Craxi e il debito pubblico
I fatti contro le bugie

Il direttore dell’Avanti ha già risposto al livore rabbioso di Corrado Augias che ha attribuito a Craxi il debito pubblico italiano nelle sue attuali proporzioni.Quando Craxi diventa Presidente del Consiglio il debito è al 70% del Pil (agosto 1983). Quando lascia, quattro anni dopo, il debito è arrivato all’84%. L’inflazione dal 16% si è ridotta al 4%.

Rapporto debito pilCome si vede dal grafico, il debito comincia a salire dall’inizio degli anni settanta e questo accade soprattutto perché,nel nuovo contesto dell’inconvertibilità del dollaro proclamata da Nixon nel ferragosto del 1971, le monete cominciano a fluttuare e la lira comincia a svalutarsi mentre alla fine del 1973 esplode la crisi petrolifera,con effetti conseguenti di stagnazione e inflazione che si presentano insieme.
Nel 1976, quando comincia l’epoca dell’Unità nazionale con il sostegno dei comunisti al governo Andreotti, l’inflazione è al 16%, il debito al 56,8% del PIL,con una crescita di 17 punti rispetto a sei anni prima. Nel 1979 il debito raggiunge il 60%. Quando nel 1983 Craxi diventa Presidente del Consiglio il debito è al 70% e l’inflazione al 16%. In quel periodo si registra una fortissima impennata verso l’alto dei tassi di interesse. Cosa sta succedendo?

Sul piano internazionale è iniziata l’epoca di Paul Volcker con un famoso discorso del 6 ottobre 1979 dell’economista che Carter aveva collocato due mesi prima alla Presidenza della Federal Reserve: era necessario aumentare drasticamente i tassi di interesse, che raggiunsero in poco tempo il 20%. Reagan appoggiò quelle scelte, che puntavano ad un dollaro forte, alla riduzione dell’inflazione e quindi al rafforzamento dei creditori, anche scontando un elevato livello di disoccupazione.Per l’Italia questo significava pagare più interessi sul debito e la circostanza fu aggravata da una scelta interna.

Nel 1981 il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta liberò la Banca d’Italia dall’obbligo di sottoscrivere i titoli di Stato e i tassi di interesse sul debito schizzarono verso l’alto. L’obiettivo di Andreatta, fortemente contrastato da Rino Formica, era quello di abbattere i salari. Nel 1984 lItalia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa lItalia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall8% del Pil nel 1984 all11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto dEuropa. Sempre nello stesso periodo la media Ue passò dal 4,1% al 4,4% e quella delleurozona dal 3,5% al 4,4%. Così,la misura di Andreatta, che doveva salvaguardare i vincoli di spesa e abbassare i salari, diventò una valanga che ingigantiva le rendite finanziarie.

E qui mi sia consentito un ricordo personale,anche per interrompere questa noiosa sequela di cifre.
Accadeva che i titoli di stato erano esenti da imposte, il che attirava il popolo dei BOT che comunque riceveva interessi inferiori all’inflazione e subiva un’imposta patrimoniale occulta. Le imprese invece, e particolarmente quelle finanziarie, potevano contrarre prestiti i cui interessi erano deducibili dall’imponibile per costituire… redditi esenti! In questo modo le Banche e le imprese annullavano gli utili e l
imposta sul reddito delle persone giuridiche era la Cenerentola del sistema tributario. L11 ottobre 1984 in Commissione finanze mettemmo in minoranza la DC, chiedendo la fine di questo assurdo meccanismo. Il segretario della DC andò a protestare dal Presidente del Consiglio, che lasciò filtrare una critica al nostro comportamento, poi ripresa il giorno successivo in un articolo sull’Avanti del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giuliano Amato. Sempre sull’Avanti del 16 ottobre uscì la replica, firmata da Formica, Ruffolo e da me, nella quale si scriveva:
“Il carico tributario grava in Italia sul lavoro dipendente, ma la struttura delle imposte non facilita né i profitti di impresa né il capitale di rischio. I vantaggi vanno tutti al capitale inerte. C’è di più: c’è il fatto che uno dei trucchi più usati è appunto quello di utilizzare i titoli del debito pubblico per precostituire erosioni dagli imponibili. Ci sono due mercati del debito pubblico: quello di chi può ridurre gli imponibili e quello del risparmiatore che non può. Anche per questo vi è un intervento urgente da compiere sul primo mercato che si giova del debito e lo alimenta, con un sistema peraltro regressivo perché chi ha più possibilità viene più premiato:esattamente il contrario dell’art.53 della Costituzione”. A Montecitorio incontrai Bruno Visentini che si complimentò per l’articolo e mi chiese di mantenere un segreto: aveva parlato con Craxi e pensava di poterlo convincere. Potevo mantenere il segreto con tutti tranne che con Bettino. E lo chiamai. “Quali altri guai mi combini?” Con questo esordio era difficile proseguire con le mie ragioni. E subito aggiunse: “Vieni qui, con il casino che hai fatto sulle barriere architettoniche adesso puoi arrivare senza fare un gradino”. Lo trovai,come sempre, con la scrivania stracolma, dalla quale spuntava l’Avanti di quel giorno. Ascoltò il mio sfogo e aggiunse: “Il Presidente del Consiglio deve tenere unita la maggioranza. Ma il segretario del Partito ti invita ad andare avanti”. E quindi? “Adesso il governo deve decidere e deciderà”. Un mese e mezzo dopo il decreto era fatto. Due anni dopo anche le rendite finanziarie erano tassate: con la discesa dell’inflazione non si pagava più un’imposta patrimoniale occulta,come quella in vigore con l’alta inflazione che dava rendimenti reali negativi. Non si colpiva l’albero, ma i frutti. Tutti gli studi concordano quindi sul fatto che l’esplosione del debito derivava dalla necessità improvvisa di ricorso al mercato determinata dal divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, dagli elevati tassi di interesse, che erano anche conseguenza delle politiche della Thatcher e di Reagan, ma anche dal mancato adeguamento delle entrate.

Salari realiLa riduzione dell’inflazione comportò la crescita dei salari reali: se osservate il grafico seguente vedrete che all’insediamento del governo Craxi i salari reali erano al di sotto dello zero e successivamente crebbero fino al1992,quando raggiunsero circa il 4% in più.La convinzione diffusa che con Craxi i salari crescevano e i ceti popolari stavano meglio ha una base scientifica.

Infine, l’Italia cresceva, come mostra il grafico seguente. Fossimo quinti o sesti nel mondo, si era inaugurato il periodo del made in Italy e una nuova considerazione veniva riservata ad un Paese che aveva sconfitto il terrorismo, l’inflazione e la crisi. Era cresciuto il debito, ma il deficit annuale era sotto controllo, tant’è che si registravano avanzi primari. Era un problema che si poteva affrontare perché la stragrande maggioranza del debito era detenuta dagli italiani e dunque era possibile redistribuire il reddito. Anche considerando che all’epoca dell’insediamento del governo Craxi la disoccupazione cresceva, ma alla fine di quell’esperienza si vide che anche la disoccupazione poteva essere vinta. Perché, nel frattempo il PIL cresceva, fino a superare il 4% annuo nel 1989.

Variazione PilPrima o poi le verità torneranno tutte a galla. Meglio prima che poi. E siccome Keynes ironizzava sul fatto che nel lungo periodo saremo tutti morti, sarà meglio che, seguendo la replica di Mauro Del Bue ad Augias, ci diamo da fare per ristabilire la verità dei fatti ed almeno una verità tanto poco dichiarata quando molto diffusa:nella storia d’Italia, quando il Partito Socialista era forte gli italiani stavano meglio. E questo non vale solo per l’età giolittiana, per le elezioni del 1919 e quelle del 1946, ma anche per gli anni sessanta e per gli anni del governo Craxi.

Franco Piro

Breivik odia la sinistra
ma ne usa le conquiste

Utoya vittime“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a trattamenti inumani e degradanti”. L’articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 e ampliata a Parigi il 20 marzo 1952, non ammette eccezioni, neppure per lo stragista Anders Behring Breivik. Leggere il testo della Convenzione, in lingua francese, pubblicata in Italia sulla Gazzetta Ufficiale del 4 agosto 1955 e promulgata dal Presidente della Repubblica Gronchi con Moro Guardasigilli, ancora emoziona. La Convenzione è un caposaldo della nostra civiltà.

Ieri la Giustizia norvegese ha stabilito che cinque anni di isolamento in carcere sono troppi e violano l’articolo 3 della Convenzione. Breivik ha ucciso 8 persone con un’autobomba a Oslo e 69 ragazzi, per lo più adolescenti, nell’isola di Utoya. La Norvegia è stata ferita nel profondo. Eppure un giurista norvegese mi disse: “Per ciò che ha fatto questo mostro, neppure la morte sarebbe una pena sufficiente. La vera vittoria per la Norvegia sarà rieducare Breivik basandoci sui nostri valori”.

In effetti, a ben guardare, il fatto che Breivik si sia rivolto alla Giustizia norvegese, con un ricorso fondato proprio sulla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e’ un punto dirimente. Breivik è un nazionalista xenofobo che odia il multiculturalismo e gli accordi sovranazionali. La Convenzione e’ già di per sé un accordo multinazionale. Fu firmata dai Governi di Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Svezia, Turchia e Regno Unito. La Convenzione cita in premessa la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, emanata dall’Assemblea generale dell’Onu il 10 dicembre 1948. “L’Onu è da boicottare – scrisse Breivik tra il 2009 e il 2011 nel suo manifesto politico – perché pesantemente infiltrata dai Paesi islamici. E’ venuto il tempo di dire addio alle Nazioni Unite”.

