E la Cgil rompe sulle pensioni

Consideriamo questo sciopero, o “grande mobilitazione” come é stata definita, che la Cgil, rompendo l’unità sindacale, ha annunciato contro la posizione del governo sulle pensioni. Gentiloni in ottemperanza alla legge Dini del 1995 deve rivedere il tetto dell’età pensionabile in base all’aumento della durata di vita. Calcoli alla mano scatterebbe a 67 anni nel 2019. Sono per la prima volta state inserite le cosiddette categorie usuranti che da 13, dopo la trattativa, son diventate 15. Inoltre il governo ha introdotto il limite di tre mesi di aumento dell’età pensionabile anche se l’aumento della vita fosse più lungo. Poi c’è l’estensione della cosiddetta Ape social (l’uscita anticipata dal lavoro senza oneri) e l’istituzione di un fondo per inserire risparmi di spesa atti a finanziare la stabilizzazione della stessa Ape social. E anche l’istituzione di una commissione di esperti per calcolare in modo obiettivo l’aumento della durata di vita e il rapporto con l’aumento dell’età pensionabile. Non basta.

Sarà mobilitazione per il 2 dicembre. Ancora sulle pensioni, ma invocando, questa la contraddizione, la mancanza di seri provvedimenti per i giovani e le donne. Da stropicciarsi gli occhi. Si discute di aumento dell’età pensionabile e si rompe sui giovani e le donne. Avesse proposto la Camusso una specie di patto tra le generazioni, accettando qualche sacrificio in più per gli anziani in cambio di qualche vantaggio per i giovani, saremmo stati d’accordo. No. O tutto o niente. Mi é capitato l’altra sera di ascoltare le parole di ragazzi che rimproveravano la Camusso di occuparsi dell’aumento dell’età pensionabile e non di loro, che il lavoro non ce l’hanno e che vedono dispiegarsi dinnanzi una vita di insicurezze e di precarietà. Vuoi che la Camusso abbia fatto tesoro di questi rimproveri?

La verità è che se mobilitazione ci sarà non sarà una massiccia aggregazione di giovani e donne, ma di pensionati che protestano, legittimamente, per l’aumento dell’età pensionabile. Grave fu l’errore del governo Prodi, incalzato allora da Rifondazione e dalla Cgil, di eliminare il cosiddetto “scalone” spendendo l’enorme cifra di dieci miliardi di euro. Li avesse investiti per il lavoro e il sostegno ai giovani sarebbe stato meglio. Anche oggi. Se a un anno in più di pensione corrispondesse un impegno più massiccio per il lavoro, noi plaudiremmo. Per adesso ci limitiamo alla solita considerazione sul carattere spesso conservativo di parte del sindacato italiano, che continua, per difendere gli interessi dei suoi aggregati, a vedere, con lenti vecchie, una realtà profondamente trasformata.

Il percorso elettorale dei socialisti

Quel che sostengo da tempo é diventato non solo giusto politicamente, ma anche necessario elettoralmente. Col Rosatellum nella parte uninominale maggioritaria puoi avere candidati se presenti una lista sul proporzionale. Nessuno regalerà nulla, men che meno il Pd oggi accreditato della percentuale del 2013 e dunque, senza premio di maggioranza, in perdita secca di una caterva di parlamentari. Nello stesso tempo la nuova legge elettorale prevede le coalizioni e il voto unico. Voto la lista e prendo il voto sull’uninominale e viceversa. Che importa sottolineare che il voto unico e lo sbarramento nazionale sono di dubbia costituzionalità. Se non succede il finimondo con questa legge si affronteranno le elezioni di primavera.

Evidente che i socialisti debbano scegliere la coalizione di centro-sinistra, visto che in essa (Italia bene comune) si sono collocati nel 2013 e sono stati parte integrante dei governi Renzi e Gentiloni. Nello stesso tempo é altrettanto evidente che, con lo sbarramento al 3 per cento, non possano presentare il simbolo del partito (contrariamente a quanto si sarebbe potuto fare nel 2013, quando si votò praticamente senza sbarramento delle liste coalizzate). Dunque la strada giusta é diventata obbligata. E poiché Emma Bonino ha deciso di promuovere una lista europeista quale altro interlocutore più vicino alla nostra identità e alle nostre battaglie poteva presentarsi per incentivare la nostra convinta adesione?

Oltretutto l’opportunità é quella di andare ben oltre l’esperienza della Rosa nel pugno, che pure non ho mai giudicato negativamente e che ha consentito l’elezione di ben diciotto deputati oltre a prefigurare un convincente, ma ahimè sciaguratamente interrotto, itinerario politico. La disponibilità dei Verdi di Bonelli, l’ancora non chiarita collocazione di Pisapia aprono nuovi e finora inesplorati orizzonti. Certo vanno oggi superati anacronistici steccati, assurde primogeniture, piccole gelosie, vecchi rancori. La lista Bonino o Bonino-Piasapia, deve aprirsi a nuovi contributi altrimenti rischia di configurarsi solo come un espediente tattico per contrattare qualche posizione sul maggioritario. Sarebbe davvero incomprensibile che un’idea che può diventare grande scegliesse di rimanere piccola.

Altro non vedo, che non siano anomale alleanze o improduttive capitolazioni. Quel che va registrato, invece, é che i nostri dissidenti hanno scelto ormai l’adesione alla lista Mdp-Sinistra italiana. Ma non erano loro che lanciavano ad ogni piè sospinto la proposta della lista socialista, dell’unità socialista, dell’autonomia socialista? Sapevamo bene che quell’accordo era gia stato scritto nel momento in cui anche con azioni legali e soprattutto con la posizione sul referendum costoro mettevano in discussione la legittimità delle nostre assise e delle nostre decisioni politiche. La verità é che noi stiamo tentando di costruire una lista liberal socialista, loro si sono comodamente seduti (non so con quali promesse di candidature, spero per loro che gli impegni vengano mantenuti) in una lista di altri, a meno che non si consideri D’Alema più amico dei socialisti di quanto non sia la Bonino. Valutazione legittima, ma che fa a pugni con la nostra storia passata e recente. A loro auguro affettuosamente buon viaggio. Spero che cavino qualcosa dal buco. In politica si può perdere assumendo una collocazione naturale, con una innaturale la sconfitta brucia troppo e diventa impossibile riprendere il cammino.

