Alla Galleria Nazionale la prima del progetto CONTROL di Paco Cao

Paco Cao6Ieri alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma ha avuto luogo la prima assoluta del progetto CONTROL di Paco Cao, organizzato in collaborazione con Google Arts & Culture.                                                                                         

L’artista Spagnolo Paco Cao si è posto alla guida di dieci  illustratori con background artistici diversi e ha presentato la sua nuova performance sul tema del “Controllo”. Due gruppi, ciascuno composto da quattro illustratori e una guida, hanno prodotto due creazioni visive parallele ed in competizione usando Tilt Brush. Cao espande l’applicazione di pittura virtuale di Google oltre l’esplorazione individuale a favore di un’esperienza partecipativa. Il pubblico osserva gli illustratori lavorare dal vivo nel loro spazio virtuale, mentre le risultanti due storie visive sono proiettate in grande scala nella Sala della Guerra della Galleria Nazionale. Inoltre, durante la performance il pubblico è stato coinvolto come giuria dall’artista Alex Braga, che ha chiamato alla partecipazione attiva i presenti sottolineando nuovamente la natura partecipativa della performance.

La collaborazione con Google Arts & Culture si estende anche alla digitalizzazione di un’ampia selezione di capolavori dei principali artisti italiani e stranieri della collezione del museo, da oggi ospitati sulla piattaforma di Google. Con questa collaborazione arrivano a 100 i partner italiani presenti su Google Arts & Culture, che nel mondo conta oltre 1500 tra musei e istituzioni culturali partner.

Galleria Nazionale su Google Arts & Culture

Visitando Google Arts & Culture o g.co/lagallerianazionale utenti da tutto il mondo potranno accedere ad oltre 400 opere, di cui 170 dipinti digitalizzati in altissima risoluzione grazie alla tecnologia di Art Camera. Vincent van GoghGustav KlimtJackson PollockAmedeo ModiglianiMario SironiGiovanni Boldini, Giorgio de ChiricoAlberto Burri e Gastone Novelli, sono solo alcuni degli artisti le cui opere sono rese disponibili all’interno di un racconto in lingua italiana e inglese. Inoltre, grazie a una nuova funzionalità, gli utenti vivranno l’esperienza di una visita guidata che permetterà di scoprire cosa si nasconde dietro le pennellate di alcuni capolavori della Galleria.

Grazie alla tecnologia di Street View sarà possibile visitare gli spazi interni del Museo in un tour virtuale senza tralasciare il Cortile Centrale, il Cortile dei Romani e il Cortile dei Saturnali.

La Galleria Nazionale renderà disponibili sulla piattaforma 16 tra mostre virtuali e veri e propri tour all’interno dei dipinti che mettono in luce alcuni temi e aspetti stilistici che inerenti le collezioni: un viaggio trasversale tra le opere della Galleria che va dalla scrittura alle geometrie fino ad arrivare alle pose. Non mancheranno, inoltre, tour artistici che grazie alla tecnologia di Google Cardboard apriranno le porte della Sala dell’Ercole e ai giardini del museo.

Google Arts & Culture

Google Arts & Culture è uno spazio online che permette agli utenti di esplorare le opere d’arte, i manufatti e molto altro di oltre 1.000 musei, archivi e organizzazioni che hanno lavorato con il Google Cultural Institute per trasferire online le loro collezioni e le loro storie. Disponibile sul Web da laptop e dispositivi mobili, o tramite l’app per iOS e Android, il sito è pensato come un luogo in cui esplorare l’arte e la cultura online. Google Arts and Culture è una creazione del Google Cultural Institute.

 

CONTROL

di Paco Cao

con la partecipazione di Alex Braga

 

Gli illustratori

Martina D’Anastasio

Daniele De Sando

Giusy Guerriero

Susanna Mariani

Claudia Matta

Leonardo Murtas

Antonio Paoletti

Paolo Pibi

Sara Tiano

Paolo Voto

 

Un progetto

La Galleria Nazionale / Google Arts & Culture

 

Vestire il Giappone. La tradizione dello haori ieri e oggi all’Ara Pacis

image004Il soprabito Haori, introdotto nella tradizione giapponese per proteggere il kimono, è un indumento intessuto con materie prime pregiate e rifinito con decorazioni lavorate a mano. Per permettere la conoscenza dell’abito e la tradizione del suo utilizzo ieri e oggi, in occasione della mostra Hokusai. Sulle orme del maestro, mercoledì 6 e giovedì 14 dicembre dalle 16 alle 19, il Museo dell’Ara Pacis ospiterà uno stand con una selezione di haori originali prodotti da Kimono Flaminia. I due appuntamenti saranno ospitati all’interno della sala didattica del museo e saranno ad ingresso gratuito.
I capi d’epoca saranno a disposizione dei visitatori della mostra per una prova d’abito che avrà il sapore di una vestizione tradizionale giapponese. Sarà possibile conoscerne da vicino la qualità, apprezzarne la manodopera con i suoi ornamenti e toccare con mano la consistenza del tessuto. Per poche ore una visita al museo si trasformerà in una esperienza unica che porterà il visitatore a diventare un cittadino giapponese di fine ‘800, al pari dei soggetti raffigurati nei dipinti di Hokusai.image005
Le 200 opere del maestro giapponese e degli altri esponenti dell’ukiyoe, in mostra all’Ara Pacis fino al 14 gennaio, rivelano ai visitatori la tradizione di una nazione e di un popolo, quello nipponico, ricco di usanze e rituali tramandati nel tempo. Il kimono è parte di questa lunga tradizione. La storia insegna che si rese necessario l’utilizzo di un soprabito per proteggerlo dai rischi di deterioramento e, al contempo, salvaguardare chi lo indossava dal freddo. Nacque per questo l’haori, giacca utilizzata inizialmente solo dagli uomini e poi estesa anche alle donne, le prime furono le geisha verso la fine del periodo Meiji (1868-1912) ma poi, con l’avvento del periodo Taisho (1912-1926), l’utilizzo si diffuse al resto delle donne fino a diventare oggi indumento di moda, tanto da influenzare lo stile contemporaneo.
La mostra Hokusai. Sulle orme del Maestro è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con il supporto dell’Ambasciata Giapponese, organizzata da MondoMostre Skira e Zètema Progetto Cultura e curata da Rossella Menegazzo.

Fotonica. Nasce a Roma il primo Festival dedicato alla Digital Arte

mr_everett_2Una particella piccolissima ma in grado di dare origine a ogni forma di luce: il fotone è il più piccolo e brillante frammento luminoso dell’universo, di dimensioni microscopiche ma dall’enorme e multiforme potenza creatrice.

Ed è proprio partendo da questo concetto che nasce la prima edizione di FOTONICA, dall’1 al 9 dicembre 2017 al MACRO – Museo di Arte Contemporanea Roma.

Ideato dal network delle organizzazioni attive da anni nella Capitale nel settore dell’audio video, FOTONICA è un festival gratuito che vuole indagare le forme d’arte legate all’elemento luce nel contesto contemporaneo. Per consolidare la pratica di networking e fare sistema in un ambito di indagine artistica fra le più importanti del contemporaneo.

FOTONICA è parte del programma di Contemporaneamente Roma 2017 promosso da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale e realizzata in collaborazione con Siae. Inoltre la manifestazione è promossa dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

Un festival unico nel panorama capitolino che vanta un’intensa e ricca programmazione: 27 artisti danno forma alle più diverse sfaccettature delle Audio Visual Digital Arts e le rendono fruibili a un pubblico sempre più vasto.

Cuore pulsante del progetto sono le performance audio video in collaborazione con Live Cinema Festival: dalla ipnotica astrazione che richiama panorami topologici e psicofisici di Luma [variations] 2017, la performance AV del duo XX+XY visuals and sound art project, (Sladzana Bogeska e Giuseppe Pradella), al viaggio evocativo e raffinato del digital artist Giuseppe Guariniello in arte Mutech con Sound of the Spheres, dove la rielaborazione di frammenti audio e video NASA relativi ai misteriosi suoni che hanno ascoltato gli astronauti dell’Apollo 10 al loro sbarco sulla luna crea un ambiente immersivo, alterando la percezione e immergendo il pubblico in un’altra dimensione spazio-temporale. E poi la commistione tra la musica elettronica di Marco Malasomma e l’arte visuale generativa di BinaryCodedBrain in JURA, dedicata all’isola silenziosa e lontana dalla società dove Orwell concluse la scrittura di ‘1984’. Fino ad arrivare alla Live Cyborg Performance di Mr. Everett: una narrazione del viaggio del cyborg Rupert sulla terra, “scortato” dall’imponenza sonora di Mr. Fox e Mr. Bear, sue controparti animali, e in costante dialogo con Mr. Owl, la sua controfigura umana.

