Marco Andreini
Vincitori del disastro

La gioiosa macchina da guerra 2.0, vincente rispetto all’originale di Occhetto sta partorendo il risultato più surreale che si potesse immaginare. Invece di farci entrare con norme snelle e moderne nella terza repubblica e nel futuro della rivoluzione industriale 4.0 ci sta facendo infilare sparati nel passato della prima repubblica. Alcuni penseranno che bello torniamo ai gloriosi fasti del passato,Il sottoscritto che salva pochissimo di quel periodo, ritiene che una legge elettorale che rimetta in piedi il proporzionale possa essere un disastro per questo paese.
Del resto chi erano i testimonial del no D’Alema Bersani De Mita Pomicino che hanno rinviato per qualche tempo l’occupazione delle panchine dei giardinetti
Ricordo ai vincitori del no al nostro interno che sono coloro che osannarono Segni quando lanciò il famoso referendum sul maggioritario del 1991 che cancellò di fatto il proporzionale.
Siccome i vincitori del comitato del no al nostro interno oltre a identificarsi con quelli che hanno scelto il tribunale come luogo di confronto invece del congresso, per quanto mi riguarda sono anche gli stessi che hanno spinto e convinto Nencini a rompere l’unico vero progetto politico che altro non era che la Sel originale. Non hanno quindi alcun titolo a intestarsi un disegno politico di rappresentanza della sinistra all’interno del partito e per quanto mi riguarda, ma sono certo di essere in compagnia della maggioranza del partito, farebbero bene a confrontarsi e a discutere con i loro nuovi amici del no, scordandosi nella maniera più assoluta di pensare di tornare come niente fosse negli organi dirigenti del partito come fecero dopo il congresso di Venezia.

Marco Andreini

Leonardo Scimmi
Unità socialista

Da anni diciamo che il partito socialista italiano ha non solo una gloriosa storia politica e nazionale da rivendicare, non solo una ingiustizia storico-politica da correggere, ma anche un futuro per il Paese da proporre.
Passato presente e futuro sono al solito il ciclo nicciano dell’eterno ritorno, ed oggi diremmo che il passato ritorna in chiave perfino pop, popolare, senza la cattiveria e l’astio degli ultimi anni. Come? Provate a vedere le foto colorate di Bettino Craxi e Gianni De Michelis in chiave pop che spopolano sul web.
Sintomo di un a distanza temporale che ha messo in disparte l’odio delle monetine, o perfino di una riemersa consapevolezza di aver avuto tempi migliori durante la Prima Repubblica, quasi accettata da tutti oramai.
Ed allora, vista la crisi del bipolarismo italiano, vista la crisi di governo post referendaria, vista la crisi del sistema maggioritario all’americana, vista la crisi fisiologica del pur eterno Silvio Berlusconi, considerata la necessità di riunire il PSI intorno ad una identità condivisa e forte e sanare fratture, in attesa delle imminenti elezioni e con l’avvicinarsi impetuoso della solita domanda politicamente dirompente, per noi socialisti, il Che Fare? diventa un monito storico, con il peso dell’ultima chance giusta e possibile: l’Unità Socialista.
Ora o mai piu’, ci sono le condizioni, tutte, politiche storiche temporali.
Ci sono gli ex compagni spaesati, senza casa, diamo loro una sponda vera e sicura : tornate da noi, a casa, la casa del socialismo, la casa dei Meriti e dei Bisogni, la casa della giustizia sociale, della Mitbestimmung, del lavoro e dello stato sociale, della meritocrazia e della competitività, la casa delle best practices, la casa dell’Europa e dell’Internazionale, dei diritti umani e della laicità dello stato, la casa di Turati e Matteotti, dei fratelli Rosselli, di Nenni, di Pertini di Craxi.
Più che strada sono rotaie, tragitto obbligato, non si scampa, il Paese ha metabolizzato, é pronto per riprendere il discorso di una sinistra socialista democratica di stampo europeo, una formazione che si candida a rappresentare le fasce povere e bisognose del Paese ma anche quelle più produttive e capaci.
Noi socialisti dobbiamo pensare alla nostra organizzazione in primis, a mantenere salda unita e forte la nostra identità, cercando i nostri compagni ovunque essi siano, recuperando rapporti politici e personali mai sopiti, passionali fino alle lacrime, riscoprire l’abbraccio l’orgoglio la nostalgia ma anche la forza di guidare il futuro, di governare il cambiamento, con idee innovative, prese anche dall’estero, dai tanti italiani all’estero, e con le radici nel movimento laburista socialista del ‘900.
Compagni il richiamo all’unità è oggi per noi una strada imprescindibile e non dobbiamo curarci tanto di quel che avvenga nelle altre forze politiche, perché la missione socialista è meta-storica, è nazionale legata alla fine della Prima Repubblica ed al ribaltamento del giudizio storico che ne è conseguito, errato, ed é internazionale perché si rivolge al mondo ed all’Europa, alle classi meno abbienti che hanno bisogno di cibo, di cure, di case, di aiuto in Italia e nel mondo e si rivolge anche alle classi lavoratrici più produttive che necessitano una stato ordinato meta-nazionale stabile che guarda lontano che crea infrastrutture, vicino alle imprese che creano lavoro innovazione e portano il tricolore e l’Europa in tutto il mondo.

