Impero Coca-Cola: libero mercato e soprusi

Enjoy coca cola (1)Coca Cola è la parola più conosciuta al mondo dopo ok ma come ha fatto una ricetta scopiazzata di un farmacista a diventare un impero commerciale? Mentre “la Coca-Cola uccide” potrebbe sembrare un buon slogan seppur banale contro la bibita a stelle e strisce, sarebbe più corretto dire “la Coca-Cola uccide chi non la beve”, vediamo perché partendo dall’inizio.
John Pemberton (1831-1888) è stato un farmacista e colonello della guerra di secessione americana, finita la guerra si trasferì ad Atlanta: cercava un modo facile per fare soldi e in quegli anni erano molto in voga i cosiddetti “patent medicines”(farmaci con patente). Dopo la guerra di secessione intere zone degli Stati Uniti si ritrovarono isolate e malsane, tanto che la cura dei malati era affidata ad improbabili chimici che si dilettavano ad elaborare medicinali che spesso non erano altro che semplici lassativi o emetici. Non era difficile trovare per strada venditori di “caramelle alla cocaina per la cura del mal di denti” ad esempio, ma il “farmaco patentato” più celebre all’epoca era il Vin Mariani, ottenuto miscelando vino rosso Bordeaux con un po’ di cocaina. Nel 1884 Pemberton ebbe la geniale idea di copiare (aggiungendo appena qualche ingrediente) la ricetta di Angelo Mariani, nacque così il “Pemberton’s French Wine Coca” (il padre biologico della Coca-Cola), tra gli ingredienti aggiunti vi erano le noci di cola con un contenuto di caffeina superiore al caffè. Il farmacista tuttavia ebbe la sfortuna di trovarsi ad Atlanta che proibì la vendita di bevande alcoliche a partire dal luglio 1886. Fu costretto a modificare la sua ricetta rendendola analcolica, aggiunse qualche acido, sostituì le noci di cola con caffeina sintetica (1) e cosa più importante aggiunse anidride carbonica che da quel tocco frizzante per cui la bevanda è famosa. Pemberton non visse abbastanza per raccogliere i frutti della “sua ricetta”, morì di tumore allo stomaco nell’agosto del 1888 dopo aver venduto nel primo anno di commercializzazione meno di cento litri della bevanda, però fece in tempo a vendere la ricetta alla modica cifra di 2.300 dollari ad un altro farmacista: Asa Candler.(2) La Coke venduta come neurotonico per il mal di testa ci mise qualche anno per affermarsi come bibita rinfrescante tanto che nel 1898 il governo americano per finanziare la guerra di Cuba promulgò un’imposta sull’industria farmaceutica, Coca-Cola compresa, nel 1901 Candler portò la questione in tribunale negando che la sua formula fosse un farmaco, vinse la causa perché il governo “non poteva dimostrare la quantità di coca presente nella bevanda”.
Tralasciando gli intrighi sui passaggi di proprietà dell’azienda, è curioso notare come negli Stati Uniti, dove il liberalismo economico è quasi un dogma di fede, un’azienda che produce bibite si sia riuscita ad imporre sul governo durante la seconda guerra mondiale. Durante la Grande Guerra la Coke (come tutte le altre aziende che facevano uso di zucchero) dovette subire il razionamento dello zucchero, tanto da dimezzare la produzione. Durante il secondo conflitto mondiale, la Coca-Cola fece di tutto per non subire il razionamento dello zucchero e dopo aver prodotto un opuscolo in cui si spiegava “scientificamente” che il rendimento degli operai e dei soldati aumentava quando erano riposati e dopo aver raccolto testimonianze “sulla capacità della Coca-Cola di tenere alto il morale dei soldati”, non si sa per quale strano rituale magico, uno dei dirigenti della Coca-Cola entrò a far parte del comitato per i razionamenti e non solo riuscì ad evitare il razionamento dello zucchero per la sua azienda(le altre aziende che usavano zucchero ridussero del 20% la produzione), riuscì addirittura con un ordine firmato direttamente dal generale G.C. Marshall a spedire sul fronte, dove richiesto, macchinari per l’imbottigliamento della Coca-Cola, tutto a spese dello stato.(3)
Sarà sicuramente un caso se il tasso di obesità negli Stati Uniti è raddoppiato nello stesso periodo in cui sono raddoppiate le vendite di bibite (Coca-Cola e Pepsi in prima fila) e sarà a causa di sbadataggine se nella Coca-Cola è stato trovato un quantitativo di benzene cinque volte superiore ai limiti consentiti, sta di fatto che il piano Marshall facilitò l’ingresso di multinazionali nel continente europeo. Con la rivoluzione nelle vene e la ghigliottina stipata in cantina, i francesi non tardarono ad alzare la voce. Un’improbabile alleanza tra comunisti e vinicoltori conservatori, temendo il calo del consumo di prodotti francesi, cercarono di far approvare dal governo una legge che avrebbe bandito la Coca-Cola dal suolo nazionale. James Farley, direttore Coca-Cola Export rispose con la solita retorica “la Coca-Cola non ha certo danneggiato la salute dei soldati americani che hanno liberato la Francia dai nazisti”, dimenticandosi che la Coca Cola ha fatto affari anche con la Germania Nazionalsocialista. Il dipartimento di stato degli Stati Uniti, avvertì la Francia che in caso di approvazione di quella legge, ci sarebbero state gravi ripercussioni, un parlamentare statunitense “minacciò di avviare una guerra commerciale contro il vino, i formaggi e lo champagne francesi.”(4) La Francia è solo uno dei paesi in cui si trovò a combattere la Coke.
In un’ottica in cui il profitto è l’unico obiettivo ed ogni mezzo è lecito per raggiungerlo l’etica soccombe sotto i piedi della “essenza del capitalismo” (così è stata definita la bevanda da un suo stesso dirigente, Robert W. Woodruff). Un altro soldato della bibita frizzante, Douglas Ivester ebbe perfino l’idea di testare in Brasile un distributore automatico che con l’aumento della temperatura, aumentava il prezzo della bibita. Ci può stare che la Coca-Cola sia un prodotto non proprio salutare, in fondo nessuno ci costringe a comprarlo(5) ma che per produrre una bevanda si privi a delle persone l’accesso ad una fonte naturale di acqua, dovrebbe suscitare quanto meno indignazione. E’ quello che accade alle pendici dello Huitepec in Messico, dove durante le stagioni secche si patisce la scarsità d’acqua, gli abitanti raccontano che questo non avveniva prima della costruzione di uno stabilimento Coca-Cola che a quanto pare consuma enormi quantità d’acqua. Accade che in prossimità di una delle falde acquifere più ricche del Messico, gli abitanti sono costretti a comprare l’acqua dall’esterno. Questo accade in tutta legalità, visto che l’azienda per 29.000 dollari ha ottenuto le licenze per estrarre acqua, privando le popolazioni che vi abitano in prossimità e guadagnando 650.000.000 di dollari l’anno solo in Messico. Vicente Fox, dirigente della Coca-Cola che si diede da fare per far passare la legge che consentiva l’instaurazione degli stabilimenti, divenne magicamente presidente del Messico.
In India la situazione è ancora più grave, gli stabilimenti Coca-Cola oltre a lasciare con poca acqua i villaggi nei pressi di Varanasi, rilasciano acqua di scarico che raggiunge il terreno rendendolo improduttivo, gli animali che bevono quell’acqua muoiono e le persone che vengono a contatto con il liquido si riempiono di vesciche. C’è di più, in alcuni stabilimenti indiani della Coca-Cola veniva distribuita ai contadini una cenere bianca che spacciavano come fertilizzante, dopo aver sparso questa cenere, la terra non dava più frutti. Quando venne analizzato il “fertilizzante” della Coca-Cola dall’università di Exeter, risultò non solo che il materiale era inutile come fertilizzante ma conteneva anche livelli alti di metalli come piombo e cadmio. Nello stato del Kerala l’opposizione della popolazione nei confronti degli stabilimenti rossi e bianchi fu così pressante e coesa che la Coca-Cola dovette chiudere i battenti nel 2004.
In Colombia la situazione è più complessa, dopo una serie di uccisioni di sindacalisti del Sinaltrainal (sindacato dei lavoratori Coca-Cola) l’azienda è stata accusata di essere complice delle uccisioni fatte dai gruppi di paramilitari che stroncano ogni tentativo di miglioramento delle condizioni di lavoro, sebbene in tribunale non siano mai giunte prove a sufficienza a sostegno di questa tesi, una cosa è certa: la Coke non ha mai fatto nulla per salvaguardare la sicurezza dei “propri” lavoratori. Isidro Gil, uno dei sindacalisti uccisi dai paramilitari è diventato uno dei simboli principali della campagna Killer Coke, che ha come scopo la sensibilizzazione, il boicottaggio e la denuncia dei crimini della Coca-Cola.
Il Guatemala venne appoggiato dagli USA nell’instaurazione di una dittatura militare che causò 30 anni di guerra civile. Gli operai della Coca-Cola in Città del Guatemala, stanchi di turni di 12 ore e di essere pagati 2 dollari al giorno, quando cercarono di organizzare un sindacato, ricevettero una chiara risposta: 154 licenziamenti. Furono riassunti “tutelati” dalla legge, ma prima che il sindacato si formasse per scendere a patti con lo stabilimento, dovettero morire prima otto operai.
Anche in Turchia gli operai della Coke hanno avuto problemi ad organizzarsi in un sindacato, ma come ultimo caso ci spostiamo in Africa, precisamente in Sudafrica. L’azienda investì anche nello stato governato dall’apartheid (alla faccia delle pubblicità multirazziali) e ci volle l’intervento di Martin Luther King Jr, per spostare la fabbrica in Swaziland. Non passò molto tempo che la Coca-Cola tornò in Sudafrica finanziando la campagna elettorale di Nelson Mandela, una volta instaurato il nuovo governo, la Coca-Cola riprese i lavori.
E’ difficile riassumere la vastità di un tale fenomeno in poche righe(6), Coca-Cola è solo uno dei grandi marchi che si sono radicati nella nostra vita, un’invasione progressiva che passa quasi inosservata perché agisce sul piano del costume entrando a far parte di una “cultura globale” autoreferenziale che si propone come l’innovazione (nei centri urbani dell’India non è raro trovare cartelli che raffigurano lo stile di vita statunitense con scritto “come dovrebbe essere”) nascondendo sotto la sua ombra inquietanti retroscena. Globalizzazione e capitalismo sono parole che spaventano ma sotto la falsa luce della “libera scelta” siamo noi stessi che ogni giorno continuiamo (magari ignaramente) a favorire l’espandersi di questa infiltrazione.

Umberto Iacoviello

Note
(1)La Coca-Cola (battezzata così dal collaboratore di Pemberton, Frank Robinson) tra il 1906 e il 1911 non contenne né estratti dalla pianta di coca né noci di cola. Nel 1911 il chimico Harvey W. Wiley portò davanti un giudice la Coca-Cola ritenendola dannosa per la salute per l’eccessivo quantitativo di caffeina e per avere un nome fuorviante, proprio perché non conteneva né coca né cola. Dopo una magra figura dell’azienda (gli ispettori governativi verificarono una precaria condizione igienica trovando perfino tracce di insetti nella bibita) la Coca-Cola si impegnò a dimezzare la quantità di caffeina e ad aggiungere nuovamente le foglie di coca e le noci di cola.
(2)Candeler nel 1904 avrebbe guadagnato dalla vendita della bevanda 1.500.000 dollari.
(3)L’allora generale Dwight Eisenhower chiese 6.000.000 di bottigliette di Coca-Cola al mese durante la campagna d’Africa del 1943.
(4)Coca-Cola, Michael Blanding pag.165(Egea editore)
(5)La libertà di scelta è opinabile nel momento in cui questa bevanda ha lottato per entrare nelle scuole con i suoi distributori, spesso con contratti in esclusiva.” Alcune ricerche mostrano che i bambini di sei mesi sono già in grado di riconoscere un brand e quelli di tre anni, sanno espressamente richiederlo”( Coca-Cola, Michael Blanding pag. 102)
(6)Per chi volesse approfondire: Coca-Cola, Michael Blanding (Egea editore).

Legge elettorale. Lauricella:
Tempi ancora lunghi

Legge_elettorale_ItalicumSi procede a rilento sulla legge elettorale. Pare non ci sia più tanta fretta di giungere a un’intesa su un nuovo sistema. Alla Commissione Affari Costituzionali sono state presentate ad oggi ben 28 proposte di legge. Sembra improbabile che per il 27 marzo ci sia un testo pronto da presentare in Aula. Ne abbiamo parlato con l’onorevole del Pd Giuseppe Lauricella, professore di diritto costituzionale all’Università di Palermo.

