martedì, 19 Marzo, 2019

Alfonso Maria Capriolo
Eugenio Colorni e gli Stati Uniti d’Europa

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Ho letto sull’Avanti on line gli articoli “Quando la Storia fa male” di Massimo Ricciuti e “I rischi della società dell’ignoranza” di Leonardo Raito, entrambi pubblicati il 28 Febbraio 2019, dei quali condivido la preoccupata denuncia delle posizioni assunte dal ministro dell’Istruzione Bussetti che vorrebbe ridurre le ore d’insegnamento della storia e del pressapochismo della nuova classe politica dei 5 Stelle.

Ho anche letto attentamente le due mozioni presentate per il prossimo Congresso di Roma, sul contenuto delle quali mi riservo di intervenire in un secondo momento.

Per l’intanto debbo rilevare con sgomento che nella mozione “ IL DOMANI È ADESSO”, al punto “6. LA NOSTRA IDEA DI EUROPA” si afferma: «I socialisti sono sempre stati internazionalisti ed europeisti. Già in Filippo Turati si possono riscontrare le prime intuizioni sull’unità europea, poi approfondite e lanciate a mo’ di manifesto da Rossi e Spinelli a Ventotene…».

Che proprio in una delle mozioni congressuali del PSI non venga ricordato assieme ad Ernesto Rossi e ad Altiero Spinelli il nome del partigiano socialista Eugenio Colorni, del quale il 30 maggio di quest’anno cade il 75° anniversario della morte per mano dei criminali fascisti della Banda Koch, mi fa cadere le braccia!

E questo proprio mentre siamo alla vigilia di una importantissima e forse decisiva campagna elettorale per il Parlamento Europeo, dall’esito della quale sapremo se prevarranno i cosiddetti “sovranisti”, o le forze del socialismo europeo e/o quelle dei cristiano-sociali, dei verdi, dei liberali europei.

Chi era Eugenio Colorni ?

Nato a Milano il 22 aprile 1909, in un’importante famiglia ebraica (la madre, Clara Pontecorvo, era zia del fisico nucleare Bruno Pontecorvo, del regista Gillo, del genetista Guido e del giurista socialista Tullio Ascarelli; suo cugino era il dirigente comunista Emilio Sereni), nel 1930 si laurea in filosofia e poi nel 1933 diventa insegnante di Lettere, prima a Voghera, poi a Trieste, dove conosce il poeta Umberto Saba, il futuro dirigente socialista Bruno Pincherle ed il fisico e partigiano comunista Eugenio Curiel. Dopo una iniziale militanza nelle file di “Giustizia e libertà” (1930-1935), Colorni entra in contatto con il “Centro interno socialista”, costituito clandestinamente a Milano nell’estate del 1934 da Rodolfo Morandi, Lelio Basso, Lucio Mario Luzzatto, Bruno Maffi e altri, come organismo di collegamento dei socialisti in Italia, e ne diventa un dirigente. Nell’aprile del 1937, dopo gli arresti di Luzzato e Morandi, Colorni diviene, di fatto, il responsabile del Centro.

Nell’estate del 1937, in occasione del “IX Congresso internazionale di filosofia” di Parigi, incontra nella capitale francese Carlo Rosselli, Angelo Tasca, Pietro Nenni ed altri esponenti della direzione del PSI, partito del quale entra poi a far parte, mantenendosi su un’originale posizione autonomista.

Con vari pseudonimi, ma soprattutto con quello di Agostini, tra il 1936 ed il 1937 pubblica importanti articoli su Politica socialista e sul Nuovo Avanti, evidenziando la situazione di effervescenza che collocava i partiti in una posizione di arretramento rispetto alle masse, spingendo ad una più compiuta e matura consapevolezza del rapporto tra classe e partito; e affermando che la collaborazione con i comunisti dovesse comunque salvaguardare l’autonomia dei socialisti.

Nel saggio “La funzione del maestro nella scuola fascista”, pubblicato a puntate sul “Nuovo Avanti!” a firma Agostini nel luglio 1937, sostiene convintamente la necessità di un’unità organica del movimento dei lavoratori in una penetrazione nelle organizzazioni legali del fascismo.

