Il Pantheon e le sue storie. Lo strumento dell’egemonia di Augusto

Pantheon-RomaIl Pantheon: miti, misteri, grandi fatti storici. Il tempio voluto da Cesare Ottaviano Augusto e dedicato a tutti gli dèi ne ha di storie da raccontare, in oltre duemila anni di travagliata vita ha visto di tutto. Già il luogo dell’edificazione è legato a un mito straordinario: in quel punto del Campo Marzio Romolo, fondatore e primo re di Roma, sarebbe asceso al cielo durante un rito religioso.

Una leggenda medioevale, particolarmente affascinante, riguarda invece la cosiddetta cacciata dei diavoli. Quando nel 609 dopo Cristo l’antico tempio pagano fu trasformato in chiesa consacrata a Santa Maria ad Martyres, i demoni fuggirono dall’edificio facendo saltare una gigantesca pigna di bronzo, che ostruiva il foro circolare di 9 metri posto sulla sommità della cupola, il cosiddetto “oculus”, occhio. Dei diavoli fuggiti non c’è traccia, ma una enorme pigna di bronzo, detta Pignone, esiste davvero. È alta quasi 4 metri, è opera dello scultore dell’antica urbe Publio Cincio Savio, si trovava nelle Terme di Agrippa e ora è in uno dei cortili dei Musei Vaticani.

La trasformazione del Pantheon, da tempio pagano a chiesa, salvò dalla distruzione un autentico capolavoro dell’architettura dell’antica Roma, uno dei pochi sopravvissuti quasi intatti fino ad oggi. L’imperatore bizantino Foca nel 608 dopo Cristo donò a Bonifacio IV il Pantheon e il papa l’anno seguente lo trasformò in una chiesa. Sarebbero arrivati dalle catacombe cristiane della città ben 28 carri pieni di ossa per essere tumulate nella chiesa. L’incisore di stampe romane Giovanni Vasi scrisse nel 1763: Bonifacio IV «fece trasportare da varj cimitari di ossa di ss. Martiri, e fecele collocare sotto l’altare maggiore; onde fu detto s. Maria ad Martyres».

Anche in questo caso mito e storia si intrecciano. Per la storia il Pantheon fu costruito, come è precisato da una iscrizione sul frontone, tra il 27 e 25 avanti Cristo dal console Marco Vipsanio Agrippa, generale vittorioso, amico, collaboratore e genero di Ottaviano. Il tempio fu edificato a spese di Agrippa dopo la sua vittoria contro la Persia: fu dedicato a tutti gli dèi del mondo antico, romano e delle province conquistate in Europa, Asia e Africa. Fu lo strumento architettonico di una politica universalistica e di inclusione di popoli, culture e religioni diverse. L’architetto ed ingegnere di origini cumane Lucio Cocceio Aucto ideò e realizzò l’opera d’arte.

Era uno dei simboli di Roma Caput Mundi, centro del mondo. L’obiettivo era di sostenere anche sul piano urbanistico e culturale l’ascesa politica di Augusto, il primo imperatore romano, l’uomo che pose fine a 100 anni di guerre civili e trasformò la Repubblica in Impero.  Fu un tassello della più generale politica del consenso per dare vita alla nuova istituzione dell’Impero romano. Non a caso nel tempio, assieme alle effigi di tutti gli dèi, furono poste le statue di Augusto, del padre adottivo Gaio Giulio Cesare e dello stesso Agrippa. I primi segni, di matrice orientale, di divinizzazione del capo, dell’imperatore. Agrippa fu la mano e il Pantheon fu l’”occhio” della politica di egemonia culturale di Augusto per conquistare classe dirigente e popolo romano alla svolta istituzionale dell’Impero.

Leggenda nella leggenda: l’ispirazione religiosa dell’opera è attribuita alla dea Cibele, la Grande Madre. Il professor Umberto Cardier spiega: Agrippa fu ispirato «da un’apparizione della dea Cibele che gli promise aiuto in una guerra contro la Persia in cambio della costruzione di un tempio magnifico, di cui gli mostrò l’immagine».

Traversie e disastri non sono mancati. Il Pantheon più volte è andato a fuoco, ma è sempre stato restaurato: prima dall’imperatore Domiziano, poi da Traiano, Adriano, Antonino Pio e Settimio Severo. La meraviglia che ammiriamo ancora oggi è sostanzialmente merito di Adriano. Qui aleggia un mistero. Per alcuni fu lo stesso imperatore architetto, oltre che filosofo, a rifare dalle fondamenta il tempio costruito da Augusto e poi andato distrutto dal fuoco. Per altri la paternità di questo capolavoro va invece attribuita ad Apollodoro di Damasco, un geniale architetto ed ingegnere greco famosissimo già all’epoca di Traiano. Adriano, però, sull’architrave del Pantheon lasciò l’iscrizione con l’attribuzione dell’edificazione ad Agrippa.

Ha sfiorato altre volte la distruzione. Dopo la caduta dell’Impero romano d’occidente ha seguito la triste sorte della città. È stato ripetutamente depredato dai barbari invasori come tutta l’urbe. L’imperatore bizantino Costante II fece anche peggio di vandali e goti: entrò nella città eterna accolto con entusiasmo dalla popolazione, invece saccheggiò palazzi e chiese compreso il Pantheon: s’impossessò perfino delle tegole di bronzo dorate della cupola. Il bronzo era un magnete, attirò anche papa Urbano VIII. Il pontefice Maffeo Barberini, che pure era un colto mecenate, fece asportare nel 1625 le travi di bronzo del porticato del Pantheon. Utilizzò il bronzo ricavato, assieme ad altro metallo, per costruire nella basilica di San Pietro il grandioso baldacchino (opera di Gianlorenzo Bernini) sulla tomba del primo papa della chiesa cristiana e per fondere 80 cannoni di Castel Sant’Angelo. Una spoliazione divenuta tristemente famosa. Pasquino, la “statua parlante” posta dietro piazza Navona (ancora adesso ospita fogli di protesta del popolo contro il potere), attaccò Urbano VIII: «Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini».

Il Pantheon, però, ha resistito a tutti i disastri. Ha una forma sferica e proporzioni perfette: 43,44 metri di altezza per 43,44 di diametro. È un capolavoro artistico e d’ingegneria. È affascinante. Ancora oggi possiede la più grande cupola in muratura del mondo. L’enorme cupola perfettamente sferica, come la cella, è costituita di colate di calcestruzzo utilizzando laterizi diversi: alla base materiali più pesanti e poi via via più leggeri verso l’alto per garantire la stabilità (prima pezzi di travertino, quindi pietre, mattoni, tufo fino ad arrivare alla pomice posta in cima).

L’imponenza e l’armonia danno i brividi al visitatore, oggi come nell’urbe capitale dell’Impero. Nello spazio enorme della cella ci si sente minuscoli. È senza finestre, lo spazio è delimitato da gigantesche colonne monolite di travertino grigio e rosso. L’”oculus” di 9 metri di diametro sulla sommità della cupola fa entrare un fascio di luce: crea un’atmosfera rarefatta e sacrale, per gli antichi romani rappresentava il legame tra gli dèi e gli uomini. Il 21 di giugno si ripete ogni anno un suggestivo fenomeno astronomico: la luce del sole entra dall’”oculus” e a mezzogiorno colpisce il centro del grande portale d’ingresso alto ben 7 metri. Da foro della cupola entra la pioggia, ma non causa alcun allagamento, perché il pavimento è leggermente convesso e l’acqua viene smaltita da 22 griglie di scarico.

Sorseggiando un caffè seduti al bar Tempio lo spettacolo è affascinante. In primo piano si vede la fontana progettata nel Rinascimento dall’architetto Giacomo della Porta, l’obelisco egizio e dietro si staglia il Pantheon. Sull’architrave c’è inciso il nome dell’edificatore: «Marco Agrippa, figlio di Lucio, al terzo consolato, costruì». Il visitatore è emozionato già al primo impatto visivo. Il porticato d’ingresso è imponente: è composto da 16 colonne monolitiche di travertino, alte oltre 14 metri, poste su due file. I turisti rimangono a bocca aperta mentre i romani, abituati al magnifico spettacolo, passano e guardano distratti quella meraviglia.

Il Pantheon ha conquistato artisti e potenti. Raffaello Sanzio, il geniale pittore del Rinascimento, si è fatto seppellire in questa chiesa. Il re Vittorio Emanuele II di Savoia, artefice dell’unità d’Italia con Cavour, Garibaldi e Mazzini, riposa qui. Nella chiesa c’è la tomba del re Umberto I, ucciso nel 1900 dall’anarchico Gaetano Bresci, e della moglie Margherita. Un’altra leggenda parla del fantasma inquieto di Umberto I. Si aggirerebbe dentro e fuori l’edificio. Si è parlato molto di un’apparizione del fantasma negli anni Trenta del secolo scorso e del colloquio misterioso con una guardia. Ma il contenuto dell’incontro è sempre rimasto segreto.

