Ottant’anni dalle leggi razziali. L’antisemitismo in 160 disegnatori

leggi razziali 4“1938 – 2018 Ottant’ anni dalle leggi razziali in Italia. Il mondo del fumetto e dell’animazione ricorda l’orrore dell’antisemitismo” è il titolo di una mostra di fumetti itinerante dedicata a una delle pagine più nere della nostra storia recente, quando anche nella società italiana, grazie a una campagna d’odio mai vista prima, vennero coltivati in laboratorio i semi di un antisemitismo che dura ancora oggi e che proprio in questi ultimi mesi sembra avere trovato nuova linfa e nuova forza vitale grazie a complicità, indifferenza, “concorsi esterni” e altre distrazioni varie di politici, stampa e intellettuali.

Una proposta unica nel suo genere, che si rivolge in particolar modo ai giovani, ai ragazzi, che attraverso la visione delle tavole hanno un messaggio immediato, una lezione di storia, un racconto sintetico di quello che succede quando una società sceglie a ragion veduta di perseguire la strada della violenza e dell’intolleranza.

Un racconto a fumetti che illustra un pezzo vergognoso della storia d’Italia, ma di cui oggi una minoranza sempre più vasta continua a celebrarne i presunti fasti.

leggi razziali 3La mostra presenta 160 opere originali realizzate per l’occasione da autori affermati ed esordienti o allievi delle scuole specializzate, disegnatori di fumetti o di cartoni animati, che sono stati chiamati a svolgere il difficile compito di ricordare e di comunicare attraverso la sintesi di pochi tratti tutto l’orrore e la violenza delle leggi razziali italiane, dell’antisemitismo, del razzismo e dei campi di concentramento nazisti.

La mostra è divisa in quattro sezioni: Maestri del fumetto, Autori professionisti, Scuole specializzate di disegno e fumetto, Contenuti multimediali. Citare i 160 disegnatori che hanno contribuito alla mostra, ciascuno con il proprio personale racconto, con la propria sensibilità, ovviamente non è possibile. Ricordiamo solo che il manifesto, un bambino ebreo che sul braccio ha tatuato il numero 1938, è stato realizzato da Giorgio Cavazzano (Venezia, 19 ottobre 1947) uno dei più grandi disegnatori disneyani, famoso in tutto il mondo soprattutto per la sua personale interpretazione di Paperino.

La mostra è stata realizzata da Rai Com, in collaborazione con ARF! Festival di Roma e ideata da Roberto Genovesi, direttore artistico di Cartoons on the bay, il festival che la Rai dedica ai cartoni animati per ragazzi, che si tiene a Torino da due anni. I curatori sono Marina Polla De Luca & Mauro Uzzeo.

Argomento importante, questo degli ottant’anni delle leggi razziali, tanto che la Presidenza del consiglio, riconoscendone il valore, ha incluso la mostra tra gli eventi ufficiali per le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali,

promossi in collaborazione con il Ministero dei beni e delle attività culturali e il Ministero della pubblica istruzione.

leggi razziali 1Anche l’Unione comunità ebraiche italiane ha dato il suo patrocinio, insieme alle comunità ebraiche di Torino, Roma, il centro di cultura ebraico “I Pitigliani” e la Fondazione Museo della Shoah.

La mostra ha esordito a Torino proprio in occasione dell’ultima edizione di Cartoons on the bay, nei locali del Museo del carcere Le Nuove, che durante la Seconda guerra mondiale è stato teatro di violenze, torture e omicidi compiute dai nazisti contro ebrei e partigiani. Torino è stata la prima tappa di un tour che toccherà diverse città per concludersi con l’allestimento permanente nel museo Pitigliani di Roma, che ospita il Centro Ebraico Italiano.

Per chi volesse sapere tutto su questa mostra, il catalogo è scaricabile gratuitamente dal sito di Rai Com, mentre il disegnatore Marcello Toninelli ne propone una selezione su: http://www.giornalepop.it/leggi-razziali-dautore/.

E proprio dalle presentazioni del catalogo riportiamo qualche breve nota. Noemi Di Segni, presidente Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha scritto: “Raccontare la violenza fascista e l’emarginazione che scaturì dalle Leggi della vergogna attraverso il contributo dei grandi maestri del fumetto e dell’animazione. Una sfida avvincente, mai tentata finora. Questa mostra rappresenta un contributo formidabile al racconto e alla comprensione di quei mesi drammatici. Una nuova possibilità di confronto e incontro con le nuove generazioni che, sono certa, saprà non solo garantire dei risultati ma anche aprire nuove strade nella trasmissione della Memoria”.

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Mentre Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma, ha affermato che “Abbiamo sostenuto con forza questa mostra convinti che solo attraverso la conoscenza di quello che è stato, si possa costruire un futuro migliore per i nostri figli; un mondo libero dall’antisemitismo, dalla razzismo e dall’odio. Quanto accaduto in Europa ottant’anni fa resterà nella storia come il momento più buio del secolo scorso. L’impegno della Rai sulla strada del ricordo è fondamentale per costruire una memoria condivisa e trasmettere questo alto valore alle nuove generazioni”.

Sempre nel catalogo, Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah, scrive: “Ringrazio di vero cuore la Rai per aver prodotto una mostra che non è solo un insieme di opere d’arte, ma un vero e proprio percorso nella storia del nostro paese. L’Italia del fascismo, dell’emarginazione degli ebrei dal mondo del lavoro, della scuola e della vita di tutti i giorni. L’impegno del servizio pubblico per ricordare l’orrore del passato credo sia un’opera nobile e necessaria per formare dei giovani consapevoli di quello che hanno significato delle leggi razziali e delle loro terribili conseguenze”.

Ottant’anni fa il fascismo mise in piedi una violenta campagna d’odio e di mistificazione in difesa della razza ma in realtà contro gli ebrei, con la complicità di stampa, scienziati, intellettuali e quant’altro. Una delle poche voci apertamente contro è stata quella di Papa Pio XI e della Chiesa in generale, pur con molti distinguo.

Questa campagna aprì la strada alle diverse leggi in difesa della razza “ariana” dove si affermava che gli ebrei non erano mai stati italiani. Leggi e decreti che, firmati da Benito Mussolini e da Vittorio Emanuele III, vennero promulgati tra settembre e novembre del 1938.

Ad aprire quella che poi diventerà una dance macabre è la pubblicazione del “Manifesto degli scienziati razzisti” (che preferirono mantenere l’anonimato) sul “Giornale d’Italia” del 14 luglio 1938 e ristampato nel numero d’esordio della rivista “La difesa della razza” il 5 agosto successivo, questa volta firmato da dieci scienziati. E possiamo anche citare il Decreto legge n. 1728 del 17 novembre dello stesso anno.

All’epoca gli italiani erano circa 41 milioni, di cui 47mila cittadini italiani di religione ebraica che, prima delle persecuzioni, rappresentavano una minoranza ben amalgamata nel tessuto del Paese.

leggi razziali 5Le leggi in difesa della razza vietavano agli ebrei italiani di lavorare nelle pubbliche amministrazioni, di insegnare e studiare nelle scuole e nelle università, di arruolarsi nell’esercito, di gestire quelle attività economiche e commerciali che il governo fascista riteneva di valore strategico per lo stato italiano.

