La dottrina Marchionne e la fine della lotta di classe

Marchionne-Fiat“Fin dal nostro primo incontro, quando parlammo della possibilità che prendesse le redini della Fiat, ciò che mi ha veramente colpito di lui, al di là delle capacità manageriali e di una intelligenza fuori dal comune, sono state le sue qualità umane. Qualità che gli ho visto negli occhi, nel modo di fare, nella capacità di capire le persone. Ci ha insegnato ad avere coraggio, a sfidare lo ‘status quo’, a rompere gli schemi e ad andare oltre a quello che già conosciamo. Ci ha sempre spinti ad imparare, a crescere e a puntare in alto – spesso andando oltre i nostri stessi limiti – ed è sempre stato il primo a mettersi in gioco”. Sono state le parole con cui John Elkann ha salutato la sua improvvisa scomparsa, il 25 luglio 2018.

Nell’Italia dalle “sinistre divise” (l’una liberale, l’altra passatista), sulla Torre di Babele delle forze populiste neo-governiste, fra la “beatificazione” dei mass media, l’eco dell’odio proveniente dai social networks, l’apoteosi del ceto borghese e lo stile agiografico di alcuni editoriali su carta stampata, plurimi interrogativi si sono rincorsi nel Paese. Cosa lascerà in successione? Sarà un’eredità “vacante”? Nel senso più ‘civilistico’ del termine. Che ne sarà della conduzione dell’attività di impresa da lui inaugurata? Fiumi di retorica? Bibliografia per la manualistica o la catechesi della nuova classe dirigente? Ai “piani alti” a rompere il ghiaccio è il Presidente del gruppo Fiat Chrysler Automobiles. In un telegramma che reca l’indirizzo di destinazione delle fabbriche, promette ai preposti continuità e perseveranza nel solco già tracciato dall’ex amministratore delegato evidenziando come «i suoi insegnamenti, l’esortazione a non accettare mai nulla passivamente, a non essere soddisfatto della mera sufficienza» siano ormai parte integrante della cultura «in FCA: una cultura che ci spinge ad alzare sempre l’asticella e a non accontentarci mai della mediocrità».

Emigrato in Canada da bambino e laureatosi in legge alla Osgoode Hall Law School di Toronto, Sergio Marchionne (1952-2018) rimarrà nel bene e nel male “alla storia” del nostro Paese. La sua personalità sin tanto che resterà dibattuta e controversa saprà tener viva la memoria della propria leadership. Netto è lo spartiacque creatosi. Uno iato profondo che non può riassumersi in uno scontro fra “marchionnismo” e ‘landiniani’. Investe questioni più ampie.

Davide Maria De Luca su Il Post pone un accento sui “nastrini” dei traguardi tagliati. Si lancia in una storytelling ambientata in una business company che «per decenni aveva prodotto automobili con sovvenzioni pubbliche», che ora si pavoneggia a «multinazionale moderna ed efficiente, che in Italia ha ormai solo interessi secondari». Sottolinea che l’ex “alter ego” del Tycoon torinese «nel 2004 trovò un’azienda sull’orlo del fallimento e 14 anni dopo la lascia in salute, con un valore azionario moltiplicato».

Agli intenti apologetici e le iniziative encomiastiche si alternano le ultime “cannonate” dei suoi irriducibili oppositori, le vecchie frange del Partito Comunista. Piovono copertine imbarazzanti e “processi sommari” sulle colonne del quotidiano Il Manifesto. Viene ribattezzato come l’«uomo della transizione». Un iniquo ridimensionamento? Alla base delle loro contestazioni ci sono pur sempre motivazioni fondate. La deriva “americanista”, lo spostamento della sede legale a Londra, di quella fiscale in Olanda. Il numero complessivo dei membri del personale è sceso in Italia a «29.000 compresi quelli di Maserati e Ferrari. Erano oltre 120.000 nel 2000». Le medaglie sulla giacca non gli mancano. Dei successi sono stati conseguiti. Ma a quale prezzo? E sulla pelle di chi? Circostanze che gli varranno l’epiteto di «buon navigatore» nell’odierno caos finanziario.

Una strana forma di “amore e odio” lo lega agli operai degli stabilimenti FIAT. Avverte spesso il bisogno di scrivere loro «direttamente». Predilige il dialogo, il confronto “faccia a faccia”, accende i riflettori su di sé, cerca il loro consenso.

Agli inizi di settembre del 2013 sempre in una lettera ribadisce che la società «ha deciso di proseguire nel programma di investimenti in Italia, malgrado le precarie condizioni del contesto economico e politico in cui» ci si trovasse «ad operare». La crisi dietro l’angolo, perennemente in agguato, figlia di un’altra fase particolarmente avversa del ciclo economico (risalente al biennio 2008-2009), lo spauracchio del default e le profetizzate “sventure fallimentari” rumoreggiate dalle agenzie di rating non sembrano intimorirlo.

Si guarda indietro, fa leva sui trionfi pregressi, proclama l’elenco dei risultati raggiunti: «la rinascita della Fiat», il merito di aver «rifondato l’azienda», di averle conferito «una nuova cultura e nuovi principi di gestione», di essere riusciti a strapparla «alle condizioni disastrose in cui si trovava, portandola, qualche anno dopo, a raggiungere il più alto livello di redditività in oltre un secolo di storia». Il virgolettato del manager assomiglia tanto a delle issues in ordine alle quali sarà enucleato il discorso che si appresterà a fare un Presidente del Consiglio prima che venga messa ai voti la mozione di sfiducia in Parlamento. Da convincere ci sono gli indecisi (sempre tanti) e gli scettici (in voga di questi tempi).

È consapevole di quanto lo stipendio “a fine mese” non figuri l’unico stimolo “produttivo” per i dipendenti. Ci vuole passione, talento, dedizione nel mestiere sul campo, ma anche carisma e fascino se si è alla guida: rematori “olimpionici” ed un abile nocchiero. Rivendica le scelte fatte, persino quelle “impopolari”. Il contratto collettivo di lavoro decentrato “specifico di primo livello” e la pratica dei “referendum” semi-plebiscitari finalizzati ad abbattere la distanza imprenditore-salariato promuovendone la “disintermediazione” sindacale.

Occorreva «voltare pagina e chiudere con una lunga storia di sfiducia nelle relazioni industriali», lasciarsi alle spalle Confindustria e «guardare al mondo in un modo nuovo». Veste i panni di Giulio Cesare prossimo ad attraversare il fiume Rubicone. Sergio Marchionne ha raffigurato per l’Italia una figura singolare di “manager-leader”. L’enigma del domani è un incentivo. Le mete già percorse training autogeno per le prossime sfide che non si faranno attendere dopo aver cortesemente bussato la porta di casa. È senza ombra di dubbio il “condottiero post-moderno”, sul cui versante estetico il tradizionale binomio lancia-scudo lascia posto alla camicia sotto il pullover blu. Il bottino da conquistare, dalla diversa angolazione cui lo si guardi, è fornito da un insieme di cose, di fattori eterogenei: la crescita del PIL (per lo Stato), i passi avanti nella robotica (per i sognatori e gli avanguardisti), l’aumento del fatturato (verso la famiglia Agnelli e gli altri azionisti) e la creazione di nuovi posti di lavoro (nel famigerato popolo).

Non chiede “ai lavoratori di fare sacrifici, ma di condividere il progetto d’azienda”. Preferisce essere schietto e metterli in guardia su ciò che li attende. Non è un venditore ambulante di ottimismo. “La lotta di classe è finita, – era il suo opinabile punto di vista naturalmente – ma se è finita la lotta tra operaio e padrone, non è finita la lotta tra le imprese, anzi nella globalizzazione si fa sempre più agguerrita, la si può vincere solo se tutti all’interno dell’azienda remano dalla stessa parte”. Alla “cittadinanza” statale ed europea vorrebbe affiancarsi un senso di appartenenza legato all’ambiente lavorativo che non si rassegna a ridursi ad una banale “relazione sociale”. Aspira a qualcosa di più intenso e significativo.

Alle accuse di “non luoghi” riferite alle officine già delocalizzate, “fungibilità della manodopera” e “disconnessione soggettiva” fra chi produce e i beni oggetto della produzione, in un discorso pronunciato presso la sede della Sevel S.p.A. ribatte che «la Fiat non è un’azienda senza volto». “E allora cos’è?” Sarebbe venuto spontaneo domandarsi. Suscita stupore il suo periodare “collettivista”. “La Fiat siamo tutti noi. Siamo decine di migliaia di persone che hanno deciso di dedicare gran parte della nostra vita a un progetto comune. La Fiat di oggi non è più quella che molti italiani ricordano. È cambiata nella struttura, nella dimensione economica, nell’estensione geografica e nel peso che ha all’interno del settore automobilistico mondiale. Nove anni fa la Fiat era un’azienda con un orizzonte limitato, che guardava soltanto all’Europa. Oggi siamo un gruppo con una presenza ampia e diversificata sui mercati di tutto il mondo”.

Il segno di una ben riuscita “mutazione genetica”. Scongiurato il rischio “di essere colonizzata” da investitori stranieri, è passata al contrattacco e attualmente “colonizza nuovi mercati”. Da facile preda a feroce predatrice.

“Tornare a produrre”: questa la ricetta salvifica. Non è uno slogan, ma il marchio “tridimensionale” della sua politica imprenditoriale. Un’autentica governance che germina da una weltanschauung dai contorni precisi e filigranati. “L’unico modo che abbiamo oggi per risalire la china, per invertire un ciclo economico avvitato su sé stesso, è tornare a produrre. Se le forze politiche e sociali non fanno tutto il possibile per rispettare il primato della produzione, la libertà conquistata dai nostri padri e dai nostri nonni” assieme agli sforzi profusi saranno stati vani. “Perché solo un Paese che produce può creare benessere, occupazione e ricchezza”.

Rilancia la necessità di un “breviario dei doveri”: un codice deontologico. “I diritti di tutti, a prescindere dalla categoria sociale di appartenenza, costituiscono la base di una comunità civile. Ma oggi viviamo in un’epoca in cui si parla sempre e solo di diritti. Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati. Se però continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo. Dobbiamo tornare ad un sano senso del dovere. Bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno”.

Le lamentele palesate sulla farraginosità della burocrazia e la lentezza dei suoi uffici sono lo specchio di un Paese in cui l’impellenza di una semplificazione del sistema legislativo è divenuta improcrastinabile. Nel quale si registra da più parti il «bisogno di poter contare sulla certezza di gestione e su un quadro normativo chiaro ed affidabile».

