Truffa olio. Antitrust avvia
7 istruttorie su autenticità

olioSi allarga il caso della truffa sull’olio normale venduto come olio extravergine d’oliva. A intervenire ora è l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, l’Antitrust che risponde ad alcune segnalazioni pervenute da un’associazione di consumatori e annuncia di aver avviato sette istruttorie per presunte pratiche commerciali scorrette, nei confronti di alcune importanti aziende che commercializzano olio in Italia. Oltre a tre marchi del Gruppo Carapelli (“Carapelli Il frantoio”, “Bertolli Gentile” e “Sasso Classico”), le istruttorie dell’Antitrust riguardano “Carrefour Classico”, “Cirio 100% italiano”, “De Cecco Classico”, “Prima donna Lidl”, “Pietro Coricelli Selezione” e “Santa Sabina”.

Non solo frode in commercio, ora si profila un nuovo reato “vendita di prodotti industriali con segni mendaci atti ad indurre in inganno il compratore sulla qualità del prodotto”, punibile con la reclusione fino a due anni, che scaturisce dalle ulteriori indagini effettuate dai carabinieri del Nas e dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Tanto che l’indagine viene trasferita, per competenza territoriale, dalla Procura di Torino alle procure di Firenze, Genova, Spoleto e Velletri.
“Già la concorrenza sleale di alcuni paesi asiatici, che godono di regimi doganali di favore, sta facendo perdere terreno sui mercati nazionali ed internazionali all’intero settore risicolo italiano. Oggi invece, la scoperta di 3800 tonnellate di falso riso biologico nel Vercellese da parte della Guardia di Finanza. In questo ultimo caso, poi, sono stati utilizzati prodotti fitosanitari, rischiosi per ambiente e salute umana, non consentiti in agricoltura biologica. Un brutto segnale che impone l’immediata intensificazione dei controlli volti a prevenire nuovi episodi di contraffazione e l’introduzione dell’obbligo di indicare sulle etichette della confezione la provenienza del prodotto”. Afferma il deputato socialista Oreste Pastorelli, componente della commissione Agricoltura.

“Le sette istruttorie aperte oggi dall’Antitrust dimostrano ancora una volta quanto fondamentali siano i controlli su prodotti cardine della nostra agricoltura come l’olio extravergine di oliva. Molte aziende, purtroppo, frodano il consumatore aggiungendo composti chimici al prodotto finale. Tali condotte – precisa il deputato socialista – oltre a danneggiare salute e portafoglio dei nostri concittadini, gettano discredito su tutto il made in Italy. La salvaguardia di un fiore all’occhiello dell’agroalimentare italiano è essenziale per il definitivo rilancio dell’economia. L’olio extravergine d’oliva è fortemente identitario dell’Italia e l’accordo raggiunto oggi per valorizzare tutti i protagonisti della filiera rappresenta un passaggio decisivo per tutto il comparto”. Conclude Oreste Pastorelli.

Intanto le associazioni di categoria dell’intero comparto oleario corrono ai ripari e annunciano di aver firmato a Roma un accordo-quadro per valorizzare tutti i protagonisti dell’intera filiera, dall’olivicoltura all’industria passando per il commercio. “È un segnale di coesione virtuosa perché dimostra che gli olivicoltori, i frantoiani, l’industria e il commercio hanno fatto prevalere l’interesse comune, rispetto a rivendicazioni di parte”. Si legge nella nota di Unaprol dopo l’intesa sottoscritta con Aipo, Assitol, Assofrantoi, Cno, Federolio, Unapol e Unasco.
“L’accordo di oggi è un risultato molto positivo per uno dei settori più rappresentativi e strategici di tutto il patrimonio agroalimentare italiano come quello oleario – ha commentato il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina – In questi mesi abbiamo lavorato intensamente con la filiera per raggiungere una posizione unitaria da parte delle associazioni di categoria, che finalmente valorizza ancora di più la qualità delle nostre produzioni”.
“Allo stesso tempo abbiamo definito il nuovo Piano olivicolo nazionale che è uno strumento fondamentale per sostenere le politiche di aggregazione del comparto e lavorare al recupero anche quantitativo della produzione di olio Made in Italy”, dice ancora il Ministro. “Stiamo lavorando in sinergia con la Conferenza Stato-Regioni per arrivare all’approvazione nelle prossime giornate e per integrare le risorse nazionali con quelle regionali. Sul lato dei controlli continuiamo a tenere ben alta la guardia, proseguendo un lavoro costante che abbiamo rafforzato già dallo scorso anno”. Conclude Martina.

Redazione Avanti!

Francia. Valls: un asse con i Repubblicani contro Le Pen

manuel-valls-2In Francia, Manuel Valls (nella foto) lancia uno spiazzante spunto d’intesa per un patto elettorale che possa arginare l’ascesa di Marine Le Pen e del suo Front National. L’idea del Primo Ministro francese è quella di una larga e duratura alleanza dei socialisti con Les Républicains, il partito di centro-destra fondato da Sarkozy come successore dell’UMP. Secondo Valls, un patto elettorale in vista delle elezioni regionali di dicembre potrebbe mettere i bastoni tra le ruote all’estrema destra, specie nelle regioni dove la fiamma tricolore è più forte (in primis Provenza-Alpi-Costa Azzurra e Nord-Passo di Calais-Piccardia).

