Tangentopoli, 25 anni fa
l’arresto di Mario Chiesa


Arresto Mario Chiesa TangentopoliUna ‘mazzetta’ di 7 milioni di lire, 3 mila e 500 euro di oggi, la metà della tangente pattuita, con banconote siglate da un capitano dei carabinieri consegnata al presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, Mario Chiesa, dal titolare di una piccola impresa di pulizia, Luca Magni. Un fatto, all’apparenza, di ‘ordinaria giustizia’, ma che scopercherà la pentola di un sistema di  corruzione che coinvolge quasi tutte le maggiori aziende e i partiti politici, ‘decapitando’ i vertici della maggioranza al governo, il pentapartito, e ‘toccando’ anche il Pci-Pds, con il risultato comunque di trasformare la geografia politica ed economica italiana.

Il sistema dei finanziamenti illegali o irregolari, riguardava praticamente tutto il sistema politico del Paese, ma a farne le spese furono soprattutto i due partiti che costituivano la spina dorsale dei governi di centrosinistra, la Dc e il Psi. L’opposizione del Pci-Pds godeva anche esso di un sistema analogo di tangenti, anche provenienti dall’Unione Sovietica, ma per fortuna o perché capace di resistere meglio alle indagini – vedi il caso Greganti – o perché favorito dalla magistratura (si arrivò a parlare di ‘toghe rosse’)   praticamente usci indenne dalla tempesta mediatico-giudiziaria. Comunque tutto Iniziò ufficialmente così, venticinque anni fa, con l’arresto, avvenuto il 17 febbraio 1992, di Mario Chiesa (definito poco dopo da Bettino Craxi un “mariuolo”), l’inchiesta ‘Mani Pulite’ che in 10 anni vide messe sotto accusa circa 5.000 persone, con 3.175 richieste di rinvio a giudizio e 1.320 posizioni inviate per competenza ad altre procure italiane.

Di Pietro-interroga-CraxiMilleduecentotrentatre le condanne (828 tra patteggiamenti e riti abbreviati, 405 con processi ordinari; poco meno di 800 le assoluzioni, in udienza preliminare o ai processi, comprese le prescrizioni (228) e le estinzioni del reato (253). Numeri andati ben oltre quelle che furono le previsioni, apparse ‘catastrofiche’ nella primavera del 1992, di uno dei primi manager finiti in carcere, Alberto Zamorani: “Ne arresteranno mille”. Ma Mani Pulite ha voluto dire anche ‘suicidi eccellenti’ (o ‘suicidi giudiziari’, come sono stati anche chiamati i drammatici  episodi che hanno riguardato personaggi che, indagati o in carcere, non hanno resistito allo shock. Secondo i dati registrati dallo stesso ‘pool’ dei magistrati milanesi, le assoluzioni ‘nel merito’ sarebbero circa il 14-15% e il 30% le prescrizioni.

Una decina i magistrati che, negli anni, hanno portato avanti le inchieste, a partire da Antonio Di Pietro, protagonista nella prima fase e dimessosi dalla magistratura alla fine del ’94, fino a Ilda Boccassini, subentrata al ‘contadino di Montenero di Bisaccia’ nel ’95. In prima fila l’allora Procuratore Capo, Francesco Saverio Borrelli, e il coordinatore del ‘pool’ Gerardo D’Ambrosio, morto nel 2014. E ancora Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Francesco Greco, Paolo Ielo e, per un periodo limitato, Tiziana Parenti.

Riportiamo qui di seguito alcuni stralci del primo capitolo del libro di Carlo Correr “Una lunga marcia. I socialisti italiani dopo il 1993” che inizia proprio con le vicende che seguirono l’inchiesta di ‘mani pulite’.


Una lunga marcia. I socialisti italiani dopo il 1993

Che il mondo era ormai irrimediabilmente cambiato, i socialisti lo compresero solo davanti ai risultati elettorali delle consultazioni del marzo 1994.

Alle elezioni politiche del 1992, le ultime prima di tangentopoli, il PSI ottenne alla Camera 5.343.930 voti, pari al 13,62%, I seggi furono 92. Due anni dopo, con la nuova legge elettorale, il PSI precipitò al 2,19%, oltre 11 punti e mezzo in meno, corrispondenti a 849.429 voti.

(…) La delusione per il risultato fu fortissima. Ancora poche ore prima dell’apertura dei seggi, i sondaggi ufficiosi nelle mani del PDS assegnavano al PSI una percentuale superiore al 5%, assai distante dal 13,6 di due anni prima. Un risultato drammatico, se messo a confronto con le performance precedenti, ma accettabile se valutato nel contesto di quella stagione politica.

Il lancio delle monetine contro Craxi fuori dall'Hotel Raphael di Roma

Il lancio delle monetine contro Craxi fuori dall’Hotel Raphael di Roma

Il clima in cui si viveva era infatti ancora quello determinato dalle inchieste giudiziarie che avevano trasformato i socialisti in una sorta di ‘appestati’, comunque guardati con sospetto e a malapena tollerati a sinistra solo se alleati con il PDS di Occhetto.

(…) Se si cerca l’inizio della fine del PSI, il momento in cui si poteva avvertire per la prima volta con nettezza che era iniziata una parabola discendente di cui non si vedeva neppure il fondo, inevitabilmente si pensa a tangentopoli e allo sconquasso provocato dalle inchieste a raffica del pool di Mani pulite.

In termini temporali questo è sicuramente esatto, ma la crisi terribile del biennio 1992-1993 non può essere spiegata solo con le inchieste del Pm Antonio Di Pietro. L’origine del dramma che ha sconvolto un partito e la vita di tanti dirigenti e militanti ha avuto origine anche da una debolezza intrinseca, dalla perdita di coscienza di sé del partito, dall’essere venuta meno in tanti quella passione civile e morale che aveva fatto del socialismo una colonna portante dell’Italia repubblicana, dall’aver forse sottovalutato eccessivamente l’effetto corrosivo che l’uso spregiudicato dei ‘mezzi’ avrebbe avuto sui ‘fini’, nella lotta contro i due giganti del tempo, la DC e il PCI.

Francesco De Martino in un suo j’accuse contro Bettino Craxi, usò il termine ‘mutazione genetica’ per spiegare come secondo lui, il PSI non era più quello di una volta. Ora certamente questa definizione, conteneva una sostanziale parte di verità, ma aveva il difetto di esaurire la questione in un ambito moralistico e di mettere in ombra almeno analoghe mutazioni, come quelle che avevano interessato tanto il comunismo italiano, culturalmente, politicamente e finanziariamente compromesso con l’Urss, quanto la Democrazia cristiana, disposta a chiudere gli occhi su troppi misfatti pur di mantenersi alla guida dello Stato.

Certamente la divisione del mondo in due blocchi contrapposti aveva avuto come sottoprodotto del permanere dell’Italia nell’area della democrazia liberale parlamentare, una distorsione dell’uso del potere a fini personali e di tutto questo tangentopoli non fu che l’effetto più eclatante. ‘Rubare per il partito’ non può essere una giustificazione, ma nell’Italia degli anni ‘70 e ‘80 quei comportamenti avevano una comprensibile, e conosciuta, spiegazione ed è giusto anche dire che ci fu pure chi si arricchì alle spalle, e qualche volta anche sulle spalle, del partito in cui militava. Mentre la battaglia politica veniva combattuta anche a colpi di mazzette, molti di quei denari prendevano strade del tutto private, con ciò creando le premesse non tanto per le indagini e i processi di ‘Mani pulite’, quanto della mortale debolezza e incapacità di rispondere politicamente a quell’offensiva contro la democrazia, a favore dei cosiddetti ‘poteri forti’, che accompagnò – e secondo alcuni ispirò – il lavoro dei giudici del pool di Milano.

Se Bettino Craxi peccò di eccessiva spregiudicatezza nel finanziamento del partito, bisogna però per lo meno ammettere che lo fece nell’ottica di un progetto politico modernizzante, sostenendo attivamente tante battaglie di libertà in Italia e anche fuori dall’Italia, sostenendo in ogni modo chi combatteva per la democrazia contro dittature e totalitarismi, dal Cile all’Urss. E oggi nessuno più nega che ebbe ragioni da vendere nella battaglia contro l’inflazione per l’abolizione della ‘scala mobile’ o in quella per a sostegno degli euromissili Pershing e Cruise contro gli SS20 sovietici.

Indubbiamente il PSI del 1993, come gli altri partiti della maggioranza, ma anche dell’opposizione, aveva molto da farsi perdonare quanto a eticità di comportamenti, ma resta sorprendente la facilità con cui agli occhi dei cittadini, i socialisti divennero materia di scherno e di barzellette, ridotti a comodi capri espiatori non solo dei dissesti economici dello Stato, ma anche dell’intero sistema di corruttele che pure riguardava, e continua drammaticamente a riguardare, tutto il Paese e a tutti i livelli. Anche oggi difatti, nel pubblico e nel privato, il sistema delle mazzette continua a imporre la sua legge, come prima, più di prima, eppure il PSI di Craxi non c’è più da un pezzo.

Achille Occhetto e Massimo D'Alema

Achille Occhetto e Massimo D’Alema

(… ) A distanza di qualche anno la lezione del 1994 è già chiara: la cosiddetta ‘Seconda Repubblica’, che sembrava pronta a nascere nel segno del riscatto – secondo l’agiografia della sinistra comunista, post comunista e dipietrina – da decenni di malversazioni mafiose, criminali, di trame nere e quant’altro era stato addebitato ai partiti che avevano governato l’Italia repubblicana fino ad allora, (essenzialmente PSI e DC), la sera del 28 marzo stenta a riconoscersi. Hanno vinto fascisti e leghisti capitanati dal ‘Cavaliere nero’. Siamo alla miglior dimostrazione dell’eterogenesi dei fini, se dobbiamo credere che ci sia stata veramente una regia della sinistra comunista, politica e giudiziaria, in tangentopoli.

