L’Italia, Attila e Mattarella

Gli applausi divenuti scroscianti e prolungati al presidente della Repubblica, assieme all’entusiasmo col quale é stata accolta un’opera di Verdi ritenuta minore, appartenente ai suoi cosiddetti anni di galera, segnalano un minimo comun denominatore: il desiderio di unità nazionale, oggi smarrito. E’ vero, alla Scala c’erano le jaquettes noires e non i gillet jaune (qualcuno stazionava all’esterno in omaggio al neo sessantottismo francese), e i ceti rappresentati non erano, se non forse nelle logge, quelli più popolari. Eppure non mi era mai capitato di assistere a una prima scaligera, quella con “tutta Milano in gran soireé”, come recita il celebre motivo di Kramer, caratterizzata da così intenso e duplice trionfo. Per il simbolo della Repubblica e per il padre della patria. Usciti come eroi greci, come profeti e oracoli in un’Italia che ha bisogno di essere rassicurata, di essere amata e di amare.

Il genio del regista Davide Livermore e la scenografia di Giò Forma hanno scolpito nell’opera i caratteri del kolossal. I video che dominavano la scena non sono una novità. Basti pensare al Guglielmo Tel di Ronconi che inaugurò la stagione scaligera del 1988 e a quegli specchi che proiettavano scene di monti, vallate e fiumi, cascate e torrenti a mò di sfondo naturale di una Svizzera evocata, ma nell’Attila di Livermore-Forma la parte filmata diventa ricordo ed essa stessa trama, complemento di narrazione. Splendido e crudele lo strazio di Odabella bambina che grida il suo dolore dopo il martirio del padre per mano di Attila. Forse sopra le righe sono parse le fucilazioni scoppiettanti d’inizio opera di uomini, donne e perfino preti.

Trovo però che l’eccellenza della ripresa di Attila non sia il kolossal, ma il suo contrario. Non il maxi, ma il mini. Il particolare più del gigantesco, quegli occhi, le espressioni, i gesti di ognuno dei tanti personaggi, e sono centinaia, posti in scena. Quei coristi e figuranti ognuno con il suo dolore, terrore, ma individualizzato, parcellizzato, meravigliosamente studiato. E scattati a mo’ di foto, con un ferma immagine che diventa dipinto, come nel caso del sogno di Leone, che riprende Raffaello. Qui la regia assume il grado dell’insuperabile, e si staglia meravigliosamente unica. Chailly ha diretto una grande orchestra togliendo quegli accenti guerreschi e quelle sonorità grintose che le opere del giovane Verdi, da Giovanna d’Arco ad Attila, per non parlare della Battaglia di Legnano e di Alzira, generalmente propongono e ci ha regalato accenti più pastosi e misurati.

Ottimo il cast dei cantanti, con Ildar Abdrazakov su tutti. Il suo Attila ben dipinge la complessità del personaggio che trasuda arroganza e violenza, ma ripiega in un’introspezione psicologica turbata. Non concordo con chi ha sottolineato un primo momento di incertezza di Odabella interpretata da Saoia Hernandez. Il suo carattere, una sorta di Abigaille, donna guerriera, che intende anche sacrificarsi per la sua patria, impone, con gli accenti di soprano drammatico, quell’irruenza che le é stata rimproverata. Bene l’enorme Sartori, un Foresto dalla voce limpida come limpido é il suo personaggio e l’Ezio del baritono rumeno George Petean (l’uomo del baratto mancato: l’universo a te e Roma a me) intonato e convincente.

Chi é Attila oggi? Visto che la regia ce lo ha proposto come simbolo di guerra e di ferocia, ma anche di ravvedimento, in chiave universale e con costumi del novecento? Potremmo sbizzarrirci. Un invasore, Hitler, ma non fu certo convinto dal papa a smetterla, l’Isis che però risponde a ben altra religione, Saddam che invase impietosamente il Kuwait ma che oggi viene perfino rimpianto al pari di Gheddafi? Certo i romani che abbracciano la bandiera tricolore, anche insanguinata, siamo noi, gli italiani che hanno bisogno oggi di ritrovarsi e di riunirsi. Per questo si torna inevitabilmente agli applausi a Mattarella, perché forse c’é bisogno di un Attila per scoprire il meglio di noi. Davvero.

