Fenomeno Brexit tra scetticismo e bizantinismi

May-TatcherCompiendo qualche passo addietro nella storia, e volgendo lo sguardo al passato, lo scetticismo della Gran Bretagna nei confronti del grande progetto Europa è sempre esistito. Infatti, entrò a far parte della Comunità economica europea Cee, dopo trent’anni rispetto agli stati fondatori, nel 1973 dopo che il Parlamento britannico aveva approvato l’anno prima la Legge delle comunità europee sotto il mandato del conservatore Edward Heath, europeista convinto. La svolta arrivò con il referendum del ‘75 in cui la maggioranza risultò essere a favore dell’Ue con ben il 67%.
Dalla fine degli anni ottanta fino ai primi anni novanta, la lady di ferro, Margaret Thatcher, primo ministro inglese donna che mantenne la carica per undici anni, fu una rappresentante contrastante con l’Ue. I problemi dapprima sorsero quando la Gran Bretagna si trovò bloccata in una profonda crisi economica, con un aumento della disoccupazione e continui scioperi. Qui, la Thatcher, iniziò ad attuare dure riforme, mentre all’esterno il suo euroscetticismo venne a galla prepotentemente. Nel 1984 poi, si presentò in Europa per rinegoziare lo sconto annuale per il Regno Unito, consistente in un sistema per cui l’Ue rimborsava a Londra un importo pari al 66% della differenza tra il suo contributo al bilancio Ue e l’importo ottenuto dallo stesso bilancio, comportando un ulteriore onere finanziario a carico degli altri Stati membri e con l’obiettivo di ricompensare al Regno Unito il minor uso degli aiuti agricoli. La non adesione della Gran Bretagna all’Accordo di Schengen, che voleva un’eliminazione graduale dei controlli alle frontiere comuni, fu un’altra prova del dissenso europeista. Il progressivo deterioramento dell’ideale di Stati uniti di Europa; mirabile idea quella di Winston Churchill che introdusse tale nuovo e anticipatorio concetto nel 1946 con il suo famoso discorso a Zurigo rivolto agli studenti universitari; fu il rifiuto dell’abbandono della sterlina in favore dell’euro. Bisogna qui ricordare però che il programma dell’unione europea non nasceva come progetto politico ma economico. Ebbe un senso, nel 2001, il mantenimento della propria moneta puramente per necessità economiche.
Il nuovo cambio di rotta avvenne con l’arrivo dei laburisti di Tony Blair al governo, che portarono una stagione positiva nei rapporti con Bruxelles. Nel 2008, con Gordon Brown come premier, arrivò anche la firma del Trattato di Lisbona che includeva il famoso “articolo 50”, il procedimento sull’uscita di un paese dalla Ue. Decisivo però il ritorno dei conservatori nel 2010, con David Cameron capofila del risentimento nei confronti delle istituzioni europee.
Le piaghe del processo fin qui descritto arrivano al 23 giugno 2016, quando David Camerun nel tentativo di sedare il dibattito nel partito conservatore riguardo l’uscita dall’unione europea della Gran Bretagna, ritenne necessario l’intervento della volontà popolare, sottoponendo quindi il paese ad un referendum consapevole che la tale volontà si sarebbe espressa favorevolmente rispetto all’Europa: il 51,9% dei votanti risultava però contraria. Il terremoto innescato dal voto aveva rimescolato le carte al vertice del suo partito conservatore mettendo fuori gioco anche i rivali pro-Brexit, ovvero il ministro della Giustizia, Gove e l’ex-sindaco della capitale Boris Johnson i quali avevano sostenuto l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Qui si delinea la figura di Theresa May, la quale, battendo la candidata tory al vertice del partito, Andrea Leadson, ministro per l’Energia, con effetto immediato veniva nominata leader del Partito conservatore.
Si arriva così alla pagina d’oggi, in cui lo scenario Brexit si arricchisce: il partito conservatore mercoledì sera non è riuscito a sfiduciare la propria leader Theresa May: 200 si sono espressi a suo favore nella votazione segreta che si è svolta a Westminster, mentre i contrari sono stati 117. In base ai regolamenti del partito, per un altro anno nessuno potrà più attentare alla sua posizione ma per vincere le resistenze, ha dovuto promettere che si farà da parte prima delle prossime elezioni, previste per il 2022.
Non che tutti fossero convinti delle sue ragioni, infatti, molti, condividono i motivi dei congiurati, che considerano l’accordo sulla Brexit raggiunto con Bruxelles alla stregua di un tradimento, rischiando di lasciare la Gran Bretagna legata per sempre a leggi e regolamenti europei, pur dopo aver lasciato formalmente le istituzioni Ue. Per ora la May, è decisa nel proseguire la propria battaglia per l’ottenimento dell’uscita definitiva della Gran Bretagna dall’Europa.
La Brexit è un voto di protesta per un disagio sociale contro un governo che non è stato in grado di dare risposte adeguate e nemmeno di comprendere le ragioni del dissenso. Dunque sembra palesemente essere un voto non contro l’unione europea ma contro l’Inghilterra stessa. Non è un caso infatti, che la maggiore adesione alla Brexit sia avvenuta nei territori con più penetrazione di importazioni cinesi negli ultimi dieci anni, risultato questo, di una globalizzazione sfrenata e mal gestita. La conduzione dell’Europa non pare garantire uno scenario solido e fiduciario basti pensare alla gestione/incuria della crisi greca e dell’attuale crisi sull’immigrazione: una politica unitaria europea non esiste, tolta l’istituzione comunitaria della Banca centrale europea, senza la quale non si sarebbero fatte politiche comuni.
Theresa May ha sgombrato il campo da ogni capziosità sul risultato della consultazione tracciando netta la linea della sua azione di governo: “Brexit è Brexit”. Il popolo ha parlato dalla patria della democrazia parlamentare. Da qui partirà mentre l’Europa attende.

G20 di Buenos Aires: pericolosi passi indietro

Paesi del g20

I partecipanti al recente summit del G20 di Buenos Aires possono dichiararsi soddisfatti per il fatto di essere riusciti a terminare il meeting con una dichiarazione unitaria. Il contenuto della stessa, però, sembra non solo annacquato ma anche di secondaria importanza.

Evidentemente si è cercato in tutti i modi di non ripetere ciò che è successo due settimane prima al summit dei paesi dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC), a Papua Nuova Guinea. Infatti, quel meeting, con la partecipazione degli Usa, della Russia e della Cina, non è approdato a nulla e non vi è stato alcun comunicato congiunto.

Nella memoria di alcuni c’è stato anche l’ultimo G7 in Québec, Canada, quando, poche ore dopo la sua conclusione, Trump ricusò i contenuti della dichiarazione finale, rendendola così un documento vuoto, sostanzialmente inutile. Probabilmente molti hanno ricordato anche la precedente sconcertante decisione americana di non sottoscrivere il trattato di Parigi sul clima.

Nonostante il G20 sia la sede per eccellenza dove affrontare discussioni e proposte a livello multilaterale per trovare soluzioni condivise alle problematiche mondiali e alle sfide politico-economiche più difficili e urgenti, il summit di Buenos Aires ha, secondo noi, segnato un pericoloso arretramento e un ritorno alla pratica dei negoziati bilaterali.

In proposito, il presidente americano Trump e quello cinese Xi Jinping hanno convenuto di posticipare di tre mesi la decisione americana di portare dal 10 al 25% i dazi su molti prodotti cinesi per un valore complessivo di 200 miliardi di dollari e di evitare le conseguenti ritorsioni cinesi. Una decisione modesta, se persino la banca Goldman Sachs, che ha parecchi uomini nell’amministrazione Usa, dà un misero 20% di probabilità a un futuro successo di un accordo tra le due superpotenze.

Intanto, l’andamento dell’economia mondiale si sta raffreddando. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) stima che i dazi del 10% nei confronti della Cina, e la conseguente risposta cinese, produrrebbero una diminuzione dello 0,2% del pil mondiale e che, se portati al 25%, i dazi farebbero aumentare la perdita fino all’1%.

Segna, inoltre, quasi plasticamente, il ritorno al bilateralismo, la cancellazione dell’incontro con il presidente russo Putin da parte di Trump.

In una situazione mondiale di gravi squilibri, lo svuotamento del ruolo di dialogo propositivo dei massimi organismi internazionali non può che suscitare grandi e diffuse preoccupazioni.

Si ricordi che il G20, che rappresenta l’85% del pil e i due terzi della popolazione mondiale, fu convocato la prima volta dieci anni fa, al culmine della Grande Crisi della finanza e dell’economia globale, per cercare le soluzioni più efficaci alla grave situazione creatasi. Si temeva, giustamente, che lo sconquasso del sistema finanziario potesse mettere in discussione anche il già precario equilibrio politico e militare mondiale.

Oggi, invece, nonostante molti denuncino le avvisaglie di una nuova crisi finanziaria sistemica, irresponsabilmente, secondo noi, Washington e altri vorrebbero “smantellare” le uniche istituzioni internazionali dove è possibile dialogare sui temi più delicati.

In Argentina, purtroppo, sembra che il concetto di multilateralismo sia scomparso, così come ogni riferimento ai pericoli del protezionismo economico. Si menziona soltanto la necessità di una generica riforma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, perché “il sistema multilaterale del commercio adesso non è in grado di rispettare i suoi obiettivi”. La riforma è indubbiamente giusta e urgente. Sui contenuti della stessa, però, sembra esserci una vera e propria guerra ideologica: protezionismo e unilateralismo o accordo multipolare di libero e più giusto mercato?

