giovedì, 9 Luglio, 2020

Anche il Financial Times dopo la pandemia supera il neoliberismo

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Per decenni il “Financial Times” è stato un interprete del pensiero neoliberista e del rifiuto sistematico dell’intervento dello Stato nell’economia. Ora, dopo lo scoppio della pandemia da Covid-19, l’influente giornale londinese, con originalità e coraggio, in un articolo firmato dal proprio comitato editoriale, dal titolo: «Virus lays bare frailty of the social contract» (Il virus mette a nudo la fragilità del contratto sociale) compie un’”inversione di marcia” di 180 gradi, affermando che, dopo il superamento della fase critica della pandemia, “niente sarà come prima”. Ciò perché, secondo l’editoriale del giornale londinese, tra i problemi che le società saranno chiamate a risolvere dopo aver sconfitto la pandemia vi è quello, per le forze politiche di tutti i Paesi, di interiorizzare il convincimento che garantire i cittadini contro il pericolo di shock estremi futuri, sarà necessario darsi uno “scopo comune”; uno scopo perseguibile solo su basi solidali, attraverso riforme radicali, riguardo soprattutto al modo di produrre e alle forme prevalenti di distribuzione del prodotto sociale, con i governi impegnati a svolgere un ruolo più incisivo nel regolare l’impatto dell’economia sull’ambiente.
Questo nuovo ruolo dovrà essere svolto sulla base di una considerazione radicalmente innovativa della natura dei servizi pubblici destinati a presidiare lo stato di salute delle popolazioni; gli investimenti nelle infrastrutture dedicate a questo scopo, perciò, dovranno essere considerati, non più come forme finali di consumo collettivo, ma come spese indispensabili, oltre che per la cura della salute pubblica, anche per il funzionamento dei sistemi produttivi, lo stabile svolgimento delle relazioni economiche internazionali e la tenuta a livello globale della coesione sociale delle comunità. In particolare, il problema distributivo dovrà essere posto al centro dell’attività riformatrice, includendo tra i suoi obiettivi prioritari, oltre alla lotta all’evasione, anche la rimozione dei meccanismi che alimentano la maldistribuzione del prodotto sociale, l’introduzione del reddito di base (finanziato attraverso la riforma dell’attuale welfare State) e il ricorso alla tassazione dei patrimoni più consistenti per finanziare gli incrementi della futura spesa pubblica.
A parere dell’editoriale del “Financial Times”, per la realizzazione dell’attività riformatrice auspicata, i singoli governi non dovranno attendere la fine della pandemia, ma agire nello stesso modo in cui hanno operato i leader dei Paesi usciti vittoriosi dal secondo conflitto mondiale, i quali non hanno certo atteso la fine del conflitto per pianificare il futuro: nel 1941, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno firmato la “Carta Atlantica”, ponendo le basi delle Nazioni Unite e prefigurando relazioni internazionali fondate sulla salvaguardia della pace e della sicurezza per tutti i popoli; nel 1942, i leader politici del Regno Unito, accogliendo il contributo di pensiero di John Maynard Keynes, hanno varato il “Rapporto Beveridge”, che sarebbe valso ad assicurare a tutti i Paesi ad economia di mercato e retti da regimi democratici uno stato di sicurezza sociale universale; nel 1944, la Conferenza di Bretton Woods, promossa dai Paesi vittoriosi sul nazismo, ha varato le regole che hanno consentito di ricostruire il sistema monetario internazionale per il rilancio dell’interscambio mondiale, entrato in crisi dopo la Grande Depressione del 1929-1932. La stessa lungimiranza che ha sorretto l’azione dei leader di governo di allora – sottolinea il giornale londinese – sarà indispensabile anche ai leader governativi di oggi; ciò perché, se questi ultimi vogliono vincere la guerra contro la pandemia da Covid-19 “devono muoversi oggi per vincere la pace” per il futuro.
A tal fine, però, secondo il “Financial Time”, sarà necessario un nuovo contratto sociale, in considerazione del fatto che quello vigente è intrinsecamente “minato” da fragilità, messe irreversibilmente a nudo dalla pandemia; per realizzare il nuovo contratto, occorreranno riforme radicali, che tutti i Paesi dovranno compiere congiuntamente. Ciò su cui si discute è l’individuazione del soggetto al quale tali riforme devono essere rivolte: alla cura delle comunità olisticamente intese, prima che ai sistemi economici e ai singoli cittadini? Oppure, al contrario, ai sistemi economici e ai singoli cittadini, prima che alle comunità?
