Telepass, tra nuovi servizi
e la multa dell’Antitrust

telepassLa notizia più rilevante non riguarda certo i servizi a disposizione degli utenti: la società Telepass infatti è stata multata dall’Antitrust per aver raddoppiato il canone senza consenso. In realtà, come spiega l’azienda, c’è stata l’introduzione di nuovi servizi a supporto dei guidatori che si abbonano, così come anche per le flotte aziendali.

Inutile negarlo: la notizia delle ultime settimane è di sicuro la multa da 200mila euro comminata alla società Telepass da parte dell’Antitrust, che ha sanzionato l’operazione dell’azienda che ha raddoppiato di fatto il costo dell’Opzione Premium senza aver dato la possibilità ai propri clienti di prendere le necessarie contromisure, dando ragione alle lamentele portate avanti dalle associazioni dei consumatori. Ricostruendo i fatti, però, emerge comunque una realtà meno negativa di come è stata descritta anche dalla stampa.

La storia della multa alla Telepass. Questa vicenda nasce un anno fa, nel novembre del 2015, quando Telepass comunica ai propri abbonati che a partire dal giorno 1 gennaio 2016 avrebbe accorpato due servizi aggiuntivi rispetto al dispositivo Telepass, precedentemente offerti disgiuntamente: come si spiega ad esempio sul portale di fissovariabile, che ha realizzato una guida completa alle offerte di Telepass, inizialmente la “Opzione Premium” costava 0,78 euro al mese (prevedendo, tra l’altro, il soccorso in autostrada in caso di avaria o incidente), mentre quella definita “Premium Extra” aveva un abbonamento da 1,78 euro al mese (estendendo il servizio di assistenza anche alla viabilità ordinaria). La modifica principale del nuovo servizio è stata nella determinazione di una tariffa unica di 1,50 euro al mese, ma i vecchi abbonati al servizio “Opzione Premium” hanno beneficiato per tutto quest’anno del prezzo originario di 0,78 euro. Come da legge, poi, Telepass ha previsto la possibilità per gli abbonati di recedere senza spese dal nuovo pacchetto entro 60 giorni.

La decisione dell’Antitrust. Troppo poco per l’Authority, che soprattutto ha puntato il dito sulla “pratica commerciale scorretta” attuata dalla società, basandosi anche sul ricorso delle associazioni di consumatori e sulle numerose mail di reclamo dei clienti. In particolare, nella sentenza c’è scritto che l’operato “sulla comunicazione e il cambio di tariffa non è risultato rispettoso dei canoni di diligenza esigibili da un operatore quale Telepass, ed è stata in grado di condizionare indebitamente le scelte economiche dei consumatori”.

La risposta di Telepass. Diversa ovviamente l’interpretazione dell’azienda, che comunque ha già annunciato che “alla luce del provvedimento si attiverà per ripristinare il vecchio servizio (che prevedeva il soccorso soltanto in autostrada) alle stesse condizioni precedenti”. Inoltre, il cambio di tariffa accompagnato alla promozione annuale prima descritta ha fatto sì che “finora i clienti interessati dal provvedimento non hanno pagato somme aggiuntive, nonostante l’introduzione del nuovo servizio di soccorso meccanico al di fuori della rete autostradale, utilizzato ad oggi da oltre 25.000 utenti”.

La soluzione per le flotte. Chiusa questa parentesi “burocratico – legale”, meglio concentrare l’attenzione sulle notizie positive che arrivano sul fronte dei vantaggi del Telepass. Uno dei prodotti maggiormente in diffusione è Telepass Fleet, strumento ideale per i fleet manager lanciato nel luglio 2015, che propone una serie di servizi comodi per la gestione della flotta aziendale, con differenti opzioni a disposizione.

I vantaggi di Telepass. Questo prodotto conferma come oggi Telepass non sia più soltanto sinonimo di pagamento di pedaggio rapido in tutta la rete autostradale d’Italia, ma anche molto di più: i clienti dell’azienda, infatti, oggi possono pagare il ticket per la sosta in oltre 70 parcheggi convenzionati nelle principali città italiane (sia nelle zone del centro che in ospedali, aree fieristiche, stazioni e aeroporti) e l’accesso all’Area C di Milano. E poi, ancora, è possibile acquistare e ritirare il biglietto per il passaggio sullo Stretto di Messina senza passare dalla biglietteria e utilizzando la pista Telepass dedicata.

Terremoto: il PE chiede di svincolare spesa dal deficit

Terremoto AmatriceEscludere gli investimenti per la ricostruzione post terremoto in Italia dal calcolo del deficit nazionale previsto dal Patto di Stabilità “alla luce del carattere gravissimo ed eccezionale della situazione” e utilizzare tutti i Fondi UE a disposizione per aiutare le zone colpite dai sismi: queste alcune delle richieste approvate dal Parlamento europeo giovedì.

Nella risoluzione sulla situazione post terremoto in Italia, approvata per alzata di mano, il Parlamento chiede alla Commissione di adottare misure urgenti per facilitare una rapida ricostruzione dei Paesi distrutti durante i terremoti che hanno colpito l’Italia il 24 agosto, il 26 e il 30 ottobre scorsi.

Il Parlamento ha anche approvato un’altra risoluzione, redatta dall’italiano Salvatore Cicu (PPE), sulla riforma del Fondo di solidarietà UE con 589 voti a favore, 13 contrari e 42 astensioni.

