Pisapia, Pisapia, tutti cercan Pisapia

Sarà il nuovo Prodi per chi parla di Nuovo Ulivo. Ma Pisapia, ex sindaco di Milano, ex Rifondazione, ex Sel e attualmente alle prese con un declamato Campo progressista, non si fa abbindolare dalle dichiarazioni del dissidenti del Pd in procinto di lasciare il partito. Vediamo intanto di capire la situazione dei supposti scissionisti. Si dividono in due: quelli che hanno già deciso, uso le parole del ministro Delrio, e quelli che ancora son sospesi. Tra i primi D’Alema (ieri ha dichiarato che si vergogna di avere la tessera del Pd dopo il voto della Camera che nega la pubblicità dei nomi dei grandi debitori insolventi delle banche, e non ha torto), poi Bersani, Speranza, i vari Gotor, Zoggia, Stumpo. Tra i secondi, a quanto pare, i due governatori Rossi ed Emiliano.

Le telefonate di Renzi sono un mistero. A giudizio di Delrio non ce n’era stata nemmeno una. Invece Emiliano si vanta di una telefonata, Speranza di un un’altra, perfino Bersani ne racconta una. Una telefonata allunga la vita al Pd? E’ di oggi l’appello al “Fermiamoci” dell’influente Franceschini e la rassicurazione che Renzi avrebbe fatto a Emiliano del voto al 2018. Tutta fuffa. Non si divide un partito su una data. Né ha una logica mettere in discussione un congresso perché troppo ravvicinato. La verità é che il progetto degli scissionisti é incompatibile, non da oggi, con quello di Renzi. Per questo ritengo che scindere un partito diviso su tutto non sia un male.

Ma, questo mi pare il punto, l’evocato Pisapia, che oggi ha preso posizione contro la scissione, ha un progetto che non si concilia con quello di D’Alema e compagnia. L’abbiamo scritto sull’Avanti anche ieri. E oggi Pisapia lo ha confermato. L’ex sindaco di Milano vuol portare nel centro-sinistra, dunque in alleanza col Pd renziano, una parte della sinistra, diciamo, di opposizione, invece gli scissionisti vogliono portare una parte del Pd in alleanza con la sinistra di opposizione e in competizione netta col Pd renziano. Questo naturalmente se la legge elettorale prevederà le coalizioni. A meno che gli scissionisti, dopo essersi fatti il loro partito, non lo collochino in alleanza col vecchio che hanno abbandonato. Vedremo. Una cosa é fin d’ora chiara. Nella sinistra, ed é così storicamente, si continuerà a litigare. Molto.

La scissione

Ormai il dado é tratto. Il Rubicone pare varcato. Se tornano indietro ai dissidenti non resta che giocare a dadi. Nel mezzo della rottura non poteva mancare uno squarcio da commedia degli equivoci. Il fuorionda di Graziano Delrio che dichiara che i renziani (uso un eufemismo) non sono molto intelligenti. Non credo si riferisse a lui stesso, un renziano ritenuto da tutti doc. L’acqua passa inesorabile sotto i ponti e come diceva una vecchia massima cinese nessuno può fare il bagno nello stesso mare. Tuttavia raramente un partito politico é stato così dilaniato, lacerato, contestato. A tal punto che in diversi momenti maggioranza e opposizione parlamentare parevano convivere sotto lo stesso tetto.

Con l’intervista al Corriere di oggi Renzi dichiara che tra il congresso e la mediazione preferisce il congresso. E così i suoi oppositori hanno finalmente la strada aperta per la separazione, guidati da quel D’Alema che l’ha così attentamente preparata. In pochi come il Lider Massimo sanno sviluppare un’azione politica conseguente. Il suo obiettivo era colpire Renzi e fondare un altro partito. Ha capeggiato l’opposizione alla riforma costituzionale, si é gettato coraggiosamente nella mischia referendaria coi comitati del no, adesso ha indicato la via che i vari Bersani, Speranza, Emiliano e Rossi sono obbligati e seguire.

Resta una domanda sul dopo. Facile intuire che l’assemblea di sabato sarà all’insegna del dolore per la “necessaria dipartita” e poi non é chiaro se parteciperanno all’Assemblea nazionale per poi lasciarla con quel rituale abbandono che accompagna tutte le scissioni. E poi? Fonderanno un nuovo partito più a sinistra del Pd, si unificheranno con Sinistra italiana, tenteranno di agganciarsi a Pisapia? E se la legge elettorale prevederà il premio non più alla lista, ma alle coalizioni, dove si collocheranno? Tento di dare qualche risposta.

