G. Lecca e R. Celentano. ‘Insieme’ in Sardegna

“INSIEME per una Sardegna che cresce in un’Italia giusta” è lo slogan, la sintesi del programma elettorale che il Partito socialista, i Verdi e Area Civica, riuniti nella lista Insieme, hanno preparato per le elezioni politiche del 4 marzo. Per approfondire l’argomento abbiamo intervistato Gianfranco Lecca, segretario regionale Psi e candidato di Insieme nel collegio proporzionale Camera Centro Nord, e Rocco Celentano, presidente del Psi sardo.

concorso-operaiUno dei punti principali del programma è la battaglia per il lavoro. Come si può combattere la persistente disoccupazione della Sardegna?

Il nostro impegno è quello di creare opportunità per i giovani ma anche per gli over 50. Ovviamente in tutta Italia ma la nostra attenzione sarà rivolta soprattutto alla Sardegna, che in questi ultimi anni non si è salvata dal fenomeno della precarizzazione dei percorsi professionali, dall’abbassamento dei salari. Non dimentichiamoci, inoltre, che nell’isola si stanno diffondendo in maniera allarmante nuove forme di “lavori bassi”, dequalificati e sottopagati.

Questo fenomeno può rappresentare anche un ostacolo per una corretta partecipazione alla vita democratica?

Sicuramente. La certezza del lavoro e di un salario adeguato hanno rappresentato e rappresentano ancora oggi il modo in cui si partecipa alla società, legittimando pluralismo e democrazia.

Lavoro precario e salari bassi sono solo la punta dell’iceberg?

Sì. E mai come in questo periodo è importante mettere un freno alle diseguaglianze sempre crescenti e alle nuove povertà, che costituiscono un freno allo sviluppo e un’ingiustizia non più sopportabile.

Come si può intervenire in maniera efficace?

Anche in Sardegna la lotta alle diseguaglianze e alle povertà si combatte con l’accesso alla formazione e con un lavoro dignitoso. Soprattutto per i nostri giovani, che sono il pilastro su cui costruire una Regione e uno Stato più equo e moderno.

Gianfranco Lecca

Gianfranco Lecca

Un obiettivo che prevede anche l’intervento della Regione?

Certamente. Il paesaggio e i paesi della Sardegna sono unici per bellezza, tradizioni e cultura. Per questi motivi possono diventare il motore di un moderno processo di crescita ambientale, sociale, occupazione ed economica. C’è quindi bisogno di un grande piano regionale di investimenti per la valorizzazione dei centri urbani e del territorio della Sardegna.

La vostra proposta per realizzare questo progetto di sviluppo?

Il governo del territorio e la sua rigenerazione dall’incuria e dal degrado ambientale possono rilanciare, insieme all’identità territoriale, un vasto programma occupazionale sano e duraturo, piano che si integra naturalmente con lo sviluppo rurale e con le sue eccellenti produzioni.

Di quali interventi hanno bisogno queste produzioni di eccellenza per adeguarsi ai nuovi mercati?

A supporto delle nostre qualità agroalimentari bisogna realizzare il distretto delle biodiversità, coinvolgendo le università per implementare ricerca, sviluppo e innovazione.

rocco celentanoQuali sono, invece, le proposte che porterete a Roma?

Proponiamo una nuova politica del Mezzogiorno, dove si dia priorità a iniziative e progetti per la Sardegna attraverso il rafforzamento e/o la riconversione delle attività industriali e produttive ecologicamente sostenibili, con particolare riguardo allo sviluppo della piccola e media impresa, con nuovi incentivi di fiscalità di vantaggio e la creazione di zone franche nei perimetri delle aree industriali.

Non ci può essere né sviluppo né futuro senza un ripensamento dell’intero sistema dei trasporti. Quali sono le vostre proposte?

In Parlamento, Insieme sosterrà una nuova ed efficiente politica dei trasporti interni ed esterni alla Sardegna così da garantire la mobilità dei cittadini sardi e da essere il volano al turismo che già oggi è il perno dello sviluppo della Sardegna, e che lo sarà ancora di più nei prossimi anni.

Ma basterà solo il turismo?

No. E, infatti, per essere effettivamente competitivi con l’Europa le nostre proposte puntano alla valorizzazione della scuola e della cultura sarda con iniziative che, nel rispetto delle competenze, non possono non coinvolgere governo nazionale e regionale.

Antonio Salvatore Sassu

Parla Bolognetti, radicale candidato con Insieme

bolognetti tagliato

“Ho iniziato uno sciopero della fame il 26 gennaio. Ora lo sciopero si è esteso anche  a quello della sete (alterno 24 ore di sete a 24 ore di fame) da venerdì scorso, per alzare l’asticella del dialogo. La nonviolenza è dialogo e noi stiamo dialogando con le nostre Istituzioni attraverso i nostri corpi. Ci battiamo in difesa dello Stato di diritto, della Legge, della Costituzione, del diritto al poter conoscere per deliberare”.

Maurizio Bolognetti, radicale, segretario di Radicali Lucani, membro della Presidenza del Partito Radicale e Consigliere dell’Associazione Coscioni, è capolista al Senato con la Lista Insieme. Parliamo con lui partendo da un tema a lui molto a cuore: la legalità. “Sono due gli obiettivi: primo la piena attuazione della riforma dell’ordinamento penitenziario sollevato da Rita Bernardini. Ma aggiungo un altro punto: il diritto umano e civile di un popolo di poter conoscere per deliberare. A me sembra evidente che in questa campagna elettorale sia in atto un attentato ai diritti civili e politici dei cittadini italiani nella misura in cui essi non hanno la possibilità di conoscere programmi, proposte, candidati. Dov’è il dibattito? Dove sono i contenuti? Se penso alla ricca proposta avanzata da Insieme nel programma che è stato depositato, dico che è stata pressoché cancellata, rimossa. Vorrei che i cittadini potessero valutarci conoscendoci. Democrazia fa rima con diritto alla conoscenza. Le cose peggiori nella storia dell’umanità coincidono anche con la rimozione della memoria.

Come giudichi la campagna elettorale alla quale stiamo assistendo?
Siamo di fronte a delle fiammate su un fatto di cronaca per alimentare paure e odi. Ma il pensiero dov’è? La riflessione dov’è? È una campana elettorale che nasce male anche a causa della legge elettorale che è stata cambiata a ridosso della scadenza elettorale e quindi contro le regole del codice di buona condotta in materia elettorale che il nostro Paese ha sottoscritto. Quel codice prevede che le leggi elettorali non vengano cambiate a meno di un anno dal voto.

Torniamo al dibattito negato…
Vogliamo parlare di ecologia, vogliamo parlare di diritti umani, delle tante cose di cui si compone la proposta della Lista Insieme. Bisogna porre anche il discorso della qualità della democrazia. La nostra Costituzione, che molti definiscono la più bella del mondo, è stata nel corso degli anni sostituita dalla Costituzione materiale. Anche la storia dell’indicazione del premier fa un po’ sorridere. Questa prerogativa sappiamo bene a chi appartiene. A me sarebbe piaciuto per esempio andare a votare con il Matterellum. In generale ho spiccata predilezione per i sistemi elettorali di Usa e Gran Bretagna, ma potrebbe andarmi bene anche un doppio turno alla francese.

La Legge elettorale in Italia è sempre stata terreno di scontro. In Germania o in Francia si usa la stessa dal dopoguerra. Da noi invece c’è sempre chi la vuole cambiare. Perché?
Perché ogni volta scatta un meccanismo per tentare di salvare il proprio interesse particolare, magari commettendo degli errori clamorosi. E lo abbiamo visto. Si tenta a volte di cucirsi addosso un abito su misura. Magari, con questa logica, anche l’attuale legge elettorale tra qualche anno verrà cambiata. Penso che tra i compiti di Insieme, in Parlamento, dovrà trovare spazio anche questo. Quello del giusto equilibrio tra rappresentanza e governabilità.

Quale deve essere il ruolo della Lista Insieme nel centrosinistra? Su cosa si differenzia dal Pd?
Dando  una rapida occhiata al programma della Lista Insieme si vede che le differenze ci sono. Per come la vedo io una differenza forte sta nel porre al centro dell’attenzione una questione un po’ dimenticata. Quella dello stato sociale: bisogna parlare di welfare di welfare to work che era uno dei punti qualificanti della proposta della Rosa nel Pugno. Interrogarsi anche sulla necessità di una politica che possa fare realmente da argine a poteri che sono transnazionali e che rischiano di rendere assolutamente marginali parlamenti e governi. Uno dei punti qualificanti della Lista Insieme che sicuramente ci differenzia da tutti gli altri è il pacchetto sull’ecologia. Una Lista ove vi è una storia socialista, una storia ambientalista, una esperienza civica e anche una piccola storia radicale.

