Vincenzo Iacovissi
Province e città metropolitane. Perché non eleggerle direttamente?

Negli ultimi giorni è tornato d’attualità il tema delle province, grazie all’iniziativa dei parlamentari socialisti volta a chiedere al governo una parola di chiarezza circa le funzioni e le risorse di questi enti locali che, a seguito della mancata approvazione della riforma costituzionale, sono rimasti in vita e, quindi, devono vivere al meglio delle loro possibilità e nell’interesse delle comunità che continuano a rappresentare.

Infatti, al momento si assiste ad una situazione alquanto contraddittoria: per un verso le province, mantenendo copertura costituzionale, sono enti imprescindibili all’articolazione territoriale dello Stato ai sensi dell’art. 114 cost.; per un altro verso, però, la loro disciplina è ancora rimessa alla Legge n. 56/2014 (c.d. Legge Delrio) che, come noto, detta delle norme di carattere transitorio in attesa della revisione (poi non concretizzatasi) del titolo V della costituzione.

Peraltro, a ben guardare le norme, questi enti pubblici territoriali sono chiamati a svolgere una serie di funzioni rilevanti, come pianificazione territoriale, tutela ambientale, trasporti, edilizia scolastica, nonché specifiche competenze per quelli che hanno una dimensione montana. Ad esse si aggiunga la manutenzione stradale, transitata nelle competenze regionali spesso con risultati poco gratificanti.

L’aspetto singolare della vicenda è, soprattutto, la permanenza di un metodo di elezione indiretto che estromette i cittadini dal circuito della rappresentanza, essendo gli organi di governo delle province – Presidente, Consiglio e Assemblea dei sindaci – eletti tra gli amministratori locali mediante un sistema di ponderazione dei voti che, nei fatti, si traduce nella mera allocazione dei ruoli senza un mandato popolare.

Se questo meccanismo, seppur discutibile, poteva avere una ragione in uno scenario transitorio finalizzato al superamento dell’ente provincia, nel nuovo contesto istituzionale delineatosi dopo la mancata riforma costituzionale non si capisce bene perché non dovrebbe essere riformato, riconsegnando ai cittadini il potere di eleggere il Presidente ed il Consiglio provinciale, e ripristinando così piena dignità istituzionale e legittimazione democratica. C’è un’altra ragione: l’esperienza dell’ultimo triennio dimostra come le province, benché non più elette dai cittadini, non abbiano perso il carattere di politicità, essendo comunque dirette da esponenti politici e quindi soggetti alle dinamiche politiche. Quindi perché non dare modo ai cittadini di tornare a giudicare i risultati di governo degli amministratori provinciali? Sarebbe un contributo di chiarezza in un tornante molto nebuloso della storia politico-istituzionale italiana.

Infine, la riforma delle province dovrebbe essere accompagnata da quella delle città metropolitane, prevedendo anche per esse l’elezione diretta dei vertici e definendo con maggiore chiarezza ruoli, funzioni e risorse di questi enti dall’alta valenza rappresentativa poiché corrispondenti alle dieci maggiori aree urbane del Paese; meritevoli, quindi, di discipline ad hoc in linea con i parametri europei e internazionali che regolano i grandi centri del mondo.

Su questi aspetti sarà bene concentrare l’attenzione sin da subito, sperando che l’estate, oltre al caldo torrido, posso condurre a più miti consigli.

Vincenzo Iacovissi

Responsabile nazionale PSI per le riforme istituzionali

Maurizio Ballistreri
Ricostruire la sinistra e la democrazia in Italia.
Il ruolo dei socialisti

La seconda Repubblica ormai in fase terminale, senza che invero ci sia all’orizzonte una nuova prospettiva né politica né istituzionale per il paese, ci ha consegnato l’assenza di una forza di sinistra in grado di affrontare le drammatiche contraddizioni sociali del nostro tempo, contestando il nuovo dogma secondo cui il passaggio al postmoderno, al globale, debba trasfigurare sino a renderle neutre e fungibili, destra e sinistra.

L’idea prevalente a sinistra è di una forza politica senza ideologia e senza classi di riferimento, il cui unico tratto identitario (?) è nel maggioritario e nelle primarie viste come strumento di un plebiscitarismo che “incorona” il capo e il cui “nemico”, absit iniuria verbis, è il conflitto sociale, relegato negli scantinati dell’800. Già, quel conflitto sociale che consentì al movimento operaio, base politica e sociale della sinistra nel Novecento, di imporre severe regole al capitalismo e di redistribuirne la ricchezza verso il basso, secondo l’efficace immagine non di un capo bolscevico dopo la presa del Palazzo d’Inverno in Russia, ma di un grande leader della socialdemocrazia mondiale: lo svedese Olaf Palme, che affermò “il capitalismo va tosato e non ucciso”.

Invece, si guarda a un modello basato sul superamento della dicotomia destra-sinistra”, sulla scia di un partito socialista europeo sempre più omologato all’ordoliberalismo della Merkel, e che oggi guarda a Macron in Francia come un nuovo paradigma politico, con le stesse motivazioni che ispirarono la banca d’affari statunitense JP Morgan a presentare un documento nel maggio 2013, secondo cui: “I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”

Eppure, nella sinistra non mancano fermenti: dall’indubbio successo di James Corbyn in Gran Bretagna al ruolo di Jean-Luc Mélenchon, candidato alle presidenziali francesi con un programma che vedeva al centro, la questione sociale e quella ecologica, passando l’originaria impostazione di Syriza in Grecia e al possibile dialogo di Podemos con i socialisti spagnoli di Pedro Sanchez, il governo in Portogallo guidato dal socialista Antonio Costa con il “Bloco de Esquerda” e i comunisti sino al programma di Bernie Sanders per le passate presidenziali americane.

