Elezioni in Catalogna, tramonta l’indipendenza

catalogna 2La decisione del governo centrale di Madrid di indire le elezioni in Catalogna e la disponibilità del fronte indipendentista a parteciparvi accettandone implicitamente il verdetto comportavano, per ambedue le parti, la rinuncia ad uno scontro frontale- in questo caso chiaramente a somma zero. Il che lasciava, oggettivamente, sul tappeto solo la prospettiva negoziale.

E però quello che si è verificato dopo- leggi la frantumazione dello stesso fronte indipendentista con la conseguente nuova articolazione dell’offerta politica di Barcellona e il relativo andamento dei sondaggi- rendono il negoziato più complesso e difficile anche per l’atteggiamento rigido dello schieramento “centralista”.

Abbiamo assistito alla rottura tra il partito di Puigdemont e quello di Junqueras: che significa separazione tra l’indipendentismo moderato del primo e quello radicale del secondo ma anche tra due forze che erano arrivate ad un accordo partendo da tradizioni del tutto diverse. In concreto Puigdemont è l’erede dell’autonomismo contrattato d Pujol e di Mas: da decenni sostenitori del governo centrale del momento in cambio della concessione di maggiori poteri a livello locale ( diciamo modello Volkspartei). Un do-ut-des che si è progressivamente rivelato impraticabile soprattutto in conseguenze del “revanscismo centralista”, con accenti autoritari praticato da Rajoy e dal suo partito negli ultimi anni. Per altro verso Junqueras e la sua “Esquerra republicana” sono gli eredi dell’indipendentismo di sinistra nella scia, almeno secondo la memoria storica coltivata dai suoi militanti, di quello che visse i suoi momenti più gloriosi e più tragici nella guerra civile del 1936/39 e nella feroce repressione dei decenni successivi ( diciamo il modello Scozia progressista contro Londra conservatrice; ma ad un livello di scontro molto più alto).

Per la cronaca, i sondaggi danno Esquerra oltre il 30% e il gruppo Puigdemont intorno al 10%. Un dato che ci chiarisce due cose: la prima è che l’era della dichiarazione di indipendenza come strumento negoziale è definitivamente tramontata anche per la mancanza del requisito de numeri. La seconda è che fermo restando il consolidamento dei due schieramenti, la posta decisiva si gioca sul terreno economico-sociale; e, come tale, coinvolge gli incerti e, in particolare quanti, provenienti da altre parti della Spagna o dall’estero, risiedono in Catalogna senza essere catalani, soprattutto per quanto riguarda l’uso della lingua.

Gente che vive soprattutto a Barcellona e nelle aree urbanizzate, turisticizzate e industrializzate lungo la costa. E che perciò ha risentito in modo particolare sia delle tensioni sociali ed economiche degli ultimissimi anni sia e soprattutto delle possibili minacce al proprio status e al proprio tenore di vita derivanti dalla separazione tra Barcellona e il resto della Spagna. Su questo gioca in particolare Ciudadanos partner di governo del Pp e ancora più intransigente di questo nel negare qualsiasi possibilità d’intesa con gli indipendentisti. Si tratta di un movimento populista di destra (e come tale acerrimo oppositore di Podemos); di un movimento che è dato a poco meno del 30% nei sondaggi; e il cui messaggio è direttamente rivolto ai non catalani della regione “in Catalogna siete destinati ad essere le prime vittime della crisi economica, anche perchè sarete considerati cittadini di serie B, sempre passibili di emarginazione se non di espulsione. Ma se chiamate in soccorso il potere spagnolo il vostro futuro sarà garantito”. È su questa linea che il partito di Rivera sarà di gran lunga la principale formazione centralista, con i popolari dati a meno del 10%

La narrazione di Esquerra repubblicana è un po’ più sofisticata; e, magari per questo, meno penetrante. Ci si presenta ai non catalani considerandoli vittime, assieme agli autoctoni, delle politiche accentratrici e antipopolari di Madrid. scommettendo, peraltro, sulla possibilità, del tutto ipotetica, che una Catalogna indipendente possa essere protagonista di una politica di sviluppo economico nell’interesse delle due comunità.

Rimangono, a questo punto, le due formazioni che potrebbero e non solo per il loro peso elettorale, (complessivamente, sempre negli ultimi sodaggi, intorno al 25%) essere protagoniste di una possibile mediazione.

Parliamo dell’alleanza tra Podemos e vari movimenti civici che ha portato all’elezione della militante di base, Anna Colau, a sindaco di Barcellona. E che oggi si colloca decisamente fuori dalla scontro Rajoy-Puidgemont o meglio centralismo-indipendentismo; proponendo una sorta di patto nazionale che assicuri alla Catalogna le risorse, sinora negare, per una grande politica di sviluppo e di sostegno ai ceti svantaggiati. E parliamo del partito socialista che, non dimentichiamolo ha condizionato il suo sostegno alle misure del Pp all’impegno di quest’ultimo per il rilancio della politica delle autonomie.

A tutt’oggi la prima stenta a far udire la sua voce in uno scontro, almeno nei toni, frontale. Il secondo, invece, stenta ancora a pronunciarsi forse perché paralizzato da permanenti divisioni interne.

Sullo sfondo, un appuntamento elettorale oramai alle porte. Anche se la nostra stampa sembra non essersene accorta…

Parla Oreste Pastorelli:
La mafia nel piatto

mercatoTra la fine del Novecento e i primi anni del Duemila la generazione dei colletti bianchi, che ha preso il potere al termine del periodo stragista e di scontro diretto con lo Stato, ha dato una nuova dimensione all’antico amore della mafia per la campagna. Così, dopo le ecomafie, ecco salire alla ribalta le agromafie. E proprio la cosiddetta “mafia nel piatto” rappresenta l’ultima frontiera di una realtà vista altre volte: occupare tutta la filiera di un settore vitale per l’economia italiana e usarla per i propri fini. E di occupazione si tratta perché questa guerra di conquista inizia dalle campagne, prosegue con la produzione e la distruzione per terminare con la vendita di prodotti alimentari che gran parte degli italiani consumano tutti i giorni, senza sapere che dietro c’è la mafia che non punta alla genuinità ma al guadagno facile grazie alla contraffazione.

Sull’infiltrazione mafiosa nel settore agroalimentare abbiamo intervistato Oreste Pastorelli, deputato e componente dell’VIII Commissione su Ambiente, Territorio e Lavori pubblici; e della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo.

Ecomafie e agromafie. Cosa le distingue e cosa le accomuna?
“Da tempo le mafie hanno messo nel proprio mirino sia i beni ambientali che il comparto agricolo. D’altronde, finito il periodo stragista, sono anni ormai che le organizzazioni criminali si sono infiltrate in tutti i livelli del tessuto produttivo italiano producendo fatturati enormi”.

Sono due fenomeni distinti o due facce della stessa medaglia?
“I fenomeni si sviluppano in maniera differente. Riguardo al mondo ambientale, a farla da padrone sono gli ecoreati e lo smaltimento illegale di rifiuti che le organizzazioni mafiose garantiscono a prezzi dimezzati rispetto al ciclo regolare. La spazzatura è diventato un business per la mafia già da un paio di decenni e le situazioni di degrado che viviamo quotidianamente in tante città d’Italia ne sono la prova. Diverso è il discorso relativo all’agroalimentare. Qui il vero affare è la contraffazione dei nostri prodotti d’eccellenza”.

Ci sono dati sui fatturati?
“Il danno prodotto al settore, secondo le ultime stime, si aggira intorno ai 30 miliardi di euro. Il costo di una manovra economica”.

Possiamo parlare di una nuova guerra allo Stato, silenziosa ma dai risvolti commerciali?
“E’ sicuramente una guerra allo Stato perché si froda lo Stato. Il fenomeno della contraffazione alimentare – spesso troppo sottovalutato – è molto pericoloso per la salute delle famiglie, per il danno economico e occupazionale che sta creando”.

Quanto è pericolosa la scalata mafiosa all’intera filiera agroalimentare?
“Prima di tutto, consumare un alimento contraffatto è rischioso perché di provenienza sconosciuta. Il commercio di prodotti contraffatti, poi, danneggia irreversibilmente tante aziende oneste, spesso fiori all’occhiello di interi territori, che a causa di queste truffe sono costrette a chiudere i battenti”.

Per contrastare questa guerra di conquista bastano gli strumenti legislativi, o sono già obsoleti? E quali sono le nuove misure che il Parlamento ha adottato?
“Le forze dell’ordine fanno un lavoro enorme e complicato. Certo, gli strumenti non sono mai sufficienti. Tuttavia in questa legislatura sono state attuate diverse misure innovative rispetto al passato: penso alle norme sui reati ambientali, al collegato agricolo, alle disposizioni contro il caporalato e di contrasto ai fenomeni relativi alla contraffazione”.

Il fenomeno delle agromafie riguarda solo l’Italia o coinvolge altri Stati dell’Unione europea?
“C’è da sottolineare che anche l’Europa dovrebbe fare la propria parte. Troppo spesso, infatti, Bruxelles ha strizzato l’occhio ai paesi del Nord che per ragioni di mercato interno non alzano la guardia su questo tema”.

Visto che siamo il Paese delle eccellenze agroalimentari, praticamente almeno una in ogni città e paese, tutte le regioni sono a rischio?
“Sono tantissime le realtà a rischio e gran parte delle regioni d’Italia. D’altronde le nostre specificità sono numerose e di grande fama”.

Questa presenza può incidere sul Made in Italy, può mettere in pericolo qualità e genuinità di prodotti e marchi storici? Può mettere in pericolo la tenuta di mercati già conquistati?
“Fortunatamente la domanda esterna è elevatissima e le nostre aziende esportano ancora tanto. Il problema è che la frode alimentare copre sempre più prodotti e lo fa con metodi sempre più moderni. Quindi per evitare il collasso occorre tutelare sempre di più il Made in Italy con misure strutturali che possano garantire al consumatore la genuinità del prodotto che acquista”.

Bastano leggi e regolamenti?
“Certamente no. Il nostro Paese necessita di un cambio culturale importante sotto questo profilo. Bisogna insegnare alla gente come comprare, cosa comprare e – soprattutto – cosa consumare”.

In questa legislatura, tu sei componente dell’VIII Commissione su Ambiente, Territorio e Lavori pubblici; e della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo. Argomenti che coinvolgono anche la filiera agroalimentare e quello che arriva nei nostri piatti tutti i giorni. Quanto ha pesato l’impegno del partito socialista in queste commissioni?
“Noi socialisti da sempre chiediamo maggiori investimenti nelle energie rinnovabili, nella messa in sicurezza del territorio e nello sviluppo delle fonti alternative. In questa direzione ci siamo mossi. Abbiamo presentato una proposta di legge che prevede ingenti sgravi fiscali per chi acquista un veicolo elettrico, così come emendamenti – poi inseriti nelle manovre finanziarie – che contenevano il taglio delle emissioni di Co2 per le grandi industrie. Siamo progressisti e seguiremo sempre questo percorso. Allo stesso tempo stiamo combattendo per la difesa del Made in Italy. Con la commissione Anticontraffazione abbiamo analizzato le situazioni più critiche in Italia, non solo nel settore agroalimentare”.