Non prova vergogna nel ricordare, a chi lo avesse dimenticato o ne fosse ignaro, le sue umili origini. Le sue radici appenniniche. Scommette sulla forza delle identità locali di conservarsi, sopravvivere e riscuotere ammirazione finanche nel mondo globalizzato. “Non ho mai visto un abruzzese arrendersi. Non l’ho mai visto aspettare che arrivasse un salvatore da chissà dove a regalargli un domani migliore. I valori. Gli abruzzesi cadono e si rialzano, non perdono tempo a lamentarsi, ma fanno, producono, ricostruiscono. È successo dopo la guerra. Ed è successo dopo il terremoto. Avete reagito con forza e dignità, prendendo in mano il destino e tornando a costruire il futuro. Nulla potrà intaccare i valori sani di questa terra”. Dal locale al globale, disegnando la traiettoria di un moto “ascendente”, non viceversa.

Correva l’anno 2010 quando a Rimini, invitato alla XXXI edizione del “Meeting per l’amicizia fra i popoli” nell’intervento, dal titolo “Saper scegliere la strada”, si ritrova a parlare dinanzi ad un pubblico di soli giovani, a detta sua, «una delle cose più difficili da fare». Si definisce “un uomo di industria”. L’homo industrialis. Dimostra di voler andare oltre le etichette formali, di non desiderare né omaggi né farsesche benemerenze. È l’uomo del “fare”, non dell’affabile parlantina tipica dei “buoni” salotti televisivi. Ammonisce come non sia «facile trovare un’impresa che possa contare su un’esperienza internazionale così ampia, basata non soltanto sull’accordo con Chrysler, ma anche sulla posizione di leadership in America Latina e sulle iniziative create in Cina e in Russia. Si tratta di un bagaglio di conoscenze che fa della Fiat un punto di osservazione privilegiato per capire cosa sta succedendo nel resto del mondo, come si sta sviluppando l’economia globale e come preparare l’azienda ad affrontare un sistema completamente aperto, fortemente interconnesso ma senza confini geografici o economici». Il “faro di Alessandria d’Egitto” in un mare decisamente più pericoloso e insidioso rispetto all’assai docile Mediterraneo: le agitate acque dell’Oceano Atlantico. Allo sbigottimento generale ogni qualvolta denuncia, senza remore e perbenismi, le criticità del nostro Paese argomenta citando dati concreti: l’esiguo “livello degli investimenti stranieri”, l’elevata percentuale di “imprese hanno chiuso negli ultimi anni”, di quelle che “hanno abbandonato l’Italia”. Il progetto “Fabbrica Italia” sarebbe nato proprio “per cambiare questa situazione e per sanare le inefficienze del nostro sistema industriale”.

Il “fronte” aperto con la FIOM non avrebbe alcunché di ideologico. Lo minimizza a mera “contrapposizione tra due modelli, l’uno che si ostina a proteggere il passato e l’altro che ha deciso di guardare avanti”. Un “passato ferito e mutilato” (dopo la modifica dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori specialmente) che vuol prendersi la rivincita (la sentenza della Corte Costituzionale 231/2013 non è stata sufficiente?iii) su un presente proiettato al futuro.

“Il mondo in cui operiamo è complesso, a volte caotico. I problemi che dobbiamo affrontare cambiano ogni giorno. Le variabili in gioco sono così tante e così grandi”. Come venire fuori incolumi da questo labirinto il cui Minotauro di Minosse è indicato con l’inflazionata nonché vacua espressione “mercato”? Il filo di Arianna consisterebbe in una «flessibilità enorme». Urgerebbe dunque una «grande rapidità e la capacità di adeguarsi in tempo reale ai cambiamenti del mercato. La velocità di risposta a quello che non possiamo prevedere è l’unica arma» spendibile in questo intrecciato conflitto “invisibile” fra domanda e offerta.

Vorrebbe che “fosse riconosciuta anche la dignità del mestiere dell’imprenditore”. Che gli si rendesse finalmente sana “giustizia”. Per i “rischi che si assume, agli impegni che prende, agli sforzi che compie per aprire la strada ad uno sviluppo internazionale dell’azienda e all’impatto che le sue scelte possono avere sulla società. È una responsabilità che dovrebbe meritare, se non stima, almeno rispetto”. L’amaro senso di ingratitudine dei suoi compaesani lo affligge. Trova assurdo “che la Fiat venga apprezzata e riceva complimenti ovunque, fuorché in Italia”.

Nel consiglio conclusivo che dà ai ragazzi insiste sull’importanza del metodo, della libertàiv nell’assumere le decisioni, li distoglie dall’inseguire uno studio prevalentemente nozionistico senza “sbocchi pratici” dirottandoli sulla più prosperosa via del pragmatismo e del raziocinio: «La conoscenza è come la nottola di Minerva. Arriva a cose fatte, quando la realtà è già passata. Quello che si studia nei libri sul mondo dipinge una situazione che è già un’altra. Per questo non è importante la strada che sceglierete. È molto più importante l’approccio con cui deciderete di percorrerla».

Insignito della laurea honoris causa in Ingegnera Meccatronicav, nel 2017 tiene una Lectio Magistralis presso l’Università di Trento. Esterna vigoroso pessimismo verso le “fughe in avanti” del settore elettrico. Osserva come «forzare l’introduzione dell’elettrico su scala globale, senza prima risolvere il problema di come produrre l’energia da fonti pulite e rinnovabili», possa costituire «una minaccia all’esistenza stessa del nostro pianeta». Diffida dalle eventuali “spinte sul pedale dell’acceleratore” da parte del legislatore nel nome dell’ecosostenibilità e delle politiche di contenimento al fenomeno del global warming. «Quella dell’elettrico è un’operazione che va fatta senza imposizioni di legge e continuando nel frattempo a sfruttare i benefici delle altre tecnologie disponibili, in modo combinato».

Si sofferma sulla novità impostasi nella scena automobilistica del millennio: il “pilota automatico”. Non si perde in risposte superficiali dinanzi all’incognita dei risvolti della tecnologia: alienerà l’essere umano o gli consegnerà l’universo in un click? «I benefici che possono derivare dalla guida autonoma sono moltissimi: in termini di sicurezza, riduzione del traffico e potenziale azzeramento degli incidenti causati da errore umano, oltre ad un nuovo livello di indipendenza e di qualità della vita per le persone anziane e disabili». Si professa fiducioso sul fatto «che la guida autonoma sarà una realtà nel giro di un decennio e che i sistemi avanzati di ausilio alla guida svolgeranno un ruolo cruciale nel preparare legislatori, consumatori e aziende per un mondo in cui il controllo dell’auto sarà passato nelle mani dell’auto stessa».

Esprimendo un sincero ringraziamento per il caloroso abbraccio che lo accoglie nella Facoltà, ne elogia le “punte di diamante”: lo «spirito pionieristico», «l’apertura internazionale», «le collaborazioni con il mondo scientifico, con le imprese e le istituzioni». La funzione spiccatamente “maieutica” nel «preparare le generazioni future, dare loro gli strumenti culturali ed umani per diventare, a loro volta, artefici di qualcosa di valore». vi

Avrebbe dovuto farsi più scrupoli? Ha peccato di cinismo? In che misura? Gli esecutivi sono stati eccessivamente morbidi? O forse complici? Quanto hanno sofferto questo repentino “cambio di rotta” i lavoratori? E le loro famiglie? I pro hanno annebbiato i contro? Parafrasando l’eterno spunto machiavelliano, il capitale accumulato e il risollevamento del titolo FCA in borsa (il fine) hanno giustificato l’abbattimento dei c.d. “tempi morti”, la riduzione delle pause giornaliere, i licenziamenti ‘economici’ (per utilizzare la corretta dicitura “giuslavorista”), l’uscita dal contratto collettivo nazionale, la consacrazione della definitiva rottura dell’unità sindacale (i mezzi)? Non stiamo commentando il profilo di un politico che persegue scopi generali, la carriera e le “magistrature ricoperte”. C’è un interesse “particolare” di traverso. E, allora, il nostro giudizio come può essere imparziale? I bilanci hanno chiuso col segno “+”. Very good. Le ricerche sono da limitarsi a grafici e scritture contabili? Ogni tentativo di “disputatio” è aprioristicamente condannato ad esaurirsi in una futile disquisizione etica? Napoleone diceva che «gli uomini di genio sono meteore destinate a bruciare per illuminare il loro secolo». Ce ne saranno altre? È stata solo una parentesi? Siamo nel primo quarto del XXI secolo e i tempi probabilmente non sono abbastanza maturi per rispondere a ciascuna di queste domande.

Quella che Paolo Pagliaro chiama «infobesità»vii, il sovraccarico di notizie e materiali, è una cifra caratteristica dell’era “multimediale”. Centinaia di autori si saranno già addentrati nell’avventura titanica di accaparrarsi il best seller su Sergio Marchionne. Racconti, docu-fiction, inchieste di approfondimento, saggi, persino romanzi (sia di penne notorie che baldanzosi esordienti) pulluleranno presto nelle migliori librerie e biblioteche. “Viva Dio” che sia così. Nell’auspicio che in attesa della lauta preannunciata «infocena» sia stata gradita questa riflessione a mo’ di fresco “infoaperitivo”.

Norberto Soldano

Pedrelli, la politica ridotta a operazione di marketing

pedrelli

Enrico Maria Pedrelli, 21 anni, di Cesena, o, meglio, di Montiano, è il candidato unitario per il difficile ed entusiasmante ruolo di Segretario Nazionale della FGS, nel Congresso che si terrà a Roma dal 19 al 21 ottobre prossimo. Studi Classici alle spalle, studente alla Facoltà di Giurisprudenza di Bologna, è anche diplomato in Tromba al Conservatorio “Bruno Maderna” di Cesena. Con grande piacere lo intervistiamo per le pagine dell’“ Avanti!”

Enrico, 21 anni e socialista italiano, perché?
Ho respirato socialismo in casa, mio padre, mio nonno socialisti. Ricordo fin da piccolo su una parete di casa il celebre quadro di Pelizza da Volpedo “Il quarto stato” che guardavo cercando di dare un nome a quelle donne e quegli uomini in marcia. È ovvio che abbia sviluppato una forte sensibilità di sinistra, dapprima vaga, e poi, attraverso letture importanti come l’epistolario di Sandro Pertini sono approdato al socialismo italiano. Devo dire che anche gli studi peculiari del Liceo Classico ed il confronto con i compagni di scuola portavano quasi naturalmente all’impegno politico. Così a 15 anni decido di iscrivermi alla FGS di Cesena per fare attività politica.