Quel mercato degli schiavi

E’ stato tutto filmato. E quel che si vede e si sente é agghiacciante. Non solo nei campi libici i migranti bloccati sono tenuti come in una grande e sudicia prigione, ma si svolgono veri e propri mercati di vendita e acquisto degli uomini. In perfetto stile schiavismo americano pre ottocentesco. Era evidente che non ci si poteva fidare della volontà o capacità della Libia di vigilare, gestire, umanizzare questi luoghi di momentaneo rifugio dei migranti bloccati. Era evidente che un paese con due governi, decine di tribù, la guerra al terrorismo, le bande dei traghettatori alla Caronte magari assoldati per il lavoro sporco, non prometteva nulla di buono.

Sapevamo anche che questa era la preoccupazione principale del ministro Minniti, che abbiamo appoggiato nella sua strategia che punta al governo italiano ed europeo di un fenomeno prima sottovalutato e poi spesso colpevolmente ignorato. Adesso si muove, finalmente, il commissario per i diritti umani. Ma non é trascorso troppo tempo? Da quanti mesi andiamo ripetendo che il respingimento in Libia deve essere governato dall’Onu e che alla gestione Onu vanno affidati i campi? L’emergenza deve portare a un immediato cambio di rotta. Non è possibile ignorare i diritti umani di tante persone, uomini, donne e bambini, dei quali ignoriamo le modalità di trattamento. Vanno immediatamente bloccati questi ignobili mercati di esseri umani, individuati e puniti coloro che li hanno messi in atto.

La strategia di contenimento dei flussi migratori non può cambiare di fronte a tali abnormità. Non possiamo permetterci di rinnovare i vecchi flussi, di divenire di nuovo attracco di navi della disperazione, quando il mare non le abbia prima sommerse e affondate. Non possiamo tornare a divenire fonte di guadagno dei mercanti di morte, che approfittano della volontà di migliaia e migliaia di poveretti di uscire dall’inferno delle guerre e della povertà per sfruttarli, arricchirsi, ingrassare enti e cooperative, fuoriuscendo spesso dalla legalità e contribuendo a generare conflitti, paure, disagi. Però abbiamo il dovere di intervenire in Libia dove si gioca la partita della libertà, della dignità, dei diritto di tutte le donne e gli uomini del mondo. “Aiutiamoli a casa loro” da oggi significa per noi evitare che, non rischiando più la morte nel Mediterraneo, costoro rischino la vita e il loro destino tra le malversazioni e le ignobili aste di esseri umani, quasi fossero oggetti e non persone, in un’insopportabile e scioccante oasi di medioevo. Una buona dose di internazionalismo umanitario ci spinge a non alzare mai le spalle di fronte ai drammi ovunque si consumino.

Nencini: “Per il centrosinistra è tempo di responsabilità”

Camera fiduciaSi apre il dibattito nel centrosinistra in vista delle prossime elezioni politiche. La legislatura vede la sua fine naturale nella prossima primavera. Dopo la bocciatura da parte della Consulta dell’Italicum, i partiti si trovano a confrontarsi con un altro sistema elettorale, quello previsto dal Rosatellum bis che, al contrario del sistema cassato, rimette al centro il ruolo delle coalizioni capovolgendo di fatto l’impostazione voluta inizialmente da Renzi. Ovviamente i programmi sono al centro di ogni campagna elettorale, ma altrettanto ovvio è che i partiti si attrezzano a seconda del sistema di voto. E in Italia, sappiamo, che le leggi elettorali sono spesso soggette a cambiamenti. Dopo gli anni di proporzionale della prima Repubblica, si è passati al Mattarellum, poi al Porcellum, successivamente all’Italicum (approvato ma mai usato) e infine al Rosatellum bis. La direzione del Pd di lunedì scorso ha rimesso al centro il ruolo delle coalizioni con il riconoscimento da parte del segretario Dem della necessità di allargare il campo. Concetto rilanciato anche nella e news del segretario: “Siamo pronti a fare un’alleanza larga senza mettere veti, senza personalismi”.

“Per il centrosinistra è tempo di responsabilità, per non consegnare il Paese alle destre o al populismo” ha detto il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, intervenendo nel dibattito sulle alleanze. “Bisogna contare in una coalizione larga”- ha aggiunto – “che comprenda i centristi, le forze riformiste, laiche, ambientaliste ed europeiste e scrivere urgentemente un programma comune che parta dalle cose buone fatte dagli ultimi due governi, per sottoscriverlo con gli italiani. Noi stiamo lavorando per questo”- ha proseguito. Mi auguro che presto si possa discutere insieme attorno ad un tavolo e fissare dei paletti sul programma: tutela del lavoro a tempo indeterminato, Europa federale con un unico ministro del tesoro europeo, inserire la casa tra i pilastri del nuovo welfare, riforme istituzionali da affrontare con una Assemblea Costituente. La proposta avanzata ieri da Renzi è convincente. In concreto la discuteremo nelle prossime ore quando lo incontreremo” – ha concluso.

