Il Psi tra migranti e rom

Leggo le opinioni di chi sostiene che per conquistare voti la sinistra deve sposare le tesi della destra. Anzi, quelle di Salvini. La si accusa di essere stata buonista, ma in realtà già con Minniti aveva cominciato a diventare più cattiva. Si vorrebbe che facesse propri i toni e le azioni del nuovo governo giallo-verde. Sarebbe un guaio. Perché a quel punto si trasformerebbe nel suo contrario. La sinistra diventerebbe la destra. Altra cosa é affrontare con laicità la questione della sicurezza.

E qui si entra nel merito dei problemi. Ne ricordo alcuni che fanno parte della proposta del Psi, già contenuta nei documenti della conferenza di Orvieto dello scorso anno: superare Dublino, sottoscritto anche dalla Lega, dissociarsi dal gruppo di Visegrad (col quale Salvini, in particolare con Orban, è in stretta relazione), distinguere le Ong sane da quelle coinvolte nel traffico di migranti, affidare all’Onu i campi di respingimento in Libia, stipulare patti a suon di milioni (altro che spendere meno) coi paesi di partenza dei migranti perché possano riaccoglierli, non concentrarli nelle periferie urbane e in zone omogenee, lottare contro il loro sfruttamento e la loro schiavizzazione nei campi del Sud, pretendere che i migranti accolti nei nostri alberghi si rendano utili lavorando per la comunità, vigilare perché tutti rispettino pienamente i principi basilari della nostra comunità sul rapporto uomo-donna, padre-figli, libertà di religione e altro, concedere la cittadinanza italiana a chi conosce la lingua italiana. Questi sono i problemi di fondo che la sinistra deve sempre fare suoi. Non le boutade di Salvini che semina odio verso le minoranze e predica l’isolamento dell’Italia.

Ma su tutti uno stile ispirato alla solidarietà verso chi sta peggio di noi, verso chi fugge dal sottosviluppo, dalla fame, dalla guerra. Costoro non fanno crociere, non vivono nella bambagia o in pacchia, non scappano per oziare. E’ incredibile e oltraggioso questo linguaggio nei confronti di disperati che, con donne e bambini, cercano un mondo migliore. E ancor più folle e pericolosissimo é questo tentativo di Salvini di censire i Rom. Intendiamoci. Questa popolazione vive in Italia dal 1400. E’ composta da 180mila persone e 150mila sono (Salvini aggiunge purtroppo) italiani. Vivono a stragrande maggioranza nelle case, hanno un lavoro, hanno sposato altri italiani. Solo 26mila vivono nei campi e non sono tutti rom. Se si vuole censire i rom questo progetto é anticostituzionale perché non si può svolgere un censimento su base razziale. Se si vuole censire chi sta nei campi non ne vedo il bisogno. Le amministrazioni comunali e le autorità preposte all’ordine pubblico li conoscono tutti. Non sopporto la politica della demagogia, la rozzezza, l’incapacità di usare le parole giuste e di esprimere concetti chiari che non siano la rincorsa agli istinti peggiori. Le urla, i pugni, la pancia. Ma a questo siamo.

Salvineide

Come per Figaro è un continuo e festoso canto: “Salvini di qua, Salvini di là”. L’Italia ha mostrato i muscoli, ha costretto la Spagna ad accogliere qualche centinaio di migranti, rifiutati dai nostri porti. Così si fa. Picchiando i pugni sul tavolo ci siamo fatti rispettare e adesso tutti devono fare i conti con noi. In questa fase di mondiali di calcio si azzarda anche la bizzarra equazione: Salvini uguale Cristiano Ronaldo. Il rifiuto dell’Aquarius vale la tripletta del portoghese. Poi, fuori da questa esaltazione di celodurismo collettivo, andiamo a vedere la sostanza e scopriamo che le cose stanno diversamente. Quel “prima gli italiani”, slogan che stona con le origini della Lega che di Italia non voleva saperne (ma la scelta antibossiana di Salvini, di abbandonare il secessionismo e di sposare il nazionalismo alla Le Pen, é indubbiamente alla base degli attuali successi) non viene minimamente scalfito dalla cupa decisione di chiudere i porti.

