A proposito di Giuseppina Ghersi

Nell’agosto del 1990 provocai il grande confronto nazionale (ne parlò anche il giornale della gioventù comunista sovietica) sul dopoguerra reggiano. Si evocò il triangolo della morte anche se il termine riguardava tre comuni del modenese. L’ex deputato comunista Otello Montanari scrisse poi il suo famoso Chi sa parli che suscitò clamore perché si trattava del primo comunista che ammetteva responsabilità dirette del Pci negli omicidi non solo e non tanto di ex fascisti, ma di imprenditori, cattolici e anche di socialisti, come l’ex sindaco di Casalgrande Umberto Farri ammazzato brutalmente a casa sua nell’agosto del 1946. Da pochi mesi era crollato il muro di Berlino e il Pci aveva deciso di cambiar nome. Su quei fatti il Psi tenne un grande convegno concluso da Rino Formica e al quale parteciparono l’ex partigiano Aldo Aniasi e l’ex comunista Ripa di Mena. Su tutto questo scrissi poi un libro “Storie di delitti e passioni”, uscito nel 1995.

Il caso della povera Giuseppina Ghersi, la bambina di 13 anni orribilmente ammazzata a pochi giorni di distanza dalla Liberazione, appartiene a quella stessa categoria di delitti che per fortuna a Savona furono meno copiosi che non a Reggio Emilia (il prefetto della Liberazione Vittorio Pellizzi ha parlato di mille morti fino alla fine del 1946, lo storico comunista Giannetto Magnanini “solo” di 450). Anche a Reggio Emilia un ragazzo seminarista di 14 anni venne trucidato da alcuni partigiani comunisti, solo colpevole di portare l’abito nero. Si tratta di episodi che la coscienza di tutti i democratici ha il dovere di condannare e non dimenticare. E dopo che la vicenda della Ghersi é stata ricordata nel libro di Pansa “Il sangue dei vinti” e, soprattutto, dopo la decisione di rinfrescarne la memoria con una targa in piazza, si ha il dovere di sbugiardare coloro che ancor oggi si arrampicano dietro il paravento del giustificazionismo.

La nostra condanna per chi che si é macchiato di questo crimine, qualsiasi sia la sua matrice politica, la ragione di quel gesto, le sue finalità, deve essere assoluta. La presa di distanze del presidente dell’Anpi di Savona, subito criticato anche dall’Anpi nazionale, non é solo inaccettabile, ma anche pericolosa. Rapportare gesti come questo alla lotta di liberazione finisce per attribuire delitti infami alla nobile rivolta degli italiani al nazi fascismo. Separare questi episodi dalla Resistenza significa preservarla da crimini indecenti. Nella confusione la Resistenza é lesa, nella distinzione é salva. Non é un caso che i veri partigiani già nel 1990 presero posizione condannando gli omicidi del dopoguerra. E oggi tutti i partiti democratici abbiano usato parole chiare sulla crudele morte di quella povera bambina. Aggiungo che se l’iniziativa della targa fosse partita dai soggetti del centro sinistra, e non da un consigliere di Forza Italia, più difficile sarebbe stata l’appropriazione del gesto anche da parte di forze di estrema destra. Cos’é questa timidezza o ritrosia a farsi carico di iniziative esplicite che segnino un confine netto tra crimine infame e guerra giusta, tra omicidio e giustizia, tra crudeltà e umanità? Ho sempre pensato che la nostra matrice sia quella giusta per stare dalla parte dell’antifascismo senza rinnegare mai i valori del rispetto della dignità umana.

Grillo l’antropofago

C’é qualcosa di più del disprezzo per la libera stampa, che sia ben chiaro in Italia é spesso tutt’altro che libera, nella invettiva di Grillo urlata ai giornalisti dal finestrino dell’auto. Quel “vorrei mangiarvi per potervi vomitare” appartiene a una superstizione antica. L’idea dell’essere che é in condizione di divorare suoi simili ha origine nella mitologia greca e romana. Parliamo di Saturno, Crono per i romani, il più giovane dei Titani. Secondo la cosmogonia greca Crono, essendogli stato profetizzato che uno dei suoi figli lo avrebbe soppiantato e privato del potere, li iniziò a divorare uno a uno. La moglie Rea riuscì a porre in salvo solo Zeus, che poi riuscì a restituire i figli ingoiati e spodestò il padre divenendo signore assoluto di tutti gli dei.

L’idea di divorare qualcuno é dunque la massima vocazione di potenza. Quella più antica, la più assoluta. E dunque Grillo se l’attribuisce paragonandosi al padre di Zeus. Ma quella di vomitarli é anche peggio. Sfidato da Zeus Crono li riconsegnò intatti, Grillo vorrebbe addirittura lacerarli e confonderli nel vomito. Anzi, li divorerebbe solo per poterli vomitare. Compirebbe il sacrificio di ingurgitarli per la gioia di rigettarli. Ovvio che paragone per paragone, viene in mente Di Maio, che con Zeus c’entra assai meno che con San Gennaro come si é visto nella foto dove bacia l’ampolla del sangue rappreso. Di Maio spodesterà Grillo?