Si tratta di un ventaglio di posizioni che pone al centro i diritti sociali, il lavoro e il contrasto al potere della finanza globale.

Solo così si può ricostruire la fondamentale dialettica democratica tra schieramenti alternativi, partendo dai contenuti e non dalle sigle, espungendo la politica politicante dei seggi e dei collegi da contrattare, affrontando la vera grande questione dei nostri giorni: la diseguaglianza. Si, non serve ad una nuova sinistra il politicismo, a cui guardava con orrore nei suoi diari Bruno Trentin, allorquando descriveva la politica e il sindacato come popolata da “tristi figuri” e “satrapi”.

Per questo serve all’Italia una sinistra plurale, senza l’ossessione di trovare immediate soluzioni organizzative, per misurarsi con le degenerazioni della politica leaderistica “prigioniera” del mercato, facendo del lavoro e della Costituzione le bandiere della ricostruzione democratica.

Per questo, nel tentativo che tra l’Assemblea del Brancaccio e la manifestazione del 1° luglio a Roma di (ri)costruzione di una sinistra democratica per il nostro paese, non possono mancare i socialisti.

Maurizio Ballistreri

Enrico Maria Pedrelli
Eretici di quale Chiesa?

Gli animali della foresta erano tutti in festa quel giorno: finalmente la giornata tanto attesa era giunta. Una grande maratona, che attraversava la boscaglia i campi e le colline; una bella sfida per gli animali più audaci; la vittoria, un premio ambitissimo da tutte le fazioni degli animali. E alla riga di partenza erano rappresentate tutte! C’era il gatto anarchico, il topo repubblicano, il serpente democristiano, la scimmia liberista, il cinghiale comunista, e naturalmente il buon leprotto socialista.

Il leprotto socialista, è bene dirlo, era un socialista riformista; anzi “liberalsocialista, prego”. Insomma un animale di grande stile, tant’è che anche il giorno della corsa si presentò col panciotto e il garofano all’occhiello. E’ bene anche ricordare come il leprotto socialista avesse nel cinghiale comunista il suo più grande rivale. Benché frequentassero più o meno le stesse parti della foresta, erano l’uno il contrario dell’altro, e si odiavano da matti. Ma finalmente per il leprotto socialista era venuto il momento della rivalsa, e dopo tante angherie subite era venuto il momento di vincere quella corsa e di dare una lezione a quel cinghiale antipatico.

E infatti appena dopo il “via” partì veloce come una lepre, cercando di staccare sempre di più il cinghiale comunista. Non gli toglieva gli occhi di dosso: “Va troppo lento, lo supererò in un batti baleno”. Ed effettivamente fu così! E continuava a guardarlo mentre lo superava e ormai gli era davanti. “E’ stanco, si vede…ho la vittoria in pugno!” diceva tra sé e sé, mentre continuava a guardare l’affannante cinghiale e mentre lo distaccava sempre di più. Il leprotto socialista andava velocissimo, e in quel momento non gli importava degli altri animali: in quel momento aveva solo in mente la sua vittoria, e la sconfitta del cinghiale comunista.

Così facendo andava sempre più veloce, continuando a guardare il cinghiale che a poco a poco si rimpiccioliva sempre di più fino a che non scomparve dall’orizzonte. “Ce l’ho fatta!” esplose di gioia il leprotto socialista, mentre continuava a correre guardandoall’indietro. Ma continuando a non vedere nessuno, finalmente si decise a girarsi per dedicarsi ora agli altri concorrenti.

Si accorse subito però che era solo. “Possibile che io sia stato così veloce?” si interrogava, mentre pian piano rallentava guardandosi intorno. Non ci volle molto al leprotto socialista per capire che in realtà si era perso, e aveva abbandonato il tragitto. Si fermò disperato, in cerca di qualche punto di riferimento.

Ad un certo punto – finalmente! – si avvicinò qualcuno: era il passerotto, che avendo visto tutto dall’alto gli venne in aiuto. “Mi sono perso! – lamentò il leprotto socialista – com’è stato possibile?”

Subito la risposta del passerotto: “Sei stato velocissimo leprotto, ed hai staccato tutti! Ma guardavi solo indietro, verso il cinghiale, e quando l’hai perso di vista pian piano sei uscito dal percorso fino in aperta campagna”. “Impossibile…non me ne capacito! – balbettava il leprotto disperato – e quindi? Chi è in testa?”

“Chi ha già vinto, vorrai dire…” ribattè il passerotto: “ha vinto la scimmia, correndo in motocicletta”. “Ma che storia è mai questa? In motocicletta? Ma se era una gara di corsa…ma è legale?” disse il leprotto socialista. “No, non è legale..” disse il passerotto. Il leprotto rimase in silenzio, sconsolato, mentre l’uccellino volava via, lasciandolo con un “ti rifarai la prossima volta!”.

“Beh…almeno non ha vinto il cinghiale” si disse da solo il leprotto.Una magra consolazione, mentre in lontananza si sentivano gli animali acclamare la scimmia vincitrice.

 

Ho scritto questa favola in stile Esopo accettando il rischio di apparire ridicolo, agli occhi di qualcuno; rischio accettabile se mi è servita ad essere più chiaro ed esaustivo in quello che ora voglio dire.

Il carattere “eretico” del PSI è quello che sin da subito mi ha affascinato, se non convinto. L’idea di rifiuto di qualsiasi dogmatismo, l’idea di una libertà quasi anarchica nel pensiero e nell’azione, l’idea di dar fastidio al potente. E’ quest’ultima caratteristica, forse, ad essere quella più significativa: gli eretici sono quelli che combattono un sistema dominante, che spezzano il pensiero unico, che contrastano una certa “chiesa”. Lo fanno a loro rischio, ma anche a loro eterna gloria.