Intanto i nostri porti non sono chiusi affatto per la marina militare e per la guardia costiera e mentre Salvini cantava vittoria perché il socialista Sanchez non si era rifiutato di far attraccare una nave colma di oltre seicento migranti disperati, in Italia potevano tranquillamente sbarcare 2114 migranti negli ultimi otto giorni. E’ evidente che la balzana idea di chiudere i porti alle navi delle Ong, e in ispecie all’Aquarius, non risolve nulla oltre a dare dell’Italia l’immagine di un paese insensibile al grido di dolore di tante persone, anche bambini e donne incinte, che sono state costrette a giorni di navigazione, con sofferenze indicibili e, lo descrive un resoconto di un accompagnatore sulla nave, anche tentativi di suicidio.

Nessuno nega che non tutte le Ong siano inattaccabili, e soprattutto nessuno sottovaluta le responsabilità degli altri paesi europei che, facendosi scudo sulla sciagurata normativa di Dublino tre, hanno delegato all’Italia responsabilità e oneri insopportabili. Restano tuttavia almeno tre considerazioni. La prima: il problema dell’immigrazione irregolare si affronta in Libia, non sul mare. E’ in Libia e nei paesi di origine, ancora meglio, lo ha sostenuto il ministro degli Esteri Moavero (che fa parte, come il ministro Tria, della componente assennata del governo), e lo ha praticato con successo il ministro Minniti visto che dal gennaio a giugno gli arrivi sono stati l’80 per cento in meno dell’anno precedente, che va spostato il sismografo, approntando campi di accoglienza umani e di riconoscimento di diritti, ma anche patti economici affinchè i paesi di origine possano riaccogliere i migranti.

Di tutto questo, per ora, non c’é traccia. Poi c’é un problema lessicale che nasconde un atteggiamento piuttosto barbaro. Le parole di Salvini (la pacchia, la crociera, gli hotel a 4 stelle) rappresentano, oltre alla triste vicenda Aquarius, l’approccio meno umano, solidaristico e produttivo che sia mai stato lanciato. Esso fa centro in un paese in cui l’individualismo, l’invidia e il rancore, uniti a una cattiva gestione del fenomeno migratorio, si configurano come prevalenti. Poi c’è una terza questione. Salvini, più che bloccare una nave di poveracci che imploravano aiuto e che, in base agli attuali trattati, avrebbe dovuto accogliere, doveva muoversi in altre due direzioni: da un lato verso i suoi amici ungheresi e polacchi affinché la revisione di Dublino contemplasse la presenza della ripartizione in quote dei migranti e la seconda affinché l’Onu si facesse carico dei campi di accoglienza libica (solo una parte é stata trasferita sotto l’egida delle Nazioni unite). Di queste due immediate esigenze si faccia carico subito l’opposizione italiana, che ancora balbetta, priva com’é di un soggetto politico di riferimento. Alla politica propagandistica e inefficace del governo se ne contrapponga una ispirata a concretezza e umanità dell’opposizione.

Onestà, onestà…

Se fossi il presidente Pallotta manderei tutto all’aria e me ne tornerei in America convinto che a Roma non solo non sia possibile svolgere un’Olimpiade, ma neppure costruire uno stadio pagato dai privati. Se fossi il sindaco Raggi svanirei nel nulla come un fantasma che qualche follia elettorale ha voluto incarnare. Questa povera ragazza, che si trova per quei misteri umani che alla lunga diventano inspiegabili, alla guida della capitale d’Italia è un pesce fuor d’acqua. Non si accorge di nulla. Non si era accorta ieri delle irregolarità commesse dal suo Marra, fedelissimo, uno del raggio magico, capo del personale al Campidoglio, accusato di aver intascato una tangente. La dichiarazione della candida Virginia dopo l’arresto, é stata: “Lui fuori noi avanti”. Il che stonava anche con la situazione di fatto, essendo Marra dentro.

Poco prima il magistrato in pensione De Dominicis, appena nominato assessore, era stato costretto a rinunciare perché indagato, e se n’erano andati Carla Ranieri, il capo di gabinetto che aveva sostituito un altro del raggio magico, quel Frongia spostato poi alla guida dell’assessorato allo sport. Era stata costretta alle dimissioni ed era scattata una curiosa catena di solidali dimissioni che avevano coinvolto l’assessore Marcello Minenna e il vertice dell’Atac. Poi la dichiarazione della Raggi, quel “Noi non ci fermiamo” che era apparsa più una minaccia di una assicurazione. E ancora, le dimissioni di Paola Muraro dall’assessorato all’Ambiente dopo aver ricevuto un avviso di garanzia per reati ambientali. E non ricordo cos’altro in questo turbine di tensioni, arresti, sostituzioni, minacce, rese dei conti, proclami, rifiuti, indecisioni. Con la Lombardi contro la Raggi e Di Battista a mediare. Con Grillo dalla barba sempre più ispida e dagli occhi felini.

