UE: per il 25 marzo Corrado Veneziano “ripensa” il logo

Ue: un nuovo logo è possibile (Ue: un nuovo luogo è necessario):
Per il 25 marzo l’artista Corrado Veneziano “ripensa” il logo In esposizione, fino al 2 aprile prossimo, a Roma tre installazioni artistiche che reinterpretano in chiave estetica, critica e provocatoria l’emblema dell’UE.

stella UE

stella UE

Prende il via sabato 25 marzo, a Roma, nel cuore dello storico quartiere Coppedè (Via Reno, 18 A) la personale di Corrado Veneziano dal titolo “UE: un nuovo logo è possibile! UE: un nuovo luogo è necessario!”, in programma fino al 2 aprile prossimo (orario: 17.00 – 20.00, ingresso libero).

L’esposizione, che verrà inaugurata in occasione dei sessanta anni del Trattato di Roma, presenta – attraverso tre installazioni – la reinterpretazione in chiave estetica, critica e provocatoria del logo dell’Unione Europea, il cui anniversario della nascita ricorre proprio il 25 marzo. Se, infatti, da una parte questa data rappresenta un’occasione per festeggiare il fondamentale patto di relazione e convivenza tra gli Stati che hanno aderito all’Unione, dall’altra può e deve aprire una riflessione sulla parte ancora incompiuta e fortemente problematica di tale conquista.

È ciò che ha inteso fare l’artista attraverso un’analisi della simbologia alla quale il suo emblema è collegato. Com’è risaputo, le 12 stelle dell’UE, posizionate su fondo blu, evocano un colore e una figurazione attraente e penetrante: laddove lo sfondo vuole essere cielo-mare-dolcezza; e le stelle, posizionate circolarmente, brillano evocando una bussola, una costellazione, un sogno.

stella corona ue

stella corona Ue

Corrado Veneziano, già autore del Logo 2015 del Prix internazionale televisivo della Rai, recensito entusiasticamente dall’antropologo Marc Augé, dal critico Achille Bonito Oliva e dal sociologo Derrick de Kerckhove, ha realizzato le tre opere artistiche servendosi di materiali diversi: scarpe di colore blu, celeste e verde acqua, salvagenti, copertoni, corone di fiori lacerati, nastri, funi e catene argentee.

Visitabili dal pubblico per un’intera settimana, le installazioni misurano tre metri per tre. E se – da lontano – sembrano replicare pedissequamente la consueta bandiera UE, da vicino al contrario svelano tutt’altro. Infatti solo con uno sguardo prossimo a ciascuna delle tre installazioni – in una messa a fuoco sempre più concreta – le bandiere si rivelano per quello di cui sono effettivamente composte: una distesa di scarpe blu sulle quali riposano, in collocazione circolare, dodici copertoni avvolti da ingombranti catene; un mare di impermeabili trasparenti e celesti sui quali si adagiano dodici salvagenti avvolti da strisce dorate; dodici corone di fiori violacei poste su altrettante coperte blu, come in un giaciglio mortuario. A richiamare una realtà in larga parte da perfezionare, un viaggio non ancora risolto, una fatica segnata, anche e forse soprattutto, da cicatrici e lacerazioni. Ma anche a dimostrare per l’ennesima volta che, come ha scritto in un’altra occasione Achille Bonito Oliva, “le opere di Corrado Veneziano massaggiano il muscolo atrofizzato della memoria collettiva”.

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Stella Ue salvagente

Secondo Corrado Veneziano: “Manca un immaginario, un respiro, una voce che faccia sentire coesa e densa l’attuale Unione Europea. E dunque ho voluto utilizzare l’arte per ripartire, provocatoriamente, dall’unica dimensione simbolica esistente oggi: la sua icona, il suo marchio, il suo logo”. “Mi sento tanto italiano quanto europeo, e non riesco a rassegnarmi all’idea che, a fronte di una unione economica e amministrativa, non ve ne sia una legata alla dimensione immateriale, simbolica, culturale”, ha detto l’artista. “Il valore della diversità si sta trasformando in una regressione localistica e burocratizzata invece che essere inteso quale elemento straordinario di valorizzazione delle molteplicità. Diversamente, penso che proprio dall’arte si debba e si possa ripartire per costruire una nuova Europa dei popoli”, ha quindi concluso Veneziano.

L’appuntamento per il vernissage è fissato per sabato 25 marzo 2017 alle ore 17.

Note biografiche:
Corrado Veneziano (Tursi, 1958) ha alternato le sue attività di ricerca e di docenza accademica con il suo permanente lavoro di artista. Regista teatrale per Festival e rassegne internazionali (spesso con la Biennale di Venezia) e regista televisivo per la Divisione ragazzi di Rai 3 e per Rainews 24, ha pubblicato molteplici volumi (sulla comunicazione e la espressività) con importanti case editrici italiane. Ha tenuto laboratori e seminari in università e accademie, in Europa, negli Stati Uniti, in Africa. Nel 2013 ha presentato per la prima volta i suoi lavori pittorici a Roma, raccogliendo l’attenzione lusinghiera del critico Achille Bonito Oliva e dell’antropologo Marc Augè.
Sulla sua produzione pittorica vale la pena sottolineare la mostra ospitata con il sostegno del Ministero degli Esteri e ospitata a Bruxelles nel primo semestre europeo di presidenza italiana (2014) e due eventi, del 2015. Il primo è legato alla personale ISBN 9788820302092 tenutasi a Parigi nell’Espace en Cours diretto da Julie Heintz; il secondo è invece relativo al quadro che la Rai gli ha commissionato per il 67° Prix Italia – Concorso internazionale della Tv, del web e della radio. La mostra parigina si è inscritta nelle manifestazioni francesi sul 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri; l’opera per il Prix Italia (tenutosi a Torino tra il 19 e il 24 settembre) è diventata l’immagine-simbolo della rassegna 2015 del Prix, intitolata “Il potere delle Storie. Il laboratorio della Creatività”. Anche il 2016 ha registrato varie iniziative pittoriche e artistiche, tra cui vale la pena di citare la personale alla antica Galleria Nevskij 8 di San Pietroburgo dal titolo “I codici dell’anima” in cui Veneziano ha presentato, per larga parte, i lavori dedicati ai codici ISBN. Recentemente (San Pietroburgo, gennaio-febbraio 2017) l’artista è stato impegnato in esposizione in quel medesimo spazio con la personale “Segni, loghi e corruzioni”, a cura di Raffaella Salato.

