Il nuovo carcere di Nola,
burocrazia e declamazioni

carcereNon abbiamo ancora avuto esiti o resoconti di stampa riguardanti il dibattito che si è appena tenuto il 24 maggio al Convento di Santo Spirito a Nola sul tema “Spazio della pena, quale carcere per Nola”. Certo è che si è riunita buona parte di coloro che in vario modo hanno avallato l’attuazione di questo mostro architettonico, portandone sulle spalle una qualche responsabilità. Il nuovo carcere di Nola rimarrà scolpito nella storia negativa dell’edilizia carceraria alla faccia di quanto declamato nei tanti buoni propositi, gli annunci, le passerelle dei sedicenti archistar, ove molto è stato detto e scritto negli Stati Generali dell’esecuzione penale, ma poco e male (dopo) è stato fatto. E’ più che evidente che le passerelle che sul territorio nolano sono fatte servono a gettare acqua sul fuoco a fronte delle tante critiche che da più parti vengono rivolte al progetto, ai progettisti e in ultimo all’apparato politico-burocratico che contraddice se stesso circa le decisioni assunte in merito ai buoni propositi destinati ad una nuova concezione della detenzione.

In tal senso non valgono le giustificazioni burocratiche, né tantomeno alcune fantasiose descrizioni del progetto che non servono ad attenuare le responsabilità oggettive di un apparato che nel suo complesso ha sostenuto un progetto costoso, ingestibile e di troppo vecchia concezione. L’assenza del coordinamento sistemico tra le decisioni tecnico progettuali e la chiarezza di obiettivi sul significato dell’esecuzione penale in linea con gli Stati generali, insieme alla distanza di un pur vago indirizzo politico, hanno consentito l’attuazione della gara relativa al megamostro nolano. Un obbrobrio in primo luogo sociologico e poi economico/gestionale, destinato a una comunità di oltre 1200 detenuti. Numero sicuramente destinato ad aumentare viste le “necessità” del sovraffollamento in continua crescita data la carenza di strutture adeguate, unita ai ritardi programmatici. Un intervento edilizio, che nonostante le migliori descrizioni che da parte degli autori responsabili del progetto sono state rese, non riesce ad ingannare alcuno circa le preoccupanti disattenzioni concernenti l’impostazione funzionale e formale prescelte nell’organizzazione progettuale.

Viene il dubbio che l’elefantiaco apparato burocratico della funzione pubblica, per sua natura limiti la capacità di capire e risolvere i problemi, a causa della cronica mancanza di una cultura sistemica necessaria alla condivisione delle conoscenze tra i diversi settori, uffici e funzioni. Questo è il caso di un perverso modo di concepire e promuovere anche gli interventi più sbagliati facendosi scudo della cosiddetta competenza di settore, che dietro lo schermo della prassi politico/amministrativa assolve se stesso e qualsiasi operazione quando ben incastrati nel rigido mosaico burocratico. Da qui la conseguente “deresponsabilizzazione di individui e interi uffici, come sostengono Lippi e Morrisi nel loro “Scienza dell’Amministrazione” Il Mulino – Bologna 2005, dinnanzi alla soluzione di problemi che esulano dalla stretta definizione del compito, a causa della tendenza di ciascuna mansione o ufficio a svolgere i propri compiti ignorando la logica dell’azione collettiva e lo scopo dell’amministrazione”.

In tal senso spontaneo e sempre più forte viene il dubbio che l’apparato non intenda “risolvere” il problema in quanto a risoluzione avvenuta verrebbe meno la sua stessa finalità e ragione di esistere. Il progetto del carcere di Nola risolve purtroppo tale dubbio anteponendo la prassi burocratica e gli interessi connessi alla sua inamovibilità, con la copertura ideologica dei vari esperti di settore all’uopo chiamati a garanzia concettuale.

D. Alessandro De Rossi
LIDU onlus Presidente Commissione Diritti della persona privata della Libertà

Ermini: “Gentiloni fino al 2018? Sì, ma…”

Il discorso sulla legge elettorale è chiuso. Parola di David Ermini, deputato renziano del Pd, che nell’intervista all’Avanti! afferma che il governo Gentiloni “andrà certamente alla fine della legislatura” e si voterà nel 2018 “con la legge uscita dalla Consulta”. Ieri nel suo intervento sulle mozioni Consip il senatore di Mdp Gotor si è scagliato contro Lotti e, indirettamente, contro Renzi. Difficile pensare a futuri accordi, dunque. Ad oggi “mi pare che si chiamino fuori – spiega Ermini -. Se fanno i duri e puri, pensando di poter fare testimonianza, lo facciano pure. Io credo che l’Italia abbia bisogno di un centrosinistra forte e non di semplici slogan”. In realtà il Pd pensa ad un altro alleato: “Penso che l’iniziativa di Pisapia sia assolutamente lodevole, auspicabile e con l’idea di poter avere un’alleanza con noi”.

Onorevole Ermini, dopo il fallimento della legge elettorale quali possono essere le vie da percorrere? Il Pd con chi potrebbe trovare un accordo?
“Allo stato attuale trovo molto difficile che si possa modificare la legge elettorale. In questo momento, dunque, non ci possono essere accordi. Le proposte dovranno farle gli altri. A questo punto per noi è definitivo andare a votare con la legge uscita dalla Consulta”.

Il Governo Gentiloni arriverà alla fine della legislatura o deve temere il fuoco amico?
“Per quanto riguarda il Pd andrà certamente alla fine della legislatura. Giusto, però, parlare di fuoco amico perché ci sono forze che dicono di stare in maggioranza e poi non votano i provvedimenti del Governo. Per cui il problema sarà per loro, non certo per il Partito Democratico”.

Renzi ha aperto ad una alleanza con Pisapia che, però, pone condizioni. È così difficile rifondare il centrosinistra? Alcuni esponenti del suo partito, ma anche della sinistra in generale, ritengono che sia utile la compattezza della sinistra…
“È certamente utile. Ma la domanda non andrebbe posta al Pd, bensì a quell’arcipelago che c’è alla nostra sinistra che trova molte difficoltà a stare insieme. Penso che l’iniziativa di Pisapia sia assolutamente lodevole, auspicabile e con l’idea di poter avere un’alleanza con noi. Sto vedendo e leggendo in questi giorni che i problemi si trovano all’interno di alcuni movimenti che compongono l’arcipelago della sinistra. È un difetto storico della sinistra, ma vedo che purtroppo si sta proponendo anche in questo periodo”.

Come intendete procedere con Articolo 1 – Mdp?
“Loro dovranno decidere se vogliono far parte di questa coalizione o meno. Ad oggi dalle parole espresse, soprattutto da quelle pronunciate ieri dal senatore Gotor, mi pare che si chiamino fuori. Se fanno i duri e puri, pensando di poter fare testimonianza, lo facciano pure. Io credo che l’Italia abbia bisogno di un centrosinistra forte e non di semplici slogan”.

Si parla di un accordo Berlusconi-Renzi. Si sente di escluderlo? Quali sono i loro reali rapporti?
“L’accordo era istituzionale sulla proposta di riforma elettorale, che era stato sancito con Forza Italia, con la Lega ed il Movimento 5 Stelle. Nessun altro tipo di accordo con Forza Italia, che nella nuova campagna elettorale avrà il suo programma e noi avremo il nostro. Vedo invece nel movimento di Pisapia, ed eventualmente in una formazione di centro che potrebbe nascere, la possibilità di ricreare un centrosinistra dove il Pd sia la forza trainante, maggiormente rappresentativa e che possa guidare questo paese nel percorso di uscita dalla crisi. Percorso che abbiamo già cominciato”.

Lo Ius Soli ha creato bagarre in Parlamento. Cosa farà il Pd?
“Lo Ius Soli è un diritto per i bambini che potranno chiedere di anticipare quello che poi già la legge concede, cioè la richiesta di cittadinanza. È ingiusto vedere esclusi dalla nostra società i bambini che parlano italiano, che vivono italiano, che tifano squadre italiane, che hanno affetti ed amicizie con gli altri bimbi italiani. Molti cercano di confondere lo Ius Soli con l’immigrazione, ma sono due cose completamente diverse. Noi che siamo cresciuti nella generazione di Bob Kennedy e di Martin Luther King crediamo che questo sia un disegno, una speranza di un futuro migliore per tutto il nostro mondo”.