Onorevole Lauricella dopo la sentenza della Consulta che ha modificato in parte l’italicum come si possono armonizzare le due leggi di Camera e Senato? Lei ha presentato una proposta di legge che va in questa direzione. Ci spiega perché?
GIUSEPPE-LAURICELLALa mia proposta di legge, presentata subito dopo l’esito del referendum costituzionale e prima della sentenza della Corte, coincide con i principi fatti salvi dalla Corte stessa. La proposta prevede l’estensione del sistema, già previsto per la Camera, al Senato: eliminazione del ballottaggio, premio di maggioranza, che viene assegnato alla lista che raggiunga il 40 per cento dei voti validi, sia alla Camera che al Senato, su base nazionale. Con tale soluzione, l’omogeneità, richiesta dal Presidente Mattarella e dalla Stessa sentenza della Corte costituzionale, verrebbe garantita. Infatti, se la lista raggiunge il 40 per cento in entrambe le elezioni di Camera e Senato, la maggioranza è omogenea. Se, invece, nessuna lista raggiunge tale risultato, i seggi vengono distribuiti proporzionalmente tra tutte le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento e, pertanto, la maggioranza di governo risulterà omogenea perché formata dalla stessa coalizione in entrambe le Camere. La mia proposta ha il pregio di non rinunciare all’idea maggioritaria e di prevedere il risultato proporzionale quale soluzione residuale.

Le due soglie di sbarramento da lei proposte non rendono farraginoso il sistema elettorale?
Le soglie di sbarramento presenti nei sistemi attualmente in vigore – 3 per cento su base nazionale per l’elezione della Camera e 8 per cento su base regionale per l’elezione del Senato – possono creare una disomogeneità certa. La mia proposta prevede la stessa soglia del 3 per cento, su base nazionale, per la Camera, mentre il 4 per cento, su base regionale, per il Senato. In tal modo, le forze presenti in una Camera corrisponderebbero a quelle del Senato, semplificando, anzi, agevolando il sistema.

Il 40 per cento per il premio di maggioranza non è un po’ troppo alto per poterlo raggiungere?
È alto se si fa riferimento alle forze e alla situazione politica di oggi. A parte il fatto che un sistema elettorale dovrebbe essere pensato per durare nel tempo e, dunque, prescindendo dalle esigenze di parte e contingenti, porre una soglia del 40 per cento per ottenere il premio di maggioranza è ragionevole per due ordini di fattori. In primo luogo, perché offre un livello di legittimazione adeguato in favore della forza politica che dovesse raggiungerla, atteso che persino la Corte costituzionale, nella recente sentenza, ha ritenuto tale misura (correlata al premio del 54 per cento dei seggi) “non manifestamente irragionevole”, quasi a voler dire che sotto tale misura potrebbero sorgere dubbi di costituzionalità. In secondo luogo, perché la possibilità di raggiungere tale soglia, può finire con il favorire la polarizzazione del voto, nel senso del c.d. “voto utile”, facendo aumentare la probabilità di raggiungerla. Non va, comunque, sottaciuta la proposta di prevedere anche il premio alla coalizione. È evidente che, in tale caso, la coalizione verrebbe formata prima delle elezioni, unicamente per avere maggiori possibilità di raggiungere la soglia e vincere le elezioni, con conseguenze già note nel rapporto tra maggioranza e governo. Ma se ciò serve ad agevolare la modifica della legge elettorale, mi sembra il male minore.

C’è anche un altro punto che non trova d’accordo molti parlamentari. I capilista bloccati. Si può intervenire per modificarlo?
Le critiche ai capilista bloccati mi sembrano un’ipocrisia. La stessa Corte ha affermato che tale scelta appartiene al potere che la Costituzione attribuisce ai partiti politici. In ogni caso, l’affidare ai partiti la scelta dei capilista bloccati non mi sembra più “lesiva” rispetto alla scelta dei capilista imposti dai partiti – e, dunque, di fatto, bloccati – fino agli inizi degli anni novanta, o ai candidati dei collegi “sicuri” dei collegi uninominali. I capilista bloccati sono previsti anche nella mia proposta: se non li avessi previsti, nessuno avrebbe preso in considerazione la proposta stessa. Ma il tema c’è e spero si possa risolvere. Ma non con le preferenze. Sembrerò politicamente scorretto, ma pensò che oggi le preferenze possono persino essere criminogene, perché rischiano di favorire non la qualità dei candidati ma la quantità dei detentori dei pacchetti di voti. Ritengo che le preferenze vadano superate, dando rilievo all’offerta politica di ciascuna forza politica, chiamata ad assumersi la responsabilità non solo per la proposta politica ma anche per la formazione delle liste, come, peraltro, è sempre avvenuto, tranne quando si è delegato alle c.d. “parlamentarie” o alla scelta via web. Le liste dovrebbero essere totalmente bloccate, come avviene in molti altri sistemi elettorali esteri, dove non si prevedono voti di preferenze. Sistema, peraltro, costituzionalmente legittimo, come di recente ribadito dalla stessa Corte costituzionale.

Tutto comunque è rinviato a dopo il congresso del PD non crede?
Penso che andrà proprio così. E mi sembra politicamente logico. D’altra parte, visto l’evolversi della situazione, non mi sembra che vi sia più neanche l’urgenza. Invece, spero che vi sia, in tempi ragionevoli, davvero la volontà di correggerla per rispondere all’esigenza di omogeneità manifestata dal Presidente della Repubblica e dalla Corte costituzionale. Diversamente, andremmo a votare con i sistemi vigenti, certamente disomogenei, che condurrebbero all’impossibilità di formare maggioranze omogenee e, dunque, ad un nuovo scioglimento delle Camere. Scenario che nessuno può sperare e che non si può consentire.

A proposito di congresso. Lei si è schierato con Orlando. Perché?
Credo che il Partito democratico abbia bisogno di un segretario che faccia il segretario e si dedichi a tempo pieno al Partito. Non ci possiamo più consentire un segretario che conquisti la segreteria come viatico per guidare il governo. Il Partito quale ponte per accedere al governo. Sarebbe, probabilmente, un colpo letale. Il Partito ha bisogno di essere ripensato, ricostruito, ristrutturato partendo dalla periferia, dal territorio. Tornare ad essere la sede del confronto, del dialogo, per costruire le scelte condivise, dal centro alla periferia. Ripensare alla partecipazione quotidiana e non solo nelle occasioni elettorali. Ecco, in questo senso credo che Orlando sia la scelta adeguata. Renzi avrebbe dovuto pensare ad un altro ticket: Orlando alla segreteria e lui al futuro governo. Il ticket con Martina mi fa sospettare che Renzi continui a non pensare a dedicarsi al Partito ma, piuttosto, a utilizzare il Partito per tornare al governo, lasciando Martina alla guida del Partito.
Dunque, voti Renzi ma ti ritrovi Martina segretario, artatamente legittimato dal ticket. Ma non presentato come segretario. Ecco perché per la segreteria scelgo Orlando, candidato per fare il segretario.

Ida Peritore

Carlo Rosselli. Le paralisi che portarono al fascismo

Carlo Rosselli e l’interpretazione del fascismo nel quadro di un socialismo liberale
-di Marcello Curci*

Il presente lavoro ripercorre le linee essenziali dell’interpretazione del fascismo elaborata da Carlo Rosselli (1899-1937) fra gli anni ’20 e ’30 del Novecento. L’analisi cercherà di evidenziare gli elementi di profonda rottura riguardanti origine e sviluppo del fenomeno fascista, collocando tali intuizioni nel più ampio contesto di rinnovamento del socialismo italiano costantemente portato avanti dal leader antifascista nel corso della sua vita.

Secessione_dell_AventinoLe origini del fascismo nel dopoguerra italiano e le responsabilità del socialismo

Nella cornice del dopoguerra italiano, dei disordini del Biennio rosso e dell’offensiva squadrista, il giovane Rosselli, che ha sperimentato in prima persona la guerra sull’onda dell’interventismo democratico e la successiva delusione per la sproporzione tra le attese e i risultati, incoraggiata anche dai comportamenti della classe dirigente liberale, inizia a collegare l’ascesa del fascismo, ancor prima della presa di potere, a una profonda crisi interna allo Stato liberale. Il fenomeno si configura fin dalle origini come prodotto «del trauma della guerra e [dell’] incapacità delle formazioni politiche tradizionali di comprendere le istanze dei combattenti» e Rosselli avverte «una corresponsabilità di tutti in quello che è accaduto, anche di chi si è subito opposto al fascismo»[1]. Tali responsabilità sono imputate al dissolvimento dello Stato nella gestione della crisi postbellica italiana –alla fase estenuata del giolittismo, alla politica di compromessi e di immobilismo-, ma anche ai comportamenti del socialismo, alfiere di un grande progetto di rinnovamento della società e tuttavia incapace di realizzare politicamente tale aspirazione.
Rosselli, che condivide un socialismo riformista e gradualista di ispirazione turatiana, ma anche critico e pragmatico sull’esempio di Salvemini, inizia così a interrogarsi sul legame che intercorre fra crisi del socialismo e affermazione del fascismo: un tentativo, questo, che prende vita nel contesto delle scissioni politiche fra socialisti e comunisti nell’autunno del ’21 e fra massimalisti e unitari in seno al Psi nel ’22.
Dalle pagine di Critica sociale, Rosselli denuncia la paralisi intellettuale del partito socialista, dovuta a una rigida adesione ideologica al marxismo, causa primaria dell’incomprensione della pericolosità del fascismo e del suo potere attrattivo nel disordine postbellico. Del marxismo professato dai socialisti egli critica due elementi: il formalismo dogmatico, che sostituisce il pensiero all’azione, tale per cui «un partito legato ad un corpo rigido di dottrine […] attaccato da una tribù di veloci predatori [i fascisti], risponde a destra quando già l’attacco si è spostato a sinistra»[2] e la cieca fede nel determinismo storico, che conduce a un’interpretazione univoca del fascismo, come pura reazione di classe all’ascesa del proletariato, con il risultato che «mentre gli uni pestavano, gli altri [i socialisti] strillavano che non v’era nulla da fare, che eravamo di fronte a un fenomeno internazionale, ad una crisi fisiologica propria del mondo capitalistico»[3].
Rosselli non rifiuta un’interpretazione che tenga conto anche della reazione di classe per spiegare il fascismo, purché si riconoscano le responsabilità del massimalismo, di quel linguaggio violento e al contempo sterile nel sostenere le rivendicazioni del proletariato, che spaventa parte della borghesia e la allontana, inverando la sua preferenza per la conservazione. D’altro canto, però, nemmeno il riformismo di Turati, conscio delle insidie del rivoluzionarismo, riesce ad arginarne la pericolosità: agli occhi di Rosselli, esso sacrifica la possibilità di ascendere alla guida del paese in nome di un disperato tentativo di mantenere l’unità del partito, con la conseguenza di facilitare la presa di potere di Mussolini.[4]
In un contesto così desolante, inizialmente Rosselli nutre la speranza che alcune frange della borghesia e gli intellettuali possano unirsi all’opposizione, prima che il fascismo si normalizzi nello Stato. Un’aspettativa comprensibile nell’ambito di una visione del fenomeno come sprofondamento valoriale generale, più che di classe, cui Rosselli crede si possa ancora opporre, sul piano morale, l’azione trainante di Matteotti e Salvemini, che egli eleva a guide spirituali di una possibile élite antifascista. [5]

«Perché fummo battuti?»

