Pena di morte in Turchia?
L’Europa batta un colpo

penadimorteL’annuncio della sospensione della Convenzione europea dei diritti umani durante lo stato di emergenza è solo l’ultimo tassello della regressione in Turchia del rispetto delle libertà e dei diritti umani. Il fallito colpo di stato ha messo in moto un giro di vite di proporzioni colossali che ha colpito migliaia tra giornalisti, giudici, impiegati statali, insegnanti, gran parte dei quali ridotti in stato di detenzione con denunce di maltrattamenti in custodia.

Se è comprensibile che il governo turco abbia l’esigenza di indagare sui responsabili del colpo di stato e punirli, ben diversa sembra invece questa ondata di arresti che appare indiscriminata e violenta. La feroce ritorsione delle autorità turche e la sospensione della Convenzione europea rischia di far saltare alcuni cardini su cui si fonda il rispetto dei diritti umani anche in stato di emergenza: allungamento dei tempi di custodia cautelare, indebolimento delle protezioni contro i maltrattamenti, rischio di processi iniqui, per non parlare della repressione del pacifico dissenso e delle restrizioni alla libertà di stampa.

In questo quadro, le dichiarazioni del presidente Erdogan sul possibile ripristino della pena di morte appaiono, paradossalmente, come l’ultimo dei problemi. Sia perché hanno la parvenza più di minacce sventolate nei confronti degli oppositori interni e dei governi europei, sia perché la Turchia aderisce a diversi patti e protocolli che vietano espressamente la pena capitale e vincolano fortemente il Paese.

L’Unione Europea in questo momento dovrebbe esercitare tutta la sua pressione sulla Turchia non solo per riaffermare e far valere il prestigioso primato di Europa quale area ‘no death penalty’ violata dalla sola Bielorussia, ma anche e soprattutto per richiamare Ankara al rispetto degli obblighi del diritto internazionale e non gettare via libertà e tutele sui diritti umani ottenute con sacrifici e difficoltà.

Massimo Persotti
Amnesty International – Coordinamento Pena di Morte

“Vanno radiati i medici anti-vaccinazioni”

VaccinazioniI dati raccolti negli Usa sulle vaccinazioni confermano una verità che la gente comune è in grado di verificare ogni giorno: la polio paralitica è stata debellata al 100%, al 99% la rosolia e il morbillo, al 95% la parotite, al 92% tetano e pertosse. Sostanzialmente le vaccinazioni hanno ridotto i casi di queste malattie mortali o invalidanti del 99%.

Dati inoppugnabili, che vengono ricordati in un documento della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo) in cui si sottolinea tra l’altro che “solo riferendosi a 7 dei 12 vaccini raccomandati sono state prevenute 33000 morti e 14 milioni di casi malattia per ogni coorte di nuovi nati, con un enorme risparmio anche in termini di costi”. Nello stesso tempo si ricordano “gli episodi epidemici di difterite in Russia, nelle repubbliche ex sovietiche, in Belgio e in Germania, di polio in Siria e in Olanda in comunità religiose che rifiutano le vaccinazioni, i casi di morbillo in California”. Ed è solo per questa ragione che “non si è potuto raggiungere l’obiettivo della scomparsa globale di malattie gravissime che anzi sono ricomparse col loro carico di mortalità”.

Il rapporto tra mortalità per alcune malattie e uso dei vaccini negli Usa

Il rapporto tra mortalità per alcune malattie e uso dei vaccini negli Usa

Eppure nonostante l’evidenza di questi dati, negli ultimi anni complice la disinformazione o la superficialità di approcci pseudo scientifici, soprattutto nel web, sta emergendo una crescente resistenza alle vaccinazioni messe in relazione con casi di autismo come ricordava proprio attraverso questo giornale anche la vicedirettrice dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, Flavia Bustreo. La dottoressa Bustreo ha ricordato quanto importante sia difendere le campagne di vaccinazione, un invito che ha rivolto non solo alle Istituzioni, ma anche agli operatori dei mass media per arginare il fenomeno della ‘riluttanza’ alla vaccinazione. Accade infatti che la popolazione, avvezza a una progressiva scomparsa di talune malattie infettive, avverta sempre meno i vantaggi della vaccinazione.

La Federazione degli Ordini dei Medici presentando il suo documento, per dare efficacia alla battaglia contro la ‘riluttanza’ alle vaccinazioni, ha assai concretamente ricordato che i medici che sconsigliano i vaccini, infrangono il codice deontologico, e vanno incontro a procedimenti disciplinari che possono arrivare alla radiazione.

“Noi siamo pronti a fare la nostra parte – ha spiegato il segretario Luigi Conte -, sono già in corso e sono stati fatti procedimenti disciplinari per medici che sconsigliano i vaccini. Si puó arrivare anche alla radiazione”, ma la Magistratura, che in alcuni casi è apparsa tollerante, non deve avere atteggiamenti tesi a “fomentare comportamenti scorretti e non compatibili con il vivere sociale”. Nel documento la Fnomceo chiede di “favorire il superamento dell’evidente disallineamento tra scienza e diritto, auspicando che i magistrati intervengano in materia di salute recependo nelle loro sentenze la metodologia dell’evidenza scientifica”.