L’Unione europea, attraverso una nota a firma del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker e del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, si è correttamente schierata contro il rischio che “la lotta contro il protezionismo e l’appoggio al sistema commerciale multilaterale diventino delle parole vuote”. L’Europa vuole, invece, una “cooperazione coordinata” per una “globalizzazione più giusta” e una “riforma delle regole finanziarie globali”.

Si rammenti che, se venisse meno la volontà degli Stati di collaborare, ne risentirebbero anche i tanti progetti, annunciati nella dichiarazione finale di Buenos Aires, relativi alla realizzazione delle infrastrutture, alla modernizzazione tecnologica, alle nuove energie, alla digitalizzazione del sistema economico, al maggiore rispetto del lavoro e dei diritti civili.

Il mondo di oggi non si può permettere una simile involuzione

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia **economista

Morti sul lavoro. Controlli rari e frammentati

morti lavoro 2Le cronache quotidiane raccontano, troppo spesso, d’incidenti mortali sui luoghi di lavoro.
Le cosiddette morti bianche sono in continuo aumento nel nostro paese.
I numeri relativi ai decessi e agli infortuni sul lavoro ci danno il quadro di un’effettiva emergenza nazionale.
Nel 2017 sono circa 1300 i lavoratori che hanno perso la vita mentre svolgevano le proprie mansioni: sono morti sul luogo di lavoro 634 lavoratori cui vanno aggiunti i morti sulle strade e con i mezzi di trasporto.
Nel 2018 la situazione non è per niente migliorata.
Secondo i dati forniti dall’Inail (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro): “le denunce d’infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Istituto nei primi nove mesi di quest’anno sono state 834, 65 in più rispetto alle 769 denunciate nell’analogo periodo del 2017 (+8,5%). L’aumento è dovuto soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto rispetto all’agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti plurimi, ovvero quelli che causano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori.
Tra gli eventi più tragici del 2018 si ricordano, in particolare, il crollo del ponte Morandi a Genova e gli incidenti stradali avvenuti a Lesina e a Foggia, in cui hanno perso la vita numerosi braccianti”.
Dall’analisi per classi di eta’ emerge come quasi una morte su due abbia coinvolto lavoratori di eta’ compresa tra i 50 e i 64 anni (da 289 nel 2017 a 334 nell’anno in corso). In aumento anche le denunce che hanno riguardato gli under 34 (da 113 a 132) e gli over 65 (da 49 a 52), così come aumentano le denunce dei lavoratori italiani e stranieri.
A livello di analisi territoriale, il fenomeno delle morti bianche è diffuso in maniera abbastanza uniforme su tutta la penisola; si registra un incremento, rilevato nel confronto tra i primi otto mesi del 2017 e del 2018, legato alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono stati 28 in più (da 615 a 643), mentre quella femminile ha registrato tre decessi in più (da 67 a 70).
Diversi esperti ritengono che il conteggio finale delle vittime nel 2018, considerando anche l’alto numero d’infortuni non mortali, possa essere superiore a quelli degli anni passati.
Va aggiunto che le stime si riferiscono, ovviamente, ai casi d’infortuni gravi e mortali denunciati e quindi conosciuti.
Tuttavia, non è difficile immaginare che esista una quota significativa di lavoratori in nero: una realtà sommersa in cui né i sindacati né le istituzioni preposte riescono a far luce.
Considerando questi numeri, si ha l’idea di un mondo del lavoro più simile a un fronte di guerra che a un ambiente sicuro e adeguato agli standard di sicurezza previsti per legge.
A questo proposito, si sconta l’assenza di un numero sufficiente d’ispettori del lavoro che dovrebbero controllare in maniera efficace i cantieri e i diversi luoghi di lavoro a rischio.
Invece, il numero degli ispettori è inferiore alle necessità e i controlli sono sporadici e non adeguati ad arginare una piaga sociale di queste proporzioni.
Negli ultimi dieci anni gli ispettori delle ASL sono passati da un organico di 5000 unità a poco meno dei 2000 attuali. Su di essi spetta il compito (impossibile) di controllare più di tre milioni d’imprese.
Il sistema di prevenzione e di verifica è così frammentato da rendere difficile qualsiasi forma di valutazione: troppe strutture sono competenti su diversi settori produttivi: ispettori del lavoro, vigili del fuoco, Ispels, Asl, Ministero dello Sviluppo economico, le Regioni.
Questo complesso e farraginoso meccanismo genera confusione, scarsa efficacia accompagnata ad una continua riduzione degli investimenti pubblici.
Si aggiunge, inoltre, un problema di natura culturale che porta alcuni imprenditori più cinici e voraci a licenziare quei lavoratori che rendono evidente la mancanza di adeguate misure di sicurezza in ambienti lavorativi ad alto rischio.
È urgente, dunque, uno slancio: la politica, i mezzi d’informazione e le istituzioni hanno l’obbligo di lanciare una battaglia contro un’emergenza di queste proporzioni.

Potrebbe rappresentare un primo passo, in questa direzione, l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta per conoscere il numero effettivo di morti per infortuni sul lavoro in Italia, che troppo spesso sono sottostimati dalle statistiche ufficiali.
A questo va aggiunta una mobilitazione delle coscienze di tutti i cittadini che coinvolga anche le organizzazioni sindacali e il mondo dell’impresa, perché non è possibile che in Italia si continui a morire di lavoro.

Paolo D’Aleo

Bauman e il rilancio dell’idea socialista

Zygmunt-Bauman

In questa fase dello sviluppo della società capitalistica l’idea socialista viene riscoperta, superando sia il discredito seguito all’esperimento fallito del “socialismo reale”, sia lo smarrimento delle idee portanti del socialismo da parte delle socialdemocrazia, per essersi quest’ultima resa “prona” (o stampella di sostegno) nei confronti delle fasi negative del ciclo economico e dell’incipiente crisi strutturale del capitalismo globalizzato.

Sul revival dell’idea socialista merita attenzione e considerazione quanto Zygmunt Bauman, in “Socialismo. Utopia attiva”, afferma riguardo, non solo al ruolo che l’idea è chiamata svolgere nel momento attuale di crisi economica e politica di molte società capitalistiche, ma anche al modo in cui il rilancio dell’idea può essere effettuato.

Bauman ricorda che il socialismo moderno è nato in Europa, nel corso XIX secolo, sotto forma di utopia, che ha concorso a preparare il terreno per l’affermazione di un’attitudine critica volta a modificare la condizione cui l’uomo era stato ridotto dalla nascita della società industriale, seguita agli eventi della doppia rivoluzione economica e politica (Rivoluzione industriale e Rivoluzione francese). L’idea socialista, come utopia, ha infatti preso la forma della proposta di soluzioni alternative ai più “urgenti problemi” del tempo, al fine di creare le condizioni per il cambiamento della struttura sociale che era venuta consolidandosi.

In altre parole, secondo Bauman, l’idea socialista, nella forma di utopia, prefigurava l’immagine di un mondo libero dal bisogno e affrancato dalla disuguaglianza, avvertito “come non ancora realizzato”, percepito “come desiderabile”, alternativo alla società esistente e implicante nella sua realizzazione “una certa quantità di rischio”; era inevitabile che, proponendo un’immagine del futuro nella forma di utopia, questa non potesse essere realizzata senza la preventiva consapevolezza, da parte di chi la proponeva, di possibili errori. L’idea socialista, quindi, costituiva, secondo Bauman, una reazione alla modernità espressa dall’avvento della società industriale, non solo sul piano economico, ma anche su quello sociale.

Le radici della restrizione della libertà e quelle della disuguaglianza economica, tuttavia, non stavano solo nella complessità delle relazioni economiche proprie della società industriale; esse stavano anche nel modo in cui il principio di uguaglianza si era affermato con la Rivoluzione francese sul piano politico, in termini però puramente formali. E’ stata in questa precisa forma – secondo Bauman – “che l’ideale di uguaglianza è stato adottato dalla cultura liberale dominante” espressa dalla società moderna; ma, sempre in questa precisa forma – continua Barman – l’ideale dell’uguaglianza puramente politica è stato contestato e rigettato dalla “controcultura socialista”. Il rifiuto di limitare l’uguaglianza alla sola sfera politica, privando di significato altre disuguaglianze, nonché “la determinazione a estendere l’ideale di uguaglianza oltre il dominio dell’homo politicus”, diverranno – afferma Bauman – i “postulati culturali condivisi da tutte le sfumature della controcultura socialista”.

Dal momento che tali postulati sono stati affermati e condivisi, è divenuto indiscutibile la considerazione che la disuguaglianza fosse un fenomeno “ingiusto” causato dall’azione umana, per cui la controcultura socialista ha tratto la conclusione che “l’ideologia liberale non poteva e non voleva trarre”, ovvero che ciò che era stato sancito nella sfera della politica “poteva e doveva essere ripetuto in altre sfere in cui gli uomini versavano nella privazione”. Per questo motivo, secondo Bauman, il socialismo poteva essere considerato uno sviluppo logico del liberalismo capitalistico; tuttavia, il socialismo non era solo uno sviluppo della critica al liberalismo, in quanto esso era anche “un violento rifiuto del suo lato positivo”, che rinveniva nell’uguaglianza formale il fondamento e la garanzia “della libertà dell’individuo, cioè della sua libertà di non essere uguale in sfere diverse da quella politica”.

Il socialismo, al contrario, considerava l’affermazione dell’uguaglianza formale nella sfera politica come il mezzo per incorporare la totalità degli individui in “una comunità di uomini uguali”; in altri termini, mentre il liberalismo considerava la comunità come ostacolo alla libertà individuale e concepiva lo Stato come unica forma di integrazione degli individui e la cittadinanza come strumento di integrazione comunitaria, il socialismo, invece, “mirava alla ricostituzione di un’integrazione di tipo comunitario” a livello dell’intera società”. In questo modo, la controcultura socialista, nei confronti del tipo di società prevista dall’utopia del liberalismo, offriva un’alternativa che, invece di limitarsi a respingere le presunte virtù di una società fondata sull’accettazione del principio di libertà formale della sfera politica, proiettava “le sue idee guida – afferma Bauman – molto al di là di quanto avessero inteso coloro che le avevano enunciate per primi”.