Come si dice in gergo il Pantheon “tira”. Ogni anno è visitato da ben 7 milioni di persone, i turisti vengono da ogni parte d’Italia e del mondo attirati dalla sua bellezza. Alle volte, anche sotto il sole infuocato di questo agosto rovente, si formano file interminabili di persone all’ingresso, tanto che da un po’ di tempo sono comparse delle transenne, dei custodi e dei poliziotti sorvegliano il flusso per motivi di sicurezza. Brutte novità sono in arrivo. Presto le transenne potrebbero trasformarsi in tornelli a pagamento. Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini ha annunciato l’arrivo del “pagamento del biglietto” anche basso per far fronte alle spese di manutenzione. È circolata la cifra di 5 euro da dividere tra l’Italia e il Vaticano. Il deficit nei conti pubblici ci fa varcare sempre nuovi traguardi, certo non belli. Tuttavia, per adesso, l’ingresso resta gratuito.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Silvano Tessicini: riscoprire una nuova vita con “Un battito d’ali”

battito d'aliArte, pittura, poesia, cinema e fotografia si fondono nel primo libro di Silvano Tessicini: “Battito d’ali”. Un racconto non tradizionale di un uomo che ci rende partecipi del suo dramma attraverso frammenti esistenziali di vita vera. Un racconto per immagini molto pittoresco e cinematografico, suggestivo, ma soprattutto sentimentale e realistico perché intriso di esperienze concrete. Seppur non autobiografico, sicuramente non può non ispirarsi a tutto ciò che l’autore stesso in prima persona ha vissuto lungo tutta la sua esistenza. Libro sentimentale perché parla di sentimenti, sensazioni, emozioni, anche spirituali, arrivando a sfiorare una visione della religione e del Vangelo molto delicata. Cinematografico perché “è come se tutto fosse scritto da una macchina da presa, che tira fuori l’intimo del personaggio e si può vedere quello che sente e che prova” –commenta lo stesso Tessicini-. Per questo universale, in una sola parola. “‘Battito d’ali è lo specchio dove ognuno può vedere proiettata la propria immagine. È il viaggio di un uomo (anzi dell’uomo) che, per ritrovarsi, ha bisogno di perdere ogni cosa e soprattutto perdere se stesso. Forse riconoscersi significa imparare a perdonare e credere in qualcosa di superiore, in quella forza più grande che da lontano guida e traccia il nostro cammino”, come ha scritto nella presentazione iniziale la dott.ssa Fabiana Volini. Destino, a volte beffardo, che sovverte l’ordine costituito delle cose. Tutto nasce da un episodio tragico: la morte accidentale della piccola Andrea, la figlia del protagonista Sergio; da allora regnerà la disperazione e si separerà dalla moglie Marta, che lo incolpa e accusa dell’evento drammatico. Anche lui finisce per credersi un “assassino”. Ma il fato ha più fantasia di noi e riserverà per lui quasi un “miracolo”. Il libro ci insegna ad imparare il perdono e a credere in una sorta di ‘rinascita a nuova vita’, di seconda possibilità, che non tutto sia perso per sempre, di una speranza in fondo al tunnel della disperazione da cui tutto parte. Con la fiducia e la fede cristiana nell’amore compassionevole per l’altro, nella solidarietà anche gratuita, nell’abnegazione generosa ed altruista: l’accoglienza, in una parola; il donarsi all’altro, la fraternità disinteressata, l’amore e l’amicizia gratuiti che eliminano ogni discriminazione e differenza etica e sociale. Il libro è intriso di tutte le sensazioni più forti che possano essere provate: passione, amore, dolore, solitudine; ma non manca una “delicata malinconia” soffusa, che contraddistingue il tono dell’opera, compensata nel finale da una serenità nuova raggiunta, quasi da un equilibrio interiore riappacificatore. Il testo è stato presentato a Oriolo Romano, nella Chiesa di Sant’Anna, con un’esposizione di quadri dipinti dallo stesso Tessicini e con un accompagnamento musicale di Carmela Ansalone. L’ex sindaco del Comune in provincia di Viterbo, Graziella Lombi, ha scritto alcuni “pensieri” nella prefazione: “Prendersi cura degli altri è quello che il protagonista di questo racconto tenta di fare in luoghi estremi alla ricerca estrema di se stesso. Il libro in ogni sua pagina ci interroga e scruta nel nostro profondo”. L’autore vorrebbe fare un’altra presentazione proprio a Viterbo, ma in cantiere c’è anche l’idea di produrne un film. Verrebbe bene –garantisce Silvano-. E di “un susseguirsi di immagini cinematografiche fissate da ombre e luci, che si accostano ma non si confondono”, tratteggiate con “delicata pacatezza” –parla anche suor Mariateresa Crescini, anch’ella intervenuta nell’introduzione-, che prosegue: “più che la penna, Silvano ha usato l’obiettivo. Del resto la fotografia è stata per una vita la sua specialità di operatore cinematografico”. “Un racconto –prosegue- buono, ma senza buonismo, che accompagna il protagonista sui passi della comprensione e rende più umani e meno egoisti coloro che incontra”; racconto in cui –aggiunge la suora- “il dolore è vinto dalla solidarietà, la nostalgia diventa incontro, lo smarrimento stupore e i rapporti umani sono vissuti con trasparenza”. Perché –conclude Crescini- “il Vangelo calato nella vita rafforza i sentimenti positivi, apre a un futuro più umano, pacifica i cuori e ripara i danni dell’odio e delle guerre”.
E sicuramente il passato professionale dell’autore ha dato un forte contributo nel tono peculiare di “Un battito d’ali”. Nato a Caprarola nel 1943, si è trasferito a Roma nel 1948, dove ha frequentato il liceo artistico e dopo studiato alla Scuola di cinematografia, per avviarsi a una carriera in tale mondo: prima come disegnatore di cartoni animati per film d’animazione e poi come operatore e direttore della fotografia. Ha girato circa 230 film, con i registi più importanti: Monicelli, Fellini, Carmelo Bene –per citarne alcuni-, ma anche Nanni Moretti. Ha insegnato cinematografia (per circa sei mesi) in una scuola in Marocco –esperienza che ha riportato nel libro (definita una missione in una zona calda, vista come un raggio di luce, di fiducia e speranza)-. Ritiratosi (circa 15 anni fa) definitivamente dal cinema, dopo 35 anni, l’idea del libro gli è venuta da una necessità interiore; ovvero da un bisogno per superare un dolore a seguito di una tragedia (come è stato per Sergio del libro): la perdita della moglie. La sua passione e passatempo per la pittura non gli bastavano più per distrarsi e non pensare –confessa-. Gli occorreva qualcosa di più forte, un’esperienza ancora più profonda ed intima –come quella della stesura di un racconto, appunto. Questo è il suo primo libro, ma ne vorrebbe fare un seguito. Continua a darsi degli stimoli, facendo tutto ciò che fino a questo momento non aveva compiuto. Ad esempio è impegnato nella creazione di circa 15 via crucis, un lavoro molto impegnativo, ma che lo soddisfa. E vorrebbe organizzare uno spettacolo teatrale per bambini (tipo il “Pinocchio” di Carmelo Bene) su Madre Teresa di Calcutta; non un film o un musical, come già molti altri ne sono usciti, ma uno spettacolo incentrato sul rapporto che la santa ha avuto all’inizio con Gesù, meglio noto come “locuzione interiore” –la stessa che sentiva Giovanna D’Arco. La stessa copertina del libro è un suo disegno, fatto con la matita rossa e blu: un angelo, a richiamare il titolo “Battito d’ali”. Ed è il medesimo autore a spiegare il significato del nome che ha dato alla sua opera: “può simboleggiare due cose, o episodi, eventi, sensazioni che durano molto poco, attimi indimenticabili, ma lunghi quanto un battito d’ali appunto, momenti pieni di fascino ma irripetibili o comunque che non potranno mai più avere la stessa intensità; oppure situazioni che hanno qualcosa di soprannaturale, che arrivano come un angelo, una presenza immateriale eppure percepibile seppur impercettibile all’occhio umano”, che segna il nostro destino. Come quando Sergio tenta il suicidio a Londra, devastato dai sensi di colpa. Perché sarà salvato? Perché Dio gli ha dato una nuova occasione? “Dio è originale, anche se i suoi progetti a volte ci sembrano ingiusti. Noi non li possiamo capire, ma c’è sempre un obiettivo ispirato all’amore” –si convince Sergio-. Ecco allora l’interrogarsi sul senso della “salvezza”. Come raggiungere la liberazione dal peccato e la sensazione di sentirsi ed essere liberi? Non a caso la vita viene descritta come “un attimo che passa, una fiaba più o meno bella, ma comunque scritta sempre dalle mani di Dio. Dobbiamo camminare attraverso il buio profondo della notte per veder sorgere l’aurora”. Sono “i valori che danno senso alla vita” e vanno sempre conservati.
Per questo il libro è molto attuale. Semplice, si legge rapidamente –come un ‘battito d’ali’-. Scorrevole, non è illustrato, anche se vengono citati alcuni dipinti. Uno è proprio l’”Urlo” di Munch (l’altro il Cristo del Mantegna o “la città che sale”, quadro futurista del Boccioni), emblema per eccellenza della disperazione e non è un caso se Sergio viene descritto come “un uomo umiliato, colpevolizzato, disperato, depresso, in piena crisi esistenziale”; oppresso e ossessionato dai propri “vecchi fantasmi” che, però, ad un certo punto prende coscienza di “una convinzione profonda, una certezza nuova nella presenza di un Dio che non ci abbandona mai, che conosce i nostri drammi e si fa presente nelle nostre paure”. In questo ermeneutico sarà l’episodio nella Passione di Cristo, del dramma dell’apostolo Giuda. Oppure quello che accadde a Giovanni, che si fece guidare da Pietro e riuscì a scoprire il Cristianesimo. Qui molto bella –cui tiene particolarmente l’autore- l’immagine dei giovani che sono come Giovanni: pensando al futuro, si fanno prendere dalla paura dell’incognito e non hanno il coraggio di “scoprire”. Facile rassegnarsi e abbandonarsi in una società corrotta, in un mondo e “in un’epoca fatta di arrivismi stressanti, valori deboli, bramosie di successo e fame di potere”, ci si sente persi, si ha solo voglia di fuggire via e nascondersi, annullarsi, quasi rendersi trasparenti e invisibili, mentre si avrebbe solo bisogno di qualcuno che ci ascolti e rincuori. Per una “nuova vita”, che arrivi in “un battito d’ali” (l’espressione non a caso è citata nell’ultima pagina del libro).

