Ricordando Sandro Pertini ventisette anni dopo

Sandro-Pertini-Quando Sandro Pertini, dopo la conclusione del suo settennato al Quirinale nel 1985, mise piede al Senato si iscrisse subito al gruppo socialista. Il suo presidente Fabio Fabbri lo accolse per ringraziarlo e Sandro, burbero com’era, gli rispose: “E dove volevi mai che m’iscrivessi?”. Rammento questo emblematico episodio perché di Pertini si ricordano sempre due storie: quella del valoroso ed eroico antifascista e quella del popolare, amatissimo presidente degli italiani. Raramente si accenna al fatto che Pertini sia stato socialista quasi tutta la vita. Nato nel comune di Stella (Savona), studiò al Liceo e poi si laureò in giurisprudenza. Dopo aver combattuto valorosamente durante la prima guerra mondiale, a tal punto da meritare una proposta di medaglia d’argento, forse anche a seguito delle frequentazioni fiorentine di Salvemini e Rosselli, Pertini si iscrisse al Psu di Turati. E della fuga di Turati, nel 1926, verso l’esilio parigino, assieme a Parri e Rosselli fu promotore. Era già stato condannato in patria per attività antifascista e per tentativi di promuovere reti socialiste clandestine, anche per questo si trattiene, contrariamente a Rosselli e Parri, in Francia, prima a Parigi e poi a Nizza dove lavora anche come muratore. Nel 1929 ritorna in Italia e la gira e in lungo e in largo per organizzare i socialisti rimasti in patria, ma viene scoperto e condannato. Nelle diverse isole che frequenta c’è Turi dove conosce Gramsci e si lega a lui d’amicizia. Qui le sue condizioni di salute peggiorano e nel 1931 la madre chiede la grazia. Non l’avesse mai fatto. Sandro le scrive tra l’altro: “Perché mamma, perché? Qui nella mia cella di nascosto, ho pianto lacrime di amarezza e di vergogna – quale smarrimento ti ha sorpresa, perché tu abbia potuto compiere un simile atto di debolezza? E mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà. Tu che mi hai sempre compreso che tanto andavi orgogliosa di me, hai potuto pensare questo? Ma, dunque, ti sei improvvisamente così allontanata da me, da non intendere più l’amore che io sento per la mia idea?”.

La vita di Sandro Pertini trascorre tra un carcere e l’altro, tra un confino e l’altro fino alla caduta del fascismo. Nell’agosto del 1943 é libero. Poco dopo partecipa alla fondazione del Psiup, nato dalla fusione del vecchio Psi col Mup di Lelio Basso. Ne diviene vice segretario con Andreoni, mentre Pietro Nenni é segretario. Poi, dopo l’8 settembre, partecipa alla resistenza armata di Roma contro l’invasione tedesca. Il 15 ottobre, nuovamente in clandestinità, viene catturato dalle SS assieme a Giuseppe Saragat, e condannato a morte per la sua attività partigiana, ma la sentenza non viene eseguita grazie all’azione dei partigiani delle Brigate Matteotti che, il 24 gennaio 1944, permette la loro fuga dal carcere di Regina Coeli.

Pertini stesso narrò in seguito questi fatti anche in un’intervista concessa ad Oriana Fallaci nel 1973, aggiungendo che dovette impuntarsi per far uscire insieme a lui, Saragat e Andreoni, anche i badogliani, e che quando Nenni lo seppe sbottò: «Ma fate uscire Peppino! Sandro il carcere lo conosce, c’è abituato». Pertini fu a Roma fino al maggio del 1944 poi vi ritornò dopo la liberazione della capitale in giugno. Eroico fu il suo comportamento durante l’insurrezione di Firenze alla quale partecipò e quella di Milano dove fu parte del Clnai, che promosse l’insurrezione dell’aprile del 1945. Nel Psiup dell’immediato dopoguerra Pertini fu segretario con Nenni presidente. Al Congresso di Firenze dell’aprile del 1946 Pertini con Ignazio Silone presentò una mozione che coi voti di Critica sociale di Saragat fu maggioritaria e su posizioni autonomiste. Pertini, poi, dopo la ripresa del partito da parte del gruppo Nenni, Basso, Morandi, tentò invano di evitare la scissione di Palazzo Barberini del gennaio del 1947. Dopo la sconfitta del Fronte popolare Pertini fu alla guida, con Riccardo Lombardi, della mozione di Riscossa socialista, antifrontista, che al congresso di Genova dell’estate del 1948 conquistò la maggioranza eleggendo Alberto Jacometti segretario e Riccardo Lombardi direttore dell’Avanti. Nel 1946 era stato eletto deputato del Psi alla Costituente, nel 1948 fu senatore e anche presidente del gruppo senatoriale socialista. Dal 1949 al 1957 fu nella direzione del Psi e dal 1952 al 1954 fu direttore dell’Avanti.

Poi, nel 1968 fu il primo non democristiano ad essere eletto presidente della Camera dei deputati, carica che mantenne fino al 1976. Nel 1978 fu eletto dalla maggioranza di unità nazionale presidente della Repubblica, a pochi mesi di distanza dall’omicidio di Aldo Moro, che Pertini volle ricordare nel discorso di insediamento. Durante il settennato di Pertini, si ricordano numerosi episodi di contatto, di fraternità, di vicinanza tra Quirinale e popolo: l’attacco sanguinoso del terrorismo, la strage di Bologna, l’episodio di Vermicino, la vittoria dell’Italia ai mondiali, l’attentato di Sambenedetto Val di Sambro del 1984. Pertini é ricordato per la sua schiettezza, per un modo di comunicare diretto e fuori dagli schemi del tempo. Ma niente può oggi cancellare, a 27 anni di distanza, la sua fede e militanza socialista. E’ bene che nessuno se lo dimentichi.

Mauro Del Bue

Rapporto Amnesty, la difesa di tutti dei diritti umani

Amnesty-International-tutti-i-diritti-violati-in-ItaliaPolitiche di demonizzazione, gravi violazioni dei diritti umani documentate in 159 Paesi e la certezza che è finito il tempo di delegare ai governi la protezione dei diritti umani. Sono i principali messaggi che emergono dal rapporto 2016-2017 sulla situazione dei diritti umani nel mondo presentato a Roma.

“Non possiamo demandare passivamente ai governi il compito di difendere i diritti umani. Siamo noi, le persone, a dover agire. Poiché i politici sono sempre più intenzionati a demonizzare interi gruppi, oggi è chiaro come poche volte in passato che siamo tutti noi a doverci schierare, ovunque nel mondo, dalla parte dei valori fondamentali della dignità umana e dell’uguaglianza.”

Sono le dichiarazioni di Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, dinanzi alla deprimente analisi sui diritti umani nel mondo scattata nel 2016 dagli attivisti dell’organizzazione.

Un rapporto preoccupante e allarmante quello che viene illustrato dapprima dal direttore generale di Amnesty International Italia Gianni Rufini e poi dal presidente Antonio Marchesi introdotti in precedenza dal portavoce Riccardo Noury.

“Un rapporto che fotografa un mondo che torna indietro” dichiara il direttore generale Rufini nel suo intervento durante il quale ripercorre per grandi linee alcune delle gravi violazioni documentate su scala mondiale, in 159 Paesi.

