Fine vita. Per la prima volta il Parlamento ne discute

eutanasiaDopo anni di battaglie, finalmente, le Commissioni Giustizia e Affari Sociali della Camera inizieranno il 2 e il 3 marzo l’esame e la discussione delle pdl sull’eutanasia, fra cui quella di iniziativa popolare depositata dalla Associazione Luca Coscioni nel settembre del 2013, con 67mila firme di cittadini/elettori. Il documento conferma che secondo diverse rilevazioni statistiche “ben oltre la metà degli italiani” è a favore dell’eutanasia legale. Una questione etica, filosofica, religiosa. Un tema diffuso, eppure spesso fuori dal pubblico confronto. “I vertici dei partiti e la stampa nazionale – si legge – preferiscono non parlarne: niente dibattiti su come si muore in Italia, tranne quando alcune storie personali si impongono: Eluana e Beppino Englaro, Giovanni Nuvoli, i leader radicali Luca Coscioni e Piero Welby”.

“Finalmente oggi le commissioni Affari Sociali e Giustizia della Camera inizieranno a esaminare le proposte di legge sull’eutanasia, tra queste  anche la petizione popolare presentata dall’Associazione Luca Coscioni”. Ha dichiarato la portavoce del Psi, Maria Cristina Pisani. “È un piccolo passo importante. Sono mesi che come PSI chiediamo al Parlamento di battere un colpo, di legiferare, di aprire un dibattito franco su un tema che ha a che fare con il dramma di troppe persone”, spiega Pisani. “La legge sul ‘fine vita’ non è il trionfo della morte, ma il rispetto della dignità di ognuno. Non possiamo continuare a scegliere di non scegliere. È in gioco la nostra libertà di essere”. Conclude la portavoce del Partito socialista italiano.

Tra le quattro proposte, due sono d’iniziativa parlamentare la cui paternità è attribuita ad un gruppo di deputati di Sinistra Italiana – Sel recanti “Norme in materia di eutanasia” (presentate rispettivamente il 24 marzo 2014 e il 15 marzo 2015). Infine, una proposta di legge recante norme “Disposizioni in materia di eutanasia e rifiuto dei trattamenti sanitari” presentato dalla deputata Bechis lo scorso 30 settembre.
Aldilà delle discussioni etiche al riguardo resta un dato sconcertante, poco noto oppure poco messo in risalto: il suicidio dei malati terminali. Ben oltre 1.000 casi su un totale di circa 3.000 suicidi ogni anno, inoltre dal 2010 l’Istat, pur continuando a pubblicare le tabelle sui suicidi ha abolito proprio la voce “movente”. In queste modo non si conosce o si è conosciuto poco riguardo a una materia che tocca da vicino molte famiglie e molti casi nel nostro Paese.
“La richiesta all’Istat dell’Associazione Coscioni di rendere noti i dati dei suicidi dei malati è giusta. Sapere effettivamente quanti, in mancanza di una legge sull’eutanasia e sul fine vita, non hanno altra scelta che togliersi la vita è senza dubbio uno strumento utile al Parlamento per avviare un dibattito serio e privo di pregiudizi sulle diverse proposte di legge in materia”. Lo ha detto Pia Locatelli capogruppo del Psi alla camera e presidente del Comitato diritti umani.
“Alla Commissione Affari sociali abbiamo avviato la discussione sul testamento biologico, domani in Commissione Giustizia si inizierà a parlare di eutanasia. In questo contesto sarebbe anche utile avere, oltre ai dati dell’Istat, anche quelli di quanti sono andati in Svizzera per ricorrere al suicidio assistito, e di quanti si sono recati all’Estero per avere diritto a una morte dignitosa”.