Come sinora è accaduto, si è teso a considerare gli shock eccezionali abbattutisi sui sistemi sociali come degli eventi che, se affrontati razionalmente, non avrebbero impedito alle società colpite di tornare alla propria normale capacità di funzionare; le pandemie (quali quella che stiamo sperimentando e quelle che si prevede accadranno in futuro) non possono essere affrontate con misure politiche di breve respiro, trascurando la necessità di salvaguardare prioritariamente lo stato di salute delle popolazioni (strumentale, tra l’altro, anche alla conservazione dello stabile funzionamento del sistema economico). Proprio per le implicazioni sociali di lungo periodo delle pandemie, la cura dello stato della salute pubblica non potrà essere affidata solo all’efficienza delle infrastrutture ospedaliere; essa dovrà riguardare anche la difesa dell’ambiente dall’inquinamento provocato dagli alti livelli di attività dei sistemi produttivi. È questo il parere che l’epidemiologo ambientale Paolo Vineis ha espresso di recente in un colloquio (al quale ha partecipato anche Gustavo Zagrebelsky) con la giornalista Francesca Sironi de “L’Espresso” (n. 16/2020).
Secondo Vineis, è ormai universalmente consolidata la percezione che l’urgenza della difesa della salute pubblica avvertita oggi risalga a molto tempo prima del manifestarsi delle “alterazioni biologiche negli individui” che sono dovute all’inquinamento ambientale, vera causa scatenante del virus pandemico attuale e di altri che fondatamente si può prevedere possano diffondersi in futuro; di conseguenza diventa inevitabile e fondamentale che il diritto alla salute della collettività, alla luce di quanto ormai si conosce sulle conseguenze dell’inquinamento ambientale provocato dai livelli produttivi attuali, sia reinterpretato e ridefinito costituzionalmente.
Sulla linea argomentativa di Vineis concorda, dal punto di vista giuridico, anche Zagrebeslsky, secondo il quale il diritto alla salute della collettività si distacca dalla considerazione atomistica di tale diritto, sinora prevalsa; pertanto, la difesa della collettività dagli esiti delle epidemie e delle pandemie dovrà essere percepita ben prima della comparsa delle alterazioni biologiche individuali che portano alla ospedalizzazione. Il problema della salvaguardia della salute dovrà essere perciò affrontato, non successivamente al manifestarsi delle epidemie o delle pandemie, ma preventivamente, in funzione delle condizioni ambientali che possono influire negativamente sul diritto alla salute dei cittadini in quanto collettività; la tutela di tale diritto, in quanto di natura preventiva, comporterà che l’azione volta a garantirne il soddisfacimento debba essere orientata a curare l’ambiente ancora prima che insorga l’urgenza di curare i malati negli ospedali.
La cura dell’ambiente implica l’idea – sottolinea Zagrebelsky – che la Terra debba essere giuridicamente tutelata al pari degli esseri umani, in quanto anch’essa essere vivente, con il proprio equilibrio, le proprie leggi, il proprio stato di salute e le proprie patologie; ciò implica un radicale cambiamento dell’atteggiamento con cui l’uomo sinora si è comportato nei confronti del sistema-Terra, cessando di considerarlo un oggetto a sua disposizione a sostegno di una crescita materiale illimitata, i cui effetti possono condurlo a sicura morte, trascinando tutto e tutti in un generale disastro.
