mercoledì, 23 Ottobre, 2019

Arabia Saudita sotto attacco. Lotta contro il tempo

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Dopo l’attacco con i droni rivendicato dai ribelli yemeniti Houthi, l’Arabia Saudita sta lottando contro il tempo per riportare a regime la produzione di petrolio. Le due principali raffinerie nell’Est del Paese che sono state colpite hanno dimezzato la capacità produttiva di Aramco, il gigante dell’Arabia Saudita nel settore petrolifero. Gli Stati Uniti hanno accusato direttamente l’Iran e si mostrano “pronti a reagire in caso di attacchi da Teheran contro l’Arabia Saudita”.
Alcune fonti interne, interrogate dalla Reuters sulle tempistiche del ritorno alla fornitura a pieno regime, i dirigenti della compagnia petrolifera hanno fatto sapere: “E’ questione di settimane o di giorni”.

Nel frattempo, i mercati attendono un’apertura con i prezzi del greggio in aumento di almeno 5-10 dollari. Poi, nel caso del taglio della produzione per almeno un mese, i prezzi al barile potrebbero salire dagli attuali 60 ai 100 dollari.
Riad ha confermato che il taglio di produzione è di 5,7 milioni di barili al giorno, metà di quella saudita, e circa il 6% di tutta la fornitura globale. Riad, pur di soddisfare la domanda, è costretta ad attingere alla riserve. Così come gli Stati Uniti. Dopo l’attacco, la Borsa di Riad ha perso in apertura il 3% per poi riprendersi durante la giornata. La Ipo di Aramco, attesa da diverso tempo e spesso rinviata a causa proprio del prezzo basso del greggio, potrebbe ancora slittare. Il regno contava di incassare dall’operazione 100 miliardi di dollari.
Sul fronte geopolitico, mentre si moltiplicano i messaggi di sostegno a Riad, le accuse sono puntate contro l’Iran. Sulla Repubblica islamica, primo fra tutti, si è espresso negativamente il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, che ha messo in dubbio la rivendicazione dei ribelli dello Yemen anche se sono legati a doppio filo con Teheran.

Il capo della diplomazia statunitense ha dichiarato: “Non ci sono prove che l’attacco senza precedenti alle forniture energetiche globali sia arrivato dallo Yemen. Gli Stati Uniti lavoreranno con partner e alleati per rifornire i mercati dell’energia e ritengono l’Iran responsabile della sua aggressività. Teheran è dietro la quasi totalità degli attacchi contro l’Arabia Saudita mentre il presidente Hassan Rohani e il ministro degli esteri Mohammad Zarif fanno finta di essere impegnati sul fronte diplomatico”.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Abbas Mousavi, ha commentato: “Per Teheran sono accuse insensate e incomprensibili”.
Il ministro degli Esteri dell’Iran, Mohammad Javad Zarif, ha aggiunto: “Gli Stati Uniti e i loro clienti sono intrappolati nello Yemen a causa dell’illusione che la superiorità delle armi porterà alla vittoria militare. Incolpare l’Iran non finirà il disastro. Potrebbe farlo invece accettando la nostra proposta del 15 aprile per porre fine alla guerra e iniziare i colloqui”.
L’Ue ha sottolineato: “Gli attacchi a Riad rappresentano una minaccia per la regione e minano i passi per la de-escalation”.
Il presidente degli Usa, Donald Trump, usa il pugno duro e fa sapere: “Gli Stati Uniti sono pronti e carichi per reagire agli attacchi contro Riad”. Poi ha precisato di attendere la conferma sulle responsabilità e le valutazioni dell’Arabia Saudita.
Trump ha smentito di essere pronto a incontrare il presidente iraniano Hassan Rohani ‘senza condizioni’ comunicando: “Le Fake News stanno dicendo che desidero incontrare l’Iran ‘senza alcuna condizione’. Questa e’ una dichiarazione non corretta (come sempre!)”. Però, l’ha dichiarato pochi giorni fa il suo segretario di Stato, Mike Pompeo.
In seguito agli attacchi agli impianti sauditi, Donald Trump ha autorizzato l’uso delle risorse petrolifere strategiche, indicando: “Se necessario, in una quantità da determinare, sufficiente a mantenere forniti i mercati”.

