Rai. Gli editti di Anzaldi:
ora tocca a Giannini

I guai per Matteo Renzi non sembrano finire mai. Agli attacchi e alle trappole degli avversari ora si sommano anche gli squilli di tromba dei super renziani. Il tema è delicatissimo: riguarda la libertà dell’informazione, la Rai. Forse a Michele Anzaldi, deputato renziano del Pd, segretario della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, non è molto simpatico Massimo Giannini, giornalista e conduttore di Ballarò su Rai Tre, ma stavolta ha superato ogni limite.

Massimo Giannini, ex vice direttore di Repubblica oggi  conduttore di Ballarò

Massimo Giannini, ex vice direttore di Repubblica oggi conduttore di Ballarò

Non ha pronunciato la parola licenziamento, ma questa è la richiesta che di fatto ha messo sul tavolo parlando dell’“espulsione” di Antonio Azzalini, il dirigente Rai responsabile della decisione di “anticipare” dagli schermi dell’azienda radiotelevisiva pubblica l’arrivo del Capodanno per gli italiani. Anzaldi ha soavemente commentato: «Il licenziamento di Azzalini? L’ho trovato esagerato. In Rai si vedono cose ben peggiori…». Tipo? «Quello che è successo ieri sera a Ballarò». Ce l’aveva con Giannini, colpevole ai suoi occhi di aver pronunciato osservazioni critiche sul governo Renzi, sulla ministra delle Riforme Maria Elena Boschi, a proposito del crac della Banca Etruria.

È successo il putiferio. C’è stata la rivolta delle opposizioni, ma anche la minoranza di sinistra del Pd è insorta. «A leggere certe dichiarazioni e richieste di licenziamenti, come testimonia la vicenda di Giannini e di Ballarò, viene da domandarsi quale sia la differenza tra la vecchia Rai e la Rai post riforma», hanno sostenuto Federico Fornaro e Miguel Gotor, due senatori della minoranza democratica, componenti della commissione di Vigilanza sulla Rai. Hanno aggiunto allarmati: «Eravamo stati facili profeti nel prevedere che non sarebbero cambiate le vecchie abitudini e le tentazioni di ‘commissari epuratori’».

La protesta si allarga. Roberto Speranza, leader della minoranza democratica, ha attaccato: «Le pagelle ai giornalisti lasciamole fare a Grillo e Berlusconi. Il Pd è e deve restare sempre dalla parte della libertà di informazione». Sotto accusa è la riforma della Rai, che affida pieni poteri al governo sull’azienda, e le pulsioni di censura.

Non è per niente bello lo spettacolo di un Pd, partito cardine della maggioranza di governo, che dà spallate alla libertà d’informazione ed adombra “epurazioni” alla Rai, come fece Silvio Berlusconi quando era presidente del Consiglio.

Il centrodestra, nella Seconda Repubblica, ha aperto la strada agli ostracismi in Rai. Fece epoca il termine “epurator”, la storpiatura maccheronica del latino comparsa oltre vent’anni fa. Francesco Storace fu battezzato “epurator” nel 1994 perché chiese la testa di parecchi giornalisti Rai a lui poco simpatici e comunque critici con il centrodestra, che aveva vinto le elezioni politiche dando vita al primo governo Berlusconi. Allora Storace era nel Msi, poi passò ad An, quindi al Pdl. Nel 2002 toccò al Cavaliere con il cosiddetto “editto bulgaro” perché pronunciato a Sofia. Berlusconi, allora presidente del Consiglio, indossò i panni del censore chiedendo l’allontanamento dalla Rai di Biagi, Santoro e Luttazzi per l’uso “criminoso” dell’azienda radiotelevisiva pubblica. Tutta l’opposizione e, in particolare, il centrosinistra, fece fuoco e fiamme.

Ora la parola passa a Renzi e al nuovo vertice Rai insediatosi lo scorso agosto. Sarebbe interessante sapere cosa pensa il presidente del Consiglio e segretario del Pd della sortita di Anzaldi. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano anche il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto e la presidente Monica Maggioni. Un “Anzaldi epurator” non farebbe bene a Renzi, alla Rai, alla libertà d’informazione e alla democrazia italiana.

Tommaso Del Grillo

Turchia, giornalisti contro Erdogan rischiano ergastolo

Proteste per gli arresti dei giornalisti Can Dundar e Erdem Gul

Proteste per gli arresti dei giornalisti Can Dundar e Erdem Gul

Nonostante le proteste internazionali, la presa di posizione del Pes, il Governo turco di Recep Tayyip Erdoğan, sempre più simile a un regime autocratico, ha stretto la morsa su due giornalisti con il chiaro intento di inviare un messaggio intimidatorio a tutta la stampa turca. La procura di Istanbul ha chiesto oggi una incredibile condanna all’ergastolo per Can Dundar ed Erdem Gul, rispettivamente direttore e caporedattore del quotidiano di opposizione laica Cumhuriyet, con l’accusa di “spionaggio” e “propaganda terroristica” per un’inchiesta su un passaggio di armi dalla Turchia alla Siria. Armi con ogni probabilità dirette alla guerriglia turcomanna che si oppone al Governo di Assad.

I due giornalisti, entrambi in stato di detenzione preventiva, sono accusati anche di “divulgazione di segreti di stato”, per aver sostenuto in un articolo che i servizi segreti turchi hanno consegnato armi ai ribelli siriani.

Nel loro reportage i due riferivano che nel gennaio del 2014 le forze di sicurezza turche avevano intercettato un convoglio di camion al confine tra Turchia e Siria scoprendo un carico di armi e munizioni destinate ai ribelli islamisti, in guerra contro il regime di Bashar al Assad. I camion sequestrati sarebbero stati mandati dall’organizzazione turca di intelligence nazionale (Mit). Il tutto avveniva alla vigilia delle elezioni che avrebbero comunque assicurato a Erdogan una vittyoria schiacciante.

