La natura delle cose. Il destino ecosocialista

Torno sul mio “cavallo di battaglia”: l’ecosocialismo.
Dopo aver elaborato la teoria, con soddisfacente accoglimento anche su testi accademici, mai come in questo periodo ho assistito al prorompere di una sua “verifica sperimentale”.
-Pecorella-BerlusconiLa nostra fenomenologia esistenziale appare interamente e costitutivamente attraversata da centrali emergenze ambientali.
Tra disastri sismici e sconvolgimenti climatici, radicali squilibri idrici e “polverizzazioni” ecosistemiche, fino alle fluttuazioni antropiche, prevalentemente dettate dal rapporto tra individui e risorse, domani prevedibilmente moltiplicate da cause climatiche, tutto sembra muovere in una direzione ben definita.
Terra, aria ed acqua, per non parlare del “fuoco”, reclamano la loro centralità, predisponendo nuove dinamiche sociali, sollecitando nuove categorie interpretative, atte a forgiare nuovi stili di vita ed a costruire nuovi modelli di sviluppo.
In quest’ottica l’ecosocialismo appare approdo fatale, puntellato sul piano teorico ma corroborato anche su quello empirico, proteso verso l’aggiornamento ideale della sinistra politica, attraverso l’emblema del passaggio evolutivo “dalla coscienza di classe alla coscienza di specie”.
A tal proposito Lucio Colletti, all’indirizzo del pensiero filosofico prevalente degli ultimi due secoli, ebbe a teorizzare una “sostituzione nel concetto di realtà”.
Con ciò ravvisò, in modo sconcertante, che non si trovò più ad esistere prima la realtà naturale, astronomica, terrestre, su cui si è sviluppata la vita e quindi l’uomo con la sua storia, bensì, capovolgendo i termini, solo la realtà umano-divina, che tutto comprende, da cui tutto discende, a cui tutto è orientato.
A questo punto urge il recupero del senso della realtà ed il “nostro” socialismo, figlio naturale del positivismo evoluzionistico, su questo terreno non rischia di avere disorientamenti.
D’altra parte sul piano dell’evoluzione del pensiero marxista, risalta un importante percorso altamente funzionale al ragionamento introdotto.
Nella cosiddetta epoca postmoderna, il marxismo imbocca la via estetico-esistenzialistica che da Ernst Bloch alla Scuola di Francoforte, da Andrè Gorz a James O’Connor disegna i contorni di un ecomarxismo.
In sostanza anche l’ottica di un tracciato storico-politico sembra indicare la riproposizione duale della sinistra radicale e riformista, questa volta sul terreno ecopolitico.
Ora l’evidenza fattuale ci segnala la centralità della natura sulle nostre dinamiche esistenziali, indicando nella storia naturale la variabile indipendente rispetto alla storia umana.
La categoria della specie prevale su quella della classe, a suggellare contestualmente tanto l’acquisita caratterizzazione liberale del socialismo, quanto il moderno rilancio dell’ideale socialista.
Dopo l’assunzione della felice formula dei “meriti e bisogni”, emerge la necessità sostanziale del bisogno di un merito.
La missione politica del secolo è quella climatica, che per natura tutto comprende e tutto condiziona.
Si impone oggi, in ossequio alla loro unità di fondo, una riconversione ecologica dell’economia, che manifesti nelle coordinate della circolarità e della territorialità la propria dimensione.
Solo un’economia che si avvalga dei cicli e si inserisca nei cicli della natura, con uno sviluppo che si articoli nella “ecodiversità”, nella specificità dei territori, possono rappresentare l’antidoto alla crisi strutturale, eco-sociale, del modello lineare attuale, crescita-consumo-spreco, determinando così l’unico strumento di razionalizzazione delle risorse al fine di poterle redistribuire.
Al tempo stesso solo attraverso questa nuova impostazione è possibile inserirsi propositivamente nella diade politologica del nostro tempo, caratterizzata dal confronto tra ”globalisti” e “sovranisti” e foriera in concreto di continue spinte “centripete”, contrastanti i teorici propositi “centrifughi”.
La ricetta che va avanzata è quella di un sano “territorialismo”, in grado di esaltare le irriproducibili identità territoriali, avvalendosi delle opportunità della irreversibile globalizzazione.
Esclusivamente in questa direzione ritengo possa rilanciarsi la prospettiva del socialismo, ridando anima ad una decrepita e confusa sinistra, drammaticamente divisa tra vecchie categorie ed il nulla.
Solo così, infine, è possibile parlare alle nuove generazioni, calamitate in casa nostra dalla destra e dal movimento “cinque stelle”, il quale non può continuare ad essere identificato come un riferimento esclusivamente di malcontento.
Tale movimento esprime in fondo il senso di una politica ecologica ed una ecologia della politica, in sostanza etica ed ecologia che nel profondo etimo greco, congiuntamente all’economia, non casualmente convergono.

Carlo Ubertini

Il renzismo e la prospettiva di una nuova “Terza Forza”

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Sul merito della questione “vitalizi” il nostro direttore e le altre voci ospitate dall’Avanti! hanno allegato tutte le considerazioni possibili per dimostrare che la legge Richetti è un vulnus al Parlamento e dunque alla Costituzione e alla democrazia. La prosa di Mauro si segnala per il pathos che la caratterizza: quasi una trasfigurazione lirica della bella politica. Non aggiungerò una sola parola per argomentare il mio “lucro cessante” (così si chiama nelle pandette) derivato dal mancato o ridottissimo esercizio della attività professionale da quando ho dedicato me stesso al lavoro politico. Ribadisco soltanto un’ovvietà: quando ho varcato per la prima volta la soglia di Palazzo Madama conoscevo il “trattamento di quiescenza” che mi sarebbe spettato. Ne sapevo abbastanza per conoscere l’intangibilità dei diritti acquisiti. Sulla “bella politica” che ha dato un senso alla nostra milizia non farò chiose alla nobile palinodia di Mauro del Bue. Dico soltanto che, malgrado gli errori che ho sicuramente compiuto, sono orgoglioso della mia modesta “storia” personale.

E sono anche lieto che ci sia qualcuno, per la verità ex militanti del PCI come Sposetti e Macaluso, che biasimano come aberrante la cosiddetta “abolizione dei vitalizi”, di cui si gloria in televisione il “sassolino” Matteo Richetti, ancorché si tratti di un progettato “taglio”. Confido che durante l’esame della legge al Senato non rimarrà silente il Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano.

Ciò premesso, allineo alcune riflessioni politiche. Richetti è il portavoce del PD; i deputati del PD hanno sostenuto e votato la demagogica legge del veltro di Sassuolo. Dunque la normativa approvata dalla Camera rispecchia la volontà del segretario del PD, Matteo Renzi. Dunque noi socialisti, che abbiamo reso esplicito la nostra disapprovazione, dobbiamo affrontare il “caso Renzi” oggi.

