La foglia di Fico

Nessuno può onestamente pensare che il nuovo presidente della Camera (ed ex “no global”) Roberto Fico riesca nell’intento di formare un governo col Pd. L’intento di Mattarella è chiarissimo. Dopo aver tentato la carta Casellati, per verificare le possibilità di formare un esecutivo del centro-destra unito ai Cinque stelle oppure di un governo tra la sola Lega e i grillini, adesso si sonda la possibilità opposta e cioè quella di formare un governo tra Cinque stelle e Pd. Tutto è possibile, ma dubitiamo fortemente che nel Pd (sarebbero necessari quasi tutti i parlamentari pidini per formare una maggioranza) si apra un concreto spiraglio. I renziani hanno mostrato la più assoluta contrarietà, nonostante le aperture di Emiliano e quelle, parziali, di Orlando e Franceschini.

Quel che è invece (purtroppo) chiaro è questa ambivalenza dei Cinque stelle, che si concreta addirittura in due programmi, uno per il dialogo con la Lega e l’altro per quello col Pd. Nemmeno la vecchia Dc era arrivata a tanta ostentazione di spudoratezza. E poi, sottolineano sempre i figli di Grillo, l’unico loro candidato a presidente del Consiglio, a prescindere da tutte le alleanze politiche e gli incarichi del Quirinale, resta Giggino Di Maio. Il motivo è che così ha deciso il movimento, nonostante questo non goda che di una minoranza di seggi. Dunque a prescindere da tutte le scelte e le necessità istituzionali, quel che decide il movimento, attraverso la rete, è legge. Più o meno come accadeva nel Partito comunista dell’Unione sovietica. Altro che partitocrazia. Qui siamo di fronte a una nuova forma di potere assoluto e indiscutibile dei militanti di un movimento, ai quali soli spetta la designazione di un capo dell’esecutivo a prescindere dal gradimento degli alleati e dalle decisioni che spettano al presidente della Repubblica. Fico è avvertito. Non è lui il prescelto dalla nuova entità divina. Anche se riuscisse nell’intento dovrà passare la mano. Per citare Dante:”Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare”

I parlamentari del Pd sono ancora in larga parte renziani? Così si dice, anche se in politica i cambi di casacca nei partiti (Bersani docet) sono all’ordine del giorno dopo le sconfitte e ancor di più quando si profilano nuova opportunità per ciascuno (qui ne vedo due: la possibilità di evitare il ricorso alle urne e quella di accaparrarsi quote di governo e di sotto governo). Quel che non consente di rendere fattiva l’operazione è piuttosto la dura legge dei numeri. Anche contando i pochi seggi di LeU, basterebbero 15-20 parlamentari dissidenti a far saltare il banco. Dopo le dichiarazioni di Orfini e di Marcucci, mi pare che il tentativo di agganciare il Pd provocherà l’ennesima fumata nera. Fico rassegnerà il mandato al capo dello stato e a quel punto si faranno le cose seriamente. Senza foglie, senza Fico, e magari di maggio, più che Di Maio…

Trattativa stato-mafia. Mah…

Senza avere letto le motivazioni di una sentenza é molto difficile esprimere valutazioni. Si può tuttavia svolgere qualche ragionamento a proposito di quella di primo grado sulla supposta trattativa stato-mafia che avrebbe preso piede dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino nel 1992 e coinvolto alti funzionari pubblici. Il verdetto colpisce i vertici del Ros, dodici anni ai generali Mori e Subranni, otto a Del Donno, poi dodici ai mafiosi Bagarella e Cinà, otto a Massimo Ciancimino e otto anche a Marcello Dell’Utri, per avere tenuto i rapporti tra mafia e governo Berlusconi.

