Il nuovo patto Renzi-Berlusconi

Parliamo ancora di legge elettorale per fare chiarezza. Meglio evitare di leggere i giornali che continuano a fare una gran confusione. Precisiamo ancora che la legge del Pd, il cosiddetto Rosatellum, non é il sistema tedesco, che pur essendo per metà uninominale maggioritario e metà proporzionale, é alla fine calcolato col proporzionale, con doppio voto e la percentuale delle liste che alla fine torna col riequilibrio delle due votazioni. Il Rosatellum é un Mattarellum con il 50, e non il 75, per cento di uninominale maggioritario e il 50, e non il 25, di proporzionale, ma con voto unico (chiaramente incostituzionale perché voto uno e prendo due, dunque con l’attribuzione del voto per analogia deduttiva che distorce l’intenzione dell’elettore, come incostituzionale é uno sbarramento nazionale al 5 per il Senato, che l’articolo 57 della Costituzione prescrive su base regionale).

Ma lasciamo perdere i particolari. Forza Italia propone il modello tedesco tout court. Dunque con due voti e calcolo proporzionale. Un sistema che andrebbe bene anche ai grillini e ai leghisti. Dipende a questo punto dal Pd, col ministro Delrio contrario. I favorevoli e i contrari in realtà nascondono diverse opzioni politiche. La prospettiva elettorale, però, anche a prescindere dal sistema di voto, non regalerà la maggioranza assoluta a nessuno (forse l’idea balzana dei grillini di associare a un sistema parzialmente uninominale maggioritario anche un premio di maggioranza potrebbe aprire qualche spiraglio). I quattro partiti sono invece completamente d’accordo nello sbarramento al 5 per cento, che al Senato dovrà per forza di cose essere regionale.

I quattro dell’Apocalisse son decisi a fare a meno dei minori, non a metterli fuori gioco, ma a sbranarseli (i deputati socialisti hanno depositato gli emendamenti tra i quali quello contrario allo sbarramento al 5 per cento) per potere ingrassarsi un po’. Sia ben chiaro, personalmente non ho alcuna obiezione politica a un’opzione che, assieme a Ugo Intini, ho prospettato anche in passato e cioè la formazione di una maggioranza comprendente socialisti e popolari europei, cioè Pd e Forza Italia. Questo é già avvenuto in Germania, in Spagna, e in Francia la sintesi di Macron non rappresenta niente di particolarmente diverso. L’intesa tra socialisti e popolari europei é forse l’unico equilibrio possibile per frenare il populismo, il sovranismo, la destra.

Ho l’impressione però, l’ho già scritto, che questa intesa non possa guardare indietro, rappresentare solo l’incontro di due forze in crisi in tutta Europa. Che l’intesa debba portare a un punto di incontro fondato su programmi e contenitori nuovi. Insomma un conto é Macron altro Rayoi. Altro ancora Merkel più Schulz. E altro ancora Renzi-Berlusconi. Non vorrei che proprio questa intesa più che alimentarsi del cibo dei minori, non si soffocasse perché incapace di ingerirne i contenuti e i consensi. Mettete pur insieme, dopo Moro e Berlinguer, anche Mediaset e Napolitano. Troppa roba vecchia anche se di qualità. Manca all’Italia quell’afflato europeo della cultura laica, liberale, riformista. Ucciderla per accapararsene le spoglie potrebbe anche essere fatale. Riflettano i quattro ma soprattutto Renzi, il principe disarcionato anche per sua insipienza una domenica alla sera di un freddo giorno dell’ultimo dicembre.

La strage di cristiani in Egitto

Non sono disponibile a minimizzare, come siamo soliti fare troppo spesso, in particolare noi italiani. Dopo le stragi di Parigi mentre i socialisti francesi si sentivano in guerra, noi ci sentivamo in pace. Adesso, anche adesso, dopo i nuovi terribili attentati, ultimo quello di Manchester, mentre a Dusseldorf ne é stato sventato uno più grave, noi balbettiamo stabilendo anche giuste differenze tra terroristi e islamisti e tra islamisti e musulmani. Intanto in Egitto un commando di una decina di uomini mascherati e armati ha attaccato un convoglio di cristiani diretti al monastero di San Samuele, posto a 220 chilometri dal Cairo. Gli assassini sono entrati sui due bus e nel camioncino e hanno sparato a raffica trucidando 24 persone, e lasciando sul selciato numerosi feriti. Mentre ammazzavano fotografavano la strage. Secondo l’ex portavoce della chiesa ortodossa Anaba Ermya i morti sarebbero 35.

