Grillo l’antropofago

C’é qualcosa di più del disprezzo per la libera stampa, che sia ben chiaro in Italia é spesso tutt’altro che libera, nella invettiva di Grillo urlata ai giornalisti dal finestrino dell’auto. Quel “vorrei mangiarvi per potervi vomitare” appartiene a una superstizione antica dei poteri. L’idea dell’essere che é in condizione di divorare suoi simili ha origine nella mitologia greca e romana. Parliamo di Saturno, Crono per i romani, il più giovane dei Titani. Secondo la cosmogonia greca Crono, essendogli stato profetizzato che uno dei suoi figli lo avrebbe soppiantato e privato del potere, li iniziò a divorare uno a uno. La moglie Rea riuscì a porre in salvo solo Zeus, che poi riuscì a restituire i figli ingoiati e spodestò il padre divenendo signore assoluto di tutti gli dei.

L’idea di divorare qualcuno é dunque la massima vocazione di potere. Quella più antica, la più assoluta. E dunque Grillo se l’attribuisce paragonandosi al padre di Zeus. Ma quella di vomitarli é anche peggio. Sfidato da Zues Crono li riconsegnò intatti, Grillo vorrebbe addirittura lacerarli e confonderli nel vomito. Anzi, li divorerebbe solo per poterli vomitare. Compirebbe il sacrificio di ingurgitarli per la gioia di rigettarli. Ovvio che paragone per paragone, viene in mente Di Maio, che con Zeus c’entra assai meno che con San Gennaro come si é visto nella foto dove bacia l’ampolla del sangue rappreso. Di Maio spodesterà Grillo?

I suoi quattro fratelli sono in realtà sette e divorati da Grillo-Crono in realtà non gli verranno restituiti. Saranno dimenticati in fretta. Credo che da Di Maio, tuttavia, non nasceranno stirpi di dei. E che la guerra a interpretare la figura di Zeus sia già cominciata con Di Battista e Fico in prima linea. Di Maio vincerà primarie taroccate e si aggiudicherà una premiership che in Italia conta come gli assessori a tempo della Raggi. E i giornalisti italiani non saranno mangiati e vomitati. Potrebbero essere impediti a svolgere la loro attività. Questo é già accaduto in passato e la decisione venne presa da uno che al massimo si faceva chiamare in latino come un comandante, non come un dio….

Signori, ecco a voi il Mullerattam

Si riparte. Ancora non si capisce per arrivare dove. Ma si riparte con un nuovo testo di riforma della legge elettorale che viene oggi depositata da Emanuele Fiano alla Commissione affari costituzionali della Camera. Non é il tedesco, non é il Mattarellum, signori. E’ il Mattarellum rovesciato. Dunque il Mullerattam. Prevede, al contrario della legge che porta il nome dell’attuale presidente della Repubblica, solo un terzo di collegi uninominali maggioritario e il resto proporzionale, con uno sbarramento al 5 per cento. Favorevoli Pd, Lega (che dice sempre sì), con Berlusconi interessato. Decisamente contrari grillini, Sinistre e forse, se rimarrà uno sbarramento alto, anche Ap.

Altro giro, altro premio? No, il premio non c’é più, ovviamente. A un terzo di collegi che dovrebbero essere talmente ampi da prevedere ampie coalizioni, ma con candidati difficilmente in grado di condizionarne l’esito, sarà di contrappeso una serie di liste più o meno allargate di partiti con candidati non si comprende se bloccati o eletti con le preferenze. Quest’ultimo, assieme alla questione dello sbarramento, mi sembra il nodo ancora aperto. Penso che i socialisti debbano apprezzare tutto quello che si distacca dall’Italicum e si avvicina al Mattarellum. Meglio ampie coalizioni riformiste e magari una lista sul proporzionale che riprenda la vecchia idea dell’area socialista, radicale, ecologista. Se lo sbarramento sarà abbordabile.

Restano gli interrogativi e siccome le leggi elettorali rappresentano conseguenze di scelte politiche allora andiamo in ordine. E’ interesse del Pd spaccare la sinistra e nei collegi uninominali Pisapia e il suo Campo progressista potrebbero fare alleanza, mentre sul proporzionale il Pd potrebbe presentare un simbolo che richiami a un’intesa più vasta. Berlusconi sarebbe interessato a una legge elettorale che, contrariamente all’Italicum più o meno emendato, non lo costringa a presentarsi con un simbolo unico assieme a Salvini e Meloni. E il Mullerattam questa possibilità la prevede per i due terzi degli eletti. Se lo sbarramento scivolasse un po’ più in basso accontenterebbe anche la Meloni e forse Alfano. Che sia la volta buona? L’alternativa sarebbe un decreto del presidente della Repubblica per uniformare le due leggi di Camera e Senato, ma i tempi stringono. Certo che siamo sempre più o meno, tra Mattarella, Mattarellum e Mullerattam, nelle mani della stessa persona…

La tenda di Prodi, il siluro di Pisapia

Dunque Prodi ha perso la tenda. D’altronde la sua attività per costruire una coalizione si é scontrata con la volontà di Renzi di farne a meno. Il che ha provocato il siluro di Pisapia al quale é stato prospettato l’ingresso in un listone e non un’alleanza politica tra soggetti diversi. Cerchiamo di capire. E dividiamo tra sostenitori dell’ipotesi coalizionista e di quella del listone. Sono a favore della coalizione, cioè di una riforma elettorale che in qualche misura la contempli (o reintroducendo il premio ad un’alleanza di liste o il Mattarellum che prevede le alleanze nell’uninominale) sia Prodi, e soprattutto Pisapia, che l’opposizione a Renzi nel Pd. Sono invece contrari e decisi a mantenere il premio alla lista, o al massino a una riforma che sfoci nel simil tedesco, Renzi e i suoi da un lato, ma anche Mdp dall’altro.

