Suburra e soccorso nero

La suburra di malpancisti/fancazzisti in s.p.e. di varia origine e provenienza ha dovuto convivere, per i due giorni in cui alla Camera di discuteva sul Rosatellum 2.0, all’interno dello spazio che sul piazzale di Montecitorio viene riservato a turisti curiosi e alla varia umanità che trascorre le giornate davanti al palazzo della Camera dei deputati con mille pretesti per non passare inosservata.

Convivenza che si è subito dimostrata difficile e complicata poiché, da solo, il collante dell’urlo non è risultato essere sufficiente per cementare una sanculottesca unità dei presenti.

Tra i protagonisti delle sceneggiate a base di urla, insulti e contumelie, non poteva non esserci l’ineffabile Dibba che, dopo essere stato preso, durante sua prima uscita in piazza con megafono, a pernacchi dai militanti del “movimento dei forconi” del Gen. Pappalardo (!), pur traumatizzato (vi sono fotografie che mostrano il suo volto atterrito e stupito) ma non domo, ha richiesto l’intervento del “soccorso nero” venuto dal papà, fascista conclamato, che, all’indomani, presente in piazza, ha puntato dritto verso il Generale schiaffeggiandolo.

Dopo l’inevitabile parapiglia che il gesto del camerata Di Battista Senior ha generato, interrogato dal giornalisti, l’impavido Dibba, deputato della repubblica ha dichiarato: “So proprio fiero de mi padre: avrà provato a dare una carezza ad uno che se pija er vitalizio” (sic!)

Sarà un caso ma, nonostante la piccola folla di militanti adoranti lo attendesse in piazza, Beppe Grillo, presente a Roma, è rimasto chiuso nel suo albergo e non si è dunque materializzato in piazza.

Probabilmente, persino ad un clown come lui abituato a codesto genere di chiassate, non sarà parso né utile né opportuno scomodarsi per poche centinaia di scalmanati che se le danno di santa ragione. Chissà!

Emanuele Pecheux

Camere con svista d’incostituzionalità!

Il PD è uscito dal bunker forte di una scelta essenziale: non restare soli!
Non restare soli è una necessità vitale per chi si prefigge di essere l’asse portante del sistema politico, a maggior ragione dopo la nuova configurazione tripolare, per di più con la scelta del M5stelle di non fare scelte preelettorali. Una posizione centrale che postula e sollecita alleanze sia sulla sua sinistra che sulla destra previa verifica della convergenza su di un programma condiviso. S’impone con forza la strada maestra delle coalizioni dopo la bocciatura dell’Italicum che portava a casa il ballottaggio per sapere la sera stessa dello scrutinio chi avrebbe governato, leader e maggioranza. Cancellata questa ipotesi dalla Consulta è rimasta in vita il traguardo del 40% necessario per assicurarsi il premio di maggioranza e poter governare. Finalmente si va in questa direzione ed un processo di decantazione è già in atto accantonando posizioni personalistiche senza futuro se non quello di favorire gli schieramenti alternativi pur di fare dispetto agli ex compagni di cordata. Il rosatellum 2 ha il pregio di sbloccare la via verso le coalizioni e ridurre al massimo i trasformismi post elettorali invocando tra l’altro il voto utile per poter governare, un richiamo questo che potrebbe far breccia tra gli astensionisti.
Nota dolente è la scelta dei candidati che riproduce i nominati, grazie alle liste rigide del proporzionale non a caso prevalente rispetto al Mattarellum. Si potrà obbiettare che anche i candidati dei collegi uninominali sono imposti dalle oligarchie dei partiti ma sono scelte che per andare in porto dovranno riscuotere il voto popolare e gli errori possono essere pagati a caro prezzo. Il punto dolente di effettiva incostituzionalità nasce dal vincolo di schieramento tra l’uninominale ed i candidati a liste rigide del proporzionale, una vera e propria camicia di forza che vanifica la ratio su cui poggia l’uninominale, la fiducia personale sulla maggiore o minore idoneità a rappresentare la porzione di territorio a cui sono preposti, la qualcosa può prescindere dalla affiliazione politica. Si potrebbe prefigurare una violenza a voler far scaturire da una libera scelta di un candidato ritenuto affidabile nell’uninominale l’imposizione di un listino bloccato senza concorrenza. Solo il voto disgiunto, non solo per motivi di opportunità sollevati da Cuperlo, può evitare una impugnativa di incostituzionalità che minerebbe la credibilità delle nuove Assemblee.
È di un’assoluta evidenza che il collegamento forzato risponde alla mancanza di reciproca fiducia tra alleati e getta ombre oscure sull’omogeneità delle coalizioni. Di minore rilevanza sono le obbiezioni mosse alle pluricandidature, particolarmente utili alle formazioni minori ma per evitare il mercato delle vacche più fedeli alle oligarchie basterebbe fissare che il pluricandidato è eletto nel collegio dove ha conseguito la percentuale più alta.