Sono tante, troppe le nazioni del globo che si sono rese protagoniste di violazioni, atrocità, crimini di guerra (commessi in almeno 23 Paesi, secondo il rapporto), repressioni, respingimenti (36 nazioni hanno respinto illegalmente migranti e rifugiati, secondo il rapporto), limitazioni delle libertà. E’ ormai l’era della divisione, dell’odio e della paura seminata ad arte da governatori che portano avanti politiche discriminanti e aggressive.

I relatori di Amnesty lo hanno ribadito a più riprese, è l’epoca del “noi contro loro”. In Italia ne sono un esempio Giorgia Meloni e Matteo Salvini attaccati in tal senso dal presidente Marchesi che, inoltre, nel suo focus sulla situazione italiana, si è soffermato sulla tanto reclamata quanto necessaria introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale e sulla vendita illegale di armi italiane a paesi come l’Arabia Saudita.

Sia in Italia che nel resto del pianeta siamo dunque di fronte ad un’involuzione che colpisce con veemenza anche il primo mondo, quell’Europa che storicamente aveva blindato lo stato di diritto e la dignità della persona e che adesso si ritrova invece a vivere, insieme a tanti altri, un clima da anni Trenta come dice ai nostri microfoni il direttore Rufini.

Sull’ondata dei nazionalismi, delle svolte a destra, sotto la spinta del Brexit e del Trumpismo il futuro non sembra dare segnali di miglioramento sebbene gli scenari del 2016, illustrati nel rapporto di Amnesty International, sia già estremamente bui e pericolosi. Ma nel futuro può esserci più buio del buio?

Dove risiede la speranza? La luce in questo panorama di oscurità è rappresentata da noi, dalla gente comune, dalla cittadinanza attiva, dalla solidarietà globale e dalla mobilitazione dell’opinione pubblica. È questo il messaggio forte che lancia Amnesty con il suo rapporto.

Sì, è vero il rapporto denuncia altresì 22 Stati in cui dei difensori di diritti umani sono stati uccisi proprio per avere difeso minoranze o per avere contrastato degli interessi economici.

Ma, non resta un’altra alternativa se non quella di confidare su noi stessi, sulle persone, su coloro che decideranno di stare dalla parte dei diritti umani.

È la società civile che, indignata e lungimirante, reagisce e che conduce al cambiamento così come racconta alle nostre telecamere il Direttore Rufini citando per esempio quanto accaduto negli Stati Uniti con Black Lives Matter o con la protesta di Standing Rock.

“Adesso i nostri diritti ce li dobbiamo difenderceli da soli, insieme” conclude il direttore Rufini

È già un cammino esistente, una realtà che ha mosso tanti passi, che è.

Dario Lo Scalzo

Redazione Pressenza

Alla fine dell’incontro abbiamo raccolto nel video qui di seguito le riflessioni del direttore Rufini e del presidente Marchesi. Ve ne consigliamo la visione

Mani pulite. L’eredità disastrosa di Tangentopoli

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Per alcuni “Mani Pulite” fu la giusta – divina forse? – punizione per l’indebita l’euforia degli anni ottanta che indebitò lo Stato. Ma è una leggenda. Nell’83 quando Craxi diventa presidente del Consiglio il debito pubblico ammontava già al 70 per cento del Pil. La dilatazione della spesa era cominciata nei Settanta col consociativismo spendaccione tra Dc e Pci e con l’inflazione a due cifre che moltiplicava gli interessi sul debito. È vero che con il governo Craxi e i successivi il debito continua a salire ma, almeno, nel quadriennio di Craxi l’inflazione venne abbattuta e l’economia crebbe sino al 4,5 per cento. Un miraggio negli anni successivi. Ora il debito pubblico – in euro – in metà del tempo è cresciuto del doppio nonostante i bassissimi interessi e i massicci acquisti della Bce.

Quanto a industrie e infrastrutture quelle non vendute ristagnano, la produttività e il tenore di vita sono calati rispettivamente del 20 e del 14 per cento e abbiamo meno diplomati e laureati di tre lustri fa.

Solo la corruzione è aumentata eppure i partiti sono morti. Vive la partitocrazia in simulacri al servizio di capi e capetti che nominano senatori e deputati i loro servitori. Nulla più della parabola di Di Pietro dà il senso del disastro. Il grande inquisitore processato perché prendeva soldi in prestito da chi inquisiva dovette lasciare la toga. Poi, svergognato da un’inchiesta tv per aver fatto man bassa dei finanziamenti pubblici al suo partito, ha dovuto lasciare anche la politica. Non diversa la storia dei segretari amministrativi della Lega e della Margherita arrestati per analoghi motivi. O vogliamo parlare di Fini? O degli scandali Parmalat, Cirio, Monte dei Paschi? Ciascuno eccede dieci, venti volte il finanziamento Enimont che ruinò la Prima repubblica. Quella che Di Pietro marchiò come «la madre di tutte le tangenti» al confronto appare quasi una parente povera.

L’epitaffio l’ha scritto Francesco Saverio Borrelli, l’inflessibile guida del pool «Mani pulite»: «Chiedo scusa per il disastro seguito a Mani pulite. Non valeva la pena di buttare il mondo precedente per cadere in quello attuale». Nei codici questa condotta si chiama «delitto colposo» e la colpa ammessa è quella, avendo «buttato» la Prima repubblica di aver propiziato la Seconda. La Prima era quella dei partiti che l’avevano creata trasformando il regime fascista in un regime di partiti. Partiti veri, formazioni storiche, comunità organizzate, divise da ideologie, legami internazionali, conflitti di classe. Migliaia di sedi, giornali, funzionari, congressi, associazioni fiancheggiatrici, campagne elettorali non si finanziano con parole. Il sistema di finanziamento era vasto, ramificato e spesso illegale. Casi di corruzione individuale e scandali clamorosi furono neutralizzati o dal regime delle immunità politiche o dall’indulgenza giudiziaria. La repubblica doveva essere riformata in radice, soprattutto da quando, con il crollo del comunismo e il varo del mercato unico europeo, il contesto internazionale da protettivo si era fatto ostile.

Ma i leader democratici o non capirono o non agirono e furono travolti dalla rivolta antipartitica scatenata da un establishment impaurito e dai media, dalle nuove e vecchie forze anti sistema. Mentre il paese precipitava nella crisi economica, la lira veniva svalutata e il governo nottetempo metteva le mani sui conti correnti degli italiani si aprì la caccia al capro espiatorio.

Arma letale fu l’uso violento della giustizia, gli arresti e il carcere preventivo per estorcere confessioni, delazioni, chiamate di correità a catena. «Mani pulite» è stata la più colossale operazione di polizia giudiziaria della nostra storia: trentamila indagati, tremila arrestati, tra cui cinquecento parlamentari, decine tra ministri e primi ministri, grandi e piccoli imprenditori, dirigenti, funzionari. Decapitati in piazza e in effigie i leader e i partiti di governo la repubblica si schiantò e cominciò una crisi che non ci ha più lasciato.