Durante il suo intervento al dibattito di mercoledì sera, il relatore ha dichiarato che “in casi come questi, le Istituzioni europee devono essere sensibili, devono capire che la loro credibilità, la loro autorevolezza, dipendono anche dalla capacità di essere presenti in questi momenti e di trasferire un messaggio, appunto, di capacità di gestione”. Ha poi chiesto alla Commissione di migliorare l’utilizzo del Fondo di solidarietà UE, riducendo i tempi di mobilitazione e aumentando la soglia dei pagamenti anticipati.

Il Parlamento chiede pertanto di escludere le spese relative agli interventi di ricostruzione, compresi quelli che prevedono la partecipazione dei fondi strutturali e di investimento europei (ESI) – dal calcolo del deficit nazionale, “alla luce del carattere gravissimo ed eccezionale della situazione”. I deputati, inoltre, esprimono profonda solidarietà a tutte le persone colpite a vario titolo dagli eventi sismici: vittime, familiari, sfollati e tutte le autorità coinvolte nelle operazioni di soccorso.

Prevenzione

I deputati, in considerazione dell’elevata sismicità di alcune aree geografiche come quella mediterranea e del sud-est dell’Europa, invitano tutti gli Stati membri ad accelerare la ricerca in questo campo, attraverso le azioni previste dal Programma Orizzonte 2020 e ad applicare tutti gli strumenti utili alla prevenzione di vittime e danni, così da ridurre al minimo la portata potenzialmente devastante di tali eventi naturali.

Utilizzare tutte le risorse a disposizione

Il Parlamento sollecita tutte le autorità, nazionali, regionali e locali, a prestare la massima attenzione al rispetto delle norme antisismiche in fase di rilascio dei permessi di costruzione.

Nel documento, si sottolinea, inoltre, l’importanza di utilizzare tutti gli strumenti disponibili e di garantire che le risorse siano utilizzate nel modo più efficace possibile, in collaborazione con le autorità nazionali e regionali. Per questo, si ricorda anche la possibilità di utilizzare il Fondo europeo per lo sviluppo rurale (FEASR) per sostenere le aree rurali e le attività agricole colpite dal sisma.

La Commissione europea ha annunciato mercoledì sera una prima erogazione di aiuti del valore di 30 milioni di euro dal Fondo di solidarietà. La mobilitazione del finanziamento totale richiede un voto del Parlamento per essere effettiva.

Amnesty lancia la campagna per i diritti umani

Stamp style wordmark / logo produced for Amnesty International's Letter Writing Marathon or Write for Rights events in December 2014. All Design Files are available for download here: https://amnesty.app.box.com/s/7d6lhv4e4ea3gz0cz40u/1/2418301651

Chef Rubio, Valerio Mastandrea, Piero Pelù, Piotta, Tosca, Gabriele e Giorgio del Trio Medusa invitano a firmare gli appelli di Amnesty International Italia in favore di persone che subiscono violazioni dei diritti umani in Egitto, Usa, Cina, Perù e Azerbaigian.

Giovedì 1° dicembre alle 18.30 presso il centro culturale Moby Dick a Roma (Via Edgardo Ferrati, 3) Amnesty International Italia presenterà la maratona globale di raccolta firme insieme a Chef Rubio, ‘ambassador’ ufficiale dell’intera campagna Write for Rights 2016, e a sei artisti italiani che hanno aderito all’iniziativa dell’organizzazione per i diritti umani.

I sei artisti italiani inviteranno a firmare per uno dei casi della maratona Write for Rights 2016: Valerio Mastandrea per Giulio Regeni (Egitto/Italia), Piero Pelù per Edward Snowden (Usa), Piotta per Bayram Mammadov e Giyas Ibrahimov (Azerbaigian), Tosca per Máxima Acuña (Perù), Gabriele e Giorgio del Trio Medusa per Ilham Tohti (Cina).

Saranno presenti con Riccardo Noury e Tina Marinari, rispettivamente portavoce e responsabile della maratona Write for Rights di Amnesty International Italia:

Chef Rubio e Piotta

Interverranno in videomessaggio:
Valerio Mastandrea, Piero Pelù, Tosca, Gabriele e Giorgio del Trio Medusa

Dal 1° al 22 dicembre la campagna Write for Rights 2016 sarà online su amnesty.it

Write for Rights è la maratona globale di raccolta firme di Amnesty International in favore di persone che, in diverse parti del mondo, subiscono violazioni dei diritti umani. Si svolge ogni anno in occasione del 10 dicembre, anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, ed è uno dei più grandi eventi globali per i diritti umani. Nel 2015 sono stati raccolti quasi 4 milioni di firme, lettere, email, fax, tweet per la più grande campagna per i diritti umani del mondo.

467mila morti per lo smog.
Allarme in tutta Europa

smog-su-parigiÈ allarme smog in tutta Europa, una situazione di emergenza che provoca ogni anno “467mila morti premature” nel continente. È quanto fa sapere l’Agenzia europea per l’ambiente (Eea), spiegando che la qualità dell’aria sta lentamente migliorando, ma l’inquinamento rimane il più grande pericolo per la salute ambientale d’Europa, con una conseguente “minore qualità della vita”.

