In quale mondo viviamo (e loro?)…

Molti parlano e taluni decidono senza capire il mondo di oggi. Senza afferrarne la natura, senza sapere decifrarne regole, senza riuscire ad anticiparne tendenze. Parlano di buoni principi che rischiano di trasformarsi in decisioni deleterie per quegli stessi a cui si tende provvedere. Insistono pensando a meccanismi che non esistono e ignorando quelli esistenti. Negli anni ottanta si ragionava in questo modo. Il mondo era più semplice, politicamente ed economicamente. Nel 1980 il debito italiano era al 60 per cento del Pil, il problema di fondo era l’inflazione che si annunciava a due cifre, mentre la Banca d’Italia comprava la parte di Bot e Cct che il mercato non assorbiva calmierando così gli interessi che restavano alti ma inferiori al tasso inflattivo. Non esisteva l’euro, né era presente alcun tipo di vincolo europeo (il trattato di Maastricht data 1992), ancora la globalizzazione non era divenuta preponderante e non era stato firmato il WTO (il trattato di commercio unico). Una parte di Europa era ancora sotto il giogo comunista e l’Urss, una repubblica che univa stati e che si configurava come la seconda potenza mondiale in un globo allora dominato dal bipolarismo Usa-Urss, univa in un vincolo militare e politico popoli e nazioni.

L’Italia attraversava un suo specifico dramma, quello del terrorismo che negli anni ottanta fu soprattutto rosso e che insanguinava quotidianamente le nostre strade, mentre la configurazione geografica del nostro paese, al confine tra Ovest ed Est e tra Europa e Medio Oriente, aveva reso la nostra nazione permeabile a stragi, attentati, omicidi, che spesso proiettavano in tutto il mondo misteri spesso tuttora impenetrabili. L’Italia era un paese dalle verità nascoste, al quale un sistema politico costoso ma efficace e una classe dirigente di valore avevano assicurato democrazia, sviluppo e benessere sempre più generalizzato. Terrorismo e inflazione furono i problemi che i governi degli anni ottanta, da Cossiga a Craxi, si trovarono a dover affrontare. E lo seppero fare con successo grazie a uomini come il generale Dalla Chiesa, a decisioni come la legge sui pentiti (che iniziò a sconfiggere anche Cosa nostra), a leggi come il decreto di San Valentino che sacrificando alcuni punti di scala mobile assorbiva percentuali di inflazione. Il tutto fu certo agevolato da un buon andamento dell’economia mondiale e dalla possibilità di attingere risorse senza preoccuparsi troppo del debito.

Aggiungo però che in quel periodo nessun governo aumentò in deficit la spesa pubblica e che durante il governo Craxi fu l’aumento del tasso di interesse ad elevare il rapporto tra deficit e pil, come ha più volte ricordato Nicola Scalzini, all’epoca collaboratore economico del governo del segretario del Psi. Oggi tutto é cambiato. Il nostro mondo é costituito da queste preponderanti novità con le quali tutti dovrebbero fare i conti: la globalizzazione, la finanziarizzazione, l’immigrazione, la moneta unica europea, i vincoli europei, la reazione dei mercati. Si tratta di sei grandi questioni che ci sovrastano. Possiamo contestarle, alcune o tutte, ma non ignorarle. Chi avrebbe mai detto negli anni ottanta che la Cina sarebbe diventata la maggior proprietaria del debito degli Stati Uniti, chi avrebbe pronosticato che la stessa Cina e l’India da paesi sottosviluppati sarebbero divenute grandi potenze economiche? Chi avrebbe mai pensato che l’economia di carta avrebbe di gran lunga superato quella industriale (negli anni ottanta pensavamo semmai all’espansione del terziario), chi avrebbe mai ipotizzato in un mercato unificato che le merci cinesi avrebbero distrutto quelle occidentali per costo di prodotto? E chi avrebbe pronosticato un esodo dall’Africa verso l’Europa coi problemi conseguenti tanto da far divenire l’immigrazione il tema centrale di tutte le campagne elettorali?

