Salvini si stringe il cappio al collo

Salvini è venuto anche a Latina con prevedibile successo. L’anima nostalgica della destra pontina ha da tempo bisogno di gettarsi alle spalle i suoi investimenti di fiducia malriposti ma quello in Salvini è il più recente e il più spericolato. Chi può disconoscere che a Salvini stia a pennello il detto “Scarpe grosse e cervello fino”? Si è chiesto: come faccio a prendere la leadership del centrodestra con un Cavaliere ostinato a restare al comando in consunzione di forze sempre più evidente? Si è risposto da cervello fino: devo abbandonare il connotato localistico nordista e diventare un leader nazionale perciò basta con la denominazione Lega Nord e cavalcare tutto lo scontento ovunque sia possibile. Operazione riuscita grazie al suicidio politico di Berlusconi ed all’impietoso ed impari confronto fisico tra i due.

Chiunque avesse il senso della misura si sarebbe speso per consolidare la posizione acquisita tentando di fare sintesi politica tra il patrimonio autonomistico della Lega e quanto di buono di accreditamento politico rimaneva del Cavaliere: l’appartenenza al PPE e rapporto privilegiato con Taiani Presidente del Parlamento europeo, un ponte privilegiato nei rapporti difficili con l’UE per ridisegnare i trattati ed i limiti di compatibilità con le regole vigenti. L’errore che già ora si rivela un macigno è stato di assommare le promesse elettorali, ciascuna delle quali oltrepassava le disponibilità di bilancio. Fretta di acquisizione del potere (gli oltre 350 posti di sottogoverno da spartirsi), supponenza ed inesperienza hanno generato un mostro di governo Salvinidimaio, l’esatto opposto del salvadanaio protetto dove gli italiani accantonano i loro risparmi contro un domani oscuro. L’operazione spregiudicata che ha consentito il sorpasso della Lega sui grillini aveva ed ha ancora uno sbocco politico coerente: sorpasso a sinistra (l’alleanza coi glillini)ed alla prima occasione rientro sulla destra, prima (se c’è un pretesto credibile) o subito dopo le elezioni europee.

Ebbene no, nella sua megalomania accecante lui, che reclama giustamente la solidarietà europea per non lasciare l’Italia con il temuto tsunami dei migranti, ricerca l’alleanza con Orban e i suoi seguaci indisponibili a qualunque forma di aiuto e di solidarietà. Che significa questa scelta così contraddittoria che indispone la maggioranza europea che finora, Germania in testa, ha fatto il possibile per attutire i contraccolpi dello tsunami che potrebbe ripresentarsi con virulenza se la Siria non avrà pace e cresce la desertificazione? Per inseguire la sua megalomania Salvini ha scelto come suoi alleati in Europa non quelli che ci possono aiutare ma quelli che stanno dando vita nei loro Paesi ad una democrazia illiberale, di facciata col potere accentrato in una sola persona, gli emuli per capirci di Putin che si annette la Crimea con un atto di forza, che destabilizza i vecchi alleati della guerra fredda come sta facendo in Ucraina, che insegue i non allineati al suo interno fino all’avvelenamento in stati sovrani.

Sintesi della mia riflessione: se Salvini, seguace della vulgata macchiavellica, è ancora intento a tesaurizzare al massimo il sorpasso a sinistra, nella sua ebbrezza di potere, contemporaneamente si accredita in Europa come amico dell’estrema destra e quindi tenta il sorpasso a destra, non è sfiorato dal timore che con i due sorpassi contrapposti sta intrecciando un cappio intorno al collo, di cui non solo lui ma soprattutto l’Italia pagherà il prezzo?

Leader di sana e robusta Costituzione

Partiamo da una constatazione di tipo dantesco:”L’Italia è nave senza nocchiero in gran tempesta” C’è la domanda in tutte le forze politiche e sociali in gioco da dove cominciare a dipanare l’aggrovigliato gomitolo che rischia di mandarci a fondo. Di fronte alla rilevanza e complessità dei problemi c’è chi è convinto di aver trovato in una scorciatoia la pietra filosofale in grado di risolverli.