Alcune note critiche:
Achille Bonito Oliva ”L’anima dei non luoghi”
“(…) Eppure egli è un artista tipicamente europeo che partecipa anche alla postmodernità attraverso l’assunzione del metodo dell’assemblaggio, della conversione, del riciclaggio, della contaminazione; insomma di una serie di passaggi stilistici differenziati”. “(…) Inserirsi nel mercato dell’arte contemporanea è un fatto statistico, di circostanza, di contesto. Quello che è importante è riconoscere quando un lavoro è capace di viaggiare su diverse lunghezze d’onda: viaggiare tra l’alto e il basso del sogno dell’arte. Questo è in grado di fare Veneziano in quanto ha il coraggio di non assumere un’iconografia eclatante ma, anzi, segnala l’orgoglio di chi utilizza l’arte per sviluppare una scoperta. L’arte come svelamento e l’arte come sollecitazione e ampliamento della sensibilità: per chi la fa e per chi la riceve. In questo senso, quella di Corrado Veneziano, può definirsi – anche – un’arte sociale”.

Marc Augé, “L’anima dei non luoghi”
“(…) Devo ammettere di aver attraversato larga parte del mio lavoro intellettuale a spiegare cosa sia un non-luogo. E ora, un po’ inaspettatamente, vedo rappresentato questo concetto nell’arte figurativa: per l’esattezza nelle opere pittoriche di Corrado Veneziano. Ho sempre sperato (e aspettato) che un artista potesse appropriarsi di uno spazio che è considerato normalmente un non-luogo, e ho avuto la conferma immaginata: che cimentandosi con uno spazio non definito (non puntualmente localizzabile) il pittore stabilisca e rafforzi – comunque – una relazione con il medesimo spazio. E Veneziano rimarca proprio l’esistenza dell’arricchente opposizione tra luogo e non luogo;  la trasposizione pittorica diventa protagonista del non-luogo laddove ne propone una inedita, intensa rappresentazione.”

Derrick De Kerckhove Non luoghi > No loghi
“(…) È questa ricerca dello “sguardo di chi guarda” che mi intriga in Veneziano. L’educazione allo sguardo e dello sguardo è propria dell’arte visiva. Ma pochi artisti contemporanei lo fanno deliberatamente, pittori o fotografi, scultori o registi.
Veneziano chiede allo spettatore di creare il quadro con lui: per distinguere forme sfocate, e per perseguire una proposta visiva ulteriore. Oppure, come nel caso del quadro del codice QR, per legare e correlare una moltitudine di ombre fluide, appena riconoscibili tra singole tessere. Un quadro luminoso e ricco di speranza: come molte altre opere di questo artista”.

“Frida, la verità elaborata”, la sua vita in scena al Teatro Petrolini

frida petrolini“Frida Kahlo scriveva con il pennello e dipingeva con la penna” a questa riflessione è giunto l’autore e regista Renato Capitani dopo uno studio approfondito sulla straordinaria pittrice messicana attraverso le pagine del suo diario, le lettere, le poesie e le recensioni dei critici d’arte ai suoi dipinti: “La spiritualità ed insieme l’autenticità, a volte semplice ma sempre elaborata da una geniale mediazione tra realtà e poesia, tra sofferenza, sogno ed incubo mi hanno suggerito il titolo “Frida, la verità elaborata”, perché nell’elaborazione delle sue ispirazioni sta la sua grandezza, anche come scrittrice.”

Frida Kahlo nacque nel 1907 a Coyoacán, una delegazione di Città del Messico. Un evento terribile, il 17 settembre 1925 all’età di 18 anni, cambiò drasticamente il suo destino: Frida salì su un autobus per tornare a casa e rimase vittima di un grave incidente, in seguito al quale nel corso della vita dovette subire 32 operazioni chirurgiche. Dimessa dall’ospedale, fu costretta ad anni di riposo col busto ingessato. Tale immobilità forzata la spinse a dipingere e quando riuscì di nuovo a camminare decise di sottoporre i suoi dipinti a Diego Rivera, illustre pittore dell’epoca, per avere un suo riscontro. Rivera rimase colpito dal suo stile, tanto da inserirla nella scena politica e culturale messicana. Frida Kahlo divenne un’attivista del Partito Comunista Messicano a cui si iscrisse nel 1928, e l’anno successivo sposò Rivera pur sapendo dei continui tradimenti a cui sarebbe andata incontro. Morì a 47 anni ed il suo dispiacere maggiore fu quello di non aver avuto figli.

Con “Frida, la verità elaborata” Renato Capitani compone un mosaico di tasselli colorati che scompone e ricompone in un trittico formato da più immagini, somiglianti ma diverse. Tre personalità per ritrarne una più grande, che le racchiude ma che non può essere riassunta da una di esse. Frida, interpretata da Elisa Josefina Fattori, ripercorrerà la propria vita, le speranze, la lotta quotidiana contro il dolore e la Morte, divenendo ponte fra la Frida dell’età giovanile e la Frida della maturità, sintesi e somma fra ingenuità e sofferenza.

“I grandi artisti sono grandi innanzitutto per i messaggi che comunicano attraverso la loro Arte. L’Arte è comunicazione e la comunicazione quando è potente proviene sempre da una personalità magnetica. Frida è stata precorritrice dei tempi tanto da sembrarci contemporanea. Se pensiamo alla sua vita, ci rendiamo conto che da disabile – quale è diventata dopo l’incidente – non ha rinunciato a vivere: si è affermata come pittrice, ha creduto nella storia d’amore con Diego Rivera ed ha cercato disperatamente di diventare madre, mentre a diciotto anni i medici le prospettavano un’esistenza da paralizzata. Quanti, al suo posto, si sarebbero arresi? Ma il fascino di Frida sta anche nella sua umanità, nel suo essere innanzitutto donna e nell’aver affrontato le sfide che ogni donna – almeno una volta nella vita – si trova a dover superare: l’amore travagliato, la gelosia, i tradimenti, il desiderio di maternità e di successo professionale” così Elisa Josefina Fattori racconta il personaggio che interpreterà al Teatro Petrolini il prossimo 29 marzo.

