Pisapia, Pisapia, tutti cercan Pisapia

Sarà il nuovo Prodi per chi parla di Nuovo Ulivo. Ma Pisapia, ex sindaco di Milano, ex Rifondazione, ex Sel e attualmente alle prese con un declamato Campo progressista, non si fa abbindolare dalle dichiarazioni del dissidenti del Pd in procinto di lasciare il partito. Vediamo intanto di capire la situazione dei supposti scissionisti. Si dividono in due: quelli che hanno già deciso, uso le parole del ministro Delrio, e quelli che ancora son sospesi. Tra i primi D’Alema (ieri ha dichiarato che si vergogna di avere la tessera del Pd dopo il voto della Camera che nega la pubblicità dei nomi dei grandi debitori insolventi delle banche, e non ha torto), poi Bersani, Speranza, i vari Gotor, Zoggia, Stumpo. Tra i secondi, a quanto pare, i due governatori Rossi ed Emiliano.

Le telefonate di Renzi sono un mistero. A giudizio di Delrio non ce n’era stata nemmeno una. Invece Emiliano si vanta di una telefonata, Speranza di un un’altra, perfino Bersani ne racconta una. Una telefonata allunga la vita al Pd? E’ di oggi l’appello al “Fermiamoci” dell’influente Franceschini e la rassicurazione che Renzi avrebbe fatto a Emiliano del voto al 2018. Tutta fuffa. Non si divide un partito su una data. Né ha una logica mettere in discussione un congresso perché troppo ravvicinato. La verità é che il progetto degli scissionisti é incompatibile, non da oggi, con quello di Renzi. Per questo ritengo che scindere un partito diviso su tutto non sia un male.

Ma, questo mi pare il punto, l’evocato Pisapia, che oggi ha preso posizione contro la scissione, ha un progetto che non si concilia con quello di D’Alema e compagnia. L’abbiamo scritto sull’Avanti anche ieri. E oggi Pisapia lo ha confermato. L’ex sindaco di Milano vuol portare nel centro-sinistra, dunque in alleanza col Pd renziano, una parte della sinistra, diciamo, di opposizione, invece gli scissionisti vogliono portare una parte del Pd in alleanza con la sinistra di opposizione e in competizione netta col Pd renziano. Questo naturalmente se la legge elettorale prevederà le coalizioni. A meno che gli scissionisti, dopo essersi fatti il loro partito, non lo collochino in alleanza col vecchio che hanno abbandonato. Vedremo. Una cosa é fin d’ora chiara. Nella sinistra, ed é così storicamente, si continuerà a litigare. Molto.

La scissione

Ormai il dado é tratto. Il Rubicone pare varcato. Se tornano indietro ai dissidenti non resta che giocare a dadi. Nel mezzo della rottura non poteva mancare uno squarcio da commedia degli equivoci. Il fuorionda di Graziano Delrio che dichiara che i renziani (uso un eufemismo) non sono molto intelligenti. Non credo si riferisse a lui stesso, un renziano ritenuto da tutti doc. L’acqua passa inesorabile sotto i ponti e come diceva una vecchia massima cinese nessuno può fare il bagno nello stesso mare. Tuttavia raramente un partito politico é stato così dilaniato, lacerato, contestato. A tal punto che in diversi momenti maggioranza e opposizione parlamentare parevano convivere sotto lo stesso tetto.

Con l’intervista al Corriere di oggi Renzi dichiara che tra il congresso e la mediazione preferisce il congresso. E così i suoi oppositori hanno finalmente la strada aperta per la separazione, guidati da quel D’Alema che l’ha così attentamente preparata. In pochi come il Lider Massimo sanno sviluppare un’azione politica conseguente. Il suo obiettivo era colpire Renzi e fondare un altro partito. Ha capeggiato l’opposizione alla riforma costituzionale, si é gettato coraggiosamente nella mischia referendaria coi comitati del no, adesso ha indicato la via che i vari Bersani, Speranza, Emiliano e Rossi sono obbligati e seguire.

Resta una domanda sul dopo. Facile intuire che l’assemblea di sabato sarà all’insegna del dolore per la “necessaria dipartita” e poi non é chiaro se parteciperanno all’Assemblea nazionale per poi lasciarla con quel rituale abbandono che accompagna tutte le scissioni. E poi? Fonderanno un nuovo partito più a sinistra del Pd, si unificheranno con Sinistra italiana, tenteranno di agganciarsi a Pisapia? E se la legge elettorale prevederà il premio non più alla lista, ma alle coalizioni, dove si collocheranno? Tento di dare qualche risposta.

Se gli scissionisti fonderanno un nuovo partito in solitario penso che correrebbero il rischio di frammentare ulteriormente lo scenario politico italiano, col rischio di andare incontro a delusioni elettorali. Abbiamo a che fare con professionisti e dunque credo che il loro proposito non sia questo. Si porranno dunque alla ricerca di un nuovo rapporto con gli ex Sel e oggi Sinistra italiana ove sono confluiti i loro predecessori (Fassina, D’Attorre, non si capisce dove sia andato a finire Civati). Nel contempo, però, insistono a pronunciare il nome di Pisapia che con costoro ha rotto e che si prefigge (o prefiggeva?) di spostare una parte di ex Sel in un campo cosiddetto progressista alleato al Pd.