Più che l’amor patrio potè il digiuno!

Il Rosatellum 2 pare avere qualche speranza di essere approvato. Intanto si fa carico della sollecitazione del Presidente della Repubblica per un allineamento tra Camera e Senato. Altro elemento innovativo quello che presuppone, invece del tutti contro tutti, il ritorno alle coalizioni, una pura illusione per l’eterogeneità delle stesse. La prova provata? Il voto è lo stesso bloccato a Camera e Senato per paura d’essere fregati dall’alleato. Capovolti i rapporti tra il maggioritario ed il proporzionale rispetto al Mattarellum emerge con solare evidenza che lo stare insieme in una coalizione rinvia a dopo i problemi degli equilibri interni e quello del leader in cui riconoscersi. Nello stesso M5stelle, naturalmente contrario alla coalizione la corsa solitaria di Di Maio sa più di capro espiatorio di un ridimensionamento annunziato, Questa è la ratio che privilegia la conta interna delle coalizioni trasformando la parte predominante del promozionale in una sorta di primarie legittimanti il futuro partner e la strategia prevalente. Senza misure maggioritarie in grado di garantire la governabilità, tutto diventa aleatorio subordinato al futuro stato di necessità ed in ultima analisi al male minore, unica alternativa com’è successo in Spagna, il rinvio alle urne. Cadono nel vuoto tutte le sollecitazioni a dare la priorità alla governabilità mentre l’unica preoccupazione diventa il digiuno a cui andrebbero incontro i parlamentari uscenti se si dovesse tornare al regime degli eletti e non più a quello dei nominati e cooptati come nei collegi uninominali. Non ho nessuna nostalgia del voto di preferenza manipolabile e costoso ma l’uninominale del 75% del Mattarellum avrebbe evitato il prevalere delle liste rigide, limitatolo strapotere delle oligarchie e con l’appello al voto utile qualche possibilità in più di avvicinarci a possibili alleanze. C’è chi come Alimonte ai fini dell’assicurare il bene essenziale di scegliere un governo per il Paese reclama la reintroduzione di una qualche forma di doppio turno, che la sera del secondo ci assicuri chi governerà. Nessuno che, prendendo atto di un sistema tripolare …finora, se convinto delle proprie ragioni, proponga l’abbassamento della soglia per il premio di maggioranza non dico al 33% ma almeno al 35% per accreditare la necessità di andare a votare e scuotere gli astensionisti se non altro per scegliere il male minore.So l’obiezione che sarebbe un azzardo ma mi pare già di sentire ripetere la frase di finiana memoria :” Che fai mi cacci?”e le maggioranze bulgare andare in frantumi.

Cambiare, a sinistra

L’altro giorno, in uno dei suoi editoriali, Claudio Cerasa, definiva, con una precisione invidiabile, i contesti in cui la sinistra sopravvive o persino vive. Essenzialmente uno, è il contesto in cui la la sinistra ha scelto di arrendersi alla realtà, accettando di dovere fare i conti con una storia che è finita e con un’altra che deve necessariamente cominciare

C’è un punto, però, che non sfugge a nessun approfondimento, anche avvicinandoci alla prossima scadenza politica, elettorale. Abbiamo bisogno di cambiare, di rinnovare. Il tema del rinnovamento si pone oggi in termini urgenti, tanto forte è la crisi dei partiti e l’assenza di un’adeguata forza di cambiamento. È evidente lo scarto fra l’avanzamento di una sinistra sociale che produce contenuti e il deficit di rappresentanza politica di tutto ciò. I successi di Bernie Sanders in America o quello di Corbyn in Inghilterra, ci consegnano una lezione: la chiara richiesta di invertire un impianto valoriale che non è più adeguato alle questioni che la società contemporanea pone.