Quale dovrà essere il lavoro del prossimo Parlamento?
“Il lavoro futuro dovrà proseguire su questa strada. Ripartendo dalla legislatura che, più di tutte, ha messo in campo iniziative moderne e concrete per ambiente e agricoltura”.

Antonio Salvatore Sassu

Ricordo di Mario Didò
a 10 anni dalla scomparsa

mario didò“Immigrazioni, diritto d’asilo, protezione dei rifugiati, integrazione degli immigrati sono tutti problemi destinati a divenire sempre più drammatici. Non solo per motivi economici e sociali, ma anche per il dilagare di conflitti locali per motivi politici, etnici, religiosi”. Mario Didò, segretario nazionale della Cgil negli anni sessanta ed europarlamentare socialista dal 1979 al 1994, scrisse queste righe nel settembre del 1998, diciannove anni fa, sull’”Avanti! della domenica”. E due mesi dopo ad un convegno aggiunse: “Nessun Paese da solo è in grado di affrontare e risolvere in modo adeguato questi problemi. Dovrebbe essere l’Unione Europea a dotarsi di una politica comune in questo campo”.

A dieci anni dalla sua scomparsa, la Cgil nazionale e la famiglia hanno ricordato Mario Didò, sindacalista ed europarlamentare, socialista ed europeista, attraverso due iniziative: un convegno e la pubblicazione, edita da Lithos, del volume ‘Il viaggio di Mario Didò verso la costruzione di un’Europa sociale. Una strada sindacale e politica, dalla banlieue di Parigi al Parlamento europeo’.
Mario Didò nasce nella periferia di Parigi il 16 novembre 1926, essendo il padre, figlio di una famiglia contadina, emigrato giovanissimo prima in Germania e poi in Francia. La famiglia rimpatria in Italia nel 1941, dopo l’invasione tedesca della Francia e la costituzione del regime di Vichy. Nel 1942, a soli 15 anni, Mario viene assunto come operaio metalmeccanico (titolo che orgogliosamente manterrà sempre, anche nei curricula parlamentari), in un’azienda collegata alla Siai-Marchetti.

didòNel 1959 è nominato segretario generale della Camera del lavoro di Varese e provincia, incarico che lascerà tre anni più tardi per trasferirsi, da vicesegretario nazionale della Cgil, a Roma. Eletto segretario nazionale della confederazione al congresso di Livorno nel 1969, lascerà la Cgil dieci anni più tardi, per candidarsi (era il giugno 1979) alle elezioni per il Parlamento europeo.
Nella biografia di Mario Didò l’elezione all’Europarlamento (con111.555 preferenze) costituisce di fatto l’approdo naturale di un percorso intellettuale, politico e sindacale sempre attento alle trasformazioni del mondo del lavoro e alla dimensione sovranazionale dei processi politici, economici e sociali.
“Didò è senza alcun dubbio da annoverare tra le figure che diedero forma alla Cgil – dice di lui Susanna Camusso -. Sebbene, nei primi anni del dopoguerra non in un ruolo di primo piano, seppe dare, una volta entrato a far parte degli organismi dirigenti nazionali, un’impronta indelebile, in particolare alla politica estera della confederazione, alla costruzione di un sindacalismo europeo e di un’Europa politica e sociale”.

“Mario Didò apparteneva a una specie preziosa, che purtroppo è ormai quasi interamente estinta – è l’opinione di Giuliano Amato -. Era la specie di coloro che si venivano preparando e poi specializzando nella cura degli interessi collettivi attraverso una sequenza di esperienze, che cominciavano negli anni giovanili sulluogo di lavoro, poi proseguivano nel sindacato o nel partito, quindi nelle cariche elettive, prima a livello locale, poi in sede nazionale e, quando arrivò l’Europa, anche europea”.
“Appassionato combattente per la causa dell’Europa unita e del socialismo europeo”, lo ha definito nel 2007 in occasione della sua scomparsa – restituendo alla sua immagine quattro parole di sintesi perfetta – Giorgio Napolitano, che aveva conosciuto Didò da vicino nell’Assemblea di Strasburgo.

Per Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera, “Mario Didò fu la bussola nel partito per noi più giovani di lui e che con passione ci occupavamo di temi europei. Mario concluse il suo mandato di parlamentare europeo nel 1994, io gli succedetti dieci anni dopo e potei verificare quanto continuasse ad essere riconosciuto a distanza di anni come figura qualificata del socialismo italiano in Europa”.

“Il convegno a lui dedicato – spiega la figlia Monica – non rappresenta una semplice occasione commemorativa e nasce con l’obiettivo di verificare se le istituzioni europee possano proporre una politica sociale valida o se altrimenti risulti indispensabile rivedere tali strutture, le stesse nelle quali mio padre ha militato, migliorandone l’efficienza, la cooperazione e le politiche”.

(Fonte AGI)

Carlotta Rossignoli, 18enne “Alfiere del Lavoro”

carlotta rossignoliHa 18 anni, è di Verona e si è già diplomata concludendo, con un anno di anticipo, il liceo classico con la media del 10. Si è quindi meritata il titolo di “Alfiere del Lavoro”, consegnatole dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ora studia Medicina e Chirurgia in lingue inglese al San Raffaele di Milano e sembra avere le idee chiare sul proprio futuro.

ROMA – Studentessa, modella e futuro medico. Lei è Carlotta Rossignoli, in questi giorni se ne sta parlando tanto dopo il prestigioso titolo “Alfiere del Lavoro” (destinato ai 25 migliori studenti che abbiano terminato la scuola secondaria superiore con il massimo dei voti), consegnatole dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo scorso 30 novembre. Carlotta, nata a Verona 18 anni fa, si è guadagnata l’importante riconoscimento al termine di una brillante carriera scolastica: ha infatti terminato il liceo classico “Alle Stimate” di Verona con un anno di anticipo (“abbreviazione per merito”) con la media del 10. Tradotto: seguiva le lezioni del quarto anno e parallelamente studiava il programma del quinto. Un genio.

carlotta rossignoli 2“SOGNO DI DIVENTARE MEDICO” – L’abbiamo incontrata a Roma e ci ha raccontato i suoi progetti. Dopo il diploma, Carlotta si è iscritta alla facoltà di Medicina e Chirurgia in inglese al San Raffaele di Milano. Le idee per il futuro sono chiare: “Il pensiero di andare a fare una specializzazione o un Master in Inghilterra c’è, ma il mio obiettivo è quello di tornare in Italia per servire il mio Paese, al quale sono molto legata. Non voglio andarmene per rimanere fuori, anzi”. Ecco l’intervista completa.
Carlotta, descrivici l’incontro con il Presidente Mattarella. Immaginiamo l’emozione alle stelle…
“Sì, un’emozione indescrivibile che è nata già un mese prima quando avevo ricevuto la lettera d’invito. Da un lato ero agitata perché stringere la mano alla massima carica dello Stato non è una cosa che avviene tutti i giorni, però c’era anche tanta soddisfazione perché il sacrifico e l’impegno di tanti anni sono stati ricompensati anche oltre le mie aspettative”.
Cosa ti ha detto il Presidente?
“Dopo la cerimonia l’ho ringraziato perché per me è stato un onore essere stata premiata da lui. Mi ha fatto i complimenti e mi ha detto che il futuro dell’Italia è in mano a noi giovani”
Quando hai deciso di iscriverti alla facoltà di Medicina e Chirurgia? Era un tuo sogno fin da piccolina o è stata una decisione presa dopo la maturità?
“Avevo le idee chiare già prima di iniziare il liceo. Secondo me il medico svolge una vera e propria missione, si mette al servizio degli altri, è un ruolo molto importante”.
Immagino tante persone, dalla famiglia ai professori, ti abbiano aiutato in questa tua crescita. Chi si merita il “grazie” più importante?
“Mia mamma è stata fondamentale per me. E anche mio papà. La famiglia è stata importantissima per il sostegno che mi ha dato, moralmente e fisicamente. Sicuramente anche i professori e la scuola in generale, ma prima di tutto la mia famiglia”.

NON SOLO STUDENTESSA – Probabilmente Carlotta può dare l’immagine della secchiona e di una vita divisa esclusivamente tra casa e scuola. Tutt’altro. La 18enne veneta, una volta chiusi i libri, coltiva diverse passioni, tra cui anche lo sport ed il calcio.
Che fai nel tempo libero (se lo hai…)?
“Oltre allo studio, collaboro con la televisione locale “Telenuovo” per le dirette sportive. In generale mi piace molto lo sport: vado a correre, in palestra, ho praticato atletica e pallavolo. Poi mi piace molto suonare il pianoforte e dipingere a matita. Lo studio è fondamentale e l’università viene prima di tutto, però non mi precludo la possibilità di coltivare le mie passioni”.
Bravissima, ma anche bellissima. Hai mai percepito, a scuola o nell’ambiente televisivo, un po’ di invidia?
“A scuola sì. Non con i compagni di Quinta, ma con i ragazzi di Quarta il rapporto non era dei migliori, ci sono state un po’ di invidie e di cattiverie. Però sono sempre andata avanti per la mia strada, come dice Dante ‘Non ti curar di loro, ma guarda e passa…’”.
Sei anche appassionata di calcio e tifosa…
“Juventina!”.
Che ne pensi dell’allenatore Allegri? Molti tifosi bianconeri lo criticano per il gioco non entusiasmante nonostante gli ottimi risultati
“Io rispetto tutte le sue scelte. Se ha portato la Juve a grandi livelli negli ultimi anni il merito è tutto suo”.

Esattamente come è di Carlotta il merito di aver ricevuto il titolo “Alfiere del Lavoro”. Le auguriamo che possa essere solo il primo di un lungo elenco di riconoscimenti. E di restare a lungo in Italia.

Francesco Carci

Diritto di difesa. L’Avvocato minacciato di morte

avvocato difensorePrima di parlare delle minacce di morte rivolte a un avvocato che difende un ragazzo accusato di due omicidi e processato a Nuoro, vorrei citare due persone. Un mio vecchio maestro di giornalismo che diceva sempre che le domande migliori sono quelle alle quali non ti rispondono; e un vecchio compagno di partito che affermava che “noi socialisti siamo (anche, aggiungerei io senza un filo di ironia) figli del dubbio e non dobbiamo mai smettere di porci delle domande”. Quindi, parafrasando Pirandello e i suoi Sei personaggi in cerca di autore, in questo articolo troverete diverse notizie, e tante domande in cerca di risposta.

La storia di una chat dell’odio era nell’aria da tempo, ed era stata anche già segnalata, ma la vicenda ha assunto connotati inquietanti dopo le minacce di morte via facebook rivolte, appunto, a uno degli avvocati che difende Alberto Cubeddu, sotto processo a Nuoro perché accusato del duplice omicidio di Orune-Nule, in concorso con il cugino Paolo Pinna.

Minacce oggetto anche di una interpellanza parlamentare presentata dal deputato Pd Emanuele Cani il 22 novembre scorso, e che ben riassume il clima che ha avvolto sin dall’inizio le indagini e che potrebbe aver contaminato anche i processi ai due cugini. Ma cosa potrà accadere dopo le risposte dei ministri? Ormai siamo giunti alla scadenza della legislatura, sarà forse il prossimo Parlamento a istituire una commissione d’inchiesta su questo e altri aspetti legati ai due processi?