E chi aveva ritenuto (qualche minoranza c’era ma non fu ascoltata) che un Europa solo monetaria sarebbe divenuta fragile e controproducente, visto che il primo passo per essere uniti dal punto di vista monetario avrebbe proprio dovuto essere l’unità politica? E come mai nessun paese ha chiesto la rettifica dei parametri di Maastricht dopo la crisi del 2008, preferendo ignorare vincoli che aveva sottoscritto liberamente e non sotto ricatto? E chi si é posto il problema di frenare o governare (ma chi dovrebbe farlo se non l’Europa) mercati che si orientano liberamente alla luce di sensazioni più spesso che non di decisioni? Tutti hanno responsabilità, ci mancherebbe. Quello che oggi non si può fare é far finta di niente, come il nostro governo dei vice presidenti che pensa di vivere ancora negli anni ottanta e non nel 2018. Quello che non si può fare é avere un governo di incompetenti nella società della conoscenza e dell’interdipendenza. In un mondo regolato da meccanismi assolutamente nuovi rispetto a trenta e più anni orsono. Questo perché anche i buoni propositi rischiano di divenire azioni sconsiderate pagate proprio da coloro che a parole si intende difendere. Un paradossale pendolo si agita in Italia. Quello animato da chi dice di difendere i poveri e rischia di danneggiarli. I signori dello Spread non esistono. I fantasmi inventati come nemici siamo tutti noi. Aumentiamo il debito con la spesa corrente e alla fine gli speculatori ci guadagneranno cogli interessi e quelli che il denaro non l’hanno verranno penalizzati da tagli al welfare che, senza denaro a disposizione o col denaro più caro, diverranno indispensabili. Auguri signori del governo. Voi esistete. Ascoltare Draghi dovrebbe essere una vostra priorità.

Quel che penso del congresso

In Baviera i Verdi sono il partito del momento, con oltre il 18%. In Italia i Verdi sono spariti. Ma in Germania vivono ancora democristiani e socialdemocratici. In Italia no. Vuoi che sia colpa di Bonelli, di Casini, di Nencini? Solo gli stolti lo possono pensare. In Italia é crollato un sistema e ne é nato un altro, dove i partiti identitari sono stati sostituiti da nuovi soggetti e sigle senza storia e cultura politica. Aver tenuto insieme la nostra piccola comunità con enormi sacrifici, é stato miracoloso, soprattutto dopo il 2008 e fino al 2013, senza un parlamentare, senza un soldo, senza null’altro che non fosse la nostra passione. Per questo sono diventato intollerante verso i cosiddetti socialisti di Facebook, che osservano noi nuotare contro vento e si divertono dal bordo del fiume a lanciare sassi. Con sadico piacere. Questo non significa che non si potesse far meglio e che non siano stati compiuti errori. Ma se ogni volta che nasce un dissenso, spesso per mancate candidature o per questioni personali, più raramente per diversità politiche, si sbatte la porta in faccia, non credo si dia un buon esempio. La porta oggi deve riaprirsi per tutti quelli che intendano tornare a far parte della nostra comunità accettandone le regole. A patto che non sia una porta girevole. Non è vietato sostenere di essere socialisti ma fuori dall’attuale Psi. E’ insostenibile dichiararsi fuori dal Psi perché si é socialisti.

Il congresso é ormai fissato, dopo il Consiglio nazionale e la Convention di fine anno. Tutti devono potervi partecipare, ognuno recando il suo contributo, ma dopo avere dato materialmente un aiuto che ci permetta di vivere. Discuteremo di norme congressuali. Dico subito che sono a favore di un congresso aperto e nato dal basso. Chiunque voglia parteciparvi é chiamato anche a recare un sostegno economico, potrebbero partecipare anche associazioni, movimenti, circoli di non iscritti purché accreditati, le tesi dovrebbero costituire solo una cornice possibilmente unitaria dentro la quale collocare idee, spunti, annotazioni da raccogliere nelle assemblee provinciali.

L’assise nazionale, attraverso la commissione politica, potrebbe alla fine elaborare una o più proposte di documento finale da votare da parte dei delegati. Segretario e presidente potrebbero essere entrambi eletti direttamente dal congresso, assieme al Consiglio nazionale, di cento persone, che a sua volta dovrebbe eleggere una direzione di non più di trenta e una segreteria di dieci. Ovviamente queste sono mie idee sulle quali ragionare insieme. Ma non v’é dubbio che un congresso, da svolgere prima di quello del Pd, dovrà assumere connotati nuovi: costituire una tribuna politica per tutta l’opposizione al governo dei vicepresidenti, rinnovare il gruppo dirigente, non solo dal punto di vista generazionale, ma anche seguendo meriti politici ed elettorali nella sua selezione, aggregare il massimo possibile di socialisti ancora ai margini del partito, o per scelta o per condizioni locali, dotarsi di organi snelli, senza ricorrere al vecchio principio secondo il quale é opportuno accontentare tutti. Si può aprire una nuova stagione politica. Apriamola tutti insieme. A nessun socialista italiano sia consentito sostenere che il Psi non é il suo partito.