Il centrosinistra in quali aree e in quali settori dell’Italia deve recuperare?
“Soprattutto nelle parti più disagiate del Paese. La sinistra deve ancora recuperare nei confronti delle professioni, dei lavoratori autonomi e degli artigiani, anche se in questo periodo c’è stata molta attenzione in tal senso. Penso, però, che il Pd abbia anche un altro compito, cioè quello di creare una nuova classe dirigente che guardi al futuro. Ecco perché c’è bisogno di dare molto spazio ai giovani, di dare loro speranza, ma allo stesso tempo concretezza, perché i giovani possano diventare sin da ora coloro che ci guideranno nei prossimi anni”.

Ida Peritore

Debito pubblico e crisi
del sistema-Italia

bernakeFondata nel 1971 a Newport Beach, in California, PIMCO (Pacific Investment Management Company) è una società di gestione di investimenti, uno tra i leader mondiali più credibili nella gestione obbligazionaria. Tra i suoi compiti, PIMCO annovera, oltre quello di organizzare i forum internazionali sulle più importanti tematiche economiche, quello di coadiuvare i manager delle società nel delineare le politiche di investimento più convenienti.
Tre sono le aree di interesse nelle quali è suddivisa l’attività di PIMCO: “Portfolio Management”, struttura che riceve le informazioni dagli specialisti dei vari mercati, al fine di stabilire quali investimenti proporre; “Account Management”, che si occupa dei rapporti con i clienti e di quelli con le istituzioni; “Business Management”, che ha il compito di stabilire le strategie di investimento.
Tra l’8 e il 10 maggio scorsi, PIMCO ha tenuto a Newport Beach il suo trentaseiesimo “Secular forum” annuale, allo scopo, come d’ordinario, di identificare le “forze secolari” di medio periodo che guideranno, sia l’economia monetaria e le politiche fiscali globali, sia l’andamento dei mercati finanziari nei prossimi tre o cinque anni. Come sempre, anche il forum di quest’anno ha avuto l’obiettivo di confermare l’analisi secolare degli anni precedenti, o di rifinirla sulla base degli ultimi eventi, o addirittura di sostituirla completamente.
Nel corso del Forum del maggio scorso, i suoi esperti (tra i quali Ben Bernanke e Jean-Claude Trichet) hanno esaminato e valutato il panorama economico, dei mercati finanziari e delle politiche economiche attuate all’interno dei singoli Paesi. Nei confronti dell’Italia, il colosso del risparmio gestito ha espresso un giudizio non del tutto incoraggiante, soprattutto riguardo al suo comparto obbligazionario pubblico; al giudizio di PIMCO si è aggiunto quello di identica natura di altri importanti “money center” globali, quali JP Morgan, Merrill Linch, Barclays, ed altri ancora, incluso il Soros Fund.
Secondo gli analisti di PIMCO, la posizione dell’Italia, pur essendo migliorata, sarebbe passata dall’essere “sovrappesata” a “normale”; i termini “sovrappesato” (overweight) e “sottopesato” (underweight) sono usati nel linguaggio dei mercati finanziari per indicare la valutazione di un “gestore di risparmi” riguardo al rendimento di un determinato titolo. Se la valutazione del titolo è underweight, significa che il gestore è pessimista riguardo a quel titolo; mentre la valutazione overweight, esprime convenienza per i risparmiatori ad acquistare. Infine, la valutazione “normale” suggerisce convenienza ad attendere che il mercato finanziario chiarisca le condizioni di rendimento del titolo considerato.
Il fatto che PIMCO si sia espresso con riferimento alle obbligazioni pubbliche dell’Italia per una posizione di “normalità”, significa che tutti i centri di gestione del risparmio sono alla ricerca, o meglio sono in attesa che ciò che accade nel nostro Paese consenta loro di recepire qualche segnale positivo, in grado di dare fondamento ad una stima conveniente del rendimento delle obbligazioni pubbliche; ciò, al fine – come afferma Eugenio Occorsio in “I padroni stranieri del debito pubblico” (in la Repubblica A&F del 12 giugno scorso) – di “capire se il nostro Paese è finalmente rientrato nel novero di quelli affidabili e può avere qualche speranza di risalire nel rating con tutte le conseguenze in termini di tassi, affidabilità, credito”. Una risalita che, però, non è ancora possibile intravedere, a differenza di quanto è possibile prevedere per la maggior parte dei Paesi membri dell’Eurozona.
A tutt’oggi, infatti, non è possibile recepire segnali positivi per una risalita irreversibile dell’economia italiana, per via del persistere di due fattori condizionanti, il rapporto debito/PIL e l’inaffidabilità del quadro politico: il debito pubblico è da quattro anni fermo intorno al 132% del Prodotto Interno Lordo, mentre il quadro politico è caratterizzato da una paralizzante frammentazione partitica, dall’incapacità dei partiti di darsi una legge elettorale e dai ritardi ingiustificati sulla via delle riforme strutturali. Il permanere di questa situazione non volge al bello il futuro prossimo dell’economia e della società dell’Italia, se si pensa che solo il “normale” funzionamento della prima e la capacità di tenuta della seconda dipendono dalla disponibilità dell’estero a sottoscrivere i titoli pubblici che ricorrentemente il Paese deve collocare sui mercati finanziari internazionali.
Secondo la Banca d’Italia, gli investitori stranieri detengono oggi circa il 37% del totale del debito pubblico, ovvero poco meno di 800 miliardi di euro, circa un terzo del totale ammontante a circa 2.240 miliardi. Secondo la stessa Banca d’Italia, la cifra complessiva della quota di debito pubblico detenuto dagli investitori esteri è in netta diminuzione. E’ logico quindi chiedersi cosa potrà accadere, se la costante “uscita dall’Italia” degli investitori esteri si conserverà anche per l’immediato futuro. L’esodo è stato molto alto fra il 2010 e il 2012, quando era diffusa l’idea che l’Italia potesse fallire come la Grecia; da allora, i livelli si sono conservati stabili, ma in coincidenza del referendum costituzionale del dicembre 2916, l’”uscita” degli investitori esteri dall’Italia ha ripreso a salire, come risulta dai documenti contabili della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea.
I documenti confermano, infatti, che fra il settembre 2016 e il maggio 2017 sono usciti dall’Italia 100 miliardi di euro, disertando l’acquisto, non solo di titoli di Stato, ma anche di azioni e obbligazioni societarie. Se alla diminuita disponibilità dei gestori esteri di risparmio ad investire in titoli pubblici italiani si aggiunge, sempre stando alla Banca d’Italia, che anche la quota dei titoli pubblici detenuti dalle famiglie italiane è in diminuzione, le preoccupazioni per come finanziare il normale funzionamento del sistema-Italia non possono che aumentare.
Oggi, la maggior parte dei Buoni Poliennali dello Stato (BTP) è detenuta dalla Banche italiane, da compagnie di assicurazione e da istituzioni che gestiscono fondi pensione. La situazione motiva molti analisti a considerare ancora attuale il pericolo che l’Italia finisca col diventare, nelle valutazione dei centri finanziari internazionali, un “Paese di frontiera”, ovvero un’area interessante solo per operazioni speculative; pericolo, questo, che potrebbe indurre persino gli investitori italiani ad abbandonare l’Italia. Per fugare questo pericolo, secondo gli analisti dei gestori internazionali di fondi di risparmio, occorrono segnali positivi riguardanti l’alleggerimento del livello attuale di debito pubblico. Come? La musica è sempre la stessa, nel senso che la “medicina” è quella che dall’inizio della crisi viene prescritta per l’Italia: occorre intervenire sull’ammontare del debito pubblico con programmi di privatizzazioni e di tagli strutturali di spesa, tutti finalizzati ad aumentare l’avanzo primario, ovvero la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche, escluse quelle per il pagamento degli interessi passivi sul debito.
Nel momento in cui stanno per avere termine le misure straordinarie della Banca Centrale Europea (BCE) a sostegno della stabilità monetaria all’interno dell’Eurozoana, diventa inevitabile che, nel caso mancasse una ripresa economica maggiore di quella prevista (anche al di sopra delle previsioni ottimistiche della Banca d’affari Morgan Stanley, che ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita dell’Italia per il 2017 dallo 0,8 all’1,2%) l’alto livello del dedito pubblico italiano induca gli investitori esteri ad aumentare il costo del denaro a prestito come “risk premium”.
In Italia vi è tuttavia qualche osservatore ed analista, come Reiner Masera, che sullo stesso numero di “A&F del 12 giugno scorso, in “Speculazione il falso allarme: debito pubblico, chi specula davvero non è all’esterno”, sostiene che non sono gli investitori esteri, ma l’Italia a rimettere “di fatto in discussione il sentiero non facile di rientro del rapporto debito/PIL”. E’ infatti discutibile, secondo Masera, che si consideri il rapporto tra quote del debito pubblico detenute in Italia e quote detenute all’estero come sintomo di solidità del sistema-Italia. Se il risparmio italiano indirizzato verso i titoli dello Stato è “in larga misura affidato, direttamente o indirettamente, a grandi operatori internazionali, che negli anni recenti hanno nel complesso bene operato a favore delle clientela retail”, non altrettanto può dirsi per la gestione delle detenzioni istituzionali nazionali dei titoli di debito.
Le modalità di gestione delle quote di titoli da parte dei creditori istituzionali, infatti, devono essere valutate più attentamente di quanto sinora è avvenuto. Certamente – osserva Masera – in condizioni normali dell’andamento dei mercati finanziari, anche i detentori istituzionali nostrani possono contribuire alla stabilità del sistema economico, ma se si manifestano tensioni, essi non mancheranno, come già è capitato negli anni di punta della crisi, di trascurare la loro funzione d’essere anche presidi della stabilità, ignorando completamente il loro rapporto con il debito sovrano.
Questa spada di Damocle fatta pesare sull’economia nazionale dall’inaffidabilità dei creditori istituzionali non è stata rimossa, soprattutto per demerito dei governi italiani, che in questi ultimi anni non hanno saputo approfittare delle politiche di sostegno dei debiti pubblici inaugurate dalla BCE. In conseguenza di ciò è quindi logico attendersi che, cessato il sostegno della BCE, l’intreccio problematico e ricco di insidie tra banche, debito sovrano e Unione Europea si ripresenti in tutta la sua pericolosità; a peggiorare la quale concorre tra l’altro anche la gestione delle ultime crisi bancarie, che da mesi il governo, con ripetuti cambiamenti di rotta, non riesce a risolvere.
La conclusione del discorso di Reiner Masera è che in Italia il problema dell’alto debito pubblico non lo si voglia affrontare realisticamente, attraverso una strategia che “non può che poggiare su molti tasti”. Tra questi, il principale dovrebbe essere individuato “nei tagli mirati e intelligenti di spesa”, concentrando l’attenzione sulle spese correnti a livello di enti locali, soprattutto su quelle “connesse a investimenti collegati al moltiplicarsi senza efficaci controlli di società a maggioranza pubblica”; in secondo luogo, i tagli dovrebbero avere di mira gli investimenti in infrastrutture con redditività privata o sociale che non vale a giustificarle. Gli investimenti pubblici dovrebbero essere selezionati in base alla loro qualità, quali quelli in capitale fisico, capitale umano e ricerca e sviluppo; ovvero, quelli che più direttamente possono concorrere al miglioramento della crescita attraverso l’aumento della produttività totale dei fattori.
Ciò implicherebbe che si individuassero nel risanamento mirato delle finanze pubbliche e nella maggior dinamica della produttività i due obiettivi da perseguire per un reale rilancio della crescita. Questi due obiettivi, non dovrebbero però essere dissociati dall’impegno del governo a rivedere l’assetto delle politiche economiche e monetarie europee; obiettivo quest’ultimo che potrebbe essere perseguito solo se il Paese riuscisse a dotarsi di una soluzione politica interna stabile e credibile.
In realtà, è questo il problema principale che il Paese è chiamato a risolvere, non solo per le fondate ragioni indicate da Masera, ma anche perché, dalle conclusioni dell’ultimo “Secular forum” di PIMCO, è la stabilità politica interna il fattore che maggiormente conta per orientare positivamente i centri di gestione del risparmio estero verso i titoli obbligazionari dello Stato; la loro fiducia è elemento molto più indispensabile di quanto non lo sia quella dei creditori istituzionali nostrani, perché decisiva per ridurre il pesante fardello del debito pubblico.

