Un superministro delle finanze per l’Eurozona

eurozonaNegli ultimi giorni si è fatto vivace il dibattito sulla creazione di un Superministro delle Finanze per l’Eurozona, dibattito inizialmente stimolato dal Presidente della BCE Mario Draghi, dal Presidente della Bundesbank Jens Weidmann e dal Governatore della Banca di Francia Francois Villeroy. Nel dibattito è poi intervenuto direttamente anche Matteo Renzi con una lettera a Repubblica, in cui il Presidente del Consiglio sostiene che la questione del Superministro non sia il nodo centrale in Europa, ma che invece la priorità sia la direzione da dare alla politica economica. Per Renzi è quindi necessario puntare su crescita, investimenti, innovazione, come negli ultimi otto anni hanno fatto gli Stati Uniti d’America per uscire dalla crisi, e non solo su austerity, moneta, rigore come ha invece fatto l’Europa. Parole assolutamente condivisibili.

Ma se partiamo dal presupposto che nel medio termine neanche la Germania da sola sarà in grado di contare nel consesso mondiale quanto in passato, a fronte della crescita impetuosa che ormai da molti anni registrano Cina ed India, capiamo bene che è interesse di tutti, davvero di tutti, puntare alla creazione degli Stati Uniti di Europa, proprio per non essere marginalizzati – e non restare fuori dai tavoli in cui si prendono le decisioni – in un’economia che sarà sempre più globalizzata.

E gli Stati Uniti di Europa non si creano da un giorno all’altro. Forse non sarà sufficiente un lustro. Deve valere dunque la politica dei piccoli passi, quella stessa politica che anche Draghi è stato in grado di imporre nel direttivo della BCE e che, evidentemente, grazie al quantitative easing ha intanto salvato l’Unione Europea dalle rovine.

Ma Draghi ha comprato tempo, ha evitato solo temporaneamente la débâcle europea, ora tocca ai leader politici fare la propria parte. E la creazione di un Superministro delle Finanze che sia in grado di coordinare e controllare le riforme economiche appare coerente con una simile politica, dei piccoli passi per l’appunto, che porti al traguardo di costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Teniamo a mente che le riforme non sono solo una necessità italiana: anche la Germania dovrà allungare l’età pensionabile, anche la Francia dovrà riformare il mercato del lavoro, per restare sui due maggior Paesi dell’Eurozona. Quindi non dobbiamo ritenere che una simile figura possa nascere contro il nostro Paese. Occorre dunque partecipare a questo progetto.

La proposta Weidmann-Villeroy è certamente migliorabile. Ad esempio ipotizzando l’assegnazione di un vero e proprio budget a disposizione del Superministro, da utilizzare per la risoluzione delle crisi come quella dei migranti. Ma non solo. Budget che potrebbe essere destinato alle spese relative all’istruzione, alla scuola, all’università, alla ricerca. La Cina trenta anni fa ha pianificato quello che oggi sta realizzando e se le università cinesi stanno scalando le classifiche internazionali e la Cina dispone di tecnici ed ingegneri adeguati al salto tecnologico che ha inteso intraprendere è perché ha scientemente destinato parte delle proprie risorse a questo scopo. Il Superministro potrebbe pure contribuire ad indirizzare gli investimenti europei, magari facendo leva sul grande risparmio presente in Europa.

Il budget del Superministro sarebbe riveniente da tasse pagate dai cittadini europei e quindi, in virtù del principio no taxation without representation, occorrerebbe stabilire dei meccanismi democratici di elezione del Superministro.  Ad esempio, insieme al Presidente della Commissione Europea ed all’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, potrebbe essere eletto direttamente o, quanto meno in una prima fase, “designato” con primarie dagli elettori europei. In questo modo si configurerebbe non una cessione di sovranità ma un trasferimento di sovranità, che continua ad appartenere al popolo, dagli Stati Nazionali all’Unione Europea.

Il Superministro delle Finanze si potrebbe poi occupare anche del coordinamento delle politiche di bilancio degli Stati Membri dell’Eurozona, in modo da assicurare stabilità finanziaria alla stessa. Si tratta di una strada ragionevole, se vogliamo che la Germania condivida rischi che altrimenti non condividerebbe mai. In altri termini, stando con i piedi per terra, possiamo mai immaginare che la Germania o anche l’Italia possano sottoscrivere o garantire titoli del debito pubblico della Grecia senza avere il modo di coordinare a monte quello che accade a livello di politica economica in quel Paese? E questo principio vale a livello incrociato per tutti i Paesi dell’Eurozona; dicevamo sopra che nessun Paese dell’Eurozona è esente dalla necessità di riformare la propria economia.