Come si può conciliare un’operazione che tende a far transitare oppositori di sinistra nel centro-sinistra con un’operazione per portare un pezzo del centro-sinistra a sinistra? Questo duplice e contrastante percorso si potrebbe incrociare nell’ambito di una coalizione (se la legge lo consentirà) dove all’attuale alleanza (Pd più Ncd più altri) si contrapponga la proposta di una nuova alleanza tra Pd e il nuovo partito Pisapia-D’Alema-Vendola. Vedo due obiettive difficoltà. La prima ë quella di convincere, dopo cinque anni di dura opposizione a Renzi, gli ex Sel e oggi Sinistra italiana a convergere, come avvenne nel 2013, in una coalizione ancora guidata o quanto meno egemonizzata dal Pd renziano. La seconda é ancora più pungente. E riguarda la possibilità che dopo una scissione, che produce sempre forti intossicazioni politiche e personali, gli scissionisti possano d’incanto ritrovare armonia con i vecchi compagni abbandonati. Non è mai accaduto. Chissà, forse in questo nuovo mondo, che non accada. E chissà che quel diavolo d’un D’Alema non abbia considerato il fatto che l’intero equilibrio si possa trovare solo con l’eliminazione (politica) di Renzi….

Pd: si sfoglia la Margherita della scissione

Bersani ha avanzato l’amletico dubbio alla Direzione del Pd, chiedendosi se esista qualcosa che tenga ancora insieme il partito. La mia impressione, non di oggi, é che non esista proprio nulla e che sarebbe bene che si preferisse la separazione al litigio continuo. Un bene per Renzi, che potrebbe sviluppare la sua politica e per i suoi oppositori, che potrebbero crearsi un loro partito. E un bene anche per l’Italia che non sarebbe costretta a sorbirsi quotidianamente lo spettacolo di un dissidio che mai nella storia era stato così aspro, nemmeno ai tempi della cosiddetta prima Repubblica, e nemmeno nel partito più complicato, qual’era la Dc

La Dc era una forza politica composita, tenuta però insieme da un vincolo profondo, costituito dall’adesione ai principi di una religione, in un’Italia dominata da un’alternativa impossibile. Cos’é che tiene insieme il Pd? Una storia no. Ho citato quelli che in una sezione comunista romana vengono tuttora mostrati come simboli di una memoria. Siamo alla confusione allo stato puro. Gramsci ha qualcosa a che vedere con Moro? E Berlinguer può essere considerato un predecessore di Renzi? Non scherziamo. Si é proclamata la fine dei partiti storici, d’altronde, e questo é avvenuto solo in Italia. Così al socialismo europeo ha aderito un partito italiano con un trascorso prevalentemente comunista e grazie a un leader che proviene da una tradizione democristiana. La vecchia anomalia italiana si ë trasformata in un’anomalia paradossale.

Meglio lasciar perdere la storia e l’identità, dunque. C’é allora un programma, c’é una funzione politica come comun denominatore? Veniamo al programma. Se escludiamo le unioni civili, e cosi come avvenuto per l’adesione al socialismo europeo pare originale che una legge di laicità sia stata varata grazie a un governo presieduto da un cattolico, non c’é questione programmatica sulla quale non si sia verificata una tensione, una polemica, uno scontro. Dal Jobs act, alla buona scuola, all’Italicum, alla riforma costituzionale, nel Pd si sono levati urla di guerra, minacce di voti contrari, in taluni casi anche esplicite dissociazioni parlamentari. Non si era mai visto un partito dividersi perfino in occasione di un referendum dove in gioco era la permanenza di un governo presieduto dal suo segretario.

C’é una funzione politica unitaria? Ma non è un segreto, quando Cuperlo parla di collegare il partito a una sinistra che gli ha voltato le spalle, che gli oppositori di Renzi propongano di costruire un nuovo rapporto con Sinistra italiana e guardino a Pisapia come a un possibile nuovo federatore, mentre Renzi e i suoi pensano a un futuro governo che non potrà fare a meno di Berlusconi. Dico la mia. Siccome quest’ultima, ammesso che basti, sarà l’unica coalizione possibile per evitare il cosiddetto governo Frankestein, formato da Lega e Cinque stelle, non sarebbe male chiedersi se tutto l’attuale Pd sarebbe pronto a votare a favore. Ne dubito. Una buona ragione per non insistere nel suicidio unitario per finta, rimandando la separazione all’inizio della prossima legislatura.

Si dirà che il problema é il congresso in tempi brevi, che potrebbe portare allo scioglimento anticipato della legislatura. Ma non si minaccia una scissione per un congresso che pure si era proposto anticipato o per qualche mese in più o in meno di governo Gentiloni. Le motivazioni sono più profonde, sono radicate nelle diversità incompatibili che hanno segnato la storia del Pd, un partito che era nato, ricordiamocelo, con lo scopo di sconfiggere Berlusconi attraverso la vocazione maggioritaria invocata da Walter Veltroni. La vocazione maggioritaria è oggi soltanto una stravagante distorsione politica, mentre il contendente é diventato Grillo, tanto che Berlusconi è ipotizzato come futuro alleato. E’ dunque venuto meno anche l’ubi consistam originario del Pd. Perché non prenderne atto?