Due le domande. Se nessuno dei governi dell’epoca, e parliamo del 1992-93, dunque tra Andreotti, Amato e Ciampi, é stato ritenuto colpevole (il ministro Mancino é stato assolto perché neppure informato), é credibile che una decisione così delicata e relativa a un tentativo di bloccare la stagione delle stragi con un’iniziativa che, secondo Massimo Ciancimino, avrebbe dato origine al famoso papello e, dopo il rifiuto di procedere alle richieste dei capiclan, avrebbe prodotto i nuovi attentati del 1993 (Firenze, Roma, Milano, poi il tentativo di far saltare lo stadio Olimpico), sia avvenuta solo per scelta del Ros e senza che nessun uomo di governo l’abbia autorizzata?

Seconda domanda. La condanna di Dell’Utri, che sta già scontando una pena pesante per “concorso esterno in associazione mafiosa” (ipotesi di reato molto discussa), é relativa a una fase successiva a quella presunta trattativa e si riferisce a rapporti intercorsi tra la mafia e il governo Berlusconi dei quali lo stesso Dell’Utri sarebbe stato il tramite. Dunque tutt’altra cosa rispetto alla trattativa per bloccare le stragi. E anche qui, scusate. Ma se davvero é esistita una tale relazione, che dovrebbe essere documentata a dovere, Berlusconi perché non é stato chiamato in causa? Possibile condannare il tramite e non il riferimento? Aggiungo solo che il presidente del collegio giudicante era quell’Alfredo Montalto, gia pm nel caso Calogero Mannino, incarcerato per mesi nel 1995, che perse 40 chili (Montalto disse che preferiva mangiare verdura), e poi venne assolto definitivamente vent’anni dopo. Così, tanto per non dimenticare…

Psi: Di Maio camaleonte, Salvini filo-russo

Quirinale

Il secondo giro di consultazioni è finito. A breve Matteralla prenderà le sue decisioni su come sbrogliare la matassa post elettorale dando un mandato a chi ritiene possa coagulare una maggioranza in grado di sostenere un governo. Un mandato che può essere solo esplorativo oppure già pieno, ipotesi difficile al momento, in quanto i numeri su costruire un governo sono al momento del tutto assenti.

“Quando a dicembre – afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini – dicevamo del pericolo grigio verde avevamo visto bene. In secondo luogo ora vediamo che i 5 Stelle hanno manifestato una capacità di adattamento programmatico di tipo doroteo. Anche loro nascono con posizioni antieuro e antieuropeisti e in politica estera erano molto attenti alle buone relazioni con la Russia di Putin. Oggi invece si sanno adattando come un camaleonte alla situazione italiana mentre Salvini per ora non ha cambiato di una virgola il suo approccio: Filoputiano era e filoputiano resta.

E la vicenda Siria lo dimostra…
Esattamente. Il comportamento di Di Maio è quello di chi in nome del governo è disponibile a gettare a mare parte rilevante del suo programma e addirittura a ritenere ambiguamente realizzabile alcune parti del programma in alleanza con qualcuno, chi esso sia, senza che questo faccia nessuna differenza.

Quindi il fine non è il programma ma il governo.
Ma siamo bel al di là del fine che giustifica i mezzi di Machiavellica memoria, in cui vi era molta più etica e responsabilità che nella posizione di Di Maio. Non vi è dubbio però che la vicenda Siriana abbia svelato il gioco. Perché una cosa, e penso a Salvini, è sostenere immaginificamente un rapporto con la Russia di Putin, lasciandolo cioè a livello teorico. Altra cosa è vederlo applicato. E la sua messa in pratica porterebbe l’Italia lontano dai legami euroatlantici che sono ormai un patrimonio largamente condiviso. Così condiviso da provocare fratture anche nel centrodestra che ha vinto le elezioni.

Salvini invece pensa alle regionali come una sorta di turno di ballottaggio…
Ma il Molise e il Friuli, un milione e 800mila abitanti non sono un grimaldello molto robusto.