Sono i dati del Rapporto “Qualità dell’aria in Europa 2016”, pubblicato dall’Agenzia. Oggi a Strasburgo il Parlamento europeo voterà la direttiva che introduce nuovi limiti alle emissioni inquinanti per il periodo 2020-2030. Lo studio presenta una panoramica aggiornata e l’analisi della qualità dell’aria in Europa per il periodo 2000-2014 sulla base di dati provenienti da stazioni di monitoraggio ufficiali, tra cui più di 400 città in tutta Europa. Tra gli altri risultati, risulta che nel 2014 circa l’85% della popolazione urbana nell’UE sono stati esposti a particolato fine (PM2.5) a livelli ritenuti dannosi per la salute dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.

“E’ chiaro che i governi locali e regionali svolgono un ruolo centrale nella ricerca di soluzioni” al problema, ha commentato il commissario europeo all’ambiente Karmenu Vella, auspicando per oggi un voto positivo del Parlamento europeo sui nuovi tetti alle emissioni inquinanti (Nec). Il commissario ha accennato alla necessità di “aiutare i diversi livelli di governo a lavorare meglio insieme” alludendo al fatto che a volte le istituzioni locali hanno strategie più ambiziose dei governi in tema di riduzione delle emissioni.

Nel 2014, si legge nel rapporto, circa l’85% della popolazione urbana dell’Ue è stata esposta alle polveri sottili Pm 2,5 a livelli considerati nocivi da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (oms). Il particolato più causare o aggravare malattie cardiovascolari, asma e cancro ai polmoni. In particolare, scrive l’agenzia, è stata proprio l’esposizione prolungata al Pm 2,5 ad aver causato circa 467mila morti premature in 41 Paesi europei nel 2013. All’interno dell’Ue i decessi hanno superato quota 430mila. L’impatto stimato dell’esposizione al biossido di azoto (NO2) e all’ozono troposferico (O3) è considerata invece responsabile rispettivamente di 71mila e 17mila morti premature in Europa.

“La riduzione delle emissioni hanno portato a miglioramenti nella qualità dell’aria in Europa, ma non abbastanza per evitare danni inaccettabili alla salute umana e all’ambiente”. Così il direttore esecutivo dell’Agenzia europea per l’ambiente (Eea), Hans Bruyninckx, ha commentato gli allarmanti dati del rapporto 2016 sulla qualità dell’aria in Europa. “Abbiamo bisogno di affrontare la cause dell’inquinamento dell’aria, il che richiede una trasformazione radicale e innovativa della nostra mobilità, dell’energia e del sistema alimentare. Questo processo di cambiamento – aggiunge – richiede un’azione da parte di tutti, tra cui le autorità pubbliche, le imprese, i cittadini e la comunità della ricerca”.

Redazione Avanti!

Manovra 2017, tetto Isee per bonus mamma

Nella manovra in fase di discussione alla Camera si prevede anche l’inserimento di un tetto Isee per usufruire dei nuovi bonus nido e mamma. Ancora una volta, questo indicatore torna al centro delle cronache e dell’attenzione: ecco come calcolarlo e a cosa serve.

genitori_figli_bimbaSono due delle novità più attese dalle famiglie italiane, ma per i cosiddetti bonus bebè e bonus asili nido ci sono ancora dettagli da limare. Il più importante riguarda una eventuale limitazione dell’accesso soltanto a chi presenta un Isee che non superi i tetti prefissati: è quello che prevedono due specifici emendamenti alla Legge di Stabilità 2017, presentati dal Partito Democratico e già approvati dalla Commissione Affari sociali della Camera, che ora attendono il vaglio della Commissione Bilancio.

Tetti Isee per i bonus famiglia. In dettaglio, questi interventi di modifiche prevedono di fissare specifici tetti Isee per usufruire dei bonus famiglia 2017, vincolando dunque il riconoscimento dei benefici a un livello di valore massimo dell’indicatore della situazione economica equivalente: nello specifico, i nuclei familiari che possono accedere ai bonus di premio alla nascita non dovranno avere un Isee superiore a 13 mila euro, mentre per gli asili nido la soglia limite è 25 mila euro. Dopo le iniziali perplessità, sono gli stessi esponenti del PD che hanno chiarito che l’indicazione del tetto Isee è da riferirsi alla cumulabilità dei due sussidi.

Il bonus mamma. La situazione è quasi paradossale, visto che gli stessi bonus ancora non sono “ufficiali”, ma contenuti nella stesse Legge di Bilancio 2017, ma intanto già fioccano i correttivi. Il bonus “mamma domani” sarà riconosciuto, secondo le intenzioni del Governo, una tantum per la nascita o adozione di un minore nel corso del 2017: sarà pari a 800 euro e non concorrerà a formare il reddito ai fini della dichiarazione IRPEF. Per ricevere questo beneficio sarà necessario presentare specifica domanda, e il trattamento sarà versato dall’INPS al settimo mese di gravidanza oppure al momento dell’adozione.

Il bonus asili nido. Completamente differente rispetto ai bonus previsti negli anni scorsi per i servizi per l’infanzia (rifinanziati anche per il biennio 2017-2018), l’intervento di agevolazione per gli asili nido è pari a mille euro, che dovranno essere impiegati per il pagamento della retta di asili sia sia pubblici sia privati. L’altro bonus per l’infanzia è invece un voucher di 600 euro al mese da utilizzare per i servizi per l’infanzia o per servizi di baby sitting.

