Confusione

I servizi francesi sapevano del viaggio di Salman Abedi, il terrorista che ha causato l’orribile strage di Manchester, in Libia dove aveva preso contatto con l’Isis. Il ministro degli Interni francese Gerard Collomb per il secondo giorno di seguito conferma di avere notizie precise sul fatto che Salman Abedi dalla Libia si sarebbe mosso verso le province siriane in mano all’Isis. Perché non lo ha subito comunicato ai servizi britannici? Mentre é in corso l’inchiesta sulla carneficina si viene poi a sapere che a Dusseldorf é stato sventato un nuovo attentato della stessa rete, un piano micidiale che poteva portare ad un numero di morti simile a quello seminato a Parigi. Qui l’informazione giunta in Francia ha funzionato e i tre attentatori sono stati fermati e arrestati.

Il presidente americano Trump, in visita in alcune capitali europee compresa Roma, ha ufficialmente annunciato che anche la Nato, in quanto tale, prenderà parte alla coalizione anti Isis. Bene. Ma restano le incertezze, le contraddizioni, le debolezze finora mostrate nella guerra allo stato islamico, che continua a resistere a Mosul dopo mesi di assedio e detiene ancora la popolosa città siriana di Rakka. Ci sono evidenti conflitti finora insuperabili nella coalizione che combatte lo stato islamico per sottrargli il territorio occupato.

Innanzitutto la diversa configurazione religiosa delle dei militari. Tra le truppe che combattono da terra l’Isis gli Hezbollah e i Pasdaran sono sciiti e non operano sotto comando unificato, così come sciiti sono nella maggior parte i componenti degli eserciti iracheni e siriani. Però le località che devono essere liberate sono in massima parte composte da popolazioni sunnite, che desiderano liberarsi dall’Isis ma non sono disposti a finire sotto dominio sciita. Ricordava oggi Mario Arpino sul Quotidiano nazionale anche la dislocazione urbana dei miliziani dell’Isis che rende problematico un attacco globale senza seminare molte vittime civili e quel desiderio di morire da martiri dei jidaisti che certo non può essere preteso dai liberatori.

Poi ci sono i conflitti politici, che lo stesso Arpino richiama, quelli che producono rallentamenti nella conquista delle due città, Mosul e Rakka, che rappresentano ancora il simbolo di resistenza dello stato islamico. A Mosul turchi e curdi dovrebbero combattere insieme e invece si sfidano per evitare di entrare per secondi in città, a Rakka, in Siria, in attesa degli effetti degli accordi di Altana, russi, siriani di Assad, hezbollah, due fazioni di jidaisti ed undici fazioni di ribelli si sospettano l’un l’altro, sorvegliandosi. La coalizione eterogenea ha davvero bisogno di un punto di unificazione, di armonizzazione, di direzione. Dopo l’eclissi dell’Onu che scenda in campo ufficialmente la Nato può essere davvero necessario. Vedremo. La conquista dei territori occupati dall’Isis si rivela sempre di più, sia dal punto di vista politico, che economico, che psicologico, il passaggio indispensabile per la vittoria sul terrorismo.

Confindustria. Nencini: “Bene su Patto per la crescita”

Confindustria

“Bene il ‘Patto di scopo’ per la crescita che coinvolga impresa e mondo del lavoro. E molto bene la proposta di azzeramento del cuneo fiscale per l’assunzione dei giovani. Quel che serve è costruire una ‘missione Paese’ condivisa da tutti i maggiori protagonisti”. Lo ha affermato il segretario del Psi Riccardo Nencini al termine della relazione del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, all’Assemblea generale 2017 in corso oggi a Roma. Boccia nel suo intervento ha sottolineato come negli ultimi vent’anni l’Italia stenta a decollare. È questo il messaggio forte del presidente di Confindustria che ha parlato di un ventennio perduto.

“Dal 2000 a oggi il Pil italiano è rimasto invariato, contro il 27% della Spagna, il 21% della Germania, il 20% della Francia. Il reddito per abitante è ai livelli del 1998. Vent’anni perduti”, ha ammesso il leader degli industriali. “Restiamo impigliati – ha spiegato – nelle nostre croniche carenze strutturali e il tessuto sociale e produttivo rimane fragile”. Il presidente di Confindustria nel corso dei lavori ha lanciato l’idea di un “Patto di scopo” tra imprese, lavoratori, mondo della politica, banche e istituzioni finanziarie per accelerare la crescita. L’obiettivo, ha spiegato, è quello di “uscire dalle criticità italiane e costruire una effettiva dimensione europea”. “Dobbiamo essere consapevoli di questa fase delicata della vita del Paese. Abbiamo invertito la rotta, ma i divari aumentano”. Per combattere la disoccupazione soprattutto giovanile, Boccia ha spiegato che Confindustria chiede l’azzeramento del cuneo fiscale sui neo assunti per tre anni. Una misura “non ordinaria, forte, diretta, percepibile” per stimolare il mercato del lavoro, concentrando le risorse disponibili e “sapendo fin d’ora che dopo dovremo ridurre il cuneo fiscale per tutti. Ma abbiamo il dovere morale, civile e politico di agire prima per le nuove generazioni”.