Nel passaggio dall’utopia del liberalismo a quella socialista, l’ideale di libertà, strettamente connesso alla rimozione dell’ineguaglianza, subiva però “un importante slittamento semantico”, che ha comportato per il “socialismo moderno”, quale è venuto a formarsi nel corso degli ultimi due secoli, la trasformazione dell’utopia originaria dell’uguaglianza su basi comunitarie, divenuta, sopra ogni altra cosa, solo “l’utopia degli esclusi”. E’ sul tema dell’interpretazione della libertà, come attributo della comunità, piuttosto che dell’individuo, che il “socialismo moderno” si è diviso in due correnti, i cui sostenitori si sono spesso impegnati a combattersi tra loro, senza esclusione di colpi, riguardo al modo in cui riscattare gli esclusi dalla loro posizione indigente e subalterna.

Una prima corrente ha abbracciato l’idea che per “produrre giustizia ed equità” fosse necessario “‘partire dal basso’, attraverso la spontanea attività primaria di individui liberati da tutti i vincoli della dipendenza e della sottomissione”, assumendo che qualsiasi intervento dall’alto avrebbe avuto l’effetto di “distorcere la naturale inclinazione individuale alla ‘mutualità’, fondata sulla giustizia ugualitaria”. La seconda corrente, per contro, ha rinvenuto nello Stato la “leva” per assicurare la giustizia sociale, nel senso che le classi sociali deboli, acquisendone il controllo, avrebbero potuto imporre dall’alto alle classi ricche, socialmente dominanti, la giustizia agognata.

Paradossalmente – osserva Bauman – “le due correnti, anche se ovviamente ciascuna con le sue specifiche ragioni, condividevano lo stesso atteggiamento di sufficienza” verso i problemi cui sarebbero andate incontro, se avessero avuto la possibilità di accedere al controllo dell’economia; la prima, presupponeva che i problemi eventualmente generati sarebbero stati risolti con mezzi “alla portata di tutti”; la seconda, invece, quella che si affermerà come corrente marxista ortodossa, lasciava alle procedure capitalistiche “l’incombenza di eliminare i problemi economici con l’avverarsi del sogno dell’abbondanza”, riducendo così il governo dell’economia alla “gestione delle cose”, piuttosto che alla realizzazione di una società liberata dall’indigenza e dalla subalternità dei gruppi sociali più deboli. In tal modo, per questa seconda corrente, preoccupata soprattutto di gestire le cose, la liberazione umana dall’indigenza e dalla subalternità alla produzione, da obiettivo finale del socialismo si riduceva ad una questione strumentale e accessoria.

Quest’ultima considerazione restrittiva dell’idea socialista ha avuto un insieme di conseguenze negative: la prima è stata un irriducibile scostamento dalla concezione originaria del socialismo; la seconda è consistita nell’affermazione che il conseguimento delle finalità originarie dell’utopia socialista avrebbe potuto richiedere il temporaneo sacrificio della libertà individuale; la terza conseguenza, la più grave, è stata quella di considerare il temporaneo sacrificio della libertà individuale come conseguenza della natura materialistica del processo storico; nel senso che la storia, in quanto processo naturale sorretto dall’evoluzione dei fenomeni economici, poteva giustificare in termini deterministici il carattere inevitabile delle situazioni storicamente transitorie dell’uomo, a scapito della capacità creativa di ogni possibile azione umana.

Questa interpretazione del processo storico è stata, secondo Bauman, una delle più importanti ragioni che ha giustificato la connotazione in termini socialdemocratici della corrente socialista che sosteneva che la “produzione” a partire dal basso di giustizia e di equità fosse l’unica via per liberare l’uomo dai vincoli della dipendenza e della sottomissione, attraverso la pratica di un’azione politica che fosse il più possibile legata alle finalità originarie dell’idea socialista. Questa corrente del socialismo, però, tentando di attenuare l’influenza delle “determinanti storiche” sulla condizione sociale dell’uomo, è stata costretta ad una contiguità compromissoria con la logica del capitalismo.

Molti sono stati i tentativi compiuti dai teorici del socialismo democratico volti a sottrarre la socialdemocrazia dagli esiti non sempre positivi di tale contiguità. A parere di Bauman, il “più intelligente” tra questi tentativi è stata la teoria del “blocco storico”, proposta da Antonio Gramsci; ciò perché, questi, sulla base della sua particolare interpretazione del materialismo storico, ha attribuito a tale “blocco” il ruolo di sostegno della “società civile” (considerata come componente essenziale delle “sovrastruttura”, invece che della “struttura”). Gramsci, infatti, sosteneva che la società civile fosse plasmabile dagli intellettuali, i quali concorrevano anche a creare il “contenuto etico” sulla base del quale veniva giustificata l’egemonia che una classe sociale specifica esercitava sul resto della società, e sullo Stato nella sua totalità, senza l’uso di mezzi coercitivi e la repressione dell’opposizione e del pluralismo valoriale.

Secondo Bauman, nella teoria del blocco sociale di Gramsci, gli intellettuali erano chiamati a svolgere “un ruolo sostanzialmente più importante” di quello che il marxismo ortodosso e il socialismo democratico (le due correnti nelle quali si è suddiviso il socialismo moderno) sarebbero stati “disposti ad accordare loro”. Ora, se si tiene conto che l’idea dell’utopia del primo socialismo consisteva nella costruzione di una società volta ad emancipare l’uomo dall’indigenza della società di classe e dalla subalternità alla fabbrica, non si può non riconoscere che, sia il fallimento dell’esperimento del “socialismo reale”, sia il socialismo democratico, realizzato attraverso la riformulazione del capitalismo sotto l’influenza delle idee keynesiane (sebbene queste andassero molto oltre questa riformulazione), hanno “poco da offrire – afferma Bauman – nel senso di un’alternativa alla cultura di ispirazione capitalista”. Tutto ciò, però, non toglie che la “memoria del socialismo, come progetto culturale autenticamente contrapposto alla cultura dominante del capitalismo” sia ancora viva.

Se il progetto del primo socialismo significa ancora qualcosa, ciò non può che esprimere la fine della disuguaglianza e la liberazione dell’uomo dalla logica dei rapporti propri della produzione capitalistica, svincolando il consumo dall’obiettivo di un’accumulazione continua. Ma se questa è ora la sfida che il socialismo deve affrontare, la sua proposta politica deve allora essere volta ad indicare le modalità con cui risolvere, in modo innovativo, il problema distributivo; in altri termini, l’elaborazione delle cultura socialista deve essere volta a proporre le procedure con le quali distribuire un prodotto sociale, la cui disponibilità è resa attualmente possibile attraverso una continua diminuzione del lavoro eterodiretto, a fronte di un consumo che dovrà essere sempre meno subordinato alla logica di una produzione senza fine. Si tratta di un impegno che, sinora, nessun partito socialista democratico ha voluto assumere, preferendo invece “coltivare” la propensione ad identificare, per ragioni elettorali, la cultura sociale con l’opinione dispersa dei votanti.

Così, i tentativi di emancipare l’immaginazione utopistica del primo socialismo dai “lacci e laccioli” del realismo quotidiano tende a risolversi, nel migliore dei casi, in una critica morale sterile del moderno capitalismo; nel caso peggiore, nel tradursi (come dimostra la posizione dei socialisti democratici italiani di fronte al dibattito circa il ruolo e la funzione dell’istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza) in puntello di sostegno delle fasi critiche del capitalismo durante le sue ristrutturazioni.

In conclusione, se l’avvento della società socialista del futuro implica l’elaborazione di una nuova cultura socialista, con pretese egemoniche sulle società civili dei sistemi industriali moderni, l’impegno attuale degli intellettuali socialisti non risulta tale da lasciare presagire il carattere autenticamente socialista dei futuri sistemi sociali.

Gianfranco Sabattini

Nencini: “Una chiamata alle armi. Partire con chi ci sta”

cavallo

“Il Pd nasce dieci anni fa su uno schema bipolare che ora non esiste più. Nasce come contrapposizione al Popolo della Libertà costruito da Berlusconi con la mossa del predellino a Milano. C’era una Italia che ancora non aveva conosciuto la crisi economica più grave dal dopoguerra ad oggi. Ora non c’è più Berlusconi, non c’è più il Popolo della Libertà e la crisi che si è trascinata per anni è stata tamponata dai governi di centrosinistra”. Lo afferma in una intervista all’Avanti! il segretario del Psi Riccardo Nencini. “A fronte di un quadro sociopolitico di questa natura – continua Nencini – la domanda da farsi è se il Pd sia ancora lo strumento per affrontare una nuova Italia. Al passo indietro di Minniti e alla nascita probalissima di un movimento che avrà a capo il vecchio segretario del Pd Renzi, bisognerebbe rispondere con la mossa del cavallo”.

