lunedì, 17 Giugno, 2019

Alfonso Maria Capriolo
Lettera aperta a Vincenzo Maraio e Luigi Iorio

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CHE TIPO DI SOCIETÀ VOGLIONO COSTRUIRE I SOCIALISTI?
Proseguendo nell’esame delle due mozioni congressuali, mi sono posto questo problema: perché un cittadino elettore, magari giovane, magari donna, dovrebbe oggi iscriversi, militare, votare Partito Socialista Italiano ?
La mozione del compagno Luigi Iorio afferma: «Sul piano politico-economico la cifra epocale è rappresentata dal totalizzante modello neocapitalistico, fondato sulla dinamica della globalizzazione, con i caratteri distorsivi della “omologazione”, “delocalizzazione”, “quantificazione” e “finanziarizzazione”. Da anni si sostiene come tale modello, pur avendo determinato una diminuzione della povertà assoluta, risulti foriero di squilibri sociali ed ambientali, ampliando la forbice delle disuguaglianze e riducendo l’integrità e la stabilità ecosistemica. In particolare, il frutto dell’attuale modello di sviluppo è rappresentato dalle due principali problematiche della contemporaneità: i flussi migratori ed i cambiamenti climatici. Di qui l’esigenza di tracciare la dimensione dell’Ecosocialismo, prospettiva che proviene dal nostro bagaglio culturale ed in grado di affermarsi nel presente e proiettarsi nel futuro.»
Il compagno Maraio ha dichiarato all’Avanti! on line: «C’è una tendenza che è quella di un ritorno a una visione classista, in senso tradizionale, della società italiana. Non c’è nulla di più interclassista di questo nuovo grande movimento. Il partito del Pil, il partito del progresso, è composto da lavoratori dipendenti, studenti, artigiani, imprenditori, che non solo non vogliono uscire dal capitalismo, ma vogliono che l’Italia rafforzi la sua capacità produttiva, per creare lavoro e non assistenza pubblica, per restare in Europa, per costruire il futuro dei nostri figli e nipoti.»

Che senso ha oggi dichiararsi socialisti? Ricordiamoci che in politica la tendenza del cittadino elettore è sempre quella di preferire l’originale alla copia. Pertanto, se si sceglie di privilegiare la questione ambientale, perché non preferire i Verdi, ai quali le recenti manifestazioni studentesche e giovanili sull’ambiente ed i mutamenti climatici offrono un’incredibile occasione di rilancio. Se s’intende privilegiare il campo dei diritti civili, i radicali (al di là della possibile alleanza alle elezioni europee con una loro frazione) possono rivendicare la primogenitura in queste battaglie. Se intendiamo valorizzare un ruolo di opposizione radicale all’attuale maggioranza giallo-verde, in particolare contro le posizioni para-fasciste della Lega, abbiamo a sinistra un vasto drappello di formazioni politiche quali “Articolo 1”, “Possiamo”, “SI – Sinistra Italiana”, “LEU”, “Servire il Popolo”, “PCI”, ecc.
Essendo, da sempre, la nostra collocazione quella di un partito riformista, tendenzialmente di governo, il nostro immediato riferimento è al Partito Democratico, anch’esso aderente al Partito del Socialismo Europeo, partito con il quale peraltro collaboriamo quasi ovunque nelle amministrazioni locali e con il quale abbiamo partecipato al governo del Paese nella scorsa legislatura, oltre ad esserci ad esso apparentati nelle scorse elezioni politiche del 2018, all’interno della Lista “Insieme” e con nostri esponenti candidati nei collegi uninominali del PD, con l’elezione al Senato del nostro segretario uscente Riccardo Nencini.

