Bruno Degasperi
Enrico Rossi e noi: quale socialismo?

Mentre il nostro Partito si avvicina al Congresso Nazionale, ho appreso della notizia del tesseramento avviato dall’associazione “Democratici socialisti” promossa dal Governatore della Toscana Enrico Rossi. Questi da qualche tempo fa professione di socialismo (“Io credo che l’identità del PD non possa essere che quella del socialismo”, ha dichiarato) e sconcerta constatare come riesca ad infilare nel suo libro, “Rivoluzione socialista”, Gramsci e Berlinguer, le immancabili “socialdemocrazie europee”, Kennedy e Bernie Sanders… ma più di 120 anni di socialismo italiano non sembrano trovare posto nella suddetta “rivoluzione”.

Non si può nascondere che la sollecitazione di Enrico Rossi non serva anche a noi, nel senso che ormai appare chiaro come non sia sufficiente dirsi “socialisti” per definire univocamente un’identità politica e una storia, tantomeno un’appartenenza partitica. Se perfino Enrico Rossi, autodichiaratosi comunista berlingueriano, può dirsi oggi socialista, vuol dire che davvero abbiamo bisogno noi, oggi, di pensare il socialismo del futuro, la sua declinazione moderna e credibile in una società che ha impulsi disgreganti ed individualisti sempre più marcati, contrassegnata da una povertà economica, morale ed intellettuale la cui unica risposta non può essere il “Vaffa Day” di un pasciuto comico ligure.

Scriviamo noi la pagine del socialismo futuro, prima che siano altri a provare a scriverle al posto nostro.

Bruno Degasperi

Vicesegretario PSI Trentino

Alessandro Zampella
Dalle Comunali a Listopoli

A fotografare lo stato del Partito Democratico napoletano è bastato uno dei soliti commenti al vetriolo di Antonio Bassolino: “Il PD a Napoli è in sala rianimazione”. È una frase semplice, secca, breve, ma che racchiude in sé l’essenza di anni di fallimenti e torbide vicende. L’ultima, in ordine di tempo, è storia nota alle cronache nazionali: nove candidati della lista civica “Napoli Vale”, lista costruita per sostenere Valeria Valente nella corsa al Comune di Napoli, sono stati infilati nella competizione elettorale a loro totale insaputa. La ricerca dei responsabili di questa squallida faccenda è ancora in corso: al momento l’unico indagato è il consigliere comunale Madonna, autenticatore delle firme false degli ignari candidati, ma sotto l’occhio del ciclone sono in tanti, a cominciare dai presentatori della lista. La procura ha richiesto anche l’elenco dei finanziatori della campagna elettorale della Valente e ha annunciato che l’inchiesta verrà estesa ai candidati di tutte le altre liste che hanno sostenuto la deputata napoletana, fatta eccezione per la lista del PD, le cui firme sono state autenticate da un notaio.
Le responsabilità politiche sono evidenti e ricadono sulla candidata sindaco e sul partito principale della coalizione di centrosinistra. Sono le ennesime responsabilità conclamate per un partito che a Napoli ormai è evitato come la peste, persino dai suoi iscritti: ne è una dimostrazione l’ultima assemblea metropolitana, cui hanno partecipato 58 delegati su 400, e che nei fatti è un organismo del tutto privo di senso politico. Dal 2009 a oggi, numeri alla mano, il PD ha perso tutte le elezioni locali affrontate, fatta eccezione per le Regionali 2015, vinte per un soffio grazie all’alleanza dell’ultimo secondo tra De Luca e De Mita, che fino al giorno prima della presentazione delle liste sosteneva il centrodestra caldoriano. Nel capoluogo le ultime elezioni comunali, sia nel 2011 sia nel 2016, sono state precedute da primarie torbide, terminate in entrambi i casi con scandali e polemiche. Il partito, in città, è percepito come luogo di malaffare. Una sciocchezza, considerata l’enorme quantità di brave persone che lo abitano e lo vivono, ma quanto incidono sull’opinione pubblica vicende come Listopoli o come le fritture di pesce del governatore? E restano in ogni caso la non-politica, la totale assenza di opposizione all’amministrazione, le sconfitte, il fuoco interno incrociato e la sensazione che i democrat abbiano imboccato un tunnel senza alcuna via d’uscita. Al punto tale che lo stesso De Luca sembra avviato a un lento distacco e a concentrare tutte le sue energie sul movimento personale Campania Libera. Il PD insomma, a Napoli, si avverte solo per gli scandali, le polemiche e le inchieste giudiziarie.
E i socialisti? Il PSI è più che mai assente dal dibattito politico cittadino, e a quest’assenza sicuramente hanno contribuito e contribuiscono le scelte politiche degli ultimi nove mesi. Lo scorso anno tentammo, pur consci dell’improba impresa, di partecipare alle primarie del centrosinistra con una candidatura esterna all’agone politico, che rompesse gli schemi e modificasse un quadro ormai già dipinto. Col senno di poi si è rivelato di certo un errore, ma all’epoca operammo questa scelta, mostrando anche una buona dose di coraggio, per due motivi: primo, per dare un segnale della nostra presenza all’opinione pubblica, dato che, come sa chi si interessa della gestione del partito a tutti i livelli, non è affatto facile farvi breccia; secondo, per evitare che la competizione si risolvesse in un affare interno al PD. Le altre formazioni politiche del tavolo del centrosinistra infatti non davano segnali in questo senso: o partecipavano già proiettate altrove o non ritenevano di avere la forza di presentare candidature oppure si limitavano ad avallare tutte le scelte del partito di maggioranza relativa. A una settimana dal voto poi subimmo, a opera dei “democratici”, una scorrettezza sul piano umano e politico. Decidemmo di andare fino in fondo per rispetto al nostro candidato, ai cittadini e a tutti quelli che avevano lavorato alla campagna elettorale. Ma questa vicenda, unitamente allo strascico di scandali e polemiche che coinvolse la vittoria della Valente, ci schiarì le idee. Abbandonai la commissione delle primarie, cui partecipavo in rappresentanza del partito, di cui allora ero Vicesegretario Provinciale, e in segreteria, collegialmente, decidemmo di sottoporre agli iscritti del PSI un’alternativa: sostenere alle elezioni l’amministrazione di sinistra uscente, guidata da Luigi de Magistris. Per qualcuno, ancora oggi, si trattava di un’operazione squisitamente tattica, motivata dall’esigenza di eleggere consiglieri comunali, a seguito di una coalizione data già allora per vincente. Per me, che guardavo all’area arancione da tempo, era ben altro: scorgevo in quella sinistra fluida, torrentizia, varia, in formazione, multicolore, un’alternativa seria al centrosinistra cui eravamo ormai assuefatti da anni, prigioniero delle logiche di governo e delle alleanze con alfaniani e verdiniani. Pensavo, e penso tuttora, che i socialisti avrebbero potuto contaminare positivamente questa sinistra magmatica e alternativa, infondendo in essa la necessaria cultura politica riformista.
Il resto è storia nota, sebbene qualcuno abbia cercato e cerchi di alterarla. Nonostante le assicurazioni pervenute inizialmente da Roma, fu presto chiaro che non avremmo mai potuto seguire la strada alternativa, nel frattempo votata anche dall’assemblea provinciale e dalle assemblee degli iscritti. A meno di un mese dalla presentazione delle liste, in data 8 Aprile, annunciammo le dimissioni di tutta la segreteria provinciale, in realtà mai formalizzate, perché consci che da Roma non ci avrebbero permesso di presentare la lista di partito nella coalizione de Magistris. Il giorno dopo scoprimmo dalla stampa che la Federazione era stata affidata a un commissario, che si attivò subito per formare una lista a sostegno della candidata Valente, coadiuvato peraltro da due dirigenti che fino al giorno prima sostenevano le nostre tesi. Ancora oggi lo ritengo un sopruso: la volontà degli iscritti della Federazione fu prevaricata senza appello. Tutti noi conoscevamo bene il PD, e d’altro canto lo conoscevano i cittadini napoletani: fu una disfatta per la Valente, ancor più per il PSI, che con una lista di 40 candidati (speriamo tutti consapevoli!) ottenne 1677 preferenze, pari allo 0,4% dei voti validi espressi.
Nessuno, né il segretario nazionale, né il segretario regionale, né tantomeno l’attuale gruppo dirigente napoletano, compresi i due strateghi che fino al giorno delle dimissioni della precedente segreteria provinciale sostenevano l’opzione de Magistris, salvo poi essere folgorati sulla via di Damasco in poche ore, nessuno di costoro ha pensato, neanche per un secondo, di fare pubblica ammenda per quanto avvenuto e per le responsabilità di cui si sono fatti carico. Hanno gettato al vento anni di lavoro, condannando la comunità socialista a non avere rappresentanti nelle istituzioni cittadine per un’altra consiliatura, e hanno trascinato il PSI a rimorchio di un PD nei fatti impresentabile, ancor più oggi dopo la vicenda Listopoli. E non una sola, singola scusa è arrivata verso chi, nei fatti, ha avuto ragione.