A Washington, intanto, il senatore repubblicano Lindsay Graham ha sollecitato Donald Trump ad attaccare le raffinerie iraniane dicendo: “E’ arrivato il momento che gli Stati Uniti considerino un attacco alle raffinerie iraniane, se continuano le loro provocazioni o aumentano l’arricchimento dell’uranio. L’Iran non smetterà di comportarsi in questo modo fino a che le conseguenze non saranno più reali. L’Iran sostiene i ribelli Houti che hanno attaccato le raffinerie saudite e questo è solo un altro esempio di come l’Iran stia creando scompiglio in Medio Oriente. Il regime iraniano non è interessato alla pace, vogliono acquisire armi nucleare e dominio regionale”. Dunque nel Senato degli Stati Uniti non mancano i falchi e questo non aiuterebbe il pacifismo.
La produzione petrolifera dell’Arabia Saudita è stata colpita per oltre la metà della produzione totale. Il presidente di Aramco, Amin Nasser, ha dichiarato che sono in corso lavori per ripristinare la produzione e un aggiornamento verrà fornito entro circa 48 ore.
Ma, subito dopo l’attacco con i droni agli impianti petroliferi gestiti dalla compagna pubblica Aramco che ha dimezzato la produzione del primo esportatore mondiale, c’è stata un’impennata del prezzo del greggio sui mercati asiatici come atteso dagli analisti. Il prezzo del petrolio è salito di oltre l’11%: i future sul Light crude Wti si sono portati a quota 60,84 dollari, quelli sul Brent sono balzati a 67,77 dollari, dopo aver sfondato la soglia dei 70 dollari.
Dopo aver silurato il consigliere anziano John Bolton e alzato il livello dello scontro con l’Iran, Donald Trump si trova sul tavolo quest’altro dossier sull’Arabia Saudita da gestire oltre ai sei già aperti che vanno dall’Afghanistan alla Russia, dal Medio Oriente alla Cina, dall’Iran alla Corea del Nord.
Vediamo qual è la situazione di ogni dossier già aperto e quali sono gli obiettivi da raggiungere per gli Stati Uniti.

Per l’Iran l’obiettivo principale sarebbe quello di fermare Teheran nella corsa al nucleare. Secondo Trump è la maggiore minaccia per gli Stati Uniti. Il segretario di Stato, Mike Pompeo, considera l’Iran un fattore di destabilizzazione in Medio Oriente. Il primo atto della Casa Bianca è stato disconoscere l’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015 con Obama, alzando così il livello dello scontro. La linea di Bolton, quella di fare pressioni per favorire un cambio di atteggiamento da parte di Teheran, sembrava destinata ad avere successo dopo il crollo della produzione petrolifera e la posizione di una parte dei vertici iraniani favorevoli a trattare con il nemico. In vista dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, con il primo grande appuntamento previsto per il 24 settembre, Trump ha detto di essere pronto a incontrare il presidente iraniano Hassan Rohani per rinegoziare tutto. Trump ha detto chiaramente: “Se accetteranno, sarà grandioso, se non lo faranno, sarà grande lo stesso. Teheran non avrà mai un’arma nucleare”.
Nel Medio Oriente, l’obiettivo principale sarebbe quello di far accettare il piano di pace Kushner. Trump lo definì il ‘piano del secolo’. Si riferiva al lavoro portato avanti per due anni dal genero, Jared Kushner, convinto che il passo chiave fosse convincere i Paesi più ricchi dell’area a investire miliardi di dollari nei Territori palestinesi, ma queste intenzioni si sono scontrate con lo scetticismo di alcuni alleati e la ferma opposizione del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu che vuole annettere quasi un terzo dei territori occupati, riducendo in pratica la Palestina a un’enclave circondata da Israele.
In Afghanistan, l’obiettivo principale sarebbe quello di avviare un piano di pace e ritirare il contingente americano. Le possibilità che un accordo venga raggiunto sono alte, perché sia Trump sia i talebani vogliono vedere l’area libera dalla presenza Usa. Contro questa soluzione si sono schierati i vertici militari americani, convinti che l’Afghanistan non sia ancora in grado di gestire da sola la transizione. Anche Bolton era contrario. La sua uscita potrebbe accelerare l’accordo, ma resta il problema del controllo strategico sul territorio.

