Dopo il terrorismo e Brexit, ripensare l’Unione Europea

UEI fatti tragici che, per iniziativa di gruppi terroristici, si sono verificati nei mesi scorsi nei Paesi dell’Unione Europea, facenti parte della lista dei “Paesi Crociati”, così denominati perché individuati come i nemici storici dei popoli di religione islamica, avrebbero dovuto indurre a riflettere sullo stato dell’Unione e sul processo sperimentato nella realizzazione della sua integrazione politica. Tutti Paesi europei, pur subendo ormai da tempo la minaccia terroristica, sino ad essere costretti, a volte, a porre seri limiti alle libertà che connotano l’organizzazione della loro vita sociale, hanno mostrato, invece, la più assoluta incapacità di organizzare una risposta unitaria efficace e credibile, quantomeno sul piano difensivo, contro chi minacciava l’integrità fisica dei loro cittadini.

La mattina del 24 giugno, la notizia della vittoria del “leave” sul “reamain” del Regno Unito dall’Europa, avrebbe dovuto indurre i rappresentanti politici dei principali Stati firmatari dei Trattati del 1957 a prendere sul serio la necessità di compiere un deciso “scatto in avanti” sulla via della tanto agognata integrazione politica dell’Europa. Sennonché, al di là delle molte dichiarazioni preoccupate con cui la Brexit è stata accolta, ciò che maggiormente è sembrato preoccupare i responsabili delle politiche interne di Germania, Francia e Italia sono stati i probabili effetti immediati sul piano economico; al punto che, anziché considerare in positivo la fuoriuscita del Regno Unito dall’Europa e la liberazione dell’agenda politica europea dagli effetti negativi dei molti “opt-out” che nel tempo la Gran Bretagna ha sempre ottenuto rispetto ai rimanenti Stati membri, sta prevalendo la tendenza a riflettere sul come evitare l’esito del referendum del 23 giugno; referendum che David Cameron, per puri calcoli elettoralistici, si era impegnato di indire, pur temendo il risultato che poi è emerso dalle urne, per accattivarsi i voti della parte del partito conservatore favorevole alla Brexit.

Quanto sia stato poco lungimirante il premier inglese lo dimostra oggi il fatto che molti elettori che si sono espressi per il “leave” gridano d’essere stati imbrogliati da notizie false, mentre una parte del Regno, la Scozia, dichiara addirittura che non intenderà uscire dall’Europa, mentre Cameron che, dopo il risultato referendario, avrebbe dovuto dimettersi, è ancora saldamente al suo posto. Al di là degli scontenti del “giorno dopo”, occorre comunque prendere atto delle affermazioni dello storico Donald Sassoon, secondo i quale il Regno Unito non si è mai identificato con l’Europa nelle sue varie incarnazioni, anche se la sua adesione nel 1973 era stata approvata, nel 1975, a larga maggioranza da un precedente referendum. Da allora – afferma Sassoon – “non siamo tanto cambiati noi, è cambiata l’Unione, aggiungendo elementi a quella che era all’inizio solo un’alleanza commerciale ed economica. Così il Regno Unito è rimasto fuori dall’euro, fuori da Schengen, fuori da altri accordi”; in altre parole, di fatto, fuori dall’Europa, per cui il risultato del 23 giugno deve considerarsi la ratifica di una situazione già esistente.

Quali sono gli ostacoli che, pur in presenza di una reale minaccia del terrorismo hanno impedito un effettivo passo in avanti nell’organizzazione della tanto “sbandierata” politica di sicurezza e difesa comune dell’Unione Europea? Tale politica di sicurezza, divenuta parte integrante della politica estera dell’Unione a partire dal Trattato di Lisbona del 2007, tra i cui obiettivi era indicata appunto la creazione di una comune capacità di difesa, rappresentava una plausibile occasione per riprendere con forza il cammino verso l’integrazione politica. Secondo il Trattato, tutti i Paesi europei avrebbero dovuto mettere a disposizione dell’Unione le loro capacità civili e militari per attuare un sistema di difesa comune, qualora il Consiglio europeo avesse deciso di costituirla, previa una deliberazione presa all’unanimità. Ma come poteva essere prevista un’unanimità su un argomento rispetto al quale, Regno Unito in testa, alcuni Paesi europei non hanno mai inteso farne una materia oggetto di decisioni comuni?

Nel momento in cui era massimo il pericolo del terrorismo, una difesa comune dei Paesi dell’Unione contro le minacce esterne avrebbe dovuto rivestire una particolare importanza, perché sarebbe dovuta servire, tra l’altro, a garantire la sopravvivenza, sia pure minimale, dell’originario disegno dell’unificazione europea; ma, come nella soluzione dei problemi economici, l’organizzazione della difesa comune ha scontato il prevalere dei particolarismi nazionali sull’interesse generale europeo. Per questo motivo, di fronte all’incapacità di portare avanti una qualsiasi azione nel segno di un avanzamento sulla via dell’auspicata integrazione, occorrerà riflettere criticamente sul modo in cui si è proceduto sinora per il raggiungimento dell’obiettivo.

Si osserva che, dopo il successo iniziale dei Trattati della CEE, alla fine degli anni Cinquanta, tutti gli Stati membri di allora hanno conseguito sostanziali benefici economici e sociali; questi sono valsi a consolidare il convincimento che i Trattati esprimessero, come viene detto da Marco Patriarca (“L’Unione Europea daccapo”, in “Nuova Storia Contemporanea”, n. 5/2015), “tutte le ragioni per fornire anche la basi giuridiche e regolamentari di una Nuova Europa. Tutto ciò ha dato luogo a un fervore normativo, didattico-dottrinario e poi legislativo, che ha prodotto il cosiddetto acquis communautaire, un corpus normativo, una prassi e un modo di affrontare il problema della compatibilità tra le varie normative nazionali”, che avrebbe dovuto costituire la “via maestra” da percorrere, per realizzare l’unità politica tra tutti gli Stati firmatari dei Trattati originari.