Modello Isee, tanti utilizzi. Con queste premesse si comprende forse meglio quanto sia importante procedere a richiedere il calcolo di questa attestazione: gli esperti di Guida Fisco sottolineano che il modello Isee 2016 sarà dunque al centro delle richieste di agevolazioni ed esenzioni per il prossimo anno, non solo per chi sta vivendo l’emozione di diventare genitore, ma anche per chi ha già figli in età scolastica o, addirittura, universitaria.

Arriva la no tax area all’Università? L’indicatore della situazione economica equivalente, infatti, è un documento richiesto per per valutare la condizione economica e sempre più necessario in caso prestazioni sociali agevolate, come per l’accesso a servizi di refezione, abbonamenti ai mezzi di trasporto pubblico, borse di studio, buoni libro, campi scuola e così via. Un ulteriore (e delicato) ambito in cui serve l’Isee è appunto quello dell’Università, dove è già centrale per il calcolo delle tasse universitarie e potrebbe esserlo ancor di più a partire dal 2017; anche in questo caso, nella manovra di bilancio sono infatti previste novità, visto che si parla di uno “student act” che dovrebbe far scattare una sorta di “no tax area” di cui beneficerà chi ha una dichiarazione Isee inferiore ai 13 mila euro, vale a dire circa 300 mila nuclei in tutta Italia.

Angelo Vargiu

Rapporto Anci. 34mila persone in fuga ogni giorno

anciA livello mondiale, nel 2015, circa 34mila persone al giorno sono state costrette a fuggire dalle loro case per l’acuirsi di conflitti e situazioni di crisi, ovvero una media di 24 persone al minuto: Si sono così contati, nel 2015, oltre 65 milioni migranti forzati nel mondo, di cui 21,3 milioni di rifugiati, 40,8 milioni di sfollati interni e 3,2 milioni di richiedenti asilo. Si trovano in regioni in via di sviluppo i Paesi che accolgono il maggior numero di rifugiati a livello mondiale. La Turchia si conferma il Paese che ospita il maggior numero di rifugiati con 2,5 milioni di persone accolte, rispetto agli 1,6 milioni dello scorso anno. In Europa, nel 2015, sono state presentate 1.393.350 domande di protezione internazionale: un valore più che raddoppiato rispetto all’anno precedente. La Germania, con 476.620 domande presentate (pari al 36% delle istanze in UE) si conferma il primo paese per richieste di protezione internazionale, seguita da Ungheria, Svezia, Austria e Italia. Questi primi cinque paesi raccolgono il 74,8% delle domande presentate nell’Unione Europea. Alla fine di ottobre 2016 si contano 4.899 persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa, di queste 3.654 nel Mar Mediterraneo. Sempre alla fine di ottobre 2016, sono arrivate in Italia 159.432 persone (+13% rispetto all’anno precedente), fra cui 19.429 minori non accompagnati (12,1%); alla stessa data in Italia 171.938 persone accolte in diverse strutture di accoglienza (CARA, CDA, CPSA, CAS, SPRAR).
Questo in estrema sintesi il quadro generale che ci restituisce il Terzo Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2016 presentato questa mattina a Roma presso la sede di Anci e realizzato da ANCI, Caritas Italiana, Cittalia, Fondazione Migrantes e dal Servizio Centrale dello SPRAR, in collaborazione con UNHCR (guarda le foto). e scarica il Rapporto Protezione internazionale 2016 (versione integrale), la sintesi del Rapporto Protezione internazionale 2016 e le slides con i numeri principali.
“Il sostegno ai Comuni che accolgono e, attraverso di loro, alle persone in fuga da guerre e violazioni dei diritti umani caratterizza l’impegno di Anci che, attraverso la rete dello Sprar, punta all’accoglienza diffusa e sostenibile sul territorio, soprattutto grazie alla collaborazione e al pieno coinvolgimento degli attori locali” ha dichiarato il segretario generale dell’Anci Veronica Nicotra in apertura dei lavori. “Il nostro obiettivo è concorrere ad organizzare un sistema di accoglienza ed integrazione stabile che superi la gestione emergenziale e dia risposte al disagio di molte comunità, eliminando gli addensamenti e assicurando controllo”.
“In questa direzione – ha proseguito Nicotra – per supportare i Comuni che volontariamente scelgono di aderire alla rete abbiamo proposto, tra gli emendamenti alla Legge di bilancio, la possibilità di non calcolare le spese per il personale impegnato nei progetti Sprar ai fini della valutazione dei tetti di spesa e di assunzioni di personale. Voglio ricordare anche il superamento del limite dei 45 euro al giorno per i progetti SPRAR a favore dei MSNA. Si tratta di un altro tassello importante che speriamo possa permettere di estendere la rete a beneficio di tutti”.
Mons. Giancarlo Perego, Direttore Generale della Fondazione Migrantes, ha presentato i dati del Rapporto sulla protezione internazionale 2016, evidenziando numeri e aspetti nuovi delle migrazioni forzate a livello nazionale, europeo, internazionale. Commentando i dati ha sottolineato come purtroppo sia evidente la crescita del numero delle accoglienze in strutture precarie e straordinarie (oltre il 300% in tre anni), mentre il numero delle persone richiedenti asilo e rifugiati negli SPRAR è aumentata solo del 20%: dati che chiedono di continuare un impegno di accoglienza diffusa e organica sul territorio nazionale, a tutela di un diritto fondamentale, quale è l’asilo.
Anche la situazione dei minori non accompagnati, quasi raddoppiati nel 2016 rispetto al 2015 – ha proseguito Mons. Perego – vede ancora un’accoglienza in strutture straordinarie (12.000 su 14.000), inoltre concentrata sia nelle strutture straordinarie che negli SPRAR per i minori soprattutto in Sicilia (ad esempio, 10 volte più che in Veneto e 5 volte più che in Lombardia) e in Calabria, con la crescita anche del numero degli irreperibili (almeno 8.000 nel 2016): un tema che chiede urgentemente l’approvazione definitiva e l’entrata in vigore della legge Zampa-Pollastrini.
“I numeri presentati oggi – ha sottolineato il delegato Anci all’immigrazione Matteo Biffoni – evidenziano quanto sia sempre più urgente l’attuazione un sistema di accoglienza organizzato, sostenibile e radicato sul territorio, per rispondere in modo efficace e proporzionato alla crescita della domanda di protezione internazionale nel nostro Paese”.
“Per questo il lavoro dell’Anci – ha proseguito Biffoni – va nella direzione del rafforzamento e dell’aumento del numero dei Comuni che aderiscono allo Sprar, l’unico sistema che garantisce una gestione pienamente trasparente delle misure di accoglienza, una diffusione delle strutture che rispetti criteri di proporzionalità con la popolazione residente, e la costruzione di percorsi di condivisione con la cittadinanza e il mondo del terzo settore qualificato, tutti elementi imprescindibili per vincere la partita dell’accoglienza. Per i Comuni questo richiede uno sforzo che facciamo convinti che l’Europa debba però svolgere la propria parte e in attesa che la cooperazione internazionale porti i suoi frutti nei Paesi di partenza dei richiedenti asilo”.
“L’impegno dell’Anci – ha concluso Biffoni – ha permesso di fare un importante passo in avanti in questo senso con due atti concreti: l’attivazione della clausola di salvaguardia, inserita nella direttiva ministeriale dello scorso ottobre, che rende esenti i Comuni della rete Sprar, o che intendano aderirvi, dall’attivazione di ulteriori forme di accoglienza e il Piano di ripartizione nazionale, che ci auguriamo possa vedere la luce entro la fine dell’anno”. Leggi gli interventi del sottosegretario all’Interno Domenico Manzione e del presidente di Cittali Leonardo Domenici.

