PKK, Turchia e Curdi. Soluzioni di pace dall’Ue

erdogan-e-mogheriniDopo le purghe di Erdogan a seguito del mancato Golpe, l’Europa torna in territorio turco cercando un’intesa.
L’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, e il Commissario Ue per l’Allargamento, Johannes Hahn, si trovano oggi ad Ankara per il dialogo e i rapporti Ue-Turchia. Durante l’incontro, cui hanno partecipato anche il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu e il ministro degli affari europei Omer Celik, verranno discussi i principali temi di interesse comune tra Ankara e Bruxelles.
In particolare Mogherini in conferenza stampa ha fatto sapere che l’Unione europea continuerà a lavorare con la Turchia sulla liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi.
Tuttavia la dichiarazione che tiene banco in queste ultime ore è l’affermazione di ‘Lady Pesc’ sulla questione curda. Secondo la Mogherini l’Unione europea è pronta ad “accompagnare” il processo di pace tra la Turchia e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Il capo della politica estera dell’Ue, ha poi aggiunto: “Crediamo che tutta la violenza e gli attacchi terroristici debbano fermarsi, che le armi debbano essere abbandonate e che un processo politico debba iniziare. L’Unione europea, ovviamente, sarebbe pronta ad accompagnare questo processo”, ha detto Mogherini in un briefing. L’ex numero uno della Farnesina ha parlato dopo un incontro ad alto livello con il ministro turco per gli Affari europei Omer Celik. Tuttavia la Mogherini ha comunque ribadito che l’Unione europea e ciascuno Stato membro considera la milizia curda PKK un’organizzazione terroristica.
Una posizione che apre allo spiraglio di un nuovo tentativo da parte europea di trovare una soluzione alla situazione del popolo curdo in Turchia, denunciata da anni da parte di dissidenti e reporter.
Non è la prima volta che ‘Lady Pesc’ esce ‘fuori dal coro’ della diplomazia per quanto riguarda il Sultano turco. Dopo il tentato colpo di Stato del 15 luglio, Mogherini aveva risposto prontamente alle accuse di Erdogan di mancata condanna: “l’Unione europea è stata la prima a farlo pubblicamente”, ribadendo la sua posizione “a difesa delle istituzioni democratiche legittime in Turchia”. E puntando l’indice contro il Presidente turco, poiché “le reazioni al tentato colpo di stato devono essere nel pieno rispetto della democrazia, Stato di diritto e delle libertà fondamentali”.
Nel frattempo però continua in questi giorni la ‘pulizia’ del Governo a guida AKP contro i dissidenti, e in particolare contro ogni forma di simpatia verso la popolazione curda.
Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha confermato l’inizio delle procedure di sospensione e licenziamenti nel settore pubblico, che avranno come destinatari tutti coloro che sono sospettati di simpatizzare con il Partito curdo dei lavoratori (Pkk). Un nuovo filone di epurazioni, destinato ad affiancare i più di 40 mila provvedimenti presi nell’ambito delle indagini scaturite dal fallito golpe del 15 luglio scorso. “Abbiamo compiuto i passi necessari nei confronti di chi ha legami con i golpisti, ora dobbiamo agire con la medesima decisione nei confronti di chi ha legami con un’altra organizzazione terroristica, il Pkk”. Il presidente turco ha tuttavia voluto precisare che i destinatari di provvedimenti di sospensione “potranno dimostrare la loro estraneità dinanzi una Corte”. Oggi licenziati 11.285 insegnanti nel sud est della Turchia, perché accusati di essere simpatizzanti o legati al Pkk, la cui guerra con Ankara dopo 32 anni stenta a trovare una soluzione.
Non solo, ma le autorità turche hanno anche commissariato le municipalità di Sur (centro storico della ‘capitale’ curda della Turchia, Diyarbakir) e Silvan, nel sud-est del Paese, dopo che gli amministratori locali del partito Dbp, branca locale del Partito Democratico dei Popoli Hdp, sono stati sospesi perché accusati di avere legami con “l’organizzazione terroristica” Pkk. Alle elezioni politiche dello scorso anno, l’Hdp aveva conquistato ampie maggioranza in entrambe le città. Ora a governarle saranno esponenti dell’Akp, il Partito islamo-nazionalista turco al potere.
E mentre le Istituzioni continuano con ‘pallidi’ tentativi di riconciliazioni, l’opinione pubblica si mobilita a favore della popolazione sotto assedio da anni.
“Erdogan terrorista, con Kobane fino alla vittoria”: sono gli slogan che poco fa si sono sentiti sul red carpet della Mostra del cinema di Venezia, mentre in Sala Grande entravano i protagonisti dell’emozionante documentario ‘Our war’.
In tuta mimetica da combattenti, con lo stemma giallo del YPG curdo, tre occidentali che sono tra i foreign fighters anti Isis in Siria – protagonisti del film di Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravalloti e Claudio Jampaglia – guidavano il piccolo corteo accanto a rappresentanti dei centri sociali veneziani, schierati con la protesta contro il regime turco. Tra loro anche Eugenio Finardi che ha composto la canzone tema del documentario, coprodotto dalla Rai.

Migranti: flop piano europeo
sui ricollocamenti

Migranti in barcaSi sta rivelando sempre più un flop la politica dei ricollocamenti da Italia e Grecia verso gli altri Paesi europei, pensata come uno dei pilastri su cui poggiare la strategia solidale dell’Unione per far fronte alla crisi dei migranti. Mentre in Italia proseguono gli sbarchi e Viminale e Anci mettono a punto un nuovo piano di redistribuzione sul territorio nazionale, in Europa, ad un anno dall’avvio dei ricollocamenti dei richiedenti asilo, sono stati in tutto 1.026 quelli che hanno lasciato l’Italia, su un totale di 39.600 trasferimenti da completare entro settembre 2017. Dalla Grecia ne sono partiti 3.493 su 66.400.

Secondo la tabella aggiornata pubblicata dalla Commissione Ue, sono stati soprattutto Francia (231), Finlandia (180), Olanda (178), e Portogallo (171) ad accogliere i profughi in arrivo dall’Italia. Sorprende il dato tedesco. La Germania ne ha ricevuti in tutto 20, lo stesso numero del Lussemburgo, meno della Svizzera (34), e poco meno del Belgio (29).

