Il giorno del dolore

Oggi é il giorno del dolore e della solidarietà alle famiglie che hanno perso i loro cari nella tragedia provocata dal crollo del ponte Morandi a Genova. Per questo sospendiamo tutte le polemiche. Non é il giorno delle parole. Troppa gente é morta per un incidente non dovuto al caso, come ha sottolineato il procuratore di Genova che ha avviato le indagini sulle responsabilità. Avremo modo di tornare più volte sulla politica delle opere pubbliche di ieri, di oggi e di domani. Avremo modo di tornare sulle questioni legate alla manutenzione, sulla bontà o meno delle privatizzazioni in Italia inaugurate nel 1992.

Ma oggi il pensiero va a quel bambino di otto anni che sognava il mare e magari aveva, come molti suoi coetanei, la maglietta di Ronaldo, va alla famiglia che doveva imbarcarsi a Genova e che invece non vedrà mai più il traghetto prenotato, al giocatore di 22 anni che non andrà in ritiro, al giovane che non raggiungerà mai più il posto di lavoro. A tutti coloro che attraversando un ponte non hanno potuto raggiungere la sua estremità sprofondando nel vuoto sommersi da pietre e lamiere e detriti. Il pensiero va ai dispersi che ancora non sono stati trovati. Hanno un nome ma non ancora un corpo. E va agli sfollati che vivevano tranquilli in prossimità di un’infrastruttura inaugurata nel lontano 1967 e che aveva accompagnato i loro giorni e anche le loro notti coi suoi rumori oggi trasformati in tombale silenzio.

Anche il governo non trasformi questa giornata in uno show. Abbiamo bisogno di responsabilità, di sicurezza, ma anche di tranquillità. Non può diffondersi ovunque la fobia dei ponti. In Italia ne esistono centinaia di migliaia. Ovunque sindaci, assessori, semplici cittadini, si stanno preoccupando della loro tenuta. A Benevento il sindaco Mastella ha chiuso un ponte progettato dallo stesso Morandi, in Molise é allarme su un viadotto dell’autostrada dei parchi. Una verifica é doverosa, l’allarmismo produce tensioni sociali terribili e difficilmente governabili. Oggi, nel giorno del dolore, un richiamo a tutti, affinché ognuno contribuisca, nel ruolo che gli compete, a dare il proprio contributo, tecnico, scientifico, politico, umano, mi pare doveroso.

Spezzeremo le reni a… Benetton

All’indomani della tragedia di Genova i nostri Cinque stelle avevano qualcosa da farsi perdonare: l’avversione alla realizzazione della cosiddetta Gronda, il nuovo tragitto autostradale che avrebbe dovuto evitare il transito sopra la città, e soprattutto quella definizione di “favoletta” riferita all’allarme lanciato da un ex amministratore sul rischio di un crollo del ponte Morandi. Tanto che la pagina incriminata é improvvisamente stata cancellata. E non certo inavvertitamente. I nostri eroi del cambiamento dovevano alzare il tiro e accusare ovviamente, come sempre fanno, i governi precedenti e addirittura il Pd di Renzi di aver preso soldi da Benetton. La reazione di Renzi é stata ferma: il vice premier Di Maio é stato accusato di sciacallaggio. Personalmente preferirei che l’ex presidente lo querelasse per diffamazione.

Ma la nuova favoletta é questa decisione ferma e decisa, stentorea tanto da farla apparire come un dictat indiscutibile, di recedere dalla convenzione con Benetton. Che le privatizzazioni siano state fatte, a seguito della falsa rivoluzione giudiziaria, senza opportune garanzie per lo stato, e anche sottocosto, é documentato nel bel libro pubblicato da Marsilio e scritto dal nostro Biagio Marzo. D’altronde qualcuno dovrà pur spiegare cosa ci guadagni lo stato dalla privatizzazione di Autostrade che ha prodotto alla società che le gestisce utili vicini al miliardo all’anno, solo una parte, tutto sommato minima, destinati alla manutenzione. Alla luce del disastro di Genova la reazione dei vice di Conte, vice dei suoi vice, è stata comprensibile. Facciamo subito decadere la convenzione. Una reazione emotiva, da bar sotto casa, senza studiare il protocollo della convenzione, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Una reazione da gente incazzata e che ha bisogno di urlare e dare in pasto il colpevole prima del processo, come ha precisato senza troppe perifrasi l’avvocato Conte. Anche le accuse scompisciate a Renzi da parte di un uomo di governo fanno rimpiangere lo stile dei vecchi notabili democristiani che non alzavano mai la voce, accettavano le critiche più dure con una mezza smorfia di sorriso andreottiano stampata sul volto. Chi governa deve cambiare linguaggio e la sua tolleranza deve essere doppia rispetto a quella di chi s’oppone. Tutti criteri saltati, tutti ruoli contaminati da un mix di incompetenza, ignoranza e settarismo che evidentemente non possono mutare nel passaggio dal fronte di chi protesta a quello di chi governa. Così la boutade del “romperemo le reni a… Benetton”, rischia di trasformarsi proprio nelle coseguenze del più celebre motto mussoliniano riferito alla Grecia. In una probabile disfatta. Hanno deciso di cavalcare la tigre, poi hanno letto la convenzione e magari Conte s’é fatto venire in mente il periodo in cui da avvocato difendeva la società Autostrade e cosi i nostri furiosi governanti hanno innestato la marcia indietro. Le penali ammontano a cifre astronomiche. Salvini, un po’ meno ingenuo del povero Di Maio, ha corretto la rotta. Dopo aver chiuso i porti cambiando la rotta dei migranti anche quella contro Benetton può attendere.