Ammesso e non concesso che Breivik si sia fondato sulla Convenzione dei diritti dell’uomo perché varata da Paesi europei, democratici e non islamici, va sottolineato che per lo stragista norvegese “la Corte europea dei diritti dell’uomo è una entità controllata dai marxisti/multiculturalisti. Un esempio è il caso del 2009 con il divieto di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche italiane”. E La Ue? “È una specie di Unione Sovietica – scrisse Breivik – priva di democrazia. Francia, Olanda e Irlanda bocciarono con i referendum i Trattati europei, eppure tutto continuò come su nulla fosse”. Per Breivik “l’Unione Europea ha una deliberata strategia di graduale islamizzazione dell’Europa. Il progetto è quello dell’Eurabia”.

Insomma, Breivik si è rivolto ad una Convenzione varata proprio dall’Onu e dall’Europa. In termini ideologici, lo stragista tutto d’un pezzo, che fa il saluto nazista e vuole cacciare tutti gli immigrati islamici dall’Europa entro il 2083, ha compiuto un primo cedimento. La sua linea Maginot ha perso un pezzo. Nella sua Weltanschauung il carcere duro è benvenuto. “Per i traditori marxisti/multiculturalisti ci sarà la pena di morte”. Questo va bene per gli altri, ma non per lui. Per lui è meglio appellarsi alle rassicuranti Convenzioni europee sui diritti dell’uomo. Il prossimo passo di Breivik sarà quello di rivolgersi proprio alla Corte europea dei diritti dell’uomo? Gli xenofobi nazionalisti e neonazisti di tutta Europa stanno perdendo il loro guru…

Luca Mariani
Autore del libro ‘Il silenzio sugli innocenti’

SF chiede all’UE rimozione del PKK da lista di terroristi

Kurdish-PKK-guirilla.-Archival-photo.I delegati del Partito popolare socialista in Danimarca (Socialistisk Folkeparti, SF) dopo una riunione hanno concordato di chiedere la rimozione del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) dalla lista delle organizzazioni terroristiche dell’Unione europea. Per la SF si tratta dell’unico modo possibile per giungere a un accordo e una riconciliazione tra Erdogan e il PKK. La dichiarazione è partita dalle proposte dei due politici e attivisti per le minoranze etniche di Villo Sigurdsson e Pernille Frahm.
La SF ha anche aggiunto che a sostenere la loro dichiarazione ci sono oltre 100 membri del Parlamento europeo, Pernille Frahm ha infatti affermato: “Più di 100 membri del Parlamento europeo hanno firmato una dichiarazione consigliare per chiedere che il PKK debba essere rimosso dalla lista del terrore dell’UE già un paio di mesi fa. Nella convenzione, la SF ha dichiarato il supporto per tale dichiarazione legittimo e che la SF lavorerà nella stessa direzione”.
Per quanto la proposta possa apparire irragionevole, visti gli attentati della guerriglia del PKK, c’è da sottolineare che con il pretesto del terrorismo il regime di Ankara ha effettuato raid e rastrellamenti contro i civili curdi. Dall’inizio delle operazioni militari contro il Pkk nel sud-est della Turchia la scorsa estate “sono stati uccisi oltre 200 civili”. Lo ha detto il leader del partito filo-curdo Hdp, Selahattin Demirtas, presentando a Istanbul un rapporto sui 79 giorni di coprifuoco totale a Cizre, nella provincia sudorientale di Sirnak. “Abbiamo avviato contatti con Qandil (la leadership del Pkk in nord Iraq, ndr) per sostenere la ripresa di negoziati di pace, ma il governo non vuole tornare a trattare”, ha aggiunto Demirtas.
Anche ieri l’aviazione turca ha compiuto nuovi raid contro obiettivi del Pkk nel nord dell’Iraq, prendendo di mira la regione di Gara.

Liberato Ricciardi

Libertà di stampa
L’Italia scende ancora

libertà di stampa 2016Una classifica che spesso non interessa più di tanto ma che dà il segno della modernità di un paese. È quella sulla libertà di stampa. Un paese dove il pensiero può essere espresso senza timore di incorrere in censure o minacce è un vanto di tutte le democrazie. Chi più chi meno. Un classifica in cui l’Italia non fa una bella figura. Il nostro Paese al momento è al 73.mo posto. Ma si scopre che nell’ultimo anno ha perso ben 4 posizione. Un brutto segnale. Nell’annuale classifica di Reporters sans Frontieres il nostro Paese (su un totale di 180 Paesi) l’Italia è il fanalino di coda dell’Ue (che è comunque l’area in cui c’è maggiore tutela dei giornalisti), seguita soltanto da Cipro, Grecia e Bulgaria. Fra i motivi che – secondo l’organizzazione con base in Francia – pesano sul peggioramento, il fatto che “fra i 30 e i 50 giornalisti” sarebbero sotto protezione della polizia per minacce di morte o intimidazioni. Nel rapporto vengono citati anche “procedimenti giudiziari” per i giornalisti che hanno scritto sullo scandalo Vatileaks. I giornalisti in maggiore difficoltà in Italia, dunque, sono quelli che fanno inchieste su corruzione e crimine organizzato. Per farsi un’idea dell’allarmante situazione italiana basta dare un’occhiata alla classifica: ci precedono Paesi come Tonga, Burkina Faso e Botswana. La libertà di stampa è peggiorata quasi ovunque nel 2015. Ma per la prima volta, da quando Rsf ha cominciato nel 2002 a elaborare la sua classifica, l’Africa mostra una situazione migliore che l’America, piagata dalla “violenza crescente contro i giornalisti in Latinoamerica”, mentre l’Asia continua a essere il continente peggio valutato. L’Europa rimane l’area in cui i media sono più liberi, anche se Rsf nota un indebolimento del suo modello.

In cima alla classifica dei 180 Paesi valutati, la Finlandia, seguita da l’Olanda, che guadagna due posti, e la Norvegia, che ha perso la seconda posizione. Russia, Turchia ed Egitto sono rispettivamente al 148°, 151° e al 159° posto. Fanalini di coda Turkmenistan (178°), la Corea del Nord (179°) e l’Eritrea (180°). I balzi più grandi in classifica sono stati quelli di Tunisia (dal 126° al 96°) e Ucraina (dal 129° al 107°).

Redazione Avanti!

Primarie Usa. A New York Hillary batte Bernie

Hillary-Clinton-Bernie-SandersVittoria netta per Hillary Clinton e per Donald Trump sui rispettivi avversari diretti, Bernie Sanders per i democratici, e John Kasic e Ted Cruz per i repubblicani, nelle primarie dello Stato di New York per la corsa presidenziale dell’8 novembre 2016.

La vittoria è stata netta, ma la gara è tutt’altro che chiusa decretando una delle più avvincenti campagne elettorali degli ultimi decenni.

I risultati delle urne, per quanto netti – la Clinton ha guadagnato 173 voti contro i 106 di Bernie Sanders mentre Trump ne ha raccolti 89, oltre 40 più di Kasic mentre Cruz è rimasto a zero – non sono sufficienti a determinare la vittoria nei rispettivi schieramenti né, tantomeno a ipotecare la poltrona presidenziale. Sia la Clinton che Trump sono difatti ancora lontani dal raggiungere il quorum (2.383 delegati per il Partito democratico, 1.237 per quello repubblicano) che garantisce loro la candidatura presidenziale.

Comunque per la ex first lady il risultato è molto importante perché il bottino di delegati rende sempre più difficile la rimonta di Sanders mentre Trump, nonostante il colpo nella Grande Mela, non ha ancora staccato nettamente i concorrenti e ipotecato la nomination.

Almeno per ò per il campo democratico, quanto sta avvenendo, indica con estrema chiarezza che se la Clinton appare il candidato solido e piuttosto prevedibile che si sapeva, Bernie Sanders invece continua a stupire con la sua eccezionale vitalità e capacità di conquistare i giovani. Solo Barak Obama aveva saputo fare altrettanto otto anni fa e solo per la sua grande capacità di conquistare il voto di un elettorato sempre più distante e sfiduciato, la Casa Bianca era potuta tornare nelle mani dei Democratici. In quel caso Obama chiamò alla vicepresidenza John Biden, un politico moderato soprattutto se messo a confronto con la sua linea politica più radicale, un ‘ticket’ che sicuramente ne favorì la vittoria, segnando al contempo anche il successivo corso politico dell’amministrazione democratica. C’è dunque da vedere come si comporterà la ex first lady, se e come terrà conto della capacità di Sanders di mobilitare il voto giovanile e di suscitare quegli entusiasmi popolari che lei non sembra davvero in grado di raccogliere. Difficilmente la Clinton, a oggi comunque la probabile vincitrice, potrà ignorare il peso dello sconfitto.

La corsa comunque non è ancora finita e il prossimo appuntamento è per martedì 26 aprile, con i candidati di entrambi i partiti che si confronteranno in Connecticut, Delaware, Maryland, Pennsylvania e Rhode Island, per contendersi 462 delegati democratici e172 repubblicani. Il traguardo sono nelle rispettive convenzioni nazionali, in programma il 25-28 luglio a Philadelphia e il 18-21 luglio a Cleveland.

I pentastellati alle prese
con il dopo-Casaleggio

Il vuoto politico lasciato nel M5S da Gianroberto Casaleggio si sta riempiendo. Luigi Di Maio scalda i muscoli per Palazzo Chigi: alle prossime elezioni «ci presenteremo con una squadra di ministri e un candidato presidente del Consiglio». Non è tutto. Il giovane componente del direttorio cinquestelle e vice presidente della Camera ha avvertito: «Però non c’è un leader perché questo Movimento sta puntando all’autogoverno, attraverso strumenti di democrazia diretta e partecipata». Di Maio non fa mistero di pensare a se stesso per sostituire Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Qualche giorno fa ha annunciato al Tg1: «Probabilmente ci saranno le elezioni politiche nel 2017, e quindi, le votazioni per decidere il candidato leader: se si dovesse decidere che sono io, sono pronto a prendermi la responsabilità».

Tutto è in movimento. Per la leadership dei pentastellati è in campo anche Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto. Stamattina, negli uffici di Milano della Casaleggio Associati s.r.l., ha ricevuto Virginia Raggi, la candidata dei pentastellati nelle elezioni di giugno a sindaco di Roma. L’avvocatessa Raggi, molto quotata a divenire prima cittadina della capitale, ha precisato prima dell’incontro: «Siamo qui per parlare di campagna elettorale. Adesso il nostro imperativo, ancora di più, è vincere per Gianroberto».

Morte Gianroberto Casaleggio interaCasaleggio jr segue le orme del padre, morto pochi giorni fa ad appena 61 anni di età. Il cofondatore del M5S teneva da anni vertici con il fondatore Beppe Grillo e il direttorio del Movimento alla Casaleggio Associati, la sua azienda di consulenza di strategie sulla Rete. Le riunioni servivano a mettere a punto le più importanti decisioni politiche, elettorali e parlamentari dei cinquestelle. Davide, specialista dell’informatica come il padre, da tempo lavorava al suo fianco.

Figlio e padre sono molto simili. Tutti e due sono personaggi molto riservati, entrambi maghi di internet e delle carte da giocare nella Rete, per trasformare la comunicazione digitale in vincenti strategie politiche. La “democrazia della Rete”, teorizzata e realizzata da Gianroberto, ha mobilitato i militanti e gli elettori del M5S dietro il suo amico comico Grillo, fino al trionfo elettorale del 25% dei voti ottenuti nelle elezioni del 2013. L’incontro di oggi tra Davide e la Raggi sulle strategie per vincere a Roma, città devastata dalla corruzione di Mafia Capitale, è simbolico di un passaggio di testimone politico tra padre e figlio. Se il M5S dovesse vincere a Roma, la metropoli più importante d’Italia, la città nella quale il Pd di Renzi ha sfiduciato il suo sindaco Ignazio Marino, otterrebbe le credenziali anche per un successo alle elezioni politiche, per il governo nazionale.

Probabilmente il colloquio con la Raggi sarà solo il primo passo. Casaleggio jr nei prossimi giorni dovrebbe vedere anche Grillo, il direttorio e i parlamentari cinquestelle, oggi impegnati in una riunione a Roma post referendum anti trivelle petrolifere (il quorum non c’è stato e i pozzi continueranno ad estrarre petrolio e gas fino a esaurimento). Ci sono da prendere importanti decisioni in vista del referendum sulla riforma costituzionale del governo, previsto ad ottobre. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd “ci si gioca tutto”. Renzi è sicuro di spuntarla, ma ha avvertito: se vincerà il no «andrò a casa».

Sulle candidature elettorali, le grandi scelte, le molte espulsioni dei dissidenti, in genere i militanti hanno votato su internet perché “uno vale uno” e “non ci sono capi”. Si vedranno nelle prossime settimane e nei prossimi mesi le capacità e il valore di Davide. Si vedrà se lui stesso si sottoporrà ad una verifica democratica tra i militanti, se si voterà nella Rete sul suo ruolo politico. Per ora un voto sul passaggio di consegne tra padre e figlio non c’è stato.

Davide al funerale del padre ha detto: «Chi condivideva il suo sogno lo persegua fino alla fine, senza mollare mai. Ciao, papà».

Rodolfo Ruocco

Primarie Usa. A New York big match Hillary – Bernie

Bernie Sanders con Hillary Clinton

Bernie Sanders con Hillary Clinton

Martedì di super voto nello Stato di New York per le primarie dei candidati dei due partiti in lizza per la Casa Bianca. Il risultato del voto avrà infatti un forte impatto di immagine sul destino dei candidati, soprattutto quelli democratici. Sia Hillary Clinton che Bernie Sanders giocano ‘in casa’. Hillary non può perdere e non può neppure accontentarsi di una vittoria risicata mentre Sanders – che è originario di Brooklyn – non solo non molla ma si aspetta dai suoi concitadini della ‘Grande Mela’, una spinta decisiva per la corsa presidenziale e proprio a New York ha tenuto uno tra i raduni più partecipati della sua già sorprendente campagna elettorale. Bernie Sanders, nel comizio tenuto a Long Island, è tornato ad attaccare la sua rivale democratica spingendo a fondo sul tasto dei soldi. Hillary sta facendo una campagna milionaria e per tenere un discorso a Wall Street si è fatta recentemente pagare una somma straordinaria. Ma non solo questo perché Sanders ha anche ironizzato sul fatto che la Clinton non ha voluto rendere noti i contenuti di quel discorso. ‘Cosa avrà promesso in cambio?’, è la domanda implicita nell’accusa di Sanders.

“Al Navy Yard di Brooklyn, Sanders – scrive la Voce di New York – è riuscito a mettere alle corde Hillary Clinton solo quando si è riparlato del suo famoso discorso “a porte chiuse” pagato 250 mila dollari dalla banca di investimento di Wall Street Goldman Sachs”.

La questione dei compensi d’oro che banche e grandi aziende hanno versato nelle casse dei Clinton per i loro discorsi ad eventi vari costitusice da mesi un tormentone nella campagna delle primarie. Dalla fine del suo incarico come Segretario di Stato, nel 2013, Hillary avrebbe guadagnato quasi 22 milioni di dollari mentre, entrambi i coniugi, avrebbero incassato dal 2001 a oggi per 729 discorsi grazie ai loro interventi in kermesse organizzate il più delle volte da importanti imprese finanziarie oltre 153 milioni di dollari a una media di quasi 211 mila dollari a intervento. Di questa cifra 7,7 milioni di dollari sarebbero arrivati almeno da 39 discorsi fatti per alcune grandi banche come Goldman Sachs e Ubs.

Da parte sua l’ex first lady, invece, visitando l’ospedale di Yonkers, ha preferito anche questa volta non rispondere alle accuse del concorrente democratico scegliendo piuttosto di attaccare il fronte repubblicano e dichiarando che non lascerà Donald Trump o Ted Cruz parlare dei lavoratori di New York, inclusi gli immigrati.

Trump, dal canto suo, ha insistito sull’importanza di partecipare al voto e, forte del fatto di essere in vantaggio tra i repubblicani, si è concentrato sulle percentuali degli avversari, ridicolizzandoli per le loro difficoltà. Ma Cruz è ancora in corsa e la tappa odierna potrebbe essere fondamentale per il proseguimento della campagna. I sondaggi lo vedono ultimo a New York, dove sono in gioco 95 delegati repubblicani. Cruz ha tenuto un comizio nel Maryland, dove i delegati in palio sono 38.

infografica di www.stampaprint.net/it

Presidenziali USA-2016

Ovadia: barbarie violare
il diritto all’accoglienza

Migranti in barcaA proposito di Israele ha detto: “Chi è stato perseguitato non può rendersi per questo persecutore”. Qual è allora la strada per la risoluzione profonda del conflitto israelo-palestinese?
Non ci sarà una risoluzione finché non si metterà la questione sul piano della giustizia sociale e del riconoscimento dell’altro. E questo vale per entrambe le parti. Parlando di Israele, bisogna ricordare che a partire dal sistema educativo la gente è abituata a vedere i palestinesi in modo distorto, come nemici e terroristi. O meglio, non li vede, si gira dall’altra parte. Ma la pace si fa con quelli a cui si riconosce pari dignità. Tutto il resto sono chiacchere inutili, cocktail parties a uso dei mass media e di una comunità internazionale che fa schifo e tace davanti all’occupazione delle terre dei palestinesi, il popolo più solo del mondo.
Per fortuna ci sono singoli – giornalisti, scrittori – e associazioni impegnati contro il furioso nazionalismo ultra-reazionario del governo israeliano, ma contro di loro si è scatenata una sorta di caccia alle streghe con inquietanti elementi di fascismo. Il nazionalismo è una pestilenza nella storia dell’umanità: in realtà odia i popoli e ama solo chi la pensa allo stesso modo.

Quanto il ricatto retorico della Shoah, imbastito dal regime israeliano, incide nel fare cultura e politica in Italia?
La Shoah è stata strumentalizzata per accusare di anti-semitismo chiunque critichi la politica portata avanti dal governo israeliano. Certo, gli anti-semiti esistono, ma ci sono anche tante altre persone – e io sono tra loro –  che considerano Israele un oppressore armato fino ai denti e per questo ricevono insulti e maledizioni. Esiste un confine all’interno del quale Israele è un Paese legittimo, ma quando si espande al di là di questo diventa uno stato colonialista.

