Finanziamento pubblico e qualità della democrazia

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Nell’epoca della contemporaneità, delle comunicazioni frequenti e veloci, occorre interrogarsi sulla qualità delle Istituzioni, delle forze politiche e, in ultima istanza, sullo stato di salute delle democrazie pluralistiche.

Con tutta evidenza, si tratta di temi complessi che attengono al futuro delle democrazie occidentali poste di fronte alle grandi sfide di un mondo globalizzato e sempre più interconnesso.

Da circa tre decenni si assiste a una profonda modificazione delle identità e delle forme organizzative dei partiti politici.

Si è passati dai partiti di massa e strutturati, presenti nel corpo vivo della società a partiti e movimenti “leggeri”, de-ideologizzati, privi di cultura politica e guidati da leadership carismatiche che celano una pressoché totale assenza di luoghi di discussione dove elaborare linee d’azione e di riflessione teorica.

L’irrompere delle nuove tecnologie della comunicazione politica, quali i social network e le piattaforme di condivisione, ha differenziato e moltiplicato i costi della funzione politica, sempre più personalizzata e con un notevole livello di dipendenza tra il politico e il finanziatore.

A differenza del passato, il rapporto tra il finanziatore e il politico non presenta filtri e controlli che potevano essere imposti dai partiti politici di massa del Novecento.

Si aggiunga, a tutto questo, la funzione sempre più marcata dei sondaggi d’opinione, come strumento di misurazione del consenso.

Vi è il rischio che la ripetizione dei sondaggi apra le porte ad una sorta di «contratto sociale continuo»,1 ovvero a un permanente elettrocardiogramma dell’opinione pubblica destinato ad incidere sulle modalità della partecipazione popolare.

Difatti, qualora la legittimazione politica delle decisioni prese derivi esclusivamente dalla “sondaggistica”, si aprirebbe la strada al rischio che le decisioni politiche vengano indirizzate dai gruppi di potere più influenti.

In questo senso, la politica «si trasforma da labor intensive work, che richiede suole delle scarpe e strette di mano, in capital intensive work, che esige mezzi finanziari per la pubblicità e contatti postali diretti. Il denaro e i media hanno sostituito i contatti personali come principale fonte d’energia politica»2.

Con tutta evidenza, si rileva un nesso tra destrutturazione dei partiti politici di massa, con conseguente debolezza della politica e la cancellazione del finanziamento pubblico ai partiti nel nostro Paese.

Il finanziamento pubblico ai partiti è una delle modalità, assieme alle quote d’iscrizione, alla raccolta fondi e ai rimborsi elettorali, attraverso cui i partiti politici reperiscono i fondi necessari a finanziare le proprie attività.

In passato, i partiti e i movimenti politici fondavano una parte significativa delle proprie attività sui tesseramenti dei militanti e sulle donazioni volontarie; tuttavia, l’evoluzione tecnologica ha comportato l’ulteriore aumento del fabbisogno partitico, a fronte di una riduzione progressiva del finanziamento pubblico.

In Italia, con la legge n. 47/2014 si è determinato l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, sotto la spinta di un diffuso sentimento antiparlamentare e di profonda sfiducia, da parte dei cittadini, verso i meccanismi della democrazia rappresentativa.

Tuttavia, questo comporta una grave differenziazione tra i grandi partiti che possono contare su cospicui finanziamenti privati e le piccole forze politiche, custodi delle culture politiche storiche, che hanno visto ridursi notevolmente le proprie capacità d’iniziativa politica.

Le modalità di finanziamento ai partiti, previste dalla nuova legislazione, prevedono da una parte le detrazioni per le erogazioni liberali in denaro in favore dei partiti politici e, soprattutto, il meccanismo del 2 per 1000, con il quale ciascun contribuente può destinare il due per mille della propria imposta sul reddito delle persone fisiche a favore di un partito politico.

In Germania il finanziamento pubblico ai partiti è disciplinato da una legge, la Parteiengesetz, un complesso di norme che disciplina pure l’ordinamento dei partiti. Prima di essa (approvata nel 1967), in ogni caso esisteva già la disposizione costituzionale che stabilisce che i partiti debbono rendere pubblicamente conto dell’origine dei loro mezzi finanziari.

Questa legge è risultata molto efficace: tutti i partiti politici presentano, ad ogni livello, le stesse modalità organizzative/decisionali e anche democraticità interna nella selezione dei candidati.

Viceversa, in Italia non si è mai data attuazione all’art. 49 della Costituzione che prevede il diritto di associarsi liberamente ai partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Se si osserva il caso tedesco, si rileva come vi sia un legame tra sistema di rappresentanza proporzionale e partiti ben strutturati, nonché tra partiti forti e finanziamento pubblico alle attività politiche.

In questo senso, non sembri una digressione, l’evidenziare il nesso inscindibile che lega la costruzione delle moderne democrazie pluralistiche, la conseguente estensione del suffragio elettorale, all’avanzata del principio proporzionale che nel giro di pochi decenni nel Novecento ha soppiantato, in gran parte degli Stati europei, il sistema maggioritario.

In altri termini, l’affermarsi del principio proporzionale in relazione al processo di democratizzazione è connesso all’emergere delle classi subalterne, che si sono dotate di organizzazioni sindacali e di partiti politici a difesa dei propri interessi.

«Il processo di democratizzazione ha seguito una dinamica plurifase che si è connessa con l’emancipazione civile delle classi subalterne. Il progressivo allargamento del suffragio è quindi strettamente correlato con il riconoscimento di quella serie di diritti che la dottrina ha chiamato diritti pubblici soggettivi a tutte le persone socialmente ed economicamente dipendenti».3

Proprio la Germania rappresenta un caso emblematico, poiché il sistema elettorale è proporzionale, i partiti politici presentano una democraticità interna, il finanziamento pubblico è quantitativamente superiore al finanziamento privato. Di conseguenza, gli interessi delle lobby risultano meno perforanti.

Viceversa, in contesti dove il finanziamento pubblico è del tutto, o quasi, assente, si pensi agli Stati Uniti d’America, si registra una maggiore capacità di indirizzare e manipolare le decisioni politiche da parte delle organizzazioni d’interessi privati nei confronti dei rappresentanti del Congresso.

In questa maniera vengono progressivamente espunti alcuni caratteri essenziali della tradizionale rappresentanza democratica: l’eletto come rappresentante del popolo o della nazione. Al loro posto, trionfano la rappresentanza di settore e il legame con le categorie che hanno reso possibile l’elezione, fattori determinanti di riduzione drastica dell’indipendenza dell’eletto, che individua «quale entità astratta, il bene comune».4

Anche in Italia, a causa dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti si pone la necessità di regolamentare le attività di rappresentanza d’interessi nei confronti dei decisori pubblici.

Si tratta di mettere in risalto l’elemento della trasparenza, tramite l’istituzione di un registro dei rappresentanti d’interessi, la garanzia di pubblicità delle informazioni, della conoscibilità dei processi decisionali, in un’ottica che favorisca la più ampia partecipazione democratica.

Una legge sulle lobby che ancora oggi non esiste in Italia e che rappresenta una storica battaglia del movimento socialista.

In conclusione, il rendimento del regime democratico dipende non soltanto dal sistema elettorale, ma anche dalle modalità di funzionamento delle Istituzioni, connesso ad una vitalità delle forze politiche e della cittadinanza attiva.

Tutti questi elementi scaturiscono da rapporti di forza interni alla società su cui influiscono in modo determinante le scelte delle élites.

Paolo D’Aleo

1 S. Rodotà, Tecnologie dell’informazione. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione, Roma – Bari, Laterza, 2004.

2 L. K. Grossman, The Electronic Republic. Reshaping American democracy in the information age, New York, Penguin Books, 1996.

3 F. Lanchester, I sistemi elettorali e forma di governo, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 54.

4 G. Sartori, Videopolitica, in Rivista italiana di scienza politica, vol. 19, 1989, p. 197.

WeWorld: uno scatto sulle politiche inclusive

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Ieri, 18 aprile, a Roma alla Farnesina è stato presentato il WeWorld Index 2018, lo strumento, giunto alla sua quarta edizione, che serve a valutare il progresso di un paese attraverso l’analisi delle condizioni di vita dei soggetti più a rischio di esclusione come bambine, bambini, adolescenti e donne.

La classifica presentata quest’anno include 171 nazioni e sono ben diciassette gli ambiti analizzati dal rapporto che vanno dall’ambiente all’alimentazione, dal lavoro alla violenza familiare. L’Italia, con 59 punti, ricopre la ventisettesima posizione, perdendone ben nove rispetto a 2015, e passando, in tal modo, dalla lista dei paesi con inclusione “buona” a quella con inclusione “sufficiente” e registrando, purtroppo, la performance peggiore tra i paesi dell’Unione Europea.

Il peggioramento dell’Italia riguarda, in particolare, la povertà educativa ereditaria: per un figlio di genitori non laureati c’è l’8% di probabilità di laurearsi, percentuale che cresce fino al 68% per quei giovani studenti con almeno un genitore in possesso di laurea. Inoltre, la dispersione arriva alle soglie del 20% in quei contesti più poveri, come in alcune realtà territoriali della Sicilia, della Campania e della Sardegna, laddove la media nazionale raggiunge il 13%.

Un’ulteriore considerazione derivante da questi dati: la condizione economica incide pesantemente sulla prospettiva educativa e scolastica dei bambini, con il dato che i maschi sono più a rischio abbandono e le femmine non indirizzate e valorizzate verso alcuni indirizzi formativi come le scienze, la tecnologia e la matematica.

Il rapporto fornisce, per fortuna, anche delle possibili soluzioni ai problemi evidenziati su scala internazionale: investire nell’istruzione – così come sostanziato da uno studio dell’Unesco – da i suoi frutti in quanto, con un accesso generale alla scuola, il numero dei poveri nel mondo scenderebbe di 400 milioni di unità, passando da 780 a 300 milioni.

Da socialista convinta mi chiedo e, soprattutto, chiedo ai nostri sempre meno numerosi compagni riformisti, quando decideremo di lottare e sostenere concretamente un serio percorso di riforma formativa: l’educazione culturale viene prima dello sviluppo economico perché lo sviluppo umano è il potenziale principale dello sviluppo economico stesso!

In questa spirale regressiva le donne pagano, ancora una volta, il prezzo più alto e, allora, mi chiedo chi vorrà, dopo tante apologie e manifestazioni di stereotipe solidarietà, per davvero impegnarsi a costruire un percorso che possa far fare all’Italia uno scatto in avanti visibile in tema di promozione di politiche inclusive per i bambini e per le donne?

La campagna elettorale è finita, le affabulazioni non trovano più spazio, bisogna approntare il DEF e predisporre le linee guida del prossimo bilancio e fino ad ora la spesa pubblica italiana, con il suo scarso 4%, rimane al di sotto della media europea in tema di investimenti per l’istruzione pubblica: questo è un vero guanto di sfida su cui misurarsi per produrre politiche inclusive e concrete politiche di sostegno ad un rinnovato ed attento welfare sociale.

Noi ci siamo: chi è con noi?

Maria Rosaria Cuocolo

Segreteria Nazionale PSI – Responsabile Nazionale Parità di Genere

Caregiver, l’assistenza fai da te è spesso obbligata

anzianiIn Italia ci sarebbero oltre 5 milioni di caregiver familiari, persone che si occupano direttamente, in casa, dell’assistenza ad un parente bisognoso di cure. Quella dell’assistenza fai da te è una scelta spesso obbligata: in sei casi su dieci, infatti, le cure domestiche dirette, senza l’aiuto di una figura esterna, sono le uniche economicamente sostenibili.

Il dato emerge da un’indagine condotta da Swg su un campione di 3mila persone in occasione della settimana della buona salute 2018, la campagna di sensibilizzazione per l’invecchiamento attivo promossa dal sindacato dei pensionati autonomi Fipac Confesercenti. Quest’anno la settimana, che prevede come sempre un ricco carnet di attività sul territorio, iniziata oggi per concludersi domenica 22 aprile, è idealmente dedicata al tema dell’assistenza.

Complessivamente, un cittadino su sette deve farsi carico di seguire, in vario modo, una persona con rilevanti problemi di assistenza. Il dato è volutamente di natura generale per non entrare nel privato delle persone ma riguarda l’insieme dei problemi posti dalle persone non autosufficienti, in toto o parzialmente, per anzianità o disabilità, dai cronicizzati, da invalidità a temporalità medio-lunga. Si tratta, pertanto di una platea di circa sette milioni di cittadini, dato di riferimento e con delle variazioni nel tempo. Queste persone hanno problemi differenziati e di varia intensità ma richiedono attenzione e un’azione di cura. Il dato che emerge dall’indagine è leggermente superiore alle cifre ufficiali su questa realtà che, però, non tengono conto degli aspetti a temporaneità protratta e di situazioni particolari che richiedono comunque forme di assistenza. Occorre anche osservare che il crescente invecchiamento della popolazione rende continuamente più ampia la platea degli interessati da necessità di cura: spesso, a loro volta, si tratta di persone anziane e prive delle risorse economiche necessarie.

Come segnalato, infatti, l’alta incidenza dell’assistenza familiare diretta, scelta dal 71% dei prestatori di cure, è dovuta nel 59% dei casi a motivazioni di tipo economico. Pesa, però, anche una certa preferenza per le cure domestiche: il 32% degli assistenti familiari, infatti, ammette di seguire personalmente il proprio parente perché preferisce non affidarne la cura ad estranei. Una scelta dettata da fattori culturali, ma anche da una diffusa sfiducia nelle strutture private, di cui si avvale solo il 4%. Basso anche il ricorso al pubblico (4%), ma c’è una quota di circa 200mila persone che segnala la mancanza di disponibilità nelle strutture del proprio territorio.

Tra chi può permetterselo, invece, si consolida la preferenza per le badanti: il 16% le impiega, per un esercito di circa un milione di addetti all’assistenza, uno su tre (il 35%) in servizio per oltre 18 ore a settimana. Anche la ricerca della badante è improntata al ‘fai da te’: il 72% ottiene il contatto attraverso il passaparola, mentre il 12% tramite lo sportello comunale o un’altra struttura pubblica. Il 9% si avvale dell’aiuto di associazioni e cooperative sociali, mentre il 5% attraverso la comunità religiosa.