Di sviluppo ha parlato anche il Ministro Carlo Calenda: “Il Piano Industria 4.0 deve diventare strutturale, vedremo insieme in quali forme”. Il progetto, si raccomanda il ministro, “non è il piano Calenda ma il piano che insieme a quattro Ministeri, alla Presidenza del Consiglio, al Parlamento e a tutte le rappresentanze delle imprese e dei lavoratori abbiamo elaborato. Sembra dai primi numeri che stia funzionando sul fronte dello stimolo agli investimenti e degli strumenti di supporto finanziario”. “Lunedì – ha ricordato Calenda – abbiamo lanciato il network dei Digital Innovation Hub che su tutto il territorio dovranno far conoscere alle imprese questa rivoluzione e la sua evoluzione. Entro giugno lanceremo il bando sui Competence Center”. Calenda ha anche annunciato che l’Italia a breve fisserà una data di uscita anticipata dal carbone. “Siamo in dirittura di arrivo con la nuova Strategia energetica nazionale che definisce gli obiettivi in termini di ambiente, competitività e sicurezza delle reti e degli approvvigionamenti fino al 2030 e le azioni da intraprendere per conseguirli”. E sulla proposta del presidente di Confindustria su un “Patto per la Fabbrica” ha detto: “Siamo pronti a fare la nostra parte valutando un’ulteriore detassazione sui premi e sul salario di produttività. Questa è la strada per avere retribuzioni più alte e aumentare la competitività. Ancora una volta non esistono scorciatoie”.

Dal mondo del lavoro Susanna Cammuso, leader della Cgil ha chiesto che si ponga fine agli annunci. “È necessario fissare un calendario di incontri. Siamo al secondo annuncio – ha sottolineato – serve un’idea di come concretizzare le relazioni industriali. In questo senso, abbiamo sollecitato gli industriali ad avviare la discussione, ma non c’è ancora una data per il nuovo incontro”. Il leader delle Uil Carmelo Barbagallo ha definito positiva la volontà espressa dal presidente di Confindustria di recuperare i ritardi accumulati dal Paese. “Noi siamo per accelerare – ha detto – in particolare sui temi dell’occupazione”. Rispondendo alle domande dei giornalisti, Barbagallo ha aggiunto che “la detassazione per i nuovi assunti dovrebbe essere strutturale e non limitata ad un triennio; quanto ai treni di produttività l’interesse del sindacato è discutere non della minoranza di imprese che li può erogare, ma di quel “60% che non va bene, per dare risposte soprattutto ai giovani in cerca di lavoro”.

Ancora orrore

Un altro vile attentato islamista si è consumato a Manchester, alla fine del concerto dell’artista americana Ariana Grande, che si era esibita all’Arena in una kermesse assai partecipata da giovani, bambini, famiglie. Un kamikaze si é fatto esplodere provocando 22 morti e 59 feriti. I dispersi sono 12. Al momento non si conosce l’identità dell’attentatore, ma le modalità dell’azione criminale e l’esultanza dei siti terroristici hanno subito indotto le autorità del Regno Unito a parlare di attacco della criminalità islamista.

La presidente Teresa Mey ha parlato di “attacco codardo” e ha deciso la sospensione della campagna elettorale (anche Ariana Grande, rimasta illesa, ha sospeso il suo primo tour europeo). Le informazioni non comunicano l’esistenza di vittime italiane. Ancora una volta, come al Bataclan di Parigi, si é colpito un appuntamento di giovani che s’incontrano per una serata di svago. Come a Istambul, nell’attentato di Capodanno, si colpì in una discoteca a Manchester l’esplosione é avvenuta in un locale pieno di giovani e giovanissimi, anche di bambini accomoagnati dalle loro mamme. Pare che i terroristi continuino nella loro tremenda campagna di morte a seminare stragi nei luoghi del peccato occidentale. Che intendano ammazzare i reprobi della criminale ideologia fanatica dell’integralismo.