L’omicidio Matteotti del giugno 1924 e il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 imprimono un cambiamento qualitativo nel fascismo che, assimilandosi al morente Stato liberale, si fa regime e ammette pubblicamente le proprie responsabilità nell’uso della violenza. Per Rosselli si tratta di un vero e proprio spartiacque, che sancisce l’impossibilità di un’opposizione morale e legalitaria quale è il neocostituito fronte aventiniano. L’Aventino testimonia l’errata considerazione che il vecchio mondo dei partiti cresciuti nello Stato liberale riserva al fascismo, quella cioè di un fenomeno transitorio, ancora arginabile nonostante la progressiva soppressione delle libertà. Il vulnus aventiniano intensifica la sfiducia di Rosselli, ma costituisce anche una base per impostare la lotta antifascista in termini innovativi. Ne è prova la rivista Il Quarto Stato (1926), co-diretta con Pietro Nenni, originale tentativo di creare «qualcosa che fosse assieme struttura organizzativa per una lotta rivoluzionaria, organo ideale di rinnovamento culturale, piattaforma politica per un raggruppamento delle forze superstiti»[6], nell’ottica di un riavvicinamento fra riformisti e massimalisti.
Rosselli, di nuovo, inquadra le origini del fascismo a partire da una prospettiva socialista. Alla fatidica domanda «Perché fummo battuti?», egli risponde evidenziando la debolezza del sostrato economico, politico e culturale su cui il Partito socialista ha costruito la propria ascesa politica in Italia. Emerge così l’immagine di un paese capitalisticamente arretrato, nel quale è impensabile che il credo marxista possa attecchire spontaneamente fra le masse; ma, soprattutto, c’è l’idea di un paese che non ha mai sperimentato un’autentica lotta per la libertà su larga scala e l’affezione al metodo democratico. Su queste deboli basi, il Partito socialista poco ha fatto per rafforzare nelle masse una coscienza politica liberale, evitando riforme strutturali coraggiose ed adagiandosi sulle vittorie elettorali. «Così era fatale», conclude Rosselli, «che la classe lavoratrice, che nei paesi evoluti è giustamente la più vigile e interessata custode del metodo democratico, dovesse da noi assistere quasi inerte alla negazione di valori supremi che apparivano purtroppo estranei alla sua coscienza»[7]. L’interpretazione si fa dunque più complessa e salda la rinuncia alla politicizzazione delle masse con la storica passività italiana, elementi che spiegano la facilità con cui il fascismo è riuscito a prendere il potere e a consolidarsi.

Comprendere per superare: socialismo liberale

L’attività clandestina di Rosselli si interrompe nel 1926, con la cattura e la condanna al confino per aver organizzato la fuoriuscita di Turati, fino al 1929, anno della fuga in Francia.
In questo periodo egli ha modo di sistematizzare il proprio pensiero in Socialismo liberale, opera in cui l’ambizione di rinnovare in profondità il socialismo italiano passa anche attraverso la comprensione delle origini del fascismo[8]. Rosselli inserisce nuovamente il fenomeno in un contesto storico di lungo periodo: il Risorgimento, frutto dell’azione di minoranze organizzate, il breve tirocinio politico del movimento operaio, la concessione dall’alto del suffragio universale denotano l’assenza di movimenti di massa per la libertà e spiegano il crollo della debole impalcatura liberale al primo colpo. «Da questo punto di vista», spiega Rosselli, «il governo mussoliniano è tutt’altro che rivoluzionario»[9], in quanto fuoriuscito «dalle sedimentazioni nascoste della razza, dalle esperienze delle generazioni, […] quasi per esplosione, stimolato da un evidente interesse di classe, ma profondamente inciso da caratteri che sono indipendenti dai criteri di classe. […] Il fascismo va innestato sul sottosuolo italico»[10].
Rosselli individua nella pratica di un nuovo socialismo una possibile soluzione, indicando al movimento operaio un obiettivo di rinnovamento della società finalmente realizzabile. Riprendendo riflessioni risalenti alla frequentazione di Gobetti[11], egli si fa promotore di un socialismo senza Marx, con al centro l’individuo e il valore della libertà, lontano, dunque, da quell’aridità intellettuale che ha condotto prima alla disaffezione verso il partito da parte delle nuove generazioni, pragmatiche e volontaristiche, poi alla resa al fascismo in attesa di un fatale scontro di classe e della rivoluzione.
Per Rosselli socialismo liberale non è un ossimoro, ma l’ultima concretizzazione storica di quella tradizione politica liberale un tempo associata al mondo borghese, oggi identificabile con il socialismo, che appunto «colto nel suo aspetto essenziale, è l’attuazione progressiva della idea di libertà e giustizia tra gli uomini»[12]. Il liberalismo come fine implica una missione di educazione a un sentimento di libertà che va costruito nella coscienza delle persone, esortando le masse a combattere per la propria emancipazione hic et nunc, non in un incerto futuro postrivoluzionario.
La riscossa del socialismo inizia perciò sul piano etico, là dove può dimostrare l’abisso che lo separa dal fascismo, che «è quasi del tutto sfornito di valori costruttivi», avendo esso piuttosto «un valore di esperienza, di rivelazione degli italiani agli italiani»[13]. Ma a fianco all’ideale, Rosselli pone il realismo della battaglia: il metodo liberale, che è rispetto delle regole democratiche e rifiuto della violenza, autorizza il popolo a una lotta rivoluzionaria contro il fascismo, proprio perché esso «è, prima e soprattutto, antiliberalismo»[14].

«Giustizia e Libertà» movimento rivoluzionario dell’antifascismo

«Giustizia e Libertà» (GL) nasce a Parigi nel 1929, ad opera di Rosselli e di altri esuli antifascisti, fra cui Emilio Lussu, fuggito con lui da Lipari, e Alberto Tarchiani. Dal 1931 al 1934 GL è rappresentante in Italia della Concentrazione antifascista, cartello guidato dal ricostituito Psi, dal Partito repubblicano e dalla Lega dei diritti dell’uomo. GL è formazione inedita nel panorama antifascista, perché «nel fascismo vede il fatto centrale, la novità tremenda del nostro tempo, e perché la sua opposizione deriva […] da una volontà di liberazione che si sprigiona dallo stesso mondo fascista»[15].Carlo_Rosselli_1
La centralità del fascismo implica una rottura con il passato, una «rivolta contro gli uomini, la mentalità, i metodi del mondo politico prefascista, responsabile della fine miserabile dell’Aventino»[16]. Una nuova strategia, dunque, che richiede anche azioni violente ed esemplari in Italia per favorire l’insurrezione delle masse; un’alleanza trasversale, aperta a tutto l’arco antifascista, meno inizialmente ai comunisti, troppo assorbiti dall’impegno a sostituire l’attuale dittatura con un’altra; un programma rivoluzionario postfascista, di rifondazione del paese, che miri all’edificazione di una repubblica socialista, legittimata da un’Assemblea costituente e centrata sui lavoratori[17].
Per Rosselli l’organizzazione di GL in movimento anziché in partito è una necessità imposta dallo stesso fascismo: l’azione partitica è infatti possibile solo in un regime liberale plurale, che cioè garantisca la competizione politica, e il fascismo è partito unico che non ammette concorrenti e la libera competizione tra culture diverse[18]. Esso, anzi, è partito che diventa Stato dittatoriale, anti-individualista e totale, ultima concretizzazione di un lungo processo storico che ha portato lo Stato a inglobare la società[19]. Rosselli coglie i caratteri inediti di uno statalismo pervasivo in cui l’unica alternativa per opporsi è diventare antistato, forza dinamica «infinitamente più efficace […] di un partito alla vecchia maniera, rigido, settario, geloso, obbligato alla coerenza»[20].
L’abbandono della forma del partito, tuttavia, è anche funzionale a mitigare il classismo delle forze di sinistra e ad estendere il messaggio di riscossa a tutte le «classi lavoratrici, che comprendevano oltre ai salariati industriali e agricoli, gli artigiani indipendenti, i piccoli commercianti, i piccoli proprietari agrari e gli intellettuali»[21]. Elemento, questo, che insieme ai metodi anticonvenzionali di GL, attira le critiche del cartello concentrazionista, fino all’inevitabile rottura del 1934.
È onnipresente, a fianco all’organizzazione della lotta, il tentativo di comprendere l’evoluzione del fascismo negli anni Trenta, compito affidato alle pubblicazioni di GL (i Quaderni e il settimanale).
L’avvento del nazismo in Germania trasforma il fascismo in questione europea. Nel suo passaggio ad un paese strutturalmente più avanzato, il fascismo manifesta di nuovo i suoi caratteri di rivelazione di un mondo al collasso, come testimonia la pochezza dell’opposizione comunista e socialdemocratica tedesca. Al contempo, però, Rosselli intuisce una pericolosa superiorità rispetto a Mussolini da parte di Hitler, capace di conquistare rapidamente il paese e di toccare straordinariamente la coscienza delle masse mediante il mito del pangermanesimo e la vendetta per la pace di Versailles[22].
Di fronte a tali sviluppi, Rosselli avverte l’inutilità della politica di disarmo predicata dalla diplomazia e dalla sinistra europea. La guerra sta per tornare in Europa[23] e la presunta stanchezza dei popoli può essere facilmente superata dal fanatismo con cui i due regimi mobilitano le masse. Unica soluzione è dunque una guerra preventiva che GL è pronta a guidare in Italia e nel continente, «una politica attivissima, combattiva, provocante contro i regimi fascisti»[24].

Fascismo fra rivoluzione e guerra

A partire dal ’34, Rosselli conduce un’analisi volta a smascherare gli elementi pseudorivoluzionari insiti nel fascismo italiano. È questa un’operazione cruciale per individuare finalmente l’essenza del fenomeno, e per riuscirvi Rosselli riflette parallelamente su politica interna ed estera del regime.
Il mito corporativo diventa un bersaglio costante della sua critica.[25] La Carta del lavoro, il Consiglio nazionale, la Camera delle corporazioni e il sindacalismo fascista formano una cortina demagogica che nasconde l’accentramento del potere in atto e l’abolizione dei diritti dei lavoratori: è la chiara immagine di «una pseudorivoluzione che undici anni dopo il suo prorompere cerca ancora disperatamente il suo ubi consistam, la sua ragione d’essere di fronte alla storia»[26].
Le promesse di un nuovo mondo, tuttavia, trovano fervidi seguaci nella gioventù fascista, che attende impaziente la rivoluzione, ora che il regime è diventato padrone indiscusso del paese e ha liquidato le opposizioni. L’incapacità viscerale del fascismo di dare voce alla sua corrente rivoluzionaria deriva dal patto con le forze conservatrici che ne hanno permesso l’ascesa al potere:

Gli industriali, spaventati da queste voci [sulla rivoluzione corporativa], erano andati da Mussolini. […] gli avevano detto che le riforme di cui si parlava avrebbero compromesso la già instabile situazione dell’industria esportatrice. E Mussolini cedette.[27]

In questo contesto critico, l’organizzazione della guerra in Etiopia (1935-36) è un espediente per mettere «a tacere la corrente giovane, […] scaraventandola in Africa»[28]. È questo il motivo profondo, anche se non certo l’unico, addotto da Rosselli per spiegare le origini del conflitto[29]. Nello scontro fra regime e movimento, dunque, la prima forza trionfa in nome di un patto per il potere. Un meccanismo, questo, che egli vede operare anche nel nazismo, sebbene in modo più cruento e immediato, come dimostra il massacro del gruppo a sinistra del partito durante la «Notte dei lunghi coltelli»[30].
Sconfessate le pretese rivoluzionarie, resta dunque l’essenza del fascismo: un moto incessante, un dinamismo distruttivo, eversivo, che estenderà la guerra all’intera Europa.

Tutto nel fascismo è guerra: l’origine, la mentalità, la filosofia, la politica, l’economia, la tattica, l’organizzazione, il vocabolario. Dal 1925 il fascismo non ha fatto che preparare la guerra, anche se non questa guerra [quella abissina]. Invece che di rivoluzione in permanenza si deve parlare di guerra in permanenza.[31]

La vacuità delle pretese democratiche di mantenimento della pace diventa evidente: il fascismo non può accettare tregua se non snaturandosi, perché è Stato totale che non riconosce l’esistenza di confini e il rispetto della comunità internazionale. La facilità con cui i regimi fascisti intervengono negli affari internazionali degli anni ’30 (Etiopia, Austria, Spagna), evidenzia chiaramente una crisi delle potenze democratiche europee, prime fra tutte Inghilterra e Francia: sono regimi incapaci di una politica decisa e di far rispettare gli accordi di disarmo raggiunti nelle sedi della diplomazia; esprimono la crisi di un mondo corrotto, mosso dal mero egoismo nazionale e guidato da classi dirigenti mediocri e transazioniste, come testimonia la rimozione delle sanzioni all’Italia impegnata in Etiopia da parte della Società delle Nazioni.[32]. Nelle amare parole di Rosselli sta tutta la consapevolezza del fallimento della democrazia, come ideale e come forma di governo: essa ha incubato il fascismo e ora ne concede l’espansione.

