Craxi diciott’anni dopo

Ancora non ci siamo. E’ vero che il giudizio su Bettino Craxi é cambiato, che la sua completa demolizione ha lasciato spazio a giudizi più ponderati, soprattutto alla luce del fallimento della classe dirigente della cosiddetta seconda Repubblica mai nata. Ancora però restano, soprattutto a sinistra, forti pregiudizi di ordine politico e morale che sono duri a morire. Anche per questo i ricordi di Craxi sono generalmente artificiali e quasi mai (salvo lodevoli eccezioni) affidati a piazze, vie e monumenti delle nostre città. Così pure la demonizzazione di Craxi pare si sia portata seco la dimenticanza, se non la cancellazione, della storia socialista italiana, che anche in questo gennaio che ricorda il settantesimo della promulgazione della Costituzione italiana ha registrato valutazioni abusive e dettate dall’attuale contingenza politica. Come quelle che hanno inteso valorizzare il ruolo esclusivo della Dc e del Pci alla Costituente, cancellando quello, addirittura più visibile e corposo, dei socialisti.

Forse anche per questo Craxi vien mantenuto in soffitta. Per permettere agli eredi di Dc e Pci di difendere la loro storia. Soprattutto quella del Pci e per questo le resistenze a sinistra sono più forti che a destra e al centro. I socialisti sono stati l’altra faccia della medaglia della sinistra rispetto a quella comunista. Ripercorrere la storia italiana dimenticando Turati, Nenni, Saragat e Craxi permette di privilegiare Gramsci, Togliatti Longo e Berlinguer. Al confronto ci sta una tendenza che nella storia ha vinto contro una che ha perso ed è finita sotto i calcinacci del muro di Berlino. Mani pulite colpendo Craxi e non gli eredi del Pci ha permesso agli sconfitti di assurgere al rango di vincitori. Craxi ci ha messo del suo? Può darsi. Anzi, personalmente lo dissi già allora, Bettino non comprese che la fine del comunismo e del Pci significava l’apertura di un nuovo inizio per tutti. Troppo caratterizzato era il sistema politico italiano dal contrasto tra comunismo e anticomunismo (il Pci era il partito comunista più forte dell’intero occidente) per ritenere il nostro sistema politico immune da questo rivolgimento.

Craxi non lo capì e come lui i maggiori esponenti della Dc, Cossiga escluso. E il Psi finì impreparato all’appuntamento con la storia, prima sotto i colpi leghisti dell’onda del Nord e poi sotto quelli della magistratura. Eppure di Craxi bisogna ricordare le grandi intuizioni politiche e l’insopportabile ingiustizia subita sul piano morale prima ancora che giudiziario. Sul piano politico non c’è idea, proposta, legge, che poi non sia stata rivalutata e persino assunta in proprio da altri. Penso, partendo da quel luglio del 1976 che lo vide nuovo segretario del Psi dopo il Midas, che seguiva la sconfitta elettorale di quell’anno, all’eurosocialismo, al chiarimento a sinistra su pluralismo e leninismo, al saggio sul socialismo eretico alla Proudhon, alla lotta per la legge sull’aborto che porta il nome di Loris Fortuna, alla grande riforma, anche costituzionale (lo preciso per i conservatori del no al referendum), alla lezione umanitaria sul caso Moro, alla governabilità, alla lotta all’inflazione (portata col suo governo da 14 al 4 per cento anche grazie al referendum sulla scala mobile vinto nel 1985), a Sigonella, alla revisione del concordato, alla negazione delle basi americane per i bombardamenti di Reagan su Tripoli e Bengasi, al consenso all’operazione militare Onu per liberare il Kuwait, alla lotta alla droga, al presidenzialismo. E cito solo alcune delle posizioni del suo Psi.

Quanto alle sue condanne legate al teorema di Di Pietro, “non poteva non sapere”, il criterio che lo vide, unico tra i segretari di partito, a rispondere penalmente anche per altri, sarebbe ora che i magistrati di Milano, a cominciare da quel Davigo che spopola con peloso narcisismo in tv, ammettessero finalmente l’errore. La grande ingiustizia è avere dovuto subire condanne (non si contano e sommate insieme lo avrebbero portato all’ergastolo per il solo reato di finanziamento illecito e reati connessi), mentre tutti gli altri che avevano commesso gli stessi reati non sono stati neppure inquisiti e molti sono ancora politicamente protagonisti. Quando Craxi alla Camera pronunciò il famoso discorso sul finanziamento illecito ai partiti e alle attività politiche invitando chi lo accusava ad alzarsi e giurare di non averlo mai praticato, non si alzò nessuno. Un silenzio rivelatore di una generale ipocrisia. Solo Craxi pagò e per tutti.