Dunque un consiglio non richiesto a Matteo Renzi: non basta rinverdire la memoria di Ventotene ed auspicare la creazione sull’isola di un centro di formazione per le future classi dirigenti europee. Occorre più visione e più coraggio. Matteo sei giovane, hai le energie ed anche il consenso per rilanciare e portare avanti un grande progetto di integrazione europea. Chi meglio di te potrebbe davvero farsi paladino degli Stati Uniti d’Europa?

Alfonso Siano

Il Giorno del Ricordo per non dimenticare le foibe

FoibeIl 10 febbraio si celebra in Italia il Giorno del Ricordo. Secondo la legge n.92 del 30 marzo 2004 tale ricorrenza mira a conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Per anni, dopo l’approvazione, bipartisan, della legge, il Giorno del Ricordo ha spesso fatto discutere, anche se gradualmente è ormai una ricorrenza generalmente accettata e celebrata in tutta Italia, con il culmine a Roma, presso le istituzioni, e a Trieste, alla foiba di Basovizza, poco fuori città.

Detto questo, una tematica così delicata non può essere ingessata in un rituale, senza una reale conoscenza ed analisi degli eventi. Troppo spesso la tragedia degli italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia subisce due opposti, ma entrambi sbagliati, processi: da un lato, dall’estrema sinistra, si nega o si ridimensionano gli eventi, sfociando in un inaccettabile negazionismo; dall’altro, da destra, si usa una tragedia per scopi nazionalistici, con accenti anti-slavi e con una pericolosa delegittimazione della Resistenza al nazifascismo. Per rifiutare questi estremismi, è bene essere chiari: a partire dal 1943, e ancor più a guerra finita, quando quelle terre passarono alla Jugoslavia, i partigiani agli ordini del Maresciallo Tito si macchiarono di crimini orrendi contro la componente italiana della popolazione, componente, ricordiamo, autoctona, che da secoli viveva in Istria, a Fiume e in molte parti della Dalmazia. Queste violenze, tra cui il lancio delle vittime, vive o morte, nelle foibe, cavità carsiche della regione, ma anche stupri, torture, sevizie e fucilazioni, non colpirono solo le persone colluse con il regime fascista, ma avevano l’intento, ammesso anche da Milovan Djilas, all’epoca molto vicino a Tito, di indurre gli italiani ad andarsene da quelle terre. E difatti, sotto violenze e minacce, circa 300.000 italiani partirono, lasciarono le loro case e arrivarono in Italia. È bene ricordare che molti esuli vennero accolti a sputi e insulti nell’Italia da poco liberata, accusati di essere fascisti in fuga dal paradiso di Tito. Così come non va dimenticato che per decenni, in nome degli equilibri geopolitici della Guerra Fredda, il tema delle foibe e dell’esodo furono volutamente celati dalle istituzioni e dalle maggiori forze politiche.

Ovviamente, l’analisi di tali fatti non può prescindere dal contesto storico, non per giustificare ma per analizzare ogni aspetto. Le violenze nella regione non furono un’invenzione titina: nei due decenni precedenti, il regime fascista italiano aveva imposto una politica di italianizzazione forzata, di segregazione e di razzismo contro la popolazione slava. L’apice di tale politica furono i campi di concentramento italiani, dove morirono in migliaia: tra questi, il tristemente noto campo di Arbe, dove furono internate tra le 10.000 e le 15.000 persone, per lo più sloveni, croati ed ebrei.

Il Giorno del Ricordo, dunque, deve servire, appunto, a ricordare queste violenze e sofferenze. Oggi quelle terre sono parte della Slovenia e della Croazia, Stati membri dell’Unione Europea, come l’Italia. Sempre lì, ancora oggi abita una comunità italiana, che ha saputo mantenere salda un’identità dalle radice profonde. Anche in Italia, in Friuli, per lo strano gioco del destino, che è in realtà gioco politico dei confini, vive una comunità slovena molto radicata. Queste due comunità collaborano oggi attivamente, in modo da rafforzare una memoria condivisa, dimostrando che il Ricordo delle tragedie di ieri deve essere la base per la tolleranza di oggi.
Riccardo Celeghini

Il PSE a Roma per cercare un’alternativa all’austerità

pesI maggiori leader politici della sinistra progressista europea hanno lavorato per cercare un’alternativa all’austerità, in una riunione speciale a Roma. Nella capitale italiana hanno partecipato dai presidenti dei parlamenti nazionali della famiglia socialista e democratica ai leader dei gruppi parlamentari progressisti provenienti dall’Europa per discutere sulla necessità urgente di un’Europa sociale contro la crisi dei migranti.
“È tempo di stare contro l’ideologia dell’austerità e di portare l’Europa verso un percorso di crescita e di posti di lavoro. Dopo 8 anni di sacrifici e le politiche a senso unico, i nostri cittadini si aspettano le opportunità che meritano”, ha detto il presidente del PSE, Sergei Stanishev. “Senza la solidarietà, l’Europa è morta”, ha aggiunto.

