Cacciari, Nencini aderisce all’appello del filosofo

massimo-cacciariIn molti, tra esponenti del modo della cultura e della politica, hanno aderito all’appello di Massimo Cacciari. Tra coloro che hanno dato la propria adesione, il segretario del Psi Riccardo Nencini. L’ex sindaco di Venezia, su Repubblica del 3 agosto, ha promosso l’iniziativa assieme a Enrico Berti, Michele Ciliberto, Biagio de Giovanni, Vittorio Gregotti, Paolo Macrì, Giacomo Manzoni, Giacomo Marramao, Mimmo Paladino. Un appello che lo stesso filosofo chiama una “chiamata concreta, contro il pericolo di una vittoria di questa destra regressiva alle prossime elezioni europee”. Un appello per un manifesto pragmatico di intellettuali in cui ognuno “promuova iniziative all’interno del proprio settore di appartenenza. Bisogna declinare tutti i problemi a livello continentale, non solo quelli economico-finanziari”.

“La situazione dell’Italia – si legge nell’appello – si sta avvitando in una spirale distruttiva. L’alleanza di governo diffonde linguaggi e valori lontani dalla cultura – europea e occidentale – dell’Italia. Le politiche progettate sono lontane da qualsivoglia realismo e gravemente demagogiche. Nella mancanza di una seria opposizione, i linguaggi e le pratiche dei partiti di governo stanno configurando una sorta di pensiero unico, intriso di rancore e risentimento”. Ma le preoccupazioni dell’ex sindaco sono anche per le ripercussioni che una politica europea sovranista possano avere per la stessa Ue già sull’orlo della disgregazione per le politiche sovraniste e anti-immigrati. Per questo serve una iniziativa che contribuisca a creare dibattito nell’opinione pubblica.

La scadenza a breve delle elezioni europee spinge a mettersi subito in cammino per evitare che si formi il più vasto schieramento di destra dalla fine della Seconda guerra mondiale. La responsabilità di chi ha un’altra idea di Europa è assai grande. Non c’è un momento da perdere. Tutti coloro che intendono contribuire all’apertura di una discussione pubblica su questi temi, attraverso iniziative e confronti in tutte le sedi possibili, sono invitati aderire.

Macron, il sistema francese e le riforme istituzionali

macronProseguono, con il secondo appuntamento, la serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

La stabilità e la coerenza della forma di governo e del sistema elettorale rappresentano degli elementi fondamentali per garantire la funzionalità e un alto rendimento delle democrazie rappresentative.

Oggi, mi occuperò della forma di governo semipresidenziale e del sistema elettorale francese da lungo tempo considerati, da diversi politici e studiosi, Giovanni Sartori in primis, come un modello da seguire per la stabilità e la governabilità.

Il termine semipresidenzialismo fu coniato, nel 1978, dal politologo Maurice Duverger. Venne introdotto in Francia dal generale Charles De Gaulle, con la Costituzione del 1958 che inaugurò, in un contesto di crisi politica e nel pieno della guerra d’Algeria, la Quinta Repubblica.

La forma di governo francese è una repubblica semipresidenziale: un sistema nel quale il Presidente della Repubblica viene eletto direttamente dai cittadini e, forte della legittimità popolare, gode di ampi e reali poteri quali la scelta e la revoca del Primo Ministro, nonché lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale, ovviamente, nei limiti costituzionali; il Primo Ministro necessita, insieme all’esecutivo, del voto di fiducia e di una maggioranza nell’Assemblea Nazionale.

Nella Quinta Repubblica, il potere legislativo spetta alle Assemblee Parlamentari. L’Assemblea nazionale ha il compito, con il Senato, di approvare le disposizioni legislative.

Il bicameralismo è differenziato e razionalizzato, l’Assemblea Nazionale ha un ruolo preminente rispetto al Senato. Tra queste funzioni si evidenzia come il primo ministro debba avere la fiducia, o il tacito assenso, dell’Assemblea Nazionale, così come solo i deputati possono presentare una mozione di censura al Governo.

Il potere esecutivo è bicefalo, cioè condiviso tra il capo del Governo e il capo dello Stato. Questa caratteristica del semipresidenzialismo “ad assetto variabile” può comportare la coabitazione: l’elezione di un Presidente della Repubblica di un partito e la vittoria, in termini di seggi, alle elezioni legislative di un partito diverso.

Questa situazione, verificatasi diverse volte, ha comportato il successo o meno di una Presidenza.

A questo proposito, è evidente che esistono differenti margini di azione di cui può disporre il Capo dello Stato: da un verso lo stesso colore politico permette l’esercizio di poteri decisionali in capo al presidente e relega il primo ministro ad un ruolo tendenzialmente secondario (come avviene con l’attuale presidenza di Emmanuel Macron); dall’altro, in caso di coabitazioni di maggioranze non coincidenti, il presidente e il primo ministro tendono a bilanciarsi a vicenda e ad essere rigidamente rispettosi della divisione dei poteri.

Proprio al fine di rendere difficile la coabitazione, dalle elezioni del 2002, il mandato presidenziale è stato ridotto a cinque anni, la durata di una legislatura, e le elezioni presidenziali si svolgono poco prima delle elezioni legislative; in questo modo, sfruttando un cosi breve periodo tra le due elezioni, risulta più difficile che gli elettori scelgano, in maggioranza, schieramenti opposti tra loro.

Il sistema elettorale è fortemente legato a quest’assetto costituzionale.

Si tratta di un maggioritario a doppio turno, sia per le elezioni presidenziali che per le elezioni legislative: se, al primo turno, un candidato ottiene il 50% più uno dei voti nel collegio, si aggiudica il seggio; viceversa, se nessun candidato raggiunge questa percentuale, si tiene un secondo turno in cui partecipano i candidati che hanno ottenuto oltre il 12,5% dei consensi alla prima tornata elettorale.

L’unica eccezione è rappresentata dalle elezioni al Parlamento europeo, dove è utilizzato il sistema proporzionale con sbarramento di lista al 5%.

Durante l’ultima campagna presidenziale nel 2017, Macron ha promesso l’avvio di un’incisiva stagione riformatrice; nell’aprile di quest’anno, il primo ministro francese, Edouard Philippe, ha esposto le linee generali del progetto di riforma istituzionale.

La riforma è suddivisa in tre differenti testi: un progetto di revisione costituzionale, una legge organica e una legge ordinaria.

Su alcune proposte di modifica, come la riforma del Consiglio supremo della magistratura si registra un ampio consenso; viceversa, sulle proposte più pregnanti non è stato trovato un accordo con le forze politiche di minoranza.

Tra queste proposte troviamo: la riduzione del 30 per cento del numero dei senatori e dei deputati (244 senatori rispetto agli attuali 348; 404 deputati contro i 577 odierni). Se passasse la riforma, la Francia sarebbe considerata uno dei paesi d’Europa con il maggior numero di abitanti per parlamentare.

Un’altra proposta divisiva è l’introduzione, dalle prossime elezioni del 2022, di una quota del 15 per cento di deputati eletti con il metodo proporzionale.
La quota proporzionale unita alla riduzione del numero dei parlamentari sono le misure che, secondo i critici, maggiormente minacciano di snaturare il sistema francese, maggioritario e a doppio turno, poiché potrebbe allentare il legame tra l’eletto e il territorio.

Tuttavia sembra una preoccupazione esagerata, almeno rispetto all’introduzione di una quota proporzionale; essa può garantire una maggiore rappresentanza di forze politiche minori, come in questa fase il Partito Socialista francese, e temperare la netta sovra-rappresentazione in termini di seggi della forza di maggioranza relativa.

Un terzo elemento, molto contestato e tacciato di autoritarismo è la limitazione alla quantità degli emendamenti stabilita in base alla dimensione dei gruppi parlamentari, la proposta è stata, successivamente, ritirata.

Poche settimane fa, dopo giorni di paralisi in parlamento, in seguito al “Caso Benalla”, i lavori sul progetto di riforma della Carta fondamentale sono stati rinviati a dopo la pausa estiva.

Questo si spiega con le difficoltà della contingenza politica ma, soprattutto, perché molte delle riforme, per essere approvate, richiedono una revisione della Costituzione, quindi il voto favorevole anche del Senato che ha una maggioranza neogollista.

La modifica del sistema elettorale rientra invece in una legge ordinaria, per la quale ha l’ultima parola l’Assemblea Nazionale, dove En Marche! gode di un’ampia maggioranza.

Tuttavia, per evitare il problema del Senato, l’esecutivo potrebbe organizzare un referendum.

Potrebbe trattarsi di un azzardo: i francesi avrebbero la possibilità di esprimere un dissenso rispetto alla forza di governo, a prescindere dai contenuti della riforma. In qualche maniera, ripetendo quello che è successo in Italia con la vicenda del referendum costituzionale del 2016.