Non credo che sia tutto e non voglio continuare negli elenchi. Anche perché non vorrei dimenticare la figuraccia di Virginia sulle Olimpiadi gentilmente cedute all’esterefatta Parigi. E quel suo mancato appuntamento con Malagò che l’attendeva in comune mentre lei era a pranzo coi suoi. E arriviamo allo stadio. E prima alla farsa Almirante. C’è di tutto nelle vie italiane, figurarsi se mi devo scandalizzare per Almirante. Certo è che rifiutare via Craxi, leader del Psi, vice presidente dell’Internazionale socialista e presidente del Consiglio italiano, fa rizzare tutti i peli di tutte le parti dei corpo. Meglio un dirigente della Republica di Salo del figlio del vice prefetto della Liberazione di Milano? Quando hanno comunicato alla Raggi la decisione del Consiglio comunale, Virginia ha confessato di non saperne nulla. Come, quasi, sempre. Poi ha fatto marcia indietro.

E adesso? Adesso esplode la triste vicenda di questo Lanzalone, uno dei massimi dirigenti della municipalità pentastellata, la figura di più alta esposizione sulla vicenda stadio (ma non é Frongia l’assessore allo sport, perché coinvolgere o addirittura delegare siffatta competenza a un non assessore?), nonché presidente dell’Acea. Costui conterebbe un passato nelle giovanili socialiste, figurarsi se i giornali se lo lasciavano scappare, e una collocazione in una non meglio definita “area Cicchitto”, aggiunge il Corriere, e non si capisce quale visto che Cicchitto non ne aveva alcuna e che Lanzalone ha ben 28 anni in meno di Cicchitto col quale non poteva certo far comunella nella Fgsi. Luca Lanzalone é stato arrestato con l’accusa di corruzione, dopo le telefonate che lo hanno visto coinvolto col costruttore Parnasi. Sapete come ha reagito Virginia? Cosi: “L’avvocato Luca Lanzalone era diretta espressione dei vertici del M5S e mi fu suggerito dagli attuali ministri Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro dopo l’arresto dell’ex dirigente e mio collaboratore Raffaele Marra». Una chiamata in correo bella e buona. L’avrà capito il sindaco dell’unica città dove il Pd vince? Ma perché il vecchio Previti non ha insegnato a lei e ai suoi come si fanno certe cose? Come diceva il vecchio sir John Falstaff: “Rubar con garbo e a tempo. Siete dei rozzi artisti”. Altro che “Onestà, onestà”….

Il Psi a Caserta

Ultimata la tre giorni casertana. Socialisti da prendere ad esempio. Sezioni aperte nei comuni, tre consiglieri comunali e due assessori a Caserta città. Molti giovani. Sindaci del Pd che si stanno avvicinando a noi. A settembre propongono di allestire una festa nazionale dell’Avanti nella magnifica cornice del Belvedere, sopra la Reggia. Qui non parlano di Nencini e Bobo, di me o di Biscardini. Agiscono sul territorio e aggregano gente. Instancabile il contributo del mio amico Francesco Brancaccio. Ringrazio tutte le compagne e i compagni che mi hanno accolto con un senso dell’ospitalità commovente. Ringrazio la sezione di Cesa con il vice sindaco socialista Esposito in prima fila, Giggino di Sant’Arpino per lo striscione davvero eccessivo che mi ha voluto dedicare, ringrazio il sindaco di Cesa, quello di Maddaloni, quello di Sant’Arpino, la consigliera comunale socialista Rosanna Boerio che ha battuto ogni record di preferenze. Ringrazio il consigliere comunale di Caserta Jannucci che mi ha traghettato alla stazione, e ringrazio l’avvocato per le riflessioni anche critiche, e tutti per le meravigliose mozzarelle.

