Perché lo stato trattò con la mafia, il doc inabissato

Intervista al Prof. Salvatore Sechi, storico e accademico italiano.
TRATTATIVA_MAFIA_CIAMPI_SCALFARO_NAPOLITANODopo Falcone e Borsellino, perché lo Stato trattò con la mafia? Sul documento inabissato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie è il titolo del nuovo libro del professor Salvatore Sechi. A pubblicarlo è l’editore fiorentino Goware. C’è un mistero che non si riesce a penetrare, ed è la decisione del ministro della Giustizia, nel governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, Giovanni Conso, all’inizio di novembre 2003, di non applicare il regime del carcere duro ai boss mafiosi.

Ma chi era questo Conso?
Guardi che non si tratta per nulla di uno sprovveduto. E’ stato uno maggiori giuspenalisti italiani, docente universitario, ex presidente della Corte costituzionale e del Consiglio Superiore della magistratura.

Era un cattolico fervente?

Certamente come lo stesso capo dello Stato Scalfaro e l’ex premier Aldo Moro, ma per nulla bigotto. La sua attenzione ai problemi di libertà e di dignità delle persone era straordinaria e rivolta a tutti. Conso era stato ministro, sempre della Giustizia, nel ministero guidato da Giuliano Amato. Ciampi lo aveva confermato nello stesso incarico. La sua domanda, però, è legittima.

Il provvedimento “buonista” di Conso come venne giudicato da Cosa nostra?

Riina ne fu entusiasta e spiegò ai suoi sodali che invece di scendere a trattative con lo Stato occorreva dargli un altro “colpettino”, cioè fare altre stragi. Venne, infatti, messa a punto quella che avrebbe dovuto seminare una carneficina di grandi proporzioni tra le forze dell’ordine. Il luogo prescelto era la collina intorno al campo sportivo in cui aveva luogo la partita tra Roma e l’Udinese. Lì si appostarono i fratelli Graviano, che sono tornati all’onore delle cronache in prima pagina per le minacce rivolte a Berlusconi.

Ma l’agguato non ebbe luogo solo per un incidente tecnico?

Poteva essere riparato e la strage di centinaia di carabinieri sparsi intorno al campo sportivo essere eseguita. La verità è che i Graviano ricevettero l’ordine di non insistere sull’ecatombe.

Ma se era in corso una trattativa con lo Stato, come mai Riina e Provenzano si prendono la licenza di farla fallire in maniera così plateale?

La trattativa aveva al primo posto l’eliminazione dell’art. 41 bis. Con esso era stato instaurato un regime al limite della costituzionalità e della stessa umanità nelle carceri in cui erano detenuti i mafiosi più pericolosi.

L’inasprimento delle condizioni carcerarie non fu opera dei ministri del la Giustizia e dell’Interno del governo Andreotti, cioè il socialista Claudio Martelli ed il democristiano Enzo Scotti?

Si, ha ragione. Avevano pensato di infliggere ai detenuti di Cosa Nostra la fine di ogni rapporto con l’esterno. Non potevano più trasmettere ordini alla manovalanza. Dunque, teoricamente i boss non avevano più potere. In realtà, in pratica le cose andarono diversamente. Durante i molti tragitti dalle isole, dalle città, dai piccoli centri ecc. per essere presenti ai loro molti processi stabilirono contatti con altri detenuti, avvocati, parenti ecc. Fu ricostituita e ravvivata la catena gerarchica.

Cosa nostra sopravvisse al sistema di vincoli creato da Martelli e Scotti. A suo avviso si trattò dunque di una sconfitta?

La mafia, pur essendo stata colpita duramente, si trovò a fronteggiare uno Stato in disfacimento, senza autorità, minato dal conflitto tra amministrazione, potere politico e magistratura.

Sono gli anni in cui venne applicata senza limite la custodia cautelare?

I magistrati di Milano, cioè Mani pulite, usarono l’arma della carcerazione preventiva per indurre persone non ancora formalmente imputate a confessare o accusare altri. È probabile che Conso abbia pensato che mitigando le condizioni detentive (cioè non applicando il 41 bis) i boss avrebbero posto termine alla campagna stragista scatenata non più in Sicilia, ma sul territorio nazionale.

Si trattò, mi pare di capire, di uno scambio ineguale. Ma chi nel governo Ciampi sostenne questa linea di Conso?

I provvedimenti di Conso non furono mai discussi in seno al governo. Era un suo potere prorogare o far cessare l’applicazione del carcere duro.cover_sechi_falcone-borsellino_mod

Prof. Sechi, in questo suo nuovo volume, lei pubblica per la prima volta un documento inedito. Fu proposto dal gip di Palermo Antonio Tricoli (oggi giudice a Sciacca) ed esaminato, e anche integrato, da magistrati come Salvatore Scaduti, Marco Alma e da lei, che è uno storico. Ebbene, questo testo non è facilmente accessibile a chi voglia consultarlo. Ma neanche è stato secretato. Quale interpretazione della vicenda sostenete?

Avanziamo l’ipotesi che la regia della forma di negoziato intavolatasi tra Stato e Cosa nostra abbia avuto come protagonisti, insieme a Conso, il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, il capo della polizia Vincenzo Parisi, il consenso (più passivo che entusiasta) del ministro dell’Interno Nicola Mancino, del Capo del Dipartimento Affari Penitenziari Nicolò Amato, degli ispettori religiosi delle carceri, di una parte del mondo cattolico.

Ma è il caso di ricordare che sia Mancino sia Amato sono stati sempre ostili ad ogni forma di trattativa con Cosa nostra. Anche in seno al PCI la politica carceraria di Martelli e Scotti non aveva molti sostenitori.

Il documento non esclude che l’uccisione di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone possa essere stata un’operazione che la mafia potrebbe avere concordato con poteri criminali esterni, anche internazionali. Ma questa è un’ipotesi sostenuta dall’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato.

Sia Amato sia i capo della polizia Parisi, come la Dia, hanno puntualizzato degli aspetti reali?
Certamente.

Ce li può riassumere, prof. Sechi?
In primo luogo la mafia non uccide come il terrorismo arabo-palestinese e quello colombiano, facendo saltare col tritolo mezzo chilometro di autostrada. In secondo luogo, in seno al gruppo dirigente dei Cosa nostra si era aperta una discussione lacerante.