Per tutte queste ragioni, il Presidente della Repubblica non intende sottoporsi a un referendum politico preferendo per il momento tentare la strada parlamentare e trovare un accordo con il Senato.

Resta da capire se la forte personalizzazione, la leaderizzazione e il superamento di forme tradizionali di mediazione con parti sociali e soggetti politici, tratti caratteristici della scalata politica e del modo di governare incarnato da Macron, possano essere compatibili con la necessità di creare un clima di dialogo con le altre forze politiche, trovare accordi e superare in maniera condivisa le numerose criticità emerse.

Paolo D’Aleo

Summit BRICS nel disinteresse dell’Europa

bricsÈ appena finito il decimo summit dei paesi BRICS tenutosi a Johannesburg, in Sud Africa. Purtroppo, nella più totale indifferenza da parte dell’Europa, sia quella delle più alte istituzioni politiche sia quella dei mass media. Un atteggiamento miope che rivela tutta l’impotenza politica dell’Unione europea di fronte ai grandi cambiamenti geopolitici che stanno determinando la storia.

Nessuno pensa che si debbano rompere le tradizionali alleanze o immaginare nuove strategie avventurose. Si chiede semplicemente di non chiudere gli occhi di fronte alla realtà mutata e alle sue continue evoluzioni. E’ come se l’Europa fosse voluta rimanere incatenata al periodo iniziale della CECA, la comunità del carbone e dell’acciaio, mentre il mondo “andava” verso il petrolio, il nucleare e poi verso la fusione nucleare e le più sofisticate tecnologie delle energie rinnovabili.

L’Unione europea e i singoli governi dell’Europa sembrano sempre vincolati al documento 2011/2111 (INI) del 2012: “Proposta di risoluzione del Parlamento europeo sulle politiche nazionali dell’UE nei confronti dei paesi BRICS e di altre potenze emergenti: obiettivi e strategie”. Vi si afferma che “in considerazione delle principali divergenze con i BRICS rispetto alle loro politiche, ai loro sistemi economici, alle tendenze demografiche e sociali e alle politiche estere, l’Europa adotta una politica estera sfumata, coinvolgendo partenariati e accordi separati per costruire sinergie con i singoli paesi BRICS e altri paesi emergenti e scoraggiare il consolidamento di gruppi alternativi di stati potenzialmente colludenti in termini di politica estera”.

L’Europa, quindi, di fatto preferisce trascurare i BRICS intesi come gruppo, sottovalutando che esso, nel frattempo, rappresenti il 23% del pil mondiale e il 18% dell’intero commercio globale. Si mira solo a mantenere relazioni bilaterali.

Comunque la dichiarazione finale del citato summit, tra i tanti argomenti affrontati, pone l’accento sull’importanza di cercare alternative virtuose alle destabilizzanti politiche dei dazi e delle guerre commerciali volute da Trump. Riteniamo che sarebbe significativo e certamente incisivo se, sull’argomento, si aggiungesse anche la voce dell’Europa.

In questo momento, purtroppo, molti vorrebbero far saltare e non riformare i vari trattati di collaborazione e cooperazione internazionale come quello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. I BRICS, invece, correttamente propongono con forza l’adesione ai principi della Carta delle Nazioni Unite e rinnovano l’impegno per un ordine mondiale multipolare e per il rafforzamento delle istituzioni multilaterali della goverance globale. Sul fronte economico essi individuano con puntualità le sfide maggiori “nei crescenti conflitti commerciali, nei rischi geopolitici, nella volatilità dei prezzi delle commodity, nell’alto indebitamento privato e pubblico e nella crescita diseguale e non sufficientemente inclusiva”.

A nostro parere, i loro deliberati vanno nella giusta direzione, quella di gettare le basi per un possibile nuovo ordine monetario mondiale. A tal fine utilizzano bene la Nuova Banca di Sviluppo e il Contingent Reserve Arrangement (CRA), l’accordo finanziario per sostenere i paesi in difficoltà di bilancio. Intanto è entrato in vigore il Local Currency Bond Fund, il fondo per l’emissione di obbligazioni nelle monete locali dei BRICS, finalizzato a promuovere investimenti nelle infrastrutture e nella modernizzazione delle loro economie e anche di quelle degli altri paesi emergenti.

Si ricordi che nei mesi passati sono continuate le politiche interne ai paesi del BRICS, prima di tutto della Cina e della Russia, nel processo di diversificazione delle loro riserve monetarie e di progressiva dedollarizzazione delle economie.

In Russia, per esempio, nell’ultimo decennio la quota dell’oro è decuplicata, mentre gli investimenti nei titoli di debito del Tesoro USA sono calati al minimo. Se nel 2010 Mosca deteneva obbligazioni americane per 176 miliardi di dollari, oggi ne detiene 15 miliardi.

La Russia è fra i primi cinque paesi per riserve auree. Secondo alcune stime, dovrebbe detenere circa 2.000 tonnellate di oro, pari al 18% di tutte le riserve auree nel mondo. Simili processi sono in corso anche in Cina, che nei passati 4 anni ha acquistato 800 tonnellate d’oro, e, anche se in modi più attenti, sta diminuendo i titoli di debito americano, scesi dal picco di 1,6 trilioni di dollari del 2014 ai circa 1,2 trilioni di oggi.

In occasione della celebrazione del centesimo anniversario della nascita di Nelson Mandela, il summit ha posto grande enfasi sulla realizzazione di infrastrutture e di investimenti nell’intero continente africano.

Anche su presto programma l’interesse europeo dovrebbe essere più attento, partecipe ed effettivo. Del resto a Bruxelles e nelle altre capitali europee, l’argomento principale, e politicamente molto complesso, è la gestione dei flussi migratori provenienti dal continente africano. Perciò il suo sviluppo e ogni politica di effettivo sostegno alla crescita economica e democratica dei paesi dell’Africa dovrebbero interessare l’intera Europa, in primis il nostro paese.

