Rapporto Anci. 34mila persone in fuga ogni giorno

anciA livello mondiale, nel 2015, circa 34mila persone al giorno sono state costrette a fuggire dalle loro case per l’acuirsi di conflitti e situazioni di crisi, ovvero una media di 24 persone al minuto: Si sono così contati, nel 2015, oltre 65 milioni migranti forzati nel mondo, di cui 21,3 milioni di rifugiati, 40,8 milioni di sfollati interni e 3,2 milioni di richiedenti asilo. Si trovano in regioni in via di sviluppo i Paesi che accolgono il maggior numero di rifugiati a livello mondiale. La Turchia si conferma il Paese che ospita il maggior numero di rifugiati con 2,5 milioni di persone accolte, rispetto agli 1,6 milioni dello scorso anno. In Europa, nel 2015, sono state presentate 1.393.350 domande di protezione internazionale: un valore più che raddoppiato rispetto all’anno precedente. La Germania, con 476.620 domande presentate (pari al 36% delle istanze in UE) si conferma il primo paese per richieste di protezione internazionale, seguita da Ungheria, Svezia, Austria e Italia. Questi primi cinque paesi raccolgono il 74,8% delle domande presentate nell’Unione Europea. Alla fine di ottobre 2016 si contano 4.899 persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa, di queste 3.654 nel Mar Mediterraneo. Sempre alla fine di ottobre 2016, sono arrivate in Italia 159.432 persone (+13% rispetto all’anno precedente), fra cui 19.429 minori non accompagnati (12,1%); alla stessa data in Italia 171.938 persone accolte in diverse strutture di accoglienza (CARA, CDA, CPSA, CAS, SPRAR).
Questo in estrema sintesi il quadro generale che ci restituisce il Terzo Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2016 presentato questa mattina a Roma presso la sede di Anci e realizzato da ANCI, Caritas Italiana, Cittalia, Fondazione Migrantes e dal Servizio Centrale dello SPRAR, in collaborazione con UNHCR (guarda le foto). e scarica il Rapporto Protezione internazionale 2016 (versione integrale), la sintesi del Rapporto Protezione internazionale 2016 e le slides con i numeri principali.
“Il sostegno ai Comuni che accolgono e, attraverso di loro, alle persone in fuga da guerre e violazioni dei diritti umani caratterizza l’impegno di Anci che, attraverso la rete dello Sprar, punta all’accoglienza diffusa e sostenibile sul territorio, soprattutto grazie alla collaborazione e al pieno coinvolgimento degli attori locali” ha dichiarato il segretario generale dell’Anci Veronica Nicotra in apertura dei lavori. “Il nostro obiettivo è concorrere ad organizzare un sistema di accoglienza ed integrazione stabile che superi la gestione emergenziale e dia risposte al disagio di molte comunità, eliminando gli addensamenti e assicurando controllo”.
“In questa direzione – ha proseguito Nicotra – per supportare i Comuni che volontariamente scelgono di aderire alla rete abbiamo proposto, tra gli emendamenti alla Legge di bilancio, la possibilità di non calcolare le spese per il personale impegnato nei progetti Sprar ai fini della valutazione dei tetti di spesa e di assunzioni di personale. Voglio ricordare anche il superamento del limite dei 45 euro al giorno per i progetti SPRAR a favore dei MSNA. Si tratta di un altro tassello importante che speriamo possa permettere di estendere la rete a beneficio di tutti”.
Mons. Giancarlo Perego, Direttore Generale della Fondazione Migrantes, ha presentato i dati del Rapporto sulla protezione internazionale 2016, evidenziando numeri e aspetti nuovi delle migrazioni forzate a livello nazionale, europeo, internazionale. Commentando i dati ha sottolineato come purtroppo sia evidente la crescita del numero delle accoglienze in strutture precarie e straordinarie (oltre il 300% in tre anni), mentre il numero delle persone richiedenti asilo e rifugiati negli SPRAR è aumentata solo del 20%: dati che chiedono di continuare un impegno di accoglienza diffusa e organica sul territorio nazionale, a tutela di un diritto fondamentale, quale è l’asilo.
Anche la situazione dei minori non accompagnati, quasi raddoppiati nel 2016 rispetto al 2015 – ha proseguito Mons. Perego – vede ancora un’accoglienza in strutture straordinarie (12.000 su 14.000), inoltre concentrata sia nelle strutture straordinarie che negli SPRAR per i minori soprattutto in Sicilia (ad esempio, 10 volte più che in Veneto e 5 volte più che in Lombardia) e in Calabria, con la crescita anche del numero degli irreperibili (almeno 8.000 nel 2016): un tema che chiede urgentemente l’approvazione definitiva e l’entrata in vigore della legge Zampa-Pollastrini.
“I numeri presentati oggi – ha sottolineato il delegato Anci all’immigrazione Matteo Biffoni – evidenziano quanto sia sempre più urgente l’attuazione un sistema di accoglienza organizzato, sostenibile e radicato sul territorio, per rispondere in modo efficace e proporzionato alla crescita della domanda di protezione internazionale nel nostro Paese”.
“Per questo il lavoro dell’Anci – ha proseguito Biffoni – va nella direzione del rafforzamento e dell’aumento del numero dei Comuni che aderiscono allo Sprar, l’unico sistema che garantisce una gestione pienamente trasparente delle misure di accoglienza, una diffusione delle strutture che rispetti criteri di proporzionalità con la popolazione residente, e la costruzione di percorsi di condivisione con la cittadinanza e il mondo del terzo settore qualificato, tutti elementi imprescindibili per vincere la partita dell’accoglienza. Per i Comuni questo richiede uno sforzo che facciamo convinti che l’Europa debba però svolgere la propria parte e in attesa che la cooperazione internazionale porti i suoi frutti nei Paesi di partenza dei richiedenti asilo”.
“L’impegno dell’Anci – ha concluso Biffoni – ha permesso di fare un importante passo in avanti in questo senso con due atti concreti: l’attivazione della clausola di salvaguardia, inserita nella direttiva ministeriale dello scorso ottobre, che rende esenti i Comuni della rete Sprar, o che intendano aderirvi, dall’attivazione di ulteriori forme di accoglienza e il Piano di ripartizione nazionale, che ci auguriamo possa vedere la luce entro la fine dell’anno”. Leggi gli interventi del sottosegretario all’Interno Domenico Manzione e del presidente di Cittali Leonardo Domenici.