Le rivelazioni avevano provocato grande scalpore e lo stesso Erdogan aveva reagito affermando che Dundar avrebbe pagato “un prezzo pesante” per quelle accuse accompagnando le minacce con una denuncia penale contro il direttore del giornale. Ovviamente il Governo turco ha sempre negato di di aver aiutato i ribelli islamici e gli uomini dell’autoproclamato califfato di al-Baghdadi. Quelle accuse sono tornate di attualità recentemente quando il presidente russo Vladimir Putin aveva pubblicamente sostenuto che l’Isis veniva indirettamente finanziato con un traffico di greggio di contrabbando da membri della famiglia di Erdogan. D’altra parte non è una novità che il Governo turco si oppone con forza al regime siriano di Bashar al Assad e nei negoziati di pace in corso a Vienna si è schierato sempre contro la possibilità che Assad abbia un ruolo nel governo di transizione sul quale Russia, Stati Uniti e Unione europea vorrebbero che si convergesse in vista delle elezioni in Siria, come possibile piano di pace per uscire dal conflitto in corso da quattro anni.

Reporters sans frontières (Rsf) ha chiesto al giudice di respingere le accuse contro i due giornalisti e ha definito il processo una “persecuzione politica”. Il quotidiano Cumhuriyet ha ricevuto nel 2015 il Premio per la libertà di stampa di Reporters sans frontières .

“Se questi due giornalisti sono imprigionati, sarà un’ulteriore prova che le autorità turche sono pronte a usare questi metodi per reprimere il giornalismo indipendente in Turchia”, ha detto il segretario generale di Rsf Christophe Deloire in un comunicato. Nel 2015 Reporters sans frontières ha classificato la Turchia al 149° posto nella classifica della libertà di stampa in 180 paesi. L’organizzazione ha denunciato un “pericoloso aumento della censura” nel Paese.

La Giornata della Memoria
e i silenzi sul passato

Hitler e PapaLa giornata della Memoria in Italia è l’ennesima occasione per osservare atteggiamenti reticenti ed ipocriti. Il distratto ignora che il fascismo ha varato leggi razziste (non razziali come comunemente si scrive) nel ’38 senza nessuna protesta pubblica.
È vero che quegli anni bui hanno conosciuto una discreta solidarietà privata perfino nel clero, ma in tutta Europa solamente i lavoratori olandesi, tra cui i giornalisti, indissero uno sciopero generale contro le leggi antiebraiche introdotte nel loro paese dai nazisti. E’ utile ricordare che La Civiltà Cattolica, prestigiosa rivista dei gesuiti, iniziò fin dal 1936 violentissime campagne antisemite. Oltre ai media esplicitamente legati al Pnf, dal 1938 quotidiani di informazione danno brio a campagne antisemite a partire fino al 1945.
Si distinguono La Stampa e il Corriere della Sera e giornali satirici come il Marc’Aurelio. Va detto però che sia il Corriere che Il Messaggero pubblicarono lettere di protesta per la campagna, ma mai prese di posizione da parte dei giornalisti. Interessante anche l’oscuramento di scritti di Alcide De Gasperi e di Giulio Andreotti.

Alcide De Gasperi trascorse buona parte del ventennio fascista lavorando presso la biblioteca vaticana e collaborando con alcune riviste pubblicate dalla Santa Sede. Tra queste “L’illustrazione vaticana”, per la quale lo statista trentino curò la rubrica “La quindicina internazionale”, firmando con lo pseudonimo di Spectator.
Sul numero 16 dell’anno 1938 della rivista scrive: “Rebus sic stantibus, ci si deve augurare che il razzismo italiano si attui in provvedimenti concreti di difesa e di valorizzazione della nazione, e che nella propaganda e nella formazione della gioventù, si eviti di cadere nel determinismo vitalista, passerella filosofica che riconduce al materialismo; ed è da credere che l’elemento universalista contenuto nel fascismo può nutrirsi delle vive tradizioni della Roma cristiana che gli offrono il modo di conciliare, è il caso di dire “romanamente” la fierezza del popolo con la sua gentile umanità”. E riguardo agli ebrei italiani, De Gasperi interpreta gli intenti del regime spiegando che “discriminare non significa perseguitare” e “che il governo fascista non ha nessun piano persecutorio contro gli ebrei”, ma penserebbe soltanto ad una specie di “numerus clausus”.
Nel 1938 non era possibile criticare il fascismo senza conseguenze, ma, per rimanere in ambito cattolico, don Sturzo lo fece. Il ruolo di De Gasperi nella costruzione della democrazia è innegabile, ma pure innegabile sono i suoi scritti del 1938 sui quali i suoi esegeti preferiscono tacere. Similmente il suo epigono che “tanto ha fatto per l’Italia” Giulio Andreotti.
Nel 1942 un suo lungo e sbrodoloso articolo su “La Rivista del Lavoro”  commentando il congresso della Società italiana per iil progresso delle scienze, i cui delegati furono ricevuti da Pio XII. Bene, scrive Andreotti sul tema della razza: “La società viene così concepita come un tutto, un corpo omogeneo, di cui lo Stato costituisce l’organizzazione giuridica trovando nelle finalità supreme della nazione o della razza la giustificazione perentoria della propria autorità, quella giustificazione che è viceversa impossibile trarre dalla società, quando questa è concepita, liberalisticamente, come molteplicità di fini e di voleri”. Interrogato sull’argomento Andreotti non potendo smentire l’articolo dichiarò di non ricordare che fosse inerente a un convegno sulla razza altrimenti non poteva aver avuto la benedizione di Pio XII, altra bella lana di individuo come è noto.