Sottesa a questa improvvisazione cresce la consapevolezza tra i più responsabili che una condizione di successo richiede una sostanziale unità di fondo su valori condivisi, su un patrimonio comune da difendere. Di qui l’impellente necessità di un salto di qualità della classe dirigente individuando i valori condivisi, salvaguardandoli dagli attacchi a cui stanno andando incontro ed entro i quali sono legittime le diverse opzioni in campo. I valori condivisi in dinamiche molto aspre richiedono prioritariamente la individuazione del campo di gioco sul quale deve avvenire il confronto e la condivisione delle regole del gioco possibilmente condivise ben oltre le maggioranze, meglio se unanimi.

Perché si eviti il pericolo di accreditare rifiuti disgreganti rispetto alle conquiste effettuate dall’unità del Paese ad oggi e dal suo ancoraggio al molo europeo che ha fatto tesoro di due guerre mondiali disastrose con livelli di pace e collaborazioni crescenti seppure con alterne vicende, non ci si può sbagliare. I leader che ci possono salvare devono avere come requisito primario quello che comunemente si dice di una persona affidabile, di essere cioè di SANA E ROBUSTA COSTITUZIONE chiedendosi quali errori sono stati commessi perché, pur richiedendo la nostra Costituzione alcuni aggiustamenti, per ben due volte i tentativi messi in atto da fronti diversi dello schieramento politico sono andati incontro a due bocciature popolari referendarie.

E’ necessario prendere consapevolezza che i tentativi in atto dichiarati e perseguiti dalle forze di governo colpiscono il cuore pulsante della nostra democrazia parlamentare. Non sono supposizioni quelle che richiamo ma realtà pubblicamente dichiarate e mai smentite. Partiamo dai leader nazionali grillini,Casaleggio e Grillo, i soci di maggioranza di un arcipelago tenuto insieme dalla individuazione dei nemici comuni e dal loro annientamento in radice piuttosto che dalle soluzioni da dare ai problemi sul tappeto, soluzioni che richiedono per le difficoltà che incontrano il massimo della condivisione e non solo le sommatorie numeriche. Quando parlo di leader di sana e robusta Costituzione il pensiero va all’argine prioritario da costruire contro derive autoritarie tipo quelle ipotizzate da Casaleggio della morte a breve del Parlamento avvicendandolo con la democrazia diretta in realtà etero diretta ad uso e consumo delle sue o analoghe piattaforme o peggio ancora nell’anonimato di una nomina per sorteggio come auspicato da Grillo, spezzando ogni raccordo tra eletti ed elettori, la base di ogni democrazia degna di questo nome. Nelle affermazioni dei due vertici grillini e nel parallelo rapporto di Salvini con i sovranisti di tutta Europa dalla Le Pen ad Orban si scopre la radice profonda ed eversiva dell’alleanza di governo innaturale giallo-verde oltre che nella spartizione degli oltre 300 incarichi di sottogoverno con personale improvvisato purchè fedele così come accaduto con la scelta del Presidente del Consiglio.

Perciò nulla può essere trascurato perché si facciano esplodere le contraddizioni negli avversari con cui bisogna dialogare consapevoli che non prevalgono logiche di potere ma le ragioni ideali della legittimazione a governare. Riguardo al centrodestra è di un’assoluta evidenza che i comportamenti contraddittori e suicidi per FI del Cavaliere nascono dalla bussola dei suoi interessi in gioco che prevalgono su tutto a partire dalla sua conclamata appartenenza al PPE con lo stridente contrasto con la lealtà di Taiani, tenuto in seconda fila quando avrebbe potuto tamponare quella parte di elettorato che, dovendo si riconoscere in un leader, di fronte all’eclissi anche fisica del Cavaliere, è stata spinta in braccio a Salvini. Sul versante dei grillini dialogando è possibile mettere alla prova la tenuta di Fico, presidente della Camera, che nel discorso d’investitura tenne a ribadire di credere nella centralità del Parlamento ed in uno scontro interno avrebbe dalla sua parte certamente la maggioranza dei parlamentari. Perciò ho sottolineato nel titolo che occorrono leader di sana e robusta Costituzione contro derive autoritarie.

Roca

Il deficit è assicurato ma il reddito chi se lo piglia?

A forza di colpi bassi, calci e spintoni un certo accordo pare che sia stato raggiunto tra i nemici-amici del cosiddetto Governo sul reperimento dei fondi per il famigerato “reddito di cittadinanza”. Fondi reperiti essenzialmente “sfondando” il tetto del deficit.