Il presidente di Fipac, Sergio Ferrari, ha spiegato: “L’aumento dell’aspettativa di vita ed il progressivo invecchiamento della popolazione richiedono un maggiore sostegno per il settore del lavoro domestico, da parte della politica. Da tempo come FIPAC proponiamo la deducibilità di questo tipo di assistenza. Oggi gli incentivi per assumere legalmente un lavoratore domestico sono ancora troppo scarsi. L’offerta di un vantaggio fiscale apprezzabile potrebbe indurre anche 350-400 mila famiglie a regolarizzare i rapporti sommersi, con notevoli benefici anche in termini occupazionali. Abbiamo esempi virtuosi di questo tipo di politiche sociali in paesi europei come Francia e Germania: potremmo prenderne spunto e organizzare una coalizione di forze a sostegno di proposte che possono essere messe a punto tra chi è interessato”.

Tale problematica esistenziale, in realtà, interessa tutti i cittadini che durante il percorso di vita, o per disabilità temporanea causata da malattie o per patologie croniche invalidanti parzialmente o totalmente. L’onere di tale assistenza fatta da un familiare a persone che non hanno il riconoscimento di invalidità dalla legge 104, attualmente, è a totale carico delle famiglie. Sarebbe giusto una forma di assistenza, di solidarietà umana e sociale per compensare tali oneri. Insomma, rispetto alla problematica evidenziata, c’è una carenza normativa che necessita di essere affrontata non solo per fare emergere il sommerso ma per rendere giustizia sociale. Il Partito socialista ha tutte le competenze necessarie per presentare in tal senso un disegno di legge, dimostrando di continuare ad essere una presenza politica dal volto umano vicina alle esigenze dei cittadini.

Salvatore Rondello

La caduta di Tangentopoli: indietro di mezzo secolo

cappioSollecitato dalle inusitate dichiarazioni di competenti commentatori in occasione delle recenti elezioni politiche 2018, ho steso più speditamente questa concisa ricerca su “Tangentopoli”, costruita seguendo la traccia del libro di Mattia Feltri “Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite”. Letto appena pubblicato, ho ripreso in mano quel testo dopo che Angelo Panebianco sul “Corriere della Sera” del 7 febbraio 2018 ha scritto di considerare “la madre di tutte le fake news la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo” diffusa appunto nel “Novantatré” evocato da Feltri. Arriverà poi Pierluigi Battista a spiegare sul “Corriere della Sera” dell’8 marzo 2018 che “una delle cose più stupide predicate in questi decenni è stata il disprezzo dei partiti”. Ecco, tanto è bastato per spronarmi maggiormente a scrivere questa nota, dichiarando in conclusione di aver provato a far luce – secondo il magistero degli storici – qualche aspetto del passato “per comprendere cosa sia meglio fare nel presente”. La affido subito all’AVANTIonline.

Il professor Angelo Panebianco, commentando il 7 ottobre 2016 sul “Corriere della Sera” il libro di Paolo Mieli In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia (Rizzoli), scriveva: «Non si è mai estinto il vizio di mettere in piedi processi per corruzione o sottrazione di denaro pubblico contro gli avversari politici». Cita un caso antico ma efficacemente emblematico: «Il processo contro Verre, ex propretore il Sicilia, che diede tanto lustro al suo inflessibile accusatore Marco Tullio Cicerone, non sarebbe stato imbastito se Verre non fosse stato legato alla fazione politica perdente, quella di Silla». E conclude facendo meditare più d’uno che abbia partecipato alla vita pubblica italiana tra fine ‘900 e inizio secolo: «Nelle cronache degli ultimi decenni, qui in Italia, anche se non solo, possiamo trovare diversi casi che hanno affinità con quella vicenda storica». Dall’antichità all’età contemporanea è detto parecchio in poche parole, svelando un meccanismo che regola spesso la contesa pubblica.

“Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite”

Queste considerazioni ci aiutano a capire meglio la caduta di Tangentopoli (1993) – intesa come ‘prima Repubblica’ italiana – prendendo più di uno spunto dal libro di memorie sul Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite (Marsilio Editori), scritto da Mattia Feltri. Eccone l’incipit: «Quella che sembrava un’epoca di catarsi e rinascita si è rivelata un periodo cupo, meschino, di furori e di paure, di follia collettiva, in cui una cultura politica era stata spazzata via in modo dissennato». Dominata da mass-media legati a poteri economico-finanziari irresponsabili, da politici e tecnici riciclati, da esponenti di partiti e movimenti finora esclusi dall’area governativa, da nuovi arrivisti, e soprattutto da «una magistratura che si sentiva a capo di un moto rivoluzionario», l’Italia è precipitata in un arido ventennio privo di speranze esaudite. Esangue il bilancio – annotiamo noi – a partire dalla pretesa moralizzazione, risoltasi in effetti opposti: il giurista Michele Ainis in un editoriale del 16 giugno 2014 ha ricordato che «all’alba degli anni ’90 la classifica di Transparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo; ora siamo precipitati alla 69.a posizione» sui 180 Paesi considerati.

Dal 1950 al 1990 l’Italia fra i paesi più sviluppati nel mondo

D’altronde cosa poteva esser successo fino ai primi anni ’90 in una situazione come quella italiana che, se appariva per alcuni versi problematica, non era radicalmente dissimile dagli altri paesi progrediti d’Europa? Partiamo dal conciso fatto rilevato da Carlo M. Cipolla – uno dei maggiori storici economici internazionali – riportato in un libro accessibile a tutti intitolato Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo ad oggi: «Il bilancio economico del quarantennio postbellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato – anche lontanamente – nelle speranze dei padri della Repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i Paesi a più elevato tenore di vita nel mondo». Anche sulla base di questi dati Carla Collicelli, vicedirettore del CENSIS – rispondendo a Marco Travaglio e a Gian Carlo Caselli – poteva dichiarare esattamente quanto segue: «Il periodo fino al 1992 indicato come più corrotto è anche quello nel quale l’Italia è cresciuta di più. Ora, siccome è senz’altro vero che è la corruzione a bloccare lo sviluppo nei paesi poveri, l’Italia non doveva essere poi così corrotta» (cfr. giornale “l’Adige” del 22 agosto 2002). Molti anni dopo, sul “Corriere della Sera” del 7 febbraio 2018, sempre l’accademico A. Panebianco, spiegherà ancor più convintamente: «Sul finire della prima Repubblica il vecchio sistema dei partiti entra in crisi. Arriva ‘Mani pulite’ ed è il diluvio. Il prestigio dei politici crolla ai minimi termini (e non risalirà più). È allora che si diffonde quella che considero la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo». Abbiamo visto poc’anzi che l’Italia si situava nella fascia medio-alta tra i ”Paesi migliori”, almeno fino ai primi anni ’90 dello scorso secolo. Pure la situazione economica – come riportato – appariva positiva. Anche due competenti studiosi di Bankitalia, L. Federico Signorini e Ignazio Visco, lo ribadivano nel saggio L’economia italiana (il Mulino,1997): «L’Italia è dunque una delle maggiori economie al mondo per dimensione del PIL; ha avuto anche negli ultimi venticinque anni una crescita soddisfacente rispetto agli altri paesi industriali; ha un reddito pro capite elevato e una ricchezza crescente». Ciò ha giovato a migliorare lo standard di vita. Nel 1993 la speranza di vita alla nascita era pari a 77,6 anni in Italia (contro i 76 di USA e Germania); in circa vent’anni la vita attesa si è allungata nel nostro Paese di quasi sei anni.

Il problema del finanziamento della politica

In questo quadro poteva dunque esserci più riflessione, per arrivare ad affrontare con una condivisa soluzione politica il problema sempre più emergente del finanziamento della politica, un problema anch’esso non solo italiano ma europeo. Ma mentre in Europa si seguì la strada del confronto politico, in Italia si preferì la via giudiziaria. Abbiamo citato l’Europa, ma andrebbe almeno accennato per un’utile comparazione il caso degli Stati Uniti d’America, il più grande Paese democratico del mondo. Qui il finanziamento della politica da parte dello Stato, dei privati e delle aziende è immenso: secondo i dati forniti dall’istituto di ricerca indipendente “Center for Responsive Politics” i costi delle elezioni presidenziali del 2012 (ma potrebbero analogamente essere analizzati anche quelli del 2017, e via via di seguito) ammontarono ad oltre 6 miliardi di dollari, oltre 10.000 miliardi di vecchie lire, cifre incomparabili per la loro enormità con quelle del finanziamento regolare e irregolare della politica europea e italiana. Se pensiamo che il finanziamento ai partiti italiani proveniente dal caso Enimont sarebbe ammontato a 150 miliardi di lire, abbiamo così ‘fotografato’ gli ambiti e i limiti della comparazione con l’America, benché quella Enimont sia stata definita addirittura «la madre di tutte le tangenti». Certamente si trattava di un finanziamento irregolare, e questo caso come tutti gli altri andava sanzionato, per trovare civilmente una via chiara e trasparente al finanziamento della politica, non per passare alla criminalizzazione dei partiti democratici.

Fiaccare la politica democratica autorevole

Al dunque, per un complesso di coincidenze interne e internazionali, le cifre e le considerazioni sopra descritte vennero ignorate e nei primi anni ’90 si saldarono interessi variegati volti a travolgere la vita democratica nazionale. Il capitalismo italiano e i poteri economico-finanziari internazionali, dopo la caduta del muro di Berlino, si sentirono autorizzati a liberarsi dalla direzione di una politica democratica autorevole, che nel passato aveva difeso la libertà, ponendo anche delle regole per la crescita sociale di tutti: gran parte dei mezzi mediatico-giornalistici vennero così diretti e coinvolti nell’opera di rimescolamento delle vita politica nazionale. Lo spiega fin troppo perentoriamente l’ex-condirettore de “l’Unità” Piero Sansonetti in un’intervista a “Il Foglio” del 10 febbraio 2010 intitolata Craxi e la sera della politica: «L’inchiesta di ‘Mani pulite’ è stata utilizzata dall’economia per liberarsi della politica. Quando l’inchiesta si conclude, la politica è distrutta, rasa al suolo… mentre l’economia ottiene la subordinazione della politica, la sconfitta dei sindacati, la fine dei contrappesi, l’aumento dei profitti, il controllo sociale. La svolta liberista in Italia si concretizza con ‘Mani pulite’ e con la sconfitta dell’autonomia della politica». Il giudizio di Sansonetti – che viene pure riportato, assieme a quello di altri commentatori e pensatori nel saggio di Roberto Chiarini La memoria maledetta di Bettino Craxi (Casa editrice Le Lettere) – risulta ancor più significativo perché spiega a tanti ignavi compagni, seguaci del verbo giustizialista, che la questione morale è stata utilizzata «non per mettere un freno all’invadenza della politica, ma per delegittimarla e privarla della sua funzione». Altro che «normale operazione di pulizia»! La nuova antipolitica – come sopra richiamato – nasce da qui e non ci abbandonerà più.

La distruzione dei partiti e il ruolo della magistratura

Come corollario seguirà la distruzione dei partiti. In un racconto postumo, il giornalista e scrittore Pierluigi Battista spiegherà: «Una delle cose più stupide predicate in questi decenni è stata il disprezzo dei partiti. I partiti erano quel che erano… ma le sezioni dei partiti erano cose serie, lì ci si riuniva, si andava la sera, dopo il lavoro, si discuteva, ci si confrontava, si litigava. La sezione di partito era un corpo intermedio pieno di vita, un punto di riferimento, un luogo caro a cui appartenere» (“Corriere della Sera”, 8 marzo 2018). Poi tutto svanirà, avremo la solitudine di massa, una «folla solitaria» come la definì il sociologo David Riesman. Tutto risulterà «disintermediato», senza corpi intermedi tra l’elettore e le istituzioni, tra il popolo e chi decide, insomma sedi reali di confronto per il cittadino. Sulla politica dominerà il mezzo televisivo, i dibattiti – col popolo solo ascoltante e guardante – si svolgeranno nei talk show; per quella folla solitaria resterà Internet «a collegare gli scontenti, ad alimentarli, a rinfocolarli» aggiunge Aldo Cazzullo (stesso giornale, stesso giorno).

Quest’opera trovò allora un alleato potente e determinante nella magistratura, che intravide la possibilità di una riaffermazione del proprio ruolo, anche al di sopra del quadro costituzionale: una ricerca curata dal giornalista de “L’Espresso”, Stefano Livadiotti e pubblicata da Bompiani nel 2009 con il titolo Magistrati, l’ultracasta (Bompiani) descrive le ambizioni eccessive di questo mondo, che aveva mal sopportato l’iniziativa promossa dai radicali e dai socialisti con il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati poi approvato – sull’onda del caso Tortora – dalla grande maggioranza degli italiani. Questi due poli, quello mediatico/finanziario – di cui inizialmente furono parte molto attiva le reti berlusconiane – e quello giudiziario, trovarono poi nella manodopera politica disponibile degli utili interlocutori: dal ribellismo leghista al massimalismo giustizialista, fino al revanscismo fascio/comunista plasticamente rappresentato dalle comuni operazioni di piazza contro il capro espiatorio designato, tra cui spicca il lancio di monetine contro Bettino Craxi il 30 aprile 1993, definito da parte della stampa «l’episodio simbolo di Mani Pulite» in cui «il leader del Psi viene affrontato da una folla inferocita che urlava ‘Ladro’». Successivamente l’ambasciatore e storico Sergio Romano, intravedendo l’imporsi sempre più marcato di una menzogna, con tratto inconsolabile ma realistico scrisse in un saggio del 1995 intitolato meditatamente Finis Italiae: «Gli italiani stanno addebitando Tangentopoli a Bettino Craxi e a qualche centinaio di uomini politici, imprenditori, funzionari. Sanno che è una bugia, ma cederanno probabilmente alla tentazione di credervi per assolversi in tal modo da questo peccato. E dopo, temo, avranno un’altra ragione per disprezzarsi».