Da noi, in Italia, sopravvive invece una sinistra che, salvo rare eccezioni, è ancora ferma, ancorata ai paradigmi del XX secolo. È sufficiente leggere le surreali interviste di D’Alema o di Veltroni rilasciate, in queste settimane, a Cazzullo. Entrambi ultrasessantenni ma, qui il problema non riguarda la loro età, riguarda, ancor peggio, le loro prospettive. Anche perché basti pensare a tanti giovanotti, appena 40enni, per capire che l’età non è sempre un valore aggiunto.

In altre parole, oggi, il rinnovamento dei gruppi dirigenti passa attraverso la rottamazione netta di un humus ideologico non definito ma evidente: il retaggio dell’ideologismo cattolico e comunista che ancora spadroneggia nella sinistra italiana. È evidente che per 25 anni ha galleggiato grazie ad artifizi di varia natura, dal giustizialismo che nella sinistra ci sta come i cavoli a merenda, passando per il buonismo che ci ha contraddistinto per settimane sulla questione migranti.

In questo nuovo scenario, pertanto, diventa fondamentale creare, con fermezza, una nuova visione fondata su un sistema circolare di idee. Non calato dall’alto, ma spinto e sostenuto dal basso. Un sistema progressivo e modificabile continuamente, nel quale la diversità di opinioni sia un’opportunità. Una nuova stagione di gestione e rappresentanza affidata a chi non guarda al passato ma al futuro. Per riaffermare il primato della politica.

Per disegnare questo nuovo scenario è necessario il coraggio. Le prossime elezioni possono costituire un nuovo inizio per la sinistra riformista. A una condizione, che ristrutturi nettamente il proprio impianto valoriale.

Maria Cristina Pisani

Il generoso D’Alema

Perché Aldo Cazzullo e il Corsera affidino, a seguito del risultato delle elezioni tedesche, l’analisi della crisi della socialdemocrazia europea e le possibili soluzioni ai due ex dioscuri del Pci-Pds-Ds Walter Veltroni e Massimo D’Alema, mediante due torrenziali interviste, è arduo da comprendere tuttavia vi è da considerare che a Via Solferino da un po’ di tempo la confusione regna sovrana.
Non meritano grande attenzione le ripetitive ideuzze del fondatore del Pd che tra un libro, un film e altre amenità vive una dimensione onirica della politica e non aggiunge nulla (come potrebbe?) al vuoto pneumatico che da sempre è la cifra del suo profilo politico.
Diverso il caso del Lider Maximo: con la sfrontatezza che gli è congeniale, Baffino afferma di essere stato “generoso” con Bettino Craxi perché nelle ultime settimane del 1999, quando ormai era noto a tutti che le condizioni di salute del leader socialista si erano aggravate (morì nel gennaio del 2000) afferma: “negoziai con la Procura di Milano perché non lo arrestassero. Non fu possibile” e, bontà sua, osserva: “Nonostante la forte carica anticomunista Craxi è sempre stato un uomo di sinistra”.
Forse la mia memoria non mi aiuta ma personalmente non ricordo un particolare impegno dell’allora Premier per favorire una soluzione ad un caso disperato e disperante.
Invece ricordo che pochi mesi prima, nel marzo dello stesso anno, l’ultimo del XX secolo, celebrandosi a Milano il IV congresso del Pse (partito di cui Craxi nel 1992 fu tra i fondatori), la delegazione dello Sdi pose all’allora presidente del Pse, il tedesco Rudolf Scharping la questione politica del “caso Craxi” affinché il congresso ne discutesse i termini e magari suggerisse una soluzione, riconoscendo al leader del Psi l’onore politico unitamente alla considerazione che non si poteva parlare di lui come “un capobanda” .
Scharping (che pochi anni dopo, da Ministro della Difesa della Germania, finì invischiato in una storiaccia legata all’utilizzo per fini personali di aerei militari per raggiungere l’amante a Palma di Majorca e si dovette dimettere), pressato dai due Dioscuri dei Ds (uno Veltroni, segretario del partito, l’altro D’Alema, Presidente del Consiglio) liquidò la questione sostenendo che: “Craxi non è un problema europeo, è un problema solo italiano, anzi della giustizia italiana. Nessun capo di governo, nessun segretario, nessun partito europeo è interessato a discuterne”.
Insomma costui si comportò da teutonico utile idiota piegandosi ai desiderata dei vertici dei Ds che fecero a gara per promuovere e sostenere una simile aberrazione.
Occhetto definì l’iniziativa dello Sdi “un grimaldello contro i giudici”, Veltroni sostenne che “La questione morale per noi è irrinunciabile. Dobbiamo con più forza far vivere, specie tra i giovani, l’intensità di una politica che io chiamo la sinistra dei valori”, D’Alema diede prova della sua grande “generosità” dichiarando: “Se Craxi tornasse, farebbe un atto onorevole”, infine Pietro Folena, all’epoca coordinatore nazionale dei Ds affermò: “La questione Craxi? Per noi è irrilevante”.
D’Alema, che senza nemici da abbattere proprio non sa stare, dopo 18 anni riconosce a denti stretti, al solo fine di negarla al suo nuovo nemico Renzi, al vecchio nemico Craxi la patente di “uomo di sinistra”.
Ha ragione Nencini che oggi, presentando l’ultimo libro di Ugo Intini, ha affermato: “D’Alema sarebbe stato più corretto se avesse detto queste cose negli anni novanta.
La memoria tardiva rischia di essere strumentale e parziale, anche se un pezzo di verità è stata ripristinata. Purtroppo in Italia ci sono legioni di smemorati”.
Già, perché, more solito, per i nipotini di Togliatti il miglior socialista è sempre quello morto e il riconoscimento tardivo di D’Alema ha l’afrore rancido della più becera strumentalità.