La redistribuzione tra i Paesi Ue procede dunque col contagocce nonostante i vari richiami di Bruxelles, col commissario europeo Dimitris Avramopoulos che ha scritto più volte ai ministri dell’Interno per sollecitare a rispettare i propri obblighi (l’ultima lettera risale al 20 luglio). Ma ci sono cancellerie che di richiedenti asilo non ne hanno accolto nemmeno uno, come Polonia e Ungheria, col premier magiaro Viktor Orban che per il 2 ottobre ha addirittura indetto un referendum sulle quote obbligatorie per Paese di richiedenti asilo. Su questo meccanismo si fonda anche la proposta della riforma del regolamento di Dublino presentata dalla Commissione

Ue a primavera, e arenata nelle secche del Consiglio Ue. Senza dimenticare poi che Ungheria e Slovacchia (Paese alla presidenza di turno del Consiglio dell’Unione) hanno presentato ricorso alla Corte europea proprio contro i ricollocamenti. Nonostante la situazione, la Commissione Ue, per bocca della portavoce alla Migrazione Natasha Bertaud, insiste: “I trasferimenti proseguono. E’ vero che il ritmo potrebbe essere più veloce. E’ vero che sollecitiamo gli Stati membri a rispettare i loro obblighi. Ma ciò che stiamo facendo non è irrilevante”.

Intanto il Viminale vara il Piano per una ripartizione “equilibrata” di richiedenti asilo in tutti i Comuni italiani: si parla di una media di 2,5 ogni mille abitanti, che scendono a 1,5 per i 15 Comuni metropolitani. L’Anci pone le sue condizioni, chiedendo di evitare che i migranti vengano ‘paracadutati’ dal prefetto sul territorio di un comune all’insaputa del sindaco. Il Piano è stato discusso oggi al Viminale in una riunione presieduta dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano, cui hanno partecipato – tra gli altri – il presidente dell’Anci, Piero Fassino, il capo della Polizia, Franco Gabrielli ed il capo Dipartimento liberta’ civili ed immigrazione del ministero, Mario Morcone.

Sono 151mila i migranti attualmente ospiti del sistema d’accoglienza nazionale, un numero record. La maggior parte (115mila) è stata sistemata in strutture temporanee ed i continui sbarchi (superata quota 121mila quest’anno) rendono sempre più complicata una gestione ordinata del fenomeno. Sono infatti tanti i sindaci che protestano perché si vedono ‘paracadutati’ migranti sul loro territorio dai prefetti senza preavviso. Un malcontento che Fassino ha portato all’attenzione di Alfano, invocando “un salto di qualità nel sistema di accoglienza” e ponendo una serie di condizioni al ministro, la prima delle quali e’ proprio quella di “non ridurre i sindaci a meri destinatari di flussi decisi dalle prefetture”.

Redazione Avanti!

Pavese, Bevlen e Olivetti, tre innovatori per Ferrarotti

lavoratoriUn doveroso tributo alla memoria d’un amico vero, cui ti senti legato da vere “affinità elettive”, da analoghi modi di concepire il mondo, la vita, i rapporti con gli altri. Questo, il senso di “Al santuario con Pavese” (Bologna, Edizioni Dehoniane, 2016, €. 11,50): libretto che Franco Ferrarotti, “decano” dei sociologi italiani, premio per la Sociologia 2001 dell’Accademia dei Lincei, ha dedicato a Cesare Pavese, lo scrittore morto tragicamente, suicida a soli 42 anni, un fine settimana del 1950, in una stanza d’albergo immersa nella tipica, allucinante afa torinese di fine agosto.

“Ho sempre considerato Pavese un mio fratello maggiore”, scrive Ferrarotti: sin dal primo incontro, nei tempi cupi dell’occupazione nazista (da film, è la scena dei due giovanotti che, nel 1944, ascendono lentamente al Santuario di Crea, passando in mezzo a lunghe file di graduati tedeschi della Wehrmacht e recitando, in tedesco, il coro finale del “Faust” di Goethe…). Ma l’ amicizia tra i due si sviluppa soprattutto nell’immediato dopoguerra, quando Ferrarotti entra nella redazione di Einaudi: proprio per Einaudi, Pavese suggerisce all’amico sociologo di tradurre in italiano “The Theory of the Leisure Class”, piu’ celebre opera del sociologo americano Thorstein Veblen, uscita nel 1899 ma ancora sconosciuta in Europa. Sarà questa fatica – che Ferrarrotti, con scarsa convinzione di Pavese, intitola “Teoria della classe agiata”- a portare per la prima volta alla ribalta il giovane sociologo (che nel ’49, a libro ormai uscito, terrà, su esso, una pungente polemica col “mostro sacro” Benedetto Croce, certo non simpatizzante della sociologia). Ma poco dopo, a fine agosto del ’50, Pavese sceglie di morire, in quella stanza dell’ hotel “Roma”, di Piazza Carlo Felice, da cui, in un disperato tentativo d’ aggrapparsi alla vita, sino all’ultimo cerca di telefonare – non trovandoli, dato il periodo estivo – agli amici più cari, tra cui Fernanda Pivano (che, purtroppo, non può raggiungerlo, dovendo assistere il marito malato) e, appunto, Franco Ferrarotti.

“L’ultimo dei “muckrackers” (letteralmente, “raccoglitori di fango”: nel senso di critici radicali della società USA e dell’ “american way of life”, sociologi, giornalisti, scrittori americani dei primi decenni del ‘900, da Lincoln Steffens allo stesso Jack London, N.d. R.)”. Questo il sottitolo del saggio (Chieti, Solfanelli ed., 2016, €. 10,00) che Ferrarotti ha dedicato, invece, appunto a Thorstein Bunde Veblen (1857- 1929), il sociologo americano, d’origine norvegese, rimasto profeta inascoltato in patria. Con le sue opere, infatti (dalla ricordata “Teoria della classe agiata” del 1899, a “Proprietà assenteista e impresa”, 1923), Veblen prevede, molti decenni prima, la deriva “finanziario-speculativa” dell’economia americana e, piu’ in generale, di tutte le democrazie industriali. Tracciando al tempo stesso – ricorda l’Autore – una distinzione netta tra il “captain of business”, lo speculatore senza scrupoli, che emergerà sinistramente, nell’ economia USA, dal ’29, anno della tragica crisi e della morte di Veblen, in poi (l’“impresario”, per dirla, italicamente, col Silone di “Fontamara”) e il “captain of industry”, l’industriale in senso proprio, manager e innovatore. Critico di Marx, ancora chiaramente legato – pur nella forza del suo pensiero – a schemi ottocenteschi e al limitante idealismo hegeliano, Veblen mostra proprio oggi, in tempi di “New economy” e di “capitalismo d’assalto” in senso piu’ ottuso, la sua forza profetica.
E a un altro profeta in gran parte inascoltato, Adriano Olivetti (1901-1960), Ferrarrotti ha dedicato il terzo pannello di questo “trittico”: “I miei anni con Adriano Olivetti” (Chieti, Solfanelli, 2016, €. 8,00).

