I pentastellati alle prese
con il dopo-Casaleggio

Il vuoto politico lasciato nel M5S da Gianroberto Casaleggio si sta riempiendo. Luigi Di Maio scalda i muscoli per Palazzo Chigi: alle prossime elezioni «ci presenteremo con una squadra di ministri e un candidato presidente del Consiglio». Non è tutto. Il giovane componente del direttorio cinquestelle e vice presidente della Camera ha avvertito: «Però non c’è un leader perché questo Movimento sta puntando all’autogoverno, attraverso strumenti di democrazia diretta e partecipata». Di Maio non fa mistero di pensare a se stesso per sostituire Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Qualche giorno fa ha annunciato al Tg1: «Probabilmente ci saranno le elezioni politiche nel 2017, e quindi, le votazioni per decidere il candidato leader: se si dovesse decidere che sono io, sono pronto a prendermi la responsabilità».

Tutto è in movimento. Per la leadership dei pentastellati è in campo anche Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto. Stamattina, negli uffici di Milano della Casaleggio Associati s.r.l., ha ricevuto Virginia Raggi, la candidata dei pentastellati nelle elezioni di giugno a sindaco di Roma. L’avvocatessa Raggi, molto quotata a divenire prima cittadina della capitale, ha precisato prima dell’incontro: «Siamo qui per parlare di campagna elettorale. Adesso il nostro imperativo, ancora di più, è vincere per Gianroberto».

Morte Gianroberto Casaleggio interaCasaleggio jr segue le orme del padre, morto pochi giorni fa ad appena 61 anni di età. Il cofondatore del M5S teneva da anni vertici con il fondatore Beppe Grillo e il direttorio del Movimento alla Casaleggio Associati, la sua azienda di consulenza di strategie sulla Rete. Le riunioni servivano a mettere a punto le più importanti decisioni politiche, elettorali e parlamentari dei cinquestelle. Davide, specialista dell’informatica come il padre, da tempo lavorava al suo fianco.

Figlio e padre sono molto simili. Tutti e due sono personaggi molto riservati, entrambi maghi di internet e delle carte da giocare nella Rete, per trasformare la comunicazione digitale in vincenti strategie politiche. La “democrazia della Rete”, teorizzata e realizzata da Gianroberto, ha mobilitato i militanti e gli elettori del M5S dietro il suo amico comico Grillo, fino al trionfo elettorale del 25% dei voti ottenuti nelle elezioni del 2013. L’incontro di oggi tra Davide e la Raggi sulle strategie per vincere a Roma, città devastata dalla corruzione di Mafia Capitale, è simbolico di un passaggio di testimone politico tra padre e figlio. Se il M5S dovesse vincere a Roma, la metropoli più importante d’Italia, la città nella quale il Pd di Renzi ha sfiduciato il suo sindaco Ignazio Marino, otterrebbe le credenziali anche per un successo alle elezioni politiche, per il governo nazionale.

Probabilmente il colloquio con la Raggi sarà solo il primo passo. Casaleggio jr nei prossimi giorni dovrebbe vedere anche Grillo, il direttorio e i parlamentari cinquestelle, oggi impegnati in una riunione a Roma post referendum anti trivelle petrolifere (il quorum non c’è stato e i pozzi continueranno ad estrarre petrolio e gas fino a esaurimento). Ci sono da prendere importanti decisioni in vista del referendum sulla riforma costituzionale del governo, previsto ad ottobre. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd “ci si gioca tutto”. Renzi è sicuro di spuntarla, ma ha avvertito: se vincerà il no «andrò a casa».

Sulle candidature elettorali, le grandi scelte, le molte espulsioni dei dissidenti, in genere i militanti hanno votato su internet perché “uno vale uno” e “non ci sono capi”. Si vedranno nelle prossime settimane e nei prossimi mesi le capacità e il valore di Davide. Si vedrà se lui stesso si sottoporrà ad una verifica democratica tra i militanti, se si voterà nella Rete sul suo ruolo politico. Per ora un voto sul passaggio di consegne tra padre e figlio non c’è stato.

Davide al funerale del padre ha detto: «Chi condivideva il suo sogno lo persegua fino alla fine, senza mollare mai. Ciao, papà».

