Aspettando Godot… L’attesa è finita. A Teatro Marconi l’opera di Beckett

Ph Gianluca Lo Grasso

Ph Gianluca Lo Grasso

È stato applaudito lo scorso anno al Teatro Ghione dove ha registrato continui sold out e questa stagione torna a calcare le tavole del palcoscenico il capolavoro mondiale di Samuel Beckett: Aspettando Godot.

In scena, dal 2 al 12 marzo, Felice della Corte nei panni di Estragone, Pietro De Silva in quelli di di Vladimiro, Riccardo Barbera (Pozzo) Roberto Della Casa (Lucky) e Francesca Cannizzo (Ragazzo) sono in scena al Teatro Marconi diretti da Claudio Boccaccini.

Considerato dall’unanimità della critica il lavoro teatrale più bello. e significativo di tutto il Novecento, Aspettando Godot è divenuto, nel dire comune, sinonimico di una situazione in cui si aspetta l’avverarsi di un avvenimento imminente ma che in realtà non accade mai e in cui, di solito, chi attende non fa nulla affinché questo possa realizzarsi.

Il capolavoro di Samuel Beckett, che si dipana in un’immobilità solo apparente, è intriso di una comicità graffiante, surreale, a tratti irresistibile. Il tempo sembra immobile, eppure tutto scorre.
I protagonisti, ignari e ingenui ultimi sopravvissuti, pur nella loro essenziale ripetitività, ci raccontano con leggerezza quasi impalpabile il senso profondo della vita. Facendoci riflettere e ridere ci pongono continuamente di fronte al grande circo dell’esistenza umana.

Tutta la programmazione sarà accessibile anche a spettatori non vedenti e sordi che, grazie al Teatro Ghione, possono, da alcuni anni, vivere l’esperienza del teatro.

Aspettando Godot
Di Samuel Beckett
Con Pietro de Silva, Felice Della Corte, Riccardo Barbera, Roberto Della Casa, Francesca Cannizzo
Regia Claudio Boccaccini
Luci e fonica Alessandro Pezza
Costumi Lucia Mirabilie
Aiuto regia Marzia Verdecchi
Grafica Giorgia Guarnieri
Albero realizzato da Danilo Ciancolini

Teatro di Documenti
e il campo di battaglia
di Madama Butterfly

she_giappone.jpg (immagine JPEG, 589 × 385 pixel)La pluriennale collaborazione tra il Conservatorio di Frosinone e il Teatro di Documenti, diretto da Carla Ceravolo, che per il quinto anno consecutivo propone al suo pubblico, nella settimana di Carnevale, uno spettacolo di teatro musicale, offre ancora una volta agli allievi del “Licinio Refice” la possibilità di esibirsi a Roma in un’opera molto amata dal pubblico: Madama Butterfly di Puccini. Gli interpreti dello spettacolo sono allievi dei corsi di Canto e di Arte Scenica e Regia del Teatro musicale del Conservatorio di Musica “Licinio Refice” di Frosinone: in particolare il ruolo della protagonista sarà affidato per due repliche a un’italiana, Luana Imperatore, e per altre due repliche alla coreana Jina Hwang; il ruolo di Pinkerton sarà interpretato, per due repliche ciascuno, da Jaecheol Moon e Youngjun Choi: Minsuk Kim e Joonkyo Jeong si alterneranno nel ruolo del console Sharpless, Bogyeong Kang sarà Suzuki, Alessandro Della Morte vestirà i panni dello zio Bonzo, Junyuk Hyun e Yonghwan Lee quelli del faccendiere Goro; Cristian Iacobelli sarà il ricco principe Yamadori e altre allieve del Conservatorio daranno vita al coro delle amiche di Cio-Cio-San. La direzione musicale dell’opera è a cura di Silvia Ranalli; al pianoforte: Cecilia Paialunga e Jeongmi Lee; la regia è di Stefania Porrino. L’allestimento scenico e i costumi sono di Carla Ceravolo.