Grazie alla collaborazione con RGB Light Experience, invece, a FOTONICA verranno presentate l’antica e affascinante storia di Arcobalenide di Diego Labonia e la tensione intrigante di Costrizione 01 di Simone Palma, due installazioni luminose che diventano vere opere ambientali da ammirare, ma soprattutto da attraversare fisicamente.

Nel foyer del MACRO prendono forma due opere di videomapping: Waste-o-Polis di Vj Luper e J-Cibong, una città futuristica composta da imballaggi di polistirolo che si anima grazie alla mappatura delle sagome degli oggetti che contenevano e che, mescolando immagini reali con effetti geometrici e animazioni oniriche, vuole sensibilizzare sull’importanza delle buone pratiche del riciclo e del riuso; e Portami Via di NEOCORTEX PROJECT, un’installazione che intende dare centralità all’utilizzo della bicicletta in città, dove lo spettatore può stringere fra le proprie mani un manubrio posto davanti a un monitor e dare inizio al cambiamento dello scenario di fronte a lui, tra luci e giochi di colore.

Sul fronte della NetArt, organizzata in collaborazione con Shockart.net, le opere realizzate a partire dalla manipolazione creativa dei dati di programmazione. L’installazione di Dyne, Data portraits si basa proprio su questo, così come l’ Analyticz Visual Hacking creato da Rufa – Rome University of Fine Arts. Grazie a un’installazione video, sarà inoltre possibile visitare in modo interattivo la virtual gallery di Shockart ed esplorare tutte le mostre di web art realizzate da Shockart.net dal 1999 al 2005.

All’interno di FOTONICA trovano spazio anche i dj set di musica elettronica di Andrea Esu (Spring Attitude) e Oree (Strati) affiancati nella parte video da VJ Set di J-Cibong, Liz, Takehiko e Videosolid curati da LPM Live Performers Meeting.

FOTONICA ha poi ideato un ampio spazio dedicato all’avvicinamento e all’approfondimento teorico e pratico del mondo delle audio-video e della digital art grazie alle lectures tenute da Art is Open Source e Urban Experience, ai workshop sulle tematiche e sugli strumenti riguardano le arti digitali e visive con Fusolab 2.0 e IED Roma e i laboratori per bambini della Fondazione Mondo Digitale, che hanno l’obiettivo di avvicinare i più piccoli alla cultura digitale attraverso strumenti e stimoli creativi.

Tutti i laboratori e gli incontri sono a ingresso libero su prenotazione alla mail workshops@fotonicafestival.com

FOTONICA è prodotto da Flyer communication, che nel 2004 dà vita a LPM Live Performers Meeting, il più grande evento del settore delle Audio Visual Arts.

Giunto alla sua diciottesima edizione, di cui 11 a Roma e le altre, anche grazie al supporto della Comunità Europea, a Xalapa, Minsk, Città del Messico, Cape Town, Eindhoven e Amsterdam. Dal 2004 LPM ha ospitato oltre 4600 artisti, 2625 performance, workshop e showcases, con 72 paesi partecipanti e più di 1.500.000 visitatori. LPM fa parte di LPM 2015 > 2018, progetto co-finanziato da Creative Europe, programma dell’Unione Europea che ha lo scopo di promuovere le Audio Visual Digital Arts attraverso un progetto condiviso tra 13 partner da 12 paesi con la produzione di 36 festival, 3 meeting, 3 Conferenze per l’Audience Development e oltre 200 eventi satellite.

EXHIBIT

1 > 9 dicembre | 10:30 > 19:30 | FOYER

MAPPING: Waste-o -Polis // Vj Luper + J-Cibong

INSTALLAZIONE: Arcobalenide // Diego Labonia (RGB Light Experience)

INSTALLAZIONE: Costrizione 01// Simone Palma (RGB Light Experience)

INSTALLAZIONE: Portami Via // NEOCORTEX PROJECT

NET ART: 1999 > 2005 // Shockart.net

NET ART: Data portraits // Denis Royo (Dyne)

NET ART: Analyticz Visual Hacking // Rufa Rome University of Fine Arts

WORKSHOPS

5 > 7 dicembre | 15:30 > 19:30 | Spazio Area – Auditorium

Design Studio 4 // Art is Open Source

Scenografia Digitale // Emanuele Tarducci, Diego Labonia, Vj Luper (Fusolab 2.0)

Videomapping // Nicola Pavone aka Vj Luper (IED Roma)

LECTURES

1-2-8-9 dicembre | 16:00 > 20:00 | Sala Cinema

MACAO: Commoncoin // Emanuele Braga

Perchè l’arte è un catalizzatore? // AOS – Art is Open Source

Performing Media // Carlo Infante

Walkabout: Exploring Fotonica // Urban Experience

Robot e istituzioni culturali // Alberto Cossu

Hacker Cultures // Dyne

Visioni ubique – esplorazioni etnografiche sulle arti visuali // Massimo Canevacci

Digital Storytelling // Francesco Iezzi

WORKSHOPS KIDS

8 – 9 dicembre | 11:00 > 19:00 | Spazio Area

Accendi i Led della tua fantasia // Serena Lanuti (Fondazione Mondo Digitale)

Video Mapping for kids // Gianluca Del Gobbo

INGRESSO LIBERO SU PRENOTAZIONE A workshops@fotonicafestival.com

AV PERFORMANCES – DJ SET/VJ SET (FOYER)

Venerdì 1 dicembre 2017
H: 22:00 > DJ SET: Andrea Esu (Spring Attitude) – VJ SET: takehiko + Liz

Sabato 2 dicembre 2017
H: 22:00 > AV Performance: Luma [variations] 2017 | XX+XY visuals and sound art project (Live Cinema Festival)
H: 23:00 > AV Performance: Sound of the Spheres | Mutech (Live Cinema Festival)

Venerdì 8 dicembre 2017
H: 22:00 > AV Performance: Jura | Marco Malasomma & BinaryCodedBrain (Live Cinema Festival)
H: 23:00 > AV Performance: Live Cyborg Performance | Mr. Everett (Live Cinema Festival)

Sabato 9 dicembre 2017
H: 22:00 > DJ SET: Orree (Strati) – VJ SET: J-Cibong + Videosolid

L’ingresso a tutte le attività è gratuito.

Il Circo Bianco arriva all’Atlantico di Roma con lo spettacolo “Alla Luna”

Circo BiancoUna Donna, sognante e innamorata dell’amore, non riesce a trovare la sua ispirazione. Ma nonostante le difficoltà, la ricerca di quell’emozione, prosegue durante tutta la fiaba… Lei vuole amare e sognare qualcosa di più grande.
Il Tutto rappresentato in chiave di Circo Contemporaneo, richiamando la falsa riga de Le Cirque Du Soleil.
Questo mostra il Circo Bianco, nei due appuntamenti dell’Atlantico di Roma, che aprirà il sipario sulla favola acrobatica che ha tolto il fiato e tenuto sospesi gli sguardi di un pubblico sempre partecipe e coinvolto in modo trasversale (dalle famiglie ai più giovani) in tantissime piazze e teatri Italiani.
Artisti, personaggi di fantasia, performance e giochi di fuoco, tutti insieme e sempre sul palco, tra coreografie corali e quadri viventi.
Due Blocchi narrativi condurranno il pubblico all’interno di mondi incantati, facendogli fare un tuffo dentro una fiaba in cui la vasta scelta degli artisti presenti, interagirà con la folla, creando performance ad alto impatto visivo. Di colpo sarete su un lago ad ammirare la Luna, un attimo dopo le fiamme dell’inferno vi inghiottiranno… Questo è il Circo Bianco!

Ricreare ambientazioni magiche e surreali, è ciò che meglio riesce al Circo Bianco, senza mai servirsi di animali. Il corpo è l’unico strumento di cui l’artista necessita e l’utilizzo del corpo come unica macchina attorniata da suggestive coreografie, lascerà a bocca aperta il pubblico destando stupore e apprensione, felicità e malinconia.