Gianfranco Sabattini

Cassimatis: “M5S cerca di cambiare anche l’elettorato”

Marika Cassimatis ha una laurea in Scienze Politiche, una in Geografia e un dottorato di ricerca in Scienze geografiche. È attivista del Movimento Cinque Stelle dal novembre 2012. “Davide contro Golia” è stato il suo motto da quando Beppe Grillo ha ribaltato il risultato delle comunarie decidendo, dopo che Marika Cassimatis, era stata designata a concorrere come candidata-sindaca, di ritirarle il simbolo, non ritenendola “non in linea con il Movimento”. Ha portato in tribunale Grillo combattendo contro la violazione della democrazia interna. il Tribunale si è espresso in favore della Cassimatis che però ha deciso di candidarsi con una propria lista. Gli esiti delle amministrative a Genova le avranno fatto assaggiare sicuramente il sapore della rivincita.

Cassimatis-675Marika Cassimatis, si sente un po’ responsabile del flop grillino a Genova?

“Direi di si, credo però che la responsabilità sia specialmente di Beppe Grillo e dello staff che hanno stravolto tutte le regole però sicuramente il mio caso ha pesato sul voto.”

Lei si è avvicinata al M5s nel 2012, fortemente convinta del principio “uno vale uno”. Sicuramente non potrà affermare la stessa cosa a 5 anni di distanza. Cosa è cambiato secondo Lei?

“È cambiato un po’ tutto. A cominciare dal programma politico. Credo di poter dire con sicurezza che il Movimento sta cercando di cambiare anche l’elettorato. Per questo motivo ha allontanato tutti gli attivisti storici in modo più o meno plateale. Il caso di Genova sicuramente è stato uno di quelli che ha avuto più risonanza ma in realtà ci sono stati molti episodi. Non ultimo a Chiavari per esempio, dove la lista non è stata certificata senza nessun tipo di spiegazione. Nessuna spiegazione del motivo per cui non è stato attribuito il simbolo. Si allontanano gli attivisti della prima ora, quelli fortemente convinti dell’”uno vale uno” e nei principi del Movimento cambiando tutto. Ovviamente a queste condizioni la base non accetta questo cambiamento.”


Quale è la fotografia del Movimento ad oggi secondo Lei?

“È un Movimento molto dilaniato da teste e vocazioni diverse. Soprattutto c’è un grosso cambiamento di stampo politico, l’impressione è che si ignori sempre di più il principio democratico, anche tramite la modifica di regolamenti interni. Questo l’elettorato lo sente. Il risultato è che il Movimento Cinque Stelle diventa un partito come un altro senza avere nessun background storico ideologico. Un po’ va a destra, un po’ va a sinistra, un po’ contro i rom, un po’ contro l’Europa, un po’ con l’Europa. Gli elettori sono giustamente disorientati.”

Lei ha querelato Luigi Di Maio per le parole espresse durante il comizio finale a Genova. Beppe Grillo aveva detto però di non avercela con Lei.

“Ho presentato oggi la querela. Evidentemente Beppe Grillo e Luigi Di Maio non si passano i messaggi o Luigi Di Maio non li legge. È uscita oggi anche una affermazione su Repubblica da parte di Pirondini contro di me. Vuol dire che siccome non capiscono glielo farò capire io per vie legali.”

Si è pentita della decisione che ha preso?

“Assolutamente no perché credo che essere stati presenti e aver portato la nostra testimonianza ha influito sui voti del Movimento e soprattutto ha lanciato il messaggio che noi siamo una forza democratica che porta avanti i principi originali del Movimento. Questo è solo l’inizio. Abbiamo avuto un discreto consenso e si è formato un bel gruppo, motivo per il quale noi andremo avanti”

Sarebbe disposta a chiarirsi con Beppe Grillo?