Questo barbaro eccidio avviene dopo un mese dagli analoghi eccidi di Tanta e Alessandria, dove i terroristi hanno ammazzato 45 cristiani copti. Inutile nascondere che quella che costoro hanno lanciato, parliamo dei vari gruppi del terrorismo islamista, tra i quali l’Isis, Al Quaeda, Al Nusra, é una guerra di religione. Far scoppiare bombe nelle chiese cristiane, il giorno della domenica delle Palme, quando le chiese dei cristiani copti d’Egitto, che rappresentano circa il 10 per cento della popolazione, sono gremite di fedeli cos’altro rappresenta? Una guerra di religione, che si ammanta di evidenti denunce etiche. E del resto anche quella che i terroristi combattono contro di noi ammazzando i peccatori occidentali nei giornali satirici, nelle discoteche, nei supermercati é imperniata a questo fanatismo.

Quella che manca é la consapevolezza della drammaticità del conflitto, che ha origine, non tanto o non solo dagli errori anche tragici commessi dall’Occidente nei paesi arabi e mediorientali, ma soprattutto da un fanatismo religioso che ha origini antiche e che é stato alimentato e finanziato da gruppi intellettuali ed economici legati a potentati dell’Arabia saudita, più ancora che di altri paesi. Trump ha fatto bene a richiamare quest’ultimo paese alle sue responsabilità, anche se in Arabia Saudita non solo si nascondono centrali che appoggiano direttamente i terroristi, ma l’integralismo religioso è al massimo livello. La consapevolezza della tragicità del conflitto in corso deve portare gli Usa, l’Europa, la Russia, i paesi arabi e mediorientali ad un’intesa che metta al bando qualsiasi atteggiamento da stato canaglia. Chi sta col mio nemico é mio nemico.

Nella distinzione cui siamo quotidianamente sottoposti, introdurrei tre categorie specifiche. Nella prima vanno collocati tutti coloro che ci hanno dichiarato guerra per le nostre convinzioni religiose ed etiche, parlo dello stato islamico innanzitutto, e degli altri gruppi che combattono con le stesse finalità. Nella seconda collocherei gli islamisti, coloro che mettono la religione sopra lo stato, che impongono i loro principi, che non sopportano l’esistenza di altre religioni o di nessuna religione. Costoro non uccidono direttamente, ma seminano lo stesso messaggio di chi uccide. Dovremmo appoggiare i revisionismi e i riformismi che in talune nazioni islamiche si manifestano, ma anche avere coscienza che questo processo sarà lungo. Infine ci sono i musulmani vittime del terrorismo, quelli che non accettano di coniugare la fede con l’islamismo e men che meno possono dunque giustificare il terrorismo. Poi tra costoro, i laici, cioè coloro che non accettano né la teocrazia, né la confusione tra religione e stato, né la superiorità dell’uomo sulla donna, né la libertà di portare o non portare il velo, sono solo una parte. Abbiamo il dovere, noi, di comporre il fronte alleato più ampio possibile per combattere il terrorismo, ma abbiamo anche il sacrosanto dovere di respingere l’islamismo, di difendere tutte le religioni, di affermare il valore della libertà e della tolleranza da qualsiasi assedio e dal pericolo che la nostra civiltà liberale sta correndo oggi e nei decenni futuri. E chiedere a tutta la popolazione musulmana d’Occidente di sposare i nostri principi di libertà, di fraternità, di eguaglianza.

Inviato da iPad

Confusione

I servizi francesi sapevano del viaggio di Salman Abedi, il terrorista che ha causato l’orribile strage di Manchester, in Libia dove aveva preso contatto con l’Isis. Il ministro degli Interni francese Gerard Collomb per il secondo giorno di seguito conferma di avere notizie precise sul fatto che Salman Abedi dalla Libia si sarebbe mosso verso le province siriane in mano all’Isis. Perché non lo ha subito comunicato ai servizi britannici? Mentre é in corso l’inchiesta sulla carneficina si viene poi a sapere che a Dusseldorf é stato sventato un nuovo attentato della stessa rete, un piano micidiale che poteva portare ad un numero di morti simile a quello seminato a Parigi. Qui l’informazione giunta in Francia ha funzionato e i tre attentatori sono stati fermati e arrestati.

Il presidente americano Trump, in visita in alcune capitali europee compresa Roma, ha ufficialmente annunciato che anche la Nato, in quanto tale, prenderà parte alla coalizione anti Isis. Bene. Ma restano le incertezze, le contraddizioni, le debolezze finora mostrate nella guerra allo stato islamico, che continua a resistere a Mosul dopo mesi di assedio e detiene ancora la popolosa città siriana di Rakka. Ci sono evidenti conflitti finora insuperabili nella coalizione che combatte lo stato islamico per sottrargli il territorio occupato.