Se gli scissionisti fonderanno un nuovo partito in solitario penso che correrebbero il rischio di frammentare ulteriormente lo scenario politico italiano, col rischio di andare incontro a delusioni elettorali. Abbiamo a che fare con professionisti e dunque credo che il loro proposito non sia questo. Si porranno dunque alla ricerca di un nuovo rapporto con gli ex Sel e oggi Sinistra italiana ove sono confluiti i loro predecessori (Fassina, D’Attorre, non si capisce dove sia andato a finire Civati). Nel contempo, però, insistono a pronunciare il nome di Pisapia che con costoro ha rotto e che si prefigge (o prefiggeva?) di spostare una parte di ex Sel in un campo cosiddetto progressista alleato al Pd.

Come si può conciliare un’operazione che tende a far transitare oppositori di sinistra nel centro-sinistra con un’operazione per portare un pezzo del centro-sinistra a sinistra? Questo duplice e contrastante percorso si potrebbe incrociare nell’ambito di una coalizione (se la legge lo consentirà) dove all’attuale alleanza (Pd più Ncd più altri) si contrapponga la proposta di una nuova alleanza tra Pd e il nuovo partito Pisapia-D’Alema-Vendola. Vedo due obiettive difficoltà. La prima ë quella di convincere, dopo cinque anni di dura opposizione a Renzi, gli ex Sel e oggi Sinistra italiana a convergere, come avvenne nel 2013, in una coalizione ancora guidata o quanto meno egemonizzata dal Pd renziano. La seconda é ancora più pungente. E riguarda la possibilità che dopo una scissione, che produce sempre forti intossicazioni politiche e personali, gli scissionisti possano d’incanto ritrovare armonia con i vecchi compagni abbandonati. Non è mai accaduto. Chissà, forse in questo nuovo mondo, che non accada. E chissà che quel diavolo d’un D’Alema non abbia considerato il fatto che l’intero equilibrio si possa trovare solo con l’eliminazione (politica) di Renzi….

Pd: si sfoglia la Margherita della scissione

Bersani ha avanzato l’amletico dubbio alla Direzione del Pd, chiedendosi se esista qualcosa che tenga ancora insieme il partito. La mia impressione, non di oggi, é che non esista proprio nulla e che sarebbe bene che si preferisse la separazione al litigio continuo. Un bene per Renzi, che potrebbe sviluppare la sua politica e per i suoi oppositori, che potrebbero crearsi un loro partito. E un bene anche per l’Italia che non sarebbe costretta a sorbirsi quotidianamente lo spettacolo di un dissidio che mai nella storia era stato così aspro, nemmeno ai tempi della cosiddetta prima Repubblica, e nemmeno nel partito più complicato, qual’era la Dc

La Dc era una forza politica composita, tenuta però insieme da un vincolo profondo, costituito dall’adesione ai principi di una religione, in un’Italia dominata da un’alternativa impossibile. Cos’é che tiene insieme il Pd? Una storia no. Ho citato quelli che in una sezione comunista romana vengono tuttora mostrati come simboli di una memoria. Siamo alla confusione allo stato puro. Gramsci ha qualcosa a che vedere con Moro? E Berlinguer può essere considerato un predecessore di Renzi? Non scherziamo. Si é proclamata la fine dei partiti storici, d’altronde, e questo é avvenuto solo in Italia. Così al socialismo europeo ha aderito un partito italiano con un trascorso prevalentemente comunista e grazie a un leader che proviene da una tradizione democristiana. La vecchia anomalia italiana si ë trasformata in un’anomalia paradossale.

Meglio lasciar perdere la storia e l’identità, dunque. C’é allora un programma, c’é una funzione politica come comun denominatore? Veniamo al programma. Se escludiamo le unioni civili, e cosi come avvenuto per l’adesione al socialismo europeo pare originale che una legge di laicità sia stata varata grazie a un governo presieduto da un cattolico, non c’é questione programmatica sulla quale non si sia verificata una tensione, una polemica, uno scontro. Dal Jobs act, alla buona scuola, all’Italicum, alla riforma costituzionale, nel Pd si sono levati urla di guerra, minacce di voti contrari, in taluni casi anche esplicite dissociazioni parlamentari. Non si era mai visto un partito dividersi perfino in occasione di un referendum dove in gioco era la permanenza di un governo presieduto dal suo segretario.