In che cosa consisteva?

La linea stragista aveva portato all’uccisione di Lima, Falcone e Borsellino, come agli attentati alle chiese e alle città d’arte come Roma, Firenze e Milano. Il dubbio che assale boss è che fosse stata poco redditizia, cioè avesse avuto un dividendo negativo rispetto al rezzo pagato (il 41bis). Effettivamente nelle fila di Riina e sono aumentati i collaboratori di giustizia, i pentiti .La domanda che l’organizzazione criminale fosse entrata in crisi si diffonde. Il risultato è che la linea della delegittimazione del governo e dell’investimento sulla potenza di fuoco di Cosa nostra viene progressivamente abbandonata. Ma non esistono prove che ciò sia avvenuto per un accordo stabilito con Berlusconi.

Leonardo Raito

Referendum, il Partito socialista è per l’astensione

Peschiera del Garda 1

Si è svolta a Peschiera del Garda, presente l’on. Pastorelli, l’assemblea congiunta dei dirigenti PSI del Veneto e della Lombardia e dei comitati socialisti per l’astensione.

Nell’incontro si è fatto il punto della situazione sulle iniziative di promozione dell’astensione al referendum leghista di ottobre, sulle iniziative da portare avanti nell’ultima settimana di campagna referendaria e su cosa fare il giorno successivo al referendum.

I socialisti hanno convenuto sull’opportunità della scelta astensionista. Una scelta coraggiosa poiché destinata a scontrarsi contro la potente campagna referendaria scatenata dalla Lega (fatta in parte con i soldi dei cittadini del Veneto), una scelta difficile ma intellettualmente onesta e non piegata dalla codardia di chi ha preferito “mettersi nella scia” del malcontento sobillato dalle forze del centrodestra.

I socialisti promossero e sostennero la creazione delle Regioni. Regioni che avrebbero dovuto essere strumento di coordinamento delle autonomie locali e non, come purtroppo è accaduto, Enti accentratori di potere a danno degli Enti Locali. Non è un caso che il referendum lanciato dalla Lega ignori gli Enti Locali.

In Parlamento il PSI sta portando avanti una politica di revisione delle autonomie speciali ed è pronto a sostenere le richieste di maggior autonomia che provenissero dalle altre Regioni secondo percorsi costituzionalmente previsti.

Richieste di maggior autonomia che la Lega a parole ha sempre fatto ma che poi, come nel caso del referendum di ottobre, si rivelano per ciò che realmente sono: slogan elettorali!

A Peschiera del Garda invece i socialisti hanno deciso di agire e dal giorno successivo al referendum, in tutti i Consigli comunali di Veneto e Lombardia in cui il PSI è presente, porteranno delle delibere da far votare e da inviare alle Regioni affinchè avviino realmente il processo costituzionale in grado di consentire ai cittadini delle due regioni di amministrare in maniera più efficace le risorse prodotte dai propri territori.

Luca Fantò
Segr. reg. PSI Veneto

La destra in Europa alimentata dal vento dell’est

maghiari-extermisti-budapestaLe elezioni in Germania hanno segnato l’ascesa del partito di estrema destra AfD e le conseguenti analisi allarmiste degli analisti dell’Europa occidentale, ancora scossi dallo scampato pericolo delle elezioni olandesi prima, austriache poi ed, infine, di quelle francesi. Una attenta analisi del voto, tuttavia, se guardato con una prospettiva “da Est”, rivela un dato ancora più allarmante per il futuro dell’Europa: ossia che siano stati prevalentemente i territori della vecchia DDR a fornire il bacino di voti necessari al partito neo-nazista per scalare il terzo posto alle spalle dei partiti tradizionali. (25% degli elettori, mentre la media nazionale è del 13,1%).

Su Bruxelles, e non da oggi, soffia da Est un vento molto pericoloso, fatto di movimenti nazionalisti, teoricamente anti-europeisti, che hanno saputo scalare il potere con un cinico e ipocrita strabismo politico: mentre mettevano le mani su una fetta consistente di aiuti finanziari, giocavano in casa la carta della sindrome da assedio da “assimilazionismo” imposto da Bruxelles.

Mentre la svolta a destra dell’Europa occidentale sembra essere sociologicamente traducibile da una serie incredibili di errori strutturali dell’Unione Europea, da politiche neo-liberaliste spinte che hanno creato insoddisfazione diffusa nella popolazione (soprattutto giovanile), dalla crisi economica degli ultimi anni e dal diffuso senso di impunità ed insicurezza (aggravato dalla crisi immigrazione); assai meno comprensibile appare la deriva dei “nuovi” paesi dell’Unione, ossia di quelli entrati nella prima fase di allargamento.

Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca da tempo ormai sono governati da movimenti ultra-nazionalisti dichiaratamente di destra, ma antiliberali, ostili all’integrazione Europea, allergici alle direttive di Bruxelles.

Il dato politico interessante, al di là di un semplice ritratto della realtà, è quello di comprendere come questo sia potuto accadere in paesi che hanno beneficiato di finanziamenti a pioggia, economie galoppanti, tassi di disoccupazione irrisori, monete nazionali (eccetto la Slovacchia) che hanno retto la sfida della crisi internazionale e hanno avuto poco o nulla a che fare (Ungheria a parte) con il problema migratorio.

Pur nelle logiche differenze tra nazioni e nazioni il caso della Polonia sembra essere paradigmatico della fallita integrazione dei paesi dell’Est nel cammino di un Europa Unita. Sino a pochi anni fa Varsavia ambiva a voler divenire la terza gamba che, con Parigi e Berlino, doveva garantire la stabilità del vecchio continente. Oggi è un paese politicamente isolato, mal gradito a Bruxelles e che ha spinto l’acceleratore del conflitto interno ed esterno ben oltre il già pericoloso crinale a cui si era avvicinato Orban in Ungheria. Eppure nonostante le numerose proteste di strada, il cambio in senso autoritario della costituzione, il tentativo di attacco alla giustizia parzialmente fallito, l’epurazione di giornalisti scomodi nei confronti dei quali gli editti bulgari di berlusconiana memoria sarebbero classificabili come scherzi puerili, l’attacco alla libertà delle donne, etc… Ecco, nonostante una deriva che avvicina la Polonia alla Turchia di Erdogan, il sostegno al governo di Giustizia e Libertà cresce invece di diminuire.