Questo violento attacco agli ebrei, questo fomentare odio e invidia sociale, è servito al regime di Benito Mussolini per rinforzare l’alleanza con la Germania di Hitler e ha dato i suoi frutti peggiori nel 1943, quando il centro nord della Penisola è stato occupato dai tedeschi. Migliaia di ebrei italiani furono deportati nei campi di sterminio nazisti. E solo in pochi sono sopravvissuti.

In pratica si è creato un problema causando grande allarme sociale e poi si è offerta la risposta, la soluzione che permetteva agli italiani di ritornare a dormire sonni tranquilli. Ogni riferimento a campagne d’odio e a slogan tipo “prima gli italiani” (bianchi e ariani?) di questi ultimi tempi, è puramente voluto.

Antonio Salvatore Sassu

Bad Consumers, mostra di Paolo Tarsi con illustratori dei Kraftwerk e Pink Floyd

12. Paolo Tarsi - Petite WunderkammerOspitata dal 12 al 29 luglio presso Sala Dogana a Palazzo Ducale di Genova, la mostra “Bad Consumers” anticipa l’uscita di “A Perfect Cut in the Vacuum”, il nuovo album del musicista, compositore e produttore Paolo Tarsi, frutto della collaborazione con figure di primo piano provenienti da formazioni di culto della scena elettronica e non solo. Nel disco saranno presenti infatti musicisti dei Kraftwerk, Tangerine Dream, Neu!, King Crimson, Afterhours, Tuxedomoon, Ulan Bator, Henry Cow, National Health, fino a stretti collaboratori di David Bowie, Brian Eno, Bryan Ferry (Roxy Music) e di band come Radiohead, Faust e Soft Machine.
L’esposizione, a cura della critica d’arte Veronica Grozio, verrà inaugurata con un live dello stesso musicista e racchiude partiture grafiche del giovane compositore così come video-opere, artwork e videoclip realizzati da artisti di fama internazionale per accompagnare la sua musica. Tra questi l’ex Kraftwerk Emil Schult (Coldpaly, Elektric Music), Roberto Masotti (Cramps Records, Ecm), Luca Domeneghetti, Roberto Rossini, Ahmed Emad Eldin (autore della cover dell’album “The Endless River” dei Pink Floyd) ed Emiliano Zucchini, con cui Tarsi ha firmato una video-opera presentata alla recente edizione dell’Athens Digital Arts Festival, nella capitale greca.
Partner dell’evento artistico l’etichetta Acanto, lo studio di registrazione Farmhouse di Rimini e le edizioni Ventura che pubblicano per l’occasione un ricco catalogo disponibile durante tutta la durata della mostra e online sul sito della casa editrice
“Bad Consumers” anticipa l’atteso ritorno discografico di Paolo Tarsi previsto a fine estate con un doppio album dal titolo “A Perfect Cut in the Vacuum”, in uscita per Acanto e la sua nuova etichetta Anitya Records.

MASBEDO a Manifesta 12, l’installazione all’Archivio di Stato di Palermo

masbedoDopo lo straordinario successo di pubblico nei giorni di inaugurazione e le critiche entusiastiche della stampa internazionale, per il prossimo fine settimana – sabato 30 giugno e domenica 1 luglio, dalle ore 10 alle ore 20 – l’installazione site-specific Protocollo no. 90/6 (2018) creata dal duo MASBEDO per Manifesta 12 sarà nuovamente fruibile all’interno dell’Archivio di Stato di Palermo (sede Gancia) per i visitatori in possesso del biglietto della biennale.

Protocollo no. 90/6 è una video installazione site-specific nata come narrazione parallela del progetto Videomobile, concepita dagli artisti per la suggestiva Sala delle Capriate come tributo alle vicissitudini del regista Vittorio De Seta: un pupo siciliano – una marionetta di legno animata da Mimmo Cuticchio e costruita a mano appositamente per questa videoinstallazione dalla sua famiglia – si muove in un palco video, collocato al centro della magnifica sala, in alto, come un’icona, dietro a un sipario sospeso fatto di cavi e luci led. Più volte, nel corso della sua carriera professionale, De Seta subì il controllo delle Autorità. La sua arte, così vicina al mondo dei lavoratori più umili, pescatori, contadini e minatori, era sospettata di nascondere una strisciante appartenenza alle società sovversive “comuniste”. Durante il periodo di sopralluoghi all’Archivio di Stato di Palermo, grazie all’esperienza unica del personale responsabile, gli artisti hanno scoperto l’esistenza di un faldone molto particolare: datato 1956, contiene numerose pratiche e denunce imputate ad artisti, registi, scrittori e giornalisti. Il documento fu redatto dai Carabinieri di Petralia Sottana, un piccolo paese nel Parco delle Madonie. Questa carta è divenuta per i MASBEDO il simbolo della loro videoinstallazione, e per questo hanno deciso di esporla al centro della Sala delle Capriate, luogo di assoluto mistero e silenzio deputato alla conservazione di una memoria non organizzabile, un archivio accatastato secondo le non regole del tempo e del caso. Migliaia e migliaia di documenti non catalogati che il tempo ha trasformato in materia stratificata, fossili di carta, polvere e inchiostro.

La video installazione Protocollo no. 90/6 (2018) accompagna l’altro lavoro dei Masbedo per Manifesta 12, l’installazione Videomobile (2018) visitabile a Palazzo Costantino fino al 4 novembre. Protocollo no. 90/6 e Videomobile sono opere commissionate da Manifesta 12 per Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza, e prodotte da Beatrice Bulgari per In Between Art Film.

MASBEDO è un duo artistico composto da Nicolò Massazza (1973) e Iacopo Bedogni (1970).

Vivono a Milano e lavorano insieme dal 1999, con un focus particolare sulla video arte e le installazioni. La loro pratica si esprime attraverso il linguaggio del video e in forme differenti, con performance, pièce teatrali, installazioni, fotografia e recentemente cinema. Il loro linguaggio è tra i più innovativi nel campo dell’arte contemporanea, grazie alla loro capacità unica di riunire diverse forme d’arte e una molteplicità di forme espressive in un’unica voce.

La loro ricerca artistica si è spesso concentrata sul tema dell’incomunicabilità, mettendo in evidenza – attraverso lavori dal taglio molto intimo o, al contrario, dal forte sentimento antropologico, sociale e politico – i paradossi insiti nella nostra società globalizzata e iper-connessa. Il pubblico è sempre al centro del loro interesse, coinvolto e ingaggiato con immagini, installazioni immersive o video performance, con un approccio di perfetta sintesi tra teatro, performance, architettura e video.

Cristina Messora, una mostra che racconta per immagini Italo Calvino

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ANCONA. Una mostra che racconta per immagini Italo Calvino.  I racconti del “Marcovaldo” hanno ispirato Cristina Messora  che ha realizzato una serie di dipinti su carta. L’esposizione dal titolo “La città sognata” presso il Museo del giocattolo, si snoda in otto dipinti realizzati su carta da incisione, graffiati con un punteruolo e ripercorsi con un gessetto nero è un gruppo di opere molto brillanti.  La mostra, prorogata fino al 4 agosto, è stata curata da Andrea Carnevali.

