lunedì, 27 Maggio, 2019

Anticomunismo e servizi segreti

0

È cresciuta in Italia una pamphlettistica e un tentativo (assai maldestro) di farle assumere il rango di storiografia. Bisogna rassegnarsi alla realtà, e dire che è ormai diventata senso comune di massa. Mi riferisco alla valorizzazione oltre ogni limite storico dell’antifascismo  e al suo prolungamento ben oltre la funzione specifica che nel biennio 1943-1945 ebbe di lotta e azione unitaria per abbattere  la dittatura mussoliniana.

I  nostri capi dello Stato o i rappresentanti della Camera e del Senato, al pari dei partiti di sinistra, amavano ( e in gran parte amano ancora) evocare ritualmente il valore dell’antifascismo associandolo a quello dell’elaborazione della carta costituzionale.

Si tratta di cose diverse, assai diverse. L’antifascismo subì a lungo l’egemonia dei comunisti. Essendo legati a doppia mandata all’Urss e da essa copiosa mente finanziati e anche armati, lo usarono come una coperta per nascondere le molteplici connivenze con Mosca.

La carta costituzionale fu elaborata con la partecipazione dei parlamentari comunisti, ma fu l’esito di un equilibrio con le esigenze e le proposte dei democristiani, dei socialisti, degli azionisti e dei liberali ed altri. L’obiettivo comune fu di costruire una democrazia liberale allargata in cui le riforme sociali, la lotta contro le diseguaglianze, il contenimento dei limiti economico-sociali che impedivano ai più poveri e ai più deboli di essere cittadini a pieno titolo fossero il presupposto per arginare un nuovo ritorno al fascismo. Ma anche per l’instaurazione di un regime di tipo sovietico.

La percezione di questa differenza non è stata mai diffusa né celebrata. Si è aperta così la strada ad un’omologazione tra antifascismo e nuovo regime democratico che provoca sempre più disagio e incertezza.

Se dovessi fare un paragone direi che è simile a quello che provai alla lettura del pamphlet Fascismo e anti-comunismo di Lucio Lombardo Radice edito da Einaudi nel 1947.

Non credo sia stata una reazione solo personale. Almeno due generazioni si sono formate sul paradigma (mera mente propagandistico) per cui l’anti-comunismo sarebbe l’anticamera del fascismo. E ancora oggi è considerato una sorta di paletto o una cartina di tornasole per distinguere se uno è di sinistra o meno, ma addirittura se sia democratico.

Questa sensazione mi è tornata scorrendo dei libri di storia che riguardano l’attività dei servizi e in generale dell’intelligence nel nostro paese.

È ormai dominante l’idea che non solo Sifar, Sid, Sismi ecc.,ma anche le altre organizzazioni para-militari (a comincia re da quella più nota, Stay Behind da noi chiamata Gladio) che hanno visto la luce tra la fine del fascismo e la prima repubblica, siano state (e in gran parte continuino ad essere) delle armi di lotta contro la democrazia invece che di contrasto al comunismo (e non solo).

L’accusa che viene mossa all’intera rete di difesa (statale e privata, segreta e pubblica, nazionale e internazionale ecc.) della repubblica è di avere operato come una struttura anti-comunista. E più precisamente: di avere in questo modo contribuito a perpetuare discrimini nazioni a danno di minoranze, alimentare nuove e vecchie diseguaglianze ed esclusioni fino a tentare manomissioni istituzionali e colpi di stato veri e propri.

Questo è il tono e l’argomento comune alle narrazioni e alle analisi di Gianni Barbacetto, Gianni Cipriani,Giuseppe De Lutiis, Sergio Flamigni, Aldo Giannuli, Ferdinando Imposimato, Sandro Provvisionato, Nicola Tranfaglia e più cautamente Miguel Gotor e Francesco M.Biscione.

Essi colgono un elemento reale, allarmante e segnalano una preoccupazione condivisibile quando rilevano non solo i collegamenti operativi, ma anche le opzioni politiche e ideologiche comuni che ci furono dopo la guerra di liberazione tra dirigenti dei nostri servizi e l’estrema destra vetero e neo-fascista(da Ordine nuovo e Avanguardia nazionale al terrorismo stragista di Freda e Ventura).

