sabato, 14 Dicembre, 2019

Aldo Capitini
e il liberalsocialismo pacifista

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Aldo CapitiniOggi ricorre l’edizione 2014 della Marcia della Pace Perugia-Assisi, una pietra miliare collocata dalla cultura liberalsocialista sullo sviluppo di un percorso teso all’edificazione di una società liberata dalla violenza fisica e morale, ancora lontana dalla sua realizzazione ma non per questo avviluppata in una progettualità sterile ed utopistica. Attanagliati da terrificanti fatti di cronaca che scorrono accanto al nostro vivere quotidiano, sommersi da focolai e vulcani eruttivi di bellicismo sparsi su tutto il globo, da repressivi atteggiamenti dichiarati o subdoli, questi ultimi striscianti dietro illusionistiche parvenze di democrazia, non è fuori luogo ricollocare al centro di un percorso di riflessione la figura di Aldo Capitini, ideatore dell’evento che annualmente si celebra in terra umbra (il 24 settembre 1961 ebbe luogo la 1° edizione della Marcia della Pace Perugia-Assisi organizzata dal Centro per la Nonviolenza, diretto proprio da Capitini), ma paradossalmente un intellettuale poco conosciuto e celebrato.

E questo tentativo di divulgare una sintesi del suo percorso umano e filosofico diventa ancora più fisiologico se trova una sede sulle pagine elettroniche dell’Avantionline, perché Capitini, antifascista, vegetariano, nonviolento, religioso, ma soprattutto aperto al libero pensiero, non solo ebbe straordinari contatti con la poliedrica famiglia del liberalsocialismo, ma vi trovò una propria residenza, portando in dote un contributo di enorme spessore che avrebbe arricchito una tradizione politica e culturale troppo spesso minoritaria anche all’interno della stessa sinistra riformista. Aldo Capitini nasce dunque a Perugia nel 1899 e dopo un regolare percorso di studi coronato da una laurea alla Normale di Pisa, nel 1929 acquista una forte consapevolezza di impegno civile e politico assumendo una forte posizione critica nei confronti del fascismo e del Vaticano.

Il sostegno offerto dalla Chiesa Cattolica allo stato fascista, celebrato con il concordato dello stesso anno, lo spingeranno a riflettere sul ripristino di un efficace sistema democratico e sulla formulazione di una riforma religiosa libera dall’imperante dogmatismo. Le tre linee guida su cui modellerà le sue teorie e le sue azioni pratiche verteranno sul rifiuto della violenza, ostentata dal fascismo e non contrastata dagli apparati di potere della Chiesa, sul recupero della figura di Francesco d’Assisi per il richiamo ai valori autentici del cristianesimo ed infine sul pensiero moderno come strumento in grado di favorire lo sviluppo dei principi di fratellanza, uguaglianza e libertà. Dopo aver redatto assieme al filosofo Guido Calogero il primo manifesto del Movimento Liberalsocialista, nel 1943 partecipa alla riunione dei suoi aderenti che andrà a sancire la nascita del Partito d’Azione. Capitini in quell’occasione espresse la sua personale contrarietà a coagulare le risorse del liberalsocialismo in un nuovo partito, preferendo che continuasse ad esercitare la sua influenza come vitale movimento d’opinione e di pressione politica. Capitini, che fa una scelta esplicita di lotta nonviolenta in contrapposizione alla lotta armata, si isola dalla sinistra e dal panorama politico italiano pur restando un convinto liberalsocialista.

Questa attitudine alla nonviolenza diventerà ben presto una sua prerogativa, essenziale al suo pensiero ed al suo agire; in breve tempo diventa il più attivo intellettuale teso a propagandare con libri e convegni il rinnovamento sociale della nonviolenza, tanto da meritarsi l’appellativo di “Ghandi italiano”. Estromesso dal Comitato di Liberazione Nazionale e dalla Costituente, da solo inizia un lungo lavoro per l’affermazione del metodo della nonviolenza e già dal 1944 costituisce a Perugia il primo C.O.S.( Centro di Orientamento Sociale), un assemblea aperta alla cittadinanza e agli amministratori pubblici per un confronto diretto sui problemi amministrativi e politici. Nel 1946 fonda anche il Movimento di Religione, un contenitore di riforme che chiamava i credenti ad incontrarsi senza distinzioni tra battezzati e non battezzati, tra cittadini e stranieri, tra cattolici praticanti e non. Il passo per giungere ad una visione omnicratica del potere è relativamente breve: “E’ l’uomo religioso, post-umanistico, che vuole vivere unito con tutti nella massima solidarietà, anche al di là della morte, e perciò tende a costituire una società nuova in una realtà che abbia consumato tutti i vecchi limiti, compresi il dolore e la morte”. La sua riforma, già di per se difficile da condividere per la portata rivoluzionaria delle idee, cadde sotto la tagliente scure del Sant’Uffizio, che nel 1955 lo pose all’indice.

La rottura definitiva tra Capitini e la burocrazia vaticana si ebbe a seguito di un processo svoltosi a Firenze nel febbraio del 1958 promosso dai coniugi Bellandi di Prato contro il vescovo della città, che li aveva accusati di concubinato per essersi sposati soltanto con il matrimonio civile. Capitini solidarizzò con i Bellandi e chiese espressamente di essere cancellato dall’elenco dei battezzati, simbolo di sudditanza forzosa all’autorità non più riconosciuta della Chiesa. Ma già nel 1950 Capitini si era mostrato sensibile ai problemi di carattere politico e civile, poiché dopo l’arresto e il processo di Pietro Pinna, il primo obiettore di coscienza italiano, mobilitava le sue risorse fisiche e intellettuali per dare vita ad una campagna a favore dell’obiezione di coscienza, organizzando contemporaneamente il primo Convegno italiano sul tema. In egual misura fu un grande sostenitore della scuola pubblica; sua la fondazione dell’A.D.E.S.P. I. (Associazione per la difesa e lo sviluppo della Scuola Pubblica Italiana). Molte sono le pubblicazioni che Aldo Capitini ci ha lasciato in eredità, tra cui occorre ricordare “Elementi di un’ esperienza religiosa”, “L’atto di educare”, “Educazione aperta”, “Italia nonviolenta”; una saggistica dunque da riscoprire per infondere profonda empatia con le nostre coscienze, tanto più importante quanto più attuabile in una società e in un contesto storico in cui spesso e volentieri viene prediletto lo scontro (fisico o verbale che sia) anziché il ragionamento.

Quando si argomenta con la capacità di abbandonare le sovrastrutture dogmatiche o i paletti dei convincimenti di intransigenza ideologica, il dialogo può acquistare un livello di totalizzante proposizione. Ribaltando l’usurato concetto machiavelliano secondo il quale il fine giustifica i mezzi, Capitini ci invita a riflettere sul fatto che molto spesso sono proprio i mezzi a determinare i fini. E in questo invito a lavorare su noi stessi, con la sua instancabile opera di studio e di messa in pratica delle sue idee, le riflessioni di Capitini coincidono con le visioni di metodo di Carlo Rosselli, là dove l’intellettuale fiorentino ammoniva che “Il socialismo non si decreta dall’alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura.”

Carlo Da Prato

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