Nel primo caso Pisapia tenterebbe di formare una lista, magari spaccando Mdp, alleata al Pd (forse, ma non é chiaro, anche ad Alfano), mentre gli oppositori di Renzi che vedono come fumo negli occhi ipotesi di alleanze dopo il voto con Berlusconi (ammesso che siano numericamente possibili), auspicano una riforma elettorale che renda possibili le alleanze di liste. Renzi pare orientato a mantenere le leggi di Camera e Senato come sono (attenzione, perché il Porcellum emendato dalla Corte, contrariamente all’Italicum due, le coalizioni le prevede con due sbarramenti regionali, il 3 per le liste coalizzate e l’8 per quelle non coalizzate), ma anche i dalemiani che di allearsi col Pd non hanno nessuna voglia.

Questi ultimi, dunque, assecondano Renzi a tener duro sul premio di lista alla Camera, perché, in questo modo, staccano Pisapia dal Pd e lo aggregano a loro. Renzi non può cedere sul ritorno alla coalizione perché non può allearsi cogli scissionisti. Regalerebbe voti e funzioni politiche. Perderebbe lo stesso Pisapia e i suoi che confluirebbero nella lista alleata e ben difficilmente riuscirebbe a vincere le elezioni raggiungendo il 40 per cento. Perderebbe come coalizione e nella coalizione. Mai come oggi legge elettorale e strategia politica sono strettamente collegate. Per questo il segretario del Pd continua ad annunciare che una riforma della legge elettorale é strettamente collegata alla disponibilità della triade Pd, Centro-destra e Movimento Cinque stelle. Perché sa benissimo che si tratta di operazione impossibile. Ad impossibilia nemo tenetur…

Tutti contro la magistratura 25 anni dopo…

Garantisti a 180 gradi 25 anni dopo. Si accorgono tutti della magistratura politicizzata solo adesso. Berlusconi da un po’, Di Pietro solo in questi giorni e si autocensura, il Pd con Orfini grida al colpo di stato, Zanda evoca il complotto, l’ex sindaco Pd di Venezia Orsoni esplode contro la nuova Inquisizione, Salvini mette in guardia sulla mancanza di democrazia, Bossi richiama addirittura il fascismo. E io sorrido con molta amarezza… Oggi sono proprio scomparsi i giustizialisti, tanto che perfino il magistrato più garantista, e cioè Nordio, sembra il più moderato. Tutti si ribellano alla magistratura perché sono toccati loro. Dunque il garantismo diventa autogarantismo. Come quello di De Magistris, colpito in un breve periodo dalla legge Severino, che per gli altri intendeva applicare alla lettera e per lui invece no, inventandosi le discutibili funzioni di sindaco di strada.

Il pm di Napoli Henry John Woodcock é indagato per falso, in concorso con l’ ex capitano del Noe Gianpaolo Scafarto, nell’ambito della vicenda Consip. Sarebbe stato proprio l’ufficiale del Noe – secondo quando scrivono oggi Il Corriere della Sera, il Messaggero e il Mattino – a dire ai pm di Roma di essere stato indotto dal magistrato a scrivere in una informativa che i servizi segreti avrebbero spiato i carabinieri che stavano indagando sull’imprenditore Alfredo Romeo. Da lì naturalmente arrivando cosi al presidente del Consiglio che cercavano in ogni modo di coinvolgere anche attraverso i rapporti tra lo stesso Romeo e papà Renzi. La dottoressa Lucia Musti, procuratore a Modena, in un’audizione al Csm, ha parlato di Scafarto e del capitano Ultimo come di “due esagitati”, ossessionati di arrivare al presidente del Consiglio, un po’ come Di Pietro a Craxi. Ma questo Woodcock quante indagini e chiamate di correo ha messo in campo, quante celebrità politiche e dello spettacolo ha coinvolto, con scarsi o nulli risultati? Eppure é ancora al suo posto. Colpo di stato o colpo di memoria? Ha ragione Renzi a dichiarare testualmente: “La politica è stata subalterna alla magistratura”. Noi ce n’eravamo accorti.

Salvini si lamenta, a mio giudizio con qualche ragione, della decisione del magistrato che gli ha, per ora, confiscato tutti i soldi che la Lega aveva in cassa. In una conferenza stampa il vertice leghista ha parlato di affronto alla democrazia, soprattutto in una fase pre elettorale come questa. Un attacco senza precedenti alla magistratura, a seguito di una vicenda assai delicata che ha coinvolto lo spregiudicato tesoriere Belsito e la famiglia Bossi. Credo sia la prima volta. D’altronde Salvini ritiene che la vicenda riguardi solo le persone coinvolte e non la sua Lega, che con quella di Bossi ha decisamente rotto. Ma Bossi alza i toni e, difendendo se stesso e il partito di allora, paragona i magistrati di oggi ai fascisti di ieri che scioglievano i partiti politici. Ricordo quando la Lega, negli anni novanta, era sempre stata schierata da una parte sola della barricata. Cioè da quella dei magistrati a qualsiasi costo, sfilando con loro col buon Formentini.

Di Berlusconi non parlo. Coi magistrati ha un conto aperto dal vertice di Napoli del 1994. Credo abbia speso più in avvocati che per dieci campagne elettorali. Attende che la Corte europea dei diritti umani risponda al suo ricorso relativo alla disposizione sulla sua ineleggibilità. Parlo del buon Mastella, assolto dopo nove anni assieme alla moglie, per vicende relative alle nomine nelle Usl della Campania, che fanno ridere chi ha fatto politica e che invece hanno fatto piangere, oltre ai due interessati, anche il governo Prodi e influito sulla fine di una legislatura. Mastella é stato assolto con formula piena, ma ha subito danni politici e morali. Chi glieli ripagherà? Mi fermo qui e potrei continuare con una dichiarazione di Piero Fassino, pubblicata sulla stampa di oggi con la quale egli accenna al possibile ritorno ad una “triste fase della nostra democrazia”. Se si riferisce, come mi pare, a quella di Tangetopoli e alla magistratocrazia, anche per lui vale l’accenno al nuovo revisionismo. Allora neppure il buon Piero spendeva parole per criticare le azioni e le ambizioni del Pool di Milano. Ma ormai son trascorsi 25 anni e bisogna perdonare tutti…. Mal che vada li aspetteremo tutti con noi all’Inferno.