Entro in argomento con una confessione personale. Quando il boy scout di Rignano ha corso nelle primarie come candidato alla Presidenza del Consiglio sono andato a votarlo insieme ad alcuni amici e compagni del mio paese. E’ andata a finire che i socialisti “hanno vinto il seggio”, come dicevano, sconcertati, i postcomunisti inossidabili del posto. Ho votato sì al referendum sulla riforma del Senato, sia pure turandomi il naso. Ho pensato e detto che noi della vecchia guardia socialista, novelli Ulissidi, non potevamo che sostenere “Matteo-Telemaco”. E adesso, mentre Telemaco ruba il mestiere a Grillo e Casaleggio? Dico subito che esagera chi è convinto che “Renzi sia finito”. E tuttavia è difficile negare qualche fondamento alle severe argomentazioni che Enrico Cisnetto ha allineato nel numero del 29 luglio della News Letter di Terza Repubblica: “La rottamazione è stata una parola d’ordine fortunata, ha incarnato esigenze effettive, ma ha finito col lisciare il pelo al populismo”. Vero: lo conferma la demagogica impresa richettiana sui vitalizi. Ma la diagnosi di Cisnetto è ancor più severa sul bilancio della “gioventù bruciata” dei quarantenni rottamatori: “Non ha dimostrato una reale autosufficienza, non solo perché priva della necessaria esperienza e di adeguata preparazione…ma perché inconsapevole di questa mancanza e comunque indisponibile a cercarla laddove presente”.

Non possiamo, nel nostro piccolo, fingere che questo giudizio negativo non sia sempre più diffuso. Tocca anche a noi aprire sul punto la discussione nel centro-sinistra, al riparo da ogni tendenza nichilista, ma con il proposito di suscitare anche all’interno del PD e nei centri di cultura politica una esegesi critica ed autocritica ed una nuova elaborazione progettuale.

La mia esperienza personale richiama alla mente gli anni dell’egemonia democristiana che precedettero la svolta dei primi governi di centro-sinistra con la partecipazione dei socialisti. Allora fu determinate la “Terza forza” composta dal PRI e dal neonato Partito Radicale. L’eclissi del renzismo conferma che anche oggi può essere virtuosa, nell’interesse del Paese, l’opera critica e propositiva di una nuova “Terza Forza”, di cui ho già patrocinato la nascita nel mio intervento dei giorni scorsi su questo giornale.

Leggo che Emma Bonino e Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico, danno vita a “Forza Europa”. Pare a me che nel Paese siano presenti altre energie politiche e culturali che dovrebbero entrare in campo. Non voglio sopravvalutare le nostre forze. E tuttavia, come ho già rimarcato, penso che l’Associazione Socialismo, Mondoperaio e l’Avanti, insieme all’intera comunità del PSI, possono operare attivamente per far uscire l’Italia dal cul di sacco rigonfio di renziani ed anti-renziani in perpetua lotta.

Fabio Fabbri

Post scriptum.
Apprendo dal fondo “domenicale” di Eugenio Scalfari che è frequente il suo dialogo diretto con Matteo Renzi. I consigli del fondatore di Repubblica, che è dotato di saggezza e di preclara intelligenza politica, sono sicuramente utili e benvenuti. Non basta però, caro Eugenio, l’invocato ausilio di Romano Prodi, di Enrico Letta e di Walter Veltroni. Osservo ancora che resta da chiarire il ruolo dell’ex Sindaco di Milano Pisapia. Vedo invece vivida la nuova stella di Marco Minniti. Saranno comunque essenziali per attivare il nuovo corso idee chiare, gente nuova e adesione ai problemi concreti: proprio come heri dicebamus.

Il trionfo del giustizialismo e le ragioni di Craxi

craxi monetineIl 30 aprile 1993 è una data indimenticabile per i feticisti di Mani Pulite. È il giorno in cui Craxi venne linciato con un terribile lancio di monete all’uscita dell’hotel Raphael, dopo che la Camera aveva respinto quattro delle sei richieste di autorizzazione a procedere nei suoi confronti.

A ventiquattro anni di distanza, sopite le emozioni del tempo, è doveroso provare a comprendere perché Craxi venne aggredito in tal modo.

La violenza ai danni del leader del Psi è spiegabile seguendo due linee interpretative interrelate: le logiche del finanziamento ai partiti e la demonizzazione sistematica di Craxi, con il conseguente trionfo del moralismo-giustizialista postcomunista.

Il finanziamento illecito ai partiti è il centro della questione, ed è anche il motivo per cui Craxi verrà processato, ma soprattutto demonizzato dal circuito mediatico-giudiziario a trazione pidiessina. È ormai noto che tutti i partiti della Prima Repubblica si finanziassero, almeno in parte, in modo illegale. Le ragioni di questa realtà sono molto complesse e riguardano, da un lato gli scenari e le conseguenze della guerra fredda e dall’altro i crescenti costi della politica.

La presenza del Partito comunista più forte d’Europa fiancheggiato anche finanziariamente dall’Urss fu un elemento particolarmente gravoso per la democrazia italiana. Il contrasto al Pci e alla sua macchina burocratico-propagandistica, in altre parole, costava moltissimo ai partiti democratici.

Inoltre, a partire dagli anni Ottanta, con la modernizzazione delle campagne elettorali e con la diffusione di massa del mezzo televisivo – e quindi degli spot elettorali – i costi della politica iniziavano ad aumentare vorticosamente.

In effetti, l’aumento dei costi della politica si era reso evidente ben prima dello scoppio dell’inchiesta di Mani Pulite. Infatti nell’autunno del 1989 era stata approvata da tutto l’arco costituzionale un’amnistia riguardante la violazione della legge sul finanziamento ai partiti.
Il provvedimento è emblematico ed evidenzia anzitempo l’attendibilità delle denunce fatte da Craxi ad indagini iniziate. Ma soprattutto implica che i processi di Mani Pulite riguardino solo il triennio 1989-1992. La presunta opera di moralizzazione della vita pubblica, dunque, è solo parziale e non tiene conto di tutti fatti ante 1989.

Anche la demonizzazione di Craxi, iniziata ben prima del triennio 1992-1994, per varie ragioni tra cui il suo viscerale anticomunismo e la sua forte personalità, ebbe il suo punto apicale proprio con le indagini di Mani Pulite. Ed ebbe una notevole accelerazione con il discorso del 3 luglio 1992 in cui Craxi rivelò al Paese la natura del finanziamento illecito a tutti partiti, incluso il Pci che si finanziava tramite i contributi sovietici. Le sue affermazioni – riprese anche nel discorso difensivo prima della votazione per l’autorizzazione a procedere 29 aprile 1993 – di una verità sconcertante per il tempo gli costarono care. Rivelando ciò che tutti i principali leader sapevano, il segretario del Psi venne identificato come il campione della partitocrazia. A questo concorse massicciamente il Pds, che tramite il gruppo l’Espresso e tramite alcune emittenti televisive, cercò di identificare Craxi come l’incarnazione del malcostume politico e della corruzione, portando a compimento la demonizzazione iniziata alla fine degli anni Settanta

E così, a causa delle denunce sul finanziamento illegale ai partiti manipolate ad arte dal circuito mediatico-giudiziario guidato dai post comunisti e da una magistratura particolarmente attiva e connivente, Craxi divenne il capro espiatorio della drammatica crisi in cui era precipitata l’Italia nei primi anni Novanta. Il leader del Psi, insomma, venne identificato come il Cinghialone ovvero il principale ostacolo da abbattere per il rinnovamento morale (miseramente fallito..) dell’Italia.

Il Pds riuscì ad eliminare giudiziariamente – e non politicamente, si badi – il proprio nemico di sempre, colui che aveva relegato l’ex Pci all’opposizione dal 1979.

Tramite questo apparente successo la diversità comunista del tardo Berlinguer divenne il nuovo faro ideologico del Pds, che da pochi anni aveva abbandonato, sconfitto dalla Storia, il dogma marxista-leninista.

