Marco Andreini
La sinistra ha cancellato la cultura laica

Le elezioni del 4 marzo hanno sicuramente determinato la fine della seconda repubblica,ma hanno anche sancito che l’unico raggruppamento che si era messo in salvo dal terremoto di tangentopoli e cioè il Pd, nato con una fusione a freddo tra ex comunisti ed ex democristiani della sinistra cattolica di fatto è imploso. Questa drammatica elezione non è altro che la fine politica di una cosa che brillantemente da D’Alema venne definito un amalgama mal riuscito. È stato completamente smarrito dai vari gruppi dirigenti del Pd che si sono succeduti quello che fu il connotato principale dei partiti nati dal movimento dei lavoratori, e cioè il rapporto con il popolo di riferimento e con il territorio.
Quella fusione a freddo che fu il Pd, tenne scientificamente fuori dalla sua costruzione la cultura del Socialismo,la cultura che aveva vinto nella competizione a sinistra e che aveva combattuto il comunismo dei vari Marchais, Berlinguer, Carrillo e co., nonostante tutta l’intellighenzia del paese tifasse apertamente per il Pci e per quella che al tempo era la sinistra democristiana erede di Dossetti. Il Pci di allora era un forte partito di massa in attesa del sol dell’avvenir e per queste ragioni con una endemica ripulsa verso qualsiasi scelta politica di governo. Contro la Nato e allineato di fatto con i nemici del paese. Un partito che colpito dalla vicenda Cilena inventò persino la teoria del compromesso storico che altro non era che l’anticipazione teorica del progetto Pd. In questo preciso disegno degli eredi di quel Pci la cultura laica e socialista che aveva dato vita alle più grandi riforme dalla casa, alla scuola, dal lavoro, alla famiglia e ai diritti civili andava emarginata e cancellata dai libri di storia. Ma la forza di quel partito era data soprattutto dal fatto che era stata applicata alla società scientificamente la pratica gramsciana dell’egemonia per cui tutti gli intellettuali più importanti, tutto il mondo della scuola e dell’università, la magistratura, i mass media erano in piena sintonia con l’operato del partito. Così come il mondo del sindacato, il mondo dell’artigianato, della cooperazione rappresentavano soprattutto in Emilia Toscana, la loro reale e inattaccabile base di consenso. È tutto questo sistema che di fatto è saltato il 4 marzo e pensare di ricostruire il centro sinistra come nulla fosse accaduto ci porterà ad una debacle come accaduto con il Pasok greco.
Il Psi se vuole sopravvivere, se vuole aiutare la sinistra a rinascere ha solo un compito ed è quello di riscrivere l’intero vocabolario della sinistra e per farlo non deve avere alcun steccato e non deve chiedere il permesso a nessuno, partendo proprio dalle prossime elezioni amministrative. E soprattutto ciò che dovrebbe fare è avere orizzonti molto più ampi della solita trita e ritrita diaspora del socialismo. Lo sguardo va rivolto al mondo del lavoro, alle partite Iva, ai piccoli artigiani al mondo vero e non finto della cooperazione. Continuare a guardarsi nello specchio e rimembrare i fasti del passato aiuta solo ad avvicinarsi a grande velocità alla fine di una esperienza politica che non nasce a Genova, nella fine dell’800, ma a Montecatini nel 2008. Se qualcuno cominciasse a capirlo non sarebbe male.

Leonardo Scimmi
Elezioni, il Psi estero ne esce rafforzato

Cari compagni,
grazie a tutti per il sostegno che avete mostrato in questa campagna elettorale. Ho ricevuto dei voti dall’Italia, parenti di compagni che risiedono in Francia o Germania o Inghilterra. E’ stato molto bello vedere compagni dalla Campania dalla Toscana dalle Marche indicare ai loro parenti il mio nome, da votare nel collegio Europa, senza che neanche glielo chiedessi. Di loro iniziativa.

Grazie di cuore. E’ questo lo spirito che dobbiamo avere. La mia candidatura nelle liste del PD in quota PSI non aveva chance, lo sappiamo. E’ stata tuttavia utile alla coalizione con il PD, che ha ricevuto i nostri voti, è stata utile alla coalizione in Italia poiché abbiamo mostrato fedeltà come alleati ed è stata utile soprattutto al PSI, che ne è uscito rafforzato all’estero.

l PSI all’estero é presente in ogni paese di emigrazione italiana ed abbiamo
– recuperato i vecchi compagni socialisti.
– trovato nuovi compagni che condividono le nostre idee e passione.

Il risultato del 2018 non è un caso. Abbiamo lavorato per 5 anni a questo progetto e grazie a coloro che ci hanno creduto abbiamo fatto un risultato ottimo. Ora io sono arrivato ultimo nella lista, lo so bene. Ma 1645 voti per un partito piccolo come il nostro senza struttura all’estero e con un dramma storico sulle spalle ed un deficit di visibilità consistente, non è poco.

Il nostro risultato è frutto della passione dei giovani e della rete delle associazioni che hanno trovato in noi dei buoni rappresentanti. Consideriamo che ci scontravamo contro lo scetticismo di tutti, poiché nessuno ci considerava un’organizzazione forte e credibile, tanto meno all’estero.

Ebbene oggi lo possiamo affermare, siamo credibili e presenti ed utili alla sinistra ed al PSE. Oggi tuttavia il PSI in Italia si trova in difficoltà. Io credo che il PSI debba ritrovare la sua identità.  La nostra campagna estera è stata molto identitaria ed ha funzionato.

Noi siamo il PSI e chi è stato PSI una volta nella vita non può  non riconoscere il nostro appello, la nostra chiamata all’impegno.

Tuttavia dobbiamo essere costanti. La politica non si fa guardando indietro. Va bene. Ma oggi l’identità é qualcosa difficile da costruire, noi ce l’abbiamo. La nostra storia di partito é talmente dolorosa che ha segnato tutti e tutti risponderanno all’appello unitario ed identitario se fatto con costanza. Noi abbiamo una comunità identitaria che funziona, occorre unirci intorno a questa comunità ed identità. I nostri voti debbono tornare a casa. Questa la prima tappa.