Come ai tempi di Cicerone

Per tornare al lavoro di Mattia Feltri, tra il 1991 e il 1994 il dado era tratto, specialmente per la magistratura che si mosse sulla base di calcoli politici, come ai tempi di Verre/Cicerone. Annusò nell’aria le difficoltà della coalizione di centro-sinistra al governo, allora guidata da Craxi, Andreotti e Forlani, definita sbrigativamente CAF: prima con il referendum sulla preferenza unica del 1991, vinto dai referendari nonostante la richiesta di disimpegno dal voto delle forze governative, poi con le elezioni dell’aprile 1992 che segnarono una flessione, pur non drammatica, del quadripartito DC-PSI-PSDI-PLI. Qualche anno dopo, nel 1998 il procuratore aggiunto di Milano Gerardo D’Ambrosio – il quale, a testimonianza palmare della politicizzazione di quella magistratura, sarà poi eletto parlamentare nelle liste dei Democratici di Sinistra, come peraltro il collega e animatore di ‘Mani pulite’ Antonio Di Pietro lo era stato del PDS nel 1987 su designazione del leader ex-comunista Massimo D’Alema – dichiarerà spavaldamente: «Quando dopo le elezioni del 1992 capimmo che quel quadripartito non avrebbe raggiunto la maggioranza in Parlamento, intuimmo che era il momento di dare un’accelerazione all’inchiesta». Accelerarono dunque, tra arresti quotidiani e suicidi degli indagati, per giungere ai capi, ai Forlani e ai Craxi ora in difficoltà (Verre docet). Eppure il quadripartito nel 1992 aveva ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento grazie a 19 milioni di voti: come ha ricordato spesso l’on. Ugo Intini, nel ventennio successivo mai nessuna coalizione vincente avrebbe ottenuto un risultato in voti popolari così elevato! Eppure allora – nonostante i 331 seggi al Camera dei Deputati su 630 componenti e 167 al Senato su 315 che poi portarono alla fiducia per il Governo Amato con complessivi 503 voti favorevoli contro 422 tra contrari e astenuti – una vasta campagna mediatica dichiarò delegittimato quel Parlamento e la famosa «accelerazione» delle inchieste fece il resto.

Il funesto circo mediatico-giudiziario

Ecco perché di fronte a quei numeri elettorali e parlamentari, più di un commentatore ha potuto definire «golpe mediatico-giudiziario» quel complesso di eventi che portarono traumaticamente alla fine della ‘prima Repubblica’. Sul punto si veda anche l’agghiacciante resoconto di Daniel Soulez Larivière Il circo mediatico-giudiziario (Liberilibri), tanto che, anni dopo, un prestigioso studioso progressista come Michele Salvati nel suo saggio Tre pezzi facili sull’Italia (il Mulino) – ebbe a definire «un fatto unico in Europa» la scomparsa dei partiti democratici di governo, «un’esito che solitamente si associa a traumi ben più gravi, a guerre e rivoluzioni». Molti presunti inflessibili difensori della Costituzione repubblicana assistettero senza fiatare, anzi in molti casi assecondarono, l’eliminazione delle forze politiche repubblicane che avevano provato a portare l’Italia sulla strada della libertà e della crescita sociale: i tratti dell’operazione furono sbrigativi e maneschi, a partire dall’uso della carcerazione preventiva a scopo confessorio, dimentichi del richiamo antico dell’illuminista Pietro Verri: «carcerari idest torqueri», carcerare è uguale a mettere sotto tortura, altro che ‘mani pulite’.

Peggiori di Hitler

Qualcuno potrebbe giudicare sproporzionate queste parole se non avesse visto in diretta o esaminato bene quella transizione agitata. Ma per dire del clima dissennato di quel periodo basterà ricordare quanto scritto il 3 maggio 1995 sul “Corriere della Sera” da Giuliano Zincone: egli, denunciando l’inquietante clima politico- giudiziario che aleggiava sul nostro Paese, riferirà di una inchiesta svolta presso gli studenti universitari di Perugia. Richiesti di indicare il personaggio più odioso e ripugnante di tutta la storia dell’umanità, questi figli del sonno della ragione scartavano Giuda o Nerone, Caino o Pol Pot, Erode o Stalin: al primo posto collocavano l’ineffabile Andreotti, al secondo Craxi, il cinghialone, buon terzo nella graduatoria dei mascalzoni ecco Adolf Hitler. Ma che giovani ‘studiosi’ aveva partorito il vento fustigatore dell’operazione denominata ‘Mani pulite’? Tuttavia il problema non era solo dei giovani: anche un maturo pensatore come Gianfranco Miglio – giurista, politologo, docente universitario, al tempo ideologo della “Lega Nord” – dopo esser caduto in «bestialità terrificanti» come quella di sostenere che ”Hitler commise degli errori di stile”- lo rammenta Gian Antonio Stella sulla rivista “Sette” del 22 marzo 2018 – «mentre scoppiava Tangentopoli arriverà a dire che ”il linciaggio è la forma di giustizia nel senso più alto della parola”».

Così i leader democratici più emblematici della prima Repubblica vennero trascinati nella condanna e sistematicamente criminalizzati. Ci si accanì soprattutto con Bettino Craxi, rifugiatosi all’estero in Tunisia, come nella storia dovettero fare tanti altri ‘fuoriusciti’ di fronte alla spietatezza degli avversari: a chi non visse quella temperie vale rammentare – sempre grazie al resoconto di Feltri – anche l’implacabile apostrofe del candidato sindaco di Roma Francesco Rutelli che il 2 dicembre 1993, respingendo l’appoggio socialista che Craxi gli aveva pur offerto per la competizione contro il missino Gianfranco Fini, replicò sprezzante: «Voglio vedere Craxi consumare il rancio nelle patrie galere»!

«La molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica». E una politica di sinistra

Quando il danno irreparabile alla persona e a quello che rappresentava era stato ormai fatto, proverà lo stesso citato magistrato D’Ambrosio a metterci una pezza con un’intervista a “Il Foglio” del 22 febbraio 1996, dichiarando che «la molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica». Parole che dovevano esser dette prima, non dopo l’annientamento. Alla turba e ai nuovi capipopolo, convenne considerarlo – testualmente – un «criminale matricolato», dedito agli affari personali e ad una vita dorata: solo nel rovesciamento di regimi dispotici corrono frasari del genere, inconcepibili per una personalità democratica come Craxi, uno dei premier repubblicani più affermati, oltre che autorevole vicepresidente dell’Internazionale Socialista. Craxi sarà bersagliato e infamato da neofascisti, leghisti e da risentiti giustizialisti, ma con particolare scherno da sinistri forcaioli che volevano disfarsi di un concorrente invadente. Sarà Piero Fassino, dapprima dirigente PCI e poi dei DS e del PD, a rimettere le cose a posto, a dramma consumato purtroppo. Nel suo libro del 2003 Per passione” (Rizzoli) definirà Craxi «uomo profondamente di sinistra», aggiungendo in schietta autocritica che «il Pci negli anni ’80 non appare capace di affrontare il tema della modernizzazione dell’Italia, spingendo così ceti innovatori e produttivi verso chi, come Craxi, dimostra di comprenderli». Altro che criminale! E tutt’altro che uomo pronto a porsi nella mani o addirittura alla guida di una deriva di destra, secondo l’affermazione di taluni; un altro ex dirigente comunista come Claudio Petruccioli la considererà solo una malevola insinuazione: in una intervista alla rivista “Mondoperaio” del gennaio 2012 dichiarerà che «Craxi è sempre stato e soprattutto si è sempre considerato un uomo della sinistra». E anche tra i più capaci: il suo governo – asserirà un leader storico del PCI come Emanuele Macaluso in una intervista a “La Stampa” del 21 gennaio 2006 – va considerato «fra i migliori che abbia avuto l’Italia». Irriducibile nell’avversione a Craxi resterà Eugenio Scalfari: ma cosa ci si può aspettare da un famoso giornalista che su “la Repubblica” del 9 marzo 2018 all’interno di un commento sui pessimi risultati delle elezioni politiche fisserà come punto di partenza e di merito testualmente quanto segue: «La sinistra moderna [sic!] cominciò con Tangentopoli nella Procura di Milano nel 1992. In cinque anni – continua Scalfari – venne smontato il sistema politico». Bel risultato, potremmo dire, se sotto quelle macerie è finita la tradizionale ma partecipata vita democratica del Paese, insomma «quella Repubblica» – scrive nello stesso mese lo storico Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” del 31 marzo 2018 – «che pure aveva dato agli italiani gli anni forse migliori della loro vita».

I moralisti con l’oro di Mosca in tasca

Riprendiamo il filo. Mattia Feltri nel resoconto su L’anno del Terrore rivela la sua desolazione vedendo interi spezzoni della politica italiana incattivirsi nel lanciare ”il calcio dell’asino al leone ferito”, accanendosi nel soffiare sul fuoco della protesta accesa dal circuito mediatico-giudiziario. Di Rutelli abbiamo già detto; degli ex-comunisti, approdati nel 1991 al PDS, è intuibile l’ostilità verso il centro-sinistra storico: da Massimo D’Alema che invoca «una epurazione del ceto politico», al segretario Achille Occhetto che prova a smarcarsi da Primo Greganti, il famoso compagno G. procacciatore di tangenti, per rimarcare la loro estraneità al sistema di finanziamento irregolare; poi verrà la dichiarazione dell’insospettabile magistrato ‘di sinistra’ Gerardo D’Ambrosio: «I soldi li prendevano tutti» (“la Repubblica”, 27 ottobre 1999). È significativo il caso del PCI e degli ex-comunisti, sostanzialmente graziati dall’inchiesta ‘Mani pulite’. Eppure appartenevano all’area politica che intercettò il più largo finanziamento illecito (da loro pudicamente definito ‘aggiuntivo’) proveniente dalla sovietica casa-madre Russia, da cooperative italiane, assicurazioni, banche, aziende. Scrive al proposito Gianni Cervetti, responsabile amministrativo del PCI durante la segreteria di Berlinguer, dunque uno dei principali collaboratori del leader che pretese di legare il proprio nome alla ‘questione morale’: «Non c’è epoca, paese, partito che non abbia usufruito di fonti per finanziamenti aggiuntivi. Sostenere il contrario significa voler guardare a fenomeni storici e politici in maniera superficiale e ingenua o, viceversa, insincera e ipocrita». Lo scrive in un libro dal titolo emblematico: L’oro di Mosca (Baldini&Castoldi). La tanto propagandata ‘questione morale’ di Berlinguer era servita: definita in pratica o superficiale o ipocrita. Rincarerà la dose Barbara Spinelli su “La Stampa” del 26 maggio 1993, aggiungendo che il finanziamento dei comunisti russi ai partiti ‘fratelli’ dell’Occidente è la vera colpa morale di quest’ultimi (altro che problemi «morali» da accollare agli altri): «Quelle decine di miliardi che ogni anno affluivano da Mosca erano tolti a popolazioni che non vivevano una povertà bella, ma un inferno di miseria senza fine».

Il giustizialismo della “Lega” e degli ex-neofascisti

Tiriamo il fiato e accenniamo ora ad altri soggetti. Parliamo in primis della “Lega”, di quelli pronti a sventolare cappi da forca in Parlamento per poi squalificarsi con le operazioni in diamanti in Africa e con la laurea comprata per il figlio del capo in Albania, proprio in una nazione tra le più vilipese dalla propaganda leghista. Erano passati nel frattempo dal fallimento CredieuroNord – banca di riferimento dei leghisti – a quello del mega villaggio vacanze “Skipper Residence” in Croazia e via via a tanti processi aperti contro dirigenti e amministratori regionali e comunali: su Google la voce «processi contro amministratori della Lega nord» occupa pagine e pagine… E cosa dire di un ex-neofascista come Gianfranco Fini, erede politico dei più esperti saccheggiatori pubblici del Novecento (si legga il capitolo Fascismo predone nel saggio di Sergio Turone Politica ladra – Storia della corruzione in Italia. 1861-1992), diventato grande esaltatore dell’operazione ‘Mani pulite’, per poi finire sotto inchiesta a sua volta per una miserabile vicenda di interessi famigliari?

Più lugubre resta ovviamente la pretesa di conquistare il potere con inni martellanti al ”nuovo ordine dell’onestà”, un inneggiare che nella storia – mutatis mutandis – ha accompagnato l’inizio di qualsiasi tirannia. Ritornano alla mente gli studi di Scienza della politica con la diffidenza del padre del liberalismo John Locke verso i criteri etici sbandierati con eccessivo favore: con preveggenza formidabile intuiva che potevano nascondere i germi della dittatura. Un esempio eclatante: partiti dalla predicazione forsennata contro la corruzione degli altri, movimenti come quelli fascisti e nazisti si sono poi rivelati come i regimi più putrefatti e corrotti di tutti. Lo storico Turone aveva appunto annotato che per quanto i sistemi democratici possano essere corrivi «è difficile superare l’impunita voracità dei gerarchi di un governo totalitario».

Due cangianti espressioni del mondo mediatico e economico

Torno ora alle nostre più prosaiche vicende e apro una breve nota incidentale dedicata al mondo mediatico ed economico segnalando le mosse di due insospettabili. C’è il giornalista Emilio Fede che si fa teorizzatore della bontà dei sommari processi mediatici e giudiziari, alle cui risultanze si dichiara «assolutamente favorevole»: con le reti berlusconiane sosterrà tra il 1992 e 1993 i mitici «momenti magici» (cioè la tecnica carceraria che sbloccava ogni tipo di confessione) dell’operazione ‘Mani pulite’, per poi passare sul fronte diametralmente opposto quando si tratterà di contestare la lena giustiziera degli inquisitori a caccia del padrone politico-mediatico-finanziario Silvio Berlusconi. Ma c’è un altro personaggio che fa un percorso zigzagante: è l’industriale-finanziere Carlo De Benedetti. Da critico arcigno della partitocrazia e difensore dei «magistrati indipendenti e coraggiosi che contribuiscono al rinnovamento dell’Italia» – come dichiara a “Le Nouvel Observateur” del 15 aprile 1993 – diventerà esponente interessato del sistema delle tangenti, come narrano le cronache del 16 maggio 1993; commenterà “Libération” del 17 maggio 1993: «… oggi quello che fa amaramente sorridere gli italiani non è che il quarto gruppo privato del Paese [quello di De Benedetti] sia a sua volta coinvolto negli scandali, ma è l’atteggiamento dell’Ingegnere, il ribelle del capitalismo italiano che si è sempre presentato come un incorruttibile». E invece…

Erano alleati e compagni di partito…

Ma veniamo ai partiti del centro-sinistra storico. Se degli oppositori si poteva capire l’acredine e il tornaconto politico, invece cosa dire di altri, appartenenti a partiti democratici che avevano retto insieme la ‘prima Repubblica’? Come giudicare una democristiana di lunghissimo corso come Rosy Bindi, che per ‘sbianchettarsi’ denuncia brutalmente la collaborazione DC-PSI come «patto scellerato»? O le dichiarazioni di Rosa Russo Jervolino contro i suoi amici democristiani: «Noi abbiamo in casa i ladri e questo è un fatto incontrovertibile»? E come giustificare il comportamento di Giovanni Spadolini che – in faccia al segretario del suo PRI, Giorgio La Malfa, caduto anch’egli sul finanziamento illecito dei partiti – si fa vessillifero frenetico della «questione morale» come «la più grande questione politica» d’ogni tempo?

