Di Maio dietro la lavagna

Non ce l’ho con Luigi Di Maio, ma con gli elettori che hanno pensato, il 4 marzo, di affidare il governo del Paese a questi ragazzi inesperti e impreparati. La politica è una disciplina difficile che si impara, come la matematica, andando a scuola per anni, cioè partecipando a riunioni, dibattiti, elezioni, congressi, e contemporaneamente leggendo, studiando, riflettendo. Ancor più l’arte del governo si impara passando dall’amministrazione del più piccolo comune, alla provincia, al comune capoluogo, alla regione, al parlamento e al governo del Paese. Politici non ci improvvisa e uomini di governo ancor meno. Da molti anni tutto questo, che significa esperienza e merito, é stato spazzato via da nuovi e stupidi criteri di selezione fondati sul sesso, sull’età e addirittura sull’inesperienza innalzata a virtù. Si tratta dell’unico settore in cui questo criterio, che diventa di merito al contrario, ha trionfato. Mai potremmo pensare di utilizzare un dentista che non abbia mai fatto il dentista, un barbiere alla prima barba, un ingegnere senza laurea, un chirurgo senza un minimo di curriculum e alla prima operazione. Nella politica tutti i sistemi di selezione utilizzati altrove sono saltati, fino a partorire, appunto, un Di Maio.

Cominciò per primo Berlusconi, al quale interessavano nel 1994 nuovi profili che nulla avessero a che fare con la politica precedente o che l’avessero solo sfiorata (con qualche eccezione, vedasi l’estroso ex liberale Biondi). D’altronde eravamo in piena Tangentopoli e il vecchio sistema dei partiti era stato ingiustamente criminalizzato. Poi continuò Renzi, che addirittura teorizzò e praticò la rottamazione, equiparando uomini a macchine da gettare al macero. Se il primo ha prodotto inutili veline parlamentari, il secondo ha promosso ragazzi al primo incarico al ruolo improbo di statisti, con i tristi risultati che conosciamo. Anche Renzi, come Berlusconi, ha fatto qualche eccezione: Fassino, De Luca, Chiamparino. La rottamazione si fermava sull’uscio della fedeltà al rottamatore.

Questa cultura dell’antipolitica si è fatta strada. E oggi ha raggiunto il culmine coi Cinque stelle, il cui unico merito é di non aver mai fatto nulla, di non aver amministrato (con qualche rara e non esaltante eccezione, vedasi Roma), di non aver mai governato. Il gruppo dirigente dei Cinque stelle ha pochissimi anni di vita. Nato in occasione delle elezioni di cinque anni fa, il suo personale politico, generalmente piuttosto giovane, proviene dalle più svariate professioni o, é il caso di Di Maio, da nessuna professione. Oggi si trova a governare l’Italia, dopo un risultato elettorale clamoroso, senza alcuna esperienza, senza alcuna preparazione, senza aver mai gestito nemmeno un condominio. Stupirsi delle continue gaffe, degli errori di storia e geografia, delle distrazioni mentre si legifera? Ma che cosa si poteva pretendere da un gruppo di parvenu della politica?

Matteo Salvini, che invece proviene dal basso e la scalata l’ha fatta tutta, se li mangia e se li beve. E con lui quel Giorgetti che pare l’unico vero uomo di governo. La sceneggiata alla Merola di Di Maio é stata, fino a dichiarazione contraria, sbugiardata dal suo alter ego. Salvini ha rivelato che al decreto fiscale si é approdati con Conte che leggeva parola per parola e Di Maio che verbalizzava. Già pensare che a un vice presidente, caso unico nella storia dei governi italiani, sia affidato il ruolo del verbalizzante, fa scoppiare dal ridere. Ma che costui, nonostante abbia scritto tutto, non abbia capito è perfino probabile visto che l’alternativa é che abbia deciso deliberatamente di mentire. Soprattutto dopo la tirata d’orecchie di Grillo e forse Casaleggio. Io propendo più per la buona fede. Di Maio non ha capito anche se ha scritto tutto. Consiglierei d’ora in avanti di provargli la lezione alla fine dei Consigli e se non ha capito di retrocederlo, dal ruolo di verbalizzante, a quello di alunno da mandare dietro la lavagna.

Quel che penso della manovra

Parliamo del bilancio e del decreto fiscale. Cominciamo dai numeri. La manovra sfiora i 40 miliardi. I primi conti la portano a 37,5 miliardi. Se escludiamo le risorse utilizzate per neutralizzare l’aumento dell’Iva, oltre 12 miliardi, arriviamo a 25. Di questi ben 17 servono per due soli provvedimenti: il reddito di cittadinanza, quasi dieci, e la riforma della Fornero, circa sette. Il resto è ben poca cosa. Si parla di 15 miliardi di investimenti in tre anni, dunque cinque all’anno, ma è anche difficile individuarli. Esiste poi la flat tax, sarebbe meglio dire l’annuncio della flat tax, che appare alquanto annebbiata e riservata solo alle partite Iva fino a 65mila euro l’anno (un secondo scaglione annunciato fino a centomila è stato stralciato) e dunque finisce solo per raddoppiare il regime forfettario che oggi si applica fino a 30mila euro.