Don Cannavera: Il girone infernale del carcere di Uta

carcere_casa_circondariale_cagliari_utaIl recente rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa sullo stato delle carceri italiane ha messo in evidenza una serie di criticità che riguardano anche gli istituti di pena sardi, principalmente viene citato un caso di maltrattamenti nei confronti di un detenuto accaduto nel carcere di Bancali, notizia passata sui tg nazionali ed elegantemente glissata dalla stampa locale. Eppure le notizie sul nuovo carcere di Bancali pubblicate negli ultimi tempi non sono tra le più confortanti: rivolte dei detenuti islamisti, suicidi, assistenza sanitaria carente, risse tra detenuti e minacce ai poliziotti. Un elenco di criticità senza fine. Ma la situazione non è certo migliore nelle altre carceri dell’isola dove il sovraffollamento la fa da padrone, con oltre 2.300 detenuti, con una percentuale di custodia cautelare intorno al 35 per cento. La custodia cautelare, lo ricordiamo, non riguarda solo gli arrestati con l’accusa di aver commesso un reato, ma anche i condannati non in via definitiva. Non a caso, sempre Strasburgo ha invitato l’Italia a prendere massicci provvedimenti alternativi alla custodia cautelare perché stiamo parlando di innocenti sino all’ultimo grado di giudizio. Questo svuoterebbe in parte le carceri, alleggerendo una situazione esplosiva, e rispetterebbe la legalità, articolo 27 della Costituzione compreso.

Le criticità sono presenti in tutti gli istituti di pena della Sardegna, ma la situazione più grave sembra essere quella del carcere di Uta, in provincia di Cagliari, dove la nuova struttura, inaugurata nel 2014, è già al collasso: una polveriera pronta a esplodere con risse tra detenuti, tentativi dei carcerati di organizzare uno spaccio interno di droga, rivolte, celle incendiate e/o allagate, e tentati suicidi. Un girone infernale che peggiora di ora in ora. E proprio sulla situazione di Uta abbiamo intervistato don Ettore Cannavera, che a fine agosto ha visitato il carcere assieme a una delegazione del Partito Radicale. Don Cannavera è un esperto dei problemi carcerari, con alle spalle una vita intera dedicata ai detenuti, sia dietro che fuori le sbarre, in particolare ai minorenni e ai giovani.

Come ha trovato la situazione nel carcere di Uta?
“Terribile, pesantissima, ci troviamo di fronte a una polveriera pronta a esplodere, anche a causa del sovraffollamento e della mancanza di attività, del poco personale e della insufficiente assistenza sanitaria. Quasi tutti i detenuti passano il loro tempo chiusi in cella, con poche occasioni di attività o di socializzazione. Per non parlare del mix della tipologia dei reclusi, che mette a repentaglio il delicato equilibrio dei rapporti all’interno del carcere. Ricordo che solo il 10 per cento dei carcerati italiani sono delinquenti, il 90 per cento sono sofferenti mentali, rifugiati, tossicodipendenti. A Uta la situazione è peggiore proprio a causa dell’alto numero dei sofferenti mentali che vi sono rinchiusi. La società è forcaiola, è emarginante. Abbiamo chiuso gli ospedali psichiatrici e abbiamo risolto il problema della mancanza di struttura adeguate sostituendoli con il carcere. Non si sa dove mettere una persona che ha o che crea problemi legati al suo disagio mentale? Oggi l’unica risposta è: mandiamolo in galera, la pattumiera sociale indifferenziata, dove stanno tutti assieme senza distinzioni. Al limite, sarebbe meglio una struttura da “raccolta differenziata”, con sezioni specializzate, tipo, tanto per fare un esempio, un piccolo ospedale psichiatrico per quei detenuti che non possono e non devono convivere gomito a gomito con gli altri.”.

Don Ettore Cannavera è stato per 23 anni cappellano del carcere minorile di Quartucciu (in provincia di Cagliari) sino alle polemiche dimissioni del maggio 2015, quando ha affermato che il carcere minorile è una struttura inutile, dannosa e superata. Ma a occuparsi dei problemi dei minori rinchiusi dietro le sbarre ha iniziato 35 anni fa, quando ha fondato la sua prima comunità per minori sottoposti a provvedimenti di polizia giudiziaria. Contemporaneamente non ha mai smesso di occuparsi dei problemi dei reclusi dietro le sbarre: “Quando mi chiamano vado in carcere. Questo è il mio mondo, il mio modo di essere cristiano. “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi” dice Gesù nel Vangelo, e i cristiani dovrebbero riflettere su questa frase”.

Come e perché ha iniziato a occuparsi di minorenni incarcerati?
“Trentacinque anni fa, su invito del Tribunale dei minori di Cagliari. Avevo già preso coscienza dei limiti della carcerazione per i ragazzi dai 14 ai 18 anni e delle mancanza di alternative. Così ho fondato la mia prima comunità: un luogo dove scontare la pena e, contemporaneamente, una possibilità di riscatto e la speranza di un futuro migliore per questi ragazzi”.

Il passo successivo di don Cannavera è stato quello di fondare, nel 1998, una seconda comunità, La Collina, dieci ettari in territorio di Serdiana. Questa comunità è stata ideata per i giovani, dai 18 ai 25 anni, che scontano reati commessi da minorenne.

Perché questa nuova avventura?
“Perché mi sono accorto che molti ragazzi, dopo aver compiuto i 18 anni, rientravano in carcere perché non avevano alternative oltre a delinquere, non avevano un luogo di sostegno che li avviasse al mondo del lavoro e della scuola, secondo regole di legalità. Così ho pensato di offrire loro un’esperienza e un’occasione che non avevano mia vissuto prima. Non dimentichiamoci che oggi si matura più tardi, che l’adolescenza è un periodo più lungo rispetto al passato, ed è per questo che abbiamo portato l’età massima dei ragazzi ospitati in comunità a 25 anni”.