Tangentopoli, 25 anni fa
l’arresto di Mario Chiesa


Arresto Mario Chiesa TangentopoliUna ‘mazzetta’ di 7 milioni di lire, 3 mila e 500 euro di oggi, la metà della tangente pattuita, con banconote siglate da un capitano dei carabinieri consegnata al presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, Mario Chiesa, dal titolare di una piccola impresa di pulizia, Luca Magni. Un fatto, all’apparenza, di ‘ordinaria giustizia’, ma che scopercherà la pentola di un sistema di  corruzione che coinvolge quasi tutte le maggiori aziende e i partiti politici, ‘decapitando’ i vertici della maggioranza al governo, il pentapartito, e ‘toccando’ anche il Pci-Pds, con il risultato comunque di trasformare la geografia politica ed economica italiana.

Il sistema dei finanziamenti illegali o irregolari, riguardava praticamente tutto il sistema politico del Paese, ma a farne le spese furono soprattutto i due partiti che costituivano la spina dorsale dei governi di centrosinistra, la Dc e il Psi. L’opposizione del Pci-Pds godeva anche esso di un sistema analogo di tangenti, anche provenienti dall’Unione Sovietica, ma per fortuna o perché capace di resistere meglio alle indagini – vedi il caso Greganti – o perché favorito dalla magistratura (si arrivò a parlare di ‘toghe rosse’)   praticamente usci indenne dalla tempesta mediatico-giudiziaria. Comunque tutto Iniziò ufficialmente così, venticinque anni fa, con l’arresto, avvenuto il 17 febbraio 1992, di Mario Chiesa (definito poco dopo da Bettino Craxi un “mariuolo”), l’inchiesta ‘Mani Pulite’ che in 10 anni vide messe sotto accusa circa 5.000 persone, con 3.175 richieste di rinvio a giudizio e 1.320 posizioni inviate per competenza ad altre procure italiane.

Di Pietro-interroga-CraxiMilleduecentotrentatre le condanne (828 tra patteggiamenti e riti abbreviati, 405 con processi ordinari; poco meno di 800 le assoluzioni, in udienza preliminare o ai processi, comprese le prescrizioni (228) e le estinzioni del reato (253). Numeri andati ben oltre quelle che furono le previsioni, apparse ‘catastrofiche’ nella primavera del 1992, di uno dei primi manager finiti in carcere, Alberto Zamorani: “Ne arresteranno mille”. Ma Mani Pulite ha voluto dire anche ‘suicidi eccellenti’ (o ‘suicidi giudiziari’, come sono stati anche chiamati i drammatici  episodi che hanno riguardato personaggi che, indagati o in carcere, non hanno resistito allo shock. Secondo i dati registrati dallo stesso ‘pool’ dei magistrati milanesi, le assoluzioni ‘nel merito’ sarebbero circa il 14-15% e il 30% le prescrizioni.

Una decina i magistrati che, negli anni, hanno portato avanti le inchieste, a partire da Antonio Di Pietro, protagonista nella prima fase e dimessosi dalla magistratura alla fine del ’94, fino a Ilda Boccassini, subentrata al ‘contadino di Montenero di Bisaccia’ nel ’95. In prima fila l’allora Procuratore Capo, Francesco Saverio Borrelli, e il coordinatore del ‘pool’ Gerardo D’Ambrosio, morto nel 2014. E ancora Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Francesco Greco, Paolo Ielo e, per un periodo limitato, Tiziana Parenti.

Riportiamo qui di seguito alcuni stralci del primo capitolo del libro di Carlo Correr “Una lunga marcia. I socialisti italiani dopo il 1993” che inizia proprio con le vicende che seguirono l’inchiesta di ‘mani pulite’.


Una lunga marcia. I socialisti italiani dopo il 1993

Che il mondo era ormai irrimediabilmente cambiato, i socialisti lo compresero solo davanti ai risultati elettorali delle consultazioni del marzo 1994.

Alle elezioni politiche del 1992, le ultime prima di tangentopoli, il PSI ottenne alla Camera 5.343.930 voti, pari al 13,62%, I seggi furono 92. Due anni dopo, con la nuova legge elettorale, il PSI precipitò al 2,19%, oltre 11 punti e mezzo in meno, corrispondenti a 849.429 voti.

(…) La delusione per il risultato fu fortissima. Ancora poche ore prima dell’apertura dei seggi, i sondaggi ufficiosi nelle mani del PDS assegnavano al PSI una percentuale superiore al 5%, assai distante dal 13,6 di due anni prima. Un risultato drammatico, se messo a confronto con le performance precedenti, ma accettabile se valutato nel contesto di quella stagione politica.

Il lancio delle monetine contro Craxi fuori dall'Hotel Raphael di Roma

Il lancio delle monetine contro Craxi fuori dall’Hotel Raphael di Roma

Il clima in cui si viveva era infatti ancora quello determinato dalle inchieste giudiziarie che avevano trasformato i socialisti in una sorta di ‘appestati’, comunque guardati con sospetto e a malapena tollerati a sinistra solo se alleati con il PDS di Occhetto.

(…) Se si cerca l’inizio della fine del PSI, il momento in cui si poteva avvertire per la prima volta con nettezza che era iniziata una parabola discendente di cui non si vedeva neppure il fondo, inevitabilmente si pensa a tangentopoli e allo sconquasso provocato dalle inchieste a raffica del pool di Mani pulite.

In termini temporali questo è sicuramente esatto, ma la crisi terribile del biennio 1992-1993 non può essere spiegata solo con le inchieste del Pm Antonio Di Pietro. L’origine del dramma che ha sconvolto un partito e la vita di tanti dirigenti e militanti ha avuto origine anche da una debolezza intrinseca, dalla perdita di coscienza di sé del partito, dall’essere venuta meno in tanti quella passione civile e morale che aveva fatto del socialismo una colonna portante dell’Italia repubblicana, dall’aver forse sottovalutato eccessivamente l’effetto corrosivo che l’uso spregiudicato dei ‘mezzi’ avrebbe avuto sui ‘fini’, nella lotta contro i due giganti del tempo, la DC e il PCI.

Francesco De Martino in un suo j’accuse contro Bettino Craxi, usò il termine ‘mutazione genetica’ per spiegare come secondo lui, il PSI non era più quello di una volta. Ora certamente questa definizione, conteneva una sostanziale parte di verità, ma aveva il difetto di esaurire la questione in un ambito moralistico e di mettere in ombra almeno analoghe mutazioni, come quelle che avevano interessato tanto il comunismo italiano, culturalmente, politicamente e finanziariamente compromesso con l’Urss, quanto la Democrazia cristiana, disposta a chiudere gli occhi su troppi misfatti pur di mantenersi alla guida dello Stato.

Certamente la divisione del mondo in due blocchi contrapposti aveva avuto come sottoprodotto del permanere dell’Italia nell’area della democrazia liberale parlamentare, una distorsione dell’uso del potere a fini personali e di tutto questo tangentopoli non fu che l’effetto più eclatante. ‘Rubare per il partito’ non può essere una giustificazione, ma nell’Italia degli anni ‘70 e ‘80 quei comportamenti avevano una comprensibile, e conosciuta, spiegazione ed è giusto anche dire che ci fu pure chi si arricchì alle spalle, e qualche volta anche sulle spalle, del partito in cui militava. Mentre la battaglia politica veniva combattuta anche a colpi di mazzette, molti di quei denari prendevano strade del tutto private, con ciò creando le premesse non tanto per le indagini e i processi di ‘Mani pulite’, quanto della mortale debolezza e incapacità di rispondere politicamente a quell’offensiva contro la democrazia, a favore dei cosiddetti ‘poteri forti’, che accompagnò – e secondo alcuni ispirò – il lavoro dei giudici del pool di Milano.