Alessandro Zampella

Francesco Meringolo
Socialisti choosy

Sulle prime tessere socialiste c’era scritto “Chi non ha la tessera non è iscritto al Partito.”
La storia successiva fu contrassegnata da profonde divisioni e fratture laceranti. La differenza di visione e di metodo rese vano anche quel concetto che campeggiava su quelle tessere delle origini. Il socialismo, nel suo avanzare nel ‘900, ha dato vita a due totalitarismi e a un sistema complesso di dottrine politiche. Oggi, nel secolo ventunesimo, siamo nell’epoca in cui ha vinto quel socialismo che ha messo al fianco e alla pari della giustizia sociale, la libertà; valori che, insieme, costituiscono, per dirla alla Pertini, le mete del socialismo. Socialismo che, mai quanto oggi, ha la necessità di interrogarsi su come, nella realtà che viviamo, debba muoversi.

Il PSI, non so, se rappresenta in toto la storia e la tradizione del socialismo italiano, ne siamo in qualche modo eredi, ma esserne eredi è un “grande fardello” che dovrebbe farci assumere atteggiamenti autorevoli e dovrebbe farci capire che verso la terza repubblica non possiamo più versare nella non autosufficienza. Indro Montanelli qualche anno fa sostenne che in Italia alla fine qualcuno avrebbe iniziato a sventolare la bandiera socialista. Non so quando accadrà, ma penso accadrà e noi socialisti del PSI che diamo l’impressione di un fortino giapponese dove l’ultimo samurai pensa ancora di combattere una guerra che non c’è più, abbiamo il dovere di riflettere su come proiettare quel patrimonio nel futuro. Dobbiamo farlo consci che i nostri nemici stanno nei nazionalismi, nei populismi e nella demagogia e dobbiamo farlo consci che, tanti altri, stanno in quell’idea secondo cui se hai avuto una tessera il 1992 sei socialista, altrimenti chissà. La questione socialista in Italia si risolverà quando anche l’ultimo socialista (iscritto al PSI di Craxi) non sarà più in vita; quando il tempo avrà, di fatto, cancellato personaggi che più che rilanciare i valori del socialismo o il suo modo di pensare, hanno utilizzato la parola “socialista” a proprio uso e consumo.

L’elenco e lungo ed è fatto da soggetti che stanno nel PSI e da soggetti che non ci stanno. Purtroppo chi ha vissuto il vecchio partito socialista non sa uscire dal recinto della testimonianza. Chi dopo il ’92 (e che prima non c’era) ha deciso di intestarsi una storia, merita qual cosina di più delle solite beghe del chi è più socialista dell’altro. Non servono esami del sangue, non servono tessere da sventolare, in questo preciso momento storico, servono idee con le quali sfidare il qualunquismo, riparandosi dal grave pericolo di questa scarsa sensibilità democratica dei tempi moderni e che mette in pericolo conquiste passate date troppo per scontate. Oggi, serve, sfidare i campanili da ogni punto di vista. La caduta del muro di Berlino ci ha consegnato una storia nuova che ancora non abbiamo compreso e nella quale il campo progressista brancola nel buio e dove rischia quotidianamente di scadere in retorica e in enunciazione di principi. La sfida è quella di sempre, più libertà e più giustizia sociale. Un tempo l’esecuzione materiale, nel far tendere la società verso quei valori, toccava agli stati in un contesto dove la politica stabiliva le regole del gioco. Adesso gli stati soffrono regole del gioco creati su altri livelli. Tocca a noi interrogarci su come riequilibrare la bilancia del potere della politica rispetto a quello del mondo economico e finanziario. Credo che il congresso dovrà discutere di questo, di come proiettare il socialismo nella terza repubblica e con quali compagni di viaggio. Facciamolo.. avremo delle sorprese. Tutto il resto sarebbe tempo perso!

Francesco Meringolo

 

Michele Chiodarelli
Convocato a Mantova il Direttivo per riaffermare le nostre idee

Care compagne, cari compagni,

come probabilmente saprete, il 28 gennaio 2017 si è riunito a Roma il Consiglio Nazionale del PSI, al quale Sergio Beschi ha partecipato in rappresentanza della nostra Federazione, nel cui del giorno è stata deliberata la convocazione di un congresso straordinario del partito, da tenersi nel prossimo mese di marzo (sede e data sono ancora da ufficializzare).

Questa decisione si è resa necessaria dopo che il Tribunale Ordinario di Roma Terza Sezione Civile, a seguito di un ricorso presentato dalla cosiddetta minoranza, coordinata da Bobo Craxi e Roberto Biscardini, che contestava la legittimità del tesseramento 2015, ha sospeso gli effetti del Congresso di Salerno, di fatto però ripristinando gli organismi eletti a Venezia nel dicembre 2013. Nel concedere la sospensiva, il magistrato nulla ha eccepito circa la correttezza delle iscrizioni, ritenendo bensì che meritasse un approfondimento, nel merito, la modalità di ripartizione dei delegati e valutando che essa potesse spettare al Consiglio Nazionale e non, come sempre avvenuto, alla Commissione di Garanzia. Come avrete notato, un semplice rilievo procedurale, facilmente spiegabile in giudizio.

Il problema rimane nel fatto che cause di questo tipo non durano meno di due anni e non era possibile continuare a riunire la Segreteria Nazionale, alla presenza di notai e avvocati, ovvero affidare scelte fondamentali per il PSI a una direzione, risalente al 2013, composta anche da membri ormai fuori dal partito, come Di Lello e Bartolomei per citare i più noti. Inoltre sarebbe stato complicato presentarsi di fronte all’opinione pubblica con un procedimento giudiziario ancora in via di definizione. Infine, da sottolineare come la convocazione di una nuova assise, una scelta, tra l’altro, molto apprezzata da Bobo Craxi, è stata suggerita dal Tribunale stesso come possibile soluzione al contenzioso.

Al di là di questi aspetti giuridici, si tratta di una vicenda tristissima che ha minato profondamente la coesione della nostra comunità provocando ferite, difficilmente rimarginabili senza una dolorosa resa dei conti. Ovviamente il prossimo congresso, oltre a sanare gli aspetti formali, determinerà il ruolo dei socialisti nelle future elezioni e, a questo proposito, la Federazione di Mantova ha il diritto e il dovere di presentare proprie proposte, sia relativamente alla linea politica, sia al programma.

A tal scopo, sono convocati, un Direttivo Provinciale LUNEDÌ 20 FEBBRAIO 2017 ALLE ORE 20.45 presso il centro sociale “Valletta Valsecchi” a Mantova, in Viale Ariosto, 2 e, successivamente, i primi del mese di marzo, un’assemblea generale degli iscritti.

Tutte le idee che ne scaturiranno saranno di grande utilità, premesso in ogni caso che dovremo riaffermare la supremazia della politica, contro il populismo imperante e porre al centro dei nostri ragionamenti i valori che da oltre un secolo anni costituiscono il patrimonio genetico socialista, ma che sembrano scomparsi dal dibattito pubblico. Per fare un concreto esempio di cosa s’intenda per valori fondanti di una democrazia popolare, ricordo la sera dell’ultimo dell’anno, quando ho visitato la casa circondariale di Mantova, insieme al vicepresidente della Camera Roberto Giachetti e al sindaco di Mantova, Mattia Palazzi. Conoscevo già la condizione del carcere, ma per la prima volta ho potuto apprendere direttamente dai detenuti le loro problematiche. Si è trattato di un’esperienza umanamente molto forte, che ha rafforzato la mia convinzione che la civiltà di un paese, si misuri anche dallo stato delle sue prigioni.

Ci attende, quindi, un periodo molto intenso e forse decisivo per le sorti del nostro partito e e dei riformisti italiani: il contributo di tutti sarà fondamentale per non sbagliare direzione e andare oltre i nostri limiti

Fraternamente

Michele Chiodarelli

Pio Marconi
Cogestione, lavoro, 4.0

C’è ancora la possibilità nell’Europa della condizione postmoderna, in un continente che era stato capace di modellare un sistema esemplare di protezione sociale, nell’epoca del tramonto delle ideologie, di ipotizzare un progetto politico connotato come socialista? In Occidente si è assistito al rapido declino di una forma di produzione (fondata sulla grande impresa, sull’espansione della produzione di beni materiali, sull’organizzazione del lavoro, sulla rigida separazione di esecuzione e direzione) che garantiva vasta occupazione, utili crescenti, forme di redistribuzione governabili secondo una logica di piano. Si è andato velocemente contraendo un modo di produzione che favoriva la previsione dei bisogni sociali e l’elaborazione di progetti di emancipazione sociale.

L’economia della conoscenza, la nuova rivoluzione industriale, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella produzione e nell’organizzazione, hanno provocato un netto mutamento della stratificazione sociale. Fenomeni come la stabilità del lavoro, l’omogeneità delle condizioni dei lavoratori, la prevedibilità degli effetti delle politiche sociali, sulla presenza dei quali si erano costruiti i sistemi europei di Welfare e le esperienze di socialismo democratico, sono venuti progressivamente a mancare. Il lavoro (sopratutto quello delle nuove generazioni) si caratterizza in modo crescente come autonomo e nomade: impegnato nella continua ricerca di spazi cognitivi, creativi, geografici. Il cambiamento del lavoro mette in crisi oggi tradizionali politiche di redistribuzione e di identificazione dei bisogni meritevoli di più urgente soddisfazione.