La nave e i migranti

Bisognerebbe partire dai dati e non dalle suggestioni quando si parla di immigrazione, un fenomeno destinato a durare nel tempo e anche a dividere i cittadini. La nave Aquarius insisteva su un’area marittima Sar (Search and rescue, cioè Ricerca e soccorso) italiana. Secondo le fonti maltesi era più vicina a Lampedusa che a Malta (Lampedusa è più a sud di Malta). La cosa potrà anche essere contraddetta, ma la prassi fin qui adottata, anche perché l’area Sar libica è nelle condizioni che conosciamo e Malta è un piccolo paese senza possibilità di ospitare masse di migranti, era che fosse l’Italia, in quell’area, anche a prescindere dalle norme Sar, a farsi carico dei naufraghi. Il ministro Salvini ha chiuso i porti e questo potrebbe anche configurarsi come atto illegittimo nei confronti di trattati (le varie Dublino) e le norme internazionali (le Sar) approvati e sottoscritti anche dall’Italia. Meno male che la Spagna, poi la cosa può avere anche esiti differenti e la seguiamo ad horas, si è fatta carico della soluzione del problema che, alla luce della decisione del governo italiano, avrebbe potuto sfociare in una catastrofe umanitaria.

Si dice che l’Italia finalmente ha mostrato i muscoli obbligando altri paesi a farsi carico di migranti, come se l’Italia fosse il solo paese che se ne è fatto carico o il paese maggiormente toccato dal fenomeno migratorio. Vediamo i numeri che non mentono. Per quanto riguarda la migrazione regolare, la presenza cioè di stranieri non comunitari nel nostro paese, l’Italia ne conta 5.026.170, percentuale dell’8,3 per cento contro il 12,4 dell’Irlanda, l’11,7 del Belgio, il 10,5 della Germania, il 9,6 della Spagna e l’8,6 del Regno unito. Il dato della Francia, più basso di un punto abbondante, è influenzato dalla più veloce attribuzione della cittadinanza. Se prendiamo i profughi regolari il nostro paese ne conta solo 147mila. Più complicato catalogare gli irregolari o migranti economici. Secondo i dati prevalenti (Berlusconi assai prosaicamente l’ha ricordato in campagna elettorale) la loro somma sarebbe di circa 600mila, secondo i dati del Ministero invece non arriverebbe a superare i 200mila. Dunque anche prendendo per buono il dato dei 600mila si tratterebbe di un 8% del totale dei migranti. Un numero non certo vertiginoso. Si è parlato molto degli grandi esuberi del 2017 che aveva spinto il ministro Minniti a parlare di “emergenza”. A fronte di un aumento di circa 64.033 immigrati del 2017 e di un aumento di 52.775 del 2016, dal primo gennaio di quest’anno sono arrivati solo 14.447 migranti. La diminuzione degli irregolari provenienti dalla Libia ammonta al 77,45 per cento. Un risultato importante dovuto agli accordi sottoscritti dal ministro Minniti.

Quali sono i veri problemi della migrazione irregolare in Italia? La sua gestione e il suo approccio all’origine. Cominciamo da quest’ultimo. E’ evidente che il problema migratorio italiano si può e si deve affrontare in Libia. E’ dalle sue coste che parte circa il 90 per cento dei migranti e quel che chiedono oggi diversi stati europei é proprio quel che aveva programmato il governo Gentiloni e cioè di approntare campi Onu in Libia dove raccogliere i migranti e certificarne l’idoneità alla accoglienza europea. Nel contempo se si vogliono rimpatriare gli irregolari o parte di essi non bastano proclami retorici e improduttivi, ma servono accordi economici coi paesi di origine, senza i quali il rimpatrio é impossibile. Poi occorre cambiare il trattato di Dublino e stabilire le quote, che vengono respinte proprio dai paesi dell’Est, Ungheria e Polonia, ai quali Salvini dice di ispirarsi. E se il procuratore di Catania Zuccaro ha ragione vanno velocemente individuate e punite (senza fare di ogni erba un fascio) quelle organizzazione pseudo umanitarie che nel mare approfittano dei migranti per ospitarli nelle loro imbarcazioni gia al momento della partenza in combutta con coloro che poi intendono sfruttarli in Italia.