Le monetine lanciate a Craxi, dunque, si trasformarono da deprecabile gesto squadristico, in compiuta affermazione del paradigma giustizialista che ormai guidava gran parte del Paese.

Martino Loiacono

Fake News tra realtà e “post-verità”

revolutia-la-timisoaraLa notizia di norma dovrebbe essere nient’altro che il riflesso di un fatto, in un rapporto verticale è il fatto che crea la notizia. Ciò che accade invece, è l’esatto opposto: è la notizia che crea una realtà indipendentemente dal fatto, dalla verità.
Una delle grandi conquiste della democrazia dopo il secolo dei totalitarismi è sicuramente la “libertà di stampa”: con la democrazia terminava il tempo della censura e della propaganda totalitaria, questa convinzione poggiava sul presupposto che dopo il male assoluto è nell’interesse dello stato tenere i cittadini ben informati sulle vicende del mondo. Questo presupposto non solo è falso, ma va ricordato anche – come scrive Marco Tarchi – che chi vuole omologare le masse al proprio modo di pensare dispone oggi di strumenti per controllare le menti ben più raffinati di quelli di cui hanno fatto uso i regimi totalitari del periodo fra le due guerre mondiali, a partire dai mezzi di comunicazione audiovisiva, di cui già Goebbles aveva intuito le straordinarie potenzialità manipolative. (1)
Un caso indicativo sull’uso persuasivo di immagini da parte dei media per condizionare l’opinione pubblica, è sicuramente quello della rivolta di Timisoara. Il 17 dicembre 1989 un anonimo cittadino cecoslovacco denunciò colpi di arma da fuoco sparati a Timisoara per sedare una rivolta, in due giorni la notizia (senza fonte) di un massacro fece il giro del mondo attraverso i più grandi organi di informazione. Il 22 dicembre sugli schermi di tutto il mondo apparvero le immagini del massacro: corpi mutilati e ricuciti di uomini e donne messi in fila appena disseppelliti dalle fosse comuni, l’immagine che colpì di più fu quella del corpo di una bambina appoggiato su di una donna, probabilmente la madre. I morti –secondo i giornali- erano più di 4600 e il responsabile del massacro era ovviamente Ceausescu. I giornalisti “esterni” poterono mettere piede a Timisoara il 22 dicembre, ciò che apparve fu qualcosa di diverso: la città non aveva l’aspetto di un posto assediato e gli ospedali erano stranamente vuoti nonostante i quasi 2000 feriti annunciati dai media (dei medici senza frontiere francesi affermarono di essere subito ritornati in Francia perché non vi era alcun bisogno di loro) ma inizialmente solo pochi di questi cronisti denunciarono la realtà. Cos’era successo a Timisoara? Tra i giornalisti giunti sul posto vi erano due italiani che –a spese proprie- volevano assistere alla rivoluzione romena: Sergio Stingo e Michele Gambino; i due arrivati al cimitero si accorsero che qualcosa non tornava c’è qualcosa di strano… almeno la metà dei cadaveri sono in avanzato stato di decomposizione, non c’è bisogno di essere degli esperti per stabilire che la morte risale a diverse settimane fa; e ancora: la “madre” del bambino ha almeno una sessantina d’anni, e il suo cadavere è peggio conservato di quello di quello del presunto figlio.(2); i due cronisti chiesero spiegazione al custode del cimitero quei corpi, spiegò l’uomo, sono di vagabondi: barboni, ubriaconi, derelitti; questo, aggiunse è il cimitero dei poveri. Non c’era stata tortura, ma autopsia: perciò i cadaveri erano tagliati dal mento all’addome, e ricuciti. I corpi erano stati disseppelliti, illuminati, fotografati, ripresi dalle telecamere. “Ho detto tutta la verità –si dispera il becchino-; l’ho detta ai giornalisti. Ma nessuno mi crede”.(3) Mentre negli stessi giorni gli Stati Uniti d’America erano impegnati nell’invasione del Panama, il mondo aveva gli occhi puntati su Timisoara –o meglio- su ciò che era stato costruito su Timisoara; erano sempre di più i giornalisti che si chiedevano che fine avessero fatto le fosse comuni e tutti i corpi trucidati dagli uomini della Securitate, i conti non tornavano. Si scoprì perfino che la bambina ritrovata sul corpo della presunta madre si chiamava Christina Steleac ed era morta per una congestione il 9 dicembre 1989 e che la “madre” – Zamfira Baintan – era un’alcolizzata morta di cirrosi epatica l’8 novembre 1989. Nessuna tortura. Molti giornali parlarono di un falso massacro, ma la smentita non raggiunse mai i grandi organi di informazione. Senza alcuna fondatezza i morti (inesistenti?) di Ceausescu divennero storia e ciò che restò furono le immagini dei corpi senza vita nella coscienza dei telespettatori. Una “realtà” costruita a tavolino. L’intera faccenda ricorda un po’ le parole di Tomasi di Lampedusa: molte cose sarebbero avvenute, ma tutto sarebbe stato una commedia, una rumorosa, romantica commedia con qualche macchia di sangue sulla veste buffonesca. (4)
Questo evento calza perfettamente con la definizione di post-verità: “argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende ad essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica” (Treccani). La parola post-verità, è stata eletta parola internazionale dell’anno 2016 a seguito dei risultati della Brexit e delle elezioni presidenziali statunitensi, a causa della vittoria dei fronti dati per sfavoriti dal mainstream. Sebbene il termine risalga ai primi anni novanta, la post-verità è solo un vocabolo per indicare qualcosa che accompagna l’uomo fin dall’antichità; prima ci limitavamo a chiamarla falsità. Non è post-verità quando Pirandello ricorda si legge o non si legge in Quintiliano, come voi m’avete insegnato, che la storia doveva esser fatta per raccontare e non per provare (5)? Non è post-verità quando Orwell scrive chi controlla il passato, controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato (6)?
Oggi se da un lato l’élite che controlla le notizie possiede mezzi sofisticati per persuadere i telespettatori, dall’altro cresce lo scetticismo nei confronti di questi mezzi, grazie alla diffusione del web in cui il rapporto tra chi scrive e chi legge è orizzontale e non verticale come in tv. Ciò nonostante l’élite con la volontà di sopprimere le cosiddette fake news (7) trova sempre il modo per screditare le posizioni non allineate. Su questo punto occorre ricordare le dichiarazioni del segretario di stato degli USA Colin Powel che il 5 febbraio 2003 dichiarò “Il fatto che l’Iraq smentisca ogni appoggio al terrorismo vale quanto le smentite sul possesso di armi di distruzione di massa. E’ una trama di menzogne.” Mentre nemmeno un anno dopo rimangiò le sue parole affermando il 3 febbraio 2004 “Adesso lo posso dire. Se avessi saputo ciò che so ora, e cioè che non esistevano in Iraq armi di distruzione di massa, non credo che mi sarei espresso a favore di quella guerra.”(8) Morti a parte, la notizia dell’esistenza di armi di distruzione di massa nelle mani di Saddam Hussein (rivelatasi falsa) venne pubblicata sulle più importanti testate giornalistiche e da tutti i TG. Non è forse anche questa una fake news? Chi decide ciò che è vero e ciò che non lo è? Sembra di trovarsi di fronte ad un decreto del Ministero della Verità di cui parlava Orwell. Ciò che conta nella diffusione delle notizie è la forma, il contenuto è relativo: una storia falsa ben raccontata colpisce di più di una storia vera raccontata male: scriveva Schopenhauer per dare forma con chiarezza alla Dialettica si deve, senza preoccuparsi della verità oggettiva (la qual cosa compete alla Logica) considerarla semplicemente come l’arte di ottenere ragione (9). In altre parole la “verità” dipende dalla forza di chi la sostiene.
Per concludere possiamo affermare che la post-verità è sempre esista e che –anzi- oggi più che mai, nell’era del digitale, è più facile scrostare i miti della realtà artificiale che l’élite vorrebbe imporre. Nonostante “la guerra” tra mainstream e web sia ancora ad armi impari, il risultato della brexit e l’elezione di Trump, che hanno portato alla ribalta la parola post-verità, dimostrano come la diffidenza nei confronti dei media tradizionali cresce. L’informazione sta subendo un processo di “orizzontalizzazione” che se da una parte decostruisce l’autorità e il monopolio del mainstream trascina con se il problema del “Todos Caballeros”
in cui se tutti fanno informazione, nessuno fa informazione.