Se Bettino Craxi peccò di eccessiva spregiudicatezza nel finanziamento del partito, bisogna però per lo meno ammettere che lo fece nell’ottica di un progetto politico modernizzante, sostenendo attivamente tante battaglie di libertà in Italia e anche fuori dall’Italia, sostenendo in ogni modo chi combatteva per la democrazia contro dittature e totalitarismi, dal Cile all’Urss. E oggi nessuno più nega che ebbe ragioni da vendere nella battaglia contro l’inflazione per l’abolizione della ‘scala mobile’ o in quella per a sostegno degli euromissili Pershing e Cruise contro gli SS20 sovietici.

Indubbiamente il PSI del 1993, come gli altri partiti della maggioranza, ma anche dell’opposizione, aveva molto da farsi perdonare quanto a eticità di comportamenti, ma resta sorprendente la facilità con cui agli occhi dei cittadini, i socialisti divennero materia di scherno e di barzellette, ridotti a comodi capri espiatori non solo dei dissesti economici dello Stato, ma anche dell’intero sistema di corruttele che pure riguardava, e continua drammaticamente a riguardare, tutto il Paese e a tutti i livelli. Anche oggi difatti, nel pubblico e nel privato, il sistema delle mazzette continua a imporre la sua legge, come prima, più di prima, eppure il PSI di Craxi non c’è più da un pezzo.

Achille Occhetto e Massimo D'Alema

Achille Occhetto e Massimo D’Alema

(… ) A distanza di qualche anno la lezione del 1994 è già chiara: la cosiddetta ‘Seconda Repubblica’, che sembrava pronta a nascere nel segno del riscatto – secondo l’agiografia della sinistra comunista, post comunista e dipietrina – da decenni di malversazioni mafiose, criminali, di trame nere e quant’altro era stato addebitato ai partiti che avevano governato l’Italia repubblicana fino ad allora, (essenzialmente PSI e DC), la sera del 28 marzo stenta a riconoscersi. Hanno vinto fascisti e leghisti capitanati dal ‘Cavaliere nero’. Siamo alla miglior dimostrazione dell’eterogenesi dei fini, se dobbiamo credere che ci sia stata veramente una regia della sinistra comunista, politica e giudiziaria, in tangentopoli.

(…) I partiti della sinistra storica, e il centrosinistra in generale, escono con le ossa rotte dalle elezioni che consegnano il Paese a quello che sarà il primo governo Berlusconi. Tangentopoli ha distrutto i partiti storici della prima repubblica, ma in realtà, e questo è divenuto più evidente col passare degli anni, ha colpito soprattutto la sinistra, tutta la sinistra anche quella del partito comunista ed ex comunista la cui strategia si è rivelata fallimentare.
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Copertina_CorrerCarlo Correr
Una lunga marcia. I socialisti italiani dopo il 1993
Editore P.S.Edizioni – Nuova Editrice Mondoperaio
pagg. 298 – euro 14
codice ISBN 978-88-99231-06-4
Si può acquistarlo in libreria, su Amazon,
oppure rivolgendosi direttamente a:
carlocorrer@avantionline.it
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Ue: appello per nuovo inizio contro i populismi

Domino_EuropaDi fronte al rischio che l’Unione Europea imploda, un gruppo di giuristi ed intellettuali ha lanciato un appello alla rifondazione dell’Unione, in modo che possa rispondere alle “tendenze autoritarie e all’ascesa di forze nazionaliste e xenofobe” che hanno messo sotto attacco l’Unione “sebbene abbia garantito pace, democrazia e benessere  per decenni”. L’appello, pubblicato su diversi quotidiani  europei, è stato firmato, tra gli italiani, da Giuliano Amato, Emma Bonino, Massimo Cacciari e Giuliano Cazzola.

“Noi cittadini europei siamo preoccupati e spaventati” è l’esordio. “La crisi economica e finanziaria ha impoverito la  maggior parte di noi. La disoccupazione giovanile rischia di creare una generazione perduta. La disuguaglianza cresce e la coesione sociale è in pericolo. L’UE è circondata da conflitti e instabilità, dall’Ucraina alla Turchia, dal Medio Oriente al Nord Africa. Il flusso di rifugiati e migranti è diventato una questione strutturale che dobbiamo affrontare insieme, in modo umano e lungimirante. In molti Stati membri si manifestano tendenze autoritarie e l’ascesa di forze nazionaliste e xenofobe. La democrazia e i valori fondanti della civiltà europea moderna sono sotto attacco. La stessa Unione Europea e’ messa in discussione, sebbene abbia garantito pace, democrazia e benessere per decenni”. L’appello accusa “i politici nazionali” di preoccuparsi “solo delle successive elezioni nazionali o locali: chiedono soluzioni europee a problemi europei, ma poi agiscono per rendere tali soluzioni impossibili o inefficaci.

Ignorano le proposte della Commissione e non applicano le decisioni già prese, incluse quelle approvate all’unanimità. Chiediamo ai politici e ai media nazionali di smettere di presentare l’integrazione come un gioco a somma zero, mettendo così le nazioni l’una contro l’altra. In un mondo interdipendente – si legge – nessuna nazione da sola può garantire le necessità basilari dei suoi cittadini e la giustizia sociale. In questo contesto l’integrazione e un governo sovranazionale europeo sono un gioco a somma positiva”.

Nella consapevolezza che “la globalizzazione sta trasformando il mondo”, c’è bisogno, si legge ancora nell’appello, di “un governo europeo per promuovere i nostri valori e contribuire alla soluzione dei problemi globali che minacciano l’umanità. Il mondo ha bisogno di un’Europa cosmopolita e rivolta a contribuire alla costruzione di una governance globale più democratica ed efficiente, per affrontare le sfide più impellenti, dal cambiamento climatico, alla pace, dalla povertà globale, alla transizione verso un’economia sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale.

L’UE è “una incompleta Res Publica”, riconoscono i firmatari: un budget ridicolo (0,9% del PIL) e nessuna autonomia finanziaria, competenze e poteri “incompleti per far fronte con successo alle crisi attuali”, “un legislativo, un giudiziario e una Banca Centrale Europea con caratteri sostanzialmente federali”. “Ma la democrazia e’ la possibilita’ per i cittadini di scegliere il governo, responsabile di fronte ai cittadini”.

