La fine della destra e della sinistra, il ruolo dei socialisti

Ormai le categorie tradizionali, per la verità tipiche dello scenario politico francese e italiano, più che non di altre, e cioè quelle che descrivevano i connotati della sinistra e della destra, sono entrate in crisi. Si tratta generalmente, più in Italia che in altri paesi europei, di una delegittimazione derivante dalla fine del comunismo e che ha dunque radici ultra ventennali. Oggi si accentua e si completa in una più netta dissoluzione a fronte di una crisi che da anni colpisce, sia pur in modi differenti, l’intero occidente e che è dovuta a tre fattori: la globalizzazione, la finanziarizzazione e l’immigrazione. Il mondo con la globalizzazione é diventato meno squilibrato, ma l’Occidente, in cui sono prevalse anche forti speculazioni finanziarie, ha visto nascere nuove disuguaglianze, affiorare distanze crescenti, aumentare la vecchia povertà.

Questo porta la cosiddetta società liquida, per riprendere il Bauman da poco scomparso, a una profonda incertezza, a forme di paure per il futuro, a una crisi d’identità che provoca ansia e che non trova più risposta nei parametri della politica. Prendiamo alcuni effetti di tutto questo. Cominciamo dagli Stati Uniti dove la crisi è meno grave di quella che generalmente si vive in Europa. Trump viene descritto, e talune sue posizioni autorizzano a inquadrarlo come tale, come uomo di destra. Dunque, si potrebbe pensare che l’elettorato americano si é spostato a destra. Contemporaneamente, però, alcuni sondaggi dimostrano che l’unico candidato che avrebbe potuto batterlo era Sanders, quello considerato più a sinistra.

L’elettorato è schizofrenico? No. Semplicemente esso tende a superare le vecchie categorie politiche, anche quelle tra democratici e repubblicani, affidarsi a chi propone un forte progetto di cambiamento e legarsi a chi riesce a suscitare speranze per il futuro. In Europa questo spazio è occupato dai cosiddetti movimenti populisti che non sono di destra, come la vetero sinistra è obbligata a definirli, ma decisamente trasversali, il movimento Cinque stelle e quello inglese di Farage soprattutto. Ma anche le Front national di Marine Le Pen ha un largo e composito nucleo che va ben oltre la destra. C’è poi oggi un programma che non è più alternativo, ma in larga parte comune, tra destra radicale e sinistra estrema del quale i populisti fanno sintesi. Pensiamo al rapporto con l’Europa, all’euro, al potere delle banche, ad alcune proposte sul reddito di cittadinanza.

Sempre più il panorama politico va orientandosi attorno alla convergenza sulle cose concrete e ai leader che le sanno interpretare. D’altronde quale governo più trasversale è mai esistito di quello greco presieduto dal maxi sinistro Tsipras e composto anche da un partito di estrema destra? Reato di milazzismo? No, coerente intesa sul programma. Semmai è lo spazio dei moderati e dei conservatori che oggi si restringe e che costituisce il polo della inevitabile sconfitta. I popoli, compreso quello tedesco, che dovrebbe affidarsi, per gratitudine, alla Merkel, vacilla. Dove non è la crisi economica è l’immigrazione la causa dell’insoddisfazione. Tutto sembra oggi senza controllo. E alle tensioni richiamate si aggiunge quella, la più drammatica, del terrorismo islamico. Che tutto é tranne un fenomeno di destra o di sinistra, anche se taluno tende a configurarlo, e l’errore a mio giudizio è piuttosto grave, come la conseguenza di un novello imperialismo.

Il nuovo fanatismo religioso che invita a uccidere gli infedeli porta inevitabilmente acqua al mulino della cultura che tende, come quella di Trump, all’autarchia e al rifiuto degli altri. Non a caso il populismo europeo, compreso quello dei Cinque stelle, ha assunto su tale fenomeno una posizione non dissimile. Naturale dunque che attorno a questi nuovi gravi problemi che hanno spezzato le tradizionali categorie politiche anche il movimento socialista si interroghi, non solo semplicemente spostando più a sinistra il suo asse, com’è avvenuto tra i laburisti con la vittoria d Jimmy Corbyn, o tra i socialisti francesi, come pare stia avvenendo in Francia con il parziale successo di Benoit Hamon. Servirebbe andare oltre la destra e la sinistra. Ma è certo che i candidati socialisti più moderati non avrebbero maggiori chances di conquistare l’elettorato avversario. L’esempio di Trump vale anche per gli europei.

Nel nuovo bipolarismo europeo che si configura non in tutti i paesi, ma in molti, come quello tra populisti e polo alternativo di convergenza tra socialisti e popolari, ma anche centristi e gollisti, altro non c’è che una semplice sintesi o compromesso in funzione di difesa, come in Italia durante il terrorismo con l’unità nazionale? Basterebbe? Ne dubito. Anche questa possibile e forse inevitabile convergenza deve nascere col coraggio dell’innovazione. Anche questa sintesi non può non alzare il tiro per contestare e fortemente correggere la politica europea, anche a costo di dissociazioni radicali. Se nascesse come trincea di conservazione dell’esistente franerebbe facilmente di fronte alla temibile avanzata delle forze nemiche.

Craxi e la sinistra

Quello del ministro degli Esteri Angelino Alfano non é stato solo un gesto formale. Il ministro ha deposto un mazzo di fiori sulla tomba di Craxi ad Hammamet. Il suo é stato un gesto politico, che si é manifestato con il deciso apprezzamento delle scelte di fondo del leader socialista e con il pieno consenso all’intestazione di un luogo di Milano alla sua memoria. Il segretario del Psi Nencini si recherà appositamente nel capoluogo lombardo e incontrerà il sindaco di Milano Sala per sollecitarlo ad assumere una decisione. Si sono diradate molte tensioni dal biennio giudiziario 1992-1994, sono state scritte migliaia di pagine sulla fase che fece esplodere la vecchia partitocrazia come un vulcano, originato dalla fine del comunismo. Molta acqua é passata sotto i ponti, ma ancora su Craxi si stenta a esprimere un giudizio equilibrato. Come se la sua fosse un’ombra ancora presente e della quale non ci si può liberare.

