Aeham Ahmad, il pianista di Damasco al Centro Culturale Candiani

Aeham AhmadDopo il tutto esaurito del primo concerto del nuovo anno con la Medfreeorkestra sabato scorso, un altro concerto da non perdere domenica 22 gennaio alle ore 18.00 al Centro Culturale Candiani, nella prima delle due date nel nord Italia, di un talento straordinario.
Il suo nome è Aeham Ahmad, ma è entrato nella leggenda come il pianista di Yarmouk: le immagini che lo ritraggono al pianoforte tra le macerie nel suo quartiere alle porte di Damasco, hanno commosso il mondo intero.
È stato il giorno in cui l’Isis gli ha bruciato il pianoforte che Aeham ha deciso di fuggire e venire in Europa. La musica Aeham l’ha nel cuore, da sempre: classe 1989, pianista, Aeham Ahmad lavorava nel negozio di strumenti musicali di suo padre, violinista non vedente.
“All’inizio dell’assedio volevo rinunciare alla musica, restare neutrale nel conflitto siriano. Vendevo falafel, e tenevo la musica chiusa nel cuore. Ma dopo sei mesi, non riuscivo più a contenerla: era più forte di me. Perciò ho ripreso il mio piano, l’ho fissato sul carretto dello zio ortolano, e ho cominciato a trasportarlo fra i quartieri più segnati dalla guerra per ridare speranza cantando per la gente stremata dall’assedio delle truppe di Assad, dai jihaidisti, dai bombardamenti e dalla fame”. Aeham Ahmad diventa il pianista di Yarmuk, campo profughi palestinesi alle porte di Damasco.
I video in cui lo si vede suonare sui cumuli di macerie hanno fatto il giro del mondo e tutto il mondo conosce la sua storia interrotta il giorno in cui i miliziani dell’ISIS bruciarono il suo pianoforte in quanto haram – proibito.
Ha percorso le migliaia di chilometri che separano Damasco da Berlino a piedi, su bagnarole di fortuna, autobus devastati, solo con uno zaino in spalla e la miseria a tracolla.
In Germania ha trovato rifugio in un vecchio motel abbandonato, dove ha ricominciato a fare ciò che faceva a Yarmuk: suonare e cantare per i bambini sballottati dall’esilio.
Ha iniziato a fare concerti e ha ricevuto un premio per il suo impegno a favore dei diritti umani
Nell’agosto 2016 ha pubblicato il suo primo disco, Music For Hope, una ventina di tracce che raccontano il dramma della guerra in Siria fondendo la musica classica con il canto arabo. Entro la fine del 2017 pubblicherà un altro album e un’autobiografia. Intanto è partito il 6 gennaio a Locorotondo (Ba), il 7 a Roma il primo tour in Italia che prosegue il 22 al Centro Culturale Candiani a Mestre, il 27 a Taranto, il 2 febbraio a Firenze e il 4 ad Aosta.

Lgge Bacchelli. Anche Rosy Bindi firma per Riccardo Orioles

orioles-riccardo-Riccardo Orioles è un giornalista d’inchiesta, impegnato a contrastare la mafia e la corruzione eppure, nonché grande punto di riferimento. Orioles è stato fondatore de I Siciliani insieme a Pippo Fava, il direttore del giornale, ucciso in un agguato mafioso il 5 gennaio 1984. Negli anni ha formato generazioni di giornalisti, eppure si ritrova con una pensione di vecchiaia di soli 400 euro al mese che non gli permettono nemmeno di arrivare a fine mese.
Per questo è stata lanciata una petizione a dicembre con la campagna #mandiamoinpensione Orioles per permettere al giornalista di poter usufruire della Legge Bacchelli. Promulgata nel 1985 durante il Primo Governo Craxi, nata per soccorrere Riccardo Bacchelli, scrittore e drammaturgo, autore di numerosi programmi televisivi, finito nella miseria. Bacchelli per uno scherzo del destino morirà prima di ricevere il sussidio. La legge 440/1985 prevede lo stanziamento di un fondo a favore di cittadini illustri che versino in stato di necessità economica. In buona sostanza, un riconoscimento in vita che lo Stato assegna a coloro i quali si sono distinti per meriti scientifici, letterari, artistici o sportivi, garantendogli un vitalizio finalizzato ad assicurare la conduzione di un’esistenza dignitosa.
È tuttora attiva la petizione rivolta al presidente del consiglio Gentiloni per chiedere l’assegnazione della legge Bacchelli a causa dello stato di difficoltà economica in cui vive Orioles, a lanciarla il giornalista Luca Salici, ed è stata firmata da quasi 30.000 persone, tra cui Pietro Grasso, Giancarlo Caselli, Don Ciotti, Claudio Fava. Lo stesso presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti Enzo Iacopino, durante la conferenza stampa di fine anno del governo, ha menzionato l’assegnazione del vitalizio ad Orioles durante il suo intervento. A firmarla oggi anche il Presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi.

Un’ora di tranquillità
con Florian Zeller
al Quirino di Roma

_45a1063-copiaUn’ora di tranquillità è una commedia moderna, brillante e divertente, scritta da Florian Zeller, uno dei talenti più affermati della nuova drammaturgia francese. Il protagonista della rappresentazione è un uomo che cerca disperatamente un momento di solitudine e serenità. E’ riuscito a rintracciare e acquistare un vecchio disco in vinile da un rigattiere ma, mentre cerca di trovare il modo per dedicarsi a questo cimelio, una serie di eventi e personaggi lo interrompono: la moglie, che gli deve parlare di cose importanti del loro rapporto, il vicino di casa che, a causa dei lavori che sta effettuando nella propria abitazione, irrompe mentre Michel sta cercando di ascoltare il disco, fino ad un improbabile idraulico che invece di riparare i guasti, ne provoca ulteriori. A questi si aggiungono altri amici, amanti e figli che entrano in scena inconsapevoli di rendere impossibile al povero protagonista di godersi solo un’ora di tranquillità. Senza poterli minimamente prevedere verranno alla luce vecchi amori, tradimenti, bugie… il tutto tenuto sempre sotto perfetto controllo ma con la genuinità dirompente del non programmato. Il tempo di  pace è praticamente un sogno irraggiungibile fino al momento in cui tutto si ferma e il disco finalmente sta per essere ascoltato ma…