Anche in questo caso l’analisi del voto suggerisce scenari sorprendenti. Se il dato della scolarizzazione in un paese prevalentemente composto da villaggi di piccole-medie dimensioni sembra determinante, supportato da una presenza invasiva di preti-guerrieri infuocati da radio Maria, un elemento appare però sorprendente: sono soprattutto i 50enni ed i giovani a votare il PiS. Ossia le due sfere della società che più dovrebbero aver goduto della caduta del muro di Berlino prima, e delle libertà dell’Unione poi. Come è possibile che le sfere che più hanno tratto vantaggio da un Europa unita siano quelli che più se ne oppongano? Da cosa dipende il fatto che mentre il voto di protesta in Europa occidentale arrivi sempre alla soglia del potere per poi esserne escluso, qui invece governi in tutti i più rilevanti paesi post-comunisti? E se l’Europa avesse sbagliato ad allargare così velocemente i propri confini ad Est senza assicurarsi che le democrazie di quei paesi fossero sufficientemente stabili? E se “L’Europa a due velocità” proposta da Macron fosse davvero la soluzione? Interrogativi le cui rispose non possono che essere complesse ed articolate. Ma non ci sono dubbi sul fatto che da Est sta per abbattersi su Bruxelles una tempesta, e l’Europa centrale ed occidentale, molto autoreferenziale, sbaglia nel non voler volgere il proprio sguardo a quanto stia avvenendo nell’Europa dell’Est.

Diego Audero
gabrydiego@gmail.com

Oggi la giornata mondiale contro la pena di morte

Participants join a "procession" against plans to reimpose death penalty, promote contraceptives and intensify drug war during "Walk for Life" in Luneta park, metro ManilaIl 10 ottobre è la Giornata mondiale contro la pena di morte ed è certo motivo di sconcerto che nel XXI secolo una pratica medievale sia ancora tema di campagne mondiali. Ma per milioni di cittadini di quei Paesi dove le esecuzioni si consumano spesso nell’indifferenza generale è una ragione di concreta paura e preoccupazione. Perché la pena di morte non è solo una punizione ma è anche uno strumento per diffondere la paura, combattere il dissenso.

Prendiamo l’Iran. Il regime ha messo a morte dal 1981 oltre 120mila oppositori, un terzo dei quali donne: 50 di loro erano addirittura in stato di gravidanza. Le esecuzioni come mezzo per esercitare violenza e potere, per soffocare lo scontento di una popolazione che vive in gran parte sotto la soglia di povertà. Neppure sotto Hassan Rouhani le cose sono cambiate: 4mila esecuzioni negli ultimi 4 anni. E nel 2017 siamo già ben oltre quota 300, con almeno 10 donne messe a morte. Proprio la condizione femminile è un termometro sociale e politico di un paese: più soprusi e discriminazioni le donne subiscono, più la politica nazionale assume tratti di autoritarismo. Matrimoni forzati e precoci, violenza domestica, pratiche discriminatorie nei luoghi di lavoro, disparità di trattamento economico.

“La preoccupazione sul peggioramento delle condizioni delle donne nel paese è crescente”, denunciò già qualche anno fa il Rappresentante speciale ONU per i diritti umani per la Repubblica Islamica dell’Iran, Ahmed Shaheed.

Uno dei casi più emblematici è stato quello di Reyhaneh Jabbari, la 19 enne condannata a morte per aver ucciso un ex funzionario del ministero dell’Intelligence iraniano che aveva tentato di stuprarla. Processo viziato, false confessioni, isolamento e maltrattamenti, ma nonostante una campagna internazionale, per Reyhaneh non c’è stato nulla da fare e il 25 ottobre di tre anni fa è stata messa a morte.

La storia di Reyhaneh è una ferita non solo per la giustizia iraniana, ma per la coscienza collettiva internazionale che dimentica le tante e i tanti Reyhaneh che nel mondo continuano ad essere condannati e messi a morte. Come Hoo Yew Wah, nel braccio della morte della Malesia, condannato a morte per traffico di droga: il giovane proviene da un ambiente socio-economico sfavorevole, ha lasciato a 11 anni la scuola per fare il cuoco in un ristorante di strada e all’epoca del reato aveva 20 anni e nessun precedente penale. Per Hoo Yew Wah, Amnesty International ha lanciato un appello internazionale.

Hoo Yew Wah è solo uno dei tanti casi che dimostrano come proprio le persone provenienti da ambienti socio-economici sfavorevoli siano ancor più a rischio, perchè colpite in modo sproporzionato dal sistema giudiziario, inclusa la pena di morte.

In India uno studio condotto dall’Università Nazionale di Legge di Nuova Delhi ha riscontrato che il 74,15% dei condannati a morte (370) appartiene alla popolazione economicamente più vulnerabile. Negli Stati Uniti, secondo Equal Justice Initiative, nel 2007 il 95% delle persone nei bracci della morte aveva un passato di difficoltà economiche. In Arabia Saudita, uno dei maggiori stati-carnefice, i cittadini stranieri – in particolare i lavoratori immigrati provenienti dai paesi poveri di Medio Oriente, Asia e Africa – hanno grandi svantaggi nell’uso del sistema di giustizia penale. Durante i processi, il loro status di immigrati e il fatto che spesso difettano di conoscenza della lingua araba, li pone particolarmente esposti al rischio di essere condannati a morte. In Bielorussia, gli imputati  con risorse finanziarie limitate, hanno difficoltà a conservare il proprio legale nominato dal tribunale perché questi può rifiutarsi di partecipare alle udienze se l’accusato non lo ha pagato durante gli incontri in carcere.

bergquist“La povertà non dovrebbe essere una condanna a morte”, recita un cartello esibito su Twitter da Amy Bergquist, avvocato per i diritti umani.