L’8 settembre del 1938, all’inizio della campagna razziale promossa dal regime fascista, Colorni è arrestato dall’OVRA, accusato di un “complotto ebraico” contro lo Stato. Il Tribunale speciale non trova le prove per imbastire nei suoi confronti un formale processo, quindi decide di spedirlo al confino nell’isola di Ventotene. Qui Colorni resterà dal 5 gennaio 1939 fino al settembre del 1941 e approfondirà gli studi di matematica e fisica, ma soprattutto elaborerà con Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi ed altri confinati il “Manifesto per l’Europa libera e unita” e altri scritti federalisti, che verranno diffusi negli ambienti antifascisti italiani da Ursula Hirschmann (moglie di Colorni, divenuta amante di Spinelli) e da Ada Rossi (moglie di Rossi) che, non essendo confinate, erano libere di viaggiare (due sorelle di Spinelli, Gigliola e Fiorella, aiutano a mantenere i contratti tra gli attivisti confinati a Ventotene e gli altri sul continente).

Trasferito da Ventotene sulla terraferma al confino di Melfi, Colorni riesce a mantenere i suoi contatti con i compagni e, il 6 maggio 1943, riesce ad evadere da Melfi e si trasferisce latitante a Roma.

Qui si dedica clandestinamente alla propaganda federalista e s’impegna nel tentativo di ricostituire il PSI. Quando il 25 luglio Mussolini cade, Colorni partecipa alla riunione del 2 agosto in cui viene ricostituito il partito socialista che si fonde con il Movimento di Unità Proletaria di Lelio Basso, Carlo Andreoni e Corrado Bonfantini; entra far parte della Direzione provvisoria del PSIUP e si impegna nella ricostruzione della Federazione giovanile socialista. Inoltre diventa redattore capo dell’Avanti!: il primo numero lo fa uscire già il 22 agosto.

Nello stesso periodo, tra il 27 e il 28 agosto partecipa, assieme ad Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Ursula Hirschmann, Manlio Rossi Doria, Giorgio Braccialarghe e Vittorio Foa, in casa dello scienzato azionista Mario Alberto Rollier a Milano, alla riunione che dà vita al “Movimento federalista europeo”, che adotta come proprio programma il “Manifesto di Ventotene”, che viene edito ciclostilato una prima volta il 29 agosto 1943.

Dopo l’8 settembre, a Roma, entra nelle file della Resistenza e partecipa alla formazione della prima brigata Matteotti, organizzando un gruppo armato composto da giovani socialisti (tra cui Matteo Matteotti, Mario Zagari e Pier Luigi Romita). Continua con Mario Fioretti a redigere e far distribuire l’Avanti! clandestino: ne usciranno in tutto altri 17 numeri, fino alla liberazione di Roma: i suoi ultimi articoli del 16 marzo (“Amministrazione o rivoluzione”) e del 20 maggio 1944 (“Rivoluzione dall’alto?”) analizzano lucidamente la situazione politica dell’Europa alla vigilia della vittoria alleata e si battono per un moto di autentica rivoluzione dei popoli d’Europa contro ogni possibile imposizione e strumentalizzazione da parte dei vincitori.

Colorni trova anche il tempo di scrivere una nuova “Prefazione” (nota anche come “L’ideale di una federazione europea”) al volumetto dal titolo “Problemi della Federazione Europea”, che raccoglie una nuova versione del “Manifesto di Ventotene”, divisa in tre sezioni (rispetto alla quattro iniziali), migliorandone lo stile e facendo alcuni piccoli tagli nelle frasi contro l’URSS e la Santa Sede. Il libretto comprende anche due saggi scritti da Spinelli a Ventotene: “Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche” e “Politica marxista e politica federalista”, e viene edito in 500 copie da Colorni il 22 gennaio 1944, che poi lo fa distribuire clandestinamente.

Il 28 maggio 1944, in via Livorno a Roma, fermato da una pattuglia fascista della Banda Koch, viene ferito da tre colpi di rivoltella mentre tenta di fuggire. Morirà dopo due giorni di agonia, il 30 maggio 1944, nell’ospedale San Giovanni sotto la falsa identità di Franco Tanzi, a soli 35 anni, a una settimana dalla liberazione della Capitale. Gli viene conferita la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

La sua originale visione del socialismo e dei rapporti di questo con il comunismo, e del rapporto tra partito e movimento, assai all’avanguardia rispetto agli sviluppi futuri, che egli porta nel PSIUP durante i mesi intensi della Resistenza romana, insieme ad una precisa visione dell’europeismo che da un lato rappresentava una dimensione complementare all’interno del prevalente tradizionale indirizzo internazionalistico del partito, dall’altro legava il processo di unificazione europea ad un processo di trasformazione socio-economica degli Stati nazionali, anche a causa della sua prematura scomparsa, non attecchì nel partito socialista del dopoguerra. Egli vedeva nella federazione di liberi stati europei la “premessa indispensabile per impedire che le conquiste politiche, economiche e sociali venissero travolte d’un tratto da una nuova guerra imperialista”, e come le masse avessero, in questa prospettiva, un ruolo attivo nel creare “situazioni di fatto di cui i vincitori non potranno non tener conto”.

