Il dado è tratto:
la rinuncia di Grasso!

Al lettore, preso in contropiede dal titolo proprio mentre il Presidente Grasso per acclamazione diventa leader di “Liberi ed eguali” la forza di sinistra alternativa al PD, debbo immediatamente la spiegazione del titolo “La rinuncia di Grasso”! Rinuncia a cosa?

Con la massima sintesi direi a rappresentare il futuro Cincinnato chiamato a salvare il dopo elezioni. Il Presidente del Senato, ancorchè uscente ma con la continuità della Presidenza della Repubblica poteva essere uno dei più papabili per un sempre più probabile governo del Presidente. Già seconda carica dello stato, caratterizzato da una sostanziale terzietà ed autonomia a cui si è attenuto durante il suo mandato (fino all’ultimo lo si spera) era una delle personalità più spendibili da parte del Capo dello Stato per possibili convergenze onde dare un governo al Paese in attesa di un chiarimento tra le forze politiche del ciascuno contro tutti fuori ed anche dentro le coalizioni. Non ci vuole un mago, a meno di un miracolo, per prevedere che il tanto auspicato proclamato vincitore allo spoglio subito dopo l’elezioni allo stato attuale è un miraggio che sarà fatto balenare dai tre maggiori concorrenti alla competizione elettore con la logica del voto utile. Più realistico è che se ci sarà un vincitore sarà quello che avrà perso di meno rispetto alle previsioni e che per non aggravare le sorti del Paese si ricorrerà anzi si invocherà un governo del Presidente con la raccomandazione che non sia un tecnico tipo Monti che potrebbe essere accusato di sudditanza almeno psicologica di fronte agli eurocrati di Bruxelles. Tutto sembrerebbe congiurare per convergere su di una personalità come Grasso, ormai fuori gioco dopo la scelta fatta.

Quand’anche si andasse ad un alleanza tra 5stelle e la neoformazione di Grasso è fuori logica che il capo del Governo possa essere il leader della forza minore, si guarderà fuori ed oltre. Né può essere accusato Grasso di averlo fatto per assicurarsi un seggio sicuro al Senato perché come da lui stesso ammesso gli è stato offerto anche dal PD se non altro per sfilarlo ai suoi concorrenti a sinistra.

Né il ruolo di Grasso nella nuova formazione troppo composita pare possa assumere il carisma di una leadership riconosciuta dopo essere servita ad ampliare il consenso intorno ai dissidenti ex PD. Comunque la si giri e rigiri la scelta di Grasso appare la rinuncia ad un ruolo alla Cincinnato, più congeniale al personaggio, tenendo presente come già accaduto con Monti che Mattarella avrebbe potuto senza opposizioni di sorta nominarlo Senatore a vita.