E poi certo la gestione. Abbiamo, come socialisti, sempre rivendicato la paternità di alcune proposte che rilanciamo. Innanzitutto vanno penalmente perseguiti tutti coloro che sfruttano i migranti, considerandoli merce e non esseri umani, sia nei campi del sud dove vivono alla stregua di schiavi ottocenteschi, sia negli enti o cooperative finanziati dallo stato per mantenerli e dove l’occasione produce utili incontrollati. Lo stato ha l’obbligo di controllare, approfondire, verificare. Troppi sono stati i casi di malversazione e di sfruttamento ad un tempo degli ospiti e del denaro pubblico. Ancora. Non si possono mantenere uomini e donne nullafacenti. Il lavoro socialmente utile é l’occasione per prestare un minimo servizio. E infine tre proposte. La prima riguarda la verifica costante della situazione delle famiglie musulmane che in Italia devono rispettare i principi della Costituzione sui temi della parità uomo-donna e della libertà dei figli (di sposarsi e di seguire un’altra religione o nessuna). La seconda riguarda la necessità di verificare (cosa che i pubblici ufficiali quasi mai fanno) la conoscenza della lingua italiana come presupposto necessario per concedere la cittadinanza. In questo modo si può costruire un processo migratorio più accettabile e condiviso. E infine il divieto di concentrare in poche aree o grandi condomini gli immigrati. Questo ha prodotto una lacerazione sociale di troppe periferie e l’impossibilità di un’autentica integrazione. Gli immigrati vanno disseminati a piccoli gruppi e sempre accompagnati da una presenza maggioritaria di italiani. Non è certo con manifestazioni di celodurismo, di sfida all’Europa, di pseudo razzismo che si può positivamente affrontare il problema. Il governo gialloverde è guardato a vista dal mondo intero e non può mostrare dell’Italia l’aspetto peggiore. Diciamo che in questa occasione ci è riuscito.

Giuseppe Saragat, padre della Democrazia

34744335_2067692313518944_5583232686211727360_nRicorrono trent’anni dalla scomparsa del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, uno dei protagonisti dell’Italia antifascista e repubblicana, ma anche di quel socialismo sempre in fermento e in lite con se stesso. Oggi l’Associazione socialismo e della Rivista Mondoperaio ha voluto ricordarlo alla Sala Koch del Senato, ma come ha precisato Gennaro Acquaviva “questa non vuol essere una commemorazione, ma un ricordo  dell’opera politica di Saragat”.
Presenti l’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato.
Proprio Alberti Casellati, ha voluto ricordare quanto questo presidente sia riuscito ad essere “una figura al di sopra dei Partiti e come sia riuscito a trovare risposte alla fermentazione degli anni 60”.
Il Presidente del Partito socialista, Carlo Vizzini, ha fatto presente quanto Saragat sia stato “protagonista indiscusso della prosecuzione della libertà”, sicuramente “non affascinò le masse, ma restò sempre coerente con le sue idee e i suoi valori”. Tra questi restava quello della Carta Costituzionale, lui diceva sempre che “come un religioso nel dubbio va a cercare la soluzione nella Bibbia, così se a qualcuno sorge un dubbio politico deve consultare la Carta”.
Il Professor Luciano Pellicani ha fatto presente che Saragat fu “l’ideatore della scissione di Palazzo Barberini, ma lo fece per allontanare l’ispirazione marxista-leninista e quindi rivoluzionaria del Partito socialista, puntando lucidamente sul socialismo umanitario di Turati”.
Lo storico Giuseppe Mammarella ha rimesso in luce il lungo cammino che portò all’elezione a Capo dello Stato “l’uomo migliore, nel momento peggiore, così come titolò il New York Times”. Il più “anticomunista dei socialisti fu eletto grazie al Pci che puntava di uscire dall’isolamento (nella logico di Amendol) e con l’appoggio del Vaticano che preferiva che i voti dei comunisti andassero a un laico piuttosto che a un cattolico”. Infine Federico Fornaro ha raccontato le traversie dell’incontro tra Nenni e Saragat per cercare di unire un partito ormai lacerato.
“Fate che il volto di questa democrazia abbia un volto umano”, è quanto riprende dalla parole dello stesso Saragat, il presidente Mattarella. Il Capo dello Stato ha reso omaggio all’uomo che già nel 1936 durante l’esilio teorizzava l’impossibilità di “avere progressi economici senza progressi sociali”. “Un uomo temprato dall’antifascismo, dall’esilio, catturato dai nazisti e imprigionato a Via Tasso”. Un uomo per il quale “democrazia e progresso sociale sono inscindibili come lo sono dalla libertà”. E infine un uomo che già allora sosteneva che “se manca un valore universale” dietro gli schieramenti politici “la democrazia non è possibile” nel Parlamento.