“Credo che a questo punto ci sia poco da chiarire. Abbiamo chiesto un chiarimento a marzo, siamo a giugno e ancora non è arrivato, oggettivamente credo che non ci sia più spazio per nessun tipo di confronto.”

Cosa pensa delle dichiarazioni del Sindaco di Roma Virginia Raggi riguardo al tema dell’immigrazione? E cosa ne pensa di quello che ha fatto (o non fatto) in questo anno di governo della Capitale?

“So che per tutta una serie di problemi a Roma le cose non funzionano. Il problema vero è che in tutti questi anni il Movimento non ha creato uno staff politico, non ha mai fatto formazione. Ci sono delle persone che, anche seppur animate di buona volontà, davanti a una gestione amministrativa difficile non hanno le competenze e non sono in grado di decidere. Credo che ora l’obiettivo del Movimento sia quello di puntare ai voti della lega. Si spiegherebbe questo continuo andare contro i campi rom tradendo il principio democratico del Movimento riguardo l’inclusione e l’accoglienza. In una parola sola potremmo dire che è un disastro”.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Matteotti e la denuncia
che gli costò la vita

matteotti avanti30 maggio 1924: “Ha chiesto di parlare l’onorevole Matteotti. Ne ha la facoltà”. Così il presidente della Camera dei Deputati Alfredo Rocco cedeva la parola a Giacomo Matteotti, deputato del Partito Socialista Unitario. Quel giorno avrebbe pronunciato il suo ultimo discorso in parlamento, denunciando l’invalidità delle elezioni politiche tenutesi l’aprile precedente che avevano portato il listone fascista alla vittoria del 65% dei seggi parlamentari. Qualche giorno dopo sarebbe stato rapito, il suo corpo trovato a Riano il 16 agosto successivo. La storia è nota, come è noto che l’onorevole Matteotti è divenuto a ragione uno dei più importanti simboli dell’antifascismo.

L’Italia del 1924 era un luogo in cui pronunciare la verità in parlamento era un atto di coraggio. Tuttavia, se c’era una speranza per chi credeva nella libertà, questa risiedeva nel lottare contro il degenerare della situazione. Le elezioni dell’aprile 1924 avevano mostrato la natura del fascismo, se questa non era già precedentemente risultata chiara. Presa del potere per via ufficiale da un lato, violenza dall’altro. Non l’assalto ai palazzi istituzionali, ma un’infiltrazione più subdola tessendo alleanze con i centri di potere e instaurando paura nella coscienza dei suoi oppositori. Nello specifico caso delle elezioni di aprile le squadre fasciste impedirono fisicamente a svariate liste di opposizione di candidarsi e ad alcuni noti sostenitori delle sinistre di votare. Oltre a ciò, le elezioni erano regolate dalla legge elettorale nota come legge Acerbo, una proporzionale con voto di lista e premio di maggioranza che attribuiva il 65% al primo partito se questo avesse ottenuto il 25% dei voti.

Tutto questo fu denunciato da Giacomo Matteotti novantatré anni fa.

Non solo un atto di coraggio, ma una lucida analisi dei fatti, resa ancora più complessa dalle numerose interruzioni cui questa fu soggetta. Egli stesso ha sottolineato più volte l’intento di presentare i crudi fatti senza dare giudizi, misura ancora più efficace laddove la gravità delle azioni dei fascisti si commentava da sola:

“Giacomo Matteotti: Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell’Assemblea… (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell’onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola 8, e che fu impedita… (Oh, oh! – Rumori)

Voci: a destra: “Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d’accordo tutti!”[1]

Pur riportando nomi ed esempi concreti in cui le bande fasciste impedirono con la violenza il corretto svolgimento della campagna elettorale, della procedura di candidatura delle liste e del voto stesso, Matteotti fu barbaramente contestato. Dall’aula parlamentare arrivavano continuamente negazioni, offese, provocazioni. Risposte da talk show di basso livello, dove però la posta in gioco era la libertà di un paese.

Se Matteotti davvero avesse davvero inventato quanto denunciato probabilmente non avremmo conosciuto la dittatura e lui non sarebbe stato eliminato. Uccidendolo hanno solo confermato ciò che era già evidente. Solo chi ha paura di affrontare la realtà tappa la bocca del proprio avversario. Per quanto possa valere, Matteotti oggi è un eroe, nessuno ricorda nome e volto di chi l’ha ucciso, se non quelli della dittatura, che viene qui ricordata solo per esprimere disgusto.

Giulia Clarizia

Blog Fondazione Nenni

[1] Dal resoconto stenografico della seduta della Camera dei Deputati, 30 maggio 1924.

L’anno zero del Partito Socialista francese

hollande Macron

Il Partito Socialista francese è allo sbando: secondo i sondaggi, potrebbe uscire dalle imminenti elezioni legislative con un pugno di deputati. Questa è solo la fase finale di un lento ma inesorabile declino, iniziato durante la presidenza di François Hollande. Cos’è andato storto? Il Partito Socialista francese è ormai un’esperienza politica da archiviare o potrebbe, invece, risorgere dalle sue ceneri? Lo abbiamo chiesto a Christine Vodovar, professoressa di storia comparata dei sistemi politici alla LUISS ed esperta di storia dei partiti socialisti in Francia e Italia.

Professoressa Vodovar, la presidenza di François Hollande è stata caratterizzata da una prima fase, più interventista, e una seconda, più liberale. Quanto la svolta liberale ha inciso sul fallimento di Hollande?
Non sono convinta che sia stata la svolta liberale di per sé ad aver inciso sul fallimento di François Hollande. Hollande ha sempre avuto una linea di socialismo liberale e, in tal senso, si può ipotizzare che ciò che ha fatto nella seconda metà del quinquennato sia quello che voleva fare fin dall’inizio. Ma avendo stipulato durante la campagna elettorale un accordo con l’ala sinistra del suo partito, è stato costretto, nei primi due anni del suo quinquennato, a portare avanti delle politiche, soprattutto economiche, che tenevano conto di queste posizioni. Perciò, quando ha fatto la svolta liberale, Hollande si è trovato a fare i conti con i cosiddetti frondeurs, l’opposizione interna al suo partito, che ha provato in maniera sistematica ad ostacolare le misure che cercava di prendere. Hollande non è quindi riuscito a dare un indirizzo di politica economica omogeneo al suo quinquennato. Ma, soprattutto, anche in seguito alla svolta liberale, non è riuscito a invertire il corso negativo dell’economia francese. Solo il deficit pubblico annuo è stato in un qualche modo contenuto. Gli altri indicatori, come, ad esempio, il tasso disoccupazione, quello di povertà, il bilancio commerciale con l’estero o il debito pubblico, non solo sono ancora tutti in negativo, ma sono anche peggiorati nel corso degli anni.

Se François Hollande è stato fin dall’inizio sostenitore di un socialismo liberale, si può affermare che Emmanuel Macron è il suo vero erede?
Assolutamente sì. Emmanuel Macron è il continuatore di quello che avrebbe voluto fare Hollande nella seconda parte del suo mandato. Le ricette sono un po’ diverse, ma l’idea è la stessa. I due condividono una visione di politica economica liberale, mirata a rendere più flessibile il mercato del lavoro e a sgravare le imprese da una serie di costi sociali. Macron vuole farlo meno brutalmente dei repubblicani e vuole che le misure liberali in questione siano accompagnate da una serie di misure sociali. In tal senso, durante la campagna si è molto ispirato alla cosiddetta flexi-security attuata nei paesi del nord Europa.

Riuscirà Macron dove Hollande ha fallito, ovvero a invertire gli indicatori economici?
È impossibile rispondere ora. Si può tuttavia sottolineare che Hollande era membro del Partito Socialista, mentre Macron non lo è. Possiamo dire che, se le elezioni legislative gli daranno un’ampia maggioranza – cosa che potrebbe anche essere – avrà le mani meno legate e non sarà obbligato a fare compromessi con una certa parte della sinistra, com’è stato invece il caso di Hollande. Inoltre, Macron ha più carisma di Hollande e riesce a sedurre maggiormente la gioventù e gli ambienti europei. Il suo potenziale di partenza è quindi maggiore ma, se non riuscirà a invertire gli indicatori, c’è il rischio che i populisti del Front National e dell’estrema sinistra ritornino con ancora più forza alla prossima tornata elettorale.