La settimana scorsa sei salito al Colle per i colloqui per il Governo. Quali i punti posti dai socialisti?
La certezza di una politica estera euro-atlantica, la conferma di un ruolo forte in una Europa profondamente riformata a partire dal trattato di Dublino e dal Trattato di Maastricht. Terzo una attenzione perché non si sfori ulteriormente il debito pubblico. Ora la mia opinione è che i due vincitori delle elezioni devono avanzare una proposta concreta. Se non la hanno devono dire agli italiani la verità. Ossia che si è trattato di una vittoria mutilata e che questi due partiti, ricchi di voti ma poveri di strategia, non sono in grado di realizzare un governo per l’Italia.

E in caso di ulteriore empasse, governissimo o nuove elezioni?
Intanto Salvini e Di Maio devono presentare agli italiani il loro percorso. Le modalità le troverà il Capo dello Stato. Da lì si vedrà se vi è la possibilità di fare un governo o se la loro ipotesi cadrà. Solo in quel momento il centrosinistra deve entrare in gioco per senso di responsabilità. Non prima.

Questo è un punto su cui il dibattito all’interno del Partito Democratico è molto forte.
Nel Pd si fronteggiano due linee. Una molto più possibilista del governo subito con i grillini e un’altra che non è lontana dalla nostra. Ma soprattutto nel Pd non si è preso ancora atto che è finito un tempo. Il Pd nasce come soggetto che deve fronteggiare il Popolo della libertà in uno schema bipolare. Oggi non c’è né lo schema bipolare né lo schema maggioritario. C’è una legge largamente proporzionale e c’è uno schema a tre che sarà durevole in Italia e nel resto dell’Europa. Ecco perché se dovesse aprirsi un’altra fase per la formazione del governo, non è tanto al Pd che ci si debba rivolgere, ma a una sinistra riformista in costruzione che deve partecipare coralmente e condividere un indirizzo.

E questo è il tema di cui i Psi ha discusso a Bologna e poi a Napoli. Cosa si può trarre da questi due appuntamenti del Partito?
Da questi seminari viene fuori un partito vivo. Secondo viene fuori il desiderio pervicace di proseguire nella nostra iniziativa politica corredandola di diversi cambiamenti a cominciare da quello del punto di vista organizzativo. Terzo, arriva un appello al mondo socialista e riformista. Ma anche laico riformista e cattolico riformista per creare una sorta di concentrazione repubblicana e democratica da contrapporre a al populismo continentale ormai molto forte. Con una scadenza che siano le elezioni europee del prossimo anno per costruire una nuova storia.

Daniele Unfer

Incasellati

L’incarico esplorativo al presidente del Senato (come ha scelto di definirsi la Casellati rifuggendo da storpiature grammaticali) era nell’aria. E’ la seconda volta per una donna. La prima fu l’analogo mandato affidato al presidente della Camera Nilde Iotti nel 1987. Fu un estremo tentativo per evitare le elezioni anticipate che si tennero pochi mesi dopo. Nella storia dei mandati esplorativi bisogna ricordare che nessuno andò a buon fine a partire da quello, il primo, affidato a Giovanni Leone nel 1960, fino all’ultimo, affidato a Marini, nel 2008. Anche quello alla Casellati non farà accezione. I partiti, meglio sarebbe dire i gruppi parlamentari, diranno alla Casellati quel che han già dichiarato al presidente Mattarella. Un gentile non possumus. E allora perché questa scelta?

Verrebbe voglia di dire perché il presidente altro non poteva fare. I leader dei due schieramenti più votati hanno fatto sapere che di mandati esplorativi non sanno che farsene. E la seconda carica dello Stato é il presidente del Senato. Stare ancora, dopo 44 giorni, con le mani in mano il presidente della Repubblica non poteva. L’unico effetto del mandato esplorativo sarà di prendere tempo, anche se quello concesso é di soli due giorni, ma soprattutto di far capire che se le forze politiche non si decidono a trovare una soluzione al presidente non resta che sciogliere le Camere.