Pur con i suoi insuccessi elettorali, il PD è pur sempre il più importante partito del centro-sinistra italiano, nel quale convivono, sia pure a fatica, la nostalgia dell’arrogante rottamazione renziana, il liberalismo 4.0 di Carlo Calenda, il solidarismo cattolico e il neo-sinistrismo ecumenico di Zingaretti, la cui elezione a segretario mostra una ripresa di interesse e di attesa verso la sua ipotesi politica, non più di partito attestato sulla veltroniana vocazione “tendenzialmente maggioritaria”, ma aperto a creare un clima di collaborazione con le forze del centro e della sinistra per costruire un’alleanza vasta per combattere e sperabilmente sconfiggere lo schieramento di destra-centro che potrebbe emergere a seguito della caduta dell’attuale governo dopo le elezioni europee, in caso di forte avanzata della Lega salviniana e di ridimensionamento dei 5 Stelle rispetto al risultato delle politiche 2018.
Quindi, quale può essere il nostro ruolo nella politica italiana?
Io credo che ci troviamo in una situazione molto simile (anche se 100 volte più difficile dal punto di vista della consistenza elettorale e delle risorse economiche ed organizzative) a quella del 1976, quando Bettino Craxi venne eletto segretario del PSI (ridotto al lumicino del 9,6% dei consensi – ah, magari avercelo oggi). Anche oggi avremo la presa del comando del partito da parte dei “quarantenni”, anche oggi l’obiettivo prioritario è il “primum vivere”.
Non mi interessa molto, di conseguenza, il problema della lista con cui concorrere alle elezioni europee, atteso che il sistema elettorale italiano prevede uno sbarramento del 4%: qualsiasi formazione di centro-sinistra o di sinistra che ci consenta di superare la soglia e, magari, di eleggere un nostro parlamentare europeo mi va bene, tenendo conto che qualsiasi coalizione di lista non si tradurrà poi in un nuovo soggetto politico. E lo stesso faremo nelle consultazioni amministrative, creando liste con quei soggetti politici che si dichiareranno disponibili ad allearsi con noi e a riconoscere una nostra presenza nei consigli e, in caso di vittoria, nelle amministrazioni. Questo non per avidità di potere, ma perché, senza una presenza nelle istituzioni, sia pure in minoranza o all’opposizione, è per noi estremamente difficile ottenere visibilità sui media e far conoscere le nostre posizioni. Come sempre, il problema è la selezione dei nostri candidati che, oltre ai requisiti di onestà, capacità e disponibilità verso i cittadini, debbono anche garantire la “fedeltà” alla permanenza nel partito e l’impegno a essere presenti sul territorio, rivendicando l’appartenenza al PSI. E’ questa presenza dei nostri amministratori locali che ci ha consentito di sopravvivere come partito, specie negli anni bui immediatamente successivi alla messa in liquidazione del PSI craxiano, amministratori locali ai quali entrambi i candidati alla segreteria nazionale si sono richiamati nei giorni scorsi.
Ma oltre al “vivere”, dobbiamo pensare anche al “philosophari”: cosa fece all’epoca Craxi? Mise insieme le migliori teste pensanti di cui il PSI poteva disporre (Giuliano Amato, Giorgio Ruffolo, Luciano Pellicani, Ernesto Galli della Loggia, Federico Mancini, Gino Giugni e poi Luigi Covatta, Gennaro Acquaviva, Claudio Martelli, Franco Piro, Elena Marinucci, Alma Agata Cappiello, Gianni Baget-Bozzo, Giuliano Ferrara e tanti altri) e li mise a elaborare concezioni politiche nuove, più rispondenti alla mutata realtà economica e sociale degli anni ’80 del XX secolo, ripudiando definitivamente il marxismo-leninismo e le incrostazioni frontiste che ancora permanevano nel PSI.
Oggi è necessario uno sforzo analogo: le innovazioni tecnologiche, con la robotizzazione che nell’immediato futuro renderà obsoleta la presenza umana in molte lavorazioni produttive, il progressivo inserimento dell’Intelligenza Artificiale nel campo dei lavori e delle professioni intellettuali, la sempre maggiore pervasività dei nuovi media informatici, a cui saremo sempre più interconessi e dipendenti possono determinare una società da “Grande Fratello” orwelliano, se in contemporanea si affermeranno politicamente le posizioni di “democrazia illiberale” o “democratura” alla Orban o alla Putin. D’altro canto, la tecnologia e la ricerca scientifica rappresentano enormi possibilità di miglioramento della vita degli abitanti di questo pianeta, compresa la risoluzione dei problemi causati dalle emissioni di CO2 in atmosfera e le conseguenti modificazioni climatiche, la garanzia di approvvigionare di acqua e di cibo tutti i territori, evitando la desertificazione e le conseguenti migrazioni di enormi masse di popoli, specie dal continente africano.

Ebbene, io credo che la svolta verso l’una o l’altra strada si chiami “socialismo”, una parola “antica”, come ha affermato il compagno Enrico Maria Pedrelli, segretario della FGS, in polemica con la definizione di parola “vecchia” sostenuta da Alessandro Parodi (in un articolo sul “Movimento democratico e popolare” di Roberto Speranza), giornalista di “Open”, il giornale online fondato da Enrico Mentana (peraltro già vice-segretario della FGSI dal 1977 al 1979, all’epoca della segreteria di Andrea Parini).

