Quel nostro fratello ucciso

Sono stato profondamente colpito dalla morte di Antonio Megalizzi, il giovane giornalista che seguiva i lavori del Parlamento europeo, innamorato dell’Europa e che il barbaro cecchino dell’Isis ha colpito con un proiettile alle nuca mentre stava godendosi una passeggiata tra le vie della città di Strasburgo assieme ad alcuni amici. Speravo ancora fosse possibile un miracolo, ma la speranza già era stata sepolta dopo le crude e tragiche parole della madre, riferite poi dall’on. Borghezio. Evidentemente il terrorismo jidahista, nonostante la conquista dei territori occupati dall’esercito nero, grazie all’avanzata dei curdi, degli iraniani, col supporto degli americani, non é sufficiente per gridare vittoria.

Lasciamo perdere, non dovremmo, la ricompensa che i curdi hanno ricevuto dopo l’eroico loro comportamento tenuto in battaglia, ma certo esistono ancora enclave, soprattutto in territorio francese, dure a morire. Certo si tratta di colpi di coda individuali o di gruppi ristretti che poco o nulla hanno a che fare con una direzione, costituita dal governo di uno stato, che giustamente é stato sottratto a chi abusivamente lo deteneva e che consentiva non solo di programmare e pilotare gli attentati in Europa, ma anche di finanziarli attraverso la vendita del petrolio.

Il nuovo terrorismo è un “fai da te” non meno pericoloso e anche più difficilmente individuabile. Occorre la massima mobilitazione delle intelligence (inutile ripetere che ne occorrerebbe una unica europea), ma anche delle singole polizie nelle carceri e anche in alcuni luoghi di culto per conoscere gli individui in via di radicalizzazione. Evidente, su questo Salvini ha ragione, che chiunque inneggi al terrorismo omicida, anche via Internet, debba essere punito. Lo prevede la legge laddove ne prescrive il reato di apologia. Un altro italiano é stato colpito a morte. Non è il primo. Eppure l’Italia, e non solo il suo governo, mi pare distratta. I francesi per l’ennesima volta hanno rilanciato il loro patriottico senso della libertà illuminista intonando la Marsigliese. Noi, di fronte al nostro martire, dovremmo unirci tutti con Fratelli d’Italia, composto da un giovanissimo patriota che morì a nemmeno vent’anni nella difesa della Repubblica romana. Giovane anche più di Antonio, che credeva alla democrazia e agli stati uniti d’Europa. Ucciso dal fanatismo di chi vuole imporre con l’omicidio gli stati uniti dell’Isis, grazie alla jihad. Noi dobbiamo esprimere dinnanzi alla bara di Antonio la nostra volontà di resistere e di combattere contro gli assassini.

Il manifesto di Carlo Calenda

Pubblicato con enfasi su Il Foglio il manifesto di Carlo Calenda sviluppa analisi e proposte degne del massimo interesse. Si rivolge a tutti gli europeisti, ai progressisti, agli antisovranisti e antipopulisti con l’idea di creare quel fronte repubblicano del quale l’ex ministro e neo iscritto al Pd ha parlato più volte. La sua analisi non è originale. Tutto parte da una consapevolezza sbagliata. E cioè che dopo l’89 l’Europa e l’occidente avessero vinto una battaglia definitiva e imboccato una strada “senza inciampi grazie al mercato e multiculturalismo, secolarizzazione, multilateralismo, abbandono dello stato nazionale, generale aumento della prosperità e mobilità sociale”.

Invece “l’occidente é a pezzi, le nostre società sono divise in modo netto tra vincitori e vinti, la classe media si è impoverita, la distribuzione della ricchezza ha raggiunto il livello degli anni Venti, l’analfabetismo funzionale aumenta insieme a fenomeni di esclusione sociale sempre più radicali”. La globalizzazione ha arricchito, anche se in modi contradditori, i paesi poveri, ma ha fortemente indebolito le classi medie in particolare del nostro continente. Poi una previsione negativa, ma realistica. I prossimi quindici anni saranno i più difficili, caratterizzati dall’invecchiamento della popolazione, dall’insostenibilità dei sistemi pensionistici e dalla bassa crescita che porterà, abbinata al processo tecnologico che sta annullando molti mestieri, alla diminuzione del tasso di occupazione. Nuovi lavori si stanno creando e “le nuove professioni che si svilupperanno con l’innovazione saranno in grado di coprire i posti di lavoro perduti solo se politiche pubbliche adeguate verranno messe immediatamente in campo”. Per questo é necessario rilanciare una nuova e attiva funzione dello stato e della politica.