Le motivazioni sono diverse. Innanzitutto, stando ai recenti sondaggi, unirsi con i repubblicani potrebbe creare un polo costituzionale da opporre all’anti-politica portata avanti dalla Le Pen. Inoltre, garantirebbe sia al PS che a LR di ottenere un certo numero di seggi, specie in caso di secondo turno. Tuttavia la proposta è stata accolta con una certa perplessità sia da parte degli ex-UMP che dal canto degli stessi socialisti, in particolare dal segretario del PS Jean-Christophe Cambadélis.

Non mancano certo le analogie con la situazione italiana, basti pensare alla Lorenzin e al suo desiderio di un’unione tra PD e i centristi al fine di battere il Movimento 5 Stelle nella corsa al Campidoglio.
Ma la soluzione, in un caso come nell’altro, non è certo quella di creare un’accozzaglia utile soltanto alla Le Pen o al Grillo del momento. E Cambadélis, intervistato a riguardo da Radio France Internationale, lo ha capito. E invita pertanto i socialisti francesi a non indossare i boxer sopra i pantaloni, concentrandosi sul primo turno e a fare le cose con ordine, battendo il FN con la forza degli argomenti e senza cadere nelle sue trappole.

E poi, tra l’altro, la politica non è una scienza esatta. Se un’alleanza PS-LR non dovesse dare i risultati sperati potrebbe essere la fine per entrambi, fornendo alla Le Pen un graditissimo assist.

Giuseppe Guarino

Rifugiati, a un italiano
la guida dell’UNCHR

Filippo Grandi

Filippo Grandi

Per divenire effettiva la nomina dovrà essere ratificata la settimana prossima dall’Assemblea generale, ma da oggi si può già dire che a guidare l’UNHCR, l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, sarà un italiano, Filippo Grandi. La scelta è stata fatta dal segretario generale del Palazzo di Vetro, Ban Ki Moon per sostituire il socialista portoghese Antonio Guterres che guidava l’Agenzia dal 2005. Un incarico difficile per una situazione di grande delicatezza. Basti pensare che l’UNHCR valuta il flusso in Europa per questo inverno in 5 mila migranti al giorno per la maggior parte in fuga dalla guerra in Siria.

Per il diplomatico italiano è il coronamento di una carriera già importante. Grandi dirigeva infatti già da cinque anni l’UNRWA, l’Agenzia per l’assistenza ai rifugiati palestinesi, mentre precedentemente ne era stato vice commissario. Un fronte ‘caldo’ come pochi altri. Difficoltà a cui comunque Grandi è abituato avendo già ricoperto in passato anche il ruolo di coordinatore per l’Unhcr nella Repubblica democratica del Congo durante la guerra civile.

Già rappresentante speciale del segretario generale per la missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan per il voto presidenziale del 2004, il disarmo e i diritti umani, ha una solida esperienza anche della ‘macchina’ del mastodonte ONU, visto che ha lavorato dal 1997 al 2001 come assistente speciale dell’alto commissario e capo dello staff nell’ufficio esecutivo a Ginevra.

La sua nomina è stata accolta con grande favore da parte italiana ch il nostro ministro degli esteri giudica un “riconoscimento delle capacità che Grandi ha dimostrato nella gestione delle questioni umanitarie, in particolare nel suo ultimo incarico come Commissario Generale di UNRWA” ma anche come riconoscimento “dell’impegno che l’Italia ha profuso negli anni a favore della causa dei rifugiati”.

“La decisione di Ban Ki Moon, che onora l’Italia, – ha commentato la socialista Pia Locatelli, presidente del Comitato permanente per i diritti umani – esprime l’apprezzamento per i meriti di Filippo Grandi che negli anni nel suo ruolo di Commissario per l’UNRWA ha profuso un impegno straordinario nel campo dei diritti umani, distinguendosi tra l’altro anche per una specifica attenzione per i diritti all’educazione e allo studio dei bambini e delle bambine”. “La questione dei rifugiati costituisce una priorità per il nostro Paese e la figura di Filippo Grandi rappresenta una figura di garanzia per la tutela dei diritti dei rifugiati che guardano all’Italia e all’Europa come luoghi di accoglienza e di civiltà”.

Proprio oggi, a testimonianza della mole di difficoltà che grava sulle agenzie dell’ONU che si occupano del fenomeno dei rifugiati, la dichiarazione alla 70.ma Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York, di mons. Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede, sul quadro “più preoccupante” sulla situazione dei profughi palestinesi, e in particolare di quelli di religione cattolica, che emerge dal rapporto 2014 dell’Unrwa. Il processo di pace israelo-palestinese è in stallo, ha ricordato mons. Auza. Le crescenti tensioni e la violenza in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme est costituiscono una “grave preoccupazione” per la Santa Sede, che rinnova quindi il proprio sostegno per una “soluzione globale, giusta e duratura” per la città di Gerusalemme, “patrimonio spirituale” di ebrei, cristiani e musulmani, garantendo libertà di religione e di coscienza per i suoi abitanti, come pure il libero accesso ai Luoghi Santi da parte dei fedeli di tutte le religioni e nazionalità.