L’apertura di Renzi verso una coalizione elettorale ampia è stata valutata positivamente anche dal coordinatore nazionale dei Verdi Angelo Bonelli: “Abbiamo chiesto un incontro per verificare le compatibilità programmatiche che sino ad oggi sono state difficili tra Verdi e PD. Riteniamo che in questa fase difficile per il Paese, che rischia di consegnare il paese alle peggiori destre e alla demagogia, sia necessario che prevalga il senso di responsabilità. Noi questa responsabilità la sentiamo e la vogliamo praticare ma è necessario che si sia un ascolto vero alle istanze ecologiste. Per noi la priorità è affrontare il tema dei cambiamenti climatici, questo vuol dire un Piano strutturale sul consumo suolo, un Piano energetico 100% rinnovabili e uno sulla mobilità sostenibile, politiche diverse nelle politiche ambientali ed economiche alle crisi industriali del nostro paese e un piano per la tutela della biodiversità”. “Proprio per questo – ha concluso Bonelli – è in programma nei prossimi giorni un incontro tra i Verdi e il PD. I Verdi lavorano anche affinché continui l’importante e coraggioso lavoro di Pisapia con Campo Progressista e per unire i Radicali italiani e i socialisti in una grande lista europeista, ecologista e dei diritti”.

Nel dibattito è intervenuto anche l’ex segretario del Pd Piero Fassino. “Sto lavorando in queste ore – ha detto – a un’agenda di incontri con i segretari di partito e gli esponenti di tutto l’arco del centrosinistra. Da domani inizierò un primo giro di colloqui che avranno carattere istruttorio per valutare insieme ai miei interlocutori come proseguire un confronto che possa portare alla costruzione di un centrosinistra inclusivo e largo”. “Contatti sono in corso con Campo progressista, Articolo 1-Mdp, Possibile, Sinistra italiana, Radicali italiani, Verdi, Italia dei valori, Socialisti. Naturalmente – ha spiegato Fassino – gestirò gli incontri in contatto quotidiano con Renzi, il vicesegretario Martina, il coordinatore Guerini e con gli altri dirigenti della segreteria e delle minoranze del Partito democratico”.

Ginevra Matiz

L’Italia (non) s’é desta

Non andremo ai mondiali russi. Non é la notizia peggiore, ma é pur sempre una sventura (senza usare una perifrasi) italiana. Non é un grande problema, ma non si vive solo di quelli. E fortunatamente. Se no dovremmo avere sempre pessimi umori. Non è la morte, la guerra, la fame, il terremoto. Ma è un’emozione. Opposta a quella che ci ha attraversato come un fremito quando, nel 1982 e nel 2006, dopo la vittoria dei mondiali, abbiamo invaso le nostre piazze manifestando gioia incontenibile e sventolando il nostro tricolore. Ricordo bene quando, dopo quell’Italia-Germania 4 a 3 di Messico 70, anche i sessantottini si trovarono uniti a inebriarsi in quella notte da quasi campioni.

E ricordo quando più o meno gli stessi, diventati adulti, gioirono dopo il gol di Bettega all’Argentina in quel 1978 bagnato dal sangue del terrorismo in Italia e della spietata dittatura di Videla a Buenos Aires, che ci sfuggì. Poi il Mundial spagnolo col rinato Pablito che fece piangere i miti brasiliani e le notti magiche con Roma che brulicava di passione e di vino nelle trattorie del centro. E quella delusione ai rigori con Napoli divisa tra l’amore per Maradona e per l’Italia. E i rigori maledetti che ci tolsero la Coppa in America, poi le delusioni in Francia e in Corea, complice un arbitro corrotto di nome Moreno. Fino al trionfo, in piena Calciopoli, in Germania, con Zidane e la sua gradita testata.

Ma soprattutto ricordo le due ultime eliminazioni al primo turno in Sudafrica e in Brasile e la retrocessione dell’Italia da testa di serie a numero due, tanto da farci tremare al pensiero di dover battere la Spagna per qualificarci ai mondiali di Putin. Presuntuosi e mediocri abbiamo anche solo evitato di concorrere e sapevamo, dopo la batosta di Madrid, che avremmo dovuto spareggiare. Si pensava: va bene la Svezia, poteva andar peggio. In effetti gli svedesi sono poca cosa, anche se dotati di fisico, di grinta, di muscoli. Ci si è messa anche la sfortuna, anche un arbitro semi cieco, anche un autogol. E per un autogol siamo finiti fuori, fuor dai mondiali, fuori dalle nostre progettate e immancabili emozioni estive. Dai nostri barbecue e pizze cogli amici.

Siamo stati privati di un’attesa. I mondiali russi li vedremo con distacco. Non accadeva dal 1958 quando l’Italia degli oriundi (Ghiggia, Schiaffino, Montuori e Da Costa) venne eliminata dall’Irlanda del nord che sapeva lottare non solo per la sua indipendenza. Inutile girarci attorno. E’ peggio della Corea del 1966, che almeno ci regalò la rinascita col blocco degli stranieri. Non diremo “Svezia” a Ventura perché si tratta di un paese che ci ha regalato campioni (Hamrin, Liedholm, Skoglund, Green, Nordhal) ma assai datati e stimolanti e emancipate bionde da urlo. Basta ricordare che i campioni non nascono neanche da noi. Non ci sono più i Baggio, ma neanche i Totti, i Del Piero, i Pirlo. Non bastano undici bravi giocatori, senza fantasia, che non sanno mai saltare l’uomo. Non bastano tanti passaggi in diagonale e all’indietro.

Via tutti, adesso. Via Ventura, che non ha saputo organizzare un gioco, passando da uno schema all’altro, da un giocatore all’altro, da una sostituzione e da un’esclusione all’altra, via Tavecchio, presidente di una Federazione che ha fallito, figlio di giochi interni, di calcoli e di ambizioni. Ci pensi Malagò a usare la scopa. Si riparta dall’unico che ha saputo cavar succo e cioè da Antonio Conte. Si progetti subito una regolamentazione degli stranieri, si usino più italiani con un minimo fissato, si riduca la serie A a sedici squadre, si potenzino i vivai, si investa in infrastrutture e si adotti per gli stadi il modello inglese (siamo quasi ultimi anche come numero di presenze allo stadio). In un’ Italia che aumenta di Pil la metà dell’Europa, anche con lo sport (ricordiamo le cocenti delusioni nel basket e nell’atletica) siamo in linea. Perché stupirsi?

