PSI Veneto
Una nuova Resistenza

Il PSI del Veneto è sceso in piazza con le sue bandiere, per celebrare il 25 Aprile, anniversario della Liberazione.
È sceso in piazza a Venezia, a Vicenza, a Treviso, a Belluno. A San Martino Buonalbergo col suo candidato Sindaco Toffalini, a Montegrotto Terme con il Sindaco del PSI, Mortandello, che ha riportato in piazza la celebrazione della Liberazione dell’Italia dai nazisti e dai fascisti.
A 72 anni dalla fine della guerra, questa celebrazione potrebbe ad occhi miopi sembrare anacronistica, ma noi socialisti siamo convinti non sia così. Il fascismo in Italia si trasforma, assume forme diverse, alimentato dall’astio e dalla paura instillata artificiosamente nella società, agisce, con strumenti diversi nella forma ma non nei contenuti. È una nuova resistenza quella in atto.
Pertini diceva: “Oggi la nuova resistenza consiste nel difendere le posizioni che abbiamo conquistato. Difendere la Repubblica e la democrazia”.

Psi Polesano
Andare Oltre!

Negli anni delle grandi conquiste sociali, delle grandi battaglie per i diritti e le libertà e nella scoperta della coscienza ambientalista, insieme a quello socialista sono stati fondamentali partiti e movimenti come i radicali ed i verdi, grandi culture e tradizioni laiche come quella liberale. Oggi stiamo vivendo in una realtà nella quale prevalgono il populismo e l’opportunismo e nella quale sembrano prevalere partiti e movimenti che crescono sulla riproposizione di una cultura autarchica e sulla riscoperta dei nazionalismi. Questi creano anche falsi problemi sui quali costruire i loro effimeri successi. Il patrimonio culturale e politico del Socialismo Riformista ha difficoltà a trovare adeguata rappresentanza istituzionale, e con esso trovano difficoltà a trovare risposta i nuovi diritti. Vengono addirittura messe in discussione le stesse conquiste faticosamente ottenute. È necessario non fermarsi, ma andare oltre! Lo stesso Partito Democratico, per come è nato e per come si è sviluppato, con le proprie contraddizioni e con le lotte intestine che lo stanno dilaniando, non rappresenta risposta efficace. Rimane, tuttavia, fondamentale per qualsiasi strategia politica che miri ad una vittoria della sinistra riformista, ma non è comunque in grado di diventare contenitore di quel patrimonio che si ripropone con un’anima sociale e sostiene con forza l’art. 3 della nostra Costituzione (….E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…) lanciando il motto “prima chi ha bisogno”. Per questo, come socialisti, riteniamo fondamentale per la sinistra di Governo e per il Paese che quelle forze politiche e quelle organizzazioni che si battono per i diritti vecchi e nuovi, per uno sviluppo sostenibile, per la battaglia contro le vecchie e nuove povertà, per rilanciare la proposta dei “meriti e dei bisogni”, si ritrovino per sviluppare una nuova ed autonoma rappresentanza quanto mai indispensabile in un periodo difficile e complicato come l’attuale. E’ fondamentale evitare il pericolo delle “democrature” e riscoprire la Politica e la Partecipazione, magari forti di nuovi linguaggi che consentano di individuare una nuova aggregazione che, mettendo al bando i personalismi, operi con chiarezza nel solco di quella storia che non è morta con gli uomini. Matteotti resta sempre lì a ricordarcelo.

Partito Socialista Italiano
Segreteria della Federazione Polesana

Giorgio Del Ciondolo
L’apologia fascista di ‘Forza Nuova’ a Siena

La globalizzazione che ha generato un nuovo corso economico internazionale, con la crescita di alcune aree mondiali fin ora sottosviluppate e l’impoverimento delle classi medie nei paesi economicamente avanzati sta determinando fenomeni di estremizzazione e radicalizzazione della politica con la nascita di movimenti che si rifanno a visioni violente della lotta politica.
Nel mondo esplodono i radicalismi terroristici e si affermano movimenti politici settari ed anche violenti.
In molti paesi europei la crisi di questi ultimi dieci anni sta favorendo movimenti politici non liberali che professano odio razziale nei confronti dei diversi di ogni genere, e osteggiano aprioristicamente le politiche di integrazione.
In Italia è nata e si sta ramificando in tutto il Paese una forza politica estremista: Forza Nuova.
Questa formazione politica aprirà sabato prossimo, 22 aprile, una nuova sede provinciale a Siena intitolandola ad un noto fascista e squadrista degli anni trenta certo “Duas”, che i nostri vecchi compagni ricordano bene per le sue “gesta punitive” ripetute verso gli oppositori del regime fascista.
La nostra Costituzione Repubblicana VIETA la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista e organizzazioni che ne facciano l’apologia. Intitolare una sede ad un noto dirigente fascista senese è sicuramente un gesto che identifica questa organizzazione quale quello che è: fascista.
Il Partito Socialista Italiano RIVOLGE UN APPELLO a tutti i Partiti Politici Costituzionali e le organizzazioni ed associazioni democratiche, affinchè chiedano alla Corte Costituzionale, al Presidente della Repubblica ed in caso di reato contro la Costituzione, alla Magistratura, di verificare se Forza Nuova è un organizzazione anticostituzionale o democratica.

Giorgio Del Ciondolo
Psi Siena

Nicola Olanda
Fermiamo la rapina del nostro Patrimonio nazionale

Carissimo Segretario del PSI,
Continua a non fermarsi la rapina del nostro Patrimonio nazionale, e gli ultimi annunci di privatizzazione provengono ancora da un Governo di centro sinistra, che in questa Legislatura ha offuscato pesantemente i connotati con cui si dovrebbe riconoscere ed esprimere una forza di Sinistra.