Il Partito dei socialisti europei vuole unire le forze di tutti i suoi partiti membri a livello nazionale al fine di presentare una chiara alternativa di crescita e di posti di lavoro contro la politica di austerità in Europa. La campagna per un nuovo piano Marshall per la gioventù europea, così come presentati dal PSE riflette questo impegno, che sarà basata su quattro pilastri: l’educazione, il lavoro, la cultura e i bambini.

“I socialisti stanno lanciando questo progetto per i giovani, crediamo che sono il futuro dell’Europa, li abbiamo messi in cima alla nostra agenda politica”, Stanishev ha aggiunto.

Riccardo Nencini, segretario del Psi, ha invece affermato: “Qualcosa si muove. Il Pse stamane a Roma ha rilanciato gli Eurobond e spostato la lancetta sulla flessibilità a scapito di politiche rigoristiche. Serve ora una rete più larga: ai socialisti vanno aggregati i liberali al governo per battere lo stesso chiodo”.

Il leader del Gruppo S & D al Parlamento Europeo, Gianni Pittella, il ministro italiano dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan e molti leader dei Socialisti e Democratici hanno partecipato alla Conferenza.
Durante il suo discorso Pittella ha chiesto flessibilità fiscale dalle istituzioni dell’UE.

Redazione Avanti!

Primarie, l’ultima spiaggia
per Napoli e il centrosinistra

Napoli veduta VesuvioPer essere pratici, un ritrattista che volesse fissare su tela la politica napoletana del presente raffigurerebbe il seguente stato dell’arte: un centrodestra esitante, ancora stordito dalla sconfitta di Caldoro, monco di Area Popolare, ossia NCD e demitiani, e indeciso sulla candidatura di Gianni Lettieri, che però sarà in campo in ogni caso, con o senza partiti; una forza politica, il Movimento Cinque Stelle, primo partito in città alle recenti consultazioni regionali, che è con ogni evidenza invischiato in una lotta interna per la candidatura a sindaco; l’uscente De Magistris, dato per spacciato sino alla vigilia delle scorse elezioni metropolitane, e invece pienamente rinvigorito e dotato di una peculiare immagine, quella di uomo del popolo che de-renzizza la città e supera le inique avversità giudiziare; un centrosinistra senza marce, paradossalmente illuso dalla vittoria di De Luca, panacea che ha sepolto tonnellate di polvere sotto il tappeto, intrappolato dal costante balletto del PD primarie sì, primarie no, e sempre in ritardo nei momenti decisivi; infine il cosiddetto partito dell’astensione, che lo scorso maggio a Napoli ha toccato quota 60%, un dato più che allarmante, e ancora più allarmante è il fatto che non se ne discuta e che sia del tutto assente dal dibattito politico.

Come riportare i cittadini napoletani alle urne? Ossia, come riagganciare la gran parte della popolazione alla politica, che nella sua accezione originaria è l’organizzazione della vita civile?
È questo il grande quesito della contemporaneità cui nessuno riesce a trovare valide risposte, e che certo non riguarda solo Napoli. Sembra evidente che i partiti, nel terreno del confronto e della partecipazione, abbiano ceduto qualcosa alle associazioni, ai comitati civici, alle rappresentanze di quartiere. C’è dunque disaffezione non tanto nei confronti della vita politica, cui anzi molti vogliono concorrere, bensì nei confronti dei classici corpi intermedi. Ma la questione non è facilmente liquidabile con un de profundis dei partiti: essi in realtà non sono chiusi, come qualcuno strumentalmente vuol far credere, ma non riescono a capire come coinvolgere, come stimolare la partecipazione, come trascinare iscritti, simpatizzanti, cittadini. In poche parole hanno enormi difficoltà a interpretare la realtà del presente e a immaginare le necessità del futuro. E proprio di futuro questa città ha un disperato bisogno.