La manovra economica é dunque segnata dal duplice affondo grillino, sul reddito di cittadinanza, e leghista, su quota cento (somma tra anni di vita e di lavoro retribuito) per andare in pensione prima. Mi chiedo se questo, al di là dell’indebitamento che porta il rapporto deficit-pil al 2,4, cioè all’1,6 in più di quello programmato, siano le priorità per un’Italia in cui la disoccupazione e la questione giovanile emergono nella loro più assoluta evidenza. Dare risorse a chi non lavora è giusto se il tutto è limitato temporalmente, accompagnato dalla formazione al lavoro, sospendendola alla prima proposta. Cioè in sostanza privilegiando la cultura del lavoro e magari aumentando le risorse già stanziate dal reddito di inclusione, partorito dal governo Gentiloni. Niente di tutto questo.

Il reddito di Di Maio (a proposito, é meraviglioso questo comportamento così intransigente nel tagliare stipendi e pensioni degli altri tranne i suoi e quelli dei suoi amici che devono finanziare con soldi pubblici la piattaforma Rousseau) non ha vincoli temporali, uno potrebbe percepirlo per tutta la vita e potrebbe perfino rifiutare due proposte di lavoro. Diciamo che é solo nella più cupa logica anti produttiva che si muove questo provvedimento visto che una persona potrebbe continuare ad essere mantenuto dallo stato pur potendo lavorare. Non so in quale paese del mondo esista una tale autolesionistica norma svuota-fondi pubblici che finisce per retribuire coi soldi di chi lavora coloro che preferiscono non far nulla, rifiutando per due volte magari lo stesso lavoro di chi contribuisce a pagarli. Il che finirà per mettere in contrasto tutti i mantenuti statali con coloro che si guadagnano da vivere col sudore della fronte o della mente. E che, magari, saranno tentati, per conquistare il reddito senza lavoro, a licenziarsi e a lavorare in nero.

Follie. Ma la riforma della Fornero non é più sana. Tutto si gioca su una scommessa che non hai mai funzionato. E cioè che mandando in pensione prima i lavoratori si liberino posti per nuovi pretendenti. Ho letto statistiche che riguardano altri paesi europei e il conto non torna. Ma i nostri pensano che in Italia la scommessa (anticipo della pensione per nuovi posti di lavoro) sarà vinta. Non ho poi ben capito da dove nascano due convinzioni. La prima é la previsione di un Pil all’1,5 nel 2019 quando tutti i centri specializzati, ma anche le stesse autorità del Tesoro italiane, parlano dell’1, massimo 1,1 per cento. Il governo ritiene che reddito di cittadinanza e flat tax sulle partite Iva portino lo 0,4 per cento in più. Come crederci? La seconda riguarda (dentro una manovra finanziata per quasi due terzi in deficit) la previsione di entrate e di minori spese per oltre dieci miliardi. Ho provato a ricavarle dal condono (ma come si può quantificare le entrate di un condono?), dal taglio alle pensioni di più di 4.500 euro (é stato quantificato in un miliardo in tre anni, dunque in soli 330 milioni nel 2019), nella maggior tassazione per le banche e le assicurazioni, nel minor costo degli immigrati

Arrivare a dieci miliardi (inserendo anche le minori spese dei ministeri) mi pare impossibile. A meno di non eliminare in toto o in gran parte le agevolazioni fiscali, e intaccare il welfare. Così mi sembra che la manovra non stia in piedi, che serva solo per arrivare alle elezioni europee lusingando e illudendo gli italiani, che molte previsioni saranno modificate dalla realtà, che molto probabilmente si dovrà ricorrere, dopo le Europee, a una manovra di aggiustamento. La contestazione alla manovra deliberata non riguarda solo o tanto la logica dei numeri (altri paesi hanno sfondato i vincoli europei), ma le scelte politiche che stanno alla sua base. Si poteva anche sfondare il tetto concordato, ma stanziando risorse per uno obiettivo di maggiore crescita. Innanzitutto aumentando considerevolmente gli investimenti pubblici e poi detassando completamente le nuove assunzioni. Queste sono le due manovre che altri paesi hanno compiuto, come la Spagna, e che hanno prodotto una crescita del 3 per cento annuo. Poi un sostegno alla povertà, certo, ma incentivando e non scoraggiando i disoccupati a cercare lavoro, magari attraverso un aumento di tre, quattro miliardi del reddito di inclusione. Avrei lasciato perdere la riforma della Fornero e la flat tax, magari introducendo un più rigoroso regime di progressività fiscale che mi sembra faccia a pugni con la nuova Bibbia grillina dell’on. Siri. Attendiamo quel che dirà l’Europa, come alla lunga reagiranno i mercati, ma intanto, anche a prescindere da loro, mi pareva giusto scrivere quel che pensa l’Avanti.