E qui scatta l’avvertimento, perché il paradosso é che tranne i Cinque stelle e la Lega, che sarebbero chiamati a formare un governo insieme, gli altri, che dovrebbero opporsi, di elezioni non vogliono sentir parlare. Il Pd, pur di stare all’opposizione e di non tornare subito al voto, sollecita da tempo la formazione di un governo dei vincitori, mentre Berlusconi tira per la giacchetta Salvini ma pare disposto a fare di tutto (anche un governo col Pd, anche se servono gli altro due suoi indisponibili alleati) pur di evitare un ricorso alle urne che potrebbe sancire una supremazia ancor più netta del suo più giovane alleato. Non so quale ma alla fine un governo si farà. In troppi sognano il potere e in tanti sognano una legislatura che non s’interrompa prima di nascere. Due obiettivi assolutamente conciliabili.

Nencini: “Rinnovarci e ridisegnare la sinistra”

psi-bandiera

“Il futuro Possibile”: due incontri aperti a tutta la comunità socialista da Nord a Sud. Militanti, amministratori e dirigenti socialisti si incontreranno in due grandi conferenze territoriali per avviare una profonda discussione su una nuova militanza 2.0 e sul futuro della sinistra riformista dopo la sconfitta  elettorale che ha ridisegnato lo scenario politico. Dopo la conferenza del centro-nord che si è tenuta la scorsa settimana a Bologna, la conferenza centro-sud riunirà il partito domani (sabato 14 aprile) a Napoli, alle ore 11.00, presso Palazzo Caracciolo Napoli, in via Carbonara, 112 alla presenza del Segretario del partito, Riccardo Nencini, vice ministro uscente delle infrastrutture e dei Trasporti. Alla conferenza, che sarà coordinata da Silvano Del Duca, segretario provinciale del Psi di Salerno e introdotta da Marco Riccio, segretario regionale del Psi campano e Francesco Mallardo, segretario di Napoli, interverrà Enzo Maraio, consigliere regionale e responsabile organizzazione del Psi. Saranno anche presenti i segretari socialisti di tutte le province campane.

Un momento di partecipazione per elaborare strategie ed adottare rimedi alla deriva che rischia di travolgere il riformismo italiano: una mappa per affrontare il difficile momento politico che dovrà tradursi in nuovi canoni da applicare proprio all’interno della comunità socialista attraverso una trasformazione profonda del campo e delle metodologie d’azione.

“Dobbiamo pensare a una forma organizzativa più snella e più legata ai propri rappresentanti territoriali e contestualmente dobbiamo rafforzare la tendenza a rinnovarci”, ha scritto il segretario Riccardo Nencini in una lunga lettera aperta inviata a tutti i simpatizzanti e militanti del partito, per invitarli a partecipare alla conferenza di Napoli.

La politica e la guerra

Se passiamo dalla polemica sulle autorimesse della Camera ai grandi temi della guerra e della pace la politica si alza e i nani non ci arrivano. E’ evidente che l’accelerazione di un intervento Usa o della Nato in Siria, alla luce di prove che Macron definisce sicure sull’uso di armi chimiche da parte del dittatore Assad, apre le porte a un tema che sembrava estraneo alla nostra agenda elettorale e post elettorale. Quando si alzano venti di guerra, o meglio di interventi militari che in qualche modo ci coinvolgono perché la guerra in Siria c’e da anni, si ha la sensazione di ritornare a parlare di questioni politiche di primo piano che attengono alla collocazione internazionale dell’Italia, alla sua autonomia di giudizio che può riferirsi ad un tempo alla partecipazione diretta del nostro paese, come pare intendano fare francesi e inglesi, ma non i tedeschi, ma anche alla possibilità di usare o negare le basi militari che l’Italia ospita.