Perché in Italia è così difficile parlare di diritti civili?
Primo perché i benaltristi sono sempre tanti. Quelli che pensano che le priorità siano sempre altre. Attenzione, ci stavano anche ai tempi dei divorzio. Allora dicevano che il paese non era pronto. Ma qui si torna al discorso del dibattito negato. Come potrebbe il Paese non essere interessato a temi che riguardano tutti? Per esempio il tema della amministrazione della giustizia, che, numeri alla mano, coinvolge direttamente milioni di famiglie. Di questo dato però non vi è consapevolezza perché il dibattito vero sui processi che si accumulano, sulla violazione dell’articolo 111 sulla ragionevole durata dei processi, e su come tutto questo penalizza il sistema paese anche in termini di crescita e di Pil, non è mai stato fatto. Anche se a me, che sono un sognatore, piacerebbe più iniziare a parlare di Fil. Felicità interna lorda…

Tu vieni dal mondo e dalla esperienza radicale. Perché questa tua scelta di candidarti con la Lista Insieme?
Scelgo ovviamente il campo verso il quale sento maggiori affinità. Non che dall’altra parte non vi siano compagni con i quali ho sensibilità in comune. Penso per esempio all’Associazione Coscioni. Però la soluzione + Europa non è esattamente nelle mie corde. Sento più affinità con le storie socialiste. Anche per cultura e per crescita personale.  All’interno di questa lista mi è sembrato di vedere la possibilità che alcune mie idee e analisi di sistema potessero avere diritto di cittadinanza e magari riflessione e discussione. La mia opinione è che tra socialisti e radicali vi è una storia infinita. Una esperienza che potrebbe essere nuovamente riempita di contenuti riprendendo dei temi che mi sembrano tutt’altro che passati e scaduti

Daniele Unfer

70 anni di Tex. G.L. Bonelli creò il ranger inossidabile

tex willer“Per tutti i diavoli, che mi siano ancora alle costole?” è la frase con cui, il 30 settembre 1948, Tex Willer esordisce nella storia “Il totem misterioso” con l’immancabile pistola Colt in mano. Se era rivolta ai milioni di lettori, non solo italiani ma sparsi per il globo, che in settant’anni si sono appassionati alle sue avventure di carta, questa frase stampata e ristampata centinaia di volte suona come una profezia. Nel senso che sì, i lettori gli stanno ancora alle costole e proprio non lo vogliono mollare.

Tex Willer, ranger del Texas e capo della tribù dei Navajo con il nome di Aquila della Notte, ha alle sue spalle una carriera di tutto rispetto: ancora oggi è il personaggio italiano più venduto, uno dei più longevi del mondo con 70 anni di storie inedite, secondo solo a Topolino. Ma Tex non guarda al passato e i festeggiamenti della Sergio Bonelli Editore per il suoi 70 anni lo trasporteranno verso nuovi record da Guinness dei Primati. Così le sue avventure, vissute accanto agli inseparabili pard: il figlio Kit, l’amico e collega Kit Carson e l’indiano Tiger Jack, continueranno ancora per molto tempo.

Settant’anni di vita editoriale con tante storie di carta realizzate da una pattuglia di sceneggiatori e disegnatori. Per evitare di scrivere una sorta di libro, tratteremo un argomento per volta e iniziamo da Gian Luigi Bonelli (Milano 22 dicembre 1908 – Alessandria 12 gennaio 2001), più che l’inventore è il padre di Tex Willer di cui ha sceneggiato centinaia di storie, lasciando alla prossima puntata Galep, il primo e il più celebre dei disegnatori.

Gian (Giovanni) Luigi Bonelli è nato cinque giorni prima del “Corriere dei Piccoli”, costola del “Corriere della Sera” che ha lanciato il fumetto in Italia e veniva considerato il patriarca del fumetto italiano. Quindi quest’anno insieme ai 70 anni di Tex si festeggiano anche i 110 anni della sua nascita. G.L. si definiva un narratore prestato ai fumetti, e mai più restituito, più per necessità che per volontà propria. E come sceneggiatore di storie a fumetti aveva una tecnica quasi cinematografica. G.L., infatti, realizzava un bozzetto con la sequenza di vignette in cui era divisa la storia, con tutti i particolari e gli spazi già definiti, per cui il disegnatore doveva solo trasferire queste indicazioni in bella copia.MEFISTO 04

Anche se come sceneggiatore ha al suo attivo decine di personaggi e migliaia di storie, originali o tratte da classici della narrativa d’avventura, è riduttivo definirlo un mero sceneggiatore di fumetti perché è stato il più grande scrittore italiano di narrativa popolare del Novecento, anche se ha usato le tavole dei fumetti e non le pagine dei libri. Sicuramente è l’erede di Emilio Salgari che catturò l’immaginario dei lettori tra fine Ottocento e inizio Novecento.

E a proposito di necessità (economiche), G.L. ha dichiarato nel corso di un’intervista che in Italia “La letteratura non paga, non può pagare. Non c’è una tradizione di narrativa di evasione come nei Paesi anglosassoni, dove lo scrittore scrive perché sa che c’è della gente che vuole leggere gialli o avventure o storie d’amore, e non per mettere il suo nome sulla copertina di un libro”.

G.L. Bonelli esordisce alla fine degli anni Venti proprio nel Corrierino pubblicando le sue prime poesie. Agli inizi degli anni Trenta scrive articoli per “Il Giornale illustrato dei viaggi e delle avventure di terra e di mare” edito da Sonzogno, e inizia la sua breve carriera di scrittore di romanzi avventurosi. Nel 1936 esce a dispense “L’ultimo corsaro” (“Le Tigri dell’Atlantico” nell’edizione in volume del 1940), l’anno dopo “I Fratelli del Silenzio” e nel 1940 “Il Crociato Nero”. I primi due romanzi hanno come protagonista l’investigatore italo-americano John Mauri, che è quindi il suo primo eroe seriale. Nel 1956 esce “Il massacro di Goldena”, illustrato da Galep, con Tex come protagonista. Nel 1969 il romanzo diventa una storia a fumetti disegnata da Giovanni Ticci e pubblicata nei numeri 108 e 109 della collana di Tex.

Dopo una vita avventurosa con scorribande degne di un personaggio di Jack London, e dopo aver praticato mille mestieri come tutti i self made man, Gian Luigi Bonelli entra nel mondo del fumetto nel 1936 come direttore di una serie di testate dell’editore Lotario Vecchi, giornalini per i quali scriverà anche tante storie. Eccolo quindi al timone di “Rin-Tin-Tin, Il giornalino dei ragazzi”, dove nel 1937 appare la sua prima sceneggiatura: “TB4”, disegnata da Carlo Cossio, di “Primarosa”, “L’Audace” e “Jumbo”. Le sue storie sono realizzate da disegnatori tipo Rino Albertarelli e Walter Molino. Inoltre diventa uno dei più apprezzati collaboratori del settimanale cattolico “Il Vittorioso” e de “L’Avventuroso” di Nerbini.

G.L. BONELLI 01Funambolico nel lavoro come nella vita, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e di nuove sfide, nel 1947 si associa con l’editore Giovanni Di Leo. Si occupa del rilancio del settimanale “Cow Boy” e del lancio in Italia di due fumetti francesi: “Robin Hood” e “Fantax”, personaggi dalla vita breve perché scatenano giudici e censori vari a causa dei loro contenuti molto realistici, crudi e violenti.

Ai fini di Tex è importante ricordare la travagliata vita editoriale de “L’Audace” che, dopo una serie di cambi di proprietà, viene rilevata nel 1940 proprio da G.L. Bonelli che fonda la casa editrice omonima che oggi si chiama Sergio Bonelli Editore.

G.L. preferisce occuparsi della scrittura e affida il timone della casa editrice alla moglie Tea, da cui si separerà al termine della Seconda guerra mondiale, e al figlio Sergio, che come Guido Nolitta inventerà tanti personaggi fra cui Zagor e Mister No.

Anche se “L’Audace” chiude i battenti nel 1944, la famiglia Bonelli inizia la sua avventura editoriale e col tempo la piccola impresa artigiana diventerà la più importante casa editrice di fumetti d’Europa.

La svolta inizia appunto il 30 settembre 1948 quando esce “Il totem misterioso”, la prima avventura di Tex Willer scritta da G.L. Bonelli e disegnata da Galep, pseudonimo di Aurelio Galleppini. L’albo è in formato striscia (cm. 17 x 8), 32 pagine in bianco e nero più la copertina a colori e costa 15 lire. Non possiamo non citare che il giorno dopo esce “Occhio Cupo”, firmato dagli stessi autori. La testata, che tratteremo parlando di Galep, chiude il 30 dicembre dello stesso anno.

Il formato striscia, cm. 17 x 8, va ricordato perché ha caratterizzato il fumetto italiano almeno sino agli anni Sessanta. Una grande fortuna editoriale perché gli albi lunghi e stretti potevano essere nascosti dai giovani lettori in tasca oppure in mezzo a libri o quaderni, sfuggendo così ai severi controlli dei tanti irriducibili nemici dei fumetti.

Il formato striscia è stato inventato negli Usa nel 1947 per una iniziativa promozionale dei cereali Cheerios e subito dopo è stato importato in Italia perché permetteva di stampare tre albi di 32 pagine alla volta, magari con carta di bassa qualità ma con grandi risparmi e buoni guadagni in edicola. Apripista gli “Albi dell’ardimentoso illustrato”, editi nel 1947 a Roma dalle Edizioni Illustrate Americane, seguiti da “Kid Diluvio”, dell’Alcea di Milano.