C’é una funzione politica unitaria? Ma non è un segreto, quando Cuperlo parla di collegare il partito a una sinistra che gli ha voltato le spalle, che gli oppositori di Renzi propongano di costruire un nuovo rapporto con Sinistra italiana e guardino a Pisapia come a un possibile nuovo federatore, mentre Renzi e i suoi pensano a un futuro governo che non potrà fare a meno di Berlusconi. Dico la mia. Siccome quest’ultima, ammesso che basti, sarà l’unica coalizione possibile per evitare il cosiddetto governo Frankestein, formato da Lega e Cinque stelle, non sarebbe male chiedersi se tutto l’attuale Pd sarebbe pronto a votare a favore. Ne dubito. Una buona ragione per non insistere nel suicidio unitario per finta, rimandando la separazione all’inizio della prossima legislatura.

Si dirà che il problema é il congresso in tempi brevi, che potrebbe portare allo scioglimento anticipato della legislatura. Ma non si minaccia una scissione per un congresso che pure si era proposto anticipato o per qualche mese in più o in meno di governo Gentiloni. Le motivazioni sono più profonde, sono radicate nelle diversità incompatibili che hanno segnato la storia del Pd, un partito che era nato, ricordiamocelo, con lo scopo di sconfiggere Berlusconi attraverso la vocazione maggioritaria invocata da Walter Veltroni. La vocazione maggioritaria è oggi soltanto una stravagante distorsione politica, mentre il contendente é diventato Grillo, tanto che Berlusconi è ipotizzato come futuro alleato. E’ dunque venuto meno anche l’ubi consistam originario del Pd. Perché non prenderne atto?

L’Italia di Sanremo tra musica, poesia, ignoranza e follia

Ha vinto il giovane Gabbani, che nella sua canzone (chiamiamola così, ma sarebbe meglio definirla un piccolo spettacolo con tanto di ballo con uomo travestito da scimmione) evoca la crisi di identità occidentale. Il testo appare indecifrabile. Inizia così: “Essere o dover essere, il dubbio amletico, contemporaneo come l’uomo del neolitico. Nella tua gabbia 2 per 3 mettiti comodo. Intellettuali nei caffé, internettologi. Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi. L’intelligenza é démodé. Risposte facili. Dilemmi inutili”. Ora, a parte tutti coloro che hanno votato la canzone e che avranno compreso bene questo testo piuttosto ermetico, non penso sia sfuggito a coloro che conoscono Shakespeare l’errore clamoroso attribuito al verso di Amleto che non é Kant e non si occupa del “dover essere”, cioè della morale, ma del “non essere”. Pazienza. Ma ammettiamo che il testo abbia un qualche potere taumaturgico. Ad esempio quella seconda strofa ancora più sigillata: “AAA cercasi. Storie del gran finale. Sperasi (spera sì). Comunque vada panta rei. And singing in the rain”. Qui si mescolano Eraclito e i Simple plan. Più difficile ancora intendere la tripla A.

Un “AAA adorabile cercasi”, si rintraccia in una vecchia canzone di Bruno Martino. Si vuole evocarla? Non si sa. Poi arriva il ballo e lo scimmione e il coro dell’orchestra. Una trovata quel Namasté (un saluto indiano) olè (più francese ma universale). Un saluto, ma non si capisce a chi. La musica ha le sue regole come la matematica. Si può premiare solo un testo, peraltro inaccessibile tranne che per i votanti e la giuria? Ma un tracciato melodico ci deve essere. Attenzione. Io non parlo di melodia romantica. Anche la dodecafonia di Schoemberg ha le sue regole. Anche la musica pentatonica orientale (basata su cinque toni) ce le ha. Anche la musica barocca e quella dei madrigali ce l’hanno. Anche Battisti che ha scomposto lo schema della canzone tradizionale ce le aveva. E così Battiato, il più innovatore e trascendente. La canzone che é stata premiata non ce le ha. Tanto è vero che oggi si parla solo di testo. Ma una canzone non é una poesia. Anche il poeta musicale per eccellenza, Fabrizio De André, costruiva un tracciato melodico. Sempre. E perfino le ballate di Brassens e le commoventi poesie musicali di Brel ce li hanno. Si parla di un paragone col primo Battiato, ma non regge. “Un centro di gravità permanente” era costruita con un ritornello e con un testo assolutamente innovativo e pregnante. Così come “Voglio vederti danzare”, dove il testo si arrotola in citazioni mediorientali. Sono pezzi con regole. Con suoni e parole che si rincorrono e si intersecano. Non sono un parlato con trovata da spettacolo circense. Anzi Battiato canta spesso seduto e quasi pregando. Intimamente. Ti comunica attraverso la canzone, fatta di parole e di melodia accompagnata da sofisticate armonie.

