mercoledì, 18 Settembre, 2019

Amazzonia, disastro ambientale. Bolsonaro sotto accusa

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L’Amazzonia, la più grande foresta pluviale del mondo, continua a bruciare.
I dati elaborati dall’Inpe, Istituto nazionale per la ricerca spaziale, hanno rilevato un aumento dell’82% degli incendi nel 2019, rispetto al 2018.
Dall’inizio dell’anno corrente a oggi si sono registrati ben 73 mila incendi, battendo ogni record per quantità di roghi.
La foresta amazzonica, che si estende per la maggior parte nel Nord-Ovest del Brasile e tocca il territorio della Colombia, è vittima di una deforestazione selvaggia senza precedenti e che si protrae da troppo tempo.
Per comprendere il disastro ambientale in corso, si consideri che ogni minuto scompare una superficie, di natura e biodiversità, pari a tre campi da calcio.
Lo sfruttamento e la distruzione del polmone verde del Pianeta hanno avuto una decisa impennata con la vittoria del leader della destra nazionalista brasiliana, Jair Bolsonaro, in carica dal gennaio di quest’anno.
Il neopresidente, dalla sua entrata in politica, si è caratterizzato per affermazioni reazionarie, nostalgiche del regime militare e intrise di violenza. Tra i convinti negazionisti dei cambiamenti climatici, non poteva non esserci anche Bolsonaro.
Al limite del grottesco, il presidente del Brasile ha addossato la colpa della distruzione dell’Amazzonia alle Ong ambientaliste.
Tuttavia, non esiste uno straccio di prova che possa far attribuire delle responsabilità in capo ad associazioni che si battono, da decenni, a salvaguardia del Pianeta, del suo eco-sistema e, di conseguenza, dello stato di benessere degli esseri umani.
Incalzato dalle domande dei giornalisti, Bolsonaro ha dovuto ammettere che i fazendeiros, cioè i proprietari agricoli, possano essere i veri responsabili dei roghi di questi giorni. Tra Bolsonaro, i proprietari agricoli e le multinazionali del comparto agro-alimentare intercorrono rapporti più o meno oscuri, che permettono ai colossi del capitalismo globale di aumentare gli introiti e gli utili, a discapito della natura e della biodiversità.
Il presidente del Brasile ha dichiarato che «certo, possono essere stati i fazendeiros. Tutti sono sospettati. Ma i sospetti principali puntano verso le Ong».
Non si è fatta attendere la risposta indignata delle associazioni ambientaliste. In una nota Isabella Pratesi, responsabile di Conservazione del WWF Italia, afferma: «a causa della deforestazione, siamo sempre più vicini a un punto di non ritorno per la foresta Amazzonica che, non solo è il più grande serbatoio di biodiversità del Pianeta, ma rappresenta uno dei pilastri degli equilibri climatici. Il saccheggio dell’Amazzonia e delle sue straordinarie risorse – continua la Pratesi- è accompagnato da un drammatico aumento delle violenze verso le popolazioni indigene che vivono in quei territori. Cacciate dalle loro foreste, assassinate e torturate per il commercio di legna, miniere d’oro, pascoli o coltivazioni, le tribù amazzoniche sono le prime vittime di un efferato crimine contro l’umanità e il pianeta rispetto al quale i nostri occhi e le nostre orecchie rimangono sigillati».
Questa catastrofe ambientale ha messo in allarme le opinioni pubbliche mondiali e le principali Istituzioni.
Oggi sono in programma, in Brasile e nel mondo, delle manifestazioni a favore dell’Amazzonia. Le proteste principali si svolgeranno nelle città di Rio de Janeiro e San Paolo.
Il movimento ‘Fridays for Future’, ideato dalla sedicenne Greta Thunberg, icona della lotta contro il cambiamento climatico, ha lanciato un appello a manifestare davanti ad ambasciate e consolati del Brasile nel mondo.
«Persino qui, nel mezzo dell’Oceano Atlantico, ho sentito del record d’incendi devastanti in Amazzonia- scrive la giovane attivista verde, Greta Thunberg che sta compiendo un viaggio in barca a vela a New York per il summit dell’Onu – I miei pensieri sono per le persone colpite. La nostra guerra contro la natura deve finire».
Inoltre, si è registrato un pesante scambio di accuse tra il presidente francese Emmanuel Macron e Bolsonaro.
Macron ha scritto su Twitter: «La nostra casa sta bruciando. Letteralmente. La foresta pluviale amazzonica, il polmone che produce il 20% dell’ossigeno del nostro pianeta, è in fiamme. È una crisi internazionale. Membri del vertice del G7, discutiamo di questa emergenza tra due giorni!».
La proposta avanzata dal presidente francese rappresenta un attacco a Jair Bolsonaro, una sfida tesa a relegarlo in posizione secondaria. Infatti, la proposta francese di mettere in agenda la foresta pluviale amazzonica, al prossimo G7 di Biarritz, esclude il Brasile, che non ne fa parte e non è stato invitato.
Bolsonaro ha risposto: «Mi dispiace che il presidente Macron cerchi di strumentalizzare una questione interna del Brasile e di altri Paesi amazzonici – ha scritto il leader populista – per vantaggi politici personali. Il tono sensazionalista con cui si riferisce all’Amazzonia (aqccompagnato tra l’altro da foto false) non fa nulla per risolvere il problema. Il governo brasiliano rimane aperto al dialogo, basato su dati oggettivi e rispetto reciproco. Il suggerimento del presidente francese di discutere le questioni amazzoniche al G7 senza la partecipazione dei Paesi della regione evoca una mentalità colonialista fuori luogo nel 21esimo secolo».
La portavoce dell’Esecutivo Ue, Mina Andreeva si è detta «seriamente preoccupata» per i roghi di questi giorni. La Commissione Europea «appoggia l’iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron di discutere dell’emergenza al prossimo meeting del G7 ed è in contatto con le autorità brasiliane e boliviane, pronta a fornire assistenza».
Sulla stessa posizione, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres che ha lanciato un monito e si è detto «profondamente preoccupato. Nel mezzo della crisi climatica globale, non possiamo permetterci più danni a un’importante fonte di ossigeno e biodiversità. L’Amazzonia deve essere protetta».

Paolo D’Aleo

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