Costretto a ripiegare su Hammamet, si può discutere se sia stata la scelta migliore, non fu abbandonato da molti compagni (io stesso gli feci visita due volte), mentre molti altri gli voltarono le spalle. E’ morto il 19 gennaio del 2000, a 66 anni di età, dopo un’operazione per un tumore al rene che gli é stata praticata in un ospedale militare tunisino in condizioni di estrema precarietà, dopo che le autorità italiane rifiutarono il ricovero in una struttura ospedaliera del suo paese se non avesse accettato le condizioni di detenuto. Il presidente del Consiglio dell’epoca Massimo D’Alema, ciononostante, propose alla famiglia funerali di stato, che vennero rifiutati. Ed emerse la contraddizione di un governo che da un lato accettava l’equiparazione di Craxi a quella di un latitante e nel contempo proponeva di concedergli gli onori riservati a un uomo di stato. Sono passati diciott’anni da allora e l’Italia è cambiata non in meglio. Tra le tante avvertenze di un leader politico, che amava visceralmente il suo paese, sono emerse quella relativa all’Europa monetaria e al ruolo della finanza. Egli mise in guardia l’Italia e profetizzò che l’Europa poteva trasformarsi in un inferno e dichiarò che dopo avere distrutto la politica la finanza avrebbe distrutto l’Italia. Aveva ragione anche su questo.

L’allusione di Santagata, la tentazione di Renzi

In un’intervista pubblicata su Repubblica Giulio Santagata, uno dei tre leader della lista Insieme, risponde non si capisce se a un invito o a un desiderio del Pd affinchè non venga presentata la nostra lista in cambio di un’offerta, forse più appetitosa, di collegi uninominali per i suoi candidati. Non si comprende se questa idea sia stata lanciata anche agli altri due partner del centro-sinistra, e cioè a quella dei centristi e di Bonino-Tabacci, qualora la tempestosa e altalenante Emma e l’ex democristiano Bruno decidessero di collocarsi nella coalizione. Se insomma il Pd, forse per frenare la caduta dei consensi che pare progressiva secondo i sondaggi, intende non più concorrere con la sua lista, ma con una lista di coalizione, comprendente anche le due o tre alleate.

Vorremmo capire. E se Santagata conosce le cose magari potrebbe spiegarle meglio. Nella sua intervista il leader prodiano é molto netto. Egli assicura che la lista Insieme deve essere presentata e che il Pd da solo non rappresenta tutta l’area del centro-sinistra. E pare convinto di quel che dice quando sostiene che la lista Insieme può raggiungere il tre per cento. Facciamo due conti. E’ ben noto anche ai sassi che in Italia più liste portano più voti. Ed é altrettanto ben noto che le unificazioni, anche quando sono il frutto di convergenze ideali, penso a quella socialista del 1966, sono destinate al fallimento.

Non é solo una questione di numeri, e sarebbe miope che il Pd si accontentasse, travestendosi in un altro soggetto politico, di raggranellare uno o due punti in più, annullando una coalizione che potrebbe conquistare maggiori consensi. Certo il Pd é oggi alle prese con mille problemi, non da ultimo quello delle candidature. Basti pensare che alla Camera, senza premio di maggioranza, i suoi eletti rischiano di risultare la metà. Esiste anche, io credo, un problema politico. Davvero l’apporto dei socialisti, dei verdi, dei prodiani, potrebbe essere annullato e pagato solo con qualche collegio? No dai. Credo proprio che Santagata abbia capito male…

Eppure oggi quasi tutti i giornali tornano sull’argomento. E attribuiscono l’intenzione allo stesso Renzi, che non ha mai fatto mistero di tenere “in gran dispitto” le alleanze. Un conto sono le alleanze come scelta politica, altro conto sono gli alleati. Se Renzi ritiene di sbarazzarsi della lista Insieme per poter far lievitare la percentuale della sua é fuori di testa. Davvero pensa che gli elettori socialisti, verdi e prodiani, in mancanza dela lista, sarebbero pronti, insieme, a votare Pd dopo tale sgarbo? No. Penso proprio che i giornalisti abbiano capito male…