Sulla Privatizzazione degli ultimi Asset delle vecchie Partecipazioni Statali non bisogna mollare nemmeno di un millimetro. Con le Partecipazioni Statali, nella prima Repubblica abbiamo realizzato il Miracolo economico italiano. Sia in Italia che all’estero hanno utilizzato “Mani Pulite” per fare degli “Affari Sporchi” con le Partecipazioni Statali, depredando i nostri gioielli a prezzi irrisori e addirittura rilevandoli “a debito” come la Telecom (ex SIP).

Strutture strategiche come le Telecomunicazioni, le Autostrade, Settori dell’Agroalimentare, dell’Energia, del Made in Italy, delle Banche, del Settore Manifatturiero e Metalmeccanico sono finiti in mani straniere.

Nella Prima Repubblica, la Ricerca scientifica era affidata e resa possibile principalmente solo grazie agli investimenti che le venivano assegnati dalle Partecipazioni Statali, ed ora conseguentemente l’Italia, oltre ad essere stata colonizzata nei settori nevralgici dell’economia, è stata relegata al ruolo di cenerentola in campo scientifico.

Un Presidente dell’ENI, come Enrico Mattei è stato assassinato ed un altro Presidente dell’ENI, come Cagliari, è stato costretto al suicidio. Non faccio l’elenco dei tanti Managers, delle Maestranze e delle molteplici Esperienze di valore che abbiamo perso come conseguenza dello scempio operato sulle Partecipazioni Statali. Un Modello virtuoso che dall’estero ci è stato invidiato, dopo essere stato delapidato ora lo si vorrebbe condurre all’estinzione con la privatizzazione degli ultimi gioielli sopravissuti.

Carissimo Segretario del PSI

È ora che prendi una ferma posizione ufficiale in Parlamento e sui Media per la difesa di quanto ancora ci è rimasto delle Partecipazioni Statali della Prima Repubblica. Fai un appello e un invito a tutte le Forze politiche che desiderano unirsi al PSI in questa difesa del nostro Patrimonio nazionale.

Desidero sottolineare ancora, che con quelle Partecipazioni Statali l’Italia è risorta dalla Seconda Guerra Mondiale arrivando a conquistare col Governo Craxi il quinto posto a livello mondiale per valore del PIL.

Nella Seconda Repubblica, invece, oltre a più che raddoppiare il Debito pubblico sono state create 7000 “Partecipate pubbliche” che oltre ad essere fonte di spreco delle Risorse Pubbliche sono anche un coacervo di intrighi di bassa politica, di clientelismo e di scandalose inefficienze.

Avrei piacere che tu ricordassi al PD e all’ex Presidente del Consiglio, che, dopo la solita propaganda degli annunci, hanno evaso l’impegno che si erano presi di ridurre le Partecipate da 7000 a 1000 e che devono ancora spiegare agli italiani per quale motivo hanno licenziato i due Responsabili della Spending Review il cui compito era quello di avviare la lotta agli “Sprechi” compresi quelli prodotti da queste 7000 Partecipate Pubbliche, che sono Partecipazioni completamente differenti dalle strategiche Partecipazioni Statali della Prima Repubblica.

Il Debito Pubblico occorre ridurlo non svendendo quello che ci è rimasto delle vecchie Partecipazioni Statali, bensì mettendo le mani ad una seria lotta all’evasione fiscale, all’economia sommersa della malavita organizzata, alla corruzione e a tutte le fonti di spreco che si annidano nell’Amministrazione Pubblica.

Questo dovrebbe essere oggi il compito primario del PSI e della Sinistra di Governo per recuperare Risorse economiche in quei Settori citati per utilizzarli in investimenti pubblici produttivi e di sostegno alle imprese italiane e negli interventi a sostegno delle grandi Aree delle Diseguaglianze e del Disagio sociale.

Quest’azione convinta e senza alcuna titubanza del PSI verso chi l’avversa, sarebbe anche la risposta migliore a chi continua ad associare la parola “socialista” a “ladro” e contribuirebbe con questa nostra forte iniziativa pubblica ad avviare il riscatto del PSI.

Vogliamo lasciare solo al Movimento 5 Stelle l’impegno del Risanamento economico e morale della nostra amata Italia.?? Non lamentiamoci poi a posteriori per avere rinunciato ai nostri doveri affidando di fatto solo a Loro la difesa del nostro Patrimonio nazionale. Il largo consenso ottenuto dai 5 Stelle è principalmente dovuto alle responsabilità delle Forze politiche tradizionali che hanno consentito che tutte le negatività della seconda Repubblica si verificassero.

Carissimo Segretario del PSI. Abbiamo il coraggio per affrontare questa battaglia, o continua a pesare su di Noi il condizionamento e il timore che disturbare il manovratore possa costarci la perdita di cinque seggi in Parlamento e una poltrona di Vice Ministro??

Gradirei una tua risposta e una promessa d’impegno in prima persona a questa mia sollecitazione per la difesa del nostro Patrimonio nazionale, che non è solo industriale.

Nell’attesa, gradisci l’espressione del mio sentimento fraterno e di italiano europeo.

Nicola Olanda

Remigio Morelli
Non TAPpiamoci la bocca

Non ero al Consiglio Nazionale e non conosco i termini nei quali l’ordine del giorno sulla TAP sia stato presentato dai compagni pugliesi e approvato dall’assemblea con un solo voto contrario. Ma conosco il merito di quel documento e ne condivido appieno, da pugliese e da salentino, i contenuti e le ragioni che lo hanno ispirato, che non possono essere liquidate, come fa il compagno Tantone, per “affermazioni di principio buttate qua e là”.

