Perché tra Pisapia e Pd dobbiamo esserci noi

Cerchiamo di fotografare la situazione del centro-sinistra e le possibili, ma non certe, evoluzioni dei meccanismi elettorali. Sul fronte “sinistro” é in atto il tentativo di reductio ad unum dei partiti, movimenti e sigle che oggi pullulano come non mai. Se espungiamo quelle esplicitamente comuniste troviamo Sinistra italiana, con gli ex Sel più Fassina, D’Attorre e i primi fuorusciti dal Pd, il movimento Possibile (aggettivazione italiana del verbo Podemos d’impronta spagnola) di Pippo Civati, Articolo 1-Movimento dei democratici e progressisti degli ultimi scissionisti ex pidini D’Alema-Bersani-Speranza-Rossi, il tandem Falcone-Montanari, quelli per intenderci del Brancaccio, che però non accettano altra supremazia della loro e contestano quella eventuale di Pisapia. Infine l’ex sindaco di Milano col suo Campo progressista, nel quale pare convivano esponenti della sinistra, ma anche del centro, come Tabacci e Sanza.

Quello di Pisapia é un caso a parte. Sarebbe sua intenzione, in realtà, non tanto fare da new Vinavil dell’area che si colloca a sinistra del Pd, in funzione di una magnifica quanto pericolosa battaglia a perdere, ma piuttosto di proporsi come federatore del centro-sinistra tutto, Pd compreso. Ma il Pd di Renzi finora non ci sente, mentre più forti paiono le voci, non solo quelle della minoranza orlandian-cuperliana, ma anche dello stesso Franceschini, che ipotizzano una nuova coalizione di centro-sinistra. Dalle proposte di modifica della legge elettorale si misureranno la volontà di aprire a una coalizione (col premio di coalizione appunto) o quella di mantenere la situazione attuale (col premio alla lista). In quest’ultimo caso Pisapia potrà o confluire nel nuovo soggetto di sinistra o ritirarsi nel suo studio a Milano.

Sembrerà paradossale ma mentre a sinistra, soprattutto da parte di Bersani e Speranza, e con propositi diversi di Pisapia, si ipotizza un nuovo rapporto col centro, con rinnovato spirito ulivista, si dice anche su sollecitazione di Prodi, il Pd resta immobile e con Orfini demonizza la riflessione sulle alleanze aperta da Franceschini, mentre oggi Renzi parla di messaggio veltroniano (il partito a vocazione maggioritaria?). Eppure una parte di centro, l’attuale Alternativa popolare, ha governato col Pd per l’intera legislatura. Le cose non sono destinate a rimanere ferme. I sondaggi parlano di un Pd in caduta libera, prossimo ormai a scendere ai livelli del 2013, che costarono la testa di Bersani. Una coalizione di diversi soggetti può rendere il centro-sinistra ancora competitivo, l’isolamento renziano rischia di portarlo alla sicura sconfitta. E credo che ben difficilmente il Pd potrà governare con Berlusconi, col centro-destra che va a gonfie vele, ma soprattutto su spinta leghista.

C’é un problema che riguarda prima del centro-sinistra e del centro-destra la prospettiva di governo dell’Italia. Il rischio che possa finire nelle mani del populismo-sovranista di Salvini-Grillo non é certo scongiurato. Il centro-sinistra e il centro-destra trovino un’intesa su una legge elettorale che reintroduca le coalizioni. E il Pd stringa un patto con Pisapia mettendo a disposizione lo strumento delle primarie per la scelta del candidato leader. Si vedrà chi potrà ottenere il maggior consenso tra Renzi e Pisapia, senza dimenticare Gentiloni, che in questo momento ottiene il maggior gradimento degli italiani. Penso che questa proposta debba avanzare il nostro partito, magari coinvolgendo in una grande manifestazione nazionale il Pd, Pisapia e la Bonino. Senza escludere la stessa Alternativa popolare, per cinque anni al governo col centro-sinistra. Quattro interlocutori fondamentali di una opportuna e giusta prospettiva politica.

I

La strage di via D’Amelio: le accuse di Fiammetta Borsellino

E’ trascorso già un quarto di secolo dalla strage di Capaci e da quella di via D’Amelio di Palermo, della quale proprio oggi ricorre l’anniversario, in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E tanti anni non sono bastati per arrivare in fondo alla verità sui motivi, i mandanti, gli esecutori, in un crogiuolo di processi, uno, bis, ter, di dichiarazioni e di smentite di pentiti e di semplici criminali e depistatori. Per entrambe le stragi é stata condannata la cupola mafiosa che già alla fine del 1991, dopo le sentenze del maxi processo, aveva condannato a morte Falcone, il ministro Martelli che chiamò Falcone al suo ministero, e lo stesso Costanzo, che scampò ad un attentato poco dopo. Questo lungo e ingarbugliato iter riguarda soprattutto il delitto Borsellino e quello dei suoi uomini della scorta, come ha inteso ricordare oggi lo stesso Presidente della Repubblica. Il grido di dolore e di accusa lanciato sul Corriere dall’ultima figlia di Borsellino, Fiammetta, merita quanto meno una seria riflessione.

