giovedì, 14 Novembre, 2019

Roma. Più integrazione con il Progetto “Engage”

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Alla Sala Rossa del VII Municipio di Roma (tra i più popolosi dell’ Urbe, coprente un’ area molto vasta, da San Giovanni sino a Cinecittà e quartieri limitrofi), è stata presentata ultimamente una serie di iniziative sul tema “Donne Migranti, Leader di Integrazione e di Comunità”.
A cura di Elisabetta Cannova, coordinatrice della Consulta per l’Integrazione dei Cittadini stranieri del Municipio, e socia della cooperativa “Speha Fresia”, è stato presentato il progetto “Engage” (rientrante nel grande programma “Erasmus+” della UE): con speciale attenzione alle iniziative sviluppate in partenariato con Francia (capofila di progetto), Irlanda, Cipro, Croazia e Austria, e sperimentate sul territorio del Municipio. Sono stati presentati, poi, i risultati dell’attuazione, sinora, di Engage, anche attraverso i riscontri coi principali referenti per il Municipio, tra cui anzitutto la rete informale di donne che collabora con la Consulta per l’Integrazione: per questa rete sono intervenute le rappresentanti di varie associazioni di immigrati, peruviani, camerunensi ed ecuadoregni, ma anche di stranieri comunitari; con la presenza della comunità romena rappresentata dalla vice-coordinatrice della Consulta, Mihaela Mitrut.
“Engage – ha precisato Elisabetta Cannova, nella serata tenutasi poi allo spazio autogestito Casa delle Donne “Lucha y Siesta”, in Via Lucio Sestio a Cinecittà – è un progetto rivolto alla formazione di donne migranti come leader di Comunità: capace, quindi, di rafforzare, in loro, il senso di appartenenza al Paese in cui si sono inserite senza tagliare le radici con il proprio”.

Come funziona esattamente Engage, Signora Cannova?
La nostra cooperativa, Speha Fresia, , accreditata con la Regione Lazio, si occupa di formazione professionale, e partecipa a progetti europei: specie con l‘ “Erasmus Più”, un programma della UE per l’educazione, di cui una linea riguarda specificamente l’educazione degli adulti. Quest’ultimo tipo di educazione, non solo contro il fenomeno dell’ “analfabetismo di ritorno”, ma per uno sviluppo dell’ individuo sul piano non solo occupazionale, ma personale e civico, e, più in generale, anche come educazione dei sentimenti, dei loro indispensabili rapporti con la ragione, ecc.…, in molti Paesi europei sin dai primi del ‘900 ha rappresentato un preciso impegno dei Governi, che lanciarono programmi di massa per l’alfabetizzazione delle classi operaie e contadine. In Italia, invece, dopo un certo sviluppo negli anni ’70 –’80, con iniziative come le celebri “150 ore”, volute dai sindacati, e altre di qualche ente locale (vedi, ad esempio, l’assessorato del Comune di Roma all’ Educazione permanente, a lungo diretto, negli anni ’80, dal socialista Salvatore Malerba, N.d. R.), oggi questo discorso langue: nonostante ci sia una legge, la n. 92 del 28 giugno 2012, dedicata proprio all’ apprendimento permanente.

Ci sono fondi per questi obbiettivi, nel bilanci della Regione Lazio?
Nel Lazio, tutto si riduce ai fondi limitatissimi per l’educazione permanente stanziati dalla Regione, che vanno soprattutto a finanziare i corsi organizzati dagli appositi Centri Provinciali. Col progetto “Engage” noi, in sostanza, vogliamo contribuire al rilancio di tutte queste iniziative: che rientrano nel programma di “Formazione 2020” dell’ Unione Europea, imperniato sul coinvolgimento, in esperienze di apprendimento, di almeno il 15% della popolazione adulta. Degli adulti italiani, solo l’8,1% risultava, nel 2018, toccato da questi programmi, che oggi si realizzano soprattutto nel mondo delle imprese, grazie anzitutto ai fondi della UE interprofessionali; ma non c’è quasi nulla (come, del resto, già nella stessa scuola dell’obbligo, N.d.R.) per l’educazione vera, intesa come crescita caratteriale e personale.

Questo, in senso lato, ha anche un importante risvolto politico: combattendo, con progetti di questo tipo, i fenomeni di sradicamento dalle proprie radici, di alienazione, quasi, che spesso colpiscono le generazioni più recenti di immigrati dal Terzo mondo, si previene anche lo scivolamento di questo malessere nell’integralismo religioso e nel terrorismo…
Esatto: permettendo, così, a molti giovani immigrati di mantenere un buon rapporto sia col Paese di origine sia con quello di immigrazione, e sottraendoli, quindi, a quei ruoli stereotipati – come, anzitutto, quello del terrorista di stampo islamico – cui, paradossalmente, la nostra distratta e superficiale società sembra volerli condannare quasi sin dalla nascita.

“Sono evidenti i terreni comuni di lotta tra queste iniziative e le nostre”, osserva poi Cinzia, del Comitato di lotta per “Lucha Y Siesta”, lo spazio autogestito Casa delle Donne Lucha y Siesta che da 11 anni, in Via Lucio Sestio a Cinecittà, fornisce una serie di servizi supplendo a obiettive carenze degli enti locali”. L’iniziativa è partita l’8 marzo 2008, quando, in occasione della Festa della Donna, un gruppo di donne, decise a non delegare più ad altri la soluzione dei propri problemi, ha recuperato un vecchio deposito ATAC, abbandonato ormai da molti anni.
“Da allora”, prosegue Cinzia, “pur essendo il comune assente la casa delle donne ha continuato le proprie attività, qui sono stati organizzati corsi di formazione professionale, laboratori di sartoria, cineforum e altre iniziative culturali; e, soprattutto, uno sportello antiviolenza e, più in generale, di orientamento psicologico e professionale per donne uscite da varie situazioni di violenza e che vogliono autonomamente riorganizzarsi una vita.
Di fatto, grazie a un’associazione che si è creata “a latere” e che ha sempre sostenuto questa esperienza, partecipiamo anche a bandi del Comune e della Regione per incrementare lo sviluppo di interventi sociali e servizi dedicati alle donne e all’ intera cittadinanza”.
“Il nostro comitato sta cercando di definire una soluzione con l’ente locale, prima della vendita all’asta dell’ immobile da parte di un’ ATAC in gravi difficoltà: ma sarebbe inaccettabile – conclude Cinzia – che non si trovi una soluzione. Basti pensare che a Roma, sulla carta, ci dovrebbero essere in tutto 300 posti letto per donne uscite da situazioni di violenza, con eventuali figli: di fatto ce ne sono circa 30 gestiti direttamente dal Comune, e altri 14 qui a Lucha Y Siesta. In un momento storico, poi, in cui, in gran parte del Paese, questo tipo di servizi per i cittadini, come anzitutto i Consultori familiari, un tempo attivissimi, è gravemente ridimensionato”.

Fabrizio Federici

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