Politica e Governo. Uso
e abuso dei decreti legge

decreto-leggeUno dei compiti della classe politica è individuare criticità e problemi, e cercare delle soluzioni. Uno strumento che negli anni è finito più volte al centro del dibattito politico è il decreto legge. Nato per affrontare situazioni di emergenza e urgenza, con il tempo è diventato il mezzo principale con cui i governi hanno portato avanti la propria agenda politica. Una forzatura del precetto costituzionale che ha portato i decreti legge a diventare uno dei tipi di provvedimenti più discussi in parlamento.

La riforma costituzionale su cui si vota il 4 dicembre prevede dei limiti all’uso dei decreti legge e allo stesso tempo introduce uno strumento per facilitare l’applicazione dei programmi di governo. Ma prima di vedere le soluzioni proposte, cerchiamo di capire la portata del problema.

Cosa sono i decreti legge e quanto vengono utilizzati

Art. 77 della costituzione italiana – Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria. Quando, in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni. I decreti perdono efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti.
Nell’ordinamento costituzionale italiano il governo detiene il potere esecutivo. Ma può esercitare anche il potere legislativo, attribuito normalmente al parlamento, in tre modi:

attraverso la presentazione di disegni di legge ordinari al parlamento;
con l’emanazione di decreti legislativi (in seguito a deleghe specifiche ricevute dal parlamento);
con la deliberazione di decreti legge.
Quest’ultimo è un atto normativo con valore di legge utilizzato dal governo in casi straordinari di necessità e urgenza. I decreti legge hanno effetto immediato, e devono poi essere convertiti in legge dal parlamento entro 60 giorni.
Come si può vedere dal grafico l’utilizzo dei decreti legge nel corso degli anni è stato molto ricorrente. I 4 governi delle ultime due legislature hanno emanato in totale 197 decreti legge, circa 2 ogni mese. I governi Monti e Letta, i più brevi fra i quattro elencati, hanno fatto registrare una media addirittura superiore. Questi provvedimenti vengono poi per lo più convertiti in legge dal parlamento. Dei 197 provvedimenti, ben 167 (l’84,77%) hanno completato con successo l’iter legislativo passando per l’approvazione di camera e senato entro i 60 giorni richiesti.

Raramente poi la mancata conversione in legge da parte del parlamento ha significato una bocciatura politica da parte di camera e senato. Spesso infatti in seguito al mancato voto il contenuto del decreto è stato riproposto in altra forma, oppure è stato abbandonato per scelta del governo, più che del parlamento.

È evidente che negli anni il raggio d’azione dei decreti legge si è ampliato notevolmente, a volte forzando la definizione costituzionale di “casi straordinari di necessità e urgenza”. Una situazione tanto più palese se si considera il notevole peso di questa mole di decreti sulla produzione legislativa totale del parlamento italiano.

Il peso dei decreti legge sull’attività del parlamento

La tendenza dei governi a usare in modo ricorrente lo strumento del decreto legge è ormai prassi condivisa. Un modo di fare, però, che come abbiamo visto stravolge la natura di questo tipo di provvedimento, trasformandolo da straordinario in ordinario.

