Italicum? Bersani: meglio
il doppio turno di collegio

Legge_elettorale_ItalicumLe critiche alla legge elettorale approvata appena qualche mese fa, l’Italicum, arrivano anche dalla maggioranza di governo e continuano a sommarsi a quelle delle opposizioni. Oggi è tornato a parlare l’ex segretario del Pd, Pierluigi Bersani per chiedere al suo successore al Nazareno, e attuale Presidente del Consiglio, un vero e proprio capovolgimento della legge attuale abbandonando il proporzionale con premio di maggioranza che costituisce l’essenza dell’Italicum. Renzi – ha detto Bersani a ‘Radio Anch’io’ – si dichiari “disposto a riflettere” sulla legge elettorale in particolare a sostituire l’Italicum con il doppio turno di collegio. “Io sono intenzionato – ha detto – a votare sì al referendum. La riforma non è la panacea di tutti i mali, non è questa svolta epocale, ma prevalgono gli aspetti positivi”. Anche per l’ex segretario del Pd, sono infatti evidenti i rischi connessi al combinato disposto di una riforma costituzionale che amplia i poteri del Governo e una legge elettorale che consegna le chiavi del Parlamento al segretario del partito che ottiene il premio di maggioranza.

Non a caso alla domanda se la posizione sul Sì al referendum fosse ormai definitiva oppure fosse invece tentato di votare No, Bersani ha risposto con un “non sbaglia” lasciando quindi intendere che la mancata correzione della legge elettorale potrebbe indurlo a votare contro la riforma costituzionale. “Se le cose vanno avanti cosi – ha spiegato – tra quattro mesi ci troviamo tra le macerie del campo democratico. Renzi deve tener conto delle obiezioni non irragionevoli del No”. In particolare dovrebbe “annunciare una proposta di legge per l’elezione diretta del Senato” e la “disponibilità a modificare l’italicum”. “Renzi dovrebbe dire – ha proseguito – ‘votate Sì, e vi dico anche che rispondendo ad alcune obiezioni, sono disposto a riflettere sull’Italicum”. Alla domanda poi quale parte dell’Italicum dovrebbe essere cambiata, Bersani ha risposto: “Serve il doppio turno di collegio. Non si può scambiare un ballottaggio con il doppio turno”.

Non ci sono per ora reazioni alle parole di Bersani mentre invece continua il più che vivace dibattito interno al Pd in vista del referendum di ottobre. Ieri l’ex presidente del consiglio Enrico Letta si è fatto sentire accusando il governo di aver creato “il clima da corrida e l’iper-personalizzazione che rischia di trascinare tutto lontano dai contenuti e di fare del male al Paese”. “Letta – gli ha risposto Renzi – è stato un anno al governo e le riforme non si sono fatte, il presidente della Repubblica chiama me e le riforme si iniziano a fare anche con i voti di Ala”.

Il rapporto speciale con Verdini e la sua truppa di transfughi azzurri, continua difatti ad essere motivo di altre feroci polemiche interne tra minoranza e maggioranza. Secondo Gianni Cuperlo è stato Renzi ad aver trasformato il referendum nel congresso del Pd “nel momento stesso in cui ha scelto di far coincidere un’eventuale sconfitta in quel voto con l’abbandono della vita politica mentre la probabile vittoria è intesa come lo spartiacque di una nuova maggioranza politica”, quella appunto con Verdini.

A gettare altra benzina sul fuoco è arrivata l’iniziativa del del senatore renziano Marcucci che ha avviato una raccolta firme dei suoi colleghi per un Comitato per il Sì al referendum, iniziativa che finora ha raccolto un’ottantina di sottoscrizioni.

A protestare subito contro l’iniziativa i senatori della sinistra ‘dem’ Carlo Pegorer e Miguel Gotor. “È un errore – sottolineano – perché si continua a collegare direttamente la riforma costituzionale a un esecutivo e quindi contribuisce a dividere invece che a unire dimenticando che la costituzione è di tutti e non dei governi pro tempore”. Marcucci ha sua volta ha replicato: “Il ddl Boschi ha avuto 6 passaggi parlamentari e sono state accolte 151 modifiche dell’Aula. La riforma costituzionale è migliorata grazie al contributo determinante del gruppo Pd ed anche della sua minoranza. Dispiace che Gotor e Pegorer se lo siano dimenticati”. Sulla questione c’è stata anche la voce di Bersani il quale ha ripetuto che “non si possono brandire certi temi con una leggerezza così…”. “Basta riflettere – ha ricordato l’ex segretario – su come facemmo noi italiani la Costituzione nel primissimo dopoguerra. Come la facemmo, legando le sorti di un governo alla Costituzione? Adesso, se Renzi perde e si dimette, arriva un altro: questo si fa la sua Costituzione?”. “Io – ha concluso Bersani – sto facendo campagna elettorale per le amministrative, credo di essere andato in giro più di Renzi. Mi sto occupando di questo”. Oggi Renzi ha sottolineato come la tregua interna chiesta nei giorni scorsi ancora non ci sia, ma – ha spiegato un esponente della minoranza – difficilmente ci sarà anche dopo le amministrative, anche considerando il fatto che in vista del referendum Renzi completerà la ‘mutazione genetica’ del partito.

Telefono Azzurro a sostegno dei bambini scomparsi

giornata-bimbi-scomparsiScappano da casa, vengono rapiti o sottratti da un genitore. Altri, invece, fuggono da guerre, povertà e catastrofi naturali. Se non accompagnati, rischiano di scomparire vittime dello sfruttamento e della tratta o di subire abusi durante il loro viaggio. È l’esercito dei bambini invisibili: basti pensare che in Europa ogni due minuti arriva la segnalazione di un minore scomparso, secondo gli ultimi dati di Missing Children Europe, il network di 29 Organizzazioni Non Governative attive in 24 Paesi europei, che gestiscono altrettante linee telefoniche per bambini scomparsi. Il numero unico europeo è il 116.000, attivo 24 ore su 24, in Italia gestito da Telefono Azzurro, in convenzione con il Ministero dell’Interno, dal 25 maggio 2009.

