Mario Sironi, le sue vignette fasciste in una mostra a Lucca

mario-sironi- ciclistaOrganizzata dal «Center of Contemporary Art», dalla galleria Russo e dal MVIVA, è in corso a Lucca la mostra «Mario Sironi e le illustrazioni per “il Popolo d’Italia” 1921-1940». Essa espone cento opere realizzate dal caricaturista più famoso del quotidiano ufficiale del Partito fascista. Non si tratta – come si legge nella presentazione – di una «riscoperta del talento artistico» di Mario Sironi, già noto per altre mostre e cataloghi, ma di una riproposta delle sue doti di disegnatore politico.
Il nome di Mario Sironi (Sassari, 12 maggio 1885 – Milano 13 agosto 1961) è legato all’ascesa al potere di Benito Mussolini, che lo chiamò ad illustrare il suo giornale per la capacità di plasmare l’immagine del fascismo nella stampa e di presentarla nelle mostre espositive. A differenza di altri vignettisti coevi, che aderirono al credo mussoliniano per opportunismo oppure per motivi venali, Sironi fu un fascista convinto, tanto da aderire alla Repubblica di Salò dopo l’8 settembre 1943. Egli si formò nel clima incandescente del futurismo, subendo l’influenza di Umberto Boccioni, di Gino Severini e di Giacomo Palla per assumere poi uno stile personale nelle sue scelte estetiche e nella sua pittura originaria.
Nel 1905-06 Sironi disegnò anche tre copertine per il settimanale «Avanti! della Domenica» e partecipò ad diverse mostre, nelle quali espose sue opere come «Senza Luce», «Paesaggio» e «Madre che cuce». Via via passò da una pittura paesaggistica e casalinga ad uno stile inquieto, come si ricava dai suoi dipinti eseguiti durante la Grande Guerra. Nelle sue illustrazioni per «Gli Avvenimenti», che cominciarono nell’aprile 1915, Sironi elevò l’evento bellico come suo soggetto principale. I suoi disegni dei soldati tedeschi furono considerati da Boccioni fra i più belli dell’epoca.
Allo scoppio della Grande Guerra firmò il manifesto interventista L’orgoglio italiano, arruolandosi in un battaglione di volontari ciclisti. Da quell’esperienza nacque il dipinto «Ciclista» che, eseguito nel 1916, mostrò i primi segni del distacco dallo stile futurista per l’accento posto sulla figura scura ripiegata sulla bicicletta tra edifici ubicati in un mondo misterioso e alienato. Come hanno sottolineato due storici americani, Sironi continuò nel 1919 a dipingere paesaggi urbani con la finalità precipua di sollevare i problemi sociali nelle città italiane, ritraendo lo squallore della periferia milanese dove gli operai vivono una vita grama
L’incontro con Mussolini avvenne proprio nella sede del «Popolo d’Italia», di cui il primo numero apparve il 15 novembre 1914, segnò una svolta nella vita artistica di Sironi, che divenne l’illustratore principale del giornale per l’ascendente esercitato da Margherita Sarfatti sul futuro duce. Ella presentò Sironi a Mussolini, riuscendo nel 1921 a farlo assumere come vignettista del quotidiano, dove in linea con il nascente fascismo raffigurò deputati inetti, baldanzosi ed eroici giovani squadristi e un Mussolini fermo e deciso nella lotta contro i partiti democratici. Le sue vignette, ispirate dal programma politico fascista, ebbero come bersaglio privilegiato la massoneria, il Partito socialista, quello popolare o il comunismo sovietico. Lo ha notato Andrea Colombo su «La Stampa» del 22 maggio nel suo articolo dedicato alla mostra, quando ha rilevato come nelle sue vignette emergono «un Lenin dalle sembianze di orco che taglia le teste con la falce, massoni dipinti come enormi aracnidi che tessono la loro oscura tela sulla Penisola, antifascisti trafitti da un punteruolo patriottico, panciuti borghesi sottomessi ai sovversivi di turno».
Dopo la svolta autoritaria del 1926 e l’introduzione delle «leggi fascistissime», Sironi collaborò come illustratore ai periodici «Gerarchia» e alla «Rivista illustrata del Popolo d’Italia», il cui primo numero uscì il 4 agosto 1923 su iniziativa di Arnaldo Mussolini. Di grande formato (45 x 38), la Rivista presentò sovraccoperte in pentacromia spesso disegnate da Mario Sironi e da Fortunato Depero. Egli collaborò a volumi commemorativi, tra cui «La Rivoluzione che vince» (1934), «L’Italia imperiale» (1937) in una tenace difesa della corsa mussoliniana agli antichi fasti romani. Nella sua frenetica attività, susseguitasi fino alla chiusura del quotidiano, Sironi manifestò uno stile inconfondibile, realizzando quasi mille caricature e altrettante opere volte a sostenere le iniziative del duce come la conquista d’Etiopia e l’alleanza con la Germania nazista. Le sue allegorie furono poste al servizio del regime e dello Stato corporativo nell’ambito della supremazia culturale italiana nel mondo. Per la Triennale del 1936 Sironi realizzò un mosaico dedicato al «Lavoro fascista», ampliato l’anno successivo per l’Esposizione internazionale delle arti e dei tecnici di Parigi. Il bassorilievo, realizzato per la sede del giornale «Il Popolo d’Italia» (1942), ricevette il plauso di Mussolini che considerò la sua opera artistica l’espressione più elevata della «Rivoluzione Fascista».
Con l’entrata in guerra dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale, Sironi non godette più della committenza statale, riducendo così la sua attività pittorica, ma non quella connessa all’esaltazione del fascismo, di cui fu un fervente sostenitore fino alla morte avvenuta il 13 agosto 1961. Restano le sue vignette, aspre e tenebrose come icone sbiadite di un regime autoritario poco conosciuto e tanto esaltato.

Nunzio Dell’Erba

Dal rogo a film per tutti: la vendetta di “Ultimo tango a Parigi”

Bernardo Bertolucci, Marlon Brando e Maria Schneider

Tre giorni che passeranno alla storia del cinema, almeno di quello italiano ma che indicano come sia cambiata la morale negli ultimi cinquant’anni: “Ultimo tango a Parigi”, capolavoro di Bernardo Bertolucci del 1972, dopo la presentazione della copia restaurata in 4K in prima mondiale il 28 aprile scorso al Bari International Film Festival, sarà programmato nei circuiti di prima visione la settimana prossima, il 21, il 22 e il 23 maggio.

Uno dei film più “maledetti” per antonomasia, sicuramente il più lubrificato, il più scivoloso della storia, un cult che il mondo ci invidia, e il più visto di tutti i tempi nelle sale italiane con oltre 15 milioni e mezzo di spettatori paganti, è stato restaurato in 4K (il top della tecnologia attuale) dal Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca nazionale, con al timone Vittorio Storaro, il direttore della fotografia tre volte premio Oscar per “Apocalypse Now”, “Reds” e “L’ultimo imperatore”, e da Federico Savina, uno dei grandi maghi del sonoro. Una scelta non casuale perché entrambi hanno lavorato al film originale.