L’errore

Mentre infuria la polemica delle ugole, e si parla della Berti e della Zanicchi, e ovviamente anche su questo il Pd si divide con l’oppositore Cuperlo che intima, parafrasando uno slogan anni sessanta “Giù le mani da Orietta Berti”, Renzi e Berlusconi si uniscono all’insegna del “pericolo grillino”. Per Silvio i Cinque stelle son peggio dei vecchi comunisti e per lui, paradosso dei paradossi, sarebbe pronta una dacia in Russia in caso di trionfo di Di Maio, mentre Renzi, che per dare dell’incompetente al candidato premier dei Cinque stelle riscopre una pagina di Benedetto Croce, “in politica l’onestà é la competenza”.

Chi scrive pensa che un governo Cinque stelle sarebbe una sciagura per l’Italia e aggiunge che dopo un paio d’anni gli italiani non solo si pentirebbero della loro preferenza, ma costringerebbero il governo alle dimissioni, sulla spinta dell’Europa, in un revival di 2011. Pur tuttavia ho seri dubbi che demonizzare i Cinque stelle serva a scongiurare la loro prevalenza. E questo per due ordini di motivi. Il primo é, diciamo così, di ordine storico. Per oltre quarant’anni gli altri partiti, e spesso a ragione, hanno condotto crociate contro i comunisti. Eppure il Pci é gradualmente ma ininterrottamente aumentato in consensi dal 1946. E questo nonostante lo stalinismo e la rivolta ungherese. Demonizzare anche a più voci un’opposizione finisce per rafforzarla perché quest’ultima viene ritenuta la più osteggiata e dunque la più puntuale e incisiva.

Ma c’é un secondo ordine di motivi. E si tratta di quelli politicamente più attuali. Attaccare più o meno con gli stessi termini la falange grillina presenta Pd e Berlusconi come una cosa sola, un fronte compatto e omogeneo che si pone un unico obiettivo e cioè la sconfitta del terzo incomodo. Oltre a mostrare i due poli, quello di centro-sinistra e di centro-destra, come conseguenti e logici alleati dopo il voto, questo recitare gli stessi versi può creare scompiglio nell’elettorato degli uni e degli altri. Chi in questi anni non ha mutato il suo vecchio antiberlusconismo può trovarsi spiazzato nel registrare che con Berlusconi esiste un obiettivo comune, chi ha fatto dell’anti post comunismo il suo cavallo di battaglia può faticare ad adeguarsi allo scambio di avversario.

Non sarebbe meglio, questa é la mia opinione, che i due poli, tradizionalmente alternativi, si sfidassero anche reciprocamente? Non per alimentare il pericolo grillino, ma per smitizzarlo e per compattare i rispettivi elettorati. Non credo sia sfuggito a nessuno che nelle elezioni comunali, e questo é avvenuto in tutti i ballottaggi, quando al secondo turno la scelta é stata tra un candidato di uno dei due poli tradizionali e uno di Cinque stelle, l’altro polo (sia quello di centro-sinistra o quello di centro-destra non importa) ha preferito accordare la sua preferenza al grillino di turno. Sarà difficile impostare una campagna dimostrando invece che l’avversario é quest’ultimo e quello di sempre è il male minore o addirittura un alleato domani.

Insieme tre storie

C’era, finalmente, la stampa con le televisioni alla presentazione di Insieme, la lista per le elezioni del 4 marzo che unisce socialisti, verdi e movimenti civici, nonché esponenti di tendenza ed esperienza prodiana, che si é tenuta all’Hotel Quirinale di Roma, di fronte a una sala gremita e fervida di consensi per i vari oratori. L’incontro, aperto dal nostro consigliere regionale del Lazio Daniele Fichera, e al quale ha recato il saluto del Pd Piero Fassino, si é poi arricchito del contributo dell’ex ministro Enrico Giovannini, della vice presidente dei Verdi europei Monica Frassone, di Angelo Bonelli, coordinatore dei Verdi italiani, dell’economista Efisio Espa e poi concluso da una conferenza stampa alla quale hanno partecipato il segretario del Psi Riccardo Nencini, la coordinatrice dei Verdi Luana Zanella e il prodiano Giulio Santagata. In sala, tra gli altri, anche i radicali Maurizio Turco e Sergio D’Elia, molto applauditi.

