lunedì, 14 Ottobre, 2019

Amiternum, come incrementare il turismo recuperando l’identità

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Chi arriva ad Amiternum (L’Aquila) da tutto il mondo (numerosi i turisti stranieri oltre che italiani e le scolaresche, ci spiegano gli operatori alla reception dei due spazi museali aperti in zona San Vittorino negli Anni Settanta e visitabili dalle 8.30 alle 13.30, dal lunedì alla domenica) ha il desiderio di conoscere storia e reperti del popolo sabino. Giungendo sul posto l’impatto è forte, l’anfiteatro romano ti sorprende all’improvviso, perché l’ingresso della prima area archeologica è a ridosso della SS80, Dir 67100 L’Aquila. Sembra quasi surreale, vedere auto e camion che sfrecciano con indifferenza sopra i resti delle imponenti arcate. E’ questa la prima tappa in un luogo che di fatto ti proietta in un tempo antico nel quale potresti avere il privilegio di incontrare i tuoi antenati italici, genitori e non cugini. Dopo la visita al piccolo spazio espositivo, che accoglie la tomba di un magistrato romano decorata con affreschi di 2000 anni fa, ad attrarci è il grande Anfiteatro costruito nel 1° secolo d.C. oltre il fiume Aterno, in una zona pianeggiante rimasta libera (ci spiegano) nella ripartizione urbanistica romana. Una mole imponente (poteva ospitare fino a 6000 spettatori ed aveva 48 arcate) che in lontananza segnalava certamente la potenza della città romana costruita in territorio sabino. Di fianco, sempre all’interno dell’area archeologica, un tratto della Via Cecilia e i resti di una zona templare.

Il secondo museo (poco distante) espone invece anfore decorative, l’Ara della Fortuna Redux (augustea), un pozzo con la rappresentazione di un guerriero romano che indossa la maschera di un toro, la riproduzione del Calendario Amiternino (l’originale in marmo si trova presso il Museo Nazionale d’Abruzzo). Qui ugualmente colpisce un grande Teatro costruito in età augustea, di cui rimangono la parte inferiore della cavea, orchestra e scena. Collocato in zona periferica, nell’ambito di un assetto urbano già costituito in età repubblicana, ospitava ben 2000 spettatori, ed ha ai suoi piedi i resti di una grande piscina decorativa. Da ammirare anche i resti di una domus tra le più imponenti nella storia, risalente al periodo tardo repubblicano. L’edificio, scavato dalle Università di Berna e Colonia, si estendeva per ben 5000 mq, qui fu anche trovata una testa in marmo, ritratto nientemeno che del proprietario di casa, oltre a numerose ceramiche.
L’insieme è fantastico da visitare, ma dove sono i resti sabini, chiedo? A Chieti rispondono, nel Museo Archeologico Nazionale di Villa Frigerj (aperto dal martedì alla domenica, dalle ore 8.30 alle 19,30).

D’altra parte sul posto non ve n’è traccia neppure nei cartelloni, o nelle brochure informative. E questo perché in questa vallata di resti sabini non si sarebbe trovato nulla, questa conca sarebbe stata solo occupata da una città Romana, Amiternum.
E la città sabina? “E lassù, forse”, spiega l’operatore, in cima a quel colle chiamato San Vittorino, lì era presumibilmente l’antico vicus, chiamato Testruna, luogo dal quale avrebbe avuto origine e si sarebbe diffuso il popolo sabino. I romani sarebbero arrivati a Testruna e l’avrebbero conquistata nel 293 a.C., istituito in basso la praefectura a metà del III secolo a.C., da qui la nascita di Amiternum, una grande e ricca città “del tutto nuova” che tra il II secolo a. C e il IV secolo d. C. rappresenta il punto di riferimento politico ed amministrativo per la serie di vici sparsi sul territorio. L’area occupata dalla città romana (che contava ben 25mila abitanti) è ricostruibile anche in rapporto alla presenza di necropoli lungo la viabilità urbana, che hanno ugualmente restituito reperti di grande valore, come ad esempio due letti romani in bronzo con decorazioni in agemina, uno di essi rinvenuto in località San Vittorino si può ammirare ugualmente presso il Museo di Chieti.