Secondo, cioè, gli insegnamenti del fu Consigliere comunale e maestro di economia del mio paese d’origine, “Cretò”. Quello su cui non mi pare si sia ancora litigato è, invece la destinazione di questo famoso reddito. Finora si è lavorato su un’ipotesi statistica che “classifica” come nullatenenti e prive di reddito certe ipotetiche categorie di cittadini. Che, in quanto categorie e pure ipotetiche non sono in condizioni di strillare se escluse o deluse. Ma per rendere reale questa conclamata elargizione non basta individuare una categoria astratta di beneficiari. È certo che si dovrà procedere per famiglie. Più o meno come per i prelievi fiscali. Non ci saranno redditi numerosi per le famiglie numerose. Però, mangiano le persone, non le famiglie. Quindi buon per le famiglie piccole (o sbaglio?). Ed a quelle grosse forse converrà spezzettarsi o, magari far vedere di farlo.

Poi c’è la questione dei frati e delle monache poveri in canna per voto fatto (che un tempo importava incapacità giuridica di possedere) ma appartenenti ad Ordini ricchi e straricchi. Poi ci sarà la questione dei redditi “indecenti”, come tali non tassati. Ed ai titolari (alle titolari…) dei quali si direbbe che vada il reddito di cittadinanza. Daranno il reddito di cittadinanza alle prostitute?

Insomma tiratela come la volete ma la spesa, l’elargizione del reddito di cittadinanza, benché dopo reperiti i fondi necessari raschiando il barile del deficit, è tutta da mettere a punto e tutta da combattere la battaglia relativa con nuovi colpi bassi ed armi proibite tra partiti e correnti. E tra clientele e popolazioni delle varie parti d’Italia dove la povertà c’è dovunque, ma è assai diversa dall’una all’altra regione e provincia, dalla Città alla campagna.

La macchina “distribuisci reddito” è ancora da studiare. Che funzioni bene e giustamente una volta messa a punto dopo il giuoco con i coltelli sotto il tavolo tra gli “Alleati” di Governo è assai improbabile.

Che ne nasca un contenzioso colossale, che ci mettano becco le Procure, che si debba andare in Cassazione e, magari, alla Corte Costituzionale è assai probabile. Reddito di Cittadinanza? Per ora abbiamo solo il Deficit di Cittadinanza. Per avere chi più chi meno la sua fetta di contenzioso di cittadinanza ci sarà da litigare e da spendere anche, e Soprattutto per il reddito che non ci sarà. Viva l’Italia!

Mauro Mellini

Un Duo al comando

È la domanda più gettonata sui media: Il Duo Salvini-Di Maio saldamente al comando e Tria che c’entra più dopo aver tentato di tutto per ridurre a più miti consigli i due capipopolo? Si è accennato e poi smentito che ci sia stata una telefonata da Mattarella a Tria perché soprassedesse alle sue dimissioni ma ce lo vedete il corrugato Tria difendere il pastrocchio giallo-verde davanti agli organi europei per giunta con i suoi compagni di governo diffidenti? Conoscendo la prudenza di Mattarella le dimissioni di Tria, a meno di conversioni miracolose, sono solo rimandate anche per il decoro politico di Tria, che non verrà ringraziato ma accusato di restare incollato alla poltrona. La ratio di questa apparente contraddizione va ricercata nella prudenza di tenere a cuore il bene della Nazione.

Chi avrebbe potuto negare che le dimissioni immediate fossero state la causa prima della deflagrazione a livello di Borsa e dello spread? Allontanata l’infamante accusa le dimissioni dipenderanno dalla piega degli avvenimenti non dimenticando che fino a tutto il 2018 resta la copertura della BCE a guida Draghi e che l’acqua alla gola dei mercati procederà lentamente ma inesorabilmente. Piuttosto è da sottolineare la trovata giustificativa di Tria di una clausola di salvaguardia in caso di assalto dei mercati, di cui lui solo fa cenno. La dinamica prevalente di questa situazione piena di incognite vede delle concause di particolare gravità. In linea logica chi nelle dichiarazioni, a partire da Conte, giura e spergiura che non esiste alcuna intenzione nel Governo di fuoriuscire dall’euro, mette nel conto che alla vigilia delle elezioni europee, una rigorosa fermezza sui patti sottoscritti e quindi l’applicazione di misure di infrazione costituirebbero l’esca dei sovranisti per tentare di destabilizzare gli attuali equilibri politici europei. Una riprova è la manovra francese di sforare il tetto concordato anche se ci si tiene a ribadire che il debito della Francia è molto più contenuto di quello italiano ma resta evidente che anche altre nazioni ricorreranno alle stesse misure di sforamento pur di accattivarsi l’elettorato.