Ogni anno, in occasione della giornata della Memoria escono articoli sulla nobile figura di Pio XII. Questo scrissi alcuni anni fa su papa Pacelli e confermo.  Il giudizio sulla figura di Pio XII dovrebbe tenere conto del suo silenzio su tutta la storia d’Europa fin dall’ascesa del fascismo in Italia e del nazismo in Germania.
Pio XII diventa papa nel 1939, ma prima è stato Segretario di Stato e in questo ruolo ha attuato il concordato con il regime nazista nel 1933. Non risulta essersi mai speso in quegli anni a favore dei tedeschi che si opponevano a quel regime, cattolici e non. Anzi, l’allora cancelliere Bruening scrive nelle sue memorie che il Segretario di Stato Eugenio  Pacelli, futuro Pio XII, premette per un intervento di Hitler a fianco dei falangisti nella guerra civile spagnola.
Tra i primi atti del suo pontificato è documentato l’avvicinamento a Charles Maurras (i cui scritti erano stati messi all’indice durante il pontificato di Achille Ratti-Pio XI) promotore del gruppo francese di estrema destra e antisemita Action Francaise. La Santa Sede si riserva di aprire gli archivi bloccando la ricerca storiografica, ma al momento risulta che nessuna parola sia stata scritta da papa Pacelli contro la creazione dei campi di concentramento e poi di sterminio, in cui dieci milioni di ebrei europei, zingari, omosessuali, cittadini russi trovarono la morte. Una precisazione doverosa perché la stampa vaticaliana tende ad accreditare che l’unico silenzio di Pio XII abbia riguardato il treno che trasportava più di 1000 ebrei romani rastrellati il 16 ottobre ’43 mentre contemporaneamente salvava qualche centinaio di ebrei facendoli ospitare, spesso dietro cospicui compensi, in chiese e conventi di Roma.
È vero invece che il suo silenzio ha riguardato milioni di ebrei e non, vittime del nazismo.
La beatificazione di Pio XII riguarda solo gli ebrei?  Sicuramente sul piano dei fatti storici sono i più coinvolti emotivamente, ma sul piano religioso la questione dovrebbe riguardare i cattolici ai quali viene indicato a modello una figura come minimo controversa.
Le gerarchie cattoliche  insistono che il silenzio di Pio XII sarebbe stato motivato dal fatto che un intervento pubblico da parte del Vaticano,  anziché frenare, avrebbe ulteriormente intensificato lo sterminio in atto nel cuore dell’Europa. Ma questo argomento non spiega perché, neanche dopo la fine della guerra e nel lungo periodo del pontificato (il papa morì nell’ottobre del 1958), non sia mai arrivato alcun riferimento a quanto accaduto. E soprattutto non si comprende perché un analogo timore non frenò il papa, nel luglio del 1949, dallo scomunicare comunisti e socialisti nonostante l’enorme potere allora esercitato dall’Unione Sovietica. Sono domande che dovrebbero porsi tutti, e non solo gli ebrei come accade…
Tiziana Ficacci
dal blog liberelaiche

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Foreign Fighters dell’Isis sul “piede di guerra” in Europa

French soldier patrol near the Eiffel Tower in Paris as part of the highest level of "Vigipirate" securityIl direttore di Europol, Rob Wainwright, l’agenzia finalizzata alla lotta al crimine in Unione Europea, lancia l’allarme. “L’Isis sta programmando attacchi su larga scala in Europa”. Queste le parole pronunciate durante una conferenza stampa nell’ambito della riunione dei ministri dell’Interno europei.

Wainwright ha proseguito “Sappiamo che hanno una forte capacità di mettere a segno attentati su larga scala. Tutti i Paesi Ue lavorano per prevenire”. La Francia rimane l’obiettivo principale dei seguaci del califfo Al-Baghdadi con lo scopo di provocare stragi tra la popolazione civile. “Inoltre” aggiunge il direttore di Europol “ad una significativa proporzione di foreign fighters, il 20%, secondo una fonte, sono stati diagnosticati problemi mentali prima di entrare nell’Isis”.

Altre stime affermano che l’80% dei terroristi, prima di stringersi intorno alla bandiera nera Daesh, ha precedenti penali. Numeri preoccupanti, se si pensa che sono circa 5mila i foreign fighters che minacciano la culla della civiltà mondiale. A tenere il fiato sospeso è la possibilità di vedere un attacco in Europa simile a quello di Mumbai. La soluzione è di mettere al lavoro da subito più risorse per prevenire nuove stragi, ad esempio coordinando le Intelligence, creando un data base comune e il sostegno di esperti nelle inchieste nazionali sui casi di terrorismo.

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano smorza i toni al termine della riunione Ue ad Amsterdam “Non c’è una minaccia specifica per l’Italia. Schengen è salva per ora. Abbiamo poche settimane per evitare che si dissolva tra gli egoismi nazionali”. Alfano ha ventilato l’ipotesi di realizzare degli hotspot nel nord-est italiano, a seguito della rotta balcanica percorsa dai migranti.

Gli Stati Uniti nel frattempo adottano nuove strategie per contenere e fermare l’adesione di giovani sbandati alla causa del fondamentalismo islamico. Infatti, dei 71 arrestati negli Usa dal 2014 e legati all’Isis, 58 erano cittadini americani, sei erano residenti e la metà convertiti. Nicholas Rasmussen, direttore del Centro nazionale antiterrorismo Usa, ha affermato che coloro i quali sono attirati dall’Isis sono soggetti isolati, in cerca di riscatto e convinti di non aver diritti e privilegi. Il fondamentalismo islamico li ammalia fornendogli uno scopo: farsi saltare in aria e morire da martiri. Inoltre gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono stati i primi a promuovere programmi scolastici chiamati “Educate against hate”: istruire contro l’odio. Tale programma aiuta a far luce sui comportamenti che possono portare a percorsi violenti di vita sino all’adesione a gruppi terroristici. In Europa si preferisce curare piuttosto che prevenire.

La jihad intesa dall’Isis, e di rimbalzo dall’Occidente, è la cosiddetta “guerra santa” nei confronti degli infedeli, mentre nel suo originario significato vuol dire “sforzo intellettuale per comprendere i testi sacri o del diritto”. Unire Intelligence e data base per contrastare il terrorismo è una strada, ma lo è anche la conoscenza, lo studio e le cause di questa escalation di violenze. Eliminare Schengen sarebbe la débâcle dei principi comunitari europei e la totale chiusura nei confronti di migranti che rifiutano di vivere in Paesi dove l’orrore è quotidianità.