Quel ponte crollato su Genova

Una prima responsabilità della immane carneficina, al momento 35 morti e moltissimi feriti, dovuta al crollo del Ponte Morandi dell’A10 a Genova, in prossimità di Sampierdarena, deve essere cercata negli errori della società Autostrade che aveva il compito della manutenzione e che solo pochi anni fa nel corso di un dibattito svoltosi nel capoluogo ligure aveva sostenuto: “Il ponte Morandi potrebbe star su altri cento anni, con la manutenzione adeguata”. Cos’é accaduto? Perché ë crollato? Quale manutenzione é stata o non é stata fatta? Comodo investire sulle autostrade, puntare a guadagni anche leciti, aumentare il costo dei pedaggi, e poi lasciare in condizioni evidentemente critiche e pericolose una struttura fondamentale nel pieno centro di una città.

La seconda responsabilità, sia pure politica, é dei comitati No Gronda. Figurarsi se poteva mancare un altro comitato del no a un’opera pubblica, anzi a un insieme di infrastrutture che avrebbero dovuto sostituire parte di quelle esistenti in una città particolare come Genova, stretta tra monti e mare e costretta ad accavallare le sue strade e i suoi ponti. Il nuovo tracciato autostradale di 61 chilometri dovrà rappresentare la nuova autostrada che attraverso Genova collegherà l’A26 all’A10, con andamento prevalentemente sotterraneo, 23 gallerie e 13 nuovi viadotti. Sul ponte Morandi si é aperta la sfida. Abbatterlo e ricostruirlo oppure semplicemente ristrutturarlo? Il movimento No Gronda, composto e appoggiato dai Cinque stelle, e che contesta l’insieme dell’opera ha scritto: “Ci viene poi raccontata, a turno, la favoletta dell’imminente crollo del ponte Morandi, come ha fatto da ultimo anche l’ex presidente della Provincia, il quale dimostra chiaramente di non avere letto la relazione conclusiva del dibattito pubblico presentato da Autostrade”. Da restare di stucco dopo la strage. Una profezia tragicamente e irresponsabilmente smentita.

Ma chi sono questi pazzi che si battono contro le opere pubbliche? Chi sono questi cultori del no che hanno invaso il paese, senza prendere atto dei dati scientifici e affidandosi all’umore di chi non vuole cantieri dinnanzi a casa. Sono gli stessi che marciano in Piemonte contro la ferrovia ad alta velocità, gli stessi che non vogliono un gasdotto fondamentale per l’Italia e l’Europa che non intende dipendere da Putin. Ma costoro forse vogliono proprio dipendere dal nuovo zar. Sono gli stessi che hanno buttato nell’immondezzaio l’accordo sull’Ilva che il ministro Calenda riuscì a concertare. Sono gli stessi che vogliono i vaccini non obbligatori. Il tema é inquietante. E attiene al rapporto tra progresso scientifico e tecnologico e politica. Se i no-tutto vogliono continuare a procedere verso la decrescita felice, cioè in un mondo bucolico di trecento anni fa che precedeva la rivoluzione industriale, se non vogliono strade, autostrade, ferrovie, gasdotti, fabbriche, gli italiani presto o tardi (mi auguro il prima possibile) daranno loro un calcio in culo.