OMS, un piano mondiale per la salute di donne e bambini

Psi e Partito d’azione, per reddito minimo garantito

Reddito minimo garantito
Un anno fa, esattamente in questi giorni, il sottoscritto, nella sua veste di Presidente nazionale del Nuovo Partito d’Azione si incontrò con Riccardo Nencini e con Mauro del Bue, rispettivamente Segretario nazionale del Partito Socialista Italiano e Direttore del quotidiano Avanti online del Partito Socialista Italiano, per sottoporre loro una nuova modalità di collaborazione tra i nostri due partiti, riprendendo la scia delle passate collaborazioni e della lunga storia di intrecci, legami, affinità che c’è stata nella storia fra azionismo e socialismo democratico.
Queste ultime, pur essendo due culture politiche diverse, sono le più prossime fra di loro e, quindi, ci sono sempre stati scambi di idee, affinità ed altro. Quando il vecchio Partito d’Azione si sciolse, nel 1947, fu nel Partito Socialista Italiano che confluì la maggior parte della diaspora azionista da cui il PSI trasse quadri dirigenti di altissimo livello.
Parlando, invece, degli anni recenti, Partito Socialista Italiano e Nuovo Partito d’Azione sono stati i primi ad accordarsi per la costituzione, nel 2008, del ‘Comitato per la Democrazia’ (in occasione dei tentativi del PD di portare l’asticella delle elezioni europee al 4%, cosa che poi riuscì, purtroppo).
Fummo insieme anche nei primi passi della creazione della coalizione di ‘Sinistra e Libertà’, nel 2009, coalizione che noi nuovi azionisti lasciammo subito per incompatibilità con i gruppi che venivano dal PRC e dal PDCI. Abbandonandola prima ancora dell’inizio della campagna elettorale, pronosticammo il fallimento immediato di quella coalizione, cosa che poi si verificò puntualmente a causa dell’aggressività arrogante di Vendola nei confronti dei partner non comunisti, come il PSI ed i Verdi.
Non ci vedevamo con Nencini dai tempi del Congresso di Perugia del 2010 al quale portai il saluto degli azionisti. Dunque, come dicevo, ci siamo rivisti cinque anni dopo (luglio 2015) ed abbiamo discusso una nuova modalità nei rapporti fra partiti, che è molto innovativa per l’Italia; quella della partnership-speaker. Di cosa si tratta?
Si tratta di un qualcosa che si può fare insieme anche quando due partiti con affinità storiche ed ideologiche, con un passato di fitti rapporti, si trovano collocati strategicamente in zone diverse del quadrante politico. Il PSI è membro della maggioranza di governo guidata dal PD, mentre il Nuovo Partito d’Azione si configura oggi come un partito di radicale antagonismo democratico rispetto ad un sistema di potere marcio e logoro che da decenni domina il Paese e che lo ha condotto alla drammatica situazione attuale. Ma, nonostante la diversità delle collocazioni, due partiti che condividono non pochi punti importanti, due partiti di culture politiche vicine possono sempre fare qualcosa insieme per il Paese. Quindi, abbiamo proposto al PSI di farci da portavoce, da speaker (un quid che richiama alla migliore civiltà democratica inglese) in Parlamento per una nostra proposta di legge, la proposta di legge sulla introduzione, anche in Italia, nazione martoriata da ingiustizie sociali vecchie e nuove, nazione con più di quattro milioni di persone in stato di povertà assoluta o relativa (alla disperazione, diciamolo pure), del Reddito Minimo Garantito e del riordino del Welfare.
Reddito minimo garantito in EuropaSi tratta di una tematica complessa e di drammatica attualità. Secondo noi del Nuovo Partito D’Azione, l’introduzione del Reddito Minimo Garantito anche in Italia (solo Italia e Grecia sono a livello europeo ancora privi di uno strumento legislativo di questa portata) ed il riordino del Welfare costituiscono la più importante riforma della settantennale storia repubblicana.
Il Segretario Nencini ha accettato la proposta di partnership ed oggi, dopo un anno di studio, di lavoro preliminare e di scambi fra i nostri due partiti, possiamo annunciare che la proposta di legge n. 2241 presentata dal senatore PSI, Enrico Buemi, frutto della partnership PSI-NPA o NPA-PSI, è cosa fatta; è stata presentata in Parlamento ed attende solo di essere calendarizzata per la discussione nelle apposite Commissioni parlamentari dove aspettano di essere discusse altre due proposte di legge sullo stesso argomento; quella di SEL e, soprattutto, quella del M5S denominata comunemente ‘Reddito di Cittadinanza’.
Il M5S ha tenuto sveglia l’attenzione della stampa italiana sulla loro proposta, che, finora ha contribuito almeno al sessanta per cento alle fortune elettorali e politiche del movimento di Grillo. Certamente oggi è difficile immaginare una proposta più riformista di questa, una riforma che può cambiare, ovviamente in positivo, il volto della società italiana. Nel merito specifico della proposta di legge non mi dilungo.
Invito i compagni del PSI ed i lettori dell’Avanti online a leggere il ddl n. 2241. Sono le proposte che il Nuovo Partito d’Azione va facendo da undici anni. Proposte molto innovative e perseguibili, ben più innovative e perseguibili di quelle del M5S. Siamo stati il primo partito ad introdurre questo tema in Italia, ben prima che nascessero SEL e M5S, siamo stati il partito che ha sempre tenuto questo punto al primo punto del suo programma, siamo il partito che per undici anni ha fatto continuamente propaganda a favore di questa grande riforma.
Oggi, grazie all’apporto del PSI, indice di una vera civiltà democratica, di intelligenza politica e di serietà nei rapporti fra i partiti, queste proposte arrivano finalmente in Parlamento. Devo riconoscere che Nencini, Del Bue e Buemi si sono comportati da veri signori. Sono stati di parola e questa è una cosa ormai rara nei rapporti, ormai del tutto intossicati, fra i partiti italiani, anche fra i partiti storici italiani. Ad essere onesti, l’accordo stipulato verbalmente un anno fa tra me e Nencini, alla presenza di Mauro Del Bue, contemplava solo la presentazione in Parlamento per conto nostro. E dopo la presentazione non abbiamo più concordato niente di ulteriore, se non una presentazione alla stampa parlamentare. Arrivati a questo punto, approfitto della gentile ospitalità che Mauro Del Bue mi offre per porre al PSI una ulteriore questione.
Per voi del PSI l’impegno verso questo ddl finisce qui oppure volete fare interamente vostro il ddl 2241 in modo che si possa dire che è la proposta di legge PSI-NPA o NPA-PSI? Nel caso vogliate farlo proprio fino in fondo, vi impegnereste con i vostri partner della maggioranza di governo a farlo passare nelle aule parlamentari in modo che diventi legge ed in modo che un giorno non lontano un sogno eterno delle correnti progressiste italiane possa avverarsi e diventare realtà, in modo che milioni di nostri connazionali disperati possano ritrovare una speranza concreta e ritagliarsi un nuovo e dignitoso progetto di vita?
Pino A. Quartana
Presidente nazionale del Nuovo Partito d’Azione

