Contributo al dibattito

Ai Socialisti che il 29 – 30 novembre e 1 dicembre si ritrovano a Venezia per il Congresso Nazionale chiedo sinceramente di cogliere l’occasione per rilanciare la propria autonomia politica soffocata nel precedente Congresso di Fiuggi.

Il momento difficile che stiamo vivendo in Italia, sotto tutti gli aspetti, ha bisogno, come agli inizi del 1960, dell’apporto dei Socialisti per aprire una fase politica nuova.

Il ruolo dei Socialisti, come negli anni 1960 – 1963, con sacrifici e in piena autonomia, fu quello di aprire la strada verso il centro-sinistra superando la crisi del centrismo.

Quella di centro-sinistra anche oggi è la collocazione politica naturale dei Socialisti che debbono uscire, smarcarsi da una collocazione di centro-destra di emergenza che può essere stata di interesse e convenienza per qualcuno ma che non può e non deve durare nel tempo.

Il paese è in gravi difficoltà, le competizioni elettorali sono vicine e per i Socialisti è il momento del coraggio per dare il proprio contributo nella giusta direzione.

Che cosa centrano i Socialisti con il centro-destra, governo d’emergenza, movimenti e partiti politici? E’ il momento di prendere le distanze e di riaffermare la propria autonomia.

Ottorino Bartolini

Tre questioni da discutere

in vista dei Congressi preparatori al Congresso del PSI, solo alcuni spunti di discussione.
Abbiamo almeno 3 questioni da discutere e sottoporre agli italiani.

La Questione Socialista, la Questione capitalista e la Questione dell’emigrazione italiana.

1) La Questione socialista: cosa andiamo a dire agli italiani? quale è il nostro messaggio? Perchè vive il PSI oggi? La risposta, quella orginale, è perchè i guai dell’Italia sono cominciati con Tangentopoli. Con la fine della prima repubblica l’Italia ha iniziato un declino di cui oggi si vedono inesorabili gli effetti, e da lontano, dall’estero, si vedono anche di piu’. La distruzione del PSI ha generato una valanga. Ha distrutto non solo il PSI ma anche la sinistra d’Italia. Come puo’ progredire una nazione senza la forza del progreesso che è notoriamente la sinistra in contrapposizione ai conservatori? senza una sinistra socialista nessun partito ha saputo governare il cambiamento, la globalizzazione, i nuovi assetti geopolitici, la Cina Brasile India che avanza nel manifatturiero e nelle commodities e l’Italietta alle prese con beghe politiche tra Di Pietro Veltroni e Berlusconi. La fine del socialismo ha determinato la fine della sinistra italiana e la nascita di un sistema politico basato sul moralismo populista e demagogico che in fine ha prodotto un Di Pietro anche piu’ grande: Grillo. Non crescita economica ma crescita delle chiacchere e del turpiloquio e delle azioni giudiziare, questo abbiamo ottenuto. Il messaggio per gli elettori è che l’Italia ha bisogno dei socialsiti e della loro cultura di governo per uscire dal pantano e tornare a crescere economicamente culturalmente intellettualmente. Dimentichiamo gli ultimi venti anni e ripartiamo dai socialisti per creare una sinistra moderna razionale e competitiva. Questo il nostro vero messaggio al Paese. Altri messaggi sono troppo timidi e poco incisivi, oltre che francamnente ripetitivi di altre stantie propagande.

2) La Questione capitalista. Ancora oggi in Europa in Italia nelle sinistre e nel PSI – tra le persone che ragionano almeno – c’è chi si dice anti-capitalista. Posizione legittima, ma non riformista, non socialista, non del socialismo del XXI secolo . Il Capitalismo è il motore della crescita. Compito del socialismo è mitigarne gli effetti collaterali sulle classi sociali. Porre rimedio alla  cosiddetta divaricazione tra ricchi potenti e umiliati e offesi, e poveri. Il socialismo deve ritrovare la sua vena ed identità riformista e pragmatica. La Crisi ha dato l’assist agli anti – capitalisti per tirare fuori vecchie ricette sempre pronte: il massimalismo, l’ odio sociale, la demagogia anti finanza, la tassazione vendicativa e cieca. La soluzione c’é ed esiste, è già sperimentata da decenni in Germania. Si chiama Mitbestimmung, il compromesso fra le classi sociali, si negozia, ci si accorda, nessuna classe frega l’altra, proprietari contro lavoratori è una falsa divisione che genera solo conflitto ed aumenta l’influenza dei partiti anti sistemici e rivoluzionari. Cioè inutili nella migliore delle ipotesi, pericolosi nella peggiore. Ritroviamo lo spirito del capitalismo come gallina dalle uova d’oro, o pecora da tosare di tanto in tanto. Altre ricette sono fuori tempo, altrimenti si finisce per dire morto il comunismo evviva il comunismo. Le banche vanno regolate? certo. Ma meglio di ogni regolamentazione dalol alto e di ogni tasso di cambio – razionale illuminista e burocratico – puo’ il controllo delle parti interessate (i lavoratori) la negoziazione e la trasparenza delle decisioni (negli organi societari) , la fiducia del sistema che crede e controlla  la controparte e non attende ricette miracolistiche da un banchiere centrale, neanche fosse il guro di una setta o l’atteso messia.

3) La Questione dell’emigrazione degli italiani. Diceva Pessoa che morire è non essere piu’ visti. Come dargli torto. Infatti gli italiani emigrati all’estero sono morti, per l’Italia e spesso per gli italiani essi sono morti il giorno che hanno passato quel confine geografico, convenzionale. Neanche la tecnologia odierna puo’ lenire quel dolore dell’abbandono, seppur ci si puo’ illudere di vivere una bella vita virtuale fra le righe di twitter o sulla voce magnetica di Skype o tra le foto dei weekend al mare postate su facebook,  la realtà è che la vita vera – di carne ed ossa lacrime e sangue – sfugge verso canali paralleli che non si incontrano. L’emigrato è lontano, sistemato, problema di altro Paese in vero. Ed invero  gli altri Paesi – seppur con freddeezza burocratica ed interessata – si curano degli italiani piu’ di quanto lo faccia l’Italia. Gli insegnano la lingua la cultura li integrano e ne fanno cittadini modelli lavoratori e pagatori di tasse. E l’Italia? L’Italia se ne frega, come da vecchio motto, se ne frega  perchè l’emigrato non serve, e se torna è perfino fastidioso, critico, asociale, diverso, in ogni caso da integrare come un extra comunitario. Ma l’Italia puo’ permettersi di perdere gli italiani? Puo’ l’Italia  contribuire verso gli altri paesi con personale qualificato ed importare personale dequalificato?

Mentre discutiamo Roma brucia e le 3 questioni sopra esposte sono collegate rilevanti ed urgenti, ma nessuno ne parla. Allora quale è lo scopo della discussione se si parla di altro, di altri temi, di questioni non urgenti, non pregnanti. L’italiano all’estero è voce clamans in deserto, è – sulla scia di tanti altri prima di noi, dai grandi nomi Foscolo Prezzolini Craxi – fino agli uomini meno visibili e famosi, un “italiano inutile”, e lagnone. Da qui al divorzio col paese natale la strada è breve. Ma i divorzi costano cari in termini economici e sentimentali.
Chi è pronto a pagare questo prezzo?