“In questa mia regia di Madama Butterfly – afferma la regista Stefania Porrino – prendendo spunto dall’idea dal creatore dell’originalissima struttura del Teatro di Documenti, Luciano Damiani, che ha inteso realizzare uno spazio teatrale che fosse in se stesso una testimonianza dell’evoluzione delle forme di spazio scenico che si sono succedute nei secoli. Ho voluto oggettivare il tema centrale dell’opera di Puccini e cioè lo scontro di due civiltà, quella giapponese e quella americana. Lo scontro tra Oriente e Occidente, secondo gli intenti di Puccini, non è solo uno scontro di mentalità ma anche e soprattutto un’opposizione dialettica tra due diverse tradizioni musicali, che nella fragile ma coraggiosa Butterfly trovano il loro campo di battaglia”.

Gli spettacoli si terranno presso il Teatro documenti a Roma giovedì 23 febbraio ore 20.45, sabato 25 febbraio ore 19.00, domenica 26 febbraio ore 17.30, martedì 28 febbraio ore 19.00.

Teatro degli Audaci apre il sipario alla commedia “Ricette d’amore”

Ricette-damore-al-Teatro-degli-Audaci-300x247La Carpe Diem Produzioni annuncia che a partire dal 16 fino al 26 febbraio il Teatro degli Audaci, aprirà il sipario alla divertentissima commedia tutta italiana “Ricette d’amore” di Cinzia Berni con Laura Freddi, Maria Pia Timo, Ketty Roselli, Cinzia Berni e Thomas Santu per la regia di Diego Ruiz.

In questa prima data, nonché inizio di un’importante tournee, vedremo salire sul palcoscenico quattro donne alla riscossa: Giulia, Susanna, Irene e Silvia si riuniscono per preparare l’esame del corso di cucina che stanno frequentando e, nonostante la differenza d’età e di carattere, tra una salsa ed un dolcetto, diventeranno amiche. Silvia, per una passione passeggera, mette fine al suo matrimonio; Giulia è una donna emancipata e disillusa, sposata, ma con una serie infinita di amanti, Irene, al contrario, è una moglie fedele, ma più per abitudine che per reale convinzione; Susanna, infine, è una ragazza semplice e molto attaccata alla famiglia, che sta per sposare un insopportabile e insensibile uomo in carriera.

La riunione culinaria si “infiamma” quando alla porta bussa Luca, uno splendido ragazzo, nudo e coperto solo da un asciugamano intorno alla vita. Le quattro donne vengono folgorate dalla sua avvenenza, iniziando così, l’una all’insaputa dell’altra, una relazione con lui, fino a quando proprio sul più bello …

Vedremo sul palcoscenico degli Audaci alternarsi una serie di sketch esilaranti ed ironici, quattro amori vissuti in modo sbagliato che finiscono per rendere insicure e infelici le donne, ciascuna a suo modo, per eccesso o per difetto, a seconda dell’età e delle esperienze vissute: quattro solitudini che si consolano con i fornelli e si confidano pene e gioie, mentre completano la loro preparazione culinaria, tutte speranzose di trovare una giusta “ricetta d’amore”.

Il risultato è piacevolmente delizioso, fresco e brillante grazie all’ottimo cast e a un ritmo sempre vivace che fa trascorrere il tempo velocemente, senza complicazioni o macchinosità, ma, soprattutto, con l’intento di voler illustrare uno spaccato di vita quotidiana nella sua semplicità senza rimandare a problematiche universali.

“L’ora legale” di Ficarra
e Picone e il socialismo delle origini

ficarra-e-picone-set-filmNon sono un critico cinematografico. Gusto i film come un normale spettatore. “L’Ora Legale “ di Ficarra e Picone mi è piaciuto assai e ve ne parlo per il messaggio di civismo individuale che contiene. C’è molto socialismo in questo film. Il socialismo delle origini. Dei galantuomini e delle galantdonne. Spero, con questo paternage socialista, di non ridurre i futuri incassi del botteghino e di non attirare antipatia su detto film. Si sa, dire “questa cosa è socialista” fa storcere ancora tanti nasi, trinariciuti e non, di sicuro settari e poco intelligenti.