Ma è proprio nel 1948 che il formato inizia a imporsi. A gennaio, Mondadori presenta “Gli Albi Tascabili di Topolino”, a giugno esce “Il Piccolo Sceriffo”, dell’editore e sceneggiatore Tristano Torelli, disegnato da Camillo Zuffi, e il 30 settembre arriva, appunto, la “Collana del Tex”.

In fase di lavorazione il nostro ranger era stato battezzato Tex Killer ma per evitare guai con la censura il cognome viene cambiato in Willer prima della stampa. Al di là del formato striscia, e senza voler sminuire l’esercito di valenti disegnatori e sceneggiatori che si sono alternati in settant’anni alla realizzazione delle storie, il più famoso ranger dei fumetti deve il suo successo inossidabile tanto al tratto di Galep quanto alla penna di G.L. Bonelli, alle sue invenzioni, alla sua capacità di catapultare il lettore dentro le storie, con ruoli e personaggi immediatamente riconoscibili e con una scrittura asciutta e stringata, che arriva subito al dunque senza troppi fronzoli e con un ritmo indiavolato. Ma pur se stringate, queste storie mozzafiato sono scritte da un narratore di razza e continuano a stregare generazioni di lettori.TEX GIGANTE N. 1

G.L. Bonelli ha inventato anche altri personaggi, molti di genere western, senza mai bissare il successo di Tex. Citiamo “Yuma Kid”, “I tre Bill”, “El Kid”, “Hondo”, “Giubba Rossa”, “Plutos” e “Za La Mort”.

L’ultima storia di Tex scritta da G.L. Bonelli è “Il medaglione spagnolo”, disegnata da Guglielmo Letteri e pubblicata l’1 febbraio 1991nel numero 364 della collana che questo mese di febbraio è arrivata al 688, e che tra un anno taglierà il ragguardevole traguardo dei 700 numeri senza interruzione, un altro record da Guinness. Pur abbandonando le sceneggiature, G.L. continua a occuparsi del suo “figlio” prediletto, supervisionandone tutta la produzione sino alla morte, avvenuta a 92 anni.

Nel corso degli oltre quarant’anni che ha dedicato al ranger, G.L. ha inventato tanti personaggi buoni e cattivi per vivacizzare le avventure di Tex. Personaggi nati da una fantasia sfrenata e sempre attenta ai ritmi dell’avventura. Citiamo solo quello che rappresenta uno dei più grandi cattivi di tutti i tempi: Mefisto, che da spia e prestigiatore di second’ordine diventa il Signore della Magia Nera, tanto irriducibilmente nemico di Tex e dei suoi pard da essere riuscito a tornare dagli Inferi per continuare a tessere le sue vendette.

La casa editrice ha già annunciato che l’anno prossimo sarà pubblicata un’avventura inedita del diabolico mago e che nel 2020 uscirà un albo speciale a colori con l’ennesimo scontro finale. Ma non ci crediamo più di tanto perché se il bene vince sempre, almeno nei fumetti di Tex, un super cattivo come Mefisto non smetterà mai di stimolare la fantasia di lettori e sceneggiatori. E poi, ricordiamoci che il Male non muore mai altrimenti gli eroi rischiano di andare in pensione.

Il flagello del neoliberismo, i precari e i senzalavoro

23824657_192668521304157_4075767257727238144_nDa alcuni decenni il neoliberismo continua a mietere vittime nel mondo del lavoro. La crisi esplosa nel 2008 ha modificato il concetto di “lavoro” che, a causa di un neoliberismo sfrenato, ha determinato nuovi sacrifici della popolazione e l’accumulo di ingenti fortune nella mani di sparute oligarchie. “Nel 2015, secondo l’Oxfam, 63 persone possedevano la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale. Nel 2010 erano 322”. Questo brano si legge nel libro Il flagello del neoliberismo. Alla ricerca di una nuova socialità (L’Asino d’oro edizioni, Roma 2018, p. 50) di Andrea Ventura, un giovane economista già autore di un altro intitolato La trappola. Radici storiche e culturali della crisi economica (2012) e di un recente discutibile articolo “Potere del neoliberismo: il lavoro rende poveri” (Left, 2 febbraio 2018, n. 5).
La rivoluzione tecnologica ha prodotto notevoli cambiamenti nel mondo del lavoro, provocando la disoccupazione di migliaia di operai aggravata peraltro dalla concorrenza internazionale. Ad essa si sono aggiunte forme di lavoro precario privo di tutela da parte dei sindacati con l’aumento di contratti a tempo determinato, part-time involontario e basse occupazioni. Una flessibilità che innalza i livelli di sfruttamento e abbassa il tenore di vita degli attori in causa. Di riflesso l’intera società ha subito profonde trasformazioni, che hanno inciso nei rapporti familiari e nella persona umana con risvolti fisici ed emotivi.
Nelle pagine del libro si coglie una denuncia di queste nuove forme di schiavitù e l’invito a ripensare il concetto di “lavoro” da parte del sindacato, che deve porre al centro della propria attività la persona e la critica ad un neoliberismo non più incentrato sul profitto ma volto alla valorizzazione delle risorse umane. La struttura plurale e mobile del lavoro reclama una nuova politica sindacale, che deve lottare per nuovi diritti e per una migliore condizione dei lavoratori, senza privilegiare quelli della grande impresa nella ricerca di una tutela delle piccole aziende schiacciate dalla concorrenza.
La critica al neoliberismo si salda così con nuove ricerche sulla natura del capitalismo, le sue recenti trasformazioni nella definizione di nuovi modelli di sviluppo. Questi devono essere basati sul superamento dell’homo oeconomicus e proiettati in una nuova visione solidale. Rispetto al volume del 2012 – come sostiene il prefatore – ha un andamento più scorrevole e risulta più chiaro anche ai non specialisti, nonostante le frequenti citazioni alla storia del liberismo economico e ai rappresentanti della scuola neoclassica (Léon Walras, von Mises). Una cultura economica che ha fornito strumenti analitici al altri economisti come Kaldor, Kalecki, Keynes, Solow, Myrdal, Minsky e per l’Italia Giorgio Fuà.
Con la crisi economica del 1929 s’innesca un processo che, determinato dal crollo della borsa di New York, si incrocia con i regimi dittatoriali e prosegue con la conclusione del Secondo conflitto mondiale. Dal New Deal di Franklin D. Roosevelt la situazione economica sfocia, attraverso la guerra e la ricostruzione (in Europa la grande esperienza del piano Marshall), ai tre decenni di crescita economica e di benessere, resi possibili da una continua ricomposizione dello scontro tra capitale e lavoro, nella quale gli Stati nazionali, e in particolare le politiche sociali, giocano un ruolo essenziale.
Dalla seconda metà degli anni Settanta il capitale neoliberista si riorganizza per frenare le conquiste dei lavoratori con l’ausilio di economisti, per lo più operanti nell’ambito universitario, e di politici al servizio di regimi dittatoriali, dei quali Ventura cita il caso del Cile. Egli si interroga sul successo del neoliberismo e della crisi della Sinistra, trovando una spiegazione nella diversa concezione liberale, volta alla conquista dei più elementari bisogni materiali oppure alla rivendicazione dei diritti personali. Con il successo del neoliberismo si determina una graduale estensione del mercato a ogni campo di interesse sociale, dalla scuola alla sanità e alla tutela ambientale. Le maggiori sfide al sistema capitalistico provengono proprio dal mercato, ossia dallo sviluppo tecnologico verificatosi negli ultimi due decenni. L’economia digitale e dell’informazione ha ampliato la gamma dei beni e dei servizi, il cui consumo assume aspetti diversi da quelli dell’economia tradizionale.
Da queste considerazioni il Jobs act è presentato in forma negativa dal periodico e considerato un’operazione incapace di avviare un mutamento sociale nel superamento della crisi iniziata negli anni 2008-2009. Un’operazione che, sulla base di alcuni dati, confermano una massiccia precarietà del lavoro, volta ad indebolire le conquiste dei lavoratori e a rafforzare la libertà di licenziamento delle imprese . Secondo una fonte Inps, citata nell’editoriale, la caduta dei contratti a tempo indeterminato dipende dalla diminuzione di incentivi fiscali, ossia dalle decontribuzioni alle imprese. Una diminuzione che, nel periodo compreso dalla metà del 2016 fino al 2017, ha provocato una crescita di rapporti lavorativi temporanei e precari (per esempio contratti a chiamata), quasi sempre privi della tutela necessaria come ferie o servizi sanitari.

Giovanni Nerbini, editore dell’Avanti! della Domenica

avanti della domenicaI novant’anni di Topolino offrono anche l’occasione per celebrare l’editore Giovanni Nerbini, che non ha solo pubblicato i grandi fumetti d’avventura statunitensi ma che ha al suo attivo anche quell’Avanti della Domenica dal quale anche noi dell’Avanti online discendiamo.

Firenze, capitale dal 1865 al 1871, proprio nell’Ottocento decide di abbracciare un modello di sviluppo diverso dalla grande industrializzazione del Nord, preferendo puntare su un livello culturale e internazionale capace di farla diventare l’Atene d’Italia, la capitale culturale della penisola. Turismo, arte e cultura sono quindi le tre grandi direttrici su cui la città punta, con scuole d’arte e di artigianato artistico pensate per assecondare questa scelta. E si sviluppano anche case editrici, riviste e giornali di grande prestigio e linea grafica innovativa che lasciano una traccia indelebile nella cultura non solo italiana tra l’Ottocento e il Novecento.