Emanuele Pecheux

Gli abbracci di Pisapia personali e politici

I contestati abbracci di Pisapia a Maria Elena Boschi si sono ripetuti, certo meno calorosi, col vice-segretario PD Martina e Delrio,questo a testimoniare che s’era montato un caso che faceva riferimento allo stile personale di Pisapia di rapportarsi con le persone con cui ha avuto frequentazioni. Un’indegna gazzarra dimenticando una classica avvertenza, che tutto fa brodo in politica ma che la politica non è tutto. Da qui a dire che si tratti di un dato strettamente personale e non coglierne anche il valore politico ce ne passa. Per quanto riguarda Maria Elena Boschi e la motivazione dell’abbraccio balza evidente l’affinità politica tra due esponenti impegnati entrambi per il sì al referendum istituzionale, niente affatto pentiti ma solidali verso un obbiettivo mancato, la cui bontà,se fosse stato approvato, sarebbe andato a vantaggio in primo luogo dei tre maggiori concorrenti alla guida del Paese e non solo del PD, come strumentalmente e talora in mala fede è stato affermato. Vale la pena ricordare due pregi su tutti: la fine del bicameralismo paritario, unico rimasto in tutta Europa, e il riordino di competenze tra Stato e Regioni. C’è già chi si morde e si rimorde per aver propagandato e scritto quel no che avrebbe ridotto le distanze tra noi e gli altri paesi europei .Se poi si pensa al naturale collegamento con punti essenziali dell’Italicum il pentimento è destinato a crescere. Vale la pena ricordare che di fronte alla richiesta irrinunciabile del Cavaliere di avere un pacchetto di mischia a sua completa disposizione in difesa di interessi politi ci e personali con l’introduzione dei capilista. Renzi, per scongiurare futuri e necessitati inciuci, tenne duro e portò a casa il ballottaggio, quel secondo turno vero tabù per la destra che si perdeva voti d’opinione per strada in favore del centrosinistra i cui elettori erano stati fino ad allora più motivati a rivotare. Magari con le primarie per legge anche se non obbligatorie sarebbe stato possibile ridurre il potere di designazione-cooptazione da parte di tutte le oligarchie dei partiti e indurre la base penta stellata ad affrancarsi dal burka della rete. Più passano i giorni e più crescono i lamenti contro un ritorno alla frammentazione ed all’instabilità della I Repubblica ma sono lacrime di coccodrillo dopo aver consumato la preda. Indubbio che l’abbraccio di Pisapia alla Boschi avesse un valore politico e non solo personale perché gli obbiettivi principali allora come oggi sono condivisi e la differenziazione è sul come .Altrettanto politico oltre che personale l’abbraccio con Martina, vicesegretario del PD scelto da Renzi per le chiare ascendenze di sinistra democratica e quindi col compito difficile di essere riferimento per un elettorato orientato verso una sinistra democratica ed evitare ulteriori slittamenti fuori dal PD propenso a mantenere aperto il dialogo anche con gli scissionisti con l’aiuto determinante di Pisapia. Il quale non a caso ha prospettato le primarie di coalizione ritenendo inaccettabile che per il ritorno dei figliol prodighi si possa pretendere che il vitello grasso da sacrificare sia proprio Renzi. Ma l’azione di Pisapia consapevole dei contraccolpi che potrebbero derivarne non a caso punta su convergenze nelle prossime regionali. Dulcis in fundo l’intento di Pisapia è favorire la tenuta del governo Gentiloni per portare in porto provvedimenti cari alla sinistra ed al mondo cattolico più vicino a Papa Francesco, quel ius soli che per opportunità politica Renzi adombra di rinviare a tempi migliori ma che inevitabilmente ne sminuirebbe il profilo riformatore. Infine per quanto riguarda il rapporto Pisapia-MDP c’è da dire che rassomiglia ad un elastico pro o contro Renzi ed il PD, ai cui estremi ci sono Pisapia e D’Alema. Un elastico destinato a spezzarsi specie se il PD avrà la saggezza di guardare agli interessi generali del Paese ed alla sua governabilità per tenere il passo con l’Europa che accelererà dopo le elezioni in Germania, il che implica la ricerca di coalizioni da sottoporre al giudizio popolare e non dopo diventando ostaggio di un trasformismo paralizzante.