Torniamo al dunque. In queste righe non troverete la trama, giudizi sulla tecnica cinematografica e gli attori, comparazioni con gli altri film del duo comico. La gran parte delle critiche che ho letto su questo film, sono limitate a questi argomenti, con una blanda spolverata sui temi morali, esiziali, di fondo. Che, invece, sono quelli che meritano attenzione e approfondimento.

Perché? Perché il film dà uno schiaffo magistrale, un bel ceffone, a tutti noi (sia come individui sia come rappresentanti d’italianissime istituzioni come lo Stato, la Politica, il Servizio Pubblico, la Chiesa) perché siamo dei disonesti, furbetti, senza vergogna nel difendere i piccoli e grandi interessi della propria bottega, non pagare le tasse, non rispettare le leggi. I protagonisti sono il mancato senso civico, l’italico vizio di dover essere furbi sempre e comunque, la falsa e becera giustificazione “tengo famiglia”, l’arte di arrangiarsi a costo di perdere onore, dignità,  faccia e anche di commettere reati, facendo finta che sia cosa di tutti, normale, tanto è condivisa, permessa, accettata.

Un “fiume di lana”, come direbbe la buona Oriana (Fallaci), di piccoli e grandi disonesti, senza orgoglio, dignità, rispetto per se stessi. Un’accusa che si fa più nitida e forte quando si conclude con una verità tragica: la mia disonestà, anche piccola, collima con la tua, la giustifica e si cementa con essa. Se tutti hanno un cadavere nell’armadio, anche piccolo piccolo, siamo tutti complici. Chi se la sentirà allora di scagliare la prima pietra? L’unica legge è e sarà quella dell’omertà e le disonestà di piccolo cabotaggio serviranno a coprire quelle ben più grandi. Se ti fermi a riflettere, un brivido ti corre per la schiena.

“One Ring to rule them all, one Ring to find them, one Ring to bring them all and in the darkness bind them”. Tolkien aveva ragione.

Il film è proposto da comici valenti e lo stile narrativo affonda nella comicità. Una comicità intelligente, fine, mai becera.  Puoi ridere e sogghignare nelle due orette di film. Ma, alla fine, ci sono solo due modi per uscire dalla sala, dopo aver visto il film.

Il primo: far finta di non aver capito la lezione e sorridere alla lievità della comicità. Quindi esci con la solita faccia da ebete, e continui a rubacchiare, a fregare, ad arrangiarti, svendendo la tua dignità per trenta denari. Il secondo: provare vergogna per il basso livello di civismo cui siamo giunti e iniziare un personale percorso di riscatto civico. Personale. Individuale. Come lo è la Responsabilità

Penale che allegramente dimentichiamo in tanti atti della nostra vita.

C’è ancora un elemento che voglio sottolineare. La balorda figura che, nel film, fa la Chiesa cattolica, attraverso la figura del parrino siciliano, il parroco del paese, che mai, sottolineo mai, nel corso del film alza un dito, pronuncia una parola per stigmatizzare la disonestà imperante, fatta sistema. Il parroco stesso si fa complice e promotore dei peggiori atti. La Chiesa non può mica pagare le tasse, no, anche se gestisce attività commerciali e fa impresa. Si può dire: quello è un film, è finzione. Certo! Nella vita reale è ancora peggio!!! Apprestano un angolino con una madonnina o un crocifisso in un bell’albergo-pensione-ristorante-casavacanze e alè, quello si trasforma in “luogo di culto”. Esentasse. Tanto, basta poi confessarsi….

Isabella Ricevuto Ferrari

Storie, scenari, persone.
“I valori personali”
in mostra al Macro

macroDal 1 febbraio 2017 il MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma ospita la mostra personale di Luca Padroni dal titolo “I valori personali”, curata da Claudio Crescentini, e promossa da Roma Capitale, in collaborazione con le gallerie Montoro12Contemporary Art di Roma e L&C Tirelli di Vevey (CH).

