sabato, 15 Agosto, 2020

Antimeridionalismo, eredità di una lettura superficiale della storia d’Italia

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Le frasi razziste di Vittorio Feltri sui Meridionali eredità di una lettura superficiale della storia d’Italia. Carducci, nel contesto della polemica che lo oppose a Mario Rapisardi, si lasciò sfuggire che “i Siciliani sono ritenuti come sopravvivenze di razze inferiori”. Anni dopo, il criminologo e antropologo Alfredo Niceforo in alcuni libri teorizzerà “l’inferiorità della razza meridionale”. L’antimeridionalismo di Feltri, come quello della classe dirigente dell’Italia postunitaria, è infarcito di pregiudizi e di luoghi comuni.

Il poeta Giosue Carducci, dopo avere incontrato a Milano, nella casa della sua amante Lina Cristofori Piva chiamata “Lidia”, lo scrittore Giovanni Verga in atteggiamento da corteggiatore, due giorni dopo, il 23 aprile del 1873, scrive arrabbiato alla donna, lamentando che ora fra i suoi rivali “ci sarà anche cotesto rifiuto isolano! Un uomo che mette una brutta corona baronale sur una carta da visita e che si lascia dare falsamente del cavaliere e che scrive un romanzo epistolare; e con tutto questo è siciliano”. Qualche anno dopo a fare infuriare ancora Carducci sarà Mario Rapisardi, che così ritrae il poeta maremmano-toscano in alcuni versi del poema filosofico-allegorico “Lucifero”(1877): “E chi in aspetto di plebeo tribuno / giambi saetta avvelenati e cupi, / e fuor di sé non trova onesto alcuno: /idrofobo cantor, vate da lupi, / che di fiele briaco e di lièo, [cioè di vino] / tien che al mio lato il miglior posto occupi”. Irritato dai versi irriguardosi del Rapisardi, il Carducci non si era limitato a stroncare la poesia di “ un certo arcade cattivo soggetto, il quale rovescia il brodo di lasagne de’ suoi versi sciolti su chi gli ha fatto del bene”, ma, facendo scivolare la polemica personale in una questione etnica, affermava che “i Siciliani sono ritenuti come sopravvivenze di razze inferiori, soprattutto quando sono rapisardiani”. Parole certamente dettate dal malumore, dal ricordo molesto di dispute, polemiche e incidenti spiacevoli, non sufficienti a fare scrivere che Carducci pensasse male della Sicilia e dei siciliani, come si evince dall’ode “Alla figlia di Francesco Crispi”, scritta nel gennaio del 1895 in occasione delle nozze di Giuseppina, figlia dello statista, e Francesco Bonanno Principe di Linguaglossa, dove usava la affettuosa e popolare espressione “isola del sole” per indicare la Trinacria, “antica madre” di uomini-eroi come il presidente del Consiglio, la cui politica coloniale aveva trovato il plauso del poeta. E tuttavia c’è da osservare che le parole offensive pronunciate da Carducci contro Verga e Rapisardi sembrano anticipare gli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, che registrano l’affermazione della teoria della “razza maledetta”, costituita dagli abitanti dell’Italia meridionale, della Sicilia e della Sardegna, simili agli africani, lontani dai settentrionali che invece erano imparentati con gli ariani. Questa teoria, paradossalmente ebbe come suo maggiore divulgatore il siciliano Alfredo Niceforo (1876-1960), allievo del criminologo socialista Enrico Ferri. Esponente della scuola sociologica positiva, Niceforo, a cui oggi è intitolato un Istituto comprensivo del suo paese natìo, Castiglione di Sicilia, tra il 1898 e il 1901 diede alle stampe i libri “L’Italia barbara contemporanea” e “Italiani del Nord e Italiani del Sud”. Pur riconoscendo che “anche l’Italia meridionale forma un minutissimo mosaico nel quale si notano, accanto a plaghe di civiltà inferiore, zone dove la civiltà è assai sviluppata”, Niceforo nei sopra citati volumi utilizzò una notevole mole di dati statistici per documentare l’esistenza di “due razze”, “due psicologie”, quindi il divario di civiltà tra l’Italia settentrionale e centrale, da una parte e quella meridionale e insulare dall’altra. Le teorie di Niceforo, messe in discussione dallo studioso positivista di orientamento repubblicano e socialisteggiante Napoleone Colajanni, secondo il quale i problemi del Meridione erano dovuti soprattutto a fattori sociali e ambientali, trovarono molti consensi tra le élites intellettuali del Sud. Influenzarono le idee di magistrati, psichiatri, politici, giornalisti e dell’opinione pubblica del Nord. Permearono l’ideologia dei ceti dominanti italiani e stranieri, nonostante esse fossero contrastate da numerosi meridionalisti (non pochi del Nord), che le denunciarono come una comoda scorciatoia per spiegare le differenze fra il Nord e il Sud del paese. Retaggio di quelle teorie permangono nelle frasi offensive pronunciate dal giornalista Vittorio Feltri lo scorso 21 aprile durante la trasmissione di Rete 4 “Fuori dal coro” ( “I meridionali sono inferiori…”), censurate dall’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, che ha diffidato Mediaset. L’antimeridionalismo inconcludente di Feltri ci riporta molti anni indietro nel tempo, perché, come quello della classe dirigente dell’Italia postunitaria, è infarcito di pregiudizi e di luoghi comuni. Ci consegna il ritratto di un uomo che, in mancanza di un’idea sul futuro, tira fuori idee vecchie che tendono a creare pericolose divisioni nel popolo italiano, oggi impegnato a risolvere problemi inediti e tra i più difficili della sua storia.

Lorenzo Catania

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