Credo che adesso si punti sulla canzone parlata e sul coup de theatre. Dove la musica é sostituita dal racconto. Ma questa é altra cosa. La canzone di Ron, ma anche quella del maestro Fabrizio, quello delle più belle canzoni italiane degli ultimi vent’anni (da Mia Martini a Renato Zero) avevano tracciati musicali moderni e armonie interessanti. La loro eliminazione chiude forse l’epoca della canzone musicale. Strano però perché poi, contemporaneamente, viviamo l’epoca dei revival e del remake e grandi cantanti contemporanei quali Rod Stewart e lo stesso Battiato ci forniscono eccellenti interpretazioni (anche molto apprezzate e di successo) di pezzi classici di decine d’anni orsono. Io non ho la mente rivolta al passato. Anche se penso che tra “Mi sono innamorato di te” di Luigi Tenco, cantata in premessa festival da Tiziano Ferro (perché non proporre la canzone del festival “Ciao amore, ciao”?) che ha voluto ricordare il grande e innovativo cantautore suicida a Sanremo 50 anni fa, e i pezzi del Sanremo odierno ci sia un mondo. Ha ragione Gigi D’Alessio, dodici anni di conservatorio musicale ed eccellente pianista: la giuria era composta in buona pare da persone che non conoscono la musica e da una parte suscettibile e condizionata dai Talent e dai Social. Se però a tutto questo deve piegarsi la musica chiamatelo in altro modo il festival. Non più della canzone, ma del costume italiano. Le parole, se non per Gabbani, ma almeno per noi, hanno ancora un significato.

Ritratto di famiglia in un interno (del Pd)…

Ecco la nuova sede del Pd di via dei Cappellari. Compare una foto sul Corriere di oggi. Ai lati del salone ci sono i ritratti dei grandi leader che si intendono ricordare e che rappresentano la memoria storica dei militanti. La loro identità, il loro cuore pulsante. In prima fila Antonio Gramsci, direttore del periodico Ordine Nuovo e poi fondatore del quotidiano comunista L’Unità, in polemica con l’Avanti. Vicino a lui Enrico Berlinguer, segretario del Pci, l’uomo del compromesso storico, ma anche dello strappo da Mosca, coniugato con la fumosa terza via tra comunismo e socialdemocrazia, poi l’uomo dell’occupazione della Fiat e del referendum sulla scala mobile.

Poi Aldo Moro, ricordato non si capisce se come martire o come leader democristiano. Più probabilmente come scatto unitario verso coloro che provengono dalla Margherita e dal mondo cattolico. Moro, primo presidente del Consiglio del centro-sinistra, ma anche l’uomo dell’apertura al Pci, del terzo tempo che però nessuno è mai riuscito a decifrare. E infine, per chiudere, Nilde Iotti, la compagna di Togliatti, che non compare se non in questo modo nel piccolo Pantheon di via dei Cappellari, ma anche la preziosa presidente della Camera per due legislature. Una donna di carattere, comunista dall’immediato dopoguerra.

La storia comunista c’é tutta, altro che superamento e cancellazione. E lo zuccherino di Moro serve solo a proporre un caffè meno amaro agli amici ex democristiani. Quel che manca, e che viene coscientemente dimenticato, è il filone socialista. Non c’é Turati, non c’é Nenni, non c’é Saragat, non c’é neppure Pertini, e naturalmente non c’é Craxi, al quale costoro non vogliono dedicare neppure un viottolo di periferia, che invece hanno dedicato a Lenin, Marx, Ho Chi Min, con Stalingrado in prima fila e ovviamente a tutti quelli del Pantheon. Non so se la sezione del Pd di via dei Cappellari sia un’eccezione. Credo di no. Credo che eccezioni siano quelle che si collegano alla nostra storia.

Un motivo serio per esistere ancora, scalcinati come siamo. Vi rendete conto che contrariamente al Pci e alla Dc i socialisti non hanno eredi nel nuovo sistema politico e che il rischio di essere cancellati è quanto mai presente? Non solo dalla politica, ma dalla memoria. Questo é il paradosso del secolo. Il Pd si allaccia alla storia comunista finita sotto i calcinacci del muro di Berlino, ne esalta le principali personalità, ne riassume su di sé gli insegnamenti. Questo mentre cancella la storia socialista alla quale almeno in Europa ha deciso di aderire. Così é un partito a tre teste. Socialista in Europa, democratico in Italia, comunista, con piccole infiltrazioni democristiane, nella storia. Per affermare la storia socialista siamo vivi solo noi. Non dimentichiamolo nella nostre baruffe. Ci vuole poco per distruggere noi stessi e il nostro passato. Siamo appesi solo al Psi.