Primum vivere. Grazie a tutti.
Leonardo Scimmi

Loreto Del Cimmuto
serve una nuova sinistra

Non serve la chiusura del PSI, serve una nuova sinistra

L’altro giorno in direzione ragioni di tempo e logistiche hanno imposto una chiusura degli interventi quando ancora c’erano molti iscritti a parlare. Niente di insolito. Proverò a sintetizzare quanto avrei detto prima che anch’io votassi contro le dimissioni del segretario. Perché contro? Perché le dimissioni erano e sarebbero tuttora del tutto inadeguate, in senso letterale; cioè al di sotto di ciò che la drammaticità delle condizioni di quel che resta del socialismo italiano richiede. Il problema infatti non è quello di azzerare un gruppo dirigente quando è tutta, o quasi, la comunità socialista ad essere stata azzerata, qualsiasi linea politica nei mille rivoli carsici che la caratterizzano essa abbia intrapreso. Quindi mi proverò a sintetizzare alcuni punti dicendo subito che io sono contro ogni ipotesi liquidazionista del PSI. Sono però anche convinto che si debba lavorare subito al suo superamento. Può apparire una contraddizione. Tuttavia, come diceva Mao, “dove c’è contraddizione c’è vita”, quindi me ne fotto di questa apparente contraddizione per dire che la piccola barchetta del PSI bisogna portarla da qualche altra parte, tutti insieme, ora che la sfida è più alta, che quell’altra parte diventa un approdo lontano, tutto da cercare, che riguarda non solo noi ma tutta la sinistra, italiana (e quindi del PD in primo luogo), europea e persino mondiale. E non possiamo restare indifferenti a ciò che si muove dentro quel partito, perché volenti o nolenti per esso passa una possibile risposta al populismo e al sovranismo.

Se c’è la globalizzazione ci vuole una sinistra globale

Visto da lontano infatti il risultato italiano appare perfettamente in linea con le sorti che hanno riguardato tutta la sinistra europea: un voto contro le elites e contro l’establishment con cui la sinistra viene a torto a ragione identificata.  E qui sta un primo limite, nostro e della sinistra. Continuiamo a sviluppare le nostre riflessioni dentro i confini angusti delle sinistre “nazionali” avendo nello stesso tempo perso il radicamento e il contatto con il territorio, con quelle realtà dove le spinte della globalizzazione e le controspinte del residuo modello novecentesco di produrre, distribuire ricchezza e fare welfare, generano le contraddizioni e i conflitti che mettono uno contro l’altro proletariato urbano, ceti medi impoveriti e immigrazione. Quindi cominciamo a porre, a noi e al PD, il tema di una rifondazione della sinistra europea. Se c’è la globalizzazione ci vuole una sinistra globale. È nell’orizzonte più ampio dell’Europa e delle società aperte, prima che si richiudano su se stesse, che va cercato l’approdo. Citiamo spesso i radicali ma impariamo poco dalla lezione di Pannella che per primo pose il tema del partito transnazionale.

Dall’era analogica di Berlusconi a quella digitale di Casaleggio

Visto da vicino invece il risultato italiano ci consegna una particolarità che fa, ancora una volta, del nostro paese un laboratorio dove si sperimentano modelli e proposte politiche che guardano decisamente fuori dai canoni della democrazia rappresentativa, liberale e democratica, che finora abbiamo conosciuto. Se il partito azienda di Berlusconi corrispondeva all’era analogica dei conflitti di interesse e della concentrazione dei media e dell’informazione, il partito azienda di Casaleggio corrisponde all’era digitale dell’informazione a rete e diffusa di internet, dei social media e dei “big data”, il c.d. petrolio di domani. La sinistra è apparsa troppo spesso ciecamente illuministica. Votata ad abbracciare ogni innovazione tecnologica non ne ha colto il suo carattere parziale e niente affatto neutro. Per timore di apparire luddista è diventata acriticamente scientista. Così abbiamo multinazionali che fatturano più di uno stato, tracciano profili e possiedono informazioni sensibili di milioni e milioni di persone, ne condizionano stili di vita e modelli di consumo sfuggendo od eludendo forme progressive di tassazione dei propri profitti. Con il movimento 5 stelle abbiamo inaugurato il primo “big data party” e tardiamo a coglierne il devastante potenziale anti democratico. Potenziale che potremo disinnescare e orientare se, anche qui, non ci attardiamo a difesa di istituti che scricchiolano un po’ ovunque ma se su questi riusciamo ad innescare positivamente, anche per rinvigorirli, istanze partecipative e temi che la democrazia rappresentativa non riesce a contenere. Mi riferisco al dibattito sui beni comuni, a quello sull’economia circolare, alle sperimentazioni di forme di democrazia diretta che possono integrarsi con quelle più tradizionali della rappresentanza per delega, che spesso, nella creazione di ceti politici, si traduce in delega senza rappresentatività. Sono temi che dovrebbero essere cari ai verdi nostri recenti compagni di viaggio.

Un welfare meno statalista e più socialista

La nostra rete di amministratori locali, che va curata e persino organizzata, potrebbe benissimo cimentarsi con questi temi avviando e sperimentando nuovi modi di “fare amministrazione”, sviluppo locale e soprattutto welfare di territorio. E qui sta un altro tema, quello del welfare, centrale nella definizione di una sinistra che proprio sul “welfare state” ha costruito le proprie fortune. Siamo sicuri che non si possa fare welfare senza “state”? Senza cioè necessariamente far conto sull’intervento protettivo dello Stato, “dalla culla alla tomba”, nella crisi generale e strutturale della finanza pubblica e della scarsità di risorse?