Il salto di qualità necessario da leader a statista

Il lettore mi perdonerà se procederò per squarci come quando in un cielo aggrottato da nubi nere di un temporale incombente si aprono varchi d’azzurro che subito si richiudono, ma senza perdere la speranza come esemplarmente sintetizzato nell’espressione napoletana “Addà passà a’ nuttata!”. A nuttata, manco a dirlo, è il tramonto della seconda Repubblica clamorosamente fallita nella sua attesa messianica di uno stato liberale moderno, anche in versione conservatrice alla Thatcher o alla Reagan per intenderci, col merito di aver segnato la loro epoca. Un fallimento contrassegnato da quello parallelo di chi era chiamato ad esserne l’alternativa, quella sinistra frustrata che è mancata in due impegni essenziali: quello di uno stato liberale moderno capace di scuotersi di dosso le rendite parassitarie a partire da quella più evidente e corrosiva del conflitto d’interessi col corollario corruttivo delle leggi ad personam. Un compito mancato dalla sinistra che si credeva di governo e che ha ceduto alla tentazione di un ipocrita moralismo per l’attesa che bastasse scuotere la pianta dell’opinione pubblica con le proprie condanne per vedersi cadere tra le braccia il governo del Paese. Basterebbe solo questo passaggio mancato per mettere fuorigioco con cartellino rosso (unica consolazione identitaria) i reduci più anziani dell’MDP. Altra omissione non meno colpevole e troppo spesso sorvolata è quella di Prodi e Veltroni di non aver subito reagito, a tutela della vita democratica del Paese, per bocciare e cambiare immediatamente il Porcellum invece di sedersi a tavola e spartirsi un potere effimero con due soli voti di maggioranza ed uno ceduto mettendo Marini a Presidente del Senato. Infatti la modifica della legge elettorale al Senato lo rendeva ingovernabile dalla prevedibile nuova maggioranza di centrosinistra facendo terra bruciata al suo arrivo, consegnando altresì alle oligarchie dei partiti la nomina degli eletti (la porcata di Calderoli), sottrazione in toto agli elettori del loro potere sovrano di scegliersi i rappresentanti senza che scattasse immediatamente l’impugnativa di incostituzionalità, rivelatasi completamente fondata su iniziativa di privati cittadini.
Due peccati mortali che sono al fondo anche di quelle due clamorose bocciature di Marini e Prodi alla Presidenza della Repubblica con tutto quello che n’è seguito a partire dall’abbandono della guida del Pd da parte di Bersani anche per il fallimento dell’aggancio dei pentastellati. Tutto si può dire tranne che Renzi non abbia tentato con l’unica forza disponibile FI di arrivare a mettere i binari per istituzioni governanti e governabili. Sul piano elettorale sapendo che l’obbiettivo principe di Berlusconi era di assicurarsi il più ampio pacchetto di mischia a tutela dei suoi interessi politici e personali, ha imposto la scelta più indigesta alla destra, quella di accedere al secondo turno al ballottaggio evitando ogni necessità o tentazione di governi di larghe intese condizionate dalla destra. Qualunque inciucio era sopportabile pur di evitare l’inciucio permanente delle larghe intese. Sul piano istituzionale poi bastava per tollerare tutto il resto la rimozione del macigno, unico rimasto in Europa, di un paralizzante bicameralismo paritario con tempi di scelte politicamente accelerate dal dinamismo imposto dalla globalizzazione. A ben vedere una politica dei piccoli passi date le forze disponibili, che sarebbe tornata più che utile necessaria in un sistema politico ormai tripolare a cui mancava un solo tocco di appetibilità (il voto utile) corrispondente alle percentuali delle tre maggiori forze o coalizioni in campo, la soglia del 35% per ottenere il premio di maggioranza. La somma degli errori in buona ed in mala fede compiuti nella vicenda non esimeva in primo luogo Renzi da un obbligo morale prima che politico. Chi consapevole della posta in gioco aveva annunziato perfino il suo ritiro dalla politica, se c’è rimasto, doveva presidiare le scelte fatte e riformulare in altro modo le sue richieste essenziali. Sul piano delle riforme istituzionali e sarebbe ancora in tempo sfidare tutti gli altri a promuovere un Assemblea costituente su pochi punti in tempi brevi e con l’incompatibilità con incarichi parlamentari avendo constatato l’impossibilità di assolvere da parte del Parlamento il doppio compito degli indirizzi per il governo del Paese e delle riforme costituzionali anche per rilevanti conflitti di interesse tra i componenti delle presenti camere e di quelle future.
Elezioni per l’Assemblea costituente da tenersi congiuntamente con le prossime europee senza oneri aggiuntivi e con lo stesso sistema elettorale proporzionale senza esclusioni pregiudiziali trattandosi della casa comune di tutti gli italiani. Questa proposta con le stesse modalità l’ho avanzata a Veltroni segretario del PD, certo che saremmo finiti in un vicolo cieco. Nelle nobili esortazioni che i padri del PD rivolgono per l’unità necessaria del centro sinistra come argine ai populismi non trovo una sola indicazione che faccia tesoro dei fallimenti prima richiamati e tutto alla fine rischia d’essere condizionato da contrapposizioni personali con qualche terzo invocato per fare il paciere. Poca o nulla capacità autocritica e strategica e quel che manca è il salto di qualità da leader a statista pensoso delle sorti del Paese prima che del suo orticello di guerra di ciascuno contro tutti.

Non attenderemo Godot

Spesso le immagini descrivono un evento molto più di mille parole, specie se pronunciate in libertà.

La conferenza stampa del 22 novembre di Bobo Craxi in cui ha annunciato l’ennesima giravolta che arricchisce il suo curriculum politico più unico che raro (in poco meno di 20 anni dal centrodestra alla sinistra massimalista), plastica dimostrazione di un camaleontismo che ha pochi eguali, è apparsa surreale uditi gli argomenti usati per giustificare l’ingresso nell’Mdp suo e del manipolo di sventurati seguaci che lo sostiene.