In quale mondo viviamo (e loro?)…

Molti parlano e taluni decidono senza capire il mondo di oggi. Senza afferrarne la natura, senza sapere decifrarne regole, senza riuscire ad anticiparne tendenze. Parlano di buoni principi che rischiano di trasformarsi in decisioni deleterie per quegli stessi a cui si intende provvedere. Insistono pensando a meccanismi che non esistono e ignorando quelli esistenti. Negli anni ottanta si ragionava in questo modo. Il mondo era più semplice, politicamente ed economicamente. Nel 1980 il debito italiano era al 60 per cento del Pil, il problema di fondo era l’inflazione che si annunciava a due cifre, mentre la Banca d’Italia comprava la parte di Bot e Cct che il mercato non assorbiva calmierando così gli interessi che restavano alti, ma inferiori al tasso inflattivo. Non esisteva l’euro, né era presente alcun tipo di vincolo europeo (il trattato di Maastricht data 1992), ancora la globalizzazione non era divenuta preponderante e non era stato firmato il WTO (il trattato di commercio unico). Una parte di Europa era ancora sotto il giogo comunista e l’Urss, una repubblica che univa stati e che si configurava come la seconda potenza mondiale in un globo allora dominato dal bipolarismo Usa-Urss, univa in un vincolo militare e politico popoli e nazioni.

L’Italia attraversava un suo specifico dramma, quello del terrorismo che negli anni ottanta fu soprattutto rosso e che insanguinava quotidianamente le nostre strade, mentre la configurazione geografica del nostro paese, al confine tra Ovest ed Est e tra Europa e Medio Oriente, aveva reso la nostra nazione permeabile a stragi, attentati, omicidi, che spesso proiettavano in tutto il mondo misteri spesso tuttora impenetrabili. L’Italia era un paese dalle verità nascoste, al quale un sistema politico costoso ma efficace e una classe dirigente di valore avevano assicurato democrazia, sviluppo e benessere sempre più generalizzato. Terrorismo e inflazione furono i problemi che i governi degli anni ottanta, da Cossiga a Craxi, si trovarono a dover affrontare. E lo seppero fare con successo grazie a uomini come il generale Dalla Chiesa, a decisioni come la legge sui pentiti (che iniziò a sconfiggere anche Cosa nostra), a leggi come il decreto di San Valentino che sacrificando alcuni punti di scala mobile assorbiva percentuali di inflazione. Il tutto fu certo agevolato da un buon andamento dell’economia mondiale e dalla possibilità di attingere risorse senza preoccuparsi troppo del debito.

Aggiungo però che in quel periodo nessun governo aumentò in deficit la spesa pubblica e che durante il governo Craxi fu l’aumento del tasso di interesse ad elevare il rapporto tra deficit e pil, come ha più volte ricordato Nicola Scalzini, all’epoca collaboratore economico del governo del segretario del Psi. Oggi tutto é cambiato. Il nostro mondo é costituito da queste preponderanti novità con le quali tutti dovrebbero fare i conti: la globalizzazione, la finanziarizzazione, l’immigrazione, la moneta unica europea, i vincoli europei, la reazione dei mercati. Si tratta di sei grandi questioni che ci sovrastano. Possiamo contestarle, alcune o tutte, ma non ignorarle. Chi avrebbe mai detto negli anni ottanta che la Cina sarebbe diventata la maggior proprietaria del debito degli Stati Uniti, chi avrebbe pronosticato che la stessa Cina e l’India da paesi sottosviluppati sarebbero divenute grandi potenze economiche? Chi avrebbe mai pensato che l’economia di carta avrebbe di gran lunga superato quella industriale (negli anni ottanta pensavamo semmai all’espansione del terziario), chi avrebbe mai ipotizzato in un mercato unificato che le merci cinesi avrebbero distrutto quelle occidentali per costo di prodotto? E chi avrebbe pronosticato un esodo dall’Africa verso l’Europa coi problemi conseguenti tanto da far divenire l’immigrazione il tema centrale di tutte le vittorie e le sconfitte elettorali?

E chi aveva ritenuto (qualche minoranza c’era, ma non fu ascoltata) che un’Europa solo monetaria sarebbe divenuta fragile e controproducente, visto che il primo passo per essere uniti dal punto di vista monetario avrebbe proprio dovuto essere l’unità politica? E come mai nessun paese ha chiesto la rettifica dei parametri di Maastricht dopo la crisi del 2008, preferendo ignorare vincoli che aveva sottoscritto liberamente e non sotto ricatto? E chi si é posto il problema di frenare o governare (ma chi dovrebbe farlo se non l’Europa) mercati che si orientano liberamente alla luce di sensazioni più spesso che non di decisioni? Tutti hanno responsabilità, ci mancherebbe. Quello che oggi non si può fare é far finta di niente, come il nostro governo dei vice presidenti che pensa di vivere ancora negli anni ottanta e non nel 2018. Quello che non si può fare é avere un governo di incompetenti nella società della conoscenza e dell’interdipendenza, in un mondo regolato da meccanismi assolutamente nuovi rispetto a trenta e più anni orsono. Questo perché anche i buoni propositi rischiano di divenire azioni sconsiderate, pagate proprio da coloro che a parole si intende difendere. Un paradossale pendolo si agita in Italia. Quello animato da chi dice di difendere i poveri e rischia di danneggiarli. I signori dello Spread non esistono. I fantasmi inventati come nemici siamo tutti noi. Aumentiamo il debito con la spesa corrente e alla fine gli speculatori ci guadagneranno cogli interessi e quelli che il denaro non l’hanno verranno penalizzati da tagli al welfare che, senza denaro a disposizione o col denaro più caro, diverranno indispensabili. Auguri, signori del governo. Voi esistete. Ascoltare Draghi dovrebbe essere una vostra priorità.