Leonardo Scimmi

Il PD e la questione del PSE

La notizia è stata battuta dall’ANSA attorno alle 19,30 di sabato 09 novembre e comunque in tempo perché la 7 ed altre Tv potessero usarla  per lanciare l’apertura dei loro Telegiornali: nel PD dopo quello delle tessere gonfiate, è scoppiato il caso del Congresso PSE, cioè la polemica sull’invito da parte dell’attuale Segreteria Nazionale pidiina ai socialisti europei affinché organizzino a Roma il loro prossimo Congresso.
Certo un evento di questa portata potrebbe essere il prologo di una prossima adesione del PD al PSE, oppure no, soltanto l’ennesimo espediente della dirigenza democratica per eludere il problema, continuando nella farsa equivoca del dire o non dire: sì a Schulz Candidato PSE per la presidenza, ma riserva o silenzio sull’adesione; sì al Gruppo Parlamentare socialista e democratico, no o silenzio quasi assoluto sull’ingresso nella Casa socialista continentale.
Insomma un “guelfo non fui, né ghibellin m’atteggio” di dantesca origine, ormai imparato a memoria da tutte le cancellerie e le segreterie europee con annesso il commento immancabile sui “soliti italiani” ormai ampiamente recepito anche da un povero cadetto di Guascogna come me in dialoghi personali e/o telematici con compagni d’oltre confine.
Ma cerchiamo di essere ottimisti, ipotizzando che – come si dice a Siena – la mossa questa volta sia quella valida. In questo caso la vittoria ai punti del pensiero socialista e riformista non potrebbe che essere dichiarata netta.
Una vittoria basata su cose concrete e di soluzioni indovinate che hanno consentito negli anni post seconda guerra mondiale ai partiti oggi membri del PSE di essere forza di Governo o maggior partito di opposizione in molti dei 27 Paesi dell’attuale Unione Europea.
Se poi lo sguardo dell’indagine si sposta su di un livello più alto – quello mondiale – la considerazione della vittoria ai punti si conferma ancora più chiara e netta vista la tradizione politica  dei membri dell’ Internazionale Socialista che comprende, naturalmente, non solo movimenti di questo continente, ma anche delle altre terre  del globo.
Per noi socialisti italiani, unico partito da sempre presente nel PSE, sarebbe una soddisfazione ed un trionfo.
Infatti sia pur dal nostro ristretto recinto elettorale non potremmo che trarre motivazione positiva per la nostra esistenza che avrebbe la valenza di garanzia di una continuità sino a quando la situazione non trovasse un consolidamento effettivo, magari contando anche sull’ingresso di SEL.
L’ho scritto su questo giornale due mesi fa e lo ripeto: tre eravamo (PSI, PSDI, DS) tre saremmo destinati ad essere (PSI, SEL, PD) uniti in una federazione tutta da sviluppare.
Inoltre sarebbe un bel trionfo. L’ennesimo.
‘Graecia capta ferum victorem cepit’ scrisse Riccardo Nencini commentando l’elezione dell’ex-iscritto PSI Guglielmo Epifani alla Segreteria del PD; lo stesso verrebbe spontaneo ripetere adesso.
Ma al di là dei trionfalismi proviamo a ragionare un po’ sull’argomento, cioè a “fare della politica” ,
un’arte la quale – come mi ha insegnato il mitico compagno Vittorio Mazzoni della Stella già Sindaco di Siena – deve essere fatta “dalla cintola dei pantaloni in su e non viceversa”.
Dunque sviluppiamo un ragionamento per quanto ipotetico , vista l’ennesima indecisione dei democratici. Se il PD arivasse al traguardo dell’adesione ciò vuol dire che esso ha compreso  almeno sette cose e cioè:
1° – La non esportabilità “tout court” della ricetta americana in Europa;
2° – L’imprescindibilità dalla tradizione del Walfere di stampo europeo;
3° – La storica propensione a schemi bipolari multipartitici dell’Italia e dell’Europa intera, Gran Bretagna compresa dove attualmente viene registrata la presenza non più di due ma bensì di tre formazioni di rilevanza nazionale.
4°- La conseguente impossibilità immediata nel nostro Paese di addivenire ad un bipartitismo puro.
5°- La non esattezza di certe analisi del ” veltron -pensiero” sulla base delle quali, stante l’americanizzazione dell’economia europea e considerato che in essa la socialdemocrazia non ha mai attecchito, anche la nuova Europa versione” american’s boys” può fare a meno della tradizione socialista riformista.
6°- Che a confutare simili equazioni ci ha pensato recentemente proprio l’attuale Presidente USA Obama con una serie di provvedimenti normativi, come la riforma sanitaria, che hanno introdotto dosi enormi di garantismo nel minimo assistenziale. La nuova sanità  statunitense  sono sicuro che sarebbe piaciuta tanto al compagno Luigi Mariotti, Ministro e padre della nostra riforma sanitaria basata sul walfere universalistico così inviso al PLI ed a una parte consistente della DC.
7° – Che i rapporti sinistra Europea – Sinistra americana non si devono tracciare sulla scorta di una colonizzazione reciproca , ma su una collaborazione : gli europei diventando un po’ più “americani”, gli americani un po’ più “europei”.
Se il PD farà il “grande passo” vuol dire che ha metabolizzato tutto questo, ed altro ancora.
Certo ci saranno, come già ci sono  stati, i “maldipancisti”, gli scontenti.
Come ha dimostrato l’on. Fioroni il quale, non appena resa ufficiale la notizia relativa all’invito al PSE per il Congresso a Roma, subito si è scatenato dichiarando che” questo è un blitz ” , “così sfrattate dal PD i cattolici democratici…” che al momento della formazione del PD, nelle clausole di fondazione stava scritto che la nuova creatura non avrebbe dovuto entrare nel PSE.”
Sulla base quindi del classico  “pacta sunt servanda” è arrivato sino a minacciare una rinascita della Margherita.
Con queste affermazioni l’on. Fioroni ha dimostrato solo una cosa: il PD non è nato per unire, ma per garantire un patto ad excludendum verso i settori socialisti riformisti e laici, considerati  forse un po’ troppo laici  dai cattolici rappresentati dall’on. Fioroni.
Al netto delle opinioni personali, capisco, ma non condivido tale impostazione.
L’on. Fioroni deve tener presente infatti alcune cose.
1° – Il PSE non è un coacervo di atei e fustigatori di cattolici. Certo la presenza Protestante e, dal 1989 in poi con l’arrivo – etiam dio – dei compagni dell’est Europa, pure Ortodossa è consistente .
Ma con un Papa che predica l’ecumenismo queste categorie sono un po’ fuori moda.
2° – L’apertura del PSE al mondo cristiano in genere  e cattolico in particolare credo che sia ben testimoniata dal fatto che Presidente dell’ Internazionale Socialista a cui tutti i membri del PSE appartengono è stato dal 1999 al 2005 il compagno Antonio Guterres portoghese legato all’ala cristiano-sociale del Partito Socialista di quel Paese.
3°- Restando su di un’analisi europea , l’on Fioroni deve valutare che , stante la permanenza del PDL/FI nel PPE, l’approdo di una ricostituita Margherita non potrebbe che essere quello da cui la stessa è partita e cioè l’ ALDE ( Alleanza dei Liberali e Democratici Europei).
Ma l’ALDE di oggi è un po’ cambiata rispetto a qualche anno fa e se l’on FIORONI pensa di far bene a sfuggire quei “mangiapreti” dei Socialisti rientrandovi ebbene ci troverà ad attenderlo il Partito Radicale con quel “chierichetto” di Marco Pannella.
4° – Le elezioni nazionali dei Paese UE hanno dimostrato che socialdemocratici e liberali – inclusi i quindi i cattolici democratici – sono destinati ad una convivenza di Governo , in certi casi con aperture anche a destra , per arginare l’ondata di anti-europeismo dilagante.
Perciò , si scinda pure on. Fioroni, è un suo diritto. Però ricordi che in politica non è come in amore, non sempre vince chi fugge, e lei con i membri del PSE dovrà ancora fare i conti .
In Europa come in Italia.

Fabrizio Manetti

L’Autonomia e le regole non scritte

Un proverbio recita: la fretta è una cattiva consigliera, che, se abbinato ad altri proverbi associati alla fretta, giustifica il perché della cautela delle forze politiche responsabili del futuro governo provinciale e degli interventi di quest’ultima settimana sul tema della futura Giunta provinciale.

Negli ultimi anni si è spesso scritto sui rapporti tra i gruppi linguistici, che devono tenere conto della presenza di tutti i cittadini di questa Provincia, evitando i disagi dei singoli gruppi. Si è detto e scritto del bisogno di unità politica, di fare gruppo. I risultati: 14 liste alla competizione elettorale.

Dopo il voto, nonostante l’astensione, si è capito che gli elettori hanno ritenuto di premiare le aggregazioni credibili.

Noi socialisti siamo soddisfatti del risultato ottenuto dai candidati socialisti nella lista del PD, ma siamo anche soddisfatti di quanto fatto in preparazione delle elezioni con l’Assemblea socialista del maggio scorso. Avevamo sottolineato l’importanza dell’aggiornamento dello Statuto di Autonomia e di quanto necessario fare, in termini programmatici, per dare un futuro certo a questa terra di confine e plurilingue.

A risultato definito, affermiamo la nostra linea: coerenza, lungimiranza, responsabilità e soprattutto sguardo al futuro, senza dimenticare cosa abbiamo alle nostre spalle.

Partiamo convintamente dalla necessità di coinvolgere tutti i gruppi linguistici nel governo della Provincia senza usare il bilancino, ma dando rappresentanza e dignità a tutti i tre gruppi, che, di fatto, hanno consistenze diverse. Non è pensabile che gli italiani, dentro il governo, abbiano lo stesso peso dei ladini, ma è ancora meno pensabile che per far spazio ad un secondo assessore italiano se ne debbano nominare undici. Anche se, per la buona gestione delle variegate competenze, sarebbe meglio distribuire le stesse a più persone, scontentando però i demagoghi ed i populisti, che vedrebbero la proposta come l’aggiunta di poltrone al tavolo.