Grazie alla supervisione di questi due famosi nomi del cinema internazionale, immagini e colori vengono riproposti con un restauro che non ha snaturato la pellicola originale, così come il sax di Gato Barbieri accompagna e sottolinea lo svolgimento della trama, rispettoso anche in questo caso della colonna sonora originale. Si può parlare di una seconda vita grazie a un restauro conservativo invece che invasivo o snaturante.

E saranno festeggiamenti col botto. “Ultimo tango”, infatti, sarà proiettato in due versioni: la prima con il doppiaggio italiano e la seconda con il doppiaggio originale sottotitolato, una vera chicca per gli appassionati perché questa versione non è mai apparsa nelle sale nostrane.

Dai processi, al rogo e alle persecuzioni stile inquisizione degli anni Settanta, si è passati alla commissione della censura che per questo ritorno ha concesso la visione per tutti senza limiti di età. E si parla della versione integrale della pellicola, comprensiva della scena del burro e di quei famosi 8 secondi (che non raccontiamo, così come non daremo nessun particolare sulla trama) che la censura dell’epoca fece tagliare per concedere il permesso di proiezione nelle sale, anche se con il “vietato ai minori di 18 anni”.

Ma al film di Bernardo Bertolucci, interpretato da Marlon Brando (3 aprile 1924, 1 luglio 2004) e Maria Schneider (27 marzo 1952, 3 febbraio 2011), uscito la prima volta nel 1972, il divieto ai minori di 18 anni non è servito a metterlo al riparo dagli strali dei benpensanti, dai guai giudiziari e da una condanna al rogo in stile Fahrenheit 451 o nazifascista, se preferite.

Eppure la risposta della critica, anche a livello internazionale, ai tempi fu positiva: candidatura a due premi Oscar, nomination a Bertolucci come miglior regista e a Marlon Brando come miglior attore protagonista. Nastro d’argento a Bertolucci come regista del miglior film; David di Donatello speciale a Maria Schneider. E due premi vinti negli States da Brando, allora reduce dai fasti de “Il Padrino” di Francis Ford Coppola che lo avevano rilanciato in pompa magna in tutto il mondo.

I guai giudiziari per “Ultimo tango” iniziano il 30 dicembre 1972 con il sequestro per “esasperato pansessualismo fine a se stesso” (giudici che fanno i critici e che stabiliscono che cosa è l’arte e come deve essere rappresentata al pubblico? Chi scrive non capisce l’accusa rispetto alla trama del film ma si accettano autorevoli spiegazioni. Non è mai superfluo chiedersi dove sono finite le garanzie costituzionali sulla libertà di espressione, se sono rimaste solo sulla carta e che uso ne hanno fatto alcuni politici e magistrati, della carta intendo) e dopo un tira e molla giudiziario il 29 gennaio 1976 arriva la definitiva condanna al rogo del film, l’ordine di distruzione di tutte le pellicole.

Nella sentenza Bernardo Bertolucci, Marlon Brando , lo sceneggiatore Franco Arcalli e il produttore Alberto Grimaldi vengono condannati a due mesi di prigione con la condizionale. In più Bertolucci perde i diritti civili per cinque anni.

Dalla furia censoria si salvano alcune copie conservate come “corpo del reato” (doppio senso voluto ma che capisce solo chi ha visto il film) negli archivi della Cineteca Nazionale. Questo copie saranno rimesse in circuito nel 1987, quando la Cassazione riabiliterà il film grazie anche all’evoluzione dei tempi e del significato del comune senso del pudore.

Ma non è stato solo “Ultimo tango” a soffrire gli strali della censura . Dal punto di vista della repressione della libertà d’espressione gli anni Settanta non si sono fatti mancare niente, anzi si sono distinti per l’approccio bigotto, ipocrita e moralista dei tutori e dei custodi della moralità pubblica, e anche di quella privata. Un approccio che si può anche definire pornografico, del tipo come spiare la realtà dal buco della serratura, puntare gli occhi sulla camera da letto e perdere la visione d’insieme. E gli esempi non mancano.

Parlando di film, ecco un altro nome illustre: Pier Paolo Pasolini. Nel 1971 il suo “Il Decameron” viene sequestrato e dissequestrato più volte e si becca 30 denunce. Va in scena anche un processo che termina con l’assoluzione di tutti gli imputati. La pellicola ha una sorte diversa in Europa: vince l’Orso d’argento al Festival del cinema di Berlino e ha un buon successo al botteghino.

“I racconti di Canterbury” (1972) viene sequestrato più volte e censurato con un taglio di una decina di minuti, mentre a Berlino vince l’Orso d’Oro. Tre giorni dopo la prima arrivano le denunce per oscenità che la procura di Benevento archivia. Poi cambia idea, riapre il fascicolo, sequestra il film e rinvia a giudizio Pasolini, il produttore Alberto Grimaldi (lo stesso di “Ultimo tango”) e il proprietario della sala dove il film era stato proiettato. Finirà con tutti assolti in ogni grado del giudizio.

Diversa sorte, anche al botteghino, per “Il fiore dalle Mille e una notte” (1974), con la procura di Milano che archivia la denuncia per oscenità.

A metà degli anni Settanta era di stanza a Catanzaro, in seguito anche in altre città, certo Donato Massimo Bartolomei che si è guadagnato fama imperitura di censore numero uno sequestrando di tutto un po’. Il suo grande lavorio “contro” è stato anche oggetto di una interrogazione parlamentare di Riccardo Lombardi. Fatto riportato dal blog della Fondazione Nenni in un post titolato “Quando Lombardi attaccava censura e censori”. Da un intervento fatto in punta di bisturi alla Camera il 19 novembre 1975, riportiamo solo “Si può supporre che quella di Catanzaro sia una giurisdizione in cui il procuratore generale dia corso alla sua sessuofobia (non lo conosco e non so quale temperamento psichico egli abbia) così da rappresentare un’area isolata, una specie di ghetto. Infatti l’attività persecutoria del procuratore generale di Catanzaro non si è esercitata soltanto in questo caso; si esercita, possiamo dire, con una frequenza, una generalità e una generosità di interventi straordinarie. Libri e giornali vengono sequestrati ogni settimana”.

E la palma di libro più sequestrato di quegli anni, forse di tutta la storia dell’Italia repubblicana è “Paura di volare” (Fear of Flying) di Erica Jong . Dal frontespizio: ” Una donna che parla di sesso come un uomo ha scritto il libro più vietato degli ultimi anni”. Ed è proprio vero. Il libro, che ha scandalizzato i pruriginosi Stati Uniti, in Italia scatena polemiche e sequestri sessuofobici a non finire proprio perché trattasi di una donna che parla di sesso come un uomo e soprattutto delle sue scopate senza cerniera, e magari anche senza preservativo: bei tempi, quelli! Una rivoluzione epocale che ha lasciato il segno nella cultura, nel costume e nel linguaggio.