BRICS e Paesi mediterranei.
Nodi e prospettive

bricsPer la prima volta, a Roma, s’ è parlato di BRICS: cioè di quei 5 Paesi emergenti (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), che, ricorda Anil Wadhwa, ambasciatore indiano in Italia, “da soli, con 3 miliardi di abitanti, rappresentano il 42% della popolazione mondiale, con un PIL, 16 trilioni di dollari, pari al 20% di quello complessivo del pianeta”. Se n’è parlato appunto all’ambasciata indiana a Roma, in Via 20 Settembre: per la tavola rotonda organizzata, sul rapporto tra BRICS e area Mediterranea, dall’Ambasciata stessa insieme alla “Rivista di Studi Politici Internazionali”, in collaborazione con l’ente di ricerca EURISPES, l’associazione “Prospettive Mediterranee” (da tempo attiva nel dialogo interculturale e interreligioso tra i Paesi del “Mare Nostrum”) e la RIDE, Rete Italiana per il Dialogo Euromediterraneo (comprendente parecchie istituzioni ed enti di ricerca di tutta l’area da Gibilterra al Medio Oriente).

“Arduo definire esattamente cosa rappresentano i BRICS sul piano del diritto internazionale”, hanno osservato, in apertura, il ministro plenipotenziario della Farnesina Giorgio Bosco, e Maria Grazia Melchionni, direttrice della “Rivista”. “Ma più che a disquisizioni giuridiche, guardiamo a come concretamente s’è evoluto l’organismo di collegamento tra questi Paesi: da quel 2006 in cui esso, per iniziativa dei 4 ministri degli Esteri (mancava ancora il Sudafrica), in un mondo non ancora multipolare come adesso, si autodefinì ufficialmente come strumento flessibile della creazione d’un ordine internazionale economicamente e finanziariamente più giusto”.
Dieci anni dopo, i BRICS guardano fortemente proprio al Mediterraneo; da tempo, ad esempio, la Cina (che, comunque, sin dai tempi degli imperatori ha avviato una penetrazione economica in Asia occidentale ed Africa Orientale) vince gare d’appalto in Egitto, mentre l’India domina il settore delle costruzioni in Tunisia. “La loro politica complessiva, che può svilupparsi fortemente sullo scacchiere mediterraneo”, ha ricordato l’ambasciatore indiano Wadhwa, “è focalizzata su progetti e investimenti infrastrutturali, cooperazione culturale, iniziative per ambiente, energia, agricoltura e alimentazione, nuove strategie commerciali, cyber security e lotta al terrorismo. Allora proseguiamo, verso gli altri obbiettivi d’una Banca BRICS per lo Sviluppo, d’una vera e propria Agenzia di rating, del coordinamento di ferrovie e dogane”. “La parola d’ordine della comunità internazionale”, ha aggiunto Niu Dun, ambasciatore rappresentante di Pechino alla FAO, “oggi non può essere che “Cooperazione”. E questo, per i nostri Paesi, vale soprattutto nei confronti del Mediterraneo (lungo il tracciato, anzitutto, della storica via della seta, N.d.R.): ecco allora l’importanza della RIDE, per lo sviluppo di quel dialogo tra Mediterraneo e il resto del mondo che anche il vostro Premier Renzi, nel 2015, ha riconosciuto come doveroso”.

Ma quale linea adotteranno, i BRICS, nei confronti del resto d’Europa, dei Paesi del G-20, delle Nazioni Unite? “Per definirla – ha osservato Ricardo Neiva Tavares, ambasciatore brasiliano in Italia, ripercorrendo la storia di questi primi 10 anni del ‘Quintetto’ – sarà molto importante, quest’anno, la presidenza indiana dei 5 Paesi”. ”Sia chiaro, comunque”, ha precisato Alexsandr Zezyulin, ministro consolare della Federazione Russa, “ che il BRICS non è contro nessuno, né tantomeno l’ Occidente; tant’è vero che, nel recente meeting BRICS negli USA, s’è parlato a fondo d’una sua evoluzione sul piano geopolitico, come meccanismo per rafforzare il diritto internazionale, e risolvere le controversie fra Stati senza usare la forza e senza più erigere muri”. Sulla necessità di fare del BRICS un importante mezzo di lotta contro povertà e sottosviluppo, s’è soffermata poi Anna-Marie Moulton, consigliere rappresentante dell’ Unione Sudafricana: ricordando come sin dal G-7 del 1977, in realtà (ad apartheid imperante!), il Sudafrica aveva proposto di creare un gruppo ristretto di Paesi per coordinare la lotta internazionale alla povertà.