Per dare un governo alla Provincia, bisogna innanzitutto mettere a confronto le proposte per il futuro dell’Alto Adige, abbandonando il metodo di spartizione “comprensoriale” in base al peso politico, privilegiando il criterio di necessità sociali e strutturali.

Il  Comune capoluogo, Bolzano, in questo non puó essere secondo a nessun altro Comune.

Occorre guardare inoltre alle future generazioni e sentirsi responsabili delle loro vite e delle loro famiglie, creando i presupposti affinché nessuno rimanga indietro.

Da socialisti usiamo parole espresse da personalità del socialismo, che hanno messo in primo piano la dignità della persona, come Sandro Pertini. Ricordiamo anche Adriano Olivetti, che è riuscito a far convivere l’imprenditore con gli operai, smontando le lobbie di potere che vedevano nel profitto imprenditoriale l’obiettivo da raggiungere. Diceva che sviluppo e benessere degli operai possono andare d’accordo, ma anche che non si può avere una fabbrica che funziona ed una società che non funziona. In chiave moderna bisogna proseguire su quella strada.

Lavoro, cultura, sviluppo sono concatenati e sono la linfa del benessere di tutti.

La campagna elettorale è alle spalle. Temi e promesse fatte in campagna elettorale devono essere convertiti in azione di governo. A partire dall’aggiornamento dello Statuto d’Autonomia.

E le battaglie si devono fare alla luce del sole: gli accordi fatti nelle segrete stanze, anche fuori provincia, sono come le bugie che hanno le gambe corte.

Come socialisti siamo pronti a coadiuvare ed a sostenere il PD in questa battaglia per il futuro.

Alessandro Bertinazzo

segretario provinciale Psi di Bolzano

I forzati del porcellum

Non sono ancora mature le intese parlamentari per una nuova convergenza politica di governo, né per approvare una legge elettorale. Quei biechi figli proporzionalisti della Seconda Repubblica dovranno accontentarsi di un “porcellum rinnovato” con le modifiche che imporrà la Corte Costituzionale ai primi di dicembre.

Il Matteo Renzi dalla fiorentina Leopolda ha espresso tutto il suo sostegno a una legge bipolarista sul modello del “Sindaco d’Italia” a suo tempo proposto dai socialisti dello SDI. Il giovanile furore del saggio Renzi si infrange contro lo scoglio dei numeri e dei tempi di una legge autenticamente bipolarista che non c’è. Il dilemma che angustia i parlamentari del centrodestra ha una valenza bifronte: larghe intese provvisorie oppure tutti uniti in una strana convergenza tra Berlusconi e Grillo?

Calma ragazzi, guardiamo anche alle linee politiche in gestazione per la casa europea del 2014. Sono inquadrate su due fronti a vocazione maggioritaria. Quello del PSE di centrosinistra e quello del PPE di centrodesta. Acclarata l’adesione di Berlusconi al PPE sulla scena delle convergenze europee va estrapolata la posizione del PD per indirizzarla verso la linea socialista del PSE, mediante una subitanea intesa con il Partito Socialista Italiano che è l’unico partito del bel Paese membro di diritto del Partito Socialista Europeo. A sua volta il PSI vuole rinnovarsi ed ha bisogno di una guida diversa e di una nuova e larga maggioranza.

Le difficoltà in cui versa il PSI possono essere affrontate con serietà e spirito costruttivo in occasione del Congresso di Venezia del 29 novembre – 1 dicembre. Per dirla con una recente newsletter di Roberto Biscardini, il PSI ha bisogno di una grande svolta all’attuale declino elettorale. Una nuova “iniziativa socialista” per riunire in un’unica piattaforma politica e in una maggioranza coesa tutti coloro che sono interessati a un cambiamento profondo e largo nell’attuale gestione del PSI e del PD: “Riunire gruppi diversi, storie personali e sensibilità diverse che, mettendo da parte ogni personalismo, si assumono la responsabilità di definire e promuovere un nuovo progetto di rigenerazione della cultura socialista e di rinnovamento del partito.

L’impeto avviluppatore di Matteo Renzi contenuto nelle sue dichiarazioni della Leopolda su un punto è cedevole. E cioè sulla voglia di proporzionale da combattere e sconfiggere. Sappia che in Italia il proporzionale c’è già, ma è funzionale a un bipolarismo che è stato nefasto. Il bipolarismo italiano, che non è ideologico, ma prezzolato e padronale, si è configurato dal 1994 ad oggi solo come un modo di stare insieme al momento delle elezioni per poi divergere subito dopo. Circa la riproposizione della questione socialista, conseguente alla scomposizione e ricomposizione dello scenario politico e partitico italiano, siamo giunti al preludio per la formazione in Italia di un Parlamento corrispondente a quello della Casa Europea, con un Partito Socialista, un Partito Popolare, uno Liberale, etc. A tal fine vanno creati innanzitutto i presupposti per la fine della diaspora socialista mediante il recupero delle adesioni al PSI anche dei compagni riformisti del PDL, i quali non hanno motivo di rimanere collocati nel centrodestra di Silvio Berlusconi.

Tale iniziativa va sviluppata con la creazione di una lista di unità socialista europea arricchita da un trittico di loghi contenente i simboli del PSI, PD e SEL. Unità socialista finalizzata alla convergenza nella bandiera del PSE per lanciare un caleidoscopio politico della casa comune del Socialismo Europeo, come sostengono le battaglie laiche e riformiste, nonché i referendum radicali.

Manfredi Villani

Appello per il rinvio del Congresso

APPELLO PER IL RINVIO DEL CONGRESSO
E LA CONVOCAZIONE DI UNA CONFERENZA NAZIONALE DI PROGRAMMA E DI ORGANIZZAZIONE

UN NUOVO PARTITO PER LA NUOVA ITALIA

L’Italia attraversa la più grave crisi economica della sua storia repubblicana. Una crisi economica con caratteri più radicali di quelli registrati in altri paesi europei e che sta distruggendo parti consistenti del patrimonio industriale, producendo milioni di nuovi disoccupati e costringendo alla precarietà e alla povertà fasce sempre più ampie della popolazione. La speculazione finanziaria, causa scatenante le attuali turbolenze, non è l’unica motivazione di una crisi figlia della globalizzazione e della competizione economica internazionale tra paesi e continenti. Per l’Italia è figlia anche e soprattutto dell’incapacità di riformarsi e adeguarsi agli standard necessari a partecipare all’Europa unita che ha assunto, per adesso, esclusivamente il profilo di unione monetaria e economica. La profezia per la quale, in mancanza di una seria riforma del sistema paese, l’Europa si sarebbe rivelata un inferno, ha avuto piena attuazione.

Stretta nella tenaglia della crisi e dell’incapacità della politica di offrire risposte adeguate è ormai evidente la dissoluzione della cosiddetta Seconda Repubblica, nata nei primi anni Novanta del Novecento e che non ha saputo accompagnare il paese nel percorso di modernizzazione necessario. Una dissoluzione che riguarda il sistema politico istituzionale come la più generale governance economica e sociale. Una dissoluzione che offre ai socialisti la concreta possibilità di riacquisire forza elettorale e ruolo politico.

 Le condizioni essenziali perché ciò avvenga sono legate alla capacità dei socialisti stessi di chiudere la lunga parentesi del reducismo, di riannodare i fili della propria storia come comunità, di recuperare lo spirito innovativo e le ispirazioni riformatrici avanzate negli anni Ottanta, di riacquisire l’attitudine al confronto e alla contaminazione con la società a partire dai momenti elettorali. Ognuna di queste condizioni è indispensabile e non eludibile.

Travolto nell’ingiusta catarsi di Tangentopoli, l’antico PSI si frazionò prima perdendo il rapporto con gli elettori poi subendo la diaspora dei militanti e dei quadri. Ne sono derivate, nel tempo, piccole formazioni sovente litigiose e collocate in versanti opposti di quel bipolarismo malato e inefficace che ha caratterizzato l’ultimo ventennio della storia italiana. Piccole formazioni la cui cifra è stata caratterizzata dal ricordo e dalla nostalgia, non dalla volontà e capacità d’azione culturale e politica.

 Un soggetto socialista che voglia essere influente nel quadro politico nazionale deve superare questo stato, rivolgersi a tutti quelli che sentono di appartenere a questo perimetro politico e, comunque, a tutti quelli che vogliono un’Italia diversa. Deve offrire l’opportunità di una casa comune.  Una casa che non può nascere, com’è stato tentato in passato, per sommatoria di sigle e dirigenti, ma in un processo innovativo caratterizzato da idee e obiettivi comuni, da modalità organizzative aperte e flessibili, da processi di selezione della classe dirigente non burocratici e rituali, dal costante confronto con la società. Una casa aperta alle nuove generazioni e a chi vuole contribuire, condividendo valori, idee e metodi, a riformare radicalmente il nostro paese.