Uno sguardo sul voto

Facendo due conti sui comuni capoluoghi di provincia emerge che il centro-sinistra, per ora, ha confermato solo Brescia. Una bella vittoria di un bravo sindaco e di una giunta apprezzata. Ma ha perso Catania, Vicenza e Treviso. Era forse preventivabile, ma é avvenuto. La situazione più preoccupante continua a verificarsi nelle regioni che dovremmo cominciare a definire ex rosse: Emilia-Romagna e Toscana. Nel comune di Imola per la prima volta la sinistra è costretta a un complicato ballottaggio che si impone anche a Pisa, Siena e Massa. A Sondrio il centro sinistra, che reggeva il comune, è costretto al secondo turno, mentre a Terni il ballottaggio è tra centro-destra e Cinque stelle. Vedremo tra quindici giorni i risultati definitivi, ben sapendo che i ballottaggi sono sempre un rischio piuttosto alto per il Pd e il centro-sinistra. Oggi più alto che mai alla luce dell’alleanza di governo tra Lega e Cinque stelle.

Nelle elezioni comunali é pressoché impossibile fare calcoli sulle percentuali dei partiti che si presentano spesso sotto forma di liste civiche. Il dato del centro-sud tuttavia conferma una robusta messe di voti a vantaggio della Lega, che non è più né solo un partito nordista, ma neanche solo un partito d’opinione. Ne é testimonianza, tra gli altri, il dato di Terni col partito di Salvini di gran lunga sugli altri. La Lega esce da queste comunali particolarmente rafforzata e d’altronde i segnali che giungono dal fronte governativo sono tutti di origine salviniana, coi Cinque stelle subalterni (vedasi la vicenda della nave Aquarius) e si dice anche piuttosto divisi. Non stupisce però che il movimento di Di Maio arretri a livello amministrativo. Il voto dei Cinque stelle é totalmente d’opinione. Accadeva ieri, è accaduto anche domenica.

Se alle elezioni politiche si é assistito a un successo leghista e pentastellato, alle elezioni comunali di domenica può, per ora, cantar vittoria il centro-destra. In entrambi i casi il successo arride alla Lega che può comprar pane in due forni, esultando cosi in entrambi i casi. Il centro-sinistra esce ammaccato, non distrutto, ma certo piuttosto penalizzato. Il solo partito esistente in quell’area resta il Pd. Non esiste più una coalizione, al contrario di quella opposta di centro-destra, ma solo un partito. Questo inevitabilmente influisce sull’andamento del voto e non bastano improvvisate liste civiche di supporto a colmare il disavanzo. Anche questo dato elettorale impone una seria e urgente riflessione sulla rifondazione del centro-sinistra, o verso una sua prospettiva plurale o verso la nascita di un nuovo contenitore politico che superi l’esistenza stessa del Pd. Sarebbe ora di cominciare a parlarne.

Appuntamento socialista

La lettera di adesione all’identità, alla storia e alla politica dei socialisti italiani sta producendo i primi frutti. Giovedì si ritroveranno i firmatari, tra i quali, oltre ai dirigenti del Psi, anche singole personalità del mondo socialista quali Claudio Martelli, Fabrizio Cicchitto, Claudio Signorile, movimenti autonomi, esponenti delle riviste e dei giornali socialisti. E’ un primo incontro. Anche il Nuovo Psi di Stefano Caldoro ha mostrato interesse alla ripresa di un’iniziativa dei socialisti italiani, pur non aderendo in prima battuta. La stessa disponibilità spero si possa intercettare da circoli e movimenti che finora sono rimasti fuori da questo tentativo di ricomposizione.

L’Avanti aveva lanciato un percorso a tappe per il dopo elezioni, che ha segnato la vittoria delle forze populiste e sovraniste i cui danni già si iniziano a percepire. La prima era appunto quella di ampliare i confini del solo Psi, piccolo partito tuttora esistente in una triplice dimensione: storico-editoriale, amministrativa (e si tratta di aree non indifferenti), e politica (i due soli parlamentari non consentono una sufficiente visibilità). Poiché é proprio la politica il raggio d’azione e di radicamento più debole dei socialisti italiani, la loro unità o quanto meno il loro coordinamento sarebbe la soluzione più logica.