I luoghi pubblici, di aggregazione e di divertimento, sono non da oggi a rischio. Il tentativo di attentato allo Stade de France lo testimonia. Inutile adesso ripetere i vecchi impegni disattesi. Macron ha rilanciato il tema della difesa europea comune. Adesso diventa indispensabile anche in termini di sicurezza. Il coordinamento dell’intelligence e la formazione di servizi europei non possono essere rinviati. Parliamo tuttavia del Regno Unito che ha recentemente deciso di uscire dalla Unione europea pur non facendo parte dell’Unione monetaria. Si può scegliere la Brexit, ma non isolarsi dal contesto in cui si é collocati. Il terrorismo non fa differenze, non introduce divisioni. Per gli islamisti paesi dell’unione o paesi che hanno scelto il loro isolamento sono tutti uguali, tutti nemici da colpire. Lo comprendano anche coloro che si sono schierati o si schierano contro l’integrazione europa. La guerra terroristica unisce popoli e stati molto più di un referendum.

Se all’Europa manca l’unità politica e militare che la lotta al terrorismo impone, l’America di Trump non ha una strategia chiara. Il nuovo presidente americano occhieggia a Putin, ma combatte i suoi alleati, lancia ad un tempo la sfida all’Isis e all’Iran, la potenza mediorientale che più lo sta combattendo con esericiti di terra. Così, senza l’unione degli europei, senza l’alleanza con la Russia, senza il coinvolgimento diretto dei paesi mediorientali e arabi i terroristi, che mettono a disposizione la loro vita e che sono ispirati da uno stato islamico che resiste (ma é possibile che ancora non si sia conquistata Mosul dopo mesi di assedio?), continuano a provocare sangue cantando vittoria e noi non si verrà a capo della guerra contro la civiltà della morte, del terrore, dell’omicidio diretto e programmato perfino dei nostri bambini.

Legge elettorale, le “fibrillazioni” sul voto

Commissioni-Camera-SenatoFibrillazioni. La parola ritrae il clima che si sta creando attorno alla legge elettorale e la tira fuori il ministro per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro che cerca di rimettere un po’ di ordine. “C’è una proposta di testo base depositata in commissione, il dibattito fra le forze politiche è in corso ed è stata fissata una data per l’inizio della discussione nell’Aula della Camera. Questi sono i punti fermi e a questo mi atterrei”. “Manterrei una certa distanza nel valutare quanto accade, guardando con distacco alle fibrillazioni di giornata”.

Ettore Rosato, capogruppo Pd alla Camera in una intervista alla Stampa torna a parlare di voto anticipato in accordo con Forza Italia in cambio della disponibilità su un sistema elettorale tedesco. “Il voto anticipato non è certo un tabù – dice – può essere l’epilogo naturale di una legge fatta con attenzione, ma anche senza perdere più tempo, prima dell’estate. Consentire a un nuovo governo di fare la legge di bilancio, impostando il suo mandato nei prossimi cinque anni sarebbe più logico”. Sulla proposta di Berlusconi dice: “Ascoltiamo con interesse, mi auguro ci sia una vera volontà di fare insieme la legge elettorale”. Insomma un Pd che evidentemente ancora non ha deciso su quale modello di legge puntare. “A me la proposta del Mattarellum corretto convince molto. Non oso sperare che ne abbiano tenuto conto ma era uno dei suggerimenti che mi ero permesso di dare quando ho incontrato sia Renzi sia lo stesso ministro Delrio” afferma il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino.

A gettare acqua sul fuoco anche il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Graziano Delrio: “La legge elettorale non è una merce di scambio. Il Pd non chiede elezioni anticipate e quindi non c’è nessuno scambio da fare. Io credo che dobbiamo concentrarci tutti insieme per dare al paese una legge elettorale che consenta governabilità e centralità dei problemi del cittadino e non delle correnti dei partiti”. “Per questo il Partito Democratico ha fatto una proposta chiara che era quella di ritornare al Mattarellum – aggiunge Delrio -. Però è chiaro che la legge elettorale si fa tutti insieme, le riforme che servono a tutti si fanno insieme”. Domani, al termine della seduta pomeridiana dell’Aula, ci sarà, la riunione del gruppo Pd alla Camera sulla legge elettorale per fare il punto all’interno del partito democratico.

I socialisti apprezzano l’impianto della proposta del nuovo relatore. “La proposta di legge elettorale – precisa Nencini – presentata potrà essere migliorata ma ha il merito di favorire la costituzione di coalizioni che si presentino agli italiani chiedendo il consenso per governare senza accordi preventivi con pezzi dello schieramento alternativo. Per questo motivo va messa in campo un’Alleanza Riformista allargata ai movimenti civici. In molte città al voto quest’alleanza c’è già” Nencini conclude: “Non avrebbe alcun senso giocare nei municipi in un modo e sul piano nazionale in un altro. Non siamo la Juventus. Non abbiamo la panchina lunga”.