Noi socialisti siamo un mondo, con una lunga storia e molte sfumature. Tu, che socialista sei?
Direi autonomista, prima di tutto, e umanista. Autonomista perché credo fermamente che le varie sfaccettature del movimento socialista internazionale abbiano una forte dignità di pensiero sia storicamente che filosoficamente, umanista perché il centro di ogni riflessione deve essere l’uomo, le sue relazioni con gli altri, con l’ambiente che lo circonda ed anche con le sue angosce e difficoltà. Credo inoltre che il nostro socialismo sia una declinazione storica del pensiero cristiano; per dirla con Max Weber “Prega cristiano, agisci socialista”

Ci racconti un aneddoto dei primi anni di militanza socialista?
Ricordo, ad esempio, quando le “Sentinelle in piedi” manifestarono a Cesena contro la legge Scalfarotto sull’omofobia. Nel mondo giovanile della sinistra c’era voglia di una manifestazione contro di loro. È evidente che la mia sensibilità e convincimenti fossero in contrasto con quelli delle “sentinelle”, ma queste persone non facevano altro che stare in piedi immobili con un libro in mano. Piuttosto di fare una contromanifestazione, agitando bandiere, slogan ed urlare “fascisti, fascisti” preferii organizzare un dibattito sulla questione nella sede del Partito per approfondire l’argomento. Andò molto bene con molti under 20 che parteciparono attivamente. Fu un successo

Domanda secca, la politica oggi?
Purtroppo è ridotta a marketing, a cercare di vendere un prodotto ad un pubblico parcellizzato con pochissime certezze e sovrastimolato. Quando Bauman parlava di “società liquida” non solo teorizzava ma osservava una realtà concreta. Non sono certamente un Luddista, ma la rivoluzione tecnologica, oltre ad indubbi benefici, ha come effetto collaterale quello di separare le persone, identificandole come target commerciale, in base a quella che io chiamo la “religione dell’algoritmo” di cui la casta dei programmatori è il sommo sacerdote. Io penso invece che la politica debba ritrovare solidità nel confronto diretto con le realtà territoriali, sociali, sindacali ed anche religiose; la Politica deve essere di carne ed ossa e deve essere prossima alle persone ed al Popolo, soprattutto a coloro che sono in maggiore difficoltà. La società sta mutando in tempi rapidissimi e noi dobbiamo comprendere e governare questi cambiamenti. Il pensiero socialista ha, tutt’ora, gli strumenti culturali e la vocazione a compiere quest’opera, a patto che vengano superati vecchi schemi, autoreferenziali, al riparo in qualche palazzo. Bisogna esserci nel reale senza timori e costruire insieme dei progetti plausibili. Altrimenti la politica si estinguerà schiacciata dal peso del neo-capitalismo tecnologico che tutto tende ad omologare. Non mi vergogno a dire che esiste anche un sano populismo.

La tua mozione, che presto leggeremo si intitola “Nel tempo di Giano”, perché?
Giano è il dio bifronte che guarda in due direzioni opposte. Penso che il Giano di oggi sia la rivoluzione tecnologica che permea di se le nostre esistenze. In che direzione sta guardando Giano oggi? Verso l’Uomo che dovrebbe servire o solo verso il mostruoso e nichilistico profitto? Noi giovani Socialisti vogliamo cercare di capirlo e, nel caso, di correggerlo.

E’ un bell’impegno; credi che i Socialisti Italiani possano risolvere il problema?
No. Una delle cose migliori del pensiero Socialista è che è Internazionale ed Universale. Certamente i Socialisti Italiani possono portare importanti contributi, ma ragionare in termini Universali, Internazionali, Europei è un passo necessario ed imprescindibile da compiere. Di fronte ad una sfida globale, ci vuole un movimento globale.

In bocca al lupo, Enrico, siamo tutti con la Fgs e con te
I miei “in bocca al lupo” vanno a tutte le Compagne e Compagni con i quali camminiamo insieme, naturalmente “Avanti!”

Luca Pellegri

Catalogna: indipendentisti senza maggioranza

catalogna-barcellonaTira aria di crisi, in Catalogna, tra i due principali partiti indipendentisti al governo, ERC (Esquerra Republicana de Catalunya, sinistra repubblicana) e JxCAT (Junts per Catalunya, centro-destra).

Il governo catalano, guidato Quim Torra, vive una fase molto difficile, non gode più della maggioranza nel Parlament: ha il sostegno di soli 61 deputati, a fronte dei 65 seggi dell’opposizione.

Lo scontro nella maggioranza, unito all’appoggio esterno garantito saltuariamente dal movimento indipendentista, di estrema sinistra, CUP porta la maggioranza separatista soltanto alla parità con il fronte unionista.
In questo caso le votazioni sono ripetute tre volte fino a bocciare le proposte in caso di continuo pareggio: il 9 ottobre scorso, durante il Debate de Política General, l’assemblea ha bocciato, con questa procedura, il riferimento al “diritto all’autodeterminazione” della Catalogna.

I partiti per l’indipendenza hanno perso il controllo dell’assemblea legislativa catalana martedì scorso, quando l’Ufficio di Presidenza del Parlamento, col sostegno di ERC e dei socialisti del PSC, ha negato a 4 deputati di JxCAT (tra cui l’ex presidente Puigdemont), la possibilità di continuare a delegare il proprio voto.

I deputati “da dimissionare” si trovano in carcere, o in “esilio”, a seguito della dichiarazione unilaterale d’indipendenza del 2017, successiva all’indizione del referendum che mirava alla disgregazione dell’unità spagnola.

 Una vicenda conclusasi con la repressione del movimento indipendentista, l’attivazione dell’art.155 della Costituzione e le nuove elezioni, che hanno confermato la maggioranza ai partiti indipendentisti.

Tuttavia si è aperto, dopo il voto, una lotta per la definizione della prospettiva, all’interno del variegato mondo del separatismo catalano: da una parte la coalizione guidata da Puigdemont, JxCAT, che ha adottato una linea intransigente, contraria alla possibilità di sostituire i “deputati prigionieri”, anche a costo di perdere la maggioranza nell’assemblea; dall’altra parte ERC e il presidente del Parlamento, Roger Torrent, che hanno respinto le pretese di Puigdemont, in modo da garantire il mantenimento della maggioranza, dando seguito, tra l’altro, ad una sentenza della magistratura spagnola.

Questa vicenda potrebbe rappresentare l’inizio di una guerra senza quartiere nel mondo indipendentista.

Secondo esponenti dell’ERC, si tratta di slealtà da parte di JxCAT: i repubblicani ricordano che il 2 ottobre, JxCAT e ERC hanno firmato un accordo per sostituire i loro deputati assenti in modo da non perdere la maggioranza assoluta.

Quando si arrivò al momento decisivo, ERC rispettò l’accordo, presentando le lettere di dimissioni dei suoi prigionieri, ma JxCAT si tirò indietro senza offrire alcuna spiegazione, anzi chiamando vigliacchi e traditori i membri del partito alleato.

Tutto sembra obbedire a una strategia machiavellica, voluta dall’ex presidente in esilio, Puigdemont, che vuole seminare il caos, lanciare un’offensiva a pieno titolo contro l’ERC: l’obiettivo è di mettere il partito repubblicano alle corde per convincerlo a confluire nella lista, Crida per la Republica, una piattaforma (in realtà un nuovo partito) trasversale, con volti nuovi, vocazione egemonica nel mondo indipendentista e una forte leaderizzazione.

Inoltre, da fonti di JxCAT, si sostiene che vi sia un patto segreto tra socialisti e repubblicani per “tradire” la causa indipendentista.

Allo scontro duro, avventurista e, in definitiva, perdente, l’ERC preferisce un dialogo con il governo nazionale per la ridefinizione del consenso costituzionale in materia territoriale, nel quadro della proposta di Sanchez, della “nazione di nazioni”, composta da Comunità autonome, con ampi poteri, e il governo centrale, in linea con lo spirito della Costituzione del 1979.

In questo senso vanno lette l’astensione dei deputati socialisti catalani alla mozione di sfiducia al governo firmata dal PP e da Ciudadanos, nonché il voto comune con ERC sulla destituzione dei parlamentari “per procura”.

Tuttavia, l’ex presidente Puigdemont, ha un altro fronte aperto, non con i repubblicani questa volta, ma con il proprio partito.

I quadri del PDeCAT (formazione principale di JxCAT) vivono uno stato d’insofferenza a causa dell’assenza di dibattito interno, lamentano la mancanza di una chiara direzione politica e l’eccessivo potere in capo a Puigdemont.

Tutto questo genera un malcontento difficile da gestire e pronto ad esplodere.

L’esecutivo di Quim Torra, prova a buttare acqua sul fuoco delle divisioni e delle polemiche dell’ex maggioranza. Ma, non troppo velatamente, ci si prepara al redde rationem: la situazione potrebbe diventare presto insostenibile, degenerare politicamente e il passo successivo sarebbe la convocazione di ennesime elezioni anticipate.

 Il movimento indipendentista è tutt’altro che un blocco omogeneo. Si vedrà, nei prossimi giorni, se emergerà la volontà di ricucire o invece si perseguirà nel disegno di far saltare il tavolo.

 In questo frangente, la Catalogna rischia di rimanere in bilico e in una perenne attesa, dalle fila dell’opposizione si parla già di “governo degli zombi”e questo non è un grande auspicio per il futuro.

Paolo D’Aleo

Francesco Casini, l’autocritica dei Dem

Osservando il dibattito politico del centrosinistra, sul deterioramento del maggiore partito di tale schieramento, si vedono intervenire solo i maggiori esponenti e i vertici. Ritengo invece necessario portare ai lettori le considerazioni degli ufficiali di questa grande armata che oggi subisce ancora gli effetti dell’ultima battaglia. Il PD, come ogni altro partito politico, è composto anche dai numerosi sindaci, assessori e consiglieri che gestiscono e dirigono il nostro territorio. Ebbene ecco a voi l’opinione di uno di quei tanti amministratori e militanti, che in primis hanno, più di ogni altra segreteria, il diritto di esprimersi in merito ad un partito, che, nel bene o nel male, sostengono nella quotidianità.

PD-1-720x405Sono qui con Francesco Casini, vuole presentarsi ai nostri lettori?

