A Tabacci, oltre l’utero in affitto!

Caro Bruno, grazie a te ed al tuo simbolo, la nuova creatura di “Più Europa” con Emma Bonino ha saltato l’ostacolo iniziale della raccolta delle firme, che poteva essere più coerentemente superato grazie a un alleanza coi socialisti e i verdi, ed è potuta nascere. Ma perché la tua disponibilità vada oltre certe interpretazioni riduttive e dispregiative  “di utero in affitto”, ritengo necessario che siano meglio esplicitati alcuni obbiettivi  da te tenacemente perseguiti nelle condizioni date, in primo luogo da una lotta per la sopravvivenza che non è sempre la migliore consigliera. Tenacemente senza gettare la spugna di fronte alle difficoltà incontrate, hai tenuto la barra ferma per un raccordo stretto tra le forze di centrosinistra disponibili ad essere determinanti nella prossima legislatura all’insegna di una scelta discriminante di  schietta natura degasperiana, qual è quella di una Europa che non si discute ma nella quale si discute e come su cosa sarà da grande per fronteggiare le sfide planetarie che incombono. Il primo anello di questo tuo disegno perseguito con tenacia nelle condizioni date è finalizzato perchè si vada oltre un centro come il Pd con satelliti interscambiabili che non sarebbero più competitivi in un sistema politico tripolare. Perciò mi pare opportuno sin d’ora riproporre per il dopo elezioni il disegno autonomistico e plurale concepito insieme con Pisapia a partire dal raccordo stretto con Insieme (socialisti, verdi e civiche). Poiché finora secondo i sondaggi non ci sarà nessun vincitore in grado di governare da solo ma ci saranno altrettanti vincitori quanti avranno perso di meno rispetto alle previsioni, essendo in atto una gara di tutti contro tutti fra e dentro le coalizioni, sarebbe miope non dare indicazioni per il dopo decisive per l’orientamento degli elettori, specie per la vasta platea degli astensionisti .Sfuggenti sul dopo per la segreta speranza di fare appello al voto utile, l’unica ipotesi avanzata è che si modifichi la legge elettorale (senza dire quale) e si vada ad elezioni ravvicinate in autunno. Ad una preoccupata e pressante  domanda “Cosa farete se non ci sarà una maggioranza?” varrebbe la pena invece riformularla chiedendosi  per la governabilità cosa ritenete utile per il Paese? Risponderei di evitare le sabbie mobili del trasformismo di un ritorno al proporzionale e tenuto conto del sistema tripolare prenderei in esame le due ipotesi prevalenti nelle forze più affini nel centrosinistra, col pregio di prescindere dal mercato delle preferenze e dalla connessa tentazione del connubio tra potere politico ed economico: l’uninominale col doppio turno alla francese più volte auspicato nel PD o l’uninominale ad un turno all’inglese caro ai radicali, tenendo conto che quest’ultimo, modificatesi le forze in campo, pur riducendo la proliferazione, non garantisce che sia esclusa la necessità della coalizione come avvenuto di recente. Ma l’altro punto, congeniale con l’alleanza con i radicali e la loro vocazione a promuovere referendum risolutivi per il Paese, è quello di farsi carico di un nodo strutturale per la governabilità. Occorre riconoscere che con la bocciatura referendaria, ammesso e non concesso che tutto il resto fosse acqua sporca, è stato buttato via anche il bambino di una drastica riduzione del bicameralismo perfetto, quella vera e propria palla al piede che, unici ormai in Europa, ci impedisce di marciare al ritmo degli altri Paesi europei. Chi ci impedisce nella corsa ai saldi della seconda Repubblica di provocare tutte le forze in campo a pronunciarsi sin d’ora sul ricorso ad un’Assemblea costituente delimitata nei punti da riformare e nei tempi per deliberare, oltre che caratterizzata da membri incompatibili con il mandato parlamentare e di governo? Atteso che la commistione dei due compiti, quelli costituenti e quelli degli equilibri di governo ha visto quest’ultimi in oltre un trentennio sempre prevalere sui primi, col concorso di tutti e perciò senza commistione  con altri interessi, i cosiddetti inciuci, perché non far coincidere l’elezione dei suoi membri con le elezioni europee del 2019 senza aggravio di costi e con lo stesso metodo proporzionale? Ed in caso di risposta negativa l’impegno a raccogliere le firme mettendo tutte le forze politiche di fronte al proprio elettorato e giustificare il muro contro muro su questo tema cruciale dell’ammodernamento della casa comune?

Roca

Dalle calende greche di Gentiloni a Calenda?