Chi vive nel Salento sperimenta tutti i giorni sulla propria pelle gli effetti perversi del cosiddetto “paradosso di Lecce” per il quale il territorio della provincia subisce più di Brindisi e Taranto il pesante inquinamento dell’ILVA e della centrale a carbone di Cerano, assai più inquinante della stessa ILVA, la cui somma di inquinanti, secondo Greenpeace è pari all’8% dell’interro inquinamento industriale d’Italia: ne fanno testo i dati degli ultimi 10 anni consolidati dagli istituti di ricerca ufficiali, dai rilevamenti delle ARPA e dai registri tumori delle ASL salentine. Sarebbe sufficiente la sola prospettiva della decarbonizzazione globale e degli impianti pugliesi, promossa e sostenuta dalla commissione UE, per convincere i salentini delle opportunità offerte dal gas naturale in termini di efficienza e di risparmio energetico e dei suoi molteplici usi civili e produttivi.

Certo, Tantone ha ragione a lamentare la concentrazione di impianti inquinanti nel ‘quadrilatero’ appulo-lucano e “la mancanza di una politica economica nazionale che contemperi gli interessi in campo in una prospettiva sociale, ambientale ed economica di medio e lungo periodo”. Ma questa è, purtroppo, questione antica che investe il complesso delle politiche di sviluppo dei governi e, più in particolare, le politiche per il Mezzogiorno. Attenzione, però, a non cadere nel solito “benaltrismo” che spesso ha bloccato, soprattutto nel Mezzogiorno, ogni tentativo di sviluppo e di innovazione sostenibile.

I comitati e le piazze che qui si agitano contro la TAP, in nome di una mai verificata volontà delle popolazioni salentine, rappresentano la classica e ricorrente reazione “not in my back yard”, una reazione “ottusa” in chi la pratica e “miserabile” in chi la ispira per mere ragioni di consenso; simile, per molti versi, alla isterica opposizione contro le misure di contenimento della Xylella, a causa della quale la calamità epidemia, non circoscritta in tempo, dilaga ormai nel tarantino e nel brindisino e rischia seriamente di distruggere l’intero patrimonio olivicolo della regione. Una irrazionale espressione di infantilismo civile che, come si afferma nel documento del PSI pugliese, nulla ha a che vedere con il libero confronto democratico e, meno che mai, con la cultura del riformismo socialista.

Dire queste cose, me ne rendo conto, non rende certo popolari in un’epoca di smarrimento della politica e di resa incondizionata ai populismi di ogni specie. Ma noi siamo socialisti e non abbiamo alternative all’obbligo morale dell’esercizio critico. E, se mi consente il compagno Tantone, all’espressione libera e democratica del nostro pensiero, senza timori reverenziali e senza subalternità ai luoghi comuni dominanti.

Remigio Morelli
Federazione PSI di Lecce

Raffaele Tantone
Non TAPpiamoci gli occhi

Nello scorso consiglio nazionale sono stato l’unico a votare contro un ordine del giorno presentato dai compagni pugliesi, riguardante la Trans adriatic pipeline a tutti nota come Tap.
Ho votato contro intanto perché come la maggior parte dei membri del consiglio, ho appreso dell’esistenza di tale ordine del giorno solo nell’ultimo intervento della mattinata ed immediatamente prima di votazione.
In seguito ho riascoltato i lavori del consiglio su radio radicale (sempre preziosa), cosicché le mie sensazioni iniziali sono state confermate, si tratta di un documento che sostanzialmente contiene qualche affermazione di principio buttata qua e là, sull’importanza del gas e della sicurezza energetica, inframezzata dall’utilizzo di parole come “ottuso o miserabile” per qualificare gli avversari.
Obiettivamente utilizzare tale linguaggio non contribuirà a rasserenare il clima, ma soprattutto costituisce un errore strategico per il partito, perché a prescindere da quanto abbiano torto i manifestanti, come socialisti non possiamo limitarci ad approvare incondizionatamente la Tap, “auspicando la creazione della più alta sede istituzionale possibile di confronto e verifica dei reali interessi della popolazione interessata(?)” come scritto dai redattori del testo.
Semmai da riformisti dovremmo considerare che nello stesso periodo in cui la Tap è stata pensata e costruita, cioè dal 2003 al 2016, il consumo di gas è diminuito di quasi il 20% e cioè di 14 miliardi di mc.
In secondo luogo dovremmo sforzarci di elaborare una strategia energetica che incroci le direttrici della sostenibilità territoriale e sociale, prendendo atto che la porzione di territorio che va da Melendugno (Le) a Viggiano (Pz) è larga circa 250 km,ma ospita alcuni degli impianti industriali più inquinanti d’Europa come la centrale Termoelettrica Enel di Brindisi o l’Ilva e la raffineria Eni di Taranto.
Inoltre non possiamo ignorare che nello stesso fazzoletto di terra, vi è il giacimento di idrocarburi in terraferma più grande d’Europa , posizionato al di sotto del bacino idrico che serve l’acquedotto più grande d’Europa, precisamente a Viggiano (Pz) l’Eni produce quasi 90mila barili al giorno di petrolio, mentre la francese Total sul monte a fianco a Tempa Rossa si accinge ad estrarne altri 50mila barili, ebbene nel medesimo territorio ci sono 3 delle principali dighe che forniscono acqua agli acquedotti lucano e pugliese.
Da ultimo come socialisti dovremmo chiederci, s’è razionale costruire la Tap per importare 10 miliardi di mc di gas annui dal mar Caspio, ed allo stesso tempo costruire un oleodotto ed allungare per decreto la banchina del porto di Taranto , per permettere di esportare all’estero tramite mega petroliere quasi 30 milioni di barili del petrolio prodotto in Italia.
Orbene le contraddizioni citate, sembrano corrispondere solo a logiche improntate alla subordinazione delle risorse naturali al profitto economico di breve periodo di alcuni grandi gruppi industriali, evidenziando la mancanza di una politica economica nazionale, che contemperi gli interessi in campo in una prospettiva sociale, ambientale ed economica di medio lungo periodo.