Ebbene, mi chiedo: di quale chiesa il PSI oggi fa l’eretico?

Sono sicuro che, se ogni compagno che legge questo articolo mi rispondesse, mi arriverebbero le risposte più disparate. E questo non è un problema, anzi una ricchezza: si è socialisti per intime e personali ragioni ideali, e così facendo ognuno prende il suo posto in quella che è una battaglia totale che dura da più di un secolo. Il problema però è quando si perdono i punti di riferimento, e invece che essere un Giordano Bruno si diventa un Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento.

Mi riferisco alla recente tendenza, di molti compagni che rappresentano la nostra classe dirigente, a farsi eretici di una chiesa che da tempo è morta. Mi riferisco alla chiesa comunista, che dopo il crollo del muro di Berlino è crollata, e ora sta nelle catacombe assieme a noi. L’argomento per cui “i socialisti hanno vinto ma sono scomparsi, i comunisti hanno perso ma sono ancora qui” è una verità storica, che però rischia di diventare un falso mito nel momento in cui non ci si accorge che il mondo è cambiato.

Facciamo un esempio. L’egemonia culturale che i comunisti in Italia hanno creato, non è stata poi certo usata per il comunismo; che non siamo un paese sovietico è chiaro a tutti. Ma anzi, cambiando padrone – e riciclandosi un’intera classe dirigente del vecchio PCI – è andata a servire a quello che oggi potremmo definire il “pensiero unico del nuovo ordine mondiale”. Ho usato un termine da complottista, ma sto parlando di quell’egemonia che l’Internazionale Capitalista (termine coniato da Ugo Intini nel suo libro “La privatizzazione della politica”) ha ormai su tutte le sfere della società. Pensateci.Chi si azzarda più, tra opinionisti ed intellettuali, a mettere in discussione il sistema economico? Chi si azzarda a mettere in discussione quei disequilibri geopolitici che stanno creando un macello nel mondo? Chi si azzarda a parlare, realmente, dei diritti dei lavoratori? Chi lo fa viene messo al rogo dai media. Quei media su cui si parla sempre delle stesse cose…e questo lo diciamo spesso anche noi.

Io ritengo mediocre definirsi oggi “eretici” senza toccare questi argomenti; perché non si può esserlo servendo il pensiero unico. Un pensiero unico che si alimenta anche decidendo di trattare solo piccoli argomenti del tutto marginali e circoscritti. Ed è mediocre anche credere che ci sia ancora una battaglia tra riformisti e massimalisti. Innanzitutto perché riformismo e massimalismo hanno significati molto diversi da quelli che qualcuno gli vorrebbe attribuire. Sono due metodi per arrivare al socialismo: uno tramite la rivoluzione armata (l’obbiettivo massimo del “tutto e subito”) e l’altro tramite un graduale processo di riforme, istituzionali e materiali. Capite bene che definire Renzi un riformista, e Landini un massimalista, è una vera e propria “operazione equivoco”. Una scelta comunicativa sbagliata e controproducente.

Io credo che su questi argomenti faccia capolino una vera e propria questione generazionale, all’interno del PSI e del socialismo italiano. Cambia veramente la percezione delle cose tra chi è vissuto negli anni ’80 e chi è nato ora. La mia impressione è che molti dirigenti di un tempo, che han passato la vita a fare gli spiriti liberi della sinistra – rispetto ai comunisti – oggi non si siano accorti che quel muro di Berlino è crollato non solo addosso a noi, ma anche addosso a loro, e un po’ da tutte le parti. La Russia era il grande “modello sbagliato”, in alternativa del quale noi costruivamo il nostro “modello giusto”: un socialismo democratico in alternativa a quello antidemocratico; una socialdemocrazia che era un compromesso con un capitalismo spaventato dall’idea di una rivoluzione occidentale, e impossibilitato ad espandersi per via della guerra fredda. Il capitalismo produce la ricchezza, il socialismo la redistribuisce. Poi tutto questo equilibrio è crollato, assieme alle nostre certezze ideologiche. Il compromesso è stato rotto: il capitalismo si è fatto internazionale e incontrollabile; è andato oltre agli stati, e ora fa concorrenza addirittura agli stati stessi. E i socialisti oggi si dividono sostanzialmente in tre categorie: chi crede si debba tornare a prima del compromesso, chi ancora non ha capito che il compromesso è finito, chi ne vorrebbe un altro.

Insomma. Non c’è che da essere felici della fine dell’URSS e del comunismo, ma se è stata anche la fine nostra, chi rimane?Il punto centrale è capire chi ha vinto realmente dopo la caduta del muro. Quale idea dominante si è imposta sulle nostre macerie. C’è chi crede che abbiano vinto i valori democratici (da globalizzare anche a suon di bombe) e il “riformismo”: pura illusione di quella seconda categoria di socialisti. A vincere è il nemico di sempre (quello che avevamo prima della scissione del 1917).  E’ quella la chiesa verso cui indirizzare la nostra eresia. Pensiamo solo al fatto che una volta privatizzare era un tabù, anche quando era necessario; oggi invece nazionalizzare è un tabù, anche quando è necessario. Io vedo un capitalismo globale selvaggio e ingiusto, un’egemonia culturale che lo sostiene, degli stati nazionali incapaci di controllare l’economia, il tramonto di qualsiasi ideologia politica.

Vedere invece solo la vittoria dei valori democratici, che oggi sono messi a repentaglio da populisti venuti dall’inferno, è da sordi e ciechi. L’intero movimento socialista, in qualsiasi variante giusta o sbagliata, è oggi piegato. Siamo ininfluenti sulle sorti del mondo, e continuare a fare gli eretici di tabù che sono caduti insieme a noi aiuta solo il nostro nemico.