Roma Restyle presenta la rassegna artistica ‘In punta di donna’

in-punta-di-donna-roma-reL’Associazione Roma Restyle fondata da Michele Vitiello, ha come fine la condivisione sociale dell’arte, con particolare attenzione alle realtà giovanili.

Le iniziative creano ponti di comunicazione generazionale, offrendo momenti di aggregazione che, oltre a stimolare e valorizzare l’interazione nel territorio italiano fra individui, sensibilizzano verso tematiche di legalità e difesa dei diritti inalienabili dell’essere umano; dal rispetto dell’ambiente, alla progettualità di nuove idee a lungo termine per una sana crescita culturale e di integrazione. Proprio quest’anno si inaugura il progetto artistico musicale: Nuove Esperienze Musicali che verrà attivato da un gruppo di esperti, entro la fine di marzo.

Numerosi e già programmati, saranno gli appuntamenti dedicati alla donna, contro ogni forma di violenza, firmati dall’Associazione Roma Restyle; lo annuncia lo stesso presidente, il regista Michele Vitiello. Sotto il patrocinio del comune di Napoli, con la preziosa collaborazione dell’Assessorato alle Pari Opportunità e Qualità della vita, prima tappa il 27 marzo alle 12:00, Largo Enrico Berlinguer, dove verrà svolto un flash mob pro-donna.

Il tema del femminile sarà in scena a Roma il 1 aprile, sotto la direzione artistica di Giulia Antonini, con In punta di Donna, presso il Teatro Viganò. Alle 16:00 rassegna di danza delle scuole italiane che hanno aderito, tra cui le Clap Project, gruppo vincitore del premio coreografico della passata edizione. Madrina dell’evento la celebre ballerina Gaia Straccamore.

Fra gli ospiti: Elena Faccio, cantautrice: esegue il brano “Corpi fragili”; Michelangelo Nari, attore e cantante: con un estratto dal musical “L’ultima strega”; Cristina Colantuono, psicologa, con il progetto nelle scuole “Fuoco e Fumo”, tecniche e strategie contro il bullismo. Il duo Akira Manera che oltre al loro repertorio, realizzeranno per l’occasione La cura di Franco Battiato; saranno presenti anche la cantante e attrice Martina Cenere e Lorena Marina Scintu, attrice. Presenta la rassegna Donatello Salamina.

Alle 21:00, sempre al Teatro Viganò, si apre il sipario sui mitici Pandemonium con lo spettacolo teatro canzone dal titolo Viaggio musicale nella donna d’autore con Mariano Perrella, Gianna Carlotta, Patrizia Tapparelli e con Isabella Alfano. Con un cameo di Niccolò Carosi e le coreografie a cura di Giulia Antonini con il corpo di ballo formato da Greta Favale, Asia Ferri, Chiara Panei.

La regia è di Michele Vitiello, Giulia Antonini, Mariano Perrella.

Cristina Messora,
in mostra in libreria
i suoi dipinti

Locandina_mostra_Narratio_in_chartaЀ dedicata a Cristina Messora, pittrice modenese, la mostra “Narratio in charta”, dal 4 al 18 marzo, alla libreria Del Monte: dieci dipinti, realizzati su carta da incisione, graffiati con un punteruolo che racconto l’infanzia dell’artista trascorsa nell’appennino emiliano. L’evento, a cura di Andrea Carnevali,  sarà presentato a Macerata il 4 marzo, alle ore 17.00. Inoltre, nella sala delle conferenze  sarà allestito un laboratorio per bambini dal titolo“Linguaggio dell’arte”, organizzato dall’artista, alle ore 17,30. Le opere in mostre, edizioni uniche, potranno essere acquistate e il l’intero ricavato verrà devoluto per la ricostruzione del post sisma delle Marche.

Nei dipinti di Cristina Messora si possono osservare forme essenziali, lo splendore dei colori e la luminosità dei segni neri che attraversano la superficie dei quadri.  Il ricordo del padre è il tema di questa esposizione che si articola in diversi momenti: s’incomincia dalla visita medica, dall’autoritratto, dal viaggio in motocicletta,  fino al timore di perdere la libertà. La figura paterna raccontata, attraverso i dipinti, può diventare un’occasione per ritornare a riflettere sul rapporto tra padre e figli nella società odierna.

L’artista ha creato una vera e propria scenografia di grande impatto visivo, fatta di fasci di luce che investono l’intera storica libreria Del Monte. Molto interessante è l’uso della carta trasparente sulla superficie dei soggetti ritratti che danno al quadro un certo ritmo e una certa eleganza.

“Cristina Messora è una pittrice di talento – dice Andrea Carnevali –  che utilizza varie  tecniche su diversi supporti come  tele e carta. Le sue opere hanno una affascinante joie de vivre sebbene le sue vere conquiste siano nei lavori su fogli di cartoncino opaco.  Il segno nero su carta è una sorta di estensione non verbale della scrittura”.

I ricordi esposti sono capaci di catturare tutta l’intima e inesauribile essenza di un mondo miracolosamente sospeso tra presente e passato.