E per chi non gioca a scacchi cosa significa?
Con una mossa eretica ma indispensabile. Non tenere un Congresso di Partito, ma convocare, d’accordo con partiti e movimenti civici, gli stati generali dei riformisti italiani e pensare a una realtà politica nuova e diversa. Questo è quello che la politica suggerirebbe di fare. In modo tale che la sinistra italiana possa uscire dal deserto in cui è precipitata. La mia opinione è che non si andrà in quella direzione. Ergo, questa è una ragione in più perché i socialisti non si guardino l’ombelico. Per cui va benissimo l’orientamento assunto dal Consiglio Nazionale. Penso sia positivo per le direzioni che traccia. Da una parte l’appello a tutti i socialisti a rientrare in casa. Per due motivi: il primo è che non vi sono più ragioni, cessata Forza Italia e morta e sepolta la storia del comunismo italiano, per stare altrove. La seconda ragione è che l’Italia sta passando da uno Stato fondato su una società aperta, voluta dai padri costituenti dopo la seconda guerra mondiale e nella quale noi socialisti abbiamo innestato elementi fondamentali di libertà civile e di diritti sociali, a una società fondata sul nazionalismo etnico e sulla omnipresenza del ministero degli interni. Ultimo esempio è il decreto trasparenza, che riprende il filo conduttore del decreto sicurezza. In entrambi i casi i dati vengono sempre trasferiti al cervellone del ministero degli interni. Ci muoviamo verso una sorta di stato prefettizio, dove i prefetti, come al tempo di Giolitti, assumono una dimensione molto al di là dei poteri che sono stati loro conferiti. E questa è un’altra ragione per la quale bisognerebbe rientrare in casa, perché c’è da difendere diritti e valori per i quali i nostri nonni e le nostre madri hanno combattuto. Il secondo punto di quel Consiglio e che viene affidato ai deliberati del Congresso, riguarda la costruzione di una rete europeista per combattere l’internazionalismo nero e i populisti.

I tempi sono stretti. Le elezioni europee non sono lontane. Bisogna iniziare immediatamente…
Va iniziato immediatamente. La mia preoccupazione più grossa non sono lle Europee, ma le elezioni amministrative e regionali. Perché votiamo, da febbraio a ottobre, in sei regioni. Il 26 maggio votiamo alle Europee ma anche in 4000 comuni. La metà dei comuni italiani vanno al voto. Il rischio che il centro-destra a traino leghista sommi al governo del paese molte amministrazioni locali, in questo caso per eccessiva debolezza del contendente, è una preoccupazione alla quale bisogna far fronte. È una sorta di chiamata alle armi che dobbiamo mettere in campo. Intanto dobbiamo cominciare da chi ci sta. Vedo i Radicali, ma vedo anche una parte che aveva aderito a Forza Italia e che oggi fa attenzione a questa prospettiva, sindaci, civici.

Quindi bisogna muoversi in fretta senza aspettare il congresso Pd.
Esattamente. Anche perché non vedo ad oggi da parte del gruppo dirigente del Partito democratico, nessuna idea su quanto dicevamo prima.

La manovra appare ancora una scatola vuota. Da quando è nata ad ora è cambiata più volte ma è ancora un oggetto misterioso. Che ne pensi?
Quello che vedo è una discrasia tra le cose che si dicono e le cose che si scriveranno. Perché da una parte si sostiene che nulla cambia, ma dall’altra se prima si scrive 2.4 e poi 2.1 qualcosa deve cambiare. Ma in questa confusione rimangono due dati fissi. Il primo è che le politiche di promozione e valorizzazione dell’impresa Italia ancora non ci sono. Secondo, rimane uno straordinario caos negli investimenti infrastrutturali.

A cominciare dalla Tav…
Ma anche dalla Pedemontana, dalla Gronda di Genova, dal Passante di Bologna, dalla Fiano-Grosseto e dalla Tirrenica. Dalla Stazione di Grottaminarda in Campania. Per ora si registra non un programma alternativo rispetto ai governi Renzi-Gentiloni, che avevano finanziato opere per 149 miliardi. Ma si registrano soltanto una serie di no.

Delrio sul Corriere cita il socialista Prampolini quando diceva “uniti siamo tutto, divisi siamo niente” fa un certo effetto…
Il principio generale dello stare uniti lo condivido. Ma non basta più stare uniti. Non è che il Pd risolve il suo problema confidando in una spinta all’unità. Serve un canone diverso. Non serve solo al Pd, serve alla sinistra europea. Avrò dei colloqui con diversi leader socialisti europei. Vedrò anche Corbyn. Andrò a dire queste cose: che serve una Bad Goedesberg del socialismo europeo. Vanno disegnati diversamente i principi di giustizia sociale e di libertà. Va messa una relazione stretta tra libertà, sicurezza e identità. Serve anche una forma di socialismo umanitario più radicale, ma è una battaglia europea e non nazionale quando si affronta la prepotenza e il potere enorme che hanno le multinazionali,  che hanno i poli finanziari. Condizionano dalla fine degli anni ‘90 la politica. Terzo, bisogna tornare al primato della politica. Alla fine, tutto questo sputare in faccia alla politica, determina da una parte l’antipolitica, con tutti i populismi e sovranismi del caso, dall’altra apre un vialone straordinario all’economia finanziaria che non ha più nessuna forma di barriera politica ad ostacolarla. Però queste sono decisioni che vanno prese non stato per stato ma dentro un vertice europeo.

E in questa visione che cosa può partire dal Congresso del Pse a Lisbona?
Bisogna lanciare lì l’idea di Stati Uniti d’Europa. Perché l’Europa così com’è è destinata a contare sempre meno nello scenario internazionale che si è costituito dopo il 1989-90. Vanno rivisitati tutti i parametri di Maastricht perché ci sia più attenzione ai temi degli investimenti e dell’inclusione e bisogna che sia una responsabilità europea un tema delicato come quello delle grandi migrazioni. Non siamo davanti al fenomeno di un migrante che parte con la famiglia. Siamo difronte a migrazioni di popoli. Molti citano gli esempi degli italiani che a fine ottocento e inizio novecento partivano per Argentina, Brasile e Stati Uniti. È cosa diversa. Sono popoli che si spostano, all’interno di un continente o dal quel continente ad altri ritenuti più ricchi. È un fenomeno che ha una durevolezza temporale. Non è una cosa che nasce e muore nell’arco di un quinquennio.

Daniele Unfer

Parla Merella. Sul ponte governo senza visione

PONTE CROLLATO GENOVA MORANDI

La cicatrice del crollo del Ponte Morandi di Genova, avvenuto il 14 agosto scorso alle 11.36 del mattino, è sempre in primo piano, ed è difficile dimenticare i 43 morti e gli oltre 5mila sfollati che ha causato. Come difficili da cancellare o da riparare sono i danni che ha causato all’economia di una città che in gran parte ruota intorno a un sistema portuale che produceva, almeno sino all’anno scorso, l’1,5 per cento del Prodotto Interno Lordo italiano.

Ma cosa sta succedendo a Genova? Soprattutto dopo l’approvazione del decreto, la nomina del commissario e la presentazione di una quarantina di progetti per rifare una struttura vitale, non solo per l’economia del territorio.

arcangelo merellaAbbiamo intervistato Arcangelo Merella, da anni esponente di spicco del socialismo genovese, quindi un politico ma anche un esperto di traffico e di mobilità urbana.

Come è cambiato il traffico dopo il crollo del ponte? Le strade a disposizione stanno reggendo bene l’impatto?
«Va dato atto al sindaco Bucci e al governatore Toti, nella loro duplice veste di Commissari e capi degli Enti liguri, di aver adottato, da subito, misure che si sono rilevate efficaci per il contenimento dell’impatto sul traffico indotto dalla caduta del ponte. Dopo qualche giorno di evidente smarrimento i due rappresentanti istituzionali hanno adottato provvedimenti relativi all’apertura di nuove strade, di accelerazione di importanti opere in corso e di conclusione di lavori in corso d’opera, contribuendo così a contenere fenomeni di congestione molto gravi e pregiudizievoli per la normale attività della città e per l’accesso ai siti industriali e commerciali a iniziare dal porto».

Un esempio pratico?
«Dopo la riapertura di importanti tratti stradali chiusi per esigenze di sicurezza e per le indagini della magistratura, fra qualche giorno aprirà il collegamento diretto tra la nuova strada a mare e il casello autostradale di Sestri ponente, con indubbi vantaggi per la mobilità urbana».

Cosa succederà quando inizieranno i lavori di demolizione e di smaltimento dei resti del viadotto?
«Con l’apertura dei cantieri per la demolizione del ponte, e probabilmente delle numerose abitazioni sottostanti, occorrerà prestare particolare attenzione per evitare significativi disagi e conflitti che potrebbero mettere a rischio il rispetto dei tempi per la conclusione delle delicate operazioni. Occorre, in tal caso, vedere nei diversi progetti che sono stati depositati qualche giorno fa, come questo aspetto è stato trattato dai proponenti».

Quanto potrebbero incidere i tempi della ricostruzione del ponte in termini di calo del traffico merci portuale e del reddito complessivo del territorio?
«Questo è un tema molto delicato, in quanto sembra che alla difficoltà derivante dal crollo del ponte si stia sommando un vento di crisi che incide anche sui traffici portuali».

Come è, appunto, la situazione attuale nei due principali porti genovesi?
«Ne stanno risentendo in modo diverso: senza particolare calo nel porto di Prà, direttamente connesso con l’A26 (Genova Gravellona Toce); mentre il calo è stato sensibile (qualcuno stima sul 18%) al porto storico di Genova Sampierdarena, cui si accede dal casello di Genova ovest e, dunque per chi proveniva da ponente, attraverso il ponte Morandi prima che crollasse. Ma a contare pare non sia solo la difficoltà di un accesso più diretto ma la paura di ingorghi e blocchi che rallenterebbero le operazioni e farebbero crescere i costi».

Sarà possibile recuperare i volumi di traffico persi?
«Il recupero dei traffici sarà possibile nella misura in cui il nuovo ponte sarà ricostruito nel minor tempo possibile. Più va in là la costruzione, più difficile sarà recuperare traffici, che magari si sono riassestati su altri porti».