Perché nello scontro fisiologico tra i legittimi interessi dei grandi gruppi industriali e gli interessi deboli non organizzati dei singoli cittadini, politica e istituzioni devono essere capaci di creare le condizioni per realizzare il giusto equilibrio per tutelare l’ambiente che, in estrema sintesi, è la precondizione di qualunque politica di sviluppo.
Inoltre è opportuno ricordare, come sui temi ambientali si avverte con maggiore forza la mancanza di un dibattito politico, sui limiti ed i conflitti d’interesse fra lo stato inteso come regolatore e tutore della salute dei cittadini, rispetto allo stato azionista di aziende come Eni ed Enel o di altre Spa che erogano servizi pubblici.
Da ultimo, come riformisti non possiamo non confrontarci sulla necessita di modifica delle procedure normative che riguardano l’autorizzazione alla realizzazione degli impianti e delle opere impattanti, poiché quelle attuali nella sostanza non garantiscono il coinvolgimento delle popolazioni, ed inoltre gli uffici pubblici che dovrebbero controllare spesso non hanno personale adeguato ad analizzare progetti di tale complessità.
Concludo dicendo che proprio sulle procedure di Valutazione d’impatto ambientale si è provato ad intervenire con le norme approvate nel decreto Sblocca Italia, ebbene tale impostazione ha dimostrato di aver fallito, anzi ha contribuito ad aprire una falla politica per lo scorso governo, di fatti tale flusso d’opinione, da piccolo torrente qual’era prima del referendum contro le trivelle del 17 aprile 2016, è divenuto un’onda impetuosa nel referendum del 4 dicembre.
Infine mi auguro che questo breve contributo possa contribuire ad aprire un dibattito su questi temi all’interno del partito, poiché i socialisti avrebbero gli strumenti culturali e politici per elaborare soluzioni e strategie di cui l’Italia ha tremendamente bisogno.

Raffaele Tantone
Consiglio Nazionale Psi e Segreteria del Psi Basilicata

Manfredi Villani
La retorica del Socialismo in movimento

A Roma il 12 marzo si è svolta l’Assemblea dei Socialisti in Movimento.Dalla cronaca,diffusa tramite Internet, ho appreso della presenza in assemblea di: Roberto Biscardini, Angelo Sollazzo, Alberto Benzoni, Maurizio Ballistreri, Bobo Craxi, Giovanni Votta, Anna Falcone e vari componenti dei comitati di Milano e Bologna. Sono stato stimolato ad approfondire l’appartenenza politica degli organizzatori dell’assemblea. Consultando in Web “Il Socialista/Associazione culturale” ho dedicato particolare attenzione all’articolo di Roberto Biscardini del 28 marzo con titolo: Dalla Costituzione ai Comitati dei Socialisti in Movimento.L’incipit annuncia una frase di Rino Formica espressa in un’intervista del 26 marzo del QN.
La frase riprendeva una proposta che come comitati socialisti del NO avevano indicato nei loro documenti e ribadito con assoluta chiarezza nella lettera-appello rivolta agli elettori della sinistra in procinto di sbagliare,qualche giorno prima del 4 dicembre 2016.La frase di Formica viene così riportata: Qualsiasi decisione che incide sulla prima parte della Costituzione va sottoposta a referendum. Ma ci vorrebbero partiti di sinistra vera,in grado di prendere iniziativa affinché le regole europee non impongano scelte in contrasto con i principi costituzionali italiani.Con tutto il rispetto per compagno”leone socialista barese”Rino Formica,ritengo che la citazione di quella frase sia la dimostrazione della retorica dei socialisti in movimento.Il Psi,prima del referendum disastroso del 4 dicembre,aveva organizzato i comitati del SI per evitare il collassamento politico dell’alleanza di governo di Matteo Renzi.
I socialisti delle mozioni minoritarie del Congresso del Psi del 2013 avrebbero dovuto rispettare l’esito della votazione congressuale e la conferma di Riccardo Nencini alla Segreteria del partito.
Purtroppo scelsero la via dei tribunali,proprio quella che per necessità statutaria costrinse il Psi a ricorrere al Congresso straordinario di Salerno ed ultimo di Roma.
Ai socialisti in movimento rammento che “Un programma politico non si inventa, si vive”.

Manfredi Villani

Corrado Oppedisano
Politica, resposnabilità
e il coraggio che non c’è

Mi rivolgo a chi pensa di fare politica, in un contesto globale devastato da guerre fame e indifferenza, senza soluzioni di governo, e per esprimere il dissenso verso l’immoralità politica di chi non si assume responsabilità, sta fermo e guarda. Dico questo perché ho incontrato una donna – Emma Bonino che, in mezzo a tanti partiti e movimenti o pseudo tali, da sola ha più coraggio e capacità delle Camere riunite in seduta comune.

Incontriamo Emma con i colleghi della Cooperazione allo sviluppo. Conosciamo bene e condividiamo il disegno riformista DÌ Bonino nei confronti della fallita Legge 30 luglio 2002, n.189 detta “la Bossi Fini”.