Auza ha ricordato il dramma della Siria, dove strutture educative e sanitarie per più di mezzo milione di profughi palestinesi sono state prese di mira dalle parti in conflitto, tanto che molti bambini non hanno potuto frequentare a lungo la scuola. Al contempo aumenta il numero dei feriti, ma diminuisce quello delle strutture per assisterli. Alcuni campi profughi palestinesi, come quello di Yarmouk, “sono letteralmente sotto assedio”, con “accesso limitato” per i rifornimenti necessari. Altri campi sono “bersaglio di azioni militari”. I vari rapporti internazionali, evidenzia l’arcivescovo Auza, non danno molte speranze che tali “atti barbarici contro i profughi palestinesi” possano finire presto.

Dal Parlamento europeo
una sola legge elettorale

Parlamento europeoIl Parlamento europeo, in sessione plenaria, si accinge a votare una proposta di risoluzione che unificherà il sistema di voto in tutti i Paesi dell’Unione.

Nel progetto di “iniziativa legislativa parlamentare” che sarà posto in votazione, e che fa seguito al dibattito del 27 ottobre, il Parlamento chiede che alle elezioni europee debbano partecipare anche i principali candidati alla presidenza della Commissione formalmente sostenuti in tutta l’UE. Inoltre, questi stessi candidati dovrebbero essere formalmente nominati almeno 12 settimane prima delle elezioni.

La bozza prevede l’inserimento di soglie obbligatorie per l’assegnazione dei seggi al Parlamento europeo, che potrebbero variare tra il 3% e il 5%, da applicare nei Paesi con un singolo collegio elettorale o nelle circoscrizioni elettorali che hanno più di 26 seggi. Inoltre, è proposto che tutti i cittadini che vivono all’estero abbiano la possibilità di votare alle elezioni per il Parlamento europeo. I deputati chiedono quindi che i sistemi di voto elettronico, online e postale siano resi disponibili in tutta l’UE.

I trattati UE (articolo 223.1 del TFUE) consentono al PE di avviare la procedura di riforma del sistema elettorale europeo e di formulare proposte in tal senso. Queste proposte dovranno poi essere adottate dal Consiglio all’unanimità e ratificate da tutti gli Stati membri.

Birmania, fine del regime
Ha vinto Aung San Suu Kyi

APPROFONDIMENTO-Aung-San-Suu-KyiIl partito al governo della Birmania (USDP) ha ammesso la sconfitta alle elezioni di ieri. Ha vinto il partito all’opposizione “Lega nazionale per la democrazia” (NDL) guidato dal premio Nobel Aung San Suu Kyi.

Nell’ex capitale Rangoon, Aung San Suu Kyi ha annunciato di aver vinto 44 dei 45 seggi per la Camera bassa assegnati alla città. La NDL ha anche reso noto di avere conquistato tutti e dodici i seggi in palio nella ex capitale per la Camera alta. I dati non sono stati ancora confermati dalla commissione elettorale che rende noti i risultati con grande lentezza. Queste elezioni sono le prime da 25 anni nelle quali i militari lasciano all’opposizione la possibilità di partecipare liberamente e vincere. I militari, hanno avviato un graduale processo di democratizzazione a cominciare da quattro anni fa lasciando il governo all’ex-generale Thein Sein ma assicurandosi comunque – in base alla Costituzione da loro stessi scritta – un controllo con la nomina di un quarto dei parlamentari di ciascuna Camera. Per ottenere la maggioranza, la NLD deve dunque conquistare due terzi dei seggi in palio. Il Parlamento, che si insedierà a febbraio, eleggerà poi il presidente, che resterà in carica 5 anni, scegliendo tra tre candidati, uno espresso dalla Camera, uno dal Senato e uno dai militari. La scelta avviene a maggioranza semplice. I due perdenti diventano vicepresidenti. San Suu Kyi non può correre per la carica perché c’è una clausola costituzionale che vieta di assumere la guida del Paese ai cittadini con parenti stretti stranieri e Suu Kyi ha due figli con passaporto britannico. La Costituzione non si può modificare senza l’assenso dei militari perché le leggi di modifica devono essere approvate dal 75% più uno dei parlamentari.

“E’ troppo presto per parlare del risultato, ma credo che ne abbiate tutti un’idea”, ha detto stamattina la leader dell’opposizione, nella sede centrale del suo partito davanti a una folla di sostenitori in festa già da ieri sera.

Complessivamente secondo il portavoce del NLD, Win Htein, il partito ha conquistato finora circa il 70% dei voti. Win Htein ha spiegato che, secondo i voti contati fino adesso, alla Lega nazionale per la democrazia è andato tra il 50% e l’80% delle preferenze su base nazionale.

“Il risultato del voto in Myanmar – ha detto Pia Locatelli deputata socialista e presidente del Comitato diritti umani della Commissione Esteri della Camera – è una bellissima notizia per il processo di democratizzazione del Paese e un riconoscimento per la battaglia non violenta di Aung San Suu Kyi, ma il cammino che l’attende è ancora lungo e pieno di ostacoli”.

