venerdì, 13 Dicembre, 2019

Alessandro Tasca di Cutò, il Barone Rosso

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Il “barone rosso”: così Alessandro Tasca di Cutò veniva ricordato sulla stampa, nei congressi, nei comizi che numerosi si tenevano tra la fine dell’800 e i primi due decenni del ‘900. Era nato a Palermo il 5 gennaio del 1874 in una famiglia della più alta nobiltà isolana, che gli trasmise abitudini di vita aristocratiche, mai sapute dimenticare e comunque sapute conciliare con l’ideale politico professato, che lo vide sempre al fianco di chi si batteva per il progresso della Sicilia e dei lavoratori.

Era ancora giovanissimo quando mostrò chiare simpatie per il socialismo. Come nel ’46 ricordò tra i primi Giuseppe Carbone nel suo “Il movimento socialista in Sicilia”, egli si accostò al movimento dei lavoratori quando il movimento progressista isolano mostrava di evolvere dal repubblicanesimo sociale e dal radicalismo al socialismo. La sua cultura trovava alimento nelle opere del Colaianni, dell’Aldisio Sammito, ma anche – si pure lette meno approfonditamente – dei sociologi francesi e tedeschi. Nel 1891-93, ormai pienamente inserito nel movimento progressista, il giovane Alessandro seguì le vicende dei Fasci dei lavoratori che nel De Felice, nel Petrina, nel Bosco, nel Montalto trovavano i primi coraggiosi organizzatori. Lo stato d’assedio voluto da Crispi e l’arresto di numerosi dirigenti e organizzatori causarono la fine del movimento organizzato dei lavoratori. Tasca non si arrese, e finanziò e diresse personalmente dal 3 aprile 1898 il settimanale “La Battaglia”, facendone una bandiera di quello che lui chiamava “il partito degli onesti”, sollecitando la ripresa della lotta.

La ripresa potè avvenire solo ai primi del ‘900 in un contesto caratterizzato dal nuovo clima di relativa libertà.

Alessandro Tasca, ormai noto come “il principe rosso”, fu nuovamente tra gli esponenti più attivi del movimento socialista e progressista nel palermitano. Finanziò nuove iniziative editoriali, tra cui, In un’isola nella quale la classe dominante difettava nella capacità oltre che nella onestà e nell’equilibrio dell’amministrazione della cosa pubblica, ignorando la vita e i problemi degli strati popolari, egli insistette per anni anche attraverso “La Battaglia” sul “buongoverno” e sulla moralità nella amministrazione. In questo quadro, nel 1902 accusò il sen. Paternò, sindaco di Palermo, di scorrettezza nell’amministrazione della città, ma dal marzo venne recluso per sei mesi nell’Ucciardone. Nel frattempo l’inchiesta avviata dopo le sue accuse si concluse, dimostrando veritiere e fondate le sue affermazioni, sicchè l’ex sindaco venne condannato e il consiglio comunale venne sciolto. Nel 1903 sposò Marie Thérèse Zakrzewska, una aristocratica di origine lettone da cui ebbe due figli. Nel 1906, col sostegno di forti gruppi di operai e di borghesi democratici, conquistò il collegio di Palermo IV. Ripresentatosi nel 1909, venne rieletto, ma non ottenne la convalidazione.

Sempre animato da vivo entusiasmo e da grande fede, partecipò all’attività propagandistica, portandosi col De Felice, Macchi e Milana fin nei più sperduti comuni della Sicilia sud-orientale. La sua collocazione all’interno del partito socialista fu inizialmente tra gli intransigenti, ma nel congresso di Imola se ne allontanò facendo proprio il gradualismo di Bissolati, Bonomi, ecc. ma radicalizzando il proprio antiministerialismo. Su questa posizione aderì al Psri, che in Sicilia aveva trovato un vasto seguito, favorito dalla particolarità della situazione, scarsamente compresa dal gruppo dirigente centrale del Psi: tenendo conto dello sviluppo ancora limitato del partito, egli riteneva necessaria l’alleanza dei gruppi proletari già dichiaratamente socialisti coi gruppi radicali e di piccola borghesia progressista per strappare il potere alle fazioni di borghesia infeudate ai municipi. Nel 1913 si ripresentò nel vecchio collegio di Palermo IV tornò alla Camera.

Il 24 maggio 1914, all’inizio della Grande guerra, interruppe la pubblicazione de “La Battaglia”. Egli fu dal primo momento tra gli interventisti: alla Camera assunse a volte, e con maggiore forza dopo Caporetto, una posizione di “accentuato patriottismo” che venne giudicato severamente nella sinistra. Nel primo dopoguerra fu ancora tra i socialriformisti, che però. in una situazione caratterizzata dalla forte radicalizzazione delle masse, avevano perduto il vigore e la consistenza originari.

Nel ’19 si ripresentò nel collegio di Palermo, ma venne superato dal compagno di lista Giuseppe Drago. Ancora nel ’21 si presentò, ma senza successo, nel collegio comprendente la Sicilia occidentale, ancora una volta senza successo.

Continuò a finanziare giornali e iniziative nell’ambito delle organizzazioni politiche e sindacali di orientamento progressista, e nel ’25, a Palermo, in occasione delle elezioni amministrative, fu tra i promotori dell’ultimo tentativo di opposizione al “potere nerovestito” dei ras fascisti, con la presentazione di una lista sostenuta dai superstiti gruppi di estrazione socialista riformista, radicale e liberaldemocratica capeggiati da Vittorio Emanuele Orlando. I “resistenti” ottennero molti voti, ma furono battuti dai fascisti e loro alleati. Anche sul capoluogo isolano si sparse così l’ombra pesante della dittatura dei vari ras.

Consolidatosi il regime, Alessandro Tasca si appartò. Dalla fine dell’800 le enormi spese sostenute per finanziare giornali e iniziative varie in favore del proletariato e della democrazia – ma anche per il lusso, cui non aveva saputo mai rinunziare – lo avevano spinto sempre più verso la liquidazione dei propri beni. Negli anni Trenta era già alla miseria. Tentativi vennero allora compiuti dai fascisti per attrarlo dalla loro parte, ma il “principe rosso” oppose un netto rifiuto e continuò a vivere ai margini della vita del capoluogo isolano. Dopo essere stato affettuosamente aiutato da familiari e amici, trascorse gli ultimi anni di vita in un ospizio, tra densi ricordi, nei quali si mescolavano la vita avventurosa per lungo tempo condotta e le tante belle lotte per l’avanzata dei lavoratori e la giustizia sociale. Attese così la caduta del fascismo e il ritorno della libertà, che giunsero nel luglio del ’43 con lo sbarco delle truppe anglo-americane. Morì appena quattro mesi dopo, il 17 novembre.

Giuseppe Miccichè

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