Un crogiolo di idee e di iniziative che è il crocevia di tanti intellettuali e fior di scrittori non solo locali, pensiamo ad Alessandro Manzoni che va a sciacquar i panni in Arno per la versione definitiva dei suoi “Promessi Sposi”, riconoscendo al fiorentino la status di lingua ufficiale del nascente Stato. Vedasi la relazione del Manzoni al governo sulla lingua da usarsi in Italia, cioè il fiorentino parlato, pubblicata da “La Nazione” nel 1868.

50 ANNI DI SOCIALISMO IN ITALIAUno sviluppo culturale di questo genere attrae anche le idee più progressiste e rivoluzionarie dell’epoca, con grande lavoro per spie, forze di polizia e tribunali. L’anarchico Michail Bakunin, per esempio, ha soggiornato nella città dei Medici, dove nel 1880 si svolge un processo che farà epoca, quello contro Anna Kuliscioff, tra i fondatori del Partito Socialista Italiano, accusata di cospirare con gli anarchici per sovvertire l’ordine costituito.

Grazie a tutto questo lavorio la città dei Medici diventa la capitale italiana della cultura e delle riviste, ovviamente per persone colte e istruite. E grazie alle intuizioni e all’impegno di Giuseppe Nerbini (Firenze, 30 marzo 1867 – 28 gennaio 1934) lo diventerà anche dell’illustrazione e della narrativa popolare, soprattutto di quel genere che poteva essere scelto da un figlio del popolo, anarchico, socialista e anticlericale. Una scelta editoriale volta a istruire, a informare e a lottare per l’emancipazione dei ceti più deboli, quella maggioranza ignorante e ignorata dalla cultura ufficiale. L’intensa attività di Giuseppe Nerbini inizia nel 1897 con la pubblicistica socialista, prosegue con la narrativa d’appendice post romantica, il feuilleton, il western, il sensazionalismo, l’umorismo, la satira politica e, infine, i fumetti, con la sua testata più celebre ,“L’Avventuroso”, che approda in edicola qualche mese dopo la sua morte.

GIUSEPPE NERBINIGiovanni Nerbini, figlio di Rosa Nerbini e di padre ignoto, frequenta solo le elementari, probabilmente a causa della ristrettezza di mezzi in cui viveva. Non smette di leggere e di studiare e il suo essere un autodidatta lo aiuterà anche nell’attività editoriale. Da ragazzo frequenta il circolo radicale fiorentino “Giordano Bruno” e a 17 anni viene condannato un paio di volte per manifestazione sediziosa. Il resto del suo palmarès riguarda solo processi per reati di stampa, con qualche periodo in carcere.

Il giovane Nerbini, infatti, senza rinunciare all’edicola, dalla quale trarrà l’idea per molte delle sue iniziative, prima di dedicarsi all’editoria, fonda e dirige una serie di testate. Ricordiamo “La frusta. Giornale politico e amministrativo”, nato per appoggiare i candidati socialisti, “La mitraglia elettorale”, “Giornale per fugare i monellacci politici”, “Il lampione. Giornale per tutti” e “La Gran Via”. I contenuti sono polemici, irriverenti e pungenti, tipici di un toscanaccio autentico, tanto da fare intervenire più volte la censura con sequestri, processi e brevi condanne. Per non perdere il vizio, nel 1906 fonda “Cristo. Giornale di propaganda anticlericale”, un’altra fonte di guai che chiuderà l’anno dopo.

Il salto dai sentimenti mazziniani e garibaldini al socialismo di fine Ottocento per Giovanni Nerbini è quasi naturale e lui diventerà uno dei primi editori di opere e saggi socialisti, e di quella letteratura che al vento nuovo del socialismo si ispira. Da militante socialista, pur non iscritto al partito, Nerbini mantiene sempre un carattere indipendente e una curiosità intellettuale che lo porta a dare spazio nelle sue pubblicazioni, senza mai prendere una posizione, alle due anime del partito da sempre in conflitto: quella riformista di Filippo Turati e Leonida Bissolati e quella rivoluzionaria di Enrico Ferri e Arturo Labriola. Basta leggere l’“Avanti della Domenica” e il “Garofano rosso”.

Nato come risposta laica e socialista alla barbosa, borghese e bigotta “Domenica del Corriere”, il settimanale dell’Avanti viene titolato “Quo Vadis? Periodico di letteratura sociale” Esordisce il 24 dicembre 1901, stampato dalla Tipografia Cooperativa, direttore Alfredo Angiolini (con G. Gualtierotti), gerente responsabile Arturo Riconda. La rivista cambia formato e impostazione, pur mantenendo gli stessi timonieri, e domenica 4 gennaio 1903 diventa “L’Avanti della Domenica”, edito appunto da Nerbini.

La rivista, che anticipa le avanguardie, punta a educare i lettori alla bellezza in tutte le sue declinazioni e alla conoscenza, ma con una scelta politica di fondo: la produzione artistica deve essere legata ai bisogni e alle passioni dei lavoratori, non il contrario. Nelle otto pagine stampate in bianco e nero, e dalla grafica elegante e raffinata, troviamo cronaca politica, letteraria e operaia, racconti, satira, recensioni, illustrazioni e anche la pubblicità.

Nell’estate del 1903 viene nominato un nuovo direttore di 27 anni, Vittorio Piva, che darà un grande impulso alla rivista, che però passa a un altro editore. La prima parte della storia editoriale de “L’Avanti della Domenica” si concluderà nel 1907 con la morte di Piva.

Ma stiamo anticipando i tempi. Ripartiamo dal giovane anarchico, socialista e mangia preti degli esordi, che è anche un difensore dei diritti e del ruolo delle donne, e non a caso inaugura la sua attività editoriale nel 1897 con “La redenzione della donna nel socialismo” del politico socialista belga Jules Destrée. Anche se non è sicuro che questo sia proprio il primo libro perché alcuni ipotizzano che abbia iniziato nel 1892 con “Lotte sociali” di Edmondo De Amicis, ricordato più per quella discesa nel maelstrom di melassa che è il libro “Cuore” che per i suoi scritti politici sul socialismo utopico. Sempre De Amicis, nel 1899, fornisce il carburante per il lancio in grande stile della neonata editrice con “Il danaro degli altri” e “Lotte civili”, raccolta di scritti e di testi di conferenze dedicate al socialismo.

La fede e la militanza di Nerbini la ritroviamo anche ne “L’Almanacco socialista per il 1900” e nello “Statuto e programma minimo del Partito Socialista Italiano”. Sempre nel 1899 pubblica “L’assassinio Notarbartolo” fatti e misfatti della mafia siciliana di allora, di Paolo Valera.

Il Novecento si apre con “Cinquant’anni di socialismo in Italia” di Alfredo Angiolini, di seguito “Il canzoniere dei socialisti”, “Cos’è la Camera del Lavoro?”, “Come si diventa elettori”, “Ai contadini” di Eugenio Ciacchi, “Il socialismo” di Andrea Costa, primo deputato socialista in Italia e compagno della Kuliscioff, “Dio e lo Stato” di Michail Bakunin e “Consigli e moniti” di De Amicis, un best seller che brucia tre edizioni in poco tempo.

Il suo essere socialista ma non allineato alle diverse linee di pensiero o fazioni armate, in cui il partito si divideva anche allora, gli permette di passare dal socialismo utopico, “Cos’è la proprietà” di Pierre-Joseph Proudhon, al socialismo scientifico con “Il Manifesto dei comunisti” di Carl Marx, nel 1901. L’anno dopo darà alle stampe “Il Capitale” sempre di Marx e “Socialismo utopico, socialismo scientifico” di Friedrich Engels. . Trovano spazio anche testi di Filippo Turati, Camillo Prampolini e LeoneTolstoj.

Nel 1905 Nerbini riesce a scontarsi con entrambe le anime del socialismo grazie a “Massoneria alla sbarra”, dove nella prefazione suggerisce un avvicinamento in chiave anticlericale tra la società segreta e il partito. Un’ipotesi che non piace proprio a nessuno.

Nel catalogo di Nerbini, ad affiancare i testi dedicati al socialismo, trovano spazio i classici italiani e i grandi romanzi dell’Ottocento francese e russo, venduti a dispense e a prezzi popolari. Tra i titoli: “Guerino detto il Meschino”, “Arduino d’Ivrea, primo re d’Italia”, “I vespri siciliani”,”Mastro Titta”, le memorie del boia di Roma con all’attivo oltre cinquecento esecuzioni, “Ettore Fieramosca”, “Giovanni dalle Bande Nere”, “Garibaldi”, “Ivanhoe”, “Il Conte di Montecristo”, “I misteri di Parigi”, “Nanà”, “Nostra Signora di Parigi ovvero Esmeralda”, “Le due orfanelle”, “I promessi sposi”, “Don Chisciotte” illustrato da Gustav Doré, “Le Mille e una notte”, “L’Iliade” e “Il Decamerone”, e anche volumi sui Savoia e sul Risorgimento.

