Vacatio romane e peccati Capitali

A Roma vacatio tante, nobili quelle legis et memoriae e più volgari fossi e buche. La vacatio legis ad onta dei proclami prevede per i grillini parlanti la tolleranza zero per gli avversari e uno sfumato accertare per gli amici prima di giudicare rimettendosi al finale giudiziario. Ma quello più eclatante, nonostante il sorriso mesto ma accattivante della Raggi (poveretta chi gliel’ha fatto fare? Certo l’ideale!) è la vacatio memoriae della Sindaco, un minicolosseo di non so di non ricordo fino all’ammissione a cuore aperto che il prodigio Lanzalone era stata una benevole concessione della coppia Di Maio in Buonafede.

Questa volta la responsabilità è chiaramente d’altri nulla a che vedere con Marra suo braccio destro finito agli arresti per corruzione con un codicillo tutto familiare dell’assunzione anche del fratello. Si dà il caso che in ambedue i casi la responsabilità in qualità di sindaco ricada sulla Raggi. Per molto meno altri furono invitati a lasciare. Ma l’opportunità politica non ha nulla a che vedere con la bilancia della giustizia politica chiamata a scegliere il male minore almeno a breve termine: evitare che con la Raggi venga giù anche il sole del potere su Roma ed arrivi il commissario. Ma c’è un peccato capitale in tutto questo affare che rimanda ad uno più grande, veramente capitale di tutto l’ordinamento ed è quello che faceva dire a un maestro come Sartori che le “cariche ingessate (senza possibilità di ricambio altrimenti viene giù tutto, nel nostro caso l’Assemblea capitolina con quel che ne consegue) favoriscono gli incapaci e/o i corrotti. ”Un giudizio su misura sulla vicenda romana, che in un arco di tempo più ampio non risparmia nessuno dei concorrenti in campo.

Da anni mi domando: possibile che nessuno, in nessuna forza politica compreso il PD pur continuando ad avere riserve sempre espresse e sempre inascoltate, si sia posto il problema di rimuovere una vera e propria barriera istituzionale sotto un duplice profilo. Il primo, di cui abbiamo parlato riferendoci alla vicenda romana, per cui un vertice inadeguato al compito non può essere rimosso senza far cadere anche l’Assemblea ed il secondo a mio avviso ancora più grave, vera barriera istituzionale, è che, se dalla scuola degli enti locali emergono personalità di rilievo ed affidamento, s’inceppa l’ascensore politico, carica natural durante, adducendo per l’esclusione l’inopportunità politica di impegnare ad altri livelli chi creerebbe un vuoto di potere a caro prezzo. Ebbene se a questa valutazione aggiungiamo un contesto ancora più anomalo ed immorale per una democrazia rappresentativa qual è quello del permanere per i 2/3 dei parlamentari il vecchio e corruttorio regime dei nominati al posto degli eletti, non dobbiamo meravigliarci che la cooptazione dall’alto svuoti completamente la democrazia rappresentativa e prepari una svolta autoritaria verso l’uomo forte per somma di poteri, alla Orban alla Putin per intenderci che incantano i Salvini di tutta Europa, piuttosto che una democrazia forte per istituzioni governanti e governabili.

Giacchè siamo nel Lazio possibile che nel PD, nonostante i miei richiami rivolti anche personalmente a Zingaretti, non ci si preoccupi che la barriera istituzionale del commissariamento che conseguirebbe a segretario del PD, non venga rimossa attraverso l’istituzione a tutti i livelli della sfiducia costruttiva che ha dato buona prova di sé negli stati federali consentendo in ogni momento utile l’osmosi di classe dirigente dal basso verso l’alto, ultimo esempio probante quello della Spagna. L’omissione nel Lazio è tanto più grave perché le norme statutarie consentono di provarci, al limite ricorrendo ad una iniziava condivisa anche a livello nazionale. Non troverebbe l’adesione anche dei Grillini poter avvicendare la Raggi o chi come lei si dimostri inadeguata senza far venire giù tutto?

Ecco perché ripeto che la regione-Lazio potrebbe fare da battistrada di un rinnovamento istituzionale dal basso, dopo quelli miseramente falliti perché calati dall’alto.

Roca

Miopia l’opposizione senza alternativa!

Opposizione dura e pura, anche d’effetto come negli interventi di Renzi e Del Rioma senza costrutto se non disegna e si batte per l’alternativa. Non per quella di là da venire per poi giudicare i vivi e i morti perché la vivisezione avverrebbe sul corpo del nostro Paese ed anche l’opposizione ne pagherebbe le spese. Che l’alternativa sia possibile nel corso della legislatura è più che un’ipotesi di lavoro, l’occasione c’è stata già nella fase preliminare della formazione del governo e non è stata colta per dare la prima scrollata all’attuale maggioranza determinata ad assicurarsi il massimo nella spartizione del Governo e nel sottogoverno.

