Olio d’oliva, un registro
telematico contro le frodi

Olio OliveLa commissione commercio internazionale del Parlamento europeo ha approvato a gennaio una proposta della Commissione europea, con la quale la Repubblica tunisina avrà la possibilità di esportare nella UE olio d’oliva senza pagare dazi, per una quantità pari a 35 mila tonnellate e per un periodo di due anni. Una misura a sostegno di un’economia in grandissima difficoltà in un Paese che, quasi unico nel panorama mediorientale, ha finora contrastato il terrorismo con le armi della democrazia, ma che rischia di soccombere proprio per la pesantezza della crisi economica. Le agevolazioni previste da Bruxelles hanno però allarmato i produttori italiani anche perché intervengono in una situazione che a seguito della crisi produttiva del 2013-2014, ha già visto crescere la quota dell’olio tunisino. Un meccanismo che influisce sui prezzi e sulla produzione di uno dei prodotti di maggiore prestigio italiani, visto che l’olio extravergine italiano è il primo per qualità al mondo).

Il parlamentare socialista Oreste Pastorelli, componente della commissione Anticontraffazione di Montecitorio, sì è occupato fin da subito del tema presentando anche un’interrogazione in merito alle frodi che potrebbero scaturire dall’entrata a dazio zero delle 35 mila tonnellate di prodotto tunisino.

Oggi a quell’interrogazione ha risposto alla Camera Giuseppe Castiglione, sottosegretario all’Agricoltura. “Gli operatori che movimentano gli olii, indipendentemente se di origine estera o nazionale, compresi i semplici commercianti di olio sfuso senza stabilimento di deposito, – ha detto Castiglione – sono obbligati alla tenuta dei registri di carico e scarico al fine della commercializzazione degli olii stessi. In tal senso, è attivo in Italia il registro telematico che consente un puntuale monitoraggio dei flussi di prodotto movimentati dai singoli operatori”. Ciò permette “di conoscere anche i soggetti coinvolti. Grazie a questo strumento sono state realizzate le azioni più efficaci di contrasto alle frodi”. Inoltre “è stato introdotto poi l’obbligo di un accurato monitoraggio da compiersi a fine del 2016 per valutare le eventuali ripercussioni negative sui mercati interni e procedere, se del caso, ad eventuali misure correttive”.

“Invito il Governo – la replica di Pastorelli – a proseguire sull’attività di controllo visto che i dati negativi sulla contraffazione dell’olio non vanno in controtendenza rispetto all’anno scorso. Il problema della salvaguardia dell’olio di oliva è una questione importante per il nostro Paese, migliaia infatti sono i produttori che rappresentano una parte essenziale dell’attività produttiva italiana. Certamente non siamo un popolo che nega la solidarietà ad una nazione colpita da attacchi terroristici, ma dobbiamo mettere in campo tutte le iniziative possibili per contrastare le frodi e tutelare le piccole e medie imprese legate al comparto olivicolo”.

Il futuro è una cosa seria
Ci vorrebbe un ministero

FuturoL’Istituto di Studi Politici Economici e Sociali Eurispes ha recentemente lanciato la proposta di creare in Italia un Ministero per il Futuro. In una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio Renzi ha fatto propria l’iniziativa del governo svedese che l’anno sorso ha costituito un Ministero per lo Sviluppo Strategico.

È un’idea interessante e forte che sollecita una visione organica dei problemi e dello sviluppo.

In Svezia opera un vero e proprio Consiglio dei Ministri, composto dal primo ministro e dai ministri per le infrastrutture, lo sviluppo economico e l’innovazione, le finanze, la pubblica amministrazione e l’ambiente, che si riunisce periodicamente per definire le scelte strategiche ed elaborare idee di sviluppo a lungo termine.

Non necessariamente diventa indispensabile fare lunghe ricerche accademiche sugli scenari futuri, ma diventa stringente la valutazione di ciò che già si sa, si conosce o si intuisce per cercare le soluzioni idonee. Ad esempio sappiamo che la tecnologia cambia le condizioni del lavoro e che la democrazia rischia meno se si coltiva una cultura civica condivisa. Di conseguenza i provvedimenti puntuali da adottare in merito possono ridurre le tensioni quotidiane, attenuando anche la polemica mediatica del momento e favorendo quindi una maggiore libertà ed efficacia dell’azione politica dei governanti.

A livello internazionale, europeo e nazionale, la politica è di fronte a scelte di grande rilievo e anche a grandi opportunità. Si deve muovere su un terreno di gioco inedito e più complesso che pone domande nuove e richiede soluzioni nuove oltre che un impegno comune. Si consideri, per esempio, la grande finanza, le migrazioni, l’ambiente, l’esplorazione dello spazio, la ricerca, anche quella sanitaria e farmaceutica per debellare i grandi mali del secolo. Si consideri inoltre gli apporti che necessariamente dovranno venire non solo dall’Unione Europea ma anche dai BRICS.

L’inevitabile passaggio dal morente mondo unipolare a quello multipolare e la creazione di una nuova architettura economica, finanziaria, monetaria e commerciale internazionale possono essere realizzati soltanto se i governi saranno in grado di progettare insieme il loro futuro.

In alcune istituzioni internazionali, per fortuna, la cultura e la pratica degli scenari sono già avviate. Le stesse Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda per lo sviluppo sostenibile al 2030. L’OECD fornisce orientamenti su economia e lavoro proiettati al 2030-2050 che sono alla base delle scelte del G20.

La Cina, è noto da tempo, opera su una prospettiva di lungo periodo in base alla visione di una nuova riorganizzazione territoriale di tutta l’area euroasiatica. La Nuova Via della Seta e l’Asian Infrastructure Investment Bank sono i pilastri portanti di questa strategia.

Anche la Russia ha recentemente creato un’apposita Agenzia per le Iniziative Strategiche. Si pensi al grande Progetto Razvitie, il corridoio di sviluppo infrastrutturale eurasiatico che dovrebbe collegare il Pacifico a Mosca e poi fino all’Atlantico attraversando l’Europa.

Nel campo militare e della geopolitica sono gli Stati Uniti che da sempre operano con scenari di lungo periodo.

Oggi in Italia, invece, siamo, purtroppo, condizionati dalle continue emergenze e da scelte politiche di breve respiro. Invece i cambiamenti paradigmatici nel campo politico, economico, sociale e culturale e le grandi sfide epocali operano sul lungo periodo. L’improvvisazione, anche se farcita dalla tanto osannata creatività nostrana, non basta.

Ne può bastare la delega a qualche università, a qualche benemerito istituto privato, del compito di fare delle ricerche sul “futuribile”. Definire le strategie è compito dello Stato e del Governo.

Nel nostro Paese c’è un grande bisogno di recuperare una cultura degli scenari, una visione che aiuti ed orienti gli operatori, pubblici e privati, ad affrontare meglio la complessità del mondo contemporaneo e le sue sfide globali. Perciò ci sembra condivisibile l’idea avanzata dall’Eurispes.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia
**economista

Acque piene di pesticidi
Pastorelli: stop glifosato

Acqua inquinataUn mezzo disastro ambientale, un pericolo fortissimo per la salute. I pesticidi nelle acque continuano a crescere a un ritmo impressionante: +20% in quelle superficiali, +10% in quelle sotterranee. I dati sono stati resi noti oggi dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) nel suo annuale Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque spiegando che le acque superficiali (fiumi, laghi, torrenti) “ospitano” pesticidi nel 63,9% dei 1.284 punti di monitoraggio (nel 2012 era 56,9%); quelle sotterranee nel 31,7% dei 2.463 punti (31% nel 2012). La contaminazione è più ampia nella pianura padano-veneta.

L’aumento di punti contaminati “si spiega in parte col fatto che in vaste aree del centro-sud, solo con ritardo, emerge una contaminazione prima non rilevata” mentre durante i controlli sono state trovate 224 sostanze diverse, con “un numero sensibilmente più elevato degli anni precedenti (erano 175 nel 2012)” che non vuol dire necessariamente che sono aumentati gli inquinanti, ma che c’è “una maggiore efficacia delle indagini condotte”.

Secondo l’Ispra, 274 punti di monitoraggio delle acque di superficie hanno “concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientali” e fra le sostanze off-limit c’è il glifosato, l’erbicida più diffuso al mondo e che si teme possa essere cancerogeno. Un timore su cui ancora non è stata fatta chiarezza, ma è un questito è cruciale per decidere o meno se andrà rinnovata l’autorizzazione al commercio in Europa che scade a giugno. L’Ispra rileva poi che tra gli inquinanti più diffusi ci sono poi i neonicotinoidi, ritenuti fra i principali responsabili della moria di api, un altro temibile pericolo per l’intero genere umano visto il ruolo insosituibile che questi insetti giocano nell’impollinazione e dunque nella vitalità dell’intero sistema agroalimentare.
Gli erbicidi sono ancora le sostanze più rinvenute, mentre è aumentata notevolmente la presenza di fungicidi e insetticidi. Nelle acque superficiali, 274 punti di monitoraggio (21,3% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientali mentre in quelle sotterranee 170 punti (6,9% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientale.
L’Ispra indica che la contaminazione è più ampia nella pianura padano-veneta, ma probabilmente solo perché qui le indagini sono generalmente più efficaci. In alcune regioni la contaminazione è molto più diffusa del dato nazionale, arrivando a oltre il 70% dei punti delle acque superficiali in Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, con punte del 90% in Toscana e del 95% in Umbria. (Tabelle regionali)
Nelle acque sotterranee la diffusione della contaminazione è particolarmente elevata in Lombardia 50% dei punti, in Friuli 68,6%, in Sicilia 76%. Più che in passato, avverte l’Ispra, sono state trovate miscele di sostanze nelle acque, fino a 48 in un singolo campione, quindi con una tossicità più alta rispetto a quella dei singoli componenti.

“L’utilizzo di prodotti fitosanitari in agricoltura è un tema centrale per chi ha a cuore lo sviluppo sostenibile del settore primario nel nostro Paese. Secondo i dati Ispra, la presenza di pesticidi, in particolare glifosato, nelle acque è in costante aumento, mettendo così in pericolo la salute umana e l’ambiente. Già da tempo i socialisti si stanno battendo in Parlamento, tramite la presentazione di una mozione e alcune interrogazioni, per ridurre l’uso di pesticidi in agricoltura”. Così Oreste Pastorelli, deputato del Psi e componente della commissione Ambiente della Camera. “Va comunque sottolineato il fatto – continua il parlamentare socialista – che l’agricoltura italiana è la più ‘green’ d’Europa e l’uso di pesticidi per uso agricolo è fortemente calato. La strada intrapresa del Governo di lavorare ad un piano di riduzione del glifosato è quella giusta. Il prossimo passo dovrà farlo Bruxelles, non rinnovando l’autorizzazione all’uso del glifosato in ambito europeo. È necessario, poi, che le Istituzioni pubbliche mettano in campo specifiche campagne di formazione in favore dei piccoli agricoltori, troppo spesso lasciati all’oscuro riguardo all’uso di pesticidi. Dobbiamo insistere sul percorso della sostenibilità per confermare il nostro modello agricolo come uno dei più ‘verdi’ in Europa e per salvaguardare la salute dei cittadini”.

Nadia Murad, “faro di luce” su Isis e sui profughi

piaNadia Murad, yazida irachena di 21 anni, fuggita dopo tre mesi di prigionia e di stupri nelle mani dei miliziani dell’Isis e da sei mesi residente a Stoccarda, come rifugiata, ha deciso di fare del suo trauma una forza. La giovane donna dopo essere riuscita a scappare ha deciso così di denunciare alle Nazioni Unite, alla Corte Penale Internazionale e alla comunità mondiale il genocidio degli yazidi e i crimini contro l’umanità perpetrati dal Sedicente Stato Islamico. Proprio per questo il Comitato permanente sui diritti umani, presieduto da Pia Locatelli, ha svolto l’audizione della giovane attivista nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla tutela dei diritti delle minoranze per il mantenimento della pace e della sicurezza a livello internazionale. All’audizione di Nadia Murad erano presenti Luba Elias Sulaiman, medico e Murad Ismael, cofondatore e direttore esecutivo di Yazda, organizzazione senza scopo di lucro istituita per sostenere gli Yazidi e supportare i sopravvissuti al genocidio e alle persecuzioni esercitate dall’Isis contro questa minoranza etnico-religiosa. In particolare gli attivisti hanno fatto sapere come questa non sia la prima volta che il popolo yazida sia sottoposto a crimini e violenze e hanno criticato la risoluzione europea sui diritti delle minoranze, in quanto “generica” e poco incisiva sul genocidio “particolare” ed efferato contro il popolo yazida. Durante l’audizione è stato denunciato il crimine atroce di stupri di gruppo contro anche bambine di 9 anni. Nadia Murad ha già parlato al Consiglio di sicurezza dell’Onu e ha toccato quindici Paesi, allo stesso modo anche in Italia ha lanciato un appello per il riconoscimento del genocidio del popolo yazida e hanno chiesto un impegno a fare il possibile per liberare le donne, le ragazze e le bambine che si trovano tutt’ora nelle mani dell’Isis e che subiscono quotidianamente torture e violenze. Purtroppo però “nessun Paese ha ancora fatto azioni concrete”, nonostante le denunce, “contro il Daesh e per liberare queste donne”.
Inoltre l’appello si rivolge anche alle donne e alle persone sopravvissute che sono scappate e che ora vivono nei capi profughi del Kurdistan e hanno bisogno di assistenza umanitaria e psicologica.
Pia Locatelli ha proposto ai membri del Comitato diritti umani di presentare una mozione in cui si chiede al Governo italiano di farsi promotore di queste richieste.
Nadia, inoltre, è venuta per la prima volta in Italia martedì per partecipare alla prima edizione del ‘Festival dei diritti umani’, che si è aperto alla Triennale di Milano e proseguirà fino all’8 maggio. “Un anno e mezzo fa – ha raccontato – gli uomini del Daesh sono arrivati a Kocho, il villaggio dove abitavo e, in un solo giorno, hanno ucciso più di tremila uomini. I miei sei fratelli sono stati ammazzati sotto i miei occhi e mia madre è stata uccisa insieme ad altre ottanta donne sopra i 45 anni”.
“Attraverso la mia testimonianza, voglio che il mondo apra gli occhi su quanto sta accadendo nel mio Paese, dove altre 3.500 ragazze come me sono ancora nelle mani del Califfato. Chiedo l’aiuto di tutti e, soprattutto, dico di agire nei confronti di chi finanzia e arma il Daesh”.
La battaglia di Nadia Murad non è sfuggita al Time, che l’ha inclusa nella lista delle cento persone più influenti al mondo dove spicca, secondo il magazine americano, come “un faro di luce e di verità”. Ma Nadia rappresenta anche uno di quei profughi che scappano dalle atrocità della guerra e che l’Europa ignora e respinge. Per la giovane attivista è “inaccettabile la costruzione di muri e recinzioni ai confini tra gli Stati”. “Le stragi in Belgio e in Francia – ha detto Nadia – sono qualcosa che non capisco, ma non è la strada giusta bloccare le frontiere prima che le vittime della guerra riescano a mettersi in salvo. Scappano dal terrore, scappano perché non hanno più una casa. La situazione è particolarmente dolorosa per le donne e i bambini”.

Indagata Deutsche Bank
per la svendita dei BTP

Deutsche-Bank-app“Preferisco non rilasciare dichiarazioni né confermare né smentire le notizie che stanno circolando sulla stampa”. Così, Michele Ruggiero, magistrato della procura di Trani, commenta l’inchiesta che sarebbe in corso sulla Deutsche Bank di Francoforte, la maggiore banca tedesca L’istituto di credito tedesco sarebbe indagato dai magistrati di Trani per manipolazione di mercato, assieme all’ex management del gruppo. La vicenda riguarderebbe la massiccia vendita di titoli di Stato italiani avvenuta nel primo semestre 2011 e del valore di circa sette miliardi di euro.
Come si ricorderà la ‘svendita’ dei titoli italiani provocò una valanga di vendite sul mercato che innescò un aumento vertiginoso degli interessi sul debito pubblico, con un progressivo e inarrestabile allargamento della forbice tra i buoni del tesoro italiani e gli equivalenti titoli del debito pubblico tedesco che raggiunse in breve tempo livelli record. Il famoso ‘spread’ arrivò a 574 punti nel novembre di quell’anno, ovvero il mercato chiedeva un interesse di quasi sei punti percentuali in più per acquistare titoli di debito a dieci anni a confronto degli equivalenti emessi da Berlino. La crisi dello spread provocò una pressione insopportabile per il bilancio pubblico già gravato dal secondo più grande debito pubblico d’Europa, e causò indirettamente le dimissioni del Governo Berlusconi, già politicamente molto debole, e la sua sostituzione con un ‘Governo del Presidente’, guidato dall’ex commissario Ue e ex Rettore della Bocconi, Mario Monti. Una scelta imposta dalla Ue assieme ad un programma di risanamento molto duro perché il timore era che un default dell’Italia avrebbe innescato una crisi pericolosissima per l’intera area dell’euro.

Da quei giorni Berlusconi ha sempre imputato alla Germania, e al ruolo del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che non scelse la strada delle elezioni, la sua caduta e la sottomissione dell’Italia alle scelte della finanza internazionale. Oggi l’inchiesta di Trani sembra mettere un timbro di attendibilità a tutte le teorie  complottistiche nate sulla scia della crisi dello spread.

Nei giorni scorsi i militari della Guardia di Finanza di Bari, assieme al pm Michele Ruggiero, hanno compiuto sequestri di atti e mail nella sede milanese dell’istituto tedesco, in piazza del Calendario, e avrebbero ascoltato testimoni. Secondo l’accusa, Deutsche Bank in tre pubblicazioni nel periodo febbraio-marzo 2011, definì sostenibile il debito sovrano dell’Italia, ma nascose ai mercati finanziari le sue reali intenzioni di ridurre subito e drasticamente i titoli italiani in portafoglio. Questa volontà della Banca risulta invece – a giudizio della procura – dalla massiccia vendita di titoli di Stato italiani fatta ‘over the counter’, senza che fosse divulgata al Mercato finanziario regolamentato e giustificata “falsamente” a posteriori (nell’informativa periodica del giugno 2011) con la necessità di ridurre la sovraesposizione del gruppo al rischio sovrano dell’Italia, a seguito dell’acquisizione di Postebank di fine 2010.

Nello stesso periodo, Deutsche Bank acquistò circa 1,4 miliardi di Credit Default Swap (Cds) di copertura sull’esposizione al rischio Italia. Questi acquisti – secondo l’accusa – non furono comunicati dal gruppo bancario né ai Mercati finanziari né al Mef. Quindi, è il ragionamento accusatorio, Deutsche Bank autorizzando la vendita dei titoli di Stato italiani, acquistando contestualmente Cds e comunicando allo stesso tempo ai mercati finanziari la sostenibilità del debito pubblico italiano, ha compiuto condotte manipolative del mercato di tipo informativo-operativo. Queste manovre sono ritenute idonee ad alterare la regolare formazione del prezzo di mercato dei titoli di Stato italiani sia nel primo semestre 2011 (quando il mercato ignorava le dismissioni di titoli) sia successivamente alla pubblicazione periodica del giugno 2011.

In quest’ultima occasione il Mercato e gli operatori – sostiene il pm Ruggiero – seppero della massiccia e repentina riduzione dell’esposizione della Banca al rischio Italia interpretandola come un “chiaro segnale di sfiducia del gruppo nei confronti della tenuta del debito sovrano italiano”.

Sono cinque gli indagati per manipolazione di mercato. Si tratta dell’ex presidente di Deutsche Bank Josef Ackermann, degli ex co-amministratori delegati Anshuman Jain e Jurgen Fitschen (quest’ultimo e’ attualmente co-AD uscente della Banca), dell’ex capo dell’ufficio rischi Hugo Banziger, e di Stefan Krause, ex direttore finanziario ed ex membro del board di Deutsche Bank. “Deutsche Bank – sottolinea l’istituto tedesco – sta collaborando con le Autorità in questa inchiesta. Nel 2011 la Banca aveva risposto a una richiesta fatta da Consob in relazione a questa vicenda e aveva fornito le informazioni e i documenti relativi”.
La procura di Trani ascolterà come testimoni anche l’ex premier italiano ed ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi, e l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Prodi Prodi nel luglio 2011 definì “sconvolgente”quella decisione di vedere sette miliardi di titoli su otto. “Mi ha sconvolto – disse Prodi – vuol dire che è la fine di ogni legame di solidarietà”.

Edoardo Gianelli

Migranti, quando a Zurigo
davano la ‘caccia’ a noi

Minatori italiani

Minatori italiani

Questa settimana un lettore, esponendo alcune riserve sulla linea editoriale “filo-migranti” dell’ADL, mi ha scritto di ritenere che tanta debolezza sia da attribuirsi alla mia non più giovane età, per causa della quale sarei indotto a trascurare i molti effetti negativi prodotti dall’immigrazione, tra cui: “a) La mamma italiana che non trova posto nell’asilo nido per il figlio perché sopravanzata in graduatoria da famiglie immigrate; b) La competitività al ribasso sui salari portata dagli immigrati; c) L’ordine pubblico”.

A parte che le parole sono pietre, visto che parliamo d’età non più giovane, mi pare opportuno menzionare la fondazione della nostra testata, avvenuta nel 1897. Soprattutto perché quell’evento incrocia il secondo dei punti sollevati, ossia la “competitività al ribasso sui salari portata dagli immigrati”.

In quell’epoca lontana, ma anche vicina, gli immigrati eravamo noi italiani. Alla fine del luglio 1896 nel quartiere popolare “Aussersihl” di Zurigo si scatenò una vera e propria caccia all’immigrato (cioè all’italiano) che culminò in episodi di guerriglia urbana e tenne occupate le forze dell’ordine zurighesi per diversi giorni.

I lavoratori italiani furono accompagnati fuori città, insieme alle loro famiglie, sotto scorta armata, in diverse migliaia. Altrimenti il rischio era di venire ammazzati di botte per strada.

Accadde, quell’esplosione di violenza, a causa della “competitività salariale”? In parte sì. E i nostri predecessori di allora, Serrati e Greulich, risolsero che fosse giunto il momento di procedere alla costruzione di un sindacato di lingua italiana in Svizzera, il cui organo di stampa sarebbe diventato proprio L’ADL, che all’epoca nacque recando il titolo un po’ incendiario de “Il Socialista”, ribattezzato due anni dopo nel più moderato “L’Avvenire del lavoratore”, con la dicitura al singolare declinata infine al plurale nel 1941 da Ignazio Silone “L’Avvenire dei lavoratori”.

Corriere della Sera 1896 - Caccia agli italiani a Zurigo

Domenica del Corriere 1896 – Caccia agli italiani a Zurigo

Venne, dunque, fondato insieme a questo giornale il sindacato di lingua italiana in Svizzera. E fu posta la parola “fine” alla concorrenza salariale al ribasso.

Scomparve del pari la xenofobia? Tutt’altro. Quella ci ha sempre accompagnati, giorno dopo giorno, per tutti questi centoventi anni. Durante i quali la comunità italiana, in quanto comunità di migranti, non ha per nulla portato “effetti negativi” alla società ospite e anzi ha dato ben più di quanto abbia avuto, come sempre accade in “esilio”: Tu proverai sì come sa di sale… lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

Quanto alla mamma italiana deprivata di posto all’asilo per il figlio italiano, quanto al dumping salariale e alle questioni di ordine pubblico, è bene dirlo con chiarezza: non si tratta in nessunissimo modo di fenomeni “prodotti” dai migranti. Non serve avere letto Carlo Marx per comprendere come alla base di ciò stiano politiche economiche molto ciniche o anche solo molto stupide. Perché i problemi reali restano tali finché non vengono affrontati in un altro modo… e risolti.

In che modo?

L’ipotesi intorno alla quale stiamo ragionando è l’istituzione di un “Esercito del lavoro”, secondo l’idea illustrata da Ernesto Rossi nel suo celebre saggio del 1947, Abolire la miseria (ripubblicato da Laterza a cura di Paolo Sylos Labini).

Oggi questo “Esercito del lavoro” andrebbe strutturato in due grandi organizzazioni del Servizio civile, l’una sostanzialmente riservata a cittadini italiani, giovani o disoccupati, e collegata a un salario di cittadinanza; l’altra focalizzata sui migranti e strutturata anch’essa lungo un percorso di lavoro e formazione in una credibile prospettiva di inserimento nella società ospite.

Con il sostegno di un ‘Esercito del lavoro’ sarebbe relativamente facile aprire e gestire un numero congruo di asili, superare il problema della concorrenza salariale al ribasso, affrontare con efficacia anche molti altri problemi, non da ultimo quello del controllo territoriale a sostegno delle forze dell’ordine, per esempio sui treni e nelle stazioni ferroviarie. Senza contare il drenaggio dei canali di Venezia, l’imbrigliamento dei torrenti di montagna, un fattivo sostegno alle opere di riconversione eco-compatibile e tutta una serie di altri interventi che non vengono nemmeno “percepiti” dal libero mercato essendo essi eterogenei rispetto al criterio unidimensionale del massimo profitto.

Progettare e attuare politiche sociali di grande respiro sarebbe oltre tutto necessario affinché non cali su di noi, ma soprattutto sui più giovani, una nube di rassegnazione e risentimento. Anche perché assisteremmo allora al trionfo del populismo che mesce i rancori e moltiplica i problemi.

Inversamente, se in un Municipio, in una Regione o sul territorio della Repubblica l’esperimento di un “Esercito del lavoro” iniziasse, sarebbe poi possibile immaginarne un’estensione europea con gran vantaggio di tutti. Ovviamente, occorrerà ancora discutere in modo approfondito di finanziabilità, ma anche di strumenti economici innovativi, come appunto il salario di cittadinanza, l’introduzione di monete locali, la regolamentazione di banche del tempo.

A questo punto il nostro lettore potrebbe ribattere: “Magnifico. Ma è wishful thinking.” Perché le belle utopie, quando atterrano sulla realtà, si aggrovigliano non poco, diventando intrattabili, come le mamme italiane dell’oggi (non quelle ipotetiche del futuro) che se la prendono con le mamme immigrate dell’oggi sui posti in asilo oggi mancanti…

Sì. La realtà. Senza dubbio. Ma la realtà sarebbe soprattutto e anzitutto questa: che è una vile ingiustizia prendersela con gli immigrati. Non loro producono il dumping salariale, la mancanza d’asili, la precarietà dell’ordine pubblico, dove sussiste. E noi sfidiamo chiunque a dimostrare l’accusa con dati e cifre alla mano.

Dopodiché, in tema di realtà, anche l’essere umano è quel che è: un animale che predilige gli alibi d’odio e disprezzo contro lo straniero all’uso adulto del proprio sano intelletto. Sicché nel momento in cui questa “realtà umana” (cioè questa nostra stupidità, in fondo) non ha ancora determinato ogni sua conseguenza, noi, dimentichi del benessere in cui ci culliamo, già diamo fuoco alle ultime chance per lo scegliere piuttosto la cecità che il vedere l’effetto vero dei nostri stessi atti.

Ciò detto, vorrei menzionare qui un incontro tenuto a Verbania il 1° maggio dove abbiamo discusso di questi e altri temi collegati alla lunga crisi politica attuale nell’ambito di un bel convegno promosso dal locale Circolo Arci nel 70° dalla scomparsa di Zappelli, “il sindaco delle due libertà”.

Luigi Zappelli (Vigone di Verbania 1896 – Losanna 1948) era stato emigrante a Losanna agli inizi del Novecento, poi sindaco della sua città natale fino all’avvento del fascismo, quindi di nuovo emigrante a Losanna, dove svolse un’intensa attività politica nell’organizzazione socialista del Centro Estero, trasferitasi da Parigi a Zurigo nel 1941 in seguito all’occupazione nazista della Francia.

Dopo la Liberazione Zappelli rientrò in Italia, entrò a far parte della Costituente e fu rieletto sindaco finché – provato da una vita intensamente dedicata alle idee in cui credeva, alla giustizia e alla libertà – cedette in salute. Nell’agosto del 1948 si ammalò gravemente d’otite, complicatasi in meningite, fu portato a Losanna e operato, cadde bruscamente in coma nel tardo pomeriggio dell’8 agosto e si spense all’indomani, all’età di 62 anni.

Il convegno di Verbania è stato organizzato da Gianni Natali insieme al sindaco emerito Mino Ramoni, autore di una preziosa serie di saggi dedicati alla storia del socialismo cittadino (“Verbania documenti”).

Insieme a chi scrive, sono intervenuti al convegno: Felice Besostri, ex senatore diessino nonché avvocato socialista assurto agli onori delle cronache per il ricorso in Corte Costituzionale che portò all’abrogazione del “Porcellum”, Giovanni Alba, assessore al Patrimonio, e Greta Moretti, consigliera comunale del PD. Le conclusioni sono state pronunciate da Giuseppe Mantovan, segretario generale della CGIL Novara-Vco.

A questi cari compagni e a tutti gli intervenuti vorrei esprimere un ringraziamento particolare per il livello e la serietà del confronto.

Andrea Ermano
(Editoriale dell’ADL, titolo originale “I Migranti e gli Autoctoni”)


Immigrati italiani in Svizzera

In tutto il mondo oggi
Il Giorno del Ricordo

Da questa sera fino alla giornata di domani, in tutte le comunità ebraiche del mondo si ricorda Yom HaZikaron laShoah ve-laGvura, il “Giorno del Ricordo della Shoah e del Coraggio” delle vittime e degli eroi che combatterono con tutti i mezzi a loro disposizione contro i nazisti. La data è quella della la rivolta del ghetto di Varsavia
Giorno del RicordoQuei fili spinati a forma d’impronta digitale rappresentano simbolicamente il segno indelebile del popolo ebraico del passato, del presente e del futuro.
Non dimenticheremo e faremo in modo che i nostri figli facciano lo stesso nella speranza che questo terribile ricordo appartenga alla memoria condivisa per rafforzare l’unione con il popolo ebraico nella lotta incessante e senza quartiere contro l’antisemitismo e contro ogni forma di odio di natura religiosa, etnica, di genere.

Arrivati i siriani salvati
dai corridoi umanitari

Chhm4k2WMAAupGVStamattina 101 siriani sono arrivati all’aeroporto di Fiumicino grazie ai corridoi umanitari, si tratta del terzo gruppo ad essere accolto dopo l’accordo raggiunto tra Governo italiano, Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, Comunità di Sant’Egidio e Tavola Valdese, che ha come obiettivo quello di permettere alle persone in fuga da guerre o “condizioni di vulnerabilità” di raggiungere il nostro Paese senza rischiare la vita in mare. Sono 97 siriani e 4 iracheni e saranno ospitati da una rete di strutture di accoglienza in Lombardia, Piemonte, Umbria, Lazio, Toscana e Basilicata. Ad accoglierli anche il Viceministro degli esteri Mario Giro e la presidente del Comitato Diritti Umani della Camera, Pia Locatelli.
“Questa è l’Europa che vogliamo, non quella che alza muri e chiude le frontiere”. Ha detto Pia Locatelli all’Aeroporto di Fiumicino dove sono stati accolti i profughi.
“Mentre Germania, Austria, Belgio, Francia, Danimarca e Svezia hanno intenzione di chiedere alla Commissione europea altri sei mesi di controlli alle frontiere all’interno dell’aerea Schengen, ancora una volta dall’Italia arriva una lezione e un esempio di accoglienza possibile contro le derive xenofobe e i populismi. Lo abbiamo fatto ieri con l’operazione Mare nostrum, continuiamo a farlo oggi”, Ha affermato la deputata socialista.
Tuttavia la questione migranti resta tuttora aperta per l’Europa, specie dopo la richiesta di Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia di estendere i controlli alle loro frontiere interne per altri sei mesi. Secondo alcune fonti Bruxelles sarebbe già pronta a dare l’ok e dopodomani sulla base di un articolo del Codice Schengen mai usato prima, pubblicherà una raccomandazione al Consiglio europeo con cui motiverà la sua approvazione.
Tuttavia se molti già parlano della fine di Schengen, Dimitris Avramopoulos nega a parole ciò che sta avvenendo nei fatti: “Schengen non sta morendo. Al contrario, la Commissione Ue sta facendo di tutto per ripristinarla e tornare alla normalità, come indicato nella roadmap ‘Back to Schengen'”.
“Ma per andare avanti – ha aggiunto – servono passi intermedi. Ciò che vogliamo raggiungere non può accadere in una notte, per questo dobbiamo assicurare un processo graduale, anche se significa permettere controlli temporanei eccezionali alle frontiere interne”.
Il commissario Ue poi ha fatto anche le dovute precisazioni per quanto riguarda i ricollocamenti: “La decisione di ricollocare è vincolante e gli Stati membri hanno un obbligo morale e legale a farlo. Per ora non abbiamo intrapreso alcun passo legale, i miei metodi di persuasione e incoraggiamento sono stati politici, ma non significa che non ci saranno”. Avramopoulos poi si è detto anche “deluso” per il basso ritmo di ricollocamenti e per la “mancanza di volontà politica”.

Liberato Ricciardi

Accordo Google-FCA per
l’auto che si guida da sola

Google car 2Fiat Chrysler Automobiles (FCA) e Google avrebbero raggiunto l’accordo per realizzare l’automobile senza guidatore. L’intesa tra l’amministratore delegato Sergio Marchionne e il ceo del progetto Google Car, John Krafcik – secondo indiscrezioni di stampa – dovrebbe essere reso pubblico da un momento all’altro. La notizia era già stata anticipata nei giorni scorsi dal Wall Street Journal, mentre Marchionne, a Torino per la presentazione della Tipo, non ha voluto commentare. Fca dovrebbe realizzare per Google entro la fine dell’anno un centinaio di prototipi. L’auto senza conducente dovrebbe essere una versione del minivan Pacifica a marchio Chrysler presentata al Salone di Detroit a gennaio. Alcune centinaia di vetture potrebbero essere commercializzate in California.


Io, Chicco e l’autopilota
di Daniele Leoni
Saranno tutte elettriche le auto del futuro. Popoleranno le nostre strade, meno numerose di oggi perché per lo più condivise. Controllate dall’autopilota, ci porteranno al lavoro, in gita o a fare shopping. Poi torneranno, per conto loro, al parcheggio di lunga sosta più vicino dove un braccio meccanico potrà trovare la presa di ricarica nella piazzola. Torneranno, le auto del futuro, in risposta alla nostra chiamata, davanti all’ufficio, al negozio o al ristorante e ci spetteranno, pazienti e ordinate, nel parcheggio di sosta corta. A Torino come a Detroit, dopo una secolo dalla scomparsa dei maniscalchi, un altro mestiere cesserà di esistere: quello del taxista. Lascerà il posto alla nuova professione dell’ingegnere del traffico automatico, del controllore e ordinatore dei flussi, del car sharing customer care manager. Ma non scompariranno i fabbricanti di automobili così come non scomparvero quelli delle carrozze un secolo fa. Si trasformarono in carrozzieri, dal riparatore al designer, dall’ingegnere della galleria del vento al tecnico di 3D modelling, dall’operaio specializzato al programmatore del robot addetto alla verniciatura.

Google car 1Il mio amico Chicco, di cui si può criticare tutto, ma non il coraggio di esporre liberamente le proprie idee anche quando cambiano, scrive su l’Unità: “Il sogno della mia generazione era di possedere un’automobile. Il sogno dei miei figli di possedere un abbonamento ad un car sharing. Risultato: spostarsi in macchina diventa più facile, ma gli acquisti di auto diminuiscono. Figurarsi quando arriveranno le auto senza autista che le chiami con un fischio e le molli dove vuoi tanto tornano a casa da sole. I benefici netti per tutti sono enormi, ma il Pil crescerà ancora con gli stessi ritmi con un numero di automobili in circolazione assai inferiore?”
Chicco Testa conclude che sarebbe bene concentrarsi sui benefici per tutti anche se, per ora, non corrispondono ai nostri criteri di calcolo del prodotto interno lordo. Io aggiungo che, se ci saranno più benefici, bisognerà cambiare i criteri di calcolo. Sì perché è giusto cambiare opinioni e criteri quando sono cambiati gli scenari di riferimento così come è molto saggio cambiare opinione quando ci accorgiamo che siamo in errore. La manifestazione più clamorosa di stupidità è continuare a sbagliare per coerenza.

Conosco Chicco da quando eravamo ragazzi, tutti e due in politica, tutti e due alle prese con la fondazione Legambiente. Abitava davanti a me, a Roma, in Via Madonna dei Monti. Lo vedevo la mattina dalla finestra del bilocale che mi aveva prestato l’Architetto Rustichelli, poi si scendeva per raggiungere Piazzale Flaminio dove c’era l’ARCI, in motorino, ognuno col suo. Io ero socialista di Craxi (o meglio di Martelli) e lavoravo al Centro Studi del PSI con Luigi Covatta. Lui era comunista di Berlinguer. Io ero il responsabile nazionale della neonata Legambiente e lui mi doveva “rottamare” perché non ero abbastanza antinucleare. Gli diedi partita vinta un po’ perché non ho mai amato i movimenti di piazza, un po’ perché stavo accarezzando l’idea di una startup (allora non si chiamava ancora così) sulle nuove tecnologie. Poi i socialisti avevano già individuato Maurizio Sacconi come nuovo presidente. Feci bene perché le mie idee erano troppo lontane dalla cultura politica dei primi anni ‘80.
Due avvenimenti economici occupano i giornali di oggi: l’accordo di Marchionne con Google per le auto col pilota automatico e la pole position di Chicco per fare il Ministro allo sviluppo. L’accordo di Marchionne avrà un impatto importante su Torino e non solo su Detroit. E Chicco allo sviluppo sarebbe in sintonia con le necessità della politica di oggi anche perché, passati trent’anni, lui ha idee che io avevo allora.

Mi figuro il nuovo progetto del ponte di Messina, modificato per far posto all’Hyperloop, dove potranno essere imbarcate automaticamente, nelle navette, le automobili del futuro perché i passeggeri abbiano l’ebbrezza dei mille all’ora. Ma nelle strade normali tutti in fila, ordinati, guidati dal software che rispetta automaticamente il codice della strada. Niente più autovelox e nemmeno multe. Si potrà anche bere un bicchiere di quello buono, a cena con gli amici o con la fidanzata. Basta con gli scarichi inquinanti. Nelle aiuole. Ai bordi delle strade, si potranno raccogliere rucola e stridoli per fare l’insalata. Forse si costruirà anche qualche centrale nucleare per recuperare la scuola, la filiera, la tecnologia dei materiali e dei sistemi di sicurezza e, soprattutto, il campo di ricerca per la fusione delle centrali del futuro dove, un tempo, eravamo primi nel mondo.
Ma la decisione è prerogativa di Matteo Renzi, che ha già detto ai giornalisti: “Il primo a sapere il nome sarà il Presidente della Rapubblica”. È l’Italia che cambia e diventa più civile. Noi che l’abbiamo sostenuto e votato alle primarie, consapevoli delle regole fondamentali della democrazia rappresentativa, possiamo manifestare la nostra opinione, ma senza tifo da stadio, meno che meno quello degli ultras violenti della curva sud.

Daniele Leoni

Elezioni. Quanta confusione nel caleidoscopio di simboli

Gabriele Maestri, classe 1983, laureato in Giurisprudenza, giornalista pubblicista, dottore in ricerca in Teorie dello Stato alla facoltà di Scienze Politiche di Roma Tre e una grande passione: i simboli dei partiti politici. Negli ultimi anni, infatti, il giovane Maestri, ha scritto ben due libri sull’argomento: “i simboli della discordia”, pubblicato dalla casa editrice Giuffrè nel 2012 ed, in seguito, “Per un pugno di simboli. Storie e mattane di una democrazia andata a male”. Proprio su questo suo originale interesse e sulla valenza, ormai quasi dimenticata, che hanno i contrassegni dei partiti nello scenario politico, abbiamo voluto intervistare il dottor Maestri.