Quello del Sindaco è un mestiere difficile, quello del Sindaco di Napoli è il mestiere più difficile del mondo. La prossima amministrazione dovrà fare i conti con diverse questioni vecchie e nuove, ormai senza tempo: Bagnoli, il ciclo dei rifiuti, il recupero e la riqualificazione delle periferie, il rilancio delle attività produttive, il ruolo del Porto, la destinazione di Palazzo Fuga e di tanti altri immobili del patrimonio comunale, la manutenzione degli edifici, il crollo del trasporto pubblico su gomma, il caos delle “movide”, le occupazioni improprie, i rischi ambientali, la salute pubblica e tanto altro ancora. Senza dimenticare tutte le difficoltà legate al tema della sicurezza. La nuova criminalità dei ragazzini, dei giovanissimi senza pietà, getta un’ombra terribile sugli anni a venire: privi della possibilità di ottenere un’istruzione e una formazione, senza alcuna prospettiva di lavoro, essi sono inevitabilmente attratti dal gorgo del malaffare e da forme di occupazione maledette e malvagie. Incrementano le già corpose fila delle fasce sociali totalmente prive di cultura e informazione, nell’indifferenza assoluta delle altre, che invece dovrebbero indirizzare la crescita collettiva.

Ad oggi questo cortocircuito sociale e culturale rappresenta forse il principale problema della città.

Napoli necessita di una rivoluzione che investa le menti, soprattutto dei più giovani, attraverso la creazione e la moltiplicazione in tutto il territorio cittadino, municipalità per municipalità, di strutture sportive, associative e ricreative; di “biblioteche del futuro”, ossia spazi che coniughino le forme più diverse di intrattenimento e crescita culturale; di luoghi d’incontro che offrano ai giovanissimi, in special modo a quelli deprivati, la possibilità di non frequentare la “strada” e di avere un’alternativa. L’istruzione, il progresso individuale, l’ambizione di migliorarsi e di migliorare ciò che ci circonda sono le speranze concrete per poter almeno immaginare il cambiamento, ad oggi così distante e lontano.

Napoli è un edificio traballante e bisogna avere la forza e il coraggio di guardare oltre: la nuova classe dirigente dovrà da un lato rattoppare ove possibile le falle del presente e dall’altro gettare le fondamenta di un nuovo edificio: dovrà in sostanza seminare un progetto per il futuro i cui frutti saranno raccolti nella migliore delle ipotesi tra venti o trent’anni. Senza questo coraggio e senza quest’assunzione di responsabilità Napoli è destinata a restare ferma ed immobile nel tempo, come da anni a questa parte, o peggio ancora è destinata a correre all’indietro.

Chi si candida a guidare la città ha quindi il difficilissimo compito di traghettare i napoletani in avanti. Il centrosinistra ad oggi è in quarta posizione nelle previsioni dei più.
De Magistris e Lettieri sono in perenne campagna elettorale perché già candidati da tempo; i grillini raccoglieranno comunque i consensi di protesta cui ormai sono abituati, anche se la vicenda Quarto e le titubanze su alcuni, fondamentali disegni di legge ne hanno minato profondamente la credibilità e la graniticità. Le primarie sono l’unica possibilità del centrosinistra di creare una mobilitazione e una partecipazione ormai smarrite e di recuperare credito nei confronti della città.
Pur fragili e monche per assenza di una regolamentazione uniforme sul territorio nazionale, le primarie rappresentano in ogni caso un momento di confronto e di condivisione impagabile per partiti e cittadini. Se avremo una competizione trasparente, ben regolamentata, combattuta, pulita ed efficace, e nessun indicatore fa pensare il contrario, con ogni probabilità la coalizione eseguirà quello scatto in avanti sufficiente per recuperare il terreno perso e per scavalcare gli avversari. Se la politica tornerà vera protagonista, ne beneficeremo tutti.

Alessandro Zampella

La rivincita della carta, Amazon apre 400 librerie

libriPrima le ha fatte chiudere tutte e poi ne ha preso il posto. Almeno questa sembra l’intenzione del colosso delle vendite online Amazon che ha annunciato di voler aprire 400 librerie. Insomma Amazon intende fare il salto dal commercio elettronico a quello reale. La notizia arriva dall’amministratore delegato del fondo d’investimento immobiliare General Growth Properties, grande operatore dei centri commerciali americani.

È stato proprio dalla vendita online dei libri che Amanzon, diventato il più grande negozio online del mondo, parte fondante della realtà digitale che conosciamo, è partito vent’anni fa.  Dietro questa scelta, ancora non confermata ufficialmente, c’è una ragione particolare. Le vendite dei libri cartacei a vantaggio di quelli elettronici, non è crollata come si immaginava, anzi, ultimamente ha avuto un incremento. Crescita che si è registrata anche in Italia. In America la principale catena di librerie, Barnes & Nobles, ha ancora 640 negozi, anche se negli ultimi tempi ne ha chiusi circa venti all’anno. Il secondo operatore americano, Waterstones, dopo anni di crisi ha appena annunciato il primo risultato positivo. Anche in Europa stanno fiorendo migliaia di piccole librerie. L’ebook è ormai una realtà entrata nella vita, ma il vecchio libro di carta ha retto botta e non è passato di moda. Il risultato è che si legge di più.