Leonardo Scimmi
Consiglio Nazionale Psi

Luca Pellegri
Referendum: chi ha vinto e chi crede di avere vinto

Dopo una lunghissima ed estenuante campagna elettorale, il Referendum Costituzionale si è svolto dando una schiacciante vittoria al NO. In apparenza, quindi, nulla cambia; in sostanza, le conseguenze Politiche del voto muteranno il panorama del Paese.

Chi ha vinto? Negli attuali rapporti di forza, le uniche formazioni che possono capitalizzare in termini di consenso politico il voto referendario sono la Lega ed il M5S: la prima lanciando un OPA sulla leadership del centrodestra, la seconda, nel suo splendido isolamento, mantenendo ed eventualmente rinforzando il proprio forte consenso in Italia, tetragono ad ogni forma di dialogo, in attesa di ottenere dagli Italiani un futuro plebiscito, che li porti a governare “come sanno bene loro”.

Ha vinto con forza anche il “terzo Medium”,e cioè la Rete, che, con il suo meccanismo di propagazione dell’informazione e della disinformazione, si diffonde in progressione geometrica, arrivando in maniera capillare a tutti. L’ultimo esempio è stato “lo strano caso delle matite copiative”, forse cancellabili, forse no, che ha tenuto avvinti molti cittadini per tutta la giornata di Domenica, spesso con esiti comici ed imbarazzanti, ma certamente con una impressionante capacità di penetrazione nelle coscienze.

A proposito, che fine hanno fatto i paventati, anzi sicuri brogli, che hanno scosso come una corrente elettrica gli ultimi giorni di campagna elettorale? Dissolti, evaporati, svaniti con la vittoria del NO. Evidentemente siamo in pochi a pensare che il fatto che un risultato elettorale possa a seconda delle convenienze, essere frutto di broglio o cristallino, abbia un deficit di logica, ma tant’è.

Chi crede di avere vinto?

Sicuramente molti Chiarissimi Professori di Diritto Costituzionale, in splendida ribalta per lunghi mesi e che ora possono tornare serenamente alle proprie confortevoli Cattedre, senza alcuna coscienza delle conseguenze politiche che comunque altri avanno il compito di gestire.

Crede di avere vinto una certa Sinistra antiquaria, soffocata da un senso di identità del tutto sovrastimato, che gioisce nelle stanze dei propri Partiti-museo: hanno brillato per una sola sera, ma condannati alla coazione a ripetere del NO, sempre e comunque, si accontentano di restringere e compattare il proprio spazio di azione, sempre più vuoto, sempre più sterile.

Questo è il panorama che ci si presenta di fronte.

E noi Socialisti? Abbiamo appoggiato il SI, ma con molta attenzione alle ragioni del NO. Abbiamo fatto una campagna elettorale molto tradizionale, promuovendo incontri il cui Format prevedeva sempre il confronto- dialogo tra le ragioni del SI e quelle del NO. Abbiamo in sostanza dato la giusta libertà di coscienza ai nostri Compagni senza gli isterismi Stalinisti di una certa Sinistra (ANPI e PD su tutti) che hanno subordinato il voto referendario al concetto di fedeltà alla linea.

Per noi, comunque, la Politica non si ferma con un voto, e, nel suo divenire, ci vede costretti ad esserci, a confrontarci con il mondo Laico, Radicale, Ambientalista, per dare vita ad un soggetto politico che, in naturale alleanza con il PD, si proponga al Paese come vera coalizione di centro-sinistra, alla larga dalle larghe intese ( ormai logore in tutta Europa), e, soprattutto in ferma opposizione ai Populismi identitari Sovranisti, antieuropei, efficaci nel raccogliere i frutti del malcontento, ma fumosi e velleitari nella proposta.