Ragionevoli dubbi

Il commediografo americano Arthur Miller scrisse nel 1953 un dramma, “Il crogiuolo”, ambientato nel Massachussets del XVII secolo in cui si narra l’insorgere in un piccolo paese della provincia americana della psicosi della stregoneria divenuta poi un’endemica caccia alle streghe conclusasi tragicamente per l’innocente protagonista John Proctor.
Miller come molti altri scrittori, sceneggiatori e registi fu vittima del maccartismo, la campagna della commissione parlamentare sulle (supposte) attività antiamericane condotta dal senatore Joseph McCarthy con il supporto del potente capo dell’FBI Edgar J. Hoover che, all’inizio degli anni 50 del secolo scorso, in piena Guerra fredda, sprofondò il sistema scientifico culturale e in particolare Hollywood in un clima plumbeo.
Era sufficiente un sospetto di filocomunismo, una diceria, una delazione per condurre il sospettato innanzi alla commissione presieduta dal senatore del Wisconsin ed essere successivamente emarginato poiché il “ragionevole dubbio” di colpevolezza si trasformava in una sicura condanna.
Tra le vittime del “ragionevole dubbio” vi furono celebri personalità del mondo dello spettacolo ma non solo: da Charlie Chaplin al compositore Elmer Bernstein fino ad Albert Einstein. Neanche a dirlo, ebrei.
Le ricadute dell’affaire Weinstein, il moltiplicarsi di chiamate in correità di altri personaggi dello star system hollywoodiano, appaiono molto simili a quella lontana vicenda del secolo scorso. Almeno per un aspetto: dopo Weinstein sono stati coinvolti tra gli altri Dustin Hoffmann e Richard Dreyfuss. Neanche a dirlo, ebrei. Per ora si sono salvati dalla gogna Ben Stiller e Barbra Streisand, quest’ultima forse perché donna.
Insomma, tra i miasmi di storiacce più o meno verosimili, di molestie sessuali denunciate a scoppio ritardato si avverte l’emergere dell’odioso afrore dell’antisemitismo su cui non poteva esimersi di soffiare Dario Argento, padre di Asia, che ha addirittura evocato il “ragionevole dubbio” che la figlia possa divenire oggetto delle sbrigative attenzioni del Mossad.
Come se il servizio segreto israeliano non avesse problemi ben più gravi a cui fare fronte.
Un “ragionevole dubbio” dunque si può insinuare: che Argento senior stia preparando un remake del film del 1940 “Suss l’ebreo”, uno dei film preferiti da Heinrich Himmler che tra gli sceneggiatori annoverava un certo Joseph Goebbels.

Emanuele Pecheux

I Promessi sposi

Non si comprende se ognuno dei protagonisti della politica italiana si sia riservato una parte. Fossimo a teatro la recita sarebbe quella dei Promessi sposi. Renzi, come il quasi omonimo, nei panni del pretendente, Pisapia (il ruolo più confacente sarebbe forse quello di don Abbondio) in quello della sposa contesa, D’Alema e Bersani in quello dei “bravi” che il matrimonio non lo vogliono, Grasso in quello dell’Innominato. Ma non siamo in una sia pur artistica recita. Dobbiamo organizzare il campo del centro-sinistra. Con molta meno prosopopea.

Il convegno di Pisapia non ha per ora dato risposte. Il leader della sinistra, sostituito poi con Grasso, ha per ora solo auspicato unità e discontinuità. Se per unità intende un accordo che vada da Alfano a Mdp se lo può scordare. Se per discontinuità pretende le dimissioni di Renzi da segretario del Pd (quelle da candidato leader del centro-sinistra le ha già date) pure. Se non avrà quel che chiede e non si accontenterà di quel che c’é si ritirerà o svolterà su D’Alema dove, da numero uno, si accontenterà di fare il vice Grasso o il vice Dio, per dirla con le parole di Bersani. La Boldrini lo ha già anticipato. Mai con questo Pd, ha gridato, pur avendone volentieri accettato i voti per la terza carica dello stato (in realtà fu inventata da Bersani al quale forse deve riconoscenza).

Quel che stupisce é il commento di Franceschini che ha riscontrato l’esistenza di disponibilità a far fronte comune, mentre Veltroni continua ovunque ad implorare unità, come Fra Galdino implorava noci. Personalmente lascerei perdere la teatralità, gli infingimenti, gli appelli. Mi concentrerei sul reale che, come diceva Hegel, é il solo razionale. E nel centro-sinistra inizierei a costruire le tre gambe su cui deve reggersi il tavolo dell’alleanza, o apparentamento, elettorale. Da un lato la lista centrista si sta organizzando con quel che resta del vecchio Nuovo centro-destra, con i seguaci di Casini (non l’Udc di Cesa che é tornata nel centro-destra), con gli ex Scelta civica, forse coi verdiniani.