Non ci possono essere incertezze né indulgenze. La formazione di questo fronte comune va denunciato per quello che è stato, cioè un tentativo di delegittimare le istituzioni della democrazia repubblicana, ma anche di sovvertirla a mano armata o con trame di ogni tipo.

Una volta affermata questa differenza, occorre dire che l’orientamento anti-comunista di cui la nostra intelligence viene accusata non è stato un errore. Aggiungo che, mio avviso, non va criminalizzata come, invece, molti di questi giornalisti e studiosi usano fare.

Il problema sono i mezzi usati, cioè la non corrispondenza di essi ai principi di un regime liberal-democratico. Mi limito a indicare un modo inaccettabile di combattere i comunisti che riprendo da due dirigenti del nostro contro spionaggio. Furono molto attivi durante ( e non solo) la permanenza alla testa del Ministero dell’Interno di Mario Scelba, cioè i colonnelli Giuseppe Pieche e Renzo Rocca.

A fianco,anzi parallelamente, al Sid era stata costituita un’organizzazione armata dove dirigenti delle forze armate convivevano con bande di estremisti di estrema destra(non sempre o assai poco identificabili col gruppo dirigente del MSI) e qualche collega mento con lo stesso Ministero dell’Interno.

Non basta dire che si trattò di un’unità d’azione imposta dalla necessità di fronteggiare i comunisti. Neanche nella lotta politica contro un avversario così numeroso e potente si poteva fare di tutta l’erba un fascio.

Come presidente del Consiglio, ministro degli esteri, della Difesa e dell’Interno, Giulio Andreotti avrebbe dovuto sapere che nella lotta per sbarrare la strada al Pci i metodi proposti, e praticati, non erano uniformi, ma erano assai diversi.

Uno era quello di servirsi del voto,fare leva su ogni mezzo (non necessaria mente impeccabile, ma non illegale!) per democraticamente influenzare l’elettorato perché ritraesse il consenso dato ai comunisti.

Un altro, assai differente, era quello consigliato dal direttore del Rei (un ufficio del Sifar). Si trattava del colonnello Renzo Rocca che sarebbe passato al servizio di Vittorio Valletta, alla Fiat,dove rimarrà vittima, per cosi’ dire, di un celebre suicidio nel suo ufficio romano.

Il metodo suggerito dall’ufficiale torinese corrispondeva ad una caccia col morto dei comunisti, col ricorso a forme di esecuzione sommaria, anche individuale. Un mix di tecniche di anni entamento di tipo fascista e bolscevico.

Rocca, al capo Reparto D del Sifar, generale Giovanni Allavena, nel settembre 1963 per fermare l’ascesa del comunismo, raccomandava, “di usare tutti i sistemi, anche quelli non ortodossi, della intimidazione, della minaccia, del ricatto, della lotta di piazza, dell’assalto, del sabotaggio, del terrorismo”.

E quanto si può leggere in una relazione al Sismi del 12 settembre 1963,

.In questa impostazione manca un’idea di come in un regime liberal-democratico, quale si sforzava di essere quello dell’Italia post-bellica, si dovesse combattere un avversario come il comunismo.

Io sguardo e la cultura dell’ufficiale torinese guardano al recente passato, al fascismo. Si spiega così che abbia potuto parlare di un’azione “offensiva e aggressiva” da attuare con tutti mezzi ”leciti e illeciti” per non essere “già sconfitti” se si fosse adottata una difesa passiva.

Con queste premesse l’arruolamento degli agenti del servizio segreto, consigliava Rocca, doveva rivolgersi a persone esperte “della guerra psicologica, della guerra non ortodossa, della lotta clandestina, delle tattiche di disturbo…,della tecnica della provocazione”.

Le idee e i suggerimenti del suo collega Giuseppe Pieche non era diversi.

Che il comunismo fosse il problema numero uno da affrontare una volta abbattuto il nazifascismo fu chiaro ai comandanti militari alleati.