GASTONE LEROUXNerbini non disdegna il genere poliziesco e il mistery che in Italiana viene ribattezzato “giallo” da Arnoldo Mondadori, pubblicando dispense dedicate a fatti di cronaca nera e giudiziaria, sempre con illustrazioni ad accompagnare i testi. Nel 1908 appaiono i “Racconti straordinari” di Edgar Allan Poe e lo Sherlock Holmes di Conan Doyle. Nel 1914 ecco un personaggio oggi dimenticato: “Gigolò (L’amante del cuore)” di Pierre Souvestre e Marcel Allain, che ha meno successo di Fantomas. Nel 1930, nella Collana di Romanzi Popolari, esce il volume con “Le nuove imprese di Sherlock Holmes”.

Nerbini ha inventato le prime edizioni economiche italiane, opuscoli di facile lettura rivolti principalmente alla classe operaia e lavoratrice dell’epoca, e romanzi pubblicati a dispense, a basso costo e diffusi capillarmente grazie alle edicole, in seguito raccolti in volumi sempre tenendo d’occhio i prezzi popolari. Una scelta, quella dei prezzi bassi, a cui Nerbini resterà sempre fedele anche se gli scarsi guadagni e gli alti costi di una distribuzione capillare in tutta la Penisola, non gli permetteranno certo di arricchirsi, anzi ne causeranno il fallimento nel 1914.

Una grande sconfitta per l’editore che puntava all’emancipazione del popolo e delle classi operaie, ma non il colpo finale. Il nostro riuscirà a tacitare i debitori e a riprendere l’attività con rinnovato entusiasmo e con un importante cambiamento di militanza politica.

Negli anni Venti, segnati dalla crisi del dopo Prima guerra mondiale, Nerbini, infatti, abbandona il socialismo per aderire al movimento fascista e partecipa con i figli Mario e Renato alla marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

Ma non interrompe la sua attività di editore. Nel 1920 ecco le dispense settimanali illustrate dedicate alle avventure dei grandi personaggi dell’immaginario collettivo dell’epoca: Buffalo Bill, Nick Carter, Petrosino, Lord Lister (Raffles). Senza dimenticare i romanzi di appendice, le cartoline illustrate e le riviste molto curate nella grafica e nei contenuti: “Il 420”, che annovera tra i disegnatori anche un giovanissimo Federico Fellini, “Le ore allegre”, “La sigaretta” e “La Risata”, fra le tante.

TOPOLINO N. 1Nel 1928 esplode il fenomeno di Topolino che nel 1930 approda nei giornali americani. Nerbini manda in stampa una produzione autarchica, cioè un plagio, che esce nelle edicole il 28 dicembre 1932, primo giornale al mondo dedicato al Topo di Walt Disney, diretto da una figura prestigiosa nel mondo della letteratura: Carlo Lorenzini junior, nipote dell’autore di Pinocchio.

Gli americani si accorgono della manfrina e propongono un accordo. Così dal numero 7 appaiono le tavole originali di Floyd Gottfredson, con i ballon accompagnati dai tradizionali versi in rima sotto la vignetta. Con l’arrivo della produzione Usa le vendite schizzano alle stelle passando da 30mila a 300mila copie a numero, un record ancora oggi a distanza di ottantasei anni, un sogno proibito per quasi tutte le testate attuali del fumetto italiano.

Nel 1933 il paginone centrale di Topolino pubblica le avventure di Cino e Franco (Tim Tyler’s Luck di Lyman Young) e apre la strada al fumetto d’avventura americano. Tutti contenti meno il direttore, che si dimette. Giuseppe Nerbini decide allora di affidare la direzione del giornale al figlio Mario, da tempo suo stretto collaboratore.

Padre e figlio vogliono cavalcare l’onda del successo delle storie made in Usa e pensano a una pubblicazione ad hoc acquistando i diritti per l’Italia di personaggi straordinari tipo Gordon, Mandrake, L’Uomo Mascherato, L’Agente Segreto X9, e tanti altri che conquisteranno l’immaginario di più generazioni.

Contemporaneamente mettono in allerta una pattuglia di grandi disegnatori italiani tra i quali Guido Moroni-Celsi, Giorgio Scudellari, Buriko e Yambo, con il compito di produrre storie d’avventura originali o tratte dai classici della letteratura per ragazzi.

Purtroppo, come in uno dei romanzi d’appendice che il nostro amava tanto pubblicare, il destino è in agguato e una tragedia familiare porterà in pochi mesi Giuseppe Nerbini alla tomba. Il giovane figlio Renato viene ucciso con un colpo di pistola dall’amante, una ballerina stanca delle sue promesse di matrimonio. Per Nerbini è una tragedia immane: non mangia più, non lavora più e si reca ogni giorno sulla tomba del figlio. Si ammala di polmonite e muore il 28 gennaio 1934. Sarà il figlio Mario a realizzare la sua ultima grande intuizione.

L'UOMO MASCHERATOPochi mesi dopo, il 14 ottobre per l’esattezza, esce nelle edicole il primo numero de “L’Avventuroso”, un giornale settimanale che pubblica i grandi eroi dell’età d’oro dei fumetti made in Usa e grandi autori italiani. E’ la prima volta che un editore si rivolge ai lettori oltre i dodici anni e anche agli adulti, piuttosto che ai bambini. Il formato gigante, cm. 32 x 43,5, l’uso del colore e la prima pagina con le tavole di Flash Gordon di Alex Raymond, sono gli elementi di un successo tanto grande da fare entrare “L’Avventuroso”, con il suo mezzo milione di copie vendute a settimana, nella leggenda.

“L’Avventuroso” è ricordato anche perché, assieme a “Jumbo”, di Lotario Vecchi, è stato l’artefice di una vera e propria rivoluzione culturale nel fumetto italiano. Nerbini, infatti, ha scelto di pubblicare per la prima volta in Italia i fumetti completi dei ballon originali senza più le strofe in rima sotto le vignette, come aveva fatto nei primi numeri di Topolino e come facevano tutti gli altri editori. Rompendo così una scelta politica e pedagogica che risaliva alla fine dell’Ottocento/primi del Novecento, quando venne deciso che le didascalie in rima erano più consone ai piccoli lettori di fumetti rispetto ai plebei e diseducativi ballon.

Una cosa o due sulla responsabilità morale

Salvini

Il leader della Lega, Salvini, ha condannato l’atto terroristico del neofascista che ha sparato sugli immigrati a Macerata – nessun dubbio sulla matrice politica: il neofascista ha fatto il saluto romano, e a casa sua hanno trovato il Mein Kampf. La condanna però è diluita da un commento inquietante: “La responsabilità morale di ogni episodio di violenza che accade in Italia è di quelli che l’hanno riempita di clandestini.” Eccolo, il principio “due pesi, due misure”. Immaginiamo se l’attentatore fosse stato un giovane musulmano, e se un imam o un leader politico islamico, dopo la condanna rituale del tentato massacro, avesse aggiunto: la responsabilità morale della violenza è di chi ci discrimina in Europa, o di chi bombarda i nostri fratelli in Medioriente.

Chi sarebbero, poi, i corresponsabili “morali”, gli innominati? Presumo i politici del governo in carica. Se fosse così, sarebbe un commento gravissimo. In democrazia criticare il governo è più che legittimo: è salutare. L’opposizione esiste proprio per questo. Criminalizzare invece è da irresponsabili: nessuna politica sull’immigrazione, neppure la peggiore, giustifica (o spiega) un atto violento, eversivo di questo genere. E di certo non è il governo attuale ad aver “riempito l’Italia di clandestini”. Chi è il colpevole, allora? Direi tre figure astratte, che non possiamo trascinare in giudizio: la povertà, il sottosviluppo e le guerre. In tutti i tribunali, compreso quello della storia, possono comparire solo persone in carne ed ossa. Chi sono i responsabili dell’immigrazione incontrollata? Elementare, Watson: coloro che sfruttano le risorse altrui, che speculano in borsa causando recessioni, che fanno patti occulti con élite corrotte per far affari d’oro, che vendono armi, che fomentano i conflitti. Oppure quelli che, pur avendone i mezzi o le capacità, non intervengono laddove incancrenisce l’ingiustizia – anche l’omissione è un peccato. Si tratta di uomini d’affari che si mimetizzano nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, delle multinazionali, delle banche d’affari, oppure di leader politici che si nascondono dietro il paravento dell’interesse nazionale ecc. Alla base di questa piramide c’è lo scafista che lucra, vergognosamente, trafficando esseri umani.

Lo pseudo-ragionamento di Salvini purtroppo è molto diffuso, sia a destra che a sinistra. Anch’io sono caduto qualche volta in un cortocircuito logico, travolto dalla rabbia. Dilaga il terrorismo omicida nel Medioriente? Ebbene, la corresponsabilità morale è di quei paesi occidentali che hanno scatenato la guerra in Iraq, alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa. Così ragionavano anche i comunisti in buona fede, durante quell’orgia di sangue passata alla storia come Rivoluzione d’Ottobre: la corresponsabilità morale è dello zar e dei suoi lacchè. La gente, disperata, affamata, ha imbracciato il fucile. Che altro poteva fare? Stessa autoassoluzione, da parte dei nazisti: la Germania era allo stremo, dopo la Prima Guerra mondiale, chi ci impose riparazioni pazzesche deve salire assieme a noi sul banco degli imputati. Fu, questo, uno dei punti della strategia difensiva dei gerarchi nazisti a Norimberga. Su un piano più modesto di efferatezza, i teorici delle Brigate Rosse si discolparono incriminando il capitalismo e lo Stato borghese delle multinazionali, e i collaborazionisti del capitale, e i gruppi eversivi neofascisti. Bisognava pur reagire. Anche dando la morte.