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia **economista

Un Fondo Monetario per il futuro dell’Europa

lagarde draghiL’integrazione politica dell’Europa è pensata dagli europeisti come un evento positivo di per sé, o una possibile alternativa alla marginalizzazione degli Stati ai quali gli europeisti appartengono, perché convinti che solo la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa possa evitare la disaggregazione del Vecchio Continente.
Dopo l’interruzione che il processo d’integrazione ha accusato con la crisi del 2007/2008 e il diffondersi di movimenti antieuropei, nati come reazione agli esiti negativi della crisi, la proposta di istituire un Fondo Monetario Europeo è stata considerata positivamente dalla Commissione Europea, perché ritenuta strumentale rispetto al processo interrotto, che può essere rilanciato attraverso il preventivo approfondimento dell’integrazione dell’area euro con l’istituzione di un ministero dell’economia e delle finanza e la trasformazione del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM – acronimo dell’espressione inglese European Stability Maechanism) in un Fondo Monetario.
La creazione del “Fondo” è oggetto di attenzione da parte degli analisti dei problemi europei, non solo perché essa è uno dei punti dell’accordo tra i partiti che daranno luogo al nuovo governo in Germania, ma anche perché la proposta di istituire il “Fondo” è stata avanzata inizialmente dal Presidente francese Emmanuel Macron, che sin dal suo insediamento all’Eliseo ha manifestato la ferma intenzione di rilanciare il processo di integrazione, con un impegno non riscontrabile in molti dei suoi predecessori politici francesi.
La proposta, fatta propria dalla Commissione, è valutata dagli analisti secondo due differenti prospettive: per alcuni di essi, la proposta di Macron dovrebbe essere realizzata in funzione della costruzione di un’Europa “protettiva”, contraddistinta da una maggiore solidarietà; secondo altri, per la Germania (o almeno per una parte consistente della classe politica tedesca) la proposta dovrebbe essere lo strumento per il potenziamento del controllo dei bilanci degli Stati membri, al fine di rendere più efficaci le regole fiscali dell’Eurozona e di favorire l’aumento della competitività europea.
Le differenti visioni che i due principali Paesi dell’Unione Europea hanno della costituzione del “Fondo” dimostrerebbe, a parere dell’analista Hans Kundnani (“L’Unione Europea è la brutta copia del Fondo Monetario”, Limes n. 1/2018), che una maggiore integrazione, realizzata attraverso l’adozione di un Fondo Monetario, potrebbe risultare non “automaticamente giovevole” per tutti i Paesi membri dell’Eurozona. “La trasformazione dell’ESM in un Fondo Monetario Europeo – afferma Kundnani – potrebbe inserirsi nel filone dell’allarmante mutazione dell’UE innescata dalla crisi dell’euro. Benché da allora l’integrazione sia proseguita – gli Stati membri hanno di fatto ceduto quote di sovranità in modi prima impensabili – vi è ragione di credere che questa fase del progetto comunitario sia qualitativamente differente da quelle che l’hanno preceduta. Non è da escludere che, sullo slancio dello slogan ‘più Europa’, emerga una UE profondamente dissimile dal progetto idealizzato nell’immaginario europeista”. I timori di Kundnani non sono del tutto infondati.
La Germania è sicuramente aperta all’idea di istituire, per l’Europa, un Fondo Monetario; lo dimostra il fatto che di esso viene fatta menzione, come si è detto, nell’accordo di programma della “grande coalizione” destinata ad esprimere il governo tedesco per i prossimi anni; sulla sua costituzione, però, pesa il pensiero dell’ex ministro delle finanze Wolfgang Schäuble. Questi, pur escluso dal nuovo governo, prima di lasciare l’incarico, non ha mancato di indicare quali dovrebbero essere i compiti dell’”Fondo”, se mai sarà istituito. In un documento non ufficiale, Schäuble ha auspicato che il fine del “Fondo” sia quello di prefigurare il rischio di default per quei Paesi che dovessero mancare di mantenere i loro conti pubblici in regole.
A tal fine, la Germania, secondo Schäuble, dovrebbe proporre, all’interno del “Fondo”, l’istituzione di «un meccanismo di ristrutturazione dei debiti” dotato delle forza necessaria a garantire in caso di necessità una plausibile condivisione degli oneri fra il “Fondo” e gli Stati i cui conti pubblici accusassero un deficit. In altri termini, mentre l’obiettivo esplicito per la Germania dovrebbe essere quello di introdurre una disciplina idonea a motivare gli Stati a ridurre i loro debiti, quello implicito delle raccomandazioni di Schäuble, invece, sembra essere, secondo Kundnani, non tanto la realizzazione di un’”Europe qui protège”, secondo la proposta di Macron, quanto quello di ridurre l’esposizione tedesca a futuri salvataggi simili a quelli effettuati nei confronti di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro.
Al riguardo, non va dimenticato che Schauble, nelle sue esternazioni contrarie all’adozione di una politica europea di solidarietà nei confronti degli Stati maggiormente in crisi, ha sempre riflesso un atteggiamento critico largamente condiviso dall’opinione pubblica tedesca. Basti ricordare – come fa Kundnani – che alla vigilia del summit straordinario tenuto a Bruxelles nel 2015 per discutere della crisi greca, l’inflessibile Schäuble proponeva, nel caso la Grecia avesse rifiutato di accettare le condizioni dei creditori, “di trasferire 50 miliardi di beni pubblici patrimoniali greci in un fondo fiduciario in Lussemburgo, per poi privatizzarli. E di espellere ‘temporaneamente’ la Grecia dall’Eurozona”.
Un’altra esternazione di Schäuble, sulle finalità che il Fondo Europeo dovrebbe avere, non è meno intransigente di quella manifestata nel documento non ufficiale, fatto circolare prima di abbandonare l’incarico di ministro delle finanze; a suo parere, al “Fondo”, dotato del potere di regolari ispezioni e raccomandazioni, dovrebbe essere trasferita la vigilanza sui bilanci degli Stati; inoltre, all’interno dei suoi organi collegiali di gestione, il diritto di voto dovrebbe essere proporzionale al reddito dei singoli Stati, e solo chi ha più del 20% delle quote dovrebbe avere diritto di veto: in sostanza, secondo Schäuble, solo Berlino e Parigi.
Se ciò avvenisse, nell’area euro sarebbero definitivamente stabilite differenze fra livelli diversi di sovranità politica dei Paesi in base al censo, consentendo solo ai governi economicamente più influenti di usare il loro potere per far fare agli altri ciò che trovano più conveniente per sé.
Qualora la ripresa del processo di integrazione politica dell’Europa avvenisse sull’onda della crisi dell’euro e secondo le raccomandazioni di Schäuble, si avrebbe ragione di pensare che l’Unione Europea sia destinata a divenire – afferma Kundnani – “più coercitiva, oltre che più tedesca”; se ciò accadesse, nella ripresa del processo di integrazione diverrebbe centrale l’impiego della condizionalità esterna.
Il “principio di condizionalità”, collegato ai programmi di accesso alle risorse del Fondo Monetario Internazionale allo scopo di garantirne un uso adeguato, a partire dal 2002 è entrato a far parte delle linnee guida del governo dell’Eurozona; esso è stato accolto, in tempi precedenti la Grande Recessione, ad integrazione della procedura di indirizzo e verifica delle “performances” degli Stati richiedenti solidarietà e sostegno finanziario alle istituzioni comunitarie.
Il principio è stato applicato, dapprima, alla concessione degli aiuti alla Grecia nel 2010, e successivamente, soprattutto dopo l’adozione del Meccanismo Europeo di Stabilità, nella forma di “stretta condizionalità” nell’esercizio delle procedure di controllo seguite dall’Unione sulle politiche economiche degli Stati membri dell’Eurozona. L’intromissione nella sovranità statale, conseguente ai controlli comunitari e fondati sulla stretta condizionalità è stata tradizionalmente giustificata, sostenendo che ad essa si ricorreva per proteggere e garantire l’interesse “comune” alla stabilità nella zona euro.
Le limitazioni ai poteri sovrani degli Stati, seguite alla rigida applicazione del principio della stretta condizionalità, sono state poste in essere, però, in assenza di qualsiasi condizione di reciprocità, sulla quale è fondata l’appartenenza degli Stati membri all’Unione, e quindi all’Eurozona. Ciò ha spinto molti di essi a lamentare il fatto che le procedure condizionali implichino una cessione di sovranità statale, non solo perché avviene in assenza di reciprocità tra gli Stati, ma anche perché effettuata nell’ambito di un rapporto bilaterale tra gli Stati in condizioni di necessità e quelli chiamati a rispondere alla richiesta di aiuto; rapporto, nel quale la garanzia è costituita, non da uno specifico asset patrimoniale, bensì da un trasferimento di poteri sovrani dei Paesi richiedenti aiuto a soggetti istituzionali non legittimati ad esercitarli, com’è accaduto, è il caso di ricordarlo, in occasione della lettera Trichet-Draghi al governo italiano ai tempi della presidenza Monti.
La costituzione di un Fondo Monetario Europeo, a somiglianza del Fondo Monetario Internazionale, renderebbe particolarmente preoccupante l’estensione della condizionalità esterna per le sorti dei Paesi della cosiddetta “periferia”, costituita da quelli economicamente più deboli; il rischio infatti è che l’Europa diventi il veicolo di “trasmissione e imposizione” della volontà della Germania e degli altri Paesi enucleati intorno ad essa; o, più specificamente, che l’Eurozona, coincidente con il cosiddetto “nucleo”, emerso a partire dalla crisi dell’euro, si identifichi nel gruppo degli Stati non disposti a spingersi oltre nel processo di integrazione sin qui raggiunto, nella prospettiva di una “nuova Europa”, il cui principio legittimante non sia più quello della solidarietà, ma quello della competitività.
Quale che sia la composizione del governo espresso dalla “Große Koalition”, è indubbio che il Paese che più incarna la trasfigurazione dell’Europa sognata dai “padri fondatori” sia la Germania. Angela Merkel, destinata a presiedere il nuovo governo di coalizione, ha negli ultimi tempi sempre vagheggiato – afferma Kundnani – un’Europa competitiva”; un’Europa, cioè, “capace di competere economicamente, e pure geopoliticamente, con altre regioni del globo”, anche a costo di “sacrificare quello stesso modello che l’Unione una volta rappresentava”.
Conclusivamente, la proposta di rilanciare il progetto di integrazione dell’Europa, con la costituzione di un Fondo Monetario Europeo simile al Fondo Monetario Internazionale, se si considera quanto è accaduto a seguito della crisi dell’euro, è inevitabile che, più che un’”Europe qui protège”, si prospetti, per i Paesi economicamente più deboli, un’”Europe qui surveille et punit”, come vuole la logica esclusiva e neoliberista di Wolfgang Schäuble.

La rinascita italoamericana di Fiat e Chrysler

FIAT-sanzioni UEFu il ticchettio della macchina per scrivere che fece da contrappunto alla storia meravigliosa di Adriano Olivetti che, da Ivrea, negli anni Cinquanta, conquistò la leadership del mercato mondiale dell’office automation, portando la sua fabbrica ad impegnare 32mila persone. Fu primo, per efficienza produttiva e per qualità della vita dei suoi dipendenti, qualità che si trasferiva, come per magia, nella qualità del prodotto. Un margine primario enorme gli dava la possibilità di fare enormi investimenti. Partì con una piccola industria che, in poco più di dieci anni, diventò immensa. Adriano Olivetti fece il miracolo industriale con la macchina per scrivere meccanica Lettera 22 e con la calcolatrice meccanica  Divisumma, pronto a fare il balzo verso l’elettronica, i grandi calcolatori e i personal computer.