Minniti pentito, Renzi partito

Dunque il candidato forte, Marco Minniti, l’unico in grado di contendere il trono pidino a Nicola Zingaretti, ha gettato la spugna. Ci aveva pensato mesi prima di accettare. Aveva ceduto alla pressione dell’ala renziana che vedeva in lui un ottimo segretario in grado di aprirsi al centro moderato e di contrapporsi non solo al salvinismo imperante ma anche al populismo dei Cinque stelle, coi quali invece il fratello di Montalbano intende dialogare per costruire un’alternativa alla destra. Poi Renzi, nonostante la sottoscrizione alla candidatura di Minniti da parte di tutti i sindaci renziani, ha rotto l’incantesimo. A lui del congresso del Pd importa nulla. Lo ha detto. Con una battuta rivelatrice.

Così Minniti, lanciato nella mischia in un’assise screditata dal suo sponsor, ha tolto il disturbo. Per dissentire dai propositi renziani o per acconsentire con essi ancora non è chiaro. Quel che appare sempre più evidente é il distacco di Renzi dal Pd. Per fare cosa? Per ritirarsi come fece Letta a studiare e a insegnare all’estero? Non mi pare il tipo. Per inventarsi regista alla stregua di un Veltroni dopo aver iniziato una serie di conferenze e di trasmissioni televisive? Non ne ha l’età. E staccarsi dalla politica, Letta insegna, non consente poi tanto facilmente di rientrarvi.

Renzi ha un suo progetto politico che si basa sulla crisi ormai irreversibile del Pd e sulla utilità che nel centro-sinistra non esista un solo partito. Le elezioni politiche del 4 marzo e poi i ballottaggi nelle città hanno segnalato la debolezza di una coalizione quasi priva di coalizzati. L’ex presidente pensa, con Calenda, forse lo stesso Minniti, i suoi più fedeli compagni, non Delrio, il più integralista e per questo anti Minniti sul tema immigrazione, di poter sviluppare un’azione più incisiva con un soggetto nuovo di quanto non possa fare in minoranza in un partito in ginocchio.

Quel che appare una semplice distinzione di linea é invece una contrapposizione strategica insanabile. Renzi ritiene i Cinque stelle avversari da sconfiggere alleandosi senza esclusioni aprioristiche (il fronte repubblicano) e disarticolando il centro-destra. Zingaretti, Martina, e naturalmente Cuperlo e Damiano (Ricchetti é prodotto dell’effimero e non lo classifico) puntano invece al dialogo o alla spaccatura dei Cinque stelle in funzione di un’alleanza contro tutto il centro-destra. Anche il Psi ha condotto una dura battaglia, e l’Avanti su tutti, contro il governo giallo-verde e credo, se ne discuterà al congresso, valutando i figli di Grillo una malattia della politica italiana e non futuri alleati di un riformismo rinnovato.

Questo tanto più se il probabile strappo determinerà l’ennesimo rattoppo a sinistra. Già li vedo alzare i loro canti di vittoria i post comunisti che avevano fondato LeU, recentemente sciolta, e che possono rientrare nel partito dopo un esodo infelice e transitorio agitando lo scalpo del fuggiasco traditore. Si ricompatta il vecchio partito, si possono rispolverare i vecchi simboli e le vecchie tradizioni. Senza Rutelli e parte della vecchia Margherita, senza Renzi e i suoi, cosa resterà del Pd? Le spoglie del vecchio Pci-Pds-Ds, per la contentezza dei nostalgici, certo, ma non credo col consenso degli italiani.

Unità socialista e Rosa nel pugno

Il documento-appello lanciato a tutti i socialisti disponibili a rientrare nel Psi, e a partecipare a un congresso aperto e svolto sulla base del solo tesseramento del 2018, ben si sposa con la nuova unità coi radicali pannelliani disponibili a rinfrescare la Rosa nel pugno. Individuare tra questi due momenti una contraddizione (di metodo, di merito, non si capisce) rasenta l’assurdo.

Partiamo dall’unità socialista. E’ evidente che non può essere l’unità tra coloro che un quarto di secolo fa militavano nel vecchio Psi. Intesa in questo modo e già fallita nel 1999 e anche estendendola a chi non voleva rinunciare al socialismo europeo (il Pd nel 2007 non aderiva al Pes) non ha dato frutti nel 2008. L’intento é più limitato. In molti si lamentano, a ragione o a torto, di un recinto chiuso, di congressi blindati, di nomenclature inossidabili. Ebbene, togliamo ogni pretesto. Tutti i socialisti che intendono entrare nel Psi possono farlo semplicemente pagando la tessera del 2018, che darà diritto, essa sola, a partecipare al congresso, un’assise nella quale sarà possibile, senza sbarramenti, presentare documenti ed eleggere, anche a scrutinio segreto, i nuovi organi compreso il nuovo segretario, visto che Riccardo Nencini non ripresenterà la sua candidatura.