E non dobbiamo dimenticare una vicenda accaduta a Roma nel 1977, volutamente e frettolosamente rimossa forse perché prova di un accanimento che ben altri fatti (quelli si veramente delinquenziali) avrebbero meritato. Vicenda che lo sceneggiatore di fumetti Giorgio Pedrazzi ha ricordato nel 2016 in “Parlano di noi 1962-1980 – I fumetti del Diavolo”, una raccolta di quarant’anni di articoli di giornali seri e titolati dedicati ai fumetti erotici o porno che dir si voglia oggetto di un libro e di una mostra allestita in occasione della XX edizione di Romics.

La vicenda è stata revocata recentemente anche da Luca Boschi, sceneggiatore e grande esperto di fumetti, nel suo blog, e noi la ricordiamo adesso. Il 10 febbraio del 1977 la scure della censura si abbatte su una casa editrice di fumetti per adulti, la Edimarket, con sede a Roma. Nella notte vengono arrestati l’editore Maurizio Scozzi, il distributore Giorgio Liberati, il giornalista Silverio Serafini e i tipografi Guido Spada e Francesco Sabatini. Il procurato capo di Roma, Giovanni De Matteo li accusa di pubblicazione oscena e di associazione a delinquere.

Il successivo 16 marzo è il sostituto procuratore Angelo Maria Dore a scendere in campo e a far scattare le manette per gli stampatori Marcello Pennacchietti e Stefania Acanfora, e per Bruno Giacchett, socio della tipografia. Le accuse vengono riportate anche da “Il Messaggero”: “reati di associazione per delinquere e stampa oscena senza la concessione della sospensione condizionale della pena e la libertà provvisoria”.

Erano gli anni, lo ricordiamo, in cui il clan dei Casamonica lasciava la casa avita dell’Abruzzo e del Molise per insediarsi a Roma e lungo il litorale laziale, in particolar modo a Ostia. E anche recentemente abbiamo avuto un edificante esempio dei comportamenti di questi signori quando si trovano al bar. Ed erano anche gli anni d’oro della Banda della Magliana, altra consorteria, per dirla alla Tex Willer, di onesti galantuomini che mica stampavano fumetti pornografici.

Sarà perché occhio non vede, cuore non duole, sarà che le anime pie devono essere rassicurate, sarà che lavorare stanca (come verseggiò Cesare Pavese già dal 1936) e che inseguire tette e culi al vento, come si chiamavano ai tempi i lati b delle signorine discinte soprattutto in copertina, scopate senza cerniera e altri scandali letterari, fumettistici e cinematografici sicuramente stanca ancor di più. Per cui bisogna pur tergersi il sudore dalla fronte e riposarsi. E poi, a chi poteva fregare della caccia a bande armate, quelle sì autentiche associazioni per delinquere alle quali stava riuscendo (a differenza del terrorismo) la conquista di un pezzo importante del cuore dello Stato.

Antonio Salvatore Sassu

“Earth’s Heart” Mostra di Giuseppe Capitano in ricordo di Lea Mattarella

“Non faccio eccezione come tanti artisti vivo con la mia opera e per il mio lavoro che è impossibile da tradurre in parole e quando, costretto, ci provo, mi sembra che vengano fuori delle terribili banalità. Negli ultimi anni la solitudine del mio ruolo è stata interrotta dalla stima e dall’entusiasmo di una persona speciale come Lea Mattarella. Purtroppo Lea oggi non è materialmente tra noi, ma in nome del suo prezioso incoraggiamento, le dedico questa mostra”. Giuseppe Capitano

Dipinto su carta

Dipinto su carta

Si inaugura martedì 16 aprile 2018 la personale di Giuseppe Capitano “EARTH’S HEART” alla Galleria Edieuropa di Roma. La mostra nasce da un’idea di Lea Mattarella, preziosa ed indimenticabile presenza in tanti anni di vita della galleria e proprio a Lea, nel corso della mostra, verrà dedicata una giornata di incontri. In mostra 25 opere – molte delle quali inedite – tra sculture, tele e carte dell’artista molisano d’origine ma romano d’adozione, uno dei più significativi nel panorama contemporaneo, noto al pubblico per la sua originale indagine del mondo naturale e vegetale. Mediante materiali come canapa, carta, tela, gesso, carbone, miele, ortica, malva e soprattutto mediante l’utilizzo di essenze e fibre estratte direttamente dalle piante, Capitano nella sua ricerca, da alcuni anni, pone come punto di partenza l’incontro tra la sfera emotiva personale e la materia, a sua volta transitoria e permanente. Nonostante la formazione scientifica dell’artista (Laurea in Ingegneria Elettronica), l’approccio sistematico alla sua Arte – sensibile alla tematica ecologista – non è mai né scientifico né razionale. Nelle sue opere tenta di rispondere alla domanda “Che cosa è naturale?”, consapevole dell’abuso che oggi giorno si fa della parola in sé. Secondo Capitano, la Natura è in grado di unire ed accomunare tutti, è il ponte tra Noi e il Cosmo. Come sottolineato da Margherita D’Amico,“In massima parte, l’arte sembra raccontare la natura in funzione dell’uomo, oppure filtrarla attraverso il suo occhio: dai dettagliatissimi paesaggi e i simboli rinascimentali fino alle nature morte, alle tempeste romantiche e ai giardini impressionisti, si giunge al contemporaneo, sinistro utilizzo di animali morti […]con intuito straordinario Giuseppe Capitano fa il contrario, coglie il genio e la meraviglia proprio nella natura, e ce li restituisce sotto forma di misteriosa speranza, una luce di cui sospettavamo l’esistenza e d’improvviso è lì, fra erbe e foglie d’oro uscite forse dal nostro stesso cuore”. Da qui il “Cuore”, inteso come centro della terra, simbolo della parte più irrazionale dell’uomo e per questo legame imprescindibile con ogni altra forma di essere vivente.

La mostra resterà aperta fino a sabato 19 maggio

La rivoluzione Basaglia al Maxxi. La salute mentale a 40 anni dalla Legge 180

S_MARIA_DELLA_PIETA_080Il 10 maggio il Corner MAXXI ospita la mostra Confine #1/ Storia di luci e di ombre, un reportage fotografico di Fabrizio Borelli realizzato nell’autunno del 1979, in occasione della manifestazione Uomini e recinti organizzata dal Centro Sociale Primavalle e dall’ex Ospedale Psichiatrico di Santa Maria della Pietà per guidare i ricoverati degli ospedali psichiatrici “verso il recupero dell’autonomia e della responsabilità personale, lontano dai trattamenti repressivi o contenitivi”.

Ad introdurre l’opening un’importante riflessione che ha il merito di unire la potenza evocativa e la sensibilità dell’arte al know-how dei professionisti della salute mentale.