Non può che continuare a destare un certo stupore il fatto che Craxi, segretario del Psi per 17 anni, presidente del Consiglio di un governo di centro-sinistra, vice presidente dell’Internazionale socialista, continui ad essere osteggiato da larga parte della sinistra e apprezzato da larga parte della destra. Fu Craxi un uomo di destra? I suoi rapporti internazionali con i socialisti europei, da Mitterand e soprattutto Gonzales e Soares, ma anche Brandt, le sue lotte e il suo concreto sostegno ai popoli oppressi dalle dittature, a cominciare da quello cileno, il suo dialogo continuo con il leader della lotta di liberazione del popolo palestinese, ma anche le sue scelte di governo, dalla lotta vinta all’inflazione, a Sigonella, alla condanna dei bombardamenti americani su Tripoli e Bengasi, nonchè i referendum su nucleare e giustizia, le battaglie sui diritti civili, lo possono mai conciliare con le caratteristiche di uomo di destra?

Il vero problema per la sinistra italiana é che Craxi è stato un anticomunista, o un acomunista come si autodefiniva lo stesso Riccardo Lombardi. Craxi, delfino del Nenni post ’56, è stato un autonomista che ai comunisti si é contrapposto a partire dall’Ungheria, poi col centro-sinistra e l’unificazione, l’eurosocialismo, i missili a Comiso, la scala mobile e la guerra all’Iraq. Ha avuto sempre ragione nelle polemiche a sinistra, come annota nel suo bell’articolo sul Dubbio Piero Sansonetti. Questa é oggi la sua vera colpa, assai di più di quelle, peraltro costruite sul “non poteva non sapere”, a lui solo applicato tra i leader politici, di carattere giudiziario. Se bastassero queste ultime per impedire l’intitolazione di una via, di una piazza, di un luogo qualsiasi, dovremmo abolire tutte le intestazioni a Giovanni Giolitti, a Francesco Crispi, per gli scandali bancari, a Umberto I, per la complicità con la strage di Bava Beccaris, a Moranino condannato all’ergastolo per omicidio, per non parlare delle sette vie Littorio, una dedicata a Stalin in provincia di Agrigento e una a Mussolini nella campagna veneta, delle vie Stalingrado e Leningrado che non esistono più nemmeno in Russia. Molteplici sono le vie intestate a Togliatti e a Lenin, e in provincia di Reggio Emilia sopravvive il suo monumento. Nonostante le loro responsabilità in diversi fatti di sangue. E che dire di Cavour che confessò di aver pagato e ricevuto tangenti e dello stesso Dante Alighieri condannato per concussione e di Caravaggio per omicidio?

Davvero sono le questioni giudiziarie a impedire l’intitolazione di un luogo nella sua Milano? Ammettiamo anche che siano tutte giustificate e che abbiano torto i suoi due avvocati Giannino Guiso e Niccolò Amato a parlare di giustizia politica e ammettiamo che abbia perfino ragione Di Pietro a ritenere che almeno parte dei finanziamenti illeciti siano finiti nelle sue tasche (quando però sappiamo bene che quei fondi venivano usati anche per finanziare movimenti di liberazione). Ma ammettiamo per un momento che non sia stato cosi. Come si é applicato solo a lui il teorema del “non poteva non sapere”, prendiamo atto che viene applicato solo a lui quello del “rifiuto del ricordo per chi ha subito provvedimenti giudiziari”. E’ troppo facile desumere logicamente che i veti siano d’origine politica e che le colpe di Craxi siano da attribuire alle sue battaglie vinte, alle sue ragioni storiche.

Ricordo Bettino

Lo ricordo quando era ancora vice segretario del Psi a nome della componente autonomista, che al congresso di Genova del 1972 aveva conquistato meno del quindici per cento, anche se Pietro Nenni di lì a poco accetterà di tornare alla presidenza, a tre anni dal suo ritiro dalla politica attiva, dovuto alla scissione del luglio 1969. Non avevo accettato di militare, allora, in qualche corrente che quella scissione aveva favorito e mi ritrovai così tra i pochi giovani autonomisti, con Ugo Finetti, Claudio Martelli, Gianluigi Da Rold, Nino Nastasi, che nella federazione giovanile costituivano un gruppo assai ristretto. Craxi sembrava un gigante rassicurante. Portava idee chiare, era coerente e quando parlava ti dava il senso dell’istinto di ribellione a qualsiasi sottomissione politica.

Ero al Midas, nel luglio del 1976, quando iniziò il nuovo corso e, grazie a Giacomo Mancini e all’alleanza con i giovani della sinistra e demartiniani, Craxi fu segretario del partito dopo l’insuccesso elettorale del 1976. Doveva durare poco, secondo i suoi grandi e piccoli elettori. Avevano fatto male i loro conti. Si circondò di persone capaci e di cultura, lanciò l’eurosocialismo, sviluppò una polemica sulla inconciliabilità del comunismo col pluralismo e anche grazie a Mondoperaio il partito si ritrovò in una primavera culturale, sviluppando i temi del riformismo socialista sanciti poi dal congresso di Palermo, dopo che Craxi aveva per primo lanciato il progetto della grande riforma delle istituzioni anche grazie al prezioso contributo di Giuliano Amato, mentre grazie a quello di Claudio Martelli, nella Conferenza di Rimini del 1982, il Psi si trovò avvinto dai “meriti e bisogni”.

Craxi trovò un Psi sconfitto e subalterno al Pci berligueriano. Spezzò la dannosa fermezza durante il caso Moro e a gomitate si fece largo, dopo il 1979, promettendo governabilità. Iniziò la sua avventura alla presidenza del Consiglio dopo un buon risultato elettorale nel 1983, anche se inferiore alle attese. E da presidente diede impulso alla lotta all’inflazione che passò, anche grazie al decreto di San Valentino, dal 16 al 4,6 per cento, vincendo il referendum che il Pci volle imporre nel 1985. Durante quegli anni venne sconfitto il terrorismo politico nazionale che aveva insanguinato l’Italia. Il governo Craxi accettò i missili a Comiso, ma fu lui a contestare concretamente gli americani a Sigonella, dopo la vicenda dell’Achille Lauro. Non toccò pensioni e sanità e il rapporto tra debito e Pil si mantenne attorno all’84 per cento (oggi è al 133).

Venne il risultato del 1987 e fu un 14,3 per cento, il migliore del Psi, dopo quello alla Costituente. Poi un ripiegamento fino al 1992 e in quegli anni cambiò il mondo, l’Europa, l’Italia, con la caduta del muro, la fine del comunismo e del Pci. Bettino, forse per la malattia che lo tormentava (ebbe un infarto, dovuto al diabete, proprio nel dicembre del 1989) e per una tormentata vicenda personale, non ebbe la lucidità per intuire che una fase della politica si era conclusa e con essa era al tramonto anche la partitocrazia, coi suoi generalizzati finanziamenti illegali.