Luca Padroni è un accumulatore. Di storie, di scenari, di persone. Tramite diverse tecniche pittoriche scandaglia una realtà dalle mille facce contrapposta alla sua esistenza individuale, mettendo in rapporto luoghi, esseri umani e luci non sempre in contatto tra loro. In questo gioco equilibristicodi addizione e sottrazione crea un universo unico dove far convivere amanti tantrici, gatti volanti, colonne romane, passanti alla ricerca di un perché, pini secolari, nascite e morti.

Dagli anni Novanta, dopo la lunga esperienza formativa londinese, Padroni combina la tradizionale pittura ad olio al collage, a forme amorfe di dripping (nei cicli eterei dei paesaggi astrali), fino ad arrivare ad un astrattismo figurativo nella serie dei “Crateri”. La molteplicità delle sue esigenze narrative torna a mettersi alla prova in questi quadri più recenti, fatti su misura per lo spazio del Macro, che partono dagli studi sulla etnica e suggestiva casa di Anna Paparatti (pittrice, scrittrice e viaggiatrice che molto ha significato per la vita culturale della città di Roma, dagli anni Settanta in poi, soprattutto per la sua attività presso la Galleria L’Attico di Fabio Sargentini e come performer  del Living Theater di Julian Beck), ma che diventano, in alcune tele, le basi su cui imprimere ricordi, sogni, ossessioni personali.

Ecco che arriva dunque, fa capolino di sottecchi, piano piano, discretamente ma di colpo, come sempre nel suo esplosivo stile espressionista, il titolo della mostra: “I valori personali”: valori raffigurati in azioni, in movimento, in coraggio; personali perché raccontano l’autore stesso (dietro la mano che compie il gesto) ma anche i protagonisti delle storie evocate, che sia un centenario che corre la maratona di Londra, una pittrice dimenticata dai più ma amata da èlite illuminate, un regista che ha fatto di un grande salto la scelta definitiva.

In un’epoca in cui abbiamo tutti bisogno di spazio e precisione, di attenzione e di dettagli, Padroni ci offre, e pretende, il tempo di osservazione della parte di reale che vede il suo occhio. Lo pretende e lo ottiene con la potenza visiva di una grande pittura.

In occasione della mostra verrà presentato un catalogo, con testi critici del curatore, Claudio Crescentini, e Marco Tonelli, Ursula Hawlitschka, Fabiana Sargentini.

Ai Musei Capitolini arriva l’Annunciazione, uno dei capolavori di “El Greco”