Siamo certi ad esempio che non sia proprio cercando nell’autonomia della società civile, nella sua capacità di auto organizzarsi oltre l’intervento riparatore dello Stato, nelle forme di sussidiarietà orizzontale alle quali i corpi intermedi e le formazioni sociali possono dar vita, che non vada invece ricercato il germe di un socialismo nuovo, meno statalista e più… socialista, appunto? Se lo Stato è bene continui ad occuparsi degli ultimi, di chi non ce la fa, forse è il caso di lasciare all’autorganizzazione sociale, sostenuta da forme di fiscalità innovativa la ricerca di un welfare che parte veramente dal basso.

Proprio nei corpi intermedi, nel terzo settore, nelle associazioni di categoria, nella rappresentanza sociale, dove spesso scopriamo una nostra presenza dispersa, potremmo trovare l’infrastruttura umana e sociale, le competenze necessarie a una rifondazione del socialismo del terzo millennio, anche per sottrarre queste formazioni al rischio sempre presente di una loro corporativizzazione.

Di fronte agli sconquassi prodotti dalle nuove tecnologie che divorano lavoro e agli sconquassi dei flussi migratori che se ne fregano dei confini e bussano per avere una fetta della torta,può ben darsi che alla fine scopriremmo che i limiti e le sconfitte della tradizionale sinistra socialdemocratica stiano proprio nell’aver prodotto una società deresponsabilizzata, che avendo coltivato nella società del benessere certezze ora venute meno, minacciata nel godimento dei propri diritti sociali, rivolge proprio contro la sinistra il suo grido di protesta.

Possono sembrare temi astratti, tuttavia sono questi alcuni dei nodi che dovremo affrontare. La sinistra, e noi nel nostro piccolo, deve tornare a fare ricerca sociale, cogliere i mutamenti profondi della società, dell’economia e della vita delle persone.

Inizia una lunga navigazione ma “l’ardente periplo continua, il capo è di buona speranza”.

Loreto Del Cimmuto
Segretario federazione romana PSI

Luca Fantò
Una proposta socialista

A maggio si voterà in diversi comuni del vicentino: Barbarano Mossano, Bolzano Vicentino, Castelgomberto, Chiampo, Enego, Marostica, Quinto Vicentino, Recoaro, Rossano Veneto e Vicenza.

Per il centrosinistra, il voto arriva dopo la disfatta elettorale del 4 marzo. Risultato elettorale che ha dimostrato lo scollamento esistente tra i partiti del centrosinistra (inteso come l’insieme dei partiti della sinistra riformista e cosiddetta radicale) e la cittadinanza. Scollamento determinato dalla percezione da parte della maggioranza degli italiani di non essere debitamente rappresentata da questa parte politica.

Quanto dimostrato dai diversi studi statistici che da mesi vengono riportati dai giornali, in Italia cresce sempre di più il divario tra chi ha molto e chi dispone di poco. Un divario che evidentemente, noi del centrosinistra non siamo stati in grado di colmare e forse, in alcuni casi, abbiamo anche ampliato.

Il compito sarebbe invece quello di ridurre tali distanze, creando una società in cui la ricchezza viene redistribuita concedendo a tutti pari opportunità in un contesto di reciproca solidarietà tra cittadini e tra Stato e cittadini.

E’ necessario che il centrosinistra dia un segnale di reale discontinuità, anche sui territori, ad esempio dando alla cittadinanza quella percezione di unità che sinora non siamo riusciti a dare e spesso ad avere.

Noi socialisti del vicentino proponiamo al PD e alle altre forze della sinistra, di presentare alle elezioni amministrative un unico simbolo, un’ unica lista, un programma unitario per ogni Comune.

In questa maniera, oltre a dimostrare una reale discontinuità con i metodi del passato, manderemmo un messaggio alla dirigenza nazionale dei diversi partiti.

La proposta è lanciata, ora attendiamo la risposta delle altre forze politiche.

Luca Fantò
Segretario provinciale PSI Vicenza

Corrado Oppedisano
In ricordo di Angela Burlando

Un mese fa Angela Burlando ci ha lasciato. Scrivo oggi perché nel frastuono di una caotica campagna elettorale pochi si erano resi conto che Angela stava andando via. E non sono servite le telefonate, le lettere e i post sui social a far della sua scomparsa un evento o un piagnisteo pubblico, che sicuramente non avrebbe gradito. A noi che restiamo qui l’amara consolazione dei ricordi, mentre il sorriso si rattrista nel guardare agli anni passati insieme, con fierezza, orgogliosi di aver fatto un pezzo di vita politica insieme ad Angela. Forse è proprio così, sono i racconti i profumi le emozioni, le immagini, i ricordi che sorreggono parte del mondo. Cosa ho imparato da Angela? Nel 2012 a Genova il centro sinistra – nel top di una crisi di nervi -chiese le primarie per scegliere il Sindaco di Genova, avendone una in carica, Marta Vincenzi. Contestualmente si ripresentò la sindrome socialista, di essere stati grandi e forti, che fa strage dei dirigenti Psi durante la preparazioni di eventi elettorali. Io ero finalmente libero da impegni pregressi ed essendo nell’anno celebrativo dei 125 anni del PSI, Roma con editto pretorio consegnato dal compagno Labellarte mi ordinò “Commissario straordinario per le elezioni comunali Genovesi e 125° PSI con presenze eccellenti come la Ministra del Governo Spagnolo, la Socialista Carmen Chacon. Intanto il clima creatosi tra Marta Vincenzi e la neo candidata Roberta Pinotti produceva scollamento. In più il Prof. Marco Doria con una lista indipendente esprimeva diffuse simpatie in città con la benedizione di Don Gallo. Angela Burlando invece polemizzava verso il centro sinistra sostenendo che, così frammentato avrebbe aperto la strada alle destre. Emerse in quel difficile contesto una proposta già sperimentata con Giuliano Pennisi alle regionali, di sostenere un candidato sindaco del Pd e fare fronte con loro contro la destra. Quella ipotesi avrebbe disimpegnato i resti del gruppo del partito rompendo di fatto il sogno di condurre con una lista PSI una battaglia di orgoglio socialista portando qualche voto al PD. Un pò fuori binario proposi di spostare il PSI dalla rissa in casa PD e di presentare una candidatura socialista alle primarie andando a rigenerare di lista. Tutti, Angela compresa lo ritennero un percorso sacrificale. “Non c’è partita tra due generalesse del PD e il prof. Marco Doria”. Ma se i notabili si escludono dalla corsa chi avrei potuto candidare quale espressione di un progetto laico riformista socialista? Elisa Gambardella che aveva 18 anni?. Come premature apparivano le giovani risorse di Carlo e Matteo. Tolti diffusi e sparsi dimissionari non rimaneva altro che ritornare alla “soluzione Pennisi” di sostenere il PD, punto. Consigliato da altro vecchio saggio ripresi le consultazioni -anche esternamente – al partito ma le candidature arrivavano e cadevano come birilli. La Federazione di Genova entrò così ufficialmente in stallo mentre io avrei dovuto iniziare le manovre di atterraggio. Da li in poi mi vennero in soccorso esterno molte telefonate di Angela. “Ti chiamo per dirti che non è sopportabile questa apatia verso il proprio partito, se è così allora chiudiamolo”. Impossibile risposi, abbiamo in agenda la Ministra Socialista Spagnola per le celebrazioni del Partito. “Auguri allora”. Ripresi l’ultimo giro prima di arrendermi alla “soluzione Pennisi” incassando altri disimpegni. Con l’entusiasmo sotto i piedi mi recai da Angela Burlando a prendere uno dei tanti caffè delle otto. Le esposi il tutto pensando follemente da li a poco di convincerla a candidarsi alle primarie e a capitanare la lista Socialista. Di tutto punto mi mandò a quel paese offrendo lei il caffè. Con l’angoscia di non aver nulla in mano all’alba di una mattina di un giorno nefasto, squillò il cellulare, era Angela Burlando “ciao segretario, o commissario o quale diavolo di carica hai… Ti volevo solo dire che accetto la candidature per le primarie a Sindaco di Genova e… poi ci occupiamo della lista… perché dal nostro destino non si può scappare”. Grazie a questa volontà nell’arco di un mese ci presentammo alle primarie, facemmo liste alle comunali e in nove municipi raccogliendo lo 0.98% dei voti. La Federazione di Genova ritornò ad essere la nostra sede di confronto politico con tante nuove idee.