Nell’allestimento in un unico atto al Teatro Quirino di Roma troviamo Massimo Ghini nel doppio ruolo di regista e protagonista di questa commedia, finora mai rappresentata in Italia. Come spiega lo stesso Ghini si tratta di “un titolo che rappresenta in maniera precisa un sogno, un’esigenza che, dati i momenti convulsi che viviamo, si fa quasi utopia. La commedia mi è stata segnalata da un direttore di teatro che l’aveva appena vista a Parigi. La prima lettura è stata immediatamente rivelatrice delle potenzialità del testo stesso. Una intelaiatura da farsa, composta e sviluppata con eleganza che, non disdegna la memoria geometrica di tanta commedia francese cinica e moderna che, ancora continua ad essere fonte di ispirazione per molti film di successo”.

E, di fatto, grazie al meccanismo del vaudeville giocato tra equivoci e battute esilaranti, Un’ora di tranquillità, che in Francia ha riscosso un grandissimo successo teatrale, è una macchina ben oliata. I personaggi hanno ciascuno un ruolo fondamentale nella vicenda, è come se fossero loro stessi gli ingranaggi che mettono in moto la macchina della risata già dalle prime battute del testo. Si tratta di un’opera corale dove ogni attore deve legare la propria arte agli altri.

Prima che il sipario si apra, vediamo Michel, interpretato da Massimo Ghini, passeggiare per le vie animate di una grigia ed uggiosa Parigi, fino a quando si imbatte ed acquista in un mercatino di strada un vecchio disco in vinile. A quel punto Michel torna velocemente a casa ed entratovi…si apre il sipario. Ci troviamo ora nel salone stile anni ’70 di  in un attico con vista sulla Torre Eiffel. La scenografia, suggestiva ma forse un po’ fredda, è funzionale a richiamare le passioni ed i connotati dei personaggi. Non mancano dei coup de théâtre che contribuiscono a dare dinamicità alla rappresentazione, tra cui ad esempio quelli che vedono protagonista un idraulico tuttofare e casinista che provoca danni sempre maggiori…

A Massimo Ghini si affiancano una intrigante Galatea Ranzi nei panni di Nathalie la moglie insoddisfatta di Michel, ed una conturbante Marta Zoffoli che interpreta Elsa, l’amante di Michel. Buona anche l’interpretazione di Massimo Ciavarro, nei panni di Pierre, l’amante di Nathalie. Le musiche hanno nell’opera un ruolo marginale, valorizzandone soprattutto il finale.

L’abilità del drammaturgo Florian Zeller non è solo nella scrittura brillante, ma anche nell’arte di gestire l’imprevisto continuo, in un vortice in cui le collisioni sono inevitabili, con un gusto che amplifica il divertimento. Lo spettatore è invitato e sollecitato a conoscere la verità  ma continua ad avere ben presente  l’impossibilità di riuscire a sistemare le cose perché ci sono troppe varianti che interferiscono con quello che sembrava un banale progetto  per trascorrere un po’ di tempo, anzi solo un’ora, di tranquillità.

Come evidenzia ancora il regista Massimo Ghini: “Il nostro protagonista, che più che essere un protagonista finisce per essere il Caronte di sé stesso, andrà incontro ad uno tsunami che lo travolgerà. Onda anomala composta da una serie di persone, di affetti, di sconosciuti che scaricheranno su di lui le loro nevrosi, spinti, a loro pensare, da un senso di giustizia che vorrebbe riparare al male fatto. La meravigliosa doppiezza dei protagonisti fa sì che qualunque opera riparatrice essi vogliano compiere, si trasformerà in tortura. Il cinismo che pervade tutta la storia mi ha affascinato. Quando la mancanza di ipocrisia permette ad un autore di poter essere così diretto e spietatamente onesto, la risata arriva là dove tanta morale, tanta ipocrisia appunto, fa spesso danni irreparabili.”

Insomma, ad Un’ora di tranquillità corrispondono certamente un paio d’ore di sano divertimento. Al Teatro Quirino di Roma fino all’8 gennaio.

Al. Sia.

Il Tempo a passo
di gambero. Divertimento e musica al Brancaccio

teatro-lyrick-se-il-tempo-fosse-un-gamberoSono passati 30 anni esatti da quando fu portata in scena per la prima volta la commedia musicale “E…se il tempo fosse un gambero?”, una delle rappresentazioni più amate dai Romani, che nel 1986 portò al successo una esordiente Nancy Brilli. Il testo scritto da JaJa Fiastri e da Bernardino Zapponi, con le musiche del grande maestro Armando Trovajoli, è una delle commedie principali del repertorio di Garinei e Giovannini. Oggi è il regista Saverio Marconi a firmare la nuova edizione, completamente rivista, che racconta una storia delicata e divertente che si snoda dai nostri giorni del 2016 a… 60 anni prima.

Tutto prende il via dall’ottantenne Adelina, una vecchina rimasta nubile e dalla coscienza pulita che, mentre spegne le candeline di un compleanno così importante trascorso in solitudine, piena di nostalgia per la giovinezza perduta, esprime un desiderio segreto e mai sopito, per il quale venderebbe anche l’anima: tornare a quando aveva 20 anni e poter così sposare quel Principe polacco che aveva chiesto la sua mano e che lei aveva rifiutato.

