Pueblo, Ascanio Celestini presenta la seconda tappa della sua trilogia al REf

ascanio celestiniDopo aver presentato Laika nel 2015, Ascanio Celestini torna al Romaeuropa Festival dal 17 al 29 Ottobre al Teatro Vittoria per presentare, in prima nazionale, la seconda tappa della sua trilogia. PUEBLO è la nuova produzione dell’istrionico artista, fra i più rappresentativi del teatro di narrazione. Ambientazioni dello spettacolo sono gli stessi luoghi in cui palpitava la vita della sua precedente creazione: la periferia, il bar, il supermercato, il marciapiede. «C’è un supermercato, un grande magazzino dove lavorano facchini africani. C’è un condominio nel quale vive il personaggio che racconta la storia. Ma se in “Laika” racconta ciò che vede, in questa seconda parte della trilogia accade il contrario: guarda e immagina la storia dei personaggi. In “Laika” si racconta il mondo, in “Pueblo” il mondo è tutto nella testa. Ma c’è poi tanta differenza?» si domanda Celestini.

Ed è in questi spazi reali e immaginari che vive Valentina, giovane cassiera che sogna di essere regina di un reame popolato dalle storie feroci e poetiche di altrettanti personaggi disillusi e traditi dalla vita. Voci differenti s’incontrano all’interno di un bar per ritrarre un universo fatto di povertà, ma capace di brillare come un diamante di rara bellezza o un mondo senza Dei -come quello di Laika– in cui, nonostante tutto, molti miracoli dovranno accadere.

Ad accompagnare questa nuova narrazione sono le musiche originali composte da Gianluca Casadei: «Sto in scena con Gianluca da molti anni. Lui suona ma scrive come un drammaturgo. Io racconto ma cerco di improvvisare come un musicista. Io penso che le due cose siano una sola (…) Nella musica, per quanto la si associ sempre alla matematica, accade qualcosa di simile. Lo strumento è l’arco del cacciatore. Il tempo non lo dà l’orologio, ma l’animale che stai seguendo. E nel mio teatro cerco di fare lo stesso. Non ho un testo a memoria. Mi muovo anche io dietro a una bestia» dichiara ancora Ascanio.

Pueblo è un nuovo ritratto dei margini della società, un invito per lo spettatore a identificarsi con i suoi protagonisti: personaggi che, al di là della loro particolare condizione sociale, come tutti noi, affrontano la propria condizione di esseri umani.

Tu. Al Romaeuropa il Circo autobiografico di Meyrou e Pilet

tu circo autobiograficoLa programmazione del Romaeuropa Festival continua all’insegna dell’unione di discipline artistiche differenti e del superamento dei generi per dare vita a linguaggi poetici e innovativi.

È il caso di Tu spettacolo che l’acrobata Matias Pilet e il documentarista Olivier Meyrou, di ritorno al Romaeuropa dopo il successo nel 2014 di Acrobates, presentano in prima nazionale il 14 e il 15 Ottobre al Teatro Vascello (lo spettacolo si svolge nell’ambito de La Francia in Scena).

Circo autobiografico è la definizione che i due artisti hanno esplicitamente deciso di dare al loro spettacolo che indaga la vita del suo protagonista, il giovane Pilet. Prima della sua stessa nascita, l’artista francese perse la sorella gemella morta in grembo materno pochi giorni prima del parto. Sul palco, coperto di nuvole di carta bianca, l’acrobata parte in un viaggio a ritroso nella sua storia e nelle interiorità più recondite del corpo e compone un solo in cui realtà e finzione s’inseguono. Afferma Matias:«Non racconto la mia intimità sulla scena ma parto da una storia personale, da qualcosa che è intimo solo perché è stato realmente vissuto. Parlo della mia nascita che è accompagnata dalla morte della mia sorella gemella. Come rivivere questa storia? Come confrontarla con il pubblico ogni sera e come invitare tutti a interrogarsi sui sentimenti di mancanza e di perdita? In scena io incarno con il mio corpo queste domande e invito il pubblico a farlo a proprio modo. Ogni sera, l’intimità si crea nello scambio di energie fisiche tra la scena e gli spettatori».

A nutrire ogni movimento scenico, sono le immagini girate da Olivier Meyrou (qui anche regista) che ha seguito Pilet in un lungo viaggio in Cile, mosso dagli obiettivi incarnati da tutto il suo lavoro: «Che siano film, fiction, spettacoli, la mia produzione artistica è sempre una ricerca sull’essere umano, sulle sfide e sui problemi e che a volte sembrano insormontabili e che influiscono sul cambiamento dell’individuo, gli permettono di re-inventarsi e di trovare la propria strada. Nei miei documentari la storia di un singolo è sempre mostrata nei suoi aspetti universali» afferma.

Così voci e frammenti visivi della madre di Pilet, di paesaggi distanti eppure così vicini, di radici tagliate e probabilmente irrecuperabili, preparano a un vero e proprio salto nel vuoto: un brivido, un inatteso impeto di vita, uno sguardo strettamente privato e personale che diviene, ora, universale.

Romaeuropa Festival presenta ‘Anni Luce’: il futuro del Teatro italiano

ref17Si chiama Anni Luce la nuova rassegna che la trentaduesima edizione del Romaeuropa Festival – diretta da Fabrizio Grifasi – dedica al nuovo teatro Italiano. Un percorso, curato da Maura Teofili che intende «andare a guardare così lontano, oltre le profondità del cosmo» con coraggio e determinazione. A partire da questa edizione, infatti, Romaeuropa Festival vuole rinnovare la propensione al rischio che ha caratterizzato la sua azione negli anni tornando a guardare fra le realtà emergenti della scena teatrale italiana con la collaborazione di Carrozzerie | n.o.t., spazio indipendente del territorio che per vocazione si propone come luogo d’investigazione e stimolo di futuri possibili.