Non è necessaria un’approfondita esegesi del suo debol pensiero, che è tale perché muove da una menzogna ovvero che “I socialisti sono da 20 anni senza una casa comune” (sic!), per definire le affabulazioni infarcite di non verità , risibili per la loro inconsistenza e sconcertanti per le conclusioni.

Chissà se ai due imbarazzati anfitrioni di Bobo, presenti in ordine sparso all’evento, dopo aver ascoltato le sue parole in libertà, sarà corso qualche brivido sulla schiena?

L’impressione che hanno dato è che non sprizzassero felicità e soddisfazione, salvo la probabile, segreta e vana speranza di poter arrecare qualche danno al Psi, esercizio in cui i nipotini di Berlinguer si applicano con indefessa solerzia.

Uno , il sempre più esangue Roberto Speranza, è arrivato in sala a metà conferenza e, nonostante l’invito a sedersi al tavolo dei relatori, ha preferito declinare, per poi, a richiesta, pronunciare un fervorino con i crismi del minimo sindacale.

L’altro, il simpatico Arturo Scotto, incapace di emanciparsi dell’oratoria da Agit-prop 2.0 che è la cifra costante dei suoi interventi pubblici, dimentico che solo poco meno di 10 anni fa l’ineffabile Bobo lasciò il Partito Socialista, macchiatosi, a suo dire, della colpa di aver stretto un’alleanza elettorale “con i nostri carnefici”, si è lanciato in un poco credibile panegirico dei socialisti che aderiscono al progetto dalemian-bersaniano, proprio mentre, vedi caso, il leader designato, Pietro Grasso, diffondeva un comunicato in cui, altro Italo Amleto, non dava per scontata l’ assunzione della leadership dell’ Mdp.

Per loro dunque un pomeriggio non esaltante, conclusasi con immagini di strette di mano sincere quanto un falso della Gioconda .

I due non avevano di che essere molto allegri: aspettavano Pietro e si sono ritrovati ad aprire la porta solo a Bobo.

A noi, per nulla attoniti osservatori perché consapevoli, conoscendolo bene, che per lui le porte dei partiti sono sempre girevoli, non resta che attendere di capire quando infilerà la direttrice verso l’uscita.

Non sarà come attendere Godot.

Emanuele Pecheux

Dimmi quando te ne andrai

Il 9 novembre, giorno dell’anniversario della caduta del Muro di Berlino, in Italia, neanche a dirlo, l’evento editoriale è costituito dall’uscita in libreria dell’ultimo romanzo di Walter Veltroni, poliedrico personaggio di scuola berlingueriana , di non multiforme ingegno, dedito a ogni sorta di attività che gli consentano di continuare a calcare il proscenio della vita pubblica, mercé il servilismo delle provinciali elites culturali, da sempre a lui prone, nei panni ora di cineasta ora di romanziere, infine di africanista da divano.

Mentre nel Pd e dintorni c’è chi pensa di superare l’onesto Bersani in proposte indecenti, suggerendo per Walter il ruolo di mediatore nel partito e federatore del nuovo centrosinistra, suscitando così il fondato sospetto che da quelle parti ci sia qualcuno che fa abuso di alcol se non di sostanze stupefacenti , i maggiori columnist dei maggiori quotidiani italiani, il giorno prima dell’uscita dell’ultima fatica (si fa per dire) veltroniana, neanche ci si trovasse di fronte all’evento letterario del decennio uscito da un autore in corsa per il Premio Nobel per la letteratura, hanno fatto a gara per presentarlo ai lettori, garantendogli in tal modo una visibilità che “uno scrittore vero” in Italia non può neppure sognare.

Trattasi di Massimo Gramellini sul Corsera, Ezio Mauro su Repubblica e poi La Stampa, Il Mattino di Napoli e Il Messaggero.

Il Quotidiano Nazionale, evidentemente in assenza di qualcuno che avesse voglia di scrivere in proposito, ha pubblicato un capitolo del libro.

Tutti i maggiori quotidiani insomma. Full coverage.