l_annunciazione_di_el_greco_largeL’“Annunciazione” di El Greco, una delle opere-simbolo del grande artista cretese-veneto-ispanico, sarà ospitata ai Musei Capitolini dal 24 gennaio al 17 aprile 2017, nelle sale al piano terra del Palazzo dei Conservatori. In occasione del progetto di scambio tra il Museo Thyssen Bornemisza di Madrid e i Musei Capitolini, che ha già portato nella capitale spagnola “La Buona Ventura” del Caravaggio, la Sovrintendenza Capitolina ha scelto di esporre a Roma quest’ opera del grande artista.
“El Greco, Domynikos Theotokopulos, che nasce a Creta nel 1541″, ha ricordato , nella conferenza stampa d’ apertura, Claudio Parisi Presicce, Sovrintendente Capitolino ai Beni Culturali (la mostra è promossa dall’Assessorato alla Crescita culturale e appunto dalla Sovrintendenza ai Beni culturali di Roma Capitale; organizzazione e servizi museali di Zètema Progetto Cultura), ” proprio per la sua arte estremamente innovativa, non riesce ad appassionare, in Spagna, Filippo II. Questo, dopo che da Creta, in gioventu’, Theotokopulos ha raggiunto Venezia: assimilando attentamente le opere di Tiziano (di cui è uno degli ultimi discepoli), Veronese, Tintoretto, Jacopo Bassano. Trasferitosi a Roma nel 1570 (dove, tra l’altro, s’iscrive all’ Accademia di San Luca, e non fa in tempo, purtroppo, a conoscere Caravaggio, che arriverà nell’Urbe non prima del 1592), nel 1577 si stabilisce definitivamente in Spagna, prima a Madrid, poi a Toledo. Qui, pur non essendo riuscito a diventare pittore di corte, El Greco ottiene varie commissioni importanti, che lo fanno conoscere e apprezzare comunque come grande maestro. Dopo la morte (1614), però, per vari secoli (un po’ come il Caravaggio, N.d.R..) scomparirà quasi dalla letteratura artistica; per poi esser fortemente riscoperto, invece, tra Otto e Novecento, dal Romanticismo e dalle varie avanguardie novecentesche”.
Questa “Annunciazione”, opera dipinta da El Greco a Toledo, è il modello definitivo che fu presentato ai committenti per la realizzazione d’ un quadro di grandi dimensioni destinato a una maestosa pala d’altare (in spagnolo” retablo”). Realizzato dal pittore negli anni 1596-1600 per l’altare maggiore del Colegio de Nuestra Señora de la Encarnación di Madrid, il “Retablo” di Doña Maria de Aragon, fondatrice del collegio e committente, fu smembrato all’inizio dell’Ottocento, nel caos dell’occupazione napoleonica della Spagna; cinque dei grandi dipinti dispersi furono accolti al Prado, mentre il sesto finì, in seguito, al “Museo Nacional de Rumania” di Bucarest. Dedicato alla Redenzione, il retablo era probabilmente su due livelli: in basso, questa “Annunciazione” ora esposta ai Capitolini era affiancata dall’ “Adorazione dei pastori” e dal “Battesimo di Cristo”, mentre in alto si trovavano la “Crocifissione”, la “Resurrezione” e la “Pentecoste”, e forse un settimo dipinto, più piccolo, come conclusione.El Greco (1)
“Colpisce fortemente, in questa “Annunciazione”, il contesto quasi atemporale, solo spirituale, dell’avvenimento”, osserva Sergio Guarino, Curatore storico dell’arte presso la Pinacoteca Capitolina e curatore della mostra: “Se non fosse per il libro di cui vediamo agitarsi alcune pagine, mosse dal vento, non sapremmo nemmeno se siamo in una stanza o all’aperto. Mentre i colori forti dei vestiti dell’Angelo e della Vergine (verde, blu, rosso) sono di chiara derivazione bizantina, e il roveto ardente, simbolo di Dio d’origine veterotestamentaria (episodio della designazione divina di Mosè come leader del popolo ebraico), si ricollega anche a quello già dipinto da Tiziano nell’“Annunciazione” della Chiesa di San Salvador a Venezia. El Greco (soprannome, tra l’altro, d’origine non spagnola, ma veneziana; mentre non è affatto vero che egli fosse astigmatico) terminò questo quadro nei primi mesi del ‘600. E’ incredibile che proprio allora, nell’arco di quei mesi, Annibale Carracci a Roma inaugura, lavorando a palazzo Farnese, la nuova corrente di pittura classicista, Caravaggio avvia la nuova corrente realista e quest’altro grande artista crea un terzo indirizzo pittorico, assolutamente diverso da tutti gli altri (intanto, il 17 febbraio, a Roma è stato bruciato vivo l’eretico Giordano Bruno, che secondo alcuni critici – vedi ad esempio Anna Maria Panzera, su “Arte Lombarda”, numero 96-97, 1991 – potrebbe aver contribuito ad ispirare il naturalismo del Merisi, N.d.R.). Indirizzo nuovo, questo di El Greco, che influirà fortemente su tanti artisti successivi, sino a Cezanne, Modigliani, Picasso”.