Barbara Conti

I misteri dell’Ara Pacis, il libro sulla trasformazione della Città Eterna

ara pacisUn triangolo magico segna la Roma di Ottaviano Cesare Augusto: l’Ara Pacis, il Mausoleo del fondatore dell’Impero romano e il Pantheon. I tre monumenti, tra i pochi intatti o quasi della città eterna, hanno attraversato due millenni di storia. Tutti e tre, collocati a poca distanza l’uno dall’altro nel Campo Marzio, hanno un profondo significato religioso, culturale e politico: raccontano e tramandano come Ottaviano trasformò la Repubblica in Impero, lasciando formalmente intatte, ma svuotate di significato, le antiche cariche come quelle dei consoli.

È un capolavoro politico realizzato senza bagni di sangue, ma nella pace e col consenso del Senato, della borghesia e del popolo romano usciti stremati da un secolo di terribili guerre civili. Segreti e misteri hanno segnato la storia di questi tre monumenti augustei, soprattutto del primo, l’Ara Pacis, costruito dopo la sconfitta di Marco Antonio e della sua alleata-amante Cleopatra, la regina d’Egitto. Paolo Biondi ne parla ne i misteri dell’ara pacis, 156 pagine, edizioni di pagina, 14 euro il prezzo di copertina.

Ara Pacis. Il libro elenca misteri piccoli e grandi. L’inaugurazione dell’opera, decisa nel XIII avanti Cristo dal Senato romano per celebrare le vittorie di Ottaviano in Germania, Francia e Spagna, avvenne il 30 gennaio del IX avanti Cristo, il giorno del cinquantesimo compleanno di Livia Drusilla, l’amata moglie del figlio adottivo di Gaio Giulio Cesare.

Scienza e misteri si mescolano. Biondi racconta la storia dell’obelisco-orologio «di Facondo Novio, il matematico egiziano che studiava le ombre del sole e l’asse della terra per fare diventare meridiane i suoi obelischi». Bene, l’ombra di quell’obelisco egizio «dedicato al dio Sole, meridiana di quell’orologio, sarebbe caduta a fecondare la terra alle porte di quell’Ara ogni anno al tramonto del 23 settembre, giorno di nascita del principe Augusto, portatore di prosperità e di pace nel mondo».

Ma c’è di più. Ara Pacis e misteri. L’obelisco egizio sembra che collegasse, in qualche modo, l’Ara Pacis e il colle del Vaticano, dove pochi anni dopo fu ucciso San Pietro. L’autore descrive i risultati delle sue ardite ricerche: «Ma dove calava quel giorno il sole nell’altra direzione della retta che univa altare e obelisco? Tornai a casa –scrive nel libro- e cominciai a sfogliare le carte con la ricostruzione della Roma di quegli anni per tracciare percorsi celesti del sole e sue proiezioni terrene: quella retta indica che il sole va a tramontare proprio dietro il monte Vaticano ogni 23 di settembre, esattamente dove appressandosi lo scadere del secolo aureo venne levata la croce con Pietro ad agonizzare e a morire a testa in giù e dove ora si trova la cupola michelangiolesca sulla tomba di quel santo e primo papa, pontefice massimo, come pontefice massimo di altri dèi era stato Augusto». Vero, verosimile, fantasie? Biondi commenta: «Suggestioni e contaminazioni».

Lo statista Ottaviano Augusto era un uomo coraggioso, determinato ma cauto. Riuscì nell’impresa storica di edificare l’Impero romano inventando una nuova struttura istituzionale di potere monocratico, inviso ai romani, basata su raffinate elaborazioni culturali e politiche (la discendenza della famiglia Giulio Claudia da Enea fuggito da Troia in fiamme) ed evitò accuratamente gli errori di arroganza del padre adottivo. Il libro illustra la prudenza di Ottaviano soprattutto quando rientrava a Roma dopo vittoriose campagne militari: «Amava ed era solito rientrare lontano da occhi indiscreti, senza i crepitii del giorno nei quali ogni avviso di allerta si sarebbe potuto confondere, senza resse che avrebbero potuto celare qualsiasi pugnale, senza baraonde ululanti e querule, senza celebrazioni immodeste e false». Non dimenticò mai la fine di Cesare: ucciso a pugnalate in Senato da una congiura di aristocratici repubblicani contro “il dittatore”, “il nemico delle libertà del popolo romano”.

Statista, amante del potere, coraggioso, bello, uomo sobrio, abile nel tessere alleanze. Con un punto debole: la cagionevole salute. Fortunato nell’amore perché sposò in seconde nozze l’amata Livia, donna intelligente e abile a districarsi nei meandri della politica dell’urbe. Livia era un pilastro della politica augustea nella transizione dalla Repubblica all’Impero. La giovane discendente della aristocratica famiglia dei Livii in politica ebbe un ruolo rilevante, ebbe una grandissima influenza sul marito, analoga a quella di Marco Vipsanio Agrippa e di Gaio Cilnio Mecenate, gli uomini chiave nella costruzione dell’Impero dal punto di vista militare, politico e culturale. Biondi descrive così Augusto e il rapporto strettissimo con Livia: «Il suo corpo era elegante e il suo aspetto faceva impazzire le matrone dell’urbe, oltre a quelle di ogni paese e città che attraversasse. Lo sguardo ammaliava, la perfezione del viso era quella di un dio. Eppure celava sotto la tunica un segreto: la pelle era coperta di piaghe e i malanni erano il vero tallone d’Achille di Augusto. E l’unica matrona che voleva partecipe di questo segreto era Livia, la sua Livia che lo amava appassionata come un’amante e lo accudiva come si accudisce un figlio».

Il fondatore dell’Impero, che amava definirsi semplicemente “princeps”, il primo tra pari, si contornò di intellettuali come Virgilio ed Orazio, ma per evitare problemi con la storia e i posteri si scrisse da solo come e perché conquistò il potere. Lasciò le Res Gestae, l’autobiografia che avrebbe dovuto contornare su lastre di bronzo il suo Mausoleo, ma che oggi troviamo sui fianchi dell’Ara Pacis. Ara Pacis, l’incipit è famoso: «All’età di diciannove anni, con mia personale decisione e a mie spese personali, costituii un esercito con il quale restituii a libertà la repubblica oppressa da una fazione». Ottaviano combattè e sconfisse prima Bruto e Cassio, i capi della congiura contro Cesare, e poi l’ex alleato Marco Antonio, uno dei luogotenenti più brillanti del padre adottivo.

