Bersani e Prampolini

La stampa dà conto di un’ennesima battuta di Bersani, stavolta senza sfondo agro-pastorale. In una stravagante equiparazione coi grillini, ai quali l’ex segretario del Pd, e oggi al vertice del movimento scissionista di Dp, rilancia la sua attenzione, non bastandogli i pugni negli occhi ricevuti in diretta nel 2013, egli dichiara che anche Prampolini si definiva agli inizi del Novecento “un moderato rabbioso”. Come sarebbero appunto i figli di Grillo, oggi. Ho studiato la vita e il pensiero di Prampolini, ho scritto su di lui libri, l’ho più volte celebrato in commemorazioni, in articoli, discorsi e conferenze. Giuro che mai ho riscontrato in nessuna occasione che Prampolini si definisse così. Si tratta di falso evidente, come assurdo e offensivo risulta l’infelice paragone del leader socialista col movimento Cinque stelle.

Cominciamo col dire che Prampolini non si é mai attribuito la qualifica di “moderato”. Egli era un socialista, fin da quando, egli scrive, “cominciai a ragionare di mia testa e per farmi mutar bandiera, per fare che io non sia socialista, bisognerà prima mutarmi il cervello e il cuore”. I moderati, la moderateria, erano proprio il fronte liberalmonarchico che amministrò Reggio Emilia prima del dicembre del 1899 quando i socialisti per la prima volta da soli conquistarono il comune. Non trovo l’aggettivo di moderato in Prampolini né al tempo della scissione cogli anarchici, quando egli stesso, al congresso fondativo del partito del 1892, aprì una polemica con loro, né negli anni della aspra polemica coi sindacalisti rivoluzionari del 1904-1907, né durante lo scontro coi massimalisti al congresso del 1912, né a fronte della lotta contro le tendenze comuniste tra il 1918 e il 1924.

Prampolini non era un moderato, ma un socialista riformista e democratico che dal Psi massimalista e filo bolscevico venne espulso assieme a Turati nel 1922 e che si oppose tutta la vita al culto della violenza e dell’atto rivoluzionario, che polemizzò duramente con la teoria e la prassi della dittatura del proletariato e che concepì il socialismo come lenta, costante trasformazione, come disse Turati, “delle cose e delle teste”, iniziando dal basso (con le cooperative, le leghe, le camere del lavoro, i comuni, le municipalizzazioni, la cultura, i giornali) la costruzione della società socialista.

Se “la rabbia” la si riferisce al gesto compiuto alla Camera di rovesciare le urne del voto contro le leggi liberticide di Pelloux, che si proponeva di votare in barba al regolamento parlamentare, va corretta con la definizione di “doveroso atto di salvaguardia istituzionale”. La sua fu intransigenza democratica. De Felice, Morgari e Bissolati fuggirono altrove, Prampolini ritornò a Reggio e si assunse per intero la responsabilità del gesto. Per questo venne incarcerato nel settembre del 1899. Alla fine di ottobre fu poi rimesso in libertà e non si pervenne al processo. Prampolini fu dunque un socialista, riformista e non moderato, inflessibile e non rabbioso. Le parole hanno un significato. E i grillini, caro Bersani, sono talmente lontani da Prampolini quanto la mucca nel corridoio da chi scrive….

Ma il Pd é suonato?

Non ho ben capito la risposta, pubblicata sui giornali, di Guerini e allo zio Letta a proposito della proposta di inserire al posto del premio di lista quello alla coalizione. Secondo i resoconti Guerini, a nome di Renzi, avrebbe detto un netto no perché il Pd teme il condizionamento dei piccoli partiti. Condizionamento? Ma Renzi legge i sondaggi di questi ultimi tempi e in particolare quello pubblicato dal Corriere oggi? Il Pd é dato a poco più del 26 per cento e il movimento Cinque stelle, di gran lunga il primo partito, oltre il 32. Di quale condizionamento parli Guerini é davvero mistero da libro giallo.