Le opere in mostre, edizioni uniche, sono esposte in un piccolo ambiente del museo  che permette di valorizzare il lavoro svolto dalla pittrice modenese.

Nei dipinti di Cristina Messora si possono osservare forme essenziali, lo splendore dei colori e la luminosità dei segni neri che attraversano la superficie dei quadri.  La mostra elettrizza l’artista che vede interagire le sue opere con un ambiente designato a contenere oggetti antichi appartenuti ai bambini. I dipinti esposti possono essere valorizzati  e possono avere un ruolo preciso all’interno del museo.

La nuova collezione, ispirata ai racconti contenuti nel “Marcovaldo” di Italo Calvino, è stata ben progettata dall’artista modenese e le opere restituiranno il volto ludico e ammiccante dell’arte.  Il rischio di una mostra come quella “La città sognata” è di apparire fredda. Ma non è così! A questo punto è necessario dire quello che non è stato raccontato fino a questo momento. Le opere di Cristina possono essere lette se si ha fantasia, altrimenti tutto diventa più difficile, e talvolta, incomprensibile. I quadri allineati alle pareti potranno affascinare, non  solo come oggetti d’arte, ma anche come espressione dell’immaginazione. E poi la disposizione dello spazio del museo che segue un percorso rettilineo è ingigantito dalle linee rette tracciate sulla superficie del quadro con i gessetti neri. La cornice rigorosamente geometrica; inoltre, si allinea con la forma quadrata dell’ambiente espositivo e della corte esterna del palazzo .

L’artista ha creato una vera e propria scenografia di grande impatto visivo, fatta di fasci di luce che investono l’intero spazio espositivo. “Cristina Messora è un’artista  – dice Andrea Carnevali –  precisa perché incide la carta e attraversa la superficie del quadro con una certa disciplina. La sua creatività è dominata dal senso dell’equilibrio che si respira in molti quadri, nonostante si possa intravvedere una certa autoironia nella composizione.  L’oggetto da rappresentare – sulla carta dipinta con colori accesi – è illuminato da una luce bianca che rende la scena del racconto molto omogenea”.

200 anni di terrore col Mostro di Frankenstein e col primo Vampiro

frankenstein-200Un giugno piovoso come questo dell’anno di grazia 2018 non se lo ricorda nessuno. Ma se la memoria degli uomini è limitata possiamo rivolgerci alla meteorologia e risalire al 1816, al cosiddetto Anno senza estate, quando il maltempo causò la distruzione dei raccolti nell’Europa settentrionale, nel nord-est degli Usa e nel Canada orientale. Legati alle vicende climatiche, nel 1816 nascono due grandi personaggi non solo letterari : “The Vampire” (Il Vampiro) di John Polidori e “Frankenstein; or, the modern Prometheus” (Frankenstein, o il moderno Prometeo) di Mary Shelley, che sarà pubblicato nel 1818.

BORIS KARLOFF IN FRANKENSTEIN“Quando i giugno piovosi generano mostri” è un pensiero attuale anche oggi in Italia, perché è facile interpretare il nuovo governo come frutto dell’esperimento di un dottor Frankenstein della politica che ha dato vita non a una Creatura (come nel libro) ma a un vero e proprio Mostro (come quello dei film).

E se il sonno della ragione genera mostri, e anche governi a dir poco stravaganti, che cosa può succedere quando si sogna dopo qualche noiosa serata passata barricati in una casa vicina al lago di Ginevra per colpa dei temporali primaverili, che poi dureranno tutta l’estate? Serate passate a disquisire di vita e morte, del galvanismo e della possibilità per l’uomo di rianimare i cadaveri, non con qualche formula magica ma grazie ai progressi della scienza. Un po’ di tempo lo si passava anche leggendo antologie gotiche, giusto per tenersi allegri, compresa “Fantasmagoriana”, otto storie dell’orrore di scrittori romantici tedeschi raccolte in un’edizione pirata francese.

Magari può succedere di creare due opere immortali, di dare sostanza al padre di tutti i Vampiri e alla Creatura del dottor Victor Frankenstein che, soprattutto grazie al cinema, diventerà il Mostro per eccellenza, quello che meglio ha incarnato e incarna le paure e il disagio dell’uomo moderno di fronte all’ultima frontiera, allo sviluppo della scienza e della tecnologia, soprattutto quando in nome del progresso non si pensa alle conseguenze dei propri atti, a quel volersi innalzare a livelli divini che scatena l’ira degli antichi Dei.

MARY SHELLEYRitorniamo al 1816, in Svizzera, dove il 25 maggio avviene l’incontro tra Lord George Gordon Byron e Percy Bysshe Shelley, due tra i massimi poeti inglesi e punta di diamante del secondo Romanticismo. Accompagnato da John William Polidori, scrittore inglese di origine italiana nel doppio ruolo di segretario e di medico personale, Lord Byron aveva affittato Villa Diodati sul Lago di Ginevra. Due donne accompagnavano Shelley, che aveva affittato una casa vicina a quella di Byron: Mary Wollstonecraft Godwin e la sorellastra Claire Clairmont. Mary era la sua amante e diventerà la sua seconda moglie dopo il suicidio della prima, Claire aspettava un figlio da Byron, frutto di una tormentata relazione.

Il gruppo trascorre le giornate in massima parte tra le mura domestiche leggendo e chiacchierando perché “L’estate fu umida e sgradevole – scriverà Mary nel 1831 nell’introduzione alla terza edizione del suo capolavoro –, e una pioggia incessante ci confinava spesso a casa, per giorni”.

Probabilmente il 17 giugno 1816 la compagnia sedeva intorno al caminetto di Villa Diodati a leggere i racconti di “Fantasmagoriana” quando Byron pensò a un modo per combattere la noia di quel piovoso pomeriggio: ciascuno di loro avrebbe scritto una storia di fantasmi, una novella dai contenuti soprannaturali.

La sfida viene raccolta e produce quattro racconti. Due si possono dimenticare: “The Assassins” di Shelley e “The Burial” di Byron, che in apertura è datato appunto 17 giugno 1816, pubblicato col titolo di “A Fragment” (Frammento) nel 1819. Gli altri due, invece, sono annoverati tra le opere che più hanno influenzato la letteratura, il cinema, il teatro, la televisione, la cultura, il linguaggio e l’immaginario occidentale.

Ispirandosi a un frammento di una storia di Byron e anche alla figura del poeta, John Polidori scrive “The Vampyre” (Il Vampiro), pubblicato nel 1819 e inizialmente attribuito allo stesso Lord Byron. Protagonista del racconto è Lord Ruthven, il primo vampiro della letteratura. Un pallido principe dagli occhi di ghiaccio, cinico e dissoluto come l’Inferno al quale appartiene.

Lord Ruthven è il capostipite di una lunga stirpe di vampiri che comprende il “Dracula” di Bram Stoker (1897, Bela Lugosi, Christopher Lee e Gary Oldman al cinema), e “Nosferatu” (1922, film muto di Friedrich Wilhelm Marnau e remake di Werner Herzog nel 1979 con un Klaus Kinski assolutamente da paura). Ma della vasta famiglia dagli imprescindibili canini aguzzi fanno parte di diritto anche Lestat de Lioncourt (“Intervista col vampiro” di Anne Rice, 1976, interpretato da Tom Cruise al cinema) ed Edward Cullen (“Twilight” di Stephenie Meyer, 2005, con Robert Pattinson nei film tratti dalla saga).