Ara Pacis, il mistero divenne totale, addirittura scomparve. Del monumento si persero perfino le tracce già all’epoca dell’imperatore Adriano per le alluvioni del Tevere. Dei reperti furono recuperati nel 1500 in epoca papale e poi alla fine del 1800 nell’era del Regno d’Italia di casa Savoia. Ma il ripescaggio dalle valanghe di fango fu realizzato all’inizio del 1900 ad opera, soprattutto, dell’appassionato ed emozionatissimo ingegnere Mariano Edoardo Cannizzaro. La ricostruzione dell’Ara Pacis, invece, avvenne nel 1938, per festeggiare il bi millenario della nascita di Augusto, su ordine di Benito Mussolini. Il dittatore utilizzò l’iniziativa, inserita nella ristrutturazione urbanistica della zona di piazza Augusto Imperatore, per propagandare “il nuovo impero fascista” nato con la conquista dell’Etiopia.

L’ultimo mistero si chiama Fausto Delle Chiaie, il pittore che dagli anni ’80 espone i suoi quadri davanti all’Ara Pacis, nella strada tra questo monumento e il Mausoleo di Augusto. L’autore del Manifesto Infrazionista pubblicato trent’anni fa, ogni tanto viene “sfrattato” dal muretto del Mausoleo, in eterno restauro, sul quale poggia le sue opere, ma puntualmente torna. Il mistero è su chi resisterà più a lungo nella lotta tra l’artista-custode e gli autori degli “sfratti”.

Augusto nelle Res Gestae motiva e giustifica la sua svolta politica all’inizio invisa a una parte dell’aristocrazia romana. Ha voluto lasciare la sua versione dei fatti a scanso di brutte sorprese. La stessa scelta l’ha fatta duemila anni dopo Winston Churchill. Il primo ministro britannico, il vincitore del nazismo e del fascismo, scrisse di proprio pugno una storia della Seconda guerra mondiale proprio per evitare brutte sorprese.

Rodolfo Ruocco

SfogliaRoma

Estate Romana scialba. Manca il turbolento
Renato Nicolini

nicolini 12L’Estate Romana festeggia i 40 anni in sordina. Nel 1977 Roma fu segnata da due avvenimenti: vide nascere l’Estate Romana, l’invenzione del geniale Renato Nicolini, e scrutò lo spuntare degli Indiani Metropolitani, la costola creativa e dissacrante del Movimento rivoluzionario degli studenti e degli operai.
L’Estate Romana spiccò il volo dal Campidoglio, artefice Nicolini assessore alla Cultura; gli Indiani Metropolitani presero forma e nome alla facoltà di Lettere occupata dell’università La Sapienza. Uno studente in quegli anni turbolenti ha dato il clima di quel gruppo parlando di uno dei leader degli Indiani Metropolitani romani, ‘Beccofino’. Accadeva di tutto. Ha raccontato: quando ‘Beccofino’ interveniva «alle assemblee di Lettere sfoggiava un gladiolo ed invocava ‘il potere dromedario’ ed ‘il godimento studentesco’».
Però allora non predominava l’ironia e la goliardia, ma la paura e le pallottole. Autonomia Operaia predicava e praticava la violenza e le Brigate Rosse avevano cominciato a sparare per realizzare la rivoluzione. Erano i terribili Anni di Piombo, quelli del terrorismo di sinistra.
Nicolini, inventando l’Estate Romana, spezzò il clima di paura spingendo la gente ad uscire la sera per godere la città: cinema, teatri, concerti, musica, balli. C’erano i film nella Basilica di Massenzio, gli spettacoli nei parchi, i poeti che si esibivano a Castelporziano, attori di avanspettacolo usavano gli autobus come teatri. Recuperò alle manifestazioni Cinecittà e lo Stadio dei Marmi al Foro Italico, due strutture costruite dal fascismo. L’idea era di utilizzare i ruderi della Roma dei Cesari come sede di attività culturali, per portare i ragazzi delle periferie al di fuori dei propri ghetti. L’obiettivo era divertirsi in compagnia anche per una sola sera, per una sola notte.
Di qui il nome di “cultura dell’Effimero” e Nicolini fu definito il “re dell’Effimero”. Ma il suo regno non fu effimero, generò cultura e consapevolezza, s’ingrandì e divenne sempre più importante. Estate Romana, il successo di pubblico fu strepitoso, l’invenzione fu esportata in altre città italiane ed europee. Era l’epoca delle giunte di sinistra al Campidoglio. Nicolini fu assessore del comune di Roma alla Cultura dal 1976 al 1985. Fu chiamato all’incarico dal sindaco professore di storia dell’arte Giulio Carlo Argan, quindi da Luigi Petroselli e da Ugo Vetere. Lui architetto, professore universitario, comunista eterodosso, scatenò un uragano culturale, sociale, economico rivitalizzando la città eterna. Ma vinse contro i tabù, tanto da essere eletto deputato nelle liste del Pci.
Pubblicità dell’Estate Romana
Pubblicità dell’Estate Romana
Effervescente, simpatico, imprevedibile sembrava non prendere nulla sul serio, ma in testa aveva un’idea politica della cultura: «In fondo sono stati anni di gioco. Mi piaceva far sentire i giovani e gli abitanti delle periferie più degradate parti integranti della città. Così entravano nella Basilica di Massenzio da protagonisti e non da esclusi, come accadeva per l’Auditorium di Santa Cecilia». Raccontò perché si perdeva a Roma: «Non guido la macchina, giro molto a piedi ed è una città che sollecita il mio lato surrealista. Arrivo sempre tardi agli appuntamenti perché lungo il cammino trovo sempre qualcosa che mi incuriosisce».
Estate Romana 2017: dopo 40 anni, c’è ancora ma non suscita entusiasmi. Il sito internet del comune di Roma dice: «Fino al 30 settembre la 40° edizione dell’Estate Romana conquista l’intera città. In tutti i Municipi iniziative e appuntamenti accompagnano la bella stagione di chi vive e visita la Capitale». C’è un lungo elenco di film, concerti, musica, spettacoli teatrali, mostre, danza, visite guidate ai musei. Manca però un’idea forza, un filo conduttore che riesca a legare le molteplici iniziative. Sembra mancare un progetto culturale per rinnovare ed unire la città.
Eppure anche ora servirebbe un progetto culturale per accendere una luce nel buio di una città sbandata, attonita davanti a Mafia Capitale, angustiata per i rifiuti nelle strade e per gli autobus in perenne ritardo, incredula per gli incendi che divorano Castel Fusano e per il rischio del razionamento dell’acqua potabile di casa.
Ci manca l’Estate Romana di Nicolini e il suo genio scanzonato. Ci manca l’intellettuale stralunato morto nel 2012 a 70 anni. Fino all’ultimo non rinunciò alla cultura e alla politica, come quando si oppose alla costruzione di una discarica di rifiuti vicino a Villa Adriana, la residenza fuori Roma dell’imperatore filosofo amante dell’arte.
Pubblicità dell’Estate Romana a piazza Vittorio
Pubblicità dell’Estate Romana a piazza Vittorio
Adesso l’Estate Romana è sbiadita, ripetitiva, priva di una identità e di un progetto. Luca Bergamo, vice sindaco con la delega alla Crescita culturale nella giunta grillina di Virginia Raggi, cerca semplicemente di gestire la normale amministrazione. Certo è difficile avere un’Estate Romana che indichi un profilo culturale di società se la politica è in crisi. Il degrado che ha colpito la politica e i servizi pubblici capitolini sembra aver azzoppato anche l’Estate Romana. Del resto Virginia Raggi guida una giunta cinquestelle che, per dissensi politici o per guai giudiziari, perde pezzi continuamente. La stessa sindaca della capitale, del resto, è indagata per abuso d’ufficio e falso.
Tuttavia la crisi è più profonda, è generale. Lidia Ravera, scrittrice fuoriclasse, non riesce a fare molto meglio come assessora alla Cultura nella giunta di centrosinistra della regione Lazio. Nel 1976 sfondò a soli 25 anni scrivendo ‘Porci con le ali’, un libro simbolo della contestazione studentesca di quell’epoca. Ora però non riesce a lanciare un’idea originale come quella di Nicolini o a descrivere i fermenti in ebollizione nella società come fece in ‘Porci con le ali’. È un segno dei tempi. Non può nascere un altro “re dell’Effimero” se manca l’humus culturale e politico.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Al Complesso del Vittoriano la mostra sul Maestro cinese Chao Ge