Il Pd col premio alla lista perderebbe 150 deputati ottenuti col premio di coalizione, conseguendo poco più della percentuale di Bersani del 2013. Certo, anche inglobando Dp, Pisapia (saranno la stessa cosa?) e Alternativa popolare, con noi, i radicali, i verdi e altro, difficilmente si arriverebbe al 40 per cento, soglia per ottenere il premio. Quel che sconcerta é il dogmatismo renziano. Sono ancora fermi al partito che vince e anche se tutti lo danno perdente continuano a usare gli stessi slogan. Ci vuole un vincitore, ci vuole una lista e non una coalizione. Sembra la favola del re nudo. Tutti vedevano che non aveva vestiti, ma solo uno lo urlò facendo scandalo. A meno che Renzi preferisca perdere in solitudine e non accompagnato. Questione di gusti.

Se non si capisce, se il Pd non capisce, che la situazione é potenzialmente drammatica per il paese e che un’avanzata dei grillini, come quella pronosticata dai sondaggi, o provoca la più assoluta ingovernabilità o partorisce un governo anti europeista, populista e razzista, con uno sbandamento dell’Italia fuori dalla nazioni democratiche, allora ci aspetta un futuro inquietante. Litighino pure su chi dovrà fare il segretario, ma indichino alcune strategie per arginare il pericolo. La possibilità di portare il paese alla più assoluta e pericolosa ingovernabilità non provocherebbe in Italia un effetto spagnolo. In Spagna la prospettiva di un accordo tra popolari e socialisti era nelle cose. In Italia, mettendo anche insieme Pd e Forza Italia più altri non si raggiungerebbe la maggioranza.

Siamo a Weimer? Non vorrei drammatizzare ma non ci siamo lontani. Il governo Gentiloni ha qualche chances per arginare il crollo. A partire dalla prossima legge di bilancio. E il Pd ha ancora in mano la chiave della legge elettorale che può essere votata a maggioranza, come del resto é sempre avvenuto in Italia. Il problema é che se Gentiloni pensa di governare abolendo i voucher e il Pd pensa ancora di vincere le elezioni da solo continuiamo ad aprire le porta a Grillo come ad Annibale. Solo che Grillo non si fermerà a Capua a oziare. E nonostante i cupi Raggi di Roma e i voltafaccia di Genova si appresta a puntare su Palazzo Chigi. Speriamo che ancora una volta la Francia, come spesso é avvenuto nella storia, ci tolga le castagne dal fuoco. Un liberalsocialista come Macron potrebbe raffreddare le tendenze lepeniste e grilline del Belpaese. Alons enfants la rottamation est finie….

Il congresso, il Pd e il pugno della Rosa

Quello di Roma s é rivelato un congresso importante. Non solo per la partecipazione di quasi settecento delegati giunti a spese loro da tutta Italia, non solo per la qualità degli interventi. Ma soprattutto per alcune direzioni di marcia che ha aperto. Se il congresso ha segnalato la dolorosa separazione di alcuni compagni che hanno deciso di intraprendere altre strade, ha altresì permesso di individuare un possibile cammino comune con i compagni radicali e verdi, coi quali, non solo con loro, il Psi si é impegnato a promuovere a giugno, a Milano, una conferenza programmatica per lanciare un messaggio al Paese.

Emma Bonino ha rilanciato l’alleanza della Rosa nel pugno, a suo giudizio troppo presto abbandonata, mentre Giovanni Negri con la sua Marianna già da tempo lavora allo stesso progetto con Maurizio Turco. Tutti e tre sono stati nostri graditi ospiti, hanno dato un contributo politico assieme a Benedetto Della Vedova in questa direzione. Gradito anche l’intervento di Scotto, di Dp, che ha però suggerito un percorso diverso legato a una sorta di Union de la gauche. Fabrizio Cicchitto, reduce dalla trasformazione del Nuovo centro destra in Alternativa popolare, ha annunciato da parte sua la presentazione di una lista autonoma dei centristi, aperta anche ai laici e ai riformisti per sbarrare la strada ai populisti e autonoma dal Pd, alle prese con le sue profonde contraddizioni interne.

Quello che mancato é stato il contributo del Pd, alle prese con una scissione e con una profonda lacerazione interna provocata da primarie ad altissima tensione. Il Pd pare oggi un partito allo sbando, senza una linea politica, senza una proposta di legge elettorale, senza un leader accreditato. La sua assenza é derivata forse dalla sua incapacità di promuovere un’interlocuzione. Mentre la legge elettorale pareva un’emergenza assoluta fino a qualche settimana fa, l’orientamento a sostenere il governo Gentiloni fino a fine legislatura pare aver raffreddato anche l’esigenza di iniziare un confronto concreto in materia.