Mauro Broi
Convocazione direttivo. Analisi voto e prospettive future

Carissimi/e
Martedi 6 marzo si è riunita la Segreteria per una analisi dei risultati elettorali. La Segreteria esprime un caloroso ringraziamento ai Candidati e Candidate alle elezioni politiche, Camera Senato e a quelle Regionali. Grazie a tutti per l’impegno profuso e per averci messo la faccia! Sapendo in anticipo, che sarebbe stata comunque una impresa quasi impossibile. La Federazione, le compagne ed i compagni di Milano e dell’area metropolitana, hanno fatto fronte al gravoso e difficile impegno elettorale con grande disponibilità, generosità, e soprattutto con una grande passione e mobilitazione politica. Le iniziative e gli eventi pubblici promossi dalle nostre Sezioni, dai nostri compagni, sono stati tantissimi, in città e in tanti comuni. Pur contando sulle poche risorse a disposizione, abbiamo comunque portato la nostra Lista all’attenzione dell’opinione pubblica, dei cittadini. Un impegno particolare è stato speso in prima persona dai Candidati alle elezioni Regionali. Le preferenze che si traducono in voti lo testimoniano. Alle Regionali in termini assoluti abbiamo preso 35.000 voti. Milano ha registrato la percentuale dello 0,90 rispetto alla media regionale dello 0,66. A testimonianza dell’impegno dei nostri candidati, del Partito. Un ringraziamento particolare al nostro Capolista Maurizio Bini per essersi messo in gioco, anche in considerazione dell’immagine pubblica legata al ruolo professionale che ricopre. La sua è stata una disponibilità totale, non è mancato a nessuna iniziativa e indubbiamente ha portato un buon valore aggiunto alla nostra lista non solo in termini di voti. Per noi è stato un orgoglio averlo al nostro fianco. Grazie Maurizio! Una novità positiva è stata anche la presenza nella nostra Lista dei Giovani socialisti che si sono impegnati allo spasimo con grande professionalità e con buoni risultati personali che mi auguro siano la premessa per un impegno comune al ringiovanimento del nostro partito. Il risultato politico, della nostra Lista, è stato in termini generali, come per tutto il centro sinistra, un risultato negativo, fortemente al di sotto delle aspettative, e molto deludente anche rispetto all’impegno messo in campo. La nostra Lista “Italia Europa Insieme” non era conosciuta dall’elettorato e in due mesi non si è riusciti a farla conoscere in modo adeguato, anche in forza dell’ostruzionismo e dell’oscuramente messo in atto dalla stampa e dalle tivù. L’ondata della destra guidata dalla Lega, che ha sdoganato anche i Fascisti di Casa pound e Forza Nuova, insieme all’avanzata del M5S hanno spazzato via Il PD e di conseguenza tutto il centro sinistra e la sinistra, rappresentata da LeU, sia a livello Nazionale che Regionale. Il distacco di un milione di voti di Giorgio Gori dal candidato Presidente del Centro destra, Fontana ne sono la testimonianza. Il nostro Partito, la Federazione, essendo quelli più strutturati sul territorio, si sono, di fatto dovuti far carico e gestire l’organizzazione; prima attraverso la raccolta delle firme, successivamente con la presentazione delle Liste, per Camera, Senato e Regionali, e per finire la campagna elettorale. Una esperienza unica, che ha messo a dura prova la nostra capacità, ma che grazie all’impegno dei compagni e delle compagne siamo riusciti con orgoglio a portare a termine. Unico neo la mancata presentazione della lista di Pavia alle regionali, per mancanza delle firme necessarie.
Martedi è convocata la Direzione Nazionale del PSI per l’analisi del voto ma soprattutto per le prospettive del dopo voto. “Insieme” è nata con l’intento di riunire le forze del centro sinistra al di fuori del PD. Credo che, soprattutto dopo i risultati elettorali, occorra consolidare e rafforzare, questa esperienza, l’ispirazione ulivista della nostra list. Non solo per confermare tale impegno, ma per arrivare, attraverso il coinvolgimento la partecipazione diretta della base, alla costituzione di un nuovo soggetto politico, che comprenda il PD, in grado di elaborare un progetto rispondente alle esigenze dei cittadini e della società, caratterizzando il ruolo riformista del centro sinistra, sconfingendo il centro destra e il populismo, come per ben due volte accadde con l’ulivo. Ci vediamo sabato per iniziare il confronto al nostro interno.
Fraterni Saluti
Il Segretario del Psi Milano,
Mauro Broi