Mette le mani avanti invece l’alleato di governo Alfano che avverte: “Il Pd sembra che stia facendo alleanze fuori dalla maggioranza, quindi riteniamo di avere le mani libere sulla legge elettorale. Aspettiamo che gli atti arrivino in Parlamento prima di giudicare; abbiamo una proposta, presenteremo emendamenti. La scorsa settimana è cominciata con ipotesi di accordo Pd-Verdini-Salvini, proseguita con un’intesa Renzi-Berlusconi. Oggi capogruppo PD alla Camera si dice pronto a votare subito. Siamo estranei a questo dibattito”.

Legge elettorale: tre correttivi necessari

A me hanno insegnato, anzi me lo hanno insegnato gli eventi, che una volta approvata la legge elettorale si vota. Fu così dopo l’approvazione del Mattarellum nell’estate del 1993, che seguiva il referendum Segni dell’aprile dello stesso anno. Si convocarono elezioni anticipate per il marzo del 1994 in piena rivoluzione giudiziaria. Fu così dopo l’approvazione del Porcellum che precedette di pochissimi mesi lo svolgimento ordinario delle elezioni per la primavera del 2006. Sull’Italicum no, perché pendeva il ricorso alla Corte. Se il ricorso avesse dato esito diverso non ci sarebbero state fondate obiezioni al voto già nella primavera di quest’anno. E’ naturale ritenere, dunque, che una volta approvata la legge elettorale, pensiamo entro l’estate, vengano rimossi tutti gli ostacoli, soprattutto da parte del Colle, sull’indizione di nuove elezioni che in molti danno per possibili tra il settembre e l’ottobre.

Tuttavia non sarà semplice, né appare scontata, l’approvazione della proposta di legge presentata dal Pd in Commissione al Senato. Intanto andranno sistemati due punti, uno dei quali certamente incostituzionale e l’altro a serio rischio di incostituzionalità. Parlo innanzitutto del 5 per cento di sbarramento nazionale per il Senato e poi del voto unico. E’ evidente che l’articolo 57 della Costituzione impedisce l’introduzione di un vincolo di carattere nazionale, visto che impone che il Senato sia “eletto su base regionale”. D’altronde la legge precedente non a caso aveva introdotto sbarramenti (l’8 per cento per le liste non collegate e il 3 per le liste collegate) di dimensione regionale. Si tratta di uno strafalcione un po’ dilettantesco che andrà subito corretto. Penso che i nostri parlamentari dovranno subito farlo notare.

Il secondo punto riguarda il voto unico tra candidato nella quota maggioritaria e candidati nella quota proporzionale. In buona sostanza se io voto il candidato nell’uninominale voto per deduzione analogica anche i diversi candidati nella lista bloccata proporzionale che verranno eletti seguendo l’ordine di disposizione. Questo é un punto cruciale della legge che, se da un lato non prevede il mattarelliano scorporo, e dunque concepisce maggioritario e proporzionale in modo separato, dall’altro paradossalmente li ritiene a tal punto collegati che con in un sol voto ne assomma due. Per fare in modo che questo si renda praticabile, ogni lista sul proporzionale che condivida il candidato sul maggioritario lo deve ripetere sotto il suo simbolo. Questo porta però ad una possibile distorsione della volontà dell’elettore che vota il candidato A sul maggioritario e si vede attribuire il suo voto anche sui candidati B-C-D-E del proporzionale. Bisognerà pensare a un sistema diverso, magari tornando al doppio voto, uno di coalizione e uno di lista come nel Mattarellum.

Non si capisce poi il bisogno di portare lo sbarramento sul 50 per cento di proporzionale al 5 per cento. E’ vero che uno sbarramento analogo esiste in Germania, ma il sistema tedesco di attribuzione dei seggi é interamente proporzionale e non, come l’ignoranza politica e giornalistica italiana ci voleva far credere, al 50 per cento maggioritario. Il sistema maggioritario, che in Italia verrebbe esteso al cinquanta per cento dei parlamentari da eleggere, é già strumento di sbarramento elettorale, nel senso che l’elezione avvantaggia la lista dei candidato che vince, anche solo con una risicata maggioranza relativa, e penalizza quelle del candidato che perde, anche solo per un voto. Introdurre il maggioritario e nel contempo innalzare lo sbarramento elettorale, portandolo dal 3 per cento ipotizzato dall’Italicum, e confermato dalla Corte, al 5 per cento del Rosatellum, rappresenta solo un inaccettabile manifestazione di ostilità verso le forze minori. Questi sono tre correttivi, nell’ambito di un impianto generale accettabile, che i socialisti potrebbero avanzare durante il percorso, che non sarà per nulla agevole, della nuova legge elettorale.