Ma la situazione italiana ha ben altra gravità perché una ripulsa europea delle misure adottate dall’Italia si presta all’autodifesa :” Se non abbiamo potuto attuare il nostro programma in tutto o in parte è colpa dell’Europa e della sua soffocante mania di austerità”. Se a quest’alibi si aggiunge la competizione crescente tra i due gruppi di maggioranza, con i grillini all’inseguimento dei leghisti dati in sorpasso crescente ed in testa dai sondaggi, emerge la posta in gioco molto più rischiosa per Di Maio e per la sua leadership. Nasce da questa condizione d’incertezza la ricerca di un linguaggio e di una gestualità concorrenziale ad alto rischio democratico.

Nasce di qui l’immagine ostentata dell’invasione del balcone di palazzo Chigi dalla rappresentanza dei grillini al governo insieme col loro capo, evocativa di un ben più drammatico balcone a palazzo Venezia con la dichiarazione di guerra di cui oggi si intuisce la possibile destinataria l’Europa. Come si è potuto cadere così in basso e non temere il peggio? La spiegazione può apparire banale come sempre accade con un male che acceca. I due maggiori azionisti del governo , ognuno per suo conto, aveva dato fondo a tutte le risorse disponibili ed oltre per realizzare i propri caratterizzanti obbiettivi. Un’evidente alternatività che la sete di potere, sottesa alla lotta alla casta, ha trasformata in una sorta di moltiplicazione dei pani e dei pesci assommando i tratti caratterizzanti i due programmi e di qui lo sballo di efficacia e fattibilità. Come ha fatto a resistere il collante tra due strategie così antitetiche a partire dal conflitto profondo tra le attese del nord ricco e del sud che sprofonda, una sorta di grande Grecia che ci impedisce di tenere il passo col resto d’Europa?

La risposta è che il collante è lì in quei 350 posti da distribuirsi di sottogoverno, a cui figurarsi la Lega, coi guai che sta passando, e Casaleggio, per il controllo sulle truppe e l’inseguimento dei leghisti, non possono certo rinunziare. Chi avverte la pericolosità della posta in gioco e vuole metterci riparo invoca un’opposizione rigorosa, a partire dalla consapevolezza degli errori commessi, in grado di offrire un’alternativa al Paese stanando le forze politiche e sociali rimaste senza interlocutori credibili ed affidabili.

Roca

Governo deficitario

C’era nel mio paese d’origine un Consigliere Comunale che per tutto il suo mandato invocò lavori di riattamento delle strade di campagna. Ne tirava fuori la necessità di qualunque cosa si discutesse. Era detto “Cretò”. In una seduta in cui il Sindaco illustrò la situazione del bilancio, sentì questi dire, allarmato: “E poi ci sono cinquanta milioni di deficit”. Cretò, prontamente gli gridò: “Ecco! Ecco! Dite che pe fa’ le strade de campagna non ce so le quatrine!. Co’ sti sordi de sto deficitte de strada ce ne famo un ber po’”.

Salvini-Di Maio sono allievi del Consigliere Cretò. Solo che sono riusciti ad estorcere l’aumento del deficit al povero Tria. Ma il reddito di cittadinanza “aspetta cavallo mio che l’erba cresce…”.

Governo deficitario e sgangherato, ritrova l’unità per aumentare il deficit! Un bel successo! Cretò sarebbe orgoglioso di questi suoi allievi…!!!