Dal 2008 a oggi, nelle ultime due legislature, circa il 20% delle leggi approvate da camera e senato è composto da conversioni di decreti legge. Una percentuale che sotto il governo Letta era salita persino al 61%, e che con l’esecutivo Renzi si attesta intorno al 20%. In questa legislatura la media è del 25%, 1 legge su 4.

Queste percentuali hanno ancora più importanza se si considerano anche gli altri tipi di leggi approvate. Come abbiamo visto nel nostro MiniDossier “Premierato all’italiana” (uscito nel dicembre scorso), oltre il 36% dei provvedimenti promulgati sono ratifiche di trattati internazionali. Decreti legge e ratifiche messi insieme costituiscono quindi la maggioranza delle leggi approvate. Questo elemento rende la distorsione del decreto legge ancora più critica, poiché ha delle conseguenze dirette sullo spazio di iniziativa legislativa lasciato ai parlamentari.

L’uso improprio dei decreti legge

Il fatto che gli ultimi quattro governi abbiano spesso usato i decreti per legiferare non è di per sé un problema. Un uso legittimo dello strumento, per quanto ricorrente, sarebbe solo una conseguenza naturale di esigenze politiche del paese: in casi di necessità e urgenza, il governo delibera un decreto legge per avere soluzioni tempestive.

Il problema però è che spesso non è così, anzi. Per tentare di capire l’uso concreto che è stato fatto dello strumento abbiamo fatto un esperimento. Prendendo i decreti legge convertiti dal nostro parlamento durante i governi Letta e Renzi, abbiamo categorizzato i provvedimenti per tipologia. La classificazione scelta è redazionale e non regolata formalmente. Data la complessità della materia e dei testi, il risultato ottenuto è puramente esemplificativo.

La tipologia più ricorrente è quella dei decreti legge adottati per realizzare l’agenda di governo: proposte politiche per l’attuazione del programma. In questa categoria troviamo per esempio: decreto irpef sugli 80 euro, decreto sul finanziamento pubblico ai partiti, decreto lavoro – jobs act, decreto del fare, decreto scuole belle, decreto pensioni, decreto musei, decreto destinazione e altro.

La seconda categoria più frequente è composta dai decreti legge che affrontano tematiche nate in corso di legislatura che, per quanto non programmabili, non possono comunque essere classificate come emergenze tali da richiedere un provvedimento con effetto immediato. In questa categoria possiamo far rientrare, fra gli altri: decreto sul processo civile, sui fallimenti, sulla competitività, anti-femminicidio, la riforma delle banche di credito cooperativo o il decreto per superare gli ospedali psichiatrici giudiziari. Queste prime due categoria analizzate sembrano essere quantomeno delle forzature nell’uso della decretazione d’urgenza.

In questa legislatura ci sono state anche emergenze vere, e alcuni decreti sono stati adottati per affrontarle: decreto ricostruzione (dopo i recenti terremoti), decreto giubileo-expo, decreto terra dei fuochi, decreto Ilva e altri. Nella classificazione che abbiamo fatto dei decreti legge seguono altre 4 categorie, che ormai per prassi rientrano nell’uso accettabile dello strumento, ma che a tratti possono risultare delle forzature, soprattutto perché l’uso ricorrente li rende più ordinari che straordinari: l’annuale milleproroghe (proroga di disposizioni legislative la cui efficacia cesserebbe altrimenti alla fine dell’anno; il semestrale o annuale decreto missioni (che proroga gli stanziamenti per la partecipazione dell’Italia a missioni militari); il decreto enti locali (misure finanziarie urgenti per gli enti territoriali e il territorio) e infine i decreti election day (misure per il corretto svolgimento delle tornate elettorali).

Per quanto esemplificativo, l’esperimento aiuta a capire quanto l’utilizzo fatto dai vari governi dei decreti legge sia stato quantomeno discutibile.

I limiti ai decreti legge e l’approvazione a data certa

Dunque la decretazione d’urgenza da parte degli ultimi governi è stata spesso usata più per implementare l’agenda di governo che per affrontare casi di straordinaria urgenza come prevede la costituzione.

La riforma costituzionale varata dal parlamento e ora nella mani dei cittadini cerca di affrontare il problema, con due novità principali. Innanzi tutto vengono inseriti in costituzione limiti per l’uso dei decreti legge. Secondo gli eventuali nuovi commi 4 e 5 dell’articolo 77, non si potranno più emanare decreti per conferire deleghe legislative, in materia costituzionale ed elettorale, per ratifiche di trattati e per le leggi di bilancio. Non si potranno rinnovare decreti legge già bocciati dalla camera, regolare rapporti giuridici su base di decreti non convertiti e ripristinare l’efficacia di disposizioni dichiarate illegittime della corte costituzionale. In aggiunta i decreti dovranno avere un contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo: dunque nel corso dell’esame non potranno essere approvate disposizioni estranee all’oggetto o alla finalità del decreto. In realtà tutti questi limiti sono già previsti dall’ordinamento attuale ma a livello di legislazione ordinaria, mentre con la riforma verrebbero inseriti in costituzione.