Ho 39 anni, laureato in Scienze politiche all’Università di Firenze, sono sposato con Erica e ho due figli, Emma e Niccolò. Dal maggio 2014 sono sindaco di Bagno a Ripoli, Comune di 26mila abitanti dove sono nato e cresciuto, “vicino di casa” di Firenze e porta del Chianti. Mi sento di dire che non sono sindaco “per caso”, ho fatto passo dopo passo tutta la “trafila”, partendo elezione a consigliere comunale, diventando poi assessore, passando per incarichi politici regionali e metropolitani all’interno del Pd. Quattro anni fa, infine, sono stato scelto come candidato sindaco per la coalizione del centrosinistra attraverso le primarie e sono stato eletto con il 68% dei voti. È un incarico bellissimo, che mi onora e mi riempie di orgoglio rispetto ad una comunità come la nostra che è molto dinamica, attiva e piena di energie e iniziative.

Il PD ha subito una disfatta senza precedenti, eppure tale realtà politica sembra
immobile e apatica, oppure qualcosa si muove?

La sconfitta del 4 marzo è stata bruciante, anche se per certi versi attesa. Qualcosa nel
PD si deve muovere, non solo per il futuro stesso del partito ma soprattutto per il bene
del Paese. All’attuale governo composto da sovranisti e populisti – in ogni caso
estremisti – è solo un problema per all’Italia. Stiamo parlando di un governo che sa fare
molto bene propaganda ma agisce poco e male, la cui azione sta creando maggiori
divisioni sociali e nuovi ostacoli alla ripartenza della nostra economia e del Paese. È in
gioco il futuro delle nuove generazioni, per questo il Pd deve reagire, ritrovare unità,
coesione, compattezza e all’autorevolezza necessaria per mettersi alla guida di un
grande fronte democratico che riunisca tutti coloro che hanno la volontà di contrastare
populismo e demagogia. Con le divisioni non si va da nessuna parte, divisi non possiamo essere né affidabili né credibili. Il congresso spero che servirà anche a
questo, a ricompattare il Pd e a creare le basi per una rinascita. Nel frattempo non
possiamo rimanere immobili e apatici. Serve all’azione forte di opposizione per il bene
all’Italia, una opposizione responsabile ma tenace, per rilanciare il Pd e difendere gli
italiani. Finora questo non si è visto molto e di motivi ce ne sono tanti. Occorre una
opposizione forte, non solo di fronte alle promesse mancate, tanto sbandierate in campagna elettorale, ma che ora tardano ad arrivare, ma anche per le scelte di fondo del governo. Non si
vedono più risorse per la scuola, sono stati tolti i soldi del piano periferie, non esiste un
vero e proprio piano casa. Tutte realtà e iniziative che invece erano state attivate dal
precedente governo e che stavano riportando il Paese a una crescita sociale e nella
sfera economica che finalmente, dopo anni di stallo, era tornata a registrare il segno
“più”.

francesco casiniIl comune da lei amministrato è considerato una piccola fortezza rossa (dal 1946, fino alla Bolognina, ha amministrato il PCI, seguito da DS e PD). Ha un concreto timore in merito alle elezioni regionali e alle amministrative delle (purtroppo ex) regioni rosse?

È evidente che nella politica moderna, non solo italiana, non si può più pensare di poter vivere di rendita, di adagiarsi sugli allori. Così come è evidente la volatilità elettorale, la modifica di opinione e del comportamento elettorale tra una tornata e all’altra, sempre più presente e marcata. La discontinuità elettorale si è registrata in territori e città che non ti aspettavi, considerati da sempre inespugnabili.
Allo stesso modo, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, è evidente che non possiamo non tenere conto del voto politico del 4 marzo e dei sondaggi più recenti che sottolineano una grande crescita delle forze populiste e soprattutto della destra che sono al governo. All’altra parte dobbiamo anche essere consapevoli che il voto delle regionali e delle amministrative non è soltanto un voto di opinione. La Toscana, è bene
prenderne atto, non può più definirsi una regione rossa inarrivabile per le destre, e in
vista delle regionali del 2020, nel prossimo anno e mezzo, ci sarà da lavorare moltissimo e da trovare unità di intenti all’interno del centrosinistra.
Senza avere timori, dovremo essere vigili, attenti e sapere di avere un background di buongoverno.
Dovremo ritrovare all’essenza vera di fare politica, stare con la gente tra la gente, intercettare i bisogni veri e dare risposte concrete. Così facendo non solo potremo confermare le regioni che tradizionalmente appartengono all’asse del centrosinistra ma potremo ripartire per un centrosinistra forte in Italia che possa riportare all’opzione di governo seria, concreta per il rilancio del nostro Paese e toglierlo dalla secche in cui questo governo in questi mesi ci sta conducendo.

Secondo lei la Sinistra italiana deve fare una rivoluzione, intesa anche come “moto verso le origini”, oppure deve fondersi in una nuova realtà di culture politiche trasversali, che includano culture social-comuniste e liberal-progressiste?

Non so se la sinistra italiana debba fondersi o forse, più semplicemente, ritrovare
compattezza. Sono convinto che non solo il PD ma tutta la sinistra debba fare un bagno
di umiltà, riflettere seriamente sui propri errori. Solo così ci si potrà ripresentare agli
italiani con un volto credibile e unito intorno a idee e valori coese. Fondamentale è
riuscire a captare i cambiamenti della società odierna, le sue necessità e i suoi bisogni,
specie delle fasce della popolazione più deboli, che in questi anni hanno lasciato una
sinistra che è apparsa troppo sorda, lontana in favore delle forze populiste. Ci abbiamo
provato, ma non siamo riusciti a cogliere il nuovo malessere nelle periferie fino in
fondo, le crescenti difficoltà dei lavoratori, il bisogno di maggiore sicurezza avvertito
dalle persone, la necessità di elaborare un messaggio carico di valori forti e di futuro
che può parlare alle giovani generazioni. Non è una missione impossibile se la sinistra
saprà ritrovare coesione e unità, nuovi strumenti e un nuovo linguaggio al passo con i
tempi e la modernità per rispondere ai bisogni di una società che inevitabilmente
cambia e di cui dobbiamo essere consapevoli.

Niccolò Musmeci

I diritti civili, l’autoritarismo e il realismo politico

diritti civiliDa tempo si assiste ad un fenomeno preoccupante: i diritti civili vengono, molto spesso, calpestati sull’altare del realismo politico.

L’attenzione e la sensibilità dei paesi occidentali, sul grande tema della tutela dei diritti umani su scala planetaria, tema centrale nella seconda parte del Novecento in Europa, si sono fortemente affievolita, a causa del prevalere di ragioni economiche e di “potenza” dell’occidente liberale.

Alzando lo sguardo verso il mondo, ci si accorge di tante violazioni dei diritti umani, vasti luoghi, regioni e Stati che, sistematicamente, calpestano i diritti fondamentali.

A queste realtà i governi europei, il governo americano, la stessa Ue e l’opinione pubblica sembrano essere disattenti in nome della tutela di interessi consolidati.

Per questi motivi, ad esempio, in Egitto, per mantenere dei rapporti di collaborazione geopolitica con il governo, che si erge a paladino della lotta contro il fondamentalismo islamico, si tende a dimenticare il caso di Giulio Regeni, (dottorando dell’Università di Cambridge, ucciso due anni fa, si suppone potesse avere un legame con il movimento sindacale che si oppose al governo del generale Al Sisi, in seguito alle vicende di Piazza Tahrir al Cairo).

 Si pensi all’operato dei tribunali egiziani che, oltre ad aver “ucciso” un’intera generazione di giovani che chiedevano più libertà e democrazia, hanno commutato diverse esecuzioni capitali a esponenti dei Fratelli Musulmani, nel quadro di una spietata campagna di repressione che va avanti dal 2013.

 Emblematico, in questo senso la situazione che si registra in Birmania, con la persecuzione dei Rohingya, gruppo etnico di minoranza islamica, in un paese a maggioranza buddhista, massacrati dall’esercito nazionale con la complicità, preoccupante e dolorosa allo stesso tempo, del premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi.

Come testimonia la sua stessa vita, rappresenta un simbolo di resistenza alla tirannide della dittatura, tuttavia, adesso trovandosi al governo, seppur in “co-tutela” con l’esercito, non ha speso, incredibilmente, una parola o preso l’iniziativa per bloccare le violenze ai danni dei suoi stessi concittadini.

Ancora, la vicenda terribile della persecuzione degli omosessuali in Cecenia, con veri e propri campi di concentramento, venuta a galla nel 2017 grazie all’inchiesta del periodico indipendente russo Novaja Gazeta, per cui scriveva la giornalista Anna Politkovskaja, assassinata per motivi politici.

La repressione è stata pensata e organizzata dal governo locale ceceno, ma ha avuto l’appoggio silente e la complicità della Federazione Russa, da tempo immemore, poco attenta alla tutela dei diritti umani e di libertà.

Potremmo parlare di quel che avviene in Turchia, nel Kurdistan, in Yemen, Siria, Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord o di quel che succede nel continente africano o in alcuni paesi dell’America Latina.  Come si vede, purtroppo sono innumerevoli i casi di violazione dei diritti umani nel mondo.

I diritti umani rappresentano dei diritti inalienabili che spettano ad ogni essere umano: tra i diritti fondamentali della persona, spiccano il diritto alla libertà individuale, il diritto ad esprimere le proprie idee, il diritto ad autodeterminarsi e, più in generale, i diritti civili e politici. Accanto ai diritti di libertà prendono corpo i diritti sociali, fra i quali il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione, all’abitazione, alla pensione e ad una vita dignitosa.

Nel dibattito politico occidentale, si regista una certa tendenza nel considerare i diritti civili come subordinati ai diritti sociali e, di conseguenza, si dà una scarsa attenzione al consolidamento dei necessari diritti di libertà.

Si pensi alle narrazioni delle destre sovraniste europee che vagheggiano una democrazia illiberale nel cuore dell’Europa, sul modello della Russia di Putin o dell’Ungheria di Orban. I nazionalisti parlano molto di sovranità e riconquista dei diritti sociali perduti, proponendo, nello stesso tempo, norme di stampo reazionario e liberticida sui diritti civili (in questo senso, si muove il ddl proposto dal senatore della Lega Pillon).

Dunque, s’insidia nel cuore dell’Europa, un pensiero autoritario che guarda con favore a diverse realtà non democratiche del mondo, accomunate dalle limitazioni alle libertà d’informazione e di espressione.

Una torsione pericolosa che andrebbe riconosciuta nelle sue caratteristiche, cui contrapporre il valore universale dei diritti umani, sparito dall’agenda effettiva dei governi occidentali.

Come saggiamente previsto dai padri costituenti italiani, dopo l’esperienza della seconda Guerra Mondiale, i diritti sociali e i diritti civili rappresentano, nella prima parte della Costituzione, i due principi fondamentali: inviolabilità e dignità personale (art. 2 Cost.), eguaglianza (art. 3 Cost.).