(…) I partiti della sinistra storica, e il centrosinistra in generale, escono con le ossa rotte dalle elezioni che consegnano il Paese a quello che sarà il primo governo Berlusconi. Tangentopoli ha distrutto i partiti storici della prima repubblica, ma in realtà, e questo è divenuto più evidente col passare degli anni, ha colpito soprattutto la sinistra, tutta la sinistra anche quella del partito comunista ed ex comunista la cui strategia si è rivelata fallimentare.
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Copertina_CorrerCarlo Correr
Una lunga marcia. I socialisti italiani dopo il 1993
Editore P.S.Edizioni – Nuova Editrice Mondoperaio
pagg. 298 – euro 14
codice ISBN 978-88-99231-06-4
Si può acquistarlo in libreria, su Amazon,
oppure rivolgendosi direttamente a:
carlocorrer@avantionline.it
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Ue: appello per nuovo inizio contro i populismi

Domino_EuropaDi fronte al rischio che l’Unione Europea imploda, un gruppo di giuristi ed intellettuali ha lanciato un appello alla rifondazione dell’Unione, in modo che possa rispondere alle “tendenze autoritarie e all’ascesa di forze nazionaliste e xenofobe” che hanno messo sotto attacco l’Unione “sebbene abbia garantito pace, democrazia e benessere  per decenni”. L’appello, pubblicato su diversi quotidiani  europei, è stato firmato, tra gli italiani, da Giuliano Amato, Emma Bonino, Massimo Cacciari e Giuliano Cazzola.

“Noi cittadini europei siamo preoccupati e spaventati” è l’esordio. “La crisi economica e finanziaria ha impoverito la  maggior parte di noi. La disoccupazione giovanile rischia di creare una generazione perduta. La disuguaglianza cresce e la coesione sociale è in pericolo. L’UE è circondata da conflitti e instabilità, dall’Ucraina alla Turchia, dal Medio Oriente al Nord Africa. Il flusso di rifugiati e migranti è diventato una questione strutturale che dobbiamo affrontare insieme, in modo umano e lungimirante. In molti Stati membri si manifestano tendenze autoritarie e l’ascesa di forze nazionaliste e xenofobe. La democrazia e i valori fondanti della civiltà europea moderna sono sotto attacco. La stessa Unione Europea e’ messa in discussione, sebbene abbia garantito pace, democrazia e benessere per decenni”. L’appello accusa “i politici nazionali” di preoccuparsi “solo delle successive elezioni nazionali o locali: chiedono soluzioni europee a problemi europei, ma poi agiscono per rendere tali soluzioni impossibili o inefficaci.

Ignorano le proposte della Commissione e non applicano le decisioni già prese, incluse quelle approvate all’unanimità. Chiediamo ai politici e ai media nazionali di smettere di presentare l’integrazione come un gioco a somma zero, mettendo così le nazioni l’una contro l’altra. In un mondo interdipendente – si legge – nessuna nazione da sola può garantire le necessità basilari dei suoi cittadini e la giustizia sociale. In questo contesto l’integrazione e un governo sovranazionale europeo sono un gioco a somma positiva”.

Nella consapevolezza che “la globalizzazione sta trasformando il mondo”, c’è bisogno, si legge ancora nell’appello, di “un governo europeo per promuovere i nostri valori e contribuire alla soluzione dei problemi globali che minacciano l’umanità. Il mondo ha bisogno di un’Europa cosmopolita e rivolta a contribuire alla costruzione di una governance globale più democratica ed efficiente, per affrontare le sfide più impellenti, dal cambiamento climatico, alla pace, dalla povertà globale, alla transizione verso un’economia sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale.

L’UE è “una incompleta Res Publica”, riconoscono i firmatari: un budget ridicolo (0,9% del PIL) e nessuna autonomia finanziaria, competenze e poteri “incompleti per far fronte con successo alle crisi attuali”, “un legislativo, un giudiziario e una Banca Centrale Europea con caratteri sostanzialmente federali”. “Ma la democrazia e’ la possibilita’ per i cittadini di scegliere il governo, responsabile di fronte ai cittadini”.

Perché “l’Unione funzioni e sia pienamente democratica le sue decisioni – incluso il bilancio, la politica estera e di difesa, e la riforma dei trattati – devono essere prese con il voto a maggioranza qualificata, che rappresenta la maggioranza dei cittadini e degli Stati europei. La Commissione dovrebbe evolvere in un vero governo, legittimato attraverso le elezioni europee, e che definisce l’agenda politica. I partiti europei dovrebbero designare il loro candidato alla presidenza della Commissione alle elezioni europee. L’alternativa e’ l’elezione diretta del Presidente della UE,  risultato della fusione delle Presidenze della Commissione Europea e del Consiglio europeo”. “Il 14 febbraio 1984 il Parlamento Europeo adottò il Progetto di Trattato che istituisce l’Unione Europea, il cosiddetto progetto Spinelli, che puntava verso un’unione politica, e che gli Stati membri ignorarono”. A distanza di 33 anni, il 14 febbraio 2017 “invitiamo il Parlamento europeo, l’unico organo dell’UE eletto direttamente, a prendere una nuova iniziativa per rilanciare l’UE su una piu’ forte base democratica. Parlare di unioni bancaria, fiscale, economica, energetica, della sicurezza, della difesa e della politica ha senso solo all’interno di una vera Unione Europea democratica, con tutte quelle politiche sotto la responsabilità di un vero governo europeo. Di qui l’appello ai capi di Stato e di governo che il 25 marzo celebreranno i Trattati di Roma, che 60 anni fa istituirono la Comunità Economica Europea e l’Euratom. “Chiediamo loro di elevarsi alla visione dei Fondatori. Devono aprire la strada alla rifondazione dell’Unione Europea, sulla base delle proposte del Parlamento Europeo, sfruttando immediatamente tutti gli strumenti del trattato di Lisbona per rafforzare le istituzioni e le politiche dell’UE, in particolare la politica estera e di sicurezza e la politica economica e sociale”. Ma anche la società deve attivarsi: “Chiediamo alla gioventù europea, alla società civile, al mondo del lavoratori, dell’impresa, dell’accademico, ai governi locali e ai cittadini e alle cittadine europei di mobilitarsi e partecipare alla Marcia per l’Europa che si terrà a Roma il 25 marzo. Tutti insieme forniremo ai leader politici la forza e il coraggio di portare l’Unione verso un nuovo inizio. L’unità europea è la chiave per risolvere i nostri problemi comuni, salvaguardare i nostri valori e garantire il nostro benessere, la sicurezza e la democrazia”.

La morte fa mercato, le armi non sono mai fuori moda

bimbo1-780x450L’industria delle armi, un settore in costante crescita che non conosce crisi: è del 30 gennaio scorso la pubblicazione apparsa direttamente sul sito dell’industria russa Kalashnikov, produttrice del famoso fucile d’assalto AK-47, sulla necessità di assumere 1.700 dipendenti solo per far fronte agli ordinativi.

Sul fronte mondiale la Kalashnikov nel 2015 ha realizzato un fatturato di 8,2 miliardi di euro, attestandosi in buona posizione in questa gara alla vendita della morte. La troviamo in ottima compagnia con altre aziende leader del settore delle armi che godono tutte di ottima salute, ovviamente a discapito della vita e della salute di milioni di persone che continuano a morire nelle decine di conflitti in atto a livello planetario. Prima fra tutte la statunitense Lockheed Martin, seguita dalla connazionale Boeing e dalla russa BAE Systems; in questa classifica di mercanti di morte, nel 2014 al 9° posto troviamo anche l’italiana Finmeccanica.
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In questo senso è oltremodo importante il lavoro di rendicontazione che da anni sta conducendo l’istituto indipendente svedese SIPRI (Stochkolm International Peace Research Institute). L’ultima pubblicazione del 2016 analizza il commercio mondiale di armi dal 2011 al 2015.

Nei 1.652 miliardi di fatturato mondiale delle armi nel 2015, USA e Russia insieme rappresentano il 58% degli affari commerciali dell’industria bellica; seguono la Cina, la Francia e la Germania e l’Italia. Il paese di santi, navigatori e poeti, di “italiani brava gente” nel quinquennio 2011-2015 si piazza all’8° posto nella classifica dei paesi esportatori.
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Nel 2014 il Belpaese ha superato anche Francia e Germania nell’export di armi verso Israele. Tra i paesi dell’UE, l’Italia è il primo fornitore di sistemi militari dello Stato israeliano, (paese in guerra anche quest’ultimo) con un volume di vendite che è oltre il doppio di quello totalizzato da Parigi o Berlino. Oltre il 41% degli armamenti regolarmente esportati dall’Europa verso Israele sono italiani. Nel 2013, in pieno conflitto, l’Italia è stata anche una delle principali esportatrici di armi verso la Siria.

Nell’ultimo anno in particolare la vendita di armi italiane all’estero è triplicata e sono aumentate le forniture verso paesi in guerra, in particolare quelle verso l’Arabia Saudita, condannata dall’Onu per crimini di guerra nel conflitto in Yemen e per la quale il Parlamento Europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti. Eppure c’è anche una precisa legge italiana che proibisce esplicitamente la vendita di armi ai paesi coinvolti in guerra, ma si sa, gli affari sono affari. “Pecunia non olet” i soldi non puzzano, anche se è tutto da dimostrare, di certo grondano sangue, perché in generale ogni 490,000€ di fatturato proveniente dalla vendita di armi, una persona muore, poco importa se sia un soldato, un civile, una donna, o anche un bambino. Dal 2002 a oggi sono oltre 2 milioni i bambini massacrati in guerra. Cresce anche l’intermediazione finanziaria delle principali banche italiane, Unicredit, Intesa San Paolo e tra i piccoli istituti coinvolti, compaiono anche Banca Etruria e persino Poste Italiane.
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Nel 2015 la vendita totale di armi in Italia è triplicata passando da 2,8 miliardi a 8,2 miliardi; dietro la metà di questo giro d’affari ci sono le banche, che in totale fanno cassa con l’industria bellica per un totale di 4,1 miliardi.
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A questi dati ufficiali si deve anche sommare il crescente mercato nero delle armi, dove è possibile reperire una pistola Glock a poco più di 50€ e un AK-47 a meno di 900€. Questo mercato trova indisturbata proliferazione sul web e spesso anche sui social network come fb o istangram; si arriva così alla contraddizione in cui chi denuncia il traffico illegale di armi, caldeggiato dal precedente governo negli incontri diplomatici fra Italia e Arabia Saudita (illegale perché l’Arabia è coinvolta in una guerra) riceve per questo minacce di querela e il blocco preventivo del profilo da parte dei gestori di fb, mentre si permettono indisturbati la vendita e lo scambio d’armi leggere in diversi gruppi chiusi su fb.