L’idea del manifesto Calenda é quella di uno stato forte, ma non invasivo, che non butti soldi per Alitalia o Ilva, che garantisca i più deboli, quelli che chiama “i perdenti”, ma contemporaneamente allargando la base dei “vincenti”. Mi sovviene la nostra vecchia intuizione dell’alleanza tra merito e bisogno. Gli sconfitti vanno protetti col Rei, con nuovi ammortizzatori sociali, con politiche attive contro le delocalizzazioni all’estero, col salario minimo. I vincenti vanno supportati con infrastrutture materiali (viarie, industriali come Piano impresa 4.0) e immateriali (cultura, università, scuola). Per farlo occorre tenere in sicurezza il paese, dal punto di vista economico e finanziario, perché il nostro debito va comprato e anche, proseguendo il piano Minniti, bloccando l’immigrazione alla fonte grazie a patti coi paesi d’origine.

Infine una nuova idea di sovranità all’interno della Ue, unico nostro contenitore di vita, di sviluppo, di futuro. Interessante anche quell’idea di rilanciare la conoscenza in un mondo sempre più specializzato e tecnologizzato, proprio nel momento in cui prevale una sorta di “nuovo analfabetismo” e la necessità di rispondere “alla paura” che si fortifica e si allarga sempre più nella società contemporanea. Un manifesto che Calenda definisce dei progressisti e personalmente preferirei chiamarlo dei riformisti, che intende rilanciare un fronte repubblicano (preferirei, per analogia di un quarantottesco evento storico assai negativo, chiamarla alleanza). E che si rivolge all’insieme della forze dell’opposizione al governo cinico del “fai da te”. Dunque a un raggio che va da Forza Italia fino alla sinistra. E che ben si inquadra in una futura e necessaria alleanza europea tra socialisti, popolari e liberaldemocratici, unico argine al pericolo sovranista e populista.

Non è chiaro se Calenda intenda procedere anche senza il Pd, impegnato in un congresso (parliamo del Paese e non del “Piddì o del Piddò, ha ammonito lo stesso Renzi) che appare potenzialmente deflagrante. Credo che i socialisti debbano essere della partita, coi radicali e i nuovi compagni di viaggio di provenienza laica, ambientalista, riformista. Le elezioni europee saranno il banco di prova più importante di quello che potrebbe annunciarsi come nuovo sistema politico italiano. Una grande trasformazione che si annuncia, soprattutto per le forze riformiste, non dissimile da quella avvenuta appunto a seguito del 1989.

Gillet gialli e cervelli bacati

L’attentato di Strasburgo ha colpito anche l’Italia. Oltre ai tre morti c’é anche un italiano, ferito molto gravemente, con una pallottola conficcata alla base del cranio e vicina al midollo spinale. E’ il ventottenne Antonio Megalizzi, di Rovereto, giornalista che seguiva i lavori dell’Europarlamento. Un giovane esemplare, con due lauree, colpevole solo di trovarsi in un mercatino natalizio assieme agli amici. Lotta tra la vita e la morte. Il nuovo barbaro eccidio di matrice islamista che ha nuovamente colpito la Francia é stato opera di Chérif Chekatt, 29 anni, nato a Strasburgo, passaporto francese, con origini nordafricane, già schedato dalle autorità per radicalizzazione e condannato a due anni di carcere nel 2011 per aver aggredito un ragazzo durante una rissa.

Il terrorista é riuscito a fuggire poi, individuato dalla polizia, è stato ferito, é nuovamente fuggito con un taxi sequestrato e al momento é latitante. Si tratta dunque di un francese, sia pur di origini arabe o mediorientali. Un francese di seconda generazione, come molti altri terroristi, arruolati all’odio e alla jihad da foschi maestri di morte. Ancora una volta è la Francia il paese colpito e suscita ancora una forte commozione quel canto spontaneo dell’inno nazionale che oggi rimbalzava su tutte le radio e le tivù. Quasi a ribadire che la Francia, quella della rivoluzione liberale e della Marsigliese, non rinuncia a difendere i suoi valori e la sua storia. Logico chiedersi se dopo un evento analogo anche gli italiani avrebbero reagito così.

Per questo non può che suscitare sdegno la posizione assunta attraverso comunicati da alcuni jillet jaune che in base al purtroppo abusato “cui prodest” accusano il presidente Macron di avere organizzato l’eccidio per sviare l’attenzione dei francesi dal movimento che stava avanzando per chiedere, nonostante le proposte del presidente, la sua rimozione. Anche in Italia abbiamo conosciuto la filosofia del “cui prodest” e attribuito allo stato le stragi, gli omicidi, perfino i suicidi. Per poi essere clamorosamente smentiti da un beffardo destino. Pensiamo al caso Calabresi-Pinelli, pensiamo alle “cosiddette” brigate rosse. Potremmo aggiungere che siccome l’immigrazione giova a Salvini é lui che la promuove e che la Fornero é stata una sua inviata segreta al governo o che la disoccupazione l’hanno creata i Cinque stelle per poter decidere il reddito di cittadinanza. Follie di menti distorte. Avranno i gillet gialli. Ma la testa bacata.