“Sebbene gli esponenti dell’USPD, il partito al potere sostenuto dai militari, abbiano ammesso la sconfitta e sostenuto che rispetteranno la volontà popolare, il passaggio  del paese alla piena democrazia non sarà rapido e inevitabilmente richiederà compromessi. La vittoria di San Suu Kyi rischia, infatti, di essere ridimensionata dai militari che, nominano il 25% del parlamento, e da un articolo della Costituzione le impedisce di ricoprire la carica di presidente, sia perché non ha esperienza militare, sia perché ha parenti con passaporto straniero. Una discriminazione contro la quale l’Intergruppo parlamentare “amici della Birmania” di cui faccio parte ha presentato due mozioni”.

Diritti umani, la presidenza
alla socialista Pia Locatelli

Emigranti-emergenza

È Pia Locatelli, deputata socialista e presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne, la nuova presidente del Comitato diritti umani della Camera, che subentra a Mario Marazziti. La nomina arrivata mercoledì scorso, nel corso della conferenza dei capigruppo della Commissione Esteri, rappresenta un riconoscimento personale per il lavoro sui diritti, svolto in questi primi due anni di legislatura sia in termini di iniziative parlamentari, sia per il ruolo svolto a sostegno di campagne nazionali e internazionali.

Qual è il ruolo e quali sono i compiti del Comitato?
In primo luogo quello dell’ascolto, ma oltre a questo vorrei che il Comitato diventasse anche una sorta di terminale italiano delle varie agenzie che si occupano di diritti umani, dall’Onu, al Consiglio europeo, la  Convezione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), e le Ong che si occupano della materia.
In questi due anni abbiamo svolto numerose audizioni nel corso delle quali venivano denunciate le numerose violazioni dei diritti umani nelle varie parti del mondo. A queste denunce, a volte sono seguiti interventi in Parlamento, campagne di informazione e sensibilizzazione, mozioni volte a impegnare il governo. Tra le tante voglio citare quella che ho presentato come prima firmataria sui matrimoni precoci, o quella sulle mutilazioni genitali femminili. Due tematiche di politica estera ma che riguardano anche il nostro Paese. L’aumento dei flussi migratori, infatti, ha avuto come conseguenza l’aumento di queste orrende pratiche. Sono sempre più frequenti i casi di ragazze nate e cresciute in Italia che vengono mandate dai propri genitori nei Paesi di origine per contrarre matrimoni combinati, o di bambine che tornano in Africa, magari durante la vacanze scolastiche, per essere infibulate o mutilate.

Un compito limitato solo alla politica estera?
Quello dei diritti umani è uno dei Comitati permanenti della Commissione Esteri, quindi il suo sguardo è prevalentemente rivolto a quanto avviene fuori dall’Italia. Alla Camera non abbiamo, come avviene in Senato, una Commissione dei diritti umani che si occupa anche delle violazioni che avvengono all’interno del nostro Paese. Ma io credo che possiamo cominciare a occuparci anche di alcuni casi “interni”, soprattutto quando questi sono oggetto di denunce internazionali. Il nostro ruolo principale è e resta quello di promuovere il rispetto dei diritti umani di tutti, di fornire quando è possibile protezione, e di informare attraverso campagne di sensibilizzazione.

Siamo sempre pronti a sdegnarci davanti alle violazioni dei diritti umani però spesso gli interessi politici e economici, fanno sì che questi passino in secondo piano. Penso alla Turchia: come si può conciliare un suo eventuale ingresso in Europa con le quotidiane violazioni dei diritti umani messe in atto da Erdogan?
Forse se avessimo accelerato l’ingresso della Turchia questi episodi non si sarebbero verificati. Quello che sta facendo Erdogan non è consentito in nessuna democrazia. La censura e l’incarcerazione di giornalisti dissidenti alla vigilia delle elezioni o di esponenti curdi, fatti passare per terroristi sono atti inaccettabili in Europa e Erdogan lo sa perfettamente. Se può agire “impunito” è proprio perché non fa parte della famiglia europea.

Erdogan resta fuori, ma con la Cina invece si fanno affari…
La situazione in Cina è drammatica: è il Paese con il più alto numero di condanne a morte, quello dove lo Stato entra prepotentemente nella vita delle persone. Basti pensare alle recente concessione di poter fare un secondo figlio: una cosa impensabile in qualsiasi altro Paese. La Cina ha mantenuto tutti i difetti del comunismo e ha acquistato tutti quelli del capitalismo. Un caso unico!

Secondo te c’è una violazione dei diritti umani in Palestina da parte di Israele?
Anche se questo non piacerà ai miei amici palestinesi, Israele è senza dubbio il più democratico dei Paesi del Medioriente. Detto questo penso che la politica di Netanyhau ha portato alla violazione dei diritti umani in Palestina. Così come da parte dei palestinesi c’è una violazione dei diritti delle donne. Rabin, di cui ieri abbiamo commemorato i 20 dal suo assassinio, aveva avviato un processo di pace che avrebbe dovuto portare alla costituzione di due popoli e due Stati. Era convinto che il diritto alla sicurezza di Israele non fosse in contrasto con la pace. Con Netanyhau questo percorso è stato bloccato, così come l’avvento del fondamentalismo a Gaza non ha aiutato né la pace, né tantomeno le donne.