“Il socialismo mantiene la sua fondamentale ed essenziale natura di movimento anticapitalistico. Esso nasce come reazione umana e razionale nei confronti delle ingiustizie delle ineguaglianze che il nascente capitalismo industriale portava con sé. Le contraddizioni e le crisi della società capitalistica costituirono oggetto delle analisi, della critica penetrante, delle previsioni dei teorici socialisti.

I mutamenti intervenuti dopo le due guerre mondiali, la modificazione della natura e delle manifestazioni del capitalismo non hanno mutato la ragione fondamentale della lotta socialista e cioè quella di provocare un superamento del capitalismo con il passaggio ad un ordine economico, sociale e politico più evoluto, che arricchisca le libertà dell’uomo, le sue condizioni di vita materiale e spirituale”

La citazione è di Bettino Craxi. Chissà cosa ne direbbe Macron…

Enrico Maria Pedrelli

Luca Fantò
Ritrovare il coraggio
delle proprie origini

Sono pochi gli elementi positivi emersi dai ballottaggi, Padova è certamente uno di questi.
Al termine della tornata amministrativa, il PSI in Veneto ha eletto una decina di Consiglieri comunali in diverse province ed un Sindaco nel bellunese.
A Padova il PSI ha presentato una propria lista politica, non civica, “Socialisti Europei”, a sostegno della candidatura dell’eletto Sindaco Giordani. A Padova il centrosinistra si è presentato unito, senza che movimenti e partiti pretendessero spocchiose primogeniture e forse per questo ha vinto.

I ballottaggi hanno inoltre portato un elemento di chiarezza, il centrodestra unito vince e se non vince diventa fortemente competitivo, mentre buona parte dell’elettorato del centrosinistra si è allontanato dal voto. Inoltre, molti di coloro che votarono per il “partito di Grillo” sembrano averlo abbandonato, almeno sui territori, riconoscendone di fatto il valore di movimento di protesta.

In queste condizioni, quale percorso le forze che ispirano la propria azione ai valori di solidarietà e giustizia sociale, potrebbero intraprendere per recuperare il proprio consenso elettorale?
La destra fa la destra e vince, è corretto sia così. Ancora una volta invece, i ballottaggi sembrano mostrare come un centrosinistra travestito da forza liberal-democratica non riesca a raccogliere consensi tra conservatori e moderati, che preferiscono votare la coerenza del centrodestra, e neppure tra i progressisti, che non riconoscono in tali posizione la propria.

Ritrovare il coraggio delle proprie origini, che poi sono la ragione della propria esistenza, saper rendere attuali i propri valori (che non vuol dire stravolgerli) e riproporli alla cittadinanza come obiettivi politici, questo il compito gravoso ma fondamentale che spetta a tutto il centrosinistra.
Un centrosinistra che deve agire subito e senza escludere a priori nessuno, in vista delle elezioni amministrative e politiche del 2018.

Luca Fantò
Segr. reg. PSI del Veneto

Lorenzo Cinquepalmi
La missione della Sinistra

L’irresistibile tentazione del “più piccolo ma mio” sembra non abbandonare Renzi.
Invece la sinistra avrebbe bisogno di rielaborare un progetto di fondo ridandosi una missione (Bad Godesberg) e di ritrovare un patto di azione comune (Épinay-sur-Seine).
Se aver perso l’abitudine alla politica ed essersi votato esclusivamente all’amministrazione sembra avere inaridito la capacità del Partito Democratico di elaborare ideali di fondo che non siano di una genericità assoluta, tuttavia non è possibile immaginare una proposta politica di medio e lungo termine a sinistra senza coinvolgere lo stesso Partito Democratico, che rappresenta comunque la maggior parte dell’elettorato progressista.
Occorre allora contribuire a far maturare la consapevolezza che un progetto politico non si costruisce con le decisioni di pancia, dentro cerchie più o meno ristrette e sempre consenzienti, rincorrendo il consenso giorno per giorno con iniziative estemporanee.
Occorre, appunto, riflettere su cosa importanti forze progressiste europee seppero fare a Bad Godesberg e a Épinay-sur-Seine, sulle ragioni e sui risultati di quei passaggi politici, e sull’insegnamento da ricavarne.
Insegnamento che non è certo quello della chiusura, dell’autosufficienza e dell’autoreferenzialità.
Naturalmente, i limiti che il P.D. oggi sembra mostrare nelle capacità di elaborazione della missione politica per la sinistra di domani, sono altrettanto presenti nelle forze della frammentata e rissosa costellazione di partiti e movimenti luccicanti nel cielo della sinistra italiana, primo tra tutti il Partito Socialista.
Quest’ultimo, tuttavia, è forse la forza che più di altre, a prescindere dalle dimensioni e dal peso elettorale, ha al suo interno le risorse culturali per innescare un processo, che sarà certo lento, faticoso e di esito incerto, orientato alla costruzione di una moderna forza politica progressista, partendo però dall’individuazione della missione, da adeguare alla situazione e ai bisogni dei cittadini, partendo da un’analisi convincente degli stessi, per poi arrivare alla forma.
Non sfugge a nessuno che, invece, il destino personale di molto dell’attuale personale politico, dipende invece proprio dalla forma e questo rischia di far passare in secondo piano la sostanza.
L’occasione, per i socialisti, di promuovere un’evoluzione della rappresentanza politica progressista consegue proprio a questo apparente blocco, purché essi sappiano, per primi, accantonare il tema dei destini personali per essere motore dei destini di tutti, ciò che è, a ben vedere, la loro vocazione naturale.