Per un congresso di unità e di rinnovamento

Entro il 31 dicembre la nostra comunità dovrà completare i suoi quadri. E prepararsi a un congresso che mi auguro di unità, pur senza retorici unanimismi, e di rinnovamento, ma non di rottamazione delle sue migliori energie. Dovremo insieme definire le norme congressuali da sottoporre a un Consiglio nazionale da tenere a fine gennaio. Poi tra febbraio e marzo potremo celebrare i congressi provinciali, regionali e nazionale, che forse si potrebbe anche anticipare di qualche giorno rispetto alla data fissata.

Oggi parlo solo di unità e di rinnovamento. L’unità, non la retorica della unità, si fonda sulla sintesi politica possibile e io penso che non dovrebbe essere difficile individuare un percorso comune che fuoriesca dall’incomprensibile contrapposizione tra Rosa nel pugno e unità socialista, essendo a mio parere la seconda, peraltro assai limitata nelle sue proporzioni, assolutamente compatibile con la prima e quest’ultima solo un primo tentativo, peraltro insufficiente, di espansione della nostra piccola comunità. Niente é già deciso, la programmata manifestazione coi radicali di Milano é stata rinviata. Possiamo fissare tutti insieme le tappe del percorso che ci attende.

Quelle che vedo sono le seguenti. L’appello a tutti i socialisti disponibili a rientrare nel Psi darà i frutti che potrà dare. Nencini ha elaborato un documento con talune firme, anche prestigiose, ed é giusto aprire le porte a tutti. Il problema é che molte sono state chiuse a chiave. D’altronde la politica ha le sue regole. Immaginare una riunificazione di tutti i socialisti sopravvissuti che un quarto di secolo fa erano nel Psi é illusione da nostalgici e romantici, peraltro piuttosto incomprensibile. Ho trovato vecchi compagni seminati ovunque e non si comprende perché mai, con convinzioni opposte, gli stessi dovrebbero ritrovarsi oggi nello stesso partito. Occorrerebbe un sortilegio, non un congresso.

Vengano dunque tutti i disponibili, vengano a darci una mano. Il Psi è l’unico partito della prima Repubblica ancora presente in Parlamento, nelle regioni e ancor più nelle province e nei comuni. Non è vero che é l’unico esistente. Esistono ancora, lo testimoniano sui social, partiti comunisti, democristiani, repubblicani, messi assai peggio di noi. Ma noi abbiamo un dovere in più di resistere. E ciò dipende dal fatto che il nostro vecchio Psi è l’unico partito della prima repubblica che non ha avuto un erede nella seconda. Contrariamente ai comunisti, ai democristiani, perfino ai missini, i socialisti, demonizzati dal clan mistificatorio Mani pulite, sono stati cancellati dalla politica e dalla storia.

Se dunque un motivo forte di esistere e di resistere ce l’abbiamo, nel contempo sappiamo che soli siamo destinati presto a sparire. Il sistema italiano non è più identitario dal 1994 e oggi è stato sconvolto da una nuova rivoluzione che ha distrutto il ventennale bipolarismo, magari per crearne uno nuovo, quello, nefasto, tra Lega e Cinque stelle. La nostra deve essere dunque una missione per rafforzarci contaminando, non chiudendoci a riccio. Vedremo quali saranno gli sviluppi in casa Pd, dove non é esclusa da un lato una regressione post comunista e dall’altro una fuga neo centrista. Vedremo se Renzi saprà sfidare quanti anelano a una sinistra pentastellata, assai peggio di quella massimalista, confusa, populista, e un po’ idiota.

Noi, dopo l’unita possibile e il primo attracco coi radicali, dovremo aprirci a nuove compagnie europeiste, ambientaliste, laiche e riformiste, ovunque si celino e puntare per le elezioni europee o sull’identità socialista e dunque sull’accordo col Pd, partito del Pes, o su un accordo riformista con altri soggetti in grado di superare l’alto sbarramento elettorale. E dovremo individuare il nuovo gruppo dirigente e in particolare il nuovo segretario. Credo dovremmo farlo tutti insieme e prima del congresso. Non siamo un partito che può permettersi nuove rotture dopo la celebrazione dell’unità. Tutte le tensioni sulla data del congresso nascondono altro. Ma non credo che parlando di politica e di nuovo gruppo dirigente con chiarezza e apertura non possano essere superate. Penso che questo non sia solo possibile, ma necessario.