Una radicale mutazione ha investito anche partiti e ideologie che nella società industriale cercavano non solo di interpretare i bisogni ma anche di esaltare le potenzialità del lavoro. Il socialismo si era presentato, in una fase specifica della modernità, come idea di redistribuzione ma anche come sistema in grado di attribuire a lavoratori dotati di competenze un ruolo nella gestione della crescita sociale. Il socialismo era riuscito a radicarsi perché aveva offerto un’interpretazione titanica della modernità e aveva indicato strade lungo le quali le trasformazioni nella produzione iniziate con l’introduzione delle macchine avrebbero potuto moltiplicarsi con l’attribuzione di un nuovo ruolo al lavoro, con il coinvolgimento della professionalità e del lavoro dipendente nella gestione della produzione. Il socialismo si era legittimato non solo come movimento capace di esprimere i bisogni del lavoro ma anche come progetto di completamento della rivoluzione scientifica.

Oggi le forze politiche di sinistra trovano difficoltà a rivolgersi ad un mondo del lavoro profondamente cambiato, parcellizzato, diviso ed ipotizzano di trovare la propria identità nella predicazione di forme di carità, nella proclamazione di sconfinati obblighi di assistenza, nella retorica della redistribuzione illimitata delle risorse. Ai bisogni di un mondo del lavoro che soffre per una crisi non congiunturale ma strutturale, si contrappone la priorità di più urgenti e spesso non definiti bisogni. Alla domanda di giustizia sociale espressa dal lavoro (autonomo o dipendente, tradizionale o innovativo, della terza o della quarta rivoluzione industriale) si risponde troppo spesso elencando con puntiglio ambienti sociali meritevoli di maggiore tutela. Senza identificare con nettezza l’entità degli impegni e i gruppi sociali sui quali dovrebbero gravare gli oneri legati ad una sconfinata redistribuzione.

La crisi delle organizzazioni che si richiamavano al socialismo deriva principalmente dalla incapacità di riottenere la fiducia di un mondo del lavoro mutato: disomogeneo, complesso, conflittuale al proprio interno. La redistribuzione delle risorse necessarie a favorire gli “ultimi” si traduce spesso in sottrazione di risorse a gruppi sociali che si trovano in situazione di grave disagio. O’Connor quando descriveva la “crisi fiscale dello Stato” non sosteneva le politiche antifiscali di Ronald Reagan ma segnalava come una crescita puramente quantitativa della redistribuzione sociale portava a ledere ulteriormente gli interessi di gruppi già svantaggiati1.

La retorica della carità non riesce inoltre a tradursi in forme di effettivo, continuativo sollievo di forme gravi di disagio sociale. Alle origine della nuova identità assistenziale della sinistra sta una grave insufficienza di analisi. La produzione postmoderna è vista come veicolo capace soltanto di favorire l’egoismo e di impedire una progettazione collettiva. Non si coglie il fatto che, per molti aspetti, il nuovo modo di produrre chiede solidarietà, partecipazione, condivisione. Nella deriva assistenziale si ignorano alcuni caratteri tipici della postmodernità. Caratteri che possono moltiplicare la creazione della ricchezza e favorire una redistribuzione guidata da principi di giustizia, caratteri che possono portare a forme nuove di coesione sociale, ad una rinascita di idee di socialismo. I padri dell’economia classica consideravano l’egoismo individuale come un potente veicolo di progresso e di sviluppo sociale. Le grandi innovazioni tecnico scientifiche sono oggi sempre meno il frutto di una competizione egoistica. Il modello dell’open source diventa dominante nella ricerca scientifica orientata alla produzione ed al progresso. In quelle scienze che sono dotate oggi di una vocazione crescente alla formazione della ricchezza, la scoperta e l’innovazione derivano dal lavoro e dal ruolo di una moltitudine di intelletti che si applicano, con l’ausilio della rete, ad un comune, spesso disinteressato, obiettivo di conoscenza. «Siamo nel mezzo di un grande cambiamento che trasformerà il modo in cui si costruisce il sapere (…) tra cent’anni, tracceremo una linea di demarcazione tra due ere scientifiche: la scienza pre rete e la scienza collaborativa in rete»2 osserva Michael Nielsen. Da una concezione egoistica della ricerca siamo passati ad una ricerca collettiva e cooperativa. La scoperta cessa di essere il frutto di un lavoro individuale e diventa il risultato di una applicazione diffusa di intelligenze. La rivoluzione intervenuta nella ricerca scientifica riguarda anche il lavoro e sopratutto le forme di lavoro tipiche dell’economia della conoscenza. Nella società dell’immateriale, la solidarietà e la cooperazione dei lavoratori torna ad avere un importante ruolo propulsivo non solo per un’equa distribuzione della ricchezza ma anche per la produzione e lo sviluppo dell’economia.

La crisi dei partiti socialisti non può essere imputata semplicemente ad una mutazione dell’economia e della stratificazione sociale. Una causa potente della crisi è il difetto di strategia, di analisi, di immaginazione sociale. Il mondo del lavoro è oggi fortemente diviso: dalla parcellizzazione delle mansioni, dal diffondersi di modi di produzione che non richiedono la compresenza dei lavoratori (in un unico ambiente, in un’unica area geografica, in un unico Stato) dalla divergenza tra gli interessi del residuale lavoro fordiano e quelli del lavoro alimentato della competenza e da nuovi saperi. Ma le esigenze di efficienza, che separano i lavoratori, che parcellizzano le funzioni impongono anche una fortissima interconnessione di attività e di competenze3. La nuova produzione della società dell’immateriale descritta da André Gorz4, l’economia della conoscenza non cancella inoltre mansioni, ruoli, funzioni, professionalità tradizionali. La produzione cognitiva ha sempre maggiore bisogno di una attività materiale di supporto, di logistica, di servizi capaci di ottimizzare la produzione e la distribuzione. E’ quindi possibile una nuova forma di solidarietà tra i nuovi lavori parcellizzati separati, autonomi, indipendenti. Ed una solidarietà tra lavori tradizionali e nuovi lavori. Una rete di relazione e di bisogni che ci riporta ai meccanismi che condussero nella maturità industriale alla nascita delle organizzazioni del lavoro.

Nella condizione postmoderna sono entrate in crisi descrizioni trionfalistiche dei destini sociali, l’ideologia della crescita costante, l’idea di una crescita costante dei beni materiali redistribuibili. Si tratta di idee che hanno alimentato per decenni le rappresentanze del lavoro, e che hanno favorito la formazione delle organizzazioni socialiste. Si tratta di idee che si sono usurate con il cambiamento del modo di produzione. Alla crisi di una ideologia si è risposto troppo spesso rifiutando l’utopia, rinunciando a formulare progetti di giustizia sociale, rimuovendo l’esistenza di modelli di sviluppo materiale connesso con lo sviluppo umano. La decadenza di ideologie ha prodotto il deperimento dell’immaginazione utopica. Anche quando ciò che in un passato si poteva considerare come bersaglio lontano si presenta come obiettivo praticabile, a volte come mutamento in corso: meritevole non di essere frenato od ostacolato ma di essere accompagnato e favorito.

Numerose idee della tradizione socialista sono state travolte dalle modificazioni del tessuto delle società sviluppate: la promessa di una crescita costante, la speranza in un progresso ininterrotto. Un’idea soltanto non è stata travolta dello scorrere del tempo e dalla modificazione dei rapporti sociali. Si tratta di un’idea relativa non alla distribuzione di risorse materiali ma alla crescita della responsabilità e della capacità individuale: l’idea di cogestione, di partecipazione del lavoro all’impresa. La cogestione rappresenta un modello di crescita economica legato alla condivisione delle responsabilità, delle esperienze, dei saperi, delle capacità. E’ un’idea legata alle origini del socialismo, che si è costantemente riaffacciata in momenti cruciali della lunga storia della società industriale. La cogestione oggi non rappresenta un ricordo del passato ma un’ipotesi di lavoro capace di coniugare crescita economica e sviluppo umano5, di legare produzione ed equa distribuzione di risorse, di garantire giustizia e non di favorire soltanto l’elargizione discrezionale di assistenza.

L’identità si difende e si rivendica con battaglie specifiche, non soltanto attraverso scelte di schieramento e di alleanza. Oggi l’identità socialista può essere caratterizzata da un rilancio del tema della partecipazione del lavoro alla gestione dell’impresa. La riforma istituzionale prevedeva l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia del Lavoro. Cancellazione sacrosanta di una eredità del corporativismo. Ma la soppressione avrebbe dovuto essere accompagnata dalla traduzione in legge di un principio costituzionale che da 70 anni è inattuato, quello contenuto nell’articolo 46 della Costituzione che riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende6. Non si tratta di un principio indissolubilmente legato alla produzione fordiana. Si tratta di un principio che esalta il lavoro tipico della economia della conoscenza. Si tratta di un principio che può favorire la crescita rafforzando la cooperazione in un sistema fondato sulla frammentazione e la distanza dei lavori. Anche il Jobs act era necessario. Ma perché non accompagnarlo con una nuova strategia di tutela dei lavori7 e con la approvazione di quei disegni di legge, che giacciono in parlamento (spesso formulati con l’apporto di tutte le parti politiche) che dispongono la partecipazione dei lavoratori in azienda?