Nell’interpellanza è scritto che: “I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell’interno, il Ministro della giustizia, per sapere – premesso che:

nei giorni scorsi gli organi di stampa regionali e non solo hanno riportato la notizia di gravi minacce rivolte a una avvocata del foro di Sassari, difensore in un delicatissimo processo in corso davanti alla Corte d’assise di Nuoro;

l’avvocata è stata minacciata di morte su una pagina facebook che si occupava da tempo dei fatti al vaglio della magistratura nuorese e la cui attività palesemente offensiva e dispregiativa di tutti i difensori impegnati nel processo, era già stata segnalata alla Corte d’assise di Nuoro nel corso del predibattimento;
in particolare, le minacce nei confronti dell’avvocata sono state postate da persone ben individuate e comunque collegate alle vicende all’esame della Corte di Nuoro;

gli interpellanti, anche in considerazione del ripetersi in varie sedi di atteggiamenti aggressivi ed intimidatori nei confronti di avvocati impegnati in pubbliche udienze nella tutela del diritto di difesa garantito dall’articolo 24 della Costituzione, sono molto preoccupati per il clima che si sta creando:

se i Ministri interrogati siano stati a conoscenza dei gravissimi episodi riportati in premessa e quali iniziative di competenza intendano porre in essere per prevenire e contrastare tali gravissimi episodi assicurando che i professionisti minacciati possano continuare a svolgere il proprio lavoro in sicurezza;

se siano state attivate, per quanto di competenza, tutte le strutture deputate, inclusa la polizia postale, per individuare le pagine dei social media caratterizzate da spirito di totale intolleranza nei confronti della funzione difensiva e addirittura insofferenti anche nei confronti della stessa giurisdizione penale e dei suoi legittimi richiami al rispetto delle regole del processo”.

L’interpellanza fa notare che nella black chat alcuni soggetti spargevano odio con scienza e con coscienza, e non poteva non chiedere l’intervento della polizia postale, e delle altre strutture deputate a svolgere le indagini. Incidentalmente le indagini potrebbero essere affidate a soggetti “terzi” e non locali, che non guarderebbero con fastidio e sospetto il lavoro dei difensori e dei giudici.

Riassumendo la vicenda, di cui abbiamo già scritto, l’8 maggio 2015 viene assassinato a Orune, con tre colpi di fucile calibro 12, Gianluca Monni, studente di 18 anni. Secondo l’accusa, la sera prima i due cugini avrebbero anche sequestrato e ucciso Stefano Masala, di Nule, per rubargli l’auto usata la mattina dopo per commettere l’omicidio. Auto che è stata bruciata la sera del giorno del delitto in aperta campagna, mentre il corpo di Masala non è stato ancora ritrovato.ALBERTO CUBEDDU (a sinistra) e PAOLO PINNA

Alle radici dell’omicidio, secondo l’accusa, un brutale pestaggio in due tempi, avvenuto la notte del 13 dicembre dell’anno prima, dopo che Paolo Pinna (accompagnato a Orune da Stefano Masala) avrebbe molestato la fidanzata di Monni durante una festa da ballo organizzata per Cortes Apertas. Pinna, al culmine di un diverbio, avrebbe puntato una pistola su Monni ma sarebbe stato disarmato dagli amici del giovane e poi pesantemente picchiato. Prima all’esterno della sala e poi fuori dal paese, dove era stato organizzato un blocco stradale. Un pestaggio talmente pesante che, come ha dichiarato qualche testimone durante le indagini, Stefano Masala avrebbe lavato il sedile della macchina per ben due volte, tanto era pieno di sangue.

Mentre Paolo Pinna, minorenne all’epoca dei fatti, processato col rito abbreviato, è stato condannato in primo grado a 20 anni dal tribunale dei minori di Sassari, e il 5 dicembre dovrebbe arrivare la sentenza di appello, il processo ad Alberto Cubeddu si sta svolgendo, appunto, in assise a Nuoro.

E proprio a Nuoro, in apertura dell’udienza del 17 novembre scorso, uno degli avvocati difensori di Cubeddu ha fatto scoppiare la bomba leggendo le minacce di morte ricevute via web, come commento dei suoi interventi all’udienza precedente, svoltasi il 19 ottobre. Minacce apparse in un post del gruppo Facebook “Vogliamo Stefano a casa”, nato per dare un sostegno morale alla famiglia Masala ma che, anche secondo l’interrogazione parlamentare, era diventato una vera e propria chat dell’odio.

Qualcuno potrebbe considerare queste minacce un fatto normale, uno dei tanti impedimenti e intimidazioni nei confronti del collegio di difesa dei due imputati. Qualcuno ha scritto di “minacce più o meno velate”, quasi a sminuire la portata l’episodio, ma l’aria che si respirava all’inizio dell’udienza era carica di tensione. Di chi non voleva che se ne parlasse? Di quando le sentenze si scrivono su fb e sui giornali e il processo diventa un siparietto inutile e fastidioso? Eppure si tratta di diritti che la Costituzione garantisce a tutti e in tutta Italia, Sardegna compresa. Come pure le norme dovrebbero garantire un tranquillo e “normale” svolgimento dei processi.

E vediamole le “più o meno velate” minacce: “Ma questo avvocato vuole vivere o morire?”. C’è forse bisogno di grandi studi per interpretare una frase del genere? Parole roventi come piombo caldo, scusate, pesanti come macigni, precedute da “Ci vuole coraggio a dire certe cose in aula” e “Hai perso l’occasione per stare zitta”. Riportate nel post in italiano e in sardo, giusto per farsi capire da tutti. Ma se c’è qualcosa di “velato” non è certo in queste frasi, e chissà se al termine delle indagini richieste dall’interrogazione parlamentare non si arrivi ad accuse tipo l’associazione a delinquere di stampo mafioso.

Come, forse, non era esattamente corretto il progetto di una manifestazione da tenersi all’ingresso del Tribunale di Nuoro, sempre organizzata dal gruppo, quasi a fare pressioni anche sui giudici perché non osassero esprimere un verdetto diverso dal loro. Manifestazione annullata all’ultimo momento con grande fastidio di qualche iscritto.

Adesso la famiglia Masala ha chiuso il gruppo dichiarando che era nato anche per avere un sostegno morale e che ha sempre rispettato tutti, compresi gli avvocati difensori. Anche se bisogna specificare che precedenti segnalazioni della difesa su contenuti censurabili, sempre postati sul gruppo, erano rimaste inascoltate, come è scritto anche nell’interpellanza.

E viene proprio da domandarsi quando arriverà la regolamentazione anche per i contenuti dei social media, nel senso che se io scrivo sull’Avanti le stesse frasi rivolte all’avvocato sulla black chat, e se vengono pubblicate sfuggendo ai controlli, succede un casino nero e, oltre le sanzioni penali, mi cacciano dall’Ordine. Lo scrivo su facebook ed è normale, anzi sono uno fico.

Di questo storia, prima che arrivassero le minacce di morte, ne avevo avuto notizia anche io mesi fa: l’avvocato mi aveva parlato di un gruppo facebook dai contenuti lerci, pesanti, sembrerebbe fatti anche da miei e da suoi colleghi, ma non ha voluto rilasciare interviste, e io non ho chiesto copia degli screenshot perché volevo che a parlarne fosse il diretto interessato.

Magari ricordo male, però non avendo sponda ho preferito glissare sull’argomento, anche perché senza la documentazione in cassaforte mai avrei potuto scriverne. L’avvocato ha preferito far esplodere il caso nel corso dell’udienza, e questa è una scelta che rispetto. Come rispetto quella di esserci mollati dopo la mia richiesta di intervistare non solo i difensori ma anche i familiari dei due ragazzi accusati del duplice omicidio.

Per mia scelta, invece, ho dimenticato i nomi dei giornalisti e degli avvocati iscritti al gruppo, e che hanno usato linguaggio e modi che i rispettivi Ordini professionali potrebbero censurare. Nomi che mi sono giunti all’orecchio anche qualche giorno fa, ma che potrebbero essere falsi e oggetto di una delle tante campagne denigratorie e di vendette personali legate a questi strani processi. Anche questa volta niente screenshot, che sembrano più riservati della data di nascita di Amanda Lear che, a sua volta, è più segreta della combinazione della cassaforte di Fort Knox. Il giudizio su giornalisti e avvocati che hanno usato la black chat per spargere odi e veleni lo lascio ai rispettivi Ordini professionali, così come obbligati dalla legge, ovviamente solo dopo che un fatto così grave è stato provato dall’analisi degli screenshot.

Visto che le minacce di morte all’avvocato sono solo la punta dell’iceberg, aveva ragione Roberto Pinna, padre di Paolo, quando, dopo la condanna del figlio in primo grado, ha dichiarato che: “Il processo andava fatto a Roma. Qui c’era troppa pressione, l’opinione pubblica aveva già deciso.”?

Su questo argomento si può citare testualmente l’articolo 45 del codice di procedura penale: “In ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la sicurezza o l’incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo sospetto, la Corte di cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell’imputato, rimette il processo ad altro giudice”.

Continuando con le domande, l’avvocato aveva già segnalato la chat dell’odio durante il predi battimento in assise a Nuoro, come mai è stata presa sottogamba? Quanto ha inciso la campagna d’odio della black chat e della stampa in generale che hanno condannato da subito i due cugini? Quanto sono stati condizionati, per esempio, i giudici popolari dell’assise di Nuoro, che non sono delle comparse ma ai quali la legge affida compiti importanti?

In luoghi normali un avvocato riceve minacce di morte? I genitori degli imputati vengono presi a fucilate, come è capitato a Roberto Pinna? E i testimoni diventano un bersaglio mobile? Uno dei testi della difesa, non ancora chiamato a deporre, infatti, il 30 settembre scorso è stato ferito da una fucilata, calibro 12, sparatagli da un ancora sconosciuto aggressore. Un errore nel prendere la mira o un messaggio preciso, una intimidazione per garantirsi una testimonianza addomesticata? Non si era ancora diradato il fumo della polvere da sparo che qualche giornale ha scritto che il fatto non era legato al processo in corso a Nuoro. Indagini alla velocità della luce o poteri divinatori? Poteva essere un messaggio trasversale alla ex ragazza chiamata a deporre qualche giorno dopo?

E ancora. Come reagirebbe o avrebbe reagito vostro padre se foste tornati a casa esibendo una pistola, sottratta magari a uno che ve l’aveva puntata contro? Degli altri non so, ma il mio a calci in culo mi avrebbe portato dai carabinieri. Il resto me lo avrebbe dato con calma dopo. E poi si sarebbe veramente arrabbiato. Sicuramente non avrebbe discusso della restituzione con il padre del ragazzo al quale l’avevo sottratta. Dato che un’arma serve per compiere atti delinquenziali, cosa ne fa un bravo ragazzo di una pistola che, incidentalmente, si è tenuto senza pensare di consegnarla alle forze dell’ordine? Se la tiene sotto il cuscino e ci si fa le pugnette?

Visto che a Cortes Apertas sarebbe stata usata una pistola, come mai nessuno ha chiamato i carabinieri per denunciare il fatto? Non si dovrebbero comportare così i bravi ragazzi? Se tutto è nato quella maledetta notte del 13 dicembre 2014, l’intervento delle forze dell’ordine avrebbe evitato che si arrivasse agli omicidi?