Ci sono socialisti che scelgono altre strade, altre collocazioni? Liberi di farlo, ma non perché sia loro preclusa la via dell’unità nell’unico partito socialista italiano, per quanto di dimensioni alquanto ridotte, oggi esistente. Al di fuori del Psi cosa c’é? Cos’hanno costruito coloro che in questi anni ci hanno abbandonato? Cominciamo coi tanti che dopo aver fatto parte della Costituente socialista del 2007 hanno levato le tende a seguito della sconfitta del 2008. Dove sono finiti Boselli, Angius, Spini, Grillini (a lui un caldo abbraccio per le sue condizioni di salute assieme al mio grande amico Gianni De Michelis), Zavettieri, Rapisardi, Mancini e potrei continuare. Hanno forse costruito un partito socialista più forte? E che dire di Di Lello e Di Gioia che ci hanno abbandonato dopo essere stati eletti alla Camera grazie al Psi? Neppure ricandidati dal Pd. E Risorgimento socialista, con Bartolomei e Benzoni? Alle ultime elezioni questo movimento ha aderito a Potere al popolo coi neo comunisti. E i compagni di Area socialista, poi Socialisti in movimento, che si aspettavano ben altra disponibilità dalla nuova LeU? Alcuni sono rientrati.

E’ vero, ci sono circoli e associazioni, c’è anche un tentativo di formare un nuovo soggetto politico socialista da parte di qualche compagno che stava con noi e che, dopo l’assemblea di Livorno, ha dato appuntamento alla Mecca socialista di Rimini. L’appello all’unita vale anche per loro, visto che da soli non andranno da nessuna parte, senza nessuno nelle istituzioni nazionali, regionali, locali, senza un progetto chiaro e un soldo per una campagna elettorale. Poi c’è una convinzione illusoria che continua a manifestarsi qua e là. E cioè che esista un popolo socialista, addirittura più consistente fuori dal Psi di quello racchiuso nei suoi confini. Se fosse vero non si capisce perché questo popolo non si sia dato un partito più forte del nostro Psi o perché mai costoro non abbiano votato Psi nemmeno quando i socialisti, come nel 2008, scelsero coraggiosamente di rifiutare i posti nelle liste del Pd correndo in splendida autonomia. Nessuno risponde mai a questa considerazione elementare.

Unità dei socialisti disponibili, dunque, ma non basta. Nei nostri documenti abbiamo proposto un’alleanza europeista, che non si distacca granché dal fronte repubblicano di calendiana memoria. I primi a offrirci la loro disponibilità sono stati i compagni radicali. Parliamo del Partito radicale, che ha sede in via Torre Argentina e dispone della Radio e come lista Pannella del simbolo della Rosa nel pugno, l’unica felice intuizione dello Sdi boselliano. Dovevamo dir di no? Non dovevamo accettare e apprezzare questa apertura verso di noi da parte di compagni che sono stati al nostro fianco anche quando Emma Bonino ci discriminava? Sî ma, si dice, questo non basta. E chi sostiene che basti? La Rosa nel pugno é solo un primo approdo verso un’alleanza più grande, in grado alle Europee di conseguire un risultato soddisfacente. Non é un partito e non è neanche una lista elettorale. E’ una prima unione di soggetti simili verso una nuova unione allargata a partiti e movimenti laici, liberali, libertari, ambientalisti, democratici, verso quella opposizione sociale a questo nefasto governo che ha preso la parola, verso coloro che combattono per gli Stati uniti d’Europa e per un’Italia europea. C’é qualcuno che arriccia il naso? Usi il cervello e ci suggerisca un’idea migliore.

Giggino e l’aritmetica

Giggino Di Maio non ha tanto il problema del padre, ma dell’aritmetica. Ha recentemente confessato di aver fatto stampare cinque o sei milioni di card per rilasciare il reddito di cittadinanza. In tivù la sottosegretaria all’Economia Laura Castelli ha assicurato che il reddito arriverà a più di cinque milioni di italiani considerati in condizione di povertà. Facciamo innanzitutto un calcolo. Sono stati stanziati nove miliardi e, anche ammesso che la trattativa annunciata con Bruxelles li confermi (dubito, se si vuol trovare un’intesa), due dovrebbero essere impiegati per potenziare i Centri per l’impiego, che dovrebbero dotarsi, leggo, di veri e propri tutor ad personam, onde accertare che il beneficiario segua i corsi di preparazione al lavoro e non aggiunga altre occupazioni.