Assieme al porto soffre tutta la città. E’ stato fatto un calcolo complessivo dei danni?
«Sicuramente non è il solo porto a soffrire per questa improvvisa sciagura. Proprio nei giorni scorsi, nel corso dell’assemblea annuale di Confindustria Genova, il presidente Mondini ha evidenziato come per ogni anno di mancata ricostruzione del ponte Morandi ci sarà una perdita di 178 milioni per le attività portuali, 54 milioni per quelle industriali, un’extra costo per il personale dipendente di oltre 68 milioni, costi per circa 64 milioni gravanti sui cittadini per gli spostamenti e una riduzione dei consumi per 27 milioni di euro. Il tutto concorre a un impatto negativo sul PIL del Nord Ovest per circa 784 milioni di euro».

Il calcolo dei danni rischia di aggravarsi ancora, dato che i porti di Genova producono una quota importante del Pil?
«Il sistema portuale ligure contribuisce al PIL nazionale nella misura dell’1,5%, ma soprattutto il solo porto di Genova consegna ogni anno allo Stato Italiano otre 5 miliardi di euro relativi a Iva e accise varie che gravano sulla merce in transito. Una quantità importante di denaro di cui nulla resta alla città. Da tempo proponiamo che almeno l’1% di questa immensa cifra resti nelle disponibilità della città per investimenti strategici volti a migliorare il complessivo contesto urbano».

Nel frattempo c’è la class action degli spedizionieri contro Autostrade e ministero dei Trasporti. E’ una strada giusta, che magari anche altri possono percorrere?
«Non so quale effetto giuridico possa avere, ma sotto il profilo della sensibilità al problema di importanti categorie economiche è indubbiamente efficace. Dunque, ai fini del risultato la strada forse non è la migliore ma, sotto l’aspetto della rappresentanza di istanze cui occorre prestare severo ascolto, è molto utile».

A proposito del ponte nuovo, è già tempo per un giudizio sui progetti presentati?
«Qualche giorno fa, scaduti i termini per la presentazione delle offerte, sono state ben 40 le proposte arrivate sul tavolo del commissario. Mi pare una gara tra soggetti molto forti sia sotto il profilo della capacità industriale sia progettuale. I nomi migliori dell’industria delle costruzioni e nomi altisonanti per la firma di progetti da Piano a Calatrava. Le prime immagini uscite dalla riservatezza restituiscono progetti di buona qualità architettonica e urbana: attendiamo la valutazione del nucleo di esperti nominati dal commissario cui spetta l’onere di scegliere il progetto migliore. Ma sono fiducioso su una scelta di grande qualità».

Il commissario straordinario, nonché sindaco di Genova, Marco Bucci ha dichiarato che il nuovo viadotto sarà pronto tra Natale 2019 e gennaio 2020. E’ una ipotesi realistica?
«Ho molta stima di Marco Bucci ,che considero un amico e che ritengo stia lavorando con grande spirito di sacrificio per la città, ma in questo caso sono in disaccordo con lui. La demolizione e la ricostruzione di un ponte di quelle dimensioni, in quel contesto, è un’operazione molto delicata, e altrettanto impegnativa, che richiede tempi non brevissimi. Recenti analisi fatte da un gruppo di esperti ingegneri, già projet manager per grossi impianti industriali costruiti in giro per il mondo, evidenziavano come la costruzione del ponte, punto per punto, richiedesse tempi di lavorazione non brevissimi per cui, anche stressando i diversi tempi, sarebbero occorsi almeno 36 mesi. Non so però come e sulla base di cosa il commissario Bucci insista nell’indicare con la fine dell’anno nuovo il termine per la conclusione dei lavori. O dispone di notizie che non ho o eccede in ottimismo, il che può tirare su il morale ma non le pile del ponte».

Parliamo del decreto legge sul ponte. C’è tutto quello che serve per affrontare un’emergenza di queste dimensioni?
«Le misure contenute nel cosiddetto “Decreto Genova” non sono risultate essere sufficienti a dare risposte adeguate alle criticità che si sono registrate e ancora permangono nella città di Genova a seguito del tragico crollo del Ponte Morandi».

Quali sono i punti sui quali il governo e il Parlamento dovevano essere più incisivo?
«Il provvedimento, intanto, è arrivato oltre tre mesi dal tragico evento sconfessando la celerità promessa dal Governo e dal presidente Conte in piazza a Genova. Poi non è parso recepire le aspettative della comunità locale ferita in tanti vitali settori della sua attività economica e in tanti aspetti sociali. Lo stesso commissario, pur soddisfatto per poter finalmente agire per sua la città, non ha potuto fare a meno di evidenziare lacune e mancanze ritenute importanti. La discussione è stata molto accesa nelle istituzioni e particolarmente nel Consiglio comunale di Genova dove il gruppo del Pd ha presentato una serie di ordini del giorno, votati all’unanimità, volti a introdurre nel decreto quelle modifiche migliorative ritenute indispensabili».

Quali sono queste modifiche?
«L’attenzione è stata posta, in modo particolare, sulla ricollocazione di aziende danneggiate dal crollo; sulla necessità di comprendere tra i risarciti anche gli abitanti della cosiddetta zona arancione (limitrofa alla zona rossa ma esclusa dai provvedimenti di sostegno); sull’istituzione della casa della salute in Val Polcevera, onde assicurare prestazioni adeguate alla popolazione oramai lontana, a causa delle interruzioni delle strade, dai principali centri sanitari. Inoltre sono necessarie misure di sostegno al reddito per le imprese danneggiate, da mantenersi almeno fino alla completa ricostruzione del ponte; e la riduzione del canone delle concessioni portuali in misura corrispondente al calo dei traffici generato dal crollo del ponte. Insomma, una serie di misure incisive di cui il Decreto Genova non si è fatto carico fino in fondo e sulle quali l’intera comunità genovese ha deciso di schierarsi in modo molto unitario».

Mi sembra che sia rimasto irrisolto anche il nodo della grande viabilità, dal Terzo Valico alla Gronda?
«La cosa che ha maggiormente allarmato è proprio l’assenza di ogni riferimento al Terzo Valico e alla Gronda di ponente (prevista per alleggerire il transito sul nodo di Genova), opere indispensabili per lo sviluppo del territorio e sul quale l’intera comunità genovese non intende transigere. Specie per il Terzo Valico dei Giovi (tratto a sud del corridoio Reno Alpi che congiunge Genova con Rotterdam), opera già in corso di realizzazione e il cui ritardo imposto dai ripensamenti del ministro Toninelli sta causando danni non indifferenti. Un po’ diverso il discorso per la gronda: il crollo del Morandi ha disegnato un nuovo scenario che impone una riflessione sulle infrastrutture stradali del nodo genovese».

A bocce ferme è difficile fare previsioni, ma quale potrebbe essere il ruolo di Autostrade in tutto questo scenario, soprattutto dopo l’assegnazione degli appalti per la demolizione e la ricostruzione del ponte?
«La messa in discussione della concessione parziale o totale al gruppo Autostrade minacciata dal Governo rende critica ogni decisione che comporta l’investimento diretto del gruppo in opere autostradali di rilevante impegno economico».

Anche se l’intervista finisce qui, questo è un argomento che tratteremo sicuramente nelle prossime settimane, perché del nuovo ponte di Genova se ne parlerà ancora a lungo, anche sull’Avanti.

Antonio Salvatore Sassu

CHI E’ ARCANGELO MERELLA

Arcangelo Maria Merella, dal 1997 al 2007 è stato assessore alla mobilità e ai trasporti del Comune di Genova, sua città natale. Nel corso del primo mandato ha curato in modo particolare la redazione del P.U.T. (Piano Urbano del Traffico) dell’area centrale genovese, in collaborazione con il prof. Bernhard Winkler, preside della facoltà di Architettura di Monaco di Baviera e promosso la partecipazione del Comune a importanti progetti nazionali e comunitari nel settore della mobilità sostenibile. Ha collaborato con l’Università di Genova, facoltà di Economia e Commercio, per l’attivazione del Progetto M.E.R.C.I., primo esperimento realizzato per la consegna delle merci nel centro storico con veicoli a basso o nullo impatto ambientale. Con il Centro Interuniversitario di Ricerca e Trasporti – Facoltà di Ingegneria, ha sviluppato progetti connessi alla gestione telematica della mobilità. Ha ricoperto ruoli istituzionali a livello regionale e nazionale, tra cui membro del Comitato tecnico nazionale della sicurezza stradale in rappresentanza dell’Anci; coordinatore nazionale della Consulta nazionale dell’Anci per la mobilità sostenibile e per i trasporti. E’ stato consigliere e vice presidente della Società Autostradale – Milano Serravalle. E’ stato consigliere di amministrazione di AMI-Azienda Mobilità e Infrastrutture SpA. E’ stato presidente nazionale della Conferenza assessori per il Car Sharing. Da ottobre 2007 a marzo 2008 ha collaborato con l’Agenzia per il Waterfront del Porto di Genova.

Dal Maggio 2012 è rientrato nei ruoli della Regione Liguria dove svolge l’attività di funzionario nel settore Progetti, Infrastrutture, Viabilità, Porti e Logistica. Dal Giugno 2013 è stato amministratore unico di Infrastrutture Liguria spa.

Dal giugno 2014 al maggio 2016 è stato amministratore unico di I.R.E. spa (Agenzia Regionale Ligure per le Infrastrutture, il Recupero Edilizio e l’Energia).

Nel 2008 ha pubblicato, per la casa editrice Franco Angeli, il volume “Sistemi di trasporto non convenzionali”, scritto insieme agli architetti Bandini, Marsullo e Calza. Nel 2010, edito da Uniservice, ha pubblicato “Infrastrutture e logistica. L’area milanese e lo sviluppo del Porto di Genova”.