Nell’esposizione circa 80 opere tra oli su tela, tempere e disegni descrivono luoghi e personaggi dell’Asia centrale e della Inner Mongolia.
Donna in arancio (2003, tempera, 117 cm x 71cm)Dal 27 luglio il Complesso del Vittoriano – Ala Brasini ospita la mostra EPOS. CHAO GE. La lirica della luce, esaustiva antologica dedicata all’artista cinese Chao Ge.
Sotto l’egida dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, promossa e organizzata da Segni d’Arte in collaborazione con Uniarts, l’esposizione ha ottenuto il patrocinio di Roma Capitale, della Regione Lazio e dell’Ufficio Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese.
Nata da un desiderio del Maestro Chao Ge, Professore all’Accademia Centrale di Belle Arti di Pechino, condiviso dall’artista Ma Lin, da Nicolina Bianchi, critico d’arte, editore e direttore responsabile di Segni d’Arte, e da Giancarlo Arientoli, antropologo e art director di Segni d’Arte, la mostra è curata da Claudio Strinati, noto storico dell’arte, e dalla stessa Nicolina Bianchi.
La rassegna propone un percorso espositivo che testimonia la rilevanza nel panorama artistico contemporaneo di questo pittore, che racchiude in sé due anime: quella della tradizionale nativa Mongolia Interna, a cui è tuttora legato molto profondamente, e quella della moderna Pechino, la grande città in cui ha studiato, raggiunto i primi successi e dove tuttora continua a dipingere e ad insegnare.
In programma fino al 26 settembre EPOS. CHAO GE. La lirica della luce racconta attraverso circa 80 lavori, suddivisi in due sezioni (dipinti e disegni), realizzati dal 1987 a oggi, la straordinaria storia creativa dell’artista che evidenzia la maestria con la quale domina le tecniche pittoriche (olio, tempera, disegno su tela) attraverso le quali come ricorda Strinati, egli “si spinge molto avanti nella ricerca del colore, anzi più esattamente nella ricerca del bianco quale sintesi di tutti i colori”.
Cultore appassionato del Rinascimento italiano, ritrattista meticoloso e notevole paesaggista, Chao Ge è l’espressione più piena della propria terra d’origine, quella “terra del cielo blu” così definita per la spettacolare luce che tutto vivifica.
Capace di andare a indagare l’invisibile oltre le apparenze, in particolar modo quando si sofferma sugli intensi ritratti umani dove accorpa alla fisicità delle persone quella delle cose, l’artista riversa continuamente sulla tela, con una nitidezza impressionante, le proprie emozioni e lo fa ogni volta che, novello Marco Polo, diventa osservatore e testimone attento dei complessi scenari asiatici.
“Qui sta il cuore del continente più vasto e fiero del nostro pianeta: è l’Asia Centrale, secondo la definizione che ne diede un attento studioso proveniente dall’arcipelago nipponico” – racconta il Maestro cinese. “Questa porzione di continente, la cui matrice consiste in vaste lande selvagge, è divenuta un trasmettitore di vita per le civilizzazioni circostanti sulle quali ha infuso sempre nuovi dinamismi. Qui sono nate e cresciute le più antiche espressioni religiose dell’umanità e, a tutt’oggi, questa regione rappresenta l’antenato e la culla di tutte le religioni o, si potrebbe dire, il preannuncio delle civiltà limitrofe. Nel 1999, seguendo la mia immaginazione, ho inteso narrare e descrivere questa parte di continente …”.Il sole (2001, olio su tela, 173cm x 132 cm)
È tuttavia evidente che, nel momento in cui ritrae paesaggi e temi che riportano alle origini, la sua arte assume quasi la forma del poema epico, “quando poi – come scrive Claudio Strinati nella sua presentazione a catalogo – dietro a certi formidabili ritratti trapelano le stelle o le montagne, si sente chiaro quel sentimento di unione universale che rende i ritratti stessi una sorta di elegia dell’umano in sé”. E questo senso di profonda umanità, per dirla ancora con le parole del curatore, “è forse il valore massimo conseguito da Chao Ge, un pittore che sa parlare sia al cuore sia alla mente, sommo tecnico e autentico poeta”.
A proposito del titolo della rassegna Nicolina Bianchi scrive: “Epos, il titolo della mostra, che secondo il termine greco, è narrare la storia di un popolo, le sue gesta, il suo importante patrimonio spirituale, tramandandone così la memoria e la sua essenziale identità, è per Chao Ge un modo di impaginare ed evocare nel dipinto la storia delle sue origini, della sua Inner Mongolia, narrandola secondo una musicale poetica di luce.”
Il catalogo della mostra è edito da Segni d’Arte.
Gestione e organizzazione Complesso del Vittoriano – Ala Brasini: Arthemisia.

Ragazza della Mongolia orientale (2003, disegno su tela, 38 cm x 27 cm)Titolo: EPOS. CHAO GE. La lirica della luce.
Mostra personale dell’artista Chao Ge
Sede: Complesso del Vittoriano – Ala Brasini
Roma, Via di San Pietro in Carcere s.n.c.
Date: 27 luglio – 26 settembre 2017
Orari di apertura: Dal lunedì al giovedì 9.30 – 19.30; Venerdì e sabato 9.30 – 22.00; Domenica 9.30 – 20.30 (L’ingresso è consentito fino un’ora prima)
Ingresso libero

Note biografiche:
Chao Ge nasce nel gennaio del 1957 a Hohhot in Inner Mongolia, terra dai paesaggi sterminati, che da secoli affascina viaggiatori, avventurieri e conquistatori e che occupa un posto di primo piano nella vita e nella produzione dell’artista. Nel 1978 Chao Ge supera l’esame per frequentare l’Accademia Centrale di Pechino, sezione Pittura a olio, e quattro anni dopo il primo livello universitario nello stesso ateneo. Dal 1987 il Maestro insegna Pittura a Olio all’Accademia Centrale di Pechino. Dal 1989 a oggi è stato impegnato in diverse esposizioni tra cui quella itinerante negli Stati Uniti dal titolo Pittura Contemporanea Cinese e quelle di Mosca e San Pietroburgo dedicate ai pittori dell’Accademia Centrale di Pechino (1993). Nel 1997 prende parte alla mostra 100 anni di ritrattistica a olio in Cina svoltasi a Pechino e viene invitato alla Biennale di Venezia. Nello stesso anno viene selezionato come membro della giuria in A Centennial Exhibition dedicata alla pittura a olio della Cina come membro della giuria. Nel 1999 è presente alla Biennale Internazionale di Parigi. Negli anni 2000 e 2001 riceve una borsa per studiare presso l’ex Accademia Reale di Belle Arti di Madrid: è una nuova occasione per visitare l’Europa e per conoscere altri artisti. Da allora la sua attività espositiva rimane costante: Cina, Russia, Canada, America. Nel 2006, su invito del Governo italiano, è in mostra, presso la Sala Giubileo del Complesso del Vittoriano, con la personale La rinascita dei classici. Nel 2008 l’Accademia di Belle Arti Repin di Russia gli conferisce il titolo di Professore Onorario. Nel 2015 espone a Vienna, presso gli spazi espositivi della Kunstforum, nella mostra dal titolo Chao Ge. Moment und Ewigkeit, due anni dopo, nel gennaio 2017, è presente con l’esposizione La mia via sulle orme di Marco Polo all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, a cura di Adriano Bimbi, Rodolfo Ceccotti e Gao Jun. Direttore degli Accademici dell’Accademia Centrale di Pechino dal 2008, il Maestro ha ricevuto diversi premi e prestigiosi riconoscimenti. Dal 1997 a oggi ha preso parte a molti documentari televisivi nazionali, oltre a essere stato oggetto di numerosi speciali condotti dalle reti cinesi.

Alcune note critiche:
Claudio Strinati: “(…) È la sua Mongolia che il maestro scruta e rappresenta e sono per lo più spazi che non hanno confine e di cui non si riesce a misurare l’immensità. Ma è l’immensità che il maestro vede e ci restituisce nella stesura dei suoi quadri. Chao Ge è mongolo e della cultura mongola ha sicuramente acquisito quel senso del nomadismo, dello spostamento continuo sulla superficie di questo mondo che è così profondamente sedimentato in quella cultura che nello stesso tempo esalta i valori della famiglia, degli affetti, della vita in comune. E, realmente, quei quadri dove non si può intuire la vastità degli spazi e soprattutto non se ne vede il limite, ci parlano di una meta inquieta ma non instabile, ansiosa forse ma non angosciata. È possibile raggiungere, per un individuo per un popolo intero, un contemperamento tra lo spirito nomade e quello stanziale? È possibile certamente e la storia è piena di esempi in tal senso, ma non c’è dubbio che tanta arte di Chao Ge è scaturita proprio da un tale stato d’animo. Stato d’animo che non è turbato ma anzi spinge al rasserenamento e alla quiete.
E quiete sono le sue opere anche se è chiaramente percepibile una sorta di nervosismo a fior di pelle che le anima e le porta verso di noi con un fascino unico e incomparabile.
(…) Chao Ge dalla tradizione occidentale classica ha assimilato sia l’idea rinascimentale sia quella barocca. È un naturalista in abito rinascimentale. È uomo di forte passione nella immobilità e serenità di un immaginario discepolo di Piero della Francesca.
Ma questo non genera contraddizione, al contrario genera sintesi e perfezionamento di un ideale della forma che può essere amato e compreso da un capo all’ altro del mondo, forse proprio perché questo difensore della classicità, questo virtuoso e solenne pittore è al di là della apparente immediatezza del nomade che sposta continuamente la sua attenzione su ciò su cui va a impattare, siano esse cose o persone (…)”