Innanzitutto la diversa configurazione religiosa delle dei militari. Tra le truppe che combattono da terra l’Isis gli Hezbollah e i Pasdaran sono sciiti e non operano sotto comando unificato, così come sciiti sono nella maggior parte i componenti degli eserciti iracheni e siriani. Però le località che devono essere liberate sono in massima parte composte da popolazioni sunnite, che desiderano liberarsi dall’Isis ma non sono disposti a finire sotto dominio sciita. Ricordava oggi Mario Arpino sul Quotidiano nazionale anche la dislocazione urbana dei miliziani dell’Isis che rende problematico un attacco globale senza seminare molte vittime civili e quel desiderio di morire da martiri dei jidaisti che certo non può essere preteso dai liberatori.

Poi ci sono i conflitti politici, che lo stesso Arpino richiama, quelli che producono rallentamenti nella conquista delle due città, Mosul e Rakka, che rappresentano ancora il simbolo di resistenza dello stato islamico. A Mosul turchi e curdi dovrebbero combattere insieme e invece si sfidano per evitare di entrare per secondi in città, a Rakka, in Siria, in attesa degli effetti degli accordi di Altana, russi, siriani di Assad, hezbollah, due fazioni di jidaisti ed undici fazioni di ribelli si sospettano l’un l’altro, sorvegliandosi. La coalizione eterogenea ha davvero bisogno di un punto di unificazione, di armonizzazione, di direzione. Dopo l’eclissi dell’Onu che scenda in campo ufficialmente la Nato può essere davvero necessario. Vedremo. La conquista dei territori occupati dall’Isis si rivela sempre di più, sia dal punto di vista politico, che economico, che psicologico, il passaggio indispensabile per la vittoria sul terrorismo.

Ancora orrore

Un altro vile attentato islamista si è consumato a Manchester, alla fine del concerto dell’artista americana Ariana Grande, che si era esibita all’Arena in una kermesse assai partecipata da giovani, bambini, famiglie. Un kamikaze si é fatto esplodere provocando 22 morti e 59 feriti. I dispersi sono 12. Al momento non si conosce l’identità dell’attentatore, ma le modalità dell’azione criminale e l’esultanza dei siti terroristici hanno subito indotto le autorità del Regno Unito a parlare di attacco della criminalità islamista.

La presidente Teresa Mey ha parlato di “attacco codardo” e ha deciso la sospensione della campagna elettorale (anche Ariana Grande, rimasta illesa, ha sospeso il suo primo tour europeo). Le informazioni non comunicano l’esistenza di vittime italiane. Ancora una volta, come al Bataclan di Parigi, si é colpito un appuntamento di giovani che s’incontrano per una serata di svago. Come a Istambul, nell’attentato di Capodanno, si colpì in una discoteca a Manchester l’esplosione é avvenuta in un locale pieno di giovani e giovanissimi, anche di bambini accomoagnati dalle loro mamme. Pare che i terroristi continuino nella loro tremenda campagna di morte a seminare stragi nei luoghi del peccato occidentale. Che intendano ammazzare i reprobi della criminale ideologia fanatica dell’integralismo.

I luoghi pubblici, di aggregazione e di divertimento, sono non da oggi a rischio. Il tentativo di attentato allo Stade de France lo testimonia. Inutile adesso ripetere i vecchi impegni disattesi. Macron ha rilanciato il tema della difesa europea comune. Adesso diventa indispensabile anche in termini di sicurezza. Il coordinamento dell’intelligence e la formazione di servizi europei non possono essere rinviati. Parliamo tuttavia del Regno Unito che ha recentemente deciso di uscire dalla Unione europea pur non facendo parte dell’Unione monetaria. Si può scegliere la Brexit, ma non isolarsi dal contesto in cui si é collocati. Il terrorismo non fa differenze, non introduce divisioni. Per gli islamisti paesi dell’unione o paesi che hanno scelto il loro isolamento sono tutti uguali, tutti nemici da colpire. Lo comprendano anche coloro che si sono schierati o si schierano contro l’integrazione europa. La guerra terroristica unisce popoli e stati molto più di un referendum.

Se all’Europa manca l’unità politica e militare che la lotta al terrorismo impone, l’America di Trump non ha una strategia chiara. Il nuovo presidente americano occhieggia a Putin, ma combatte i suoi alleati, lancia ad un tempo la sfida all’Isis e all’Iran, la potenza mediorientale che più lo sta combattendo con esericiti di terra. Così, senza l’unione degli europei, senza l’alleanza con la Russia, senza il coinvolgimento diretto dei paesi mediorientali e arabi i terroristi, che mettono a disposizione la loro vita e che sono ispirati da uno stato islamico che resiste (ma é possibile che ancora non si sia conquistata Mosul dopo mesi di assedio?), continuano a provocare sangue cantando vittoria e noi non si verrà a capo della guerra contro la civiltà della morte, del terrore, dell’omicidio diretto e programmato perfino dei nostri bambini.