Mary Wollstonecraft Godwin Shelley (Londra, 30 agosto 1797 – 1 febbraio 1851) è figlia di due personaggi importanti della cultura del Settecento e dell’Ottocento. Il padre è il filosofo, scrittore e politico radicale e repubblicano William Godwin, di cui diciamo solo che è stato uno dei padri del movimento anarchico.

La madre, che morirà dieci giorni dopo la sua nascita, è la scrittrice e femminista Mary Wollstonecraft, passata alla storia per il saggio “Rivendicazione dei diritti della donna: con critiche sui soggetti politici e morali”, pubblicato nel 1792 e primo libro al mondo ad affrontare l’argomento. La Wollstonecraft afferma che le donne sono esseri umani che meritano gli stessi diritti fondamentali degli uomini, e che non devono essere più considerate come merci di scambio o proprietà del marito. Le sue teorie rivoluzionarie aprono la strada ai movimenti di liberazione delle donne.

Mary Shelley, che non ha ancora compiuto 19 anni, trae l’ispirazione del suo racconto da un incubo notturno: “Vedevo – a occhi chiusi ma con una percezione mentale acuta – il pallido studioso di arti profane inginocchiato accanto alla “cosa” che aveva messo insieme – scrive sempre nell’introduzione del 1831 -. Vedevo l’orrenda sagoma di un uomo sdraiato, e poi, all’entrata in funzione di qualche potente macchinario, lo vedevo mostrare segni di vita e muoversi di un movimento impacciato, quasi vitale. Una cosa terrificante, perché terrificante sarebbe stato il risultato di un qualsiasi tentativo umano di imitare lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo”.

Nasce con queste premesse il romanzo simbolo degli ultimi due secoli, quello che meglio rappresenta la paura del cambiamento, del nuovo, del diverso, del progresso scientifico, di quello che ci porterà il domani. Sicuramente è il primo romanzo di fantascienza (science fiction) della storia: è la scienza a dare la vita alla creatura del dr. Frankenstein, puzzle di vari pezzi di cadaveri raccattati per i cimiteri, non un demone o un mago. Poco romanzo gotico, non ci sono fantasmi a spaventare il lettore ma c’è un’atmosfera, quasi un sussurro ai limiti della percezione, un retrogusto di horror come non si era mai letto prima. Con Mary Shelley nasce l’horror dei tempi moderni, quel guidare l’auto in una strada tutta curve e si rompe il volante, quel pattinare su una lastra di ghiaccio che all’improvviso inizia a scricchiolare. O, se preferite, ha cucito un vestito nuovo a quegli antichi terrori che attanagliano l’umanità sin da quando si rifugiava nelle caverne.

Percy Shelley convince Mary a trasformare il racconto nel romanzo “Frankenstein; or, the modern Prometheus”, pubblicato anonimo nel 1818 in appena 500 copie, un numero fortunato in editoria perché anche il primo libro di Harry Potter ha avuto la stessa tiratura iniziale. Unico indizio sull’autore la dedica a William Godwin, per cui il libro viene attribuito a Percy Shelley che, ancor prima di diventare suo genero, è uno dei suoi più famosi discepoli. Anche se ai critici non piace, è un successo. Nel 1823 esce la seconda edizione con il nome della Shelley in copertina, curata dal padre. Scoprire che è una donna e non un uomo ad aver scritto un romanzo come questo sorprende critici e lettori contribuendo ad aumentarne la fortuna letteraria. La terza edizione, base di tutte le pubblicazioni e traduzioni successive, è del 1831.

1931 - LOCANDINA FILMLa fortuna di Frankenstein non sarà solo letteraria. Soprattutto il cinema lo trasformerà in una icona del Novecento, ampliandone a dismisura la fama. La sua prima apparizione risale al 1910 con un cortometraggio di J. Searle Dawley. La consacrazione avviene nel 1931 con il film di James Whale interpretato da Boris Karloff nel ruolo del Mostro, non più la Creatura come nel libro. Un successo inossidabile grazie anche al truccatore Jack Pierce che proprio per il Mostro realizza una maschera così terrorizzante da essere insuperata ancora oggi.

Tra centinaia di film, che sono andati ben oltre il romanzo della Shelley, una citazione per “Il mostro è in tavola … barone Frankenstein” del 1973, girato in Space-Vision 3D, regia di Paul Morrissey e di Andy Warhol, prodotto anche da Carlo Ponti e distribuito negli Usa come “Andy Warhol’s Frankenstein”; e per “Frankenstein di Mary Shelley”, 1994, diretto e interpretato da Kenneth Branagh con Rober De Niro nei panni della Creatura. Due righe anche per la parodia “Frankenstein Junior” di Mel Brooks del 1974. Indimenticabili Gene Wilder nella parte del dottor Frederick von Frankenstein e Marty Feldman in quella di Igor.

COVER EDIZIONE 1818 frankensteinE concludiamo con il biopic “Mary Shelley”, che uscirà in Italia il 22 agosto. Il film biografico racconta la vita della scrittrice e la sua storia d’amore, ardente e tormentata anche dalla morte di diversi figli in tenera età, con Percy Shelley che tanto scalpore e scandalo creò nell’Inghilterra vittoriana. Love story che ha preceduto e seguito la scrittura del Frankenstein, e che terminerà l’8 luglio 1822, quando il poeta annega al largo di Livorno nel naufragio della sua goletta. Interpreti Elle Fanning e Douglas Booth, nei panni di Mary e Percy Shelley, regia di Haifaa al-Mansour.