Politica e Governo. Uso
e abuso dei decreti legge

decreto-leggeUno dei compiti della classe politica è individuare criticità e problemi, e cercare delle soluzioni. Uno strumento che negli anni è finito più volte al centro del dibattito politico è il decreto legge. Nato per affrontare situazioni di emergenza e urgenza, con il tempo è diventato il mezzo principale con cui i governi hanno portato avanti la propria agenda politica. Una forzatura del precetto costituzionale che ha portato i decreti legge a diventare uno dei tipi di provvedimenti più discussi in parlamento.

La riforma costituzionale su cui si vota il 4 dicembre prevede dei limiti all’uso dei decreti legge e allo stesso tempo introduce uno strumento per facilitare l’applicazione dei programmi di governo. Ma prima di vedere le soluzioni proposte, cerchiamo di capire la portata del problema.

Cosa sono i decreti legge e quanto vengono utilizzati

Art. 77 della costituzione italiana – Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria. Quando, in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni. I decreti perdono efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti.
Nell’ordinamento costituzionale italiano il governo detiene il potere esecutivo. Ma può esercitare anche il potere legislativo, attribuito normalmente al parlamento, in tre modi:

attraverso la presentazione di disegni di legge ordinari al parlamento;
con l’emanazione di decreti legislativi (in seguito a deleghe specifiche ricevute dal parlamento);
con la deliberazione di decreti legge.
Quest’ultimo è un atto normativo con valore di legge utilizzato dal governo in casi straordinari di necessità e urgenza. I decreti legge hanno effetto immediato, e devono poi essere convertiti in legge dal parlamento entro 60 giorni.
Come si può vedere dal grafico l’utilizzo dei decreti legge nel corso degli anni è stato molto ricorrente. I 4 governi delle ultime due legislature hanno emanato in totale 197 decreti legge, circa 2 ogni mese. I governi Monti e Letta, i più brevi fra i quattro elencati, hanno fatto registrare una media addirittura superiore. Questi provvedimenti vengono poi per lo più convertiti in legge dal parlamento. Dei 197 provvedimenti, ben 167 (l’84,77%) hanno completato con successo l’iter legislativo passando per l’approvazione di camera e senato entro i 60 giorni richiesti.

Raramente poi la mancata conversione in legge da parte del parlamento ha significato una bocciatura politica da parte di camera e senato. Spesso infatti in seguito al mancato voto il contenuto del decreto è stato riproposto in altra forma, oppure è stato abbandonato per scelta del governo, più che del parlamento.

È evidente che negli anni il raggio d’azione dei decreti legge si è ampliato notevolmente, a volte forzando la definizione costituzionale di “casi straordinari di necessità e urgenza”. Una situazione tanto più palese se si considera il notevole peso di questa mole di decreti sulla produzione legislativa totale del parlamento italiano.

Il peso dei decreti legge sull’attività del parlamento

La tendenza dei governi a usare in modo ricorrente lo strumento del decreto legge è ormai prassi condivisa. Un modo di fare, però, che come abbiamo visto stravolge la natura di questo tipo di provvedimento, trasformandolo da straordinario in ordinario.

Dal 2008 a oggi, nelle ultime due legislature, circa il 20% delle leggi approvate da camera e senato è composto da conversioni di decreti legge. Una percentuale che sotto il governo Letta era salita persino al 61%, e che con l’esecutivo Renzi si attesta intorno al 20%. In questa legislatura la media è del 25%, 1 legge su 4.

Queste percentuali hanno ancora più importanza se si considerano anche gli altri tipi di leggi approvate. Come abbiamo visto nel nostro MiniDossier “Premierato all’italiana” (uscito nel dicembre scorso), oltre il 36% dei provvedimenti promulgati sono ratifiche di trattati internazionali. Decreti legge e ratifiche messi insieme costituiscono quindi la maggioranza delle leggi approvate. Questo elemento rende la distorsione del decreto legge ancora più critica, poiché ha delle conseguenze dirette sullo spazio di iniziativa legislativa lasciato ai parlamentari.

L’uso improprio dei decreti legge

Il fatto che gli ultimi quattro governi abbiano spesso usato i decreti per legiferare non è di per sé un problema. Un uso legittimo dello strumento, per quanto ricorrente, sarebbe solo una conseguenza naturale di esigenze politiche del paese: in casi di necessità e urgenza, il governo delibera un decreto legge per avere soluzioni tempestive.

Il problema però è che spesso non è così, anzi. Per tentare di capire l’uso concreto che è stato fatto dello strumento abbiamo fatto un esperimento. Prendendo i decreti legge convertiti dal nostro parlamento durante i governi Letta e Renzi, abbiamo categorizzato i provvedimenti per tipologia. La classificazione scelta è redazionale e non regolata formalmente. Data la complessità della materia e dei testi, il risultato ottenuto è puramente esemplificativo.

La tipologia più ricorrente è quella dei decreti legge adottati per realizzare l’agenda di governo: proposte politiche per l’attuazione del programma. In questa categoria troviamo per esempio: decreto irpef sugli 80 euro, decreto sul finanziamento pubblico ai partiti, decreto lavoro – jobs act, decreto del fare, decreto scuole belle, decreto pensioni, decreto musei, decreto destinazione e altro.

La seconda categoria più frequente è composta dai decreti legge che affrontano tematiche nate in corso di legislatura che, per quanto non programmabili, non possono comunque essere classificate come emergenze tali da richiedere un provvedimento con effetto immediato. In questa categoria possiamo far rientrare, fra gli altri: decreto sul processo civile, sui fallimenti, sulla competitività, anti-femminicidio, la riforma delle banche di credito cooperativo o il decreto per superare gli ospedali psichiatrici giudiziari. Queste prime due categoria analizzate sembrano essere quantomeno delle forzature nell’uso della decretazione d’urgenza.