Quattro gli artisti selezionati per questa prima edizione che dal 3 all’ 8 Ottobre si alterneranno nei teatri allestiti a La Pelanda – Macro Testaccio: Azzurra De Gregorio, Industria Indipendente, Giuliano Scarpinato e Dante Antonelli – Collettivo Schlab. Quattro scelte che vogliono rappresentare la variegata offerta di un nuovo fermento artistico attraverso linguaggi, scelte registiche e scritture sceniche differenti.

Azzurra De Gregorio presenta per la prima volta a Roma il suo Madre (3 Ottobre), una vera e propria ode alla figura materna, rappresentazione della donna per eccellenza e al contempo ruolo centrale nell’educazione sentimentale di un individuo. «Madre è il primo spettacolo che ho scritto e diretto ed è quindi la madre di tutti i miei lavori successivi poiché racconta ed esorcizza il mio approccio alla creazione» afferma l’artista molisana impegnata in una ricerca capace di estendersi nel campo della performing art e delle arti visive, guardando al teatro come una fucina d’immagini, citazioni visive, scenografie simboliche, luce e musica. Con cinque attori in scena Madre vuole sottolineare la complessità e l’interscambiabilità dei ruoli che tradizionalmente ci vengono imposti e far emergere il ritratto sfumato e cangiante d’individui frammentati, alle prese con rotture e legami indissolubili, tra alchimie, pulsioni, miti e desideri ancestrali.

Il rapporto con la musica e la performance nutre anche Lucifer, spettacolo presentato dalla compagnia romana Industria Indipendente (3 e 4 Ottobre). Qui la scrittura drammaturgica travalica la parola per incarnarsi come materia sanguigna nelle musiche eseguite dal vivo da Lady Maru (nota dj delle notti capitoline) e nel corpo di Piergiuseppe Di Tanno, unico attore in scena. Il mito di Lucifero, attraversato dalla produzione culturale classica e contemporanea, è scarnificato fino a divenire puro riflesso della natura e delle debolezze umane. «Lucifer è per noi una figura colma di segni, spesso ambigui e insolubili» spiegano Erika Z. Galli e Martina Ruggeri fondatrici nel 2005 della compagnia; «Quando lo abbiamo immaginato ci sembrava che l’aria dovesse essere spesso riempita da un respiro di bpm (battiti per minuto) ad alta frequenza. Una frequenza che aumenta fino ad arrivare alle espressioni di ripetizione della musica techno e hardcore». Il mito di Lucifero, attraversato dalla produzione culturale classica e contemporanea, è scarnificato fino a divenire puro riflesso della natura e delle debolezze umane. A dialogare con Di Tanno, corpo nudo e inerme e al contempo bestia inumana, c’è solo un uovo (o più uova), simboli della la vita, colta nella sua originaria compiutezza.

Dopo aver ottenuto il Premio Scenario Infanzia 2014 per il suo Fa’afafine, Giuliano Scarpinato torna in scena con una lucida e (questa volta) spietata analisi dell’adolescenza. Se non sporca il mio pavimento (5 e 6 Ottobre) trae le mosse da un fatto di cronaca nera: l’assassinio di Gloria Rosboch, insegnante 49enne sparita nel nulla a Castellamonte (TO) il 13 gennaio 2016 e tempo dopo trovata morta, strangolata dall’ex allievo Gabriele Defilippi e dal suo amante e complice Roberto Obert. Una donna-bambina di mezza età che vive in casa con gli anziani genitori, un adolescente dalle 12 diverse identità facebookiane in grado di manipolare chiunque gli capiti a tiro e un parrucchiere di 54 anni dalla personalità labile sono i protagonisti dello spettacolo. «Se non sporca il mio pavimento prosegue idealmente l’indagine sull’identità iniziata con Fa’afafine»; spiega Scarpinato, «A primeggiare nella storia è la degenerazione dell’intoppo identitario, quella che rischiamo quando nessuno apre la porta della nostra stanzetta, quella che può condurci allo schianto. I protagonisti della storia sono adulti ancora in bozzolo, così inadeguati rispetto ai propri desideri da rimanerne annientati. M’interessava investigare il potenziale tragico di un’identità che non si risolve quando deve, che cerca in extremis una via d’uscita, anche a prezzo della fine».

A chiudere la rassegna è il Collettivo SCHLAB fondato da Dante Antonelli come incontro tra artisti, danzatori, attori e autori e strutturato come progetto di ricerca intorno ai Drammi Fecali di Werner Schwab (7 e 8 Ottobre). La teatralogia è al centro di un progetto di ‘pedagogia e creazione scenica’ in tre tappe che ha imposto il giovane regista e autore all’attenzione nazionale. Premiata in differenti contesti, questa trilogia giunge a Romaeuropa Festival per Anni luce nella sua versione completa raggruppando FÄK FEK FIK – Le Tre Giovani, DUET – Quanti siamo davvero quando siamo noi due? e SSKK – Santo Subito + Kova Kova. Spiega il regista: «la Trilogia Werner Schwab è un lavoro autoriale e interpretativo nato nel solco di una drammaturgia concepita per una performance attoriale dal vivo, in dialogo con gli spettatori partecipanti, con il desiderio di superare le forme del dramma borghese dei Drammi Fecali, per portare al pubblico un racconto originale che non chiedesse uso di quarta parete o di uscite in quinta. Ho sempre pensato che le tre opere di Schwab fossero un’unica grande opera che ruotava attorno a un unico asse portante, lo sguardo del suo autore sul mondo, ed è in questa direzione che ho mosso il mio lavoro nello scrivere e intrecciare le tre opere della Trilogia come un’unica grande opera sul presente e sull’umano».

Il 7 Ottobre, infine, tutte le compagnie sono in dialogo alle 18.30 sempre negli spazi de La Pelanda per Vìs a Vìs un progetto della sezione #Community, realizzato in collaborazione con la redazione di Teatro e Critica e con la presenza del gruppo di Dominio Pubblico.