Spesso non si inquadrano i problemi perché si confonde responsabilità morale e responsabilità politica. Sì, a volte si sovrappongono. Ma non sono la stessa cosa. Le accomuna solo un tratto: entrambe sono individuali. Chi causa la miseria e le guerre, o non fa nulla per prevenirle, è corresponsabile politicamente delle condizioni in cui può maturare l’estremismo fanatico (è il caso dei leader delle potenze vincitrice del primo conflitto mondiale). Ma chi teorizza e propaganda un’ideologia violenta quale risposta a quelle condizioni ha una responsabilità in più, più grave ancora: quella morale, appunto (è il caso di Hitler e dei suoi scherani; di Lenin, di Stalin e dei bolscevichi). Costui è il vero corresponsabile delle stragi compiute dai propri seguaci. Ma no!, mi dicono. Che analogie son mai queste? Esci fuori tema, il contesto qui è diverso: parliamo di uno spostato, sedicente fascista, in un’Italia democratica, invasa da stranieri. Certo, il contesto è sempre diverso, quando i paragoni mettono in crisi. Insisto: in tutte le epoche scatta la stessa l’operazione, che dà lo stesso prodotto: a) situazione sociale/economica esplosiva + b) ideologia violenta, fondata sull’odio = c) azione eversivo-criminale. Chi ragiona come Salvini, salta a piè pari un anello della catena: l’ideologia.

L’assoluzione per i crimini di matrice politica è efficace a una condizione: quella di cancellare ogni traccia delle alternative concrete, reali. A quel punto ciò che di malvagio avviene è il risultato di una scelta “obbligata”: siamo schiavi della necessità storica. Grandissima menzogna: la storia è fatta dagli uomini, e quindi può sempre prendere un altro corso. Un solo esempio: immersi nella stessa, identica realtà sociale, posti di fronte agli stessi, identici dilemmi, i menscevichi scelsero un socialismo democratico e dal volto umano – furono spazzati via coscientemente dai bolscevichi, che preferirono una feroce dittatura. Da Freud in poi abbiamo una scusante in più: la follia o le pulsioni inconsce. Un grande filosofo, Ricoeur, ci ha insegnato che il paradigma della nostra epoca è la medicalizzazione della condizione umana. Il che conduce, prima o poi, alla deresponsabilizzazione. Hitler, Goebbels, Eichmann sterminavano ebrei, d’accordo, Ma erano psicopatici. E le altre decine di migliaia di altri nazisti, cos’erano, individui ipnotizzati dai pazzi? Hannah Arendt, in quel capolavoro che è La banalità del male, ci ha insegnato una amara verità: i grandi e i piccoli criminali politici sono fatti della stessa pasta morale. Gli uni hanno bisogno degli altri affinché una follia collettiva – il genocidio, la rivoluzione purificatrice – possa aver luogo. Ogni singolo uomo, nella catena, dà il suo contributo alla macchina della distruzione, la quale non si muoverebbe senza la concatenazione di tante scelte individuali.

Ai cultori delle radici cristiane d’Europa – pullulano, a destra – consiglio di ripassarsi Dante. L’uomo è tale perché è dotato di una facoltà tutta umana che si chiama libero arbitrio. La quale significa capacità congenita di discernere fra il bene e il male. E tutta qui la fonte della moralità. Toglieteci questa libertà ed avrete automi, vittime delle circostanze, irresponsabili non perseguibili. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e la Chiesa cattolica ha dovuto fare i conti con la psicanalisi e il marxismo. E così Giovanni Paolo II ha introdotto il concetto di “strutture del peccato”: realtà sociali che inducono al male. Ma ciò non può in alcun modo scalfire la più grande verità che ci ha trasmesso il cristianesimo. Per quanto costretto ed oppresso, l’uomo – creato a immagine e somiglianza di Dio – rimane, essenzialmente, un essere morale, responsabile sia delle sue azioni sia delle sue idee manifestate in pubblico.

Per capire quanto il modo di pensare deterministico sia aberrante, basta un piccolo sforzo: immaginate un kamikaze pronto a farsi esplodere fra civili innocenti; un bolscevico che punta il fucile contro un borghese russo; un nazista che fa altrettanto con un ebreo, uno zingaro, un oppositore politico; un brigatista rosso che spara alle spalle al sindacalista Guido Rossa. Ecco, proviamo, in tutti questi casi, a personificare il contesto quale mandante morale dell’omicidio che sta per compiersi: l’occupazione straniera; la miseria nelle campagne; il revanscismo antigermanico; lo sfruttamento capitalistico. Possiamo spremerci le meningi all’infinito: non c’è alcun collegamento fra una di queste situazioni in cui l’uomo armato si trova e la decisione di premere il grilletto. Se fosse la situazione sociale a spingere, per automatismo, alla violenza politica, non potremmo spiegarci un Gandhi: pur umiliato dai colonialisti britannici, scelse la via maestra della non violenza quale forma di lotta. Solo le idee, quelle tossiche, hanno la capacità di indurci all’omicidio politico. E le idee malefiche non sorgono per abiogenesi: qualcuno le concepisce, le esalta, le propaga, iniettando un veleno nel corpo sociale. E qualcun altro – un essere umano “troppo umano” – sceglie di farsi incantare da queste idee piuttosto che da altre. E, naturalmente, quando viene chiamato a rispondere dei suoi atti malvagi, si giustifica come può: sono state le condizioni sociali, economiche, politiche a indurmi alla disperazione! Oppure si appiglia a una scusante psicologica: è stato un colpo di testa, magari frutto di un contagio collettivo. No, non regge: il pazzo spara a caso: il nazista sapeva ben distinguere fra “ariani” ed ebrei; il terrorista, rosso o nero, li sceglie bene i suoi obiettivi. E le attenuanti, che vengono riconosciute in ogni processo? Quelle riguardano il delitto comune. Il crimine politico, più di ogni altro, è frutto di una libera scelta. Nel caso di Macerata, dunque c’è l’aggravante: la motivazione razzistica. Piantiamocelo in testa: la responsabilità morale fa capo sempre a un individuo senziente, che decide in piena libertà.

Sgombriamo il campo da un abbaglio. Premesso che togliere la vita a un essere umano è il crimine più orribile, c’è una differenza sostanziale fra Jack lo Squartatore e Adolf Eichmann: il primo era pazzo, e non faceva proselitismo; il secondo era normalissimo, e reclutava assassini nel nome di una ideologia razzista. I giornalisti sanno distinguere fra cronaca nera e criminalità politica. Ma molti confondono l’una con l’altra. E infatti su facebook c’è chi giustifica o “spiega” la sparatoria a Macerata come una sorta di “vendetta indiretta”, motivata dall’uccisione di Pamela Mastropietro, una povera ragazza il cui corpo fatto a pezzi è stato rinvenuto nei pressi di Macerata – il sospettato numero uno è un nigeriano, che è in stato di fermo. Non ci siamo proprio. A parte il fatto che, in uno Stato civile, nessuno può farsi giustizia da solo, è evidente l’assurdità del collegamento fra i due fatti: l’omicidio di Pamela – se tale è: gli investigatori stanno indagando – è opera di un folle o di una persona in preda a droghe, la tentata strage è un’azione politica, avente scopo intimidatorio. Il neofascista intendeva uccidere immigrati qualsiasi, colpevoli perché la loro pelle ha lo stesso colore di quella del presunto omicida. Nessun mistero sul movente. Appena arrestato, ha dichiarato: “volevo vendicare Pamela e fare qualcosa contro l’immigrazione perché il fenomeno dell’immigrazione clandestina va stroncato.” Come volevasi dimostrare: costui è moralmente responsabile avendo aderito in scienza e coscienza al nazifascismo. Chiamiamo le cose con il loro nome. Qui il disagio sociale, la psiche disturbata, e quant’altro, non sono attenuanti. E la corresponsabilità morale della tentata strage ricade su tutti i politici che soffiano sul fuoco dell’odio, dell’intolleranza, della xenofobia, per lucrare qualche voto in più.

Edoardo Crisafulli

 

Polonia: un passo in avanti verso l’isolazionismo

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La Polonia di Legge e Giustizia ha fatto un ulteriore passo in avanti nel sentiero dell’isolazionismo internazionale.

Dopo le pretese di risarcimenti alla Germania per i danni subiti durante la seconda guerra mondiale, il perenne fronte aperto con Bruxelles sulla questione immigrati, le scaramucce frequenti con l’Ucraina per i conti storici ancora aperti (sempre che lo siano davvero) ed i flussi migratori con l’apertura dei visti verso la UE; il governo di Varsavia getta sale sulla ferita ancora non rimarginata con Israele.

Il varo della nuova legge che condanna a tre anni di reclusione chiunque sostenga che i campi di sterminio della seconda guerra mondiale fossero polacchi e non tedeschi ha causato una vera e propria tempesta geopolitica dalla quale Varsavia, schiacciata tra necessità di consenso interno ed isolamento esterno, sembra non trovare via di uscita.

