Il finanziamento ai partiti non appassiona gli italiani

partitileggeLa politica costa. Lo sanno anche i sassi. Il finanziamento pubblico ai partiti è stato abolito ed è stato sostituito da un contributo volontario destinando il 2 per mille contestualmente alla presentazione della propria dichiarazione dei redditi.

Dare soldi ai partiti per finanziarli affinché svolgano meglio la loro funzione democratica non è molto di moda, infatti il totale dei cittadini italiani che hanno destinato il 2% mille è molto basso. Il totale raccolto ammonta a 11.763.227 euro.  A farla da padrone, anche quest’anno è il Partito democratico, che ha incassato oltre 6milioni di euro. Quindi da solo circa la metà della cifra. Al secondo posto si classifica la Lega con 1.411.007 euro e al terzo Sinistra Ecologia e Libertà con 838.155 euro.

Al quarto posto si classifica Forza Italia con 615.761 euro. Seguono Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale con 569.865, Rifondazione Comunista con 459.970 euro, Nuovo Centrodestra con 259.629, Sudtiroler Volkspartei con 234.510 euro. Fanalino di coda Popolari per l’Italia con 24.514 euro.

Insomma un sistema di finanziamento che non appassiona gli italiani, sempre meno interessati alla politica. Infatti secondo i dati pubblicati dal Ministero del Tesoro si è espresso a favore di un partito solamente il 2,38% della popolazione: meno di un milione di italiani ha messo la crocetta sulla casella del 2 per mille su un totale che supera i quaranta milioni.

Nella tabella seguente vengono riportati il numero delle scelte e gli importi del due per mille, calcolati in proporzione alla base imponibile dei contribuenti che hanno effettuato la scelta.

finanziamento dei paritti

Fonte Ministero dell’Economia e delle Finanze

Corte Costituzionale, come funziona, cosa decide

Consulta-BesostriNei prossimi giorni sono attese sentenze su due materie di grande importanza per l’agenda politica, il jobs act e l’italicum. Visto il notevole impatto di alcuni recenti pronunciamenti, già da diversi mesi la consulta e le sue decisioni sono al centro dell’attenzione.

Funzioni e attività della corte costituzionale

L’articolo 134 della costituzione italiana prevede che la corte costituzionale, oltre a giudicare la legittimità delle leggi, sia competente sui conflitti tra organi dello stato, sui conflitti tra stato e regioni, che giudichi sulle accuse al presidente della repubblica e stabilisca l’ammissibilità delle richieste di referendum abrogativi.

Il giudizio di legittimità costituzionale avviene di solito in via incidentale. Cioè se nel corso di un qualsiasi processo un giudice, di sua iniziativa o su richiesta di una delle parti, ritiene dubbia la costituzionalità di una norma può rinviarla al giudizio della corte costituzionale. Per esempio, nel caso dell’ultima sentenza che ha dichiarato incostituzionali alcune parti della legge 40, la questione è stata sollevata dal tribunale di Napoli nel corso di un processo penale in cui alcuni medici erano accusati di reati previsti da questa legge. Il giudice aveva dei dubbi sulla costituzionalità di queste norme ed avendone valutata la «rilevanza e la non manifesta infondatezza» ha deciso di porre alla corte la questione di legittimità costituzionale. In questo modo i giudici svolgono un ruolo di “portiere del giudizio di costituzionalità” evitando che la consulta venga investita da troppe richieste non rilevanti.

Il ricorso in via principale invece avviene per i conflitti di attribuzione tra stato e regione, o tra regioni. Questo succede quando una di queste istituzioni ritiene che un’altra abbia invaso, con un atto legislativo, la sua sfera di competenza. In questo caso può essere fatto ricorso presso la corte in via principale, senza quindi dover prima passare da un giudice ordinario. Quando il ricorso riguarda atti non legislativi è chiamato conflitto tra enti. Questo tipo di conflitti, un tempo abbastanza limitati, dopo la riforma costituzionale del 2001 sono molto aumentati, arrivando a pesare di più sul totale dei giudizi.

Per atti non legislativi, alla corte compete anche il giudizio sui conflitti tra poteri dello stato. È questo ad esempio il caso di conflitti tra un ministro e un pubblico ministero o tra un ministro e il capo dello stato.

La corte giudica inoltre sull’ammissibilità dei referendum abrogativi dopo che l’ufficio centrale della corte di cassazione ha ritenuto regolari le richieste. La consulta valuta innanzitutto che il quesito non tocchi materie che la costituzione esplicitamente esclude dal voto referendario: leggi tributarie, leggi di bilancio, leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, leggi di amnistia e di indulto. Inoltre la corte negli anni ha ritenuto di estendere il proprio giudizio anche a principi generali ricavabili dalla costituzione.

Infine la corte giudica sulle accuse al presidente della repubblica, che possono essere di alto tradimento o attentato alla costituzione. Affinché questo processo sia avviato il presidente della repubblica deve essere messo sotto stato di accusa dalla maggioranza assoluta del parlamento, in seguito il processo viene portato avanti dalla corte costituzionale con l’aggiunta di sedici giudici popolari (cittadini sopra i cinquant’anni estratti a sorte). Questo tipo di giudizio non ha per ora mai avuto luogo anche se per ben tre volte è stato proposto l’avvio della procedura. Tuttavia solo una volta, nel 1991, la messa in stato d’accusa è stata formalmente presentata in parlamento dal Pds nei confronti dell’allora presidente Cossiga.
La composizione della corte

Dato il suo ruolo di garanzia la corte deve esprimere il massimo dell’imparzialità e della competenza, per questo la costituzione ha previsto che i suoi componenti venissero scelti da diverse istituzioni con procedimenti complessi. Innanzitutto, per essere nominati, i membri della corte devono provenire o da supreme magistrature o essere professori ordinari di diritto, oppure avvocati con almeno venti anni di esperienza. Dei quindici membri che la compongono, un terzo viene eletto dalle supreme magistrature, un terzo dal parlamento in seduta comune e un terzo dal capo dello stato.

L’elezione di cinque giudici da parte delle supreme magistrature è a sua volta ripartita in modo che tre giudici siano eletti dalla corte di cassazione, uno dal consiglio di stato e uno dalla corte dei conti. L’elezione avviene in ogni caso a maggioranza assoluta, con eventuale ballottaggio.

L’elezione da parte del parlamento è quella più complessa. Infatti per evitare nomine di parte, è richiesta una maggioranza dei due terzi dei componenti per i primi due scrutini e di tre quinti in quelli successivi.

Infine il presidente della repubblica nomina gli altri cinque membri, considerando le scelte del parlamento in funzione di riequilibrio.

I giudici sono eletti per nove anni (originariamente dodici) – una durata maggiore di ogni altra carica dello stato – e la loro successione avviene in modo graduale. In questo modo si cerca di evitare che cambiando troppi giudici in breve tempo, si modifichi bruscamente l’orientamento della corte. Dal 1956 a oggi sono già stati centodieci i giudici designati alla consulta , di cui quaranta eletti presidenti della corte. Non è richiesta una soglia minima di età per accedere alla corte ma in base agli altri requisiti richiesti di solito i giudici entrano in carica in età avanzata.
La corte è un organo collegiale e prende le sue decisioni collettivamente. Dunque è importante che la corte sia quanto più possibile al completo, per non rallentarne i lavori e perché è necessaria la presenza di almeno undici giudici affinché possa deliberare. I giudici dovrebbero essere 15, tuttavia spesso accade che siano meno a causa di ritardi, da parte del parlamento, nella sostituzione di un membro uscente. Nella seconda metà del 2015 si è arrivati ad avere solo dodici giudici costituzionali, giusto uno in più rispetto al numero legale. Finalmente a dicembre, arrivato al trentaduesimo scrutinio, il parlamento è riuscito a eleggere i tre giudici necessari a ripristinare il plenum. Ad oggi ne sono 14 e la nomina del membro mancante spetta al parlamento.

Il presidente è considerato primus inter pares, dunque il suo voto vale come quello degli altri giudici, eccetto in casi di parità. È eletto a maggioranza assoluta, con eventuale ballottaggio, per tre anni. Il mandato sarebbe rinnovabile, tuttavia accade spesso che un presidente non termini neanche il primo mandato, visto che solitamente la scelta ricade tra uno dei membri più anziani. Al presidente spetta di definire il calendario dei lavori e assegnare a ciascun giudice il compito di relatore per le cause. Di solito queste funzioni non sollevano problemi, ma per il giudizio di costituzionalità sull’italicum ha suscitato diverse polemiche la decisione di spostare l’udienza a dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre e poi al al 24 gennaio 2017.

La necessità di mantenere il carattere d’indipendenza e imparzialità della corte non ha impedito di designare giudici costituzionali che, negli anni, hanno avuto anche ruoli politici. Alcuni giudici costituzionali sono stati scelti tra ex parlamentari, membri dell’assemblea costituente, ministri e addirittura presidenti del consiglio, come nel caso di Giuliano Amato. Altre volte invece è successo che i giudici abbiano ricoperto ruoli di rilievo politico dopo aver concluso il loro mandato presso la corte, magari in virtù delle loro competenze. Questo è accaduto spesso durante governi cosiddetti “tecnici”, come nel caso del governo Ciampi o di quello Monti. Talvolta inoltre è capitato che alcuni giudici abbiano ricoperto ruoli politici sia prima che dopo il loro incarico alla consulta. È questo il caso dell’attuale presidente della repubblica che, prima di essere eletto alla corte costituzionale, è stato molti anni parlamentare, nonché ministro della difesa. Un altro caso eccellente è quello di De Nicola che dopo essere stato il primo presidente della repubblica e il primo presidente della corte costituzionale si è dimesso da questo ruolo ed è stato eletto al senato.
Per quanto riguarda la rappresentanza di genere, la corte costituzionale è stato un organo a composizione esclusivamente maschile fino al 1996 , quando l’avvocata Fernanda Contri è stata nominata giudice dal presidente Scalfaro. Dal 1956 a oggi sono state cinque le giudici della corte costituzionale rispetto a centocinque uomini (4,5%) . Attualmente sono tre le giudici in carica (20%). Dunque, anche se ancora in netta minoranza, si può vedere un progressivo riequilibrio di genere. È anche interessante notare che tranne l’ultima designazione femminile in ordine di tempo, quella di Silvana Sciarra, tutte le altre giudici sono state nominate da presidenti della repubblica.

