Question Time

Congresso
Avrei voluto presentare una mozione al congresso per ravvivare il dibattito senza dimenticare il nostro passato culturale e politico. Di questi tempi rileggere i discorsi politici di Giacomo Matteotti durante la presa del potere da parte dei fascisti e contro la legge Acerbo chiarirebbe le idee a tutto il partito affinché prendesse posizione contro le riforme tanto decantate da renzi. Questo però non mi sarà possibile perché per presentare una mozione occorrono 3500 firme di compagni che non saprei come contattare dato che per una presunta “privacy” gli iscritti sono sconosciuti. Come ho avuto già occasione di osservare voi che vi ritenete classe dirigente avrete, spero, un grosso dispiacere da queste elezioni amministrative per non parlare dei vari referendum: trivellazioni, costituzione, legge elettorale e dalle elezioni politiche quando, finalmente, ci saranno.

LP

Caro Proia, io faccio il tifo per i socialisti alle elezioni. Tu hai scelto la porta sbagliata.
R.

Le porte chiuse per i migranti ma aperte per turismo (soldi…)
Le porte di molte (ex) frontiere europee sono state chiuse ai migranti ma rimangono aperte per turismo, per scambi commerciali e per tutto ciò che alimenta l’economia. Che vergogna fare parte di questa Europa anche se possiamo essere almeno orgogliosi di fare parte di un Paese che, seppur con molta fatica e notevoli difficoltà, riesce a tendere la mano a chi ne ha bisogno. Un Paese che fa tutto ciò che gli è possibile per salvare vite umane e per questo va un doveroso grazie a tutti coloro che si prodigano nelle operazioni umanitarie di tutti i giorni. Mi rendo ben conto che non possiamo sostituirci alla sovranità degli Stati che hanno chiuso le frontiere o che hanno limitato gli ingressi, ma possiamo cercare di far capire che gli uomini, le donne e i bambini abitanti del mondo sono tutti uguali. Se gli abitanti dei paesi europei che si muovono per turismo all’interno dell’ Europa evitassero di visitare quei Paesi che hanno chiuso ai migranti attuando così una sorta di sciopero parziale del turismo e preferendo, per le proprie vacanze o viaggi di piacere – in segno di approvazione e di solidarietà – quei paesi che invece non rimandano indietro chi è costretto, mettendo a rischio la propria vita, a scappare dalla propria casa , a lasciare la propria terra e la propria famiglia, forse si manifesterebbe una disapprovazione dei cittadini che determinerebbe qualche conseguenza economica per gli Stati che chiudono ai poveri e ai disperati, ma accolgono a braccia aperte solo chi porta denaro. Personalmente non andrò durante l’anno in corso in quei paesi, anche se avevo programmato di visitarne qualcuno nei prossimi mesi, ma andrò a passare qualche giorno di vacanza nella nostra bella Italia e nell’Europa meridionale. Ogni azione di ribellione a scelte che mettono a rischio le vite umane può essere sostenuta e rilanciata. Vero?
Graziano Agostini

Caro Graziano, d’accordo con te. Salvare vite umane e’ una cosa giusta e basta, al di la’ di ogni appartenenza religiosa, politica, ideologica. Intanto ai paesi che chiudono le frontiere a tutti, profughi e clandestini senza distinzione alcuna, vanno tagliati i fondi europei concessi proprio per l’accoglienza. R