Fabio Ruta
La sinistra riformista dopo lo Tsunami

Non una semplice sconfitta elettorale. Ma un vero e proprio, devastante “Tsunami”. In questo modo i commentatori politici dei principali mass-media hanno descritto l’esito elettorale delle sinistre e del centrosinistra a guida PD, cannibalizzato dall’exploit del M5S. L’elettorato ha premiato destre e populisti, promesse mirabolanti senza ombra di copertura economica. Tanto che a pochi giorni dal voto è tutto uno smarcarsi – più o meno esplicito – dalla fattibilità delle proposte di salario di cittadinanza e abolizione tout court della legge Fornero. Lo ha “autorevolmente” fatto persino Marco Travaglio. Che, se avesse anticipato le sue confessioni a prima della chiusura dei seggi elettorali, avrebbe dimostrato di essere un vero giornalista anziché un supporter di parte. Ma ormai l’onda distruttiva si è affermata. Una forza devastante che liscia il pelo ad una rabbia viscerale dai caratteri antipolitici, antieuropeisti, di forte chiusura. Eppure il centrosinistra poteva vantare risultati soddisfacenti. L’aver traghettato in temperie difficili il Paese dal rischio di un default disastroso e di un tracollo irreversibile, ad un inizio deciso di ripresa e crescita occupazionale ed economica. Oltre a significativi (seppur insufficienti) avanzamenti sul terreno dei diritti civili ed individuali (Unioni Civili, Testamento Biologico, Dopo di Noi, Cannabis Terapeutica, ecc.) e della giustizia giusta. Il problema reale della immigrazione massiva – e le paure spesso enfatizzate che ad esso si legano – hanno condizionato l’esito del voto: a prescindere dal fatto che il Ministro Minniti abbia realizzato encomiabili politiche di contrasto e riduzione degli sbarchi e del traffico di esseri umani. Coniugate con strategie di accoglienza diffusa sul territorio ed attività diplomatiche intense nei confronti dei Paesi da cui transitano e passano i flussi migratori. Un pragmatismo capace di coniugare sicurezza ed integrazione: ma non di fare fronte a campagne di retorica nazionalista. Retorica nazionalista, in nome di un Lepenismo alla italiana, guidato curiosamente da un soggetto politico che in origine nasceva sulla rivendicazione di una “questione settentrionale” e di un “italia federale”. Temi abbandonati dalla Lega – a caccia di consensi “sudisti” . Temi che andrebbero ripresi da sinistra, depurati da ogni inflessione secessionistica e xenofoba e ricollegati ad antiche suggestioni di “municipalismo libertario”, ed “autogoverno dei territori”. Ma tant’é. Oggi il M5s è il primo partito. Il centrodestra a trazione Salviniana, è di gran lunga, la prima coalizione. A sinistra litigi, dispetti, scissioni, hanno fatto il resto: facilitando l’opera dei nuovi trionfatori. Il Partito Democratico – seppur malconcio e malandato – resta l’unico traballante argine al peggio. Ho sostenuto la Lista Insieme, ferma allo zero virgola. Da anni auspicavo il rilancio di un progetto che partisse dalla esperienza (radicale, laica e socialista) della Rosa Nel Pugno. Non per riproporla come una fotocopia, bensì per espanderla ed estenderla ad un più vasto mondo ecologista, liberaldemocratico, repubblicano, azionista, federalista europeo. La Rosa Nel Pugno nasceva in una temperie in cui il Partito Democratico assomigliava troppo ad una fusione a freddo tra ex comunisti ed ex democristiani. Una sorta di “compromesso storico bonsai”, come fu da più parti definito. “Compromesso storico-bonsai” poi inaspettatamente mandato in soffitta proprio dalla rottamazione renziana. Quel Renzi, che proveniva dalla sinistra cattolica e persino dalle strizzate d’occhio al primo family day, fu sorperendentemente il segretario che portò il PD nel Partito del Socialismo Europeo e che per primo ha impegnato il suo partito nella realizzazione di provvedimenti come le uonioni civili ed il testamento biologico. Immaginavo allora la RNP come una “gamba” esterna al Partito Democratico, che supplisse al deficit di cultura laica, libertaria e liberale del centrosinistra. Capace di essere un alleato competitivo e di spingere la sinistra italiana, ancora troppo viziata di cattocomunismo, verso un approccio più compatibile con i riformismi europei. Insieme è stata una bella idea. Ma ammettiamolo, un ripiego dell’ultimo momento. Operazioni del genere, lanciate a poche settimane dal voto, sono destinate al sicuro fallimento. Non sufficienti i tempi per affermare nel “mercato politico” un nuovo “brand”. Che viene vissuto come “sospetto” dall’elettorato. Il richiamo allo “spirito ulivista” non ha portato a granché, sapeva di “sguardo nobile”: ma terribilmente rivolto al passato! A nostra parziale discolpa va detto che sino all’ultimo si è tentato di creare un progetto più largo, che andasse da Pisapia alla Bonino. Se si può (sforzandosi) comprendere l’amara rinuncia del primo, crea l’amaro in bocca constatare che Bonino abbia preferito la scorciatoia di una presentazione con Tabacci, piuttosto che scegliere un accordo con Socialisti ed Ecologisti. Molti radicali, in particolare pannelliani, hanno vissuto malissimo questo tipo di deriva. Se si fosse scelto diversamente, oggi una lista radicale-socialista-verde avrebbe superato senza problemi la soglia di sbarramento del 3% . Avremmo un gruppo radicale-socialista-ecologista-laico influente e soddisfacentemente rappresentato in Parlamento. LEU ha mostrato di non essere un “posto per socialisti” (ed oggi va verso una prevedibile scomposizione), alla stregua di Potere al Popolo che pure ha ospitato – in una ottica di massimalismo frontista – una componente ex socialista. Ma in questo quadro nessuno, a sinistra, tra i laici ed i socialisti, ha nulla da festeggiare.