Rodolfo Ruocco

Primarie Usa. A New York big match Hillary – Bernie

Bernie Sanders con Hillary Clinton

Bernie Sanders con Hillary Clinton

Martedì di super voto nello Stato di New York per le primarie dei candidati dei due partiti in lizza per la Casa Bianca. Il risultato del voto avrà infatti un forte impatto di immagine sul destino dei candidati, soprattutto quelli democratici. Sia Hillary Clinton che Bernie Sanders giocano ‘in casa’. Hillary non può perdere e non può neppure accontentarsi di una vittoria risicata mentre Sanders – che è originario di Brooklyn – non solo non molla ma si aspetta dai suoi concitadini della ‘Grande Mela’, una spinta decisiva per la corsa presidenziale e proprio a New York ha tenuto uno tra i raduni più partecipati della sua già sorprendente campagna elettorale. Bernie Sanders, nel comizio tenuto a Long Island, è tornato ad attaccare la sua rivale democratica spingendo a fondo sul tasto dei soldi. Hillary sta facendo una campagna milionaria e per tenere un discorso a Wall Street si è fatta recentemente pagare una somma straordinaria. Ma non solo questo perché Sanders ha anche ironizzato sul fatto che la Clinton non ha voluto rendere noti i contenuti di quel discorso. ‘Cosa avrà promesso in cambio?’, è la domanda implicita nell’accusa di Sanders.

“Al Navy Yard di Brooklyn, Sanders – scrive la Voce di New York – è riuscito a mettere alle corde Hillary Clinton solo quando si è riparlato del suo famoso discorso “a porte chiuse” pagato 250 mila dollari dalla banca di investimento di Wall Street Goldman Sachs”.

La questione dei compensi d’oro che banche e grandi aziende hanno versato nelle casse dei Clinton per i loro discorsi ad eventi vari costitusice da mesi un tormentone nella campagna delle primarie. Dalla fine del suo incarico come Segretario di Stato, nel 2013, Hillary avrebbe guadagnato quasi 22 milioni di dollari mentre, entrambi i coniugi, avrebbero incassato dal 2001 a oggi per 729 discorsi grazie ai loro interventi in kermesse organizzate il più delle volte da importanti imprese finanziarie oltre 153 milioni di dollari a una media di quasi 211 mila dollari a intervento. Di questa cifra 7,7 milioni di dollari sarebbero arrivati almeno da 39 discorsi fatti per alcune grandi banche come Goldman Sachs e Ubs.

Da parte sua l’ex first lady, invece, visitando l’ospedale di Yonkers, ha preferito anche questa volta non rispondere alle accuse del concorrente democratico scegliendo piuttosto di attaccare il fronte repubblicano e dichiarando che non lascerà Donald Trump o Ted Cruz parlare dei lavoratori di New York, inclusi gli immigrati.

Trump, dal canto suo, ha insistito sull’importanza di partecipare al voto e, forte del fatto di essere in vantaggio tra i repubblicani, si è concentrato sulle percentuali degli avversari, ridicolizzandoli per le loro difficoltà. Ma Cruz è ancora in corsa e la tappa odierna potrebbe essere fondamentale per il proseguimento della campagna. I sondaggi lo vedono ultimo a New York, dove sono in gioco 95 delegati repubblicani. Cruz ha tenuto un comizio nel Maryland, dove i delegati in palio sono 38.

infografica di www.stampaprint.net/it

Presidenziali USA-2016

Ovadia: barbarie violare
il diritto all’accoglienza

Migranti in barcaA proposito di Israele ha detto: “Chi è stato perseguitato non può rendersi per questo persecutore”. Qual è allora la strada per la risoluzione profonda del conflitto israelo-palestinese?
Non ci sarà una risoluzione finché non si metterà la questione sul piano della giustizia sociale e del riconoscimento dell’altro. E questo vale per entrambe le parti. Parlando di Israele, bisogna ricordare che a partire dal sistema educativo la gente è abituata a vedere i palestinesi in modo distorto, come nemici e terroristi. O meglio, non li vede, si gira dall’altra parte. Ma la pace si fa con quelli a cui si riconosce pari dignità. Tutto il resto sono chiacchere inutili, cocktail parties a uso dei mass media e di una comunità internazionale che fa schifo e tace davanti all’occupazione delle terre dei palestinesi, il popolo più solo del mondo.
Per fortuna ci sono singoli – giornalisti, scrittori – e associazioni impegnati contro il furioso nazionalismo ultra-reazionario del governo israeliano, ma contro di loro si è scatenata una sorta di caccia alle streghe con inquietanti elementi di fascismo. Il nazionalismo è una pestilenza nella storia dell’umanità: in realtà odia i popoli e ama solo chi la pensa allo stesso modo.