Socialismo, parola antica, ma che può essere sempre più attuale

Vorrei provare, insieme a voi e alle migliaia di nostri iscritti, a dare un senso, non solo romantico, di affezione alla storia, alla vita e all’impegno di centinaia di migliaia di compagni del passato, al nostro essere socialisti.
Socialismo deriva da socializzazione dei mezzi di produzione, sottrazione del potere di decidere il presente ed il futuro di intere popolazioni a pochi potentati economici e politici. Come raggiungere quest’obiettivo è, da sempre, il rovello degli intellettuali socialisti e la fonte delle storiche divisioni nella sinistra. La caduta dei regimi del “socialismo reale” ha definitivamente dimostrato che la dittatura del proletariato si trasforma necessariamente nella dittatura della nomenklatura di partito o del “capo” di turno. Ciò ha determinato negli ex-comunisti ed anche in gran parte della socialdemocrazia una adesione di fatto alle concezioni neoliberiste del mercato globale che si autoregolerebbe e, comunque, produrrebbe lo sviluppo economico e la crescita dei popoli che venivano un tempo qualificati del “Terzo Mondo”. L’incapacità della socialdemocrazia di prevedere le conseguenze devastanti di tale azione neo-capitalistica, che nelle società occidentali ha acuito le differenze tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, con la crisi dei sistemi di welfare che avevano garantito una graduale crescita dei livelli di vita e di reddito dei ceti popolari e il mantenimento degli standard della classe media, ha provocato la crisi delle forze politiche di centro-sinistra, la nascita e la crescita dei movimenti populisti, sovranisti o dichiaratamente nazionalisti, che, paradossalmente, predicano da un lato il liberalismo economico (con la riduzione delle tasse alle imprese e ai detentori di patrimoni e redditi elevati), dall’altro il ripristino di dazi e misure protezionistiche nei confronti dei prodotti stranieri, l’erezione di muri materiali e giuridici contro i migranti. Non esistono più, del resto, società e regimi economici alternativi che possano essere citati ad esempio (anche solo per affermare una loro ripulsa): l’Unione Sovietica con i suoi stati satelliti non esiste più, i regimi popolar-comunisti (Cuba, Venezuela) hanno dimostrato la loro incapacità di reggere la sfida globalista, mantenendo i loro tratti illiberali, la Cina sta dando vita a un progetto di egemonia politica sull’Africa e verso l’Europa animato da un nazionalismo comunista di cui ancora non si comprende appieno la natura.
Pertanto, entrambe le mozioni congressuali, le cui analisi della situazione geopolitica sono in gran parte fra loro analoghe, e simili a quanto sopra descritto, predicano entrambe un forte richiamo all’Europa, della quale si evidenziano le manchevolezze e gli errori degli ultimi anni, specie in relazione alla scelta dell’austerity come risposta alla crisi mondiale, ma dalla quale si richiedono soluzioni salvifiche, con la proposta della costruzione di una “nuova” Europa, basata su una maggiore integrazione fra gli Stati, dal punto di vista politico, militare e sociale, oltre che commerciale e monetario.
Tutto giusto, tutto condivisibile: chi di noi non è d’accordo con l’idea degli Stati Uniti d’Europa che venne elaborata da Eugenio Colorni nel corso delle sue discussioni a Ventotene con Altiero Spinelli e Ernesto Rossi? Stati Uniti d’Europa che siano in grado di confrontarsi più o meno alla pari con gli USA di Trump, la Russia di Putin e la Cina della nuova “via della seta”, di favorire lo sviluppo dei popoli africani con un grande “piano Marshall” di stampo non neo-colonialistico, e di spingere la comunità internazionale a dare seguito agli accordi di Kyoto e di Parigi sulla riduzione delle emissioni in atmosfera per rallentare e fermare i mutamenti climatici, per sviluppare il risparmio di energia e la ricerca di soluzioni basate sulle energie rinnovabili, per garantire l’accesso all’acqua a tutte le popolazioni.
Il problema è sempre il “come” realizzare tali obiettivi e in che prospettiva di futuro.
Se non si ipotizza un sistema economico ed una società che superino il capitalismo, quello attuale, fondato sulla globalizzazione e sulla finanza internazionale, il cosiddetto “capitalismo senza volto”, senza “padroni” riconoscibili fisicamente, in una situazione di fatto senza regole, se non quella della massimizzazione del profitto, inteso non solo come danaro, ma come potere, ampliamento delle sfere d’influenza geopolitica, dominio sui popoli che si dichiara di voler garantire e promuovere, ma semplicemente una “manutenzione”, un temperamento degli “squilibri” prodotti dall’attuale realtà, che differenza c’è tra la nostra proposta politica e quella genericamente democratico-progressista del PD o di +Europa?