In questa legislatura ci sono state anche emergenze vere, e alcuni decreti sono stati adottati per affrontarle: decreto ricostruzione (dopo i recenti terremoti), decreto giubileo-expo, decreto terra dei fuochi, decreto Ilva e altri. Nella classificazione che abbiamo fatto dei decreti legge seguono altre 4 categorie, che ormai per prassi rientrano nell’uso accettabile dello strumento, ma che a tratti possono risultare delle forzature, soprattutto perché l’uso ricorrente li rende più ordinari che straordinari: l’annuale milleproroghe (proroga di disposizioni legislative la cui efficacia cesserebbe altrimenti alla fine dell’anno; il semestrale o annuale decreto missioni (che proroga gli stanziamenti per la partecipazione dell’Italia a missioni militari); il decreto enti locali (misure finanziarie urgenti per gli enti territoriali e il territorio) e infine i decreti election day (misure per il corretto svolgimento delle tornate elettorali).

Per quanto esemplificativo, l’esperimento aiuta a capire quanto l’utilizzo fatto dai vari governi dei decreti legge sia stato quantomeno discutibile.

I limiti ai decreti legge e l’approvazione a data certa

Dunque la decretazione d’urgenza da parte degli ultimi governi è stata spesso usata più per implementare l’agenda di governo che per affrontare casi di straordinaria urgenza come prevede la costituzione.

La riforma costituzionale varata dal parlamento e ora nella mani dei cittadini cerca di affrontare il problema, con due novità principali. Innanzi tutto vengono inseriti in costituzione limiti per l’uso dei decreti legge. Secondo gli eventuali nuovi commi 4 e 5 dell’articolo 77, non si potranno più emanare decreti per conferire deleghe legislative, in materia costituzionale ed elettorale, per ratifiche di trattati e per le leggi di bilancio. Non si potranno rinnovare decreti legge già bocciati dalla camera, regolare rapporti giuridici su base di decreti non convertiti e ripristinare l’efficacia di disposizioni dichiarate illegittime della corte costituzionale. In aggiunta i decreti dovranno avere un contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo: dunque nel corso dell’esame non potranno essere approvate disposizioni estranee all’oggetto o alla finalità del decreto. In realtà tutti questi limiti sono già previsti dall’ordinamento attuale ma a livello di legislazione ordinaria, mentre con la riforma verrebbero inseriti in costituzione.

Oltre a questi aspetti, che modificano uno strumento già esistente, la riforma prevede una seconda novità. Il nuovo settimo comma dell’articolo 72 della costituzione, infatti, introduce l’approvazione a data certa. Si tratta della possibilità per il governo di chiedere alla camera dei deputati che un disegno di legge, essenziale per l’attuazione del programma di governo, sia sottoposto alla votazione finale entro 70 giorni (prorogabili fino a un massimo di 90 dalla richiesta). Questo strumento non potrà essere usato per alcuni tipi di leggi: quelle di approvazione bicamerale, in materia elettorale, per la ratifica trattati, di amnistia/indulto e di bilancio. L’introduzione sembra rispondere alla necessità di limitare l’uso dei decreti legge per portare avanti riforme del governo e punti programmatici, fornendo quindi uno strumento ad hoc per questo tipo di azioni. A differenza dei decreti però, in cui effetti scattano dal momento della presentazione, qui bisognerà aspettare l’approvazione da parte del parlamento.

Dunque se da un lato la riforma cerca di limitare l’abuso che è stato fatto dei decreti legge negli anni, dall’altro fornisce al governo un ulteriore strumento per occupare l’agenda legislativa dei parlamentari.

OpenPolis 

Speciale Referendum n.4

L’Anpi straccia la tessera
di Laura Puppato

La sezione di Montebelluna (Treviso) dell’Associazione nazionale partigiani (Anpi) ha stracciato la tessera di Laura Puppato, senatrice Pd, perché impegnata nella campagna a favore del Sì al referendum costituzionale. Un nuovo caso quindi legato all’imprevisto corto-circuito Pd-Anpi sul referendum

“A luglio – spiega la senatrice – la sezione di Montebelluna dell’Anpi, Sergio Brunello, su mia precisa richiesta, ha rifiutato di rinnovarmi la tessera. Un atteggiamento assurdo, che non capisco. Ma non mi sono persa d’animo: l’ho rinnovata a Crespano, dove il responsabile, Lorenzo Capovilla, mi ha accolta a braccia aperte ringraziandomi”.

Ma anche questa tessera rischia di essere stracciata perché il portavoce veneto dei partigiani della Puppato proprio non ne vuol sapere: “Non esiste. Appena mi arriverà sotto gli occhi la richiesta della Puppato la straccerò. E le ridarò i soldi dell’iscrizione. Un conto è avere idee personali sul referendum, ci mancherebbe; un altro è essere un nostro associato e, soprattutto essendo un politico noto, fare comizi a favore della modifica della Costituzione, che noi, invece, difendiamo coi denti”.

 “La notizia che l’Anpi di Treviso non ha concesso il rinnovo della tessera a Laura Puppato per le sue posizioni a favore del sì referendum è talmente assurda da non sembrare vera”. Lo ha detto Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera, esprimendo solidarietà a Laura Puppato. “E’ incredibile  – ha aggiunto – che un’associazione i cui padri e madri hanno combattuto contro il fascismo e per la libertà non permetta ai suoi iscritti di esprimere opinioni diverse. In tutti i partiti vi sono posizioni opposte sul referendum, ma nessuno è stato espulso per questo. Il divieto di fare campagna elettorale per il sì pena di fatto l’espulsione fa parte di una vecchia cultura staliniana che nulla ha a che vedere con quegli ideali di libertà che sono costati la vita ai partigiani, partigiane”.