I suoi quattro fratelli sono in realtà sette e divorati da Grillo-Crono in realtà non gli verranno restituiti. Saranno dimenticati in fretta. Credo che da Di Maio, tuttavia, non nasceranno stirpi di dei. E che la guerra a interpretare la figura di Zeus sia già cominciata con Di Battista e Fico in prima linea. Di Maio vincerà primarie taroccate e si aggiudicherà una premiership che in Italia conta come gli assessori a tempo della Raggi. E i giornalisti italiani non saranno mangiati e vomitati. Potrebbero essere impediti a svolgere la loro attività. Questo é già accaduto in passato e la decisione venne presa da uno che al massimo si faceva chiamare in latino come un comandante, non come un dio….

Signori, ecco a voi il Mullerattam

Si riparte. Ancora non si capisce per arrivare dove. Ma si riparte con un nuovo testo di riforma della legge elettorale che viene oggi depositata da Emanuele Fiano alla Commissione affari costituzionali della Camera. Non é il tedesco, non é il Mattarellum, signori. E’ il Mattarellum rovesciato. Dunque il Mullerattam. Prevede, al contrario della legge che porta il nome dell’attuale presidente della Repubblica, solo un terzo di collegi uninominali maggioritario e il resto proporzionale, con uno sbarramento al 5 per cento. Favorevoli Pd, Lega (che dice sempre sì), con Berlusconi interessato. Decisamente contrari grillini, Sinistre e forse, se rimarrà uno sbarramento alto, anche Ap.

Altro giro, altro premio? No, il premio non c’é più, ovviamente. A un terzo di collegi che dovrebbero essere talmente ampi da prevedere ampie coalizioni, ma con candidati difficilmente in grado di condizionarne l’esito, sarà di contrappeso una serie di liste più o meno allargate di partiti con candidati non si comprende se bloccati o eletti con le preferenze. Quest’ultimo, assieme alla questione dello sbarramento, mi sembra il nodo ancora aperto. Penso che i socialisti debbano apprezzare tutto quello che si distacca dall’Italicum e si avvicina al Mattarellum. Meglio ampie coalizioni riformiste e magari una lista sul proporzionale che riprenda la vecchia idea dell’area socialista, radicale, ecologista. Se lo sbarramento sarà abbordabile.

Restano gli interrogativi e siccome le leggi elettorali rappresentano conseguenze di scelte politiche allora andiamo in ordine. E’ interesse del Pd spaccare la sinistra e nei collegi uninominali Pisapia e il suo Campo progressista potrebbero fare alleanza, mentre sul proporzionale il Pd potrebbe presentare un simbolo che richiami a un’intesa più vasta. Berlusconi sarebbe interessato a una legge elettorale che, contrariamente all’Italicum più o meno emendato, non lo costringa a presentarsi con un simbolo unico assieme a Salvini e Meloni. E il Mullerattam questa possibilità la prevede per i due terzi degli eletti. Se lo sbarramento scivolasse un po’ più in basso accontenterebbe anche la Meloni e forse Alfano. Che sia la volta buona? L’alternativa sarebbe un decreto del presidente della Repubblica per uniformare le due leggi di Camera e Senato, ma i tempi stringono. Certo che siamo sempre più o meno, tra Mattarella, Mattarellum e Mullerattam, nelle mani della stessa persona…

La tenda di Prodi, il siluro di Pisapia

Dunque Prodi ha perso la tenda. D’altronde la sua attività per costruire una coalizione si é scontrata con la volontà di Renzi di farne a meno. Il che ha provocato il siluro di Pisapia al quale é stato prospettato l’ingresso in un listone e non un’alleanza politica tra soggetti diversi. Cerchiamo di capire. E dividiamo tra sostenitori dell’ipotesi coalizionista e di quella del listone. Sono a favore della coalizione, cioè di una riforma elettorale che in qualche misura la contempli (o reintroducendo il premio ad un’alleanza di liste o il Mattarellum che prevede le alleanze nell’uninominale) sia Prodi, e soprattutto Pisapia, che l’opposizione a Renzi nel Pd. Sono invece contrari e decisi a mantenere il premio alla lista, o al massino a una riforma che sfoci nel simil tedesco, Renzi e i suoi da un lato, ma anche Mdp dall’altro.

Nel primo caso Pisapia tenterebbe di formare una lista, magari spaccando Mdp, alleata al Pd (forse, ma non é chiaro, anche ad Alfano), mentre gli oppositori di Renzi che vedono come fumo negli occhi ipotesi di alleanze dopo il voto con Berlusconi (ammesso che siano numericamente possibili), auspicano una riforma elettorale che renda possibili le alleanze di liste. Renzi pare orientato a mantenere le leggi di Camera e Senato come sono (attenzione, perché il Porcellum emendato dalla Corte, contrariamente all’Italicum due, le coalizioni le prevede con due sbarramenti regionali, il 3 per le liste coalizzate e l’8 per quelle non coalizzate), ma anche i dalemiani che di allearsi col Pd non hanno nessuna voglia.