La verità su Stefano Cucchi

Il caso, uno di quelli più delicati perché interessava le eventuali responsabilità di uomini dell’Arma dei carabinieri in relazione alla morte di un giovane romano, Stefano Cucchi, arrestato nell’ottobre del 2009 per spaccio di droga e deceduto in stato di detenzione, pare ormai al suo epilogo. Dopo un processo ultimato con un nulla di fatto e un’assoluzione dei presunti militari coinvolti, nel 2015 il carabiniere Casamassima, dopo sei anni di silenzio, ha aperto un nuovo fronte di indagini. Egli ha dichiarato di aver sentito nell’ufficio le confidenze del superiore- il maresciallo Roberto Mandolini- dei presunti colpevoli. Il maresciallo è divenuto così uno dei cinque indagati. A lui e a Vincenzo Nicolardi, é stato contestato il reato di falsa testimonianza. Per gli altri tre – Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco – i pm ipotizzano il reato di lesioni. Accusa che potrebbe mutare all’esito dell’incidente probatorio, se la nuova perizia dovesse stabilire che Cucchi sia morto a causa dei pugni e dei calci ricevuti.

Oggi al processo la testimonianza di Francesco Tedesco ha fatto piazza pulita delle menzogne e delle coperture finora abusivamente assicurate sulle questione. Tedesco ha ammesso il duro, inspiegabile, cruento pestaggio del giovane al quale ha partecipato. Anche se ha sostenuto di non avervi preso parte materialmente e anzi di avere pregato gli altri due di smetterla. Per nove anni l’omertà ha regnato sovrana e si deve alla sorella di Stefano, Ilaria, se il caso ha continuato a turbare gli italiani e la ricerca della verità non è mai venuta meno. Il recente film sul caso Cucchi “Sulla mia pelle” ha peraltro tenuto sveglia l’attenzione di tutti.

Nella sventagliata di sospette responsabilità, la polizia penitenziaria, i medici, gli scalini della caserma dei carabinieri, la magrezza di Stefano, la sua epilessia, l’effetto delle droghe, sempre gli uomini dell’Arma hanno cercato di coprire le loro responsabilità. La sentenza dovrà evidenziare tutte le colpe. Non solo quelle materiali di chi é stato protagonista di un efferato e micidiale atto di violenza, peraltro compiuto contro un ragazzo in grave stato di prostrazione e forse di malnutrimento, ma anche tutte le coperture assicurate. Da quelle minori, dei colleghi che sapevano e non hanno parlato, a quelle maggiori, dei vertici che hanno deciso di mettere una pietra tombale sull’accaduto pensando di difendere l’Arma e che invece hanno finito per danneggiarla. Il caso del carabiniere Casamassima che per primo aveva deciso di parlare e che oggi denuncia di aver subito minacce e addirittura un trasferimento con demansionamento, va subito affrontato dagli organi competenti. Dire la verità é un dovere per chi ha il compito di difendere i cittadini. E’ la menzogna che deve essere punita.

Tutta colpa di Soros…

Ogni volta che accade un evento spiacevole i due inquilini del palazzo del governo se la prendono cogli altri. Crolla il ponte ed é colpa non solo di Autostrade, ma dei governi precedenti. Ci sta, i due erano al governo da poche settimane. Ma adesso anche la gente, che ai funerali di Genova li aveva applauditi, comincia a contestarli. Dopo due mesi non si vede nulla, solo promesse di vendette e di un decreto scritto e riscritto e poi ancora modificato dopo profondi contrasti con la regione Liguria. Toninelli, un pesce fuor d’acqua, rassicura gli scettici, consola i sofferenti, minaccia i colpevoli. Ma ad oggi si vede solo il disastro del crollo, e i danni degli abitanti della vallata. Giustamente arrabbiati, forse per colpa loro.

Salvini sequestra per giorni un gruppo di migranti (che in base all’articolo 10 della Costituzione avrebbero il diritto di chiedere asilo) su un’imbarcazione italiana. Un magistrato apre un’inchiesta e la colpa é del magistrato. La Lega si é impadronita illegalmente di 49 milioni di finanziamento pubblico e viene condannata a restituirli. La colpa di chi é? Di chi vuole affossare la Lega e metterla fuori gioco, mentre é suo diritto riconsegnare il maltolto (che equivale alla maxi tangente Enimont che serviva per finanziare quasi tutti i partiti) in ottant’anni e senza interessi. Si tagliano i vitalizi e la colpa é degli ex parlamentari che fanno ricorso per verificarne la legittimità, non di chi (eventualmente) ha abusato del suo potere.