Penetrante, appassionata rievocazione della lunga collaborazione (1948-1960) tra il giovane studioso, reduce dalle prime significative esperienze in Inghilterra e USA, e l’imprenditore non solo aperto (come già il padre Camillo) alle piu’ promettenti innovazioni, ma deciso anche a tentare una profonda riforma della società, in senso autenticamente federalista e socializzatore. In altri scritti (come anzitutto “Un imprenditore di idee”, lunga intervista rilasciata nel 2001 alla studiosa Giuliana Gemelli), Ferrarrotti aveva già ricostruito a fondo il pensiero economico-sociale di Olivetti. Qui, l’attenzione è centrata piu’ sugli aspetti umani del personaggio e sull’impatto delle sue battaglie su una società italiana sempre gravemente in ritardo.
Dopo una breve militanza nel PSIUP (1945), finita per l’ obbiettiva mancanza di spazio, per le sue tesi, in un partito che è soprattutto quello del celebre apparato morandiano, Adriano Olivetti prosegue autonomamente la sua politica innovativa.

Volta a fare, dell’azienda paterna, un’industria fortemente radicata nel territorio piemontese, rispettosa dell’ambiente e basata,soprattutto, su una vera partecipazione dei laratori alle stesse scelte di base. Nel’58 l’elezione di Adriano in Parlamento, come deputato del suo “Movimento Comunità”(posto, quest’ultimo, che egli, dopo pochi mesi, lascerà proprio a Ferrarotti). Infine, quella sera di fine febbraio 1960, quando Olivetti morirà, in quel treno diretto in Svizzera..
“Dalcaos è nata una stella”, scriverà pochi giorni dopo, in un appassionato necrologio, Ferrarotti, nella sua rubrica settimanale su “La Giustizia”, lo storico quotidiano socialista riformista fondato, a suo tempo, da Camillo Prampolini, poi risorto, nel secondo dopoguerra, con la direzione di Michele Pellicani (padre di Luciano, futuro direttore di “Mondoperaio”).

Fabrizio Federici

Terremoto. Conseguenze e considerazioni sociologiche

terremoto1217A seguito di tragedie come quella del terremoto nel Centro Italia, ci si interroga su cosa si è imparato e come si possono migliorare i servizi e le normative. Senza dimenticare l’importante esempio di solidarietà ed umanità che l’Italia ha trasmesso al mondo, non passa in secondo piano il contributo dei cani, che hanno aiutato i soccorritori ad estrarre vive dalle macerie decine di persone. Di fronte ad uno scenario di questo tipo ci si sofferma sia sugli avvenimenti più commoventi, che sui fattori più positivi, poiché è così che tutta la popolazione si sente coinvolta.

La maggior parte degli italiani ha speso parole solidali nei confronti dei connazionali colpiti dal sisma, ma molte sono state le critiche nei confronti dei migranti. Questi ultimi, smentendo il pregiudizio, non soltanto hanno aiutato i soccorritori se si trovavano nelle vicinanze delle zone distrutte, ma hanno anche mostrato vicinanza nei confronti di coloro che li hanno aiutati nel momento della necessità. È l’esempio di Armin, che ora vive ad Amsterdam, ma che è sbarcato da profugo in Italia, che ha scritto sulla pagina Facebook della BBC: “Dio benedica gli italiani. Quando mi trovavo in Italia come profugo mi hanno dato acqua e cibo, gli vorrò bene per sempre. Sono persone benedette dal Signore”. Le critiche, però, sono giunte per lo più sul fronte economico: sono stati in diversi a sostenere che i migranti ed i profughi si troverebbero in hotel di lusso e pagati 35 € al giorno, mentre ai terremotati spettavano le tendopoli. A tal proposito, è stato dunque sottolineato dai più informati, che i “famosi” 35 € vengono conferiti agli alberghi che fanno domanda per ospitare i migranti e che a loro spetterebbero poco più di 2 € per poter acquistare beni di prima necessità.

Una delle “lezioni” più importanti che si è imparata a seguito del sisma, dunque, è di stampo sociologico: non vi è spazio per il pregiudizio di fronte al dolore, in questo caso specifico sia perchè i migranti hanno aiutato i soccorsi e dimostrato solidarietà completa, sia perchè gli italiani stessi si sono mobilitati nell’informare i più sospettosi che il paragone tra albergo e tendopoli è una questione che nulla c’entra con la tragedia, anche perchè sono stati numerosi gli hotel e le strutture (tra cui quella della cantante Fiorella Mannoia) che hanno offerto ospitalità totalmente gratuita ai terremotati. Inoltre, con il denaro stanziato dallo Stato e con le donazioni nazionali ed internazionali, si dovrebbe poter garantire una sistemazione adeguata a tutti coloro che ne hanno necessità.

A tal proposito, però, una seconda “lezione” giunge direttamente da L’Aquila, per via del fatto che i fondi destinati alla città colpita dal sisma nel 2009 potrebbero non essere stati spesi nel modo consono. Come spiegato dal presidente del Senato, in questa delicata fase post-terremoto è necessario prestare estrema attenzione «agli speculatori ed ai criminali». Grasso ha specificato: «Il rischio è che dietro a ditte e appaltatori ci siano presenze criminali che prendono i lavori ma poi bisogna stare attenti se usano più sabbia o cemento». È per questa ragione che il governo dovrebbe garantire appalti trasparenti, preoccupandosi anche di rendere accessibili tutte le informazioni sull’utilizzo dei fondi destinati alla ricostruzione. Infine, una commissione speciale fatta di esperti in costruzioni (e non facenti parte delle ditte appaltatrici) dovrebbe sostenere il commissario straordinario che verrà nominato, offrendo la competenza necessaria a valutare i progetti ed i lavori. In questo modo, anche se la speculazione e la criminalità non si possono estirpare del tutto in nessun contesto, si potrebbero comunque limitare.

Un ultimo spunto di riflessione riguarda le normative vigenti. Dovrebbero essere introdotte delle regolamentazioni nazionali che garantiscano l’anti-sismicità delle strutture in considerazione del territorio specifico ed in considerazione del rischio sismico locale. Una documentazione dovrebbe poi essere rilasciata al cittadino proprietario. È solamente in questo modo che si possono acquistare o affittare immobili in modo consapevole, ma, soprattutto, è tramite il rispetto di una regolamentazione ufficiale che è possibile individuare con certezza eventuali responsabilità colpose all’indomani di una tragedia. È proprio il voler evitare un coinvolgimento colposo che aiuterebbe a ridurre il rischio.