L’Italia di Sanremo tra musica, poesia, ignoranza e follia

Ha vinto il giovane Gabbani, che nella sua canzone (chiamiamola così, ma sarebbe meglio definirla un piccolo spettacolo con tanto di ballo con uomo travestito da scimmione) evoca la crisi di identità occidentale. Il testo appare indecifrabile. Inizia così: “Essere o dover essere, il dubbio amletico, contemporaneo come l’uomo del neolitico. Nella tua gabbia 2 per 3 mettiti comodo. Intellettuali nei caffé, internettologi. Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi. L’intelligenza é démodé. Risposte facili. Dilemmi inutili”. Ora, a parte tutti coloro che hanno votato la canzone e che avranno compreso bene questo testo piuttosto ermetico, non penso sia sfuggito a coloro che conoscono Shakespeare l’errore clamoroso attribuito al verso di Amleto che non é Kant e non si occupa del “dover essere”, cioè della morale, ma del “non essere”. Pazienza. Ma ammettiamo che il testo abbia un qualche potere taumaturgico. Ad esempio quella seconda strofa ancora più sigillata: “AAA cercasi. Storie del gran finale. Sperasi (spera sì). Comunque vada panta rei. And singing in the rain”. Qui si mescolano Eraclito e i Simple plan. Più difficile ancora intendere la tripla A.

Un “AAA adorabile cercasi”, si rintraccia in una vecchia canzone di Bruno Martino. Si vuole evocarla? Non si sa. Poi arriva il ballo e lo scimmione e il coro dell’orchestra. Una trovata quel Namasté (un saluto indiano) olè (più francese ma universale). Un saluto, ma non si capisce a chi. La musica ha le sue regole come la matematica. Si può premiare solo un testo, peraltro inaccessibile tranne che per i votanti e la giuria? Ma un tracciato melodico ci deve essere. Attenzione. Io non parlo di melodia romantica. Anche la dodecafonia di Schoemberg ha le sue regole. Anche la musica pentatonica orientale (basata su cinque toni) ce le ha. Anche la musica barocca e quella dei madrigali ce l’hanno. Anche Battisti che ha scomposto lo schema della canzone tradizionale ce le aveva. E così Battiato, il più innovatore e trascendente. La canzone che é stata premiata non ce le ha. Tanto è vero che oggi si parla solo di testo. Ma una canzone non é una poesia. Anche il poeta musicale per eccellenza, Fabrizio De André, costruiva un tracciato melodico. Sempre. E perfino le ballate di Brassens e le commoventi poesie musicali di Brel ce li hanno. Si parla di un paragone col primo Battiato, ma non regge. “Un centro di gravità permanente” era costruita con un ritornello e con un testo assolutamente innovativo e pregnante. Così come “Voglio vederti danzare”, dove il testo si arrotola in citazioni mediorientali. Sono pezzi con regole. Con suoni e parole che si rincorrono e si intersecano. Non sono un parlato con trovata da spettacolo circense. Anzi Battiato canta spesso seduto e quasi pregando. Intimamente. Ti comunica attraverso la canzone, fatta di parole e di melodia accompagnata da sofisticate armonie.

Credo che adesso si punti sulla canzone parlata e sul coup de theatre. Dove la musica é sostituita dal racconto. Ma questa é altra cosa. La canzone di Ron, ma anche quella del maestro Fabrizio, quello delle più belle canzoni italiane degli ultimi vent’anni (da Mia Martini a Renato Zero) avevano tracciati musicali moderni e armonie interessanti. La loro eliminazione chiude forse l’epoca della canzone musicale. Strano però perché poi, contemporaneamente, viviamo l’epoca dei revival e del remake e grandi cantanti contemporanei quali Rod Stewart e lo stesso Battiato ci forniscono eccellenti interpretazioni (anche molto apprezzate e di successo) di pezzi classici di decine d’anni orsono. Io non ho la mente rivolta al passato. Anche se penso che tra “Mi sono innamorato di te” di Luigi Tenco, cantata in premessa festival da Tiziano Ferro (perché non proporre la canzone del festival “Ciao amore, ciao”?) che ha voluto ricordare il grande e innovativo cantautore suicida a Sanremo 50 anni fa, e i pezzi del Sanremo odierno ci sia un mondo. Ha ragione Gigi D’Alessio, dodici anni di conservatorio musicale ed eccellente pianista: la giuria era composta in buona pare da persone che non conoscono la musica e da una parte suscettibile e condizionata dai Talent e dai Social. Se però a tutto questo deve piegarsi la musica chiamatelo in altro modo il festival. Non più della canzone, ma del costume italiano. Le parole, se non per Gabbani, ma almeno per noi, hanno ancora un significato.