Simmetricamente ha agito la Lega per egemonizzare in via definita tutto il centrodestra .Il contratto per dichiarazione espressa dei suoi maggiori interlocutori non è un’alleanza politica ma occasionale dettata dalla dall’assenza di alternative agibili. Risolta la spartizione resta in piedi e come l’accumulazione delle posizioni e risorse occorrenti per la competizione, oggi interpretata da Di Maio e Salvini con Conte a far da ponte su due pilastri competitivi con l’incognita su chi si sfilerà per primo per governare da solo. La ragion pratica suggerisce di tener vive le differenze per legittimare l’uscita dal contratto con reciproche accuse di averlo tradito per accreditarsi come le forze alternative per eccellenza.

L’accreditamento di questo scenario per l’oggi e per il domani presuppone un’accelerazione per la ricerca di una nuova legge elettorale appena passata la sbornia governativa e la credibilità si farà sentire come requisito necessario per arginare la diffidenza dei mercati che traguardano almeno al ventennio necessario a remunerare i soldi investiti. Non è con le montagne russe delle contrapposizioni e delle dichiarazioni, rivelatisi esiziali per i precedenti protagonisti della scena pubblica, che la conduzione governativa apparirà più affidabile e stabile per gli alleati e i mercati ed è in questo percorso accidentato che l’opposizione deve essere unita nel prospettare un’alternativa agibile accreditandosi come un secondo forno alternativo nei contenuti e non solo nella spartizione del potere. Sotto questo dirimente profilo i due interventi di maggior rilievo del PD, Renzi e del Rio, hanno dimostrato l’assenza di una proposta alternativa e di una severa autocritica degli errori compiuti e spesso condivisi.

L’occasione per un’inversione di rotta è certo l’esito dell’europee del prossimo anno in cui scadrà, come a novembre in America, il primo esame popolare sul percorso seguito da tutte le forze in campo e delle prospettive di agibili alternative che sappiano coniugare il conforto degli elettori e i conti della serva dei creditori registrati dal termometro dei mercati.

Roca

Conte, il ponte a rischio su Di Maio e Salvini

I talloni d’Achille del nuovo governo sono tanti e tutti nel programma ma il più vulnerabile è: Ce la farà Conte a far da ponte tra Di Maio e Salvini? Chi dei due si sfilerà per primo? Tutto lascia supporre che sarà Salvini. Infatti Di Maio ha teorizzato, quasi fossero sullo stesso piano, la scelta tra un doppio forno, Lega o PD, un errore enorme, che la vecchi DC non ha mai fatto, che ci sia un uomo buono per tutte le stagioni e se alla fine, senza dialettica interni con altrettanti interpreti, il M5stelle finirà per scindersi .Diverso l’errore di Salvini: avere scelto di tenere il piede in due staffe,ai primi passi specie in Europa, inciampa e cade. A meno che non scelga di rinunciare all’egemonia su tutta la destra e di mettersi in proprio favorendo la fusione con la Meloni. In questa vera e propria schizofrenia che fine fanno le istituzioni, oggetto del più grave tentativo di spallata dall’avvento della Repubblica?

La ricetta che ha in testa Salvini non lascia dubbi di sorta è un regime alla Orban, autoritario da costruire assommando i poteri. Non è un caso che, cercando di farsi spazio di sopravvivenza, la Meloni abbia giocato allo sfascio aderendo all’improvvido tentativo di impeachment da parte di Maio, insieme con la proposta di optare per una Repubblica presidenziale, abbandonando lo schema di raccordo tra Lega e FI, considerando ormai cotto Berlusconi.

Il tentativo di Di Maio, senza drastiche correzioni di rotta, ne segnerà la fine politica perchè sulla linea oltranzista ultra-leghista il testimone andrebbe a Di Battista, più tribuno di lui. Qualcuno dirà che ha già cominciato a farlo andando a Canossa da Mattarella ma quanto questo coraggio di ravvedersi prelude ad un cambiamento di rotta verso il rispetto del dettato costituzionale e dell’equilibrio dei poteri? L’andata a Canossa da Mattarella tra l’altro lascia supporre che l’accoppiata Grillo- Casaleggio Associati non gli avrebbe mai perdonato di perdersi la spartizione della torta di ben 350 cariche di sottogoverno scadute o in scadenza, così come la colpa grave di aver lanciato l’azzardo dell’attacco a Mattarella senza il preventivo accordo con Salvini, certamente pressato da Berlusconi a tenersi in disparte pena la fine clamorosa del centrodestra unito, l’unico idoneo al momento a raggiungere la soglia del 40% per governare da soli.