C’è anche un altro scenario orribile di cui non si parla tanto, il numero di feriti e mutilati, devastati fisicamente e psicologicamente; per ogni morto infine ci sono decine di persone che hanno patito un dolore atroce, per la perdita di un fratello, una moglie, una figlia, oppure un caro amico.

L’ultimo scenario direttamente correlato alla vendita di armi sono i milioni di persone che ogni anno lasciano le proprie case; secondo un rapporto Unicef del 2016 nel mondo ci sono 93 milioni di sfollati costretti a fuggire a causa delle guerre, delle persecuzioni o semplicemente perché l’area geografica da cui provengono è stata per anni spogliata dalle multinazionali delle proprie risorse e dei mezzi di sostentamento che avevano. Di questi profughi, secondo il rapporto Unicef, oltre 50 milioni sono bambini, un piccolo profugo ogni 45 bambini nel mondo. L’asticella del barometro dei conflitti, come riportato da questa pubblicazione del 2015 è in continuo aumento. Con le sole guerre in Afghanistan (600mila sfollati), Iraq (4,2 milioni), Siria (oltre 12 milioni), Libia (mezzo milione), Nigeria (2,5 milioni) e Yemen (150.000) si contano 19,5 milioni di profughi. Queste persone le vediamo tutti i giorni arrivare sulle nostre coste in veri e propri viaggi della disperazione, spesso in mano a trafficanti che sono i veri e propri schiavisti del XXI secolo, oppure attraversare regioni gelate, in lunghe marce forzate come fossero deportati di guerra, come successo di recente in Serbia e in Ungheria con i poveri profughi afghani.
Sempre secondo i dati del SIPRI, nel solo 2015, siamo arrivati a 4.000 morti nel solo mar mediterraneo, durante la traversata, è un dato in costante crescita.
Eppure a fronte di tutti questi numeri, i mercanti d’armi, disperazione e morte, (come chiamarli diversamente?) continuano indisturbati nella corsa al loro dannato profitto, banche finanziatrici e governi inclusi.

Adesso bisogna porsi alcune domande: agli effetti pratici, produrre un’arma che poi viene esportata e usata nei paesi coinvolti in un conflitto non è forse configurabile come un atroce crimine di guerra? E ancora, che differenza c’è fra chi produce e vende un’arma destinata alla guerra e chi poi tira il grilletto? Moralmente ed eticamente di certo nessuna. Infine, quale può essere la differenza fra chi usa un fucile mitragliatore sulla popolazione civile e chi ne ha finanziato la produzione? (vedi banche) o esortato e agevolato l’esportazione verso gli stati coinvolti in guerra? (Vedi governi).

Attenzione inoltre a dove vengano messi i nostri soldi; forse un tempo ciò era fatto a nostra insaputa, ma oggi non più: si parla di denaro che magari è “appoggiato” su qualche “fondo d’investimento sicuro” con una “buona redditività”. A seconda della banca proponente il fondo, una percentuale di questi fondi, potrebbero tranquillamente finire in qualche proiettile o in qualche mina antiuomo, destinati a qualche bambino che nemmeno sa che noi esistiamo, salvo poi ritrovarsi steso in terra in una pozza di sangue.
D’altro canto sono in molti a protestare per tutti questi sbarchi, dicendo “che stiano a casa loro”, oppure nella migliore ipotesi, ad accompagnare lo sdegno peloso con affermazioni del tipo “sì poverini, ma aiutiamoli a casa loro” senza mai sforzarsi di capire che quelli che si salvano, li si vede ormai a centinaia di migliaia sbarcare sulle nostre coste, sono in fuga da anni dalle guerre, gli stessi conflitti che i nostri governi, spesso conniventi, hanno caldeggiato e appoggiato.

La contraddizione assume poi tinte grottesche, se solo si pensa che con alcuni paesi in guerra governi e aziende prima mercanteggiano la morte vendendo loro armi e poi applicano sanzioni che vanno solo ad incrementare le atroci sofferenze delle popolazioni civili già devastate dalla guerra.

Vogliamo per davvero fermare le guerre, i morti e il flusso in aumento dei profughi che fuggono dalla disperazione? L’equazione è dannatamente semplice: non collaboriamo, denunciamo e fermiamo produzione e vendita delle armi e saremo ben oltre la metà dell’opera.

Luca Cellini
Pressenza

La Massoneria tra mito, realtà e… politica

Giovanni Francesco Carpeoro, al secolo Pecoraro, è attualmente uno dei massimi esperti di Simboli operanti in Italia. Avvocato, nato a Cosenza nel 1958, ha lavorato nel mondo dello spettacolo assistendo professionalmente molti volti famosi dello star system del Belpaese. Appartenente dal 1981 alla Massoneria di Rito Scozzese, diviene Sovrano Gran Commendatore e Gran Maestro della Legittima e Storica Piazza del Gesù nel 1999, rimanendo tale fino al 2005, data nella quale cessa la sua operatività massonica. Caso forse più unico che raro, Carpeoro scioglie la sua obbedienza massonica, che poi confluirà negli ALAM (Antichi Liberi Accettati Muratori), e a un certo punto della sua vita decide di esporsi pubblicamente con un lavoro di divulgazione sulla Massoneria atto a fare un po’ di chiarezza sulla vera natura delle organizzazioni iniziatiche. Chiarezza necessaria in un Paese in cui il pregiudizio antimassonico, retaggio fascistoide e reazionario, è in forma smagliante. Basta andare ad ascoltare su Radio Radicale l’audizione del Gran Maestro del GOI, Stefano Bisi, alla “Commissione Parlamentare di Inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere”, volgarmente detta “commissione antimafia”, per rendersi conto. Ma Carpeoro oltre ad avere una importante storia iniziatica alla spalle, ne ha anche una politica altrettanto importante nel Partito Socialista Italiano


massoni_corona“Guardi
,” mi dice, ” la mia storia è questa qui: io ho cominciato nella Giovanile, poi sono passato al Partito. Poi quando mi sono incazzato sono passato al PSDI. In seguito sono tornato a parlare amabilmente con Bettino, senza però più riscrivermi ma rimanendo di “area”.  E poi, dopo il mio ultimo incontro con Bettino, non ho più avuto alcun impegno politico. Non sono più andato nemmeno a votare. Anzi, ho votato un paio di volte per i Radicali, perché non lo consideravo un tradimento ideologico. Amico di Marco (Pannella, n.d.r.) in un paio di occasioni li ho aiutati, ma non ho più votato per nessun altro partito”

Ma facciamo un po’ di storia: mi risulta che il primo congresso del PSI ebbe luogo nell’anticamera pubblica di una storica loggia genovese. La collaborazione tra massoneria e forze laiche (Socialisti, Repubblicani e Radicali) produsse la politica dei “Blocchi Popolari”, che portò addirittura all’elezione di Ernesto Nathan quale Sindaco di Roma. Quali furono i rapporti storici tra massoni e socialisti italiani?

Ernesto Nathan fu eletto con i voti della Massoneria. Fu il candidato della Massoneria, quindi in quanto tale trasversale e quindi, proprio in quanto tale, attinse voti tanto dalle componenti progressiste quanto da quelle conservatrici. Inizialmente i vertici socialisti erano quasi tutti massoni: Bissolati, Turati eccetera. E quindi non c’erano problemi. Poi iniziò nell’area massimalista, che si sarebbe scissa molto più tardi, un’ ostilità verso la Massoneria in quanto borghese. Rimasero molti socialisti massoni, però, diciamo che, ci fu un’intensificazione dei legami tra Massoneria e componenti liberali conservatrici, uno su tutti Giolitti.

L’ VIII congresso del PSI, tenutosi a Bologna nel 1904 passa alla storia per la questione dell'”incompatibilità” (tra socialisti e massoni), che porterà addirittura al Referendum nell’anno successivo per stabilire se la qualifica di massone costituisse per un socialista un caso di indegnità morale

Si è vero. Il Referendum fu promosso dall’area massimalista, la quale sosteneva fondamentalmente che la Massoneria in quanto fenomeno borghese non desse sufficienti garanzie di quella lotta per il consenso popolare e per la sovranità popolare che il Massimalismo si proponeva. Del resto non va dimenticato che nell’ XI congresso nel 1910, Mondolfo, Mastracchi, Salvemini e Angelica Balabanoff  si fecero promotori di una mozione che invitava i socialisti che non erano massoni a non entrare nella massoneria e a quelli che vi appartenevano di uscirne.

Quando Benito Mussolini cominciò a diventare un esponente di spicco del socialismo italiano,  fu avvicinato da personaggi appartenenti alla Massoneria, per esempio Raoul Palermi e Filippo Naldi. E’ vero?