A mio avviso, bisogna nuovamente mettere intorno a un tavolo le migliori intelligenze che si possano oggi trovare nelle università, nel sindacato, nel mondo delle imprese e della produzione, nella cooperazione e nel c.d. “terzo settore”, nell’associazionismo e nel volontariato. E cercare di capire, insieme, come sia possibile, senza rivoluzioni armate e prese del Palazzo d’Inverno, superare l’attuale sistema capitalistico, garantendo la partecipazione non più delle “masse”, ma dei cittadini, singoli e associati, a questo processo di cambiamento economico e sociale.
In primo luogo bisogna ripensare il lavoro.
Nel 50° anniversario della morte di Giacomo Brodolini, vanno studiate nuove ulteriori norme a tutela del lavoro e dell’attività sindacale, garantendo una maggiore democrazia e partecipazione dei lavoratori alle decisioni che riguardano la propria attività lavorativa, dando anche attuazione ai dettati dell’art.39 e dell’art.46 della Costituzione.
Occorre varare (come peraltro chiedono le stesse CGIL, CISL e UIL) una legge sulla rappresentanza sindacale, che garantisca la democraticità interna delle OO.SS. e la loro effettiva rappresentatività dei lavoratori, riconoscendo la facoltà di stipulare contratti collettivi nazionali solo alle OO.SS. maggiormente rappresentative, i cui effetti vanno poi estesi erga omnes, salva la possibilità di miglioramenti demandati alla contrattazione aziendale. Ciò risolverebbe il problema dell’introduzione di un salario minimo garantito non al ribasso rispetto ai minimi contrattuali, che possa essere introdotto in quelle situazioni lavorative in cui non si riesca a contrattare un accordo nazionale o aziendale.
Quanto alla partecipazione dei lavoratori «a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende» di morandiana ispirazione, occorrerebbe ripensare esperienze ed idee maturate in passato in Europa, come quelle formulate nel “piano Meidner” della Svezia degli anni 1970, una proposta di costruzione del socialismo per via sindacale, attraverso la progressiva acquisizione del capitale sociale delle imprese da parte dei lavoratori in occasione dei rinnovi contrattuali. Va verificato lo stato di attuazione della Mitbestimmung, la cogestione tedesca, che vede la presenza di rappresentanti dei lavoratori nei Consigli di Sorveglianza delle principali imprese della Germania, ed il ruolo che essa svolge non solo nelle relazioni industriali nei luoghi di lavoro, ma in generale nella società.
In generale, vanno pensate nuovi interventi a sostegno del lavoro.
E’ necessario iniziare a parlare concretamente di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario in correlazione all’introduzione di tecnologie che garantiscono all’impresa un aumento di produttività con minor bisogno di ore-uomo lavorate, anche a fronte delle agevolazioni fiscali e creditizie garantite dai governi (sgravi fiscali, superammortamento dei macchinari e del software, ecc.), evitando il paradosso per cui lo Stato finanzia interventi che determinano non un ampliamento dell’occupazione, ma un suo restringimento, con conseguenti maggiori oneri per cassa integrazione, Naspi, attività formative per nuovo impiego dei lavoratori espulsi dal ciclo produttivo, prepensionamenti, ecc., e con disagi sociali, crisi personali, senso di insicurezza nei lavoratori. Oggi la riduzione dell’orario non è più una velleità come all’epoca in cui la propose Bertinotti, ma sta diventando una necessità per mantenere l’occupazione esistente e per ridistribuire parte del profitto generato dall’aumento di produttività che la tecnologia produce.
Si potrebbe ipotizzare l’introduzione della V.I.O. – Valutazione d’Impatto Occupazionale, in analogia con la V.I.A. – Valutazione d’Impatto Ambientale, consistente in una relazione asseverata da un tecnico abilitato (un dipartimento universitario, uno studio di ingeneering, strutture miste imprenditori-sindacati, ecc.) che calcoli le conseguenze positive sull’occupazione (nuove assunzioni, riqualificazione e/o crescita professionale dei lavoratori in servizio, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, ecc.) che verranno determinate nel breve e medio periodo dalle modifiche organizzative e tecnologiche che l’impresa intende introdurre nei cicli produttivi, ovvero nello spostamento delle lavorazioni in altre aree del paese, nella riconversione e bonifica ambientale dei siti industriali, ecc., rendendola obbligatoria per tutte le imprese medio-grandi (dai 50 dipendenti in su, inclusi quelli a tempo determinato, forniti in affitto da agenzie