Si supera il rapporto deficit-Pil concordato con la Ue e la Ue deve tacere, anzi arrossire, anzi annuire, e anzi fare autocritica per la quantità alcolica sorbita dal suo presidente. Se poi ci sono tentennamenti a sforare i conti la colpa é dei burocrati, dei dirigenti che secondo l’esule (finanziato da Mondadori) Di Battista dovrebbero essere licenziati. I mercati reagiscono male e lo spread sale a 315 e la colpa di chi é? Di Soros, il finanziere speculatore per eccellenza, delle banche, dei “signori dello spread”. Non dei due che hanno sforato ogni tetto concordato, che hanno aumentato la spesa e non gli investimenti, che hanno ipotizzato l’uscita dall’euro, che hanno vilipeso tutte le istituzioni europee compreso la Bce alla quale l’Italia, grazie al quantitativi easing del nostro Draghi, deve la sua tenuta. Anche il presidente é finito nelle grinfie dei due per non essere stato eletto ma nominato. Stravagante annotazione…

I due ce l’hanno col mondo e Salvini gioca su tre tavoli. Offende la Ue con Di Maio, stipula un patto con Marine Le Pen sulle Europee senza Cinque stelle e conferma l’accordo con Berlusconi e la Meloni per le regionali e le comunali del prossimo anno. E’ ad un tempo alleato con il gruppo dei Liberali e democratici (Alde), con quello dell’estrema destra che intende, con le Front national, uscire dalla Nato e dall’euro e allearsi con Putin, e con quello Popolare che si oppone a tutto questo. A lui basta bastonare qualche migrante, promettere di abbassare le tasse e mandare un po’ prima in pensione gli italiani come a quell’altro basta e avanza garantire un po’ di soldi a chi non lavora. Peccato che ci sia quel diavolaccio di un Soros che rovina la festa…

Inviato da iPad

Il nuovo percorso del Psi

La segreteria ha deciso di convocare il Consiglio nazionale per i primi di novembre e di svolgere il congresso, ordinariamente previsto nel 2020, prima delle elezioni europee, prevedibilmente nel mese di marzo. Riccardo Nencini ha ribadito la sua decisione di non ripresentare la sua candidatura alla segreteria del partito, aggiungendo che dieci anni rappresentano un ciclo che si deve chiudere. Credo sia giusto riconoscere a Riccardo una grande onestà intellettuale, una forte sensibilità umana e una giusta ambizione di contribuire anche col suo annunciato gesto a rinnovare la comunità socialista.

Sul piano politico un congresso anticipato non si poteva svolgere che prima delle elezioni europee e prima del congresso del Pd. Le elezioni europee rappresentano un banco di prova decisivo per l’Europa, la sua vita e il suo destino. Le forze del socialismo europeo sono ancor oggi, in Portogallo, in Spagna, in Germania, in Svezia, in Norvegia, in Austria, altrove, più che mai in sella, con le difficoltà proprie del governo dei rispettivi paesi, proprio mentre il Pd, che vantava nella sua originalità la sua forza preminente rispetto a quelle tradizionali della socialdemocrazia europea, oggi riscontra anche nella sua anomalia la sua debolezza, la più grave se si eccettua quella del Partito socialista francese e greco. Dovremo decidere al congresso che fare. Una lista soli, con gli altri socialisti europei, con tutti gli europeisti?

Serve una riflessione e una proposta che possa servire all’insieme dell’opposizione italiana, mentre al governo del paese l’irresponsabilità, il pressapochismo, il dilettantismo rischiano di portarci nel baratro. Il Pd é un partito che non decide, che non produce novità, che non si muove. Attendere il Pd è come attendere Godot. Possiamo far diventare il nostro congresso, prima di quello non ancora convocato del Pd, una grande occasione per sviluppare idee che servano al rilancio nostro e dell’insieme di un’opposizione ancora ferma. Una tribuna da offrire all’insieme dei soggetti che contrastano il governo gialloverde.

E infine il rinnovamento. Il Psi deve vivere come comunità, poi vedremo se ci saranno condizioni per restare autonomi come partito o se aderire a un nuovo soggetto che ancora però non si intravvede. Ma la nostra comunità di resistenti coraggiosi che tengono accesa una luce su un passato che non ha eredi al di fuori di noi, che aderiscono senza riserve nel nome al mondo socialdemocratico europeo, che avanzano proposte per il presente e il futuro di carattere riformista ed europeista, questa comunità deve vivere sempre. Per questo é necessario anche un passaggio generazionale. Senza proclamare assurde rottamazioni. Gli uomini non sono auto da gettare nel macero e se hanno esperienza, intelligenza e cultura credo siano più che mai utili a una comunità di pensiero e di iniziativa politica. Ma serve dimostrare che ci sarà un dopo di noi. Che questa comunità saprà vivere negli anni costruendosi un futuro. E noi abbiamo il dovere di agevolare, sostenere e aiutare questo passaggio di testimone. E’ il momento di mettere da parte tutti i conflitti, di iscriversi al Psi, di partecipare a un congresso che dovrà essere di tipo nuovo, rivolgersi a una platea più vasta, chiamare tutti a fornire un contributo di idee senza vincoli e sbarramenti. Se non ora, quando, scusate, si può rimettere insieme la proclamata e supposta diaspora?