Questi ultimi, dunque, assecondano Renzi a tener duro sul premio di lista alla Camera, perché, in questo modo, staccano Pisapia dal Pd e lo aggregano a loro. Renzi non può cedere sul ritorno alla coalizione perché non può allearsi cogli scissionisti. Regalerebbe voti e funzioni politiche. Perderebbe lo stesso Pisapia e i suoi che confluirebbero nella lista alleata e ben difficilmente riuscirebbe a vincere le elezioni raggiungendo il 40 per cento. Perderebbe come coalizione e nella coalizione. Mai come oggi legge elettorale e strategia politica sono strettamente collegate. Per questo il segretario del Pd continua ad annunciare che una riforma della legge elettorale é strettamente collegata alla disponibilità della triade Pd, Centro-destra e Movimento Cinque stelle. Perché sa benissimo che si tratta di operazione impossibile. Ad impossibilia nemo tenetur…

Tutti contro la magistratura 25 anni dopo…

Garantisti a 180 gradi 25 anni dopo. Si accorgono tutti della magistratura politicizzata solo adesso. Berlusconi da un po’, Di Pietro solo in questi giorni e si autocensura, il Pd con Orfini grida al colpo di stato, Zanda evoca il complotto, l’ex sindaco Pd di Venezia Orsoni esplode contro la nuova Inquisizione, Salvini mette in guardia sulla mancanza di democrazia, Bossi richiama addirittura il fascismo. E io sorrido con molta amarezza… Oggi sono proprio scomparsi i giustizialisti, tanto che perfino il magistrato più garantista, e cioè Nordio, sembra il più moderato. Tutti si ribellano alla magistratura perché sono toccati loro. Dunque il garantismo diventa autogarantismo. Come quello di De Magistris, colpito in un breve periodo dalla legge Severino, che per gli altri intendeva applicare alla lettera e per lui invece no, inventandosi le discutibili funzioni di sindaco di strada.

Il pm di Napoli Henry John Woodcock é indagato per falso, in concorso con l’ ex capitano del Noe Gianpaolo Scafarto, nell’ambito della vicenda Consip. Sarebbe stato proprio l’ufficiale del Noe – secondo quando scrivono oggi Il Corriere della Sera, il Messaggero e il Mattino – a dire ai pm di Roma di essere stato indotto dal magistrato a scrivere in una informativa che i servizi segreti avrebbero spiato i carabinieri che stavano indagando sull’imprenditore Alfredo Romeo. Da lì naturalmente arrivando cosi al presidente del Consiglio che cercavano in ogni modo di coinvolgere anche attraverso i rapporti tra lo stesso Romeo e papà Renzi. La dottoressa Lucia Musti, procuratore a Modena, in un’audizione al Csm, ha parlato di Scafarto e del capitano Ultimo come di “due esagitati”, ossessionati di arrivare al presidente del Consiglio, un po’ come Di Pietro a Craxi. Ma questo Woodcock quante indagini e chiamate di correo ha messo in campo, quante celebrità politiche e dello spettacolo ha coinvolto, con scarsi o nulli risultati? Eppure é ancora al suo posto. Colpo di stato o colpo di memoria? Ha ragione Renzi a dichiarare testualmente: “La politica è stata subalterna alla magistratura”. Noi ce n’eravamo accorti.

Salvini si lamenta, a mio giudizio con qualche ragione, della decisione del magistrato che gli ha, per ora, confiscato tutti i soldi che la Lega aveva in cassa. In una conferenza stampa il vertice leghista ha parlato di affronto alla democrazia, soprattutto in una fase pre elettorale come questa. Un attacco senza precedenti alla magistratura, a seguito di una vicenda assai delicata che ha coinvolto lo spregiudicato tesoriere Belsito e la famiglia Bossi. Credo sia la prima volta. D’altronde Salvini ritiene che la vicenda riguardi solo le persone coinvolte e non la sua Lega, che con quella di Bossi ha decisamente rotto. Ma Bossi alza i toni e, difendendo se stesso e il partito di allora, paragona i magistrati di oggi ai fascisti di ieri che scioglievano i partiti politici. Ricordo quando la Lega, negli anni novanta, era sempre stata schierata da una parte sola della barricata. Cioè da quella dei magistrati a qualsiasi costo, sfilando con loro col buon Formentini.