Oltre a questi aspetti, che modificano uno strumento già esistente, la riforma prevede una seconda novità. Il nuovo settimo comma dell’articolo 72 della costituzione, infatti, introduce l’approvazione a data certa. Si tratta della possibilità per il governo di chiedere alla camera dei deputati che un disegno di legge, essenziale per l’attuazione del programma di governo, sia sottoposto alla votazione finale entro 70 giorni (prorogabili fino a un massimo di 90 dalla richiesta). Questo strumento non potrà essere usato per alcuni tipi di leggi: quelle di approvazione bicamerale, in materia elettorale, per la ratifica trattati, di amnistia/indulto e di bilancio. L’introduzione sembra rispondere alla necessità di limitare l’uso dei decreti legge per portare avanti riforme del governo e punti programmatici, fornendo quindi uno strumento ad hoc per questo tipo di azioni. A differenza dei decreti però, in cui effetti scattano dal momento della presentazione, qui bisognerà aspettare l’approvazione da parte del parlamento.

Dunque se da un lato la riforma cerca di limitare l’abuso che è stato fatto dei decreti legge negli anni, dall’altro fornisce al governo un ulteriore strumento per occupare l’agenda legislativa dei parlamentari.

OpenPolis 

Speciale Referendum n.4

L’Anpi straccia la tessera
di Laura Puppato

La sezione di Montebelluna (Treviso) dell’Associazione nazionale partigiani (Anpi) ha stracciato la tessera di Laura Puppato, senatrice Pd, perché impegnata nella campagna a favore del Sì al referendum costituzionale. Un nuovo caso quindi legato all’imprevisto corto-circuito Pd-Anpi sul referendum

“A luglio – spiega la senatrice – la sezione di Montebelluna dell’Anpi, Sergio Brunello, su mia precisa richiesta, ha rifiutato di rinnovarmi la tessera. Un atteggiamento assurdo, che non capisco. Ma non mi sono persa d’animo: l’ho rinnovata a Crespano, dove il responsabile, Lorenzo Capovilla, mi ha accolta a braccia aperte ringraziandomi”.

Ma anche questa tessera rischia di essere stracciata perché il portavoce veneto dei partigiani della Puppato proprio non ne vuol sapere: “Non esiste. Appena mi arriverà sotto gli occhi la richiesta della Puppato la straccerò. E le ridarò i soldi dell’iscrizione. Un conto è avere idee personali sul referendum, ci mancherebbe; un altro è essere un nostro associato e, soprattutto essendo un politico noto, fare comizi a favore della modifica della Costituzione, che noi, invece, difendiamo coi denti”.

 “La notizia che l’Anpi di Treviso non ha concesso il rinnovo della tessera a Laura Puppato per le sue posizioni a favore del sì referendum è talmente assurda da non sembrare vera”. Lo ha detto Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera, esprimendo solidarietà a Laura Puppato. “E’ incredibile  – ha aggiunto – che un’associazione i cui padri e madri hanno combattuto contro il fascismo e per la libertà non permetta ai suoi iscritti di esprimere opinioni diverse. In tutti i partiti vi sono posizioni opposte sul referendum, ma nessuno è stato espulso per questo. Il divieto di fare campagna elettorale per il sì pena di fatto l’espulsione fa parte di una vecchia cultura staliniana che nulla ha a che vedere con quegli ideali di libertà che sono costati la vita ai partigiani, partigiane”.

Sisma. Pastorelli, bene governo. Ora accelerare

Terremoto Amatrice

Dopo il terremoto che ha sconvolto il centro Italia, il presidente del Consiglio Matteo Renzi  è intervenuto oggi nell’informativa alla Camera ribadendo che per il governo le spese per l’edilizia scolastica, “non solo nei territori colpiti dal sisma”, vanno scomputate dal Patto di Stabilità. “Non considerare evento eccezionale il sisma sarebbe un atto profondamento ingiusto, al punto di definirlo illegittimo, rispetto alle regole vigenti”. “Ribadisco anche qui in Parlamento – ha aggiunto il premier – che tutto ciò che servirà all’edilizia scolastica, non solo nei territori interessati dal sisma, dovrà essere scomputato dal Patto. E questo non perché vogliamo violare le regole. Al contrario, noi le stiamo rispettando perché le regole Ue parlano di eventi eccezionali e non trovo altro modo di definire un sisma se non evento eccezionale”.

“Gli eventi sismici hanno ulteriormente gravato i danni agli edifici scolastici. Stiamo facendo una nuova analisi puntuale, edificio per edificio, e naturalmente il nostro metodo di lavoro prevede la sistemazione in altri istituti magari con doppi turni”, degli studenti. “O in assenza di questa soluzione il ricorso a moduli temporanei sostitutivi degli edifici scolastici. Come ad Amatrice, dove il liceo è stato terminato il 7 novembre”. In emergenza Italia ha pochi paragoni La violenza della scossa anche se non ha fatto morti non può far fare “finta di non vedere che si è creato un problema di natura straordinaria: le altre scosse non avevano avuto questo livello di profondità e violenza”, ha detto Renzi.