Parliamo ora senza veli del PSI, il mio partito allora come oggi. Nella caccia al «cinghialone ferito», finiscono per inseguire Bettino Craxi anche leader storici e meno dell’area socialista. C’è in questo non solo un riprovevole decadimento della dialettica politica interna, ma anche quello che nella vita normale di una varietà di persone più estesa del prevedibile si caratterizza per particolare empietà; il duca de La Rochefoucauld nelle sue Massime (Marsilio Editori) esplorando l’angolo buio dell’amicizia, lo sintetizza così: «Nelle avversità dei nostri migliori amici noi scopriamo sempre qualcosa che non ci dispiace», lasciandoci travolgere dall’altrui accanimento verso il compagno in disgrazia. Così nel microcosmo socialista vedremo un personaggio come Enrico Manca – ex presidente RAI – invocare «drastiche e immediate decisioni». Ma su tutto si ergerà un capo storico come Giacomo Mancini, per il quale Craxi «non poteva non sapere», coniando un termine che poi la magistratura userà come capo d’accusa imprescindibile per condannare il segretario socialista: secondo Mancini è arrivata l’ora di fare piazza pulita. Quella di Mancini – commenta Feltri – «è una roba tristissima». Quando morirà l’8 aprile 2002 l’ANSA ricorderà le sue traversie giudiziarie con le Procure calabresi che l’accusavano di «aver concorso esternamente alle attività di alcune fra le cosche più influenti della “’Ndrangheta”». Mancini prima verrà condannato il 25 marzo 1996 dal tribunale di Palmi; dichiarata l’incompetenza territoriale di quel tribunale, sarà invece allora quello di Catanzaro ad assolverlo il 19 novembre 1999: il processo d’appello, fissato a fine giugno 2000, non ha mai avuto inizio… Mentre si accingeva a passare per questa temperie – dopo averne sperimentato altre negli anni ’70 del Novecento al grido di ”Mancini ladro” lanciatogli in faccia dalla marmaglia neofascista e veicolato da una campagna mediatica ostile, che avrebbero reso prudente ogni persona prima di accodarsi in futuro a qualsiasi campagna giustizialista – ecco invece Mancini non perdere l’occasione di mostrarsi un colpevolista eccellente ad altrui carico, concedendo al “Corriere della Sera” l’8 novembre 1992 un intervista in cui dichiarava che «per la vastità del fenomeno, i flussi di finanziamento li conosceva solo Craxi». Narra Feltri che «dopo quell’intervista i magistrati Di Pietro e Colombo lo chiamarono in procura a Milano». Mancini farà di più. Il 16 dicembre 1992 su “La Stampa” infligge a Craxi un’altra accusa: «di essere andato a Reggio Calabria ad attaccare i giudici che stanno facendo un oneroso lavoro contro la mafia». È qui che Feltri parla di «roba tristissima», riferendosi al calvario giudiziario che di lì a poco Mancini subirà proprio in Calabria e che non gli sarà risparmiato da questi ‘assist’ gratuiti lanciati ai magistrati: sembra un caso di sindrome di Stoccolma preventiva, un provare sentimenti positivi verso i propri aggressori.

Ecco altri personaggi socialisti annoverati nel libro di Feltri: c’è Giorgio Benvenuto che in un’intervista a “la Repubblica” del 1° maggio 1993, se la fa intitolare così: «Craxi? Mai più nelle liste del Psi». Seguirà un altro sindacalista socialista come Enzo Mattina che annuncia di voler «alzare con decisione la bandiera della moralità», straparlando addirittura di «Craxi-Gambadilegno». Infine in questo elenco pietosamente incompleto ecco i manifestanti dei ”Comitati di base socialisti” che invadono la sede nazionale del PSI al grido di ”ladri, ladri”. Il suicidio del PSI – dei suoi dirigenti e dei suoi militanti travolti e abbruttiti dalla marea mediatico-giudiziaria che li ha colpevolizzati indistintamente – è così completato.

Un ‘difensore’ dei diritti umani

Ma per chiudere questa carente e trista rassegna, va segnalato un personaggio di cui sentiremo parlare anche più avanti, come gentile difensore dei diritti umani: si tratta di Luigi Manconi, già militante di “Lotta Continua” e dei “Verdi”, infine approdato al PD. In una intervista a “Il Messaggero” del 2 luglio 1994, così parla di Craxi, rifugiato a Hammamet: «C’è qualcosa di cupamente grottesco nell’immagine di quell’uomo anziano e malato. Anche la malattia non lo fa apparire più fragile, e con ciò meno sgradevole. Al contrario. La sua sembra proprio quella che, nei racconti per adolescenti, è l’infermità dei ‘cattivi’… la malattia completa crudelmente l’immagine di un uomo che – in una torva solitudine – cova i suoi rancori; quel sarcasmo così appesantito, quell’aggressività così affannosa, rivelano qualcosa di intimamente ‘sporco’». E conclude con sentenziosità chirurgica: «È una manifestazione patologica. Da sempre le psicosi hanno pesato sulla politica».

Per fortuna c’è anche un po’ di clemenza

Per ridare decenza alle cose, a tanta crudezza contrapponiamo le parole clementi di un personaggio che generalmente non desta la nostra simpatia, ma che al dunque sa sovrastare tanti altri in umanità: ci riferiamo a Indro Montanelli. Il 1993 fu percorso anche dal fenomeno degli inquisiti suicidatisi. Di fronte alla morte ci si dovrebbe fermare, e invece ecco alzarsi il coro dei maramaldi. Al funerale di Gabriele Cagliari, presidente ENI suicida, «si è sentito – racconta Feltri – l’estremo saluto di alcuni rappresentanti della società civile, in attesa fuori dalla chiesa: ”Ladri!”. ”Vergogna!”. ”Nessuna pietà”. Molti i fischi». E mentre il citato ideologo della “Lega Nord” Gianfranco Miglio dichiara sprezzantemente: «…in fondo è un bene: vuol dire che c’è gente che di fronte alla prospettiva della casacca a righe, preferisce togliersi la vita», ecco alzarsi l’umanissimo monito di Montanelli: «Hanno preferito la morte alla galera e al disonore… Che i nomi di questi morti siano scritti in un albo d’onore che, avendo comunque pagato più del dovuto, l’onore se lo sono riguadagnato sul campo, e con esso il diritto al rispetto di tutti».

Una compagnia di pericolosi latitanti

Torniamo a Craxi. Morirà espatriato in Tunisia, in semplicità, fuori dagli agi e dagli ori immaginati dagli avversari. Ci ricorda per la solitudine che si autoimpose, un’altra personalità socialista, Camillo Prampolini, che negli anni del fascismo imperante dalla sua Reggio Emila – che l’aveva visto grande leader riformista – riparò a Milano a fare l’impiegato qualsiasi. Mauro Del Bue ne ha tratteggiato la figura con affettuosa partecipazione sulla rivista “Mondoperaio” dell’aprile 2017: mentre tutti correvano dietro ai vincitori, compresi gli ex-compagni di lotta, egli si ritirò a vivere e morire in solitudine.

Così Craxi. Nonostante sia morto di malattia, per anni in sofferenza e lontano dal suo Paese, resterà ancora per una parte dell’opinione un pericoloso ‘latitante’. Bettino Craxi è comunque in buona compagnia. ‘Latitanti’ (secondo il gergo tecnico-carcerario), ‘fuoriusciti’, ‘rifugiati’, ‘esuli’ (nel lessico letterario più gentile) furono Garibaldi, Turati e Pertini. Ma il contumace più illustre fu addirittura il Padre della nostra lingua, finito per ritorsione sotto «accusa di concussione». Dante Alighieri, che come priore aveva ratificato una condanna contro tre banchieri papali, fu a sua volta perseguito dopo che papa Bonifacio VIII riprese il controllo di Firenze. «Fu giudicato colpevole di aver ricevuto denaro in cambio dell’elezione dei nuovi priori, di aver accettato percentuali indebite per l’emissione di ordini e licenze a funzionari del Comune e di aver attinto dal tesoro di Firenze più di quanto correttamente dovuto», come testualmente riporta la ricerca di Carlo A. Brioschi Breve storia della corruzione (TEA Editori). Dante non si presentò al processo – si difese dunque dal processo – e fu condannato in contumacia: se fosse entrato nel territorio fiorentino «sarebbe stato mandato al rogo; fu così che a 37 anni Dante intraprese la strada dell’esilio», della ‘latitanza’ avrebbero detto altri nella parlata tribunalesca.

Tragedie e volubilità della ‘giustizia’ umana

Abbiamo fantasticato nel fare gli accostamenti? No. A proposito di ‘Tangentopoli’ ancora ci sovviene l’agghiacciante osservazione di un personaggio che ha conosciuto la durezza di un regime oppressivo, l’ex dissidente sovietico Vladimir Bukowski, che così, il 14 ottobre 1995, descriveva la presunta ‘rivoluzione’ giudiziaria italiana degli anni ’90: «’Mani pulite’ si rifà al grande terrore staliniano del 1937-’38, al quale è paragonabile per lo stile se non per l’ampiezza».

Ma anche in tempi più quieti, la storia è colma di vessazioni illiberali e di tante volubilità nelle sentenze dei tribunali che ad esempio avevano fatto scrivere a Voltaire: «Se a Parigi ci fossero 25 camere di giudici ci sarebbero 25 giurisprudenze diverse». Così era allora, così è oggi. Ce l’ha ricordato – riandando a quella valutazione volterriana – l’ex magistrato Ferdinando Imposimato, scrivendo un articolo sull’ “Avanti della domenica” del 3 maggio 1998 intitolato «Giustizia, la riforma non decolla» col quale ammetteva drammaticamente che «le cose non sono affatto mutate da allora». Questo per significare che le valutazioni e anche le sentenze emesse in una certa temperie, avrebbero potuto prendere un altro – se non addirittura opposto – verso in tempi e circostanze diverse. Imposimato continua il suo ragionamento citando Cesare Beccaria: «Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o di una cattiva logica del giudice, dipenderebbe dalle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice con l’offeso…». Potremmo quindi concludere – appoggiandoci sull’autorevolezza del professor Francesco Galgano – che il diritto «non si sa bene su cosa si fondi» e che addirittura «il diritto è il rovescio del buon senso» (cfr. Francesco Galgano, Il rovescio del diritto, Giuffrè Editore).

Anche le leggi, come le sentenze, risentono delle circostanze e dell’evoluzione delle idee umane. Lo sostiene un padre della nostra Costituzione, Piero Calamandrei: «Cosa sono le leggi se non esse stesse delle correnti di pensiero? Se non fossero questo non sarebbero che cosa morta» (in Marco Cappato, Credere, disobbedire, combattere, Rizzoli). Per cui quello che è reputato delittuoso in un certo periodo, può essere considerato giusto in altro, e viceversa. Oggi Dante non sarebbe assolutamente considerato un ladro…! Ma venendo a vicende più minute e contingenti, anche i processi di Tangentopoli se venissero celebrati ora – solo a pochi lustri di distanza – potrebbero prendere altra direzione, pur celebrandosi almeno formalmente nello stesso quadro costituzionale. Conta lo spirito del tempo, l’aria che tira. È cosa antica: fin dai tempi di Socrate in teatro come in tribunale non conta la realtà ma come essa viene rappresentata e percepita. Tutto è umano e volubile, non ci sono atti intangibili d’origine divina né di valore eterno.

Il fallimento e il riscatto di una Nazione

In conclusione, la sorte di Craxi invoca sempre più il dispiacere delle persone ragionevoli. Un giovane storico ha raccolto e commentato le carte scritte da Craxi pubblicandole sotto il titolo Io parlo e continuerò a parlare: note e appunti sull’Italia vista da Hammamet (Mondadori): è il libro curato da Andrea Spiri, che per professione e vocazione è impegnato «nell’analisi dei processi di delegittimazione dell’avversario nelle culture politiche». Leggiamolo.

Ma anche tra gli irriducibili colpevolisti, aveva aperto la strada al ripensamento un personaggio come l’ex-magistrato e poi parlamentare di PCI, PDS e DS, Luciano Violante, che in una intervista al “Corriere della Sera” del 5 aprile 2007 intitolata «Sbagliammo. Craxi capro espiatorio», definì un errore l’aver fatto di Craxi appunto «un capro espiatorio sull’altare del codice penale». In seguito, un numero sempre maggiore di osservatori democratici si è sempre più interrogato sulla «pessima prova» data dagli italiani, rimeditando le accorate osservazioni di Norberto Bobbio formulate subito nei primi anni ’90. Il grande filosofo su “La Stampa” del 20 gennaio 1993 aveva infatti scritto: «La ‘prima Repubblica’ è proprio finita. Non lo dico, come la maggior parte degli italiani, con un sospiro di sollievo o addirittura con aria di trionfo. Lo dico con un senso di amarezza, non perché creda che non meriti di fare la fine ingloriosa che ha fatto o sta facendo, ma perché una conclusione così miseranda è l’espressione del fallimento di tutta intera la nazione, e non solo della classe politica che è ormai continuamente e rabbiosamente messa sotto accusa da parte di coloro che per anni l’hanno sostenuta e le hanno offerto il consenso necessario per governare. Come paese democratico, come Stato di liberi cittadini, abbiamo fatto, bisogna riconoscerlo, una pessima prova».