La Raggi “in riserva”

Mettiamoci un surplus di amplificazioni, di voyerismo e di ficcanasismo. Il titolo di “Libero” sulla vita privata della Raggi é da voltastomaco. Mettiamoci anche un probabile eccesso di attenzioni della Procura. Ah, questi magistrati sempre venerati quando si occupano degli avversari… Poi una comprensibile, anche se deprecabile, sferza di veleno che promana dai predecessori in cerca di rivncita. Questo e altro, dunque. Però, pensiamo se quel che é avvenuto in questi mesi nell’amministrazione capitolina si fosse verificato a fronte di una giunta di colore diverso. Cosa si sarebbe detto? E soprattutto cosa avrebbero detto loro, i Pentastellati, senza macchia e senza paura. I salvatori dell’Italia dai governi corrotti e incapaci.

Per riepilogare ci vorrebbe un libro: le inusitate lentezze per formare la giunta, frutto di lotte intestine poi esplose pubblicamente, le dimissioni di un capo gabinetto e di due assessori, quelle dei vertici delle due maggiori aziende comunali, il no alle Olimpiadi col sindaco che si rifiuta di parlare col presidente del Coni perché impegnato in pizzeria, le dimissioni, perché indagato, di un nuovo assessore prima ancora di essere eletto, il mandato d’arresto al principale collaboratore della sindaca, i capi d’imputazione per l’assessore all’ambiente, da tempo indagata, e poi costretta a dimettersi, le dimissioni del vice sindaco, le liti sullo stadio della Roma, l’avviso di garanzia alla sindaca, le polizze intestate alla Raggi da Romeo, le affermazioni dell’assessore all’urbanistica sulla Raggi “incapace e circondata da una banda”, poi le sue dimissioni respinte “con riserva”. Ecco si, ci mancava questo respingimento che si annuncia accettazione. Un ossimoro che ben si adatta a tutta la situazione.

Mi viene perfino il dubbio di avere dimenticato qualcosa. Ah si. Il voltafaccia di Grillo e Casaleggio junior sugli avvisi di garanzia, prima sufficienti per pretendere le dimissioni e poi non più tali, dopo averne ricevute in quantità. E gli attacchi ai giornali con nomi e cognomi di giornalisti canaglie. Restano sullo sfondo le trame di correnti interne, le ambizioni e i rancori di personaggi sospettati di remare contro, in taluni casi addirittura diffondendo malevolenze contro la stessa sindaca, e soprattutto un dilettantismo disarmante, un quotidiano e diffuso senso di impotenza nell’affrontare i problemi di una città malata non per colpa loro, ma che proprio loro si erano proposti di guarire. Pensiamo se tutto questo fosse accaduto ad altri. E pensiamo se questi altri si fossero prefissi di amministrare Roma come prova del fuoco per governare l’Italia. Penso che il Campidoglio sarebbe già stato occupato. E l’Italia salvata. Senza riserva.

La finanza, il socialismo, la democrazia

Le banche, o sarebbe meglio dire la gestione spericolata della finanza, hanno oggi rimodulato la divisione più o meno tradizionale delle classi. Gia con la terziarizzazione, cioè col contrario di quel che prevedeva il vecchio dottrinarismo marxista, erano cadute le previsioni del filosofo di Treviri. Si potrebbe aggiungere che oggi proprio la globalizzazione unita alla finanziarizzazione dell’economia hanno prodotto in Occidente, e soprattutto in Europa, e ancor di più in Italia, una discesa verso il basso del ceto medio, vicino proprio all’idea della sua proletarizzazione.

Ma é il concetto di contrapposizione e di inconciliabilità degli interessi che é saltato. Il potere non é un palazzo da conquistare. E’ una ragnatela in cui quello politico non é il ragno. E neppure quello economico, del quale i governi non sono la sovrastruttura. Il potere della finanza é invisibile, disarticolato, segmentato, subdolo. Si accresce a volte mediante la spregiudicatezza, a volte sulla base di una sensazione o di una previsione azzeccata. Fa vittime interclassiste, suicidi uniti nella lotta, e nell’angoscia. Ha il popolo dall’altra parte. Quello degli imprenditori, degli artigiani, dei commercianti, dei dipendenti, dei pensionati. Altro che contrapposizione tra capitale e lavoro.