Tutto questo nell’ambito di una comune visione del mondo che dovrebbe unire le coalizioni di governo di oggi e di domani. Parto da una premessa. Come personalmente sono stato dell’idea che combattere contro lo stato islamico fosse necessario e che la sottrazione di un territorio a uno stato terroristico fosse giusta e indispensabile, opzione che certo non avrebbe eliminato il terrorismo, ma ne avrebbe reciso i fili da una unica regia e troncato larga parte dei finanziamenti, così resto perplesso e anche piuttosto frastornato dagli obiettivi di un intervento militare Usa oggi in Siria. La conquista del territorio terrorista é avvenuta grazie all’eroismo dei curdi, all’appoggio degli hezbollah iraniani e degli eserciti regolari iracheno e siriano. Ma difficilmente si sarebbe ottenuto, e in tempi rapidi, senza l’appoggio aereo degli americani.

Oggi la Turchia, col beffardo nome di Ramoscello d’Ulivo, ha scatenato una nuova offensiva contro i curdi nella completa indifferenza degli Usa e dell’Occidente e in Siria continua una guerra cruenta e tremenda tra il governo di Assad, appoggiato dai russi, dagli iraniani e dai turchi, per motivi diversi, e la guerriglia divisa in segmenti e in aperto e sanguinoso conflitto anche tra gruppi che ne fanno parte. A cosa porterebbe un ulteriore immersione di parte in quel martoriato paese? Se Assad usa ordigni chimici, e la cosa é ovviamente negata dal suo governo e dai suoi alleati, gli Usa e la Nato conoscono da tempo dove sono posizionati i suoi arsenali. Perché non li hanno gia bombardati e distrutti? Solo a questo si ridurrebbe l’intervento reclamato? Si potrebbe fare in un’ora.

Se si ipotizza un vero intervento militare, sul tipo di quell effettuati in Libia e, prima ancora, addirittura con forze di terra, in Iraq, allora gli Usa innanzitutto dovrebbero preoccuparsi delle conseguenze. Quelle della Libia e dell’Iraq sono state oltremodo negative. Il governo in carica, ma l’Italia é priva da tempo di un’autorevole politica internazionale, ha scelto la comoda e un po’ ipocrita decisione di non partecipare ma di consentire concedendo le basi, che assomiglia al vecchio detto di Costantino Lazzari al tempo della prima guerra mondiale: “Né aderire, né sabotare”. La verità é che di fronte a questi eventi si deve o partecipare direttamente o non partecipare in alcun modo. E se non si è d’accordo, come fece Craxi nel 1986 quando Reagan decise di bombardare Tripoli e Bengasi, le basi vanno negate.

L’importante in queste questioni é assumere posizioni chiare e convincenti. Gli egoismi e i tatticismi producono solo ambiguitá contestabili sia da chi condivide sia da chi dissente. Un futuro governo Cinque stelle-Lega non so dove ci porterà. Sull’Europa si parte dall’euroscetticismo e da pronunciamenti muscolari che fan ridere, di fronte al conflitto Usa-Russia Salvini si propone come amico di Putin, mentre Di Battista ha pronunciato parole di comprensione addirittura nei confronti dei tagliagola dell’Isis. Il presidente Mattarella ha il dovere di accertarsi su quale politica estera voglia fare un eventuale governo Di Maio-Salvini. L’accordo sugli scontrini deve cedere il passo a quello sugli scontri internazionali. Lo capiranno? E lo capiranno i giornalisti e soprattutto i vari talk show che la politica internazionale é leggermente più rilevante del taglio dei vitalizi?

I due forni di Di Maio

Fu Andreotti a inventare anche questa battuta. E cioè quella del pane che la Dc avrebbe potuto comprare in due forni, quello socialista e quello post comunista nel 1991. Sembrava un sacrilegio, ma in fondo socialisti e post comunisti, che nel 1989 avevano chiesto l’adesione all’Internazionale socialista,non erano tanto distanti né dal punto di vista identitario né da quello programmatico. E poi si trattava della balena bianca che per mantenere il potere che “logora chi non ce l’ha” era disponibile ad ampliare il suo perimetro di alleanze come già fece, proprio con Andreotti, dal 1976 al 1979 con l’unità nazionale.