La figlia di Borsellino torna a chiedere giustizia: “Consegnerò inconfutabili atti processuali dai quali si evincono le manovre per occultare la verità sulla trama di via D’Amelio”, sostiene mentre si avvicina il suo appuntamento con la Commissione antimafia. Poi lancia strali contro la procura di Caltanissetta che definisce “una Procura massonica guidata da Gianni Tinebra, che é morto, ma dove c’erano Annamaria Palma, Carmelo Petralia, Nino Di Matteo, altri…”.. Su Di Matteo dice che era un magistrato alle prime armi ma che suo padre avrebbe meritato non certo un magistrato alle prime armi. Ma la parte più inquietante dell’intervista é quando ricorda i nomi e cognomi e le denunce circostanziate rivelati alla trasmissione di Fabio Fazio e i silenzi e l’isolamento a cui é stata confinata.

Non si può dimenticare infatti che Paolo Borsellino stava proprio indagando sui rapporti tra mafia, appalti e potere economico e lì si trova innanzitutto il motivo del suo omicidio. Che magistrati di Caltanissetta e di Palermo, con il giudice Gianmanco che già aveva isolato Giovanni Falcone e coi suoi successori, abbiano orientato tutte le indagini esclusivamente sul rapporto mafia-politica é un fatto. Il 1992 è l’anno di Mani pulite e dello scardinamento del sistema politico. Anche le stragi di mafia, comprese quelle del 1993, vennero lette come tentativo del sistema di difendersi. Lettura folle, a distanza di anni.

Tanto più che il governo Andreotti-Martelli é quello che si caratterizza per le leggi e le disposizioni più dure nei confronti della mafia. Difficile non leggere in questo modo l’omicidio di Salvo Lima avvenuto ad inizio primavera e poi la stessa scelta dei tempi (eravamo a Camere riunite per eleggere il presidente della Repubblica e dopo la caduta di Forlani qualcuno pareva orientato a giocare la carta Andeotti) della strage di Capaci, che obbligò i partiti a individuare un esponente immediatamente eleggibile e la scelta cadde sul presidente della Camera Scalfaro (l’altro candidato era il presidente del Senato Spadolini). Nessuno allora volle seriamente indagare sul perimetro oggi ricordato dalla figlia di Paolo. Sembrava forse troppo riduttivo, scarsamente gratificante e appetibile. Così a 25 anni di distanza, tra errori e colpevoli distrazioni, il sangue di via D’Amelio é ancora privo di una giustizia definitiva. L’Avanti non può che sposare in pieno il grido di dolore di Fiammetta Borsellno. Seguirà da vicino tutte le sue denunce.

Governo. Costa si dimette e torna con Forza Italia

costa e boschiNon è stato di certo un fulmine a ciel sereno, ma la notizia ha comunque infastidito l’esecutivo. Il ministro per gli Affari Regionali, Enrico Costa lascia il governo per tornare con i Forzisti, il deputato di Alternativa Popolare ha presentato le proprie dimissioni al presidente del Consiglio dei ministri con una lettera al Presidente Gentiloni dove spiega le ragioni della decisione. “Sono opinioni politiche del tutto naturali, per chi ha una storia politica come la mia. In questi mesi ho anche espresso il dissenso su alcuni provvedimenti (ius soli, processo penale), motivando dettagliatamente le mie posizioni. C’è chi ha ritenuto queste opinioni fonte di pregiudizio per il Governo, ma anche chi le ha apprezzate perché hanno portato una interessante dialettica”.
Il Presidente Gentiloni, fanno sapere fonti di Palazzo Chigi, prende atto delle dimissioni e assume l’interim.
Alcuni media hanno scritto nei giorni scorsi di un riavvicinamento tra Costa e Forza Italia, dopo che Angelino Alfano, ministro degli Esteri e leader di Ap, ha detto che la collaborazione col Pd era conclusa, pur ribadendo il sostegno al governo.
Oggi, commentando la lettera di Costa, lo stesso Alfano ha detto che le dimissioni sono “inevitabili e tardive”. “Credevo lo facesse già un paio di giorni fa”, ha aggiunto, spiegando che Ap vuole costruire “un’area autonoma, una forza indipendente da destra e da sinistra”.
Il capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato, non teme ripercussioni sull’esecutivo: “Mi spiace per il ministro Costa che ha fatto una scelta politica molto chiara, ma non vedo pericoli per il governo”. La sua decisione viene apprezzata anche dal leader della Lega che con linguaggio ‘colorito’ scrive su Twitter: “Ministro #Costa, a differenza del POLTRONARO ALFANO, si è dimesso. Governo perde voti, perde idee e perde pezzi. #ELEZIONISUBITO e si cambia”.
Mentre stizzito appare il commento del deputato di Ap Sergio Pizzolante che su Facebook scrive: Oggi, la transumanza dell’ultimo minuto mi ripugna. Sarebbe la prova di un delitto morale non commesso, allora, almeno da me, il tradimento! Penso anche che, dire siamo alternativi al Pd, stando al governo con il Pd da più di 4 anni, sia un non senso politico. La prova di una confusione politica ed identitaria che ci ha portato dall’8% dei primi sondaggi, al 3. Chi ci vota ancora non lo fa per tornare da Berlusconi. Altrimenti ci andrebbe da solo. Siamo e vogliamo restare autonomi, ancor più se si voterà con il proporzionale”.
Ma ora la questione si sposta su altri nodi, ad esempio entro l’autunno dovrebbe essere approvato il ddl delega sulle concessioni demaniali. L’ormai ex Ministro Costa se ne occupa con i relatori di maggioranza Tiziano Arlotti e Sergio Pizzolante. Ora come si comporterà Costa vista l’opposizione frontale della sua nuova casacca Forza Italia alla legge delega?