Salvini e Grillo? NO, grazie.

Luca Pellegri
Partito Socialista Italiano

Mario Michele Pascale
Ora occorre un congresso straordinario

Oggi il sole splende ancora. Il referendum è stata una festa della democrazia. Quando gli elettori votano, si esprimono, indicano chiaramente la strada che deve prendere il Paese, non ci sono sconfitti: vinciamo tutti. Almeno secondo me. L’ho detto in più di un’occasione e ribadito pubblicamente durante l’ultimo consiglio nazionale del PSI, insieme ad una riflessione: il problema non era e non è il referendum, bensì la legge elettorale, l’Italicum, che, grazie allo sbarramento al 3% avrebbe tolto a  milioni di italiani il diritto alla rappresentanza politica e cancellato con un colpo di spugna gloriose culture politiche. In quanto dirigente nazionale del partito, con responsabilità su di un settore di lavoro, ho fatto quello che dovevo.
Ho votato si, anche se estremamente critico sulla linea. Nei partiti seri si usa così: si discute e se l’esito della discussione non piace, si accetta comunque il deliberato delle maggioranze. Io l’ho fatto.
Le rane non sono piovute dal cielo, ma Matteo Renzi si è dimesso. Gesto dovuto, compiuto anche con molta classe ed immediatezza. Cosa che però non può annullare gli errori politici commessi. Una politica orientata su leggi che garantiscano diritti, non può sostituirsi ad una azione di governo che garantisca la giustizia sociale. E la giustizia sociale non può essere ottanta euro in busta paga. Non si può, a  fasi alterne, tatticamente e senza strategia, alzare la voce in Europa per poi essere pedissequi alle politiche della Nato. Non si può mettere mano al contratto nazionale della pubblica amministrazione a pochi giorni dal referendum: è chiaro che si tratta di una manovra pre elettorale.
In tutto questo l’errore dei socialisti è stato quello di appiattirsi senza segnare, pur come forza di governo, una diversità ideologica, politica ed amministrativa dal Partito Democratico.
Renzi ha assunto su di sé la responsabilità politica della sconfitta al referendum. Ma è solo lui il colpevole? No. La verità è che Renzi, nel bene e nel male, rappresenta il PD. Il problema non è il segretario, ma  l’attuale assetto del Partito Democratico, incapace di trovare una propria identità tra cattocomunismo, neo consociativismo e socialismo europeo. Senza sciogliere questo nodo il PD è condannato ad essere solo una macchina per occupare posizioni amministrative e posti in parlamento. Ma un meccanismo senza anima non convince gli elettori che, con questo referendum, hanno dimostrato di essere molto esigenti. Il consenso dei democrats, se non ci sarà una linea ideologica e politica degna di questo nome, si abbasserà sempre di più.
E i socialisti? E’ chiaro che, in piccolo, le contraddizioni del PD sono anche le nostre. Il PSI è fatto di amministratori locali, che pensano localmente, senza grossi voli pindarici e senza una chiara visione del mondo. E’ mancata una elaborazione concettuale ed un lavoro organizzativo degno di questo nome. Non è possibile baricentrare tutto su poche liste che, nei casi più importanti, rinnegano anche il simbolo senza raggiungere l’obiettivo minimo e senza dare vita ad aggregazioni significative con altri soggetti. E’ il caso delle recenti comunali di Roma.
Il faraone non muove l’esercito contro gli ebrei in fuga, ma Massimo D’Alema, sollecitato dai giornalisti, ha dichiarato: “Beh, andremo ad un congresso”. Quindi ci sarà una notte dei lunghi coltelli. Per fare cosa? Per andare dove? Con chi? La vittoria al referendum non è una vittoria delle opposizioni interne ai partiti di sinistra. Ha vinto semmai Grillo ed anche Salvini, in questa fase, gli è subalterno. Siamo certi che il “muoia Sansone con tutti i filistei” faccia bene al paese? A Roma è già avvenuto, consegnando la città nelle mani di un gruppetto di (quasi) onesti incompetenti. D’Alema può essere un’alternativa? Non credo, dato che ha dimostrato di essere un servo della Nato molto più di Renzi. E Fassina, che in Tv era così vicendevolmente complimentoso con Salvini, con toni da militante rosso bruno? E Ciriaco de Mita, con la sua invidiabile longevità politica e con tutti i suoi scheletri nell’armadio datati prima repubblica? E Silvio Berlusconi potrà mai essere il nostro avvenire? Non scherziamo. L’esito del referendum segna un’avanzata ed un consolidamento dei cinque stelle e l’avvio di una parcellizzazione estrema a sinistra. Che potrà essere mortale.
Il PSI? Beh, è chiaro che il gruppo dirigente dovrà riflettere e prendere delle decisioni. E’ chiaro che il rapporto con il PD vada rivisto ed il patto federativo vada rinegoziato, se non rescisso. E’ evidente che si debba mettere mano, una volta per tutte, all’organizzazione del Partito. E vanno sciolti alcuni nodi di fondo. Esattamente come il PD il PSI è prigioniero della sua indecisione. I socialisti non riescono a decidersi tra un’organicità ai democrats in nome del socialismo europeo, un esasperato autonomismo, un’aggregazione con i radicali e gli altri grupposcoli, ed una virata drastica verso il contenitore di Sinistra Italiana.
Personalmente non credo in una aggregazione a freddo con i radicali. Oltretutto i radicali non sono Della Vedova, cha parla  a titolo personale o poco più: quelli che hanno i voti, quelli veri, hanno già preso le distanze dal progetto ed anche se avessero detto di si è difficile fare politica con chi ha l’affidabilità di una zucchina lessa. Vedi il caso delle comunali di Roma. L’aggregazione laico socialista radicale nasce morta. Così come nasce morta Sinistra Italiana, che è solo ceto politico avariato che galleggia, incapace di una efficace sintesi ideologica e politica. Restano, come ipotesi plausibili, l’autonomia e la costruzione di un soggetto unico del socialismo europeo. E le tesi di Ernesto Rossi, contenute nel suo ultimo libro “La rivoluzione socialista” meritano di essere prese in considerazione.
Ma dobbiamo scegliere e farlo in fretta. L’unica cosa che ci danneggia, in questa fase, è tergiversare o peggio, fischiettare facendo finta di nulla. Oltretutto l’impianto sul quale si è costruito il congresso di Salerno ed ancor di più quello di Venezia, si è sfaldato, superato dagli eventi. Occorre un congresso straordinario che non sia una parata di star e papesse straniere, i precedenti, né la celebrazione delle piccole vendette personali,  ma che sia il luogo dove i socialisti e solo i socialisti discutono e decidono sul loro futuro.  E la questione è semplice: o il socialismo europeo, che implica una battaglia dura contro i populismi e le destre, o l’autonomia. Come diceva un vecchio saggio: “Sia il vostro parlare si oppure no. Il di più appartiene al maligno”.
Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo

Comitato dei Socialisti
e Riformisti:
Appello a favore del Sì

Domenica i cittadini italiani e trentini sono chiamati ad esprimersi sulla riforma costituzionale varata dal Parlamento, dopo lungo confronto. Nel contesto odierno, segnato da disaffezione, rabbia e pericolose spinte contrapposte, la prima grande questione è la partecipazione al voto. Qualsiasi sia il risultato, l’affluenza alle urne segnerà la consultazione e dimostrerà la forza o la debolezza delle istituzioni e del sistema Paese. Per questo ci auguriamo la massima partecipazione. Occorre esprimersi, esserci, prendere posizione per non lasciare una minoranza di elettori a decidere per noi.

Entrando nel merito, i Socialisti, i Laici, i Riformisti si esprimono convintamente per il Sì al referendum e invitano tutti i democratici a votare per la conferma delle modifiche costituzionali. Per una serie di motivi:

Aspettiamo questa riforma da quasi 40 anni; chi oggi si oppone, in passato ha sostenuto con forza cambiamenti del tutto simili; chi dice che, una volta bocciata la riforma, se ne farà un’altra in tempi brevi, o è smemorato o è illuso o è in malafede.

Le modifiche non riguardano la prima parte della Costituzione né i suoi principi fondamentali: i valori del 1948 rimangono tali e quali.

Non ci sono derive autoritarie all’orizzonte: anzi, per fare un esempio, viene circoscritta la decretazione di urgenza, spesso utilizzata dai Governi per aggirare la discussione parlamentare.

Finisce il bicameralismo paritario e il Senato si avvia a diventare quella “Camera” delle Regioni e degli enti locali da molti e da tanto tempo auspicata.

Viene regolamentato il rapporto tra Stato e Regioni, riequilibrando un sistema troppo spostato sulla dimensione federalista (senza la nascita di un  vero impianto federale).

Da non sottovalutare la nuova disciplina sul referendum, in particolare con l’innalzamento del numero delle firme necessario per l’indizione e il contestuale abbassamento del quorum per sancirne la validità.