Umberto Iacoviello

Note
(1)Nazismo e Comunismo, Alain de Benoist (Controcorrente edizioni, 2005) prefazione di Marco Tarchi.
(2)Sotto la notizia niente, Claudio Fracassi (Libera informazione editrice, 1994).
(3)Ibidem.
(4)Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
(5)Il fu Mattia Pascal, Luigi Pirandello.
(6)1984, George Orwell.
(7)Spesso il termine fake news viene utilizzato per screditare chi si ribella al pensiero unico, ma non tutto è oro quel che luccica, anche sul web circolano tante bufale.
(8)Non è la prima volta nella storia degli Stati Uniti d’America che viene costruito ad hoc un casus belli: già nel 1898 nel porto dell’Havana saltò in aria per cause mai chiarite la nave da guerra americana Maine, che convinse l’opinione pubblica –attraverso una curata propaganda antispagnola- alla guerra contro la Spagna; nel 1917 gli USA ripescarono l’affondamento della Lusitania (avvenuto due anni prima) come propaganda “pro guerra” facendo leva sui civili statunitensi morti, quella nave trasportava oltre 2700 tonnellate di munizioni per l’Inghilterra e oltretutto –scrive Gary Allen- il trasporto di civili passeggeri, cittadini di uno Stato, allora neutrale, a bordo di una nave che trasportava munizioni alle nazioni in guerra, era assolutamente illegale, inoltre i viaggiatori erano avvisati che tra la Germania e la Gran Bretagna “esiste uno stato di guerra” e che quindi le “imbarcazioni battenti la bandiera della Gran Bretagna o di uno qualsiasi dei suoi alleati sono passabili di distruzione una volta entrati in quelle stesse acque”; per la seconda guerra mondiale il casus belli fu quello di Pearl Harbor descritto in un mio precedente articolo (“Pearl Harbor: noi sappiamo che loro sanno!” pubblicato su Ereticamente il 29/03/2017); similmente a quello del 1898 nel 1964 venne utilizzato l’incidente di Tonchino per intensificare l’intervento USA in Vietnam; solo per fare qualche esempio.
(9)L’arte di ottenere ragione, Arthur Schopenhauer .

Difesa Comune per rilanciare integrazione UE

esercitoeuropeoLe Ministre della Difesa di Italia, Francia, Germania e Spagna stanno lavorando ad un documento congiunto sulla Difesa Comune Europea che sarà presentato il prossimo mese di ottobre e che potrebbe costituire il primo passo per il rilancio dell’integrazione europea. E’ quanto emerso da un convegno che si è tenuto lo scorso 25 luglio al Centro Studi Americani a Roma, in cui è stato presentato il libro “Difendere l’Europa” di Lorenzo Pecchi, Gustavo Piga ed Andrea Truppo. Oltre agli autori, erano presenti studiosi di politica estera, militari, giornalisti e parlamentari. Marta Dassù ha presieduto i lavori, che sono stati conclusi dal Ministro della Difesa Roberta Pinotti.

La costruzione di una Difesa Comune Europea rappresenta sempre più una priorità per il nostro continente e l’Amministrazione Trump – con i suoi richiami agli alleati affinché contribuiscano maggiormente alle spese militari della NATO – sta in qualche modo accelerando questo processo. Infatti, sebbene la NATO continui a rappresentare un valido presidio per quanto concerne la deterrenza nucleare e la minaccia sul fronte orientale, potrebbe non essere l’attore migliore per fronteggiare efficacemente alcune sfide che interessano oggi l’Europa, quali la minaccia sul fronte meridionale rappresentato dai flussi incontrollati dei migranti o il possibile decoupling della Turchia dall’Occidente.

Ecco quindi la necessità di una nuova alleanza – la Difesa Comune Europea – che potrebbe mettere insieme le parti migliori degli eserciti e delle forze di difesa nazionali per gestire le crisi e le missioni di stabilizzazione nel Mediterraneo Occidentale, nel Nord Africa e, per certi versi, nell’Africa Sub-Sahariana, dove il brand UE è ancora accettato. Anche se difficilmente la Difesa Comune Europea potrà fronteggiare minacce statali o parastatali, potrà certamente contribuire alla stabilizzazione del fianco sud dell’Europa.

Va anche tenuto conto che il progetto a cui stanno lavorando Italia, Francia, Germania e Spagna, costituirà uno stimolo alla razionalizzazione dell’industria bellica europea, ancora troppo frammentata, ed a processi di aggregazione tra attori nazionali. Un “must” se si paragona l’esorbitante numero dei sistemi d’arma europei, che in teoria dovrebbero dialogare reciprocamente sul campo di battaglia, con quello ben più limitato e gestibile degli Stati Uniti.

Peraltro l’industria bellica rappresenta anche un motore della crescita e dello sviluppo economico. Sono ancora pochi i Paesi che hanno compreso quanto i budget per la Difesa siano essenziali ai fini dell’avanzamento tecnologico: tra questi, oltre chiaramente agli Stati Uniti, ritroviamo Israele, la Cina ed il Giappone. In Italia, se si considerano anche i Carabinieri, lo Stato annualmente stanzia circa 23 miliardi di Euro per la Difesa, una cifra corrispondente al 1,1% del PIL. Una percentuale ritenuta dagli studiosi insufficiente: occorrerebbe arrivare al 2,5% del PIL affinché la spesa per la Difesa rappresenti un reale stimolo per lo sviluppo economico. Ma non è detto che i fondi debbano essere unicamente statali: senza il Pentagono probabilmente non esisterebbe la silicon valley, ossia il fatto che negli Stati Uniti vi sia un acquirente certo della tecnologia che viene prodotta, favorisce i finanziamenti privati dei venture capitalist agli inventori e sviluppatori della tecnologia. Qualcosa dovrebbe cambiare anche da noi visto che il Ministro Pinotti ha confermato la creazione di un “Pentagono” italiano ossia di una struttura in cui Esercito, Marina ed Aeronautica potranno operare a stretto contatto e con un coordinamento unico.