Quel che penso del congresso

In Baviera i Verdi sono il partito del momento, con oltre il 18%. In Italia i Verdi sono spariti. Ma in Germania vivono ancora democristiani e socialdemocratici. In Italia no. Vuoi che sia colpa di Bonelli, di Casini, di Nencini? Solo gli stolti lo possono pensare. In Italia é crollato un sistema e ne é nato un altro, dove i partiti identitari sono stati sostituiti da nuovi soggetti e sigle senza storia e cultura politica. Aver tenuto insieme la nostra piccola comunità con enormi sacrifici, é stato miracoloso, soprattutto dopo il 2008 e fino al 2013, senza un parlamentare, senza un soldo, senza null’altro che non fosse la nostra passione. Per questo sono diventato intollerante verso i cosiddetti socialisti di Facebook, che osservano noi nuotare contro vento e si divertono dal bordo del fiume a lanciare sassi. Con sadico piacere. Questo non significa che non si potesse far meglio e che non siano stati compiuti errori. Ma se ogni volta che nasce un dissenso, spesso per mancate candidature o per questioni personali, più raramente per diversità politiche, si sbatte la porta in faccia, non credo si dia un buon esempio. La porta oggi deve riaprirsi per tutti quelli che intendano tornare a far parte della nostra comunità accettandone le regole. A patto che non sia una porta girevole. Non è vietato sostenere di essere socialisti ma fuori dall’attuale Psi. E’ insostenibile dichiararsi fuori dal Psi perché si é socialisti.

Il congresso é ormai fissato, dopo il Consiglio nazionale e la Convention di fine anno. Tutti devono potervi partecipare, ognuno recando il suo contributo, ma dopo avere dato materialmente un aiuto che ci permetta di vivere. Discuteremo di norme congressuali. Dico subito che sono a favore di un congresso aperto e nato dal basso. Chiunque voglia parteciparvi é chiamato anche a recare un sostegno economico, potrebbero partecipare anche associazioni, movimenti, circoli di non iscritti purché accreditati, le tesi dovrebbero costituire solo una cornice possibilmente unitaria dentro la quale collocare idee, spunti, annotazioni da raccogliere nelle assemblee provinciali.

L’assise nazionale, attraverso la commissione politica, potrebbe alla fine elaborare una o più proposte di documento finale da votare da parte dei delegati. Segretario e presidente potrebbero essere entrambi eletti direttamente dal congresso, assieme al Consiglio nazionale, di cento persone, che a sua volta dovrebbe eleggere una direzione di non più di trenta e una segreteria di dieci. Ovviamente queste sono mie idee sulle quali ragionare insieme. Ma non v’é dubbio che un congresso, da svolgere prima di quello del Pd, dovrà assumere connotati nuovi: costituire una tribuna politica per tutta l’opposizione al governo dei vicepresidenti, rinnovare il gruppo dirigente, non solo dal punto di vista generazionale, ma anche seguendo meriti politici ed elettorali nella sua selezione, aggregare il massimo possibile di socialisti ancora ai margini del partito, o per scelta o per condizioni locali, dotarsi di organi snelli, senza ricorrere al vecchio principio secondo il quale é opportuno accontentare tutti. Si può aprire una nuova stagione politica. Apriamola tutti insieme. A nessun socialista italiano sia consentito sostenere che il Psi non é il suo partito.

La verità su Stefano Cucchi

Il caso, uno di quelli più delicati perché interessava le eventuali responsabilità di uomini dell’Arma dei carabinieri in relazione alla morte di un giovane romano, Stefano Cucchi, arrestato nell’ottobre del 2009 per spaccio di droga e deceduto in stato di detenzione, pare ormai al suo epilogo. Dopo un processo ultimato con un nulla di fatto e un’assoluzione dei presunti militari coinvolti, nel 2015 il carabiniere Casamassima, dopo sei anni di silenzio, ha aperto un nuovo fronte di indagini. Egli ha dichiarato di aver sentito nell’ufficio le confidenze del superiore- il maresciallo Roberto Mandolini- dei presunti colpevoli. Il maresciallo è divenuto così uno dei cinque indagati. A lui e a Vincenzo Nicolardi, é stato contestato il reato di falsa testimonianza. Per gli altri tre – Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco – i pm ipotizzano il reato di lesioni. Accusa che potrebbe mutare all’esito dell’incidente probatorio, se la nuova perizia dovesse stabilire che Cucchi sia morto a causa dei pugni e dei calci ricevuti.

Oggi al processo la testimonianza di Francesco Tedesco ha fatto piazza pulita delle menzogne e delle coperture finora abusivamente assicurate sulle questione. Tedesco ha ammesso il duro, inspiegabile, cruento pestaggio del giovane al quale ha partecipato. Anche se ha sostenuto di non avervi preso parte materialmente e anzi di avere pregato gli altri due di smetterla. Per nove anni l’omertà ha regnato sovrana e si deve alla sorella di Stefano, Ilaria, se il caso ha continuato a turbare gli italiani e la ricerca della verità non è mai venuta meno. Il recente film sul caso Cucchi “Sulla mia pelle” ha peraltro tenuto sveglia l’attenzione di tutti.