Circo Bianco
Circo Bianco gira tutta l’Italia da più di cinque anni. Attivo e itinerante. Giovane e dinamico. Le performance del Circo Bianco, sono un connubio circense tersicorèo. Gli artisti riescono a fondere le atmosfere ed emozioni che le discipline rappresentano, grazie all’integrazione di costumi e coreografie di alto livello che gli artisti esaltano in armonia, il tutto sotto la supervisione creativa di Francesca Ghini. Gli spettacoli del Circo Bianco sono concepiti come un unicum, con una trama centrale da cui si dipanano diverse scene, e non come un semplice susseguirsi di scene atletiche o circensi, che possono anche differire da una replica all’altra dello stesso show, data la presenza di numerosi ospiti che eseguono la loro performance.

Vecchio acido e avaro,
Zio Paperone di Carl Barks compie 70 anni

COVER 06-1“Eccomi qua, nella mia comoda dimora, aspettando che passi il Natale! Bah! Che stupida festa, in cui tutti si vogliono bene! Ma per me è diverso! Tutti mi odiano e io odio tutti! E tutti a comprare regali… Pare che si divertano! Non mi sono mai divertito, io!” (da “Il Natale di Paperino su Monte Orso”, (Donald Duck’s Christmas on bear mountain), Four Color Comics n. 178, dicembre 1947; testo e disegni di Carl Barks.

E’ con questa frase che Uncle Scrooge Mc Duck (Zio Paperon de’ Paperoni, come verrà infine battezzato da Mario Gentilini, l’allora direttore di Topolino) esordisce 70 anni fa nell’universo dei paperi Disney, anche se i fumetti sono realizzati e pubblicati dalla Western Printing & Lithographing. Secondo il canone ufficiale, cioè l’albero genealogico pensato proprio da Barks, Paperino è figlio di Ortensia, sorella minore di Zio Paperone, e di Quackmore Duck, uno dei figli di Nonna Papera. Quindi è l’unico nipote in linea diretta dello Zione.

QUADRO BARKS 08 okAll’inizio né l’autore né i redattori della casa editrice puntano a più di qualche comparsata per il vecchio acido e avaro, uno dei tanti personaggi di contorno alle avventure di Paperino – Donald Duck, già in pista per doppiare il successo del primo nato, quel Mickey Mouse – Topolino che, sin dal 1928, aveva conquistato le platee di tutto il mondo grazie al cartoon “Plane Crazy”.

Ma Uncle Scrooge non ne vuole sapere di ruoli secondari e nel 1954, dopo un pugno di storie, conquista una testata tutta sua, che continua a essere pubblicata ancora oggi. Così, l’insopportabile avaro diventa uno dei personaggi di punta dell’universo papero e una tra le più importanti icone del Novecento, contribuendo a catapultare il suo autore nel ristretto Olimpo dei grandi narratori del secolo scorso e, probabilmente, anche di quello attuale.

QUADRO BARKS 07Le avventure di Zio Paperone sono state e vengono ancora oggi raccontate da autori di tutto il mondo che hanno realizzato un numero incalcolabile di storie. Ma non è questo il momento di parlare degli altri, di quel battaglione di migliaia di disegnatori e sceneggiatori che in settant’anni di vita ne ha raccontato le gesta; o delle varie scuole, tipo quella italiana, che hanno caratterizzato il papero più ricco e avaro del mondo. Questa è la celebrazione del compleanno dello Zione, non un’enciclopedia, e vogliamo festeggiarla alla grande dedicando tutto lo spazio a lui e al suo geniale creatore, lasciando perdere il resto.

QUADRO BARKS 01Sin dal suo esordio, Zio Paperone indossa un caratteristico abbigliamento che resterà sempre uguale: redingote, ghette, cilindro, bastone da passeggio e un paio di occhialini senza montatura sopra il becco. Col tempo i coloristi si metteranno d’accordo e la palandrana diventerà ufficialmente blu con i polsini e il colletto rossi, con qualche variazione nelle copertine. Per realizzare il suo personaggio Barks si è sicuramente ispirato a uno degli avari per eccellenza della letteratura: Ebenezer Scrooge protagonista del “Canto di Natale” di Charles Dickens, ma ha anche riproposto il mito americano del self made man, del povero che raggiunge successo, benessere e ricchezza dopo aver praticato decine di lavori, e ci riesce grazie alla sua forza di volontà e al duro lavoro, magari dimenticandosi di santificare le feste, vacanze e divertimenti. Anzi, il suo unico divertimento è quello di fare sempre più soldi. Ma possiamo anche leggerci, come allegoria, l’autobiografia di Barks e delle fatiche che ha affrontato prima di diventare il leggendario uomo dei paperi.

QUADRO BARKS 09Con Zio Paperone, Carl Barks reinventa a modo suo il classico zio d’America: avaro, ricchissimo, irascibile, più propenso a elargire tanti buoni consiglio che dollari, a far lavorare tanto e a pagare poco anche i suoi parenti più stretti, ma che ogni tanto si toglie le sue belle soddisfazioni da uomo, scusate da papero più ricco del mondo. Insomma, uno con un carattere insopportabile ma che devi sopportare in attesa che schiatti (presto) così da intascarne l’ingente eredità.

Ma non basta. Barks crea un suo pantheon particolare, una sua personale versione del modo di raccontare storie a fumetti. E ci riesce facendo indossare una maschera da papero ai personaggi tradizionali della commedia dell’arte, raccontando storie più “umane” e coinvolgenti di quelle che a volte si trovano nella letteratura importante, raccontando di noi, di quello che siamo e di quello che magari saremo potuti essere.

COVER 09Zio Paperone nel corso della sua lunga vita ha svolto decine di mestieri, come appunto il suo creatore, prima di diventare il papero più ricco del mondo, come ama definirsi senza tema di smentita: imprenditore, palazzinaro, finanziere, banchiere, cercatore d’oro, proprietario di linee aeree e marittime, e via elencando. Dite un lavoro e lui lo ha già fatto, pensate a un campo d’affari e lui lo ha già occupato. E con una voglia di vivere e di scoprire sempre nuovi modi di fare soldi che ricorda il suggerimento di Rita Levi di Montalcini per avere una lunga vita: tenere il cervello sempre in esercizio. E quello di Zio Paperone è sempre in movimento, fosse solo per inventarsi un modo per pagare meno il già pagato poco Paperino, magari il nipote prediletto ma non l’erede. Gli eredi designati sono i bisnipoti, i figli di Della, sorella gemella di Paperino. Sono quei saggi e assennati Qui Quo Qua, lontani dalle monellerie iniziali, che sapranno ben gestire un patrimonio inverosimile anche se di fantasia.

COVER 11Zio Paperone lascia la villa dove lo incontriamo la prima volta e si trasferisce nel suo gigantesco deposito costruito sulla collina Ammazzamotori, dove ha accumulato tutta l’ingente fortuna raccolta con suo personale lavoro nel corso di lunghi decenni trascorsi in giro per il mondo a concludere buoni affari. Si tratta di tre ettari cubici di monete, dorate in Italia ma grigie-argento negli Usa, con cui ama trascorrere gran parte suo del tempo libero: le conosce una a una, e di ciascuna è in grado di raccontare come l’ha guadagnata, e ama farci il bagno: “mi piace nuotare nel denaro, come un pesce-baleno, scavarci delle gallerie come una talpa e gettarmelo in testa come una doccia”, dichiara al colmo delle felicità in molte delle sue storie, senza mai rivelare perché riesce a farlo senza farsi male.

Impossibile non citare la Numero 1, (Old Number One) la prima moneta guadagnata all’età di dieci anni, quando faceva il lustrascarpe a Glasgow, nella nativa Scozia. La Numero 1 è il suo portafortuna quasi ufficiale perché il nostro avaro più di una volta ha affermato che i guadagni si ottengono lavorando duramente e non grazie ai talismani. Ricordate Benedetto Croce che non ci credeva ma faceva gli scongiuri? Quasi uguale. Certo è che Amelia, fattucchiera napoletana con casa sul Vesuvio, ci crede, eccome, al potere del talismano e approfitta di ogni occasione per tentare di rubarglielo. Così come non demorde la Banda Bassotti, sempre alla ricerca dell’idea giusta per svuotargli il deposito e sempre sconfitta dall’immarcescibile papero.