Operazione Condor, il teatro prova a fare ‘giustizia’ per Laura

operazione condor“Papà quando ci sei tu i mostri vanno via”, è una delle frasi che più colpisce durante lo spettacolo. Potrebbe sembrare rassicurante sentire una figlia dirlo al proprio padre e invece il vero mostro è colui che l’ha cresciuta.
Il teatro prova a ridestare la memoria su una delle vicende più macabre e inquietanti del secolo scorso: i famigerati ‘voli della morte’ eseguiti dai militari delle dittature latinoamericane, in particolare al centro della vicenda la storia di Laura che non ancora ventenne partorisce sua figlia in una di queste case adibite alla tortura.
Operazione Condor, il volo di Laura si sviluppa su due storie parallele e intrecciate tra loro: da una parte la narrazione diretta di Laura che narra alla figlia in grembo le sevizie e le torture a cui è sottoposta, dall’altra il processo in diretta e la contrapposizione tra Tamara (figlia di Laura) e il suo padre adottivo e presunto aguzzino della madre. Sul palco quattro attori: un giudice, un imputato, lo spirito di Laura e Tamara, sullo sfondo il proiettore con le testimonianze vere del processo.
Una storia portata alla luce grazie al Processo Condor: per circa quindici anni il Pubblico Ministero italiano ha condotto le indagini sul ‘piano Condor’, dopo aver ricevuto le denunce dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti. Il piano di sterminio conosciuto come Operación Cóndor o Plan Cóndor viene definito quale coordinamento tra i regimi, i corpi militari ed i servizi segreti delle dittature di Argentina, Brasile, Bolivia, Chile, Paraguay, Uruguay e, in forma meno constante, Perù. In realtà si è trattato di un’associazione a delinquere finalizzata alla scomparsa degli oppositori ai regimi, come accertato nella recente sentenza argentina. Il tragico risultato del Plan Cóndor è stato l’assassinio sistematico di circa 50.000 persone, di 30.000 prigionieri desaparecidos e 400.000 detenuti.
Un’opera importante che mette in scena non soltanto una storia che si sviluppa come un thriller, ma si tratta di una storia vera che mette in evidenza l’importanza della verità, così da rendere giustizia alle continue denunce e ricerche fatte dalle “Madri e delle Nonne di Plaza de Mayo”.

Al teatro Marcello 28 – 29 – 30 Settembre 2017 h:21.00
(Via del Teatro di Marcello, 00186 Roma)

OPERAZIONE CONDOR
Il volo di Laura

Idea originale di Liliana García Sosa
Drammaturgia di Daniella Lillo Traverso
Regia e messa in scena di Liliana García Sosa e Ugo Bentivegna

Cast:
Liliana García Sosa
Maria Cristina Moglia
Roberto Burgio
Ugo Bentivegna
Nibia López Balao (video testimonianza)

Musica Originale Inti Illimani-Camilo Salinas
Scene e costumi Erminia Palmieri
Disegno luci Luca Barbati
Aiuto regia Gianluca Mazzanti
Dir. di Produzione Rosina Zímbaro e Paolo Monaci Freguglia
Produttore per l’America Latina María Fernanda García Iribarren

Una produzione Fattore K., Soc. Coop. Teatro Stabile delle Arti Medioevali,
Forteresse Asbl, Polifemo

Welcome to Pisa Festival​​​​​​​​​​​​​​​​. Arte urbana sulle tracce di Keith Haring

ozmo bozzettoIl 30 settembre 2017 si inaugura a Pisa il Welcome to Pisa Festival, la rassegna di arte pubblica che ha visto la realizzazione di dieci murales, proprio nella città che ospita “Tuttomondo”, l’ultima opera pubblica che Keith Haring realizzò prima della morte. Un museo a cielo aperto in costante dialogo con l’arte e le architetture del passato, che arricchisce la città con opere monumentali di cinque grandi artisti urbani di fama internazionale, e riprende in questo modo il percorso iniziato dal grande artista americano.

L’iniziativa, a cura di Gian Guido Maria Grassi, è realizzata con la collaborazione del Comune di Pisa, il contributo della Regione Toscana e del Consiglio Regionale della Toscana, il patrocinio dell’Università di Pisa, la partecipazione del Consiglio Territoriale di Partecipazione 2 della città di Pisa e dell’Associazione Casa della Città Leopolda e con il sostegno di Navicelli Spa, Saint-Gobain Glass Italia, Caparolcenter, Soci Coop Firenze e Confesercenti e Palestra Quarter body fit. La direzione esecutiva dei lavori è affidata a Roberto Pasqualetti, dirigente alla qualità e al restauro dei beni storico artistici del Comune di Pisa.

Il Welcome to Pisa Festival si compone di una serie di interventi murali permanenti nel quartiere di Porta a Mare, tradizionale porta di accesso alla città toscana in direzione del litorale. Le opere, realizzate sulle pareti esterne di edifici pubblici e privati, portano la firma dei grandi dell’arte muraria contemporanea e costituiscono un mosaico i cui tasselli sono espressione dei diversi linguaggi artistici odierni: dalle astrazioni e le geometrie di Moneyless(Teo Pirisi) e Alberonero (Luca Boffi), al monumentale murale figurativo di 550 mq di Gaia (Andrew Pisacane), dedicato alla storia del quartiere e vero e proprio monumento al lavoro, passando per le elaborate scenografie urbane di Tellas (Fabio Schirru), che restituiscono alla natura aree che le sono state sottratte dal cemento, fino all’iconografico Galileo di Ozmo (Gionata Gesi). Cinque artisti che adoperano la superficie muraria come tela e i cui lavori sono esposti nei più importanti musei internazionali e nazionali, come il MACRO di Roma e il Museo del Novecento di Milano.

Gli artisti hanno reso omaggio alla città di Pisa realizzando anche alcuni interventi sui piloni del tratto sopraelevato della SGC Firenze-Pisa-Livorno, nel punto in cui interseca la Darsena pisana. Un luogo di libertà dove gli street artist si sono potuti esprimere senza censure, restituendo così alla comunità un’area ormai dimenticata.