Bad Godesberg, Pd e identità

Il risultato del referendum costituzionale ha lasciato non pochi problemi all’interno del Partito Democratico. Soprattutto, essendosi particolarmente indebolita la leadership di Renzi, il “correntismo” interno è tornato a muoversi in maniera disordinata e con sussulti tellurici. Tanto da far temere anche una deflagrazione del partito, che non riesce (e non è mai riuscito) a trovare un baricentro stabile.

A tal proposito, e comprensibilmente, qualche giorno fa, in un’intervista all’Huffingtonpost, il ministro Orlando ha parlato della necessità di una sorta “Bad Godesberg” per il PD, prioritaria addirittura rispetto al congresso del partito.

Il richiamo al congresso della SPD tedesca del 1959, fatto da Orlando, è molto evocativo, ma anche indicativo delle condizioni attuali (e forse perduranti) in cui si trova il PD, sempre alla ricerca di una sua chiara identità, pur se in un contesto politico/sociale “liquido”, e difficilmente malleabile con le categorie del ‘900.

Bad Godesberg è stato un passaggio importante per tutta la sinistra socialista e socialdemocratica del tempo, perché in quell’occasione, il principale partito della sinistra democratica continentale, la socialdemocrazia tedesca, ha ufficialmente abbandonato l’ortodossia marxista.

In fondo, l’ortodossia marxista la SPD non l’aveva mai realmente applicata. Il suo è stato sempre un agire riformista; nella sostanza, al di là di quello che c’era scritto nei programmi succedutesi nei vari congressi, il revisionismo di Eduard Bernstein si era ben radicato nel partito già ad inizio ‘900.

A Bad Godesberg si prese atto di ciò, e si passò, anche formalmente, ad un socialismo democratico, con un forte radicamento nell’etica cristiana. E la SPD si dichiarò anche a favore del libero mercato, concependo, così, la proprietà collettiva come “ultima possibilità”, e non come principale obbiettivo politico.

Dal Klassenpartei (partito di classe), si passo al Volkspartei (partito del popolo). Ed il socialismo assunse un volto decisamente più libertario e volontaristico, facendo propri i principi dell’antiautoritarismo. Uscendo dalle secche di un “ufficio” dove si adempivano compiti dogmatici secondo logiche di puro apparato.

Nel programma socialdemocratico, lo stato manteneva un ruolo essenziale in un contesto di economia mista, la quale potesse garantire la ristrutturazione del capitalismo; che, usando le parole di Olaf Palme di qualche anno più tardi, diventava “ufficialmente” una pecora da tosare.

Ruolo dell’individuo, del partito, dello stato e dell’economia di mercato. Questi, con una brutale sintesi, sono alcuni dei punti più importanti della revisione avvenuta a Bad Godesberg. Che non poche critiche, sia inteso, provocò. E non solo in Germania, ma anche in Italia, dove il solo Saragat la salutò con estremo favore. Mentre Nenni e Lombardi ne furono critici (le critiche del PCI le diamo per scontate).

Ma, tornando alle parole di Orlando, si può parlare di “revisione” per quanto riguarda il Partito Democratico? O, forse, più che di una Bad Godesberg tedesca, si accontenterebbero di una Epiny francese, congresso in cui, nel 1971, si arrivò all’unificazione delle varie anime del socialismo d’oltralpe, diviso in tanti rivoli, così come l’attuale Pd “balcanizzato”?

Perché la revisione è applicabile ad una identità che già esiste. Ad un programma, un modello o un progetto. Il Pd ha tutto questo?

E’ un problema dibattuto ormai da anni, che ancora non ha trovato alcuna soluzione. E che si trascina, infondo, dalla svolta occhettiana, che ha dato il maggior apporto quantitativo al PD attuale. Perché, se dal discorso della Bolognina, si “decise di non scegliere” con nettezza un alveolo (il socialismo) in cui identificarsi, con l’approdo al Partito democratico le lassità identitarie sono rimaste le stesse. Anzi, si sono acuite in un contesto in cui è tutta la socialdemocrazia europea a soffrire un cambiamento socio-economico epocale; trovandosi, così, “disarmata” di fronte alle sfide che la globalizzazione ha portato.

Oggi, non esiste un socialismo di stampo europeo con caratteri marcati. Esistono dei partiti socialisti alla perenne ricerca di soluzioni il più possibili accettabili e compatibili con la loro storia e il loro nome. Alle prese con problemi internazionali, che vorrebbero risolvere ancora in un’ottica di stato-nazione. Alla ricerca di una bussola che, fino ad ora, il neocapitalismo gli ha abilmente nascosto e “scombussolato”.

Ma, nonostante i vistosi problemi della sinistra britannica, francese, spagnola e tedesca, per il PD la situazione è ancora più complessa. E potrebbe portarlo ad una crisi irreversibile. Perché, i partiti socialisti sopra citati hanno comunque una loro identità forte, e che gli consente cadute e risalite, come è avvenuto nella storia. Revisioni comprese. O ritorni ad idee e programmi “old fashion”.