Question Time

Il caos Europa

In retrospettiva, guardandoci dietro, vediamo come enormi bastioni i tanti errori (o forse no!) della corsa all’istituzione europea cosi come la vediamo oggi. La corsa che è avvenuta dalla metà degli anni ’90 ai primi anni del nuovo millennio sembrano cosparsi di tanti trattati, ultimo quello di Lisbona, in cui la Comunità economica europea nel trasformarsi verso l’Unione ha praticamente “padellato” i punti centrali della configurazione politica, facendo sempre emergere in primo piano i rilievi nazionali rispetto a quelli europei.
Insomma, è stato un collage sintetico di istanze nazionali che alla fine hanno sopraffatto le vere e proprie istanze europeiste con l’aggiunta di una rincorsa senza precedenti nel far affluire d’ufficio Paesi e Stati che dell’Unione europea avevano e hanno un bisogno economico, ma tendono ancora al distinguo dell’autonomia politica. Il ceppo storico degli “unionisti” è visibilmente diverso dai Paesi dell’Est europeo, i quali immersi come sono da sempre in una difficile cultura di aggregazione sia all’Europa occidentale sia alla Russia si sono trovati a scegliere la strada dell’Europa senza alcuna convinzione, ma solo per non rimanere schiacciati economicamente e, quindi, di nuovo bersaglio dell’egemonica della Confederazione Russa. Sta di fatto che l’Europa in senso politico non c’è. Inutile dilaniarsi in stati vari, per lo più confusionali. L’errore è stato compiuto da tutti, in particolar modo negli anni ’90 in assenza di una politica forte e certa in molti Stati, assenza che ha dato il via libera ad una serie di trattati e accordi che sembravano di secondo piano e che oggi, invece, connotano ancora di più l’enorme confusione prodotta.
La Polonia, unico paese che ha avanzo di amministrazione – si direbbe – fra cio’ che riceve e cio’ da’, ha un attivo di 14 miliardi di Euro. L’Italia ha, invece, un passivo. Da’ molto, in denaro e in sforzi economici e strutturali enormi e riceve meno. Di fatto, questo abbiamo davanti; un’Assemblea elettiva che con un macchinoso meccanismo burocratico ha una Commissione Europea, simil a un Governo, ma con un Premier che non viene eletto dai cittadini, ma per delega delle composizioni parlamentari.
Migranti. Comprensibile la scelta, forte e coraggiosa, della Grecia di richiamare il proprio Ambasciatore da Vienna. Segno di protesta e di conflitto diplomatico fra un paese che ha ricevuto sanzioni durissime ma deve accogliere i migranti, e un paese che chiede la chiusura, come poi ha fatto, dei confini nazionali e che non vuole i migranti. Come si può immaginare una tensione diplomatica di questo livello all’interno di una cosiddetta Unione di paesi? Un po’ difficile immaginarlo, ma invece esiste. La realtà ancora una volta, è che il processo semplificato dell’Unione europea e della moneta unica, l’Euro, è stato banalizzato, minimizzato, se non glorificato senza pensare a cosa sia davvero l’Europa.
La Gran Bretagna. Brexit. Vi dirò come la penso, la sua eventuale uscita non sarà un danno alla fantomatica Unione, semmai lo sarà per gli stessi inglesi. Uno dei maggiori paesi a porre veti su veti, spesso a far esplodere grosse contraddizioni, non dovrebbe essere tirato per la giacca a stare dentro un corpo che rigetta da sempre.
Domanda: potevamo darci più tempo per fare una vera Unione politica, e non solo economico – finanziaria, e non tramutare l’opportunità della globalizzazione con l’acuirsi di una crisi sistemica che sembra non aver fine? Chissà.
Alessandro Formichella

Caro Alessandro, di errori ne sono stati fatti. Ne cito intanto due: una moneta non vincolata alla sovranità statuale e un allargamento a nuovi paesi senza aggiustare le norme dell’accordo di Maastricht. E’ tempo di rivederle e soprattutto è tempo di orientare l’Unione verso una forma più stringente di federalismo europeo. R

Question Time

Avremo mai, noi giovani, la possibilità di far politica?
Questa mattina mi son svegliato con una domanda: A quanti anni, i vari Turati, Nenni, Craxi, si sono affacciati, da leader, sul palcoscenico politico del Socialismo Italiano?Ebbene, indicativamente ho scoperto che l’età media era tra i 25-35 anni. Oggi, mediamente, in una federazione locale, sono pochissimi i giovani di questa fascia d’età che riescono ad emergere.
Lei, meglio di me sa che il capitale umano è uno dei fattori di crescita maggiori, e che molte volte viene sprecato. La politica delle poltrone è il metodo delle cicale, la politica del ricambio generazionale sarà la politica delle formiche. Seguire le poltrone e disinteressarsi dei giovani non paga, anzi, porterà il nostro partito verso l’oblio…
Da un mio, se pur limitato, punto di vista, per la sopravvivenza del partito non basterà far affidamento solo sulle tradizionali strategie politiche. La base elettorale è cambiata, come sono cambiati i mezzi di comunicazione, non possiamo, quindi, contare solo sui tesserati storici del partito, ma dobbiamo aprirci al nuovo che avanza.
Sono molti i giovani che, non solo non ci conoscono, ma soprattutto, ignorano la politica ed i principi socialisti, diventa quindi fondamentale aprirci a loro, attraverso, programmi che possano avvicinarli all’esperienza politica e quindi ai sentimenti socialisti, ma anche attraverso rappresentanti capaci di raccogliere il consenso perché capaci di confrontarsi e di comunicare con loro usando uno stesso linguaggio.
Non bisogna certo guardare troppo in là per capire il senso delle mie parole. Infatti l’escalation del movimento 5 Stelle è avvenuta non tanto per un programma politico innovativo, quanto per esser riusciti a catturare l’attenzione degli elettori dandogli, per la prima volta dopo tanti anni, la possibilità di mettersi in gioco sia direttamente che indirettamente, sia nella realtà del movimento che nelle politiche locali e nazionali.
Molti giovani, oggi, sono vittime di un sistema ostruzionistico, sopratutto a livello locale, che non permette loro di poter emergere. Si parla così tanto di “Ricambio Generazionale”, “Meritocrazia” etc… non sarebbe utile, in occasione del congresso nazionale, lanciare un messaggio che inviti, le varie federazioni territoriali, ad una maggiore apertura verso un concreto ricambio degli organi direttivi, permettendo a questi giovani di poter fare esperienza e crescere politicamente? Oppure, bisogna rassegnarsi all’idea che la politica resterà un territorio solo per pochi eletti (intesi come privilegiati)?
Grazie e buona giornata.