Nella sventagliata di sospette responsabilità, la polizia penitenziaria, i medici, gli scalini della caserma dei carabinieri, la magrezza di Stefano, la sua epilessia, l’effetto delle droghe, sempre gli uomini dell’Arma hanno cercato di coprire le loro responsabilità. La sentenza dovrà evidenziare tutte le colpe. Non solo quelle materiali di chi é stato protagonista di un efferato e micidiale atto di violenza, peraltro compiuto contro un ragazzo in grave stato di prostrazione e forse di malnutrimento, ma anche tutte le coperture assicurate. Da quelle minori, dei colleghi che sapevano e non hanno parlato, a quelle maggiori, dei vertici che hanno deciso di mettere una pietra tombale sull’accaduto pensando di difendere l’Arma e che invece hanno finito per danneggiarla. Il caso del carabiniere Casamassima che per primo aveva deciso di parlare e che oggi denuncia di aver subito minacce e addirittura un trasferimento con demansionamento, va subito affrontato dagli organi competenti. Dire la verità é un dovere per chi ha il compito di difendere i cittadini. E’ la menzogna che deve essere punita.

Tutta colpa di Soros…

Ogni volta che accade un evento spiacevole i due inquilini del palazzo del governo se la prendono cogli altri. Crolla il ponte ed é colpa non solo di Autostrade, ma dei governi precedenti. Ci sta, i due erano al governo da poche settimane. Ma adesso anche la gente, che ai funerali di Genova li aveva applauditi, comincia a contestarli. Dopo due mesi non si vede nulla, solo promesse di vendette e di un decreto scritto e riscritto e poi ancora modificato dopo profondi contrasti con la regione Liguria. Toninelli, un pesce fuor d’acqua, rassicura gli scettici, consola i sofferenti, minaccia i colpevoli. Ma ad oggi si vede solo il disastro del crollo, e i danni degli abitanti della vallata. Giustamente arrabbiati, forse per colpa loro.

Salvini sequestra per giorni un gruppo di migranti (che in base all’articolo 10 della Costituzione avrebbero il diritto di chiedere asilo) su un’imbarcazione italiana. Un magistrato apre un’inchiesta e la colpa é del magistrato. La Lega si é impadronita illegalmente di 49 milioni di finanziamento pubblico e viene condannata a restituirli. La colpa di chi é? Di chi vuole affossare la Lega e metterla fuori gioco, mentre é suo diritto riconsegnare il maltolto (che equivale alla maxi tangente Enimont che serviva per finanziare quasi tutti i partiti) in ottant’anni e senza interessi. Si tagliano i vitalizi e la colpa é degli ex parlamentari che fanno ricorso per verificarne la legittimità, non di chi (eventualmente) ha abusato del suo potere.

Si supera il rapporto deficit-Pil concordato con la Ue e la Ue deve tacere, anzi arrossire, anzi annuire, e anzi fare autocritica per la quantità alcolica sorbita dal suo presidente. Se poi ci sono tentennamenti a sforare i conti la colpa é dei burocrati, dei dirigenti che secondo l’esule (finanziato da Mondadori) Di Battista dovrebbero essere licenziati. I mercati reagiscono male e lo spread sale a 315 e la colpa di chi é? Di Soros, il finanziere speculatore per eccellenza, delle banche, dei “signori dello spread”. Non dei due che hanno sforato ogni tetto concordato, che hanno aumentato la spesa e non gli investimenti, che hanno ipotizzato l’uscita dall’euro, che hanno vilipeso tutte le istituzioni europee compreso la Bce alla quale l’Italia, grazie al quantitativi easing del nostro Draghi, deve la sua tenuta. Anche il presidente é finito nelle grinfie dei due per non essere stato eletto ma nominato. Stravagante annotazione…

I due ce l’hanno col mondo e Salvini gioca su tre tavoli. Offende la Ue con Di Maio, stipula un patto con Marine Le Pen sulle Europee senza Cinque stelle e conferma l’accordo con Berlusconi e la Meloni per le regionali e le comunali del prossimo anno. E’ ad un tempo alleato con il gruppo dei Liberali e democratici (Alde), con quello dell’estrema destra che intende, con le Front national, uscire dalla Nato e dall’euro e allearsi con Putin, e con quello Popolare che si oppone a tutto questo. A lui basta bastonare qualche migrante, promettere di abbassare le tasse e mandare un po’ prima in pensione gli italiani come a quell’altro basta e avanza garantire un po’ di soldi a chi non lavora. Peccato che ci sia quel diavolaccio di un Soros che rovina la festa…

Inviato da iPad

Il nuovo percorso del Psi

La segreteria ha deciso di convocare il Consiglio nazionale per i primi di novembre e di svolgere il congresso, ordinariamente previsto nel 2020, prima delle elezioni europee, prevedibilmente nel mese di marzo. Riccardo Nencini ha ribadito la sua decisione di non ripresentare la sua candidatura alla segreteria del partito, aggiungendo che dieci anni rappresentano un ciclo che si deve chiudere. Credo sia giusto riconoscere a Riccardo una grande onestà intellettuale, una forte sensibilità umana e una giusta ambizione di contribuire anche col suo annunciato gesto a rinnovare la comunità socialista.