Non solo il Partito Democratico, ma anche i suoi interlocutori o alleati minori (come i socialisti, i verdi, i radicali) sono di fronte ad un bivio. Due scelte alternative: la prima – da evitare come la peste – corrisponde ad aprire una interminabile parentesi di conflitti interni e notte dei lunghi coltelli. Con stucchevoli liti tra correnti e divisione dell’atomo. Con Tentazioni nostalgiche ed identitarie del tutto minoritarie. Poi c’è un’altra via: quella di fermarsi un attimo e di cercare di capire che l’argine al populismo e alle destre si è indebolito. Occorre comprendere con responsabilità quello che ci chiede il nostro popolo: ovvero unità e rinnovamento.Oggi sono convinto che ci voglia una sola grande forza del riformismo europeo in Italia. Capace di essere l’anello di congiunzione tra il PSE, l’ecologismo moderno ed il liberalismo dell’Alde e di Macron. Questa forza non può prescindere dal Partito Democratico (che deve mostrare però apertura e capacità di rigenerazione), ma nemmeno prescindere da una robusta iniezione di identità laiche, Socialiste, ecologiste, repubblicane, liberali, libertarie. Contributi da valorizzare non in quanto portatori di chissà quale consenso percentuale alle elezioni. Ma per la ricchezza culturale e politica che portano e che può contribuire alla rinascita della sinistra italiana di governo. Ci vuole una unica forza della sinistra riformista europea in Italia. L’elettorato si muove ormai – impossibile negarlo – in una ottica bipolare e maggioritaria. Vuole votare per un polo/partito/schieramento potenzialmente di governo e non certo più in nome di un fideismo ideologico o di una appartenenza di partito. Vuole decidere prima e non dopo il voto quale sia la maggioranza che guiderà la legislatura e quale sia il premier. Lo ha dimostrato anche in presenza di questo ibrido prevalentemente proporzionalistico. Non c’è alcuno spazio per operazioni reducistiche, nostalgiche ed identitarie. Si rischierebbe di parafrasare il titolo di un vecchio film: ” sotto al vestito niente”. In Italia non c’è più spazio per un psi bonsai. Come non c’è spazio per una dc bonsai (tra l’altro l’esito elettorale è nefasto per le formazione di ispirazione post democristiana ovunque collocate e ancor di più per l’indigeribile formazione clerico familista guidata da Adinolfi). O un Pci bonsai. Ma c’è invece un grande bisogno della cultura politica del riformismo socialista per ricostruire una sinistra unitaria di governo in Italia. Questa obiettivamente non può prescindere dal Partito Democratico, che deve però aprire una fase due. Che porti definitivamente al superamento della damnatio memoriae dei socialisti italiani. Ed ad una apertura di confronto anche a preziose culture come quelle radicali, ecologiste, repubblicane, liberali, azioniste, federaliste. Quello che penso é che occorra trasferire improduttive energie sino ad ora concentrate sui “contenitori”, al tema dei contenuti. Immaginando una “manutenzione”, “progettazione” e “comunicazione” del socialismo italiano. E partendo dalla radice etimologica di questi termini che implica la analisi, la socializzazione della conoscenza, ma anche la azione diretta. In funzione rigenerante della sinistra riformista del nostro Paese. Rinunciare espressamente alla costruzione dell’ennesimo partitino. Trasfomare il PSI e le altre sigle socialiste che si renderanno disponibili in un network, in un think tank permanente. Una rete, una lega del socialismo italiano. A cui si possa aderire individualmente o come circolo, associazione, fondazione. Che abbia la forma dell’associazionismo, che sia aperta, flessibile, mutevole, inclusiva. Che sappia produrre focus tematici (dalla “laicità” ai “diritti”, dalla “solidarietà” al “nuovo welfare”, alla “Europa”). Una sfida che recuperi nella era dei social e della comunicazione sui nuovi media, le antiche intuizioni delle società operaie di mutuo soccorso e degli albori del socialismo umanista. Con l’obiettivo di portare la comunità socialista italiana, ora rissosa, divisa, marginale e conflittuale, ad unirsi in una comunità solidale, solare, propositiva.

Fabio Ruta

Enrico Maria Pedrelli
Dispaccio

Voglio essere telegrafico per una volta. Non perché non mi manchino tempo e argomenti per una riflessione arzigogolata e convincente, ma perché voglio lanciare dei sassolini in uno stagno, sognando che si faccia maremoto.

Il risultato della lista Insieme è stato avvilente; ma sbaglia chi vi attribuisce un significato catastrofico, perché evidentemente non si è accorto che noi già da tempo sopravvivevamo come le blatte all’apocalisse nucleare. Spazio alle riflessioni e ai “sua culpa” ora, ma anche agli anemici richiami al rilancio (di cosa?) o all’unità (attorno a chi?).

Io seleziono e tiro questi punti, sperando facciano quanti più rimbalzi possibile.

1) BELLISSIMO PIATTO, MA COSA C’E’ DENTRO? Chi mi conosce sa la fissazione che ho per la comunicazione (e del resto la curo per la FGS). Stavolta sono stato accontentato: la comunicazione della lista è stata quella necessaria; non è mancato niente che non dovesse esserci. Molti invece se ne lamentano, non ultimi i nostri dirigenti che giustamente pretendono spazio mediatico in più. Ma quello non basta mai, compagni! Io ho avuto un’epifania: il problema del messaggio non era la forma, ma il suo contenuto! Un programma che pareva un supermercato: prendi quello che ti aggrada e passa alla cassa. Distribuivamo buoni sconto alla gente, ma la concorrenza era alta, e diciamoci la verità: se non fosse perché il supermercato è di famiglia, non ci saremmo mai andati. Solo qualche prodotto era veramente di qualità; ma difficile andarci avanti a lungo, noi che per costituzione siamo costretti ad una dieta varia.