In occasione della Giornata Internazionale dei Bambini Scomparsi, che ogni anno dal 1983 viene celebrata il 25 maggio, Telefono Azzurro vuole tenere ancora più alta l’attenzione su questo tema di drammatica attualità. Quest’anno, a Palazzo Ferrajoli (Roma), durante l’evento “Bambini scomparsi, sfruttati, non accompagnati: i rischi di un’infanzia senza futuro”, sono stati presentati in anteprima alcuni dati nazionali ed internazionali per inquadrare il fenomeno.

In Europa, nel 2015, sono state 209.841 le chiamate ricevute dalla rete europea per i bambini scomparsi. Di queste, il 54% ha riguardato segnalazioni per fughe da casa, mentre il 29% casi di sottrazione parentale. Nello stesso anno, in Italia, sono stati 163 i casi di bambini scomparsi, fuggiti da casa/istituto o soggetti a rapimento, gestiti da Telefono Azzurro, attraverso il 116.000, il Centro Nazionale di Ascolto 19696 e il Servizio 114 Emergenza Infanzia.

Ma il dato più allarmante riguarda i minori stranieri non accompagnati. In un anno in cui, secondo i dati Europol, sarebbero stati 10.000 i migranti minorenni non accompagnati scomparsi dopo il loro arrivo in Europa, le chiamate alle linee del 116.000 su questi casi risultano ingannevolmente basse: solo il 2% i casi a livello europeo nel 2015, segno di una grande sottostima del fenomeno. Se dal 2009 al 2014 le percentuali italiane si allineano a quelle europee, dal 2015 fino al primo trimestre del 2016, l’esplosione del fenomeno migratorio nel nostro Paese si riflette in un notevole incremento della tendenza: nel 2015 i casi di minori stranieri non accompagnati rappresentano ben il 40% dei casi, e solo nei primi tre mesi del 2016 ammontano a 33 segnalazioni ricevute.

“L’attualità ci porta a concentrare ancora di più l’attenzione sui minori stranieri non accompagnati. Il fallimento del sistema di integrazione per questa fascia di minori incide in modo significativo sulla loro scomparsa. Spesso i bambini e gli adolescenti stranieri che arrivano nel nostro Paese sono sol e rischiano di scomparire, coinvolti in traffici illeciti, devianti e vittime della tratta, impiegati nelle maglie della criminalità, del lavoro nero e dello sfruttamento sessuale”, ha commentato Ernesto Caffo, Presidente di Telefono Azzurro, membro del board di Missing Children Europe e delegato da MCE sul tema dei minori stranieri non accompagnati, “E’ necessaria una maggiore partecipazione da parte delle Istituzioni non solo per prevenire la scomparsa dei minori stranieri non accompagnati ma anche per rafforzare il sistema di accoglienza, di integrazione e di cura di cui essi oggi godono”.

Per questo, grazie al supporto di Fondazione Poste Insieme Onlus, ufficializzato in concomitanza con la Giornata Internazionale dei Bambini Scomparsi, le attività del servizio 116.000 gestito da Telefono Azzurro saranno rafforzate, nell’ottica di un sostegno sempre maggiore ai minori non accompagnati, dal supporto psicologico fino ai consigli per questioni pratiche, legali e sociali.

Il 2015 è stato un anno particolarmente impegnativo per le hotlines europee del 116.000. I finanziamenti dell’Unione europea, sui quali molte linee fanno affidamento, sono stati interrotti, portando a una diminuzione del bilancio (52%) e delle risorse impiegate nella gestione del servizio (31%). Un calo, quest’ultimo, che ha reso impossibile dare una risposta al 39% di chiamate in arrivo, a fronte di un aumento consistente di casi dal 2011 al 2014.

Fabio Miceli

La piaga della povertà,
un dramma ignorato

poveriTra i tanti problemi messi all’indice in Italia ce n’è uno che sta marcando in modo particolare il nostro Paese, ed è quello della povertà. La mancanza di azioni strategiche, i continui tagli al Welfare e una crisi economica che non cede il passo ha fatto sì che l’Italia continui ad essere uno dei Paesi europei con la più alta percentuale di poveri. A rilevarlo è l’Eurostat che sottolinea come al giorno d’oggi quasi sette milioni di italiani vivono in condizioni di grave deprivazione materiale, facendo dell’Italia il paese europeo con più poveri in termini assoluti (collocandola al diciassettesimo posto, tra Croazia e Slovacchia, in termini percentuali). Non solo, ma anche l’Istat un mese fa ha consegnato alla Camera, davanti alle commissioni Lavoro e Affari Sociali, i nuovi dati sulla povertà in Italia. Dai quali risulta  che nel nostro Paese ci sono almeno un milione e 470 mila famiglie residenti ridotte in condizioni di povertà assoluta, pari al 6,8% della popolazione. Mentre se si considerano e si aggiungono a questi ultimi anche quelli in povertà relativa si arriva alla cifra mostruosa di circa dieci milioni


 