Come è strutturata La Collina?
“Il punto fondamentale del nostro lavoro è quello di inserire i ragazzi in un contesto educativo centrato sulla vita in comune, sulla condivisione e il rispetto dell’altro, sull’autonomia personale ed economica, raggiungibile principalmente attraverso il lavoro. Nei nostri terreni, estesi una decina di ettari, abbiamo un vigneto e un oliveto con 1.200 piante. Noi produciamo e vendiamo olio e vino. I ragazzi vengono assunti da una cooperativa e ricevono uno stipendio di 600 euro al mese, diviso in parti uguali tra loro e la cassa comune. In carcere c’è assistenzialismo puro, qui uno mangia grazie al suo lavoro. In carcere si butta tanta roba, qui se resta qualcosa a pranzo si conserva per la cena. Sono ragazzi sani, forti e robusti. Perché assisterli quando possiamo dar loro la possibilità di lavorare e guadagnarsi da vivere?

In tanti anni di lavoro sul campo che idea si è fatto della delinquenza minorile e come si potrebbe combatterla?
“Un concetto che amo esprimere è che ‘deviati’ non si nasce ma si diventa. Bisogna capire quali sono i fattori di questa devianza. La risposta non è certo il carcere minorile, che non migliora ma peggiora la situazione. A quell’età non sei un delinquente ma un adolescente, delinquente lo diventerai anche grazie al carcere. Al minore bisogna fare scontare la pena in un ambito educativo, ma educare è pratica di libertà, e il carcere, proprio per come è strutturato, non è il luogo più adatto. Un ragazzino, un adolescente, non può crescere in un contesto di carcerazione ma deve crescere in un contesto di libertà controllata. In carcere, infatti, sei messo da parte, stai in cella come dentro un freezer e peggiori col tempo. Poi quando esci non hai quasi nessuna speranza di poter vivere una vita ‘normale’. E questo vale soprattutto per i minori. Non è un caso che il 70 per cento degli ex carcerati delinque di nuovo. Mentre la pena deve tendere alla rieducazione. D’altronde lo dice anche l’articolo 27 della Costituzione: ‘L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato’”.

Senza dimenticare una maggiore attenzione nei confronti dei minori e dei giovani?
“Certamente. Per i minori è preferibile una struttura adeguata ma ci vogliono anni per fare maturare la società. La nostra, lo ripeto, è una società forcaiola ed emarginante. Quando un ragazzo commette un reato bisogna chiedersi di chi sono le responsabilità: non sono solo sue ma è il sistema educativo italiano che è fallimentare. Una volta che non abbiamo sviluppato bene il cammino verso la legalità in questi ragazzi, ricordiamoci che li abbiamo privati del loro fondamentale diritto all’educazione. Se poi li priviamo anche della libertà commettiamo altri danni. Ogni volta che un ragazzo commette un reato ci dobbiamo interrogare noi adulti, non sono nati così, non sono nati delinquenti, dietro ci sono responsabilità familiari, scolastiche, territoriali, della Chiesa, di tutti noi adulti. O prendiamo atto di questo oppure torniamo alle teorie del Lombroso nel suo libro ‘Delinquenti nati’!”

Antonio Salvatore Sassu

Tra Di Pietro e Pisapia

Ha destato un certo clamore la recente intervista di Antonio Di Pietro, andata in onda su La7 e poi ripresa e ampliata da un giornale online. Se le parole hanno un significato si tratta della più clamorosa autosconfessione che sia mai stata pronunciata da un ex magistrato e poi uomo politico. Riassumiamola per punti. Come uomo simbolo di Mani pulite Di Pietro dichiara: “Ho fatto l’inchiesta Mani Pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, che era la corruzione e ce n’era tanta, ma anche le idee”. E ancora: “Allora c’erano idee, c’erano liberali, cattolici, comunisti (si dimentica dei socialisti, ma ci sta, conoscendo la cultura del soggetto), che venivano dall’esperienza dei padri costituenti. Invece dopo di loro sono arrivati il dialetto di Bossi, la sgrammaticatura di Di Pietro, il tupé di Berlusconi e l’idea politica è sfumata. Come ha detto il mio amico imprenditore Luigi Crespi: “Chi realizza successo sull’urlo ha un successo effimero”.

Poi la sconfessione più spietata di se stesso e del comportamento del Pool: “Tra i tanti effetti di Mani Pulite c’è stato anche l’effetto emulazione, sono nati i magistrati dipietristi. E’ uno dei rischi che la magistratura deve evitare. La magistratura fa lo stesso lavoro che fa il becchino. Il becchino interviene quando c’è il morto, la magistratura deve intervenire quando c’è il reato. La magistratura invece che vuole sapere se c’è il reato è una magistratura pericolosa, perché con le indagini esplorative si crea il delinquente prima che ci siano le prove”. Esattamente il canovaccio di Mani Pulite.

Ancora peggio la sua autodemolizione sul piano politico. Da rimanere impietriti davvero. Sentite: “Ho fatto politica basandola sulla paura e ne ho pagato le conseguenze” ha aggiunto sempre nella diretta televisiva Di Pietro, “ho costruito la mia politica sulla paura delle manette, sul concetto che erano tutti criminali”. E più avanti: ” Mi sono presentato in modo confuso e confusionario. Ho fatto contemporaneamente l’uomo di governo e l’oppositore. Stavo nelle piazze a manifestare contro le decisioni in materia di giustizia prese dallo stesso governo di cui facevo parte”.

In un’altra intervista Di Pietro ha poi dichiarato che oggi, se dovesse scegliere, si collocherebbe con Bersani e il suo Mdp. Proprio ieri si é svolto l’agognato incontro tra i soggetti che dovrebbero dar vita al nuovo centro-sinistra alternativo al Pd renziano. I presenti erano più delle squadre di Barca e Juve che s’incontravano poco dopo. Delegati di Sinistra italiana, nelle sue diverse componenti, di Mdp con Bersani, D’Alema, Speranza Rossi e vari ed eventuali, di Campo progressista con Pisapia e l’ex democristiano Tabacci e amici e compagni. Balzava agli occhi la mancanza di un solo socialista. Evidentemente i socialisti erano in movimento. Alla fine dell’incontro un comunicato emetteva la sofferta sentenza. Si lavorerà per un’intesa tra Mdp e Pisapia e per un centro-sinistra alternativo al Pd renziano. Pisapia sarà il leader? Per Bersani certamente, per Fratoianni no. Penso di supporre che ben difficilmente lo sarà per D’Alema. Non c’é nulla di più difficile dell’unità a sinistra. E’ forse più facile, vero Tabacci, che un cammello passi dalla cruna di un ago….