Naturalmente alla compagnia dei serventi a mezzo stampa non poteva mancare il chierichetto Fabio Fazio che, illudendosi di risollevare i deludenti ascolti del suo programma domenicale su Rai Uno, ha proposto ai telespettatori del servizio pubblico, nel prime time, l’ennesima intervista genuflessa al suo idolo.

Dalla lettura delle recensioni si apprende che l’autore si è cimentato nella narrazione del risveglio, dopo ben 33 anni di sonno , nell’Italia contemporanea di un giovane militante comunista, caduto in coma per un incidente durante i funerali di Berlinguer.

Trama che, a ben vedere, è originale quanto la sottomarca di uno yogourt (magro e senza lattosio) in scadenza , in vendita in un discount.

Il bel film del 2003 di Wolfgang Becker, Good Bye Lenin, che evidentemente ha colpito la modesta creatività di Veltroni, ha ampiamente e brillantemente descritto una condizione simile e francamente di una replica pseudo letteraria ne avvertono la necessità unicamente gli amici e supporters di Veltroni.

Sarebbe utile che qualcuno gli spiegasse che, visti i suoi mediocri precedenti nei panni di romanziere,, anziché ricorrere ad improbabili artifizi narrativi, scrivesse , ricorrendo ad un ghostwriter, le sue memorie.

Tuttavia corre l’obbligo, a beneficio di quanti (speriamo pochi) fossero interessati all’acquisto, di informare che l’originalissimo titolo del libro è “Quando”.

Un titolo davvero ammiccante il cui autore si merita la parafrasi della vecchia canzone di Tony Renis: “Dimmi quando te ne andrai, dimmi quando… quando… quando…l’anno, il giorno e l’ora in cui in pace ci lascerai”.

Emanuele Pecheux

Not in my name

Errare è umano, perseverare diabolico: da codesto vizietto i post Pci-Pds-Ds proprio non riescono ad emendarsi: agevolare l’ingresso di magistrati (in servizio o in pensione poco cambia) in politica.  L’elenco è lungo e il buon Bersani non demorde: dopo averlo imposto, cinque anni fa, come (poco apprezzato) Presidente del Senato ora giunge a proporre Pietro Grasso come leader del Csx. (!!!)
Non in mio nome (per quel che vale) e, spero fortemente, non in nome di chi, nel Csx crede che la separazione dei poteri sia fondamento della democrazia e dello stato di diritto.

Emanuele Pecheux

Il sonno di Gionata

“Non fatevi fregare. Noi uno condannato dal tribunale militare per violata consegna lo cacciamo in un batter d’occhio”. Così parlò il Geom. Giovanni Carlo Cancelleri, aspirante Presidente della Regione Sicilia, poco dopo avere appreso la notizia che il Sig. Gionata Ciappina candidato all’Ars per il M5S nelle elezioni di domenica 5 novembre, circa due anni orsono, fu condannato (in appello)a due mesi per violata consegna poiché, nella qualità di appuntato dei Carabinieri in servizio notturno di pattuglia in un paese della provincia di Catania, lasciò il suo posto e andò a dormire.

Cancelleri appresa la notizia prima è caduto dal pero poi, pur sottolineando che trattavasi di un reato non grave (evidentemente Giovanni Carlo detto Giancarlo di vita militare ne capisce poco), ha cacciato Gionata , che, avendo nel frattempo lasciato la Benemerita, è divenuto fervente attivista grillino di Trecastagni, fondando il meet up locale. Ovviamente, a corredo della dichiarazione, l’aspirante Presidente non ha mancato di indirizzare parole di fuoco contro i media colpevoli di cercare di screditare il M5S.

Il punto è che un movimento che ha posto l’illibatezza penale e come condizione per le candidature ed è sempre pronto a puntare il dito contro gli altri non può cavarsela chiudendo la stalla quando i buoi sono scappati, cercando di minimizzare, l’accaduto. Se il cronista non avesse scoperto il fatto, nessuno nel movimento avrebbe posto la questione, per il semplice fatto che non lo sapeva e magari Gionata, ora sveglissimo, sarebbe stato eletto deputato regionale.

Ma com’è possibile che una forza politica che predica l’onestà e la trasparenza, che ha mezzi e possibilità per esercitare i controlli (piattaforme web avveniristiche e quant’altro), scivoli proprio sul pilastro ideologico che è l’essenza stessa della sua esistenza e pensi di cavarsela con un’espulsione tardiva parlando d’altro?