Le difficoltà maggiori che portarono infine il Partito Socialista a respingere le posizioni espresse da Colorni nella “Prefazione” al “Manifesto di Ventotene” vanno ricercate nella difficoltà di abbandonare la tradizionale categoria dell’elaborazione politica socialista dello stato nazionale unitario, e soprattutto la nozione marxiana di solidarietà di classe.

Del resto, non migliore fortuna ebbero nella sinistra dell’immediato dopoguerra, caratterizzata dalla “guerra fredda”, le teorizzazioni di Rossi e Spinelli, anche se, personalmente, essi ebbero miglior fortuna di Colorni, essendosi rifugiati in Svizzera dopo l’8 settembre 1943, e avendo poi avuto un ruolo di primo piano nella vita politica italiana ed internazionale. Rossi fu uno dei fondatori del Partito Radicale e fu tra gli intellettuali riuniti dal 1949 al 1962 attorno alla rivista «Il Mondo» diretta da Mario Pannunzio. Spinelli, che dopo la morte di Colorni sposò Ursula Hirschmann con la quale ebbe tre figli, fu membro della Commissione europea ininterrottamente dal 1970 al 1976, anno in cui fu eletto come indipendente di sinistra nella lista del PCI alla Camera. Nel 1979 fu eletto come indipendente nella lista del PCI al primo Parlamento europeo a elezione diretta e, successivamente, fu rieletto nel 1984. Fu promotore di un progetto di trattato istitutivo di un’Unione Europea con marcate caratteristiche federali che venne adottato dal Parlamento europeo nel 1984.

Ed ecco il testo della “Prefazione” scritta da Colorni al “Manifesto di Ventotene”:

«… si fece strada, nella mente di alcuni, l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes.

I motivi per cui questa idea, di per sé non nuova, assumeva un aspetto di novità nelle condizioni e nell’occasione in cui veniva pensata, sono vari:

1) Anzitutto, la soluzione internazionalista, che figura nel programma di tutti i partiti politici progressisti, viene da essi considerata, in un certo senso, come una conseguenza necessaria e quasi automatica del raggiungimento dei fini che ciascuno di essi si propone. I democratici ritengono che l’instaurazione, nell’ambito di ciascun paese, del regime da essi propugnato, condurrebbe sicuramente alla formazione di quella coscienza unitaria che, superando le frontiere nel campo culturale e morale, costituirebbe la premessa che essi ritengono indispensabile ad una libera unione di popoli anche nel campo politico ed economico. E i socialisti, dal canto loro, pensano che l’instaurazione di regimi di dittatura del proletariato nei vari stati, condurrebbe di per sé ad uno stato internazionale collettivista.

Ora, una analisi del concetto moderno di stato e dell’insieme di interessi e di sentimenti che ad esso sono legati, mostra chiaramente che, benché le analogie di regime interno possano facilitare i rapporti di amicizia e di collaborazione fra stato e stato, non è affatto detto che portino automaticamente e neppure progressivamente alla unificazione, finché esistano interessi e sentimenti collettivi legati al mantenimento di una unità chiusa all’interno delle frontiere. Sappiamo per esperienza che sentimenti sciovinistici ed interessi protezionistici possono facilmente condurre all’urto e alla concorrenza anche tra due democrazie; e non è detto che uno stato socialista ricco debba necessariamente accettare di mettere in comune le proprie risorse con un altro stato socialista molto più povero, per il solo fatto che in esso vige un regime interno analogo al proprio.

L’abolizione delle frontiere politiche ed economiche fra stato e stato non discende dunque necessariamente dall’instaurazione contemporanea di un dato regime interno in ciascuno stato; ma è un problema a sé stante, che va aggredito con mezzi propri e ad esso attagliantisi. Non si può essere socialisti, è vero, senza essere insieme internazionalisti; ma ciò per un legame ideologico, più che per una necessità politica ed economica; e dalla vittoria socialista nei singoli stati non discende necessariamente lo stato internazionale.