Fine della grande guerra:
la sventura dell’Europa

guerra mondiale

Quel periodo di fine Ottocento-primo Novecento non a caso chiamato ‘Bella Époque’ faceva dell’Europa «il migliore dei mondi possibili». Racconta Stefan Zweig ne “Il mondo di ieri”: «Quel mondo guardava con dispregio le epoche anteriori con le loro guerre, carestie, rivoluzioni, come fossero stati tempi in cui l’umanità era ancora minorenne e insufficientemente illuminata. Ora invece non era più che un problema di decenni, poi le ultime violenze del male sarebbero state del tutto debellate. Tale fede in un progresso ininterrotto e incoercibile ebbe per quell’età la forza della religione; si credeva in quel progresso già più che nella Bibbia ed il suo vangelo sembrava inoppugnabilmente dimostrato dai sempre nuovi miracoli della scienza e della tecnica».

Poi successe improvvisamente l’irreparabile: lo racconta Francesca Canale Cama nelle sua ricerca curata per RCS “La Grande Guerra”, alla quale mi riferirò spesso. Se prima del 1914 «la pace era il quadro normale della vita europea» nella quale potevano affermarsi accanto ad un tumultuoso capitalismo, anche un’apertura della politica alle istanze popolari e al riformismo sociale, va allora «considerato che le società nel loro complesso erano completamente disabituate allo sforzo bellico e, per giunta, molto poco sapevano dei caratteri della guerra moderna».

Tuttavia la lunga pace dell’Ottocento europeo – interrotta dalla guerra franco-tedesca del 1870 – era solo apparente: secondo lo storico inglese Eric Hobsbawm, la rivalità tra gli Stati, il nazionalismo, la pressione del complesso militare-industriale portavano inevitabilmente alla guerra. Ma anche chi prevedeva la guerra e premeva per essa, considerava pure che potessero frapporsi dei fattori che la rendessero evitabile: in Europa «nessuno previde – racconterà nelle sue memorie il presidente del Consiglio italiano Antonio Salandra – l’enormità delle immediate conseguenze che ne sarebbero derivate». La Prima Guerra mondiale divenne insomma una ‘avventura’ imprevista nelle sue dimensioni: innescata nel giugno 1914 dall’assassinio del principe ereditario d’Austria-Ungheria a Sarajevo e dall’ultimatum imperiale alla Serbia – considerata mandante dell’attentato –  si vagheggiò di una sua conclusione entro il Natale 1914: in realtà si era alle soglie di «una lunga guerra dagli esiti incerti», riferisce il lavoro della storica Canale Cama: noi sappiamo che durerà fino al novembre 1918, provocando 17 milioni di morti, di cui 7 milioni civili (esclusi quelli dovuti all’influenza spagnola), un ecatombe che avrebbe determinato «il passaggio ad una nuova era».

«Prepararci all’imprevedibile»: secondo il prof. Fulvio Cammarano questo sarebbe il compito degli storici che più attentamente scavino sotto gli intrecci degli avvenimenti e dei protagonisti. Ad esempio era abbastanza evidente che la Serbia avesse le sue responsabilità, avendo istruito ed equipaggiato gli attentatori di Sarajevo: ma l’Austria le indirizzò un ultimatum così estremo che la Serbia non poteva che respingere per salvaguardare la sua indipendenza. L’Austria-Ungheria avrebbe potuto avere tutta l’opinione pubblica mondiale dalla sua parte. Eppure scrive lo storico Golo Mann – «i signori di Vienna decisero di andare oltre». Perché? È qui che emerge la funzione dello storico capace di «prepararci all’imprevedibile», con un’analisi non superficiale. La menzionata ricerca RCS commenta così il casus belli: «La risposta, probabilmente, è nel fatto che già da tempo si stava affermando una tendenza bellicista all’interno dell’Austria-Ungheria, il cui principale esponente era il capo di Stato Maggiore Conrad, convinto che un grande successo di politica internazionale avrebbe indebolito tutte le forze centrifughe dell’Impero, mantenendone così la compattezza interna. Si voleva, insomma, una guerra per risolvere l’altrimenti insolubile problema delle etnie. Per questo, anche l’Ultimatum fu redatto in forma talmente categorica da indurre la Serbia ad opporsi. Alla base di questa tendenza politica stava – come spiega ancora Golo Mann –  un problema essenziale che l’Impero multinazionale asburgico non riusciva a risolvere in maniera efficace e che nel mondo di inizio Novecento prendeva un’urgenza inedita, quello delle diverse nazionalità. Un problema, peraltro, comune a tutte le entità imperiali del continente europeo e delle aree limitrofi che, non a caso, verranno spazzate via dalla guerra».

Dopo quattro anni e mezzo, la Grande Guerra terminò con la sconfitta degli Imperi austro-ungarico, tedesco e ottomano e la vittoria di Francia, Inghilterra, Italia e Usa, mentre la Russia fin dal 1917 – sotto la guida di Lenin – si era sfilata dal conflitto. Va ripetuto che la guerra all’inizio era stata pensata da molti come conflitto di breve durata, trasformatosi invece in una lunga contesa: un imprevedibile ‘cigno nero’ all’orizzonte, ossia una evoluzione inimmaginabile secondo le teorie di Nassim N. Taleb presentate nel suo saggio dal sottotitolo emblematico “Come l’improbabile governa la nostra vita”. Eppure la fine della guerra lasciò inizialmente «un senso di indefinitezza» tra i combattenti, tanto che la maggior parte dei soldati sul fronte occidentale «rimaneva lì dov’era, dubitando ancora che la guerra fosse finita», come ha testimoniato lo storico James Sheehan. Riavutisi da tale impreparazione, non capirono la nuova situazione, tanto che «i tedeschi, per esempio, in gran parte credevano d’aver vinto», non essendo a conoscenza «dell’immensità del quadro bellico»; comunque sperarono almeno in «una pace conciliatoria e non umiliante».

Ma nel giugno 1919 venne il Trattato di Versailles ad interrompere questi «facili entusiasmi», peraltro innescati anche dalle aspettative che il presidente americano Woodrow Wilson, sbarcando in Europa nel dicembre 1918, aveva sparso a piene mani proclamando: «Mai più guerra!». Questa voce – dichiarerà Stefan Zweig in “Momenti fatali” – venne «immediatamente capita in ogni paese, in tutte le lingue». Ma tra la pace sognata e la pace reale corse una distanza siderale. Il Trattato di Versailles, soprattutto per l’intransigenza del Primo ministro francese Georges Clemenceau, oltre a confermare lo smembramento degli imperi austro-ungarico e ottomano, fu molto punitivo contro la Germania, considerata la vera regista dello scatenamento del conflitto di cui l’Austria-Ungheria aveva solo acceso la «imprevedibile» miccia, congetturando un Ultimatum così drastico alla Serbia sulla base di un premeditato avallo tedesco. Tanto che così testifica il Trattato di pace: «Gli Alleati e i Governi Associati affermano, e la Germania accetta, la responsabilità della Germania e dei suoi alleati per aver causato tutte le perdite e i danni che gli Alleati e i Governi Associati e i loro cittadini hanno subito come conseguenza della guerra loro imposta dall’aggressione della Germania e dei suoi alleati».

Sulla Germania cadde dunque l’obbligo maggiore di pagare i costi di riparazione quantificati in 33 miliardi di dollari del 1913, di cui furono effettivamente pagati 21 miliardi tra il 1919 e il 1932 mettendo a durissima prova la tenuta economica e democratica post-bellica tedesca. «Questa non è una pace. È un armistizio per vent’anni» dichiarò Ferdinand Foch, comandante supremo delle forze alleate. Uguale fu il giudizio di un personaggio che poi diventerà un economista famosissimo e che allora fu presente a Parigi come rappresentante del Tesoro britannico: si tratta di John M. Keynes che abbandonerà la Conferenza di pace, sostenendo che le durissime riparazioni imposte alla Germania avrebbero portato il Continente nel giro di due o tre decenni ad un nuovo conflitto e «alla scomparsa dell’ordine sociale così come l’abbiamo conosciuto». Ecco due personalità – un militare e un economista – che ben incarnano la funzione della previsione storica in grado di «prepararci all’imprevedibile», che dunque diventa tale solo se non si analizza bene «la complessità degli intrecci», come richiamato più sopra dallo storico Cammarano. Peraltro c’è un’arguzia dello scrittore nordirlandese Robert McLiam Wilson che giustifica con sarcasmo anche gli insipienti cultori degli avvenimenti rappresentati come ‘improbabili’: «Nella geopolitica c’è una sola legge: tutto quello che è improbabile è impossibile finché non succede, e a quel punto era prevedibile».