Prima di guardare in casa d’ altri occorrerebbe prestare attenzione a ciò che avviene nella propria.

Diversamente, in un Paese normale, di fronte ad un elettorato maturo, non solo non si è più credibili ma si cade nel ridicolo.

Quanto a Gionata, il suo nome, espulsione o non espulsione, rimane nella lista del M5S ma lui potrà tranquillamente riprendere il sonno interrotto. Non se ne accorgerà nessuno. E comunque, buon riposo.

Emanuele Pecheux

Il deja vu di Nichi

In democrazia ciascuno è libero di pensare e dire ciò che più gli aggrada, anche senza curarsi del peso, della qualità e della ricaduta delle proprie affermazioni.

Ma le radici del becero populismo non affondano forse nell’incultura esibita come virtù, nella ripetizione di mantra da bar dello sport, nell’ingiuria offensiva e provocatoria?

Spesso, tuttavia, come nel caso dei dioscuri del grillismo Dibba-Dima in codesto poco commendevole esercizio, si rotola nel ridicolo con asserzioni che la dicono lunga sullo spessore culturale e politico dei due.

Nella società della comunicazione è pure inevitabile il riemergere nell’agone politico, di chi, pur avendo ben altro background culturale, pur consapevole di trovarsi ormai in un cono d’ombra, e tuttavia incapace di farsene una ragione, in prossimità di una campagna elettorale, cerchi di riguadagnare il proscenio con ragionamenti e proclami che, con pietoso eufemismo, si potrebbero definire vicini al surreale.

Di Nichi Vendola, ad esempio, di cui, dopo la paternità post-capitalista californiana, si erano perse le tracce.

Memore forse del fallimento delle sue oniriche e barocche affabulazioni, il Nostro è tornato ma ha solo apparentemente mutato registro, ricorrendo, a chiusura di un’intervista in cui ripropone il suo torrenziale e verboso campionario di argomenti novecenteschi, valga per tutti la berlingueriana asserzione “mutazione genetica della sinistra” legata ad un supposto “schianto dell’ipotesi riformista”, ha trovato il modo di stupirci affermando che “Pietro Grasso è il nostro programma politico vivente”.

Insomma più che un endorsement, una professione di fede, mediante una perifrasi evangelica in perfetto lessico cattocomunista.

Da dove Vendola tragga le granitiche certezze sulle virtù salvifiche dell’ennesimo Magistrato arruolato nella sinistra dagli exPci e immediatamente elevato al seconda carica dello Stato, non è dato comprenderlo.

Ciò che si comprende è che siamo in presenza del solito dejavu: l’approssimativo e improprio riferimento ad altri contesti nazionali (rimosso Tsipras ecco spuntare Sanders, Melenchon e Corbyn) e l’indicazione di un presunto leader dotato, non si sa come, considerando anche la sua scialba presidenza del Senato, di virtù taumaturgiche a cui affidare l’impresa di rianimare ciò che resta, per dirla con Bruno Buozzi, della “sinistra delle chiacchere” .

Emanuele Pecheux

Banca d’Italia, un tempio profanato o sconsacrato?