AMSI: “Ius soli, basta
con le strumentalizzazioni”

ITALIA PRIMA NELL'UE NEL CONCEDERE LA CITTADINANZA A MIGRANTIIn Italia cresce la polemica circa il ddl che modificherebbe lo “ius sanguinis”, “diritto di sangue”, a favore dello “ius soli” temperato e dello “ius culturae”; il ddl che introduce appunto lo “ius soli” è nuovamente fermo in Parlamento ( il Governo ha preferito non insistere su una rapida approvazione della legge, rinviandola a settembre). Il tema è stato al centro d’un incontro-dibattito, dedicato a sanità e immigrazione, organizzato a Roma dal movimento internazionale “Uniti per Unire”, con l’Associazione Medici d’ Origine Straniera in Italia (AMSI), le Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e la Confederazione Unione Medica Euro Mediterranea- UMEM.

Ad emergere dai delegati, appartenenti a diversi Paesi del mondo e professanti varie religioni, è stata la volontà di sostenere una cittadinanza globale, che non faccia sentire nessuno escluso; e di difendere il diritto alla salute universale, che si costruisce con la diffusione della conoscenza e con la cooperazione internazionale.

“Sono grato a questa squadra multiculturale”, ha sottolineato, in apertura, Foad Aodi, “Focal Point” per l’Integrazione in Italia per l’Alleanza delle Civiltà (UNAoC, organismo ONU), e in qualità di fondatore di AMSI e Uniti per Unire: “squadra che s’ è rafforzata ulteriormente con le nostre Confederazioni UMEM e #Cristianinmoschea (nata, a settembre scorso, come iniziativa per il dialogo interreligioso, dopo l’incredibile serie di attentati dell’estate 2016. N.d.R.). Siamo tutti figli di una sola umanità, e proprio per questo dobbiamo assicurare a tutti i loro diritti. Diciamo Sí allo “ius soli” temperato: primo passo per facilitare l’integrazione degli stranieri, per farli sentire parte di questo Paese, e per aiutarli a costruirlo, combattendo la crisi d’identità dei nostri giovani stranieri, per non farli sentire giovani di serie B. Diciamo basta alle strumentalizzazioni e alle delusioni politiche, siamo stanchi di sentir proporre lo ius soli da anni senza approvarlo nel concreto; serve un largo consenso e serve anche il coinvolgimento delle comunità straniere, come chiediamo ormai dal 2000 tramite il progetto Buona Immigrazione “.

“Il Movimento Uniti per Unire, insieme alle Confederazioni Internazionali”, aggiunge Federica Battafarano, portavoce del movimento e assessore alla Cultura del Comune di Cerveteri, “continuerà a dare il suo contributo per avvicinare i cittadini alla vita politica, per sensibilizzare l’opinione pubblica a certi temi e e collaborare con le istituzioni, avanzando proposte concrete e ascoltando la voce di tutti”.

Mentre l’assemblea ha approvato, con varie integrazioni, il Manifesto #Sanitàemulticulturalismo, che presenta le proposte redatte col contributo di tutti i professionisti della Sanità, italiani e d’ origine straniera, il dibattito è proseguito con gli interventi di Suzanne Diku (Congo), presidente dell’ associazione “Tam Tam d’Afrique”, Natalia De Magistre (Argentina), psicologa presso UNICEF e coordinatrice del dipartimento Giovani di “Uniti per Unire”, Kami Paknegad (Iran) Segretario Generale di AMSI; Badia Rami (Marocco), coordinatrice dipartimento Donne delle Co-mai, Luciano La Gamba, presidente dell’ Associazione Sindacato Emigrati ed Immigrati, e altri ancora.

In ultimo, è stato eletto Vicepresidente dell’ UMEM l’oculista Daniele Di Clemente: affiancato al fisioterapista Gianfranco Saturno. “Sono grato di questo incarico prestigioso”, ha detto Di Clemente; “ci impegneremo insieme a restituire forza e dignità a tutti i sanitari anche attraverso il forte impulso della tutela legale ed economica, tutelando medici e pazienti e potenziando i rapporti tra medici e altri professionisti, tra i diversi albi professionali”. “Onorato della nomina prestigiosa”, s’è detto anche Saturno: “nomina che portero’ avanti con l’augurio di intensificare la collaborazione dei professionisti italiani e di origine straniera con un arricchimento comune, come facciamo da anni coi corsi d’aggiornamento professionale AMSI”.

Infine, i partecipanti hanno nominato all’unanimità socio onorario “in memoriam” di Uniti per Unire ed UMEM il diplomatico palestinese Khalil Altoubat, recentemente scomparso.