Di Berlusconi non parlo. Coi magistrati ha un conto aperto dal vertice di Napoli del 1994. Credo abbia speso più in avvocati che per dieci campagne elettorali. Attende che la Corte europea dei diritti umani risponda al suo ricorso relativo alla disposizione sulla sua ineleggibilità. Parlo del buon Mastella, assolto dopo nove anni assieme alla moglie, per vicende relative alle nomine nelle Usl della Campania, che fanno ridere chi ha fatto politica e che invece hanno fatto piangere, oltre ai due interessati, anche il governo Prodi e influito sulla fine di una legislatura. Mastella é stato assolto con formula piena, ma ha subito danni politici e morali. Chi glieli ripagherà? Mi fermo qui e potrei continuare con una dichiarazione di Piero Fassino, pubblicata sulla stampa di oggi con la quale egli accenna al possibile ritorno ad una “triste fase della nostra democrazia”. Se si riferisce, come mi pare, a quella di Tangetopoli e alla magistratocrazia, anche per lui vale l’accenno al nuovo revisionismo. Allora neppure il buon Piero spendeva parole per criticare le azioni e le ambizioni del Pool di Milano. Ma ormai son trascorsi 25 anni e bisogna perdonare tutti…. Mal che vada li aspetteremo tutti con noi all’Inferno.

Tra Di Pietro e Pisapia

Ha destato un certo clamore la recente intervista di Antonio Di Pietro, andata in onda su La7 e poi ripresa e ampliata da un giornale online. Se le parole hanno un significato si tratta della più clamorosa autosconfessione che sia mai stata pronunciata da un ex magistrato e poi uomo politico. Riassumiamola per punti. Come uomo simbolo di Mani pulite Di Pietro dichiara: “Ho fatto l’inchiesta Mani Pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, che era la corruzione e ce n’era tanta, ma anche le idee”. E ancora: “Allora c’erano idee, c’erano liberali, cattolici, comunisti (si dimentica dei socialisti, ma ci sta, conoscendo la cultura del soggetto), che venivano dall’esperienza dei padri costituenti. Invece dopo di loro sono arrivati il dialetto di Bossi, la sgrammaticatura di Di Pietro, il tupé di Berlusconi e l’idea politica è sfumata. Come ha detto il mio amico imprenditore Luigi Crespi: “Chi realizza successo sull’urlo ha un successo effimero”.

Poi la sconfessione più spietata di se stesso e del comportamento del Pool: “Tra i tanti effetti di Mani Pulite c’è stato anche l’effetto emulazione, sono nati i magistrati dipietristi. E’ uno dei rischi che la magistratura deve evitare. La magistratura fa lo stesso lavoro che fa il becchino. Il becchino interviene quando c’è il morto, la magistratura deve intervenire quando c’è il reato. La magistratura invece che vuole sapere se c’è il reato è una magistratura pericolosa, perché con le indagini esplorative si crea il delinquente prima che ci siano le prove”. Esattamente il canovaccio di Mani Pulite.

Ancora peggio la sua autodemolizione sul piano politico. Da rimanere impietriti davvero. Sentite: “Ho fatto politica basandola sulla paura e ne ho pagato le conseguenze” ha aggiunto sempre nella diretta televisiva Di Pietro, “ho costruito la mia politica sulla paura delle manette, sul concetto che erano tutti criminali”. E più avanti: ” Mi sono presentato in modo confuso e confusionario. Ho fatto contemporaneamente l’uomo di governo e l’oppositore. Stavo nelle piazze a manifestare contro le decisioni in materia di giustizia prese dallo stesso governo di cui facevo parte”.

In un’altra intervista Di Pietro ha poi dichiarato che oggi, se dovesse scegliere, si collocherebbe con Bersani e il suo Mdp. Proprio ieri si é svolto l’agognato incontro tra i soggetti che dovrebbero dar vita al nuovo centro-sinistra alternativo al Pd renziano. I presenti erano più delle squadre di Barca e Juve che s’incontravano poco dopo. Delegati di Sinistra italiana, nelle sue diverse componenti, di Mdp con Bersani, D’Alema, Speranza Rossi e vari ed eventuali, di Campo progressista con Pisapia e l’ex democristiano Tabacci e amici e compagni. Balzava agli occhi la mancanza di un solo socialista. Evidentemente i socialisti erano in movimento. Alla fine dell’incontro un comunicato emetteva la sofferta sentenza. Si lavorerà per un’intesa tra Mdp e Pisapia e per un centro-sinistra alternativo al Pd renziano. Pisapia sarà il leader? Per Bersani certamente, per Fratoianni no. Penso di supporre che ben difficilmente lo sarà per D’Alema. Non c’é nulla di più difficile dell’unità a sinistra. E’ forse più facile, vero Tabacci, che un cammello passi dalla cruna di un ago….

Livorno, un altro disastro della natura?

Assistiamo in questi ultimi tempi all’insorgenza di fenomeni distruttivi di portata mai vista. Terremoti, uragani, alluvioni. Il mondo é davvero fuori controllo. Il clima è cambiato. In Italia il riscaldamento é tangibile e le stagioni mutano il loro carattere. Se piove diluvia, se diluvia i fiumi e anche i piccoli torrenti rischiano di esondare. Viviamo le conseguenze solo di un mutamento climatico o paghiamo anche i nostri errori? E’ insomma colpa della natura o é anche e soprattutto colpa nostra visto che dai suoi fendenti non sappiamo difenderci. Era prevedibile in passato questo cambio di passo? Perché non si è dato retta agli scienziati che ci avevano ammonito. E perché i vertici tenuti sull’ambiente, da Rio de Janeiro del 1991 a Parigi di oggi, non hanno sortito che impegni generici, peraltro contestati dal nuovo presidente americano?