COVER 02Nella mitologia di Zio Paperone un posto importante occupano le sue avventure di cercatore d’oro nel Klondike, quando era un giovane povero determinato a diventare ricco che affrontava traversie e combatteva nemici di tutti i tipi. Compreso il suo primo, unico, grande e irrisolto amore: Doretta Doremì, una sciantosa da saloon che tenta di rubargli una grossa pepita d’oro. Il nostro eroe recupera il maltolto ma non può evitare di perdere un pezzo del suo cuore.

Sin da bambino, Carl Barks (Merrill, 27 marzo 1901 – Grants Pass, 25 agosto 2000) ha coltivato la passione per il disegno e l’illustrazione, pur adattandosi ad altri lavori per sbarcare il lunario. Nel 1928 è il Calgary Eye-Opener, giornale umoristico di Minneapolis, a pubblicare le sue prime vignette da professionista. E in questo giornale lavorerà sino al 1935 in veste di redattore tuttofare, raffinando le sue doti di disegnatore e di scrittore.

Risale al 1935 l’avvenimento che cambierà radicalmente la sua vita. Barks, infatti, risponde a un annuncio pubblicato da Walt Disney che cercava nuovi disegnatori per un grandioso progetto che aveva in mente. Dopo aver frequentato un corso per disegno dal vivo e in movimento, viene assunto come intercalatore, cioè realizza i disegni intermedi che devono dare l’idea del movimento tra un fotogramma di partenza e uno di arrivo delle varie scene in cui è diviso un film a cartoni animati.

E non si tratta di un filmetto qualsiasi, ma di “Biancaneve e i sette nani”, tratto dall’omonima fiaba dei fratelli Grimm. Un’opera che sin dall’anteprima viene acclamata come un capolavoro e che segna una svolta epocale nella storia del cinema. Il film, che uscirà nelle sale due anni dopo, detiene tanti record: è il primo lungometraggio a cartoni animati prodotto negli Stati Uniti, il primo interamente a colori, il primo film della Walt Disney Productions, e il primo Classico Disney.

L’incontro di Barks con l’universo dei paperi avviene due anni dopo. Nel 1937, infatti, Paperino assume il ruolo di protagonista del cortometraggio “Modern Inventions”. La regia è di Jack King che si avvale anche della sua collaborazione. Una veloce toccata e fuga che dopo qualche anno diventerà una grande storia d’amore .

COPERTINA ALBO 1 STORIA ZIO PAPERONENell’agosto 1942 su Four Color 9 inizia la collaborazione di Carl Barks con la Western. La casa editrice, che ha già un ampio catalogo di libri e albi con i personaggi Disney, ha bisogno di una storia originale di Paperino per lanciarlo alla grande nei comic book, così da sfruttare anche nelle edicole il successo che il papero più irascibile del mondo sta mietendo sugli schermi cinematografici e nei quotidiani. Ed ecco l’esordio in “Donald Duck Finds Pirate Gold” (Paperino e l’oro del pirata ), realizzata da Barks e da Jack Hanna nei ritagli di tempo.

Sempre nel 1942, per la precisione il 6 novembre, Barks cambia lavoro, dedicandosi all’allevamento dei polli. Molla gli studi Disney perché poco interessato ai film sulla difesa militare che, dopo la scoppola presa al botteghino nel 1940 da “Fantasia”, vengono realizzati per non chiudere i battenti. Mantiene però i contatti con la Western e nel maggio 1943, su Walt Disney’s Comics & Stories n. 32, viene pubblicata “Paperino e il gorilla”, la sua prima scritta e disegnata, il suo esordio come autore completo.

COVER 10In pochi anni Carl Barks diventa uno dei disegnatori più amati dai lettori, anche se il suo nome non viene rivelato al pubblico. Tra le varie versioni sul perché di questa scelta editoriale, riportiamo l’introduzione di Franco Fossati alla sua “Carl Barks Guide” (Libreria dell’immagine – Comic Art, Milano, 1992): “E’stato a lungo un perfetto sconosciuto. “Molti – ha detto, con grande modestia, nel corso di un’intervista – lo ritengono ingiusto. Comunque era una di quelle situazioni in cui se io fossi stato popolare e avessi ricevuto un mucchio di posta dagli ammiratori non avrei avuto tempo per scrivere le storie, le avrei realizzate peggio e avrei cominciato a pensare di essere troppo bravo e avrei perciò prodotto delle brutte storie”.

Inoltre, avrebbe potuto chiedere un aumento, cosa che per l’editore non era neanche lontanamente sognabile. Barks sarà comunque assunto dalla Western nel 1958, grazie alle vendite stratosferiche di Walt Disney’s Comics and Stories, che presenta ogni mese in apertura di albo una sua storia di Paperino, e che nel periodo di massimo splendore vende tre milioni di copie a numero.

Solo dall’agosto 1968, il nome di Carl Barks inizia a essere conosciuto. Apripista è quel gioiellino editoriale intitolato “Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, numero 170 degli Oscar Mondadori, curato da Mario Spagnol , con un’introduzione di Mario Gentilini e una prefazione di Dino Buzzati, che presenta alcune tra le più belle storie di Barks, di cui viene rilevato il nome per la prima volta al mondo. Buzzati, che l’anno dopo pubblicherà “Poema a fumetti”, un capolavoro che ha aperto in Italia la strada alle graphic novel, scrive una prefazione che è ancora oggi un colpo diretto a quanti storcono il naso quando si parla di comics: “Colleghi e amici, quando per caso vengono a sapere che io leggo volentieri le storie di Paperino, ridono di me, quasi fossi rimbambito. Ridano pure. Personalmente sono convinto che si tratta di una delle più grandi invenzioni narrative dei tempi moderni”. Così il fumetto disneyano, ma non solo, entra di diritto nello scaffale “importante” della biblioteca degli italiani, in una collana che propone tutti i più importanti scrittori dell’Ottocento e del Novecento.

COVER 01Se Zio Paperone resta il suo personaggio più famoso, nel corso della sua lunga carriera Barks realizza oltre 660 avventure con i paperi, inventando sempre nuovi personaggi per il pantheon disneyano. Ne ricordiamo alcuni, citandoli in ordine di apparizione. Ciccio (Gustav Goose, 1939 in tandem con Harry Reeves); Mr. Jimmy Jones (1943); Gastone Paperone (Gladstone Gander, 1948); Gongoro (Bombie, 1949); la città Testaquadra (Plain Awful, 1949); la Banda Bassotti (Beagle Boys, 1951); le Giovani Marmotte (Junior Woodchucks, 1951); Archimede Pitagorico (Gyro Gearloose, 1952); Edi (Helper, 1952); la strega Nocciola Vildibranda Crapomena (Witch Hazel, 1952); Doretta Doremì (Glittering Goldie, 1953); Emy, Ely, Evy (April, May, June, 1953); Gu, l’abominevole uomo delle nevi (Gu, 1955); Cuordipietra Famedoro (Flintheart Glomgold, 1956); Amelia (Magica De Spell, 1961); John Davison Rockerduck (1961); il Fantasma della Cattedrale (The Phantom of Notre Duck, 1965); Paperon-Scià (King Scrooge the First, 1967).

Nel luglio 1967 Barks va in pensione e Uncle Scrooge n. 70 pubblica quella che dovrebbe essere la sua ultima storia:“Zio Paperone e la gemma anatema” (Uncle Scrooge “The Doom Diamond”). Ma non è cosi perché sia i fan, sia la sua voglia di raccontare non gli faranno mai smettere del tutto di dedicarsi alle avventure dei paperi. Il suo sarà un ritiro come quello dei grandi divi, con tanti ritorni in scena per concedere e concedersi l’ennesimo ultimo bis. Tra remake, vecchie sceneggiature con nuovi disegni, storie inedite e collaborazioni varie, questo ritiro mai definitivo dura più di trent’anni sino ad arrivare al novembre 2000, quando la Disney Italia pubblica in anteprima mondiale, su Tesori 3, l’ultima storia realizzata dall’uomo dei paperi pochi mesi prima della sua morte: “Somewhere in Nowhere” (Da qualche parte in mezzo al nulla), sceneggiata assieme a John Lustig e disegnata da Pat Block.

Da semi-pensionato Barks coltiva l’hobby della pittura ma non dimentica i suoi personaggi. Dal 1971 riceve dalla Disney l’autorizzazione per realizzare una serie di quadri a olio ispirati, appunto, alle più belle storie che ha scritto per i paperi. Questa produzione rinnova l’interesse dei fan e i quadri raggiungono quotazioni altissime, tanto che nel 1998 un collezionista spende per una sua opera la “modica” cifra di mezzo milione di dollari.