Quanto il ricatto retorico della Shoah, imbastito dal regime israeliano, incide nel fare cultura e politica in Italia?
La Shoah è stata strumentalizzata per accusare di anti-semitismo chiunque critichi la politica portata avanti dal governo israeliano. Certo, gli anti-semiti esistono, ma ci sono anche tante altre persone – e io sono tra loro –  che considerano Israele un oppressore armato fino ai denti e per questo ricevono insulti e maledizioni. Esiste un confine all’interno del quale Israele è un Paese legittimo, ma quando si espande al di là di questo diventa uno stato colonialista.

Moni Ovadia in scena

Moni Ovadia in scena

Ha spesso collegato la Shoah agli stermini di massa del presente, affermando che il nuovo Olocausto è nella fossa comune del Mediterraneo. Cosa si può fare a suo avviso per dare alla crisi dei profughi una risposta diversa dall’egoismo spietato e dalla chiusura delle frontiere?
Leoluca Orlando ha lanciato la “Carta di Palermo” chiedendo l’abolizione universale del permesso di soggiorno. Questa è la strada da seguire. Invece di permettere ai trafficanti di arricchirsi imponendo a quelli che scappano dalla guerra viaggi pericolosi e costosi, bisognerebbe andarli a prenderli con i traghetti, in modo legale. Questo tra l’altro permetterebbe loro di impiegare i soldi risparmiati per cominciare una nuova vita in Europa.
Un uomo non può decidere dove nascere, ma ha il diritto di scegliere dove vivere e morire. Chi scappa dalla guerra deve essere accolto. Violare questo diritto umano universale è una barbarie.

Il teatro, la musica e l’arte in generale possono avere una funzione nel promuovere una cultura di pace e libertà?
Sì, certo. Gli artisti impegnati hanno sempre avuto un ruolo importante per trasmettere questi valori, alzare la voce, mobilitare le coscienze e denunciare le ingiustizie. Spesso sono stati perseguitati per questo, a dimostrazione che l’arte fa paura.
Basti pensare alle poesie  e alle opere teatrali di Brecht, che hanno formato una generazione, o a Guernica di Picasso, una denuncia contro la guerra più potente di tanti discorsi retorici, un quadro leggendario capace di proiettarsi verso le generazioni future.

Ha parlato della necessità di una rivoluzione non solo sociale, ma anche spirituale. Considera la nonviolenza un elemento di questa nuova sensibilità che sta emergendo nel mondo?
La nonviolenza è fondamentale. E’ una lezione che ci viene da Gandhi e da Nelson Mandela, uno dei politici più grandi del Novecento, una figura dalla statura morale immensa: dopo decenni di carcere,  è stato capace di evitare una terribile catena di vendetta e di odio e ha creato la Commissione per la Verità e la Riconciliazione per portare il Sudafrica fuori dagli orrori dell’apartheid.
Riguardo al tema della spiritualità, mi preme fare una distinzione rispetto alla religione. La religione divide, visto che ognuno ha la sua e ha la funzione di offrire santificazione, celebrazione e conforto, mentre la spiritualità accomuna gli uomini nella ricerca della libertà interiore.
Sì, sono convinto che una rivoluzione sociale non basti. E’ necessaria anche una rivoluzione interiore, che parta da qualcosa che abbiamo dentro e non ceda alle lusinghe, alle minacce o ai privilegi del potere. Per me la lotta per la giustizia sociale e l’accoglienza è un’urgenza interna e per questo non potrò mai rinunciarvi.

Che cosa unisce profondamente gli esseri umani, al di là delle differenze di età, provenienza, genere, religione e cultura?
Discendiamo tutti dallo stesso essere umano. L’aspetto diverso è solo un adattamento, ma di fondo siamo uguali. Per questo è insensato non accogliere un africano. Abbiamo creato culture ricche e varie e questa è la bellezza molteplice dell’universale umano.