Sia pure col senno di poi, considerato quanto è avvenuto in questi ultimi anni e soprattutto considerata la decisone del Regno Unito di uscire dall’Europa, non sembra che il fervore originario suscitato dai Trattati comunitari, che ha animato successivamente l’azione delle istituzioni europee, in particolare quella della Commissione di Bruxelles, abbia indotto a valutare attentamente il contributo critico dei giuristi, dei sociologi, e persino degli antropologi, che “al di fuori della politica, avevano anticipato quasi tutti i problemi nascenti da una nuova Europa Unita”.

Ciò, perché le istituzioni comunitarie, nel perseguire il raggiungimento dell’unità politica dei diversi Paesi firmatari dei Trattati costitutivi, non hanno attentamente considerato se fosse mai stato possibile sostituire “alle fonti nazionali del diritto” una “super-fonte comunitaria a Strasburgo”, rispettosa, sì, dei diritti nazionali, ma prevalente in settori chiave di ogni nazione, quali quelli economici, finanziari e di difesa; esse, cioè, non avrebbero attentamente valutato se, attraverso l’adozione di una super-fonte comunitaria sul piano giuridico, fosse stato possibile avviare un processo in grado di generare “finalmente l’integrazione europea e l’’unione sempre più stretta’ vaticinata quasi ossessivamente dal Trattato di Lisbona”.

Ciò che, nell’assunzione degli impegni fissati nel 2007 a Lisbona, è stato forse sottovalutato, è consistito nel fatto che l’aspirazione a realizzare l’unità politica non poteva allora, dati i tempi, che essere improntata al realismo, per attenersi alla logica della sola realizzazione di “un comune sviluppo economico”, considerato che questo era l’unico aspetto riguardo al quale i parlamenti nazionali trovavano minori difficoltà nel recepire le decisioni degli organi comunitari.

Le implicazioni unitarie più generali risultavano essere di minore interesse, anche per via del fatto che i successi delle azioni comunitarie sino ad allora sperimentate avevano avuto l’effetto di diffondere tra i popoli europei un senso di appagamento che li ha indotti a non porsi obiettivi che non fossero riconducibili alla rimozione degli stati di bisogno avvertiti con maggiore urgenza e alla conservazione di una condizione di pace sia nelle relazioni interne, che in quelle esterne al progetto comunitario.

La vocazione a realizzare l’unità politica era stata rilanciata alla fine degli anni Ottanta; ma dopo il fallimento del Trattato costituzionale europeo del 1995, che avrebbe dovuto unificare politicamente l’Europa, il Trattato di Lisbona, che di quello fallito del 1995 ha ereditato le finalità, ha confermato il ritorno alla prassi tradizionale delle istituzioni europee (Parlamento e Commissione) e dei parlamenti nazionali; questi ultimi, però, anche a causa delle crescenti difficoltà economiche di alcuni Paesi, hanno sperimentato, in sostituzione della loro passata acquiescente apertura alle decisioni di Bruxelles, un crescente logoramento, causato della sterile contrapposizione tra maggioranze e minoranze che ne hanno bloccato la capacità decisionale ogni qualvolta sono stati chiamati ad approvare direttive europee su temi aventi un carattere specificamente nazionale.

Ciò è avvenuto per via del fatto che mai le istituzioni europee, in accordo con tutti i governi dei Paesi aderenti all’Unione, hanno tentato, al di là delle ricorrenti dichiarazioni d’intenti, di lanciare concretamente una proposta per la realizzazione dell’unità politica attraverso la fondazione di uno Stato Federale Europeo che, in luogo delle decisioni fatte calare dall’alto sui singoli Paesi, fosse risultato strumentale allo svolgimento di processi decisionali solidaristici, maturati dal basso, maggiormente compatibili con le specificità politiche, sociali ed economiche dei singoli Paesi, per l’assunzione di scelte partecipate e condivise.
Nelle more della realizzazione dello Stato Federale, se l’azione delle istituzioni europee e dei parlamenti nazionali fosse valsa a favorirne la qualificazione in senso federalistico, alcuni Stati europei, o tutti insieme, nei casi di emergenza come quelli che i popoli europei da tempo stanno vivendo, nella prospettiva di vederne accrescere l’intensità e la pericolosità, avrebbero potuto attivare alcune iniziative fuori dalle incertezze che ne avessero impedito una loro pronta traduzione sul piano operativo.

La fuoriuscita del Regno Unito dall’Europa, sia ora l’occasione, non tanto di perdere tempo per rimediare ai danni economici che Brexit potrà produrre, ma per riflettere ab imis sulla necessità di una rivisitazione del complessivo disegno europeo originario. Come osserva Jacques Attali, non ci si può più accontentare di puntare tutta l’attenzione sul mercato unico interno; ciò, perché non si può più pensare di realizzare una Europa unita così come è stata immaginata in passato. Per il rilancio del progetto originario sarà necessario che i principali Paesi fondatori, Germania, Francia e Italia, formulino da subito un nuovo impegno, per dare innanzitutto un segnale forte sulla sicurezza e, in secondo luogo, per concentrare gli sforzi perché la riproposizione del disegno europeo sia ritagliata sull’Eurozona.