Lorenzo Cinquepalmi
Segretario regionale Psi della Lombardia

Sonia Gradilone
Immigrazione e il vaccino delle minoranze linguistiche

Esistono questioni rimosse, ingiustizie che non si vedono, che sono come annullate in una indifferenza gravissima. La legge elettorale con il “superaccordo” tra le 4 formazioni politiche più rappresentative del Paese (Pd, Lega, Forza Italia e Movimento 5 stelle) si arena sulla modalità di elezioni dei parlamentari trentini e alto atesini, su questioni legate a minoranze, in questo caso di lingua tedesca e ladina, in questo caso con implicazione di diritto internazionale. Non entro nel merito di questa questione, ma la prendo a spunto per il “silenzio” sulla questione che voglio sollevare: il silenzio sulle minoranze linguistiche in Italia. Sono figlia della comunità arbereshe di Calabria, sono figlia una delle lingue “non parlanti” di questo paese (insieme a grecali, catalani, occitani, sloveni e croati). Si tratta di un patrimonio umano, culturale e linguistico enorme, enormemente rimosso. Oggi ci poniamo i problemi della “nuova umanità in movimento per fame e persecuzioni”, problemi che non sappiamo affrontare proprio perché “dimentichi” delle nostre storie, che aiuterebbero a capire una umanità mai ferma. Nella grande crisi albanese, quella del ’91, in cui un paese di 3 milioni di abitanti (tanti quanti la sola città di Roma) avrebbe “invaso” l’Italia 20 volte più grande. Allora la mia comunità accolse migliaia di connazionali in fuga, alcuni sono anche rimasti, per solidarietà nata da una “fuga”, da una “persecuzione” di secoli prima. Credo che oggi il problema della nostra presenza in Italia vada riposizionata al centro del confronto politico per tutelare un patrimonio culturale ed umano che è indispensabile anche alla ricchezza della stessa lingua italiana, e per dimostrare che i tempi non presentano mai problemi inediti, e che l’esperienza è il patrimonio da cui trarre forza ed ispirazione. L’integrazione, la convivenza, non è appiattimento delle differenze, ma rispetto delle ricchezze. La nostra comunità, come le altre minoranze linguistiche, hanno nel loro patrimonio l’idea della “umanizzazione” dei problemi, il coraggio di ricominciare e l’idea che la Patria di speranza non deve schiacciare la Patria divenuta impossibile.
Ho messo insieme cose che apparentemente paiono non avere relazioni, in realtà la nostra presenza in Italia è il vaccino che la storia ci ha lasciato per evitare la malattia grave del razzismo e della xenofobia, della paura. Un patrimonio che non va negato ma difeso e tutelato.

Sonia Gradilone
Responsabile Immigrazione Psi

Psi Veneto
Il documento congressuale regionale

Nell’anno che è trascorso dal Congresso di Salerno ad oggi, il PSI è stato costretto a sostenere una battaglia legale e politica che ne ha rallentato l’azione.

Ora, con il Congresso di Roma, la questione è risolta e possiamo tornare ad agire in maniera efficace per il rilancio del nostro Partito. Possiamo farlo nella consapevolezza di poter contare esclusivamente sulle nostre forze, ma anche nella consapevolezza della forza morale dei nostri valori: solidarietà, uguaglianza e libertà.

Attuare i dettami costituzionali, stabilire nuove solidarietà tra le diverse aree del Paese, riconoscere agli immigrati i propri diritti ma in un quadro di precisi obblighi, puntare sullo sviluppo delle attività turistiche, culturali, sulla valorizzazione dell’ambiente per determinare importanti prospettive di sviluppo economico, intervenire nel settore della casa per ridurre il disagio delle giovani coppie, degli studenti, degli anziani, dei precari, riformare la giustizia, salvaguardare in modo equo le pensioni, sostenere convintamente l’integrazione politica europea anche per contrastare i peggiori populismi.

A livello nazionale la politica ha sofferto le vicende interne al principale partito italiano ed il centrosinistra vive una fase di stasi dovuta all’incapacità di alcuni suoi dirigenti e anche all’arroganza delle forze che interpretano nella maniera peggiore il termine “populismo”.

Categorie, quelle di sinistra e destra che non passano, ma si trasformano.

In una sorta di regressione storica o di riduzione del campo politico, siamo tornati ad attribuire loro il valore di “progressista” e “conservatore”, abbandonando gli ideali del ‘900 e tornando ad una visione ottocentesca di una società che, all’interno dei canoni del liberalismo, può agire in maniera più o meno democratica, più o meno tollerante.

Un anno in cui ci avrebbero voluto impedire di lavorare

Il PSI del Veneto, rispetto ad un anno fa, può contare su una giovanile presente in più province, un tesseramento consolidato, una dignitosa capacità di azione sul territorio dimostrata nelle amministrative in corso ed in cui abbiamo presentato candidati Sindaco in diversi Comuni, liste politiche di evidente ispirazione socialista, collaborato con partiti e movimenti sia nell’ottica elettorale che in quella più propositiva degli interventi sul territorio attraverso associazioni e amministrazioni.

Il PD Veneto in alcune realtà ci ha ostacolato, in altre ci ha sostenuto confermando che come partito non esiste e rimane senza una linea politica regionale.

Laddove il partito di Renzi ci ha danneggiato siamo intervenuti a livello regionale lamentando direttamente e a mezzo stampa le nostre posizioni.

Sempre e comunque abbiamo reagito salvaguardando la dignità del PSI.

Purtroppo quanto fatto dal partito a livello regionale e locale spesso non arriva alla cittadinanza e quindi anche ai compagni che non hanno altri strumenti di informazione se non i nostri siti internet.

La stampa a livello regionale ha continuato ad ignorarci nonostante il giornaliero invio di comunicati da parte del regionale e nonostante il PSI regionale sia stato di sprone efficace per i compagni del nazionale che in Parlamento hanno rappresentato, oltre alle loro numerose iniziative, anche quelle pervenute dal nostro territorio. Basti pensare alla legge regionale sugli asili nido che discriminava tra bambini, impugnata dal Governo anche a seguito dell’interrogazione parlamentare della compagna Locatelli sollecitata dal PSI del Veneto.