Sandro Pertini diceva che: “Libertà e giustizia sociale, che sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà”.

Di fronte alla necessità storica di mantenere le libertà faticosamente conquistate e di costruire società eque e democratiche, occorrerebbe un risveglio della cittadinanza, da tempo sopita, un contraltare al pensiero conservatore e reazionario di una nuova intellettualità progressista, un maggiore sforzo di analisi in capo ai partiti democratici in un’ottica europea e internazionale e un convinto coinvolgimento delle Istituzioni internazionali, come l’ONU, oggi, al contrario, avvitati in una pericolosa impotenza.

Paolo D’Aleo

Ponte Morandi, abbassare la voce e alzare lo sguardo

Il crollo del ponte Morandi ha inferto alla città di Genova una ferita difficile da rimarginare e sta portando a nudo non solo la debolezza del sistema infrastrutturale della regione ma anche l’insipienza di un governo incapace di affrontare in tempi rapidi e con strumenti adeguati un’emergenza che non è solo di Genova ma dell’intero sistema Paese.

Andiamo per gradi. Che il Ponte Morandi non godesse di buona salute lo si sapeva da molti anni; capitò a me in un’intervista rilasciata al “Il Giornale” il 12 dicembre del 2006 avvertire del rischio caduta del ponte e dell’urgente necessità di pensare seriamente ad un’alternativa in grado di spostare buona parte del traffico gravitante sul Morandi.

Lo scopo fu quello di incitare la politica a decidere sul progetto di una bretella autostradale (poi chiamata Gronda) alla luce di un incremento del traffico che rassegnava cifre impressionanti: oltre 70.000 veicoli al giorno di cui 4.000 camion che transitava quotidianamente su una struttura i cui interventi manutentori, a causa dell’evidente ammaloramento, erano all’ordine del giorno.

Il mio non fu un appello isolato; altri autorevoli soggetti misero in guardia dal rischio incombente sulla stabilità del ponte e dei timori delle gravi conseguenze sull’economia locale qualora l’utilizzo del ponte fosse stato, per ragioni diverse, inibito.

Dopo infinite discussioni, tentennamenti pericolosi (quali quelli del Sindaco Doria e parte dei suoi alleati per i quali sarebbe stata sufficiente il completamento delle nuove opere previste in ambito urbano ad alleggerire il traffico di attraversamento con ciò rendendo inutile una nuova bretella) le Istituzioni locali si sono ritrovate-insieme ai Governo precedenti all’attuale – unite nel sostenere il definitivo progetto della Gronda così come era emerso dopo il debat public. Decisione indispensabile ma tardiva, almeno per evitare l’enorme tragedia che ha colpito la città alle 11,36 del 14 agosto 2018.

43 morti, ma potevano essere molti di più. Se il fatto fosse accaduto in una giornata normale e in un’ora di punta le vittime potevano essere oltre 4/500. Infatti su quel maledetto ponte, su cui ultimamente transitavano circa 80.000 veicoli al giorno di cui 5000 camion, era quotidiana la coda di veicoli fermi.

Nella disgrazia un po’ di fortuna. Tuttavia la città ha vissuto quel dramma con profonda angoscia perché su quel ponte ci passavamo tutti; è accaduto a quelle povere persone ma poteva accadere ad ognuno di noi. Anche per questo l’impatto emotivo è stato enorme per dimensione e per carico individuale.

Le conseguenze purtroppo non si sono fermate al già tragico bilancio di vite umane ma si sono trascinate dietro oltre 500 sfollati, danni economici alla miriade di aziende collocate nell’area investita dal crollo (oltre 1000), un danno enorme all’economia portuale che è il settore trainante dell’economia regionale cittadina, un disagio infinito per le caotiche condizioni del traffico che continuano a registrarsi nel ponente della città.

Ebbene di fronte a questa situazione così pesante, malgrado la compattezza delle Istituzioni locali e il ruolo energico che esse, e su tutte il Sindaco Bucci e il Presidente della Regione Toti, hanno profuso e stanno profondendo per assistere la città in tutte le sue componenti, emerge la superficialità, l’incompetenza, l’arroganza di ministri inadeguati che, a oltre 45 giorni dal crollo e con una città in fortissima difficoltà, hanno provveduto, con increscioso ritardo, a decretare per la ricostruzione, individuare il Commissario Straordinario, in un quadro confuso di norme, deroghe e risorse che temiamo forniscano alibi fortissimi ai tanti ricorrenti che già rischiano di manifestarsi.

Le stesse risorse individuate sono ritenute dall’intera comunità ligure largamente insufficienti sia per contrastare il declino sia per far fronte all’emergenza.

Un disastro nel disastro di cui ne faremmo volentieri a meno e che sta generando sconcerto in tutti gli ambienti della città. Una città che, comunque, paga anche il prezzo di non aver avuto la capacità di decidere quando era il momento di farlo; diffidenza e “mugugno, particolarismi ideologici hanno prevalso sul pragmatismo indispensabile a rompere l’isolamento della città. Questa logica non ha risparmiato nemmeno il nodo autostradale e dunque il Ponte Morandi.

Ora è il tempo della ricostruzione. Non basterà un anno. Fossero tre sarei contento. Nel frattempo la città non può sprofondare, il suo porto, anzi i suoi porti, devono macinare traffici e mantenere il primato nel Mediterraneo. Per questo c’è bisogno di sostegno dello Stato, non di elemosine ma di incentivi veri allo sviluppo di modalità alternative al traffico stradale ( ferrobonus e autostrade del mare, cabotaggio tra porti del mediterraneo onde evitare trasporto su strada), contributi all’autotrasporto nei limiti dei sovracosti che deve sopportare, sostegno all’aumento della produttività portuale sula base di apertura dei porti h24 e un fortissimo investimento sulla ferrovia. Ad iniziare dal prosieguo del Terzo Valico, radice a sud del Corridoio Reno Alpi ma anche tutte quelle opere minori che collegano le banchine ai retroporti.

Ma anche sostegno alle categorie economiche imprigionate e bloccate dal crollo e soprattutto supporto economico al Comune di Genova su cui grava il maggior peso dei problemi. Il Comune ha il dovere di adottare provvedimenti severi, per esempio, sul tema della mobilità, ma per mettere in campo convincenti alternative ha bisogno di risorse, e tante, che oggi non ha.

Anche sotto questo profilo il decreto è molto deludente: pochi soldi e mal distribuiti. Una disattenzione grave che nessuno comprende. Eppure è da qui che occorre ripartire per ridare alla città, alla regione una forma di sviluppo sostenibile, smart e all’avanguardia dove qualità della vita, paesaggio, efficienza e sostenibilità sono la cifra di un nuovo rinascimento.

Il nuovo ponte deve essere il simbolo della rinascita, il ritratto autentico di Genova. È il momento, per dirla con Renzo Piano di “abbassare la voce alzare lo sguardo”

Arcangelo Merella
Già Assessore Mobilità e Trasporti Comune di Genova

Madri detenute, una stella nel mondo carcerocentrico

Bambino con madre dietro sbarre

I recenti fatti di cronaca hanno riaperto una delle profonde ferite del diritto penale: il (grossissimo) problema-sociale e, soprattutto, giuridico-delle madri detenute. Lo ius puniendi, infatti, nel caso in esame, oltreché “tendere alla rieducazione del condannato (1)”, deve essere mitigato dai diritti-doveri posti, dalla costituzione, a salvaguardia della maternità e dell’infanzia (2): come è facile comprendere, ad oggi, un vero equilibrio tra l’esecuzione della pena e la tutela delle madri carcerate e dei loro figli non è stato raggiunto.

Tale problematica non è da sottovalutare perché i dati ufficiali, attualmente, fotografano la presenza di ben 52 detenute madri-con 62 figli al seguito-all’interno degli istituti penitenziari italiani (3) e questi numeri, dal 93 ad oggi, sono tra i più elevati. Occorre ricordare, inoltre, che la famiglia è una “comunità di persone, che preesiste, di fatto, allo stato e all’ordinamento ed è deputata a svolgere un ruolo primario anche in ambito sociale (4)”: approntare una tutela a favore delle detenute madri e dei loro figli è, pertanto, imprescindibile.

La normativa di riferimento, al fine di fornire tale tutela, prevede espressamente che “alle madri è consentito di tenere presso di sé i figli fino all’età di tre anni. Per la cura e l’assistenza dei bambini sono organizzati appositi asili nido (5)”. Il designato punto di equilibrio tra l’esigenza di punire dello stato ed il rapporto madre-figlio pare, tuttavia, un po’ (troppo?) paradossale: se è vero, ed è vero, che il limite dei tre anni è sorto a seguito della presa d’atto della nocività del carcere, allora, non si comprende come si possa consentire ad un bambino di vivere i primi tre anni della propria vita in tale contesto. “Che si debba punire la colpa dei padri nei figli?”: verrebbe da dire. Fuori dalle (facilissime) provocazioni viene da dire che, come in altri casi, il carcere persegue finalità altre rispetto alla rieducazione e, nel caso de quo, prevarica i diritti costituzionali della maternità.

Le riflessioni sul problema delle madri detenute devono, tuttavia, essere operate tenendo conto dei due differenti piani della “carcerazione”: la fase cautelare va, infatti, distinta nettamente da quella esecutiva della pena. Per quanto attiene all’esecuzione della pena si deve, anzitutto, sottolineare che quest’ultima è differita “se deve avere luogo nei confronti di madre di infante di età inferiore ad anni uno (6)”: un bambino di sei mesi, quindi, potrà trovarsi ristretto insieme alla madre solo se quest’ultima è sottoposta a custodia cautelare in carcere. Se, invece, “una pena restrittiva della libertà personale deve essere eseguita nei confronti di madre di prole di età inferiore a tre anni (7)” la pena può, e non deve, essere differita: già si ravvisa, in tali parole, l’esistenza di una forte discrezionalità in capo al magistrato di turno. Per quanto concerne le misure alternative alla detenzione si potrebbe, al di là della detenzione domiciliare “standard” ex art. 47ter (8), citare la detenzione domiciliare speciale ex art. 47quinquies per la quale “quando non ricorrono le condizioni di cui all’articolo 47ter le condannate madri di prole di età non superiore ad anni dieci, se non sussiste un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti e se vi è la possibilità di ripristinare la convivenza con i figli, possono essere ammesse ad espiare la pena nella propria abitazione (9)”: un’altra norma che, al di là delle facili astrazioni, concede un’eccessiva discrezionalità alla magistratura e, per tale ragione, può divenire di rara applicazione.