Ho riassunto nel titolo i due filoni principali di commento alla vicenda di riconferma o meno del Governatore Visco. La prima del tempio profanato si fonda su di una presunta autonomia sacrale della Banca d’Italia non a caso sottratta al Parlamento, per cui ogni pronuncia dello stesso è giudicata un’invasione di campo fuori dai canoni costituzionali, un vulnus all’autonomia del Presidente del Consiglio nel fare la proposta acquisiti i pareri richiesti nonché del Presidente della Repubblica nel sancire la scelta definitiva. Renzi, a mio avviso ha difeso giustamente la necessità del suo intervento come risposta alla iniziativa dei pentastellati pur con modalità dubbie nel loro svolgimento, improvvidamente scaricandone la responsabilità sulla Presidenza della Camera che avrebbe dovuto far dichiarare l’inammissibilità. La Presidente ha indicato i precedenti respingendo l’accusa al mittente. Una mossa quella di Renzi rivolta ad accreditare la legittima difesa del PD e distensiva verso Gentiloni e Mattarella. Lasciamo da parte tutti i retroscena e torniamo al tema iniziale se si sia trattato di profanazione dell’autonomia della Banca d’Italia, uno dei pilastri per il bilanciamento dei poteri. Ebbene un rapido sguardo alla storia d’Italia ci rende avvertiti che già in altre occasioni ci furono accese polemiche anche parlamentari sull’idoneità di Banca d’Italia e del suo titolare nello svolgimento del suo compito, un esempio per tutti quello sull’operato di Fazio ma uno sguardo più internazione, mentre difende la nomina da invadenze parlamentari, non ne sottrae la responsabilità a chi ne è l’artefice finale con pronunce critiche anche parlamentari come accade in America con la Federal reserve. Detto questo, in favore del parere opposto che non si tratti di un attentato-profanazione verso la Banca d’Italia ma di una sconsacrazione di un tempio che non è più tale ci sono le considerazioni di chi sostiene che il vecchio modello è tramontato e finirà per essere completamente sepolto poiché quasi tutti i poteri si sono concentrati sulla Banca europea per poter competere con gli altri colossi mondiali. Sicché la Banca d’Italia non è ormai che un terminal di quella europea, poiché non muove più la leva di nuova moneta, non agisce sul tasso d’interesse, non decide sul controllo di inflazione e dei prezzi né sugli strumenti monetari per la crescita dell’economia. Il problema che ormai è indilazionabile è sapere chi sarà scelto dagli organi competenti. Una soluzione che parrebbe più logica è quella che non vedrebbe né vinti né vincitori e precisamente la riconferma a Visco a termine per 2 anni col doppio intento di non sconfessarlo nel momento in cui si accinge a difendere il suo operato dinnanzi al’apposita Commissione presieduta da Casini ed attenderne gli esiti anche per una riconferma di più lungo periodo. Altra soluzione è quella di un successore nell’ambito dello staff di Banca d’Italia, tra i più papabili Rossi, che ugualmente alla prima non smentirebbe l’affermazione di Gentiloni di operare a piena tutela dell’autonomia della Banca d’Italia.

Roca

Ordinario antisemitismo

Quello di domenica scorsa è l’ultimo (ad oggi possiamo solo sperare che lo sia davvero) ordinario episodio di manifestazione di razzismo e antisemitismo negli stadi italiani ad opera di gruppi che si annidano nel tifo organizzato delle curve.

A primeggiare nell’indecente ranking di belluina adesione e sostegno a sentimenti nutriti di odio razziale e ignoranza crassa è da oltre quarant’ anni la tifoseria  e, come vedremo, non solo) della Società Sportiva Lazio, non in perfetta solitudine ma anzi con svariati emuli in giro per il Bel Paese.

Basti pensare al caso del giocatore israeliano Ronnie Rosenthal alle cui prestazioni l’Udinese, correva l’anno 1989, rinunciò adducendo problemi fisici del giocatore. In realtà in quei giorni i muri della città di Udine furono imbrattati da scritte in cui si intimava alla società di non ingaggiare un ebreo.

Giusto per ricordarlo, del caso si occuparono in sede politica solo alcuni deputati del Psi che presentarono un’ interrogazione parlamentare.

Successivamente la società friulana fu condannata dalla Magistratura ordinaria per atteggiamento discriminatorio.

La casistica che riguarda la Lazio è purtroppo molto più ricca e non riguarda solo, come si usa ipocritamente sostenere nel farisaico gergo adottato da molti commentatori, “frange della tifoseria”.

Nel 1974 anche le pietre sapevano che all’interno dello spogliatoio della Lazio campione d’Italia, i neofascisti erano presenti in forze, al punto che, negli anni successivi, uno dei giocatori fu eletto più di una volta deputato del Msi.

Quanto alla tifoseria ha spesso dato prova di che pasta è fatta: nel 1992 al giocatore olandese, originario del Suriname, Aaron Winter i tifosi laziali riservarono un accoglienza memorabile: dopo pochi giorni dal suo arrivo nella capitale, apparve fuori dal centro d’allenamento della Lazio una scritta a caratteri cubitali : “Winter raus!”. Il giocatore era sgradito perché di colore e perché, forse a causa del suo nome, avrebbe potuto avere origine ebraiche.

Non basta: Paolo Di Canio, negli anni 90 celebrata bandiera della squadra biancoceleste, per abitudine, dopo un gol segnato correva sotto la curva laziale esibendosi nel saluto romano. Altre volte, lo esibiva provocatoriamente anche contro curve di tifoserie che considerava nemiche (ad esempio quella del Livorno) e, comunque si diceva “orgoglioso di essere fascista”.