COVER 04Quarant’anni sono sempre un traguardo importante e il 1987 rappresenta veramente un anno importante per Paperone, grazie a due iniziative, una italiana e l’altra made in Usa. In dicembre, la Mondadori, che allora aveva i diritti Disney in Italia, lancia la rivista “Zio Paperone” che presenta una versione integrale, curata e annotata di tutte le storie di Barks, con dietro un lavoro maniacale e certosino realizzato da grandi appassionati della sua opera. Lavoro continuato dalla Disney Italia e dalla Panini, che all’ultima edizione di Lucca Comics ha anche festeggiato i 70 anni dello Zione.

Negli Stati Uniti, il 18 settembre 1987, su Disney Channel va in onda la prima puntata di Duck Tales, con trame che si ispirano ai personaggi e alle storie di Barks. Il successo è enorme e la serie è tra le più apprezzate e rimpiante dagli appassionati. E per questi 70 anni dorati del nostro Zione non poteva mancare il reboot. Una nuova serie di Duck Tales, infatti, ha esordito il 12 agosto scorso negli Usa ottenendo il solito clamoroso successo, mentre in Italia sarà trasmessa da domenica 26 novembre, candidandosi, ovviamente, a battere tutti i record di ascolti.

In scena “Hamletelia”.
Quando a raccontare
è il fantasma di Ofelia

HamleteliapreraffaelitaStudioLePera (2)Roma, 11 novembre 2017 – Ha debuttato lo scorso giovedì “Hamletelia“, pluripremiato spettacolo tragicomico in prosa e musica scritto, diretto e interpretato da Caroline Pagani. Ospitata al PACTA Salone di Milano fino a domani 12 novembre, “Hamletelia” è una riscrittura dell’Amleto ‘raccontato’ dal punto di vista di Ofelia. O meglio del suo fantasma.

LA STORIA – Ambientato a Elsinore 400 anni dopo, la rappresentazione ha come protagonista Ofelia che risorge per rivendicare il suo personaggio, la sua persona. Il fantasma di Ofelia agisce, canta, balla, si tramuta in Amleto, Gertrude, Polonio, Laerte. In questo ultra mondo evoca gli spiriti di altre eroine shakespeariane: Giulietta, Desdemona, Lady Macbeth, Cleopatra. Prova a rispondere – e a farci rispondere – alle domande che la assillano per colmare gli spazi bianchi del capolavoro shakespeariano.
Il titolo “Hamletelia” riporta una scelta specifica: la sovrapposizione di due identità al contempo parallele e antagoniste. “Hamletelia” si riprende quello che Amleto e shakespeare hanno negato a Ofelia: una sorta di io esisto, un femminismo storico. Ofelia è ironica, buffa, comica, moderna, contemporanea, multiforme come è la donna. Passeggia a ritroso nel tempo attraversando epoche e palchi, suscitando riflessioni
sul suo personaggio e sulla sorte che il maschile le ha riservato. Con sottile ironia ripercorre i modi e le manie recitative di ieri e di oggi, replicando i monologhi più
celebri dal classico all’avanguardia. Si parla di Shakespeare, dunque, ma anche anche di donne. E di Teatro.

L’ARTISTA: L’AMLETO E’ UN TESTO “EFFETTO GIOCONDA” – Un omaggio alla storia delle rappresentazioni di Amleto in Teatro, cinema e pittura. “Amleto e’ uno di quei testi ‘effetto Gioconda’ – sottolinea Caroline Pagani – una storia in cui ci si può vedere riflessi dentro come in uno specchio. Questa volta è lei, Ofelia, il centro della trama l’ombra giovanile di ognuno di noi, il personaggio amletico che sbobina la propria coscienza davanti al pubblico. La donna e la bambina impazzite per amore, simbolo archetipico di quella fragilità che ci accomuna tutti quando ci sono in gioco le questioni più importanti della vita: il tradimento, l’amore, la morte” conclude
l’attrice-regista-autrice.

Silvia Sequi 

Il Signor Bonaventura compie 100 anni. Primo tormentone del Novecento

bonaventuraIl Signor Bonaventura ha compiuto cento anni. Con “Qui comincia la sciagura del Signor Bonaventura”, Sto, nome d’arte di Sergio Tofano, ha inventato il primo tormentone ufficiale del Novecento. Tormentone che ha “perseguitato” e perseguita intere generazioni di adulti e bambini, diventando una delle frasi più celebri della cultura pop italiana. Così come è rimasto tra le icone non solo del secolo scorso, ma anche di questi primi anni Duemila, il premio da un milione di vecchie lire che il nostro eroe si guadagna alla fine di ogni avventura. Una cifra volutamente esagerata, perché in quegli anni tutta la Penisola cantava “se potessi avere mille lire al mese”. E un milione erano veramente in pochi persino a sognarlo. Non dimentichiamo che la Prima guerra mondiale era agli sgoccioli e che la situazione economica e sociale degli anni successivi non portava certo a sprizzare di ottimismo da tutti i pori.

Il Signor Bonaventura 02Con questi versi in rima baciata, infatti, iniziavano le storie autoconclusive del Signor Bonaventura, celeberrimo personaggio creato da Sergio Tofano – Sto, che ha esordito il 28 ottobre 1917 nel numero 43 del Corriere dei Piccoli, settimanale illustrato del Corriere della Sera, rivolto ai bambini e ai ragazzi, mentre per le famiglie c’è La Domenica del Corriere.

Sin dalla sua prima apparizione il Signor Bonaventura diventa un beniamino dei lettori, uno dei personaggi più famosi e longevi del fumetto italiano, conquistandosi un ruolo di protagonista a tutto tondo della cultura italiana e fama imperitura, che ancora oggi non accenna a oscurarsi.

SERGIO TOFANO AutocaricaturaCi troviamo di fronte a un caso più unico che raro nel mondo del fumetto, e più in generale della cultura: il personaggio che alimenta la fama del suo autore e l’autore che alimenta il successo del suo personaggio, con l’uno che viene identificato con l’altro e viceversa, formando un legame indissolubile. Sergio Tofano (Roma, nato il 20 agosto 1886, morto il 28 ottobre 1973, 56 anni dopo l’esordio del suo Bonaventura) è stato per decenni un celebrato scrittore, capocomico, attore teatrale, televisivo e cinematografico, caricaturista e illustratore, regista, scenografo, costumista e docente di recitazione all’Accademia di Roma. E sicuramente qualcosa ci è sfuggita. Un personaggio pop come il suo Bonaventura, entrambi con una carriera multitasking che ha pochi eguali in Italia.

E’ stato Luigi Spaventa Filippi, primo e leggendario direttore del Corriere dei Piccoli, a chiedere a Sto, che sin dal 1912 ha pubblicato sul settimanale una serie di novelle illustrate e già famoso sia come attore sia come scrittore, di inventare un nuovo personaggio da contrapporre a Fortunello, che nelle sue storie è sempre perseguitato dalla sfortuna. Happy Hooligan, scritto e disegnato da Frederick Burr Opper e apparso nei quotidiani Usa nel 1900, è una delle prime star internazionali del fumetto, in Italia raccoglie allori con il nome di Fortunello, ma di lui si perderanno le tracce intorno ai primi anni Trenta.

E in quegli anni c’era proprio bisogno di una ventata di fortuna, perché la sfiga, come sempre, ci aveva visto benissimo. Sicuramente è un caso ma Bonaventura esordisce quattro giorni dopo la disfatta di Caporetto, e non c’era solo l’esercito italiano in rotta. L’aria cupa che stagnava sull’Italia aveva proprio bisogno di una bella dose di ottimismo. Fate caso alla trama delle storie: da una disgrazia iniziale verrà fuori una situazione fortunata. Quasi una premonizione del cambio di passo: defenestrato Cadorna la palla passa al generale Armando Diaz che guiderà le truppe nella battaglia di Vittorio Veneto, che si concluderà il 4 novembre 1918, con l’esercito italiano che si prende una gloriosa rivincita.