Basta pensare alla Operazione Sunrise. Fu discussa a lungo in Svizzera nell’inverno 1944,alla ricerca di un accordo tra gli esponenti del comando alleato e alcuni alti ufficiali dell’ormai sconfitto esercito tedesco dislocati nell’Italia settentrionale.

L’obiettivo era di porre fine al più presto possibile alla guerra risparmiando distruzioni e morti infinite. Ma Stalin fece valere il rispetto dell’impegno sottoscritto con Gran Bretagna e Stati Uniti a escludere ogni resa separata.

La preoccupazione degli ufficiali americani (Il capo dei servizi OSS Allen Dulles, capostruttura OSS in Svizzera, Donovan ecc.) verteva, invece, sul calcolo di prolungare la lotta fino a regolare i conti con l’incombente e invasivo dispotismo sovietico.

Questa operazione fu ritardata e rimandata al dopoguerra quando venne avviato un processo che sfocerà nella creazione di una struttura (a livello dei paesi della Nato) parallela al Sifar (e ad esso incorporato), cioè Stay Behind detta Gladio. Venne messa a punto nel 1956 sulla base di un accordo tra la Cia e il Sifar, ricevette finanziamenti e armamenti dagli Stati Uniti e poté effettuare reclutamento di personale (il 18 ottobre 1990, secondo Andreotti, ammontavano a 622 unità). In altre parole,verso la fine della guerra era maturata una doppia consapevolezza.

La prima: l’alleato della lotta contro il nazifascismo (cioè l’Urss, il comunismo) andava considerato il prossimo pericolo da contrastare.

La seconda: occorreva staccare dal nazifascismo le forze che disponevano di competenze, conoscenze, tecniche di lotta ecc. per volgerle contro il comunismo.

Il problema diventava a questo punto quello di come governare, rieducare, egemonizzare lo spostamento di corpi e reparti del controspionaggio nazifascista in maniera che diventassero una risorsa non solo fedele, ma propria dei regimi democratici.

Una parte della saggistica e della storiografia italiana non si è resa conto dell’importanza e dell’estrema difficoltà di questa operazione. Perciò si è limitata, subendo l’impulso del Pci, a demonizzarla come il segno, la pistola fumante addirittura, dell’appeasement, del compromesso con i fascisti.

A rendersi conto della complessità di questa manovra fu il lavoro di una storica come Elena Aga Rossi e del col lega statunitense B.F: Smith, Operazione Sunrise. La resa tedesca in Italia 2 maggio 1945, Mondadori, 2005.

È stato fatto passare praticamente praticamente sotto silenzio.

Nella saggistica prima citata. si è preferito presentare la ricerca di un accordo di carattere antifascista come un cedimento a Hitler e Mussolini. Lo si è brandito, e si continua a farlo ancora oggi, come la prova che i governi antifascisti non costituivano nessuna rottura di continuità con i loro predecessori..

Senza spirito polemico e volontà con troversistica si è mosso, invece, un giovane studioso di Arezzo, Giacomo Pacini. A lui si debbono studi specialistici, ma di lettura assai piana, cioè accessibile a tutti, sulle formazioni para-militari e sulle strutture informati ve che hanno traghettato l’Italia dal fascismo all’antifascismo. Mi riferisco a Le organizzazioni paramilitari nell’Italia repubblicana 1945-1991, Prospettiva editrice, Civitavecchia-Roma, 2008; a Il cuore occulto del potere. Storia del l’Ufficio Affari Riservati del Viminale, Nutrimenti,Roma 2010 e al più recente Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia 1943-1991, Einaudi, Torino.

Ma Pacini non alza bandiere e non suona grancasse. La sua preoccupazione è di capire i processi storici del dopoguerra sbrogliando matasse di documenti che nel caso dei servizi se greti sono spesso inaffidabili, parziali o anche specchietti per le allodole.