La Giornata Mondiale per la Pena di Morte sul sito di Amnesty International con l’appello per Hoo Yew Wah

 

La strategia dell’inganno. Tra bombe e tentati golpe

strategia ingannoIl libro di Stefania Limiti – La Strategia dell’inganno edito da Chiarelettere – è un flash che illumina uno dei periodi più cupi della nostra Repubblica, ossia il biennio che va dal 1992 al 1993! Il tentato golpe Nardi, gli scandali del Sismi e del Sisde sino allo stragismo attuato dalle organizzazioni criminali per destabilizzare il Paese sulla scia di una spietata efferatezza. Volume come preziosa testimonianza per rievocare eventi di un quarto di secolo fa e da non scordare frettolosamente…

Sbagliando si crede che un colpo di stato debba avvenire con fucili spiegati e uno schieramento imponente di blindati, proprio come ci hanno abituato alcune sequenze cinematografiche. Questo in linea di massima è vero, e la cronaca ci ha fornito fulgidi esempi in tal senso, basta far mente locale su quanto avvenuto nell’America latina nella seconda metà del ‘900 e in altre fasi cruciali della storia. Tuttavia è possibile sovvertire “il sistema” non solo a colpi di “archibugio” ma altresì con delle strategie “carbonare”, che però nei fatti ambiscono a conseguire lo stesso risultato del golpe “canonico”. E senza far sconti a nulla e nessuno, purtroppo!

“La strategia dell’inganno” è il titolo dell’ultimo libro di Stefania Limiti, opera che appassiona sin dalle prime righe, poiché offre al lettore non un’asettica lezione relativa ad un biennio storico imprigionato nelle nebbie del passato, bensì un’immagine tridimensionale di un momento drammatico per la tenuta della nazione – sul quale calare il sipario sarebbe insensato! Sì, il 1992 e il 1993 con la mole di avvenimenti e di circostanze che anticiparono la Seconda Repubblica. Un periodo fosco su cui il volume cerca di dissipare tenebre ed ombre – offrendo non certo una verità inconfutabile, bensì cronache e riflessioni fondamentali per mantenere il ricordo in stato di “allerta”. Si evochi all’aspetto mediatico di allora, ai titoli dei giornali quotidianamente in bell’evidenza per un’audience affamata di novità. E ora? Abbiamo forse dimenticato? No, certo che no e proprio perché sono episodi lontani, che possono “sfuggire” – è opportuno tener accesa la lanterna del ricordo, per sacrosanto tributo alla verità. In questo l’autrice è riuscita magistralmente – narrando quanto prese le mosse in quei giorni, e cioè i fatti che dopo la cancellazione dei partiti storici videro l’alba di una “nuova” stagione politica.

Il volume è suddiviso da una prima parte (L’inganno come operazione psicologica, assalto alla televisione di Stato e il cosiddetto Golpe Nardi), la seconda (Le deviazioni – La deviazione come metodo), quindi la lettura prosegue con la terza parte (Le stragi – lo stragismo come guerra non convenzionale) e, come epilogo, un cospicuo capitolo dedicato allo stragismo mafioso, da pagina 142 sino alla 255. Quanto documentato non è solo un racconto “di ieri” ma a tutti gli effetti un eloquente e appassionato lavoro d’inchiesta. Ogni evento è tracciato attentamente, lasciando comunque “margine” a chi legge di ricostruire in modo autonomo e con spirito di analisi quel preciso fatto storico. Il libro diventa così “partner” per eliminare la coltre di polvere che ricopre vicende forse sopite ma immutate. Una documentazione narrata piacevolmente con un “fare” che non tedia il lettore, come purtroppo avviene in alcune narrazioni, che brillano per la mole di informazioni ma, ahimè, sono formulate con uno stile pesantuccio.

No, in questo caso il libro si fa leggere tutto d’un fiato con prosa snella – elargendo il piacere dell’informazione unitamente a quello della lettura. Nessun evento cruciale che scalfisce (… o cerca di farlo) la vita di tutti i giorni e i presidi della democrazia andrebbe scordato, poiché rappresenta uno strappo, una ferita che pian piano guarisce ma non senza cicatrici, che per quanto postume restano dolenti. E, tutto sommato, la presenza di una “lacerazione” non è uno status di negatività, perché raffigura la storia, il passato ed è severo monito a non ricadere in quegli errori; in più un faro acceso a segnalare che democrazia e libertà sono due condizioni da salvaguardare sine die! Grazie anche al lavoro dell’autrice – quei giorni dolorosi non finiranno nell’oramai impolverato e massiccio faldone dei misteri d’Italia! Stefania Limiti, La strategia dell’inganno 1992-93. Le bombe, i tentati golpe, la guerra psicologica in Italia – edito da Chiarelettere, Milano. Buona lettura!

Stefano Buso

Di Pietro e l’annosa questione Tangentopoli

beppe_grillo_antonio_di_pietroLe parole di Di Pietro hanno finalmente riaperto l’annosa questione Tangentopoli. Il mitico eroe del biennio 1992-1994 ha dichiarato che il suo successo si è largamente fondato sulla paura delle manette, e che processando la Prima Repubblica ha cancellato anche le idee su cui si fondava, aprendo la strada ai partiti personali. Sarebbe bene ricordare al Tonino nazionale che già il Psi fu un partito fortemente personalizzato, financo leaderistico. Lo stesso discorso vale anche per il Pri di Spadolini.

Ma torniamo al ruolo del magistrato più amato d’Italia. Per chi ha studiato a lungo la crisi della Prima Repubblica queste parole hanno un dolce suono. Sono arrivate un po’ in ritardo, ma sono molto importanti perché chiariscono cosa fu il dipietrismo. Il contadino di Montenero di Bisaccia fu il protagonista di una stagione giustizialista e giacobina unica per la storia della Repubblica Italiana. I metodi utilizzati da Di Pietro sono ormai arcinoti: carcerazione preventiva, tintinnar di manette, violazione sistematica del segreto istruttorio e conseguente tritacarne mediatico-giudiziario. Per non parlare della violazione continua del principio di presunzione di non colpevolezza, sancito dalla Costituzione con l’articolo 27 per cui «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva».