Torino, viaggio tra i diseredati, ultima fermata: disperazione

di Gianfranco Suma

«Se vuoi vedere la bellezza delle stalattiti e delle stalagmiti devi scendere nelle profondità delle grotte». Inizia così il mio viaggio tra gli ultimi, i diseredati, gli invisibili, che mangiano e dormono presso le mense per i poveri e i dormitori pubblici di Torino. Un percorso tutt’altro che facile, ma necessario, per portare all’attenzione dei cittadini e dei lettori che molti di noi scivolano lentamente nell’abisso della povertà, della solitudine, della disperazione e dell’emarginazione, risucchiati da un sistema politico e finanziario per i quali siamo “numeri statistici accettabili” e non persone alle quali sono state tolte dignità e speranza.
Ho scelto di pranzare alla mensa per i poveri del Cottolengo di Torino, nella zona Balon, coordinata da Fratel Domenico. Sono entrato nella mensa e sono stato accolto da Ivan, un volontario storico, al quale ho spiegato che desideravo stare in mezzo ai poveri per scrivere questo articolo e portare all’attenzione dei lettori, il dramma che quotidianamente si compie tra l’indifferenza della politica e dei cittadini, che esorcizzano la condizione di povertà come se non esistesse e non potrà mai toccarli direttamente. Quanti sono i poveri in Italia. I cittadini che vivono al di sotto della soglia di povertà e coloro che sono a reddito zero, ha toccato quota 6 milioni, il 10% della popolazione. Numeri enormi, che vengono letti come “percentuali statistiche ammissibili” dalla UE. Un dramma umano che ogni giorno si vive in tutte le strutture di volontariato che operano in Italia e che si occupano dei
poveri, offrendo aiuto, sostegno ed il loro conforto, con l’aiuto della Divina Provvidenza.
Quanti sono i poveri in Europa Le statistiche sono impressionanti, parlano di oltre 20 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà.
Numeri che ricordano tragicamente la seconda guerra mondiale e le condizioni di vita della popolazione civile in quel periodo; mentre il Walfare europeo è incapace o non vuole trovare soluzioni per alleviare la sofferenza quotidiana di queste persone, semplici “cifre statistiche tollerabili” dai burocrati.
Il primo giorno alla mensa dei poveri mi ha scioccato, mi sono trovato immerso tra una moltitudine di persone, di razze, lingue, e culture diverse con le quali ho condiviso la fame, la necessita, la povertà, la solidarietà, il sorriso ed il rispetto dei volontari della mensa della PCDP. Ogni giorno vengono distribuiti a pranzo circa 500 pasti caldi, si può scegliere fra tre primi, tre secondi e tre contorni, oltre a pane fresco, acqua e un dolcetto.
Tra la cucina, mensa, segreteria servizio di vigilanza e ascolto, sono presenti oltre 30 volontari dal lunedì al venerdì; il sabato si aggiungono circa 7 giovani studenti volontari che desiderano essere utili al prossimo e condividere questa esperienza di povertà ed esclusione. Uno di essi, Angelo, mi ha raccontato che è difficile coinvolgere i suoi amici e compagni di scuola, indifferenti alla solidarietà umana ed al servizio ai più poveri. Forse a scuola bisognerebbe parlare di più di povertà, di esclusione, di razzismo, di fame e di solidarietà, non organizzando un viaggio in qualche nazione africana, ma facendo pochi passi a Torino, come in qualsiasi altra città italiana per immergersi in una realtà sociale che mai avrei creduto esistesse.
Dopo aver ritirato il mio numero progressivo, mi sono seduto su una panca in attesa che il display indicasse il mio numero per entrare in mensa. Ero in compagnia di un centinaio di persone, sedute come me ed in attesa del loro turno. Tengo a precisare che il 55% dei bisognosi sono del nord e centro Africa, molti cittadini romeni, pakistani, marocchini e italiani, che sopravvivono grazie all’aiuto degli Enti caritatevoli.
Ognuno con la sua storia, con il suo dramma quotidiano di dover sopravvivere ad una condizione difficile, alla quale non si trova soluzione che possa ridare speranza e dignità a questi diseredati. Ho cercato di scambiare alcune parole con alcuni di essi, ma mi sono scontrato con lunghi silenzi, con sguardi persi nel vuoto, con la loro fatica di dover parlare della loro vita. Ho spiegato loro che anch’io mi trovo in uno stato di bisogno assoluto, ma non conoscevo nessuno che mi potesse suggerire dove fare la colazione, dove dormire, dove lavarmi, dove poter avere dei vestiti.
Il mio aspetto trasandato non penso li abbia convinti del tutto, ma alcuni commensali si sono aperti un po’, indicandomi alcune strutture funzionanti a Torino, che si sarebbero presi cura di me e magari mi avrebbero aiutato a trovare lavoro. Ricordo l’odore forte e acre che emanavano alcuni, rammento molti senza tetto che forse avevano difficoltà a lavarsi e cambiare gli indumenti maleodoranti.
Sono anche rimasto impressionato dall’arroganza di alcuni di loro, che fruiscono dei pasti quotidianamente, mancando di rispetto ai volontari ed addirittura sputando addosso a Fratel Domenico, il quale non ha reagito in alcun modo. Sono molteplici gli episodi di spreco del cibo, come riempire il vassoio di pane e buttarlo, chiedere molta pasta e lasciarla nel piatto. La tensione è massima tutti i giorni, fortunatamente è presente un servizio d’ordine di volontari che intervengono, allontanando i facinorosi.
Molti ringraziano, piangono, si disperano, perché non vedono prospettive all’orizzonte, altri silenziosi vivono intimamente il loro dolore, estraniandosi da quella realtà. Mimmo, 45 anni, nato a Locorotondo, ma residente in Piemonte da molti anni, ha perso il lavoro, la casa e vive all’addiaccio con moglie e due figli. Ho letto il dolore e la disperazione nei suoi occhi. La moglie non viene alla mensa, si vergogna. Mimmo viene ogni giorno, ritira i pasti caldi per tutta la famiglia e velocemente ritorna sui suoi passi, sapendo che i figli e la moglie aspettano con ansia il pasto caldo quotidiano.
È strano notare che vi sono alcuni aspetti comuni, quali la vergogna, la fame, il bisogno, il dolore, la disperazione e la solitudine, ma non bastano per condividere questa esperienza dolorosa di privazione del diritto, raccontandosi agli altri.