Sono partiti radicati, con una storia di oltre un secolo, che un peso ce l’ha, anche come motore/base per un cambiamento. Si pensi, ad esempio, alla decisione di Blair di togliere dallo statuto del Labour la famosa “clausola 4”; la quale impegnava la sinistra britannica a raggiungere l’obiettivo del controllo dello Stato sui mezzi di produzione e di distribuzione. Obbiettivo di per sé già abbandonato, o forse mai veramente perseguito fino in fondo, effettivamente da tempo. Ma, di certo, una decisione di grande impatto. Di revisione ideologica, si potrebbe dire. Ma che non ha impedito, a distanza di anni, di rivedere un Corbyn alla guida dei laburisti.

Al PD tutto questo manca, e potrebbe essere un problema grave.

La nascita del Partito Democratico si fa, in un certo senso, coincidere con il discorso del Lingotto pronunciato da Veltroni. Ma, più che un’idea di partito, ne uscì un programma elettorale.

In esso faceva troppo spesso capolino il rifermento al berlusconismo, come contraltare per la fisionomia e l’identità di un partito che nasceva.  C’era l’indicazione di un programma di governo, condivisibile o meno che sia, non la costruzione di un partito.

Ed anche la “vocazione maggioritaria” sembra riguardare più aspetti “elettoralistici”, che ideali. Trovando il suo conforto più nella tipologia della legge elettorale, che nell’identità del partito.

Veltroni parlò di “riformismo”, ma quasi più come un “contenitore”, che un “contenuto” (socialista/socialdemocratico).

Un partito non si fa dall’oggi al domani, questo è chiaro, soprattutto quando le condizioni politiche, sociali ed economiche sono così complesse come quelle attuali. Tanto da rendere ogni programma sempre incerto. E questo vale anche per il Partito Democratico (che qualcuno avrebbe voluto già della Nazione).

Emanuele Macaluso, in un suo libro, riportaquesto antefatto: “Tanti anni fa Gerardo Chiaromonte partecipò a un congresso dell’Spd. Al suo ritorno gli chiesi notizie sui lavori. Gerardo mi rispose che quel che più d’ogni altra cosa l’aveva colpito era l’addobbo della sala in cui si svolgeva il congresso. Tanti drappi rossi con tante foto: Marx ed Engels, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, Kautsky, Bernstein e altri. Un partito che da tempo aveva fatto la grande svolta di Bad Godesberg non cancellava il suo passato e il suo a volte drammatico cammino”.

Il problema di (una) identità si pone con grande urgenza. Altrimenti, caduto “l’uomo forte” di turno, si rischia ogni volta la tabula rasa.

Ritratto di famiglia in un interno (del Pd)…

Ecco la nuova sede del Pd di via dei Cappellari. Compare una foto sul Corriere di oggi. Ai lati del salone ci sono i ritratti dei grandi leader che si intendono ricordare e che rappresentano la memoria storica dei militanti. La loro identità, il loro cuore pulsante. In prima fila Antonio Gramsci, direttore del periodico Ordine Nuovo e poi fondatore del quotidiano comunista L’Unità, in polemica con l’Avanti. Vicino a lui Enrico Berlinguer, segretario del Pci, l’uomo del compromesso storico, ma anche dello strappo da Mosca, coniugato con la fumosa terza via tra comunismo e socialdemocrazia, poi l’uomo dell’occupazione della Fiat e del referendum sulla scala mobile.

Poi Aldo Moro, ricordato non si capisce se come martire o come leader democristiano. Più probabilmente come scatto unitario verso coloro che provengono dalla Margherita e dal mondo cattolico. Moro, primo presidente del Consiglio del centro-sinistra, ma anche l’uomo dell’apertura al Pci, del terzo tempo che però nessuno è mai riuscito a decifrare. E infine, per chiudere, Nilde Iotti, la compagna di Togliatti, che non compare se non in questo modo nel piccolo Pantheon di via dei Cappellari, ma anche la preziosa presidente della Camera per due legislature. Una donna di carattere, comunista dall’immediato dopoguerra.

La storia comunista c’é tutta, altro che superamento e cancellazione. E lo zuccherino di Moro serve solo a proporre un caffè meno amaro agli amici ex democristiani. Quel che manca, e che viene coscientemente dimenticato, è il filone socialista. Non c’é Turati, non c’é Nenni, non c’é Saragat, non c’é neppure Pertini, e naturalmente non c’é Craxi, al quale costoro non vogliono dedicare neppure un viottolo di periferia, che invece hanno dedicato a Lenin, Marx, Ho Chi Min, con Stalingrado in prima fila e ovviamente a tutti quelli del Pantheon. Non so se la sezione del Pd di via dei Cappellari sia un’eccezione. Credo di no. Credo che eccezioni siano quelle che si collegano alla nostra storia.

Un motivo serio per esistere ancora, scalcinati come siamo. Vi rendete conto che contrariamente al Pci e alla Dc i socialisti non hanno eredi nel nuovo sistema politico e che il rischio di essere cancellati è quanto mai presente? Non solo dalla politica, ma dalla memoria. Questo é il paradosso del secolo. Il Pd si allaccia alla storia comunista finita sotto i calcinacci del muro di Berlino, ne esalta le principali personalità, ne riassume su di sé gli insegnamenti. Questo mentre cancella la storia socialista alla quale almeno in Europa ha deciso di aderire. Così é un partito a tre teste. Socialista in Europa, democratico in Italia, comunista, con piccole infiltrazioni democristiane, nella storia. Per affermare la storia socialista siamo vivi solo noi. Non dimentichiamolo nella nostre baruffe. Ci vuole poco per distruggere noi stessi e il nostro passato. Siamo appesi solo al Psi.