Spezzeremo le reni a Juncker

Salvini, quello del “me ne frego”, se n’é uscito ieri dando dell’ubriacone a Juncker, presidente della Commissione europea, mentre Di Maio ha minacciato (non si capisce chi, forse “i signori dello spread”) di chiedere i danni per l’aumento dello stesso spread a oltre 300. Si rivolga innanzitutto a quel Borghi, leghista e presidente della Commissione bilancio del Senato, strano soggetto, che ogni volta che parla costa all’Italia centinaia di milioni di euro. Zittirlo sarebbe la più produttiva opera di spending review. Siamo ormai entrati in una fase decisiva. Alla fine del pericoloso percorso si intravvedono solo due uscite: o la revisione dell’annunciata manovra o il distacco dell’Italia dall’eurozona. Inutile girarci intorno. Con queste premesse, con questi rapporti, con queste follie, altro non c’è.

Inutile rimarcare il disastro che provocherebbe il ritorno alla lira tanto che il meno europeista di tutti, il ministro Savona, ha dovuto dichiarare, su imput di qualcuno, assieme al presidente del Consiglio, che l’Italia rimarrà nell’euro. Escusatio non petita… L’idea che il governo italiano corregga la manovra può anche essere nell’ordine delle cose, ma pensare che possa essere ammainata la bandiera del 2,4 a me pare pura utopia. Si dovrebbe rinunciare a quel reddito di cittadinanza, che é obiettivo strategico dei Cinque stelle, anche se non condiviso dalla maggioranza degli italiani. D’altronde gli italiani sono diventati strani soggetti. Approvano tutto ciò che ritengono utile per loro: meno immigrati, meno tasse, pensioni anticipate, molto meno quel che ritengono utile per una minoranza, il reddito di cittadinanza appunto.

Ma qui siamo al ridicolo. Il governo Gentiloni aveva introdotto il reddito di inclusione (4miliardi circa in due anni, circa 500 euro a famiglia con priorità per quelle con minori, ma legato a una formazione al lavoro). Si poteva aumentarlo. Si è scelta una strada opposta. Ancora non esiste, secondo il teorico della flat tax, il leghista ed ex socialista Siri, un provvedimento preciso sull’argomento. Resta il fatto che secondo la scaletta illustrata a Porta a Porta, e condivisa da Di Maio, i 780 euro sono la quota base del reddito di cittadinanza che viene aumentata se il singolo é sposato e se ha figli, tanto da sfiorare i duemila euro nel caso di marito, moglie e tre figli a carico, se il loro reddito annuo non supera i 9mila euro. Dunque con 8mila euro di reddito familiare si potranno raggiungere in questo caso circa 30mila euro annui. Niente male, senza far quasi nulla. E poiché il soggetto in questione può rifiutare fino a tre proposte di lavoro, ma solo nell’arco di 51 chilometri, é evidente che questa sorta di famiglia Addams vivrà per molto (per sempre?) a carico dello stato, magari aumentando ancora il reddito con attività di lavoro in nero.

Io penso che si stia scherzando. Non può essere vero. Ma questo è un chiaro incentivo a non lavorare se non in modo illegale. Con due gravi danni per lo stato. Il primo è il mantenimento a sue spese di chi non lavora, il secondo é l’incentivo a lavorare senza pagare le tasse. Ecco il bengodi, che diventa inferno per i più. Per coloro che lavorano onestamente pagando fino all’ultimo euro, per coloro che hanno pagato i contributi e si trovano oggi con una pensione uguale o inferiore a chi non ha mai pagato nulla. Si introdurranno gravissime discriminazioni tra gli italiani. E i giovani saranno tentati alla passività, non alla ricerca di un’attività con la creatività e la dedizione della quale sono dotati. I centri per l’impiego diverranno sedi di ricorsi senza fine, per coloro che saranno esclusi da questa manna, e le controversie saranno ingenti e costose per lo Stato. Di tutto questo non si curano lorsignori, solo interessati a brindare sul balcone a una vittoria di Pirro per l’Italia. In tutta Europa ci guardano come a un raro esemplare. A un nuovo archetipo di chi vuole fare anzitutto il suo male.

Boccia con la camicia verde

La Confindustria italiana è sempre stata col potere. Non mi stupisco delle parole del presidente Boccia che, dopo aver commentato con inusitata dolcezza la manovra economica del governo, ha dichiarato agli industriali vicentini che la Lega di Salvini é il suo punto di riferimento. Il 24 ottobre del 1932 il senatore Giovanni Agnelli, presidente della Fiat, incoronò Benito Mussolini esultando al Lingotto “dove batte il cuore di Torino operaia, alla rinnovata Italia e al suo Duce”. “Viva Benito Mussolini” dichiarò con convinzione.