Livorno, un altro disastro della natura?

Assistiamo in questi ultimi tempi all’insorgenza di fenomeni distruttivi di portata mai vista. Terremoti, uragani, alluvioni. Il mondo é davvero fuori controllo. Il clima è cambiato. In Italia il riscaldamento é tangibile e le stagioni mutano il loro carattere. Se piove diluvia, se diluvia i fiumi e anche i piccoli torrenti rischiano di esondare. Viviamo le conseguenze solo di un mutamento climatico o paghiamo anche i nostri errori? E’ insomma colpa della natura o é anche e soprattutto colpa nostra visto che dai suoi fendenti non sappiamo difenderci. Era prevedibile in passato questo cambio di passo? Perché non si è dato retta agli scienziati che ci avevano ammonito. E perché i vertici tenuti sull’ambiente, da Rio de Janeiro del 1991 a Parigi di oggi, non hanno sortito che impegni generici, peraltro contestati dal nuovo presidente americano?

In Italia, penisola attraversata da catene montuose e circondata dal mare, segnata da molteplici corsi d’acqua, grandi, medi, piccoli, in parte anche sotterrati, il fattore natura in che considerazione è stato tenuto? Ogni volta che accade un terremoto, dalle Marche a Ischia, si invocano piani di verifica e di consolidamento delle abitazioni, evidentemente costruite senza tenere conto di eventi sismici. E’ dilagante ancora, in varie parti del paese, il fenomeno dell’abusivismo che in troppi continuano a difendere per motivi elettorali. Ogni volta che assistiamo a una inondazione, da Genova (se piove, e non era mai successo, si é rinviata una partita di calcio, perché la sola pioggia nella capitale ligure può portare rischi alla vita delle persone) a Livorno, si passa dall’acqua all’annegamento e alla morte. Ma anche in queste città cosa si é fatto per mettere le persone al sicuro da eventi simili?

A Livorno un corso d’acqua ha rotto gli indugi e ha allagato l’area circostante. In una palazzina una famiglia che abitava in un seminterrato é stata quasi distrutta. Si é salvata solo una bimba di tre anni portata a terra dal nonno che poi si è rigettato in acqua per salvare gli altri familiari ed é stato mortalmente travolto anche lui. Una scena da anni venti, da paese del terzo mondo. Una scena che si è verificata in una delle città più moderne d’Italia. Al di là del balloccamento delle responsabilità tra il sindaco Nogarin, sull’allarme arancione e non rosso, e il presidente della Regione Rossi, sulle carenze e i ritardi del Comune, restano due semplici domande. La prima é riferita alle verifiche sulla tenuta della copertura di un piccolo torrente che evidentemente poteva tracimare. La seconda é riferita all’abitabilità che l’ente locale ha dato su un appartamento situato in un seminterrato dove di solito vengono collocate le automobili.

Tutti hanno parlato di evento eccezionale e non prevedibile. E’ vero, si é trattato di un evento eccezionale, ma l’eccezionalità é oggi la regola e non può trovarci impreparati. Cosa ancora dovrà avvenire per renderci conto che l’emergenza ambientale é il primo e più impellente problema che dobbiamo affrontare? E che dopo terremoti, cataclismi, inondazioni, allagamenti, cicloni (in Italia non sono ancora arrivati) noi, anche e soprattutto noi italiani, ci dobbiamo dotare da un lato di una legislazione emergenziale e dall’altro dobbiamo al più presto passare dalle parole ai fatti e mettere in campo un grande investimento, il più urgente e necessario, per verificare la condizione delle nostre abitazioni e renderle consone alla nuova situazione e per mettere in sicurezza il territorio. Continuare a mettere la testa sotto la sabbia serve a nulla. Almeno nel 1951, dopo la grande alluvione del Po, che costò ingenti danni e morte, si cominciarono a costruire barriere e infrastrutture varie che hanno consentito, per anni, che questi disastri non si ripetessero. Oggi quanti morti dovremo ancora contare prima di iniziare a correggere i nostri guasti architettonici e ambientali?

Sedici anni dopo: la lezione dell’11 settembre

11 settembreL’11 settembre 2001, 16 anni fa, l’attentato “spartiacque” alle Torri gemelle di New York segnava veramente, per tanti aspetti, l’inizio d’ una nuova era nella storia del mondo. I terroristi di Al Qaeda, quel giorno, dirottano 4 aerei: due si schiantano contro le Torri gemelle a New York, causandone il collasso, il terzo colpisce il Pentagono, e il quarto ha per obbiettivo il Campidoglio o la Casa Bianca a Washington, ma si schianta in un campo vicino a Shanksville, in Pennsylvania, dopo che le persone a bordo han tentato invano di riprendere il controllo del volo. Le vittime, in tutto, furono 2.974.

Sedici anni dopo, se è ormai dimostrata l’organizzazione dell’attentato da parte di Al-Qaeda, allora diretta da Osama Bin Laden, permangono molte zone d’ombra e ambiguità nella ricostruzione dettagliata dei fatti. Vedi anzitutto le polemiche sulla presunta sottovalutazione, da parte della Casa Bianca, delle segnalazioni dei servizi segreti, nelle settimane precedenti l’attacco, su una possibile azione clamorosa dei terroristi, sul territorio americano. E’, tra l’altro, la tesi del regista Michael Moore nel docufilm “Fahreneit/9/11”: che avvalora l’ipotesi dell’ 11 settembre come “nuova Pearl Harbour”, lasciata verificarsi dalla Casa Bianca come pretesto per scatenare un’offensiva globale, ufficialmente contro il terrorismo islamico, in realtà come vero e proprio “assalto al potere mondiale” (ecco allora, dal 2001 in poi, il progressivo interventismo americano per acquisire il controllo dell’ area asiatica geopoliticamente più importante, dall’Afghanistan all’Iraq, e alla stessa Siria di Assad: linea, questa, poi solo parzialmente corretta da Obama e dallo stesso Trump). Ma più che “scontro di civiltà”, per riprendere la pomposa definizione del politologo Samuel Huntington (da lui stesso corretta pochi anni fa, prima di morire), l’11 settembre ha significato, in realtà, la prosecuzione dello scontro, in atto già dal XX secolo, per il controllo delle principali risorse e vie commerciali del pianeta. In un contesto profondamente mutato rispetto ai decenni della “Guerra fredda” e delle “guerre per procura” USA-URSS ( anche se ora, per certi aspetti, il panorama internazionale torna, in parte, ad essere dominato dalla rivalità russo-americana).

