Fine vita, proposta del Psi
in tutte le Regioni

eutanasiaLa proposta di legge per il fine vita è stata calendarizzata nella capigruppo: “Finalmente il Parlamento – afferma Pia Locatelli, capogruppo della componente socialista a Montecitorio – avvia una discussione sulla legge sul fine vita e sul testamento biologico, l’obiettivo dell’Intergruppo è stato raggiunto”.
“Abbiamo inviato una lettera a tutti i capigruppo – continua Pia Locatelli, che ricompre anche il ruolo di coordinatrice, assieme a Marisa Nicchi e a Ilaria Borletti Buitoni, dell’Intergruppo eutanasia legale e testamento biologico – firmata da 67 deputati, sollecitando la discussione delle varie Pdl, e dobbiamo ringraziare Arturo Scotto per aver posto l’attenzione sul tema. C’è la proposta di Sel, c’è una proposta di legge popolare e io stessa ne ho presentata una a inizio legislatura. Noi vogliamo che si faccia una legge. Non abbiamo dato volutamente delle indicazioni proprio per permettere un coinvolgimento trasversale e la costruzione di un testo ampiamente condiviso”.

Soddisfazione arriva anche dalla portavoce del Psi, Maria Cristina Pisani: “Avevamo chiesto insieme al segretario nazionale Riccardo Nencini ai nostri amministratori di colmare un vuoto legislativo favorendo nei territori il riconoscimento del rispetto della dignità umana. Con coraggio – aggiunge – in tutte le Regioni, in Campania, nel Lazio, in Piemonte, in Umbria, in Sicilia, Basilicata e Marche i nostri consiglieri stanno presentando la nostra proposta di legge ‘Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (DAT). A loro rivolgo il nostro ringraziamento. Il cuore della libertà è rappresentato dal diritto di definire il proprio concetto di esistenza. Per questo andremo avanti contro l’integralismo e l’indifferenza. Perché non siano altri a scegliere per noi”- ha concluso Pisani.
Passi avanti anche sulle unioni civili che sono state calendearizzate per il 28 gennaio.

Redazione Avanti!

Spagna, i socialisti pronti
a un governo con Podemos

Pedro Sanchez, segretario del Psoe

Pedro Sanchez, segretario del Psoe

Il leader del Partito socialista spagnolo Pedro Sánchez, ha ribadito oggi che non intende appoggiare un esecutivo guidato dal conservatore Mariano Rajoy ed ha annunciato che cercherà di dar vita ad un patto con Podemos e la formazione di centro-destra Ciudadanos.
“Ci unisce il cambiamento. Un cambiamento progressista, riformista, che rigeneri la nostra vita democratica, che ripristini il benessere e metta fine alla frattura nella convivenza in Catalogna”.
Alle elezioni generali celebrate a dicembre il partito più votato è stato il PP di Rajoy che non è però riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta dei voti. I popolari vogliono una grande coalizione alla tedesca con il secondo partito più votato, il Psoe e con Ciudadanos per dare vita, affermano, ad un esecutivo stabile che faccia fronte alla sfida catalana. Ma i socialisti ancora una volta hanno ribadito di voler un cambiamento di governo in Spagna. “Altri 4 anni di Rajoy al governo aggraverebbero anche il confronto con l’autonomia della Catalogna”, ha dichiarato Sanchez a Cadena Ser.

Patxi Lopez

Patxi Lopez

Intanto domani si insedieranno le due Camere e l’ex presidente basco Patxi Lopez sarà il candidato del Partito socialista alla presidenza del Governo e la sua elezione dovrebbe avvenire durante la prima sessione del parlamento eletto alle politiche del 20 dicembre.
La nuova camera dei deputati è per la prima volta nella storia democratica spagnola fortemente frammentata e senza una maggioranza chiara a causa dell’irruzione dei due nuovi partiti anti-casta, Podemos e Ciudadanos, arrivati rispettivamente terzo e quarto dopo Pp e Psoe, con 69 e 40 deputati su 350. La frammentazione del parlamento rischia di costringere la Spagna a tornare alle urne il prossimo maggio se falliranno i tentativi del premier uscente Mariano Rajoy, e di Pedro Sanchez, che dovrebbe provare dopo Rajoy a formare un governo.
Il Pp non ha ancora designato il suo candidato alla presidenza del Congresso, che secondo Publico.es potrebbe essere l’uscente Jesus Posada o il ministro degli interni Jorge Fernando Diaz.
Sul fronte interno dei socialisti è scattata la tregua (armata), la presidente del governo andaluso, Susana Diaz, ha infatti espresso pubblicamente “appoggio e fiducia” al proprio segretario, perché provi a formare una coalizione di sinistra quando sarà fallito il tentativo del leader del Partito Popolare. Diaz è la principale rivale interna di Sanchez che dopo due anni non è ancora riuscito a consolidare la sua leadership. A lei guardano tutti coloro che auspicano al più presto a un congresso per cambiare dirigenza ed esprimono scetticismo per un possibile accordo di governo con Podemos, partito anti casta della sinistra radicale. Oggi la Diaz, intervistata dalla radio Canal Sur, ha definito “inattuabile” l’ipotesi di convocare un Congresso a febbraio, sottolineando che il dibattito sulla guida del partito “non si è ancora aperto”.

Sara Pasquot

Per i fatti di Colonia scontro tra SPD e CDU sui migranti

migrantiSe da un lato è chiaro che i fatti di Colonia pongono il dovere morale di ripensare i termini dell’accoglienza dei migranti, dall’altro l’SPD si scontra con gli alleati di governo della CDU riguardo all’ipotesi di un inasprimento delle politiche di asilo.

Il partito cattolico della Merkel, infatti, propone un nuovo sistema di concessione dei visti, tramite il quale rispedire in patria anche i rifugiati con diritto di asilo che commettono reati. È su questo punto che i socialdemocratici tedeschi si scontrano con la Cancelliera. Il leader dell’SPD Sigmar Gabriel propone invece di punire chi commette reati direttamente in Germania, senza “consegnarlo al boia nel suo Paese d’origine”.

Sulla stessa linea anche il vice-presidente dell’SPD Ralph Stegner, che ribadisce: “La nostra solidarietà è con il 99.9% dei rifugiati che qui cercano protezione dalle persecuzioni, e tolleranza zero per coloro che sono delinquenti. È questo il principio che seguiamo.”

In pratica, la proposta socialdemocratica è quella di punire a prescindere i reati, magari intensificando le pene per quelli di natura sessuale, senza effettuare discriminazioni in base alla nazionalità di chi delinque.

In cantiere ci sono già proposte del genere, comprendenti riforme al codice penale, sulle quali però la CDU sembra fare orecchie da mercante, premendo il pedale sui sentimenti anti-islamici.

Giuseppe Guarino

Francia, nuovi poteri
contro il terrorismo

Presidi di polizia ed esercito nella capitaleIl premier francese Manuel Valls torna a parlare in diretta da Matignon, aprendo di fatto l’attività di governo per il 2016, dopo un anno certamente non facile per Parigi. I primi riferimenti di Valls, ovviamente, sono andati alla lotta contro il terrorismo, ad una minaccia persistente che non si riesce a ricacciare indietro. Ed è così che il capo del governo avverte i francesi, chiedendo loro di mantenersi vigili e lucidi, confermando che in cantiere c’è una nuova legge anti-terrorismo.