Legge elettorale: tre correttivi necessari

A me hanno insegnato, anzi me lo hanno insegnato gli eventi, che una volta approvata la legge elettorale si vota. Fu così dopo l’approvazione del Mattarellum nell’estate del 1993, che seguiva il referendum Segni dell’aprile dello stesso anno. Si convocarono elezioni anticipate per il marzo del 1994 in piena rivoluzione giudiziaria. Fu così dopo l’approvazione del Porcellum che precedette di pochissimi mesi lo svolgimento ordinario delle elezioni per la primavera del 2006. Sull’Italicum no, perché pendeva il ricorso alla Corte. Se il ricorso avesse dato esito diverso non ci sarebbero state fondate obiezioni al voto già nella primavera di quest’anno. E’ naturale ritenere, dunque, che una volta approvata la legge elettorale, pensiamo entro l’estate, vengano rimossi tutti gli ostacoli, soprattutto da parte del Colle, sull’indizione di nuove elezioni che in molti danno per possibili tra il settembre e l’ottobre.

Tuttavia non sarà semplice, né appare scontata, l’approvazione della proposta di legge presentata dal Pd in Commissione al Senato. Intanto andranno sistemati due punti, uno dei quali certamente incostituzionale e l’altro a serio rischio di incostituzionalità. Parlo innanzitutto del 5 per cento di sbarramento nazionale per il Senato e poi del voto unico. E’ evidente che l’articolo 57 della Costituzione impedisce l’introduzione di un vincolo di carattere nazionale, visto che impone che il Senato sia “eletto su base regionale”. D’altronde la legge precedente non a caso aveva introdotto sbarramenti (l’8 per cento per le liste non collegate e il 3 per le liste collegate) di dimensione regionale. Si tratta di uno strafalcione un po’ dilettantesco che andrà subito corretto. Penso che i nostri parlamentari dovranno subito farlo notare.

Il secondo punto riguarda il voto unico tra candidato nella quota maggioritaria e candidati nella quota proporzionale. In buona sostanza se io voto il candidato nell’uninominale voto per deduzione analogica anche i diversi candidati nella lista bloccata proporzionale che verranno eletti seguendo l’ordine di disposizione. Questo é un punto cruciale della legge che, se da un lato non prevede il mattarelliano scorporo, e dunque concepisce maggioritario e proporzionale in modo separato, dall’altro paradossalmente li ritiene a tal punto collegati che con in un sol voto ne assomma due. Per fare in modo che questo si renda praticabile, ogni lista sul proporzionale che condivida il candidato sul maggioritario lo deve ripetere sotto il suo simbolo. Questo porta però ad una possibile distorsione della volontà dell’elettore che vota il candidato A sul maggioritario e si vede attribuire il suo voto anche sui candidati B-C-D-E del proporzionale. Bisognerà pensare a un sistema diverso, magari tornando al doppio voto, uno di coalizione e uno di lista come nel Mattarellum.

Non si capisce poi il bisogno di portare lo sbarramento sul 50 per cento di proporzionale al 5 per cento. E’ vero che uno sbarramento analogo esiste in Germania, ma il sistema tedesco di attribuzione dei seggi é interamente proporzionale e non, come l’ignoranza politica e giornalistica italiana ci voleva far credere, al 50 per cento maggioritario. Il sistema maggioritario, che in Italia verrebbe esteso al cinquanta per cento dei parlamentari da eleggere, é già strumento di sbarramento elettorale, nel senso che l’elezione avvantaggia la lista dei candidato che vince, anche solo con una risicata maggioranza relativa, e penalizza quelle del candidato che perde, anche solo per un voto. Introdurre il maggioritario e nel contempo innalzare lo sbarramento elettorale, portandolo dal 3 per cento ipotizzato dall’Italicum, e confermato dalla Corte, al 5 per cento del Rosatellum, rappresenta solo un inaccettabile manifestazione di ostilità verso le forze minori. Questi sono tre correttivi, nell’ambito di un impianto generale accettabile, che i socialisti potrebbero avanzare durante il percorso, che non sarà per nulla agevole, della nuova legge elettorale.

Sì, Marco, mi manchi

Un anno senza Marco é passato. Sembra un secolo. La politica italiana senza Pannella é più noiosa, meno sensuale, più burocratica e triste. Riporto, tra le tante che ho letto, alcune memorie personali. Comincio dalla fine. Da quel giorno in cui alla sede di via di Torre Argentina scherzosamente lo invitai al mio funerale e lui rispose ridendo divertito (sapeva di essere malato e di non avere vita lunga). Fino al primo incontro a Reggio Emilia nei primi anni settanta, quando a pranzo bevette un cappuccino per uno sciopero della fame. Non voglio parlare delle scelte politiche, spesso coraggiose, a volte temerarie di Marco, quasi sempre condite con un energico humus da eretico di mestiere, un nuovo modello di leaderismo col gusto della solitudine. Quasi un eremita della politica, Marco, uno che si concedeva a tutti pur che gli si consentisse di vivere nel suo rifugio d’alta quota.