Raoul Palermi rifiutò per tre volte la richiesta di Mussolini di affiliarsi alla massoneria, quindi direi che qualsiasi ipotesi di rapporti tra i due sia falsa. Per quanto riguarda Filippo Naldi quello più che un rapporto fu un’associazione a delinquere. Filippo Naldi era tutto: era un banchiere, un finanziere, era un giornalista, era un massone traditore. Era tutto. Naldi non apparteneva al GOI, apparteneva alla Serenissima Gran Loggia  Nazionale di Piazza del Gesù, sospeso più volte ma vi apparteneva. Come del resto Palermi, che ne era il Gran Maestro. Filippo Naldi è l’uomo di potere vero, il Gelli tra le due guerre. E’ colui che convince Mussolini a sposare la linea interventista che lo porterà ad uscire dal Partito Socialista e dalla direzione dell’Avanti. E’ colui che gli troverà  i soldi per il Popolo d’Italia. E’ colui che porterà la zizzania, perché lo zoccolo duro di Mussolini era costituito da massoni, erano i cosiddetti “Sansepolcristi” e Naldi poterà guerra in quell’ambiente, per cui ci sarà sempre una certa diffidenza di Mussolini nei confronti dei Sansepolcristi. Tenga presente che tutti e quattro i quadrunviri del primo regime fascista, quando ancora Mussolini faceva delle cose progressiste un po’ da socialista, De Bono, De Vecchi, Balbo e Michele Bianchi erano tutti massoni. Ma Filippo Naldi  tradisce ulteriormente procurando a Mussolini i contatti con un cardinale (Gasparri? n.d.r.), il quale pone come condizione per l’accordo tra Chiesa e Fascismo, i c.d. Patti Lateranensi, di mettere fuori legge la Massoneria. Quindi grazie a Filippo Naldi la Massoneria è stata messa fuori legge e l’unico che la difese in parlamento è stato Gramsci, che si è alzato e fece un memorabile discorso.

Giacomo Matteotti era un avversario del Naldi se non sbaglio
Naldi lo fa ammazzare a Matteotti. Naldi è il titolare del contratto di noleggio dell’automobile usata dai killer del deputato socialista. Viene condannato a 6 mesi di confino e poi dopo torna in auge tranquillamente. E sarà il grande protagonista dell’organizzazione della fuga dei Reali a Napoli. I Savoia fuggiranno a Napoli perché Naldi organizzerà tutto. Ci fu la sua mano  anche dietro al Gran consiglio che avrebbe dovuto rimettere a capo i Sansepolcristi, attraverso l’ordine del giorno Grandi, che era concordato con Mussolini, il quale aveva sempre avuto il sospetto che la massoneria volesse fargli fare le scarpe da Balbo, che per questo fu fatto ammazzare. In realtà poi l’uomo della Massoneria di Piazza del Gesù diventa Costanzo Ciano. L’ordine del giorno Grandi fu un tentativo disperato di Palermi, attraverso Naldi, di restituire il potere allo zoccolo duro del fascismo. Il piano fallì perché Mussolini venne rapito dai Tedeschi il giorno dopo e a quel punto fece tutto quello che dicevano i Tedeschi.

Dopo la guerra, entrando nella storia repubblicana del nostro Paese, i rapporti tra Massoneria e PSI si rinsaldarono?

Si, i rapporti tra PSI e Massoneria nel dopoguerra furono ottimi per merito di Pietro Nenni, il quale non era massone ma era molto vicino a posizioni massoniche. Dei suoi due segretari, Pietro Longo e Bettino Craxi, uno dei due era massone: Pietro Longo. In seguito il PSI perse un po’ di massoni quando ci fu la scissione di Palazzo Barberini, perché molti massoni finirono nel PSDI: Costantino Belluscio, lo stesso Saragat, Renato Massari, Matteo Matteotti (il figlio di Giacomo), insomma gliene posso citare un numero industriale. Praticamente di tutti i massoni che erano nel PSI, l’80%  passarono al PSDI. 

Oltre che da massoni regolari il PSDI fu frequentato anche da iscritti alla P2

Ma consideri che nella P2 c’è finita gente che neanche sapeva di essere iscritta alla P2. E’ un discorso molto complicato, però le dico solo una cosa: è da 20 anni che in Italia si parla di P2 ma nessuno parla della P1. Preferiscono arrivare alla P10, ma guai a parlare della P1. Per chi fosse interessato nel mio libro “Dalla Massoneria al Terrorismo” ne parlo.

Bettino Craxi invece aveva in simpatia i Massoni?

Bettino non era massone, ma si aveva in simpatia i Massoni. Veniva da quel tipo di cultura e di studi. Aveva tutto per essere un Massone, tranne il carattere. Lui non è mai entrato in Massoneria perché Bettino era uno che le divise le amava solo sugli altri, su di sé non le ama molto.  E quindi non entrò mai in massoneria per questo motivo. Entrò in una Ur-Lodge, questo si. Le Ur-Lodge ammettevano anche non affiliati alla massoneria e tutt’ora lo fanno.

Le Ur-Lodge sono dei centri di potere che si dividono tra progressisti e conservatori, è corretto?

Si, è corretto. Alcuni volevano lavorare per il bene ma secondo me è sbagliato comunque il concetto della Ur-Lodge. E’ in ogni caso una visione oligarchico – aristocratica della vita che non condivido. Ma c’è anche chi ha sbagliato in buona fede, nel tentativo di fare del bene e questo gli va riconosciuto. Bettino entrò in una Ur-Lodge per motivi di politica internazionale. Altrimenti tutto sarebbe passato sulla sua testa, no?

A proposito di politica estera che ne pensa del paragone che spesso ricorre tra Bettino Craxi e Silvio Berlusconi?

Beh, mi sembra impietoso. Berlusconi non era uno statista. Certamente un grande imprenditore che si è prestato a una cosa che non ha saputo fare, perché non era nelle sue corde. Se io domani voglio andare a giocare a Basket e sono altro un metro  mezzo, dove mi fanno giocare?

Senta, che mi dice dei rapporti attuali tra area laica e Massoneria?

Ma non esiste più nulla perché in Italia non c’è più politica. Lei quale definirebbe area laica? Stiamo parlando di gente che ha fondato un partito dove l’unico iscritto è lui stesso. Di che stiamo parlando? D’altro canto la Massoneria è conciata ancora peggio, quindi voglio dire stiamo parlando di morti che si parlano.

Quindi Lei non vede nessuna possibilità di una ricostruzione Laica in Italia?

Ad oggi no

Corrado Li Greci

I comuni e la gestione dei servizi produttivi

acquaIn teoria anche gli enti locali possono produrre in proprio beni e servizi, quali la distribuzione di luce e gas, le farmacie, le centrali del latte. Tuttavia questo avviene per lo più in territori con esigenze particolari. In 9 grandi città su 14 questa spesa non supera l’euro per ogni residente.
Gran parte dei beni che acquistiamo e dei servizi di cui usufruiamo quotidianamente sono offerti da aziende private sul libero mercato. In altri casi sono forniti da società concessionarie di un servizio pubblico, per esempio quelle che si occupano di gestire utenze come luce, acqua e gas.

In alcuni territori però una serie di attività in grado di produrre utili, e di solito svolte da privati, possono essere offerte anche dal comune. È il caso delle farmacie municipali e di tutte le attività produttive gestite direttamente dagli uffici comunali, tra cui per esempio i servizi di teleriscaldamento o di distribuzione del gas.

Non è frequente che questi servizi siano gestiti dall’amministrazione comunale, e nel corso degli ultimi decenni si è avviata una progressiva esternalizzazione verso società pubbliche o private. Dunque spesso questo tipo di attività resta come residuo del passato. In alcuni casi però il comune interviene per colmare un vuoto del mercato: per esempio nelle zone montane, dove offrire determinati servizi sarebbe troppo oneroso per un privato.

Attraverso openbilanci.it è possibile vedere quanto vale questo tipo di spesa sui bilanci dei comuni che la sostengono, consultando la voce “servizi produttivi dei comuni”. La quale comprende prestazioni quali la distribuzione del gas, le centrali del latte, i servizi di teleriscaldamento, di distribuzione dell’energia elettrica e le farmacie comunali. Abbiamo controllato la voce per i centri sopra i 200mila abitanti, nei bilanci consuntivi per cassa del 2014.

Quasi tutte le maggiori città italiane hanno un livello bassissimo o nullo di spesa per servizi produttivi. Spendono 0 euro pro capite Torino, Padova, Bari, Genova e Milano. Ma anche a Firenze, Palermo, Verona e Bologna questa voce non supera l’euro per abitante. La città che si distacca con larghissima misura è Venezia con circa 327 euro pro capite in servizi produttivi. Una cifra spiegabile con la conformazione e le esigenze specifiche del capoluogo lagunare. È infatti evidente che questo tipo di spesa si trovi più facilmente in contesti particolari, mentre in gran parte delle città maggiori è praticamente inesistente. Nei primi tre posti della classifica anche Catania (14 euro circa per abitante) e Trieste (con 12,14 euro).

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Testamento biologico.
Il diritto di scegliere

testament biologico

“Dopo oltre 3 anni dal deposito della proposta di legge di iniziativa popolare dell’Associazione Coscioni, il Parlamento compie un passo importante, il riconoscimento ufficiale del diritto di scegliere come e quando terminare la propria vita e interrompere la propria sofferenza”.

Lo afferma la portavoce del Psi Maria Cristina Pisani all’indomani dell’approvazione da parte della commissione Affari Sociali della Camera della legge sul testamento biologico. L’approdo del ddl in Aula è previsto per il prossimo 30 gennaio. Ovviamente l’offensiva della Cei non si è fatta attendere e marcherà stretto l’iter parlamentare. Il presidente Bagnasco ha infatti lanciato un monito alla politica e al Parlamento sconfinando ancora una volta in campi al di fuori della competenza della Conferenza episcopale. “Ci preoccupano non poco – ha detto  Bagnasco -le proposte legislative che rendono la vita un bene ultimamente affidato alla completa autodeterminazione dell’individuo”.

Come giudichi questo testo?
“Il testo uscito dal comitato ristretto della commissione Affari sociali è un testo equilibrato proprio per arrivare a una buona legge prima della fine della legislatura e mettere fine al vuoto legislativo che ad oggi viene spesso colmato dalle sentenze della magistratura. In gioco c’è soltanto la nostra libertà di essere, di scegliere. Le dichiarazioni anticipate di trattamento non sono l’eutanasia, non sono il trionfo della morte sulla vita, ma semplicemente il rispetto della vita umana come bene indisponibile. E’ comprensibile che, quando si affrontano i temi della malattia grave e della fine della vita, il disorientamento e il carico di emotività generino confusione ma il cuore della libertà è rappresentato dal diritto di definire il proprio concetto di esistenza, del suo significato, dell’universo e del mistero della vita umana. Se le opinioni relative a questi argomenti fossero imposte, noi non potremmo autodeterminare le nostre volontà. Cogliamo insieme questo respiro di libertà, evitando la rigidità. Perché non siano altri a scegliere per noi.’