Con questa divaricazione di linee e di obbiettivi è inutile nascondersi che il ponte Conte rischia di crollare alla prima occasione utile per Salvini di sfilarsi e puntare alla maggioranza assoluta con lui leader indiscusso con tutto quel che segue nella direzione già citata. Per nostra fortuna nel governo c’è un cuneo quirinalista che, a partire dal Presidente del Consiglio, sa che con Mattarella non si scherza e che la moral suasion presidenziale non si esercita solo a livello nazionale ma anche internazione, specie in Europa avendo conquistato su un campo minato ancora più credito che in passato. Il discrimine sarà sempre più sulle sorti delle nostre istituzioni, adeguate o superate con salti nel buio e di pari passo con analoga sorte per quelle europee.

Rispetto a questo terreno di sfide incrociate quello che non si vede finora è il ruolo, decisivo se propositivo e non puramente oppositivo, del terzo incomodo attore, il PD, del sistema tripolare fermo all’ultimo appello ad un fronte repubblicano da parte di Calenda, scelta emergenziale destinata a sfumare con ulteriori dilazioni dopo la formazione del nuovo governo. Se si perviene ad un’indicazione unitaria del centrosinistra approfondita e rapportata sin da ora alle prossime europee, l’ esito darà la scossa comunque agli equilibri politici dentro e fuori Italia.

Roca

Salvini: sorpasso a sinistra e sterzata a destra

Decisamente vien da dire: Salvini scarpe grosse cervello fino! Riporto integralmente un brano del precedente articolo smentito solo dalla tempistica accelerata di Salvini. Per mantenere unito di fronte al Paese il Movimento uno e trino viene scelto Conte che tutt’al più potrà resistere per un po’ di tempo se diventerà il Giano bifronte essendo Di Maio incollato agli altri due finché sono insieme. Questi i conti dentro il Movimento e fuori deve farli con Salvini, che per svuotare il suo vecchio alleato Berlusconi consoliderà il primato all’europee sfidando il M5 stelle a chi è più euroscettico e poi,facendosi carico della roba cara a Berlusconi, farà la pace col centrodestra per lanciare il guanto di sfida ai 5 stelle (Di Maio?), una vera e propria frana che si abbatterà sul ponte di Conte, che non sarà certo, stretto com’è, quello di Cavour. Il contratto ha dentro di sé tutte le contraddizioni per motivare la messa in mora dell’uno all’altro con reciproche accuse di tradimento. Un contratto che per non avvalorare le preoccupazioni di Mattarella ha parole rassicuranti mentre le scelte sono deflagranti nei confronti della nuova Europa da costruire e della sua autonomia nei confronti delle altre potenze mondiali. Un futuro che preannunzia il ritratto di Dante: ”Nave senza nocchiero in gran tempesta”. Intanto il gran nocchiero in questo passaggio decisivo c’è stato e passerà comunque alla storia per aver affrontato da solo, senza il partito di appartenenza ideale in cui si riconosce quel PD che ha tradito la lezione storica di Moro ed in particolare da Renzi che aveva avuto il merito di due assist formidabili come Mattarella e Gentiloni per restare in Europa da protagonisti insieme con Francia e Germania. Parlo come grande nocchiero, con i limiti costituzionali del suo incarico, di Sergio Mattarella e della destrezza e fermezza esercitate salvando in questo frangente l’onore dell’Italia agli occhi dell’Europa e del mondo. I telegiornali hanno parlato della circostanza che al Quirinale sono rimasti di stucco di fronte al rifiuto da parte di Salvini della disponibilità di Mattarella ad un’alternativa a Savona nella persona del suo più fidato collaboratore Giorgetti, a cui nessuno avrebbe impedito di trattare in Europa come si fa normalmente fissando i punti su cui confrontarsi rinviando ciascuno di essi ad un tavolo tecnico dove poter disporre di tutti i maggiori esperti a sostegno delle proprie tesi a cominciare da Savona. Non è un retro pensiero ma un avanti-pensiero, messo sull’avviso dalla Meloni quando gli aveva rimproverato di essere caduto nella trappola dei 5stelle.Il ragionamento prevalso è stato: perché confortati dal consenso crescente della Lega e del centrodestra di fronte all’arretramento dei 55stelle andare a spartire con loro il potere a partire dalla tavola imbandita del sottogoverno di tutti i rinnovi ed ingrossarli poiché nella trattativa Salvini da solo sarebbe penalizzato? Così si spiega il braccio di ferro col Quirinale e la sterzata a destra dopo il sorpasso a sinistra. Siamo solo agli inizi ed è bene ricordarsi il vecchio detto popolare: “Il diavolo fa le pentole ma no sempre il coperchio!” Se l’opposizione non continua a fare il morto a galla e si rimette a nuotare in direzione di un’Europa più solidale, che ci ha lasciati soli di fronte a tsunami epocali come l’immigrazione con tutti i rigetti cha suscitato, la fermezza di Mattarella avrà mantenuto il treno Italia sui binari tracciati dai padri nobili che hanno assicurato all’Europa settant’anni di pace vaccinandola dai tentativi disgregatori, esterni ed interni, questi sì da evitare per salvaguardare l’autonomia e la sicurezza nostra e di tutt’Europa.

