domenica, 23 Febbraio, 2020

Aldo Repeti
A Scandicci io c’ero

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Questi primi giorni del nuovo anno, complice l’uscita al cinema del film di Gianni Amelio “Hammamet” e la ricorrenza dei 20 anni dalla morte di Bettino Craxi, abbiamo assistito alla riapertura di un dibattito serrato sulla fase politica di inizio anni novanta e su tutta la storia del PSI craxiano. La folta presenza di persone nelle sale cinematografiche, anche diversi giovani, il silenzio con cui si è assistito alla proiezione del film, i tanti interventi giornalistici su varie testate della stampa ed alla televisione, hanno determinato un significativo cambio di prospettiva su quelle vicende, rispetto a quanto visto e respirato negli anni passati.

Vorrei qui richiamare l’intervento del nostro Presidente Riccardo Nencini che ha fatto una sottile rappresentazione di quanto sia storia e quanto politica, di quanto la vicenda ed il sentimento che, a sinistra, ha riguardato la figura di Craxi non sia ascrivibile esclusivamente alla vicenda giudiziaria, bensì affondi le radici nella storia che ha attraversato il rapporto fra le figure del PCI e del PSI: Matteotti vs Gramsci, Togliatti vs Nenni ed in ultimo Craxi vs Berlinguer. Trovando il corretto filo conduttore proprio in una divisione ideale, politica e culturale fra le due famiglie della sinistra che ha avuto la massima esacerbazione nell’era craxiana. Non starò qui a rappresentare dettagliatamente dove stanno le ragioni della storia, perché essa si è incaricata nei fatti di dirlo in concreto ed oggettivamente: Matteotti, Nenni e Craxi avevano ragione. I ritardi con cui la sinistra ha preso coscienza di ciò sono alla base della sua afasia e della sua incapacità di darsi una prospettiva includente ed ideale nell’interesse del Paese. Per rimanere sul piano della contemporaneità, lo abbiamo detto, più si deposita la polvere d’odio che ha accompagnato la vicenda politico giudiziaria del periodo 92/94, più la stessa vicenda riusciamo a leggerla e rivederla con gli occhi dell’oggettività e forsanche a sanare fratture di ordine personale ed intimo, che hanno riguardato i singoli ed una folta comunità di militanti.

Il 20 gennaio ero a Scandicci, dove la Fondazione Craxi, meritoriamente avviata dalla figlia di Bettino la senatrice di Forza Italia Stefania Craxi, ha organizzato un dibattito dal titolo “Vent’anni senza Craxi”. Fra gli oratori vi erano Valdo Spini, già Vice Segretario di Craxi, Riccardo Nencini Presidente del CN del PSI e senatore del gruppo PSI-Italia Viva, Gianni Bonini e Lucio Barani già sindaco di Aulla. Le conclusioni affidate a Stefania Craxi.

Fra il pubblico ho riconosciuto alcuni vecchi compagni ormai approdati a Forza Italia, ho potuto incontrare vecchi democristiani oggi orgogliosamente esponenti della Lega, più alcuni compagni che oggi militano nel PSI. Eravamo alcuni da Livorno (io, Sonia Baronti, Luca Baronti, Concetta Belfiore, Graziano Luppichini e Massimo Bianchi) e poi pochi altri da Firenze (Maurizio Folli e Sandro Avvisano) e forse qualcun altro che dimentico. Ho partecipato animato e stimolato dal clima che ho ritenuto di respirare in questo inizio 2020. In premessa, devo sottolineare però che l’esito di questo incontro mi ha profondamente deluso. L’aria che ho respirato in quel contesto, pur volendo sorvolare sull’età media rappresentata, ha messo in plastica evidenza come se da una parte la storia e la vicenda di Craxi accomuna tutta la comunità socialista che ha vissuto, da protagonista o da comprimario, quella fase, ciò che veramente divide è la lettura dell’attualità. E qui trova piena cittadinanza l’ottimo intervento di Nencini sulla distinzione fra storia e politica. La fase che stiamo vivendo e che è diretta erede del clima politico del 92/94 ci consegna una politica sterile, priva di prospettiva, molto centrata sull’ora e subito senza una sostanziale e concreta visione di prospettiva. Indubbiamente, gioca un ruolo determinante lo sviluppo delle modalità di circolazione delle informazioni con il boom dei social. Social che, se da una parte hanno consentito una maggiore e più capillare diffusione di informazioni in tempo reale, dall’altra hanno modificato l’esigenza di sintesi del messaggio in diffusa superficialità. Dopo il cataclisma del 92/94 la comunità socialista si è frantumata in mille rivoli, c’è chi ha continuato a portare avanti la bandiera socialista, ereditando le strutture e l’organizzazione attraverso il lungo percorso SI-SDI-PS-PSI, che ha mantenuto fermo il terreno politico naturale nella sinistra, pur con le mille contraddizioni e difficoltà, chi ha dato vita al Nuovo PSI collocato in alleanza con Forza Italia e poi col Popolo della Libertà, chi ha scelto individualmente o in piccoli gruppi di aderire a DS-PD, chi a Forza Italia, financo ad Alleanza Nazionale fino ad alla Lega.