Se dovessi pensare a una priorità del Comitato a cui dedicarti nei prossimi mesi?
I diritti dei bambini e delle bambine. Ieri alla Camera abbiamo approvato la ratifica del Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti del fanciullo adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 19 dicembre 2011, che prevede, per la priva volta, dei rimedi contro le violazioni dei diritti fondamentali dei e delle minori. Un campo su cui c’è tantissimo da lavorare.

Cecilia Sanmarco

Calcio & finanza
tanti affari, poco sport

Blatter_JosephI fondi di investimento hanno trovato nel mondo del calcio uno dei comparti dai rendimenti più redditizi; i loro gestori, al fine di aumentare la rimunerazione delle risorse impiegate, hanno messo a punto “modelli di ingegneria finanziaria”, considerati adatti allo scopo. All’inizio degli anni Duemila, i fondi di investimento sono comparsi nel mondo del calcio sudamericano, per poi approdare, invertendo il percorso delle caravelle di Colombo, nel Vecchio Continente, sulle coste della Spagna e del Portogallo, vincendo il soffio degli alisei verso Occidente, con il miraggio dei facili profitti da realizzare mediante lo sfruttamento della passione degli sportivi per il “gioco più bello del mondo”.

Com’è accaduto che, andando di pari passo con l’approfondimento e l’allargamento della globalizzazione, il mondo del calcio finisse per essere plasmato secondo la logica dell’neoliberismo finanziario? Per capirlo, Marco Bellinazzo, autore di “Goal economy. Come la finanza globale ha trasformato il calcio”, suggerisce di osservare l’evoluzione del mondo del calcio in una prospettiva storica, identificando tre fasi, per analogia a quelle proprie dell’evoluzione della rivoluzione industriale. Il periodo che va dalla fine degli anni Ottanta a quella degli anni Novanta è quello della “Prima Rivoluzione Industriale del calcio”, caratterizzata dalla comparsa delle “pay-tv”, che ha indotto i club e le Leghe “ad evolversi in aziende capaci di dilatare i profitti, […] dando luogo a investimenti in infrastrutture, governance e attività commerciali e creando tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, le condizioni per l’avvento della Seconda Rivoluzione Industriale” del calcio; caratterizzata, questa, da un salto di qualità di cui hanno “approfittato principalmente la Premier League inglese, la Bundesliga tedesca e le due ‘regine’ di Spagna, Real Madrid e Barcellona”. La fase attuale è infine quella della “Terza Rivoluzione Industriale”, nella quale si trova “immerso” il mondo del calcio, caratterizzata da una esasperata finanziarizzazione e dalla conquista di nuovi mercati, cioè dalla colonizzazione calcistica di quasi tutti i Paesi del mondo.

Con la comparsa dei fondi di investimento, la terza fase ha anche segnato l’esaurirsi della propensione dei club a farsi quotare in borsa; mentre la diffusione planetaria del gioco, motivata dagli alti profitti che i gestori dei fondi possono conseguire attraverso la compravendita di calciatori e di squadre, è sorretta dalle strategie suggerite dal “The International Centre for Sports Studies” che, creato nel 1995 presso l’Università di Neuchatel, in joint venture con la FIFA, ha costruito modelli matematici per la certificazione del valore dei calciatori, agevolando la loro quotazione. L’Italia, osserva Bellinazzo, che era stata uno dei protagonisti della “Prima Rivoluzione Industriale”, è rimasta ai margini della successiva evoluzione del mondo del calcio, con conseguenti ricadute negative sul piano sportivo e su quello economico; infatti, oggi, dal punto di vista calcistico, l’Italia è postergata rispetto a Spagna, Inghilterra e Germania, avendo perso il diritto di essere rappresentata da quattro squadre nella Champions League; mentre, dal punto di vista economico, essa è per lo più disertata dai fondo di investimento, anche a causa della litigiosità interna degli organi di governo del gioco. Solo di recente, i fondi hanno trovato conveniente interessarsi dell’Italia, secondo procedure svolte non sempre alla luce del sole, come stanno a dimostrare le cessioni totali o parziali di Inter e Milan.

Il processo di finanziarizzazione del calcio ha stravolto completamente il modo tradizionale in cui funzionava il “mercato dei calciatori”; non molto tempo addietro, i principali artefici delle compravendite calcistiche erano i procuratori, ora sono le Super-Agenzie, quali, solo per ricordarne alcune tra le più importanti, la brasiliana Europe Sports Group, le tedesche Mondial Sport Management, Stellar Football Ltd, Sports Total, la britannica Europe Sports Group, la spagnola Bahia International, l’olandese Sports Entertainment Group e così via; rari sono ormai i procuratori sopravvissuti che agiscono a titolo individuale, come Mino Raiola, operante per lo più in Olanda e noto in Italia anche per aver riportato Mario Balotelli, nel corso dell’estate di quest’anno, dal Liverpool a Milan.