Temi centrali del festival l’acqua, quale elemento vitale del panorama cittadino, e la prestigiosa storia del quartiere di Porta a Mare, declinati in opere di natura sia figurativa che astratta. Il festival, che ha visto anche la partecipazione del critico d’arte Philippe Daverio, si prefigge infatti l’ambizioso obiettivo di coniugare riqualificazione urbana e culturale attraverso la creazione di un importante distretto di arte contemporanea di respiro internazionale, facilmente accessibile e fruibile, inserendosi a pieno titolo nel percorso tracciato nel 1989 da Keith Haring con l’opera “Tuttomondo”, ospitato sulla facciata della Chiesa di Sant’Antonio Abate, a pochi metri dalla stazione di Pisa, e divenuto il secondo monumento più visitato dai turisti nella città toscana dopo la celebre torre.

Il progetto nasce dall’idea di Gian Guido Maria Grassi, classe 1988 e studente dell’Università di Pisa, cresciuto a stretto contatto con artisti di rilievo internazionale, che ha deciso di farsi promotore di un’iniziativa che punta a riportare l’arte alla sua dimensione pubblica e urbana. Il giovane curatore è riuscito a concretizzare la sua idea grazie all’incontro con l’Assessore alla Cultura del Comune di Pisa Andrea Ferrante e all’artista Teo Pirisi e coinvolgendo un gruppo di giovani collaboratori che lo hanno coadiuvato nella gestione del progetto, con entusiasmo e professionalità, con i quali ha dato vita al gruppo stART. L’iniziativa ha coinvolto le realtà produttive di zona, ma anche quelle territoriali, avviando così un processo di arte partecipata con gli abitanti del quartiere, che hanno accolto con grande entusiasmo la realizzazione delle opere in tutte le sue fasi. La comunità locale ha, infatti, dialogato con gli artisti e gli organizzatori e partecipato attivamente alla realizzazione dei murales, a riprova del valore indiscusso dell’arte, soprattutto nella sua dimensione pubblica.

L’Italia di Pablo Picasso in mostra alle Scuderie del Quirinale

mostra picasso romaFebbraio 1917 infuria la Grande Guerra e il trentaseienne Pablo Picasso arriva per la prima volta in Italia al seguito del suo amico Jean Cocteau.
I due in tour principalmente tra Roma e Napoli che diverranno le mete delle quali Picasso rimarrà impressionato. Il viaggio è di lavoro, l’artista infatti era all’epoca impegnato nel preparare i costumi e le scene per i Ballets Russes di Diaghilev, collaborazione teatrale che lo portò a conoscere Olga Khokhlova che divenne poi sua musa e moglie.

Per celebrare i cento anni da quel soggiorno le Scuderie del Quirinale a Roma celebrano dal 22 settembre al 21 gennaio 2018, il Maestro spagnolo con una mostra dal titolo “Picasso. Tra cubismo e classicismo 1915-1925”. Ma non è l’unica retrospettiva dedicata al genio spagnolo prevista in Italia quest’autunno.

Cento anni sono passati dalla prima volta di Picasso in Italia che vengono raccontati in poco più di cento opere esposte, “un lavoro di selezione importante iniziato nel 2015”, sottolinea Mario De Simoni, Presidente e AD di Ales coproduttrice della mostra con MondoMostre Skira (e Gallerie Nazionali di Arte Antica).

Picasso a tutto tondo, non solo cubismo, nei due piani delle sale delle Scuderie del Quirinale si sviluppa tutta la sua arte in diverse forme: dipinti, disegni, gouache, acquerelli, bozzetti. Non mancano, nel salone centrale gli abiti di scena del Ballets Russes.

Tra le opere è possibile ammirare, il “Ritratto di Olga in poltrona” (1918), “Arlecchino (Léonide Massine)” (1917), “Natura morta con chitarra, bottiglia, frutta, piatto e bicchiere su tavolo” (1919), “Due donne che corrono sulla spiaggia (La corsa)” (1922), “Il flauto di Pan” (1923), “Saltimbanco seduto con braccia conserte” (1923), “Arlecchino con Specchio” (1923), “Paulo come Arlecchino” (1924), “Paulo come Pierrot” (1925).

Sara Pasquot

Atto-Ri-Tratto, l’arte del ritratto e laboratori teatrali gratuiti per tutti

Una mostra-spettacolo per scoprire un lato inedito del grande scenografo Luciano Damiani: quello di disegnatore di ritratti. Ma anche ritratti al pubblico e laboratori teatrali per tutti. Il tutto gratuito.

damianiL’Associazione Teatro di Documenti, fondata da Luciano Damiani, Luca Ronconi e Giuseppe Sinopoli, con sede nello splendido Teatro di Documenti creato dal genio di Luciano Damiani, lo “scenografo rivoluzionario”, celebra i dieci anni dalla scomparsa del grande artista.
Molte le iniziative che hanno raccolto la partecipazione di enti quali Teatri di Roma (con una serata di inaugurazione delle celebrazioni in aprile e l’esposizione del celebre Velo del Giardino dei Ciliegi il prossimo autunno), Teatro alla Scala di Milano (con la ripresa a giugno de Il Ratto dal Serraglio con scene e costumi di Damiani), Comune di Roma (con il presente progetto Atto-Ri-Tratto declinato a luglio sul linguaggio musicale ed ora sull’arte visiva e il teatro), Accademia di Belle Arti di Roma (con la mostra Frammenti di Sipari a novembre), Comune di Milano (con una mostra a Palazzo Reale), e poi incontri e pubblicazioni di libri sulla figura e l’opera dell’artista.