Liberato Ricciardi

Dopo il cinema,
ecco gli Oscar del Calcio

oscarIn occasione della cerimonia di premiazione degli Oscar 2016, che ha visto come assoluti protagonisti Leonardo Di Caprio (arrivata la prima, tanto attesa, statuetta per l’attore americano grazie al film ‘Revenant’) ed Ennio Morricone (premiato per la colonna sonore in ‘The Hateful Eight’), la redazione di SuperNews ha voluto riunire 500 tra giornalisti, blogger ed esperti del mondo del calcio cui ha sottoposto un sondaggio per identificare i protagonisti del pallone meritevoli dell’ambita statuetta.
Il calcio e il cinema, infatti, sono da sempre due straordinarie macchine per sognare. Una sviluppata su pellicola e nelle sale, l’altra sui campi d’erba degli stadi. Due mondi diversi ma che, parallelamente, mirano a creare la stessa essenza: lo spettacolo. Le 10 domande del sondaggio miravano ad evidenziare i tanti punti di contatto di due universi che puntano allo stesso obiettivo: intrattenere e meravigliare lo spettatore. Come non ritenere un grande attore del tutto simile ad un calciatore famoso? E come non rintracciare una corrispondenza tra un regista di successo e un grande allenatore? Ecco di seguito i vincitori degli speciali Oscar del calcio votati dalla giuria d’eccezione riunita da SuperNews.
Real Madrid e Barcellona, i Titanic del calcio
Sono passati ormai quasi vent’anni da quando Titanic totalizzava il maggiore incasso di sempre e conquistava 11 premi Oscar, record condiviso con Ben Hur e Il Signore degli Anelli, ma ancora oggi non smettiamo di commuoverci per la storia d’amore tra Jack e Rose a bordo dello sfortunato transatlantico. La pellicola di James Cameron, con le 11 statuette vinte (nonostante manchi quella al miglior attore per Leonardo Di Caprio) e con lo straordinario successo di pubblico, viene considerata uno dei cult del cinema mondiale. Chi sarebbe quindi “il Titanic del mondo del calcio”? I risultati del sondaggio raccontano di un ex-aequo (46% di preferenze per entrambe) tra le due grandi spagnole. Impossibile ignorare le 10 Champions League del Real Madrid e il dominio mondiale del Barcellona degli ultimi anni. Squadra “galattica” da sempre, i 10 allori continentali dei Blancos possono essere paragonati agli 11 Oscar di Titanic. Ancor migliore risulta essere il cast del Real, con campioni del calibro di Di Stefano, Puskas, Zidane, Seedorf e i due Ronaldo che hanno vestito la camiseta blanca nel corso degli anni. Anche la regia non scherza, con la panchina del Madrid che solo di recente ha visto seduti allenatori plurititolati come Capello, Del Bosque, Mourinho e Ancelotti, eroe della decima. Alla pari del Real troviamo il Barcellona, che deve il suo successo soprattutto all’ultima generazione di fenomeni. La squadra di marziani di Messi, Iniesta e compagni ha vinto 4 Champions in 10 anni, giocando un calcio a larghi tratti spettacolare e costruendo i suoi successi sullo straordinario vivaio, la cantera blaugrana.
La notte di gloria del gregario: Allan come Walter Brennan
La storia del cinema e quella del calcio sono costellate di grandi protagonisti ma anche di figure secondarie, senza le quali un film o una squadra non sarebbero le stesse. Come nel Cavaliere Oscuro al fianco di Christian Bale/Batman c’era uno straordinario Heath Ledger a interpretare Joker, così nel centrocampo dell’Italia di Lippi e del Milan di Ancelotti a fianco di Pirlo c’era l’instancabile Gennaro Gattuso.
L’oscar come “miglior attore non protagonista” ha quasi la stessa importanza di quello al miglior protagonista. Per informazione chiedetelo a Walter Brennan, stella di Hollywood del secolo che fu, che tra il ’36 e il ’41 vinse tre statuette come supporting cast per “Ambizione”, “Kentucky” e per “L’uomo dell’Est”.
Nella nostra Serie A, assieme ai tanti fuoriclasse, ci sono gregari che spesso hanno un ruolo primario in una squadra. Nella lotta tra Sturaro, Medel e Allan l’ha spuntata quest’ultimo (58% dei voti), ma probabilmente se il sondaggio fosse stato fatto questa mattina il centrocampista bianconero classe ’93 avrebbe potuto ribaltare il risultato, soprattutto per li gran gol che ha permesso alla Juve di rimontare il Bayern Monaco in Champions League.
Il centrocampista tuttofare ex Udinese, al suo primo anno in maglia Napoli, è uno degli artefici dello straordinario campionato dei partenopei, grazie al suo inestimabile lavoro in entrambe le fasi. Un calciatore che magari non si prende la prima pagina dei giornali come Higuain, ma senza il quale probabilmente il Napoli non sarebbe lì a giocarsi lo scudetto con la Juventus schiacciasassi di Massimiliano Allegri.
Alla voce “altri” ha ricevuto non pochi voti Radja Nainngolan, eclettico centrocampista della Roma che oltre a cresta e tatuaggi sul rettangolo di gioco offre quasi sempre prestazioni di sostanza.

Claudio Ranieri, l’Alfred Hitchcock del calcio
Il noto regista britannico Alfred Hitchcock pur ottenendo 5 nomination per l’Oscar non si è mai aggiudicato la prestigiosa statuetta. Suoi colleghi altrettanto noti come ad esempio John Ford, Elia Kazan, Leo McCarey e Billy Wilder ne hanno vinto almeno uno.
Il nostro sondaggio ha voluto creare un’analogia evidente tra regista e allenatore, due figure che per ovvi motivi hanno responsabilità simili per la buona riuscita, tanto di una squadra di calcio quanto di un film. Alfred Hitchcock, (regista di fama mondiale autore di film capolavoro), ha il poco invidiabile record di zero statuette a fronte di 5 nominations.
Rispondendo alla domanda su chi fosse l’Alfred Hitchcock in chiave calcistica, i giornalisti hanno espresso la propria preferenza per il tecnico romano Claudio Ranieri (52% dei voti) mentre al secondo posto si è piazzato il tecnico di Certaldo Luciano Spalletti con il 28%, terzo il livornese Walter Mazzarri.
Ranieri, che da inizio stagione è alla guida della squadra inglese del Leicester, sta lottando incredibilmente per lo scudetto con le big della Premiere League. Eppure è evidente come per la nostra giuria sia ancora considerato un “perdente di successo”. Su questo giudizio, pesano molto probabilmente i tanti piazzamenti (Roma, Valencia, Chelsea) senza portare mai a casa l’ambito scudetto. Al secondo posto Luciano Spalletti, da un mese subentrato a Rudi Garcia alla guida della Roma. Pur avendo vinto campionati all’estero con lo Zenit San Pietroburgo, in Italia il suo bel calcio fatto di verticalizzazioni non ha prodotto titoli. Sul podio Walter Mazzarri, attualmente fermo, ha vinto solo una coppa Italia col Napoli cui si aggiungono solo piazzamenti.

La magia del San Paolo: Oscar alla miglior fotografia alla curva partenopea
Nel sondaggio lanciato da SuperNews abbiamo deciso di dare risalto anche alle tifoserie più calde e determinanti in Italia. Il parallelo con il mondo del cinema, e di conseguenza con l’Oscar, è stato fatto con il premio per la miglior fotografia. Le curve d’Italia, e più in generale gli stadi, hanno mostrato spesso coreografie e colori mozzafiato, nonostante la maggioranza di questi, escluso lo Juventus Stadium e il nuovo Friuli, siano vecchi e fatiscenti. Il simbolo e il vanto italiano per quanto riguarda il Premio Oscar in questa categoria, è senza dubbio il direttore alla fotografia Vittorio Storaro, vincitore della statuetta in ben 3 occasioni: nel 1980 con il film Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, nel 1982 con Reds di Warren Beatty e infine nel 1988 con L’ultimo Imperatore di Bernardo Bertolucci. Per quanto riguarda le tifoserie d’Italia il premio Oscar per la miglior fotografia è stato assegnato a quella del Napoli, con il 35% dei voti. Il San Paolo, del resto, in questa stagione è un vero e proprio fattore decisivo per la straordinaria classifica degli uomini di Sarri. Basta guardare una partita degli azzurri in tv: tifo incessante dal 1′ al 90′ in tutti i settori. Al secondo posto, con il 29% dei voti, la tifoseria della Roma, nonostante le note vicissitudini, o per meglio dire diatribe, tra la Curva Sud ed il Prefetto, con il settore caldo dell’Olimpico giallorosso fuori per protesta dallo scorso 30 agosto. Eppure i nostri lettori hanno mostrato un occhio di riguardo per la tifoseria giallorossa, storicamente tra le più passionali e rumorose d’Italia. Sul gradino più basso del podio finiscono i supporters della Juventus (22% dei voti). Lo Juventus Stadium è ormai un catino praticamente invalicabile, e il tifo bianconero è parso decisamente più caldo negli ultimi anni, rispetto al periodo del Delle Alpi.

Bella ma non vince, la Roma come Il Colore viola
Il Colore Viola, uno dei capolavori del regista Steven Spielberg, è anche famoso per il maggior numero di nomination ottenute (11) che non si sono tramutate in Oscar.
Il sondaggio mirava ad individuare quale squadra di calcio del nostro campionato potesse essere paragonata al film del 1985, con Whoopi Goldberg come straordinaria protagonista.
Il 51% dei votanti ha deciso che la Roma è la squadra di calcio che più ricorda le vicissitudini del film nella notte degli Oscar del 1986. Al secondo posto troviamo, invece, la Fiorentina con il 36% delle preferenze.
Le due squadre ricordano, effettivamente, per certi versi il film di Spielberg. I giallorossi arrivano da due secondi posti in Serie A dal sapore amaro: il primo con 85 punti alle spalle della Juventus dei record, che chiuse la stagione con 102 punti, il secondo, invece, nella scorsa stagione arrivò alla penultima giornata e con un distacco dalla Juventus di ben 17 punti. Quest’anno per i capitolini sembrava l’anno giusto per conquistare il tricolore ma gli scarsi risultati con Garcia hanno fatto scivolare in classifica il club giallorosso. Con Spalletti i tifosi sperano in un futuro ricco di soddisfazioni. La Fiorentina, invece, viene da 3 quarti posti consecutivi negli ultimi tre anni, con l’obiettivo preliminare di Champions League fallito in una di queste stagioni all’ultima giornata. Inoltre pesa ancora nelle menti dei tifosi viola la sconfitta in Coppa Italia nella finale con il Napoli (2013-2014) e quella nella semifinale di Europa League della scorsa stagione contro il Siviglia, poi vincitrice del trofeo.

Al miracoloso Leicester l’Oscar per la miglior squadra straniera
L’ultima domanda del nostro sondaggio sugli Oscar del calcio, chiedeva di paragonare un club non italiano ai film candidati a vincere la statuetta per il miglior film straniero. La squadra di calcio che i votanti hanno indicato come migliore tra le straniere è lo straordinario Leicester City del nostro Claudio Ranieri, in testa alla Premier League in maniera del tutto inaspettata ad inizio stagione. Cuore, sacrificio e sudore hanno portato i Foxes a giocarsi qualcosa di enorme e incredibile. La concorrenza è forte in campionato, ma comunque andrà sarà un successo. Il 75% dei partecipanti al sondaggio ha votato per il club inglese. Deve accontentarsi del secondo posto, invece, il Barcellona di Luis Enrique, che in questa stagione punta a conquistare ben 5 trofei, considerando la Supercoppa Europea e il Mondiale per club già nella bacheca del Camp Nou: soltanto il 18 % dei partecipanti al voto hanno scelto il club blaugrana. Al terzo posto, infine, il Bayern Monaco, rivale della Juventus in Champions League, con il 7% dei voti. E’ chiaro, quindi, come i partecipanti al sondaggio abbiano deciso di votare la vera rivelazione di questa stagione, che nella peggiore delle ipotesi andrà comunque a conquistare un piazzamento in Champions League. E’ evidente, quindi, che il miracolo sportivo del Leicester ha avuto un impatto maggiore rispetto al Barcellona o al Bayern Monaco, che ormai non stupiscono più.