Porre rimedio a quella infausta «prova», cercare di non ripeterla, resta il compito di una politica mite, democratica e partecipata. Del resto qui abbiamo parlato di una storia, ma non come fosse un ‘amarcord’ inerte: no, nel segno di Benedetto Croce, sappiamo che la storia è sempre storia contemporanea e serve – come ribadisce il politologo A. Panebianco – «a cercare lumi nel passato per comprendere cosa sia meglio fare nel presente». Comprendendo, ad esempio, che le operazioni mediatico-giudiziarie dissennate, possono essere dannose per la stabilità democratica ed economica del Paese. Il professor Fadi Hassan, nato a Pavia da genitori siriani, docente di macroeconomia internazionale presso il Trinity College Dublin – considerando che il dato per cogliere la traiettoria economica del nostro Paese è il PIL pro capite in relazione agli Stati Uniti a parità di potere d’acquisto – ha rammentato sul “Corriere della Sera” del 6 aprile 2017 che «nel 1991 il nostro reddito pro capite era l’86% di quello americano, nel 2016 è sceso al 63%. E’ lo stesso livello – commenta – che avevamo nel 1961: nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni».

Nicola Zoller
(collaboratore della storica rivista “Mondoperaio”, fondata da Pietro Nenni)

Riferimenti bibliografici:

-Mattia Feltri, Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite, Marsilio, Venezia, 2016.
-Paolo Mieli, In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia, Rizzoli, Milano,2016.
-Carlo M. Cipolla, (a cura di), Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi, Il Sole 24 Ore-Mondadori, Milano, 1995.
-L. Federico Signorini-Ignazio Visco, L’economia italiana, il Mulino, Bologna, 1997.
-Roberto Chiarini, La memoria maledetta di Bettino Craxi, in Nuova Storia Contemporanea, n. 6/2015, Casa editrice Le Lettere, Firenze.
-Stefano Livadiotti, Magistrati, l’ultracasta, Bompiani, Milano, 2009.
-Sergio Romano, Finis Italiae, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1995.
-Daniel Soulez Larivière, Il circo mediatico-giudiziario, Liberilibri, Macerata,1994.
-Michele Salvati, Tre pezzi facili sull’Italia, il Mulino, Bologna, 2011.
-Piero Fassino, Per passione, Rizzoli, Milano, 2003.
-Gianni Cervetti, L’oro di Mosca, Baldini&Castoldi, Milano, 1993.
-Sergio Turone, Fascismo predone in Politica ladra – Storia della corruzione in Italia. 1861-1992, Laterza, Roma-Bari, 1992.
-François de La Rochefoucauld, Massime, Marsilio, Venezia, 2000.
-Carlo Alberto Brioschi, Breve storia della corruzione, TEA Editori, Milano, 2004.
-Francesco Galgano, Il rovescio del diritto, Giuffrè, Milano, 1991.
-Marco Cappato, Credere, disobbedire, combattere, Rizzoli, Milano, 2017.
-Bettino Craxi, Io parlo e continuerò a parlare: note e appunti sull’Italia vista da Hammamet, a cura di Andrea Spiri, Mondadori, Milano, 2014

Nencini: “Per un soggetto dentro la sinistra riformista”

apre bologna

C’erano oltre trecento dirigenti e militanti socialisti al convegno del Psi del centro-nord che si è svolto a Bologna all’Hotel Savoia sabato scorso. La relazione introduttiva è stata opera del coordinatore della segreteria Gian Franco Schietroma che ha analizzato brevemente i risultati elettorali e ha proposto alcune necessarie modifiche alla nostra vita interna e alla nostra politica. E’ stata poi la volta del responsabile dell’organizzazione Enzo Maraio che ha dato appuntamento a un successivo Consiglio nazionale per talune modifiche statutarie e ha letto un documento che dovrà passare al vaglio del successivo convegno di Napoli dove verranno coinvolti i socialisti del centro-sud e aperto alle eventuali modifiche. Poi si è aperto un dibattito al quale hanno partecipato numerosi compagni, tra i quali il direttore dell’Avanti! Mauro Del Bue che ha insistito sulle proposte già lanciate attraverso il quotidiano socialista (una convention aperta a tutti i socialisti italiani, l’ipotesi della doppia tessera, una federazione tra socialisti, verdi e radicali pannelliani, un nuovo partito riformista della sinistra italiana come approdo finale).

Il compagno Buemi ha dichiarato che il vertice del partito deve assumersi appieno tutte le responsabilità del pessimo risultato elettorale, Luigi Covatta ha parlato dell’esperienza di Mondoperaio e della suggestione del nuovo partito riformista, Rita Cinti Luciani ha messo in evidenza i temi concreti di un possibile rilancio del centro-sinistra, Luca Pellegri ha presentato un documento organizzativo che prevede una struttura che parte dalla base con un semplice coordinamento nazionale, Federico Parea ha sottolineato la necessità di un cambiamento generazionale, come anche Maria Pisani che ha contestato le futili promesse dei Cinque stelle, Pasquotti ha puntato il dito sui temi più vicini alla vita delle persone dei quali anche il nostro partito ha perso conoscenza, anche Broi, segretario del Psi di Milano, ha presentato un documento critico nei confronti del gruppo dirigente, mentre Lorenzo Cinquepalmi ha esortato a comprendere la sconfitta senza precedenti della sinistra italiana. Particolarmente suggestivo e applaudito l’intervento di Ugo Intini che ha esortato i socialisti a battersi contro le tendenze antidemocratiche che stanno prevalendo. Intini ha ricordato che sul tema della difesa della democrazia non ci devono essere barriere tra destra e sinistra.

“Che il vento soffiasse a favore di Lega e M5S  lo avevamo capito, quello che non abbiamo capito  era la potenza di quel vento”, ha ricordato Riccardo Nencini concludendo i lavori. Nel corso dell’assemblea dei socialisti si è tracciato il cammino politico per il futuro: commentando l’ipotesi di una possibile alleanza di governo con i 5S, Nencini ha ribadito di escludere l’opzione di “un governo a trazione grillina, perché i 5Stelle hanno un tasso di anti parlamentarismo esagerato e perché hanno valori diversi dai nostri”. Il segretario del Psi sottolinea che “bisogna stare all’opposizione per lavorare alla nascita di un soggetto dentro la sinistra riformista”. Un progetto, analizza Nencini, che potrà vedere la luce solo se c’è una vera ” disponibilità a cedere parte della propria sovranità lavorando ad un disegno nuovo e comune”. Secondo Nencini “va cambiato il canone di lettura dei bisogni perché la nostra comunità si salva solo se c’è condivisione di una visione comune e se ognuno deve fa sua parte”.
Tornando al risultato elettorale del 4 marzo Nencini ha sottolineato che “i temi della sicurezza e dei migranti sono stati centrali nel definire l’agenda della campagna e noi lo avevamo capito da anni. Si tratta di problemi reali e non dovremmo fare finta di credere che il voto grillino e leghista sia semplicemente populista. Il risultato delle urne ci dice che noi della sinistra non abbiamo letto bene una serie di condizioni che nella società erano già maturate”.

Di fronte a questo scenario, e alla realtà di un PD che ” ha esaurito la sua funzione”, Nencini ha detto che la comunità socialista “sarà in grado di conservare autonomia solo e parte un disegno politico che coinvolga tutta la sinistra riformista italiana:  una concentrazione repubblicana che si prepari alle elezioni europee 2019 in cui la sinistra riformista possa confluire” ha concluso Riccardo Nencini.

Nel corso dei lavori sono intervenuti:

Enrico Buemi, Gian Franco  Schietroma,  Enzo Maraio, Maria Cristina Pisani,  Luca Pellegri, Lorenzo Cinquepalmi, Federico Parea, Rita Cinti Luciani, Pia Locatelli, Marco Andreini, Riccardo Mortandello, Mauro Del Bue, Luigi Covatta, Mauro Broi, Oreste Pastorelli, Giorgio Azzalini, Dario Mantovani (sindaco Pd i Molinella), Enrico Pedrelli, Tomas Carini, Ugo Intini, Marco Parlato, Francesco Bragagni, Ranieri, Ottavio Pasquotti, Alessandro Pietracci

La riforma delle ferrovie blocca la Francia

treno franciaQuarto giorno di mobilitazione contro la riforma delle ferrovie in Francia. Circolano un TGV su cinque, un regionale su tre e tre Eurostar su 4. Le adesioni alla protesta sono leggermente più basse di quelle delle agitazioni della scorsa settimana: il 43% tra il personale indispensabile alla circolazione dei treni, contro il 48% delle altre due giornate di stop. Ma secondo la società delle ferrovie di stato Sncf, sciopera il 74% dei macchinisti, come nella altre giornate. È prevista la circolazione di un Tgv su cinque, un treno regionale su tre e un Intercity su sei. I sindacati definiscono “dogmatica” la riforma voluta dal governo, che secondo loro apre la strada alla privatizzazione delle ferrovie francesi. Il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire ha detto di “non avere paura” di un movimento di lotta che, secondo lui, manifesta una “volontà di disordine”. Oltre agli scioperi dei ferrovieri in Francia sono in agitazione anche i piloti di Air France, gli studenti, gli insegnanti, gli addetti agli ospedali.

“Occorre avere attenzione per tutti – ha detto Le Maire – e rispondere alle preoccupazioni”. Nel settore ferroviario il governo vuole migliorare, efficienza, redditività e mettere fine a uno degli ultimi monopoli europei, avvicinando le ferrovie francesi agli standard europei. I sindacati protestano per il fatto che la riforma prevede di abolire lo statuto speciale per i nuovi assunti, l’apertura del servizio alla concorrenza (tra l’altro imposta dall’Unione europea e che comunque sarà adottata entro il 2019) e la trasformazione dell’azienda da società interamente pubblica a una società a capitale misto, che, dicono, apre la strada alla futura privatizzazione.

Il modello è quello delle ferrovie tedesche, già approvato da Bruxelles, che prevede una holding a capo della quale stanno le diverse società specializzate. La riforma “non è intesa a privatizzare la Sncf, non è intesa a chiudere le piccole linee, non è destinata a venire a meno allo status (della ferrovia) ma è destinata a uscire da uno status quo “che” non è più sostenibile”, ha insistito ieri il primo ministro Edouard Philippe.

Galli della Loggia, visione italo-centrica del Caso Moro

21-con-moro-de-martino-e-lombardiIl «Corriere della Sera» del 31 marzo ritorna sul libro Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia (Feltrinelli, Milano 2018) di Marco Damilano con un articolo di Ernesto Galli della Loggia. Esso segue quello già scritto da Aldo Cazzullo e pubblicato il 16 marzo sullo stesso quotidiano, che mai è ritornato per la seconda volta sul medesimo libro. Così, dopo la scialba presentazione di Cazzullo, segue quella e «italo-centrica» e agiografica di Galli della Loggia, il quale si lancia in una lode sperticata del libro «letterariamente molto bello», scritto «con una finezza culturale e una cautela intellettuale che ne fanno, nel genere, un testo esemplare», così «profondo e a tratti commovente nel suo carattere singolare che combina la rievocazione storica con una sorta di pellegrinaggio politico-sentimentale attraverso luoghi e memorie della Repubblica».
Al di là di questa mole eccessiva di elogi, non sempre rispondenti alla materia analizzata e presentata nel libro, sembra strano che un giornale come il «Corriere» pubblichi un articolo così superficiale, pieno di stravaganze storiche, di elogi non sempre meritati e di giudizi di valori così espliciti che offendono «l’uso pubblico della storia» a scapito di una seria analisi posta al servizio della verità storica. Il collaboratore del giornale milanese, come storico, dovrebbe conoscere l’aspetto peculiare della ricerca storica: un testo per essere definito «esemplare» deve contenere precise indicazioni sul piano bibliografico, documentale e archivistico. Specialmente su una vicenda intricata e così complessa, come quella relativa al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro, l’uno avvenuto il 16 marzo e l’altro il 9 maggio 1978.
L’interrogativo iniziale: «Che cosa sarebbe successo se il presidente della Dc non fosse stato rapito? », non ha alcun significato sul piano politico, perché la funzione principale di uno storico è quella di volgere lo sguardo al passato e non proporre riflessioni sul futuro. Il titolo dell’articolo «Inutile rimpiangere il disegno di Moro Non aveva un futuro. Si affidava ai partiti che erano in declino» non rispecchia la realtà del tempo, perché al momento del sequestro Moro il quadro politico era ancora fluttuante e non prevedeva particolari novità. Dice Galli della Loggia: «Moro cioè sarebbe stato vittima dell’ostilità suscitata in chi, specie a livello internazionale, considerava inaccettabile la sua repentina svolta a sinistra dopo la débâcle elettorale subita nel 1968 dal governo che egli aveva presieduto nei cinque anni precedenti».
La tesi di una «repentina svolta a sinistra», che Galli della Loggia attribuisce a Moro, è erronea, perché essa «si svolge per gradi, attraverso accelerazioni e pause», come viene enunciato da Pietro Scoppola nel suo libro La repubblica dei partiti (1991, p. 336). Il disegno di Moro fu dettato da un calcolo politico di «lunga durata» che venne formulato prima nei confronti dei socialisti e poi dei comunisti. La sua efficacia fu quella di riuscire a portare il partito della Dc alla scelta del centro-sinistra e di spostare l’episcopato italiano da posizioni conservatrici a quelle progressiste: sul superamento delle resistenze episcopali esiste un accurato studio di Augusto D’Angelo che, nel suo libro Moro, i vescovi e l’apertura a sinistra (Roma 2005), analizza il suo controverso rapporto con l’episcopato, giungendo – sulla base di un questionario preparato da Moro e diffuso tra gli ecclesiastici – alla conclusione che essi espressero un’opinione favorevole alla sua scelta di un incontro con i socialisti.
Un’attenta lettura del libro di Scoppola, citato nell’articolo da Galli della Loggia in un passaggio nebuloso, avrebbe convinto il giornalista romano a riflessioni più pacate anche sul libro di Damilano, il cui genere non si pone in un àmbito storico attendibile per l’assenza di note e di riferimenti bibliografici. Il libro può essere annoverato tra i romanzi di ispirazione storica, seppure caratterizzato da un uso disordinato delle fonti. Scoppola da vero storico cita e giustifica le sue asserzioni, mediante un excursus storico lineare e documentato. Nell’esporre i rapporti tra Moro e Nenni, egli – ad esempio – segue l’evoluzione del Psi, commenta il distacco dai comunisti e dimostra di conoscere il dibattito svoltosi nel congresso socialista del marzo 1961: cita il volume delle Edizioni Avanti! intitolato Partito socialista Italiano, 34° Congresso Nazionale, Milano, 12 – 20 marzo 1961. E, in modo preciso, ricorda la posizione di Nenni, laddove questi precisa il legame necessario tra spinte propulsive ai principi democratici e valori del socialismo, prendendo le distanze dai comunisti: «una politica democratica diversa anche da quella comunista, perché non strumentale; valida quando i socialisti sono all’opposizione e quando saranno alla direzione della società e dello Stato; non gravata da ipoteche di egemonie e dittature di partito; fondata sui diritti di libertà che noi consideriamo una acquisizione permanente della civiltà» (p. 41).
Sul piano della politica interna, Nenni realizzò il passaggio del Psi dall’opposizione alla compagine governativa, riconoscendo al leader democristiano la lealtà del suo disegno politico e favorendo l’incontro dei socialisti con i cattolici. Nel suo diario annota il suo pensiero su Moro, definito un «uomo onesto», che «tiene e terrà il suo impegno di farsi autorizzare a una soluzione di centrosinistra» (cfr. P. Nenni, Gli anni del Centro sinistra. Diari 1957-1966, SugarCo, Milano 1982, p. 204). Perché Galli della Loggia imposta la presentazione del libro del direttore dell’«Espresso» solo sui rapporti tra Moro e i comunisti, unico sodalizio politico in grado di «assicurare al Paese la crescita economica, lo sviluppo sociale e la necessaria maturazione democratica che di per sé il partito cattolico non era più in grado di assicurare».
Ancora una volta Galli della Loggia dimostra di ignorare la letteratura storica sul Caso Moro e di conoscere poco il pensiero politico dello statista pugliese, le cui riflessioni devono essere valutate alla luce della sua attività politica e della svolta a destra dei primi anni Settanta fino al referendum sul divorzio. Le questioni della storia politica di Moro non si esauriscono nelle «enigmatiche e tragiche correlazioni» presenti nella Prima Repubblica, ma affondano le loro radici nell’impalcatura ideologizzante alimentata dal Pci, nel fenomeno della destra eversiva legata alla P2, negli intrecci malavitosi delle Brigate rosse e nell’intervento di poteri esterni.
Il tentativo di colpire al cuore lo Stato da parte delle Brigate rosse fu dettato dall’inefficienza con cui venne gestita la scorta di Moro che, pur essendo lo statista più lungimirante della Dc, era il più vulnerabile dei membri della classe dirigente: la sua auto non era neppure blindata. Prima di quel tragico 16 marzo 1978, giorno del sequestro dello statista pugliese, non si può parlare della «inanità del disegno Moro», perché esso non può essere ridotto all’avvicinamento della Dc al Pci e alla «crescente ondata avversa» verso il sistema della «partitocrazia», come sembra ritenere Galli della Loggia. Questi ripete tesi ormai superate dalla letteratura storico su Moro, fautore sì del rinnovamento politico dell’Italia, la cui minaccia alla «struttura» del Paese (che cosa vuol dire?) imputabile alla «fragilità» e «passionalità» più volte ricordata spiega solo un aspetto del percorso politico di Moro, invischiato in altre mille questioni utili ad essere analizzate.
Le questioni sono più complesse e vanno da quelle espresse a suo tempo nel libro anonimo I giorni del diluvio (Rusconi, Milano 1985, poi con nome, Aragno, Torino 2007) da Franco Mazzola fino agli studi più recenti di Giovanni Fasanella e di Simona Zecchi. Mazzola, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, inquadrò il Caso Moro in un perverso «intreccio tra brigatisti, servizi segreti stranieri, logge massoniche, interessi petroliferi». Fasanella, autore di altri saggi sui segreti di Stato, lo analizza nella sua complessità in un recente volume intitolato Il puzzle Moro (chiarelettere, Milano 2018, pp. 359) con nuove testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, mentre Zecchi lo inquadra nell’àmbito dell’intreccio tra criminalità organizzata e brigatismo rosso in un interessante volume intitolato La criminalità servente nel Caso Moro (La nave di Teseo, Milano 2018, pp. 294).