Renzi, vivere in rimonta come la Pellegrini

“Vivere in rimonta” che ho usato nel titolo è una perla espressiva tra le tante coniate da Gramellini, prendendo spunto dalla prodigiosa rimonta della Pellegrini ancora d’oro ai mondiali. Certo che il riferimento a Renzi è un auspicio per lui e per il Paese ma la condizione per la rimonta è un far tesoro del passato, anche degli errori del passato. Ho già avuto modo di dire che certe scelte di Renzi mi inducevano a definirlo “un barbaro, intuitivo quanto irriflessivo”.
Un barbaro quando intuisce che è venuto il tempo della spallata per dissestare i vecchi equilibri. Il sintomo più rilevante, da lui colto al volo, quella doppia bocciatura alla Presidenza della Repubblica di Marini prima e di Prodi poi. Tra le tante motivazioni quella per me più convincente è che ambedue avrebbero ribadita l’autoreferenzialità della vecchia classe dirigente responsabile di due gravissimi errori. In primo luogo non aver disciplinato un devastante conflitto di interessi, non solo di Berlusconi, per beneficiare della demonizzazione dell’avversario, ed a seguire essersi preoccupati solo della spartizione del potere, riconquistato di stretta misura,invece di rimuovere immediatamente una legge come il Porcellum che rendeva il Senato ingovernabile (due soli voti di scarto) ai più che probabili vincitori, introducendo altresì i nominati al posto degli eletti, recidendo il legame diretto con gli elettori, causa prima del successo grillino. Un’incostituzionalità talmente eclatante da finire per iniziativa di privati cittadini sotto la ghigliottina della Corte costituzionale con i risultati che sappiamo e a cui occorre opporre rimedio. Come non dare atto a Renzi di aver tentato di porre riparo a questa situazione con le forze disponibili in primis FI? Va a suo merito di aver tentato la difficile coniugazione tra riforme costituzionali (in primo luogo la fine del bicameralismo paritario ed il riordino di competenze tra stato e regioni) ed elettorali accedendo alla irrinunciabile richiesta di Berlusconi di poter disporre del pacchetto di mischia a tutela dei suoi interessi patrimoniali con l’introduzione dei capilista bloccati (una fuoriuscita graduale dal sistema dei nominati, molto a cuore a tutte le oligarchie dei partiti) ma chiedendo ed ottenendo che cadesse un tabù della destra, quel secondo turno di ballottaggio, espressa ripulsa di una prospettiva di alleanza postelettorale.

