Un termometro per l’influenza. Sociale

Quanto valgono le relazioni sociali di ciascuno di noi? Sempre di più. La nostra rete personale vale tanto, per i brand, che esistono sempre più strumenti per misurare la nostra capacità di influenza sociale. Il motivo è semplice: l’indicazione amichevole di un ristorante, o il parere positivo su un prodotto condiviso tra amici, ha cento volte il potere persuasivo di uno spot pubblicitario. Per misurare la nostra sfera di influenza, e la capacità reale di incidere su di essa, sta prendendo piede Klout, uno standard per la misurazione dell’influenza nel social web.   Continua a leggere

Ricominciamo da Marco Biagi

Socialisti coraggiosi. La categoria, che mi affascinava sin da quando ero bambino, conteneva una squadra di eroi che, da Sandro Pertini a Walter Tobagi, aveva messo in gioco la propria vita, la propria libertà per conquistare riforme sociali di equità e progresso. Solo più tardi, già adulto, si aggiunse un’altra figura, subito in alto sul mio podio ideale. Era Marco Biagi, il professore umile che pensava in grande.  Continua a leggere

Per ognuno di noi, una Grande Opera

Il Ponte sullo Stretto di Messina non si farà. Il Cipe ha cancellato il finanziamento per 1.624 milioni di euro che doveva collegare la Sicilia alla punta dello Stivale. E’ l’occasione per riflettere sulla necessità, l’opportunità, la strategicità delle grandi opere infrastrutturali, nel 2012. Il nostro Paese ha infatti una solida tradizione: recepire con qualche decennio di ritardo le novità in ambito infrastrutturale: le metropolitane di Londra e Parigi correvano puntuali quando a Roma c’erano ancora solo carretti trainati da buoi. Continua a leggere

Conosci Faruk e Eva? Loro non conoscono te

Il Partito Democratico ha lanciato nel Lazio una bizarra campagna di comunicazione per il tesseramento. E’ una campagna che si definisce teaser: non declama in modo chiaro i suoi intenti ed è senza firma. Sono comparsi migliaia di manifesti a Roma, che invitano a collegarsi con una pagina Facebook per conoscere le persone nominate. Peccato tutta quella cartaccia, migliaia di manifesti affissi, e peccato che una giovane dirigente regionale abbia anche rivelato trattarsi di affissioni abusive. Ma come, e il web? Solo un ricettore finale di dati, nome e indirizzo per fare tessere, tanto per capirci. Continua a leggere

Parliamone, non facciamo gli Indiani

“Non fare l’indiano”, si diceva quando ero piccolo. Nel senso erroneo degli indiani d’America, i nativi americani di cui la leggenda tramanda l’abilità nel comunicare senza parlare. E io l’ho sempre interpretata al contrario, cogliendo la sfida e parlando, per ritorsione, a più non posso. Oggi mi ritrovo invece sempre più spesso a bocca aperta, quando guardo al lavoro incredibile che gli indiani – dell’India – riescono a produrre in tema di innovazione, in particolare nel web design.

Concept avveniristici, creatività, funzionalità che nella vecchia Europa, e nell’archeologica Italia, non esistono. Rovesciando la disparità tra vecchie e nuove potenze globali sul digital divide, ci fan mordere la polvere. Su LinkedIn si ricevono regolarmente proposte commerciali da programmatori indiani: disegnano un sito web e lo mettono online, curandone ogni dettaglio, incluso l’hosting e l’antivirus, per poche decine di euro l’anno, contro le mille e passa che dovrei pagare a Roma o a Milano. Offerta interessante per chi vuole spendere poco e addirittura irresistibile se si ha modo di valutare la qualità del prodotto. Sarà il caso di correre ai ripari, prima di dover correre a lavare i panni nel Gange.

Valorizzare gli studi scientifici, le borse di studio per ingegneri, premiare e finanziare le idee innovative sul web. Informatizzare il Paese, a partire dalla Pubblica Amministrazione, e interessarne tutte le fasce d’età. E poi, nel dettaglio del caso sollevato: software house miste italo-indiane? Neanche una. Corsi organizzati da indiani in Italia? Neanche l’ombra. L’information technology avanza e in India sembra si stia diffondendo un modo di dire, come rimprovero per i bambini che non vogliono lavorare al computer: “Oh, non farai mica l’italiano?”.

Datagiovani rende noto il trend che riguarda il mercato del lavoro per i giovani, ed è subito panico. Il confronto tra le assunzioni dei giovani sotto i trent’anni prima e dopo la crisi è allarmante. Dal 2007 in poi non solo è diminuito di un quarto il numero dei nuovi rapporti di lavoro, ma si nota anche una decisa svolta dalla flessibilità alla vera e propria precarizzazione. Continua a leggere