Mauro Mellini

La scossa di Chiamparino

Il 24 Settembre 2018 la Stampa ha riportato una notizia-intervista di Chiamparino, Governatore del Piemonte, che sollecita il Consiglio regionale ad approvare la nuova legge elettorale regionale, il cui scopo principale sarebbe una nuova articolazione in collegi che eviti la marginalizzazione delle aree più svantaggiate e perciò marginali reinserendole nel circuito di rappresentanza diretta istituzionale. Questa sensibilità può costituire un punto ideale di ripartenza dal basso dopo che per ben due volte le riforme costituzionali calate dall’alto sono state bocciate nei referendum. Grazie al loro potere statutario le Regioni hanno modo di incidere in direzione di una riappropriazione popolare della rappresentanza, duramente depotenziata da due durissimi attacchi. Il principale quello del passaggio dagli eletti ai nominati, che ha spalancato un’autostrada alle forze antisistema, fornendo l’alibi maggiore alla lotta indifferenziata contro la casta per essere diventata espressione delle oligarchie spezzando il rapporto vitale tra eletti ed elettori; l’altro di aver delegittimato la grande ed unica scuola formativa di nuova classe dirigente, quella disegnata dalla Costituzione con lo Stato della autonomie,sopprimendo la sua articolazione ai diversi livelli nel momento in cui si è degradato l’anello di congiunzione tra comuni e regioni privando le Province della loro diretta legittimazione democratica, che le costringe ad elemosinare le risorse per i loro compiti istituzionali tra cui fondamentale è quello di interloquire con i corpi intermedi e fare sintesi delle loro attese, con un altro risvolto negativo, essendo prevalenti i comuni piccoli e medi, le province costituiscono la dimensione più idonee a spendersi in aiuto dei comuni minori oltre che poter esercitare quelle deleghe della regione agli enti locali avendo la dimensione e la struttura idonea a gestirle concorrendo ad evitare la tentazione imperante di riprodurre a livello regionale il tanto vituperato centralismo statale. Di fronte alla dequalificazione ai più alti livelli di classe dirigente impreparata , condita di disprezzo per le competenze, varrà la pena ricordare l’apporto determinante dato al PD dalla classe dirigente locale, grazie alla quale è stata garantita l’alternanza negli enti locali durante tutto il periodo della guerra fredda. Un patrimonio abbandonato al suo destino, demotivato, una perdita secca per tutto il Paese.

L’Europa non è ancora Orba(n)!

E’ partita con due botti del Parlamento europeo la campagna elettorale europea con gli immancabili riflessi anche sul piano interno dei singoli Stati. Il via libero alle sanzioni all’Ungheria per le riforme contrarie al “valori UE” prelude allo scontro tra europeisti e sovranisti, terzo incomodo gli euroscettici come gli italiani grillini che sono entrati in rotta di collisione con i loro alleati leghisti in soccorso di Orban.

Ci si interroga su questa presa di distanza tra i due azionisti maggiori nel governo italiano. Scontato dopo lo stretto rapporto tra Orban e Salvini che quest’ultimo votasse contro la messa in moto delle sanzioni attivando l’articolo 7 del trattato, mentre i grillini hanno dimostrato consapevolezza che non era un buon viatico opporsi per il confronto ormai prossimo con l’attuale Commissione europea sul DEF.

Poiché è incontestabile che la Merkel è stata decisiva per la compattezza dei parlamentari del PPE, il voto di FI, meno Tayani astenuto in ossequio alla prassi dei presidenti del Parlamento, getta una luce di inaffidabilità su Berlusconi e company .proni verso l’alleato in mezzadria ed ai suoi affidamenti che la roba del Cavaliere non si tocca, il tutto nell’auspicio del ritorno del figliuol prodigo che intanto lo sta sfrattando dal suo elettorato.

Chi l’ha dura la vince, dice un vecchio proverbio corretto e già le europee potrebbero essere lo spartiacque. Ma a proposito di opportunismo non è che i grillini abbiano fatto una migliore figura quando si è toccato votare contro i giganti del Web per obbligarli a retribuire gli editori e più in generale gli autori per i contenuti online. L’amletico Di Maio, in ossequio alla linea Casaleggio, ha mandato la palla in calcio d’angolo gridando:”Vergogna questa è censura preventiva”. Faccio notare che la motivazione data viene alla luce nella stessa giornata in cui sono state avviate le sanzioni ad Orban per il non rispetto dei valori Ue. Solo avanzare il sospetto di una censura preventiva da parte dell’Unione fa capire di chi si è fatto portavoce il salvifico Di Maio.

Roca

Dialogo con Fico o la foglia di fico?

Titola il Corriere della sera:”Fico conquista la festa del PD a Ravenna e attacca l’alleato leghista” non poteva esserci una sintesi più riuscita di un disgelo in atto ma in chiave istituzionale con Fico Presidente della Camera. Sì disgelo perché il PD ancora si divide al suo interno tra coloro che pensano come mettere un cuneo nell’attuale dirigenza del Mstelle ed aiutare a far venir fuori l’anima più democratica del movimento rispetto al cedimento della maggioranza verso la Lega autoritaria sia nell’approccio ai problemi sia nelle sua collocazione europea ed internazionale. Nessuno si aspetta cambiamenti di rotta improvvisi ma in prospettiva strategica ci si chiede chi farà la prima mossa per denunciare il contratto di governo per palese incompatibilità degli obbiettivi di fondo. Ma altrettanto chiaro è che si dovrà ricercare un’alternativa di governo per non arrivare come perdenti al giudizio elettorale.