Continuiamo con il pestaggio in due tempi di cui è stato vittima Paolo Pinna. L’organizzazione dell’agguato all’uscita del paese, con un’auto che ha bloccato la strada e le altre disposte in posizione strategica, è frutto di un caso o di una ben oliata macchina da guerra messa in piedi da quei bravi ragazzi di Orune (almeno uno con la pistola che avrebbe sottratto a Pinna)? Una testimone ha dichiarato nell’udienza del 5 ottobre scorso che: “Gianluca Monni aveva cominciato a spingere Paolo Pinna, appoggiandosi a lui e dicendo parole tipo gay”. Sta a vedere che il presunto molestatore è stato in realtà molestato e, magari, si è anche picchiato da solo. Quante volte era già successo che il branco puntasse un forestiero per poi massacrarlo di botte all’uscita del paese, lontano da occhi e orecchie indiscreti? Qualcuno ha indagato, così tanto per scrupolo? O si è preferito puntare su due presunti bad boys senza cercare altrove?

E a proposito delle indagini, dato che il nome dei due cugini è stato fatto dai carabinieri due giorni dopo l’omicidio di Gianluca Monni in una informativa nella quale chiedevano l’autorizzazione per le intercettazioni telefoniche, perché non si è pensato di cercare i residui della polvere da sparo? Non parlo del guanto di paraffina ma dei GSR (Gunshot Residue) che restano negli abiti e anche nelle narici per un periodo di tempo abbastanza lungo. Non è forse vero che questa particolare ricerca è stata fatta sulla moto (secondo l’accusa usata da Paolo Pinna per ritornare a casa qualche ora dopo il delitto) ben sette mesi dopo? Perché non nell’immediatezza del delitto sui due ragazzi? Si tratta, parafrasando la Cassazione, di una “amnesia” investigativa? I risultati avrebbero o non avrebbero consentito sin da subito di delineare un quadro, se non di certezza, quanto meno di tranquilla affidabilità, nella prospettiva vuoi della colpevolezza, vuoi dell’innocenza dei due accusati? Non ci sarebbe stato meno spazio per campagne dell’odio e per sbranarsi anche l’anima dei due cugini?

Il corpo di Stefano Masala è stato disperatamente cercato dal padre e dalle forze dell’ordine. Sue tracce sono state rilevate dai cani molecolari (addestrati a cercare persone vive) delle unità cinofile di Firenze il 12 maggio 2015 sia all’interno di Nule, sia nei dintorni dell’auto bruciata. Visto il perimetro circoscritto, perché non sono stati usati i cani addestrati alla ricerca dei cadaveri?

Non volendo occupare troppo spazio, concludo qui. Ma i processi continuano e le domande arriveranno copiose. Sperando che si possa dire altrettanto delle risposte.

Antonio Salvatore Sassu

Quando la Gran Bretagna creò il caos in Medio Oriente

mediorienteNon è certo da oggi che in Medio Oriente (MO) sta per esplodere (o è in atto) un gravissimo conflitto, che rischierebbe di innescare la terza guerra mondiale. Non è facile orientarsi tra le molteplici tensioni, anche perché esse vengono create e alimentate ad arte dai soggetti e dagli interessi in gioco: il tutto ovviamente alle spalle, anzi sulla pelle delle popolazioni. D’altra parte è molto scarsa presso di noi la conoscenza di quali sono quei popoli, i loro costumi, le loro credenze (lo “scontro fra civiltà” fu un’invenzione ad hoc per oscurare i termini reali): e soprattutto come e quando è nato l’intero problema del MO. La storia la via maestra per comprendere il mondo attuale: la perdita della memoria è la causa principale dei mali succedutisi nella storia.

Io non sono certo uno conoscitore o uno storico del MO, ma segnalo un libro di qualche anno fa che traccia un quadro estremamente limpido e chiarificatore: Filippo Gaja, Le Frontiere Maledette del Medio Oriente, Maquis Edizioni, 1991 (nel seguito FG). Le potenze occidentali (in primis la Gran Bretagna) hanno creato artificiosamente nell’ultimo paio di secoli – in un delirio imperialistico, per i propri interessi di brutale sfruttamento coloniale, calpestando le popolazioni che da sempre vi abitavano – i problemi che si sono incancreniti e sono diventati insolubili! Questa sintesi sarà per forza di cose ridotta all’osso (e con brutali schematismi, dei quali mi scuso), ma spero possa fornire utili spunti di conoscenza e di riflessione, e il desiderio di approfondire.

Tutto ebbe inizio in Arabia

Fino alla Prima Guerra Mondiale tutto il MO faceva parte dell’Impero Ottomano, il quale però non aveva il controllo effettivo di molte regioni (come il deserto della penisola arabica, denso però di vicende cruciali).

La Gran Bretagna (GB) dalla metà del Settecento aveva soppiantato l’Olanda e la Francia nei commerci con l’India: senza il cui sfruttamento non avrebbe sviluppato la Prima Rivoluzione Industriale, che le consentì il predominio in Europa (e nel mondo fino alla Seconda Guerra Mondiale).

La prima regione del MO in cui la GB penetrò fu la penisola arabica. Qui era sorta verso la metà del Settecento la dottrina religiosa del wahhabismo e si era legata con la dinastia dei Saud, che con Abdul Aziz Ibn Saud “il Grande” estese nel 1773 il dominio su una larga parte della penisola, con centro nella capitale Riyad, e adottò il wahhabisno come ideologia, ancora oggi fondamento dell’Arabia Saudita.

All’inizio dell’Ottocento la Gran Bretagna intervenne militarmente nella zona del Golfo Persico, eliminando la pirateria che comprometteva i suoi commerci e imponendo agli sceicchi la sua autorità permanente nel Golfo (che perdurò fino alla decolonizzazione e il ritiro britannico dal Golfo nel 1971).

Qui è opportuna una premessa. È importante considerare che almeno fino a tutto l’Ottocento le idee di “frontiera” o “confine” erano praticamente sconosciute in MO: vi erano popolazioni nomadi, e costanti guerre tra sceicchi locali, e anche la “sovranità” dipendeva dalla forza delle famiglie dominanti.

Un’altra famiglia importante fu quella degli Al Sabah, che verso la metà del Settecento si insediò nel Kuwait: questo porto circondato dal deserto assunse un ruolo fondamentale (che ha mantenuto fino ad oggi) quando la Compagnia Inglese delle Indie ne fece il punto di traffico terrestre del commercio verso l’Europa. Con una vicenda intricata, nel 1899 la GB impose agli Al Sabah (formalmente sudditi dell’Impero Ottomano) un trattato segreto (lo rimase fino al 1967!) che imponeva il controllo britannico esclusivo, un protettorato di fatto, sul territorio del Kuwait: piccolissimo ma strategico (e non vi si era ancora scoperto il petrolio!). Come scriveva sir Arthur Godley, sottosegretario permanente in India, a lord Curzon “… noi non vogliamo il Kuwait, ma non possiamo permettere che qualcun altro lo abbia”.

Dell’accordo segreto si giovarono anche i Saud – il cui dominio nel 1818 era stato debellato dall’esercito turco – per ristabilire il proprio dominio sull’Arabia centro-orientale, resuscitando in wahhabismo (vedremo il ruolo contrapposto dello sceriffo della Mecca).

Tutto cambia con l’esplosione del colonialismo: l’invenzione della “legalità”

Dalla metà dell’Ottocento lo sviluppo del colonialismo con la sua logica di saccheggio e rapina cambiò radicalmente le cose, non solo in MO ma in tutto il mondo. La furiosa competizione tra le potenze europee fece sorgere il problema di stabilizzare le conquiste dei singoli Stati stabilendo le basi della “legalità” (coloniale) del possesso dei territori. Un concetto del tutto strumentale di “legalità” che ha dato fondamento giuridico formale alla predazione e alla presa di possesso delle terre dei popoli che vi vivevano da secoli, considerandole terre “di nessuno”: il razzismo ha radici profonde nella nostra “civiltà”, perché i popoli non europei sono stati considerati appunto non solo “incivili”, ma “nessuno”, meno che razze inferiori. Così avvenne per esempio la spartizione dell’Africa. Così in America Latina i latifondisti (Benetton per fare un esempio) pretendono la validità di titoli di proprietà su terre che erano abitate da sempre dalle popolazioni indigene. Questa logica di conquista doveva portare alla Prima Guerra mondiale, che fu una guerra fra imperialismi rivali per la redistribuzione degli imperi coloniali.

In questo contesto comparve alla fine dell’Ottocento il petrolio. Nel 1897 John Rockefeller unificò con metodi di guerra commerciale non ortodossa le migliaia di piccole compagnie della Pennsylvania fondando la Standard Oil of New Jersey, che divenne l’emblema della potenza petrolifera americana.

Prodromi della Prima Guerra mondiale, contesa senza esclusione di colpi per il petrolio

La lotta per il controllo del petrolio divenne spasmodica all’inizio del Novecento, rendendo sempre più inevitabile un conflitto mondiale. Di fronte alla crescente potenza militare dell’Impero tedesco, che varò la costruzione di una poderosa flotta azionata con il carbone di cui la Germania era ricca, la GB reagì, ed uno dei mezzi fu la conversione della propulsione navale al petrolio, molto più efficiente. Il petrolio divenne una risorsa vitale, e si sviluppò una lotta senza quartiere per il suo controllo.

Da un lato si sviluppò una vera guerra finanziaria, con la quale la GB si assicurò il controllo della Anglo-Persian Oil Company, e con essa sul petrolio iraniano e iracheno: gli Stati possono sparire o perdere i loro diritti, le compagnie privare restano. La Germania era sospinta in un angolo.

La GB impostò in vista della guerra uno spregiudicato doppio gioco nei confronti degli arabi, per assicurarsi l’appoggio nella guerra imminente contro la Turchia di capi con interessi contrapposti, fornendo a tutti garanzie per concessioni e diritti successivi al conflitto. Come si è detto, i Saud dominavano sull’Arabia centro orientale con capitale Riyad, mentre alla Mecca, vicina alla costa del Mar Rosso, governava lo sceriffo Hussein. La regione che appariva strategica per le operazioni militari era la fascia dalla costa araba del Mar Rosso, alla Palestina, alla Siria. La GB (non senza contraddizioni interne agli stessi organi decisionali britannici) da un lato fece giungere allo sceriffo Hussein un messaggio segreto promettendogli in cambio del suo impegno militare contro la Turchia la formazione di un grande Stato arabo, mentre al tempo stesso assumeva impegni altrettanto segreti con Ibn Saud.

Doppio gioco spudorato della Gran Bretagna sulla pelle degli arabi

Così nel giugno 1915 Hussein proclamò dalla Mecca la rivolta araba al fianco degli inglesi: il figlio Feysal comandò l’esercito, consigliato militarmente dal colonnello britannico Lawrence (detto Lawrence d’Arabia). Gli inglesi lesinarono i mezzi forniti agli arabi, perché non volevano trovarsi una nuova potenza araba una volta sconfitti i turchi. Nel 1918 l’esercito arabo entrò a Damasco prima degli inglesi.