Il diritto all’autodeterminazione è un diritto inviolabile dell’uomo…
Certo. E rientra fra i valori espressi che l’ordinamento garantisce a favore della persona. Il tentativo di contestare la legittimità delle direttive anticipate, attraverso l’invocazione del canone di autosufficienza dell’accanimento terapeutico costituisce soltanto un errore concettuale. La nostra Carta costituzionale è aperta alla previsione di un ventaglio potenzialmente ampio di strumenti per mezzo dei quali il diritto all’autodeterminazione dei trattamenti sanitari può essere tutelato dall’ordinamento ed esercitato dal singolo, anche se incapace. Lo stato d’incapacità di esprimere un consenso attuale, non può inevitabilmente escludere la possibilità del paziente di accettare o rifiutare le cure perché renderebbe cogente un trattamento che altrimenti sarebbe volontario, al di fuori di una specifica previsione legislativa, in dispregio della riserva di legge posta dallo stesso art. 32.

Il traguardo non è ancora tagliato però.
Nell’attesa di questa legge sul testamento biologico, che ne regoli compiutamente l’istituzione, nella regione Lazio e nella regione Campania e in molte altre regioni abbiamo depositato insieme ai nostri consiglieri la proposta di legge «Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (DAT). Istituzione e accesso al Registro Regionale», che permetterà di dichiarare anticipatamente le proprie volontà circa le cure e i trattamenti sanitari ai quali si desidera o non si desidera essere sottoposti nel caso di condizione irreversibile di non intendere e di volere. La proposta di legge prevede che le DAT siano iscritte in un Registro Regionale istituito presso le Aziende sanitarie locali e memorizzate nella Carta sanitaria regionale del cittadino. Ovviamente, la scelta se presentare la DAT è libera e facoltativa. La DAT, redatta in forma scritta e munita di sottoscrizione autenticata nelle forme di legge, prevede l’indicazione sia sui trattamenti sanitari in vita sia le disposizioni sul fine vita: l’essere o meno sottoposti a determinate cure o trattamenti sanitari; la donazione o meno degli organi e dei tessuti in caso di decesso del dichiarante che dovrà designare uno o più fiduciari con il compito di garantire l’attuazione di tali volontà. L’accesso al Registro e alle DAT è consentito solo al fiduciario, al medico curante, al personale medico di pronto soccorso, ed è garantita la tutela dei dati secondo il Codice della privacy.

La Cei ha già iniziato a fare sentire il proprio peso. Si tratta però di aumentare i diritti di scelta degli individui. Insomma una questione di libertà…
Cogliamo insieme questo respiro di libertà, evitando la rigidità e le contrapposizioni ideologiche. L’obiettivo è quello di sgombrare il campo dagli equivoci e dalle paure e di spiegare il valore e il significato dell’espressione di questo diritto per ognuno di noi. Tra le nostre responsabilità c’è anche quella di ascoltare e dare voce allo strazio che percorre le corsie dei nostri ospedali, le mura domestiche. Perché non siano altri a decidere per noi.

Edoardo Gianelli

Il sistema bancario naviga pericolosamente a vista

bancarottaDi fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà.

Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.

Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.

Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.

Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca di’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.

Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?

Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.

Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.

Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.

Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio.

Quando Wall Street  e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.

Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.

L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!

Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

*già sottosegretario all’Economia  **economista

Il finanziamento ai partiti non appassiona gli italiani

partitileggeLa politica costa. Lo sanno anche i sassi. Il finanziamento pubblico ai partiti è stato abolito ed è stato sostituito da un contributo volontario destinando il 2 per mille contestualmente alla presentazione della propria dichiarazione dei redditi.

Dare soldi ai partiti per finanziarli affinché svolgano meglio la loro funzione democratica non è molto di moda, infatti il totale dei cittadini italiani che hanno destinato il 2% mille è molto basso. Il totale raccolto ammonta a 11.763.227 euro.  A farla da padrone, anche quest’anno è il Partito democratico, che ha incassato oltre 6milioni di euro. Quindi da solo circa la metà della cifra. Al secondo posto si classifica la Lega con 1.411.007 euro e al terzo Sinistra Ecologia e Libertà con 838.155 euro.

Al quarto posto si classifica Forza Italia con 615.761 euro. Seguono Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale con 569.865, Rifondazione Comunista con 459.970 euro, Nuovo Centrodestra con 259.629, Sudtiroler Volkspartei con 234.510 euro. Fanalino di coda Popolari per l’Italia con 24.514 euro.

Insomma un sistema di finanziamento che non appassiona gli italiani, sempre meno interessati alla politica. Infatti secondo i dati pubblicati dal Ministero del Tesoro si è espresso a favore di un partito solamente il 2,38% della popolazione: meno di un milione di italiani ha messo la crocetta sulla casella del 2 per mille su un totale che supera i quaranta milioni.

Nella tabella seguente vengono riportati il numero delle scelte e gli importi del due per mille, calcolati in proporzione alla base imponibile dei contribuenti che hanno effettuato la scelta.

finanziamento dei paritti

Fonte Ministero dell’Economia e delle Finanze

Corte Costituzionale, come funziona, cosa decide

Consulta-BesostriNei prossimi giorni sono attese sentenze su due materie di grande importanza per l’agenda politica, il jobs act e l’italicum. Visto il notevole impatto di alcuni recenti pronunciamenti, già da diversi mesi la consulta e le sue decisioni sono al centro dell’attenzione.

Funzioni e attività della corte costituzionale

L’articolo 134 della costituzione italiana prevede che la corte costituzionale, oltre a giudicare la legittimità delle leggi, sia competente sui conflitti tra organi dello stato, sui conflitti tra stato e regioni, che giudichi sulle accuse al presidente della repubblica e stabilisca l’ammissibilità delle richieste di referendum abrogativi.

Il giudizio di legittimità costituzionale avviene di solito in via incidentale. Cioè se nel corso di un qualsiasi processo un giudice, di sua iniziativa o su richiesta di una delle parti, ritiene dubbia la costituzionalità di una norma può rinviarla al giudizio della corte costituzionale. Per esempio, nel caso dell’ultima sentenza che ha dichiarato incostituzionali alcune parti della legge 40, la questione è stata sollevata dal tribunale di Napoli nel corso di un processo penale in cui alcuni medici erano accusati di reati previsti da questa legge. Il giudice aveva dei dubbi sulla costituzionalità di queste norme ed avendone valutata la «rilevanza e la non manifesta infondatezza» ha deciso di porre alla corte la questione di legittimità costituzionale. In questo modo i giudici svolgono un ruolo di “portiere del giudizio di costituzionalità” evitando che la consulta venga investita da troppe richieste non rilevanti.

Il ricorso in via principale invece avviene per i conflitti di attribuzione tra stato e regione, o tra regioni. Questo succede quando una di queste istituzioni ritiene che un’altra abbia invaso, con un atto legislativo, la sua sfera di competenza. In questo caso può essere fatto ricorso presso la corte in via principale, senza quindi dover prima passare da un giudice ordinario. Quando il ricorso riguarda atti non legislativi è chiamato conflitto tra enti. Questo tipo di conflitti, un tempo abbastanza limitati, dopo la riforma costituzionale del 2001 sono molto aumentati, arrivando a pesare di più sul totale dei giudizi.

Per atti non legislativi, alla corte compete anche il giudizio sui conflitti tra poteri dello stato. È questo ad esempio il caso di conflitti tra un ministro e un pubblico ministero o tra un ministro e il capo dello stato.

La corte giudica inoltre sull’ammissibilità dei referendum abrogativi dopo che l’ufficio centrale della corte di cassazione ha ritenuto regolari le richieste. La consulta valuta innanzitutto che il quesito non tocchi materie che la costituzione esplicitamente esclude dal voto referendario: leggi tributarie, leggi di bilancio, leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, leggi di amnistia e di indulto. Inoltre la corte negli anni ha ritenuto di estendere il proprio giudizio anche a principi generali ricavabili dalla costituzione.

Infine la corte giudica sulle accuse al presidente della repubblica, che possono essere di alto tradimento o attentato alla costituzione. Affinché questo processo sia avviato il presidente della repubblica deve essere messo sotto stato di accusa dalla maggioranza assoluta del parlamento, in seguito il processo viene portato avanti dalla corte costituzionale con l’aggiunta di sedici giudici popolari (cittadini sopra i cinquant’anni estratti a sorte). Questo tipo di giudizio non ha per ora mai avuto luogo anche se per ben tre volte è stato proposto l’avvio della procedura. Tuttavia solo una volta, nel 1991, la messa in stato d’accusa è stata formalmente presentata in parlamento dal Pds nei confronti dell’allora presidente Cossiga.
La composizione della corte

Dato il suo ruolo di garanzia la corte deve esprimere il massimo dell’imparzialità e della competenza, per questo la costituzione ha previsto che i suoi componenti venissero scelti da diverse istituzioni con procedimenti complessi. Innanzitutto, per essere nominati, i membri della corte devono provenire o da supreme magistrature o essere professori ordinari di diritto, oppure avvocati con almeno venti anni di esperienza. Dei quindici membri che la compongono, un terzo viene eletto dalle supreme magistrature, un terzo dal parlamento in seduta comune e un terzo dal capo dello stato.

L’elezione di cinque giudici da parte delle supreme magistrature è a sua volta ripartita in modo che tre giudici siano eletti dalla corte di cassazione, uno dal consiglio di stato e uno dalla corte dei conti. L’elezione avviene in ogni caso a maggioranza assoluta, con eventuale ballottaggio.