2) Ciò che spingeva inoltre ad accentuare in modo autonomo la tesi federalista, era il fatto che i partiti politici esistenti, legati ad un passato di lotte combattute nell’ambito di ciascuna nazione, sono avvezzi, per consuetudine e per tradizione, a porsi tutti i problemi partendo dal tacito presupposto dell’esistenza dello stato nazionale, ed a considerare i problemi dell’ordinamento internazionale come questioni di «politica estera», da risolversi mediante azioni diplomatiche e accordi fra i vari governi. Questo atteggiamento è in parte causa, in parte conseguenza di quello prima accennato, secondo cui, una volta afferrate le redini di comando nel proprio paese, l’accordo e l’unione con regimi affini in altri paesi è cosa che viene da sé, senza bisogno di dar luogo ad una lotta politica a ciò espressamente dedicata.

Negli autori dei presenti scritti si era invece radicata la convinzione che chi voglia proporsi il problema dell’ordinamento internazionale come quello centrale dell’attuale epoca storica, e consideri la soluzione di esso come la premessa necessaria per la soluzione di tutti i problemi istituzionali, economici, sociali che si impongono alla nostra società, debba di necessità considerare da questo punto di vista tutte le questioni riguardanti i contrasti politici interni e l’atteggiamento di ciascun partito, anche riguardo alla tattica e alla strategia nella lotta quotidiana. Tutti i problemi, da quello delle libertà costituzionali a quello della lotta di classe, da quello della pianificazione a quello della presa del potere e dell’uso di esso, ricevono una nuova luce se vengono posti partendo dalla premessa che la prima mèta da raggiungere è quella di un ordinamento unitario nel campo internazionale. La stessa manovra politica, l’appoggiarsi all’una od all’altra delle forze in giuoco, l’accentuare l’una o l’altra parola d’ordine, assume aspetti ben diversi, a seconda che si consideri come scopo essenziale la presa del potere e l’attuazione di determinate riforme nell’ambito di ciascun singolo stato, oppure la creazione delle premesse economiche, politiche, morali per la instaurazione di un ordinamento federale che abbracci tutto il continente.

3) Un altro motivo ancora — e forse il più importante — era costituito dal fatto che l’ideale di una Federazione Europea, preludio di una Federazione Mondiale, mentre poteva apparire lontana utopia ancora qualche anno fa, si presenta oggi, alla fine di questa guerra, come una mèta raggiungibile e quasi a portata di mano. Nel totale rimescolamento di popoli che questo conflitto ha provocato in tutti i paesi soggetti all’occupazione tedesca, nella necessità di ricostruire su basi nuove una economia quasi totalmente distrutta, e di rimettere sul tappeto tutti i problemi riguardanti i confini politici, le barriere doganali, le minoranze etniche ecc.; nel carattere stesso di questa guerra, in cui l’elemento nazionale è stato così spesso sopravanzato dall’elemento ideologico, in cui si sono visti piccoli e medi stati rinunziare a gran parte della loro sovranità a favore degli stati più forti, e in cui da parte degli stessi fascisti il concetto di «spazio vitale» si è sostituito a quello di «indipendenza nazionale»; in tutti questi elementi sono da ravvisare dei dati che rendono attuale come non mai, in questo dopoguerra, il problema dell’ordinamento federale dell’Europa.

Forze provenienti da tutte le classi sociali, per motivi sia economici sia ideali, possono essere interessate ad esso. Ad esso ci si potrà avvicinare per via di trattative diplomatiche e per via di agitazione popolare; promuovendo fra le classi colte lo studio dei problemi ad esso attinenti, e provocando stati di fatto rivoluzionari, avvenuti i quali non sia più possibile tornare indietro; influendo sulle sfere dirigenti degli stati vincitori, ed agitando negli stati vinti la parola che solo in una Europa libera e unita essi possono trovare la loro salvezza ed evitare le disastrose conseguenze della sconfitta.

Appunto per questo è sorto il nostro Movimento. È la preminenza, l’anteriorità di questo problema rispetto a tutti quelli che si impongono nell’epoca in cui ci stiamo inoltrando; è la sicurezza che, se lasceremo risolidificare la situazione nei vecchi stampi nazionalistici, l’occasione sarà persa per sempre, e nessuna pace e benessere duraturo ne potrà avere il nostro continente; è tutto questo che ci ha spinto a creare un’organizzazione autonoma, allo scopo di propugnare l’idea della Federazione Europea come mèta realizzabile nel prossimo dopoguerra.