Dio perdona loro, non sanno quello che fanno

Dopo l’ordine impartito ai mercati da Di Maio di non aggredire l’Italia, dopo i pasticci su Tav, Tap e Ilva, dopo gli ossimori sui vaccini (l’obbligo flessibile) é arrivato lo stop sul taglio alle pensioni superiori ai 4mila euro. La Lega preferirebbe un prelievo di solidarietà, evidentemente transitorio, perché ha dato una fugace letta ai pareri della Corte costituzionale e anche a quello, recente, del Consiglio di Stato, sulla delibera attorno ai vitalizi degli ex deputati, il cui riconteggio, su base contributiva integrale, deve essere transitorio, proporzionale e razionale. La delibera Fico é invece definitiva, toglie senza alcun criterio di proporzionalità e non equipara affatto gli ex deputati agli altri pensionati giacché a nessuno di loro viene ricalcolata la pensione su base interamente contributiva.

I Cinque stelle, invece, cantano vittoria, sempre, anche quando le buscano sonore. Sembrano quei pugili che alzano le braccia in segno di vittoria alla fine di un match che li ha visti perdenti. E’ evidente che un riconteggio applicando il contributivo integrale per tutte le pensioni superiori ai 4mila euro introduce non solo un’ulteriore disparità con gli altri pensionati (per di più con un sistema introdotto retroattivamente) ma i prelievi saranno notevoli per chi ha maturato 4mila euro e poi diverranno sempre meno consistenti più la cifra (e dunque i contributi) aumentano. Un prelievo, non solo non transitorio, ma nemmeno proporzionale dunque. Anzi, proporzionale all’incontrario.

Con una certa apprensione, Brunetta ha parlato di terrore, attendiamo i contenuti della legge di stabilità dove i conti dovranno rassicurare i mercati. Torniamo al punto. Viviamo nell’epoca della globalizzazione e il supposto sovranismo è oggi la più pericolosa delle utopie. Il nostro debito é per il trenta per cento in mano agli stranieri che investono in Italia 800 miliardi in Bot e Cct e altrettanti in Bond e obbligazioni private. I mercati fanno dunque affluire in Italia circa 1600 miliardi all’anno per mantenere il nostro debito e la nostra economia. Si può pensare all’autarchia, si può solo vaneggiare di complotto se gli investitori stranieri, che amministrano denaro di cittadini, di banche (dunque di risparmiatori), di fondi privati preferiscono investire altrove perché lo trovano più conveniente o meno rischioso?

Che segnale può mandare un governo del genere agli investitori stranieri, se la strategia é quella di aumentare la spesa corrente (sterilizzando l’Iva, introducendo i primi vagiti di Flat Tax e reddito di cittadinanza e facendo andare gli italiani in pensione più tardi) bloccando gli investimenti che producono Pil e occupazione, e dunque aumentando ancora il debito e il deficit? Ma che razza di segnale è mai questo? Il ministro Tria o ha la forza di impedirlo e si determineranno reazioni politiche di non poco conto nei due contraenti il contratto, o sarà costretto lui a dimettersi. Il vero problema italiano, che persiste tuttora, é costituito dalla crescita troppo bassa rispetto a quella degli altri paesi europei e da una conseguente troppo alta disoccupazione soprattutto giovanile. Chiunque non affronti con decisione questi due problemi, ovviamente collegati tra loro, produce danni all’Italia. Se al posto di un Pd sempre all’angolo e del povero Martina, un simbolo alla sofferenza del condannato a morte, ci fosse un soggetto nuovo, aggressivo, competente, capace di interloquire con le categorie sociali e coi cittadini, il futuro dell’Italia si aprirebbe a nuovi squarci di vita e di speranza.

Di Maio e Aristotele

Dopo l’invenzione dell’obbligo flessibile Di Maio ha sfondato la teoria della non contraddizione di stampo aristotelico. E’ accaduto nel corso di un’ampia intervista al Corriere della sera. Partiamo dall’inizio. E cioè dall’assunto che i mercati, a settembre, non ci aggrediranno. Anzi, da un avvertimento ai mercati. Che non abbiano l’impudenza di aggredirci. Quasi un ordine. O un obbligo. Stavolta manco flessibile. Resta il fatto che i mercati sono composti da investitori e da risparmiatori che non accettano ordini, né obblighi. Valutano in base alla credibilità di un paese. Ci auguriamo che quella del governo italiano sia adeguata alle attese.