Bonelli e Nencini hanno lanciato un ultimo appello a Emma Bonino per unificare le due liste facendo nascere Insieme più Europa. Vedremo le risposte, se mai ci saranno. L’unione delle tre storie é stato il leit motiv dei vari interventi. Tre storie oggi quanto mai necessarie, quella socialista, quella ambientalista e quella ulivista originaria, indispensabili oggi per un futuro migliore. La cultura e la storia del Psi portano in dote una nuova pulsione che tende all’equità nel momento i cui più acute si presentano le disuguaglianze, assieme a una tensione a sviluppare propositi di riforma (la Costituente) che il voto del 4 dicembre 2016 non può aver cancellato. La cultura e la storia dei Verdi ci consegnano il testimone di un’indispensabile progetto di sostenibilità dello sviluppo (la proposta è di inserirlo in Costituzione) che, come ha rilevato Monica Frassone, può produrre nuova occupazione, oltre che risolvere i drammi causati dai disastri ed emergenze ambientali. L’esperienza prodiana porta un necessario e nuovo europeismo che ne superi la miope versione attuale, unita ad anni di buon governo italiano, senza tentazioni politicamente egemoni e nel rispetto del pluralismo di una coalizione.

Fassino ha voluto ammettere che il Pd non é il centro-sinistra e che il campo di quest’ultimo é più ampio. Santagata ha opportunamente ricordato quanto l’identificazione dei due termini abbia prodotto confusione e rigetti. Bonelli ha voluto rispondere all’obiezione secondo la quale i Verdi non c’entrano nulla con Renzi, dichiarando di non essere per nulla soddisfatto delle politiche ambientali dei governi del Pd e di augurarsi una svolta, ma di non essere disponibile a favorire l’avvento di Salvini al ministero degli Interni. La lista presenta forti propositi di autonomia politica nell’ambito della coalizione di centro-sinistra. Sfornerà idee e proposte originali e innovative. La sensazione, magari con l’apporto dei radicali disponibili, é che Insieme, che si presenterà anche alle elezioni regionali della Lombardia e del Lazio, non sia solo una lista, ma un progetto politico destinato a sopravvivere dopo le elezioni.

I conti di Sofri e di Martelli

La politica non sarà matematica, ma vedere nei sondaggi due liste attigue che, sommate insieme, arriverebbero a sfiorare, già oggi, lo sbarramento del tre per cento, fa rabbia. Così Adriano Sofri, nella sua posta pubblicata su Il Foglio, si chiede come mai le due liste, parlo della nostra di Insieme e di quella di Emma Bonino, non si uniscano. Oltretutto, rileva opportunamente Sofri, trattandosi di due liste con evidenti affinità, essendo composte da socialisti, verdi e radicali, oltre che da un imprecisato numero di esponenti vicini a Romano Prodi. Scrive in particolare Adriano: “I componenti di questo eventuale accordo hanno un passato di collaborazione significativa, anche elettorale, come nell’esperienza della Rosa nel pugno” e rilancia in extremis la possibilità di una ricucitura.

Ho risposto sulla pagina facebook di Sofri che ormai non ho più parole, che le abbiamo spese tutte e ho ricordato che quel che hanno ottenuto dal soccorso bianco di Tabacci glielo avevamo assicurato noi. Parlo del diritto di esenzione dalle firme, in presenza del gruppo Psi e autonomie al Senato. Chissà che le risposte che non sono arrivate a noi arrivino a Sofri. Personalmente resto convinto che perdurerà il silenzio, perché il bel tacer non fu mai scritto, soprattutto quando non si hanno argomenti. Anche Claudio Martelli, sul Quotidiano nazionale, torna sull’argomento e va giù duro così commentando la mancata alleanza: la Bonino “ha preferito andare da sola, mentre Bruno Tabacci dava forfait insieme con l’amletico Pisapia. Tra l’altro, essendo rappresentati in Parlamento, i socialisti disponevano di un simbolo riconosciuto e avrebbero risparmiato all’ex commissaria europea di dover raccogliere le firme. Ma la Bonino ha continuato a dire no sino all’ultimo minuto quando – sorpresa! – si è accordata col solo e redivivo Tabacci sotto il suo simbolo democristiano. Se queste sono le premesse cosa ci aspetterà il 4 marzo?”