Perché “l’Unione funzioni e sia pienamente democratica le sue decisioni – incluso il bilancio, la politica estera e di difesa, e la riforma dei trattati – devono essere prese con il voto a maggioranza qualificata, che rappresenta la maggioranza dei cittadini e degli Stati europei. La Commissione dovrebbe evolvere in un vero governo, legittimato attraverso le elezioni europee, e che definisce l’agenda politica. I partiti europei dovrebbero designare il loro candidato alla presidenza della Commissione alle elezioni europee. L’alternativa e’ l’elezione diretta del Presidente della UE,  risultato della fusione delle Presidenze della Commissione Europea e del Consiglio europeo”. “Il 14 febbraio 1984 il Parlamento Europeo adottò il Progetto di Trattato che istituisce l’Unione Europea, il cosiddetto progetto Spinelli, che puntava verso un’unione politica, e che gli Stati membri ignorarono”. A distanza di 33 anni, il 14 febbraio 2017 “invitiamo il Parlamento europeo, l’unico organo dell’UE eletto direttamente, a prendere una nuova iniziativa per rilanciare l’UE su una piu’ forte base democratica. Parlare di unioni bancaria, fiscale, economica, energetica, della sicurezza, della difesa e della politica ha senso solo all’interno di una vera Unione Europea democratica, con tutte quelle politiche sotto la responsabilità di un vero governo europeo. Di qui l’appello ai capi di Stato e di governo che il 25 marzo celebreranno i Trattati di Roma, che 60 anni fa istituirono la Comunità Economica Europea e l’Euratom. “Chiediamo loro di elevarsi alla visione dei Fondatori. Devono aprire la strada alla rifondazione dell’Unione Europea, sulla base delle proposte del Parlamento Europeo, sfruttando immediatamente tutti gli strumenti del trattato di Lisbona per rafforzare le istituzioni e le politiche dell’UE, in particolare la politica estera e di sicurezza e la politica economica e sociale”. Ma anche la società deve attivarsi: “Chiediamo alla gioventù europea, alla società civile, al mondo del lavoratori, dell’impresa, dell’accademico, ai governi locali e ai cittadini e alle cittadine europei di mobilitarsi e partecipare alla Marcia per l’Europa che si terrà a Roma il 25 marzo. Tutti insieme forniremo ai leader politici la forza e il coraggio di portare l’Unione verso un nuovo inizio. L’unità europea è la chiave per risolvere i nostri problemi comuni, salvaguardare i nostri valori e garantire il nostro benessere, la sicurezza e la democrazia”.

La morte fa mercato, le armi non sono mai fuori moda

bimbo1-780x450L’industria delle armi, un settore in costante crescita che non conosce crisi: è del 30 gennaio scorso la pubblicazione apparsa direttamente sul sito dell’industria russa Kalashnikov, produttrice del famoso fucile d’assalto AK-47, sulla necessità di assumere 1.700 dipendenti solo per far fronte agli ordinativi.

Sul fronte mondiale la Kalashnikov nel 2015 ha realizzato un fatturato di 8,2 miliardi di euro, attestandosi in buona posizione in questa gara alla vendita della morte. La troviamo in ottima compagnia con altre aziende leader del settore delle armi che godono tutte di ottima salute, ovviamente a discapito della vita e della salute di milioni di persone che continuano a morire nelle decine di conflitti in atto a livello planetario. Prima fra tutte la statunitense Lockheed Martin, seguita dalla connazionale Boeing e dalla russa BAE Systems; in questa classifica di mercanti di morte, nel 2014 al 9° posto troviamo anche l’italiana Finmeccanica.
Armi-Fatturato
In questo senso è oltremodo importante il lavoro di rendicontazione che da anni sta conducendo l’istituto indipendente svedese SIPRI (Stochkolm International Peace Research Institute). L’ultima pubblicazione del 2016 analizza il commercio mondiale di armi dal 2011 al 2015.

Nei 1.652 miliardi di fatturato mondiale delle armi nel 2015, USA e Russia insieme rappresentano il 58% degli affari commerciali dell’industria bellica; seguono la Cina, la Francia e la Germania e l’Italia. Il paese di santi, navigatori e poeti, di “italiani brava gente” nel quinquennio 2011-2015 si piazza all’8° posto nella classifica dei paesi esportatori.
Percentuali-Per-Paese
Nel 2014 il Belpaese ha superato anche Francia e Germania nell’export di armi verso Israele. Tra i paesi dell’UE, l’Italia è il primo fornitore di sistemi militari dello Stato israeliano, (paese in guerra anche quest’ultimo) con un volume di vendite che è oltre il doppio di quello totalizzato da Parigi o Berlino. Oltre il 41% degli armamenti regolarmente esportati dall’Europa verso Israele sono italiani. Nel 2013, in pieno conflitto, l’Italia è stata anche una delle principali esportatrici di armi verso la Siria.

Nell’ultimo anno in particolare la vendita di armi italiane all’estero è triplicata e sono aumentate le forniture verso paesi in guerra, in particolare quelle verso l’Arabia Saudita, condannata dall’Onu per crimini di guerra nel conflitto in Yemen e per la quale il Parlamento Europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti. Eppure c’è anche una precisa legge italiana che proibisce esplicitamente la vendita di armi ai paesi coinvolti in guerra, ma si sa, gli affari sono affari. “Pecunia non olet” i soldi non puzzano, anche se è tutto da dimostrare, di certo grondano sangue, perché in generale ogni 490,000€ di fatturato proveniente dalla vendita di armi, una persona muore, poco importa se sia un soldato, un civile, una donna, o anche un bambino. Dal 2002 a oggi sono oltre 2 milioni i bambini massacrati in guerra. Cresce anche l’intermediazione finanziaria delle principali banche italiane, Unicredit, Intesa San Paolo e tra i piccoli istituti coinvolti, compaiono anche Banca Etruria e persino Poste Italiane.
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Nel 2015 la vendita totale di armi in Italia è triplicata passando da 2,8 miliardi a 8,2 miliardi; dietro la metà di questo giro d’affari ci sono le banche, che in totale fanno cassa con l’industria bellica per un totale di 4,1 miliardi.
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A questi dati ufficiali si deve anche sommare il crescente mercato nero delle armi, dove è possibile reperire una pistola Glock a poco più di 50€ e un AK-47 a meno di 900€. Questo mercato trova indisturbata proliferazione sul web e spesso anche sui social network come fb o istangram; si arriva così alla contraddizione in cui chi denuncia il traffico illegale di armi, caldeggiato dal precedente governo negli incontri diplomatici fra Italia e Arabia Saudita (illegale perché l’Arabia è coinvolta in una guerra) riceve per questo minacce di querela e il blocco preventivo del profilo da parte dei gestori di fb, mentre si permettono indisturbati la vendita e lo scambio d’armi leggere in diversi gruppi chiusi su fb.

C’è anche un altro scenario orribile di cui non si parla tanto, il numero di feriti e mutilati, devastati fisicamente e psicologicamente; per ogni morto infine ci sono decine di persone che hanno patito un dolore atroce, per la perdita di un fratello, una moglie, una figlia, oppure un caro amico.

L’ultimo scenario direttamente correlato alla vendita di armi sono i milioni di persone che ogni anno lasciano le proprie case; secondo un rapporto Unicef del 2016 nel mondo ci sono 93 milioni di sfollati costretti a fuggire a causa delle guerre, delle persecuzioni o semplicemente perché l’area geografica da cui provengono è stata per anni spogliata dalle multinazionali delle proprie risorse e dei mezzi di sostentamento che avevano. Di questi profughi, secondo il rapporto Unicef, oltre 50 milioni sono bambini, un piccolo profugo ogni 45 bambini nel mondo. L’asticella del barometro dei conflitti, come riportato da questa pubblicazione del 2015 è in continuo aumento. Con le sole guerre in Afghanistan (600mila sfollati), Iraq (4,2 milioni), Siria (oltre 12 milioni), Libia (mezzo milione), Nigeria (2,5 milioni) e Yemen (150.000) si contano 19,5 milioni di profughi. Queste persone le vediamo tutti i giorni arrivare sulle nostre coste in veri e propri viaggi della disperazione, spesso in mano a trafficanti che sono i veri e propri schiavisti del XXI secolo, oppure attraversare regioni gelate, in lunghe marce forzate come fossero deportati di guerra, come successo di recente in Serbia e in Ungheria con i poveri profughi afghani.
Sempre secondo i dati del SIPRI, nel solo 2015, siamo arrivati a 4.000 morti nel solo mar mediterraneo, durante la traversata, è un dato in costante crescita.
Eppure a fronte di tutti questi numeri, i mercanti d’armi, disperazione e morte, (come chiamarli diversamente?) continuano indisturbati nella corsa al loro dannato profitto, banche finanziatrici e governi inclusi.