La vera contrapposizione dei giorni nostri pare quella tra potere finanziario e popolo. La finanza, che non é la banca, della quale semmai la finanza si serve, si mostra come il moderno palazzo d’inverno. Ma non é neutrale, non é il mostro. Siamo noi che lasciandole piena libertà di manovra la rendiamo tale. Se gli stati decidessero una buona volta di intervenire, se l’Europa si accorgesse della necessità degli eurobond, se l’Italia dividesse banche tradizionali e banche d’affari, che usano il denaro dei risparmiatori per comprare derivati, debiti esteri, per entrare in affari rischiosi, se, insomma, la politica tornasse in campo perché non c’è nulla di immodificabile, forse la realtà potrebbe cambiare.

Mi pare che una nuova idea di socialismo sia oggi quanto mai utile, necessaria, imprescindibile. Il socialismo dell’equità e non della contrapposizione tra le classi, quello che si oppone ai poteri assoluti, alla rendita degli egoismi, alla supremazia delle posizioni inutili allo sviluppo e alla diffusione della ricchezza. Servono nuove ambizioni, nuove analisi e programmi. Tutto ciò che sa di deja vu, di vecchio e consunto, é meglio lasciarlo da parte e deporlo in soffitta. Serve una corale solidarietà, il concetto originario del socialismo coniugato col nostro mondo. Anche per questo la nuova configurazione del socialismo va rapportata anche, e soprattutto, alla sua capacità di salvare le vittime della finanza. Di sorreggerle, di affiancarle. Di rendere vita dura agli sfruttatori del duemila, che non sono più gli imprenditori, ma il mondo invisibile che li opprime, che ci opprime. Un mondo che non riusciamo, o forse non vogliamo, controllare.

Si dirà che la moderna economia é affidata a uno schema liberista, interpretato dalle borse e da un mercato globale governato da cartelli ignoti, da segnali impercettibili. La nostra ansia deriva dall’incapacità di capire, di interpretare, di inserire in questo mondo un progetto, una correzione. Se questa nuova dimensione della finanza globale é inafferrabile, a cosa serve la politica? Se dobbiamo rassegnarci e alzare le braccia, arrenderci dunque, perché affannarci, perché impegnarci, perché combatterci e contrapporci? E’ come un inutile gioco, il nostro, mentre altrove si fa sul serio. Il rischio é la fine della democrazia, cioé del potere del popolo. Così se un moderno socialismo può ancora essere utile per correggere le ingiustizie, la cultura democratica, quella che rimette al primo posto il potere dei popoli, é oggi per taluni versi rivoluzionaria.

Non credo che il mondo in cui viviamo sia immodificabile. E che al primo posto ci sia inevitabilmente un potere invisibile. Credo che non si possa bloccare la globalizzazione, che pure ha generato il progresso di intere popolazioni condannate alla miseria (il socialismo é un’etica internazionale), né che il ritorno all’autarchia e ai nazionalismi siano la ricetta da sposare. Penso che l’Europa non sia l’utopia trasformata in inesorabile incubo. Sarebbe però il momento, come sottolinea oggi Claudio Martelli ricordando le perplessità di Craxi sugli accordi di Maastricht, che nel nostro continente si ponesse davvero l’accento sulla creazione dell’Europa politica. Se non sarà democratica, l’Europa non sarà e forse é bene che non sia. Sarà travolta dai populismi a causa degli effetti negativi che sta generando la sua dimensione unicamente monetaria. La crescita dell’Italia è il fanalino di coda. Nella crisi generale c’é un caso italiano. Siamo alla metà dello sviluppo europeo, dietro anche la Spagna e la Grecia. Non é il caso di cambiare marcia? O si attendono nuovi salvatori della patria?

Gli italiani senza italiano

Se ne sono accorti, finalmente. Seicento docenti universitari hanno firmato un appello perché si ritorni all’uso della lingua italiana, visto che gli studenti non sanno più scrivere. E, aggiungo, parlare. D’altronde mica é colpa loro. Un po’ di colpa ce l’hanno anche i docenti che la lingua dovrebbero insegnare. E ce l’ha la scuola, anche quella primaria, che di tutto si occupa tranne che dell’uso corretto della lingua (non si fanno più, o quasi più, dettati, l’uso delle doppie è spesso ignorato, mancano esercizi di bella calligrafia che é anche ordine mentale). Ce l’hanno i mezzi di informazione: la Tv, i giornali, i social. E ce l’ha un mondo che non conosce quasi più socializzazione dal vivo.