Amara conclusione di Claudio nell’ennesimo suo articolo intitolato La trappola. Inutile, però, restare fermi al principio della razionalizzazione dell’irrazionale. Dobbiamo infatti concertarci sull’ennesimo svarione di mamma Rai (dovremmo davvero dare indicazione ai nostri di non pagare il canone) a proposito di socialisti. Nella trasmissione di Bianca Berlinguer, con Scalfari in studio, la figlia di cotanto leader, e giornalista di professione nel servizio pubblico da quando faceva l’università, ha esplicitamente ridotto a tre le liste alleate del centro-sinistra. E cioè il Pd, la lista centrista della Lorenzin e appunto quella di Emma Bonino se deciderà di allearsi. Scomparsi noi come il solito, e stavolta assieme ai verdi e ai prodiani. La vera notizia é che la damnatio memoriae nostra porta ormai alla stessa condanna i nostri alleati. Per trasferimento analogico. Un vero schifo.

Insieme fa per tre

Ci sono due proverbi assai contradditorii: “Chi fa da sé fa per tre” e “L’unione fa la forza”. Decidiamoci, almeno in politica. Potremmo oggi sintetizzarli così, utilizzando il nome e l’alleanza della nostra lista: “Insieme fa per tre”. Tre sono le forze che si sono accomunate: il Psi, i Verdi e un simbolo civico all’interno del quale figurano alcuni esponenti legati a Romano Prodi. Vedremo il risultato, se sarà o meno pari alle aspettative. Noto con piacere che i sondaggi danno la nostra lista in vantaggio rispetto a quella, assai più propagandata, dello strano connubio di Bonino e Tabacci. Vuoi che in questo secondo caso l’unione stia rivelandosi una debolezza?

Naturalmente ci sono anche amici e compagni che si definiscono socialisti e che storcono la bocca con motivazioni varie, ma quasi tutte condensate nella pluriventennale ritrosia a votare socialista, adducendo i più svariati e illogici motivi. Vantiamo, é noto, una schiera, che sui social appare numerosa e agguerrita, di supposti compagni di strada sempre pronti a tagliarla. Erano generalmente partiti da una convinzione. E cioè che il Psi avrebbe bissato il 2013, presentando solo uno o due candidati nella lista del Pd. Siccome questo non é avvenuto e il Psi presenta il suo simbolo sul proporzionale, sia pure assieme ad altri due soggetti, allora parlano di lista civetta. Cioè di una lista che, non superando la soglia di sbarramento, regalerà i suoi voti al Pd. Modo singolare di ragionare. Fanno mancare i loro voti lamentandosi dei pochi voti.

Se poi chiedi in quale alleanza e in che forma il Psi avrebbe dovuto presentarsi o non rispondono o sostengono che il modo migliore sarebbe stato proprio quello già sperimentato e fallito nel 2008. Fingono di non avere memoria per trovare una variabile impossibile. Lasciamo perdere le follie di madame Emma e monsieur Bruno, le affannose ricerche di motivazioni politiche allo strano matrimonio fornite da Gianfranco Spadaccia che si sforza, per giustificare l’innaturale intesa, a dimostrare l’esistenza di una vecchia propensione della Dc all’europeismo mentre i socialisti erano frontisti. Lasciamo perdere, per carità. Ma che altro avrebbe dovuto fare il nostro partito? Allearsi, anzi aderire, come hanno fatto alcuni nostri ex compagni, prima in movimento, e poi comodamente assisi, nel nuovo Liberi e uguali? E questo dopo aver fatto parte per cinque anni della maggioranza di centro-sinistra? Stravaganze. Sostenere poi ad un tempo questa via dopo aver denunciato la volontà di non presentare una lista socialista, e per di più in perfetta e solitaria autonomia, é il massimo delle contraddizioni. Direi una contraddizione triplice.