Sì, Marco, mi manchi

Un anno senza Marco é passato. Sembra un secolo. La politica italiana senza Pannella é più noiosa, meno sensuale, più burocratica e triste. Riporto, tra le tante che ho letto, alcune memorie personali. Comincio dalla fine. Da quel giorno in cui alla sede di via di Torre Argentina scherzosamente lo invitai al mio funerale e lui rispose ridendo divertito (sapeva di essere malato e di non avere vita lunga). Fino al primo incontro a Reggio Emilia nei primi anni settanta, quando a pranzo bevette un cappuccino per uno sciopero della fame. Non voglio parlare delle scelte politiche, spesso coraggiose, a volte temerarie di Marco, quasi sempre condite con un energico humus da eretico di mestiere, un nuovo modello di leaderismo col gusto della solitudine. Quasi un eremita della politica, Marco, uno che si concedeva a tutti pur che gli si consentisse di vivere nel suo rifugio d’alta quota.

Marco amava la vita, amava la politica, adorava se stesso e le sue lotte. Ma amava anche il prossimo. Anche i suoi avversari che voleva convincere con la passione della forza delle sue idee. Amava anche quelli che lo avevano abbandonato. Da illuminista volteriano non usò mai la retorica partitocratica del tradimento. Mi parlava bene di Rutelli, di Della Vedova, di Vito, di Giachetti, di tutti quelli che venivano dalla sua scuola. Sconfessarli sarebbe stato come sconfessare se stesso. Non aveva un soldo Marco e viveva in una sorta di “comune” definita Panetteria. Negli ultimi giorni di vita era tutto un pellegrinaggio per condoglianze anticipate che gli facevano un gran piacere. Come Trimalcione avrebbe volentieri partecipato alle sue esequie e magari scritto lui stesso (anzi improvvisato) la sua commemorazione.

Senza Pannella non solo la mia vita, ma quella di tanti suoi amici, sarebbe stata diversa. Non potrò mai dimenticare né la sua venuta a Pescara nella primavera del 2008 per la mia campagna elettorale come capolista del Psi in Abruzzo mentre i radicali erano nelle liste del Pd, né il suo invito a svolgere la relazione introduttiva degli stati generali laici che si tennero poco dopo a Chianciano convocati da lui e da me. Un onore di cui vado fiero. Cosi come, ovviamente, non posso dimenticare che senza Marco l’Italia sarebbe meno libera e che anche grazie alla sua energia, alla sua velocità e alle sue lotte a volte anche folcloristiche sono state approvate le leggi che portano il nome del nostro grande Loris Fortuna. Era difficile dialogare con Marco. Lui era uno che ti catturava. Voleva conquistarti, non convincerti. Mi capitò una volta, qualche anno fa, credo tra il 2006 e il 2008, quando ero deputato, di pranzare fino a tardo pomeriggio con lui in un ristorante vicino a via del Tritone. Un pranzo (lui non era in sciopero della fame e divorava anziché mangiare) con i fuochi d’artificio. Mi raccontò mezza vita sua. Era la storia d’Italia…

A proposito di Rosatellum

Dunque il Pd ha finalmente rotto gli indugi presentando una proposta di legge elettorale che é già stata definita, dal cognome del suo ispiratore, il “Rosatellum”. Lo ha fatto l’on. Fiano, il deputato milanese molto vicino a Matteo Renzi, nell’apposita commissione del Senato. Vediamo cosa convince di questa legge e cosa invece la rende criticabile. Molte sono le novità che vanno nella direzione da noi auspicata. Innanzitutto l’introduzione delle coalizioni e il conseguente superamento del premio di lista. L’introduzione del maggioritario al 50 per cento rende poi inevitabile l’abrogazione di qualsiasi premio. Il maggioritario è di per sé premiante o penalizzante al di là delle percentuali ottenute. Il Psi aveva del resto proposto una legge simile al Mattarellum, e questa lo é. Si tratta di un simil Mattarellum dove il proporzionale passa dal 25 al 50 per cento.

Un altro aspetto positivo é la separazione netta tra quota maggioritaria e quota proporzionale. In quest’ultimo voto si possono cioè presentare liste che poi si aggregano nel maggioritario attraverso coalizioni di simboli. Senza scorporo però, e questo può risultare dannoso per i piccoli partiti (in questo caso piccoli, ma con percentuali superiori al cinque per cento), che con lo scorporo potevano acquisire maggiori vantaggi. Restano due osservazioni critiche. Una riguarda lo sbarramento della quota proporzionale che viene portato al 5 per cento, l’altra lo spettro delle liste bloccate che ritorna, dopo la bocciatura del Porcellum, in formato mignon, secondo i rilievi della Consulta.