Poi ovviamente la lista del Pd. E la terza, che non può mancare perché una esclusiva alleanza tra Pd e Alfano é strabica, perde equilibrio e il tavolo vacilla. Il Pd non può permetterselo se non perdendo consenso. E questa lista sarà anche la nostra. Oggi si é svolto l’incontro tra Renzi e la Bonino. Pare sia stato costruttivo. La Bonino gli ha parlato della lista europeista. Con la Bonino c’é Forza Europa di Della Vedova, ci sono i verdi di Bonelli. Domani Nencini incontrerà Renzi. Possiamo stare altrove? Con o senza Pisapia, perché anche al nostro interno si é manifestata una preoccupazione un po’ ambigua. Si dice che Pisapia non sposterebbe ormai un voto e poi si fa della presenza di Pisapia la conditio sine qua non. Pisapia non è Fra Cristoforo con in mano le chiavi per risolvere la trama delle elezioni. E nemmeno quelle della formazione della nostra lista. Essere subalterni al Pd può dare fastidio a qualcuno. Ma dura lex… Diventarlo di Pisapia sarebbe insopportabile.

Il merito e il bisogno oggi

Pubblico il testo della mia relazione al convegno di Milano

Come ho già confessato, siccome Renzi ha scritto Avanti io, che di questo giornale sono direttore, sto scrivendo l’Unità. Si tratta in realtà di un doppio paradosso. Con Avanti Renzi è andato indietro e parecchio in Sicilia, mentre il titolo L’Unità è volutamente provocatorio per raccontare le divisioni, le scissioni, le radiazioni in seno alla sinistra italiana. O meglio le diramazioni di quel maestoso fiume del quale ci parlava Filippo Turati, la cui sorgente fu la nascita, 125 anni fa, del primo partito dei lavoratori. Se queste divisioni appartenevano a conflitti storici, a diverse visioni del mondo, come mai oggi esse sopravvivono a loro stesse e nell’area della sinistra si affaccia un folto raggruppamento di sigle quale mai è esistito in passato? C’è quasi un’idiozia di fondo che anima i diversi comportamenti. Cioè che debba esistere ancora la sinistra con tanto di sacerdoti, profeti, seguaci. E non invece soggetti dotati di idee che possono trasformarsi in cose concrete. Forse la sinistra italiana non si è mai laicizzata, è sopravvissuta a se stessa. E qui che si dovrebbe innanzitutto correggere il lessico politico italiano. E la domanda da porsi semmai è la seguente, assai più pertinente di quella che si riferisce alle sue divisioni. E cioè: perché la sinistra, cioè i partiti socialisti, ma anche gli altri soggetti, perde ovunque consensi in Europa e anche in Italia? E partendo dalla seconda domanda si può più facilmente rispondere alla prima.

Per anni la divisione nasceva da un convincimento: e cioè che l’ideologia fosse più forte della realtà. Che valesse di più la coerenza con un testo, che non un risultato prodotto. Meglio gli slogan del Pci dei risultati del centro sinistra, insomma. Resta il fatto che, a prescindere dalla Francia di Macron, non è stato elaborato un nuovo pensiero politico. Se mi venisse in mente un nuovo convincimento programmatico, un’intuizione originale nata a sinistra in questi ultimi anni in Italia mi viene in mente solo quello della rottamazione. Certo che passare dal dogma del marxismo a quello della rottamazione è un amaro segno dei tempi. Scrive a tale proposito Emanuele Macaluso: “Qualcuno si offende quando dico che una volta un bracciante emiliano e un contadino delle Madonia avevano cultura politica, interesse e visione del mondo superiori a quelle dell’attuale classe politica”. Come dargli torto? Questo vuoto si alimenta anche con il recupero di vecchi riti come quello della scomunica. Anche oggi vengono politicamente bollati come non di sinistra, fuori dalla sinistra, o non sufficientemente di sinistra, partiti e personaggi politici senza possibilità di replica. Oppure come vecchi, troppo utilizzati, riciclati, personalità di valore in nome di una nuova ideologia che Ugo Intini ha definito “la lotta delle classi”… L’adesione al culto del nuovo, più a sinistra che non a destra per la verità (ma la destra repubblicana è stata storicamente meno propensa a irrigidirsi su un dogma, su una teoria o una profezia), tutto questo ha spinto a riconoscere l’inesperienza perfino come un merito e l’esperienza come un difetto, capovolgendo i valori logici della realtà. E senza comprendere che anche questa parola, la sinistra o se volete la più attuale definizione di centrosinistra italiano, è priva di significato se non la si avvalora di precisi e attuali programmi e comportamenti. Dico subito che se la parola sinistra deve avere con sé un concreto presupposto programmatico, la parola socialismo deve associarsi a mio avviso a due aggettivi ineludibili, e cioè riformista e liberale. Altrimenti la prima diventa vacua e la seconda potenzialmente perniciosa. Bisognerebbe oggi azzerare molte cose e ripartire da capo. E guardate che solo così oggi si può leggere il presente e lavorare per un futuro migliore. Radere al suolo le antiche certezze e riformulare un percorso. E forse arrendersi al titolo di un’opera di un musicista contemporaneo: “No hay caminos, hay que caminar”.