Con Simone Cristicchi ritorna Lazzaretti,
il “Cristo dell’Amiata”

lazzarettiUn po’ Francesco d’Assisi, coerente quanto convincente, nei suoi appelli a un cristianesimo inteso soprattutto come pratica della povertà evangelica e leva di contestazione delle ingiustizie sociali; un po’ Mazzini (“La Repubblica è il Regno di Dio”, recitava uno dei suoi più celebri slogan, inciso poi, sugli stendardi dei suoi seguaci, la mattina di quel tragico 18 agosto 1978). E un po’ Garibaldi (del quale quasi eguagliò’ la popolarità riscossa all’estero, nei  trionfali “tour” del 1874-’77 in Francia, insieme al  suo mentore Leon du Vachat, paladino di una impossibile restaurazione monarchica in Francia…). Parliamo di David Lazzaretti (1834-1878), il “Messia dell’Amiata”: l’uomo che, nell'”Italia scombinata” post-unitaria, dette vita all’ultima eresia popolare italiana. Impersonando un moto di protesta religiosa e sociale che non gli perdonarono né la Chiesa cattolica, inizialmente portata ad appoggiarlo in chiave antisabauda, anti-Stato liberale (e massonico), né i governi della Sinistra liberale (andata al potere, con Agostino Depretis, nel 1876): spaventati dal possibile collegamento tra lazzarettisti, Internazionale socialista e primi socialisti italiani.

Al Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni popolari di Roma EUR, la figura di Lazzaretti rivive, sino al 21 maggio, con una suggestiva mostra, curata dal direttore, Leandro Ventura, e dall’antropologa Marisa Iori, con la collaborazione scientifica di Francesco Pitocco, Coordinatore del Dottorato di ricerca in Storia e politica nell’Europa moderna e contemporanea alla “Sapienza; e organizzata insieme al Ministero per i Beni e le Attività Culturali e al Comune di Arcidosso ( “patria”, a suo tempo, del “Messia amiatino”). La mostra espone, in tutto, una cinquantina di reperti: provenienti, in parte, dallo stesso Museo (inventariati, come “cimeli lazzarettisti”, nelle collezioni del vecchio “Museo delle Civiltà”, precursore del MNATP, dopo esser stati presenti alla grande esposizione di Roma del 1911, per i cinquant’anni dall’ Unità), e dal “Centro studi David Lazzaretti” di Arcidosso, dal vicino Archivio Giurisdavidico di Zancona e dall’ Archivio di Stato di Grosseto. Si tratta di documenti originali dei lazzarettisti, saggi critici sul movimento (alcuni pubblicati quando ancora il profeta era vivo), rarissime fotografie; e molti abiti originali dei “davidiani”, dalle uniformi dai colori sgargianti e fantasiosi alle coroncine di fiori indossate dalle fanciulle vestite di bianco. Sino al mantello originale, rosso e blu, indossato da Lazzaretti proprio il 18 agosto 1878, e al cappello con piume di struzzo (con ben visibili i fori dei colpi mortali sparati, in una scena davvero da film, all’ ingresso in Arcidosso, dal carabiniere Antonio Pellegrini).

L’esposizione, va detto, è nata da un’idea del cantautore, e autore teatrale, Simone Cristicchi, appassionato del tema: che tempo fa, appunto al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, aveva proposto una mostra su Lazzaretti dopo aver visionato la vecchia cassa dei cimeli davidiani esposti a Roma nel 1911. Sempre su Lazzaretti, Cristicchi ha scritto nel 2015, col regista e autore teatrale Manfredi Rutelli, la pièce “Il secondo figlio di Dio”: che, interpretata dallo stesso Cristicchi, nei panni appunto del “Cristo dell’ Amiata”, è andata in scena ultimamente, con grande successo, al teatro “Vittoria” di Testaccio (lo spettacolo sarà riproposto proprio al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, in chiusura della mostra, il 20 maggio).

Il socialismo cristiano di Lazzaretti, tradottosi nella creazione d’una lega assistenziale e della celebre “Società delle Famiglie Cristiane” (dove ognuno metteva in proprietà collettiva i propri attrezzi di lavoro, e i frutti del proprio lavoro), e nell’impegno per avviare scuiole pubbliche in un Amiatino dove regnavano miseria e ignoranza (un po’ come avrebbero fatto decenni dopo, soprattutto nelle aree depresse del Lazio, Sibilla Aleramo e Giovanni Cena), influì fortemente sulle successive generazioni di socialisti. Camillo Prampolini (1859-1930), il giornalista e deputato reggiano fondatore dello storico periodico “La Giustizia”, nel commovente scritto del 1897 “La predica di Natale” riecheggia chiaramente i discorsi di Lazzaretti. Alle idee di David s’interessarono fortemente Don Giovanni Bosco (che lo conobbe di persona), Maupassant, Tolstoj (che a Jassnaja Poljana, con molti più mezzi del profeta amiatino, tentò, in sostanza, esperimenti analoghi, nel diverso contesto della Russia zarista), Pascoli, Gramsci (che, nei “quaderni dal carcere”, definisce la morte di Lazzaretti un vero e proprio omicidio, da tempo premeditato), Eric Hobsbawm ( nel celebre saggio “I ribelli”), Ernesto Balducci ( che, ricordiamo, nel cimitero di S.Fiora, riposa proprio davanti a David e ai suoi parenti). Cesare Lombroso, il “positivista arrabbiato” che pure era socialista, e che studiò a lungo i resti mortali del profeta (il quale, comunque, nel 1874 era stato giudicato, dai periti medici del tribunale di Rieti, perfettamente sano di mente), lo definì “un mattoide”: tenendo presenti, evidentemente, anche la sua incredibile ascendenza sulle folle, e i momenti in cui egli si proclamò, pubblicamente, addirittura figlio di Dio, fratello di Cristo. Salvo aggiungere, subito dopo, che allora, però, erano stati mattoidi anche Francesco d’Assisi, Cola di Rienzo, Savonarola, Lutero…