Giovanni Votta

Caro Giovanni, totalmente d’accordo. Il rinnovamento è iniziato al congresso di Venezia e proseguirà con il congresso di Salerno. È la strada migliore per tentare di superare la crisi apertasi con gli anni ’90. La proposta del voto amministrativo ai sedicenni va proprio in quella direzione.
R.

L’anno che verrà

Renzi ha dichiarato che se ne andrà se dovesse perdere il referendum istituzionale. Ha giocato la stessa carta di Craxi nel 1984, in occasione del referendum sulla scala mobile. La riforma del Senato presenta delle pecche ma la cornice non è diversa da quella tracciata dai socialisti alla Conferenza di Rimini trent’anni fa. Il referendum sarà il grimaldello usato da tutte le opposizioni – tutte! – per accelerare la caduta del governo. E dopo? Intanto occupiamoci del prima. Il 2016 dovrà essere l’anno del riequilibrio. Su due fronti: verso l’Europa, verso il vasto oceano del bisogno.

Lo diciamo da tempo: l’Unione ha perso la vitalità originaria, imbullonata com’è nella diarchia rigore uguale Germania rotta a tratti dalla politica monetaria espansiva attuata da Draghi. Il silenzio del Pse è la testimonianza di quanto esso sia prigioniero del cerchio tedesco. Rinnovare lo spirito dei pionieri è l’obiettivo che l’Italia deve porsi. Ora. Bisogna mettersi alla testa di una iniziativa politica e diplomatica che intanto parta dal Mediterraneo. Bisogna rilanciare gli Eurobond e una politica fiscale condivisa. Bisogna tenere rapidamente un’assise del socialismo europeo per coinvolgere tutti i leader su una posizione comune: rileggere Maastricht!

C’è una trincea che la sinistra deve presidiare: la redistribuzione della ricchezza. Se l’area del bisogno si allarga, lì è necessario intervenire. Non si tratta soltanto di garantire diritti sociali ma di sottrarre al bisogno fasce sempre più larghe di cittadini. Urgono politiche per le famiglie più fragili, misure per gli studenti più meritevoli, un adeguamento dignitoso delle pensioni minime, un taglio nel costo del lavoro vantaggioso per chi lavora. Come? Anche Incidendo con più decisione in quel capitale di ricchezza che in questi anni si è accumulato al vertice della piramide. Non è da sinistra radicale porre la questione. È da sinistra giusta e basta.

Se il governo saprà costruire la sua agenda inserendovi queste priorità, sarà più semplice fronteggiare l’ondata grillina e respingerla. Il resto verrà con l’autunno. Ma sarà il ‘prima’ a determinarne gli esiti.
A chi ci legge, il mio augurio più forte. Apriremo il 2016 ricordando Nenni e la nascita della Repubblica. Senza di lui, senza di noi, l’Italia avrebbe dormito più a lungo sul materasso dei Savoia.

Riccardo Nencini

Question Time

Patto federativo col PD
Caro Nencini,
in periferia gli accordi si fanno col PD essendo la maggiore forza politica; ma a livello nazionale il famoso patto federativo col PD che fine ha fatto? In che cosa consisterebbe? Finito nel cassetto?
Grazie e buon lavoro
Silvio Brienza

Valori socialisti e Governo
Caro Segretario,
trovo francamente sempre più difficile riconoscere o trovare i valori socialisti all’interno dell’azione di Governo. Mi riferisco, in particolare, alle ultime “esternazioni” di voler contribuire all’organizzazione del giubileo con un finanziamento statale di 200 milioni di euro. Vale forse la pena di ricordare che l’Italia non è un Paese cattolico (come noto dai Patti lateranensi) e che l’iniziativa giubilare è di un altro Stato sovrano e non dell’Italia!
Questa, come altre iniziative governative di sapore molto democristiano, possono rendere veramente “imbarazzante” la presenza socialista al Governo.
Cordialmente
Stefano Gozzano

Carissimi compagni, l’organizzazione del Giubileo viene sostenuta dal Governo perché si tratta di un evento che ha un forte impatto sia su Roma che sul resto del Paese. Sicurezza, arrivo di migliaia di pellegrini e di turisti, servizi e quant’altro. Non è un’iniziativa di ‘sapore molto democristiano’, ma un evento internazionale con l’Italia al centro. Una cosa è la laicità, altro l’anticlericalismo che deresponsabilizza lo Stato. Quanto alle elezioni amministrative, le alleanze intanto si fanno con la sinistra riformista, Pd in testa, ma con la nostra autonomia di partito e chiedendo primarie regolate di coalizione. Un forte abbraccio.
R.