Ciò significa che i tre Paesi non dovrebbero perdere tempo su come ritardare la fuoriuscita del Regno Unito e su come “ammansire” i recalcitranti Paesi dell’Est, divenuti “europeisti della domenica”, solo per convenienza e per trovare una valida protezione contro le mire del Paese che per quasi cinquant’anni li ha tiranneggiati. Puntare sul potenziamento dell’Eurozona, significherebbe facilitare il processo d’integrazione per via del fatto che i problemi da affrontare riguarderebbero i 19 Paesi che ne fanno parte e non più i 28 dell’Unione; ma significherebbe anche proteggere l’area dell’euro per evitare che il possibile indebolimento della moneta unica rispetto al dollaro causi il rilancio della moneta americana come “bene rifugio” e il pericolo di fuga dei capitali dall’Europa. A ciò va aggiunto che la stabilizzazione e la protezione dell’Eurozona varrebbe anche ad evitare che il diffondersi dei movimenti populisti ed euroscettici in alcuni tra i 19 Paesi causino nuove “uscite”, il cui accadimento segnerebbe definitivamente la fine di ogni discorso sugli Stati Uniti d’Europa.

Gianfranco Sabattini

Stupro di Salerno, i genitori accusano la vittima

stuproAncora uno stupro di gruppo: questa volta è avvenuto in provincia di Salerno, ai danni di una sedicenne. Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, a compiere la violenza sarebbero stati cinque minori, tra i quindici ed i diciassette anni. Questi ultimi si sarebbero avvicinati alla ragazzina mentre camminava per le vie del centro di San Valentino Torio.

Dopo i fatti di Rio de Janeiro, ci si trova nuovamente di fronte ad una violenza condivisa, davanti a delle azioni compiute da giovani che, probabilmente, si sono sostenuti tra di loro nel compiere l’aggressione. Questo caso è l’ennesima conferma che il senso di aggregazione gioca un ruolo importante, viene infatti da chiedersi: lo stupro sarebbe avvenuto ugualmente se anche solo uno di loro si fosse tirato indietro?

Un’altra domanda a cui bisognerebbe trovare una risposta è: questi ragazzini sono stati adeguatamente educati a rispettare le donne? Andrea Malavilla (27 Giugno 2016) ha scritto che i genitori dei giovani accusati di stupro avrebbero difeso i propri figli, sostenendo che si sarebbe trattato di «una ragazzata». Gli adulti avrebbero anche sottolineato che la sedicenne avrebbe provocato i ragazzini poiché «vestita in modo provocante». Qualora venissero confermate, queste affermazioni peserebbero come un macigno sul senso di collettivo civiltà.

Quando avvengono dei crimini, di qualunque tipo, le persone vicine a chi li commette dovrebbero cercare di aiutare loro a capire la gravità delle azioni compiute. Solamente in questo modo si può innescare quel sistema secondo cui la vicinanza dei familiari può aiutare a ridurre la possibilità che il soggetto commetta altri crimini. La letteratura criminologica presenta infatti numerose teorie per le quali i criminali potrebbero desiderare di voler cambiare vita per non deludere la propria famiglia. Ovviamente sussistono anche degli altri fattori che influiscono sul rating del “re-offending”, ma, soprattutto per quanto concerne i giovanissimi, i genitori restano delle figure di riferimento fondamentali.

È per questa ragione che le famiglie di questi minorenni dovrebbero cercare di capire fino in fondo che cosa è accaduto e, qualora venisse emessa una sentenza definitiva sul caso, dovrebbero evitare di giustificare i propri figli facendo ricadere le colpe sulla vittima. Sarebbe fondamentale stare loro vicini, ma consentendo alla giustizia far comprendere loro le conseguenze delle azioni compiute.

Alessia Malachiti

 

Brexit. Osborne annuncia:
“Il Paese sarà più povero”

 

George Osborne

Il tweet di Osborne

Fa freddo nonostante sia luglio in Gran Bretagna, un freddo metaforico, quello del risveglio dalla propaganda dopo il voto sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. È lo stesso governo britannico a fare previsioni fosche sul futuro dei sudditi di Sua Maestà, che hanno portafogli e borsellini sempre più vuoti, nonostante i dati positivi fin qui registrati dalla loro economia. Votando per il ‘Leave’ credevano di fare un passo in avanti, ma tutto lascia intendere che come è avvenuto con la crisi del 2008, anche la nuova che si preannuncia, avvantaggerà solo chi è già tanto tanto ricco.
Lo ha ripetuto anche oggi nel dibattito a Westminster con il premier David Cameron, il leader laburista Jeremy Corbyn, ricordando che mentre il Pil cresce, crescono anche i poveri: + 200 mila in un anno. È l’amara realtà di un’economia liberista che mal sopportava le (poche) regole europee e che da domani si prepara a chiedere ai cittadini nuove ristrettezze, tagli ai bilanci e più tasse. E a dirlo è lo stesso Cancelliere allo Scacchiere, il ministro delle finanze George Osborne.

The country is going to be poorerafter #Brexit vote, – “Il Paese è destinato a essere più povero dopo il voto per la Brexit” ha twittato dopo un intervista alla BBC.

Nell’intervista raccolta da Radio4 il Ministro si è lasciato andare a una profezia a tinte fosche, condita da “inevitabili tagli alle spese e aumenti delle tasse per stabilizzare l’economia” il tutto sotto il segno di un crudo “realismo rispetto alle sfide economiche che ora attendono il nostro Paese” salvo poi cercare di stemperare l’allarme aggiungendo che però “non potremmo trovarci in condizioni migliori per affrontarle. E questo grazie al lavoro che negli ultimi anni ha permesso di ricostruire la nostra solidità economica”.