Per quanto riguarda il Trentino, la nuova Costituzione conferma la modalità “pattizia” del rapporto tra Stato e Regioni autonome: in pratica per il Trentino Alto Adige le modifiche allo Statuto saranno varate in autonomia e poi concordate con il Parlamento.

Votare Sì significa scommettere sull’Italia e sulla capacità della politica di cambiare le cose. Questa riforma è soltanto un punto di partenza. Per questo ha bisogno del maggior consenso possibile. Il No sarebbe invece un salto nel buio, la vittoria della conservazione,la  rinuncia a rinnovare il Paese.

Appello firmato da:
Raffaele Mauro, Bruno Degasperi, Paolo Farinati, Claudio Fontanari, Fernando Guarino, Mauro Lando, Mauro Leveghi, Paolo Manfrini, Ermanno Monari, Celso Pasini, Renato Pegoretti, Alessandro Pietracci, Lamberto Postal, lda Sangalli Riedmiller, Camilla Santagiuliana Busellato, Claudio Tasin,  Lorenza Visintainer,  Nicola Zoller.

Vincenzo Iacovissi
Perché è giusto votare SI

Mancano ormai pochissimi giorni alla fine di questa interminabile campagna referendaria. Molto è stato detto da entrambi gli schieramenti, spesso con toni eccessivi. Come tutti sappiamo, con il voto del 4 dicembre l’Italia affronterà un tornante delicato della propria storia, poiché da esso potranno dipendere molte scelte del futuro.

Lo dico subito. Ero e resto contrario al clima di demonizzazione reciproca che ha caratterizzato la campagna, perché la mattina del 5 dicembre, comunque vada a finire, ciascuno dovrà porsi il problema di ricucire il Paese, includendo vincitori e vinti in uno stesso disegno nazionale. Purtuttavia, però, non posso non rilevare quanto sia importante un voto favorevole alla riforma costituzionale.

A prescindere dalla opinioni personali, infatti, è indubbio che questa revisione della seconda parte della Costituzione realizza degli obiettivi al centro del dibattito politico-costituzionale da almeno quaranta anni, se è vero che, ad esempio, il tema del superamento del bicameralismo paritario si impose già nei primi decenni di funzionamento dell’architettura repubblicana. In particolare, la cronica instabilità dei Governi ha sempre beneficiato, come concausa, di un assetto istituzionale basato sul regime della c.d. “doppia fiducia”, cioè l’obbligo per ogni Esecutivo di ottenere (e mantenere) la fiducia da parte di ciascun ramo del Parlamento, con il rischio di maggioranze differenti tra Camera e Senato a fare da ostacolo ad una stabile azione di governo. L’esperienza dell’ultimo ventennio sta li a dimostrarlo, inducendoci quindi ad auspicare una rivisitazione capace di allineare il nostro sistema a quello delle democrazie europee comparabili, come Gran Bretagna Francia, Germania, Spagna, laddove, come noto, i Governi stanno in piedi fino a che possono contare su una maggioranza nella Camera politica di ciascuno di questi Paesi, e non in entrambe.

Votare SI significa quindi lasciarsi alle spalle questo unicum nel panorama occidentale, e rendere così più chiaro e franco il rapporto tra Esecutivo e Legislativo, e quindi, a cascata, anche tra politica e cittadini.

Ma c’è un altro aspetto meritevole di nota. La riforma provvede a rimuovere una serie di “guasti” nelle relazioni tra centro e periferia, ossia tra Stato e regioni, poiché razionalizza le competenze legislative tra i due livelli favorendo il ritorno allo Stato di una serie di materie strategiche, come energia, trasporti, finanza pubblica che fino a oggi sono parcellizzate in 20 regioni e che invece necessitano di una disciplina unitaria centrale, per non realizzare pericolose discriminazioni nell’accesso ai servizi a seconda del luogo di residenza. Ecco perché è da apprezzare l’abolizione delle c.d. “materie concorrenti” e un ritorno delle regioni al ruolo di enti substatali più adatto alle caratteristiche territoriali del nostro sistema.

Accanto a queste, diverse sono le disposizioni che innovano, dal ridimensionamento del decreto legge all’attribuzione al Governo di strumenti per governare efficacemente e senza abusi, dalla promozione di istituti di democrazia diretta (riduzione quorum per referendum abrogativo e introduzione di quello propositivo e di indirizzo), alla semplificazione dei livelli istituzionali.