Sisma. Pastorelli, bene governo. Ora accelerare

Terremoto Amatrice

Dopo il terremoto che ha sconvolto il centro Italia, il presidente del Consiglio Matteo Renzi  è intervenuto oggi nell’informativa alla Camera ribadendo che per il governo le spese per l’edilizia scolastica, “non solo nei territori colpiti dal sisma”, vanno scomputate dal Patto di Stabilità. “Non considerare evento eccezionale il sisma sarebbe un atto profondamento ingiusto, al punto di definirlo illegittimo, rispetto alle regole vigenti”. “Ribadisco anche qui in Parlamento – ha aggiunto il premier – che tutto ciò che servirà all’edilizia scolastica, non solo nei territori interessati dal sisma, dovrà essere scomputato dal Patto. E questo non perché vogliamo violare le regole. Al contrario, noi le stiamo rispettando perché le regole Ue parlano di eventi eccezionali e non trovo altro modo di definire un sisma se non evento eccezionale”.

“Gli eventi sismici hanno ulteriormente gravato i danni agli edifici scolastici. Stiamo facendo una nuova analisi puntuale, edificio per edificio, e naturalmente il nostro metodo di lavoro prevede la sistemazione in altri istituti magari con doppi turni”, degli studenti. “O in assenza di questa soluzione il ricorso a moduli temporanei sostitutivi degli edifici scolastici. Come ad Amatrice, dove il liceo è stato terminato il 7 novembre”. In emergenza Italia ha pochi paragoni La violenza della scossa anche se non ha fatto morti non può far fare “finta di non vedere che si è creato un problema di natura straordinaria: le altre scosse non avevano avuto questo livello di profondità e violenza”, ha detto Renzi.

“Da 1200 persone assistite al 26 ottobre – spiega il premier – si è passati a oltre 30 mila assistiti in 4 regioni, un terzo in alberghi e strutture ricettive, gli altri in strutture comunali. Al 25 ottobre erano 2500 gli operatori impegnati nell’assistenza, ora sono 6500, un lavoro per il quale il governo vuole esprimere gratitudine. Ancora una volta si è dimostrato che nell’emergenza l’Italia ha pochi paragoni al mondo e questo ha consentito di salvare 228 persone dalle macerie”. La scelta sui container sta a Comuni Dopo le più recenti scosse nel centro Italia, “in pieno ottobre, in territorio montano, abbiamo cercato di evitare le tendopoli. Questo ha creato qualche elemento di tensione soprattutto all’inizio ma è chiaro che non potevamo permettere le tende a quelle altitudini”, ha dichiarato il premier. “Con le casette di legno dovremo probabilmente affrontare l’intera fase della ricostruzione – spiega – ma intanto l’arrivo dei container è una scelta che rimettiamo alla decisione delle amministrazioni locali con le quali il rapporto è costante e anche complicato ma molto positivo per lo spirito che questi amministratori stanno mettendo a disposizione delle loro comunità”.

“Le prime risposte date dal Governo dopo l’ultimo terremoto sono state positive”. Ha detto il deputato del Psi Oreste Pastorelli dopo l’informative del premier. “Condivisibili le misure messe in campo, come i finanziamenti per il prosieguo dell’attività scolastica e il sostegno al comparto agroalimentare, vero motore dell’economia del territorio colpito. Ciò però non basta”. “Serve – ha detto ancora Pastorelli – un’accelerazione decisa sotto il profilo abitativo e della viabilità. Le zone colpite devono ripartire dal lavoro e dalla messa in sicurezza degli immobili. Il primo passo è stato fatto con l’ampliamento dell’ecobonus. Ma ora appare quanto mai indispensabile istituire la Carta d’Identità degli Immobili, così da rendere note le caratteristiche degli edifici. Le Istituzioni devono ascoltare i cittadini e comportarsi di conseguenza. La volontà della popolazione è stata espressa chiaramente, anche in quest’Aula dai sindaci interessati. Ora sta allo Stato – ha concluso – non deludere le loro aspettative”.

Ginevra Matiz

Rete Antiquerela. Iniziativa contro le intimidazioni

querela_themes-705x300Il quotidiano catanese di giornalismo d’inchiesta Sudpress ha lanciato nei giorni scorsi una iniziativa che sta già raccogliendo importanti adesioni.
Partendo da un episodio specifico, la querela sporta dal sindaco di Catania nei confronti di un movimento politico della sinistra locale, Catania Bene Comune, che aveva emanato un comunicato che lo attaccava pesantemente, l’editore di Sudpress Pierluigi Di Rosa, che a causa dell’attività del suo giornale di querele ne ha collezionato decine e tutte archiviate, ha ideato una “Rete Antiquerela”che attraverso un apposito sito omonimo si occuperà di diffondere proprio gli articoli di qualunque testata o blog oggetto di querela temeraria.
Scrive Di Rosa nel suo editoriale di presentazione dell’iniziativa che quello delle querele intimidatorie è “un tema su cui riteniamo si giochi il mantenimento di un sistema di informazione libero ed indipendente, unico strumento per arginare la crescente arroganza di un Potere sempre meno efficiente e sempre più inadeguato, e che proprio per la sua incapacità ricorre a metodi di autoconservazione sempre più subdoli e violenti.”

E prosegue nel suo articolo sintetizzando con efficacia gli effetti che una querela produce sul querelato, soprattutto in termini di enorme perdita di tempo, anche quando si risolve come nella stragrande maggioranza dei casi in un pieno proscioglimento.

Sudpress ha quindi pensato di realizzare, mettendolo a disposizione di chiunque, uno strumento che possa agire da contro offensiva.
“Abbiamo ideato – spiega – un dominio internet che sarà presto on line, www.reteantiquerele.it.
Su questo sito verranno pubblicati tutti gli atti relativi a querele chiaramente intimidatorie, a partire dagli articoli o comunicati oggetto della denuncia.
Così, chi andrà a querelare con lo scopo di intimidire gli autori saprà che i contenuti saranno immediatamente rilanciati dal sito dedicato e da tutti gli organi di stampa e blog privati aderenti alla rete.
Verrà infatti costituita un’associazione, Rete Antiquerela, che raccoglierà tutte le testate, i blog ed i privati che vorranno aderirvi e che si impegneranno a dare spazio sui loro media alle querele subìte dai colleghi associati.