Amazon ha già numerose case editrici collegate e ha a disposizione volumi di dati sempre maggiori sulle preferenze dei suoi utenti. Sa tutto di loro. E frutterà al meglio questa conoscenza costruendo una sorta di contatto fisico all’interno di un centro commerciale che a sua volta si trasforma in un posto protetto dove prendersi cura dei proprio clienti.

Un passo indietro? Forse, ma sicuramente, se verrà fatto, non sarà per la nostalgia della carta. Qualcuno avrà fatto bene i propri conti.

 Edoardo Gianelli

Libia, intervento imminente e l’Italia sarà in prima linea

Dopo il vertice romano promosso da Kerry è iniziato il conto alla rovescia per l’annunciato intervento militare in Libia, esso sarà richiesto dal Governo legittimo guidato dal primo Ministro Al Farraj che presumibilmente entro la fine della settimana dovrebbe ricevere il sostegno anche dal parlamento di Tobruk qualora fosse integrata anche la presenza significativa del Generale Al Haftar, l’uomo forte al Comando generale dell’Esercito e fortemente sostenuto dagli egiziani.

isisQuali sono le ragioni addotte per replicare, di fatto, nuovamente un intervento militare occidentale nella vicina nazione nordafricana?

Innanzitutto le condizioni di insicurezza che sono vieppiù accresciute nel triennio post Gheddafi trascorso fra una sanguinosa guerra civile ed una instabilità cronica simbolicamente rappresentata da due governi contrapposti in Tripolitania e Cirenaica entrambi auto-proclamatisi legittimi, ma incapaci di restituire al Paese una cornice statuale accettabile.

L’instabilità politica e la insicurezza territoriale hanno aperto la strada alla formazione sempre più copiosa di clan armati oggi riuniti sotto la sigla della multinazionale del terrore dello Stato Islamico o Daesh che dir si voglia.

La vera posta in gioco sono quei 48 miliardi di barili di petrolio così ambiti dalle potenze internazionali e quei pozzi che ancora oggi sono strategici per il nostro Paese che ha mantenuto attraverso l’ENI anche nelle difficili condizioni il proprio controllo e la propria influenza.

L’Italia, mantenuta ai margini durante il rovesciamento di Gheddafi voluto dalle multinazionali petrolifere inglesi e francesi – gli esecutori materiali dell’assassinio dell’ex Rais libico – oggi sta assumendo per volere americano un ruolo centrale.

Dopo aver mancato il ruolo guida nell’ambito della mediazione politica delle Nazioni Unite, assegnato prima ad uno spagnolo e poi ad un tedesco, oggi è in prima fila nella richiesta di sovraintendere alle operazioni militari attraverso le nostre navi, i nostri caccia per la ricognizione ed il bombardamento ed attraverso i nostri corpi speciali che i rumour vogliono già sul terreno per indicare gli obiettivi da colpire e le insidie da evitare per un eventuale missione a terra.

Naturalmente il linguaggio felpato o inesperto di chi oggi ha le redini del comando politico non ha ancora esplicitato l’ordine ed il grado dell’impegno italiano, tuttavia esso non solo si renderà inevitabile avendone gli alleati principali americani fatto richiesta da più tempo e con insistenza, ma anche perché la minaccia reale e persistente al territorio ed agli interessi generali appaiono crescenti.

La strategia di Daesh, differentemente da quella adottata in Siria e Iraq, non è quella di conquistare le fonti energetiche – non sarebbero in condizione di poter commerciare il greggio direttamente ai Paesi amici, e di fatto alleati, come la Turchia senza conquistare tutto il territorio, condizione questa assai difficile essendo le unità presenti in Libia insufficienti per una vittoria larga e definitiva – ma bensì è quella di adottare la strategia della ‘terra bruciata’ ovvero di minacciare direttamente i siti petroliferi incendiando e intimorendo direttamente il personale al lavoro negli impianti.

È stato sufficiente il diffondersi della notizia del summit romano affinché consistenti fette della popolazione dell’ovest libico si ammassassero alla frontiera tunisina in cerca di un riparo, aumentando quindi la già importante diaspora dei libici nel Paese vicino (l’unico ad aver mantenuto aperte di fatto le frontiere diversamente da ciò che hanno fatto, e per tempo, Algeria ed Egitto) che si calcola presente in più di 800 mila profughi.