Sul piano politico un congresso anticipato non si poteva svolgere che prima delle elezioni europee e prima del congresso del Pd. Le elezioni europee rappresentano un banco di prova decisivo per l’Europa, la sua vita e il suo destino. Le forze del socialismo europeo sono ancor oggi, in Portogallo, in Spagna, in Germania, in Svezia, in Norvegia, in Austria, altrove, più che mai in sella, con le difficoltà proprie del governo dei rispettivi paesi, proprio mentre il Pd, che vantava nella sua originalità la sua forza preminente rispetto a quelle tradizionali della socialdemocrazia europea, oggi riscontra anche nella sua anomalia la sua debolezza, la più grave se si eccettua quella del Partito socialista francese e greco. Dovremo decidere al congresso che fare. Una lista soli, con gli altri socialisti europei, con tutti gli europeisti?

Serve una riflessione e una proposta che possa servire all’insieme dell’opposizione italiana, mentre al governo del paese l’irresponsabilità, il pressapochismo, il dilettantismo rischiano di portarci nel baratro. Il Pd é un partito che non decide, che non produce novità, che non si muove. Attendere il Pd è come attendere Godot. Possiamo far diventare il nostro congresso, prima di quello non ancora convocato del Pd, una grande occasione per sviluppare idee che servano al rilancio nostro e dell’insieme di un’opposizione ancora ferma. Una tribuna da offrire all’insieme dei soggetti che contrastano il governo gialloverde.

E infine il rinnovamento. Il Psi deve vivere come comunità, poi vedremo se ci saranno condizioni per restare autonomi come partito o se aderire a un nuovo soggetto che ancora però non si intravvede. Ma la nostra comunità di resistenti coraggiosi che tengono accesa una luce su un passato che non ha eredi al di fuori di noi, che aderiscono senza riserve nel nome al mondo socialdemocratico europeo, che avanzano proposte per il presente e il futuro di carattere riformista ed europeista, questa comunità deve vivere sempre. Per questo é necessario anche un passaggio generazionale. Senza proclamare assurde rottamazioni. Gli uomini non sono auto da gettare nel macero e se hanno esperienza, intelligenza e cultura credo siano più che mai utili a una comunità di pensiero e di iniziativa politica. Ma serve dimostrare che ci sarà un dopo di noi. Che questa comunità saprà vivere negli anni costruendosi un futuro. E noi abbiamo il dovere di agevolare, sostenere e aiutare questo passaggio di testimone. E’ il momento di mettere da parte tutti i conflitti, di iscriversi al Psi, di partecipare a un congresso che dovrà essere di tipo nuovo, rivolgersi a una platea più vasta, chiamare tutti a fornire un contributo di idee senza vincoli e sbarramenti. Se non ora, quando, scusate, si può rimettere insieme la proclamata e supposta diaspora?

Spezzeremo le reni a Juncker

Salvini, quello del “me ne frego”, se n’é uscito ieri dando dell’ubriacone a Juncker, presidente della Commissione europea, mentre Di Maio ha minacciato (non si capisce chi, forse “i signori dello spread”) di chiedere i danni per l’aumento dello stesso spread a oltre 300. Si rivolga innanzitutto a quel Borghi, leghista e presidente della Commissione bilancio del Senato, strano soggetto, che ogni volta che parla costa all’Italia centinaia di milioni di euro. Zittirlo sarebbe la più produttiva opera di spending review. Siamo ormai entrati in una fase decisiva. Alla fine del pericoloso percorso si intravvedono solo due uscite: o la revisione dell’annunciata manovra o il distacco dell’Italia dall’eurozona. Inutile girarci intorno. Con queste premesse, con questi rapporti, con queste follie, altro non c’è.

Inutile rimarcare il disastro che provocherebbe il ritorno alla lira tanto che il meno europeista di tutti, il ministro Savona, ha dovuto dichiarare, su imput di qualcuno, assieme al presidente del Consiglio, che l’Italia rimarrà nell’euro. Escusatio non petita… L’idea che il governo italiano corregga la manovra può anche essere nell’ordine delle cose, ma pensare che possa essere ammainata la bandiera del 2,4 a me pare pura utopia. Si dovrebbe rinunciare a quel reddito di cittadinanza, che é obiettivo strategico dei Cinque stelle, anche se non condiviso dalla maggioranza degli italiani. D’altronde gli italiani sono diventati strani soggetti. Approvano tutto ciò che ritengono utile per loro: meno immigrati, meno tasse, pensioni anticipate, molto meno quel che ritengono utile per una minoranza, il reddito di cittadinanza appunto.

Ma qui siamo al ridicolo. Il governo Gentiloni aveva introdotto il reddito di inclusione (4miliardi circa in due anni, circa 500 euro a famiglia con priorità per quelle con minori, ma legato a una formazione al lavoro). Si poteva aumentarlo. Si è scelta una strada opposta. Ancora non esiste, secondo il teorico della flat tax, il leghista ed ex socialista Siri, un provvedimento preciso sull’argomento. Resta il fatto che secondo la scaletta illustrata a Porta a Porta, e condivisa da Di Maio, i 780 euro sono la quota base del reddito di cittadinanza che viene aumentata se il singolo é sposato e se ha figli, tanto da sfiorare i duemila euro nel caso di marito, moglie e tre figli a carico, se il loro reddito annuo non supera i 9mila euro. Dunque con 8mila euro di reddito familiare si potranno raggiungere in questo caso circa 30mila euro annui. Niente male, senza far quasi nulla. E poiché il soggetto in questione può rifiutare fino a tre proposte di lavoro, ma solo nell’arco di 51 chilometri, é evidente che questa sorta di famiglia Addams vivrà per molto (per sempre?) a carico dello stato, magari aumentando ancora il reddito con attività di lavoro in nero.