L’elezione da parte del parlamento è quella più complessa. Infatti per evitare nomine di parte, è richiesta una maggioranza dei due terzi dei componenti per i primi due scrutini e di tre quinti in quelli successivi.

Infine il presidente della repubblica nomina gli altri cinque membri, considerando le scelte del parlamento in funzione di riequilibrio.

I giudici sono eletti per nove anni (originariamente dodici) – una durata maggiore di ogni altra carica dello stato – e la loro successione avviene in modo graduale. In questo modo si cerca di evitare che cambiando troppi giudici in breve tempo, si modifichi bruscamente l’orientamento della corte. Dal 1956 a oggi sono già stati centodieci i giudici designati alla consulta , di cui quaranta eletti presidenti della corte. Non è richiesta una soglia minima di età per accedere alla corte ma in base agli altri requisiti richiesti di solito i giudici entrano in carica in età avanzata.
La corte è un organo collegiale e prende le sue decisioni collettivamente. Dunque è importante che la corte sia quanto più possibile al completo, per non rallentarne i lavori e perché è necessaria la presenza di almeno undici giudici affinché possa deliberare. I giudici dovrebbero essere 15, tuttavia spesso accade che siano meno a causa di ritardi, da parte del parlamento, nella sostituzione di un membro uscente. Nella seconda metà del 2015 si è arrivati ad avere solo dodici giudici costituzionali, giusto uno in più rispetto al numero legale. Finalmente a dicembre, arrivato al trentaduesimo scrutinio, il parlamento è riuscito a eleggere i tre giudici necessari a ripristinare il plenum. Ad oggi ne sono 14 e la nomina del membro mancante spetta al parlamento.

Il presidente è considerato primus inter pares, dunque il suo voto vale come quello degli altri giudici, eccetto in casi di parità. È eletto a maggioranza assoluta, con eventuale ballottaggio, per tre anni. Il mandato sarebbe rinnovabile, tuttavia accade spesso che un presidente non termini neanche il primo mandato, visto che solitamente la scelta ricade tra uno dei membri più anziani. Al presidente spetta di definire il calendario dei lavori e assegnare a ciascun giudice il compito di relatore per le cause. Di solito queste funzioni non sollevano problemi, ma per il giudizio di costituzionalità sull’italicum ha suscitato diverse polemiche la decisione di spostare l’udienza a dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre e poi al al 24 gennaio 2017.

La necessità di mantenere il carattere d’indipendenza e imparzialità della corte non ha impedito di designare giudici costituzionali che, negli anni, hanno avuto anche ruoli politici. Alcuni giudici costituzionali sono stati scelti tra ex parlamentari, membri dell’assemblea costituente, ministri e addirittura presidenti del consiglio, come nel caso di Giuliano Amato. Altre volte invece è successo che i giudici abbiano ricoperto ruoli di rilievo politico dopo aver concluso il loro mandato presso la corte, magari in virtù delle loro competenze. Questo è accaduto spesso durante governi cosiddetti “tecnici”, come nel caso del governo Ciampi o di quello Monti. Talvolta inoltre è capitato che alcuni giudici abbiano ricoperto ruoli politici sia prima che dopo il loro incarico alla consulta. È questo il caso dell’attuale presidente della repubblica che, prima di essere eletto alla corte costituzionale, è stato molti anni parlamentare, nonché ministro della difesa. Un altro caso eccellente è quello di De Nicola che dopo essere stato il primo presidente della repubblica e il primo presidente della corte costituzionale si è dimesso da questo ruolo ed è stato eletto al senato.
Per quanto riguarda la rappresentanza di genere, la corte costituzionale è stato un organo a composizione esclusivamente maschile fino al 1996 , quando l’avvocata Fernanda Contri è stata nominata giudice dal presidente Scalfaro. Dal 1956 a oggi sono state cinque le giudici della corte costituzionale rispetto a centocinque uomini (4,5%) . Attualmente sono tre le giudici in carica (20%). Dunque, anche se ancora in netta minoranza, si può vedere un progressivo riequilibrio di genere. È anche interessante notare che tranne l’ultima designazione femminile in ordine di tempo, quella di Silvana Sciarra, tutte le altre giudici sono state nominate da presidenti della repubblica.

Le principali sentenze di incostituzionalità degli ultimi anni

Nell’ultimo decennio alcune sentenze della corte hanno influito in maniera rilevante su temi di primo piano del dibattito politico nazionale. Tre in particolare hanno suscitato un certo scalpore: le sentenze sulla legge 40, sulla Fini-Giovanardi e sul porcellum.

La legge 40 sulla procreazione assistita è stata oggetto di ben quattro sentenze di illegittimità da parte della corte . Sentenze che hanno stabilito l’incostituzionalità di articoli molto importanti per l’impianto della legge, come il divieto per le coppie fertili, Il divieto di fecondazione eterologa, l’obbligo di impiantare al massimo tre embrioni tutti insieme e il divieto di selezione gli embrioni in caso di patologie genetiche (qui si può leggere la sentenza più recente).

Sulla Fini-Giovanardi – la legge che disciplinava l’uso delle sostanze stupefacenti – la corte costituzionale è intervenuta nel 2014. Con questa sentenza la consulta non è entrata nel merito del decreto ma sulla modalità della sua approvazione. Secondo la corte infatti la materia trattata era estranea all’oggetto del decreto e per questo incostituzionale. In questo modo la corte ha abrogato la Fini-Giovanardi ripristinando la disciplina precedente, ovvero la legge Iervolino-Vassalli.

Infine la sentenza che ha dichiarato incostituzionali alcuni aspetti del porcellum è stata importante per due ragioni. Prima di tutto per i suoi effetti politici, con il parlamento che ha dovuto formulare un’altra legge elettorale. La corte ha infatti dichiarato incostituzionale sia il premio di maggioranza senza soglia, che potrebbe portare a eccessive distorsioni nella rappresentanza, sia le liste bloccate troppo ampie, che non consentono all’elettore di capire chi sta effettivamente eleggendo. In secondo luogo la sentenza è importante da un punto di vista giuridico perché è una novità nell’azione di controllo della corte. Infatti non era mai successo prima che la consulta si pronunciasse su una legge elettorale. Questo perché la possibilità che durante un processo venga sollevata, in via incidentale, una questione di costituzionalità sulla legge elettorale è a dir poco remota. Tant’è che da più parti negli anni era stata sostenuta la necessità di una riforma che colmasse questa lacuna. Con questa decisione la corte ha sostanzialmente compiuto questa riforma tramite una sentenza, motivandola con la necessità di non avere zone franche rispetto al giudizio di costituzionalità.

La questione ha comunque sollevato un ampio dibattito e molti dubbi tra i costituzionalisti. Il punto sta nel fatto che l’oggetto dei due giudizi (quello davanti al giudice ordinario e quello costituzionale) dovrebbe essere diverso, o almeno così si è fin ora ritenuto in dottrina. In questo caso invece il ricorrente ha fatto causa alla presidenza del consiglio sostenendo che la legge elettorale (il porcellum) avesse leso il suo diritto di voto, violando quindi la costituzione. La questione posta al giudice ordinario e al giudice costituzionale era dunque la stessa. Così facendo si corre però il rischio svuotare il senso del giudizio per via incidentale, permettendo a chiunque di porre una questione di rilevanza costituzionale direttamente di fronte a un giudice.

Gennaio 2016: due sentenze decisive

Nei prossimi giorni la consulta dovrà decidere su due materie di primo piano nell’agenda politica nazionale . L’11 gennaio la corte dovrà rispondere sull’ammissibilità costituzionale del referendum abrogativo sul Jobs Act, mentre il 24 sarà la volta del giudizio di costituzionalità sull’Italicum.

Non è un caso che la corte si trovi a decidere sull’ammissibilità del referendum sul jobs act in questi giorni. Secondo la legge che disciplina la presentazione dei referendum, la corte ogni gennaio dedica al tema una speciale seduta, in cui racchiude tutti i giudizi di questo tipo per l’anno corrente. In questo modo la data in cui tenere i referendum abrogativi può essere stabilità tra il 15 aprile e il 15 giugno.

I quesiti referendari proposti dalla Cgil sono tre: il ripristino del reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa; l’eliminazione dei voucher; la responsabilità e il controllo sugli appalti. Il primo è quello su cui c’è maggiore incertezza sulla sua ammissibilità. Infatti il quesito non si limita a ripristinare l’articolo 18 per come era prima della riforma, ma prevede il reintegro anche per le imprese sopra i 5 dipendenti. Dunque, secondo alcuni commentatori, visto che si tratta di un referendum abrogativo, questa formulazione rischia di essere ritenuta inammissibile, in quanto non si limiterebbe ad abrogare una norma ma ne creerebbe una nuova.
Il secondo giudizio atteso a gennaio è sull’italicum. Tra le questioni ammesse dalla corte le più discusse riguardano il premio di maggioranza e i capolista bloccati. Rispetto al premio di maggioranza, in fase di approvazione dell’italicum, erano state considerate le motivazioni della corte fatte nella sentenza sul porcellum. Ed era stata inserita la soglia del 40% per accedere al premio di maggioranza, e il ballottaggio nel caso in cui nessuno raggiungesse quella quota. Adesso viene però contestata l’assenza di un quorum minimo di votanti, senza il quale, secondo i ricorrenti, può capitare che una minoranza molto ristretta di elettori garantisca a una lista una maggioranza di seggi troppo sproporzionata rispetto ai voti ricevuti. Rispetto al sistema dei capolista bloccati invece i ricorrenti contestano che «la grande maggioranza dei deputati […] verrà automaticamente eletta senza essere passata attraverso il vaglio preferenziale degli elettori».

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Vanni Santoni intervista
sul tempo presente

santoni

Vanni Santoni (1978), vive a Firenze. Dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014) Muro di casse (Laterza 2015). Scrive sul Corriere della Sera e dirige la narrativa Tunué.