Gli attuali partiti sono autoreferenziali e hanno perso inerzia non riuscendo altro che ad esercitarsi nell’arte del galleggiamento. I socialisti devono interpretare i due scenari ideali in cui ricongiungere cultura politica e rigenerazione istituzionale, rappresentate dalla giustizia (scenario sociale) e dalla concorrenza (scenario economico). Perché è evidente che la crisi della politica è quella di non sapere più regolare la questione sociale e la crisi del capitalismo è quella di non sapere più promuovere la competitività e l’innovazione.

 Il nuovo partito socialista deve avere caro il proprio, centenario pantheon di leader e intellettuali, ma può ripartire solo dalla rivalutazione e dall’aggiornamento del nuovo corso degli anni Settanta del Novecento.

 Fu in quegli anni che il socialismo italiano acquisì la sua più forte identità riformista, leggendo le trasformazioni sociali ed economiche, il deteriorarsi del primo patto costituzionale e politico repubblicano, l’usura dei partiti e della rappresentanza,  impostando nuove politiche pubbliche. Quel riformismo costituì fonte d’ispirazione per il movimento socialista europeo. In Italia fu combattuto duramente dall’altra sinistra e dalla democrazia cristiana. Sconfitto politicamente, anche a causa dei limiti di quel PSI, ha vinto storicamente e si pone, oggi, quale unico appiglio per caratterizzare il centrosinistra italiano e renderlo utile al paese.

 Occorre, dunque, recuperare l’idea della grande riforma istituzionale e costituzionale in direzione della semplificazione dell’impalcatura della democrazia, del presidenzialismo e di un bipolarismo maturo e omogeneo, della riforma della giustizia, dei pesi e contrappesi tra poteri.

 Occorre ridefinire le politiche di welfare, superando decisamente i caratteri assistenziali che ha assunto nel tempo per fare fronte alle nuove criticità e fragilità sociali.

Dobbiamo riaffermare l’esigenza di avere meno burocrazia e meno stato in un nuovo quadro di autentica ed efficace regolazione e controllo del mercato, di una fiscalità più leggera e sostenibile, trasparente ed equa.

Dobbiamo difendere il nostro sistema industriale e soprattutto creare l’ambiente favorevole per il fare impresa, unica condizione certa per creare occupazione, benessere e mobilità sociale. Non è la difesa dell’italianità che nasconde gli interessi di un capitalismo malato la frontiera da presidiare. Non può essere l’interventismo pubblico non programmato e deliberato della Cassa Depositi e Prestiti la linea di una politica industriale.

Dobbiamo tracciare i contorni di una democrazia nuova che sciolga i nodi dei tanti interessi corporativi e parziali che dominano le scelte del governo, del grumo dei conflitti d’interesse che domina il sistema paese e le sue classi dirigenti.

 Una democrazia reale ed europea va costruita nell’informazione,  nell’economia e nella politica a partire da leggi elettorali che aprano le porte delle istituzioni a chi scelgono i cittadini e non a chi decidono i segretari di partito.

Dobbiamo cambiare l’Italia per fermare un declino che ci sta riportando indietro di decenni, ampliando le ingiustizie sociali e riducendo sensibilmente le opportunità per molti.

Per oltre un secolo, il movimento socialista ha lavorato per creare le condizioni di una società solidale, di un sistema capace di sostenere i più deboli, per concedere pari opportunità di partenza a tutti in un  quadro di libertà sostanziale che permettesse l’affermazione, per merito e talento, dei singoli.  Non sono cambiati i valori di riferimento. Dobbiamo solo dotarci della giusta analisi della situazione, avere chiarezza negli obbiettivi e nelle azioni utili a perseguirli.

Non potremo neanche immaginare che ciò possa avvenire se il prossimo congresso del piccolo PSI risulterà uno scontro tra persone, una conta interna utile solo al controllo della sigla da utilizzare in qualche, ennesima, trattativa al ribasso per garantirsi un diritto di tribuna. Un diritto di tribuna inutile per il paese e, parallelamente, inutile anche alla prospettiva di far rivivere una forza di sinistra moderna.

Non potremo neanche immaginare che una forza socialista possa contribuire nei prossimi mesi e anni, a tracciare i contorni e i contenuti della sinistra italiana, superando definitivamente i limiti costituiti dall’irrisolta questione comunista, se non potrà farlo coltivando autonomia politica, culturale ed elettorale.

I socialisti devono guardare con attenzione e interesse al dibattito e alle evoluzioni interne al PD e a SEL traversati anch’essi da inquietudini e alle prese con la necessità di una identità nuova.

 Non possono essere, tuttavia, sufficienti le dichiarazioni d’interesse che entrambi manifestano ad appartenere alla casa del socialismo europeo.  Una casa ampia e articolata, nella quale convivono tante e diverse ispirazioni e tradizioni, tante e diverse sensibilità e linee d’azione nazionali.  Una casa che sconta grandi difficoltà e che, guardando alle dinamiche politiche e elettorali dei diversi paesi, non appare costituire per gli europei un approdo certo e sicuro contro la crisi e le difficoltà continentali. Non può essere un caso l’avanzare in Europa di movimenti populisti e xenofobi. Non possono essere casuali le difficoltà che tutte le antiche famiglie politiche europee registrano.

 E’ in Italia, nel contesto che si è storicamente determinato, che deve essere costruita la prospettiva di una forza di sinistra adeguata, superando i limiti di visione e di cultura politica e istituzionale delle esperienze finora attuatesi sia nel campo postcomunista sia in quello che ha registrato la fusione di aree e esperienze post comuniste e post democristiane.

Per questo il riformismo socialista è irrinunciabile per arrestare il declino del Paese: perché è l’opposto della filosofia del “tanto peggio, tanto meglio” e del tatticismo e opportunismo come professione.

A maggior ragione, i socialisti debbono investire sul futuro stimolando il cambiamento di una nuova sinistra che deve diventare erede della cultura riformista in cui lavoro, giustizia e coesione siano i riferimenti fondanti.

Oggi, la via maestra per chi ha ancora passione politica, amore per il paese e volontà d’azione, è quella di attivare occasioni di dibattito e approfondimento, di redigere un programma di azioni per la Nuova Italia e chiamare a raccolta vecchi e nuovi militanti, attivisti che vogliono un paese diverso e migliore. Di creare una casa socialista nuova aperta e inclusiva, pronta al confronto con chi si pone gli stessi obiettivi e a sottoporsi al giudizio degli elettori.

 Una casa che abbandoni il vetusto modello organizzativo dei partiti novecenteschi, caratterizzato da rigidi vincoli verticali e dal controllo del tesseramento, si organizzi federando strutture territoriali proprie ed espressioni organizzate della società, che costruisca una rete di esperienze individuali e collettive, d’impegno sociale, politico e della comunicazione. Che determini, in ambito locale, regionale e nazionale,  i propri vertici anche attraverso primarie aperte agli elettori.  Un partito comunicativo che parla agli italiani e non solo ai propri aderenti.

E’ per questo insieme di ragioni che riteniamo deleterio, oggi, un Congresso nazionale caratterizzato da un mero scontro per la leadership e riteniamo più giusto trasformare l’appuntamento di novembre in un Conferenza Politico-Programmatica e Organizzativa, quale occasione per una ripartenza di un più vasto movimento socialista.

Se ciò non fosse possibile auspichiamo che il prossimo Congresso nazionale del PSI faccia proprie queste considerazioni. E’ auspicabile che si risvegli nel corpo del partito e nei suoi vertici l’orgoglio della propria tradizione e la volontà di riaffermare la forza di una visione e la capacità d’indicare la strada per portare il paese fuori dalla sua crisi. E’ auspicabile, infine, che si radichi, nel partito la convinzione che occorra tornare a giocare da protagonisti e che, come sempre avviene, la squadra è più importante del singolo campione.

Riteniamo che il Congresso nazionale debba, quantomeno, stabilire che, in questa fase, occorra preservare la propria autonomia e l’estraneità rispetto alle vicende politiche e organizzative interne al PD e a SEL. Vicende che necessitano di tempo per mostrare appieno gli indirizzi che saranno assunti.