Oggi i Cinque stelle hanno aperto il doppio forno, provenendo da un origine di contestazione della vecchia politica. Invece si comportano assai peggio della vecchia Dc che almeno subordinava il giro dei suoi alleati a ragionamenti politici. Per Di Maio, che ha aperto una trattativa di destra e una di sinistra, Lega e Pd pari sono. Non importa che verso gli uni e gli altri, soprattutto verso gli altri, i Cinque stelle abbiano condotto una feroce campagna elettorale. Adesso vanno bene entrambi. Pur di svolgere il ruolo di prim’attori. Pur di ottenere con Di Maio la guida dell’esecutivo.

Il Pd che si divide su tutto non poteva che dividersi anche su questo. Mentre Renzi e i suoi restano fermi in una posizione di indisponibilità, Orlando e Franceschini pare vogliano aprire qualche spiraglio. A me pare più giusta e corretta la posizione dell’ex segretario e anche più rispettosa del rapporto con l’elettorato. Un governo Pd- Cinque stelle sarebbe non solo la fine del Pd che é già finito, ma di qualsiasi prospettiva di rilancio in Italia di una forza riformista europea. E un danno per l’Italia con litigi e incompatibilità evidenti al solo apparir dell’alba. Gia perché di programmi nessuno parla. Pare che d’improvviso per i Cinque stelle siano diventati più importanti i posti, vedasi spartizioni, dopo quella degli uffici di presidenza di Camera e Senato, anche delle due presidenze delle commissioni. Cinque stelle sempre peggio di Andreotti..

Lula e Craxi

L’articolo di Paolo Mieli sul Corriere di oggi riapre un vecchio capitolo che attiene alla cultura del garantismo a senso unico della sinistra italiana. Parlando della condanna dell’ex presidente brasiliano Lula per corruzione e riciclaggio e del successivo appello firmato da Romano Prodi, Massimo D’Alema, Piero Fassino, Susanna Camusso, Pierluigi Bersani, Lia Quartapelle, Vasco Errani e Guglielmo Epifani, Mieli sottolinea la perdurante tendenza della sinistra a difendere “i diritti degli amici” e mai quelli degli avversari. Non saremo certo noi a considerare inappuntabile la doppia sentenza dei magistrati brasiliani che hanno condannato l’ex presidente a dodici anni di carcere a seguito dell’inchiesta Lava Jato (una sorta di Mani pulite sudamericana). Il reato consisterebbe in una sorta di tangente pagata dalla compagnia petrolifera Petrobras attraverso un lussuoso superattico su tre piani con piscina e vista sul mare girato all’ex presidente tramite la moglie.

Esisterebbe un contratto firmato dalla moglie di Lula recentemente scomparsa, rivenuto nella loro casa e una testimonianza del portiere dello stabile che confermerebbe che i due, moglie e marito, hanno seguito da vicino i lavori di ristrutturazione del palazzo. I sostenitori di Lula parlano di estrema velocità con la quale si è arrivati alla seconda e definitiva sentenza (ricorda da vicino, questa velocità, la condanna in terzo grado di Craxi nel giro di un attimo) e il sopravanzare della fase elettorale, di fronte alla quale lo stesso Lula avrebbe potuto, con notevoli possibilità di vittoria, presentare la sua candidatura. Aggiungiamo che Lula, contrariamente a Craxi, si è consegnato, ma non prima di essersi rifugiato per giorni nella sede del suo sindacato, dando vita a una grande manifestazione di popolo a suo sostegno, e dopo avere ottenuto per sé un trattamento di favore in carcere che non si applica ad altri detenuti.