Cominciamo dalla Tv. Perché non si pretende dai conduttori dei programmi, dai giornalisti e dagli invitati un uso corretto del congiuntivo? Non si dice “Spero che tu sei”, ma “Spero che tu sia”. Chi non usa il congiuntivo venga tenuto lontano dalla Tv. Se lo vogliono mettere in testa anche a Roma? Poi l’uso dell’aggettivazione che pare scomparso. E sostituito dall’espressione e dal prolungamento dell’ultima lettera. Io non dico più “una triste serata”, ma una “serata” con diverse A. Possibile che si pensi all’aggettivo qualificativo come un retorico strumento di stampo ottocentesco? Se poi passiamo ai giornali, qui c’é da ridere, o da piangere. Nelle mie ricerche, fondate sulla lettura di giornali prevalentemente locali, mi ha impressionato la correttezza meticolosa degli articoli degli anni trenta, quaranta e anche cinquanta, nei primi due decenni citati pur coniugata con l’enfasi del regime. Tutto era però formalmente ineccepibile.

Eppure l’analfabetismo e la scolarizzazione, in particolare secondaria e universitaria, non erano paragonabili a quelle odierne. Allora si pretendeva che un giornalista sapesse scrivere bene, oggi si preferisce un cacciatore di scoop. Poi esiste un ulteriore fenomeno, che può rivelarsi pericoloso. Con la sostituzione della lingua parlata e scritta con quella dei social si arriva alla trasformazione del nostro linguaggio in una forma duale: mi piace o non mi piace, condivido o non condivido. Tutto è schema, e spesso sigla. Negli sms una lettera d’amore si trasforma in un tvb, se é amore intenso in un tvmb. I giovani, peraltro, hanno occasione di socializzare solo per via informatica

Noi avevamo i dibattiti dopo i cineforum, le assemblee studentesche, le sezioni e le federazioni dei partiti, i circoli culturali, insomma la nostra generazione é stata allevata al culto della parola e dello scritto. Abbiamo collaborato con giornali, li abbiamo fondati e stampato opuscoli, scritto e distribuiti volantini. La parola parlata e scritta non ci mancava. Oggi tutto questo é tramontato o quasi. I giovani non vivono più associati e legati da strumenti di comunicazione tradizionali. Certo esiste Internet, che però ha cambiato il linguaggio. Ed esistono fior fior di intellettuali che non sanno comunicare un pensiero in pubblico. Non ci sono abituati. Trionfa il solipsismo. Allora, cari docenti, cercate non solo di elevare un giusto grido di allarme, ma di proporre qualche soluzione, anche drastica. Insegnare l’italiano a scuola, pretendere dagli studenti, prima delle nozioni sulle vostre materie, un uso corretto della lingua italiana nello scritto, che dovrebbe essere esteso, e nell’orale. Urlare al lupo, senza fornire strumenti per catturarlo, può essere inutile se non dannoso.

La retromarcia di Renzi (non di Orfini…)

Nell’intervista al Corriere Renzi ha messo il freno. Forse non sarà lui il prossimo presidente del Consiglio ma Gentiloni o Delrio, forse non si voterà a primavera, forse. Dipende. Lui ha sbagliato un rigore. L’ha tirato malissimo. Lo ammette. Un Renzi prudente e dialogante, che non smette però di essere Renzi. Quel paragone ricorrente col calcio non é certo un adeguato e necessario approfondimento post sconfitta. Servirebbe un di più di cultura, una maggiore propensione alla profondità (saggio consiglio di Veltroni), un linguaggio che fuoriesca da quello tipico dei social e di twitter. Pretendiamo troppo?

Ho l’impressione, e i dati di gradimento di Gentiloni, uniti alla marcata rentrée di D’Alema, lo confermano, che sia definitivamente tramontata la fase della rottamazione e anche quella della esigenza smasmodica del nuovo a tutti i costi, che prevedeva l’inesperienza come virtù e l’esperienza come difetto. Se diamo un’occhiata al Comune di Roma ci rendiamo conto di quanto possa costare la novità coniugata col dilettantismo. Ormai credo sia tornata la voglia di una classe politica capace e professionale. Renzi se ne rende conto? Spero di sì, anche perché difficilmente, dicono i sondaggi, il giovin signore fiorentino, verrà scalzato al prossimo congresso da un altro pretendente. E dunque sarà ancora lui a dare le carte. Quanto alle possibili primarie di coalizione non saprei nemmeno di quale utilità, anche ammesso che vengano rientrodotte le coalizioni nella legge elettorale, non é chiaro se Renzi voglia parteciparvi assieme a Pisapia e non so a chi altro. Tanto, per quel che valgono…

Quel che mi sfugge è la completa indifferenza a un modello elettorale. E’ evidente che tra il premio di lista e quello alle coalizioni esiste una distanza abissale, che porta come conseguenza un sistema politico differente. Il buon Orfini, forse nemmeno avvisato, resta fermo all’ultimo ordine di servizio e mette in guardia da una coalizione che metta insieme tutti, da Pisapia ad Alfano. Eppure Matteo II dovrebbe ricordare che se il Pd ha governato per quattro anni e, volendo, può governare anche il quinto, lo deve proprio a una coalizione, dove i voti di Alfano, di Scelta civica e nostri, sono stati determinanti al Senato. Solo attraverso una coalizione ampia il Pd potrebbe tornare a governare. Fatelo capire a Orfini. E ditegli che dopo Roma, grazie ai suoi saggi consigli, il suo partito rischia di perdere anche l’Italia.