L’Italia, Attila e Mattarella

Gli applausi divenuti scroscianti e prolungati al presidente della Repubblica, assieme all’entusiasmo col quale é stata accolta un’opera di Verdi ritenuta minore, appartenente ai suoi cosiddetti anni di galera, segnalano un minimo comun denominatore: il desiderio di unità nazionale, oggi smarrito. E’ vero, alla Scala c’erano le jaquettes noires e non i gillet jaune (qualcuno stazionava all’esterno in omaggio al neo sessantottismo francese), e i ceti rappresentati non erano, se non forse nelle logge, quelli più popolari. Tra cappe che sostituivano vecchie pellicce, abiti di verde smeraldo e parure di zaffiri briolé con fermagli di rari opali di fuoco, madame e madamine svettavano come al solito. Forse più prudenti del solito. Eppure non mi era mai capitato di assistere a una prima scaligera, quella con “tutta Milano in gran soireé”, come recita il celebre motivo di Kramer, caratterizzata da così intenso e duplice trionfo. Per il simbolo della Repubblica e per il padre della patria. Usciti come eroi greci, come profeti e oracoli in un’Italia che ha bisogno di essere rassicurata, di essere amata e di amare.

Il genio del regista Davide Livermore e la scenografia di Giò Forma hanno scolpito nell’opera i caratteri del kolossal. I video che dominavano la scena non sono una novità. Basti pensare al Guglielmo Tel di Ronconi che inaugurò la stagione scaligera del 1988 e a quegli specchi che proiettavano scene di monti, vallate e fiumi, cascate e torrenti a mò di sfondo naturale di una Svizzera evocata, ma nell’Attila di Livermore-Forma la parte filmata diventa ricordo ed essa stessa trama, complemento di narrazione. Splendido e crudele lo strazio di Odabella bambina che grida il suo dolore dopo il martirio del padre per mano di Attila. Forse sopra le righe sono parse le fucilazioni scoppiettanti d’inizio opera di uomini, donne e perfino preti.

Trovo però che l’eccellenza della ripresa di Attila non sia il kolossal, ma il suo contrario. Non il maxi, ma il mini. Il particolare più del gigantesco, quegli occhi, le espressioni, i gesti di ognuno dei tanti personaggi, e sono centinaia, posti in scena. Quei coristi e figuranti ognuno con il suo dolore, terrore, ma individualizzato, parcellizzato, meravigliosamente studiato. E scattati a mo’ di foto, con un ferma immagine che diventa dipinto, come nel caso del sogno di Leone, che riprende Raffaello. Qui la regia assume il grado dell’insuperabile, e si staglia meravigliosamente unica. Chailly ha diretto una grande orchestra togliendo quegli accenti guerreschi e quelle sonorità grintose che le opere del giovane Verdi, da Giovanna d’Arco ad Attila, per non parlare della Battaglia di Legnano e di Alzira, generalmente propongono e ci ha regalato accenti più pastosi e misurati.

Ottimo il cast dei cantanti, con Ildar Abdrazakov su tutti. Il suo Attila ben dipinge la complessità del personaggio che trasuda arroganza e violenza, ma ripiega in un’introspezione psicologica turbata. Non concordo con chi ha sottolineato un primo momento di incertezza di Odabella interpretata da Saoia Hernandez. Il suo carattere, una sorta di Abigaille, donna guerriera, che intende anche sacrificarsi per la sua patria, impone, con gli accenti di soprano drammatico, quell’irruenza che le é stata rimproverata. Bene l’enorme Sartori, un Foresto dalla voce limpida come limpido é il suo personaggio e l’Ezio del baritono rumeno George Petean (l’uomo del baratto mancato: l’universo a te e Roma a me) intonato e convincente.

Chi é Attila oggi? Visto che la regia ce lo ha proposto come simbolo di guerra e di ferocia, ma anche di ravvedimento, in chiave universale e con costumi del novecento? Potremmo sbizzarrirci. Un invasore, Hitler, ma non fu certo convinto dal papa a smetterla, l’Isis che però risponde a ben altra religione, Saddam che invase impietosamente il Kuwait ma che oggi viene perfino rimpianto al pari di Gheddafi? Certo i romani che abbracciano la bandiera tricolore, anche insanguinata, siamo noi, gli italiani che hanno bisogno oggi di ritrovarsi e di riunirsi. Per questo si torna inevitabilmente agli applausi a Mattarella, perché forse c’é bisogno di un Attila per scoprire il meglio di noi. Ancora.