Un intervento militare occidentale avrebbe dovuto ricevere un consenso di massima dai Paesi più interessati ad un conflitto bellico alle proprie frontiere, ma così non è stato. Nella riunione romana vi erano difatti rappresentanti della Lega Araba, Giordania, Iraq ed altri, ma erano vistosamente assenti Algeria, Tunisia e Marocco in qualche modo i più diretti interessati alla vicenda e che hanno già espresso una significativa contrarietà ad una nuova avventura militare paventando conseguenze negative su scala internazionale per il diffondersi di un’ulteriore spinta anti-occidentale e per il rischio di un contraccolpo economico ed umanitario nelle loro regioni.

Il dado tuttavia sta per essere tratto. L’intervento contro i gruppi islamici armati è imminente e l’Italia che è in prima fila, presto o tardi dovrà uscire allo scoperto e la politica dovrà parlare il linguaggio della verità, cosa che fino ad oggi ha evitato di fare.

Bobo Craxi

Unioni Civili. L’occasione “sinistra” di Renzi

Renzi-e-Verdini-610x350 Può succedere di tutto. Le unioni civili all’esame del Senato, che hanno superato il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità, costituiscono uno scoglio pericoloso per Matteo Renzi. Circa 30 senatori democratici di matrice cattolica più altrettanti centristi dell’Ncd-Udc minacciano di non votare la riforma per riconoscere ai conviventi di fatto, omosessuali ed eterosessuali, diritti analoghi a chi ha contratto un matrimonio.

Il governo, senza una mediazione in corso d’opera per superare i contrasti, rischia una brutta caduta, soprattutto negli insidiosi voti segreti sul disegno di legge presentato da Monica Cirinnà, Pd. Uno dei punti più controversi è la cosiddetto “stepchild adoption”, una espressione inglese per indicare la possibilità di adottare il figlio biologico del compagno.
Si parla dell’ipotesi di “stralciare” la questione dalla riforma. Renzi lascia libertà di coscienza e di voto ai senatori della coalizione e torna a pensare alle “maggioranze variabili” per evitare brutte sorprese all’esecutivo.
Al Senato l’ex sindaco di Firenze ha sempre avuto una maggioranza risicata, ma i margini sono divenuti più a rischio dalla fine dell’anno, da quando alcuni senatori della sinistra del partito se ne sono andati sbattendo la porta. A gennaio il “miracolo” l’hanno fatto Denis Verdini e Flavio Tosi. I 18 senatori verdiniani di Ala (Alleanza liberalpopolare autonomie) e le 3 senatrici tosiane di Fare! hanno salvato il governo, approvando prima la riforma costituzionale e poi bocciando la sfiducia all’esecutivo sul caso della Banca Etruria. Renzi ha ottenuto 180 e 178 voti a favore, ben di più della soglia minima di 161 (la maggioranza assoluta) prevista in questi due casi. Il soccorso alla maggioranza politica in difficoltà ha funzionato. Verdini e Tosi hanno commentato: «Siamo determinanti».

Verdini e Tosi sono quasi due gemelli politici. Tutti e due fino all’anno scorso erano all’opposizione all’interno del centrodestra (il primo ha lasciato Forza Italia di Silvio Berlusconi, il secondo la Lega Nord di Matteo Salvini), entrambi apprezzano Renzi (uno “si affianca” al nuovo Pd, l’altro “dialoga”) e puntano a creare delle forze centriste. Tutti e due attaccano la deriva “distruttiva” di estrema destra lepenista decisa da Salvini e subita da Berlusconi, che frutterà molti voti ma causerà “la sconfitta del centrodestra”, entrambi negano il loro ingresso nella maggioranza politica perché hanno votato “contro la sfiducia” al governo ma “non la fiducia”.

Avanti con cautela. In questo modo per ora sono disinnescate le accuse delle minoranze democratiche al presidente del Consiglio. Gianni Cuperlo, Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani a più riprese hanno bocciato ogni ipotesi di dar vita al Partito della nazione, un’ipotesi indicata da Renzi fin dal suo arrivo a Palazzo Chigi due anni fa, per “ampliare” i consensi del Pd verso gli elettori delusi del centrodestra e quelli del M5S.
Verdini e Tosi si sono mostrati interessati al Partito della nazione e la mossa ha provocato l’alzata di scudi delle minoranze democratiche, consensi e qualche imbarazzo tra i renziani. Stefano Fassina, Pippo Civati, Sergio Cofferati in tempi diversi hanno lascito il Pd contestando “le posizioni di destra” nelle riforme economiche e sociali e “l’impostazione plebiscitaria” nelle innovazioni istituzionali.