Tutto impegnato a realizzare il cosiddetto contratto, Di Maio assicura l’Europa che resterà nei limiti dei vincoli, ma che su flat tax, reddito di cittadinanza e Fornero si inizierà a procedere, che l’Iva non aumenterà e che gli 80 euro non verranno tolti. Un meraviglioso quadro da Alice nel paese delle meraviglie. Non aumenta il deficit, ma si spende una valanga di soldi. Il vice di Conte ritiene dei 25 miliardi che servono per iniziare un graduale processo di flat tax e reddito di cittadinanza, e per sterilizzare l’aumento dell’Iva, quattro possano essere recuperati, ma non subito, dal rientro di evasione fiscale, che tre possano derivare da minori spese nei vari ministeri. Vattelapesca. E gli altri? Se non aumenti il rapporto deficit-Pil, con un Pil fermo sotto l’1,5, dove vai? Ma il problema non é neanche sfondare il vincolo del tre per cento (altri paesi l’hanno fatto). Il problema é sfondare il tetto per aumentare, non già gli investimenti (come ha fatto la Spagna), ma la spesa, come si accinge a fare l’Italia.

L’ordine ai mercati di non fare scherzi potrebbe non funzionare. Flessibile o no. E che dire sulla volontà di trovare una mediazione con Salvini su Tav e Tap? Meravigliosa idea. Una mediazione su chi dice sì (Salvini) e chi dice no (Di Maio) potrebbe essere un ni. Cioè una mezza Tav e una mezza Tap. Ad esempio una ferrovia che si ferma a metà strada, e non raggiunge il valico, e un gasdotto che anziché in Puglia si ferma sull’Adriatico. La Francia e l’Azebargian ci hanno invitato alla chiarezza. Noi potremmo presentarci col monumento alla flessibilità. E cioè l’esaltazione della via di mezzo. Più o meno la stessa cosa sull’Ilva, dove si propone di gettar via la soluzione Calenda e di ripartire da capo. Con chi e verso cosa non si sa. Ma vi state accorgendo che costoro bloccano gli investimenti e accrescono la spesa? Ma non é il contrario, questa, di una ricetta coerente e salvifica, di riformismo? Non é il contrario che può far aumentare Pil e lavoro, e abbattere debito e deficit? Non è il contrario che può salvare e rilanciare l’Italia?

Un ricordo di Cesare De Michelis

Se devo dire la verità l’ho incrociato una volta sola, in occasione di un incontro tenuto a Padova dai socialisti del Nuovo Psi e Cesare De Michelis, eravamo agli inizi del 2007, mi confessò che per la prima volta si trovava in dissenso con suo fratello Gianni che voleva aprire a sinistra. Eppure la sua casa editrice, la Marsilio, aveva pubblicato la mia tesi di laurea nel 1981 sulla storia dei socialisti reggiani dal 1944 al 1947 con la prefazione di Franco Piro. Fu il mio primo libro e ne andavo orgoglioso quando Claudio Martellu venne, nell’estate del 1981, a presentarlo a Reggio Emilia nel corso del nostro annuale festival dell’Avanti.

Non ero al corrente delle condizioni di salute di Cesare, mentre mi sono tenuto informato di quelle, precarie, di Gianni. D’altronde la sua morte é stata improvvisa, mentre era in vacanza a Cortina. Sapevo del suo ruolo di primo piano nell’editoria e nella cultura italiane. Com’é stato ricordato, Cesare ha lanciato autori come Susanna Tamaro e Margaret Mazzantini, ma egli ha avuto anche la capacità di aprirsi al thriller scandinavo firmando in Italia il successo della saga Millenium di Steg Larsson. Il primo giugno del 2017 il presidente della Repubblica ha insignito Cesare del cavalierato del lavoro per l’attività encomiabile svolta nell’azienda a servizio degli artisti italiani.

Studioso raffinatissimo, cinefilo e appassionato della figura di Aldo Manuzio, il primo stampatore di Venezia, De Michelis custodiva una biblioteca sterminata, di oltre centomila volumi. Era nato a Dolo, in provincia di Venezia, nel 1943 ed era fratello del nostro Gianni, di Marco, docente a Milano, e di Maria Ida. Appena laureato, nel 1965, era entrato nel Consiglio di amministrazione della Marsilio nata, come lui stesso aveva raccontato, “nel lontano 1961 da un gruppo di ragazzi usciti dall’università”. Diventata società per azioni, nel 2000 entrò nel gruppo editoriale Rcs. Dopo la cessione di questo alla Mondadori, De Michelis riacquistò le quote della sua casa editrice e, nel 2017, ne lasciò parte a Feltrinelli. Oggi Marsilio è guidata dal figlio Luca, amministratore delegato. Dal 1965 al 1974 Cesare ha diretto, con Massimo Cacciari, la rivista Angelus Novus. Nel 1980 divenne consigliere comunale e assessore al Comune di Venezia ed è nominato Vice Presidente della Biennale di Venezia.

