lunedì, 26 Agosto, 2019

Al Ghione l’immortale storia d’amore di Romeo e Giulietta

0

Al Teatro Ghione di Roma, in via delle Fornaci 37, da martedì 12 a domenica 17 marzo, andrà in scena un nuovo allestimento di “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare. Regia di Selene Gandini. Interpreti: Agostina Magnosi (Giulietta), Federico Occhipinti (Romeo), Fabrizio Raggi (padre Capuleti), Marta Nuti (madre Capuleti), Matteo Fiori (Mercuzio), Francesco Buttironi (Benvolio), Marco Usai (frate Lorenzo), Caterina Gramaglia (balia), Andrea Amato (Tebaldo), Elvira Scalzi, Luca Alfonsi, Marinella Giraldi, Filippo Lemma (servo e coro), e con Carlo Valli che ha prestato la voce al principe.

La tragedia che racconta la storia d’amore più famosa di tutti i tempi, viene proposta con un allestimento molto particolare curato dalla regista Selene Gandini, che abbiamo intervistato.

Perché questa nuova versione di Romeo e Giulietta?
«Il nostro progetto ha come finalità quella di porre l’attenzione sulle mancanze che la società e il suo potere ha avuto ed ha ancora sull’uomo e, in particolare, nei confronti dei giovani. Ancora oggi assistiamo impotenti alle decisioni che il potere ha sulla vita delle persone ed è per questo che abbiamo scelto come protagonista un giovanissimo talento, Agostina Magnosi, che ha 14 anni come Giulietta. Sarà lei a parlare ai suoi coetanei, al mondo degli adolescenti, che ancora oggi vive con dolore il fatto di non essere ascoltato, accettato, aiutato. Ma si rivolgerà anche al pubblico degli adulti, che dovrebbe sentirsi responsabile della gabbia di cui, a volte, è artefice. Shakespeare ancora una volta ci dà la possibilità di riflettere sui temi universali dell’uomo, del suo sentire e del suo agire e noi cercheremo di farlo al meglio delle nostre possibilità».

E’ semplice proporre Shakespeare al pubblico del Terzo Millennio?
«Avventurarsi nel mondo shakespeariano è sempre un’impresa difficile. Non sappiamo mai davvero dove ci porterà la creazione di una scena perché il verso del Grande Bardo contiene strade differenti, a volte opposte, che noi, di volta in volta, interpretiamo come specchio della nostra vita, del nostro sguardo sul mondo e i suoi attori. Nell’opera di Shakespeare i protagonisti sono i giovani, quella parte di umanità incompresa e schiacciata, e con la morte di Mercuzio, Tebaldo, Romeo e Giulietta assistiamo alla sconfitta di un mondo che, oggi come allora, decide e agisce senza sentire».

Un mondo dove anche l’amore è una prigione?
«Esatto. La città di Verona è come se fosse il mondo intero intrappolato dalle sue leggi e Romeo e Giulietta sono vittime di questa costrizione. L’umanità vive in cattività per mano di una società che non accoglie, non ascolta e non comprende i reali bisogni dell’individuo. L’ordine apparente, creato dal potere e dalle sue leggi, trasforma la realtà a suo piacimento, offrendole la maschera dei diritti e dei doveri, privandola del suo vero aspetto».

E anche il palcoscenico è visto come una prigione?
«Certamente. Nel corso della rappresentazione ci addentreremo in un’immaginaria gabbia che costringe i personaggi a vivere e sopravvivere; una prigione per uccelli di diversa specie, che si guardano, si cercano, si combattono, si amano e si uccidono. Una gabbia che soffoca il desiderio di volare, tarpa le ali alla libertà di ciascuno, mettendo in luce le relazioni e i momenti di solitudine, facendo emergere i diversi comportamenti che l’uomo ha in pubblico o nel suo privato».

Come definirebbe questa gabbia, questa prigione immateriale?
«E’ un luogo di passaggio, un luogo di vita permanente, una struttura che osserviamo da lontano e in cui potremmo finire».

Una gabbia che si nasconde, che si trasforma nel corso della narrazione?
«Certamente. La gabbia si trasformerà, di volta in volta, nella camera di Giulietta, nella sala da ballo dove i due protagonisti s’incontrano per la prima volta, sarà il luogo di scontro tra Montecchi e Capuleti fino a mutare il suo aspetto divenendo cripta e ospitando la morte dei due giovani amanti».

E non c’è possibilità di fuga?
«C’è chi si sentirà artefice di questa prigione, c’è chi la vivrà come naturale condizione, c’è chi la subirà, c’è chi la combatterà, ma è solo scendendo dal palcoscenico che capiremo come distruggerla».

Antonio Salvatore Sassu

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply