Le leggi elettorali in Europa. Il sistema tedesco

Si concludono, con il terzo appuntamento, la serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

Deutscher-Bundestag-Parlament-Plenum-ReichstagOggi tratterò del sistema elettorale in vigore in Germania considerato, da autorevoli esponenti politici italiani, un modello in grado di garantire stabilità e governabilità.
La Germania è una repubblica federale parlamentare composta da sedici Stati (Länder).
Il parlamento federale tedesco, Bundestag, la Camera Bassa, esprime la rappresentanza popolare, elegge il Cancelliere, ha il potere legislativo, ed è eletto a suffragio universale per quattro anni.
Accanto al Bundestag troviamo il Bundestrat, camera di rappresentanza dei Länder, partecipa al potere legislativo, all’adozione di regolamenti e di norme amministrative e si occupa di questioni che attengono alle istituzioni comunitarie europee.
È interessante notare come il bicameralismo tedesco sia fortemente differenziato, avendo operato con la Costituzione di Bonn, la Legge Fondamentale del 1949, una decisa ed efficace razionalizzazione della forma di governo.
Nell’ordinamento costituzionale tedesco, il Bundesrat non deve essere considerato il secondo ramo del parlamento. I suoi membri non sono eletti a suffragio universale ma rappresentano i governi dei diversi Stati federati.
Inoltre, i membri del Bundesrat sono vincolati al mandato ricevuto dai governi dei Länder di cui sono parte, in questo modo derogando al principio del divieto del mandato imperativo per i parlamentari.
Soffermandoci sul sistema elettorale tedesco, per il rinnovo del Bundestag, possiamo individuare alcune caratteristiche: è di tipo proporzionale ma prevede degli importanti correttivi, a partire dalla presenza di due schede. “Il primo voto” per la scelta del candidato uninominale nel collegio, il “secondo voto” per scegliere il partito.
La metà dei deputati è eletta in base ad un sistema proporzionale con sbarramento al 5%, l’altra metà è eletta in collegi uninominali.
Nel dispositivo legislativo tedesco, a differenza del sistema in vigore in Italia, l’elettore dispone di due voti, su due schede differenti, consentendo il voto disgiunto.
Per questo motivo è definito un proporzionale personalizzato: il voto al candidato all’uninominale comporta un diretto rapporto tra l’eletto e l’elettore.
Con il “primo voto”, il territorio federale viene diviso in 299 collegi uninominali e in ognuno di essi è eletto direttamente un deputato. In questo caso il candidato più votato di ciascuna circoscrizione risulta eletto, anche con la maggioranza relativa.
Con il “secondo voto”, la seconda scheda, l’elettore è chiamato a scegliere, a livello di Land, una lista, corta e bloccata.
In linea generale, i seggi vengono suddivisi tra i vari partiti proporzionalmente al numero dei secondi voti.
In altri termini, i seggi proporzionali, vengono distribuiti tra i partiti che, in ragione della percentuale ottenuta a livello nazionale, abbiano superato la soglia di sbarramento del 5% dei secondi voti o abbiano ottenuto almeno l’elezione di tre deputati eletti nei collegi uninominali.
Quest’ultima possibilità, la regola dei tre mandati diretti, comporta l’effetto di favorire la rappresentanza dei partiti minori che possiedono un forte consenso elettorale, circoscritto in specifiche porzioni di territorio. È il caso del Pds, il partito degli ex comunisti della DDR (oggi Die Linke), che nelle elezioni del 1994 ottennero il 4,39% dei consensi di lista ma l’elezione di quattro rappresentanti nei collegi uninominali, aggiudicandosi, in questo modo, una trentina di seggi al Bundestag.
A questo punto va citata un’importante tecnicalità che rappresenta un elemento fondante della proporzionalità del sistema elettorale tedesco: il numero variabile di seggi del Bundestag.
I seggi vengono assegnati prima ai candidati eletti con l’uninominale. Dal numero di seggi che spettano a un partito in base al secondo voto, proporzionale, va sottratto il numero di deputati di quel partito eletti col primo voto.
In altre parole, vengono eletti i candidati della lista bloccata soltanto quando il numero di seggi assegnati, in un Land, a quel partito sia maggiore rispetto al numero dei collegi uninominali conquistati col primo voto.
Ad esempio, se alla SPD spettano ottanta seggi e ne ha vinti cinquanta nei collegi uninominali, avrà diritto ad altri trenta rappresentanti eletti nei listini bloccati.
Potrebbe anche succedere che attraverso il primo voto siano eletti un numero di deputati maggiore rispetto a quelli che spetterebbero al partito in base al voto proporzionale. In questo caso si tratta di mandati in eccedenza: i candidati vincenti nei collegi vengono eletti.
Tuttavia, per evitare che i mandati in eccedenza intacchino le differenze e le distanze emerse con il voto proporzionale, sono previsti dei mandati di compensazione: agli altri schieramenti vengono assegnati dei seggi in più per rispettare gli equilibri fissati dal secondo voto.
Tali meccanismi servono ad evitare una distorsione, più o meno significativa, della rappresentanza proporzionale rispettando, nel contempo, i risultati emersi dai collegi uninominali.
Questo, lo ripeto, è possibile perché in Germania il numero di parlamentari non è fisso: il numero minimo di deputati del Bundestag è di 598 membri, attualmente sono 709.
La legge elettorale tedesca è stata cambiata varie volte. I principi fondamentali che deve soddisfare sono elencati nell’art. 38 della Costituzione di Bonn: “i deputati del Bundestag sono eletti a suffragio universale, diretto, libero, uguale e segreto”. I meccanismi funzionali del sistema non sono stati costituzionalizzati, così il legislatore tedesco ha preferito derogare alle leggi ordinarie.
L’ultima riforma, approvata a larga maggioranza e tuttora in vigore, risale al maggio del 2013. La modifica più importante è stata l’introduzione dei mandati di compensazione, precedentemente non previsti.
In conclusione è possibile osservare come il sistema elettorale tedesco, in settanta anni, abbia garantito esecutivi stabili: dal 1949 solamente in due occasioni, nel 1972 e nel 1982, non è stata rispettata la scadenza naturale della legislatura e sono servite le elezioni anticipate.
Anche le fibrillazioni nella formazione dell’ultimo governo, a guida Merkel, hanno dimostrato come, nel contesto tedesco, il dialogo proficuo tra diverse politiche e la definizione di un coerente e serio programma di governo che preveda una precisa definizione delle priorità programmatiche e dei relativi costi, l’opposto del contratto “alla tedesca” nostrano, possano favorire dialettica democratica, riforme strutturali e governi di legislatura.

Paolo D’Aleo

United Colors e il crollo del Ponte di Genova

PONTE CROLLATO GENOVA MORANDI“Prima che un ponte crolli, quanti tiranti, in gergo i tristemente famosi «stralli», devono saltare? A che distanza devono essere l’uno dall’altro per evitare l’effetto a catena?” La domanda se la fa un articolo de La Stampa, cronaca di Torino, a proposito di uno studio sulla manutenzione dei ponti presentato dal Politecnico in luglio a Melbourne al Labmas, associazione di esperti mondiali di manutenzione e sicurezza dei ponti.

Tutti i ponti strallati hanno un grande numero di cavi, disposti ad arpa, che ancorano l’impalcato ai piloni, con una portata almeno doppia o tripla rispetto al peso normalmente sostenuto. Allora è possibile anche la manutenzione, sostituendo i cavi usurati uno per uno, senza neppure interrompere il traffico sul ponte.

Nessuno ha ancora scritto però (oppure è stato ben nascosto) che nel ponte Morandi di Genova di tiranti ce ne sono solo quattro per ogni pilone, due per ogni lato dell’impalcato. Ogni tirante è costituito da un fascio di cavi d’acciaio sigillati in una trave di calcestruzzo precompresso. “Mi spezzo ma non mi piego!” dicevano i fascisti … Proprio così, nessun effetto catena perché di tiranti ce n’era solo uno per lato della carreggiata. Poteva esserci solo un cedimento secco. Così duecento metri di ponte sono andati giù.

Il crollo del ponte la vigilia di ferragosto, a Genova, ci sta insegnando tante cose.

Fu progettato dall’ing. Riccardo Morandi nei primi anni 60, inaugurato nel 1967. Venne soprannominato subito il Ponte di Brooklyn. Con la differenza che quello di New York, costruito nel lontano 1867, aveva ed ha i requisiti di sicurezza sei volte quelli richiesti mentre il ponte di Genova mancava di ridondanza negli accorgimenti. Aldilà del deterioramento dei materiali, sembra proprio evidente un clamoroso errore di progettazione.

Segni premonitori e voci inascoltate

Quando una crepa fa davvero paura? La risposta è in quello uno studio del Politecnico di Torino che «ha analizzato il collasso strutturale di un intero ponte, in tutte le sue fasi», spiega Gian Paolo Cimellaro, docente di Ingegneria sismica nel Dipartimento di Ingegneria Strutturale del Politecnico, che ha proposto una metodologia per analizzare il livello di sicurezza dei ponti identificando i punti deboli della struttura sui quali intervenire prima del collasso.

Lo studio è stato presentato, dicevamo, a luglio durante la conferenza Labmas. Le simulazioni mostrano come evitare il crollo anche quando uno dei tiranti cede. È il principio della «ridondanza». Consiste nel mettere più cavi del necessario, così quelli di riserva, se anche c’è un crollo localizzato, impediscono il collasso dell’intera struttura. Altrimenti, se uno non regge più, parte l’effetto a catena. In ogni caso la progettazione deve tenere conto delle necessità di manutenzione quindi le componenti critiche, sottoposte ad usura, debbono poter essere facilmente sostituite.

Se il ponte è crollato dopo soli cinquant’anni, nonostante abbia subito continui e difficoltosi interventi di manutenzione (i testimoni dicono che era un cantiere permanente), significa che non era stato progettato per essere manutenuto, quindi doveva essere demolito e rifatto con criteri diversi.

Adesso, col senno del poi, sono in tanti a sostenere questa tesi.

Due anni fa cera solo la voce isolata del professore Antonio Brencich, docente di strutture in cemento armato alla Facoltà di ingegneria di Genova, che, già autore di un articolo sul tema nella rivista degli ingegneri, in una intervista a Primocanale elencava tutte le criticità dell’opera.

“Questo ponte venne indicato come capolavoro dell’ingegneria. In realtà è un esempio del fallimento dell’ingegneria. All’epoca, infatti, l’idea di fare un ponte col cavalletto bilanciato sembrava innovativa e piacque molto. Ma quella tipologia di infrastruttura fallì. Negli anni il ponte subì una quantità di lavori enorme, indice che era stata rilevata una corrosione molto più veloce di quel che pensassero”, perciò era stato necessario “integrare l’impianto originale per impedire situazioni di pericolo”.

Insomma “se dopo 30 anni si devono fare lavori di questo tipo, è un ponte sbagliato. Un ponte deve durare centinaia di anni e 60-70 anni senza manutenzione”. Non solo. “Un tempo, ero ragazzino – rivelava ancora l’esperto – il ponte non era dritto, aveva dei saliscendi, perché venne sbagliato il calcolo della deformazione viscosa, cioè di cosa succede al cemento armato nel tempo”. Insomma, concludeva Brencich, un ponte “in continua manutenzione che dovrà essere ricostruito”. Purtroppo non avrebbe mai immaginato che ci sarebbe stato da ricostruirlo dopo una simile tragedia.

C’è un problema di cultura della classe dirigente.

Alcuni parlamentari della maggioranza di Governo sono convinti che l’alta velocità ferroviaria sia dannosa, che siano dannosi i vaccini, che la combustione del metano produca gas serra, che l’incenerimento dei rifiuti ad alte temperature e con i filtri efficienti sia comunque dannoso ecc. Questo è antiscientifico e molto grave. Però è anche gravissimo che le voci di allarme sul ponte Morandi di Genova siano rimaste inascoltate dai tutti i governi come tanti altri segnali degli studiosi e degli imprenditori delle nuove tecnologie su temi cruciali. Per esempio hanno dato credito alle tesi contro gli OGM nonostante la loro dimostrata efficacia per colture più resistenti ai parassiti. Non hanno invece combattutola brevettabilità degli OGM da parte delle multinazionali e le limitazioni alla diffusione delle sementi. Mi sembra incredibile che, avendo davanti agli occhi lo sviluppo della robotica, dell’Internet delle cose e dei sistemi esperti, l’opposizione si opponga in modo pregiudiziale al reddito di cittadinanza senza capire che è l’unico strumento possibile per mantenere in equilibrio l’economia e la società.

Stiamo transitando velocemente verso un’epoca in cui si lavorerà più per passione che per bisogno, dove il tempo dedicato allo studio si dilaterà. Sarà quello un tempo di persone più libere. Un tempo in cui chi dovrà dare un giudizio severo, per esempio sulla necessità di demolire un ponte perché a rischio di crollo, non sarà più condizionato dalla necessità di compiacere un suo superiore.

Ecco, mi sembra che la classe dirigente sia pervasa dalla necessità di compiacere qualcuno a scapito della libertà di giudizio, quando la libertà di giudizio dovrebbe essere il tratto distintivo della classe dirigente. Un’altra cosa che mi da fastidio sono i primi ministri e i membri dell’esecutivo che ostentano un’attività frenetica: frenesia difficilmente compatibile con la ponderazione.

Queste brevi considerazioni, e tante altre che si potrebbero fare, danno l’idea del perché il crollo del Ponte a Genova sia solo la punta dell’iceberg di un andazzo generalizzato che accomuna la classe dirigente politica, ministeriale e delle società private che sono entrate nel giro. Questo andazzo (le vicende dei cinquant’anni del ponte di Genova lo dimostrano) è un vizio di tutti i Governi di tutti i colori politici. I 5 Stelle stanno dimostrando di seguire la tradizione.

Il ritorno alla gestione dello Stato sarebbe come spegnere l’incendio con la benzina.

“United colors of Bennetton”! Mi è sempre piaciuto lo slogan del gruppo tessile di Treviso oggi proprietario della Società Autostrade, concessionaria. E mi è piaciuta anche la loro reazione concreta al disastro: cinquecento milioni di risarcimento alle famiglie e costruzione di un nuovo ponte in otto mesi. Io li prenderei in parola. Ovviamente questo non deve ostacolare l’iter giudiziario per accertare le colpe e punirle. Raffaele Cantone ha dichiarato, in una lunga intervista su La Stampa, che “il sistema Paese è inadeguato: nessuno controlla e ci si affida la fato, salvo scatenarsi dopo una tragedia in una inammissibile fuga dalle responsabilità.” Alla domanda sull’opportunità di rinazionalizzare ha risposto: ” … Faccio presente che un carrozzone in perdita è diventato, dopo la privatizzazione, una gallina dalle uova d’oro …”.

Rinazionalizzare sarebbe catastrofico per i costi immediati e perché, ne sono sicuro, tutti i vizi della gestione pubblica ritornerebbero senza correggere gli errori attuali.

Imprese, intelligenza, algoritmi e coscienza.

Sempre più di frequente il valore delle imprese viene determinato dal mercato azionario. Mercato spesso condizionato da fattori indipendenti dal valore della produzione ma da fluttuazioni indipendenti determinate dai fondi d’investimento internazionali e dai trader online. I fondi e i trader si avvalgono di algoritmi in grado di speculare sulle micro fluttuazioni del mercato. La borsa sta perdendo così il suo ruolo di finanziamento e di capitalizzazione degli imprenditori migliori in termini di efficienza per la produzione di beni e servizi. E’ uno strumento che premia o punisce sulla base di regole diverse da quelle originarie e fondanti del mercato azionario.

Quando un gruppo come Benetton ha successo entra in un giro finanziario dove i suoi United Colors non determinano più il valore dell’impresa. E un fenomeno in cui gli algoritmi diventano più potenti della passione dell’imprenditore. Gli algoritmi sono molto intelligenti ed efficienti e possono garantire guadagni spropositati. Pero gli algoritmi non hanno coscienza, che è tipica solo dell’intelligenza umana (almeno fino ad oggi). E’ così che l’imprenditore perde identità e passione e nella struttura aziendale. Fra i suoi dirigenti si aprono delle crepe che conducono a catastrofi. Sono fiducioso pero che la catastrofe di Genova stimolerà una riflessione nel gruppo e nella famiglia Benetton. Perché la coscienza umana pretende che Benetton passi alla storia non per il crollo del Viadotto sul Polcevera ma per l’arcobaleno di vestiti colorati che hanno decorato i corpi umani di tutte le etnie del mondo.

Daniele Leoni

Cacciari, Nencini aderisce all’appello del filosofo

massimo-cacciariIn molti, tra esponenti del modo della cultura e della politica, hanno aderito all’appello di Massimo Cacciari. Tra coloro che hanno dato la propria adesione, il segretario del Psi Riccardo Nencini. L’ex sindaco di Venezia, su Repubblica del 3 agosto, ha promosso l’iniziativa assieme a Enrico Berti, Michele Ciliberto, Biagio de Giovanni, Vittorio Gregotti, Paolo Macrì, Giacomo Manzoni, Giacomo Marramao, Mimmo Paladino. Un appello che lo stesso filosofo chiama una “chiamata concreta, contro il pericolo di una vittoria di questa destra regressiva alle prossime elezioni europee”. Un appello per un manifesto pragmatico di intellettuali in cui ognuno “promuova iniziative all’interno del proprio settore di appartenenza. Bisogna declinare tutti i problemi a livello continentale, non solo quelli economico-finanziari”.

“La situazione dell’Italia – si legge nell’appello – si sta avvitando in una spirale distruttiva. L’alleanza di governo diffonde linguaggi e valori lontani dalla cultura – europea e occidentale – dell’Italia. Le politiche progettate sono lontane da qualsivoglia realismo e gravemente demagogiche. Nella mancanza di una seria opposizione, i linguaggi e le pratiche dei partiti di governo stanno configurando una sorta di pensiero unico, intriso di rancore e risentimento”. Ma le preoccupazioni dell’ex sindaco sono anche per le ripercussioni che una politica europea sovranista possano avere per la stessa Ue già sull’orlo della disgregazione per le politiche sovraniste e anti-immigrati. Per questo serve una iniziativa che contribuisca a creare dibattito nell’opinione pubblica.

La scadenza a breve delle elezioni europee spinge a mettersi subito in cammino per evitare che si formi il più vasto schieramento di destra dalla fine della Seconda guerra mondiale. La responsabilità di chi ha un’altra idea di Europa è assai grande. Non c’è un momento da perdere. Tutti coloro che intendono contribuire all’apertura di una discussione pubblica su questi temi, attraverso iniziative e confronti in tutte le sedi possibili, sono invitati aderire.

“Porre un argine a questo Governo antieuropeista”

camera“Intanto non è affatto vero che la storia non si ripete. Si ripete, eccome. C’è una dose enorme di diciannovismo in quest’Italia. Un diciannovismo che nasce da una maggiore povertà e da un perdita di ruolo del ceto medio che è stato la colonna vertebrale dell’Italia dal boom economico fino a qualche anno fa. Cento anni fa fu scelto l’uomo solo al comando, oggi si scelgono i partiti antisistema”. Lo afferma in un’intervista al nostro giornale il segretario del Psi Riccardo Nencini che fa il punto sui primi mesi di governo e sul futuro del centro-sinistra tracciando la linea per i mesi a venire.

Come vedi l’alleanza tra i due partiti alla guida del governo?
Dubito che l’alleanza tra Lega e Cinque Stelle duri poco. Potrebbe anche franare il Governo Conte, ma questo non significherebbe la fine dell’alleanza. Anzi, Salvini e Di Maio stanno diventando sempre più come due dioscuri ciascuno per i suoi campi d’azione. Uno ha scelto il tema dei migranti e l’altro il tema del lavoro, ma soprattutto un tema alla Robespierre, nel senso che tutto ciò che esisteva prima era deleterio, tutto ciò che sta per sorgere positivo.

E l’opposizione latita…
Il punto debole dell’opposizione è che non riesce a trasformarsi in alternativa credibile e competitiva di governo. Quindi non offre un approdo a chi vede questa situazione con crescente preoccupazione. Invito anche a valutare i provvedimenti e le posizioni che si assumono.

In che senso?
Intanto c’è una forte dose di antiparlamentarismo. Il Parlamento è inutile, dice il teorico dei 5 Stelle. Si deve procedere con sorteggio alla sua elezione, dice Grillo. Si vuole il mandato imperativo che è decisamente anticostituzionale. Quando i vari ministri vengono in Commissione, dicono che vanno a perder tempo.

E per quanto riguarda i provvedimenti?
Nulla di tutto quello che hanno detto in campagna elettorale viene mantenuto. Salvo una politica più rigida sui migranti. Ma non si parla più di rimpatrio e dei 600mila che avrebbero dovuto essere rimpatriati. Sul lavoro tutti e due sostenevano che il jobs act doveva essere azzerato. Ma non è così, anzi i grillini votano contro un emendamento per la sua abolizione. Il reddito di cittadinanza non lo vedremo sorgere, lo stesso per la flat tax. I pilastri della rivoluzione italiana, come a loro piace chiamarla, per ora non si vedono assolutamente. Sono invece molto attenti a mettere gambe a quello che hanno detto in campagna elettorale in politica estera.

Per esempio su quali temi?
Confermano due visioni: la prima fortemente antieuropeista. Che è un danno, perché l’Europa così com’è non ci piace, però la Ue ci ha protetto dalla guerra. Ricordo che le grandi guerre europee, fino a quelle del 1939-40, nascono sul confine tra Francia e Germania. Quindi uccidere l’Unione europea anziché cambiarla è un fatto preoccupante anche per le sorti dell’Italia. Secondo: la politica filorussa è altrettanto preoccupante perché scioglierebbe l’Italia da un vincolo occidentale dal quale ha ricevuto negli anni benessere e una condizione grazie alla quale ora abbiamo un ruolo nella politica strategica tra le nazioni che contano. Se questo passato-presente viene smontato, noi dobbiamo soltanto preoccuparci vivamente.

L’anno prossimo si vota per le elezioni europee. Quale il rischio che le forze antisistema possano essere maggioranza in quell’appuntamento?
È la ragione per la quale bisogna fare presto. In ogni Paese. È il messaggio nella bottiglia che abbiamo messo nella mani del Partito socialista europeo che però è immobile e apatico. Dobbiamo dare una lettura nuova alla gente che è impaurita per il fatto che si è aperta una stagione che non sa interpretare. Una stagione dove la globalizzazione spazza via le identità locali. Dove le relazioni economiche destano preoccupazione in molte economie e in molte piccole imprese che hanno una struttura fragile. Quello che servirebbe è una Bad Godesberg del socialismo europeo. Vi fu nel ‘59 per la Germania, ora servirebbe per tutta la storia futura del socialismo europeo.

Partendo da dove?
Per esempio, cominciando a ragionare, mettendo accanto al socialismo europeo, anche quelle aree, quei movimenti democratici, penso ai partiti che aderiscono ai gruppi liberaldemocratici europei, con i quali va saldata una alleanza. Cioè le culture che hanno fatto l’Italia repubblicana e l’Europa libera nell’immediato dopoguerra; socialisti, democratici-cristiani, liberali, un punto di unione devono trovarlo, perché il rischio che corre l’Europa è veramente molto alto. Noi però abbiamo un rischio in più.

Quale?
Il presidente della Repubblica si rielegge nel 2021. Sembra lontana questa scadenza. Però l’anno prossimo si avranno le elezioni europee. Con molti comuni che andranno al voto. La mia opinione è che in molte realtà locali vi sarà una saldatura tra Lega e 5 Stelle. Permanendo questo stato di cose, non possiamo rischiare di consegnare anche il Quirinale a due forze antisistema. Questa è un’altra ragione per mettere le gambe alla alleanza per la Repubblica che bisogna far nascere con rapidità. Bisogna essere, sperando di avere maggior fortuna, i Filippo Turati cento anni dopo. Dico con maggior fortuna perché oggi danno tutti ragione a Turati, ma nel 1919, ‘20, ‘21 quella di Turati era una voce solitaria offesa e vilipesa.

Il Pd non sembra in grandi di proporre molto preoccupato più delle proprie dinamiche interne…
Non lo è ad oggi. Sono preoccupato perché se dovesse tenere il Congresso da qui a troppi mesi, il perdurare del non scegliere, rischia di essere deleterio anche per le scelte che altre forze del centrosinistra italiano dovranno fare.

E il Psi?
Noi intanto dobbiamo preoccuparci di partire. Ecco perché un primo lavoro comune che faremo da settembre è con cattolici moderati, con Più Europa di Emma Bonino e con chi ci sarà. Ma con questi abbiamo già raggiunto una ipotesi di lavoro comune che da settembre diverrà plastica. Il quadro che si delinea invita, se non obbliga, gli uomini di cultura socialista, libertaria, a stare insieme. A non farsi convincere dalle divisioni del passato perché il rischio che l’Italia corre è molto alto.

A proposito di rischi: il populismo. Per combatterlo da dove si deve cominciare?
Si combatte in due modi. Con un occhio che guarda al domani potenziando tutto ciò che riguarda cultura e conoscenza. Ma parliamo di procedure molto lunghe. Nell’immediato: primo, non c’è dubbio che nel tema migranti la modalità Minniti debba essere estesa. Va aggiunta la domanda di cosa fare quando un profugo è qui in Italia. Ripeto e sottolineo che bisogna vivere in Italia secondo il canone occidentale con i diritti e i doveri previsti dalla nostra legge e Costituzione. Inoltre chi vive in italia deve corrispondere positivamente a ciò che l’Italia fa per lui mettendosi quindi a disposizione, gratuitamente, per la società che lo ospita con lavori socialmente utili.

Dove si è visto secondo te in questi anni la debolezza delle forze e del pensiero riformista?
L’errore grosso che abbiamo fatto è stato adottare un pensiero illuminista senza correzioni. Mi spiego meglio: c’è stato un considerare l’idea di progresso come irreversibile. E invece per i cittadini europei questa idea di progresso non è stata assolutamente condivisa. Perché è stata inverata dalla paura e dalla preoccupazione. Una cosa è il progresso che avviene senza devastare i pilastri della comunità dove si vive. Altra cosa invece è vivere nella globalizzazione. E quindi affianco a fenomeni che non si sanno interpretare e che danno quindi preoccupazione. A me fa paura Salvini quando fa montare il presepe nella scuola e mi fa ancora più paura quando fa propaganda con il rosario in mano. Mi spiego: il fatto che le scuole italiane facciano il presepe, lo dico io laico, è un segno di identità da mantenere. Vogliono farlo? Lo facciano.

Daniele Unfer

Macron, il sistema francese e le riforme istituzionali

macronProseguono, con il secondo appuntamento, la serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

La stabilità e la coerenza della forma di governo e del sistema elettorale rappresentano degli elementi fondamentali per garantire la funzionalità e un alto rendimento delle democrazie rappresentative.

Oggi, mi occuperò della forma di governo semipresidenziale e del sistema elettorale francese da lungo tempo considerati, da diversi politici e studiosi, Giovanni Sartori in primis, come un modello da seguire per la stabilità e la governabilità.

Il termine semipresidenzialismo fu coniato, nel 1978, dal politologo Maurice Duverger. Venne introdotto in Francia dal generale Charles De Gaulle, con la Costituzione del 1958 che inaugurò, in un contesto di crisi politica e nel pieno della guerra d’Algeria, la Quinta Repubblica.

La forma di governo francese è una repubblica semipresidenziale: un sistema nel quale il Presidente della Repubblica viene eletto direttamente dai cittadini e, forte della legittimità popolare, gode di ampi e reali poteri quali la scelta e la revoca del Primo Ministro, nonché lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale, ovviamente, nei limiti costituzionali; il Primo Ministro necessita, insieme all’esecutivo, del voto di fiducia e di una maggioranza nell’Assemblea Nazionale.

Nella Quinta Repubblica, il potere legislativo spetta alle Assemblee Parlamentari. L’Assemblea nazionale ha il compito, con il Senato, di approvare le disposizioni legislative.

Il bicameralismo è differenziato e razionalizzato, l’Assemblea Nazionale ha un ruolo preminente rispetto al Senato. Tra queste funzioni si evidenzia come il primo ministro debba avere la fiducia, o il tacito assenso, dell’Assemblea Nazionale, così come solo i deputati possono presentare una mozione di censura al Governo.

Il potere esecutivo è bicefalo, cioè condiviso tra il capo del Governo e il capo dello Stato. Questa caratteristica del semipresidenzialismo “ad assetto variabile” può comportare la coabitazione: l’elezione di un Presidente della Repubblica di un partito e la vittoria, in termini di seggi, alle elezioni legislative di un partito diverso.

Questa situazione, verificatasi diverse volte, ha comportato il successo o meno di una Presidenza.

A questo proposito, è evidente che esistono differenti margini di azione di cui può disporre il Capo dello Stato: da un verso lo stesso colore politico permette l’esercizio di poteri decisionali in capo al presidente e relega il primo ministro ad un ruolo tendenzialmente secondario (come avviene con l’attuale presidenza di Emmanuel Macron); dall’altro, in caso di coabitazioni di maggioranze non coincidenti, il presidente e il primo ministro tendono a bilanciarsi a vicenda e ad essere rigidamente rispettosi della divisione dei poteri.

Proprio al fine di rendere difficile la coabitazione, dalle elezioni del 2002, il mandato presidenziale è stato ridotto a cinque anni, la durata di una legislatura, e le elezioni presidenziali si svolgono poco prima delle elezioni legislative; in questo modo, sfruttando un cosi breve periodo tra le due elezioni, risulta più difficile che gli elettori scelgano, in maggioranza, schieramenti opposti tra loro.

Il sistema elettorale è fortemente legato a quest’assetto costituzionale.

Si tratta di un maggioritario a doppio turno, sia per le elezioni presidenziali che per le elezioni legislative: se, al primo turno, un candidato ottiene il 50% più uno dei voti nel collegio, si aggiudica il seggio; viceversa, se nessun candidato raggiunge questa percentuale, si tiene un secondo turno in cui partecipano i candidati che hanno ottenuto oltre il 12,5% dei consensi alla prima tornata elettorale.

L’unica eccezione è rappresentata dalle elezioni al Parlamento europeo, dove è utilizzato il sistema proporzionale con sbarramento di lista al 5%.

Durante l’ultima campagna presidenziale nel 2017, Macron ha promesso l’avvio di un’incisiva stagione riformatrice; nell’aprile di quest’anno, il primo ministro francese, Edouard Philippe, ha esposto le linee generali del progetto di riforma istituzionale.

La riforma è suddivisa in tre differenti testi: un progetto di revisione costituzionale, una legge organica e una legge ordinaria.

Su alcune proposte di modifica, come la riforma del Consiglio supremo della magistratura si registra un ampio consenso; viceversa, sulle proposte più pregnanti non è stato trovato un accordo con le forze politiche di minoranza.

Tra queste proposte troviamo: la riduzione del 30 per cento del numero dei senatori e dei deputati (244 senatori rispetto agli attuali 348; 404 deputati contro i 577 odierni). Se passasse la riforma, la Francia sarebbe considerata uno dei paesi d’Europa con il maggior numero di abitanti per parlamentare.

Un’altra proposta divisiva è l’introduzione, dalle prossime elezioni del 2022, di una quota del 15 per cento di deputati eletti con il metodo proporzionale.
La quota proporzionale unita alla riduzione del numero dei parlamentari sono le misure che, secondo i critici, maggiormente minacciano di snaturare il sistema francese, maggioritario e a doppio turno, poiché potrebbe allentare il legame tra l’eletto e il territorio.

Tuttavia sembra una preoccupazione esagerata, almeno rispetto all’introduzione di una quota proporzionale; essa può garantire una maggiore rappresentanza di forze politiche minori, come in questa fase il Partito Socialista francese, e temperare la netta sovra-rappresentazione in termini di seggi della forza di maggioranza relativa.

Un terzo elemento, molto contestato e tacciato di autoritarismo è la limitazione alla quantità degli emendamenti stabilita in base alla dimensione dei gruppi parlamentari, la proposta è stata, successivamente, ritirata.

Poche settimane fa, dopo giorni di paralisi in parlamento, in seguito al “Caso Benalla”, i lavori sul progetto di riforma della Carta fondamentale sono stati rinviati a dopo la pausa estiva.

Questo si spiega con le difficoltà della contingenza politica ma, soprattutto, perché molte delle riforme, per essere approvate, richiedono una revisione della Costituzione, quindi il voto favorevole anche del Senato che ha una maggioranza neogollista.

La modifica del sistema elettorale rientra invece in una legge ordinaria, per la quale ha l’ultima parola l’Assemblea Nazionale, dove En Marche! gode di un’ampia maggioranza.

Tuttavia, per evitare il problema del Senato, l’esecutivo potrebbe organizzare un referendum.

Potrebbe trattarsi di un azzardo: i francesi avrebbero la possibilità di esprimere un dissenso rispetto alla forza di governo, a prescindere dai contenuti della riforma. In qualche maniera, ripetendo quello che è successo in Italia con la vicenda del referendum costituzionale del 2016.

Per tutte queste ragioni, il Presidente della Repubblica non intende sottoporsi a un referendum politico preferendo per il momento tentare la strada parlamentare e trovare un accordo con il Senato.

Resta da capire se la forte personalizzazione, la leaderizzazione e il superamento di forme tradizionali di mediazione con parti sociali e soggetti politici, tratti caratteristici della scalata politica e del modo di governare incarnato da Macron, possano essere compatibili con la necessità di creare un clima di dialogo con le altre forze politiche, trovare accordi e superare in maniera condivisa le numerose criticità emerse.

Paolo D’Aleo

Summit BRICS nel disinteresse dell’Europa

bricsÈ appena finito il decimo summit dei paesi BRICS tenutosi a Johannesburg, in Sud Africa. Purtroppo, nella più totale indifferenza da parte dell’Europa, sia quella delle più alte istituzioni politiche sia quella dei mass media. Un atteggiamento miope che rivela tutta l’impotenza politica dell’Unione europea di fronte ai grandi cambiamenti geopolitici che stanno determinando la storia.

Nessuno pensa che si debbano rompere le tradizionali alleanze o immaginare nuove strategie avventurose. Si chiede semplicemente di non chiudere gli occhi di fronte alla realtà mutata e alle sue continue evoluzioni. E’ come se l’Europa fosse voluta rimanere incatenata al periodo iniziale della CECA, la comunità del carbone e dell’acciaio, mentre il mondo “andava” verso il petrolio, il nucleare e poi verso la fusione nucleare e le più sofisticate tecnologie delle energie rinnovabili.

L’Unione europea e i singoli governi dell’Europa sembrano sempre vincolati al documento 2011/2111 (INI) del 2012: “Proposta di risoluzione del Parlamento europeo sulle politiche nazionali dell’UE nei confronti dei paesi BRICS e di altre potenze emergenti: obiettivi e strategie”. Vi si afferma che “in considerazione delle principali divergenze con i BRICS rispetto alle loro politiche, ai loro sistemi economici, alle tendenze demografiche e sociali e alle politiche estere, l’Europa adotta una politica estera sfumata, coinvolgendo partenariati e accordi separati per costruire sinergie con i singoli paesi BRICS e altri paesi emergenti e scoraggiare il consolidamento di gruppi alternativi di stati potenzialmente colludenti in termini di politica estera”.

L’Europa, quindi, di fatto preferisce trascurare i BRICS intesi come gruppo, sottovalutando che esso, nel frattempo, rappresenti il 23% del pil mondiale e il 18% dell’intero commercio globale. Si mira solo a mantenere relazioni bilaterali.

Comunque la dichiarazione finale del citato summit, tra i tanti argomenti affrontati, pone l’accento sull’importanza di cercare alternative virtuose alle destabilizzanti politiche dei dazi e delle guerre commerciali volute da Trump. Riteniamo che sarebbe significativo e certamente incisivo se, sull’argomento, si aggiungesse anche la voce dell’Europa.

In questo momento, purtroppo, molti vorrebbero far saltare e non riformare i vari trattati di collaborazione e cooperazione internazionale come quello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. I BRICS, invece, correttamente propongono con forza l’adesione ai principi della Carta delle Nazioni Unite e rinnovano l’impegno per un ordine mondiale multipolare e per il rafforzamento delle istituzioni multilaterali della goverance globale. Sul fronte economico essi individuano con puntualità le sfide maggiori “nei crescenti conflitti commerciali, nei rischi geopolitici, nella volatilità dei prezzi delle commodity, nell’alto indebitamento privato e pubblico e nella crescita diseguale e non sufficientemente inclusiva”.

A nostro parere, i loro deliberati vanno nella giusta direzione, quella di gettare le basi per un possibile nuovo ordine monetario mondiale. A tal fine utilizzano bene la Nuova Banca di Sviluppo e il Contingent Reserve Arrangement (CRA), l’accordo finanziario per sostenere i paesi in difficoltà di bilancio. Intanto è entrato in vigore il Local Currency Bond Fund, il fondo per l’emissione di obbligazioni nelle monete locali dei BRICS, finalizzato a promuovere investimenti nelle infrastrutture e nella modernizzazione delle loro economie e anche di quelle degli altri paesi emergenti.

Si ricordi che nei mesi passati sono continuate le politiche interne ai paesi del BRICS, prima di tutto della Cina e della Russia, nel processo di diversificazione delle loro riserve monetarie e di progressiva dedollarizzazione delle economie.

In Russia, per esempio, nell’ultimo decennio la quota dell’oro è decuplicata, mentre gli investimenti nei titoli di debito del Tesoro USA sono calati al minimo. Se nel 2010 Mosca deteneva obbligazioni americane per 176 miliardi di dollari, oggi ne detiene 15 miliardi.

La Russia è fra i primi cinque paesi per riserve auree. Secondo alcune stime, dovrebbe detenere circa 2.000 tonnellate di oro, pari al 18% di tutte le riserve auree nel mondo. Simili processi sono in corso anche in Cina, che nei passati 4 anni ha acquistato 800 tonnellate d’oro, e, anche se in modi più attenti, sta diminuendo i titoli di debito americano, scesi dal picco di 1,6 trilioni di dollari del 2014 ai circa 1,2 trilioni di oggi.

In occasione della celebrazione del centesimo anniversario della nascita di Nelson Mandela, il summit ha posto grande enfasi sulla realizzazione di infrastrutture e di investimenti nell’intero continente africano.

Anche su presto programma l’interesse europeo dovrebbe essere più attento, partecipe ed effettivo. Del resto a Bruxelles e nelle altre capitali europee, l’argomento principale, e politicamente molto complesso, è la gestione dei flussi migratori provenienti dal continente africano. Perciò il suo sviluppo e ogni politica di effettivo sostegno alla crescita economica e democratica dei paesi dell’Africa dovrebbero interessare l’intera Europa, in primis il nostro paese.

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia **economista

Un Fondo Monetario per il futuro dell’Europa

lagarde draghiL’integrazione politica dell’Europa è pensata dagli europeisti come un evento positivo di per sé, o una possibile alternativa alla marginalizzazione degli Stati ai quali gli europeisti appartengono, perché convinti che solo la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa possa evitare la disaggregazione del Vecchio Continente.
Dopo l’interruzione che il processo d’integrazione ha accusato con la crisi del 2007/2008 e il diffondersi di movimenti antieuropei, nati come reazione agli esiti negativi della crisi, la proposta di istituire un Fondo Monetario Europeo è stata considerata positivamente dalla Commissione Europea, perché ritenuta strumentale rispetto al processo interrotto, che può essere rilanciato attraverso il preventivo approfondimento dell’integrazione dell’area euro con l’istituzione di un ministero dell’economia e delle finanza e la trasformazione del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM – acronimo dell’espressione inglese European Stability Maechanism) in un Fondo Monetario.
La creazione del “Fondo” è oggetto di attenzione da parte degli analisti dei problemi europei, non solo perché essa è uno dei punti dell’accordo tra i partiti che daranno luogo al nuovo governo in Germania, ma anche perché la proposta di istituire il “Fondo” è stata avanzata inizialmente dal Presidente francese Emmanuel Macron, che sin dal suo insediamento all’Eliseo ha manifestato la ferma intenzione di rilanciare il processo di integrazione, con un impegno non riscontrabile in molti dei suoi predecessori politici francesi.
La proposta, fatta propria dalla Commissione, è valutata dagli analisti secondo due differenti prospettive: per alcuni di essi, la proposta di Macron dovrebbe essere realizzata in funzione della costruzione di un’Europa “protettiva”, contraddistinta da una maggiore solidarietà; secondo altri, per la Germania (o almeno per una parte consistente della classe politica tedesca) la proposta dovrebbe essere lo strumento per il potenziamento del controllo dei bilanci degli Stati membri, al fine di rendere più efficaci le regole fiscali dell’Eurozona e di favorire l’aumento della competitività europea.
Le differenti visioni che i due principali Paesi dell’Unione Europea hanno della costituzione del “Fondo” dimostrerebbe, a parere dell’analista Hans Kundnani (“L’Unione Europea è la brutta copia del Fondo Monetario”, Limes n. 1/2018), che una maggiore integrazione, realizzata attraverso l’adozione di un Fondo Monetario, potrebbe risultare non “automaticamente giovevole” per tutti i Paesi membri dell’Eurozona. “La trasformazione dell’ESM in un Fondo Monetario Europeo – afferma Kundnani – potrebbe inserirsi nel filone dell’allarmante mutazione dell’UE innescata dalla crisi dell’euro. Benché da allora l’integrazione sia proseguita – gli Stati membri hanno di fatto ceduto quote di sovranità in modi prima impensabili – vi è ragione di credere che questa fase del progetto comunitario sia qualitativamente differente da quelle che l’hanno preceduta. Non è da escludere che, sullo slancio dello slogan ‘più Europa’, emerga una UE profondamente dissimile dal progetto idealizzato nell’immaginario europeista”. I timori di Kundnani non sono del tutto infondati.
La Germania è sicuramente aperta all’idea di istituire, per l’Europa, un Fondo Monetario; lo dimostra il fatto che di esso viene fatta menzione, come si è detto, nell’accordo di programma della “grande coalizione” destinata ad esprimere il governo tedesco per i prossimi anni; sulla sua costituzione, però, pesa il pensiero dell’ex ministro delle finanze Wolfgang Schäuble. Questi, pur escluso dal nuovo governo, prima di lasciare l’incarico, non ha mancato di indicare quali dovrebbero essere i compiti dell’”Fondo”, se mai sarà istituito. In un documento non ufficiale, Schäuble ha auspicato che il fine del “Fondo” sia quello di prefigurare il rischio di default per quei Paesi che dovessero mancare di mantenere i loro conti pubblici in regole.
A tal fine, la Germania, secondo Schäuble, dovrebbe proporre, all’interno del “Fondo”, l’istituzione di «un meccanismo di ristrutturazione dei debiti” dotato delle forza necessaria a garantire in caso di necessità una plausibile condivisione degli oneri fra il “Fondo” e gli Stati i cui conti pubblici accusassero un deficit. In altri termini, mentre l’obiettivo esplicito per la Germania dovrebbe essere quello di introdurre una disciplina idonea a motivare gli Stati a ridurre i loro debiti, quello implicito delle raccomandazioni di Schäuble, invece, sembra essere, secondo Kundnani, non tanto la realizzazione di un’”Europe qui protège”, secondo la proposta di Macron, quanto quello di ridurre l’esposizione tedesca a futuri salvataggi simili a quelli effettuati nei confronti di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro.
Al riguardo, non va dimenticato che Schauble, nelle sue esternazioni contrarie all’adozione di una politica europea di solidarietà nei confronti degli Stati maggiormente in crisi, ha sempre riflesso un atteggiamento critico largamente condiviso dall’opinione pubblica tedesca. Basti ricordare – come fa Kundnani – che alla vigilia del summit straordinario tenuto a Bruxelles nel 2015 per discutere della crisi greca, l’inflessibile Schäuble proponeva, nel caso la Grecia avesse rifiutato di accettare le condizioni dei creditori, “di trasferire 50 miliardi di beni pubblici patrimoniali greci in un fondo fiduciario in Lussemburgo, per poi privatizzarli. E di espellere ‘temporaneamente’ la Grecia dall’Eurozona”.
Un’altra esternazione di Schäuble, sulle finalità che il Fondo Europeo dovrebbe avere, non è meno intransigente di quella manifestata nel documento non ufficiale, fatto circolare prima di abbandonare l’incarico di ministro delle finanze; a suo parere, al “Fondo”, dotato del potere di regolari ispezioni e raccomandazioni, dovrebbe essere trasferita la vigilanza sui bilanci degli Stati; inoltre, all’interno dei suoi organi collegiali di gestione, il diritto di voto dovrebbe essere proporzionale al reddito dei singoli Stati, e solo chi ha più del 20% delle quote dovrebbe avere diritto di veto: in sostanza, secondo Schäuble, solo Berlino e Parigi.
Se ciò avvenisse, nell’area euro sarebbero definitivamente stabilite differenze fra livelli diversi di sovranità politica dei Paesi in base al censo, consentendo solo ai governi economicamente più influenti di usare il loro potere per far fare agli altri ciò che trovano più conveniente per sé.
Qualora la ripresa del processo di integrazione politica dell’Europa avvenisse sull’onda della crisi dell’euro e secondo le raccomandazioni di Schäuble, si avrebbe ragione di pensare che l’Unione Europea sia destinata a divenire – afferma Kundnani – “più coercitiva, oltre che più tedesca”; se ciò accadesse, nella ripresa del processo di integrazione diverrebbe centrale l’impiego della condizionalità esterna.
Il “principio di condizionalità”, collegato ai programmi di accesso alle risorse del Fondo Monetario Internazionale allo scopo di garantirne un uso adeguato, a partire dal 2002 è entrato a far parte delle linnee guida del governo dell’Eurozona; esso è stato accolto, in tempi precedenti la Grande Recessione, ad integrazione della procedura di indirizzo e verifica delle “performances” degli Stati richiedenti solidarietà e sostegno finanziario alle istituzioni comunitarie.
Il principio è stato applicato, dapprima, alla concessione degli aiuti alla Grecia nel 2010, e successivamente, soprattutto dopo l’adozione del Meccanismo Europeo di Stabilità, nella forma di “stretta condizionalità” nell’esercizio delle procedure di controllo seguite dall’Unione sulle politiche economiche degli Stati membri dell’Eurozona. L’intromissione nella sovranità statale, conseguente ai controlli comunitari e fondati sulla stretta condizionalità è stata tradizionalmente giustificata, sostenendo che ad essa si ricorreva per proteggere e garantire l’interesse “comune” alla stabilità nella zona euro.
Le limitazioni ai poteri sovrani degli Stati, seguite alla rigida applicazione del principio della stretta condizionalità, sono state poste in essere, però, in assenza di qualsiasi condizione di reciprocità, sulla quale è fondata l’appartenenza degli Stati membri all’Unione, e quindi all’Eurozona. Ciò ha spinto molti di essi a lamentare il fatto che le procedure condizionali implichino una cessione di sovranità statale, non solo perché avviene in assenza di reciprocità tra gli Stati, ma anche perché effettuata nell’ambito di un rapporto bilaterale tra gli Stati in condizioni di necessità e quelli chiamati a rispondere alla richiesta di aiuto; rapporto, nel quale la garanzia è costituita, non da uno specifico asset patrimoniale, bensì da un trasferimento di poteri sovrani dei Paesi richiedenti aiuto a soggetti istituzionali non legittimati ad esercitarli, com’è accaduto, è il caso di ricordarlo, in occasione della lettera Trichet-Draghi al governo italiano ai tempi della presidenza Monti.
La costituzione di un Fondo Monetario Europeo, a somiglianza del Fondo Monetario Internazionale, renderebbe particolarmente preoccupante l’estensione della condizionalità esterna per le sorti dei Paesi della cosiddetta “periferia”, costituita da quelli economicamente più deboli; il rischio infatti è che l’Europa diventi il veicolo di “trasmissione e imposizione” della volontà della Germania e degli altri Paesi enucleati intorno ad essa; o, più specificamente, che l’Eurozona, coincidente con il cosiddetto “nucleo”, emerso a partire dalla crisi dell’euro, si identifichi nel gruppo degli Stati non disposti a spingersi oltre nel processo di integrazione sin qui raggiunto, nella prospettiva di una “nuova Europa”, il cui principio legittimante non sia più quello della solidarietà, ma quello della competitività.
Quale che sia la composizione del governo espresso dalla “Große Koalition”, è indubbio che il Paese che più incarna la trasfigurazione dell’Europa sognata dai “padri fondatori” sia la Germania. Angela Merkel, destinata a presiedere il nuovo governo di coalizione, ha negli ultimi tempi sempre vagheggiato – afferma Kundnani – un’Europa competitiva”; un’Europa, cioè, “capace di competere economicamente, e pure geopoliticamente, con altre regioni del globo”, anche a costo di “sacrificare quello stesso modello che l’Unione una volta rappresentava”.
Conclusivamente, la proposta di rilanciare il progetto di integrazione dell’Europa, con la costituzione di un Fondo Monetario Europeo simile al Fondo Monetario Internazionale, se si considera quanto è accaduto a seguito della crisi dell’euro, è inevitabile che, più che un’”Europe qui protège”, si prospetti, per i Paesi economicamente più deboli, un’”Europe qui surveille et punit”, come vuole la logica esclusiva e neoliberista di Wolfgang Schäuble.

La rinascita italoamericana di Fiat e Chrysler

FIAT-sanzioni UEFu il ticchettio della macchina per scrivere che fece da contrappunto alla storia meravigliosa di Adriano Olivetti che, da Ivrea, negli anni Cinquanta, conquistò la leadership del mercato mondiale dell’office automation, portando la sua fabbrica ad impegnare 32mila persone. Fu primo, per efficienza produttiva e per qualità della vita dei suoi dipendenti, qualità che si trasferiva, come per magia, nella qualità del prodotto. Un margine primario enorme gli dava la possibilità di fare enormi investimenti. Partì con una piccola industria che, in poco più di dieci anni, diventò immensa. Adriano Olivetti fece il miracolo industriale con la macchina per scrivere meccanica Lettera 22 e con la calcolatrice meccanica  Divisumma, pronto a fare il balzo verso l’elettronica, i grandi calcolatori e i personal computer.

Il rombo dei motori, dalla Panda alla Jeep alla Ferrari, hanno fatto da contrappunto alla rinascita italo-americana di FIAT e CHRYSLER, sessant’anni dopo il miracolo di Ivrea. Sergio Marchionne ha fatto l’impossibile, trasformando due industrie vicine al fallimento in una società globale, robotizzando tutte le linee di produzione, azzerando il debito. Incrementando l’occupazione e raddoppiando la produzione. Come sessant’anni fa OLIVETTI, oggi FCA è pronta ad un balzo epocale, quello verso l’autotrasporto elettrico, la guida automatica e l’integrazione fra il trasporto privato e l’alta velocità del trasporto pubblico.

Scenari nefasti da non ripetere.

Alla fabbrica di Ivrea il decisivo balzo epocale fu impedito a causa della morte di Adriano Olivetti.

La decisione fatale, in Olivetti, fu quella di vendere l’intero settore elettronico all’americana General Electric vanificando la ledership mondiale sancita dal primo grande calcolatore a transistor OLIVETTI ELEA 9003. Il professor Valletta (presidente della Fiat e ispiratore del gruppo di intervento che, all’inizio del 1964, prese le redini dell’Olivetti) dichiarò: ”La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza grandi difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”. Qualche mese dopo ci fu la vendita perché Olivetti si concentrasse esclusivamente nel settore delle macchine per scrivere e delle calcolatrici meccaniche. ”La cessione della divisione elettronica Olivetti maturò  in tragica e assurda coincidenza con l’avvio della rivoluzione microelettronica mondiale,  per la precisa determinazione dei poteri forti della finanza e dell’industria nazionale ad uccidere l’iniziativa, nella totale indifferenza delle forze politiche.” scriverà Pier Giorgio Perotto, membro del gruppo di progettisti di ELEA 9003 e autore della Perottina, il primo personal computer, L’Olivetti P101, adottato dalla NASA per lo sbarco sulla luna ne 1969. ” Venni confinato con qualche collaboratore in un piccolo laboratorio di Milano, in territorio ormai della G.E., perché se agli americani ero inviso, il clima ad Ivrea, tempio della meccanica, non era molto migliore. Ma questa volta il gruppo di intervento, che aveva puntato tutto sul rilancio della meccanica, fu davvero sfortunato, perché una piccola grande idea germogliò inaspettatamente nel mio laboratorio: quella del computer personale (anticipando di ben dieci anni i P.C. introdotti in America!).

Non voglio qui raccontare le drammatiche vicende che portarono a questo risultato. Ma l’imbarazzo e l’indifferenza con cui il nuovo management accolse la notizia dell’imprevista epifania emersa dalle stive dell’azienda ebbero almeno il merito di portare a una timida ma positiva decisione: quella di esporre la nuova macchina, come puro modello dimostrativo, in una saletta riservata della mostra newyorchese” prosegue Perotto. ” Quello che non fece la strategia, lo fece il complesso di colpa legato alla cessione dell’elettronica e la voglia di far vedere che la Olivetti, in fondo, si, qualcosa di esplorativo con l’elettronica, pur non credendoci, faceva ancora. Quello che successe alla fiera fu però straordinario e sconvolgente: il pubblico americano capì perfettamente quello che il management dell’azienda non aveva capito, ossia il valore rivoluzionario della ”Programma 101”; trattò con assoluta indifferenza i prodotti meccanici esposti in pompa magna e si assiepò nella saletta per vedere quello che il nuovo prodotto era in grado di fare. La stampa, specializzata e non, segno con i suoi articoli entusiastici il successo di una presentazione e di un evento non voluto. In pratica, il nuovo computer fu letteralmente risucchiato dal mercato: si può dire che non fu venduto, fu solo comprato! ” Però non ci fu nulla da fare. “Vennero inferte anche delle ferite alla nostra identità. Si decise, in quegli anni, di mandare al macero la biblioteca Olivetti. Si voleva cancellare la memoria di Adriano Olivetti” dichiarò qualche annoi Franco Ferrarotti. ” … perchè vi è una categoria di imprenditori e di manager, quelli che preferiscono manovrare il denaro piuttosto che pensare alla miglior produzione possibile, che sono allergici alla creatività del fare. Così si aggiunsero ai dictat internazionali anche forti resistenze interne.”

Sergio Marchionne si era convertito all’auto elettrica.

Il 1 Giugno l’ad di Fca si era recato a Balocco per presentare la relazione di apertura del Capital Market Day.  In quell’occasione ha illustrato il piano industriale che, entro il 2022, dovrebbe sancire la rivoluzione tecnologica composta dall’elettrificazione dei motori e dall’autonomous driving. “L’elettrificazione costituisce il primo pilastro dell’edificio della nuova FCA. Sul versante industriale, l’obiettivo è quello di investire 45 miliardi di euro in tutto nei prossimi cinque anni: 9 miliardi sull’elettrificazione e 13,5 miliardi di euro nel rinnovo della gamma.” In gennaio, al Salone di Detroit, aveva detto: ” “Se qualcuno fa una supercar elettrica, la Ferrari sarà la prima: la faremo, è un atto dovuto. E sarà la più veloce sul mercato”. E ancora: “Entro il 2025 “meno della metà” delle auto prodotte al mondo sarà totalmente a benzina o diesel, lasciando strada ai motori ibridi ed elettrici e le case automobilistiche hanno meno di un decennio per reinventarsi se non vogliono essere cancellate dai cambiamenti”.

Nelle dichiarazioni dopo la scomparsa di Marchionne non ho sentito la stessa convinzione nonostante la continuità dichiarata dal novo  AD Mike Manley,  la disponibilità del Governo (Luigi Di Maio) a fare investimenti pubblici per favorire l’automotive elettrico in un contesto d’integrazione fra trasporto pubblico e privato. Nonostante che la Giunta Comunale di Torino abbia approvato un protocollo d’intesa che vedrà Città e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti collaborare per fare di Torino un laboratorio dove testare l’auto autonoma, mettendo a disposizione servizi innovativi strade e infrastrutture cittadine. In un contesto dove l’auto a guida autonoma si integra perfettamente con l’auto elettrica, con il car sharing, progetti di riconversione dei sistemi di approvvigionamento, produzione, accumulazione, utilizzo del”energia con emissioni zero.

Una trasformazione nell’economia dell’autoptraspoto, e non solo.

Una cosa è certa: quella della transizione verso le auto elettriche sarà una rivoluzione planetaria paragonabile a quella dell’elettronica nel settore dell’automazione dell’ufficio. Una rivoluzione nelle tecniche produttive perché il motore elettrico è più efficiente, leggero, manutenibile, semplice e versatile del motore a scoppio. Una rivoluzione nel campo dell’energia perché le nuove batterie, che erediteremo dall’esplosione del numero degli smartphone, oltre ad alimentare le automobili serviranno da stabilizzatori delle reti elettriche e faciliteranno l’utilizzo delle fonti rinnovabili intermittenti come il solare fotovoltaico (i progetti di Tesla e Nokya ci dovrebbero illuminare). Una rivoluzione per la riduzione drastica dell’inquinamento e per l’efficienza energetica: il freno motore recupera l’energia e ricarica le batterie; le batterie delle automobili, collegate alla rete elettrica in garage, potranno essere utilizzate dalla rete elettrica come riserve, in casi di emergenza. Una rivoluzione nell’indotto della manutenzione perché la meccanica dell’auto elettrica è radicalmente diversa: scompariranno cilindri, pistoni, valvole, alberi di trasmissione, differenziali, cambi ecc. Ogni ruota avrà il suo motore e la spinta/frenata sarà sincronizzata elettronicamente. Una rivoluzione nell’utilizzo perché la guida autonoma con autopilota aprirà possibilità incredibili nel campo dell’utilizzo del mezzo, trasformando radicalmente tutte le attività che oggi prevedono un guidatore umano. Le automobili saranno prevalentemente condivise e non in proprietà. Circoleranno per rispondere alla chiamata degli utenti e sosteranno in parcheggi temporanei (sosta breve) oppure in grandi parcheggi organizzati come i magazzini a Amazon, secondo la logica del percorso più breve. Sarà più facile l’integrazione dell’automobile con il trasporto pubblico veloce (tunnel  metropolitani o interurbani) dove corrono navette porta automobile. Le navette porta-automobili potranno anche correre, a velocità supersonica, in sistemi Hyperloop oppure, più semplicemente, in treni ad alta velocità. Una volta arrivate a destinazione potranno essere lasciate alla rete pubblica che provvederà a smistarle ad altri utenti.

Una nuova organizzazione del lavoro, forse la più radicale.

Non ci saranno più vigili urbani ma esperti nella gestione e nella programmazione dei flussi di traffico. L’intelligenza artificiale avrà un grande ruolo nella gestione. La getione avrà un must: ridurre gli incidenti stradali a numeri prossimi allo zero. Oggi più di un milione di persone perde la vita, ogni anno, per incidenti stradali. Senza contare lo stress nelle code, l’ansia di trovare un parcheggio, la perdita di tempo al volante. Tempo che si potrebbe dedicare al lavoro o al relax, magari con un bel libro o per fare conversazione. Non più autovelox, etilometri, multe, decurtazione di punti dalla patente.

L’industria petrolifera sarà contro ma, questa volta, non dobbiamo mollare.

Sergio Marchionne, alla fine, aveva capito tutto questo anche se, per anni, era stato un sostenitore convinto dei sistemi di autotrazione tradizionale. La fatalità l’ha escluso dalla gara. C’è d’augurarsi che la nuova FCA non voglia seguire le orme di Valletta che, nel 1964, convinse gli eredi di Adriano Olivetti ad disfarsi dei neonati calcolatori elettronici seguendo il destino delle calcolatrici meccaniche. I petrolieri faranno l’impossibile per impedire l’evoluzione ormai inevitabile. Trascineranno con loro alcune vittime. Speriamo che FCA resista.

Daniele Leoni

Le leggi elettorali in Europa. Il sistema spagnolo

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Con questo primo articolo si inaugura una serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

Le leggi elettorali contribuiscono a determinare gli equilibri del sistema politico nel tempo. La stabilità e la coerenza dei formati elettorali sono elementi essenziali al fine di garantire un soddisfacente rendimento del regime democratico.

Per questo motivo, da decenni, il legislatore italiano s’interroga su quale sia la formula elettorale migliore e più adatta alla democrazia del nostro Paese.

Dopo le elezioni italiane del 4 marzo e l’avvio della nuova legislatura si porrà, nuovamente, il tema di una riforma della legge elettorale. Una discussione che perdura negli anni, a tratti infinita e caratterizzata da interventi normativi troppo legati alla contingenza del quadro politico e privi di un disegno coerente.

Tuttavia, come osservato da più parti, non è possibile modificare efficacemente il sistema elettorale senza considerare la forma di governo, a esso strettamente posta in relazione.

È questo l’errore principale commesso dal legislatore italiano, l’aver pensato che, mediante la sola modifica del formato elettorale, si potesse garantire stabilità al quadro politico e istituzionale.

Ma la verità è sempre più cocciuta. Non potrà esserci stabilità del sistema politico senza un’incisiva riforma delle istituzioni: razionalizzazione della forma di governo (con strumenti come la sfiducia costruttiva) e il superamento del bicameralismo perfetto.

Dopo queste considerazioni di carattere generale, per nulla scontate e sempre più attuali, mi occuperò, brevemente, dell’esperienza costituzionale e del sistema elettorale spagnolo.

Un sistema che per modalità di funzionamento e per il relativo rendimento politico-istituzionale, è stato oggetto di attenzione e di studio da parte degli stessi “ingegneri istituzionali” che, in Italia, hanno lavorato alle riforme delle leggi elettorali.

Il sistema elettorale iberico è costituzionalizzato. La Costituzione spagnola, all’articolo 68, stabilisce che l’elezione della Camera bassa debba realizzarsi attenendosi a criteri di rappresentanza proporzionale.

Come previsto, dalla Carta e dalla legge elettorale, la maggior parte delle circoscrizioni corrisponde al territorio della provincia; è prevista una soglia di sbarramento al 3% a livello circoscrizionale; le liste sono corte e bloccate, senza preferenze; in media, una circoscrizione elegge sei deputati, realizzando, con un numero così ridotto di seggi, il fenomeno della disproporzionalità che permette di definire il sistema elettorale spagnolo, come un proporzionale corretto.

A questo proposito, l’indice di disproporzionalità, elaborato da Gallagher, con riferimento alla Spagna, è passato da un valore di 10,6 nel 1977 e nel 1979, a un valore pari 4,9 registrato nel 2004, uno dei più alti d’Europa, preceduto soltanto da quello britannico e da quello francese, entrambi, com’è noto, sistemi maggioritari.

Infatti, le caratteristiche strutturali del sistema elettorale spagnolo favoriscono la formazione di partiti che ottengono percentuali superiori al 20 per cento dei consensi sull’intero territorio nazionale o a livello di comunità territoriali e, nello stesso modo, penalizza le percentuali minori.