Pastorelli: “Ora ripartire. Prossimi mesi decisivi”

pastorelli bassa

Non molla, Oreste Pastorelli. Il colpo al centrosinistra è stato ben assestato. E ripartire non sarà cosa semplice. “Ma lo dobbiamo ai nostri iscritti e ai tanti cittadini che ci hanno votato”, spiega il tesoriere nazionale Psi. Alla guida dell’amministrazione socialista da dieci anni, deputato nella scorsa legislatura, Pastorelli crede nel rilancio del movimento: “Nonostante tutto siamo riusciti ad eleggere due parlamentari e da lì dobbiamo iniziare un nuovo cammino”. Riguardo al futuro, Pastorelli afferma di non avere “rimpianti. Ho condotto una campagna elettorale in mezzo alla strada volta al dialogo con famiglie e cittadini, che mi ha portato a ricevere 60 mila voti. Purtroppo non sono bastati”. Per il prosieguo della vita del Psi, i prossimi mesi saranno decisivi. “Mai come quest’anno dobbiamo portare a casa un risultato soddisfacente dalla destinazione del 2xMille dell’Irpef”, spiega. All’orizzonte, invece, vede un nuovo soggetto di centrosinistra: “È l’unica possibilità. Dati alla mano, il Partito Democratico da solo non è in grado di intercettare il consenso una fetta di Italia che non si sente più rappresentata”. Un mese dopo le elezioni politiche, il dirigente Psi tira le somme e fa un bilancio della situazione attuale.

Oreste Pastorelli, un mese dopo le elezioni del 4 marzo, che hanno decretato una netta sconfitta per il centrosinistra, che futuro vedi per il Psi?
“La batosta ricevuta dal tutto il centrosinistra, incluso il Psi, è stata forte, sarebbe inutile nasconderlo. La gente ha scelto altro rispetto a noi, dobbiamo prenderne atto, cominciando una fase di riflessione che ci porti a riorganizzarci sin da subito. A breve ci saranno le elezioni amministrative in alcuni territori e non possiamo farci trovare impreparati. Non sarà facile ripartire, lo sappiamo. Soprattutto per noi che siamo un partito piccolo. Ma lo dobbiamo ai nostri iscritti e ai tanti cittadini che ci hanno votato. Nonostante tutto siamo riusciti ad eleggere due parlamentari e da lì dobbiamo iniziare un nuovo cammino”.

Riguardo alla vita quotidiana del partito, i prossimi mesi saranno decisivi.
“E’ così. Mai come quest’anno dobbiamo portare a casa un risultato soddisfacente dalla destinazione del 2xMille dell’Irpef. Il 2017 è andato meglio dell’anno precedente, ma nel 2018 dobbiamo migliorare ancora il risultato. Dall’abolizione del finanziamento pubblico, la donazione gratuita del 2xMille è rimasta l’unica possibilità di finanziamento, escluso il tesseramento. Nei momenti difficili i nostri iscritti, i nostri simpatizzanti, hanno sempre dimostrato grande attaccamento al partito. Sono sicuro, quindi, che anche questa volta i compagni non lasceranno la barca in acque tempestose”.

Qual è, invece, il futuro di Oreste Pastorelli?
“Sono tesoriere nazionale del partito e membro della segreteria nazionale. Porterò avanti questi incarichi con orgoglio e passione, come ho sempre fatto dalla mia elezione nel 2008. Per me – come per molti esponenti di tutto il centrosinistra – non è andata bene alle ultime elezioni. Avevo un collegio del Senato incerto di Roma, dove la gente vive enormi difficoltà quotidiane. Ho condotto una campagna elettorale in mezzo alla strada volta alla trasparenza, all’ascolto, al dialogo – anche duro – con famiglie e cittadini, che mi ha portato a ricevere 60 mila voti. Purtroppo non sono bastati. Non ho rimpianti. I cittadini hanno scelto altro, questa è la democrazia. Detto ciò, non ho nessuna intenzione di mollare. Ho vissuto momenti ben più difficili di quello attuale e non ho mai abbandonato il mio partito. Non lo farò certamente adesso”.

Come vedi delinearsi la situazione politica? C’è davvero la possibilità di tornare presto al voto?
“Si sta purtroppo delineando quello che diciamo da mesi: un governo grillino-leghista. Il rischio per l’Italia è enorme. Il pericolo è sprofondare in una spirale populista che può davvero creare danni dai quali sarà impossibile riprendersi. Penso all’occupazione che sta pian piano ripartendo, agli equilibri europei e internazionali sempre più in bilico, alla speculazione finanziaria che potrebbe non darci scampo. La situazione è davvero complicata”.

Anche tu, come il segretario nazionale, vedi un nuovo soggetto di centrosinistra alle porte?
“È l’unica possibilità. La parte riformista, laica e civica del Paese ha bisogno di essere rappresentata da una forza che metta insieme tutte queste caratteristiche. Dati alla mano, il Partito Democratico da solo non è in grado di intercettare il consenso una fetta di Italia che non si sente più rappresentata. I prossimi mesi saranno essenziali per capire la fattibilità di questo nuovo soggetto, che avrà come obiettivo quello di unire tutte quelle forze progressiste che non si riconoscono nel Pd. Ormai il centrosinistra è l’ultimo argine alla demagogia. Se si sbriciola in mille pezzi, avranno vinto i populisti”.

F.G.

Elezioni: un’inchiesta sul populismo italiano

populismo

L’esito del voto del 4 marzo ha suscitato un vivace dibattito. C’è stato chi ha parlato della nascita di una Terza repubblica, chi della fine di un’epoca, chi dell’inizio di una fase nuova.

Ma a ben guardare quanto accaduto non ha nulla di davvero sorprendente: è il risultato di un processo più ampio, che va al di là dei confini storici e geografici della politica italiana.

I vincitori di queste elezioni sono, com’è noto, la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio. All’indomani del loro trionfo sono in molti a salire sul carro del vincitore – in particolare su quello di Di Maio – persino personaggi insospettabili come Sergio Marchionne e Eugenio Scalfari. Una situazione che, del resto, si era vista anche negli Stati Uniti a seguito della vittoria di Donald Trump.

Il successo elettorale di una forza politica, tuttavia, non dovrebbe pesare sul giudizio culturale che di essa danno gli analisti, né indurli a rivalutarla con facili entusiasmi; dovrebbe offrire l’occasione per conoscerla meglio e capire il perché del suo trionfo.

Cerchiamo dunque di capire quale sia il retroterra culturale di queste forze, quale la visione del mondo che, in filigrana, leggiamo dietro al loro pensiero.

Oltre la destra e la sinistra

Un dato interessante è che Lega e Movimento 5 Stelle rifiutano di collocarsi organicamente a destra o a sinistra: Salvini afferma di guardare anche “a una sinistra che non vota”, Di Maio dichiara di andare oltre i tradizionali schieramenti. Destra e sinistra, affermano, sarebbero state superate dalla storia; le vecchie categorie andrebbero ridiscusse, riformulate. Comune a entrambi è la tesi secondo cui le “grandi narrazioni” appartengano al passato, a un passato lontano e triste; e che la storia si sia pronunciata a favore di una politica post-moderna e post-ideologica. Dalla fine della Prima Repubblica sono stati in molti a insistere su questo punto: l’Unione Sovietica era crollata, i vecchi partiti erano stati spazzati via, e la politica doveva rinascere dalle ceneri delle vecchie ideologie.

Eppure dietro a questa visione della politica si cela un dibattito che in qualche modo preesiste alla politica stessa: quello sulla linearità o sulla ciclicità della storia. Adorno ci metteva in guardia dai sostenitori della storia lineare, da quelli che pensano che la storia proceda come una freccia. La storia, diceva, non va interpretata in funzione dello stato delle cose presente, non va considerata come una sorta di ineluttabile prodromo dell’oggi. L’apologia del fattuale è il più reazionario degli atteggiamenti: l’idea che la storia proceda verso il Buono e il Giusto è una trappola in cui tanti sono caduti. Contestare la fattualità è anzi uno dei cardini del pensiero dialettico: perché non è possibile una rivoluzione se si pensa che il presente sia il punto di arrivo della storia. Non è possibile utopia se si considera il dato come un totem. Ecco perché tutti i fascismi hanno sempre sostenuto a gran voce la linearità della storia: perché era loro interesse presentarsi come una sorta di strumento quasi mistico di salvezza, come un’espressione ineludibile, inarrestabile, del divenire storico. Lo diceva Hitler: noi siamo un’onda inarrestabile, non ci fermerete. Lo dicono leghisti e pentastellati oggi.

L’invito al superamento di destra e sinistra, dunque, è un invito essenzialmente reazionario. Destra e sinistra non sono entità concrete sconfitte dalla storia, sono etichette con le quali cataloghiamo i due poli opposti del pensiero politico: la conservazione e l’utopia. E se è vero che tutto ha un punto di vista, che tutto quel che affermiamo, nel momento in cui lo affermiamo, riconduce a una visione della vita, allora anche la post-ideologia riconduce a un’ideologia: un’ideologia di destra.

L’autoritarismo

La fede nella storia lineare – e la concezione quasi magica, irrazionale della realtà che essa porta con sé – è uno dei topoi del pensiero grillino-leghista. Un altro, ad essa strettamente concatenato, è l’appello ad un credo dogmatico, ad un’obbedienza cieca. Rinunciare al pensiero dialettico produce infatti il suo opposto: il dogmatismo, l’autoritarismo. Cioè, appunto, la celebrazione dell’esistente come dato. Gli elettori grillini e leghisti non si fanno domande, non discutono le palesi contraddizioni dei loro leader, sono difficilmente permeabili a scandali e rivelazioni. E ciò arriva a toccare tratti parossistici, persino comici: ieri il Movimento 5 stelle affermava che la televisione è il male, oggi se ne serve a piene mani; ieri invocava un referendum sull’euro, oggi lo ha frettolosamente archiviato; ieri stigmatizzava gli “inciuci” dei partiti, oggi apre a un’alleanza col Pd.

Cambiare opinione è lecito, non lo è fare a pezzi la coerenza, prendere in giro, cinicamente, i propri attivisti. Alessandro di Battista è l’uomo che nel 2014 affermava che “l’obiettivo politico (parlo dell’obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell’ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica”, che “nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella” e ancora che “se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche non violente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana.” Frasi come queste avrebbero distrutto qualunque partito, ma non il Movimento 5 stelle. Che un paio d’anni dopo, candidamente, cambiò linea, con l’obiettivo di accreditarsi come forza di governo.