Si parte alle 15.00 con il reading del gruppo teatrale del Centro Diurno di via Montesanto della ASL Roma 1, curato da Michela Cavallo, Angela Torcivia e Luciana Cedrone, e a seguire un dibattito proprio sulla salute mentale a quarant’anni dalla rivoluzionaria Legge Basaglia.

Tra i partecipanti, oltre all’autore, Fabrizio Borelli, anche l’Assessore alla Sanità Alessio D’Amato, Pietro Barrera, Segretario Generale Fondazione Maxxi, Francesca Del Bello, Presidente Municipio Roma II, Maria Grazia Giannichedda, Presidente Fondazione Basaglia, Stefania Vannini del Mibact, Giuseppe Ducci, Direttore DSM ASL Roma 1, Antonio Maone e Federico Russo della ASL Roma 1, oltre a Caterina Boca, Antonella Cammarota, Michele Cavallo, Cecilia D’Elia.

Oltre all’indubbio valore artistico e storico-documentale della mostra – ha commentato Angelo Tanese, Direttore Generale della ASL Roma 1 – sono convinto che il contributo diretto del Centro Diurno di Via Montesanto sia oggi la concreta testimonianza del percorso fatto in questi anni a partire dalla Legge Basaglia, coniugando l’attività diagnostica e terapeutica dei nostri professionisti con un’azione di sensibilizzazione culturale e di riduzione dello stigma, con un approccio alla salute mentale molto più orientato alla partecipazione e all’inclusione sociale.

Francesca Del Bello, Presidente Municipio II Roma Capitale, e Cecilia D’Elia, Assessore alle politiche sociali dello stesso Municipio, hanno congiuntamente aggiunto “Come Municipio Roma II abbiamo voluto sostenere e organizzare la mostra di Fabrizio Borelli Confine#1/ Storia di luci e di ombre perché testimonia, con la forza che solo l’arte può avere, uno di quei momenti di mobilitazione sociale e di impegno per la costruzione di una società più aperta. Ringraziamo il MaXXI per averci sostenuto in questa impresa. L’inaugurazione sarà anche l’occasione, grazie alla collaborazione della ASL Roma1, per riflettere sulla salute mentale oggi e sugli spazi di autodeterminazione delle persone che come amministratori locali siamo chiamati a promuovere e tutelare.”

La mostra, curata da Maria Italia Zacheo e organizzata da X-FRAME associazione culturale, è sostenuta dal Municipio Roma II, in collaborazione con il MAXXI e sarà in esposizione dal 10 al 13 maggio.

Fabrizio Borelli è impegnato da sempre nel campo della restituzione visiva della realtà. La costante ricerca e l’esperienza professionale nel cinema – ha lavorato con numerosi registi, tra i quali Ettore Scola, Andrei Tarkovskij, Luigi Comencini, Giovanna Gagliardo, Bruno Corbucci, Ermanno Olmi – insieme all’attività in ambito televisivo, hanno arricchito l’estrema sensibilità reportistica e la capacità di sintesi.

“Dreamers 1968: come eravamo, come saremo” al Museo di Trastevere

dreamers_2Archivio Riccardi sarà protagonista nella grande mostra fotografica e multimediale, in esposizione dal 5 maggio al 2 settembre 2018 al Museo di Roma in Trastevere, realizzata in occasione del 50° anniversario del 1968, a cura di AGI Agenzia Italia e resa possibile dalle numerose fotografie realizzate da Carlo Riccardi insieme a quelle provenienti dall’archivio storico di AGI, ANSA, AP Associated Press, Contrasto, RAI-RAI TECHE, Corriere della Sera, Il Messaggero, La Stampa, l’Espresso, e tanti altri.

L’iniziativa nasce da un’idea di Riccardo Luna, direttore AGI, e intende delineare un vero e proprio percorso nell’Italia del periodo: un racconto per immagini e video del Paese di quegli anni per rivivere, ricordare e ristudiare quella storia. Tra queste immagini spiccano le foto provenienti dai cassetti dell’Archivio Riccardi: la copertina all’intero progetto della mostra, che ritrae il preludio della battaglia di Valle Giulia, il 1 marzo del 1968, è proprio di Carlo Riccardi.

«Il 1968 fu un anno particolare anche per noi fotografi – ha dichiarato ai margini della conferenza stampa della mostra il novantaduenne Carlo Riccardi – quel primo marzo a Valle Giulia ha significato molto, ha in qualche modo preso vita la figura del fotoreporter da battaglia urbana, quello che per tutti gli anni successivi usciva dalle agenzie per andare a “prendere le botte”.

Quel giorno da una parte ci stavano le forze dell’ordine con gli elmetti, i manganelli, le camionette corazzate, i camion con gli idranti, le bombe lacrimogene. Dall’altra gli studenti. Al centro noi fotografi.
Non era la prima volta in quei mesi, a Roma e in altre città, che polizia e studenti si scontravano. Ma la violenza non era mai arrivata a quel punto: due ore e mezzo d’ira e di sangue. È un puro caso che non abbiamo fotografato morti.

Nel maggio 1968 tutte le Università erano occupate, in seguito nel 1969 ci fu l’esplosione degli scioperi degli operai in fabbrica, che si saldò con il movimento degli studenti che contestavano i contenuti arretrati e parziali dell’istruzione, e rivendicavano l’estensione del diritto allo studio anche ai giovani di condizione economica disagiata.

La Polizia era già intervenuta per sgomberare le prime forme di occupazione e di autogestione che all’epoca non consistevano altro che in fermi tentativi di instaurare un dialogo con i docenti, sostituendosi ad essi quando tali tentativi fallivano miseramente. C’erano già state forme di violenza urbana, quando i più estremisti facevano degenerare una manifestazione in scontri con le Forze dell’Ordine, primo e più logico bersaglio delle proteste più veementi. Ma tutte queste manifestazioni si erano risolte con qualche “carosello” della Polizia o al massimo qualche arresto per resistenza.»

Il lavoro di studio, recupero e restauro delle foto dell’Archivio Riccardi è affidato all’agenzia AGR e all’Istituto Culturale Quinta Dimensione. Maurizio Riccardi, fotografo e figlio di Carlo, con la collaborazione di Giovanni Currado, Marino Paoloni e un pool di volontari, tenta da anni di rendere fruibile l’archivio al grande pubblico attraverso mostre e pubblicazioni. Nel solo 2018 sono previste oltre 4 grandi esposizioni tra cui quelle dedicate alla figure di Aldo Moro e a Paolo VI.

«Le foto recuperate fin ora nel nostro archivio – ha dichiarato Maurizio Riccardi – mostrano il preludio di quel giorno, ma anche le manifestazioni operaie dei mesi a venire e i numerosi sgomberi all’interno della Sapienza.
Un mix di pacifici e allo stesso tempo vivaci cortei, affiancate alle foto delle violenze repressive che avevano come sfondo gli imponenti edifici dell’Università, tra saluti romani sulle scalinate della facoltà di giurisprudenza e quelle “corse” verso l’obiettivo del fotografo che simboleggiavano il desiderio di raggiungere, in fretta e tutti insieme, quella rivoluzione sociale da troppo tempo attesa, ma che, come sappiamo, produrrà solo ulteriore scontro sociale e inutile violenza».