Adesso bisogna porsi alcune domande: agli effetti pratici, produrre un’arma che poi viene esportata e usata nei paesi coinvolti in un conflitto non è forse configurabile come un atroce crimine di guerra? E ancora, che differenza c’è fra chi produce e vende un’arma destinata alla guerra e chi poi tira il grilletto? Moralmente ed eticamente di certo nessuna. Infine, quale può essere la differenza fra chi usa un fucile mitragliatore sulla popolazione civile e chi ne ha finanziato la produzione? (vedi banche) o esortato e agevolato l’esportazione verso gli stati coinvolti in guerra? (Vedi governi).

Attenzione inoltre a dove vengano messi i nostri soldi; forse un tempo ciò era fatto a nostra insaputa, ma oggi non più: si parla di denaro che magari è “appoggiato” su qualche “fondo d’investimento sicuro” con una “buona redditività”. A seconda della banca proponente il fondo, una percentuale di questi fondi, potrebbero tranquillamente finire in qualche proiettile o in qualche mina antiuomo, destinati a qualche bambino che nemmeno sa che noi esistiamo, salvo poi ritrovarsi steso in terra in una pozza di sangue.
D’altro canto sono in molti a protestare per tutti questi sbarchi, dicendo “che stiano a casa loro”, oppure nella migliore ipotesi, ad accompagnare lo sdegno peloso con affermazioni del tipo “sì poverini, ma aiutiamoli a casa loro” senza mai sforzarsi di capire che quelli che si salvano, li si vede ormai a centinaia di migliaia sbarcare sulle nostre coste, sono in fuga da anni dalle guerre, gli stessi conflitti che i nostri governi, spesso conniventi, hanno caldeggiato e appoggiato.

La contraddizione assume poi tinte grottesche, se solo si pensa che con alcuni paesi in guerra governi e aziende prima mercanteggiano la morte vendendo loro armi e poi applicano sanzioni che vanno solo ad incrementare le atroci sofferenze delle popolazioni civili già devastate dalla guerra.

Vogliamo per davvero fermare le guerre, i morti e il flusso in aumento dei profughi che fuggono dalla disperazione? L’equazione è dannatamente semplice: non collaboriamo, denunciamo e fermiamo produzione e vendita delle armi e saremo ben oltre la metà dell’opera.

Luca Cellini
Pressenza

La Massoneria tra mito, realtà e… politica

Giovanni Francesco Carpeoro, al secolo Pecoraro, è attualmente uno dei massimi esperti di Simboli operanti in Italia. Avvocato, nato a Cosenza nel 1958, ha lavorato nel mondo dello spettacolo assistendo professionalmente molti volti famosi dello star system del Belpaese. Appartenente dal 1981 alla Massoneria di Rito Scozzese, diviene Sovrano Gran Commendatore e Gran Maestro della Legittima e Storica Piazza del Gesù nel 1999, rimanendo tale fino al 2005, data nella quale cessa la sua operatività massonica. Caso forse più unico che raro, Carpeoro scioglie la sua obbedienza massonica, che poi confluirà negli ALAM (Antichi Liberi Accettati Muratori), e a un certo punto della sua vita decide di esporsi pubblicamente con un lavoro di divulgazione sulla Massoneria atto a fare un po’ di chiarezza sulla vera natura delle organizzazioni iniziatiche. Chiarezza necessaria in un Paese in cui il pregiudizio antimassonico, retaggio fascistoide e reazionario, è in forma smagliante. Basta andare ad ascoltare su Radio Radicale l’audizione del Gran Maestro del GOI, Stefano Bisi, alla “Commissione Parlamentare di Inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere”, volgarmente detta “commissione antimafia”, per rendersi conto. Ma Carpeoro oltre ad avere una importante storia iniziatica alla spalle, ne ha anche una politica altrettanto importante nel Partito Socialista Italiano


massoni_corona“Guardi
,” mi dice, ” la mia storia è questa qui: io ho cominciato nella Giovanile, poi sono passato al Partito. Poi quando mi sono incazzato sono passato al PSDI. In seguito sono tornato a parlare amabilmente con Bettino, senza però più riscrivermi ma rimanendo di “area”.  E poi, dopo il mio ultimo incontro con Bettino, non ho più avuto alcun impegno politico. Non sono più andato nemmeno a votare. Anzi, ho votato un paio di volte per i Radicali, perché non lo consideravo un tradimento ideologico. Amico di Marco (Pannella, n.d.r.) in un paio di occasioni li ho aiutati, ma non ho più votato per nessun altro partito”

Ma facciamo un po’ di storia: mi risulta che il primo congresso del PSI ebbe luogo nell’anticamera pubblica di una storica loggia genovese. La collaborazione tra massoneria e forze laiche (Socialisti, Repubblicani e Radicali) produsse la politica dei “Blocchi Popolari”, che portò addirittura all’elezione di Ernesto Nathan quale Sindaco di Roma. Quali furono i rapporti storici tra massoni e socialisti italiani?

Ernesto Nathan fu eletto con i voti della Massoneria. Fu il candidato della Massoneria, quindi in quanto tale trasversale e quindi, proprio in quanto tale, attinse voti tanto dalle componenti progressiste quanto da quelle conservatrici. Inizialmente i vertici socialisti erano quasi tutti massoni: Bissolati, Turati eccetera. E quindi non c’erano problemi. Poi iniziò nell’area massimalista, che si sarebbe scissa molto più tardi, un’ ostilità verso la Massoneria in quanto borghese. Rimasero molti socialisti massoni, però, diciamo che, ci fu un’intensificazione dei legami tra Massoneria e componenti liberali conservatrici, uno su tutti Giolitti.

L’ VIII congresso del PSI, tenutosi a Bologna nel 1904 passa alla storia per la questione dell'”incompatibilità” (tra socialisti e massoni), che porterà addirittura al Referendum nell’anno successivo per stabilire se la qualifica di massone costituisse per un socialista un caso di indegnità morale

Si è vero. Il Referendum fu promosso dall’area massimalista, la quale sosteneva fondamentalmente che la Massoneria in quanto fenomeno borghese non desse sufficienti garanzie di quella lotta per il consenso popolare e per la sovranità popolare che il Massimalismo si proponeva. Del resto non va dimenticato che nell’ XI congresso nel 1910, Mondolfo, Mastracchi, Salvemini e Angelica Balabanoff  si fecero promotori di una mozione che invitava i socialisti che non erano massoni a non entrare nella massoneria e a quelli che vi appartenevano di uscirne.