Alla radice di questa tragedia europea […] troviamo il collasso di un vecchio mondo, l’infrollimento delle classi dirigenti occidentali, il tramonto di ideali che, a forza di essere elusi o ipocritamente applicati o richiamati, sono diventati frusti e falsi. Il fascismo è il figlio della democrazia corrotta e infrollita. E da bravo figlio seppellisce il padre.[33]

Prodotto di una democrazia malata, il fascismo si fa strada in un vuoto di valori, cui oppone una visione alternativa del mondo che, pur non sapendo essere autenticamente rivoluzionaria, ne offre un feticcio, perché accompagnata da un’azione aggressiva e da un’ideologia, per quanto negativa, pur sempre viva a confronto con la sterile politica europea dello status quo.
Per combattere il bellicismo fascista anche su un piano di principi, le forze di sinistra necessitano di rimediare alla frammentazione che ne ha permesso la sconfitta in passato. Nel biennio 1936-37 Rosselli lavora dunque all’unificazione politica del proletariato italiano, da realizzare attraverso una formazione per la prima volta esplicitamente aperta anche ai comunisti. L’ultimo Rosselli conosce senz’altro una radicalizzazione a sinistra[34], come testimoniano l’enfasi sul proletariato, unica classe in grado di costruire un futuro postfascista e il tono apertamente rivoluzionario con cui egli descrive l’attuazione del programma di GL[35]. Un cambiamento comprensibile alla luce dei ripetuti successi fascisti, ma anche della partecipazione diretta di Rosselli alla guerra civile spagnola, che gli permette di riflettere sull’importanza dell’unità d’intenti della coalizione repubblicana[36].
Certo il richiamo alla coesione sotto forma di partito e il riferimento di classe tradiscono una rivisitazione delle posizioni precedenti, che Salvemini, ad esempio, non manca di sottolineare nella sua fitta corrispondenza con Rosselli[37]. Tuttavia, anche in questo contesto, la prospettiva di unità proletaria non concede nulla al passato ed è intesa in termini assolutamente originali rispetto alla rigidità del partito classico. La nuova formazione, infatti,

dovrà essere, più che un partito in senso stretto, una larga forza sociale, una sorta di anticipazione della società futura, di microcosmo sociale, con la sua organizzazione di combattimento, ma anche con la sua vita intellettuale.[38]

Una sorta di prefigurazione della Resistenza, più che del Fronte popolare.

Conclusioni

L’analisi del fascismo di Rosselli si caratterizza per la capacità di affrontare il fenomeno da un punto di vista multidimensionale. Ne deriva un’interpretazione complessa e di lungo periodo che, attraverso intuizioni originarie e aggiustamenti successivi, non concede mai nulla a una visione parentetica o accidentale del fenomeno, comune sia ai contemporanei sia a parte della storiografia successiva. È un’interpretazione che assume il fascismo come fatto centrale della contemporaneità, ne avverte i caratteri innovativi, ma anche i profondi legami con il vecchio mondo da cui esso è scaturito, comprendendo che la vulnerabilità degli assetti democratici tanto italiani quanto europei ha giocato un ruolo fondamentale nella sua formazione. Si tratta, infine, di una riflessione che procede costantemente su un duplice binario, sebbene con esiti non sempre coerenti: quello morale, che investe l’ambito valoriale della politica, e quello dell’azione, che mira all’intervento diretto nella realtà per modificarla radicalmente. Operazione, questa, che consente di superare il presente e di prospettare anche un nuovo mondo postfascista.


*Marcello Curci ha conseguito la laurea triennale in Studi europei e internazionali presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Trento nel 2013. Attualmente sta ultimando la sua specializzazione in Scienze del governo presso il Dipartimento di Cultura, Politica e Società dell’Università di Torino, approfondendo problemi legati all’amministrazione, alle politiche pubbliche e in generale all’intervento delle istituzioni nazionali e sovranazionali, con particolare attenzione all’operato dell’Unione europea. Il presente elaborato è stato realizzato nel contesto di un corso di “Storia dei partiti e dei movimenti politici” presso l’ateneo torinese.

[1] N. Tranfaglia, Carlo Rosselli e il sogno di una democrazia sociale moderna, Dalai, Milano 2010, p. 106.
[2] C. Rosselli, La crisi intellettuale del partito socialista, in Id., Socialismo liberale, a cura di J. Rosselli, prefazione di A. Garosci, Einaudi, Torino 1973, p. 91.
[3] Ibidem.
[4] Per le responsabilità delle due correnti nell’ascesa del fascismo cfr. C. Rosselli, Filippo Turati e il socialismo italiano, in Id., Scritti dell’esilio. I. «Giustizia e Libertà» e la Concentrazione antifascista (1929-1934), a cura di C. Casucci, Einaudi, Torino 1988, in part. pp. 125-133.
[5] Sul punto cfr. N. Tranfaglia, Carlo Rosselli cit. e Fra le righe. Carteggio fra Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini, a cura di E. Signori, Angeli, Milano 2010, in part. lettere n. 2 e n. 3, pp. 96-106.
[6] A. Garosci, Prefazione in C. Rosselli, Socialismo liberale cit., p. LXXVIII.
[7] C. Rosselli, Autocritica, in Id., Socialismo liberale cit., p. 131.
[8] Per quanto segue cfr. il capitolo intitolato La lotta per la libertà.
[9] C. Rosselli, Socialismo liberale, in Id., Socialismo liberale cit., p. 457.
[10] Ivi, pp. 461-62.
[11] Cfr. Liberalismo socialista, in Id., Socialismo liberale cit.
[12] C. Rosselli, Socialismo liberale, in Id., Socialismo liberale cit., p. 427.
[13] Ivi, p. 470.
[14] Ivi, pp. 467-68.
[15] C. Rosselli, Per l’unificazione politica del proletariato italiano. «Giustizia e Libertà», in Id., Scritti dell’esilio. II. Dallo scioglimento della Concentrazione antifascista alla guerra di Spagna (1934-1937), a cura di C. Casucci, Einaudi, Torino 1992, p. 530.
[16] Ivi, p. 531.
[17] Cfr. Schema di programma, in C. Rosselli, Scritti dell’esilio I cit., pp. 301-6.
[18] Cfr. Pro o contro il partito, in Id., Scritti dell’esilio I cit., pp. 215-225.
[19] Cfr. Contro lo Stato, in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp. 42-45.
[20] Id., Pro o contro il partito, in Id., Scritti dell’esilio I cit., p. 223.
[21] C. Casucci, Prefazione, in C. Rosselli, Scritti dell’esilio I cit., p. XIX.
[22] Id., Italia e Europa, in Id., Scritti dell’esilio I cit., p. 209.
[23] Cfr. La guerra che torna, in Id., Scritti dell’esilio I cit., pp. 250-58.
[24] Id., La polemica sulla guerra e sull’iniziativa rivoluzionaria, in Id., Scritti dell’esilio I cit., p. 262.
[25] Cfr. Corporazione e rivoluzione in Id., Scritti dell’esilio I cit., e La bandiera del nulla in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp. 274-284.
[26] Id., Corporazione e rivoluzione, in Id., Scritti dell’esilio I cit., pp. 282-83.
[27] Id., Mussolini e i giovani, in Id., Scritti dell’esilio II cit., p. 203.
[28] Ivi, p. 204.
[29] Per un’analisi delle altre cause cfr. Perché siamo contro la guerra d’Africa, in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp. 123-27.
[30] Di cui Rosselli tratta in Depravazione e sangue, in Id., Scritti dell’esilio II cit.
[31] Id., Fascismo in guerra, in Id., Scritti dell’esilio II cit., p. 278.
[32] Cfr. Fronte popolare e Stato totalitario, in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp. 380-84.
[33] Id., Come vince il fascismo, in Id., Scritti dell’esilio II cit., p. 133.
[34] Sul punto cfr. N. Tranfaglia, Carlo Rosselli cit., in part. pp. 352-56.
[35] Cfr. Fra le righe cit., in part. lettera n. 81, pp. 254-59.
[36] Cfr. C. Rosselli, Oggi in Spagna, domani in Italia, in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp.- 424-28.
[37] Cfr. Fra le righe cit., in part. lettere n. 50 e n. 89, pp. 207-10 e pp. 272-75.
[38] C. Rosselli, Per l’unificazione politica cit., in Id., Scritti dell’esilio II cit., p. 337.