Non siamo stati noi per primi a distruggere i miti? Non abbiamo fatto noi della revisione e non dell’ortodossia la nostra bussola? Quella di un revisionismo riformista e liberale del socialismo, definito quasi sempre dai nostri interlocutori come deviazione quando non come tradimento. Dna perduto. Come se la politica fosse un campo seminato da certezze assolute che non conoscono il trascorrere del tempo, il tramonto degli uomini e il procedere delle trasformazioni. Noi abbiamo profuso il meglio di noi stessi, molto prima di Blair e di Macron, per laicizzare la religione marxista e condannare, contrapponendola al pluralismo, quella leninista, quando ancora nella seconda metà degli anni settanta, il Pci dal marxismo-leninismo aveva solo tolto il trattino. E oggi ci interroghiamo se alla luce della crisi economica e della prevalenza della finanza sull’industria e nell’industria, non sia il caso di tornare agli anni precedenti le nostre revisioni, tacciando i governi dell’attuale centrosinistra di non essere sufficientemente di sinistra, e dunque rilanciando il valore intrinseco di una parola, il cui valore assoluto per primi abbiamo contestato. Lo dico perché vedo in giro una certa propensione a cavalcare vecchie e arrugginite teorie: il vecchio concetto di socialismo senza aggettivi, la lotta al mercato, l’idea che il liberismo (che non è mai stato nostro) sia di per sé un disvalore, una nuova vocazione alla statizzazione. E perché no la riscoperta, e non parlo solo di Diego Fusaro che su Tangentopoli ha scritto cose apprezzabili, ma anche nel nostro mondo e in quello degli scissionisti del Pd, di vecchie ricette e già conosciute rigidità. Faccio esempi: la dura condanna del Jobs act, che un giuslavorista riformista come Pietro Ichino, che partecipò anche per onorare il socialista Marco Biagi alla Costituente socialista del 2007, ha patrocinato e sostenuto, la preferenza del simbolo dell’articolo 18 rispetto alla possibilità di unificare il mercato del lavoro per creare diritti anche a chi non li ha mai avuti (circa la metà degli occupati) e per alleggerire vincoli che si erano fatti troppo rigidi. La contestazione della Buona scuola dopo avere per decenni sostenuto l’autonomia scolastica. Noi siamo stati per troppo tempo chiusi in casa. Basterebbe leggersi l’Agenda 2010 del cancelliere socialdemocratico Schroeder per capire. O le proposte del governo Vals. E se qualcuno riprende le tesi di Tsipras prima maniera, è subito costretto a rivederle e magari a diventare un seguace di Varoufakis dopo. Anche Corbyn, come Tsipras, se dovesse andare al governo sarà costretto ad emendare il suo socialismo statalista che gli ha fruttato voti anche per la debolezza della sua avversaria. Governare oggi logora, caro Andreotti, logora molto più che restare senza potere. E non può che non destare preoccupazione che gli unici governi capaci di reggere nonostante gli insuccessi elettorali siano quelli conservatori e di destra (penso a Rajoy, alla Merkel e alla May). Altro che lettura più intransigentemente di sinistra. Il mondo, l’Europa, anche l’Italia virano verso destra e i voti in uscita dalla sinistra, penso alla Sicilia, non vanno ai partiti più di sinistra ma si diffondono in vari e apparentemente contradditori rivoli. O si rifugiano nell’indifferenza degli astensionisti, i soli che vincono ormai quasi tutte le scadenze elettorali.

Son trascorsi trentacinque anni da quella conferenza programmatica di Rimini in cui il Psi del nuovo corso, avviato con il Comitato centrale del Midas del 1976, affrontò, dopo il suo “primum vivere”, il suo “deinde philosophari”. E di quella conferenza il perno fu il ragionamento di Claudio Martelli sui meriti e i bisogni. Anzi, sull’alleanza del merito col bisogno. Si trattava della scomposizione della classica teoria classista che era ancora in vigore anche nel Psi, dell’introduzione della categoria del merito dentro lo schema di analisi e di valorizzazione di un partito di sinistra, ma soprattutto di concepire come tra merito e bisogno potesse, anzi dovesse, essere stabilita un’intesa. I portatori di merito, adeguatamente valorizzati, potevano concorrere a risolvere le esigenze dei portatori di bisogno, sia accentuando una ricerca che poteva orientare la società a superare le sue contraddizioni, sia investendo risorse (il decantato rapporto pubblico-privato) per costruire non già uno stato sociale, del quale già allora si avvertivano i primi scricchiolii, ma una società solidale. Il ragionamento di Martelli era teso a declinare il concetto di uguaglianza in quello di equità. Eravamo all’uscita di anni bui, in cui i dogmi avevano indotto alcuni ad imbracciare le armi e altri a sbattere la testa contro il muro dello statalismo e dell’egualitarismo. Martelli non parlò, se non ricordo male, di previdenza (anche se più tardi lanciò primo di tutti l’idea di un patto tra le generazioni intuendo l’avvento di una società di anziani garantiti e di giovani senza speranze). Avrebbe potuto citare il paradosso delle pensioni baby. Parlò dei servizi gratuiti per tutti, in una società disuguale, invero dagli effetti contraddittori. Chi ha la possibilità non paga, e quel che non paga viene pagato anche da chi non ha alcuna possibilità. Così l’uguaglianza diventa iniqua. Il messaggio di Rimini fu una ventata di salutare eresia versato sulle stanche membra di un Pci e di un sindacato (con l’eccezione della Uil di Benvenuto) incapaci ormai di leggere la società che da industriale si era ormai trasformata in post industriale. Molte di quelle intuizioni, sui meriti, sulla uguaglianza iniqua, sulla società solidale, sono stati successivamente presi a prestito da altri e oggi paiono patrimonio comune, se non di tutti, almeno di molti.