Con questa intervista si vuole inaugurare una serie dedicata a scrittori contemporanei e ad aprire le danze c’è Vanni Santoni,  autore tra i più originali e atipici della scena nostrana, che ringrazio di cuore.

Raoul Bruni nella recensione a Muro di casse definisce la tua opera un romanzo saggistico, direi una sorta di docufiction. E sempre Bruni trattando dei tuoi “personaggi precari” ha evidenziato la struttura per micronarrazioni. Claudio Giunta nella sua recente antologia per i licei ha inserito un percorso sul pastiche narrativo. In questo contesto appare sempre più chiaro che la peculiarità della tua scrittura stia nel rinnovare i generi e superarli in un equilibrio direi perfetto tra forma e contenuto. E in questo sei un autore assolutamente contemporaneo. Sbaglio?

Non sta a me dire se quell’equilibrio ci sia, o quanto io sia contemporaneo. Sicuramente mi sono sempre interessate più forme espressive, ho sempre visto i generi come comparti non stagni, da cui si può uscire e rientrare (a patto di farlo con consapevolezza) o prendere ciò che ci serve, e credo che il romanzo, oggi, sia una forma così ampia da permettere di includere, in modo armonico, quasi qualunque cosa. Ho scritto due romanzi SFFAF_coverse vogliamo “ortodossi”, Gli interessi in comune e Se fossi fuoco arderei Firenze, un romanzo a tema sportivo strutturato come i novellari medievali (L’ascensione di Roberto Baggio), un ibrido saggio-romanzo come Muro di casse, due fantasy intertestuali come Terra ignota e Terra ignota 2, due libri di epigrammi (le due edizioni, diverse nei contenuti, di Personaggi precari) e due novelle (Tutti i ragni e Emma & Cleo, contenuta nell’antologia L’età della febbre). Inoltre ho coordinato i lavori di un romanzo storico a 230 mani, In territorio nemico. Dato che non sta a me neanche fare bilanci o tracciare linee interpretative di questa produzione, per quanto ora cominci a vederla con la chiarezza dell’esperienza, posso provare a spiegarla alla luce di quanto detto o scritto da altri. Sicuramente il filone centrale della mia produzione è quello che parte da Personaggi precari (che fu il mio “sketchbook” prima di assumere una propria identità letteraria), si amplia e struttura negli Interessi in comune, continua con Se fossi fuoco arderei Firenze e Muro di casse, e andrà avanti con La stanza profonda, romanzo in arrivo a primavera e legato a triplo filo (formale, tematico e editoriale) con Muro di casse, nonché col prossimo romanzo “grosso” che ho da tempo in lavorazione, il quale dovrebbe diventare, dopo Gli interessi in comune, il prossimo centro focale da cui si dipaneranno i raggi dei miei lavori a venire. Le due novelle, pure, per quanto scritte su commissione (mi furono chieste rispettivamente da Giorgio Vasta, curatore della collana Zoo in cui uscì Tutti i ragni, e da Christian Raimo, co-curatore dell’antologia in cui uscì Emma & Cleo), sono una sorta di satelliti staccatisi, o attratti, da questo blocco centrale. In un binario parallelo, poi, ci sono i romanzi fantasy, i quali però col terzo volume, in arrivo nell’autunno 2017, vedranno un collegamento con la mia produzione realistica, e in un binario ancora più distante ma sempre parallelo, quella che potremmo chiamare la mia “attività collettiva” – L’ascensione di Roberto Baggio è stato scritto a quattro mani col drammaturgo Matteo Salimbeni, mentre il coordinamento di In territorio nemico, al di là degli altri 113 autori, è stato svolto a quattro mani con lo scrittore Gregorio Magini – che ha portato alla realizzazione di due libri abbastanza lontani a livello tematico, se non strutturale, rispetto al resto della mia opera. Credo che questa mia vocazione al networking, alla visione della letteratura come attività sociale (ho del resto cominciato a scrivere unendomi a una rivista autoprodotta) abbia trovato la sua continuazione naturale nella direzione della collana di narrativa di Tunué, e che i due libri succitati rimarranno relativamente scollegati rispetto al resto della mia bibliografia, per quanto ci sia stato chi ha voluto vedere in In territorio nemico un’opera speculare rispetto a Personaggi precari: da un lato la moltiplicazione parossistica degli autori, dall’altro quella dei personaggi, sempre nel tentativo di mettere in crisi e ricomporre l’idea di romanzo (è, credo, interessante, il fatto che ci sia chi considera Personaggi precari nient’altro che un romanzo, così come è interessante il fatto che nel mondo anglosassone sia stato immediatamente classificato come “prose poetry”). Ora che il discorso di Personaggi precari si è esaurito – ho continuato a scriverne, ma sempre più occasionalmente, e la prossima edizione, che dovrebbe aver luogo nel 2018, non sarà un libro completamente diverso nei contenuti, come fu per la seconda rispetto alla prima, ma solo un aggiornamento con un pugno di testi nuovi – il mio nuovo sketchbook è diventato 999 rooms, un progetto tra l’intertestuale e il poetico, in cui la presenza di “personaggi” è decisamente ridotta – probabilmente, mi fai venire in mente adesso, proprio perché dopo i settemila e più ritratti che compongono l’intero corpus di Personaggi precari, le mie esigenze “esplorative” sono ora del tutto diverse. Tornando alla seconda parte della tua domanda, credo che oggi l’autore abbia il compito di essere anzitutto un prisma, una “funzione”, potremmo dire, di raccolta, elaborazione e riconfigurazione di contenuti. Tutte caratteristiche che ha sempre dovuto avere, ma che in quest’epoca diventano di primo piano. È chiaro che rispetto a tali modalità operative (e agli obiettivi per i quali prendono forma) gli oggetti narrativi chiusi funzionano meno: la complessità va affrontata con oggetti permeabili, e penso a una permeabilità doppia, tanto in fase di costruzione del testo, ovvero rispetto alla gamma di modalità narrative, punti di vista (il momento fertile della cosiddetta autofiction deriva del resto dalla ricerca di punti di vista non rigidi, che non rischino di rimbalzare su testure del reale ormai troppo complesse e mobili per essere raccontate in modo credibile da voci oggettivanti), generi, tipologie di testo, architetture strutturali, fonti e discipline di riferimento che si possono utilizzare, che in fase di lettura: libri non “chiusi”, quindi, ma aperti, porosi, meticci e modulari, che fungano da collegamento con altri libri e altri discorsi prima e dopo di loro, e che (ma questa è una caratteristica che hanno in generale i buoni libri) si prestino a letture diverse a seconda del contesto e del momento.

A livello di contenuto hai scelto di muoverti in luoghi impervi o meglio ti sposti in terre poco esplorate o vergini come Iacopo, Cleo e Viridiana che vivono a pieno la stagione dei rave, ma penso anche ai lacerti che compongono l’umanità composita di quell’invenzione stilistica che sono i personaggi precari o gli uomini e le donne che si incontrano in quella atipica guida romanzata che è Se fossi fuoco arderei Firenze. Cosa ti spinge a scegliere quelle “personae”, quel tessuto narrativo?

In generale prendo ispirazione dal mondo intorno a me, da me stesso e dalle persone che mi circondano, o almeno così è avvenuto per Gli interessi in comune e Se fossi fuoco arderei Firenze (avviene anche in Personaggi precari, ma lì le suggestioni che danno origine a questo o quel personaggio sono spesso anche puramente letterarie). Per certi cover_MDC_smallversi può valere anche per Muro di casse, ma il caso dei suoi tre protagonisti è particolare. Lì sapevo di lavorare a un libro, se non “a tesi”, sicuramente “a tema”, quindi ho raccolto prima tanti materiali, che andavano dai report dei miei viaggi per feste e teknival, a quelli dei miei amici e conoscenti, fino a quelli, raccolti appositamente per il libro attraverso interviste, ai primissimi protagonisti, inglesi, della scena rave. Poi sono arrivati i materiali concettuali, frutto delle letture programmate per il libro – penso ai vari Bey, Hofmann, Lapassade, Rouget, Turner, fino a Deleuze, Lyotard e Thoreau. Solo dopo aver capito cosa volevo raccontare e di quali contenuti volevo innervare tali racconti, ho cominciato a pensare ai personaggi. Il primo che ho definito è stato quello di Viridiana, perché lo avevo già in parte sviluppato in un altro romanzo, incompiuto, una parte del quale si svolgeva nell’ambito della scena free tekno. Viridiana era la crasi di varie donne forti e controverse che avevo conosciuto nella scena rave, e con le quali in alcuni casi avevo fatto anche un po’ di strada assieme, ed era dunque perfetta per condurre la parte del romanzo in cui si raccontano i “duri e puri”, l’anima profonda e irriducibile della controcultura tekno. È stato lì che ho capito che si poteva avere un libro in tre parti, corrispondenti a tre progressivi stati di coscienza e a tre progressivi livelli di partecipazione a quel movimento. Se Viridiana rappresentava lo spirito e il grado massimo di partecipazione, allora doveva collocarsi nella terza parte, e prima di lei ci dovevano essere i due gradi logicamente precedenti: una figura che rappresentasse l’intelletto e una partecipazione media (e mediata da altre ragioni), e una che rappresentasse i sensi e una partecipazione solo occasionale. Per quest’ultima figura, mi serviva quindi un edonista, abbastanza sveglio da poter “reggere” i discorsi e le riflessioni che gli avrei fatto fare, ma anche scanzonato, spigliato con l’altro sesso e dotato magari di una vena malinconica (giacché comunque uno dei temi di Muro di casse è quello dei paradisi perduti). Mi accorsi che lo avevo già, era Iacopo Gori degli Interessi in comune. Si trattava solo di far passare dieci anni dalla fine di quel libro e immaginarlo diventato raver, cosa che del resto era nel personaggio. È stato anche interessante vedere come un personaggio, nato come mio alter-ego o quasi, fosse oggi completamente un’altra persona: eravamo diventati adulti in modo differente. Fatti Iacopo e Viridiana, restava da ideare la figura di mezzo. Quella parte centrale del libro avrebbe avuto caratteristiche differenti dalle altre due: se la prima e la terza erano per lo più narrative, nella seconda, anche per il suo essere dominata dalla dimensione intellettuale, ci sarebbe stato il grosso della “teoria” che avevo accumulato, quindi mi serviva una figura adatta a una sorta di dialogo platonico, qualcuno che fosse molto competente sia a livello sociologico che storico-politico, magari un po’ polemico e tranchant, se non un filo respingente, così da animare il dialogo e non rendere pedante o, peggio, propagandistica, la somministrazione di così tanto materiale teorico. Così è nata Cleo. Un personaggio che però aveva anche, ben nascosto, un lato sentimentale. Da quel filone è nato il racconto lungo Emma & Cleo contenuto nella raccolta L’età della febbre uscita per minimum fax in contemporanea a Muro di casse.