Il rombo dei motori, dalla Panda alla Jeep alla Ferrari, hanno fatto da contrappunto alla rinascita italo-americana di FIAT e CHRYSLER, sessant’anni dopo il miracolo di Ivrea. Sergio Marchionne ha fatto l’impossibile, trasformando due industrie vicine al fallimento in una società globale, robotizzando tutte le linee di produzione, azzerando il debito. Incrementando l’occupazione e raddoppiando la produzione. Come sessant’anni fa OLIVETTI, oggi FCA è pronta ad un balzo epocale, quello verso l’autotrasporto elettrico, la guida automatica e l’integrazione fra il trasporto privato e l’alta velocità del trasporto pubblico.

Scenari nefasti da non ripetere.

Alla fabbrica di Ivrea il decisivo balzo epocale fu impedito a causa della morte di Adriano Olivetti.

La decisione fatale, in Olivetti, fu quella di vendere l’intero settore elettronico all’americana General Electric vanificando la ledership mondiale sancita dal primo grande calcolatore a transistor OLIVETTI ELEA 9003. Il professor Valletta (presidente della Fiat e ispiratore del gruppo di intervento che, all’inizio del 1964, prese le redini dell’Olivetti) dichiarò: ”La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza grandi difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”. Qualche mese dopo ci fu la vendita perché Olivetti si concentrasse esclusivamente nel settore delle macchine per scrivere e delle calcolatrici meccaniche. ”La cessione della divisione elettronica Olivetti maturò  in tragica e assurda coincidenza con l’avvio della rivoluzione microelettronica mondiale,  per la precisa determinazione dei poteri forti della finanza e dell’industria nazionale ad uccidere l’iniziativa, nella totale indifferenza delle forze politiche.” scriverà Pier Giorgio Perotto, membro del gruppo di progettisti di ELEA 9003 e autore della Perottina, il primo personal computer, L’Olivetti P101, adottato dalla NASA per lo sbarco sulla luna ne 1969. ” Venni confinato con qualche collaboratore in un piccolo laboratorio di Milano, in territorio ormai della G.E., perché se agli americani ero inviso, il clima ad Ivrea, tempio della meccanica, non era molto migliore. Ma questa volta il gruppo di intervento, che aveva puntato tutto sul rilancio della meccanica, fu davvero sfortunato, perché una piccola grande idea germogliò inaspettatamente nel mio laboratorio: quella del computer personale (anticipando di ben dieci anni i P.C. introdotti in America!).

Non voglio qui raccontare le drammatiche vicende che portarono a questo risultato. Ma l’imbarazzo e l’indifferenza con cui il nuovo management accolse la notizia dell’imprevista epifania emersa dalle stive dell’azienda ebbero almeno il merito di portare a una timida ma positiva decisione: quella di esporre la nuova macchina, come puro modello dimostrativo, in una saletta riservata della mostra newyorchese” prosegue Perotto. ” Quello che non fece la strategia, lo fece il complesso di colpa legato alla cessione dell’elettronica e la voglia di far vedere che la Olivetti, in fondo, si, qualcosa di esplorativo con l’elettronica, pur non credendoci, faceva ancora. Quello che successe alla fiera fu però straordinario e sconvolgente: il pubblico americano capì perfettamente quello che il management dell’azienda non aveva capito, ossia il valore rivoluzionario della ”Programma 101”; trattò con assoluta indifferenza i prodotti meccanici esposti in pompa magna e si assiepò nella saletta per vedere quello che il nuovo prodotto era in grado di fare. La stampa, specializzata e non, segno con i suoi articoli entusiastici il successo di una presentazione e di un evento non voluto. In pratica, il nuovo computer fu letteralmente risucchiato dal mercato: si può dire che non fu venduto, fu solo comprato! ” Però non ci fu nulla da fare. “Vennero inferte anche delle ferite alla nostra identità. Si decise, in quegli anni, di mandare al macero la biblioteca Olivetti. Si voleva cancellare la memoria di Adriano Olivetti” dichiarò qualche annoi Franco Ferrarotti. ” … perchè vi è una categoria di imprenditori e di manager, quelli che preferiscono manovrare il denaro piuttosto che pensare alla miglior produzione possibile, che sono allergici alla creatività del fare. Così si aggiunsero ai dictat internazionali anche forti resistenze interne.”

Sergio Marchionne si era convertito all’auto elettrica.

Il 1 Giugno l’ad di Fca si era recato a Balocco per presentare la relazione di apertura del Capital Market Day.  In quell’occasione ha illustrato il piano industriale che, entro il 2022, dovrebbe sancire la rivoluzione tecnologica composta dall’elettrificazione dei motori e dall’autonomous driving. “L’elettrificazione costituisce il primo pilastro dell’edificio della nuova FCA. Sul versante industriale, l’obiettivo è quello di investire 45 miliardi di euro in tutto nei prossimi cinque anni: 9 miliardi sull’elettrificazione e 13,5 miliardi di euro nel rinnovo della gamma.” In gennaio, al Salone di Detroit, aveva detto: ” “Se qualcuno fa una supercar elettrica, la Ferrari sarà la prima: la faremo, è un atto dovuto. E sarà la più veloce sul mercato”. E ancora: “Entro il 2025 “meno della metà” delle auto prodotte al mondo sarà totalmente a benzina o diesel, lasciando strada ai motori ibridi ed elettrici e le case automobilistiche hanno meno di un decennio per reinventarsi se non vogliono essere cancellate dai cambiamenti”.

Nelle dichiarazioni dopo la scomparsa di Marchionne non ho sentito la stessa convinzione nonostante la continuità dichiarata dal novo  AD Mike Manley,  la disponibilità del Governo (Luigi Di Maio) a fare investimenti pubblici per favorire l’automotive elettrico in un contesto d’integrazione fra trasporto pubblico e privato. Nonostante che la Giunta Comunale di Torino abbia approvato un protocollo d’intesa che vedrà Città e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti collaborare per fare di Torino un laboratorio dove testare l’auto autonoma, mettendo a disposizione servizi innovativi strade e infrastrutture cittadine. In un contesto dove l’auto a guida autonoma si integra perfettamente con l’auto elettrica, con il car sharing, progetti di riconversione dei sistemi di approvvigionamento, produzione, accumulazione, utilizzo del”energia con emissioni zero.

Una trasformazione nell’economia dell’autoptraspoto, e non solo.

Una cosa è certa: quella della transizione verso le auto elettriche sarà una rivoluzione planetaria paragonabile a quella dell’elettronica nel settore dell’automazione dell’ufficio. Una rivoluzione nelle tecniche produttive perché il motore elettrico è più efficiente, leggero, manutenibile, semplice e versatile del motore a scoppio. Una rivoluzione nel campo dell’energia perché le nuove batterie, che erediteremo dall’esplosione del numero degli smartphone, oltre ad alimentare le automobili serviranno da stabilizzatori delle reti elettriche e faciliteranno l’utilizzo delle fonti rinnovabili intermittenti come il solare fotovoltaico (i progetti di Tesla e Nokya ci dovrebbero illuminare). Una rivoluzione per la riduzione drastica dell’inquinamento e per l’efficienza energetica: il freno motore recupera l’energia e ricarica le batterie; le batterie delle automobili, collegate alla rete elettrica in garage, potranno essere utilizzate dalla rete elettrica come riserve, in casi di emergenza. Una rivoluzione nell’indotto della manutenzione perché la meccanica dell’auto elettrica è radicalmente diversa: scompariranno cilindri, pistoni, valvole, alberi di trasmissione, differenziali, cambi ecc. Ogni ruota avrà il suo motore e la spinta/frenata sarà sincronizzata elettronicamente. Una rivoluzione nell’utilizzo perché la guida autonoma con autopilota aprirà possibilità incredibili nel campo dell’utilizzo del mezzo, trasformando radicalmente tutte le attività che oggi prevedono un guidatore umano. Le automobili saranno prevalentemente condivise e non in proprietà. Circoleranno per rispondere alla chiamata degli utenti e sosteranno in parcheggi temporanei (sosta breve) oppure in grandi parcheggi organizzati come i magazzini a Amazon, secondo la logica del percorso più breve. Sarà più facile l’integrazione dell’automobile con il trasporto pubblico veloce (tunnel  metropolitani o interurbani) dove corrono navette porta automobile. Le navette porta-automobili potranno anche correre, a velocità supersonica, in sistemi Hyperloop oppure, più semplicemente, in treni ad alta velocità. Una volta arrivate a destinazione potranno essere lasciate alla rete pubblica che provvederà a smistarle ad altri utenti.