Nel frattempo GB e Francia avviarono alle spalle degli arabi trattative segrete fra loro per decidere la spartizione del MO dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano: con vari tiremmolla (che puntavano al controllo dei pozzi petroliferi) i negoziatori Sykes e Picot arrivarono nel 1917 all’accordo. Con delicate manovre venne anche garantita la regione nord-orientale alla Russia zarista, svendendo anche la prospettiva di uno stato per il popolo armeno (che all’inizio del conflitto nel 1915 aveva subito lo spaventoso genocidio da parte della Turchia, sul quale qui è impossibile dilungarsi).

Come non bastasse gli inglesi giocarono in modo cinico la carta sionista, ancora sulla pelle degli arabi. Dalla fine dell’Ottocento Teodoro Herzl aveva posto l’obiettivo della creazione in Palestina (abitata da circa 600.000 arabi a fronte di 25.000 ebrei) di una sede nazionale per il popolo ebraico, presentandola come un baluardo dell’Occidente contro l’Asia, con una concezione di espropriazione e di espulsione e asservimento degli arabi. Con la “Dichiarazione Balfour” del 1917 “Il governo di Sua Maestà considera favorevolmente l’insediamento di un focolare nazionale in Palestina per gli ebrei”.

A guastare i calcoli irruppe l’imprevista e indesiderata Rivoluzione Bolscevica, che determinò il ritiro della Russia dal conflitto con la pace separata di Brest-Litowsk, marzo 1918 (gli accordi Sykes-Picot vennero allo scoperto perché una copia fu trovata negli archivi del ministero degli Esteri russo).

La definizione della spartizione manu militari dopo la guerra

Dopo la fine del conflitto accordi di spartizione furono difficilmente applicabili, soprattutto per il controllo del petrolio (guastarono la festa anche gli Stati Uniti, che dopo l’intervento nella guerra reclamavano la loro parte), e si aprirono travagliate trattative. Le brutali spartizioni crearono i problemi drammatici che ancora segnano il mondo! Gli interessi delle potenze vincitrici si imposero anche nei Balcani, dove non si esitò a spostare confini e a ridefinire appartenenze statuali senza tenere in nessun conto la composizione etnica dei singoli territori che passarono da uno Stato all’altro.

In MO i popoli curdo e armeno vennero cinicamente sacrificati. La Francia ottenne il protettorato della regione siriana che, per mettere sotto controllo le conflittualità spezzò in 5 diversi Stati: Feysal, che aveva occupato Damasco nel 1918 con la promessa di uno stato arabo, e la popolazione siriana non accettarono il passaggio a un nuovo controllo straniero e si ribellarono: un corpo di spedizione francese occupò Damasco nel 1920 cacciando senza tanti complimenti Feysal, che fidando negli inglesi si era già proclamato “re degli arabi”.

Gli inglesi lasciarono la Siria e si ritirarono in Iraq e Palestina. In Iraq essi proseguirono anche dopo la firma dell’armistizio con la Turchia l’offensiva militare per occupare i campi petroliferi di Mossul. L’occupazione dell’Iraq incontrò una fiera opposizione popolare degli arabi (“rivoluzione del 1920” indipendentista), analogamente ai francesi in Siria, che furono violentemente repressi, gli scontri durarono mesi: il nazionalismo arabo si era irrimediabilmente sviluppato e non poteva più essere frenato, e fu alimentato dai soprusi degli europei.
Così nel 1921 gli inglesi crearono in Iraq un apparato statale formale, riciclando come sovrano e dando così un contentino a quel Feysal che i francesi avevano espulso in malo modo da Damasco, e imponendo un trattato di sostanziale dipendenza: fu il primo di una serie di trattati che rispondevano sempre al fine di gestire una dipendenza neanche tanto mascherata. Si tenga presente che il paese era composto da Kurdi, Turkmeni, musulmani sciiti e sunniti. Nel 1925 gli inglesi imposero segretamente la concessione per 75 anni dei diritti sul petrolio iracheno alla Turkish Petroleun Company, controllata dalla GB, che si trasformò in British Petroleun Company. La GB ottenne profitti favolosi. Risolto il controllo del petrolio, furono definite, artificialmente, le frontiere.

Nel 1927 vennero organizzate delle esplorazioni petrolifere su larga scala. Nella provincia di Mossul vennero scoperti due importanti giacimenti. Due anni dopo venne fondata la Iraqi Petroleum Co., dalla collaborazione tra l’Anglo-Iranian Petroleum (oggi BP), la Shell, la Mobil e la Standard OU di New Jersey (oggi Exxon).

Gli errori degli inglesi in Iraq e dei francesi in Siria produssero danni irreparabili nel futuro del MO.

In Transgiordania la GB divise artificialmente la regione in Palestina e uno Stato inventato, chiamato appunto Transgiordania (che diventò più tardi la Giordania), a cui venne messo a capo un figlio Hussein fratello di Feysal, Abdallah, dando origine alla dinastia hashemita (discendente di Maometto).

Sulla Palestina la GB impose un protettorato, di fatto un’occupazione militare, e praticò una sistematica politica di impoverimento e vessazione della popolazione araba. Nel 1936 esplose la grande rivolta araba, che si protrasse fino al 1939 e fu l’atto di nascita del nazionalismo palestinese.

Si definì anche, con metodi autoritari e violenti, lo status dell’Arabia Saudita, del Kuwiat e dell’Iraq. Per un verso gli inglesi lasciarono quasi mano libera a Ibn Saud nelle sue guerre di annessione sull’intera penisola arabica (il petrolio arabico fu scoperto solo nel 1933!), (sconfiggendo Hussain – il quale si era rifiutato di ratificare la Pace di Versailles, che aveva tradito la promessa pre-bellica di uno stato arabo – e conquistando la Mecca) e nella proclamazione nel 1932 del regno dell’Arabia Saudita, cioè Arabia dei Saud: che si fondò sul wahabismo radicale come religione di stato.

Il Kuwait giocò un ruolo strategico. A guerra finita divenne oggetto delle mire espansioniste di Ibn Saud, ma questo la GB non poteva permetterlo: nel 1922 lo stoppò manu militari e impose la propria volontà imperiale, assicurandosi il controllo sul Kuwait ma approfittando al tempo stesso per indebolire l’irrequieto Iraq, privandolo di uno sbocco al mare (conosciamo bene le conseguenze drammatiche di questa imposizione, fino alla Guerra del Golfo del 1991).

Ingiustizia era fatta!

Intanto in Iraq il sentimento anti-britannico della popolazione si fece sempre più forte, e nel 1930 la GB fu costretta finalmente a riconoscere la piena indipendenza del paese. Nel 1933 alla morte del re Feysal il successore Ghazi I rovesciò l’atteggiamento filo-britannico del padre, e cominciò a chiedere l’annessione all’Irak del Kuwait: dove peraltro il pur ristrettissimo “consiglio” che l’emiro dovette concedere (poi revocandolo) richiese per ben due volte l’unione con l’Iraq, sostenuto dalla popolazione.

Nel 1938 venne scoperto il petrolio in Kuwait, ma rimase non sfruttato per diversi anni sia per lo scoppio della IIa Guerra mondiale sia per la resistenza degli inglesi, i quali non volevano far concorrenza al loro petrolio iracheno e persiano. Ma il Kuwait divenne sempre più strategico!

Seconda guerra mondiale ed esplosione del nazionalismo arabo

Anche se la II Guerra Mondiale non investì direttamente il MO (perché i nazisti furono sconfitti in Russia – dove l’offensiva a sud puntava al petrolio del Caucaso – e fermati in Africa e nei Balcani, dove preparavano l’attacco alla Turchia) esplose nella regione il movimento nazionalista, con una fortissima caratterizzazione anti-britannica. È impossibile riassumere in poche righe gli interventi militari, spesso sanguinosi: l’intervento in Egitto (formalmente regno indipendente dal 1922) violentò la sua neutralità dichiarata, l’obiettivo principale era il controllo del Canale di Suez; in Iraq fu stroncata nel sangue una ribellione del debole esercito nel 1941, e fu imposto l’allineamento con la GB durante il conflitto, reprimendo le violente agitazioni successive.

l’Iran era uno Stato indipendente sotto lo Scià, che si dichiarò neutrale, ma venendo ad assumere un ruolo strategico fu occupato interamente da truppe anglo-sovietiche nel 1941: dopo l’intervento degli Usa nella guerra (successivo all’attacco giapponese a Pearl Harbour, 7 dicembre 1941) l’Iran divenne la via di transito per il materiale bellico trasferito dagli americani all’Urss: l’occupazione dell’Iran divenne anglo-sovietica-statunitense. la Siria e il Libano si ribellarono alla dominazione della Francia, vennero occupati, dopo la sconfitta della Francia, dal governo di Vichi, poi invasi con un sanguinoso intervento militare dalla GB, che sostituì la dominazione francese.

Contese territoriali inesauribili, fra Stati ”inventati”, con al centro l’oro nero

Dopo la fine della guerra si esasperarono, oltre all’insofferenza delle popolazioni, rivendicazioni territoriali tra gli Stati “inventati” (la più recente delle quali è stata, per ora, quella dell’Iraq sul Kuwait che portò alla Guerra del Golfo del 1990-91), aggravate dalla competizione senza quartiere fra le compagnie petrolifere (e pertanto fra la GB e gli Usa).

Per dare un’idea concreta della natura dei complessi contenziosi fornirò succinte informazioni su due di essi, anche qui con sintetici dettagli, rinviando per ulteriori approfondimenti al libro fondamentale di Filippo Gaja (anche in Internet è difficile trovare informazioni). Ripeto che prima della scoperta del petrolio nessuno aveva sentito il bisogno di tracciare confini precisi nei vari emirati della zona del Golfo, i quali si contendevano la sovranità su diverse zone.

1 – Abu Dhabi. Il primo conflitto riguardò l’oasi di Al-Buraimi situata oggi in Oman, in prossimità dello Stretto di Hormuz sul Golfo Persico, sotto controllo britannico ma di importanza secondaria prima della scoperta del petrolio. Fu rivendicata sia dall’Arabia Saudita sia dall’Emirato di Abu Dhabi. Nel 1952 l’oasi, che si supponeva ricca di petrolio che vi verrà effettivamente scoperto nel 1958, fu occupata dalle truppe saudite. Nel 1955 la Gran Bretagna portò la questione davanti a una corte arbitrale e alla fine dell’anno formazioni militari di Abu Dhabi, guidate da ufficiali inglesi, cacciarono le truppe saudite da Buraimi. I confini sono rimasti quelli imposti dall’intervento militare britannico.