La Raggi “in riserva”

Mettiamoci un surplus di amplificazioni, di voyerismo e di ficcanasismo. Il titolo di “Libero” sulla vita privata della Raggi é da voltastomaco. Mettiamoci anche un probabile eccesso di attenzioni della Procura. Ah, questi magistrati sempre venerati quando si occupano degli avversari… Poi una comprensibile, anche se deprecabile, sferza di veleno che promana dai predecessori in cerca di rivncita. Questo e altro, dunque. Però, pensiamo se quel che é avvenuto in questi mesi nell’amministrazione capitolina si fosse verificato a fronte di una giunta di colore diverso. Cosa si sarebbe detto? E soprattutto cosa avrebbero detto loro, i Pentastellati, senza macchia e senza paura. I salvatori dell’Italia dai governi corrotti e incapaci.

Per riepilogare ci vorrebbe un libro: le inusitate lentezze per formare la giunta, frutto di lotte intestine poi esplose pubblicamente, le dimissioni di un capo gabinetto e di due assessori, quelle dei vertici delle due maggiori aziende comunali, il no alle Olimpiadi col sindaco che si rifiuta di parlare col presidente del Coni perché impegnato in pizzeria, le dimissioni, perché indagato, di un nuovo assessore prima ancora di essere eletto, il mandato d’arresto al principale collaboratore della sindaca, i capi d’imputazione per l’assessore all’ambiente, da tempo indagata, e poi costretta a dimettersi, le dimissioni del vice sindaco, le liti sullo stadio della Roma, l’avviso di garanzia alla sindaca, le polizze intestate alla Raggi da Romeo, le affermazioni dell’assessore all’urbanistica sulla Raggi “incapace e circondata da una banda”, poi le sue dimissioni respinte “con riserva”. Ecco si, ci mancava questo respingimento che si annuncia accettazione. Un ossimoro che ben si adatta a tutta la situazione.

Mi viene perfino il dubbio di avere dimenticato qualcosa. Ah si. Il voltafaccia di Grillo e Casaleggio junior sugli avvisi di garanzia, prima sufficienti per pretendere le dimissioni e poi non più tali, dopo averne ricevute in quantità. E gli attacchi ai giornali con nomi e cognomi di giornalisti canaglie. Restano sullo sfondo le trame di correnti interne, le ambizioni e i rancori di personaggi sospettati di remare contro, in taluni casi addirittura diffondendo malevolenze contro la stessa sindaca, e soprattutto un dilettantismo disarmante, un quotidiano e diffuso senso di impotenza nell’affrontare i problemi di una città malata non per colpa loro, ma che proprio loro si erano proposti di guarire. Pensiamo se tutto questo fosse accaduto ad altri. E pensiamo se questi altri si fossero prefissi di amministrare Roma come prova del fuoco per governare l’Italia. Penso che il Campidoglio sarebbe già stato occupato. E l’Italia salvata. Senza riserva.

Iran, ricercatore rischia l’esecuzione per spionaggio

ahmadreza-djalaliDal 25 aprile dello scorso anno è in carcere e ora rischia anche la pena di morte. Ahmadreza Djalali, 45 anni, è un ricercatore iraniano, negli ultimi anni ha lavorato anche presso il Crimedim, il centro di ricerca in medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale. Ha lasciato l’Iran otto anni fa per un dottorato di ricerca presso il Karolinska Institute in Svezia, poi l’Italia e la Vrije Universiteit di Bruxelles.

Uno stimato accademico nel settore della medicina dei disastri e dell’assistenza umanitaria. Una spia per le autorità iraniane che hanno approfittato della sua presenza per alcuni seminari l’anno scorso a Teheran e Shiraz per arrestarlo e rinchiuderlo nella prigione di Evin. Una decisione inaspettata visto che Djalali si era già recato nel suo Paese altre due volte in passato senza però incontrare alcun problema.

Tenuto in isolamento per tre mesi, a lungo senza alcuna assistenza legale, Djalali ha denunciato di essere stato sottoposto a pesanti interrogatori e costretto a firmare alcune dichiarazioni. Più volte le autorità hanno cercato di convincerlo a sottoscrivere una confessione di colpevolezza, riconoscendo di essere una spia per conto di un “governo ostile”. Ha resistito, ha rifiutato, ha subìto minacce e poi iniziato uno sciopero della fame che lo ha debilitato a tal punto da portarlo a collassi e a uno stato di salute sempre più precario.

Cosa ora abbiano in mano le autorità, non è noto. Non lo sa Amnesty International, che ha lanciato un appello internazionale, non lo sa il suo avvocato a cui viene negata la possibilità di accedere alla documentazione.