M5S, uno e trino

Salvo ripensamenti o suggerimenti del Colle dell’ultimo minuto il Governo è varato. Su chi poggia il contratto? Il M5stelle e la Lega di Salvini. Il Movimento per ora, non è dato sapere domani, è uno ma trino, capo provvisorio Di Maio, ondulatorio Grillo, permanente la Casaleggio-associati. Incominciamo da Di Maio, la sua debolezza deriva dal farsi prendere dall’ansia“dell’ora o mai più”, che gli fa dire “per me Lega o PD pari sono purchè il leader sia io!”e sappiamo com’è andata a finire. I poteri forti nel Movimento sono altri a partire da Grillo, il padre fondatore che se ne infischia del suo dichiarato capo politico al punto che mentre Di Maio cerca di accreditarsi in Europa e bussa alla porta di Macron, il più europeista di tutti i capi europei, Grillo rilancia il referendum pro o contro la permanenza nell’euro non senza una ragione: contendere al futuro concorrente Salvini l’elettorato sovranista che hanno in comune. Di Maio non fa una grinza e non resta nemmeno allineato e coperto, va alla carica di Macron per contestare la Lione-Torino, come a dire, altro che europeista, i patti già fatti, pur di acquisire i voti dei NO-TAVe dei centri sociali, sono carta straccia.

Altro potere forte, strettamente legato a Grillo, la Casaleggio-Associati accantona per ora Di Maio perché mai rinuncerebbe a mettere le mani sulla torta dei rinnovi da fare, il tanto vituperato sottogoverno. Per mantenere unito di fronte al Paese il Movimento uno e trino viene scelto Conte che tutt’al più potrà resistere per un po’ di tempo se diventerà il Giano bifronte essendo Di Maio incollato agli altri due finché sono insieme. Questi i conti dentro il Movimento e fuori deve farli con Salvini, che per svuotare il suo vecchio alleato Berlusconi consoliderà il primato all’europee sfidando il M5 stelle a chi è più euroscettico e poi,facendosi carico della roba cara a Berlusconi, farà la pace col centrodestra per lanciare il guanto di sfida ai 5 stelle (Di Maio?), una vera e propria frana che si abbatterà sul ponte di Conte, che non sarà certo, stretto com’è, quello di Cavour.

Il contratto ha dentro di sé tutte le contraddizioni per motivare la messa in mora dell’uno all’altro con reciproche accuse di tradimento. Un contratto che per non avvalorare le preoccupazioni di Mattarella ha parole rassicuranti mentre le scelte sono deflagranti nei confronti della nuova Europa da costruire e della sua autonomia nei confronti delle altre potenze mondiali. Un futuro che preannunzia il ritratto di Dante :”Nave senza nocchiero in gran tempesta”. E le opposizioni? Berlusconi si morde le mani per aver dato via libera a Salvini pur avendo il deterrente delle amministrazioni locali da far pesare, attendendosi almeno un disarmo del fronte giustizialista. Messo nel conto che il contratto potesse essere ondivago, per poter di volta in volta attraverso Salvini fungere da timoniere, non si aspettava certo un contratto onDavigo un arretramento tale che fa dire a un garantista come Facci che è un insulto a due glorie patrie come Beccaria e Filangieri.

E le opposizioni? Degli errori di Berlusconi abbiamo già accennato ma quello più grande di cui non vuole rendersi conto è di non decidersi a passare ad una monarchia costituzionale e di chiamare Taiani a fare il leader a tempo pieno col nobile intento di tornare in patria a difendere la frontiera di quell’Europa del cui Parlamento è Presidente, ostinandosi a riproporsi per l’ennesima sconfitta. Del PD non ripeto la mia tesi di aver tradito l’eredità politica di Moro, di giocare le proprie supposte fortune sulla pelle del Paese, la cui frontiera più avanzata oggi è proprio l’Europa, radicandola nelle sue istituzioni democratiche.