 Che in vista delle future elezioni europee si deliberi la formazione di una lista che si colleghi al progetto PSE e che partendo dal nucleo socialista si apra a tutte quelle forze che si riconoscono nelle tradizioni laiche, democratiche, socialiste e liberali, puntando da subito a una mobilitazione che ne faccia conoscere agli italiani nome, simbolo e programma.

Che, infine, si convochi a breve, conseguentemente, un Congresso straordinario aperto alle forze sopraelencate e a chi abbia voglia di impegnarsi. per definire contenuti e parole d’ordine, la piattaforma politica e programmatica utile a ricostruire il campo di un socialismo largo, democratico, riformista e liberale, necessario al paese.

Seguono 117 firme di Membri toscani del Consiglio Nazionale, della Direzione, Eletti, Amministratori, Dirigenti locali e Giovani Socialisti.

Aloisi Alberto Vice segretario Federazione di Grosseto – Consiglio Nazionale
Annulli Gianluca Consigliere Comune di Chiusi
Antongiovanni Marco Segretario Federazione di Viareggio
Bagiardi Arianna Consigliere Comunale Figline
Bandinelli Silvano Consigliere comunale Comune di Barberino Val d’Elsa
Barabaschi Giampaolo Consigliere Comune di Campiglia M.ma
Barbuti Elio Consigliere comunale Comune di Pergine V.no
Bernabei Leonardo Direttivo provinciale Pisa
Bertocci Nicola Assessore Abbadia San Salvatore
Bini Marco Consigliere comunale di Lucca
Branciforti Vincenzo Direzione regionale
Brogi Giacomo Consiglio Nazionale
Brunetti Stefania Assessore Comune di Bibbona
Bruni Matteo Assessore Comune di Pergine V.no
Bruschetini Daniele Assessore Comune di Reggello
Buonamici Giuliano Assessore Rignano Sull’Arno
Caciulli Vincenzo Segreteria Regionale – Consiglio Nazionale
Camiciottoli Fabio Consigliere comunale Comune di Montevarchi
Carli Anna Direzione regionale – Consiglio Nazionale
Casciani Pietro Segretario UIL Lucca
Cerri Marcello Consigliere comunale di Pomarance
Cheli Piergiorgio Direzione regionale – Vice segretario Fed. di Arezzo
Ciabatti Vito Consigliere comunale Comune di Calci
Cordovani Valerio Direzione regionale
Cossu Maurizio Consigliere comunale di Grosseto
Da Prato Carlo Dirigente PSI Lucca
Di Stefano Chiara Direzione regionale
Di Stefano Odorico Capogruppo PSI Comune di Pisa
Dini Olinto Presidente LIDU
Eligi Federico Assessore Comune di Pisa
Ferrini Stefano Direzione regionale
Garosi Luciano Direzione regionale  – Consiglio Nazionale
Ghelardi Alessandro Consigliere Comunale
Giani Niccolò Vice Sindaco Comune di Civitella Val di Chiana
Grifagni Andrea Vice Sindaco Comune San Niccolò
Lazzeroni Silvia Consiglio Nazionale
Lorenzetti Simone Consigliere Comune Siena I Riformisti
Lucchesi Eleonora Assessore Comune di Castagneto Carducci
Maccheroni Giacomo Ex parlamentare PSI
Magrini Massimo Sindaco di Radicofani
Martinelli Gabriele Direzione regionale
Martinelli Riccardo PSI Siena
Martini Massimo UIL Siena  – Direzione Regionale
Marzoli Sergio Consigliere Comunale di Civitella in Val di Chiana
Meloni Matteo Direzione regionale
Michelozzi Alessandro Segretario Federazione di Prato  – Consiglio Nazionale
Monaci Giuseppe Assessore Comune di Grosseto  – Consiglio Nazionale
Nannelli Massimo Assessore Comune di San Vincenzo
Pallini Luciano Assessore Comune di Piombino
Pazzaglia Franco Vice segretario regionale – Consiglio Nazionale
Pazzaglia Matteo Direzione regionale
Perferi Antonio Assessore Provincia di Arezzo
Piccinelli Idalgo Consigliere comunale Buonconvento
Pierini Filippo Consigliere Comune Greve in Chianti
Pisciotti Giuseppe Assessore Comune di Terranuova Bracciolini
Puopolo Lorenzo Consigliere provinciale Arezzo
Rossi Alberto Segretario Federazione di Livorno – Consiglio Nazionale
Rubegni Ivano Consigliere Comunale Reggello
Rubegni Roberto Direzione Regionale
Russo Antonio Consigliere Comune di San Vincenzo
Saletti Marco Assessore Provincia di Siena
Sani Ugo Consigliere Intesa Siena
Simpatico Francesco Segretario cittadino I Riformisti Siena
Skiftas Spiro Direzione regionale
Stori Gabriella Consiglio Nazionale
Tafani Leonardo Assessore Comune di Siena
Vallesi Giancarlo Consigliere Comune di Suvereto
Veronese Antonio Presidente Confesercenti Pisa
Vivaldi Rolando Segretario cittadini Pisa
Zeroni Luciano Direzione regionale

 

Agnelli Silvio, Bolla Gino, Calvani Gino, Coturri Moreno, Renieri Andrea, Cipriani Fabio, Pieraccini Nerio, Tofani Marco, Fontani Luciano, Baroncelli Renzo, Biancalani  Massimo, Furiesi Andrea, Vannelli Lisa, Furiesi Leonardo, Clori Dario, Clori Mirko, Neri Marina, Brusa Costanza, Corti Alessandro, Vannelli Alessandro, Vannelli Lorenzo, Bianchini Massimiliano, Meloni Paolo, Palanti Claudio, Innocenti Francesco, Mosco Valentina, Ballini Mike, Rossi Valerio, Pierini Leonardo, D’Ignazi Samuele, Pierini Giuseppe, Conforti Marcello, Cappelletti Paolo, Agus William, Bianchini Massimo, Pucci Tamara, Sereni Mario, Ingra Mario, Cimini Bruno, Fei Silvano, Ottombrini Oliviero, Palazzi Orfedo, Magi Stefano, Ricci Paolo, Scimia Angelo, Di Marco Calogero, Bulgaresi Paolo

 

I punti fondanti di una società equa e solidale. Socialista.

“Compagne e compagni, vi inviatiamo a sottoscrivere il seguente contributo in vista del Congresso 2013 del PSI. Mi preme precisare che questo documento NON è una mozione congressuale. E’ un contributo politico da presentare al partito come piattaforma di discussione.
Se volete sottoscrivere la seguente piattafome politica, rispondete pure a questa e-mail manuelsantoro72@gmail.com
Un cordiale saluto.”

I firmatari, ad oggi, del documento: Manuel Santoro, Sergio Alonzi, Giancarlo Amante, Felice Carlo Besostri, Nadia Butini, Gianni Carloni, Daniela Circelli, Mauro Colantoni, Raffaele Coppola, Roberto Culatti, Franco Da Rif, Giuseppe Iacopini, Tonino Lattanzi, Rosalba Leonetti, Stefano Longo, Massimo Lotti, Manfredi Mangano, Folco Noferini, Giacomo Ragone, Ivano Ruggeri, Rainero Schembri, Sergio Spaziani, Aldo Tonini, Davide Zerillo

 “CONVERGENZA SOCIALISTA” – CONTRIBUTO POLITICO

Siamo qui per far ripartire un partito storico della sinistra italiana politicamente del tutto inesistente nella nostra società. Vorrei, quindi, porre alcune domande e che siano i fari di questo mio contributo. Primo, quali sono le motivazioni politiche per l’esistenza di un partito socialista, oggi, in Italia? In altre parole, un partito socialista è realmente necessario? Se si, per fare cosa?

Al giorno d’oggi, noi tutti, lottiamo quotidianamente contro il solidificarsi di una status politico-finanziario i cui risvolti egoistici sono in costante accelerazione. Testimoniamo, inoltre, lo sgretolamento atomistico delle aree della sinistra storica, incluso il nostro partito.

Prendiamo atto del fatto che le politiche tendenti a valorizzare la giustizia sociale e la solidarietà tra gli uomini e tra i popoli sono politiche aliene rispetto ad un modus operandi legato ad un modello di capitalismo finanziario rapace.

E’ indubbio che l’impatto di ogni crisi sul tessuto produttivo, sull’economia reale e sui comportamenti sociali sia, oggi, l’effetto di una chirurgica ed autonoma autoregolamentazione del sistema finanziario e bancario multinazionale, le cui politiche egocentriche ed egoistiche vengono calate a livello nazionale attraverso lo strumento della politica.