Book Pride. Torna la Fiera dell’editoria indipendente

fiera nazionaleDal 24 al 26 marzo 2017 torna a Milano BOOK PRIDE, la fiera degli editori indipendenti, per la sua terza edizione, che si svolgerà negli spazi dell’Ex Ansaldo. Il cuore della fiera sarà nuovamente BASE, il nuovo polo culturale della città di Milano, a cui si affiancano le sale del MUDEC, il Museo delle Culture. BOOK PRIDE è organizzato da Odei, Osservatorio degli editori indipendenti, in collaborazione con il Comune di Milano.
Dopo il grande successo di pubblico dell’edizione 2016 che ha registrato oltre 30.000 presenze, la terza edizione di BOOK PRIDE si annuncia ancora più partecipata e ricca di espositori, eventi, ospiti, con oltre 200 case editrici e più di 160 stand. Circoli di lettori, librerie indipendenti, biblioteche, saranno protagonisti, insieme agli editori indipendenti, di centinaia di incontri che per 3 giorni coinvolgeranno la città.
Gran parte degli spazi dell’ex Ansaldo saranno infatti sede di laboratori, presentazioni di libri ed eventi culturali. Tornerà anche BOOK YOUNG, lo spazio dedicato ai piccoli lettori, che nell’edizione precedente ha avuto un boom di partecipazione. Nei giorni della fiera non mancherà BOOK PRIDE OFF, con incontri e iniziative da Verso Libri e in altre librerie, grazie alla collaborazione con la LIM (Librerie Indipendenti Milanesi).
Il tema 2017: Lo straniero Il fil rouge che attraversa BOOK PRIDE 2017 è il tema dello straniero, figura di una diversità che non permette indifferenza, come ci ricorda Meursault, lo Stranier o di Albert Camus, che nelle sue ultime ore in prigione si apre per la prima volta alla «dolce indifferenza del mondo», negata, per definizione, a chi è e si sente diverso. Suddivisa in macro aree tematiche (letteratura, attualità, idee) che convocano grandi personalità e protagonisti emergenti, questa edizione prevede confronti, dibattiti, incontri a due perché la diversità si faccia dialettica e il breve tratto di un palco sia già di per sé segno di coesistenza e pluralismo.
BOOK PRIDE 2017 accoglie lo straniero, aprendosi alle differenze del mondo; un’apertura che è il metro sicuro di ogni vera indipendenza.
Programma
L’INAUGURAZIONE è prevista venerdì 24 marzo alle 15.00 (Sala A, BASE) alla presenza del Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, dell’Assessore alla Cultura del Comune di Milano Filippo Del Corno, e di Gino Iacobelli, Presidente di ODEI. A seguire, alle18.30, la voce, cosmopolita, anticonformista e profonda di Moni Ovadia, ci accompagnerà in un viaggio alla scoperta dello straniero, partendo dalle parole di Franz Rosenzweig, Yulia Kristeva e Albert Camus.
Fra gli INCONTRI principali direttamente a cura di BOOK PRIDE, un dibattito sui sessant’anni di trattati europei visti da scrittori, lettori, librai e uomini e donne di cultura, con la partecipazione di David Sassoli (venerdì 24 marzo, ore 10.30);
Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio parlano di Mani pulite in occasione del venticinquesimo anniversario dell’inchiesta giudiziaria che ha decretato la fine della prima repubblica (domenica 26 marzo, ore 17);
Goffredo Fofi e Giorgio Fontana in dialogo sullo Straniero (domenica 26 marzo, ore 18); una riflessione sull’America post-Trump di Furio Colombo e Antonio Padellaro (sabato 25 marzo, ore 12);
Banditi di carta con Massimo Carlotto, Alessandro Robecchi e Luca Crovi (sabato 25 marzo, ore 16);
Io, nessuno e centomila. La scrittura del sé e la scrittura del reale, un dialogo tra
Wu Ming2 e Alberto Rollo (sabato 25 marzo, ore 17);
Cosa può insegnarci la tradizione ebraica sui rapporti possibi li con Lo Straniero? con il Rabbino Roberto della Rocca e Stefano Levi Della Torre (domenica 26 marzo, ore 12);
Mostri libreschi e libri mostruosi sul genere fantastico con Vanni Santoni e il disegnatore Luigi Serafini, creatore del celebrato ed enigmatico Codex Seraphinianus (domenica 26 marzo, ore 12); un incontro sul grande esodo e sulle migrazioni con il giornalista tedesco Wolfgang Bauer (domenica 26 marzo, ore 16); un approfondimento sul concetto di Frontiera con Franco Farinelli (domenica 26 marzo, ore 12), e su quello di Cittadinanza con Sara Farolfi e Daniele Giglioli (sabato 25 marzo, ore 12); una conversazione tra gli artisti Adrian Paci e Beatrice Catanzaro sul ruolo di denuncia della produzione artistica (sabato 25 marzo, ore 12); un incontro per conoscere il fenomeno della letteratura della migrazione in lin gua italiana con Pap Khouma e Cheikh Tidiane Gaye (s abato 25 marzo, ore 17); un incontro su due geniali poliglotti a confronto, Samuel Beckett e Vladimir Nabokov, con Gabriele Frasca e Serena Vitale (sabato 25 marzo, ore 17). Infine Liu Zhenyun, scrittore e sceneggiatore cinese di fama internazionale, che in occasione della sua visita all’Istituto Confucio sarà ospite di BOOK PRIDE per incontrare i suoi lettori (domenica 26 marzo, ore 15).
Sono previsti anche quest’anno una serie di INCONTRI professionali dedicati soprattutto a editori, librai e operatori della filiera, fra i quali il focus sul rapporto tra gli italiani e la letteratura e sullo stato di salute di quest’ultima secondo i dati Istat, con Francesca Brait ed Elisabetta Del Bufalo (sabato 25 marzo, ore 11); un punto sul percorso verso una nuova legge sul libro che vede un ampio fronte di librai ed editori che chiedono la revisione della legge Levi sul prezzo del libro per difendere la bibliodiversità e adeguare la nostra legislatura a q uella degli altri paesi europei (venerdì 24 marzo, ore 17); un incontro sulle prospettive della rappresentanza di editori e librai, con Cristina Giussani (Sil), Fabio Masi (libraio) e Marco Zapparoli (domenica 26 marzo, ore 12); una riflessione sulla nuova vita delle librerie indipendenti con Angela di Biaso (Messaggerie) e alcuni rappresentanti di librerie indipendenti (domenica 26 marzo, ore 16); le storie e le idee di Letti di notte e Italian Book Challenge e le vie della promozione della lettura (domenica 26 marzo, ore 14). Numerosi infine gli INCONTRI organizzati dalle case editrici indipendenti presenti a BOOK PRIDE, tra i quali la questione razziale secondo Ta-Nehisi Coates con Fabio Deotto (Codice Edizioni, venerdì 24 marzo, ore 18); una presentazione de La figlia femmina di Anna Giurickovic Dato (Fazi, venerdì 24 marzo, ore 20); Gianni Passavini presenta Porno di carta, l’avventurosa storia di Saro Balsamo, l’editore che diede l’hardcore all’Italia con le riviste Men e Le Ore (Iacobelli Editore, sabato 25 marzo, ore 12); una presentazione di Mash, libro culto dello scrittore americano Richard Hooker che ha ispirato gli omonimi film e serie tv, con Marco Rossari e Federico Baccomo (SUR, sabato 25 marzo, ore 14); Bruno Gambarotta presenta Non si piange sul latte macchiato con Massimo Cirri (Manni Editori, sabato 25, marzo ore 12); L’Iran Svelato. Da Stato canaglia a grande opportunità. Le verità nascoste (ci) sulla nuova Persia di Fabrizio Cassinelli (Cdg– Centro di documentazione giornalistica, sabato 25 marzo, ore 11); 1977, quarant’anni dopo, presentazione del romanzo La guerra è finita e del saggio I sogni e gli spari con i rispettivi autori Lucia Guarano ed Emiliano Sbaraglia (Round Robin, sabato 25 marzo, ore 15); la presentazione di Requiem per un’ ombra di Mario Pistacch io e Laura Toffanello (66thand2nd, sabato 25 marzo, ore 15); una riflessione a partire da Dead Zone d i Philip Lymbery , inchiesta sugli allevamenti intensivi e sui falsi miti dei sistemi di produzione industriali (Nutrimenti, sabato 25 marzo, ore 17); Franco La Cecla presenta il suo Manuale di autodifesa per viaggiatori: jet lag (Meltemi, sabato 25 marzo, ore 18); un incontro con Wu Ming 2, Ivan Brentani e Maurizio Landini (segretario nazionale Fiom) su come la letteratura scritta dai protagonisti in carne e ossa può spiegare cinquant’anni di trasformazioni del lavoro, in occasione dell’uscita del libro Meccanoscritto, nato dal ritrovamento di racconti scritti per un concorso letterario per operai indetto negli anni Sessanta da Luciano Bianciardi (Alegre, sabato 25 marzo, ore 18.30); l’incontro performance di Marco Rossari dedicato a Bob Dylan. Il fantasma dell’elettricità (add editore, sabato 25 marzo, ore 15); Massimo Cuomo presenta il romanzo Bellissimo mentre Massimo Canuti Le coincidenze dell’ estate (edizioni e/o, sabato 25 marzo, ore 19); in ricordo della figura di Primo Moroni e dei quarant’ anni dell’occupazione autogestita del Conchetta, Oreste Scalzone racconta il suo ’77 e poi … (Mimesis, sabato 25 marzo, ore 19); la presentazione di L’Alleanza dei corpi di Judith Butler con il curatore del libro Federico Zappino e la filosofa Cristina Morini (Nottetempo, sabato 25 marzo, ore 19); Non cercare di spiegarmi la poesia, reading di e con Manuela Dago, Marco Mantello e Roberto Canella (Sartoria Utopia, sabato 25 marzo, ore 19); Attacco all’arte. La bellezza negata di Simona Maggiorelli (L’asino d ’oro, domenica 26 marzo, ore 13); un omaggio a Giovanni Arpino in occasione dei 90 anni dalla nascita (Lindau, domenica 26 marzo, ore 13); minimum fax presenta in anteprima le novità grafiche ed editoriali della casa editrice, intervengono Luca Briasco , Daniele di Gennaro , Giorgio Gianotto e Patrizio Marin (domenica 26 marzo, ore 13); un dialogo tra Tito Faraci , Vanni Santoni e Jacopo Nacci, autore della Guida ai Super Robot. L’animazione robotica giapponese 1972-1980 (Odoya, domenica 26 marzo, ore 14); La mia prima volta con De André, un incontro con parole e musica dedicato al cantautore genovese (Ibis Edizioni, domenica 26 marzo, ore 15); l’autore Piero Cipriano e il cantautore Pierpaolo Capovilla dialogano sui temi della pratica psichiatrica e sui servizi di salute mentale, rileggendo brani della Trilogia della riluttanza (Eleuthera, domenica 26 marzo, ore 17); una presentazione del libro Dentro la sera. Conversazioni sulla scrittura di Giuseppe Pontiggia (Belleville Editore, venerdì 24 marzo, ore 19) ; Wolfgang Bauer presenta in compagnia della giornalista Viviana Mazza Le ragazze rapite: Boko Haram e il terrore nel cuore dell’Africa (laNuovafrontiera, domenica 26 marzo, ore 17); Lars Gustafsson, un filosofo alle prese con il giocattolo della lettera tura, Emilia Lodigiani, Marta Morazzon, Alessandra Iadicicco e Alessandro Zaccuri ricordano lo scrittore e drammaturgo svedese a un anno dalla scomparsa (Iperborea, domenica 26 marzo, ore 18). Con il patrocinio del Consolato Svizzero e in collaborazione con Pro Helvetia, in programma anche alcuni incontri dedicati ai maggiori rappresentanti della letteratura svizzera, fra gli altri Hermann Bürger, scrittore ossessivo e geniale, (L’Orma Editore); i grandi classici Frisch e (Del Vecchio editore) ; Oscar Peer (Casagrande Edizioni); Urs Widmer (Keller editore). Per i più piccoli lo spazio BOOK YOUNG , dedicato alle produzioni dell’editoria indipendente per ragazzi e a laboratori per bambini, in collaborazione con Babalibri, Beisler Editore, Carthusia Edizioni, Edizioni Curci, Editoriale Scienza, Edizioni Corsare, Fasi di Luna, Gallucci Editore, Il Castoro, Terre di mezzo Editore e Uovonero. Per la terza edizione di BOOK PRIDE, Belleville La Scuola, bookabook, BASE Milano e ODEI lanciano un concorso letterario sui generis, che premia l’efficacia nella presentazione di un progetto editoriale e l’intraprendenza degli autori. Obiettivo del concorso: dare la possibilità a scrittori esordienti, o aspiranti tali, di confrontarsi con il mercato del libro attraverso un pitch della propria opera ad agenti letterari. I laboratori di traduzione Anche quest’anno BOOK PRIDE accende i riflettori sul tema della traduzione occasione con la firma del protocollo d’intesa Le buone pratiche per un’editoria sana tra ODEI (Osservatorio degli editori indipendenti) e STradE (Sindacato traduttori editoriali), grazie al quale sono state delineate le linee guida per un rapporto etico tra editori e traduttori. Nel 2017 l’attenzione si sposterà dai professionisti a chi vuole avvicinarsi al lavoro del tradutt ore attraverso tre laboratori di traduzione, in occasione dei quali sarà possibile cimentarsi con la trad uzione di brevi brani tratti da volumi di prossima pubblicazione: il laboratorio di sp agnolo con Juan José Saer e il suo Le nuvole (laNuovafrontiera ) insieme a Gina Maneri (venerdì 24 marzo) ; il laboratorio di inglese con Evie Wild , All the birds, Singing (Safarà Editore) e Monica Pareschi (sabato 25 marzo ); e infine quello di francese su Julien Green, Vertigine (Nutrimenti), in compagnia di Giuseppe Girimonti Greco (domenica 26 marzo). Fanta-book Dopo il successo dello scorso anno, torna il fanta-book, il gioco promosso da ODEI con il quale tutti i visitatori di BOOK PRIDE potranno cimentarsi, divent ando editori per un giorno. Book Pride on the road L’orgoglio dell’editoria indipendente cresce e si mette in viaggio per l’Italia. Il primo appuntamento è in programma a Genova per tre giorni di incontri con gli autori, dibattiti, letture (Palazzo Ducale 20 -22 ottobre 2017 ).
L’ingresso per il pubblico è gratuito.
Venerdì 24 marzo ore 14.00-21.00 Sabato 25 marzo ore 10.00-21.00 Domenica 26 marzo ore 10.00-20.00
Segreteria organizzativa: fiera@bookpride.net | tel. 0697618188 | www.bookpride.net facebook: https://www.facebook.com/bookpride2 | twitter: https://twitter.com/bookpride2 Organizzazione: ODEI (Osservatorio Degli Editori Indipendenti) info@odei.it | info@bookpride.net BASE Milano Via Bergognone 34 – Milano.
È il progetto per la cultura e la creatività che ha visto r inascere e restituire alla città gli storici spazi dell’ex Ansaldo come luogo di produzione culturale, sperimentazione e condivisione grazie ad Arci Milano, Avanzi, esterni, h+, Make a Cube³ con il Comune di  ilano e il sostegno di Fondazione Cariplo. BASE Milano è un esperimento d’innovazione e contaminazione culturale tra Arte, Creatività, Impresa, Tecnologia e Welfare, che si traduce oggi nel coworking burò, nella lounge e bar sempre aperti, casaBASE, la nuova foresteria-residenza, gli sp azi per mostre ed eventi temporanei, un auditorium e una zona organizzata come una kunsthal le con laboratori, workshop, un’area falegnameria. MUDEC – Museo delle Culture Via Tortona, 56 – Milano Il MUDEC, Museo delle Culture di Milano, è un centro dedicato alla ricerca interdisciplinare sulle culture del mondo, dove a partire dalle collezioni etnografiche e in collaborazione con le nostre comunità, si intende costruire un luogo di dialogo attor o ai temi della contemporaneità attraverso le arti visive, performative e sonore, il design e il costume.  

Internazionale Socialista. Locatelli vicepresidente

locatelli isPia Locatelli è stata eletta all’unanimità vicepresidente dell’Internazionale Socialista. La decisione è stata presa nel corso del XXV Congresso dell’Internazionale Socialista “For a world in peace, with solidarity and equality”, che si svolge a Cartagena in Colombia.

Al Congresso, i cui lavori si concluderanno domani, sabato 4 marzo, partecipano oltre 350 delegati, provenienti da 85 partiti membri.
Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e presidente del Comitato Diritti umani, che ha ricoperto la carica di presidente dell’Internazionale socialista Donne dal 2003 al 2012 e da allora ne è Presidente onoraria, è la prima donna italiana ad accedere alla vicepresidenza. Tra gli anni ’80 e ’90 l’incarico è stato lungamente ricoperto dal leader socialista Bettino Craxi mentre negli ultimi due congressi (2003-2008) è stato eletto vicepresidente Massimo D’Alema.