Quando Benito Mussolini cominciò a diventare un esponente di spicco del socialismo italiano,  fu avvicinato da personaggi appartenenti alla Massoneria, per esempio Raoul Palermi e Filippo Naldi. E’ vero?

Raoul Palermi rifiutò per tre volte la richiesta di Mussolini di affiliarsi alla massoneria, quindi direi che qualsiasi ipotesi di rapporti tra i due sia falsa. Per quanto riguarda Filippo Naldi quello più che un rapporto fu un’associazione a delinquere. Filippo Naldi era tutto: era un banchiere, un finanziere, era un giornalista, era un massone traditore. Era tutto. Naldi non apparteneva al GOI, apparteneva alla Serenissima Gran Loggia  Nazionale di Piazza del Gesù, sospeso più volte ma vi apparteneva. Come del resto Palermi, che ne era il Gran Maestro. Filippo Naldi è l’uomo di potere vero, il Gelli tra le due guerre. E’ colui che convince Mussolini a sposare la linea interventista che lo porterà ad uscire dal Partito Socialista e dalla direzione dell’Avanti. E’ colui che gli troverà  i soldi per il Popolo d’Italia. E’ colui che porterà la zizzania, perché lo zoccolo duro di Mussolini era costituito da massoni, erano i cosiddetti “Sansepolcristi” e Naldi poterà guerra in quell’ambiente, per cui ci sarà sempre una certa diffidenza di Mussolini nei confronti dei Sansepolcristi. Tenga presente che tutti e quattro i quadrunviri del primo regime fascista, quando ancora Mussolini faceva delle cose progressiste un po’ da socialista, De Bono, De Vecchi, Balbo e Michele Bianchi erano tutti massoni. Ma Filippo Naldi  tradisce ulteriormente procurando a Mussolini i contatti con un cardinale (Gasparri? n.d.r.), il quale pone come condizione per l’accordo tra Chiesa e Fascismo, i c.d. Patti Lateranensi, di mettere fuori legge la Massoneria. Quindi grazie a Filippo Naldi la Massoneria è stata messa fuori legge e l’unico che la difese in parlamento è stato Gramsci, che si è alzato e fece un memorabile discorso.

Giacomo Matteotti era un avversario del Naldi se non sbaglio
Naldi lo fa ammazzare a Matteotti. Naldi è il titolare del contratto di noleggio dell’automobile usata dai killer del deputato socialista. Viene condannato a 6 mesi di confino e poi dopo torna in auge tranquillamente. E sarà il grande protagonista dell’organizzazione della fuga dei Reali a Napoli. I Savoia fuggiranno a Napoli perché Naldi organizzerà tutto. Ci fu la sua mano  anche dietro al Gran consiglio che avrebbe dovuto rimettere a capo i Sansepolcristi, attraverso l’ordine del giorno Grandi, che era concordato con Mussolini, il quale aveva sempre avuto il sospetto che la massoneria volesse fargli fare le scarpe da Balbo, che per questo fu fatto ammazzare. In realtà poi l’uomo della Massoneria di Piazza del Gesù diventa Costanzo Ciano. L’ordine del giorno Grandi fu un tentativo disperato di Palermi, attraverso Naldi, di restituire il potere allo zoccolo duro del fascismo. Il piano fallì perché Mussolini venne rapito dai Tedeschi il giorno dopo e a quel punto fece tutto quello che dicevano i Tedeschi.

Dopo la guerra, entrando nella storia repubblicana del nostro Paese, i rapporti tra Massoneria e PSI si rinsaldarono?

Si, i rapporti tra PSI e Massoneria nel dopoguerra furono ottimi per merito di Pietro Nenni, il quale non era massone ma era molto vicino a posizioni massoniche. Dei suoi due segretari, Pietro Longo e Bettino Craxi, uno dei due era massone: Pietro Longo. In seguito il PSI perse un po’ di massoni quando ci fu la scissione di Palazzo Barberini, perché molti massoni finirono nel PSDI: Costantino Belluscio, lo stesso Saragat, Renato Massari, Matteo Matteotti (il figlio di Giacomo), insomma gliene posso citare un numero industriale. Praticamente di tutti i massoni che erano nel PSI, l’80%  passarono al PSDI. 

Oltre che da massoni regolari il PSDI fu frequentato anche da iscritti alla P2

Ma consideri che nella P2 c’è finita gente che neanche sapeva di essere iscritta alla P2. E’ un discorso molto complicato, però le dico solo una cosa: è da 20 anni che in Italia si parla di P2 ma nessuno parla della P1. Preferiscono arrivare alla P10, ma guai a parlare della P1. Per chi fosse interessato nel mio libro “Dalla Massoneria al Terrorismo” ne parlo.

Bettino Craxi invece aveva in simpatia i Massoni?

Bettino non era massone, ma si aveva in simpatia i Massoni. Veniva da quel tipo di cultura e di studi. Aveva tutto per essere un Massone, tranne il carattere. Lui non è mai entrato in Massoneria perché Bettino era uno che le divise le amava solo sugli altri, su di sé non le ama molto.  E quindi non entrò mai in massoneria per questo motivo. Entrò in una Ur-Lodge, questo si. Le Ur-Lodge ammettevano anche non affiliati alla massoneria e tutt’ora lo fanno.

Le Ur-Lodge sono dei centri di potere che si dividono tra progressisti e conservatori, è corretto?

Si, è corretto. Alcuni volevano lavorare per il bene ma secondo me è sbagliato comunque il concetto della Ur-Lodge. E’ in ogni caso una visione oligarchico – aristocratica della vita che non condivido. Ma c’è anche chi ha sbagliato in buona fede, nel tentativo di fare del bene e questo gli va riconosciuto. Bettino entrò in una Ur-Lodge per motivi di politica internazionale. Altrimenti tutto sarebbe passato sulla sua testa, no?

A proposito di politica estera che ne pensa del paragone che spesso ricorre tra Bettino Craxi e Silvio Berlusconi?

Beh, mi sembra impietoso. Berlusconi non era uno statista. Certamente un grande imprenditore che si è prestato a una cosa che non ha saputo fare, perché non era nelle sue corde. Se io domani voglio andare a giocare a Basket e sono altro un metro  mezzo, dove mi fanno giocare?

Senta, che mi dice dei rapporti attuali tra area laica e Massoneria?

Ma non esiste più nulla perché in Italia non c’è più politica. Lei quale definirebbe area laica? Stiamo parlando di gente che ha fondato un partito dove l’unico iscritto è lui stesso. Di che stiamo parlando? D’altro canto la Massoneria è conciata ancora peggio, quindi voglio dire stiamo parlando di morti che si parlano.

Quindi Lei non vede nessuna possibilità di una ricostruzione Laica in Italia?

Ad oggi no

Corrado Li Greci

I comuni e la gestione dei servizi produttivi

acquaIn teoria anche gli enti locali possono produrre in proprio beni e servizi, quali la distribuzione di luce e gas, le farmacie, le centrali del latte. Tuttavia questo avviene per lo più in territori con esigenze particolari. In 9 grandi città su 14 questa spesa non supera l’euro per ogni residente.
Gran parte dei beni che acquistiamo e dei servizi di cui usufruiamo quotidianamente sono offerti da aziende private sul libero mercato. In altri casi sono forniti da società concessionarie di un servizio pubblico, per esempio quelle che si occupano di gestire utenze come luce, acqua e gas.