interinali, stagisti, voucher, ecc. o con un volume d’affari annuo di almeno 1 milione di Euro), iniziando dalle aziende di più grandi dimensioni come occupati e volume d’affari, nel momento in cui esse richiedano di usufruire di provvidenze pubbliche (fondi comunitari per le aree svantaggiate – FERS; fondi per le assunzioni di giovani; fondi per l’innovazione; ecc.), a cominciare dalle c.d. imprese energivore, che beneficiano di agevolazioni dei costi energetici, per finanziare le quali è stato recentemente incrementato il costo dell’energia per tutti gli altri utenti, famiglie comprese. Il personale interno alle imprese dovrebbe essere coinvolto nelle riunioni di analisi progettuale e nelle rilevazioni dei dati per la redazione dello studio (il piano industriale completato con una specifica valutazione dell’impatto occupazionale), il cui costo verrebbe incluso nel finanziamento o nella detrazione fiscale, una volta concessa. Andrebbe creata all’interno del MISE, a livello centrale e periferico, una struttura per l’esame delle VIO e la creazione di graduatorie sulla base dei punteggi assegnati alle varie proposte, garantendo il controllo della corretta attuazione del piano industriale, in primo luogo da parte dei lavoratori e dei sindacati, attraverso la presentazione, ogni anno, di un aggiornamento della VIO, sempre debitamente certificata, che illustri i risultati conseguiti in termini di aumento dell’occupazione, riqualificazione e/o crescita professionale dei lavoratori in servizio, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, ecc., e gli eventuali scostamenti da quanto previsto nella VIO iniziale. Sarebbe anche un’enorme occasione per le imprese di riflettere, grazie alla valutazione di una struttura professionale esterna, sulla propria struttura organizzativa e produttiva dopo la crisi economica, e, al contempo, rappresenterebbe un’enorme operazione culturale, rimettendo il “lavoro” al centro delle riflessioni da parte delle imprese e dell’economia in generale, oltre che della politica e delle forze sociali.
E’ possibile prevedere che le attività di formazione dei lavoratori finanziate dal FSE siano svolte oltre che da professionisti esterni, dal personale più anziano dell’azienda (che così verrebbe sgravato in tutto o in parte dall’attività produttiva più faticosa). Gli oneri per il salario dei lavoratori-formatori per le ore dedicate alla formazione dei neo-assunti dovrebbero essere a carico del FSE (eventualmente negoziando in Europa una modifica delle attuali regolamentazioni, ove esse fossero a ciò ostative). L’onere per la parte di orario di lavoro dei neo-assunti utilizzata per la formazione (attualmente considerata come co-finanziamento dell’impresa ai progetti di formazione) andrebbe messa a carico dei finanziamenti per le assunzioni di giovani, così come la differenza tra il costo industriale complessivo dei lavoratori-formatori e quello coperto dal finanziamento europeo.
Ciò consentirebbe, a parità di salario, una riduzione dell’orario dei lavoratori più anziani, che dovrebbero occuparsi solo delle attività formative (evitando il lavoro festivo e pre-festivo, i turni di notte, ecc.) prima del collocamento in pensione, e potrebbe determinare o un aumento del numero di giovani da assumere, anticipando il turn-over scardinato dall’innalzamento dell’età pensionabile, o, anche, la predisposizione ad una struttura aziendale orientata alla riduzione generale dell’orario di lavoro, a parità di salario, in caso di introduzione di nuove tecnologie che consentano significativi aumenti di produttività dell’impresa.
Occorre prevedere che per le assunzioni di giovani le agevolazioni statali, anziché essere costituite dalla decontribuzione previdenziale per tutto l’orario di lavoro per tot anni, siano sostituite dall’accollo dell’intero costo industriale (salario, imposte e contributi) della quota di orario di lavoro dei giovani utilizzato per la formazione in azienda (non superiore al 40% dell’intero orario di lavoro, con divieto di straordinari) al finanziamento statale. Questo consentirebbe a molti giovani, pur in possesso di diploma o laurea, ma non delle conoscenze specifiche necessarie al loro lavoro in azienda, di cominciare comunque a svolgere un’attività produttiva per una quota di almeno il 60% dell’orario di lavoro, e, contemporaneamente, di essere formati all’interno del posto di lavoro, senza oneri a carico dell’impresa, ma accumulando quel patrimonio di conoscenze professionali che dovrebbe consentire loro, alla conclusione della fase formativa, terminate o ridotte le agevolazioni fiscali e/o contributive, di essere confermati con assunzione a tempo indeterminato.