Gianfranco Suma

Una pista saudita dietro
gli attentati dell’11/9

Torri gemelle sequenzaNon è ancora legge, ma il Senato degli Stati Uniti ha adottato all’unanimità un testo di legge che, se approvato in via definitiva, potrebbe aprire scenari assai complicati per la Casa Bianca e che autorizzerebbe le vittime degli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 a fare causa e chiedere risarcimenti all’Arabia Saudita.

Che l’Arabia Saudita fosse coinvolta negli attentatoi alle Torri Gemelle lo si è sempre detto, ma finora nessuno ha prodotto prove inconfutabili di un ruolo di Riad nell’organizzazione e nella messa a punto dell’11 settembre. Di certo c’è che 15 dei 19 attentatori erano sauditi. A quanto si sa gli investigatori americani hanno raccolto indizi che dimostrerebbero un coinvolgimento di funzionari del Governo saudita nell’organizzazione degli attentati dell’11 settembre 2001, ma avevano scelto di non seguire più queste piste. A dirlo è stato un membro della Commissione d’inchiesta congressuale sugli attacchi dell’11 settembre, John F. Lehman, banchiere ed ex segretario della Marina militare durante l’amministrazione Reagan.

Lehman faceva parte della commissione che aveva individuato ufficialmente un solo diplomatico saudita, Fahad al-Thumairy, come possibile complice dei terroristi. Al-Thumairy lavorava al consolato sauudita di Los Angeles e dopo gli attentati era stato allontanato dagli Stati Uniti, ma non era stato incriminato. La novità ora è che lo stesso Lehman ha spiegato che il sospettato grave non era uno solo, ma ben cinque, e tutti funzionari governativi di Riad e che nessuno, sebbene sospettato, era stato incriminato. “Di certo – ha detto – erano implicati. Ci sono moltissime prove circostanziali a riguardo”. Sempre secondo Lehman non sono comunque mai emerse prove certe di un coinvolgimento volontario e diretto dell’Arabia Saudita nell’ideazione e nella preparazione degli attentati, ma diversi elementi fanno sospettare di singoli funzionari.

Torri gemelle rovineCom’è facile immaginare, in un quadro di rapporti tutt’altro che idilliaco tra le due capitali, il progetto di legge assume i contorni di una possibile ‘bomba’ diplomatica pronta a esplodere. Tra Riad e Washintgton ci sono opinioni diverse e contrastanti su numerose questioni a cominciare dal controllo dei prezzi del petrolio, ora saldamente nelle mani americane grazie allo shale oil (scisti bituminose, ndr), passando per una certa ambiguità saudita nei rapporti con il radicalismo islamico, per finire alla durissima opposizione di Riad sulla ‘pacificazione’ tra Iran, Usa e resto del mondo. Un’agenda lunga e fitta di questioni spinose, che vede americani e sauditi su sponde opposte e che, se si aprisse anche questo contenzioso, diverrebbe rovente. Il Ministro degli Esteri saudita ha già avvertito Washinghton di possibili rappresaglie finanziarie se il testo del Senato dovesse diventare legge e lo stesso Barack Obama ha già annunciato la sua contrarietà.

“Questa legge – ha detto il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest – cambierebbe in maniera radicale gli standard internazionali sull’immunità per un Paese sovrano e il Presidente mantiene la seria preoccupazione che un testo del genere possa rendere gli Stati Uniti più vulnerabili di fronte ai tribunali di altri Paesi in tutto il mondo”. Insomma se si perseguissero in tribunale i sauditi per quanto avvenuto l’11 settembre del 2001, quanti americani potrebbero finire nei tribunali di mezzo mondo chiamati a rispondere di azioni delittuose? La preoccupazione di Washington è chiara, ma anche i parenti delle vittime di quegli attentati, assieme all’opinione pubblica di tutto il mondo libero, vogliono sapere se dietro al-Qaeda c’era solo Osama bin Laden (saudita anch’’egli) o invece una trama ben più complicata di quella dei talebani afghani con qualche complice molto, molto ricco e potente.

Senatori e deputati potrebbero insomma decidere di aprire una finestra sull’inchiesta sull’11 settembre e sulle 28 pagine rimaste top secret, proprio perché parlavano del ruolo dei sauditi e avrebbero portato a una rottura tra Washington e Riad. Secondo fonti informate, l’Fbi avrebbe in realtà ben 80 mila file relativi al ruolo di Riad mai divulgati.

Lorenzo Mattei

La ricetta anti-austerity:
finanziare il lavoro

Lavoro-Jobs actAlmeno a livello teorico, oltre Scilla e Cariddi in campo europeo, l’alternativa tra la fine dell’Unione che provocherebbe la Brexit, l’uscita della Gran Bretagna, e la nuova austerity invocata dall’Olanda per conto di frau Merkel, con la richiesta di porre un tetto alle quote dei debiti sovrani nazionali detenute dalle banche, parafrasando Galileo si può dire “eppur si muove!”.

Due economisti, l’americano Warren Mosler e l’italiano Damiano Silipo, hanno lanciato una proposta di schietta ispirazione neokeynesiana, che si inserisce nel solco dell’Helicopter Money: la trasmissione di liquidità da parte delle banche centrali direttamente a cittadini e imprese, che servirebbe, soprattutto, a contrastare la profonda depressione di aree ormai marginali come la nostra Sicilia.

La nostra proposta non richiede interventi di modifica dei trattati ma si presenta come uno strumento aggiuntivo a disposizione della Bce” sostiene Silipo; “Bisogna cambiare strada per fare aumentare l’inflazione e l’obiettivo deve essere la piena occupazione, altrimenti a breve tutti i giovani saranno disoccupati”, sostiene Mosler, le cui posizioni teoriche appartengono alla stessa scuola economica di Stephanie Kelton, la consigliera economica del candidato democratico alla Presidenza degli Stati Uniti, sfidante di Hillary Clinton, il “socialista” Bernie Sanders.