Nicolina Bianchi: “(…) Epos, il titolo della mostra, che secondo il termine greco, è narrare la storia di un popolo, le sue gesta, il suo importante patrimonio spirituale, tramandandone così la memoria e la sua essenziale identità, è per Chao Ge un modo di impaginare ed evocare nel dipinto la storia delle sue origini, della sua Inner Mongolia, narrandola secondo una musicale poetica di luce. Musicale, perché molto spesso la sua pittura sembra seguire con i colori i meravigliosi ritmi della natura.
Una pittura luminosa, dalla ricca tavolozza, moderna e vigorosa, come nelle rocce di Aobao, o nelle montagne di Abag Banner, a volte accompagnata da una nota di romantica malinconia come nel suo Poema d’autunno, o nelle linee verdi azzurre del fiume Kherlen o nel blu profondo e perlaceo dei cieli che segnano l’orizzonte. Una storia infinita di quell’Oriente dove si concentra forse più che in altre parti del mondo il mistero della vita, dell’uomo, della natura stessa.
Un confine tra moderno e passato, tra momenti di grande spiritualità e cruda realtà, tra respiri profondi nelle sconfinate praterie della steppa, dove si tira il fiato a cavallo dei thaki, e dove pensose tristezze di familiari atmosfere di yurte e di lenti carri dipingono piccole ma importanti storie delle campagne mongole. Meraviglia di un mondo che accoglie e racconta la storia di secoli, dove la luce del sole riesce a cancellare anche i confini, e dipinge di rosso le rocce e i volti di persone che scrutano, nel gesto di mani a riparo della forte luce, l’infinito di paesi lontani. Una storia di intimi colloqui, narrata da Chao Ge con i “valori più alti di una pittura classica” ma con nuovi e innovativi approcci all’attualità, una creazione artistica – come lui stesso afferma – con la quale spera di contribuire a ridestare negli uomini il senso di rispetto delle cose, ma anche di marginare gli attuali smarrimenti e drammi spirituali”.

“Black or white”:
questione razziale in una famiglia afroamericana

BLACK-OR-WHITE“Black or white”. Non è la canzone di Michael Jackson, ma un film profondo con Kevin Costner quale protagonista, per la regia di Mike Binder. Sembrerebbe un prodotto incentrato sul razzismo invece in ballo c’è l’affidamento di una bambina.

Su questo si regge. Fino a che la querelle in tribunale non sfocia nell’assalto verbale feroce ed anche nella violenza, degenerando appena viene pronunciata la frase ‘negro di strada’, con cui si definiva lo stesso padre (molto assente) della bimba e che fa passare per razzista il nonno (materno) della piccola (molto presente). “Qualcosa di odioso” –come lo definisce il personaggio di Kostner stesso- che non avrebbe mai dovuto dire, ma che non fa di lui un razzista. Il colore della pelle diverso é la prima cosa che si nota, eppure non è il primo pensiero che conta, ma il secondo o il terzo. Notare il colore della pelle fra neri e bianchi é come essere colpiti dal seno di una donna quando la si vede per la prima volta: non fa di te un pervertito. Ma un essere umano -aggiungiamo noi-. E se più volte viene ribadito al genitore della bimba che non è l’essere bianco o nero a fare la differenza, ma l’importante è il fatto di essere un padre, vediamo che le due comunità sono integrate e speculari.

Quelle del nonno e del papà sono due anime simili, tormentate e fragili. Il primo ha i soldi, ma ha perso la moglie e la figlia: la nipotina è l’unica cosa che gli resta. Alcolista, si rifugia nell’alcool perché non sa piangere per la scomparsa delle sue persone care, non riesce a versare lacrime o riempire il senso di vuoto, di solitudine e di non essere all’altezza o di temere di non riuscire a farcela da solo; vuole crescere la nipote al meglio possibile, ma non sa come fare e ha paura di non riuscire a poterla proteggere abbastanza. Il genero é pieno di debiti, con la fedina penale sporca, drogato, si sente inadatto a fare il padre ed occuparsi della figlia, incapace di trovare equilibrio e stabilità; ma ha una famiglia.

Dunque il binomio del titolo ben mostra la somiglianza e il parallelismo tra le due situazioni, più che contrapporle. Tanto che il rimando alla canzone di Michael Jackson è molto adatto: un nero che voleva diventare bianco e la cui carnagione mulatta ben descrive la multiculturalità della società afroamericana intrappolata nella criminalità che le affonda entrambe. Sia Elliot Anderson (Kevin Costner), che il padre della piccola Eloise (Reggie, alias l’attore André Holland), finiranno per essere travolti dai sensi di colpa e di inferiorità. L’uno riterrà l’altro migliore e più meritevole, per cui Reggie farà un passo indietro chiedendo per Anderson l’affidamento esclusivo della nipote.

Viceversa Elliot riconoscerà i suoi limiti (il vizio di bere troppo). Intanto tra i due contendenti la custodia di Eloise, c’é la nonna materna Rowena (Octavia Spencer), che vorrebbe lei potersi occupare della piccola, ma sembra arrendersi e riconoscere la vittoria del nonno e la loro sconfitta: sua e del figlio immaturo e irresponsabile che deve crescere e non ha saputo difendere ‘il suo sangue’. Mentre c’è attesa per il verdetto finale, accade un episodio tragico che sconvolgerà le vite di entrambi portando chiarezza. Reggie ha bisogno di soldi e li pretende da Anderson (giurando poi di andarsene per sempre dalle loro vite), minacciando di portargli via la nipote (lui infiltratosi a casa di Elliot dove non avrebbe dovuto entrare né tanto meno avvicinarsi alla bimba), sua figlia; lui sotto effetto di stupefacenti e il nonno di Eloise ubriaco. Ne nasce una lotta, che mette in serio pericolo Anderson, che cade in acqua in piscina e rimane incastrato nei lacci del telone di copertura. Intanto Eloise dorme beata e viene raggiunta dal padre che vede l’ultimo disegno che ha fatto: un ritratto di loro tre tutti insieme.

Il sogno di un mondo d’unione e fratellanza in cui poter rappresentare il concetto e l’idea di famiglia. Allora correrà a salvare l’altro in pericolo, dopo la guerra violenta e fratricida di cui erano stati protagonisti. La violenza (simboleggiata dall’arma del coltello preso da Reggie), di chi con auto distruttività annulla il diverso e non lo rispetta, di una società dove non c’è integrazione. Ma è proprio allora che ci si riscoprirà uguali ed esseri umani con le proprie debolezze. Basterà a portare pace? Di certo molto bello il finale con l’immagine in primo piano di Eloise che ne è l’emblema: il frutto dell’unione di entrambi, sintesi perfetta. Il futuro, dopo tante vite umane sacrificate. Anderson non riesce a sopportare che la figlia diciassettenne sia morta di parto per una malattia cardiaca, rimasta incinta di Reggie che aveva 23 anni. Tragedia poi seguita alla scomparsa in un incidente d’auto della moglie. La convivenza é difficile e lo scaricare sull’altro le responsabilità e le colpe più facile. Reagire e farsi forza difficilissimo. Ma questo lo è a prescindere che si sia bianchi o neri, sembra sottolineare il film. Forse può diventare un’aggravante in più, ma è un elemento che prescinde da un odio di fondo incontrollato spesso che ha altre origini: personali, più profonde, più umane, più intime e private. Più familiari. La motivazione razziale è una scusante per sfogare una violenza e una rabbia interiori, recondite, più complesse, rimosse persino, derivanti da traumi molto umani invece quelli.

Così come la paura di vivere é la stessa per tutti. Più che giudicare occorrerebbe confrontarsi pacificamente alla pari, quello che un po’ andranno a fare i protagonisti. Un triangolo anomalo e insolito di due nonni e un papà, almeno quanto il processo in tribunale che li vede protagonisti. Anche se poi tutto è riconducibile a un binomio; il “black or white” del titolo richiama e sembra ricordare il “tutto o niente” comune, ovvero o la bimba e il suo affidamento o il totale fallimento personale e individuale. Eloise rappresenta la voglia di riscatto e, per questo, più che un’accusa e una difesa sembrano esserci due difese che paiono volersi giustificare e cercare l’approvazione sociale (comprensione e forse compassione) per i propri sbagli ed errori. Per loro la piccola significa non essere dei falliti e inutili, è la sola cosa per cui valga la pena di lottare, per loro così remissivi e rassegnati allo sconforto totale quasi. Perché la famiglia e le origini non si possono cancellare o annullare come i debiti o i reati criminali, per cui si è pagato lo scotto.