Tra i fondi che stanno finanziarizzando il settore del calcio c’è il Royal Football Lmt di Dubai, il britannico Media Sports Investments, il maltese Doyen Sport Investment, il cui massimo rappresentante è Nelio Lucas, che farebbe parte della cordata organizzata dal broker thailandese Bee Taechuabol per l’acquisto di una parte del Milan, e il fondo sovrano qatariota “Qatar Investment Authotity”, gestito dall’emiro in pectore del Qatar, Tamin bin Hamad al Thani, che, attraverso il Qatar Sport Investment, si muove con sicurezza nel mondo del calcio in Francia ed in Spagna; l’emiro in pectore è sospettato d’essere il “deus ex machina” degli intrighi che hanno portato la FIFA nel 2010 ad assegnare lo svolgimento del campionato del mondo di calcio del 2022 al Qatar, provocando polemiche ed accuse di “dazioni di danaro, regalie e tangenti elargite per orientare il voto”.

Le accuse hanno provocato un’azione giudiziaria contro i vertici della FIFA: nel maggio 2015, l’FBI statunitense ha spiccato un mandato di arresto contro numerosi dirigenti della Federazione calcistica internazionale (FIFA), riuniti a Zurigo per la rielezione alla presidenza della Federazione di Joseph Blatter, con l’accusa di associazione a delinquere e corruzione. Tuttavia, nonostante il clamore, Blatter è stato rieletto per la quinta volta consecutiva, annunciando successivamente le sue dimissioni, dopo essere stato ininterrottamente presedente della FIFA per diciassette anni. Il suo successore dovrebbe riformare un sistema che sinora ha governato con poca trasparenza una Federazione che include 209 federazioni nazionali, in presenza però di un conflitto sempre più profondo che vede all’opposizione le federazioni emergenti di Russia, USA, Cina, India, Qatar ed altre ancora.

Cosa potrà diventare il mondo del calcio con la sua finanziarizzazione, si può desumere da quanto Blatter ha dichiarato, in occasione del 64° Congresso della FIFA, al cospetto dei delegati delle federazioni nazionali, alla vigilia delle elezioni presidenziali del maggio scorso: “Dovremmo essere orgogliosi dell’impatto e dell’importanza che il nostro sport ha nella mappa geografica mondiale. Ecco, perché il calcio non è solo un gioco. Il calcio è più di un business, perché è più di un gioco. E’ un business multimiliardario, crea opportunità, ma crea anche controversie e difficoltà. Il calcio non è politica, ma forse possiamo contribuire a risolvere problemi che i politici non riescono ad affrontare in maniera rapida”. Certo, dopo il clamore sollevato dal mandato d’arresto di Zurigo del maggio scorso, la FIFA sarà chiamata a governare il mondo del calcio in modo più trasparente e ad adottare nuovi regolamenti, soprattutto “per impedire che catene di partecipazioni e intrecci azionari, alta finanza spicciola, fondi in cerca di allocazioni sempre più redditizie e club da spolpare continuino ad affastellarsi nei gangli del sistema incancrenendolo progressivamente” a danno dei consumatori dei servizi calcistici, ovvero dei tifosi.

Un maggior impegno della FIFA per un governo trasparente del mondo del calcio è tanto più necessario, per evitare che in Paesi come l’Italia, dove il pallone è simbolo dello sport più popolare e diffuso, sia oggetto delle mire di finanzieri-d’assalto antichi e moderni. È recente la notizia che la società di mediazione di proprietà cinese ‘In front’, fondata da Philippe Blatter (nipote di Joseph), la cui filiale italiana, per le modalità con cui ha gestito il patto col quale sono stati divisi tra il gruppo Sky e Mediaset i diritti televisivi per la trasmissione delle partite delle serie A e B italiane e quelle della Champion league e di Europa League, è oggetto di indagine anti-trust. Inoltre, è di questi giorni la notizia che due squadre blasonate italiane, Genoa e Sampdoria, avranno nuovi proprietari; guarda caso, titolari di risorse accumulate nel mondo del petrolio e in cerca di nuove forme d’investimento: l’azionista di maggioranza del Genoa sarà Giovanni Calabrò che, dopo aver fatto fortuna in Russia e stretto amicizia con Putin, sostituirà l’indebitato Enrico Preziosi; mentre Gabriele Volpi, dopo aver fatto fortuna in Nigeria, sostituirà Massimo Ferrero, per il quale la presidenza della Sampdoria risulta al di là delle sue possibilità.

Come reagire contro l’invadenza della finanza d’assalto nel mondo del calcio e contro i maneggi dei proprietari delle società ai danni dei tifosi, offuscando il prestigio e l’immagine del “gioco più bello del mondo? Non c’è che una via: occorre una riforma organizzativa che “consenta ai tifosi, attraverso trust, associazioni, o altre formule, una maggiore partecipazione alla vita societaria, che riconosca loro più poteri decisionali e di controllo sul management a fronte del pagamento di quote associative”; è questa la via imboccata da tre club europei prestigiosi: Real Madrid, Barcellona e Bayern Monaco si sono dotati di una “struttura aperta”. Si tratta di una riorganizzazione che nel Regno Unito è stata persino accolta dal manifesto del partito laburista presentato per le elezioni politiche del maggio 2015; nel manifesto si proponeva una modifica della governance del calcio inglese, incentrata sull’istituzione di “supporter trust”, ai quali riconoscere il diritto di ottenere informazioni riguardo al giro d’affari dei club, di nominare almeno due membri nei consigli di amministrazione e di acquisire fino al 10% delle quote azionarie qualora i club cambiassero di proprietà. Ma la riorganizzazione del mondo del calcio dovrebbe soprattutto prevedere l’estensione dell’azionariato diffuso anche per l’acquisto dei calciatori.