Fabrizio Federici

Incostituzionali’s Karma

Bel gruppo di politici davvero, quello italiano. Prima inventa una legge per riformare l’istituto dei vitalizi, poi si rende conto, dopo aver consultato costituzionalisti, che si tratta di legge che la Consulta avrebbe bocciato. E allora ripiega su una delibera dell’ufficio di presidenza di Camera e Senato. Intanto é oltremodo ridicola questa presunta ignoranza della Carta costituzionale che nega l’effetto retroattivo delle leggi. Dico presunta perché non credo proprio che Richetti e Di Maio non la conoscano. Più preoccupante é semmai che non la conosca Boeri. La irretroattività delle leggi, in materia pensionistica, potrebbe essere superata qualora, dice la Corte, esistano principi di universalità (l’intervento deve riguardare tutti e non una sola categoria), di transitorietà (l’eventuale taglio deve essere solo occasionale, non definitivo, anzi di breve durata), di ragionevolezza (deve essere molto parziale e non incidere in misura eccessiva), ma addirittura l’eventuale taglio non può riguardare un fatto concluso. Cioè una situazione già completamente determinata.

Quel che stupisce, ma fino a un certo punto, é che i parlamentari dei Cinque stelle e, dispiace dirlo, anche molti (o pochi?) parlamentari del Pd abbiano invece presentato una legge “parziale”, cioé da applicare solo ai parlamentari, dopo aver pubblicizzato l’istituto del vitalizio con un costo di oltre 50 milioni di euro per le casse dello stato. Solo ai vitalizi si dovrebbe infatti applicare un sistema completamente contributivo, addirittura conteggiandolo anche per gli anni precedenti l’entrata in vigore, 1 gennaio 1996, della legge Dini che prescrive il sistema contributivo e senza contare i 18 anni di contributi antecedenti l’entrata in vigore della legge che hanno consentito di spostare la sua applicazione a partire dal 2012. Discorso diverso sarebbe farlo per tutti. Ma interessando, un eventuale provvedimento del genere, milioni di italiani, si preferisce, all’universalità così poco redditizia sul piano elettorale, la parzialità di un intervento popolare contro gli ex parlamentari.

Anziché renderlo transitorio, com’è la recente legge appena approvata sui vitalizi che impone un taglio percentuale di durata triennale, la legge Richetti-Di Maio assegna una durata definitiva al provvedimento. La prescritta ragionevolezza dovrebbe portare semmai a prelevare di più sui vitalizi più alti, che resterebbero invariati, e non su quelli mediobassi che verrebbero quasi dimezzati. L’ultima clausola potrebbe poi far piazza pulita anche delle altre. La legge Richetti-Di Maio si impone proprio a una categoria che non può tornare al lavoro (nel momento in cui un ex parlamentare venisse rieletto perderebbe immediatamente il versamento del vitalizio per acquisire l’emolumento da parlamentare). Allora mi chiedo. Dove si vuole arrivare? L’interpretazione non é difficile. Perché non si é proposto, ad esempio di intervenire sui boiardi di stato e sulle loro pensioni dieci volte superiori a quelle degli ex parlamentari?

Perché colpendo il Parlamento si colpiscono i politici, quelli che, é ormai luogo comune, vengon definiti la Casta. E siccome, per la debolezza della politica di oggi, e anche per molte sue nefandezze, qualche scalpo va lanciato al popolo, anziché diminuire o anche dimezzare gli stipendi dei parlamentari di oggi (tra i quali coloro che presentano la legge o la delibera e coloro che intendono approvarla), misura assolutamente costituzionale, si punta l’indice sui politici di ieri, che sulla debolezza e anche le nefandezze dei politici di oggi non portano alcuna responsabilità, tagliando i loro vitalizi, miusura incostituzionale. Danno lo scalpo degli altri per difendere il loro. In questa rincorsa ipocrita si é distinto il movimento pentastellato. Perché lasciargli l’intera paternità della battaglia? Cosi Richetti e i suoi si sono allineati. Tanto, avranno pensato, interverrà la Corte a invalidare tutto e noi potremo sempre dire che abbiamo tentato. Alla fine faranno la figura dei pirla, e anche degli ignoranti. Ma contro la Casta (di ieri) ben vengano queste accuse. Resta un dubbio. Ma se una legge é incostituzionale, lo sarà anche una delibera interna, no? Il primo che farà ricorso invaliderà tutto. Vabbè, saranno due volte pirla e due volte ignoranti ma sempre contro la Casta di ieri e per gli stipendi di quella di oggi….

L’Avanti saluta il vecchio direttore Giovanni Pieraccini

Se n’é dunque andato anche Giovanni Pieraccini, l’ultimo superstite del vecchio Psi costruito in clandestinità, l’ultimo dirigente socialista del primo dopoguerra. Pieraccini era nato a Viareggio nel 1918 e aveva quasi 99 anni. Piccolo, smilzo, spesso con baffetti e occhiali, in molti lo ricordano come ministro dei Lavori Pubblici nel primo governo organico di centro-sinistra che prese piede nel gennaio del 1964 con Moro alla presidenza e Nenni suo vice. Ma qui vogliamo ricordarlo soprattutto come direttore dell’Avanti. Ne assunse la guida dopo il Congresso di Napoli del 1959, che gli autonomisti di Nenni vinsero ribaltando a loro favore i rapporti di forza che si erano ambiguamente determinati a Venezia due anni prima.

