giovedì, 28 Maggio, 2020

Antonio Greppi, nella scia dei grandi sindaci socialisti

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Nacque ad Angera, nel Varesotto, il 26 giugno 1884. Ancora ragazzo si mostrò fortemente interessato al socialismo nella interpretazione gradualista che ne proponeva Filippo Turati. Frequentando il liceo subì fortemente l’influsso del suo insegnante di storia, Ugo Guido Mondolfo, studioso della dottrina socialista e prossimo a divenire col fratello Rodolfo uno dei maggiori rappresenti del riformismo in Italia. Il giovane Antonio si avvicinò sempre più ai lavoratori, e mentre si impegnava nello studio del giure frequentando la facoltà di legge nell’Università di Pavia cercò di conoscerne i problemi e le esigenze, Nel 1914 sostenne con tutte le sue forze la lista socialista per il consiglio comunale del capoluogo lombardo, e condivise la gioia degli elettori progressisti quando dalle urne scaturì la vittoria socialista con la conseguente elezione a sindaco di Emilio Caldara.

Nell’agosto dello stesso anno l’invasione del Belgio da parte della Germania accrebbe in lui l’avversione alla guerra e all’uso della forza nei conflitti internazionali. Intervenne allora nei dibattiti tra i socialisti milanesi circa l’intervento e avversò quanti, facendo riferimento a idee che poco o nulla avevano a che fare col socialismo in cui credeva, si collocavano su posizioni interventiste. Nel 1915, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, venne richiamato alle armi e col grado di sergente venne inviato sul fronte dell’Isonzo, poi con un battaglione di cavalleria sul Pasubio, dove venne ferito. Sempre interessato al dibattito in corso tra i socialisti e più in generale nel mondo della politica e della cultura, intervenne sulle colonne de “L’azione”, un foglio di Cesena portavoce di idee cristiano sociali. Entrato in contatto con don Primo Mazzolari e Giuseppe Donati, ne condivise l’idea secondo cui la guerra, ormai in corso, apriva la strada alla fondazione su basi solide e durature della pace e con essa alla giustizia sociale. Sempre in questo periodo conobbe Gaetano Salvemini, già storico affermato, che nella guerra in corso vedeva un conflitto di civiltà. La ritirata di Caporetto lo vide tra i socialisti che, con Turati, affermavano che “la Patria è sul Grappa” e gli Italiani dovevano perciò unirsi nello sforzo necessario per respingere gli austro-ungarici, e combattè sul Montello e sul Piave.

Terminata la guerra, tornò ad Angera e senza più porre indugi si iscrisse al Partito socialista. Nel 1919 conseguì la laurea discutendo una tesi su “Pregi e difetti del parlamentarismo”, un tema che interessava molto i socialisti gradualisti e i rivoluzionari. Continuando a operare sul piano politico e culturale, frequentò Turati e Anna Kulisciov, e si impegnò nell’Università proletaria. Interessato alla letteratura e all’arte, diresse il periodico “Popolo e arte” e iniziò l’attività di scrittore di opere per il teatro. Si precisarono così le sue passioni: politica, letteratura e arte. Nelle elezioni amministrative del 1920, ormai radicato tra i socialisti, venne eletto sindaco di Angera. Nella difficile situazione del dopoguerra si impegnò come potè meritando l’affetto dei concittadini, ma dopo la marcia su Roma si dimise. Iscritto al Partito Socialista Unitario, di cui era segretario Matteotti, rappresentò i giovani nella Direzione nazionale e diresse “La Libertà”, organo della Fgs. Inquesto periodo subì spesso le violenze dei fascisti, e dopo l’uccisione di Matteotti si battè indefessamente contro la violenza, per la libertà e la democrazia, ormai pericolanti.

Negli anni del fascismo fu attivo nei trinunali, dove, sempre vicino al popolo minuto, divenne noto come “l’avvocato dei poveri”. Ancora attivo nella produzione di opere teatrali, pubblicò nuovi lavori, alcuni dei quali vennero rappresentati. Entrò in contato con elementi appartenenti al gruppo cattolico dei neoguelfi e successivamente con altri del Cengro socialista che si era costituito a Milano attorno a R. Morandi, e nel 1937, essendo stati arrestati Morandi e altri, pilotò il gruppo antifascista, ma presto subì per alcuni mesi la stessa sorte e successivamente venne attentamente vigilato. Riprese comunque l’attività antifascista, con Giuseppe Faravelli cercò di tenere vivi i contatti con elementi ancora legati al socialismo e con G. Romita, F. Santi e R. Veratti si impegnò nell’attività clandestina. Caduto il fascismo, perorò l’unità dei partiti democratici, ma iniziata la fortissima pressione delle truppe tedesche fu costretto a rifugiarsi in Svizzera, dove venne per qualche tempo internato. Potè comunque tenere i collegamenti con S. Pertini e il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI). Nell’agosto del ’43 fu colpito da una grande sventura: perdette infatti l’unico figlio, Mario, caduto a Milano in una ‘imboscata. Rientrato in Italia, partecipò con la brigata “Matteotti” alla lotta armata contro i nazi-fascisti. Dopo l’insurrezione del 25 aprile 1945 venne nominato dal CLNAI sindaco di Milano. Ebbe così inizio una esperienza che si protrasse negli anni e lo vide estremamente attivo per la città, sempre umano, realizzatore, equilibrato. Si preoccupò del problema alimentare, dello sviluppo dell’edilizia popolare, del funzionamento e del miglioramento dei servizi, in particolare di quelli relativi alla salute dei cittadini e ai trasporti. Con rapidità divenuta esemplare fece ricostruire il Teatro alla Scala, che era stato distrutto dai bombardamenti aerei.

Sempre tra i socialisti riformisti, nel gennaio del ’47 fu coi compagni di “Critica sociale” (della cui omonima rivista fu condirettore” con U.G. Mondolfo, il suo vecchio insegnante di Liceo) tra i promotori della nascita del Psli. Dal Psi Greppi uscì prima con la scissione di Saragat poi nel 1949 fondando con Giuseppe Romita il Psu che nel 1951 si unificò col Psli dando vita al Psdi. Ma dopo l’approvazione della cosiddetta legge truffa ruppe col Psdi e dopo una permanenza breve in Unità popolare, rientrò l’anno dopo nel Psi. Sostenne il dialogo coi cattolici, proposto da Morandi, e una politica di pace e amicizia con tutti popoli. Nel ‘58 e nel ‘63 venne rieleto alla Camera e fu come sempre attivo e interessato alla Finanza, al Turismo e allo Spettacolo, mostrando modernità di visione e volontà di rinnovamento. Mai lontano dal teatro, una delle sue passioni più forti, continuò intanto a scrivere opere teatrali, che ebbero come sempre un buon successo e vennero apprezzate per il contenuto, ricco di vita, di umanità e di eticità. Morì a Milano il 22 ottobre 1982.

 

Giuseppe Miccichè

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