2) SOCIALISTI AL BIVIO! Metafora abusata. “O autonomia o confluenza!”: già sentito tante volte, da compagni che poi sono spariti o che in fondo sono ancora attaccati alla nostra famiglia. Come un bambino che litiga con la mamma e finge di scappare via, ma poi la segue sempre da lontano (a metafora, metafora emmezzo). Certo così non si può andare avanti, ma attenzione: noi ora siamo fermi nello stesso punto di prima; tutto attorno c’è il caos!

3) L’ERBA DEL VICINO. Il Socialismo Europeo è un feticcio, che noi coltiviamo per complesso di inferiorità. Poco più di tre anni fa dicevo che in Italia siamo certamente un partito piccolo, ma che in Europa eravamo la maggiore (o unica) forza di sinistra! E’ il tempo a togliere a me, e a voi, questo vanto: i principali partiti socialisti d’Europa stanno cadendo, più impegnati a salvare la propria burocrazia che ad occuparsi di un generalizzato problema di identità. Noi che di burocrazia manchiamo, e di responsabilità grosse non ne abbiamo, potremmo occuparcene ed essere più identitari. – Ma chi siamo noi? – I socialisti! – E quindi? – E quindi guarda che bella erba ha il mio vicino… Guardiamo meglio compagni.

4) QUARANTENA. Molti coltivano l’illusione di uscirne, e di poter influenzare contenitori politici (vuoti) più grandi. “Bene, mettetevi in fila!” è il massimo di benvenuto che si potrebbe sperare, nell’andare a far battaglie in comitati elettorali perenni dove ciò che conta è la parola del capo di turno; capopopolo che applica un calcolo tra quello che la gente si vuol sentir dire e quello che lui si può permettere di promettere: c’è proprio spazio per il socialismo! E non mi si parli di Sanders, perché lui ha guardato l’erba del vicino. E’ dunque il leader che conta, dentro a questi contenitori. Se è vero che siamo “il partito di Nencini” fuori, lo saremo anche dentro. A meno che il leader non lo voglia fare qualcun altro: bene, mettetevi in fila!

5) L’AUTONOMIA SI COSTRUISCE. Sì, ma come? Nella sezione di Ravenna è appeso un quadro: dentro c’è la riproduzione dell’atto fondativo del primo PSI. Non troverete un solo comitato elettorale. Forse non li avevano ancora inventati: e una ragione c’era! Leghe, cooperative, al massimo sezioni che erano circoli culturali e ricreativi. Compagni, coltivare l’illusione dell’elettoralismo porta a delusioni ed energie sprecate. Ci sono più ragioni per cui credere che non siamo davanti ad un sistema effettivamente democratico oggi. La forza di un partito sta nella sua macchina, nella sua rete di progetti e di strutture che già agiscono nel sociale: senza aspettare di occupare uno scranno, salvo poi lamentarsi che se ne occupa solo uno per poter fare abbastanza. Iniziate trasformando la vostra sede in qualcosa di utile! Ci vorrebbe poi un team nazionale di consulenti, che vi aiuti e vi indirizzi nell’operazione. C’è un mondo cooperativo che aspetta di essere rilanciato, e un sindacalismo che troppo a lungo è stato abbandonato. C’è molta gente che ha brutti pregiudizi sui socialisti: non la penseranno più così quando daremo loro il lavoro.

Faccio parte di una nuova generazione di socialisti, che se esiste è perché esiste un Partito Socialista Italiano. Quel che siamo, lo dobbiamo a quel nome.

E mi si scusi il linguaggio in codice.
Passo e chiudo.