Poi, una volta cambiato regime, la Fiat e la Confindustria, che per tanti anni sono stati la seconda alle dipendenze della prima, si sono scoperte democristiane. Angelo Costa, il presidente della ricostruzione, era profondamente cattolico e vicino a De Gasperi. E guidò la Confindustria dal 1945 al 1955 e poi dal 1966 al 1970. Unica parziale eccezione quella laica e repubblicana dell’avvocato Gianni. Umberto Agnelli, negli anni settanta, fu anche senatore della Dc. Nei primi anni novanta Luigi Abete, presidente di Confindustria, fiutò l’aria del rinnovamento e si gettò a pieno titolo a sponsorizzare Mario Segni e i suoi referendum.

Crollata la prima repubblica sotto i colpi di Tangentopoli (e mentre molti imprenditori che avevano sfruttato i vecchi partiti se ne dichiaravano vittime sacrificali) ecco emergere una nuova tendenza berlusconiana, anche se forse mai prevalente e poi prodiana. Giorgio Fossa e Antonio D’Amato erano sul filo della simpatia operante per il secondo e il primo. E il renzismo benedetto da Marchionne che a sua volta era stato esaltato dal giovane presidente del Consiglio? Come dimenticarlo? Ma sappiamo della rottura tra Fiat e Confindustria neppure sanata dalla presidenza di Luca Cordero di Montezemolo al vertice degli industriali.

Stupirsi? E di cosa? Boccia oggi sta con chi comanda, come tutti i suoi predecessori. Si é sempre chiarito che la Confindustria non fa politica. La politica la fa chi governa e la Confindustria l’appoggia a prescindere dal colore. Con qualche nota a fondo pagina. Finora, questa semmai é la novità, lo faceva senza esplicite dichiarazioni di sostegno. Boccia é andato oltre e si messo la camicia verde. Proprio come quel suo illustre predecessore (contrariamente ai Pirelli gli Agnelli negli anni venti e trenta non assunsero mai la presidenza di Confindustria) che la camicia nera la vestì con entusiasmo. Almeno un altro punto di riferimento, storico, Boccia deve averlo rinvenuto.

La bacchetta magica di Di Maio

Difendere i poveri, e un socialista può essere contrario? Ma nessuno è arrivato alla presunzione che con una legge si abolisce la povertà. Evidentemente quella del taumaturgo Di Maio è smisurata. Alla stregua del mago Otelma promette di far sparire tutti i poveri. E poi di resuscitarli benestanti. La sua arte é assai più complicata di quella berlusconiana che vaticinava meno tasse per tutti e un’attività di operaio per sé. Così oggi pare che per abolire i poveri sia necessario indebitare di più tutti gli italiani. Cioè lo Stato. Attenzione, però. Non con nuovi investimenti che producono Pil e lavoro, e dunque abbassano il rapporto deficit-Pil, ma aumentando la spesa corrente.

Ma sì, meno introiti fiscali, pensioni con meno anni, un reddito per chi non lavora. Con quali risorse? Tagliando spese inutili e improduttive? Nient’affatto. Solo aumentando il deficit per tre anni. La previsione, alla luce dell’andamento delle borse (oggi Milano a meno 4,6 e lo spread a 270), e della probabile bocciatura di Bruxelles, poi vedremo la reazione dei mercati, non lascia presagire nulla di buono. Avremo più disoccupazione e più poveri. L’intento si trasformerà nel suo contrario. Gli impegni europei della riduzione del deficit comportava uno O,8 per il 2019. Il ministro Tria, evidentemente in accordo con le autorità europee, in primis Draghi, era disponibile ad arrivare all’1,6, senza eccedere sul reddito di cittadinanza e agganciandolo a quello di inclusione, istituito dal governo Renzi, che non prescinde dall’Isee e dalle condizioni di vita (la casa in proprietà) degli interessati. Apriti cielo. La Lega, che pareva soddisfatta della Flat tax per le partite Iva (poi vedremo dove finiranno le varie agevolazioni fiscali) e di quota cento (somma di anni e di contributi) per andare in pensione, pare aver svolto un’azione di compensazione e di equilibrio. Tanto alla Lega e qualcosa anche ai Cinque stelle. Soddisfatti tutt’e due.

E’ così si é arrivata alla fatidica soglia del 2,4. Evviva. Gran festa dei Cinque stelle che davanti a Montecitorio hanno improvvisato un ritrovo gioioso con tanto di vu in segno di vittoria. Ragazzi che festeggiano l’aumento del deficit, ragazzi ottimisti sul futuro dell’Italia, ragazzi da prendere con le molle perché non si sono accorti del consistente e parallelo aumento di gas ed elettricità (dal 6 al 7 per cento) per le famiglie. Un governo deve fare le cose negli interessi dei cittadini, non necessariamente quelle che i cittadini chiedono. Nessuno pretendeva quattro punti in meno di scala mobile nel 1984, ma il decreto il governo Craxi lo emanò convinto di fare l’interesse dei lavoratori perché la conseguenza era la diminuzione dell’inflazione. E così avvenne. Un provvedimento che era contro le richieste dei lavoratori si trasformò in un fatto positivo per gli stessi lavoratori. Un governo non deve solo dare. Deve prevedere. Deve sapere, in questo caso, quale sarà il vero interesse dei più poveri. Dubito che questo governo di gioiosi festaioli abbia qualche attinenza con questa virtù.