Il paradosso della disciplina delle detenute madri si evince, forse ancor di più, allorquando si osservino i vincoli ai quali queste ultime sono sottoposte in funzione cautelare, piuttosto che esecutiva della pena. A tal proposito l’art. 275 comma IV c.p.p. stabilisce che “quando imputati siano donna incinta o madre di prole di età non superiore a sei anni con lei convivente […] non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza”. In tali ipotesi, a seguito dell’art. 1 comma III della l. 62 del 2011, “il giudice può disporre la custodia presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri, ove le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza lo consentano (10)”. Si può dire, in estrema sintesi, che, di default, le madri di prole di età non superiore ai sei anni non possono essere sottoposte alla custodia cautelare in carcere: così è, tuttavia, fino a che non sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. Qualora sussistano, viceversa, il giudice può, sempre se le eccezionali esigenze cautelari lo consentano, sostituire la custodia cautelare in carcere con la custodia presso le “ICAM”: sperimentali e sporadici luoghi di detenzione che, seppure non ne possiedano il nome, rimangono tali. Non occorre sottolineare che nelle misure cautelari, forse ancor più che nell’esecuzione della pena, il magistrato sembra divenire depositario di un’eccessiva discrezionalità avendo riguardo alla tematica de quo: si ragiona, infatti, sempre e comunque in un’ottica cautelare saltando, a piè pari, qualsiasi disquisizione sui diritti ed i doveri costituzionalmente garantiti della maternità.

L’osservazione complessiva della disciplina delle detenute madri-nella fase esecutiva della pena ed in quella cautelare-sembra dimostrare che l’enorme problematica ad essa associata è, in realtà, figlia di una più ampia e complessa immagine del diritto penale: si potrebbe dire, con una metafora, che non è altro se non una stella (cadente?) dell’universo carcerocentrico.

Si può dire, infatti, che il carcere venga dipinto, sempre e comunque, come la pena maggiormente idonea a fronteggiare la pericolosità sociale e, conseguentemente, più adeguata a tutelare le esigenze di sicurezza dei consociati: questa concezione si riflette, indubbiamente, nella tematica delle madri detenute. La normativa sul tema, infatti, può “reggere costituzionalmente” fintantoché ci si trovi innanzi a detenute madri che abbiano commesso (o siano indagate per) reati di modesta entità: che dire, tuttavia, quando le detenute siano ritenute socialmente pericolose? Nella tragica realtà dei fatti non è, infatti, peregrino sostenere che la pericolosità sociale si desume, per lo più, dalla gravità del reato oggetto del giudizio: ed è proprio quando quest’ultimo è grave che il sistema carcerocentrico e la disciplina delle madri detenute entrano in cortocircuito.

Nel momento in cui si ritiene sussistente la pericolosità sociale, infatti, le madri, quasi sicuramente si vedranno catapultate in carcere insieme ai propri figli di età pari od inferiore a tre anni. Questa riflessione, ahimè, vale in entrambi i binari della carcerazione: l’unica differenza tra i due è che nella fase dell’esecuzione la madre ed il figlio entreranno in carcere solo se quest’ultimo è di età pari o maggiore ad un anno. Successivamente alla condanna, infatti, molto difficilmente un giudice deciderà di differire l’esecuzione della pena nei confronti di una madre con prole di età inferiore a tre anni: non dissimilmente sarà assai arduo ottenere una misura alternativa al carcere come la detenzione domiciliare speciale. Non dissimilmente, per quanto attiene alla fase cautelare, quale giudice, in presenza di pericolosità sociale, eviterà alla madre la custodia in carcere? In buona sintesi, in tal caso, soltanto la madre di infante di età inferiore ad anni uno si eviterà-momentaneamente-il carcere, poiché in tal caso l’esecuzione della pena è differita ex art. 146 c.p.: non è differibile, tuttavia, la custodia cautelare in carcere.

La pericolosità sociale e la gravità del reato oggetto di giudizio sono, in buona sintesi, le scosse in grado di destabilizzare l’intero sistema del diritto penale carcerocentrico: se, infatti, il carcere si considera come la pena “regina” al fine di arginare i “mali della società” allora, ogniqualvolta ci si trovi innanzi ad uno di questi ultimi il primo dovrà, sempre e comunque, essere chiamato in causa, in sfregio ad ogni ulteriore diritto-dovere costituzionalmente garantito. È per tale ragione che occorre “superare il sistema sanzionatorio di tipo carcerocentrico, ingessato nella bipolarità detentivo-non detentivo. La detenzione non deve, cioè, essere concepita quale unica alternativa alla non punizione e la variegatura delle possibili sanzioni […] avrebbe il duplice vantaggio, se attuata con attenzione ed intelligenza, non soltanto di alleviare la situazione carceraria, ma soprattutto di elidere l’effetto criminogeno della struttura carceraria (11)”.

Spesso le grandi innovazioni del diritto penale sono sorte a seguito della loro sperimentazione nel terreno del diritto minorile: perché non smettere di vedere il carcere come la migliore delle pene partendo proprio da qui? Il carcere, infatti, pare godere di un’aura di sacralità idonea a gettarlo, all’interno dell’universo giuridico, in posizione baricentrica: un po’ come se fosse quella terra immaginata dal sistema tolemaico. “Eppur si move”: verrebbe, allora, da dire. Il carcere, infatti, “come accade per tutti i modelli consueti di azione sociale […] si [è

] circondato di un senso di inevitabilità che è contemporaneamente legittimazione dello status quo (12)”: è, tuttavia, nei singoli riflessi di tale visione del diritto penale, tra i quali si annovera il problema delle madri detenute, che si coglie la fallacia della stessa. Fino a che il carcere sarà visto, o si farà finta di vederlo, come la pena più idonea a garantire la sicurezza dei consociati, molto probabilmente, continuerà ad esistere il problema delle madri detenute: i recenti fatti di cronaca, infatti, hanno unicamente creato l’effetto zoom su uno dei rami dell’albero carcerocentrico che, come è facile capire, ha radici ben più nascoste e profonde.

Restiamo in attesa di una rivoluzione copernicana in ambito penale che sappia dimostrare che il carcere non è al centro dell’universo punitivo poiché è soltanto una delle pene possibili (e, molto probabilmente, quella meno efficace) e provi che, casomai, tale posizione è occupata dall’uomo e dalla sua rieducazione. Occorre, infatti, “prendere coscienza del fatto che il diritto penale si basa su una sorta di incanto, su una sorta di illusione [poiché esiste una] trascendenza che fa credere a una differenza tra vendetta, sacrificio e sistema punitivo [e che] consente di ingannare anche la violenza e rompere il rischio di una ritorsione infinita (13)”: se, tuttavia, la pena cardine dell’intero sistema-il carcere-non raggiunge i risultati che promette, allora, l’illusione cessa di esistere e rimane unicamente la tragica realtà conosciuta da tutti.

Daniel Monni

Note
1 Art. 27 Costituzione
2 Artt. 30,31 Costituzione
3 Cfr.
4 MASTROPASQUA G., La legge 21 aprile 2011 n. 62 sulla tutela delle relazioni tra figli minori e genitori detenuti o internati: analisi e prospettive, in Diritto Famiglia, fascicolo IV, 2011, pagina 1853
5 Art. 11, l- 26 luglio 1975, n. 354
6 Art. 146 c.p.
7 Art. 147 c.p.
8 Cfr. l. 354 del 1975
9 Ibidem
10 Art. 285bis c.p.p.
11 CIANI G. Intervento del procuratore generale della corte suprema di cassazione, Roma, 24 gennaio 2014
12 GARLAND D., Pena e società moderna. Uno studio di teoria sociale, Milano, 1999, pagina 41
13 BARTOLI R., Nella colonia di Franz Kafka: Dann ist das gericht zu ende, in Rivista italiana di Diritto e Procedura Penale, fascicolo III, Milano, 2014, pagine 1598 e seguenti

Il mito della decrescita felice immobilizza il Paese

La crisi che blocca l’Italia è economica ma anche sociale e il progetto Censis-Conad si pone l’obiettivo di stimolare l’avvio di una riflessione comune tra tutti gli attori della società civile per dare visibilità e forza a idee e esperienze concrete.

rancorePesante eredità quella della crisi economica del 2008 che sta consegnando l’Italia ad un futuro di paure e rancore, impoverita di quelle fughe in avanti servite nei decenni passati a dare corpo al miracolo economico e ad una potenza economica a livello mondiale. Aspettative decrescenti, diseguaglianze sociali, paura di scendere nella scala sociale hanno generato la società del rancore, una società frammentata, debole, chiusa, regressiva. Che ha rinunciato a consumi e investimenti, motore insostituibile di sviluppo.

È a partire da tale scenario che Censis e Conad uniscono competenze e forze per dare vita ad un progetto di ricerca, comunicazione e confronto aperto a tutti gli attori del vivere sociale – cittadini, politica, istituzioni e imprese – per favorire l’avvio di una riflessione comune che si trasformi in una nuova spinta propulsiva a costruire il futuro di ciascuno e del Paese.
Il progetto è stato presentato stamattina a Palazzo Giustiniani dal responsabile aree politiche sociali del Censis Francesco Maietta. Alla presentazione è seguita la tavola rotonda Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo con il giornalista Luca De Biase, il filosofo Maurizio Ferraris, il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii e l’amministratore delegato di Conad Francesco Pugliese, moderata dalla giornalista Maria Latella.Screenshot 2018-09-26 13.46.53

La crisi che blocca l’Italia è economica ma anche sociale e il progetto Censis-Conad si pone proprio l’obiettivo di stimolare l’avvio di una riflessione comune, portando in evidenza i costi che il Paese pagherà nel caso la società restasse intrappolata nella propria paura, nella nostalgia del passato, nel rancore. Una riflessione che dovrà dare visibilità e forza a idee e esperienze concrete.
Le attività prevedono la valorizzazione delle conoscenze attuali, continuando al contempo a individuare ulteriori fonti specifiche per il progetto; la loro divulgazione, portando la riflessione sui contenuti nei luoghi più significativi del Paese sia per il progetto sia per Conad; un’intensa campagna di comunicazione dando visibilità a tre roadshow territoriali (uno al Nord, uno al Centro e uno al Sud) con il coinvolgimento di stakeholder, testimonial, esperti, referenti istituzionali, politici… e alimentando Osserva Italia di Repubblica.it – l’osservatorio quotidiano sugli stili di vita degli italiani e sulle loro aspettative per il futuro – con notizie, dati e commenti.
A chiusura del progetto, Censis e Conad daranno vita ad un evento di alto profilo culturale e sociale che ruota attorno alla presentazione dell’immaginario collettivo contemporaneo degli italiani, all’incontro con grandi personalità sui temi affrontati, alla consegna del premio Top Imaginary Contest al personaggio pubblico che più ha fatto presa sullo stato d’animo degli italiani e a una lectio magistralis di un personaggio pubblico che incarna al meglio il nuovo immaginario collettivo rivolta agli studenti delle scuole medie superiori e universitari.Screenshot 2018-09-26 13.47.07

«Malanimo, fastidio per gli altri, soprattutto se diversi, e tante paure: ecco l’immaginario collettivo degli italiani oggi, in cui ogni sfida è percepita come una minaccia, mai come una opportunità. L’opposto dei miti, dei sogni e dei desideri dell’Italia dello sviluppo, della ricostruzione e del miracolo economico: un progresso sociale interrotto dalla grande crisi del 2008», afferma il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii. «Un tempo erano tv, cinema e carta stampata a diffondere miti positivi, obiettivi da raggiungere e riti collettivi, mentre oggi domina l’autoreferenzialità di internet e social network. Vincono immaginari personalizzati e reversibili, uniti da risentimento e paura».