Il progetto Atto-Ri-Tratto, che l’Amministrazione Comunale ha scelto di inserire nelle manifestazioni dell’Estate Romana 2017, verrà completato dal 20 al 30 settembre con un programma che si svolgerà interamente presso il Teatro di Documenti a Testaccio.
La mostra Atto-Ri-Tratto, che anticipa quella che si terrà all’ABA di Roma dei bozzetti di scene e costumi che illustrano l’intero processo artistico di Damiani dagli esordi come scenografo costumista fino alla creazione del Teatro di Documenti, farà conoscere al pubblico opere inedite e mai esposte prima: i disegni di volti dei personaggi degli spettacoli da rappresentare e i ritratti degli attori che li avrebbero impersonati. Si tratta di documenti straordinari sia per la notevole qualità tecnico-artistica delle opere, sia perché documentano il metodo di lavoro di Damiani che, con il linguaggio iconografico, riusciva a dare una chiara impostazione critica ai personaggi e fornire suggestioni agli attori. In questi materiali è evidente come l’istinto del disegnatore-pittore si consolidi sulla fermezza dell’artista di teatro che deve fare i conti con la realtà del teatro. Per Damiani i bozzetti, i disegni, perfino le tavole tecniche sono strumenti di lavoro ma sono anche, sempre, opere che si fanno ammirare per la loro bellezza, e per una coerenza logico-formale rigorosissima. Tutto rientra, anche il minimo dettaglio, in una visione lucida e completa dello spettacolo.
La mostra è aperta tutti i giorni e il pubblico potrà partecipare ad una visita-spettacolo tra teatro e musica accompagnato da attori, cantanti e musicisti che daranno voce e vita ai volti disegnati.

Ad accogliere il pubblico all’esterno del teatro, i visitatori troveranno artisti e fotografi e potranno, a loro volta, mettersi in posa e farsi fare il ritratto, anche in costume.

Ogni sera verranno offerti laboratori per attori gratuiti aperti a tutti, rivolti sia a chi ha qualche esperienza sia a chi non ha mai recitato, e perché no? anche a quei visitatori della mostra che vogliano mettersi alla prova. Gli interessati possono partecipare anche a tutta la serie di incontri.

Per sondare il talento dei più piccoli, nei pomeriggi di giovedì 21, martedì 26, mercoledì 27 e giovedì 28, sono fissati dei laboratori teatrali per bambini in forma di teatro-gioco, che prendono spunto da una favola in musica, L’amore delle tre melarance, tra osservazione e immaginazione a partire dai bozzetti di Damiani progettati per quest’opera.

Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso libero.

Anticorti. Concorso per video, cortometraggi e spot brevi a tema sociale

anticorti2-1024x512Scade il 30 Settembre il termine per l’iscrizione al bando Anticorti per video, cortometraggi e spot brevi a tema sociale. Il tema del concorso è quello dell’uso dell’arte e dei suoi linguaggi per favorire l’integrazione sociale dei soggetti più deboli e svantaggiati, in particolare le persone con disabilità psico/fisica. Con il bando Anticorti si vuole dare spazio al materiale audiovisivo prodotto o legato al lavoro di associazioni e realtà locali e nazionali impegnate in questo campo.
Il concorso, promosso dall’Associazione Culturale Anticorpi, ha come obiettivo generale quello di promuovere le diversità delle espressioni culturali attraverso lo sviluppo di una nuova sezione all’interno del Festival Anticorpi, dedicata all’audiovisivo, inteso come ulteriore strumento di prevenzione di forme di marginalizzazione sociale.
Il concorso prevede la selezione di 6 lavori che verranno presentati al pubblico durante il Festival Anticorpi che si terrà a Roma il 27, 28 e 29 Ottobre nello spazio Fusolab. Il vincitore, determinato dal voto di una giuria di esperti (Alessandra Panelli, Andrea Zuliani, Fabrizio Croce, Stefano Viali, Teresa Farella, Jessica Tosi) e del pubblico, sarà premiato con un coupon sul portale Amazon, del valore di 200€.

Il bando è rivolto ad artisti, film-maker e registi (professionisti e non).
Iscrizione gratuita. Scadenza 30 Settembre 2017.
Per informazioni: info@anticorpi-online.it

Il bando integrale può essere consultato al link www.anticorpi-online.it/bando-di-concorso-anticorti-2017/
L’iscrizione può essere effettuata compilando la scheda al link https://goo.gl/forms/xB9gY4SArrhEoa843

Il progetto è realizzato con il contributo della Regione Lazio, nell’ambito del bando per la promozione della cultura cinematografica e audiovisiva (art. 20 legge regionale n. 16 del 20 maggio 1996).

Da Roma a Lanzhou. Corrado Veneziano in Cina con la mostra “Segni”

In esposizione dal 2 settembre al 10 ottobre prossimo, quaranta tele di dimensioni diverse ribaltano e ricombinano un universo visivo quotidiano di segni, simboli, marchi e codici a barre.

ISBN Eliot, La Terra desolata, Olio su tela, cm 100 x 50Sabato 2 settembre (con anteprima per le autorità venerdì 1 settembre) prende il via in Cina, presso la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Lanzhou, antichissimo snodo della affascinante Via della Seta e ora polo moderno e industrializzato, “Segni”, la mostra di Corrado Veneziano.

Fortemente voluta e curata da Wu Weidong, direttore di questo spazio espositivo, oltre che artista, critico e curatore conosciuto per aver seguito diverse personali in prestigiose gallerie internazionali, l’esposizione, in programma fino al 10 ottobre prossimo (ingresso libero, orario: 9.00 – 18.00), è una delle poche personali allestite presso il museo: infatti, la più accreditata galleria nazionale cinese nel settore dell’arte contemporanea – nota per accogliere i lavori dei maggiori artisti cinesi e per ospitare le opere di artisti viventi, con particolare attenzione nei confronti di quelli internazionali – raramente destina le proprie sale a singoli artisti.