Fabrizio Federici

C’era una volta l’Italia di Steno…
e l’arte di far ridere

stenoUna filmografia sterminata e di successo, quella che caratterizza Stefano Vanzina, in arte Steno. Un regista che ha saputo non solo parlare dell’Italia, ma anche e soprattutto degli italiani.
In occasione del centenario della sua nascita, il 19 gennaio, i suoi figli Enrico e Carlo Vanzina, hanno presentato la mostra “C’era una volta l’Italia di Steno. E c’è ancora”.
Prodotta da Show Eventi, in collaborazione con CityFest e Fondazione Cinema per Roma, la mostra vuole raccontare e rivelare il grande autore e padre della commedia italiana che ha saputo come pochi fondere la satira pungente e il romanzo popolare. Steno è riuscito a raccontare la commedia popolare con lo spirito culturale, riuscendo così a farsi capire dal grande pubblico, senza mai scadere nel banale.
“Il suo era un cinema elegante, dove non si parlava di incassi, ma di prodotti”, ha detto Enrico Vanzina.
La sua storia è stata ricordata non solo dai figli, ma anche dai curatori della mostra Marco Dionisi e Nevio De Pascalis, e il Presidente di Fondazione Cinema per Roma Piera Detassis, e dai personaggi illustri presenti in sala durante la conferenza stampa, tra i quali Luca Cordero di Montezemolo e Francesco Rutelli.
Grazie al suo cinema e alla sua scrittura si sono rivelati i comici italiani più importanti: Totò, Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Ugo Tognazzi, Bud Spencer, Renato Pozzetto, Diego Abatantuono.
La mostra, curata da Farm Studio Factory, inizierà il 12 aprile alla Galleria Nazionale D’Arte Moderna e Contemporanea e ricostruirà la sua storia professionale e privata, grazie al materiale inedito della famiglia e agli archivi di Studio El Cinecittà.
L’esposizione è impostata sulla base dell’opera pop di Steno, Diario futile, un collage in cui Stefano Vanzina incollava ritagli di giornale, vignette, appunti e foto.

Aeham Ahmad, il pianista di Damasco al Centro Culturale Candiani

Aeham AhmadDopo il tutto esaurito del primo concerto del nuovo anno con la Medfreeorkestra sabato scorso, un altro concerto da non perdere domenica 22 gennaio alle ore 18.00 al Centro Culturale Candiani, nella prima delle due date nel nord Italia, di un talento straordinario.
Il suo nome è Aeham Ahmad, ma è entrato nella leggenda come il pianista di Yarmouk: le immagini che lo ritraggono al pianoforte tra le macerie nel suo quartiere alle porte di Damasco, hanno commosso il mondo intero.
È stato il giorno in cui l’Isis gli ha bruciato il pianoforte che Aeham ha deciso di fuggire e venire in Europa. La musica Aeham l’ha nel cuore, da sempre: classe 1989, pianista, Aeham Ahmad lavorava nel negozio di strumenti musicali di suo padre, violinista non vedente.
“All’inizio dell’assedio volevo rinunciare alla musica, restare neutrale nel conflitto siriano. Vendevo falafel, e tenevo la musica chiusa nel cuore. Ma dopo sei mesi, non riuscivo più a contenerla: era più forte di me. Perciò ho ripreso il mio piano, l’ho fissato sul carretto dello zio ortolano, e ho cominciato a trasportarlo fra i quartieri più segnati dalla guerra per ridare speranza cantando per la gente stremata dall’assedio delle truppe di Assad, dai jihaidisti, dai bombardamenti e dalla fame”. Aeham Ahmad diventa il pianista di Yarmuk, campo profughi palestinesi alle porte di Damasco.
I video in cui lo si vede suonare sui cumuli di macerie hanno fatto il giro del mondo e tutto il mondo conosce la sua storia interrotta il giorno in cui i miliziani dell’ISIS bruciarono il suo pianoforte in quanto haram – proibito.
Ha percorso le migliaia di chilometri che separano Damasco da Berlino a piedi, su bagnarole di fortuna, autobus devastati, solo con uno zaino in spalla e la miseria a tracolla.
In Germania ha trovato rifugio in un vecchio motel abbandonato, dove ha ricominciato a fare ciò che faceva a Yarmuk: suonare e cantare per i bambini sballottati dall’esilio.
Ha iniziato a fare concerti e ha ricevuto un premio per il suo impegno a favore dei diritti umani
Nell’agosto 2016 ha pubblicato il suo primo disco, Music For Hope, una ventina di tracce che raccontano il dramma della guerra in Siria fondendo la musica classica con il canto arabo. Entro la fine del 2017 pubblicherà un altro album e un’autobiografia. Intanto è partito il 6 gennaio a Locorotondo (Ba), il 7 a Roma il primo tour in Italia che prosegue il 22 al Centro Culturale Candiani a Mestre, il 27 a Taranto, il 2 febbraio a Firenze e il 4 ad Aosta.