Si tratta dell’ennesimo sistema solo italiano, un altro Italicum, come del resto erano sia il Mattarellum, sia il Porcellum e sia l’Italicum uno. Non é il sistema tedesco, che é sì per metà uninominale maggioritario, ma subordinato al calcolo proporzionale, non è il sistema francese, uninominale maggioritario a due turni, non è l’inglese uninominale maggioritario a un solo turno, non è lo spagnolo, proporzionale con piccolo collegi e conseguente sbarramento alto. E’ per ora un sistema che trova il consenso di Pd e Lega. Del Pd, perché ritiene che sul maggioritario i Cinque stelle perdano punti coi loro candidati semisconosciuti e che, col 5 per cento sul proporzionale, si sbarri la strada agli scissionisti. Della Lega perché, nel maggioritario almeno, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia siano obbligati a presentarsi con un unico candidato, motivo questo dell’obiezione di Berlusconi. Fuoco e fiamme, per ovvii motivi, invece, sono esplosi in casa bersaniana e silenzi sospetti dalle parti del centro alfaniano.

Veniamo a noi. E’ evidente che i collegi uninominali di coalizione avvantaggino i piccoli partiti soprattutto nelle situazioni dall’esito incerto. E che si formi dunque una coalizione riformista nei collegi uninominali non può che essere vista con favore e anche con soddisfazione. Resta il fatto che sulla quota proporzionale non potremmo, neppure con lo sbarramento al tre, e men che meno con quello al cinque, presentare liste di partito o di sola unità socialista. E allora dovremo pensare a una triplice eventualità. La prima é rifare quel che é già stato fatto nel 2013, quando lo sbarramento peraltro non c’era. Ma credo che, se questa fosse la scelta, allora tanto varrebbe fare un’operazione politica di adesione. La seconda é aspettare Pisapia che vorrebbe, non so con quale delega ricevuta, federare il centro-sinistra organizzando una lista alleata col Pd. La terza é mettere in campo quell’alleanza liberalsocialista della quale più volte ho trattato, mettendo anche in conto di non superare lo sbarramento, ma seminando un progetto per il futuro.

Resta l’ambiguità del voto unico. Io voto il candidato dell’uninominale maggioritario e automaticamente voto i candidati dello stesso simbolo sul proporzionale. Potrebbe trattarsi di normativa di dubbia costituzionalità perché distorce la volontà dell’elettore. Poi, visto che non é previsto un simbolo di coalizione, ma solo una sommatoria di simboli che sul maggioritario uninominale ripetono il nome del candidato, si potrebbero verificare situazioni, nei vari collegi, tutt’altro che omogenee e lesive dell’esigenza di governabilità. Tutto sarebbe più semplice se si formassero invece liste di coalizione omogenee sul maggioritario e sul proporzionale. Liste di coalizione con un programma comune. Il Rosatellum é ben lungi dall’essere in prossimità del via libera parlamentare. Vedremo cosa ci aspetta. L’importante é prepararci, parlo di noi socialisti, e non attendere troppo. L’approvazione delle leggi, in un sistema che resta bicamerale, ha i suoi tempi. Quelli della politica, anche della nostra, devono essere più veloci.

Il teatrino dell’ipocrisia

Sapete perché ho un moto di istintivo ribrezzo per l’antipolitica? Perché è la cosa più ipocrita del mondo. Perché è essa stessa politica, ma si nutre di sentimenti negativi, cioè di risentimenti, invidie, nevrosi. Non costruisce. Distrugge. E’ anti per questo. E soprattutto porta, per motivi elettorali, ad una sorta di tendenza all’imitazione. Sposare tutte le pulsioni, anche comprensibili e giustificabili, senza razionalizzarle, conduce non a guidare una posizione, ma ad essere guidati, trainati da essa. Così é oggi il rapporto tra Cinque stelle e Pd. Sono a caccia degli stessi voti e usano lo stesso metodo: cavalcare l’onda. Tutto ciò che é popolare si interpreta fedelmente, senza porsi il problema se sia giusto, categoria filosofica di un idealismo superato, ma solo se sia gradito.

Questo é già avvenuto durante il referendum. Renzi stesso si é lanciato, per accaparrarsi qualche voto, in giaculatorie populiste, contro i parlamentari, che lui avrebbe eliminato. Ha detto proprio: “Uno, due, tre, soppresso”. Cosa gli é servito? E’ risultato meno credibile dei Cinque stelle sul tema e punito dagli elettori. Ci vuole poco a capirlo. Il populismo, l’antipolitica, non la si sconfigge con gli stessi temi e gli stessi toni. Mi viene in mente Macron e m’illumino. Costui ha vinto le elezioni contrapponendosi a Marine Le Pen proprio sull’Europa. Altro che inseguirla sugli immigrati e il sovranismo nazionale.