1 J. O’Connor, La crisi fiscale dello stato, tr. it., Torino, 1977

2 M. Nielsen, Le nuove vie della scoperta scientifica. Come l’intelligenza collettiva sta cambiando la scienza, tr. it. Torino, 2012

3 A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Roma, 2007; C. Vercellone (a cura), Capitalismo Cognitivo, Manifestolibri, Roma, 2006; E. Rullani, Economia della conoscenza, Roma, 2004

4A. Gorz. L’immateriale. Conoscenza, valore e capitale, tr. it., Torino, 2003

5 A. Sen, L’idea di giustizia, tr. it., Milano, 2010

6 M. Del Bue, La cogestione obiettivo socialista, Avanti!, 28.12.2014

7 P. Ichino, Partecipazione dei lavoratori nell’impresa: le ragioni di un ritardo. Rivista italiana di diritto del lavoro, 1, 2014

 

Pio Marconi

Nunziante Mastrolia
Una costituente socialista, liberale, radicale

Nel 1962 Thomas Kuhn dava alle stampe La struttura delle rivoluzioni scientifiche. L’idea di fondo di quell’opera è che la ricerca scientifica non procede in maniera lineare ma per improvvise frenate ed improvvise accelerazioni, ascese e crolli di grandi paradigmi dominanti, in grado di condizionare ed orientare, quando regnano incontrastati, le percezioni collettive.

Per fare un esempio. Quando il paradigma dominante era quello geocentrico, le percezioni degli individui erano condizionate dall’idea che il sole ruotasse intorno alla terra. Con l’avvento del paradigma eliocentrico tutto è cambiato.

Il punto è che – sostiene Kuhn – quando un paradigma va in crisi si apre una fase di “scienza rivoluzionaria”, che può durare più o meno a lungo, nella quale si va alla ricerca di un nuovo paradigma in grado di spiegare quei fenomeni e risolvere quei problemi che hanno messo in crisi ed hanno determinato il crollo del vecchio paradigma. Una fase d’incertezza caotica, pericolosa, ma anche creativa.

Paradigmi dominanti

Questa idea di una storia che procede – senza con ciò voler fare alcun riferimento a nessun processo dialettico hegeliano – per paradigmi dominati che si succedono, credo possa essere traslata in ambito politico. Se lo si fa, ci si accorge che nella prima parte del XX secolo ad alternarsi sono stati due paradigmi quello del laissez-faire o paradigma liberista e quello della statizzazione integrale dei mezzi di produzione o paradigma collettivista. Dopo la guerra ad imporsi è il paradigma socialdemocratico a cui succederà, a partire dagli anni Ottanta, quello neoliberista.

Un punto va messo in evidenza. Se quest’ultimo paradigma è caratterizzato da una sorta di fondamentalismo di mercato, il paradigma socialdemocratico mantiene, com’era per il paradigma collettivista, al suo interno un nucleo solido di anticapitalismo.

Infatti, negli anni in cui a dominare è il paradigma socialdemocratico, l’idea della fuoriuscita dal capitalismo, della collettivizzazione integrale dei mezzi di produzione, resterà sullo sfondo, si allontanerà sempre più nel tempo, si trasformerà in un semplice flatus vocis, ma resterà comunque presente. Così come l’idea delle riforme di struttura, vale a dire la via non violenta per abbattere il capitalismo.

In questo senso è utilissima la distinzione che fa Domenico Settembrini tra “riformismo dei fini” e “riformismo dei mezzi”. Per il primo “l’ordine esistente, in linea di principio, va accettato in toto – non solo la democrazia liberale, ma anche l’assetto economico sociale, detto capitalismo – allo scopo di migliorarlo, rendendolo più giusto e dunque più forte”. Il secondo, invece, e cioè il riformismo dei mezzi, “non crede realizzabile o opportuno l’uso della violenza, e ritiene che si debba arrivare al collettivismo, alla trasformazione radicale della società esistente, attraverso le riforme”. Ciò che dunque distingue i due riformismi non è il rifiuto o meno della violenza “perché non sempre le riforme vengono propugnate – le parole sono sempre di Settembrini – per evitare la rivoluzione collegata necessariamente con l’impiego della violenza”.

Il criterio distintivo è invece il modo in cui rivoluzionari e riformisti si pongono in rapporto al capitalismo e alla democrazia liberale. “Rivoluzionario – scrive Settembrini – allora diremo quel movimento che, indipendentemente dai mezzi invocati od usati, prevalentemente pacifici o prevalentemente violenti o misti, mira ad un tipo di ordinamento sociale (…) antitetico in tutti i campi: economico, politico, culturale e civile, a quello capitalistico democratico (…). Riformista è invece quel movimento che mira a migliorare e perfezionare, magari radicalmente, ma non a distruggere l’ordinamento esistente, perché ritiene valori assoluti di civiltà i principi su cui esso si basa; per quanto numerose e aspre possano essere le critiche da esso rivolte, in particolari situazioni, al concreto modo di tradurre in pratica detti principi […]. Quali principi? La libertà individuale, la democrazia e il benessere per tutti”.

Così inteso, conclude Settembrini, “il riformismo è socialismo liberale, vale a dire la teoria e prassi volte a conciliare al massimo, nel quadro di una moderna società industriale, la libertà e l’uguaglianza, nel senso di garantire a tutti il massimo di libertà reale, compatibilmente con le esigenze talvolta ferree della vita associata e dell’efficienza produttiva”.

Se così stanno le cose, allora si può dire – i testi parlano chiaro – che tutta la storia della sinistra italiana, da Togliatti a Saragat, da Gramsci a Turati, da Lombardi a Berlinguer, è animata da un unico afflato fatto di anticapitalismo e di diffidenza nei confronti della democrazia liberale. Per inciso, l’unico tentativo di creare – sulla scia di quanto fatto dalla SPD a Bad Godesberg – una sinistra compatibile con la civiltà liberale e l’economia di mercato fu quello di Craxi, che da questo punto di vista rappresenta un unicum.

Per avere una conferma in tal senso si pensi alla massiccia campagna di nazionalizzazioni a cui Mitterand da avvio quando arriva all’Eliseo o si guardi al caso inglese. Al di là della nota questione della clausola IV dello statuto del Partito Laburista – che poneva l’obiettivo della nazionalizzazione dei mezzi di produzione e distribuzione -, eliminata poi da Blair, si pensi al caso di movimento fabiano. Prende il nome da Fabio Massimo, il temporeggiatore e come recita il motto della stessa Fabian Society: “Per un certo tempo occorre attendere come fece Fabio con somma pazienza nella sua guerra contro Annibale, anche se molti criticavano la sua attesa, ma al momento giusto occorre colpire con forza, come fece Fabio, o l’attesa sarà stata inutile e priva di frutti”. Colpire cosa? Il capitalismo, la proprietà privata, la libera impresa. L’obiettivo ultimo anche dei fabiani resta quello indicato dalla clausola IV, vale a dire la nazionalizzazione dei mezzi di produzione e distribuzione.

Al ruolo salvifico che anche il paradigma socialdemocratico (insieme a quello collettivista) attribuisce allo Stato (ad eccezione del caso tedesco, come si è detto), si sostituisce il ruolo salvifico e taumaturgico attribuito al mercato dal paradigma neoliberista, che, come gli altri paradigmi su menzionati, è un’ideologia e nulla ha a che fare con il capitalismo che è un sistema di produzione. Per inciso, questa distinzione è utile, perché si può avversare il neoliberismo, senza per questo essere anticapitalisti.

Il paradigma neoliberista ha avuto un ruolo dominante dall’inizio degli anni Ottanta fino all’inizio della crisi economica partita con la crisi dei mutui sub-prime nel 2008. In questo senso si può dire che la crisi economica è il prodotto della coerente applicazione di tutti i dogmi del paradigma neoliberista, e della crisi sociale che esso ha prodotto.

Pertanto, visto l’esplodere della crisi economica appare evidente come quel paradigma non abbia mantenuto le sue promesse e cioè una maggiore ricchezza prodotta e maggiore benessere per tutti. O meglio, la prima promessa è stata mantenuta: sono state, in effetti, prodotte ricchezze delle meraviglie. La seconda promessa, al contrario, non è stata mantenuta, come dimostra l’aumento delle disuguaglianze. Ciò significa che il paradigma neoliberista è crollato, perché i suoi assunti sono stati – popperianamente – falsificati dalla crisi economica.

Pertanto, si può dire che le enormi difficoltà che il mondo politico sta vivendo oggi e il suo disorientamento nell’individuare la rotta da seguire derivano dal fatto che al momento non vi è alcun paradigma dominante. Di qui il procedere a vista, per tentativi ed errori, continuando spesso ad applicare le ricette proprie del vecchio paradigma, ignorando che queste, dall’austerity alla politica dell’offerta (supply-side economics), nell’attuale contesto, più che la cura sono il veleno.