Marco amava la vita, amava la politica, adorava se stesso e le sue lotte. Ma amava anche il prossimo. Anche i suoi avversari che voleva convincere con la passione della forza delle sue idee. Amava anche quelli che lo avevano abbandonato. Da illuminista volteriano non usò mai la retorica partitocratica del tradimento. Mi parlava bene di Rutelli, di Della Vedova, di Vito, di Giachetti, di tutti quelli che venivano dalla sua scuola. Sconfessarli sarebbe stato come sconfessare se stesso. Non aveva un soldo Marco e viveva in una sorta di “comune” definita Panetteria. Negli ultimi giorni di vita era tutto un pellegrinaggio per condoglianze anticipate che gli facevano un gran piacere. Come Trimalcione avrebbe volentieri partecipato alle sue esequie e magari scritto lui stesso (anzi improvvisato) la sua commemorazione.

Senza Pannella non solo la mia vita, ma quella di tanti suoi amici, sarebbe stata diversa. Non potrò mai dimenticare né la sua venuta a Pescara nella primavera del 2008 per la mia campagna elettorale come capolista del Psi in Abruzzo mentre i radicali erano nelle liste del Pd, né il suo invito a svolgere la relazione introduttiva degli stati generali laici che si tennero poco dopo a Chianciano convocati da lui e da me. Un onore di cui vado fiero. Cosi come, ovviamente, non posso dimenticare che senza Marco l’Italia sarebbe meno libera e che anche grazie alla sua energia, alla sua velocità e alle sue lotte a volte anche folcloristiche sono state approvate le leggi che portano il nome del nostro grande Loris Fortuna. Era difficile dialogare con Marco. Lui era uno che ti catturava. Voleva conquistarti, non convincerti. Mi capitò una volta, qualche anno fa, credo tra il 2006 e il 2008, quando ero deputato, di pranzare fino a tardo pomeriggio con lui in un ristorante vicino a via del Tritone. Un pranzo (lui non era in sciopero della fame e divorava anziché mangiare) con i fuochi d’artificio. Mi raccontò mezza vita sua. Era la storia d’Italia…

A proposito di Rosatellum

Dunque il Pd ha finalmente rotto gli indugi presentando una proposta di legge elettorale che é già stata definita, dal cognome del suo ispiratore, il “Rosatellum”. Lo ha fatto l’on. Fiano, il deputato milanese molto vicino a Matteo Renzi, nell’apposita commissione del Senato. Vediamo cosa convince di questa legge e cosa invece la rende criticabile. Molte sono le novità che vanno nella direzione da noi auspicata. Innanzitutto l’introduzione delle coalizioni e il conseguente superamento del premio di lista. L’introduzione del maggioritario al 50 per cento rende poi inevitabile l’abrogazione di qualsiasi premio. Il maggioritario è di per sé premiante o penalizzante al di là delle percentuali ottenute. Il Psi aveva del resto proposto una legge simile al Mattarellum, e questa lo é. Si tratta di un simil Mattarellum dove il proporzionale passa dal 25 al 50 per cento.

Un altro aspetto positivo é la separazione netta tra quota maggioritaria e quota proporzionale. In quest’ultimo voto si possono cioè presentare liste che poi si aggregano nel maggioritario attraverso coalizioni di simboli. Senza scorporo però, e questo può risultare dannoso per i piccoli partiti (in questo caso piccoli, ma con percentuali superiori al cinque per cento), che con lo scorporo potevano acquisire maggiori vantaggi. Restano due osservazioni critiche. Una riguarda lo sbarramento della quota proporzionale che viene portato al 5 per cento, l’altra lo spettro delle liste bloccate che ritorna, dopo la bocciatura del Porcellum, in formato mignon, secondo i rilievi della Consulta.

Si tratta dell’ennesimo sistema solo italiano, un altro Italicum, come del resto erano sia il Mattarellum, sia il Porcellum e sia l’Italicum uno. Non é il sistema tedesco, che é sì per metà uninominale maggioritario, ma subordinato al calcolo proporzionale, non è il sistema francese, uninominale maggioritario a due turni, non è l’inglese uninominale maggioritario a un solo turno, non è lo spagnolo, proporzionale con piccolo collegi e conseguente sbarramento alto. E’ per ora un sistema che trova il consenso di Pd e Lega. Del Pd, perché ritiene che sul maggioritario i Cinque stelle perdano punti coi loro candidati semisconosciuti e che, col 5 per cento sul proporzionale, si sbarri la strada agli scissionisti. Della Lega perché, nel maggioritario almeno, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia siano obbligati a presentarsi con un unico candidato, motivo questo dell’obiezione di Berlusconi. Fuoco e fiamme, per ovvii motivi, invece, sono esplosi in casa bersaniana e silenzi sospetti dalle parti del centro alfaniano.