Per la Corea del Nord, l’obiettivo principale sarebbe la denuclearizzazione del Paese e mettere fine al programma di missili a gittata intercontinentale. Trump ha definito ‘vincente’ il suo rapporto con il leader Kim Jong-un, e ogni volta ricorda di essere stato il primo presidente americano della storia ad aver incontrato il suo omologo e messo piede nel suo territorio. Dopo tre incontri, Trump sostiene di aver messo uno stop al programma missilistico, al punto da aver affermato: “La Corea del Nord non è più una minaccia”. Secondo alcuni consiglieri della Casa Bianca, in realtà, la capacità nucleare di Kim sarebbe aumentata. L’intelligence Usa ritiene che i missili a corto raggio siano migliorati, così come quelli in grado di colpire le basi americane in Giappone e Corea del Sud grazie a una nuova generazione di missili. Trump ritiene di poter controllare il leader coreano, prospettandogli un piano miliardario di investimenti, che prevede hotel e nuove strutture in una zona considerata strategica. La Corea garantisce un facile accesso a Cina, Russia, Corea del Sud e Giappone. Ma allo stesso tempo Trump porta avanti una politica fatta di bastone e carota: nei giorni scorsi ha invitato a cena alla Casa Bianca i genitori di Otto Warmbier, lo studente di 22 anni morto dopo essere finito in prigione in Corea del Nord, accusato di aver rubato un poster da un hotel di Pyongyang. I genitori hanno chiesto a Trump di reinserire la Corea nell’elenco degli ‘stati canaglia’. Non lo farà, ma la cena è sembrato un avvertimento nei confronti di Kim.
Per la Cina, l’obiettivo principale sarebbe la riduzione dell’impatto economico sull’economia Usa. La guerra dei dazi doveva essere l’asso nella manica di Trump per indurre Pechino a miti consigli, ma non è stato così. I cinesi non hanno cambiato strategia. Così l’imposizione di nuovi dazi ha finito per gravare sui clienti americani, tanto da spingere il presidente a considerare una tregua. Rispetto ad altre aree del mondo, qui la Casa Bianca non sembra avere una strategia precisa. Gli Usa sperano che il presidente Xi Jinping alla fine ceda, ma intanto la Cina sta allargando la sua influenza in Africa, America Latina e Europa. Il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, è convinto che Xi alla fine sarà in grado di strappare il miglior accordo possibile per Pechino. Il leader cinese ha un vantaggio su Trump: può portare avanti questa partita a scacchi a lungo, mentre il presidente americano deve arrivare a un risultato presto, in vista delle presidenziali del 2020.

Per la Russia, l’obiettivo principale sarebbe il ritorno di Mosca nel G7. Trump è convinto che sia l’unico modo per tenere Putin sotto controllo, ignorando la questione ucraina e le ombre legate al Russiagate. L’appuntamento elettorale tra un anno ha un suo peso. In tal senso, l’Fbi e il Dipartimento per la Sicurezza interna stanno cercando di contrastare l’opera di hackeraggio russo in vista delle presidenziali. Ma Trump non vedrebbe i rischi, anzi sarebbe convinto che reintegrare Putin favorirebbe anche un accordo sul controllo bilaterale degli armamenti.
Tutte queste situazioni producono grandi incertezze ed influiscono negativamente sulle prospettive di sviluppo economico.

Salvatore Rondello

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