Nessun cedimento sostanziale a Berlusconi, il cui ritiro dal sostegno alle leggi votate era motivato dal non aver ottenuto in cambio il salvacondotto sperato, richiesta reiterata e schivata da Renzi con la nomina in piena autonomia di Mattarella alla Presidenza della Repubblica. È sul piano politico personale che Renzi si è mosso come un barbaro. Quale necessità politica c’era di richiedere negli incarichi europei quello degli esteri sapendo che la sua consistenza rappresentativa è quella esemplarmente riassunta dalla battuta di Kissinger “Chiamare l’Europa? Non c’è un numero telefonico”! per dire tanti quanti sono gli stati membri. Nelle condizioni in cui versa l’Italia molto più proficuo un incarico economico anche per non consentire l’asso-pigliatutto alla Merkel e ai suoi alleati. Un triplo schiaffo insensato, all’interesse del Paese in primo luogo, a D’Alema, da lasciare lui sì tranquillo in ritiro politico-spirituale tra le fondazioni europee, peraltro preferendogli una Mogherini alle prime armi in Italia ed infine con imperdonabile ingratitudine privando di un giusto riconoscimento Enrico Letta,non solo per le apprezzate competenze economiche quanto per avergli reso disponibile una maggioranza autonoma da Berlusconi grazie al distacco di Alfano perseguito con tenacia da Letta proprio nella direzione favorita da Renzi di attrazione verso il centrodestra con un leader alla Kronos che divora i suoi figli.
Questi e tanti altri i passi falsi di Renzi ed il perché è costretto alla rimonta che non può non ripartire dal porre rimedio alla miccia innescata alla scissione identitaria recuperando il potere di coalizione l’unico che può rendere ancora concorrenziale il centrosinistra per il governo del Paese. Lo ripeto, nonostante le molte affinità, con le nostre regole costituzionali ed elettorali da noi non si possono partorire dei Macron ma solo dei Micron.

Roca

Come disinnescare lo sfascio
del centrosinistra

Prendo lo spunto dall’editoriale del direttore dell’Avanti on line, l’amico Mauro Del Bue, ruotando intorno all’esemplare sintesi del titolo: “Perché tra Pisapia e PD dobbiamo stare noi”. Lo schieramento annunciato, che potrebbe essere uno dei tanti e purtroppo mutevoli secondo le circostanze e le convenienze, si sottrae a questa aleatorietà di collocazioni spesso strumentali o di pura sopravvivenza poiché introduce nella voce “dobbiamo” il concetto di un obbligo morale e non solo politico. In primo luogo a me preme sottolineare la dimensione di questo obbligo che è quella europea nell’ambito della famiglia socialista, ancora uno dei due pilastri su cui si è costruita l’Europa democratica che ha superato vittoriosamente i pericoli della guerra fredda ridando slancio al cammino dell’Europa senza indugiare su terze vie perseguite per non perdere legittimazione verso una base ancora fedele ai vecchi dogmi. Solidarietà che importa delle scelte continue non indolori nel nostro Paese come quella che finora ha precluso ai socialisti tedeschi di inseguire gli scissionisti della Link, scelta che in maniera aggravata si ripropone come necessaria in Italia se dovesse fallire il tentativo di Pisapia con inevitabili conseguenze sulla legge elettorale e sui successivi risultati, dall’ingovernabilità alla vittoria di uno dei due altri possibili vincitori il centrodestra o i grillini. Da quel “dobbiamo” scaturisce il dovere di fare da ponte, contro velleità annessionistiche tra Pisapia ed il PD, avendo cura della necessità di farsi carico del loro reciproco rafforzamento (che fine farebbe il ponte?) mirato a salvaguardare il Paese da salti nel buio. Rafforzamento di Pisapia contro una doppia tentazione che viene dalla sinistra scissionista di prefigurare un riabbraccio tra il figliol prodigo ed il padre in cui la condizione più o meno manifesta( D’Alema) è che il ruolo del vitello grasso da sacrificare sia lo stesso padre. L’altra di ipotizzare l’attrazione fatale, necessitata dalla soglia del 5%% se non di più al Senato, per una sinistra alternativa al PD la cui motivazione profonda è la stessa già enunciata della fine politica di Renzi. Dall’altra parte il ruolo determinante del Psi verso il PD è nella direzione di far maturare nel PD un corrispondente dovere verso il Paese per assicurarne la governabilità per il futuro facendo tutto il possibile per battere gli altri due competitori grazie al potere di coalizione sia verso la sinistra di governo che verso il centro riformatore su cui si è retta l’intera legislatura. Non ci possono essere subordinate verso il ritorno prioritario al premio alla coalizione e non più alla lista, condizione per richiedere su di un programma condiviso con vista Europa rinnovata il voto utile agli elettori contro salti nel buio. Chi indugia su un appello diretto ai cittadini senza tener conto delle regole del gioco vaneggia impossibili rivincite nell’attuale situazione socio-economica del Paese, peraltro con un ordinamento istituzionale ed elettorale che non consente i salti con l’asta alla Macron.