Lgge Bacchelli. Anche Rosy Bindi firma per Riccardo Orioles

orioles-riccardo-Riccardo Orioles è un giornalista d’inchiesta, impegnato a contrastare la mafia e la corruzione eppure, nonché grande punto di riferimento. Orioles è stato fondatore de I Siciliani insieme a Pippo Fava, il direttore del giornale, ucciso in un agguato mafioso il 5 gennaio 1984. Negli anni ha formato generazioni di giornalisti, eppure si ritrova con una pensione di vecchiaia di soli 400 euro al mese che non gli permettono nemmeno di arrivare a fine mese.
Per questo è stata lanciata una petizione a dicembre con la campagna #mandiamoinpensione Orioles per permettere al giornalista di poter usufruire della Legge Bacchelli. Promulgata nel 1985 durante il Primo Governo Craxi, nata per soccorrere Riccardo Bacchelli, scrittore e drammaturgo, autore di numerosi programmi televisivi, finito nella miseria. Bacchelli per uno scherzo del destino morirà prima di ricevere il sussidio. La legge 440/1985 prevede lo stanziamento di un fondo a favore di cittadini illustri che versino in stato di necessità economica. In buona sostanza, un riconoscimento in vita che lo Stato assegna a coloro i quali si sono distinti per meriti scientifici, letterari, artistici o sportivi, garantendogli un vitalizio finalizzato ad assicurare la conduzione di un’esistenza dignitosa.
È tuttora attiva la petizione rivolta al presidente del consiglio Gentiloni per chiedere l’assegnazione della legge Bacchelli a causa dello stato di difficoltà economica in cui vive Orioles, a lanciarla il giornalista Luca Salici, ed è stata firmata da quasi 30.000 persone, tra cui Pietro Grasso, Giancarlo Caselli, Don Ciotti, Claudio Fava. Lo stesso presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti Enzo Iacopino, durante la conferenza stampa di fine anno del governo, ha menzionato l’assegnazione del vitalizio ad Orioles durante il suo intervento. A firmarla oggi anche il Presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi.

Un’ora di tranquillità
con Florian Zeller
al Quirino di Roma

_45a1063-copiaUn’ora di tranquillità è una commedia moderna, brillante e divertente, scritta da Florian Zeller, uno dei talenti più affermati della nuova drammaturgia francese. Il protagonista della rappresentazione è un uomo che cerca disperatamente un momento di solitudine e serenità. E’ riuscito a rintracciare e acquistare un vecchio disco in vinile da un rigattiere ma, mentre cerca di trovare il modo per dedicarsi a questo cimelio, una serie di eventi e personaggi lo interrompono: la moglie, che gli deve parlare di cose importanti del loro rapporto, il vicino di casa che, a causa dei lavori che sta effettuando nella propria abitazione, irrompe mentre Michel sta cercando di ascoltare il disco, fino ad un improbabile idraulico che invece di riparare i guasti, ne provoca ulteriori. A questi si aggiungono altri amici, amanti e figli che entrano in scena inconsapevoli di rendere impossibile al povero protagonista di godersi solo un’ora di tranquillità. Senza poterli minimamente prevedere verranno alla luce vecchi amori, tradimenti, bugie… il tutto tenuto sempre sotto perfetto controllo ma con la genuinità dirompente del non programmato. Il tempo di  pace è praticamente un sogno irraggiungibile fino al momento in cui tutto si ferma e il disco finalmente sta per essere ascoltato ma…