Question time

Conferenza programmatica, iniziativa da divulgare
La Conferenza Programmatica del PSI è un’iniziativa assai meritoria e merita di essere divulgata nella maniera più capillare possibile su tutti i mezzi di informazione/comunicazione, confidando che possa smuovere tante coscienze intorpidite dopo tanti anni di assuefazione all’antipolitica.
Luigi Montinaro

Caro Luigi, la Conferenza Programmatica ha avuto un ottimo risultato. Buone idee, alta partecipazione, lavoro collegiale. Ora bisogna ripeterla nelle regioni e nelle grandi città legandola a proposte operative per il territorio. Siamo al lavoro per questo. Un abbraccio.
R.

Rinnovarsi a partire dalle idee

Carissime compagne, cari compagni,

è un momento delicato, per l’Italia e nella vita dei partiti. Noi non facciamo eccezione. Ed è di noi che voglio parlare. Senza veli e senza ipocrisie. Per questo mi affido a una nota inviata a tutti i dirigenti, locali e nazionali. Meditata e formale. La preferisco alla rete. Che rimanga, come traccia per un disegno e come risposta a fantomatiche ricostruzioni di un passato recente, tanto più gravi quando provengono da chi condivise le decisioni sedendo nella segreteria nazionale. Avrei molti esempi da portare. Ne basti uno: come arrivammo alle elezioni politiche del 2013 – con voto unanime meno Bartolomei – e la rappresentazione che in seguito taluni hanno dato. Fasulla! Salvo che Bartolomei sia uno e trino.

Ma il punto non è il passato. Il nodo è il futuro. Ed e’ del futuro che bisogna discutere. Per non disarmare.
Un sistema politico in evoluzione dove non vedo forze autosufficienti, la crisi più acuta del socialismo europeo, afono rispetto ai mutamenti epocali che tagliano l’universo mondo, il cambio di marcia imposto alle democrazie occidentali dalla congiunzione ‘perfetta’ di finanza e tecnologia, letale per la cultura socialdemocratica se non si rinnova, un governo che ci invita a nuove sfide.

Siamo di fronte a quattro novità. E ora parlo di noi. Non prima però di evidenziare un fattore che di tanto in tanto si riaffaccia: l’antico conflitto – uso termini tradizionali – massimalisti/riformisti. Non si è mai spento. Nemmeno negli anni di massimo splendore, tra il 1983 e il 1987. Fummo i primi, allora, a parlare di voucher per scegliere tra scuola pubblica e scuola privata. Fummo i primi, allora, a parlare di riforma della democrazia parlamentare, considerata inadeguata ad affrontare le emergenze di fine secolo (Nenni, Severo Giannini e Calamandrei, in verità, proposero un senato con funzioni diverse dalla Camera già durante i lavori della Costituente).  Fummo i primi, allora, a pretendere modifiche incisive per il mondo del lavoro e ad aprire una finestra sul terziario e sul ‘piccolo e’ bello’. Fummo i primi, allora, a rimettere nel gioco parlamentare la destra almirantiana. Fummo i primi, allora, a porre la questione di una riforma decisa degli enti locali. Fummo i primi, allora, a concepire un’idea di Europa libera e sovrana – ricordate la polemica sui missili e la prosopopea dei ‘Comuni denuclearizzati’ imposta dal Pci?

Ci siamo vantati a lungo per aver assunto quelle posizioni poi rivelatesi giuste. Ma allora non fu ovunque così. Nella casa socialista fioccarono le polemiche e i ‘distinguo’ a tal punto da mettere a rischio il voto sul referendum sulla scala mobile. Mondoperaio ha pubblicato un interessante studio su quel voto: il 15% dei comunisti non sposò le posizioni di Berlinguer; il 48% (quarantotto!) degli elettori socialisti tradì le indicazioni di Craxi. Per non parlare della raccolta delle firme sul doppio referendum nucleare – giustizia giusta. Furono soprattutto i radicali a fare il lavoro sporco. Lo si evince dai tabulati.
L’altra faccia di questa dualità e’ rappresentata dalle frequenti scissioni e dalle rare unificazioni. Nell’ultimo ventennio ne ho contate almeno cinque. Oggi siamo rimasti da soli a reggere il testimone.