Resta un dato aritmetico non opinabile. E cioè che dividendo i rimanenti sette miliardi per cinque milioni di italiani il risultato dà 1.400 euro annui. Cioè 116 mensili. Non 780. E’ vero che non tutti hanno bisogno di 780 euro per arrivare a quella cifra, ma 116 sono la media, non il minimo contributo. Sic rebus stantibus vorrei consigliare Giggino a darsi una ripassata alle divisioni che si imparano in seconda elementare e ai giornalisti italiani di fare altrettanto. Ci sono molti zeri, ma non si tratta di un’operazione complicata. La verità, perché non siamo così velenosi da ritenere Di Maio così a digiuno nel calcolo, è che i beneficiari dei sette miliardi non possono essere cinque milioni e che questo, però, almeno per ora, non si può dire.

Si cercherà dunque di selezionare, di restringere, di promettere. E salterà fuori un gran pasticcio come sempre accade quando alle promesse non possono seguire i fatti. Il tema politico su cui si gioca l’elargizione del reddito è il tentativo dei Cinque stelle di frenare l’emoraggia di voti verso la Lega che tutti i sondaggi continuano a ritenere progressiva. Nella cosiddetta trattativa sui decimali con l’Europa, della quale ancora non si afferrano i contenuti, pare che l’unica cosa che a Di Maio prema davvero sia l’inizio di elargizione del reddito prima delle elezioni europee. In questo Di Maio si scopre renziano puro giacché intende copiare il presidente fiorentino che grazie agli ottanta euro riuscì ad ottenere oltre il 40% nel 2014. I voti non si comprano (una volta a Napoli il vecchio Lauro regalava una scarpa prima del voto e la sommava con la seconda solo dopo essersi accertato del voto e questo destava scandalo). Il calcolo era semplice: una scarpa più una scarpa uguale a due. Oggi si promettono soldi, in parte prima e in parte dopo il voto, sperando che nessuno sappia far di conto.

Un decalogo per un congresso di unità e di rinnovamento

Propongo dieci idee per un congresso a tesi e unitario. Dieci riflessioni e dieci scelte, dieci spiegazioni. Non mi piace questa ricerca di dissenso a priori e proprio nel momento in cui la nostra comunità deve decidere di darsi una nuova guida e un nuovo gruppo dirigente. Cerchiamo di capirci su come svolgere il congresso, come andare alle decisioni politiche e su cosa dovremmo individuare un punto di convergenza.

1) Al Congresso possono votare tutti coloro in possesso della tessera del 2018, che si può sottoscrivere entro il 31 dicembre.

2) Si elabora una tesi-cornice aperta al contributo dei congressi provinciali e regionali, poi i delegati al congresso nazionale, dopo il lavoro della commissione politica, voterà il documento conclusivo.

3) Il congresso eleggerà il segretario, il presidente, il segretario amministrativo, il Consiglio nazionale di cento componenti. Il Consiglio eleggerà una Direzione di 30 e una segreteria di dieci componenti.

4) La segreteria si impegna a promuovere un ulteriore sforzo di aggregazione dei socialisti (unendoli magari in una Federazione, che comprenda anche socialisti iscritti ad altri partiti o in altre collocazioni) e partecipando a una alleanza europeista con tutti i soggetti disponibili.

5) Il congresso prende atto che il primo soggetto disponibile a un’alleanza europeista é il Partito radicale col quale già in passato ha presentato liste comuni (nel 1987 e con la Rosa nel pugno nel 2006). Con i compagni radicali si procederà da un lato alla composizione della nuova Rosa nel pugno, dall’altro nel lavoro di coinvolgimento di altri soggetti disponibili.

6) Il Congresso del Pd si trova dinnanzi a un bivio. O procedere a un azzeramento e a una ripartenza su basi nuove e in grado di lanciare un progetto che coinvolga tutti i riformisti, oppure scegliere la linea della continuità che significa un suo inevitabile e progressivo annullamento politico ed elettorale.

7) I socialisti sono pronti a collaborare a un nuovo progetto di rinascita di una forza riformista in Italia. Anche senza il Pd e puntando, in questo caso, ad aggregare tutti i partiti, i movimenti, le associazioni, i comitati che si stanno muovendo contro il governo gialloverde.