Il Maligno, che ha voglia di divertirsi alle spalle della coscienziosa e pia donna, intercetta questo desiderio. Così, servendosi di un diavolo di seconda categoria, il Re delle Tenebre riporta la vecchina indietro di 60 anni: Adelina torna ad essere una giovane fruttivendola a Campo De’ Fiori, alle prese con le avances del Principe Poniatowskij e con i debiti di famiglia. Ma ogni tentativo di approccio del Principe verso Adelina si conclude con uno schiaffo da parte della bella donna, proprio come 60 anni prima; così il diavolo, prese le sembianze di Max, l’autista del Principe, inizia a perdere ogni speranza di cambiare il corso delle cose e di corrompere la pura Adelina. Inaspettatamente, sarà il Bene rappresentato dalla giovane a prevalere tra inganni e trasformismi, per un lieto fine in cui finalmente sarà l’amore a trionfare.

Nel nuovo adattamento in scena al Brancaccio troviamo due bravi interpreti con un profondo “spirito romano”, che danno vita ai personaggi di Max e Adelina. Il primo ha il volto di Francesco Pannofino, poliedrico e straordinario attore teatrale, di cinema e tv oltre che inimitabile doppiatore, in grado di modulare perfettamente la propria voce tra canto e prosa; il secondo è quello di Emy Bergamo, giovane, bellissima e delicata attrice che si è già cimentata con successo nel Rugantino della celebre Ditta Garinei&Giovannini.

Le musiche del maestro Trovajoli rappresentano una colonna sonora memorabile, importante ed imprescindibile per questa commedia. Accompagnano tutto lo spettacolo, in cui i diciannove attori presenti sul palco alternano recitazione, canto e ballo. Molto curate le moderne coreografie di Rita Pavano, così come i costumi briosi e candidi di Carla Accoramboni. Rapidi cambi scenici e di costumi contribuiscono a conferire dinamicità ed energia alla rappresentazione.

La scenografia non tradisce le aspettative, con congegni in grado di modificare gli ambienti scenici in tempi veloci. Sorprende anche la bravura e la capacità di tutti gli attori nel cambio delle posizioni sceniche e nel rispetto dei tempi, tali da consentire veloci cambi scenografici con gli stessi protagonisti presenti sul palco.

Il sogno di poter tornare indietro nel tempo è da sempre un’ipotesi seducente, perfettamente esplorata da “E…se il tempo fosse un gambero?” con la sua trama complessa ma al tempo stesso divertente e ritmica.

È uno spettacolo assolutamente consigliato per chi voglia trascorrere una serata divertente, gioiosa, con accenti di romanità. Repliche al Teatro Brancaccio di Roma fino al 15 gennaio.

Al. Sia.

“Il Museo Universale”. Grandi capolavori
alle Scuderie del Quirinale

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Tornano prepotentemente sulla scena culturale italiana le Scuderie del Quirinale di Roma con la mostra “Il Museo Universale. Dal sogno di Napoleone a Canova”, con cui viene raccontato, duecento anni dopo, l’avventuroso recupero dei capolavori italiani dalla Francia dopo Napoleone.

L’esposizione ci riporta tra il 1796 e il 1814 quando, durante le campagne militari francesi, molte delle più importanti opere delle collezioni italiane furono portate da Napoleone Bonaparte verso il nascente Museo parigino del Louvre. Con il Congresso di Vienna lo Stato Pontificio e le molte amministrazioni locali della Penisola, ottennero la restituzione dell’80 per cento delle opere, che rientrarono finalmente a Roma nella primavera del 1816.

Duecento anni dopo quella data, la mostra curata da Valter Curzi, Carolina Brook e Claudio Parisi Presicce, ci offre la possibilità di interrogarci sul destino di migliaia di capolavori che avevano abbandonato chiese e conventi dopo la soppressione degli ordini religiosi, alcuni dei quali di importanza simbolica per la cultura italiana e non più rientrati. In quegli anni, inoltre, un numero consistente di opere veniva conservato in depositi improvvisati, fatto che ha successivamente alimentato un dibattito critico vivace sul valore pubblico del patrimonio artistico, favorendo l’apertura di musei che ancora oggi sono tra le realtà più significative del Paese: è il caso della Pinacoteca di Brera, delle Gallerie dell’Accademia di Venezia o della Pinacoteca di Bologna e di quella che oggi è la Galleria Nazionale dell’Umbria.

4-raffaello-sanzio-ritratto-di-papa-leone-x-minMolte di queste opere, prima trafugate da Napoleone e poi restituite all’Italia, sono state raccolte e saranno concentrate per qualche mese alle Scuderie del Quirinale. Troviamo dunque esposti capolavori celeberrimi come il Ritratto di Papa Leone X con i cardinali Giulio de Medici e Luigi de Rossi di Raffaello, proveniente dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze, la Strage degli innocenti di Guido Reni dalla Pinacoteca di Bologna, la monumentale Assunzione della Vergine di Tiziano dal Duomo di Verona, il Compianto su Cristo morto di Correggio e la Deposizione di Annibale Carracci dalla Galleria Nazionale di Parma; la Cattedra di San Pietro di Guercino dalla Pinacoteca di Cento, il Battista tra quattro Santi di Perugino dalla Galleria Nazionale dell’Umbria.

Si possono altresì ammirare modelli assoluti della statuaria classica come la Venere capitolina, proveniente dai Musei Capitolini, o il Giove di Otricoli dai Musei Vaticani. Inoltre, sarà eccezionalmente esposto il Monumento funebre a Guidarello Guidarelli di Tullio Lombardo, leggendario capolavoro della scultura rinascimentale concesso per la prima volta in prestito dal Museo d’Arte di Ravenna.

La mostra però non solo ripercorre le tappe salienti della vicenda storica ottocentesca, ma soprattutto comunica al pubblico di oggi il ruolo che ha avuto, proprio a partire da quella occasione, il patrimonio culturale nazionale visto per la prima volta come strumento imprescindibile per l’educazione del cittadino e, allo stesso tempo, perno di una comune identità europea.