Nell’allestimento in un unico atto al Teatro Quirino di Roma troviamo Massimo Ghini nel doppio ruolo di regista e protagonista di questa commedia, finora mai rappresentata in Italia. Come spiega lo stesso Ghini si tratta di “un titolo che rappresenta in maniera precisa un sogno, un’esigenza che, dati i momenti convulsi che viviamo, si fa quasi utopia. La commedia mi è stata segnalata da un direttore di teatro che l’aveva appena vista a Parigi. La prima lettura è stata immediatamente rivelatrice delle potenzialità del testo stesso. Una intelaiatura da farsa, composta e sviluppata con eleganza che, non disdegna la memoria geometrica di tanta commedia francese cinica e moderna che, ancora continua ad essere fonte di ispirazione per molti film di successo”.

E, di fatto, grazie al meccanismo del vaudeville giocato tra equivoci e battute esilaranti, Un’ora di tranquillità, che in Francia ha riscosso un grandissimo successo teatrale, è una macchina ben oliata. I personaggi hanno ciascuno un ruolo fondamentale nella vicenda, è come se fossero loro stessi gli ingranaggi che mettono in moto la macchina della risata già dalle prime battute del testo. Si tratta di un’opera corale dove ogni attore deve legare la propria arte agli altri.

Prima che il sipario si apra, vediamo Michel, interpretato da Massimo Ghini, passeggiare per le vie animate di una grigia ed uggiosa Parigi, fino a quando si imbatte ed acquista in un mercatino di strada un vecchio disco in vinile. A quel punto Michel torna velocemente a casa ed entratovi…si apre il sipario. Ci troviamo ora nel salone stile anni ’70 di  in un attico con vista sulla Torre Eiffel. La scenografia, suggestiva ma forse un po’ fredda, è funzionale a richiamare le passioni ed i connotati dei personaggi. Non mancano dei coup de théâtre che contribuiscono a dare dinamicità alla rappresentazione, tra cui ad esempio quelli che vedono protagonista un idraulico tuttofare e casinista che provoca danni sempre maggiori…

A Massimo Ghini si affiancano una intrigante Galatea Ranzi nei panni di Nathalie la moglie insoddisfatta di Michel, ed una conturbante Marta Zoffoli che interpreta Elsa, l’amante di Michel. Buona anche l’interpretazione di Massimo Ciavarro, nei panni di Pierre, l’amante di Nathalie. Le musiche hanno nell’opera un ruolo marginale, valorizzandone soprattutto il finale.

L’abilità del drammaturgo Florian Zeller non è solo nella scrittura brillante, ma anche nell’arte di gestire l’imprevisto continuo, in un vortice in cui le collisioni sono inevitabili, con un gusto che amplifica il divertimento. Lo spettatore è invitato e sollecitato a conoscere la verità  ma continua ad avere ben presente  l’impossibilità di riuscire a sistemare le cose perché ci sono troppe varianti che interferiscono con quello che sembrava un banale progetto  per trascorrere un po’ di tempo, anzi solo un’ora, di tranquillità.

Come evidenzia ancora il regista Massimo Ghini: “Il nostro protagonista, che più che essere un protagonista finisce per essere il Caronte di sé stesso, andrà incontro ad uno tsunami che lo travolgerà. Onda anomala composta da una serie di persone, di affetti, di sconosciuti che scaricheranno su di lui le loro nevrosi, spinti, a loro pensare, da un senso di giustizia che vorrebbe riparare al male fatto. La meravigliosa doppiezza dei protagonisti fa sì che qualunque opera riparatrice essi vogliano compiere, si trasformerà in tortura. Il cinismo che pervade tutta la storia mi ha affascinato. Quando la mancanza di ipocrisia permette ad un autore di poter essere così diretto e spietatamente onesto, la risata arriva là dove tanta morale, tanta ipocrisia appunto, fa spesso danni irreparabili.”

Insomma, ad Un’ora di tranquillità corrispondono certamente un paio d’ore di sano divertimento. Al Teatro Quirino di Roma fino all’8 gennaio.

Al. Sia.