martedì, 11 Agosto, 2020

Russia ed Europa di fronte ai capitalismi politici di Usa e Cina

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Dopo la fine della Guerra Fredda e l’avvento della globalizzazione si era creata l’illusione che sarebbe stato possibile realizzare relazioni di pace e di collaborazione tra tutti gli Stati del mondo. Secondo Alessandro Aresu, autore del recente saggio “Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina”, l’immagine ingenua della globalizzazione” è stata smentita dal crescente confronto tra Cina e Stati Uniti, che ha polarizzato in modo crescente l’evoluzione delle relazioni tra i popoli dopo il crollo del Muro di Berlino.
L’interpretazione ingenua della globalizzazione (fondata sulla presunzione che il dinamismo dell’economia cinese dovesse diventare il motore della crescita dell’economia americana e che l’attività d’investimento nel settore dell’innovazione tecnologica dell’America dovesse fungere da motore della crescita economica e delle riforme dell’autoritario sistema politico-economico cinese) è stata smentita dalla piega assunta dallo sviluppo delle relazioni tra le due superpotenze; queste, al contrario, anziché connotare le loro relazioni in un’interdipendenza pacifica delle proprie economie, le hanno tradotte in un’interdipendenza armata, fondata su una presunta “pace capitalista”, resa possibile dal coinvolgimento dei rispettivi apparati di sicurezza nazionale, trasformando il confronto in una contrapposizione fondata sulla dimostrazione del possesso di armi, sulla mera capacità di mercato.
Il coinvolgimento della sicurezza nazionale a supporto della dinamica del sistema economico è valso a trasformare la natura dei “capitalismi” di Cina e Stati Uniti in “capitalismi politici”, tra i quali, nel “gioco” della contrapposizione armata, sarebbe in corso una guerra particolare, che non avrebbe i caratteri della Guerra Fredda, in quanto si svolgerebbe nell’ambito di un “campo di battaglia” delimitato dal “geodiritto”; ciò varrebbe ad evitare che il confronto tra le due superpotenze per la conquista del primato mondiale possa deflagrare in uno scontro nucleare.
Il limite dell’analisi di Aresu sta nel fatto che, per quanto il suo supposto campo di battaglia sia depotenziato dalle regole del “geodiritto”, il confronto tra i due capitalismi politici per la conquista del primato economico nel mondo potrebbe comunque (a causa di calcoli imperfetti delle burocrazie politico-militari, sia della Cina che dell’America) rendere attuale il rischio di una guerra nucleare a danno dell’intera umanità; un rischio, questo, che nella fase attuale non troverebbe un adeguato antidoto nelle pressioni dissuasive del resto del mondo, in quanto privo di attori dotati della necessaria forza economico-militare per indurre i due capitalismi politici contrapposti ad evitare un possibile olocausto globale. I potenziali antagonisti in grado di esercitare queste pressioni dissuasive non sono infatti riusciti ad esprimere capitalismi politici compiuti: la Russia, dopo il crollo dell’URSS, ha conservato la forza militare, ma non è riuscita a dotarsi di una forza economica adeguata; mentre l’Unione Europea, pur nella sua disorganizzazione politica, dispone della forza economica, ma non è riuscita a dotarsi di una politica estera unitaria supportata dalla forza militare necessaria.
Se la Federazione Russa e l’Unione Europea non hanno acquisito entrambe la “taglia” per risultare decisive a livello globale, diverso però è il ruolo che ciascuna di esse può svolgere: la Russia, sfruttando il suo peso militare a favore di una delle due potenze, potrebbe decidere le sorti a favore di uno dei due capitalismi politici oggi contendenti, diventandone però subalterna per via della sua debolezza economica; l’Unione Europea, invece, a causa del “vincolo esterno” espresso dal Patto Atlantico, si trova in una posizione che la espone ad essere spettatrice di un possibile “gioco a tre”, che alla lunga la ridurrebbe a svolgere un ruolo sempre più marginale a livello globale.