“La città sognata” di Cristina Messora, omaggio a Italo Calvino

cristina messora 1ANCONA – Si ispira al Marcovaldo di Italo Calvino la mostra allestita al Museo del giocattolo di Ancona di Cristina Messora dal titolo “La città sognata”, dal 19 maggio a 15 giugno 2018.
La pittrice, legata alla didattica nella scuola, – perché svolge il lavoro di docente  – sembra cancellare la condizione della città metropolitana di Ancona – Falconara Marittima che si materializza soprattutto nel lavoro: il porto è il fulcro delle attività economico-commerciale del capoluogo dorico, mentre la raffineria è  la fonte principale di occupazione nel litorale marittimo a nord del capoluogo.
L’artista si è occupata di bambini, anche, in altre due mostre: “Narratio in charta” a Macerata e “Senigallia per Benoffi e Messora – Divergenze di stile” nella città roveresca. Nelle sue esposizioni  si scoprono i bambini giocare all’aria aperta.
Nei dipinti delle passate esposizioni, si vedono i bambini giocare nella campagna vicina  alle case   oppure giovani che parlano: e in  un quadro del ciclo “Narratio in charta” ricorda, anche, la passione di suo padre per la motocicletta e la velocità.
Appesa alle pareti dello “SpazioArte” di Senigallia (An) della Fondazione A.R.C.A.,  a volte quasi dimenticati per le modeste dimensioni della galleria, i suoi dipinti sulla campagna marchigiana mettono a fuoco l’esperienza figurativa dell’arte contemporanea marchigiana perché la pittura si concentra sulla composizione.
cristina messora 2Così ha fatto anche nella mostra “Le distanze tra i filari” presso la Cantina Garofoli di Castelfidardo (An): i suoi quadri esposti erano ispirati alla terra brulla, ai filari, ai piccoli centri visti in lontananza e all’immagine leopardiana della luna che non si stanca mai di guardare la terra (il riferimento qui è a Le operette morali di Giacomo Leopardi).
Nelle opere di Cristina Messora lo spazio  del quadro deve dialogare costantemente con la realtà circostante, ossia la città o la campagna.
Il paesaggio è ordinato dai segni che sono tracciati dai gessetti neri e dai tagli sulla superficie della carta. Lo spazio si colloca attraverso una progressione di piani che sono realizzati nella superficie simmetrica e armonica della composizione.
I materiali, da cui nascono le opere, sono i più diversi,  carta, legno e acrilici  oppure tutta la gamma dei colori naturali che sono serviti a dipingere il legno (casse panche, armadi, tavoli ecc.).
Fra tutti spicca l’uso costante della carta che testimonia quasi il punto di partenza di ogni ricerca dell’artista modenese che è grafica prima di tutto. Il disegno, i tagli, le piegature sono prima realizzate utilizzando questo docile mezzo rigorosamente bidimensionale. Un adeguato approfondimento, però, sulla poetica di Cristina Messora si può raggiungere visitando il suo atelier. Infatti, accanto ai barattoli di colore, alla tavolozza, la carta, gli arnesi per tagliare e incorniciare, mozziconi di matite, gessetti colorati,  si possono vedere, anche, dei fogli che sono lo strumento per fermare le sue idee prima  di incominciare a lavorare. La tecnica pittorica da lei utilizzata  non è riflessiva, ella opera di getto: cerca di  tradurre in pittura subito le sensazioni che vive e le immagini impresse nella sua testa.
cristina messora 3Cristina Messora è tuttavia, un’artista precisa perché incide la carta e attraversa la superficie del quadro con una certa disciplina. La sua creatività è dominata dal senso dell’equilibrio che si respira in molti quadri, nonostante si possa intravvedere una certa autoironia nella composizione.  L’oggetto da rappresentare – sulla carta dipinta con colori accesi – è illuminato da una luce bianca che rende la scena del racconto molto omogenea.
L’uso del colore rimanda, tuttavia, a una simbologia precisa: l’acqua, il vento, l’aria e la terra che sono racchiusi all’interno delle forme naturali come la luna, la conchiglia ecc..
Eppure la pittrice vorrebbe chiamare in causa la psicologia per stabilire un confronto tra due sistemi interpretativi del presente, appunto la psicologia e la pittura. Ritengo che ella non creda nella spontaneità davvero del gesto, ma pensi ad azioni automatiche, quindi nella razionalità delle  scelte di forme e colori che devono  costruire la composizione.

Ricerche per un’esposizione al Museo del giocattolo
La mostra elettrizza l’artista che vede interagire le sue opere con un ambiente designato a contenere oggetti antichi appartenuti ai bambini. I dipinti esposti possono essere valorizzati e possono avere un ruolo preciso all’interno del museo.
La nuova collezione, ispirata ai racconti contenuti nel “Marcovaldo” di Italo Calvino, è stata ben progettata dall’artista modenese e le opere restituiranno il volto ludico e ammiccante dell’arte.
Il rischio di una mostra come quella “La città sognata” è di apparire fredda. Ma non è così!
A questo punto è necessario dire quello che non è stato raccontato fino a questo momento. Le opere di Cristina possono essere lette se si ha fantasia, altrimenti tutto diventa più difficile, e talvolta, incomprensibile. I quadri allineati alle pareti potranno affascinare, non  solo come oggetti d’arte, ma anche come espressione dell’immaginazione. E poi la disposizione dello spazio del museo che segue un percorso rettilineo è ingigantito dalle linee rette tracciate sulla superficie del quadro con i gessetti neri. La cornice rigorosamente geometrica; inoltre, si allinea con la forma quadrata dell’ambiente espositivo e della corte esterna del palazzo.

L’Italia da salvare. Giorgio Bassani: la Natura è sacra e io la difendo

bassani-2-420x327L’Italia è la nazione al mondo con il maggior numero di siti considerati patrimonio dell’umanità. Eppure parchi archeologici, edifici storici, monumenti, strade, biblioteche e musei abbandonati ad abusi e furti, all’incuria degli uomini e all’usura del tempo sono prossimi al tracollo e a trasformarsi in ruderi. Qualche anno fa, nella quarta di copertina del libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, “Vandali. L’assalto alle bellezze d’Italia”, si leggeva: «Dal degrado di Pompei e delle altre aree archeologiche al diluvio di cemento abusivo, dal traffico di tesori rubati alla crisi dei musei. Perché il Paese con più siti Unesco patrimonio dell’umanità sta distruggendo la sua unica ricchezza: l’arte, la cultura, il paesaggio?» Il grido d’allarme dei due giornalisti non è nuovo, perché l’aveva lanciato tanti anni fa lo scrittore Giorgio Bassani nella sua veste di presidente dell’associazione “Italia Nostra” (dal 1965 al 1980) nata negli anni Cinquanta del Novecento dall’iniziativa di un gruppo di intellettuali tra cui Elena Croce, Desideria Pasolini Dall’Onda, Antonio Cederna e Umberto Zanotti Bianco con la finalità di promuovere la democrazia nel nostro Paese, anche attraverso la tutela del patrimonio artistico e naturale. L’Italia che Bassani andava a visitare in lungo e in largo negli anni della sua presidenza per denunciare l’assurda realizzazione di tratte autostradali che non tenevano in nessun conto il valore paesaggistico dei luoghi che dovevano attraversare o per sollecitare la creazione di parchi per tutelare le aree naturalistiche di interesse nazionale, era un paese aggredito dalla cementificazione selvaggia e dalle logiche affaristiche, che deturpavano città, campagne, coste, isole. Perciò non di rado lo scrittore si trovava coinvolto in manifestazioni che mettevano a repentaglio la sua incolumità fisica: «Ricordo manifestazioni (per esempio a Palermo) dove c’era francamente d’aver paura. Eravamo evidentemente considerati, dagli amministratori locali – grandi amici, costoro, di noti speculatori edilizi cittadini – come dei veri e propri nemici pubblici, rappresentanti, in terra cristiana, degli interessi del demonio. Ultimamente mi è capitato di fare un semplice sopralluogo, come libero rappresentante della cultura, alle isole Eolie. Non c’ero mai stato, volevo rendermi conto. Ebbene, appena sbarcato a Panarea fui aggredito, è la parola, da qualche centinaio di indigeni, decisi, come gridavano, a buttarmi a mare. Ridicolo, grottesco spettacolo! La gente berciava: “Le isole Eolie agli eoliani”. Proprio come se le isole Eolie appartenessero soltanto a loro, e non, ovviamente a tutti gli italiani». Come gran parte del ceto intellettuale borghese di formazione umanistica, Bassani vedeva con preoccupazione l’avanzata della modernizzazione, di cui sottolineava quasi esclusivamente gli aspetti deteriori come il proliferare caotico e disordinato delle città che contribuiva al degrado ambientale, all’impoverimento culturale e all’affermazione di una ideologia della crescita senza limiti e senza regole, foriera della nuova civiltà dei consumi, che rischiava di ridurre gli individui a puri “transiti di cibo”, a “uomini massa”. In un discorso risalente ai primi anni Sessanta, ora leggibile nell’edizione accresciuta del libro “Italia da salvare”, curato da Dafni Cola e Cristiano Spila (Feltrinelli, Milano 2018), raccolta degli scritti civili e delle battaglie ambientali di Bassani, l’autore del “Giardino dei Finzi Contini” scrive: «Dal 1965 in poi, Italia Nostra si è assai sviluppata;[…] non siamo né contestatori globali, né puri esteti. Riteniamo che il patrimonio culturale e naturale sia un bene di cui la civiltà tecnologica e industriale, nella quale viviamo, non possa fare a meno, se vuole continuare a esistere. La civiltà industriale ha mostrato di sapersi dare un’efficienza, adesso occorre che si dia una religione, che sappia cioè contraddire a tutto ciò che tende a trasformare l’uomo in puro consumatore. È necessario che ci si convinca che vale la pena di espandersi e di consumare un po’ meno, perché l’uomo resti uomo». Amareggiato dalla modernizzazione radicale e convulsa che dopo gli anni del miracolo economico vedeva protagonista un Paese distratto e allegro impegnato a cancellare la storia e il proprio passato – come si evince dalla sua noncuranza ai valori della bellezza e della memoria – Bassani percepiva il patrimonio artistico e naturale come una risorsa dell’umanità alternativa ai rischi della frammentazione individualista della società italiana e del consumismo. Quanta preveggenza in questo libro! Meriterebbe di essere letto e commentato nelle scuole.