Le malattie hanno sempre accompagnato la vita degli esseri viventi, ma l’esperienza che il mondo attuale è costretto a vivere, a seguito della diffusione degli effetti di Covid-19, è tale da indurre l’umanità a convincersi che le cause delle epidemie del presente e del futuro (come quelle del passato) non sono i virus in sé, ma l’inquinamento ambientale e le continue aggressioni consumate ai danni della Terra; per cui non si tratta solo di condurre una guerra contro i virus, ma anche di limitare “le esasperazioni che sono contenute nella ‘civiltà dello sviluppo’”. L’ipotesi che, superato il momento attuale, sarà possibile tornare alla situazione di normalità precedente deve considerarsi del tutto sbagliata; ciò perché tale ipotesi manca di tener conto del possibile “ritorno” della pandemia e del fatto che gli epidemiologi prevedono (nel caso in cui si continuasse a “insultare” l’ambiente così come è avvenuto sinora) che nel futuro le pandemie continueranno a manifestarsi a ritmi regolari e sempre più frequenti nella società mondializzata. E’ questa la ragione che spinge il “Financial Time” ad affermare che, per far fronte alla spada di Damocle sospesa sullo stato di salute dell’umanità, sarà necessario che tutte le società si diano uno “scopo comune”, perseguibile solo su basi solidali, attraverso riforme radicali riguardo soprattutto al modo produrre e alle forme distributive prevalenti del prodotto sociale.
A tal fine, a parere di Vineis, la chiusura delle frontiere cui i singoli Stati hanno fatto ricorso dopo lo scoppio della pandemia da Covid-19, come forma di reazione istintiva al diffondersi degli effetti distruttivi, deve essere considerata una “reazione perdente”; ciò perché è da considerarsi paradossale che in un mondo minacciato dagli effetti di una globalizzazione selvaggia delle economie nazionali, i singoli Stati non riescano a trovare un accordo per organizzare una risposta comune adeguata alla gravità della sfida con cui sono chiamati a confrontarsi; una riposta, i cui contenuti siano del tutto indipendenti dalle ragioni che rendono ineludibile e non differibile l’organizzazione di un sistema sanitario pubblico al di sopra degli interessi economici di tutti gli Stati coinvolti nel processo di diffusione della globalizzazione delle economie nazionali.
Secondo molti analisti dell’attuale situazione sono diverse le ragioni che spingono nell’immediato molti Stati a rinchiudersi entro i propri confini; innanzitutto, perché la percezione dei pericoli espressi dalle epidemie e dalle pandemie rinforza la tendenza a ricorrere a misure protezionistiche per la difesa delle attività produttive nazionali; in secondo luogo, perché le singole comunità in periodi di emergenza spingono i propri Stati a trasformarsi in rifugi sicuri. Tuttavia, sebbene la globalizzazione, una volta superata la fase critica dell’attuale pandemia, sia destinata a subire qualche limitazione, la chiusura delle frontiere (totale o parziale) non offre valide prospettive di azione per la realizzazione di una forma di governance internazionale, quale si richiederà per dare risposte efficaci alla necessità che si tuteli la salute della società mondializzata.
Ugualmente perdente è la riserva con cui alcuni gruppi sociali accolgono all’interno degli Stati democratici le “limitazioni alla libertà”, suggerite dall’urgenza di porre un efficace ostacolo alla diffusione dei contagi da Covid-19. A parere di Zagrebelsky si deve, al contrario, rifiutare il timore che le limitazioni siano il presupposto, un test, sul grado di accettazione rassegnata della fine o del ridimensionamento della democrazia. Nei regimi antidemocratici le limitazioni della libertà sono un sopruso; invece, nel caso in cui siano suggerite dall’urgenza di salvaguardare lo stato di salute della comunità, l’obiettivo di tali limitazioni alla libertà non è la dittatura, ma la tutela del diritto alla vita, il più democratico dei diritti. L’adeguatezza delle decisioni prese per il conseguimento di questo obiettivo dovrà infatti essere assunta – conclude Zagrebelsky – a fondamento della legittimità delle limitazioni temporanee alla libertà.
Quello di Zagrebelsky è un auspicio che è sperabile abbia realmente un seguito in Italia; ciò al fine di evitare la “confusione” verificatasi riguardo alle decisioni limitative della libertà assunte dai diversi centri di potere istituzionale in cui si articola l’ordinamento costituzionale italiano; confusione che è la risultante del modo inappropriato col quale da tempo si cerca di rispondere alla crescente richiesta di autonomia decisionale da parte delle Regioni. Nella fase post-pandemica sarà bene che le forze politiche dedichino un serio impegno a rimuovere le cause che hanno portato alla sovrapposizione delle decisioni (spesso in conflitto tra loro) dello Stato con quelle delle Regioni; decisioni non sempre rispondenti alla priorità che deve essere riservata alla salvaguardia della salute dei cittadini rispetto a qualsiasi altra ragione.

Gianfranco Sabattini

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