Anna Polo
da Pressenza

Ha collaborato Laura Tussi, giornalista e scrittrice – PeaceLink

Renzi in Iran alla corte
degli Ayatollah

iran

La seconda giornata del presidente del Consiglio Matteo Renzi in Iran è iniziata alla Camera di commercio di Teheran per il business forum cui partecipano oltre duecento industriali. “Vorrei esprimere – ha detto Renzi – il mio sentimento di amicizia” all’Iran. Il premier Matteo spiega che l’Italia è in Iran “non solo per fare accordi economici. Ci sono tante occasioni di business, vanno colte. Noi faremo di tutto affinché succeda, ma prima di tutto c’è il sentimento comune di due grandi civiltà, quella persiana e quella romana del Rinascimento”, dice Renzi. “Da questo punto di vista c’è un sentimento comune di valori e di patrimoni culturali da condividere”, dice il premier. Che poi ha parlato della crisi migratoria in arrivo dalla Siria, aggiungendo: “Dobbiamo lavorare insieme all’Iran sulle sfide geopolitiche”.

Renzi ha sottolineato il ruolo cruciale dell’Iran in teatri di guerra come la Siria: “Dall’Italia e dall’Ue c’è la convinzione profonda che il ruolo dell’Iran, dopo l’accordo sul nucleare, sia geopoliticamente strategico per la regione e non solo. Se implementiamo l’accordo politico sul nucleare siamo in condizione di dare un messaggio di stabilità a tutta l’area”. Con l’Iran inoltre “lavoriamo insieme anche sulla Libia, teatro cruciale e fondamentale per noi, e su altre crisi geopolitiche, discutendo anche dei temi su cui non siamo d’accordo”.

Dall’Italia e dall’Ue – ha sottolineato – c’è la convinzione profonda che il ruolo dell’Iran, dopo l’accordo sul nucleare, sia geopoliticamente strategico per la regione e non solo. Se implementiamo l’accordo politico sul nucleare siamo in condizione di dare un messaggio di stabilità a tutta l’area”. Il premier Matteo Renzi, durante il business forum a Teheran, sottolinea il ruolo cruciale dell’Iran in teatri di guerra come la Siria ” dove la crisi militare ha lasciato sul campo una crisi umanitaria spaventosa”, lo Yemen ma anche la Libia. “Vi annuncio che il prossimo follow up sarà a Teheran con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan perché la priorità è la questione finanziaria. C’è un’autostrada per lavorare insieme a condizione che il credito faccia la sua parte”.

Edoardo Gianelli

Iran. Appello a Renzi per
il rispetto dei diritti umani

iranUn folto gruppo di intellettuali italiani (Roberto Saviano, Susanna Tamaro, Dacia Maraini, Marco Bellocchio, Liliana Cavani, Raffaele La Capria, Goffredo Fofi, Moni Ovadia, Giuliano Montaldo e molti altri) hanno presentato un Appello a Matteo Renzi, alla vigilia della sua visita di Stato in Iran.
Il documento è stato presentato in una conferenza stampa, svolta nella sede del partito radicale, dall’ex ministro degli Esteri Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, da Sergio d’Elia ed Elisabetta Zamparutti, dirigenti dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, e dal sottoscritto, come firmatario dell’appello (insieme al direttore di Avantionline! Mauro Del Bue).

Nel corso della conferenza stampa sono state illustrati i contenuti del documento inviato a Matteo Renzi, che qui sintetizziamo:
Innanzitutto è stato denunciato il crescente uso della pena di morte, applicata anche per i minorenni. Infatti, con l’elezione del presidente Hassan Rouhani a presidente della Repubblica italiana (14 giugno 2013), i boia sono stati in azione quasi ogni giorno: si contano 2.214 impiccati tra il 1° luglio 2013 e il 31 dicembre 2015. Solo l’anno scorso sono state registrate 970 esecuzioni. A questa cifra è pervenuta l’associazione radicale, ma le esecuzioni potrebbero anche essere un numero maggiore.

Infatti, secondo la “Abdorrahman Boroumand Foundation”, nel 2015, l’Iran ha mandato a morte 1.084 persone: una cifra record. Non si erano mai contate tante esecuzioni in oltre 25 anni. La maggior parte appartengono ai piccoli trafficanti di droga e alle minoranze religiose, come i convertiti al cristianesimo, gli appartenenti ai gruppi baha’i, sunniti e curdi.

È proprio la persecuzione delle minoranze religiose che è stata messa in evidenza nell’Appello a Renzi, insieme all’odiosa persecuzione degli omosessuali, puniti anche con la pena capitale.