In Italia, penisola attraversata da catene montuose e circondata dal mare, segnata da molteplici corsi d’acqua, grandi, medi, piccoli, in parte anche sotterrati, il fattore natura in che considerazione è stato tenuto? Ogni volta che accade un terremoto, dalle Marche a Ischia, si invocano piani di verifica e di consolidamento delle abitazioni, evidentemente costruite senza tenere conto di eventi sismici. E’ dilagante ancora, in varie parti del paese, il fenomeno dell’abusivismo che in troppi continuano a difendere per motivi elettorali. Ogni volta che assistiamo a una inondazione, da Genova (se piove, e non era mai successo, si é rinviata una partita di calcio, perché la sola pioggia nella capitale ligure può portare rischi alla vita delle persone) a Livorno, si passa dall’acqua all’annegamento e alla morte. Ma anche in queste città cosa si é fatto per mettere le persone al sicuro da eventi simili?

A Livorno un corso d’acqua ha rotto gli indugi e ha allagato l’area circostante. In una palazzina una famiglia che abitava in un seminterrato é stata quasi distrutta. Si é salvata solo una bimba di tre anni portata a terra dal nonno che poi si è rigettato in acqua per salvare gli altri familiari ed é stato mortalmente travolto anche lui. Una scena da anni venti, da paese del terzo mondo. Una scena che si è verificata in una delle città più moderne d’Italia. Al di là del balloccamento delle responsabilità tra il sindaco Nogarin, sull’allarme arancione e non rosso, e il presidente della Regione Rossi, sulle carenze e i ritardi del Comune, restano due semplici domande. La prima é riferita alle verifiche sulla tenuta della copertura di un piccolo torrente che evidentemente poteva tracimare. La seconda é riferita all’abitabilità che l’ente locale ha dato su un appartamento situato in un seminterrato dove di solito vengono collocate le automobili.

Tutti hanno parlato di evento eccezionale e non prevedibile. E’ vero, si é trattato di un evento eccezionale, ma l’eccezionalità é oggi la regola e non può trovarci impreparati. Cosa ancora dovrà avvenire per renderci conto che l’emergenza ambientale é il primo e più impellente problema che dobbiamo affrontare? E che dopo terremoti, cataclismi, inondazioni, allagamenti, cicloni (in Italia non sono ancora arrivati) noi, anche e soprattutto noi italiani, ci dobbiamo dotare da un lato di una legislazione emergenziale e dall’altro dobbiamo al più presto passare dalle parole ai fatti e mettere in campo un grande investimento, il più urgente e necessario, per verificare la condizione delle nostre abitazioni e renderle consone alla nuova situazione e per mettere in sicurezza il territorio. Continuare a mettere la testa sotto la sabbia serve a nulla. Almeno nel 1951, dopo la grande alluvione del Po, che costò ingenti danni e morte, si cominciarono a costruire barriere e infrastrutture varie che hanno consentito, per anni, che questi disastri non si ripetessero. Oggi quanti morti dovremo ancora contare prima di iniziare a correggere i nostri guasti architettonici e ambientali?

Perché mi piace il governo Gentiloni

Abbiamo gia avuto modo di scrivere sul gradimento di Gentiloni, che é ormai da tempo in testa alle preferenze degli italiani. Penso che questo possa anche essere influenzato dal suo carattere, schivo, misurato, essenziale, che é visto con favore dopo gli effetti speciali di Renzi. Credo tuttavia che ci sia dell’altro e che il governo abbia dimostrato, in questi otto mesi di vita, di saper raggiungere risultati tutt’altro che disprezzabili in economia, sulla sicurezza, sulla politica internazionale. Cominciamo dalla prima. E’ vero, l’aumento del Pil che potrebbe arrivare a un buon più 1,5 su base annua, é anche merito del governo precedente. E non é detto che questo dato sia destinato a consolidarsi visto che le previsioni per l’anno prossimo non sono per nulla rassicuranti.

Tuttavia la decisa presa di posizione del ministro Calenda, contrario a una riduzione delle tasse a debito e invece convinto che siano gli investimenti quelli da privilegiare, e penso che questa sia anche la posizione di Padoan (vedremo la legge di stabilità), vanno nella direzione giusta. Anche il decreto sul reddito di inclusione é un elemento nuovo e positivo in direzione di uno strumento, per ora incompleto, che garantisca assistenza e incentivi alla povertà. Non é il reddito di cittadinanza, una sorta di pensione a vita garantita a coloro che non lavorano, ma un provvedimento transitorio che, unito alla necessaria formazione, possa portare i disoccupati a trovare o inventarsi un lavoro.