I lavori sono stati aperti dal presidente in carica, il greco George Papandreou, e dall’intervento del presidente colombiano Juan Manuel Santos. Il Congresso a Cartagena è anche un segno di riconoscimento per il successo nel negoziato di pace tra il governo colombiano e le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) che ha messo fino a 50 anni di guerra civile. Un negoziato però che non ha avuto ancora fine perché l’accordo è stato bocciato, seppure per pochissimi voti di differenza, in un referendum che si è tenuto l’anno scorso. E il tema della ‘pace’ è al centro di questo Congresso. Ne abbiamo parlato con Pia Locatelli.

Nel tuo intervento davanti ai delegati hai fatto riferimento a Boutros Ghali e al problema di garantire ‘una pace sostenibile’. Cos’è una pace sostenibile?

Vuol dire una pace che duri nella sostanza perché non è sufficiente interrompere una guerra per far sì che l’assenza di conflitto si traduca in una pace stabile e duratura. Per ottenere questo occorre spesso infatti ricostruire il tessuto sociale di un Paese, ridare corpo alle sue istituzioni, e poi ricostruirne le infrastrutture. Solo in questo modo la pace può diventare duratura e si tratta di un processo molto complesso, che richiede molto tempo e un grande impegno collettivo che includa tutti i soggetti, a partire dalle donne, troppo spesso escluse dal processo. Questo approccio è oggi largamente accettato e si è affermato nella comunità internazionale, ma è Boutros Ghali che è stato Segretario generale delle Nazioni Unite, ruolo oggi ricoperto dal nostro compagno Antonio Guterres, ad averlo detto per primo 25 anni fa.

Dell’Internazionale Socialista fanno parte oggi 153 tra partiti e movimenti da tutti i continenti, è un’organizzazione gigantesca, ma con quali concrete possibilità di intervento, cosa può fare?

Il vantaggio dell’Internazionale socialista è che spesso ospita al suo interno come membri partiti che appartengono a schieramenti, a Paesi, in conflitto tra di loro come nel caso, ad esempio, del Marocco e del Sahara occidentale o di Israele e della Palestina. Il premier israeliano Shimon Peres e il leader dell’Olp, Yasser Arafat, si sono stretti la mano la prima volta proprio nel corso di una riunione dell’Internazionale socialista. Poi ci sono stati gli accordi di Oslo. E così ancora abbiamo favorito il dialogo del Marocco col Fronte Polisario e oggi l’USFP (Socialist Union of Popular Forces) non si è opposto a che la partecipazione del Polisario, oggi solo un partito col rango di ‘osservatore’, facesse un passo avanti divenendo membro consultivo. E ancora qui oggi i rappresentanti di due partiti, uno dell’Azerbaijan e uno dell’Armenia, due Paesi che in un recente passato si sono fatti la guerra, si sono stretti la mano dopo aver superato un momento di scontro. Insomma siamo dei ‘facilitatori’, offriamo un contesto in cui è più facile parlarsi, aprire un dialogo, perché in fondo tutti condividiamo gli stessi ideali, valori, principi. E ricordo che oltre un terzo dei Paesi del mondo, 69 Paesi per l’esattezza, è attraversato da conflitti, e dunque il tema di questo Congresso è quanto mai attuale; anzi è di dimensioni enormi.

Lì a Cartagena si sono incontrati anche il rappresentante palestinese di al Fatah e quello israeliano del Meretz. Ci sono novità?

Purtroppo no. Colette Avital, del Meretz, che è anche vice presidente dell’IS, ci ha confermato che il governo attuale presieduto da Netaniahu, non sta facendo quello che servirebbe per far avanzare il processo di pace, anzi, sta facendo il contrario col favorire l’occupazione di altre terre dei palestinesi.

In fondo, il raccogliere al vostro interno partiti che sono anche idealmente affratellati dall’appartenere alla stessa organizzazione, ma pure contemporaneamente a Paesi in conflitto tra di loro, è un vantaggio rispetto alle Nazioni Unite, però di tutto questo lavoro emerge ben poco all’esterno …

Il problema non è che non riusciamo ad avere un ruolo più incisivo, ma piuttosto che non riusciamo a rendere visibile il risultato del nostro lavoro. Purtroppo quando i problemi sono complessi, non ci sono soluzioni semplici e dunque neppure messaggi così semplici da comunicare. Paghiamo lo scotto di una comunicazione che è spesso dominata dal populismo che lancia continuamente messaggi fatti di slogan, ma senza contenuto e invece la democrazia, la pace, si costruiscono faticosamente, passo dopo passo.

Ma non parlerete solo di conflitti…

No, affronteremo temi che sono l’essenza del messaggio del socialismo, ovvero come conseguire una maggiore eguaglianza sia a livello nazionale che a livello globale. E poi ci occuperemo di un tema che è uno dei pilastri fondamentali della nostra organizzazione, quello della solidarietà tra nazioni.

Oggi sei presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne dopo averne ricoperto per due mandati il ruolo di presidente. Come pensi di poter trasferire questa tua esperienza nell’internazionale socialista? Con quali obiettivi?

Oggi il mio impegno sarà anche nel fare in modo che le tematiche di genere siano maggiormente avvertite e valorizzate. Più donne ci sono meglio si lavora, perché la diversità di genere corrisponde a una diversità di sensibilità di approccio e tutto questo si traduce in una ricchezza che consente di ottenere maggiori e migliori risultati. Di questo approccio ne è oggi convinto il mondo dell’impresa che ha capito come ottenere migliori risultati coinvolgendo maggiormente le donne. Non si capisce allora perché questo non sia stato ancora pienamente accettato dalla politica che continua ad essere un mondo a prevalenza maschile. Le diversità sono una ricchezza, un vantaggio da utilizzare al meglio.

Carlo Correr

Quanto spendono i comuni per le scuole dell’infanzia

ASILO NIDOSono oltre 23mila su tutto il territorio nazionale, per un totale di 1,6 milioni di iscritti secondo l’Istat. Vediamo come sono ripartite tra i vari enti che le gestiscono e quanto spendono le maggiori città italiane per offrire questo servizio. In testa Milano con oltre 100 euro pro capite.
Gli anni della scuola per l’infanzia non rientrano tra quelli della scuola dell’obbligo, in base alla legge statale. Anche per questa ragione possono gestirle vari soggetti, privati e pubblici. Oltre allo stato, ci sono anche gli enti locali e gli enti privati, come le istituzioni religiose.

Lo Stato gestisce oltre la metà delle scuole dell’infanzia (precisamente il 57,1%, secondo i dati Istat aggiornati al 2014). Seguono gli enti privati, con il 34,6% degli istituti. Residuali le scuole materne pubbliche ma non statali: 8,3%. Tra queste rientrano le comunali.chart

In tutti si tratta di 23.515 in tutta Italia, e ciascuno ospita un numero variabile di bambini. In media ci sono circa 70 bambini ognuno, ma con grandi differenze a seconda del tipo di istituto e della zona geografica. Molto meno variabile il dato sulle scuole materne statali: 78 bambini per istituto nel centro-nord e 73 nel mezzogiorno.
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Le scuole private sembrano avere una capienza minore, o comunque ospitano meno bambini: 59 come media italiana, con una media di 75 nel nord e una di 40 nel mezzogiorno e nelle isole.

Più articolato il dato per le scuole dell’infanzia comunali e pubbliche non statali. Nel centro Italia ospitano in media 94 bambini, nel nord 83 mentre nel sud solo 49 ciascuna. Da questi dati emerge una generale minore capienza delle scuole meridionali.

Attraverso openbilanci è possibile vedere quanto spendono le amministrazioni comunali italiane per le scuole primarie. La voce specifica contiene tutte le uscite sostenute per mantenere le strutture e le attività connesse.

Tra le città italiane superiori ai 200mila abitanti, quella con la maggiore spesa pro capite è il capoluogo della Lombardia. Milano è l’unica grande città che destina oltre 100 euro pro capite per le scuole materne . Seguono, praticamente a pari merito, Torino, Roma e Bologna. Tutte e tre le città spendono circa 82 euro a cittadino. A Trieste, poco staccata, questa voce del bilancio vale 76,22 euro per abitante.

Costano tra i 40 e i 50 euro per ogni abitante le scuole materne in diverse città: Venezia, Firenze, Verona, Genova e Padova (quest’ultima 39,43 euro). Segue Bari, con 23,4 euro per residente. Sotto i 10 euro per ogni abitante troviamo Catania, Napoli e Palermo.

OpenPolis

Parma verso il voto.
La parola a Paolo Scarpa

parmaLe elezioni amministrative di Parma, incombono, la città Ducale ferve di eventi politici, chi ricorda ancora orgogliosamente le gesta degli arditi del popolo che protessero la città dalle squadracce fasciste di Balbo, chi vuole superare gli scandali Parmalat, Guru, il fallimento del Parma Calcio e gli arresti tra gli amministratori berlusconiani, chi infine vuole, osservato il presente, guardare avanti e indicare la strada per città del 2020, la Parma dei parmigiani nuovamente orgogliosi.

Diversi, saranno i candidati che proveranno a rimettere in moto la città del Parmigiano e del Festival Verdi, tra questi Paolo Scarpa. Lucidamente consapevole del “lavoro da matti” che andrà ad affrontare, profondamente convinto che il proprio amore per la sua Parma e  il coinvolgimento  di tutti i parmigiani sarà l’alchimia  vincente per traghettare la città fuori dal pantano di questi ultimi anni, l’Ingegnere di Parma, in una pausa tra una evento ed uno dei tanti incontri con i cittadini dei quartieri, ha voluto rispondere ad alcune domande per presentarsi ai lettori dell’Avanti!.

Paolo Scarpa, Lei si è candidato alle Primarie per Parma 2017 consapevole dell’impegno gravoso e della incredibile situazione in cui si trova ora la citta di Parma che vede sempre tanti cittadini in difficoltà, ci ricordiamo ad esempio della fiaccolata dei cittadini per difendere, dai tagli dell’Amministrazione,il servizio di integrazione scolastica ai disabili del 2015. Come dovrà essere curato, secondo Lei, in futuro, questo servizio essenziale per una collettività come Parma?

Le rispondo declinando quella che secondo me dovrà essere l’azione del futuro: welfare a indirizzo pubblico, fatto di competenze, responsabile, partecipativo e inclusivo attraverso l’ascolto e la condivisione con associazioni e famiglie. Quindi una governance pubblica in termini di coordinamento, controllo, verifica e soprattutto di formazione, che è cosa ben diversa dalla mera informazione. Parma ha un tessuto associativo che è la vera ricchezza della nostra comunità. Va ascoltato e reso effettivamente partecipativo dell’azione amministrativa. Senza dimenticare che il welfare pubblico deve sapersi servire del privato specializzato (es. cooperative sociali) in maniera equilibrata e attraverso bandi che prescindano da logiche del massimo ribasso. In questo contesto il volontariato deve essere sussidiario e non sostitutivo delle figure professionali necessarie. Serve poi una progettualità di medio/lungo termine. Dove reperire le risorse? Il Comune di Parma è penultimo fra i Comuni capoluogo dell’Emilia-Romagna per introiti legati al recupero dell’evasione fiscale: occorre dunque intensificare la lotta all’evasione fiscale e destinare prioritariamente le somme recuperate ai servizi sociali, educativi e assistenziali. Rispetto al debito contratto con le banche dalle amministrazioni precedenti, occorre un’efficace ricontrattazione al ribasso degli interessi corrisposti, richiamando gli istituti di credito alla propria funzione anche sociale, e occorre destinare prioritariamente il risparmio ai servizi sociali, educativi, assistenziali.

L’Avanti! è certamente uno dei giornali storici dei lavoratori Italiani, il lavoro è, con la famiglia, la base fondante della nostra Repubblica e della nostra società, essendo noto il suo interesse ed attenzione   alle politiche giovanili e alle politiche del lavoro, può raccontarci del  suo primo lavoro e come vede, in futuro, l’impegno dei giovani nel mondo del lavoro? 

Mi sono laureato in Ingegneria a Genova con una tesi sul restauro territoriale della Val Bisagno. All’Istituto di Urbanistica sono stato allievo di Mariolina Besio da cui ha imparato l’amore e l’attenzione che richiedono le fragilità del territorio. Ed è con l’istituto di Urbanistica che ho cominciato a lavorare, anni bellissimi e difficili perché come tanti ragazzi di oggi non venivo pagato. Credo sia importante coinvolgere i giovani nelle scelte che riguardano il futuro di una città che si trova in un momento decisivo della sua storia: Parma sceglierà nei prossimi cinque anni quello che sarà tra 30 e non è possibile lasciare i nostri ragazzi ai margini. Vorrei affidare loro un’agenzia perché possano impegnarsi per loro stessi e il bene della città. Un Comune non ha il potere di fare politiche sul lavoro, ma può impegnarsi affinché i problemi di coordinamento oggi esistenti vengano superati. Occorre istituire un “comitato per il lavoro” costituito da istituzioni locali, università, sindacati confederali, rappresentanze datoriali, che abbia come obiettivo quello di salvaguardare i livelli occupazionali e insieme immaginare un nuovo modello di sviluppo, aperto al contributo dell’associazionismo, in grado di raccogliere idee e progetti e di attivare un percorso di costruzione dal basso di una nuova identità economica del territorio ripartendo dalle nostre eccellenze manifatturiere, gastronomiche, culturali e ambientali. Ripeto: Parma sceglie oggi ciò che sarà domani.