8) Al primo posto dell’azione socialista va collocato il tema del lavoro, soprattutto per i giovani, vera emergenza italiana che ben si coniuga con quella della bassa crescita. L’alternativa al governo si poggia dunque proprio su una linea opposta di politica economica. Le risorse impiegate per fare andare in pensione un po’ prima (ma con meno risorse) gli italiani e quelle destinate per pagare chi non lavora (verso chi perde il lavoro e chi non lo ha vanno messe in preventivo misure adeguate e temporanee di assistenza) vanno impiegate per detassare le prime assunzioni, ridurre il cuneo fiscale e per un massiccio piano di investimenti pubblici.

9) L’Europa é la nostra casa. Anche se l’Europa solo monetaria e dei vincoli non può essere la nostra. Bisogna costruire, al di fuori di autolesionistiche tendenze sovraniste (come si é visto nella votazione di bocciatura della manovra italiana non può esistere una solidarietà sovranista) un governo europeo con almeno tre poteri comuni: l’economia, la difesa e gli esteri.

10) I quattro temi specifici sui quali i socialisti e i compagni radicali, e ci auguriamo molti altri, dichiarano di impegnarsi a fondo e da subito sono: la scuola, università, la cultura e la ricerca scientifica (occorre un massiccio spostamento di risorse anche per consentire ai giovani e alle eccellenze italiane che sono all’estero di rientrare in patria, oltre che tese a valorizzare, attraverso il potenziamento del turismo, i nostri beni culturali, un tempo giustamente definiti “giacimenti culturali”), l’immigrazione (con proposte di modifica sostanziale sulle gestione degli immigrati, vietando la loro concentrazione nelle periferie urbane, lottando contro il loro sfruttamento nei campi del Sud, facendo lavorare chi é nostro ospite, colpendo duramente la criminalità importata da alcune nazioni africane, che si sta radicando in alcune zone e che si intreccia con lo spaccio di droga, favorendo un’integrazione che non sia né accettazione supina dei dictat di una religione, ne compromesso di valori tra teocrazia e democrazia), l’ambiente (occorre subito una sollecitazione affinché l’Italia porti alla Conferenza sul clima in Polonia una linea coraggiosa e di riforme e nel contempo perché si approvi subito un piano per rimettere in sicurezza l’Italia), i diritti civili (vanno bloccati tutti i tentativi esistenti di un ritorno al passato e difese le leggi che grazie ai socialisti e ai radicali hanno reso l’Italia più giusta e più libera.

Il partito del progresso

Si stanno mobilitando in tanti, senza partiti e sindacati, ma spontaneamente o attraverso movimenti e associazioni, per contestare il governo in nome della crescita, del lavoro, del progresso. Dopo le trenta, quarantamila persone chiamate in piazza dalle sette donne di Torino per dire sì alla Tav Torino-Lione, dopo gli studenti che nelle scuole reclamano più investimenti e un futuro per loro, ecco il 3 dicembre a Torino i consigli generali dell’associazionismo d’impresa, il 13 a Milano gli artigiani del Nord Italia, nei giorni successivi a Verona le forze produttive locali. Alle mobilitazioni si aggiungono poi nuove forme di protesta come la petizione popolare lanciata da Federmeccanica. I contenuti di queste iniziative spaziano dalle infrastrutture alla formazione 4.0, dal fisco alle regole del lavoro e messe assieme sono stare definite come quelle del partito del Pil.

Si tratta di un vasto settore di opinione pubblica che vuole un’Italia moderna e al passo coi tempi, che non accetti veti assurdi e autolesionistici sulle grandi opere in nome di una decrescita solo infelice. Tutto questo si scontra con due tendenze, una delle quali al governo del paese. La prima, quella invero più preoccupante, e quella interpretata dai Cinque stelle. La loro ispirazione é pre industriale, venata da vaghe suggestioni bucoliche, contraria a strade, autostrade, ponti, tunnel, gasdotti, insomma a tutto quello che servirebbe all’Italia per diventare più competitiva. Proponevano un parco al posto dell’Ilva, un bar ristorante denso di fiori sotto il ponte Morandi, contestavano la gronda e anche la Tap. Poi hanno dovuto parzialmente rettificarsi e fare i conti coi duri e puri del movimento e con lo stesso Grillo, che al governo avrebbe voluto portare il suo vaffa.