Quali sono le cause della sconfitta di Benoît Hamon, candidato socialista alle presidenziali? Ha perso perché è stato visto come il continuatore di una politica fallimentare? Perché ha fatto le promesse sbagliate, come quella sul reddito universale? O perché, semplicemente, mancava di carisma?
Innanzitutto, Hamon non ha potuto contare su un partito compatto alle spalle. Durante la presidenza di Hollande è stato il capo dell’opposizione interna e c’è una parte del partito, come l’ex primo ministro Manuel Valls, che non glielo ha perdonato. A livello di personalità, Hamon è sicuramente un uomo di apparato. Non ha grande carisma e non lo ha aiutato il non aver mai coperto ruoli in grado di dargli una statura nazionale. Il problema è che non è riuscito a creare consenso a sinistra né sulla sua persona, né evidentemente sulle sue proposte. Ma su questo punto, ha pagato il fatto che, avendo vinto le primarie e ottenuto allora un’ampia legittimità attorno al suo programma iniziale, gli è stato molto difficile ridefinire questo programma in tale modo da creare quel consenso più ampio presso i militanti e gli elettori socialisti e di sinistra, necessario per qualificarsi al secondo turno. Anche se la sua linea politica non era del tutto credibile, l’idea del reddito universale era comunque una novità e avrebbe potuto convincere la parte dell’elettorato più popolare che invece ha preferito votare Mélenchon e Le Pen. In ogni caso, non credo che Hamon sia apparso come l’erede di Hollande. Ha piuttosto scontato il fatto di aver preso in mano un partito che negli ultimi cinque anni si è estremamente indebolito. Ancor prima che Macron scendesse in campo, i candidati del Partito Socialista si stavano preparando a un’enorme sconfitta alle legislative. L’elettorato francese si è spostato a destra. Sondaggi ed elezioni di medio termine lo avevano da tempo confermato.
Infine, va ricordato anche che Hamon ha dovuto affrontare un Jean-Luc Mélenchon che è riuscito benissimo a imporsi come candidato più credibile per un certo tipo di elettorato di sinistra.

I sondaggi annunciano per il Partito Socialista una disfatta alle legislative. Come il PS potrà riprendersi da questa sconfitta e tornare ad essere il baricentro della sinistra francese?
La crisi del Partito Socialista ha delle radici profonde, l’elezione presidenziale ha soltanto dato un colpo di grazia. Quello che è venuto meno quest’anno è il grande partito della sinistra costruito da François Mitterrand tra il ‘69 e il ‘71, in grado di accogliere quasi tutte le sensibilità della sinistra di governo e anche qualche fetta di quella anti-sistemica. Si è chiuso un ciclo. Sinistra liberale, sinistra socialdemocratica e sinistra radicale non riescono più a dialogare. È difficile, a breve termine, ipotizzare una ricongiunzione. Se La République en marche sopravvivrà a Macron – impresa questa tutt’altro che facile – potrebbe diventare, almeno per ora, un’alternativa al vecchio PS.

Il Partito Socialista è quindi condannato a essere una forza di opposizione, sul modello del Labour di Jeremy Corbyn in Gran Bretagna?
Non sono sicura che il modello Corbyn sia quello più adeguato per una ripresa del Partito Socialista. Non credo che se dovesse intraprendere questa strada, riuscirebbe a fare meglio di questa volta in termini di voti. I delusi dalla politica di Macron andranno, nell’immediato, a rinforzare il campo di Mélenchon oppure si ritireranno dopo una breve sosta nel mondo della politica. Dopo le legislative, il Partito Socialista non potrà contare su molti deputati. Bisognerà ricostruire dalla base, dai comuni e dalle province.

Se il partito di Macron riuscirà a imporsi come soggetto politico stabile, c’è il rischio che l’alternanza si faccia tra il “né a destra né a sinistra” del nuovo presidente e il “né a destra né a sinistra” di Le Pen?
Se La République en marche, come partito, si imporrà e diventerà uno degli assi del sistema politico, diventerà una sorta di Democrazia Cristiana. E, diciamocelo, il sistema italiano nella Prima Repubblica non brillava certo per alternanza. Se Macron riuscirà ad andare fino in fondo con il suo progetto politico, il rischio è quindi che l’alternanza si faccia tra un partito di governo, credibile e moderato, e un’opposizione populista che si sta rafforzando.  Però la scossa che Macron, con la sua strategia, ha già dato al sistema, e il rinnovamento generazionale che è in atto, potrebbero anche costringere i partiti tradizionali a rinnovarsi, ridando invece vigore alla vecchia divisione – non affatto scomparsa – tra destra e sinistra.

Matteo Angeli

La bolla del debito dei “corporate bond”

bollaIn Italia i corporate bond ammonterebbero a circa 1.200 miliardi di euro, il doppio del livello raggiunto nel 2007. In Europa si è secondi solo alla Germania che ha un’economia più forte.

Si tratta, come è noto, di prestiti obbligazionari emessi dalle società per cercare finanziamenti. Il ricorso al mercato dei capitali è indubbiamente una strada importante e positiva se imboccata con grande attenzione. Si può ottenere la necessaria liquidità per modernizzare e innovare le strutture produttive e per ampliare il perimetro del mercato. Purtroppo, però, come in molte altre situazioni economiche e finanziarie, l’abuso e la mancanza di oculatezza possono portare a dei disastri.

L’anno scorso le grandi imprese hanno aumentato il loro debito corporate a livello mondiale di ben 3,7 trilioni di dollari. Un nuovo record. Una simile impennata si ebbe nel 2006 alla vigilia della crisi globale. Ora non si può ignorare che recentemente anche il quotidiano economico tedesco Handelsblatt abbia ammonito il governo e gli investitori tedeschi del rischio dell’esplosione di questa nuova bolla.

La “miccia” potrebbe essere accesa dall’atteso e progressivo aumento dei tassi di interesse. Negli Usa la bolla dei corporate bond ha raggiunto i 14 trilioni di dollari, superando di molto anche quella delle ipoteche immobiliari che è di circa 11 trilioni. Perciò gli Stati Uniti potrebbero diventare nuovamente l’epicentro di un’ulteriore e più grave crisi finanziaria globale.

Dal 2008 ad oggi negli Usa l’ammontare dei corporate bond è cresciuto del 75%, tanto da spingere persino il Fondo Monetario Internazionale a riconoscere che un aumento del tasso di interesse potrebbe far crescere il rischio di collasso per un quinto delle grandi corporation americane.

Per quello che possa valere, anche le agenzie di rating ammettono un tale rischio soprattutto per le imprese del settore energetico e delle materie prime. Nel 2016 ci sarebbero stati 162 bond default per un totale di 240 miliardi di dollari, pari a più del doppio del livello del 2015 che era stato di 110 miliardi.

I quantitative easing hanno di fatto permesso alle banche centrali di acquistare una grande quantità di titoli di Stato spingendo nel contempo le banche e gli altri grandi investitori verso il mercato dei corporate bond. Ciò ovviamente è stato molto favorito dalla politica di interesse zero che ha reso i titoli di Stato poco appetibili. Secondo il citato giornale tedesco, il gigante assicurativo Allianz, per esempio, avrebbe in portafoglio ben 250 miliardi di dollari di tali titoli, molti dei quali con un rating a dir poco mediocre.

Secondo uno studio dell’Institute of International Finance, negli Usa e in Europa il 97% dei fondi resi disponibili per le imprese dai corporate bond sarebbe usato per operazioni di “ingegneria finanziaria” e soltanto un misero 3% verrebbe impiegato per l’acquisto di macchinari o per altri investimenti reali di lungo termine.