L’abitudine a giravolte improvvise, radicali, è un tratto distintivo di molte forze, per così dire, populiste. Si ricorderà il caso di Benito Mussolini: da anticlericale a amico della Chiesa, da antiborghese a sostenitore della borghesia. Queste forze non chiedono, di solito, un approccio critico, dialettico, alle proprie tesi, ma piuttosto una fiducia prepolitica, un’adesione emotiva. L’elettore non deve condividere criticamente le loro idee, deve avere fiducia in loro, deve affidarsi a loro. Ecco perché l’elettore leghista non si scandalizza se Salvini da neopagano si trasforma in fervente cattolico che giura sul Vangelo. Ecco perché Donald Trump e Silvio Berlusconi sopravvivono indenni – almeno sino ad ora – alla propria reiterata incoerenza. Il loro segreto è trasformare la politica in un fatto emotivo e autoritario insieme.

Silvia Virgulti, influente consulente per la comunicazione del Movimento 5 Stelle, nonché ex fidanzata di Luigi Di Maio, nel 2015 istruiva così gli esponenti grillini: “L’argomento immigrazione suscita molte emozioni, tra cui in primis paura e rabbia. Per questo, in tv iniziare ad argomentare o spiegare trattati o proporre soluzioni più o meno realistiche è inutile, perché le persone sono in preda alle emozioni e sentono minacciate loro stessi e la loro famiglia; non si può pretendere che seguano un discorso puramente razionale, quindi è bene alimentare la loro rabbia e la loro paura.” La Virgulti è esperta di Programmazione Neuro-Linguistica (PNL), una pseudoscienza che viene usata abbastanza spesso come strumento di persuasione psicologica soprattutto nel marketing e nella politica; in tal senso regalava ai parlamentari del suo partito copie de La struttura della magia, il volume di Richard Bandler e John Grinder che descrive i fondamenti della PNL. E del resto è stato documentato da più parti il ricorso dei politici pentastellati a tecniche di seduzione psicologica. Dunque: stabilire un principio di autorità, suscitare rabbia, sacrificare la coerenza.

Il rifiuto dell’antifascismo

Un altro motivo unificante delle forze populiste italiane è la critica dell’antifascismo. Sul caso di Matteo Salvini è superfluo dilungarsi: le sue simpatie per la destra radicale sono note. Più interessante è il caso del Movimento 5 Stelle: gli esponenti pentastellati, infatti, hanno mostrato da sempre un atteggiamento estremamente ambiguo, persino sospetto, nell’accostarsi al problema del fascismo.

Tanti sono gli esempi che si potrebbero citare. Fece scalpore quanto scrisse nel 2013 (e poi ritrattò) Roberta Lombardi: “Da quello che conosco di CasaPound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica, razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia”. La stessa Lombardi che invocava l’abolizione dei sindacati: “Se parliamo dei sindacati chiedendone l’abolizione, ti tacciano di voler tornare indietro alla rivoluzione industriale.” Sempre nel 2013, Beppe Grillo dichiarava: “Se io sono antifascista? Questo è un problema che non mi compete, il nostro è un movimento ecumenico. Se un ragazzo di CasaPound volesse entrare nel nostro Movimento, con i requisiti in regola, non ci sarebbero problemi”. Più recentemente, nel dicembre del 2016, gli faceva eco Alessandro Di Battista: “È più importante essere onesto che antifascista. Nel 2016 parlare di fascismo e antifascismo è come parlare di guelfi e ghibellini… ancora a parlare di questa roba?”

Ancora più grave fu il caso di un’intervista allo storico revisionista Arrigo Petacco che uscì come prima notizia nel blog di Beppe Grillo, il 24 novembre 2014. Titolo: “Mussolini non ha ucciso Matteotti”. E si potrebbe andare avanti citando l’inquietante filmato dal titolo “Gaia – The future of politics”, prodotto dalla Casaleggio Associati nel 2008, che gli esponenti grillini hanno sempre liquidato come una boutade. Un video in cui Hitler e Mussolini venivano dipinti come grandi comunicatori – senza nessuna parola di condanna – e che ricorda per molti versi le tesi dei 5 Stelle.

Infine il pensiero corre al filosofo pop Diego Fusaro, uno che col Movimento ha avuto da sempre un rapporto privilegiato. Fusaro stigmatizza quello che definisce “l’antifascismo in assenza di fascismo”e non teme di affermare: “Sono molto indipendente nelle mie posizioni e appoggio incondizionatamente tutti i movimenti che nuocciono di più ai vertici dell’aristocrazia finanziaria. Quindi, indistintamente, dai comunisti di Marco Rizzo a CasaPound di Simone Di Stefano, passando per tutti i movimenti non allineati e stigmatizzati dal sistema”.

Perché dunque le forze populiste sono tanto restie a dichiararsi antifasciste se il fascismo, a loro dire, non esiste più?

È ancora una volta Theodor Adorno a suggerirci una possibile risposta. Nel suo La personalità autoritaria, scritto insieme a Else Frenkel-Brunswik, Daniel Levinson e Nevitt Sanford, il filosofo e sociologo tedesco raccoglie i risultati di alcune ricerche da lui condotte presso l’Università di Berkeley, nel periodo in cui la Scuola di Francoforte si era trasferita negli Stati Uniti. La grande intuizione di queste ricerche è la presa di coscienza che il fascismo non è un fenomeno che si limita alle esperienze di Benito Mussolini o Adolf Hitler: è una visione del mondo e, prima ancora, una forma mentis. Servendosi degli strumenti della psicologia, con l’aiuto di test e colloqui clinici, Adorno osserva che nei simpatizzanti fascisti – o dei valori che a queste forze fanno riferimento – è possibile ritrovare dei tratti caratteriali che ricorrono con particolare frequenza. Analizzando questi tratti si arriva a mettere a fuoco l’essenza più profonda del fascismo, di cui il populismo – come si vedrà – è in qualche modo un’espressione. In tal senso Adorno sviluppa una scala, detta Scala-F, che misura le tendenze autoritarie, o fasciste, di un soggetto: una scala che si rivela particolarmente utile nell’accostarsi ai movimenti populisti.

I tratti da lui individuati, che stupiscono ancora oggi per la loro validità, sono il convenzionalismo, ossia l’adesione pedissequa a valori borghesi (l’item del test recita: “l’obbedienza e il rispetto per l’autorità sono i più importanti valori che i figli dovrebbero apprendere”), la sottomissione autoritaria, ossia una visione sottomessa e acritica delle autorità idealizzate del proprio gruppo di appartenenza (“quello che occorre di più a questo Paese, più delle leggi e dei programmi politici, sono alcuni leader coraggiosi, instancabili, devoti, dei quali la gente possa avere fiducia”), l’aggressività autoritaria (“i crimini sessuali, come lo stupro e la violenza sui bambini, meritano più del carcere; questi criminali andrebbero pubblicamente frustati o peggio”), l’anti-intraccezione, ovvero il disprezzo per gli individui sensibili, fantasiosi, per la tenerezza e la dolcezza (“la società ha bisogno di uomini d’affari e gente che produca, non di artisti e professori”), la superstizione e la stereotipia, ossia la convinzione che il destino dell’uomo sia influenzato da variabili magiche (“un giorno le guerre e i problemi sociali potrebbero finire a causa di un terremoto o di un’alluvione che distruggeranno il mondo intero”), l’esaltazione dell’idea di forza, quindi l’importanza attribuita ai concetti di dominio-sottomissione, forte-debole, capo-seguace e l’identificazione con figure di potere (“le persone possono essere divise in due categorie distinte: i deboli e i forti”), la distruttività e il cinismo, cioè un senso di rabbia e di odio generalizzati, la proiettività, ossia il trasferimento all’esterno di impulsi emotivi inconsci, che si esprime ad esempio nell’adesione alle teorie del complotto (“molte persone non capiscono quanto le nostre vite siano controllate da complotti orditi in luoghi segreti”) e infine una visione retrograda o moralistica della sessualità (“la selvaggia vita sessuale dei greci e dei romani era monotona se paragonata ad alcune delle cose che accadono in questo Paese, persino laddove uno meno se lo aspetterebbe”).

Il lessico e le idee a cui Lega e 5 stelle ci hanno abituati si inscrivono perfettamente nel quadro tracciato da Adorno, tra autoritarismo e pensiero magico, giustizialismo e culto dell’uomo forte. Alla luce di queste premesse è facile intuire perché i movimenti populisti abbiano tanta simpatia per un fascista moderno come Vladimir Putin, uomo sanguinario, violento, autoritario, tra i capi di stato più pericolosi oggi in circolazione. Si ricorderanno gli elogi spesi da Grillo e Salvini nei confronti del presidente della Federazione Russa, come si ricorderà l’amicizia di Putin con l’estrema destra europea, dal Front National all’Ukip, dal Partito Nazionaldemocratico tedesco ad Alba Dorada.

Il populismo italiano e l’industria culturale

Eppure queste forze hanno avuto un largo seguito in Italia: la somma dei voti di Lega e Movimento 5 stelle raggiunge il 50% sia alla Camera che al Senato. Com’è possibile che dei partiti così ideologicamente grossolani, culturalmente inconsistenti, politicamente reazionari possano aver ottenuto un consenso così alto? Va detto che episodi come questo si sono già visti, anche nella storia recente: si pensi al successo dei partiti populisti in Europa e soprattutto alla vittoria di Trump negli Stati Uniti, un altro fascista moderno non a caso elogiato sia dalla Lega che dai 5 stelle.

Ma l’ascesa dei movimenti populisti merita qualche riflessione in più. L’inizio degli anni Ottanta portò una spoliticizzazione progressiva della società occidentale, un tramonto del fermento culturale dei decenni precedenti: fu il momento di Reagan, della Thatcher, delle politiche neoliberali. Alla militanza subentrò il disimpegno, lo yuppismo, il divertimento amministrato. Furono gli anni della “desublimazione repressiva” – come direbbe Marcuse – cioè di un edonismo farlocco, pornografico, strettamente controllato dal sistema. L’avanguardia cedette il posto al kitsch – secondo quell’eterno paradigma che Clement Greenberg, in tempi non sospetti, aveva così acutamente illustrato – e il post-modernismo portò a una pretesa democratizzazione del gusto.

In quel clima di massificazione culturale, la figura dell’intellettuale iniziò ad uscire di moda: in una società in cui si afferma l’equiparazione di brutto e bello non c’è spazio per i pungolatori del pensiero, per i critici militanti, per gli esteti. Mentre gli intellettuali si facevano sempre più rari i mezzi di comunicazione di massa assumevano un’importanza sempre maggiore, incaricandosi – più di quanto non avvenisse in precedenza – della funzione di arbitri del gusto. Da allora in poi, in mancanza di coscienze critiche in grado di fermarli, i media assunsero una capacità di controllo sociale che non si era sinora mai vista, che progredì esponenzialmente fino ad oggi.

La caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica furono le premesse necessarie per una fase, come quello di Mani pulite, che si palesò presto come un’esplosione di giustizialismo poliziesco, di isteria collettiva, di vendetta spettacolarizzata. La costruzione della “Seconda Repubblica” fu dunque affidata ai mezzi di comunicazione di massa, più e meglio di quanto non accadesse in passato: furono loro a creare Berlusconi (o forse viceversa?), che con la sua tv spazzatura plasmò una sensibilità culturale sempre più spenta e gerarchizzata. Furono sempre i media a creare e a nascondere scandali, a scatenare a comando l’indignazione collettiva, ma anche le passioni e gli entusiasmi popolari.

L’avvento dell’era digitale fece il resto: i social media e Wikipedia, con la loro aria di libertà e democraticità, portavano in dote una capacità di manipolazione che nessuno si era mai immaginato. Cosa c’è di più gerarchico e manipolativo di uno spazio in cui le voci si accavallano, e nel rumore si sente soltanto la voce di chi ha i mezzi per farsi sentire? Cosa c’è di più pericoloso di un’enciclopedia che si vuole obiettiva e nazionalpopolare – ma che in realtà è alle mercé di lobby di ogni sorta – quando l’obiettività, com’è noto, non esiste?

È dunque in questo clima culturale che si espandono prima la Lega e poi il Movimento 5 Stelle, che traggono linfa da un contesto sociale nel quale lo strapotere dei media, social e tradizionali, ha soffocato anche i più timidi tentativi di pensiero dialettico. Nel 2013 la Lega era quasi scomparsa; ma quando Matteo Salvini cominciò a saturare i talk show politici di ogni sorta, il trand cominciò a cambiare. Anche il Movimento 5 stelle era sconosciuto ai più, almeno fino a quando un’aggressiva campagna elettorale fuori e contemporaneamente dentro i media – Umberto Eco la definì una “comunicazione della comunicazione” – non lo portò alla ribalta.

La società italiana era oramai assuefatta alla politica mediatizzata e spettacolarizzata, l’indipendenza e la coscienza critica dei fruitori si era fatta sempre più evanescente. E così nessuno si accorse che un Movimento che si professava libero e democratico redigeva liste di proscrizione come ai tempi di Mussolini, intimidiva gli avversari con l’arma dell’odio. Ricordate? Beppe Grillo pubblicava il nome di un giornalista sulla sua rubrica “Il giornalista del giorno” e il pubblico rispondeva sommergendo il malcapitato di insulti; come quando storpiò il nome di Gad Lerner in “Gad Vermer” e il pubblico commentò con violenti epiteti antisemiti. Si respirava un clima di paura, gli avversari temevano di criticare Grillo apertamente per timore di rappresaglie virtuali. In pochi ripensarono a quanto avvenne agli albori del fascismo, quando le squadracce servirono a Mussolini per intimorire i detrattori, per conquistare il consenso.