Minniti pentito, Renzi partito

Dunque il candidato forte, Marco Minniti, l’unico in grado di contendere il trono pidino a Nicola Zingaretti, ha gettato la spugna. Ci aveva pensato mesi prima di accettare. Aveva ceduto alla pressione dell’ala renziana che vedeva in lui un ottimo segretario in grado di aprirsi al centro moderato e di contrapporsi non solo al salvinismo imperante ma anche al populismo dei Cinque stelle, coi quali invece il fratello di Montalbano intende dialogare per costruire un’alternativa alla destra. Poi Renzi, nonostante la sottoscrizione alla candidatura di Minniti da parte di tutti i sindaci renziani, ha rotto l’incantesimo. A lui del congresso del Pd importa nulla. Lo ha detto. Con una battuta rivelatrice.

Così Minniti, lanciato nella mischia in un’assise screditata dal suo sponsor, ha tolto il disturbo. Per dissentire dai propositi renziani o per acconsentire con essi ancora non è chiaro. Quel che appare sempre più evidente é il distacco di Renzi dal Pd. Per fare cosa? Per ritirarsi come fece Letta a studiare e a insegnare all’estero? Non mi pare il tipo. Per inventarsi regista alla stregua di un Veltroni dopo aver iniziato una serie di conferenze e di trasmissioni televisive? Non ne ha l’età. E staccarsi dalla politica, Letta insegna, non consente poi tanto facilmente di rientrarvi.

Renzi ha un suo progetto politico che si basa sulla crisi ormai irreversibile del Pd e sulla utilità che nel centro-sinistra non esista un solo partito. Le elezioni politiche del 4 marzo e poi i ballottaggi nelle città hanno segnalato la debolezza di una coalizione quasi priva di coalizzati. L’ex presidente pensa, con Calenda, forse lo stesso Minniti, i suoi più fedeli compagni, non Delrio, il più integralista e per questo anti Minniti sul tema immigrazione, di poter sviluppare un’azione più incisiva con un soggetto nuovo di quanto non possa fare in minoranza in un partito in ginocchio.

Quel che appare una semplice distinzione di linea é invece una contrapposizione strategica insanabile. Renzi ritiene i Cinque stelle avversari da sconfiggere alleandosi senza esclusioni aprioristiche (il fronte repubblicano) e disarticolando il centro-destra. Zingaretti, Martina, e naturalmente Cuperlo e Damiano (Ricchetti é prodotto dell’effimero e non lo classifico) puntano invece al dialogo o alla spaccatura dei Cinque stelle in funzione di un’alleanza contro tutto il centro-destra. Anche il Psi ha condotto una dura battaglia, e l’Avanti su tutti, contro il governo giallo-verde e credo, se ne discuterà al congresso, valutando i figli di Grillo una malattia della politica italiana e non futuri alleati di un riformismo rinnovato.

Questo tanto più se il probabile strappo determinerà l’ennesimo rattoppo a sinistra. Già li vedo alzare i loro canti di vittoria i post comunisti che avevano fondato LeU, recentemente sciolta, e che possono rientrare nel partito dopo un esodo infelice e transitorio agitando lo scalpo del fuggiasco traditore. Si ricompatta il vecchio partito, si possono rispolverare i vecchi simboli e le vecchie tradizioni. Senza Rutelli e parte della vecchia Margherita, senza Renzi e i suoi, cosa resterà del Pd? Le spoglie del vecchio Pci-Pds-Ds, per la contentezza dei nostalgici, certo, ma non credo col consenso degli italiani.

Unità socialista e Rosa nel pugno

Il documento-appello lanciato a tutti i socialisti disponibili a rientrare nel Psi, e a partecipare a un congresso aperto e svolto sulla base del solo tesseramento del 2018, ben si sposa con la nuova unità coi radicali pannelliani disponibili a rinfrescare la Rosa nel pugno. Individuare tra questi due momenti una contraddizione (di metodo, di merito, non si capisce) rasenta l’assurdo.

Partiamo dall’unità socialista. E’ evidente che non può essere l’unità tra coloro che un quarto di secolo fa militavano nel vecchio Psi. Intesa in questo modo e già fallita nel 1999 e anche estendendola a chi non voleva rinunciare al socialismo europeo (il Pd nel 2007 non aderiva al Pes) non ha dato frutti nel 2008. L’intento é più limitato. In molti si lamentano, a ragione o a torto, di un recinto chiuso, di congressi blindati, di nomenclature inossidabili. Ebbene, togliamo ogni pretesto. Tutti i socialisti che intendono entrare nel Psi possono farlo semplicemente pagando la tessera del 2018, che darà diritto, essa sola, a partecipare al congresso, un’assise nella quale sarà possibile, senza sbarramenti, presentare documenti ed eleggere, anche a scrutinio segreto, i nuovi organi compreso il nuovo segretario, visto che Riccardo Nencini non ripresenterà la sua candidatura.