Il reddito di inclusione sostituisce due provvedimenti precedenti: il Sia, ovvero il sostegno per l’inclusione attiva, e l’Asdi, cioè l’assegno di disoccupazione. Si comincia con uno stanziamento di quasi 2 miliardi che interesseranno le famiglie con figli minori e disabili, donne gravide, persone ultracinquantenni disoccupate. Saranno circa 1 milione e 800 mila le persone interessate. Poi il provvedimento si allargherà a tutta la fascia della povertà. Il contributo é modesto, e varia da 187,5 euro mensili a 485, per un periodo massimo di 18 mesi e non rinnovabile prima di ulteriori sei mesi. Quello che mi rende perplesso é mescolare, come si fa, assistenza alla povertà, che non può essere transitoria, se non cambia la condizione, e incentivo all’occupazione. E inoltre farei volentieri a meno delle nuove commissioni, tavoli e osservatori che anche con questo provvedimento vengono creati. Non ne sentivamo la mancanza…

Il secondo positivo segnale del governo riguarda la nuova strategia con la quale affrontare il dramma della migrazione. Il ministro Minniti ha colpito giusto. Il problema é all’estero, in Africa, in Libia e non solo. Gli sbarchi sono nettamente diminuiti e così anche le morti in mare, gli sporchi vantaggi per gli scafisti, i connubi di qualche Ong con la migrazione irregolare. Ma questo non può bastare alle nostre coscienze se non verranno sottratti alle autorità libiche e condotti sotto egida e gestione Onu i campi di accoglienza (sarebbe meglio dire di respingimento) e se non verranno realmente stanziati fondi da destinare alla Libia, al Ciad, al Niger, per investimenti che creino lavoro in quei paesi e permettano ai respinti di tornare con qualche speranza ai paesi d’origine.

Finalmente l’Italia é tornata protagonista sullo scacchiere europeo, soprattutto per merito di Minniti. Il vertice di Parigi, che ha coinvolto Spagna, Francia, Germania, oltre a Libia, Ciad e Niger, ha visto giocare un ruolo di prim’attore all’Italia. I nuovi rapporti italiani con entrambi i governi libici rappresentano un elemento di sano e produttivo realismo. Se posso aggiungere una considerazione sul caso Regeni, faccio solo notare che finalmente il ministro degli Esteri si accorge che i problemi sono a Cambridge. Senza sminuire le responsabilità morali, politiche e materiali di chi quel povero ragazzo ha torturato e ucciso, sarebbe utile andare a scoprire chi lo ha mandato in una terra pericolosa e in guerra, per fare cosa e con quali mezzi. Gli inglesi sono, con la Brexit, fuori dall’Europa ma non possono essere ritenuti fuori dal rispetto delle leggi e dei rapporti di amichevole collaborazione cogli altri paesi europei. Compresa l’Italia.

Le mie idee a Orvieto

Questo nostro incontro è la dimostrazione che esiste un Psi sul territorio, con amministratori eletti in liste di partito, di area, civiche o di coalizione. Due le certezze. Siamo l’unica sigla socialista che si presenta (ho letto che Risorgimento contesta da sinistra assieme a Rifondazione comunista anche la candidatura di Fava in Sicilia, ed é alle prese con uno scivolamento senza fine verso gli anni cinquanta). E siamo dopo il Pd il soggetto del centro-sinistra maggiormente presente, ancor più di Mdp e di Alternativa popolare, nei comuni italiani. Occorre dunque far vivere, coordinare, orientare politicamente questo nostro mondo.

Propongo all’attenzione degli amministratori locali alcuni temi e qualche riflessione. Il primo riguarda l’assetto delle nostre istituzioni. Con una raccomandazione. Non usciamo di qui solo con idee e proclami. Serve il dopo. Occorrono proposte di legge, iniziative politiche, mozioni e interpellanze. Una questione istituzionale rimbalza dinnanzi a tutti. Le leggi degli ultimi anni tendono a ribaltare un rapporto tradizionale tra base e vertice. Trasferendo il potere ai capi e sottraendolo all’elettorato. Attenzione, perché il passaggio dalla democrazia alla monocrazia può avvenire senza accorgercene. Le province non sono state abolite. Per la verità si sono aboliti i consigli provinciali. Cioè gli enti elettivi, mentre le giunte comunali e regionali non sono più elette dai consigli ma dai sindaci e dai governatori, eletti sì direttamente ma in coalizioni o liste dove l’elemento politico prevale su quello personale. I Consigli comunali sono espropriati di ogni facoltà e diventano solo lo spazio per discutere (oltre al bilancio) mozioni, interpellanze e interrogazioni. Io penso che i socialisti debbano presentare una proposta di legge per ribaltare questo squilibrio e per ridare più potere al popolo, agli enti elettivi e meno ai monarchi più o meno assoluti che possono nominare e sostituire i loro assessori, gli enti municipali e regionali e le partecipate. Primo impegno. Ripristinare l’eleggibilità del Consiglio provinciale, anche perché le province non sono state abolite in Costituzione e continuano a mantenere funzioni importanti nel campo della viabilità e della scuola. A mio pare personale le province come entità non solo geografica, ma anche politica e amministrativa, non possono essere sostituite da nessun’altra istituzione. Sono provinciali l’informazione, i partiti politici, le associazioni di categoria, perfino le targhe delle automobili. Solo l’ammnistrazione deve prescinderne? Questa é una forzatura contro la storia e la realtà odierna.