Il proposito della legge può sembrare a primo acchito sacrosanto: benché geograficamente ubicati entro le frontiere della Polonia post-guerra, i campi di sterminio nazisti furono prodotto della pazzia del Reich. In una approssimativa ricerca che ho potuto compiere, nel 2016 l’espressione “Campi di sterminio polacchi” è apparsa nella stampa ben 56 volte, delle quali 7 in Italia. In tutti i casi che ho potuto trovare, tuttavia, la dicitura sembra avere più carattere geografico che non revisionista. La qual cosa, a mio avviso, non giustifica l’ignoranza del giornalista, ma nemmeno tre anni di carcere.

Eppure basta scorrere il testo della legge per comprendere il vero pericolo: per incappare nella tagliola della giustizia polacca sarebbe infatti sufficiente mettere anche solo in dubbio una qualsivoglia collaborazione dei polacchi con i nazisti nel corso dello sterminio.

Ora, detto che la Polonia ha dato il più alto tributo di sangue, detto che la Polonia detiene, e con differenza, il maggior numero dei “Giusti”, detto che la Polonia è la terra di Tadeusz Pankiewicz, Irena Sendler, Janusz Korczak, Witold Pilecki … e detto che si potrebbe continuare questa lista per altre quattro pagine; ebbene detto tutto questo, gli storici hanno già dissotterrato da sotto il manto dell’oblio molti casi di partecipazione attiva di parti della società polacca nell’uccisione di ebrei. Soprattutto nell’Est del paese, in casi molto simili a quanto sia avvenuto in Lituania e Bielorussia.

E che questi casi, così come quelli ancora da portare a galla, non cambierebbero nulla rispetto all’assioma di cui sopra, ossia che lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale sia un fatto che pesi sulla coscienza dei soli nazisti o al massimo, per dirla con Baumann, su quella dell’umanità moderna nella sua interezza.

Logico pensare quindi che tale legge impedisca una ulteriore analisi di questi casi soprattutto ad opera di giovani storici o giornalisti che non siano protetti da strutture universitarie o grandi giornali.

Essendo una legge impossibile da applicare – come arrestare un giornalista finlandese? Portare alla sbarra un sopravvissuto dell’olocausto che accusa un vicino di casa di collaborazionismo? – risulta evidente come l’obiettivo del partito di Jarosław Kaczynski sia gettare benzina sul già infuocato sentimento di nazionalismo che divide il paese e spostare l’attenzione dalla scandalosa riforma della giustizia che ha fatto reagire muscolosamente Bruxelles.

Mentre Israele reagisce in modo deciso, e a mio avviso esagerato ed esacerbato anch’esso da lotte interne al governo Netanyahu, mentre gli Stati Uniti minacciano il ritiro dell’ambasciatore se il pavido presidente Duda controfirmasse la legge rendendola effettiva, in Polonia sembra essere saltato il coperchio al vaso di Pandora di un antisemitismo latente da anni.

Era infatti dalla fine degli anni sessanta, dall’epoca di Gomułka, che non si vedevano nella società manifestazioni così dichiarate di antisemitismo, con scandalosi fiumi di parole sui social, deputati della maggioranza che si producono in dichiarazioni contro Israele e manifestazioni pubbliche di antisemitismo nelle piazze. Tutto ciò peraltro in un contesto già di per sè reso incandescente dalle manifestazioni fasciste di parte delle marce in occasione della festa nazionale dell’11 di novembre, della scoperta fatta dalla tv indipendente di incontri inneggianti ad Hitler e celebrati nei boschi della Slesia ai quali hai quali hanno personaggi legati, direttamente o indirettamente, alle ali più estreme del governo in carica.

Il rimpasto di governo del mese scorso ha reso possibile l’ eliminazione delle figure più controverse del governo, ma sembra a parte dell’opinione pubblica, quella più spaventata dalla deriva nazionalista della Polonia, solo un trompe-l’œil volto a calmare gli animi del mondo occidentale mentre il governo solletica all’interno del paese il lato più revanscista di una società che, per dirla come l’ex presidente Aleksader Kwasniewski, ancora non ha superato i traumi e i complessi del proprio passato.

Non resta che attendere la decisione del presidente Duda. Ma per le relazioni internazionali della Polonia non sarà una firma o meno a dissipare le nere nuvole di tempesta che si addensano su Varsavia e rischiano di rimanervi per molti decenni. Già, quella stessa Varsavia resa celebre nel mondo dalle pagine in Yiddish dei fratelli Singer .

Diego Audero

Il mistero di Milano battuta dall’impreparata Amsterdam

Logo-EMATutti i traslochi sono difficili. Quello da Londra ad Amsterdam dell’Agenzia europea del farmaco (Ema) è ancora più difficile. Anzi, sarà praticamente impossibile che il trasferimento possa avvenire il 30 marzo 2019, data dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Il motivo è semplice: il Palazzo Vivaldi, che dovrà ospitare l’Ema nella metropoli olandese, ancora non esiste, è solo un progetto.
Non solo. Nemmeno esiste il cantiere del Palazzo Vivaldi: 19 piani, 85 metri di altezza, 1.350 postazioni di lavoro, 42.650 metri quadrati adibiti a uffici. Nel quartiere periferico Zuidas c’è solo uno sterrato acquoso nel quale stanno lavorando solo tre operai con una ruspa per drenare il terreno nel quale dovrà sorgere il palazzo intitolato ad Antonio Vivaldi, uno dei più grandi musicisti italiani ed europei.

Il governo olandese è consapevole del problema, così ha offerto dal primo gennaio 2019 come sede provvisoria dell’Ema Palazzo Spark. Ma si tratta di un edificio di ridotte dimensioni: i suoi 12.800 metri quadrati non ce la fanno a contenere i dipendenti dell’Agenzia europea del farmaco più i lobbisti delle multinazionali e i ricercatori di tutto il mondo.

Sono scoppiati i problemi e le polemiche. Così l’Italia ha ripreso a sperare: il governo italiano, il comune di Milano e la regione Lombardia si sono immediatamente mobilitati quando è emersa l’impreparazione di Amsterdam all’appuntamento con l’Ema. Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il sindaco ambrosiano Giuseppe Sala hanno presentato due ricorsi alla Corte di giustizia europea di Lussemburgo chiedendo l’annullamento del trasferimento ad Amsterdam in favore di Milano. Il capoluogo lombardo ha le carte in regola per accogliere l’Ema e il suo miliardario giro di affari, tra i dipendenti con le relative abitazioni e gli ospiti da accogliere negli alberghi. Subito è stata rilanciata la soluzione del Pirellone: il grattacielo ambrosiano di 50.250 metri quadri, 31 piani, immediatamente disponibile, ubicato nello strategico quartiere della Stazione Centrale.

Gentiloni è deciso e prudente nel rilanciare la candidatura di Milano: «Io penso che dobbiamo provarci anche se non dobbiamo farci illusioni…La partita non è chiusa». Tra Amsterdam e Milano c’è stato un lungo braccio di ferro l’anno scorso per la conquista della sede dell’Ema. Alla fine il 20 novembre 2017 Amsterdam la spuntò su Milano solo per sorteggio (nell’ultima votazione le due città avevano avuto 13 voti a testa). I 27 paesi della Ue optarono quindi per la metropoli olandese.

Certo qualcosa non ha funzionato: ha prevalso su una Milano preparata, una impreparata Amsterdam. Qualcosa non ha funzionato nella politica europea italiana. Anzi molto non ha funzionato. C’è stato un grave deficit d’azione nel sostenere la candidatura di Milano. Ora tutto è affidato alle carte bollate della Corte di giustizia europea. Ma la giustizia non può sostituirsi alla politica. Secondo Bruxelles la partita è chiusa, non si può riaprire. Il commissario europeo Jean-Claude Juncker ha precisato: quella di Amsterdam «è stata una decisione presa dai governi dei 27». Traduzione: è stata una decisione politica, adesso immodificabile a meno che i 27 governi della Ue non smentiscano se stessi. Ma è una eventualità oltremodo remota.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Il dilemma tra maggioritario o proporzionale

urna-elettorale

Questa prima fase della tornata elettorale sembra già offrire elementi e spunti per una qualche riflessione sul sistema di voto, semmai in un prossimo futuro la politica avesse a decidere di riprendere in mano l’argomento, preferibilmente, almeno a mio modesto parere, attraverso provvedimenti legislativi di rango costituzionale, che vadano ad interessare più ampiamente l’impianto istituzionale.

Prendendola un po’ da lontano, ci siamo sentiti dire abbastanza spesso che l’opzione maggioritaria, ed in particolare quella del collegio uninominale, era la strada che garantiva da un lato la governabilità e, dall’altro, permetteva a chi si reca alle urne di poter indicare il candidato di proprio gradimento, nonché espressione e voce del proprio territorio.

Si confrontavano pertanto due linee di pensiero, quella maggioritaria e quella proporzionale, con la prima che pareva riscuotere maggior consenso nella pubblica opinione, specie perché la seconda veniva associata ad una trascorsa stagione di Governi ricordati come poco duraturi, e anche un po’ troppo deboli (pur se non è esattamente così, vedi ad esempio gli anni Ottanta)..