Esiste una “via di fuga” da questo scenario? Secondo molti commentatori un’alternativa esiste, ma va inserita in un contesto globale idoneo a suggerire le forme di una possibile collaborazione attraverso cui, sia la Federazione Russa che l’Unione Europea possano congiuntamente rimediare alla loro “minorità” rispetto alla Cina e agli Stati Uniti. Dimitrij Trenin (direttore della sede moscovita dello statunitense “Carnegie Endowment for International Peace” e autore dell’articolo “La Russia non è cinese. Ma quando cerca l’Europa non trova la porta”, su Limes, 5/2020), osserva che in Russia “i limiti di un rischioso avvicinamento alla Repubblica Popolare sono già stati raggiunti”, e che in Europa “a nessuno aggrada la prospettiva di una convergenza tra Pechino e Mosca”. Ovviamente,, a parere di Trenin, la possibile collaborazione non può assumere la connotazione di una “Grande Europa da Lisbona a Vladivostok”: innanzitutto, perché le condizioni esistenti all’interno dei Paesi europei non hanno sinora consentito all’Unione di trasformarsi in un centro politicamente integrato; in secondo luogo, perché in molti Paesi sono ancora prevalenti forti sentimenti antirussi; infine, perché tutti i Paesi membri dell’Unione Europea non dispongono di una reale “autonomia strategica”, in quanto sono ancora legati agli Stati Uniti dal Patto Atlantico.
Inoltre, una collaborazione tra Federazione Russa e Unione Europea non può assumere la connotazione di una “Grande Europa” sbilanciata in favore della Russia (già partecipe dell’Unione doganale, creata nel 2002, con Bielorussia e Kazakistan) in una futura integrazione politica, per la creazione di una Grande Eurasia, senza determinare una reazione di Washington. Né la collaborazione può assumere la connotazione di una “Grande Europa” sbilanciata a favore dell’Unione Europea, con “l’accettazione da parte di Mosca di norme e standard europei” in campo politico; un progetto quest’ultimo che, tentato, ma fallito, all’indomani del crollo dell’ex URSS, è oggi (a causa delle sanzioni europee per la questione della Crimea) difficile da riproporre.
Allo stato attuale, secondo Trenin, l’alternativa alla realizzazione di una “Grande Europa da Lisbona a Vladivostok” consiste nel trovare le vie per inaugurare tra Mosca e Bruxelles una collaborazione che accetti la Russia come attore indipendente, forte sul piano militare, ma con possibilità limitate sul piano economico, che non gli consentono di “unirsi a chicchessia”, né di “trascinare qualcuno dietro di sé”. Mosca aspira solo ad avviare rapporti internazionali collaborativi, per trovare punti di appoggio utili a promuovere lo sviluppo economico interno del Paese. Nei confronti dell’Europa, perciò, la Russia è ben lungi dall’immaginare la possibilità di costruire una collaborazione su un’alleanza geopolitica; ciò perché essa è consapevole che il “legame UE-Nato fungerà ancora a lungo da difensore della fortezza transatlantica, vincolando la politica estera e la difesa dei Paesi europei a Washington”. Contare, perciò, almeno nel breve periodo, su una collaborazione col Vecchio Continente, considerandolo indipendente dal Nuovo, sarebbe del tutto fuori luogo, in quanto l’America, secondo Trenin, rimarrà il “terzo incomodo” nelle possibili relazioni euro-russe.
Perciò, l’attuale maggiore interesse della Federazione Russa nell’instaurare rapporti collaborativi con i Paesi dell’Unione non può consistere “nella distruzione della Nato o nel crollo della costruzione unitaria europea […], quanto piuttosto nel ricevere dall’Europa (da Berlino innanzitutto, ma anche da Parigi, Roma e altri) tecnologie, know-how, investimenti”; a questo interesse, d’altra parte – osserva Trenin – si lega quello dell’Europa ad essere il naturale mercato di sbocco per le esportazioni russe, ma anche una possibile fonte di sviluppo scientifico e tecnologico per le economie dei Paesi membri e per quelle dei Paesi ad essa collegati da rapporti di collaborazione. In questa prospettiva, l’Europa verrebbe a configurarsi come “la più importante risorsa esterna per la modernizzazione della Russia, senza la quale non potrà mantenere lo status di grande […] potenza indipendente”.
Per condurre a buon fine questo disegno collaborativo – conclude Trenin – saranno però indispensabili, sia una trasformazione della Russia all’interno dei propri confini, sia “la graduale emancipazione dell’Europa che la tramuti in attore strategico a tutto tondo e di rilevanza mondiale”; un disegno, pertanto, non facilmente realizzabile, che presuppone una minor tensione delle attuali relazioni russo-europee, ma anche un’Europa economicamente unita e forte, nonché una Russia modernizzata per tenere alto il livello della sua potenza.