Un altro punto del documento è rappresentato dalla propaganda, mai cessata, contro Israele, perseguita in modo ossessivo dalla Guida suprema Ali Khamenei. Proprio nei giorni scorsi sono stati sperimentati missili a lunga gittata (possono colpire obiettivi ad oltre 3000 chilometri di distanza), su cui era incisa la scritta in ebraico e in arabo: “Israele sarà cancellato dalle mappe”,in aperta violazione della Risoluzione Onu 2231.
Infine, nel documento si invita Renzi a chiedere alle autorità di Teheran la liberazione degli attivisti per i diritti umani e degli oppositori politici e iniziative per eliminare, anche gradualmente le discriminazioni nei confronti delle donne (attualmente la testimonianza di una donna in un processo e la stessa vita in caso di assassinio ,vale la metà di quella dell’uomo!).

L’ex ministro degli Esteri Terzi ha sottolineato un elemento importante,di cui Renzi dovrebbe tenere nel debito conto: quello come paese ad alto rischio. Infatti l’Iran è tutt’altro che un paese avviato verso l’apertura con l’Occidente. Vi è un rischio terrorismo, un elevato rischio per gli imprenditori che si accingono ad investire in Iran (rapimenti, arresti da parte del regime); un rischio di violazione dell’accordo nucleare, un rischio di riciclaggio di denaro (secondo l’Onu, l’Iran si trova oggi al primo posto nel riciclaggio di denaro sporco), un rischio per la corruzione dilagante, un rischio per la sicurezza informatica, ecc.

Sono questioni importanti sollevate dall’organizzazione internazionale di tutela dei diritti umani Umani (United Against Nuclear Iran ),di cui il nostro premier dovrebbe tener conto.
C’è solo da sperare che Matteo Renzi non si muova come i presidenti e i ministri degli Esteri precedenti (anche donne che si prostravano davanti agli ayatollah), con l’unico obiettivo di firmare accordi economici e commerciali, dimenticandosi dei diritti umani.
Il business è importante, ma non deve mai essere l’obiettivo esclusivo di un capo di Stato o di governo.

Aldo Forbice

Referendum Trivelle. Locatelli: andrò a votare sì

Trivelle-petrolio-AdriaticoMolti gli indecisi, tanti quelli che ancora non hanno ben capito cosa intende cancellare il referendum col rischio concreto – auspicato da alcuni come il Presidente del Consiglio – che il quorum della metà più uno degli aventi diritto al voto, non venga raggiunto.

Il voto non serve a chiudere tutti i pozzi sul suolo italiano da dove si estrae petrolio e gas, ma solo a impedire che quelli funzionanti entro le dodici miglia, cioè a un tiro di schioppo dalle nostre spiagge, restino aperti oltre il termine fissato. Un numero assai limitato di impianti, la maggior parte inattivi o scarsamente utilizzati, tanti molto vecchi (anche più di 40 anni), ma che per diverse ragioni, si preferisce tenere a far ruggine in mare.

Il referendum è stato promosso da nove consigli regionali perché ci sono – polemiche politiche a parte – timori fondati sui rischi possibili di inquinamento. Rischi che non vale la pena correre a fronte di vantaggi economici spesso irrisori mentre un incidente avrebbe ripercussioni gravissime sull’industria del turismo e sull’ambiente.


Trivelle, vado a votare e voto sì

di Pia Locatelli

Domenica si svolgerà il referendum sulle trivelle, andrò a votare perché, da quando non si raggiunse il quorum nella consultazione per abrogare la legge sulla fecondazione assistita, mi sono ripromessa che non avrei mai fatto mancare il mio parere su una consultazione popolare. Si può essere d’accordo o meno sul quesito, ma che un parere, anche per rispetto di quanti hanno raccolto le firme per chiedere il referendum, va comunque espresso.

Personalmente ho ponderato a lungo la mia decisione, proprio perché non conoscevo la materia, e alla fine ho deciso che voterò sì.

In primo luogo, perché sono contraria al fatto che una concessione venga prolungata senza una scadenza, producendo una sorta di alienazione del bene pubblico. Questo non significa che, una volta scaduta, la concessione non possa essere rinnovata e rinegoziata, rivedendo magari i limiti di quella franchigia che attualmente consente alle concessionarie di non pagare alcuna royalty.