Quando venne chiamato in causa, però, ritrovò il vecchio ardore e ancora oggi risuonano alle nostre orecchie le parole pronunciate alla Camera che chiamavano alla responsabilità collettiva. Una giustizia strabica e politicizzata lo ha condannato perché, contrariamente a tutti gli altri leader, “non poteva non sapere”. Scelse di abbandonare l’Italia e di rifugiarsi ad Hammamet. Avrà fatto la scelta giusta? Recita Brecht nel suo Galileo: “Infelice l’umanità che ha bisogno di eroi”. Ha scelto di essere operato in Tunisia, perché non poteva accettare di tornare in Italia se non da uomo libero. Dopo la sua morte il governo italiano gli propose funerali di Stato nella più penosa ipocrisia di Stato. Dopo molti anni si fa largo la tendenza a una rivalutazione postuma. Oggi il ministro degli Esteri Alfano sarà nella sua Hammamet. Son trascorsi quasi 23 anni, e un bilancio di questa seconda Repubblica mai nata é desolante. L’Italia è anche vittima della grande ipocrisia sulla quale ha fondato il suo falso rinnovamento. La storia tratterà alla fine meglio Craxi dei suoi carnefici, dei finti dottori di un tempo che oggi paiono sempre più parte della malattia. Noi oggi lo ricordiamo, son passati 17 anni, con commozione immutata, forte rimpianto, stima e riconoscimento per quel che ha dato all’Italia e al Psi. Un contributo originale, denso di fierezza per il suo Paese, per il suo partito.

La tolleranza della BCE verso le agenzie di rating

agenzie-rating-672-351Come prevedibile, le agenzie di rating sono tornate al centro della scena in modo irritante. Seguendo l’esempio delle famose ‘tre sorelle’, la Standard & Poor’s, la Moody’s e la Fitche, anche la Dbrs canadese si è autonomamente assunta l’autorità morale e politica e ha declassato il sistema Italia al livello BBB.

Allo stesso tempo l’americana Moody’s sta patteggiando con il dipartimento di Giustizia americano il pagamento di una multa di ben 846 milioni di dollari per aver gonfiato le sue stime sui titoli tossici, a suo tempo legati ai mutui immobiliari, che contribuirono alla grande crisi finanziaria. È noto che in precedenza la stessa S&P aveva patteggiato una multa simile per 1,37 miliardi di dollari.

La decisione della Dbrs, già Dominion Bond Rating Service, è stata motivata con la solita “lista della spesa”: incertezza politica, debolezza del sistema bancario, alto livello delle sofferenze creditizie, crescita bassa e alto debito pubblico, ecc. L’analisi negativa è infarcita anche di semplicistiche e banali riflessioni sulla nuova legge elettorale e sulle future elezioni. Ovviamente avrà un ulteriore e concreto impatto negativo sulla credibilità dell’Italia. In particolare, quando le banche italiane chiederanno un prestito alla Bce dovranno portare in garanzia beni, titoli di stato, in quantità maggiore rispetto a prima. Il declassamento certifica l’aumento del “rischio paese” con conseguenti effetti sui mercati, sui titoli obbligazionari e sulla propensione a investire.

In verità, la cosa più irritante è il comportamento della Bce e delle altre istituzioni europee che tacciono sulle nuove evoluzioni delle suddette agenzie.
Negli anni passati si è molto parlato della necessità di creare un’agenzia di rating europea indipendente. Alla fine non se ne è fatto niente.
Nonostante il fatto che varie commissioni d’indagine del Congresso americano avessero denunciato le tre grandi agenzie di rating americane per complicità, corruzione, conflitto di interesse e per tante altre malefatte in relazione alla bolla dei mutui subprime e a quella dei derivati finanziari ad alto rischio, la Bce non ha mai volute mettere in discussione la credibilità delle “tre sorelle”. Ha solo deciso nel 2008 di affiancare loro la Dbrs, volendo forse farci illudere che, in quanto canadese, essa sarebbe potuto essere realmente indipendente. Niente di più errato. Purtroppo è proprio la Bce a conferire alle quattro agenzie di rating l’autorità di interferire pesantemente con l’andamento economico dei paesi europei.

Per qualche ragione inspiegabile la Bce e altri istituti europei sono stati e sono ancora meno critici e più tolleranti verso l’operato delle agenzie di rating rispetto alle stesse autorità americane. È il momento che Francoforte dia qualche spiegazione.

La Dbrs, creata nel 1976, ha il suo quartier generale a Toronto, in Canada, ma oggi è forse la più americana di tutte. Dal 2015 essa è controllata da un consorzio di interessi, guidato dal The Carlyle Group di Washington e dalla Warburg Pincus di New York.
La Carlyle è il più grande private equity al mondo coinvolto soprattutto nei settori della difesa e degli investimenti immobiliari. Si ricordi che il private equity è un fondo che di solito raccoglie capitali privati con l’intenzione di acquisire imprese non quotate in borsa. La Carlyle è impegnata in numerosi fondi di investimento e anche in hedge fund speculativi. Fino al 2008 era conosciuta come la multinazionale che vantava stretti rapporti politici, in particolare con la famiglia Bush e con la casa reale saudita. Una sua controllata, la Carlyle Capital Corporation, che si era specializzata nella speculazione finanziaria con derivati emessi sui mutui subprime e sulle ipoteche, nel 2008 divenne insolvente (in default) per oltre 16 miliardi di dollari!

Anche Warburg Pincus è un fondo di private equity frutto della fusione di due banche. Esso è grandemente impegnato nei settori dei servizi finanziari, dell’energia e delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni. Il suo presidente attuale è Timothy Geithner, già ministro del Tesoro dell’Amministrazione Obama, che ha coordinato tutte le operazioni di salvataggio finanziario delle banche e delle assicurazioni in crisi dopo il 2008. È doveroso chiedere alla Bce di rendere conto delle ragioni della grave decisione di sottoporre governi e istituti creditizi alla valutazione di agenzie di rating non affidabili, forse politicamente condizionate e sicuramente interessate agli andamenti di borsa.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Un congresso per il futuro

So bene che quel che ci unisce è un ricordo, una storia, un dramma. Una ingiustizia alla quale non vogliamo rassegnarci, un oblio che vogliamo combattere. Anche in pochi, anche soli. Tuttavia se quel che ci unisce è solo il passato non possiamo far vivere un partito. Bastano le fondazioni, l’Avanti, Mondoperaio. Per esistere come partito abbiamo bisogno, non solo e non tanto di un passato comune, ma di un futuro comune. Questo penso debba essere il tema dell’imminente congresso. Penso a un futuro del socialismo liberale ed ecologista. Di un intreccio, dunque, di componenti ideali unite in un programma comune. In una lista elettorale comune. Forse anche in un nuovo soggetto politico comune.