Il Pd é passato così dal Mattarellum al’Italicum senza ballottaggio e col premio di lista, superando anche l’orientamento favorevole al premio di coalizione, mentre un autorevole esponente della santissima Trinità, Orlando, parla oggi di un premio di governabilità alla lista prima classificata anche sotto il 40 per cento. Una sostanziale e inutile panzana. Non servirebbe per raggiungere la maggioranza assoluta e per di più umilierebbe le altre liste, anche quelle potenzialmente alleate. Vedremo cosa uscirà dal cilindro di questi prestigiatori. Al di là di noi, restano inquietanti interrogativi sul futuro dell’Italia, con un centro destra egemonizzato dalla destra populista di Salvini e Meloni, da grillini che si mostrano incapaci di governare una città e figurarsi domani un intero paese, da una sinistra frammentata e divisa in schegge.

Se il Pd capisse che si é esaurita definitivamente la sua spinta propulsiva, come si disse un tempo della rivoluzione d’ottobre, e trovasse la forza per lanciare una vera alleanza riformista, se riuscisse a guardare oltre il proprio naso, se considerasse se stesso, anche con un altro nome, come la casa di storie e di anime diverse nell’ambito di una comune adesione ai principi del socialismo europeo qualcosa potrebbe cambiare. Tutti i segnali, anche il suo silenzio al nostro congresso, si muovono in altra direzione. Perfino la cancellazione tout court dei voucher testimonia che questo partito ha solo problemi di autotutela. Non perdere ancora un referendum pare più importante che difendere gli interessi del paese. Dobbiamo cercare, allargando la nostra area e superando le nostre barriere identitarie, di farglielo capire. Con le buone o col pugno della Rosa…

Riformisti, garantisti, però…

Nel lessico della politica italiana ci sono qualificazioni ricorrenti che nella storia hanno ottenuto alterni consensi. Pensiamo a quello di riformista. Nato per contrapporsi al rivoluzionarismo, al massimalismo, al comunismo, é stato usato per decenni come un termine negativo, che significava cedimento, se non tradimento. Se il Pci di Berlinguer é arrivato al punto da definirsi “conservatore e rivoluzionario” ma mai riformista, il Psi di Craxi dal congresso di Palermo del 1981 é stato guidato da una maggioranza esplicitamente riformista. Solo nel 1989, dopo la svolta della Bolognina, Napolitano e i suoi diedero vita alla corrente riformista (ex migliorista) che restò però fortemente minoritaria nel nuovo partito.

Anche nel 1994 il polo che si formò a sinistra volle battezzarsi cone “progressista” e non riformista, mentre il Pds, poi Diesse, unì i termini di “democratico”
e “di sinistra”. Il Pd eliminò quest’ultimo, mentre i fuoriusciti mantengono per loro quello di “democratici”, recuperando il vecchio termine di “progressisti”. Anche Pisapia parla di un fantomatico “Campo progressista”, mentre l’unico che rispolvera il vocabolo “riformista” é il neo partito di Fitto che lo unisce al suo opposto, cioè al termine “conservatore”. Se però a ciascuno di loro tu chiedi se si ritiene riformista, tutti più o meno diranno di sì. A sinistra, al centro e anche a destra. Sono riformisti latenti, timidi, senza esplicitarlo. In fondo il riformismo é parte integrante della storia socialista. Sarà per questo?

E’ un po’ così anche per il termine “garantista”. Usato negli anni settanta come qualificazione di una certa sinistra che difendeva i giovani estremisti, negli anni novanta é divenuto sinonimo di tendenza alla complicità cogli imputati di Tangentopoli. Nessuno o quasi nessuno allora si definiva garantista per timore d’esser scambiato con uno che giustificava le azioni dei corrotti e intendeva mettere bastoni tra le ruote ai magistrati. Allora un’avviso di garanzia era una condanna, e bastava per pretendere le dimissioni da qualsiasi incarico pubblico, per distruggere una carriera politica, per affossare un partito. Chi era garantista nel biennio giudiziario 1992-94? Non certo il Pds, amico e succube dei magistrati, ma nemmeno la destra, con le tivù di Berlusconi al servizio di Di Pietro e con l’Indipendente di Feltri a caccia del cinghialone, mentre la Lega alzava i cappi e l’Msi circondava la sede del Psi. Il garantismo é parte della storia liberale, libertaria, radicale. Quanto ha mai contato in Italia?