Fabrizio Federici    

Beppe Fiorello racconta la tragedia della F174 ne “I fantasmi di Portopalo”

fantasmi di portopalo“I fantasmi di Portopalo”, per la regia di Alessandro Angelini, non è il classico film in cui siamo abituati a vedere recitare come protagonista Beppe Fiorello (che qui ha collaborato anche al soggetto e alla sceneggiatura). Non è raccontato come un semplice fatto di cronaca tratto da una storia vera, in cui il protagonista si fa giustizia da solo e riesce nella sua rivalsa a riscattarsi e riscattare soprattutto i soprusi di cui è stato testimone. La vicenda narrata, il naufragio della nave F174 avvenuto nella notte di Natale del 1996 al largo di Portopalo di Capo Passero (Siracusa), è costruita come un’inchiesta giornalistica (e scandalistica per lo scompiglio che portò), che tenta di rimettere insieme il puzzle della verità con obiettività ed oggettività; tanto che, a rivelarci come sono andate veramente le cose, sono i veri principali protagonisti superstiti: circa 283 naufraghi (tutti clandestini provenienti principalmente da India, Pakistan e Sri Lanka) persero la vita in quella che è stata ribattezzata “la tragedia di Portopalo” (solo circa 30 di loro sopravvivranno). E non è un caso, poiché la storia vera è tratta dal libro del 2004 di Giovanni Maria Bellu (del quotidiano “La Repubblica”) “I fantasmi di Portopalo. Natale 1996: la morte di 300 clandestini e il silenzio dell’Italia” (Arnoldo Mondadori Editore). Quest’ultimo è il giornalista che si interesserà del caso che era stato archiviato, facendolo riaprire; grazie all’aiuto di un pescatore, Salvatore Lupo, l’unico che ebbe il coraggio nel 2001 di denunciare il ritrovamento dei corpi e indicare il punto esatto dove la nave F174 era affondata. Dopo le prime denunce, la Procura di Siracusa aveva aperto un’inchiesta e i membri dell’equipaggio erano stati rinviati a giudizio per omicidio colposo. Il processo rimase aperto solo per l’armatore pakistano Tourab Ahmed Sheik, residente a Malta, perché la Francia si oppose alla richiesta di estradizione del capitano che si era rifugiato oltralpe. L’armatore è stato condannato in appello a 30 anni di carcere insieme al capitano della nave, dopo che il processo di primo grado li aveva visti assolti. Bellu, nella miniserie, diventerà Giacomo Sanna (Giuseppe Battiston), Lupo sarà Saro Ferro (Beppe Fiorello), così come sarà presente Tourab. Dunque non mancheranno i punti di vista degli scafisti; dediti solo ai propri interessi e al guadagno, a loro avviso questi uomini, che avevano pagato fino a circa un migliaio di dollari a testa per la traversata, non erano degni di viaggiare in condizioni sicure: per loro una nave sovraccarica, dove stavano stipati nella stiva, era fin troppo. Ed anche la posizione della Chiesa (rappresentata dal parroco del paese). A Natale, quando ha avuto luogo il disastro, di solito si parla di salvezza per l’umanità con la nascita di Gesù Bambino. La religione, poi, ci insegna che siamo tutti figli di Dio, tutti uguali di fronte al Suo giudizio, ma poi l’atteggiamento ecclesiastico verterà su una posizione appunto più moderata, non volendo inimicizie, e non darà pieno appoggio a Saro come egli si aspettava. Infine è una riflessione sul senso di comunità ed umanità. Di fratellanza e vicinanza tra i popoli (di accoglienza, ma anche di discriminazione nei confronti del diverso), quanto all’interno di Portopalo stesso. Molte le inimicizie che si creerà Saro. La moglie stessa (Lucia Ferro, alias Roberta Caronia) insegnante, a scuola ai suoi alunni spiegava che “la violenza è degli stupidi e dei vigliacchi” e credeva fortemente che il suo ruolo fosse insegnare la giustizia e la solidarietà ed era quello cercava di fare. Dunque una storia di giustizia, ma anche di solidarietà ed amicizia; come quella che nasce tra Saro e Fortunato (Bagya Lankapura). Il primo aiuta quest’ultimo, giovane indiano che lui salva poiché ferito e a cui cerca di dare un posto dove vivere, mangiare e dormire e studiare presso la parrocchia paesana. Ma nei suoi confronti le diffidenze, i pregiudizi, le discriminazioni e le difficoltà saranno tante. Dopo la denuncia di Ferro, però, i due “saranno tutti sulla stessa barca” come si suole dire, riprendendo la metafora marina. E questo è un elemento caratterizzante del film. Si comincia dicendo che “a noi (pescatori ndr) il mare ci aveva sempre dato pesce e vita; invece ora (dopo il ritrovamento dei cadaveri) lo guardavamo come fosse un nemico”, perché dire di aver rigettato quei corpi in mare avrebbe portato all’interruzione della loro attività che garantiva loro la sopravvivenza. Un rischio che non potevano correre – spiega Saro – e quando decide di dichiarare quanto effettuato, “chi era amico gli si rivolterà come il mare in tempesta”. E proprio l’attore Beppe Fiorello ha raccontato che “le riprese sono state faticose e pericolose”, proprio perché serviva loro anche il mare in tempesta e hanno dovuto girare delle scene in tale situazione. Poi sono dovuti andati a girare persino a Malta (per il riferimento a Tourab). “Come attore mi sento come un testimone oculare, un osservatore curioso –ha aggiunto Fiorello-: mi piace portare in tv storie che neppure io conoscevo. Ho voluto dare dignità alle persone morte in questo naufragio nel Mediterraneo”. E a proposito di quest’ultimo, sempre per ciò che riguarda la metafora del mare, ancora abbiamo la citazione del parroco: “il mare è il posto della pace più della terra”. Infatti la stampa riceverà delle minacce e Sanna sarà aggredito e avrà delle intimidazioni proprio come Saro. E non è un caso se la figlia Meri è interpretata da Angela Curri (che abbiamo visto ne “La mafia uccide solo d’estate” di Pif). Questa vicenda si lega ugualmente al mondo della microcriminalità organizzata e di associazioni di stampo anche internazionale, con interessi illeciti e illegali “coperti” e “taciuti”, è fonte di un’economia sommersa che “uccide” e “opprime” quella legale, sommersa perché è come se affogasse e sommergesse di acqua e cancellasse, azzerasse l’altra reale, linfa vitale di un paese come Portopalo (ma dell’Italia intera) “dove non era accaduto mai niente del genere” e dove c’erano i pomodorini Pachino e la seconda flotta di pescherecci della Sicilia. Quasi si trattasse di un naufragio dell’economia “buona” a discapito