2 – Bahrein. Già prima della guerra si era sviluppata la contesa sul Bahrein, un arcipelago al largo della costa saudita, che era allora un protettorato britannico e un’appendice dell’impero Indiano (la sua moneta legale era infatti la rupia), ma su cui rivendicava diritti anche lo scià di Persia (Iran). Nel 1932 vi fu scoperto il petrolio. La statunitense Anglo-Persian Oil in quel momento di petrolio ne aveva a sazietà in Persia e in Iraq e non era troppo interessata al Bahrein. Altrettanto disinteressate si mostrarono la Exxon e la Gulf. Così nel 1933 entrò in scena la Standard Oil of California (Socal), che ottenne una vastissima concessione dall’Arabia Saudita, poiché il re saudita aveva bisogno di oro sonante: lo stabilirsi nell’Arabia Saudita di una Compagnia esclusivamente americana era destinato a mutare l’intero equilibrio politico in tutto il MO. Quando le trivellazioni cominciarono a dare i loro frutti nel Bahrein, la Socal, dalla sua posizione isolata, si trovò a corto sia di capitali sia di mercati di sbocco, saldamente in mano alla Exxon: con unioni sulle quali non possiamo dilungarci (intricatissime!), nel 1935 nacque l’Aramco (Arabian American Oil Company) e tre anni dopo dai favolosi campi petroliferi arabi cominciò a sgorgare il primo petrolio. La concessione messa a disposizione dal re saudita aveva una superficie come quella del Texas, della Louisiana, dell’Oklahoma e del Nuovo Messico messi insieme. La GB ovviamente non mandò giù la faccenda. I governi di Londra e Washington escogitarono una soluzione macchinosa, che comunque sancì l’ingresso degli Usa nel paradiso petrolifero del Bahrein: la Standard Oil of California, con capitare al 100% americano, registrò una sua filiale in Canada (allora territorio inglese) e perciò ebbe nazionalità britannica!

Lo Stato di Israele e la tragedia palestinese

Per la questione palestinese la conseguenza più importante della II Guerra Mondiale fu che l’appoggio all’operazione sionista passò dagli inglesi agli americani, i quali puntarono a costituire un baluardo strategico in una regione (resa) così instabile: un baluardo tuttora intoccabile

Basti qui ricordare che negli anni Trenta i sionisti svilupparono una campagna di terrorismo verso gli inglesi (pochi coloni ebrei venivano dalla GB) che assunse le caratteristiche di una vera guerra di logoramento: sabotaggi, attentati dinamitardi, rapimenti di militari, ecc. D’altronde la GB vacillava in tutto il suo impero, in quel periodo si ritirò dalla Birmania e dall’India.

La formazione dello Stato di Israele nel 1948 rientra quindi pienamente nella strategia di rapina attuata in MO, ma riassumere questa drammatica vicenda in modo schematico non potrebbe rendere giustizia di quello che è avvenuto e dei crimini verso il popolo palestinese: abbonda ormai la letteratura su tutta questa storia e la situazione attuale.

Gli anni Cinquanta cambiarono profondamente la situazione in MO e incrinarono la dominazione britannica e il controllo statunitense: il nazionalismo arabo divenne incontenibile e costrinse le due potenze a cambiare strategia, trovando ovviamente altre forme per esercitare il controllo e il dominio. Ma il caos creato in primo luogo dalla GB aveva creato guasti e contraddizioni profondi.

Alcuni fatti essenziali.

In Iran, dove regnava lo scià Reza Pahlavi, nel 1951 un governo di coalizione di tutti i gruppi nazionalisti capeggiato da Muhammad Mossadeq approvò la nazionalizzazione della Compagnia anglo-iraniana del petrolio. Si aprì così un lungo contenzioso internazionale. Nell’aprile 1952 Mossadeq si dimise, ma un’ondata di manifestazioni popolari in suo favore costrinse lo scià a rinnovargli l’incarico e a concedergli poteri eccezionali. Si arrivò alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Londra e Teheran. Lo scià, contrario all’intransigenza di Mossadeq, lo rimosse dalla carica, ma Mossadeq rifiutò di dimettersi e i suoi sostenitori diedero vita a violente manifestazioni, che costrinsero lo scià a rifugiarsi a Roma. Nel 1953 la Cia organizzò un colpo di stato per deporre Mossadeq, sobillando anche in vari modi la popolazione: Mossadeq e alcuni suoi collaboratori vennero arrestati, processati e condannati, lo scià tornò in patria. Gli Usa appoggiano il nuovo corso con un prestito di emergenza di oltre 45 milioni di dollari. L’affare Mossadeq rese evidente che la GB era ormai incapace di controllare da sola il MO.

Intanto, nel 1952 in Egitto vi fu la rivoluzione dei “liberi Ufficiali”, che rovesciò re Faruk e proclamò la repubblica. Il (generale) presidente Abdel Nasser sviluppò una politica anti-israeliana e anti-occidentale, che nel 1956 culminò con la nazionalizzazione del Canale di Suez, con un fortissimo appoggio popolare. La funzione di Israele nella strategia occidentale divenne lampante: il 26 ottobre l’esercito israeliano, con un evidente piano segreto concordato con GB e Francia, compì una fulminea avanzata nel Sinai, il 31 ottobre inglesi e francesi effettuarono un bombardamento devastante su Porto Said, e il 5 novembre attaccarono massicciamente l’Egitto dal cielo, dal mare e da terra. Ma l’avventura di Suez si rivelò un disastro e segnò il declino definitivo della (pre-)potenza britannica! E anche di quella francese. L’intervento fu condannato dall’Urss (che minacciò di intervenire), dagli Usa (i quali erano tutt’altro che contrari a un ridimensionamento delle potenze europee) e dall’Onu che, quando cessarono le ostilità (9 novembre), inviò in Egitto una forza d’interposizione (i caschi blu, creati in quell’occasione) nel Sinai, forzando al ritiro le forze anglo-francesi e Israele.

Nel 1958 Nasser proclamò a sorpresa la Repubblica Araba Unita (Rau) con la Siria, sollevando enormi entusiasmi nel mondo arabo. La Rau si dissolse però nel 1961, con un colpo di Stato dell’esercito siriano che, nel 1963, portò al potere in Siria il partito nazionalista Ba‛th (v. oltre).

Sempre nel 1958 in Iraq l’esercito si sollevò, con l’appoggio spontaneo della popolazione, giustiziò la famiglia reale e proclamò la repubblica. Ci furono manifestazioni di massa in tutto il MO. Tutti i precari “equilibri” del MO apparvero in pericolo. Le potenze occidentali decisero un’operazione militare di vaste proporzioni (flotta di 50 navi da guerra Usa e sbarco 10.000 marine in Libano), ma non osarono attaccare direttamente l’Iraq temendo una guerra lunga e logorante. Il governo iracheno prese inizialmente provvedimenti avanzati, ma dovette poi affrontare una rivolta dei Curdi, che fu repressa, e il consenso si logorò fino a un nuovo putsch militare nel 1963.

Per il Kuwait la GB, di fronte al clima anti-britannico in Iraq, scelse nel 1961 la strada dell’indipendenza formale. L’Iraq non riconobbe la riconobbe: la crisi che ne seguì fu un significativo precedente di quella di 30 anni dopo, che portò alla “Guerra del Golfo”. La GB intervenne militarmente in Kuwait, ottenendo il via libera della Lega Araba, allora dominata dall’Egitto, che vedeva l’Iraq sciita come rivale (v. sopra), mentre all’Onu il Consiglio di Sicurezza venne bloccato dal veto dell’Urss.

Ho citato il Baʿth, “Partito Sociale Nazionale Arabo” (”Resurrezione“), o più correntemente Baath, che ha segnato poi, in modi diversi, i destini della Siria e dell’Iraq: la sua ideologia di fondo si identificava nell’unità del mondo arabo, libero dalle influenza politiche occidentali, che allo stesso tempo cercava di conciliare laicità, tradizione islamica, socialismo e nazionalismo. In Siria il Baath portò al regime che anche oggi conosciamo del generale alawita Hafez el-Assad. Tra i colpi di stato che nel 1963 videro il partito Baath alla ribalta nei diversi Paesi, particolarmente significativo fu quello in Iraq, tra i cui fautori vi fu Saddam Hussein.

Purtroppo la storia successiva dei paesi e dei popoli del MO ha conosciuto una successione di colpi di stato e cambiamenti di regimi.

La maledizione del petrolio

Potremmo evocare La Traviata, “croce e delizia”, ma la delizia è stata tutta (con rare eccezioni) per l’Occidente, o comunque per le aristocrazie regnanti o le élite finanziarie. Riportiamo le parole di Filippo Gaja: “La storia del petrolio è la storia dell’imperialismo occidentale nel Golfo Persico e nel MO. Le grandi società petrolifere internazionali ne sono state, e ne sono tuttora, l’anima. Impiantate progressivamente nella regione … le compagnie entrarono in possesso delle ricchezze nazionali dei paesi produttori sulla scia degli interventi militari delle rispettive potenze d’origine … Le compagnie trapiantarono nel deserto un’economia capitalistica internazionale di rapina impadronendosi, a un costo estremamente basso, di un prodotto rivenduto a prezzi molto più elevati a scala mondiale, e in quantità costantemente e rapidamente crescenti.”

Quando nel 1971 tutte le forze militari inglesi furono ritirate dal Golfo Persico “si aprì la strada alla rivolta degli arabi contro il potere delle compagnie petrolifere” e riprese la strategia delle nazionalizzazioni (1971 Libia, 1972 Iraq, 1973 Iran, forzati accordi di “partecipazione” con l’Arabia Saudita e il Kuwait). Si deve ricordare la svolta della crisi petrolifera del 1973-74 (dopo la “guerra del Kippur” arabo israeliana), durante la quale il mondo occidentale conobbe la brusca carenza di petrolio e il conseguente aumento a livelli stellari del prezzo dell’energia (chi ha più di 50 anni ricorderà le domeniche a piedi).

“Uno dopo l’altro tutti i paesi del Golfo ebbero il possesso formale dei pozzi e degli impianti, cioè dell’estrazione, con il diritto, più apparente che reale, di partecipare liberamente al controllo del mercato. Pompando a più non posso e inflazionando il mercato, le petromonarchie parteciparono a mantenere ai minimi livelli il prezzo del grezzo, favorendo lo sviluppo accelerato della società dei consumi in Occidente, e nello stesso tempo rovesciarono la montagna di petrodollari di profitto nel sistema finanziario internazionale, incentivando la speculazione e moltiplicando ulteriormente le proprie fortune.” Il problema petrolifero cambiava perciò natura.

Qualche domanda deve sorgere spontanea anche alla persona più sprovveduta: come vivremmo oggi, nei nostri paesi Occidentali, se non avessimo sfruttato brutalmente le risorse naturali e umane appartenenti ad altri paesi, come il MO e l’Africa? Com’è possibile stupirsi ancora per le decine di migliaia di disperati che fuggono dalla miseria, dalle nostre guerre, e dallo sfruttamento?

La tragedia del colonialismo e l’obiettivo delle riparazioni

Diviene imprescindibile che i Paesi coloniali riconoscano le loro responsabilità verso i Paesi che hanno brutalmente sfruttato, imponendo in più trasformazioni che ne hanno compromesso drammaticamente la stabilità e il futuro, ed anche rapinando a man bassa tutte le ricchezze culturali, che sono andate ad arricchire i musei europei. L’epoca della decolonizzazione è ormai lontana, ma anche durante questo travagliato processo le potenze Occidentali hanno sistematicamente complottato e operato per eliminare i leader progressisti “scomodi” che intendevano svincolarsi dal loro dominio (basti ricordare gli assassinii di Patrice Lumumba, Congo 1961; Thomas Sankara, Burkina Faso 1987) e insediare al potere regimi oscurantisti o dittatoriali molto più malleabili per i loro fini.

Intanto in quei Paesi e in quei popoli si è sviluppata una coscienza civile, e con questa la consapevolezza dei danni profondi subiti durante la dominazione coloniale. Come possiamo stupirci del profondo risentimento verso i nostri Paesi? Questa consapevolezza sta sfociando in primo luogo nella richiesta di scuse ufficiali da parte dei Paesi coloniali, con il riconoscendo del proprio comportamento come criminale, ma si sta concretizzando anche un movimento per rivendicare concretamente risarcimenti materiali. Non c’è da stupirsi che i nostri media non ne diano notizia!