Moni Ovadia in scena

Moni Ovadia in scena

Ha spesso collegato la Shoah agli stermini di massa del presente, affermando che il nuovo Olocausto è nella fossa comune del Mediterraneo. Cosa si può fare a suo avviso per dare alla crisi dei profughi una risposta diversa dall’egoismo spietato e dalla chiusura delle frontiere?
Leoluca Orlando ha lanciato la “Carta di Palermo” chiedendo l’abolizione universale del permesso di soggiorno. Questa è la strada da seguire. Invece di permettere ai trafficanti di arricchirsi imponendo a quelli che scappano dalla guerra viaggi pericolosi e costosi, bisognerebbe andarli a prenderli con i traghetti, in modo legale. Questo tra l’altro permetterebbe loro di impiegare i soldi risparmiati per cominciare una nuova vita in Europa.
Un uomo non può decidere dove nascere, ma ha il diritto di scegliere dove vivere e morire. Chi scappa dalla guerra deve essere accolto. Violare questo diritto umano universale è una barbarie.

Il teatro, la musica e l’arte in generale possono avere una funzione nel promuovere una cultura di pace e libertà?
Sì, certo. Gli artisti impegnati hanno sempre avuto un ruolo importante per trasmettere questi valori, alzare la voce, mobilitare le coscienze e denunciare le ingiustizie. Spesso sono stati perseguitati per questo, a dimostrazione che l’arte fa paura.
Basti pensare alle poesie  e alle opere teatrali di Brecht, che hanno formato una generazione, o a Guernica di Picasso, una denuncia contro la guerra più potente di tanti discorsi retorici, un quadro leggendario capace di proiettarsi verso le generazioni future.

Ha parlato della necessità di una rivoluzione non solo sociale, ma anche spirituale. Considera la nonviolenza un elemento di questa nuova sensibilità che sta emergendo nel mondo?
La nonviolenza è fondamentale. E’ una lezione che ci viene da Gandhi e da Nelson Mandela, uno dei politici più grandi del Novecento, una figura dalla statura morale immensa: dopo decenni di carcere,  è stato capace di evitare una terribile catena di vendetta e di odio e ha creato la Commissione per la Verità e la Riconciliazione per portare il Sudafrica fuori dagli orrori dell’apartheid.
Riguardo al tema della spiritualità, mi preme fare una distinzione rispetto alla religione. La religione divide, visto che ognuno ha la sua e ha la funzione di offrire santificazione, celebrazione e conforto, mentre la spiritualità accomuna gli uomini nella ricerca della libertà interiore.
Sì, sono convinto che una rivoluzione sociale non basti. E’ necessaria anche una rivoluzione interiore, che parta da qualcosa che abbiamo dentro e non ceda alle lusinghe, alle minacce o ai privilegi del potere. Per me la lotta per la giustizia sociale e l’accoglienza è un’urgenza interna e per questo non potrò mai rinunciarvi.

Che cosa unisce profondamente gli esseri umani, al di là delle differenze di età, provenienza, genere, religione e cultura?
Discendiamo tutti dallo stesso essere umano. L’aspetto diverso è solo un adattamento, ma di fondo siamo uguali. Per questo è insensato non accogliere un africano. Abbiamo creato culture ricche e varie e questa è la bellezza molteplice dell’universale umano.

Anna Polo
da Pressenza

Ha collaborato Laura Tussi, giornalista e scrittrice – PeaceLink

Renzi in Iran alla corte
degli Ayatollah

iran

La seconda giornata del presidente del Consiglio Matteo Renzi in Iran è iniziata alla Camera di commercio di Teheran per il business forum cui partecipano oltre duecento industriali. “Vorrei esprimere – ha detto Renzi – il mio sentimento di amicizia” all’Iran. Il premier Matteo spiega che l’Italia è in Iran “non solo per fare accordi economici. Ci sono tante occasioni di business, vanno colte. Noi faremo di tutto affinché succeda, ma prima di tutto c’è il sentimento comune di due grandi civiltà, quella persiana e quella romana del Rinascimento”, dice Renzi. “Da questo punto di vista c’è un sentimento comune di valori e di patrimoni culturali da condividere”, dice il premier. Che poi ha parlato della crisi migratoria in arrivo dalla Siria, aggiungendo: “Dobbiamo lavorare insieme all’Iran sulle sfide geopolitiche”.

Renzi ha sottolineato il ruolo cruciale dell’Iran in teatri di guerra come la Siria: “Dall’Italia e dall’Ue c’è la convinzione profonda che il ruolo dell’Iran, dopo l’accordo sul nucleare, sia geopoliticamente strategico per la regione e non solo. Se implementiamo l’accordo politico sul nucleare siamo in condizione di dare un messaggio di stabilità a tutta l’area”. Con l’Iran inoltre “lavoriamo insieme anche sulla Libia, teatro cruciale e fondamentale per noi, e su altre crisi geopolitiche, discutendo anche dei temi su cui non siamo d’accordo”.