In questo senso, l’incapacità della politica nazionale, europea ed internazionale, di contrapporre un modello di progresso sostenibile alternativo è dettata dalla mancanza cronica dei soggetti politici e delle classi dirigenti di proporre un progetto politico di lungo periodo che coinvolga la società civile ad un dialogo per il futuro. In questo contesto, il Partito Socialista Italiano deve ritornare protagonista nello studio, nell’analisi e nella proposta economica e finanziaria, globale e nazionale.

Oggi, paradossalmente, è proprio la massa delle individualità non incanalate in soggetti politicamente organizzati ad essere di gran lunga maggioranza. In questa situazione politica frastagliata ha senso, quindi, cercare di riprendere un filone di discussione, definire una piattaforma politica e programmatica su cui convergere per dare un senso sul chi siamo e sul cosa vorremmo fare. Unaconvergenza socialista necessaria, prima di tutto, all’interno del partito. E non ricercarla significherebbe rimanere fuori dalla storia soprattutto in un mondo in cui i popoli rivendicano la necessità di una azione socialista.

E’ in questa ottica che sorgono i seguenti intenti politici:

  • una convergenza socialista per creare un retroterra culturale e politico che abbia l’obiettivo di riprendere il cammino dell’unità dei socialisti all’interno di un ragionamento che conduca ad un ripensamento profondo del ruolo della sinistra italiana nella società. Diventa prioritario, oggi, teorizzare una sinistra di stampo socialista, vale a dire inclusiva e democratica, plurale e meritocratica;
  • una convergenza socialista per caratterizzare sul piano politico l’aspirazione del P.S.I. a farsi centro e promotore di un processo di costituzione di un futuro movimento socialista italiano attirando verso le rive del socialismo europeo i partiti ed i movimenti politicamente vicini. Ricercare un terreno comune su cui convergere è possibile ed auspicabile, e questo luogo incantato non può che essere il socialismo, inteso come vasto spettro di orientamenti politici tutti, però, con l’intento massimo di “portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”.
  • una convergenza socialista per riallacciarsi alla nostra gloriosa tradizione e perseguire con forza gli assiomi ideali di libertà e di democrazia, indissolubilmente connessi agli assiomi fondamentali dell’eguaglianza e della giustizia sociale;
  • una convergenza socialista per realizzare la sintesi tra i vari filoni del socialismo italiano all’interno di una ricostituita sinistra italiana e per perseguire l’unione politica di tutti coloro che, pur provenendo da diverse scuole politiche, riconoscono nella difesa dei deboli del mondo e nella lotta al grande capitale ed alla grande finanza la motivazione primaria del fare una “politica socialista”, prospettando, così, un modello di movimento non dogmatico ma aperto a tutti gli strati della società;
  • una convergenza socialista per rimanere ancorati in Europa alle esperienze radicalmente riformiste del socialismo europeo senza dimenticare gli aspetti positivi dell’esperienza della sinistra europea, e all’internazionalismo;
  • una convergenza socialista per perseguire e praticare la democrazia, soprattutto all’interno del partito. La democrazia interna implica, infatti, la più grande attivazione e partecipazione critica dei partecipanti, e consente la manifestazione di tendenze diverse, elevando il necessario spirito di solidarietà e di collaborazione.

Tocca ora a noi, a tutte le compagne ed i compagni, comprendere che il compito dei socialisti è quello di risolvere alla radice le storture di sistema che intaccano selvaggiamente l’esistenza delle fasce sociali più deboli. Storture di un capitalismo selvaggio che una minoranza socialista, emarginata e spezzettata, non può affrontare.

Sino a quando non metteremo mano ad una soggettività socialista, nel senso più democratico e trasparente possibile, che coinvolga tutte le realtà interessate a far parte di un processo politico e programmatico che realizzi reali riforme strutturali per i deboli della società, non avremo peso politico, non modificheremo lo status quo e continueremo a subire provvedimenti legislativi e modifiche costituzionali senza alcuna possibilità di intervento.

Risolvere alla radice tali storture, però, richiede una comprensione vasta della società globalizzata e delle sue sovrastrutture. Questo significa che i socialisti devono adoperarsi lungo quattro direttrici:

Primo, adoperarsi per una analisi completa del sistema capitalistico, oggi finanziario, e del modello di organizzazione delle società.

Secondo, adoperarsi per la definizione di un sistema di sviluppo alternativo e misurabile su fattori di sostenibilità. Un nuovo modello di sviluppo, alternativo, che rintracci nel benessere dell’essere umano e degli esseri viventi i suoi tratti fondamentali. Il neo-capitalismo è oggi morto, trasformandosi lentamente in qualcosa di più pericoloso poiché, staccandosi dalla fase produttiva, ha compreso di poter alimentare se stesso a costi quasi azzerati. Il capitalismo è diventato, così, un processo in cui il capitale continua a generare se stesso senza fermate intermedie, autoalimentandosi.

Terzo, adoperarsi affinché si ristabilisca un contatto tra la voglia di inclusione politica da parte dei cittadini e le idee di eguaglianza, di solidarietà umana e di giustizia sociale. Siamo ormai giunti, in questo Paese, al paradosso per cui vi è una forte necessità, anche inconscia, di socialismo e la mancanza di socialismo nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche. Quindi, adoperarsi affinché si ristabilisca un contatto diretto con la gente nei territori, territorializzando la progettualità di una forza socialista, che tratti direttamente, casa per casa, strada per strada, fabbrica per fabbrica, le reali problematiche delle collettività. Una forza socialista per la povera gente che rigetti il perseverare di una politica annacquatamente riformista. Non vi è alternativa politica, oggi, senza un collegamento serio tra una forza marcatamente socialista e quello che è rimasto del suo popolo.

Dovremo, quindi, da subito, puntare ad un lavoro di ripresa di un movimento popolare radicandoci nei territori. Un movimento dei molti contro una politica di semplice ricerca di cartelli a fini elettoralistici. Oggi un partito la cui esistenza risiede prettamente nei suoi fini ellettoralistici non ha alcun senso politico e sociale, e non è strumento di un ripensamento dei processi sociali in quanto estranea, da tali processi, la gran parte delle cittadinanze.

Quarto, adoperarsi affinché il nostro partito torni a discutere dei bisogni dell’essere umano nelle società moderne. Vale a dire:

1) Lavoro a tempo pressoché indeterminato;

2) Diritto alla casa, affinché ognuno abbia un tetto;

3) Abbattimento sostenuto della povertà;

4) Sanità pubblica e gratuita;

5) Scuola e università pubblica e gratuita

Partiamo da un ragionamento di sistema. E’ necessario premettere che un’economia nazionale immersa in un meccanismo economico globalizzato, essenzialmente di stampo liberista, rischia, durante crisi di sistema come l’ultima, di vedersi proiettata verso una nuova organizzazione sociale e politica, non prevedibile, caratterizzata essenzialmente dal prosciugamento di diritti e di benessere collettivo.

Il primo punto è il diritto al lavoro. E’ senza dubbio prioritario uscire da una logica di mera schiavitù la quale trova ampio spazio nel labirinto variopinto dei contratti di lavoro. L’obiettivo da perseguire e’ il lavoro a tempo indeterminato, sia da un punto di vista economico-programmatico che culturale. Vanno eliminate progressivamente tutte le tendenze ad un impoverimento della qualità della vita e all’aumento dell’insicurezza famigliare e sociale.

Il secondo punto è il diritto alla casa. E’ necessario affrontare il problema casa in modo del tutto rivoluzionario partendo dall’idea che ogni singolo individuo, ogni singola famiglia ha il diritto ad avere un tetto, un riparo, un rifugio, una casa e che essa deve essere fornita in ultima istanza dallo Stato. L’approccio al rispetto di questo diritto ci deve portare tendenzialmente all’azzeramento della percentuale relativa ai senza tetto oggi in Italia.

Per chi ha un reddito, il problema principale è nello squilibrio tra offerta e domanda abitativa. Non c’è, in Italia, una offerta abitativa capace di assorbire una domanda di abitazioni a prezzi moderati. Abbiamo un invenduto rilevante mentre l’emergenza abitativa cresce per i prezzi troppo elevati, per gli effetti che la crisi sta avendo sui redditi e sulla capacità delle famiglie di pagare affitti e mutui bancari, e per l’abbandono da parte dello Stato di una politica di edilizia economica e popolare. Da una stima condotta da Federcasa sembra che le famiglie in attesa di una casa siano circa 583-mila mentre gli alloggi invenduti si aggirino intorno alle 300-mila unità. Certamente lo Stato dovrebbe riprendere una sua centralità propositiva avviando da subito, nel caso questi numeri venissero confermati, la costruzione di abitazioni a prezzi popolari per soddisfare una domanda di circa 280-mila famiglie e, contemporaneamente, avviare politiche di assorbimento dell’invenduto che vadano a soddisfare le esigenze delle famiglie in attesa di una abitazione. Nel suo complesso, lo Stato deve essere garante del benessere dei suoi stessi cittadini e, quindi, avviarsi verso un cambiamento di tipo culturale prima che politico che vede nell’abitazione un diritto.