Francesco Carci

Camera. Arriva la riforma
della legge sull’editoria

Rubrica-RASSEGNA-STAMPA«Stabilizzazione delle risorse, garanzia per il pluralismo, accompagnamento al digitale». Approda in aula da domani, martedì 1 marzo, alla Camera, per un via libera atteso in settimana, la legge sull’Editoria e il relatore Roberto Rampi sottolinea gli aspetti fondamentali di una riforma di settore che prevede, tra l’altro, l’istituzione del Fondo per pluralismo e l’innovazione e la ridefinizione della disciplina del sostegno pubblico, di quella pensionistica e del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti. Interventi per i quali è prevista una delega al governo.
«Il provvedimento -premette Rampi all’Adnkronos- nasce da una fase di grande ascolto di tutte le voci del settore in Commissione. Per questo si può dire che sono state fatte proprie, da parte nostra, tutte le necessità rappresentate per una riforma: criteri di trasparenza, attenzione ai soggetti nuovi, anche ai più piccoli, spinta verso il digitale». L’aspetto che il relatore sottolinea come `chiave´ del provvedimento è quello legato alla «stabilizzazione delle risorse», perseguito seguendo anche in questi casi un principio: «L’informazione non è un prodotto come altri, se il mercato non arriva bisogna intervenire -spiega l’esponente del Pd-. Altrimenti, il rischio è che si spenga una voce, che una comunità resti senza voce». Per questo, è prevista la nascita del Fondo per il pluralismo «che avrà più fonti di finanziamento», sottolinea Rampi parlando anche di «nuovi criteri precisi per accedere ai finanziament».
Oltre che con le risorse istituzionali di settore, il Fondo sarà alimentato anche dalle `plusvalenze´ del canone Rai, dalle sanzioni dell’Authority delle Comunicazioni, da un contributo di solidarietà a carico delle concessionarie pubblicitarie. Contabilizzare l’impatto che avrà il Fondo è ancora prematuro, ma secondo alcune stime potrebbe valere intorno agli 80 mln, cui potrebbero aggiungersi altri 50 a regime e nel tempo. L’altro aspetto `chiave´ della riforma sta, invece, nella formalizzazione dell’apertura delle porte al digitale. «La legge sancisce definitivamente il passaggio all’epoca digitale -spiega Rampi-. Anche in modo formale, perchè si chiarisce che per avere i contributi bisogna aver sposato le nuove tecnologie e avere l’edizione `on line´. Ma non è tutto, perchè ci sono contributi per le `start-up´, per i progetti portati avanti da giovani». Legati sempre alla modernizzazione del settore, ci sono poi «una serie di interventi sulla rete della vendita, che riguardano la distribuzione ma anche gli stessi punti vendita», sottolinea sempre il relatore. Dal punto di vista normativo, la legge contiene la delega al governo: «Che ha un significato preciso -dice Rampi-. Non è certo una delega in bianco. Il Parlamento stabilisce i principi, poi si vedranno i risultati dell’intervento. Se sarà necessario, si cambierà ma non bisognerà fare una nuova legge, si interviene per decreto. Si tratta di un modo nuovo di intervenire, dinamico, per un settore che è per sua natura dinamico».
Tra le varie novità della legge, ancora per quel che riguarda il Fondo che è ripartito annualmente tra la presidenza del Consiglio e il ministero dello Sviluppo, la possibilità di accedervi è data alle cooperative giornalistiche e gli enti senza fini di lucro ma non agli organi di partito o di movimenti politici e sindacali. Tra i requisiti, c’è anche l’adempimento agli obblighi derivanti dai contratti di lavoro. Sono previsti, tra l’altro, premi per le assunzioni a tempo indeterminato per i giovani. Per quel che riguarda il Consiglio dell’Ordine, l’intervento viene delegato al governo e riguarderà sia le competenze ma anche il `taglio´ dei componenti. Lo stesso, delega al governo, vale per la disciplina dei pensionamenti con l’obiettivo di arrivare ad un accostamento alla disciplina generale e interventi sui requisiti di anzianità, sul ricorso agli ammortizzatori sociali e sui prepensionamenti, compresa la revisione dei termini per riconoscimento dello stato di crisi aziendale motivo di prepensionamento. Tra le modifiche recenti al testo, il no per i prepensionati alle collaborazioni con la loro `ex´ testata. (AdnKronos)

Tar e scuola: un rito, no
alle benedizioni pasquali

Preti scuolaAll’inizio di febbraio il tribunale amministrativo regionale (TAR) dell’Emilia Romagna, ha accolto il ricorso presentato da alcuni insegnanti e genitori e dal comitato ‘scuola e costituzione’ e annullato la delibera con cui un consiglio d’istituto di Bologna aveva autorizzato le benedizioni a scuola.
Era la vigilia di Pasqua 2015 e le benedizioni, nonostante il ricorso, furono comunque impartite. Ora questo non dovrebbe ripetersi perché la decisione del TAR è arrivata ben prima delle scadenze liturgiche del 2016.

Ad aprire le ‘ostilità’ con i parroci dei plessi dell’istituto comprensivo 20 (Carducci, Rolandino e Fortuzzi), scuole elementari e medie, una nutrita schiera di genitori e alla fine il consiglio d’istituto, presieduto da Giovanni Prodi, nipote dell’ex presidente del Consiglio, decise comunque di autorizzare le benedizioni (con due voti contrari), ma di farlo in orario extrascolastico e con i bambini accompagnati dai familiari.

I giudici (estensore Italo Caso, presidente Giuseppe Di Nunzio) nella sentenza premettono che il principio costituzionale della laicità o non confessionalità dello Stato “non significa indifferenza di fronte all’esperienza religiosa, ma comporta piuttosto equidistanza e imparzialità rispetto a tutte le confessioni religiose. Ciò fa sì che anche la tutela della libertà religiosa non si risolve nell’esclusione totale dalle istituzioni scolastiche di tutto ciò che riguarda il credo confessionale della popolazione, purché l’attività formativa degli studenti si giovi della conoscenza di simili fenomeni se ed in quanto fatti culturali portatori di valori non in contrasto con i principi fondanti del nostro ordinamento e non incoerenti con le comuni regole del vivere civile”. La scuola non può però “essere coinvolta nella celebrazione di riti religiosi che sono essi sì attinenti unicamente alla sfera individuale di ciascuno – secondo scelte private di natura incomprimibile – e si rivelano quindi estranei ad un ambito pubblico che deve di per sé evitare discriminazioni”.
Insomma in parole povere, un conto la fede religiosa di ciascuno, un altro un rito religioso che non può essere impartito a forza a tutti, credenti, non credenti e diversamente credenti.

Monica Fontanelli

Monica Fontanelli

Una lezione di laicità – piuttosto rara come si è visto anche in questi giorni in occasione del (mancato) dibattito sulla legge sulle unioni civili – che ha soddisfatto gli autori del ricorso. “Si è affermato – ha detto l’insegnante Monica Fontanelli – un principio importantissimo, non solo per la scuola di Bologna, ma per la scuola italiana. L’indicazione è estremamente chiara: la scuola è laica. A scuola si insegna a vivere insieme, si fa cultura. Le pratiche religiose restano fuori. È stato affermato un principio della Costituzione”.

“Ancora una volta – protesta invece la deputata di Forza Italia Annagrazia Calabria – una decisione incomprensibile che va contro il buon senso e, soprattutto, contro i nostri valori, la cultura che ci caratterizza, la nostra identità. Perché la benedizione pasquale, esattamente come il festeggiamento del Natale, richiama valori positivi quali la rinascita, la speranza, l’amore. Perché i nostri bambini non possono festeggiare la Pasqua, anche con la benedizione del luogo in cui passano buona parte delle loro giornate, cioè la scuola? In che modo questo può offendere o infastidire chi non crede o professa altre religioni? È inspiegabile”.

“Non finisce qua. Penso – gli fa eco Daniela Turci, preside dell’istituto comprensivo 20 e anche consigliera comunale Pd – che vi siano gli estremi per il ricorso. Abbiamo agito seguendo il dettato legislativo del Consigli di Stato che evidentemente è superato da questa sentenza. Non giudico. Attendo di capire quali passi possano essere intrapresi. Mi confronterò con l’avvocatura di Stato e con gli uffici dell’Ufficio scolastico regionale”.

Crecifisso scuolaDurissimo contro il TAR il commento della curia secondo cui, evidentemente, l’Italia è un Paese a sovranità limitata. Don Raffaele Buono, direttore dell’ufficio diocesano di Bologna per l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole ha scritto su ‘Bologna Sette’ che “in uno Stato di diritto è certamente legittimo impugnare una decisione che si ritiene ingiusta; è però segno di autentico amore per la democrazia rispettare l’autonomia di una scuola, in particolare quando il suo supremo organo di rappresentanza si esprime con una maggioranza schiacciante”. Ovviamente aggiungiamo noi se si tratta della fede cattolica, perché per tutte le altre religioni e filosofie la scuola resta un territorio rigorosamente vietato. “La pronuncia – aggiunge l’arcidiocesi di Bologna, guidata da monsignor Matteo Zuppi – desta stupore e amarezza. Il merito non appare condivisibile. Infatti, quel gesto di pace che è la benedizione pasquale non è stato allora imposto a nessuno, ma fu conseguente a una adesione libera e volontaria e avvenne (dopo la protesta dei genitori, ndr) in orario extrascolastico, nel pieno rispetto della normativa vigente. Escludere la dimensione religiosa dalla scuola e pensare di ridurla ad una sfera meramente individuale – secondo l’arcidiocesi – non contribuisce alla affermazione di una laicità correttamente intesa”.

Oggi il presidente del TAR, Giuseppe Di Nunzio, ha avuto un colloquio con l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, per ‘spiegare’ la sentenza e, chissà, forse per scusarsi. All’arcivescovo ha dovuto spiegare che c’è una differenza tra rito religioso e tradizione cristiana: “Ho avuto occasione di avere un simpatico colloquio – ha detto a margine dell’inaugurazione dell’anno giudiziario – con l’arcivescovo di Bologna. Il colloquio era determinato da ben altre ragioni istituzionali, e così abbiamo discusso un po’ di teologia: la differenza tra tradizione cristiana e rito cristiano”.
NYT Per il presidente “il cuore della sentenza è nel senso che la benedizione pasquale è un rito religioso, non è solo una tradizione religiosa, come può essere il crocifisso o il presepe”. E a dire la verità in molti ritengono che anche il crecifisso non dovrebbe trovare posto nelle aule di una scuola pubblica così come non vi possono oggi essere altri simboli di altre religioni e credenze. Chiaro no? Chissà, di certo la vicenda agli occhi degli stranieri, fatta eccezione per la tante teocrazie che opprimono tanti Paesi nel mondo, è apparsa davvero curiosa, tanto da arrivare sulla prima pagina del New York Times.
C. Co.

Istat. Aumenta la mortalità per mancate vaccinazioni

vaccinoinfluenza-23-anziani-morti-laviadiuscita.net_Il rapporto Istat sugli indicatori demografici 2015 ha confermato le stime dei mesi scorsi: in Italia l’anno scorso i decessi hanno toccato quota 653mila, 54mila in più del 2014 (+9,1%). Con un tasso di mortalità, pari al 10,7 per mille, che è risultato il più alto dal secondo dopoguerra in poi.
Il picco è in parte dovuto a effetti strutturali connessi all’invecchiamento e in parte al posticipo delle morti non avvenute nel biennio 2013-2014, più favorevole per la sopravvivenza.
Nel 2015 le nascite sono state 488 mila (-15 mila), nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia. Il 2015 è il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, giunta a 1,35 figli per donna. L’età media delle madri al parto sale a 31,6 anni. Diminuisce anche la speranza di vita alla nascita. Per gli uomini si attesta a 80,1 anni (da 80,3 del 2014), per le donne a 84,7 anni (da 85). L’età media della popolazione aumenta di due decimi e arriva a 44,6 anni.
Ma la causa dell’aumento della mortalità in Italia è dovuta innanzitutto all’invecchiamento della popolazione, si tratta infatti di un posticipo dei decessi: il picco del 2015 rappresenti una risposta proporzionata e contraria alle diminuzioni di mortalità riscontrate nel 2013 e nel 2014. Analizzando ancora il fenomeno si potrebbe sostenere come il calo di vaccinazioni contro l’influenza che si è avuto negli anziani a causa del ‘caso’ Fluad ha provocato alcune centinaia di morti in più. I picchi di mortalità si sono registrati nei mesi di gennaio, febbraio e marzo rispettivamente del 10,4%, 18,9% e 14%, mesi in cui l’influenza aumenta. E come attestano i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, lo scorso anno c’è stato un crollo della copertura vaccinale proprio in Italia (scesa al di sotto del 50% per la popolazione oltre i 65 anni). Si sono avuti incrementi anche durante i mesi estivi, a causa delle ondate di caldo, ma resta comunque da evidenziare come la mancata vaccinazione crei problemi non solo tra i bambini con il ritorno di malattie quasi debellate nel nostro Paese, ma anche tra gli anziani.

Redazione Avanti!

Olio tunisino. Ok dall’Ue
a importazione senza dazi

tunisia olive oilCon 475 voti a favore, 126 contrari e 35 astensioni, l’Aula del parlamento europeo ha approvato la misura che consente al Paese nordafricano di vendere sul mercato dell’Ue 35mila tonnellate all’anno a dazio zero per due anni, nel 2016 e 2017. La misura che ha subito suscitato proteste tra gli agricoltori europei, italiani in particolare, è stata fatta per contribuire a rafforzare l’economia tunisina, duramente colpita nel 2015 da attacchi terroristici.
“La Tunisia ha fatto molta strada dalla Primavera araba, come uno dei pochi Paesi che ha davvero raggiunto una transizione democratica. La Tunisia è stata il bersaglio di attacchi terroristici proprio perché è sulla strada per il consolidamento della propria democrazia. Questi attacchi hanno avuto un terribile impatto sul settore turistico e sull’economia in generale, in un periodo di grave crisi economica. Vogliamo che la Tunisia ce la faccia e dobbiamo aiutarla con misure concrete che promuovano subito la sua economia”, ha affermato la relatrice Marielle de Sarnez (ALDE, FR), nel dibattito prima del voto.
Le preoccupazioni espresse dalle regioni produttrici di olio d’oliva nell’UE hanno portato i deputati a proporre alcune “misure correttive” nel medio termine, qualora l’equilibrio del mercato UE fosse turbato e il settore fosse colpito duramente. L’Italia, ad esempio, in base agli ultimi dati Istat, è il secondo produttore ed esportatore di olio al mondo con ben 900.000 aziende e 4.500 frantoi attivi, e fino al 2017 la misura europea aggiungerebbe altre 35mila tonnellate di olio tunisino all’anno alle attuali 57mila tonnellate senza dazio già previste dall’accordo di associazione Ue-Tunisia.
I deputati dell’Unione hanno così emendato il testo affinché la Commissione presenti una valutazione di medio termine e modifichi tali misure, nel caso dovessero danneggiare i produttori di olio d’oliva dell’UE. In una risoluzione separata, anch’essa votata oggi, i deputati hanno sostenuto i negoziati avviati recentemente per creare una zona di libero scambio con la Tunisia. L’Europarlamento ha approvato il testo introducendo modifiche con l’obbligo di tracciabilità delle merci, affinché i dazi zero si applichino “solo all’olio d’oliva effettivamente prodotto in Tunisia”, e cancellando la possibilità di prolungare le misure d’emergenza oltre il periodo deciso di due anni. Con il 31 dicembre 2017 scadrà quindi questa misure di sostegno alla Tunisia. Tuttavia restano preoccupati gli agricoltori italiani per via degli effetti sul mercato dell’olio derivanti dalla decisione europea.
“Dopo la commissione Commercio, anche il Parlamento Europeo ha dato il via libera, anche se temporaneo, all’importazione a dazio zero di 35 mila tonnellate di olio tunisino. Un grande errore che può compromettere l’intero comparto oleario e favorire truffe agroalimentari”. Lo afferma in una nota Oreste Pastorelli, deputato del Psi e componente della commissione di Inchiesta sulle Contraffazioni della Camera. “Quindi, alla luce delle ultime notizie provenienti da Bruxelles – prosegue il parlamentare socialista – diventa sempre più urgente tracciare il prodotto proveniente dal paese nordafricano, così da scongiurare frodi. Altrettanto improrogabile è inoltre l’attuazione completa delle norme già varate con la cosiddetta legge ‘salva Olio’, che prevede una serie di misure che andrebbero a tutelare concretamente i nostri olivicoltori”.

Redazione Avanti!

Caporalato. Più di 400mila sfruttati a 2,50 l’ora

caporalato-agricolturaÈ l’altra faccia della medaglia dell’immigrazione, quella sfruttata nei campi a meno di due euro e 50 centesimi l’ora, un fenomeno di cui poco si parla ma che è emerso da uno studio di The European House-Ambrosetti sui dati Flai Cgil relativi al 2015, presentato al convegno di Assosomm-Associazione italiana delle agenzie per il lavoro ‘Attiviamo lavoro. Le potenzialità del lavoro in somministrazione nel settore dell’agricoltura’.

Dallo studio emerge anche che in Italia sono ben 400 mila lavoratori sfruttati dal caporalato, stranieri nell’80% dei casi, inoltre il 72% dei lavoratori costretti al caporalato soffre di malattie manifestatesi durante la stagione e che prima non aveva. Solo nell’estate 2015 almeno 10 morti. Le malattie riscontrate sono per lo più curabili con una semplice terapia antibiotica ma si cronicizzano in assenza di un medico a cui rivolgersi e di soldi per l’acquisto delle medicine. Ad aggravare la situazione contribuisce poi il sovraccarico di lavoro, l’esposizione alle intemperie, l’assenza di accesso all’acqua corrente, che riguarda il 64% dei lavoratori, e ai servizi igienici, che riguarda il 62%.