Dall’Italia e dall’Ue – ha sottolineato – c’è la convinzione profonda che il ruolo dell’Iran, dopo l’accordo sul nucleare, sia geopoliticamente strategico per la regione e non solo. Se implementiamo l’accordo politico sul nucleare siamo in condizione di dare un messaggio di stabilità a tutta l’area”. Il premier Matteo Renzi, durante il business forum a Teheran, sottolinea il ruolo cruciale dell’Iran in teatri di guerra come la Siria ” dove la crisi militare ha lasciato sul campo una crisi umanitaria spaventosa”, lo Yemen ma anche la Libia. “Vi annuncio che il prossimo follow up sarà a Teheran con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan perché la priorità è la questione finanziaria. C’è un’autostrada per lavorare insieme a condizione che il credito faccia la sua parte”.

Edoardo Gianelli

Iran. Appello a Renzi per
il rispetto dei diritti umani

iranUn folto gruppo di intellettuali italiani (Roberto Saviano, Susanna Tamaro, Dacia Maraini, Marco Bellocchio, Liliana Cavani, Raffaele La Capria, Goffredo Fofi, Moni Ovadia, Giuliano Montaldo e molti altri) hanno presentato un Appello a Matteo Renzi, alla vigilia della sua visita di Stato in Iran.
Il documento è stato presentato in una conferenza stampa, svolta nella sede del partito radicale, dall’ex ministro degli Esteri Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, da Sergio d’Elia ed Elisabetta Zamparutti, dirigenti dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, e dal sottoscritto, come firmatario dell’appello (insieme al direttore di Avantionline! Mauro Del Bue).

Nel corso della conferenza stampa sono state illustrati i contenuti del documento inviato a Matteo Renzi, che qui sintetizziamo:
Innanzitutto è stato denunciato il crescente uso della pena di morte, applicata anche per i minorenni. Infatti, con l’elezione del presidente Hassan Rouhani a presidente della Repubblica italiana (14 giugno 2013), i boia sono stati in azione quasi ogni giorno: si contano 2.214 impiccati tra il 1° luglio 2013 e il 31 dicembre 2015. Solo l’anno scorso sono state registrate 970 esecuzioni. A questa cifra è pervenuta l’associazione radicale, ma le esecuzioni potrebbero anche essere un numero maggiore.

Infatti, secondo la “Abdorrahman Boroumand Foundation”, nel 2015, l’Iran ha mandato a morte 1.084 persone: una cifra record. Non si erano mai contate tante esecuzioni in oltre 25 anni. La maggior parte appartengono ai piccoli trafficanti di droga e alle minoranze religiose, come i convertiti al cristianesimo, gli appartenenti ai gruppi baha’i, sunniti e curdi.

È proprio la persecuzione delle minoranze religiose che è stata messa in evidenza nell’Appello a Renzi, insieme all’odiosa persecuzione degli omosessuali, puniti anche con la pena capitale.

Un altro punto del documento è rappresentato dalla propaganda, mai cessata, contro Israele, perseguita in modo ossessivo dalla Guida suprema Ali Khamenei. Proprio nei giorni scorsi sono stati sperimentati missili a lunga gittata (possono colpire obiettivi ad oltre 3000 chilometri di distanza), su cui era incisa la scritta in ebraico e in arabo: “Israele sarà cancellato dalle mappe”,in aperta violazione della Risoluzione Onu 2231.
Infine, nel documento si invita Renzi a chiedere alle autorità di Teheran la liberazione degli attivisti per i diritti umani e degli oppositori politici e iniziative per eliminare, anche gradualmente le discriminazioni nei confronti delle donne (attualmente la testimonianza di una donna in un processo e la stessa vita in caso di assassinio ,vale la metà di quella dell’uomo!).

L’ex ministro degli Esteri Terzi ha sottolineato un elemento importante,di cui Renzi dovrebbe tenere nel debito conto: quello come paese ad alto rischio. Infatti l’Iran è tutt’altro che un paese avviato verso l’apertura con l’Occidente. Vi è un rischio terrorismo, un elevato rischio per gli imprenditori che si accingono ad investire in Iran (rapimenti, arresti da parte del regime); un rischio di violazione dell’accordo nucleare, un rischio di riciclaggio di denaro (secondo l’Onu, l’Iran si trova oggi al primo posto nel riciclaggio di denaro sporco), un rischio per la corruzione dilagante, un rischio per la sicurezza informatica, ecc.

Sono questioni importanti sollevate dall’organizzazione internazionale di tutela dei diritti umani Umani (United Against Nuclear Iran ),di cui il nostro premier dovrebbe tener conto.
C’è solo da sperare che Matteo Renzi non si muova come i presidenti e i ministri degli Esteri precedenti (anche donne che si prostravano davanti agli ayatollah), con l’unico obiettivo di firmare accordi economici e commerciali, dimenticandosi dei diritti umani.
Il business è importante, ma non deve mai essere l’obiettivo esclusivo di un capo di Stato o di governo.

Aldo Forbice