Il referendum sull’autonomia

A proposito di campagna elettorale delle forze della destra veneta, la Lega di Zaia sta cavalcando la questione autonomia propinando ai cittadini un inutile quanto dispendioso referendum consultivo.

Il referendum quindi è un’evidente mossa elettorale della Lega, una trappola ben congegnata per raccattare i voti del malessere della cittadinanza resa senza speranza dalle campagne allarmistiche dei troppo asserviti mass media e mettere all’angolo le altre forze politiche che si trovano a non poter svelare come “il re sia nudo”.

Il PD sembra tenere un atteggiamento poco chiaro, i suoi esponenti hanno esposto posizioni diverse. Il PD, di fronte alla trappola leghista ha scelto di limitare il danno. Ma noi non abbiamo nulla da perdere se non la nostra dignità e quindi non dobbiamo cedere al ricatto di chi dice “o con la Lega o contro i cittadini”.

Mai il PSI ha inteso creare delle differenze tra cittadini italiani. Un lavoratore, un disoccupato, uno studente, un anziano o un giovane, agli occhi dei socialisti restano uguali se residenti in Veneto come in Liguria, Calabria o qualsiasi altra località del nostro Paese. La nostra battaglia deve essere per far sì che in tutte le regioni d’Italia, tutti i cittadini possano disporre autonomamente delle risorse che producono, anche seguendo criteri di solidarietà qualora essa non venga imposta.

Ad eccezione del Trentino Alto Adige, dare uguale e reale autonomia a tutte le Regioni è possibile. Ed è possibile attraverso un’azione parlamentare di cui i nostri pochi, ma coriacei parlamentari, potrebbero essere tra i promotori.

Questo è battersi per l’autonomia dei cittadini e non fare campagna elettorale per la Lega.

Noi non possiamo seguire chi cerca di usare la disperazione dei cittadini per grattare il fondo del barile elettorale. Noi socialisti del Veneto dobbiamo rifiutare la logica imposta dal referendum leghista svelandolo per ciò che è, una costosa campagna elettorale.

Il PSI veneto non molla

A livello provinciale ogni Federazione ha goduto di assoluta autonomia relativamente ai temi locali. E’ auspicabile che le federazioni dei territori partecipino maggiormente alle scelte regionali dando il proprio contributo politico e di consenso, dialogando col regionale in un flusso continua di informazioni reciproche. E’ necessario acquisire la consapevolezza del fatto che nessun iscritto al PSI, solo o in compagnia degli iscritti del suo territorio, potrà mai essere reale interlocutore delle altre forze politiche.

Dobbiamo continuare a non cedere alle lusinghe di chi ci blandisce a livello locale ma in realtà cerca di tenerci divisi non riconoscendo di fatto l’esistenza di un PSI veneto.

La dignità della nostra tradizione e l’assenza di partiti che possano rappresentarla ci impedisce di pensare ad una cessione di autonomia politica a vantaggio di altre formazioni politiche.

Elezioni

Non sappiamo come e quando andremo a votare alle prossime politiche, sappiamo che ci saranno e che dovremo auspicabilmente sostenere il nostro simbolo, certamente i nostri candidati in Veneto.

Candidati che crediamo potranno essere espressione del territorio per meglio saper rappresentarne le necessità.

Nel prossimo Parlamento i nostri eletti potranno essere di stimolo per un’autonomia di gestione delle risorse da parte di tutte le Regioni, noi vogliamo che tra essi ci sia un parlamentare del PSI eletto dal Veneto.

Punti da sostenere nei territori

Il rinnovamento e rilancio del partito, avviati seppur con fatica nell’ultimo anno, non possono prendere forza se non attraverso proposte politiche da condividere con i cittadini e relative ai seguenti argomenti, titoli a cui tutti insieme dovremo dare sostanza creando a settembre gruppi di lavoro che ci permettano di proporre soluzioni efficaci relativamente a diversi argomenti. Le critiche all’inizione, anche quando giustificate, devono trasformarsi in proposte specifiche e impegno fattivo.

Le infrastrutture, puntando ad esempio a valorizzare il porto di Venezia.

L’agricoltura come strumento di rilancio della piccola impresa giovanile

La cultura ed il turismo che rappresentano un patrimonio inestimabile del Veneto.

L’universalità del servizio sanitario.

La valorizzazione della funzione educativa e didattica della scuola pubblica e della formazione professionale, sostenendo il successo educativo e sociale.

La riduzione delle differenze di opportunità tra cittadini.

Al contrario del profitto, il lavoro è un diritto. La salute dei cittadini e quindi la cura dell’ambiente non possono venire dopo le opportunità di profitto delle imprese, così come la difesa dei parchi con politiche di sostegno e finanziamento.

Un argomento sicuramente scomodo è quello dell’immigrazione e dell’accoglienza, ma noi socialisti siamo orgogliosi di essere di sinistra ed essere di sinistra vuol dire essere inclusivi. Il PSI nazionale ha già dato una linea di intervento condivisibile: la nostra società deve essere aperta, accogliente ma senza prescindere dal rispetto delle regole e dei valori culturali.

Il PSI nazionale è impegnato fino al 18 giugno nelle “Primarie delle idee”, un momento realmente democratico promosso dal PSI nazionale e che va sostenuto con un ultimo sforzo.

Il PSI veneto quindi lancia un appello ai propri Parlamentari affinchè il partito intervenga a sostegno dei correntisti e dei dipendenti delle banche venete, vittime di una gestione che ha mostrato i difetti della peggior imprenditoria italiana.