Dovranno pur decidersi adesso sulla Tav e su tutto il resto. Ma presto. Intanto, per la prima volta, al grido “Non litighiamo sui decimali”, pare che i due vice intendano cercare una mediazione con Bruxelles dopo la bocciatura (avvenuta all’unanimità) della nostra manovra. E’ bastato questo per far calare lo spread. Vedremo il seguito, anche perché Draghi ha confermato la fine del QE al sorgere del nuovo anno. Passaggio molto difficile per le conseguenze che porterà sul debito italiano.

La seconda tendenza che viene sconfessata é quella del ritorno a una visione classista in senso tradizionale della società italiana. Non c’é nulla di più interclassista di questo nuovo grande movimento. Il partito del Pil, il partito del progresso, è composto da lavoratori dipendenti, studenti, artigiani, imprenditori, che non solo non vogliono uscire dal capitalismo, ma vogliono che l’Italia rafforzi la sua capacità produttiva, per creare lavoro e non assistenza pubblica, per restare in Europa, per costruire il futuro dei nostri figli e nipoti. Penso che i socialisti, i radicali, i democratici, i liberali debbano stare con l’occhio teso e capire che uno spazio nuovo di rappresentanza politica si apre e che il Pd, questo Pd, ma anche meno una sinistra vetero-dogmatica e antieuropeista, oggi non è in grado di intercettarne i bisogni.

Una risposta sulla Rosa nel pugno

Sono stato criticato da alcuni compagni per il fondo dell’Avanti sulla Rosa nel pugno. Abbiamo svolto una segreteria approvando la relazione del segretario che ha proposto questa idea. Abbiamo approvato un documento in segreteria e poi in Consiglio dove testualmente si lanciava un’alleanza europeista a cominciare da chi ci sta. I primi che ci hanno risposto sono stati i radicali (quelli del partito Radicale, che possiedono la Radio e il simbolo della Rosa nel pugno, che hanno messo anche a nostra disposizione). Qualcuno vuole rifiutare questa disponibilità? Credo sarebbe un errore. L’alternativa non può essere l’unità socialista che ci riporta al 2008. Poi se ci sono socialisti che vogliono rientrare io li accolgo a braccia aperte e possono benissimo presentare documenti al congresso e, se riescono, anche diventare maggioranza ed eventualmente praticare un’altra politica. Non c’é poi nessuna contraddizione tra la possibilità di costruire un Psi meno debole e l’alleanza, che appartiene alla storia del nostro partito, coi radicali, né esiste un contrasto tra questo primo patto e una cosa più grande, che coinvolga altri soggetti, liste, movimenti, associazioni che si stanno muovendo contro questo governo. Dunque non comprendo le polemiche. E cioè non capisco se siano solo di metodo, relative al fatto che nei documenti non si sarebbe chiarito a sufficienza questa eventualità, oppure se siano di merito e dunque si pensi a qualcos’altro. Per quanto mi riguarda, da socialista da sempre anche iscritto alla galassia radicale, rivendico la mia assoluta coerenza.

La Rosa nel pugno

Rinasce dunque la Rosa nel pugno, la lista elettorale del 2006, mai purtroppo trasformata in partito. Rinasce grazie alla nuova intesa tra socialisti e radicali che presto verrà presentata ufficialmente. Nuovo partito, alleanza politica, lista elettorale per le europee? Vedremo. Intanto la Rosa nel pugno, un progetto al quale non ho mai smesso di lavorare in questi anni, si darà un proprio comitato politico, lancerà un manifesto con sottoscrizioni, sarà accompagnata nel suo cammino, nel quale può allargarsi a nuovi compagni di viaggio, ambientalisti, riformisti laici e cattolici, da Radio radicale. Si tratta di un progetto che riprende forse l’unica intuizione politica nuova e coerente del vecchio Sdi, durante la segreteria Boselli.

Certo la Rosa nel pugno, composta da socialisti e radicali, é un punto d’inizio di un percorso attraversato da probabili, forse anche sconvolgenti novità politiche. Il congresso del Pd che ci sia ciascun lo dice, ma quando ancora nessun lo sa, sarà preceduto da Primarie, queste sì fissate per gennaio. Si fronteggeranno un’infinità di candidati, con due, Minniti e Zingaretti, in pool position, anche se Martina, con l’appoggio degli ex renziani Orfini e Delrio, può fungere da terzo incomodo. Non so se il Pd resterà unito, se si verificherà una scissione, se i resti di LeU ritorneranno all’ovile, magari grazie alla vittoria di Zingaretti, più propenso a una cesura netta col periodo renziano.