Manuele Franzoso

La vita ai tempi dei ‘social’
Cercare lavoro con Twitter

Twitter lavoroSono molti i segnali di irrequietezza e di cambiamento che attraversano i social negli ultimi anni. Difatti alcune ricerche diffuse in questi giorni, aprono la porta a nuovi scenari che probabilmente gli ideatori dei maggiori network non avevano neanche immaginato. Tra i social network, infatti, proprio quello con il marchio dell’uccellino si sta riscoprendo un utile canale professionale. Un luogo dove domanda e offerta di lavoro si trovano alla perfezione. Addirittura meglio che sui canali specifici. E oggi, trovare lavoro grazie a Twitter sembra non essere semplicemente una fortunata coincidenza.

La stessa analisi dice che il 58% delle persone senza lavoro utilizza proprio Twitter per trovarlo. E circa 400 grandi aziende classificate dal sito americano ‘’Fortune’’, hanno aperto account ad hoc per twittare offerte di lavoro o informazioni relative al loro canale di recruitment. Monster, uno dei siti di annunci di lavoro più popolari al mondo, ha lanciato anche un’apposita campagna che sfrutta le Api di Twitter per diffondere annunci di lavoro targettizzati. Twitter è il social network che ospita più annunci di lavoro in assoluto, addirittura più di Linkedin; tuttavia, solo il 15% dei recruiter ha detto di aver assunto qualcuno attraverso Twitter.

Da una parte, dunque, numeri enormi, dall’altra una diffidenza che ancora frena il boom definitivo. Su tutto questo, il sito ‘’Forbes’’ offre una piccola guida divisa in quattro punti. Per prima cosa, creare l’account come se fosse un biglietto da visita con una piccola bio del profilo interamente dedicata agli aspetti professionali. Il secondo passo da compiere è quello di diventare follower dei profili che maggiormente hanno a che fare col proprio ambito professionale. Terzo, creare contenuti relativi alla propria professione e twittarli anche tramite l’utilizzo degli hashtag. Infine, quarto suggerimento, inviare dei messaggi privati ad aziende o manager.

Per quanto il tutto possa sembrare perlomeno bizzarro, le nuove funzioni di rete hanno abbattuto le barriere del recruitment portandoci in un mondo del lavoro prettamente informatizzato. Nonostante una prima diffidenza i canali dei social network, potrebbero diventare in futuro piattaforme tuttofare ove andare a cercare per i servizi di cui si ha bisogno. Per cui, perché non cercarci anche un impiego?

Alessandro Munelli

Diritti umani. All’Iran
il primato delle esecuzioni

Iran impiccagioni condanne a morteLa fine delle sanzioni all’Iran e la visita e del presidente Rouhani a Roma ci spinge a una nuova riflessione sui rapporti di questo grande paese con l’Occidente, l’Europa e il nostro paese. Anche le reazioni di molti che ci hanno inviato messaggi, taluni influenzati da fanatismo nazionalistico, altri semplicemente per disinformazione sul “caso Iran” ci hanno stimolato a chiarire alcune cose.

Innanzitutto è ormai sotto gli occhi di tutti la diffusa informazione sul programma nucleare, sulla crescente violazione dei diritti umani, sulla crisi economica, sul massiccio finanziamento (diretto e indiretto) del terrorismo internazionale, con particolare riferimento alla Siria, Iraq e Yemen. Ne parleremo.

Intanto constatiamo che in generale l’informazione dei giornaloni, dei telegiornali e della radio non tiene in alcun conto delle altre fonti (ad esempio quelle della resistenza e delle voci comunque critiche verso il regime degli ayatollah ). E poi da qualche tempo vado registrando una fioritura di “esperti dell’Islam”, che sostengono tesi, in modo sofisticato o smaccatamente di parte, di sostegno al regime di Teheran. Molti di questi cosiddetti esperti sono certo che li troveremmo sul libro paga del ministero dell’Informazione iraniano, a cominciare da quelli che vanno a Teheran quasi una volta al mese, e raccontano davanti a una telecamera quanto è bello vivere nella “culla della civiltà “ di questo “libero e meraviglioso paese”.

A questo proposito, in una conferenza stampa alla Camera dei deputati di qualche giorno fa, ho suggerito al “Comitato dei parlamentari e dei cittadini per l’Iran libero“ di invitare, in una serie di incontri,  i direttori dei maggiori giornali italiani, dei  tg e delle radio nazionali, oltre che i dirigenti della Fnsi (Federazione nazionale della stampa), al fine di sensibilizzarli sulla necessità di una informazione corretta che tenga conto sempre delle “altre fonti”. Un tempo si diceva “promoviamo una controinformazione”. In questo caso è più semplice impegnarsi per una informazione completa, pluralistica e corretta, soprattutto per i tg e le radio del servizio pubblico. Il presidente del Comitato, l’on. Achille Totaro , mi ha ringraziato per la proposta, impegnandosi a realizzarla in tempi brevi. C’è solo da sperare che anche la Fnsi dia una risposta positiva a questa esigenza.

Troppo spesso si è infatti accreditata nell’opinione pubblica italiana l’immagine di un Iran moderato, che garantisce la democrazia, la libertà e i diritti umani, a cominciare dalle donne. Sì, queste ultime, dicono gli estimatori, devono portare il foulard al capo per ragioni religiose, ma possono truccarsi, vestirsi liberamente, andare a ballare senza essere accompagnate, ecc.,ecc. Sappiamo bene che si tratta di falsità, ma purtroppo queste bugie vengono pubblicizzate sul web e ci sono anche gli ignari, i disinformati che ci credono e “ne fanno tesoro”, come fossero la verità assoluta.

Ma vediamo come stanno veramente le cose.