Due pulsioni a perdere: annessione e scissione!

Parlo di pulsioni a perdere perché, nell’area del centrosinistra e segnatamente in quella che era il PD, prevale l’irrazionalità delle strategie perseguite, annessione e scissione, che si alimentano e si elidono vicendevolmente. L’annessione dopo la sbornia europea, come la punta di un iceberg, è emersa in una forma da ballo in maschera, nella formulazione renziana del partito della nazione. Altro non era che la riproposizione della vocazione maggioritaria in salsa veltroniana, la velleità di accelerazione del processo unitario del centrosinistra comprimendo le forze minori attraverso gli sbarramenti elettorali, il famoso 8% auspicato quando ancora c’era in piedi il governo Prodi accelerando il processo di disgregazione di una maggioranza composita ed eterogenea.

La lezione non è bastata anzi dopo la sbornia europea si è teorizzato col partito della nazione che c’erano le condizioni per procedere per annessioni così come avvenne per l’unità d’Italia. Eppure in quella formulazione c’era l’intuizione di una risposta da dare ad una situazione nuova in grado di rimescolare le carte politiche ed istituzionali, l’essere in presenza di una composizione tripolare, con tre possibili vincitori e quindi con la necessità di un nuovo leader, novello Mosè, che avrebbe portato, con una forza intermedia del 40%, ad essere il cuneo vincente tra centrodestra da una parte e i grillini dall’altra.

Era naturale che l’asse del PD guardasse come area di ampliamento dei consensi in direzione dell’elettorato di centrodestra proprio per evitare depotenziandola il ricorso all’alleanza col centrodestra. Ne è la riprova che in cambio dei capilista bloccati (il pacchetto di mischia dei fedelissimi a tutela dei propri interessi) Renzi impose a Berlusconi di introdurre il secondo turno con relativo ballottaggio, una misura prima sempre respinta dal centrodestra perché controproducente sul piano elettorale. Nella situazione data e l’ostracismo dei grillini verso qualunque alleanza l’unica strada percorribile era quella che salvaguardava dall’inciucio con Berlusconi temuto dalla sinistra poi scissionista del PD. Che questa non avesse elaborato il lutto della fine di una pretesa egemonia degli eredi del PCI sul PD è apparso ancora più evidente dal non aver appreso anche lei, oltre Renzi, la lezione del referendum. L’esito infatti è stato disastroso anche per loro perché si aspettavano di essere determinanti per la vittoria del no mentre la sommatoria degli altri due poli, in funzione di indebolimento del governo e del PD, il possibile cuneo vincente, ha dimostrato nella contesa a tre, l’assoluta marginalità del loro peso elettorale, utile solo a dimagrire il PD e a fargli perdere la corsa a tre.

Ebbene nel momento in cui potevano essere determinanti nel PD e condizionare Renzi sia sul piano programmatico che della rappresentanza alle politiche, la pulsione distruttiva contro Renzi è prevalsa sugli interessi del Paese e del PD attraverso una sciagurata scissione. Come non ricordare la frase di Lenin che definì l’estremismo la malattia infantile del comunismo? La coazione a ripetere lo stesso errore è diventata una maledizione, altro che figli di un dio minore! E Renzi cosa ha fatto per mantenere unito quel 40% il cuneo vincente nel sistema tripolare perché fa scattare il premio di maggioranza che assicura la governabilità del Paese? Non si è reso conto che le molte analogie politiche col Macron francese, con le nostre regole del gioco possono solo produrre dei Micron italiani e che l’unica strada percorribile è quella delle coalizioni ed ancora ci sono le condizioni se si parte dal basso ricostituendo quel tessuto connettivo lesionato dal regime dei nominati cooptati dall’alto, dalla cui logica tutte le oligarchie dei partiti non riescono ad uscire. Eppure l’unica eredità ulivista che potrebbe soccorrerci contro la cooptazione sarebbe il ricorso alle primarie anche per legge, sia pure non obbligatorie, liberando anche la base grillina dal burka della rete.