Adesso pensiamo a noi

Quel che dobbiamo fare, dopo aver denunciato le due contraddizioni del nuovo connubio Bonino-Tabacci (l’aver pensato solo a sé e non a tutte le liste che devono raccogliere firme e aver rifiutato di comporre una lista identitaria con socialisti e verdi preferendo una lista senza progetto politico) é pensare a noi. La lista Insieme non ha al momento contratto alcun accordo col Pd. Dovrà predisporre alcuni punti distintivi da sottoporre agli alleati. Non un generico programma stile anni ottanta. Un libro dei sogni con disquisizioni filosofiche. Quattro, cinque punti caratterizzanti la nostra posizione e quella degli amici verdi, con contributi aperti anche dalla posizione civica e filo prodiana dei nostri nuovi compagni di strada.

Penso che per quanto ci riguarda dovremmo puntare a quelle felici intuizioni scaturite dalla nostra conferenza programmatica dell’ottobre del 2016 e ai suggerimenti della recente assemblea milanese sull’alleanza tra merito e bisogno. A mio giudizio potremmo rilanciare la nostra idea, fummo i primi a partorirla, della Costituente per le riforme, che non possono essere state definitivamente sepolte dal voto del 4 dicembre del 2016. Magari partendo dall’inizio e cioè dal modello di stato, se presidenziale o parlamentare, perché da qui si determina poi tutto il resto, fino alla legge elettorale. Un secondo argomento che ci appartiene deve essere quello riferito alla giustizia e in particolare alla necessità di separare le carriere dei magistrati sdoppiando il Csm, come del resto proponemmo alla Camera attraverso la legge Buemi nel 2007.

Come terza e quarta idea di programma sarebbe utile entrare a piè pari sui temi della giustizia sociale e dell’occupazione. Sullo sfondo l’Europa che si vuole politica e non solo monetaria e vincolistica. Dunque unita con un governo europeo, un parlamento che lo elegga, una banca europea, un’unica politica economica, un’unica politica della difesa ed estera. Sulla scia delle idee di Macron il centro-sinistra italiano non può considerare soddisfacente lo stato attuale dell’Unione, che necessita di una svolta profonda, pena l’affermazione di movimenti sovranisti ed antieuropei in tutti i paesi.

Noi dovremmo proporre un piano massiccio di investimenti pubblici, perché col rigore, com’é stato dimostrato, non solo si crea disoccupazione, ma si aumenta il debito. In particolare il piano di opere pubbliche dovrà incentrarsi su un grande intervento per sistemare l’Italia dal punto di vista idrogeologico. Serve un piano per i territori, la loro messa in sicurezza da alluvioni e un piano per gli edifici con una ristrutturazione in chiave antisismica. Poi un prelievo sulle pensioni più alte, con carattere triennale, dunque seguendo l’indicazione di transitorietà, ragionevolezza e uniformità dei prelievi prescritte dalla Corte costituzionale in materia. Questo per permettere un aumento delle pensioni più basse che vanno portate attorno ai mille euro al mese. E, non da ultimo, la laicità, tenendo presente che i temi tradizionalmente cari al mondo radicale difficilmente saranno appannaggio della lista Bonino-Tabacci. Non parlerei di immigrazione perché su questo, contrariamente alla lista Bonino-Tabacci, la lista Insieme dovrebbe sostenere le posizioni e le iniziative del ministro della Difesa Minniti.

Una brioche chiamata pane

Avevo avvertito che alla fine la lista Più Europa con Emma Bonino avrebbe accettato le brioches chiamandole pane. Certo di tutte le ipotesi che immaginavo questa é la più esilarante. La Bonino ha sostenuto che la sua era una battaglia di diritto, che non avrebbe accettato un aiutino in termini di raccolta delle firme da parte del Pd, che la sua battaglia riguardava tutti e non solo la sua lista e per questo manifestava l’urgenza di un decreto governativo che mettesse tutti sullo stesso piano. Con sorpresa apprendiamo invece che oggi la Bonino ha accettato l’offerta di Bruno Tabacci di utilizzare la sua esenzione da firme dovuta all’esistenza alla Camera del gruppo del suo Centro democratico.

Personalmente trasecolo. La lista Più Europa aveva rifiutato l’accordo con socialisti e verdi che avrebbe consentito di non raccogliere le firme per la presenza al Senato del Gruppo Psi e autonomie, e poi accetta invece l’accordo con Tabacci e il Centro democratico, che non è solo un fatto tecnico (anche su questo transfert di diritti ci sarebbe molto da dire), ma politico visto che il leader di Centro democratico parla ora a nome del nuovo raggruppamento che porterà anche le sue insegne.