Sono semmai le regioni a dovere essere cambiate. E’ la dimensione regionale che non è passata, che i cittadini sentono lontana, quando non esistente. Le regioni sono troppe e devono smetterla di gestire. Sono nate per pianificare e legiferare. Com’é avvenuto in Francia devono essere accorpate. Che senso ha, lo dico in Umbria, lo potrei dire nelle Marche, in Abruzzo, e ancor di più in Molise e in Basilicata, tenere insieme regioni di qualche centinaio di migliaia di abitanti. Un quinto di una città metropolitana. E infine l’accorpamento dei piccoli comuni. L’amico e compagno Ricci ha parlato di unioni volontarie. Ho qualche dubbio che i piccoli comuni possano volontariamente propendere verso il loro accorpamento. Nella mia provincia si son svolti due referendum con l’obiettivo dell’unificazione di più comuni e sono stati persi entrambi. Riepilogando dunque: reintroduzione dei Consigli provinciali elettivi, aggregazione di più regioni, accorpamento dei piccoli comuni. Forse anche una seria riflessione sulle conseguenze della legge del 1990 che ha creato sindaci e governatori con poteri pressoché assoluti.

Resto al tema del rapporto Stato-regioni. Stiamo assistendo in questi ultimi anni ad un atteggiamento schizofrenico. La Lega da secessionista é divenuta nazionalista, dopo avere fatto passare una devolution che mitigava gli estremi regionalisti della riforma del Titolo V approvata dall’Ulivo. L’ampolla del Po é stata assorbita dalle felpe di Salvini. Ma lo stesso centro-sinistra ha voluto una riforma costituzionale per superare il nuovo titolo V, per togliere gli eccessi regionalisti in funzione di un accentramento dei poteri. Oggi vedo invece che i partiti di sinistra si schierano a favore di un ulteriore decentramento dei poteri in senso regionalista approvando i referendum di Lombardia e Veneto mentre il governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini auspica, per non essere da meno, un analogo questionario nella sua regione. Tutto questo poi si scontra con la realtà sulla nomina del commissario per il terremoto. Dalle parole ai fatti. Altro che attenzione al territorio. Ma é possibile che si debba passare da Errani alla De Micheli e non assegnare questo compito a un esponente del territorio? Questa ad esempio può essere una critica che il partito dovrebbe manifestare al governo.

Un ulteriore elemento di azione politica e amministrativa riguarda lo sciagurato patto di stabilità che ha bloccato gli investimenti. Con tutte le modifiche che sono subentrate i socialisti devono in ogni occasione fare presente che un conto sono le spese correnti altro gli investimenti. La Merkel ma vedo anche Moscovici evidentemente non la pensano ancora così. Gli investimenti anche quando sono fatti a debito producono Pil e dunque non solo danno lavoro ma riducono il rapporto tra Pil e debito e tra Pil e deficit.

Certo occorre anche dimostrare di sapere ridurre le spese correnti e qui qualche fallimento lo dobbiamo registrare sulla cosiddetta spending review. I commissari che si sono succeduti in questi anni sono più numerosi degli allenatori sostituiti da Zamparini. E forse anche degli assessori della giunta Raggi. Diciamo la verità, a forza di proclamare si é fatto troppo poco e la spesa contrariamente agli altri paesi, dalla Spagna all’Inghilterra, non é diminuita. E’ utile e positivo come pensa di fare Renzi, ma non mi pare che Gentiloni Padoan e Callenda la pensino così, finanziare a deficit la diminuzione delle tasse? O é meglio concentrarci sugli investimenti? Sulla riduzione delle tasse noi abbiamo giustamente messo in risalto l’iniquità dell’abolizione generalizzata della Tasi sulla prima casa anche per chi aveva la possibilità di pagarla. Si é trattato di un’operazione di iniquità sociale.

Poi la sicurezza e l’immigrazione. Il primo problema a giudizio degli italiani, il più sentito. Gino Strada ha definito Minniti uno sbirro. Si vergogni, Strada, a usare la parola sbirro riferita a poliziotti e carabinieri che, a parte pochissime e biasimevoli eccezioni, e con paghe da fame, svolgono un lavoro eccelso per garantire l’ordine pubblico. Finalmente il governo ha una strategia che sta raccogliendo risultati, finalmente stiamo operando a monte e non a valle, cioè in Libia, per bloccare scafisti e viaggi della morte, per impedire torbidi intrecci tra qualche Ong e i profittatori dell’assistenza. Resta un capitolo tutto da scrivere e riguarda da un lato la condizione dei campi di accoglienza in Libia che devono assolutamente passare sotto l’egida e la gestione dell’Onu e dall’altro i finanziamenti che l’Europa deve mettere a disposizione dell’Italia e dei paesi di origine dei migranti affinché il loro ritorno non sia quello all’emarginazione e al sottosviluppo. Ma quelli che accogliamo, quelli che stanno oggi in Italia, facciamoli lavorare. Non é accettabile per i nostri vedere che giovani immigrati ozino dalla mattina alla sera negli alberghi e nei dintorni mantenuti dallo stato. Occorre impiegarli in lavori socialmente utili e smetterla con la concentrazione dei migranti o in un campi o pigiati a centinaia in edifici enormi. Occorre seminarli a piccoli gruppi sul territorio, farli lavorare, integrandoli così con la nostra comunità, rendendoli a pieno titolo parte di noi.