Le principali sentenze di incostituzionalità degli ultimi anni

Nell’ultimo decennio alcune sentenze della corte hanno influito in maniera rilevante su temi di primo piano del dibattito politico nazionale. Tre in particolare hanno suscitato un certo scalpore: le sentenze sulla legge 40, sulla Fini-Giovanardi e sul porcellum.

La legge 40 sulla procreazione assistita è stata oggetto di ben quattro sentenze di illegittimità da parte della corte . Sentenze che hanno stabilito l’incostituzionalità di articoli molto importanti per l’impianto della legge, come il divieto per le coppie fertili, Il divieto di fecondazione eterologa, l’obbligo di impiantare al massimo tre embrioni tutti insieme e il divieto di selezione gli embrioni in caso di patologie genetiche (qui si può leggere la sentenza più recente).

Sulla Fini-Giovanardi – la legge che disciplinava l’uso delle sostanze stupefacenti – la corte costituzionale è intervenuta nel 2014. Con questa sentenza la consulta non è entrata nel merito del decreto ma sulla modalità della sua approvazione. Secondo la corte infatti la materia trattata era estranea all’oggetto del decreto e per questo incostituzionale. In questo modo la corte ha abrogato la Fini-Giovanardi ripristinando la disciplina precedente, ovvero la legge Iervolino-Vassalli.

Infine la sentenza che ha dichiarato incostituzionali alcuni aspetti del porcellum è stata importante per due ragioni. Prima di tutto per i suoi effetti politici, con il parlamento che ha dovuto formulare un’altra legge elettorale. La corte ha infatti dichiarato incostituzionale sia il premio di maggioranza senza soglia, che potrebbe portare a eccessive distorsioni nella rappresentanza, sia le liste bloccate troppo ampie, che non consentono all’elettore di capire chi sta effettivamente eleggendo. In secondo luogo la sentenza è importante da un punto di vista giuridico perché è una novità nell’azione di controllo della corte. Infatti non era mai successo prima che la consulta si pronunciasse su una legge elettorale. Questo perché la possibilità che durante un processo venga sollevata, in via incidentale, una questione di costituzionalità sulla legge elettorale è a dir poco remota. Tant’è che da più parti negli anni era stata sostenuta la necessità di una riforma che colmasse questa lacuna. Con questa decisione la corte ha sostanzialmente compiuto questa riforma tramite una sentenza, motivandola con la necessità di non avere zone franche rispetto al giudizio di costituzionalità.

La questione ha comunque sollevato un ampio dibattito e molti dubbi tra i costituzionalisti. Il punto sta nel fatto che l’oggetto dei due giudizi (quello davanti al giudice ordinario e quello costituzionale) dovrebbe essere diverso, o almeno così si è fin ora ritenuto in dottrina. In questo caso invece il ricorrente ha fatto causa alla presidenza del consiglio sostenendo che la legge elettorale (il porcellum) avesse leso il suo diritto di voto, violando quindi la costituzione. La questione posta al giudice ordinario e al giudice costituzionale era dunque la stessa. Così facendo si corre però il rischio svuotare il senso del giudizio per via incidentale, permettendo a chiunque di porre una questione di rilevanza costituzionale direttamente di fronte a un giudice.

Gennaio 2016: due sentenze decisive

Nei prossimi giorni la consulta dovrà decidere su due materie di primo piano nell’agenda politica nazionale . L’11 gennaio la corte dovrà rispondere sull’ammissibilità costituzionale del referendum abrogativo sul Jobs Act, mentre il 24 sarà la volta del giudizio di costituzionalità sull’Italicum.

Non è un caso che la corte si trovi a decidere sull’ammissibilità del referendum sul jobs act in questi giorni. Secondo la legge che disciplina la presentazione dei referendum, la corte ogni gennaio dedica al tema una speciale seduta, in cui racchiude tutti i giudizi di questo tipo per l’anno corrente. In questo modo la data in cui tenere i referendum abrogativi può essere stabilità tra il 15 aprile e il 15 giugno.

I quesiti referendari proposti dalla Cgil sono tre: il ripristino del reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa; l’eliminazione dei voucher; la responsabilità e il controllo sugli appalti. Il primo è quello su cui c’è maggiore incertezza sulla sua ammissibilità. Infatti il quesito non si limita a ripristinare l’articolo 18 per come era prima della riforma, ma prevede il reintegro anche per le imprese sopra i 5 dipendenti. Dunque, secondo alcuni commentatori, visto che si tratta di un referendum abrogativo, questa formulazione rischia di essere ritenuta inammissibile, in quanto non si limiterebbe ad abrogare una norma ma ne creerebbe una nuova.
Il secondo giudizio atteso a gennaio è sull’italicum. Tra le questioni ammesse dalla corte le più discusse riguardano il premio di maggioranza e i capolista bloccati. Rispetto al premio di maggioranza, in fase di approvazione dell’italicum, erano state considerate le motivazioni della corte fatte nella sentenza sul porcellum. Ed era stata inserita la soglia del 40% per accedere al premio di maggioranza, e il ballottaggio nel caso in cui nessuno raggiungesse quella quota. Adesso viene però contestata l’assenza di un quorum minimo di votanti, senza il quale, secondo i ricorrenti, può capitare che una minoranza molto ristretta di elettori garantisca a una lista una maggioranza di seggi troppo sproporzionata rispetto ai voti ricevuti. Rispetto al sistema dei capolista bloccati invece i ricorrenti contestano che «la grande maggioranza dei deputati […] verrà automaticamente eletta senza essere passata attraverso il vaglio preferenziale degli elettori».

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Vanni Santoni intervista
sul tempo presente

santoniVanni Santoni (Montevarchi, 1978), vive a Firenze. È scrittore, giornalista, editor. Ha esordito con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013) e ha proseguito con Gli interessi comuni (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco, arderei Firenze (Laterza 2011), Muro di casse (Laterza 2015). Autore di romanzi fantasy: Terra ignota (Mondadori 2013), Terra ignota 2 -Le figlie del rito (Mondadori 2014).
Ha un blog personale: https://sarmizegetusa.wordpress.com

Raoul Bruni nella recensione a Muro di casse definisce la tua opera un romanzo saggistico, direi una sorta di docufiction. E sempre Bruni trattando dei tuoi “personaggi precari” ha evidenziato la struttura per micronarrazioni. Claudio Giunta nella sua recente antologia per i licei ha inserito un percorso sul pastiche narrativo. In questo contesto appare sempre più chiaro che la peculiarità della tua scrittura stia nel rinnovare i generi e superarli in un equilibrio direi perfetto tra forma e contenuto. E in questo sei un autore assolutamente contemporaneo. Sbaglio?

Non sta a me dire se quell’equilibrio ci sia, o quanto io sia contemporaneo. Sicuramente mi sono sempre interessate più forme espressive, ho sempre visto i generi come comparti non stagni, da cui si può uscire e rientrare (a patto di farlo con consapevolezza) o prendere ciò che ci serve, e credo che il romanzo, oggi, sia una forma così ampia da permettere di includere, in modo armonico, quasi qualunque cosa. Ho scritto due romanzi se vogliamo “ortodossi”, Gli interessi in comune e Se fossi fuoco arderei Firenze, un romanzo a tema sportivo strutturato come i novellari medievali (L’ascensione di Roberto Baggio), un ibrido saggio-romanzo come Muro di casse, due fantasy intertestuali come Terra ignota e Terra ignota 2, due libri di epigrammi (le due edizioni, diverse nei contenuti, di Personaggi precari) e due novelle (Tutti i ragni e Emma & Cleo, contenuta nell’antologia L’età della febbre). Inoltre ho coordinato i lavori di un romanzo storico a 230 mani, In territorio nemico. Dato che non sta a me neanche fare bilanci o tracciare linee interpretative di questa produzione, per quanto ora cominci a vederla con la chiarezza dell’esperienza, posso provare a spiegarla alla luce di quanto detto o scritto da altri. Sicuramente il filone centrale della mia produzione è quello che parte da Personaggi precari (che fu il mio “sketchbook” prima di assumere una propria identità letteraria), si amplia e struttura negli Interessi in comune, continua con Se fossi fuoco arderei Firenze e Muro di casse, e andrà avanti con La stanza profonda, romanzo in arrivo a primavera e legato a triplo filo (formale, tematico e editoriale) con Muro di casse, nonché col prossimo romanzo “grosso” che ho da tempo in lavorazione, il quale dovrebbe diventare, dopo Gli interessi in comune, il prossimo centro focale da cui si dipaneranno i raggi dei miei lavori a venire. Le due novelle, pure, per quanto scritte su commissione (mi furono chieste rispettivamente da Giorgio Vasta, curatore della collana Zoo in cui uscì Tutti i ragni, e da Christian Raimo, co-curatore dell’antologia in cui uscì Emma & Cleo), sono una sorta di satelliti staccatisi, o attratti, da questo blocco centrale. In un binario parallelo, poi, ci sono i romanzi fantasy, i quali però col terzo volume, in arrivo nell’autunno 2017, vedranno un collegamento con la mia produzione realistica, e in un binario ancora più distante ma sempre parallelo, quella che potremmo chiamare la mia “attività collettiva” – L’ascensione di Roberto Baggio è stato scritto a quattro mani col drammaturgo Matteo Salimbeni, mentre il coordinamento di In territorio nemico, al di là degli altri 113 autori, è stato svolto a quattro mani con lo scrittore Gregorio Magini – che ha portato alla realizzazione di due libri abbastanza lontani a livello tematico, se non strutturale, rispetto al resto della mia opera. Credo che questa mia vocazione al networking, alla visione della letteratura come attività sociale (ho del resto cominciato a scrivere unendomi a una rivista autoprodotta) abbia trovato la sua continuazione naturale nella direzione della collana di narrativa di Tunué, e che i due libri succitati rimarranno relativamente scollegati rispetto al resto della mia bibliografia, per quanto ci sia stato chi ha voluto vedere in In territorio nemico un’opera speculare rispetto a Personaggi precari: da un lato la moltiplicazione parossistica degli autori, dall’altro quella dei personaggi, sempre nel tentativo di mettere in crisi e ricomporre l’idea di romanzo (è, credo, interessante, il fatto che ci sia chi considera Personaggi precari nient’altro che un romanzo, così come è interessante il fatto che nel mondo anglosassone sia stato immediatamente classificato come “prose poetry”). Ora che il discorso di Personaggi precari si è esaurito – ho continuato a scriverne, ma sempre più occasionalmente, e la prossima edizione, che dovrebbe aver luogo nel 2018, non sarà un libro completamente diverso nei contenuti, come fu per la seconda rispetto alla prima, ma solo un aggiornamento con un pugno di testi nuovi – il mio nuovo sketchbook è diventato 999 rooms, un progetto tra l’intertestuale e il poetico, in cui la presenza di “personaggi” è decisamente ridotta – probabilmente, mi fai venire in mente adesso, proprio perché dopo i settemila e più ritratti che compongono l’intero corpus di Personaggi precari, le mie esigenze “esplorative” sono ora del tutto diverse. Tornando alla seconda parte della tua domanda, credo che oggi l’autore abbia il compito di essere anzitutto un prisma, una “funzione”, potremmo dire, di raccolta, elaborazione e riconfigurazione di contenuti. Tutte caratteristiche che ha sempre dovuto avere, ma che in quest’epoca diventano di primo piano. È chiaro che rispetto a tali modalità operative (e agli obiettivi per i quali prendono forma) gli oggetti narrativi chiusi funzionano meno: la complessità va affrontata con oggetti permeabili, e penso a una permeabilità doppia, tanto in fase di costruzione del testo, ovvero rispetto alla gamma di modalità narrative, punti di vista (il momento fertile della cosiddetta autofiction deriva del resto dalla ricerca di punti di vista non rigidi, che non rischino di rimbalzare su testure del reale ormai troppo complesse e mobili per essere raccontate in modo credibile da voci oggettivanti), generi, tipologie di testo, architetture strutturali, fonti e discipline di riferimento che si possono utilizzare, che in fase di lettura: libri non “chiusi”, quindi, ma aperti, porosi, meticci e modulari, che fungano da collegamento con altri libri e altri discorsi prima e dopo di loro, e che (ma questa è una caratteristica che hanno in generale i buoni libri) si prestino a letture diverse a seconda del contesto e del momento.

A livello di contenuto hai scelto di muoverti in luoghi impervi o meglio ti sposti in terre poco esplorate o vergini come Iacopo, Cleo e Viridiana che vivono a pieno la stagione dei rave, ma penso anche ai lacerti che compongono l’umanità composita di quell’invenzione stilistica che sono i personaggi precari o gli uomini e le donne che si incontrano in quella atipica guida romanzata che è Se fossi fuoco arderei Firenze. Cosa ti spinge a scegliere quelle “personae”, quel tessuto narrativo?

In generale prendo ispirazione dal mondo intorno a me, da me stesso e dalle persone che mi circondano, o almeno così è avvenuto per Gli interessi in comune e Se fossi fuoco arderei Firenze (avviene anche in Personaggi precari, ma lì le suggestioni che danno origine a questo o quel personaggio sono spesso anche puramente letterarie). Per certi versi può valere anche per Muro di casse, ma il caso dei suoi tre protagonisti è particolare. Lì sapevo di lavorare a un libro, se non “a tesi”, sicuramente “a tema”, quindi ho raccolto prima tanti materiali, che andavano dai report dei miei viaggi per feste e teknival, a quelli dei miei amici e conoscenti, fino a quelli, raccolti appositamente per il libro attraverso interviste, ai primissimi protagonisti, inglesi, della scena rave. Poi sono arrivati i materiali concettuali, frutto delle letture programmate per il libro – penso ai vari Bey, Hofmann, Lapassade, Rouget, Turner, fino a Deleuze, Lyotard e Thoreau. Solo dopo aver capito cosa volevo raccontare e di quali contenuti volevo innervare tali racconti, ho cominciato a pensare ai personaggi. Il primo che ho definito è stato quello di Viridiana, perché lo avevo già in parte sviluppato in un altro romanzo, incompiuto, una parte del quale si svolgeva nell’ambito della scena free tekno. Viridiana era la crasi di varie donne forti e controverse che avevo conosciuto nella scena rave, e con le quali in alcuni casi avevo fatto anche un po’ di strada assieme, ed era dunque perfetta per condurre la parte del romanzo in cui si raccontano i “duri e puri”, l’anima profonda e irriducibile della controcultura tekno. È stato lì che ho capito che si poteva avere un libro in tre parti, corrispondenti a tre progressivi stati di coscienza e a tre progressivi livelli di partecipazione a quel movimento. Se Viridiana rappresentava lo spirito e il grado massimo di partecipazione, allora doveva collocarsi nella terza parte, e prima di lei ci dovevano essere i due gradi logicamente precedenti: una figura che rappresentasse l’intelletto e una partecipazione media (e mediata da altre ragioni), e una che rappresentasse i sensi e una partecipazione solo occasionale. Per quest’ultima figura, mi serviva quindi un edonista, abbastanza sveglio da poter “reggere” i discorsi e le riflessioni che gli avrei fatto fare, ma anche scanzonato, spigliato con l’altro sesso e dotato magari di una vena malinconica (giacché comunque uno dei temi di Muro di casse è quello dei paradisi perduti). Mi accorsi che lo avevo già, era Iacopo Gori degli Interessi in comune. Si trattava solo di far passare dieci anni dalla fine di quel libro e immaginarlo diventato raver, cosa che del resto era nel personaggio. È stato anche interessante vedere come un personaggio, nato come mio alter-ego o quasi, fosse oggi completamente un’altra persona: eravamo diventati adulti in modo differente. Fatti Iacopo e Viridiana, restava da ideare la figura di mezzo. Quella parte centrale del libro avrebbe avuto caratteristiche differenti dalle altre due: se la prima e la terza erano per lo più narrative, nella seconda, anche per il suo essere dominata dalla dimensione intellettuale, ci sarebbe stato il grosso della “teoria” che avevo accumulato, quindi mi serviva una figura adatta a una sorta di dialogo platonico, qualcuno che fosse molto competente sia a livello sociologico che storico-politico, magari un po’ polemico e tranchant, se non un filo respingente, così da animare il dialogo e non rendere pedante o, peggio, propagandistica, la somministrazione di così tanto materiale teorico. Così è nata Cleo. Un personaggio che però aveva anche, ben nascosto, un lato sentimentale. Da quel filone è nato il racconto lungo Emma & Cleo contenuto nella raccolta L’età della febbre uscita per minimum fax in contemporanea a Muro di casse.

Sei anche autore di una prospettata trilogia di romanzi fantasy. Evento atipico per il nostro panorama, se si eccettua il caso Morselli, che omaggi firmandoti posponendo al tuo nome le sue iniziali o penso anche alla poetessa Gilda Musa che ha dedicato un’intera vita alla narrazione di fantascienza, anche curando la collana Urania. Da dove nasce questa tua passione? E come riesci a coniugare in qualche modo queste due facce di uno stesso scrittore?

La passione nasce nel 1986, quando mio padre, quasi per caso, portò a casa dalla sua libreria di fiducia la “scatola rossa”, il set base di Dungeons & Dragons. Fu un’epifania istantanea: fin da piccolo mi dedicai ai giochi di ruolo come dungeon master. Tuttavia questa passione rimase sempre confinata alla dimensione ludica, o al massimo al cinema, dove apprezzavo quella stagione fantasy anni ’80 che ci ha dato diverse pacchianate (che comunque amo incondizionatamente) ma anche un paio di capolavori come il Conan di Milius e l’Excalibur di Boorman. Ho sempre apprezzato molto il fantastico “colto” dei vari Borges, Calvino, Buzzati, Landolfi, e ovviamente la mia passione per Ariosto, Carroll, Tolkien e Lovecraft, cominciata, pure, nell’infanzia, non era mai venuta meno, ma le mie letture di riferimento erano comunque altre: mi sono formato veramente come lettore sui romanzi russi e francesi dell‘800 e sulla poesia, sempre ottocentesca, francese e inglese; quando poi, a ventisei anni, mi sono messo pure a scrivere, ho sviluppato un interesse e una passione, dettati anche dalla necessità di “recuperare terreno”, per la letteratura contemporanea nord e sudamericana. L’idea di scrivere un fantasy la devo infatti a Martina Donati, che ai tempi era in Giunti (inizialmente la saga doveva uscire lì, poi è subentrata Mondadori). Un giorno me la buttò là: “hai fatto il master per anni, sai scrivere romanzi e non hai ancora fatto un fantasy?”. Quella sera, quasi per gioco, dopo aver riletto qualche passo del Sandman di Gaiman, tirai giù qualche pagina. Erano quelle che oggi costituiscono i primi due capitoli del primo Terra ignota: anche se in versione embrionale, avevo “visto” la triade di protagonisti Ailis-Breu-Vevisa. Potevano esistere. Anzi, esistevano, perché stavo già scrivendo una nuova scena… Via via che andavo avanti, iniziavo a rendermi conto che, per quanto i miei gusti (e i miei interessi) letterari puntassero altrove, il fantasy, attraverso altri medium, era stato una parte cruciale della prima metà della mia vita. Con i fumetti, come col Sandman che andavo rileggendo o col Berserk di Kentaro Miura, col cinema, coi giochi di ruolo, con le grandi saghe videoludiche come Ultima, fino a quei veri e propri feuilleton fantastici, anche se non strettamente fantasy, che erano cartoni animati come Ken il guerriero, il primo Dragon Ball, Conan il ragazzo del futuro, I cavalieri dello zodiaco… Il materiale c’era: anzi, la mia distanza dalla parte più manierista e derivativa del genere, quelle interminabili serie di paperback che riuscivano solo a fatica a staccarsi dal magistero tolkeniano (quando non gygaxiano) poteva diventare un punto di forza. Mi rilessi allora tutto il Signore degli Anelli, mi procurai i romanzi considerati i nuovi capisaldi del genere, da Queste oscure materie al Trono di spade a Harry Potter, misi mano anche a vecchi ma cruciali testi come il Tito di Gormenghast di Mervyn Peake o The worm Oroboros di Eric Rücker Eddison e cominciai a inquadrare il tiro. Capii che poteva essere interessante creare un’opera intertestuale (oltre che transmediale nelle fonti) che includesse elementi dell’intero canone fantastico occidentale, ma senza sfoggi manifesti di cultura o, peggio, distacco ironico, quanto piuttosto “prendendolo sul serio”, ovvero inquadrando il tutto in modo più aderente possibile dentro gli schemi narrativi e gli stilemi del romanzo fantasy avventuroso classico. Mondadori mi è venuta dietro con molta attenzione e disponibilità anche nel packaging, che è perfettamente “heroic fantasy”, proprio come desideravo.

Sei anche direttore della collana di narrativa di Tunué. Come vedi la situazione sul versante italiano? Quali sono secondo te i punti di forza soprattutto dei giovani autori?

La situazione è di estremo interesse, ma non solo oggi: direi che da almeno un decennio sono apparsi, e continuano ad apparire, molti giovani autori e autrici che mostrano un grande potenziale, specie a livello stilistico. Adesso alcuni dei primi autori a essere comparsi stanno entrando nella loro fase di maturità e ciò sta portando e porterà a molti lavori interessanti.
Dal nostro specifico punto di vista, la situazione è eccellente, visto che abbiamo portato al successo libri di esordienti che puntavano tutto sulla lingua, libri a volte anche del tutto privi di un apparente potenziale commerciale, come è stato il caso di Dettato di Sergio Peter, sostanzialmente privo di trama, o etichettabili come “difficili” per la presenza di elementi dialettali, come nello Scuru di Orazio Labbate, o ancora dotati di temi secondo alcuni troppo forti, come per Dalle rovine di Luciano Funetta. Il fatto che lettori e librai abbiano invece accolto da subito e con grande entusiasmo la collana credo dimostri che in realtà bisogna puntare sul lettore da trenta o cinquanta libri l’anno, non su quello, se mai esiste ed è intercettabile, da uno.
Anche la bella partenza dell’ultimo nato, lo schizoide Medusa di Luca Bernardi, pare confermare tutto questo, ma per continuare a vincere bisogna anche saper cambiare mentre tutto va bene, e per questo in primavera usciremo con un libro atipico anche per noi, La stanza di Therese di Francesco D’Isa, che stupirà molti per i rischi stilistici e soprattutto formali che si prende.

Qual è il tuo prossimo progetto narrativo?

Sto lavorando a tre romanzi. Uno lo sto ultimando in questi giorni e sarà, come ti accennavo sopra, un libro gemello di Muro di casse, dedicato a un’altra sottocultura giovanile molto diversa da quella rave, ma che ha con essa in comune il fatto di essere stata stigmatizzata, derisa e, in alcuni casi, criminalizzata, quando in realtà si trattava di un’avanguardia: quella dei giocatori di ruolo. Il libro è simile a Muro di casse nell’ibridare saggio e romanzo, sebbene vada forse ancora un po’ più verso il romanzo, si intitolerà La stanza profonda e uscirà per Laterza la prossima primavera.
Ho poi in lavorazione un terzo libro fantasy per Mondadori, che sarà il completamento, in forma di prequel, della saga di Terra ignota. A differenza dei primi due volumi, però, pur mantenendo l’approccio intertestuale, non sarà un heroic fantasy “puro”, ma quello che oggi viene definito, non sempre appropriatamente, “urban fantasy”, ovvero un romanzo in cui gli elementi fantastici agiscono e sono presenti nel mondo contemporaneo. Ciò perché la funzione di questo “capitolo zero”, che avrà anche un titolo a sé stante, sarà anche di collegare i due Terra ignota al resto della mia continuity, o micro-canone, generale. Qualcuno ha infatti cominciato a notare, credo da quando ho messo lo Iacopo Gori degli Interessi in comune anche tra i protagonisti di Muro di casse, che tutti i miei romanzi sono collegati tra loro, quindi non è più un segreto, lo si può dire: in realtà, pur mantenendo la loro totale indipendenza, i miei libri sono tutti parte di un’unica macronarrazione. Anche La stanza profonda avrà infatti tra i protagonisti quel Paride già visto tra i personaggi degli Interessi in comune, e vi compariranno altri personaggi noti ai miei lettori.
C’è poi, come ti dicevo sopra, un terzo progetto, un romanzo molto grosso a cui sto lavorando già da diversi anni. Il titolo di lavorazione è I fratelli Michelangelo, ma è ancora troppo presto per parlarne nel dettaglio.

Consiglieresti ai lettori un tuo libro e il libro di altro autore che in quest’ultimo anno hai particolarmente amato?

Quest’anno, per la straniera, mi sono piaciuti particolarmente Satantango di László Krasznahorkai (Bompiani), Terminus radioso di Antoine Volodine (66and2nd), Abbacinante – L’ala destra di Mircea Cărtărescu (Voland) e Bussola di Mathias Énard (E/O). Tra i libri italiani ho apprezzato Absolutely nothing di Giorgio Vasta e Ramak Fazel (Quodlibet/Humboldt), Candore di Mario Desiati (Einaudi), Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci (minimum fax). Ho apprezzato anche Il grande animale di Gabriele di Fronzo (Nottetempo), un esordio interessante sia per atmosfera che per struttura, che mi sarebbe davvero piaciuto fare nella mia collana. Circa i miei libri, non posso sceglierne uno – niente favoritismi tra i propri “figli” – ma spero che i lettori continueranno a seguirmi e ad apprezzare anche i prossimi.

Andrea Breda Minello

Il «Corsera» e acido romanzo verso i socialisti

tregua-nataleSull’«Avanti!» del 12 dicembre 1923 un articolo anonimo rilevò l’indirizzo antisocialista del «Corriere della Sera»negli anni che precedettero l’ascesa al potere del fascismo: «Per tre anni la cronaca del “Corriere”è fatta contro di noi; ogni incidente, ogni errore, è stato posto in una luce antipatica, per i socialisti. Nessun organo lavorò più del “Corriere” perché il fascismo fosse acclamato come salvatore del paese. Ora i salvatori sono un po’ tutti esigenti. Che di fronte a un’esigenza che diventa sfrontatezza il “Corriere” si impunti, è simpatico».

    L’articolo, uscito sicuramente dalla penna di Pietro Nenni, è significativo per comprendere l’avversione del «Corriere della Sera» nei confronti del socialismo italiano. Esso esprime un giudizio opposto a quello che si ritrova nel saggio introduttivo («Fedeli al “canone Albertini”: il “Corriere” la politica») con cui Paolo Mieli presenta il farraginosovolume Il romanzo del dell’Italia. Centoquarant’anni di «Corriere della Sera» (Trebaseleghe-Milano 2016, pp. 507).

    Fin dalla sua fondazione il «Corriere della Sera», di cui il primo numero uscì il 5-6 dicembre 1876, professò un indirizzo «blandamente governativo», assumendo una «linea sensibile agli interessi dell’imprenditoria lombarda» (p. 29). Il giudizio di Mieli è preciso, ma merita di essere meglio precisato se non viene connesso alla gravità della questione sociale a Milano e all’evoluzione del socialismo italiano, che trovò una struttura organizzativa nella costituzione del Partito dei Lavoratori Italiani (20-21 agosto 1892).

  Il «Corriere della Sera»sorse su iniziativa di Eugenio Torelli- Viollier (Napoli, 26 marzo 1842 – Napoli, 26 aprile 1900), un giornalista di fede monarchica, che nutrì una forte acredine per la stampa democratica come la socialista-operaista «La Plebe» o la democratica-radicale «Il Secolo». Forse a spingerlo alla sua «ideazione» fu l’avversione a Felice Cavallotti e a Filippo Turati:contro il deputato radicale scagliò l’accusa non fondatadi plagio letterario per il dramma storico I pezzenti (1871) che ebbe anche strascichi giudiziari, mentre contro il socialista milaneseespressesul «Corriere della Sera» (maggio 1878) un aspro giudizio per la poesia «Ebbrezza triste».

Degli ultimi cinque lustri del XIX secolo il volume dedica poco spazio alla storia del «Corriere», trascurando avvenimenti coevi come la morte di Giuseppe Garibaldi (1882) oppure la sommossa popolare contro il rincaro del pane, repressa da Bava Beccaris (1898). Ad eccezione di alcuni accenni presenti negli articoli di Ferruccio de Bortoli o di Sergio Romano, quel periodo storico è trascurato o ridotto ad un’agiografica interpretazione della città di Milano, che per Galli della Loggia «haun’identità più articolata, più varia, rispetto alle altre città del Nord» (p. 55). Essa si differenzia per esempio da Torino o da Genova, perché dell’una «non ha il ferrigno abito burocratico-statale» e della seconda «l’utopico avventurismo della Genova repubblicana e mazziniana» (p. 55). Il giudizio, che sembra tratto dal vocobolario leghista, è ricavato da Glauco Licatanella sua Storia del Corriere della Sera (Milano 1976, p. 41), là dove scriveche quello del giornale «non fu pertanto una opposizione campanilistica Milano-Roma, impostata come lo era stata trent’anni prima quella di Carlo Cattaneo Milano-Torino; e neppure impostata come le altre contrapposizioni (Napoli-Roma, Firenze-Roma, Torino-Roma) quali si conobbero nell’Italia cavouriana e poi in quella umbertina. L’opposizione Milano-Roma, e la qualifica di capitale morale continuamente rivendicata per Milano dal Corriere, implicano l’affermazione di una vera e propria leadership, che il giornale giustifica con tutta una serie di virtù che incidentalmente sono virtù specifiche di imprenditori industriali del Nord Italia: parsimonia, repulsione per le connivenze politiche, lavoro inteso come una missione affidata da Dio ad una élite (ed élite non soltanto in relazione alla popolazione, ma anche al territorio)».

Il lungo brano serve a Galli della Loggia per definire «l’identità milanese», l’unica in gado di far nascere «un grande quotidiano nazionale» (p. 57) grazie «all’iniziativa di un pugno di imprenditori lombardi», alla grandiosa struttura industriale (Breda, Pirelli), unita alle «più varie attività manifatturiere» e finanziarie (pp. 54 e 55). Dal volume di Licata il noto commentatore del quotidiano milanese trae solo quello che gli serve per sviluppare il suo discorso, dimenticando gli aspetti negativi presenti nella città ambrosiana. Proprio negli anni fondativi del «Corriere», Milano deteneva tre primati: quello della malavita, quello dei salari più bassi d’Europa e l’altro dei prezzi più alti. In nome della quiete pubblica e dell’ordine sociale, di cui il giornale fu (ed è) portavoce, il padronato impose salari bassie stressanti condizioni di lavoro: il cotoniere Eugenio Cantoni impose il lavoro notturno ai fanciulli e alle donne, mentre Giovanni Battista Pirelli – proprietario di quote del «Corriere» – pretese nel 1891 una riduzione della paga del 10 per cento con la minaccia di chiusura della fabbrica. Quale sia stato il ruolo di Filippo Turati in quella circostanza e in difesa dei lavoratori scesi in sciopero, non è detto dai compilatori dei saggi che ignorano ogni riferimento al socialista milanese.

Nel suo saggio agiografico Galli della Loggia considera Albertini un «geniale giornalista-imprenditore» capace «in pochi anni» di pubblicare «un quotidiano con una tiratura abituale di circa cinquecento mila» (p. 53). Secondo studi più attendibili si deve precisare che il «Corriere della Sera» non superò nel 1906 le 150 mila copie per passare solo con l’ascesa al potere del fascismo a quella cifra. L’esaltazione acritica del «Corriere», considerato un «grande quotidiano nazionale», viene desunta anche dalla capacità di spingersi nel profondo Sud e la vigoria di denunciare la manipolazione delle elezioni ad opera dei prefetti giolittiani (p. 57).

    Nel suo saggio Ferruccio de Bertoli considera in modo erroneo il giornale particolarmente sensibile ai temi della disparità sociale (p. 43), mentre Sergio Romano analizza in modo frettoloso il suo atteggiamento sulla politica estera. Sul primo aspetto de Bortoli attribuisce addirittura a Torelli Viollier «un grande amore per la sua terra natale» per la particolare attenzione «all’arretratezza del Sud, all’esplosività politica della questione meridionale», che «si trasformerà poi negli anni albertiniani in una battaglia di civiltà e giustizia» (p. 43). In realtà, Torelli Viollierconsiderò il Meridione la palla al piede dell’Italia e professò un «antimeridionalismo alquanto sbrigativo», che – come scrive Glauco Licata nella già ricordataStoria del Corriere della Sera (Milano 1976) – «sorprende in Torelli Viollier, napoletano, eppure incapace di capire i problemi del Meridione per l’intralcio di vari pregiudizi» (p. 34). Strano che un ex direttore del «Corriere» commetta un errore così madornale, imputabile all’unica lettura dell’altra Storia di cento anni di vita italiana visti attraverso il Corriere della Sera (Milano 1978) di D. Mack Smith, da cui trae le notizie su Giuseppe Raimondi e su Giovanni Marchese, entrambi presentati come progressisti e difensori l’uno della regolamentazione legislativa delle società di mutuo soccorso e l’altro di «una perequazione fondiaria e di un alleggerimento del peso fiscale» (p. 43).

Il passaggio della direzione a Domenico Oliva accentuò la linea conservatrice del «Corriere», che definì i socialisti «orde di Attila e di Genserico», invitando l’autorità governativa a limitare la libertà di stampa con esplicito riferimento all’Avanti! (cfr. Quel che si deve fare, «Corriere della Sera», 15 maggio 1898). La successiva gestione di Luigi Albertini (direttore dal 13 luglio 1900) è presentato da Mieli come un direttore innovatore per il capovolgimento della linea di Oliva (p. 30). L’ex direttore del quotidiano milanese dimentica di sottolineare come l’ascesa imprenditoriale di Albertini fu dovuta ad una certa  spregiudicatezza e al legame parentale con il drammaturgo di successo Giuseppe Giacosa: sposò nel 1900 la figlia Piera.Il 31 gennaio dello stesso anno Giacosa – dopo la rappresentazione al teatro Manzoni del dramma Come le foglie – venne festeggiato al ristorante Savini da 120 commensali, tra  i quali il musicista Giacomo Puccini e gli scrittori  Marco Praga e Gerolamo Rovetta.

    Il sistema antigiolittiano del «Corriere della Sera»,manovrato direttamente da Albertini, fu dettato dall’avversione verso la politica economica, sindacale e militaredello statista di Dronero e dall’«acquiescenza verso i socialisti» (G. Carocci, Giolitti e l’età giolittiana, Torino, p. 123). Il giornale subìl’impronta «dittatoriale» del suo direttore con l’adesione incondizionata alla guerra di Libia (1911) e il sostegno all’ingresso dell’Italia nel Primo conflitto mondiale (1915-1918). Proprio negli anni convulsi della guerra, il giornale milanese pubblicò nel 1911 Le canzoni dellegesta d’oltremare e nel 1915 il famoso discorso di Quarto pronunciatoda Gabriele d’Annunzio. Essodiede così largo spazio al «superomismo letterario» (p. 260), dimenticando le sofferenze dei contadini-fantie improntando i suoi articoli a un registro retorico ed eroico lontano dalla «durissima realtà dalla guerra di trincea» (p. 261).

    Di fronte al successo dei socialisti nelle elezioni del 1909, del 1913 e del 1919, Albertini assunse una posizione ambigua:  da una parte difese le aspirazioni filoministeriali dei socialisti e dall’altrarespinse il loro coinvolgimento, quando si prospettò  l’occasione propizia di uningresso effettivonella compagine governativa. Così fece nel 1910, quando Giolitti offrì a Bissolati un portafoglio nel suo gabinetto; così si comportò durante la crisi del dopoguerrae l’occupazione delle fabbriche (settembre 1920), quando cercò di convincere Turati ad entrare nel governo.L’anno successivo mutò opinione e si oppose alla proposta giolittiana di accogliere i socialisti nel governo.

    Di fronte alla grave situazione postbellica, caratterizzata da tensioni sociali e dall’instabilità politica, il «Corriere» si schierò a favore della marea montante dello squadrismo mussoliniano. Albertini invocò infatti lo Stato forte non contro il dilagare della violenza fascista, ma contro le nefaste azioni dei socialisti. Il tema è trascurato nel saggio 1914-1925: Dalla grande guerra al fascismo (pp. 259-264) di Giovanni Belardelli, che attribuisce lo sviluppo del fascismo «al senso di minaccia alimentato in una parte dell’opnione pubblica dai successi del Partito socialista» (p. 262) e alla capacità di «difendere i valori nazionali derisi e minacciati dal massimalismo socialista» (p. 263). La scelta antologica degli articoli (Guerra, in «Corriere della Sera», 24 maggio 1915; Dovere patriottico, ibid., 28 ottobre 1922; U. Ojetti, Proust, ibid., 28 febbraio 1923) non aiutano a comprendere le posizioni del «Corriere».

    I fratelli Albertini (Luigi e Alberto), ormai controllari e quasi padroni dell’assetto proprietario del giornale, avevano ricevuto il 3 gennaio le quote di Pirelli, Beltrami e Frua, insieme ai fratelli Crespi. Tuttavia il problema rimaneva quello di definire una linea precisa nei confronti del fascismo, che – fino al famoso articolo Commiato scritto da Albertini e pubblicato il 28 novembre 1925 sul «Corriere» – rimase oscillante con l’unica certezza di contrastare il successo dei socialisti. Le posizioni del giornale sul fascismo, omesse anche nel saggio 1925-1939: L’Italia in camicia neradi Dario Biocca, rispecchiano quelle di Albertini, che scrisse una serie di articoli intrisi di rancore verso il socialismo. Sul «Corriere della Sera» del 1° marzo 1921 Albertini scrisse: «È ora pei capi del socialismo di riconoscere che, nella teoria e nella pratica della violenza hanno avuto essi l’iniziativa e, sino a ieri, il sopravvento; che il bilancio di una situazione non si fa sull’episodio singolo del deputato bastonato o del giornale bruciato, ma su un complesso di mesi e di anni di sopraffazioni e di eccessi d’ogni genere, predicati, commessi, difesi dal socialismo».

    Nella testionianza di Dacia Maraini, il «Corriere» diventa invece un giornale antifascista per il coraggio assunto «dopo il delitto Matteotti, coraggio che fu pagato con punizioni, continui sequestri e minacce di chiusura da parte della dirigenza fascista» (p. 185). Nondimento, dalla defenestrazione di Luigi Albertini (1925) alla direzione di Mario Borsa (direttore dal 26 aprile 1945 al 6 agosto 1946), il volume non contiene nessuna notizia sull’omicidio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) o su quello dei fratelli Rosselli (9 giugno 1937), che pagarono con la vita la loro tenace opposizione al fascismo. Nel 1926 Turati, Treves e altri antifascisti furono costretti all’esilio, a differenza di Albertini, lo stesso anno si trasferì da Milano a Roma, dove acquistò la tenuta di Pietra nell’Agro che – secondo Gaspare De Caro – trasformò in un redditizio possedimento con l’aiuto del figlio Leonardo e del genero Niccolò Carandini.

Del nefasto periodo dominato da Mussolini fino alla Repubblica sociale italiana e alla caduta del fascismo, il volume analizza il passaggio della direzione da Ermanno Amicucci (6 ottobre 1943 – 25 aprile 1945) a quella di Mario Borsa (26 aprile 1945 – 6 agosto 1946), l’uno fedele al regime e l’altro ai restaurati valori di libertà. Durante la direzione Amicucci, il giornale rimase il più «autorevole» organo di stampa della Rsi per la collaborazione di Benito Mussolini, autore di una serie di articoli sulla politica internazionale, poi riuniti nel pamphlet Storia di un anno. La direzione di Mario Borsa (direttore dal 26 aprile 1945) inaugurò una fase nuova per il sostegno alla Repubblica nel referendum del 2 giugno 1946, nonostante le direttive contrarie dei proprietari Crespi. Gli anni successivi furono improntati alla difesa del Patto atlantico e della politica europea di Alcide De Gasperi su una linea moderata e centrista, di cui il «Corriere» si fece portavoce nella sottomissione alla Confindustria e contrario alla politica d’intervento statale di Amintore Fanfani e dell’Eni di Enrico Mattei: una posizione conservatrice che fu adottata durante la direzione di Mario Missiroli (direttore dal 15 settembre 1952 al 14 ottobre 1961). Ignaro delle profonde trasformazioni in atto nel Paese, il quotidiano milanese subì un declino a cui pose rimedio la direzione di Alfio Russo (rimase in carica al 10 febbraio 1968), nonostante la tenace avversione ai governi di Centro-sinistra.

    Gli anni compresi tra il 1969 e il 1994, analizzati nei saggi di Pierluigi Battista e di Angelo Panebianco, sorvolano sull’atteggiamento del «Corriere» riguardo agli eventi principali di quel periodo storico: la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, il referendum sul divorzio del 12 maggio 1974, il rapimento di Aldo Moro del 16 maggio 1978, la carneficina di Bologna del 2 agosto 1980, il referendum sulla scala mobile del 9 giugno 1985, la presidenza laica di Giovanni Spadolini (28 giugno 1981 – 1° dicembre 1982, quella di Bettino Craxi (4 agosto 1983 – 17 aprile 1987) o l’irruzione nel 1994 sulla scena politica di Silvio Berlusconi e il suo lungo dominio governativo.

    Eppure quel periodo aprì la stagione del terrorismo e della cosiddetta «strategia della tensione», di cui il «Corriere» avallò la tesi della strage da parte degli anarchici. Esso non pubblicò la notizia sul negoziante di Padova, che identificò le borse utilizzate per l’attentato come prova verso la «pista nera». Nulla è detto sul disastro ferroviario del luglio 1970 nella zona di Gioia Tauro, su cui vengono date dal quotidiano due versioni contrastanti, l’una accidentale e l’altra dolosa. In entrambi i casi (strage di Piazza Fontana e disastro di Gioia Tauro) le cesure del «Corriere» furono il risultato di pressioni governative e non da un intervento della P2, su cui si ha un cenno di Ferruccio de Bortoli con una difesa della direzione di Franco Di Bella (30 ottobre 1977 – 19 giugno 1981), affiliato alla loggia e committente della famosa intervista di Maurizo Costanzo a Licio Gelli. Il silenzio sul rapporto tra Pier Paolo Pasolini e Piero Ottone (direttore dal 15 marzo 1972), riluttante a pubblicare ilfamoso scritto Io so sui presunti crimini del governo italiano; l’accordo tra la proprietà e la Montedison (vicino alla Dc e quindi al governo); l’acquisto nel 1974 da parte del gruppo Rizzoli; l’influenza della P2 sul giornale, l’ostilità nei confronti del Psi durante le direzioni di Ottone e di Alberto Cavallari (quest’ultima dal 20 giugno 1981 al 19 giugno 1984) sono trascurati nei saggi di Battista, di Panebianco e di Dario Di Vico, che nelle poche pagine dedicate agli anni 1994-2016 tiene scarsamente presente le proposte analitiche del  «Corriere».

Nunzio Dell’Erba

In regalo ai parlamentari libro su linguaggio sessista

donne

Il Direttivo dell’Intergruppo donne della Camera dei deputati si è autotassato e ha regalato per Natale a tutti i deputati e le deputate il libretto pubblicato da Repubblica in collaborazione con l’Accademia della Crusca “Sindaco e sindaca il linguaggio di genere”. “Abbiamo voluto fare un regalo a tutte le deputate, ma soprattutto ai deputati e ad altre alte figure istituzionali, non è mai troppo tardi per imparare” ha detto Pia Locatelli del Direttivo dell’Intergruppo.

“Siamo convinte – si legge nel messaggio di accompagnamento – che la lingua debba adeguarsi alla grande trasformazione del ruolo delle donne intervenuta nel nostro paese. La lingua è dinamica, cambia, riconosce le trasformazioni sociali: l’uso di un termine al posto di un altro comporta un cambiamento dell’atteggiamento di chi lo pronuncia e di chi lo ascolta. Siamo ovviamente consapevoli che le trasformazioni linguistiche richiedono tempo, ma siamo altresì convinte di dover dare un contributo affinché la nostra lingua riconosca progressivamente i cambiamenti intervenuti nella realtà. Se diciamo sì, dunque, a lavandaia, boscaiola, imbianchina e guerrigliera, abituiamoci a considerare normali anche ingegnera, notaia, prefetta e magistrata. E se ormai diciamo senza problemi deputata, impariamo a dire senza timidezze ministra, sindaca e assessora. Diamo visibilità e riconoscimento linguistico – e quindi piena dignità – a quelle donne che ormai svolgono funzioni prima occupate solo da uomini”.

L’Intergruppo donne è composto da circa un centinaio di deputate, sono 15 invece le componenti del Direttivo in rappresentanza di tutti i gruppi parlamentari

 

Turchia. I numeri e la vita sotto lo stato d’emergenza

turchia militareSecondo la notizia diffusa il 14 Dicembre da parte dell’agenzia di stato, Anadolu Ajansi, sono 40.832 le persone arrestate con l’accusa di partecipare al tentativo di colpo di stato oppure di appartenere alla comunità di Gulen, definita dallo Stato organizzazione terrorista.

Dal 15 Luglio fino ad oggi, in cinque mesi, i tribunali hanno aperto indagini che hanno coinvolto 101.799 persone. Grazie a queste indagini sono state arrestate 40.832 persone, tra cui varie appartenenti a apparati dello Stato : 2.279 tra giudici e procuratori, 104 membri della Corte Suprema, 41 membri del Consiglio di Stato, 2 membri della Corte Costituzionale, 3 membri del Consiglio superiore della Magistratura, 168 alti ufficiali dell’esercito, 6.341 soldati, 7.596 poliziotti, 17 governatori provinciali, 74 vice governatori provinciali e 69 prefetti.

Delle 101.799 persone 34.907 sono state rilasciate sotto condizione e 9 .795 di queste invece sono state rilasciate dopo l’interrogatorio. Invece 3.512 persone sono state rilasciate dopo un periodo di detenzione cautelare. Tuttora ci sono 5.139 persone ricercate: tra queste ci sono poliziotti, soldati, alti ufficiali, governatori locali e membri del sistema giuridico.

Sotto lo stato d’emergenza, dichiarato il 22 Luglio, sono stati sospesi 85.000 impiegati statali, di cui circa 18.000 sono stati riassunti.

Secondo una ricerca pubblicata sul sito del quotidiano nazionale Cumhuriyet il 14 Dicembre, in questo periodo sono stati chiusi 121 mezzi di comunicazione di massa; giornali, canali televisivi e radiofonici, agenzie stampa, riviste. Sono stati arrestati circa 170 giornalisti.

Sotto lo stato d’emergenza le operazioni non hanno colpito soltanto i presunti golpisti ma anche altri cittadini accusati di appartenere a diverse organizzazioni definite “terroristiche” da parte dello Stato o di fare propaganda a favore di queste. Infatti 11.500 insegnanti sono stati sospesi con l’accusa di avere dei legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK); 6.000 sono stati riassunti in seguito.

Tra i settori colpiti di più in questo periodo c’è anche il sistema scolastico. 15 università, 60 scuole private e 2.249 strutture private d’istruzione sono state chiuse. Sono state sospese le elezioni autonome universitarie per eleggere il rettore. Attraverso diversi decreti sono stati licenziati 3 mila e 850 accademici.

Anche nel mondo dell’associazionismo sono state vissute le ripercussioni dello stato d’emergenza. 1229 associazioni non governative prima sono state chiuse definitivamente, tra queste ci sono alcune che si occupavano dei diritti dei minori, lottavano per i diritti delle donne oppure offrivano dei servizi di consulenza legale per i carcerati oppure persone accusate di attività politica.

Lo stato d’emergenza dichiarato poco dopo il tentativo di colpo di stato ha coinvolto anche il mondo politico. Tuttora si trovano in carcere 12 parlamentari nazionali appartenenti al Partito Democratico dei Popoli(HDP). Secondo la dichiarazione rilasciata dalla vice co-presidente del partito, Aysel Tugluk, dal mese di Luglio del 2015 a oggi 2.360 persone iscritte all’HDP sono state arrestate. Secondo Tugluk grazie ai decreti di legge emessi durante lo stato d’emergenza 62 sindaci sono stati arrestati e 43 municipalità sono state commissariate, municipalità governate dall’HDP e dal Partito delle Regioni Democratiche(DBP). Nella dichiarazione rilasciata il 15 Luglio, Aysel Tugluk specifica che solo in questi ultimi due mesi 831 membri del partito sono stati arrestati in regima di detenzione preventiva e 360 membri sono stati arrestati.

In questi mesi la Turchia, sotto lo stato d’emergenza, ha vissuto dieci attentati in cui sono morte 149 persone e 702 sono rimaste ferite. Alcuni di questi attentati sono stati rivendicati dall’IS (Stato Islamico), dal PKK oppure dal TAK (Falconi della Libertà del Kurdistan) invece alcuni sono rimasti senza rivendicazioni.

Murat Cinar
Pressenza

“Poveri noi”, dossier
sulla povertà in Italia

italiani-milioni-poveriDopo quasi dieci anni di crisi, la povertà è raddoppiata. Ma il welfare italiano sembra ancora poco adatto a rispondere alle nuove forme di difficoltà economica. Tutti i dati nel nuovo MiniDossier openpolis “Poveri noi”, in collaborazione con ActionAid.

Dieci anni di crisi. Nel 2005 circa 2 milioni di persone si trovavano in povertà assoluta, ovvero il 3,3% della popolazione non era in grado di permettersi un paniere di beni considerato minimo per una vita accettabile. Nel 2015 sfiorano i 4,6 milioni, il 7,6% dei residenti in Italia. Nel mezzo si trova la crisi economica con la perdita di posti di lavoro e la difficoltà a trovare un impiego da parte dei giovani, che ha rallentato la possibilità di creare nuove famiglie. L’incremento più drammatico tra 2011 e 2013: in un solo triennio i poveri assoluti sono passati dal 4,4 al 7,3% della popolazione.

Lavoro e povertà. Si trova in condizione di povertà assoluta il 19,8% delle famiglie dove la persona di riferimento è in cerca di occupazione. Ma non è solo la mancanza di lavoro a causare l’impoverimento. Anche la struttura del mercato del lavoro che si è affermata dopo la crisi può aver contribuito ad aumentare i poveri. Nelle famiglie operaie il tasso di povertà assoluta è triplicato tra 2005 e 2015, passando dal 3,9 all’11,7%. Inoltre nel corso dei 10 anni è aumentato il numero di persone che lavorano con contratti di poche ore: +28,07% chi lavora tra 11 e 25 ore a settimana, +9,06% chi lavora anche meno di 10 ore a settimana.

Povertà giovanile. Nel 2005 i più poveri erano gli anziani sopra i 65 anni (4,5% circa), e comunque fino al 2011 non si registravano grosse differenze di povertà tra le varie fasce d’età. La crisi, distruggendo posti di lavoro, ha capovolto questa situazione: in un decennio il tasso di povertà assoluta è diminuito tra gli anziani (scesa al 4,1%), mentre è cresciuto nelle fasce più giovani: di oltre 3 volte tra i giovani adulti (18-34 anni) e di quasi 3 volte tra i minorenni. Tra le cause, anche l’altissima percentuale di persone che non studiano, non lavorano e non sono in formazione (i cosiddetti neet). Nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni l’Italia è il paese dell’Unione europea con la più alta percentuale di neet, mentre in quella tra 15 e 29 anni è seconda dopo la Bulgaria.

Povertà femminile. La percentuale di donne in povertà assoluta è raddoppiata tra 2005 e 2015, in linea con l’andamento nell’intera popolazione. In questi anni è aumentato il divario salariale di genere (dal 5,1% del 2007 al 6,5% 2014), anche se resta più contenuto rispetto ad altri paesi. In Italia la povertà femminile spesso deriva dal mancato accesso delle donne al mercato del lavoro, soprattutto dopo la maternità. Nella classifica delle lavoratrici con un figlio siamo penultimi in Europa, seguiti solo dalla Grecia. Nel 2015 la quota di donne con un figlio che lavorano (56,7%) è inferiore alle lavoratrici con almeno tre figli in Danimarca (81,5%).

Il welfare italiano. Vista la crescita delle difficoltà economiche diventa cruciale il ruolo dello stato sociale nel ridurre il tasso di povertà. L’Italia spende in protezione sociale (al netto della spesa sanitaria) il 21,4% del pil, cioè sopra la media Ue pari al 19,5%. Ma in termini di riduzione della povertà, il nostro paese potrebbe fare di più: prima dei trasferimenti sociali si trova a rischio povertà il 45,8% della popolazione, mentre dopo si scende al 19,4%. Il welfare francese riduce il rischio povertà dal 44,4% al 13,3%, quello svedese dal 44% al 15,1%. È importante sottolineare che poca della nostra spesa sociale viene destinata ai soggetti che, con la crisi, hanno subìto maggiormente l’impoverimento. In Italia la tutela dalla disoccupazione e dal rischio esclusione impiega il 6,5% della spesa in protezione sociale, contro il 15,8% della Spagna, il 12,1% della Francia, l’11,7% della Germania e il 10,9% del Regno Unito. La quota di spesa sociale destinata alle famiglie, ai bambini e al diritto alla casa supera la doppia cifra negli altri stati europei, mentre da noi si ferma al 6,5%.

Blog Openpolis

MiniDossier Openpolis. “Poveri noi” è il numero 11/2016 della collana di approfondimento MiniDossier. L’impostazione di data journalism prevede la verifica, l’analisi e la comparazione dei dati provenienti da fonti ufficiali per fare emergere notizie e proporre punti di vista nuovi e diversi.

Kosovo, un accordo ‘a sorpresa’ sulla giustizia

kosovo2Nonostante le difficoltà degli ultimi tempi, sia di politica interna, legate alle prossime elezioni presidenziali in Serbia e alle costanti turbolenze della vicenda politica in Kosovo, sia di politica internazionale, in una fase in cui sempre più forte diventa la tensione, tra la Russia ed il blocco euro-atlantico, che si riversa sull’Europa centro-orientale, il governo serbo e l’autogoverno kosovaro hanno conseguito un nuovo, importante, accordo.

Si tratta di un accordo quasi a sorpresa, che ha seguito da vicino due eventi di segno, paradossalmente, opposto: il primo, il grave scontro legato alla illegittima “nazionalizzazione” delle miniere serbe di Trepča da parte delle autorità kosovare; il secondo, l’intesa tra Belgrado e Prishtina per l’assegnazione al Kosovo di un prefisso telefonico di carattere internazionale, attribuito non come stato indipendente, bensì come entità regionale di rilievo internazionale, dal momento che, se è vero che il Kosovo è dotato di un autogoverno, non è, in vigenza della risoluzione 1244 (1999) del Consiglio di Sicurezza ONU, uno stato indipendente, e la sua autoproclamata indipendenza è stata riconosciuta solo da 112 stati su 192 della comunità internazionale.

Lo scorso mercoledì 30 Novembre le due delegazioni negozianti, quella di Belgrado e quella di Prishtina, hanno, infatti, conseguito l’importante intesa riguardante l’integrazione del sistema giudiziario del Kosovo, dando seguito, dopo mesi di dialogo e di trattative, come di consueto “facilitate” dalla mediazione europea e, in particolare, dal Servizio per l’Azione Esterna, ufficio dell’Alto Rappresentante della Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’Unione Europea, agli accordi di principio stipulati nel mese di Febbraio del 2015.

Secondo la nota rilasciata dal servizio stesso, infatti, «le parti», come riferito dalla stampa, «rappresentate da Edita Tahiri e Marko Djurić … hanno raggiunto un accordo sui passi finali per l’implementazione dell’Accordo sul Sistema Giudiziario (“Justice Agreement”), raggiunto nel quadro del Dialogo del 9 Febbraio del 2015. Il Servizio per l’Azione Esterna dell’Unione Europea (EEAS, “European External Action Service”) attende di ricevere conferma da entrambe le parti, il 9 Dicembre del 2016, che ottempereranno agli obblighi di implementazione inerenti alla integrazione di giudici, procuratori e personale giudiziario all’interno del sistema giudiziario kosovaro. Il processo di integrazione sarà pienamente effettivo il 10 Gennaio 2017».

Si tratta della integrazione delle strutture e del personale giudiziario serbo all’interno del quadro giudiziario kosovaro, in cambio della salvaguardia delle funzioni e del personale già attivi, in particolare nel Nord del Kosovo, il territorio a maggioranza serba in un Kosovo a larga maggioranza albanese, nonché delle sentenze già definite. Si tratta di una ulteriore conferma del dettato degli accordi, a buon diritto “storici”, siglati il 19 Aprile del 2013, che presero il nome di “Accordi di Principi regolanti la Normalizzazione delle Relazioni”.