Verrà infatti anche costituito un comitato di garanti, formato da giuristi, che valuterà preventivamente quando si tratta di “querela temeraria ed intimidatoria”, attivando così la reazione della rete.
“I ‘querelanti per mestiere’- conclude l’editore di Sudpress – sapranno che quanto vorrebbero nascondere intimidendo chi pubblica le loro scorrettezze, sarà diffuso in maniera virale.
Compresi i relativi atti processuali, come ad esempio le “citazioni dirette” o ridicoli rinvii a giudizio a volte emessi per vile ossequio al Potere. Capita anche questo.
Una iniziativa che merita attenzione ed alla quale l’associazione nazionale dei consumatori Primo Consumo ritiene di dover aderire, anche in considerazione che il suo carattere ampiamente diffuso attraverso la rete web consentirà agevolmente il superamento dei limiti territoriali, garantendo il massimo confronto e collaborazione anche con quelle realtà più periferiche del Paese che spesso si trovano del tutto abbandonate.
È già in atto la raccolta di adesioni e per le informazioni è possibile rivolgersi a info@reteantiquerele.it.

Marco Polizzi
Presidente Primoconsumo

Il 90% delle scuole italiane senza criteri anti-sismici

crollo-scuola“L’atteggiamento subalterno” tenuto dalla politica italiana in passato nelle sedi dell’Unione europea “è stato un disastro per il nostro Paese”. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, lo ha detto durante un incontro con gli studenti del Politecnico di Milano dedicato al progetto Casa Italia. Il premier ha aggiunto che in passato gli italiani sono andati in Europa “a prendere appunti, mentre gli altri andavano a dettare le regole”. Un atteggiamento di cui hanno responsabilità sia il centrosinistra sia il centrodestra. “E’ impensabile che, per la stabilità europea, crollino le scuole”, ha poi detto parlando della necessità di investimenti per mettere in sicurezza il territorio e i rigidi vincoli europei che lo impediscono. “Oggi l’Europa ha sede a Norcia, nella chiesa di San Benedetto, non solo perché anche l’Europa deve essere ricostruita, ma questo è un tema politico, ma anche perché quei borghi sono l’anima del nostro territorio”, ha detto il premier. “Il punto – ha aggiunto – è come l’Italia va in Europa, se da protagonisti o a prendere ordini. In passato c’era da una parte chi diceva ‘fuori dall’Europa’, dall’altra chi diceva ‘quello che dice l’Europa va bene’, ma c’è una via di mezzo che è andare in Europa e portare i nostri valori senza i quali l’Europa non va da nessuna parte”.

Infatti quasi il 90% delle scuole italiane sono costruite senza criteri anti-sismici. Il 65,1% degli edifici è stato costruito prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica (1974) e il 90,4% prima della legge in materia di efficienza energetica (1991). Soltanto una scuola su due ha certificati di collaudo e idoneità statica. E’ quanto emerge dal nuovo rapporto ‘Ecosistema scuola’ messo a punto da Legambiente e presentato oggi a Roma nel corso di ‘Scuola Innova – primo forum sull’edilizia scolastica’.

“Sono stati stanziati 7,4 miliardi di investimenti e 27 mila sono gli interventi avviati per l’edilizia scolastica – viene spiegato – ma le riqualificazioni procedono troppo a rilento e le scuole continuano ad essere carenti su sicurezza antisismica e efficienza energetica. Su 43.072 scuole in Italia solo il 9,2% degli interventi ha inciso su questi temi negli ultimi 10 anni”. Anche se, osserva Legambiente, “negli ultimi anni sul fronte dell’edilizia scolastica si è aperta una nuova fase che ha visto la nascita di una Struttura di missione presso la presidenza del Consiglio e l’arrivo di risorse ad hoc, la strada è ancora in salita. Occorre accelerare la riqualificazione completando l’anagrafe scolastica, semplificare le linee di finanziamento, supportare i Comuni cambiando il ruolo della Struttura di missione”.

Ad dare man forte al premier anche il ministro Delrio. Juncker, ha detto il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, deve lasciarci spendere nostri soldi. “Il presidente della Commissione europea Claude Juncker, deve lasciare agli italiani la possibilità di spendere i loro soldi per l’emergenza terremoto”. “L’Italia – ha aggiunto – è un paese sano. Abbiamo il rapporto deficit/Pil più basso degli ultimi anni. E’ importante che Juncker lasci spendere agli italiani i soldi che hanno. Sono soldi nostri, solo che invece di usarli per pagare il debito li usiamo per soccorrere le popolazioni terremotate”.

Referendum. Bifulco, Luiss: Snellire processo legislativo

bifulcoIntervista, riguardante i temi del Referendum Costituzionale, al Prof Raffaele Bifulco (1962), Professore ordinario di Diritto costituzionale nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma LUISS – “Guido Carli”. Egli, ha parlato di argomenti quali, il valore politico del Referendum, i possibili cambiamenti portati da un’eventuale vittoria del SI, e l’elezione indiretta del Senato.

Secondo lei quale valore ha e potrà avere politicamente questo Referendum? Un’eventuale vittoria del NO, potrebbe davvero mettere a rischio la tenuta del Governo Renzi?

Dipenderà da molte considerazioni, non solo dall’eventuale esito negativo del Referendum. Ho molte perplessità nel pensare che un no, che sarà, in caso di vittoria, in stretta misura, possa davvero mandare gambe all’aria il Governo.

Una volta in politica c’era più dialettica e meno fantasia, mentre adesso, grazie all’aiuto di agenzie di comunicazione sempre più valide, e ai social, si procede, forse troppo con slogan e messaggi diretti, a scapito dei contenuti. Cosa ne pensa in merito?