Siamo insomma al fallout di un voto che minaccia di far pentire amaramente quei 17 milioni 410 mila e 742 cittadini (51,9%) che hanno scelto di voltare le spalle all’Ue pensando così di risolvere i loro problemi mentre si cominciano a svelare le molte bugie della propaganda per il ‘Leave’.
Brexit bus propaganda per il LeaveLa vittoria è stata costruita su promesse che non possono essere mantenute. Una di queste era scritta a caratteri cubitali sui pullman usati nella campagna pro-Leave ed era quella che i 350 milioni di sterline versati ogni settimana a Bruxelles sarebbero andati al sistema sanitario nazionale, ridotto a brandelli dai tagli imposti in questi anni. Già la cifra vera era diversa, meno di 250 milioni e non 350, ma lo stesso leader del fronte antieuropeista, Nigel Farage, dichiarava candidamente la sera dopo il voto che non si poteva garantire che quei soldi sarebbero stati spesi per la sanità.

Una bufala anche quella sull’immigrazione, forse la bugia che più ha incontrato le paure spesso totalmente ingiustificate dell’elettorato, contribuendo decisamente alla Brexit. Il fronte antieuropeista prometteva che con la vittoria del Sì, si asrebbe avuto il controllo e la riduzione dell’immigrazione. “Rivogliamo i nostri confini, rivogliamo i nostri passaporti, rivogliamo il nostro Paese. Chiunque sia d’accordo con noi, voti il 23 giugno, sarà il giorno dell’indipendenza”, tuonava Farage. Ma oggi tutti cominciano a capire che se la Gran Bretagna vuole continuare a far parte del mercato comune – ed è quello che stanno chidendo – dovranno accettare le condizioni dei 27 che comprendono tra i punti essenziali, che alla libera circolazione delle merci corrisponda anche la libera circolazione dei lavoratori.
Oggi i seguaci di Farage spiegano che in realtà chiedevano un qualche tipo di controllo su chi entra nel Paese e sulle quote d’immigrazione, conrolli che possono riguardare solo i cittadini extraeuropei, non certo quelli dei Paesi Ue.
Forse credevano davvero nei sondaggi che davano la Brexit perdente, fatto sta che oggi si rendono conto del pasticcio e cercano di allungare i tempi, di avviare negoziati, di uscire senza uscire per davvero. Avevano promesso che se avessero vinto, il Regno Unito avrebbe lasciato l’Unione europea il prima possibile e invece allungano la minestra. “Il Premier ha dato tempo al Paese – ha detto il Cancelliere dello scacchiere – di decidere che tipo di relazione avere con l’Europa, rinviando la decisione di avviare la procedura dell’Articolo 50 all’autunno, quando sarà in carica un nuovo premier”. Intanto … chissà.

Il Passato e il futuro
di una Repubblica

8 giugnoMondoperaio ha dedicato al 70° anniversario della fondazione della Repubblica un numero monografico, con i contributi di G. Amato, E. Galli della Loggia, S. Cassese, P. Pombeni, G. Sabbatucci, G. Mammarella, Z. Ciuffoletti, D. Cofrancesco, A. Benzoni, G. Cazzola, M. Gervasoni, L. Scoppola Iacopini, A. Marino, L. Karrer, A. Spiri, L. Capogrossi, G. Pasquino, S. Ceccanti, G. Rebuffa, U. Intini, P. Becchi, G. Parodi, C. Pinelli, M. Plutino, F. Gallo, V. Gamberale, R. Angelini e F. Costantino.
Il direttore di Mondoperaio, Luigi Covatta, insieme a Piero Craveri, Marcello Sorgi e Sergio Zavoli ne ha discusso con gli autori, martedì 28 giugno, presso la Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”.


La scelta attuale e storica di una Repubblica

di Luigi Covatta

In fondo oggi celebriamo innanzitutto un referendum, che di questi tempi è un istituto piuttosto controverso. Non perché, come ha scritto Ricolfi domenica sul Sole, le elites lo apprezzano solo quando dà loro ragione. Perché oggi le èlites lo usano per scaricarsi dalle responsabilità della leadership. Tutto il contrario del senso di responsabilità con cui settant’anni fa lo scelsero e lo usarono Nenni, De Gasperi e Togliatti, e della fermezza con cui ne difesero il risultato: una fermezza tale che negli anni successivi ci si scontrò su tutto, ma non su quel dato.
Perciò il numero monografico che oggi presentiamo non ha carattere celebrativo, ma interviene nel dibattito pubblico sul presente e sul futuro del nostro paese. E la speranza (forse spes contra spem, visto l’operoso silenzio con cui è stato celebrato il due giugno) è che questo dibattito si sviluppi nei prossimi mesi: altrimenti vorrà dire che nel nostro piccolo anche noi abbiamo fatto uno scoop, informando che la Repubblica non è caduta dal cielo e non è vissuta nei corridoi dei palazzi romani.
Invece, come dice Giuliano Amato nel suo editoriale, “il settantesimo anniversario della Repubblica è un’ottima occasione per liberarsi delle letture manichee del passato, alimentate in questi anni dalle polemiche sul presente”. Infatti “gli anni della Repubblica sono letti come quelli che hanno consentito il consolidamento di una democrazia inizialmente fragile e incerta ed hanno portato un’Italia inizialmente arretrata fra i grandi del G7. Ma sono letti ancora di più come quelli che hanno consentito ai partiti di spadroneggiare sulla società, hanno fatto crescere la corruzione dei corrotti e quella – più sottile e rispettabile – della casta, e hanno lasciato al futuro soltanto privilegi da cancellare e debiti, pubblici e privati, sempre più pesanti da sopportare: per cui il futuro lo si può costruire soltanto cancellando il passato e liberandosi dei suoi errori”.
Per noi, invece, la Repubblica è una e indivisibile non solo dal punto di vista geografico, ma anche dal punto di vista storico. Il che ci induce a diffidare del valore salvifico di svolte vere o presunte e delle relative periodizzazioni.
Non ci induce, però, ad ignorare o a sottovalutare le tare genetiche della nostra Repubblica, e le loro ricadute sul suo stato di salute lungo settant’anni di vita. Non a caso, del resto, abbiamo dedicato all’autocritica della Repubblica il primo dei nostri dossier, al quale hanno collaborato, con Ernesto Galli della Loggia, Sabino Cassese, Paolo Pombeni, Giovanni Sabbatucci, Giuseppe Mammarella, Zeffiro Ciuffoletti, Albero Benzoni e Giuliano Cazzola.
La difesa della Repubblica la abbiamo invece affidata a Marco Gervasoni e ad altri storici di una nuova generazione come Luigi Scoppola Iacopini, Andrea Marino, Livio Karrer ed Andrea Spiri.
Non potevamo ovviamente ignorare le macerie da cui la Repubblica rischia oggi di essere seppellita: ma ci siamo ben guardati dal fissare ad un’ora x l’inizio della frana. Anzi, Luigi Capogrossi è andato molto oltre la vulgata (ed oltre l’eventuale nostalgia) nell’individuare le novità oggettive che hanno messo in crisi il vecchio sistema politico senza peraltro realizzarne uno nuovo, offrendo spunti per gli interventi di Gianfranco Pasquino, Stefano Ceccanti, Giorgio Rebuffa, Ugo Intini, Paolo Becchi e Giuliano Parodi.
Così come Cesare Pinelli si è ben guardato dal proporre ricette per le osterie dell’avvenire nel prospettare problematicamente il possibile futuro della nostra Repubblica, introducendo gli interventi di Marco Plutino, Franco Gallo, Vito Gamberale e di due giovani studiosi di valore come Roberto Angelini e Fulvio Costantino.
Ripeto: l’augurio è che l’incontro di oggi apra una riflessione più ampia ed ancora più partecipata: senza nulla da recriminare per quanto è stato rottamato del passato, ma con molto da suggerire sulla rimozione delle macerie del presente.