Veniamo a noi. E’ evidente che i collegi uninominali di coalizione avvantaggino i piccoli partiti soprattutto nelle situazioni dall’esito incerto. E che si formi dunque una coalizione riformista nei collegi uninominali non può che essere vista con favore e anche con soddisfazione. Resta il fatto che sulla quota proporzionale non potremmo, neppure con lo sbarramento al tre, e men che meno con quello al cinque, presentare liste di partito o di sola unità socialista. E allora dovremo pensare a una triplice eventualità. La prima é rifare quel che é già stato fatto nel 2013, quando lo sbarramento peraltro non c’era. Ma credo che, se questa fosse la scelta, allora tanto varrebbe fare un’operazione politica di adesione. La seconda é aspettare Pisapia che vorrebbe, non so con quale delega ricevuta, federare il centro-sinistra organizzando una lista alleata col Pd. La terza é mettere in campo quell’alleanza liberalsocialista della quale più volte ho trattato, mettendo anche in conto di non superare lo sbarramento, ma seminando un progetto per il futuro.

Resta l’ambiguità del voto unico. Io voto il candidato dell’uninominale maggioritario e automaticamente voto i candidati dello stesso simbolo sul proporzionale. Potrebbe trattarsi di normativa di dubbia costituzionalità perché distorce la volontà dell’elettore. Poi, visto che non é previsto un simbolo di coalizione, ma solo una sommatoria di simboli che sul maggioritario uninominale ripetono il nome del candidato, si potrebbero verificare situazioni, nei vari collegi, tutt’altro che omogenee e lesive dell’esigenza di governabilità. Tutto sarebbe più semplice se si formassero invece liste di coalizione omogenee sul maggioritario e sul proporzionale. Liste di coalizione con un programma comune. Il Rosatellum é ben lungi dall’essere in prossimità del via libera parlamentare. Vedremo cosa ci aspetta. L’importante é prepararci, parlo di noi socialisti, e non attendere troppo. L’approvazione delle leggi, in un sistema che resta bicamerale, ha i suoi tempi. Quelli della politica, anche della nostra, devono essere più veloci.

Il teatrino dell’ipocrisia

Sapete perché ho un moto di istintivo ribrezzo per l’antipolitica? Perché è la cosa più ipocrita del mondo. Perché è essa stessa politica, ma si nutre di sentimenti negativi, cioè di risentimenti, invidie, nevrosi. Non costruisce. Distrugge. E’ anti per questo. E soprattutto porta, per motivi elettorali, ad una sorta di tendenza all’imitazione. Sposare tutte le pulsioni, anche comprensibili e giustificabili, senza razionalizzarle, conduce non a guidare una posizione, ma ad essere guidati, trainati da essa. Così é oggi il rapporto tra Cinque stelle e Pd. Sono a caccia degli stessi voti e usano lo stesso metodo: cavalcare l’onda. Tutto ciò che é popolare si interpreta fedelmente, senza porsi il problema se sia giusto, categoria filosofica di un idealismo superato, ma solo se sia gradito.

Questo é già avvenuto durante il referendum. Renzi stesso si é lanciato, per accaparrarsi qualche voto, in giaculatorie populiste, contro i parlamentari, che lui avrebbe eliminato. Ha detto proprio: “Uno, due, tre, soppresso”. Cosa gli é servito? E’ risultato meno credibile dei Cinque stelle sul tema e punito dagli elettori. Ci vuole poco a capirlo. Il populismo, l’antipolitica, non la si sconfigge con gli stessi temi e gli stessi toni. Mi viene in mente Macron e m’illumino. Costui ha vinto le elezioni contrapponendosi a Marine Le Pen proprio sull’Europa. Altro che inseguirla sugli immigrati e il sovranismo nazionale.

Oggi Renzi e il Pd hanno dato via libera a quel bel tomo del Richetti a presentare la sua proposta di legge contro i vitalizi. E già si é aperto il capitolo del chi è arrivato prima. Se sono i pidini a dover votare la legge dei pentastellati o questi ultimi a dover votare quella del Pd. Pare che alla fine abbiano trovato un accordo. Ma gli uni e gli altri se ne attribuiranno il merito. Robe da teatrino di periferia. Sanno tutti che si tratta di leggi incostituzionali, perché mai una legge si é applicata, nemmeno quella che ha introdotto il sistema previdenziale contributivo, retroattivamente. Quel che conta é che questa battaglia sia intestata a loro. Per un voto ammazzerebbero anche la mamma. Oltre a sgridare papà. I Cinque stelle sono coerenti. I pidini abbaiano alla luna. Tutti intenti a inseguire gli umori, non a proporre idee.