Alla paga di chi lavora sotto caporali, pari alla metà di quanto stabilito dai contratti nazionali, inoltre, devono essere sottratti i costi del trasporto, circa 5 euro, l’acquisto di acqua e cibo, l’affitto degli alloggi ed eventualmente l’acquisto di medicinali.

Per ultimo un danno anche per le Casse dello Stato e della Comunità, secondo lo studio sono circa 600 milioni di euro che ogni anno vengono sottratte alle casse statali.

Redazione Avanti!

Labour e City avvertono:
Brexit un danno al Paese

Che la City fosse contraria alla Brexit lo si sapeva da molto tempo, ma ora la notizia è ufficiale, è contenuta in un documento che porta la firma di 200 rappresentanti di altrettante aziende quotate alla Borsa di Londra. La Brexit, dice in sostanza l’appello all’opinione pubblica in vista del referendum del 23 giugno, può “scoraggiare gli investimenti e minacciare l’occupazione”. Posizione praticamente identica a quella che arriva dal partito laburista che avverte gli elettori che due terzi dei posti di lavoro nel settore manufatturiero dipendono dall’Ue e sarebbero a rischio in caso di Brexit.

Borsa di LondraNello stesso tempo la Banca centrale inglese ha reso noto di essere impegnata a preparare un piano di intervento per far fronte alle conseguenze immediate di un eventuale SÌ. Mark Carney, governatore della Bank of England, nel corso di una audizione di fronte a una commissione della Camera dei Comuni ha aggiunto che l’incertezza del momento sta causando instabilità per la sterlina, ma ha detto anche che per non influenzare il voto, la Banca non farà previsioni sulle possibili conseguenze di una Brexit.
Tornando alla lettera, pubblicata stamane da The Times, i sottoscrittori avvertono esplicitamente che uscire dall’Unione danneggerebbe l’economia britannica e metterebbe a rischio posti di lavoro.
“Rappresentiamo ogni settore e ogni regione della Gran Bretagna, e insieme diamo lavoro a centinaia di migliaia di persone, Siamo convinti che per la Gran Bretagna sia meglio restare in una Ue riformata. Le imprese hanno bisogno di un accesso senza limitazioni al mercato europeo di 500 milioni di persone per poter continuare a crescere, a investire e a creare occupazione. Siamo convinti che lasciare la Ue scoraggerebbe gli investimenti, minaccerebbe i posti di lavoro e sarebbe un rischio per l’economia. La Gran Bretagna sarà più forte, più sicura e più ricca se resterà membro dell’Ue”.

Nei mesi scorsi, separatamente e in tempi diversi, i Ceo di grandi società come Vodafone, GlaxoSmithKline, Virgin, BT e grandi gruppi come Bae Systems, Burberry e EasyJet e i Ceo degli aeroporti di Gatwick e Heathrow, avevano già fatto sapere come la pensavano, ma la lettera pubblicata oggi, per la quantità e qualità delle firme, è un vero e proprio endorsment pro Cameron, il premier che appena venerdì sera aveva ottenuto dai 27 un accordo per alcune concessioni alla gran Bretagna soprattutto in merito all’estensione del welfare agli immigrati con un ritardo di 7 anni. Un punto a favore per la sua ricandidatura alla guida dei Tory mentre il suo probabile diretto antagonista, il sindaco di Londra, Boris Johnson, ieri ha preso posizione a favore della Brexit.

I sostenitori del referendum hanno accusato il Governo di aver fatto pressione sulle aziende per avere la lettera e hanno sottolineato l’assenza dei due terzi delle società quotate al Ftse, ma che l’establishment economico-finanziario britannico fosse in gran parte contrario al referendum davvero non è una sorpresa per nessuno.

Oggi Lord Lawson, leader del fronte pro-Brexit, spiegherà le ragioni economiche per lasciare la Ue e sempre oggi Cameron inizia la campagna che lo porterà in giro per la Gran Bretagna per convincere gli elettori No al referendum.
Armando Marchio

Ocse taglia stime crescita
2016, solo 1% per l’Italia

Frena l’economia mondiale, quella europea e quella italiana anche di più. L’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, l’ente che riunisce le economie più “ricche” del pianeta, rivede al ribasso le stime per il nostro Pil per il 2016, portandolo a uno striminzito 1%, quasi mezzo punto in meno (0,4%) rispetto alle previsioni di novembre. Confermata invece la stima di +1,4% per il 2017, ma a questo punto gli unici a mantenere invariate le previsioni sono i tecnici di palazzo Chigi e del Mef.

Grafico PILQuanto alla crescita mondiale, il taglio e di tre decimali, al 3% per il 2016 visti, scrivono nel rapporti, i “dati recenti deludenti”. Ritocco negativo anche per le stime dell’eurozona che passa alla media dell’1,4% e dell’1,7%, rispettivamente con un meno 0,4 e un meno 0,2 rispetto alle prvisioni.

Le previsioni dell’Ocse sono sul filo di quella che per il Fondo monetario inetrnazionale potrebbe essere una recessione. Secondo l’FMI infatti con una crescita anche appena sotto il 3%, bisognerebbe parlare di recessione.