E’ una palese distorsione, una scelta di vera “finanza creativa” che ha comportato soprattutto operazioni di fusioni e acquisizioni, di riacquisto di quote azionarie e finanche di pagamento dei dividendi. Decisioni fatte solo per migliorare le valutazioni di breve termine in borsa. Infatti a Wall Street l’indice Dow Jones è passato da circa 12.000 punti del 2010 ai 21.000 di oggi! Una crescita assolutamente ingiustificata rispetto all’andamento dell’economia produttiva sottostante.

Il citato studio sottolinea inoltre che, nonostante il fatto che l’attuale tasso di interesse sia inferiore all’1%, circa il 10% delle grandi imprese americane non farebbe un profitto sufficiente a coprire i costi del debito.

Ignorare tutto ciò consegnerebbe l’economia e gli Stati a nuove e forse più drammatiche convulsioni sistemiche.

Ci si augura che al recente meeting di Bari i ministri delle Finanze del G7 abbiano affrontato anche questo tema, che non è di certo secondario rispetto alle più grandi politiche di rilancio economico.

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia **economista

Fassin, no alla tentazione del populismo di sinistra

podemos“La sinistra non deve cedere alla tentazione del populismo, inseguendo gli elettori dei vari Trump e Le Pen, ma deve rivolgersi, invece, al popolo degli astensionisti, a chi è disgustato e non si lascia ammaliare dal fascismo”. È questo l’appello di Éric Fassin, professore di scienze politiche all’università Paris VIII, che, alla vigilia delle elezioni in Francia, ha pubblicato un libro che sta facendo molto discutere, “Populisme: le grand ressentiment” (Populismo: il grande risentimento).
Nella sua opera, Fassin mette in guardia quegli intellettuali di sinistra che, come la filosofa belga Chantal Mouffe e il suo collega argentino, Ernesto Laclau, sostengono la necessità di un populismo di sinistra, in grado di mobilitare “chi sta in basso” contro “chi sta in alto”, contro quella che in Italia viene definita “casta” e negli Stati Uniti “establishment”. In tal senso, Mouffe e Laclau affermano che, per spostare il populismo a sinistra, è necessario “ripulire il termine da razzismo e xenofobia e mettere l’accento sull’anti-elitismo, compreso il rifiuto del neoliberismo”.
Una strategia che, però, secondo Fassin, potrebbe portare la sinistra al suicidio. Questo perché, per Fassin, “il populismo non è necessariamente una reazione contro il neoliberismo, ma piuttosto un espediente per garantirgli popolarità”. Una tesi simile a quella del sociologo britannico Stuart Hall, che afferma che “il populismo non è un’arma contro, ma bensì al servizio del neoliberismo”. Fassin porta l’esempio del nazional-liberismo dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, dove il “liberismo” in economia era per i più ricchi e il “nazionalismo”, inteso come discorso a difesa dell’identità e cultura nazionale, strizzava l’occhio ai più poveri.
Fassin distingue tra populismo e classi popolari e lo fa citando l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Il sociologo francese fa notare che la maggior parte dei poveri che hanno votato negli Usa, quando hanno votato, non l’hanno fatto per Trump. In questo senso, la maggior parte degli elettori che hanno votato per Il populista Trump, non appartengo alle classi popolari.
Lo stesso discorso vale per chi vota Marine Le Pen. Minoranze, africani, arabi, che costituiscono una buona fetta delle classi popolari francesi, sono il bersaglio della retorica della candidata frontista. Per lei, il popolo è “bianco” e costituito, opportunisticamente, solo da chi ha diritto di voto. Non è quindi (solo) con le élite che se la prendono gli elettori di Marine Le Pen, ma è, soprattutto, contro una fetta notevole di “chi sta in basso”, secondo uno spirito totalmente anti-egalitario.
Chi sostiene la necessità di un populismo di sinistra, “si illude che gli elettori di Trump e Le Pen possano un giorno votare Sanders e Mélenchon, ispirati dal rifiuto del neoliberismo, che accomunerebbe i due candidati”, continua Fassin.
Ma il populismo di sinistra non è l’antidoto a quello di estrema destra. “Il popolo di Trump lo ha sostenuto non perché questo si dice contro la globalizzazione, ma a causa dei suoi propositi xenofobi e razzisti – afferma Fassin – Non l’hanno preso seriamente sulle proposte economiche ma hanno creduto sinceramente ai suoi propositi sul piano culturale. Il suo è un discorso sull’insicurezza culturale”. E ancora: il vero successo di Trump sta nella sua capacità di mobilitare una versione “sessista e razzista dell’identità del maschio bianco”.
Secondo Fassin, gli elettori di Trump sono mossi dal ressentiment, ovvero un senso di risentimento e ostilità, quasi di invidia, verso donne, minoranze e “classi assistite”. Indipendentemente dal loro ceto sociale, questi elettori rimproverano alle élite di governo di consentire, a chi non se lo meriterebbe, di passare davanti a loro nella fila d’attesa per il sogno americano. In altre parole, sono contro la discriminazione positiva.
L’uguaglianza non rientra tra i valori degli elettori dei populisti. Si tratta di gente pronta a darsi la zappa sui piedi: pur di non vedere gli altri godere dei benefici dello stato sociale, preferiscono chiederne la riduzione, anche se questo avrà un impatto negativo anche per loro.
“Gli elettori di estrema destra non sono delle vittime di cui dobbiamo ascoltare la sofferenza – denuncia Fassin – sono soggetti politici mossi da passioni tristi, che conviene combattere sostenendo altri soggetti e altre passioni… Sono pecore smarrite che potrebbero trasformarsi in lupi”.
Il risentimento non si traduce in rivolta, il rancore non si può trasformare in indignazione. Questa gente non voterà mai per Sanders o Mélenchon.
“La sinistra non deve puntare sul populismo ma deve provare a conquistare gli astensionisti, coloro che non si sono lasciati affascinare dalla retorica fascista”, suggerisce allora Fassin.
Come? Recuperando la distinzione tra destra e sinistra, che il populismo cerca in tutti i modi di trascendere.
“Il popolo non deve unirsi contro un nemico, ma di fronte a un progetto – è la conclusione del sociologo francese – È ovvio che di fronte al neoliberismo è più facile fare opposizione che inventare e proporre. Ma quello che serve ora è un programma sostanziale per una sinistra vera. Non è il nemico che deve consentire di unificare il popolo, ma la qualità del progetto di cui ci si fa portatori. Prima di costruire un popolo bisogna ricostruire la sinistra”.

Matteo Angeli

Pertini, la figura limpida di un combattente

Sandro-PertiniIntervista a Graziano Diana che insieme a Giancarlo De Cataldo ha scritto e diretto il documentario: ‘Pertini – Il combattente’. La figura del ‘Presidente più amato dagli italiani’ viene riproposta, in primis ai giovani, sotto una nuova luce e con un nuovo linguaggio. I due autori ripercorrono la vita del celebre presidente mettendo in risalto gli aspetti che lo hanno reso, ancora a distanza di anni, un personaggio dalla popolarità unica. Il Film è prodotto da Anele, Altre Storie e Sky Cinema, in collaborazione con Rai Cinema.

Da dove nasce l’idea di raccontare Pertini? Sicuramente il presidente più amato dagli italiani, ma lo era soprattutto per la vecchia generazione. Come mai riproporlo ancora oggi?

Graziano Diana, regista e sceneggiatore

Graziano Diana, regista e sceneggiatore

Proprio per questo. Per far riscoprire alle nuove generazioni una figura come quella di un Presidente che è riuscito a far breccia nel cuore del nostro Paese. Ci sembrava importante riproporlo a dei ragazzi che spesso non possono ricordare perché non hanno gli strumenti per farlo. Il progetto nasce da lontano, l’idea iniziale era quella di realizzare una fiction in due puntate su Pertini, con una sceneggiatura scritta da Giancarlo De Cataldo e da me e con la collaborazione del giudice Mario Almerighi che all’epoca era presidente della Fondazione Pertini. Almerighi purtroppo è venuto a mancare qualche settimana fa e a lui è dedicato il nostro documentario. Grazie alla sua collaborazione avevamo potuto frequentare la moglie di Sandro Pertini, Carla Voltolina, arrivando alla sceneggiatura di una fiction sul presidente scomparso. Successivamente non se n’è fatto più nulla, ma De Cataldo ha scritto sull’argomento un libro edito da Rizzoli: “Il combattente. Come si diventa Pertini” e quindi da lì abbiamo deciso di riprendere in mano il progetto. Anche perché nel libro ci sono delle parti di dialogo tra Giancarlo e il figlio su Pertini; le reazioni del giovane ad alcuni racconti sul presidente ci hanno ispirato. Quindi è proprio dai ragazzi che siamo voluti partire e dal ricordo impresso che ne hanno, ovvero i mondiali di calcio dell’82

Realizzando e ripercorrendo la sua storia, qual è stato, secondo te, l’evento che ha trasformato Pertini da uomo delle Istituzioni a personaggio ‘pop’?