Analogamente a quanto previsto per la formazione dei neo-assunti, l’intero costo industriale della quota di orario di lavoro dei lavoratori impegnati in attività formative in occasione di riconversione produttiva e/o dell’inserimento di nuove tecnologie nelle aziende andrebbe accollato al finanziamento statale. Detta formazione deve essere orientata al mantenimento dell’occupazione, anche attraverso una graduale (in relazione all’età del lavoratore) riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, in relazione agli aumenti di produttività conseguiti tramite l’innovazione tecnologica e nuovi macchinari. Tale operazione, anche se onerosa per lo Stato, compenserebbe gli esborsi per gli ammortizzatori sociali e i costi sociali per il non utilizzo pieno dei lavoratori in caso di ristrutturazione produttiva (cassa integrazione a rotazione, contratti di solidarietà, ecc.).

Andrebbe prodotta una legislazione di sostegno alla creazione di commissioni interne impresa-lavoratori che, senza toccare i diritti e le prerogative sindacali, consenta, nelle aziende di più grandi dimensioni (almeno 100 dipendenti, ma applicabile pattiziamente anche a quelle di minori dimensioni), un confronto costante tra azienda e lavoratori sulle modalità, i tempi e l’ambiente di lavoro. Da studi effettuati è stato rilevato che, con l’apporto dei lavoratori, sono possibili modifiche organizzative, specialmente in materia di articolazione dell’orario di lavoro (pause, compatibilità con gli orari dei mezzi di trasporto pubblico, ecc.), ma anche miglior utilizzo dei macchinari o dell’organizzazione delle linee di produzione, che, migliorando le condizioni di lavoro dei dipendenti, collettivamente o singolarmente (genitori di figli minori, con famiglie in cui è presente un portatore di handicap, ecc.), consentono aumenti di produttività anche fino al 30%. Il costo per la quota di orario di lavoro dei dipendenti coinvolti in questo genere di attività dovrebbe essere posto a carico di fondi pubblici ad hoc che compensino il minor gettito erariale dovuto alla loro totale detraibilità fiscale da parte dell’impresa.

Verificando lo stato dell’arte di proposte e/o provvedimenti varati nelle passate legislature, prevedere finanziamenti per il c.d. “welfare aziendale” finalizzati a:
a) creazione di asili nido per i figli dei dipendenti a livello di singola azienda o di aziende consorziate all’interno dell’azienda o in aree limitrofe alla stessa;
b) creazione di aree dedicate al relax, alla fitness ed alla pratica di attività sportive per i dipendenti e le loro famiglie a livello di singola azienda o di aziende consorziate all’interno dell’azienda o in aree limitrofe alla stessa;
c) rivisitazione della normativa sui CRAL e gli spacci aziendali riservati ai dipendenti e loro famiglie per adeguarla alla mutata realtà della distribuzione commerciale e delle attività culturali e di svago;
d) creazione di aree verdi e attrezzate nelle vicinanze delle zone industriali e commerciali a disposizione della collettività, con la gestione della manutenzione affidata alle imprese singole o associate, ma con il concorso finanziario delle amministrazioni pubbliche, immediatamente recuperabile con detraibilità fiscale sui tributi comunali (IMU, TARI, ecc.) a carico delle imprese, non prevista dalla normativa vigente.