La cosa che lascia ulteriormente perplessi, ma in politica ormai succede di tutto, è l’appuntamento del 13 gennaio in cui la nuova lista, che definiremo Bonino-Tabacci, dovrà decidere la sua collocazione. Tabacci ha rivelato che la lista si colloca nel centro-sinistra, ma solo in quell’occasione deciderà se apparentarsi o meno col Pd. Ottimo prestigiatore il vecchio Bruno, aduso a molte alleanze, da Pisapia fino a Casini, deviando sulla Bonino. Vedremo. Non so se valga la pena ricordare che i socialisti, i verdi, i civici che abbiamo coinvolto nella lista Insieme sono ispirati a una cultura laica e riformista che forse (il forse é pleonastico) dovrebbe essere un poco più vicino alla storia radicale del Centro democratico tabacciano. Penso che il primo a saperlo dovrebbe essere Tabacci che da bravo ex democristiano non fatica a capire che é meglio un’unica lista più forte che due più deboli. Non dovrebbe essere difficile saperlo. Eppure…

Le brioches…

Emma Bonino ha risposto alla manifesta disponibilità del Pd all’aiutino nella raccolta delle firme parafrasando la regina di Francia en attendant la guillotine: “Se non avete pane vi offriamo brioches”. Temo che alla fine i nostri amici radicali uniti nella lista Bonino, e cosi aspramente contestati dai pannelliani del Partito transnazionale, finiranno per accettare le brioches e le chiameranno pane. Nencini e Bonelli, a nome della lista Insieme, hanno proposto alla Bonino e ai suoi di associarsi a loro nella loro lista che unisce socialisti, verdi e civici, ma per ora la risposta è stata il silenzio che in politica non equivale ad assenso. La posizione della Bonino, che ha approfittato della questione firme per una notevole pubblicizzazione della sua lista sui mass media, é stata sempre, nel corso delle ultime settimane, di silenzio-diniego.

Nessuno ha mai capito il motivo di un mancato accordo coi socialisti e coi verdi. Mai é stato aperto un tavolo programmatico, mai si é parlato di candidature sul proporzionale, mai di trattative per l’uninominale. Tutto é tutt’ora avvolto nel mistero. Un mistero inquadrato in un’originale chiusura a riccio verso qualsiasi compagno di strada. Eppure nella tradizionale impostazione radicale sia i socialisti (vedasi l’esperienza della Rosa nel pugno), sia i Verdi (raccomandiamo un eloquente appello di Marco Pannella che andava nella direzione di un’alleanza con entrambi) costituivano quell’area laica e ambientalista che é sempre stata nelle corde dei compagni radicali. Oggi tutto é cambiato. La morte di Marco Pannella ha dato origine a una divisione profonda, anzi a una vera spaccatura, di una violenza inusitata, tra i fedeli al messaggio pannellliano e i nuovi adepti di Emma Bonino, tra i quali emerge il bravissimo Benedetto Della Vedova, già deputato di Forza Italia, poi del nuovo partito di Fini, infine di Scelta civica, attuale sottosegretario del governo Gentiloni e fondatore di Forza Europa.

Quel che trovo contraddittorio nel messaggio odierno della Bonino é costituito, da un lato, dalla volontà di andare sola, dunque slegata da qualsiasi alleanza, e dall’altro dalla esplicita ammissione di non avere candidati da proporre sull’uninominale. A parte il fatto che la solitudine non esenta dalla raccolta delle firme, a maggior ragione impone di presentare candidati non solo sul proporzionale ma anche sull’uninominale. Se le cose stanno come dice la Bonino, e cioè se la sua lista si trova in difficoltà, anzi nell’impossibilità di raccogliere le firme, e se mai raggiungesse il quorum sarebbe alle prese con l’estrema penuria di candidati, la vera alternativa alle brioches sarà il suicidio assistito. D’altronde è stata recentemente approvata una legge al riguardo. Ecco perché ritengo che alla fine piuttosto della morte per fame si accetteranno le brioches, magari poco zuccherate e parecchio infarinate…