Pieraccini, autonomista e nenniano dalla svolta del 1956, era già stato esponente anti frontista e al congresso di Genova dell’estate del 1948 fu tra i firmatari della mozione di Riscossa socialista che con Pertini e Lombardi mise in minoranza lo stesso Nenni, assieme a Basso e Morandi. La sua direzione dell’Avanti attraversò il difficile e contrastato percorso che porterà lui e il Psi al governo del Paese. Se a Venezia Nenni aveva lanciato la politica dell’autonomia socialista ipotizzando quella riunificazione con Saragat impostata nell’incontro di Pralognan, ma era stato stoppato dalla sinistra interna che al momento del voto aveva organizzato un maggior numero di preferenze per i suoi nell’elezione a scrutinio segreto del Comitato centrale, a Napoli il Psi aveva affrontato il congresso dividendosi in tre mozioni: quella nenniana, quella della sinistra, quella presentata da Lelio Basso. E i nenniani, proponendo l’alternativa democratica, ebbero la meglio.

Il percorso si rese particolarmente accidentato dopo l’avvento del governo Tambroni che anziché aprire ai socialisti, come aveva suggerito il presidente della Repubblica Gronchi, si trovò ad accettare i voti del Msi. Gli incidenti, compresi quelli gravissimi di Reggio Emilia, determinarono la svolta. L’Avanti di Pieraccini fu in prima linea, solidarizzando con le vittime, chiedendo le dimissioni del governo nero, illuminando un percorso di apertura a sinistra. L’ex dossettiano Amintore Fanfani guidò, prima, il governo delle convergenze parallele, con il Psi e i monarchici che da fronti opposti resero possibile la formazione dell’esecutivo, e l’anno dopo capeggiò il primo governo di centro-sinistra non organico, retto dalla sola astensione del Psi. Fu quello il governo delle riforme (nazionalizzazione dell’energia elettrica, riforma della scuola media, riforma agraria, e altro ancora). Poi le elezioni del 1963 che punirono Dc e Psi (premiando il Pli di Malagoli che aveva contestato la “pericolosa” svolta a sinistra della Dc) e l’avvento di Moro e del governo di centro-sinistra coi socialisti nell’esecutivo e l’Avanti che titolava “Da oggi ognuno é più libero”. Compresi i socialisti filo comunisti che lasciarono il Psi fondando il Psiup.

Pieraccini fu ministro del Bilancio nel secondo governo Moro che sorse dopo il presunto tentativo di colpo di stato del Sifar nell’estate. Nenni avvertì un tintinnio di sciabole, la sinistra lombardiana, invece, preferì abbandonare l’esecutivo pur votando la fiducia, e Giolitti fu indotto a rifiutare il dicastero poi assegnato appunto a Pieraccini. Quest’ultimo sarà poi anche ministro della Marina mercantile e della Ricerca scientifica. Poi, negli anni settanta, il suo abbandono della politica attiva e il ripiegamento verso incarichi economici e culturali. Valorizzando soprattutto la sua Viareggio, dove Pieraccini contribuì con donazioni e iniziative molteplici alla nascita del museo di opere contemporanee di artisti italiani e stranieri. La sua sensibilità in chiave artistica lo aveva reso promotore della nascita, nel 1986, di Roma-Europa Festival, assieme a Jean Marie Drot dell’accademia di Francia. Peraccini divenne collezionista e promotore di mostre di grandi pittori. Quando, naturalmente, politica e cultura erano strettamente legate. Tanto che da un dirigente politico, nonché uomo di governo, poteva nascere un promotore e diffusore di arte. Che tempi…

Il gentil Gentiloni

Gli italiani seguono i vincenti? Bé in fondo la storia é lì a dimostrarlo. Non é un caso che al primo posto nei sondaggi figuri oggi il presidente del Consiglio Gentiloni, mentre solo un anno orsono vi campeggiava trionfalmente Renzi. Forse però c’è oggi qualcosa di più di una semplice attitudine, piuttosto mediocre, a premiare i forti e punire i deboli. A mio giudizio esistono almeno tre ordini di motivi che spingono Gentiloni sulla postazione massima del podio. Il primo é certamente dovuto alla crisi del suo predecessore, senza la quale l’attuale presidente del Consiglio sarebbe ancora un equilibrato e anche ossequioso ministro degli Esteri. Dopo il 4 dicembre Renzi ha iniziato a registrare una caduta libera in fatto di consensi, solo parzialmente invertita dalle primarie del suo partito, ma ancor più accentuata dalla sconfitta elettorale amministrativa.

Resta su di lui il mancato rispetto di un impegno a lasciare non solo la presidenza del Consiglio, cosa puntualmente avvenuta, ma anche la politica in caso di sconfitta referendaria. Il nostro Matteo poteva ritirarsi come Letta a Parigi, come Nannicini ad Harward? Forse avrebbe potuto rilanciarsi meglio con una pausa refrigerante e tonificante. Di contro Gentiloni, dopo la debordante e continua incursione di parole, assicurazioni, certezze, battute, del giovane leader fiorentino, é subito apparso come il suo contrario, del quale in molti avvertivano l’esigenza: un uomo pacato, silenzioso, equilibrato, moderato. Se non fosse una tautologia direi un gentiluomo. Uno al quale se chiedi una sigaretta ti sorride e si scusa perché non può fumare. Paradossalmente se sul piano politico non si può dubitare che Gentiloni sia stato e sia tuttora assai vicino a Renzi, sul piano caratteriale é apparso il suo opposto. Una boccata d’aria dopo la calura.