Rinvio a un sito internet dedicato a questo problema e continuamente aggiornato: http://www.colonialismreparation.org/it/.

Il 23/9/2016 a New York durante il Dibattito generale della 71a sessione dell’Assemblea Generale dell’Onu il Primo Ministro di Saint Vincent e Grenadine, Ralph Gonsalves, ha evidenziato che la richiesta della Comunità Caraibica di giustizia riparatrice per le vittime della tratta transatlantica e del genocidio dei nativi continua a prendere slancio, e ha fatto appello “alle nazioni europee che hanno creato e tratto profitto incommensurabilmente da questo indifendibile commercio di esseri umani [Regno Unito, Francia, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Danimarca] ad aggiungersi alla discussione in corso sui contorni di una giusta ed adeguata risposta a questa tragedia monumentale ed il suo conseguente lascito di sottosviluppo”.

Nella stessa sessione dell’Assemblea dell’ONU, il 20/10/2016 durante la riunione sulla “Commemorazione dell’abolizione dello schiavismo e della tratta transatlantica”, il delegato di Cuba ha descritto la tratta e il lascito dello schiavismo come “la radice delle profonde disuguaglianze sociali ed economiche, dell’odio e del razzismo che continuano a colpire le persone di discendenza africana oggi”, sottolineando la necessità di rimediare pienamente e risarcire quei crimini orribili.

Angelo Baracca
Pressenza

Riad, Teheran e Damasco stritolano il Libano

haririPer metà il mistero è risolto, per l’altra metà resta il giallo. Saad Hariri, dopo una breve sosta effettuata ieri al Cairo per un colloquio con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, torna oggi in Libano per festeggiare l’anniversario dell’indipendenza dalla Francia. Il primo ministro dimissionario libanese non è più “ospite” dell’Arabia Saudita da quattro giorni, sabato ha lasciato Riad ed è andato a Parigi, assieme alla moglie Lara, invitato dal presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron.
Il soggiorno nel regno saudita, non si sa quanto forzato, è durato quasi due settimane: dal 3 al 18 novembre. A Beirut oggi potrebbe anche ritirare le dimissioni o rilanciare cercando di formare un nuovo governo. Prima di lasciare l’Arabia Saudita, si era incontrato con il principe ereditario Mohammad ben Salman in grande ascesa. Aveva assicurato: «Dire che sono trattenuto in Arabia Saudita e che mi è vietato lasciare il Paese è una menzogna».
Uno strano viaggio e soggiorno quello nel regno saudita. Saad Hariri il 4 novembre, da Riad, si era addirittura dimesso da capo del governo senza tornare in patria. Hariri continuava a ripetere: «Sto bene, molto bene. Se Dio vuole torno nel Libano come vi ho promesso. Vedrete!».
Il presidente della Repubblica libanese, in un primo tempo era cauto nei giudizi. Michel Aoun aveva congelato le dimissioni del premier, aspettando il suo rientro in patria. Poi aveva rotto le prudenze diplomatiche: «Il Libano considera Hariri detenuto in Arabia Saudita» e «nulla giustifica il suo mancato ritorno a Beirut».
Hariri, filo saudita, e Aoun, filo iraniano, costituiscono due importanti pilastri del difficile equilibrio politico sul quale si regge il paese dei Cedri. Il Libano è insidiato da tre bombe ad orologeria. 1) Rischia lo spappolamento per lo scontro tra le due potenze regionali del Medio Oriente: l’Arabia Saudita e l’Iran, tra la potenza musulmana sunnita e quella sciita. 2) Rischia di disintegrarsi per le infiltrazioni dei terroristi islamici dell’Isis battuti e in fuga dall’Iraq e dalla Siria. 3) Rischia di frantumarsi per un eventuale intervento armato israeliano contro un possibile insediamento dell’Isis ai suoi confini settentrionali.
Riad ce l’ha soprattutto con Hezbollah, la formazione sciita libanese, al governo con Hariri, accusata di essere agli ordini di Teheran. Alla monarchia sunnita non piace soprattutto la presenza di miliziani sciiti Hezbollah in Siria e in Yemen. La situazione è incandescente. Hasan Nasrallah, leader di Hezbollah, aveva accusato Riad di aver “trattenuto” Saad Hariri contro la sua volontà.
L’esplosivo contenzioso apertosi tra Beirut e Riad è seguito con attenzione e prudenza dai paesi occidentali. Stati Uniti e Francia hanno espresso il loro «sostegno alla sovranità, all’unità e alla stabilità» del Libano. Anche l’Italia è sulla stessa linea. Il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha lanciato un appello «a tutte le parti» perché vengano scongiurati conflitti e tensioni. La Russia, alleata di Teheran e di Damasco, presente militarmente in Siria, tace.
Hariri a Riad, in un clima di confusione e d’incertezza, aveva incontrato il re saudita Salman bin Abdulaziz e il potente principe ereditario Mohammad ben Salman. Aveva sempre ripetuto di essere libero e di stare bene e di avere come nemici la Siria, l’Isis e Al Qaeda. Aveva fatto capire di temere per la propria vita. Saad Hariri, figlio di Rafiq, il premier libanese assassinato nel 2005 a Beirut assieme ad altre 22 persone in uno spaventoso attentato da molti attribuito ai servizi segreti siriani, ha sempre avuto una vita difficilissima, sul filo del rasoio. Nello scorso dicembre ha assunto la presidenza di un governo di unità nazionale che avuto una vita travagliatissima.
Il piccolo Libano, un delicato equilibrio di etnie e religioni diverse (cristiani, musulmani e drusi), ha dovuto e deve affrontare non solo l’ingombrante presenza di potenti vicini in conflitto tra loro, ma ha dovuto anche fronteggiare il terrorismo islamico e gli effetti della guerra civile in corso dal 2011 in Siria: ben 1 milione e mezzo di profughi siriani (tra regolari e irregolari) si sono rifugiati in Libano su una popolazione di 4 milioni di persone. Una pressione sociale, economica, politica difficilmente sopportabile da una nazione già semidistrutta da invasioni e da 15 anni di guerra civile che ha causato oltre 150 mila morti.

Leo Sansone
SfogliaRoma

Le colpe di Occhetto
e il Muro tra le sinistre

achille occhettoNegli ultimi giorni si fa un gran parlare di Renzi e dei suoi tentativi di riunire il Centrosinistra. Si discute di un Centrosinistra largo, e aperto a tutte le anime che abbiano la buona volontà di aderirvi. Di programmi poco o nulla. Lo sherpa dell’operazione è Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds e criticamente renziano.

Come si concluderanno queste grandi manovre è ad oggi un mistero, ma molti aspetti lasciano presagire un esito negativo. La sicumera renziana rimane uno dei più grandi limiti del segretario del Pd. Il carattere di Renzi impone oggettivi limiti a qualsivoglia dialogo con Mdp e con tutta la galassia della sinistra-sinistra. Le modalità con cui si è consumata la scissione nel vecchio Pd, insomma, impediscono una riunificazione. Ma il problema sta a monte, non riguarda né Renzi né Bersani e viene da molto lontano.

La storia della sinistra, infatti, è una storia più divisiva che unitaria. Le scissioni che l’hanno coinvolta sono numerose e hanno avuto delle conseguenze politicamente drammatiche. La frattura di Livorno del 1921 è la più pesante, e dopo quasi cent’anni sembra gravare ancora sulle sorti della sinistra nostrana. La rottura tra socialisti e comunisti non è mai stata superata, e questo fantasma continua ad aleggiare sul Pd.

Quando la si sarebbe potuta ricomporre, mancò la volontà politica. Le colpe di Occhetto sono note, ma anche Craxi non ebbe la forza di riunire quel che la Rivoluzione russa aveva diviso. Era il 1989 ed era appena crollato il Muro di Berlino e anche il Muro di Livorno sembrava vacillare.

La sinistra italiana si sarebbe potuta riconciliare intorno ad un progetto socialdemocratico e riformista unitario. Il Pci avrebbe potuto riscattarsi dal proprio massimalismo inconcludente, superando tutti i limiti che lo avevano privato della legittimità governativa; il Psi avrebbe vinto la sua lunghissima battaglia culturale.

Ma il Muro tra le sinistre non cadde. Il Pci divenne Pds, senza costruire una vera identità. La Cosa rossa oscillò pericolosamente tra il pacifismo, l’internazionalismo, il femminismo e l’ecologismo senza risolvere la questione cruciale: il rapporto con la socialdemocrazia. Il Pci-Pds abbandonava dunque il marxismo-leninismo, senza sostituirvi alcuna filosofia politica. Il Psi craxiano, invece, rimase impantanato nelle sue contraddizioni – finanziamento illecito e insufficiente crescita elettorale – e in breve passò dal riformismo alla conservazione dell’esistente, opponendosi al referendum sulla preferenza unica alla Camera e a qualsiasi tentativo di riforma del sistema dei partiti. Craxi commise una serie di errori, che lo trasformarono nell’emblema della partitocrazia. Sarebbe divenuto il capro espiatorio della tragica stagione di Mani Pulite.

Proprio durante quest’inchiesta i destini dei due partiti si separarono definitivamente. Il Pds colmò il proprio vuoto identitario con un giustizialismo moralista di marca berlingueriana che si caratterizzò per i toni antisocialisti. Il Psi venne spazzato via dal circuito mediatico-giudiziario. La sanzione di questi errori fu la vittoria di Berlusconi sulla coalizione dei progressisti guidata dal Pds, nel 1994.

Con la nascita del Pd poche cose sono cambiate. La questione dell’identità della sinistra italiana si è ulteriormente complicata, dal momento che la cultura degli ex democristiani non si è mai fusa in modo coerente con il ‘patrimonio’ ideologico dei postcomunisti. Dall’Ulivo passando per l’Unione fino al Pd, le divisioni hanno avuto la meglio. Basti pensare al colpo di mano del sempiterno D’Alema ai danni di Prodi nel 1998, grazie a cui il segretario dei Ds spalleggiato da Cossiga, sfruttando una crisi di governo aperta da Rifondazione comunista, sostituì il Professore alla guida dell’esecutivo. Episodio non troppo dissimile rispetto agli eventi seguiti al celebre ‘Enrico stai sereno’..

Quale sarà dunque l’esito delle trattative interne alla sinistra? Probabilmente una nuova vittoria di Berlusconi.

Clementi, alla riscoperta
di un grande chirurgo

ferri medicina

La chirurgia come branca della medicina assume a Catania una fisionomia autonoma verso la fine del XVIII secolo. La sua evoluzione trae alimento nel 1775 dalla fondazione dell’ospedale Santa Marta e dalla riforma che istituisce quattro anni dopo la cattedra di chirurgia e ostetricia. Il nuovo insegnamento viene sdoppiato con la riforma del 1840 nelle cattedre di Patologia e di Clinica chirurgica, entrambe affidate a Euplio Reina, considerato il primo grande chirurgo catanese. Alla sua morte, avvenuta il 2 maggio 1877, gli succede Gesualdo Clementi, originario da una famiglia di noti professionisti. Proprio in quell’anno il giovane medico (nasce a Caltagirone il 25 aprile 1848) assume la direzione della clinica chirurgica e ottiene due anni dopo la nomina di professore ordinario nell’omonima disciplina.