Il PSI veneto chiede che si arrivi ad una legislazione che permetta a tutte le Regioni italiane, nei limiti previsti dai trattati internazionali e della nostra Costituzione, di gestire le risorse prodotte sui propri territori.

Il PSI veneto lancia un appello ai partiti del centrosinistra veneto, di cui il PD è la forza principale, affinchè si lavori nella più stretta collaborazione. Collaborazione sinora mancata o attuata a “macchia di leopardo”, collaborazione necessaria per sconfiggere una Lega che in Veneto da anni lavora in maniera poco efficace, curando più la ricerca del consenso che il benessere del cittadino.

Il PSI veneto ribadisce l’importanza della battaglia che i socialisti stanno portando avanti fin dagli anni’80 per l’accorpamento dei Comuni, favorire aggregazioni territoriali per la creazione di comuni di maggiori dimensioni e servizi gestiti per bacini di utenza e aree sovracomunali.

Il PSI veneto chiede al Parlamento ed a tutte le istituzioni che venga tutelato e promosso il piccolo commercio, il piccolo artigianato, l’agricoltura. Revisione delle normative sul commercio e in particolare di quelle sui giorni/orari di apertura, il tutto inserito in un quadro di difesa, valorizzazione, sostegno, incentivazione delle attività tradizionali all’interno dei centri abitati e/o storici.

Il PSI veneto, consapevole di come non sia possibile opporsi all’evoluzione della tecnologia, ma preoccupato della diminuzione dei posti di lavoro che essa comporta, chiede che si curi il giusto equilibrio tra innovazione e produzione.

Il PSI veneto chiede al centrosinistra del Consiglio regionale che cresca l’impegno per la riduzione dei ticket, per lo smaltimento delle code per accedere alle prestazioni, che si cessino i finanziamenti alle strutture private che si arrivi al divieto di doppio lavoro e attività remunerate al di fuori della struttura in cui lavorano per medici e operatori del servizio sanitario nazionale. Si lavori per il potenziamento dell’offerta di sanità pubblica per renderla autosufficiente e concorrenziale rispetto alle attività private.

Il documento sostiene la candidatura del compagno Fantò alla Segreteria regionale

Giovanni Crema,
Andrea Frizzera,
Luigi Giordani,
Giovanni Giribuola,
Paolo Trovato,
Ottavio Pasquotti,
Luciano Pigato,
Umberto Toffalini,
Luca Fantò

Michele Chiodarelli
Ripetere l’iniziativa con cadenza trimestrale

Care compagne, cari compagni,

domenica 18 giugno 2017 si terranno le ‘Primarie delle Idee. La sinistra che ti protegge’, una consultazione pubblica, promossa dal Psi, per chiedere ai cittadini di esprimersi su temi sensibili, come la protezione sociale e la sicurezza delle famiglie.

L’iniziativa, aperta a tutti, si svolgerà contemporaneamente in tutte le città italiane, grazie all’impegno delle federazioni locali che allestiranno nelle piazze principali, punti di raccolta di questionari, simili a quello che trovate in allegato. A Mantova saremo presenti in piazza Marconi in un gazebo posto a fianco del bar Venezia alla mattina, dalle ore 9.30 fino a ora di pranzo, e al pomeriggio, dalle ore 17 fino alle ore 19 circa. I cittadini potranno indicare gli argomenti su cui ritengono prioritario un intervento parlamentare e governativo, affinché le indicazioni ricevute siano successivamente oggetto di proposte politiche del Psi.

“E’ un errore politico grave ed è colpevole restare insensibili se paura e insicurezza da troppo tempo accompagnano le famiglie italiane” ha scritto recentemente in un editoriale sull’Avanti!, Riccardo Nencini, segretario del Psi “La cosa ci riguarda e riguarda l’intera sinistra europea. O il movimento socialista affronta questo sentimento con misure all’altezza dei tempi o è destinato a lasciare campo libero alla destra peggiore, reazionaria, sovranista, razzista. Nel manuale novecentesco della sinistra troviamo soltanto risposte parziali, spesso inefficaci. Serve di più. L’impegno che prendiamo – ha sottolineato Nencini – è trasformare in proposte di legge e in programma elettorale quanto scaturirà dalla consultazione pubblica su questi temi. Basta balbuzie quando la nostra gente esige certezze, basta con certo multiculturalismo che soffoca i diritti fondamentali delle donne, basta col ritenere la sicurezza individuale un tema di destra. Basta!” ha aggiunto “I socialisti hanno il dovere di rivolgersi agli elettori con parole chiare, inequivocabili. Che la solidarietà non sia alternativa alla legge, che l’accoglienza faccia il paio col diritto e con i diritti delle persone, che essere italiano non venga considerato un accidente” ha concluso.

La nostra federazione ha deciso di arricchire il sondaggio con una serie di proposte locali riguardanti la cultura, il welfare, l’economia, il lavoro, i trasporti, le infrastrutture e le pari opportunità: vi prego di diffondere capillarmente la locandina promozionale e il questionario, che potete restituire compilato al punto di raccolta di Piazza Marconi domenica, o con le vostre priorità, inviare a mantovasocialista@gmail.com.

La mia idea è ripetere l’iniziativa con cadenza trimestrale, ovviamente rinnovando il questionario, così da costruire, passo dopo passo, il programma del nostro partito per le prossime elezioni regionali, offrendo importanti suggerimenti agli attuali amministratori socialisti e una base progettuale condivisa ai nostri futuri candidati nelle varie elezioni amministrative locali.

Con l’auspicio è che in molti possiate essere presenti domenica prossima in piazza Marconi, Vi saluto fraternamente.