Cesare é stato anche membro del Consiglio di amministrazione del teatro La Fenice di Venezia e animatore di dibattiti culturali in Veneto e in Italia. Di origini valdesi, ha insegnato Letteratura Italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Padova, ha diretto dal 1974 la rivista Studi novecenteschi, è stato presidente del comitato scientifico per l’edizione delle opere di Carlo Goldoni, e membro di quello dell’edizione nazionale delle opere di Ippolito Nievo. Ha scritto per Il Sole 24 ore e Il Corriere del Veneto. Socialista da sempre lo ricordiamo con affetto e riconoscenza dalle colonne dell’Avanti, così come un pensiero affettuoso e fraterno rivolgiamo a Gianni, che resta un compagno quotidianamente presente nei nostri pensieri.

Sì all’appello di Cacciari

L’Avanti aderisce immediatamente all’appello di Massimo Cacciari dopo aver sostenuto e ripetuto le stesse cose da settimane. Il Psi aderirà certamente, visto che Riccardo Nencini per primo ha lanciato un’idea analoga. Mi preme sottolineare le seguenti convergenze di analisi e di proposta del filosofo veneziano con quelle comparse sul nostro quotidiano:

1) L’urgenza di una piattaforma culturale alternativa ai valori prospettati da questo governo, a partire dal tema dei migranti che va affrontato ben sapendo che la questione di fondo più che il tema dei numeri é riferita al tema della loro gestione. Si tratta di rlanciare valori che fanno parte della storia del riformismo italiano e di mettere in campo soluzioni pragmatiche e noon orientamenti e comportamenti che rischiano di portare l’Italia all’isolamento in Europa.

2) Il pericolo che l’infatuazione della rete e della democrazia diretta si esaurisca nella fine della democrazia e nel prevalere autoritario dei pochi capi. Lo abbiamo più volte sottolineato. Chi vuole annullare il principio della rappresentanza finisce per colpire il merito e la competenza e di fronte a una sorta di continui plebisciti nasce una dittatura di una piccola oligarchia che si rivolge dirattamente al popolo.

3) Il rilancio di una dimensione europea che non può essere, come é stato, fonte dei nostri problemi, ma unica occasione della loro soluzione. Forse siamo drammaticamente in ritardo, ma la politica dei vincoli e dei patti di stabilità che concepivano come spesa gli investimenti pubblici è alla base della crisi della solidarietà europea e della nascita e della diffusione di fenomeni vasti di sovranismo e populismo.

4) La necessità di chiudere col passato dei partiti presenti nell’opposizione. Inutile nasconderci. Il Pd non è strumento adeguato ed è difficilmente riformabile. Occorre un soggetto o più soggetti nuovi, credibili, rinnovati, altrimenti l’intesa pentastellata durerà a lungo. Bisogna che si convincano i dirigenti del Pd tutti, non il solo Renzi, a fare un passo indietro. L’esperienza del Pd é nata e si é sviluppata senza identità, senza storia, senza un minimo comun denominatore politico, che non fosse l’ambizione di governare. Non é stata capace di creare entusiasmo, partecipazione, emozione, ma solo divisioni, litigi, scissioni. Va superata al più presto.

5) La scadenza, ravvicinata, delle elezioni europee impone che il nuovo inizio cominci subito in Italia e si diffonda in Europa. Il rischio, come sottolinea Cacciari, é che il vento di destra, populista e sovranista, s’imponga in tutta Europa annientando qualsiasi possibilità di rilancio di un’unione diversa, fondata sulla solidarietà, sul lavoro, sulla democrazia. Aggiungo che questo pare oggi l’obiettivo dell’amministrazione americana e del presidente russo coi quali la sintonia del governo italiano si rivela evidente. Occorre il rilancio dell’Europa unita che sappia fronteggiare il vecchio pericoloso, ma paradossalmente convergente, bipolarismo politico ed economico, con l’Asia sempre più protagonista e la Cina divenuta oggi non già il terzo ma ormai il primo dei poli. L’Europa ha due possibilità. O sciogliere qualsiasi rapporto e diventare terra di conquista o rinsaldare un’unione in crisi, affidarsi nuovi poteri sul governo unitario dell’economia, della difesa e della politica estera e darsi un’autonoma e unitaria funzione nel mondo. Noi siamo, ovviamente, per questa seconda soluzione.