“Questa ricerca sui BRICS, realizzata da un gruppo di lavoro EURISPES, coordinato dal segretario generale, Marco Ricceri, ed esposta appunto nell’ultimo numero della “Rivista di Studi Politici Internazionali”, ha permesso – ha sottolineato, in chiusura, Enrico Molinaro, presidente di ‘Prospettive Mediterranee’ – di sviluppare le attività di ricerca all’interno dello stesso BRICS. E di contribuire anche – sul piano delle relazioni Italia-India – al superamento, che direi ormai avviato, d’un periodo difficile”. “Secondo il nostro studio, condotto col consueto metodo interdisciplinare e sistemico”, ha concluso Gian Maria Fara, presidente dell’ EURISPES, nel 2050 i BRICS, insieme ad altri Paesi emergenti come Messico, Turchia, Indonesia, esprimeranno un PIL superiore addirittura a quello di tutti i Paesi del vecchio G-7; la Cina potrà essere la prima economia mondiale, e l’India quella che crescerà più veloce. Penso che l’India, da anni già ricoprente un ruolo importante nello sviluppo del Terzo mondo, potrà contribuire fortemente all’impegno del BRICS per definire nuovi processi di “governance” democratica di quella che oggi è la caotica Globalizzazione. Quell’India che, durante la Seconda guerra mondiale, contribuì fortemente alla liberazione dell’Italia: inviando ben 30.000 soldati, che combatterono per liberare città come Firenze e Ferrara, ed ebbero 6.000 morti”.

Fabrizio Federici

Un tempo era lotta di classe
oggi è lotta di classi

Quarto Stato-PasquinoIl nuovo libro di Ugo Intini, dal titolo “Lotta di Classi”, sottotitolo “Tra Giovani e Vecchi?” (edizioni Ponte Sisto), analizza le conseguenze dello straordinario processo di invecchiamento della popolazione italiana. La piramide dell’età, infatti, si è drasticamente capovolta negli ultimi 150 anni: nel 1862 gli anziani erano il 4,2% della popolazione italiana, oggi sono il 21,7%; mentre i ragazzi sotto i 15 anni, che al tempo erano il 34,2% della popolazione, ora ne rappresentano solo il 13,8%.
Dunque pochi giovani alla base e molti anziani al vertice. È questo un fenomeno  di cui si parla ancora troppo poco, ma che rischia di ipotecare seriamente il futuro del nostro Paese. Ugo Intini ci invita a riflettere su come la concezione tradizionale della vecchiaia, immutata per millenni e descritta ad esempio da Cicerone nel De Senectute, sia cambiata profondamente insieme alla demografia. Se gli antichi accettavano la riduzione delle proprie forze e organizzavano diversamente l’esistenza con l’avanzare degli anni, oggi gli anziani tendono a non rassegnarsi al peso dell’età e a non cambiare il proprio stile di vita, anche per quanto riguarda i piaceri, entrando, anche grazie alla famosa ‘pillola blu’, paradossalmente in competizione con i più giovani. E se prima gli anziani avevano una certa autorevolezza, data non solo dalle esperienze fatte in vita, ma anche dal fatto che costituivano una ristretta minoranza della popolazione depositaria della tradizione, oggi l’“inflazione” di vecchi ne forse ha diminuito il valore.

Pensionati-CalabriaIl nuovo rapporto tra vecchi e giovani, tra nazioni vecchie e nazioni giovani, rischia di rivoluzionare gli equilibri mondiali. L’Europa ormai si è guadagnata l’appellativo di “vecchio continente” e rischia di contagiare con la sua “malattia”, ossia la vecchiaia, anche altri popoli. Oggi la popolazione dell’Unione Europea è meno del 7 per cento di quella mondiale. Nel 2050 i suoi abitanti saranno poco più di 5 su 100 cittadini del mondo; gli italiani saranno lo 0,5 percento. Agli inizi dello scorso secolo gli Europei rappresentavano un quarto della popolazione mondiale.
Occorre dunque essere realistici e consapevoli che, di questo passo, Europa ed Italia saranno sempre più marginali sulla scena mondiale.
Intini ci aiuta a leggere anche le guerre coloniali del passato ed il fenomeno migratorio del presente con la lente della demografia, importante per comprendere i mutamenti degli equilibri geopolitici. E la vecchia Italia, nel caso in cui la natalità rimanga invariata nei prossimi anni e decenni, ovvero catastroficamente bassa, sarà destinata ad essere sempre più incalzata dai Paesi giovani aldilà del Mediterraneo. Un Paese vecchio e rassegnato sa lamentarsi degli immigrati, ma non persegue l’unico obiettivo che possa ridurli: la nascita, finalmente, di un numero ragionevole di italiani.