Con la rete nazionale di ONG e altre OSC (Forumsad conta oltre 120 organizzazioni internazionali) abbiamo aderito alla campagna di iniziativa popolare analizzata e lanciata da Emma Bonino. Con il cuore e le braccia. L’esigenza di una nuova normativa – non solo necessaria dal un punto di vista socio economico ma per l’alto valore culturale e per una nuova correttezza nell’agire nei diversi ambiti internazionali sulla mobilità di milioni di persone, è indefettibile. Raccontare la verità politica sul fenomeno globale dell’immigrazione è un dovere, disatteso dal sistema politico corrente, che di fatto non risponde alle esigenze globali di pace e coesione sociale. Per contro in assenza di autorevolezza e soluzioni lungimiranti il rischio di disgregazione e intolleranza aumenteranno pericolosamente. E ritorno al coraggio perché mentre ascolto Emma vedo “un buco nero” sempre più grande sui diritti civili, diritti umani, su una riforma democratica del sistema politico. Un buco nero che poggia il suo fallimento guardando alla sinistra, alla socialdemocrazia o come volete chiamarla. Ancor più grande rispetto le difficoltà/temporali del partito democratico in Italia, nel contesto Europeo, erede del PCI e poi dell’Ulivo. Oggi il PD è partito più consistente nella famiglia Socialista laburista Europea. Famiglia apparentemente in scacco, dall’arrivo di politiche propagandistiche e oltranziste in Italia e nell’Unione.

Assenze, vuoti, buchi neri che pesano il triplo quando si attraversano snodi epocali, momenti delicati nella vita sociale e politica dei paesi. Al crocevia Europa, dopo l’austerity e l’abbandono dello stato sociale e la Germanizzazione dei conti Europei, un mare di esseri umani fugge da guerre, carestie, povertà e clima avverso. Ciò che va prevenuto, prima di affrontare il corpo centrale della questione, sono le cause che ci portano “al crocevia dei disagi”. Una collisione annunciata tra generazioni, tra popoli appare imminente. Genitori che non riescono ad uscire dal mondo del lavoro verso una meritata pensione. Figli che non riescono ad eccedervi, si incontrano con i poveracci che sbarcano a tamburo battente da un mondo di inciviltà, di ogni genere. Sono diversi step di una questione complessa, mentre l’arretratezza di un paese inverosimilmente supera il progresso in un contesto globale dove nessuna politica intercede in modo diretto e coraggioso. Le avvisaglie si insinuano in una avvilente delega in bianco consegnata ai vari politici di turno che non risolvono, evitano deviano le questioni globali. Leadership forti solo nel nome, personalismi e governance che non rappresentano un pensiero sociale, una politica per la società, ma solo loro stessi. Racchiusi nelle mura del proprio paese. Altro segnale lo si percepisce quando si rende “normo-fisiologico” una tremenda riduzione dell’affluenza al voto. Persone, giovani che non escono più di casa per andare ad esprimere il proprio voto. Preferiscono affidarsi al social di turno o a qualche commento estroverso/virtuale con chissà chi? Poco importa chi ci sia dall’altro capo del social. Altro test lo verifichiamo sui temi sensibili dove i modelli politici transnazionali interlocutori certi ed affidabili, oggi in Italia sono a “rappresentanza zero”. Guardo ai socialisti, ai radicali ai liberali. Se pensate di lottare per legalizzare le droghe leggere, i matrimoni gay, le adozioni, il fine vita, l’immigrazione, integrazione, il dialogo interculturale, multiculturale, religioso i diritti collettivi e diritti umani, contrasto alla povertà, troverete solo loro ad ascoltarvi: una pattuglia di liberali indefessi che non mollano mai come i Radicali Italiani e un vecchio partito socialista con poca benzina nel serbatoio. Dall’altra parte muri alti, quanti ne volete, anche in qualche nicchia, nascosta delle nostre vecchie città, dove interi reparti ospedalieri in barba alla legge 194 vi faranno trovare solo “obiettori”, in ossequio ai diritti di tutti. Se Pietro Nenni ci ricordava “meglio sbagliare stando dalla parte dei lavoratori che aver ragione contro di essi” aggiungo che, mai come oggi il bisogno di guardare “verso i più deboli” stando al loro fianco con coraggio e sistema sia diventata questione di umanità globale. Il coraggio ci vuole perché trattasi di materie impopolari per lo standar della politica attuale. Sistema politico per l’assenza di norme progredite rispetto esigenza globali. L’urgenza sta nel dover conciliare questioni internazionali, con quelle regionali, evitando contrapposizioni tra diversi fenomeni contro, proteggendo la società umana da un imbarbarimento pericoloso, che la politica non respinge da anni, in assenza totale di strategie di governo o in presenza di provvedimenti inadeguati rispetto una netta affermazione delle disuguaglianze globali. Tra questioni economiche, lavoro, stato sociale, mobilità internazionale, diritti individuali e collettivi, nel contesto europeo dove i temi in agenda si accatastano giorno per giorno e si sovrappongono senza soluzione politica, restano e si affermano le propagande e le intolleranze del giorno. L’urgenza richiede capacità istituzionale per intrecciare interessi e valori comuni, per uscire dalle secche e in tempi brevi. Da qualche parte bisogna pur iniziare per arginarne lo stallo, anche se ciò trascinerebbe la politica nell’impopolarità. Il coraggio politico,che ti rende impopolare è necessario per non diventare come dice Emma Bonino “antipopolari nella sostanza”. Del resto poco mi aspetto di questo diffuso disprezzo per la politica. Finita la conta delle colpe tra l’uno e gli altri, la trottola di un gioco perverso -che mette uomini contro-, si fermerà per una dura resa dei conti, difficile da affrontare con questioni aperte e cocenti, in un clima sfibrato, avvilito e intollerante. Non è un caso che pochissimi predicano sulla questione migranti, proprio quando per la prima volta si ha coscienza che gli interessi dell’Unione, verosimilmente, coincidono con i valori dell’Unione. Guarda caso proprio dove la politica e chiamata a ritrovarsi, tra le radici fondanti della distensione democratica e della pace. E qui sarebbe interessante rilanciare “un’utile alternativa”, che liberi l’Unione da populismi sterili, da xenofobie da spacciatori di razzismo travestiti da populisti. Questione troppo urgente nell’asse globale delle democrazie avanzate. In più per non cedere alla paura della contingenza, dell’emergenza, è bene costruire una politica inclusiva tra sicurezza/integrazione ed economie, che parta da una analisi precisa, di conoscenza del fenomeno, proiettato negli anni avvenire.