Questo é oggi consentito da una naturale collocazione di tutti i socialisti al di là delle loro passate divisioni. Ed é quella di una comune opposizione al governo Cinque stelle-Lega, un’opposizione che comprende un arco di forze che va da Forza Italia a LeU. Non sussiste così nemmeno un pretesto per evitare di riprendere insieme un cammino. Il problema é come e verso cosa. Si ragionerà su un possibile allargamento del Psi e della sua ricomposizione attraverso un congresso, oppure della costituzione di una federazione dei socialisti, a cui potrebbero aderire i singoli soggetti socialisti e le personalità del mondo socialista, oppure di altre soluzioni. Quello che è confortante é che all’incontro promosso dal segretario del Psi Nencini abbiano già assicurato la loro presenza pressoché tutti i firmatari del documento. Se son rose, o garofani, fioriranno…

Scherzavano?

Dalla propaganda elettorale al governo il passo è molto lungo. Se però è troppo lungo e la direzione di marcia si fa diversa la delusione emergerà inevitabilmente. Il governo dei vice, che ha appena ottenuto la fiducia nelle due Camere, sta facendo i primi conti. Il primo ostacolo sarà quello di individuare le risorse per evitare, già con la prossima legge di stabilità, di aumentare l’Iva, prevista come clausola di salvaguardia, con il primo scatto nel 2019. Si parla di 15, 20 miliardi. L’idea di qualcuno, nel variopinto governo legastellato, sarebbe quella di lasciarla aumentare con evidenti rischi sui consumi. Per altri, perché nel nuovo governo il pluralismo non manca (pensiamo all’idea di applicare la flat tax solo alle imprese, subito smentita), invece si potrebbe iniziare a reperire risorse, a questo e ad altri fini, con la cosiddetta pace fiscale.

Si tratta di un vero e proprio condono, visto che si parla di rottamare le cartelle che evidenziano contenziosi con Equitalia e della possibilità di introitare in due anni dai 40 ai 60 miliardi. Che il governo pentaleghista inizi proprio dal sempre contestato condono, mai annunciato in campagna elettorale né previsto nel contratto di governo, la dice lunga sulla nuova propensione del governo. Non solo. Tra le entrate previste emerge il taglio delle pensioni superiori ai 5mila euro (netti, lordi, chi lo sa?). Facendo due conti, e se si parla di netto, tale folta schiera di italiani privilegiati ammonterebbe, dati Istat, alla vertiginosa cifra di 10.000. L’introito, se si applicasse una detrazione, che seguendo le indicazioni della Corte costituzionale dovrebbe peraltro necessariamente essere transitoria, sarebbe di circa 180 milioni di euro, su una spesa prevista dal contratto di oltre 100 miliardi.

Per ora, mettiamoci anche il taglio dei vitalizi, che porterebbe anche meno risorse della sforbiciata alle pensioni superiori ai 5mila euro netti al mese, nessuna risorsa che potrebbe derivare avrebbe natura di provvedimento non transitorio, nemmeno il condono o pace fiscale. Le uscite previste invece (reddito di cittadinanza, flat tax, riforma della Fornero) hanno carattere definitivo. A queste vanno aggiunte le due tranche del 2019 e 2020 per evitare l’aumento dell’Iva, parliamo di 35-40 miliardi. Naturale che il nuovo governo usi adesso un linguaggio di inusitata moderazione.

Ma batteremo i pugni sul tavolo a Strasburgo, dicono i nostri eroi. E questi pugili si illudono che in Europa, dove sono così ben visti, riusciranno ad ottenere più flessibilità (circa 47 miliardi per investimenti) di quella ottenuta dai governi precedenti, per di più per aumentare la spesa corrente. Vaniloqui, sproloqui. Andranno peraltro chi? Chi saranno i combattenti da ko? Savona, che dice una cosa, col suo piano B sempre attivo, Tria, che si é mostrato europeista convinto, Conte, lui che ci sia ciascun lo dice, ma cosa sia nessun lo sa? Vedremo. Che il governo annunci sul reddito di cittadinanza solo un iniziale provvedimento per sostenere i centri per l’impiego, sulla Fornero una manovra per arrivare a 64 anni con somma tra età e contributi pari a 100, ma con detrazioni non previste dall’Ape che peraltro fissa l’uscita a 63 anni, che sulla Flat tax si annuncino provvedimenti articolati e differenziati, tutto questo è indubbiamente un passo avanti verso la realtà, ma un clamoroso passo indietro rispetto alle promesse. E siamo solo all’inizio.