La crescita globale nel 2016 rileva l’Ocse “non sarà più alta rispetto al 2015, che già segnava il tasso più lento degli ultimi cinque anni”. Le stime sono state abbassate alla luce degli ultimi deludenti dati perché la crescita sta rallentando in molte economie emergenti e le economie avanzate registrano “una ripresa molto modesta” e i bassi prezzi delle materie prime deprimono i Paesi esportatori. Il basso livello globale della domanda porta a una bassa inflazione e a una crescita inadeguata di salari e occupazione. A questo si accompagna lo squillo di un altro campanello di allarme: “I rischi di instabilità finanziaria – scrivono – sono rilevanti. I mercati finanziari stanno rivalutando le prospettive di crescita, il che porta al calo dei prezzi azionari e a un’elevata volatilità”. Per questo c’è la necessità di “una risposta politica più forte a sostegno della domanda. La politica monetaria non può funzionare da sola. Bisogna utilizzare maggiormente la leva fiscale e quella strutturale”.

Cameron: dalla Brexit
non si torna indietro

David CameronVenerdì notte, dopo l’accordo all’unanimità dei 28 sulle condizioni speciali per la Gran Bretagna, la Brexit sembrava allontanarsi. Le regole contrattate dal premier David Cameron che consentivano a Londra, per esempio, di non estendere il generoso wellfare agli immigrati per sette anni, sembravano sufficienti a consentirgli di andare all’appuntamento referendario – da lui stesso subito fissato al 23 giugno – in condizioni tali da far sperare nella vittoria del No.

Invece sono arrivate subito due pesanti mazzate sulla testa del leader conservatore. Prima sei ministri si sono detti insoddisfatti e pronti a sostenere la Brexit e subito dopo ha preso posizione un peso massimo conservatore, il sindaco di Londra, Boris Johnson. Secondo Johnson, il negoziato lo ha vinto la Commissione e i Paesi come la Germania, la Francia, il Belgio e l’Italia che credono in una “Unione sempre più forte”. Londra, dice, ha certamente ottenuto qualcosa in termini di immagine, ma alla fine in termini di risultati concreti, ha ottenuto ben poco. Tant’è che, a parte la questione dei benefici sociali ai cittadini Ue che si installano in Gran Bretagna, non sarà necessaria nessuna modifica legislativa dopo l’accordo e, soprattutto, perché i contenuti dell’accordo esplichino i loro effetti non è necessaria alcuna modifica dei Trattati.
E secondo la Bbc, sono già più di 100, su unb totale di 330, i deputati del Partito Conservatore venuti allo scoperto in favore della Brexit dopo la presa di posizione di Johnson, anch’egli parlamentare. Dei deputati Tory ssolo una sessantina ha firmato un documento di esplicito sostegno all’accordo raggiunto da Cameron con Bruxelles, mentre una fetta significativa non si è ancora pronunciata con chiarezza su come voterà al referendum di giugno. Dunque alla fine non solo l’accordo di Bruxelles forse non servirà a tenere la Gran Bretagna nell’Ue, ma aprirà la strada ad altre richieste da altri Paesi. È intenzionata a farlo Marine Le Pen se dovesse vincere le elezioni francesi e lo chiede in Italia la Lega di Salvini.

Intanto Cameron intervenendo alla Camera dei comuni per la presentazione all’assemblea dei risultati del negoziato con Bruxelles, ha avvertito che il referendum sulla permanenza nell’Unione europea del 23 giugno sarà “una decisione vitale per il futuro del nostro Paese, e una decisione definitiva”. Le ipotesi sostenute da alcuni euroscettici, che in caso di voto per l’uscita possa esserci un nuovo negoziato e un eventuale nuovo referendum “è una idea per i passerotti. (…) Se la gente votasse per lasciare Ue ci sarebbe una sola cosa da fare: il processo di uscita, che dura 2 anni per negoziare uscita e alla fine se non ci sta accordo l’uscita è automatica, a meno che tutti non concordino di rinviare l’uscita. Non conosco coppie che iniziano una procedura di divorzio per risposarsi”. “Se vuoi guidare l’Europa devi starci dentro. Se invece vuoi essere guidato dall’Europa, sei libero di fare come la Norvegia”, che non appartiene all’Ue, ma ne subisce le regole. Il premier è poi tornato a mettere in guardia i suoi concittadini – con questo in pieno accordo con la City che teme il danno economico conseguente alla Brexit – che l’uscita “minaccerebbe la nostra sicurezza economica e nazionale”. Lasciare l’Europa sarebbe un “grande salto nell’ignoto”. Cameron ha poi lanciato una stoccata al Sindaco di Londra, dietro le cui parole intravvede il tentativo di rafforzare la sua posizione per la sfida alla leadership dei Tory: “Non correrò per la rielezione, non ho altro interesse che ciò che è meglio per il nostro Paese”.

Da parte sua il portavoce dell’esecutivo di Bruxelles, Margaritis Schinas, in un briefing alla stampa ha dichiarato che “la Commissione non farà campagna, non interverrà in alcun modo” nel dibattito. Il “nostro ruolo è finito” venerdì sera, con l’accordo anti-Brexit concluso fra il governo britannico e i 27 partner dell’Ue, ha aggiunto Schinas. “Non vedo quale possa essere il ruolo della Commissione in una campagna che è esclusivamente per il popolo britannico”. Bruxelles però si prepara al “post referendum”. Comincia infatti a preparare, sulla base del testo dell’accordo raggiunto al vertice, una proposta più dettagliata che la Commissione potrà ovviamente presentare eventualmente solo dopo il 23 giugno in caso di vittoria del No. In caso contrario l’accordo decadrà completamente e non sarà più possibile nemmeno utilizzarlo come base per altre trattative.
Intanto oggi la sterlina ha segnato nuovi minimi da quasi 7 anni sul dollaro finendo a 1,4058 sulla moneta Usa, il punto più basso dal marzo del 2009 mentre l’euro è salito fino a 0,7844 sterline.
Armando Marchio