In questo commento non poteva mancare un richiamo alla posizione dell’Italia che era entrata in guerra nel maggio 1915 a fianco di Inghilterra, Francia e Russia contro l’Austria-Ungheria, alla quale fin dal 1882 era legata, insieme alla Germania, dal patto ‘difensivo’ della Triplice Alleanza da cui ora si sentiva slegata: infatti l’articolo 4 dell’alleanza esonerava dal patto se una delle parti avesse dichiarato guerra ad una quarta potenza, come aveva fatto l’Austria con la Serbia ; inoltre, la mancanza di un accordo preliminare, previsto dall’articolo 7 nel caso di intervento di Austria o Italia nei Balcani, implicava un’infrazione dell’accordo a carico di Vienna. Ma fuori e contro lo spirito della Triplice – che rappresentava comunque un trattato d’amicizia, stretto inizialmente per parte italiana in funzione antifrancese per la contesa coloniale in Nordafrica –  agirono in Italia tutte le forze desiderose di completare l’ultima guerra risorgimentale dell’Italia, da combattere anche stavolta come le precedenti contro l’Austria per unire Trento e Trieste alla madrepatria. Va però segnalato che nel Trattato segreto di Londra del 26 aprile 1915, l’Italia aveva preteso ben di più, assecondando «le aspirazioni del nazionalismo e del conservatorismo liberale perché, oltre la rivendicazione delle province italiane dell’Impero asburgico, miravano a garantire confini sicuri, il controllo dell’Adriatico e la prospettiva dell’espansione coloniale». Precisa al proposito Lorenzo Cremonesi in una lunga ricerca curata a puntate per la rivista “Sette”: «Roma non solo voleva Trento e Trieste, ma anche l’Alto Adige a maggioranza tedesca, l’Istria, diverse isole e regioni croate abitate da slavi, l’Albania, il controllo militare dell’Adriatico, il Dodecaneso, una parte della Turchia occidentale e il pieno riconoscimento dei suoi interessi coloniali in Africa». Insomma lo spirito risorgimentale che avrebbe dovuto riconoscere e garantire le nazionalità – tutte le nazionalità – oppresse, veniva smentito. Addirittura il ministro degli Esteri Sidney Sonnino parlò apertamente di «sacro egoismo» lasciando il tavolo delle trattative di Parigi quando il presidente americano Wilson – in difesa dei principi di concordia fra tutte le nazionalità – considerò decaduto il trattato di Londra. In Italia si parlò di «vittoria mutilata»: in realtà la tesi wilsoniana corrispondeva agli obiettivi principali dell’interventismo democratico italiano, che puntando alla caduta dell’Impero asburgico per liberarne le nazionalità oppresse, non poteva che sostenere «un accordo tra italiani e slavi come la sola soluzione pacifica praticabile nella regione» sostiene lo storico Rosario Romeo ne “L’Italia unita e la prima Guerra mondiale”. Invece prevalse l’esasperazione nazionalistica, nonostante fosse stato già acquisito a vantaggio dell’Italia – «in violazione dei confini etnici» – il Sudtirolo di madrelingua tedesca: una violazione – spiega Romeo – che se fu «avallata a Nord» trovò al tavolo di Parigi «una invincibile resistenza per ciò che riguardava i confini orientali, dove le aspirazioni italiane si urtavano con quelle degli slavi del Sud».

Ma succederà anche di più: la concitazione da ‘vittoria mutilata’ spinse nel settembre 1919 una spedizione eterogenea di «soldati ribelli, artisti e libertari capeggiati da Gabriele D’Annunzio» – come racconta Claudia Salaris nel suo saggio “Alla festa della rivoluzione”- ad occupare la città di Fiume, che non era prevista come ricompensa all’Italia negli stessi accordi segreti di Londra. Fiume secondo il censimento del 1910 contava 49.806 abitanti, di cui la metà italiani, esattamente 24.212, mentre i restanti comprendevano abitanti di lingua serbo-croata, slovena, tedesca, ungherese: una realtà variegata – che si era andata dilatando negli ultimi decenni con l’immigrazione di cittadini non italiani – ma che comunque andava rispettata. Nella successiva storia italiana, l’avventura fiumana divenne «l’archetipo di successo» – rammenta ancora Cremonesi – della marcia su Roma e della sopraffazione fascista delle istituzioni liberali: con inevitabile sconcerto di chi era andato a Fiume con altre idealità e identità culturali.

In conclusione, riferirei in breve di due protagonisti dal percorso politico contradditorio e confliggente, attingendo alle biografie riportate nel citato lavoro “La Grande Guerra”. Parlo del presidente USA Thomas W. Wilson e di Georges Clemenceau, primo ministro francese. Wilson (1856-1924) giurista e politologo, partì da posizioni retrograde, tanto da considerare il diritto di voto per tutti come «fondamento di ogni male», propagandando anche il darwinismo sociale e «la superiorità biologica dei bianchi sulle altre etnie». Ma nel corso degli anni cambiò radicalmente posizioni tanto da essere designato nel 1912 alla presidenza degli Stati Uniti dalla componente progressista del partito democratico con l’ostilità di quella conservatrice. Diventato presidente, quando scoppiò la guerra mondiale mantenne gli USA dapprima neutrali e pacifisti, per evitare che «lo spirito brutale della guerra entrasse nelle fibre più profonde della vita nazionale, infettando il Congresso, le Corti di giustizia, il poliziotto di ronda, l’uomo della strada». Trascinato nel conflitto dalle provocazioni tedesche che con la guerra sottomarina avevano affondato navi passeggeri e mercantili statunitensi, nell’aprile 1917 dichiarò guerra alla Germania per «ristabilire le libertà violate dalla mire tedesche» e perché il mondo doveva diventare «un luogo sicuro per la democrazia». Nel gennaio 1918 presentò i suoi celebri “Quattordici punti” riferiti ai liberi commerci marittimi, ai diritti delle nazionalità oppresse, al riconoscimento dell’indipendenza dei popoli soggetti ai vecchi imperi, all’abolizione della pratica illiberale della diplomazia segreta, al bisogno di «instaurare un nuovo ordine fondato sulla pace», partendo dalla riduzione degli armamenti e arrivando alla proposta di fondare la «Società delle Nazioni, un organismo internazionale finalizzato ad assicurare il mutuo rispetto fra i singoli Stati». Accolto dall’opinione pubblica europea e mondiale come un ‘nuovo Vangelo’, il programma di Wilson fu accettato molto parzialmente dalle potenze vincitrici, che seguirono una prospettiva punitiva, dominata dal «sacro egoismo» di ognuna di esse. I suoi Quattordici punti restarono in gran parte lettera morta: come consolazione ottenne il Premio Nobel per la pace nel 1920.

Percorso opposto fu quello di Georges Clemenceau (1841-1929). Di tradizioni repubblicane e anticlericali, sostenne dapprima posizioni radicali e anticapitaliste, distinguendosi nella difesa di Alfred Dreyfus, affiancando vibratamente il J’accuse di Émile Zola contro l’antisemitismo del militarismo francese. Le sue opinioni mutarono quando divenne primo ministro nel 1906, imprimendo una «svolta di carattere nazionalistico al governo, in opposizione ai socialisti e ai sindacati». Scoppiata la guerra, fu «fervente militarista» e ostile ad ogni mediazione diplomatica. Come più sopra riferito, Clemenceau «mostrò una posizione intransigente nei confronti della Germania, sostenendo la necessità di piegarla sia politicamente sia economicamente; tali posizioni lo misero in contrasto con il presidente americano Wilson, ma furono poi quelle adottate dalle nazioni vincitrici». E per l’Europa a sventura si aggiunse sventura…

LIBRI CITATI:

-Stefan Zweig, “Il mondo di ieri”, Mondadori, Milano, 1994

-Eric Hobsbawm, “L’Età degli imperi. 1875-1914”, Laterza, Roma-Bari, 1988

-Golo Mann, “Storia della Germania moderna 1789-1958”,Garzanti, Milano, 1978

– Nassim N. Taleb, “Il Cigno nero – Come l’improbabile governa la nostra vita”, il Saggiatore, Milano, 2008

-James Sheehan, “L’età post-eroica. Guerra e pace nell’Europa contemporanea”, Laterza, Roma-Bari, 2009

-Stefan Zweig, “Momenti fatali”, Adelpi, Milano, 2005

-John M. Keynes, “Le conseguenze economiche della pace”,Adelphi, Milano, 2007

-Robert McLiam Wilson, “Belfast, Dublino e oltre”, in “La Lettura – Corriere della Sera”, 2 aprile 2017

-Lorenzo Cremonesi, “La rabbia italiana per gli accordi traditi”, rivista “Sette”, 21 ottobre 2016

-Rosario Romeo, “L’Italia unita e la prima Guerra mondiale,”Laterza, Bari, 1978

-Claudia Salaris, “Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume”, il Mulino, Bologna, 2002

Nicola Zoller

L’asse Salvini-Visegrád blocca il Global Compact

global compact

Il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration, è un accordo di tipo intergovernativo, negoziato sotto l’egida dell’Onu, che come obbiettivo conta di coprire tutti gli aspetti delle migrazioni internazionali, appunto su scala mondiale.

La necessità di tale strumento era stata già evidenziata nel settembre 2016, da più di 190 Paesi ed è stato poi ribattezzato “Dichiarazione di New York”. Il Global compact ha iniziato il proprio iter nell’aprile 2017 e la sua adozione dovrebbe teoricamente arrivare tra 10 e 11 dicembre 2018, in una conferenza internazionale che si terrà a Marrakech, capitale del Marocco, nella cornice dell’Assemblea generale dell’Onu.

Cresciuti in breve tempo, sono gli annunci di defezioni dal vertice, in particolare del gruppo di Visegrád, quali Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Polonia e poi ancora Austria, Bulgaria, Croazia, Israele e Australia. La Svizzera, neutralmente, ha annunciato che non andrà al vertice in attesa di un pronunciamento del Parlamento. La stessa posizione è assunta dall’Italia nonostante le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di due mesi fa e di pochi giorni addietro:

“Da anni l’Italia è impegnata in operazioni di soccorso e salvataggio nel Mar Mediterraneo ed ha sottratto così alla morte decine di migliaia di persone, spesso da sola, come è stato più volte riconosciuto dalle stesse istituzioni europee allorché hanno affermato che l’Italia aveva salvato l’onore dell’Europa. I fenomeni migratori con i quali ci misuriamo richiedono una risposta strutturata, multilivello e di breve, medio e lungo periodo da parte dell’intera Comunità internazionale. Su tali basi sosteniamo il Global Compact su migrazioni e rifugiati”.