I diritti umani. L’Iran ha il primato delle esecuzioni nel mondo. E’ vero, il primo posto assoluto è detenuto dalla Cina (con 5000-10 mila fucilazioni l’anno, ma il gigante asiatico ha una popolazione di un miliardo e 300 mila abitanti). Dal 2013, secondo un Rapporto del “Comitato”, sono state impiccati 2.677 uomini e donne, compresi dei minorenni. A questo proposito già nell’ottobre scorso Amnesty International denunciava “l’esecuzione di due minorenni in soli pochi giorni: una sfida al sistema giudiziario minorile”. Lo stesso segretario dell’Onu, Ban Ki-moon, dichiarava che “la sconcertante furia omicida dell’Iran, con quasi 700 persone messe a morte solo nel secondo semestre del  2015 (cioè tre persone al giorno passate per le armi), fornisce un’immagine sinistra di un apparato dello Stato che compie omicidi premeditati e legalmente giustificati su vasta scala”.

Dall’inizio di quest’anno (due settimane circa) il regime ha fatto impiccare, all’interno delle carceri e nelle piazze di diverse città  (Rasht, Yazd, Shiraz, Bojnourd, Karaj, Zanjan, Sari, Mashhad, Khorramabad, Shabestar e Khoy), 53 detenuti, per reati politici o magari spacciati per “reati comuni”.

I detenuti, accusati di reati di opinione, aumentano ogni giorno (sono stati almeno 30 mila, dal 1988). Anche i giornalisti ne sono vittime. Il Consiglio della resistenza osserva che “l’Iran è la più grande prigione per giornalisti di tutto il Medio Oriente “. Effettivamente sono diverse decine oggi i giornalisti in carcere, dove viene praticata la tortura su vasta scala. L’Iran è anche un grande acquirente di apparecchiature per il filtraggio e la censura di Internet: cinque milioni di siti vengono ogni giorno passati al setaccio, cancellando quelli dedicati alle questioni sociali, ma anche alla cultura e alle news, filtrando anche i blogs e i social.

Continua, con maggiore accanimento del passato, la repressione delle minoranze etniche e religiose. Sono particolarmente presi di mira le comunità cristiane (sacerdoti arrestati di frequente, chiese chiuse e trasformate in “centri di preghiera islamici”,ecc.).

Anche nei confronti delle donne il regime non risparmia  la repressione. E’ sempre molto attiva la “polizia religiosa “, che controlla come si vestono le donne, se portano gioielli, se si truccano, se bevono alcol, se escono di casa da sole… Alla faccia di chi sostiene che “sono donne libere”.

Sono poi sempre più diffuse le violenze, promosse o “coperte” dal regime, di bande criminali che sfregiano con l’acido ragazze e donne godendo di totale impunità. Uno dei casi più recenti è quello dell’ottobre scorso dove queste bande hanno aggredito con l’acido più di 25 donne nelle città di Isfahan, Kermanshah e Teheran. Le donne continuano ad essere impiccate (in taluni casi ancora lapidate) per adulterio. Una ragazza di 26 anni, Rayhaneh Jabbari, è stata condannata a morte e impiccata perché ha avuto il coraggio di ribellarsi al suo violentatore (un agente dell’Intelligence); un’altra, Atena Farghadan, è stata processata il 19 maggio 2015 e condannata a quasi 13 anni di carcere perché “colpevole” di aver disegnato una vignetta. L’accusa era di “diffusione di propaganda contro il sistema”. L’elenco di questi “reati” è molto lungo, ma un’idea l’abbiamo data della libertà di questo regime “democratico”.

Ci preme ora ricordare anche l’ambiguità di Teheran in politica estera.

Il presidente Obama, alla fine, si è convinto che il modo più rapido ed efficace per sconfiggere il Daesh/ Isis e’ di lasciare in vita (almeno per un po’) la dittatura di Assad. Forse hanno giocato gli interessi petroliferi dell’Iran, la contropartita al blocco del programma nucleare dei mullah (su cui non ci convince il sistema dei controlli Aiea, che potrebbe ritardare, ma non fermare del tutto, il proseguimento dei progetti nucleari iraniani), le forti pressioni della Russia.

Il risultato però è che l’Iran, con la fine delle sanzioni, ha vinto sull’Occidente, su tutta la linea: è rientrato nell’economia mondiale, potrà recuperare i 100 miliardi di dollari, congelati nelle banche mondiali, tornerà ad esportare petrolio, aumentando la produzione e danneggiando gli altri paesi del Golfo (Arabia Saudita, in particolare), ha scambiato prigionieri con gli americani. E soprattutto avrà maggiore libertà di azione in Medio Oriente continuando a sostenere il regime di Assad. Le denunce di qualche tempo fa stanno trovando una puntuale conferma negli avvenimenti degli ultimi giorni. L’ex ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, Sail al-Faisal, aveva dichiarato più di un anno fa che “l’Iran era la forza di occupazione in Siria”; numerosi ex funzionari e politici del regime di Assad, fuggiti all’estero (compreso l’ex primo ministro) hanno affermato che gli iraniani gestivano da tempo gli affari politici, militari e la sicurezza del dittatore siriano.

Oggi, secondo informazioni del Consiglio della resistenza iraniana (presieduto da Maryam Rajavi), rese pubbliche il 30 novembre scorso, il numero dei pasdaran in Siria è di almeno 5000, a cui si devono aggiungere oltre 25mila Hezbollah della milizia irachena e di mercenari afghani e pakistani al servizio dell’Irgc (il Corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane ). L’Iran, inoltre, ha inviato numerosi alti comandanti dell’Irgc in Siria per coordinare e controllare tutte le operazioni di guerra. Negli ultimi mesi sono stati uccisi, in seguito ai bombardamenti e altre operazioni belliche, ben 16 “brigadieri generali”, oltre a un centinaio di ufficiali,iraniani.