Dunque, le quattro novità.
Una esigua pattuglia socialista lavora per creare un nuovo partito di sinistra radicale dialogando con Sel, Fassina e dintorni. E’ organizzata, si è data un piano di lavoro, organi dirigenti addirittura. Ha inneggiato a Tzipras e ora e’ alla ricerca di santi patroni più credibili. Domando: si può stare in un partito mentre si lavora a farne un altro?
L’onorevole Di Lello si appresta a entrare, solitario, nel Pd. In segreteria, pochi giorni fa, aveva parlato di una ‘riflessione’ necessaria sul nostro futuro. Benissimo. Poi un’accelerazione violenta. E la riflessione e’ diventata scelta individuale in un nanosecondo. Una riunione con pochissimi invitati, una dichiarazione a un quotidiano, l’affermazione che la spinta viene dal basso – allora perché non portarla al congresso? – e che a settembre, comunque vadano le cose, aderirà al Pd. Di questo percorso non sono mai stato informato, né io né la segreteria. Poco male? Poco male un corno. Io credo ancora alle relazioni umane e ai rapporti politici. Credo al confronto. E c’è addirittura qualcuno che mi attribuisce la colpa del suo gesto come se io fossi il badante e ne avessi concusso il libero arbitrio. Ma per piacere.
Terzo. Via l’ipocrisia. I più duri verso di noi sono quei dirigenti che nel cuore della crisi degli anni ’90 o se ne andarono o nascosero le loro responsabilità dopo aver lasciato in eredità un partito distrutto. Ti guardano con sufficienza e non hanno fatto nemmeno un esame di coscienza. Craxiani acritici e d’un colpo anticraxiani. Folgorati! Sono in buona compagnia. Dirigenti storici fino a ieri mattina, e con incarichi di rilievo – da Labellarte, candidato alle politiche in Basilicata, a Ciucchi, consigliere regionale toscano eletto infine nelle liste del Pd e segretario regionale dal 2001 al 2014, da Sollazzo, sostenitore in toto di una lista elettorale unica con il Pd di Bersani, a Biscardini, già eletto con il Pd a Milano – si ostinano a narrare da marziani fatti di cui sono stati protagonisti. Leggo e non li riconosco. Nessuno li riconosce. C’erano tutti, eccome se c’erano. Ciucchi, in verità, più distante, e così Biscardini, che in quei giorni si curava da una brutta malattia. Basta rileggersi i verbali delle riunioni e le dichiarazioni rese fino al gennaio 2013. Perché il Psi non ha mai avuto un uomo solo al comando.
Abbiamo bisogno della loro intelligenza e della loro esperienza. E se ci saranno posizioni diverse, sarà il congresso a valutarle.
Infine il segno più. Nelle regioni, dall’Abruzzo alla Sicilia, dalle Marche alla Campania, crescono le adesioni al partito, dentro e fuori le istituzioni. Sono recenti la riapertura della federazione di Pescara, amministratori che aderiscono in Campania, l’elezione di un presidente socialista alla provincia di Imperia e la formazione di un gruppo di cinque eletti presso l’Assemblea Regionale siciliana.
Bene ma non basta. La priorità è uscire dai fatti contingenti.