Sua moglie, Vida Mehrannia, ha detto ai media internazionali che il marito ha saputo di essere stato condannato a morte il 31 gennaio scorso quando ha incontrato il giudice Salavati, durante un trasferimento dalla sezione 7 alla sezione 209 della prigione di Evin.

Il suo legale ha riferito che le autorità giudiziarie non hanno ancora formalizzato un capo d’accusa né hanno stabilito la data del processo, ma Caroline Pauwels dell’Università di Bruxelles, che in passato ha collaborato con Djalali, ha detto che il ricercatore iraniano potrebbe essere messo a morte nelle prossime due settimane.

L’accusa sarebbe quella di ‘spionaggio’ e ‘collaborazione con Stati nemici’. Ma l’unica colpa di Djalali, insorge la comunità scientifica, è l’aver lavorato insieme a ricercatori di Paesi considerati ostili dall’Iran; e non certo per attività sovversive, ma per migliorare la capacità operativa degli ospedali in Paesi colpiti da disastri. Ma per le autorità iraniane è una questione di sicurezza nazionale, come hanno fatto sapere ai familiari di Djalali.

“Ahmadreza ha sempre cercato di favorire una cooperazione scientifica tra Iran e gli altri Paesi – spiega Mehrannia – Non merita il modo in cui viene trattato. Non è solo la vita di Ahmadreza in gioco. La nostra vita, la mia e quella dei nostri figli, è stata distrutta dal giorno in cui mio marito è stato arrestato”.

Massimo Persotti

Firma l’appello sul sito di Amnesty International:

La finanza, il socialismo, la democrazia

Le banche, o sarebbe meglio dire la gestione spericolata della finanza, hanno oggi rimodulato la divisione più o meno tradizionale delle classi. Gia con la terziarizzazione, cioè col contrario di quel che prevedeva il vecchio dottrinarismo marxista, erano cadute le previsioni del filosofo di Treviri. Si potrebbe aggiungere che oggi proprio la globalizzazione unita alla finanziarizzazione dell’economia hanno prodotto in Occidente, e soprattutto in Europa, e ancor di più in Italia, una discesa verso il basso del ceto medio, vicino proprio all’idea della sua proletarizzazione.

Ma é il concetto di contrapposizione e di inconciliabilità degli interessi che é saltato. Il potere non é un palazzo da conquistare. E’ una ragnatela in cui quello politico non é il ragno. E neppure quello economico, del quale i governi non sono la sovrastruttura. Il potere della finanza é invisibile, disarticolato, segmentato, subdolo. Si accresce a volte mediante la spregiudicatezza, a volte sulla base di una sensazione o di una previsione azzeccata. Fa vittime interclassiste, suicidi uniti nella lotta, e nell’angoscia. Ha il popolo dall’altra parte. Quello degli imprenditori, degli artigiani, dei commercianti, dei dipendenti, dei pensionati. Altro che contrapposizione tra capitale e lavoro.

La vera contrapposizione dei giorni nostri pare quella tra potere finanziario e popolo. La finanza, che non é la banca, della quale semmai la finanza si serve, si mostra come il moderno palazzo d’inverno. Ma non é neutrale, non é il mostro. Siamo noi che lasciandole piena libertà di manovra la rendiamo tale. Se gli stati decidessero una buona volta di intervenire, se l’Europa si accorgesse della necessità degli eurobond, se l’Italia dividesse banche tradizionali e banche d’affari, che usano il denaro dei risparmiatori per comprare derivati, debiti esteri, per entrare in affari rischiosi, se, insomma, la politica tornasse in campo perché non c’è nulla di immodificabile, forse la realtà potrebbe cambiare.

Mi pare che una nuova idea di socialismo sia oggi quanto mai utile, necessaria, imprescindibile. Il socialismo dell’equità e non della contrapposizione tra le classi, quello che si oppone ai poteri assoluti, alla rendita degli egoismi, alla supremazia delle posizioni inutili allo sviluppo e alla diffusione della ricchezza. Servono nuove ambizioni, nuove analisi e programmi. Tutto ciò che sa di deja vu, di vecchio e consunto, é meglio lasciarlo da parte e deporlo in soffitta. Serve una corale solidarietà, il concetto originario del socialismo coniugato col nostro mondo. Anche per questo la nuova configurazione del socialismo va rapportata anche, e soprattutto, alla sua capacità di salvare le vittime della finanza. Di sorreggerle, di affiancarle. Di rendere vita dura agli sfruttatori del duemila, che non sono più gli imprenditori, ma il mondo invisibile che li opprime, che ci opprime. Un mondo che non riusciamo, o forse non vogliamo, controllare.

Si dirà che la moderna economia é affidata a uno schema liberista, interpretato dalle borse e da un mercato globale governato da cartelli ignoti, da segnali impercettibili. La nostra ansia deriva dall’incapacità di capire, di interpretare, di inserire in questo mondo un progetto, una correzione. Se questa nuova dimensione della finanza globale é inafferrabile, a cosa serve la politica? Se dobbiamo rassegnarci e alzare le braccia, arrenderci dunque, perché affannarci, perché impegnarci, perché combatterci e contrapporci? E’ come un inutile gioco, il nostro, mentre altrove si fa sul serio. Il rischio é la fine della democrazia, cioé del potere del popolo. Così se un moderno socialismo può ancora essere utile per correggere le ingiustizie, la cultura democratica, quella che rimette al primo posto il potere dei popoli, é oggi per taluni versi rivoluzionaria.