Sarà una pia illusione sperare che il controllo dei supporter trust e l’azionariato diffuso possano concorrere ad estraniare il neoliberismo finanziario dal mondo del calcio e dai comportamenti di chi pensa che, nascondendosi dietro la logica della contrattazione privata, si possa continuare a danneggiare impunemente i tifosi-consumatori; c’è solo da sperare che questi ultimi percepiscano quanto prima l’urgenza di un loro maggiore impegno, non solo negli stadi, per supportare la “squadra del cuore”, ma anche all’interno della società, premendo perché siano adottati, a livello politico, i necessari provvedimenti, al fine di porre un freno agli effetti negativi che la logica perversa dei fondi di investimento sta provocando ai danni del mondo del calcio, con implicazioni altrettanto negative per l’intero sistema sociale.

Gianfranco Sabattini

Hacking team. Ipotesi
di vendita ai terroristi

isis-hacker-died-600x400Continua la saga targata “hacking team”, l’azienda italiana specializzata nello sviluppo e gestione di software per hackerare e intercettare le comunicazioni di computer e smartphone al servizio di governi, forze dell’ordine e agenzie di intelligence di tutto il mondo, che è stata a sua volta hackerata a luglio.
Il cavallo di battaglia di Hacking Team è sempre stato il suo Remote Control System, conosciuto meglio come Galileo, una suite di attacco e analisi. Ma ora si teme che questo software possa essere finito anche in mano a terroristi sauditi, oppure militari stranieri o governi esteri. Il sospetto che ha portato alla perquisizione della Polizia Postale di Milano nella società Mala srl nasce da due ex collaboratori di Hacking Team: lo sviluppatore Guido Landi e il commercialista libanese Mostapha Meamma. I due ex dipendenti hanno lasciato Hacking Team per fondare a Torino la Mala srl, che è stata perquisita questa mattina dalla polizia postale su disposizione del pm di Milano Alessandro Gobbis.

Investigatori e inquirenti hanno scoperto un versamento effettuato il 20 novembre 2014 di circa 300 mila euro sul conto della srl torinese da parte di una società con base in Arabia Saudita, la Saudi Technology Development, che si occupa di “promozione della tecnologia e trasferimento delle conoscenze in Arabia Saudita”. La causale ufficiale sarebbe stata quella di un servizio di formazione professionale che, tuttavia, stando agli accertamenti degli inquirenti non sarebbe mai stato effettuato. “Non risulta verosimile – scrive infatti il pm Alessandro Gobbis – che la somma versata a Mala sia stata corrisposta per la formazione professionale, apparendo più probabile l’ipotesi della fornitura di servizi informatici”. Tra i possibili committenti dell’acquisto ci potrebbero essere non solo jihadisti ma anche militari stranieri o governi esteri. I dati per creare il software potrebbero essere stati acquistati, dunque, o a fini di spionaggio o anche per ragioni di concorrenza commerciale. Tuttavia si tratta solo di ipotesi.

“Siamo tranquilli e certi che le indagini dimostreranno che le accuse che ci vengono mosse sono ‘bufale’ diffuse da Hacking Team”, spiega Sandro Clementi, avvocato dei due indagati dell’azienda torinese. Nel decreto di perquisizione, aggiunge il legale, “non c’è alcun riferimento al fatto che la società Mala srl“, fondata dai due indagati, “possa aver venduto servizi informatici agli arabi, poi finiti in mano ai terroristi”. Quella del terrorismo, secondo il difensore, “può essere un’ipotesi investigativa, ma non è stata messa nero su bianco.

Pochi giorni fa inoltre con una comunicazione inviata ai contatti della mailing list aziendale, il CEO di HT David Vincenzetti aveva provato a rilanciare un nuovo prodotto destinato al mercato Usa attraverso dei nuovi tool anti-cifratura.

Liberato Ricciardi

Per approfondire:

Hacking Team. L’azienda “spia” italiana hackerata

Hacking Team fuori controllo. A rischio i nostri 007

 

8 per mille, la Corte dei Conti vuole vederci chiaro

Busta_paga-tasseQuesta volta non sono i radicali o i socialisti a mettere sotto la lente di ingrandimento l’8 per mille alla Chiesa, ma la Corte dei Conti che accusa il Vaticano e le altre confessioni di scarsa pubblicità sulle risorse, rischio di discriminazioni tra i soggetti interessati e assenza di controlli sulla gestione dei fondi. Sono un mucchio di soldi, oltre 1 miliardo di euro l’anno, che dalle tasche degli italiani finiscono non si sa bene dove e la magistratura contabile vuole vederci chiaro. Ecco dunque la sollecitazione all’Agenzia delle entrate per il monitoraggio sugli intermediari e a approfondimenti sulla attività .