Gesualdo_Clementi

Gesualdo Clementi

Formatosi nelle più rinomate scuole europee di medicina, Clementi frequenta a Vienna la Clinica chirurgica di Billroth e quella ostetrica di Braun, a Berlino quella di Anatomia Patologica di Virchow, mentre a Edimburgo apprende il metodo sperimentato da Joseph Lister nella medicatura antisettica. Il ritorno a Catania lo vede promotore di questo metodo, su cui pubblica nel 1874 un saggio come omaggio al celebre chirurgo inglese. Il 2 gennaio 1881 esegue una ovariectomia in una sala dell’ospedale cittadino Vittorio Emanuele, sterilizzata secondo i dettami di Lister. Nella sua relazione, comunicata all’Accademia Gioenia, Clementi descrive l’atto operatorio, che nonostante la rottura delle cisti riesce perfettamente con la guarigione della paziente dopo solo tre settimane. A pochi mesi di distanza egli esegue con successo un’altra operazione su una donna con una enorme “cisti prolifera dell’ovaio”, a cui seguono quattro laparatomie, due ovariectomie e una cisti ovarica trattata con escissione parziale della parete.

Negli ultimi lustri del XIX secolo Clementi è autore di diversi studi, che traggono spunto dai suoi interventi chirurgici, discutendo i “vari metodi di cura” nell’aneurisma spontaneo della carotide interna, nell’emostasi epatica (1891) oppure nelle alterazioni del circolo portale con il metodo della omentopessia. Esperto nelle operazioni all’addome, egli propone una tecnica nella resezione del mascellare inferiore (1902) e un metodo ricostruttivo della continuità dei vasi mediante trapianto di un tubo arterioso e sutura con doppia invaginazione.

Come rettore dell’Ateneo catanese, il 5 novembre 1903 Clementi tiene un discorso inaugurale, con cui auspica la necessità di dotare le strutture ospedaliere di nuovi istituti sperimentali “per seguire i progressi vertiginosi della scienza” e “contribuire alla soluzione dell’arduo problema del benessere sociale”. In un’altra prolusione su “La Scienza e la pratica chirurgica all’alba del XX secolo” egli connette il progresso della medicina alla cura delle malattie senza ricorso agli interventi operativi. Forse per questo alla sua morte avvenuta a Catania l’8 novembre 1931 uno stuolo ingente di persone dà l’ultimo saluto al grande chirurgo, la cui fama varca i confini nazionali, senza lasciare grandi tracce nella comunità accademica della città etnea.

Nunzio Dell’Erba

Ambiente, dalle ecomafie alle agromafie

Agromafie

Dall’ambiente all’agroalimentare, da ecomafie ad agrimafie. I tentacoli della Piovra sono sempre in movimento alla conquista di nuovi settori. Che la mafia ami la campagna è cosa nota, meno nota è la nuova frontiera di questo amore, con la generazione dei colletti bianchi che punta a occupare tutta la filiera. Il settore agroalimentare, infatti, rappresenta un terreno privilegiato di investimento della malavita, anche per il riciclaggio del danaro sporco. Questa occupazione rappresenta un pericoloso impatto non solo sul tessuto economico locale e nazionale, ma anche sulla salute dei cittadini e sull’ambiente.

“La mafia nel piatto. Ovvero la penetrazione mafiosa nel settore agroalimentare” è stato anche l’argomento di un recente seminario svoltosi a Tempio, nella appena inaugurata sede sarda dell’Eurispes, che nel marzo scorso ha anche presentato a Roma il quinto rapporto “Agromafie” sui crimini agroalimentari in Italia.

L’Eurispes, Istituto di studi politici, economici e sociali, è un ente privato, fondato nel 1982 da Gian Maria Fara, che ancora oggi ricopre l’incarico di presidente, e opera nel campo della ricerca politica, economica e sociale. Dal 1989 racconta il nostro Paese attraverso il Rapporto Italia. Tra gli altri lavori citiamo il Rapporto nazionale sull’infanzia e adolescenza, il Rapporto sulle eccellenze italiane e il Rapporto sui crimini agroalimentari. Sul fenomeno della penetrazione mafiosa nel settore agroalimentare abbiamo intervistato Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes.

Che cosa si intende per agromafie?
Con il termine “agromafie” si vuole indicare la presenza delle organizzazioni criminali e mafiose all’interno della filiera agroalimentare. Nel 1993/94 insieme con i carabinieri e con Legambiente coniammo il termine “ecomafie” a seguito di una approfondita indagine che denunciava la presenza sempre più massiccia delle mafie nel settore ambientale. Con quella indagine descrivemmo, con largo anticipo, ciò che avveniva nella cosiddetta “Terra dei fuochi”. La costante azione di monitoraggio che l’Eurispes, da sempre, conduce sulla evoluzione e sui percorsi delle attività criminali ci ha fatto scoprire come nel tempo gli ecomafiosi si siano trasformati in agromafiosi.

L’ultima incarnazione della mafia in guanti gialli? O il fenomeno esiste da tempo e solo adesso ne stiamo prendendo coscienza?
Stiamo assistendo alla progressiva trasformazione delle mafie che via via abbandonano l’approccio “militare” e sposano la cultura dei “colletti bianchi”. Insomma, dal kalashnikov all’economia digitale. Non è un fenomeno nuovo ma il frutto di una deriva imboccata dopo il fallimento della strategia delle bombe e dell’attacco alle Istituzioni. Quella deriva fallì grazie alla risposta ferma dello Stato attraverso la magistratura e le forze di polizia e, non da ultimo, l’impegno di parlamento e governo. A fronte di questa reazione le mafie hanno scelto la strategia del silenzio, dell’appeasement. In altre parole, della attività “sottotraccia”.

È un fenomeno limitato, riconducibile a poche zone ben definite, o può colpire (o ha già colpito) quelle regioni a vocazione agroalimentare, in pratica tutta l’Italia?
Le mafie hanno una spiccata vocazione economica; quindi, seguono il percorso dell’economia, della finanza, insomma dei soldi e, dunque, sono presenti là dove è possibile sviluppare con la maggior convenienza gli affari. Quindi tutte le regioni, e in particolare quelle più ricche, rientrano nella loro sfera di azione.

Quali sono i settori più colpiti? O l’interesse della mafia è per tutta la filiera?
Certamente l’interesse è rivolto a tutta la filiera: dalla produzione al trasporto, dalla gestione dei grandi centri di stoccaggio e smistamento sino alla rete di vendita.

Come condiziona il mercato, dalla produzione alla vendita, questa invasione tentacolare in ogni settore agroalimentare?
Il condizionamento si esplica nel controllo della produzione attraverso lo sfruttamento della manodopera e quindi del lavoro nero e del caporalato presente sia nelle regioni del Sud sia in quelle del resto d’Italia. La mafia condiziona la definizione dei prezzi e dei tempi del raccolto. Stabilisce quali debbano essere le aziende impiegate nel trasporto delle merci. Occupa i grandi centri di smistamento. Possiede catene di supermercati utilissimi, tra l’altro, per il riciclaggio. Secondo i nostri calcoli, naturalmente approssimativi per difetto, le mafie sviluppano un giro di affari annuo di almeno 22 miliardi l’anno.

Anche la confisca dei beni dimostra la “passione” per la terra dei mafiosi. Ha dati aggiornati?
I mafiosi conservano un rapporto intenso con la terra: quasi la metà dei beni confiscati è costituito da terreni e aziende agricole (circa 30.000).

Ma chi difende il Made in Italy, le produzioni doc, dop, tutte le eccellenze dell’agroalimentare italiano?
La produzione agroalimentare italiana è, in generale, di alta qualità quando non d’eccellenza, e occorre anche dire che è forse la più sicura al mondo. Le nostre produzioni sono super controllate (Nas dei carabinieri, guardia di finanza, Istituto repressione frodi, Istituto superiore di sanità, Asl, uffici d’igiene, etc.). Cosa che non accade, almeno con la stessa solerzia e intensità negli altri Paesi, anche in quelli dell’Unione. Il problema è dato dalla falsificazione o imitazione dei nostri prodotti nel mondo ovvero quello che è comunemente chiamato Italian sounding che produce un giro d’affari di almeno 60 miliardi di euro l’anno. Fenomeno del quale sono naturalmente protagoniste anche le mafie. Da tempo noi, anche attraverso il Rapporto sulle Agromafie, sollecitiamo l’avvio di un processo che porti alla identità certificata delle singole produzioni utilizzando le tecnologie che vengono oggi già utilizzate, per esempio, per le confezioni dei medicinali.

Come informare in maniera più completa i consumatori sui rischi che si corrono?
Su questo fronte non si fa ancora abbastanza. Bisogna far capire ai consumatori che esiste un rapporto diretto tra prezzo e qualità. Quando vediamo, sullo scaffale del supermercato, una bottiglia di olio “extravergine” di oliva a poco più di tre euro, dobbiamo avere la consapevolezza di trovarci di fronte a un prodotto di scarsissima qualità, di dubbia origine, frutto di una produzione industriale, e di processi chimici al limite del lecito.

Come combattere questo antico ma nuovo fenomeno dell’agromafia? Che provvedimenti dovrebbe prendere il parlamento?
Come dicevo prima, le mafie hanno una chiara vocazione economica. Il loro obiettivo primario è sempre quello dell’arricchimento, quindi, cercheranno in tutti i modi di penetrare in quei settori produttivi o dei servizi che non conoscono crisi. Il settore sanitario e quello della produzione agroalimentare sono tra questi. Crisi o non crisi, nessuno può rinunciare a curarsi e tutti ci metteremo a tavola almeno due volte al giorno. Le leggi ci sono e sono sufficienti. Magistratura e forze dell’ordine sono molto attive su questo fronte. Quel che occorre è non abbassare la guardia e seguire con grande attenzione i percorsi, le alleanze, le trasformazioni e gli obiettivi delle organizzazioni criminali.

In chiusura, due parole sul convegno di Tempio, al quale ha partecipato anche Gian Carlo Caselli, in qualità di presidente dell’Osservatorio sulle agromafie, ed ex procuratore capo di Palermo e Torino. Perché, appunto, questo convegno? Come ha reagito il pubblico? Contate di farne altri anche in altre regioni?
Il convegno di Tempio rientra all’interno di un programma di sensibilizzazione sul problema della penetrazione della criminalità nella filiera dell’agroalimentare ed è stato realizzato nella sala conferenze della nostra sede regionale sarda e ha visto la partecipazione di circa 800 persone e di numerose autorità civili e rappresentanti della magistratura e delle forze dell’ordine, come Gian Carlo Caselli, presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare fondato cinque anni fa da Eurispes in collaborazione con Coldiretti. Quella è stata la prima presentazione, ne sono previste altre ancora in diverse regioni. L’obiettivo è quello di informare e di dare un contributo di conoscenza che serva a far crescere la sensibilità e l’attenzione su temi, a nostro parere, decisivi. Il pubblico ha reagito in modo fortemente positivo, soprattutto quella parte costituita dai giovani delle scuole presenti. E questo lascia ben sperare.

Antonio Salvatore Sassu