Bonaventura 03E’ proprio dall’esigenza di spargere ottimismo che nasce il Signor Bonaventura con la celebre frase che, con poche variazioni, scandirà l’inizio di tutte le sue avventure con un successo che ha travalicato le aspettative iniziali sia del suo autore sia dell’editore. E se le rime al posto delle nuvolette in un fumetto vi lasciano perplessi, tenete presente che in quegli anni in Italia i balloons erano ritenuti adatti solo alle persone poco istruite, e certamente non potevano essere usati in una pubblicazione rivolta principalmente ai figli dei lettori del Corsera, giovani ma già colti e istruiti rampolli dell’allora dominante borghesia.

Così gli editori scelgono la soluzione dei versi, solitamente in rima baciata, posizionandoli sotto le vignette, con pesanti interventi censori, con “traduttori – traditori”che hanno dovuto adattare alle italiche esigenze situazioni e dialoghi di personaggi che negli Usa venivano pubblicati nei quotidiani e che si rivolgevano principalmente a un pubblico adulto. Il Corrierino non pubblica solo fumetti, tutti i più famosi personaggi umoristici made in Usa affiancati da una pattuglia di grandi autori italiani, ma dà grande spazio a rubriche dedicate alla morale e ai valori borghesi dell’epoca, con tante rubriche per i giovani scolari, senza dimenticare gli ultimi colpi di coda della pedagogia dell’Ottocento.

Disegnato con uno stile volutamente semplice ma di grande impatto visivo grazie alla resa in stampa, con una strizzatina d’occhio alla grafica futurista che imperava in quegli anni, il Signor Bonaventura, vestito con ampi pantaloni bianchi, una mantellina e una bombetta entrambe di colore rosso, è il classico eroe per caso, una persona normale che vive avventure lunghe una sola pagina, divisa sempre in otto vignette. Di solito lo troviamo in compagnia del suo fedele cane bassotto di colore giallo, che rappresenta anche una sorta di seconda firma di Sto, mentre altri personaggi importanti sono la moglie, il figlio Pizzirì, il nipote Omobono, un disastro ambulante che causa un sacco di danni che regolarmente paga lo zio, l’aristocratico Cecè, un elegantone caratterizzato da un occhialino a caramella, il commissario Sperassai e infine, nel ruolo del cattivo di turno, Barbariccia, pensato e disegnato con “faccia e anima giallaccia”.

Il semplice e ingenuo protagonista dimostra con il suo comportamento come sfortuna e malasorte possano essere vinte da un cuore generoso e da una buona azione. Così, nella vignetta finale Bonaventura sventola sempre una maxi banconota da un milione, che nel dopoguerra diventerà un miliardo, adeguandosi all’inflazione. Le storie iniziano sempre con il nostro eroe povero in canna che alla fine delle otto vignette diventa ricco, per poi ritornare a essere senza un soldo nella prima vignetta della storia successiva. E guai a cambiare questo finale, questo ritmo scontato ma sempre atteso: le rare volte che Sto ci ha provato ha scatenato una rivolta tra i suoi piccoli fan.

Statuina del Signor BonaventuraBonaventura vive avventure umoristiche, piene di ottimismo e di buoni sentimenti, con il piccolo lettore che capisce subito che, dopo la buriana iniziale, tutto si risolverà senza traumi né danni. Una iniezione di ottimismo e di buoni sentimenti, l’ennesimo insegnamento ad hoc per i rampolli della buona borghesia dell’epoca, cioè i lettori tipo del Corrierino, la cui redazione conosce per bene i paletti entro i quali deve operare il figlio minore del Corriere della Sera.

Sin dalla sua prima apparizione il successo arride al Signor Bonaventura, con conseguente aumento delle vendite del Corrierino, dove sarà pubblicato ininterrottamente per ventisei anni, cioè sino al 1943, quando anche la rivista per ragazzi deve arrendersi al perdurare della Seconda guerra mondiale.

Scoppiata la pace, il Signor Bonaventura riappare sul Corrierino ma la frequenza delle sue storie si dirada nel corso degli anni Cinquanta per concludersi negli anni Sessanta. Non è un addio ma un arrivederci perché il nostro eroe riapparirà sempre sul Corrierino negli anni Settanta con storie realizzate da Perogatt, alias Carlo Peroni, un altro dei grandi del fumetto italiano del Novecento, considerato da Sto il suo erede artistico.

La vita del Signor Bonaventura non si limita alla carta stampata, troppo irrequieto per restarsene buono, buono dentro le vignette, il nostro eroe avrà col tempo diverse incarnazioni che lo porteranno a conquistarsi spazi e successi in altri media: teatro, cinema, televisione, cartoni animati, editoria. Una prova che è sicuramente il primo, forse l’unico, personaggio multitasking del fumetto italiano, l’unico ad avere superato il secolo di vita e a godere ancora oggi di un successo che non ne vuol sapere di tramontare.

Tra il 1927 e il 1953, Sto ha scritto, messo in scena, diretto e interpretato sei commedie musicali con protagonista il Signor Bonaventura. Ecco i titoli: “Qui comincia la sventura del signor Bonaventura” (1927); “Una losca congiura” (1928); “La regina in berlina” (1929); “L’isola dei pappagalli” (1938); “Bonaventura veterinario per forza” (1948); e “Bonaventura precettore a corte” (1953).

Le avventure sul palcoscenico del Signor Bonaventura e le altre opere di Sto hanno affascinato e continuano ad appassionare intere generazioni di spettatori. Nel 1966 viene riproposto da Paolo Poli, suo grande fan; nel 1975 da Gianni Fenzi con Tullio Solenghi nella parte di Bonaventura; mentre negli anni Duemila il testimone è passato a Pino Strabioli che ne ha rinverdito i fasti grazie a “Cavoli a merenda”, poliedrico spettacolo tratto da una raccolta di novelle brevi di Sto. Nato dietro suggerimento di Paolo Poli, prodotto dal Teatro Verde Roma, nel corso di questi ultimi anni è stato presentato in diversi teatri, fra cui il Murialdo di Torino, proprio lo scorso mese di ottobre, che con questo spettacolo ha inaugurato la nuova gestione.

Nel 2007 è la volta di “Qui comincia la sventura del Signor Bonaventura”, regia di Marco Baliani. Anteprima al Teatro Argentina di Roma il 28 ottobre in collaborazione con il Laboratorio Integrato Piero Gabrielli e coprodotto dalla Fondazione Cinema per Roma.

Risale al 1942 l’unica apparizione in pellicola del nostro eroe, nel film “Cenerentola e il Signor Bonaventura”, scritto e diretto da Tofano, che ha collaborato alla sceneggiatura e che ha recitato nel ruolo del Dottore. L’interprete principale è Paolo Stoppa, circondato da altre grandi star del cinema e del teatro dell’epoca, fra cui Mario Pisu e Mercedes Brignone. Forse a causa del periodo (siamo in piena Seconda guerra mondiale), forse a causa di Stoppa nella parte di Bonaventura (già grande attore ma poco calato nello spirito del personaggio) il film non raccoglie un grande successo al botteghino e viene dimenticato sino agli anni Duemila. Nel 2009, infatti, il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma restaura il film che viene proiettato nel corso della 66esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione “Questi fantasmi 2”.

Un’altra incarnazione del Signor Bonaventura è nei cartoni animati. Dopo un primo tentativo, che risale agli anni Ottanta, di realizzare una serie Tv a disegni animati tradizionali, nel Duemila esordisce nella Computer graphics animation 3D, con i cortometraggi “Bonaventura e il canotto” (2000) e “Bonaventura e il baule” (2002), sceneggiati dal figlio Gilberto, che ha rielaborato storie originali del padre, e diretti da Marco Bigliazzi.

E anche questa volta il successo non si fa attendere. “Bonaventura e il canotto” è stato presentato il 18 aprile 2000 in una conferenza stampa durante Cartoons on the bay, festival internazionale di film d’animazione organizzato da RaiTrade a Positano, seducendo anche John Coates, presidente della giuria e produttore di cartoni animati tipo il leggendario “The yellow submarine”. Mentre  “Bonaventura e il baule” ha vinto il Premio al personaggio al Festival di Dervio del 2002.

Il Signor Bonaventura è stato usato anche per la diverse campagne pubblicitarie. Negli anni Quaranta è stato il testimonial della campagna nazionale di prestito per la Ricostruzione del 1945, e per la Lotteria Radiotelefortuna del 1949. E non poteva mancare negli anni Sessanta la sua partecipazione al famoso Carosello dove, interpretato da Sto, è stato protagonista di una campagna pubblicitaria per l’azienda tessile Lanerossi. Negli anni Duemila è Il Sole 24 Ore a riproporlo in una sua collana a dispense su argomenti finanziari.