Sinteticamente, possiamo dire che chi ha mantenuto il presidio a sinistra lo ha fatto razionalmente e coerentemente con la storia del PSI che è la sinistra, mentre chi ha fatto la scelta di allearsi col centrodestra lo ha fatto, spesso, come scelta reattiva o emozionale contro una certa sinistra, politicamente colpevole della caccia al socialista. Non è qui il caso di ripercorrere ragioni o torti di questo ultimo quarto di secolo, non senza però sottolineare come la vecchia frase di Nenni, che la politica non si fa né coi sentimenti né coi risentimenti, abbia una attualità significativa.

Fatto sta che oggi 2020, mentre il clima intorno alla storia di Craxi sembra modificarsi verso una rilettura più coerente ed oggettiva, i sentimenti alla base delle scelte compiute dopo il ‘94 sembrano permanere intatte ed inossidabili. Per cui si ripropone anacronisticamente e ridondantemente il collante dell’anticomunismo viscerale. Anticomunismo che paradossalmente sopravvive al comunismo!! Il quadro politico attuale ci dice che abbiamo un PD che, questo il mio parere, sta subendo una sorta di involuzione rispetto a quanto faticosamente maturato negli anni alle spalle. Una involuzione che si legge in un rapporto “impuro” con il M5S che torna a rinverdire tutte le criticità che stavano sbiadendosi pur con fatica, con difficoltà, con incoerenze e con andamento a zig-zag. Mi riferisco al giustizialismo, al massimalismo sociale ed al qualunquismo populista di cui il M5S si era fatto interprete nella società. C’è, inoltre, un fronte variegato rappresentato da Italia Viva, movimento di Calenda, +Europa ed in qualche modo anche noi che è diverso, rappresenta una filosofia ed una cultura alternativa all’impianto culturale emergente PDM5S.

Infine, è presente un fronte di centrodestra rappresentato da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, che diversamente da quanto accaduto nell’ultimo quarto di secolo, non è dominato dalla cultura aziendalista, proto liberale, pelosamente garantista di Forza Italia bensì dall’estremismo privo di vincoli culturali e sociali, proteso alla conquista del consenso aprioristicamente ed al limite da mettere in seria discussione i fondamenti non solo della Costituzione, ma anche del vivere civile del nostro Paese e rappresentato dalla Lega di Salvini e da FdI della Meloni. Ebbene, in questo quadro ho apprezzato l’intervento di Nencini, che ha aperto un confronto sull’oggi e sul domani, ponendo un punto chiaro e netto di demarcazione. Se la storia di Craxi ci accomuna, e questo è nei fatti, l’attualità ci deve caratterizzare per un punto fermo: il socialismo è incompatibile con le istanze di Lega e FdI. Ebbene il silenzio maggioritario della platea degli astanti, salvo qualche applauso sparuto fra cui il mio, quello dei livornesi e dei fiorentini citati, è significativo di quanto si sia consolidato in molti componenti della vecchia comunità socialista il sentimento anticomunista, ma anche la “naturale” accettazione del paradosso che i valori socialisti possano essere compatibili con Lega e FdI.