C’è da aggiungere che, secondo alcune stime (come quelle di Boomberg del giugno 2015), l’Iran contribuisce ogni anno con 12-15 miliardi di dollari al finanziamento del regime dei Assad. In altre parole, Teheran ha versato, dall’inizio delle rivolte popolari in Siria, oltre 60 miliardi di dollari. Senza questo massiccio aiuto finanziario il regime di Assad sarebbe crollato da tempo.

Un bel promemoria per l’Europa e per il governo italiano. Credo che abbia pienamente ragione Tzipi Hotovely, vice ministro degli Ester di Israele, quando, in una recente intervista, ha dichiarato: “L’Italia alzi la voce con l’Iran”. E forse è necessario aggiungere che gli interessi petroliferi (e l’altro business) non ci facciano dimenticare di sostenere con continuità e convinzione tutti coloro che lottano per la libertà e la democrazia in Iran.

Aldo Forbice

Migranti, in Germania
un mini boom dell’edilizia

Immigrati senza tettoA Davos Christine Lagarde l’aveva già spiegato bene. L’integrazione degli immigrati, se fosse rapida, avrebbe certamente un costo per le finanze pubbliche, ma produrrebbe il doppio in termini di benefici economici, con un mezzo punto di Pil in più. Oggi dalla Germania arriva una conferma indiretta della voglia di trasformare la crisi in un vantaggio: si prevede un piccolo boom edilizio perché servono almeno 400 mila nuove case di edilizia pubblica per dare ospitalità agli immigrati che nel 2015 hanno raggiunto il milione.

Il ministro dell’Edilizia della Germania, Barbara Hendrichs, socialdemocratica, ha proposto di di raddoppiare la spesa per l’edilizia residenziale pubblica, portandola a due miliardi di euro l’anno fino al 2020, oltre il miliardo già stanziato per un totale fino al 2019 di 5 miliardi. Nelle previsioni c’erano 290 mila unità abitative in programma per il 2016, ma l’enorme flusso di immigrati del 2015, ha portato a 400 mila il fabbisogno di nuove abitazioni a basso costo. Oggi le autorità utilizzano i prefabbricati, ma l’associazione nazionale dei costruttori (BvB), ha spiegato che si potrebbero costruire le case in appena sei mesi e alla metà del prezzo (chissà cosa ne pensano i terremotati dell’Aquila …) dei prefabbricati, cioè a 1500 euro al mq.

La proposta è in discussione, ma la spinta ad accoglierla è fortissima perché l’edilizia ha uno straordinario effetto di accelerazione sul Pil e l’industria dell’edilizia si aspetta una crescita delle vendite quest’anno del 2,5% per un volume complessivo di 235 miliardi. A favorire le prospettive di crescita ci sono anche gli incentivi fiscali decisi dal Governo con sgravi per i proprietari del 10% del costo delle abitazioni acquistate o costruite tra il 2016 e il 2018 nelle aree dove c’è mancanza di offerta.

A Davos, è intervenuto anche il governatore della BCE, Mario Draghi, sull’emergenza rifugiati che ha definito una sfida, ma anche un’opportunità per l’Europa.

Nei giorni scorsi a Davos, nell’ambito del Forum economico mondiale, Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha presentato un rapporto sulla dimensione economica dell’integrazione dei rifugiati in Europa. Come l’Ocse, anche i ricercatori del FMI insistono sul beneficio che l’economia nazionale dei singoli Stati può trarre da una rapida integrazione dei migranti, una crescita che Lagarde quantifica in un più 0,5% per la Germania in uno “scenario ottimistico”. Un risultato che potrebbe compensare lo sforzo fatto per l’accoglienza tenendo anche conto del beneficio in termini strategici sul fronte demografico, contrastando i temibili effetti dell’invecchiamento della popolazione a causa della bassa natalità. Anche per questo il Fondo Monetario raccomanda di semplificare l’accesso dei rifugiati nel mercato del lavoro, soprattutto attraverso sovvenzioni agli imprenditori e si è dichiarato a favore di misure di sostegno economico per la Giordania e il Libano, due Paesi che accolgono milioni di rifugiati, con uno sforzo superiore anche a quello della Turchia.

Quarto. Capuozzo se ne va: “Ha vinto la camorra”

Rosa Capuozzo

Rosa Capuozzo

Rosa Capuozzo, sindaco di Quarto, paesone del napoletano inquinato dalla camorra, ha alzato bandiera bianca e si è arresa ai ‘manettari’ del suo ex partito, il Movimento 5 stelle, e a quelli del Pd che hanno improvvidamente scelto di cacalcare anch’essi la tigre giustizialista facendo a gara con i forcaioli di Grillo & Casaleggio. “Mi dimetto dalla carica di sindaco”, ha annunciato in conferenza stampa. Durissima l’accusa che Capuozzo rivolge a chi in questi giorni l’ha costretta alle dimissioni da una poltrona già commissariata proprio per l’inquinamento camorristico: “Questa è una sconfitta politica ma anche una vittoria della camorra. Non è una resa ma un gesto di responsabilità per Quarto”. “Vado via perchè mancano i numeri necessari per governare, siamo una forza politica che non si muove con le larghe intese”. “Non mi ricandido e non penso neanche ad una lista civica”. “Cosa non rifarei? Non mi ricandiderei”. “Mi sono sentita abbandonata da M5s ma si sono sentiti abbandonati tutti i cittadini di Quarto”. “Non è semplice quello che stiamo affrontando in questo territorio, con il movimento accanto – ha concluso amaramente – sarebbe stato più facile”.