Infine, con la riforma si procede ad una sostanziale contrazione dei costi, grazie alla riduzione del numero dei parlamentari, passando dagli attuali 945 ai futuri 730, e alla fissazione di un tetto alla retribuzione dei consiglieri regionali: misure che secondo le statistiche più autorevoli consentiranno un risparmio tra i 120 e i 150 milioni di euro l’anno. La democrazia ha certo il suo costo, ma la riforma lo riconduce ad un alveo fisiologico ed elimina quelle degenerazioni, soprattutto in ambito regionale, che hanno occupato le cronache scandalistiche degli ultimi anni.

Domenica mattina saranno queste le principali motivazioni che porterò con me nella cabina elettorale, con la speranza che dal giorno seguente l’Italia imbocchi la strada dell’innovazione e della modernità.

Una strada non priva di curve ed ostacoli, ma che vale la pena di prendere.

Vincenzo Iacovissi
Responsabile nazionale riforme istituzionali PSI

Donato Pellegrino
La doppia partita del referendum

Sul referendum del 4 dicembre si sta giocando una doppia partita: quella di una riforma con la quale si tenta di adeguare lo strumento costituzionale alle mutate necessità di governo del Paese, e quella di una sfida all’ultimo sangue tra nomenclature partitocratiche vecchie e nuove. È sotto gli occhi di tutti come, nel dibattito politico, la seconda stia prevalendo sulla prima, come l’eterno conservatorismo di certa sinistra italiana, mescolato con le espressioni del peggiore populismo a cui è approdata la cosiddetta seconda repubblica, cerchino in ogni modo di bloccare per l’ennesima volta un processo riformatore che, con gli innegabili limiti, tuttavia corrisponde ai bisogni inderogabili di cambiamento del Paese.

È un film già visto, che noi socialisti ben conosciamo, sin da quando, nell’autunno del ’79, ponemmo l’idea di una Grande Riforma dello Stato con l’obiettivo di costituire una Democrazia Governante. Per noi socialisti questa riforma si colloca in continuità con la nostra tradizione riformista. Certo, non realizza compiutamente la nostra idea originaria di riforma costituzionale. E certamente ci batteremo perché l’elezione dei membri del Senato passi da una diretta indicazione del corpo elettorale e perché il ballottaggio avvenga per coalizioni e non tra partiti di maggioranza relativa.

L’ossessione del partito a vocazione maggioritaria, infelice invenzione veltroniana, costituisce veramente un vulnus al valore della rappresentatività sociale del Parlamento e al pluralismo democratico delle sue rappresentanze. Ma chi oggi richiama queste legittime esigenze, facendone ragione di conflitto, non ha mai perseguito con convinzione queste strade, nel timore che il mutamento formale dell’assetto dello stato potesse mettere in crisi la prassi reale di un sistema consociativo che ha segnato per decenni il corso della storia repubblicana. Il “compromesso costituzionale” che da più parti ora si invoca e che nacque dalla lungimiranza dei costituenti, nella prassi materiale si è trasformato in un “compromesso reale” divenuto spesso la palla al piede dell’azione di governo. I partiti antifascisti offrirono allo Stato una legittimità nuova dopo la caduta della monarchia risorgimentale, costruendo un nuovo patto civile; ma da allora il sistema pattizio ha funzionato in varia forma andando oltre le regole scritte della Costituzione. Modernizzare lo stato non è, come da più parti si afferma, un problema secondario rispetto all’urgenza dei problemi sociali del Paese. Non vi è chi non veda che la crisi dello Stato è da tempo ormai un fattore di accelerazione della crisi economico-sociale.

Perché, allora, osteggiare questo tentativo, certo non perfetto, ma perfettibile, di riforma costituzionale? Perché contrastare un tentativo riformatore che, al netto di qualche imperfezione lessicale, di qualche semplificazione eccessiva, si colloca tuttavia nello spirito di una moderna visione dello Stato e della più pura tradizione del riformismo democratico? Perché noi socialisti non dovremmo concedere credito all’esperienza di un partito e di un governo che come noi appartengono alla famiglia del socialismo europeo? Perché dovremmo diffidare di una riforma che riporta alla responsabilità dei governo la frammentazione dei poteri delle regioni, che uniforma e armonizza i principali servizi e la gestione delle infrastrutture strategiche, che semplifica le procedure della nostra elefantiaca macchina burocratica, che riconosce e rende sistemica la parità di genere, che riordina i poteri decentrati e legittima i territori come interlocutori strutturali delle politiche di sviluppo europee?