Michele Chiodarelli

Sonia Gradilone
Immigrazione, la via socialista della ragione

Quale deve essere un approccio socialista al problema dell’immigrazione? Certo non possiamo pensare che la risposta sia la paura e le chiusure, questo è un approccio delle destre e della loro capacità di cavalcare le paure negando le speranze, ne può essere il buonismo legato ad approcci caritatevoli. Nel primo caso avremmo un competitor politico, le destre xenofobe e i populisti, nel secondo la Chiesa.
Noi dobbiamo mettere in campo una risposta socialista, e non lo dico per “nostalgia”, ma per attualità. È vero che le elezioni francesi sono stato un disastro socialista, ma è anche vero che le proposte socialiste di Corbyn in Gran Bretagna hanno riproposto il nodo dei “socialisti che fanno i socialisti”. Sugli immigrati la nostra risposta deve essere di “protezione” degli ultimi, di “accoglienza” ma anche di rispetto delle regole di accoglienza che ci siamo dati. Dobbiamo distinguere il bisogno, dalle lotte politiche e dare risposte differenti a situazioni differenti. Gli immigrati che scelgono l’Italia per bisogno debbono, necessariamente, avere due tipi di risposte la prima, immediata, di verifica della possibilità di accoglienza nei nostri paesi in ragione della capacità di creare opportunità di lavoro, il secondo è di sostenere la crescita dei sistemi economici e formativi dei paesi di origine. L’emigrazione per bisogno non è meno degna di altre forme di emigrazione, ma è a domanda economica e va data una risposta economica. L’immigrazione da guerre e persecuzioni politiche non ha ne se ne ma, va accolta con generosità, ma anche con rigore rispetto a chi non ha diritto proprio per la sua “universalità”. Dire che è tutto uguale e accogliere senza distinguo non è socialista perché è ingiusto per le differenze delle singole situazioni. Non c’è invasione, non c’è guerra di civiltà, ma non è neanche che il problema non esiste. Coloro che sono accolti, nel rispetto dei loro diritti debbono anche trovare condizioni di vita accettabile e anche percorsi di formazione e di lavoro socialmente utili nella fase di ingresso. È disumano parcheggiare migliaia di ragazzi e ragazze impegnate solo ad attendere la sera. Farsi carico dell’immigrazione oggi è un impegno della società, non può essere un salvarsi la cattiva coscienza di una società, come non può essere la paura. Noi siamo socialisti, noi non vediamo problemi ma opportunità, noi non abbiamo soluzioni predefinite ma le cerchiamo nella prassi quotidiana. Oggi c’è in corso un guerra bipolare tra due assurdità: la paura e il pietismo, una guerra che ha già una vittima la cancrena del problema.

Sonia Gradilone
Responsabile Immigrazione Psi

Marco Lamonica
Analisi del voto in Campania

A urne chiuse, ma aspettando i ballottaggi che potrebbero riservare ancora sorprese e compagni eletti, possiamo ritenere più che positivo il risultato ottenuto dal PSI in Campania.
Come dice Enzo Maraio, “ i numeri sono numeri. Ognuno può fare l’analisi che preferisce, ma restano sempre i numeri”, e sono incontrovertibili.
I numeri li dà Il mattino, il più autorevole quotidiano della Campania, che ci dice che il PSI dove presenta la lista con il proprio simbolo, consegue il 4,83% (rispetto ai voti alle liste nei soli comuni dove il simbolo è presente) e raggiunge il 4,50% complessivo (% riferita ai voti assegnati ai partiti con l’esclusione dal computo delle liste civiche).
Nei 18 comuni superiori ai 15mila abitanti chiamati al voto in Campania il PSI presenta la lista ufficiale di Partito in 5 (prendendo 5.506 voti), in altri si presenta sotto forma di liste civiche d’area o di ispirazione socialista eleggendo, nei territori chiamati al voto, Compagne e Compagni in numero superiore rispetto al passato, come ad esempio ad Acerra.
Una sola digressione sulla Federazione di Salerno, la federazione alla quale sono iscritto: nei 4 comuni con più di 15.000 abitanti, abbiamo presentato la lista solo a Nocera Inferiore (46.563 abitanti) portando a casa lo straordinario risultato del 13,21% ed eleggendo 3 consiglieri comunali (per eleggere il quarto bastavano solo 32 voti!) tra cui una donna.
Negli altri tre: a Mercato San Severino per accordi di coalizione non sono stati presentati simboli di partito; ad Agropoli abbiamo candidato compagni in una lista civica d’area, ma è da dire che in coalizione è presente solo il simbolo del PD, nessun altro, e nessun altro simbolo di partito è presente anche nelle coalizioni concorrenti; a Capaccio, dove la lista era pronta, le coalizioni d’area csx erano ben tre. Anche qui, come ad Agropoli, nessun altro simbolo ufficiale di partito oltre il PD, non c’è l’UDC o AP, non ci sono neanche Forza Italia o Fratelli d’Italia.
Non pervenuti, in tutto il territorio provinciale, sia “Dema” sia “Campo Progressista” che “art. 1–MDP”, quest’ultimo presenta in tutta la Campania solo 2 liste(Melito e Portici).
Nella provincia di Salerno il PSI elegge, tra compagni e compagne, oltre venti consiglieri, consolidando la sua posizione di secondo partito della coalizione e confermando che senza il PSI il csx rischia di perdere in gran parte dei territori, non solo del Salernitano.
Ora, valga per il PSI campano la definizione che diede Gaetano Arfè del compianto professore De Martino: “legato a un passato irripetibile, proiettato in un futuro imprevedibile!”, un futuro che cammina sulle gambe delle donne e degli uomini socialisti, sulle nostre gambe, perché il #futuroèadesso! Avanti!

Marco Lamonica
Segreteria Provinciale Federazione di Salerno – Commissione Nazionale di Garanzia