Dopo il 2013 si sono sviluppate tra noi due possibili prospettive, entrambe difficili da realizzare, ma che hanno costituito terreno per un confronto, anche per uno scontro, per alcuni sono state pretesto anche per un addio. Al congresso di Venezia di fine 2013 è prevalsa la prospettiva dell’unità socialista. Il Pd, allora retto dall’ex socialista Epifani, era fuori dal socialismo europeo, Sel sembrava propensa ad aderire al Pes. In una fase il Psi aveva anche aderito al progetto vendoliano, presentando liste comuni alle elezioni europee, con mie personali, fondate riserve. Poi, d’incanto, le posizioni si sono ribaltate. Il Pd, con Renzi alla sua guida, ha aderito al socialismo europeo, Sel ha sposato il progetto di una nuova sinistra di stampo greco.

La questione a quel punto diventava di semplice soluzione. Se il Pd diventava a pieno titolo un partito socialista europeo, e se la nostra prospettiva restava quella dell’unità socialista, la logica doveva consigliare un ancor più stretto legame con questo partito o addirittura una nostra confluenza nel Pd. Legittimando questa posizione anche le scelte dei nostri due ex parlamentari, Di Gioia e Di Lello, dovevano apparire giustificate se non sul piano morale (approfittare del privilegio di una designazione per poi rinnegare la fonte originaria è sempre esecrabile), almeno su quello politico. A Salerno infatti noi aggiustammo il tiro. La strategia diventava quella liberalsocialista, i nostri ammiccamenti andavano, forse un po’ superficialmente, verso frontiere vicine, dai radicali, al mondo cattolico. Senza escludere gli ex socialisti.

Penso che al prossimo congresso dovremo parlare un linguaggio più chiaro. E offrire, dopo gli appuntamenti che diversi nostri interlocutori hanno già messo in cantiere, a cominciare da quello di febbraio della Marianna e da quello di Bertinoro che coinvolgerà anche i verdi, una tribuna politica per la costruzione del polo liberalsocialista ed ecologista. Il programma uscito dalla nostra conferenza dell’ottobre scorso, coi sei punti e relative proposte, sulle qual il partito e i nostri parlamentari avrebbero potuto e dovuto investire di più con specifiche iniziative e proposte di legge, è a disposizione e può essere ulteriormente approfondito e rivisto.

Sempre più oggi sono venuti in superficie i temi che attengono la povertà, la vecchia povertà, non le nuove delle quali ci occupammo nelle nostre due Rimini. Il lavoro che sfugge, con punte di disoccupazione soprattutto giovanile che non hanno precedenti negli ultimi cinquant’anni, la mancata crescita, i vincoli internazionali, portano oggi a ritenere essenziale un movimento socialista che si spenda sul tema dell’equità. L’attacco del terrorismo alla civiltà liberale, agli stessi principi della rivoluzione francese, impongono la ripresa di forti battaglie di difesa e di conquista di diritti civili ed è a questo fine essenziale un movimento radicale che si ispiri alla figura del grande Marco Pannella, senza dimenticare la nostra sicurezza e i termini della nostra difesa. I disastri ambientali, il frequente verificarsi di terremoti, di allagamenti, le necessarie limitazioni di emissioni dannose in atmosfera, e che ci interrogano sul futuro del pianeta, rendono ineludibile l’esistenza e lo sviluppo di un forte movimento ecologista e verde. La sintesi di questo rappresenta la scommessa del futuro del nostro Paese, dell’Europa, nostro. Il mio invito è di alzare il tiro. Di lasciar perdere un crogiolarsi asfittico su noi stessi e di mescolarci ridefinendo così non solo le nostre frontiere, ma anche la nostra identità. Il tema del congresso non deve essere l’unità socialista, ma l’unità dei diversi, che si incontrano sui temi decisivi del nostro tempo.

Per il Fmi il Pil italiano va rivisto al ribasso

Fondo-Monetario-InternazionleIl FMI rivede al ribasso la crescita del PIL in Italia per il 2017 e per il 2018. Quest’anno crescerebbe dello 0,7% (0,2% in meno rispetto alle stime di ottobre) e per il 2018 crescerebbe dello 0,8% (0,3% in meno rispetto alle precedenti stime). Questa limatura sull’Italia fatta dal FMI si trova nell’aggiornamento del World Economic Outlook. L’economia italiana nel 2016 è cresciuta dello 0,9 per cento.

Maurice Obstfeld, capo economista del FMI, ha detto che l’ex premier Matteo Renzi ha fatto molte riforme strutturali “molto importanti” sottolineando che le riforme approvate vanno attuate anche se ancora molto resta da fare.

Il ministro Padoan è “un po’ stupito dalla revisione al ribasso delle stime del Pil per l’Italia da parte del Fondo Monetario perché le ragioni addotte per una crescita più bassa sono più incertezza politica difficile da argomentare dopo il referendum e con un governo in continuità con il precedente e problemi con le banche”. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, con riferimento alle banche, ha dichiarato al TG3: “anche qui sono state prese misure per fronteggiare alcune situazioni bancarie che non sono preoccupanti”.

Il FMI ha confermato le stime di crescita mondiali per il 2016 ed il 2017. Per il corrente anno si prevede una crescita globale del PIL nella misura del 3,4% (quasi cinque volte maggiore della crescita italiana). Nel 2018 il PIL mondiale aumenterebbe ulteriormente raggiungendo il 3,6%.

Per le economie avanzate, il FMI rivede le stime al rialzo. Per il corrente anno crescerebbero dell’1,9% (+0,1% rispetto alle stime precedenti) e per il 2018 sarebbero del 2% (+0,2% sulle stime precedenti).