Una lettura ancora oggi quanto mai attuale, considerati i venti di crisi che spirano sulla costruzione europea. Da non perdere. Alle Scuderie del Quirinale di Roma fino al 12 marzo 2017.

Al. Sia.

Rumors! Festeggiare Capodanno con la Compagnia degli Audaci

locandina-rumorsIl direttore artistico del Teatro degli Audaci, Flavio De Paola, il giorno 31 dicembre 2016 alle ore 21:00 presso lo stabile del III Municipio invita ad assistere ad una delle commedie più divertenti del panorama internazionale: Rumors.
Questa famosissima commedia scritta da Neil Simon sarà curata nei minimi dettagli dalla regia di Flavio De Paola che sarà anche attore, dirigendo un acclamatissimo cast artistico composto da Maria Cristina Gionta, Emiliano Ottaviani, Giuseppe Abramo, Alessia Di Fusco, Stefano Centore, Annamaria Fittipaldi, e Marina Pedinotti.

“Rumors”, in inglese “pettegolezzi”, racconta la vicenda di quattro coppie della medio/alta borghesia, che si riuniscono a casa del vicesindaco di New York (Charley Brock) per festeggiare il decimo anniversario del suo matrimonio. I primi invitati che arrivano, un avvocato e la moglie, scoprono che è esploso un colpo di pistola. Il padrone di casa è chiuso in camera sua, perde sangue da un orecchio e forse ha tentato il suicidio, la moglie è scomparsa e così anche la servitù. Scatta subito un obbligo: non dire niente a nessuno per evitare gli scandali e soprattutto la perdita dei privilegi dovuti alla complice amicizia col vicesindaco. Così, in un incalzante ritmo condito da esilaranti equivoci, tra bugie, imbrogli ed invenzioni, la storia, o meglio la “farsa” come la definisce lo stesso autore, si dipana con toni ironici e paradossali fino ad arrivare alle sorprese conclusive.

“Ho scelto questa commedia – asserisce l’ormai noto direttore artistico Flavio De Paola – per essere in tema con l’attuale situazione in cui viviamo…siamo tutti circondati da “pettegolezzi”, ma allo stesso tempo ho deciso di mettere sul palcoscenico questo testo proprio per iniziare il nuovo anno con una sana risata e tanto divertimento”.

Al Teatro degli Audaci dal 31 dicembre 2016 al 22 gennaio 2017 per non perdere questo straordinario spettacolo, telefonando al numero 06 94376057 tutti i giorni dal lunedì al sabato ore 10:00 – 13:30 / 16:00 – 20:00 e domenica ore 16:00 – 18:00

‘A cuore aperto’. Elvino Echeoni festeggia i suoi 50 anni di carriera artistica

elvino-echeoni-3Da sabato 10 dicembre, lo Zodiaco ospita, nella sua splendida cornice di Viale del Parco Mellini, 88/92, la personale tutta da vedere dal titolo “A cuore aperto” con la quale il poliedrico Elvino Echeoni, pittore e scultore, festeggia i suoi 50 anni di vita artistica, presentando la summa di mezzo secolo di lavoro e riflessioni sull’arte.

L’esposizione, a ingresso libero e in programma per un intero mese fino al 10 gennaio prossimo (tutti i giorni dalle 18.00 alle 24.00), rappresenta un excursus puntuale nella produzione di quello che critica e pubblico considerano “uno tra i più rappresentativi artisti italiani in campo internazionale” e punta a narrare – attraverso una ventina di tele caratterizzate da stili e tecniche pittoriche tra loro differenti – momenti diversi della sua storia personale e della sua produzione.

In mostra un’ampia raccolta di opere nate dall’estro artistico del Maestro che ha scelto di celebrare le sempre verdi emozioni che la pittura e la vita continuano a donargli, come commenta lui stesso, “con coloro i quali hanno condiviso questo mio percorso artistico” e “dedicandolo a quanti non sono più tra noi”.

Così, accanto a tele che raccontano le “segrete analogie” tra Freud e Pirandello piuttosto che tra Fellini e Chaplin, sono esposti quadri che proiettano lo spettatore, attraverso le vibrazioni e l’armonia del colore, verso la sintesi pittorica declamata dall’ “Energia vitale”. E nell’antologica non potevano mancare – oltre alle maschere, alle composizioni floreali e alle figure femminili – la serie di astratti ispirati ai “Momenti musicali” e quelli intitolati alla “Realtà virtuale”, in cui il pittore estremizza la tridimensionalità di figure geometriche ad alto contenuto simbolico.

elvino-echeoni-4“Ero fermamente intenzionato a festeggiare, con un percorso fra le mie tele più rappresentative, i miei 50 anni di vita artistica con amici e colleghi che, fin dagli esordi, mi sono stati accanto nel viaggio della vita, reso ancora più entusiasmante da quando, in seguito all’intervento a cuore aperto subito nel 2009, ho iniziato, oltre che a guardare avanti, a soffermarmi sui ricordi e sulle tante cose che ancora avevo da raccontare e alle quali oggi possono, per fortuna, aggiungersene altrettante”, ha precisato il pittore.

Artista istrionico e completo, dotato allo stesso tempo di una spiccata perizia tecnica e di un’instancabile vena creativa, Echeoni è capace di spaziare dalla tavolozza agli spartiti musicali, passando per il restauro, la scenografia, l’incisione, la scultura, e ancora per la composizione di testi e canzoni. Un abile trasformista che a proposito di sé stesso dice “faccio cose diverse e apparentemente non collegate, anche se, a ben vedere, c’è un sottile fil rouge che unisce tutto: canzoni, pittura, tele astratte e ancora quadri di tramonti, notturni, composizioni floreali o volti e corpi femminili”.