Immaginiamo quale sarebbe stata la reazione dei Travaglio di casa nostra, se queste comodità fossero state concesse ad altri. Da ricordare che Lula, il presidente operaio, ha guidato con successo il Brasile dal 2003 al 2011 e che la sua popolarità nei ceti più poveri è tutt’ora molto alta. Certo il suo essere strutturalmente di sinistra lo esime da quelle prevenzioni e ostracismi che la sinistra italiana ha manifestato per molti suoi avversari. Mi chiedo però se questo atteggiamento sia accettabile. Quando il documento italiano pro Lula arriva ad esprimere “grande preoccupazione e un vero e proprio allarme per il rischio che la competizione elettorale in un grande paese come il Brasile venga distorta e avvelenata da azioni giudiziarie”, torna alla mente il periodo di Mani pulite, la cosiddetta rivoluzione giudiziaria che ha colpito in modo strabico e unilaterale personalità politiche e interi partiti, ma viene alla mente anche il modo con cui il Senato, applicando retroattivamente la legge Severino, ha sancito la decadenza del capo dell’opposizione.

Si dirà che Lula non ha oggi la popolarità che nel 1993 aveva Bettino Craxi, né che possa essere equiparato per livello di vita e anche per reati contestati a Silvio Berlusconi. Resta il fatto che la giustizia non dovrebbe conoscere differenze né di consenso né di ceto sociale. I reati o ci sono o non ci sono e le sentenze o si rispettano sempre o si possono sempre contestare. Mettiamoci d’accordo. Magari Lula è innocente e noi lo speriamo. Ma che per una volta la sinistra italiana si mobiliti per difendere i diritti degli avversari, no. Questo continua a non succedere mai. Vantarsi di una sorta di superiorità morale è stato il leit motiv del berlinguerismo, ritenere inattaccabile chi continua a raccogliere il consenso delle masse forse è anche peggio. Vengono alla mente i favori concessi a leader e capi di stato comunisti o di organizzazioni di liberazione nazionale sui quali la sinistra ha generalmente glissato. Il reato è solo di destra, come il terrorismo? La realtà non era così.

Eran trecento…

Davvero tanti i militanti socialisti del centro-nord convenuti a Bologna per interrogarsi sul che fare, dopo i disastri elettorali. E’ bello registrare ancora e nonostante tutto tanta passione e volontà di segnare un punto e di discutere assieme. Quel che conta adesso è fare, non solo dire. E innanzitutto dar voce, se lo si condivide, all’appello lanciato da Ugo Intini sulla necessità di difendere la nostra democrazia in pericolo. Traduco così: chi ha vinto le elezioni, il Movimento Cinque stelle, più ancora della Lega, propone una visione nuova e assai discutibile, anzi pericolosa, della democrazia rivendicando il diritto a governare con solo il 32 per cento, assorbendo, con la Lega, il novanta per cento degli incarichi istituzionali, vaneggiando del superamento della democrazia rappresentativa con una suggestiva e labile democrazia diretta, sul modello dei social coi “mi piace e non mi piace” che assomiglia molto ai plebisciti del passato regime.

Per di più con un candidato presidente che sarebbe agli ordini di un comico-guru che a sua volta sarebbe sotto tutela di una società informatica privata che controlla e sovraintende a tutta la struttura del partito, e domani del governo, attraverso la piattaforma Rousseau. Un evidente e delittuoso conflitto d’interesse nei confronti del quale quello di Berlusconi impallidisce. Ai nostri due parlamentari l’ascia di guerra contro un governo simile e alla sinistra e alla destra democratiche un appello per evitarlo. Poi, solo poi, parliamo di noi. Della nostra volontà di ripartire da Bologna e poi da Napoli per tracciare il nostro nuovo percorso. Dopo Napoli si svolgerà un seminario di approfondimento aperto agli esterni, poi una convention, se avremo disponibilità, con tutti coloro che intendono aderire alla nostra comunità con nuove regole. Largo ai giovani, anche al nostro interno, dove il tema del rinnovamento deve essere posto all’ordine del giorno, come ha giustamente osservato il nostro Federico Parea.