Energie rinnovabili:
un piano da 9 miliardi

APPROFONDIMENTO-Fonti rinnovabiliIl premier Matteo Renzi ha presentato il piano del governo sulle energie rinnovabili, 9 miliardi in vent’anni: “L’hastag è energia 9”, ha annunciato il presidente del Consiglio, nel corso di una conferenza stampa con l’ad di Eni, Claudio Descalzi, e quello di Enel, Francesco Starace, ricordando che “Energia 9″ nel 1918 fu la prima rivista fondata da Gobetti, in un momento in cui si usciva dalla prima guerra mondiale e la situazione non era tranquilla”.

“In quella rivista – ha detto Renzi – in cui collaborarono alcuni dei più grandi cervelli c’era l’idea di una svolta verso il futuro. Questo è anche il nostro hastag, anche se non siamo degni di essere paragonati con quei giovani dell’antifascismo”, ha spiegato Renzi. “Ma questa è una scelta politica. Prendere la grande scommessa di Eni per innovare, avere energie nuove dentro il nostro cuore e il nostro business”. “Energia 9 è insomma un obiettivo concreto”, ha sottolineato il premier. Si tratta di “un pacchetto di interventi che dimostra che c’è una strategia verde di questo Paese alla quale chiamiamo a orientarsi tutti i partner pubblici e privati”, ha spiegato il presidente del Consiglio.

Un decreto che vale 9 miliardi. “400 milioni all’anno” ha specificato Renzi. “Il 50% lavora su quelle fonti che hanno un risultato molto positivo immediatamente, quasi in equilibrio, per esempio l’eolico. Il 25% sarà su tecnologie di frontiera, come il termodinamico di cui abbiamo la tecnologia, ma non un posto dove sia stata implementata in Italia. L’ultimo 25% va al grande tema dell’economia circolare, quindi biomasse, parti di scarto”.

“Oggi vogliamo finalmente fare chiarezza: abbiamo aspettato la fine delle polemiche post referendarie e della discussione sulle amministrative per presentare il lavoro che il Paese intende fare sulle energie rinnovabili, partendo da Eni e Enel. E poi c’è Terna con quattro miliardi di investimenti in quattro anni, uno l’anno”, ha aggiunto Renzi, annunciando che “non intendiamo scendere ulteriormente” in Eni, Enel e Terna.

Presentando il piano del governo sulle energie rinnovabili, Renzi ha ribadito che l’Italia non ha nulla da invidiare agli altri Paesi. “L’Italia – ha spiegato – non è solo il Paese più bello del mondo ma anche il Paese che può essere il Paese più rinnovabile, basta prendere lezioni dagli altri. Essere all’avanguardia vuol dire cambiare sempre, costantemente”, sottolinea il presidente del Consiglio. “Tutti insieme possiamo lavorare per far sì che l’Italia” sia il Paese più innovativo “abbiamo le competenze per riuscirci”.

“Vorrei fosse chiaro il messaggio per gli italiani: le migliori tecnologie e competenze sulle rinnovabili stanno nelle aziende italiane. Il pianto e la lamentazione tradizionale per cui non siamo in forma e in prima linea sulle rinnovabili deve finire. Perché numeri e innovazioni ci permettono di dire che siamo all’avanguardia sui contatori digitali, l’innovazione e la gestione del futuro delle energie. Dovremmo essere orgogliosi di ciò che stiamo e stanno facendo”.