Riconoscimento dei diritti delle coppie conviventi e non equiparazione al matrimonio. Il presidente del Consiglio adesso al Senato vuole portare a casa la legge sulle unioni civili e può anche cambiare gioco. Indicando la necessità di realizzare la riforma che aspetta invano da trent’anni, può sollecitare i voti dei Cinquestelle e di Sinistra italiana (il nuovo gruppo formato da Sel e dai dissidenti che hanno abbandonato il Pd). Del resto una maggioranza tra Pd e M5S già si è vista in Parlamento per eleggere i giudici costituzionali e i componenti del Csm. Renzi ha utilizzato le “maggioranze variabili” per andare avanti: in una prima fase la riforma costituzionale e la legge elettorale sono state votate anche da Berlusconi, poi sono arrivati pure i voti di Verdini, Tosi, degli ex grillini e del M5S.

Del resto il centrosinistra nelle elezioni politiche del 2013 conquistò la maggioranza dei seggi alla Camera ma non al Senato, così nacque il governo di “larghe intese” guidato da Enrico Letta per realizzare le riforme e salvare la legislatura. Durò poco e dal febbraio 2014 c’è, navigando tra mille difficoltà, il giovane “rottamatore” fiorentino a Palazzo Chigi.

Rodolfo Ruocco

Tronca promette guerra
ai furbetti degli affitti

06-tronca-i“Ora allargherò il monitoraggio in tutti i Municipi di Roma” è questa la promessa del Commissario straordinario di Roma capitale Francesco Paolo Tronca che ha dichiarato guerra alla nuova Affittopoli romana.

L’obiettivo è uno: far luce sul caso delle abitazioni nel centro storico affittate a canoni irrisori.
Numeri da schiaffo alla miseria, quelli dell’ennesimo scandalo della Roma ingorda: quella dove c’è gente che non arriva alla 3°settimana e quella dove si pagano anche 10,29 euro al mese per un alloggio a Borgo Pio, a due passi da San Pietro. Oppure 23,36 auro per una casa con affaccio sui Fori Imperiali o poco più di 25 euro mensili per vivere al Colosseo. Gli esempi sono tanti.

Trema ora, un numero non precisato di dirigenti comunali, rei di non aver mai aggiornato i canoni di locazione. E con lo loro anche decine di inquilini che per anni hanno potuto godere di residenze di pregio a meno di un euro al giorno.

La prima necessità è “individuare di chi sia la responsabilità – ha sottolineato Tronca- si tratta di analizzare posizione per posizione”. E per farlo, si passeranno al vaglio, secondo il Campidoglio, almeno 574 affitti. Poi le carte andranno nelle mani all’autorità giudiziaria, sia ordinaria che sia contabile.

Senza contare che il numero di casi sospetti potrebbe allargarsi, visto che la segreteria tecnica di Tronca e lo stesso commissario, fin dall’insediamento, hanno garantito la verifica del patrimonio immobiliare della Capitale. Quindi, non è escluso che la nuova ‘affittopoli’ si allarghi ben oltre i confini del I municipio di Roma, ovvero il centro storico.

Non solo. Sotto la lente, anche eventuali casi di occupazioni abusive, visto che i canoni irrisori potrebbero aver favorito enormi speculazioni. E qualche discrepanza tra residenti e proprietari al momento sembra già essere emersa.
Il Comune si è detto pronto ad eventuali azioni volte al recupero dei beni in capo all’Amministrazione. I fascicoli dell’indagine interna finiranno sulle scrivanie della Procura e non è escluso che nei prossimi giorni la Capitale assista a qualche sgombero forzato.

Soddisfazione per l’indagine di Tronca è stata espressa anche dall’ Unione Inquilini che ora auspica il blocco immediato delle vendite di tutti gli immobili coinvolti in attesa di sviluppi.

Ma resta il dubbio, visto il prezzo medio degli affitti di Roma, dell’entità del danno economico subito dall’amministrazione e dalla stessa economia romana. Un danno che qualcuno già stimato come ‘incalcolabile’.

Marco Agostini

Frode per 13 milioni sul falso olio “Made in Italy”

olio (1)Una vasta operazione condotta dall’Ispettorato repressione frodi (ICQRF) e coordinata dalla Procura della Repubblica di Trani, ha portato al blocco di un vasto e collaudato sistema di frode, radicato in Puglia e Calabria, nel settore oleario. L’operazione, denominata ‘Mamma mia’, ha consentito di bloccare la commercializzazione di oltre 2mila tonnellate di olio extravergine di oliva falsamente fatturato italiano, per un valore di oltre 13 milioni di euro.