“Oggi abbiamo l’enorme piacere di avere a Lanzhou l’artista italiano Corrado Veneziano, impegnato in una ricchissima mostra personale nella Galleria Nazionale. Grazie alle sue 40 opere, molte delle quali di grande dimensione, i professionisti, i collezionisti e gli appassionati d’arte di Lanzhou, del Gansu e della Cina avranno l’occasione di godere della complessità dell’arte contemporanea italiana. Siamo certi che la Mostra avrà un successo forse mai registrato in precedenza per la provocazione, novità, bellezza delle opere pittoriche presentate”, ha dichiarato il direttore dello spazio espositivo, Wu Weidong.

In mostra quaranta tele, metà delle quali di grandi dimensioni, realizzate con colori a olio, acrilico o con tecnica mista. Soggetto del suo lavoro un universo visivo noto a tutti noi e rappresentato, di volta in volta, da simboli, segni quotidiani, marchi di catene e network commerciali, loghi legati al mondo dell’economia e dell’industria, codici a barre che campeggiano in ogni luogo aziendale e, non ultime, le grandi tele del ‘500 italiano, così tanto conosciute, guardate, ammirate da risultare anch’esse una sorta di marchio, riproducibile e ripetuto.

Partendo da tutti questi, Veneziano sceglie di ribaltare e ricombinare ogni soggetto, sfidando il consueto e il ripetuto per trasformare anche le immagini più note in altro rispetto a quello che sono. Così tutto rimane, allo stesso tempo, uguale e differente; per certi versi identico e per altri totalmente irriconoscibile, attraente, disorientante, sorprendente.

I codici a barra identificativi dei libri diventano cancelli, steli di fiori, rami di ulivo su cui l’artista imprime scritture occidentali e orientali, alfabeti antichi e moderni, grafie misteriose; il QR diventa un mosaico, le bottigliette della “Coca cola” donne solitarie e pensose i cui lineamenti sono nascosti dal burqa. Non sfuggono al suo pennello neanche gli spartiti musicali le cui note danzano con le linee del pentagramma, dialogano con pesci, mare, foglie e richiamano alla mente, quando nella pittura si fonde l’eleganza della musica, autori occidentali quali Rossini e Debussy. Anche i capolavori di Michelangelo, Masaccio, Leonardo da Vinci, Botticelli, autori tra i più affascinanti della storia dell’arte occidentale, subiscono una trasformazione per mano dell’artista che trasforma la “Ultima Cena” in un fast food sacro e pubblicitario, sostituisce la “mela” dell’Antico Testamento con una più tecnologica “Apple”.Il mare, Debussy, Klee, Olio e acrilico su tela, cm 40 x 80 (1)

A dimostrazione che, dice Veneziano, «ogni cosa, anche se è già vista, va ri-ista, ri-guardata. Tutto è qui, di fronte a noi, eppure questo “essere di fronte” va approfondito con semplicità e meraviglia, con dolcezza, poesia, energia nuova: consapevoli che ogni spostamento del nostro sguardo, ogni battito delle nostre ciglia, ogni “messa a fuoco” dei nostri occhi può raccontare qualcosa di divertente e nuovo: di urgente, necessario, bellissimo».

Recensito entusiasticamente più volte in passato da Marc Augé, Achille Bonito Oliva e Derrick de Kerckhove, Veneziano dimostra, anche in quest’occasione, che le sue opere, per usare le parole del noto critico italiano, “massaggiano il muscolo atrofizzato della memoria collettiva”.

Note biografiche:
Corrado Veneziano (Tursi, 1958) ha alternato le sue attività di ricerca e di docenza accademica con il suo permanente lavoro di artista. Regista teatrale per Festival e rassegne internazionali (spesso con la Biennale di Venezia) e regista televisivo per la Divisione ragazzi di Rai 3 e per Rainews 24, ha pubblicato molteplici volumi (sulla comunicazione e la espressività) con importanti case editrici italiane. Ha tenuto laboratori e seminari in università e accademie, in Europa, negli Stati Uniti, in Africa. Nel 2013 ha presentato per la prima volta i suoi lavori pittorici a Roma, raccogliendo l’attenzione lusinghiera del critico Achille Bonito Oliva e dell’antropologo Marc Augè.
Sulla sua produzione pittorica vale la pena sottolineare la mostra ospitata con il sostegno del Ministero degli Esteri e ospitata a Bruxelles nel primo semestre europeo di presidenza italiana (2014) e due eventi, del 2015. Il primo è legato alla personale tenutasi a Parigi nell’Espace en Cours diretto da Julie Heintz; il secondo è invece relativo al quadro che la Rai gli ha commissionato per il 67° Prix Italia – Concorso internazionale della Tv, del web e della radio. La mostra parigina si è inscritta nelle manifestazioni francesi sul 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri; l’opera per il Prix Italia (tenutosi a Torino tra il 19 e il 24 settembre) è diventata l’immagine-simbolo della rassegna 2015 del Prix, intitolata “Il potere delle Storie. Il laboratorio della Creatività”. Anche il 2016 ha registrato varie iniziative pittoriche e artistiche, tra cui vale la pena di citare la personale alla antica Galleria Nevskij 8 di San Pietroburgo dal titolo “I codici dell’anima” in cui Veneziano ha presentato, per larga parte, i lavori dedicati ai codici ISBN. Recentemente (San Pietroburgo, gennaio-febbraio 2017) l’artista è stato impegnato in esposizione in quel medesimo spazio con la personale “Segni, loghi e corruzioni”, a cura di Raffaella Salato.

Alcune note critiche:
Derrick De Kerckhove Non luoghi > No loghi
“(…) È questa ricerca dello “sguardo di chi guarda” che mi intriga in Veneziano. L’educazione allo sguardo e dello sguardo è propria dell’arte visiva. Ma pochi artisti contemporanei lo fanno deliberatamente, pittori o fotografi, scultori o registi.
Veneziano chiede allo spettatore di creare il quadro con lui: per distinguere forme sfocate, e per perseguire una proposta visiva ulteriore. Oppure, come nel caso del quadro del codice QR, per legare e correlare una moltitudine di ombre fluide, appena riconoscibili tra singole tessere. Un quadro luminoso e ricco di speranza: come molte altre opere di questo artista”.