Andrebbe prodotta una legislazione di sostegno dei lavoratori precari utilizzati da imprese che operano mediante il massiccio utilizzo di contratti a termine, lavoro interinale o applicazioni informatiche (ad es. i rider).
La possibilità per queste imprese di applicare condizioni di lavoro e di salario particolarmente vantaggiose per loro ed onerose per i lavoratori è data dalla grande disponibilità di mano d’opera e dalla possibilità di recedere dal contratto di lavoro semplicemente non chiamando più il lavoratore a svolgere la propria attività, senza necessità di un licenziamento.
Occorre pertanto:
a) prevedere il divieto di richiedere al lavoratore ritmi di lavoro incompatibili con la sua salute psico-fisica, avuto riguardo alle sue condizioni personali, e di richiedere al lavoratore l’incremento costante di detti ritmi, creando competizione con altri lavoratori;
b) creare un albo dei collaboratori estemporanei disponibili al lavoro (ad esempio per consegna di cibi, documenti, merci varie) in cui ciascuna azienda deve registrare tutti i lavoratori impiegati, con un numero massimo di collaboratori pari al 150% di quelli effettivamente impiegati nel corso del mese precedente. Detto albo deve essere pubblicato on-line e verificabile da parte delle autorità preposte. Per l’utilizzo di detti lavoratori deve essere realizzato un avvicendamento, sulla base delle fasce di disponibilità di orario e di giorni comunicate dal lavoratore all’atto dell’iscrizione nell’albo, che consenta a tutti di essere impiegati, a rotazione, nell’attività lavorativa. In caso di utilizzo di mezzi di trasporto o dispositivi informatici propri, deve essere prevista, oltre ad una copertura assicurativa antinfortunistica del lavoratore, una copertura assicurativa per i danni a cose proprie e per i danni a terzi. I lavoratori iscritti all’albo aziendale non ne possono essere depennati se non a fronte di recesso dei lavoratori stessi, o di dimostrate contrazioni dell’attività dell’impresa. Il recesso del lavoratore, oltre che da una sua comunicazione esplicita, è comprovato anche dalla mancata accettazione della offerta di lavoro, secondo le modalità concordate all’inizio del rapporto, per tre volte nel corso di un mese. In caso contrario si applicano le normative sul licenziamento previste per il contratto di lavoro a tempo indeterminato.
c) In deroga alla normativa sulla privacy, i recapiti per poter inviare ai lavoratori comunicazioni ed inviti all’iscrizione e alla partecipazione alle attività dei sindacati debbono essere messi a disposizione delle associazioni sindacali riconosciute operanti nel territorio in cui viene svolta la loro attività lavorativa. E’ ovviamente salva la facoltà del singolo lavoratore di richiedere la cancellazione del proprio nominativo dall’invio dei comunicati sindacali;
d) le suddette disposizioni si applicano anche ai lavoratori messi a disposizione delle imprese da agenzie di lavoro interinale o da cooperative.

Per favorire i giovani ad accumulare contributi previdenziali che consentano loro di poter conseguire un trattamento pensionistico dignitoso al momento del ritiro dal lavoro, occorre prevedere che:
a) in occasione delle attività di “alternanza scuola-lavoro” previste per gli studenti delle scuole secondarie superiori e per gli universitari, ferma restando la gratuità delle prestazioni in favore delle imprese, queste siano comunque tenute al pagamento all’INPS di contributi previdenziali commisurati a quelli dovuti ad un apprendista impiegato nell’attività produttiva dell’impresa. Se si reperissero le risorse necessarie, parte del costo di dette contribuzioni potrebbero essere poste a carico dello Stato;
b) lo stesso trattamento deve essere previsto in favore dei giovani impegnati in stage, attività di formazione, tirocini gratuiti, borse lavoro, lavori socialmente utili, servizio civile, prestazioni d’opera occasionale, volontariato sociale, ecc., insomma in tutte quelle attività in cui viene svolta una qualche attività lavorativa gratuita o a basso compenso che, non essendo considerato per legge come lavoro, non fa scattare l’obbligo per il datore di lavoro di versare i contributi previdenziali. Queste misure, anche se di scarso impatto ai fini previdenziali, sarebbero comunque di grande rilievo psicologico e culturale, facendo maturare nei giovani, ma più un generale nella società, l’idea che svolgere un’attività lavorativa, anche gratuitamente, è comunque “lavoro” e come tale meritevole del rispetto sociale e culturale che a tale condizione di lavoratore dovrebbe essere associata. Se si trovassero i fondi, potrebbe essere realizzata una sorta di “sanatoria” per le suddette attività paralavorative svolte da giovani nel corso degli ultimi cinque/tre anni, in tutto o in parte a carico dello Stato. A questo riguardo va detto che l’onere per l’erario non sarebbe immediato, in quanto il versamento dei contributi all’INPS avverrebbe diluito nel tempo, durante l’arco della vita lavorativa del futuro pensionato, per cui l’onere finanziario dello Stato potrebbe essere spalmato nell’arco di venti/venticinque anni, ma con una misura di carattere strutturale e non legata alle disponibilità di bilancio anno per anno. Dal punto di vista organizzativo la difficoltà consisterebbe nella dimostrazione dell’effettivo svolgimento delle attività paralavorative: mentre per quelle finanziate o controllate dallo Stato o da Enti pubblici non dovrebbero esservi problemi (alternanza scuola-lavoro, servizi socialmente utili, borse-lavoro pubbliche o finanziate con contributi comunitari, servizio civile, stage presso la P.A., ecc.) i problemi potrebbero sorgere per gli stages e i tirocini gratuiti presso privati o strutture di volontariato: al fine di evitare abusi con false attestazioni di datori di lavoro compiacenti, andrebbe prevista oltre ad una certificazione del datore di lavoro anche la produzione di una qualche documentazione a riprova della stessa. Anche in questo caso tuttavia non ci sarebbero per le domande ed i controlli scadenze temporali a breve termine da dover rispettare, avendo i benefici connessi al riconoscimento una scadenza temporale molto lontana.