di quella “maligna”. Poi la presenza della figlia è propedeutica anche ad altro. Questa della tragedia di Portopalo è una storia di sogni e di speranze: infranti come quelli di Fortunato; o quelli assaporati e agognati di Meri quale quello del cinema. Se Fortunato è un miracolato, che solo quel nome poteva avere perché sopravvissuto alla guerra nel suo paese e al naufragio, i cosiddetti “fantasmi di Portopalo” che rappresenta (e che danno il titolo al film: i ricordi traumatici e sofferenti che riaffiorano come i corpi rilasciati dal mare e le loro storie), hanno la “f” del suo nomignolo e di “fortuna”, quella che cercavano con la “fuga” dalla loro terra e con cui hanno invece trovato solamente la “fine”. Questa è una storia di morte, di distruzione, di cadaveri appunto, ma anche di paura. Se Fortunato ha la “f” di “Ferro”, le ferite sul braccio di Saro sono speculari a quelle dei naufraghi e di questo ragazzo che lui ha salvato. Ma certe non si vedono e sono più profonde e non si cicatrizzano. Così le paure dei clandestini sono le stesse dei pescatori. Per questo Fiorello ha voluto ben rendere il timore che entrambi hanno di poter perdere tutto: la famiglia, i cari, gli amici per i primi, l’attività per i secondi. E, per ritornare alla metafora del mare: “la paura è come il mare –dice Saro a Fortunato- bisogna saperla affrontare”.
Dunque una lezione di storia (da intendere quale disciplina scolastica), sulle guerre in questi paesi e di questi eventi che accadono nel nostro paese e che vedono al centro questi uomini con il loro passato doloroso. Oppure una lezione etica: se al nome di Saro si mette l’accento sulla “o” diventa il futuro del verbo essere in prima persona, per guardare al domani di ognuno di noi e quello che ci sarà e si diventerà o potrà arrivare ad essere. Una lezione di giornalismo e sul senso che esso ha assunto oggigiorno, sull’importanza di denunciare e non subire ingiustizie o essere omertosi e indifferenti di fronte a eventi di tale portata. Spesso tali vicende sono viste come “un caso freddo”, noioso per la stampa. Invece, tramite la figura del giornalista Giacomo Sanna, si fa un’importante riflessione: “oggi il giornalismo – dice il personaggio – non aiuta più la gente a capire i fatti, non è più un’opera di servizio pubblico. Volevo mollare tutto; solo che adesso con la tua storia, con quei ragazzi (con i loro occhi e sguardi), credo di poter essere davvero ancora utile sul serio”. Decide di volerci veder chiaro e di voler “costringere” e non “convincere” a riaprire il caso. Per lui, come per Ferro, è una questione di coscienza. Saro per cinque anni, tutte le notti, ha pensato a come si sarebbe sentito se fosse stato lui al posto di uno di quei clandestini. Sarebbe stato più comodo e facile per lui fuggire da Portopalo, un luogo dove si era inimicato la gente del posto, fregarsene, cercare di dimenticare (“così fa meno male” ed è più facile afferma nel film Fortunato), ricominciare come se niente fosse, tutto da capo, lontano da quel passato che pesava. Magari trasferendosi a Roma con la scusa del provino vinto dalla figlia Meri (che sembra essere lì per ricordare che “sognare non costa nulla”). Invece no, è restato per sapere e far conoscere, per onorare il sacrificio della vita di tanti innocenti per gli interessi di pochi scafisti senza scrupoli, dediti solo al guadagno economico. I vestiti, non a caso, saranno le prime cose ad essere individuate del relitto della nave (per cercare le prove che servono per riaprire il caso e vincere la causa): appaiono sul monitor della sonda lanciata in mare, in acqua nel punto dove Saro aveva trovato i primi resti; metaforicamente gli indumenti sono quelli che più rappresentano e dicono chi siamo, da dove veniamo e quindi ci parlano di questa povera gente disperata. La sua filosofia e la sua forza sarà l’ostinazione di continuare a cercare finché non troverà ciò che cercava appunto. Se per tutto il film hanno dominato gli occhi e gli sguardi spaventati di Fortunato, ma anche quelli di Saro e della moglie, nel finale si fanno parlare soprattutto le immagini, interrotte dalle lacrime di Fortunato appunto. Sono queste ultime che restano e descrivono ciò che rimane di questa tragedia: il dolore, che è quello che si è cercato di contrastare, combattere e superare perché ha caratterizzato l’intera vicenda e gli animi di chi l’ha vissuta in prima persona.
La miniserie ci lascia con la riflessione amara di Saro: “l’ho fatto perché andava fatto e per me ne valeva la pena ed era giusto così. Non possiamo fare finta di girarci indietro e non vedere. Il mare ci insegna che, per fare il pescatore, bisogna guardare avanti a quello che c’è all’orizzonte”. Se ritorna la metafora del mare, le sue considerazioni sono quelle anche, indirettamente, del giornalista (Sanna, ma crediamo di Giovanni Maria Bellu stesso, che lui un po’ rappresenta). Nelle ultime scene, poi, ha luogo la commemorazione funebre (alla presenza solo di gente semplice e civili e non di autorità), con 283 fiori lanciati in acqua, uno per ogni vittima: “persone venute a cercare una vita più degna e morti nell’indifferenza” – sintetizza Saro. La cui colpa è stata quella di essere al centro ed entrati nel meccanismo complesso di un vero e proprio sistema più ampio esistente dietro di fondo, che vedeva coinvolte forze armate, in divisa e a più alto livello. Se molto ha pesato “il gioco di interessi” individuali, pregnante la risposta di Ferro a Sanna: “non mi deve chiedere che cosa ci guadagno, ma cosa ci perdo”. E non si riferiva solamente alla perdita della possibilità di fare il mestiere di pescatore; ma anche al rischio dell’accusa di reato di occultamento di cadavere. Come il giornalista rischia quello di querela per diffamazione, anche lui aveva la messa in gioco di seri pericoli per lui e per la famiglia. “Negli abissi del Mediterraneo il cimitero di clandestini” titola nella miniserie un articolo di giornale; “ma non è la tomba della verità”, aggiungeremmo noi. Solo la verità rende liberi si legge nel Vangelo; allora è solo facendo chiarezza e riuscendo a conoscere la verità che i naufraghi saranno veramente liberi, senza più quel peso sul cuore. Il grido “l’abbiamo trovata” (la nave) di Saro, per dare la notizia alla sua famiglia, equivale a quell’”Eureka” di Archimede che sa di trionfo.