Svolta-1992Il ruolo di Di Pietro, però, non si è limitato solo al giustizialismo più violento, ma si è spinto oltre provocando dei gravi danni al sistema politico italiano. Il ruolo di supplenza politica svolto dal Pool di Milano ha gravemente indebolito gli sviluppi storici derivanti dalla caduta del muro di Berlino e ha impedito un processo riformatore che cambiasse effettivamente il Paese. L’unica modifica costituzionale di quel periodo ha riguardato l’autorizzazione a procedere nei confronti dei politici, cancellando la norma che prevedeva un voto della Camera di appartenenza prima di poter avviare un’indagine contro un parlamentare.

Questa è stata la splendida revisione costituzionale promossa dal pool di Mani Pulite, che ha chiaramente giovato all’Italia e agli italiani. In quegli anni ci si è illusi di rinnovare un sistema politico affidandolo alla semplice onestà orchestrata da un insieme di magistrati molto popolari. Certo, il sistema di finanziamento alla politica era marcio ed aveva raggiunto livelli intollerabili. Ma la soluzione adottata dalla procura di Milano ha brutalmente limitato le riforme che sarebbero state necessarie per modernizzare il Paese, consegnando la politica alla magistratura, avviando così un cortocircuito ormai ventennale. Si è pensato che un semplice ricambio di classe dirigente per via giudiziaria avrebbe potuto rinnovare un intero sistema. I risultati sono sotto gli occhi di tutti..

Il ruolo di Di Pietro non deve essere semplicisticamente ridotto al giustiziere che abbatte un sistema politico, per poi sostituirvisi facendo il parlamentare e il ministro. A questa delizia si deve aggiungere la disgrazia delle mancate riforme che il Paese avrebbe dovuto avviare in quel biennio. La deriva giustizialista e manettara di quegli anni è la chiave di volta per comprendere la lunga transizione che stiamo vivendo. Una transizione che dura da 25 anni, e che non vede lontanamente la sua fine.

L’occasione del 1992-1994 ormai è stata persa. In compenso il giustizialismo giacobino è dilagato e ha partorito il Movimento 5 Stelle. Come recitava una scritta del 1992: Di Pietro grazie!

Parla Emanuele Fiano: “L’ottimismo della volontà”

fianoIl Rosatellum, dopo essere stato adottato come modello base, inizia il suo iter in commissione Affari costituzionali della Camera. “Il testo base della legge elettorale – spiega il relatore Emanuele Fiano – è un modello che ha un terzo di collegi su base uninominale di carattere maggioritario e due terzi di eletti su base proporzionale in collegi plurinominali dove ci sono liste corte. Quindi 231 in collegi uninominali e 387 in collegi plurinominali. Questo alla Camera, metà per il Senato. Questa legge elettorale arriva dopo due tentativi diametralmente differenti fatti dal Pd. Dopo il referendum abbiamo offerto a tutti i partiti un sistema prevalentemente maggioritario, il Mattarellum, che non ha ricevuto il consenso necessario per il voto in Commissione, avendo ottenuto parare contrario sia dai partiti alla nostra sinistra che alla nostra destra. Lo stesso è successo quando abbiamo presentato il Rosatellum e così anche per il sistema proporzionale ispirato a quello tedesco che è stato oggetto di un incidente in Aula”.

Dopo tanti tentativi essere ottimisti non è facile…
Intanto l’ottimismo è quello della volontà. I partiti maggiori che lavorano a questa ipotesi hanno la volontà di dimostrare al Paese che il Parlamento è in grado di legiferare. Altrimenti se ne ricaverebbe una sconfitta anche di giudizio sulla sua capacità. In secondo luogo, perché la legislatura sta finendo, i partiti vogliono dimostrare di essere in grado di lavorare concretamente. Anche per rispondere all’appello del presidente della Repubblica e anche perché sarebbe la prima volta che si andrebbe a votare con due leggi diverse e fatte non dal Parlamento ma dalla Corte Costituzionale che evidentemente non ha quel compito. Sarebbe un cambiamento, anche se parziale, del ruolo sia del Parlamento che della Corte. Per portare a casa la legge serve anche un esame di coscienza dei singoli parlamentari perché è ovvio che qualcuno invece che pensare all’interesse del Paese pensa all’interesse suo.

Il M5s parla di legge antidemocratica e liberticida. Come rispondi?
La prima vera riflessione è che i Cinquestelle potevano pensarci prima di approvare quell’emendamento con il quale, cambiando il sistema elettorale del Trentino, hanno contravvenuto a ciò che avevamo stabilito in commissione. Bastava proseguire il cammino iniziato assieme. In secondo luogo questa legge favorisce, in parte, le coalizioni perché è ovvio che per vincere nei collegi uninominali serve l’apporto di tutti. E questo per noi è un valore positivo. In terzo luogo, nella loro idea che questa legge non sia democratica, rientra la questione della scelta del cittadino. In nessuna legge elettorale dei grandi paesi europei esistono le preferenze. Noi per 231 deputati prevediamo i collegi, dando quindi al cittadino la possibilità di scelta. E in più i cittadini vedranno sulla scheda i nomi dei candidati nelle liste proporzionali. Avranno modo così di capire cosa il loro voto andrà a determinare.

Anche gli ex Pd sono molto critici e minacciano di non votarla.
La storia sarebbe stata diversa se dall’inizio Articolo 1 in Commissione avesse aiutato a portare avanti il Mattarellum. In secondo luogo penso che in quel partito vi sia una pregiudiziale su Matteo Renzi. Renzi è il segretario del partito ed è stato scelto con le primarie da un milione e 800 persone, dunque è pienamente nel diritto di esserne il leader. Se si fa politica con le pregiudiziali personali tutto diventa complicato. Articolo 1 ha sempre chiesto una legge che spingesse verso le coalizioni. Una volta che si va in questa direzione non appoggiarla diventa una contraddizione.

Se non si riuscisse in questo tentativo non sarebbe un bel servizio per il Paese…
Si andrebbe a votare con una legge che non garantisce un risultato omogeneo tra Camera e Senato e non garantisce la stessa parità di trattamento alle liste tra le due Camere perché le soglie di ingresso sarebbero diverse. E già questo è un elemento negativo.