Nessuno dei riformatori che si fosse chiesto com’è potuto accadere che, dopo la insulare Gran Bretagna, solo in Italia la maggioranza assoluta sia andata alle forze antisistema e degli euroscettici. La causa prevalente di questa patologia va ricercata nel fatto che in un Paese a democrazia parlamentare rappresentativa c’è stato il passaggio dagli eletti ai nominati dalle oligarchie dei partitino tagliando le radici del rapporto vitale tra eletti ed elettori. Si parla sempre dell’omissione grave del non disciplinare il conflitto di interessi ma ancor più grave essersi accomodati sull’amaca del Porcellum dei nominati sottraendoli alla scelta popolare. Di qui gli attacchi alla casta e la legittimazione politica a chi diceva: Basta!

Roca

Colletti bianchi, incazzati neri

Si stanno letteralmente scannando per inezie politiche. Non è un’eccezione; è la prassi del dibattito di oggi. Intanto per le strade succede qualcosa che assomiglia sinistramente alla guerriglia: roghi, manganelli, molotov. Assetti da guerra.
La gente è povera, depressa e confusa. Lo dicono tutte le statistiche che ogni giorno ci vengono portate all’attenzione. Ma nemmeno questi tre aggettivi rendono bene l’idea; la verità è che siamo incazzati, incazzati neri. Dico noi che siamo il ceto medio; i privilegiati, i tranquilli, gli speranzosi. Il nerbo progressivo del Paese. Gli ex di tutto questo.

Ovviamente è meglio non spingersi a dare un’occhiata al ceto basso: non aprite quella porta. Quelli sono carne bruciata, gente che non compare nemmeno nelle statistiche, malignamente predisposta com’è a dare un’immagine distorta del Paese. Fa talmente schifo il ceto da 800 euro al mese che c’è da sporcarsi solo ad ammettere che ha qualche problema. Nessuno perde tempo per loro. Il fatto è che il ceto medio, ora, sta andando incontro a quello basso.

All’appuntamento ci sta andando in picchiata. Cominciamo ad andare in giro con un dente sì e uno no, perché i soldi per tutti non li abbiamo più. Per via della nostra scarsa sorveglianza sull’andamento dell’economia, come dice il nostro (ricco) presidente. Stiamo diventando anche ignoranti; perché i soldi per l’altro dente li abbiamo sottratti al conto in libreria. Serpeggia un pestilente senso di colpa di chi ha perso l’abitudine a pensare al bisogno come a un fatto della vita reale, vera e concreta, di chi si è abituato a vederlo col binocolo, incartato nelle brutte notizie, assieme al maltempo e alla scomparsa di ragazzine.

Naturalmente i ricchi sono più ricchi, visto che il denaro non ha la proprietà metafisica di svanire nel nulla. La Fiat diminuisce la produzione delle sue macchinette (oh, la Punto è uscita di produzione), la BMW aumenta quella delle sue fuoristrada da 100.000 euretti. Non tutto va male nell’industria, non in quella del sollazzo d’alto bordo.

Il ceto basso intanto continua a pulire le strade, a infilare le lettere nelle cassette, a mungere le vacche, a tornire bulloni, con la certezza di non potersene mettere nemmeno la metà di denti, senza la speranza di potersi fare una risonanza al fegato in tempo per non lasciarci la pelle. Senza la forza contrattuale di poter prendere a schiaffi chi gli dice: “fammi ancora un po’ più ricco, che poi quello che mi avanza è tutto per te”. Mentre noi, orgoglio del paese, abbiamo smesso da tempo di fare quello che dovevamo: almeno studiare, almeno inventare, almeno saper trovare qualche buona idea. Tanto buona da poterci governare un paese…

Basta con l’Aventino sulla pelle del Paese!