Una nuova organizzazione del lavoro, forse la più radicale.

Non ci saranno più vigili urbani ma esperti nella gestione e nella programmazione dei flussi di traffico. L’intelligenza artificiale avrà un grande ruolo nella gestione. La getione avrà un must: ridurre gli incidenti stradali a numeri prossimi allo zero. Oggi più di un milione di persone perde la vita, ogni anno, per incidenti stradali. Senza contare lo stress nelle code, l’ansia di trovare un parcheggio, la perdita di tempo al volante. Tempo che si potrebbe dedicare al lavoro o al relax, magari con un bel libro o per fare conversazione. Non più autovelox, etilometri, multe, decurtazione di punti dalla patente.

L’industria petrolifera sarà contro ma, questa volta, non dobbiamo mollare.

Sergio Marchionne, alla fine, aveva capito tutto questo anche se, per anni, era stato un sostenitore convinto dei sistemi di autotrazione tradizionale. La fatalità l’ha escluso dalla gara. C’è d’augurarsi che la nuova FCA non voglia seguire le orme di Valletta che, nel 1964, convinse gli eredi di Adriano Olivetti ad disfarsi dei neonati calcolatori elettronici seguendo il destino delle calcolatrici meccaniche. I petrolieri faranno l’impossibile per impedire l’evoluzione ormai inevitabile. Trascineranno con loro alcune vittime. Speriamo che FCA resista.

Daniele Leoni

Le leggi elettorali in Europa. Il sistema spagnolo

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Con questo primo articolo si inaugura una serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

Le leggi elettorali contribuiscono a determinare gli equilibri del sistema politico nel tempo. La stabilità e la coerenza dei formati elettorali sono elementi essenziali al fine di garantire un soddisfacente rendimento del regime democratico.

Per questo motivo, da decenni, il legislatore italiano s’interroga su quale sia la formula elettorale migliore e più adatta alla democrazia del nostro Paese.

Dopo le elezioni italiane del 4 marzo e l’avvio della nuova legislatura si porrà, nuovamente, il tema di una riforma della legge elettorale. Una discussione che perdura negli anni, a tratti infinita e caratterizzata da interventi normativi troppo legati alla contingenza del quadro politico e privi di un disegno coerente.

Tuttavia, come osservato da più parti, non è possibile modificare efficacemente il sistema elettorale senza considerare la forma di governo, a esso strettamente posta in relazione.

È questo l’errore principale commesso dal legislatore italiano, l’aver pensato che, mediante la sola modifica del formato elettorale, si potesse garantire stabilità al quadro politico e istituzionale.

Ma la verità è sempre più cocciuta. Non potrà esserci stabilità del sistema politico senza un’incisiva riforma delle istituzioni: razionalizzazione della forma di governo (con strumenti come la sfiducia costruttiva) e il superamento del bicameralismo perfetto.

Dopo queste considerazioni di carattere generale, per nulla scontate e sempre più attuali, mi occuperò, brevemente, dell’esperienza costituzionale e del sistema elettorale spagnolo.

Un sistema che per modalità di funzionamento e per il relativo rendimento politico-istituzionale, è stato oggetto di attenzione e di studio da parte degli stessi “ingegneri istituzionali” che, in Italia, hanno lavorato alle riforme delle leggi elettorali.

Il sistema elettorale iberico è costituzionalizzato. La Costituzione spagnola, all’articolo 68, stabilisce che l’elezione della Camera bassa debba realizzarsi attenendosi a criteri di rappresentanza proporzionale.

Come previsto, dalla Carta e dalla legge elettorale, la maggior parte delle circoscrizioni corrisponde al territorio della provincia; è prevista una soglia di sbarramento al 3% a livello circoscrizionale; le liste sono corte e bloccate, senza preferenze; in media, una circoscrizione elegge sei deputati, realizzando, con un numero così ridotto di seggi, il fenomeno della disproporzionalità che permette di definire il sistema elettorale spagnolo, come un proporzionale corretto.

A questo proposito, l’indice di disproporzionalità, elaborato da Gallagher, con riferimento alla Spagna, è passato da un valore di 10,6 nel 1977 e nel 1979, a un valore pari 4,9 registrato nel 2004, uno dei più alti d’Europa, preceduto soltanto da quello britannico e da quello francese, entrambi, com’è noto, sistemi maggioritari.

Infatti, le caratteristiche strutturali del sistema elettorale spagnolo favoriscono la formazione di partiti che ottengono percentuali superiori al 20 per cento dei consensi sull’intero territorio nazionale o a livello di comunità territoriali e, nello stesso modo, penalizza le percentuali minori.

In altre parole, ricevono un premio in seggi i partiti che hanno un voto diffuso su tutto il territorio statale, sono invece penalizzati i partiti che hanno un voto disperso in molte zone del paese e in nessun territorio un largo consenso. Di contro, chi ha un voto concentrato nelle regioni che rappresenta, ad esempio il Partido Nazionalista Vasco, il PNV, riesce ad avere una percentuale di seggi quasi uguale a quella dei voti.

La forma di governo, adottata nel Paese iberico, è un parlamentarismo razionalizzato: bicameralismo differenziato (prevalenza del Congresso dei deputati, composto da 350 membri, mentre il Senato, composto da 266 membri, con minori poteri, costituisce la Camera di rappresentanza delle autonomie territoriali) e un complesso di regole in grado di garantire la stabilità dell’esecutivo rafforzando, nello stesso tempo, i poteri della figura istituzionale del Presidente del Governo.

Il Capo di Governo per i poteri di cui dispone può essere accostato alla figura del Primo Ministro inglese.

La Spagna è, dunque, una democrazia maggioritaria.

A questo punto, occorre chiedersi perché il legislatore spagnolo abbia scelto un modello orientato alla democrazia maggioritaria.

Le ragioni si trovano nelle vicende storiche: dopo aver vissuto per circa quarant’anni sotto un regime autoritario di matrice fascista, guidato dal generale Franco, la Spagna, si affacciò soltanto nel biennio 1977-78 alla democrazia.

La principale preoccupazione che animò i padri costituenti, durante gli anni della Transizione, fu quella di restaurare una democrazia in grado di garantire la stabilità dei governi.

Si scelse il sistema elettorale proporzionale, invece della formula maggioritaria, perché spinti dal timore di una nuova deriva autoritaria.

Com’è stato ben sottolineato dalla dottrina spagnola, la transizione dalla dittatura alla democrazia, nel suo complesso, si presenta come un evento politico e istituzionale negoziato e tranquillo, tra gli eredi del franchismo e l’opposizione democratica del tempo, aiutati dalle notevoli capacità negoziali del Re.

In sette anni, dalla morte del caudillo Francisco Franco (1975), fino alla prima alternanza di governo con il PSOE (1982), si registrano in Spagna eventi politici e istituzionali che altrove hanno imposto condizioni più favorevoli e tempi più lunghi: pluralismo politico, il riconoscimento di libertà e diritti, l’avvio del processo di decentramento territoriale, l’approvazione di una Costituzione democratica, ispirata alla Costituzione di Bonn e, in ultimo, l’alternanza al governo fra centro-destra e centro-sinistra.

Con riferimento ai partiti politici, è possibile distinguere quattro periodi storici: il primo periodo, dalle elezioni del 1977, si caratterizza per l’instabilità, l’UCD, il partito di Suarez governa con la maggioranza relativa, mentre il PSOE è il principale partito di opposizione; nel 1982 si inaugura un periodo di egemonia del PSOE; nel 1993 con la piena alternanza, si entra nella terza fase, emerge il ruolo centrale delle forze politiche territoriali. I due partiti maggiori non raggiungono la maggioranza necessaria per governare, e sono costretti a chiedere l’appoggio dei partiti espressione delle Comunità Autonome.

Con l’irrompere della crisi economica post 2008 e l’emergere di nuove soggettività politiche di carattere nazionale, come Ciudadanos o Podemos, si sono registrati ulteriori problemi nella formazione di maggioranze coese.

Tuttavia, con le recenti difficoltà politiche, il Congresso dei deputati ha riacquistato centralità, così come le contrattazioni tra i partiti politici: si pensi alle trattative per l’approvazione della mozione di sfiducia costruttiva al governo Rajoy e la successiva formazione dell’esecutivo socialista guidato da Pedro Sanchez, sostenuto dall’appoggio esterno di Podemos e dei partiti nazionalisti e regionalisti.

In questo, si conferma, come lo stesso dato legislativo pare rilevare, la concezione kelseniana della democrazia parlamentare, intesa come l’essenziale ricerca di una sintesi e di un compromesso fra le diverse istanze rappresentate in Parlamento e nella società.