A volte sono costruiti per depistare le indagini giudiziarie e quelle stesse del la polizia. E’ quanto secondo un gruppo di giovani ricercatori(L. Beggi, P. Cianci, M. Drudi, L. Palestini, F. Romani, A.Vergari, Depistaggi. Da Piazza Fontana alla Stazione di Bologna, prefazione di C. Lucarelli e introduzione di Antonella Beccaria, Castelvecchi, Roma) della Bottega Finzioni di Carlo Lucarelli sarebbe avvenuto in vicende come le stragi di piazza Fontana a Milano, di Peteano nel Friuli, della stazione centrale di Bologna, di piazza della Loggia a Brescia.

Nuoce al questo volume l’enfatizzazione del luogo comune messo in circolazione dai comunisti e fatto proprio dai gruppi e movimenti di estrema sinistra e di estrema destra secondo cui i servizi segreti, i corpi militari, il Dipartimento di Stato degli Usa avrebbero alimentato una campagna anticomunista servendosi di ogni possibile strumento. Dai finanziamenti massicci alla DC e ai partiti di centro alla costruzione di iniziative non solo ostruzionistiche,ma anche tentativi di colpi di stato fino ad una permanente strategia della tensione ordita con Avanguardia nazionale, Ordine nuovo e altri gruppi del terrorismo e dello stragismo neo-fascista.

Tutto ciò è avvenuto in misura minima e parziale, ma il Pci e i gruppi di estrema sinistra insieme a quelli apertamente terroristici l‘hanno amplificato fino a trasformarlo nel modo di essere della guerra fredda. A Roberto Pertici, invece, si deve la riflessione più rigorosa su Il vario anticomunismo italiano 1936-1960 nel volume AA. VV., Due nazioni, Il Mulino 2003, pp. 263-334.)

Ad aggravare la falsificazione plateale della storia contemporanea dell’Italia e dell’Europa nel secondo dopoguerra è l’omissione di ogni riferimento alla smantellamento dei regimi politici nei paesi dell’Europa orientale da parte dei sevizi segreti sovietici (Kgb e Gru).Per non parlare del silenzio plumbeo sull’enorme finanziamento-sia durante il Comintern sia durante il Cominform – che il Pcus, attraverso la sua intelligence civile e militare, ha fornito al Pci come a tutti i “partiti fratelli”.

Ma i giovani allievi di Lucarelli potranno ovviare a questi gravi limiti rilevabili nel Contesto storico della loro ricostruzione. Basterà attendere il giorno in cui il noto regista televisivo emiliano deciderà di dedicare un programma di ricostruzione storica al massacro di ogni libertà, di ogni dignità, di ogni diritto di tedeschi, polacchi ungheresi, bulgari, cecoslovacchi, romeni, estoni, lituani ecc. operato dell’Armata rossa e del contro-spionaggio sovietico nell’Europa centrale e orientale.

Ha cercato di sottrarsi a questa storiografia (se così si possono chiamare i saggi a a tesi) tronfia della propria pro rompente faziosità uno studioso come Francesco Maria Biscione. Le sue riflessioni sono non di rado in sintonia con argomenti, motivi, sollecitazioni di De Lutiis, Cucchiarelli, Giannuli ecc. Ma gli va dato atto di avere saputo salvaguardare il suo mestiere di ricercatore.

Lo ha fatto avvertendo la necessità di non fare degli Stati Uniti una componente di quello che, esaminando la democrazia italiana e la crisi dell’antifascismo, ha chiamato, fin dal titolo di un suo saggio, Il sommerso della Repubblica, Bollati Boringhieri, Torino 2003. In secondo luogo, ha fatto rilevare come “dopo la Liberazione l’antifascismo si acclimatò in un ambito sociale e politico nel quale il riferimento alla democrazia non era ovvio né naturale” (p, 8). E se era cresciuto nel paese quella una sorta di anticomunismo di potere e di Stato,la corruzione politica, la consistenza e l’estensione dei poteri occulti (denunciati vividamente da un impor tante-negli anni della cd “solidarietà nazionale e del compromesso storico- dirigente del Pci come Fernando Di Giulio), lo si doveva a un ritardo culturale del Pci addirittura di carattere “genetico”. Veniva, infatti, fatto risiedere innanzitutto “nel non aver sciolto e chiarito in modo inequivoco il suo rapporto con l’Unione sovietica” (p. 20) e nel “non aver rotto con l’Unione sovietica al tempo dell’invasione di Praga” (p. 21) .