Mi sono imposto di rendere testimonianza alle più grandi esperienze vissute in diretta e di tentare di passare il testimone a più giovani generazioni che non hanno avuto Maestri tali che hanno pagato con la vita le loro scelte, come in campo cattolico democratico è successo con Moro Ruffilli e Bachelet. Lo so che qualcuno da perfetto incosciente ha tirato un sospiro di sollievo alla notizia del tentativo riaperto di accordo tra Salvini e Di Maio con la benedizione di Berlusconi. Il Cavaliere autorizza la loro libera uscita pur di farli sfogare ed evitare che la roba di casa diventi il bersaglio grosso dei “nulla facenti e incompetenti” ed io aggiungo dei “senza partito”. Infatti se un supposto garante delle norme interne di partito (tra cui alcune aberranti), come Grillo, si permette di smentire il da lui riconosciuto capo del partito Di Maio, appena saltato il confronto col PD, e rilancia il referendum sull’euro, il partito non c’è o più semplicemente “Il partito sono me!” L’intento evidente di Grillo è di fare concorrenza a Salvini nel fare intravedere la fuoriuscita dall’UE quando Di Maio, come tutta Europa sa, fa la corte a Macron col nobile intento di essere in prima fila, come lo furono i Padri costituenti, per un’Europa più solidale specie verso il Sud, porta aperta all’immigrazione al limite del collasso senza una operante solidarietà europea.

Per farmi capire in questa mia bocciatura della posizione aventiniana fatta propria da tutto il partito, primo ispiratore e sostenitore Renzi, mi rifaccio all’ispirazione del mio libro-intervista “Il testimone da Moro e Ruffilli” nell’ insegnamento essenziale: se ci sono rischi per il partito e per il Paese viene prima il Paese a cui non si deve far mancare, piccola o grande che sia, la propria forza di condizionamento, ai fini della tutela dello stato democratico. Il passo indietro di Martina sulla linea di opposizione di Renzi, scorrettamente anticipata rispetto alla decisione della direzione, ha fatto perdere di credibilità al PD nella conclamata collegialità rispetto alla democrazia etero-diretta del M5stelle, mentre era possibile formulare una precondizione per un confronto costruttivo a partire dal dibattito su di un governo giudicato anche fuori Italia un salto nel buio con riflessi negli equilibri europei tra forze e Paesi pro Europa ed euroscettici.

Per non scaricare il peso immane delle responsabilità sul solo Capo dello Stato, la cui elezione è stata indubbio merito di Renzi sottraendola ai condizionamenti ad personam del Cavaliere, mi permetto di arrivare a sintetizzare la mia proposta .E’ vero o no che se fosse passato l’Italicum con il ballottaggio strappato alla destra da sempre contraria, si evitava qualunque inciucio ed oggi avremmo una destra governante senza l’alibi che gli altri le impediscono di realizzare il suo programma? E’ vero o no che l’altro bambino gettato con l’acqua sporca (?) è stato ricondurre il rapporto del Governo ad una sola Camera, ponendo fine, almeno su questo punto essenziale,al devastante ping-pong di un bicameralismo perfetto, unico in tutta Europa, proseguendo nell’handicap di voler concorrere in una formula 1 sempre più accelerata a livello globale ricorrendo ad una macchina d’epoca? Ad essere onesti non sorge più che un dubbio che il “no” duro e puro a quelle due conquiste fosse motivato dalla convinzione diffusa, a partire da Renzi, che fosse lui solo a poterne beneficiare, dato il successo conseguito alle europee, alla faccia dell’indubbio interesse generale del Paese?

Vogliamo una lunga decennale agonia della II Repubblica e un Paese sempre più fanalino di coda in Europa o mettere le basi della terza Repubblica con un sistema politico per ora tripolare ma suscettibile di ulteriori articolazioni per eterogeneità che contraddistinguono le attuali prevalenti formazioni? A questo doveva servire un governo di tregua per avere il tempo opportuno per un confronto atto a generare un governo di legislatura, un confronto necessariamente di più lunga durata di quello tedesco svoltosi tra forze che già avevano avuto un serrato confronto ed un’operativa collaborazione tra di loro. Se il nuovo governo saprà mettere tra le priorità le basi della terza Repubblica e no solo scardinare le riforme compiute o in corso d’opera, il PD deve essere pronto ad un confronto costruttivo e non dare mai la sensazione di perseguire la rivincita del “Tanto peggio tanto meglio”, che sarebbe sulla pelle del Paese con la deriva verso l’uomo forte per somma di poteri, di putiniana od orbaniana suggestione che tanto suggestiona Salvini, rispetto ad una democrazia forte per istituzioni governabili e governanti proprie di un Paese all’altezza delle nuove sfide.

Roca

A proposito di socialismo

L’altro giorno l’ho visto. Aveva quasi le lacrime agli occhi. Si rigirava tra le mani una foto depigmentata dal tempo. Era quella di suo fratello. Il fratello di mio babbo, mio zio. È morto giovane, cadendo dalla moto. Papà ha alzato gli occhi sentendomi arrivare. L’ho guardato, mi ha guardato. Ogni cosa si è astenuta dall’accadere. Gli è arrivata in soccorso una frase. Non parlò dell’incidente e nemmeno degli episodi di gioventù. Disse solo: “Era un grande operaio”.