A seguito di una complessa attività di analisi e a un minuzioso lavoro di ricostruzione documentale, gli investigatori dell’ICQRF hanno accertato che, negli anni 2014 e 2015, oltre 2mila tonnellate di olio extravergine di oliva proveniente da Spagna e Grecia sono state commercializzate come olio 100% Italiano. Il complesso sistema di frode prevedeva il ruolo di imprese “cartiere” pugliesi e calabresi che emettevano falsa documentazione attestante l’origine nazionale di olio extravergine di oliva, in realtà spagnolo e/o greco, che – mediante artifizi e triangolazioni documentali – arrivava presso ignari soggetti imbottigliatori già designato come Made in Italy, pronto per il confezionamento e la distribuzione sul mercato. Le persone coinvolte provvedevano poi a smaltire l’olio non italiano attraverso vendite fittizie a operatori compiacenti, anche esteri, al fine di farne perdere le tracce.

Un’altra operazione nel settore oleario è stata annunciata dalla Forestale. Oltre 10.000 kg di olive da tavola colorate e pericolose per la salute sono state sequestrate in Puglia dagli agenti della Forestale, diretti dal gen.Giuseppe Silletti, del Comando Regionale per la Puglia e del Coordinamento Territoriale per l’Ambiente di Altamura – Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Diciotto imprenditori sono stati denunciati: dovranno rispondere di commercio di sostanze alimentari nocive e produzione di alimenti con aggiunta di additivi chimici non autorizzati dalla legge. La colorazione, con il fine di nascondere i difetti delle olive, avveniva utilizzando sia la clorofilla ramata sostanza alimentare classificata dalla UE come colorante E141, procedimento vietato dalla legislazione nazionale e da quella europea, sia il solfato di rame particolarmente nocivo alla salute umana.

“L’inchiesta coordinata dalla Procura di Trani, che ha consentito di bloccare la commercializzazione di oltre 2.000 tonnellate di falso olio extravergine di oliva per un valore di 13 milioni di euro, dimostra ancora una volta quanto grande sia l’allarme della contraffazione in Italia a cui quotidianamente devono far fronte i nostri produttori olivicoli. Senza contare il danno che viene causato ai consumatori”. Lo afferma in una nota Oreste Pastorelli, deputato del Psi e componente della commissione Ambiente della Camera. “L’olio Made in Italy – sottolinea il parlamentare socialista – viene spesso mescolato a prodotti importati e venduto come italiano al 100%. Vere e proprie truffe che stanno creando ingenti danni al comparto olivicolo. È necessario controllare l’olio importato prima della messa in commercio. Così facendo si andrebbero a salvaguardare le campagne di produzione di tante aziende oneste, che stanno già lottando contro emergenze fitosanitarie e infestazioni”.

Redazione Avanti!

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aiuteremo i più poveri

Confcommercio-poveri

Arriva il reddito di inclusone sociale. Si tratta di 320 euro mensili a favore dei cittadini che vivono in condizioni di povertà. E sarà una misura permanente in quanto “il nostro Paese deve avere strutturalmente uno strumento che intervenga rispetto a chi è in situazioni di povertà”. Lo ha annunciato il ministro del lavoro Giuliano Poletti. Il Ministro ha poi spiegato che “il nuovo strumento da 320 euro al mese deriva dal Sia (Sostegno di inclusione attiva) che abbiamo avviato nel 2015 in 12 grandi città italiane”.
Il nuovo sussidio contro la povertà dovrebbe calcolato in proporzione al numero dei componenti del nucleo famigliare con circa 80 euro a testa al mese. Calcolando una media per una famiglia di 4 persone (con minori) di 320 euro, ma con un tetto massimo di 400 euro al mese per le famiglie con cinque componenti e oltre. I criteri preferenziali per ottenere il sussidio in prima battuta potrebbero essere, oltre alla presenza di figli minori, l’essere madre single, la presenza di disabili in famiglia, l’assenza di occupati e l’Isee a zero.
“Prevediamo – spiega Poletti – un intervento universalistico che si rivolga a tutti i cittadini in condizione di povertà per produrre le condizioni per farli vivere dignitosamente”. Il Ministro chiarisce che “l’intervento si articola in un sostegno al reddito vincolato e condizionato ad un accordo tra il cittadino e la comunità locale che ha l’onere di prenderlo in carico”. Un accordo con il quale il cittadino “si impegna ad entrare in un determinato percorso, mandando i figli a scuola, accettando i lavori che gli vengono proposti e la eventuale formazione professionale”.
Il ministro sottolinea come “il percorso di aiuto sarà costruito a livello territoriale partendo dalle specifiche condizioni in cui si trova chi vi ricorre”. Soprattutto “è un reddito di inclusione sociale le cui risorse sono quelle previste dalla Legge di Stabilità, a cui aggiungiamo quelle del Sia dell’anno precedente, estendendolo in questo modo a tutti mentre il Parlamento approverà la legge delega per il nuovo strumento”.

Redazione Avanti!