Lorenzo Catania

Mario Sironi, le sue vignette fasciste in una mostra a Lucca

mario-sironi- ciclistaOrganizzata dal «Center of Contemporary Art», dalla galleria Russo e dal MVIVA, è in corso a Lucca la mostra «Mario Sironi e le illustrazioni per “il Popolo d’Italia” 1921-1940». Essa espone cento opere realizzate dal caricaturista più famoso del quotidiano ufficiale del Partito fascista. Non si tratta – come si legge nella presentazione – di una «riscoperta del talento artistico» di Mario Sironi, già noto per altre mostre e cataloghi, ma di una riproposta delle sue doti di disegnatore politico.
Il nome di Mario Sironi (Sassari, 12 maggio 1885 – Milano 13 agosto 1961) è legato all’ascesa al potere di Benito Mussolini, che lo chiamò ad illustrare il suo giornale per la capacità di plasmare l’immagine del fascismo nella stampa e di presentarla nelle mostre espositive. A differenza di altri vignettisti coevi, che aderirono al credo mussoliniano per opportunismo oppure per motivi venali, Sironi fu un fascista convinto, tanto da aderire alla Repubblica di Salò dopo l’8 settembre 1943. Egli si formò nel clima incandescente del futurismo, subendo l’influenza di Umberto Boccioni, di Gino Severini e di Giacomo Palla per assumere poi uno stile personale nelle sue scelte estetiche e nella sua pittura originaria.
Nel 1905-06 Sironi disegnò anche tre copertine per il settimanale «Avanti! della Domenica» e partecipò ad diverse mostre, nelle quali espose sue opere come «Senza Luce», «Paesaggio» e «Madre che cuce». Via via passò da una pittura paesaggistica e casalinga ad uno stile inquieto, come si ricava dai suoi dipinti eseguiti durante la Grande Guerra. Nelle sue illustrazioni per «Gli Avvenimenti», che cominciarono nell’aprile 1915, Sironi elevò l’evento bellico come suo soggetto principale. I suoi disegni dei soldati tedeschi furono considerati da Boccioni fra i più belli dell’epoca.
Allo scoppio della Grande Guerra firmò il manifesto interventista L’orgoglio italiano, arruolandosi in un battaglione di volontari ciclisti. Da quell’esperienza nacque il dipinto «Ciclista» che, eseguito nel 1916, mostrò i primi segni del distacco dallo stile futurista per l’accento posto sulla figura scura ripiegata sulla bicicletta tra edifici ubicati in un mondo misterioso e alienato. Come hanno sottolineato due storici americani, Sironi continuò nel 1919 a dipingere paesaggi urbani con la finalità precipua di sollevare i problemi sociali nelle città italiane, ritraendo lo squallore della periferia milanese dove gli operai vivono una vita grama
L’incontro con Mussolini avvenne proprio nella sede del «Popolo d’Italia», di cui il primo numero apparve il 15 novembre 1914, segnò una svolta nella vita artistica di Sironi, che divenne l’illustratore principale del giornale per l’ascendente esercitato da Margherita Sarfatti sul futuro duce. Ella presentò Sironi a Mussolini, riuscendo nel 1921 a farlo assumere come vignettista del quotidiano, dove in linea con il nascente fascismo raffigurò deputati inetti, baldanzosi ed eroici giovani squadristi e un Mussolini fermo e deciso nella lotta contro i partiti democratici. Le sue vignette, ispirate dal programma politico fascista, ebbero come bersaglio privilegiato la massoneria, il Partito socialista, quello popolare o il comunismo sovietico. Lo ha notato Andrea Colombo su «La Stampa» del 22 maggio nel suo articolo dedicato alla mostra, quando ha rilevato come nelle sue vignette emergono «un Lenin dalle sembianze di orco che taglia le teste con la falce, massoni dipinti come enormi aracnidi che tessono la loro oscura tela sulla Penisola, antifascisti trafitti da un punteruolo patriottico, panciuti borghesi sottomessi ai sovversivi di turno».
Dopo la svolta autoritaria del 1926 e l’introduzione delle «leggi fascistissime», Sironi collaborò come illustratore ai periodici «Gerarchia» e alla «Rivista illustrata del Popolo d’Italia», il cui primo numero uscì il 4 agosto 1923 su iniziativa di Arnaldo Mussolini. Di grande formato (45 x 38), la Rivista presentò sovraccoperte in pentacromia spesso disegnate da Mario Sironi e da Fortunato Depero. Egli collaborò a volumi commemorativi, tra cui «La Rivoluzione che vince» (1934), «L’Italia imperiale» (1937) in una tenace difesa della corsa mussoliniana agli antichi fasti romani. Nella sua frenetica attività, susseguitasi fino alla chiusura del quotidiano, Sironi manifestò uno stile inconfondibile, realizzando quasi mille caricature e altrettante opere volte a sostenere le iniziative del duce come la conquista d’Etiopia e l’alleanza con la Germania nazista. Le sue allegorie furono poste al servizio del regime e dello Stato corporativo nell’ambito della supremazia culturale italiana nel mondo. Per la Triennale del 1936 Sironi realizzò un mosaico dedicato al «Lavoro fascista», ampliato l’anno successivo per l’Esposizione internazionale delle arti e dei tecnici di Parigi. Il bassorilievo, realizzato per la sede del giornale «Il Popolo d’Italia» (1942), ricevette il plauso di Mussolini che considerò la sua opera artistica l’espressione più elevata della «Rivoluzione Fascista».
Con l’entrata in guerra dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale, Sironi non godette più della committenza statale, riducendo così la sua attività pittorica, ma non quella connessa all’esaltazione del fascismo, di cui fu un fervente sostenitore fino alla morte avvenuta il 13 agosto 1961. Restano le sue vignette, aspre e tenebrose come icone sbiadite di un regime autoritario poco conosciuto e tanto esaltato.