Essere un grande operaio. È una frase che non ricordo di aver mai sentito pronunciare, non negli ultimi venti anni; esprime un’idea di un uomo, del suo lavoro, della natura del suo agire che, collocata in una sera qualunque di questi ultimi anni ne risulta del tutto estranea, addirittura priva di senso.

Grande operaio. Ci può dunque essere stata grandezza nel lavoro di un operaio; mio zio ha compiuto un tempo qualcosa di memorabile, che resta dopo cinquant’anni intatto nella memoria di chi ha partecipato della sua opera. Escluso che tutto questo possa essere coniugato al tempo presente modo indicativo. Mi chiedo a chi mai oggi salterebbe in mente di dire “grande” di un operaio e del suo lavoro.

Infatti la grandezza non è una qualità richiesta. E neppure gradita. Se mai un giovane operaio si sentisse di poter fare grandi cose nel suo lavoro, il suo sentimento sarebbe fonte di sgradevoli frustrazioni, strumento di umiliazione, e in definitiva di sconfitta esistenziale. Un grande operaio rappresenta un costo troppo alto per la società che gli sta attorno. Maturerebbe sentimenti di fierezza ed orgoglio, sarebbe un uomo appagato, libero, con energie sufficienti anche per l’esercizio gratuito del pensiero e del ragionamento. Tutta roba scarsamente produttiva e fortemente destabilizzante.

Non oso immaginare il danno che subirebbe il sistema economico e politico attuale se si trovasse a fare i conti con un Paese fatto di grandi operai, grandi insegnanti, grandi imprenditori, grandi intellettuali. Dove la grandezza è quella sottintesa nel ricordo di mio padre. Cesserebbe di esistere, semplicemente. Perché è un sistema che si alimenta nella negazione di quella grandezza, e nella affermazione della mediocrità come stato propizio delle cose.

Il principio della mediocrità è così essenziale al sistema che viene imposto anche con la violenza, se necessario. Violenza sulle menti e sulle anime delle persone che potrebbero essere “grandi”…

Aldo Boraschi

Fare tesoro della lezione di Moro

Ero appena arrivato alla Camera dei Deputati nel 1976 sull’onda zaccagniniana e la DC aveva scongiurato il sorpasso da parte del PCI. Nell’assemblea dei gruppi parlamentari dinnanzi allo sconcerto generale sul da farsi ed alla prevalenza di un ritorno immediato alle urne “ per mettere il Paese dinnanzi alle sue responsabilità”, parla Aldo Moro vertice di un gruppo che a quanto io ricordi non è mai andato oltre il 0%. Come sempre la sua analisi lucida ed argomentata non si rifugia nel patriottismo di partito se non nel dovere di considerare preminente l’interesse generale del Paese. Prima sua constatazione: ci sono due vincitori DC e Pci. Seconda constatazione: i tradizionali partiti alleati si sono pronunciati per un coinvolgimento del PCI a costo della loro indisponibilità, posizione che si era già espressa nelle precedenti amministrative con una rilevante perdita di amministrazione locali, un vero e proprio slittamento a sinistra.

Un piano inclinato che Moro suggerisce di contenere e raddrizzare non certo appellandosi alle contrapposizioni durate per oltre quarant’anni ma andando a verificare quali mutamenti sono in atto nel suo concorrente ma soprattutto l’intangibilità degli impegni assunti nel quadro europeo e della Nato .Di qui la prospettiva di maggioranze di solidarietà nazionale ma di non inclusione nel governo del Paese finchè anche sul quadro strategico delle alleanze la solidarietà non è condivisa. Una linea premiante se, perdurando la guerra fredda, poco dopo Berlinguer, constatata la svolta repressiva dell’URSS nei confronti degli alleati dell’Est, arrivò a dire che si sentiva più al sicuro sotto l’ombrello protettivo della NATO.