Nel precedente articolo “La maglia n.10 si addice a Renzi” sottolineando l’indubbio successo come uomo-assist molto meno di raccordo, citavo due operazioni eccellenti: la Presidenza della Repubblica a Mattarella in piena autonomia dalle possibili richieste di contropartite di Berlusconi ed alla Presidenza del Consiglio di un uomo leale che smussa i toni della competizione politica ma sa dire anche di no, com’è accaduto nella vicenda della riconferma di Visco alla Banca d’Italia tenendo ben fermo l’asse con Draghi. Quel Gentiloni che continua a rendere un grande servizio al Paese seguendo la linea Mattarella di assicurare continuità al governo del Paese nel mentre in un prevedibile vuoto di maggioranza bisognerà trovarla tra forze disponibili a convergenze operative.

Ed è qui, in questo prevedibile snodo che Renzi, superando ogni tentazione di autoreferenzialità, fa un ulteriore provvidenziale assist, com’è successo nell’incontro di Milano verso un lungimirante Calenda, attuale ministro, che si è smarcato da un suo impegno diretto, necessariamente polemico in campagna elettorale, per accreditarsi come riserva della Repubblica per soluzioni di emergenza. Un ruolo a ben guardare che in un’altra direzione verso il M5stelle avrebbe potuto assolvere Grasso. Questo perché lo si voglia o no, l’unico collante affidabile a livello interno ed internazionale è il centrosinistra con perno il PD. Appena gli schieramenti in campo saranno chiari col corollario della qualità e dell’esperienza dei propri candidati, alla stazione del 4 Marzo gli elettori di troveranno davanti tre treni concorrenti per il governo del Paese e non più solo alle loro legittime ma parziali appartenenze o preferenze ed il confronto sarà a tutto campo con la domanda: dove porta ciascuno dei treni in corsa? Non sarà di poco conto l’interrogativo: “Rischiamo di vanificare i sacrifici fatti ed i risultati raggiunti ancorché insufficienti? Lo stellone italico potrebbe illuminare gli italiani e farci evitare dirottamenti, consapevoli che i binari elettorali hanno vistosi cedimenti specie sotto il profilo di quell’obbiettivo irrinunciabile in una “ democrazia matura” (Moro) di riportare al centro “Il cittadino arbitro” (Ruffilli) e non le oligarchie dei partiti con i loro nominati solo parzialmente ridotti.