Il conflitto tra generazioni ha dunque sempre avuto un peso nella storia tra le nazioni, ma anche all’interno delle stesse nazioni. Quando una generazione più giovane vuole prendere il posto di quella anziana si parla educatamente di “ricambio generazionale” o, più crudamente, di “rottamazione”. E le giovani generazioni assumono un ruolo di primo piano nello scontro, nell’agitazione, nel movimento. Fortunatamente, nelle democrazie e nei loro partiti, per lungo tempo i giovani sono cresciuti in un contesto non di rottura, ma di fraterna comunione con gli anziani. Lo spirito non era quello della lotta fra classi di età, ma di staffetta tra generazioni. Eppure, qualcosa negli ultimi anni segnala che questo delicato equilibrio potrebbe rompersi.
Ugo Intini individua almeno due terreni sui quali rischia di esplodere il conflitto tra giovani ed anziani: quello delle pensioni e quello del lavoro.

Anziani-vacanzeLa spesa per le pensioni in Italia ha raggiunto livelli inopinatamente elevati: nel 1901 il nostro bilancio pubblico per l’istruzione era quasi sette volte più grande di quello per la previdenza; nel 1951 si è arrivati al pareggio; adesso le pensioni pesano quattro volte più della scuola. I giovani accusano i seniores di aver versato con i contributi previdenziali molto meno di quanto hanno incassato o incasseranno in pensione, considerata anche la più lunga aspettativa di vita. Gli anziani resistono facendo leva sui diritti acquisiti.

Ugo Intini evidenzia come la vicenda dei contributi di solidarietà sulle pensioni d’oro sia solo la punta dell’iceberg: se passa il concetto che la massa di denaro distribuita ai pensionati non sia coperta dai contributi versati, ad essere toccati non saranno solo i pensionati d’oro ma potenzialmente tutti coloro che hanno maturato la pensione con il sistema retributivo. Lo squilibrio tra i contributi precedentemente versati dagli anziani e la somma erogata dallo Stato era pari nel 2012 a 46 miliardi di Euro, su un totale di 186,9 miliardi di Euro distribuiti a 11,3 milioni di pensionati. E la lotta fra classi potrebbe trovare proprio su questa immensa torta un terreno di scontro cruento: il patto intergenerazionale secondo il quale i giovani lavorano per pagare le pensioni agli anziani, perché i bambini di oggi contribuiranno a pagare le loro pensioni in futuro inizia a scricchiolare. Qui Ugo Intini difende le ragioni degli anziani e denuncia gli argomenti a suo avviso “liberisti” che oppongono il sistema “virtuoso” del contributivo a quello “assistenziale” del retributivo.

Ma anche il lavoro è un altro possibile terreno di scontro fra classi di età. La disoccupazione giovanile tocca in Italia livelli impressionanti: il 40 per cento, contro il 7,6 della Germania o il 25,4 della Francia. Se quasi un giovane su due in Italia è senza lavoro, il tasso di occupazione fra gli anziani è invece al livello dei Paesi più virtuosi: il 5,2 per cento nella fascia di età tra i 60 e i 64 anni.
Mentre dunque in una società normale i giovani dovrebbero lavorare più dei vecchi, da noi avviene il contrario, con il danno evidente per l’economia in generale, privata dell’apporto di energie fresche. Intini però ci fa anche riflettere su come da noi i dati su scolarizzazione siano drammatici e quindi ci pone il dubbio che non sempre esistano competenze adeguate per sostituire chi va in pensione.
Giovani-in-fugaTroppe le lauree di tipo umanistico, proporzionalmente molto di più di fine ‘800 quando si avevano idee molto più chiare su quali percorsi universitari consentissero di cavalcare il progresso scientifico: nel decennio 1881-1890 gli studenti universitari di materie scientifiche erano il 32,8 per cento del totale, contro l’attuale 20 per cento.
L’autore pone in evidenza un altro elemento: la legge stabilisce in modo uguale per tutti il momento del passaggio dal ruolo attivo al pensionamento, il che sembrerebbe in contraddizione con la enfatizzazione dei principi opposti ispirati al liberismo dominante di enfatizzazione delle scelte individuali. Perché allora, non consentire una maggiore progressività per l’uscita dal lavoro per le persone anziane?

Il libro di Intini offre una nuova chiave di lettura per l’economia e per il costume e ci spiega come l’invecchiamento della popolazione influenzi vari aspetti del nostro vivere sociale. Siamo un Paese che consuma poco, dove si compra poco, dove si moltiplicano i mercatini di roba antica o vecchia; dove le aziende investono poco per rintanarsi nelle prudenze familiari; dove sono diventati vecchi la letteratura, il cinema, la musica; dove i protagonisti dei media sono sempre gli stessi e non solo.

Dunque un bel libro, molto ben documentato, di agevole lettura e quanto mai utile per capire il presente, come confermato da quattro notizie “vecchie” meno di un mese: la Corte Costituzionale in una recente sentenza ha affermato la legittimità del contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro; Pippo Baudo, alla veneranda età di 80 anni, probabilmente sarà il conduttore di Domenica In nella prossima stagione televisiva Rai; l’Italia è il Paese con il tasso di natalità più basso dell’Unione Europea; la Cassazione ha restituito la figlia ad una coppia di genitori anziani, affermando il principio che, se sussiste la capacità genitoriale, non ci sono limiti di età per essere padre e madre.