In questa battaglia, i socialisti non saranno con il composito e indigeribile minestrone politico che mette insieme massimalisti, grillini, leghisti, conservatori in servizio permanente effettivo e neofascisti. Noi faremo come fecero i socialisti della costituente che pur nel clima di scontri e conflitti del tempo, non si sottrassero ai loro doveri verso il Paese, convinti che il bene della Nazione precede e riassume ogni esigenza di parte e costituisce il principio primo e il fine ultimo della politica stessa.

Donato Pellegrino
Il Coordinatore Regionale PSI

Alessandro Pietracci
Meglio una riforma ora
che il declino futuro

La discesa agli inferi del linguaggio politico italiano si accelera con l’avvicinarsi della scadenza elettorale del 4 dicembre. Stigmatizzare questo fenomeno è doveroso. Non ci stancheremo mai di farlo, anche se sembra essere inutile: l’imbarbarimento dello scambio verbale è il prodromo di una volgarizzazione dell’intera società, preda di pulsioni irrazionali fomentate ad arte da troppi “cattivi maestri”.

Un buon maestro invece, il maestro Kong, cioè Confucio, più di 25 secoli fa connetteva la capacità di governo all’utilizzo di un linguaggio appropriato. Interrogato su argomenti politici, Confucio rispose: “Quando non sa di cosa sta parlando, un uomo di valore preferisce tacere. Se i nomi non sono corretti, non si possono fare discorsi coerenti. Se il linguaggio è incoerente, gli affari di governo non si possono gestire”. Molti leader politici, e non solo, dovrebbe imparare a memoria queste parole.

Nel caso del referendum costituzionale avviene l’opposto: chi non sa nulla della materia, sproloquia e riempie notiziari e talk show (nonché la Rete); i discorsi coerenti – anche di chi in passato o fino a ieri auspicava le necessarie riforme – lasciano il posto alla più bieca propaganda; “la buona gestione degli affari di governo” viene trascurata, travolta anch’essa da fattori esterni che non la dovrebbero condizionare. Gli esempi concreti si sprecano. Lasciando perdere la trivialità da trogolo di Beppe Grillo, stupisce l’atteggiamento del costituzionalista Pace che minaccia impugnazioni del risultato elettorale “se la vittoria del Sì dovesse essere determinata dai voti degli italiani all’estero”. Ma come? E se vincesse il No grazie a quei voti, tutto sarebbe regolare?

L’Italia sta perdendo la testa. Non possiamo permettercelo viste l’incandescenza del contesto internazionale, l’ondata demagogica che travolge l’Europa e una  nuova crisi economica dietro l’angolo. Questo dovrebbe essere il tempo del ragionamento, dell’equilibrio, magari di qualche “forse”. Certamente la logica referendaria non prevede zone di grigio. Le posizioni per forza si devono divaricare. O Sì o No. Le sfumature non esistono.

Varrebbe allora la pena di entrare nel merito, di stemperare le tensioni. E appunto di “rettificare i nomi” come diceva Confucio. Non ci troviamo di fronte a un golpe istituzionale, a uno stravolgimento della Costituzione. Essa ci ha garantito un indubitabile progresso democratico. Non si può però rimanere ancorati alle nostalgie. Neppure evocare complotti inesistenti. La riforma incide su tre ambiti specifici: il Senato, il rapporto tra Stato e Regioni, altre questioni, che sembrano divenute minori o non appassionanti (disciplina del referendum, abolizione del Cnel, modifiche nell’iter dei decreti legge, innalzamento del quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica, cancellazione delle Province…).

Si modifica il bicameralismo paritario. Era ora, perché l’Italia è uno degli ultimi Paesi del mondo ad avere due Camere che fanno l’identico lavoro, che ricoprono le stesse funzioni. Il Senato poteva essere abolito completamente? La normativa poteva essere scritta meglio? Forse, ma bisognerebbe dirlo a chi, dal 1979 in poi, auspica la grande riforma. Troppi smemorati si aggirano in Italia. Personaggi illusi (o in perfetta malafede) dicono che, una volta bocciata la riforma Renzi, in poco tempo si possa attuare “la migliore delle riforme possibili”, dimenticando che “il meglio è nemico del bene”. Qualcuno non si rende conto della fragilità del nostro sistema. Il realismo impone di fare qualcosa. Questa riforma è un primo passo. Non è un traguardo, ma è il massimo ottenibile in questo momento.