Un intervento che darebbe maggiore spazio d’azione alla polizia, coordinando allo stesso tempo l’attività dei giudici. Tra le nuove pene dovrebbe esserci anche la tanto dibattuta privazione della cittadinanza francese, destinata ai criminali di doppia nazionalità (o figli di stranieri che hanno mantenuto la cittadinanza originaria) condannati per terrorismo. Secondo il premier, tale misura “simbolica” metterebbe alla sbarra coloro che “lacerano il contratto nazionale”, in quanto “non si è francesi in funzione delle proprie origini, ma perché si aderisce a un patto sociale”. Tuttavia questa misura penale (inserita nella proposta di riforma costituzionale) trova opposizioni anche all’interno dello stesso Parti Socialiste, dato che rischierebbe di creare diversi tipi di cittadini, con diversi diritti. A tali affermazioni, il premier risponde sferzante: “Se ci sono due categorie di francesi, si tratta di una manciata di terroristi da un lato e la stragrande maggioranza dei francesi che si sentono attaccati dall’altro”.

Valls rifiuta assolutamente di estendere la misura a tutti i cittadini francesi, in quanto si rischierebbe di creare numerosi apolidi. Sulle stesse posizioni si attesta anche l’ex presidente e leader dei repubblicani Sarkozy, rendendo molto più facile la possibilità di un accordo politico.

Giuseppe Guarino

Olimpiadi a Roma?
Chiediamo ai romani

Olimpiadi RomaUna petizione per chiedere al presidente del Consiglio Matteo Renzi e al Commissario Straordinario di Roma Capitale Francesco Paolo Tronca di indire un referendum tra i romani sulla candidatura alle Olimpiadi è l’ultima iniziativa dei radicali per scongiurare un evento che in tutto il mondo, al di là dei benefici sul piano dell’immagine e del divertimento degli sportivi, si è trasformato quasi sempre in un colossale flop economico, con pesantissime ricadute sui bilanci pubblici. Fatta eccezione per le Olimpiadi in Gran Bretagna (2012), nelle ultime edizioni i giochi hanno macinato una quantità impressionante di denari con buchi miliardari nelle casse pubbliche che, come nel caso di Atene (2004), hanno a loro volta provocato effetti dirompenti sulla tenuta stessa dei conti economici del Paese. A guadagnarci quasi sempre sono stati solo gli investitori privati, gli sponsor, le imprese appaltatrici delle opere pubbliche. Non è un caso che a Roma, ad esempio, siano già scattati i soliti noti perché gli appetiti dei palazzinari, soprattutto in tempi grami come questi, sono fortissimi. Gli stessi interessi che hanno pesantemente condizionato le amministrazioni capitoline degli ultimi vent’anni, facendo sì che Roma crescesse senza servizi, in un caos urbanistico senza limiti, nutrendo al contempo una criminalità diffusa e ben organizzata e, soprattutto, ben collegata ai partiti, a cominciare da quelli più grandi.

“Negli ultimi 50 anni – scrivono nel documento che accompagna la richiesta di referendum – i budget presentati dalle città in sede di candidatura olimpica sono stati puntualmente sforati. Le spese effettive sono sempre lievitate rispetto alle previsioni iniziali, in alcuni casi anche dell’800%, con evidenti conseguenze sulle tasche dei cittadini. Per i Giochi di Sochi si è raggiunto il picco di 50 miliardi di euro. Per ripianare il deficit derivante dalle spese sostenute per organizzare i Giochi olimpici di Grenoble, i contribuenti francesi hanno dovuto pagare una tassa speciale per 24 anni, i canadesi del Quebec lo hanno fatto per 30 anni. I cittadini di Barcellona hanno dovuto versare negli anni 1,7 miliardi di tasse in più. Gli economisti ormai la chiamano ‘maledizione del vincitore’ perché la città che vince i Giochi non fa che aggravare la sua situazione economica”.

E non si capisce davvero perché Roma, o un’altra città italiana, visto il livello diffuso di corruzione e di incapacità amministrativa dovrebbe invece cavarsela. Qualcuno ricorda cosa è successo per le Olimpiadi invernali a Torino? O il caso Expo, per cui a tutt’oggi non si sa quanto denaro pubblico sia stato perso in un’avventura così mal gestita, ma così ben propagandata?

“Per le Olimpiadi del 2024 – scrivono ancora – l’Italia non ha ancora reso pubblico il suo dossier o le cifre ufficiali. Si ipotizza un budget di partenza tra gli 8 e i 10 miliardi”. Di partenza, appunto.

Ma non sono solo soldi che se ne vanno, tasse in più che pagheremo, siamo di fronte anche una questione politica importante che dovrebbe essere tra quelle nodali per costruire programmi e liste tra movimenti e partiti in vista delle prossime elezioni amministrative.
Carlo Correr

Ecoreati. Gli inceneritori, rifiuti e la legge n°68/2015

EcoreatiSu pressione dell’UE il governo di Matteo Renzi è stato costretto ad emanare un nuovo piano, dopo lo stop in estate scorsa, per la costruzione di altri 9 inceneritori in 8 regioni italiane. Una nuova bozza di decreto prevede nuovi impianti in Toscana, Umbria, Marche, Campania, Lazio, Abruzzo, Sicilia e Sardegna.

Attualmente la Corte di Giustizia dell’UE ha inflitto al nostro Paese due condanne a seguito di procedure d’infrazione afferenti la problematica dei rifiuti urbani e speciali. Solo di sanzioni forfettarie l’Italia dovrà pagare 120 milioni di euro. La condanna per assenza di misure idonee al recupero e corretto smaltimento dei rifiuti in Campania (Ecoballe) attiene alla multa di 20 milioni di euro più una penalità di procurata inerzia di 120 mila euro per ogni giorno di ritardo nella soluzione del problema dalla data del 16 luglio 2015(data della sentenza UE).

La seconda condanna riguarda la mancata messa a norma delle discariche di rifiuti pericolosi: il nostro Paese dovrà pagare la multa di 40 milioni di euro e una penalità semestrale di 42,8 milioni di euro. A luglio 2015 erano previsti dalla bozza governativa abortita 12 impianti inceneritori di rifiuti.
La Conferenza delle regioni dovrà da ora discutere con sollecitudine su come evitare una procedura di infrazione UE per eccesso di rifiuti sversati in discarica. Il decreto Sblocca Italia aveva previsto il piano di costruzione di 12 infrastrutture strategiche di interesse nazionale per la termovalorizzazione dei rifiuti urbani e speciali, purtroppo intervenne una scellerata opposizione dei governatori regionali, tra cui Emiliano, Ceriscioli, Crocetta, Rossi e Marini. Il decreto così abortì nonostante il Ministro Galletti avesse concesso di rivedere i calcoli esortando le Regioni a inviare le loro controdeduzioni numeriche. La suddetta opposizione in itinere provocò comunque l’intervento oneroso della Corte di Giustizia dell’UE. Sarebbe opportuno ora un ravvedimento operoso degli 8 governatori regionali inadempienti per agevolare la costruzione dei 9 impianti termovalorizzatori suddetti (di cui 2 in Sicilia). Peraltro i governatori dovrebbero senza ulteriore indugio agire per tranquillizzare i cittadini amministrati sul rischio di tumore inesistente e temuto di provenienza inceneritore.

Manfredi Villani

Per saperne di più:

Avanti! della domenica – numero 32/2013- del 22 settembre 2013

Termovalorizzatori, tumori e oscurantismo.

Prosecco VS Champagne
Export vicino al miliardo

Spumante champagne brindisiNonostante i problemi climatici, nel 2014 Italia, Francia e Spagna hanno venduto congiuntamente oltre i propri confini più di 5,7 milioni di ettolitri di spumanti, per un valore complessivo di 3,9 miliardi di euro. Le cifre del 2015 indicano una crescita congiunta rispetto all’anno precedente dell’8% in volume e del 15% in valore per gli spumanti dei 3 top exporter mondiali, con aumenti che hanno premiato maggiormente, come detto, i prodotti italiani, che dovrebbero passare da 840 milioni a 990 milioni di euro.

Questo successo in alcuni Paesi che sta particolarmente interessando il Prosecco, mette in evidenza una crescente “dipendenza” dello spumante italiano da alcuni importanti mercati. In effetti, oggi, i primi 3 mercati esteri di sbocco assorbono il 69% delle quantità esportate (era il 57% cinque anni fa), contro un grado di concentrazione che – sempre per i top 3 mercati di esportazione – è pari al 48% nel caso dello Champagne e al 53% per il Cava spagnolo. Se poi si allarga l’incidenza ai primi 10 mercati, si giunge ad una dipendenza dell’88% per lo sparkling italiano contro un 78% di quello francese.

Lo champagne, insomma, rappresenta un prodotto globalizzato con una propria e chiara identità che si esprime in un altrettanto chiaro posizionamento di prezzo. La vera sfida da vincere per il Prosecco sta proprio nella diffusione in un maggior numero di esportazioni.

Oltre l’85% dei vini sparkling (con bollicine) esportati nel mondo proviene da Italia, Francia e Spagna. Una nuova indagine rivela per l’Italia gli incrementi più elevati rispetto ai concorrenti francesi e spagnoli e un controvalore delle vendite a un passo dalla soglia psicologica del miliardo di euro. Giro del mondo in bottiglia Nel 2014 Italia, Francia e Spagna hanno venduto congiuntamente oltre i propri confini più di 5,7 milioni di ettolitri di spumanti, per un valore complessivo di 3,9 miliardi di euro.

Il regno dello champagne resta inattaccabile. Pur a fronte del deciso progresso fatto registrare nel 2015 dalle bollicine italiane, il divario con i più “blasonati” sparkling francesi resta enorme: le esportazioni dei cugini d’oltralpe dovrebbero raggiungere i 3 miliardi di euro, di cui oltre 2,7 miliardi grazie allo Champagne. Molto più staccata la Spagna, con circa 420 milioni di euro di vendite oltre frontiera. D’altronde, i prezzi medi all’export sono più che eloquenti: 17,1 euro al litro per i francesi (che salgono a 25,3 euro al litro nel caso dello Champagne) contro i 3,57 dei nostri spumanti (3,59 euro al litro per il Prosecco, 3,42 euro al litro per l’Asti) e i 2,55 degli spagnoli (3,11 euro al litro i Cava).

Alessandro Munelli

Carburanti. Scende
il petrolio ma non la benzina

benzinaSiamo alle solite. Mentre gli automobilisti si rallegrano della lenta diminuzione del prezzo dei carburanti alla pompa degli ultimi mesi, se si fermassero a fare due conti scoprirebbero ben presto che stanno pagando la benzina e il gasolio di più di quanto facevano a parità del prezzo del greggio. A darne notizia è l’Ufficio studi della Cgia che ha individuato anche le ragioni di questo incremento. “Sebbene il prezzo del petrolio – spiega l’associazione di Mestre – sia più basso del valore registrato nel dicembre del 2008 (41 dollari al barile), al distributore, invece, il pieno di benzina costa agli automobilisti italiani il 30% in più”. Se, infatti, 7 anni fa un litro di benzina costava mediamente 1,115 euro al litro, in questi giorni il prezzo alla pompa tocca 1,451 euro al litro (+ 0,337 euro).

“Ancora una volta – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – a spingere all’insù il prezzo del carburante è stata, in particolar modo, la componente fiscale. Se verso la fine del 2008 il peso dell’Iva e delle accise  su un litro di benzina sfiorava i 75 centesimi, attualmente è pari a 0,99 euro al litro. In termini percentuali l’aumento della tassazione è stato del 32%”. Tuttavia l’incremento non ha interessato solo l’Iva (passata dal 20 al 22%) e le accise, ma anche il prezzo industriale. Se verso la fine del 2008 quest’ultima voce era pari a 0,365 euro al litro, in questi giorni il prezzo e’ salito a 0,461 euro (+ 26,4%).

Dai confronti con gli altri paesi europei “emerge puntualmente come sui carburanti paghiamo troppe tasse”, lamenta quindi la Cgia. “Se su un litro di benzina acquistato in Italia il nostro prezzo industriale è pari a 0,461 euro- spiega- solo il 3% in più rispetto alla media dei paesi dell’Area euro, l’Iva e le accise, invece, ci costano 0,99 euro al litro, ben 14,2 punti percentuali sopra la media”. “Tra i paesi che utilizzano la moneta unica- conclude Paolo Zabeo, il coordinatore dell’Ufficio studi Cgiaq- solo i Paesi Bassi, con il 70,3%, hanno un’incidenza percentuale della tassazione sul prezzo alla pompa superiore alla nostra che ha raggiunto il 68,2%. Rispetto ai paesi che confinano con noi, invece, paghiamo la benzina il 14,4% più dei francesi, il 18,9% più degli sloveni e addirittura il 30,7% più degli austriaci”.

La Cgia, infine, chiede al Governo di “intervenire e di eliminare tutta una serie di balzelli che gravano sul costo del carburante che non hanno più ragione di esistere”. Un taglio della componente fiscale, segnala il segretario della Cgia Renato Mason, “oltre agli automobilisti avvantaggerebbe anche i piccoli trasportatori, gli autonoleggiatori, i taxisti, i padroncini e gli agenti di commercio che per l’ esercizio della propria attività il carburante costituisce una delle principali voci di costo”.

Edoardo Gianelli

Caracas. Maduro non cede e vara una nuova Camera

MaduroL’ultimo annuncio del presidente Maduro dà da pensare sullo stato delle democrazia in Venezuela.

Uscito malconcio dalle elezioni legislative del 6 dicembre, l’erede di Chávez ha deciso di sottrarre potere all’Assemblea Nazionale ora in mano all’opposizione, creando una nuova Camera ad hoc, il ‘Parlamento Comunale’. Si tratta di un’istituzione legata al territorio già ideata da Chávez, ma finora mai concretizzata. Sarà un caso che venga rispolverata proprio nel momento più delicato della storia chavista e post-chavista del Venezuela?

Sconfitto per la prima volta dall’esito delle urne, l’autodefinito governo bolivariano non ha alcuna intenzione di mollare la presa, di cedere alle scelte espresse dal popolo venezuelano. Rispolverando una retorica ormai stinta, l’annuncio della creazione di questo nuovo corpo parallelo o parastatale viene motivato come necessario a restituire il potere al popolo, dato che i risultati delle elezioni avrebbero messo il Congresso “al servizio della borghesia”.

Tra le forze di opposizione a Maduro ci sono anche partiti di centro-sinistra, tra i quali i socialisti di Acción Democrática.

Il Presidente – che, ricordiamo, non è “socialista” in maniera tanto diversa da quanto lo erano i partiti del blocco sovietico – cerca di riconquistare il favore delle masse, tentando di operare una mobilitazione oramai impossibile. Il popolo venezuelano intanto sta pagando l’irresponsabilità di uomini politici ininterrottamente al potere da quasi vent’anni, che in nome di una fumosa rivoluzione continuano ad alimentare le clientele e la corruzione che avevano giurato di voler distruggere. Dal 1998, i populisti di Chávez prima e di Maduro poi vestono i panni dei censori, dei dispensatori di patenti di moralità, dei dittatori democraticamente eletti di uno Stato che avrebbe potuto diventare il più ricco del Sud America.

Intanto, Mauricio Macri, il neo presidente argentino, in occasione del vertice annuale del Mercosur, che si è tenuto ad Asuncion, in Paraguay, ha chiesto “l’immediata liberazione dei prigionieri politici in Venezuela”. “Negli Stati membri del Mercosur – ha detto provocando le immediate proteste di Caracas – non può esserci posto per la persecuzione politica per ragioni ideologiche, né tanto meno per la privazione illegittima della libertà di pensare in modo diverso”.