E’ l’ora dei liberalsocialisti

Mentre certo Rocco Casalino minaccia i tecnici del Ministero dell’Economa, colpevoli di attenersi ai numeri della realtà e non a quelli del desiderio e Di Battista, l’esule pagato da Mondadori, aumenta la dose invitando il governo a licenziarli, mentre ancora non si trova l’accordo per il ponte crollato e si accusa l’Europa (ci mancava) per i ritardi del governo, mentre Berlusconi accusa i Cinque stelle di essere peggio dei comunisti ma non rompe con Salvini, suo alleato, mentre il Def appare ancora indecifrabile e per ora segnato da tensioni e da scontri tra i due partiti di governo e tra loro e il ministro Tria, l’area riformista tace. Il Pd fissa per gennaio le primarie e a non si sa quando il congresso. Tutto si muove coi tempi dell’ordinaria amministrazione.

Siamo in una fase normale, possiamo considerare la situazione italiana e le tensioni che ovunque si manifestano in Europa come segnali che non destano alcuna preoccupazione? Oggi Angelo Panebianco coglie nel segno. E si chiede cosa sarà di noi se nella prossima primavera a prevalere in Europa saranno le tendenze cosiddette sovraniste e populiste. E se poi analogo risultato troverà adeguate conseguenze nelle elezioni dei vari stati. E risponde che se questo dovesse avvenire sarebbe la fine di qualsiasi percorso di integrazione europea, e l’inizio del ritorno ai vecchi stati sovrani, come auspicano gli stessi Trump e Putin. La fine dell’Europa segnerebbe il ritorno di una logica bipolare di dominio sui singoli stati, taluni più vicini agli Usa e taluni alla Russia e taluno a entrambi.

E’ evidente che la posta in palio oggi sia questa. O la creazione dell’Europa politica o la fine di ogni progetto di integrazione europea e il ritorno alla subordinazione politica e oggi soprattutto economica ai vecchi padroni. Di Europa politica, parlo, giacché quella solo monetaria, dei vincoli e dei patti di stabilità che hanno considerato spesa anche gli investimenti che creano lavoro e Pil, non ha retto, ne poteva reggere, alla disgregazione e alla protesta, poi sconfinate, grazie all’incapacità di far fronte unico al tema dell’immigrazione, nel sovranismo e nel populismo. E che potremmo definire anche neo nazionalismo e qualunquismo, valori dei quali la Lega (sì proprio la Lega che sputava sul tricolore paragonandolo a carta igienica) e Cinque stelle sono espressione italiana.

C’é solo un modo per rilanciare una speranza di vittoria delle forze europeiste e riformiste: la piena consapevolezza della drammaticità del momento e della necessità della più ampia e solidale alleanza tra di loro. E’ per questo da condividere l’intenzione di creare un fronte unico che vada da Macron a Tsipras, passando attraverso socialisti e popolari non orbaniani, anche se spesso liste uniche portano a risultati inferiori a quel che portano liste separate. Non entro nel merito delle tattiche. Avremo un po’ (non molto) tempo per affrontare l’argomento. Certo in Italia l’area di opposizione assomiglia a un prato rasato e rinsecchito, coi due maggiori partiti di opposizione ancora intenti (tranne Renzi) a stringere l’occhiolino chi all’uno chi all’altro partner di governo, e finendo cosi per favorire entrambi.

Non si può attendere il Pd come fosse Godot nel dramma teatrale di Samuel Beckett. Ben venga il suo congresso, ben venga il suo rinnovamento, ben venga il cambio del suo nome. Ma non si può aspettare che il travagliatissimo parto si inveri. E’ ora che le forze liberalsocialiste, il Psi, la Bonino, i radicali, i verdi, lo stesso Calenda se se la sente, e chi con lui, assumano un’iniziativa politica forte. Occorre dare la sveglia con un progetto di nuova Europa, di forte contestazione del governo Salvini-Di Maio, di costruzione di un ampia alleanza di soggetti, con il lancio provocatorio di una chiara richiesta al Pd di uscire dal silenzio dei colpevoli. Non é più il tempo di chiudersi in un recinto né di crearne uno nuovo. Mi hanno insegnato che in politica ognuno deve fare quel che può, come diceva il vecchio Nenni, e poi avvenga quel che deve. Credo che mai come oggi non basti più criticare il Pd, occorre assumere un’iniziativa politica. Non domani. Adesso.