Le famiglie sono , di fatto, gli ammortizzatori sociali che stanno, ancora, sostenendo il peso delle difficoltà dei cittadini, molte, troppe famiglie ,anche a Parma, sono sorrette dalle pensioni dei “nonni”, non crede che sia arrivato il momento di ridurre la pressione fiscale che grava sulle famiglie di Parma?

La crisi economica, l’impoverimento di molte famiglie, l’ampio ricorso ad ammortizzatori sociali, la perdita di posti di lavoro rischiano di lasciare ampiamente sottostimato il reale fabbisogno di servizi all’infanzia della città: ritengo dunque indispensabili un serio censimento dei nuclei familiari che non fruiscono di tali servizi unicamente per ragioni economiche e la difesa di un modello educativo fondato su qualità del servizio, professionalità degli operatori, equità di accesso e integrazione fra culture. Ovviamente la pressione fiscale va ridotta perché in questi anni il Comune di Parma ha scaricato sui cittadini un peso non più sostenibile. Pensi che a Parma le iscrizioni agli asili pubblici, che sono un vanto del nostro sistema educativo, calano in favore di quelle agli asili privati. Chi ha due figli a Parma per la materna paga in media 1.250 euro in più che a Modena, per il nido 1.500. Anche nei confronti della vicina Reggio Emilia i parmigiani risultano più tartassati. Dobbiamo intervenire perché avere dei figli non può essere considerato un lusso.

L’amministrazione pentastellata di Parma, prima dell’ammutinamento che ha portato Pizzarotti ad essere il “peggior nemico di Grillo”, ha voluto plasmare lo statuto del Comune seguendo i canoni dettati dal movimento grillino, sostituendo così i Consigli di Quartiere, espressione della democrazia rappresentativa, con i Consigli dei Cittadini Volontari tagliando fuori i partiti ed i sindacati. Visti i pessimi risultati ottenuti, evidenti sia nella costituzione degli stessi CCV per mancanza dei candidati che nella effettiva operatività successiva,  pensa di riformare, inserendolo nel suo programma elettorale, il sistema di partecipazione aprendo nuovamente ai tutti l’opportunità di far crescere Parma?

Credo che la costituzione dei CCV sia il più rilevante fallimento della giunta Pizzarotti. La tanto sbandierata partecipazione si è ridotta a una funzionalità di pura facciata, a un inganno bello e buono. Mi pare che se ne siano accorti tutti qui a Parma e che molti rimpiangano perfino il passato che non era esente da critiche. Come cambiare questo sistema inefficace? Penso che la presenza dell’associazionismo di quartiere nei consigli dei cittadini sia il primo passo. Parma è una città in cui le associazioni e il volontariato hanno una importanza decisiva nella struttura stessa della collettività e credo che debba essere riconosciuta a queste realtà una rappresentanza nei consigli. In secondo luogo va ripristinata l’elegibilità delle rappresentanze per ridare sostanza agli organismi che oggi ne sono privi.

Fra le proposte  di governo avanzate dal vincitore delle primarie socialista francesi, Benoit Hamon si può leggere una proposta interessante che potrebbe essere adattata ed applicata al contrario a livello locale :  la cosiddetta “tassa sui robot”. Questa tassa è un onere applicato alle attività produttive o terziare in rapporto alla automatizzazione che sostituisce il lavoro umano. Non pensa che il Comune  possa positivamente applicarla al contrario e cioè facendo pagare meno tasse locali in relazione al numero di maggiore occupazione regolare di lavoratori? 

Se anche Bill Gates propone una soluzione simile vuol dire che si tratta di un ragionamento aperto, ma non credo che la cosa possa essere affrontata e risolta in tempi brevi. Un Comune deve essere vicino alle aziende del tessuto produttivo locale e ai lavoratori e, a mio modo di vedere, il Patto per il Lavoro della Regione Emilia Romagna va nella direzione giusta: nuove politiche pubbliche che generano coesione sociale e sostenibilità. Una soluzione potrebbe anche essere lavorare seriamente sull’emersione del nero, che in alcuni settori è in prepotente ascesa anche perché l’Emilia Romagna è territorio sempre più penetrato dalle mafie. Il Comune ha costituito un osservatorio ma non mi pare che finora abbia dato un contributo consistente alla conoscenza delle attività a rischio. Eppure, stando ai dati diffusi dal ministero dell’Interno lo scorso agosto, a Parma sono state sequestrate sei aziende, 54 appartamenti, 78 tra box e magazzini, 16 terreni e sette beni patrimoniali di altro genere riferibili alla criminalità organizzata. Questi numeri, se da un lato dimostrano la necessità di procedere in tempi rapidi alla assegnazione dei beni per fini pubblici e sociali, dall’altro attestano che la nostra provincia è sempre più un territorio in cui le mafie hanno deciso di investire. L’interesse delle mafie ricade principalmente sul settore immobiliare e su quello finanziario, di conseguenza massima attenzione va posta al lavoro nero nell’edilizia e alle operazione finanziarie in odore di riciclaggio. Credo che su questo fronte convenga impegnarsi di più e in maniera concreta in collaborazione con le sigle sindacali per evitare che, un domani non troppo in là da venire, ci possiamo trovare tutti a piangere sul troppo tempo sprecato senza neppure la forza di reagire.

Per opinione comune l’amministrazione attuale, per  naturale inesperienza , ha governato la città con la convinzione che  scrivendo ed approvando regolamenti e norme con vincoli ed obblighi, si potesse  assicurare un buon governo . Effettivamente, oltre ad un nuovo Statuto Comunale sono state approvate  una serie infinite di regolamenti e discipline normative,  gli uffici ed i cittadini si trovano oggi a dover applicare circa 150 regolamenti comunali ed una miriade di articoli, che, non solo accrescono una burocrazia inutile (basta leggere il solo regolamento di polizia urbana) ma alla fine, di fatto, nessuno è in grado di conoscere ed applicare tutte queste regole: Pensa che occorra che la nuova amministrazione provveda  ad una razionalizzazione dei circa 150 regolamenti comunali?

Il regolamento di polizia urbana che lei cita è senz’altro uno strumento valido. Tanto per dire, prevede la possibilità di sanzionare alcuni illeciti con lavoro sociale. È chiaro però che una buona norma resta lettera morta se non c’è un organismo che la faccia rispettare e, nello specifico, quando sarò sindaco ho intenzione di istituire un gruppo di coordinamento formato da funzionari dei diversi settori della macchina comunale e di enti terzi (Asl, Arpa e Iren) e guidato dalla Polizia Municipale che si occupi di fornire una risposta in tempi rapidi alle segnalazioni dei cittadini. Non è fantasienza perché in molte città esiste e funziona bene, per esempio a Modena dove la pronta risposta dell’amministrazione ha messo un freno al degrado urbano. A Parma invece sembra che la situazione sia fuori controllo.

La città di Parma è passata dall’essere la Stalingrado dei 5 Stelle alla Caporetto di Grillo, tra un anno ricorrerà il centenario della fine della Seconda Guerra Mondiale, crede che potremmo aspettarci un moto di orgoglio dei parmigiani e di vedere in Parma la nostra  Vittorio Veneto?

La grandezza di Parma è nella sua storia civile caratterizzata da uno spirito ribelle, laico e cattolico insieme. La nostra città ha sconfitto sulle barricate le squadre di Balbo, ha liberato i matti, ha saputo mostrare un’intelligente indignazione agli scandali edilizi degli anni ‘70, ha costruito un’economia forte sulla cooperazione e sull’industria, ha fatto dell’impegno civile e della solidarietà un tratto sostanziale della sua identità. Di questa Parma vado orgoglioso e so che ha le capacità di proiettarci nel futuro. La Parma che ha eletto Pizzarotti è una città che ha reagito di pancia all’opacità dell’amministrazione che ha preceduto l’attuale sindaco. Noi dobbiamo tornare a essere un laboratorio e un modello di coesione sociale, senza scomodare i fasti di Maria Luigia per coprire le nostre vergogne e le nostre mancanze. A Parma ci sono le condizioni civili e le risorse perché tutti possano vivere bene: c’è ricchezza culturale, economica e validi sistemi di controllo sociale. Nella mia idea di città, il sindaco deve imparare a farsi carico della complessità dei problemi di tutta la comunità che amministra, perché i singoli attori non possono avere una visione comune né strumenti e risorse per affrontare e risolvere le criticità che attraversano il nostro tempo. Abbiamo bisogno di valorizzare progetti e idee per inaugurare un modo nuovo di fare amministrazione e riscoprire nella solidarietà e nell’impegno civile le qualità migliori della nostra gente. Quindi sì, sono convinto che Parma potrà premiare chi vuole impegnarsi per il bene comune con una proposta di rilancio seria.

Sappiamo che  nei prossimi giorni sarà presentato, dal consigliere Psi in seno al consiglio provinciale di parma, un odg che prevede l’attuazione degli articoli 41 e 46 della costituzione italiana e quindi l’adeguamento degli statuti delle società partecipate della provincia di parma al sistema di gestione che ha portato ottimi risultati in Germania, l’intento politico  è chiaramente quello di offrire a  diverse centinaia di dipendenti e lavoratori l’opportunità di  contribuire con efficacia alle attività svolte per  l’ente, garantendo certamente anche una nuova e migliore trasparenza. Non ritiene indispensabile per il futuro introdurre, finalmente, anche alle oltre 30 partecipate del comune di Parma, un sistema di cogestione che possa garantire ai cittadini di parma la trasparenza e la correttezza delle attività prestate alla città?

Il sistema di cogestione  ha certamente apportato all’economia tedesca effetti straordinariamente  positivi in  questi ultimi cinquant’anni. Fu introdotto nel settore minerario negli anni ’50, ma solamente alla  fine degli anni ’70 fu  esteso a tutte le aziende nazionali dall’amatissino presidente e premio Nobel per la pace, Willy Brandt. La situazione dei lavoratori delle partecipate del Comune di Parma non è certamente paragonabile alla situazione dei minatori della Rhur degli anni ’50, ma serve l’azione decisa della prossima amministrazione. Credo fortemente che  assicurare nel tempo, la trasparenza dell’azione amministrativa sia  l’impegno  fondamentale che assumerò con i parmigiani. Uno strumemento di partecipazione dal basso può rivelarsi strategico per permettere sia agli utenti sia ai lavoratori di partecipare direttamente negli organi direttivi degli enti di servizio, rappresentando effettivamente gli interessi della città.

Cristiano Manuele

Ricordando Sandro Pertini ventisette anni dopo

Sandro-Pertini-Quando Sandro Pertini, dopo la conclusione del suo settennato al Quirinale nel 1985, mise piede al Senato si iscrisse subito al gruppo socialista. Il suo presidente Fabio Fabbri lo accolse per ringraziarlo e Sandro, burbero com’era, gli rispose: “E dove volevi mai che m’iscrivessi?”. Rammento questo emblematico episodio perché di Pertini si ricordano sempre due storie: quella del valoroso ed eroico antifascista e quella del popolare, amatissimo presidente degli italiani. Raramente si accenna al fatto che Pertini sia stato socialista quasi tutta la vita. Nato nel comune di Stella (Savona), studiò al Liceo e poi si laureò in giurisprudenza. Dopo aver combattuto valorosamente durante la prima guerra mondiale, a tal punto da meritare una proposta di medaglia d’argento, forse anche a seguito delle frequentazioni fiorentine di Salvemini e Rosselli, Pertini si iscrisse al Psu di Turati. E della fuga di Turati, nel 1926, verso l’esilio parigino, assieme a Parri e Rosselli fu promotore. Era già stato condannato in patria per attività antifascista e per tentativi di promuovere reti socialiste clandestine, anche per questo si trattiene, contrariamente a Rosselli e Parri, in Francia, prima a Parigi e poi a Nizza dove lavora anche come muratore. Nel 1929 ritorna in Italia e la gira e in lungo e in largo per organizzare i socialisti rimasti in patria, ma viene scoperto e condannato. Nelle diverse isole che frequenta c’è Turi dove conosce Gramsci e si lega a lui d’amicizia. Qui le sue condizioni di salute peggiorano e nel 1931 la madre chiede la grazia. Non l’avesse mai fatto. Sandro le scrive tra l’altro: “Perché mamma, perché? Qui nella mia cella di nascosto, ho pianto lacrime di amarezza e di vergogna – quale smarrimento ti ha sorpresa, perché tu abbia potuto compiere un simile atto di debolezza? E mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà. Tu che mi hai sempre compreso che tanto andavi orgogliosa di me, hai potuto pensare questo? Ma, dunque, ti sei improvvisamente così allontanata da me, da non intendere più l’amore che io sento per la mia idea?”.