Anche per gli Stati Uniti e per l’Eurozona, il FMI rivede al rialzo le stime di crescita. L’economia statunitense nel 2017 avrebbe un’espansione del 2,3% (+0,1% dalle stime di ottobre scorso). Nel 2018 avrebbe una crescita del 2,5% (+0.4% rispetto alle stime precedenti). Nell’Eurozona la crescita sarebbe quest’anno dell’1,6% (+0,1% della stima precedente), mentre resterebbe invariata nel 2018 a +1,6 per cento.

Secondo il FMI, l’economia inglese resiste alla Brexit e prevede per il Regno Unito una crescita al rialzo per il 2017, mentre per il 2018 prevede una stima di crescita al ribasso. Quest’anno la crescita britannica dovrebbe raggiungere l’1,5% (+0,4% dalle stime precedenti) mentre per il 2018 la stima di crescita dovrebbe subire un rallentamento rispetto al 2% del 2016. Tuttavia crescita e Pil inglesi non vanno di pari passo: per il 2017 il PIL dovrebbe raggiungere l’1,4% (in diminuzione dello 0,3% rispetto alle stime precedenti).

Un serio avvertimento del FMI riguarda l’incertezza sulle politiche dell’amministrazione statunitense di Donald Trump. Questo potrebbe pesare sulle stime di crescita. Se gli stimoli all’economia assicurati dal nuovo Presidente degli Stati Uniti dovessero manifestarsi più sostenute rispetto alle aspettative, la crescita globale potrebbe avere una maggiore accelerazione. Rischi negativi per la crescita potrebbero invece arrivare dalle politiche protezionistiche. Nel frattempo, l’export italiano è in aumento mentre quello cinese è in diminuzione.

Salvatore Rondello

Saragat e la scissione di Palazzo Barberini (seconda puntata)

Giuseppe_Saragat

(Seconda puntata) La legge di amnistia, la successiva votazione da parte dei comunisti dell’articolo 7 della Costituzione che vi includerà i Patti lateranensi, scelte che si sommano alle divaricazioni prodottesi nel passato tutt’altro  che remoto (la svolta di Salerno del 1944 di Togliatti su tutte) celano però il vero problema che stava dinnanzi ai socialisti. E cioè il giudizio sul comunismo sovietico e solo dopo sul Pci. Esattamente in questa successione. Farlo all’incontrario portava fuori strada. Era questo che nel passato aveva diviso socialisti e comunisti italiani. Nel 1921 furono i ventuno punti di Mosca, e la conseguente necessità per i leader comunisti di espellere i riformisti dal partito, la ragione della scissione. Nel 1922 furono ancora i dictat di Mosca, e stavolta Serrati volle piegarsi contrariamente all’anno prima, a determinare l’espulsione dal Psi di Turati, Prampolini, Treves e degli altri riformisti. E poi lo stesso argomento, e cioè l’adesione all’Internazionale comunista, comportò la svolta di Serrati del 1924, che coi suoi terzinternazionalisti lasciò il Psi ed entrò nel Pcdi, con Nenni a sguainare la scimitarra per la sopravvivenza del partito e poi a perseguire la prospettiva di una nuova unificazione tra Psi e Psu (che si chiamò poi Psli e infine Psuli), che a Parigi nel 1930 vide massimalisti e riformisti di nuovo insieme. Ancora lo stesso vecchio argomento divideva i socialisti: ancora la questione del rapporto coi comunisti. Che peraltro, nell’immediato dopoguerra, pareva diventato di ben diversa consistenza, coi comunisti italiani che da piccolo partito di rivoluzionari s’erano trasformati in una grande forza politica di massa, e per di più orientati a consolidare, non a demolire, quella democrazia che avevano contribuito a conquistare durante la lotta di liberazione. Questo però deve essere conciliato col suo opposto, perchè in loro restava fondamentale, questo era il filo di continuità col 1921, lo stretto legame con Mosca.

Adesso, dinnanzi ai socialisti, come una dannazione, oscillava il pendolo del filocomunismo e dell’unità socialista, progetti che s’escludevano a vicenda e che rimbalzavano nel dibattito politico come un’alternativa che era impossibile porre a sintesi. Partire dall’esame del Pci oppure da quello del comunismo? Questo era il punto di fondo. E come mettere a sistema l’esistenza dell’uno con quella dell’altro, il loro livello di relazione e addirittura di dipendenza? La questione dell’unificazione parigina del 1930 veniva, così, ancora, messa in discussione. Lo aveva sottolineato Saragat, che nel 1930 proveniva dal partito di Turati e che condusse l’operazione di ricongiunzione con Nenni, anche allora leader del Psi. I due, che avevano unito il socialismo italiano, si apprestavano ora a dividerlo di nuovo. E ancora, sul vecchio tema del rapporto coi comunisti e col comunismo. Lo riuniranno e poi lo divideranno di nuovo (ma la scissione del 1969 non sarà colpa loro). Anche Saragat aveva firmato i vari testi del patto d’unità d’azione col Pci e anche lui l’aveva giudicato necessario durante il fascismo, ma anche dopo la Liberazione. Aveva, Saragat, contestato la corrente fusionista e anche Nenni, che peraltro aveva sempre considerato la fusione una prospettiva d’avvenire. Dopo il primo Consiglio nazionale del luglio del 1945, ma già prima, tra Saragat e Nenni c’era stata un profonda divaricazione di giudizi. Dopo il patto Ribbentrop-Molotov Nenni era andato in minoranza nel Psi e aveva preferito appartarsi anche dal partito, mentre Saragat e Tasca erano diventati i fautori dell’immediata rottura di ogni rapporto coi comunisti, allora accusati di subalternità addirittura col nazismo.