Alfonso Siano


lotta_di_classi

Ugo Intini
Lotta di Classi
Tra giovani e vecchi?
pp 150 – Euro 12,00
Edizioni Ponte Sisto
In vendita nelle librerie e online

Arriva l’8‰, ma ancora non si vede l’effetto ‘Francesco’

Imu ChiesaUn miliardo, 11 milioni, 841 mila euro e spicci (1.011.841.026), a tanto ammonta l’assegno che il Ministero per l’Economia (MEF) staccherà quest’anno al Vaticano per l’8‰ dei redditi del 2012 presentati con le dichiarazioni del 2013. Una cifra più o meno analoga a quella degli anni precedenti, con una piccolissima ripresina dopo la flessione, peraltro costante negli ultimi anni, nella percentuale di coloro che scelgono la casella ‘Chiesa cattolica’ a fronte delle altre opzioni al momento di regolare i propri conti col fisco.

Fonte MEF

Fonte MEF

Era l’82,24% il numero dei contribuenti che barravano la casella della Chiesa cattolica per i redditi del 2010, l’80,22% del 2011 e l’80,91% del 2012 pagati quest’anno. Una caduta di quasi 10 punti rispetto al 2004 quando era quasi il 90% (89,82), la percentuale dei contribuenti cvhe decideva di destinare l’8‰ a Oltretevere.

In quegli stessi anni la percentuale di contribuenti che sceglieva lo ‘Stato’, anziché una fede religiosa, era il 7,60 e oggi, cioè sempre l’8‰ regolato quest’anno sui redditi 2012, è salito a un laicissimo 14,81%, cioè circa il doppio del 2004. Risultato incoraggiante anche se qui, rispetto all’anno prima, c’è stata una flessione perché sui redditi del 2011 erano il 15,35%. Comunque non male se si pensa al clima di sfiducia che circonda le Istituzioni pubbliche e la capacità, sarebbe meglio dire l’incapacità, che i governi hanno dimostrato costantemente nello spendere – sperperare dicono i critici – le risorse pubbliche.

Dalle tabelle del MEF emerge anche il favore che incontra tra i contribuenti la Chiesa Evangelica Valdese, che vede crescere sensibilmente negli anni, raddoppiandola, la quota di italiani disposti a stornare l’8‰ a loro favore. Era appena l’1,6% sui contribuenti che barravano la casella dell’8‰, nel 2004, è stato quasi il 3% (2,99%) per i redditi 2012.

La Chiesa cattolica fa molta pubblicità, soprattutto in Tv, per convincere i contribuenti a donargli il proprio 8‰, ma per capire quanto sia efficace e soprattutto quanto conti l’inquilino principale di Oltretevere, se insomma ci sarà un ‘effetto Francesco’, occorre aspettare l’anno prossimo perché il successore di Ratzinger, che non godeva sicuramente della stessa attenzione dei media del Papa argentino, è entrato in carica il 13 marzo 2013.

Quanto al favore nei confronti dello ‘Stato’, c’è da dire che è gia stupefacente il numero di contribuenti che barrano quella casella dopo i salassi continui e crescenti in tasse e imposte varie cui sono sottoposti da anni e senza soluzione di continuità, fino al punto di decidere autonomamente di aggiungervi qualche altro euro. Bisogna però osservare che questa può essere una scelta ‘difensiva’, molto laica, ovvero un modo per impedire che l’inoptato, ovvero la quota di reddito che viene suddivisa tra le diverse fedi di chi non barra alcuna casella avvenga alle nostre spalle, in base alla regola tanto assurda quanto ingiusta – inventata dall’ex ministro Giulio Tremonti – cioè in base alle scelte fatte… dagli altri. Difatti, se per ipotesi nessuno contribuente eccetto uno decidesse di barrare la casella dell’8‰ e quell’unico contribuente si esprimesse a favore della Chiesa cattolica, l’intero ammontare del jackpot andrebbe alle finanze vaticane! E poi bisognerebbe aprire un’altra parentesi e chiedersi, o chiedergli, come vengono spesi quei soldi che solo in minima parte, un quinto circa, vanno a sostenere direttamente poveri e diseredati in Italia e nel mondo.
Una legge comunque così assurda che non è stata replicata per il 2‰ ai partiti; davvero infatti nessuno avrebbe avuto il coraggio per difenderla.

Carlo Correr


Per saperne di più: tabelle MEF

Tempi di crisi, il fisco bussa alla porta delle escort

Ddl-prostituzioneE poi dicono che l’Agenzia delle Entrate non riesce a scovare gli evasori, i soldi occultati sotto il materasso. Anzi, in questo caso sopra e non metaforicamente parlando. Perché alla “signorina” che esercita la più antica professione del mondo, la commissione tributaria di Savona ha fatto pervenire il conto. E la “signorina” che normalmente i conti li presentava a fine prestazione, probabilmente dopo un attimo di stupore è stata costretta a prendere atto che questa volta a pagare dovrà essere lei. La Guardia di Finanza è stata metodica: incasso minimo cento euro al giorno, incasso minimo mensile tremila. Rigorosamente in nero per un reddito che da 36 mila euro del 2010 è salito a 40 mila e cinquecento nel 2011 per scendere leggermente a poco meno di 40 mila nel 2012. In tempi di “furbetti del cartellino”, la “signorina” era, invece, estremamente metodica nel “timbrarlo” e si concedeva anche poche festività. La commissione tributaria ha stabilito che, al di là del fatto che la professione in Italia non venga riconosciuta (anzi) né regolamentata, resta però un dato: per quanto poco commendevole, sempre di attività professionale si tratta e come tale prevede a fronte di una prestazione una controprestazione (corrispettivo) economico. Per giunta, poi, anche la corte di Giustizia europea considera le escort “lavoratrici autonome”.
Morale: da oggi in poi la “signorine” farebbero bene a dotarsi di ricevuta fiscale e di “libro mastro” che, peraltro, potrebbe assumere caratteri piuttosto pruriginosi al momento della descrizione della prestazione. Potrebbe venir fuori una bella pubblicazione dal titolo: “Diario economico-confidenziale delle marchette”.