Una linea quella di Moro di non aprire spazi con l’ingovernabilità del Paese e di allontanare la miccia del terrorismo rosso e nero, garantendo il massimo di solidarietà tra le forze popolari che avevano fatto nascere con la Resistenza l’Italia repubblicana .Emergenza ad altissimo livello senza confusione di ruoli e di connotati ideali che sarebbero sfociati nella proposta di una “democrazia matura” fondata sull’alternanza, ponendo mano alle riforme costituzionali ed elettorali necessarie a un corretto svolgimento C’è più di qualche analogia tra allora ed oggi. Intanto il riconoscimento che il sistema è tripolare ed è suscettibile di andare oltre come in Spagna, ponendo seriamente il problema di come garantire ai maggiori concorrenti di prevalere alla guida del Paese con istituzioni governanti e governabili senza ricadere nelle deleghe in bianco della I Repubblica nel suo tratto finale, fonte di frantumazione e di ogni sorta di trasformismi ricorrendo all’alibi deresponsabilizzante:”Non ci hanno consentito di governare”alimentando una irresponsabile propensione che invece di una democrazia forte con bilanciamento dei poteri si preferisca l’uomo forte per concentrazione dei poteri.

Ben venga la III Repubblica che scongiuri le disfunzioni della II con la ricaduta nella prima ancora più deteriore. Non ripeto le soluzioni già in precedenza formulate in ordine alle riforme istituzionali necessarie auspicabilmente con un’Assemblea costituente con l’apporto di tutti o con riforme elettorali, i cui riferimenti in grado di garantire più di due concorrenti, siano o il doppio turno alla francese che ammette al ballottaggio le forze che abbiano superato il 12,50% al primo o il modello regionale vigente in Italia con voto disgiunto per il Presidente ed un premio di maggioranza rapportato ai voti delle liste senza perciò assicurare maggioranze assolute comunque, con’è accaduto nel Lazio.

Ma c’è oggi un punto dirimente in assoluto ed è il destino dell’Europa in un mondo strattonato da vecchie e nuove potenze mondiali. Senza falliremmo tutti. Ebbene Moro ha posto al sopra di tutte le altre motivazioni quella di non far mancare in un passaggio difficile la forza determinante di garanzia democratica della DC. In conclusione oggi “ l’Europa val bene una messa”nella lista d’attesa delle attese personali o di gruppo.

Roca

Doppio forno crematorio e l’asino di Buridano

La politica del doppio forno perseguita da Di Maio si è risolta in un doppio forno crematorio e vale la pena indagare il perché del fallimento rispetto ai precedenti storici, preminente quello di Andreotti. Le condizioni di base radicalmente diverse: nessuna altra forza alternativa alla DC come perno essenziale di una maggioranza, una pluralità di personalità idonee ad incarnare le diverse scelte e non un uomo solo,come si usava dire, per tutte le stagioni.

Non ricorrevano in Di Maio nessuna di queste condizioni, anzi l’imprescindibilità della sua candidatura a premier offriva un bersaglio grosso a chiunque lo volesse impallinare fuori e dentro il suo stesso movimento. L’obbiettivo politico da raggiungere meritava la sua disponibilità ad un passo di lato per guadagnarsi una dimensione da statista e non da leader narcistita “O io o niente”. IL doppio forno si è rivelato crematorio per le sue ambizioni con l’aggravante di una pietra tombale su tutto il suo operato con la proposta improvvisata di Grillo di tornare alle origini della posizioni antisistema, tra cui la richiesta di un referendum sull’Europa con la messa in discussione non solo del nostro apporto ma della stessa possibilità della costruzione di un’Europa più solidale verso la funzione dell’Italia nelle crescenti responsabilità nel Mediterraneo. Non solo cortina fumogena per scaricare su altri le proprie inadeguatezze ma estremo tentativo per fare esplodere le profonde contraddizioni nel centrodestra e fare della Lega il supporto per la propria egemonia.

E bastata questa mossa per confermare l’inaffidabilità dei Grillini rispetto ai mutamenti dichiarati da Di Maio verso l’Europa, confermando la giustezza della loro inaffidabilità da parte di Renzi. Per quest’ultimo l’esito della direzione positivo nell’accertare il suo ruolo ancora determinante, anche perché un PD diviso non rendeva a priori numericamente agibile una maggioranza coi penta stellati è risultata una vittoria di Pirro perché lo stallo continua e lo scontro è solo rimandato. Una condizione che ricorda quella paralizzante dell’asino di Buridano, morto di fame per non aver voluto o saputo scegliere tra due opzioni possibili.

Bisogna dire che per una strategia di lungo respiro, non su misura personale sui singoli leader, il PD non ha visto emergere uno statista all’altezza del compito e si constata un’analogia con quanto è accaduto ai tempi della scissione dei Liberi e uguali: troppi aspiranti leader= nessun vero leader ovvero nessuno statista degno di questo uomo. Eppure per i non smemorati vorrei ricordare che un riferimento possibile e illuminante c’è stato di cui far tesoro anche oggi ed è la lezione di Moro.

Roca