Terminata la visita ai musei raggiungo il paese di San Vittorino sperando di farmi guidare dallo spirito della città sabina, scoprire qualche tratto di mura ciclopiche, o altro indizio, ma le uniche attrattive indicate dai cartelli di promozione turistica (pur se pregevoli) sono la tomba e le catacombe dedicate al Martire omonimo. Chissà, forse con nuove indagini al di sotto del paesino, o nell’intera vallata, si potrebbero trovare resti sabini? Le distruzioni, prima romana, successivamente barbarica, in periodo medioevale, non sembrerebbero aver lasciato molte speranze. Anche gli scavi più recenti effettuati nel 2011 da Michael Heinzelmann, nell’ambito di un progetto avviato nel 2006 dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Colonia (lo studioso ritiene molto plausibile la presenza di Testruna a San Vittorino), non avrebbero prodotto finora sostanziali novità in merito.

Una certezza (in presenza solo di fonti letterarie) che inizia però a vacillare, il mancato ritrovamento di reperti sta portando alla nascita di nuove ipotesi: di recente l’archeologo Vincenzo D’Ercole ha infatti presentato una teoria in base alla quale l’Aquila è “Testruna”. Ne sarebbero la riprova reperti di epoca preistorica, risalenti al VII-VI millennio avanti Cristo, rinvenuti nella zona di San Sisto, i corredi funerari di età del Bronzo venuti alla luce nel quartiere di Pettino, caratterizzati da decorazioni che raffigurano un drago, ma soprattutto il basamento ciclopico ben visibile nel tratto delle mura corrispondente a Porta Rivera. D’altra parte sembra che il comune aquilano stia puntando su un rilancio del suo territorio archeologico ed in particolare di Amiternum, finanziando anche direttamente campagne di scavo. E questo perché si ipotizza la possibile esistenza di un sito importante alla stregua dell’antica Pompei! Nuovi resti romani e sabini potrebbero dunque emergere in una zona comunque ancora poco investigata? E portare ad una integrazione espositiva museale che valorizzi entrambe le civiltà?

Per ammirare i resti della civiltà sabina scoperti ad Amiternum al momento si deve dunque andare a Chieti (dove ricordiamo è esposto anche il famoso Guerriero di Capestrano).
La direttrice del Museo Valentina Belfiore ne conferma la presenza:
“Escludendo i resti romani, di sabino proveniente da quest’area abbiamo due frammenti di dolio con iscrizione in lingua sabellica, un unicum in quanto le iscrizioni finora rinvenute sono di tipo funerario, oltre alla famosa fibula di Pizzoli, ugualmente una particolarità perché è l’unica al mondo a riportare una rappresentazione, quella di un corteo presumibilmente funebre. Presente anche la ricostruzione di alcune tombe pre-romane, rinvenute nella necropoli di Pizzoli, dove molto altro ci sarebbe da scoprire”. Il problema è che l’area si trova al di sotto del nucleo industriale, un po’ come nella stessa San Vittorino alcune zone archeologiche sono sacrificate da costruzioni moderne.

La presenza di una importante civiltà pre-romana, nella zona di Amiternum /Testruna, è confermata di recente anche dalla scoperta straordinaria di due semplici appassionati di archeologia. Il ritrovamento, a 2 chilometri da San Vittorino, presso il Rio Peschio, di 5 briglie intatte, in parole semplici di un’opera monumentale pre-romana, quasi sicuramente sabina e non pelasgica, che testimonia l’esistenza di un’opera di ingegneria idraulica monumentale per l’epoca della costruzione, non riscontrabile altrove in altre dimensioni, un sistema evoluto di difesa e irreggimentazione delle acque.
Fino ad ora erano state riconosciute come resti di mura poligonali quelle denominate Mura del Diavolo o delle Fate e circa 50 m di mura sulle quali sarebbe impostata la cinta muraria dell’Aquila. Lo stesso Heinzelmann avrebbe individuato, di recente, diversi blocchi sparsi, purtroppo non significativi in quanto oggetto di spostamenti e riutilizzo.