Non ci nascondiamo le difficoltà della cosa, e la potenza delle forze che opereranno nel senso contrario; ma è la prima volta, crediamo, che questo problema si pone sul tappeto della lotta politica, non come un lontano ideale, ma come una impellente, tragica necessità.

Il nostro Movimento, che vive oramai da circa due anni della difficile vita clandestina sotto l’oppressione fascista e nazista; i cui aderenti provengono dalle file dei militanti dell’antifascismo e sono tutti in linea nella lotta armata per la libertà; che ha già pagato il suo duro contributo di carcere per la causa comune; il nostro Movimento non è e non vuol essere un partito politico. Così come si è venuto sempre più nettamente caratterizzando, esso vuole operare sui vari partiti politici e nell’interno di essi, non solo affinché l’istanza internazionalista venga accentuata, ma anche e principalmente affinché tutti i problemi della sua vita politica vengano impostati partendo da questo nuovo angolo visuale, a cui finora sono stati così poco avvezzi.

Non siamo un partito politico perché, pur promuovendo attivamente ogni studio riguardante l’assetto istituzionale, economico, sociale della Federazione Europea, e pur prendendo parte attiva alla lotta per la sua realizzazione e preoccupandoci di scoprire quali forze potranno agire in favore di essa nella futura congiuntura politica, non vogliamo pronunciarci ufficialmente sui particolari istituzionali, sul grado maggiore o minore di collettivizzazione economica, sul maggiore o minore decentramento amministrativo ecc. ecc., che dovranno caratterizzare il futuro organismo federale. Lasciamo che nel seno del nostro Movimento questi problemi vengano ampiamente e liberamente discussi, e che tutte le tendenze politiche, da quella comunista a quella liberale, siano presso di noi rappresentate. Di fatto, i nostri aderenti militano quasi tutti in qualcuno dei partiti politici progressivi: tutti si accordano nel propugnare quelli che sono i principii basilari di una libera Federazione Europea, non basata su egemonie di sorta, né su ordinamenti totalitari, e dotata di quella solidità strutturale che non la riduca ad una semplice Società delle Nazioni.

Tali principi si possono riassumere nei seguenti punti: esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla Federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica.

In questi due anni di vita, il nostro Movimento si è largamente diffuso fra i gruppi ed i partiti politici antifascisti. Alcuni di essi ci hanno espresso pubblicamente la loro adesione e la loro simpatia. Altri ci hanno chiamato a collaborare alle loro formulazioni programmatiche. Non è forse presuntuoso dire che è in parte merito nostro, se i problemi della Federazione Europea vengono così spesso trattati nella stampa clandestina italiana. Il nostro giornale, L’Unità Europea, segue con attenzione gli avvenimenti della politica interna ed internazionale, prendendo posizione di fronte ad essi con assoluta indipendenza di giudizio.

I presenti scritti, frutto dell’elaborazione di idee che ha dato luogo alla nascita del nostro Movimento, non rappresentano però che l’opinione dei loro autori, e non costituiscono affatto una presa di posizione del Movimento stesso. Vogliono solo essere una proposizione di temi di discussione a coloro che vogliono ripensare tutti i problemi della vita politica internazionale tenendo conto delle più recenti esperienze ideologiche e politiche, dei risultati più aggiornati della scienza economica, delle più sensate e ragionevoli prospettive per l’avvenire.

Saranno presto seguiti da altri studi. Il nostro augurio è che possano suscitare fermento di idee; e che, nella presente atmosfera arroventata dall’impellente necessità dell’azione, portino un contributo di chiarificazione che renda l’azione sempre più decisa, cosciente e responsabile.»

Roma, 22 Gennaio 1944 Il Movimento italiano per la federazione europea

Alfonso Maria Capriolo

 

Ho pubblicato volentieri questo articolo che ricorda la fulgida figura del compagno Eugenio Colorni, che più volte l’Avanti ha avuto modo di ricordare. Chiedo scusa si citando Spinelli e Rossi la mozione “Il domani é adesso” l’ha dimenticato. Ho già provveduto a correggere tale dimenticanza. Mauro Del Bue

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