Barbara Conti

Aspettando Godot… L’attesa è finita. A Teatro Marconi l’opera di Beckett

Ph Gianluca Lo Grasso

Ph Gianluca Lo Grasso

È stato applaudito lo scorso anno al Teatro Ghione dove ha registrato continui sold out e questa stagione torna a calcare le tavole del palcoscenico il capolavoro mondiale di Samuel Beckett: Aspettando Godot.

In scena, dal 2 al 12 marzo, Felice della Corte nei panni di Estragone, Pietro De Silva in quelli di di Vladimiro, Riccardo Barbera (Pozzo) Roberto Della Casa (Lucky) e Francesca Cannizzo (Ragazzo) sono in scena al Teatro Marconi diretti da Claudio Boccaccini.

Considerato dall’unanimità della critica il lavoro teatrale più bello. e significativo di tutto il Novecento, Aspettando Godot è divenuto, nel dire comune, sinonimico di una situazione in cui si aspetta l’avverarsi di un avvenimento imminente ma che in realtà non accade mai e in cui, di solito, chi attende non fa nulla affinché questo possa realizzarsi.

Il capolavoro di Samuel Beckett, che si dipana in un’immobilità solo apparente, è intriso di una comicità graffiante, surreale, a tratti irresistibile. Il tempo sembra immobile, eppure tutto scorre.
I protagonisti, ignari e ingenui ultimi sopravvissuti, pur nella loro essenziale ripetitività, ci raccontano con leggerezza quasi impalpabile il senso profondo della vita. Facendoci riflettere e ridere ci pongono continuamente di fronte al grande circo dell’esistenza umana.

Tutta la programmazione sarà accessibile anche a spettatori non vedenti e sordi che, grazie al Teatro Ghione, possono, da alcuni anni, vivere l’esperienza del teatro.

Aspettando Godot
Di Samuel Beckett
Con Pietro de Silva, Felice Della Corte, Riccardo Barbera, Roberto Della Casa, Francesca Cannizzo
Regia Claudio Boccaccini
Luci e fonica Alessandro Pezza
Costumi Lucia Mirabilie
Aiuto regia Marzia Verdecchi
Grafica Giorgia Guarnieri
Albero realizzato da Danilo Ciancolini

Teatro di Documenti
e il campo di battaglia
di Madama Butterfly

she_giappone.jpg (immagine JPEG, 589 × 385 pixel)La pluriennale collaborazione tra il Conservatorio di Frosinone e il Teatro di Documenti, diretto da Carla Ceravolo, che per il quinto anno consecutivo propone al suo pubblico, nella settimana di Carnevale, uno spettacolo di teatro musicale, offre ancora una volta agli allievi del “Licinio Refice” la possibilità di esibirsi a Roma in un’opera molto amata dal pubblico: Madama Butterfly di Puccini. Gli interpreti dello spettacolo sono allievi dei corsi di Canto e di Arte Scenica e Regia del Teatro musicale del Conservatorio di Musica “Licinio Refice” di Frosinone: in particolare il ruolo della protagonista sarà affidato per due repliche a un’italiana, Luana Imperatore, e per altre due repliche alla coreana Jina Hwang; il ruolo di Pinkerton sarà interpretato, per due repliche ciascuno, da Jaecheol Moon e Youngjun Choi: Minsuk Kim e Joonkyo Jeong si alterneranno nel ruolo del console Sharpless, Bogyeong Kang sarà Suzuki, Alessandro Della Morte vestirà i panni dello zio Bonzo, Junyuk Hyun e Yonghwan Lee quelli del faccendiere Goro; Cristian Iacobelli sarà il ricco principe Yamadori e altre allieve del Conservatorio daranno vita al coro delle amiche di Cio-Cio-San. La direzione musicale dell’opera è a cura di Silvia Ranalli; al pianoforte: Cecilia Paialunga e Jeongmi Lee; la regia è di Stefania Porrino. L’allestimento scenico e i costumi sono di Carla Ceravolo.

“In questa mia regia di Madama Butterfly – afferma la regista Stefania Porrino – prendendo spunto dall’idea dal creatore dell’originalissima struttura del Teatro di Documenti, Luciano Damiani, che ha inteso realizzare uno spazio teatrale che fosse in se stesso una testimonianza dell’evoluzione delle forme di spazio scenico che si sono succedute nei secoli. Ho voluto oggettivare il tema centrale dell’opera di Puccini e cioè lo scontro di due civiltà, quella giapponese e quella americana. Lo scontro tra Oriente e Occidente, secondo gli intenti di Puccini, non è solo uno scontro di mentalità ma anche e soprattutto un’opposizione dialettica tra due diverse tradizioni musicali, che nella fragile ma coraggiosa Butterfly trovano il loro campo di battaglia”.

Gli spettacoli si terranno presso il Teatro documenti a Roma giovedì 23 febbraio ore 20.45, sabato 25 febbraio ore 19.00, domenica 26 febbraio ore 17.30, martedì 28 febbraio ore 19.00.

Teatro degli Audaci apre il sipario alla commedia “Ricette d’amore”

Ricette-damore-al-Teatro-degli-Audaci-300x247La Carpe Diem Produzioni annuncia che a partire dal 16 fino al 26 febbraio il Teatro degli Audaci, aprirà il sipario alla divertentissima commedia tutta italiana “Ricette d’amore” di Cinzia Berni con Laura Freddi, Maria Pia Timo, Ketty Roselli, Cinzia Berni e Thomas Santu per la regia di Diego Ruiz.