Contro Renzi l’Ulivo?

Cerchiamo di riepilogare e di capire. Renzi e i suoi vogliono le elezioni, non importa con quale legge. Va bene il Mattarellum, ma non se lo fila quasi nessuno. Va bene il Consultellum, ma bisogna “armonizzare”. Va bene il premio di lista alla Camera e quello di coalizione al Senato o il premio di lista o di coalizione in tutti e due. La sola cosa che interessa ai renziani é votare subito e per questo é gia stata convocata la direzione per metà mese. Difficile ritenere possibile che Renzi finisca in minoranza, anche perché Franceschini e Orlando restano stranamente appartati e silenziosi. Possibile che Renzi rinvii la decisione suprema più avanti, ma se vuole il voto a giugno deve puntare a una crisi di governo a marzo. Mattarella impiegherà poi alcune settimane per verificare, dopo le dimissioni di Gentiloni, la mancanza di una maggioranza parlamentare.

Tutto questo non é impossibile, ma non è facile e soprattutto é difficilmente motivabile. Il Pd dovrà chiarire le cause, infatti, di una crisi di governo, del suo governo, le dimissioni di un presidente, del suo presidente, entrare in un prevedibile conflitto col capo dello Stato, eletto col suo voto, dopo che il suo predecessore ha di fatto definito “incivile” il ricorso anticipato alle urne. Se tutto gli andrà bene, Renzi dovrà poi scontare il peso di una scissione annunciata e difficilmente evitabile attraverso la balzana proposta di convocare primarie aperte prima di giugno. Primarie di coalizione (ma allora vanno reintrodotte le coalizioni), primarie di partito (ma allora che c’entra Pisapia e poi che c’entrano col premio di lista dove non si sceglierà un candidato premier?), primarie di partito (ma sarebbe invero originale che il mese prima delle elezioni si scegliesse il segretario)?

E se scissione sarà, in caso di elezioni anticipate, come verrà organizzata l’area degli scissionisti e soprattutto dove verrà collocata? Col premio di lista tutto é semplificato. L’area D’Alema, e forse Bersani, presenterà una lista che tenterà di aggregare Sinistra Italiana, gli antirenziani, e soprattutto i nostalgici dell’Ulivo. E magari aprirà le sue porte ad altri. Una sorta di lista-coalizione che prefiguri un futuro del centro-sinistra senza Renzi, cioè senza Pd. Suggestivo, ma piuttosto irrealistico. Il leader dell’Ulivo, Romano Prodi, ne sa qualcosa, appoggia, autorizza? La cosa sarebbe ancor più problematica in caso di coalizioni. Appare evidente che gli scissionisti, se non vogliono fare un semplice giro di campo, non potranno collocarsi in una coalizione con coloro che hanno così clamorosamente abbandonato. In questo caso dovranno così fronteggiare la logica del voto utile. E’ vero che in un sistema tripolare, e soprattutto con un premio elevato al 40 per cento, la deterrenza del voto inutile sarà più flebile. Ma tuttavia il rischio di una semplice lista di testimonianza esiste.

Tutto é ancora cosi incerto. Non sappiamo con quale legge elettorale saremo chiamati al voto, non sappiamo, più in particolare, se il sistema politico si organizzerà per liste autonome o per coalizioni, non conosciamo i motivi di una possibile crisi di governo (dite a Renzi che la smetta di usare temi ritriti da simil populista, con pessimi ricorsi a battute da bar, che finiscono solo per tirare la volata ai populisti doc). Non sappiamo se il Pd si presenterà unito, improbabile, o diviso in due e non sappiamo se gli scissionisti formeranno una lista che riprenda l’Ulivo, con o senza il consenso del suo fondatore. E’ vero che la politica ha improvvise accelerazioni. Tuttavia sappiamo del G7 di Taormina e del semestre italiano, sappiamo della probabilità, oggi ammessa da Padoan, di una manovra correttiva. Potrei continuare. Ma sto parlando di problemi italiani e non della data delle elezioni. Interessano?