Quant’acqua é passata sotto i ponti da allora. Oggi sono, quasi, tutti garantisti, nessuno, o quasi, ritiene l’avviso di garanzia una condanna e in base a questo assunto non rivendica le dimissioni di un esponente da un incarico pubblico. Però il garantismo é molto più praticato cogli amici che nei confronti degli avversari. Grillo non pretende le dimissioni della Raggi, ma di Lotti sì. Il Pd difende Lotti, ma verso Berlusconi non ha mai fatto sconti, mentre il Pds presentò una mozione di sfiducia contro il ministro Mancuso solo perché in scarsa sintonia coi magistrati di Milano. I fuoriusciti dal Pd chiedono il ritiro delle deleghe per Lotti, ma non per Bubbico, sottosegretario e loro seguace, la Lega ha votato per le dimissioni di Lotti, ma si é tenuto per anni Formigoni che gli avvisi di garanzia non li contava neanche più. Potrei continuare a lungo.

Devo invece dare atto a Forza Italia di avere sempre mantenuto sull’argomento una posizione coerente e anche a Renzi, almeno negli ultimi tre anni, di avere difeso anche i suoi avversari, dopo la posizione, questa sì incomprensibilmente accusatoria, verso la Cancellieri. Al Lingotto é stata invitata e applaudita Emma Bonino. Può essere l’inizio di una nuova fase di difesa dei diritti e delle libertà, certificata anche dall’approvazione della legge sulle unioni civili e dal sostegno a quella sul fine vita. Manca solo la presentazione e approvazione di una riforma della giustizia che separi le carriere dei magistrati e che, conseguentemente, separi il Csm in due. Per essere garantisti davvero bisogna anche intervenire perché i magistrati siano indipendenti non solo dal potere politico, ma anche tra accusa e giudizio. Perché la giustizia sia giusta, come dicevamo noi durante la campagna referendaria del 1987 e come oggi sostiene lo stesso Renzi.

Scrive Andrea Malavolti:
Per gli hacker turchi Berlino e l’Aja sono naziste

Caro direttore,
leggo stamane su un quotidiano cartaceo le notizie che seguono: Istanbul cancella il gemellaggio con Rotterdam, hacker pro-Turchia attaccano account Twitter a sostegno di Erdogan, l’unione dei produttori di carni rosse della Mezzaluna decide di rispedire al mittente 40 mucche tipicamente olandesi di razza Holstein in segno di dissenso nel confronti dell’Aja. In particolare i pirati informatici turchi hanno twittato nella loro lingua: “Germania nazista, Olanda nazista”, slogan accompagnato da una svastica. Insulti a cui Berlino ha risposto con “un segnale che i tedeschi rispettano i principi democratici”. I cittadini turchi che vivono in Germania avranno infatti la possibilità di votare per il referendum turco del prossimo 16 aprile.

Pensioni e vitalizi

Non lasciamoci ingannare dalle parole, dai buoni propositi, dagli obiettivi di presunta equità. In tanti si affannano a sfoderare lo spadone contro le cosiddette pensioni d’oro e contestualmente contro i vitalizi dei parlamentari e dei consiglieri regionali, che tutto sono tranne che d’oro. Tanto che il principale alfiere della crociata, il Giordano, esponente giornalistico della destra trumpiana, parla di pensioni che superano i dieci-venti-trentamila euro, mentre la stragrande parte dei vitalizi non supera i quattromila netti. Ma adeguiamoci pure all’assunto giordaniano. Partendo da un presupposto. Non stiamo parlando, come si fa oggi, di politici. Il vitalizio scatta infatti per chi non é più parlamentare. Quindi generalmente per gli ex politici.

La riforma dei vitalizi é stata approvata nel 2012 e da allora i vitalizi sono stati aboliti, e nessuno lo dice, e sostituiti con un minimo di pensione calcolata col metodo contributivo e che scatta a 65 anni per chi ha fatto una sola legislatura. Cioé tanto versi e tanto avrai. Il problema riguarda il pregresso. Si vuole cambiare o eliminare il vitalizio per chi ce l’ha già e lo ha maturato secondo le vecchie regole. E qui si entra nel merito dei famosi diritti acquisiti, che sono costituzionalmente inappellabili. Non importa, perché la campagna continua. E’ di moda accusare la politica di sperperi in barba agli interessi del paese. I parlamentari incassano, non ribattono, anzi accondiscendono, con poche eccezioni, perché l’antipolitica porta voti.