Alessia Malachiti

L’UE tra Mercato globale
e problema dei migranti

migranti europaIl fenomeno dei migranti che incombe prevalentemente sui Paesi europei è affrontato irrazionalmente e in modo contraddittorio; l’ultimo esempio è l’accordo sui rifugiati tra l’Unione Europea e la Turchia, risalente alla fine dell’anno scorso; un Paese, questo, che oltre a non riscuotere molta fiducia sulla sua propensione a rispettare i patti, risulta essere uno dei principali sostenitori dell’ISIS, la cui ascesa è una delle cause principali del flusso dei rifugiati.
Al fine di evitare che questi ultimi costituiscano una massa di individui costretti a vagare senza scopo per il mondo, in “La nuova lotta di classe. Rifugiati, terrorismo e altri problemi coi vicini” Slavoj Žižek, filosofo sloveno, ricercatore all’Istituto di Sociologia dell’Università di Lubiana, sostiene che il “giusto obiettivo” di una razionale politica di accoglienza dei migranti dovrebbe consistere nel “cercare di ricostruire la società globale in modo tale che non ci siano più rifugiati disperati e costretti a vagare”; per quanto possa apparire utopistica, questa soluzione, a parere di Žižek, sarebbe l’unica realistica, ma l’”esibizione di virtù altruistiche finisce per impedirne la realizzazione”.
Ciò perché, più si trattano i rifugiati come destinatari di aiuti umanitari, lasciando che la situazione che li ha costretti a lasciare i loro Paesi si trasformi in una costante, più essi saranno propensi a migrare in Europa; ciò, fino a che le tensioni raggiungeranno un “punto di non ritorno”, a danno dei loro stessi luoghi di origine, ma anche dei Paesi europei di accoglienza.
La soluzione proposta da Žižek, di risolvere il problema dei migranti attraverso una ricostruzione della società globale, è plausibile; ma risulta oltremodo utopistica, non tanto riguardo allo scopo, quanto riguardo al modo in cui perseguirlo; si tratta di un’opzione “movimentista”, da tempo conosciuta, non solo per avere avuto un certo successo negli anni passati, ma anche per essersi rivelata del tutto priva di effetti, sul piano della cura delle conseguenze negative dovute alla crisi delle relazioni internazionali.
A parere di Žižek, il problema dei rifugiati offre all’Europa, e forse al mondo intero, considerato che tale problema ha una dimensione globale e non solo europea, la “possibilità di ridefinirsi, di contraddistinguersi dai due poli che le si oppongono: il neoliberismo anglosassone e il capitalismo autoritario permeato di ‘valori asiatici’”; pertanto, l’Europa, anche per ricuperare il nucleo emancipativo dell’idea comunitaria, dovrebbe “lasciarsi alle spalle” una serie di pregiudizi sui quali sinora la sinistra ha impostato il proprio atteggiamento riguardo al fenomeno migratorio. Fra tali pregiudizi, alcuni risultano, oltre che dannosi, contraddittori rispetto all’urgenza per l’Europa di ridefinirsi; in particolare, quelli di equiparare l’eredità emancipativa con l’imperialismo culturale e il razzismo, nonché l’altro, secondo cui “la protezione del proprio modo di vita sia in sé una categoria protofascista o razzista”.
Malgrado le responsabilità dell’Europa per la situazione dalla quale i rifugiati oggi fuggono, occorre che ci si liberi dal convincimento secondo cui il compito principale degli europei dovrebbe essere la “critica dell’eurocentrismo” e il rifiuto dei valori culturali dell’Occidente, “proprio nel momento in cui, se reinterpretati criticamente, molti di essi – egualitarismo, diritti umani fondamentali, welfare state, per fare qualche esempio – potrebbero servire da arma contro la globalizzazione capitalista”. Inoltre, occorre anche cessare di credere nella protezione multiculturalista dello stile di vita dei migranti; insistendo troppo in questo intento, si finisce coll’aprire “la strada all’ondata xenofoba che prospera in tutt’Europa”, provocando l’esplosione di un arrogante moralismo contro i “diversi”.
Perché pensare di ridefinire l’idea comunitaria o l’intera arena globale in funzione della soluzione del fenomeno mogratorio? Perché, a parere di Žižek, l’attuale disordine globale, del quale il fenomeno migratorio è solo uno dei tanti aspetti, è il “vero volto del Nuovo Ordine Mondiale”; all’interno di questo “Ordine”, gli africani e tutti coloro che lasciano il loro Paese d’origine alla ricerca di un nuovo posto in cui ”sia conveniente vivere”, se lasciati a sé stessi, non saranno mai in grado di cambiare la loro condizione esistenziale. Perché i Paesi europei e, in genere, tutti i Paesi che costituiscono il ricco Occidente, impediscono loro di farlo?
Perché, come già messo in evidenza da Thomas Pogge, malgrado la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata e proclamata dalla Conferenza delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, le politiche delle economie ricche nei confronti dei Pesi arretrati privano i loro cittadini dei più elementari diritti di sopravvivenza, non solo con la soppressione e la devastazione delle loro economie di sopravvivenza, ma anche con l’espropriazione delle loro risorse. In questo modo, originano nuove forme di apartheid, nel senso che alcune parti del mondo, in cui è possibile la sopravvivenza, si differenziano, isolandosi da “un caotico ‘fuori’, afflitto da disordini diffusi, dalla fame e da guerre permanenti”. Nonostante tutte le critiche formulate contro il neocolonialimso economico – secondo Žižek- l’Occidente non rileva appieno gli “effetti devastanti che ha avuto la globalizzazione su molte economie locali” arretrate.
E’ da qui che, a parere del filosofo sloveno, i Paesi dell’Occidente, e dell’Europa in particolare, devono partire, se realmente intendono porre rimedio al fenomeno, divenuto ormai insostenibile, della nuova forma di migrazione dei popoli; senza trascurare il fatto che la condizione disperata dei rifugiati fa parte di un piano ben concertato, dal quale alcuni Stati, alla maniera degli antichi negrieri, traggono vantaggi inconfessabili (Turchia docet). In altri termini, i Paesi del ricco Occidente devono convincersi che la nuova forma di apartheid, che separa i ricchi dai poveri a livello gloabale, non costituisce una “contingenza deplorevole, ma una necessità strutturale dell’odierno capitalismo globale”; è questa necessità strutturale che occorre cambiare, ma come?
Nel mondo globalizzato, mentre le merci circolano liberamente, le persone sono ostacolate nei loro movimenti, rendendo contraddittorio il modo in cui il capitalismo si relaziona a tali movimenti: esso ha bisogno che gli individui si muovano liberamente, per disporre dei loro servizi lavorativi a basso costo, ma nello stesso tempo ha bisogno di controllarne i movimenti, perché non può garantire la sopravvivenza a tutti. Poiché la richiesta di libertà di circolazione da parte dei migranti è insopprimibile, non potendo ottenerla all’interno del vigente ordine mondiale, a parere di Žižek l’impedimento sarebbe il punto dal quale essi dovrebbero partire, imponendo mediante una lotta di emancipazione, l’estensione della libera circolazione delle merci alle persone, come prezzo che i Paesi dell’Occidente sono chiamati a pagare per la conservazione dell’economia globale.
Per questa via, l’Occidente sarebbe costretto a fornire ai rifugiati i mezzi per la loro sussistenza fuori da ogni afflato umanitario, acquisendo la consapevolezza che il futuro del mondo “sarà fatto di grandi migrazioni” e che l’unica alternativa all’integrazione sarebbe “una rinnovata barbarie”. Per evitare quest’alternativa sarà necessario, a parere di Žižek, che l’Occidente accetti un cambiamento radicale dell’ordine mondiale esistente, tale da fare cessare il verificarsi del fenomeno dei rifugiati; tenendo presente che la causa prima del fenomeno è l’attuale capitalismo globale; sin tanto che quest’ultimo non sarà riformato, i flussi di migranti saranno destinati ad espandersi. L’iniziativa per realizzare questa riforma dovrà essere presa dai popoli dell’Occidente, perché se essi vorranno attendere l’arrivo di un improbabile “attore rivoluzionario” che sappia offrirsi come loro leader, il rischio verso il quale saranno spinti dallo sviluppo storico lasciato a sé stesso sarà una sicura catastrofe.
Per evitare questo rischio, i popoli occidentali dovranno optare, al fine di cambiare lo status quo del mondo capitalistico, per una riproposizione della “vecchia” lotta di classe, fondata sulla “solidarietà globale degli sfruttati e degli oppressi”; a parere di Žižek, se i popoli occidentali non si impegneranno a promuoverla ed a sostenerla, essi saranno inevitabilmente perduti, meritando questa fine per via della loro inanità.
Žižek, tuttavia, conclude la sua analisi del problema degli immigrati osservando che, forse, la sua speranza di vedere riproposta la lotta di classe per risolvere il problema dei rifugiati è un’utopia; in realtà, egli ha motivo di ritenerla tale, ricordando forse che, negli anni Sessanta del secolo scorso, Franz Fanon, filosofo francese, quale rappresentante del movimento terzomondista, sosteneva la necessità che i Paesi colonizzati conducessero uniti una lotta di classe per portare a compimento il processo di decolonizzazione. Nella sua opera principale “I dannati della terra”, Fanon, proponeva, come Žižek, che i Paesi colonizzati realizzassero con la loro lotta una rivoluzione globale che abolisse definitivamente il colonialismo.
In realtà, la decolonizzazione che si è verificata nei primi decenni della seconda metà del secolo scorso non è stata certo conseguita per merito della lotta di classe condotta dai Paesi colonizzati, ma per l’interesse delle potenze egemoni del dopoguerra (USA e URSS) a ridimensionare il diritto esclusivo sulle risorse dei Paesi colonizzati da Parte di quelli colonialisti più conservatori (Gran Bretagna, Francia, Belgio, ecc.). Ciò, tuttavia, non ha impedito che si riproponesse, sotto altre forme (neocolonialismo) la conservazione del diritto esclusivo sulle risorse dei Paesi ex colonizzati da parte dei Paesi economicamente avanzati; le conseguenze sono state la destabilizzazione delle condizioni esistenziali dei popoli arretrati e la nascita successiva del fenomeno migratorio, oggi in cima alle preoccupazioni di chi domina l’economia globale.
Di fronte al fallimento delle utopie, quali quelle avanzate da Žižek e, prima di lui, da Fanon, è forse più conveniente fare assegnamento, realisticamente, sulla razionalità dell’Occidente; questo, prima o poi non mancherà di valutare il “costo” del proprio egoismo e quando il costo si livellerà ai vantaggi dell’egoismo, sarà giocoforza valutare conveniente la rimozione delle conseguenze negative dell’esclusivismo. La situazione in cui versa il mondo globale in presenza del problema migratorio è prossima al momento in cui se ai migranti non sarà data la possibilità di stabilizzarsi in condizioni dignitose nei loro Paesi d’origine, l’alternativa alla mancata soluzione del problema sarà, come ricorda Žižek, la catastrofe.