Io darei sempre un giudizio relativo, visto che stiamo correndo in parallelo con le elezioni Presidenziali negli Stati Uniti. Se procedessimo a un confronto con quel tipo di colloqui, dialoghi che si stanno svolgendo negli Stati Uniti, il nostro mi pare di livello molto più alto. I social stanno aiutando, in qualche maniera, anche se queste nuove forme di comunicazione rischiano di portare a una semplificazione, ma questo è un po’ legato a tutto il mondo dei mass media. A mio avviso si sta parlando, anche in molti programmi, tanto e bene, di questo Referendum Costituzionale.

Ha seguito il dibattito tra Renzi e Zagrebelsky? Che giudizio si è fatto ascoltando entrambi? Come ha giudicato la scelta di contrapporre un politico a un Eminente Costituzionalista?

Io non so quali sono state le logiche che hanno portato entrambi ad accettare il confronto. Certo, a vederli e ad ascoltarli, si avvertivano palesemente i differenti mondi culturali di riferimento. È chiaro che un professore come Zagrebelsky aveva difficoltà ad entrare in sintonia con un comunicatore come il Presidente del Consiglio.

Entrando nel vivo della Riforma, quali cambiamenti reali potrà portare, a suo parere, un’eventuale vittoria del SI?

I cambiamenti possono essere diversi. Tutti sappiamo, più o meno, quali sono i grandi oggetti che si vogliono riformare, il bicameralismo perfetto, si vogliono ridurre i poteri delle regioni. Io, per essere più diretto possibile, nel caso del bicameralismo perfetto, non capiterà facilmente che si possa immaginare che, un Senato, se questa riforma dovesse fallire, decida di suicidarsi, questa è quindi una situazione unica. Per quanto riguarda l’attuazione, la riforma costituzionale cambia il testo, cambia i punti centrali. Il problema vero sarà il dopo, la capacità di dare attuazione a quanto stabilito.

Che giudizio dà dell’attuale procedimento legislativo. Secondo lei, con la nuova riforma riuscirà a diventare più snello?

Se il principio sarà quello che il 90 % delle leggi che fa il Parlamento sarà sottoposto a procedimenti in cui la Camera ha la prevalenza, io credo che alla fine, Il procedimento legislativo indubbiamente si snellirà e velocizzerà.

Cosa ne pensa del Senato come istituzione?

È un inutile doppione della Camera. Oggi non si percepisce più il senso di questo bicameralismo perfetto, essendo venute meno le ragioni che spinsero a quel compromesso in Assemblea Costituente, Non c’è più un’esigenza di sbilanciamento dei partiti, per cui, il bicameralismo perfetto non trova più appiglio nella realtà, e questo è il messaggio che bisogna far capire alle persone.

Lei è d’accordo sull’elezione indiretta del Senato? Non crede che questo cambiamento “epocale” possa rendere il Senato una semplice appendice istituzionale deprivata di ogni potere?

Il cambiamento, se non possiamo definirlo proprio “epocale”, sarà comunque forte. L’elezione indiretta è necessaria, e deriva dal fatto che la forma di governo rimane quella che è. Una volta che si decide di differenziare il bicameralismo è necessario procedere all’elezione indiretta, perché un’elezione diretta, non giustificherebbe la mancanza di fiducia da parte del Senato. Pensare che l’elezione indiretta possa togliere potere al popolo è un argomento che trovo specioso.

Un consiglio agli indecisi.

Si chiedessero se è meglio che rimanga tutto com’è chissà per quanto altro tempo, oppure se non è meglio provare a modificare la nostra Costituzione, che, per quanto validissima nella prima parte, invece fatica a tenere il ritmo per quel che riguarda la questione organizzativa.

Alessandro Nardelli

Gli Italiani all’estero superano gli stranieri

immigratiCrescono gli italiani all’estero che per la prima volta in assoluto superano gli stranieri in Italia. Sono i dati resi noti dall’Istat che disegna uno stivale sempre più multietnico. Ma se questa è una tendenza naturale con il mutamento dei flussi migratori degli ultimi anni, è invece una novità, negativa, l’aumento del numero dei molti conterranei partiti per altre mete. Il dossier statistico del centro studi Idos evidenzia infatti, per la prima volta dopo anni, il sorpasso degli italiani all’estero rispetto agli stranieri in Italia. Il 2015 è l’anno del cambiamento di rotta che ha visto il superamento dei cittadini italiani residenti fuori dal Paese sugli immigrati residenti nei confini nazionali: è il resoconto di svolta tracciato dal Dossier Statistico #immigrazione 2016 eseguito dal Centro studi Idos e dalla rivista Confronti insieme all’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni).

Ecco alcune cifre. Nel dettaglio, il rapporto stima che gli stranieri regolarmente in Italia siano 5 milioni e 498 mila (ai quali si aggiungono 1.150.000 di cittadini di origine straniera che hanno acquisito negli anni la cittadinanza italiana). Provengono in maggioranza da Romania (22,9%), Albania (9,3%), Marocco (8,7%), Cina (5,4%), Ucraina (4,6%). Il loro apporto, secondo il dossier, è “funzionale dal punto di vista demografico”. Da anni infatti la popolazione in Italia è in diminuzione. “Questa tendenza peggiorerà, trovando tuttavia un parziale temperamento nei flussi degli immigrati – si legge nel Dossier – ; l’Istat ha ipotizzato, a partire dal 2011, una media di ingressi netti dall’estero superiore alle 300mila unità annue (livello rispetto al quale in questi anni si è rimasti al di sotto), per discendere sotto le 250mila unità dopo il 2020, fino a un livello di 175mila unità nel 2065”.

 L’Emilia Romagna è la regione che conta il maggior numero di cittadini immigrati con 533.479 residenti che rappresentano il 12% della popolazione emiliana e la provincia che ne ospita di più è Bologna con 117.122 residenti. Il 2015 ha dato il benvenuto in Emilia a 8.812 bambini nati da entrambi i genitori stranieri.