“Da 1200 persone assistite al 26 ottobre – spiega il premier – si è passati a oltre 30 mila assistiti in 4 regioni, un terzo in alberghi e strutture ricettive, gli altri in strutture comunali. Al 25 ottobre erano 2500 gli operatori impegnati nell’assistenza, ora sono 6500, un lavoro per il quale il governo vuole esprimere gratitudine. Ancora una volta si è dimostrato che nell’emergenza l’Italia ha pochi paragoni al mondo e questo ha consentito di salvare 228 persone dalle macerie”. La scelta sui container sta a Comuni Dopo le più recenti scosse nel centro Italia, “in pieno ottobre, in territorio montano, abbiamo cercato di evitare le tendopoli. Questo ha creato qualche elemento di tensione soprattutto all’inizio ma è chiaro che non potevamo permettere le tende a quelle altitudini”, ha dichiarato il premier. “Con le casette di legno dovremo probabilmente affrontare l’intera fase della ricostruzione – spiega – ma intanto l’arrivo dei container è una scelta che rimettiamo alla decisione delle amministrazioni locali con le quali il rapporto è costante e anche complicato ma molto positivo per lo spirito che questi amministratori stanno mettendo a disposizione delle loro comunità”.

“Le prime risposte date dal Governo dopo l’ultimo terremoto sono state positive”. Ha detto il deputato del Psi Oreste Pastorelli dopo l’informative del premier. “Condivisibili le misure messe in campo, come i finanziamenti per il prosieguo dell’attività scolastica e il sostegno al comparto agroalimentare, vero motore dell’economia del territorio colpito. Ciò però non basta”. “Serve – ha detto ancora Pastorelli – un’accelerazione decisa sotto il profilo abitativo e della viabilità. Le zone colpite devono ripartire dal lavoro e dalla messa in sicurezza degli immobili. Il primo passo è stato fatto con l’ampliamento dell’ecobonus. Ma ora appare quanto mai indispensabile istituire la Carta d’Identità degli Immobili, così da rendere note le caratteristiche degli edifici. Le Istituzioni devono ascoltare i cittadini e comportarsi di conseguenza. La volontà della popolazione è stata espressa chiaramente, anche in quest’Aula dai sindaci interessati. Ora sta allo Stato – ha concluso – non deludere le loro aspettative”.

Ginevra Matiz

Rete Antiquerela. Iniziativa contro le intimidazioni

querela_themes-705x300Il quotidiano catanese di giornalismo d’inchiesta Sudpress ha lanciato nei giorni scorsi una iniziativa che sta già raccogliendo importanti adesioni.
Partendo da un episodio specifico, la querela sporta dal sindaco di Catania nei confronti di un movimento politico della sinistra locale, Catania Bene Comune, che aveva emanato un comunicato che lo attaccava pesantemente, l’editore di Sudpress Pierluigi Di Rosa, che a causa dell’attività del suo giornale di querele ne ha collezionato decine e tutte archiviate, ha ideato una “Rete Antiquerela”che attraverso un apposito sito omonimo si occuperà di diffondere proprio gli articoli di qualunque testata o blog oggetto di querela temeraria.
Scrive Di Rosa nel suo editoriale di presentazione dell’iniziativa che quello delle querele intimidatorie è “un tema su cui riteniamo si giochi il mantenimento di un sistema di informazione libero ed indipendente, unico strumento per arginare la crescente arroganza di un Potere sempre meno efficiente e sempre più inadeguato, e che proprio per la sua incapacità ricorre a metodi di autoconservazione sempre più subdoli e violenti.”

E prosegue nel suo articolo sintetizzando con efficacia gli effetti che una querela produce sul querelato, soprattutto in termini di enorme perdita di tempo, anche quando si risolve come nella stragrande maggioranza dei casi in un pieno proscioglimento.

Sudpress ha quindi pensato di realizzare, mettendolo a disposizione di chiunque, uno strumento che possa agire da contro offensiva.
“Abbiamo ideato – spiega – un dominio internet che sarà presto on line, www.reteantiquerele.it.
Su questo sito verranno pubblicati tutti gli atti relativi a querele chiaramente intimidatorie, a partire dagli articoli o comunicati oggetto della denuncia.
Così, chi andrà a querelare con lo scopo di intimidire gli autori saprà che i contenuti saranno immediatamente rilanciati dal sito dedicato e da tutti gli organi di stampa e blog privati aderenti alla rete.
Verrà infatti costituita un’associazione, Rete Antiquerela, che raccoglierà tutte le testate, i blog ed i privati che vorranno aderirvi e che si impegneranno a dare spazio sui loro media alle querele subìte dai colleghi associati.

Verrà infatti anche costituito un comitato di garanti, formato da giuristi, che valuterà preventivamente quando si tratta di “querela temeraria ed intimidatoria”, attivando così la reazione della rete.
“I ‘querelanti per mestiere’- conclude l’editore di Sudpress – sapranno che quanto vorrebbero nascondere intimidendo chi pubblica le loro scorrettezze, sarà diffuso in maniera virale.
Compresi i relativi atti processuali, come ad esempio le “citazioni dirette” o ridicoli rinvii a giudizio a volte emessi per vile ossequio al Potere. Capita anche questo.
Una iniziativa che merita attenzione ed alla quale l’associazione nazionale dei consumatori Primo Consumo ritiene di dover aderire, anche in considerazione che il suo carattere ampiamente diffuso attraverso la rete web consentirà agevolmente il superamento dei limiti territoriali, garantendo il massimo confronto e collaborazione anche con quelle realtà più periferiche del Paese che spesso si trovano del tutto abbandonate.
È già in atto la raccolta di adesioni e per le informazioni è possibile rivolgersi a info@reteantiquerele.it.

Marco Polizzi
Presidente Primoconsumo