Son passati 35 anni e una nuova Rimini, un aggiornamento della teoria e dell’alleanza merito-bisogno, appare interessante, se non opportuna. Iniziamo a farlo, sinteticamente e annunciando i nuovi temi che nel 1982 o non esistevano nella realtà o erano appena accennati. Quasi tutto è cambiato. Non ci sono i partiti di allora, non ci sono più i leader di allora, e per evitare la noiosa rassegna delle cose scomparse non vorremmo ricordare che anche le mezze stagioni non ci sono più. Mi concentro su tre temi. Allora parlavamo di nuove povertà, convinti che quelle vecchie fossero ormai superate in Italia. Oggi, invece, secondo recenti sondaggi, 9 milioni di italiani si trovano in condizione di povertà, 6 di povertà assoluta, tra questi un milione di bambini. Lasciamo stare le cause. L’Italia ha fatto passi da gigante all’indietro, con il 35 per cento dei giovani (negli anni passati sono state toccate punte del 42-43 per cento) senza lavoro. Il merito non é stato premiato. Anzi, molti cervelli italiani sono stati costretti a riparare all’estero. La globalizzazione e il commercio libero hanno riequilibrato il mondo, facendo uscire interi continenti dalla miseria e dalla fame, ma hanno impoverito l’Occidente e in particolare l’Europa, dentro la quale soprattutto l’Italia, assieme alla Grecia, ha subito i colpi peggiori. Il nuovo concetto di equità deve dunque fronteggiare i nuovi fenomeni della globalizzazione e dei vincoli europei, oltre a quello della finanziarizzazione dell’economia. E del conseguente potere forte della finanza cui corrisponde un generale indebolimento della politica. Secondo tema. E’ evidente, oggi più di allora, che i grandi disequilibri, la nuova ingiustizia sociale diffusa, può essere oggi affrontata solo in una cornice europea, con più Europa e non con più stati nazionali, che devono cedere e non acquisire nuovi poteri. Il mondo, ce lo ha ricordato all’Ergife Enrico Letta, che contava, quando siamo nati, non più di tre miliardi di esseri umani, quando saremo morti ne conterrà 10 miliardi. Dei sette miliardi di aumento non una sola unità appartiene al continente europeo. Gli europei che erano un sesto della popolazione del mondo ne diverranno un venticinquesimo. Nel G7 fino a pochi anni fa c’erano tre nazioni europee, tra poco anche la Germania diventerà l’ottavo paese. O l’Europa si unisce o svanisce. L’unità politica dell’Europa con un governo europeo un ministro dell’economia, un esercito europeo e una politica estera unica è la sola prospettive possibile. I sovranisti di destra e di sinistra se ne convincano. Il secondo fronte di elaborazione, dopo l’attualizzazione dell’equità nella società contemporanea, e nella cornice di un’Europa politicamente unita, dovrebbe essere quello ambientale. I Verdi, nel 1982, ancora in Italia non esistevano. Entreranno nei comuni nel 1985 e in Parlamento nel 1987. Divenne questo uno dei temi fondamentali della seconda conferenza programmatica di Rimini, quella del 1990 e mi piace ricordare che, da responsabile del dipartimento ambiente e territorio, toccò proprio a me la relazione introduttiva sul tema. La costruzione di una società eco compatibile (l’eco socialismo) a me pare oggi una necessità, ancor più di allora quando elaborammo il nostro riformismo ambientale partecipando anche ai referendum su caccia e pesticidi, ma promuovendo nuove leggi quali quelle che introdussero le autorità di bacino e la prima istituendo il ministero dell’ambiente, la legge Galasso, quella sui rifiuti speciali dopo lo scandalo delle navi dei veleni. Una necessità soprattutto oggi che ci troviamo di fronte a enormi problemi climatici, a terremoti, alluvioni, incendi, ma anche a crisi energetiche e alla carenza d’acqua nel mondo. Si tratta di un bisogno ancora poco avvertito nel 1982, che oggi non si può ignorare, anche alla luce degli accordi di Parigi messi in discussione dal nuovo presidente americano Trump. Nuovi ricercatori, portatori di merito, possono studiare nuove tecnologie che mettano al sicuro gli esseri umani e i territori dai nuovi fenomeni distruttivi, creando anche lavoro e ricchezza. Dunque equità, Europa, ecologia. La ricetta delle tre E. E per quarta inserirei, non é l’ultima per importanza, la nuova dimensione in cui collocare il tema della libertà. Con almeno due varianti rispetto agli anni ottanta. E cioè la presenza del digitale, che unisce, ma che seleziona ed esclude. Il linguaggio é mutato, sempre più semplificato, quasi schematico, spesso duale, rischia di configurarsi come nuovo dogma. Ai contorni, alle aggettivazioni, alle sfumature, ma anche agli approfondimenti si sfugge per celebrare una sorta di eclissi del principio della delega. Una testimonianza di finta democrazia diretta dove tutti sanno far tutto. Il demerito al potere. La libertà dal dogma informatico é oggi una priorità, soprattutto per le categorie più deboli, i bambini. Dall’altro lato l’insorgenza di un nuovo fanatismo sanguinario e terroristico di stampo islamico ci impone di salvaguardare la nostra civiltà liberale, che é conseguenza della grande rivoluzione illuministica. In gioco ci sono oggi valori che nel 1982 parevano acquisiti: la parità tra uomo e donna, la separazione tra stato e chiesa, la tolleranza per tutte le religioni e per chi non é ha alcuna. L’integrazione rispetto a un fenomeno migratorio, che ha interessato l’Italia solo a partire dagli anni novanta, non può essere né cedimento né compromesso. La società liberale non può accettare una via di mezzo tra libertà e oscurantismo. Resto fedele al vecchio detto di Karl Popper: “Non bisogna essere tolleranti con gli intolleranti altrimenti questi ultimi distruggeranno la tolleranza”.

Equità, Europa, ecologia, ma anche una nuova concezione della libertà possono essere ancor oggi e forse mai come oggi, le nostre parole d’ordine. Questo si intreccia con il tentativo, già in stato avanzato, di presentare una lista elettorale fondata su un nuovo rapporto tra socialisti, radicali,verdi, progressisti, europeisti. Questa intesa a mio giudizio non deve avere solo un valore elettorale. E potrebbe trasformarsi in quello che la Rosa nel pugno non riuscì a divenire. E cioè un nuovo soggetto politico che indichi un programma riformista all’Italia e alla stessa Europa. I vecchi partiti socialisti attraversano una grave crisi. Che a mio avviso è innanzitutto di identità. Non hanno compreso la necessità di superare (difetto storico della seconda internazionale) gli steccati nazionali, non sanno leggere il presente e indicare il futuro. Mancano di progetto unificante. Chissà che in una nuova unione che vada oltre gli steccati del socialismo e vi comprenda il meglio delle altre tradizioni, non si possa ridefinire una nuova unità dei riformisti europei. Un nuovo partito socialista, liberale, ecologista, ma soprattutto europeista. Questa unione tra riformisti in fondo noi proponiamo per l’Italia al di là delle specifiche identità che rischiano da sole di appartenere soltanto al passato

L’intesa possibile deve trasformarsi subito in una grande convention programmatica comune. Per lanciare una lista, per costruire il futuro, come recitava il nostro congresso di Torino, per governare il cambiamento, come ci imponeva quella conferenza di Rimini di 35 anni fa. Chissà che i meriti di questo progetto non vengano riconosciuti dagli italiani che di questo progetto credo abbiano proprio bisogno.