Non credo che il mondo in cui viviamo sia immodificabile. E che al primo posto ci sia inevitabilmente un potere invisibile. Credo che non si possa bloccare la globalizzazione, che pure ha generato il progresso di intere popolazioni condannate alla miseria (il socialismo é un’etica internazionale), né che il ritorno all’autarchia e ai nazionalismi siano la ricetta da sposare. Penso che l’Europa non sia l’utopia trasformata in inesorabile incubo. Sarebbe però il momento, come sottolinea oggi Claudio Martelli ricordando le perplessità di Craxi sugli accordi di Maastricht, che nel nostro continente si ponesse davvero l’accento sulla creazione dell’Europa politica. Se non sarà democratica, l’Europa non sarà e forse é bene che non sia. Sarà travolta dai populismi a causa degli effetti negativi che sta generando la sua dimensione unicamente monetaria. La crescita dell’Italia è il fanalino di coda. Nella crisi generale c’é un caso italiano. Siamo alla metà dello sviluppo europeo, dietro anche la Spagna e la Grecia. Non é il caso di cambiare marcia? O si attendono nuovi salvatori della patria?

Gli italiani senza italiano

Se ne sono accorti, finalmente. Seicento docenti universitari hanno firmato un appello perché si ritorni all’uso della lingua italiana, visto che gli studenti non sanno più scrivere. E, aggiungo, parlare. D’altronde mica é colpa loro. Un po’ di colpa ce l’hanno anche i docenti che la lingua dovrebbero insegnare. E ce l’ha la scuola, anche quella primaria, che di tutto si occupa tranne che dell’uso corretto della lingua (non si fanno più, o quasi più, dettati, l’uso delle doppie è spesso ignorato, mancano esercizi di bella calligrafia che é anche ordine mentale). Ce l’hanno i mezzi di informazione: la Tv, i giornali, i social. E ce l’ha un mondo che non conosce quasi più socializzazione dal vivo.

Cominciamo dalla Tv. Perché non si pretende dai conduttori dei programmi, dai giornalisti e dagli invitati un uso corretto del congiuntivo? Non si dice “Spero che tu sei”, ma “Spero che tu sia”. Chi non usa il congiuntivo venga tenuto lontano dalla Tv. Se lo vogliono mettere in testa anche a Roma? Poi l’uso dell’aggettivazione che pare scomparso. E sostituito dall’espressione e dal prolungamento dell’ultima lettera. Io non dico più “una triste serata”, ma una “serata” con diverse A. Possibile che si pensi all’aggettivo qualificativo come un retorico strumento di stampo ottocentesco? Se poi passiamo ai giornali, qui c’é da ridere, o da piangere. Nelle mie ricerche, fondate sulla lettura di giornali prevalentemente locali, mi ha impressionato la correttezza meticolosa degli articoli degli anni trenta, quaranta e anche cinquanta, nei primi due decenni citati pur coniugata con l’enfasi del regime. Tutto era però formalmente ineccepibile.

Eppure l’analfabetismo e la scolarizzazione, in particolare secondaria e universitaria, non erano paragonabili a quelle odierne. Allora si pretendeva che un giornalista sapesse scrivere bene, oggi si preferisce un cacciatore di scoop. Poi esiste un ulteriore fenomeno, che può rivelarsi pericoloso. Con la sostituzione della lingua parlata e scritta con quella dei social si arriva alla trasformazione del nostro linguaggio in una forma duale: mi piace o non mi piace, condivido o non condivido. Tutto è schema, e spesso sigla. Negli sms una lettera d’amore si trasforma in un tvb, se é amore intenso in un tvmb. I giovani, peraltro, hanno occasione di socializzare solo per via informatica

Noi avevamo i dibattiti dopo i cineforum, le assemblee studentesche, le sezioni e le federazioni dei partiti, i circoli culturali, insomma la nostra generazione é stata allevata al culto della parola e dello scritto. Abbiamo collaborato con giornali, li abbiamo fondati e stampato opuscoli, scritto e distribuiti volantini. La parola parlata e scritta non ci mancava. Oggi tutto questo é tramontato o quasi. I giovani non vivono più associati e legati da strumenti di comunicazione tradizionali. Certo esiste Internet, che però ha cambiato il linguaggio. Ed esistono fior fior di intellettuali che non sanno comunicare un pensiero in pubblico. Non ci sono abituati. Trionfa il solipsismo. Allora, cari docenti, cercate non solo di elevare un giusto grido di allarme, ma di proporre qualche soluzione, anche drastica. Insegnare l’italiano a scuola, pretendere dagli studenti, prima delle nozioni sulle vostre materie, un uso corretto della lingua italiana nello scritto, che dovrebbe essere esteso, e nell’orale. Urlare al lupo, senza fornire strumenti per catturarlo, può essere inutile se non dannoso.