E con l’alibi, puramente “sovrastrutturale” ( in senso proprio marxista), dello scontro tra culture e religioni ( che pure c’è, ma non va sopravvalutato). Tra i risultati, il rafforzarsi – non solo negli USA – delle lobbies militari e industriali, e il triplicarsi(!), in questi 16 anni, del commercio internazionale delle armi.

Ma l’11 settembre ha avuto anche altre conseguenze sull’organizzazione degli Stati e la vita quotidiana della gente. Anzitutto, la tendenza – manifestatasi in molti Paesi, dagli USA col discusso “Patriot Act” dell’ottobre 2001 al Regno Unito, con le leggi speciali del gennaio 2001, addirittura precedenti l’11 settembre; dall’Australia a Russia e Cina – a uno sviluppo delle norme antiterrorismo spesso a scapito dei fondamentali diritti costituzionali dei cittadini. Poi, lo sviluppo esponenziale del terrorismo islamista (strumentalizzazione politica dell’Islam che offende milioni di veri musulmani), giunto sino ai macabri fasti del Daesh e dell’ ISIS.
E’ triste constatare che, ancora una volta, il mondo – l’Occidente, soprattutto – non ha imparato nulla. Anzitutto, se i massmedia, anziché enfatizzare quasi morbosamente le imprese dei terroristi (finendo, così, col contribuire involontariamente ai noti effetti di “imitazione-emulazione”, cresciuti negli ultimi 5 anni) si fossero soffermati piu’ attentamente sugli sforzi che la società civile, in questo quindicennio, ha comunque fatto per rafforzare invece la solidarietà tra gli uomini, e le speranze d’ una società piu’ giusta, non si può escludere che la piaga del terrorismo e della violenza non sarebbe cresciuta in questo modo. Dopo l’11 settembre, Giovanni Paolo II, proseguendo nello “spirito di Assisi” (dove, nel 1986, aveva organizzato un grande incontro mondiale tra le religioni per il dialogo), convocò di nuovo gli esponenti delle principali religioni mondiali nella città di S. Francesco, per dire chiaramente non al terrorismo e alle strumentalizzazioni politiche della fede.Nella stessa linea, è stato il grande incontro interreligioso organizzato nel 2011, decimo anniversario della strage, dalla Comunità di S.Egidio a Monaco di Baviera. Quanto di questo spirito , ci domandiamo, di iniziative come queste (che pure ci sono state, da più parti), è penetrato realmente nella politica e nella società? Tra i pochi frutti positivi dell’11 settembre, diremmo, c’è stata la nascita, in vari Atenei italiani (a partire dalla Normale di Pisa), dei corsi di laurea in “mediazione culturale”: indispensabili, nell’era della globalizzazione e dell’immigrazione di massa (divenuta, quest’ultima, terreno di loschi patteggiamenti fra trafficanti di persone, Stati e alcune delle stesse organizzazioni umanitarie).

E se l’Occidente , dopo l’11 settembre, non avesse sostanzialmente abbandonato a sé stessi i fermenti democratici inizianti a manifestarsi nei Paesi arabi (a partire già dal Libano del 2005, con le grandi manifestazioni popolari di protesta per l’assassinio dell’ex-premier riformista Hariri, e contro la trentennale occupazione del Paese da parte delle truppe siriane), lo sviluppo, anni dopo, delle “Primavere arabe” forse sarebbe potuto essere diverso. Invece, le potenze occidentali han ripetuto, nei confronti dei Paesi arabi percorsi dalle Primavere, lo stesso errore di disinteresse commesso un ventennio prima con l’ URSS e gli altri regimi dell’ Est intenti a realizzare la “perestrojka”. Salvo poi intervenire – non solo gli USA, ma anche Francia e Regno Unito, nella Libia del dopo Gheddafi – solo per tutelare interessi chiaramente imperialistici. Il risultato è il caos geopolitico in tutta la grande area dalla Libia all’ Afghanistan, l’emergere – al posto dei dittatori detronizzati – di gruppi e movimenti spesso ambigui, legati alle forze più integraliste (vedi l’Egitto del 2012-2013, con Morsi), la ritirata sulla difensiva, in molti Paesi, delle forze piu’ laiche e democratiche, le crescenti divisioni tra i Paesi arabi, in passato molto più uniti.

Fabrizio Federici

Perché mi piace il governo Gentiloni

Abbiamo gia avuto modo di scrivere sul gradimento di Gentiloni, che é ormai da tempo in testa alle preferenze degli italiani. Penso che questo possa anche essere influenzato dal suo carattere, schivo, misurato, essenziale, che é visto con favore dopo gli effetti speciali di Renzi. Credo tuttavia che ci sia dell’altro e che il governo abbia dimostrato, in questi otto mesi di vita, di saper raggiungere risultati tutt’altro che disprezzabili in economia, sulla sicurezza, sulla politica internazionale. Cominciamo dalla prima. E’ vero, l’aumento del Pil che potrebbe arrivare a un buon più 1,5 su base annua, é anche merito del governo precedente. E non é detto che questo dato sia destinato a consolidarsi visto che le previsioni per l’anno prossimo non sono per nulla rassicuranti.

Tuttavia la decisa presa di posizione del ministro Calenda, contrario a una riduzione delle tasse a debito e invece convinto che siano gli investimenti quelli da privilegiare, e penso che questa sia anche la posizione di Padoan (vedremo la legge di stabilità), vanno nella direzione giusta. Anche il decreto sul reddito di inclusione é un elemento nuovo e positivo in direzione di uno strumento, per ora incompleto, che garantisca assistenza e incentivi alla povertà. Non é il reddito di cittadinanza, una sorta di pensione a vita garantita a coloro che non lavorano, ma un provvedimento transitorio che, unito alla necessaria formazione, possa portare i disoccupati a trovare o inventarsi un lavoro.