La vita di Sandro Pertini trascorre tra un carcere e l’altro, tra un confino e l’altro fino alla caduta del fascismo. Nell’agosto del 1943 é libero. Poco dopo partecipa alla fondazione del Psiup, nato dalla fusione del vecchio Psi col Mup di Lelio Basso. Ne diviene vice segretario con Andreoni, mentre Pietro Nenni é segretario. Poi, dopo l’8 settembre, partecipa alla resistenza armata di Roma contro l’invasione tedesca. Il 15 ottobre, nuovamente in clandestinità, viene catturato dalle SS assieme a Giuseppe Saragat, e condannato a morte per la sua attività partigiana, ma la sentenza non viene eseguita grazie all’azione dei partigiani delle Brigate Matteotti che, il 24 gennaio 1944, permette la loro fuga dal carcere di Regina Coeli.

Pertini stesso narrò in seguito questi fatti anche in un’intervista concessa ad Oriana Fallaci nel 1973, aggiungendo che dovette impuntarsi per far uscire insieme a lui, Saragat e Andreoni, anche i badogliani, e che quando Nenni lo seppe sbottò: «Ma fate uscire Peppino! Sandro il carcere lo conosce, c’è abituato». Pertini fu a Roma fino al maggio del 1944 poi vi ritornò dopo la liberazione della capitale in giugno. Eroico fu il suo comportamento durante l’insurrezione di Firenze alla quale partecipò e quella di Milano dove fu parte del Clnai, che promosse l’insurrezione dell’aprile del 1945. Nel Psiup dell’immediato dopoguerra Pertini fu segretario con Nenni presidente. Al Congresso di Firenze dell’aprile del 1946 Pertini con Ignazio Silone presentò una mozione che coi voti di Critica sociale di Saragat fu maggioritaria e su posizioni autonomiste. Pertini, poi, dopo la ripresa del partito da parte del gruppo Nenni, Basso, Morandi, tentò invano di evitare la scissione di Palazzo Barberini del gennaio del 1947. Dopo la sconfitta del Fronte popolare Pertini fu alla guida, con Riccardo Lombardi, della mozione di Riscossa socialista, antifrontista, che al congresso di Genova dell’estate del 1948 conquistò la maggioranza eleggendo Alberto Jacometti segretario e Riccardo Lombardi direttore dell’Avanti. Nel 1946 era stato eletto deputato del Psi alla Costituente, nel 1948 fu senatore e anche presidente del gruppo senatoriale socialista. Dal 1949 al 1957 fu nella direzione del Psi e dal 1952 al 1954 fu direttore dell’Avanti.

Poi, nel 1968 fu il primo non democristiano ad essere eletto presidente della Camera dei deputati, carica che mantenne fino al 1976. Nel 1978 fu eletto dalla maggioranza di unità nazionale presidente della Repubblica, a pochi mesi di distanza dall’omicidio di Aldo Moro, che Pertini volle ricordare nel discorso di insediamento. Durante il settennato di Pertini, si ricordano numerosi episodi di contatto, di fraternità, di vicinanza tra Quirinale e popolo: l’attacco sanguinoso del terrorismo, la strage di Bologna, l’episodio di Vermicino, la vittoria dell’Italia ai mondiali, l’attentato di Sambenedetto Val di Sambro del 1984. Pertini é ricordato per la sua schiettezza, per un modo di comunicare diretto e fuori dagli schemi del tempo. Ma niente può oggi cancellare, a 27 anni di distanza, la sua fede e militanza socialista. E’ bene che nessuno se lo dimentichi.

Mauro Del Bue

Rapporto Amnesty, la difesa di tutti dei diritti umani

Amnesty-International-tutti-i-diritti-violati-in-ItaliaPolitiche di demonizzazione, gravi violazioni dei diritti umani documentate in 159 Paesi e la certezza che è finito il tempo di delegare ai governi la protezione dei diritti umani. Sono i principali messaggi che emergono dal rapporto 2016-2017 sulla situazione dei diritti umani nel mondo presentato a Roma.

“Non possiamo demandare passivamente ai governi il compito di difendere i diritti umani. Siamo noi, le persone, a dover agire. Poiché i politici sono sempre più intenzionati a demonizzare interi gruppi, oggi è chiaro come poche volte in passato che siamo tutti noi a doverci schierare, ovunque nel mondo, dalla parte dei valori fondamentali della dignità umana e dell’uguaglianza.”

Sono le dichiarazioni di Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, dinanzi alla deprimente analisi sui diritti umani nel mondo scattata nel 2016 dagli attivisti dell’organizzazione.

Un rapporto preoccupante e allarmante quello che viene illustrato dapprima dal direttore generale di Amnesty International Italia Gianni Rufini e poi dal presidente Antonio Marchesi introdotti in precedenza dal portavoce Riccardo Noury.

“Un rapporto che fotografa un mondo che torna indietro” dichiara il direttore generale Rufini nel suo intervento durante il quale ripercorre per grandi linee alcune delle gravi violazioni documentate su scala mondiale, in 159 Paesi.

Sono tante, troppe le nazioni del globo che si sono rese protagoniste di violazioni, atrocità, crimini di guerra (commessi in almeno 23 Paesi, secondo il rapporto), repressioni, respingimenti (36 nazioni hanno respinto illegalmente migranti e rifugiati, secondo il rapporto), limitazioni delle libertà. E’ ormai l’era della divisione, dell’odio e della paura seminata ad arte da governatori che portano avanti politiche discriminanti e aggressive.

I relatori di Amnesty lo hanno ribadito a più riprese, è l’epoca del “noi contro loro”. In Italia ne sono un esempio Giorgia Meloni e Matteo Salvini attaccati in tal senso dal presidente Marchesi che, inoltre, nel suo focus sulla situazione italiana, si è soffermato sulla tanto reclamata quanto necessaria introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale e sulla vendita illegale di armi italiane a paesi come l’Arabia Saudita.

Sia in Italia che nel resto del pianeta siamo dunque di fronte ad un’involuzione che colpisce con veemenza anche il primo mondo, quell’Europa che storicamente aveva blindato lo stato di diritto e la dignità della persona e che adesso si ritrova invece a vivere, insieme a tanti altri, un clima da anni Trenta come dice ai nostri microfoni il direttore Rufini.

Sull’ondata dei nazionalismi, delle svolte a destra, sotto la spinta del Brexit e del Trumpismo il futuro non sembra dare segnali di miglioramento sebbene gli scenari del 2016, illustrati nel rapporto di Amnesty International, sia già estremamente bui e pericolosi. Ma nel futuro può esserci più buio del buio?

Dove risiede la speranza? La luce in questo panorama di oscurità è rappresentata da noi, dalla gente comune, dalla cittadinanza attiva, dalla solidarietà globale e dalla mobilitazione dell’opinione pubblica. È questo il messaggio forte che lancia Amnesty con il suo rapporto.

Sì, è vero il rapporto denuncia altresì 22 Stati in cui dei difensori di diritti umani sono stati uccisi proprio per avere difeso minoranze o per avere contrastato degli interessi economici.

Ma, non resta un’altra alternativa se non quella di confidare su noi stessi, sulle persone, su coloro che decideranno di stare dalla parte dei diritti umani.

È la società civile che, indignata e lungimirante, reagisce e che conduce al cambiamento così come racconta alle nostre telecamere il Direttore Rufini citando per esempio quanto accaduto negli Stati Uniti con Black Lives Matter o con la protesta di Standing Rock.

“Adesso i nostri diritti ce li dobbiamo difenderceli da soli, insieme” conclude il direttore Rufini

È già un cammino esistente, una realtà che ha mosso tanti passi, che è.

Dario Lo Scalzo

Redazione Pressenza

Alla fine dell’incontro abbiamo raccolto nel video qui di seguito le riflessioni del direttore Rufini e del presidente Marchesi. Ve ne consigliamo la visione

Mani pulite. L’eredità disastrosa di Tangentopoli

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Per alcuni “Mani Pulite” fu la giusta – divina forse? – punizione per l’indebita l’euforia degli anni ottanta che indebitò lo Stato. Ma è una leggenda. Nell’83 quando Craxi diventa presidente del Consiglio il debito pubblico ammontava già al 70 per cento del Pil. La dilatazione della spesa era cominciata nei Settanta col consociativismo spendaccione tra Dc e Pci e con l’inflazione a due cifre che moltiplicava gli interessi sul debito. È vero che con il governo Craxi e i successivi il debito continua a salire ma, almeno, nel quadriennio di Craxi l’inflazione venne abbattuta e l’economia crebbe sino al 4,5 per cento. Un miraggio negli anni successivi. Ora il debito pubblico – in euro – in metà del tempo è cresciuto del doppio nonostante i bassissimi interessi e i massicci acquisti della Bce.

Quanto a industrie e infrastrutture quelle non vendute ristagnano, la produttività e il tenore di vita sono calati rispettivamente del 20 e del 14 per cento e abbiamo meno diplomati e laureati di tre lustri fa.

Solo la corruzione è aumentata eppure i partiti sono morti. Vive la partitocrazia in simulacri al servizio di capi e capetti che nominano senatori e deputati i loro servitori. Nulla più della parabola di Di Pietro dà il senso del disastro. Il grande inquisitore processato perché prendeva soldi in prestito da chi inquisiva dovette lasciare la toga. Poi, svergognato da un’inchiesta tv per aver fatto man bassa dei finanziamenti pubblici al suo partito, ha dovuto lasciare anche la politica. Non diversa la storia dei segretari amministrativi della Lega e della Margherita arrestati per analoghi motivi. O vogliamo parlare di Fini? O degli scandali Parmalat, Cirio, Monte dei Paschi? Ciascuno eccede dieci, venti volte il finanziamento Enimont che ruinò la Prima repubblica. Quella che Di Pietro marchiò come «la madre di tutte le tangenti» al confronto appare quasi una parente povera.

L’epitaffio l’ha scritto Francesco Saverio Borrelli, l’inflessibile guida del pool «Mani pulite»: «Chiedo scusa per il disastro seguito a Mani pulite. Non valeva la pena di buttare il mondo precedente per cadere in quello attuale». Nei codici questa condotta si chiama «delitto colposo» e la colpa ammessa è quella, avendo «buttato» la Prima repubblica di aver propiziato la Seconda. La Prima era quella dei partiti che l’avevano creata trasformando il regime fascista in un regime di partiti. Partiti veri, formazioni storiche, comunità organizzate, divise da ideologie, legami internazionali, conflitti di classe. Migliaia di sedi, giornali, funzionari, congressi, associazioni fiancheggiatrici, campagne elettorali non si finanziano con parole. Il sistema di finanziamento era vasto, ramificato e spesso illegale. Casi di corruzione individuale e scandali clamorosi furono neutralizzati o dal regime delle immunità politiche o dall’indulgenza giudiziaria. La repubblica doveva essere riformata in radice, soprattutto da quando, con il crollo del comunismo e il varo del mercato unico europeo, il contesto internazionale da protettivo si era fatto ostile.

Ma i leader democratici o non capirono o non agirono e furono travolti dalla rivolta antipartitica scatenata da un establishment impaurito e dai media, dalle nuove e vecchie forze anti sistema. Mentre il paese precipitava nella crisi economica, la lira veniva svalutata e il governo nottetempo metteva le mani sui conti correnti degli italiani si aprì la caccia al capro espiatorio.

Arma letale fu l’uso violento della giustizia, gli arresti e il carcere preventivo per estorcere confessioni, delazioni, chiamate di correità a catena. «Mani pulite» è stata la più colossale operazione di polizia giudiziaria della nostra storia: trentamila indagati, tremila arrestati, tra cui cinquecento parlamentari, decine tra ministri e primi ministri, grandi e piccoli imprenditori, dirigenti, funzionari. Decapitati in piazza e in effigie i leader e i partiti di governo la repubblica si schiantò e cominciò una crisi che non ci ha più lasciato.