«Abbiamo sviluppato questo progetto con il Censis perché siamo interessati ad approfondire la relazione che si instaura tra le persone, tra loro e le comunità di cui sono parte integrante, e che inevitabilmente hanno un impatto sui consumi», sottolinea l’amministratore delegato di Conad Francesco Pugliese. «Serve con urgenza un pensiero di comunità e questo è ciò che ogni cittadino si attende dalla politica e dalle istituzioni. La vera sfida è conoscere a fondo territori e comunità; è saper costruire una relazione a misura dei bisogni della persona, abbandonando la cultura del rancore e la paura che ostacolano la ripresa del Paese per passare a una società con rinnovate aspirazioni e capacità di crescere».

Screenshot 2018-09-26 13.47.43

L’analisi Censis sull’Italia restituisce l’immagine di un Paese che nutre un forte disagio per il presente, ha una grande nostalgia del passato (7 italiani su 10 sostengono che “si stava meglio prima”) ed è incapace di investire nel proprio futuro. Le ragioni sono tante: dalla bassa natalità (dal 1951 a oggi si sono “persi” 5,7 milioni di giovani) alla progressiva scarsità di reddito (rispetto alla media della popolazione le famiglie giovani, con meno di 35 anni di età, hanno un reddito più basso del 15% e una ricchezza inferiore del 41%), dalla crisi sociale allo smarrimento della cultura del rischio personale, indispensabile per rimettere in moto la crescita e i meccanismi di ascesa della scala sociale.
Crescono, alimentati dal rancore, i pregiudizi verso ciò che è “diverso”: 7 italiani su 10 sono contrari al matrimonio con una persona più vecchia di almeno vent’anni o dello stesso sesso, oltre che a quello con persone di differente religione, in particolare islamica. 4 su 10, poi, non vedono di buon occhio l’unione con immigrati, asiatici o africani.
Il 95% degli italiani è convinto che per fare strada nella vita occorra conoscere le persone giuste, oppure provenire da una famiglia agiata (88%, diversamente da tedeschi, 61%; inglesi, 54%; francesi, 44%; svedesi, 38%) o avere fortuna (93% rispetto all’89% dei tedeschi, 77% dei francesi, 69% degli svedesi e 62% degli inglesi).
Eppure nell’ultima fase della recessione e nella timida ripresa congiunturale gli italiani dispongono di una liquidità totale di 911 miliardi di euro (cresciuta di 110 miliardi tra il 2015 e il 2017), pari al valore di un’economia che, nella graduatoria del Pil dei Paesi europei post Brexit, si colloca dopo Germania, Francia e Spagna, ma prima dei Paesi Bassi e della Svezia. Insomma, l’Italia ha smarrito la capacità di guardare avanti e si limita a utilizzare le risorse di cui dispone senza tuttavia seguire un preciso programma. Lo dimostra anche l’incidenza degli investimenti sul Pil scesa al 17,2% e che colloca l’Italia a distanza dalla media europea (20,5% escluso il Regno Unito, 21,1% con il Regno Unito), da Francia (23,5%), Germania (20,1%) e Spagna (21,1%).

Un Grillo Qualunque. La storia che potrebbe ripetersi

grillo

Ascoltando e rileggendo le parole di Beppe Grillo, e i contenuti del suo blog, mi viene in mente un parallelismo con una stagione politica lontana, la stagione dell’Uomo Qualunque.

Esistono molte somiglianze tra il Fronte dell’Uomo Qualunque e le espressioni utilizzate, per anni, da Grillo e dal Movimento 5 stelle delle origini. Per intenderci, l’epoca del blog del comico genovese e il movimento di opposizione dura e pura, copia sbiadita dell’attuale compagine pentastellata, guidata dal capo politico Luigi Di Maio, dal profilo governativo e “istituzionale”. A questo punto, bisogna tornare indietro nel tempo: erano gli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale e per l’Italia fu un periodo di grandi scelte di natura politica, economica e culturale. In quel contesto un movimento fece molto discutere, il Fronte dell’Uomo Qualunque, guidato da Guglielmo Giannini, avvocato napoletano, classe 1891, teatrante, autore di commedie e giornalista.

L’Uomo Qualunque fu il nome di un settimanale, cui il n. 1 apparve a Roma il 27 dicembre 1944, sorto nel segno della protesta e del malessere presente nel Mezzogiorno, nella dolorosa fase di passaggio dal fascismo al post-fascismo. Giannini firmò l’editoriale del primo numero, poi diventato un vero e proprio manifesto del movimento: “Io sono quello che ha venduto tutto per comprare il poco che ha potuto. Io sono quello che non crede più a niente e a nessuno. Io sono l’Uomo Qualunque”.

Guglielmo Giannini colse gli umori del tempo e li interpretò magistralmente. Utilizzò un linguaggio rozzo e diretto, alternativo al discorso pubblico dominante concentrato sulle virtù della nascente democrazia e su una certa enfasi resistenziale.

Alle elezioni del 1946, il Fronte dell’Uomo Qualunque, portatore di istanze liberal-conservatrici e legate all’antipolitica, ottenne un ottimo risultato, il 5,3% delle preferenze. Tuttavia, il Fronte entrò nella prima legislatura, quella del ’48, per un soffio, e concluse la sua parabola politica nel 1953.

Infatti, le difficoltà arrivarono subito dopo, in Assemblea Costituente, dove il Fronte dell’Uomo Qualunque ha subito vistosi cambiamenti di linea politica, soccombendo nel confronto con i politici del tempo. Il qualunquismo declinò in maniera piuttosto rapida poiché portatore di un fenomeno spontaneo e reazionario che immaginava uno “Stato amministrativo”, proponeva il ritorno al privato, ad una dimensione non pubblica: la sempreverde polemica dell’italiano stritolato dallo Stato.

Il Fronte dell’Uomo Qualunque rappresentava l’italiano medio, «l’uomo qualunque», schiacciato dallo Stato, che gli estorce denaro con le tasse, incurante di tutto il resto. Da questo fenomeno politico è nato il termine qualunquismo. Potremmo dire un grillismo precedente allo stesso Grillo.

Le somiglianze tra il M5S e il Fronte dell’Uomo Qualunque, così come tra Giannini e Grillo sono notevoli: entrambi uomini del mondo dello spettacolo e abili comunicatori. Ognuno di loro è padrone del mezzo comunicativo della propria epoca, tramite l’impiego massiccio della satira: Giannini nella commedia e nella carta stampata, Grillo ha puntato sull’uso della rete, del blog e sui comizi itineranti.

Il lessico dei comizi di Grillo è molto semplice, comprensibile a tutti, gergale e spesso sfocia nella volgarità. In parallelo, il linguaggio degli esponenti del Fronte dell’Uomo Qualunque era sempre irriverente e ironico: ridicolizzavano gli avversari politici storpiandone i nomi: il Partito Comunista Italiano diventa il “Partito Concimista Italiano”, Pietro Calamandrei, uno dei fondatori del Partito d’Azione diventa “Pietro Caccamandrei, così come Ferruccio Parri diventa quindi “Fessuccio Parri”.

Un secondo elemento di somiglianza è rappresentato dal “leaderismo populistico”che si sostanzia in leadership carismatiche: Grillo e Casaleggio per il M5S, Giannini per l’Uomo Qualunque. Ancora, affiorava nelle polemiche di Giannini un rifiuto dei nuovi professionisti della politica: si parlò di «Upp» (Uomini Politici Professionali), contrapponendo loro la folla indistinta d’italiani che volevano solo essere «lasciati in pace»: la tutela del particolare contro la dimensione della politica intesa come azione collettiva e professionalità. Tutto questo richiama direttamente i Vaffa-day organizzati, negli anni di opposizione, da Beppe Grillo e co.

Eventi nei quali il comico genovese attaccava i partiti e tutto l’estabilishment: “Non perdete la capacità di incazzarvi […]. I mass media, portavoce del Sistema, hanno attaccato con una violenza inaudita il Movimento. Le grandi firme, i grandi registi, cantanti pataccari, conduttori e artisti di partito si sono scatenati contro chi li avrebbe spazzati via dalle poltrone del Regime.”

In altri termini, messaggi irrazionali che mirano a colpire la pancia dell’elettore, messaggi di protesta senza proposte chiare e realizzabili.

Entrambi i movimenti rifiutano le etichette di destra e sinistra. Ciò nonostante l’Uomo Qualunque era schierato, effettivamente, su una posizione di destra: contestava il regime fascista ma, nel frattempo, denunciava una presunta rendita di posizione degli antifascisti, additando il Cln come una specie di nuovo totalitarismo; in maniera, per certi versi simile, il M5S alla prima prova di governo stringe un’alleanza programmatica con la Lega di Salvini, formazione politica chiaramente di destra nelle parole d’ordine, nei programmi e nelle alleanze europee (si pensi alla “Internazionale nera”).

La natura di destra viene sistematicamente coperta da esponenti della “sinistra interna” dei 5stelle, del tutto ininfluenti rispetto agli indirizzi politici del governo da essi sostenuto; nella stessa maniera, Giannini e l’Uomo Qualunque recitarono anche professioni di fede antifascista, aperture al Pci e appelli al Partito liberale.