Achille Bonito Oliva ”L’anima dei non luoghi”
“(…) Eppure egli è un artista tipicamente europeo che partecipa anche alla postmodernità attraverso l’assunzione del metodo dell’assemblaggio, della conversione, del riciclaggio, della contaminazione; insomma di una serie di passaggi stilistici differenziati”. “(…) Inserirsi nel mercato dell’arte contemporanea è un fatto statistico, di circostanza, di contesto. Quello che è importante è riconoscere quando un lavoro è capace di viaggiare su diverse lunghezze d’onda: viaggiare tra l’alto e il basso del sogno dell’arte. Questo è in grado di fare Veneziano in quanto ha il coraggio di non assumere un’iconografia eclatante ma, anzi, segnala l’orgoglio di chi utilizza l’arte per sviluppare una scoperta. L’arte come svelamento e l’arte come sollecitazione e ampliamento della sensibilità: per chi la fa e per chi la riceve. In questo senso, quella di Corrado Veneziano, può definirsi – anche – un’arte sociale”.

Marc Augé, “L’anima dei non luoghi”
“(…) Devo ammettere di aver attraversato larga parte del mio lavoro intellettuale a spiegare cosa sia un non-luogo. E ora, un po’ inaspettatamente, vedo rappresentato questo concetto nell’arte figurativa: per l’esattezza nelle opere pittoriche di Corrado Veneziano. Ho sempre sperato (e aspettato) che un artista potesse appropriarsi di uno spazio che è considerato normalmente un non-luogo, e ho avuto la conferma immaginata: che cimentandosi con uno spazio non definito (non puntualmente localizzabile) il pittore stabilisca e rafforzi – comunque – una relazione con il medesimo spazio. E Veneziano rimarca proprio l’esistenza dell’arricchente opposizione tra luogo e non luogo;  la trasposizione pittorica diventa protagonista del non-luogo laddove ne propone una inedita, intensa rappresentazione.”

Il Pantheon e le sue storie. Lo strumento dell’egemonia di Augusto

Pantheon-RomaIl Pantheon: miti, misteri, grandi fatti storici. Il tempio voluto da Cesare Ottaviano Augusto e dedicato a tutti gli dèi ne ha di storie da raccontare, in oltre duemila anni di travagliata vita ha visto di tutto. Già il luogo dell’edificazione è legato a un mito straordinario: in quel punto del Campo Marzio Romolo, fondatore e primo re di Roma, sarebbe asceso al cielo durante un rito religioso.

Una leggenda medioevale, particolarmente affascinante, riguarda invece la cosiddetta cacciata dei diavoli. Quando nel 609 dopo Cristo l’antico tempio pagano fu trasformato in chiesa consacrata a Santa Maria ad Martyres, i demoni fuggirono dall’edificio facendo saltare una gigantesca pigna di bronzo, che ostruiva il foro circolare di 9 metri posto sulla sommità della cupola, il cosiddetto “oculus”, occhio. Dei diavoli fuggiti non c’è traccia, ma una enorme pigna di bronzo, detta Pignone, esiste davvero. È alta quasi 4 metri, è opera dello scultore dell’antica urbe Publio Cincio Savio, si trovava nelle Terme di Agrippa e ora è in uno dei cortili dei Musei Vaticani.

La trasformazione del Pantheon, da tempio pagano a chiesa, salvò dalla distruzione un autentico capolavoro dell’architettura dell’antica Roma, uno dei pochi sopravvissuti quasi intatti fino ad oggi. L’imperatore bizantino Foca nel 608 dopo Cristo donò a Bonifacio IV il Pantheon e il papa l’anno seguente lo trasformò in una chiesa. Sarebbero arrivati dalle catacombe cristiane della città ben 28 carri pieni di ossa per essere tumulate nella chiesa. L’incisore di stampe romane Giovanni Vasi scrisse nel 1763: Bonifacio IV «fece trasportare da varj cimitari di ossa di ss. Martiri, e fecele collocare sotto l’altare maggiore; onde fu detto s. Maria ad Martyres».

Anche in questo caso mito e storia si intrecciano. Per la storia il Pantheon fu costruito, come è precisato da una iscrizione sul frontone, tra il 27 e 25 avanti Cristo dal console Marco Vipsanio Agrippa, generale vittorioso, amico, collaboratore e genero di Ottaviano. Il tempio fu edificato a spese di Agrippa dopo la sua vittoria contro la Persia: fu dedicato a tutti gli dèi del mondo antico, romano e delle province conquistate in Europa, Asia e Africa. Fu lo strumento architettonico di una politica universalistica e di inclusione di popoli, culture e religioni diverse. L’architetto ed ingegnere di origini cumane Lucio Cocceio Aucto ideò e realizzò l’opera d’arte.

Era uno dei simboli di Roma Caput Mundi, centro del mondo. L’obiettivo era di sostenere anche sul piano urbanistico e culturale l’ascesa politica di Augusto, il primo imperatore romano, l’uomo che pose fine a 100 anni di guerre civili e trasformò la Repubblica in Impero.  Fu un tassello della più generale politica del consenso per dare vita alla nuova istituzione dell’Impero romano. Non a caso nel tempio, assieme alle effigi di tutti gli dèi, furono poste le statue di Augusto, del padre adottivo Gaio Giulio Cesare e dello stesso Agrippa. I primi segni, di matrice orientale, di divinizzazione del capo, dell’imperatore. Agrippa fu la mano e il Pantheon fu l’”occhio” della politica di egemonia culturale di Augusto per conquistare classe dirigente e popolo romano alla svolta istituzionale dell’Impero.

Leggenda nella leggenda: l’ispirazione religiosa dell’opera è attribuita alla dea Cibele, la Grande Madre. Il professor Umberto Cardier spiega: Agrippa fu ispirato «da un’apparizione della dea Cibele che gli promise aiuto in una guerra contro la Persia in cambio della costruzione di un tempio magnifico, di cui gli mostrò l’immagine».