In conclusione, è difficile prevedere se il sistema dei partiti e le Istituzioni spagnole, possano definirsi come consolidati nei loro attuali equilibri. Rimangono aperte grandi questioni quali la fragilità del sistema bipartitico, la mancata soluzione delle istanze federali e delle relative problematiche di funzionalità del Senato. Un sistema che appare fragile ma aperto a cambiamenti progressivi.

Paolo D’Aleo

Trump da imprevedibile diventa inaffidabile

FINLAND-US-RUSSIA-POLITICS-DIPLOMACY-SUMMITDietrofront. Donald Trump ha mandato al macero velocemente le strette di mano, i sorrisi, gli ammiccamenti d’intesa con Vladimir Putin. Il pieno accordo proclamato al vertice di Helsinki dal presidente americano con il collega russo è svanito in appena 24 ore. Nell’incontro di lunedì 16 luglio nella capitale finlandese aveva dato ragione a Putin e torto ai magistrati e ai servizi segreti statunitensi: nessuna interferenza del Cremlino nella campagna elettorale americana del 2016, per sostenere lui contro la democratica Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

La marcia indietro del presidente americano, appena tornato a Washington, è stata improvvisa e netta: «Intendevo dire il contrario». Dalla Casa Bianca ha annunciato di «voler fare una precisazione» perché era stato frainteso al summit di Helsinki. Ha aggiunto: «Ho piena fiducia e sostegno nell’intelligence degli Stati Uniti» e «accetto» le conclusioni dei servizi segreti sulle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali. Comunque ha ribadito: «Non c’è stata nessuna collusione» con la sua campagna elettorale.

Trump ha capovolto le posizioni espresse ad Helsinki con un acrobatico triplo salto mortale politico. Nella conferenza stampa seguita al vertice con Putin aveva attaccato e scaricato il procuratore speciale Robert Mueller: l’inchiesta «è un disastro per il nostro Paese». Quindi aveva criticato pesantemente l’Fbi e la «corrotta Hillary Clinton», la sua ex avversaria. Aveva martellato: «Io neanche conoscevo Putin. Nessuna collusione». Complimenti a scena aperta, invece, per l’uomo forte del Cremlino: «È bello essere qui con te». E si era augurato una «relazione straordinaria» con l’uomo che governa da venti anni la Russia con un pugno di ferro senza tanti riguardi per le opposizioni e i giornalisti. Aveva appoggiato Vladimir Putin che aveva smentito tutte le accuse di ingerenza e si era solo limitato ad ammettere di aver parteggiato per l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca «perché aveva parlato di normalizzare le nostre relazioni» a differenza di Hillary Clinton.

Il Russiagate, cioè le indagini sull’ipotesi di collusione tra il Cremlino e il comitato elettorale del miliardario americano, è un brutto problema sia per Trump sia per Putin: il primo rischia di restare politicamente azzoppato, il secondo di rimanere sfigurato come un autocrate che regna con le spie. Il procuratore speciale Mueller, ex capo dell’Fbi, ha incriminato 12 agenti del servizio segreto militare russo per aver organizzato e gestito l’hackeraggio dei computer del Comitato nazionale democratico durante la campagna presidenziale del 2016. Nell’operazione è coinvolta, questa è l’ultima novità, anche un’altra funzionaria russa “infiltrata” nel voto di due anni fa, Maria Butina.

Trump, appena rientrato in patria, ha dovuto fare i conti con una gigantesca ondata di critiche corali: dai repubblicani (il suo stesso partito) ai democratici, dagli uffici federali ai giornali. Paul Ryan, speaker repubblicano della Camera, era impietoso: «Non ci sono dubbi che la Russia abbia interferito nella campagna elettorale». Il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer attaccava: «Ha creduto al Kgb e non alla Cia». John Brennan, capo della Cia all’epoca del presidente Obama, accusava: è «poco meno di un tradimento…È totalmente succube di Putin».

Trump ha cercato di rompere l’assedio nel quale si era cacciato. Adesso c’è tutta una politica da rivedere. È singolare che Trump attacchi i tradizionali alleati occidentali del G7, della Nato e dell’Unione europea difendendo i governi e i movimenti populisti e vada a braccetto con Mosca, la super potenza antagonista da sempre degli Stati Uniti d’America. È singolare che capovolga le fondamentali scelte della politica estera americana degli ultimi 70 anni basate sull’alleanza e la cooperazione con la Ue, il Regno Unito, il Giappone, la Corea del Sud e il Canada.

L’intesa privilegiata tra Trump e Putin, i due leader populisti e sovranisti affezionati ai toni e alle azioni forti, è durata poco. Il miliardario americano segue un motto: «Voglio essere imprevedibile». Ma questa volta il presidente americano, l’anti Barack Obama, rischia di passare da imprevedibile a inaffidabile sia agli occhi dei vecchi alleati, sia a quelli dei nuovi amici e dei nemici. Il quadro non è confortante.

Adesso sarà arduo affrontare il 25 luglio il vertice a Washington con il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker sui dazi americani imposti alla Ue. Juncker arriverà vittorioso sulle ali dell’accordo del 17 luglio con il Giappone, che azzera o riduce progressivamente i dazi tra Bruxelles e Tokio. Juncker viaggia in rotta di collisione con Trump: «Non c’è protezione nel protezionismo».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Ruggero Deodato, Cannibal Holocaust critica a Jacopetti

Cannibal_Holocaust_Ho incontrato Ruggero Deodato nella sede dell’AIC, l’associazione degli autori della fotografia italiani, a Cinecittà. Eravamo sul set di un documentario di Giulio Laroni che vede la partecipazione, oltre a Deodato, degli autori della fotografia Daniele Nannuzzi e Davide Mancori e del critico cinematografico Luigi Sardiello. Camicia blu e jeans, la prima cosa che mi colpisce di Deodato è lo sguardo fiammeggiante e curioso. L’idea di questa intervista nasce davanti a un bicchiere di coca-cola, sorseggiato tra una chiacchiera e l’altra alla fine di quella giornata. Perché mi affascina questo maestro del cinema a cui interessa stare con i giovani e che ha voglia di parlare senza censure.

Credo che una delle principali caratteristiche del tuo cinema sia il realismo con cui costruisci le scene e le rendi ancora più vivide e perturbanti. Da cosa nasce questa esigenza?
Nasce un po’ dall’eredità del mio maestro Rossellini, con cui ho sperimentato tanto. E poi perché ho vissuto la guerra: sono nato nel ’39 e fino al ’46 me la sono passata tutta. Sono sette anni di guerra. Ho visto la Germania distrutta, ho visto i carri armati che arrivavano a Roma, ho visto la violenza. In questo periodo sono in campagna a Spoleto, dove ho passato anche l’infanzia. A quell’epoca, in campagna, mangiare gli animali era una cosa normale: ogni giorno veniva ucciso il maiale, il piccione o il coniglio. Quindi non sono nato con gli occhiali rosa; poi ho vissuto anche nei villaggi in mezzo alla giungla, con gli indios. Perciò ho visto tutte le realtà e non mi spaventa nulla. Per esempio, quando moriva un nonno o una zia si andavano a vedere a casa. Una volta anche la morte faceva parte della vita.

A partire dagli anni ’90 al cinema sono aumentate le scene violente, quelle erotiche e in generale di trasgressione. Possiamo dire che la violenza e l’erotismo sono delle componenti fondamentali del cinema?
L’erotismo è sensualità. La pornografia invece non l’accetto, la odio, come tutto ciò che è estremo. Per cui, quando la inserisco nei film, la uso solo per criticarla e per combatterla. Tuttavia mi disturba vedere certi film americani attuali dove i seni delle attrici sono fasciati. È una cosa tremenda. Sono i più grossi pornografi del mondo, ma fasciano le loro attrici; non li capisco. La violenza è una cosa che combatto. Il primo film in cui ho visto la scena di una donna violentata è stato il film di Visconti, “Rocco e i suoi fratelli”: mi ha fatto venire i brividi, però che coraggio che ha avuto a far vedere una scena simile negli anni Sessanta! Quindi se una scena non è estrema la accetto; invece, adopero le scene estreme solo come uno strumento di critica.