dal blog della Fondazione Nenni


per saperne di più:
La legge Merlin. Pia Locatelli per Mondoperaio
Merlin. 57 anni dopo si parla di riforma
Prostituzione, Merlin ancora una buona legge

Banche. Il rebus
che preoccupa l’Europa

APPROFONDIMENTO-BCE

Le banche italiane potevano essere risanate prima, anche usando i soldi pubblici. Oggi le regole sono più stringenti. Jeroen Dijsselbloem, il presidente dell’Eurogruppo, gela l’Italia alle prese con il caso Montepaschi, ma dal vicepresidente della Bce, Victor Constancio, arriva un’apertura senza precedenti a Roma nel negoziato con la Commissione Ue: dopo Brexit occorre una “profonda riflessione” se non valga la pena dare aiuti pubblici. Anche derogando al principio della ripartizione degli oneri con gli investitori privati.

In una giornata caratterizzata da nuova instabilità di Piazza Affari a causa delle banche, con Mps a nuovi minimi record, due nomi di peso si affacciano sulla trattativa fra Roma e Bruxelles. Dijsselbloem, da sempre vicino alle posizioni tedesche, ribadisce che un sostegno in questa fase di tumulto sui mercati non può avvenire eludendo la direttiva sulle banche e le nuove regole della direttiva europea sui salvataggi. “Altri paesi sono riusciti a ristrutturare le proprie banche con mezzi pubblici e gli italiani non lo hanno fatto allora – ha detto intervenendo all’Aja – ma ora abbiamo regole più severe”. Nel caso italiano, significa che un’iniezione di fondi pubblici, a partire dal primo banco di prova, in Montepaschi, deve avvenire col contributo di una conversione delle obbligazioni subordinate in capitale. A meno che non vi sia il rischio di instabilità finanziaria, come prevede una deroga al principio generale prevista dalle norme Ue. Un irrigidimento che somiglia a una replica alle parole del premier Matteo Renzi, che aveva buttato la palla nel campo europeo dicendo che la vera questione sono i derivati delle banche continentali (riferimento implicito a Deutsche Bank).

E’ la Bce, per bocca non dell’italiano Mario Draghi ma del suo vice, a tendere una mano, implicitamente, alle ragioni italiane. “La situazione attuale, con nuovi cali delle azioni dopo Brexit, merita una profonda riflessione sull’opportunità di superare alcune imperfezioni del mercato con un po’ di sostegno pubblico per migliorare decisamente la stabilità di alcuni settori bancari”. Il timore di Francoforte è quello che infliggendo perdite agli obbligazionisti subordinati, come prevede la regola generale, possa creare instabilità: è la fattispecie che consentirebbe di derogare al principio della “condivisione degli oneri” fra intervento pubblico e privati.

Per Constancio “naturalmente” le regole vanno applicate, ma vanno considerate “nel complesso”, incluso il possibile utilizzo della deroga per ragioni di stabilità finanziaria”. Un ragionamento che fa breccia nei circoli finanziari internazionali: l’Economist parla di quella italiana come una situazione esplosiva che, se mal gestita, “potrebbe segnare il disfacimento dell’Eurozona” innescando un effetto domino. E consiglia all’Europa di chiudere un occhio: se salta il tappo delle banche, Renzi rischia il referendum e a quel punto potrebbe tornare il caos politico. La trattativa tra Roma e Bruxelles, vede contatti “continui” ma “la nostra posizione non cambia”, dice il portavoce della commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, che vigila sul rispetto delle norme sugli aiuti di Stato.

Resta da vedere se il peso politico della Bce, oltre alle sue valutazioni tecniche, non sposteranno la Commissione Ue dalle sue posizioni. Molto dipenderà da Berlino, che rimbrotta più o meno esplicitamente che Roma doveva muoversi prima, quando invece diceva “le nostre banche stanno meglio di quelle degli altri”. Angela Merkel ha lo spettro delle elezioni l’anno prossimo, una linea troppo morbida favorirebbe gli euroscettici con conseguenze imprevedibili. Ma una fase di instabilità interna nell’Eurozona potrebbe rappresentare una prospettiva ancora più preoccupante.

Redazione Avanti!

Dacca, strage firmata Daesh
Pastorelli: lavoratori italiani

Dacca strage Isis DaeshE del Daesh (traduzione in arabo dell’Isis, ndr) la firma della strage terroristica compiuta la settimana scorsa a Dacca e nella quale sono stati massacrati 9 italiani. È stato il ministro degli esteri Paolo Gentiloni a darne notizia oggi nel corso di un’informativa al Senato doppo aver ricordato, tra gli pplausi dei senatori, i nomi dei connazionali trucidati.

“Quando uccidono nove connazionali, l’Italia risponde unita. È un messaggio che dobbiamo dare molto chiaro, deve essere una risposta decisa. Dobbiamo dire con fermezza che Daesh, il terrorismo fondamentalista, a maggior ragione dopo questa strage, non avrà tregua da parte nostra”. “Siamo di fronte a una minaccia globale che si spinge oltre l’Africa, che ha forme diverse: Daesh, al Qaida e diversi gruppi jihadisti locali, ma che hanno un comune denominatore e la capacità simbolica di attrazione di Daesh”.