Traversie e disastri non sono mancati. Il Pantheon più volte è andato a fuoco, ma è sempre stato restaurato: prima dall’imperatore Domiziano, poi da Traiano, Adriano, Antonino Pio e Settimio Severo. La meraviglia che ammiriamo ancora oggi è sostanzialmente merito di Adriano. Qui aleggia un mistero. Per alcuni fu lo stesso imperatore architetto, oltre che filosofo, a rifare dalle fondamenta il tempio costruito da Augusto e poi andato distrutto dal fuoco. Per altri la paternità di questo capolavoro va invece attribuita ad Apollodoro di Damasco, un geniale architetto ed ingegnere greco famosissimo già all’epoca di Traiano. Adriano, però, sull’architrave del Pantheon lasciò l’iscrizione con l’attribuzione dell’edificazione ad Agrippa.

Ha sfiorato altre volte la distruzione. Dopo la caduta dell’Impero romano d’occidente ha seguito la triste sorte della città. È stato ripetutamente depredato dai barbari invasori come tutta l’urbe. L’imperatore bizantino Costante II fece anche peggio di vandali e goti: entrò nella città eterna accolto con entusiasmo dalla popolazione, invece saccheggiò palazzi e chiese compreso il Pantheon: s’impossessò perfino delle tegole di bronzo dorate della cupola. Il bronzo era un magnete, attirò anche papa Urbano VIII. Il pontefice Maffeo Barberini, che pure era un colto mecenate, fece asportare nel 1625 le travi di bronzo del porticato del Pantheon. Utilizzò il bronzo ricavato, assieme ad altro metallo, per costruire nella basilica di San Pietro il grandioso baldacchino (opera di Gianlorenzo Bernini) sulla tomba del primo papa della chiesa cristiana e per fondere 80 cannoni di Castel Sant’Angelo. Una spoliazione divenuta tristemente famosa. Pasquino, la “statua parlante” posta dietro piazza Navona (ancora adesso ospita fogli di protesta del popolo contro il potere), attaccò Urbano VIII: «Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini».

Il Pantheon, però, ha resistito a tutti i disastri. Ha una forma sferica e proporzioni perfette: 43,44 metri di altezza per 43,44 di diametro. È un capolavoro artistico e d’ingegneria. È affascinante. Ancora oggi possiede la più grande cupola in muratura del mondo. L’enorme cupola perfettamente sferica, come la cella, è costituita di colate di calcestruzzo utilizzando laterizi diversi: alla base materiali più pesanti e poi via via più leggeri verso l’alto per garantire la stabilità (prima pezzi di travertino, quindi pietre, mattoni, tufo fino ad arrivare alla pomice posta in cima).

L’imponenza e l’armonia danno i brividi al visitatore, oggi come nell’urbe capitale dell’Impero. Nello spazio enorme della cella ci si sente minuscoli. È senza finestre, lo spazio è delimitato da gigantesche colonne monolite di travertino grigio e rosso. L’”oculus” di 9 metri di diametro sulla sommità della cupola fa entrare un fascio di luce: crea un’atmosfera rarefatta e sacrale, per gli antichi romani rappresentava il legame tra gli dèi e gli uomini. Il 21 di giugno si ripete ogni anno un suggestivo fenomeno astronomico: la luce del sole entra dall’”oculus” e a mezzogiorno colpisce il centro del grande portale d’ingresso alto ben 7 metri. Da foro della cupola entra la pioggia, ma non causa alcun allagamento, perché il pavimento è leggermente convesso e l’acqua viene smaltita da 22 griglie di scarico.

Sorseggiando un caffè seduti al bar Tempio lo spettacolo è affascinante. In primo piano si vede la fontana progettata nel Rinascimento dall’architetto Giacomo della Porta, l’obelisco egizio e dietro si staglia il Pantheon. Sull’architrave c’è inciso il nome dell’edificatore: «Marco Agrippa, figlio di Lucio, al terzo consolato, costruì». Il visitatore è emozionato già al primo impatto visivo. Il porticato d’ingresso è imponente: è composto da 16 colonne monolitiche di travertino, alte oltre 14 metri, poste su due file. I turisti rimangono a bocca aperta mentre i romani, abituati al magnifico spettacolo, passano e guardano distratti quella meraviglia.

Il Pantheon ha conquistato artisti e potenti. Raffaello Sanzio, il geniale pittore del Rinascimento, si è fatto seppellire in questa chiesa. Il re Vittorio Emanuele II di Savoia, artefice dell’unità d’Italia con Cavour, Garibaldi e Mazzini, riposa qui. Nella chiesa c’è la tomba del re Umberto I, ucciso nel 1900 dall’anarchico Gaetano Bresci, e della moglie Margherita. Un’altra leggenda parla del fantasma inquieto di Umberto I. Si aggirerebbe dentro e fuori l’edificio. Si è parlato molto di un’apparizione del fantasma negli anni Trenta del secolo scorso e del colloquio misterioso con una guardia. Ma il contenuto dell’incontro è sempre rimasto segreto.

Come si dice in gergo il Pantheon “tira”. Ogni anno è visitato da ben 7 milioni di persone, i turisti vengono da ogni parte d’Italia e del mondo attirati dalla sua bellezza. Alle volte, anche sotto il sole infuocato di questo agosto rovente, si formano file interminabili di persone all’ingresso, tanto che da un po’ di tempo sono comparse delle transenne, dei custodi e dei poliziotti sorvegliano il flusso per motivi di sicurezza. Brutte novità sono in arrivo. Presto le transenne potrebbero trasformarsi in tornelli a pagamento. Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini ha annunciato l’arrivo del “pagamento del biglietto” anche basso per far fronte alle spese di manutenzione. È circolata la cifra di 5 euro da dividere tra l’Italia e il Vaticano. Il deficit nei conti pubblici ci fa varcare sempre nuovi traguardi, certo non belli. Tuttavia, per adesso, l’ingresso resta gratuito.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)