Roca

Pausa di riflessione sì, menopausa no!

Ancora una pausa di riflessione, dopo la tornata elettorale ed i suoi esiti e la disposizione delle forze in campo che ne è derivata ma non conclusa nei suoi approcci contradditori, è consentita al PD ed a Renzi (l’ordine non è casuale) purchè le direttrici di marcia risultino ben chiare onde evitare che la loro assenza prefiguri il sintomo di una prematura menopausa. Non è il ritorno alla prima Repubblica da debellare come male estremo ma le condizioni che la portarono alla sua fine ingloriosa e tra queste la sua frammentarietà oltre che lo tsunami di tangentopoli. Ed a questo andremmo incontro con un ritorno al proporzionale ispirato da ciascuno contro tutti tra e dentro i partiti. Come può fare un figlio della maturità della prima Repubblica non evocare il testimone che ci ha consegnato Aldo Moro pagando con la vita di traguardare ad una democrazia matura fondata sull’alternanza, indicazione profetica 10 anni prima della caduta di Berlino? Nel 1976 all’Assemblea dei gruppi DC congiunti Aldo Moro prese atto della fine dell’egemonia DC con un’espressione lapidaria che c’erano stati due vincitori e che bisognava adeguare gli assetti istituzionali e quelli politici perché la nuova sfida non presentasse rischi per il Paese e per la vita democratica. Di qui la proposta dei governi di solidarietà nazionale nel quadro ancora più necessario delle solidarietà internazionali che aveva fatto dire a Berlinguer che si sentiva più protetto sotto l’ombrello della Nato rispetto al patto di Varsavia. Orbene abbiamo sentito nulla di simile per fronteggiare al meglio l’odierna composizione tripolare dei possibili vincitori? La competizione è bene chiarirlo a chi le idee confuse è tra chi ha una coerenza ed un’0mogeneità al suo interno e chi per aspirazione al potere camuffa le sue intime divisioni che finiranno per esplodere durante il cammino con esiti incontrollabili. Per semplificare al lettore è un errore madornale mettere in sequenza orizzontale sinistra centro destra mentre le composizioni dei tre poli sono sempre più a spicchio con l’aspirazione a sfondare al centro perché percepito come disomogeneo e senza tenuta l’incontro tra estreme peraltro tra di loro competitive, come sarebbe un’alleanza tra grillini e leghisti. Se quest’incontro dovesse verificarsi sarà escluso nella fase preelettorale e proposto solo dopo in regime di necessità. Mentre sulla destra si tratterà alla fine di ripetere lo schema iniziale di un’alleanza col solo cemento del potere, quando esordirono con FI Lega e Movimento sociale che nemmeno si parlavano. Peraltro fermo restando il limite impostosi dai grillini di non allearsi con nessuno, risulta con assoluta evidenza che solo il PD può consentirsi alleanze alla luce del sole in grado di dare garanzie di governabilità in questa fase con governi di coalizione omogenei per convergenza su di un programma condiviso. L’espressione di Renzi” le alleanze non interessano a nessuno” possono essere giustificate solo nel contesto della priorità sulle cose da fare insieme per poi scegliere le forze affini. Se prese a se stanti più che ad alleanze improbabili, tra l’altro perché insufficienti stando ai sondaggi, dietro al tenersi le mani libere per un dopo improbabile sarebbe la rinuncia a due valori irrinunciabili: rafforzare e far crescere dovunque siano le forze che fanno la scelta di fondo “Con l’Europa per cambiarla”. Ne consegue che per perseguire l’obbiettivo primario è necessario garantire la governabilità anche abbassando la soglia per il premio di maggioranza al 35% ralla portata dei 3 competitori con l’appello al voto utile. Non essendoci le condizioni istituzionali che partoriscano da noi un Macron, la linea più indicata, anche per recuperare l’astensione di chi teme il salto nel buio e l’ambiguità dei concorrenti, è quella che affida la scelta al Paese avendogli offerto la via d’uscita dal caos dell’ingovernabilità.

Roca