In Saragat, già allora, era comparsa quella sua convinzione dell’antitesi tra socialismo democratico e umanitario, da un lato, e comunismo realizzato, di stampo totalitario, dall’altro. Due visioni antiteche, che del resto anche Silone e lo stesso Tasca, due che provenivano dalle fila comuniste e ne erano usciti proprio su questo argomento, avevano prospettato. Non si riusciva tuttavia a comprendere allora perchè il leader dell’autonomismo socialista continuasse ad apporre la sua firma ai vari patti d’unità d’azione col Pci che venivano firmati, anche dopo il fascismo. Nenni, e con lui anche Basso e, sia pur con distinzioni non trascurabili, lo stesso Morandi (gli ultimi due erano rimasti in Italia durante il regime), erano invece convinti della necessità del rapporto unitario coi comunisti per battere il fascismo e quando gli eserciti tedeschi superarono il confine russo, a Nenni ritornò il sorriso e la voglia di lottare assieme ai vecchi compagni d’arma che già in Spagna avevano combattuto il franchismo, col concorso degli aiuti sovietici. La resistenza degli eserciti e della popolazione sovietica all’aggressione nazista aveva fatto il resto e individuato nell’Urss di Stalin l’autentica potenza che aveva consentito di battere Hitler. Se poi si aggiunge che nella resistenza italiana i comunisti erano stati al primo posto nella dura e sanguinosa battaglia contro il nazifascismo ne derivava una considerazione che non poteva certo rimandare alle polemiche del 1921. Anche perchè il Pci di Togliatti non era affatto quello di Bordiga e di Bombacci. Lo si poteva considerare tutto meno che estremista, velleitario e ancorato alla necessità di una rivoluzione armata, facendo “come in Russia nel 1917”. Anzi, come è stato già sottolineato, Togliatti esprimeva spesso posizioni moderate, realistiche, superando a destra lo stesso Psiup. Il problema che Nenni non teneva in sufficiente considerazione, ed è davvero anomalo per chi come lui aveva sempre privilegiato la lettura della situazione internazionale ed era in quel momento ministro degli Esteri, era proprio la natura del regime sovietico e dei paesi che dopo la guerra erano finiti sotto la sua egida e, a seguire, la natura del rapporto tra Pci e Mosca.

Su questo Saragat aveva visto giusto. Lo aveva intuito già quando, a fronte di una visione ottimistica di Nenni sul futuro del comunismo, esplicitata al primo Consiglio nazionale, e che giustificava anche la prospettiva della fusione dei due partiti, visione che presupponeva inevitabile la democratizzazione del comunismo e la creazione di un’unica Internazionale, faceva da contrappeso Saragat, che già intravvedeva alle porte la contrapposizione dei blocchi occidentale e orientale e auspicava una funzione dell’Europa come potenza di mediazione e di propulsione di un dialogo tra le due parti, anche attraverso, com’era ovvio, l’Internazionale dei Partiti socialisti, alla quale quello italiano avrebbe naturalmente dovuto aderire. Per Nenni il comunismo post bellico non poteva ritornare quello dei processi di Mosca degli anni trenta, per Saragat il comunismo sovietico era l’altra faccia del socialismo, di natura totalitaria, burocratica, dispotica. Difficile, in una contrapposizione così forte, permanere a lungo in un unico partito. Si poteva partire, come faceva Nenni, dal giudizio sul Pci italiano per come si comportava in Italia e per quel che sosteneva, si poteva invece partire, come faceva Saragat, dal legame che tale partito manteneva con Mosca e col regime comunista e capire così anche la nuova moderazione di Togliatti e del Pci (una moderazione che rappresentava una vera consapevolezza democratica o la proiezione delle indicazioni sovietiche nella logica di Yalta?). La rivoluzione impossibile pareva in effetti la conseguenza, più che di una conversione di Togliatti alla democrazia “borghese”, della nuova situazione internazionale, che Togliatti, come Saragat e molto più di Nenni, tentava di interpretare. In questo senso sia Saragat che Togliatti appaiono molto più realisti di Nenni.

La causa del tracollo socialista alle elezioni amministrative del 10 novembre 1946 non poteva essere però solo una disfunzione organizzativa. L’Avanti infatti ne individua anche una di natura politica. Secondo il quotidiano socialista, diretto da Pertini, “il partito era stato incapace di dare una direttiva al Paese ed era irrimediabilmente diviso tra tendenze che non riuscivano a trovare un minino comun denominatore” (1). Secondo l’Avanti il partito aveva dato all’operaio e all’impiegato non una linea, ma “l’opinione del socialista A contro l’opinione del socialista B” (2). Quanto alla debolezza organizzativa il ragionamento era semplice. Se i comunisti a Torino avevano 58mila iscritti e i socialisti solo 14mila, allora anche il risultato del 2 giugno, che vedeva un Psiup più forte del Pci, poteva essere facilmente ribaltato in elezioni amministrative dove la mobilitazione era più incisiva rispetto al voto politico, che era più condizionato da un moto di opinione. E per di più a fronte di una grande astensione.  La sconfitta alle elezioni amministrative del 10 novembre diede il colpo di accelerazione alla scissione, ma non ne fu certo la causa. La vera ragione fu proprio la diversa concezione del socialismo che potremmo definire, da un lato, quella di dimensione democratica e umanitaria e, dall’altro, quella rigorosamente classista. La prima portava ad una netta distinzione tra socialismo e comunismo e alla conseguente rottura tra socialisti e comunisti in Italia, la seconda alla più stretta unità d’azione in nome degli interessi del proletariato. Questo, del rapporto col comunismo e coi comunisti, non rimanda a letture ancorate ad etichette prefabbricate di destra e di sinistra nei confronti delle tendenze politiche interne al Psiup.

Prendiamo la corrente di “Iniziativa socialista”, che aveva prospettato la rottura del Cln in nome della pregiudiziale repubblicana, poi dei governi ciellenisti e l’opposizione alla presidenza democristiana del Consiglio e che era sostenuta da giovani antifascisti e da ex partigiani che nulla avevano a che fare con le vecchie barbe riformiste. Consideriamo anche la posizione di “Critica sociale”, dove invece avevano trovato la loro naturale collocazione quasi tutti i vecchi riformisti, a cominciare da Saragat fino a Simonini. Questi stessi avevano contestato la politica del partito non solo sul tema della fusione e del rapporto col Pci, ma anche sulla questione della partecipazione al governo e sulla evidenziata subalternità socialista alla Dc. In loro l’autonomia pareva valore assoluto. Anche se è netta l’impressione che le polemiche suscitate da questi ultimi sul lato destro fossero funzionali, come si dimostrerà nel prosieguo della evoluzione politica e di governo, a mantenere un rapporto di coesione col gruppo di “Iniziativa”. Era la questione del rapporto col comunismo internazionale e di conseguenza col Pci, il pomo della discordia, non l’identità di sinistra e di destra. Saragat aveva parlato al congresso di Firenze di una netta contrapposizione tra socialismo democratico e socialismo autoritario. Del primo i socialisti italiani, a giudizio di Saragat, hanno avuto scarsa coscienza. Egli sottolineava come “la maggioranza, la grande maggioranza dei lavoratori dei paesi dell’Europa occidentale e centrale milita sotto la bandiera del socialismo democratico. Allora perchè questa sfiducia nelle forze costitutive del socialismo italiano, da parte dei nostri dirigenti? Perché solo da noi le masse operaie dovrebbero allontanarsi da quello che fu il loro partito storico?” (3). Domande che i socialisti si sarebbero più volte rivolti anche in seguito. E lo stesso Saragat, che col nuovo partito non riuscirà mai a sfondare una percentuale da forza politica minore, se le sarebbe rivolte ancora. Saragat continua analizzando la situazione del paese del socialismo realizzato e dichiara: “Si era in diritto di attendere che questa prima fase della dittatura, per carattere progressivo che tutti i governi operai hanno necessariamente in se stessi, avrebbe avuto un carattere transitorio e sarebbe fiorita una vera democrazia. Assistiamo invece ad un processo di involuzione, che pare smentire nel modo più clamoroso le previsioni di Marx. Invece di assistere a quella morte dello Stato che era nella profezia di Engels, abbiamo assistito al contrario. Invece di assistere all’eliminazione della burocrazia come corpo separato dalla massa del popolo, che è una delle dottrine più costanti del marxismo, abbiamo assistito allo sviluppo enorme di una burocrazia onnipotente, che si separa sempre più dalla massa del popolo. Insomma tutti i fenomeni che abbiamo constatato nel totalitarismo borghese, si verificano, su un ben diverso piano umano, ma con una simmetricità singolare, nel totalitarismo proletario” (4). La conclusione era: “E’ camuffare i dati presentare il comunismo come convertito alla nozione democratica del socialismo occidentale, quando tutto nella sua struttura organizzativa, nella sua politica, nella sua mentalità, grida il contrario” (5).