L’Archivio Fotografico Riccardi, iscritto presso la Soprintendenza Archivistica del Lazio di Roma in qualità di Patrimonio di interesse nazionale, è composto da oltre tre milioni di negativi originali, che ritraggono altrettanti momenti più o meno noti della vita politica, sociale e di costume che hanno caratterizzato gli ultimi settant’anni di Storia italiana.

CARLO RICCARDI (1926) è il primo paparazzo della “Dolce Vita”. Amico di Ennio Flaiano, Federico Fellini e di Totò, ha raccolto in un grande archivio settant’anni di Storia italiana. I suoi scatti sono esposti in mostre permanenti a Pechino, Roma e San Pietroburgo. Negli anni cinquanta crea la rivista «Vip» e lavora per «Il Giornale d’Italia» e «Il Tempo». Ha documentato sette elezioni papali: quelle di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco I. Di recente ha pubblicato il libro fotografico Sophia Loren – Se mi dice bene (Armando, 2014) in omaggio agli 80 anni della grande attrice.

MAURIZIO RICCARDI (1960), fotografo, è direttore dell’Agenzia di documentazione fotografica Agr. Dirige l’Archivio Riccardi e opera su tutta la sfera della comunicazione multimediale. Fra le sue mostre “Vita da Strega”, “I papi santi” e “Donne & Lavoro”. Ha pubblicato numerosi libri tra cui Africa perché (New Media, 2008), San Giovanni Paolo II. Il Papa venuto da lontano (Armando, 2014), e, con Giovanni Currado I tanti Pasolini (Armando, 2015), Gli anni d’oro del Premio Strega (Ponte Sisto, 2016), Il popolo della Repubblica (AGR, 2017). Nel 2011 ha dato vita alla galleria Spazio5, punto di riferimento culturale a Roma.

Blue Boy. Quel ragazzo che racconta l’autismo con una pennellata di blu

blue boy

“Blue Boy, guida all’Infinito chiuso in una stanza” è un fumetto ideato, scritto e disegnato da Alex Caligaris e pubblicato in occasione della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo. Il fumetto è edito da Anonima Fumetti, curato da Domenico Vassallo, realizzato in collaborazione con l’Operazione Miccia, l’Angsa (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici) Novara e Vercelli onlus e finanziato dalla Consulta giovani del Consiglio regionale del Piemonte e da Compagnia di San Paolo.

Il fumetto è disponibile in due versioni. Oltre all’edizione su carta, 40 pagine, edizioni Anonima Fumetti, distribuita gratuitamente nelle varie iniziative di presentazione in tutto il Piemonte da parte di associazioni, enti, onlus, Accademie, “Blue Boy” è scaricabile, sempre gratuitamente, dai siti afnews.info (Speciali-AnonimaFumettipresenta) e quotidiano piemontese.it (in home page con logo dedicato).

L’Anonima Fumetti è una ultra ventennale associazione di fumettisti che coniuga la valorizzazione di giovani talenti con campagne di civiltà quali l’attenzione ai diseredati, la violenza contro le donne, l’autismo. In tanti anni ha dimostrato che il fumetto è un mezzo immediato e di facile veicolazione anche di messaggi difficili. A patto che il prodotto, sempre gratuito, sia di alta qualità e realizzato da giovani professionisti preparati e talentuosi.

“Blue Boy” è il frutto dell’esperienza sul campo di Alessandro Alex Caligaris (Torino, 27 marzo 1981) nel doppio ruolo di disegnatore e operatore sociale. Dopo due lauree (primo e secondo livello) in arti visive conseguite all’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino, si è specializzato in arte-terapia clinica al Lyceum di Milano.

Alex Caligaris ha al suo attivo anche una notevole carriera artistica che spazia dai cartoni animati alle graphic novel, “Hoarders” e “Revolushow”, entrambe pubblicate da Eris Edizioni, passando per mostre, workshop e grafica pubblicitaria. Dai primi anni Duemila si occupa di workshop didattici, laboratori artistici e setting di arte terapia rivolti anche a bambini con disabilità, compresi quelli autistici.

testopag.36softIniziamo con una domanda che sembra ma che non vuole essere banale: cosa è l’autismo?
L’autismo è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato dalla compromissione dell’interazione sociale e da deficit della comunicazione verbale e non verbale che provoca ristrettezza d’interessi e comportamenti ripetitivi. I genitori di solito notano i primi segni entro i due anni di vita del bambino e la diagnosi certa spesso può essere fatta entro i trenta mesi di vita. Attualmente risultano ancora sconosciute le cause di tale manifestazione, divise tra cause neurobiologiche costituzionali e psicoambientali acquisite. Più precisamente, data la varietà di sintomatologie e la complessità nel fornirne una definizione clinica coerente e unitaria, è recentemente invalso l’uso di parlare più correttamente di Disturbi dello Spettro Autistico (DSA o, in inglese, ASD, Autistic Spectrum Disorders), comprendendo tutta una serie di patologie o sindromi che hanno come denominatore comune le suddette caratteristiche comportamentali con vari gradi o livelli di intensità.

Da quanti anni ti occupi di arte-terapia?
Ho cominciato quando avevo 22 anni, assistendo, tramite il volontariato, alcuni operatori che tenevano laboratori creativi sia in strutture psichiatriche ospedaliere sia in centri di aggregazione gestiti dai servizi sociali. Mi sono orientato verso questo ambito perché ero e rimango convinto che il senso ultimo del possedere doti grafiche innate, sia quello di restituirle al mondo sotto forma di opere o della trasmissione di conoscenza.

Perché l’arte usata come terapia?
Perché il disegno ha una importanza fondamentale per il corretto sviluppo dell’individuo e della società a cui appartiene. Saper disegnare, infatti, implica l’acquisizione di un metodo in base al quale si selezionano i segni socialmente condivisibili necessari alla resa dell’immagine mentale creata dal soggetto. Il disegno non é un surrogato del discorso, anzi, arriva a descrivere proprio ciò che il linguaggio fatica a carpire con precisione. Il disegno rappresenta una vera e propria invernate biologico-espressiva, innata e naturale, una dimensione intersoggettiva e cosmogonica.

E questo è molto importante?
Certo. L’attività creativa, infatti, obbliga il soggetto a implementare la propria capacità osservativa, imponendogli di acquisire più dettagli e informazioni riguardo al soggetto che si propone di rappresentare. Le attività di laboratorio di questo tipo permettono al soggetto di aumentare la propria competenza nell’osservazione spaziale, intesa come carattere estensivo della competenza, tanto quanto nell’osservazione temporale, intesa come carattere intensivo della competenza.