Gianfranco Sabattini

#Cristianinmoschea, appello per Papa Francesco

cristianiLe Co-mai e “Uniti per Unire” invitano Papa Francesco a rispondere all’appello “#Cristianinmoschea”: per la data significativa dell’11 settembre, un giorno prima della festività islamica dell’Eid (che, ricordando l’episodio, citato già nella Bibbia, di Abramo pronto a sacrificare a Dio suo figlio Isacco, celebra i valori della fede e della piena sottomissione a Dio, essenziali per l’Islam, N.d.R.), chiediamo alle moschee d’Italia di aprire le porte ai visitatori cristiani e laici, dalle 17 alle 20, per condividere con loro questa festività con un invito alla pace e alla conoscenza rivolto a tutte le religioni. Oltre 35 mila italiani stanno aderendo al nostro appello”.
Le parole di Foad Aodi, medico fisiatra, “Focal Point” per l’Integrazione in Italia per l’Alleanza delle Civiltà (UNAoC), organismo ONU, e Presidente delle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e del Movimento Internazionale “Uniti per Unire”, volto al dialogo interreligioso e interculturale, introducono l’iniziativa “Cristiani in moschea”: lanciata a seguito del precedente appello “Musulmani in chiesa”, del 31 luglio. Evento che , alla fine d’un mese funestato in tutto il mondo dagli attacchi terroristici ( da Istanbul a Dacca, da Nizza alla Germania) ha visto la partecipazione di oltre 23 mila arabi e musulmani in Italia, recatisi in tante chiese italiane per pregare per le vittime del terrore insieme ai “fratelli cristiani”.
“Ora è il turno delle moschee”, dichiara Aodi. “Vogliamo abbattere il muro della paura con la forza del dialogo. Alcune provocazioni – prosegue – come il “Caso-burkini” in Francia (che ha avuto riflessi anche in Germania e in Italia, dal “no” di Alfano a imitare le scelte francesi al “sì”, invece, del leghista Matteo Salvini, N.d.R.) stanno lasciando il campo a una serie di proposte concrete, come l’istituzione d’ un albo per gli Imam e il censimento delle moschee. Seguendo questa linea, vogliamo condividere la festività dell’Eid con tutti quanti si uniranno al nostro appello. Perché – come abbiamo già dimostrato – la voce della conoscenza, della cultura, dell’istruzione “senza confini” e della “buona informazione” è più forte di quella dell’ignoranza e della strumentalizzazione; la voce del dialogo è più forte di quella della paura; la volontà di costruire un futuro di pace deve superare la volontà di chi costruisce muri di fobie e di pregiudizi, di chi dissemina terrore e morte in nome della religione”.