Ed è proprio quest’impercettibile filo rosso che fa di quest’uomo – da sempre innamorato allo stesso tempo della lucidità e del coraggio sperimentale di Leonardo Da Vinci così come della folle corposità della pennellata di Van Gogh – un funambolo del nostro mondo artistico con una naturale propensione a tentare sempre strade diverse e il coraggio di chi ama rimettersi continuamente in discussione.

Romano, classe 1950, da ragazzo, indeciso fra liceo artistico e conservatorio, Echeoni sceglie di iscriversi a ragioneria e poi di laurearsi in economia e commercio. Intanto, però, si specializza in restauro e tecnica del colore, studia i trattati di Cennino Cennini e si cimenta, a più riprese, nella figurazione classica e nell’astrazione pura.
Outsider generoso e talentuoso, si dimostra un personaggio fuori dagli schemi fin da giovanissimo. Negli anni ’70, insieme all’amico Remo Panacchia, la prima scelta coraggiosa: affiancare, a quello storico di Via Margutta, uno spazio espositivo nel popoloso quartiere di Centocelle, spinto dall’idea di cercare, là dove si respirava il vero decentramento culturale, un’autenticità resa ancora più unica dal difficile clima degli anni di piombo.

Dotato di una natura curiosa e onnivora, attratto dai tentativi sperimentali di artisti diversi tra loro, in particolar modo italiani e giovani, riesce ad allestirne mostre di generi differenti, spaziando dall’arte iperrealista e astratta a quella che ripropone un surrealismo fiabesco, in cui l’uso del colore, talvolta forte, riesce ad accendere l’immaginazione dell’osservatore e lo trasporta in un mondo poetico nutrito di una magia sospesa piuttosto che in uno spazio quotidiano familiare e privato.
Conosciuto e amato dal grande pubblico per l’utilizzo di tonalità intense, impegnato da sempre nella costante ricerca di forme rappresentative nuove e diverse e nell’impiego di stili e tecniche differenti, il Maestro Echeoni vede nella forma il racconto, la narrazione, l’armonia; mentre dà al colore le sembianze della vita e dell’energia pura. E’ proprio approfondendo l’uso delle tinte cromatiche di cui si è servito durante tutta la sua produzione, che – attraverso un intenso racconto pittorico perfettamente capace di dosare, con sapienza, tecnica e armonia del colore – è riuscito a realizzare tele in cui il colore diventa forma e la forma materia che catturano l’attenzione dello spettatore.

In occasione del vernissage, partendo dalle tele dedicate ai “Momenti musicali” e accantonata per un attimo la tavolozza, il Maestro si metterà al pianoforte per celebrare, con i pezzi firmati dagli amici e quelli composti da lui, i trascorsi da musicista e ricordare la professione esercitata fino agli anni della Dolce Vita romana, quelli in cui iniziò con Novella Parigini un indissolubile sodalizio artistico che non si concluse neanche con la scomparsa della pittrice.

Nel corso della serata sarà anche proiettato un video in cui si alterneranno le immagini più salienti dell’operazione chirurgica che gli ha salvato la vita e i momenti più intensi del suo percorso artistico e professionale.

L’appuntamento per il vernissage è fissato per sabato 10 dicembre 2016 dalle 18.00 alle 24.00.

Di lui hanno detto: “La musica come la pittura sono da sempre entrate a far parte del mondo artistico di Elvino Echeoni, della sua innata capacità di interpretare con la più autentica forza creativa la realtà delle cose. Quasi riformulando un sempre più moderno linguaggio per comunicare la grande carica di entusiasmo che lo accompagna in ogni momento della sua ispirazione, Elvino Echeoni si rinnova così, nei colori e nelle note inserendosi in una dimensione creativa decisamente orientata alla costante conquista del nuovo. Un nuovo che si muove nello spazio della tela conciliando improvvisi, passionali suggerimenti d’avanguardia con elaborate analisi figurative, storicizzate anche a livello internazionale, nel lungo tempo della sua importante carriera artistica. E se la pittura nasce per lui come magico viaggio d’amore con i colori, la musica vive, nei suoi umori paralleli, come una speciale “colonna sonora” della sua esperienza pittorica”. (Nicolina Bianchi, Critico d’arte, Editore Direttore Segni d’Arte)

“Echeoni attraverso varie esperienze e differenti stili e tecniche affina il suo percorso intellettuale ed estetico passando dal figurativo all’astrazione pura nell’ansia di abolire ogni contenuto figurativo ed esprimere soltanto i fermenti emotivi che emergono dal profondo della sua spiritualità. Le creazioni di Echeoni sono un concatenamento di soluzioni formali con le quali l’Artista cerca sempre di “andare oltre” tramite il raffinato uso del colore senza tuttavia rinunciare alla centralità della persona umana. Sicuramente Elvino Echeoni non ha esaurito la sua ricerca culturale ed artistica; una convinzione questa suffragata dal suo impulso a suscitare emozioni comunque, indipendentemente dal campo di ricerca, dallo stile, dalla tecnica; è pertanto lecito attenderci nuovi messaggi, che in ogni caso saranno fonte di sempre più intense ed intime emozioni”. (Elisa Sarti)

“Un ovaloide reale e la sua ombra: si scopre con stupore che la pittura non si degrada illustrando un aneddoto e, nell’opera di Elvino Echeoni, rivela con sapiente abilità l’evento storico della rappresentazione della “ creazione” nella successione dal mondo inorganico all’organico. Ammaestrato da Cézanne che visualizzò l’illusione della realtà contro il disegno e l’ombreggiatura che danno il volume con l’equilibrio dei colori intensi e forti, vincendo l’apparenza reale delle cose, ottenendo la profondità senza mescolare colori sulla tavolozza Echeoni interpreta le dottrine della biologia e ricorda i graffiti rupestri che indicano con la freccia e il sangue la vita e la morte, la sopravvivenza e la storia evolutiva dell’umanità…: l’onnipotenza dei “moti” nel Creato”. (Prof. Riccardo Giovanni De Col)