Dello stesso parere di Trenin è Pierre-Emmanuel Thomann (docente di geopolitica presso l’Universitè Paris-8 e autore dell’articolo “La necessità della Francia di aprire a Mosca”, pubblicato su Limes 5/2020), secondo il quale lo scontro sino-mericano in atto tende a “strutturare” un mondo instabile e costantemente esposto al rischio di una guerra; una tendenza certo non gradita da una potenze come la Russia ed alla quale anche l’Unione Europea dovrebbe opporsi. Al momento, perciò, “il principale imperativo strategico di Parigi e dei suoi partner europei – afferma Thomann – è evitare di restare intrappolati nella rivalità sino-americana”; è questa un’occasione che dovrebbe motivare l’Europa a tentare un riavvicinamento al Cremlino, con Francia, Germania e Italia pilastri dell’iniziativa.
Riavvicinandosi al Cremino, l’Europa avrebbe l’occasione di ridefinire su basi più solide la propria sicurezza; il riavvicinamento, però, dovrebbe avvenire fuori da ogni prospettiva di occidentalizzare la Russia, ma attraverso l’individuazione di settori di cooperazione mirata. Per l’Europa, una tale strategia, secondo Thomann, avrebbe un triplice vantaggio: garantirebbe ai Paesi membri dell’Unione una maggior sicurezza, attenuando la rivalità ad Est; riequilibrerebbe lo sbilanciamento interno all’Europa generato dall’abbandono dell’Unione da parte del Regno Unito; consentirebbe di resistere con maggiore efficacia ai tentativi degli Stati Uniti di forzare l’Europa ad allinearsi sulle loro posizioni nei confronti di Pechino.
Se l’Europa vuole potenziare la propria autonomia senza strappi con il potente alleato transatlantico, è necessario modificare le politiche perseguite sino ad oggi nei confronti della Federazione Russa, per perseguire un’alternativa all’esclusiva opzione euroatlantica. A tal fine, conclude Thomann, è necessario avviare un rapporto collaborativo con la Russia, che permetta ai soggetti di tale rapporto “di giocare un ruolo di moderatore nel crescente conflitto sino-americano”.
In altri termini, il disegno collaborativo dovrebbe essere finalizzato a “controbilanciare” un Occidente a trazione statunitense e un’Asia a trazione cinese, sottraendo Europa e Russia al ruolo di gregarie dell’uno e dell’altra. Infatti, la realizzazione di questo disegno permetterebbe ad Europa e Russia, congiuntamente considerate, di scalare la vetta del potere planetario, per consentire ad entrambe di esercitare il peso geopolitico necessario nel governo degli equilibri globali, con intenti moderatori del possibile scontro sino-americano.
E’ questo un disegno auspicabile? Non esiste il pericolo che, una volta avviata la collaborazione insorga prima o poi la tendenza da parte dell’Europa e della Russia ad assumere iniziative autonome, al pari di quanto è successo ai capitalismi politici di Cina e Stati Uniti? Che ciò possa accadere non è da escludersi, vista l’esperienza negativa dell’”immagine ingenua della globalizzazione” che, anziché integrare tra loro l’economia cinese e quella americana, ha finito col promuovere due sistemi economici contrapposti e conflittuali. Nel caso della collaborazione tra l’Europa e la Russia tale possibilità sembra potersi escludere; ciò perché, se la collaborazione sarà gestita in funzione dei reciproci vantaggi, l’Europa, in quanto priva della necessaria profondità geografica, non potrà mai aspirare ad essere uno spazio dotato di una forza militare planetaria, mentre la Russia, dovendo provvedere a modernizzare costantemente il proprio arsenale, avrà sempre la necessità dell’appoggio economico dell’Europa.
Quale la conclusione di queste considerazioni? Sin tanto che il rapporto collaborativo varrà a conservare la complementarietà dei capitalismi europeo e russo, è plausibile ipotizzare che nessuno dei due abbia convenienza a trasformarsi in capitalismo politico, con le caratteristiche negative sperimentate da Cina e Stati uniti. Quindi, condizione necessaria perché il capitalismo europeo e quello della Federazione Russa sfuggano alla tentazione di trasformarsi in capitalismi politici è che il rapporto collaborativo e complementare tra i due sistemi sia conservato costante nel tempo.

Gianfranco Sabattini

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