Chi partecipa a questi laboratori?
I laboratori sono molto vari, ma si tenta sempre di garantire omogeneità nella costituzione dei gruppi e nello sviluppo dei percorsi didattico/riabilitativo, rispettando le differenze dell’utenza. Oltre a individui con diagnosi di DSA, molto diversi tra loro, ospito anche disabili o utenti psichiatrici con diagnosi differenti; l’età è molto variabile, e anch’essa è criterio discriminante per la costituzione dei nuclei di lavoro, partiamo quindi dai minori, sino ad arrivare a individui di età avanzata.

E quali sono i benefici?
In questo contesto laboratoriale a carattere analogico/espressivo (simile ai setting arte-terapeutici), i luoghi, gli strumenti forniti, i materiali e i supporti  sono i mezzi utilizzati per interagire con l’individuo. L’obiettivo è quello di fornire ai diversi soggetti un apparato che possa permettere loro di acquisire nuove abilità o di potenziarne alcune che già possedevano, realizzando manufatti dal forte valore simbolico per li ha concepiti e realizzati, traendone una profonda soddisfazione personale.

E tu, sei cambiato? E come?
Ho intrapreso questa ricerca proprio per poter cambiare! Imparando a conoscere meglio il mio stesso lavoro, osservando per anni i processi creativi altrui. I ragazzi con cui ho avuto il piacere di lavorare in questi anni mi hanno sempre aiutato a ricordare il lato istintivo, disinteressato e genuino della produzione artistica, ovvero “creare” per il puro piacere di farlo, per poi condividerlo come tesoro comune.

Ritengo che chiunque si voglia ritenere “artista”, sia chiamato ad avere un ruolo socialmente utile e attivo per la propria comunità, l’artista “rock-star”, avulso dalla vita e dai problemi reali, che, al massimo si limita a descrivere, criticare o schernire ciò che lo circonda, per me comincia a essere “indigesto” e anacronistico.

Perché un fumetto sull’autismo?
Fondamentalmente per fornire un pretesto con il quale poter parlare della patologia e di come società e istituzioni l’affrontano. Come ho detto, i ragazzi e le loro famiglie mi hanno arricchito affettivamente e moralmente, era giunto il momento di “sdebitarsi” in parte, tentando di smentire tutta una serie di luoghi comuni che risalgono ancora al film “Rain man”. (1988, regia di Barry Levinson con Tom Cruise e Dustin Hoffman, Orso d’oro al Festival di Berlino, nda).

“Blue Boy”, perché la scelta di questo titolo?
Blu è il colore che è stato associato alla campagna di sensibilizzazione per l’autismo, a livello mondiale, e a me è piaciuto giocare con le molteplici sfumature che questa cromia permette di creare.

Hai inserito anche disegni realizzati dai ragazzi che partecipano ai tuoi laboratori?L’intero fumetto parte dai fondi realizzati dai ragazzi in laboratorio, secondo le loro capacità e il loro gusto; ho poi scansionato quasi un centinaio di fogli che sono serviti come basi per costruire ogni vignetta e ogni singolo sfondo di pagina.

Non è facile trattare in maniera leggera un argomento come l’autismo. Quali difficoltà hai affrontato con “Blue Boy”?

Il fumetto è tratto dalla mia esperienza quotidiana, ma non è rivolto solo agli specialisti. Quindi, la difficoltà maggiore è stata quella di trovare un registro narrativo che fosse interessante e che non sfociasse né nel pietismo, né nel tecnicismo, ma riuscisse invece ad arrivare in modo leggero e autoironico anche a chi dell’autismo conosce solo gli stereotipi.

Come è stato accolto “Blue Boy” dai lettori?
Sono davvero stupito dal calore e dall’interesse con cui è stato accolto questo piccolo libricino! Questo mi fa supporre che la sua realizzazione fosse ormai un “atto necessario”, richiesto dalle circostanze. Sono sicuro che come progetto crescerà ancora, includendo una platea di lettori sempre più ampia, o almeno, me lo auguro.

Antonio Salvatore Sassu

La rievocazione della memoria. I ricordi dipinti di Cristina Messora

FIG.1_CRISTINA_MESSORAÈ la rievocazione della memoria e di eventi legati ad episodi d’infanzia il campo concettuale d’indagine dell’artista modenese Cristina Messora. Memoria che cerca di resuscitare quei frammenti di vita vissuta rimasti a lungo assopiti nelle piaghe della mente dando loro consistenza concreta di segni, solchi, oggetti inusitati scalfiti sulla tela o per mezzo di istallazioni sospese a mezz’aria.

FIG_2_COLLEZIONE_Verrebbe certo da pensare ad un possibile accostamento con la Recherche proustiana, opera chiave del Novecento letterario europeo e mondiale, se non ci fosse una sostanziale differenza nella ricerca che, a mio parere, la pittrice attua nella sua personale ri-elaborazione del tempo: e cioè la quête di un passato che – tendenzialmente – riconduce all’avvenire. Al passato non si dà dunque il compito di lenire le possibili minacce del futuro o peggio la paura della morte, come succede nell’epopea del giovane Marcel, ma valore di esperienza e di conoscenza storica in un quadro esiziale dove il semplice risuscitamento della memoria involontaria viene affiancato da un labile processo mnestico che porta con sé tangenze messianiche.

L’idea insomma di un passato seppur greve ma necessario per poter ricomporre l’infranto, come ebbe a dire Benjamin, quello che Cristina utilizza nelle sue opere, l’accrescersi in una distanza dolorosa e al contempo presenza di un Io che però si cela imperterrito dietro quella che Janus chiama la “face cachée de l’ombre”, la faccia nascosta dell’ombra. Così il ricordo d’infanzia – anche negativo – affiora nel mentre si compie il lavoro artistico, e annullando la normale concezione del tempo cronologico l’artista modella il suo vissuto interiore adattandolo ad un infinito non certamente razionalizzante, ma aperto al respiro, all’elaborazione del lutto.

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Cristina Messora

Se solo nella parabola terminale della Recherche, Le temps retrouvé, Proust si rende conto che l’acerrimo nemico dell’uomo, il tempo, debba essere combattuto scrivendo una opera dall’ampio afflato memorialistico, la Recherche du temps perdu per l’appunto, lo ritrova anch’essa, al termine delle sue opere, ma è in ogni caso un tempo che per converso appare come gioia e dolore, manifestazione di un passato redento adito a farci meglio comprendere e capire la caducità intrinseca della umana condizione.