Va riconosciuto sia a Giannini che a Grillo di aver rappresentato, in epoche diverse, un diffuso sentimento di delusione e una quota di genuina rabbia popolare. Dunque, con le dovute differenze, Giannini è stato un precursore, ha aperto una strada, ha dato consistenza al malessere diffuso nel Paese, segnato da una guerra lacerante, ha saputo dare rappresentanza alle inquietudini del ceto medio meridionale nella protesta contro lo Stato oppressore.

Nello stesso modo, la crisi dei partiti politici tradizionali, l’emergere di leadership sempre più personali ha spalancato le porte al qualunquismo contemporaneo, trasformando il M5S, alle ultime elezioni politiche, in un partito pigliatutto. Tuttavia, dopo la vittoria elettorale dei grillini e l’insediamento al governo rimangono le difficoltà dell’azione legislativa e dei meccanismi parlamentari. La storia potrebbe ripetersi nuovamente e i cittadini trarre preziosi insegnamenti dalle vicende di Guglielmo Giannini e dell’Uomo Qualunque.

• Sul sito web della Camera dei Deputati sono disponibili tutti gli interventi in aula, tra il 1946 e il 1953, di Guglielmo Giannini, leader del Fronte dell’Uomo Qualunque.

Paolo D’Aleo

Punire e rieducare: Equilibrio (im)possibile

“Da millenni gli uomini si puniscono vicendevolmente-e da millenni si domandano perché lo facciano”
-WIESNET E., Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita. Sul rapporto fra cristianesimo e pena, Milano, 1987 pagina XV-

carceratiLa pressoché totalità dei manuali di diritto penale contiene, all’interno dei primi capitoli, almeno un paragrafo intitolato: “Perché punire?”. La punizione per il male arrecato alla società sembra essere, in sostanza, il risultato di una semplice operazione algebrica secondo la quale “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”: siamo innanzi ad una sorta di istintualità del diritto penale?
Il diritto penale, tuttavia, al di là della facile provocazione, sembra realmente racchiudere in sé una sorta di istinto. Si pensi, in primis, alla traduzione del latino poena che, in linea con il greco poinè, si rende: “prezzo del riscatto per un reato di sangue, espiazione, ammenda, quindi, in senso lato, soddisfazione, compenso, perciò ora vendetta, ora pena, castigo punizione (1)”. La pena, storicamente parlando, è, infatti, la soddisfazione dell’istinto vendicativo della persona offesa e si palesa, in tempi recenti, come l’accentramento statale dell’esigenza sociale di vendetta. È stato efficacemente scritto, infatti, che “l’istinto aggressivo che è all’origine della vendetta non muta nello spazio e nel tempo, ma mutano le forme e le norme della vendetta. La vendetta sembra nascere da una reazione istintuale ad una aggressione subìta, ma la vendetta non è solo istinto: è anche istituzione. Percorrendo la storia e la geografia umana, ci troviamo di fronte, infatti, a molteplici forme della vendetta: per esempio la vendetta barbaricina, la ultio romana, la vendetta del Kanun albanese, la vendetta dei samurai, la vendetta descritta nelle saghe nordiche medioevali, la vendetta dell’antico diritto hindu, la vendetta mafiosa, la vendetta langarola. Si tratta di veri e propri istituti giuridici (come quelli della proprietà e del matrimonio) che sono regolati e costituiti dalle proprie norme e che si iscrivono all’interno di particolari diritti, che spesso sono diritti popolari (folklaws). […] Dall’unicità dell’istinto aggressivo siamo giunti alla molteplicità degli istituti giuridici della vendetta (2)”. A ben vedere, pertanto, non è una grandissima novità l’assenza di rieducazione nell’universo della pena.
Non è nemmeno un caso, d’altronde, il fatto che gli istituti antesignani del carcere siano le “houses of correction” londinesi, nate “nei primi anni del cinquecento, [allorquando] il clero londinese propose al re di utilizzare un palazzo, il palazzo di Bridewall, per ospitare i vagabondi, gli autori di piccoli reati, di piccoli furti, le persone che non trovavano lavoro, organizzando un’attività produttiva che avesse lo scopo di riformare i soggetti con il lavoro obbligatorio, con la disciplina, ma non in vista di punirli coercitivamente con un lavoro forzato, ma affinché, attraverso il lavoro, fosse assicurato prima di tutto l’automantenimento, quindi il sostentamento di coloro che venivano internati e, infine, venisse impartita un’educazione disciplinare idonea a garantirne l’avviamento al lavoro (3)”. Tale pena era un “ossimoro, dal momento che la carità si sviluppava in termini di costrizione: una carità che veniva fatta subire (4)” e nacque, pertanto, per soddisfare gli interessi finanziari del regno: ideale ben lungi dal concetto di rieducazione del reo.
L’ideale illuministico, grandissimo sostenitore del carcere, d’altronde, nel momento in cui acclamava la pena carceraria come la migliore delle pene-contrapponendola all’inumana pena di morte ed allo splendore dei supplizi- non tardava nel definirla, nella realtà dei fatti, come una “cloaque d’infection où mille malhereux s’entre-communiquent le poison lentement dévorant de la mort (5)”. La pena carceraria, in buona sintesi, ha sempre vissuto nell’ombra di sé stessa: condannata a non rispecchiare, nei tragici fatti, la propria idealizzazione.
Non è sconcertante osservare che, storicamente parlando, nel momento in cui il carcere venne elevato a “panacea d’ogni male” quest’ultimo veniva, al contempo, aspramente criticato per la propria concreta inadeguatezza? Come scrisse Foucault “la critica della prigione e dei suoi metodi apparì ben presto, in quegli stessi anni 1820-45; essa si fissa d’altronde in un certo numero di formulazioni che-salvo per le cifre-sono ancor oggi ripetute quasi senza alcun cambiamento (6)”. Ora come allora si potrebbe, infatti, notare che:
“-Le prigioni non diminuiscono il tasso di criminalità: possiamo estenderle, modificarle, trasformale, la quantità dei crimini e dei criminali rimane stabile, o, peggio, ancora, aumenta […]
-La detenzione provoca la recidiva; usciti di prigione, si hanno maggiori probabilità di prima di ritornarvi […]
-La prigione non può evitare di fabbricare delinquenti. Ne fabbrica per il tipo di esistenza che fa condurre ai detenuti […]
-La prigione rende possibile, meglio, favorisce, l’organizzazione di un milieu di delinquenti, solidali gli uni con gli altri, gerarchizzati, pronti per tutte le future complicità […]
-Le condizioni fatte ai detenuti liberati li condannano fatalmente alla recidiva: perché sono sotto la sorveglianza della polizia; perché hanno residenze obbligate o interdizioni di soggiorno […]
-Infine, la prigione fabbrica indirettamente dei delinquenti, facendo cadere in miseria la famiglia del detenuto (7)”.
Gli interrogativi intorno al carcere sono, a ben vedere, gli stessi da centinaia di anni: ad un’idilliaca immagine sociale del carcere si contrappone, da sempre, la più indegna concretezza dei fatti.
Si può, dunque, accostare il concetto di rieducazione alla pena carceraria? Storicamente no. Il carcere ha sempre vissuto su due binari paralleli che non si sono mai incontrati: uno era quello che portava al lontano mondo delle idee, il secondo si fermava sempre alla prima e desolata “stazione”. La situazione, attualmente, non è certamente migliorata: anzi. Solo pochi giorni fa una nota testata giornalistica riferiva che una delegazione del partito Radicale nonviolento transnazionale e transpartito aveva visitato la Casa Circondariale di Foggia trovando “carenze sanitarie, spazi limitati e assenza di personale […] una realtà dimenticata dalla legge (8)”.
Parlare di rieducazione e di pena carceraria nella stessa frase appare, oggi, del tutto ossimorico. Le parole “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (9)” sembrano, infatti, confliggere quotidianamente con il diffuso senso di insicurezza dei cittadini: sicurezza e pericolosità sociale sono divenuti i facili “hashtag” delle recenti pronunce giurisprudenziali. A ciò si aggiunga il costante clima di “politica elettorale” che caratterizza gli ultimi anni: erodere i diritti dei detenuti sembra generare, infatti, numerosi consensi.
È difficile comprendere se la pena carceraria stia rispondendo più ad un istinto vendicativo piuttosto che auto-difensivo della società e, purtuttavia, è pacifico che non stia perseguendo alcun fine minimamente rieducativo. La bontà di una pena deve, infatti, misurarsi sulla base dei risultati ottenuti: il tasso di recidiva è talmente alto che non ha senso parlarne. La triste realtà è che “la prigione in Italia è un mondo ignoto per tutti coloro che sono liberi e alcune persone ci tengono a non far conoscere l’inferno che hanno creato e che è mal governato. Qui fuori molti non sanno che la maggior parte dei detenuti vive come pezzi di legno accatastati in cantina. Alcuni vegetano. Altri si tagliano nel corpo e nell’anima. La verità è che nella stragrande maggioranza dei casi si vive, come cani ciechi in un canile, con spazi ridotti, una non vita in totale assenza costante d’intimità, d’intrattenimento, di cultura, d’affetto (10)”.
Le facili obiezioni sono: “e allora cosa bisognerebbe fare con i detenuti?”. La risposta, altrettanto facile, è: “rieducarli!”. Il carcere è solo una delle tipologie di pena possibili ed è una pena che nel momento in cui è sorta presentava già fortissime criticità. Esistono le misure alternative alla detenzione ed esiste, soprattutto, il macro-universo della giustizia riparativa: perché continuare ad elogiare una pena inutile per chiunque come il carcere?
Quando la pena-parola di per sé densa di contraddizioni-cesserà di essere asservita alle esigenze di sicurezza sociale ed ai più svariati istinti allora, e solo allora, sarà possibile parlare di pene rieducative. Quando le pene saranno rieducative smetteranno di chiamarsi in tal modo: sarà solo rieducazione.

Daniel Monni

  1. CALONGHI F., Poena, in Dizionario Latino-Italiano, Torino, 1972
  2. LORINI G.-MASIA M., Antropologia della Vendetta, Napoli, 2015, pagine X-X
  3. PADOVANI T., La pena carceraria, Pisa, 2014, pagina 33
  4. Ibidem, pagina 38
  5. BRISSOT DE WARVILLE J.P., Théorie des lois criminelles, volume I, Paris, 1871, pagina 171
  6. Ibidem
  7. Ibidem, pagine 291-295
  8. PERSIA R., Nel carcere di Foggia: una realtà dimenticata dalla legge, ne L’Espresso del 10 settembre 2018
  9. Art. 27 Costituzione
  10. MUSUMECI C., L’uso della pistola elettrica nelle carceri: l’opinione di un ergastolano, in AGORAVOX del 11 settembre 2018