“L’investimento di 9 miliardi annunciato dal premier Renzi – ha commentato il deputato del Psi Oreste Pastorelli – rappresenta un passaggio storico per l’Italia in materia di energie rinnovabili e dimostra ancora una volta la grande attenzione del Governo nei confronti dell’ambiente. Il decreto del Mise sarà una tappa essenziale nel percorso che ci condurrà ad essere il paese leader nel campo della ecosostenibilità”. “Inoltre – ha proseguito – il pacchetto di interventi che saranno attuati da Eni, Enel e Terna svilupperà in maniera decisiva gli impianti di energia rinnovabile. Segno che, differenza di altri grandi paesi europei, l’Italia mette al centro del suo  programma lo sviluppo sostenibile: la giusta prosecuzione degli accordi di Parigi. Una precisa strategia ‘verde’, tutta italiana, che consentirà alle prossime generazioni di vivere in un Paese più sano”.

Redazione Avanti!

Dieselgate Volkswagen: sotto accusa l’intero CdA

VW-DieselgateA nove mesi dal suo inizio, si comincia a delineare il quadro giudiziario collegato al “Dieselgate”, lo scandalo sull’alterazione dei dati riguardanti le emissioni inquinanti che ha colpito la Volkswagen nel settembre 2015. Secondo quanto riportato dal settimanale Der Spiegel, il tribunale amministrativo della Bassa Sassonia, dove il gruppo ha la sede, ha iscritto sul registro degli indagati sia Martin Winterkorn,  ex-CEO del gruppo Volkswagen, che Herbert Diess, l’attuale presidente della casa automobilistica.

Per entrambi l’accusa è di aver manipolato il mercato azionario a favore del gruppo Volkswagen in merito agli eventi del 22 settembre del 2015. Quel giorno, mentre cominciava a delineare l’entità dello scandalo, un comunicato ufficiale del CdA Volkswagen annunciava che per fronteggiare il “Dieselgate” sarebbero serviti 6,5 miliardi di Euro, cifra poi rilevatasi essere di 16,5 miliardi. Secondo il rapporto compilato dal BaFin, l’equivalente tedesco della Consob riportato dall’agenzia Reuters, il gruppo avrebbe presentato consapevolmente una cifra più bassa del reale allo scopo di contenere i danni finanziari e manipolando di fatto il corso azionario del titolo.

Gli inquirenti non escludono che il numero degli indagati aumenti arrivando ad includere, qualora fosse seguito il rapporto del BaFin, tutti i dieci attuali membri del CdA della casa automobilistica di Wolfsburg. Si colpirebbero così gli attuali vertici del gruppo, ovvero il CEO Matthias Müller e l’attuale presidente del consiglio di vigilanza Dieter Pötsch, ai tempi direttore finanziario del gruppo e firmatario del comunicato del 22 Settembre.

Una probabile condanna degli amministratori del gruppo, primo fra tutti Winterkorn, aprirebbe la strada a richieste di risarcimento da parte degli investitori istituzionali del gruppo, mettendo a rischio i futuri investimenti della società e la competitività internazionale dell’azienda. Con un fatturato di oltre 200 miliardi di Euro l’anno, Volkswagen è la principale azienda tedesca ed il il terzo costruttore del mondo ed il primo d’Europa, di cui copre il 25% del mercato. Quasi 600.000 sono i dipendenti dell’azienda, senza tener conto dell’enorme indotto non solo nazionale, ma internazionale: un’ulteriore crisi mettere fortemente a rischio, quindi, migliaia di posti di lavoro e avere enormi conseguenze sull’intero impianto produttivo e finanziario europeo.

I tedeschi usano dire che “se la Volkswagen starnutisce, la Bassa Sassonia prende l’influenza e tutta la Germania deve mettersi al riparo”. Visto l’entità dello scandalo e l’importanza del gruppo anche l’Europa dovrebbe cominciare a preoccuparsi.

Simone Bonzano

Addio Rio 2016. ‘Doping
di Stato’ per l’atletica russa

Vladimir Pitin allo stadioLa Iaaf ha deciso di non revocare la sospensione imposta a novembre alla federatletica russa per lo scandalo doping: niente Giochi Olimpici. Dura reazione del ministro dello sport russo, Vitaly Mutko: “Infranti i sogni degli atleti puliti”

MOSCA – Niente Rio 2016 per la Federazione russa di atletica leggera. La Iaaf, federazione mondiale di atletica leggera, riunitasi venerdì a Vienna con il consiglio presieduto dal norvegese Rune Andersen, intende dunque proseguire la sospensione della federazione russa comminata a novembre, causa i molteplici casi doping emersi in occasione dell’indagine da parte della commissione indipendente della Wada. La notizia è stata anticipata dal segretario generale della Federazione russa di atletica leggera, Mikhail Butov all’agenzia di stampa ‘Tass’. “Sono in grado di confermarlo, la sospensione è mantenuta, al momento non sono in grado di rilasciare ulteriori commenti”.
Ha invece parlato, esprimendo il proprio malcontento, il ministro dello sport russo, Vitali Mutko: “La squalifica della federazione russa di atletica leggera era aspettata, lo si poteva prevedere. Reagiremo”. Poi l’attacco alla Iaaf: “Siamo estremamente dispiaciuti dalla decisione della Iaaf di confermare la squalifica di tutti i nostri atleti, creando una situazione senza precedenti in cui gli atleti di un’intera nazione vengono esclusi dalle Olimpiadi. I sogni degli atleti puliti vengono distrutti per colpa del comportamento riprovevole di altri atleti e dirigenti. Adesso ci appelliamo ai membri del Cio perché considerino non solo l’impatto che l’esclusione dei nostri atleti avrà sui loro sogni e sul popolo russo ma anche il fatto che le stesse Olimpiadi saranno sminuite dalla loro assenza”. La storia dunque non sembra finita qui. Ma Rio è sempre più lontana per gli atleti russi.