Riccardo Bravi

Mostra di foto originali di Aldo Moro su “memoria, politica, democrazia”

aldo_moro__stadio_di_domiziano___orAldo Moro. Memoria, politica, democrazia. Questo il titolo della mostra fotografica che in forma di anteprima, si terrà a partire dal 18 aprile nella prestigiosa sede dello Stadio di Domiziano in via di Tor Sanguigna, nel quarantennale del martirio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta.
La mostra fotografica ripercorre la vita politica del presidente della Dc ucciso dalle Brigate rosse attraverso le foto di Carlo Riccardi, decano dei fotoreporter romani che a 92 anni continua a fotografare coltivando contemporaneamente la sua passione di sempre per la pittura.
Il racconto fotografico è arricchito dalle immagini di Maurizio Riccardi, figlio di Carlo, e di Maurizio Piccirilli autore delle foto del ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani. Con i tre importanti fotografi ha collaborato Giovanni Currado, giornalista e fotografo che ha coordinato la ricerca iconografica, il restauro delle immagini e raccolta di impressioni, commenti e contributi da parte di personaggi del mondo politico, culturale e giornalistico che completeranno il catalogo della mostra.

“Nel 1978 sono bastate due Polaroid a cancellare la vita di un personaggio – dichiarano gli autori – non di secondo piano, come Aldo Moro, il quale, con l’aiuto dei media, ha subìto così un secondo omicidio.
Poter visionare centinaia di fotografie che ritraggono Moro nel corso del suo impegno politico e in molti casi analizzarne i particolari per via del restauro, ha fatto crescere la consapevolezza che la riscoperta di Aldo Moro, ovvero la riscoperta della sua vitalità, attraverso le immagini che lo vedono combattivo e sorridente, concentrato o impacciato, possa servire per ricordare l’uomo e non la vittima, per ricordare quello che era riuscito ad ottenere, mostrando alle future classi dirigenti che la soluzione a molti dei problemi passa dal semplice confronto e dal dialogo con l’avversario politico”.

La mostra si completa con un video che ripercorre le strade di Roma protagoniste di quei tragici 55 giorni, nonché le testimonianze di magistrati, carabinieri, poliziotti e giornalisti che vissero quegli eventi.
La mostra vuole quindi mettere l’accento sulla figura di Moro nella sua interezza, senza trascurare il suo sacrificio, ma per separare i suoi insegnamenti da quelle due Polaroid delle BR che purtroppo lo identificano, in modo quasi esclusivo, dai testi scolastici alle più recenti ricerche sul web.

La Galleria Poggiali presenta la mostra dell’artista John Isaacs

John Isaacs_a perfect soul framed photographic print _Photo framed_previewLa Galleria Poggiali è lieta di presentare ARCHIPELAGO – from a distance you look smaller but I know that you are there di John Isaacs, prima personale dell’artista inglese negli spazi milanesi della galleria. La mostra, a cura di Pierre Yves Desaive, apre in occasione dell’Art Week e di miart 2018, ventitreesima edizione della fiera d’arte moderna e contemporanea, e rimane visibile fino al 29 giugno 2018. Per la sua personale milanese l’artista presenta un progetto unico composto da tre elementi realizzati per l’occasione – una scultura, un neon e una fotografia – che riflettono sul tema del tempo, della sua sacralità e della sua percezione.

John Isaacs, artista poliedrico con oltre venti anni di carriera alle spalle, ha esordito in patria con la YBA -Young British Art- per poi spostarsi nel 2005 a Berlino, dove vive e lavora. Da allora la sua poetica si è evoluta diventando sempre più eclettica e meno legata allo stile britannico. Nella sua attività ha utilizzato i media più differenti – dalla pittura alla scultura passando per la fotografia – e utilizzando ogni tipo di materiale, dal bronzo alla luce al neon fino alla cera e alla ceramica. Questo suo continuo variare di linguaggio si lega strettamente alla sua ricerca sulla natura dell’uomo, sul paradosso, sulle difficoltà della vita contemporanea e sulle urgenze sociali legate all’economia.

Pierre Yves Desaive, curatore della mostra, sottolinea come ARCHIPELAGO ruoti attorno alla necessità, apparentemente utopica, di conciliare le esigenze di un singolo individuo di fronte al travolgente fardello dell’intera umanità e allude all’interconnessione storica ma precaria di tutte le nostre vite.

Il lavoro di Isaacs produce una condizione alterata della percezione della storia. Approcciandosi a materiali che dichiarano il loro tempo, l’artista trasforma passato e futuro in categorie ambigue e, attraverso le sue opere, ragiona su simbologie proprie delle istituzioni religiose e della cultura popolare per ristabilire parametri di valore e significato.

The empty temple è una scultura del 2018 in ceramica, gomma lacca, resina epossidica e foglia oro a 24 carati, dalla forma di una benna per escavatore a grandezza naturale. L’opera, dall’apparenza solida ma realizzata in fragile ceramica, si mostra con la forma del progresso e rispecchia il nostro presente ma è al contempo rappresentativa delle credenze del passato e sembra ricordare più una reliquia che un attrezzo edile, quasi un oggetto di culto riemerso da tempi lontani.

From a distance you look smaller but I know that you are there del 2018 è una scritta al neon, una nota luminosa segnata a mano sul muro che, coerentemente con il tipico atteggiamento di Isaacs, mette in collisione le categorie di passato, presente e futuro. È un graffito di luce in cui il riferimento ad artisti come Merz e Nauman è intrinseco e il messaggio è apparentemente diretto ma in realtà di nuovo aperto. L’opera, come un promemoria, ha infatti la capacità di farci cambiare punto di vista ricordandoci le nostre infinite possibilità di cambiamento.

La terza opera in mostra, a perfect soul del 2018, è una fotografia il cui soggetto sono la moglie e la figlia dell’artista, un richiamo immediato alla narrativa della famiglia e dell’amore, del mito dei cicli della vita e della memoria di una generazione che influisce su un’altra. È un’immagine intima dalla forte carica emotiva con la quale chiunque può relazionarsi, ma la scala è invertita ed è la bambina a tenere tra le mani la madre anziché il contrario. Per riportarci a credere nella magia e nella leggerezza, ancora una volta Isaacs ci pone una domanda sulla nostra nozione lineare del tempo, proponendone uno scorrimento emotivo che si dipani in più direzioni contemporaneamente, così che possiamo modellare il nostro futuro grazie a un passato normalmente non percepito.

Lo straniamento iniziale che producono le opere di questo artista riguarda un’essenza condivisa da tutti gli umani, una sensazione sublimata da una grande diversità di media e materiali capaci di catturare la fantasia dell’osservatore. Linguaggio e referenzialità hanno lo scopo di aprire a nuovi dialoghi in modo che, piuttosto che riaffermare un significato, questo si annulli per rivelare la dimensione emotiva delle cose e il loro rapporto con l’essere umano.

Per l’occasione è stato realizzato un catalogo con testo del curatore.

ARCHIPELAGO from a distance you look smaller but I know that you are there

a cura di Pierre Yves Desaive

11 aprile – 29 giugno 2018

opening: martedì 10 aprile 2018, ore 19

L’Associazione Khorakhané chiude il progetto “I’M LAB”

i'm labChiude il progetto Laboratorio Culturale I’M, nonostante le migliaia di soci che hanno partecipato alle attività proposte, nonostante la passione e l’entusiasmo di decine di giovani volontari che in questi anni hanno riversato su questo progetto e su questo spazio energie ed entusiasmo.