Si è evitato il pericolo della falsificazione della storia del dopoguerra anche da parte di un giovane studioso come Pacini. Nel suo ultimo lavoro (Le altre Gladio, Einaudi, Torino) si è sottratto alla tentazione, fortissima, di liquidare i governi di Washington come responsabili di ogni efferatezza e i creatori di trame e aggressioni a testa multipla, cioè inconsolabili imperialisti e guerrafondai.

Egli accoglie alcuni aspetti della narrazione di Giannuli e compagni, ma si arresta nel momento in cui essa viene concepita e trasmessa come una sorta di confezione politico-ideologica.

Sulla Gladio, che era una struttura segreta di civili e militari creata su scala europea(per scatenare la guerriglia e colpire alle spalle gli eventuali i corpi di invasione stranieri – in particolare sovietici – del territorio nazionale) nega che Gladio in Sardegna, a Capo Marrargiu, abbia addestrato neo-fascisti di Avanguardia nazionale e di Ordine nuovo (p. 301). Questo compito era stato, invece, assolto dai Nuclei per la Difesa dello Stato, un’organizzazione parallela ai nostri servizi (chiamata, infatti, Sid Parallelo) indagata dal giudice di Padova Tambburino.

Ma la Procura di Roma sentenziò che si era trattato di un’invenzione. Con essa il più noto dei dirigenti della Rosa dei Venti (il Col. Amos Spiazzi) e un sindacalista della Cisnal (Cavallaro), insieme a numerosi ufficiali dell’esercito, avevano tentato di minimizzare il loro coinvolgimento nei movimenti eversivi di estrema destra, allargandone la platea.

Ma la stampa di sinistra montò una campagna di stampa martellante che era priva di ogni fondamento e quindi indecorosa..Venne attribuita a Gladio la responsabilità di avere fatto una sorta di fronte comune con i terroristi neo-fascisti addestrandoli, insieme alle proprie unità, al sabotaggio,alla guerriglia e a tutte le forme di guerra non ortodossa.

Si fece anche di più e di peggio. Infatti “fu l’inizio di una campagna di stampa che nei mesi a venire avrebbe finito per mettere in relazione la Stay Behind italiana con praticamente tutti i cosiddetti misteri d’Italia. Dalla morte di Enrico Mattei, al Piano Solo, al terrorismo altoatesino, a piazza Fontana, al golpe Borghese, alla strage di Bologna, alla P2, fino agli omicidi mafiosi di Piersanti Mattarella o Pio La Torre e altro ancora”. (p. 311) Con l’esito di colpevolizzare (e rovinarne la carriera, insieme alla vita) un ufficiale leale, che con queste vicende non ha mai avuto nulla a che fare, come il generale Paolo Inzerilli, e l’allora capo del Sismi ammiraglio Fulvio Martini.

La ricerca di Pacini, fondata sulla consultazione di una grandissima mole di materiali reperiti in ogni possibile archivio, si chiude citando un documento pubblico che i suoi colleghi, prima e dopo di lui, hanno preferito sempre far finta che non sia mai esistito o più semplicemente di ignorare perché non rientrava nella loro narrazione storica personale o auspicata da chi li “muoveva”.

Mi riferisco ai verbali dell’incontro tra i dirigenti della Cia e del Sid del 15 dicembre 1972. E’ allegato alla relazione del capo della Commissione di inchiesta Gualtieri ed è accessibile presso l’Archivio Centrale dello Stato.

La lettura consente di dire che i dirigenti dei nostri servizi hanno respinto ogni tentazione e proposta (anche di origine esterna, cioè internazionale, proveniente dai nostri stessi alleati) di usare Gladio a fini di politica interna, cioè in funzione anti-Pci. Vuole almeno dire che non è stata una regola.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply