Spettro del protezionismo e guerra commerciale

trump 4Mentre si aspetta ancora di conoscere come intende realizzare il suo annunciato piano di investimenti di mille miliardi di dollari per le infrastrutture, Trump ha dato inizio alla sua politica protezionista dell’ America First” che rischia di sconvolgere l’intero sistema commerciale mondiale.

Ha già firmato due decreti esecutivi per rivedere la politica commerciale finora attuata e osteggiare i partner responsabili degli enormi deficit. Come è noto, nel 2016 il deficit è stato di 500 miliardi di dollari.

Preoccupante, in verità, è la parte relativa ai settori manifatturieri che ammonta a oltre 750 miliardi, di cui 347 nei confronti della Cina! E’ stato un trend decennale. Ovviamente ciò ha inciso non poco sui livelli occupazionali. Secondo l’Ufficio di statistica dal 2001 si sarebbero persi ben sei milioni di posti di lavoro nelle sole attività manifatturiere.

Secondo Trump il deficit con Cina, Giappone, Messico ed Europa è provocato dal fatto che questi Paesi hanno approfittato della disponibilità degli Stati Uniti. Perciò propone nuovi dazi e tariffe.

Le misure protezionistiche, combinate con la promozione delle produzioni nazionali e del consumo del “made in Usa”, sono una questione estremamente complessa. Una cosa è operare attraverso il sostegno agli investimenti, un’altra è l’imposizione di dazi verso il resto del mondo.

Probabilmente una certa forma di protezionismo potrebbe temporaneamente essere accettabile per l’economia di un Paese in via di sviluppo. Ma gli Stati Uniti d’America e il dollaro, invece, a livello mondiale rappresentano l’economia e la moneta dominanti in grado di determinare ogni rapporto commerciale e monetario. Perciò i dazi potrebbero scatenare una guerra commerciale.

Secondo Wilbur Ross, il nuovo segretario per il Commercio, saremmo “già in una guerra commerciale” e con un’immagine militaristica ha aggiunto: “Lo siamo stati per decenni. La sola differenza è che i nostri soldati stanno finalmente arrivando al bastione. Non abbiamo un deficit commerciale per caso”.

Intanto Trump ha stracciato i due trattati commerciali, quello con il Pacifico e quello con l’Unione europea, anziché cercare un condiviso modus operandi.

È il caso di ricordare che il deficit commerciale americano ha origini lontane. Comincia nel 1975, quando la Cina era ancora un Paese agricolo del terzo mondo, con poche manifatture e senza export. Negli Usa allora c’era la spinta verso la progressiva finanziarizzazione dell’economia nel contesto del processo di globalizzazione. Invece di sviluppare le attività manifatturiere e le nuove tecnologie, nei settori dell’energia, ad esempio, si preferì importare petrolio dai grandi produttori, quali l’Arabia Saudita.

L’accordo di libero scambio del Nafta con il Messico e il Canada del 1994 fu promosso dalle grandi industrie e dalle banche americane che preferivano de localizzare le loro produzioni industriali nelle terribili maquilladoras messicane, città di confine dove si produceva a prezzi stracciati, sfruttando al massimo il lavoro quasi schiavistico e per niente sindacalizzato. Successivamente un processo simile è stato avviato anche con la Cina, che si è assunta l’impegno di acquistare i titoli di stato americani emessi per sostenere i deficit commerciali di Washington. Ancora oggi Pechino detiene oltre mille miliardi di dollari di Treasury bond.

La storia insegna che, in un mondo globalizzato, la politica protezionistica provoca effetti negativi anche per il Paese che la inizia.

Così avvenne dopo il crac borsistico del’29, quando gli Usa approvarono la legge Smoot-Hawley Tariff che impose misure e dazi protezionistici alle importazioni di prodotti esteri, accelerando la Grande Depressione.

Di conseguenza dal 1929 al 1933 il commercio mondiale si ridusse di due terzi, da 5,3 a 1,8 miliardi di dollari.

Le prospettive, quindi, sono piuttosto preoccupanti, per l’Europa e per l’Italia. L’Amministrazione di Washington sembra voglia già imporre dazi su alcuni prodotti europei, dagli scooter Vespa all’acqua minerale San Pellegrino e Perrier, fino ai formaggi più noti, ecc.

La Cina, essendo un colosso economico e politico, è in grado di trovare i necessari accomodamenti commerciali con gli Usa. Ma l’Europa, divisa e senza una vera politica economica unitaria, è purtroppo assai debole rispetto alle scelte e alle imposizioni americane. E rischia di pagare il conto più salato.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Storia del Primo Maggio. Origine e sviluppo

1 maggioDa quando il congresso costitutivo della II Internazionale (Parigi, luglio 1889) scelse il 1° maggio come festa dei lavoratori, la letteratura storica si è arricchita anno dopo anno. Molto si è scritto in prosa e in versi su questa ricorrenza, che accompagna l’intera storia del movimento socialista e infonde un senso di dignità alla classe lavoratrice. La proposta di festeggiare la prima domenica di maggio fu avanzata dal socialista belga Edouard Anseele nel congresso internazionale di Londra (novembre 1888). Ma la nascita ufficiale del 1° maggio fu stabilita dalla II Internazionale, che propose il carattere “festivo” come eccezionale momento di aggregazione dei lavoratori intorno a precise finalità di miglioramento delle loro condizioni materiali.
Dal 1890 il 1° maggio divenne così un rituale periodico, che unì la rivendicazione di specifici obiettivi politici e sindacali (le otto ore, la legislazione sociale, il suffragio universale) e significati simbolici di carattere generale in nome del riscatto degli oppressi nel segno del lavoro. In un numero unico intitolato “La festa del lavoro”, diffuso il 1° maggio 1890, si indicarono come obiettivi primari la legislazione del lavoro, la riduzione della giornata lavorativa e la garanzia di un adeguato salario. In un numero unico del 1891, firmato “I socialisti operai”, si proclamò quella ricorrenza come la più importante “festa cosmopolita”.
Con il passare degli anni, in particolare dopo la costituzione del Psi (agosto 1892), il 1° maggio assunse una risonanza che andò al di là delle intenzioni dei suoi promotori. Esso si ricollegò sempre a obiettivi come le otto ore o più tardi il suffragio universale, ma divenne il luogo simbolico in cui si riunivano il bisogno di ritrovarsi e la speranza di emancipazione. La pubblicistica (libri, opuscoli, numeri unici) e il largo spazio dedicato dai periodici socialisti puntavano su questa speranza di riscatto, presente in tutto il Paese senza alcuna distinzione territoriale.
Forse per questo motivo la festa del lavoro cominciò a preoccupare le autorità governative, le quali il 1° maggio 1898 proibirono in varie città italiane quella ricorrenza con il pretesto che essa potesse tradursi in un’agitazione contro il carovita. Gli incidenti più gravi si ebbero a Milano, dove la repressione raggiunse il culmine con la morte di cento operai e più di cinquecento feriti. Contro le misure liberticide, rivolte ad impedire l’organizzazione sindacale, la mobilitazione dei socialisti fu particolarmente forte alla fine del XIX secolo per assumere un atteggiamento meno intransigente con il loro successo elettorale del giugno 1900. Dietro il grande successo del Psi, che triplicò la propria rappresentanza politica, si aprì in Italia una nuova fase politica, durante la quale il movimento socialista saprà imporre il 1° maggio come riferimento generale per tutto il Paese.
Così nella cosiddetta “età giolittiana” la ricorrenza, anche per la lucida azione di Filippo Turati, non assunse più le sembianze di una sterile protesta, ma divenne ferma consapevolezza di una scelta riformista diretta ad elevare la coscienza operaia e a trasformare gradualmente i gangli vitali dello Stato. Con la nuova forza organizzativa dei sindacati, il leader milanese contrappose al rivoluzionarismo verbale e inconcludente un metodo riformista, che – seppure espresso in un linguaggio aulico – doveva operare una lenta erosione della “roccia” su cui poggiava “il dominio borghese” attraverso la riappropriazione di quanto il capitalismo sottraeva ai lavoratori “in termini di libertà e di benessere” (F. Turati, “I tre otto”, “Critica Sociale”, 1° maggio 1904).
Questo diffuso senso di riscatto sociale riecheggiò nell’iconografia socialista, che ricorse alla simbologia floreale o solare per indicare il riscatto dei lavoratori. Accanto al sole e al filone ad esso riconducibile (luce, calore), simboli della società da costruire, comparve ben presto la fiaccola intesa come allegoria della conoscenza e della verità; ma anche il garofano come a significare il risveglio della natura e la speranza in un avvenire migliore. Nelle giornate del 1° maggio i temi centrali, prima della guerra di Libia, riguardarono la lotta per il suffragio universale e per la conquista delle otto ore per poi spostare i suoi obiettivi durante quell’evento ai temi dell’antimilitarismo. Già in quell’occasione si puntò a una difesa dei valori pacifisti, che sfociarono in un fermo neutralismo durante gli anni del Primo conflitto mondiale. Dal 1° maggio 1916, la cui festa non venne celebrata per il divieto delle autorità, a quello successivo fu un continuo susseguirsi di agitazioni e di manifestazioni contro la guerra. Lo scoppio della rivoluzione russa offrì il pretesto al governo di impedire la festa del 1° maggio 1918, su cui i socialisti si limitarono a pubblicare sull’“Avanti!” una raccolta di testimonianze. La celebrazione si normalizzò l’anno successivo con la diffusione di un manifesto della direzione del Psi, con il quale si reclamò la smobilitazione completa, l’amnistia generale e la piena libertà nell’uso dei diritti politici e sociali.
Con l’avvento e il consolidarsi del regime fascista, si assistette a un tentativo di stravolgere il carattere progressista della festa e di manipolare dall’alto l’intrinseco significato allo scopo di costringere i lavoratori ad una obbedienza passiva verso le autorità. Il 1° maggio 1923 fu celebrato nell’illegalità, ma la repressione governativa non impedì che in alcune città esso fosse ricordato con l’astensione del lavoro. Nell’anno che trascorse a quello del 1925 la situazione politica precipitò nell’illegalità, denunciata alla Camera da Giacomo Matteotti e da altri socialisti riformisti. Il regime mussoliniano innestò nella celebrazione del 1° maggio elementi estranei ed antagonistici rispetto a quelli tradizionali del movimento socialista. E negli anni successivi, nonostante il divieto di celebrare il 1° maggio, l’opposizione al regime continuò nella clandestinità, sfidando i rigori del tribunale speciale. Dai rapporti inviati al Ministero dell’Interno dal 1927 al 1939, nella serie del 1° maggio, si colgono forme isolate e ricorrenti di dissenso, che dimostrano la solerzia con cui il regime operava per impedire ogni celebrazione. La festa del lavoro fu trasferita nei Paesi liberi ed assunse un significato di lotta per il ripristino delle istituzioni liberali. La situazione mutò negli anni della Repubblica, durante i quali il 1° maggio dei lavoratori divenne una libera manifestazione e un momento di aggregazione della classe lavoratrice.

Nunzio Dell’Erba

Migranti: nel mediterraneo, 42.974 arrivi e 962 morti

immigrazioneDall’inizio dell’anno 42.974 migranti e rifugiati sono giunti in Europa via mare e 962 sono morti: lo ha reso noto oggi a Ginevra l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). I dati sono aggiornati al 19 aprile. L’85% degli arrivi è stato registrato in Italia (36.703) ed anche il più alto numero di morti è segnalato sulla rotta del Mediterraneo centrale (898).

Il portavoce dell’Oim in Italia, citato in una nota, ha osservato che i 36.703 arrivi dall’inizio del 2017 superano di oltre 10.000 il numero degli arrivi registrato per lo stesso periodo nel 2015 e nel 2016. Per il 2017, i principali paesi di origine delle persone giunte in Italia sono Guinea, Nigeria, Bangladesh e Costa d’Avorio.

E in questo quadro l’Italia si distingue per essere la prima in Europa per la concessione della nazionalità ai migranti. Le tre nazionalità che più si sono viste riconoscere quella italiana sono albanesi, marocchini e romeni. Soni i dai che emergono da Eurostat per il 2015 e che indicano a livello Ue una tendenza costantemente in calo, con 840mila persone contro le 890mila del 2014 e le

980mila del 2013. L’Italia, nel 2015, ha concesso la cittadinanza a 178.035 persone, di cui il 19,7% albanesi, il 18,2% marocchini e l’8,1% romeni. Secondo Paese per più nazionalità concesse la Gran Bretagna con 118mila, poi la Spagna con 114.351, la Francia 113.608, e la Germania con 110.128.

L’Italia risulta essere inoltre il Paese dell’Ue che più ha concesso la nazionalità a marocchini (37,7% delle nazionalità totali concesse dai 28), agli albanesi (72,6%), ai romeni (50,7%), ai cittadini del Bangladesh (51,6%), ai filippini (28,9%), ai senegalesi (42,8%), ai ghanesi (38,6%), ai serbi (30,2%) e agli egiziani (56,7%).

Ma quando si parla di migranti, si parla anche di diritti. Infatti il trattamento dei richiedenti asilo e soprattutto dei minori Migranti continua a destare “preoccupazione in molti paesi d’Europa”. L’allarme viene lanciato dall’agenzia Ue per i diritti fondamentali. Secondo l’ultimo rapporto dell’organismo, incaricato dalle istituzioni comunitarie di monitorare la situazione in termini di rispetto dei diritti fondamentali, “i minori non accompagnati ricevono spesso un sostegno limitato: salute e benessere peggiorano e si segnalano tentativi di suicidio quando vengono trasferiti o semplicemente avvicinati da un adulto”. A porre problemi sono anche i metodi utilizzati per verificare l’età dei minori, oltre alla mancanza di competenze da parte delle persone incaricate di occuparsene. Ma le preoccupazioni non riguardano solo i minori: il rapporto fa notare che esistono problemi in termini di sovraffollamento delle strutture di accoglienza, mancanza di infrastrutture e servizi adeguati e di un crescente utilizzo della detenzione per i richiedenti asilo. Non c’è un’assistenza medica sufficiente soprattutto per le malattie mentali (ansia e depressione sono frequenti fra i richiedenti asilo) e il diritto alla privacy, soprattutto quella delle donne, non viene sempre rispettato. Infine, resta alta la preoccupazione per la diffusione di argomenti di propaganda contro i Migranti, con incitamento all’odio soprattutto attraverso siti internet e social network. Il fenomeno, sottolinea il rapporto, è particolarmente allarmante nei Paesi Bassi, dove circa un quinto dei “discorsi d’odio” che si trovano online ha come obiettivo i Migranti.

La separazione bancaria approda alla Camera

monte-paschi-bancaLa Commissione Finanze della Camera ha iniziato la discussione sulle proposte di legge relative alla separazione tra banche ordinarie e banche d’affari. Le varie proposte sono accomunate dalla medesima finalità fondamentale, la salvaguardia e la tutela del risparmio dei cittadini.

In generale le banche che svolgono attività di “commercio in proprio” di strumenti finanziari non dovrebbero svolgere anche le attività di raccolta del risparmio tra il pubblico né effettuare l’esercizio del credito.

In alcune proposte opportunamente si fa riferimento alla legge Glass-Steagall che venne introdotta negli Usa dal presidente Roosevelt nel 1933 per combattere la speculazione e impedire l’utilizzo del risparmio delle famiglie in operazioni ad alto rischio da parte delle banche.

Il tema della separazione è diventato da tempo oggetto di discussione a livello mondiale, ma in Italia si è imposto soprattutto dopo il gennaio 2016 quando i governi europei, anche il nostro, hanno sottoscritto l’obbligo di applicare il “bail in” in caso di dissesti bancari. Per coprire i buchi dei fallimenti bancari la nuova norma impone di rivalersi sugli azionisti, sugli obbligazionisti e sui depositi oltre i 100.000 euro .

E’ il passo obbligato dopo l’approvazione del decreto legge relativo alle “Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio”. C’è da sperare che la Camera concluda in tempi brevi l’iter legislativo del provvedimento in questione.

Intanto i dati riguardanti la salute del sistema bancario, evidenziati dalla Banca d’Italia, devono far riflettere. Si evince che il 70% delle sofferenze bancarie, pari a 140 miliardi di euro su un totale di 210, è in mano al 3% dei debitori! Il che significa che il restante 97% dei debitori detiene solo il 30% delle sofferenze bancarie.

Non possono essere, quindi, le famiglie e le pmi a pagare per le sofferenze succitate. I responsabili sono i grandi gruppi e le grandi imprese. E’ chiaro che le sofferenze sono state determinate dai prestiti facilmente concessi a chi evidentemente ex ante non era degno di credito. Continuiamo a ritenere indispensabile il puntuale accertamento delle responsabilità specifiche degli amministratori e del management delle singole banche.

Le perdite accumulate dalle cinque banche a rischio fallimento, in primis il Monte dei Paschi di Siena, sfiorano i 20 miliardi di euro, quasi pari a una manovra finanziaria. Purtroppo si calcola che dal 2013 i risparmiatori abbiano perso almeno 30 miliardi dei loro risparmi, più di 10 miliardi sarebbero stati persi solo dai 200 mila azionisti delle due banche popolari venete.

Rispetto al problema delle sofferenze il governo e le autorità sembrano navigare ancora a vista. Secondo noi, bisognerebbe considerare le esperienze altrui. In Germania, per esempio, nel caso della Erste Abwicklungsanstalt, l’agenzia centrale creata per far fronte alle sofferenze bancarie tedesche, lo Stato ha recuperato quasi tutti i 246 miliardi di non performing loans. Berlino non solo ha fatto una rigorosa analisi delle cause ma ha anche accertato le responsabilità. Naturalmente sono state realizzate le opportune politiche per la crescita dell’economia reale.

Si ricordi che, dopo l’esplosione della crisi finanziaria globale, per stabilizzare i relativi sistemi bancari nazionali, la Germania spese 238 miliardi, la Spagna 52 e gli Stati Uniti 426. Purtroppo l’Italia non si attivò in merito prima dell’entrata del bail in.

In conclusione si può affermare che, eliminate le varie degenerazioni, il sistema bancario italiano non sarebbe in pessime condizioni. Infatti il livello degli impieghi sul totale degli attivi, cioè i prestiti che le banche fanno sul totale delle loro attività, è quasi del 70%, mentre in Germania sarebbe del 56%. Inoltre i livelli dei derivati in Italia, sul totale degli attivi, sono meno del 10% a fronte di una media Ue del 20%, mentre in Germania essi arrivano al 34%.

L’argomento della separazione bancaria e della difesa del risparmio è troppo importante perché diventi materia per un ulteriore scontro elettorale ed ideologico. Potrebbe invece diventare un campo di fruttuosa cooperazione, mostrando che il bene comune è superiore agli interessi partitici o di bottega. Sarebbe anche un modo concreto per mostrare che in Italia vi sono anche degli statisti e non solo dei politicanti.

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia **economista

Merlin. Contro la ‘tolleranza’ delle discriminazioni

merlinLina Merlin è ricordata da tutti come colei che fece chiudere le ‘case chiuse’ in un’epoca in cui il nostro Paese si distingueva per la discriminazione di genere e soprattutto per aver finito con il relegare ‘alcune’ donne a prestanza sessuale. Ma la Merlin non chiuse solo i bordelli, a lei l’Italia deve la scomparsa dei figli di NN e l’inserimento nell’articolo 3 della Costituzione del principio “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso”.
Lina Merlin, partigiana socialista, componente del CNL, tra le 21 donne dell’Assemblea Costituente e unica donna eletta al Senato nella seconda legislatura, svolse infatti proprio a Palazzo Madama tutte le proprie battaglie per i diritti delle donne, con l’approvazione di leggi fondamentali, tanto da essere soprannominata “la senatrice”. Oggi è stata ricordata nella Sala Nassirya del Senato in occasione del 130esimo anniversario della sua nascita, nel quale sono state illustrate le iniziative culturali e politiche per la sua commemorazione, tra cui la proposta di dedicare a Lina Merlin un busto nella galleria del Senato.
convegno merlinAlla conferenza stampa erano presenti la capogruppo del Psi alla Camera Pia Locatelli, la senatrice del Pd Laura Puppato, la presidente del Comitato “Lina Merlin” Paola Lincetto, la giornalista Anna Maria Zanetti, la vicepresidente della Fondazione Anna Kuliscioff Marina Cattaneo.
“Non sono così ingenua da pensare di voler abolire la prostituzione. La legge dello Stato non deve però tollerare il traffico delle donne e l’iscrizione in liste dalle quali non si può più uscire”, così la senatrice in un’intervista a Enzo Biagi esponeva le sue motivazioni a una legge che prese in seguito il suo nome.
Nel 1958 la proposta Merlin divenne legge e la svolta decisiva fu quando la senatrice minacciò di rendere noti i nomi della classe medica e dei tenutari che guadagnavano sui bordelli. Pia Locatelli, capogruppo Psi alla Camera, però tiene a precisare: “La fama ottenuta con la legge che chiuse i bordelli ha oscurato altre parti della sua storia altrettanto importanti: l’articolo 3 della Costituzione e l’abolizione dei figli di NN. Mi piace onorare la sua memoria, proprio in tempi in cui alcuni vorrebbero considerare i ‘sex worker’ lavoratori come gli altri. La legge Merlin è tuttora una delle migliori d’Europa”.
Pochi sanno poi che la senatrice Merlin è stata anche un’antifascista che ha combattuto contro ogni ingiustizia. Maestra elementare perse la cattedra perché rifiutò l’adesione al Partito fascista. Dal 1919 era infatti iscritta al Psi, venne arrestata 5 volte e fece 4 anni di confino in Sardegna e fu amnistiata solo per il matrimonio del re con Maria José. Con Pertini e Basso poi partecipò all’insurrezione di Milano e fece parte del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Lina Merlin fu anche la prima donna a parlare al Senato e il suo intervento, il 10 giugno 1948, fu in difesa di un bracciante 24enne ucciso dalla Polizia.

Il Senato commemorerà Lina Merlin il prossimo 13 giugno nella sala Zuccari. A ottobre ci saranno convegni anche all’Archivio di Stato di Rovigo, Milano e nel nuorese, dove visse da confinata. È in via di ampliamento anche il libro di Anna Maria Zanetti ‘La senatrice Lina Merlin, un ‘pensiero operante”, edito da Marsilio.


Riportiamo qui di seguito il capitolo su Lina Merlin del libro di Ugo Intini sulla storia dell’Avanti!

L’antenata delle battaglie sul costume: l’abolizione delle case chiuse.
Si conclude qui la fase più intensa e innovativa di un lungo cammino iniziato dalla Kuliscioff e dalle donne socialiste all’inizio del secolo. Che certo continuerà a lungo, tra alti e bassi, perché l’emancipazione femminile, specialmente per quanto riguarda il terreno del lavoro, partita in ritardo, sarà sempre in Italia al di sotto dello standard europeo. Ma le battaglie sul costume non sono soltanto quelle più importanti e note, come il divorzio, la contraccezione e l’aborto. L’arretratezza della nostra società, nel dopo fascismo, è tale da ricordare gli aspetti dei Paesi islamici che sarebbero stati rimproverati dall’Occidente negli anni 2000.
Soltanto nel 1955, per iniziativa della senatrice socialista Lina Merlin, viene cancellata sui documenti personali la umiliante scritta NN per gli orfani dei quali non si è individuata la paternità. Soltanto nel 1969, viene eliminata la normativa che punisce penalmente l’adulterio. Anche qui non per una decisione del Parlamento, ma per iniziativa della Corte Costituzionale. L’Avanti!, entusiasta, può titolare. “Adulterio e concubinato non sono più perseguibili”. Spiegando che la Corte ha potuto intervenire perché il codice trattava in materia le donne più severamente degli uomini, e quindi contravveniva al principio della parità dei cittadini di fronte alla legge. L’opinione pubblica, che ricorda i tanti casi clamorosi come quello della persecuzione penale per “adulterio” contro Fausto Coppi e la sua “dama bianca”, approva.
Nel 1963, la senatrice Giuliana Nenni presenta la prima proposta di legge per cancellare il cosiddetto “delitto d’onore”, ovvero la legislazione che permette a mariti, fratelli e padri gelosi o possessivi di uccidere le mogli, le sorelle e le figlie subendo pene irrisorie. La si riproporrà in tutte le legislature successive, ma il Parlamento abolirà questa norma anacronistica e vergognosa soltanto nel 1981.
Per quanto riguarda la presenza delle donne nelle istituzioni, soltanto nel 1955 vengono ammesse nelle giurie popolari e nei tribunali minorili. L’Avanti!, sotto il titolo “Sul banco dei giudici”, la considera una prima conquista. “È un ulteriore frutto della politica delle cose, che erode tutto quanto sia al tempo stesso anacronismo e conservazione”- scrive la futura deputata e sottosegretario Maria Vittoria Mezza. Ma bisognerà aspettare il 1963 per vedere il primo concorso per l’ingresso nella magistratura ordinaria aperto alle donne.
L’inizio concreto di questo lungo cammino per il rinnovamento del costume, la prima vera conquista per la liberazione della donna, si può far risalire (e qui si arriva alla antenata di tutte le battaglie) al 1958, quando vengono finalmente abolite le case chiuse gestite dallo Stato. Questa decisione di enorme significato simbolico porta il nome di Lina Merlin, è il risultato di una mobilitazione dei socialisti e dell’Avanti! che risale alla nascita stessa del partito e del giornale. La protagonista è cresciuta nel culto di Matteotti(è senatrice della sua stessa città, Rovigo) e della Kuliscioff. Nella stagione in cui diventa famosa, ha l’aspetto di una mite insegnante di scuola (quale è). Di una anziana, fragile zia dai capelli bianchi. Ma è una donna di ferro. Vedova a 48 anni(nel 1936) di un militante socialista, ne continua l’impegno a Milano. Viene arrestata più volte, si fa cinque anni di confino, partecipa con coraggio alla resistenza armata, conosce nelle carceri e nei luoghi della miseria le prostitute. Appena eletta al Senato, nel 1948, inizia la lotta per la cancellazione della “prostituzione di Stato” che si concluderà dieci anni dopo, nel clima politico più favorevole determinato dalla fine del frontismo e dall’avvicinarsi dei socialisti alla Democrazia Cristiana. Nell’ottobre 1949, illustra la sua legge in aula con un discorso appassionato, che scuote le coscienze e entra nella storia del costume italiano. L’Avanti! apre la prima pagina con un grande titolo. “Il dramma sociale della prostituzione nell’impressionante requisitoria di Lina Merlin. Bambini nelle case di tolleranza di Napoli. Una potente organizzazione esercita lo sfruttamento”(44). La eco è enorme. Il giorno dopo l’Avanti!, che ha quattro sole pagine, ne dedica una intera alla pubblicazione del discorso della senatrice. Che resta affisso per mesi nelle bacheche delle piazze e sui muri delle sezioni. “Lo sfruttamento delle prostitute-dice il titolo- piaga e vergogna dell’Italia”. La Merlin attacca a testa bassa l’ipocrisia e il maschilismo nazionali. Non si aspettava un’aggressione così violenta dei “benpensanti”. “Pensavo- spiega- che nella maggior parte degli italiani fossero instaurati quei principi di libertà e di giustizia sociale che la nostra Costituzione afferma con tanta solennità. Invece, articoli su quotidiani e periodici, interviste e lettere mi si sono riversate addosso. Le lettere avverse sono venute a ondate, con l’irruenza degli aeroplani nemici in tempo di guerra. La settimana passata è stata la volta dei colonnelli in pensione, come c’è stata la settimana degli ingegneri, quella dei medici, dei sociologi e, persino, la settimana dei giovani coscienti ed evoluti. Dal che posso desumere che le varie categorie sono state organizzate preventivamente. Difatti persone appartenenti a vari strati sociali, di varia cultura ed incultura, mi hanno elargito lezioni, contro progetti, sarcasmi, insulti, minacce, non si sono risparmiati neppure i miei vivi e i miei poveri morti”. La Merlin non è una moralista. Vorrebbe uomini “né monaci, né don Giovanni e neppure, come intermedio, filistei”. Non pretende di sradicare la prostituzione, ma di finirla con uno Stato che ne è esso stesso sfruttatore e organizzatore: caso ormai unico tra i Paesi civili. Contesta che la regolamentazione dello Stato diminuisca le malattie veneree e porta a esempio la Francia, dove le case chiuse sono state cancellate da tempo senza alcun danno per la salute. Denuncia la complicità della polizia con i tenutari, che favorisce la criminalità comune, lo sfruttamento da parte dei magnacci e trasforma, ciò che è peggio, le case chiuse in spacci clandestini di stupefacenti tollerati dalle autorità. Descrive l’abiezione dei luoghi “dove, per un prodigio di alchimia moderna, la carne umana si trasforma in oro”.
La Merlin sa cosa significa essere vista e trattata come una prostituta, perché quando era in carcere chi non la conosceva la scambiava per tale. Scuote i colleghi con un ricordo preciso. “Ho sempre- dice -il ricordo di un viaggio di prigione in prigione, di cellulare in cellulare, con la lunga teoria di ergastolani,54, a cui mi si era accomunata. E quando io giungevo in una stazione, tutti i viaggiatori fissavano i loro occhi curiosi su di me. Pareva, a quei miei tristi e infelici compagni di viaggio, che mi si credesse una di quelle disgraziate, spesso tradotte dalla polizia per infrazioni ai regolamenti. Ed allora, uno di quegli ergastolani levò i polsi incatenati, con una mano resse il suo fardello e con l’altra mi fece un cenno di saluto e gridò con forza: è una prigioniera politica!. E con queste parole intendeva purificare me, donna, dinanzi agli occhi dei maligni e dei curiosi”. “Ora -continua la Merlin nel silenzio più assoluto- dopo la tormenta, sono arrivata fin qui e anch’io sento il dovere di porgere la mano a chi è caduto”. “So- conclude- di aver sollevato un problema che per pudore o ipocrisia o indifferenza l’opinione pubblica lasciava nell’oblio. In questo anno di lavoro intorno alla mia legge ho sollevato con pena infinita il velo che copre tante brutture, tante terribili cose che ignoravo. Vi sono problemi più importanti da risolvere, si dice a gran voce dagli egoisti. No, signori, non vi è tema più importante di quello di una società che scricchiola sotto l’impalcatura fradicia di uomini corrotti e della donna schiava di una ingiustizia che raggiunge l’obbrobrio sanzionato dalla legge”(45).
Il discorso della Merlin è un pugno nello stomaco dell’Italia benpensante. Sembra che la stragrande maggioranza dei parlamentari la appoggi. E invece già un anno dopo l’Avanti!, sotto il titolo “Spalancare le persiane chiuse”, denuncia che l’insabbiamento è riuscito e che la legge appare irrimediabilmente bloccata(46). La Merlin non si rassegna. Migliaia di prostitute le scrivono raccontando le storie vere, semplici e umane, tristi o tragiche che si svolgono dietro quelle “persiane chiuse”. Le raccoglie in un libro che scrive a quattro mani insieme a Carla Barberis(la già ricordata moglie di Pertini, collaboratrice del quotidiano socialista) e che viene pubblicato nel 1955 con un enorme successo dalla casa editrice Il Gallo-Avanti!. A ogni nuova legislatura, la battaglia socialista riprende e infine, nel gennaio 1958, viene vinta. Contro l’abolizione delle case chiuse, votano contro, in Parlamento, solo i missini e i monarchici. La grande stampa dà scarso rilievo a un avvenimento che segna il costume nazionale e non lo commenta neppure con una riga. Intellettuali e giornalisti non risparmiano in altre sedi i loro sarcasmi. Come ad esempio Montanelli, il quale nel 1956 pubblica un libro di successo, tra il serio e il faceto, tutto sul filo del paradosso, intitolato “Addio Wanda”, nel quale si legge. “In Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli:la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre fondamentali istituzioni trovavano la più sicura garanzia”. D’altronde, continua, “i bordelli erano le uniche istituzioni italiane in cui la Tecnica venisse rispettata e la Competenza riconosciuta”(48).
Nell’estate del 1959, dopo sei mesi dall’approvazione della legge, si chiudono le case che ospitano tremila prostitute(le schedate sono seimila e le irregolari centinaia di migliaia). Nei quartieri cittadini e nei centri di provincia, i maschi non scrutano più avidamente ogni “quindicina” il patetico convoglio delle donne che sfilano in questo modo (un tempo in carrozza, adesso in pullman) lungo le strade per farsi notare e arrivano infine davanti al bordello dove danno il cambio alle loro colleghe, in una eterna rotazione. Finisce un rito, una letteratura, la simbologia di una Italia arretrata anche civilmente. Lo Stato continua a dispensare chinino, sale e tabacchi, ma non più prostitute. L’Avanti! festeggia. La protagonista della lunga battaglia commenta con due fondi, nei quali ormai parla di legge Merlin come se la Merlin non fosse lei stessa. È passata alla storia del costume ma, con semplicità e modestia, scrive. “Quale vantaggio verrà all’Italia? Nessuno può negare che uno scossone abbastanza vigoroso è dato a una struttura purulenta, che pone la donna a un livello inferiore, mentre essa è pur entrata nel ciclo produttivo, con enorme vantaggio per l’economia del Paese. Quale vantaggio verrà al socialismo? Quello di avere conquistato nuovo slancio, continuando la sua migliore tradizione emancipatrice degli oppressi, col porgere la mano alle più povere, alle più reiette. E non mi pare cosa da poco”.

Cicchitto: lavoro a intesa
fra area di centro e Psi

fabrizio cicchitto

Intervista a Fabrizio Cicchitto,  Presidente della III Commissione (Affari Esteri e Comunitari) della Camera dei deputati e capogruppo di ALTERNATIVA POPOLARE-CENTRISTI PER L’EUROPA-NCD. 

Onorevole Cicchitto, il suo intervento è stato molto applaudito al congresso del PSI. Non pensa di poter ritornare con loro ora che il centro sembra tramontato?

La mia cultura politica è laica, riformista, liberal-socialista. Poi dopo la distruzione del PSI per via mediatico-giudiziaria ho ritenuto che l’impegno politico più efficace per bloccare il giustizialismo del PDS fosse Forza Italia. La mia attuale collocazione politica in Alternativa Popolare discende da quella scelta. Adesso sto lavorando perché si possa stabilire un’intesa federativa fra l’area di centro e il PSI guidato da Nencini.

Lei pensa che il governo Gentiloni avrà una navigazione tranquilla? Oppure deve temere anche i risultati delle primarie del pd?

Mi auguro che nessuno sia così irresponsabile da mettere in crisi il governo Gentiloni. A fronte della pericolosa iniziativa di stampo populista e protestatario del M5S, alla deriva lepenista del centro-destra, alle contraddizioni esplose nel PD, l’Italia può basarsi su due punti di riferimento: il presidente della Repubblica Mattarella e il governo Gentiloni. Ci auguriamo che nessuno del PD pensi di giocare carte destabilizzanti per arrivare a elezioni anticipate come una sorta di rivincita nei confronti dei risultati del referendum, anche perché sarebbe probabile una riperdita. I riflessi di questa azione sull’economia e sull’equilibrio finanziario del paese potrebbero essere devastanti. Inoltre al M5S e al lepenismo della Lega si può rispondere solo con l’azione del governo per la crescita.

L’ex premier Letta ha dichiarato che voterà alle primarie del Pd e voterà Orlando. Secondo lei tornerà alla politica attiva? E Orlando potrebbe essere l’uomo della pacificazione a sinistra?

Rispetto al congresso del PD ho una posizione di attesa. Il punto fondamentale è capire qual è la linea reale di Renzi sul piano politico (quali alleanze e quale rapporto col governo) e sul piano programmatico (impegno per la crescita, taglio per la spesa pubblica per favorire la riduzione della pressione fiscale, le privatizzazioni in funzione degli investimenti e del debito, resistere o meno alla linea conservatrice della CGIL).

Secondo lei l’Italia come ha usato la flessibilità concessa dall’Europa? Ci sono delle responsabilità perché le cose non sono andate nella direzione auspicata?

Il governo Renzi ha fatto una serie di cose giuste, dal Jobs Act, ad una parziale riduzione della pressione fiscale sulle imprese, ad una serie di altri provvedimenti. Il limite è stato costituito dalla scarsa incisività nella spending review e nel fatto che alcune risorse sono state disperse in bonus di stampo elettorale. Ma si è trattato a mio avviso di peccati veniali. Adesso però il governo Gentiloni è di fronte a compiti assai impegnativi e non si può negargli la mano dicendo no a tutto, no alle tasse, no ad ogni privatizzazione.

Proporzionale o no, sulla legge elettorale sembra che i partiti prendano solo tempo. Crede che davvero si riuscirà a trovare un’intesa su un sistema che renda omogenei sistemi di Camera e Senato?

Mi auguro che si trovi una larga intesa. Si può lavorare con un proporzionale accompagnato da un “premietto di maggioranza”, ma ciò si intreccia con le scelte di linea politica del PD: è un po’ poco fare il congresso solo su Renzi si, Renzi no, come di fatto sta avvenendo.

Testamento biologico, lei ha dichiarato che voterà in dissenso dal suo gruppo. Quanto pesano i temi etici sulle scelte dei politici?

Per me molto, ma in senso personale e individuale. Sui temi della bioetica non c’è disciplina di partito che tenga, né in un senso, né in un altro. Ma anche i laici in quanto tali o gli stessi cattolici possono dividersi a seconda delle sensibilità personali. Io, per esempio, condivido in materia di eutanasia e di suicidio assistito quello che ha scritto Umberto Veronesi. Nel contempo, però, ho il massimo rispetto per chi fa una scelta di segno opposto. Penso a quello che ha scritto Socci su sé stesso e sua figlia o ad altre esperienze. La legge non può imporre scelte né in un senso né nell’altro. Bisogna offrire una strada sia a chi voglia resistere in condizioni di estrema menomazione sia a chi arrivato ad un certo punto ritenga che la vita non valga più la pena di esser vissuta. Affrontiamo di petto il problema: è più umano e civile dare la possibilità di scegliere la via della sedazione a chi reputa di non poter più andare avanti o girare ipocritamente la testa dall’altra parte quando una persona si toglie la vita in modo traumatico buttandosi da una finestra o sparandosi un colpo di pistola? A mio avviso bisogna offrire una strada sia a chi vuole resistere ad ogni costo, sia a chi vuole abbandonare una vita ritenuta improponibile. Al fondo di queste valutazioni c’è anche una scelta culturale di stampo liberale-illuminista. Alla Camera ho ricordato l’art. 4 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo della Rivoluzione francese del 1789: “La libertà consiste nel potere fare tutto ciò che non nuoce ad altri”.

Ida Peritore

L’Europa dopo le elezioni
in Francia e Germania

Pierre-Yves Le Borgn

Pierre-Yves Le Borgn

Un terremoto elettorale rischia di stravolgere gli equilibri politici in Europa. I prossimi mesi non saranno segnati solo dalle elezioni presidenziali e legislative in Francia e da quelle federali in Germania, ma si voterà anche in Norvegia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia e Portogallo. Senza dimenticare le elezioni locali in Regno Unito, che promettono di portare a galla tutte le tensioni del post-Brexit e l’Italia, dove si voterà al più tardi nel 2018.

Mai come prima d’ora il processo di integrazione europea è stato tanto al centro della contesa elettorale. L’Europa è diventata un tema su cui si costruiscono le campagne e si impernia il dibattuto politico.

Quale sarà il volto dell’Europa dopo le elezioni in Francia e Germania? La domanda sta facendo il giro del continente. Hanno provato a rispondervi mercoledì scorso, a Strasburgo, presso l’Associazione Parlamentare Europea, Günter Krichbaum (Cdu), presidente della commissione affari esteri del Bundestag, e Pierre-Yves Le Borgn’ (Partito Socialista), presidente del gruppo di amicizia franco-tedesco all’Assemblea Nazionale, giunti nella capitale europea per discutere con un gruppo di eurodeputati di vari schieramenti politici.

La situazione politica in Germania e Francia è molto diversa. “Nel prossimo Bundestag, più dell’80% degli eletti sarà europeista. Questo è un segnale di speranza”, ha dichiarato Krichbaum. Lo stesso, però, non si può dire in Francia. A tal proposito, Pierre-Yves Le Borgn’ ha lamentato che “secondo i sondaggi, più del 50% degli elettori sarebbe pronto a votare al primo turno per un candidato che è contro l’euro e l’Unione europea, come Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, che mettono apertamente in discussione le quattro libertà fondamentali (di circolazione di persone, di merci, servizi e dei capitali, ndr) dell’Unione europea”.

Sono tante le sfide che minacciano il futuro dei cittadini europei. C’è la guerra in Ucraina, la situazione fragile in Turchia, il dramma in Siria, la Brexit da gestire e il cambiamento climatico che causa l’esodo di migliaia di persone verso l’Europa. La situazione di profonda incertezza è responsabilità anche degli Stati Uniti. “Una volta il segretario di Stato americano, Henry Kissinger, si chiedeva ironicamente quale fosse il numero dell’Europa. Oggi la situazione si è invertita. Non sappiamo cosa attenderci degli Stati Uniti: l’amministrazione parla spesso in modo diverso da Trump”, ha riconosciuto il presidente della commissione affari esteri del Bundestag.

“All’incertezza si deve rispondere con più Europa”, hanno concordato il deputato Cdu e quello socialista. “I cittadini europei sono il 7% della popolazione mondiale e a fine secolo saranno solo il 4%… Se vuoi andare veloce vai da solo, ma se vuoi andare lontano vai in compagnia”, ha suggerito Krichbaum, criticando la scelta dei britannici di lasciare l’Unione e, in particolare, la decisione dell’ex premier David Cameron, di indire un referendum. “C’è differenza tra un capo di stato e uno statista. Se dopo la guerra fosse stato chiesto ai francesi di esprimersi sulla possibilità di collaborare con la Germania nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio, questi avrebbero probabilmente detto di no. I leader politici di quel periodo fecero delle scelte coraggiose, David Cameron no”, questo il verdetto del deputato tedesco.

Non è solo Cameron ad aver commesso degli errori. Negli ultimi anni, anche l’alleanza franco-tedesca, vero motore del processo di integrazione, ha dato segni di inceppamento. La responsabilità, secondo Krichbaum, sarebbe in buona parte dell’attuale presidente francese, François Hollande. “Hollande ha sofferto a causa di un bassissimo indice di gradimento tra la popolazione e questo gli ha impedito di portare avanti i suoi programmi – questa l’analisi del deputato tedesco – In Europa bisogna dividersi i compiti. Se la Francia è debole, gli altri Paesi hanno l’impressione che sia solo la Germania a dare la carte”.

Chi sarebbe allora il candidato ideale a rilanciare l’intesa franco-tedesca? “Emmanuel Macron”, rispondono all’unisono Krichbaum e Le Borgn’. “Macron ammira il dinamismo dell’economia tedesca e, se eletto, ricercherà delle soluzioni economiche nel segno della coalizione esistente o, in caso di sconfitta della Merkel, con un governo guidato da Martin Schulz”, ha dichiarato Le Borgn’, uno dei tanti socialisti che hanno scelto di stare con Macron e non con il candidato ufficiale del partito, Benoît Hamon. Le Borgn’ ha riconosciuto che le divisioni interne al suo partito hanno radici lontane e rimontano alla deindustrializzazione che ha preso piede negli anni Ottanta.

Anche Krichbaum ha speso parole di elogio per candidato di En Marche. “Macron, con la legge che porta il suo nome, è stato l’unico in Francia che ha tentato di fare riforme. In Francia i sindacati sono meno cooperativi che in Germania e spesso bloccano lo sviluppo della competitività. È nell’interesse di ogni Stato membro cercare di aumentare la propria competitività. Bisogna smetterla col dire che lo facciamo perché è la Germania o l’Unione europea che ce lo chiede”, ha messo in chiaro il deputato cristiano-democratico.

L’Unione europea deve ripartire dal motore franco-tedesco e deve farlo approfittando dello spazio di manovra offerto dai trattati esistenti. Sia Il deputato francese che quello tedesco hanno elogiato il concetto di doppia velocità, secondo cui gli Stati membri desiderosi di procedere verso un’integrazione più stretta avrebbero ogni diritto di farlo. “Dobbiamo però stare attenti a non frammentare l’Unione”, ha messo in guardia Krichbaum.

La maggior parte degli eurodeputati presenti all’incontro non ha sollevato particolari obiezioni alle parole di Krichbaum e Le Borgn’. Con l’eccezione di Roger Helmer, eurodeputato dell’UKIP, il partito che più di tutti ha fatto campagna per la Brexit.

“Qui tutti dicono che per essere forti sulla scena mondiale bisogna essere grandi e integrati, ma non è necessariamente così. Guardate Singapore e la Corea del Sud – ha provocato il britannico – il Regno Unito una volta fuori dall’Unione sarà il più grande acquirente di prodotti europei. Se non troveremo un accordo, a restare senza lavoro saranno tanti lavoratori tedeschi, francesi o belgi. È nel vostro interesse negoziare un accordo di libero scambio con noi, molto più di quanto lo è istituirne uno con Canada e Corea del Sud”.

E ricordate: “Noi concluderemo un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti prima di voi”, questo lo schiaffo finale dell’eurodeputato britannico.

Onu, trattato per messa al bando di armi nucleari

Il 23 dicembre la Conferenza delle Nazioni Unite ha deciso di adottare una risoluzione (la A/RES/71/258) per proibire ed eliminare le armi nucleari. La votazione però non è stata adottata con voto unanime dall’Assemblea generale: tra i paesi che hanno espresso voto contrario o che si sono astenuti molti di quelli in possesso di ordigni nucleari, da Cina e Russia a potenze nucleari emergenti come India e Pakistan, ma anche (e questo avrebbe dovuto sorprendere) paesi come Francia, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Australia, Israele, Giappone, Corea del Sud e molti altri paesi europei. Nonostante il boicottaggio di molti paesi, la mozione è stata approvata. Per questo nei giorni scorsi si sono tenuti i primi incontri per definire i contenuti del trattato. La sessione si è svolta in una sala vuota: ben quaranta nazioni hanno deciso di non partecipare ai lavori per il trattato sul nucleare considerando irrealistico lo scenario del disarmo.


 

TRATTATO-DI-MESSA-AL-BANDO-DELLE-ARMI-NUCLEARI-002Gli applausi hanno caratterizzato l’inizio della giornata in cui il Presidente della conferenza per i negoziati su un trattato di messa al bando delle armi nucleari, l’Ambasciatore Elayne Whyte della Costa Rica, ha aperto i lavori. Applausi a scena aperta anche alla fine della giornata, quando ha dichiarato concluso il primo incontro. Chiaramente, sia i diplomatici che gli attivisti sono entusiasti di questo trattato.

O almeno dovrebbero. Come ha dichiarato l’Ambasciatore irlandese Patricia O’Brien nel suo intervento, questo “è un punto cardine nelle nostre relazioni internazionali, è il momento di fare bilanci e onorare la testimonianza del passato, di decidere che tipo di presente desideriamo vivere e quale tipo di eredità vogliamo lasciare alle generazioni future.” Ha affermato: “Qui non stiamo soltanto scrivendo un trattato nuovo e complementare, ma abbiamo anche l’opportunità di scrivere una nuova storia e, così facendo, di creare un nuovo futuro, più stabile, più sicuro e più equo per tutti.”

Questo è il punto cruciale del trattato di messa al bando delle armi nucleari. Sono in corso i negoziati, che si basano più sul coraggio e sulla speranza che sulla paura e l’ineguaglianza. Si tratta di un atto in cui gli stati e la società civile si uniscono per opporsi al potere e alla violenza e per affermare: creeremo un mondo diverso, che vi piaccia o no.

Il primo giorno dei negoziati non poteva andare meglio. Molte delegazioni hanno fornito spiegazioni eloquenti della loro fiducia e delle loro speranze in questo trattato. Diversi hanno spiegato nel dettaglio (in molti casi per la prima volta) quello che considerano il proposito principale del trattato in termini di divieti, mettendo più che mai alla luce le possibilità di questo strumento. La stragrande maggioranza dei paesi vuole chiaramente un forte trattato globale di divieto, che copra una vasta gamma di attività legate alle armi nucleari e che si ritagli lo spazio per i futuri negoziati sul disarmo nucleare e le misure di verifica correlate.

Questo spazio è un segno per gli stati dotati di armi nucleari che abbiamo fiducia in questo trattato. Che lo riteniamo efficace nella sua trasformazione normativa, legale, politica, economica e sociale dell’ordine mondiale nucleare e che contribuirà a costringerli a eliminare le loro armi di genocidio.

La maggior parte di noi – diplomatici, attivisti e accademici – ha dovuto vivere nello spazio creato per noi dagli stati dotati di armi nucleari, che hanno deciso di avere il potere e l’autorità per determinare quando e dove elimineranno le armi nucleari. Finora, i loro obblighi e impegni sono pari a zero e ora uno degli stati con i più grandi arsenali sta rivalutando se considerare il disarmo un “obiettivo realistico” che continuerà anche come impegno retorico. Eppure, questi stati hanno controllato la letteratura e anche gran parte degli studi accademici per così tanto tempo che la maggior parte del mondo crede che abbiano il diritto e la legittimità di farlo.

Ma non ce l’hanno.

Lunedì mattina, un rappresentante del governo di Trump si trovava fuori dalla Sala dell’Assemblea Generale per sminuire i partecipanti che negoziano questo trattato. L’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, che dovrebbero essere la sede principale del multilateralismo e della ricerca della pace e della sicurezza cooperative, ha denunciato i negoziati e ha suggerito che gli stati che perseguono questo trattato non hanno in mente la sicurezza dei loro cittadini.

Naturalmente, è vero il contrario. Questo trattato, e in senso più ampio il perseguimento del disarmo nucleare, consiste proprio nel cercare di proteggere i civili dai pericoli. La stragrande maggioranza dei governi riconosce che le armi nucleari sono un rischio per gli esseri umani e per l’ambiente di tutto il mondo. Le armi nucleari “non sono deterrenti utili”, ha dichiarato l’Ambasciatore di Antigua e Barbuda Walton Webson per conto della Comunità dei Caraibi. Piuttosto, “coltivano uno stato di insicurezza e di falsa difesa, che fa solo aumentare le probabilità di proliferazione con un impatto devastante su tutti noi.” Vietando le armi nucleari, Alfredo Labbe del Cile ha affermato che si tratta di una “iniziativa liberatoria”, che ci libera dalla minaccia nucleare, piuttosto che essere una minaccia per gli stati dotati di armi nucleari. Gli stati che hanno acquisito armi nucleari, sostiene, sono “prigionieri nella trappola faustiana della deterrenza nucleare”; questo è un modo per aiutarli.

Ovviamente sarebbe meglio cercare di aiutarli ora, invece di aspettare fino a quando le armi nucleari vengano detonate, sia casualmente che volontariamente. Come ha dichiarato l’Ambasciatore austriaco Alexander Marschik, restare in attesa di un disastro nucleare non è una strategia. Dobbiamo vietare le armi nucleari adesso.

Nel corso degli ultimi anni,i sostenitori della messa al bando delle armi nucleari sono stati considerati poco realistici, come se non capissero le “dimensioni di sicurezza” delle armi nucleari. L’eco di tutto questo si è visto chiaramente nel sit-in di lunedì mattina, al quale hanno partecipato alcuni degli stati dotati di armi nucleari fuori dalla sala conferenze. Ma non siamo né poco realistici né ignari riguardo alle dimensioni di sicurezza. Abbiamo semplicemente un punto di vista diverso, una prospettiva che affonda le sue radici in quello che l’Ambasciatore egiziano Amr Aboulatta ha descritto come “sicurezza collettiva in contrasto con la sicurezza selettiva.”

Comprendiamo anche come avviene il cambiamento. Accade “quando il disagio di fare qualcosa di nuovo diventa minore rispetto al mantenere le cose come stanno,” come ha affermato l’Ambasciatore O’Brien. Un trattato sulla messa al bando delle armi atomiche sta già causando agitazione agli stati che ne sono dotati e a quelli dipendenti dal nucleare. Il processo di sviluppo di questo trattato, così come la sua adozione e la sua entrata in vigore, avrà un effetto di trasformazione sulle politiche e le pratiche riguardanti le armi nucleari. È solo questione di tempo.

Traduzione dall’inglese di Simona Trapani
Redazione Pressenza

Petrignani: a mani nude nella letteratura e nella vita

Continuano le interviste agli scrittori contemporanei e questa volta la voce è quella di una delle più importanti figure italiane, Sandra Petrignani.

saperedellemani_mestu_millebattute_05Ho incontrato il nome di Sandra Petrignani durante il primo o secondo anno di università quando iniziai ad appassionarmi alla poesia femminile e mi imbattei nella sua intervista, bellissima e verissima, ad Amelia Rosselli. E poi lessi le sue poesie uscite in antologie femministe degli anni Settanta. Tutto ciò mi spinse ad approfondire la sua scrittura e in un certo qual modo, come direbbe bene Ortese e con lei la nostra autrice, ad abitarla. Da allora sono trascorsi quasi vent’anni e ho avuto modo di calarmi nel suo stile, nel suo ascolto. Questa intervista vuole essere un omaggio sentito a una delle voci più limpide e forti del panorama letterario italiano. Un modo per avvicinarsi al suo mondo per chi la conosce poco e uno strumento in più per chi l’ama da sempre. Un mondo abitato da presenze femminili, da luoghi di elezione, da dimensioni geografiche, dalla memoria che trae in salvo e soprattutto da voci che si imprimono indelebili in noi. Uno dei caratteri peculiari della scrittura di Petrignani è la mise en abyme dell’arte e della letteratura, una scrittura che trasfonde i generi e che si dipana in un percorso trasognato, in cui i personaggi- che rivivono nelle loro epoche- sono sospesi in una bolla temporale. Il lettore viene trasportato in tale dimensione. Petrignani ha creato un nuovo e contemporaneo limbo. Forse è questo il suo vero luogo geografico.

petrignaniNel 1978 hai avuto la possibilità di intervistare Amelia Rosselli, così come ricordi in un tuo articolo uscito nel 2012 su Il Foglio. Che cosa rimane oggi della lezione di Rosselli, quale secondo te la sua vera essenza?

Mi trovo in imbarazzo a cercare la «vera essenza» di un testo. Quel che resta di un testo, se è destinato a restare, è la sua stessa resistenza al tempo. La sua universalità. Amelia Rosselli era costantemente a contatto con la parte più segreta, inconscia se vuoi, di sé e con i suoi fantasmi. Noi leggendola incontriamo quei fantasmi, sprofondiamo nel mistero della persona che è stata.

Sempre nel 1978 compari nella Poesia femminista italiana, a cura di Laura Di Nola (Savelli editore). Cosa ha significato per te esordire in poesia in quei tumultuosi e prolifici anni Settanta? Scrivi ancora poesie?

Il femminismo è stato l’unica esperienza di politica attiva che ho avuto, l’unica che avrei potuto avere in quel periodo turbolento, essendo per natura piuttosto anarchica e insofferente di ideologie e pensieri precostituiti. Nel femminismo politica e privato coincidevano. E’ stata una grande avventura, un grande incontro, impensabile fino a quel punto, con altre donne che non fossero le amiche del cuore. Non mi sono mai considerata, però, un’autrice femminista, perché non sono mai stata una vera militante. Ho sempre pensato che la poesia si collocasse in un’interiorità che è oltre la differenza sessuale, anteriore addirittura. Ma certo sono di sesso femminile e questo, come la famiglia da cui si nasce, la razza a cui si appartiene, la classe sociale etc. orienta il dire in un senso o in un altro. Siamo tutti figli di qualcosa, non è che veniamo dal nulla. Oltre un certo margine non siamo liberi di scegliere, non siamo mai completamente liberi. Ho smesso di scrivere poesie quando è nato mio figlio, nel 1983. Scherzando dico: «Ho smesso perché è diventato lui la mia poesia». La verità è che la poesia, a differenza della prosa, mette più a rischio l’autore. La poesia è un costante corpo a corpo con l’inconscio. Con la prosa si può entrare e uscire da questo corpo a corpo. Decidere di avere un figlio ha significato anche proteggermi, per proteggerlo. Proteggere la parte più a rischio di me, della mia natura artistica voglio dire, non permetterle di occupare interamente la mia personalità.

Un’intera vita, la tua, spesa a narrare di donne, di uomini, di esseri eccezionali, una vita a raccontare con leggerezza di calviniana memoria le esistenze. Penso a La scrittrice abita qui e allo splendido Marguerite. Riesci a ricreare l’atmosfera, anzi il tempo del vissuto attraverso una scrittura che si fa docufiction. Sbaglio? E perché queste donne?

Perché mi accendono, perché le ho lette con grande passione, perché ritrovo nell’infanzia di Duras, per esempio, o di Natalia Ginzburg, la scrittrice su cui sto lavorando al momento, qualcosa in cui mi riconosco fortemente. Un antico dolore, un disorientamento. Però, anche se è azzeccato, lo riconosco, il termine docufiction non mi piace. Come non mi piace nessuna definizione di genere. Per me la scrittura è un mare aperto in cui si pesca liberamente e con i sistemi più vari, lenza, rete, mani nude… Non uso a caso questa metafora: c’è qualcosa di violento sempre nel processo di scrivere. Appropriarsi di vite altrui e farle rivivere, se ci pensi, è un atto molto arrogante. Ma è arrogante scrivere, in ogni caso. Scrivere autobiografia non lo è ugualmente? Pensa a quanta gente viene ferita! E anche nella pura attività d’”inventare” gli scrittori hanno sempre ferito qualcuno. Qualcuno viene su a riconoscersi in un personaggio e ti toglie il saluto… Le vite degli scrittori di tutte le epoche sono costellate di simili episodi. Perché in realtà non s’inventa mai niente. Però tutto si trasforma, vita vera e vita inventata. L’attività di uno scrittore è sempre una sua personale lettura del mondo, di una anche piccolissima porzione del mondo.
Personalmente mi sono messa a scrivere sulle «vite che non sono la mia» (ma in fondo lo sono) perché stanca del romanzo tradizionale. Mi sembra che sia importante oggi, epoca senza memoria, tempo di cancellazioni, orizzontale e ignorante, far passare la conoscenza del nostro passato recente (quello che non si studia a scuola) anche attraverso i romanzi. Comunque, siccome ormai si sono messi in molti su questa strada, credo che io dopo La corsara – è questo il titolo del mio libro sulla Natalia – abbandonerò. E’ arrivato il momento d’inventarmi qualcos’altro.

Altra peculiarità della tua scrittura è l’aderenza al respiro ovvero allo stile narrativo delle vite che riporti in superficie, mantenendo sempre ed esaltando una tua originale propria fluidità narrativa, così come avviene in Elsina e il grande segreto. Cosa ti ha spinto ad affrontare (con infinita grazia) uno dei momenti più oscuri e trasfigurati in mito dalla Morante in persona?

L’infanzia delle persone, e degli scrittori in particolare, m’interessa moltissimo. Lì c’è la chiave per capire l’individuo anche al di fuori della psicoanalisi. Quella fiaba è nata da una chiacchiera con l’editore di Elsina, Massimo De Nardo. È stato lui, conoscendomi, a propormi di raccontare ai bambini la vita della bambina Elsa, una bambina geniale e difficile che ha mantenuto, adulta, queste sue premesse e promesse aurorali.

Nella tua produzione letteraria Roma occupa un posto speciale. In Addio a Roma, in cui tocchi una delle vette più alte della tua narrazione, inizi il racconto dal 1952, che è anche l’anno in cui sei nata. Perché riportare in vita ora un fervore culturale che sembra definitivamente scomparso? Oltre ad essere un omaggio commosso a chi si è tanto amato, sembra un vivo j’accuse contemporaneo.

La tendenza contemporanea a cancellare il passato per indifferenza, ignoranza, paura, o non so cos’altro, mi preoccupa. È giusto camminare in avanti ma, come l’Angelus Novus di Benjamin, con lo sguardo rivolto indietro. Tagliare le radici, ovvero il nutrimento della propria anima come della parte fisica di ciò che siamo, penso sia pericoloso, spaventoso.

Uno dei libri che più amo è Il catalogo dei giocattoli, uscito presso Theoria nel 1988 e ristampato da Beat nel 2013. Presenta la nota introduttiva di Manganelli. Da allora sono passati quasi trent’anni. Com’è cambiata Sandra come donna, la Petrignani come scrittrice?

Ho cercato una mia strada per poter continuare a narrare in un’epoca in cui l’Arte è diventata superflua nel suo senso più profondo, sacro vorrei dire. L’arte oggi è un oggetto di consumo come tutto il resto. C’è un’enorme confusione in cui chiunque si arroga il diritto del gesto artistico. Va bene così, visto che le cose stanno così. Però continuare a replicare romanzi che sono l’ombra di quelli già scritti nel passato, ridotti a ideuzze e plot più o meno avvincenti, non m’interessa.

A quale romanzo o racconto stai lavorando attualmente, se si può dire?

Come accennavo sto lavorando sulla figura di una scrittrice molto complessa, Natalia Ginzburg. Lei è se stessa e insieme una costellazione. Occuparsi della Ginzburg significa coinvolgere una parte importante della storia del nostro paese, la nascita della casa editrice Einaudi, per dire, la seconda guerra mondiale, una generazione di scrittori che ha rischiato la vita per rifondare un mondo in cui scrivere in libertà. Vuol dire fare il ritratto di una donna contraddittoria e innovatrice, l’unica in Italia che abbia mai gestito un serio potere editoriale. Una voce corsara come quella di P.P.Pasolini che, già prima di Pasolini, dalle testate giornalistiche più importanti lanciava grandi polemiche e sfide su temi scottanti. Natalia è anche le sue grandi amicizie intellettuali: Giulio Einaudi, Cesare Pavese, Felice Balbo, Cesare Garboli. C’è un interessante nodo nevrotico in lei in cui maschile e femminile s’intrecciano in un modo estremamente originale. Ho anche ricordi personali, perché mi è capitato di conoscerla e frequentarla un poco negli ultimi anni ’80. I giovani di oggi in alcuni casi non ne ricordano nemmeno il nome. È giusto renderle l’onore che merita.

Tra tutta la tua produzione a quale libro sei più legata o quale consiglieresti ai lettori dell’Avanti?

È uscito da poco il tascabile de La scrittrice abita qui, un libro a cui devo molto e che resta nel mio cuore. Però, sai, il libro a cui si è più affezionati è sempre l’ultimo e dunque, per ora, è Marguerite, pubblicato tre anni fa, un romanzo che racconta la vita di una delle scrittrici che amo di più, Duras.

Andrea Breda Minello

La Natura delle Cose, un documentario sul Fine Vita

INVITO proiezione La Natura delle CoseAd Aprile arriva nelle sale “La Natura delle Cose”, il film documentario di Laura Viezzoli, realizzato in un anno di incontri e dialoghi tra l’autrice e Angelo Santagostino, filosofo ed ex sacerdote malato terminale di SLA. Questa è la storia di un accanimento registico, ma anche di un’amicizia intergenerazionale tra una regista di 35 anni e un filosofo di 70, un’esplorazione dell’io e del tu, e di quel confine tutto individuale e poco rispettato, del vivibile e dell’invivibile.
Il film, prodotto da Ladoc e finanziato da Marche Film Commission – Fondazione Marche Cultura e Milano Film Network, sarà proiettato in Senato il 29 marzo, su iniziativa del Senatore Luigi Manconi, Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. Presentato al Festival di Locarno e vinci-tore, tra gli altri, del prestigioso premio Corso Salani al Trieste film festival, il Film esplora un tema di grande attualità: l’ascolto del malato,
spesso poco rispettato, tra il vivibile e l’invivibile. In un momento storico in cui il dibattito sul fine vita e sul testamento biologico è tornato all’attenzione
politica e mediatica, La natura delle cose è un film importante perché offre un contributo di realtà, osservando e ascoltando chi lotta in prima persona con la malattia, aiutando in questo modo lo spettatore a “conoscere” con delicatezza e a “capire” in profondità, la condizione esistenziale del fine vita.
La Sla, di cui è affetto il protagonista del Film, si tocca e si vede in tutta la sua crudeltà in pochi ma scultorei momenti di vita quotidiana, per dimenticarla di volta in volta nel dialogo tra Angelo e Laura, che diventa un altrove, la dimensione dell’incontro e dell’esplorazione. Nel confronto dialettico Angelo non è un malato di cui avere pietà ma una sorta di astronauta in missione che esplora i limiti dell’umano, interrogandosi ed interrogando lo spettatore con la passione di chi ama la vita ma sa di doverla lasciare a breve.
L’immobilità del corpo è solo un punto di partenza per esplorare la lucida e vivacissima mobilità della mente. Cornice visiva e metaforica di questa esplorazione è proprio lo Spazio. Una dimensione potente e affascinante, che permette di vedere oltre l’esteriore immobilità della malattia e di toccare la bellezza interiore del protagonista. La vita astronauta diventa trasposizione visiva delle inquietudini e delle continue trasformazioni che un corpo malato di Sla deve imparare ad affrontare, un repertorio ricco di suggestioni.
L’intento filosofico è quello di far dialogare in modo lirico le contraddizioni del progresso, facendo toccare e stridere la malattia che paralizza, con la dolcezza del corpo in assenza di gravità.
Missioni estreme, parallele e speculari. Si tratta in entrambi i casi di persone, e corpi, la cui vita è resa possibile esclusivamente dalla tecnologia. Se da una parte però questa spinge a superare se stessi, a volare, a realizzare un sogno, dall’altra, per Angelo, diventa infine gabbia da cui scappare.
Un film delicato e al tempo stesso duro, ma mai pietistico, che accompagna lo spettatore a immedesimarsi senza bandiere ideologiche, ma con la potenza dell’osservazione intima e dell’ascolto da vicino, perché è da vicino che questo tema andrebbe ascoltato, osservato e discusso.

“Ho incontrato Angelo Santagostino per la prima volta nel Luglio 2013 quando era già gravemente malato di Sla. Un corpo completamente immobile, se non per gli occhi, così intelligenti, vivaci e desiderosi di comunicare. Lettera dopo lettera, il suo pensiero prendeva corpo grazie a un puntatore oculare in grado di interpretare il movimento dei suoi occhi sulla tastiera del pc. Una vita estrema aggrappata a 21 micro possibilità, le 21 lettere dell’alfabeto.”
La Sla si tocca e si vede in tutta la sua crudeltà in pochi ma scultorei momenti di vita quotidiana, per dimenticarla di volta in volta nel dialogo che diventa un altrove, la dimensione dell’incontro e dell’esplorazione.
Nel confronto dialettico Angelo non è un malato di cui avere pietà ma un’astronauta in missione che esplora i limiti dell’umano, interrogandosi ed interrogando lo spettatore con la passione di chi ama la vita ma sa di doverla lasciare a breve.
L’immobilità del corpo è solo un punto di partenza per esplorare la vivace mobilità della mente, ed è su questo ipnotico contrasto che si muove visivamente l’intero film. Un viaggio tra le luci e le ombre dell’animo umano per prendere coscienza dei propri limiti e ribadire il valore sacro dell’ascolto e del libero arbitrio.

Il film è a disposizione del pubblico tramite l’innovativa piattaforma MovieDay, dove ciascuno può scegliere la città, la sala e la data in cui vederlo. Un meccanismo di distribuzione dal basso che favorisce la scelta e la partecipazione diretta del pubblico. La primissima sarà all’Apollo 11 di Roma (29 Marzo), a seguire sono previste già diverse proiezioni: Ancona (6 aprile), Urbino (7 aprile), Fermo (10 aprile), Milano e Napoli (11 aprile), Torino e Roma (13 aprile).