Un appello di Massimo Cacciari:

La situazione dell’Italia si sta avvitando in una spirale distruttiva. L’alleanza di governo diffonde linguaggi e valori lontani dalla cultura — europea e occidentale — dell’Italia. Le politiche progettate sono lontane da qualsivoglia realismo e gravemente demagogiche. Nella mancanza di una seria opposizione, i linguaggi e le pratiche dei partiti di governo stanno configurando una sorta di pensiero unico, intriso di rancore e risentimento. Il popolo è contrapposto alla casta, con una apologia della Rete e della democrazia diretta che si risolve, come è sempre accaduto, nel potere incontrollato dei pochi, dei capi. L’ossessione per il problema dei migranti, ingigantito oltre ogni limite, gestito con inaccettabile disumanità, acuisce in modi drammatici una crisi dell’Unione europea che potrebbe essere senza ritorno.
L’Europa è sull’orlo di una drammatica disgregazione, alla quale l’Italia sta dando un pesante contributo, contrario ai suoi stessi interessi. Visegrad nel cuore del Mediterraneo: ogni uomo è un’isola, ed è ormai una drammatica prospettiva la fine della libera circolazione delle persone e la crisi del mercato comune. È diventata perciò urgentissima e indispensabile un’iniziativa che contribuisca a una discussione su questi nodi strategici. In Italia esiste ancora un ampio spettro di opinione pubblica, di interessi sociali, di aree culturali disponibile a discutere questi problemi e a prendere iniziative ormai necessarie. Perché ciò accada è indispensabile individuare, tempestivamente, nuovi strumenti in grado di ridare la parola ai cittadini che la crisi dei partiti e la virulenza del nuovo discorso pubblico ha confinato nella zona grigia del disincanto e della sfiducia, ammutolendoli. Per avviare questo lavoro — né semplice né breve — è indispensabile chiudere con il passato ed aprire nuove strade all’altezza della nuova situazione, con una netta ed evidente discontinuità: rovesciando l’ideologia della società liquida, ponendo al centro la necessità di una nuova strategia per l’Europa, denunciando il pericolo mortale per tutti i paesi di una deriva sovranista, che, in parte, è anche il risultato delle politiche europee fin qui condotte.
C’è una prossima scadenza, estremamente importante, che spinge a mettersi subito in cammino: sono ormai alle porte le elezioni europee. C’è il rischio che si formi il più vasto schieramento di destra dalla fine della Seconda guerra mondiale. La responsabilità di chi ha un’altra idea di Europa è assai grande. Non c’è un momento da perdere. Tutti coloro che intendono contribuire all’apertura di una discussione pubblica su questi temi, attraverso iniziative e confronti in tutte le sedi possibili, sono invitati aderire.

Dall’esplosione di Bologna al no alla Tav

Il botto di Bologna, quel fumo rosso e poi nero che é divampato nei pressi di Borgo Panigale, un crocevia unico che congiunge l’Europa al Centro e al Sud dell’Italia, quel divampare del fuoco, come un infernale e improvvisa condanna a morte, nel cuore di un abitato smarrito e terrorizzato mentre le auto della rivendita Citroen fungevano da moltiplicatori del furioso incendio, meritano più di una riflessione. Lo so, in Italia abbiamo bisogno di morti e di feriti per lanciare avvertimenti e studiare soluzioni. Resta il fatto che i numeri del trasporto su gomma in Italia fanno paura. Sulle nostre strade transitano quotidianamente quattro milioni di Tir. Di questi ben 78mila trasportano materiali potenzialmente letali. Secondo l’Eurostat nel 2017 i trasporti di merci pericolose, soprattutto infiammabili come diesel, benzina, cherosene, solventi e vernici, é nettamente aumentato. Così come in generale resta ancorato all’80 per cento il trasporto su gomma, che continua a surclassare quello su ferro e su acqua.

Da tempo in ogni strategia di ogni paese, e ovviamente anche in sede europea, viene rimarcata l’urgenza di provvedere a correggere questo dannoso rapporto. Dannoso economicamente per i costi, ambientalmente per l’inquinamento che produce, e anche pericoloso come il tragico incidente di Bologna (l’ultimo in verità di una lunga serie) dimostra. Da tempo l’Europa ha individuato i cosiddetti corridoi su ferro che interessano da vicino il nostro Paese. Quelli che ci coinvolgono sono tre: la Lisbona-Kiev, la Rotterdam-Genova e la Berlino-Bologna. Poi ci sono le cosiddette autostrade del mare, che per l’Italia rappresentano un’opportunità unica di rapporto, cone spesso suggeriva il nostro De Michelis, non solo col Medio Oriente, ma anche, grazie a Suez, con l’Estremo Oriente.