Giuseppe Guarino

Eutanasia. I radicali pagheranno l’ultimo viaggio

EutanasiaNove anni dopo la morte di Piergiorgio Welby, gravemente malato e che ottenne il distacco del respiratore che lo teneva in vita, la storia si ripete: Dominique Velati, militante radicale e malata terminale, ha ottenuto il suicidio assistito in Svizzera, a Berna, ed è deceduta il 15 dicembre. Lo ha reso noto il radicale Marco Cappato autodenunciandosi per aver aiutato la donna ad ottenere l’eutanasia. Cappato ha annunciato la disobbedienza civile, contravvenendo al Codice penale italiano.
La notizia della morte di Dominique Velati è stata resa nota in una conferenza stampa nella sede del Partito radicale da Marco Cappato, Mina Welby e dal segretario dell’associazione ‘Luca Coscioni’, Filomena Gallo.
Velati, ha spiegato Cappato, è stata la prima persona aiutata economicamente ed ‘accompagnata’, in territorio italiano, nell’iter per l’ottenimento dell’eutanasia in Svizzera. Il caso della donna, militante radicale, era già rimbalzato sui mezzi di comunicazione con il suo annuncio di volersi recare in Svizzera per morire. Velati, ha reso noto Cappato, “ha ottenuto il suicidio assistito a Berna lo scorso 15 dicembre, ed oggi ne diamo notizia seguendo le volontà da lei indicate in merito ai tempi per rendere pubblico l’evento”.
“Sono circa 90 le richieste ricevute nelle ultime settimane – ha sottolineato l’esponete radicale – da parte di cittadini malati terminali che chiedono un aiuto per ottenere l’eutanasia in Svizzera”. I Radicali hanno reso noto di aver già inviato comunicazione alla Questura di Roma, alla Procura generale della Repubblica ed al ministro della Giustizia dell’iniziativa illustrata, autodenunciandosi per l’aiuto fornito a Dominique Velati e per quello che si preparano ad offrire anche ad altri malati che lo richiedessero.

L’aiuto dato dai radicali consiste nel pagamento del biglietto di viaggio ai malati terminali che vogliono il suicidio assistito in Svizzera. L’azione contravviene agli articoli del Codice penale che prevedono la reclusione per chi agevola l’esecuzione di un suicidio in “qualsiasi modo”. Cappato ha anche annunciato la sua autodenuncia alle Forze dell’ordine. Si tratta, ha spiegato Cappato, di un ulteriore “salto in avanti: prima fornivamo a chi lo chiedeva solo informazioni per prendere contatti con la Svizzera, ma ora aiuteremo concretamente i cittadini a preparare tale atto sul territorio italiano, e ciò si configura come reato. Abbiamo anche aperto il sito Soseutanasia.it per una raccolta fondi. Se non saremo fermati, continueremo ad aiutare le persone che lo chiedono ad andare in Svizzera per ottenere il suicidio assistito. Ciò – ha aggiunto – fino a quando il Parlamento non si assumerà le proprie responsabilità esaminando la proposta di legge di iniziativa popolare depositata già nel 2013”. Dunque, ha sottolineato Cappato, “la nostra attività di aiuto e supporto diventerà strutturata, se non ci fermeranno e fino a quando il Parlamento non avvierà la discussione sulla questione del fine vita”.

“Io penso – ha commentato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin – e questo lo dico non tanto come ministro ma come persona, bisognerebbe aiutare queste persone a vivere e aiutare a trovare nella vita, anche nella malattia, la propria dignità, la speranza”. “Spesso parliamo di persone abbandonate, sole, e questo forse è uno degli aspetti più tragici della malattia”.

Redazione Avanti!