Io penso che si stia scherzando. Non può essere vero. Ma questo è un chiaro incentivo a non lavorare se non in modo illegale. Con due gravi danni per lo stato. Il primo è il mantenimento a sue spese di chi non lavora, il secondo é l’incentivo a lavorare senza pagare le tasse. Ecco il bengodi, che diventa inferno per i più. Per coloro che lavorano onestamente pagando fino all’ultimo euro, per coloro che hanno pagato i contributi e si trovano oggi con una pensione uguale o inferiore a chi non ha mai pagato nulla. Si introdurranno gravissime discriminazioni tra gli italiani. E i giovani saranno tentati alla passività, non alla ricerca di un’attività con la creatività e la dedizione della quale sono dotati. I centri per l’impiego diverranno sedi di ricorsi senza fine, per coloro che saranno esclusi da questa manna, e le controversie saranno ingenti e costose per lo Stato. Di tutto questo non si curano lorsignori, solo interessati a brindare sul balcone a una vittoria di Pirro per l’Italia. In tutta Europa ci guardano come a un raro esemplare. A un nuovo archetipo di chi vuole fare anzitutto il suo male.

Kavanaugh inciampa: la Fbi indagherà sulle accuse

kavanaugh

“Il tweet del presidente mi ha sconcertata”. Questo il commento della senatrice Susan Collins (repubblicana, Maine) all’attacco del presidente Donald Trump lanciato contro la dottoressa Christine Blasey Ford la quale aveva accusato Brett Kavanaugh di molestie sessuali nel 1982 quando i due erano studenti liceali. Trump aveva resistito per cinque giorni ma alla fine non ha potuto contenersi e ha attaccato l’accusatrice di Kavanaugh che il 45esimo presidente ha nominato alla Corte Suprema per rimpiazzare il giudice Anthony Kennedy.

Tutto sembrava procedere bene per Kavanaugh dopo le sue testimonianze alla Commissione Giudiziaria nonostante le ovvie obiezioni dei senatori democratici. Poi l’accusa di molestie sessuali della dottoressa Blasey Ford hanno bloccato tutto. Dopo difficili negoziazioni, ambedue Blasey Ford e Kavanaugh hanno testimoniato davanti alla Commissione Giudiziaria del Senato. Pochi giorni prima delle testimonianze la situazione di Kavanaugh è peggiorata poiché altre due donne hanno dichiarato di avere subito molestie sessuali da parte del candidato a sostituire Kennedy alla Corte Suprema.

Durante la sua testimonianza Blasey Ford ha riassunto il presunto attacco subito da Kavanaugh. A una festa studentesca tenutasi nel 1982, Blasey Ford ha dichiarato che Kavanaugh la rinchiuse in una camera da letto in presenza di Mark Judge, amico di Kavanaugh, e le saltò sopra cercando di toglierle i vestiti e coprendole la bocca per impedirle di gridare. I due ragazzi erano ubriachi, secondo Blasey Ford, e Judge saltò su di loro e alla fine rotolarono a terra. Svincolatasi dalla presa, Blasey Ford si rinchiuse in un bagno mentre i due scesero al piano di sotto. Alla fine la giovane liceale riuscì a sfuggire.

La Blasey Ford ha iniziato la sua testimonianza spiegando di essere terrorizzata. Non è riuscita a dimenticare quell’episodio nonostante i tanti anni passati e nonostante il suo successo professionale che l’ha condotta a un dottorato in psicologia e insegnamento alla Palo Alto University e anche Stanford University. Rispondendo a una domanda del senatore democratico Patrick Leahy, la Blasey Ford ha detto che il ricordo più vivido della sua esperienza consiste delle “fragorose risate” e che i due “si stavano divertendo” sulla sua pelle.

Nella sua testimonianza Kavanaugh ha smentito l’accusa della Blasey Ford sottolineando le sofferenze subite dalla sua famiglia che hanno infangato il suo nome. Kavanaugh, parlando con un tono battagliero tipico di un politico alla Trump invece di giudice pacato, ha gridato al complotto attaccando la sinistra e la commissione giudiziaria per la situazione. Ovviamente, i senatori repubblicani lo hanno difeso mentre i democratici hanno cercato di difendere la Blasey Ford.

A peggiorare la situazione di Kavanaugh sono state le accuse di altre due donne e non si sa fino al momento se altre ne verranno a galla. La principale però è quella di Blasey Ford che la maggioranza repubblicana alla Commissione giudiziaria temeva. Gli undici membri repubblicani, tutti uomini, non volevano ripetere il massacro di Anita Hill la quale aveva accusato di molestie sessuali Clarence Thomas, nominato alla Corte Suprema da George W. H. Bush nel 1991. Nelle sue testimonianze i senatori repubblicani fecero del tutto per dipingerla come non credibile attaccando la sua persona.