Il paradigma costituzionale

Che fare allora? Da dove cominciare per ricostruire un nuovo paradigma che non abbia i difetti dei due precedenti?

Se la si smettesse con la vuota retorica della Costituzione più bella del mondo, si scoprirebbe che, più che bella, la nostra Carta fondamentale è utile. E’ un utile strumento necessario a preservare e garantire nel lungo periodo libertà e benessere.

Come? Imponendo un continuo bilanciamento tra le ragioni della libertà e quelle della giustizia sociale, attraverso la costituzionalizzazione dei diritti civili e politici, conquistati nei secoli dalle grandi rivoluzioni liberali, accanto ai diritti sociali, conquistati nei secoli dalle lotte dei movimenti operai e sindacali.

In questo senso si può dire che all’interno della cornice costituzionale, la vita politica deve svolgersi ponendo, a seconda delle diverse fasi storiche (come l’attuale), con maggiore enfasi l’accento sui diritti sociali, compito che spetta alle sinistre, mentre in altre è necessario porre l’accento sulle libertà liberali, compito che spetterebbe alle destre. Ciò vuol dire che il liberal-socialismo è la bandiera di una sinistra compatibile con una costituzione dove, come si vedrà dopo, è riconosciuto il capitalismo; mentre la bandiera di una destra repubblicana non potrebbe che essere quello del liberal-liberismo. Questo significa che non solo la distinzione tra destra e sinistra continua ad esistere, nonostante in tanti continuino a magnificarne la fine, ma è definita dalla Costituzione stessa.

Ora, se è vero che l’essenza della nostra Carta è la compenetrazione di diritti liberali e diritti sociali e se è vero quanto scrive Leo Valiani quando sostiene che il socialismo liberale consiste nell’accettazione incondizionata “da parte del movimento operaio, non solo del metodo della democrazia politica, (…) ma altresì dell’economia di mercato, e in generale dei valori della civiltà liberale”, allora non è azzardato dire che la nostra Costituzione è scritta con i caratteri del socialismo liberale. Cosa che del resto appare evidente in quell’articolo 41 dove si da rilevanza costituzionale ad uno degli istituti cardinali della civiltà liberale, vale e dire la libera impresa, ma nel contempo si impone che essa sia compatibile con l’utilità sociale e comunque che non sia nociva “alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Stessa cosa accade nell’articolo 42 dove si riconosce un altro istituto fondamentale delle civiltà liberale, vale a dire la proprietà privata, che però dove tendere anch’essa al soddisfacimento di una “utilità sociale”.

In questo senso, si può anzi dire che le libertà liberali sono “finalizzate” (La Pira, Moro e Basso in Assemblea costituente utilizzarono questo stesso concetto), in quanto trovano un limite ed un fine nella possibilità di garantire a tutti i diritti sociali: “che valore può avere – le parole sono di Saragat – oggi per un disoccupato, per un uomo che lotta per la sua vita fisica, che valore può avere la nozione di libertà di stampa, o di pensiero, o di riunione? (…) I diritti sociali sono un complemento necessario oggi dei diritti di libertà”; “è evidente che se noi togliessimo dalla costituzione moderna questo diritto sociale, faremmo una cosa morta. In verità, essi sono la parte più viva di questo documento” e questo perché “se non siamo capaci di dare un contenuto concreto a questi diritti sociali, non possiamo difendere neanche i diritti di libertà […] se non saremo in grado di realizzare la parte sociale di questa Costituzione, non saremo in grado di difendere la parte politica. Oggi la democrazia sociale è talmente legata alla democrazia politica per cui, se non realizziamo un minimo di giustizia sociale, non saremo in grado di difendere i diritti di libertà”, è per questo che, continua Saragat, “il problema della giustizia sociale e della libertà sono intimamente collegati”. Ed è in questa prospettiva che appare evidente come il socialismo non si ponga come l’antitesi del liberalismo bensì come il suo sviluppo organico, esso diviene così quel movimento sociale che ha come obiettivo l’universalizzazione delle libertà liberali, attraverso il superamento del modello liberista.

Ed, infatti, tutto il dibattito, che in Assemblea costituente porterà alla costituzionalizzazione dei diritti sociali, si svolge sullo sfondo di un’idea che accomuna tutti i costituenti – da La Pira a Lussu, da Togliatti a Basso – vale a dire il fallimento dello Stato liberal-liberista, colpevole di aver ignorato la questione sociale che ha degradato il popolo a folla, a massa. Una massa impaurita e impoverita che ad un certo punto per reazione ha prestato il proprio braccio e affidato il proprio consenso al fascismo.

Di qui la necessità, espressione ricorrente in Prima Sottocommissione, di superare – concetto usato sia da La Pira che da Togliatti – le carte del 1789 e cioè pensare un ruolo nuovo per lo Stato, che non poteva più limitarsi ad essere il guardiano notturno della proprietà privata, ma lo si doveva impegnare a garantire a tutti quei diritti sociali – di qui la loro costituzionalizzazione – che sono lo strumento più efficace per curare e prevenire una questione sociale, malattia mortale delle democrazie.

Di qui la necessità di correggere lo Stato liberale trasformando le masse amorfe in popolo, rimuovendo quegli “ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. In questo senso, si può sostenere che la massa, la folla è il naturale prodotto della normale azione delle forze di mercato se lasciate senza controllo. Esse producono disuguaglianza economica, sperequazione sociale e polarizzazione politica. Ciò, per converso, vuol dire che il popolo è una costruzione politica, che si ottiene utilizzando lo Stato sociale, l’istruzione e la sanità pubblica per far sì che i cittadini abbiano di che vivere, non abbiano a temere di morir di fame e abbiamo un insieme di conoscenze tali da poter competere come mente-opera high–skilled nel mercato e poter decidere con consapevolezza come cittadini nella competizione politica democratica. Non solo: la mano pubblica diviene lo strumento, attraverso l’istruzione e il finanziamento pubblico della ricerca, necessario ad innalzare un intero popolo e condurlo verso settori produttivi a maggiore contenuto tecnologico e di conoscenza, sottraendolo dalla concorrenza dei paesi in via di sviluppo che possono sfruttare il loro vantaggio comparato dovuto essenzialmente al basso costo della manodopera.

In sintesi, i diritti sociali servono ad impedire che una nuova questione sociale possa condurre all’avvento di un dittatore, che non occupa nottetempo le stanze del potere, ma è invocato nelle piazza da folle che temono di morire di fame e nel contempo servono a far sì che il maggior numero di esseri umani possa contribuire nella pienezza delle proprie facoltà e potenzialità alla vita economica e politica di una nazione.

Se così stanno le cose, allora appare evidente come la Costituzione è uno strumento, costruito tenendo presente chiaramente non solo le cause che hanno condotto al crollo dello Stato liberale e dell’avvento del fascismo, ma anche le cause che nei secoli – dall’Atene dei Teti alla Firenze dei Ciompi, passando per la Roma dei Gracchi – hanno condotto alla collasso di quei pochissimi esperimenti di società aperta che la storia dell’Occidente registra. Così, la costituzione diventa lo strumento per la costruzione di quella società – tratteggiata da Stiglitz – “in cui il divario fra chi ha e chi non ha si è ridotto, nel quale esiste il senso di un destino comune, un impegno condiviso a estendere opportunità ed equità, in cui le parole libertà e giustizia per tutti significano davvero quel che sembrano, in cui prendiamo seriamente la Dichiarazione universale dei diritti umani, che sottolinea l’importanza non soltanto dei diritti civili, ma anche dei diritti sociali, e non soltanto dei diritti di proprietà, ma anche dei diritti economici dei comuni cittadini”.

E’ in questa prospettiva che la Costituzione si mostra per quello che essa realmente è, vale a dire il lascito più importante che i costituenti potessero fare alla nascente repubblica. Un lascito importante, lo dicono i numeri del referendum costituzionale del dicembre del 2016, di cui i cittadini italiani hanno dimostrato di avere piena consapevolezza. Non solo consapevolezza del suo valore fondativo, ma anche del suo essere cosa viva, che informa di sé l’orizzonte nazionale, che continua a riempire di prospettive, aspirazioni le vite quotidiane, ad alimentare il senso di giustizia, ad essere uno sprone per la partecipazione politica. Così, quasi con commozione, si scopre che, quel patriottismo costituzionale, caro ad Habermas e Calamandrei, che in Italia è sempre apparso quasi irrealizzabile, ora è cosa viva, solida, che unisce sensibilità diverse, aree sviluppate e depresse, intellettuali ed operai, mobilitando milioni di cittadini.

L’elemento paradossale è che la cogenza normativa del dettato costituzionale è più forte al di fuori dei partiti politici, che faticano a derivare da essa una visione politica di lungo periodo, e sulla sua base dare un nuovo fondamento a quelle culture politiche scomparse dopo la bufera degli anni Novanta.