Il secondo motivo sta nel fatto che contrariamente a Renzi, sempre inteso come uomo solo al comando, Gentiloni non pare che comandi affatto da solo. Le scelte di politica economica sono concertate coi ministri Padoan e Calenda, ed entrambi risultano, per competenza, esperienza, capacità, un’assicurazione sulla vita del presidente del Consiglio. Diciamola tutta. La vicenda degli ottanta euro, peraltro finiti nella tasche di chi non ne aveva impellente esigenza (non dei più poveri, non dei pensionati) non sarebbe mai stata approvata se non ci fosse stata una impuntatura dell’ex presidente del Consiglio, e forse neppure l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, mentre oggi l’idea di finanziare a debito una generale diminuzione delle tasse viene contestata dal governo che con Calenda sostiene la fondamentale necessità di rilanciare soprattutto gli investimenti pubblici. Oltre che mettere mano a privatizzazioni, legge sulla concorrenza e altro.

Ma il terzo motivo riguarda i buoni risultati di questi sei mesi. I dati Istat parlano di una produzione industriale che nel mese di giugno è cresciuta del 2,8 rispetto al giugno precedente, di un Pil che sta superando le previsioni e potrebbe attestarsi a fine anno al’1,3, mentre la disoccupazione cala all11,3 per cento e quella giovanile, ancora molto alta, si attesta sotto 34 (dieci punti in meno). Non tutti questi risultati sono merito di Gentiloni, e certamente senza il jobs act e la legge sulla defiscalizzazione delle prime assunzioni, tutto sarebbe stato più difficile. Resta il fatto che in politica bisogna anche essere fortunati e il trio Gentiloni, Padoan, Calenda, pare nato sotto una buona stella. Adesso bisogna però superare il conflitto tra segretario del Pd e governo. Consiglierei modestamente Renzi di assecondare l’opera di Gentiloni, di non mettere bastoni nelle ruote. In fondo se il centro sinistra vuole affermarsi alle prossime elezioni ha solo un modo. E cioé quello di vantarsi di aver fatto buone cose. Gettare a mare tre presidenti del Consiglio é già successo. E non ha portato bene…

Caro Fiano, rifletti bene

La comunità ebraica, della quale lo stesso Emanuele Fiano é parte, ha sollecitato le autorità preposte e lo stesso governo a intervenire di fronte a nuovi rigurgiti di fascismo. Lo stesso Di Segni ha citato tre episodi: l’irruzione di Casapound in Consiglio comunale a Milano, la caccia dei suoi esponenti ai venditori ambulanti sulle spiagge di Roma e il caso del bagnino che nella sua spiaggia di Chioggia inneggia al fascismo travestendosi da Mussolini. Faccio notare che sui primi due casi si può, anzi si deve, agire codice penale alla mano. Sul terzo se c’é apologia di fascismo esistono già le leggi Scelba del 1952 e la legge Mancino del 1993.

Oggi si è invece ritenuto di intervenire di nuovo, perché evidentemente quelle leggi non sono state ritenute sufficienti. Partiamo dalla legge Scelba in attuazione al XII disposizione transitoria e finale della Costituzione. Diversi sono stati i ricorsi, da parte della destra e in particolare di esponenti del Msi, sull’incostituzionalità della legge (il riferimento é all’articolo 21 della Carta sulla libertà di organizzazione e di opinione), generalmente rigettati. In particolare sull’articolo 4 della legge la Corte, a proposito della fattispecie delittuosa, ha però segnalato che il reato si configura allorquando l’apologia non consista in una mera “difesa elogiativa”, bensì in una «esaltazione tale da potere condurre alla riorganizzazione del partito fascista», cioè in una «istigazione indiretta a commettere un fatto rivolto alla detta riorganizzazione e a tal fine idoneo ed efficiente».

La legge Mancino del 1993 è una norma della Repubblica Italiana che sanziona e condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista, e aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. La legge punisce anche l’utilizzo di simbologie legate a suddetti movimenti politici. Naturalmente non precisando esattamente quali simbologie e anche i gesti che però devono essere chiaramente riconducibili a movimenti (non solo nazisti e fascisti) che incitino alla violenza e all’odio razziale, etnico o religioso (quest’ultimo di una certa attualità) ai quali recentemente il Parlamento ha pensato di aggiungere anche l’omofobia.

La legge Fiano entra nei particolari. Leggiamo l’articolo 293 bis che si propone di introdurre nel codice con la legge Fiano e cioé Propaganda del regime fascista e nazifascista: “Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici». Cioè non solo chi produce e distribuisce ma anche chi “richiama pubblicamente la simbologia” qui viene punito con una condanna da sei mesi a due anni. Questa é la prima novità. Dunque diciamo cosi la norma anti gadget (ma non solo). Seconda novità. La pena é raddoppiata se il reato é commesso via internet.