Nel tuo cinema mi sembra che ci sia la volontà di criticare alcuni aspetti della civiltà occidentale. Per esempio, in “Cannibal Holocaust” si parla delle civiltà cannibali, ma i veri selvaggi appaiono i quattro ragazzi occidentali che compiono efferatezze e crudeltà verso le civiltà autoctone.
Assolutamente. Quando ho fatto “Cannibal Holocaust” all’inizio mi hanno criticato tutti, ma poi hanno capito che il film era a favore degli Indios e contro il bianco, che viene mostrato mentre crea delle situazioni per fare scoop. Ho deciso di far vedere e di criticare queste cose. Cerco sempre di creare un senso di realismo e non ho paura della critica, non ho paura della censura. Adesso ci nascondono molte cose, ma poi, quando tagliano la testa a un uomo in Iraq, mettono il filmato in rete e lo vedono tutti. Una volta ho chiesto a un mio fan se per lui fosse più impressionante vedere l’immagine della decapitazione di un americano o le scene di “Cannibal Holocaust”. Lui ha risposto “Cannibal Holocaust”. Nonostante sia molto meno della realtà, a volte la finzione diventa qualcosa di più.ruggero deodato

È come se lo schermo in qualche maniera amplificasse certe scene.
Lo schermo le amplifica sicuramente, perché quello che appare sullo schermo viene esasperato con la musica, con i rumori. Infatti ho voluto ammorbidire “Cannibal Holocaust” con una musica molto romantica; e questo lo ha aiutato a diventare ancora più raccapricciante.

Infatti, in “Cannibal Holocaust” tu e Riz Ortolani associate delle musiche dolci a scene di grande violenza. Mi colpisce molto l’utilizzo della musica nei tuoi film.
È Ortolani che me lo ha insegnato col film di Jacopetti, “Mondo cane”: in quel film c’è una musica di una dolcezza che non finisce più, però questa musica accompagna delle scene terrificanti, che tra l’altro sono vere. Il mio film è stata un’accusa a Jacopetti. Però mi piaceva vederlo, quanta realtà che c’era!

Come ti approcci alla scelta dell’accopagnamento musicale e quanta importanza ha per te?
La musica è importantissima. Per esempio in un film di azione non accompagno mai l’azione con una musica tambureggiante o forte. Al contrario, l’addolcisco, oppure l’associo a una musica scherzosa. Non vado mai a scegliere una musica che sia abbinata perfettamente all’azione.

Quindi crei sempre un contrasto tra la musica e la scena.
Assolutamente. Creo sempre un contrasto, perché altrimenti la musica annulla quello che vediamo.

Hai dichiarato che per girare utilizzi una sola macchina da presa: a cosa si deve questa scelta?
Perché con una macchina da presa curo tutta l’immagine. Se vuoi inquadrare una donna, avrai bisogno del controluce, di una luce a volte morbida. Se utilizzi tre macchine, in una la fotografia sarà buona ma le altre due inquadrature non le potrai montare perché hanno bisogno di tutta un’altra illuminazione. Invece se devo filmare un’automobile che si capovolge, allora è chiaro che cercherò di avere una bella luce ma utilizzerò tre, quattro macchine da presa, perché poi avrò la stessa cosa.

E anche in TV giri solamente con una macchina da presa?
Assolutamente, anche quando giro la fiction uso una sola macchina.

La scelta di utilizzare una sola macchina da presa conferisce una grande forza anche perché permette di rimanere sempre all’interno dello stesso punto di vista. Cosa ne pensi?
Esatto. Inoltre odio servirmi del video assist perché devo avere l’attore davanti. Mi posiziono accanto alla macchina da presa, perché l’attore deve sentire la mia presenza.

Quali sono i registi che apprezzi di più e che ti hanno influenzato maggiormente?
A parte Rossellini, Mauro Bolognini, perché Bolognini era un regista elegante. Per lui la luce era molto importante, così come la cultura – e la cultura dell’immagine. A quell’epoca c’era l’abitudine di avere sul set un pittore che aiutava nel comporre la scena, così guardare i suoi film mi fa venire in mente dei quadri importanti. Tra i registi più colti mi piaceva Riccardo Freda. Freda era un altro che faceva film forti, ma sempre con grande cultura: se faceva un film d’epoca, realizzava uno studio preciso dei costumi e di ogni altro aspetto. Poi ci sono certi registi realisti, come Francesco Rosi. Penso a “Salvatore Giuliano” e a questo personaggio che ha fatto la storia, che tutti si ricordano. Rosi lo inquadrava nel suo habitat, da lontano, in un modo particolare. E Rosi era questo: dava questo senso di realtà che mi piaceva molto. Invece, devo dire che non mi piacciono i registi che ammorbidiscono troppo le scene: mentre Zeffirelli utilizza un po’ di preziosismi che smorzano la realtà del quadro, Visconti si immerge di più nella realtà.

Che ricordi hai di Riccardo Freda?
Freda era un personaggio molto scarno, freddo, lucido. Era un piacere uscire insieme perché sapeva tutto di tutto. Con lui era sempre un rimprovero: non verbale, ma nello sguardo. Mi ricordo che quando mi seguiva al montaggio, si metteva tutti i pezzi di pellicola intorno al collo. E quando mi diceva “dammi il primo piano di Genoveffa!”, io dovevo consegnarglielo. Ma contavo prima i pezzi che aveva intorno al collo e guai se gli davo quello sbagliato! Era così: un rimprovero continuo, però quei rimproveri li ho apprezzati. Tuttavia, quando è andato a ritirare il premio dell’Accademia di Francia, a Palazzo Medici, ha chiamato solo me; questo mi ha fatto piacere perché è stato un riconoscimento. E anche Rossellini mi riconosceva sempre tutto quello che facevo con umiltà, perché non discutevo mai di niente e ai grandi piacciono le persone di questo genere.

Se dovessi dirne uno, quale sarebbe il film che hai amato di più?
Forse “Rocco e i suoi fratelli”, perché è una tragedia “greca” straordinaria, perfetta. Però mi piace anche “Oltre il giardino” con Peter Sellers, è un film bellissimo. Passo da un genere all’altro ma, per esempio, la fantascienza non mi piace; con l’eccezione di “Blade runner”. In quel film non si vedono le pareti levigate, lisce, che non esisteranno neanche nel 3000. C’è la materia, c’è una realtà che mi piace.

Recentemente hai collaborato con Giulio Laroni. Come maestro del cinema, cosa ne pensi del suo modo di girare?
Mi piace vederlo lavorare perché è uno che ci crede, perché è uno tranquillo, non è uno che se la tira. Mi ha invitato per un doumentario, un’intervista, però lui aveva organizzato tutto come un film. Questo mi fa pensare a quando mi chiamano gli americani per fare “The Barbarians”: quando me lo offrono per telefono io sono abbastanza freddino; ma se mi chiamano per fare la pubblicità di una sedia io vado in brodo di giuggiole. Mi hanno chiamato per fare la pubblicità di una sedia e questa è stata una cosa che mi ha inebriato, perché quando fai pubblicità devi tirare fuori tutta la grinta per esaltare l’oggetto. A volte arrivi all’apice del professionismo, ma ti lasci sfuggire una cosa del genere. Giulio Laroni mi piace come persona perché va fino in fondo e qualsiasi cosa abbia tra le mani la fa con professionismo. È stato bravo. Mi ha ricordato un po’ un regista a Lecce che mi ha chiamato a febbraio, stava facendo il suo primo film e voleva che io girassi una scena come regista. Questo regista ha fatto i più grandi videoclip musicali dei cantanti famosi e ha un istinto per l’immagine che è notevole: abbina i colori, le cose, tutto. Mi ricorda un po’ Giulio. Ora si deve solo sperare che si possa arrivare ancora perché il cinema sta morendo completamente.

Qual è un augurio che faresti al cinema attuale?
È difficile fare un augurio per il cinema di oggi perché la gioventù di oggi è completamente cambiata e non so se potranno raccogliere qualcosa di positivo. Non vanno più al cinema, se non a vedere quelle robacce di fantascienza che a me non piacciono, o i mostri, ma poi non sanno raccontare una storia giusta, vera. Non stanno più con la bocca aperta ad ascoltare, come facevano una volta. Sai dove vivo un po’ meglio? Quando vado nei festival. Perché nei Festival incontro la gente che ama il cinema e la cultura dei film passati. Giro in tutto il mondo e in quegli ambienti vedo sempre persone interessate, che si stupiscono ancora di quello che è stato fatto prima. Quindi lì sono felice. Ma non vedo più positività nei giovani di oggi.

Quali sono i progetti cinematografici che hai in cantiere?
Ho realizzato un bellissimo film due anni fa, “Ballad in blood”, e l’hanno tacciato di essere un film d’autore, un Deodato d’autore. Ora ho un progetto: è un film sui giovani, perché vorrei combattere un po’. Un film sui miei “nemici” giovani, “nemici” perché non è facile comunicare con loro. L’ultima generazione è cambiata: sono arrabbiati. E hanno ragione. Sai che cosa è successo? Hanno la covata facile in casa, ma poi aprono la televisione e vedono lo sconvolgimento della società con le guerre e l’odio… e allora dicono: “Ci hanno preso in giro?”.