Termina il progetto I’M Lab, nonostante i risultati raggiunti, tra i quali:

centinaia di proposte musicali e artistiche volte alla sperimentazione e alla promozione culturale culturale;
decine di laboratori di autoproduzione e upcycling;
svariate opportunità formative per i giovani (4 volontari in Servizio Civile, 2 SVE 7 volontari internazionali, 16 stage di alternanza scuola-lavoro, 7 tirocini universitari);
molteplici iniziative di inclusione sociale con migranti, persone con disabilità, famiglie e realtà della società civile;
riconoscimenti come caso studio di innovazione culturale in ambito europeo in due progetti internazionali.

È impossibile condensare in poche righe così tante idee, azioni, incontri e progetti; citare gli impatti economici e sociali delle nostre azioni sul territorio, tra i quali l’acquisizione di competenze formali e trasversali dei giovani volontari e lavoratori che hanno ideato e gestito lo spazio e le attività di partecipazione ed inclusione sociale.

E allora, perché si chiude?

Perché mantenere ferme le premesse di luogo aperto alle differenze e spazio di sperimentazione che offra possibilità di accrescimento e di empowerment delle competenze dei giovani negli ambiti della cultura e del sociale, in Italia, nella provincia veneta, nel 2018, significa vivere sul filo costante della precarietà e della sopravvivenza dell’organizzazione, senza riuscire a garantire stabilità e sviluppo, ma anche salari, tecnologie e strutture adeguate.

Come continuare quando a più di 30 anni (l’età media dei lavoratori dell’Associazione) non si riesce a coniugare la soddisfazione personale nel portare avanti questo progetto, con l’indipendenza economica e l’autonomia necessaria per costruirsi un futuro?

E come pensare in alternativa, che sia possibile allora portare avanti una progettualità così complessa e ricca di sfaccettature, basandosi esclusivamente sullo spontaneismo e sul volontariato che per definizione si basa sulle disponibilità (es)temporanee ed economiche del singolo?

Come continuare quando gli interlocutori pubblici, il più delle volte, interpretano la nostra azione come un vezzo e un gioco da adolescenti cresciuti, senza vedere come in altri contesti, progetti come questi siano il motore che genera risposte a bisogni “pubblici”, di interesse generale quali la formazione e l’occupazione giovanile, il coinvolgimento di chi è ai margini della società, la promozione culturale come attrattiva per il territorio?

Come continuare quando le prospettive di fundraising sono legate a bandi che generano una guerra tra poveri (tra le organizzazioni) e le trasformano in progettifici?

Prendiamo a prestito le parole di Carola Carazzone “Il terzo settore in Italia, per affrontare in modo coraggioso, innovativo ed efficace le grandi sfide sociali ha disperato bisogno di supporto generale operativo e cioè di finanziamenti per gli obiettivi strategici dell’organizzazione – per la missione – anziché solo su progetti specifici.” (Due miti da sfatare per evitare l’agonia per progetti del terzo settore, Il Giornale delle Fondazioni, 22/03/2018).

E noi di questa verità ce ne siamo accorti da tempo…da quando il progetto “Employability and Knowledge” finanziato nell’ambito del programma Erasmus Plus dell’Unione Europea, ci ha portato a confrontarci con centri culturali simili a noi in Europa.

Abbiamo osservato come il settore pubblico si preoccupi di sostenere centri culturali, perché ne riconosce il ruolo importante nel creare un tessuto sociale inclusivo, proattivo, e che diventa in questo modo capace di formulare da sé le risposte ai propri bisogni. E in ambito di politiche pubbliche questo si riflette sul superamento del modello assistenziale (in ambito sociale) e di fruizione passiva (in ambito culturale).

Esempi ce ne sono davvero tanti, uno tra questi è il Centro culturale Godsbanen (Aahrus, Danimarca), oggi una realtà importante a livello europeo che coniuga la produzione culturale, l’inclusione sociale e la formazione attraverso workshop permanenti che vanno dalla lavorazione del legno, della ceramica, fino alla tipografia e all’informatica. Un luogo aperto a tutti: a giovani che vogliono organizzare una mostra o avere una postazione in un coworking per lanciare una propria attività; ma anche ai pensionati, che insegnano all’interno dei workshop e tramandano le proprie esperienze professionali e di vita; finanche alle fasce dei più deboli a livello economico che trovano in questo luogo delle possibilità per rimettersi in gioco ed acquisire nuove competenze.

In questa realtà, il pubblico si occupa di sostenere le spese legate allo spazio, alla sua manutenzione e gestione, “dell’hardware” insomma; mentre il privato sociale ha in carico il “software”, cioè la programmazione delle attività a partire dal rilevamento dei bisogni della comunità e al suo coinvolgimento attivo.

Nel nostro piccolo, non ambiamo certo a tanto, ma abbiamo comunque provato a confrontarci con il settore pubblico per capire come nel nostro territorio un progetto di questo tipo potesse essere riconosciuto e fare un salto di qualità per diventare un motore in grado di generare risposte ancora più efficaci ai molteplici bisogni che il nostro territorio manifesta:

la povertà di offerte e stimoli per i giovani;
la tensione sociale crescente collegata alla situazione economica e lavorativa;
la scarsa promozione di forme di cittadinanza attiva;
la mancanza di occasioni e i luoghi aperti a progetti di inclusione sociale per persone con disabilità;
la difficoltosa creazione di iniziative di conoscenza interculturale di fronte al crescente sentimento razzista.

Abbiamo però capito che da soli non riusciremo far proseguire questo progetto nei modi e con le finalità che ci eravamo prefissati, nè tantomeno possiamo sostituirci possiamo sostituirci al pubblico, mettendo da parte quelle che sono le sacrosante necessità per chiunque di crearsi una vita autonoma.

A suo tempo avevamo deciso di non andarcene all’Estero, come vedevamo fare tanti nostri coetanei, scegliendo di investire il nostro tempo e le nostre capacità qui in Italia e più precisamente nella nostra città. Oggi abbiamo capito che la scelta giusta è quella di ripensare in altri termini il futuro dell’Associazione Khorakhanè.
È una decisione sofferta e che sicuramente lascerà un vuoto, non solo dentro di noi ma anche in questo territorio. Vuoto che ci auguriamo fortemente possa essere colmato da altri soggetti del privato sociale, interessati a continuare l’opera di promozione della produzione culturale e artistica in questo spazio-laboratorio.

Quel che è certo, ad oggi, è la volontà dell’Associazione Khorakhané di continuare la propria azione di promozione sociale nei modi e nelle forme che tutti noi e voi decideremo insieme.
Vi invitiamo allora a ricordare i momenti passati, per stringerci in un abbraccio che profuma di forza ed energia e per progettare insieme un nuovo futuro.