Roca

La maglia n.10 a Renzi per il recupero

In gergo calcistico la maglia numero 10 individua un ruolo decisivo, non a caso ricoperto da grandi campioni, i cui nomi italiani o stranieri sono sulla bocca di tutti. Le caratteristiche essenziali per eccellere in questo ruolo si possono così riassumere: la capacità di fare gli assist decisivi per mandare il centravanti e gli altri in goal perforando la difesa avversaria; la capacità di raccordo tra l’attacco e gli altri reparti; infine non disdegnare gli inserimenti ed andare in goal inserendosi in difese agguerrite, ma intente a marcare ad uomo gli attaccanti. È implicito in questo ragionamento che Renzi mancherebbe al compito sopra illustrato se si ostinasse a voler tornare in tempi stretti a fare l’uomo di punta, il centravanti per la sua coalizione. Nessun dramma se questa sua aspirazione dovrà attendere tempi migliori quando risulterà evidente che la sua politica dei piccoli passi, alleati permettendo, aveva prodotto dei risultati di cui oggi potrebbero giovarsi i suoi concorrenti, primo fra tutti la fine di quel bicameralismo perfetto, esempio residuale paralizzante, non a caso rimasto unico in tutta Europa. Ammesso e non concesso che gli altri punti della riforma bocciata fossero assimilati all’acqua sporca, è un dato di fatto che è stato buttato anche il bambino che riduceva significativamente il bicameralismo perfetto ai fini della governabilità del Paese. La storia sarà molto severa sui chierici che hanno demonizzato quella riforma leggendovi un accentramento di potere di cui non c’è ombra, tanto che giustamente Violante, inascoltato, aveva caldeggiato almeno l’inserimento della sfiducia costruttiva alla tedesca non solo per limitare le imboscate parlamentari ma anche, grazie alla maggiore stabilità di governo, per stroncare sul nascere le tentazioni presidenzialiste latenti nel Paese. Ma torniamo a noi, alla maglia n.10 che si addice a Renzi in questa fase politica che cercherà per la sopravvivenza della legislatura personalità meno divisive (caratteristica che non è sempre un difetto se è segno di coerenza) mettendo in conto che Renzi non ha problemi per la giovane età a stare in lista d’attesa da una posizione invidiabile di leader di un partito necessario per gli equilibri politici del Paese. Tornando al parallelo calcistico la capacità di assist da parte di Renzi è comprovata con due operazioni di indubbio successo: Mattarella alla Presidenza della Repubblica sottraendo la sua nomina al condizionamento ed alle contropartite verso Berlusconi e quella di Gentiloni a Presidente del Consiglio, certamente spendibile più di un Belusconi, dato per probabile vincitore ma il cui unico dato certo è la lotta per succedergli, e più di un Di Maio atteso al varco da un Di Battista attendista che il Mstelle vada a sbattere contro la sua presunta e presuntuosa autosufficienza (evoca tanto la vocazione maggioritaria) quand’anche avesse i voti necessari. Il centrosinistra  obiettivamente rimane l’unica ancora di salvezza proponibile anche con elezioni anticipate. Dove si è rivelato finora insufficiente Renzi è nell’opera di raccordo con gli altri reparti interni ed esterni al PD e ne ha pagato il prezzo. All’interno mi preme segnalare il mancato adeguamento delle norme per far funzionare l’ascensore politico, quello che consente l’osmosi di classe dirigente dal basso verso l’alto. Una vera e propria barriera istituzionale è quella che comporta, col venir meno negli enti locali del vertice per qualunque motivo, lo scioglimento delle Assemblee elettive, una remora che non consente quando occorra di presentare le energie migliori e collaudate di cui il centrosinistra è certamente più dotato rispetto ai suoi concorrenti. Altra omissione imperdonabile mentre si predica il minor costo della politica, consentire che rimangano in vita le grandi circoscrizioni elettorali specie nella aree metropolitane, città e regioni metropolitane, fonte prima del connubio tra potere politico ed economico, legale e non. Per i comuni una lungimirante e rivoluzionaria proposta politica che introduce il ticket secondo il modello degli esecutivi americani perfino con alternanza di genere è quella presentata già nel 2014 con primo firmatario il senatore Claudio Moscardelli, proposta ripresa a fine legislatura alla Camera dall’on. Federico Fauttilli. Chi impedisce alle regioni a guida di centrosinistra, meno le due già sciolte Lombardia e Lazio, di dare un segnale forte di rinnovamento avvicinando gli eletti agli elettori, così come con grande sensibilità si è fatto per i collegi e le circoscrizioni a livello nazionale? Ricostituire la fiducia degli elettori rende necessaria l’interdipendenza e lo scambio ravvicinato tra eletti ed elettori tanto più che questa assenza ormai cronica ereditata dal regime dei nominati ha aperto autostrade a tutti i movimenti antisistema.

Di Battista Pisapia Alfano… ritiri per ritorni eccellenti?

Un motivo di fondo sottostante ai ritiri dalla scena politica è la certezza di una fase di instabilità che tutti i protagonisti mettono in conto con la segreta speranza che gli avvenimenti diano loro ragione e tornino ad essere punti di riferimento per i recalcitranti sicchè siano richiamati a gran voce a tessere la loro tela. In ordine di tempo e di futuro il primo per un ritorno eccellente è quello di Di Battista dei 5stelle. Viene in mente la famosa battuta: “Vai avanti tu (Di Maio) che a me viene da ridere!” se non vado errato in un film con un gruppo di scassinatori buontemponi. Anche qui di scassinatori si tratta ma non di una cassaforte ma del sistema. Di Battista non solo ha la consapevolezza di essere impari al compito ma pensa altrettanto di Di Maio certo che il grimaldello fallimentare è la pretesa di fare tutto da soli con la conseguenza di andare a sbattere. Sarà da questa presa d’atto che potrà iniziare un nuovo corso accantonando la pretesa di autosufficienza ed idiozie come il limite dei 2 mandati quasi si trattasse di un club per dare visibilità a tutti con la rotazione.

I motivi familiari addotti da Di Maio per giustificare la sua scelta contingente sono più che attendibili ma in un politico di razza rapprentano solo la goccia che fa traboccare un vaso ormai colmo. Altro caso di tutt’altra natura quello del ritiro di Pisapia, per fedeltà profonda e dichiarata alla sua missione prioritaria di perseguire l’unità di tutto il centrosinistra. Un doppio fallimento quello di Pisapia perché gli è fallita anche l’opzione B di raccordare il massimo possibile di forze, mantenendo ben visibile e credibile la sua autonomia. Questo obbiettivo non poteva prescindere dal PD ed in tal senso veniva confortato dai padri nobili del PD, da Prodi a Veltroni. Purtroppo la maggioranza degli aderenti al suo gruppo non ha resistito a restare unito e ad investire sul futuro prossimo facendo mancare la priorità che motivava il tentativo di Pisapia.