Renzi sì, Renzi no

Quel che mi ero permesso di anticipare e cioè l’idea di pensare a Gentiloni come candidato premier della coalizione, cioè alla personalità in questo momento più gradita dalla pubblica opinione, é diventato il tormentone della giornata. Ne ha parlato apertamente il capogruppo del Pd alla Camera Rosato, lo ha ipotizzato Emiliano, non lo ha escluso Franceschini nella sua intervista al Corriere, lo ha (forse da tempo) immaginato Orlando. Franceschini, uomo accorto, ha svolto un ragionamento che parte dalla legge elettorale, che non richiede un candidato premier (nessuna legge lo richiedeva, visto che la Costituzione non prevede la figura di un premier o candidato alla presidenza del Consiglio), e ha proposto di andare alle elezioni senza un candidato comune dell’alleanza di centro-sinistra.

Franceschini, ex democristiano, é capace di fare i conti. E sa benissimo che un candidato premier con questa legge conta quasi nulla. Il quasi é determinato dalla possibilità di conduzione della campagna elettorale, dall’effetto simbolico e di trascinamento del leader. Resta il fatto, ha precisato Franceschini, che nemmeno il centro-destra si presenterà all’appuntamento elettorale con un unico candidato. Ma il centro-destra, che dopo le elezioni siciliane appare quanto meno in pool position per la vittoria (se mai ci sarà una vittoria) ha gia fatto sapere che il presidente del Consiglio lo sceglierà il partito che otterrà più voti, introducendo un elemento di competizione che potrebbe aumentarne la produttività elettorale. Ma il centro-sinistra?

Tra chi vorrebbe giocare la carta Gentiloni, chi, come Franceschini, propone di non lanciare un unico candidato, da segnalare, tra i renziani, una dichiarazione del solo Renzi che sostiene di volere tenere duro, che in tanti lo vogliono far fuori, e di puntare al 40 per cento. L’ultimo proposito appare quanto meno di improbabile riscontro. Anche perché la carta Renzi impedisce quel che pare essere proposito di molti, e soprattutto condizione, forse neppure sufficiente, di chi si vorrebbe ulteriormente aggregare nell’alleanza. Sul fatto che Renzi intenda tenere duro, non si capisce se solo da segretario del Pd o anche da candidato alla presidenza del Consiglio, non avevo dubbi. Vuoi vedere che o passerà la proposta del leader innominato di Franceschini, o qualcuno proporrà primarie di coalizione? Tra chi? L’idea blinderà il perimetro e chiuderà le porte. A proposito una domanda. Qualcuno ha capito la posizione di Pisapia? Pare che l’ex sindaco di Milano la chiarisca nella convention convocata tra un paio di giorni. Attendiamo speranzosi…

La lezione siciliana

Dico subito che non è per nulla male che i Cinquestelle abbiano perso le elezioni siciliane, pur confermandosi il primo partito dell’isola. Troppo forte e pericoloso sarebbe stato l’impatto di una vittoria grillina sull’esito delle prossime elezioni politiche. Resta il fatto che il partito di Grillo e della Casaleggio associati può, a ragione, confidare di puntare alla prima posizione tra le liste anche alle elezioni politiche ma, senza alleati, anche questa eventualità si trasformerà nella classica vittoria di Pirro. Sono sicuro che il problema delle alleanze, se non elettorali post elettorali, sarà al centro delle riflessioni immediate all’interno del movimento.

La vittoria del centro-destra e l’elezione del suo candidato governatore Musumeci dipende da quattro fattori: la sua ritrovata, e forse solo apparente, omogeneità nell’ambito di una forte ripresa in Italia e in Europa di tutti i movimenti moderati e conservatori, poi il giudizio negativo sul quinquennio precedente, inoltre la divisione e le polemiche nel campo del centro-sinistra, e infine l’effetto Renzi che ormai si produce all’incontrario. Il Pd perde clamorosamente, dopo avere perso il referendum del dicembre scorso, le elezioni di Genova, Piacenza, Pistoia, dopo quelle di Roma e di Torino. Perde la Sicilia dopo aver perso la Liguria, viene dato da tutti i sondaggi in caduta libera. E’ evidente che al suo interno si produrranno riflessioni dagli esiti imprevedibili. Renzi, gia prima del prevedibile esito elettorale siciliano, si era detto disponibile a non fare la parte del candidato premier del centro-sinistra. Forse sarebbe utile sfruttare per questo scopo la buona popolarità di Gentiloni.

Se il Pd piange chi sta più a sinistra non ride. Il risultato di Fava e dell’Mdp appare piuttosto modesto, molto lontano da quello di Micari che si intendeva avvicinare o addirittura superare, e soprattutto indica che gli elettori del Pd in uscita hanno scelto di percorrere altre strade e non quelle indicate dalla sinistra tradizionale. Ottimo, invece, in questo contesto, il risultato della lista Sicilia futura, ove sono confluiti i socialisti, col nome del Psi nel simbolo. La lista pare avere superato lo sbarramento elettorale del 5 per cento, con buone probabilità di elezione per qualche socialista. Non risultano altre presenze di socialisti in altre liste. I nostri dissidenti sono rimasti in movimento…