A conferma della importanza del popolo sabino e della necessità di ulteriori approfondimenti e ricerche, nella zona di Pizzoli, il ritrovamento di una sepoltura femminile dell’VIII secolo a.C. , dell’età del bronzo con corredi e gioielli.
Riportiamo per esteso la notizia ansa:
“Il corpo della ragazza (dai 12 ai 16 anni di età e di origini nobili) era protetto da un tavolato ligneo, andato perduto, che lo isolava e proteggeva, mentre il tumulo di pietre costituiva la struttura interna del monumento, che doveva essere ricoperto da uno strato di terreno vegetale a formare una collinetta dell’altezza di circa m 1,20-1,50 delimitata alla base dal bianco circolo di pietre della crepidine. L’appartenenza della ragazza ad una famiglia certamente “di rango” è comprovata dalla splendida parure con ornamenti e fibule di bronzo, pendagli spiraliformi e giri di collana con perline di ambra, mentre sul fianco sinistro era deposta una fusaiola esagonale di terracotta, tipico attributo di femminilità legato alle attività e al culto domestico. Ai piedi il corredo ceramico, composto di un’unica scodella d’impasto, recuperata in frammenti, mentre ulteriori indizi restituiscono le caratteristiche dell’abito e degli accessori. La parure comprendeva due grandi fibule di bronzo con staffa a disco: una a motivo spiraliforme, fermava il drappeggio delle vesti sulla spalla sinistra; l’altra, posizionata sul petto, con il doppio motivo del triplice cerchio concentrico inciso, qualificava il corredo personale con un grande anello di sospensione e pendagli sempre di bronzo. Sul ventre, a concludere la parure sul pettorale, due probabili pendagli di bronzo, del tipo spiraliforme a fascetta.

Anellini di bronzo disposti in maniera ordinata e simmetrica sul petto, fermati sul vestito a partire dalla testa verso il bacino, descrivono una vestizione da parata con velo copricapo.
La stoffa dell’abito, probabilmente lana, a giudicare dalle impronte dell’orditura sulle tracce di organico, poteva essere arricchita da elementi o decorazioni in lamina di cuoio e lacci, a stringere e fermare attraverso i numerosi anellini di bronzo rinvenuti in posizione funzionale. La scoperta è stata effettuata durante la sorveglianza archeologica degli scavi di alloggiamento dell’acquedotto condotti dalla Gran Sasso Acqua S.p.A. Lo scavo archeologico, eseguito sotto le direzione della Soprintendenza per L’Aquila e cratere dal 5 al 7 luglio 2017, è stato condotto dal funzionario archeologo responsabile Vincenzo Torrieri con gli archeologi esterni Daniela Moscianese e Maria Gaudieri incaricati dalla committenza ai fini della sorveglianza dei lavori di scavo per l’installazione dell’acquedotto. Il restauro del corredo funerario è stato affidato al laboratorio aquilano MiMarc”.
Un ritrovamento eccezionale ma che potrebbe non essere un unicum, ed andrebbe esposto come merita.

Si potrebbe obiettare che i resti romani siano rimasti in misura maggiore e più evidente, certamente, ma i popoli pre-romani sono parte importante della nostra storia e della storia stessa di Roma, una loro scoperta, valorizzazione, musealizzazione sui siti stessi (e non altrove), potrebbe fortemente incrementare il turismo ed aiutarci a recuperare la nostra identità. Che resti così importanti siano disseminati in strutture museali lontane dai territori di origine, mortificati in scantinati e in attesa (infinita) di una destinazione, non ultima la discutibile vicenda del famoso Carro etrusco del principe Sabino di Eretum/Cures, non è più accettabile.

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