Germania raffreddata, 
Italia a rischio polmonite

Angela Merkel_Martin Schulz

L’avvio dell’autunno non promette niente di buono per l’Unione europea. Quando la Germania ha un raffreddore, i paesi deboli dell’Europa, in testa l’Italia, rischiano di prendersi una bronchite e perfino una polmonite. E ora la Repubblica federale tedesca si è presa un brutto raffreddore nelle elezioni politiche di domenica 24 settembre.

I cristiano democratici-cristiano sociali di Angela Merkel hanno vinto a caro prezzo: hanno ottenuto il 32,9% dei voti, perdendo oltre l’8% rispetto alle elezioni del 2013. Per i socialdemocratici della Spd è stato un disastro: appena il 20,5%, meno 4% rispetto a quattro anni fa, il peggiore risultato di sempre. Martin Schulz ha preso atto della sonora sconfitta ed ha annunciato il passaggio all’opposizione dei socialdemocratici. Non è andata meglio alla sinistra radicale che era all’opposizione: Die Linke ha raccolto appena il 9,1% dei consensi.

Una parte degli elettori tedeschi ha bocciato il governo di grande coalizione tra la Cdu-Csu della Merkel e la Spd di Schulz. È stata premiata la Afd, Alternative fur Deutschland, un partito di estrema destra populista anti islamico, anti euro e favorevole al ritorno del marco. Per la prima volta nella storia nella Repubblica federale tedesca entra nel Bundestag (la Camera dei deputati di Berlino) con il 12,6% dei voti, una forza con elementi razzisti e neo nazisti. La paura dell’immigrazione islamica e della riconversione produttiva tedesca ha fatto presa sull’elettorato più conservatore di Angela Merkel, ed ora i democristiani per la prima volta nella loro storia, devono fare i conti con un forte partito alla loro destra.

Il governo di grande coalizione tra democristiani e socialdemocratici, che pure ha garantito alla Germania un lungo periodo di pace e di benessere, è andato definitivamente in tilt. Centristi democristiani e sinistra socialdemocratica devono interrogarsi sui motivi del peggiore risultato elettorale dello loro storia post Seconda guerra mondiale. La Merkel cercherà di recuperare dal governo, Schulz dall’opposizione.

Angela Merkel ha già fatto capire quale sarà la strategia del suo quarto mandato di cancelliera. Ha annunciato l’intenzione di affrontare “le paure” e “le preoccupazioni” degli elettori che le hanno voltato le spalle votando per l’estrema destra: «Vogliamo riguadagnarci gli elettori che hanno votato Afd». Probabilmente darà vita a un esecutivo di coalizione con l’Fdp (i liberali hanno incassato il 10,8% dei voti) e con i Grunen (i Verdi hanno avuto l’8,9%).

A Berlino si profila un esecutivo della Merkel più debole dei precedenti tre per due motivi: 1) la ristretta maggioranza parlamentare; 2) la diversità dei programmi dei tre possibili alleati. Il governo cosiddetto “giamaica” (dai colori dei democristiani, liberali e verdi) dovrà affrontare notevoli difficoltà per far andare d’accordo i tre partiti con scelte, impostazioni e valori differenti.

I contraccolpi, in particolare, arriveranno sulla Ue e sui paesi europei più deboli che già in passato hanno contestato la politica teutonica di rigore finanziario. Si prevedono scintille, in particolare, tra il futuro governo tedesco e Mario Draghi. Il presidente della Bce (Banca centrale europea) già negli ultimi sette anni ha faticato non poco per salvare l’euro dal naufragio. La politica delle misure “non convenzionali” adottata da Draghi, con tassi d’interesse europei zero e con l’acquisto di titoli del debito pubblico dei diversi paesi, ha permesso di sconfiggere la Grande crisi economica internazionale e di far partire la ripresa, ma è stata pesantemente criticata dalla destra politica e finanziaria tedesca.

Il presidente della Bce è stato accusato da vari esponenti conservatori tedeschi di favorire i paesi più deboli della Ue, quelli con un maggiore debito pubblico come l’Italia, e di danneggiare la Germania. Tuttavia Draghi è andato avanti con la sua politica finanziaria espansiva grazie all’aiuto discreto ma decisivo della Merkel. A fine anno terminerà il programma, ora già ridotto, di acquisti di titoli e potrebbero cominciare seri problemi per nazioni come l’Italia. Se le banche e i grandi gruppi finanziari internazionali cominciassero a vendere in massa Bot e titoli poliennali del Tesoro (lo abbiano visto già nel 2010-2012) potrebbe essere l’inizio del crack per l’Italia, senza un intervento anti speculativo della Bce. Potrebbero aumentare a dismisura i tassi d’interesse pagati dal Tesoro con conseguenze imprevedibili sulla stabilità finanziaria del Belpaese. Angela Merkel, indebolita dal voto di domenica scorsa, avrebbe meno forza per sostenere la politica espansiva di Draghi che pure tanto bene ha fatto anche all’economia tedesca.

A quel punto l’Italia rischierebbe una polmonite politica, oltre che economica. I partiti attratti da tempo dal progetto di uscire dall’euro, come il M5S e la Lega Nord, acquisterebbero nuovo slancio. I cinquestelle e i leghisti, che negli ultimi mesi hanno messo la sordina alla battaglia anti moneta unica europea, potrebbero rialzare la bandiera di uscita dall’euro già nelle elezioni politiche all’inizio del 2018.