Fabrizio Federici

Società, paure
e influenza dei media

austriaLa mattina del 16 agosto un uomo di sessant’anni, di nazionalità tedesca, ha ferito in modo grave due persone su un treno diretto a Bregenz, nell’Austria dell’Ovest. Secondo quanto riportato dai media, l’aggressore, che appariva essere in stato confusionale, avrebbe seri problemi mentali. Considerando i fatti recenti e gli attacchi compiuti da singoli individui che nulla hanno a che fare con l’Isis, ci si interroga comunque su quanto le recenti violenze e gli atti di terrorismo possano influire sulla mente di soggetti potenzialmente pericolosi.

L’attuale periodo è caratterizzato da un forte cambiamento sociale, propria o per via della guerra al terrore, ma non solo: l’incertezza economica nell’ultimo decennio è oramai divenuta -paradossalmente- un elemento stabile. Questi due fattori giocano, inevitabilmente, un ruolo fondamentale ed influiscono sulla vita quotidiana di ogni persona. Una propaganda politica fatta d’odio, di barriere e che erroneamente suggerisce il “diritto a difendersi dagli altri con la forza” va inoltre a rompere il senso di multietnicità, solidarietà ed accoglienza che si era stabilito durante gli scorsi decenni.

Come tutti, anche coloro che hanno problemi mentali vengono costantemente “bombardati” dalle informazioni negative che trasmette la società. Questi input, seppure spesso siano impliciti, si tramutano facilmente in odio e aggressività in quei soggetti a rischio. La teoria dell’anomia spiega come i fattori sociali vadano ad influire sull’aumento della criminalità, indicando anche che i periodi di cambiamento infondono confusione e quindi incertezza. Immaginando dunque come possano percepire l’anomia le persone con menti particolarmente labili, si può trarre la conclusione che possano vivere il tutto in maniera decisamente più amplificata, sentendo in modo più forte l’instabilità che si crea.

Riguardo al caso dell’aggressione in Austria, i media hanno specificato che il sessantenne avrebbe attaccato le due persone al culmine di una lite. Questo elemento va a confermare il fatto che la mente dell’aggressore potrebbe aver percepito che le informazioni trasmesse dalla società suggeriscono che, ad oggi, è frequente aggredire per difendere se stessi o le proprie opinioni, a prescindere dal fatto che questo possa sembrare giusto o sbagliato al soggetto dalla mente labile. Infatti, il “bombardamento” mediatico sui fatti analoghi non è d’aiuto alle persone malate di mente, le quali potrebbero avere una propria percezione dei fatti raccontati, che spesso risulta poi essere alterata.

Per queste ragioni una possibile soluzione potrebbe essere quella di limitare alle persone con problemi mentali l’accesso alle informazioni che raccontano di stragi, terrorismo e violenza. Un’alternativa potrebbe essere quella di raccontare loro i fatti suggerendo una chiave di lettura oggettivamente corretta. Questo, però, non è sempre possibile per via del fatto che molte persone con problemi, o con menti particolarmente fragili, sono spesso abbandonate a se stesse, dunque ritorna alla luce il tema del Welfare.

Alessia Malachiti

Il malaffare tra politica
e banche

banche

Colpisce, con la sua nitida prosa, l’articolo, anche dal titolo icastico, apparso sulle colonne del Corriere della Sera del 7 agosto 2016, scritto da Ernesto Galli della Loggia: Quei Notabili locali tra soldi e potere”.

La riflessione diventa stimolante soprattutto quando  Della Loggia ci ricorda che la storia del nostro paese è irretita nella morsa tra politica ed affari, suggellata in una scansione di avvenimenti che si ripetono con una impressionante cadenza, a cicli ripetitivi, nei quali primeggia una squallida gestione del potere, divorante e famelica: necessariamente le mani tentacolari vanno messe dove ci sono soldi, per rimpinguare un sistemabecero,dalla cuspide della piramide alla sua base inveterata di sottobosco, endemicamente malata.

Ebbene  egli afferma che “viene da pensare al film della  storia unitaria, al film degli ultimi 150 anni, che ormai sempre più spesso sembra riavvolgersi al contrario”.

E’ proprio così: il potere deve sorreggersi ed alimentarsi, tra l’altro, attraverso l’occupazione delle banche, chiamate a concedere fidi e prestiti  ad accoliti ed adepti che non apporteranno garanzie: liberamente possono usufruire di ragguardevoli somme che non restituiranno giammai.

La crisi recente che ha coinvolto Banca dell’Etruria, Carichieti, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Bancasino ad avvinghiare il Monte dei Paschi di Siena, rimanda alla mente gli scandali che hanno caratterizzato la storia del sistema creditizio italiano.

Il dispositivo è sempre  lo stesso, la cifra è uguale. Si è infatti scoperto che politici benemeriti, che hanno nominato discrezionalmente ed arbitrariamente  amministratori in banche, hanno poi beneficiato di prestiti facili.

Chi non ricorda Bernardo Tanlongo, personaggio pittoresco che stava per essere insignito anche dellaticlavio di senatore del Regno, grazie al Presidente del Consiglio dell’epoca, Giovanni Giolitti.

Il Tanlongo fu governatore della Banca dello Stato Pontificio, con sede in via Della Pigna a Roma, divenuta poi, dopo la breccia di Porta Pia, nel 1870, Banca Romana. Egli era amico di tutti potenti dell’epoca: Sella,RattazziDepretisMinghetti, ma soprattutto di Francesco Crispi e Giovanni Giolitti. 

La Banca di Italia è nata propria a seguito dello scandalo famigerato che coinvolse nel 1893 una delle più grandi Banche del paese: la Banca Romana.

Già nel 1889 un’inchiesta sul tal istituto di credito( avviata nell’aprile dal senatore Alvisi e da due funzionari Biagini del Tesoro e Manzilli dell’Agricoltura) aveva accertato gravi irregolarità e in particolare un ammanco di cassa di oltre 9 milioni di lire, coperto con emissione abusiva di biglietti.

Tanlongo, come scrive Silvio Bertoldi (Corriere della Sera- Terza Pagina 26 aprile 1993) per colmare l’ammanco tra l’altro si fa prestare, in un gioco di bussolotti, dalla Banca Nazionale 10 milioni per 24 ore,copre il buco e restituisce la somma. Egli crede di aver appianato lo scandalo, sta di fatto che la circolazione della moneta è pari a 25 milioni lire, per effetto delle transazioni avvenute.