Questi, preservando l’autonomia serba all’interno del quadro kosovaro, senza intaccare i confini regionali né imporre un riconoscimento formale dell’indipendenza kosovara, garantivano la formazione, peraltro ancora da definire, di una Comunità dei Comuni a maggioranza serba del Kosovo (sono dieci: Kosovska Mitrovica, Zubin Potok, Leposavić, Zvečan, Štrpce, Klokot-Vrbovac, Gračanica, Novo Brdo, Ranilug e Parteš) e una sostanziale autonomia dei Serbi del Kosovo, nel contesto giuridico kosovaro, nelle aree dello sviluppo locale e rurale, delle infrastrutture locali, della scuola e della sanità. Questi accordi, tra l’altro, prevedevano, al § 10, che «le autorità giudiziarie saranno integrate e rese operative all’interno del quadro legale del Kosovo, la Corte di Appello di Prishtina formerà un panel composto da una maggioranza di giudici serbi kosovari da impegnare nelle Municipalità a maggioranza serba del Kosovo. Una divisione della Corte d’Appello, composta sia di personale amministrativo sia di personale giudiziario, sarà dislocata a Mitrovica Nord (Corte di Distretto di Mitrovica). Ciascun panel di tale divisione sarà composto da una maggioranza di giudici serbi kosovari».

Questo impianto è stato confermato dai recenti accordi, attraverso la definizione raggiunta nel corso del Dialogo del 9 Febbraio dell’anno passato, quando i due premier, Aleksandar Vučić, da parte serba, ed Isa Mustafa, per la parte kosovara albanese, concordarono la formazione della Corte di Distretto di Mitrovica, la individuazione di un giudice serbo come presidente, e l’ambito giurisdizionale della corte, che avrà competenza su sette municipalità (tra cui i distretti serbi del Nord del Kosovo, K. Mitrovica, Zvečan, Leposavić, Zubin Potok) e sarà composta da una maggioranza di personale serbo nelle aree a maggioranza serba e, in totale, da nove procuratori serbi e nove procuratori albanesi. Si comprende così il difficile equilibrio dell’accordo.

Un accordo che rischia di ripetere, come già successo in passato, il “modello-dayton” già applicato alla Bosnia, organizzando il sistema dell’autonomia, le mutue attribuzioni e le reciproche competenze su base “etnica”, escludendo, di fatto, le numerose comunità che abitano e compongono la ricchezza e la diversità del Kosovo; un accordo che, tuttavia, realisticamente, può essere salutato come un “passo in avanti”, nella direzione della “ricomposizione”, e come presupposto per la ricostruzione delle relazioni e di un Kosovo per tutti e per tutte.

Gianmarco Pisa

Pressenza

Telepass, tra nuovi servizi
e la multa dell’Antitrust

telepassLa notizia più rilevante non riguarda certo i servizi a disposizione degli utenti: la società Telepass infatti è stata multata dall’Antitrust per aver raddoppiato il canone senza consenso. In realtà, come spiega l’azienda, c’è stata l’introduzione di nuovi servizi a supporto dei guidatori che si abbonano, così come anche per le flotte aziendali.

Inutile negarlo: la notizia delle ultime settimane è di sicuro la multa da 200mila euro comminata alla società Telepass da parte dell’Antitrust, che ha sanzionato l’operazione dell’azienda che ha raddoppiato di fatto il costo dell’Opzione Premium senza aver dato la possibilità ai propri clienti di prendere le necessarie contromisure, dando ragione alle lamentele portate avanti dalle associazioni dei consumatori. Ricostruendo i fatti, però, emerge comunque una realtà meno negativa di come è stata descritta anche dalla stampa.

La storia della multa alla Telepass. Questa vicenda nasce un anno fa, nel novembre del 2015, quando Telepass comunica ai propri abbonati che a partire dal giorno 1 gennaio 2016 avrebbe accorpato due servizi aggiuntivi rispetto al dispositivo Telepass, precedentemente offerti disgiuntamente: come si spiega ad esempio sul portale di fissovariabile, che ha realizzato una guida completa alle offerte di Telepass, inizialmente la “Opzione Premium” costava 0,78 euro al mese (prevedendo, tra l’altro, il soccorso in autostrada in caso di avaria o incidente), mentre quella definita “Premium Extra” aveva un abbonamento da 1,78 euro al mese (estendendo il servizio di assistenza anche alla viabilità ordinaria). La modifica principale del nuovo servizio è stata nella determinazione di una tariffa unica di 1,50 euro al mese, ma i vecchi abbonati al servizio “Opzione Premium” hanno beneficiato per tutto quest’anno del prezzo originario di 0,78 euro. Come da legge, poi, Telepass ha previsto la possibilità per gli abbonati di recedere senza spese dal nuovo pacchetto entro 60 giorni.

La decisione dell’Antitrust. Troppo poco per l’Authority, che soprattutto ha puntato il dito sulla “pratica commerciale scorretta” attuata dalla società, basandosi anche sul ricorso delle associazioni di consumatori e sulle numerose mail di reclamo dei clienti. In particolare, nella sentenza c’è scritto che l’operato “sulla comunicazione e il cambio di tariffa non è risultato rispettoso dei canoni di diligenza esigibili da un operatore quale Telepass, ed è stata in grado di condizionare indebitamente le scelte economiche dei consumatori”.

La risposta di Telepass. Diversa ovviamente l’interpretazione dell’azienda, che comunque ha già annunciato che “alla luce del provvedimento si attiverà per ripristinare il vecchio servizio (che prevedeva il soccorso soltanto in autostrada) alle stesse condizioni precedenti”. Inoltre, il cambio di tariffa accompagnato alla promozione annuale prima descritta ha fatto sì che “finora i clienti interessati dal provvedimento non hanno pagato somme aggiuntive, nonostante l’introduzione del nuovo servizio di soccorso meccanico al di fuori della rete autostradale, utilizzato ad oggi da oltre 25.000 utenti”.

La soluzione per le flotte. Chiusa questa parentesi “burocratico – legale”, meglio concentrare l’attenzione sulle notizie positive che arrivano sul fronte dei vantaggi del Telepass. Uno dei prodotti maggiormente in diffusione è Telepass Fleet, strumento ideale per i fleet manager lanciato nel luglio 2015, che propone una serie di servizi comodi per la gestione della flotta aziendale, con differenti opzioni a disposizione.

I vantaggi di Telepass. Questo prodotto conferma come oggi Telepass non sia più soltanto sinonimo di pagamento di pedaggio rapido in tutta la rete autostradale d’Italia, ma anche molto di più: i clienti dell’azienda, infatti, oggi possono pagare il ticket per la sosta in oltre 70 parcheggi convenzionati nelle principali città italiane (sia nelle zone del centro che in ospedali, aree fieristiche, stazioni e aeroporti) e l’accesso all’Area C di Milano. E poi, ancora, è possibile acquistare e ritirare il biglietto per il passaggio sullo Stretto di Messina senza passare dalla biglietteria e utilizzando la pista Telepass dedicata.

Terremoto: il PE chiede di svincolare spesa dal deficit

Terremoto AmatriceEscludere gli investimenti per la ricostruzione post terremoto in Italia dal calcolo del deficit nazionale previsto dal Patto di Stabilità “alla luce del carattere gravissimo ed eccezionale della situazione” e utilizzare tutti i Fondi UE a disposizione per aiutare le zone colpite dai sismi: queste alcune delle richieste approvate dal Parlamento europeo giovedì.

Nella risoluzione sulla situazione post terremoto in Italia, approvata per alzata di mano, il Parlamento chiede alla Commissione di adottare misure urgenti per facilitare una rapida ricostruzione dei Paesi distrutti durante i terremoti che hanno colpito l’Italia il 24 agosto, il 26 e il 30 ottobre scorsi.

Il Parlamento ha anche approvato un’altra risoluzione, redatta dall’italiano Salvatore Cicu (PPE), sulla riforma del Fondo di solidarietà UE con 589 voti a favore, 13 contrari e 42 astensioni.

Durante il suo intervento al dibattito di mercoledì sera, il relatore ha dichiarato che “in casi come questi, le Istituzioni europee devono essere sensibili, devono capire che la loro credibilità, la loro autorevolezza, dipendono anche dalla capacità di essere presenti in questi momenti e di trasferire un messaggio, appunto, di capacità di gestione”. Ha poi chiesto alla Commissione di migliorare l’utilizzo del Fondo di solidarietà UE, riducendo i tempi di mobilitazione e aumentando la soglia dei pagamenti anticipati.

Il Parlamento chiede pertanto di escludere le spese relative agli interventi di ricostruzione, compresi quelli che prevedono la partecipazione dei fondi strutturali e di investimento europei (ESI) – dal calcolo del deficit nazionale, “alla luce del carattere gravissimo ed eccezionale della situazione”. I deputati, inoltre, esprimono profonda solidarietà a tutte le persone colpite a vario titolo dagli eventi sismici: vittime, familiari, sfollati e tutte le autorità coinvolte nelle operazioni di soccorso.

Prevenzione

I deputati, in considerazione dell’elevata sismicità di alcune aree geografiche come quella mediterranea e del sud-est dell’Europa, invitano tutti gli Stati membri ad accelerare la ricerca in questo campo, attraverso le azioni previste dal Programma Orizzonte 2020 e ad applicare tutti gli strumenti utili alla prevenzione di vittime e danni, così da ridurre al minimo la portata potenzialmente devastante di tali eventi naturali.

Utilizzare tutte le risorse a disposizione

Il Parlamento sollecita tutte le autorità, nazionali, regionali e locali, a prestare la massima attenzione al rispetto delle norme antisismiche in fase di rilascio dei permessi di costruzione.

Nel documento, si sottolinea, inoltre, l’importanza di utilizzare tutti gli strumenti disponibili e di garantire che le risorse siano utilizzate nel modo più efficace possibile, in collaborazione con le autorità nazionali e regionali. Per questo, si ricorda anche la possibilità di utilizzare il Fondo europeo per lo sviluppo rurale (FEASR) per sostenere le aree rurali e le attività agricole colpite dal sisma.

La Commissione europea ha annunciato mercoledì sera una prima erogazione di aiuti del valore di 30 milioni di euro dal Fondo di solidarietà. La mobilitazione del finanziamento totale richiede un voto del Parlamento per essere effettiva.