Si deve sapere che ad oggi gli immigrati regolari nel nostro paese producono l’8% del PIL essendo l’8% della popolazione. Contribuenti che nel 2014 hanno versato con le loro rimesse a frutto di 640.000 pensioni; che hanno attivato oltre 500.000 imprese, diffondendo occupazione e lavoro (anche per gli italiani), riscoprendo angoli prodottivi dimenticati. (R.it) Un gran numero di immigrati che versa tasse nel nostro paese composto da 2,3 milioni di persone, pari al 7,5% del totale. Essi versano 7,2 miliardi di euro di Irpef, con un aumento del 6,4% in un anno. Dal 2010 al 2016 l’Irpef degli stranieri è aumentato del 13,4%, mentre il gettito degli italiani è diminuito dell’1,6%. In testa restano romeni, albanesi e marocchini, che rappresentano le nazionalità più numerose, ma sono i contribuenti filippini, moldavi e indiani a segnare il record di crescita nell’ultimo anno. In Italia, nell’ultimo anno, i contribuenti nati all’estero che hanno versato l’imposta netta sono 2,3 milioni, pari al 7,5% del totale. L’Irpef complessivamente versata raggiunge i 7,2 miliardi di euro, pari al 4,6% del totale, con un aumento del 6,4% rispetto all’anno precedente. Nell’ultimo anno si comincerebbe dunque ad avvertire la ripresa economica, sia per gli italiani (+2,6% nel gettito Irpef) ma soprattutto per gli stranieri (+6,4%). Complessivamente, dal 2010 al 2016 l’Irpef dei migranti è aumentata del 13,4%, mentre il gettito degli italiani è diminuito (-1,6%).  A livello nazionale, la regione con il maggior numero di contribuenti nati all’estero è la Lombardia (503mila), seguita da Veneto (262mila) ed Emilia Romagna (259mila). Includendo anche il Lazio, nelle prime 4 regioni si concentra oltre la metà dei 2,3 milioni di contribuenti stranieri presenti in Italia. Altro capitolo sui figli degli immigrati – (visto il declino demografico europeo) – Essi superano gli 800.000 giovani studenti figli di stranieri che compongono 35.000 classi con 78.000 mila insegnanti in servizio. leggo poi, su una ricerca di Radicali Italiani e altre che, per riallineare un equilibrio economico sociale tra anziani e forza lavoro, il nostro paese necessiterebbe di 160.000 nuovi ingressi l’anno per i prossimi dieci anni. Oltre un milione e mezzo di giovani che oggi mancherebbero all’appello. Altra riflessione va fatta sui clandestini prodotti dalla legge n.189 “Bossi Fini”, che ha generato circa 500.000 irregolari. Persone che hanno perso il diritto di stare nel nostro paese ai sensi della legge 189. Non essendo prevista la possibilità di un accesso legale per cercare lavoro, i più tentano quella dell’Asilo. Nel frattempo oltre metà delle richieste d’asilo vengono respinte e gli sbarchi non si attenuano affatto. (Ansa Roma) – A marzo 2017 l’Italia registra 15.844 migranti sbarcati, il 74% in più rispetto allo stesso periodo del 2016. Arrivano dalla Guinea, Nigeria, Costa d’Avorio. Numerosi anche i minori non accompagnati: 1.670 nei primi due mesi dell’anno. Gli stranieri presenti nel sistema nazionale d’accoglienza sono 174.606. I richiedenti asilo ricollocati in altri Paesi UE “relocation” sono 3.703. L’Impennata delle richieste di asilo in Italia nel primo mese del 2017 è del 41% rispetto al gennaio 2016. Il prefetto Angelo Trovato parla di numeri di un sistema “in sofferenza”. La costante pressione migratoria è confermata anche dai dati sugli sbarchi. A gennaio sono arrivate 4.504 persone via mare, di cui 395 minori non accompagnati. Ed in tanti fanno domanda di protezione in Italia. Numeri in crescita quindi. Dalle 26mila richieste del 2013 si è infatti passati alle 64mila del 2014, alle 83mila del 2015 fino alle 123mila del 2016. Ed il dato di gennaio 2017 indica un ulteriore aumento del 41%. Delle 123.600 domande di asilo del 2016 (+47% rispetto al 2015), 11.656 sono state presentate da minori. A maggioranza (105mila) sono uomini. La Nigeria è la nazione più rappresentata, con 27mila richieste. A gestire questo meccanismo sono 20 le commissioni territoriali per l’asilo, cui si aggiungono 28 sezioni, sei delle quali con presidente a tempo pieno che hanno concesso lo status di rifugiato il 5% delle domande esaminate; al 14% la protezione sussidiaria, al 21% quella umanitaria e nel 56% dei casi il diniego. I tempi medi di esame delle richieste nel periodo 2014-2016 sono stati di 257 giorni, con una tendenza all’accelerazione. Si è infatti passati dai 347 giorni del 2014 ai 261 del 2015 ai 163 del 2016. Le richieste ancora pendenti ammontano a 110mila. Sempre secondo il Prefetto l’Italia si attesta dopo la Germania quale secondo paese Europeo per numero di domande esaminate. Quanto ai ricorsi contro il diniego dello status, dal 2014 al 2016 ne sono stati sottoscritti 53mila, il 18% definiti (di cui 70% accolti) e l’82% pendenti.

I dati espressi, sommati agli effetti negativi della legge 189 (Bossi Fini) si sovrappongono alla paura di chi perde il lavoro e chi deve essere rimpatriato o per chi diventa vittima del lavora in nero. Ricordiamoci di chi stiamo parlando, visto che con un occhio guardiamo persone già transitate per la fiducia delle nostre case, mescolatisi tra gli affetti più cari dei nostri vecchi e dei bambini. Con l’altro, guardiamo fiduciosi un radioso destino per i nostri figli, un po’ incagliatosi tra recessione, crisi e riduzione del mercato del lavoro.