Nonostante la gravità dei fatti( anche corroborata dalla circolazione di biglietti falsi) l’inchiesta venne insabbiata da tre successivi governi, presieduti rispettivamente da Giolitti, Di Rudinì e Crispi.

Ritornò clamorosamente alla luce il 20 dicembre del 1892, in un appassionato intervento tenuto in Parlamento da Napoleone Colajanni, che aveva ricevuto l’incarto dell’inchiesta dall’economista Maffeo Pantaleoni, che mestamente scrisse : lo scandalo era la luce spia, il segno di una crisi morale immensa, di un’autentica bancarotta morale.

Tanlongo che era stato il finanziatore di Re( Umberto I e Vittorio Emanuele II), ministri, presidenti del Consiglio(Crispi e Giolitti) Papi e cardinali, era noto a tutti, tanto che  il suo nome  fu ribattezzato con unanagramma: Gran Ladro Ben Noto e comunemente apostrofato in romanesco: sor Berna’.

E’ stato ricordato in un libro scritto da Sergio Turone “Corrotti e corruttori dall’Unità di Italia alla P2”,come l’antesignano di altri banchieri che comunque hanno sporcato il destino e la storia di Italia: Michele Sindona e Roberto Calvi.

Che le Banche siano state al servizio del potere lo possiamo desumere da altri scandali: ricordiamo quello dell’Italcasseche è costato 12 anni di processo concluso in Cassazione senza colpevolezza dei fratelli Caltagirone. Così scrive La Repubblica del tempo: Una storia complicata e incandescente che scoppia nel 1977 quando si scopre che l’ Italcasse ha concesso ai palazzinari (definizione che i Caltagirone hanno sempre puntigliosamente respinto) finanziamenti per 209 miliardi di lire. Una somma enorme a quei tempi, accordata, secondo le accuse, senza le necessarie garanzie. Una normale operazione finanziaria garantita da centinaia di fabbricati, a detta della difesa. Ma è subito scandalo. I fratelli, lo si capisce immediatamente, non godono di buona stampa. Sfarzo, roulette, poker, feste milionarie. Buone entrature nella magistratura. E soprattutto solidi collegamenti politici. I Caltagirone sono amici di Giulio Andreotti e di un buon numero di democristiani importanti. Anche l’ Italcasse del pio Arcaini è piuttosto vulnerabile: le rivelazioni e le indagini del governatore della Banca d’ Italia Paolo Baffi confermano che si tratta di una specie di forziere a disposizione dei partiti. Documenti e analisi compiute dall’ allora vicedirettore generale e responsabile delegato della vigilanza di via Nazionale, Mario Sarcinelli danno man forte alla Procura: i soldi dell‘ Italcasse non figurano nei bilanci delle società beneficiate. Gli ingredienti dello scandalo sembrano esserci tutti.(La Repubblica 2.2.1989- Elena Polidori).

Allo stesso modo la storia di Italia vede nell’intreccio, tra politica  affari e banche colluse,  due personaggi dei quali, grazie a magistrati coraggiosi come Gherardo Colombo e Giuliano Turone, si sa tutto: Michele Sindona e Roberto Calvi.

Massimo Teodori in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore nella pagina del Domenicale il 26 luglio del 2009 scrive: La vicenda del banchiere definito da Andreotti «il salvatore della lira» non avrebbe oggi alcun interesse se non fosse stata intrecciata con alcuni nodi della storia della Repubblica che fanno ancora sentire i loro effetti. Fu proprio Sindona, divenuto nel 1969 l’uomo di fiducia di Paolo VI per gli affari finanziari, ad architettare il sistema che trasformò l’Istituto per le opere di religione (Ior) di Paul Marcinkus, in un efficace canale di lavanderia per la finanza nera. È accertato che Sindona fu il principale banchiere di Cosa Nostra, a cui era affidato il riciclaggio dei tesori delle famiglie mafiose italoamericane; ed è proprio in virtù della stretta collaborazione di Marcinkus con Sindona che i capitali mafiosi passarono anche attraverso lo Ior, dove si mescolavano con quelli destinati alle opere di bene e con altri provenienti dal sottobosco politico-affaristico nazionale e internazionale.

Ma i giochi finanziari sindoniani pesarono anche sulla politica italiana, innanzitutto con il finanziamento alla Dc di Andreotti e Fanfani i quali, non per nulla, si adoperarono per il salvataggio del bancarottiere dopo la caduta di là e di qua dell’Atlantico. L’intreccio tra finanza nera e politica italiana continuò tuttavia anche dopo la caduta attraverso il successore di Sindona, Roberto Calvi che applicò di concerto con lo Iorle stesse tecniche nei paradisi offshore fino al fallimento del Banco Ambrosiano e alla sua stessa morte. La regia di quelle manovre politico-finanziarie-criminali a un certo punto passò nelle mani del capo della P2 Licio Gelli, che tirò i fili di alcuni importanti capitoli della travagliata storia d’Italia: il tentativo di salvare Sindona, il patronage del sistema finanziario Sindona-Calvi-Ior, l’occupazione della maggiore stampa italiana, il condizionamento tramite Calvi e le tangenti dei partiti italiani, e le maxitangenti dei primi anni Ottanta. Infine, però, fu proprio grazie all’inchiesta sul finto rapimento di Sindona dell’estate 1979 condotta con rigore dai giudici istruttori milanesi, Colombo e Turone, che fu smantellata la P2, con il disvelamento di quelle armi cartacee che ne avevano fatto la più agguerrita agenzia italiana del ricatto.

Quello che vide protagonisti Sindona, Calvi, Marcinkus e Gelli è stato un importante capitolo della vicenda della nostra Repubblica negli ultimi tre decenni del secolo scorso. Una storia, tuttavia, che deve essere ricondotta alle peculiarità dell’Italia contemporanea(L’ultima beffa di Sindona– Massimo Teodori).

Sindona fu processato e condannato per bancarotta fraudolenta sia negli Stati Uniti sia in Italia e successivamente fu anche condannato all’ergastolo, come mandante dell’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della sua Banca Privata Italiana.

Quando bevve il caffè avvelenato era l’unico ospite di un’ala super-sorvegliata del carcere di Voghera.

La storia della Banca dei preti, come era definita il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, termina con la dichiarazione di insolvenza il 25 agosto del 1982.Il buco, accertato dagli organi dell’amministrazione straordinaria il 6 agosto 1982, risultò intorno a 1200 miliardi di lire dell’epoca.

Speculare alla vicenda di Sindona e di Calvi in quegli anni fu l’arresto di Mario Sarcinelli direttore di Banca di Italia(24.03.1979) e le dimissioni di Paolo Baffi, Governatore, ingiustamente accusati( favoreggiamento nella vicenda Imi Sir) dal giudice Antonio Alibrandi, come “punizione” per aver intralciato gli oscuri traffici delle banche di entrambi.