Come ovvio tuttavia questo referendum si è colorato di altre tinte più sanguigne. Troppo ambita è la preda Renzi. Una scrofa, dice Grillo. Qualcuno rimpiange la caccia al “cinghialone”, al socialista Craxi, autore del primo tentativo di grande riforma costituzionale, finita nel nulla per la sorda opposizione di chi è sempre pronto alle riforme predicate e mai portate a compimento. L’errore di Renzi è stato quello di personalizzare troppo la consultazione. Il plebiscito sul giovane premier non farà bene all’Italia, a prescindere dall’esito.

I socialisti non possono essere che per il Sì al referendum, consci come sono che soltanto riforme positive, anche se parziali (o”spicciole”), possono garantire altri anni di benessere. Stare a guardare non serve a nulla. Qualcuno dice: “Meglio nessuna riforma che una cattiva riforma”. Ma il motto ora dovrebbe essere questo: “Meglio una riforma ora che il declino futuro”.

Alessandro Pietracci
Segretario Provinciale PSI Trento

Maria Rosaria Cuocolo
Creare un “assessorato antiviolenza” a tutela delle donne

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Tale data è stata scelta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999 in ricordo del brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie contro il dittatore dominicano Rafael Trujillo, avvenuto nel 1960.

In Italia questa ricorrenza riveste particolare rilievo in quanto il fenomeno della  violenza contro le donne assume connotati ampi e diffusi: l’indagine Istat 2015 rileva che 6 milioni 778 mila donne hanno subito, nel corso della loro vita, una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% di queste sono tra i 16 ed i 70 anni di età.

Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. A questo aspetto “fisico” del fenomeno si affianca una manifestazione di violenza di forma psicologica ed economica, che sconfina o può sconfinare in gravi situazioni di limitazione, controllo e svalorizzazione della donna, fino a giungere a vere e proprie minacce ed intimidazioni.

Da questo spaccato si evince che le donne vengono rese vulnerabili in determinate condizioni dalla violenza che gli uomini esercitano in determinate condizioni: è, quindi, il contesto sociale e culturale che va riformato, perché la violenza degli uomini sulle donne è strutturale e si nutre di prototipi anacronistici e di stereotipi datati.

Il PSI che, per tradizione, cultura e vocazione, vive questi temi con particolare sensibilità politica, ritiene che i pregiudizi sociali, che sono alla base della non parità ed alla radice della violenza, vadano combattuti in maniera sistemica.

E’ necessario, pertanto, pur dando atto dello sforzo sostenuto negli ultimi due anni dal Viminale, porre in essere azioni positive che coinvolgano sempre di più le pubbliche istituzioni.

Il Partito Socialista Italiano, pertanto, propone, in tutte le sedi istituzionali (comuni, città metropolitane, regioni) la creazione di un “assessorato antiviolenza” che possa, con tutti i mezzi e le potestà che la derivazione da un potere amministrativo conferisce, essere luogo di accoglienza e di tutela per tutte le cittadine colpite da questo aberrante fenomeno.

Maria Rosaria Cuocolo
Responsabile Nazionale “Parità di genere” Psi

Bobo Craxi
Lettera aperta
al presidente del partito

Caro Vizzini,
Quasi due mesi or sono ad una mia richiesta di convocazione dell’Assemblea Nazionale del Partito mi rispondevi, dopo una serie di considerazioni di ordine generale giuridiche e politiche :
“..penso che sia giusto convocare l’Assemblea Nazionale prima del Referendum, in tempo utile per le valutazioni politiche del caso..” Etc.
Naturalmente allo stato ciò non è avvenuto “il tempo utile” non è scaduto e penso che le valutazioni politiche del caso che ritenevi giusto discutere “prima del referendum” siano a tutt’oggi valide perché non sono da considerarsi assorbite dal congelamento degli organi e dal commissariamento di fatto del Partito divenuto un organo politico monocratico.

Questo reca grave nocumento all’indirizzo degli iscritti ed anche nei confronti del gruppo dirigente. La divisione sugli orientamenti referendari è nei fatti, ma l’obbligo di sancirla attraverso un dibattito libero ed aperto di un organismo politico legittimato era un punto di vista comune che tuttavia è stato disatteso.

Per uscire dall’impasse che è di ordine burocratico ma soprattutto di ordine politico di prego di sollecitare una riunione o dell’organismo politico che presiedi o di altro livello per confermare le volontà da te espresse di dare continuità e regolarità alla vita del Partito. Senza una loro vita interna i partiti muoiono di asfissia, una gestione di fatto assolutistica penso non serva alle nostre cause comuni.
Fraternamente

Bobo Craxi