Il reddito di inclusione sostituisce due provvedimenti precedenti: il Sia, ovvero il sostegno per l’inclusione attiva, e l’Asdi, cioè l’assegno di disoccupazione. Si comincia con uno stanziamento di quasi 2 miliardi che interesseranno le famiglie con figli minori e disabili, donne gravide, persone ultracinquantenni disoccupate. Saranno circa 1 milione e 800 mila le persone interessate. Poi il provvedimento si allargherà a tutta la fascia della povertà. Il contributo é modesto, e varia da 187,5 euro mensili a 485, per un periodo massimo di 18 mesi e non rinnovabile prima di ulteriori sei mesi. Quello che mi rende perplesso é mescolare, come si fa, assistenza alla povertà, che non può essere transitoria, se non cambia la condizione, e incentivo all’occupazione. E inoltre farei volentieri a meno delle nuove commissioni, tavoli e osservatori che anche con questo provvedimento vengono creati. Non ne sentivamo la mancanza…

Il secondo positivo segnale del governo riguarda la nuova strategia con la quale affrontare il dramma della migrazione. Il ministro Minniti ha colpito giusto. Il problema é all’estero, in Africa, in Libia e non solo. Gli sbarchi sono nettamente diminuiti e così anche le morti in mare, gli sporchi vantaggi per gli scafisti, i connubi di qualche Ong con la migrazione irregolare. Ma questo non può bastare alle nostre coscienze se non verranno sottratti alle autorità libiche e condotti sotto egida e gestione Onu i campi di accoglienza (sarebbe meglio dire di respingimento) e se non verranno realmente stanziati fondi da destinare alla Libia, al Ciad, al Niger, per investimenti che creino lavoro in quei paesi e permettano ai respinti di tornare con qualche speranza ai paesi d’origine.

Finalmente l’Italia é tornata protagonista sullo scacchiere europeo, soprattutto per merito di Minniti. Il vertice di Parigi, che ha coinvolto Spagna, Francia, Germania, oltre a Libia, Ciad e Niger, ha visto giocare un ruolo di prim’attore all’Italia. I nuovi rapporti italiani con entrambi i governi libici rappresentano un elemento di sano e produttivo realismo. Se posso aggiungere una considerazione sul caso Regeni, faccio solo notare che finalmente il ministro degli Esteri si accorge che i problemi sono a Cambridge. Senza sminuire le responsabilità morali, politiche e materiali di chi quel povero ragazzo ha torturato e ucciso, sarebbe utile andare a scoprire chi lo ha mandato in una terra pericolosa e in guerra, per fare cosa e con quali mezzi. Gli inglesi sono, con la Brexit, fuori dall’Europa ma non possono essere ritenuti fuori dal rispetto delle leggi e dei rapporti di amichevole collaborazione cogli altri paesi europei. Compresa l’Italia.

Le mie idee a Orvieto

Questo nostro incontro è la dimostrazione che esiste un Psi sul territorio, con amministratori eletti in liste di partito, di area, civiche o di coalizione. Due le certezze. Siamo l’unica sigla socialista che si presenta (ho letto che Risorgimento contesta da sinistra assieme a Rifondazione comunista anche la candidatura di Fava in Sicilia, ed é alle prese con uno scivolamento senza fine verso gli anni cinquanta). E siamo dopo il Pd il soggetto del centro-sinistra maggiormente presente, ancor più di Mdp e di Alternativa popolare, nei comuni italiani. Occorre dunque far vivere, coordinare, orientare politicamente questo nostro mondo.

Propongo all’attenzione degli amministratori locali alcuni temi e qualche riflessione. Il primo riguarda l’assetto delle nostre istituzioni. Con una raccomandazione. Non usciamo di qui solo con idee e proclami. Serve il dopo. Occorrono proposte di legge, iniziative politiche, mozioni e interpellanze. Una questione istituzionale rimbalza dinnanzi a tutti. Le leggi degli ultimi anni tendono a ribaltare un rapporto tradizionale tra base e vertice. Trasferendo il potere ai capi e sottraendolo all’elettorato. Attenzione, perché il passaggio dalla democrazia alla monocrazia può avvenire senza accorgercene. Le province non sono state abolite. Per la verità si sono aboliti i consigli provinciali. Cioè gli enti elettivi, mentre le giunte comunali e regionali non sono più elette dai consigli ma dai sindaci e dai governatori, eletti sì direttamente ma in coalizioni o liste dove l’elemento politico prevale su quello personale. I Consigli comunali sono espropriati di ogni facoltà e diventano solo lo spazio per discutere (oltre al bilancio) mozioni, interpellanze e interrogazioni. Io penso che i socialisti debbano presentare una proposta di legge per ribaltare questo squilibrio e per ridare più potere al popolo, agli enti elettivi e meno ai monarchi più o meno assoluti che possono nominare e sostituire i loro assessori, gli enti municipali e regionali e le partecipate. Primo impegno. Ripristinare l’eleggibilità del Consiglio provinciale, anche perché le province non sono state abolite in Costituzione e continuano a mantenere funzioni importanti nel campo della viabilità e della scuola. A mio pare personale le province come entità non solo geografica, ma anche politica e amministrativa, non possono essere sostituite da nessun’altra istituzione. Sono provinciali l’informazione, i partiti politici, le associazioni di categoria, perfino le targhe delle automobili. Solo l’ammnistrazione deve prescinderne? Questa é una forzatura contro la storia e la realtà odierna.