Le mie obiezioni sono due. Lasciamo pur stare i raddoppi, i dimezzamenti e quant’altro delle pene perché poi sappiamo che in Italia in galera non va nessuno o quasi. C’é qualche attinenza di queste norme con i conclamati rigurgiti di fascismo? Davvero pensiamo di combatterli con una legge che punisce gli accendini con la faccia di Mussolini? Torniamo all’inizio. Se ci sono tre reati, quelli segnalati da Di Segni, si perseguano seguendo l’attuale normativa. Che bisogno ce n’é di una nuova? Quando però le cose sembrano inutili, hanno un’altra ragione. Lascio il campo aperto per le ipotesi. Seconda obiezione. Davvero intendiamo mettere in galera fino a due anni chi veste con la camicia nera, chi si mette un distintivo che richiama il vecchio regime, chi acquista un quadro che raffigura la marcia su Roma? Vado avanti? Dove ci fermiamo? Oggi la presidente della Camera ha parlato addirittura dei monumenti. Si riferiva all’Eur? Certo si tratta di un’architettura che richiama pubblicamente la simbologia fascista. E lo stadio Olimpico dove campeggiano ancora i tracciati fascisti? E Latina? Dove ci fermiamo? E questo a cosa servirebbe, questa nostra purificazione dalle simbologie fasciste? A frenarne un rigurgito? Non finiamo per creare delle vittime rendendo il loro approdo politico più avvincente? Caro Emanuele Fiano, fermati tu, rifletti. Ne sei capace. Hai già mostrato disponibilità a modificare il testo della tua legge. Nessuna legge può cancellare il passato. Oggi tentano anche col nostro, figurati. E non abbiamo dichiarato guerra a nessuno.

Aiuto, il fascismo alle porte…

Che bisogno c’è di varare oggi una nuova legge che punisce l’apologia del fascismo? Esiste già la legge Scelba del 1952, che ha messo nero su bianco il comma primo della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, poi la legge Mancino del 1993, che punisce anche simbologie e gesti che si ispirano a quella ideologia e allarga lo spettro ad un insieme di altri atteggiamenti che ispirano violenza e odio. Diciamo la verità. Le due leggi, quella sul divieto di ricostruzione del partito fascista e sull’apologia del fascismo, che porta il nome di quello Scelba che proprio in quegli anni rivolgeva la sua attenzione, non certo benevola, verso i partiti sinistra, e quella di Mancino, che allarga il perimetro a chi incita agli odi razziali, etnici e religiosi, mentre in Italia si diffondeva il fenomeno leghista, appartengono a due fasi storiche particolari. Quelle fasi le due leggi fotografano. In qualche misura le inseguono.

Non si capisce perché tornarci sopra oggi. A cosa si intenda rispondere. Forse alla contraddizione che esiste attorno al fascimo nel gruppo dirigente pentastellato? E soprattutto non si afferra bene cosa cambi nelle disposizioni legislative. Solo differenze marginali. A ben leggere il nuovo dispositivo presentato da Fiano le novità paiono soprattutto due: viene vietata la produzione, diffusione, vendita di gadget che richiamano persone e avvenimenti da ricondurre al fascismo (con tanti saluti agli affari di Predappio, ma nel lastricato dello stadio Olimpico come la mettiamo?), e che le vecchie normative vengono oggi estese anche al web. Cose invero decisive per le sorti dell’Italia. E’evidente che si tratta di un passo che mira a spostare la discussione ancora sul tema del fascismo-antifascismo a cui già in tanti oppongono quella del comunismo-anticomunismo. Tipico, questo ritorno all’indietro della classe politica italiana nei momenti di crisi. Da un leader che scrive Avanti però ci si attende ben altro.

Torniamo al tema. Dopo 74 anni dalla fine del fascismo, e 72 dalla fine della guerra, sul ventennio molti storici sono arrivati a un giudizio equilibrato. Critico, fino al 1938, di dura condanna dopo, a causa delle leggi razziali e del patto con la Germania nazista. Ma lasciamo perdere la storia se non per inserirvi due distinzioni, la prima, quella della non omologazione tra fascismo e nazismo, che storici come Renzo De Felice hanno motivato a mio avviso in modi convincenti. La seconda é riferita al rapporto tra fascismo e terrorismo nero. Mi ricordo una battuta di Craxi che mi stupì, ma mi fece riflettere. Era il 1974 ed eravamo di fronte alle prime stragi nere. Craxi mi disse: “Questi sono terroristi, il fascismo é stato altra cosa”. Aveva proprio ragione. Un excursus sul modo di comportarsi di altri paesi. Proprio alla metà degli anni settanta mi recai in Urss nei pressi di Leningrado, quando ancora i comuni rossi allacciavano rapporti di gemellaggio a senso unico con l’Est. Nella piazza principale di una città dedicata al protagonista della rivoluzione d’ottobre campeggiava una statua dello zar. Da stropicciarsi gli occhi. Mi spiegarono che la storia non può essere rimossa. E’ in fondo la stessa ragione che spinge i miei amici di Cavriago a tenere in piazza la statua di Lenin.

Infine si affacciano altre due questioni. La prima é relativa all’insieme delle ideologie e sistemi politici di stampo criminale. Delle differenze tra nazismo e fascismo fino al 1938 ho detto. Resta il problema del comunismo. Parto da un presupposto. Un conto é il crimine, un conto é il pensiero che lo anima, lo ispira, lo giustifica. A cavallo degli anni sessanta-settanta i magistrati italiani avrebbero dovuto incriminare un’intera generazione che inneggiava alla rivoluzione, a Mao tse tung, a Lenin, a Castro, a Che Guevara, che considerava la violenza necessaria, che cantava slogan come “Vietcong vince perché spara” o “Uccidere un fascista non é reato” e appiccicava l’appellativo di boia a tutti i presidenti americani. Poi, per fortuna, quelli che si sono messi a sparare sono stati relativamente pochi. Non pochissimi. Cossiga, era presente anche Gianni Cervetti, in una cena mi confidò che coloro che abbracciarono le armi ed entrarono in clandestinità o semiclandestinità sono stati 14mila. Uno stadio medio esaurito. Esagerava?