La pacchia

Per il nuovo ministro dell’Interno Matteo Salvini la pacchia é finita. Non si riferiva agli evasori, né ai trafficanti di droga e nemmeno ai criminali che abbondano nelle nostre città e non sono certo tutti africani. No, si riferiva ai migranti che fuggono dalla fame e dalla guerra per cercare un luogo dove vivere decentemente. Per loro la pacchia sarebbe finita. Purtroppo é invece finita la vita al giovane sindacalista proveniente dal Mali che in Calabria difendeva i diritti di tanti poveracci che provengono dalla Nigeria, dallo Yemen, dal Sudan e sono costretti a lavorare dieci, dodici ore al giorno nei campi del Sud Italia, sottopagati e accolti in baracche di metallo arrugginito.

Se si vuole lottare contro l’illegalità e i crimini Salvini ci troverà dalla sua parte, ma se la sua repressione si estenderà verso gli immigrati che lavorano, sappia che più cha far finire la pacchia bisognerebbe far finire lo sfruttamento e il guadagno facile di qualche italiano parassita che usa forme di caporalato. Se si intende fermare qualche organizzazione umanitaria in combutta con enti che speculano sui migranti, ci troverà dalla sua parte, ma se intende mettere in discussione il sacro diritto alla vita e la necessità di salvare tanti uomini, donne e bambini, che vogliono raggiungere il nostro paese, sottraendoli ai flutti marini, noi saremo fieramente dalla parte opposta della barricata. Se ci si muoverà per smascherare qualche cooperativa o ente privato che lucra sui migranti per procurarsi un illecito guadagno, noi lo sosterremo, ma se l’obiettivo è quello di impedire ai migranti di avere ospitalità, vitto e alloggio, se si intende trattarli come se non fossero persone, noi saremmo decisamente dall’altra parte.

Se si intende rimpatriare gli irregolari, lo dice la parola, come non essere d’accordo, ma se si vuole rimandarli nei paesi d’origine occorre che queste nazioni siano disponibili a riaccoglierli e dunque bisogna sviluppare quei patti che gia il ministro Minniti aveva lanciato e in parte sottoscritto. Se si vigilerà affinché i migranti che ospitiamo nei nostri alberghi non vivano nell’ozio, ma si rendano utili lavorando per la comunità che li ospita, sappia che noi questo da tempo abbiamo suggerito, ma se si vuole rimandarli, anche quelli che sono in attesa di rimpatrio, in nuovi campi profughi, che peraltro si contestano anche per i rom, noi ci opporremo nel modo più risoluto. Se si propone una linea che non sia passiva rispetto ai valori che vengono praticati nelle famiglie musulmane, spesso in conflitto con quelli della nostra Costituzione, dell’uguaglianza dei sessi, della possibilità di un figlio di scegliersi una compagna o una moglie, di praticare una religione diversa o nessuna religione, noi per primi questo abbiamo sollecitato e non potremo che sostenerlo, ma se si intende negare ai musulmani come a chiunque altro di affermare la loro fede e di farlo in edifici adeguati al culto, sia pur controllati e vigilati, noi ci troveremo attestati sulla posizione opposta, in difesa, come i socialisti sono sempre stati, della libertà di tutti.

Nessun processo alle intenzioni dunque ma l’impressione, che pare perfino ovvia, è che il governo, col ruoln centrale di Salvini, si attesterà sulla posizioni della destra europea e il suo sguardo verso Orban, il presidente ungherese dei fili spinati ma anche del giro di vite sulla libertà di stampa, lo testimonia e preoccupa alquanto, forse ancor di più dei suoi storici rapporti con la Le Pen. L’estrema destra xenofoba esiste in tutta Europa, anche in Germania, dove al governo non c’è la sinistra ma la Merkel sia pure in coabitazione con l’Spd. Il caso italiano sarà studiato e seguito ovunque come un primo tassello del governo della destra (i Cinque stelle paiono quasi degli intrusi) che si é radicata nella nazione più esposta, candidandosi a praticare le nuove teorie dell’intolleranza e del nazionalismo estremo. A questo dobbiamo essere preparati. Il governo che oggi ha ottenuto la fiducia al Senato sarà un nervo scoperto per l’Italia e l’Europa democratica, civile, liberale, progressista.