Sono semmai le regioni a dovere essere cambiate. E’ la dimensione regionale che non è passata, che i cittadini sentono lontana, quando non esistente. Le regioni sono troppe e devono smetterla di gestire. Sono nate per pianificare e legiferare. Com’é avvenuto in Francia devono essere accorpate. Che senso ha, lo dico in Umbria, lo potrei dire nelle Marche, in Abruzzo, e ancor di più in Molise e in Basilicata, tenere insieme regioni di qualche centinaio di migliaia di abitanti. Un quinto di una città metropolitana. E infine l’accorpamento dei piccoli comuni. L’amico e compagno Ricci ha parlato di unioni volontarie. Ho qualche dubbio che i piccoli comuni possano volontariamente propendere verso il loro accorpamento. Nella mia provincia si son svolti due referendum con l’obiettivo dell’unificazione di più comuni e sono stati persi entrambi. Riepilogando dunque: reintroduzione dei Consigli provinciali elettivi, aggregazione di più regioni, accorpamento dei piccoli comuni. Forse anche una seria riflessione sulle conseguenze della legge del 1990 che ha creato sindaci e governatori con poteri pressoché assoluti.

Resto al tema del rapporto Stato-regioni. Stiamo assistendo in questi ultimi anni ad un atteggiamento schizofrenico. La Lega da secessionista é divenuta nazionalista, dopo avere fatto passare una devolution che mitigava gli estremi regionalisti della riforma del Titolo V approvata dall’Ulivo. L’ampolla del Po é stata assorbita dalle felpe di Salvini. Ma lo stesso centro-sinistra ha voluto una riforma costituzionale per superare il nuovo titolo V, per togliere gli eccessi regionalisti in funzione di un accentramento dei poteri. Oggi vedo invece che i partiti di sinistra si schierano a favore di un ulteriore decentramento dei poteri in senso regionalista approvando i referendum di Lombardia e Veneto mentre il governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini auspica, per non essere da meno, un analogo questionario nella sua regione. Tutto questo poi si scontra con la realtà sulla nomina del commissario per il terremoto. Dalle parole ai fatti. Altro che attenzione al territorio. Ma é possibile che si debba passare da Errani alla De Micheli e non assegnare questo compito a un esponente del territorio? Questa ad esempio può essere una critica che il partito dovrebbe manifestare al governo.

Un ulteriore elemento di azione politica e amministrativa riguarda lo sciagurato patto di stabilità che ha bloccato gli investimenti. Con tutte le modifiche che sono subentrate i socialisti devono in ogni occasione fare presente che un conto sono le spese correnti altro gli investimenti. La Merkel ma vedo anche Moscovici evidentemente non la pensano ancora così. Gli investimenti anche quando sono fatti a debito producono Pil e dunque non solo danno lavoro ma riducono il rapporto tra Pil e debito e tra Pil e deficit.

Certo occorre anche dimostrare di sapere ridurre le spese correnti e qui qualche fallimento lo dobbiamo registrare sulla cosiddetta spending review. I commissari che si sono succeduti in questi anni sono più numerosi degli allenatori sostituiti da Zamparini. E forse anche degli assessori della giunta Raggi. Diciamo la verità, a forza di proclamare si é fatto troppo poco e la spesa contrariamente agli altri paesi, dalla Spagna all’Inghilterra, non é diminuita. E’ utile e positivo come pensa di fare Renzi, ma non mi pare che Gentiloni Padoan e Callenda la pensino così, finanziare a deficit la diminuzione delle tasse? O é meglio concentrarci sugli investimenti? Sulla riduzione delle tasse noi abbiamo giustamente messo in risalto l’iniquità dell’abolizione generalizzata della Tasi sulla prima casa anche per chi aveva la possibilità di pagarla. Si é trattato di un’operazione di iniquità sociale.

Poi la sicurezza e l’immigrazione. Il primo problema a giudizio degli italiani, il più sentito. Gino Strada ha definito Minniti uno sbirro. Si vergogni, Strada, a usare la parola sbirro riferita a poliziotti e carabinieri che, a parte pochissime e biasimevoli eccezioni, e con paghe da fame, svolgono un lavoro eccelso per garantire l’ordine pubblico. Finalmente il governo ha una strategia che sta raccogliendo risultati, finalmente stiamo operando a monte e non a valle, cioè in Libia, per bloccare scafisti e viaggi della morte, per impedire torbidi intrecci tra qualche Ong e i profittatori dell’assistenza. Resta un capitolo tutto da scrivere e riguarda da un lato la condizione dei campi di accoglienza in Libia che devono assolutamente passare sotto l’egida e la gestione dell’Onu e dall’altro i finanziamenti che l’Europa deve mettere a disposizione dell’Italia e dei paesi di origine dei migranti affinché il loro ritorno non sia quello all’emarginazione e al sottosviluppo. Ma quelli che accogliamo, quelli che stanno oggi in Italia, facciamoli lavorare. Non é accettabile per i nostri vedere che giovani immigrati ozino dalla mattina alla sera negli alberghi e nei dintorni mantenuti dallo stato. Occorre impiegarli in lavori socialmente utili e smetterla con la concentrazione dei migranti o in un campi o pigiati a centinaia in edifici enormi. Occorre seminarli a piccoli gruppi sul territorio, farli lavorare, integrandoli così con la nostra comunità, rendendoli a pieno titolo parte di noi.

E infine l’ambiente, che abbiamo trattato poco nei nostri tavoli. Terremoti, disastri, inondazioni stanno interessando il mondo. L’Italia ha conosciuto recentemente un nuovo disastroso terremoto nell’isola di Ischia. Il nostro territorio e le nostre abitazioni sono quotidianamente sottoposte a rischi che producono morte. Dopo Amatrice ho sollecitato sull’Avanti i nostri a presentare due piani. Uno immediato sull’emergenza e l’altro per la messa in sicurezza del territorio e delle abitazioni. Il caso di Ischia conferma questa necessità. Penso che questo debba essere oggi il principale investimento dell’Italia e che questo debba essere considerato fuori dai patti europei. Sarebbe oltretutto occasione di lavoro e di sviluppo. E potrebbe interessare pubblico e privato. Anche qui basta coi piagnistei del dopo. Anche sulla questione delle case abusive basta con le logiche clientelari ed elettorali. Ho letto che i Cinque stelle in Sicilia distinguono gli edifici illegali tra edifici di necessità e superflui. Sono impazziti? Per un voto non si può far rischiare la marte.