Ma la pace, l’accordo e l’alleanza, ovvero la solidarietà, la vicinanza, la fratellanza, l’amicizia, l’aiuto reciproco sono difficili da raggiungere. In mezzo spesso vi sono questioni di orgoglio, di principio e di dignità, che si pretende e che si vuole far rispettare, ma che poi con essa ha poco a che fare poiché spesso é proprio il rispetto per la persona umana a mancare. Come la capacità di chieder ‘scusa’ e di sfruttare le occasioni che la vita e gli altri ci danno, senza deludere né le aspettative né la fiducia di chi ci vuole venire incontro. Aiutarsi reciprocamente sembra, al contempo, la cosa più facile e difficile da fare. La scelta più dura da prendere, anche se quella più giusta ovviamente. Anche per questo il tema affrontato dal film è quanto mai attuale, soprattutto alla luce dei nuovi scenari internazionali e dei neo equilibri geopolitici mondiali apertisi e creatisi, proprio anche con l’America.

Ba. Co.

“Regia”. Il progetto
di Sarah Biacchi
all’Isola del Cinema

sarah biacchi“Regia”. Questo il nome del progetto di Sarah Biacchi che sarà presentato sabato sera 22 luglio nella rassegna Cinema e Libri, nella cornice dell’Isola del Cinema di Roma, all’isola Tiberina. I primi pezzi scelti da Sarah per la realizzazione dei relativi cortometraggi – scritti e diretti da Luigi Pironaci – sono tre grandi classici della musica italiana che l’artista – accompagnata al piano dal maestro Luca Proietti – reciterà e canterà: “Carte da decifrare” di Ivano Fossati, “Il sogno di Maria” di Fabrizio De Andrè e “La leva calcistica della classe ’68” di Francesco De Gregori.

“Regia perché è una nuova lettura registica di quelli che per me sono i pezzi cantautorali più intensi scritti nel nostro Paese e nella memoria collettiva” racconta l’artista poliedrica (è attrice di prosa, interprete pop e al contempo soprano drammatico professionista, ndr).REGIA SARAH BIACCHI All’esibizione live – prodotta da David and Matthaus Edizioni – seguirà la proiezione dei tre mini-film della durata complessiva di circa di 15 minuti. Lo showcase vedrà inoltre, l’amichevole partecipazione del trio canoro Ladyvette, le cantattrici anni ’50 che con la loro ironia hanno conquistato l’America durante il loro tour  e che sono state coprotagoniste della fiction RAI “Il Paradiso delle Signore”. Le Ladyvette proporranno un divertente pezzo a cappella del loro repertorio swing.

L’appuntamento è per sabato 22 luglio alle 20.30 presso l’Isola del Cinema di Roma

fotografie: Manu Cacciaguerra

Silvia Sequi 

 

Luca Rizzatello
e la complementarietà
del fare poesia

Luca Rizzatello (1983) è poeta, operatore culturale, editore. È l’anima della Prufrock spa edizioni. In poesia ha edito: Ossidi se piove (Valentina Editrice, 2007), Grilli per l’attesa – Una riscrittura di Pinocchio (Valentina Editrice, 2008), mano morta con dita (Valentina Editrice, 2012, incisioni di Nicola Cavallaro), faria (dot.com Press, 2016 in collaborazione con Giusi Montali). Con Roberta Durante, nel 2014, inizia il progetto Wow!els – a new fairy tales experience.

A seguito dell’intervista, tre inediti dell’autore che ringrazio di tutto cuore.

Luca Rizzatello

Luca Rizzatello

Innanzitutto partirei dal tuo spirito eclettico, una delle prime cose che colpisce del tuo lavoro è la dimensione della collaborazione con altri autori e la pluralità dei progetti messi in atto. Penso ai lavori con Giusi Montali e Roberta Durante, ad esempio. Da dove nasce questa esigenza?
Credo che ogni collaborazione debba partire da una esigenza specifica, che giustifichi il fatto di non intraprendere un viaggio in solitaria; quando una collaborazione riesce, siamo in presenza di un’opera che è stata realizzata da più di un autore, ma da meno di due. Andando nello specifico, quando Giusi Montali ed io abbiamo deciso di scrivere Faria, l’idea era quella di scambiarci dei testi, riscrivendo – o, per meglio, dire glossando – quelli dell’altra/o, per fare un libro in cui l’individualità venisse sostituita dalla complementarietà. Invece Wow!els (facebook.com/wowelsfrommars), il progetto che sto portando avanti da qualche anno con Roberta Durante, è di fatto un audiolibro a episodi, scritto da entrambi, letto da Roberta e suonato da me, in cui riprendiamo degli standard – da Il torello di Giovanni Pascoli a Waldszenen di Robert Schumann, passando per A medusa de fogo di Cassiano Ricardo –, per farne delle favole in musica in salsa tropicalista.

Sei poeta ed editore, cosa vuole dire oggi azzardarsi a pubblicare poesia? E quali sono, se ci sono, gli scogli da superare?
Premettendo che non sto cercando di aggirare la domanda: io fatico a parlare di poesia, mi riesce più facile parlare di libri di poesia. Se noi prendiamo un manoscritto, e lo facciamo pubblicare da tre editori differenti, verosimilmente usciranno tre libri differenti. Questo perché il catalogo, il progetto grafico, l’impaginazione, i materiali (solo per fare alcuni esempi), determinano radicalmente il risultato finale, e quindi la percezione del libro. Fare in modo che questi aspetti non vengano dati per scontati (o, in altri termini, che le autrici e gli autori non si accontentino di pubblicare purché sia, ovvero che i lettori non si sentano respinti dallo scaffale dei libri di poesia) è certamente uno degli scogli da superare; ma è anche una opportunità, perché consente di trovare delle soluzioni nuove a partire da criticità cronicizzate. Si tratta di essere costruttivi, di ricostruire una filiera produttiva, nella quale ogni professionalità possa esprimersi al meglio, e possa venire gratificata. Per superare questi scogli, l’editoria di poesia da sola non ce la può fare, occorrono piattaforme che consentano la divulgazione e che facciano da filtro (auspicabilmente ripristinando le stroncature, dove necessario), e spazi attrezzati per le presentazioni, per ristabilire un contatto diretto con chi i libri li legge, o vorrebbe leggerli.

Esiste oggi davvero un pubblico della poesia? E ha senso in questa nostra realtà storico-culturale?
Esistono più tipi di pubblico della poesia, nell’intervallo che va da di chi la intende soltanto come oggetto tipografico a chi la intende soltanto come oggetto orale; questo a mio parere è un elemento di salute, perché significa che il pubblico sa e può scegliere. Ciascuna casa editrice/ festival/associazione culturale cerca di comunicare la propria idea di poesia attraverso un palinsesto che renda il proprio progetto riconoscibile e condivisibile; inoltre, siamo nell’era dei mercati di nicchia, e lavorare sulla specificità è un elemento di forza, perché non va dimenticato che la sostenibilità economica è ciò che consente di proseguire nell’impresa. Al contrario, mi dispiaccio quando questa risorsa si trasforma in appiattimento dell’offerta, conformismo grafico, like come panacea; un ecosistema editoriale sano è fatto di proposte differenziate, e di confronto anche duro, se finalizzato a produrre libri sempre migliori.

La cosa che colpisce in te è il grado di sperimentazione innestato su un tessuto radicato e legato stilisticamente alla tradizione letteraria. Il ricorso al sonetto, alle ottave, solo per fare qualche esempio, ne sono testimonianza. Ce ne vuoi parlare?Parlando di codice poetico, credo che ogni testo debba esprimere una sua propria intelligenza metrica, pertanto la scelta di una forma specifica è già di per sé una dichiarazione di intenti, e arriverei addirittura a dire che determina le azioni e la psicologia dei personaggi in scena (io lirico incluso). Per esempio: del sonetto, inteso nella variante della tenzone, mi interessa la dimensione argomentativa, il fatto che una matrice condivisa possa essere utilizzata per un confronto volto alla ricerca di senso (o di non-senso), per alzare l’asticella. Invece, in relazione all’ottava, Francesco De Sanctis ha espresso molto bene il concetto, nel saggio sull’Orlando Furioso: “ciò che nel Decamerone ti dà il periodo, qui te lo dà l’ottava, di una ossatura perfetta, e congegnata a modo di un quadro, col suo protagonista, i suoi accessorii e il suo sfondo. […] E non è che cerchi effetti di luce o di armonia straordinari, o lusso di colori e di accessorii: non ci è ombra di affettazione o di pretensione: ci è l’oggetto per se stesso, che si spiega naturalmente. Il poeta fissa l’esteriorità nel punto che è viva, quando cioè è atteggiata così o così per movimenti interni o esteriori; e non osserva, non riflette, non la scruta, non l’interroga, non cerca al di dentro, non la palpa, non la maneggia per volerla abbellire.”