Nel corso degli anni la società, e i presidenti che, dagli anni settanta od oggi, si sono succeduti ai vertici, non hanno mai assunto un chiaro atteggiamento di condanna di simili episodi né di censura verso i protagonisti e i fans della curva che hanno seguitato a intonare ululati e cori razzisti rivolti contro i giocatori neri di altre squadre.

Quanto alla FIGC è sempre intervenuta con provvedimenti alla camomilla.

Squalifiche del campo e cosette del genere.

Domenica scorsa si è raggiunto il massimo dell’ipocrisia: a fronte della sanzione comminata per il solito motivo (cori razzisti) alla curva laziale, ovvero il divieto agli ultras di assistere alla partita dalla curva, la società ha avuto la bella pensata di aggirare il divieto, dirottando, per la modica somma di € 1,00 ciascuno, i gentiluomini nella curva opposta, solitamente occupata della tifoseria romanista.

Galantuomini tra cui, non è improprio pensarlo, ci sarà stato pure il leader di Rivolta Nazionale, un tal Simone Crescenzi che ieri ha annunciato che il 28 ottobre intende scendere in piazza con le bandiere con la svastica nazista a ricordo della marcia su Roma.

Quale migliore occasione per dare fondo alla oscena fantasia antisemita? Ecco dunque apparire l’immagine di Anna Frank (non è necessario raccontare la sua drammatica vicenda uguale a quella dei 5 milioni di ebrei della shoah, molti dei quali romani) vestita con i colori della Roma.

Già, perché secondo il turpe pensiero di costoro, il peggior insulto che si possa riservare agli odiati cugini, è “ebreo” o in subordine “negro”.

La Società Sportiva Lazio ha diramato ieri un comunicato che avrebbe fatto meglio a risparmiarsi poiché si legge la solita ipocrita condanna in cui si parla, neanche a dirlo, di “un gruppo ristrettissimo di persone” responsabile di quanto accaduto.

Occorre invece dire con chiarezza che Società Sportiva Lazio ha contravvenuto furbescamente ad un provvedimento dalla Federazione che inibiva l’ingresso allo stadio alla tifoseria organizzata della curva ed dunque, essendo responsabile dell’accaduto, deve ora sopportarne le conseguenze.

Il conto stavolta dev’essere salato non fosse altro perché siamo in presenza di una sostanziale e recidiva indulgenza.

Dispiace perché sotto il profilo calcistico la squadra è una delle migliori, ha ottimi giocatori, alcuni dei quali fanno parte della Nazionale, forse il miglior allenatore dell’ultima generazione ma la punizione è auspicabile che sia esemplare.

Per dirla in parole chiare l’unico modo per punire la società di calcio Lazio è infliggerle una pesante penalizzazione in classifica, una multa pecuniaria adeguata, e vietare per l’intera stagione l’uso dello Stadio Olimpico, dirottando la squadra per le partite casalinghe in stadi il più lontano possibile da Roma, ingiungendo alla società di rifondere per intero agli abbonati ai vari settori dello stadio, privati dello spettacolo per cui hanno pagato salate tariffe.

Insomma una sanzione esemplare che serva da monito ad un mondo in cui sembra valere unicamente il business a scapito dei valori di quel che resta ancora lo sport più popolare al mondo.

Emanuele Pecheux

Deiezioni

Dalla lettura dell’ultimo numero di Panorama si apprende che l’azienda di famiglia del deputato M5s Di Battista, noto Dibba, situata nei pressi di Viterbo, guidata dal papà, il camerata Vittorio, “da anni si propone come azienda leader nella componentistica da bagno, con punte di eccellenza nei cassonetti in plastica, con incorporata una pompa in grado di triturare ed espellere automaticamente acque calde, acide e grasse, deiezioni fecali e carta igienica, provenienti sia dal bagno che dalla cucina”.

Osservato che non si comprende come possano provenire dalla cucina di una casa normale deiezioni fecali e carta igienica, sembra auspicabile che chi, come Dibba, ignora la differenza che corre tra Auschwitz e Austerlitz, anziché alla politica, si dedichi ad implementare l’attività di famiglia, magari iniziando dalla comunicazione.

Emanuele Pecheux