In secondo luogo, perché come socialista sostengo la necessità di una politica energetica diversa, sempre più orientata verso le fonti rinnovabili. E’ quanto si è stabilito nella Conferenza sul clima di Parigi Onu del dicembre scorso ed è quanto chiedono i socialisti di tutta Europa, a cominciare dalla ministra dell’Ambiente francese, Ségolène Royal, che ha recentemente assunto la presidenza della COP21,

I sostenitori del no, affermano che i livelli di estrazione sono talmente bassi da non avere alcun impatto ambientale. Non credo che non ci siano conseguenze, al contrario abbiamo notizia di almeno una piattaforma vicina alla costa che ha prodotto sostanze pericolose e fortemente inquinanti. In ogni caso proprio la scarsità di risorse prodotte è una motivazione per non prolungare all’infinito le concessioni: una loro revoca alla scadenza, infatti, non avrebbe conseguenze o quasi sul nostro fabbisogno energetico. A meno che, e sono in molti a sostenerlo, le basse estrazioni non siano volute dalle stesse imprese concessionarie, proprio per restare sotto i livelli stabiliti dalla franchigia e non pagare alcuna royalty. In questo caso si capirebbe anche l’interesse a prolungare le concessioni il più a lungo possibile.

Infine, i posti di lavoro. Chiariamo una volta per tutte che in caso di vittoria del sì nessuno dei 5 mila addetti verrebbe licenziato. Continuerebbero a lavorare fino alla scadenza delle concessioni e poi, in caso di rinnovo, anche in seguito.

Per questi motivi domenica andrò a votare e voterò sì.


 

In questa infografica, un riassunto della questione

Referendum

Tar condanna Lombardia
a risarcire Beppino Englaro

EluanaEnglaroLa regione Lombardia è stata condannata dal Tar a versare 142mila euro di risarcimento a Beppino Englaro, padre di Eluana, per l’ostruzionismo perpetrato nei confronti della volontà della giovane in stato vegetativo per 18 anni, fino alla morte, avvenuta nel febbraio 2009. Eluana Englaro, secondo la sentenza, aveva diritto a morire in Lombardia, dove poteva esserle praticato il distacco del sondino naso-gastrico che la alimentava e idratava artificialmente, ma il padre è invece riuscito a far rispettare le sue volontà in una clinica a Udine.
Tutto parte dal 2008 quando la regione Lombardia, con Roberto Formigoni presidente, aveva vietato con un provvedimento ad hoc a tutto il personale sanitario locale di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali alla donna. L’anno successivo, il Tar si era espresso a favore degli Englaro che volevano si applicasse la sospensione decisa in Corte di Appello nell’estate 2008: il ricorso contro questa decisione era stato respinto in Cassazione. Dunque Beppino si era visto riconosciuto dalla Suprema Corte la possibilità di interrompere la nutrizione artificiale con la quale Eluana veniva tenuta in vita. Eluana si spense quindi a Udine, dopo il trasferimento nella clinica La Quiete mentre infuriava la battaglia politica e il clamore mediatico.
“Oggi questa sentenza – afferma Beppino Englaro – aggiunge qualcosa in più rispetto ad eventuali percorsi di altri cittadini, ma alla nostra famiglia non aggiunge niente”. Poi prosegue: “All’apice della nostra storia fu sollevato persino un conflitto di attribuzione con la Corte suprema di Cassazione. La risposta di Vincenzo Carbone – primo presidente – fu esemplare perché sottolineava come il massimo organo non aveva alcun modo travalicato il proprio specifico compito di rispondere alla domanda di giustizia del cittadino”.
“Eluana aveva il diritto di morire. A dirlo è una sentenza del Tar che ha condannato la Regione Lombardia a un risarcimento, nei confronti di Beppino, papà di Eluana. Mi chiedo per quanto tempo ancora dovrà essere una sentenza a sopperire alle mancanze di una politica ottusa e bigotta prostrata sempre più ai dettami religiosi?”, afferma la Portavoce del Psi, Maria Cristina Pisani. “Sono mesi – prosegue – che nei consigli regionali abbiamo portato avanti la una proposta di legge per istituire il registro delle dichiarazioni anticipate di trattamento, uno strumento irrinunciabile di libertà e autodeterminazione”. “È una battaglia umana e politica, quella di Beppino Englaro, che, ancor più dopo questa sentenza, non può cadere nel vuoto”, conclude Pisani.
Sulla sentenza invece l’attuale presidente della Regione, Roberto Maroni, ha affermato: “Entro oggi saprò qual è la proposta dei nostri uffici legali, ma l’orientamento è quello di non ricorrere” al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar. “Io rispetto le sentenze. Ho solo chiesto ai miei uffici, per scrupolo – afferma Maroni – siccome c’è teoricamente la possibilità di ricorrere al Consiglio di Stato, se ci siano le condizioni per farlo, valutando tutta la vicenda anche dal punto di vista umano. Entro oggi saprò qual è la proposta dei nostri uffici, ma credo che sia quella di non ricorrere. E lunedì decideremo in Giunta”.