Francesco Carci

Migranti. Ces a fianco dell’Italia, ma Renzi non c’è

Dalla Ces (Confederazione europea sindacati) arrivano critiche pesanti all’Europa, ma sostegno all’Italia, per come sta affrontando la questione dei migranti, compreso il consiglio di liberarsi subito dell’accordo firmato con la Turchia di Erdogan, che contraddice il diritto umanitario rispedendo indietro popolazioni in fuga dalla guerra.

migrantiRiunita a Roma, la Ces, che rappresenta 45 milioni di lavoratori, ha approvato ieri un documento sui migranti, alla presenza di tutti i principali leader sindacali europei, compreso il francese Philippe Martinez, che ha interrotto per una giornata la dura lotta della Cgt contro la ‘loi du travail’.

Nonostante l’organizzazione sindacale sia dalla stessa parte del Governo italiano per quanto concerne il ‘Migration compact’, il premier Renzi, che pure era stato invitato, non solo non si è fatto vedere, ma neppure ha spiegato le ragioni dell’assenza. Dal Governo nessuna risposta all’invito, né una presenza, né una mail neppure una telefonata. Uno sgarbo poco comprensibile che viene spiegato solo in via ufficiosa da alcuni sindacalisti. Renzi, dicono, avrebbe preferito non esporsi su un tema elettoralmente delicato, in vista dei ballottaggi per paura, insomma, di perdere voti a destra. Eppure nel documento la Ces chiede addirittura “maggiori fondi” ai Paesi, come l’Italia, che accolgono i rifugiati.
La delusione della Ces è talmente grande, che compare per iscritto nel comunicato finale: “I leader sindacali avevano anche chiesto un incontro con il premier italiano Matteo Renzi per discutere della risposta della Ue alla crisi dei rifugiati alla luce del ‘Migration compact’, proposto dall’Italia alla Commissione e al Consiglio europeo. La Ces – si legge testualmente – deplora vivamente che il Governo italiano non abbia risposto positivamente alla sua richiesta d’incontro”. Oltre a Martinez, Camusso, Furlan, Barbagallo, a Roma erano presenti tra gli altri Ignazio Toxo (Comisiones Obreras, Spagna), Rudy De Leeuw (Fgtb, Belgio), Andrè Roeltgen (Ogbl, Lussemburgo), Josef Bugeja (Gwu, Malta), Luc Triangle (Federazione europea lavoratori industria), Harald Wiedenhofer (Federazione europea lavoratori agroalimentare), Carla Cantone (Federazione europea pensionati).
Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil, non la manda a dire a Renzi: “Abbiamo esportato la democrazia con i carri armati. La conseguenza è che le guerre sono aumentate e i rifugiati pure. Forniamo loro le armi e poi non vogliamo neppure subirne le conseguenze. In Italia il rifugiato politico è il Governo, che preferisce nascondersi. Eppure condividiamo le politiche sui migranti”.
Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl, cita solennemente Papa Francesco: “Siamo di fronte ad un’Europa vecchia, stanca ed egoista che chiude le sue frontiere. Noi vogliamo creare le condizioni per il dialogo sociale, anche dove i Governi stentano. I migranti appartengono agli ultimi e quindi a noi. Dobbiamo offrire un modello di Europa diverso, perchè la dignità dell’uomo è fondamentale. Lampedusa non è un’area ricca, ma ha saputo accogliere. La destra xenofoba rinasce in Europa, insieme alla criminalità e al caporalato. Noi vogliamo creare un continente migliore”.
Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, ritiene “sbagliato” l’accordo della Ue con la Turchia. “I migranti italiani – prosegue Camusso – hanno popolato Paesi interi. Il mondo è sempre stato attraversato dai migranti e continuerà ad esserlo”.
La Cgil ha tre proposte: 1) servono i corridoi umanitari, perchè gli hotspot non bastano; 2) la Ue abbia un ruolo attivo per la pace e contrasti le guerre in aumento, altrimenti “ci troveremo a gestire solo la coda del problema”; 3) dietro le migrazioni ci sono le organizzazioni criminali di tutto il mondo, compresi coloro che gestiscono il caporalato italiano. Per Camusso “la tratta degli esseri umani finanzia la criminalità organizzata”.

Luca Visentini, segretario generale della Ces, afferma: “Dobbiamo fare in modo che i lavoratori europei non vedano i migranti come un pericolo. I rifugiati possono portare un importante contributo all’economia e al welfare, a patto che non ci siano né sfruttamento né condizioni diseguali tra lavoratori”. “L’Europa – si legge nel documento finale della Ces – non sta rispettando i suoi obblighi internazionali di difesa dei rifugiati. Lo scorso anno la Ue ha deciso di reinsediare 22 mila richiedenti asilo. Ma, fino ad oggi, sono state reinsediate solo 6321 persone provenienti da Turchia, Giordania e Libano. Su 160 mila rifugiati che dovevano essere trasferiti dalla Grecia e dall’Italia verso altri Paesi Ue, solo 1.500 si sono spostati altrove”. Il documento della Ces propone: 1) porre fine a tutte le misure che mettono a repentaglio la dignità umana, i diritti o l’integrità fisica degli esseri umani; 2) mettere fine alle condizioni disumane di detenzione negli hotspot; 3) abbandonare l’accordo Ue-Turchia; 4) riconoscere e difendere l’accordo di Schengen; 5) mettere fine alle politiche di austerità; 6) una politica di asilo che rispetti gli standard internazionali; 7) più risorse per le operazioni di ricerca e salvataggio; 8) canali legali sicuri di immigrazione; 9) revisione del regolamento di Dublino; 10) ruolo più efficace della Ue per portare la pace nelle aree di guerra; 11) sostegno allo sviluppo più efficace nei Paesi di origine; 12) centri ben equipaggiati di accoglienza e di esame delle richieste di asilo; 13) individuare e migliorare le competenze lavorative dei rifugiati; 14) puntare ad una assoluta parità di trattamento nel mercato del lavoro e di accesso ai servizi sociali; 15) più fondi per i Paesi che accolgono i rifugiati.
Sull’accordo Ue-Turchia Visentini denuncia: “È inumano e inefficace. Diamo 6 miliardi alla Turchia perchè si tenga i migranti, ma molti di loro vengono rimandati indietro nei Paesi di origine, anche in presenza di una guerra”.
(fonte Agi)