In alcuni territori però una serie di attività in grado di produrre utili, e di solito svolte da privati, possono essere offerte anche dal comune. È il caso delle farmacie municipali e di tutte le attività produttive gestite direttamente dagli uffici comunali, tra cui per esempio i servizi di teleriscaldamento o di distribuzione del gas.

Non è frequente che questi servizi siano gestiti dall’amministrazione comunale, e nel corso degli ultimi decenni si è avviata una progressiva esternalizzazione verso società pubbliche o private. Dunque spesso questo tipo di attività resta come residuo del passato. In alcuni casi però il comune interviene per colmare un vuoto del mercato: per esempio nelle zone montane, dove offrire determinati servizi sarebbe troppo oneroso per un privato.

Attraverso openbilanci.it è possibile vedere quanto vale questo tipo di spesa sui bilanci dei comuni che la sostengono, consultando la voce “servizi produttivi dei comuni”. La quale comprende prestazioni quali la distribuzione del gas, le centrali del latte, i servizi di teleriscaldamento, di distribuzione dell’energia elettrica e le farmacie comunali. Abbiamo controllato la voce per i centri sopra i 200mila abitanti, nei bilanci consuntivi per cassa del 2014.

Quasi tutte le maggiori città italiane hanno un livello bassissimo o nullo di spesa per servizi produttivi. Spendono 0 euro pro capite Torino, Padova, Bari, Genova e Milano. Ma anche a Firenze, Palermo, Verona e Bologna questa voce non supera l’euro per abitante. La città che si distacca con larghissima misura è Venezia con circa 327 euro pro capite in servizi produttivi. Una cifra spiegabile con la conformazione e le esigenze specifiche del capoluogo lagunare. È infatti evidente che questo tipo di spesa si trovi più facilmente in contesti particolari, mentre in gran parte delle città maggiori è praticamente inesistente. Nei primi tre posti della classifica anche Catania (14 euro circa per abitante) e Trieste (con 12,14 euro).

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Testamento biologico.
Il diritto di scegliere

testament biologico

“Dopo oltre 3 anni dal deposito della proposta di legge di iniziativa popolare dell’Associazione Coscioni, il Parlamento compie un passo importante, il riconoscimento ufficiale del diritto di scegliere come e quando terminare la propria vita e interrompere la propria sofferenza”.

Lo afferma la portavoce del Psi Maria Cristina Pisani all’indomani dell’approvazione da parte della commissione Affari Sociali della Camera della legge sul testamento biologico. L’approdo del ddl in Aula è previsto per il prossimo 30 gennaio. Ovviamente l’offensiva della Cei non si è fatta attendere e marcherà stretto l’iter parlamentare. Il presidente Bagnasco ha infatti lanciato un monito alla politica e al Parlamento sconfinando ancora una volta in campi al di fuori della competenza della Conferenza episcopale. “Ci preoccupano non poco – ha detto  Bagnasco -le proposte legislative che rendono la vita un bene ultimamente affidato alla completa autodeterminazione dell’individuo”.

Come giudichi questo testo?
“Il testo uscito dal comitato ristretto della commissione Affari sociali è un testo equilibrato proprio per arrivare a una buona legge prima della fine della legislatura e mettere fine al vuoto legislativo che ad oggi viene spesso colmato dalle sentenze della magistratura. In gioco c’è soltanto la nostra libertà di essere, di scegliere. Le dichiarazioni anticipate di trattamento non sono l’eutanasia, non sono il trionfo della morte sulla vita, ma semplicemente il rispetto della vita umana come bene indisponibile. E’ comprensibile che, quando si affrontano i temi della malattia grave e della fine della vita, il disorientamento e il carico di emotività generino confusione ma il cuore della libertà è rappresentato dal diritto di definire il proprio concetto di esistenza, del suo significato, dell’universo e del mistero della vita umana. Se le opinioni relative a questi argomenti fossero imposte, noi non potremmo autodeterminare le nostre volontà. Cogliamo insieme questo respiro di libertà, evitando la rigidità. Perché non siano altri a scegliere per noi.’

Il diritto all’autodeterminazione è un diritto inviolabile dell’uomo…
Certo. E rientra fra i valori espressi che l’ordinamento garantisce a favore della persona. Il tentativo di contestare la legittimità delle direttive anticipate, attraverso l’invocazione del canone di autosufficienza dell’accanimento terapeutico costituisce soltanto un errore concettuale. La nostra Carta costituzionale è aperta alla previsione di un ventaglio potenzialmente ampio di strumenti per mezzo dei quali il diritto all’autodeterminazione dei trattamenti sanitari può essere tutelato dall’ordinamento ed esercitato dal singolo, anche se incapace. Lo stato d’incapacità di esprimere un consenso attuale, non può inevitabilmente escludere la possibilità del paziente di accettare o rifiutare le cure perché renderebbe cogente un trattamento che altrimenti sarebbe volontario, al di fuori di una specifica previsione legislativa, in dispregio della riserva di legge posta dallo stesso art. 32.

Il traguardo non è ancora tagliato però.
Nell’attesa di questa legge sul testamento biologico, che ne regoli compiutamente l’istituzione, nella regione Lazio e nella regione Campania e in molte altre regioni abbiamo depositato insieme ai nostri consiglieri la proposta di legge «Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (DAT). Istituzione e accesso al Registro Regionale», che permetterà di dichiarare anticipatamente le proprie volontà circa le cure e i trattamenti sanitari ai quali si desidera o non si desidera essere sottoposti nel caso di condizione irreversibile di non intendere e di volere. La proposta di legge prevede che le DAT siano iscritte in un Registro Regionale istituito presso le Aziende sanitarie locali e memorizzate nella Carta sanitaria regionale del cittadino. Ovviamente, la scelta se presentare la DAT è libera e facoltativa. La DAT, redatta in forma scritta e munita di sottoscrizione autenticata nelle forme di legge, prevede l’indicazione sia sui trattamenti sanitari in vita sia le disposizioni sul fine vita: l’essere o meno sottoposti a determinate cure o trattamenti sanitari; la donazione o meno degli organi e dei tessuti in caso di decesso del dichiarante che dovrà designare uno o più fiduciari con il compito di garantire l’attuazione di tali volontà. L’accesso al Registro e alle DAT è consentito solo al fiduciario, al medico curante, al personale medico di pronto soccorso, ed è garantita la tutela dei dati secondo il Codice della privacy.

La Cei ha già iniziato a fare sentire il proprio peso. Si tratta però di aumentare i diritti di scelta degli individui. Insomma una questione di libertà…
Cogliamo insieme questo respiro di libertà, evitando la rigidità e le contrapposizioni ideologiche. L’obiettivo è quello di sgombrare il campo dagli equivoci e dalle paure e di spiegare il valore e il significato dell’espressione di questo diritto per ognuno di noi. Tra le nostre responsabilità c’è anche quella di ascoltare e dare voce allo strazio che percorre le corsie dei nostri ospedali, le mura domestiche. Perché non siano altri a decidere per noi.

Edoardo Gianelli

Il sistema bancario naviga pericolosamente a vista

bancarottaDi fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà.

Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.

Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.

Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.

Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca di’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.

Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?

Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.

Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.

Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.

Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio.

Quando Wall Street  e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.

Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.

L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!

Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

*già sottosegretario all’Economia  **economista