Ci sono socialisti che scelgono altre strade, altre collocazioni? Liberi di farlo, ma non perché sia loro preclusa la via dell’unità nell’unico partito socialista italiano, per quanto di dimensioni alquanto ridotte, oggi esistente. Al di fuori del Psi cosa c’é? Cos’hanno costruito coloro che in questi anni ci hanno abbandonato? Cominciamo coi tanti che dopo aver fatto parte della Costituente socialista del 2007 hanno levato le tende a seguito della sconfitta del 2008. Dove sono finiti Boselli, Angius, Spini, Grillini (a lui un caldo abbraccio per le sue condizioni di salute assieme al mio grande amico Gianni De Michelis), Zavettieri, Rapisardi, Mancini e potrei continuare. Hanno forse costruito un partito socialista più forte? E che dire di Di Lello e Di Gioia che ci hanno abbandonato dopo essere stati eletti alla Camera grazie al Psi? Neppure ricandidati dal Pd. E Risorgimento socialista, con Bartolomei e Benzoni? Alle ultime elezioni questo movimento ha aderito a Potere al popolo coi neo comunisti. E i compagni di Area socialista, poi Socialisti in movimento, che si aspettavano ben altra disponibilità dalla nuova LeU? Alcuni sono rientrati.

E’ vero, ci sono circoli e associazioni, c’è anche un tentativo di formare un nuovo soggetto politico socialista da parte di qualche compagno che stava con noi e che, dopo l’assemblea di Livorno, ha dato appuntamento alla Mecca socialista di Rimini. L’appello all’unita vale anche per loro, visto che da soli non andranno da nessuna parte, senza nessuno nelle istituzioni nazionali, regionali, locali, senza un progetto chiaro e un soldo per una campagna elettorale. Poi c’è una convinzione illusoria che continua a manifestarsi qua e là. E cioè che esista un popolo socialista, addirittura più consistente fuori dal Psi di quello racchiuso nei suoi confini. Se fosse vero non si capisce perché questo popolo non si sia dato un partito più forte del nostro Psi o perché mai costoro non abbiano votato Psi nemmeno quando i socialisti, come nel 2008, scelsero coraggiosamente di rifiutare i posti nelle liste del Pd correndo in splendida autonomia. Nessuno risponde mai a questa considerazione elementare.

Unità dei socialisti disponibili, dunque, ma non basta. Nei nostri documenti abbiamo proposto un’alleanza europeista, che non si distacca granché dal fronte repubblicano di calendiana memoria. I primi a offrirci la loro disponibilità sono stati i compagni radicali. Parliamo del Partito radicale, che ha sede in via Torre Argentina e dispone della Radio e come lista Pannella del simbolo della Rosa nel pugno, l’unica felice intuizione dello Sdi boselliano. Dovevamo dir di no? Non dovevamo accettare e apprezzare questa apertura verso di noi da parte di compagni che sono stati al nostro fianco anche quando Emma Bonino ci discriminava? Sî ma, si dice, questo non basta. E chi sostiene che basti? La Rosa nel pugno é solo un primo approdo verso un’alleanza più grande, in grado alle Europee di conseguire un risultato soddisfacente. Non é un partito e non è neanche una lista elettorale. E’ una prima unione di soggetti simili verso una nuova unione allargata a partiti e movimenti laici, liberali, libertari, ambientalisti, democratici, verso quella opposizione sociale a questo nefasto governo che ha preso la parola, verso coloro che combattono per gli Stati uniti d’Europa e per un’Italia europea. C’é qualcuno che arriccia il naso? Usi il cervello e ci suggerisca un’idea migliore.

Giggino e l’aritmetica

Giggino Di Maio non ha tanto il problema del padre, ma dell’aritmetica. Ha recentemente confessato di aver fatto stampare cinque o sei milioni di card per rilasciare il reddito di cittadinanza. In tivù la sottosegretaria all’Economia Laura Castelli ha assicurato che il reddito arriverà a più di cinque milioni di italiani considerati in condizione di povertà. Facciamo innanzitutto un calcolo. Sono stati stanziati nove miliardi e, anche ammesso che la trattativa annunciata con Bruxelles li confermi (dubito, se si vuol trovare un’intesa), due dovrebbero essere impiegati per potenziare i Centri per l’impiego, che dovrebbero dotarsi, leggo, di veri e propri tutor ad personam, onde accertare che il beneficiario segua i corsi di preparazione al lavoro e non aggiunga altre occupazioni.

Resta un dato aritmetico non opinabile. E cioè che dividendo i rimanenti sette miliardi per cinque milioni di italiani il risultato dà 1.400 euro annui. Cioè 116 mensili. Non 780. E’ vero che non tutti hanno bisogno di 780 euro per arrivare a quella cifra, ma 116 sono la media, non il minimo contributo. Sic rebus stantibus vorrei consigliare Giggino a darsi una ripassata alle divisioni che si imparano in seconda elementare e ai giornalisti italiani di fare altrettanto. Ci sono molti zeri, ma non si tratta di un’operazione complicata. La verità, perché non siamo così velenosi da ritenere Di Maio così a digiuno nel calcolo, è che i beneficiari dei sette miliardi non possono essere cinque milioni e che questo, però, almeno per ora, non si può dire.