Di qui la necessità di collegare questa nuova forza riformatrice, il polo socialista, liberale e radicale a quegli articoli il cui mancato rispetto ha consentito che in Italia attecchisse quel paradigma neoliberista, che non riconosce alcun valore ai diritti sociali, e che proprio per questo non avrebbe dovuto trovare nel nostro ordinamento diritto di cittadinanza.

Il programma è nella costituzione

Se il discorso fatto sin qui regge, allora vuol dire che il paradigma che serve per ricostruire quel polo socialista, liberale, radicale, laico e progressista è già presente in Costituzione. Si tratta di leggerla, applicarla punto per punto e, in quanto forza di sinistra, porre l’accento sui quei diritti sociali che soli possono curare la questione sociale che affligge questo paese e dà alimento ai populisti.

Diritti sociali, dunque, ma anche democrazia rappresentativa con divieto di mandato imperativo, senza nostalgie roussoviane.

Rifiuto di ogni deriva anticapitalista. L’economia di mercato, come si è detto, con i due suoi elementi cardine, la proprietà privata e la libera impresa, ha rilevanza costituzionale nel nostro ordinamento, il che significa che ogni forma di massimalismo non ha diritto di cittadinanza in Italia.

Ciò però non significa che la legge della concorrenza debba dominare ogni ambito dell’esistenza e a plasmare totalmente la società. Infatti, non è affatto detto che il libero mercato e la lotta della concorrenza giovino sempre ai più. Anzi, è vero il contrario. Scrive Luigi Einaudi: “Gli uomini del secolo passato supposero che bastasse lasciar agire gli interessi opposti perché dal loro contrasto nascesse il vantaggio comune. No, non basta. Se si lascia libero gioco al laissez faire, passer, passano soprattutto gli accordi e le sopraffazioni dei pochi contro i molti, dei ricchi contro i poveri, dei forti contro i deboli, degli astuti contro gli ingenui”. Sul punto Wilhelm Röpke è chiarissimo: l’economia di mercato “abbandonata a se stessa, diventa pericolosa, anzi insostenibile, perché ridurrebbe gli uomini a un’esistenza non naturale che tosto o tardi essi si scrollerebbero di dosso insieme con l’economia di mercato diventata odiosa”.

Se così stanno le cose, allora non è eccessivo dire che l’economia di mercato e la libera concorrenza possono, se non corrette, indebolire le istituzioni liberali e trasformare una società aperta nel suo opposto. Einaudi lo scrive chiaramente “la pura società economica di concorrenza è pronta alla sua trasformazione o degenerazione nel collettivismo puro” o per dirla in altri termini: “come la perfetta democrazia sbocca nello stato collettivistico, così la perfetta concorrenza sbocca nel sistema economico collettivistico”. Infatti, “l’economia di concorrenza vive e dura, data l’indole umana, solo se essa non è universale; solo se gli uomini possono, per ampia parte della propria attività, trovare un rifugio, una trincea contro la necessità continua della lotta emulativa, in cui consiste la concorrenza. Il paradosso della concorrenza sta in ciò, che essa non sopravvive alla sua esclusiva dominazione. Guai al giorno in cui essa domina incontrastata in tutti i momenti e in tutti gli aspetti della vita. La corda troppo tesa si rompe”.

Ciò vuol dire, tirando le somme, che la macchina economica “ha i suoi fini” – le parole sono di Röpke – “che non coincidono coi fini umani”. Pertanto la fede in un mercato che autoregolandosi produce contemporaneamente ricchezze private e benessere generale è falsa. “Non v’è più nessuno – le parole sono di Einaudi – il quale dia alla regola empirica del lasciar fare e del lasciar passare (cosiddetto liberismo economico) valore di legge razionale o morale; ma non oserei neppure affermare che vi sia tra gli economisti chi dia al ‘liberismo’ quel valore di ‘legittimo principio economico’ che il Croce sembra riconoscergli indiscutibilmente”. In sintesi, “la scienza economica” – è ancora Einaudi che parla – “non ha nulla a che fare con la concezione religiosa del liberismo”.

Se il mercato lasciato a sé stesso non genera affatto il migliore dei mondi possibili, ma rischia di cannibalizzare la società liberale che pure l’ha generato, diviene allora necessario intervenire: “Possiamo progressivamente eliminare – le parole sono di Winston Churchill – i mali che l’affliggono (la società); possiamo progressivamente aumentare i benefici che vi sono insiti. Io non voglio vedere fiaccato il vigore della concorrenza, ma possiamo fare molto di più per mitigare le conseguenze per chi non ce la fa. Vogliamo tracciare una linea al di sotto della quale non permetteremo che le persone vivano o lavorino, ma al di sopra della quale si deve competere con tutta la forza che un essere umano ha. Vogliamo una libera concorrenza che sia motore di progresso, non una libera concorrenza che trascini le persone verso il basso”.

Per Röpke intorno alla macchina economica è necessario costruire “una solida cornice antropologico-sociologica […]. Il principio individuale nel nocciolo dell’economia di mercato deve essere controbilanciato, entro la cornice, dal principio sociale umanitario, se vogliamo che entrambi sussistano nella nostra società moderna e se nello stesso tempo vogliamo vincere i pericoli mortali della riduzione a massa” dei cittadini.

Ed ecco allora che si comprende quell’ articolo 2 della Carta che impone l’obbligo di adempiere al dovere della solidarietà politica economica e sociale, che si aggancia al dovere di garantire a tutti un’esistenza libera e dignitosa, sia a quanti sono inabili al lavoro o sprovvisti dei mezzi necessari per vivere, sia a coloro che sono disoccupati involontariamente. Qui si innesta il dovere di istituire quel reddito minimo garantito, che è lo strumento più efficace per spegnere l’incendio del populismo e che è una priorità assoluta oggi più che in passato, visto il ritmo esponenziale con cui l’innovazione tecnologica sta fagocitando posti di lavoro. In questo senso, il reddito minimo garantito diviene la chiave di volta se non vogliamo che una disoccupazione tecnologica di massa distrugga anche le meraviglie della tecnica di cui godiamo.

E ancora. Rifiuto della retorica sovranista. Del resto è la stessa costituzione che l’impone, quando con l’art. 11 consente all’Italia “in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, e tra queste la più importante, vale a dire l’Unione europea.

Tuttavia questa vocazione internazionalista, anzi transnazionale, non implica che in questa sinistra abbiano diritto di cittadinanza quanti considerano un segno di evoluzione sbeffeggiare il proprio paese, o quanti offendono la patria, “la cui difesa è sacro dovere del cittadino” (art. 52) o la bandiera, essa stessa dotata di una dignità costituzionale così importante che vi si dedica un intero singolo articolo nella prima parte della Carta, nei principi fondamentali (art. 12), in quanto simbolo di un’intera nazione della sua storia e delle sue aspirazioni.

Né sovranisti né ostili alle politiche di accoglienza, visto che, come la Costituzione stessa impone, in questo paese “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Il resto viene da sé. La pari dignità sociale di ogni cittadino, tutela del lavoro e del salario; Stato sociale e tassazione progressiva; vicinanza al sindacato, attore essenziale in un’economia di mercato per poter tutelare il lavoro e il salario, tanto che anche la sua arma principale, lo sciopero, da noi gode di un riconoscimento costituzionale, a differenza della serrata; fondi pubblici alla ricerca scientifica e la necessità di ripensare alla possibilità che lo Stato giochi un ruolo strategico in economica, soprattutto attraverso la produzione di istruzione, ricerca scientifica ed innovazione tecnologica. Tutela dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio storico e artistico nella nazione così come l’articolo 9 impone.

Nella Costituzione, infine, è anche la prospettiva internazionale a cui guarda questo polo socialista, liberale, radicale e cioè l’Europa e la famiglia delle “società aperte”, delle liberal-democrazie, senza nulla concedere alle derive neo-zariste di Putin, neo-ottomane di Erdogan e neo-imperiali di Xi Jinping.

Conclusioni

Le condizioni politiche perché a sinistra si formi un quarto polo socialista, liberale, radicale, laico e riformista, accanto al M5S, al polo di centro, fatto di PD e Forza Italia, e a quello delle destre, si stanno lentamente formando. Anzi, le prospettive sono incoraggianti.

Tuttavia esiste il pericolo che l’antica vocazione massimalista, fatta di anticapitalismo e diffidenza verso lo stato liberale, possa infettare questo progetto, con il rischio di appiattire un tale nascente soggetto politico sulle posizioni del M5S ed alienargli le simpatie di quanto non intendono seguire il PD renziano che converge al centro. La spia più affidabile che indica se questa infiltrazione è in corso potrebbe essere l’emergere della classica retorica anticapitalista, dell’avversione nei confronti di multinazionali, banche e dei liberi commerci, dimenticando che il capitalismo “è l’unico sistema capace di far lievitare la ricchezza: sopprimerlo – le parole sono di Luciano Pellicani – significa uccidere ‘la gallina dalle uova d’oro’ e, di conseguenza, condannare i lavoratori a vivere nell’indigenza più estrema”. Altro segnale è il riemergere di quella diffidenza, e questa è una peculiarità tutta nostrana, nelle istituzioni liberali, evocata nell’immagine della cesura tra il Palazzo (infetto) ed il paese reale (sano e virtuoso).