Braccialetti Rossi 3:
il coraggio di saper rischiare tutto

Libro Braccialetti Rossi

Finale da favola per “Braccialetti rossi 3”, eppure così reale. Sicuramente per gli spettatori potrebbe essere la più bella delle tre stagioni, battendosela bene con la prima, ma di sicuro la più importante. Il messaggio centrale è racchiuso nel discorso (commovente) che Leo (Carmine Buschini) lascia registrato in radio al figlio che Cris (Aurora Ruffino) aspetta da lui (e che lui potrebbe non riuscire a vedere nascere), prima dell’operazione rischiosissima al cervello cui si è voluto sottoporre. Ad eseguire l’intervento la dottoressa Lisandri (Carlotta Natoli), per lui come una madre; prima di addormentarsi (venendo anestetizzato), però, dedica un po’ a tutti simbolicamente la canzone “Io non ho finito” a significare che i sentimenti veri, i ricordi delle persone care non cessano mai neanche una volta finite, non smettono di vivere nella memoria di coloro cui sono legati. Anche non ce la facesse, resterebbe sempre comunque presente. Un po’ come Davide (Mirko Trovato). A parte questo, per tutta l’ultima puntata, si è lanciato l’invito ad avere il coraggio di rischiare tutto per la felicità, non solo a lottare, a resistere, ma ad avere la volontà e la capacità di esporsi, di fare ciò che non si è mai avuto la forza di fare e di dire, di agire anche in controtendenza, facendo ciò che nessuno ha mai osato prima (come il dichiararsi alla persona amata rischiando di venir rifiutati, come Bobo e Margi ovvero Maria Melandri; oppure di eseguire operazioni pericolosissime e difficilissime come quella di Bobo o di Leo; oppure di tentare cure sperimentali, innovative e complicate, come quella di Flam alias Cloe Romagnoli): un po’ come buttarsi in un’arena, da veri gladiatori della vita, come fa Leo per combattere il suo male e cercare di sconfiggere, di vincere per sempre sul tumore. Il lieto fine era auspicato e quasi dovuto, data la vicenda personale reale di Albert Espinosa (cui la fiction è ispirata e da cui tutto ha preso piede); anche perché far morire Leo sarebbe stato un dolore insopportabile per le sue affettuosissime fans (si tratta pur sempre ad ogni modo di una serie tv per adolescenti non va dimenticato); e già la parte del suo intervento è stata abbastanza al cardiopalma per le sue ammiratrici, tenendo con il fiato sospeso a lungo. Eppure la parte più indovinata sono i tempi giusti, gli spazi equilibrati dati ai singoli passaggi: le operazioni, le vicende romantiche, gli scontri e i perdoni, le parti narrative che fanno avanzare la storia. L’alternare momenti drammatici ad altri lieti, la malattia all’amore e all’amicizia, le patologie al matrimonio di Cris e Leo oppure alla nascita del loro Leoncino. Tuttavia la novità più grande è che si fa vedere e capire chiaramente che non bisogna essere degli eroi, trovarsi per forza di fronte a un malanno grave (come un cancro o una patologia cardiaca) per essere dei veri combattenti. Si è lottatori anche nella semplice vita di tutti i giorni, e ciò vale per i malati quanto per i medici e la gente comune. In questo è quanto mai centrale che da dentro l’ospedale si esca fuori: così nel finale ci ritroviamo per strada con Vale (Brando Pacitto), Bobo (Nicolò Bertonelli) e il dottor Baratti (Giorgio Marchesi) a correre una maratona solidale, a sfidare i propri limiti; dunque non per forza si deve trovarsi in sala operatoria, a lottare tra la vita e la morte, per essere dei combattenti, ma lo si è anche nelle semplici cose: una corsa solidale, oppure quando si sostengono campagne di beneficenza, per la ricerca o la salute ad esempio. Anche quello vuol dire portare avanti ciò che il leader ha insegnato a tutto il gruppo: fare del bene, fare cose importanti, per sé e per gli altri, essere vicini e uniti contro la sofferenza e il dolore. Senza dimenticare mai nessuno, e in particolare chi ci ha voluto bene. Per questo nel finale vediamo sulla gondola, celati sotto le maschere veneziane che hanno calate sugli occhi, andare lungo il corso del canale una coppia di innamorati che scopriremo essere Nina (Denise Tantucci) e Davide (Mirko Trovato). A loro modo ci sono sempre comunque anche loro, forti nella loro presenza costante e vicinanza ai loro amici cui sono legatissimi. E, soprattutto, è in tal modo che si raggiunge quel “per sempre” di Braccialetti Rossi, scritto in conclusione dell’ultima puntata. E avremmo potuto aggiungere “insieme”, perché quello dei Braccialetti è un gruppo indissolubile, che non si può sciogliere e, principalmente, come dice il dottor Alfredi (Andrea Tidona) che ama improvvisare e agire d’impulso, sorprendere con decisioni prese in estemporanea e d’istinto, coraggiose perché apparentemente quelle meno comode, più improbabili, meno scontate, ma più vere. Ragazzi e amici pronti a sacrificarsi per l’altro, disposti a tutto e persino a dare la vita (come ha fatto Nina, Denise Tantucci). Mentre c’è l’annuncio delle riprese per la quarta serie, che sembrano fissate per il maggio prossimo, attendendo il 2017, intanto resta il successo d’ascolti dell’ultima puntata a siglare l’approvazione del pubblico: quasi cinque milioni di spettatori (4.820mila) e il 18,5% di share. Un vero boom.