Nessuno ribatte che i giornalisti e i magistrati sono soggetti alle stesse regole. Anzi che ci sono 13milioni di italiani cui si versa una pensione non calcolata col contributivo, ma solo col retributivo o col sistema misto. Nessuno, solo Gasparri provocatoriamente l’ha fatto ieri sera, propone di calcolarle tutte col contributivo. Ci sarebbe la rivoluzione. Quello che si può fare subito per dare segnali giusti sarebbe invece di abbassare lo stipendio netto dei parlamentari, oggi superiore ai 13mila euro mensili, calcolando stipendio e rimborso. Si potrebbe valutare la possibilità di chiedere un contributo straordinario per tutte le pensioni, compresi i vitalizi, superiori ai 3mila euro, per consentire di innalzare quelle più basse, si potrebbe tentare di abolire i doppi e tripli vitalizi, quelli che vanno alla stessa persona che ha svolto l’incarico di parlamentare italiano, europeo e di consigliere regionale. Ma parlare di cose forse possibili e utili con chi chiede la testa di chi ha fatto politica, e magari ha anche sacrificato la sua professione, rischia di confliggere con l’intento da crociato dei vari Giordano, stipendio da ventimila e più euro al mese….

Contro il Psi

L’ingresso di ignoti che, nel tardo pomeriggio di sabato, hanno forzato le porte e si sono inseriti nei nostri uffici mettendo a soqquadro le nostre stanze, la dice lunga su due fenomeni. Il primo é certamente relativo allo scarso livello di vigilanza cui é sottoposta la nostra sede. Siamo un piccolo partito, non abbiamo risorse, non disponiamo di arredi di pregio. L’unico nostro patrimonio è la nostra storia, sono le nostre idee, sono i computer dell’Avanti e di Mondoperaio, i nostri elenchi, quelli della Fondazione Socialismo che ospitiamo. Non penso che lo scasso sia stato opera di ladri d’appartamento. Che cosa si voleva rubare? Le risorse derivanti dal tesseramento dei nostri quasi 22mila iscritti non sono certamente depositati nei cassetti del nostro tesoriere. Ci sono le foto dei nostri grandi. Interessavano?

Il secondo é relativo al danno che il nostro partito può ancora recare ai conservatori, ai populisti, a coloro che vorrebbero noi togliessimo definitivamente il disturbo. Non sono pochi i reazionari d’ogni risma, i giustizialisti d’accatto, gli integralisti e gli estremisti cui diamo fastidio. Troppo evidente ritenere che se il motivo non é il furto, si tratti di un motivo che attiene alla politica. Perché mai alcuni individui, sapendo che nei giorni festivi e pre festivi la nostra sede é deserta (questo per la verità non lo sapevano proprio tutti) si avventurano in un’azione che porta rischi di ordine penale per chi la commette? Una bravata? Con quell’ansia demolitrice di armadi, tavoli, sedie, quadri. Tanta ira solo per scherzo? Andiamo.

Si é voluto colpire la nostra comunità. Ancora. E proprio a una settimana da un congresso che porterà a compimento il processo di rinnovo degli organi che un irresponsabile ricorso al tribunale ha reso necessario. L’unica ferma risposta é quella di partecipare compatti al congresso nazionale che si svolgerà a Roma sabato e domenica, di dimostrare che la comunità socialista é viva e attiva, che la voglia di fare politica é piû forte di qualsiasi tendenza alla paura e alla rassegnazione. Dimostriamo con un atto di coraggio, di unità e di creatività che questi attentati ottengono l’effetto contrario.

Davigo esalta le manette

A giudizio del presidente dell’Associazione nazionale magistrati Piercamillo Davigo se c’é stato un eccesso durante Mani pulite é stato quello delle scarcerazioni. Ma sì Davigo almeno é sincero. Nel suo mondo ideale é meglio un innocente in galera che un colpevole fuori. Abusi del carcere preventivo? Sua esclusiva ed illegittima utilizzazione ai fini di confessione, cioè come tortura dell’imputato alla cui scarcerazione si provvede solo in caso di ammissione dei reati e di conseguente rottura dei vincoli ambientali in quanto spia? Per Davigo era giusto così. Ricordiamo le tre fattispecie che giustificano il carcere preventivo: il pericolo di fuga, la falsificazione delle prove e la reiterazione del reato. Nulla di tutto questo esisteva nella maggior parte dei casi.