Dal canto suo Rodolfo Morandi, che si era distinto da Basso, e in parte anche da Nenni, per l’elaborazione di contenuti non omogenei a quelli comunisti e aveva portato avanti il progetto dei consigli di gestione operai anche da neo ministro dell’Industria, rispondeva a Saragat con una certa decisione: “La sinistra”, afferma Morandi, “che considera l’esistenza di due partiti proletari come una manifestazione della lotta di classe (…) ritiene di capitale importanza la coordinazione e lo stesso affiancamento di essi nell’azione, quale espressione differenziata in questa fase di transizione di uno stesso interesse e di una stessa qualità di classe. La destra, invece, non trova spiegazione a questo fenomeno, né giustificazione storica ad una prassi di partito che fa perno attorno alla potenza sovietica come originaria forza di espansione della rivoluzione proletaria, e persiste a giudicare il comunismo militante come una degenerazione del socialismo e qualcosa di abnorme, col quale i contatti non debbono essere tanto più intimi di quelli che non possono tenersi con altri partiti” (6)). Due opposte concezioni della politica del partito, dunque. E un partito unico che stava dividendosi ancora sul solito tema del rapporto coi comunisti. Una dannazione.

Mauro Del Bue

Note

1) Autocritica, in Avanti, 14 novembre 1946

2) Ibidem.

3) Socialismo democratico e socialismo totalitario, in A. Benzoni, V. Tedesco, Documenti del socialismo italiani di questo dopoguerra (1943-1966), Bologna 1968, p. 39.

4) Ibidem.

5) Ibidem.

6) M. Del Bue, Il Partito socialista a Reggio Emilia, cit, p. 162.

Leggi la prima parte

Romano e l’Unità…

Si annuncia la chiusura de l’Unità in edizione cartacea. Il socio di maggioranza sarebbe stanco di scucire soldoni, soprattutto adesso che Renzi, che lo aveva saputo coinvolgere, non è più presidente del Consiglio. Dovrebbe restare, secondo quanto emerge dalle indiscrezioni giornalistiche, solo in versione online. Benvenuta, dunque, sul web, cara Unità. In fondo siamo due giornali, che pur tra dissensi anche profondi, appartengono entrambi alla storia della sinistra italiana. Ritrovarsi alla pari, entrambi in dimensione informatica, non può che affratellarci ulteriormente.

Che l’ultima versione del quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924, proprio in aperta polemica con l’Avanti, sia stato recentemente rilanciato per ragioni strumentali appare oggi evidente. Renzi aveva bisogno di elemosinare qualche zuccherino al popolo ex comunista del suo partito, visto che la politica era diventata solo prerogativa degli ex democristiani. Eppure l’Unità con Staino e Romano, dopo la direzione di D’Angelis, era divenuto un organo di diretta emanazione renziana. Dunque Renzi aveva solo formalmente toccato il cuore degli ex comunisti, ma in realtà si era appropriato del nome del vecchio quotidiano per assecondare la sua linea politica.

Sapevamo dei debiti enormi accumulati in questi mesi dal quotidiano comunista in versione renziana. E conoscevamo il numero di lettori che non si discostava granché dai contatti del nostro Avanti. Da un momento all’altro ci attendevamo il crollo. Che avvenga proprio in un momento se non di crisi, di evidente difficoltà, del renzismo, non ci stupisce. Quel che sorprende è l’esilarante dichiarazione del vice direttore Andrea Romano, deputato di Scelta civica, traslocato nel Pd, che si sente in dovere di interpretare una storia quasi centenaria di un partito del quale non ha mai fatto parte: “Siamo l’unico quotidiano di partito esistente in Italia”. Gli spieghino per favore che non é così, che ne esistono altri, e tra questi anche l’Avanti, che contrariamente all’Unità non riceve un soldo, né dallo Stato, né da ricchi imprenditori amici. E’ nato il giorno di Natale del 1896 e non é ancora morto.

La scissione di palazzo Barberini… il centrismo

nenni-e-saragatL’11 gennaio 1947 nasce in seguito alla scissione di Palazzo Barberini il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) guidato da Giuseppe Saragat. Fin dall’emergere delle correnti massimaliste rivoluzionarie e minimaliste riformiste, i socialisti italiani avevano conosciuto delle divisioni al loro interno, che non di rado avevano portato alla formazione di gruppi politici autonomi.

Dopo la prima guerra mondiale, l’emergenza di fronte alle violenze del fascismo fece esplodere le divergenze interne. Nel 1922, a seguito della proposta volta a cercare collaborazione con i governi liberali, una parte dei membri del partito fu espulsa dalla dirigenza rivoluzionaria. Tra questi, vi era l’onorevole Matteotti, di lì a poco barbaramente ucciso dai fascisti.