Nunzio Dell’Erba

Dal rogo a film per tutti: la vendetta di “Ultimo tango a Parigi”

Bernardo Bertolucci, Marlon Brando e Maria Schneider

Tre giorni che passeranno alla storia del cinema, almeno di quello italiano ma che indicano come sia cambiata la morale negli ultimi cinquant’anni: “Ultimo tango a Parigi”, capolavoro di Bernardo Bertolucci del 1972, dopo la presentazione della copia restaurata in 4K in prima mondiale il 28 aprile scorso al Bari International Film Festival, sarà programmato nei circuiti di prima visione la settimana prossima, il 21, il 22 e il 23 maggio.

Uno dei film più “maledetti” per antonomasia, sicuramente il più lubrificato, il più scivoloso della storia, un cult che il mondo ci invidia, e il più visto di tutti i tempi nelle sale italiane con oltre 15 milioni e mezzo di spettatori paganti, è stato restaurato in 4K (il top della tecnologia attuale) dal Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca nazionale, con al timone Vittorio Storaro, il direttore della fotografia tre volte premio Oscar per “Apocalypse Now”, “Reds” e “L’ultimo imperatore”, e da Federico Savina, uno dei grandi maghi del sonoro. Una scelta non casuale perché entrambi hanno lavorato al film originale.

Grazie alla supervisione di questi due famosi nomi del cinema internazionale, immagini e colori vengono riproposti con un restauro che non ha snaturato la pellicola originale, così come il sax di Gato Barbieri accompagna e sottolinea lo svolgimento della trama, rispettoso anche in questo caso della colonna sonora originale. Si può parlare di una seconda vita grazie a un restauro conservativo invece che invasivo o snaturante.

E saranno festeggiamenti col botto. “Ultimo tango”, infatti, sarà proiettato in due versioni: la prima con il doppiaggio italiano e la seconda con il doppiaggio originale sottotitolato, una vera chicca per gli appassionati perché questa versione non è mai apparsa nelle sale nostrane.

Dai processi, al rogo e alle persecuzioni stile inquisizione degli anni Settanta, si è passati alla commissione della censura che per questo ritorno ha concesso la visione per tutti senza limiti di età. E si parla della versione integrale della pellicola, comprensiva della scena del burro e di quei famosi 8 secondi (che non raccontiamo, così come non daremo nessun particolare sulla trama) che la censura dell’epoca fece tagliare per concedere il permesso di proiezione nelle sale, anche se con il “vietato ai minori di 18 anni”.

Ma al film di Bernardo Bertolucci, interpretato da Marlon Brando (3 aprile 1924, 1 luglio 2004) e Maria Schneider (27 marzo 1952, 3 febbraio 2011), uscito la prima volta nel 1972, il divieto ai minori di 18 anni non è servito a metterlo al riparo dagli strali dei benpensanti, dai guai giudiziari e da una condanna al rogo in stile Fahrenheit 451 o nazifascista, se preferite.

Eppure la risposta della critica, anche a livello internazionale, ai tempi fu positiva: candidatura a due premi Oscar, nomination a Bertolucci come miglior regista e a Marlon Brando come miglior attore protagonista. Nastro d’argento a Bertolucci come regista del miglior film; David di Donatello speciale a Maria Schneider. E due premi vinti negli States da Brando, allora reduce dai fasti de “Il Padrino” di Francis Ford Coppola che lo avevano rilanciato in pompa magna in tutto il mondo.

I guai giudiziari per “Ultimo tango” iniziano il 30 dicembre 1972 con il sequestro per “esasperato pansessualismo fine a se stesso” (giudici che fanno i critici e che stabiliscono che cosa è l’arte e come deve essere rappresentata al pubblico? Chi scrive non capisce l’accusa rispetto alla trama del film ma si accettano autorevoli spiegazioni. Non è mai superfluo chiedersi dove sono finite le garanzie costituzionali sulla libertà di espressione, se sono rimaste solo sulla carta e che uso ne hanno fatto alcuni politici e magistrati, della carta intendo) e dopo un tira e molla giudiziario il 29 gennaio 1976 arriva la definitiva condanna al rogo del film, l’ordine di distruzione di tutte le pellicole.

Nella sentenza Bernardo Bertolucci, Marlon Brando , lo sceneggiatore Franco Arcalli e il produttore Alberto Grimaldi vengono condannati a due mesi di prigione con la condizionale. In più Bertolucci perde i diritti civili per cinque anni.

Dalla furia censoria si salvano alcune copie conservate come “corpo del reato” (doppio senso voluto ma che capisce solo chi ha visto il film) negli archivi della Cineteca Nazionale. Questo copie saranno rimesse in circuito nel 1987, quando la Cassazione riabiliterà il film grazie anche all’evoluzione dei tempi e del significato del comune senso del pudore.

Ma non è stato solo “Ultimo tango” a soffrire gli strali della censura . Dal punto di vista della repressione della libertà d’espressione gli anni Settanta non si sono fatti mancare niente, anzi si sono distinti per l’approccio bigotto, ipocrita e moralista dei tutori e dei custodi della moralità pubblica, e anche di quella privata. Un approccio che si può anche definire pornografico, del tipo come spiare la realtà dal buco della serratura, puntare gli occhi sulla camera da letto e perdere la visione d’insieme. E gli esempi non mancano.

Parlando di film, ecco un altro nome illustre: Pier Paolo Pasolini. Nel 1971 il suo “Il Decameron” viene sequestrato e dissequestrato più volte e si becca 30 denunce. Va in scena anche un processo che termina con l’assoluzione di tutti gli imputati. La pellicola ha una sorte diversa in Europa: vince l’Orso d’argento al Festival del cinema di Berlino e ha un buon successo al botteghino.

“I racconti di Canterbury” (1972) viene sequestrato più volte e censurato con un taglio di una decina di minuti, mentre a Berlino vince l’Orso d’Oro. Tre giorni dopo la prima arrivano le denunce per oscenità che la procura di Benevento archivia. Poi cambia idea, riapre il fascicolo, sequestra il film e rinvia a giudizio Pasolini, il produttore Alberto Grimaldi (lo stesso di “Ultimo tango”) e il proprietario della sala dove il film era stato proiettato. Finirà con tutti assolti in ogni grado del giudizio.

Diversa sorte, anche al botteghino, per “Il fiore dalle Mille e una notte” (1974), con la procura di Milano che archivia la denuncia per oscenità.