Il punto di partenza della proposta è quello di portare l’inflazione al 2%, con una grande piano per il lavoro, predeterminando un salario minimo di riferimento, finanziato dalla Banca centrale europea. Lo scenario macroeconomico sarebbe costituito da un’offerta di lavori di transizione della Bce basato su 35 ore settimanali e un salario di 7 euro a ora. Considerato che ci sono circa 18 milioni di disoccupati nei 19 Paesi della zona euro, con un lavoro di transizione al salario minimo previsto il costo massimo diretto per la Bce sarebbe di 18 miliardi euro al mese, con un onere per gli Stati membri, in termini di contribuzione al capitale della Banca centrale, pari a 2,1 miliardi e un risparmio immediato complessivo di 12,3 miliardi, grazie al mancato pagamento delle indennità di disoccupazione.

Effetti positivi sul lavoro per il sostegno ai consumi, secondo la massima di buon senso “è meglio finanziare il lavoro che la disoccupazione”, ma anche sulla crescita del Pil europeo, che entro un anno sarebbe sufficiente per finanziare l’operazione. Una proposta in cui si sentono gli echi degli studi del compianto economista Ezio Tarantelli, sul finanziamento con “scudi europei” dell’occupazione.

Al posto dell’attuale dogma monetarista germanico, l’Europa legherebbe le proprie prospettive al lavoro, alla crescita e al sostegno della domanda, partendo dalla fissazione di un salario minimo, così come per esempio è avvenuto nel passato con il “gold standard”, che diverrebbe riferimento per i prezzi e servirebbe da strumento di stabilità e, in pratica, sarebbe “la fonte della definizione del valore della moneta unica nella zona euro”, riportando l’euro alle funzioni originaria: strumento al servizio dei diritti sociali nell’Unione.

Maurizio Ballistreri

Eurovision. ‘1944’, questa volta c’è anche la politica

Jamala

Jamala

Anche quest’anno è tornato l’Eurovision Song Contest, con il suo calderone di stili ed influenze, che invero spesso ne ricalcano calligraficamente altri: l’Olanda e il suo country chitarristico, il glam pop dell’Adrien Lambert israeliano, l’Armenia con la sua performer un po’ Nicole Scherzinger un po’ Beyonce, il rock molto pop e molto anni ’90 di Cipro e il brit rock psichedelico della band georgiana, non a caso attiva in UK; senza contare le innumerevoli novelle Celine Dion (Repubblica Ceca, Serbia, Malta), che qua non mancano mai, o il Conchita Wurst’s style della favoritissima Australia, qualificatasi prima nella classifica parziale delle giurie. Per un soffio si è rischiato che a vincere fosse proprio lei, Dami Im, la minuta cantante di origine coreana dalla voce esplosiva, emigrata in Australia all’età di nove anni. Al che tutti ci saremmo chiesti: “Ma come, è l’Eurovision e a vincere è una coreana che rappresenta l’Australia?”. Ma in una manifestazione nata per abbattere le barriere e promuovere l’amore questo si sarebbe rivelato un problema di poco conto. O forse no.

Il problema, più che altro, si ha quando a vincere è una canzone dagli echi fortemente politici: “1944” dell’ucraina Jamala, che prende spunto dalla deportazione dei Tatari di Crimea -accusati di collaborazione con i nazisti- in Uzbekistan negli anni ’40, per ordine dell’Unione Sovietica di Stalin, e l’angoscia di un popolo, quello tartaro per l’appunto, che vive in un territorio occupato, argomento che si riallaccia alla scottante e attualissima crisi di Crimea. Per quanto sia vero che la canzone non affronta direttamente tematiche politiche, è vero pure che come tale è stata presentata e che la sua vittoria si deve probabilmente più a ciò, che alla attrattiva del pezzo stesso. Infatti, se il brano proposto da Jamala è musicalmente brutto e non è neanche d’impatto, quello della Russia (primo al televoto) al contrario era il più incisivo di tutti, musicalmente parlando, nonché quello dalla scenografia più coinvolgente.

Trattasi dunque di una sorta di sabotaggio di massa politically-correct? Probabile. Quel che è certo è che il regolamento dell’Eurovision vieta espressamente la partecipazione di brani di carattere politico e che la Russia, rappresentata da Sergey Lazarev e la sua “You’re The Only One” avrebbe meritato di vincere. E sarebbe stato davvero curioso scoprire come quest’ultima avrebbe organizzato un evento così gay-friendly com’è l’Eurofestival. Ma a quanto pare non ci è dato saperlo.

Francesca Michielin

Francesca Michielin

Volendo invece parlare della nostra Francesca Michielin, poco o nulla da eccepire: tanta, tantissima e palpabile emozione per lei durante l’esibizione di “No Degree Of Separation”, voce delicata, viso pulito da ragazza per bene. Anche durante le interviste europee in questi giorni, la Michielin ha sfoggiato un inglese perfetto, frutto anche di studio e caparbietà, il che non può che farci sentire orgogliosi del lavoro svolto da lei e dal suo team; sembrano infatti così lontane le innumerevoli figuracce che ci fece fare Emma Marrone due anni fa, nella medesima occasione. Googlare per credere. Ed è un bene che, come sempre (anche qua, Emma Marrone a parte), l’Italia non si sia conformata né al gusto musicale imperante, quell’eurotrash che tanto piace al pubblico festaiolo dell’Eurofestival, né alla scelta di portare una canzone quasi totalmente in lingua inglese. Perché se guardiamo l’Eurofestival, vogliamo percepire la diversità. Gustarcela. Abbracciarla. Comprenderla. E sorriderne con tenerezza.

D’altro canto, però, per la Michielin si sarebbe potuto lavorare molto meglio sul piano scenografico: la dimenticabilissima presentazione scarna e infantile di sottofondo al brano probabilmente non ha giovato al suo successo. Così come anche il look della giovane di Bassano del Grappa: perché va bene la semplicità, va bene la giovane età, ma per lavorare nell’ambito della musica pop è necessario dimostrare di possedere carisma e talento. E non solo averli.