Quali sono secondo te gli autori più interessanti della scena contemporanea?
Escludendo le autrici e gli autori pubblicati da Prufrock spa, ed escludendo le autrici e gli autori in parte storicizzati, tra i testi che ho letto negli ultimi tempi che hanno colpito maggiormente il mio interesse ci sono quelli di Renata Morresi e di Andrea Leonessa, e motivo così: Renata Morresi ti spiega come vanno le cose stando né sopra né sotto la realtà, ma di lato, nei suoi testi ci sono moltissimi livelli di lettura, quello che scrive è letteratura ma la possono leggere tutti, e non ti prende in giro. Andrea Leonessa ha una scrittura decisamente plurilinguista, che consente una immersione, o un attraversamento, ha un immaginario rigoroso, ma non punitivo, e questo aspetto risulta molto evidente anche quando produce come videomaker.

Quali sono i tuoi progetti attuali?
Direi tre cose, che in fondo sono tre punti di vista differenti rivolti allo studio dello stesso oggetto. Il primo è Numbers (facebook.com/anothernumbers), nel quale produco della musica elettronica e ci faccio rappare sopra dei morti, con una operazione di cut up dei loro discorsi celebri. Il secondo è Vivere senza poesia (viveresenzapoesia.wordpress.com), una galleria di copertine di libri inventati – al momento sono 102 –, nel quale testo i vari modi di comunicare un libro attraverso il progetto grafico, e, non secondariamente, attraverso le fascette promozionali. Il terzo è Ophelia Borghesan (facebook.com/opheliaborghesan), una poetessa-tamagotchi della quale coltivo il percorso di scrittura, facendole sperimentare i generi, con tanto di maturazione stilistica. Importante: in nessuno di questi casi c’è un intento parodistico, perché il pop è una cosa molto seria.

Tre inediti da Canile

3. In riga per cinque sulle strisce,
gli shorts, la coda alta, qualcosa
di simpatico che non diremo
mai, lo scrolling come provvidenza,
il golden goal si evita come
la peste, lo scriveremo ovunque.

8. Accorderemo i nostri ukulele
a quattrocentotrentadue hertz,
faremo piste per monopattini, 
cerchi nel grano, baffi a manubrio,
avremo caviglie di ricambio,
adolescenze in venti episodi.

17. Il porno sarà come un mandala,
diremo odi et amo, oppure ponteme,
le schermaglie al binario, il gesto
del telefonino più un bacio
dal treno in partenza, le notifiche,
il sei percento di autonomia.

Brancati, scrittore
per il cinema e il piacere
di essere indipendenti

Vitalino BrancatiLo scrittore Vitaliano Brancati entrato nel mondo del cinema nel 1942, vive un rapporto conflittuale con il cinema. Collaborare alla stesura di soggetti e sceneggiature permette di integrare gli insufficienti diritti d’autore e di condurre un’esistenza più dignitosa sul piano economico, ma non è un’attività gratificante: “Io scrivo, per esempio, una pagina ogni mattina per sentire se il mio cervello, dopo l’odioso lavoro di sceneggiatura del pomeriggio e della sera, durante il quale si è mescolato ad altri cervelli in un mucchio di materia grigia tanto grosso e gonfio quanto inerte e stupido, viva ancora di vita propria. Il piacere che si prova nel tornare indipendenti,[…] dovrebbe scoraggiare in chiunque il culto per la vita collettiva”. La carriera cinematografica di Brancati, che si estende dal 1942 al 1954, anno della prematura morte dello scrittore, conta la collaborazione a 29 film. Fra questi spiccano, in particolare, quelli per la regia di Luigi Zampa: Anni difficili, Anni facili, L’arte di arrangiarsi. Nel 1947 il regista e l’autore del Don Giovanni in Sicilia inaugurano la loro felice collaborazione con il primo film della trilogia satirica, Anni difficili, tratto dal racconto dello scrittore Il vecchio con gli stivali, storia dell’impiegato comunale di una cittadina siciliana, Aldo Piscitello (Umberto Spadaro), che per conservare il posto di lavoro è costretto a iscriversi al PNF, malgrado la sua ripugnanza per il regime, e che poi, all’arrivo degli Alleati vittoriosi nel ’43, viene epurato dagli ex fascisti che si sono riciclati come antifascisti. Proiettato nelle sale cinematografiche nell’autunno del 1948, Anni difficili richiama alla memoria il passato recente e doloroso che ognuno desidera rimuovere. Forse è per questo che gli spettatori del tempo non riescono a cogliere e ad apprezzare le situazioni comico-grottesche diffuse nella trama del film che, come certe pellicole di oggi contro la mafia, si cimenta nell’ardua impresa di far ridere, sia pure amaramente, e suscitare l’indignazione degli spettatori sulla dittatura fascista e i danni da essa prodotti. Anni difficili, infatti, denuncia il trasformismo della classe dirigente italiana, capace di passare indenne da un regime all’altro. Ciò suscita scandalo, discussioni e attacchi da parte delle diverse forze politiche. A destra il film è accusato di leso patriottismo, perché rappresenta i fascisti come campioni di ignoranza e di cattivo gusto, mentre parte della sinistra, urtata per la rappresentazione degli antifascisti come innocui parolai, accusa Anni difficili di qualunquismo, di voler equiparare fascismo e antifascismo. Più lucidamente, in un articolo rimasto inedito e ritrovato di recente, Italo Calvino afferma: “Io non sono d’accordo con quelli che hanno definito ‘qualunquista’ Anni difficili. Mi sembra al contrario un film antiqualunquista, un film in cui viene gridato ben alto: se non vogliamo uccidere i nostri figli non bisogna dire ‘Non m’impiccio di politica’, per poi subire la politica degli altri, ma bisogna essere tutti d’un pezzo, e lottare, e organizzarsi!”. Dopo gli anni difficili del fascismo arrivano quelli euforici della democrazia, ma cambia ben poco. Il tema del “continuismo”, infatti, è al centro di Anni facili (1953), secondo capitolo della trilogia satirica di Zampa-Brancati. Ambientato nel presente, il film – racconto delle disavventure del professore siciliano De Francesco (Nino Taranto), che nella Roma corrotta del dopoguerra cerca di conservare la sua onestà ma poi finisce per farsi corrompere da un barone suo conterraneo, che traffica in medicinali, e finisce in prigione – ha come bersaglio polemico i riti del nuovo potere burocratico-democratico, chiaro prosieguo della sopraffazione e del malcostume fascisti. Nell’ultimo capitolo della trilogia satirica, la figura dell’uomo medio e onesto costretto, per sopravvivere alle quotidiane ristrettezze economiche, ad adeguarsi alle mutevoli vicende della Storia, viene ribaltata dal protagonista mellifluo, opportunista e vigliacco di L’arte di arrangiarsi (1954), dove fa capolino l’immagine di un Paese che da contadino si avvia verso una cementificazione e urbanizzazione disordinate e selvagge. Qui un arrampicatore sociale, il catanese Rosario Scimoni, detto Sasà (Alberto Sordi), nel corso della sua esistenza, che abbraccia gli anni 1912-1953, diventa socialista per sedurre la compagna di un politico; è interventista nella Grande Guerra (ma si finge pazzo per evitarla); nel dopoguerra diventa fascista; fa la borsa nera durante il secondo conflitto mondiale; all’arrivo degli Alleati pensa di iscriversi al Pci, poi, dopo le elezioni del ’48, cambia distintivo e passa con la DC. L’ennesimo imbroglio lo rovina e gli costa la galera. Una volta uscito tenta di fondare un partito politico, e finisce per vendere lamette da barba nelle piazze. I film Anni difficili, Anni facili e L’arte di arrangiarsi, riduttivamente inclusi nella satira di costume, in realtà, mossi dal proposito di fare ridere su argomenti seri e drammatici, possono essere considerati i progenitori della commedia all’italiana. Utilizzando il cinema come strumento, fra l’altro, per cambiare la realtà o quanto meno per svolgere una funzione di direzione etica e di coscienza critica della società, Zampa e Brancati intendono sollecitare il pubblico e le classi dirigenti del Paese a guardarsi come in uno specchio e dare inizio a un esame di coscienza collettivo che smascheri e rimuova il fondo conformista e autoassolutorio che si annida nella conformazione etico-politica e nella cultura dell’italiano medio. “Esame di coscienza – scrive Brancati nel suo Diario romano – : ecco tre parole gravemente discreditate in Italia. Il solo sentirle pronunziare dà fastidio e suscita una smorfia di repugnanza come se alludessero a un’operazione immorale e leggermente disgustosa”.

Lorenzo Catania