Dal 2008 ad oggi abbiamo tenuto in vita il partito, unica forza politica della prima repubblica a resistere in uno scenario profondamente cambiato. Scomparsi tutti gli altri, anche quella Scelta Civica con un bagaglio elettorale del 10%.
Va detto che oggi operiamo in una cornice diversa anche rispetto all’età boselliana. Dal bipolarismo sostenuto da una pluralità di partiti al tripolarismo elettorale che si regge grazie al trasformismo parlamentare; dalla politica finanziata con denaro pubblico alla cancellazione di ogni contributo statale; dalla presenza in parlamento di forze molto piccole a sbarramenti elettorali diffusi ovunque; dalla proliferazione dei partiti alla moltiplicazione dei gruppetti parlamentari. Un altro mondo.
Eppure siamo in piedi. Nonostante tutto.
Nonostante le ruggini post elettorali, nonostante una campagna, tutta interna, ispirata al più nero disfattismo, come se il confronto andasse fatto tra noi e il PSI pre tangentopoli, nonostante la caduta di Italia Bene Comune cui avevamo affidato il nostro destino, nonostante lo spirito polemico che pervade l’essere socialista, decisamente meno solidale di chi è stato democristiano, nonostante alcuni errori di cui anch’io porto la responsabilità.
Ma rimestare in questa scodella è un errore. Urge una riflessione più larga, serena, perché la posta in gioco è alta. E’ questa la ragione che ha spinto la segreteria a presentare un programma di medio periodo: festa Avanti! a Roma in settembre; conferenza programmatica in autunno; preparazione delle elezioni nei tanti comuni capoluogo al voto nel 2016; congresso nazionale.
Chi porta responsabilità deve decidere assieme alla sua comunità. Non contro di essa.
Conosco le obiezioni. La domanda ‘Che fare?’ ci insegue, maledetta, da oltre un ventennio. Da quando si chiusero i primi cento anni della nostra storia e restammo con un partito al di sotto del 2% dei consensi.
Ricordo una battuta fulminante di D’Alema: ‘Ora siete inutili o nocivi’. Beato lui che ha sempre ragione.
Allora, che fare?
Boselli ha sempre adottato lo stesso schema di gioco: tesseramento al partito ridotto all’essenziale, alleanze elettorali ad ogni scadenza (meno che nel 2008) e fedeltà all’Ulivo, simbolo del partito presentato in alcune, ma solo alcune, regioni (erano inesistenti gli sbarramenti elettorali), né rilancio dell’Avanti! né festa nazionale di partito. Nelle grandi città del nord non eleggemmo mai nostri consiglieri. Meglio al centro e al sud, soprattutto sotto altri simboli.
Lo scenario cambia nel 2008. Profondamente. E intanto, e per cinque anni, non siamo in Parlamento, il partito ereditato al congresso di Montecatini sta morendo (scendemmo in pochi mesi da 72.000 a poco più di 10.000 iscritti, con il bilancio in ordine ma con la cassa vuota), la Costituente Socialista è stata irrisa dagli elettori.
Dal 2013, ulteriore giro di vite. La sconfitta elettorale di Italia Bene Comune fa andare in pezzi la coalizione, spinge Sel più a sinistra e fuori dai confini del Pse, logora e divide il Pd, ci priva di una strategia convincente che avevamo contribuito a costruire.
Ultimo atto. La vittoria di Renzi e l’adesione del Pd al Pse in un’Italia corsa dal populismo e ferita da un diffuso impoverimento.
Non dice il vero chi sostiene che siamo rimasti immobili. Anzi, è doppiamente bugiardo. Tra il 2008 e il 2013 abbiamo mosso lungo due fronti. Siamo stati soci fondatori di Sel poi abbiamo partecipato alla costituzione della coalizione guidata da Bersani.
Il voto ha bruciato entrambe.

Dunque. Chi pensa di affrontare i prossimi passi senza tenere conto dell’evoluzione politica italiana fa semplicemente fantapolitica.
C’è solo un modo. Per dare un futuro alla comunità socialista ognuno faccia la sua parte. Il comportamento di tante compagne e di numerosi compagni in sezioni sperdute o in un Consiglio Comunale oppure gli Intini, gli Acquaviva, i Covatta, i Del Bue, grazie ai quali Fondazione, Rivista e Quotidiano on line vivono e si fanno rispettare.
Insomma, sporcarsi le mani.
Per farlo, intanto bisogna abbandonare la nostalgia e rinnovarsi. A partire dalle idee. Nenni docet.
Servono unità, strategia, passione civile. E la consapevolezza che Roma non può risolvere tutti i problemi se non c’è sinergia con i territori.
Ho parlato a lungo con i parlamentari, con i segretari e con i consiglieri regionali, con i nostri sindaci. Condividono questo percorso. Non si tratta solo di salvare una storia ma di consentire a quella storia di scrivere pagine di futuro di questa Italia.
La prima cosa da fare e’ accantonare le polemiche. La seconda: qualificarsi per singole battaglie di civiltà’ sposando il partito a iniziative di associazioni, movimenti civici, gruppi di interesse. E cominciare da una critica feroce a questa Europa, inetta ed autoreferenziale, destinata ad un ruolo marginale se non si trasforma fino a federarsi; e per finire rileggendo il tema ‘migranti’ per ancorarlo a un multiculturalismo attivo che valorizzi i valori di libertà conquistati. I nostri! Perché si vive meglio dove c’è parità di diritti tra uomo e donna e dove religione e stato sono entità separate.
La terza. Siamo un partito che sostiene il governo ma che non sta acriticamente al governo. Non c’è un solo provvedimento, alla Camera e al Senato, che non abbia conosciuto emendamenti socialisti. Gli ultimi ieri, sulla riforma della Rai. Non godiamo di molta stampa per farli conoscere ma almeno leggete l’Avanti.
A proposito.  Alcune battaglie le abbiamo vinte, altre le abbiamo perse. I risultati. Divorzio breve, una giustizia più giusta, nuovo codice appalti, modifiche importanti apportate alla riforma scolastica e alla legge elettorale, una tassazione più alta del gioco d’azzardo, un nuovo piano casa da destinare ai soggetti deboli. Sconfitti sulla proposta di Assemblea Costituente. In partita sulla tassazione per le scuole paritarie (vecchia Ici). In autunno partiranno le campagne sui diritti civili e sulla ‘quattordicesima’ per le pensioni medio-basse.
Riassumo. Nessun partito sarà elettoralmente autosufficiente; c’è bisogno di ridisegnare i confini della sinistra riformista; va incalzato il Pse;  va colta la sfida del governo.
Lavorare su poche significative questioni cui legare la nuova identità del socialismo italiano.
Predisporre liste elettorali nei comuni che vanno al voto nel 2016 rappresentative di una coalizione sociale alternativa a quella di Landini – penso a liste riformiste in grado di competere e di eleggere per rafforzare la nostra presenza nelle istituzioni e offrire un’alternativa credibile ai cittadini. Liste figlie di un progetto politico che abbia respiro, che coinvolga i sindacati più attenti all’evoluzione sociale italiana, che prenda corpo fino dal prossimo autunno.
Correggere la legge elettorale sul premio di maggioranza.
Mantenere viva la nostra organizzazione. Autonomi ma non isolati. Il peana al ‘come eravamo’ è il sigillo sulla marginalità. Mettere a disposizione la nostra rete per accogliere chi ha perso ogni diritto di cittadinanza politico.
Tessere un’alleanza intanto con i socialismi mediterranei per influire sul Pse, troppo dipendente dalla socialdemocrazia tedesca.
Preparare il congresso fino dalla conferenza programmatica. Un congresso aperto, unitario, che investa in una nuova generazione socialista senza disperdere le esperienze di questi anni.