Ad ogni modo, obiettivamente il sedicesimo posto ottenuto dalla Michielin quest’anno, appare davvero poco. Avrebbe meritato quantomeno di finire nella top 10. Ed è una magra consolazione vedere i cugini spagnoli ancora più in basso di noi nella classifica (ventiduesimi) o Germania e Regno Unito, entrambe rappresentate da pezzi di grottesca bruttezza, nelle ultimissime posizioni. Ma, se i tedeschi non possiedono alcun gusto per la musica melodica, non si capisce perché gli inglesi, che invece potrebbero far scuola a tutti, ogni anno si perdano in scelte di dubbio gusto.

Per il resto, la serata si è svolta con la consueta vivacità che contraddistingue l’evento, e ha visto anche un’importante novità, ossia l’ospite internazionale: in questo caso, Justin Timberlake, che a Stoccolma ha presentato il suo nuovo singolo “Can’t Stop The Feeling”, estratto dalla colonna sonora del film “Trolls”, dopo aver infiammato Stoccolma con uno dei suoi grandi classici “Rock Your Body”. Un’ospitata furba e piacevole al contempo!

Si conclude così, dunque, questo Eurovision, tra danze, sorrisi e qualche controversia. Un appuntamento che non smette mai di sorprende e, a volte, di deludere.

Giulia Quaranta

Parigi. Scontro a sinistra sulla riforma del lavoro

Il premier Manuel Valls dopo il no al voto di censura

Il premier Manuel Valls dopo il no al voto di censura

Quella francese chiesta da Manuel Valls è niente di fronte alla 54 fiducie già richieste dal Governo Renzi in due anni, ma cionondimeno sembra aver provocato non pochi danni a una sinistra già ampiamente disastrata dopo quattro anni di presidenza Hollande.

La fiducia – che in Francia è il ricorso all’art.49, comma 3 – ha consentito al Governo di non far passare per il dibattito parlamentare, la contestatissima ‘Loi travail’, una riforma delle norme del lavoro. La legge dovrà ora andare al Senato il 13 giugno e tornare alla Camera per il sì definitivo, ma fa discutere non solo per il suo contenuto, ma anche per la forzatura imposta all’Aula che in Francia, al contrario dell’Italia, rappresenta un’eccezione, rispetto al normale iter parlamentare e si era verificata, con questa maggioranza, solo per la legge Macron, quella sulle liberalizzazioni.

“La legge sul lavoro – ha detto Manuel Valls rivolto ai banchi dell’estrema sinistra – è una legge di progresso sociale e una riforma indispensabile per il nostro Paese”. “Vi faccio una promessa – ha aggiunto – non lascerò distruggere la ‘sinistra di governo’, la socialdemocrazia francese. E, sì, il tempo dei chiarimenti è venuto”.

Nello scontro sul Jobs Act alla francese c’è insomma anche uno scontro politico tutto interno al Ps e alla sinistra dell’Esagono. La mozione di censura, l’unico strumento che avrebbe fermato il ricorso all’art.49, presentata dalle opposizioni, Repubblicani di Nicolas Sarkozy e deputati centristi dell’Unione dei Democratici e degli Indipendenti (UDI), ha ottenuto 246 voti contro i 288 necessari. Nessuno nel Ps se l’è sentita di affondare il Governo e la mozione ha ottneuto solo qualche appoggio nel Front de la Gauche, tra gli ecologisti e tra alcuni fuoriusciti del partito socialista.

Una seconda mozione di censura, sostenuta da Verdi e Gauche, non ha raccolto i 58 voti indispensabili, ma si è fermata a 56 e dunque non approderà in Aula. Un successo mancato per soli due voti che potrebbe però non essere un segno di debolezza, ma bensì un segnale di avvertimento lanciato al Governo.

Fuori dall’Assemblea il clima è comunque rovente. Solo a Parigi, negli incidenti tra manifestanti e polizia, ci sono stati 20 feriti e 82 fermi. Tafferugli anche a Nantes e a Tolosa, con una settantina di fermi. Secondo la polizia ieri c’erano 12mila persone in corteo a Parigi e 40mila circa nelle altre città.

Intanto i sindacati Cgt, Force Ouvrière, Sud hanno annunciato due nuove giornate di mobilitazione per la prossima settimana (il 17 e 19), quando sono previsti anche gli scioperi degli autotrasportatori e dei ferrovieri. Un crescendo che impensierisce il Governo che teme che si saldi la protesta dando vita a una contestazione generalizzata. Un pessimo avvio della campagna elettorale per le presidenziali che si terranno il prossimo anno con un Ps quantomai diviso e senza un candidato ‘forte’.

Quanto alla sostanza del provvedimento, la ‘loi travail’ amplia il ventaglio di causali per giustificare i licenziamenti di tipo economico, prendendo in considerazione momenti di difficoltà come un calo degli ordini o perdite di esercizio e vendite negative per diversi mesi consecutivi, trasferimenti di tecnologia e anche riorganizzazione aziendale per la competitività. In caso di licenziamento illegittimo, se finora l’importo dell’indennità era deciso in autonomia dal giudice, a partire dai sei mesi di stipendio e senza un tetto massimo, ora la legge mette dei paletti sia alla discrezionalità dei magistrati sia all’ammontare della liquidazione con indennità che possono andare da tre a quindici mensilità, in ragione dell’anzianità di lavoro. Inoltre è destinata a crescere la contrattazione di secondo livello, aziendale e individuale mentre sul piano dell’orario di lavoro si avvia lo smantellamento delle famose 35 ore introdotte dal governo di Lionel Jospin nel 2000 perché se oggi un dipendente non può lavorare più di 10 ore al giorno, si potrà da domani arrivare a dodici, e la settimana media è calibrata sulle 35 ore fino a un massimo di 48, dopo la riforma potrà arrivare anche a 60. La legge prevede anche un possibile taglio agli straordinari dando più libertà ai datori di lavoro, attraverso accordi sindacali, di scendere fino al minimo del 10% della retribuzione in più.