La Corte però, si legge nella nota sulla gestione dell’8xmille “dà atto del miglioramento nella divulgazione dei dati da parte delle amministrazioni coinvolte” anche se “constata un ulteriore rallentamento nell’attribuzione delle risorse di competenza statale”. In particolare la relazione della magistratura contabile, “ha rilevato una serie di criticità nella gestione dell’istituto: il meccanismo che permette ai beneficiari di ricevere più dalla quota indistinta destinata ai possibili beneficiari che non dalle precise scelte dei contribuenti; la rilevanza dei contributi, che ha superato ampiamente il miliardo di euro per anno; la scarsa pubblicità dell’ammontare delle risorse erogate ai beneficiari”. La Corte dei Conti rileva inoltre “il rilevante ricorso delle confessioni religiose alle campagne pubblicitarie; il rischio di discriminazione nei confronti di confessioni non firmatarie di accordi; l’assenza di controlli indipendenti sulla gestione dei fondi; la carenza di controlli sugli intermediari delle dichiarazioni dei redditi; lo scarso interesse dello Stato per la quota di propria competenza, essendo l’unico competitore che non sensibilizza l’opinione pubblica sulle proprie attività e che non promuove i propri progetti”. “Le somme disponibili – si legge infine-vengono talvolta destinate a finalità diverse anche antitetiche alla volontà dei contribuenti”.

Aborti in calo in Italia. Ma aumentano gli obiettori

Un importante esito è arrivato oggi al Parlamento: è diminuito di oltre il 5% in un anno il numero degli aborti in Italia e, per la prima volta, il totale è inferiore ai 100.000. È quanto emerge dalla Relazione sull’attuazione della legge 194/1978 inviata dal Ministero della Salute a Parlamento, in cui vengono presentati i dati definitivi del 2013 e quelli preliminari per il 2014. In particolare, sono state notificate dalle Regioni 97.535 Ivg (interruzioni volontarie di gravidanza), con un decremento del 5,1% rispetto al dato definitivo del 2013 (105.760 casi), più che dimezzate rispetto alle 234.801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia. Female doctor pointing to ultrasound picture with pregnant woman
Da evidenziare che il valore italiano rimane tra i più bassi di quelli osservati nei Paesi industrializzati. Per quanto riguarda il 2013, si conferma la stabilizzazione del contributo percentuale delle donne straniere, pari al 34% delle IVG, con un tasso di abortività del 19 per 1000, pari a una tendenza tre volte maggiore di quelle italiane, in generale, e quattro volte per le più giovani.

Altro fattore molto importante è quello relativo alla diminuzione negli aborti tra le minorenni, il cui tasso registrato è al 4,1 per mille (era 4.4 nel 2012). Uno dei valori più bassi rispetto agli altri paesi occidentali. Resta costante poi, e la più bassa a livello internazionale, la percentuale di aborti ripetuti: il 26.8% delle IVG viene effettuata da donne con una precedente esperienza abortiva.

È stato registrato un Incremento dell’uso della pillola Ru486 per l’aborto, il farmaco è stato infatti impiegato nel 9,7% (in totale 8.114 casi) di tutte le Interruzioni volontarie di gravidanze (Ivg) nel 2013, in tutte le Regioni tranne le Marche. L’aborto farmacologico era stato usato nel 2010 in 3.836 casi (3,3% del totale) e in 7.432 casi nel 2011 (6,7%).
IVG
Resta comunque da registrate che per quanto il nostro Paese abbia fatto un grande balzo in avanti in questo senso, resta sempre più difficile per una donna poter abortire. Dal 2006 al 2013 i medici ginecologi obiettori italiani sono aumentati, dal 69,2% al 70% del totale. Ma, secondo la Relazione al Parlamento sulla legge 194, le IVG vengono effettuate nel 60% delle strutture disponibili, con una copertura soddisfacente, tranne che in due regioni molto piccole. Secondo i dati del Ministero della Sanità, calcolando le IVG settimanali a carico di ciascun ginecologo non obiettore, e considerando 44 settimane lavorative in un anno, a livello nazionale ogni non obiettore ne effettua 1.6 a settimana, un valore medio fra un minimo di 0.5 della Sardegna a un massimo delle 4.7 del Molise. Infatti continuano anche a diminuire i tempi di attesa fra rilascio della certificazione e intervento. Il 90.8% delle IVG viene effettuato nella regione di residenza.
Nonostante questi dati incoraggianti, il numero degli obiettori resta comunque molto alto. Nel 2013 la relazione conferma valori elevati di obiezione di coscienza, specie tra i ginecologi (70.0%, cioè più di due su tre) con una tendenza alla stabilizzazione, dopo un notevole aumento negli anni. Infatti, a livello nazionale, si è passati dal 58.7% del 2005, al 69.2% del 2006, al 70.5% del 2007, al 71.5% del 2008, al 70.7% nel 2009, al 69.3% nel 2010 e 2011, al 69.6% nel 2012 e al 70.0% nel 2013. Aumentano poi gli obiettori anche tra gli anestesisti ( 47.5% nel 2011 e 2012 e 49.3% nel 2013) e personale non medico (dal 38.6% nel 2005 al 46.5% nel 2013).
Qui di seguito la tabella degli obiettori per Regione italiana:
obiettori

Maria Teresa Olivieri