Si cercherà dunque di selezionare, di restringere, di promettere. E salterà fuori un gran pasticcio come sempre accade quando alle promesse non possono seguire i fatti. Il tema politico su cui si gioca l’elargizione del reddito è il tentativo dei Cinque stelle di frenare l’emoraggia di voti verso la Lega che tutti i sondaggi continuano a ritenere progressiva. Nella cosiddetta trattativa sui decimali con l’Europa, della quale ancora non si afferrano i contenuti, pare che l’unica cosa che a Di Maio prema davvero sia l’inizio di elargizione del reddito prima delle elezioni europee. In questo Di Maio si scopre renziano puro giacché intende copiare il presidente fiorentino che grazie agli ottanta euro riuscì ad ottenere oltre il 40% nel 2014. I voti non si comprano (una volta a Napoli il vecchio Lauro regalava una scarpa prima del voto e la sommava con la seconda solo dopo essersi accertato del voto e questo destava scandalo). Il calcolo era semplice: una scarpa più una scarpa uguale a due. Oggi si promettono soldi, in parte prima e in parte dopo il voto, sperando che nessuno sappia far di conto.

Un decalogo per un congresso di unità e di rinnovamento

Propongo dieci idee per un congresso a tesi e unitario. Dieci riflessioni e dieci scelte, dieci spiegazioni. Non mi piace questa ricerca di dissenso a priori e proprio nel momento in cui la nostra comunità deve decidere di darsi una nuova guida e un nuovo gruppo dirigente. Cerchiamo di capirci su come svolgere il congresso, come andare alle decisioni politiche e su cosa dovremmo individuare un punto di convergenza.

1) Al Congresso possono votare tutti coloro in possesso della tessera del 2018, che si può sottoscrivere entro il 31 dicembre.

2) Si elabora una tesi-cornice aperta al contributo dei congressi provinciali e regionali, poi i delegati al congresso nazionale, dopo il lavoro della commissione politica, voterà il documento conclusivo.

3) Il congresso eleggerà il segretario, il presidente, il segretario amministrativo, il Consiglio nazionale di cento componenti. Il Consiglio eleggerà una Direzione di 30 e una segreteria di dieci componenti.

4) La segreteria si impegna a promuovere un ulteriore sforzo di aggregazione dei socialisti (unendoli magari in una Federazione, che comprenda anche socialisti iscritti ad altri partiti o in altre collocazioni) e partecipando a una alleanza europeista con tutti i soggetti disponibili.

5) Il congresso prende atto che il primo soggetto disponibile a un’alleanza europeista é il Partito radicale col quale già in passato ha presentato liste comuni (nel 1987 e con la Rosa nel pugno nel 2006). Con i compagni radicali si procederà da un lato alla composizione della nuova Rosa nel pugno, dall’altro nel lavoro di coinvolgimento di altri soggetti disponibili.

6) Il Congresso del Pd si trova dinnanzi a un bivio. O procedere a un azzeramento e a una ripartenza su basi nuove e in grado di lanciare un progetto che coinvolga tutti i riformisti, oppure scegliere la linea della continuità che significa un suo inevitabile e progressivo annullamento politico ed elettorale.

7) I socialisti sono pronti a collaborare a un nuovo progetto di rinascita di una forza riformista in Italia. Anche senza il Pd e puntando, in questo caso, ad aggregare tutti i partiti, i movimenti, le associazioni, i comitati che si stanno muovendo contro il governo gialloverde.

8) Al primo posto dell’azione socialista va collocato il tema del lavoro, soprattutto per i giovani, vera emergenza italiana che ben si coniuga con quella della bassa crescita. L’alternativa al governo si poggia dunque proprio su una linea opposta di politica economica. Le risorse impiegate per fare andare in pensione un po’ prima (ma con meno risorse) gli italiani e quelle destinate per pagare chi non lavora (verso chi perde il lavoro e chi non lo ha vanno messe in preventivo misure adeguate e temporanee di assistenza) vanno impiegate per detassare le prime assunzioni, ridurre il cuneo fiscale e per un massiccio piano di investimenti pubblici.

9) L’Europa é la nostra casa. Anche se l’Europa solo monetaria e dei vincoli non può essere la nostra. Bisogna costruire, al di fuori di autolesionistiche tendenze sovraniste (come si é visto nella votazione di bocciatura della manovra italiana non può esistere una solidarietà sovranista) un governo europeo con almeno tre poteri comuni: l’economia, la difesa e gli esteri.