Per converso c’è un altro pericolo, quello di trasformare quest’area politica in un semplice cartello elettorale, un semplice rassemblement che, non avendo un’anima precisa, non ha un programma e quindi non può contribuire a risolvere i problemi del paese. Un cartello elettorale senz’anima e senza radici potrebbe proprio per questo motivo durare molto poco oltre che essere inutile.

Per evitare che un tale sbandamento a sinistra abbia luogo e per evitare che si crei un raggruppamento senz’anima, è necessario, pertanto, tracciare chiaramente un confine a sinistra e a destra, aggregando tutte quelle forze che, pur critiche nei confronti del paradigma neoliberista e della globalizzazione, non sono né sovraniste, né anticapitaliste, né protezioniste, e che si riconoscono nei valori e nel metodo del socialismo liberale.

Dove per valori si intende la possibilità che tutti godano ugualmente dei diritti liberali e sociali, il che impone la necessità di rafforzare lo Stato di diritto e lo Stato sociale. Mentre per metodo si intende la necessità di trovare di volta in volta un punto di equilibrio tra le esigenze entrambe legittime del mercato e del cittadino, tra libertà economica e giustizia sociale. A proposito di metodo ce n’è un altro al quale sarebbe saggio attenersi scrupolosamente, seguendo l’esempio dei Radicali, e cioè l’applicazione del metodo scientifico alla politica, o meglio alle proposte ed alle politiche pianificate ed adottate per risolvere i problemi di una società.

In conclusione, il rischio che si inneschi una deriva massimalista da una parte e di un cartello elettoralistico dall’altro è alto. Per non dire delle difficoltà che un tale progetto avrebbe se la corsa verso le elezioni dovesse accelerare. C’è però un elemento, forse il più importante, che lascia ben sperare.

Come entità politica il socialismo liberale ha avuto vita brevissima, quasi inesistente in Italia, ma in quanto cultura politica da Carlo Rosselli ad Ernesto Rossi, da Altiero Spinelli ad Guido Calogero, da Aldo Capitini a Marco Pannella, da Einaudi a Bobbio, da Settembrini a Pellicani ha prodotto una tale masse di idee, riflessioni, prospettive, suggestioni, proposte che sono lì pronte e alle quali si può attingere a piene mani. Altrettanto ricco è il patrimonio di soluzioni, riforme, innovazioni adottare dagli altri membri della famiglia delle società aperte, a cui è necessario guardare senza nessun provinciale e banale senso di superiorità italica.

Ora si tratta di avviare il dialogo, su un piano pienamente paritario tra i tanti soggetti (PSI, SI, Radicali, Possibile, Comitati per il NO, ConSenso), che hanno la volontà di costruire un nuovo, stabile, ben tornito soggetto, intorno ad una cultura politica, fatta con lo stesso materiale di cui è fatta la costituzione repubblicana.

E’ necessario avviare questo percorso federativo. E’ necessario fondere le diverse anime in una nuova forza di sinistra, se non vogliono da una parte lasciare il governo del paese nelle sole mani di un neo-centrismo (Renzi-Berlusconi) che si preannuncia sterile e dall’altra spalancare, a causa delle nostre divisioni come nel 1921, le porte al populismo.

Nunziante Mastrolia

Marco Andreini
Non fermare il rinnovamento

Come spesso mi è capitato di fare prima di ogni congresso mi permetto di esporre il mio pensiero. L’ho fatto prima di Perugia, quando in pochi costituimmo la Sinistra Socialista, l’ho fatto prima di Fiuggi, prima di Venezia quando come Sinistra riuscimmo a presentare una mozione al congresso e l’ho fatto prima di Salerno quando presentai insieme a tanti altri compagni un documento integrativo alla mozione del Segretario. Mi sono sentito dire, nel tempo, di tutto, ma a partire dal congresso di Montecatini ho sempre avuto, come orizzonte politico, l’assioma centrale che il partito non possa perseguire una politica di autosufficienza confidando che possano tornare i fasti  e i consensi del passato.

E devo dire che a parte il congresso di Montecatini, pur passando da una fase, a Fiuggi, nella  quale questa sembrava essere la linea del partito, anche il segretario Nencini, ha sempre caratterizzato l’azione del partito verso progetti impostati verso  precise alleanze. La prima Sinistra e libertà, quella nella quale lui scelse persino il nome libertà, si caratterizzava proprio per essere un progetto plurale che metteva insieme la cultura socialista, il mondo dell’ambientalismo non integralista e il mondo riformista e laico.
A Bagnoli si interruppe quel disegno ed al contrario di altri lo ritengo un momento triste per la nostra evoluzione politica ed anche per il paese. Vendola aveva rotto i ponti con Ferrero e la tradizione comunista della sinistra radicale sconfitta nell’accrocchio di Arcobaleno, per intraprendere la strada del socialismo. Purtroppo Sel, dopo la nostra uscita, badate bene dopo la nostra uscita, è tornata indietro e pur entrando in “Italia bene comune” non ha avuto il coraggio di diventare una  forza di governo.
Si è messa all’opposizione, ha scelto di appoggiare l’altra Europa alle europee e anche se Vendola venne a Venezia ad anticiparci la lettera nella quale chiedeva l’adesione all’Internazionale Socialista, piano piano al congresso di Riccione Fratoianni l’ha messo in minoranza e Sel è diventata una sorta di rifo2.0, come rischia di essere anche Sinistra Italiana attraverso l’abbraccio mortale di Fassina e D’attorre .
Ma da quel mondo, da quella storia sono uscite le grandi esperienze amministrative che hanno portato alle vittorie a Cagliari, Genova e Milano. Il civismo metropolitano cioè il protagonismo ritrovato dei cittadini nell’ammimistrare il territorio, come ad esempio il progetto degli arancioni, fu alla base dei grandi successi elettorali in queste città.
Ho letto e particolarmente apprezzato alcuni ragionamenti fatti dal segretario in merito alla prospettiva politica del partito che richiama a quelle esperienze  e credo che queste proposte dovranno essere, molto più delle nostre trite e ritrite diatribe interne sull’onda della Dea greca Dicke, il vero terreno di confronto congressuale. Un’idea di civismo metropolitano e cioè di come si costruiscano, rispettando l’ambiente, le città del futuro e di come si governano, un’idea di politica del lavoro orientata a tempi lunghi che affronti la disoccupazione giovanile prendendo il meglio di alcune leggi del passato esempio la 285 del 1977, adattata alla situazione attuale, un principio vero di Flex security che arrivi ad attuare un’idea di vita nella quale esiste un tempo del lavoro ed un  tempo di  non lavoro nel quale i cittadini sono sorretti e tutelati dallo stato e  retribuiti con un reddito minimo  comprensivo anche di contributi  validi  per la pensione e nel quale vengono formati professionalmente al fine di rientrare nel mercato del lavoro.
Un  mercato del lavoro dove pochissime debbono essere le forme di assunzione e dove non devono esistere i Voucher. Un’idea di paese nella quale i corpi intermedi, i sindacati, la confindustria, le associazioni degli artigiani guardano al futuro del paese e non solo al  tornaconto  dei loro associati, un paese nel quale  finisca l’epoca delle privatizzazioni e si rimetta al centro  politiche industriali  che definiscano quali siano i settori strategici su cui investire, non disdegnando anzi propugnandolo un vero e proprio programma di investimenti pubblici.
Queste idee e tante altre, che spero di poter sviluppare insieme ai compagni di viaggio di Salerno  e a tanti altri,  potranno diventare  al congresso un vero e proprio  terreno di confronto al nostro interno portando anche a compimento quel grande progetto di rinnovamento generazionale nel partito che sarebbe delittuoso interrompere.
Marco Andreini

Francesco Brancaccio
L’Italia ha bisogno di una vera coalizione riformista

Da tempo ribadiamo che il nostro Paese ha bisogno di riunire le culture politiche che senza finzioni sentono l’esigenza di dar corpo e spazio alle diverse culture riformiste che si trovano nelle politiche laiche, liberiste, ambientaliste e socialiste.

A nostro avviso rafforzare questo processo di unificazione consentirebbe all’Italia di sviluppare con maggiore celerità quel processo di rilancio economico e sociale già presente in tanti stati europei e che sappia dare risposte certe e credibili alle esigenze delle fasce sociali più deboli. Una forza politica che guardi con attenzione alle esigenze dell’economia, con la consapevolezza che la stessa si muove all’interno di un sistema sempre più globalizzato, ben sapendo che congiuntamente a ciò bisogna dare risposte di lavoro certo alle nuove generazioni. Servono maggiori garanzie nel mondo del lavoro in modo da salvaguardarne la sicurezza sia nel suo svolgimento che nella sua tenuta nel tempo.

La società italiana negli ultimi anni ha subito diverse trasformazioni sociali che di conseguenza chiedono maggiore laicità nelle scelte legislative e di governo, per dare loro risposte certe, di uguaglianza ed equità.