L’impressione é che di tutto questo il governo gialloverde non abbia intenzione di occuparsi. Anzi, la posizione irresponsabile di Di Maio e del suo movimento sulla Torino-Lione, appare segnata, volente o nolente, dall’idea di accettare la prevalenza del trasporto su gomma. Anche il mandato affidato per calcolare costi e benefici, lo ha sostenuto il presidente della regione Piemonte Chiamparino, pare condizionato dagli interessi delle lobbies delle autostrade. La modernità e il progresso hanno storicamente provocato reazioni e resistenze, dall’introduzione delle macchine nelle fabbriche quando si formò il luddismo, alle prime automobili di servizio contestate dai padroni delle diligenze, che già avevano contestato le prime ferrovie, fino alla politica delle autostrade quando la sinistra italiana contrapponeva la triade “Scuole, asili, ospedali”. La variante di Valico Bologna-Firenze ha avuto contestazioni furibonde e la mia esclusione dalle liste nel 1994 venne motivata dai verdi massimalisti con il mio esplicito consenso all’opera. La Tav ha avuto avversari non solo in val di Susa, dove si è messo in moto un movimento ideologico che è spesso sconfinato nella violenza.

L’alternativa é tornare indietro. Anzi restare fermi. Il corridoio Lisbona-Kiev é stato più volte rivendicato dalla Svizzera. E in effetti come distanza sarebbe più conveniente collegare direttamente Lione a Trieste passando per il territorio svizzero. L’Italia ha ottenuto il tracciato Torino, Milano, Brescia, Trieste. Il finanziamento del tracciato Torino-Lione (l’altro é già esistente) é finanziato in tre parti uguali da Francia, Italia e Unione europea. Il ministro Delrio nel riformulare il vecchio tracciato ha portato la spesa per l’Italia da 4 miliardi a poco più di 1 e mezzo. L’opera consente di riequilibrare il trasporto tra ferro e gomma, di incrementare il turismo tra Francia e Italia, di aumentare la mano d’opera italiana. Ma soprattutto di concepire l’Italia al centro di una strategia economica che collega Ovest ed Est, Nord e Sud dell’Europa. Non capirlo e pensare di smantellare i cantieri, di distruggere il costruito, di rifiutare i finanziamenti europei, di mandare in rovina aziende e lavoratori, non è solo irresponsabile. E’ folle. Rinunciare, a vantaggio della Svizzera, a un ruolo strategico nel sistema ferroviario europeo é anti italiano. Suggerirei, allora, di cambiare lo slogan: “Dopo gli italiani”.

Sei domande

Rivolgo a tutti i seguenti interrogativi:

1) Il debito, quest’anno é leggermente calato, ma é arrivato al 133 del Pil. Quando Craxi scese da Palazzo Chigi era al 90. Come mai si da la colpa del debito a Craxi e alla cosiddetta Prima Repubblica?

2) Negli ultimi cinque anni (i dati sono Istat) siamo passati dal meno due di Pil al più 1,5, mentre la disoccupazione é scesa dal 13 a meno del 10 e quella giovanile dal 43 al 34. Non sono tutti posti a tempo indeterminato. Certo, ma é così in tutto il mondo. Perché si continua a sostenere il contrario e cioè che l’Italia é peggiorata?

3) Secondo dati più volte pubblicati si sostiene che in Italia vi sia un’evasione fiscale superiore ai cento miliardi l’anno. Una roba di proporzioni pari a tre finanziarie. Ma dove vanno questi soldi? In tasca agli italiani. E allora perché non vengono conteggiati quando si parla di reddito pro capite che é certo molto superiore a quel che si scrive?

4) L’Istat ha parlato di 5 milioni di poveri in Italia. Non voglio minimizzare la drammaticità della vita di chi sta peggio. Però quanti di loro sono evasori fiscali che dichiarano quasi nulla? Si potrebbe avere il dato dei veri poveri?

5) Mi ricordo, ero bambino, di come si viveva negli anni cinquanta. Mio padre era ragioniere di banca ma noi, con mia mamma, vivevamo in due stanze, camera e cucina, in un appartamento dove viveva anche un’altra persona. Senza riscaldamento, frigorifero, auto. Prima di parlare di crisi drammatica proviamo a vedere come sta la gente oggi. E come stava ieri.

6) E per quanto riguarda la spesa. Ma lo sapete che in Italia é aumentata e non diminuita (dati di Giavazzi e Alesina) contrariamente a quello che é accaduto in Spagna e in Portogallo dove poi la ripresa si e rivelata più forte che da noi? Ma é colpa della Germania se non sappiamo fare operazioni del genere e se questi matti che sono al governo vogliono bloccare gli investimenti pubblici per aumentare la spesa corrente col reddito di cittadinanza e la riforma della Fornero?