Tanja Trampus

Vitalizi-pensioni d’oro, rivoluzione populista

rivoluzione francese ghigliottinaTutte le rivoluzioni vivono di simboli. La rivoluzione francese decapitò il re Luigi XVI e la moglie Maria Antonietta mentre la rivoluzione russa uccise lo zar Nicola II e tutta la famiglia imperiale: i simboli dell’autocrazia monarchica. La rivoluzione populista grillina taglia i vitalizi dei deputati in pensione e progetta di fare lo stesso per le pensioni d’oro.
Luigi Di Maio è euforico e usa termini da svolta epocale: «È una giornata storica, che gli italiani aspettavano da 60 anni». Giovedì 12 luglio l’ufficio di presidenza della Camera ha approvato la delibera che riduce i vitalizi di poco più di 1.300 ex deputati: dal primo gennaio 2019 molti assegni previdenziali caleranno anche vistosamente perché le pensioni saranno ricalcolate con il sistema contributivo, svantaggioso rispetto al più favorevole meccanismo retributivo usato fino al 2012 (da quell’anno per onorevoli e senatori scattò il nuovo sistema previdenziale adesso reso retroattivo).

È una rivoluzione, pacifica e senza spargimenti di sangue, attuata contro “i privilegi” dei politici della Prima e della Seconda Repubblica a poco più di un mese dal varo del “governo del cambiamento”. Il capo politico del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico è soddisfatto per aver mantenuto uno degli impegni della campagna elettorale nelle politiche del 4 marzo: «Siamo arrivati noi e in 100 giorni li abbiamo tagliati» (è previsto un risparmio di 40 milioni di euro l’anno).

Roberto Fico, ala sinistra grillina, suona una musica analoga contro i privilegi: «È stata riparata un’ingiustizia sociale». Il presidente della Camera si è fortemente impegnato per ridurre i vitalizi: ora tocca al Senato che «arriverà ad una conclusione simile».

E non è finita. Secondo Di Maio «c’è ancora molto da fare nella lotta ai privilegi». Il ministro punta a tosare «prima della pausa estiva» anche le cosiddette pensioni d’oro e non saranno colpite solo quelle oltre i 5 mila euro al mese come era stato annunciato all’inizio: saranno tagliate «anche sopra i 4 mila euro, per coloro che non hanno versato i contributi a sufficienza». Sono nel mirino le élite borghesi, circa 100 mila pensionati. Dirigenti d’azienda, magistrati, alti burocrati, brillanti chirurghi, professori universitari, giornalisti blasonati cominciano ad avere gli incubi. Anche in questo caso è previsto un ricalcolo degli assegni previdenziali con il sistema contributivo (il risparmio previsto è di 450-600 milioni di euro l’anno). Di Maio ha spiegato: «L’obiettivo è quello di tagliare le pensioni d’oro per aumentare le pensioni minime».

La battaglia è popolarissima ma non sarà così facile. Maria Elisabetta Casellati, Forza Italia, non è sulla linea rivoluzionaria dei cinquestelle e del collega Fico. La presidente del Senato ha dei dubbi sulla costituzionalità di tagliare le pensioni a persone che le percepiscono da 10, 20 o 30 anni. Le norme non possono essere retroattive smantellando i diritti acquisiti di chi è andato in pensione con il sistema retributivo. Molti ex parlamentari si preparano a fare ricorso per incostituzionalità alla Consulta anche perché c’è una disparità: senatori e consiglieri regionali non subiranno danni. È critica Forza Italia e anche molti nel Pd, in Liberi ed Uguali e in Fratelli d’Italia, che però faticano a dirlo apertamente perché il discorso è impopolare nell’elettorato esasperato per la crisi, le troppe tasse e i tanti disoccupati.

La strada dei tagli ai “privilegi” è tanto popolare quanto pericolosa per diversi milioni di anziani pensionati. Secondo il segretario dell’associazione consumatori Aduc Primo Mastrantoni ben l’82% dei pensionati italiani gode del sistema retributivo, il 16% viaggia con il meccanismo misto e appena il 4% ha il contributivo. Il taglio retroattivo alle pensioni d’oro e ai deputati potrebbe spalancare le porte al “machete” anche per il 96% dei titolari di assegni Inps, certo non di entità principesche.

I deputati, i senatori e i ministri cinquestelle il 12 luglio hanno festeggiato in piazza Montecitorio il taglio dei vitalizi con un lancio di palloncini e brindisi con lo spumante. Campeggiava la scritta «By, by vitalizi». Una militante cinquestelle cinquantenne ha commentato entusiasta con una strana similitudine da Anni di Piombo: «Una prima pallottola finalmente è partita. Ora verranno le altre…».

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Propaganda politica, novità lanciate da Facebook

propaganda-socialDa quando abbiamo lanciato la nostra campagna per il monitoraggio della propaganda politica sui social la materia, oltre a essere rimasta al centro del dibattito pubblico, ha avuto numerose evoluzioni.

L’ultima proprio in queste settimane, con l’introduzione da parte di Facebook di due novità.

Le sponsorizzazioni Attive

È ora possibile navigare su qualsiasi pagina Facebook e vedere l’elenco dei post sponsorizzati attivi in quel momento. Facciamo un esempio con la pagina dei Radicali italiani per rendere il tutto un po’ più chiaro.

Ogni pagina fan ha ora un tab sulla sinistra chiamato “Informazioni e inserzioni”, in cui viene pubblicato l’elenco delle inserzioni attive gestite da quel profilo. In aggiunta viene anche data la possibilità di monitorare tutte le volte che la pagina ha cambiato nome nel tempo.

novità-inserzioni-facebook

In questo caso Radicali italiani sta sponsorizzando un solo contenuto, e non ha mai modificato il nome della pagina da quando è stata creata il 4 maggio del 2010. Parliamo di informazioni preziose, ma comunque limitate. Gli utenti infatti non hanno un storico delle inserzioni, e non è possibile accedere ad un archivio storicizzato. Questione che però viene affrontata grazie alla seconda novità introdotta da Facebook.

L’Archivio della propaganda politica su Facebook

Il secondo elemento nuovo lanciato dal social di Palo Alto è un archivio delle inserzioni con contenuti di natura politica. Già presente negli Stati Uniti da maggio, sarà estesto anche al Brasile in vista delle prossime elezioni generali di ottobre.

L’archivio include le inserzioni di Facebook e Instagram che sono state classificate come inserzioni con contenuti di natura politica o relativi a questioni nazionali di importanza pubblica. Ad esempio, potreste trovare inserzioni sui candidati eletti, candidati per cariche pubbliche o temi come l’istruzione o l’immigrazione. Contiene tutte le inserzione che sono state avviate dal 7 maggio 2018, e queste saranno disponibili per circa 7 anni.

Navigare l’archivio è molto interessante, e vengono fornite una serie di informazioni che fino ad oggi non erano disponibili. Innanzitutto, visto che parliamo di sponsorizzazioni di contenuti politici, vengono rese disponibili sia quelle attive, che quelle non attive.

Per entrambe le tipologie poi, vengono comunicate le prestazioni delle inserzioni. Dall’ammontare di soldi spesi per la sponsorizzazione (non viene esposta la cifra esatta, ma una fascia di spesa), al numero di visualizzazioni, passando per tutti i dettagli del pubblico (età, sesso e luogo). Le informazioni sono poi disponibili per inserzionista (qui per esempio tutte quelle del presidente Trump).

L’archivio è disponibile in italiano, ma non ancora in Italia, nel senso che non è possibile per gli utenti segnalare contenuti politici, e visualizzare quelli che riguardano il nostro paese. Navigandolo è possibile trovare alcuni contenuti e post scritti da politici italiani (come in questi casi), ma solo perché, probabilmente erroneamente, sono stati selezionati utenti americani come target di riferimento.

E in Italia?

Per ora ancora nulla. Anche se, grazie al lavoro che abbiamo portato avanti in questi mesi, un archivio delle sponsorizzazioni di politici e partiti su Facebook è già disponibile.

Rilanciando il Political Ad Collector creato da ProPublica, testata indipendente americana, da oltre 5 mesi monitoriamo quotidianamente la propaganda social nel nostro paese. Abbiamo raccolto oltre 1.000 inserzioni, grazie al contributo degli utenti che hanno deciso di installare l’estensione sul proprio browser (qui per Firefox e qui per Chrome).

Mentre Facebook prende piccoli passi avanti verso la trasparenza, in Italia la legislazione in materia sembra ancora essere molto indietro. Gli aspetti centrali che vanno risolti riguardano due leggi: la 515 del 1993 e la 212 del 1956. La prima regola lo svolgimento delle campagne elettorali per le elezioni sia della camera che del senato, disciplinando l’obbligo di pubblicità per spese e contributi relativi al periodo elettorale. La seconda legge invece regola in maniera specifica la propaganda elettorale, più precisamente il cosiddetto silenzio elettorale.

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