Sicuramente i mondiali sono stati la consacrazione di Pertini come personaggio “pop”. La sua esultanza. La partita a carte sull’aereo con Bearzot e Zoff. Con Pertini, gli italiani sono stati conquistati da un uomo delle istituzioni che non aveva i vizi tipici dei costumi del nostro Paese, il familismo, l’uso disinvolto del potere, l’arricchimento personale. Insomma un personaggio atipico per la politica italiana di quel tempo ma anche di oggi. Ma è la sua stessa storia personale a farne un personaggio straordinario, la sua militanza nell’antifascismo che lo portò al carcere, il suo essere capo partigiano…

pertini82-wp-777x437Un personaggio limpido

Scavando e ripercorrendo la sua storia ci siamo resi conto proprio di questo: Sandro Pertini era una persona integerrima che non ha mai avuto uno scandalo di nessun tipo e anzi ha sempre portato avanti i suoi valori e combattuto per difenderli. La sua onestà morale, la sua franchezza sono sempre state riconfermate in ogni episodio che lo abbia riguardato. La sua assoluta limpidezza unita a questo carisma personale e la sua simpatia umana hanno fatto di lui un personaggio unico. Il presidente Pertini ha avviato una stagione di apertura del Quirinale a giovani e scolaresche, ma il suo atteggiamento non è mai stato paternalista ma di confronto, di ascolto.

Tra gli intervistati nel documentario compaiono Eugenio Scalfari, Emma Bonino, Gad Lerner, Domenico De Masi, Gherardo Colombo perché avete scelto proprio questi personaggi?

Molti dei personaggi con cui avevo parlato per la sceneggiatura e che l’hanno frequentato purtroppo non ci sono più, ma per il resto abbiamo tentato proprio di scegliere persone che potessero descriverci nel modo migliore gli eventi più particolari della sua carriera e della sua vita.

E Ricky Tognazzi, perché?

Quando negli anni ‘70 scoppiò lo scandalo dei petroli, i giovani pretori che furono detti “d’assalto” si rivolsero a Pertini come presidente della Camera, per avere un sostegno in quell’’inchiesta che era arrivata a toccare i palazzi del potere. Proprio su questo, Pertini rilasciò un’importante intervista a Nantas Salvataggio sulla “Domenica del Corriere”. Non potendo riportare un’intervista scritta abbiamo chiesto a Tognazzi di “interpretare Pertini” nell’intervista. Un modo anche questo per farsi capire meglio e soprattutto di far comprendere la questione a chi non la conosce, come i giovani. Nel documentario abbiamo fatto ricorso anche a linguaggi diversi, ci sono anche dei cartoni animati…

pertpazIl primo a farlo, a trasformare Pertini in un personaggio dei fumetti fu Andrea Pazienza

Sì, infatti ci sono anche le tavole di Pazienza, grazie anche al permesso che ci è stato concesso dalla sua vedova. Abbiamo mescolato le tavole di Pazienza, i repertori, la messinscena teatrale. E tanta musica. Non dobbiamo dimenticare infatti che su Pertini sono state scritte tantissime canzoni, dagli Skiantos a chi ha fatto anche una “Pertini dance”, fino a chi lo ha citato come Venditti e Cutugno.

Riprendendo il titolo del libro che ha ispirato il documentario “come si diventa Pertini”?

Non abbiamo la ricetta, lui è diventato il nonno degli italiani con la pipa, ma prima è stato un combattente pronto all’azione, uno che progettava di far saltare Piazza Venezia. Ecco, noi raccontiamo anche questo: aspetti diversi della sua vita, gli aspetti di una vita straordinaria.

Quale parte della sua vita dà inizio al documentario?

Il documentario inizia con i mondiali per tornare poi indietro al giovane tenente della prima guerra mondiale, poi il giovane socialista che organizza la fuga di Turati e da lì tutta una carrellata che dura 60 anni.

Ultima domanda. Nell’immaginario collettivo quasi nessuno ricorda che Pertini era socialista secondo te perché?

Credo che questo sia dovuto alle vicende traumatiche che hanno attraversato il partito socialista negli anni ‘90. Tuttavia noi abbiamo ricordato che Pertini è stato un socialista per tutta la vita, non ha mai smesso di esserlo pur mantenendo un buon rapporto con i comunisti. Nel documentario lo ricordiamo spesso, viene infatti menzionato Matteotti e nella colonna sonora figura l’Internazionale, come emblematico del socialismo era il suo motto: “Non vi può essere giustizia sociale senza libertà, così come non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale”.

Incertezza politica di oggi. L’esempio siciliano

Riportiamo qui di seguito l’ultimo articolo di un nostro vecchio compagno Stefano Massimino venuto a mancare lo scorso 12 marzo. Ringraziamo la figlia Angioletta per il contributo.

palermoI Partiti politici oggi hanno modificato le caratteristiche tradizionali che li distinguevano, individuabili nella prospettiva futura, relativa alla società civile, che proponevano in ogni loro azione politica, costituente un presupposto del risultato finale che volevano raggiungere.
Oggi tutto è diverso! Si parla di riforme, ma non si sa dove ci condurranno, nella società di domani.
Tutto ciò conduce l’opinione pubblica a non capire se la crisi economica, che da alcuni anni pesa sul Popolo Italiano e sul Popolo Europeo, sia da considerarsi crisi nel sistema o crisi del sistema.

Il sistema economico che caratterizza la società civile europea ha come elemento fondamentale il profitto, che ogni impresa deve ricavare per legittimare la sua sussistenza. Nella differenza, infatti, tra il prezzo di mercato del bene prodotto e il costo che serve per la produzione, si individua il profitto.
Elementi essenziali del costo sono stati il prezzo delle materie prime e la manodopera. La manodopera ha avuto delle modificazioni, ma la classe padronale è riuscita ancora a mantenerla ad un livello di poca incidenza sui costi.

Il contrasto tra i lavoratori e le imprese, a partire dal secolo scorso, ha creato la lotta di classe, che ha avuto inizio quando il primo imprenditore amò definirsi “padrone”.
La lotta sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori rappresenta l’epilogo di una lotta che ancora è più viva che mai.

I costi sono determinati dalla disponibilità dei capitali. Il loro prezzo, infatti, è rapportato parzialmente alla quantità dell’acquisto e, quindi, il capitale è elemento determinante del prezzo dei costi e della quantità del profitto.
La società di oggi, pertanto, è guidata dal capitale che è elemento essenziale della società liberista.

Un Partito socialista o, comunque, un Partito di sinistra, deve avere l’obiettivo di costituire una società socialista o, in ogni caso, fondata sul lavoro.

La Costituzione della Repubblica Italiana, con alcuni principi specificati negli artt. 36 e 37, ha individuato una società “dirigista”, i cui principi essenziali un Partito di sinistra deve rafforzare, con la collaborazione dei lavoratori, dei sindacati e di tutte le forze democratiche, per giungere all’obiettivo finale.

Renzi ha proposto diverse riforme, ma a parte il fatto che tali proposte non sono state ancora realizzate, dalle stesse non traspare l’obiettivo finale.
Tutto ciò è stato possibile verificarlo in questi ultimi tempi e non quando Renzi capeggiò la sua corrente, che gli ha consentito di vincere la battaglia per le primarie e per il Parlamento Europeo.

Nulla da dire, quindi, ai Compagni socialisti, guidati dal Segretario Nencini, sull’alleanza con Renzi. Nencini e suoi Compagni di cordata hanno il grande merito di avere ricostruito il P.S.I., distrutto dalle vicende di mani pulite. Contestare oggi Nencini è un grave errore, ancor più grave per le modalità in cui lo si contesta.