Poi, alla prova dei fatti, abbiamo visto qualcosa di un po’ diverso, ossia candidati dell’uninominale provenienti non di rado da fuori, talché si è perso un pò per strada il non trascurabile parametro della territorialità, che avrebbe dovuto valorizzare la stima e la fiducia guadagnate dal candidato negli anni a livello locale, vale a dire laddove lo stesso è ben conosciuto (legando così elettori ed eletti, ovvero la politica con la comunità sociale).

In aggiunta a ciò, il fatto che un collegio dato per sicuro possa essere ambito anche da un candidato “esterno” al territorio, significa che chi lo presenta, partito o coalizione che sia, conta in qualche modo, ed ancora, sul voto “ideologico”, o sull’effetto “trascinamento” esercitato dalla lista plurinominale bloccata (e pure viceversa, dal momento che non è previsto il voto disgiunto).

Tale meccanismo riduce sensibilmente, o grandemente, i margini di scelta degli elettori, e nel dopo voto pure gli stessi eletti potrebbero non avere molto spazio ed autonomia rispetto alle decisioni del rispettivo Leader – vedi ad esempio quelle in materia di alleanze, che sono tema piuttosto delicato e sentito – atteso che il non “assecondarlo” potrebbe mettere in forse una eventuale ricandidatura.

Ma dobbiamo parimenti tener conto che il “leaderismo”, ormai esteso a tutti i partiti o quasi, non dispiace alla “gente”, apparentemente sempre più attratta dal carisma dell’una o altra personalità politica, quale via per uscire dai problemi dell’oggi, e se i “poteri” fanno capo a colui che guida il partito, egli cercherà comprensibilmente, e legittimamente, di avere una squadra quanto più “fidata” possibile (e la selezione delle candidature rientra giusto in tale logica).

Va altresì considerato che la vigente legge elettorale ha visto la luce dopo un lungo periodo di stallo, e con tempi abbastanza stretti rispetto al concludersi della legislatura, e ciò può aver indotto i partiti “contraenti” a trovare l’intesa su un testo che non per tutti poteva risultare appropriato e convincente (e adesso la sua applicazione dà modo di constatarne e segnalarne funzionamento ed effetti, ivi compresi gli eventuali limiti o difetti).

Partendo da queste premesse, se il Leaderismo ha ragion d’essere- e d’altronde in politica è stato di fatto adottato anche da chi fino a ieri lo criticava – non dovrebbe però restar confinato all’interno dei partiti, pena un intuibile controsenso, bensì estendersi anche agli assetti istituzionali, attraverso forme come il Presidenzialismo, o comunque l’elezione diretta di chi si propone al governo del Paese, con annesse prerogative, tra cui quella di poter sciogliere le Camere.

Il consistente “potenziamento” di detta figura apicale richiederebbe tuttavia adeguati contrappesi, che io immagino traducibili in un ordinamento dove le liste o coalizioni che sostengono il candidato a tale ruolo siano elette in maniera proporzionale con preferenze, e bassa soglia di sbarramento, il che darebbe agli eletti una indubbia forza, derivante dal consenso personale ricevuto, ma senza nondimeno il rischio di pregiudicare o indebolire l’azione del Presidente o Premier, forte a sua volta delle prerogative conferite.

Oltre ad abbinare governabilità e rappresentanza, si avrebbe un rafforzamento della territorialità, e le liste, diversamente dai “listini”, potrebbero ospitare un buon numero di candidati, così che nessuno o quasi abbia a sentirsi escluso, posto che sarebbero poi le preferenze ad avere l’ultima parola, cosicché da questo insieme mi sembrerebbe uscire una entità abbastanza rispondente ed equilibrata, e che ho qui ritenuto di abbozzare in modo più organico rispetto a precedenti occasioni.

Non ho ovviamente alcuna pretesa di aver visto giusto, ma ho semplicemente cercato di attenermi al principio secondo cui, da parte di chi segue le vicende politiche, andrebbero formulate proposte alternative quando si nutrono riserve su un determinato “modello”, elettorale o altro che sia (riserve che ultimamente mi è parso di veder affiorare in più d’uno).

Paolo Bolognesi

Bobo Craxi: “LeU è fallita. Voto ai socialisti”

Bobo Craxi

Rivedo Bobo Craxi dopo un po’ di tempo. Sono stati, questi, mesi di incomprensione politica anche profonda, ma la nostra amicizia non è mai venuta meno. D’altronde la nostra è una comunità umana, che ha attraversato negli ultimi venticinque anni vere e proprie tragedie, tentativi generosi di ripartenza, illusioni e delusioni, tragitti non sempre uniformi. Sono legato a lui come sono legato alla nostra storia e il nostro rapporto prescinde dal fatto che sia figlio di Bettino, il leader di cui è segnata la vicenda politica mia e di tanti socialisti in Italia. In genere nei momenti di stanca o di conflitto politico i nostri discorsi si limitavano alla comune passione per la musica e per il calcio. Oggi però Bobo ha voglia di parlare di politica e ne approfitto.

Bobo i tuoi dissensi di questi mesi non hanno generato effetti politici positivi né per i socialisti, né, in particolare, per te. Dunque?
Non posso darti torto. La prospettiva di costruire una sinistra che si allontanasse dalle politiche praticate da Renzi sul piano istituzionale e sul piano economico doveva coincidere anche con l’assunzione dello spirito ideale di una forza ispirata ai valori del socialismo e del laburismo. Mano a mano ci siamo trovati di fronte ad una riunificazione della diaspora comunista con una spruzzatina di società civile, il che non basta mai. In sostanza a un comitato di rielezione elettorale nel quale non ha trovato spazio di legittimazione una parte della nostra diaspora in dissenso con il PSI.

Non credi che allontanandovi dal partito abbiate comunque indebolito entrambi?
È evidente che le divisioni indeboliscono chi le produce e chi le subisce. Io ho pensato che dopo il 5 dicembre fosse necessario per noi avviare una politica più autonoma e di graduale distacco da Renzi. Questo avrebbe in linea ipotetica aumentato anche l’interesse verso un’area socialista che poteva raccogliere, come già avvenne nel passato, segmenti di elettorato della sinistra sbandati ed in cerca di un approdo socialista. Non ho creduto per questa fase nella tua linea laico-socialista non perché ne sia ostile ma perché i soggetti che la compongono sono, come poi si é dimostrato, auto-referenziali. Ho letto ad un certo punto un nostro caro compagno che esaltava le qualità di una coalizione nella quale spiccavano le leadership di Pisapia e Bonino ispirati dal programma dei “meriti e bisogni” Non é rimasto nulla di tutto ciò

Che giudizio esprimi su Liberi e Uguali, che oggi è guidato da Grasso, ma che di fatto ha una trazione ex Pci-Pds?
Grasso è una brava persona ma, come diceva Craxi padre, non si diventa leader a sessant’anni. Viene da un’esperienza professionale di tutto riguardo, non è un giustizialista cronico. Da ragazzo sulle spalle di suo padre assisteva ai comizi di Pietro Nenni, ma è totalmente digiuno delle dinamiche della politica. Non si fa comandare da nessuno, ha infilato nelle liste qualche suo sodale e spera in una soluzione in prospettiva di carattere istituzionale che lo comprenda, ma non ha capito che lui oggi é un capo-partito e contende questo ruolo alla Boldrini, una specie di Santanché di sinistra, nel senso della semplicismo dei suoi ragionamenti. Il gruppo ex-Pci-Pd si è tutelato ma ha perso i suoi riferimenti sociali e ideali. Infatti persino la CGIL osserva molto da lontano questa esperienza elettorale.

Vi sono Socialisti sparsi un po’ ovunque. Ho visto che Stefania è nuovamente candidata in Forza Italia…
Che dire? Non voglio polemizzare pubblicamente con mia sorella con la quale ho da poco ripreso un sereno rapporto. Io considero la destra alleata a Berlusconi pericolosa come lo è in tutta Europa. Berlusconi si illude di domarla, ma populismo e xenofobia ormai sono penetrati nel sentimento di tanti elettori compresi quelli di Forza Italia. Ecco io penso che nella nostra famiglia abbiamo entrambi imparato quali sono i rischi di una nuova forma di totalitarismo. Per questo non mi sarei prestato e non avrei donato la mia persona per una battaglia politica in Lombardia dove la Lega la fa da padrona. Detto questo, auguri.

Pensate voi di Area Socialista di dare una indicazione di voto? E se sì prendete in considerazione la Lista Insieme?
Ci riuniremo nei prossimi giorni. Sarebbe incoerente rimangiarsi tutto. Siamo rimasti iscritti al Partito, io ho rinnovato da poco, e quindi di fronte a candidature socialiste non volteremo la faccia da un’altra parte. Per quanto mi riguarda io ho sempre sostenuto in questi anni coloro che me lo hanno richiesto anche nei momenti più aspri della polemica con Nencini. Ci sono tanti bravi compagni con i quali abbiamo mantenuto un rapporto fraterno. Ci sono state polemiche che in molte fasi sono state eccessive. Dopo il fallimento di Liberi e uguali per i socialisti in queste elezioni sarà bene valutare seriamente l’ipotesi di votare socialista.

 Mauro Del Bue