sabato, 4 Luglio, 2020

Antonio Mocciola. A teatro come mettere fine ai Savoia

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Antonio Mocciola, drammaturgo, scrittore e regista teatrale, è un talento creativo in perenne evoluzione. Nato a Napoli nel 1973 ha pubblicato sette libri e ha scritto ben venticinque commedie. Ha lavorato per il cinema e per la televisione. Ha curato le edizioni di alcuni lavori dedicati alla cantante Giuni Russo e ha collaborato con Franco Battiato. Ci sarebbe un mare di cose da raccontare, per descrivere un autore così prolifico e dalla produzione così eterogenea. Ma vogliamo soffermarci, oggi, su due aspetti. Il primo è la musica. <> afferma Mocciola. Infatti , tra i suoi lavori, brillano “Gli Amici Se Ne Vanno” (dedicato a Umberto Bindi), “Verso Il Mito – Edith Piaf” (sull’opera della celebre diva francese) e “La Mente Torna” (recital omaggio alla grande Mina). Giusto tre titoli tra i tantissimi dell’autore partenopeo. <>, continua Mocciola.  Poi c’è stato “Spina e Poesia” dedicato al compianto Mango. Ma Antonio Mocciola è soprattutto un autore impegnato civilmente. Nel 2016 va in scena “La Cella Zero” scritto con Pietro Ioia, tratto dal libro di quest’ultimo sull’esperienza della violenza del sistema carcerario. Ioia è una figura storica che si batte da anni per i diritti dei detenuti. Nel 2020 ecco andare in scena “Santo Stefano” sulla vita dell’anarchico Gaetano Bresci.

Così nasce “Vado A Uccidere Re Umberto”. Testo teatrale in tre atti. Passannante, Acciarito, Bresci. Tre anarchici, tre anni diversi, la stessa missione: dare un colpo al cuore alla dittatura dei Savoia.  Ogni atto è dedicato a uno di loro. Il primo è sulla figura di Giovanni Passannante, il quale tentò senza riuscirci a colpire il Re. Ma la condanna volle essere esemplare. Lo misero in una cella di una torre. Ma sotto il livello del mare. Al buio, nudo. Senza luce. Fino a farlo impazzire. Per dieci anni le grida si poterono sentire emergere fin da sotto gli abissi in cui fu sprofondato. Morì, infine, in manicomio. Cesare Lombroso lo definì “fisiogniomicamente atto a delinquere”. Il secondo atto è incentrato su Pietro Acciarito. Anarchico della provincia di Roma. Anche in questo caso il suo fu un tentativo andato a male. Ma fortissima fu la ritorsione nei suoi confronti. Una condanna esemplare, anche in questo caso. Qui, Antonio Mocciola fa emergere le dinamiche psicologiche tra carcerato e carceriere. Le pressioni. Le astuzie. I soprusi e gli inganni e le violenze che il giovane dovette subire per il resto della vita , in attesa di una liberazione che non avvenne mai. E infine il terzo atto è dedicato a chi riuscì a passare alla Storia. Gaetano Bresci, operaio tessile e raffinato intellettuale. Sul suo nome si sono scritti interi volumi. Film. Bresci è nell’immaginario collettivo presente e immortale. Anche Victor Hugo gli dedicò grande attenzione. Ma l’azione di Bresci sembrò spegnere gli entusiasmi degli anarchici. Ne smorzò le pulsioni. Dopo il regicidio sembrò calare una sorta di malata “pace sociale”. Mocciola mette in scena la discesa agli inferi di Bresci. Lo spoglia della Storia. Lo rivela nudo. Il raffinato intellettuale che riscatta la sua classe sociale con un gesto viene raccontato mentre soccombe alle dinamiche carcerarie. Anche in questo caso l’autore si sofferma sulla violenza della coercizione. Mette in scena gli spietati meccanismi che finiscono per autodistruggere chi finisce dietro le sbarre. Bresci fu suicidato. Come Pinelli (sembra alludere l’autore). Chi detiene le chiavi della prigione ha un segreto da nascondere, dice Mocciola. “E mentre lo Stato si morde la coda, come un folle cane randagio, accade che le vittime invidiano i loro assassini, e viceversa. Sullo sfondo, una lacera bandiera sarà il velo pietoso su un corpo destinato in fondo al mare. Cancellato come uno scomodo segreto…” . Vado A Uccidere Re Umberto verrà portato in scena il prossimo autunno.


MASSIMO RICCIUTI

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