A metà degli anni Settanta era di stanza a Catanzaro, in seguito anche in altre città, certo Donato Massimo Bartolomei che si è guadagnato fama imperitura di censore numero uno sequestrando di tutto un po’. Il suo grande lavorio “contro” è stato anche oggetto di una interrogazione parlamentare di Riccardo Lombardi. Fatto riportato dal blog della Fondazione Nenni in un post titolato “Quando Lombardi attaccava censura e censori”. Da un intervento fatto in punta di bisturi alla Camera il 19 novembre 1975, riportiamo solo “Si può supporre che quella di Catanzaro sia una giurisdizione in cui il procuratore generale dia corso alla sua sessuofobia (non lo conosco e non so quale temperamento psichico egli abbia) così da rappresentare un’area isolata, una specie di ghetto. Infatti l’attività persecutoria del procuratore generale di Catanzaro non si è esercitata soltanto in questo caso; si esercita, possiamo dire, con una frequenza, una generalità e una generosità di interventi straordinarie. Libri e giornali vengono sequestrati ogni settimana”.

E la palma di libro più sequestrato di quegli anni, forse di tutta la storia dell’Italia repubblicana è “Paura di volare” (Fear of Flying) di Erica Jong . Dal frontespizio: ” Una donna che parla di sesso come un uomo ha scritto il libro più vietato degli ultimi anni”. Ed è proprio vero. Il libro, che ha scandalizzato i pruriginosi Stati Uniti, in Italia scatena polemiche e sequestri sessuofobici a non finire proprio perché trattasi di una donna che parla di sesso come un uomo e soprattutto delle sue scopate senza cerniera, e magari anche senza preservativo: bei tempi, quelli! Una rivoluzione epocale che ha lasciato il segno nella cultura, nel costume e nel linguaggio.

E non dobbiamo dimenticare una vicenda accaduta a Roma nel 1977, volutamente e frettolosamente rimossa forse perché prova di un accanimento che ben altri fatti (quelli si veramente delinquenziali) avrebbero meritato. Vicenda che lo sceneggiatore di fumetti Giorgio Pedrazzi ha ricordato nel 2016 in “Parlano di noi 1962-1980 – I fumetti del Diavolo”, una raccolta di quarant’anni di articoli di giornali seri e titolati dedicati ai fumetti erotici o porno che dir si voglia oggetto di un libro e di una mostra allestita in occasione della XX edizione di Romics.

La vicenda è stata revocata recentemente anche da Luca Boschi, sceneggiatore e grande esperto di fumetti, nel suo blog, e noi la ricordiamo adesso. Il 10 febbraio del 1977 la scure della censura si abbatte su una casa editrice di fumetti per adulti, la Edimarket, con sede a Roma. Nella notte vengono arrestati l’editore Maurizio Scozzi, il distributore Giorgio Liberati, il giornalista Silverio Serafini e i tipografi Guido Spada e Francesco Sabatini. Il procurato capo di Roma, Giovanni De Matteo li accusa di pubblicazione oscena e di associazione a delinquere.

Il successivo 16 marzo è il sostituto procuratore Angelo Maria Dore a scendere in campo e a far scattare le manette per gli stampatori Marcello Pennacchietti e Stefania Acanfora, e per Bruno Giacchett, socio della tipografia. Le accuse vengono riportate anche da “Il Messaggero”: “reati di associazione per delinquere e stampa oscena senza la concessione della sospensione condizionale della pena e la libertà provvisoria”.

Erano gli anni, lo ricordiamo, in cui il clan dei Casamonica lasciava la casa avita dell’Abruzzo e del Molise per insediarsi a Roma e lungo il litorale laziale, in particolar modo a Ostia. E anche recentemente abbiamo avuto un edificante esempio dei comportamenti di questi signori quando si trovano al bar. Ed erano anche gli anni d’oro della Banda della Magliana, altra consorteria, per dirla alla Tex Willer, di onesti galantuomini che mica stampavano fumetti pornografici.

Sarà perché occhio non vede, cuore non duole, sarà che le anime pie devono essere rassicurate, sarà che lavorare stanca (come verseggiò Cesare Pavese già dal 1936) e che inseguire tette e culi al vento, come si chiamavano ai tempi i lati b delle signorine discinte soprattutto in copertina, scopate senza cerniera e altri scandali letterari, fumettistici e cinematografici sicuramente stanca ancor di più. Per cui bisogna pur tergersi il sudore dalla fronte e riposarsi. E poi, a chi poteva fregare della caccia a bande armate, quelle sì autentiche associazioni per delinquere alle quali stava riuscendo (a differenza del terrorismo) la conquista di un pezzo importante del cuore dello Stato.

Antonio Salvatore Sassu

“Earth’s Heart” Mostra di Giuseppe Capitano in ricordo di Lea Mattarella

“Non faccio eccezione come tanti artisti vivo con la mia opera e per il mio lavoro che è impossibile da tradurre in parole e quando, costretto, ci provo, mi sembra che vengano fuori delle terribili banalità. Negli ultimi anni la solitudine del mio ruolo è stata interrotta dalla stima e dall’entusiasmo di una persona speciale come Lea Mattarella. Purtroppo Lea oggi non è materialmente tra noi, ma in nome del suo prezioso incoraggiamento, le dedico questa mostra”. Giuseppe Capitano

Dipinto su carta

Dipinto su carta

Si inaugura martedì 16 aprile 2018 la personale di Giuseppe Capitano “EARTH’S HEART” alla Galleria Edieuropa di Roma. La mostra nasce da un’idea di Lea Mattarella, preziosa ed indimenticabile presenza in tanti anni di vita della galleria e proprio a Lea, nel corso della mostra, verrà dedicata una giornata di incontri. In mostra 25 opere – molte delle quali inedite – tra sculture, tele e carte dell’artista molisano d’origine ma romano d’adozione, uno dei più significativi nel panorama contemporaneo, noto al pubblico per la sua originale indagine del mondo naturale e vegetale. Mediante materiali come canapa, carta, tela, gesso, carbone, miele, ortica, malva e soprattutto mediante l’utilizzo di essenze e fibre estratte direttamente dalle piante, Capitano nella sua ricerca, da alcuni anni, pone come punto di partenza l’incontro tra la sfera emotiva personale e la materia, a sua volta transitoria e permanente. Nonostante la formazione scientifica dell’artista (Laurea in Ingegneria Elettronica), l’approccio sistematico alla sua Arte – sensibile alla tematica ecologista – non è mai né scientifico né razionale. Nelle sue opere tenta di rispondere alla domanda “Che cosa è naturale?”, consapevole dell’abuso che oggi giorno si fa della parola in sé. Secondo Capitano, la Natura è in grado di unire ed accomunare tutti, è il ponte tra Noi e il Cosmo. Come sottolineato da Margherita D’Amico,“In massima parte, l’arte sembra raccontare la natura in funzione dell’uomo, oppure filtrarla attraverso il suo occhio: dai dettagliatissimi paesaggi e i simboli rinascimentali fino alle nature morte, alle tempeste romantiche e ai giardini impressionisti, si giunge al contemporaneo, sinistro utilizzo di animali morti […]con intuito straordinario Giuseppe Capitano fa il contrario, coglie il genio e la meraviglia proprio nella natura, e ce li restituisce sotto forma di misteriosa speranza, una luce di cui sospettavamo l’esistenza e d’improvviso è lì, fra erbe e foglie d’oro uscite forse dal nostro stesso cuore”. Da qui il “Cuore”, inteso come centro della terra, simbolo della parte più irrazionale dell’uomo e per questo legame imprescindibile con ogni altra forma di essere vivente.

La mostra resterà aperta fino a sabato 19 maggio