“Cogito ergo sum”, quel che vedo in crescita, sono giovani stranieri addetti alle diverse manovalanze, nelle cucine, nei laboratori artigianali, nelle serre, nei campi agricoli, nelle costruzioni. Non mi stupisce più una realtà come l’espansionismo commerciale e alimentare -di ceppo asiatico-, così evidente nelle nostre città. A tutto ciò associamo la realtà anagrafica in Europea, e comprenderemo meglio il fenomeno – in crescita- dell’assistenza domiciliare, verso gli Europei. Le tantissime badanti, quindi, le donne che lavorano sbarrate nelle nostre case per i nostri vecchi, 24 ore al giorno su sette giorni e poche ferie, a volte nulla, per interi anni (…). Donne che escono raramente, vanno a fare la spesa ma che di corsa rientrano per non lasciare da sole inostri vecchi. Nelle nostre case, lavorano 800.000 badanti, puliscono e assistono i nostri vecchi e i nostri figli. A loro abbiamo consegnato le chiavi di tutte le nostre case. Se questi sono esempi positivi sarà bene raccontarli e iniziare a farlo attraverso un nuovo strumento di legge, che valorizzi un rapporto di solidarietà tra persone. Un nuovo strumento legislativo in quest’ottica, per dimostrare che la società umana non è morta e che proprio dal suo rilancio potrà ripartire e migliore.

In ambito internazionale pochi di noi sono entusiasti degli ultimi decreti adottati dal nuovo esecutivo sulle immigrazioni.

Penso che essi affrontino “cautelativamente” una sola parte del problema. Se, nel breve, la politica non si confronta con la complessità culturale ed economica dell’integrazione, in presenza di forti tensioni internazionali e incessabili conflitti armati, l’ipotesi di frenare i flussi alla sorgente, chiudendo frontiere e alzando muri, potrebbe trasformarsi in una triste e amara illusione.

Stessa sorte per chi pensa di risarcire con denari qualche capo di stato nord africano sulla scia dell’accordo con la Turchia. Dipendere dagli umori di chi gioca con le parole e con i diritti umani non può essere la strategia Italiana né quella Europea, ma un pericoloso azzardo. In questo contesto, dove nulla è semplice, intraprendere un “percorso umano” una strada che porti a convergenze attive su un modello di “integrazione ragionata”, iniziando dal lavoro, dai canali regolari di accesso, grazie ai quali persone e bambini possano arrivare in Italia senza morire nel viaggio, senza essere stuprate, violentate derise uccise dall’indifferenza e dall’immobilismo. Tutto ciò è un dovere del nostro paese e dell’Unione.

“Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. Sull’asse sicurezza e tensioni internazionali si chiarisca la differenza tra lotta al terrorismo, sicurezza delle città con l’apertura di canali regolari verso l’Italia e l’Europa per povere persone e famiglie indifese, alla mercè di aguzzini.

Sulla questione, l’Europa rafforzi pure le sue frontiere esterne, eviti nel contempo derive intergovernative vergognose fatte da reti, filo spinato transenne, botte sgambetti e manganellate in testa a povere persone indifese. Queste “democrazie” – interne all’Unione Europea umiliano i sui precetti e aprono squarci enormi nella “pancia” del continente.

Not my Europe è un manifesto che circola per i 60 anni dei trattati di Roma. Questa “non è la mia Europa”, perché non mi fa comprendere il senso democratico di una coesione disattenta, un espansionismo forsennato verso i paese del vecchio blocco sovietico, un forte deficit di democrazia e di diritti. Ciò che si percepisce è la forza contro la ragione: forti coi deboli e silenti coi forti. Se interi inter-governi UE se ne sbattono dei precetti di democrazia e dei diritti professati nelle carte dell’Unione, da un lato e dall’altro la crisi monetaria il potere d’acquisto, la recessione, le opportunità di lavoro e di mobilità, il timore che nulla sarà più credibile diventerà sempre più forte. Ricordo sempre a me stesso la differenza tra il senso politico dell’Unione Europea e la delirante deriva intergovernativa in atto da non confondere con lo spirito democratico dell’Unione Europea che è ben altra cosa.

In Italia la politica riparta, e lo faccia presto, perché a narcosi prolungata la ragione si scollega dalla polis. Riparta con un’assunzione di responsabilità -ad ampio raggio- in una ritrovata partecipazione tra cittadini organizzazioni del terzo settore, comuni enti locali e riacquisti posizionamento politico, con capacità e iniziativa istituzionale, ricostruendo un percorso rigenerativo del dovere civico e nella coesione politica.

In Italia una cosa può essere fatta subito: riscrivere una nuova legge che metta fine alla Bossi-Fini e all’inutile reato di clandestinità che giudica le persone per ciò che sono. Per ridurre l’irregolarità, la clandestinità, il lavoro nero, i minori non accompagnati e ogni tipo di abuso, senza paure e senza pregiudizi.

Il continente Europeo è vecchio e pur essendo il più ricco, in termini di PIL, di welfare, di educazione, di speranza di vita, è oggi in forte declino demografico.

Riprendere il cammino della politica significa comprendere l’opportunità di guardare avanti, alle esigenze delle coste africane dove la vita esplode con tassi demografici da capogiro, ma dove una terribile povertà non permetterà – nel breve – nessuna possibilità di avanzamento economico che potrà mai assorbire questo oceano umano in mobilità.