Il terzo punto è l’abbattimento sostenuto della povertà. Nel 2011 l’Italia si è ritrovata con più di 8 milioni di poveri, i quali rappresentano quasi il 14% dell’intera popolazione e l’11% delle famiglie. Quasi 3 milioni di famiglie, composte da due persone, è al di sotto della soglia di povertà (pari a 1.011,03 euro mensili). Aumenta la povertà di coppie con un figlio, pari al 10,4%; delle famiglie con cinque o più componenti, pari al 28,5%. Le famiglie a rischio povertà sono il 7,6% mentre al Sud la situazione si aggrava visto che una famiglia su quattro è considerata povera. In una situazione simile lo Stato e le istituzioni dovrebbero avere le capacità operative di intervenire celermente con misure atte a calmierare gli effetti nefasti della crisi, soprattutto con l’istituzione di un reddito minimo. E’ vero che tutti i Paesi europei prevedono qualche forma di reddito minimo tranne Italia, Grecia e Bulgaria. Indirizziamo, però, i nostri ragionamenti verso uno dei Paesi più all’avanguardia sul reddito minimo, la Norvegia, la quale offre ai suoi cittadini un reddito di esistenza, senza limiti, che garantisce un importo mensile di circa 500 euro.

Se noi supponessimo, secondo la proposta di ‘Intelligence Precaria’, di erogare 600 euro mensili per garantire a tutti un reddito di base pari a 7.200 euro all’anno, a tutti indipendentemente dall’età e dallo status, la collettività dovrebbe sopportare un costo annuo di quasi 18 miliardi di euro. Ma tenendo conto che, a oggi, si stima che il costo attuale del welfare sia di 15,5 miliardi di euro annui, il costo extra da sopportare si aggirerebbe intorno ai 5 miliardi di euro annui. 5 miliardi, pari al gettito ricavabile da un’ imposta ordinaria, di certo non pesante, sul patrimonio, incluso quello mobiliare, con aliquota progressiva al di sopra di un milione 200 mila euro.

Il quarto punto è il diritto alla salute, pubblica e gratuita. La tutela alla salute come “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività” è sancito dall’Articolo 32 della nostra Costituzione e tale principio deve essere osservato e promosso con l’azione costante delle istituzione affinché rientri l’effettivo e progressivo scollamento, tutt’ora in corso, tra norme scritte e norme applicate. L’Italia dovrebbe iniziare a essere uno Stato moderno ed efficiente soprattutto con la modernità e l’efficienza del suo sistema sanitario e con la funzionalità dei suoi servizi essenziali. Il diritto alla salute è di tutti i cittadini. Oggi, però, testimoniamo uno smarrimento politico sul come rendere questo diritto fondamentale una realtà, viste le sue disfunzioni e i suoi costi. L’egoismo e gli interessi personali, oltre all’inadeguatezza delle strutture, sono cancri del sistema sanitario nazionale. Il pensiero neo-liberista sponsorizza un sostanziale programma di privatizzazione degli enti pubblici, sostenendo che i problemi della sanità italiana si possono risolvere solamente con la privatizzazione di molti settori del servizio sanitario. Questo, però, implicherebbe una sanità in balia delle leggi di mercato andando contro i più deboli e i più poveri.

In Europa, poi, spendiamo molto meno rispetto ad altri paesi. L’Italia, infatti, spende circa 115 miliardi di euro per la sanità, pari al 7,2 per cento del P.I.L. Non vorrei che si usasse la tesi dell’alto costo della spesa sanitaria pubblica per smantellarla e avviare un processo di privatizzazione del tutto a scapito dei più deboli. Il sistema sanitario deve essere pubblico e le risorse vanno ricercate nelle inefficienze del sistema paese. Dal sommerso, all’evasione, dalla corruzione alla concussione. Basti pensare che solo il sommerso vale tra i 529 e i 540 miliardi di euro. Sarebbe auspicabile una radicale riforma del sistema sanitario nazionale, in senso pubblico, responsabile e razionale, e con la fine immediata della lottizzazione delle Unità Sanitarie Locali da parte dei partiti.

Il quinto punto è il diritto allo studio, pubblico e gratuito. Il diritto allo studio è tra i diritti fondamentali che consente l’attuazione di altri diritti della persona. Avere la possibilità dell’istruzione permette alla collettività di essere consapevole nelle scelte da fare, in modo del tutto autonomo. Naturalmente,  il diritto allo studio non deve avere vincoli calati dall’alto in quanto non è una merce a pagamento ma un diritto che solo una scuola pubblica efficiente, gratuita ed aperta a tutti, può perseguire. Reputo che ci si debba muovere verso la valorizzazione del pubblico attraverso l’intervento dello Stato. Lo Stato abbia cura del pubblico. I privati, e solo i privati, delle istituzioni private. Naturalmente,  la linea di demarcazione tra intervento pubblico e privato deve essere chiara e netta. Solo la scuola pubblica può aprire la nostra società ai cambiamenti, senza recinti identitari separati, nel solco della coesione sociale e verso un approccio multiculturale e multirazziale.
Questi sono i punti fondanti di una società equa e solidale. Socialista.

Manuel Santoro

Un partito rinnovato ha bisogno
di una guida diversa
e di una nuova larga maggioranza

Care compagne e cari compagni,
le difficoltà evidenti in cui versa il nostro partito (caduta dei consensi elettorali, perdita di iscritti, chiusura di sezioni, scarso entusiasmo, irregolarità nell’applicazione delle regole interne, fino al punto che lo stesso congresso è minato dalla illegittimità delle regole e della platea congressuale) possono essere affrontate con serietà e spirito costruttivo in occasione del prossimo congresso. Se abbiamo tutti insieme la volontà di reagire con coraggio, per riscoprire le nostre ambizioni, per ritrovare le ragioni della nostra missione e per rilanciare il partito verso importanti obiettivi.
Una grande svolta, rispetto all’attuale declino. Una nuova e grande “iniziativa socialista” riunendo in un’unica piattaforma politica e in una larga maggioranza tutti coloro che sono interessati a un cambiamento profondo nell’attuale gestione del PSI. Riunire gruppi diversi, storie personali e sensibilità diverse che, mettendo da parte ogni personalismo, si assumono la responsabilità di definire e promuovere un nuovo progetto di rigenerazione della cultura socialista e di rinnovamento del partito.
Questo è lo spirito con il quale molti di noi si sono mossi e si stanno muovendo, affinché sia organizzato un congresso vero, un congresso partecipato, di dibattito e straordinario, per rilanciare il partito a livello nazionale e locale.
Un congresso per eleggere un nuovo segretario che creda in tre cose: creda nel partito, creda nel socialismo come base di riferimento della nostra azione politica e creda in se stesso, non per se stesso, ma per essere a disposizione totale del partito e dell’idea socialista.
Per tutte queste ragioni i giochi non sono fatti. E di più, chi ha già firmato qualche mozione, può ricredersi e scegliere nei prossimi giorni di cambiare pagina.
Roberto Biscardini

Scomposizione e ricomposizione dello scenario politico e partitico italiano

E’ con particolare felicità che prenderemo la via del terzo Congresso del PSI, a Venezia, nella città di Giacomo Casanova, famoso per le sue avventure licenziose sì, ma non solo libertino, bensì anche diplomatico letterato uomo d’affari e libero pensatore, corrispondente di Re e filosofi, da Parigi a Berlino a San Pietroburgo.
Un esempio del secolo dei Lumi che ci ha tramandato una ricca fotografia di un secolo che ha cambiato la Storia. E come diceva il Casanova non esiste la storia ma esistono gli storici.

Beh, nonostante gli «storici» più superficiali o interessati abbiano infangato il PSI, il PSI esiste ancora oggi; nonostante gli attacchi mediatici che volevano ucciderlo, il PSI esiste per rilanciare la sinistra riformista d’Italia, perché il PSI è il software della sinistra italiana, la mente che nel secolo scorso elaborò teorie e programmi sempre all’avanguardia in economia, nei diritti civili, nel diritto del lavoro.