E’ ben noto che furono assolti e reputati uomini di rigore morale indiscusso, proprio dal Presidente della Repubblica e già governatore della Banca di Italia  Carlo Azeglio Ciampi.

In una lettera inedita così scrisse Paolo Baffi: Se penso agli interventi di certa stampa, a come furono trattati alcuni degli economisti, alle ore di berlina degli imputati nei corridoi del Palazzaccio, alle vere trappole che ci sono state tese, alle modalità con cui furono condotte le incursioni nel mio istituto, ai commenti a carico mio e di altri più in alto da cui furono accompagnate, non posso evitare la conclusione che, dei poteri conferiti e della libertà degli ordinamenti repubblicani ,qualcuno ha fatto un uso eccessivo e ordinato a fini abietti”(Il Sole 24 ore 6.11.2010).

Baffi e Sarcinelli vennero scagionati nel 1981 per l’assoluta insussistenza delle accuse. E’ significativo ricordare che al momento di lasciare la Magistratura, dopo 42 anni di carriera, il Sostituto Procuratore dellaCassazione, Cesare d’Anna scrisse: “Mi sia permesso di chiudere la mia carriera con un atto di umiltà: a nome di quella giustizia italiana che non ho mai tradita, intendo chiedere solennemente perdono ai professori Baffi e Sarcinelli ed a tutte le eventuali vittime di un distorto, iniquo esercizio del potere giudiziario”.

Prima del suo assassinio Giorgio Ambrosoli il 25.02. 1975( data in cui fu depositato lo stato passivo della Banca Privata Italia di Sindona) scrisse una lettera alla moglie Anna, nella quale concedeva già il suo testamento morale, cosciente della sua morte futura. Non ho timori per me… È indubbio che, in ogni caso, pagherò a caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto, perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese…. A quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito.  Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici, perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti… I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie.  Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo.  Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto […] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro […] Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi”.

Mi scusi, signor Ambrosoli“: sono queste le parole – decisamente inusuali visto il contesto – utilizzate dal killer italoamericano William Aricò, un attimo prima di scaricare la sua 357 magnum all’indirizzo di Giorgio Ambrosoli. Era l’11 luglio del 1979, così venne assassinato, su commissione di Michele Sindona, l’eroe borghese, come lo battezzò in famoso libro Corrado Stajano.

Ha ragione Della Loggia : A questo Stato è venuta meno l’arma della politica, e insieme quella sua preziosa appendice democratica rappresentata dai partiti, che in passato si è rivelata decisiva per imporre la propria volontà alle periferie. Per tenerle insieme, per legarle a un progetto capace di guardare lontano, oltre i loro confini e i loro interessi immediati. Oltre i consigli d’amministrazione bancarottieri e gli arricchimenti personali”.

Biagio Riccio e Angelo Santoro

Firenze. Nencini, finalmente uno spazio per Oriana

fallaciDopo anni di tira e molla il Comune di Firenze ha deciso di dedicare uno spazio della città intitolato a Oriana Fallaci. Alla scrittrice fiorentina sarà dedicato il nuovo giardino pensile in fase di realizzazione parallelamente ai lavori della linea 3 della tramvia, tra il Ponte dello Statuto e il lago dei Cigni della Fortezza da Basso, ma anche l’intero piazzale e la nuova fermata della tramvia che sarà realizzata nell’area verde. Lo ha deciso la Giunta comunale, approvando una delibera dell’assessore alla Toponomastica Andrea Vannucci. “Finalmente – ha commentato il segretario del Psi Riccardo Nencini – a settembre, anche Firenze dedicherà a Oriana Fallaci uno spazio pubblico, e proprio in quella Fortezza dove, nel settembre ’44, ricevette dal generale Alexander il diploma di staffetta partigiana”. “La cosa giusta – ha commentato Nencini su Facebook – e noi l’abbiamo combattuta in prima fila senza farci mai travolgere né dai più realisti del re e tantomeno dagli oppositori ideologici, quelli che ‘va sempre male’ a prescindere”.

Redazione Avanti!

Roma tra pressapochismo
e arroganza

virginia raggiNella ingarbugliata vicenda che riguarda la gestione del ciclo dei rifiuti la polemica che coinvolge la neo-assessora all’ambiente sembra più la punta di un iceberg che nasconde un intreccio di affari e interessi ben più profondi di quanto appare in superficie. Sia chiaro: la Munaro deve fare le valigie, non foss’altro per quel difetto di trasparenza ed estraneità rispetto a precedenti e compromesse gestioni, come quella Panzironi, che getta un interrogativo inquietante sulle motivazioni che hanno portato la neo Sindaca a sceglierla.

Perché infatti la Raggi ha operato una scelta simile, sopportandone l’inevitabile carico di polemiche che ne sarebbero conseguite? Perché un’azienda con dirigenti ben pagati, e si presume competenti, si è rivolta ad una consulente esterna per affidargli compiti di controllo e verifica che competono ai dirigenti? La cosa che lascia esterrefatti è inoltre il fatto che oramai la vicenda è solo giudiziaria; mancando del tutto un’idea, un’indicazione, una traccia di lavoro che faccia capire cosa si voglia fare o sarebbe necessario fare per superare l’emergenza e dotarsi di un ciclo integrato dei rifiuti, che Roma non ha, come denuncia lo stesso ormai ex presidente di AMA Fortini, il quale estende anche ad altri livelli istituzionali una giusta dose di responsabilità.

Il punto vero è questo, come far uscire Roma dall’emergenza dotandola di una strutturale e trasparente capacità di governo del ciclo dei rifiuti, uscendo da pratiche condannate dall’Unione europea, che ne assicuri l’autosufficienza ed eviti sperperi di risorse pubbliche. La Raggi, che ha presentato le dichiarazioni programmatiche un mese e mezzo dopo la sua elezione, questo non ce lo dice. E non dice neanche come voglia tutelare un’importante azienda comunale dagli evidenti condizionamenti esterni ed interessi occulti che si muovono intorno al business dei rifiuti, come lo stesso Fortini ha denunciato. I primi passi della giunta Raggi confermano i nostri timori: pressappochismo, arroganza, assenza di un vero percorso di governo utile alla città, assoluta mancanza di trasparenza. Le prime vittime sono evidentemente la città di Roma e i suoi cittadini-utenti che, pur sopportando tariffe altissime, subiscono anche la beffa di un servizio inesistente con conseguenti rischi igienico-sanitari ed inevitabile danno d’immagine su scala planetaria.

Loreto Del Cimmuto