Verso la fine degli anni Novanta, il Signor Bonaventura ritorna sulla carta stampa grazie alla casa editrice Adelphi, che ripropone anche la produzione letteraria del suo creatore. Ma è difficile annotare anche brevemente tutto quello che riguarda l’universo di Sto e di Bonaventura, tra mostre, celebrazioni, saggistica e protagonisti del mondo del cinema, dell’arte e della cultura che non solo lo ammirano ma lo consideravano il proprio mentore. Citiamo “Sergio Tofano e il Signor Bonaventura” di Maddalena Menza, la più importante studiosa dell’autore e del suo personaggio, saggio pubblicato nel 2015 da Kappa Edizioni.

E non possiamo con riportare due divertenti citazioni dedicate al nostro eroe. Una fumettistica e una musicale. Nel numero 73 (luglio 2009) di Rat-Man, famoso personaggio creato da Leo Ortolani, viene presentato un nuovo personaggio, Brick Tempesta. Le sue avventure ripetono quelle del Signor Bonaventura e si concludono con il classico nobiluomo che elargisce al nostro eroe la tradizionale ricompensa di un milione. Ma si tratta di un rettangolo di carta che nel mondo reale non vale niente, come scoprirà il nostro Brick al ristorante: quando va a pagare il conto il proprietario rifiuta il milione immaginario e chiama la polizia.

Nel 2003, Bonaventura viene citato da Elio e le Storie Tese nel pezzo “Abate cruento” incluso nell’album Cicciput.

Dopo tanto passato non potevano chiudere questo sintetico ripasso senza dare uno sguardo al futuro del Signor Bonaventura e di Sto, un futuro che si prospetta sempre roseo e infarcito di nuovi successi.

Sarà, infatti, Pino Strabioli, ad accompagnare il Signor Bonaventura oltre il secolo di vita con il suo “Pino Strabioli racconta Sergio Tofano (e i Cavoli a merenda)”, che andrà in scena con una sola rappresentazione il prossimo 26 dicembre all’Off/Off Teatre di Roma. Produce il Teatro Verde Roma.

E’ c’è anche una saporita ciliegina sulla torta. Pino Strabioli riporta in scena la testa del costume del cane di Bonaventura indossata da Franca Valeri nel 1948, quando ha interpretato la parte del bassotto giallo nella compagnia di Sto, di cui ha fatto parte agli inizi della sua carriera assieme al suo futuro marito Vittorio Caprioli. Ne ha parlato la stessa Valeri in una recente intervista apparsa sul Messaggero online.

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L’Antico Testamento a teatro. Grandezze e nefandezze dell’uomo

antico testamentoAlla Sala Baldini, in Piazza Campitelli, nel cuore del Centro storico, la Compagnia teatrale “Genesi poetiche” ha presentato lo spettacolo “Antico Testamento – Capitoli Uno e Due” Una pièce in due atti, scritta e diretta da Gianluca Paolisso (aiuto regista, Ivano Conte): giovane regista fondatore nel 2016, insieme all’attrice Daria Contento, di questa compagnia che già nel nome indica l’obbiettivo di cercare nuove soluzioni teatrali. “Riscoprendo – precisa Gianluca – grandi classici del teatro per riproporli, però, non in modo pedissequo, ma riattualizzandoli, cercando soprattutto la loro forza profetica, la capacità di prevedere in qualche modo il futuro, specie questa nostra terribile epoca. Al tempo stesso – prosegue Paolisso – cerchiamo nuove soluzioni di regìa che, senza uscire dal contesto, tipicamente contemporaneo, del teatro di regìa, da un lato valorizzino fortemente l’attore, non mero esecutore nelle mani del regista, ma (un po’ come, diremmo “mutatis mutandis”, nella vecchia “Commedia dell’arte”, N.d.R.) parte essenziale dello spettacolo, con sua capacità creativa. Dall’ altro, tenendo conto dei bisogni e degli stimoli visivi, ritmici ed estetici di oggi, cerchino di coniugare drammaturgia, danza e musica”.

La serata è stata promossa dall’associazione culturale “Tota Pulchra”: che, nata anch’essa nel 2016, si propone d’ onorare la bellezza dell’arte ( nel senso piu’ ampio del termine, non solo figurativa) in quanto manifestazione della Luce Divina nelle potenzialità dell’uomo, e mezzo di vero cambiamento sociale. “Questa sera – ha detto, in apertura, Mons. Jean Marie Gervais, Presidente dell’associazione, membro della Penitenzieria Apostolica – i giovani artisti di “Genesi poetiche” si son confrontati con due importanti capitoli dell’ Antico Testamento: il libro di Giuditta, centrato sulla condanna della sete di potere, che porta alla distruzione un intero popolo, e il Cantico dei cantici, qui riletto attraverso la storia d’ un amore sfigurato dalla follia. Si tratta – ha precisato Gervais – d’ un’ iniziativa benefica, i cui incassi vanno soprattutto a finanziare un importante progetto di “Tota Pulchra” : la ricostruzione e la riqualificazione funzionale del monastero cristiano maronita di Sant’Elia di Kahlounieh sul Monte Libano, distrutto nel 1983 nella guerra civile libanese, e ora finalmente sulla via della rinascita”. “Un monastero – ha aggiunto Valerio Monda, primo assistente di “Tota Pulchra” – fondato nel 1766, che in passato ha ospitato, tra gli altri, anche il poeta francese Lamartine: e che ora, ricostruendolo, vorremmo far diventare simbolo della riconciliazione nazionale in Libano e centro di dialogo interreligioso”.

“Ho scelto l’ Antico Testamento per questa mia pièce – aggiunge Paolisso – in quanto testo che più d’ogni altro scandaglia a fondo l’animo umano: giungendo alle più profonde radici di noi stessi, e ricostruendo la grandezza cui può giungere l’uomo, ma anche i suoi peggiori vizi, e le peggiori bassezze di cui è capace. Un libro che non fa sconti di pena e azzera ogni cosa, guardando al futuro nella speranza d’ una futura rinascita”.Specie il secondo atto della pièce, osserviamo, con la sua netta condanna della guerra, cento anni dopo Caporetto e l’invettiva di Papa Benedetto XV contro l’ “inutile strage” (agosto 1917), riporta alla mente la convergenza antibellica che, al di là dei quotidiani contrasti, si delineò, in quegli anni, tra cattolici e socialisti

Nel primo atto, ispirato al libro di Giuditta, troviamo Giuditta ( qui la bravissima Daria Contento), eroina che con la spada decapita Oloferne, primo generale del re Assiro Nabucodonosor, stregato dalla sua bellezza, salvando così il popolo d’Israele: colta in un immaginario dialogo con Artemisia Gentileschi, la pittrice seicentesca che (sulle orme, peraltro,del Caravaggio, già autore d’ un’altra celebre “Giuditta”) ritrasse con maestria il suo atto di violenza. Il personaggio, qui, in pratica condanna se stesso e l’ esser diventato uguale ai nemici cosiddetti “empi”, comportandosi, alla fine, come loro; è un preciso atto d’accusa nei confronti sia della guerra, madre d’ ogni atrocità,che della “realpolitik”. Il secondo atto, “A-MORS, ovvero l’ultimo ballo” , è liberamente ispirato al celebre “Cantico dei Cantici” ( libro dell’ Antico Testamento che a lungo fu messo da parte dalla Chiesa, tenuto quasi nascosto per la sua libertaria esaltazione dell’ amore, anzitutto fisico, come mezzo essenziale di comunicazione uomo-donna, e vera forza rivoluzionaria). “A-MORS”, richiamo all’ Amore, latino “Amor”, nella sua radice proprio etimologica, cioè di negazione della morte: troviamo qui, infatti, un’altra donna ( Elena Elizabeth Scaccia), cui la guerra ha portato via il suo uomo, e che, tuttavia ( come tante donne, in ogni conflitto) , non vuol accettare questa prospettiva. Rinchiusa dalla sua gente, che la ritiene folle perché continua a cercare il suo uomo nonostante sappia che la guerra l’ ha portato via, lo cercherà sino alla fine, dedicandogli un ultimo ballo che sa appunto di A-MORS, amore che supera i confini della morte.Intanto, tra le varie musiche risuona anche la celebre, antimilitarista “Ballata dell’eroe” di Fabrizio De Andrè.