Redazione Avanti!

Pesa il No degli olandesi
all’accordo tra Ucraina e Ue

referendum olanda su accordo Ucraina Ue lungaPer un soffio sopra al quorum del 30% gli olandesi si sono espressi massicciamente per il No, sbattendo la porta in faccia agli ucraini, anzi più precisamente all’accordo tra Ucraina e Unione Europea. Il referendum era solo consultivo, ma ciò non di meno ha un forte valore politico. Non a casa brindano le destre olandesi e quelle di tutta europa, così come la Russia di Vladimir Putin impegnata da tempo a stringere un cappio attorno al collo di Kiev dopo essersi di fatto annessa i territori del Donbass dov’è prevalente la popolazione russofona.

L’Ucraina – ha commentato il presidente ucraino Petro Poroshenko – proseguirà comunque il suo processo di integrazione europea nonostante la vittoria dei ‘no’ all’accordo. Il Governo olandese ha finora solo parzialmente ratificato l’accordo – dal 1 novembre 2014, è entrata in vigore la parte che riguarda la cooperazione politica e dal 1 gennaio di quest’anno, parzialmente, il capitolo commerciale.

C’è preoccupazione diffusa negli ambienti comunitari per gli umori che emergono anche da questa consultazione popolare. “Il presidente Juncker è triste” per il risultato del referendum olandese ha riferito il portavoce della Commissione, Margaritis Schinas, sottolineando che la Ue “resta impegnata” e che “ sta al governo olandese valutare la situazione”. Il portavoce aggiunge che l’accordo era stato “approvato all’unanimità” dai 28 governi europei.
Anche per il premier britannico Cameron il risultato non è di nuon auspicio in vista del referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. “Spero che il risultato del referendum in Olanda non abbia ripercussioni sulla Brexit” ha detto aggiunengo poi che comunque il referendum che si terrà in Gran Bretagna il 23 giugno verte su “una materia molto differente” rispetto a quello olandese.

Pur non essendo vincolante per l’Aja, il risultato segna comunque l’avanzata dei movimenti euroscettici e indebolisce la posizione politica di quanti avevano spinto per la firma dell’accordo tra Bruxelles e Kiev. Non è un caso se il governo olandese che si deve confrontare con una destra radicale sempre più forte, è l’ultimo dei governi europei a completare il trattato. “Il popolo olandese – ha commentato a caldo Geert Wilders, leader della destra olandese – ha detto No all’elite europea e No al trattato con l’Ucraina: è l’inizio della fine dell’Unione Europea”.

Secondo i primi risultati, i No all’accordo con l’Ucraina sono stati il 61,1% del totale; i Sì il 38,1%. Ha votato il 32,2% dell’elettorato. Il quorum da superare era del 30%.

Prostituzione. In Francia
legge che punisce i clienti

'I trans sul marciapiede Lo Stato ci cammina sopra'

‘I trans sul marciapiede
Lo Stato ci cammina sopra’

Dopo due anni di dibattito la Francia vota in via definitiva la legge sulla prostituzione che depenalizza chi l’esercita e infligge invece multe ai clienti.

Mille e cinque cento euro di sanzione per chi viene colto in flagrante. Fino a 3.750 euro in caso di recidiva.

Il testo, firmato dalla deputata socialista Maud Olivier, è tuttavia lungi dal fare l’unanimità. Divisa la maggioranza, astenutasi l’opposizione, la legge viene approvata o criticata anche per le strade di Parigi.

“Le prostitute non saranno più considerate criminali. Quando subiranno degli abusi potranno sporgere denuncia cosa che al momento nessuno osa fare. Il rapporto di forza con i clienti sarà diverso perché saranno loro ad avere il coltello dalla parte del manico: non sono io quella colpevole, sei tu cliente che fai qualcosa di illegale” sostiene Claire Quidet, militante dell’associazione Le Mouvement du Nid che si batte per l’abolizione totale.