Chi scrive avverte, però, la responsabilità di suggerire al Compagno Nencini un riesame della situazione politica, per i fatti che si sono susseguiti dal momento in cui il Segretario ha raggiunto le intese politiche con l’ex capo del Governo, Matteo Renzi, fino ad oggi.

È anche necessaria, in ogni caso, una maggiore collaborazione in tutte le forme e su tutto il territorio nazionale, da parte dei tanti Compagni socialisti.
Le divisioni hanno portato danno al Partito; chi scrive ricorda la scissione dei “Vecchiettiani”, che non hanno raggiunto lo scopo prefissatisi ritornando al Partito e continuando la lotta all’interno del Partito, come corrente di sinistra.
Chi scrive faceva parte della corrente “Vecchiettiana”, ma non seguì il carissimo Compagno Vecchietti nella scissione, restando nel Partito per seguire le direttive del Compagno Nenni, che condussero alla realizzazione della politica di centro-sinistra.

Al Segretario Compagno Nencini, mi permetto di ricordare di intervenire incisivamente sulla vita del governo, il quale manca di ogni responsabilità necessaria per la soluzione dei problemi di ogni giorno.
In primis, bisogna avere le idee chiare su quello che è la politica regionale. Non può il Governo di Roma condannare la Regione Siciliana per inadempienze derivanti dalla mancanza di somme disponibili per aver cura di determinate opere.

Lo Stato Italiano ha concesso alla Sicilia uno Statuto Speciale che gli consentiva di affrontare i problemi essenziali per la vita della Regione, ma, giorno dopo giorno, ha vanificato i principi essenziali stabiliti nello Statuto stesso, in particolare in riferimento agli artt. 15, 37, 38, 40, e agli articoli che riguardano l’Alta Corte per la Sicilia.

L’art. 37 prevede, ad esempio, che le imprese aventi la sede centrale fuori dall’Isola, ma che in Sicilia hanno succursali, devono pagare alla Regione Siciliana le imposte relative a queste ultime.
Tutto ciò non è avvenuto dal 1946 ad oggi e, quindi, con l’applicazione dell’art. 37 dello Statuto la Regione stessa sarebbe creditrice di svariati miliardi nei confronti del governo centrale.

Ed ancora, l’Alta Corte per la Regione Siciliana, in cui tra i giudici figure di rilievo furono Luigi Sturzo, Andrea Finocchiaro Aprile, Aldo Sandulli, Tomaso Perassi, Gaspare Ambrosini, Giovanni Selvaggi, Augusto Ortona.
Fu costituita con l’approvazione dello Statuto Speciale e funzionò, senza soluzione di continuità, dal 1948 al 1955 pronunciando 83 decisioni. Alla fine di tale anno, fu costituita la Corte Costituzionale e i suoi membri prestarono giuramento il 15 dicembre 1955 e si riunirono per la prima volta il 23 gennaio 1956. Di essi, tre facevano parte dell’Alta Corte per la Regione Siciliana, uno con le funzioni di presidente, i quali rassegnarono le dimissioni dall’Alta Corte e dopo non sono stati più sostituiti. Di conseguenza l’organo non è stato più convocato.

La Commissione Tributaria Regionale di Palermo, Sezione X, presieduta da chi scrive, in data 03/02/2000, ha emesso un’ordinanza con la quale ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 22 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112 (Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione della delega prevista dalla legge 28 settembre 1998, n. 337) davanti l’Alta Corte Costituzionale.
La Corte Costituzionale con ordinanza n. 161 del 22/05/2001, alla quale s’è rivolto il Presidente della Commissione Tributaria Regionale di Palermo, Dott. Guido Marletta, che ha rimesso la questione per il mancato funzionamento dell’Alta Corte, se prima aveva dichiarato il superamento dell’Alta Corte Costituzionale della Regione Sicilia ed il potere sostitutivo della stessa Corte Costituzionale, in questa occasione ha dichiarato l’irricevibilità dell’ordinanza, sancendo di fatto il riconoscimento stesso dell’Alta Corte Costituzionale della Regione Sicilia, da ritenersi, pertanto, ancora in vita, sebbene non in funzione.

Le due ordinanze (quella della Commissione Tributaria Regionale di Palermo, sezione X, e quella della Corte Costituzionale) sono state trasmesse ai Presidenti della Camera dei Deputati, del Senato, dell’Assemblea della Regione Siciliana ed al Presidente della Regione Siciliana, ma nessuno ha capito che con l’ordinanza della Corte Costituzionale era venuto il momento di riprendere il discorso per la ricomposizione dell’Alta Corte per la Regione Siciliana.

Se è vero, come è vero, che la violazione dell’art. 37 ha sottratto alla Sicilia ingenti somme di denaro, è anche vero che l’art. 40 dello Statuto, mai applicato, ha impedito lo sviluppo economico della Regione. Così pure, il mancato rinnovo dei componenti dell’Alta Corte Costituzionale ha impedito il funzionamento della stessa e la mancata applicazione dell’art. 15 dello Statuto ha impedito lo sviluppo degli Enti Locali, che con l’abrogazione delle Provincie e l’istituzione dei liberi consorzi avrebbero, mediante l’individuazione di zone omogenee, determinato un migliore sviluppo per le zone produttive.

La Corte Costituzionale, con sentenza del 9 marzo 1957, n. 38, in seguito al ricorso del Presidente del Consiglio, Antonio Segni, ha ritenuto di considerare soppressa l’Alta Corte per violazione dell’art. 134 della Costituzione, che prevede un unico organo della giurisdizione costituzionale, senza accorgersi, però, che, come riportato in Ordinanza N. 604, emessa dalla X Sezione della Commissione Tributaria di Palermo il 3 febbraio 2000, relatore ed estensore il sottoscritto, “… il predetto art. 134 si riferisce alle Regioni a Statuto ordinario e non a quelle a Statuto speciale, e tanto meno alla Sicilia, il cui Statuto può ben essere definito “Specialissimo”.
Con la sentenza n. 6 del 1970, la Corte Costituzionale ha affrontato la questione della competenza penale dell’Alta Corte, prevista dall’art. 26 dello Statuto, sostenendo che la citata norma, nonché tutte le altre relative all’istituzione dell’Alta Corte, “contrastano con la Costituzione, nel loro insieme, perché in uno Stato unitario, anche se articolato in un largo pluralismo di autonomie (art. 5 Cost.), il principio dell’unità della giurisdizione costituzionale non può tollerare deroghe di sorta”.
La Corte Costituzionale, così esprimendosi, colloca la Sicilia fra le Regioni a Statuto ordinario, superando l’art. 116 della Costituzione stessa che così regola la materia: “Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al Friuli Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta, sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia, secondo Statuti Speciali adottati con leggi costituzionali”.
Dall’esame di quest’ultima norma costituzionale è facile dedurre che la stessa Costituzione, nel dettare le regole generali della convivenza nazionale, abbia esplicitamente previsto delle eccezioni, più o meno marcate, per la Sicilia e per le altre quattro Regioni”.
In ogni caso, esiste anche il problema che la Corte Costituzionale non poteva risolvere un problema simile perché di competenza degli Organi legislativi, inoltre i giudizi penali, per i reati commessi dal Presidente o dagli assessori della Regione Siciliana rimangono certamente di competenza dell’Alta Corte e non della Corte Costituzionale.
Chi scrive è un autonomista siciliano ed ha il coraggio di dire che le Regioni devono avere ognuna uno Statuto che riporti, nell’essenziale, principi costituzionali uguali per tutti, come la legislazione esclusiva e quella integrativa previste rispettivamente dagli artt. 14 e 17 dello Statuto della Regione Siciliana.
Ma vi è di più!
La legislazione esclusiva su alcune materie deve essere concessa anche agli Enti Locali specie per le competenze che dovranno essere loro attribuite con l’abrogazione delle Provincie.
Lo Stato, insomma, deve riformare la sua mentalità nei confronti della politica territoriale, perché la parte essenziale della sua politica viene rappresentata in tutto il territorio nazionale.

Stefano Massimino