Oggi Renzi e il Pd hanno dato via libera a quel bel tomo del Richetti a presentare la sua proposta di legge contro i vitalizi. E già si é aperto il capitolo del chi è arrivato prima. Se sono i pidini a dover votare la legge dei pentastellati o questi ultimi a dover votare quella del Pd. Pare che alla fine abbiano trovato un accordo. Ma gli uni e gli altri se ne attribuiranno il merito. Robe da teatrino di periferia. Sanno tutti che si tratta di leggi incostituzionali, perché mai una legge si é applicata, nemmeno quella che ha introdotto il sistema previdenziale contributivo, retroattivamente. Quel che conta é che questa battaglia sia intestata a loro. Per un voto ammazzerebbero anche la mamma. Oltre a sgridare papà. I Cinque stelle sono coerenti. I pidini abbaiano alla luna. Tutti intenti a inseguire gli umori, non a proporre idee.

L’Italia “piegata”: senza operai e piccola borghesia

Ci siamo persi per strada le classi sociali che sono state il perno dell’Italia del secondo dopoguerra, classe operaia e piccola borghesia, ma in compenso ci troviamo con diseguaglianze più profonde gran parte delle quali determinate dal reddito (il 64%). È l’Italia delle classi sociali tratteggiata dal rapporto Istat 2017 che fatica a ritrovare una sua identità ma trascina nel frattempo le sue contraddizioni anche a causa del fatto che, usciti dalla lunga recessione, sostanzialmente si è perso tempo.

In Italia ci sono un milione e seicentomila famiglie povere, ma l’indigenza individuale tocca il 7,6%. Se poi vogliamo riferirci ai rischi di esclusione sociale, questa lambisce ormai il 30% della popolazione (28,7%). Ma sono le tipologie sociali prevalenti della nostra società a preoccupare. Non solo perché il nodo dolente restano i giovani, che rimangono a lungo a casa dei genitori, che fanno fatica ad entrare nel mercato del lavoro ed a restarci, che vedono come un miraggio il lavoro diventare anche un percorso di promozione personale. Ma anche perché la frantumazione sociale che riguarda italiani e stranieri avanza inesorabile e fa pensare ad un’Italia futura con delle élite privilegiate e una massa di persone costrette a dividersi lavoro poco qualificato e un reddito modesto nel quale ancora una volta la presenza di un pensionato può fare la differenza.

Al dinamismo incessante dell’innovazione e dell’evoluzione tecnologica fa dunque riscontro una polverizzazione degli strati sociali che non prelude però ad una ricomposizione, semmai ad una cristallizzazione sociale. Questa è la scommessa più difficile ma obbligata per la politica e le sue classi dirigenti che almeno in Italia non sembrano in sintonia con l’entità dei problemi che emergono e che l’Istat mette in evidenza.

Si tratterebbe di tenere il passo dei cambiamenti con politiche del lavoro, fiscali, industriali in grado di accompagnare i processi innovativi ma al tempo stesso di evitare che le aree di povertà e di emarginazione finiscano per diventare delle paludi senza futuro.

Del resto rispetto al 2008 non abbiamo ancora riassorbito la bellezza di 330 mila posti di lavoro perduti nella crisi. Molti di essi sono probabilmente la conseguenza del crollo degli investimenti in opere pubbliche ed edilizia. Ma sono anche il sintomo di una lentezza politica che perde tempo al tavolo delle divisioni e delle risse non volendo capire che invece le risposte da dare alla collettività sono ben altre.

Se pensiamo che però saremo ancora alle prese con il debito pubblico, sotto l’occhio severo dell’Europa nella quale fra non molto finirà anche l’ombrello protettivo steso dalla Bce che inevitabilmente imporrà una cura maggiore dei nostri conti pubblici, mentre non riusciamo a fare quella riforma fiscale che potrebbe riequilibrare in parte le diseguaglianze dei redditi, ci rendiamo conto di quali ritardi soffriamo e quanto sarebbe necessaria invece una svolta profonda con il coinvolgimento di tutte le forze in campo, quelle sociali in primi luogo.

Anche perché questa segmentazione sociale senza appartenenza bussa anche alle porte delle rappresentanze di imprese e sindacali. Essa si sposa con la tendenza sempre più pronunciata ad un individualismo di fondo nell’affrontare e risolvere i propri problemi che in qualche modo bypassa le tutele collettive. Ma crea nuovi problemi ai quali occorre dare risposta.

Siamo ormai proiettati in un mondo che non è nemmeno parente lontano del passato. Tranne che nella necessità di utilizzare valori che tornano ad essere discriminanti nel confronto fra schieramenti come quello della solidarietà. E tranne l’uso che si dovrà fare del sapere (tecnologico ma non solo) vera bomba innescata sotto gli assetti sociali ed economici.