In ultimo, Renzi.
Lo conosco bene. Coraggioso, abile, alieno da paratoie ideologiche – una virtù e un difetto – più’ uomo di governo che di partito. Il limite? Accentratore. E un tattico eccellente. Non scomparirà dalla scena con la rapidità con cui l’ha raggiunta. Dovremo farci i conti. E raccogliere la sfida. Da alleati che hanno la loro bussola e che non deflettono sull’asse libertà – merito – inclusione, si parli di giustizia, di diritti o di redistribuzione della ricchezza poco importa. E’ all’orizzonte strategico che lo inviteremo a guardare. Le grandi riforme necessitano di un’idea d’Italia e di una missione condivisa da larghe fasce sociali. La cornice, insomma, che Fanfani e Nenni diedero al primo centrosinistra. Non ci stancheremo di dirlo.
Non dobbiamo sommare i nostri voti alla minoranza interna del Pd ma incalzare il governo perché il piano delle riforme sia il più incisivo possibile.
I detrattori di casa nostra sostengono che non c’è da fidarsi. Vi fidate di più dei nipotini di Palmiro?

Con un abbraccio per un’estate felice.

Riccardo Nencini

Vecchio e nuovo

Uno. Sabino Cassese ha recentemente ricordato come durante i lavori della Costituente sia Massimo Severo Giannini, capo gabinetto di Nenni, che Calamandrei sostenessero con buone ragioni bicameralismo imperfetto e conferimento di maggiori poteri al presidente del consiglio. Sconfitti entrambi. Questo filone fu rinnovato sul finire degli anni settanta per poi divenire la parte centrale della Grande Riforma craxiana. Il punto, dunque, non è la riforma del Senato in sé ma il come.
Due. Negli anni Ottanta furono i socialisti a introdurre il principio dell’autonomia scolastica e ad avviare la discussione sul rapporto tra scuola pubblica e insegnamento privato.
Tre. L’immagine di David che sfida Golia è indubbiamente carica di fascino. Una parte della sinistra italiana individua Tzipras in David. Qualche giorno fa, nel convegno romano con Baron Crespo, abbiamo spiegato quanto poco realistica sia questa tesi. I socialisti greci votavano Sì al referendum. Il Pse avrebbe votato Sì. Io avrei votato per il Sì. Per riaprire le trattative e per convincere la Grecia a utilizzare i nuovi aiuti non solo per i consumi, ma soprattutto per investimenti e riforme.
Quattro. La riforma del lavoro era necessaria. Il decreto che prevede i controlli sui lavoratori è un errore. Errore grave. L’estensione degli ammortizzatori sociali ai dipendenti delle micro imprese una scelta di civiltà. La ripresa del dialogo coi sindacati un dovere.
Cinque. Nella più parte dei sistemi elettorali europei, il premio di maggioranza è più largo di quanto non preveda la legge italiana. Il punto: il premio non è divisibile con l’intera coalizione.
Sei. I diritti civili sono la bandiera di ogni forza socialista. Noi continuiamo a impugnarla anche se dovesse compromettere i rapporti di governo.
Ho citato sei nodi attorno ai quali le forze politiche discutono animatamente. Molte sono questioni aperte. Diremo la nostra dentro e fuori il parlamento. Nel dibattito interno, invece, noto tracce di ritorno al passato. Non il passato recente, ma il precipitare addirittura negli anni in cui il riformismo era considerato un’eresia. Comprendo che nelle stagioni di maggiore difficoltà economica e sociale possa prevalere la tendenza alla polarizzazione sugli estremi. I socialisti, però, non possono farsi trascinare su posizioni confutate da almeno un trentennio. Quello sì che sarebbe un errore letale.