I soldi del Monopoli

Poveretti. Hanno litigato con mezzo mondo. Con l’Onu, minacciando di bloccare i finanziamenti, con la Ue per via dei vincoli, con la Bce perché non é stata eletta da nessuno, con l’Ocse per gli aiuti al terzo mondo, con l’Inps per le intromissioni al decreto dignità, con la Consob licenziando il presidente, con la Ragioneria di stato perché fa il suo dovere, con il ministro Tria perché deve trovare i soldi anche se non ci sono. E adesso stanno chiusi in due uffici separati perché hanno deciso di dividere le somme come se il Def fosse un gioco del Monopoli.

Un esercito di incompetenti e di dilettanti sta già costando all’Italia 4-5 miliardi di euro per le oscillazioni dello spread, e adesso vuole spingere Tria a superare l’asticella dell’1,6 di deficit sul Pil, che già è ben oltre lo 0,9 previsto, e che il ministro dell’Economia considera una linea del Piave. Oltre il quale l’Italia rischia un ulteriore aumento dello spread e una reazione dei mercati. Osserviamo i dati. Il Pil italiano, nel 2019, sarà, secondo le previsioni, solo dell’1, 1,1% contro l’1,6 del 2018, in presenza di un 1.8 di media nei paesi dell’Unione. La sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, posta anni fa a bilancio come clausola di salvaguardia, assieme all’aumento dello spread, porterebbe, senza alcun ulteriore provvedimento di spesa, il deficit oltre il 2%. Per portarlo all’1,6 occorrerebbero ben sette miliardi che devono essere recuperati.

I nostri eroi al governo di questo se ne infischiano perché quel che conta non é la sorte della nostra economia, ma solo la coerenza col contratto. Lega e Cinque stelle rivendicano otto o nove miliardi a testa da spendere per i loro programmi, fottendosene allegramente delle conseguenze. Vogliono aumentare la spesa, attenzione, non gli investimenti, intendono, con la flat tax, la riforma della Fornero e il reddito di cittadinanza, non aumentare il Pil e l’occupazione, ma fornire risposte che potrebbero perfino incidere all’incontrario. La Flat tax diminuisce le tasse ai ricchi, la riforma della Fornero manda in pensione più presto, il reddito di cittadinanza, se non concepito come reddito di inclusione al lavoro (ma c’é già e può essere ritoccato), può produrre un assistenzialismo improduttivo.

Stanno prendendo prigioniero Tria che resiste. E hanno ormai dissestato la logica delle cose. Hanno parlato dei “signori dello spread” come se questo strumento non segnalasse la differenza degli interessi tra il debito italiano e quello tedesco, come se non fosse interesse dell’Italia pagare percentuali più basse e indebitare meno i suoi cittadini. Hanno parlato dell’attacco dei mercati come se questi ultimi fossero i tartari del deserto buzzatiano e invece di altro non sono costituiti se non da fondi di risparmiatori che difendono i loro interessi scegliendo liberamente dove investire. Hanno parlato dell’Europa delle banche, senza accorgersi che la Banca europea, grazie al nostro Draghi, con il quantitativy easig, ha salvato l’Italia comprando quote di debito e abbassando gli interessi.

L’impressione é che la forza di costoro sia la loro eccezionale capacità di disinformare cosi come la debolezza del Pd era la sua assoluta incapacità di informare, dovuta anche alle continue aggressioni del fuoco amico. Se si parla di immigrazione i numeri non contano, tutto è giocato sull’impressione, facendo leva sulla paura e sul disagio, senza i quali la Lega sarebbe ancora al 4%. Se si parla di economia i conti non servono. Anzi sono manipolati e inutili. Non solo i vincoli, ma addirittura i dati dell’Istat, quelli dell’Inps, perfino quelli forniti da Tria. C’é il contratto, signori, che assume il valore di un testo religioso al quale rapportarsi con fede e dedizione. E se il contratto si scontra coi numeri sono i numeri che devono cambiare. Il contratto é come il Corano. Se ne leggono i versetti a memoria. E quando accade qualcosa non previsto come il crollo del ponte Morandi il contratto viene sfogliato e riletto perché non si sa cosa fare e, in sua mancanza, si commettono evidenti strafalcioni come la vicenda della nomina del commissario insegna. Noi siamo ancora in attesa di capire. Salvini, coi suoi due forni aperti, é l’unico che dorme sonni tranquilli. Mal che vada gli toccherà, dopo le elezioni, fare il presidente del Consiglio appoggiato dalle tivù (non tanto dai voti che sono pochini) di Berlusconi. Non c’é fine al peggio…