Lorenzo Mattei

Elezioni. Alfio Marchini,
quello che si comprò l’Unità

Unità Stalin mortoGiusto un anno fa esplodeva il caso de ‘l’Unità, dei suoi debiti, delle vittime di una mezza catastrofe finanziaria. Ripeschiamo la storia dagli armadi della memoria – oggi è elettronica e non consente amnesie – perché indirettamente uno dei protagonisti è tornato alla ribalta della cronaca politica: Alfio Marchini. Ma procediamo con ordine.

L’ex direttore Concita De Gregorio e alcuni dei colleghi che lavoravano con lei, un anno fa si vedevano recapitare avvisi di pignoramento e ingiunzioni di pagamento per ripianare i debiti della società editrice Nie, la società che faceva andare in edicola l’Unità, ex organo ufficiale del PCI, poi PDS, DS e negli ultimi anni, in parte, di proprietà del Partito Democratico.
Alla De Gregorio avevano pignorato l’appartamento mentre i suoi colleghi, come lei chiamati a far fronte alle richieste di risarcimenti danni per alcune cause giunte a sentenza, ricevevano altrettante ingiunzioni di pagamento. Tutto questo perché la società editrice era fallita e per la legge il direttore responsabile e gli autori degli articoli sono corresponsabili degli eventuali danni arrecati a terzi con gli articoli firmati sul giornale.
Nelle cause di diffamazione la responsabilità viene ripartita tra editore, giornalista e direttore nella misura rispettivamente dell’80% per l’editore, del 10% per il direttore e del 10% per il giornalista che ha scritto l’articolo. “Tutti e tre i soggetti – ricordava anche il Corriere della Sera in un’anticipazione dell’inchiesta che Report di Milena Gabanelli aveva dedicato alla vicenda – però sono responsabili in solido significa che se uno dei tre non è in grado di pagare, gli altri possono essere obbligati dal giudice a pagare per lui”.

Quella de l’Unità è una storia importante e difficile che ha conosciuto una crisi inarrestabile comune a tutta la stampa di partito e resa più dura dal contesto di crisi generalizzata che investe l’editoria quotidiana in un Paese che è agli ultimi posti in Europa per numero di lettori mentre cresce lo spazio dell’informazione sul web che assieme alla Tv si mangia la quasi totalità degli investimenti pubblicitari.
Una storia pesante e ambigua quella del quotidiano ‘fondato da Antonio Gramsci’, tornato in edicola nel giugno del 2015 dopo aver ripianato – Matteo Renzi presidente del Consiglio – la voragine dei debiti (“L’Unità, pagati con soldi pubblici i 107 milioni di debiti della vecchia gestione” scriveva Il Fatto nel novembre dell’anno scorso) grazie a una legge – fatta e cancellata dopo l’uso – che ha scaricato sullo Stato i buchi con le banche delle società editrici fallite che hanno goduto del finanziamento pubblico all’editoria. Scriveva un anno fa il direttore Mauro Del Bue: “Lo Stato è stato obbligato a versare a L’Unità la bellezza di 107 milioni di euro in base a una legge corretta con apposito e specifico emendamento nel 1998 dal sen. Sposetti, secondo la quale i debiti dei giornali dovevano essere rimborsati ai creditori dallo Stato anche in presenza di garanzie offerte dai partiti”. E sì perché l’Unità di soldi pubblici per andare in edicola ne ha incassati davvero tanti – oltre 154 milioni di euro in 14 anni – ma cionostante aveva dato forfait chiamando pure a pagare per i debiti i suoi giornalisti. Ma arriviamo a oggi.

Alfio Marchini Liberi dai partitiAlla crisi devastante i vertici dell’ex PCI-PDS-DS-PD hanno risposto anche con un processo di privatizzazione della testata, coinvolgendo investitori ‘amici’ come, ad esempio, nel 1997 l’industriale del settore sanitario (Tosinvest) Giampaolo Angelucci (illuminante questo articolo de il Giornale), lo stesso poi finito agli arresti per bancarotta non prima però di aver accusato Ottaviano Del Turco, al tempo presidente dell’Abruzzo, di essersi fatto corrompere con tutto quel che di processuale ne è seguito e – indovinate chi? – il ‘palazzinaro’ Alfio Marchini – sì proprio lui, quello che oggi si candida a Sindaco di Roma, ma che non ha ‘partiti alle spalle (però ora è sostenuto da Forza Italia). Partiti non ne ha alle spalle oggi, ma ieri?
Armando Marchio

Olio d’oliva, un registro
telematico contro le frodi

Olio OliveLa commissione commercio internazionale del Parlamento europeo ha approvato a gennaio una proposta della Commissione europea, con la quale la Repubblica tunisina avrà la possibilità di esportare nella UE olio d’oliva senza pagare dazi, per una quantità pari a 35 mila tonnellate e per un periodo di due anni. Una misura a sostegno di un’economia in grandissima difficoltà in un Paese che, quasi unico nel panorama mediorientale, ha finora contrastato il terrorismo con le armi della democrazia, ma che rischia di soccombere proprio per la pesantezza della crisi economica. Le agevolazioni previste da Bruxelles hanno però allarmato i produttori italiani anche perché intervengono in una situazione che a seguito della crisi produttiva del 2013-2014, ha già visto crescere la quota dell’olio tunisino. Un meccanismo che influisce sui prezzi e sulla produzione di uno dei prodotti di maggiore prestigio italiani, visto che l’olio extravergine italiano è il primo per qualità al mondo).