Non soltanto il settore demografico ringrazia ma anche quello delle pensioni dove la presenza degli immigrati contribuisce ad un sostanzioso gettito contributivo pari a quasi 11 miliardi di euro nell’anno in oggetto. Sul fronte del lavoro in Italia si contano il 10,5% degli occupati e il 15% dei disoccupati e nonostante il tasso di disoccupazione è aumentato nel periodo 2008-2015, gli immigrati hanno inciso di quasi il 30% sui nuovi assunti in generale arricchendo il mercato occupazionale in molti reparti, soprattutto nel lavoro presso le famiglie e in agricoltura.

Il sostegno degli immigrati ai Paesi di origine è evidenziato dalle rimesse. In Italia si è registrato il picco delle rimesse nel 2011, con 7,4 miliardi di euro, scesi a 5,3 miliardi nel 2015. “Gli invii sono gestiti solo in un decimo dei casi dalle banche, preferite per le grandi transazioni, mentre negli altri casi prevalgono gli operatori di money transfer”. Clamorosa la diminuzione del flusso monetario verso la Cina: da 2,6 miliardi di euro nel 2011 a 0,6 miliardi nel 2015.

Nel 2015 gli stranieri presenti nell’Ue sono stati il 7,3% degli occupati e il 12,5% dei disoccupati, mentre in Italia l’incidenza è stata del 10,5% tra gli occupati e del 15% tra i disoccupati. Nel periodo 2008-2015 per gli immigrati il tasso di disoccupazione è aumentato di 7,7 punti (per gli italiani di 4,8). Solo il 6,8% degli stranieri lavora nelle professioni qualificate, mentre il 35,9% svolge professioni non qualificate e un altro 30% lavora come operaio. In media la retribuzione netta mensile per gli stranieri è inferiore del 28,1% (979 euro contro i 1.362 degli italiani). E ancora: “In questa lunga fase di crisi, non tutte le collettività hanno tenuto come quella cinese, anche perché caratterizzata da una quota di lavoratori indipendenti pari al 47,5% contro una media del 12,5% tra tutti gli immigrati. I saldi occupazionali rilevati dall’archivio Inail sono stati positivi solo per le collettività maggiormente coinvolte in attività autonome, specie nel commercio (Cina, Egitto, Bangladesh, Pakistan). Ben diversa la situazione dei marocchini, il cui tasso di disoccupazione è del 25,4% e quello di occupazione del 44,1%”.

Gli immigrati nel 2015 hanno comunque inciso per il 28,9% sui nuovi assunti, “valori che sottolineano la loro funzionalità al mercato occupazionale in numerosi comparti e, in particolare, in quello del lavoro presso le famiglie e in agricoltura”. Ha continuato a essere positivo anche l’andamento delle imprese a gestione immigrata, aumentate di 26mila unità e arrivate al numero di circa 550mila.

Redazione Avanti!

Bilancio Ue. Il Pe chiede
più fondi per i giovani

europa-giovaniNel voto in Plenaria di mercoledì, il Parlamento ha chiesto più fondi, per aiutare i giovani alla ricerca di un impiego, per stimolare la crescita economica e per aiutare i Paesi terzi a far fronte alla crisi migratoria. I deputati hanno annullato tutti i tagli proposti dal Consiglio nel progetto di bilancio dell’Unione europea per il 2017.

Alcuni fondi aggiuntivi dovrebbero arrivare da nuovi stanziamenti che si renderanno disponibili grazie alla revisione a medio termine del quadro finanziario pluriennale dell’UE.

I deputati hanno stabilito gli stanziamenti complessivi per il 2017 a 160,7 miliardi di euro (+4,1 miliardi di euro rispetto al progetto di bilancio) per gli impegni e a 136,7 miliardi di euro (+2,5 miliardi di euro) per i pagamenti. “L’UE si trova ad affrontare un numero senza precedenti di sfide diverse. Se vogliamo davvero affrontarle seriamente, abbiamo bisogno di un bilancio dell’UE ben finanziato. Quando abbiamo negoziato, nel 2013, il quadro finanziario pluriennale per il periodo 2014-2020, c’erano molti meno rifugiati in arrivo ogni anno in Europa. Ora il numero è ben sopra il milione. Dobbiamo riconoscere che le circostanze sono cambiate. Abbiamo bisogno di una revisione completa del quadro finanziario pluriennale e di un bilancio più ambizioso dell’UE. Il QFP è superato”, ha dichiarato il relatore principale (sezione della Commissione) Jens Geier (S&D, DE).

 “Questo è ciò su cui noi insisteremo nei prossimi negoziati con il Consiglio relativi al bilancio per il 2017. La disoccupazione giovanile è ancora troppo elevata in Europa. Chiediamo un supplemento di 1,5 miliardi di euro da mettere a disposizione per il finanziamento dell’iniziativa per l’occupazione giovanile (YEI), che dovrebbe essere reso possibile attraverso la revisione del QFP”, ha aggiunto il relatore per le altre sezioni Indrek Tarand (Verdi/ALE, EE).

La risoluzione sulla posizione del Parlamento sul bilancio UE per il 2017 è stata approvata con 446 voti in favore, 184 voti contrari e 60 astensioni.

Giovani, crescita e posti di lavoro
I deputati hanno aggiunto 1,5 miliardi di euro in stanziamenti d’impegno per l’Iniziativa in favore dell’occupazione giovanile, per aiutare i giovani nella ricerca di un lavoro.

Hanno inoltre deciso di ripristinare integralmente i bilanci iniziali del meccanismo per collegare l’Europa (CEF), che finanzia progetti di infrastrutture, e il programma Orizzonte 2020, che sostiene progetti di ricerca. Entrambi i programmi sono stati sottoposti a tagli per aiutare a finanziare il contributo dell’UE al Fondo europeo per gli investimenti strategici (EFSI). I relativi impegni aggiuntivi superano di 1,24 miliardi di euro il progetto di bilancio proposto dalla Commissione.