A livello europeo, grazie anche all’uscita del Regno Unito dall’Unione, si apre ora una finestra di opportunità per realizzare la Difesa Comune, una nuova alleanza complementare alla NATO, con cui gestire le crisi del Mediterraneo, rispondere a minacce che ormai non sono più solo nazionali ma condivise a livello europeo. Si tratta di una importante occasione per rilanciare il processo di integrazione europea, per colmare il gap tecnologico con gli Stati Uniti, per stimolare l’economia e, soprattutto, per gestire meglio i problemi di casa nostra. La Libia, a tale proposito, potrebbe rappresentare nei prossimi anni il primo banco di prova di questa nuova entità.

Alfonso Siano

Donne che preferirono “morire in piedi”

Guerra-Civile-SpagnolaLa storia ogni tanto va guardata anche da dietro le quinte, dalla porta di servizio. Oggi, anniversario dell’inizio della guerra di Spagna, ricordiamo anche quelle donne militanti, antifranchiste che insieme con altre fino al settembre del 1936 furono sulle barricate con i fucili accanto ai miliziani. Donne che quando venne deciso di passarle nelle retroguardie abbandonarono il fronte.

Julia Manzanal, si faceva passare per uomo fasciandosi i capelli e nascondendosi il seno. Commissario politico del Batallòn “Comuna” de Madrid, si faceva chiamare “Chico”. Venne arrestata e condannata a morte.

Soledad Real, dirigente della Juventudes Socialistas Unificadas de Cataluna. Assistette con le compagne i feriti durante i terrificanti bombardamenti di Barcellona. Terminata la guerra fece nove mesi di campo di concentramento in Francia e, ritornata in Spagna, passò attraverso sedici carceri.

Juana Dona, militante del Partido Comunista Espanol, nel 1947 venne condannata a morte, venne detenuta in 18 differenti carceri spagnole.

Teresa Moràn, militante dei raggruppamenti di Mujeres Antifascistas de Valencia. Condannata al carcere nel 1944, vi rimase per quattro anni.

Antonia Fontanillas, militante anarchica delle Juventudes Libertarias de Artes graficas de Barcelona. Esperienza di carcere e di esilio. Fu partecipe sempre degli eventi relativi alla rivoluzione sociale spagnola.

Petra Cuevas, militante del Partido Comunista Espanol e presidente del Sindacato de Modistas si occupò del confezionamento delle uniformi militari. Sette anni in carcere.

Molte altre donne le accompagnarono, donne coraggiose, donne con la volontà di porsi in prima linea. Rosario Sanchez Mora, chiamata “la dinamitera”, che partì per il fronte a 17 anni; Julia Vigrè Garcia, militante del PSOE, con esperienze di carcere e di esilio; la miliziana Carmen Espanol, vedova di Francesco Scotti commissario politico in Spagna, poi esponente della Resistenza piemontese, e ancora la scrittrice Ana Maria Moix, la poetessa Ana Rossetti, la storica della guerra civile Fernanda Romeu, la giornalista Dolores Sergueyeva Ruiz della Fundaciòn Dolores Ibàrruri, la docente di storia contemporanea e parlamentare detta “La Pasionaria”.

Donne che combatterono per essere Donne libere. Cittadine. Esseri umani. Riuscirono ad acquisire diritti e doveri solo nel 1931 con l’approvazione della Costituzione. A 23 anni potevano votare, potevano lavorare senza alcun tipo di discriminazione in qualsiasi ufficio pubblico, erano diventate uguali agli uomini. La polemica sul lavoro salariato delle donne attraversò in quegli anni diversi settori dell’opinione pubblica e delle forze politiche. La posizione dominante era quella di mostrarsi contrari alle attività remunerate delle donne fuori dalla casa, soprattutto se si trattava di donne sposate.

Volevano costruire una democrazia all’avanguardia rispetto al panorama dell’epoca. Nel 1932 fu approvata e promulgata la legge sul divorzio.

La guerra civile spagnola ha trasformato la vita delle donne spagnole. Ha dato loro una maggiore autonomia di movimento e decisione. Nonostante le dure condizioni di vita, molte donne vissero la guerra civile come una esperienza emozionante che permise loro di sviluppare il loro potenziale in una società spagnola ancora molto arretrata. Combatterono il fascismo, davanti e dietro le quinte. Costruirono barricate, curarono i feriti e organizzarono i lavori d’ausilio e d’assistenza infantile. Con il lavoro volontario rifornirono i soldati di uniformi, di capi di vestiario e dell’equipaggiamento necessario per la guerra. Altre ancora ruppero completamente con il loro ruolo convenzionale e parteciparono attivamente alla guerra come miliziane, impugnando le armi e combattendo.

Le donne spagnole imposero la loro voce. La partecipazione delle donne alla politica aumentò durante la guerra, e per la prima volta, collettivamente cominciarono ad interessarsi al dibattito politico di quel periodo. Donne politicizzate ma anche emarginate da ogni dinamica sociale. Donne unite in un solo grido, il grido di Dolores Ibàrruri: “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio! No pasaran!”.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Craxi, il Midas e la svolta dell’Italia riformista

6 Luglio 1976: la svolta del Midas, il riformismo socialista e la modernizzazione dell’Italia

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Le elezioni del 20 giugno 1976 – insieme a quelle del 18 aprile 1948 – sono state definite le elezioni più bipolari della storia dell’Italia repubblicana. Queste elezioni, infatti, segnano per i due partiti Chiesaun grande trionfo: la Dc ottiene il 38,7% dei consensi e il Pci il 34,4. Il Psi, invece, racimola un misero 9,6%, giungendo al suo minimo storico soprattutto dopo che De Martino aveva interrotto anticipatamente la legislatura.

Alla luce di questa grave sconfitta il Psi fu costretto a cambiare rotta: gli equilibri più avanzati e il legame con il Pci non erano più praticabili, i compagni frontisti erano troppo superiori e seguirli sul loro terreno avrebbe comportato la fine del Psi che paradossalmente si sarebbe sciolto nel partito nato da una sua scissione interna.

In questo contesto storico si colloca l’irresistibile ascesa di Bettino Craxi. Questi fu designato come segretario per succedere a De Martino, poiché, a causa della sua giovane età, i capicorrente ritenevano fosse più facilmente manovrabile. La personalità del giovane autonomista milanese avrebbe ridimensionato decisamente i loro piani.

La svolta impressa da Craxi al Partito socialista avrebbe cambiano i destini della storia d’Italia e della stessa tradizione socialista. La prima fase della segreteria craxiana è segnata da un forte impegno culturale, volto ad elaborare una piattorforma politica innovativa in grado di superare le contraddizioni del marxismo-leninismo di cui era imbevuto il Pci. Questo radicale mutamento si origina dalle colonne di Mondoperaio dove intellettuali del calibro di Norberto Bobbio, Luciano Pellicani e Giuliano Amato incalzano teoricamente il Pci, facendo emergere i contrasti tra marxismo e libertà. Il portato teorico dal dibattito innescato dagli intellettuali socialisti è talmente notevole da costringere il Pci sulla difensiva, obbligando i suoi intellettuali organici a ribattere colpo su colpo al nuovo dinamismo socialista.

Se sul piano intellettuale Mondoperaio insidia l’egemonia comunista, sul piano politico Craxi non è da meno. Anzi, sfruttando il prezioso lavoro dei chierici di Mondoperaio, il neosegretario del Psi lavora ad una piena emancipazione dal partito di Berlinguer, sia per il suo viscerale anticomunismo sia per la sua abilità tattica. Proprio per questo Craxi sarà pesantemente demonizzato dai comunisti negli anni Ottanta e linciato dal circuito mediatico-giudiziario alimentato dai post comunisti durante il biennio 1992-1994.