Il rapporto dell’Istat potrebbe consentire una sorta di risveglio di attenzione nei riguardi dei temi di fondo degli scenari che si stagliano di fronte alle nostre società. Basti pensare al fatto che le difficoltà politiche e culturali nell’affrontare l’inserimento di migliaia di famiglie di immigrati vengono travolte dal fatto che l’evoluzione economica e sociale avanza inesorabile ed anche per i nuclei stranieri che vivono da noi si possono misurare le diseguaglianze di reddito e di status simili a quelle relative alle famiglie di cittadinanza italiana.

Servirebbe una… svegliata collettiva. Ed un impegno che rivaluti il ruolo della partecipazione, della coesione, del progettare e realizzare insieme.

I dati dell’Istat condannano l’inerzia degli ultimi anni annebbiati da troppa propaganda e troppi colpi a effetto purtroppo effimeri, ma ci ricordano anche che quella rischia di essere una deriva lunga ed ancora più allarmante. Con tutte le conseguenze del caso che però si possono arginare e ridurre. Ma ci vuole la politica.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Richetto e Richetti

Parlare di vitalizi da parte di un ex parlamentare rischia di essere giudicato poco credibile. Ritorno tuttavia sull’argomento che tanto appassiona giornalisti che percepiscono in enti pubblici o in giornali e televisioni, largamente sovvenzionati o regolamentati grazie alla politica, compensi assai superiori. Dei vitalizi si continua a parlare anche se non esistono più e i nuovi parlamentari usufruiscono di una piccola pensione che scatta a 65 anni calcolata interamente col sistema contributivo. Ma, signori miei, i Cinque stelle seminano disprezzo per la politica e odio per chi alla politica ha dedicato la vita. La semina sta raccogliendo frutti. Anche perché, per contestarla, il Pd pare ogni tanto intenzionato a imitarne il contenuto.

E’ accaduto con talune insorgenze renziane durante l’ultima fase del referendum, quando qualche cattivo suggeritore avrà convinto Renzi a sguainare la scimitarra dell’antipolitica, come se eliminare tre centinaia di parlamentari avesse sistemato le casse dello stato e come se il costo di una democrazia fosse sganciato dal suo funzionamento. Adesso il buon Renzi pare aver dato via libera a quel Richetti, sassolese purosangue ed ex dj, dal bell’aspetto e che tutto pare tranne che un intellettuale. Costui ha presentato una proposta di legge per calcolare tutti i vitalizi passati col metodo contributivo. Lasciamo stare che il Pd (pare sia lo stesso partito) ha appena proposto e votato alla Camera un’ulteriore modifica del sistema dei vitalizi, attraverso un prelievo triennale di tutti i compensi superiori ai 70mila euro lordi annui. E lasciamo anche stare il fatto che toccare diritti acquisiti è, come noto, incostituzionale.

Aggiungiamo che non si capisce il motivo che spinge Richetti a proporre che solo i vitalizi e non tutte le pensioni, vengano calcolate col contributivo. Solo a una categoria si dovrebbe calcolare, diversamente da quanto avviene per gli altri, il suo attuale reddito. Com’é noto le pensioni degli italiani non sono tutte calcolate col contributivo. Questo sistema viene applicato a tutti coloro che sono stati iscritti all’ INPS dopo il 31 Dicembre 1995 (contributivo puro) cioè dopo l’approvazione della legge, e viene applicato pro quota dal 1° gennaio 1996 per tutti quei lavoratori che hanno maturato a tale data meno di 18 anni di contributi. Per gli altri, cioè coloro che hanno maturato almeno 18 anni di anzianità contributiva, viene applicato dal 1° gennaio del 2012.

Evidente che Richetti non voglia applicare il nuovo sistema a tutti per intero. Sarebbe un suicidio politico-elettorale per lui e per il suo partito. E cosi cade in una assurda contraddizione solo mitigata dal fatto che i parlamentari di oggi contaminano anche la credibilità di quelli di ieri agli occhi della pubblica opinione e un torto a loro viene salutato come un atto di giustizia. Personalmente ho avanzato un’altra proposta che ritengo assai più equa e redditizia. E cioè una sorta di patrimoniale, anch’essa di durata triennale, per non renderla incostituzionale, su tutti i redditi previdenziali superiori ai tremila euro mensili, da destinare all’aumento delle pensioni minime. Perché Richetti non la fa sua? Per un motivo e cioè l’enfasi propagandistica sarebbe minore e il consenso assai incerto visto che toccherebbe non solo alcuni politici, ma molti giornalisti, magistrati e dirigenti. Ricordate Richetto, quello scolaretto un po’ cresciuto che faceva il paio con mago Zurlì? Studia, gli diceva Tortorella. E’ un consiglio che rivolgo sommessamente anche al suo plurale.