Ed è questo il punto vero di discrimine all’interno del PD tra i sostenitori del colloquio con il Mstelle e quelli del no a qualunque contaminazione, costi quel che costi, anche a spese del Paese portato al fallimento. L’obbiettivo doveroso,dato lo schieramento delle forze in campo, non è certo la scissione, che non garantirebbe la governabilità, ma l’individuazione di nuovi orientamenti dopo la presa d’atto del fallimento dell’accordo di contratto.

L’interlocuzione con il Presidente della Camera non si ammanta di novità per i distinguo critici,certo apprezzabili, nei confronti di Salvini e company presenti e futuri(ipotesi del partito unico) ma partendo dall’affermazione di Fico all’atto dell’insediamento, la volontà espressa di ribadire” la centralità del Parlamento” e chiedergli come questo punto fermo e condiviso da tutte le forze autenticamente democratica si può conciliare con dichiarazioni ufficiali di due vertici su tre del Movimento che preconizzano l’inutilità del Parlamento e nel frattempo il ricorso per la scelta dei deputati all’estrazione a sorte come unica verifica la Casaggio-associati. Si può parlare di centralità del Parlamento se ancora oggi i 2/3 dei parlamentari sono nominati e non eletti, un distacco tra eletti ed elettori che ha aperto un’autostrada alle forze antisistema assimilando i parlamentari nominati ad una casta privi dall’autonomia della scelta da parte dei cittadini e perciò da abbattere?

Su questo tema di fondo per la difesa della democrazia rappresentativa a tutti i livelli doveva incentrarsi il confronto con Fico altrimenti l’invito rischia di apparire strumentale ad un accordo di governo dai nodi strutturali ed istituzionali irrisolti e perciò scadere ad una foglia di Fico per coprire vergogne di omissioni come la disciplina dei conflitti d’interesse che incentiva il ricorso alla mano pubblica dissuadendo i privati ad investite o la radicalità della restituzione della scelta dei rappresentanti ai cittadini senza la farsa di legare alla scelta dell’uninominale, invece che unicamente alla qualità ed affidabilità della persona prescelta, facendone discendere automaticamente anche la scelta del proporzionale per giunta con liste rigide. Uno sposalizio incostituzionale perché contempla come obbligatorio oltre agli sposi la formula a tre, una sorta di “Io mammeta e tu”.

Roca

Senza un Governo e senza Opposizione

Per dire che in Italia c’è un Governo ci vuole una buona dose di ottimismo ed una ancora più forte tendenza all’approssimazione. Magari sarebbe più facile sostenere che ce ne sono due, cosa che non migliora certo la situazione.
C’è quel Conte, del quale sono più quelli che ne ignorano l’esistenza o lo confondono con il Conte di Montecristo o con il Conte Biancamano che quelli che ammettono che potrebbe essere stato nominato Presidente del Consiglio. Non è nemmeno il Vice, semmai una sorta di controfigura, dei suoi Vice. E quei due Vice non vanno mai d’accordo se non per qualche proclama che nessuno prende sul serio.
La rassegnazione con la quale, dopo un estenuante contesa, questo pseudogoverno diarchico era stato accettato dagli ottimisti (…beh, prima vediamo che cosa riescono a combinare…) è già esaurita. Quel tanto di non entusiastico consenso popolare si è “diviso” tra l’uno e l’altro “semigoverno” e con esso lo sprezzo e le critiche per l’altra metà.
Salvini sopravanza Di Maio…E Conte? Conte non conta nulla…
Se il Governo, più che perdere consensi, sta diventando una entità vaga ed incerta, un terreno di scontro tra due parti politiche, che dicono di sostenerlo, non cresce certo qualcosa che si possa chiamare Opposizione. Quelli che vogliono darci ad intendere che “sono l’opposizione” sono solo degli esclusi dalla sceneggiata del Governo che non c’è e dalla maggioranza che ne sostiene qualche pezzo.
Il Partito Democratico più che altro sembra impegnato a farsi dimenticare. A far dimenticare Renzi, il “Partito della Nazione”, il tentativo di manipolare sconciamente, complicandola, la Costituzione, la batosta del referendum che ha impedito tutto ciò. Ed invano il P.D. vuole farsi passare per il partito dell’antigrillismo, della politica contro l’antipolitica, dei valori della democrazia.
La gente sente assai meglio dei politici e dei politologhi, che il Cinquestellismo non è altro che la raccolta indifferenziata dei rifiuti, anche e soprattutto tossici della Sinistra, ed, al contempo, una retrocessione alle origini premarxiste della Sinistra stessa. Non basta certo che qualche voce si levi al suo interno ad invocare un “nuovo” P.D., il “nuovo” è stato sempre invocato da chi non sa come vivere la sua vecchiaia.
La Destra, grazie a Berlusconi che l’aveva salvata dal golpe di “Mani Pulite”, non esiste più.
Forza Italia, si dice partito di opposizione ma anche alleata della Lega che è al Governo (si fa per dire). E perde e perderà ogni occasione per offrire al Paese qualche prospettiva che non sia l’appello ai “moderati”, qualifica ed entità vaghe. E che in questo contesto significa i cascami dei cascami, i rifiuti dei rifiuti.
Il Governo che non esiste potrà sopravvivere grazie all’opposizione che esiste ancora di meno.
È la peggiore delle prospettive che possa essere concepita.