“Cosa avverrà dopo la guerra?”, si chiede, in chiusura, Gianluca Paolisso; “Forse un processo all’umanità, forse l’Apocalisse e la rinascita… lo si scoprirà nell’ultimo capitolo, un’altra mia pièce di prossima realizzazione”.

Fabrizio Federici

Dalla strage di Ustica ai migranti a Melilla. Eventi storici in 4 spettacoli

birdieMentre Ascanio Celestini continua a portare in scena fino al 29 ottobre “Pueblo” sua nuova creazione presentata con successo lo scorso 12 ottobre al Teatro Vittoria, i 4 spettacoli che debuttano questa settimana al Romaeuropa festival hanno in comune il fatto di ispirarsi a eventi che hanno segnato la storia mondiale e del nostro Paese.

Le pagine ancora oscure della storia Italiana si mescolano alla poesia e alla musica elettronica in De Facto (25 – 27 ottobre Macro Testaccio) nuova opera del collettivo Ateliersi, diretto da Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi, centrata sulla Strage di Ustica, che il 27 giugno del 1980 sconvolse l’Italia.

Ateliersi incontra in De Facto i suoni iconici della compositrice elettroacustica Caterina Barbieri e la straordinaria vocalità della cantante Francesca Pizzo dei Melampus, per penetrare in una voragine in cui collassa un frammento di storia nazionale. Nello spettacolo, il linguaggio giuridico della sentenza-ordinanza con cui il Giudice Rosario Priore nel 1999 determina che Ustica fu: «Propriamente un atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata», entra in relazione – attraverso il lavoro dei performer – con un live set di musica elettronica e un apparato visuale che ci riporta al 1980, agli albori degli home computer. Un’opera musicale che scava nel passato per rintracciare segnali del nostro presente.

Dal 26 al 28 ottobre al Macro Testaccio Lisa Ferlazzo Natoli sarà insieme a Gianluca Ruggeri in LesAdieux! Parole salvate dalle fiamme ripercorre tra musica, video e parole alcuni dei momenti topici della Rivoluzione d’Ottobre, in occasione del suo centenario. Lisa Ferlazzo Natoli, Fortunato Leccese, Emiliano Masala si confrontano con un ensemble di quattro strumenti (viola, flauti, bayan e percussioni) per costruire un percorso intorno alla Rivoluzione. Esenin, Majakovskij, Pasternak e Blok, compagni di strada della rivoluzione e dissidenti per posizione, con le loro parole, le loro contraddizioni, le loro morti e i loro esili, sono protagonisti di una traversata da un’epoca a un’altra, un viaggio a ritroso per recuperare radici antiche, trovare in versi e parole il ritmo di tamburi e il refrain di ballate popolari. Schegge d’esecuzioni celebri, discorsi di Lenin, Stalin e Chrušcëv alla nazione, esperimenti futuristi e canti dell’Armata Rossa si muovono insieme a frammenti di film di Ejzenštejn, materiali d’archivio, riprese live ed elaborazioni video, in un continuum musicale attraverso il quale reinventare associazioni e narrazioni, riportare in vita l’alba di un’epoca e la sua fine, percepirne la folgorante eredità.

Dalla Spagna il 28 e 29 ottobre arriva al Teatro Vascello la compagnia Leone d’Argento alla Biennale Teatro 2015 Agrupación Señor Serrano per portare in scena Birdie. Partendo dalla comparazione tra la celebre fotografia di Josè Palazon – scattata nella città di frontiera marocchina Melilla e diventata subito icona della migrazione – in cui 70 migranti sono in bilico sulla rete che circonda la città per cercare di superare la barriera, mentre gli abitanti della città giocano a golf, noncuranti del dramma a pochi metri da loro, e il capolavoro Gli uccelli di Alfred Hitchcock, Agrupación Señor Serrano affronta il tema delle migrazioni e dei movimenti d’informazioni, merci e uomini nel mondo.

Una scena in miniatura, abitata da migliaia di pupazzetti di animali, è animata dai tre performer e ripresa in ogni dettaglio da videocamere. Le immagini catturate sono a loro volta proiettate su uno schermo, manipolate attraverso tecniche artigianali oppure montate in tempo reale a frammenti del film di Hitchcock o a dati e informazioni recuperabili sul web. Analizzata in ogni dettaglio, accostata a nuovo materiale visivo, la fotografia di Palazón diviene il punto di partenza e arrivo di un trattato visionario sulla migrazione tra il movimento delle galassie, i flussi di internet, il golf e la minaccia di stormi di uccelli. Da sempre attenta alle insidie che possono nascondersi all’interno di un’immagine, Agrupación Señor Serrano crea il ritratto ipermediale di un presente dilaniato tra flussi di merci e nuovi muri.

Negli stessi giorni il Colettivo Edison Studio organizzerà il 28 ottobre in collaborazione con SIAE e Cineteca di Bologna alla Pelanda del Macro Testaccio la seconda edizione del concorso internazionale di composizione musicale per immagini Sounds of Silences oltre a donare nuove suggestioni e percorsi sonori al capolavoro del cinema espressionista tedesco (e apoteosi del movimento espressionista tutto) diretto nel 1919 da Robert Wiene. Das Cabinet des Dr.Caligari, il 29 ottobre sempre alla Pelanda. Con le sue scenografie allucinate realizzate da Hermann Warm, con le sue geometrie spigolose, ombre e vicoli ciechi, il capolavoro cinematografico recentemente restaurato dalla Cineteca di Bologna, continua a ipnotizzare lo spettatore. Edison Studio analizza la pellicola individuandone i climi espressivi, i percorsi formali e i materiali sonori; con tastiere, campionatori, strumenti a percussione e oggetti risonanti dà vita a un nuovo intervento in tempo reale, capace di catapultarci nell’anima del film: un mondo distorto che, tra sonnambulismo e follia, ha anticipato sorprendentemente future sperimentazioni artistiche e importanti tematiche sociali.

Pueblo, Ascanio Celestini presenta la seconda tappa della sua trilogia al REf

ascanio celestiniDopo aver presentato Laika nel 2015, Ascanio Celestini torna al Romaeuropa Festival dal 17 al 29 Ottobre al Teatro Vittoria per presentare, in prima nazionale, la seconda tappa della sua trilogia. PUEBLO è la nuova produzione dell’istrionico artista, fra i più rappresentativi del teatro di narrazione. Ambientazioni dello spettacolo sono gli stessi luoghi in cui palpitava la vita della sua precedente creazione: la periferia, il bar, il supermercato, il marciapiede. «C’è un supermercato, un grande magazzino dove lavorano facchini africani. C’è un condominio nel quale vive il personaggio che racconta la storia. Ma se in “Laika” racconta ciò che vede, in questa seconda parte della trilogia accade il contrario: guarda e immagina la storia dei personaggi. In “Laika” si racconta il mondo, in “Pueblo” il mondo è tutto nella testa. Ma c’è poi tanta differenza?» si domanda Celestini.

Ed è in questi spazi reali e immaginari che vive Valentina, giovane cassiera che sogna di essere regina di un reame popolato dalle storie feroci e poetiche di altrettanti personaggi disillusi e traditi dalla vita. Voci differenti s’incontrano all’interno di un bar per ritrarre un universo fatto di povertà, ma capace di brillare come un diamante di rara bellezza o un mondo senza Dei -come quello di Laika– in cui, nonostante tutto, molti miracoli dovranno accadere.

Ad accompagnare questa nuova narrazione sono le musiche originali composte da Gianluca Casadei: «Sto in scena con Gianluca da molti anni. Lui suona ma scrive come un drammaturgo. Io racconto ma cerco di improvvisare come un musicista. Io penso che le due cose siano una sola (…) Nella musica, per quanto la si associ sempre alla matematica, accade qualcosa di simile. Lo strumento è l’arco del cacciatore. Il tempo non lo dà l’orologio, ma l’animale che stai seguendo. E nel mio teatro cerco di fare lo stesso. Non ho un testo a memoria. Mi muovo anche io dietro a una bestia» dichiara ancora Ascanio.

Pueblo è un nuovo ritratto dei margini della società, un invito per lo spettatore a identificarsi con i suoi protagonisti: personaggi che, al di là della loro particolare condizione sociale, come tutti noi, affrontano la propria condizione di esseri umani.