giovedì, 2 Luglio, 2020

Archeologia. Alla ricerca di Velzna. Parla Salvatore De Vincenzo

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blankNell’area archeologica di Poggio Moscini (Bolsena/Vt) dal 22 giugno 2020 riparte la nuova campagna di scavo nell’ambito del “Progetto di Ricerca Bolsena” affidato a Salvatore De Vincenzo, professore associato in archeologia classica presso l’Università della Tuscia, dalle Domus romane ora si indagherà in zona Basilica. Grandi speranze sono riposte su De Vincenzo, anche per la sua pregressa esperienza di ricerca presso le Università di Tubingen e Berlino, l’attenzione di archeologi, linguisti e semplici appassionati, a causa delle diatribe ancora in corso in merito alla collocazione precisa di Velzna, è davvero grande. Un compito non facile e di grande responsabilità.

Professore per quale ragione gli scavi sono ripartiti con lei, nel 2018, proprio da Poggio Moscini e quali sono le finalità?
“Mi piace questo concetto di finalità perché in genere, quando realizzo un progetto di ricerca, analogamente ad altri scavi di cui mi sto occupando, c’è un obiettivo ben preciso, quello di indagare un determinato evento, io sto approfondendo un aspetto molto trascurato della società degli etruschi e cioè la fase romana, ovvero come cambia quella società, intendendo tutta la cultura religiosa, architettonica, urbanistica, artistica; in genere si parla sempre di una sorta di nostalgico ripiegamento sul passato ma in realtà non è così, perché l’Etruria diventerà parte dell’Italia romana e le strutture si organizzeranno in modo analogo a quanto avviene nel resto della nazione”.

Dunque gli etruschi vengono assorbiti dal mondo romano e insieme danno una loro impronta?

“Il problema è capire cosa rimane della cultura etrusca, come si integra e che apporti dà a quella romana e Bolsena questo aspetto lo può rappresentare in pieno, io me ne sono già occupato sia per quanto riguarda la società punico- cartaginese, che per la Magna Grecia”.

Per quale ragione?
“Una città costruita dai romani, con apporto degli etruschi, dovrebbe essere una città anche etrusca, è questo aspetto che voglio indagare. Ricordiamo che lo storico e teorico Zonara, nel dodicesimo secolo ci dice che Velzna, probabilmente in Orvieto, viene distrutta e gli abitanti sono trasferiti per fondare la nuova città sul lago di Bolsena. L’area del foro è fondamentale perché rappresenta il settore pubblico del centro abitato”.

È per quello che si è scelto di ripartire con gli scavi da Poggio Moscini?
“Sì, poi indagheremo la cinta muraria. Partendo dalle mura vogliamo anche comprendere lo sviluppo urbano della città, se si è ampliata o rimpicciolita, attraverso la datazione esatta potremmo arrivare a capire quando realmente sia stata fondata e quindi se lo sia stata immediatamente dopo la distruzione di Velzna, nel 264 a.C., oppure probabilmente dopo. Anche questo aspetto è particolarmente rilevante”.

Cosa avete trovato di significativo rispetto a quanto già trovato in precedenza?
“E’ stato scavato un piccolo settore delle domus prossime al foro, lì abbiamo individuato la fase più antica della casa che si può far risalire intorno alla metà del terzo secolo a.C., siamo riusciti cioè a datare quella che è la prima fase costruttiva, quindi questo piccolo taglio dovrebbe confermare la cronologia della fondazione di Volsinii, prossima al 264 a.C. “.

Le fondazioni della domus sono etrusche o romane? O evidenzierebbero elementi di fusione?
“La tecnica rinvenuta è a scacchiera, è tardo etrusca, ellenistico-etrusca, originale perché limitata al solo territorio di Volsinii, è difficile però dire se sia etrusca e poi romanizzata”.

Gli scavi quanto si protrarranno nel tempo?
“In questi giorni sono in corso le pulizie, lunedì prossimo ricominceremo la nuova campagna nella zona della Basilica, riapriremo gli scavi dei francesi, porteremo in luce i livelli raggiunti da loro e cercheremo di verificarli, di farne saggi stratigrafici dalle fondazioni. L’obiettivo è di rimanere aperti per tutta l’estate, il cantiere dovrebbe restare operativo il più a lungo possibile in quanto è già diventato un importante laboratorio per gli studenti di archeologia dell’Università della Tuscia”.

Il progetto prevede la realizzazione di tesi ed una valorizzazione del sito attraverso tecnologie digitali?
“Attualmente una tesi si è conclusa, un laureando ne sta preparando una seconda sui materiali provenienti dalla cinta muraria, in zona Porta Capite, altre ne seguiranno. Al termine di questi scavi l’obiettivo è di creare un progetto di valorizzazione digitale dell’area archeologica”.

Dunque immaginerete una sorta di realtà virtuale.
“Esatto. Dallo studio archeologico si passerà a qualcosa che ci permetta, a livello digitale, di mostrare queste ricostruzioni, in questo modo i turisti potranno non solo fare un esercizio di fantasia, ma vedere le immagini di quello che abbiamo studiato e che andiamo a mostrare perché oggi è impensabile fare ricerca per la ricerca, bisogna fare ricerca non solo per attivare i fondi ma per sensibilizzare l’opinione pubblica, è fondamentale riuscire ad interessare le persone anche perché gli studi archeologici sono strettamente collegati alla identità delle popolazioni, è importante studiare per poi restituirli sul posto”.