Prendiamo il drammatico suicidio del mio conterraneo Gabriele Cagliari. Ha fatto bene Vittorio Sgarbi a ricordarlo oggi sul Quotidiano nazionale. Cagliari é stato tenuto in gattabuia per quattro lunghi mesi illegittimamente. Non aveva più incarichi e non poteva né falsificare le prove né reiterare il reato. Potevano almeno concedergli gli arresti domiciliari che gli furono sempre negati se proprio ritenevano che potesse fuggire, ma dove? Dopo l’ennesima promessa di scarcerazione il magistrato Fabio De Pasquale decise all’improvviso di non firmare la pratica e di andare al mare. Cagliari non ce la faceva più e si strozzò soffocandosi con una bustina di plastica. Lasciò una lettera toccante alla moglie e ai figli. Sconvolto dall’accaduto presentai un’interrogazione al ministro della Giustizia per denunciare il comportamento di quel magistrato. Era il 20 luglio del 1993 e un socialista non aveva nemmeno il diritto a una risposta, che infatti non mi fu mai recapitata.

Un articolo che ricorda i fasti del piemme milanese Fabio De Pasquale, pubblicato su Il Fatto quotidiano il 2 agosto del 2013 recita: “De Pasquale spiega, anche con espressioni rudi, che la decisione sulla libertà di un indagato non è discrezionale, ma riposa su precisi fondamenti giuridici: le esigenze di custodia cautelare cessano quando una persona ha reso una effettiva confessione.” Da stropicciarsi gli occhi. O Il Fatto quotidiano, che però é giornale molto vicino alle procure, ha make interpretato una frase del magistrato giacobino o questo é davvero il suo indirizzo giuridico. Un imputato per essere scarcerato deve confessare le sue colpe. Pazzesco. Viene da chiedersi in che razza di democrazia viviamo. Quella dei Davigo che sostiene che gli eccessi furono le scarcerazioni e con De Pasquale legittima la custodia cautelare extra lege e con intento persecutorio. Bisognerà tornare in trincea e fare della giustizia coi compagni radicali uno dei nostri principali fronti di lotta.

Babbo e figlio

La Boschi ha difeso a spada tratta il papà alla Camera dichiarando di conoscerlo bene e che si tratta di persona onesta e che lei ci metterebbe la mano sul fuoco. Renzi in tivù, e non mi è parsa una bella trovata, ha sostenuto che se mai suo padre fosse colpevole meriterebbe “pena doppia”. Vero che si tratta di affermazione paradossale. Ma perché, anche solo con artificio retorico, ipotizzare la colpevolezza di babbo? Resto fermo sulla mia idea di base. Un inquisito non é colpevole, può essere prosciolto, rinviato a giudizio, poi si deve attendere la prima sentenza, quella dell’appello e infine la Cassazione. Non mi piace questo accanirsi sulla famiglia Renzi solo perché l’ex presidente del Consiglio si é indebolito perdendo il referendum. Non mi piace questo continuo e barbaro diffondere messaggi, telefonate, interrogatori, riempire pagine e pagine di giornali. Una prassi conosciuta prima dagli imputati durante Tangentopoli e poi da Berlusconi del quale si sono diffusi sul web perfino gli approcci galanti. Uno scempio.

Avrei voluto che gli esponenti di allora, ancora sopravvissuti nel Pd di oggi, avessero tenuto lo stesso comportamento durante il biennio giudiziario, 1992-1994, che ho vissuto sugli scranni parlamentari, quando i vari D’Alema imbracciarono l’arma giustizialista considerando un avviso di garanzia ragione sufficiente per pretendere dimissioni e il giornale del partito, L’Unità, per inscenare campagne scandalistiche assieme al tumultuante Tg3. Avrei voluto che anche quando travolto dallo scandalo giudiziario é stato Berlusconi, con le sue feste sguaiate, si fossero evitate speculazioni politiche assurde e quando si trattava di decretarne la decadenza dal Senato non si fosse deciso di utilizzare la legge Severino applicandola retroattivamente, come aveva sollecitato il nostro Buemi (io allora fui l’unico nella segreteria del Psi, in dissenso, a non partecipare al voto sul comportamento dei senatori socialisti), e di attendere che fosse la Cassazione a sanzionare gli anni della sospensione dai pubblici uffici del cavaliere.