Durante il periodo di clandestinità dei partiti, nacque da parte loro il Partito Socialista Unitario, diretto da Filippo Turati, Giuseppe Saragat, Claudio Treves e Carlo Rosselli. La vecchia casa socialista tornò ad unirsi nel 1930, in occasione del XX congresso del PSI. Ma non era un’unione destinata a durare. Il terreno di scontro fu quello dell’alleanza stretta con i comunisti durante la seconda guerra mondiale e mantenuta nel dopoguerra.

Una branca del partito, e in particolare quella di Saragat, sosteneva la necessità riacquistare autonomia rispetto al PCI. Questa idea si scontrava formenente con quella della dirigenza di Pietro Nenni, che al contrario vedeva l’alleanza con il PCI strettamente necessaria, al punto che nel 1946 venne stretto tra i due partiti un nuovo patto di Unità d’Azione.

Infatti, mentre Nenni tendeva a vedere la sinistra come un unico blocco da far crescere insieme, Saragat temeva che questa unione avrebbe portato alla dissoluzione dell’azione socialista. La divergenza emerse chiaramente a seguito delle elezioni amministrative del novembre 1946, quando per la prima volta i comunisti superarono i socialisti. Se per Nenni, l’avanzata complessiva della sinistra era una vittoria, per Saragat, la discesa dei socialisti era una sconfitta.

L’11 gennaio 1947, si giunse a un punto di non ritorno. Dopo una riunione dai toni non pacati presso Palazzo Barberini a Roma, il gruppo democratico-riformista di Saragat decise di staccarsi formando un nuovo partito, trascinando con sé 50 parlamentari e diversi intellettuali.

Nel quadro politico generale, questa scissione apriva interessanti prospettive per il governo De Gasperi. Il governo di Unità Nazionale dei tre partiti di massa stava per finire e le difficoltà della guerra fredda si stavano delineando anche in Italia. Contrariamente a quanto si è pensato negli anni passati, la storiografia recente dimostra come la scelta di tagliare fuori i comunisti dal governo non sia stata né imposta né indotta dagli Stati Uniti, ma sia stata autonomamente portata avanti dalla Democrazia Cristiana.

La scissione di Palazzo Barberini in quest’ottica ha svolto un ruolo importante poiché ha offerto a De Gasperi la possibilità di portare avanti il rimpasto di governo che si ebbe nel maggio 1947, quando infatti, i socialisti di Saragat entrarono a farne parte insieme ai liberali.

Alle elezioni del 1948 poi, il PSLI (ex PSDI), insieme ad un ulteriore gruppo di fuorusciti dal PSI tra cui Ignazio Silone e Piero Calamandrei, con la lista di Unità Socialista ottenne il 7.1% alla camera e il 4.2% al senato, contribuendo ad impedire di fatto la vittoria al blocco PSI-PCI.

Si apriva così definitivamente la pagina del centrismo. Negli anni successivi non sarebbero mancati riavvicinamenti e nuove scissioni. La vicenda si concluse con “Tangentopoli”, che vide il PSDI coinvolto insieme alle altre forze del del “Pentapartito”, cosa che determinò un calo forti dei consensi. Alle elezioni del 1994, praticamente non esisteva più.

Fermo restando che la storia non si fa con i “se”, possiamo chiederci cosa sarebbe successo se i socialisti fossero rimasti uniti in quegli anni così critici, in cui si stavano formando i due blocchi della guerra fredda. Avremmo forse potuto conoscere la tanto agognata alternanza al governo che è mancata nel nostro sistema bloccato? O la creazione di una terza forza in grado di dare più dinamismo al quadro politico nazionale e internazionale assumendo come punto di riferimento la contestazione tanto dell’espansionismo capitalistico americano quanto dell’espansionismo comunista sovietico?

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

Il Grande occhio di Occhionero

Due fratelli quarantenni, uno già gran maestro di una Loggia massonica, spiavano, grazie a un virus iniettato nella posta elettronica, ben 18mila personalità del mondo politico, economico, finanziario, culturale, semplici cittadini. Per di più il loro cognome è Occhionero, e sembra quasi un codice. A cosa fosse finalizzata questa maxi operazione di spionaggio, se sia stato esso funzionale a qualche servizio straniero, a qualche interesse italiano, a semplice curiosità voyeristica, magari con scopo ricattatorio, ancora non sappiamo.

Sappiamo però ormai una cosa. E cioè che siamo tutti spiabili. Che il nostro mondo informatizzato, con le nostre telefonate, le nostre mail, i nostri messaggi, i post sui social, anche quelli cancellati, ha abolito l’intimità, ha dissacrato i segreti. Sappiamo che ogni nostra relazione, anche anche la più delicata, può essere resa pubblica. E sappiamo, nel contempo, che per scoperchiare i nostri rapporti non serve la potenza di un sofisticato servizio, ma bastano due persone dotate di qualche esperienza, intelligenza, curiosità.

E’ incredibile il numero degli intercettati. E i loro nomi vanno dall’ex presidente del Consiglio Renzi al presidente della Bce Draghi, passando attraverso l’ex presidente Monti e una miriade disordinata dì uomini politici, da Larussa, a Cicchitto, a Fassino. C’è anche Michela Brambilla ed é difficile capire perché. Non compaiono invece né Berlusconi, né Grillo. Sul primo il motivo dell’esenzione pare scontato. E’ stato il politico più intercettato, spiato, inquisito della storia. Non c’è probabilmente più nulla che non sia già stato svelato, dalla sua vita sessuale, amorosa, dai suoi piatti preferiti ai testi delle sue canzoni.

Per Grillo, che di Internet ha fatto un credo, basta e avanza sentire Casaleggio che possiede le chiavi del suo sistema politico. E poi, dopo il caso Farage, Alde, andata e ritorno, gli scandali e le follie della giunta Raggi, le espulsioni e le esenzioni, le crociate e le revisioni, cosa c’è da scoprire più di quel che si è già pubblicamente consumato? Resta un pensiero. Che non tutto il male venga per nuocere e che nella nostra vita si riscopra il culto della parola parlata. Basta con le mail e gli sms, che vengono spesso caricati con sigle e slogan confezionati. Si ritorni ai contatti personali e, chissà, anche alle lettere scritte a penna. Quelle che un tempo, si parlasse di affari o di politica o di amore, facevano scattare il ragionamento e il sentimento. Un brusco risveglio nella società di quarant’anni fa. Un romantico deja vu, che pareva scomparso. E con esso il ritorno al culto della lingua italiana, oggi smarrita in un linguaggio informatizzato astruso e meccanico.