Barbara Conti

Cicogna in arrivo a casa Martini e “Cicogne in Missione” con la Marcuzzi

un-medico-in-famiglia-9-foto-1Finita lo scorso 24 novembre la decima edizione de “Un medico in famiglia”, si pensa già all’undicesima, con Nonno Libero schierato in prima linea e subito disponibile a girare la nuova stagione. Conclusasi con 4,28 milioni di telespettatori, non ha tuttavia mai smesso di sorprendere. Terminata con una cicogna in arrivo per Sara Levi (Valentina Corti) e Lorenzo Martini (Flavio Parenti), si è ben incentrata su un messaggio netto che ha dato. “Un medico in famiglia 10” ha insegnato l’importanza del perdono, di scelte di libertà compiute con responsabilità, dell’uso del rispetto e dell’onestà anche nella ricerca della verità. Sicuramente ha impressionato particolarmente la vicenda di Annuccia (Eleonora Cadeddu), ma non meno piacevoli sono stati i ritorni di Ciccio (Michael Cadeddu), di Bianca (Francesca Cavallin) e Marco Levi (Giorgio Marchesi), fratello-giornalista di Sara. Spesso si è trattato di brevi apparizioni, di poche scene. Per questo è dispiaciuto il fatto di non aver potuto rivedere Maria Martini (Margot Sikabonyi), neanche neppure per un breve saluto in chat, via Skype o solo telefonico per un augurio rapido. Certo la sua presenza si è sentita, in qualche modo (anche indirettamente), in quanto una delle protagoniste portava il suo nome: la ragazza di cui si innamora Tommy Martini (Riccardo Alemanni) si chiamava proprio Margot, che sarebbe quello vero all’anagrafe dell’attrice che ha interpretato per tanti anni in passato Maria; e poi il suo recente impegno di mamma l’ha sicuramente ostacolata: dal 2013 è legata sentimentalmente a Jacopo Lupi, dal quale ha avuto un figlio, Bruno James, nato il 17 maggio 2015. Di certo simpatica la scelta di ambientare l’ultima puntata durante le festività natalizie, a un mese dal Santo Natale per davvero. Con la neve che cade, una bella cartolina e una graziosa foto lasciata dell’augurio di pace, serenità, fratellanza, vicinanza e familiarità (non solo in casa, ma anche in caso di una famiglia allargata come quella dei Martini, forse quella più amata dal pubblico italiano). La gravidanza di Sara ha aperto un nuovo scenario, come la fiction ha fatto per tutta la decima serie raccontando il coraggio di costruirsi una nuova vita, con tutte le difficoltà, i sacrifici, le rinunce e i cambiamenti (anche radicali) che comporta. Per questo non è da escludere l’undicesima stagione. Tanto che, non è un caso neppure che “Un medico in famiglia” sia stato rimpiazzato in palinsesto (nella programmazione ordinaria del prime time del giovedì, che occupava di solito) da un’altra serie di successo ben nota ai telespettatori: “Braccialetti Rossi 3”, la cui ultima puntata è andata in onda di giovedì primo novembre e di cui già è pronta la quarta stagione. Che sia di buon auspicio?

Sicuramente, a proposito di cicogne in arrivo, non si può non citare il film d’animazione “Cicogne in missione” (diretto da Nicholas Stoller e da Doug Sweetland). Presentato in anteprima quest’anno alla Festa del Cinema (nella sezione “Alice nella città”), regalare ai più piccoli il dvd di questo prodotto cinematografico (che si preannuncia un evento nel suo genere), da far trovare sotto l’albero di Natale o per la Befana ai bambini, sarebbe un’idea istruttiva. Divertente, mostra con semplicità ed ironia l’importanza dell’ingenuità dei bambini, che sono più intelligenti di quello che si possa pensare e sono in grado di cambiare il mondo, con il loro istinto che sente solo le ragioni del cuore e non della mente. In grado di smuovere le esistenze e le vite degli adulti, ma anche persino di intenerire gli animi più duri, con l’aridità cui si è arrivati nella società del consumismo, in cui si è come tutti circondati da un branco di lupi famelici e pericolosi, pronti a sbranarci, da cui dobbiamo difenderci: ma la ferocia cessa quando un bimbo sorride o si agita, oppure ci si commuove vedendolo dormire. E se prima le cicogne consegnavano bambini, ora la minaccia è che consegnano pacchi, con il rischio di perdere la propria identità umana, per lasciar posto al business più spietato in cui, per fare carriera, si è disposti a tutto e non ci sono altre regole che quelle del mercato di una fabbrica in serie di bambini, come fossero pacchi postali da consegnare e catalogare come qualsiasi altra merce di scambio. Questo lo scenario terribile su cui si apre il film di animazione. Riuscire a coglierne la seria minaccia e sovvertirne l’ordine sarà la dura lezione da apprendere e la mission per i due protagonisti durante il viaggio (di formazione in un certo qual modo) che vivranno. Si tratta di Tulip (doppiata da Alessia Marcuzzi), ragazza buffa e divertente, un po’ caotica, confusionaria, burlona e incosciente, ma spontanea. L’adolescente sarà accompagnata da Junior (con la voce di Federico Russo), una cicogna a cui è stata prospettata la possibilità di fare carriera e diventare Boss; e a cui è stato affidato il compito di licenziare Tulip. Ovvio che l’adolescente 18enne è ignara di quello che è stato disegnato alle sue spalle. Dalla mente diabolica dei vertici della ditta Cornerstore.com per cui entrambi lavorano. Infatti lo scopo principale dell’innocente Tulip è ritrovare la sua vera famiglia, a cui non è mai stata consegnata. Nel frattempo i due, tra mille disavventure, dovranno riportare a casa sua il fratellino tanto aspettato dal piccolo Nate (doppiato da Luca Tesei). I bimbi vanno difesi e protetti e non vanno sfiorati neppure con un fiore. In questo, protettivi e dolci al massimo, saranno Tulip e Junior.