A una maggiore democrazia nei luoghi di lavoro deve corrispondere più in generale una maggiore apertura alla partecipazione dei cittadini all’amministrazione della cosa pubblica, che non sia solamente garantita dalle possibilità di controllo derivanti dalla c.d. “trasparenza” dell’operato della P.A. e dalla possibilità di indirizzare agli organi politici e amministrativi istanze, mozioni, petizioni, richieste di intervento. Ad esempio, occorrerebbe favorire l’intervento diretto dei cittadini nella gestione del territorio in cui vivono: perché non prevedere, come avviene per le ristrutturazioni edilizie delle abitazioni private finalizzate al risparmio energetico, alla messa a norma di impianti tecnologici e alla prevenzione del rischio sismico, la possibilità di detrarre fiscalmente le spese sostenute dai cittadini associati per la manutenzione delle strade, del verde pubblico, dell’arredo urbano di quartiere, previa approvazione dei relativi progetti e preventivi finanziari dagli enti pubblici preposti?

Vanno organizzate strutture permanenti per garantire a tutti la partecipazione all’attività politica: anziché ripristinare il finanziamento pubblico ai partiti, come pare sia intenzionato a fare il PD, va garantita la possibilità di utilizzare locali pubblici, gratuitamente, per riunioni, assemblee, dibattiti pubblici organizzati da partiti, associazioni politiche, gruppi di cittadini (ovviamente non per uffici o sedi permanenti), vanno garantiti spazi pubblici gratuiti per le affissioni di manifesti e avvisi.

Occorre favorire il più possibile l’associazionismo, le aggregazioni di giovani, cittadini, sia per motivazioni politiche, culturali, sportive, che di svago e socializzazione. La solitudine è infatti uno dei mali principali della nostra società, che non può essere contrastata solo dall’interscambio di contatti e messaggi in rete, che espongono i cittadini a truffe o peggio.

Tutto ciò è connesso anche al superamento della forma “partito” come noi la conosciamo: i partiti, anche quelli più grandi, non rispondono più allo scopo “pedagogico”, di acculturazione ed elevazione delle masse, che essi hanno svolto nell’Ottocento e nella prima metà del XX secolo. La scolarizzazione di massa, l’accesso diretto ai media e alle informazioni in rete hanno reso anacronistiche la frequentazione assidua delle sezioni di partito (per chi ancora le possiede) per ascoltare e assimilare la “linea”, le direttive del segretario e della direzione del Partito. Oggi ognuno si forma da solo le proprie opinioni (o crede di formarsele), senza più intermediazioni. Per questo è importante ricreare un senso di comunità, sulle cose da fare insieme: è questa la grande forza del volontariato, nel quale sono impegnate centinaia di migliaia di persone, che spesso dichiarano di non voler sentir parlare di politica, ma che in realtà ne fanno tutti i giorni. E’ a questo mondo che dobbiamo guardare per aumentare i nostri consensi, per trovare persone che possano essere interessati alle nostre battaglie e che possano decidere di fornire il loro contributo alla militanza nel partito.
Entrambe le mozioni congressuali affermano la necessità di una nuova organizzazione del PSI, di un partito “aperto” ai contributi di circoli, associazioni, singoli interessati a dialogare con noi su questioni specifiche, su proposte concrete. Intenzioni e proposte sulle quali non si può non concordare.
Ribadisco tuttavia che, senza la esplicita dichiarazione di voler superare l’attuale sistema economico e sociale e senza indicare un percorso, ovviamente tutto ancora da costruire, per realizzare tale obiettivo, è difficile, se non impossibile svolgere quel ruolo che, da sempre, caratterizza la politica socialista: saper interpretare le novità che si presentano quotidianamente e, quindi, dare risposte credibili ai problemi e alle opportunità che tali novità determinano, per riuscire, come dicevamo in fortunato slogan dell’ormai lontana conferenza programmatica di Rimini, a “GOVERNARE IL CAMBIAMENTO”.

Alfonso Maria Capriolo

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