Le regole verranno proposte ai nostri organi nazionali da Enzo Maraio, responsabile dell’organizzazione, e tra queste potrebbe figurare anche la possibilità della doppia tessera. Penso che debba restare valida l’idea di una successiva federazione con soggetti politici a noi tradizionalmente alleati, come i Verdi, i radicali pannelliani, settori vicini a Romano Prodi, componenti indipendenti del riformismo italiano. Sullo sfondo il tema della necessità di ricostruire dalle macerie il nuovo soggetto del riformismo italiano, capace di unire tutto il centro-sinistra, nel rispetto e valorizzazione di tutte le storie e le tendenze politiche, con un nuovo nome, un nuovo programma e un nuovo leader. Forse trecento moltiplicato per due son pochi per pretenderlo. Ma a richiamarne la necessità é la dura realtà delle cose.

A Bologna per discutere

La prima conferenza indetta dal segretario del Psi si svolge sabato 7 aprile a Bologna al Savoia Regency, via del Pilastro 3. E’ il primo momento di confronto coi dirigenti periferici e i militanti dopo le elezioni del 4 marzo, al vaglio di una discussione solo dal parte della segreteria coi segretari regionali. Si dovranno verificare alcune cose non di poco conto. La prima è la volontà comune di andare avanti nonostante il risultato elettorale particolarmente modesto della lista presentata assieme ai verdi e ai prodiani. Se marciare ancora con quella coalizione o in altro modo. Poi dovremmo affrontare il problema di come attrezzarci in vista delle prossime scadenze comunali e regionali che bussano alle porte. Se presentare liste di partito, se ripresentare Insieme, se dare vita a liste civiche o di coalizione.

Più in generale dovremo affrontare il tema del disastro a cui è andato incontro il centro-sinistra, di come gettare le fondamenta di un nuovo condominio dopo che quello vecchio è crollato. Evidente che è molto difficile, anzi impossibile, pensare al nostro monolocale se il codominio dove è situato non viene ricostruito. Dobbiamo interrogarci su cosa siamo noi, su come viviamo, su cosa dobbiamo difendere e dove orientare politicamente la nostra piccola comunità. Personalmente penso che noi siamo oggi una comunità composta di tre piani che non sono dipendenti l’uno dall’altro. Innanzitutto quello storico-editoriale, che dobbiamo preservare, anzi sviluppare ed esaltare, organizzato attraverso l’Avanti, Mondoperaio, la fondazione Il socialismo, l’archivio digitale dell’Avanti che verrà al più presto presentato, altre iniziative che possiamo mettere in cantiere.

Poi siamo anche una comunità di amministratori locali, che continuano ad esistere in buon numero su tutto il territorio, che vanno meglio coordinati e orientati. E siamo anche una comunità politica che cerca un orizzonte verso il quale incamminarsi. Magari il percorso politico potrebbe anch’esso essere composto di tre tappe. E non solo perché, come pensavano i latini, “omne trinum est perfectum”. La prima potrebbe coincidere con una sorta di costituente socialista aperta a tutti, anche simpatizzanti, critici, circoli che non vogliono rinunciare a un’identità. Si potrebbe anche prevedere una riforma del nostro statuto e consentire, sul modello radicale, la doppia tessera, per ampliare la nostra area di influenza. La seconda potrebbe essere la costituzione di una sorta di federazione coi verdi e i radicali pannelliani, coi quali già abbiamo registrato una sostanziale uniformità di vedute. La terza l’approdo a un nuovo soggetto riformista della sinistra italiana con nome nuovo, programma nuovo, e nuovo leader. Vedremo. Su una cosa dobbiamo essere chiari. I nostri due parlamentari dovranno misurarsi con un’opposizione senza sconti a un governo che faccia perno sul movimento Cinque stelle e la Lega. Una volta si pensava che il potere logorasse quelli che non ce l’avevano. Oggi è l’opposizione che logora quelli che non la fanno.