Il parlamentare socialista Oreste Pastorelli, componente della commissione Anticontraffazione di Montecitorio, sì è occupato fin da subito del tema presentando anche un’interrogazione in merito alle frodi che potrebbero scaturire dall’entrata a dazio zero delle 35 mila tonnellate di prodotto tunisino.

Oggi a quell’interrogazione ha risposto alla Camera Giuseppe Castiglione, sottosegretario all’Agricoltura. “Gli operatori che movimentano gli olii, indipendentemente se di origine estera o nazionale, compresi i semplici commercianti di olio sfuso senza stabilimento di deposito, – ha detto Castiglione – sono obbligati alla tenuta dei registri di carico e scarico al fine della commercializzazione degli olii stessi. In tal senso, è attivo in Italia il registro telematico che consente un puntuale monitoraggio dei flussi di prodotto movimentati dai singoli operatori”. Ciò permette “di conoscere anche i soggetti coinvolti. Grazie a questo strumento sono state realizzate le azioni più efficaci di contrasto alle frodi”. Inoltre “è stato introdotto poi l’obbligo di un accurato monitoraggio da compiersi a fine del 2016 per valutare le eventuali ripercussioni negative sui mercati interni e procedere, se del caso, ad eventuali misure correttive”.

“Invito il Governo – la replica di Pastorelli – a proseguire sull’attività di controllo visto che i dati negativi sulla contraffazione dell’olio non vanno in controtendenza rispetto all’anno scorso. Il problema della salvaguardia dell’olio di oliva è una questione importante per il nostro Paese, migliaia infatti sono i produttori che rappresentano una parte essenziale dell’attività produttiva italiana. Certamente non siamo un popolo che nega la solidarietà ad una nazione colpita da attacchi terroristici, ma dobbiamo mettere in campo tutte le iniziative possibili per contrastare le frodi e tutelare le piccole e medie imprese legate al comparto olivicolo”.

Il futuro è una cosa seria
Ci vorrebbe un ministero

FuturoL’Istituto di Studi Politici Economici e Sociali Eurispes ha recentemente lanciato la proposta di creare in Italia un Ministero per il Futuro. In una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio Renzi ha fatto propria l’iniziativa del governo svedese che l’anno sorso ha costituito un Ministero per lo Sviluppo Strategico.

È un’idea interessante e forte che sollecita una visione organica dei problemi e dello sviluppo.

In Svezia opera un vero e proprio Consiglio dei Ministri, composto dal primo ministro e dai ministri per le infrastrutture, lo sviluppo economico e l’innovazione, le finanze, la pubblica amministrazione e l’ambiente, che si riunisce periodicamente per definire le scelte strategiche ed elaborare idee di sviluppo a lungo termine.

Non necessariamente diventa indispensabile fare lunghe ricerche accademiche sugli scenari futuri, ma diventa stringente la valutazione di ciò che già si sa, si conosce o si intuisce per cercare le soluzioni idonee. Ad esempio sappiamo che la tecnologia cambia le condizioni del lavoro e che la democrazia rischia meno se si coltiva una cultura civica condivisa. Di conseguenza i provvedimenti puntuali da adottare in merito possono ridurre le tensioni quotidiane, attenuando anche la polemica mediatica del momento e favorendo quindi una maggiore libertà ed efficacia dell’azione politica dei governanti.

A livello internazionale, europeo e nazionale, la politica è di fronte a scelte di grande rilievo e anche a grandi opportunità. Si deve muovere su un terreno di gioco inedito e più complesso che pone domande nuove e richiede soluzioni nuove oltre che un impegno comune. Si consideri, per esempio, la grande finanza, le migrazioni, l’ambiente, l’esplorazione dello spazio, la ricerca, anche quella sanitaria e farmaceutica per debellare i grandi mali del secolo. Si consideri inoltre gli apporti che necessariamente dovranno venire non solo dall’Unione Europea ma anche dai BRICS.

L’inevitabile passaggio dal morente mondo unipolare a quello multipolare e la creazione di una nuova architettura economica, finanziaria, monetaria e commerciale internazionale possono essere realizzati soltanto se i governi saranno in grado di progettare insieme il loro futuro.

In alcune istituzioni internazionali, per fortuna, la cultura e la pratica degli scenari sono già avviate. Le stesse Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda per lo sviluppo sostenibile al 2030. L’OECD fornisce orientamenti su economia e lavoro proiettati al 2030-2050 che sono alla base delle scelte del G20.

La Cina, è noto da tempo, opera su una prospettiva di lungo periodo in base alla visione di una nuova riorganizzazione territoriale di tutta l’area euroasiatica. La Nuova Via della Seta e l’Asian Infrastructure Investment Bank sono i pilastri portanti di questa strategia.

Anche la Russia ha recentemente creato un’apposita Agenzia per le Iniziative Strategiche. Si pensi al grande Progetto Razvitie, il corridoio di sviluppo infrastrutturale eurasiatico che dovrebbe collegare il Pacifico a Mosca e poi fino all’Atlantico attraversando l’Europa.

Nel campo militare e della geopolitica sono gli Stati Uniti che da sempre operano con scenari di lungo periodo.

Oggi in Italia, invece, siamo, purtroppo, condizionati dalle continue emergenze e da scelte politiche di breve respiro. Invece i cambiamenti paradigmatici nel campo politico, economico, sociale e culturale e le grandi sfide epocali operano sul lungo periodo. L’improvvisazione, anche se farcita dalla tanto osannata creatività nostrana, non basta.

Ne può bastare la delega a qualche università, a qualche benemerito istituto privato, del compito di fare delle ricerche sul “futuribile”. Definire le strategie è compito dello Stato e del Governo.

Nel nostro Paese c’è un grande bisogno di recuperare una cultura degli scenari, una visione che aiuti ed orienti gli operatori, pubblici e privati, ad affrontare meglio la complessità del mondo contemporaneo e le sue sfide globali. Perciò ci sembra condivisibile l’idea avanzata dall’Eurispes.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia
**economista