10) I quattro temi specifici sui quali i socialisti e i compagni radicali, e ci auguriamo molti altri, dichiarano di impegnarsi a fondo e da subito sono: la scuola, università, la cultura e la ricerca scientifica (occorre un massiccio spostamento di risorse anche per consentire ai giovani e alle eccellenze italiane che sono all’estero di rientrare in patria, oltre che tese a valorizzare, attraverso il potenziamento del turismo, i nostri beni culturali, un tempo giustamente definiti “giacimenti culturali”), l’immigrazione (con proposte di modifica sostanziale sulle gestione degli immigrati, vietando la loro concentrazione nelle periferie urbane, lottando contro il loro sfruttamento nei campi del Sud, facendo lavorare chi é nostro ospite, colpendo duramente la criminalità importata da alcune nazioni africane, che si sta radicando in alcune zone e che si intreccia con lo spaccio di droga, favorendo un’integrazione che non sia né accettazione supina dei dictat di una religione, ne compromesso di valori tra teocrazia e democrazia), l’ambiente (occorre subito una sollecitazione affinché l’Italia porti alla Conferenza sul clima in Polonia una linea coraggiosa e di riforme e nel contempo perché si approvi subito un piano per rimettere in sicurezza l’Italia), i diritti civili (vanno bloccati tutti i tentativi esistenti di un ritorno al passato e difese le leggi che grazie ai socialisti e ai radicali hanno reso l’Italia più giusta e più libera.

Il partito del progresso

Si stanno mobilitando in tanti, senza partiti e sindacati, ma spontaneamente o attraverso movimenti e associazioni, per contestare il governo in nome della crescita, del lavoro, del progresso. Dopo le trenta, quarantamila persone chiamate in piazza dalle sette donne di Torino per dire sì alla Tav Torino-Lione, dopo gli studenti che nelle scuole reclamano più investimenti e un futuro per loro, ecco il 3 dicembre a Torino i consigli generali dell’associazionismo d’impresa, il 13 a Milano gli artigiani del Nord Italia, nei giorni successivi a Verona le forze produttive locali. Alle mobilitazioni si aggiungono poi nuove forme di protesta come la petizione popolare lanciata da Federmeccanica. I contenuti di queste iniziative spaziano dalle infrastrutture alla formazione 4.0, dal fisco alle regole del lavoro e messe assieme sono stare definite come quelle del partito del Pil.

Si tratta di un vasto settore di opinione pubblica che vuole un’Italia moderna e al passo coi tempi, che non accetti veti assurdi e autolesionistici sulle grandi opere in nome di una decrescita solo infelice. Tutto questo si scontra con due tendenze, una delle quali al governo del paese. La prima, quella invero più preoccupante, e quella interpretata dai Cinque stelle. La loro ispirazione é pre industriale, venata da vaghe suggestioni bucoliche, contraria a strade, autostrade, ponti, tunnel, gasdotti, insomma a tutto quello che servirebbe all’Italia per diventare più competitiva. Proponevano un parco al posto dell’Ilva, un bar ristorante denso di fiori sotto il ponte Morandi, contestavano la gronda e anche la Tap. Poi hanno dovuto parzialmente rettificarsi e fare i conti coi duri e puri del movimento e con lo stesso Grillo, che al governo avrebbe voluto portare il suo vaffa.

Dovranno pur decidersi adesso sulla Tav e su tutto il resto. Ma presto. Intanto, per la prima volta, al grido “Non litighiamo sui decimali”, pare che i due vice intendano cercare una mediazione con Bruxelles dopo la bocciatura (avvenuta all’unanimità) della nostra manovra. E’ bastato questo per far calare lo spread. Vedremo il seguito, anche perché Draghi ha confermato la fine del QE al sorgere del nuovo anno. Passaggio molto difficile per le conseguenze che porterà sul debito italiano.

La seconda tendenza che viene sconfessata é quella del ritorno a una visione classista in senso tradizionale della società italiana. Non c’é nulla di più interclassista di questo nuovo grande movimento. Il partito del Pil, il partito del progresso, è composto da lavoratori dipendenti, studenti, artigiani, imprenditori, che non solo non vogliono uscire dal capitalismo, ma vogliono che l’Italia rafforzi la sua capacità produttiva, per creare lavoro e non assistenza pubblica, per restare in Europa, per costruire il futuro dei nostri figli e nipoti. Penso che i socialisti, i radicali, i democratici, i liberali debbano stare con l’occhio teso e capire che uno spazio nuovo di rappresentanza politica si apre e che il Pd, questo Pd, ma anche meno una sinistra vetero-dogmatica e antieuropeista, oggi non è in grado di intercettarne i bisogni.