Rodolfo Ruocco

Jackson Hole: le reticenze delle banche centrali

yellen draghiÈ stato un incontro molto “strano” quello di fine agosto a Jackson Hole, dove si sono confrontati Janet Yellen, presidente della Federal Reserve e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea.
Ogni anno nella nota località del Wyoming si fa il punto della situazione monetaria, finanziaria ed economica degli Stati Uniti e del resto del mondo. Quest’anno i due massimi responsabili della politica monetaria internazionale hanno parlato di molte cose, anche interessanti, ma hanno evitato accuratamente di presentare i loro programmi monetari futuri.
I maggiori mass media economici hanno sostenuto che Yellen avrebbe difeso le riforme finanziarie e bancarie parzialmente realizzate dall’amministrazione Obama, mentre Draghi si sarebbe schierato contro il ritorno a misure protezionistiche. In sostanza entrambi avrebbero criticato le politiche di Donald Trump che, in effetti, sta smantellando la già debole riforma Dodd-Frank relativa alle banche “too big to fail” e al “sistema bancario ombra” e sta riavviando la campagna neoprotezionista “America First”.
Considerazioni condivisibili. Ma il mondo vorrebbe anche sapere se e come la Fed aumenterà i tassi d’interesse e come e fino a quando la Bce intende continuare con il Quantitative easing. In questo momento le banche centrali perseguono politiche molto differenti ma con effetti globali rilevanti.
In occasione del decennale della Grande Crisi, Yellen ha evidenziato che quanto fatto negli ultimi dieci anni avrebbe reso l’intero sistema più stabile e più sicuro.
Importante è stata la sua ammissione che i responsabili della politica economica e monetaria americana avevano negato l’evidenza del collasso persino mentre avveniva. In merito ha detto:” Dieci anni fa il sistema finanziario americano e quello globale erano in una situazione di pericolo. I prezzi delle case nel 2006 avevano toccato il massimo e le difficoltà del mercato ipotecario erano diventate acute nella prima metà del 2007. In agosto la liquidità nei mercati monetari era deteriorata a tal punto da richiedere degli interventi da parte della Fed. Nonostante ciò, la discussione a Jackson Hole nell’agosto 2007, con poche eccezioni, era stata molto ottimista rispetto alle possibili ricadute economiche negative derivanti dalle tensioni che scuotevano il sistema finanziario”.
Il problema per i mercati, e non solo, è che la presidente della Fed ha attentamente evitato di confrontare la situazione del 2007 con quella di oggi. Eppure la situazione globale non è migliorata, anzi.
Uno studio del Fondo Monetario Internazionale ha evidenziato che a fine 2015 il debito aggregato globale (pubblico, privato e corporate, senza il settore finanziario) ha toccato il livello di 152 trilioni di dollari, pari al 225% del Pil mondiale. La percentuale era di circa 190% nel 2007. E si stima che dal 2015 il debito sia cresciuto almeno di un trilione il mese.
Intanto il debito pubblico mondiale è raddoppiato, passando da 29,5 trilioni del 2007 a circa 60 trilioni di dollari attuali.
Lo stesso è accaduto per il “debito corporate”, cioè quello delle imprese private. E’ di circa 50 trilioni di dollari, di cui la metà nelle economie emergenti, in primis la Cina. Nei paesi emergenti si è passati dai 7 trilioni del 2007 ai 25 trilioni di dollari di oggi.
Anche il commercio mondiale non ha recuperato dopo il crollo post crisi. Secondo l’UNCTAD, l’agenzia dell’Onu che studia il commercio, definito 100 il valore del commercio mondiale delle merci nel 2000, esso era 250 nel 2008, 194 nel 2009 e 247 alla fine del 2016.
Le borse internazionali hanno invece avuto un andamento molto differente e anche poco comprensibile. L’indice della borsa italiana è circa la metà di quello del 2007 e l’Euro Stoxx 50 Stock Market (l’indice delle 50 principali aziende dell’Eurozona, che dà una rappresentazione dei principali settori dell’area) è di 3500 punti contro i 4500 del 2007. Invece, è il Dow Jones americano a sbalordire: dal livello di 14.000 del 2007 era sceso a 6600 nel marzo del 2008 per arrivare oggi alla stratosferica vetta di 22.000 punti. Una crescita inflazionata senza precedenti!
Non è un caso, quindi, che siano sempre più numerosi e autorevoli gli ammonimenti sul rischio di una nuova crisi finanziaria globale. Lo è sicuramente quello dell’ex presidente della Federal Reserve americana, Alan Greenspan, che, in una recente intervista all’agenzia stampa Bloomberg, ha detto che «siamo nel mezzo di una bolla relativa ai prezzi delle obbligazioni delle imprese».
«Stiamo entrando in una nuova fase dell’economia, una stagflation mai vista dal 1970», ha detto Greenspan. Si tratta, com’è noto, della micidiale combinazione tra la stagnazione dell’economia e l’inflazione sui prezzi.
Jacques Attali, il più noto uomo dell’establishment francese, dalle pagine dell’Express ha sostenuto che «prima o poi, le banche centrali cesseranno di comportarsi come dei Madoff legalizzati. Dovranno ridurre il flusso di denaro gratuito che stanno dando alle banche. Ciò farà salire i tassi d’interesse e i governi e le imprese dovranno tagliare le spese o finiranno in bancarotta». Si ricordi che Bernard Madoff è lo speculatore americano condannato a 150 anni di carcere per aver truffato 65 miliardi di dollari.
Attali ha concluso che «sarebbe il momento di pensare collettivamente, con calma, a ridurre l’indebitamento e a mettere in atto delle vere riforme finanziarie da applicare a livello internazionale. Questo è il compito del G20. I governi dovrebbero occuparsi di questo, se hanno veramente a cuore l’interesse delle generazioni future. Naturalmente non si farà. Soltanto degli ottimisti lucidi potranno riuscirci». Un’amara conclusione, ma purtroppo realistica.

      Mario Lettieri                                    Paolo Raimondi
già sottosegretario all’Economia                economista

La ragazzina “portasfiga”,
internet e cyberbullismo

cyberbullismo

Approderà il prossimo 25 settembre nelle aule del Tribunale dei minori di Sassari una insolita storia di cyberbullismo di cui è stata vittima due anni fa una ragazzina di Nuoro (allora una bambina di 12 anni) accusata da un gruppo di coetanei di portare sfiga, o iella che dir si voglia. Una campagna di odio e di insulti, che grazie ai social media è divampata più velocemente di un incendio, coinvolgendo centinaia di bulletti in erba.

La vicenda è al vaglio del Tribunale dei Minori, anche se il processo riguarda solo 16 ragazzini, tutti studenti delle scuole medie di Nuoro. I presunti organizzatori della campagna d’odio sono accusati di diffamazione e molestie nei confronti della ragazzina, lei sì colpita da una sfiga nera per essere diventata, senza nessuna colpa, il bersaglio dei cyberbulli.