Politiche inerenti il lavoro, i diritti civili e sociali, la ricerca e la scuola, l’ambiente e la salvaguardia del territorio hanno bisogno di una forza politica riformista, democratica e socialista saldamente ancorata al Partito Socialista Europeo. Si deve costruire una sinistra plurale e riformista di cui oggi l’Italia e l’Europa hanno bisogno , una sinistra dei nuovi diritti da conquistare senza restringere quelli acquisiti, che persegue il progresso collettivo senza cedere al buonismo, che si misura con l’oggi coltivando il domani nella concretezza, che non cede sui principi dai quali discende ma che, al contempo, faccia sua la complessità del tessuto sociale, tenga conto delle mille sfaccettature del mondo che pretende di cambiare, che coltivi un’autentica reciprocità muovendo dalla legittimazione delle ragioni altrui, che assuma un carattere convintamente repubblicano, che si ritrovi in quel terreno comune di valori e principi che ci rendono parte di un tutto chiamato Italia. L’Italia ha bisogno di un partito riformista che deve vivere nella società, deve stare nel Paese, nei luoghi dove si generano le fratture sociali, nei luoghi del conflitto, nelle fabbriche. Deve saper coniugare la solidità di un radicamento vero ed autentico con l’esigenza di andare oltre, di superare gli steccati dell’appartenenza, di sfidare la liquidità di questo tempo nel quale al convincimento s’è sostituito l’umore, di convincere anche chi non è convinto, di ripensare anche le proprie ragioni sull’altare di quel che è possibile oggi, di fare i conti con quel che è.

Ma deve necessariamente essere riformista nel senso che deve assumere la concretezza come visione, deve essere in grado di coniugare presente e futuro, deve andare oltre la difesa autoreferenziale di principi e valori che non trovano riscontro, deve imparare a fare i conti con quel che è possibile e quello che non lo è, deve fare propria la fatica della responsabilità di un cambiamento da esercitare e non semplicemente da proclamare.

Francesco Brancaccio

Maurizio Ballistreri
Il nostro socialismo

Nel 1978 Lucio Dalla cantava “…la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce anche gli uccelli faranno ritorno. Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno, anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno”: fuori dalla metafora al confine della realtà di una canzone che è un vero e proprio testo poetico tra le ombre di Edgard Allan Poe, il verismo, l’ermetismo, il futurismo il postmoderno letterario, ispirata da un’onirica visione quasi da veggente, per “L’anno che verrà” gli italiani vorrebbero dalla loro classe politica alcune cose di buon senso. Non nuove leggi ma abrogazioni di pessimi provvedimenti in primo luogo. Il Job Act, con il ritorno dell’art. 18 per la tutela reale contro i licenziamenti e la cancellazione della vergogna dei voucher; e, poi, la cancellazione della “riforma Gelmini”, che ha devastato gli atenei italiani, della “buona scuola” e della cosiddetta “riforma della Pubblica Amministrazione”, firmata dal ministro Madia, bocciata clamorosamente dalla Corte costituzionale.
La conseguenza politica dovrebbe essere, quindi, l’ ”abrogazione”, del governo Gentiloni, che contro il voto popolare è stato insediato, caso unico nelle democrazie occidentali in cui chi ha perso continua a governare, peraltro assai male, con le vergognose dichiarazioni sui giovani del ministro del Lavoro Poletti! Già, hanno “straperso”, per dirla con Renzi, e governano, a dispetto del popolo, il demos fondamento della “democrazia”, con un vero e proprio esecutivo del “Sì”, sonoramente battuto nel referendum costituzionale, con la signora Maria Elena Boschi, già ministro delle Riforme, addirittura promossa ad un ruolo chiave, quello di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, vero e proprio insulto in faccia a 20 milioni di cittadini e cittadine della nostra Repubblica, la cui volontà è, ancora una volta, piegata al cartello di lobby che tiene in ostaggio la sovranità popolare: alta finanza, grandi imprese, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario e banche, quest’ultime beneficiarie del primo provvedimento del nuovo governo, assunto (manco a dirlo!) in via d’urgenza: 20 miliardi per salvare il Monte dei Paschi di Siena e altri istituti di credito. E per i disoccupati, i pensionati al minimo, i piccoli imprenditori strozzati dalle tasse e dalla burocrazia e il Sud? Nulla, mentre avanza l’incubo della deflazione e dell’ulteriore crisi dei consumi delle famiglie.
E, naturalmente, il pensiero corre al socialismo italiano, con polemiche che rischiano di distruggere ciò che di organizzato ancora resiste. Ma perché, invece di procedere ad nuovo burocratico congresso, che rischia di trasformare il Psi dalla vecchia “piccola cooperativa” ad una ditta individuale, non si promuovono gli Stati Generali del socialismo italiano, per costruire quel “socialismo largo” di cui parla un leader della storia socialista come Rino Formica; un socialismo largo che pure esiste nel nostro Paese e di cui la politica e i cittadini abbisognano. Associazioni, fondazioni, personalità, intellettuali, dirigenti di organizzazioni sindacali e della rappresentanza sociale e soprattutto giovani, tutti impegnati a ricostruire una forza politica coerentemente legata alla tradizione del socialismo democratico italiano ed europeo, quest’ultimo prima della deriva liberista, blairiana e merkelliana degli ultimi anni.
È sempre attuale il monito lasciatoci da Pietro Nenni all’alba degli anni ’80 del ‘900 sulle colonne di Mondoperaio, proprio durante una delle ricorrenti divisioni del Psi: “Tutto è in questione, tutto è posto di fronte all’alternativa di rinnovarsi o perire”.

Vincenzo Iacovissi
Un Congresso nella società
che cambia

Tra pochi giorni prenderà ufficialmente avvio il percorso congressuale straordinario del partito. Sarà una proficua occasione per sviluppare una discussione interna alla nostra comunità politica, ma anche un luogo privilegiato di osservazione della società italiana in completa trasformazione.
Il congresso cade infatti in una fase molto delicata e difficile per il Paese: a poche settimane dalla bocciatura per via referendaria della riforma costituzionale, in uno scenario politico-parlamentare ad alta fibrillazione oscillante tra lo scioglimento anticipato delle Camere e la continuazione della Legislatura, e con un Governo che avrà dinanzi a sé molti ostacoli verso una serena navigazione. Il tutto inquadrato in un contesto europeo ed internazionale non certo migliore, a causa dell’aggravarsi della crisi del progetto di integrazione comunitaria, del consolidamento di vecchi e nuovi populismi che minano le fondamenta dell’edificio UE, dell’insediamento alla Casa bianca di un nuovo Presidente molto distante dal precedente per stile e programmi, e così via.
Si direbbe una tempesta perfetta, e forse è proprio così che va letta l’attualità, soprattutto se riferita all’Italia, una nazione che esce da circa un decennio di crisi economica ancora più diseguale e asimmetrica rispetto a come ci è entrata, con crescita delle sacche di sofferenza e disagio in vasti strati della popolazione, marginalizzazione delle periferie rispetto al centro, disoccupazione in lievissimo calo ma comunque a due cifre e una crescita del PIL flebile anche se costante.
In tempi così delicati è richiesto uno sforzo in più alle forze politiche che, come la nostra, si prefiggono come obiettivo il superamento dello status quo in vista di condizioni di vita migliori per i cittadini.
Come farlo? Anzitutto impegnandoci a valorizzare il pensiero socialista adattandolo alle esigenze della contemporaneità, mettendo in campo strumenti capaci di intercettare i nuovi bisogni crescenti della società ed elaborando proposte di soluzione ai problemi quotidiani delle persone, ad iniziare dagli ultimi.
Ma questi propositi sarebbero ambiziosi, per non dire velleitari, senza un rilancio del progetto politico del partito, che deve proseguire nell’azione riformatrice messa in campo dai nostri rappresentanti sia a livello parlamentare che governativo, ai quali va rivolto un ringraziamento per essere riusciti, pur nelle difficoltà organizzative e di dimensione che conosciamo, a far sentire la voce dei socialisti nei consessi istituzionali, portando a casa anche alcuni risultati tangibili.
Come appare evidente, però, un congresso, a maggior ragione se straordinario, deve servire anche al rafforzamento dello spirito di comunità, ad iniziare dalla messa in sicurezza della nostra “casa” ed al suo ampliamento mediante un sempre maggior coinvolgimento degli amministratori locali e regionali, delle compagne e dei compagni che si impegnano nelle sezioni, di tutti quelli che ad ogni appuntamento elettorale sono in prima linea, promuovendo un “patto intergenerazionale” che proietti il partito nel futuro con la giusta dose di esperienza e rinnovamento, come già accade in modo molto positivo in diverse realtà territoriali.
È dunque un insieme di compiti non semplice quello che ci attende nei prossimi mesi. L’auspicio è che prevalga l’interesse a scommettere sul PSI, un partito del quale salutiamo l’adesione nel 2016 di circa 21 mila persone nonostante un tornante molto burrascoso e ricco di incognite, che però sarà più semplice superare di slancio solamente se sapremo decidere su ciò che vogliamo essere, affrontando con la giusta dose di coraggio e fermezza le prossime curve della nostra bellissima avventura.

Vincenzo Iacovissi