In questa prima data, nonché inizio di un’importante tournee, vedremo salire sul palcoscenico quattro donne alla riscossa: Giulia, Susanna, Irene e Silvia si riuniscono per preparare l’esame del corso di cucina che stanno frequentando e, nonostante la differenza d’età e di carattere, tra una salsa ed un dolcetto, diventeranno amiche. Silvia, per una passione passeggera, mette fine al suo matrimonio; Giulia è una donna emancipata e disillusa, sposata, ma con una serie infinita di amanti, Irene, al contrario, è una moglie fedele, ma più per abitudine che per reale convinzione; Susanna, infine, è una ragazza semplice e molto attaccata alla famiglia, che sta per sposare un insopportabile e insensibile uomo in carriera.

La riunione culinaria si “infiamma” quando alla porta bussa Luca, uno splendido ragazzo, nudo e coperto solo da un asciugamano intorno alla vita. Le quattro donne vengono folgorate dalla sua avvenenza, iniziando così, l’una all’insaputa dell’altra, una relazione con lui, fino a quando proprio sul più bello …

Vedremo sul palcoscenico degli Audaci alternarsi una serie di sketch esilaranti ed ironici, quattro amori vissuti in modo sbagliato che finiscono per rendere insicure e infelici le donne, ciascuna a suo modo, per eccesso o per difetto, a seconda dell’età e delle esperienze vissute: quattro solitudini che si consolano con i fornelli e si confidano pene e gioie, mentre completano la loro preparazione culinaria, tutte speranzose di trovare una giusta “ricetta d’amore”.

Il risultato è piacevolmente delizioso, fresco e brillante grazie all’ottimo cast e a un ritmo sempre vivace che fa trascorrere il tempo velocemente, senza complicazioni o macchinosità, ma, soprattutto, con l’intento di voler illustrare uno spaccato di vita quotidiana nella sua semplicità senza rimandare a problematiche universali.

“L’ora legale” di Ficarra
e Picone e il socialismo delle origini

ficarra-e-picone-set-filmNon sono un critico cinematografico. Gusto i film come un normale spettatore. “L’Ora Legale “ di Ficarra e Picone mi è piaciuto assai e ve ne parlo per il messaggio di civismo individuale che contiene. C’è molto socialismo in questo film. Il socialismo delle origini. Dei galantuomini e delle galantdonne. Spero, con questo paternage socialista, di non ridurre i futuri incassi del botteghino e di non attirare antipatia su detto film. Si sa, dire “questa cosa è socialista” fa storcere ancora tanti nasi, trinariciuti e non, di sicuro settari e poco intelligenti.

Torniamo al dunque. In queste righe non troverete la trama, giudizi sulla tecnica cinematografica e gli attori, comparazioni con gli altri film del duo comico. La gran parte delle critiche che ho letto su questo film, sono limitate a questi argomenti, con una blanda spolverata sui temi morali, esiziali, di fondo. Che, invece, sono quelli che meritano attenzione e approfondimento.

Perché? Perché il film dà uno schiaffo magistrale, un bel ceffone, a tutti noi (sia come individui sia come rappresentanti d’italianissime istituzioni come lo Stato, la Politica, il Servizio Pubblico, la Chiesa) perché siamo dei disonesti, furbetti, senza vergogna nel difendere i piccoli e grandi interessi della propria bottega, non pagare le tasse, non rispettare le leggi. I protagonisti sono il mancato senso civico, l’italico vizio di dover essere furbi sempre e comunque, la falsa e becera giustificazione “tengo famiglia”, l’arte di arrangiarsi a costo di perdere onore, dignità,  faccia e anche di commettere reati, facendo finta che sia cosa di tutti, normale, tanto è condivisa, permessa, accettata.

Un “fiume di lana”, come direbbe la buona Oriana (Fallaci), di piccoli e grandi disonesti, senza orgoglio, dignità, rispetto per se stessi. Un’accusa che si fa più nitida e forte quando si conclude con una verità tragica: la mia disonestà, anche piccola, collima con la tua, la giustifica e si cementa con essa. Se tutti hanno un cadavere nell’armadio, anche piccolo piccolo, siamo tutti complici. Chi se la sentirà allora di scagliare la prima pietra? L’unica legge è e sarà quella dell’omertà e le disonestà di piccolo cabotaggio serviranno a coprire quelle ben più grandi. Se ti fermi a riflettere, un brivido ti corre per la schiena.

“One Ring to rule them all, one Ring to find them, one Ring to bring them all and in the darkness bind them”. Tolkien aveva ragione.

Il film è proposto da comici valenti e lo stile narrativo affonda nella comicità. Una comicità intelligente, fine, mai becera.  Puoi ridere e sogghignare nelle due orette di film. Ma, alla fine, ci sono solo due modi per uscire dalla sala, dopo aver visto il film.

Il primo: far finta di non aver capito la lezione e sorridere alla lievità della comicità. Quindi esci con la solita faccia da ebete, e continui a rubacchiare, a fregare, ad arrangiarti, svendendo la tua dignità per trenta denari. Il secondo: provare vergogna per il basso livello di civismo cui siamo giunti e iniziare un personale percorso di riscatto civico. Personale. Individuale. Come lo è la Responsabilità

Penale che allegramente dimentichiamo in tanti atti della nostra vita.

C’è ancora un elemento che voglio sottolineare. La balorda figura che, nel film, fa la Chiesa cattolica, attraverso la figura del parrino siciliano, il parroco del paese, che mai, sottolineo mai, nel corso del film alza un dito, pronuncia una parola per stigmatizzare la disonestà imperante, fatta sistema. Il parroco stesso si fa complice e promotore dei peggiori atti. La Chiesa non può mica pagare le tasse, no, anche se gestisce attività commerciali e fa impresa. Si può dire: quello è un film, è finzione. Certo! Nella vita reale è ancora peggio!!! Apprestano un angolino con una madonnina o un crocifisso in un bell’albergo-pensione-ristorante-casavacanze e alè, quello si trasforma in “luogo di culto”. Esentasse. Tanto, basta poi confessarsi….

Isabella Ricevuto Ferrari