Certo quel che accade nel Pd, ma soprattutto quel che accade nel Paese deve essere al centro della nostra attenzione. I nuovi movimenti sui rifiuti a Roma, sulla Tav a Torino, nelle scuole, gli stessi larghi dissensi che si verificano nella compagine governativa segnalano una situazione tutt’affatto stabile. Occorrerà intercettare ogni eventuale e nuova tendenza alla quale la nuova Rosa nel pugno può recare un contributo e un supporto. Non la Rosa nel pugno dunque come una ricetta definitiva, ma come un soggetto pronto a sedersi al tavolo con partiti e soprattutto movimenti, associazioni, gruppi di persone, interessati a costruire un’alternativa credibile al sovranismo populista del governo dei vice, concordi e discordi.

Sappiamo che il dopo Craxi e il dopo Pannella (la Bonino, con la quale non siamo certamente stati noi a interrompere il dialogo, faccia quel che crede) é stato complicato per i socialisti, quanto per i radicali. Le eredità sono sempre diversamente interpretate, quando non segnate da dissidi tra gli eredi. Il mondo socialista, come oggi quello radicale, ha conosciuto diaspora, dissapori, conflitti. Se la nuova Rosa nel pugno, come primo atto, dovesse consentire quanto meno il superamento del periodo buio delle scomuniche e dei crucifige, se almeno riuscisse a far tornar voglia di identità e di battaglie politiche sulle questioni essenziali della nostra democrazia, allora un primo grande risultato questa nostra operazione politica l’avrebbe ottenuto. E credetemi non sarebbe un risultato da poco.

Discordi concordi

Nel suo esemplare volume sui quattro anni che precedettero e provocarono il fascismo, poi ripubblicato con titolo “Il diciannovismo”, Pietro Nenni volle definire la scissione del 1921 come quella della “discordia dei concordi” (tra massimalisti e comunisti puri non c’era dissenso strategico) “nella concordia dei discordi” (massimalisti e riformisti rimasti nel Psi non erano d’accordo su nulla). Oggi questo governo pare invero fondato su un altissimo livello di discordia. Un governo senza accordo, dunque, fondato su un contratto che si avvale o di una semplice somma di richieste parallele dei partner o su vaghi, nebulosi accenni senza proposta attorno a questioni sulle quali non vi è accordo, ma appunto solo concordia.

Appartengono al primo caso il reddito di cittadinanza, che pure non piace alla Lega, e la flat tax che non piace ai Cinque stelle, come il decreto sicurezza, che piace ai primi ma non ai secondi, e il cosiddetto decreto dignità, gradito ai secondi ma non ai primi. Appartengono al secondo caso la Tav Torino-Lione laddove si parla semplicemente dell’esigenza di una sua ridiscussione (senza dire né sì né no), il terzo valico, il tunnel del Brennero (quest’ultimo addirittura esaltato da un ministro a Cinque stelle e contestato da un altro), il condono fiscale, il diniego o meno dei termovalorizzatori, quest’ultima questione oggi al centro di dure polemiche tra i due partner di governo.

Diciamo subito che la differenza tra inceneritori e termovalorizzatori sta nel fatto che questi ultimi sono in grado di sfruttare il calore prodotto dalla combustione, ad esempio per distribuire acqua calda anche alle abitazioni civili, contribuendo nel contempo al riscaldamento domestico. In Italia ne esistono 41, con in testa, per numero, la Lombardia. Secondo Barbara Meggetto, responsabile di Lega ambiente, magari non ne serve uno in ogni provincia, ma “questo non vuole dire opporsi a qualsiasi termovalorizzatore. Le realtà sul territorio sono molto differenti tra loro: in alcuni casi, come in Lombardia, la dotazione è sufficiente, in altre no”. Parole sagge e responsabili. Ma non per Giggino Di Maio, che lungi dal seguire l’esempio del sindaco di Parma ed ex grillino Pizzarotti che prima aveva contestato l’impianto e poi l’ha giustamente utilizzato, ritiene se ne possa fare a meno ovunque.