E infine l’ambiente, che abbiamo trattato poco nei nostri tavoli. Terremoti, disastri, inondazioni stanno interessando il mondo. L’Italia ha conosciuto recentemente un nuovo disastroso terremoto nell’isola di Ischia. Il nostro territorio e le nostre abitazioni sono quotidianamente sottoposte a rischi che producono morte. Dopo Amatrice ho sollecitato sull’Avanti i nostri a presentare due piani. Uno immediato sull’emergenza e l’altro per la messa in sicurezza del territorio e delle abitazioni. Il caso di Ischia conferma questa necessità. Penso che questo debba essere oggi il principale investimento dell’Italia e che questo debba essere considerato fuori dai patti europei. Sarebbe oltretutto occasione di lavoro e di sviluppo. E potrebbe interessare pubblico e privato. Anche qui basta coi piagnistei del dopo. Anche sulla questione delle case abusive basta con le logiche clientelari ed elettorali. Ho letto che i Cinque stelle in Sicilia distinguono gli edifici illegali tra edifici di necessità e superflui. Sono impazziti? Per un voto non si può far rischiare la marte.

Settembre, andiamo. E’ tempo di elaborare

Oggi e domani si tiene ad Orvieto la riunione plenaria di tutti gli amministratori socialisti. Si raduna quel tessuto vivo e pulsante che sul territorio resiste e svolge attività nelle istituzioni locali. Alla recente tornata amministrativa i socialisti, col simbolo del Psi, con liste civiche, con liste di coalizione, hanno ottenuto un buon risultato. Se pensiamo che ci siamo presentati quasi nella metà dei comuni che andavano al voto, dobbiamo pur rilevare che dopo il Pd e anche prima di Alternativa popolare, non parliamo di Mdp e men che meno di Scelta civica, i socialisti si sono rivelati sul territorio il secondo partito del centro-sinistra.

Sappiamo che un conto sono le elezioni locali e ben altro sono le politiche. Scambiarle, o anche solo stabilire un rapporto tra le due, risulta un errore che può essere fatale e generare pericolose illusioni. Le elezioni comunali sono dominate da effetti locali e solo parzialmente da un flusso politico di tendenza nazionale. Quest’ultimo dà una direzione di marcia, ma il resto, e cioè il livello dei risultati, è fornito dai comportamenti amministrativi e dai candidati. A noi fa piacere che sul territorio si continuino ad affermare donne e uomini che appartengono al Psi e alla identità socialista (non abbiamo francamente notizia della presentazione di altri simboli socialisti appartenenti a nostri ex). E la cosa non ci rallegra, perché dimostra ancora una volta che oltre al nostro piccolo partito, che certo può accrescersi dall’adesione di altri socialisti che sono momentaneamente fuori, altro non c’è.

Andiamo dunque ad Orvieto convinti di trovare il meglio della nostra militanza, i nostri pochi sindaci, i nostri molti assessori e consiglieri, tutti capaci di guadagnarsi un’elezione fondata sull’impegno e la capacità amministrativa. E elaboriamo una serie di proposte che possano dare unità e dimensione ai nostri che stanno nelle istituzioni locali. Penso ai problemi della sicurezza e dell’immigrazione, che tanto gravano sulle comunità locali. Penso ai problemi del lavoro e allo sforzo (ci torneremo) che il governo Gentiloni ha profuso col decreto che istituisce il reddito di inclusione. E che chiama i comuni ad un lavoro di censimento e di graduatoria. Penso alle riforme fallite come quella sulle province che dopo il referendum non sono state abolite affatto e che sono chiamate ancora, nelle nuove versioni di aree vaste, a svolgere funzioni importanti soprattutto sulla viabilità e l’edilizia scolastica. Penso ai grandi temi della difesa dell’ambiente, alle prese ora come noi mai con fenomeni distruttivi di portata perfino imprevista. Su questo e su altro Orvieto deve dare risposte, che non siano elenchi di cose da fare o le solite e sconfortanti litanie sul futuro da costruire (e che non dipende da noi). Occorre che da Orvieto vengano lanciate quattro o cinque battaglie da fare insieme, nei comuni, province e regioni, in Parlamento e nel paese. Penso che lo dovremo fare. E lo faremo.