Riccardo Nencini

Davide e Golia

La strada è stretta, il passaggio delicato. La legge elettorale in discussione contiene un’apertura importante. Lo sbarramento al 3% combinato con il voto di preferenza apre ad una opportunità che conviene prendere in considerazione. In alleanza con forze politiche affini è un tetto, il 3%,  che possiamo scalare, a condizione che il partito rafforzi la sua rete regionale, faccia tesoro dei suoi amministratori disseminati sul territorio e cominci a federare movimenti, associazioni, liste civiche. Le nuove adesioni ai gruppi parlamentari vanno in questa direzione. L’obiezione che le liste dei partiti medio-piccoli vengano fagocitate, quanto a eletti, dai capilista bloccati è superabile per il fatto che lo stesso capolista può essere candidato in più circoscrizioni. In questo caso lascerebbe spazio ad una vera competizione elettorale che renderebbe la lista decisamente più appetibile. Ripeto. È cosa di cui discutere con serietà. Intanto, non va esclusa una prova del genere fin dalle prossime elezioni regionali.

Non auspico mai la deflagrazione dei partiti. Ho sofferto la nostra, tra il 1992 e il 1994, e quella mi basta. Ma quanto accade nel Pd e in Forza Italia, anche se non provocherà scissioni clamorose, si presta almeno a qualche considerazione.

Fitto senza Berlusconi non esiste e dunque continuerà la sua battaglia dall’interno del partito. Della minoranza del Pd, è prevedibile che solo una piccolissima frazione concorra alla formazione di nuove formazioni di stampo radicale. Il ‘grosso’ resterà nella casa madre. La ‘ditta’ non si lascia. Eppure, è altrettanto prevedibile che entrambe le minoranze utilizzino l’elezione del Capo dello Stato per battere un colpo. Forse due. Non possono fare altrimenti.
Non saremo decisivi nella scelta del Presidente ma, rebus sic stantibus, abbiamo spazio per esercitare un ruolo attivo. In numeri e idee. E quello giocheremo.
Una settimana, la prossima, dunque preparatoria di profondi cambiamenti. Vanno cavalcati. Non c’è alternativa.

Riccardo Nencini

La guerra giusta

Al fondamentalismo in ogni sua pagina perché uccide la libertà.
Alle teorie sull’inevitabile scontro tra civiltà perché l’inclusione aiuta la democrazia a crescere ed a rafforzarsi. In questi anni, più che allo scontro tra culture religiose si è assistito a conflitti all’interno delle grandi religioni. Tra sciiti e sunniti in Iraq, tra correnti islamiche in Libia, in Siria, in Egitto, in troppi Paesi africani, oltre ad attriti infracristiani nell’est europeo. Le ondate dei migranti, infine, vanno regolamentate dall’Unione Europea. Qui e subito.
Al multiculturalismo quando legittima il divieto al godimento dei diritti e diventa sopruso, ritorno alla notte dei tempi. Tacere di fronte all’infibulazione di una bambina, alla sottomissione della donna, al lavoro minorile in fabbriche di province ricche e civili è un reato verso la nostra coscienza, verso la nostra storia, verso l’idea di giustizia giusta, verso la legge. Chi vive tra noi deve attenersi al nostro codice, a viso scoperto, garantito nell’accesso ai diritti, ma soggetto ai doveri e alla legge.
Alla tolleranza quando la tolleranza diventa accidia, cecità, fuga dalla difesa del nostro canone civile, figlio di secolari conquiste universali.
A chi ritiene che la diversità – di pelle, di lingua, di status, di religione, di cultura – sia da combattere sempre e ovunque, perché ‘tanto sono tutti uguali’. E invece il genere umano, pur su strade accidentate, ha imboccato nel Novecento una diversa direzione di marcia tendenzialmente democratica. E due, dieci, cento persone non sono l’umanità.
Ad una iniqua distribuzione della ricchezza, quella che dà di più a chi ha di più e penalizza chi vive nel bisogno. Quante tra le tensioni sociali di questo inizio secolo nascono da lì?
A chi pensa che la secolarizzazione, l’istruzione femminile, la lotta al tradizionalismo autoritario, a cominciare da quello familiare, siano il male assoluto.
A chi sostiene un’idea parziale, circoscritta della libertà. Il ‘libero arbitrio’ o c’è o non c’è.
Ai prevaricatori, ai demagoghi agitapopolo, ai padri che impongono alle figlie piccole quel matrimonio e vietano la conoscenza dell’amore.
A chi mette a rischio i cardini della laicità.
Senza dimenticare l’uso della penna. Ma non con il solo uso della penna.

Riccardo Nencini