La convergenza tra il fiuto politico craxiano e il monumentale lavoro intellettuale dei “chierici” di Mondoperaio porta il Psi al superamento del marxismo-leninismo e all’approdo al riformismo. La cultura e la politica riformistica a cui approda il Psi sono gli elementi essenziali per capire il significato della svolta del Midas. Il Psi, grazie ai propri quarantenni, si configura come il partito della modernizzazione in grado di dialogare con i ceti emergenti e di gettare le basi per una “Grande Riforma” delle istituzioni. Una riforma che ha come pilastri la governabilità e la stabilità degli esecutivi, che mira a razionalizzare l’attività del Parlamento per rendere le decisioni più rapide ed efficaci.

I meriti del Psi craxiano sono molteplici e riguardano in primo luogo la tematizzazione delle riforme istituzionali. Il congresso di Palermo del 1981 e la conferenza programmatica di Rimini del 1982 sono forse i momenti più alti dell’elaborazione politico-culturale dei socialisti. Anche grazie a questo dinamismo Craxi riuscirà a diventare primo ministro nel 1983 e sarà il suo decisionismo a smuovere l’annosa trattativa per riformare il Concordato (1984).

Infine, è doveroso ricordare il superamento dell’anacronistica cultura marxista-leninista e la rinascita del riformismo socialista. Proprio per questa tendenza anticomunista, e soprattutto per aver isolato politicamente il Pci, Craxi subì una demonizzazione spietata. Gli attacchi al segretario del Psi si svolsero sostanzialmente in due tempi: durante gli anni di governo a causa del suo agire risoluto; durante la crisi della Prima Repubblica facendo leva sulla questione morale che trasformò la politica in sterile moralismo.

L’ingiusta damnatio memoriae è sotto gli occhi di tutti, ma si sa la Storia, presto o tardi, gli renderà ciò che gli spetta

Martino Loiacono

La strategia dell’inganno.
La fine della I Repubblica

prima_seconda_repubblica_940È il 1989: cade il muro di Berlino. 1992: il pentapartito ha ancora più del 50% dei voti, il Pds è al 16%, la Lega all’8%. 1994: si vota con il maggioritario, Berlusconi, Bossi e Fini vincono le elezioni. Il pentapartito scompare. In soli due anni l’Italia rivolta un sistema di potere, che, nel bene e nel male, aveva gestito la cosa pubblica dalle macerie della seconda guerra mondiale in poi. Nei successivi anni le principali aziende pubbliche italiane furono vendute a italiani e stranieri. Stefania Limiti, nel suo sconvolgente libro ‘La strategia dell’inganno. 1992-1993. Le bombe, i tentati golpe, la guerra psicologica in Italia’ (Chiare lettere edizioni), evidenzia che il passaggio non fu indolore. Una ricerca approfondita, certosina, con nomi, date, atti giudiziari, testimonianze inedite raccolte dall’autrice, mette in fila una serie di fatti che avrebbero messo a soqquadro qualsiasi democrazia, anche la più radicata: il 5 gennaio 1992 – elenca il libro – viene collocato un ordigno sulla linea ferroviaria Brindisi-Lecce, la strage è evitata perché il treno ha qualche minuto di ritardo. Dopo la conferma in Cassazione della sentenza del maxiprocesso a Cosa Nostra (30 gennaio 1992), il mese successivo Toto’ Riina invia a Roma un gruppo scelto per uccidere Costanzo, Barbato, Martelli e Falcone. Ma l’operazione viene interrotta, c’è qualcosa di più urgente da fare in Sicilia, la strage di Capaci. E nei progetti di Cosa Nostra ci sono anche le uccisioni di Andreotti, Mannino, Ando’, Di Pietro, La Barbera e De Caprio (il capitano Ultimo).

Il 12 marzo 1992 viene assassinato Salvo Lima. Il 23 maggio si consuma la strage di Capaci e il 19 luglio quella di via D’Amelio. Il 17 settembre 1992 viene ucciso Ignazio Salvo, l’imprenditore legato a Cosa Nostra. Alla fine del 1992 sul pavimento di un museo di Firenze viene versata della benzina che per fortuna non prende fuoco. Il 5 novembre una bomba da mortaio viene scoperta nei giardini di Boboli. Il 14 maggio 1993 l’attentato di via Fauro: Maurizio Costanzo è illeso per miracolo. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993 l’esplosione di via dei Georgofili a Firenze uccide 5 persone. Il 2 giugno 1993 viene scoperta un’autobomba in via dei Sabini, a due passi da Palazzo Chigi, dove abitualmente passa il Presidente del Consiglio Ciampi. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 tre bombe quasi in contemporanea: via Palestro a Milano (5 morti), Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma. Quella stessa notte a Palazzo Chigi saltano le linee telefoniche. L’entourage di Ciampi teme un colpo di Stato. Il 30 luglio viene ritrovato un ordigno accanto al carcere militare di Forte Boccea, dove è rinchiuso Bruno Contrada. Il 18 settembre un’autobomba esplode davanti alla caserma dei carabinieri di Gravina di Catania (quattro militari feriti). Nella notte tra il 21 e il 22 ottobre un ordigno esplode sul davanzale di una finestra del Palazzo di Giustizia di Padova. Nel novembre 1993 nasce il partito indipendentista ‘Sicilia Libera’, rientrante “in un piano strategico messo a punto da Provenzano, Bagarella, Graviano e Ciancimino”.

Nello stesso mese la mafia progetta di uccidere il capo della Dia De Gennaro. Nel gennaio 1994 fallisce la strage più clamorosa: l’autobomba posteggiata in viale dei Gladiatori, vicino allo stadio Olimpico di Roma. Il 18 gennaio 1994 due carabinieri perdono la vita in un agguato mortale a Scilla in Calabria. Il 24 gennaio 1994 viene sventato un attentato contro Luca Pistorelli, pm di Trapani, titolare di inchieste su Gladio e massoneria. Il 14 aprile 1994 il fallito attentato a Formello al pentito Totuccio Contorno. E’ finita? No: in quegli anni abbiamo la banda della Uno bianca (24 morti tra Emilia Romagna e Marche), Unabomber (bombarolo seriale con 30 ordigni tra Veneto e Friuli), lo scandalo dei fondi neri del Sisde (le indagini sui cento milioni al mese concessi o meno ai ministri dell’Interno), il progetto di un assalto alla sede Rai di Saxa Rubra, i contatti tra mafia e ‘ndrangheta per una Cosa Nuova, il ruolo nei servizi segreti di Adolfo Salabe’, amico di Marianna Scalfaro. In Italia si sviluppò la tempesta perfetta. Nel novembre 1991 Antonio Di Pietro, pm di Milano, preannunciò Tangentopoli al console Usa Peter Semler. “Le indagini – riferirà Semler anni più tardi – avrebbero raggiunto Craxi e la Dc” e il Consolato tenne sempre al corrente Washington. Cosa Nostra – scrive Limiti – aveva deciso già nel 1991, prima dell’introduzione dell’odiato regime di carcere duro, di esprimere il suo potenziale di vendetta contro una classe politica che le aveva voltato le spalle. Agli occhi dei mafiosi Andreotti e Martelli avevano tradito.