Questi fondi supplementari dovrebbero essere ottenuti attraverso la costante revisione intermedia del bilancio a lungo termine dell’UE, il quadro finanziario pluriennale.

Rifugiati e crisi migratoria
Secondo i deputati, il finanziamento dell’accordo UE-Turchia per i rifugiati e gli altri fondi o strumenti ad hoc non dovrebbe pregiudicare l’azione esterna dell’Unione, compresa la sua politica di sviluppo. I deputati pertanto annullano tutti i tagli apportati dal Consiglio in questo settore (rubrica 4, “Europa globale”), e reintegrato inoltre i livelli del 2016 per le voci di bilancio ENI (Strumento europeo di vicinato) per i paesi del Mediterraneo e per l’aiuto umanitario.

Agricoltura
I deputati aumentano anche gli stanziamenti per il settore agricolo di 600 milioni di euro rispetto al progetto di bilancio, per affrontare gli effetti della crisi del settore lattiero-caseario e gli effetti dell’embargo russo sullo stesso settore.

Cultura
Il Parlamento ha incrementato la spesa per la cultura, la comunicazione e la cittadinanza, aumentando i finanziamenti per esempio per il sotto-programma MEDIA di 10.882.000 euro e le azioni multimediali di 13 milioni di euro.

Prossime tappe
Il voto in Plenaria segna l’inizio delle tre settimane dei negoziati di “conciliazione” con il Consiglio (fino al 17 novembre di quest’anno), volti a trovare un accordo tra le due istituzioni in tempo utile per approvare il bilancio del prossimo anno che dovrà essere votato dal Parlamento e firmato dal suo Presidente nel mese di dicembre.

Se il Parlamento e il Consiglio non riusciranno ad accordarsi sul bilancio 2017 entro la fine della procedura di conciliazione, la Commissione europea è tenuta a presentare un nuovo progetto di bilancio.

Rapporto UNFPA, il futuro
è nelle bambine

aidosDieci bambine di dieci anni, dieci diversi Paesi del mondo, dieci vite piene di opportunità da seguire per 15 anni per vedere che ne sarà di loro e verificare se la nuova Agenda 2030 e i suoi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, pensati per non lasciare indietro nessuna bambina e ragazza, sarà un successo, un fallimento o un tentativo da perseguire e migliorare. Questa la sfida lanciata dall’UNFPA, Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, nel Rapporto annuale sullo stato della popolazione, presentato oggi in contemporanea mondiale in oltre 100 città tra cui Londra, Parigi, Madrid, Ginevra, Stoccolma, Berlino, Washington, New York, Bangkok, Johannesburg, Città del Messico e Roma dove il lancio è stato affidato a Aidos, Associazione italiana donne per lo sviluppo, che dal 1981 lavora nei paesi in via di sviluppo, in Italia e nelle sedi internazionali per promuovere e tutelare i diritti, la dignità e la libertà di scelta delle donne del Sud del mondo.

“Solitamente – ha detto la Presidente di Aidos Maria Grazia Panunzi – il Rapporto UNFPA, oltre a denunciare situazioni e problematiche complesse legate ai fenomeni demografici, dà delle chiavi di lettura che aiutano a comprendere meglio la realtà e i fenomeni che riguardano donne e ragazze”. Ma in particolar modo quest’anno, prosegue Panunzi, “ci dà una possibilità in più: immaginare come sarà il mondo tra 15 anni, ossia nel 2030, quando la comunità internazionale dovrà verificare il raggiungimento o meno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che compongono l’Agenda 2030, adottata ormai lo scorso anno, dall’assemblea generale delle Nazioni Unite e che ricordiamo ha una sua peculiare ambizione, ovvero l’essere universale.”

Il Rapporto fornisce gli ultimi dati demografici che fanno emergere il più alto numero di popolazione giovanile della storia: ben 1,8 miliardi di giovani, dei quali 125 milioni hanno 10 anni di età. Di questi, le bambine sono oltre 60 milioni. Ogni giorno circa 47.700 ragazze con meno di 17 anni si sposano e circa 9 bambine su 10 abitano in regioni poco sviluppate sono escluse dalla scuola. Dieci anni è l’età chiave, quella in cui la vita cambia, quella in cui si ha la prima possibilità di costruire il proprio futuro. Ma non per tutte ci sono scelte e non per tutte ci sono le stesse opportunità.

A soli 10 anni ci sono bambine costrette a sposarsi e ad abbandonare la scuola a causa di gravidanze precoci. A soli 10 anni le bambine sono proprietà di qualcuno che le usa come merce da vendere e comprare. A soli dieci anni sono spesso vittime di infibulazione e mutilazioni genitali. A soli dieci anni cominciano a lavorare per contribuire al mantenimento della famiglia. Impedire a una bambina un passaggio sicuro e sano dall’adolescenza all’età adulta è una violazione dei loro diritti umani, da qui l’appello a tutti Paesi a contribuire al raggiungimento dei nuovi obiettivi, in vista di una effettiva parità di genere, di un reale empowerment delle donne e di un futuro condiviso dell’umanità che sia davvero sostenibile.

Da qui l’impegno per alcuni azioni da portare avanti come stabilire l’uguaglianza di diritti per le ragazze, con una prassi giuridica coerente, fissare a 18 anni l’età minima per il matrimonio, offrire alle ragazze un’istruzione di qualità che sostenga la parità di genere, istituire un check-up per la loro salute mentale e fisica e garantire un’educazione sessuale. E, soprattutto, colmare la lacuna di investimenti a favore delle adolescenti.

“Queste bambine sono il volto del nostro futuro – spiega Mariarosa Cutillo, Chief of Strategic Partnerships di Unfpa – La piega che le loro vite prenderanno dipenderà dalle potenzialità che potranno esprimere se noi, organizzazioni internazionali e non governative, attori pubblici e privati e soprattutto i governi del mondo, le metteremo in condizioni di farlo. La loro storia misurerà l’efficacia dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Non avremo una seconda opportunità. È un appuntamento che non  possiamo mancare”.

Cecilia Sanmarco