Intanto gli atti dell’audizione in Coimmissione antimafia sono stati trasmessi ai pm di Napoli per eventuali approfondimenti dalla presidente della commissione, Rosy Bindi. Dalla ricostruzione complessiva dei fatti fornita dal sindaco e alla luce della documentazione giudiziaria acquisita dalla Commissione è emersa la necessità di segnalare alla Procura alcuni aspetti da approfondire, sui quali anche la Commissione si riserva di svolgere ulteriori analisi. Il sospetto è che Capuozzo, su cui gravava un tentativo di ricatto, non si sia rivolta subito alla magistratura, ma ne abbia informato – secondo quanto sostiene – soltanto i colleghi di partito che però smentiscono. A carico di Rosa Capuozzo, a oggi, non esiste nessuna accusa penalmente rilevante, ma tutt’al più il sospetto di un comportamento improntato all’ingenuità. Chiarissimi invece i rischi di una strumentalizzazione politica che si è subito sviluppata da parte del Pd che ha colto l’occasione per ritorcere sul M5s le accuse di inquinamento malavitoso a seguito dei tanti casi di esponenti sospettati o accusati di comportamenti illeciti. Un fatto assolutamente minore che però è subito divenuto un caso nazionale nel clima preelettorale in cui ormai vive immerso il Paese. Il M5s non poteva certamente perdere la gara di ‘purezza’ con il Pd e così dopo la scomunica ufficiale di Grillo è arrivata anche l’espulsione decretata in maniera oscura dal mitico ‘web’.

A farne le spese sono certamente i cittadini di Quarto che nella migliore delle ipotesi hanno davanti a loro nuove elezioni e una grande confusione. Nessuno dimentica infatti che la lista del Pd, su cui sembra puntasse la malavita locale, venne esclusa dalla corsa per il Comune facilitando la vittoria dei grillini.

Armando Marchio

Libia, ‘un passo avanti’
Via al nuovo Governo

Migranti-MediterraneoIl primo a congratularsi per la nascita del governo di unità nazionale in Libia è stato il mediatore dell’Onu, il tedesco Martin Kobler al termine di un estenuante percorso che aveva visto l’impegno formale alla nascita del governo nel corso di un vertice a Skhirat, in Marocco, giusto un mese fa. Si spera che col nuovo governo si riesca ad arginare anche il flusso dei migranti. Nei primi 18 giorni di gennaio, sono arrivati in Grecia 31.244 migranti, pari a 21 volte gli arrivi di gennaio 2015


 

Il primo a congratularsi per la nascita del governo di unità nazionale in Libia è stato il mediatore dell’Onu, il tedesco Martin Kobler. La notizia è stata data dagli stessi libici al termine di un estenuante percorso che aveva visto l’impegno formale alla nascita del governo nel corso di un vertice a Skhirat, in Marocco, giusto un mese fa.

“Mi congratulo con il popolo libico e il Consiglio presidenziale – ha scritto in un tweet Kobler – per la formazione del governo di accordo nazionale. Esorto l’HoR”, il parlamento insediato a Tobruk, “a riunirsi prontamente” e “ad approvare il governo”. “Dopo una notte di trattative” gli ha fatto eco il nostro ministro degli esteri, Paolo Gentiloni, è arrivato il varo del nuovo governo libico da parte del consiglio presidenziale libico. “Un passo avanti in una situazione ancora fragile”. “Ora serve ok parlamento”.

Entusiasmo molto contenuto dunque perchè sono tutti consapevoli dell’estrema fragilità del percorso in atto che vede una conflittualità latente delle diverse anime che compongono la Libia in quanto Stato peraltro oggi più espressione geografica che concreta istituzione statuale unitaria

È un “salto” in avanti ma ora “abbiamo davanti un duro lavoro”ha detto ancora il Rappresentante speciale per la Libia del Segretario generale Onu, commentando la formazione del nuovo governo libico in un comunicato della Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil). La nota sottolinea che Kobler “dà fortemente il benvenuto alla formazione del Governo di accordo nazionale” quale “passo significativo nella ricerca di una fine delle divisioni politiche e del conflitto armato in Libia”. Citando parole dell’inviato Onu, l’Unsmil scrive che “questa è una genuina opportunità per i libici di riunirsi per costruire il loro Paese”. La formazione dell’esecutivo, aggiunge Kobler, “è un importante balzo sul sentiero verso la pace e la stabilità in Libia. Mi congratulo con il popolo libico. Abbiamo davanti un duro lavoro”. Kobler, aggiunge la nota, sottolinea la necessità di muoversi immediatamente verso il prossimo passo che è l’avallo del Governo di accordo nazionale da parte della “Camera dei rappresentanti (HoR)”: “Mi appello ai componenti dell’HoR e alla sua presidenza a porre gli interessi nazionali del Paese al di sopra di ogni altra considerazione e di riunirsi prontamente per discutere e approvare il proposto gabinetto ministeriale”.

Alla vigilia dell’annuncio libico il ministro della Difesa tedesco, Ursula von der Leyen, in un’intervista alla Bild aveva dichiarato rispondendo a una domanda sull’invio di truppe tedesche, che la Germania “non potrà evitare le proprie responsabilità”. Dovremo dare il “nostro contributo” aveva aggiunto. Parallelamente alla costituzione del nuovo Governo, è in corso uno sforzo collettivo internazionale che coinvolge non solo i tedeschi, ma anche le forze armate statunitensi, inglesi, francesi e italiane. Il New York Times ha scritto che “i militari americani sono stati a Misurata dove hanno stabilito link ‘militari e di intelligence’, come dice Abdulrahman Swehli, influente politico della città che aggiunge: ‘Non è un segreto’ che anche forze inglesi, francesi e italiane stiano cercando allo stesso modo di creare questi link con le fazioni libiche”. A spingere verso un intervento coordinato della comunità internazionale è la pressione delle milizie dell’autoproclamato Califfato dell’Isis. A fare paura è non soltanto l’espansione degli uomini di al- Baghdadi, ma anche le conseguenze stesse delle guerra con la pressione sulle popolazioni costrette a fuggire dalle loro case. Già all’epoca di Gheddafi, i flussi migratori spingevano sulla Libia come punto di partenza nel Mediterraneo e oggi sotto la pressione di Daesh, il fenomeno è divenuto esplosivo.