In altre parole, ricevono un premio in seggi i partiti che hanno un voto diffuso su tutto il territorio statale, sono invece penalizzati i partiti che hanno un voto disperso in molte zone del paese e in nessun territorio un largo consenso. Di contro, chi ha un voto concentrato nelle regioni che rappresenta, ad esempio il Partido Nazionalista Vasco, il PNV, riesce ad avere una percentuale di seggi quasi uguale a quella dei voti.

La forma di governo, adottata nel Paese iberico, è un parlamentarismo razionalizzato: bicameralismo differenziato (prevalenza del Congresso dei deputati, composto da 350 membri, mentre il Senato, composto da 266 membri, con minori poteri, costituisce la Camera di rappresentanza delle autonomie territoriali) e un complesso di regole in grado di garantire la stabilità dell’esecutivo rafforzando, nello stesso tempo, i poteri della figura istituzionale del Presidente del Governo.

Il Capo di Governo per i poteri di cui dispone può essere accostato alla figura del Primo Ministro inglese.

La Spagna è, dunque, una democrazia maggioritaria.

A questo punto, occorre chiedersi perché il legislatore spagnolo abbia scelto un modello orientato alla democrazia maggioritaria.

Le ragioni si trovano nelle vicende storiche: dopo aver vissuto per circa quarant’anni sotto un regime autoritario di matrice fascista, guidato dal generale Franco, la Spagna, si affacciò soltanto nel biennio 1977-78 alla democrazia.

La principale preoccupazione che animò i padri costituenti, durante gli anni della Transizione, fu quella di restaurare una democrazia in grado di garantire la stabilità dei governi.

Si scelse il sistema elettorale proporzionale, invece della formula maggioritaria, perché spinti dal timore di una nuova deriva autoritaria.

Com’è stato ben sottolineato dalla dottrina spagnola, la transizione dalla dittatura alla democrazia, nel suo complesso, si presenta come un evento politico e istituzionale negoziato e tranquillo, tra gli eredi del franchismo e l’opposizione democratica del tempo, aiutati dalle notevoli capacità negoziali del Re.

In sette anni, dalla morte del caudillo Francisco Franco (1975), fino alla prima alternanza di governo con il PSOE (1982), si registrano in Spagna eventi politici e istituzionali che altrove hanno imposto condizioni più favorevoli e tempi più lunghi: pluralismo politico, il riconoscimento di libertà e diritti, l’avvio del processo di decentramento territoriale, l’approvazione di una Costituzione democratica, ispirata alla Costituzione di Bonn e, in ultimo, l’alternanza al governo fra centro-destra e centro-sinistra.

Con riferimento ai partiti politici, è possibile distinguere quattro periodi storici: il primo periodo, dalle elezioni del 1977, si caratterizza per l’instabilità, l’UCD, il partito di Suarez governa con la maggioranza relativa, mentre il PSOE è il principale partito di opposizione; nel 1982 si inaugura un periodo di egemonia del PSOE; nel 1993 con la piena alternanza, si entra nella terza fase, emerge il ruolo centrale delle forze politiche territoriali. I due partiti maggiori non raggiungono la maggioranza necessaria per governare, e sono costretti a chiedere l’appoggio dei partiti espressione delle Comunità Autonome.

Con l’irrompere della crisi economica post 2008 e l’emergere di nuove soggettività politiche di carattere nazionale, come Ciudadanos o Podemos, si sono registrati ulteriori problemi nella formazione di maggioranze coese.

Tuttavia, con le recenti difficoltà politiche, il Congresso dei deputati ha riacquistato centralità, così come le contrattazioni tra i partiti politici: si pensi alle trattative per l’approvazione della mozione di sfiducia costruttiva al governo Rajoy e la successiva formazione dell’esecutivo socialista guidato da Pedro Sanchez, sostenuto dall’appoggio esterno di Podemos e dei partiti nazionalisti e regionalisti.

In questo, si conferma, come lo stesso dato legislativo pare rilevare, la concezione kelseniana della democrazia parlamentare, intesa come l’essenziale ricerca di una sintesi e di un compromesso fra le diverse istanze rappresentate in Parlamento e nella società.

In conclusione, è difficile prevedere se il sistema dei partiti e le Istituzioni spagnole, possano definirsi come consolidati nei loro attuali equilibri. Rimangono aperte grandi questioni quali la fragilità del sistema bipartitico, la mancata soluzione delle istanze federali e delle relative problematiche di funzionalità del Senato. Un sistema che appare fragile ma aperto a cambiamenti progressivi.

Paolo D’Aleo

Trump da imprevedibile diventa inaffidabile

FINLAND-US-RUSSIA-POLITICS-DIPLOMACY-SUMMITDietrofront. Donald Trump ha mandato al macero velocemente le strette di mano, i sorrisi, gli ammiccamenti d’intesa con Vladimir Putin. Il pieno accordo proclamato al vertice di Helsinki dal presidente americano con il collega russo è svanito in appena 24 ore. Nell’incontro di lunedì 16 luglio nella capitale finlandese aveva dato ragione a Putin e torto ai magistrati e ai servizi segreti statunitensi: nessuna interferenza del Cremlino nella campagna elettorale americana del 2016, per sostenere lui contro la democratica Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

La marcia indietro del presidente americano, appena tornato a Washington, è stata improvvisa e netta: «Intendevo dire il contrario». Dalla Casa Bianca ha annunciato di «voler fare una precisazione» perché era stato frainteso al summit di Helsinki. Ha aggiunto: «Ho piena fiducia e sostegno nell’intelligence degli Stati Uniti» e «accetto» le conclusioni dei servizi segreti sulle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali. Comunque ha ribadito: «Non c’è stata nessuna collusione» con la sua campagna elettorale.

Trump ha capovolto le posizioni espresse ad Helsinki con un acrobatico triplo salto mortale politico. Nella conferenza stampa seguita al vertice con Putin aveva attaccato e scaricato il procuratore speciale Robert Mueller: l’inchiesta «è un disastro per il nostro Paese». Quindi aveva criticato pesantemente l’Fbi e la «corrotta Hillary Clinton», la sua ex avversaria. Aveva martellato: «Io neanche conoscevo Putin. Nessuna collusione». Complimenti a scena aperta, invece, per l’uomo forte del Cremlino: «È bello essere qui con te». E si era augurato una «relazione straordinaria» con l’uomo che governa da venti anni la Russia con un pugno di ferro senza tanti riguardi per le opposizioni e i giornalisti. Aveva appoggiato Vladimir Putin che aveva smentito tutte le accuse di ingerenza e si era solo limitato ad ammettere di aver parteggiato per l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca «perché aveva parlato di normalizzare le nostre relazioni» a differenza di Hillary Clinton.

Il Russiagate, cioè le indagini sull’ipotesi di collusione tra il Cremlino e il comitato elettorale del miliardario americano, è un brutto problema sia per Trump sia per Putin: il primo rischia di restare politicamente azzoppato, il secondo di rimanere sfigurato come un autocrate che regna con le spie. Il procuratore speciale Mueller, ex capo dell’Fbi, ha incriminato 12 agenti del servizio segreto militare russo per aver organizzato e gestito l’hackeraggio dei computer del Comitato nazionale democratico durante la campagna presidenziale del 2016. Nell’operazione è coinvolta, questa è l’ultima novità, anche un’altra funzionaria russa “infiltrata” nel voto di due anni fa, Maria Butina.

Trump, appena rientrato in patria, ha dovuto fare i conti con una gigantesca ondata di critiche corali: dai repubblicani (il suo stesso partito) ai democratici, dagli uffici federali ai giornali. Paul Ryan, speaker repubblicano della Camera, era impietoso: «Non ci sono dubbi che la Russia abbia interferito nella campagna elettorale». Il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer attaccava: «Ha creduto al Kgb e non alla Cia». John Brennan, capo della Cia all’epoca del presidente Obama, accusava: è «poco meno di un tradimento…È totalmente succube di Putin».

Trump ha cercato di rompere l’assedio nel quale si era cacciato. Adesso c’è tutta una politica da rivedere. È singolare che Trump attacchi i tradizionali alleati occidentali del G7, della Nato e dell’Unione europea difendendo i governi e i movimenti populisti e vada a braccetto con Mosca, la super potenza antagonista da sempre degli Stati Uniti d’America. È singolare che capovolga le fondamentali scelte della politica estera americana degli ultimi 70 anni basate sull’alleanza e la cooperazione con la Ue, il Regno Unito, il Giappone, la Corea del Sud e il Canada.

L’intesa privilegiata tra Trump e Putin, i due leader populisti e sovranisti affezionati ai toni e alle azioni forti, è durata poco. Il miliardario americano segue un motto: «Voglio essere imprevedibile». Ma questa volta il presidente americano, l’anti Barack Obama, rischia di passare da imprevedibile a inaffidabile sia agli occhi dei vecchi alleati, sia a quelli dei nuovi amici e dei nemici. Il quadro non è confortante.

Adesso sarà arduo affrontare il 25 luglio il vertice a Washington con il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker sui dazi americani imposti alla Ue. Juncker arriverà vittorioso sulle ali dell’accordo del 17 luglio con il Giappone, che azzera o riduce progressivamente i dazi tra Bruxelles e Tokio. Juncker viaggia in rotta di collisione con Trump: «Non c’è protezione nel protezionismo».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)