Ecco la mia delusione! Accentuata dall’intervento di Stefania Craxi, che ha esaltato in modo significativo e preoccupante il silenzio rispetto al rapporto con Lega e FdI, lasciando spazio a convincimenti di contiguità, che reputo insostenibili ed inaccettabili. Ad una apertura di Nencini per passare dalla storia alla politica, ha risposto che lei rimane nella sua storia fatta di risentimento e rancore! Per parte mia, credo che il quadro dell’oggi – con cui chi vuol fare politica attuale deve confrontarsi, facendosi forte dei propri valori, delle proprie convinzioni e dei propri ideali, mettendoli a frutto per una visione di prospettiva e non per consegnarli ai libri di storia – ci ponga nel dovere di contribuire a creare le condizioni di una rivoluzione culturale in Italia, che ci veda impegnati a riaffermare quei valori positivi che sono nel DNA dei democratici, dei liberali, dei cattolici riformisti, dei riformisti e dei socialisti: libertà, democrazia, tolleranza, solidarietà, rispetto, garantismo, diritti sociali e civili. Che non accomuni la storia socialista con l’erezione di nuovi muri (contro l’immigrato, contro il gay o la lesbica, contro le famiglie di fatto, contro il comunque diverso da sé!), che definiscono una nuova questione morale di berlingueriana memoria, ma declinata da destra.

Cara Stefania, tuo padre ha contribuito ad abbattere sia idealmente che sostanzialmente molti muri. Con l’impegno, con le intuizioni, col suo riformismo applicato e col sostegno ai vari dissidenti delle diverse dittature comuniste e fasciste in giro per il mondo! Non può considerarsi un buon servigio alla sua memoria ed ai suoi insegnamenti essere contigui con chi oggi erige nuovi muri! La dicotomia storia – politica ci dice, al dunque, che la storia e la vicenda Craxi appartiene a tutti noi che abbiamo vissuto quella fase politica, e sicuramente alle due persone che hanno il peso di portare il suo cognome (non aliene però ad indossare casacche poco attinenti allo stesso), mentre l’attualità politica, mai dimentica del passato comunque, ci dice che non può essere il cognome l’elemento che ne garantisce continuità di iniziativa nell’oggi.

Aldo Repeti
Direzione Nazionale Segretario Federazione di Livorno

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1 commento

  1. Paolo Bolognesi on

    Io non ero a Scandicci e non posso pertanto esprimermi al riguardo, ma nonostante il tempo passato ricordo piuttosto bene quanto successe all’indomani di Tangentopoli, ossia i tentativi per rimettere insieme qualcosa di socialista dopo l’impetuoso “vento” forcaiolo che aveva scompigliato le nostre fila e annientato il nostro Partito.

    Allora, qualcuno di noi passò a sinistra, ma in molti guardarono al Cavaliere, vuoi per il garantismo che esprimeva, vuoi perché ritenevamo che non si potesse andare verso chi ci aveva tanto duramente osteggiato (io credo tuttora che se non fosse arrivato il Cav, saremmo oggi ingabbiati in una sorta di “pensiero unico”).

    Poi da allora, strada facendo, ci fu, tra i secondi, chi cambiò idea e compì per così dire una inversione di marcia virando verso sinistra, con la motivazione che i socialisti non potevano che stare da quella parte, mentre la restante quota continuò a mantenersi sull’opposto versante (rimanendo cioè fedele alla posizione originaria).

    Se la memoria non mi tradisce, le nostre divisioni, le prime come le successive, avvennero in un clima di sostanziale e reciproco rispetto, il che non è poca cosa, e con lo stesso spirito andrebbero rispettate le scelte di chi resta tuttora fermo nell’idea di non andare a sinistra (accontentiamoci per ora di trovarci uniti nel nome di Craxi).

    Paolo B. 26.01.2020

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