Richetto e Richetti

Parlare di vitalizi da parte di un ex parlamentare rischia di essere giudicato poco credibile. Ritorno tuttavia sull’argomento che tanto appassiona giornalisti che percepiscono in enti pubblici o in giornali e televisioni, largamente sovvenzionati o regolamentati grazie alla politica, compensi assai superiori. Dei vitalizi si continua a parlare anche se non esistono più e i nuovi parlamentari usufruiscono di una piccola pensione che scatta a 65 anni calcolata interamente col sistema contributivo. Ma, signori miei, i Cinque stelle seminano disprezzo per la politica e odio per chi alla politica ha dedicato la vita. La semina sta raccogliendo frutti. Anche perché, per contestarla, il Pd pare ogni tanto intenzionato a imitarne il contenuto.

E’ accaduto con talune insorgenze renziane durante l’ultima fase del referendum, quando qualche cattivo suggeritore avrà convinto Renzi a sguainare la scimitarra dell’antipolitica, come se eliminare tre centinaia di parlamentari avesse sistemato le casse dello stato e come se il costo di una democrazia fosse sganciato dal suo funzionamento. Adesso il buon Renzi pare aver dato via libera a quel Richetti, sassolese purosangue ed ex dj, dal bell’aspetto e che tutto pare tranne che un intellettuale. Costui ha presentato una proposta di legge per calcolare tutti i vitalizi passati col metodo contributivo. Lasciamo stare che il Pd (pare sia lo stesso partito) ha appena proposto e votato alla Camera un’ulteriore modifica del sistema dei vitalizi, attraverso un prelievo triennale di tutti i compensi superiori ai 70mila euro lordi annui. E lasciamo anche stare il fatto che toccare diritti acquisiti è, come noto, incostituzionale.

Aggiungiamo che non si capisce il motivo che spinge Richetti a proporre che solo i vitalizi e non tutte le pensioni, vengano calcolate col contributivo. Solo a una categoria si dovrebbe calcolare, diversamente da quanto avviene per gli altri, il suo attuale reddito. Com’é noto le pensioni degli italiani non sono tutte calcolate col contributivo. Questo sistema viene applicato a tutti coloro che sono stati iscritti all’ INPS dopo il 31 Dicembre 1995 (contributivo puro) cioè dopo l’approvazione della legge, e viene applicato pro quota dal 1° gennaio 1996 per tutti quei lavoratori che hanno maturato a tale data meno di 18 anni di contributi. Per gli altri, cioè coloro che hanno maturato almeno 18 anni di anzianità contributiva, viene applicato dal 1° gennaio del 2012.

Evidente che Richetti non voglia applicare il nuovo sistema a tutti per intero. Sarebbe un suicidio politico-elettorale per lui e per il suo partito. E cosi cade in una assurda contraddizione solo mitigata dal fatto che i parlamentari di oggi contaminano anche la credibilità di quelli di ieri agli occhi della pubblica opinione e un torto a loro viene salutato come un atto di giustizia. Personalmente ho avanzato un’altra proposta che ritengo assai più equa e redditizia. E cioè una sorta di patrimoniale, anch’essa di durata triennale, per non renderla incostituzionale, su tutti i redditi previdenziali superiori ai tremila euro mensili, da destinare all’aumento delle pensioni minime. Perché Richetti non la fa sua? Per un motivo e cioè l’enfasi propagandistica sarebbe minore e il consenso assai incerto visto che toccherebbe non solo alcuni politici, ma molti giornalisti, magistrati e dirigenti. Ricordate Richetto, quello scolaretto un po’ cresciuto che faceva il paio con mago Zurlì? Studia, gli diceva Tortorella. E’ un consiglio che rivolgo sommessamente anche al suo plurale.

Non siamo già oltre?

Dopo la dèbacle dell’Spd in Nord Reno-Westfalia, feudo dei socialdemocratici tedeschi, regione paragonabile a quel che é l’Emilia-Romagna per la sinistra italiana, non sarebbe male tracciare un quadro della crisi del socialismo europeo. Cominciamo dalla Grecia, dove il Pasok della famiglia Papandreu, Andreas, poi George, ma anche il nonno Georgios era alla testa di un governo in esilio, é passato in sei anni dal 43% del 2009 al 4,7 del 2015, riuscendo a rimontare nelle seconde elezioni dello stesso anno fino all’ambizioso 6 in coalizione con un’altra lista, mentre l’ultimo Papandreu con il suo nuovo movimento socialista non ha raggiunto il quorum per la rappresentanza parlamentare.