Chi condivide “l’idea pianeta”, in un’ottica di governo e di prevenzione dei conflitti, un ragionamento su questi temi, deve iniziare a farlo. Non può non vedere che l’Europa si sta allontanata dal suo storico modello welfare e naviga in una difficile rotta con mare avverso. Sarà difficile “vendere” il progetto Euro come panacea tra benessere ed espansione dei diritti, al resto del mondo. Tra referendum per uscire e malumori interni di ogni sorta, ingabbiati nelle nostalgie della storia.

Volendo riaffermare in modo coeso le alternative dell’Unione “tra i due mondi” per un futuro di pace e prosperità guardo all’iniziativa di Emma Bonino e dico Forza Europa, pensando “all’arte dei piccoli passi”. E’ l‘esempio che stavamo cercando. Che non vuole rispolverare una vecchia lista elettorale laica, come “la Rosa nel pugno” ma un sistema di idee laiche, analisi politiche, di coesione per la società, che si “trascina” si, anche una storia di diritti che continua, e che si rifà strada, ma che trabocca di coraggio politico, “quello che non c’è oggi nei 28 stati d’Europa”. E’ davvero un’ottima idea per ripartire.

Corrado Oppedisano

Marco Andreini
Coinvolgere i compagni per evitare altre defezioni

Sono passati pochi giorni dal congresso e a mente fredda e senza retropensieri mi permetto di darne una mia personale lettura.
Il congresso di Roma lo abbiamo organizzato in tutta fretta per rispondere alla sentenza del giudice che aveva sospeso le deliberazioni di Salerno e gli organismi eletti, ripristinando la validità di quelli eletti al congresso di Venezia.
Sentenza da azzeccagarbugli direbbe il Manzoni, che ha comportato il primo intervento attivo della magistratura nella vita di un partito. Il partito aveva due possibilità, aspettare i tempi della giustizia, oppure scegliere la strada di un nuovo congresso. Ha scelto con mia profonda perplessità la strada della convocazione di un congresso straordinario. Logica politica e correttezza avrebbe voluto, viste le premesse che si ripetesse a grandi linee il congresso di Salerno.

Quel congresso rappresentò una profonda svolta nella gestione del partito e vide un grande rinnovamento generazionale degli organismi e attraverso la presentazione del documento integrativo che presentai con Michele Pascale ed Enrico Ricciuto primi firmatari, vide anche il coagularsi di un’area politica di sinistra, nazionale, non territoriale, di compagni che non avevano seguito sia la strada di Risorgimento Socialista del mio vecchio capo Franco Bartolomei, sia del gruppo di Area Socialista che aveva scelto lo scontro frontale con il partito.

Due operazioni politiche chiare che vedevano nel segretario del Partito il Suo primo vero sponsor, consapevole che un partito muore se non ha dialettica politica interna e se non opera un grande rinnovamento generazionale del suo gruppo dirigente.
Purtroppo devo constatare che il congresso di Roma sembra andare più verso il passato che verso il futuro. Si ha la sensazione che qualcuno abbia voluto cancellare in modo furbesco, dal gruppo dirigente nazionale, alcuni compagni eletti a Salerno che hanno solo la colpa di pensare in libertà. Purtroppo il danno è fatto, auspico e spero che il Segretario sappia trovare il modo come solo lui sa fare per coinvolgere i compagni che sono rimasti fuori dal consiglio nazionale nella vita del partito, per evitare altre defezioni, ad esempio nella preparazione programmatica della conferenza sui meriti e bisogni 2.0 che terremo a Milano a giugno o nella gestione politica sui territori E del resto sarebbe alquanto paradossale che quest’area di compagni di sinistra che, in più occasioni ha proposto una collocazione politica che guardi con interesse all’operazione di Campo progressista, ora che il partito sceglie strategicamente questa opzione, venga emarginata all’interno del partito.

Marco Andreini

Leonardo Scimmi
Gli europeisti

Difficile trovare un nome per riunire socialisti laici radicali ambientalisti e popolari.
Cosa li unisce non é evidente ad un primo sguardo.
Invece a ben analizzare la storia degli utlimi 25 anni e la situazione odierna in Italia ed in Europa, c’é molto che li unisce, o per lo meno qualcosa di molto importante.
Non solo le battaglie laiche ed ambientaliste.
Non solo la comune storia socialista.
Non solo il senso di responsabilità per le sorti del Paese.
Ma anche e soprattutto la comprensione dell’urgenza e dell’importanza di combattere una battaglia per l’Europa, contro i nazionalisti e contro i fondamentalisti.
Gli europeisti sono oggi coloro che rifiutano la retorica sovranista, la propaganda anti Euro e contro Bruxelles.
Gli europeisti oggi vogliono costruire gli Stati Uniti d’Europa, e sono pronti ad unirsi per farlo, partendo dall’Italia, dal senso di responsabilità, dal comune progetto europeo.
Gli europeisti sono a favore della cultura e dell’ identità europea, sono a favore del federalismo europeo, di una difesa europea, di una politica estera europea, di una democrazia maggioritaria europea, di un collegio elettorale europeo, di un fisco europeo, di una spesa pubblica europea, di un servizio civile europeo, di una scuola comune europea, di un Erasmus continuo degli stati e delle persone, per formare quella cittadinanza europea sostanziale di cui si ha oggi bisogno, per confrontarsi con i grandi players del mondo e con le sfide della globalizzazion e della teconologia.
Gli europeisti sanno che le soluzioni migliori per i singoli cittadini, dal lavoro alla scuola, verranno da una unione europea unita ed efficiente.
Gli europeisti ci sono e sfidano tutti i populismi, i demagoghi ed i nazionalisti che vogliono far piombare il mondo nel secolo scorso con il rischio di ripetere drammi ancora recenti.
Gli europeisti guardano avanti con fiducia nel progresso e nell’Europa e sono pronti ad agire in autonomia convinti che non c’é miglior progetto degli Stati Uniti d’Europa.

Leonardo Scimmi