Olimpiadi 2020: si dimette governatore di Tokyo

Yoichi-Masuzoe-640Il governatore di Tokyo, Yoichi Masuzoe, grande sostenitore dei Giochi Olimpici, ha rimesso il suo mandato dopo la notizia di essere implicato in uno scandalo di natura finanziaria per uso improprio di fondi pubblici, destinati a spese private. Un storia che ricorda (Mutatis mutandis) quella di Ingazio Marino che si dimise per alcuni scontrini. Masuzoe fa parte del partito liberal-democratico, ma è stato “lasciato solo” dal suo gruppo, che ne ha preso le distanze. Il ritiro dalla carica dovrebbe essere ufficializzato il prossimo 21 giugno.

Sostenitore dei giochi olimpici – Masuzoe da sempre è uno dei più grandi sostenitori dei Giochi Olimpici che si disputeranno a Tokyo nel 2020 e, non a caso, avrebbe voluto prolungare il suo carico almeno fino alle prossime Olimpiadi di Rio de Janeiro, in programma ad agosto, per partecipare alla cerimonia di apertura. Ma la situazione era diventata insostenibile, anche perché non si tratta del primo scandalo che riguarda Tokyo 2020. Masuzoe è finito sotto l’occhio del ciclone per i suoi viaggi all’estero definiti “inappropriati” per le eccessive spese, oltre che per l’uso delle auto di servizio per fini personali e per acquisti come opere d’arte o libri di fumetti per i propri figli. E pensare che anche il suo predecessore, Naoki Inose, si era dimesso nel dicembre 2013 per uno scandalo di natura finanziaria: l’ex governatore aveva ricevuto 50 milioni di yen (420.000 euro) come un prestito personale da parte del gruppo ospedaliero Tokushukai guidato da Torao Takuda, padre del membro della Camera Takeshi Tokuda.

Scandali e gaffe – Dunque una ‘macchia’ nel cammino che porta ai Giochi in Giappone del 2020, già segnato dalla clamorosa gaffe riguardante il logo. A settembre 2015 infatti il Comitato organizzatore aveva deciso di cambiare il disegno ufficiale dopo la pubblica denuncia dell’artista belga, Olivier Debie, secondo cui il primo logo scelto per i Giochi, realizzato da Kenjiro Sano, era un plagio di quello da lui creato per il teatro di Liegi. Non solo, sempre nello scorso autunno, il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, aveva imposto un tetto massimo di spesa (1,29 miliardi) dopo lo scandalo per l’aumento esponenziale dei costi per la costruzione dello stadio olimpico, che sarebbero lievitati fino a 252 miliardi di yen. Insomma Roma, che è in piena corsa per l’Olimpiade 2024, è meglio se tiene gli occhi aperti su questa serie di scandali per evitare gaffe simili.

Francesco Carci

Un futuro per i disabili
con la legge ‘Dopo di noi’

CONFRONTO-finti_disabiliIl disegno di legge sul ‘Dopo di noi’ per l’assistenza ai disabili contiene “l’estensione delle agevolazioni fiscali, fondi speciali” e una soluzione economica: 90 milioni per il 2016, circa 38 milioni per il 2017 e 56 milioni annui a partire dal 2018″. il disegno di legge discusso questa mattina disciplina misure di assistenza, cura e protezione, nel rispetto della volontà delle persone con disabilità grave: si definiscono le prestazioni assistenziali da garantire in tutto il territorio nazionale, si istituisce il Fondo per l’assistenza e le finalità, si prevede la detraibilità delle spese per polizze assicurative. Il testo regola l’istituzione di trust, vincoli di destinazione e fondi speciali e prevede agevolazioni tributarie.

Per i socialisti è intervenuta alla Camera la capogruppo Pia Locatelli. “L’approvazione di questa legge – ha detto nel suo intervento – rappresenta forse una delle pagine più belle di questa legislatura. Sinistra, centro, destra, maggioranza e opposizione, con l’esclusione dei soliti 5 Stelle, hanno messo da parte divisioni e si sono accordate in una bellissima e “larghissima intesa”, per approvare un provvedimento che influirà sulla qualità della vita delle persone gravemente disabili e dei loro familiari”.
“Approveremo la legge sul ‘Dopo di noi’ – gli ha fatto eco la deputata Ileana Argentin, una delle principali autrici della legge  – entro oggi pomeriggio. E possiamo considerarlo un grande evento: finalmente nessun taglio alla non autosufficienza e al sociale, ma un capitolo apposito dedicato a un problema che angoscia tante famiglie”. “Molti i i punti all’ordine del giorno, più di 30 – ha dichiarato ai giornalisti – Ringraziamo il governo e tutte le forze politiche che hanno reso possibile questa nuova attenzione alla disabilità da parte delle istituzioni”.
“Oggi è un giorno storico per le politiche sociali della nostra nazione”, ha commentato Stefania Saccardi, assessore regionale toscano al Welfare. “Con l’approvazione di questa legge il governo conferma un’attenzione nuova verso questo settore e indica una strada chiara anche a noi amministratori regionali”.


Per saperne di più:
Il trust, il vincolo di destinazione e la legge sul “dopo di noi”