strategia dell'ingannoMa fu solo la mafia protagonista di tutta questa violenza eversiva? Gianni De Gennaro, all’epoca capo della Dia, parlò – scrive Limiti – “esplicitamente di accordi tra cupola mafiosa e altri centri di potere”. Pietro Grasso, all’epoca magistrato antimafia, dichiarò: “Cosa nostra ha agito, ma c’erano anche altri interessi, di strategia politica, di tipo economico, legati agli appalti pubblici, e di entità deviate rispetto alle proprie funzioni istituzionali”. Nicola Mancino, all’epoca ministro dell’Interno, riunì a fine luglio 1993 i questori di tutta Italia e disse: “Qui ci sono forze occulte e reazionarie che vogliono spingere il Paese verso uno sbocco autoritario.
Non abbiamo dati per indicare le forze occulte che l’hanno organizzata, ma siamo davanti a un’imponente e meticolosa orchestrazione stragista con obiettivi politici”. Stefania Limiti scrive: “Mentre avviene tutto questo, e ancora altro, la pattuglia della Procura di Milano avanza con il passo delle armate del generale di Bava Beccaris e mette in ginocchio i partiti storici che coincidono con lo Stato. La borghesia europea si frega le mani: gli Stati nazionali non hanno più il controllo della moneta e della liquidità interna dopo il Trattato di Maastricht firmato agli inizi del 1992. Il concetto di ‘utilità sociale’ può sopravvivere solo dentro i binari del mercato e della concorrenza, finisce l’era delle partecipazioni statali e dell’impresa di Stato, diventa tabù il finanziamento del deficit pubblico: un quadro nel quale l’Italia è un debitore coatto.

I palati fini di alcuni nostri commentatori – prosegue Limiti – non sopportano di sentir parlare del Britannia, lo yacht da crociera della casa reale inglese messo a disposizione per un incontro al largo delle acque di Civitavecchia, dicono che è roba da complottisti. Eppure quella festa della Repubblica, era il 2 giugno del 1992, è ricordata per l’incontro tra i banchieri d’affari della City e il gotha dei dirigenti economici italiani: i primi spiegano ai secondi come si fanno le privatizzazioni, sull’esempio inglese. La torta è appetitosa, stimata in circa 100mila miliardi di vecchie lire. Le privatizzazioni sono nel segno di un furore ideologico: vanno fatte assolutamente, si dice, per limitare l’invadenza della politica nella gestione quotidiana delle aziende pubbliche e per mettere un bel punto al sistema della presenza dello Stato nell’economia. Solo in seguito apprenderemo che non è quello il toccasana per risolvere il problema del debito pubblico e che tutto era stato realizzato senza un progetto di riorganizzazione del sistema. Del resto, chi avrebbe dovuto occuparsene? Dov’era la classe politica dirigente?”. Infine una chicca del libro di Limiti sui fondi neri del Sisde: “Il pm Antonino Vinci aveva scoperto 14 miliardi depositati in conti intestati a vari dipendenti ed ex dipendenti del Sisde nonché ai loro familiari, non seppe come gestire la situazione, forse si spavento’. Dopo consultazioni febbrile e riservate, tra il ministro dell’Interno Mancino, i capi della Polizia Parisi e del Sisde Malpica e i loro più stretti collaboratori, il magistrato propose una soluzione, potremmo chiamarla il ‘lodo Vinci’.

La trovata sembrava geniale: considerare i depositi nient’altro che conti del servizio sotto copertura; se gli intestatari avessero consegnato al magistrato i relativi libretti, lui li avrebbe girati al direttore del servizio e, con grande soddisfazione di tutti, l’istruttoria si sarebbe potuta chiudere lì. Il ‘pacco’ tuttavia non riuscì, anche grazie a un giudice di buona volontà, Leonardo Frisani. Siamo nell’estate del 1993 e sta per venire giù il mondo. I funzionari del servizio coinvolti nell’inchiesta non intendono essere i soli a pagare: tentano di coinvolgere i ministri dell’Interno dal 1983 al 1994, cioè Scalfaro, Gava, Scotti e Mancino. Indagare sull’uso di quei fondi, in pratica, significava mettere alla sbarra l’intera gestione democristiana, travolgere i vertici istituzionali di quel momento e forse ben altro. La soluzione fu innanzitutto politica: Ciampi respinse le dimissioni del ministro Mancino. Il Tribunale dei ministri si occupò della sconveniente faccenda decretando l’assoluzione per tutti gli interessati – per Scalfaro arrivò nel 2001 – ma nel frattempo, anche nella Procura di Roma, si era aperto un drammatico contenzioso. Il punto era che nessuna legge prevedeva che il Sisde dovesse fornire denaro al ministero dell’Interno, neanche per adempiere compiti istituzionali.

I ministri interessati hanno sempre negato quei versamenti mensili. Il 3 novembre 1993, alle 22,30, a reti unificate arrivò il ‘Non ci sto!’ di Oscar Luigi Scalfaro. Scalfaro evidentemente – scrive Limiti – aveva le sue buone ragioni per ritenere che le accuse che gli stavano piovendo addosso fossero un tentativo di sfidarlo e di intimidirlo, attuato da una parte della classe dirigente e degli apparati che, travolta dalle vicende giudiziarie di quei primi anni Novanta, stava cercando di inquinare la vita politica e condizionare le future elezioni. Anche con le bombe. Fu lui, con quelle frasi sibilline, dense, inquietanti, a stabilire un legame tra gli atti stragisti condotti dalla mafia sul continente e lo scandalo dei fondi neri del Sisde”.
(Fonte: AGI)

Turchia. Locatelli:
“Una marcia per i diritti”

turchia marcia1“È stato uno di quegli eventi che fanno la storia. Era importante esserci per dimostrare solidarietà e vicinanza ai cittadini e alle cittadine turche nella loro lotta per la giustizia”. Pia Locatelli, capogruppo del PSI e presidente del comitato Diritti umani della Camera, è appena tornata da Istanbul dove ha partecipato all’ultima tappa della marcia di 450 chilometri che domenica è arrivata nel distretto Malpete dove si trova la prigione nella quale è detenuto uno dei deputati del CHP Partito Repubblicano del Popolo, Enis Berberoglu, condannato a metà giugno a 25 anni di prigione per aver diffuso un video sui servizi.
La marcia, partita il 15 giugno da Ankara per iniziativa del leader del CHP, Kemal Kilicdaroglu, ha visto la partecipazione centinaia di migliaia di persone che con il passare dei giorni si sono unite alla manifestazione. “Che nessuno pensi che questa sarà l’ultima marcia: il 9 luglio segna il giorno della rinascita”, ha detto Kilicdaroglu a conclusione della manifestazione davanti al carcere di Malpete. “Abbiamo marciato – ha aggiunto – per la giustizia, per i diritti degli oppressi, per i deputati e per i giornalisti in carcere, per i professori universitari licenziati, abbiamo marciato per denunciare che il potere giudiziario e sotto il monopolio dell’esecutivo, abbiamo marciato perché ci opponiamo al regime di un solo uomo. Romperemo i muri della paura”.