'Prostitute libere e indipendenti. Non toccate i nostri clienti'

‘Prostitute libere e indipendenti. Non toccate i nostri clienti’

Visione diametralmente opposta per Elisabeth Lansey, volontaria del gruppo Les Amis du Bus des Femmes che dà sostegno alle prostitute:

“Se i clienti vengono puniti saranno spaventati, le ragazze dovranno nascondersi per esercitare, passando nell’illegalità, e così il cliente, che è quello che rischia conseguenze legali, potrà imporre ancora più facilmente le sue condizioni, come ad esempio i rapporti non protetti” dice.

La Francia si allinea così a Svezia, Norvegia, Islanda e Regno Unito. Nel Paese si stima siano circa 30.000 le prostitute, in maggioranza straniere e spesso irregolari. Un terzo di quelle presenti in Italia (90.000 secondo le stime) dove la legge punisce invece i reati connessi come reclutamento, favoreggiamento e tratta di persone.

Andrea S. Neri
da euronews.it

Amnesty: 2015 anno record di condanne a morte

amnestyUn quarto di secolo segnato da un numero crescente di morti, quelle eseguite dai Governi. Le morti sono quelle causate dalla pena capitale il cui record si è registrato però nell’anno appena trascorso, il 2015. A renderlo noto è Amnesty International che ha diffuso il rapporto sull’uso della pena di morte nel 2015 e i dati sono drammatici: lo scorso anno sono stati giustiziati almeno 1.634 prigionieri, oltre il doppio del 2014 e il numero più alto di morti registrati da Amnesty International dal 1989. A far schizzare verso l’alto i numeri tre Paesi: Iran, Pakistan e Arabia Saudita, responsabili di quasi il 90% delle esecuzioni note. Al computo del 2015 manca la Cina, dove è probabile – sottolinea Amnesty – che le esecuzioni siano state migliaia, ma il Paese tratta le informazioni sulla pena di morte come segreto di Stato.
Il Pakistan ha proseguito nella scia di omicidi di Stato iniziata nel dicembre 2014 con la fine della moratoria sulle esecuzioni di civili. Nel 2015 sono stati impiccati oltre 320 prigionieri, il maggior numero mai registrato da Amnesty International. In Arabia Saudita le esecuzioni sono aumentate del 76% rispetto al 2014, con almeno 158 prigionieri messi a morte. La maggior parte delle condanne è stata eseguita mediante decapitazione ma in alcuni casi è stato impiegato anche il plotone d’esecuzione. Talvolta, i cadaveri dei condannati a morte sono stati esibiti in pubblico. L’Iran poi è rimasto uno degli ultimi Paesi al mondo a eseguire condanne a morte inflitte a persone minorenni al momento del reato, in palese violazione del diritto internazionale: almeno quattro i casi nel 2015.

«L’aumento delle esecuzioni, lo scorso anno, è profondamente preoccupante. Mai negli ultimi 25 anni erano state messe a morte così tante persone. Nel 2015 i governi hanno continuato senza tregua a togliere la vita sulla base del falso assunto che la pena di morte ci rende più sicuri», ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.
La Cina è il paese in cui si ritiene vengano eseguite più condanne a morte (seguita da Iran, Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti): si ritiene che lo scorso anno in Cina migliaia siano stati uccisi e altre migliaia condannati a morire. Per quanto emergano segnali che il numero delle esecuzioni nel paese sia diminuito negli ultimi anni, il riserbo che circonda l’argomento rende impossibile una conferma definitiva. Amnesty International ha registrato un considerevole aumento delle esecuzioni anche in altri paesi, tra cui Egitto e Somalia. Il numero dei paesi in cui sono state eseguite condanne a morte è salito a 25, rispetto ai 22 del 2014. Almeno sei paesi che non avevano eseguito condanne a morte nell’anno precedente lo hanno fatto nel 2015: tra questi vi è il Ciad, dove le esecuzioni sono riprese dopo oltre un decennio. I cinque principali paesi per numero di esecuzioni del 2015 sono stati, nell’ordine, Cina, Iran, Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti d’America. Emerge quindi anche la patria della Democrazia tra gli stati che ancora eseguono e fanno alzare il numero dei giustiziati dallo Stato.

Redazione Avanti!