Andata avanti per mesi, con l’allora bambina che ha cambiato diverse volte scuola senza riuscire a sfuggire alle grinfie dei suoi aguzzini, questa storia di bullismo ha coinvolto centinaia di ragazzini, dagli 11 ai 15 anni, che hanno usato sia le chat per spargere la “notizia” (?) sia i cellulari per esprimere di persona i loro insulti. Nessuna tregua neanche quando la bambina usciva: in strada era uno sprecarsi di gesti scaramantici, toccatine, sorrisini, urla, insulti e canzonature, anche da parte di perfetti sconosciuti. Perfetti sconosciuti che, ovviamente, l’avevano riconosciuta perché informati della sua triste fama tramite chat, social e quant’altro. Se la calunnia dei vecchi tempi era un venticello, immaginatevi la tempesta virale che in pochissimo tempo si è scatenata intorno alla bambina, che per mesi non ha avuto un attimo di pace. Alla fine, stanca dei soprusi e di piangere lacrime amare, ha raccontato tutto agli stupefatti genitori, che sono sempre gli ultimi a sapere. Genitori che nel febbraio 2015 hanno denunciato il fatto alla polizia, le cui indagini si sono concluse, appunto, con il rinvio a giudizio dei 16 ragazzini.

Qualche giorno fa ci sarebbe stato anche un incontro un po’ esagitato tra la ragazzina e la madre e una zia di un presunto bullo indagato ma non rinviato a giudizio. Le versioni su come si sono svolti i fatti sono contrastanti, ma poco importa. L’importante è che questa vicenda di cyberbullismo faccia riflettere almeno i genitori sui danni causati dell’uso incontrollato di cellulari e pc. Magari anche sui rischi penali e sui costi che poi bisogna affrontare.

E’ un bene che questo processo si svolga, non solo per il rinvio a giudizio dei 16 bulletti del web di Nuoro, che al massimo se la caveranno con un paio di sculacciate, ma perché chi cade nelle trappole della Rete deve essere informato sui modi per uscirne prima di venire fatto letteralmente a pezzi.

La vicenda ha più aspetti. A volerci ridere sopra, la prima cosa che viene in mente è quella fenomenale interpretazione di Totò in “La patente”, nel film a episodi “Questa è la vita”, 1954, con la regia di Luigi Zampa. Oppure l’omonima novella di Luigi Pirandello. L’argomento è lo stesso: Rosario Chiarchiaro, rovinato socialmente ed economicamente dalla fama di iettatore decide di correre ai ripari. Chiede e ottiene dal giudice una sorta di patente che attesti questa sua insolita qualità, così da far pagare una “tassa” ai superstiziosi per tenere la sfiga lontano da loro.

Sempre sorridendo, verrebbe da dire alla ragazzina: divertiti a fare la bruja (strega in sardo) piccolì, lascia la parte di Biancaneve e diventa Grimilde, trasforma tutta la cattiveria che ti hanno riversato addosso in paura al calor bianco e restituiscila a chi ti ha fatto soffrire. Ipotesi non molto educativa, anzi. Ma in linea con un certo spirito barbaricino.

Poi il discorso diventa più serio e vengono in mente Mia Martini, Marco Masini, e altri personaggi, ai quali la fama di porta sfiga ha rovinato la carriera e la vita.

Non basta, una riflessione sull’uso indebito o illegale e sul controllo dei nuovi media, è d’obbligo. Anche se gli internauti si sono sempre difesi accusando come censorio ogni tentativo di regolamentazione.

Ad aprire la prima falla nel muro di omertà e impunità che sembra proteggere chi naviga e opera nella Rete è stata, nei giorni scorsi, la premier britannica Theresa May, nel corso dell’ultima riunione del G7, pochi giorni dopo la carneficina di Manchester, dove sono morti 22 giovani. «La lotta al terrorismo si fa su Internet prima che sui campi di battaglia», ha affermato, dura e lapidaria, durante la riunione. Nel mirino della premier britannica ci sono in primo luogo giganti del web, come Facebook, Google e Twitter, che, afferma perentoriamente, dovrebbero essere costretti dai governi a sviluppare strumenti automatici per identificare e rimuovere contenuti estremisti, oltre che informare le autorità di pericoli imminenti. Sta nascendo la coscienza che la propaganda online dell’Isis è l’arma più potente del Califfato. Per questo il governo di Londra vorrebbe che i colossi del web fossero chiamati a rendere conto delle loro azioni nel caso in cui non prendano misure concrete contro l’estremismo, magari con qualche forma di autoregolamentazione prima che i governi decidano di ricorrere alle sanzioni.

Ma non c’è solo il terrorismo che dilaga nella Rete. Vediamo un esempio che ci riguarda da vicino. Un giornale è sottoposto a regole ferree, ha l’obbligo di registrare la testata, di avere un direttore responsabile, che divide responsabilità penali e civili con l’editore e con il giornalista che ha scritto l’articolo incriminato. Il processo potrà essere lungo, ma se io do della porta sfiga a una bambina di 12 anni, facendo nome e cognome e magari pubblicandone la foto, il Tribunale e l’Ordine dei giornalisti mi mangiano vivo, soprattutto si mangiano vivo l’editore, che è quello che ha i soldi. Al contrario, se apro un blog o una chat e faccio la stessa cosa divento il figo del momento, conquistando i miei 15 secondi di fama imperitura e like a volontà. Quasi sicuro dell’impunità perché raramente le vittime parlano, sono i carnefici ad averla vinta e a vantarsene sempre via social.

Ormai è sempre più evidente che nella Rete e nei social non può passare di tutto, compresi quei contenuti vietati sui giornali e sulle reti televisive, e non solo per quanto riguarda la propaganda e l’organizzazione del terrorismo internazionale.

Controllare Internet non è impossibile, magari è difficile, ci vogliono esseri umani, non solo algoritmi, e chiaramente le persone costano. Ma i soldi ci sono, e in abbondanza.

Nel 2016, per esempio, Facebook ha prodotto più di 10 miliardi di dollari di utili, se ne destina una parte al controllo dei contenuti, non solo per contrastare il terrorismo internazionale ma per fare rispettare le leggi dei Paesi dove opera, non va in fallimento. E contribuirà anche a migliorare il mondo. D’altronde, non dovrebbe essere questo uno degli obiettivi di Mark Zuckerberg?

Antonio Salvatore Sassu