Creiamo il movimento del sì

Questo gruppo di dilettanti in buona, o cattiva, fede sta creando le condizioni per bloccare lo sviluppo e con esso la modernità. La vicenda dei vaccini rimanda, ha ragione Mauro Mellini a ricordarlo, al medioevo della superstizione e della diffidenza antiscientifica. Quello dei maghi e delle streghe a cui rivolgersi per guarire da una malattia. O della morte concepita come naturale e inevitabile compagna risanatrice dei nostri peccati. E salutata come un passaggio benefico all’adilà. Nasce da un atteggiamento di rifiuto della scienza il processo della Chiesa a Galileo, ancora, nel Seicento. Nasce dallo stesso presupposto questo accarezzare i no vax che sfidano la medicina in nome di una subdola e pericolosa libertà di scelta. La ministra Grillo ha coniato a tal proposito uno slogan che é tutto un programma: l’obbligo flessibile. Come possa essere flessibile un obbligo nessuno riuscirà mai a spiegarlo. Un obbligo é obbligatorio se no diventa solo un consiglio e non serve a nulla. Noi siamo per il si vax, che vuol dire rispetto della scienza, della medicina e dei medici e prima ancora tutela della salute dei bambini.

In una vallata piemontese si sta costruendo una delle più importanti direttrici europee su ferro, in parte finanziata, attorno al 40 per cento, proprio dalla Ue. Si tratta di un’opera ferroviaria che passerà, per fortuna, anche dal nostro Paese, congiungendo Lione a Torino e poi da lì innescandosi coi tragitto dell’alta velocità per poi riprendere il cammino verso altri lidi europei. Il tratto francese é quasi ultimato, quello italiano é in corso, dopo diverse revisioni di tracciato e nuovi progetti che dai primi accordi tra Francia e Italia tra il 1999 e il 2001 si sono resi necessari anche a seguito di una dura azione, a volte anche violenta, dei cosiddetti no Tav. Il tema ha diviso negli ultimi quindici anni la sinistra, coi riformisti favorevoli e i massimalisti (Pdci e Rifondazione) contrari. Oggi il contratto di governo pentastellato parla di revisione dell’opera coi Cinque stelle e il ministro Toninelli im primis che intendono bloccarla. Il no al completamento della Torino-Lione comporterebbe la rinuncia italiana a un’importante infrastruttura europea, utile economicamente e ambientalmente (per lo spostamento del traffico su gomma verso quello su ferro), costringerebbe le imprese a bloccare i lavori, con ripercussioni sulla manodopera, determinerebbe un contenzioso con la Francia e con l’Unione di notevole asprezza, vedrebbe l’Italia sottoposta a penali e a costi di smantellamento del costruito che si stimano superiori ai due miliardi. Follie. Noi siamo dunque anche in questo caso per un sì. Sì Tav.

Poi c’è la cosiddetta Tap e la questione dell’Ilva quanto mai aperte e insolute. Il gas naturale è energia pulita e la diversificazione energetica é contenuta nella stessa strategia elaborata in sede europea. Il percorso del gasdotto, che parte dall’Azebargian si sviluppa lungo la Grecia e l’Albania per approdare in Italia, nella provincia di Lecce. Sarà lungo 800 chilometri circa, di cui 105 sottomarini nel mar Adriatico, e trasporterà 10 miliardi di metri cubi l’anno, ma la società prevede di raddoppiarli. In Italia sono nati, dopo l’inizio dell’opera che risale al 2016, i cosiddetti no Tap. Potevano mancare? In Puglia si é schierato con loro il governatore Emiliano ipotizzando svantaggi per il turismo. Evidente che, rendendo l’Italia e l’Europa (la Tap verrà collegata ad altri canal di approvigionamento europeo) più autonome meno pressante sarà la loro dipendenza dalla Russia. Anche su questo noi diciamo sì. Sì Tap. E che dire dell’Ilva, di un vasto e dispendioso lavoro di disinquinamento avviato diversi anni orsono e dal contestuale tentativo di mantenere in piedi con gestioni commissariali la più grande industria dell’acciaio di tutta Europa in grado di garantire l’occupazione a 20mila persone. Calenda ha firmato un accordo di cessione dell’industria con esiti tranquillizzanti. Oggi i Cinque stelle lo mettono in discussione sulla pelle di tanti lavoratori mentre il guru Grillo continua a vaneggiare di soluzioni stravaganti. Basta, per favore, e sì all’Ilva che rimane, produce, dà occupazione e non inquina. Basta coi stupidi e suicidi ricatti. Presto gli italiani si accorgeranno di dove porti la politica dei no. La cultura del regresso o della cosiddetta decrescita felice, ha ragione Angelo Panebianco, porterà al disastro.