E intervenendo oggi in Aula a Montecitorio dopo un’analoga informativa a quella del Senato del ministro Gentiloni, il parlamentare socialista Oreste Pastorelli, ha ricordato come l’Italia abbia pagato “un prezzo molto alto nella strage di Dacca”. “Il nostro Paese – ha detto – ha perso figli innocenti che in Bangladesh si trovavano per lavorare e sono morti a causa di un infame attentato. La priorità, in questo momento, deve essere quella di stringerci attorno alle famiglie delle vittime, facendo sentire loro la vicinanza dello Stato.

La risposta dell’Italia al terrorismo di matrice islamica deve essere forte e decisa, ma soprattutto unita. L’obiettivo deve essere quello di distruggere il simbolo del sedicente Stato Islamico a cui singole cellule jihadiste, cani sciolti o fanatici fanno riferimento. Ciò deve essere fatto con urgenza e insieme agli altri Paesi democratici. Allo stesso tempo la comunità islamica che risiede in Italia dovrà impegnarsi con noi per allontanare questa minaccia e dovrà farlo con maggiore forza di quanto fatto sino ad ora.

Vede ministro – ha concluso Pastorelli – ho ascoltato le parole espresse da lei al Senato dal papà di Simona Monti, giovane del mio territorio scomparsa in quella maledetta notte. Simona parlava diverse lingue, sarebbe stata una risorsa per l’Italia. E invece è dovuta andare in Bangladesh per esprimere al meglio la propria professionalità. Questo non è più accettabile. È ora che questo Paese valorizzi i suoi giovani e consenta loro di scegliere se andare all’estero o rimanere, senza che siano costretti a partire per mancanza di opportunità”.

Intanto, dall’autopsia dei corpi rientrati l’altra sera dalla capitale del Bangladesh, sono emersi segni di torture, tagli provocati da armi affilate, forse machete, mutilazioni, tracce di proiettili e di esplosivo. È stata una morte lenta e atroce quella dei nove italiani uccisi in Bangladesh, anche perché non sono stati raggiunti dal colpo di grazia. Gli accertamenti autoptici sono stati eseguiti dall’equipe di medici legali guidati da Vincenzo Pascali e Antonio Oliva. I terroristi, secondo quanto si è appreso, hanno infierito sulle loro vittime in modo tale da non farle morire subito. Il pm Francesco Scavo, titolare degli accertamenti, ha firmato il nulla osta per la restituzione delle salme alle famiglie. Nei corpi di alcune salme sono stati trovati dei proiettili che ora saranno esaminati per risalire al tipo di arma usata.Ha ricostruito oggi, davanti ai carabinieri del Ros, la dinamica del tragico attacco nel ristorante di Dacca, Giovanni Boschetti, scampato alla morte al contrario della moglie Claudia D’Antona. Boschetti è stato sentito come testimone nell’ambito dell’inchiesta del pm Francesco Scavo. Boschetti, da 22 anni in Bangladesh, ha ribadito di essere sopravvissuto grazie ad una telefonata che lo aveva fatto uscire dal locale.

I minori i più colpiti
dalla povertà in Italia

minorepovero

Sono i minori i più colpiti dalla povertà in Italia. Il 19% vive in condizioni di povertà assoluta e il 14,7% in condizioni di povertà relativa. Dati allarmanti resi noti dall’Istat e dall’Ufficio Studi Assennato&Associati il 4 luglio scorso durante il Primo Forum sul Diritto Accessibile organizzato e promosso dall’Ufficio Studi Assennato&Associati presso la Biblioteca della Camera dei Deputati.

Durante la giornata, i numerosi esperti coinvolti hanno presentato documenti di analisi e proposte per contrastare i fenomeni del non lavoro, della povertà e del disagio in Italia, ai rappresentanti politici, economici e sindacali che hanno aderito all’iniziativa.
Presenti anche Franca Biondelli, sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, e Ileana Argentin, parlamentare della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, che hanno esortato i presenti a costituirsi come un vero e proprio serbatoio di idee, analisi e proposte per supportare il legislatore nella scrittura di leggi più semplici ed efficaci contro questi fenomeni.

Tra le numerose proposte presentate, l‘Ufficio Studi Assennato&Associati ha suggerito il ripensamento dei circuiti di reintegrazione sociale che non dovrebbero più basarsi su logiche individuali e assistenzialistiche di servizi a sportello, ma secondo logiche comunitarie e di rete, dove sia il terzo settore che l’impresa possono essere soggetti attivi di inclusione sociale per riattivare le capacità degli emarginati di produrre valore sociale ed economico.

Ad aprire il lavori della giornata l’Avv. Silvia Assennato. “Il nostro deve essere un costante lavoro mirato a rimuovere le barriere all’accesso ai diritti, siano esse barriere giuridiche, architettoniche, economiche o culturali, per contribuire a creare una società più semplice, fruibile e comprensibile: una società inclusiva. Per fare questo abbiamo ritenuto necessario coinvolgere diversi attori della vita pubblica: dalla sfera politica e istituzionale a quella economica, dal terzo settore al mondo accademico.”

E ancora. “L’ambizione è alta. Vogliamo provare oggi a gettare le basi per interventi di natura legislativa necessari al compimento di un diritto pienamente accessibile. Accessibile perché la norma deve essere semplice e immediatamente comprensibile e sempre più deve nascere dal basso; accessibile perché chiunque vi deve poter accedere; accessibile perché deve essere in grado di incidere proprio su quelle persone che non hanno accesso a diritti spesso fondamentali”.

Redazione Avanti!