Continuiamo con la Spagna. Sembravano una delusione ineguagliabile i dati elettorali del Psoe alle elezioni del 2011 vinte dai popolari. Il 28% corrispondeva a una perdita addirittura di 15 punti rispetto alle consultazioni precedenti. Il nuovo segretario Pedro Sanchez ha fatto peggio ed é arrivato al 22 e dopo il secondo ricorso al voto del 2016 i socialisti si sono anche divisi. La maggioranza ha scelto di rendere possibile il governo Rajoy, i catalani e lo stesso Sanchez si sono opposti. Sanchez si é dimesso da segretario e da deputato, il Psoe é senza guida e in piena crisi. Se in Grecia un nuovo partito, Syriza di Tsipras, ha conquistato la leadership della sinistra, in Spagna il nuovo movimento di Podemos ha superato la percentuale del Psoe. Due movimenti nati pochissimi anni prima hanno surclassato i consensi di due partiti socialisti tradizionali.

La stessa cosa é avvenuta in Francia. Ne abbiamo già parlato e non ci dilunghiamo. E’ vero che si é votato per il presidente e non per il Parlamento (si voterà tra poche settimane). Ma la Francia é una repubblica presidenziale e il voto per il presidente é eminentemente politico. Il candidato di un movimento, En marche, nato qualche mese prima, ha conquistato al primo turno più di cinque volte i voti del candidato del Psf. I socialisti, dopo la scelta di Hamon, si sono frantumati, col primo ministro Vals che ha scelto ufficialmente di appoggiare Macron. A proposito della foto in camicia bianca mi viene in mente che nessuno dei tre, Sanchez, Vals e Renzi, si trova oggi al posto di allora. Foto maledetta?

Aspettiamo le elezioni nel Regno unito senza farci illusioni sul risultato dei laburisti, oggi alle prese con divisioni forse mai registratesi in passato, a seguito delle strampalate decisioni del loro leader Corbyn, addirittura sfiduciato dall’82% dei suoi deputati dopo la scelta della Brexit e oggi padre di un programma elettorale con al centro massicce nazionalizzazioni e l’aumento della tassazione sulle imprese (esattamente l’opposto di quel che si propone in Italia) e che tutti i sondaggi danno catastroficamente perdente. Un quadro, dunque, fortemente critico, per non dire ferale, che segna una fase di passaggio, al di là dei nomi, da una tradizione consolidata ad un’esigenza di novità, di discontinuità, non solo di personale politico, ma soprattutto di programmi, ormai assolutamente svincolati da vecchie ideologie.

Blair lo aveva già capito col suo New Labour degli anni novanta, come in fondo noi stessi l’avevamo intuito quando ci spingemmo con Craxi e Martelli, già negli anni ottanta, in una posizione spesso criticata dai partiti fratelli, così poco ortodossa, così poco tradizionale, liberalsocialista, appunto. Naturalmente non basta l’eresia per risolvere la crisi di identità. Ma penso che né i ritorni al vetero socialismo alla Hamon e alla Corbyn, né il semplice radicalismo alla Sanchez, né il tradizionalismo alla Schulz serviranno a frenare il declino. Occorrerebbe andare alle radici del problema. Interrogarci sull’europeismo, che a mio avviso deve restare il cardine di un progetto socialista e riformista. Sposare alcune proposte che lo stesso Macron ha formulato sull’Europa politica (vedasi eurobond, debito comune, governo eletto, difesa comune). Si tratta di obiettivi che devono unire e non dividere i socialisti. Adesso ognuno procede su scala nazionale, secondo interessi economici ed elettorali. Un po’ quel che accadde a seguito dell’esplosione del primo conflitto mondiale che segnò la fine della seconda Internazionale.

La verità é che per esistere un partito socialista europeo ci sarebbe bisogno di un unico grande interesse collettivo, e non di tanti e spesso conflittuali interessi nazionali ai quali i socialisti si sottomettono. Questo riguarda anche l’Italia dove esiste un partito, il Pd, che si ritiene più innovativo degli altri partiti socialisti europei e invece a me pare anche più arretrato, perché per mantenere il suo carattere post comunista e post democristiano ancora non è pienamente omogeneo coi partiti fratelli. E ci siamo noi, piccola comunità di resistenti che non può solo consolarsi con la storia, che non può annullarsi solo guardando indietro e proclamare un socialismo che in fondo si esprime solo nel rimpianto di un vecchio Psi che non c’é più. Riccardo Nencini, l’ho già scritto, fu il primo ad avvertire questa esigenza dopo le elezioni del 2013, subito contestato dagli stessi che poi lo accusarono di subalternità al Pd. Oggi non abbiamo alternativa. O un immediato investimento su una nuova formazione politica non composta solo da noi o la fine di un’esperienza senza possibilità di ritorno. La contaminazione delle idee non sognifica ripudio delle storie. Anzi, queste ultime sono meglio tutelate se riconosciute e valorizzate anche da chi non ne é erede diretto. Ho parlato di socialisti, di radicali, di ambientalisti, potrei aggiungere cattolici liberali e magari azzardare una loro aggregazione in un contenitore anche più grande: questa é la prospettiva immediata che ci aspetta. Potrei concludere che ce lo impone anche l’Europa, oggi.