L’anno del voto

Il 2018, ovviamente, non é il solo anno di elezioni. Nel 2016 si é votato per un referendum costituzionale determinante per le sorti del governo, nel 2015 ci sono state le regionali, nel 2014 le comunali, che si sono parzialmente tenute anche nei due anni successivi. Però le elezioni politiche del 4 marzo saranno particolari. Forse anche più rilevanti di quelle del 2013. Vediamo perché. Innanzitutto si voterà con una nuova legge elettorale che, se nel terzo di maggioritario rende possibili, anzi necessarie, le coalizioni, grazie ai due terzi di proporzionale con voto di lista non garantisce l’esistenza di una maggioranza capace di aggiudicarsi più del cinquanta per cento dei seggi. Potremmo definirla una legge senza diritto di maggioranza.

Questo soprattutto alla luce di un sistema politico che da bipolare già nel 2013 si é trasformato in tripolare e il 4 marzo si presenterà come quadripolare con la presenza di un nuovo soggetto, Liberi e Uguali, collocato alla sinistra del Pd e del centro-sinistra che, contrariamente a Rifondazione comunista, non solo non ha accettato un’unione come nel 2006, col Porcellum, ma neppure una desistenza come nel 1996 col Mattarellum. La presenza di una lista competitiva col centro-sinistra rende così tutt’altro che sicuri anche i collegi delle zone tradizionalmente rosse, dove i candidati di Liberi e uguali paiono più forti e dunque più in grado si sottrarre voti al centro-sinistra, favorendo così quelli a Cinque stelle e del Centro-destra.

I sondaggi, che a tre mesi dal voto vanno presi con le pinze, indicano nei Cinque stelle la prima lista e nel centro-destra la prima coalizione. Recentemente Di Maio, conscio che di essere la lista più votata col Rosatellum conta nulla, ha aperto alla possibilitá di contrarre alleanze. Con chi? Che lo spettro sia cosi ampio da coprire un raggio che va dall’estrema sinistra di Liberi e uguali fino all’estrema destra di Salvini, la dice lunga sulla natura di una dichiarazione, giudicata un’apertura. Resta il fatto che il centro-sinistra risulta oggi, tra i quattro lati del rettangolo disegnato dal nuovo sistema politico, quello più debole. Questo per la caduta senza rete del Pd, che potrebbe anche essere frenata e almeno parzialmente corretta in campagna elettorale se alla narrazione delle buone cose fatte dai suoi tre governi verrà associata una chiara e convincente proposta delle cose da fare, ma anche per la mancanza di una regia efficace nella costruzione dell’alleanza.

Diciamo subito che se le cose resteranno come sono la coalizione di centro-sinistra si reggerà su una lista più o meno pesante, quella del Pd, e di tre liste alleate piuttosto leggere. Quella che ha posto a suo capo la Lorenzin é affidata alla convergenza tra un pezzo, ormai minoritario, del partito di Alfano senza Alfano, con Casini, finito in minoranza nel suo partito, con Dellai, forte elettoralmente ma a Trento, col figlio di De Mita. Poi c’é la lista Bonino che si agita per la mancanza di firme invitando il Pd a raccoglierle in sua vece, in barba a tutti i precedenti moniti sulla correttezza e autenticità di esse, e c’é la nostra di Insieme che coinvolge Psi, Verdi e civici. Sarebbe stato politicamente più corretto e opportuno che le liste della coalizione fossero state solo tre. Una di centro e una di sinistra, col Pd in mezzo. L’impressione é che il Pd faccia orecchie da mercante e preferisca alleati deboli, magari capaci di superare l’uno ma non il tre, per ovvi motivi di cassetta. C’é ancora gennaio per rifinire i dettagli, ma un appello al Pd mi sento in dovere di rivolgerlo. Guardi la luna e non il dito. Lavori per progettare il meglio, non si accontenti di quel che passa il convento. Le elezioni del 4 marzo non consentono altri errori, dopo quelli già fatti. L’alleanza deve coprire spazi politici, non ambizioni all’isolamento motivate dal proposito di richiedere candidati nel maggioritario. La raccolta delle firme ognuno dovrebbe farla per sè e gli omaggi dovrebbero consentire qualche vantaggio. Se possono andare contro l’interesse politico ed elettorale degli altri soggetti della coalizione diventano iniziative autolesionistiche.