Pia Locatelli

Pia Locatelli

I giornali italiani, che hanno dedicato pochissimo spazio alla marcia, parlano di manifestazione contro Erdogan. Secondo te il presidente turco ne esce indebolito?
Gli inviati dei media italiani a Istanbul erano pochissimi e quindi tanti hanno commentato l’evento da lontano. È chiaro che dalle redazioni era impossibile capire il coinvolgimento della manifestazione: bisognava esserci. Non era affatto una marcia “contro” ma una marcia “per”, così come non era la marcia di un partito dell’opposizione ma una marcia di tutti e aperta a tutti, anche a chi non ne condivideva lo spirito. Erdogan, dopo i risultati del referendum, vinto grazie ai brogli, sta perdendo progressivamente il consenso popolare che lo ha sostenuto negli ultimi anni, questa manifestazione è stato un forte segnale da parte di una fetta della popolazione che non vuole rinunciare alla giustizia, ai diritti e alla democrazia. Io sono convinta, e credo di aver ragione, che si sia trattato di un importante passo verso il cambiamento.

Chi erano le persone che partecipavano alla marcia e quale era il clima?
C’era veramente gente di tutti i tipi, dai militanti del Partito Repubblicano del Popolo, alle persone comuni che si sono aggregate alla marcia spontaneamente. Tanti giovani, ma anche anziani, donne con bambini. Non c’era nessuna tensione o paura, ma un clima gioioso, come a una grande festa. Kilicdaroglu si era raccomandato di essere accoglienti, di non rispondere alle provocazioni e nonostante l’imponente dispiegamento delle forze di polizia non c’è stato nessun incidente.

In molti erano convinti che Erdogan avrebbe bloccato la marcia, procedendo ad arresti di esponenti delle opposizioni, così come ha fatto dopo il fallito colpo di Stato dello scorso anno. Questo però non è avvenuto.
Erdogan non è uno stupido, ha preferito tollerare la manifestazione contando sul fatto che tutti i media nazionali che sostengono il governo (gli altri sono stati messi a tacere) l’avrebbero ignorata. Non poteva invece rischiare un’azione di forza che avrebbe scatenato l’indignazione della comunità sia nazionale sia internazionale.

A questo proposito qual è stata la partecipazione da parte dei partiti socialisti europei alla manifestazione?
Non era una manifestazione rivolta ai partiti, ma una manifestazione della gente. Io stessa ho partecipato da cittadina europea alla marcia, certo l’ho fatto anche come socialista e come presidente del comitato Diritti umani, ma lo spirito era proprio quello di non avere sigle di partito. Non è vero, invece, che non c’è stata attenzione internazionale. Penso all’adesione di Luis Ayala, Segretario Generale dell’Internazionale Socialista, alle manifestazioni di solidarietà che si sono svolte a Parigi, a Lione e a New York, all’appello che ha mandato il PSE a tutti i partiti aderenti per partecipare alla manifestazione.

La marcia si è conclusa proprio all’indomani dell’approvazione da parte del Parlamento europeo di una risoluzione e che chiede la sospensione dei negoziati per l’adesione della Turchia alla Ue. È la strada giusta per fare pressioni su Erdogan?
No, io credo sia un grandissimo errore. Già quando ero stata in Turchia nel novembre scorso con una missione del PSE ci avevano chiesto con forza di non sospendere i negoziati. Questa posizione isola la Turchia e lascia mani libere a Erdogan peggiorando la situazione dello Stato di diritto dei diritti umani. La nostra posizione di netta condanna nei confronti del governo, non deve comunque mettere fine al dialogo e i negoziati. Dobbiamo o essere allo stesso tempo fermi e dialoganti, non smettere di denunciare le violazioni dello Stato di diritto, ma la nostra reazione deve scongiurare ogni ulteriore peggioramento.

Che sensazioni hai per il futuro della Turchia dopo il successo di questa manifestazione?
Sento che si è imboccata una strada nuova. Il tentativo di mettere l’opposizione a tacere non è riuscito, sento che c’è la possibilità e la speranza di cambiare le cose.

39 anni fa Pertini eletto Presidente della Repubblica

Sandro-Pertini-“Noi abbiamo sempre considerato la libertà un bene prezioso, inalienabile. Tutta la nostra giovinezza abbiamo gettato nella lotta, senza badare a rinunce per riconquistare la libertà perduta. Ma se a me, socialista da sempre, offrissero la più radicale delle riforme sociali a prezzo della libertà, io la rifiuterei, perché la libertà non può mai essere barattata”.

Con queste parole il neo Presidente della Repubblica Sandro Pertini riscosse gli scroscianti applausi del Parlamento nel suo discorso di insediamento del 9 luglio 1978, 39 anni fa. Il giorno prima, l’8 luglio 1978, il Parlamento lo aveva eletto Capo dello Stato. Moro era stato appena ucciso dalle Br e Pertini disse: “La Repubblica sia giusta e incorrotta, forte e umana: forte con tutti i colpevoli, umana con i deboli e i diseredati. Così l’hanno voluta coloro che la conquistarono dopo 20 anni di lotta contro il fascismo e due anni di guerra di liberazione, e se così sarà oggi, ogni cittadino sarà pronto a difenderla contro chiunque tentasse di minacciarla con la violenza. Contro questa violenza nessun cedimento. Dobbiamo difendere la Repubblica con fermezza, costi quel che costi alla nostra persona. Siamo decisi avversari della violenza, perché siamo strenui difensori della democrazia e della vita di ogni cittadino. Ed alla nostra mente si presenta la dolorosa immagine di un amico a noi tanto caro, di un uomo onesto, di un politico dal forte ingegno e dalla vasta cultura: Aldo Moro. Quale vuoto ha lasciato nel suo partito e in questa Assemblea! Se non fosse stato crudelmente assassinato, lui, non io, parlerebbe oggi da questo seggio a voi”.

Qui Pertini fece un’interessante critica agli “stranieri”: “Ci conforta la constatazione – disse Pertini solenne – che il popolo italiano abbia saputo reagire con compostezza democratica, ma anche con ferma decisione a questi criminali atti di violenza. Ne prendano atto gli stranieri, spesso non giusti nel giudicare il popolo italiano. Quale altro popolo saprebbe rispondere e resistere a una bufera di violenza quale quella scatenatasi sul nostro Paese come ha saputo e sa rispondere il popolo italiano?”.

Pertini conclude: “Non posso, in ultimo, non ricordare i patrioti con i quali ho condiviso le galere del tribunale speciale, i rischi della lotta antifascista e della Resistenza. Non posso non ricordare che la mia coscienza di uomo libero si è formata alla scuola del movimento operaio di Savona e che si è rinvigorita guardando sempre ai luminosi esempi di Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Carlo Rosselli, don Minzoni e Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di carcere. Ricordo questo con orgoglio, non per ridestare antichi risentimenti, perché sui risentimenti nulla di positivo si costruisce né in morale né in politica. Ma da oggi io cesserò di essere uomo di parte. Intendo solo essere il Presidente della Repubblica di tutti gli italiani, fratello a tutti nell’amore di Patria e nell’aspirazione costante alla libertà e alla giustizia”.

Durante il suo settennato (1978-1985) Pertini è stato ed è largamente il Presidente più amato dagli italiani. Pertini nominò il primo Presidente del Consiglio laico (Giovanni Spadolini), il primo Presidente del Consiglio socialista (Bettino Craxi), la prima senatrice a vita donna (Camilla Ravera).

Il regime di Mussolini decretò la sua prima condanna ad otto mesi di carcere nel 1925. Vent’anni dopo, nel 1945, partecipò agli eventi che portarono alla liberazione dal nazifascismo, organizzando l’insurrezione di Milano, e votando il decreto che condannò a morte Mussolini e altri gerarchi fascisti. Nel 1985, lasciò il Quirinale a Francesco Cossiga.