Proprio oggi sono arrivate cifre terrificanti. In nemmeno un mese, soltanto nei primi 18 giorni di gennaio, sono arrivati in Grecia via mare 31.244 migranti, pari a 21 volte gli arrivi per l’intero gennaio 2015 quando furono 1.472. La stima è dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim): “I numeri suggeriscono che gli arrivi marittimi in Grecia nel 2016 possano superare in modo significativo gli 853.650 migranti che sono arrivati in Grecia via mare nel 2015”.

In Italia il numero complessivo di arrivi nel 2015 è stato inferiore a quello registrato nel 2014, con 153.842 migranti contro i 170.100 dell’anno prima, ma se si considera il fatto che i siriani ora passano dalla Grecia in realtà il numero di migranti provenienti dall’Africa subsahariana è sostanzialmente raddoppiato rispetto al 2014. Quanto alle vittime di questo fenomeno di proporzioni bibliche, nei primi 18 giorni di gennaio sono già almeno 77 i migranti morti nell’Egeo nel tentativo di raggiungere le coste della Grecia e 18 quelli che hanno perso la vita cercando di raggiungere le coste italiane.
La formazione del nuovo governo di unità nazionale in Libia “è un passo importante”, ma c’è ora “un enorme lavoro da fare”. Così l’ambasciatore Ibrahim Dabbashi, delegato della Libia all’Onu, che in un’intervista all’ANSA sottolinea come “ci si aspetta molto dall’Italia, che deve svolgere un ruolo fondamentale” per il futuro del Paese.

Il PES contro Erdogan
per la libertà d’informazione

Proteste per gli arresti dei giornalisti Can Dundar e Erdem Gul

Proteste per gli arresti dei giornalisti Can Dundar e Erdem Gul

Come in tutti i regimi autoritari, anche in Turchia il sistema dell’informazione è tra le prime vittime della repressione poliziesca e giudiziaria.

Due giornalisti, Can Dundar e Erdem Gul, sono in carcere dal novembre dello scorso anno. Dundar, direttore di “Cumhuriyet”, e Gul, caporedattore di Ankara, sono ‘colpevoli’ di spionaggio per un’inchiesta che portava alla luce un presunto passaggio di camion carichi di armi dalla Turchia alla Siria. L’inchiesta, pubblicata alla vigilia delle elzioni del 7 giugno scorso, poi vinte dal partito dell’attuale presidente Recep Tayyip Erdogan, aveva provocato una durissima reazione del Governo con il presidente, che all’epoca avvertì Dundar che avrebbe pagato “un caro prezzo” per quanto avvenuto. Erdogan aveva definito l’inchiesta un atto di “tradimento”, sostenendo che i tir trasportavano aiuti per la minoranza turcomanna nel nord della Siria, legata ad Ankara. “Che differenza avrebbe fatto se i camion contenevano armi oppure no?” aveva aggiunto il presidente turco. Le sue parole, rilette oggi, acquistano un significato affatto diverso alla luce di quanto avvenuto alla fine del novembre scorso quando l’aviazione turca aveva abbattuto un caccia bombardiere russo impegnato a contrastare l’Isis sul confine turco-siriano e uno dei due piloti, catturato vivo, era stato massacrato sul posto dalle milizie turcomanne impegnate contro Assad. Si comprende dunque l’ira di Erdogan per l’inchiesta che non solo svelava l’impegno miltare turco in Siria, ma apriva anche il varco a sospetti più gravi, quelli che assieme agli aiuti alla guerriglia turcomanna, ci potesse essere anche un traffico d’armi con l’Isis in cambio del petrolio di contrabbando, tesi poi avanzata pubblicamente da Mosca.

Oggi, a sostegno dei due giornalisti e della libertà di informazione, è intervenuto anche il Partito socialista europeo (PES) con una dichiarazione del suo presidente, Sergei Stanishev, che ha cercato inutilmente di incontrare nella prigione di Silivri vicino a Istanbul, Dundal e Gur. Fallito il tentativo, Stanishev ha improvvisato una conferenza stampa sotto la pioggia fuori dal carcere.

“La Turchia – ha detto Stanishev – è un alleato importante per l’Europa”. “Siamo di fronte a numerose sfide comuni e cooperiamo su molti fronti, in particolare nella gestione della crisi dei rifugiati, ma non possiamo chiudere gli occhi di fronte al crescente autoritarismo che sta mostrando il presidente Erdogan”. Stanishev ha accusato Erdogan di “esercitare sempre di più il suo controllo sui media e sul sistema giudiziario”. “Lo stato di diritto e la libertà dei mezzi di comunicazione – ha ricordato – sono elementi fondamentali di uno Stato democratico, e non possiamo permettere che la democrazia venga compromessa da nessuna parte in questo modo”.

Stanishev, quarto da sinistra, con Ayala, quarto da destra, fuori dal carcere di Silivri - Photo: Cihan

Stanishev, quarto da sinistra, con Ayala, quarto da destra, fuori dal carcere di Silivri – Photo: Cihan

Stanishev ha poi reso noto di aver inviato un messaggio ai due giornalisti, assicurando loro che diffonderà tutte le notizie sul loro caso ai partiti membri del PES e alle istituzioni europee. La lettera è stata consegnata ai giornalisti da uno dei loro avvocati – Yegane Güley.

Con Stanishev a sostegno della libertà dell’informazione, fuori dal carcere c’erano i parlamentari turchi Utku Umut e Oran Çakırözer, Luis Ayala, segretario generale dell’Internazionale socialista, il Segretario Generale del PES Giacomo Filibeck, Zülfü Livaneli, musicista, Ali Kirca, giornalista, e lo scrittore Nebil Özgentürk.

Stanishev si trova in Turchia per il Congresso del CHP, che ha rieletto segretario, Kemal Kilicdaroglu. Il CHO è il secondo partito in Turchia e il più importante dell’opposizione. “CHP è un partner forte del PSE”, ha detto Stanishev e “soprattutto ora, la Turchia ha bisogno di leader solidi come Kemal Kilicdaroglu a guidare l’opposizione e a garantire il loro sostegno agli standard democratici” nel Paese.

Armando Marchio