La questione Socialista
I socialisti sono la forza che spinge il progresso da sempre e non possono rinunciare all’arduo compito che la Storia, non gli storici, gli ha assegnato.
Il PSI ha elaborato i meriti e i bisogni ponendo, in anticipo di decenni, le basi per la riuscita dei laburisti di Blair e dei socialdemocratici di Schroeder. Erano all’avanguardia negli anni ‘80 ed oggi che il mondo è cambiato totalmente, i socialisti hanno gli strumenti ed il software per interpretare il cambiamento e governarlo. La questione socialista – tema sempre trascurato dai media e dal Parlamento – è ancora aperta ed oggi si assiste alla famosa scomposizione e ricomposizione dello scenario politico e partitico italiano che è preludio alla formazione in Italia di un Parlamento corrispondente a quello Europeo, con un partito socialista, uno popolare, uno liberale, uno verde etc.
Una scomposizione attesa per 20 anni ed una ricomposizione che seguirà non il conflitto personale fine a se stesso, ma le grandi idee che sono alla base della nascita dei partiti europei. Per i socialisti: la giustizia sociale

Non si può ignorare che la crisi del PDL determina la fine di un periodo transitorio – il bipolarismo malaugurato per l’Italia – e che il posizionamento del PSI, oggi specialmente, è strategico per il recupero di una visibilita nei media, nel Parlamento e nel Paese. Questa è la strada che il PSI ha il compito di seguire adesso, creando i presupposti per la fine della diaspora socialista, recuperando i voti socialisti che hanno perso ogni ragione di essere collocati nel centrodestra con la fine della conflittualità cronica legata alla figura di Berlusconi.

Il PSE
Altro fondamentale obiettivo del PSI è promuovere la creazione di un solo partito socialista con PD e SEL. Creare i presupposti perché le elezioni europee del 2014 siano l’occasione finalmente di porre fine alle separazioni a sinistra, tra riformisti e massimalisti, tra socialisti e comunisti, tra socialdemcratici e socialisti, tra contestatori ed entristi. Tutto ciò dovrà trovare soluzione nella bandiera del PSE, che accoglie partiti e famiglie con radici comuni socialiste nel nome e nei valori.
Il giorno in cui il PSE sarà propagandato in via diretta in Italia come negli altri paesi, che senso avrà spacchettare l’offerta del brand in tre simboli o nomi differenti? Questa ripartizione sarebbe solo una deboloezza controproducente e perderà di senso man mano che il tasso di europeismo degli elettori e delle propagande partitiche aumenteranno.

La Crisi
D’altra parte il sostegno delle politiche di supporto della domanda, sulla scia delle guide linea del partito socialista europeo, non puo essere incondizionato. E’ ora di riflettere anche sulle scelte di un PSE che sembra inchiodato ad una visione non ortodossa dell’economia che non tiene però conto né dello stato dei bilanci nazionali né dell’opinione pubblica che non crede ai miracoli del deficit spending e continua a premiare il partito della Merkel. La Merkel vince, il PSE perde. Le Grandi Coalizioni aumentano in Europa e non solo a causa dello strapotere delle lobby finanziarie, ma per ovvie esigenze di contenimento di rischi default; giusto o sbagliato che sia il sistema dei mercati finanziari oggi è dominante, difficilmente contrastabile e – soprattutto – l’unico disponibile. Il mercato è globale, gli stati no. Il mercato è il tutto, gli stati sono la parte.
Se il mercato ha bisogno dello stato in tempi di crisi, lo stato ha bisogno del mercato sempre per scambiare merci. Occorre a volte anche il coraggio di mettere in discussione alcuni punti che sembrano derivare più da una visione ideologizzata che da una analisi concreta dei fatti.
Spendere di più a debito (come chiede il PSE) o tagliare i servizi per i più deboli (come fanno i conservatori) sono scelte senza coraggio perché nessuna potente lobby è toccata. Al contrario per fare i tagli necessari in Italia ci vuole il coraggio che fino ad oggi nessun Governo, sebbene di larghe intese, ha avuto. La risposta è in primis politica, occorre compattare le sinistre d’Italia, avere il supporto del popolo, e poi formare un Governo coraggioso che tagli dove si deve e riprenda ad investire nel Paese e quindi a rilanciare la domanda interna ed esterna.

Università socialista – Mitbestimmung – Erasmus Politik – Lingua europea e Collegio estero
Quello che occorre a sinistra in Italia ed in Europa è un rilancio del dibattito e di un’università socialista che trovi idee nuove per uscire dalla crisi, per allineare le nazioni agli stessi standard di benessere e giustizia sociale, per dare forma e significato alla parola socialismo e riformismo adatta al terzo millennio. Indichiamo qui alcune proposte per formulare un nuovo tipo di socialismo:

1) La introduzione della Mitbestimmung per superare l’atavica contrapposizione tra proprietari e lavoratori. E’ un cambio di mentalità assoluta che può prevenire le crisi e le contrapposizioni strategiche in economia. La macroeconomia non può risolvere come una bacchetta magica i problemi dell’economia. La soluzione viene dal basso, dalle imprese, dal mercato autoregolato. No alle statalizzazioni e no al dominio dei mercati. Si all’autoregolamentazione cogestita dei soggetti operanti nel mercato, tutti, dalle banche alle industrie manifatturiere. Un nuovo modello economico per l’Italia e per l’Europa.
2) Istituzione di un Erasmus della politica, per ridare slancio all’Europa politica che deve creare le condizioni di un federalismo vero. Stop ai nazionalismi che le classi politiche odierne – cui manca il software europeo – ancora perseguono. Dobbiamo creare una classe dirigente con sensibilità politica europea.
3) Introduzione di una lingua unica europea; dall’asilo si apprende a scuola la stessa lingua in tutta Europa. Le lingue nazionali sono abbandonate o parlate a casa, non a scuola. Nel lungo periodo ciò creerà un’Europa unita linguisticamente e culturalmente, che è condizione necessaria per evitare nazionalismi e divisioni in campo economico e politico. Nascerà l’uomo Europeo.
4) In ultimo chiediamo la previsione di un rappresentante nella Segreteria del PSI. Perché un partito che si dichiari europeo non può escludere gli emigranti italiani e deve dare voce alle migliaia di persone che vivono e lavorano da decenni all’estero e sono depositari della vera coscienza europea.

La strada più lunga, ma i socialisti hanno i mezzi intellettuali per affrontare la sfida che li aspetta. L’attenzione alla classe sociale dei poveri, dei bisognosi, degli emarginati, l’attitudine riformista e pragmatica di chi evita rivoluzioni, di chi non rovescia o infuoca cassonetti, la mente aperta e libera da vincoli ideologici, rivolta alle soluzioni pratiche e coraggiose, come sempre.
Come per Giacomo Matteotti, i socialisti hanno molti alti esempi da seguire, e l’arduo compito di esserne degni.

La Federazione Svizzera

Io non mi sento italiano, ma per fortuna e purtroppo lo sono

Cari Compagni,

Se vogliamo rafforzare lo spirito di partecipazione e far sentire ancor più italiani gli italiani all’estero, abbiamo bisogno di un forte supporto da parte del Partito.

Le esperienze che tutti noi viviamo all’estero dovrebbero essere utilizzate come risorse, per questo sono d’accordo con Leonardo nel nominare un rappresentante delle federazioni estere nella Segreteria.

Diceva una canzone di Gaber, io non mi sento italiano, ma per fortuna e purtroppo lo sono, allora cerchiamo di essere abituati a pensare che per fortuna siamo italiani e cerchiamo di rafforzare uno spirito di appartenenza via via perduto negli anni.

La forza di una nazione è proporzionata alla forza dello spirito di appartenenza, se non siamo uniti e non intraprendiamo un percorso volto alla comprensione di cosa noi siamo e cosa possiamo dare, allora non potremo mai crescere.

Sono all’estero oramai da 6 anni e come membro del PSI Lussemburgo e come italiano all’estero le mie parole sono sentite e dovrebbero essere ascoltate, perchè il futuro dell’Italia è nell’Europa.

La federezione lussemburghese è da tempo d’accordo per una riforma del sistema di governance delle imprese volta ad una partecipazione diretta dei lavoratori nelle decisioni importanti che possono impattare sulle vite dei lavoratori, siamo fermamente convinti che bisogna introdurre forme di scambi per i giovani che vogliono fare esperienza presso i Parlamenti, Governi, Istituzioni di altri Paesi membri, al fine di rafforzare quella coscienza politica, quello spirito di appartenenza, fondamentale per la creazione di una Europa politica, gli Stati Uniti d’Europa, la cui realizzazione deve essere l’obiettivo primario se non vogliamo sprofondare in una crisi peggiore. Sarò a Venezia per il Congresso Nazionale e cercherò di dare voce a tutti gli italiani che vivono a Lussemburgo e all’estero, che come me sentono il dovere di partecipare con le proprie esperienze alla vita politica, economica e culturale del Paese, dell’Europa.

Cari saluti,
Carlo Sconosciuto