Mauro Mellini

La tenuta dei conti e del governo Conte

Nonostante le rassicurazioni del ministro Tria sulla prossima legge di bilancio, i dati non sono rassicuranti per corrispondere alle promesse elettorali del governo giallo-verde sicchè la diplomatizzazione dei contrasti al momento delle scelte dovrà necessariamente vedere dei vincitori e dei perdenti, con le conseguenze anche politiche che potranno discenderne. Fondamentale sarà la posizione della componente intermedia che sempre più sta emergendo tra le due preminenti della Lega e del M5stelle. Qualche nome non guasta per identificare quella che potrebbe fare da ago della bilancia. A partire dal Presidente Conte a Tria a Moavero, allo stesso Savona col suo piano imperniato sugli investimenti, specie infrastrutturali di assoluta urgenza come ha dimostrato la tragedia di Genova, come il terreno più adeguato su cui tentare una mediazione con la UE.

Qualcuno potrà obbiettare che si tratta di vasi di coccio tra i due di ferro,Lega e M5stelle ma non tiene in debito conto che il punto di coesione della terza forza è di essere quirinalizia,strettamente legata al ruolo di garanzia di Mattarella, esercitato con assoluta fermezza nei confronti di Savona per avere ammesso di poter ricorrere ad un piano B, quello dell’uscita dall’euro di fatto destabilizzante per l’intera zona Euro. Questa terza forza, pressocchè senza numeri in Parlamento, si giova di punti di riferimento internazionali: dal termometro dello spread a quello delle associazioni di rating che in autunno si pronunceranno sulla salute dei conti pubblici in Italia e non ultimi i battiti di colpo dei mercati sulla capacità di mantenere almeno per un decennio gli impegni assunti per onorare i prestiti ricevuti. Si tratta di far fronte a vere e proprie scosse di assestamento del bilancio dello Stato messo in sicurezza da scelte destabilizzanti se sommate fuori da un quadro interno ed internazionale di compatibilità.

Di fronte a questa dinamica che rischia di vanificare gli sforzi già compiuti nella scorsa legislatura e di tornare indietro come al gioco dell’oca,i movimenti sussultori nella maggioranza, che suscitano sconcerto negli stessi elettori che l’hanno legittimata, risultano aggravati per la mancanza dell’unità e della autorevolezza di un’opposizione che vada al là della correzione di bozze dell’azione governativa e disegni una proposta alternativa sia nei contenuti che nel sostegno parlamentare facendo esplodere le contraddizioni nei gruppi di maggioranza. Un cuneo è possibile aprire in questa direzione piuttosto che arroccarsi sull’eredità passata con l’auspicio implicito che vadano a sbattere così si vedranno che hanno avuto torto gli elettori ad accordare la loro fiducia a degli incompetenti improvvisatori. Ammesso che questo dovesse accadere magra consolazione per chi erediterebbe un Paese ancor più prostrato di quello lasciato. Di qui nasce l’obbligo morale prima che politico di mettere le basi di una maggioranza alternativa per impedire che il Paese vada alla deriva.