Siamo alla farsa. E’ vero che dobbiamo alzare al massimo la raccolta differenziata (a Napoli ci spieghino De Magistris e Di Maio perché siamo sotto il 30%, mentre a Salerno sfioriamo il 70), ma esisterà sempre un residuo, nei rifiuti civili e ancor più in quegli industriali, che deve essere distrutto. Come e con cosa i signori del no non lo dicono. Dove dovremmo inviare i residui, ahimé molto, troppo elevati di Napoli? Dove si inviano adesso e cioè al Nord o addirittura, con costi altissimi, in altri paesi? Tutto questo appare francamente sconcertante, mentre la camorra approfitta, purtroppo é emerso recentemente anche un caso Caserta, di questo caos e continua indisturbata i suoi affari. Stupidaggini che si rivelano potenziali crimini son quelle di questi scellerati. Discordi su tutto ciò che é utile all’Italia e concordi con chi la pensa all’opposto.

Lotta di classe?

La dura lotta de les gilets jaunes in Francia sta a dimostrare che le tensioni che pervadono l’Europa non sono solo riferite al tema dell’immigrazione. E’ bastato aumentare le tasse sul costo dei carburanti (più 14 per cento sul gasolio e sette sulla benzina) e tutti i direttamente interessati sono insorti. Duemila blocchi stradali, 283mila manifestanti in seicento città francesi, inviti alle dimissioni del governo, un morto e duecento feriti rappresentano un bilancio sconvolgente, anche perché imprevisto. Anche la rivolta francese, come le recenti manifestazioni italiane, sono state promosse spontaneamente, senza capi e partiti e nemmeno sindacati in bella vista. E’ tuttavia difficile ipotizzare che questa rabbiosa e improvvisa rivolta si sia alimentata solo dall’aumento del costo del carburante.

Questo provvedimento certo si somma a una situazione di disagio crescente, soprattutto nelle periferie (non a caso l’aumento, per i costi gia elevati dei trasporti, colpisce di più le aree rurali e semiurbane) e si inserisce in una situazione caratterizzata da una preoccupante e crescente disoccupazione e dalla costante perdita del potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati. Anche la Francia guarda all’Europa come a un punto lontano e, nonostante le tendenze europeiste riformiste di Macron, anche deleterio. E si rafforzano gli estremismi. Quello di destra, della Le Pen, apertamente anti europeista e anti euro, e quello di Melenchon, che vede in Bruxelles il cappio al collo per i lavoratori e interpreta queste manifestazioni come un revival di lotta di classe.

Non v’é dubbio che il blocco della protesta abbia coinvolto strati popolari. E non v’é dubbio che la globalizzazione unita alla finanziarizzazione abbia creato nuove e più consistenti disuguaglianze. Il ceto medio, potremmo riprendere una vecchia profezia di Marx, anche se in questi settant’anni era avvenuto il contrario, si sta proletarizzando. Resta un interrogativo. Quale sarebbe la classe alla quale viene assegnata la paternità della lotta? Diamo uno sguardo all’intera Europa. Il processo di globalizzazione chi ha danneggiato e con esso il prevalere della finanza sull’industria? Solo la classe operaia? E poi quale classe operaia? Quella di un’industria ormai automatizzata, quella dei servizi, quella impiegatizia, quella dei tecnici? Oggi sono i disoccupati, gli emarginati, gli impiegati, sono gli imprenditori, piccoli e medi soprattutto, quelli che stanno pagando un prezzo molto alto. Sono i giovani, gli studenti, coloro ai quali non solo si addebitano nuovi costi, ma si nega il futuro, i ceti più esposti.

Allora inviterei a una maggiore serietà d’indagine. Lo dico ai tanti che hanno rispolverato, alla luce della crisi del 2008, vecchi testi deposti in soffitta, che hanno rinvangato antichi slogan di gioventù, che hanno seguito nuovi profeti del crollo e della fine del capitalismo. Il mondo di oggi é nuovo e va interpretato con categorie inedite. Parlerei più che di lotta di classe (il senso che Marx attribuiva al termine era rivolto a una classe operaia largamente prevalente nella società di allora) a lotte popolari, che uniscono larghi strati di cittadini colpiti dai nuovi fenomeni economici e finanziari, di discriminazione e di decadenza. Il fatto che la crisi in Italia abbia segnato una comunanza di suicidi, di lavoratori a cui era stato sottratto il lavoro e di imprenditori a cui era stata sottratta l’impresa, lo testimonia. Dunque evitiamo semplificazioni ed equiparazioni impossibili con l’Ottocento. Tutto sta così velocemente cambiando e limitarsi, per furore ideologico, a ricondurre il mondo ai vecchi schemi é puerile e forse anche dannoso.