I sondaggi fatti finora sono sufficienti per verificare il permanere di caratteri etruschi dopo la conquista romana?
“In realtà noi scaviamo stratigraficamente, siamo però ai livelli più alti, quello che emerge è questa fase romana molto forte. I romani a livello archeologico/costruttivo danno una impronta forte ai popoli conquistati, quindi la città che vediamo a Poggio Moscini è totalmente romana e scaturisce da una costruzione probabilmente di inizio di primo secolo a. C., quando alla città di Volsinii viene accordata la cittadinanza. Dopo la Guerra Sociale a molte città italiane viene concesso lo statuto di municipium, è come se diventassero quartieri di Roma, a quel punto devono dotarsi di un arredo urbanistico e monumentale importante, con la costruzione degli edifici necessari alla vita politica, economica, commerciale. Questi aspetti sono stati un po’ trascurati su quest’area e vanno focalizzati meglio”.

Dunque lei mi conferma che Orvieto era Velzna, la città sacra sede del Fanum, e Volsinii era il luogo nel quale i romani hanno permesso di ricostruire la città, diventando la Volsinii romana?
“Esatto. Ecco, con la conquista romana avviene un cambiamento importante topografico, lì c’è Orvieto e qui siamo su un lago, per i romani l’economia lacustre è fondamentale quindi Roma decide di fondare una città qui, permettendo anche agli abitanti di Velzna (Orvieto) di spostarsi”.

E Orvieto viene abbandonata …
“Pare venga abbandonata, nel senso che la fase romana di Orvieto non è nota, si ritiene che la città sia stata distrutta e ricostruita a Bolsena, anche lì è da capire perché questi aspetti della fase romana non sono mai stati sviluppati in modo approfondito. E’ anche difficile immaginare questi fantasmi di città, gli etruscologi hanno immaginato questo…”.

Non tutti, questa è l’idea che si è imposta a livello ufficiale, in realtà da parte degli stessi archeologi e linguisti, ugualmente riconosciuti, ci sono varie ipotesi/diatribe, accademici di rilievo sostengono che Orvieto fosse una città importante con ruolo di baluardo a difesa e che invece Velzna fosse Bolsena, rasa al suolo in quanto città sacra. Lei cosa pensa di questa ipotesi alternativa?
“Noi abbiamo due contesti, il primo è quello politico e sociale, abitativo, e cioè Velzna (poi divenuta Volsinii Veteres) localizzata ad Orvieto, il secondo spirituale, parliamo del santuario noto come il Fanum Voltumnae che si identifica con il Santuario Confederale della dodecapoli etrusca, anch’esso è stato individuato in prossimità di Orvieto, in un’area dove sorge una grande villa di età imperiale, appartenuta ad un magistrato della lega dei 15 popoli etruschi fu rinnovata in età romana. Dopodiché va detto che dal quel contesto nessuna iscrizione è stata mai rinvenuta riferita al Fanum”.

Dunque lei esclude che nella zona di Bolsena ci sia stata, antecedente ai romani, una grande città etrusca?
“A Bolsena dice, sul lago?”.

Sì.
“Io questo non lo escludo, ma lo dobbiamo verificare”.

Dunque non lo esclude a priori.
“No, prima di scavare non escludo niente, però lo ritengo improbabile. C’è sicuramente qualcosa di precedente perché intravedo grandi costruzioni che non riesco a datare, dunque è possibile che ci sia qualcosa di altro”.

Angelo Timperi, responsabile degli scavi per un ventennio, in una precedente intervista ha dichiarato che, all’inizio del suo mandato, lui stesso era convinto che la zona di Volsinii fosse interamente romana, perché erano quelle le indicazioni del mondo accademico, ma che poi grazie ad un lavoro di indagine, testimoniato con relazioni e foto nel libro dal titolo Il Fanum Voltumnae a Bolsena, si è reso conto che la fondazione di Volsinii era etrusca e non romana ed era datata al VII secolo a.C., così come le imponenti mura per l’archeologo ci restituiscono il volto di una città importantissima pre-romana.
“Sì, so che il mio predecessore ipotizza il Santuario federale a Bolsena e non a Orvieto”.

Esatto, ci dice anche che nella zona Poggio Moscini esistono tre edifici sacri, al di sotto delle domus romane un tempio dedicato a Fufluns, nell’area del Foro a Voltumna, qui trovarono anche un cippo dedicato al Dio e a Sud un terzo tempio dedicato a Tinia e Aplu. Tutto questo potrete approfondirlo?
“Vediamo cosa riusciremo a fare, verificheremo tutte le ipotesi, se c’è qualcosa di precedente va indagato, capito. La cosa importante è il dubbio, non ho mai iniziato uno scavo con una idea preconcetta”.

Dopo gli scavi presso la basilica si occuperà anche delle imponenti mura, non le appare un po’ strano che non ci sia stato nulla di importante sul lago di Bolsena?
“E’ chiaro che la presenza del lago può suggerire preesistenze, basta il confronto con il Trasimeno, lo stesso studioso Giovanni Colonna vi immagina la presenza di una serie di templi a riflettere in terra il Pantheon etrusco, il lago aveva in quanto tale una sua sacralità, è chiaro però che è sempre difficile ricostruire le precedenze, perché i romani distruggono, pensiamo a Cartagine!”.

 

Maria Grazia Di Mario

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