Avrei voluto che Renzi, da segretario del Pd, non avesse approfittato delle frequentazioni telefoniche della Cancellieri per alzare il dito accusatorio contro di lei, come contro Lupi, appena raggiunto da un orologio (del figlio). Naturalmente, per non fraintendermi, non sono innocentista. Anzi, se un reato esiste, é giusto indagare e poi, se il soggetto risulta colpevole, condannare. E commentare le condanne e non gli avvisi di garanzia come fossero condanne. Ritengo anche che la politica debba separarsi dalle iniziative della magistratura. Si può legittimamente ritenere che un ministro o un segretario di partito vada sostituito in base a valutazioni politiche e anche morali. Non su ordine di un piemme che si limita ad aprire un’indagine. Il nostro Formica ha riassunto la sfida delle primarie del Pd come quelle “tra il figlio di un inquisito, un testimone e il ministro della giustizia”. Sconsolante. Quanto le condizionerà la questione babbo? La cultura giustizialista era generalizzata ai tempi di Tangentopoli. Guai se un partito confermava un inquisito. Finiva triturato sulla stampa e a Samarcanda oggetto degli strali di Santoro. Poi sono nati i garantisti in proprio, gli autogarantisti.

Ad esempio De Magistris, che una volta toccato dalla legge Severino ne ha subito contestato le prescrizioni. O il Pd che si é scatenato contro Berlusconi in base a un pregiudizio politico, o Grillo che giustizialista fanaticamente lo é, ma solo coi suoi avversari. Scrive, a proposito dell’indagine su babbo, il radicale storico Mauro Mellini: “Quell’aggiunta del reato di “traffico di influenze illecite”, agli articoli che già puniscono sia la “corruzione” sia il “millantato credito” è una delle tante manomissioni dell’armonia sistematica del codice e del “principio di legalità” con il quale legislatori da bar di periferia stanno sconvolgendo il nostro sistema penale e giudiziario”. In effetti il 346 bis (attenzione sempre ai bis) produce una incredibile soggettività d’interpretazioni, come tutti i reati poco concreti e definibili. Quelli che parlano di atteggiamenti, di propensione, di influenze, appunto. Si può sostenere tutto questo senza essere accusati di filo renzismo, un reato balzato oggi improvvisamente agli onori della cronaca?

Francesco Brancaccio
Basta con compagni alla “Giacinto Mazzatella”

Basta con compagni alla “Giacinto Mazzatella” riportiamo lo scontro nelle sedi deputate

Quando si rispettavano i partiti ricordo che i compagni utilizzavano le sedi deputate per confrontarsi ed a volte anche scontrarsi sempre e solo su di un piano politico, alla fine esisteva sempre un codice etico e morale comportamentale dove il confronto si basava solo su piani politici rispettando sempre l’avversario e cercando di trovare sempre una sintesi verso unità.

E lo stesso rispetto si portava anche per esponenti di altre forze politiche. Oggi questa voglia di protagonismo che mette l’individuo in primo piano porta spesso pseudo compagni ad attaccare il partito stesso e ingiuriando gli stessi compagni di viaggio.

È il caso del Sig. Gerardo Labellarte, che spesso utilizza i network e la rete per aprire tribune pseudopolitiche attaccando contro la linea politica nazionale ed ingiuriando contro il gruppo dirigente nazionale.

La definisco Signore e non compagno perché una persona che non rispetta il partito stesso e non applica un codice etico e comportamentale non può vestirsi di tale titolo, almeno sotto una visione socialista.

Il suo comportamento è paragonabile a “Giacinto Mazzatella” un famoso personaggio di un film di Ettore Scola “Brutti, sporchi e cattivi”, un personaggio che sopravvivere nella periferia romana degli inizi degli anni 70 nella totale miseria morale senza rispettare la famiglia stessa.

Caro sig. Gerardo Labellarte bisogna riportare il confronto e lo scontro su un piano politico e soprattutto riportarlo nelle sedi opportune per ridare dignità e rispetto al partito, continuando su questa linea si fa del male al partito stesso ma soprattutto ai tanti compagni che quotidianamente lavorano con passione nelle varie sezioni territoriali sforzandosi di tener accesi i valori e la storia del socialismo italiano.

Francesco Brancaccio