Enrico Maria Pedrelli
FGS

Emanuele Pecheux
Lettera aperta al compagno Andreini

Caro Andreini,
nelle ore successive al risultato elettorale domandavo a me stesso chi sarebbe stato il primo ad esternare, come nella migliore (o peggiore) tradizione, interpretando lo scialbo copione delle accuse al capitano e ponendosi alla guida di un improbabile ammutinamento.
Tra i candidati più probabili figuravi tu. Non mi sono sbagliato.
D’altra parte siamo vicini alle Idi di marzo e la storia ci insegna che codesto è il periodo migliore per allestire congiure.
La tua lettera aperta al segretario, peraltro, offre la cifra di quanta approssimazione e quanto supponente narcisismo autoreferenziale stia alla base delle tue esternazioni.
Comincio dall’approssimazione: sostenere che, ti cito, siamo di fronte a “un disastro elettorale ben più grave di quello pur disastroso subito nel 2008 da Boselli”, significa almeno due cose: non avere memoria e argomentare con un malanimo degno di miglior causa.
Spiego: intanto nel 2008 il neonato Ps aveva circa 72.000 iscritti, una presenza maggiore sui territori e un tesoretto che fu utilizzato per svolgere una campagna elettorale capillare e diffusa.
Il risultato al netto dei voti ottenuti all’estero fu lo 0.9%.
Dieci anni dopo con un numero di iscritti di gran lunga inferiore, una presenza sui territori a macchia di leopardo, senza alcun tesoretto significativo da investire in una campagna elettorale caratterizzata dalle abituali disparità di trattamento riservate da stampa e network televisivi ai competitori, il risultato in termini percentuali è poco al di sotto della cifra del 2008.
E, nelle condizioni date, la lista Insieme è riuscita a fare eleggere 2 parlamentari nella quota maggioritaria, a cominciare dal difficile collegio senatoriale di Arezzo e Siena e un parlamentare nella circoscrizione estero.
Siccome sono convinto che l’apporto elettorale di Verdi e prodiani, nonostante il timido endorsement del Professore, sia stato ben inferiore al minimo sindacale, è di tutta evidenza che il risultato nella quota proporzionale, per quanto deludente, è da ascrivere per intero al Psi, all’impegno dei candidati socialisti e dei dirigenti e militanti del Psi. Tutti, nessuno escluso.
Mi dovresti poi spiegare come, a fronte di un rovescio elettorale di proporzioni storiche per il csx, in che modo la lista Insieme avrebbe potuto ottenere un risultato diverso.
Era lecito aspettarsi qualche decimale in più che, comunque, non avrebbe cambiato la sostanza delle cose.
Con il Pd ben al di sotto della quota 20%, la lista di Emma Bonino, dotata di risorse finanziarie significative, che ha goduto di un sostegno mediatico sfacciato e persino imbarazzante, pronosticata alla vigilia come la vincitrice morale del csx con un risultato al di sopra del 3% è rimasta, sin dalle prime rilevazioni ben al di sotto della soglia di sbarramento, riuscendo ad eleggere 3 parlamentari, due dei quali sistemati in collegi blindati.
Vogliamo parlare di LeU nata per fare perdere il csx, pronosticata sino a due mesi fa con un risultato vicino alla doppia cifra, che si è fermata ad un modesto 3.3%?
Caro Andreini, per le analisi politiche ed elettorali occorre non perdere mai di vista il contesto in cui i risultati maturano e mantenere la mente sgombra da pregiudizi.
Esattamente ciò che tu non fai ripiegando i tuoi ragionamenti a dinamiche interne di nessun interesse, supportate da riferimenti alle tue personali iniziative intraprese in questi anni che interessano ancor meno.
È un momento grave per l’Italia e per tutta la sinistra riformista.
Domenica è mutato completamente il quadro storico politico.
Le nostre riflessioni, su ciò che occorre fare nel futuro prossimo, dovrebbero muovere da questo dato di fatto e un dirigente di partito potrebbe evitare di abbandonarsi a sgangherate osservazioni e a richieste assurde, funzionali unicamente a favorire la chiusura della porta e allo spegnimento della luce.
È questo che vuoi?

Emanuele Pecheux

Marco Andreini
Lettera aperta al Segretario

Caro Segretario

Siccome non hai ritenuto utile sentire ancora il parere dei tuoi membri di segreteria, approfitto del nostro giornale on line per dirti qui quello che ti avrei detto in Segreteria nazionale.
Tu hai preso in mano la guida del partito nel 2008 a Montecatini dopo il disastro elettorale, il sottoscritto che non aveva aderito alllo Sdi, non ti votò perché faceva riferimento al progetto nato a Bertinoro e votò Pia, e ricordo che tanti di quelli che oggi strepitano ti votarono, rammento fra gli altri il mio amico Franco Bartolomei e il buon Angelo Sollazzo.
Dopo 10 anni, credo sia opportuno fare un bilancio della tua gestione e del partito.
In qualsiasi azienda, ma anche nei partiti è giusto e doveroso fare il bilancio del proprio operato. E ciò dovrebbe essere fatto indipendentemente dalle persone che ti invitano a farlo, né più ne meno come ha fatto Renzi, pur a suo modo, constatando il totale fallimento del suo progetto.
Certo tu potrai dire a tuo vanto di aver ottenuto un gran risultato ad Arezzo, ed hai perfettamente ragione,credo sia una tua vera vittoria personale e tanti non avrebbero avuto il coraggio di accettare quel collegio.
Ma tu sei il segretario di un partito che con un nome storico ha subito un disastro elettorale ben più grave di quello pur disastroso subito nel 2008 da Boselli, considerando anche l’endorsement di Prodi, tralascio il risultato ottenuto nelle regionali di Lombardia e Lazio, dove il Buon Fichera avrebbe strameritato di essere eletto.
Avrei preferito e lo avrebbero preferito tutti i compagni che si sono comunque impegnati nelle elezioni di leggere due tue parole di ringraziamento, invece le abbiamo lette rivolte ai 100.000 cittadini che ti hanno votato ad Arezzo 88.000 del Pd e solo 1887 della nostra lista.
Avrei preferito una assunzione di responsabilità vera nei confronti del partito,la ritenevo doverosa,avrei preferito un tuo messaggio che dicesse, cari compagni ci vediamo a Roma per discutere sul dopo elezioni e vi anticipo che mi dedicherò al mio ruolo in Parlamento passando la mano e avviando un percorso pari e identico a quello che si é aperto nel Pd.Invece solo silenzi e riunioni esterne agli organismi.
Il mio caro amico Segretario regionale della Liguria mi ha detto che è sbagliato addossarti tutte le colpe e che tutti noi del gruppo dirigente dovevamo condividerle. Sono come spesso capita d’accordo con lui da sempre ritengo che il suo impegno debba essere svolto a Roma e non in Liguria,ma se mi é consentito scriverlo,sono stato fra i pochi a lavorare per un progetto politico vero, come nel passato lavorai per creare Sel ,sono stato tra i pochi a chiedere un rapporto con Campo progressista perché ero convinto che il pd era in caduta libera e pensavo si dovesse mettere in piedi un soggetto politico alleato, ma competitivo con il pd.
E questo subito dopo piazza santi apostoli e prima che nascesse Liberi e uguali.
Non è stato possibile farlo perché purtroppo così come è stato fatto con la lista +Europa le carte le ha date Renzi portandoci tutti nel baratro. Per tutte queste ragioni ti chiedo di lasciare la guida del partito e di consentirci insieme ai tanti giovani bravi che abbiamo di avviare da subito una nuova gestione del partito che sappia cogliere e valorizzare il lavoro svolto nei territori. La slavina non si può fermare con le mani ma ai progetti politici si può e si deve lavorare da tempo e pur in un disastro epocale che di fatto mette in discussione il valore stesso dei partiti della sinistra a livello mondiale, rimane il fatto che l’allenatore deve ringraziare i giocatori per l’impegno al di là del risultato e come accaduto nel Milan, che ora sta volando, per il bene della sua comunità, deve saper anche fare un passo indietro.

Marco Andreini