Simboli elettoraliCome le è venuta l’idea di scrivere un libro e, creare un blog, sui simboli di partiti?
La passione, in realtà, nasce molto prima: da bambino, nei periodi delle elezioni, guardavo curioso e divertito quei cerchi riempiti da disegni strani, che in televisione vedevo a colori ma sulle schede erano ancora in bianco e nero (sarebbero passati in technicolor solo nel 1992). Crescendo non ho smesso di essere curioso; dopo la laurea in giurisprudenza (2008) e l’inizio del mio primo dottorato in Teoria dello Stato (2009), ho scelto di occuparmi di simboli anche come argomento di studio, visto che prima non l’aveva fatto quasi nessuno. Nel Gabriele Maestri2012 è nato il mio primo libro giuridico, I simboli della discordia (Giuffrè), incentrato sulle regole da applicare (poche e non chiarissime) e sulle liti in tribunale o precedenti le elezioni. Le storie da raccontare, in realtà, erano ben di più, magari in equilibrio tra il comico e il grottesco e meritavano di avere spazio, anche con le immagini degli emblemi: anche per questo, nel 2014 è nato Per un pugno di simboli (2014, Aracne, prefazione di Filippo Ceccarelli). Infine, visto che la materia simbolica è magmatica, sempre in movimento, serviva uno strumento che ne raccontasse prontamente gli aggiornamenti: per questo, già nel 2012, è nato www.isimbolidelladiscordia.it, per promuovere il libro omonimo (e anche il “secondo nato”, quando è arrivato) e soprattutto per raccontare le nuove puntate sui simboli. Notizie che, a quanto pare, interessano a un certo gruppo di persone: oggi il sito ha quasi 9mila accessi al mese, non pochi per un tema di nicchia.

Copertina libro Per un pougno di simboliCosa rappresentano oggi i simboli per partiti che sono diventati per lo più comitati elettorali?
Innanzitutto, per chi vuole partecipare alle elezioni, i simboli in Italia sono un elemento obbligatorio (dal 1919, per consentire anche agli analfabeti di capire per chi stessero votando): nessuno può presentare liste o candidati, a qualunque livello, senza abbinare loro un contrassegno (la legge lo chiama così). Detto ciò, di certo il valore del simbolo è cambiato molto – lo spiego meglio nella risposta successiva – e a volte rischia davvero di ridursi a un feticcio, a un’etichetta da appiccicare o a una maglia da indossare senza troppo pathos. Anche per questo, se non piace o non fa un bell’effetto, è facile da cambiare.

Campagna elettorale 1948

Campagna elettorale 1948

Oramai i simboli non esprimono più l’identità di un partito e questo genera confusione nell’elettore. Ne nascono sempre di nuovi e molti simboli, avendo caratteristiche simili ad altri, finiscono per risultare poco riconoscibili tra di loro: ma il ruolo dei simboli non è quello, soprattutto, di colpire l’elettore? Dov’è finito il loro fine mnemonico?
I simboli nascono con una natura doppia: raccontano l’identità del soggetto politico richiamandone il patrimonio di idee (come fa il nome di una persona) e lo distinguono dagli altri attori politici, per evitare confusione tra gli elettori (proprio come i marchi commerciali). Ciò dovrebbe far differenziare tutti i segni, ma nella realtà ci sono elementi di disturbo. Sempre più partiti, ad esempio, inseriscono nei loro simboli le tinte del Tricolore, come richiamo all’Italia, aggiungendo a volte l’azzurro, altro colore nazionale (e già qui le occasioni di somiglianze si sprecano). I partiti che si richiamano alla stessa tradizione politica, poi, adottano varianti dei simboli legati ad essa (pensi alla falce col martello per i socialisti e i comunisti, oppure alle rose e ai garofani che spuntano su vari simboli socialisti); le formazioni che sono frutto di scissioni o si proclamano eredi di partiti del passato, invece, fanno di tutto per mantenere il vecchio simbolo o qualcosa di simile (pensi alle lotte dentro e fuori dalle aule giudiziarie che hanno coinvolto lo scudo crociato o la fiamma tricolore). Da ultimo, la maggior parte degli ultimi contrassegni nati, disegnati da agenzie di marketing e non da grafici “interni” come un tempo, non ha più un soggetto riconoscibile (un animale, un fiore, un oggetto…), di fatto manca proprio il simbolo: c’è una somma di testo e colori che di iscritti e simpatizzanti racconta poco o niente. E se pretendere che un contrassegno colpisca l’elettore è troppo, dovrebbe almeno farsi ricordare: oggi è difficile che chi vota – iscritti a parte – si identifichi in un emblema partitico. Forse perché, per i pessimisti, dietro quel cerchietto di 3 centimetri di diametro non c’è (più) granché da ricordare o in cui identificarsi.

Come fanno, ad esempio, gli elettori a riconoscere i loro partiti con simboli che, soprattutto alle elezioni amministrative, cambiano sempre più spesso?
Questo è un problema ulteriore, dettato anche da questioni tecniche. Sotto i 15mila abitanti ogni candidato sindaco può essere collegato a una sola lista: se una persona è sostenuta da più forze politiche, mettere nello stesso contrassegno più di una miniatura di simbolo può essere graficamente sgradevole e creare confusione, quindi si preferisce inventare qualcosa di diverso. In più, di solito, a livello locale hanno molta più presa i progetti civici rispetto a quelli con un chiaro colore politico: anche per questo, spesso i partiti preferiscono cedere il passo a liste civiche – che in molti casi propongono una selva di mani strette o alzate, di monumenti o segni caratteristici del territorio – piuttosto che presentarsi col loro simbolo, che rischia di ottenere meno voti. Certo, questo può dimostrare un radicamento scarso di un gruppo politico nazionale in un territorio, ma paradossalmente la riconoscibilità non è messa a rischio più di tanto: normalmente, nei comuni, per gli elettori contano più le persone delle casacche che portano e si sa perfettamente “da che parte stanno” i candidati. Se però si dovesse fare l’elenco di tutti i simboli che si vedranno nel prossimo turno di elezioni amministrative (che, con 1371 comuni al voto, non è neppure la più numerosa), potremmo superare tranquillamente quota 3000…

Gioia Cherubini