Il doppiaggio è indovinato. La Marcuzzi sa mettere tutta la dolcezza e la tenerezza della maternità (che è la “sua”), con la sua voce un po’ rauca, ma per questo in grado di infondere più simpatia ed empatia. E Federico Russo sa dare, rimarcando con il giusto tono un accento a tratti un po’ stridulo della voce, la bonarietà di un animale che ha solo paura di voler bene, di affezionarsi, di fidarsi, ma non è cattivo, e alla fine cede anche lui alla tenerezza per un neonato; l’esuberante istintività irrazionale di Tulip arriverà a toccare le sue corde più sconosciute ed a cambiarlo, senza che neppure lui se ne renda conto. Nel doppiaggio da citare la presenza di Pino Insegno (Hunter) e Vincenzo Salemme (Toady). La parte migliore resta sicuramente costituita dai volti disegnati dei bebè (molto espressivi) e dalla replica perfetta delle espressioni che effettuano (sorrisi, pianti, smorfie per vari motivi: perché hanno paura, fame, sonno) e i dispetti divertenti che si devono subire per farli contenti o del ridicolizzarsi un po’ per divertirli. Situazioni comiche, in cui i due protagonisti si improntano, scoprendosi un po’ mamma e papà del neonato che devono consegnare; entrambi neo “Cicogne in missione” di quello che diventa il più prezioso dei beni: un bambino in quanto un dono e non un semplice, banale, normale e comune pacco postale qualunque. Riscoprire questa sacrosanta verità diventa quanto mai importante per cambiare tutta la realtà dell’azienda Cornerstore.com. E della società moderna, riportando in auge il valore di “famiglia” su cui essa è sempre stata fondata, ma che è molto mutato e si è andato un po’ perdendo.

Concorso fotografico Stenin: in mostra l’amore per la vita

italia-1 Il giovane fotografo Danilo Garcia Di Meo, il migliore fotoreporter del 2016 per il Concorso internazionale Stenin, aprirà sotto Natale una mostra a Roma. Dal 6 all’11 dicembre 2016 lo spazio espositivo della Casa Internazionale Dellе Donne sarà riempito dalla serie fotografica ricca di emozioni sulla giovane romana paralizzata Letizia Renis. Le opere, già esposte a Mosca, Istanbul, Cape Town, Cairo, Shanghai e Pechino, sono dedicate all’incredibile forza d’animo, alla voglia di vivere e di amare dell’eroina di questi scatti, il cui unico collegamento con il mondo consiste in un sensore situato nel poggiatesta della sua sedia a rotelle. L’inaugurazione avverrà il 6 dicembre alle 18:30 in Via della Lungara, 19.

La storia di Letizia, mostrata da Danilo Di Meo, è una storia di amore. Amore verso il mondo, verso il prossimo e verso di sé. Nonostante le difficoltà, Letizia si sforza sempre col sorriso sulle labbra di vivere una vita piena: lavora come segretaria in un’organizzazione locale che aiuta gli invalidi, incontra gli amici e ispira gli altri. Con l’aiuto di una sedia a rotelle nel cui poggiatesta sono inseriti degli interruttori, Letizia ha imparato a usare sia il computer che lo smartphone, a scrivere messaggi e a fare videochiamate.

Alla fine di novembre, Letizia ha fatto in Russia con il fotografo Danilo Di Meo il primo viaggio internazionale della sua vita.I russi hanno sentito parlare di Letizia per la prima volta quando il suo connazionale giovane fotografo Danilo Garcia Di Meo ha conquistato il titolo di miglior fotoreporter dell’anno al concorso fotografico organizzato da MIA “Rossiya Segodnya”. Ricevuto l’invito in Russia, la ragazza non ci ha pensato due volte, e non appena ha ottenuto il benestare dei dottori è venuta a Mosca, dove già migliaia di moscoviti hanno visto la sua storia sotto forma di foto: “Letizia. Storia di vite non viste”.

Il concorso internazionale di giornalismo fotografico intitolato ad Andrei Stenin, organizzato da MIA “Rossiya Segodnya” sotto l’egida della Commissione della Federazione Russa per l’UNESCO, si pone come obiettivo sostenere i giovani fotografi e attirare l’attenzione del pubblico sulla missione del giornalismo fotografico moderno; rappresenta una piattaforma per i giovani fotografi di talento, sensibili e aperti a tutto ciò che è nuovo, dalla quale spingono la nostra attenzione sulle persone e sugli eventi vicini a noi.
Nel 2016 il concorso internazionale di giornalismo fotografico Andrei Stenin è stato la più grande piazza per le sfide di fotografia tra giovani fotografi raccogliendo qualcosa come 6000 opere da 71 Stati del mondo, compresa la Russia. La geografia del concorso comprende 5 continenti, inclusi i Paesi di Europa, America del Nord e del Sud, Africa, Medio Oriente, India, Australia e Sud-Est Asiatico.

Il Concorso internazionale di giornalismo fotografico intitolato ad Andrei Stenin si tiene nel 2016 con il sostegno dei maggiori mass media, agenzie stampa e comunità di fotografi russi e internazionali. In veste di partner mediatici generali del concorso vi sono: il canale televisivo statale russo “Rossija-Kultura”, il portale di notizie e informazioni KP.ru, il portale di informazione Jourdom e il portale Russian Photo. I partner mediatici internazionali del concorso sono: l’agenzia di stampa Askanews, l’agenzia Antara foto, l’agenzia di stampa EFE , EBC, la holding mediatica Independent Media, l’agenzia di stampa Notimex, il canale televisivo e portale RT, The Royal Photographic Society, Shanghai United Media Group (SUMG), l’agenzia di stampa Xinhua. In qualità di partner mediatici di settore troviamo: Photo Academy, l’agenzia GeoPhoto, il portale Photo-study.ru, Unione dei giornalisti russi, Unione giornalisti di Mosca, Student Media Union, il portale di informazione YOung JOurnalists e il festival “Photoparade in Uglich”.