Giusto allora applicare le norme anche alla propaganda della violenza comunista almeno a quella di stampo stalinista? Non farlo solo perché questa violenza non si é sviluppata in Italia (anche questo non é vero, sono di Reggio Emilia) mi pare argomento debole (anche il nazismo non é stato fenomeno italiano). Poi una seconda annotazione. Esiste oggi in Italia un pericolo fascista? Esiste dunque la necessità di frenare l’adesione di masse di giovani verso un’ideologia bocciata dalla storia? Lasciamo stare le violenze, cioè le azioni criminali, che vanno colpite chiunque le compia. A me pare che oggi la violenza che si sta diffondendo in tutta Europa, sulla base di un odio di stampo religioso, sia quella islamista. O sbaglio? Certo ci sono stati anche atroci delitti, come quello di Utoya, di stampo razzista e nazista. Ma il maggior numero di agguati sanguinari portano altrove. In Italia pensiamo invece di avere un Attila alle porte con la camicia nera. Non c’é che dire. Siamo davvero originali.

Il rancore e il rimpianto

Per Giuseppe De Rita (nel suo articolo di oggi sul Corriere) queste sono le due caratteristiche oggi prevalenti tra gli italiani, capaci di orientarne le tendenze elettorali. Il rancore verso gli altri, che in parte sostituisce il valore della lotta di classe o della mobilitazione positiva per l’affermazione di diritti collettivi di carattere sociale e civile, é sentimento non nuovo. Affonda le sue radici nel blocco all’ascensione sociale di un ceto medio insoddisfatto, frustrato, ribelle, che già negli anni novanta aveva trovato rifugio nella Lega e che oggi ha impugnato lo spadone dei Cinque stelle. Si tratta a mio avviso, però, di un sentimento volubile, non piatto e uniforme, capace di orientarsi verso chiunque proponga danni per gli altri più che vantaggi per sé. Il rancore é popolare, viene incrementato dai mezzi di informazione e la parola Casta é ormai entrata nel gergo popolare non solo per definire il sistema politico. Esiste una casta dell’informazione, dell’economia, dello sport, in ogni associazione, in ogni segmento aggregativo c’é la casta contro la quale affinare coltelli. I social devastano. La delega viene disconosciuta. Ognuno può scrivere e dire quel che vuole, anche offendere e denigrare. Siamo all’appiattimento, alla omologazione. Il rancore produce l’idea che non esistano persone colte e ignoranti, intelligenti e rozze, creative e grigie. Siamo tutti uguali, tutti all’altezza di far tutto. E chi é più in alto di noi è perché ha avuto fortuna, raccomandazioni, soldi, senza merito alcuno.

Brutta roba il rancore. Per fortuna emerge oggi il rimpianto, che non sopprime il rancore ma pare incanalarlo verso una soluzione. Possibile, impossibile? Leggiamo De Rita: “Se ripercorriamo la cronaca degli ultimi mesi troviamo evidenti cedimenti nostalgici: al ricordo di alcuni protagonisti del passato (da Rodotà a Villaggio); al rientro in campo di qualche antico leader politico (da Prodi a Berlusconi); al compiacimento per il successo museale della mitica 500; al ripercorrere, sotto il palco di Vasco Rossi, quarant’anni di nostre storie personali; al risveglio della logica proporzionale per le future elezioni politiche; al rimpianto per l’intervento pubblico nell’economia e sul territorio (ho letto addirittura, specie nelle zone terremotate, sorprendenti richiami alle soppresse Province). È probabile, su queste basi, che la nostalgia possa diventare una variabile importante nelle prossime vicende politiche”.

Qualcuno potrebbe pensare allora di riscoprire personalità politiche e magari partiti del passato? Personalmente, già qualche anno fa, misi in cantiere per il Psi il Processo alla seconda repubblica mai nata. Intervennero in tanti. Da Damilano a Teodori a Paolo Franchi, a Tiziana Parenti. Tutti convinti che nel paragone la cosiddetta Prima repubblica avesse stravinto. Oggi la sensazione si è fatta generale. La storia é una cosa, la politica altra cosa. Purtroppo non possiamo richiamare in servizio Craxi, Andreotti, Berlinguer, mentre Forlani e Napolitano sono ultranovantenni. Il rimpianto non consente soluzioni automatiche. Ciò che si rimpiange non si può far rinascere. Ma solo rivalutare. Tranne, forse, che su un punto. Quel che di buono si gettò dalla finestra e che con la rottamazione renziana si é seppellito era la professionalità nella politica. La mancanza di una classe politica autorevole é alla base della crisi italiana e non basta dichiarare oggi obiettivi giusti (il 3 per cento deficit-pil e 30 miliardi liberati per investimenti e detassazioni) per diventare credibili. Oggi più che mai si avverte il bisogno di abbinare qualità politiche del passato a una nuova preparazione tecnico-scientifica. Non basta però quest’ultima (i richiami a Draghi, a Marchionne, anche a Calenda, sono univoci). Occorre, come ha giustamente corretto un uomo del centro destra oggi vincente, anche la prima. Servirebbe un Diogene per rintracciare almeno un uomo…