Lunedì 26 novembre, il capogruppo della Lega alla commissione Esteri della Camera, Paolo Formentini, ha chiesto una risoluzione al governo con il fine di non sottoscrivere l’accordo, sostenendo l’assurdità nel dare ad un organismo non eletto una competenza propriamente statuale. Il Global Compact for Migration non contiene alcuna norma che assegna all’ONU competenza in materia di immigrazione.

Subito dopo l’intervento di Salvini alla Camera, il 28 novembre, il tutto è venuto meno, ed anzi, il governo Italiano, ha intenzione di attende la pronuncia del Parlamento prima di esporsi. Secondo Giorgia Meloni e la schiera del FLI, tra gli obbiettivi fondamentali condivisi dai molti paesi, ce ne sarebbe uno che a sua detta, risulterebbe “folle”: “la migrazione è un diritto fondamentale di ogni essere umano”. L’importante per la presidentessa di Fratelli d’Italia, sembrerebbe l’immagine che l’Italia da di sé all’estero non certamente il disagio che è alla radice. Dunque, questa sorta d’invasione ben pubblicizzata andrebbe repentinamente fermata. Ma veniamo ai punti, ventitré, sui quali si basa il Global Compact e che fanno da linee guida nelle gestioni di immigrazione ed accoglienza: il principale è la creazione di una rete internazionale per un’accoglienza sicura, di sostegno, senza dubbio inclusiva, per l’ottenimento di una maggiore coesione sociale di migranti e rifugiati. Inoltre tra i punti ci sono la lotta contro lo sfruttamento, il contrasto del traffico di esseri umani, l’assistenza umanitaria, l’adozione di programmi di sviluppo e procedure di frontiera nel rispetto del diritto internazionale, partendo dalla Convenzione sui rifugiati del 1951.

Non è ancora chiaro se e quando una discussione del genere verrà calendarizzata, rimane certo, per ora, che l’Italia non sarà presente a Marrakech. Giuseppe Brescia, deputato del M5S, presidente della commissione Affari Costituzionali, dopo l’annuncio del governo ha dichiarato che il Global Compact deve essere assolutamente sottoscritto. Il Partito Democratico avendo aspramente criticato il governo per non aver tenuto fede alle parole dette, quasi sicuramente in caso di voto in Parlamento sosterrà la firma del documento.

Giulia Fiaschi

Presa di distanza di Salvini dalla Lega delle origini

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Nella giornata di ieri, Matteo Salvini, tramite i suoi legali, ha querelato l’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito, imputato per appropriazione indebita assieme al Senatùr Umberto Bossi e al figlio Renzo, detto ‘Il Trota’. Per il reato di appropriazione indebita, alla luce della modifica del codice penale introdotta con il governo Gentiloni, non è più possibile, da parte dei magistrati, procedere d’ufficio.

Dunque, la denuncia di parte, depositata presso la cancelleria della Corte d’Appello di Milano, era necessaria per celebrare il processo sui fondi del partito indebitamente usati per spese di natura personale (la cartella «Family»).

Quella che si svolgerà a Milano sarà la seconda tranche del processo sui fondi della Lega, facendo seguito alla sentenza d’appello del Tribunale di Genova che ha confermato la confisca alla Lega di ben 49 milioni di euro e condannato per la maxi truffa dei rimborsi elettorali, Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito.

La decisione di procedere con la querela nei confronti di Belsito, e non di Bossi, può risultare, ad una prima impressione, come il tentativo di tenere fuori, dalla delicata questione processuale, il fondatore del Carroccio.

In realtà, con questa mossa legale, l’attuale “Lega-Salvini premier” abbandona la vecchia barca della “Lega Nord per l’indipendenza della padania”, guidata da Bossi.

A questo proposito, si noti come l’art. 123 del codice penale estenda, a tutti coloro che hanno commesso il reato, gli effetti della querela.

Il 14 gennaio, i giudici del processo decideranno se l’atto contro l’ex tesoriere può essere esteso anche ai coimputati del processo milanese, o se saranno stracciate le posizioni di Umberto e Renzo Bossi.

Inoltre, è importante ripetere che se la Lega non avesse presentato la denuncia, il processo non si sarebbe svolto, facendo cadere le condanne inflitte in primo grado all’ex tesoriere, al Senatùr e a suo figlio (pene che vanno dai 2 e sei mesi per Belsito, ai 2 anni e tre mesi di Umberto Bossi, e 1 anno e sei mesi a Renzo Bossi).

Dunque, la manovra di Salvini rappresenta una chiara presa di distanza, di natura politica e anche personale, nei confronti della Lega delle origini e del suo fondatore e leader indiscusso per diversi lustri.

Una Lega Nord che negli anni di Tangentopoli ha cavalcato le pulsioni giustizialiste che covavano nella società italiana, indignandosi per il finanziamento illegale ai partiti di quell’epoca.

Un finanziamento che proveniva da soggetti privati ed era rivolto, principalmente, al sostegno delle costose attività politiche, nazionali e internazionali, dei partiti della prima Repubblica.

Si ricorderanno gli sventolii delle manette, i linciaggi di piazza con le monetine, le carcerazioni preventive, il clima di paura e di profonda delegittimazione umana di un’intera classe dirigente.

Immaginiamo che cosa sarebbe successo se si fosse parlato d’ingenti finanziamenti pubblici (circa 49 milioni di euro, non derivanti da finanziatori privati) utilizzati per meri fini personali e privati.

Per questi motivi, Salvini ha la necessità e l’urgenza di smarcarsi dalla vecchia Lega Nord e dare l’impressione, soprattutto comunicativa, di voltare pagina.

In un tempo di antipolitica, nel rapporto con l’opinione pubblica, una notizia del genere potrebbe aprire una crisi profonda del leghismo in salsa salviniana.

Paolo D’Aleo

PD verso il Congresso
Cambiare o morire

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Da sinistra Fabio Salamida, Umberto Morassut, Nicola Zingaretti, Virman Cusenza, Monica Cirinnà, Luigi Manconi

Cambiare o morire. Dopo la débacle elettorale del 4 marzo, che ha visto ridurre drasticamente la forza elettorale del Partito Democratico, per il PD, ma sarebbe meglio dire per la sinistra tutta, è necessaria una svolta, una trasformazione epocale che metta in discussione la stessa forma partitica a cominciare dal nome. Se ne è discusso oggi, presso il cinema Farnese a Roma, nel corso della presentazione del libro di Roberto Morassut “Democratici. “Democratici. Un movimento per l’Europa contro le diseguaglianze”, pubblicato dalle edizioni Ponte Sisto, alla presenza di Nicola Zingaretti, Monica Cirinnà, Luigi Manconi, Virman Cusenza e Marco Damilano. Con gli ultimi sondaggi che danno la Lega vicina al 37%  è chiaro che la strada imboccata dopo le elezioni, quella di un sostanziale stallo dove proseguono le liti interne tra ipotesi di future ulteriori scissioni, non porta da nessuna parte. E non è certo presentando sei candidati alle primarie congressuali, con il concreto rischio che nessuno raggiungerà il 50% e che sarà ancora una volta l’apparato a decidere, che si verificherà quella tanto invocata “rifondazione” che non è però accompagnata da alcuna idea di riforma, né da una profonda analisi delle cause della crisi attuale.

Si parte dunque da un’analisi della sconfitta che ha radici lontane e molteplici dalla perdita di ricchezza, alla crescita delle diseguaglianze economiche e sociali, al blocco della scala sociale, domande alla quale la sinistra europea non ha saputo dare risposte. Si passa per il graduale abbandono dei territori, delle sezioni dove il militante e l’iscritto poteva esporre i propri problemi, dire la sua opinione, sentirsi parte attiva di un processo politico; per arrivare all’attuale PD, a quello del “chi non è con noi” è fuori, dove le correnti si spartiscono candidature e ruoli e i nomi contano più delle idee. A questo si è aggiunto quello che Luigi Manconi ha definito “l’irresistibile spirito scissionista della sinistra” per il quale ogni sconfitto fonda il suo partito con gli esiti che ben conosciamo.

Dopo il decennio dell’Ulivo, generato dalla convergenza elettorale e di governo delle componenti più democratiche fuoriuscite dalla dissoluzione dei vecchi partiti costituzionali della Prima Repubblica, e quello che ha seguito la nascita del PD veltroniano, che ha dimostrato una distanza sempre più crescente tra quello che avrebbe dovuto essere e quello che poi è stato, siamo dunque al “che fare?” di leniniana memoria.

Morassut, che in questo libro ha raccolto una serie di interventi, di articoli o di brani di pubblicazioni scritti, pronunciati o pubblicati tra il 2009 ed oggi, è chiaro: il ciclo di “questo Pd” si è esaurito col voto del 4 marzo. Ora serve qualcosa di diverso che esca dalla tradizionale forma di Partito e allarghi il suo perimetro ad altre forze politiche della sinistra, a cominciare dai socialisti del PSI, alle associazioni, alla società civile. “Un movimento popolare che abbia il respiro nazionale ed europeo” con al centro i valori “Democratici”: giustizia, diritti e democrazia. Uno spazio aperto a quelle piazze che in questi giorni hanno manifestato a Roma, a Torino, a Milano nel Sud d’Italia che pur essendo contro questo Governo non voteranno mai PD. Una sorta di Costituente delle idee che partendo dal tema “dell’uguaglianza della riduzione delle abissali distanze sociali tra chi ha troppo e chi ha troppo poco” arrivi a ricreare una “cultura politica unitaria”.

Un progetto che rispetti le diversità e nello stesso tempo sia in grado di unire, in linea con l’idea di “Piazza Grande” lanciata da Nicola Zingaretti. E sarebbe ora.

Emanuela Sanna