Libertarismo e comunitarismo

Gli anni Ottanta furono anche l’epoca in cui il dibattito politico e culturale si dedialettizzò definitivamente. La teoria critica della società e la Scuola di Francoforte furono presto considerate un’eredità del passato, e con esse cadde in disgrazia quello che forse era il cuore pulsante del loro pensiero: il marxismo libertario. Dal marxismo libertario, dall’idea che la giustizia sociale passi attraverso l’emancipazione da ogni potere autoritario, furono in molti a prendere le distanze. Chi in nome del relativismo, chi in nome di un marxismo dedialettizzato, altri ancora confondendo pretestuosamente il libertarismo con il libertarianismo. In un’atmosfera artificialmente post-ideologica come quella degli anni Ottanta, dominata dall’industria culturale, cominciò dunque a farsi strada, dapprima sommessamente, la scuola diametralmente opposta a quella del libertarismo: il comunitarismo. Questa scuola vuole l’individuo non più come un soggetto libero al cui servizio opera la comunità; ma come un soggetto inerte al servizio della comunità stessa. Crede nel rafforzamento dei legami sovraindividuali, nel sacrificio dell’identità singolare sull’altare di un sentire collettivo, nella storia lineare. È, naturalmente, una filosofia con forti connotazioni gerarchiche: come sempre il bene comune è lo strumento più efficace per esprimere la volontà di un capo, per imporre l’ingiustizia in nome di una presunta giustizia.

Fu anche l’affermazione nella società di sottese tendenze comunitariste a facilitare l’ascesa dei movimenti populisti, a creare un terreno fertile affinché potessero imporsi. Una società che crede nell’espressione delle libertà naturali dell’individuo, dell’eros, del gioco, difficilmente sarà permeabile a forme di pensiero autoritario. Una società che antepone la comunità all’individuo, che enfatizza un presunto sentire collettivo – di cui i mass media sarebbero i portavoce – sarà invece il luogo ideale nel quale innestare forme di giustizia sommaria, di violenza di stato.

Una società che si è spostata a destra, che ha archiviato troppo in fretta il marxismo libertario e il pensiero dialettico, si presta facilmente alle sirene della demagogia. Il voto del 4 marzo lo ha dimostrato

Giulio Laroni

(pensalibero.it)

Sieferle. I pericoli di un’immigrazione senza fine

sieferleRolf Peter Sieferle è stato uno studioso discusso di Storia, Scienze politiche e Sociologia; nel libro “Migrazioni. La fine dell’Europa”, pubblicato dopo la sua morte, l’autore traccia “fuori dal coro” alcune ipotesi sulle cause del fenomeno migratorio, ricche di suggerimenti circa la prospettiva di lungo periodo per la soluzione del problema degli immigrati, che sta colpendo, quasi in modo esclusivo, i Paesi dell’Unione Europea.
”Un’ondata di migrazione – afferma Sieferle – di dimensioni che non hanno precedenti sta attualmente sommergendo l’Europa. Milioni di persone si mettono in viaggio dalle periferie del mondo per raggiungere la terra promessa”. I migranti provengono da Stati che circondano l’Europa e che sono al collasso, offrendo poche speranze alle loro giovani generazioni. A queste si aggiungono i migranti che provengono dai Paesi del “Vicino Oriente in cui infuria la guerra civile come da altre aree del Sud e dell’Asia Occidentale, fino al Bangladesh”.
I flussi migratori sono facilitati dal fatto che le barriere tradizionali, che nel passato trattenevano i migranti nei loro Paesi d’origine, sono venute meno, ma anche perché le popolazioni di questi ultimi sono caratterizzate da alti tassi di incremento. Secondo le Nazioni Unite, il XXI secolo sarà caratterizzato da una dinamica demografica che porterà l’Europa, nell’anno 2100, ad avere una popolazione pari solo al 5,7% di quella mondiale, mentre l’Africa, il continente più prossimo all’Europa, vedrà l’espansione dell’incidenza della propria popolazione su quella mondiale, sino a raggiungere il 40%. Inoltre, un quarto della popolazione europea ha oggi più di 60 anni, mentre quella africana si attesta intorno al 5%.
Ci si trova, afferma Sieferle, davanti ad una dinamica demografica epocale: “le popolazioni dei Paesi industrialmente sviluppati invecchiano e diminuiscono, mentre nei Paesi arretrati si assiste ad una drastica crescita demografica”. Tra le due opposte tendenze non esiste un “nesso causale”, nel senso che la popolazione dei Paesi arretrati non cresce perché quella dei Paesi economicamente avanzati diminuisce; si tratta di tendenze piuttosto legate imperscrutabilmente al fenomeno della trasformazione industriale dell’economia mondiale.
Qual è il “motore” reale che alimenta oggi la consistenza dei flussi migratori dai Paesi in via di sviluppo, ad alto tasso di incremento demografico, verso quelli sviluppati, con popolazione tendente ad invecchiare, oltre che a diminuire? Secondo Sieferle, alla domanda si può rispondere considerando lo “sviluppo del benessere relativo nel contesto globale”; in particolare, tenendo conto del fatto che la differenza di reddito tra i diversi Paesi è cresciuta profondamente dall’inizio del diciannovesimo secolo, raggiungendo la sua cuspide intorno al 1990. Si è trattato di un periodo in cui la disuguaglianza tra tutti i Paesi del mondo è cresciuta, approfondendosi progressivamente; mentre, a partire dal 1990, la differenza, con il sopraggiungere della globalizzazione, si è attenuata.
Perciò, della migrazione, la vera causa, secondo Sieferle, non è (a parte i Paesi afflitti da guerre e da altri disordini interni) “la povertà nelle aree di provenienza, ma l’esatto contrario”; ciò perché, con la diminuzione delle differenze negli standard di vita tra le regioni del mondo, avvenuta dopo il 1990 grazie alla maggiore informazione, buona parte della popolazione giovane dei Paesi in via di sviluppo è stata motivata, anche in virtù dei bassi costi di mobilità, a trovare conveniente l’emigrazione, per migliorare il proprio “benessere relativo”. La propensione ad emigrare è stata anche supportata dalla “differenza nel comportamento riproduttivo”, proprio delle popolazioni, rispettivamente dei Paesi economicamente avanzati e di quelli in via di sviluppo.
Nei primi, a causa della diminuzione del tasso di natalità, la struttura demografica ha teso ad avvicinarsi alla stazionarietà, mentre, nei secondi, l’alto tasso di natalità si è coniugato con uno sviluppo economico che non è stato sufficiente a soddisfare le aspettative delle giovani generazioni. Fino a quando le popolazioni versavano nell’arretratezza, esse tendevano naturalmente ad accettare il regime di sussistenza, essendo pressoché nulle le aspettative di poter migliorare in loco la qualità della loro vita, in quanto la povertà “faceva parte dello stato del loro mondo”; questa situazione di “equilibrio di povertà” nel senso di John Kenneth Galbraith, è venuta meno con la globalizzazione e con l’”effetto di dimostrazione” delle migliori condizioni di vita offerte dai Paesi nei quali maggiori erano i ritmi di crescita e di sviluppo. Lo scontento delle giovani generazioni nelle aree meno sviluppate, quindi, è salito quando nel loro “campo visivo”, attraverso i mezzi di comunicazione, sono entrate persone o Paesi il cui benessere risultava superiore a quello che poteva essere loro garantito nei luoghi di residenza.
La tensione tra aspettative ed esperienza – afferma Sieferle – è causa di malcontento che può manifestarsi in modi diversi; questa tensione, se interpretata sulla base del modello elaborato da Alfred Otto Hirschman nel libro “Lealtà, defezione, protesta”, può dare luogo a risposte alternative all’interrogativo riguardante le modalità con cui un soggetto può reagire al verificarsi di una situazione insoddisfacente all’interno del suo contesto sociale.
Quando le aspettative individuali salgono, ma il livello di soddisfazione “non sta al passo”, un soggetto insoddisfatto può infatti reagire secondo le opzioni alternative di “exit” e “voice”; nel senso che egli può decidere di emigrare, per cercare un contesto migliore; oppure, può scegliere di “alzare la voce”, ovvero di protestare e trasformare l’insoddisfazione in conflitto politico. Il che genera flussi di migranti che si sentono “oppressi politicamente” per cui chiedono “asilo politico”, oppure chiedono di essere accolti in quanto “profughi di guerre civili.
Ne consegue che non esiste una differenza di principio, di solito evocata dai Paesi dell’Unione Europea, tra “migranti economici” e “migranti perché vittime di oppressioni politiche e di guerre civili”. I primi sono quelli che hanno optato per la “fuga” dal loro Paese d’origine per migrare verso Paesi nei quali sperano di poter fruire di condizioni economiche migliori, mentre coloro che scelgono di restare nel loro Paese, tentando di migliorare la loro condizione attraverso la protesta politica, finiscono coll’essere vittime dell’oppressione, o delle guerre civili; guerre in cui normalmente sfociano le proteste sociali all’interno dei contesti arretrati, dove vigono prevalenti le leggi ferree dell’equilibrio di povertà, che le condizioni dell’arretratezza comportano la sua rigida conservazione. L’insieme di tutte queste conseguenze finisce, in ultima analisi, col motivare anche gli “sconfitti in patria”, che originariamente avevano scelto di rimanere nel Paese natio, a trasformarsi in migranti, in qualità di “richiedenti asilo politico” o di “profughi di guerre civili”.
Tutto ciò rende chiaro quanto sia difficile – afferma Sieferle – ogni tentativo di distinguere le “cause di fuga” che spingono all’emigrazione; fino a quando permarrà un divario nella qualità della vita, tra Paesi economicamente avanzati e Paesi arretrati o in via di sviluppo, l’aspettativa di chi ha scelto l’opzione di rimanere in patria, nella prospettiva di poter migliorare il proprio livello di benessere attraverso la protesta sociale, non servirà ad allentare la pressione migratoria; anzi, al contrario, concorrerà ad aumentarla.
L’aumento della pressione migratoria, in assenza di un’azione internazionale volta ad affievolire, se non a rimuovere, le cause di fuga dei migranti dai loro Paesi, non ha solo implicazioni negative immediate sul piano economico, ma ne ha anche, nel lungo periodo, sul piano sociale; implicazioni, queste ultime, che comportano il pericolo che i Paesi maggiormente esposti alla pressione migratoria possano collassate. Le argomentazioni di Sieferle su questo punto meritano un’attenta riflessione.
Nel breve periodo, le ragioni dei migranti sono ovvie; essi tendono a trasferirsi in aree del mondo che, rispetto alla loro patria, offrono maggiori possibilità di riscatto; dal punto di vista economico – afferma Sieferle – “si comportano in modo assolutamente razionale, tentando di spuntare il prezzo più alto possibile per la merce che offrono, ovvero il loro lavoro, oppure, quando questo non è soddisfacente, cercando un sussidio offerto loro dallo Stato sociale nei Paesi d’arrivo”. Su questa base, però, i governi dei Paesi che “accolgono” i migranti devono chiedersi cosa essi realmente vogliono, ovvero se migliorare solo la loro condizione materiale, oppure anche la loro condizione sociale.
In genere, i migranti aspirano a migliorare entrambe queste condizioni, ma i governi, come solitamente avviene, possono soddisfare nel breve periodo solo le aspirazioni sul piano economico; poiché la condizione sociale può essere migliorata dopo un percorso lungo e difficoltoso, che non può essere portato a termine nel tempo di una generazione, è inevitabile che la crescente presenza della pressione migratoria causi il sorgere di problemi la cui soluzione, per i governo dei Paesi ospitanti, diventa problematica.
I migranti, prendendo coscienza delle difficoltà che impediscono loro di migliorare la condizione sociale, saranno vittime di un livello di insoddisfazione tale da spingerli a trovare “conforto” nell’integrazione in gruppi etnicamente e culturalmente omogenei, approfondendo questo tipo di integrazione attraverso una radicalizzazione ideologica del fallimento delle aspettative; la reazione a ciò – conclude Sieferle – sarà “la protesta in diverse varianti”, che non escludono il ricorso al terrorismo.
Inoltre, non è detto che anche la soluzione di breve periodo sia esente da pericoli per lo Stato che accoglie i migranti; il pericolo principale è costituito dal fatto che la gran massa degli immigrati è priva di qualifiche lavorative idonee a garantirle un salario, per cui è inevitabile che essi vadano alla ricerca di un sussidio sociale, nell’ambito del welafare esistente. Quest’ultimo, però, afferma Sieferle, “si basa, sostanzialmente, su solidarietà e fiducia all’interno di uno spazio determinato politicamente e individuato con precisione, cioè lo Stato nazionale”; una struttura politico-istituzionale messa in crisi, oltre che dalla globalizzazione, anche dalla richiesta crescente di prestazioni economiche da parte di un numero crescente di “nuovi venuti”, che trovano difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro.
La conseguenza sarà la rottura dell’”equilibrio del sistema sociale”, che gli establishment dominanti cercheranno di “tamponare”, per “guadagnare tempo”, non per risolvere il problema, ma, come sinora è accaduto, per conservare la loro posizione dominante. In conclusione, se la politica nei confronti del problema della migrazione non cambierà radicalmente, il rischio potrebbe essere la crisi dello Stato nazionale, non solo come Stato sociale, ma anche come Stato di Diritto.
Quale potrebbe essere una possibile soluzione del problema dei migranti, alternativa a quelle sinora sperimentate dai Paesi economicamente avanzati, maggiormente esposti agli effetti negativi di una crescente pressione migratoria, alimentata dai Paesi arretrati o in via di sviluppo? L’alternativa esiste, ma la sua attuazione richiede un impegno dei Paesi economicamente avanzati a cambiare radicalmente la loro posizione tradizionale nei confronti dei migranti.
Dovrà trattarsi di un impegno solidale, volto ad affievolire la propensione delle giovani generazioni dei Paesi arretrati o in via di sviluppo ad abbandonare la loro patria, attraverso una politica di sostegno economico, che offra la possibilità di realizzare all’interno dei Paesi d’origine le condizioni perché vengano soddisfatte le aspirazioni a migliorare la qualità della vita da un punto di vista economico ed anche da quello sociale.
Una politica di sostegno per il superamento dell’arretratezza, come quella indicata, richiede però che i Paesi che forniranno i mezzi necessari, non si limitino a finanziare i trasferimenti internazionali, ma concorrano anche a pacificare al loro interno e a “bene ordinare”, nel senso di John Rawls, i Paesi che ricevono i trasferimenti, disponendoli ad accettare alcune regole idonee ad aprirli alla tolleranza ed alla democrazia.
Un simile impegno da parte dei Paesi avanzati va forse al di là dei loro “interessi” attuali, ma il ritardo col quale decideranno di assumerlo potrebbe condurli a dovere affrontare minacce ben più gravi di quelle derivanti dalla politica poco razionale sinora privilegiata.