Questa volta, nel clima di #metoo, i senatori repubblicani hanno invitato la procuratrice Rachel Mitchell, responsabile della divisione speciale vittime della procura di Maricopa County, Arizona, a interrogare Blasey Ford. Se invece lo avessero fatto i senatori, come è tipico, il contrasto avrebbe peggiorato ancor di più la situazione di una donna vittima attaccata da uomini come lei sostiene le era già avvenuto con Kavanaugh.

La maggioranza repubblicana alla Commissione Giudiziaria del Senato aveva fretta di concludere per arrivare al voto. Alla fine si è trattato di un confronto fra due individui ambedue dichiarandosi vittime senza però raggiungere un chiarimento. Molte altre informazioni non sono state utilizzate o esplorate. Judge, l’amico di Kavanaugh, e le altre due donne cha hanno accusato Kavanaugh, non sono stati interpellati a testimoniare.

Il giorno dopo le testimonianze di Blasey Ford e Kavanaugh la Commissione Giudiziaria ha votato per la conferma. In dubbio era il voto del senatore Jeff Flake il quale alla fine ha deciso di votare con il suo partito ottenendo però il rinvio del voto del Senato di una settimana per consentire alla Fbi di indagare le accuse di molestie sessuali. Kavanaugh ha superato il primo ostacolo ma rimane ancora in dubbio quello del Senato totale che avverrà tempestivamente dove la maggioranza risicata dei repubblicani (51-49) potrebbe silurare Kavanaugh. Comunque vada, una conferma di Kavanaugh alla Corte Suprema riflette un totale di tre giudici macchiati. Clarence Thomas, confermato nel 1991, fu accusato da Anita Hill di molestie sessuali. Neil Gorsuch, confermato l’anno scorso, ha preso il posto che i repubblicani hanno “rubato” a Merrick Garland, che per nove mesi il Senato non prese in considerazione. Inoltre, Gorsuch è stato nominato da Trump, un presidente la cui elezione è stata macchiata dall’interferenza russa. Kavanaugh, se confermato, potrebbe in un caso remotissimo subire l’impeachment se alcune delle accuse dovessero procedere come atto criminale.

La “sconfitta” di Blasey Ford e dei democratici però potrebbe rivelarsi un altro tassello per energizzare gli elettori, specialmente le donne, a presentarsi in massa alle elezioni di midterm che si svolgeranno fra poche settimane.

Domenico Maceri

Boccia con la camicia verde

La Confindustria italiana è sempre stata col potere. Non mi stupisco delle parole del presidente Boccia che, dopo aver commentato con inusitata dolcezza la manovra economica del governo, ha dichiarato agli industriali vicentini che la Lega di Salvini é il suo punto di riferimento. Il 24 ottobre del 1932 il senatore Giovanni Agnelli, presidente della Fiat, incoronò Benito Mussolini esultando al Lingotto “dove batte il cuore di Torino operaia, alla rinnovata Italia e al suo Duce”. “Viva Benito Mussolini” dichiarò con convinzione.

Poi, una volta cambiato regime, la Fiat e la Confindustria, che per tanti anni sono stati la seconda alle dipendenze della prima, si sono scoperte democristiane. Angelo Costa, il presidente della ricostruzione, era profondamente cattolico e vicino a De Gasperi. E guidò la Confindustria dal 1945 al 1955 e poi dal 1966 al 1970. Unica parziale eccezione quella laica e repubblicana dell’avvocato Gianni. Umberto Agnelli, negli anni settanta, fu anche senatore della Dc. Nei primi anni novanta Luigi Abete, presidente di Confindustria, fiutò l’aria del rinnovamento e si gettò a pieno titolo a sponsorizzare Mario Segni e i suoi referendum.

Crollata la prima repubblica sotto i colpi di Tangentopoli (e mentre molti imprenditori che avevano sfruttato i vecchi partiti se ne dichiaravano vittime sacrificali) ecco emergere una nuova tendenza berlusconiana, anche se forse mai prevalente e poi prodiana. Giorgio Fossa e Antonio D’Amato erano sul filo della simpatia operante per il secondo e il primo. E il renzismo benedetto da Marchionne che a sua volta era stato esaltato dal giovane presidente del Consiglio? Come dimenticarlo? Ma sappiamo della rottura tra Fiat e Confindustria neppure sanata dalla presidenza di Luca Cordero di Montezemolo al vertice degli industriali.

Stupirsi? E di cosa? Boccia oggi sta con chi comanda, come tutti i suoi predecessori. Si é sempre chiarito che la Confindustria non fa politica. La politica la fa chi governa e la Confindustria l’appoggia a prescindere dal colore. Con qualche nota a fondo pagina. Finora, questa semmai é la novità, lo faceva senza esplicite dichiarazioni di sostegno. Boccia é andato oltre e si messo la camicia verde. Proprio come quel suo illustre predecessore (contrariamente ai Pirelli gli Agnelli negli anni venti e trenta non assunsero mai la presidenza di Confindustria) che la camicia nera la vestì con entusiasmo. Almeno un altro punto di riferimento, storico, Boccia deve averlo rinvenuto.