Sei anche autore di una prospettata trilogia di romanzi fantasy. Evento atipico per il nostro panorama, se si eccettua il caso Morselli, che omaggi firmandoti posponendo al tuo nome le sue iniziali o penso anche alla poetessa Gilda Musa che ha dedicato un’intera vita alla narrazione di fantascienza, anche curando la collana Urania. Da dove nasce questa tua passione? E come riesci a coniugare in qualche modo queste due facce di uno stesso scrittore?

La passione nasce nel 1986, quando mio padre, quasi per caso, portò a casa dalla sua libreria di fiducia la “scatola rossa”, il set base di Dungeons & Dragons. Fu un’epifania istantanea: fin da piccolo mi dedicai ai giochi di ruolo come dungeon master. Tuttavia questa passione rimase sempre confinata alla dimensione ludica, o al massimo al cinema, dove apprezzavo quella stagione fantasy anni ’80 che ci ha dato diverse pacchianate (che comunque amo incondizionatamente) ma anche un paio di capolavori come il Conan di Milius e l’Excalibur di Boorman. Ho sempre apprezzato molto il fantastico “colto” dei vari Borges, Calvino, Buzzati, Landolfi, e ovviamente la mia passione per Ariosto, Carroll, Tolkien e Lovecraft, cominciata, pure, nell’infanzia, non era mai venuta meno, ma le mie letture di riferimento erano comunque altre: mi sono formato veramente come lettore sui romanzi russi e francesi dell‘800 e sulla poesia, sempre ottocentesca, francese e inglese; quando poi, a ventisei anni, mi sono messo pure a scrivere, ho sviluppato un interesse e una passione, dettati anche dalla necessità di “recuperare terreno”, per la letteratura contemporanea nord e sudamericana. L’idea di scrivere un fantasy la devo infatti a Martina Donati, che ai tempi era in Giunti (inizialmente la saga doveva uscire lì, poi è subentrata Mondadori). Un giorno me la buttò là: “hai fatto il master IMG_9879per anni, sai scrivere romanzi e non hai ancora fatto un fantasy?”. Quella sera, quasi per gioco, dopo aver riletto qualche passo del Sandman di Gaiman, tirai giù qualche pagina. Erano quelle che oggi costituiscono i primi due capitoli del primo Terra ignota: anche se in versione embrionale, avevo “visto” la triade di protagonisti Ailis-Breu-Vevisa. Potevano esistere. Anzi, esistevano, perché stavo già scrivendo una nuova scena… Via via che andavo avanti, iniziavo a rendermi conto che, per quanto i miei gusti (e i miei interessi) letterari puntassero altrove, il fantasy, attraverso altri medium, era stato una parte cruciale della prima metà della mia vita. Con i fumetti, come col Sandman che andavo rileggendo o col Berserk di Kentaro Miura, col cinema, coi giochi di ruolo, con le grandi saghe videoludiche come Ultima, fino a quei veri e propri feuilleton fantastici, anche se non strettamente fantasy, che erano cartoni animati come Ken il guerriero, il primo Dragon Ball, Conan il ragazzo del futuro, I cavalieri dello zodiaco… Il materiale c’era: anzi, la mia distanza dalla parte più manierista e derivativa del genere, quelle interminabili serie di paperback che riuscivano solo a fatica a staccarsi dal magistero tolkeniano (quando non gygaxiano) poteva diventare un punto di forza. Mi rilessi allora tutto il Signore degli Anelli, mi procurai i romanzi considerati i nuovi capisaldi del genere, da Queste oscure materie al Trono di spade a Harry Potter, misi mano anche a vecchi ma cruciali testi come il Tito di Gormenghast di Mervyn Peake o The worm Oroboros di Eric Rücker Eddison e cominciai a inquadrare il tiro. Capii che poteva essere interessante creare un’opera intertestuale (oltre che transmediale nelle fonti) che includesse elementi dell’intero canone fantastico occidentale, ma senza sfoggi manifesti di cultura o, peggio, distacco ironico, quanto piuttosto “prendendolo sul serio”, ovvero inquadrando il tutto in modo più aderente possibile dentro gli schemi narrativi e gli stilemi del romanzo fantasy avventuroso classico. Mondadori mi è venuta dietro con molta attenzione e disponibilità anche nel packaging, che è perfettamente “heroic fantasy”, proprio come desideravo.

Sei anche direttore della collana di narrativa di Tunué. Come vedi la situazione sul versante italiano? Quali sono secondo te i punti di forza soprattutto dei giovani autori?

La situazione è di estremo interesse, ma non solo oggi: direi che da almeno un decennio sono apparsi, e continuano ad apparire, molti giovani autori e autrici che mostrano un grande potenziale, specie a livello stilistico. Adesso alcuni dei primi autori a essere comparsi stanno entrando nella loro fase di maturità e ciò sta portando e porterà a molti lavori interessanti.

Dal nostro specifico punto di vista, la situazione è eccellente, visto che abbiamo portato al successo libri di esordienti che puntavano tutto sulla lingua, libri a volte anche del tutto privi di un apparente potenziale commerciale, come è stato il caso di Dettato di Sergio Peter, sostanzialmente privo di trama, o etichettabili come “difficili” per la presenza di elementi dialettali, come nello Scuru di Orazio Labbate, o ancora dotati di temi secondo alcuni troppo forti, come per Dalle rovine di Luciano Funetta. Il fatto che lettori e librai abbiano invece accolto da subito e con grande entusiasmo la collana credo dimostri che in realtà bisogna puntare sul lettore da trenta o cinquanta libri l’anno, non su quello, se mai esiste ed è intercettabile, da uno.

Anche la bella partenza dell’ultimo nato, lo schizoide Medusa di Luca Bernardi, pare confermare tutto questo, ma per continuare a vincere bisogna anche saper cambiare mentre tutto va bene, e per questo in primavera usciremo con un libro atipico anche per noi, La stanza di Therese di Francesco D’Isa, che stupirà molti per i rischi stilistici e soprattutto formali che si prende.

Qual è il tuo prossimo progetto narrativo?

Sto lavorando a tre romanzi. Uno lo sto ultimando in questi giorni e sarà, come ti accennavo sopra, un libro gemello di Muro di casse, dedicato a un’altra sottocultura giovanile molto diversa da quella rave, ma che ha con essa in comune il fatto di essere stata stigmatizzata, derisa e, in alcuni casi, criminalizzata, quando in realtà si trattava di un’avanguardia: quella dei giocatori di ruolo. Il libro è simile a Muro di casse nell’ibridare saggio e romanzo, sebbene vada forse ancora un po’ più verso il romanzo, si intitolerà La stanza profonda e uscirà per Laterza la prossima primavera.

Ho poi in lavorazione un terzo libro fantasy per Mondadori, che sarà il completamento, in forma di prequel, della saga di Terra ignota. A differenza dei primi due volumi, però, pur mantenendo l’approccio intertestuale, non sarà un heroic fantasy “puro”, ma quello che oggi viene definito, non sempre appropriatamente, “urban fantasy”, ovvero un romanzo in cui gli elementi fantastici agiscono e sono presenti nel mondo contemporaneo. Ciò perché la funzione di questo “capitolo zero”, che avrà anche un titolo a sé stante, sarà anche di collegare i due Terra ignota al resto della mia continuity, o micro-canone, generale. Qualcuno ha infatti cominciato a notare, credo da quando ho messo lo Iacopo Gori degli Interessi in comune anche tra i protagonisti di Muro di casse, che tutti i miei romanzi sono collegati tra loro, quindi non è più un segreto, lo si può dire: in realtà, pur mantenendo la loro totale indipendenza, i miei libri sono tutti parte di un’unica macronarrazione. Anche La stanza profonda avrà infatti tra i protagonisti quel Paride già visto tra i personaggi degli Interessi in comune, e vi compariranno altri personaggi noti ai miei lettori.

C’è poi, come ti dicevo sopra, un terzo progetto, un romanzo molto grosso a cui sto lavorando già da diversi anni. Il titolo di lavorazione è I fratelli Michelangelo, ma è ancora troppo presto per parlarne nel dettaglio.

Consiglieresti ai lettori un tuo libro e il libro di altro autore che in quest’ultimo anno hai particolarmente amato?

Quest’anno, per la straniera, mi sono piaciuti particolarmente Satantango di László Krasznahorkai (Bompiani), Terminus radioso di Antoine Volodine (66and2nd), Abbacinante – L’ala destra di Mircea Cărtărescu (Voland) e Bussola di Mathias Énard (E/O). Tra i libri italiani ho apprezzato Absolutely nothing di Giorgio Vasta e Ramak Fazel (Quodlibet/Humboldt), Storia umana della matematica di Chiara Valerio (Einaudi), Candore di Mario Desiati (Einaudi), Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci (minimum fax). Ho apprezzato anche Il grande animale di Gabriele di Fronzo (Nottetempo), un esordio interessante sia per atmosfera che per struttura, che mi sarebbe davvero piaciuto fare nella mia collana. Circa i miei libri, non posso sceglierne uno – niente favoritismi tra i propri “figli” – ma spero che i lettori continueranno a seguirmi e ad apprezzare anche i prossimi.

Andrea Breda Minello