Anche per lui potrebbe esserci un ritorno eccellente per ricucire quello che improvvidamente è stato strappato a tutto vantaggio degli avventurosi concorrenti alla guida del Paese. Un caso a parte ma anch’esso suscettibile di un ritorno eccellente è quello di Alfano, una volta preso atto che, come successo a Pisapia, il gruppo ormai era spaccato in due verso opposte direzioni. La Lorenzin per una formazione di centro alleata col PD in continuità con l’esperienza di governo sulla base di un dato unificante qual è quello di un sentito europeismo contro ogni compromesso con i sovranisti vecchi e nuovi ed in direzione opposta verso Berlusconi un Lupi capogruppo che non ha fatto mai mistero di un ritorno alle origini a FI.

Una divisione consensuale perché ben accetta ad Alfano che, se da una parte ha tenuto fede alle scelte di Governo dall’altra con sottile soddisfazione vede una parte dei suoi andare a rafforzare Berlusconi nello scontro interno con Salvini il primo ad opporsi ad un suo possibile rientro. Anche per Alfano un possibile rientro eccellente se dovesse esserci quella che molti commentatori ritengono una plausibile soluzione postelettorale che tagli fuori le estreme e veda di nuovo un asse PD-FI.

Roca

Il dado è tratto:
la rinuncia di Grasso!

Al lettore, preso in contropiede dal titolo proprio mentre il Presidente Grasso per acclamazione diventa leader di “Liberi ed eguali” la forza di sinistra alternativa al PD, debbo immediatamente la spiegazione del titolo “La rinuncia di Grasso”! Rinuncia a cosa?

Con la massima sintesi direi a rappresentare il futuro Cincinnato chiamato a salvare il dopo elezioni. Il Presidente del Senato, ancorchè uscente ma con la continuità della Presidenza della Repubblica poteva essere uno dei più papabili per un sempre più probabile governo del Presidente. Già seconda carica dello stato, caratterizzato da una sostanziale terzietà ed autonomia a cui si è attenuto durante il suo mandato (fino all’ultimo lo si spera) era una delle personalità più spendibili da parte del Capo dello Stato per possibili convergenze onde dare un governo al Paese in attesa di un chiarimento tra le forze politiche del ciascuno contro tutti fuori ed anche dentro le coalizioni. Non ci vuole un mago, a meno di un miracolo, per prevedere che il tanto auspicato proclamato vincitore allo spoglio subito dopo l’elezioni allo stato attuale è un miraggio che sarà fatto balenare dai tre maggiori concorrenti alla competizione elettore con la logica del voto utile. Più realistico è che se ci sarà un vincitore sarà quello che avrà perso di meno rispetto alle previsioni e che per non aggravare le sorti del Paese si ricorrerà anzi si invocherà un governo del Presidente con la raccomandazione che non sia un tecnico tipo Monti che potrebbe essere accusato di sudditanza almeno psicologica di fronte agli eurocrati di Bruxelles. Tutto sembrerebbe congiurare per convergere su di una personalità come Grasso, ormai fuori gioco dopo la scelta fatta.

Quand’anche si andasse ad un alleanza tra 5stelle e la neoformazione di Grasso è fuori logica che il capo del Governo possa essere il leader della forza minore, si guarderà fuori ed oltre. Né può essere accusato Grasso di averlo fatto per assicurarsi un seggio sicuro al Senato perché come da lui stesso ammesso gli è stato offerto anche dal PD se non altro per sfilarlo ai suoi concorrenti a sinistra.

Né il ruolo di Grasso nella nuova formazione troppo composita pare possa assumere il carisma di una leadership riconosciuta dopo essere servita ad ampliare il consenso intorno ai dissidenti ex PD. Comunque la si giri e rigiri la scelta di Grasso appare la rinuncia ad un ruolo alla Cincinnato, più congeniale al personaggio, tenendo presente come già accaduto con Monti che Mattarella avrebbe potuto senza opposizioni di sorta nominarlo Senatore a vita.

Il salto di qualità necessario da leader a statista

Il lettore mi perdonerà se procederò per squarci come quando in un cielo aggrottato da nubi nere di un temporale incombente si aprono varchi d’azzurro che subito si richiudono, ma senza perdere la speranza come esemplarmente sintetizzato nell’espressione napoletana “Addà passà a’ nuttata!”. A nuttata, manco a dirlo, è il tramonto della seconda Repubblica clamorosamente fallita nella sua attesa messianica di uno stato liberale moderno, anche in versione conservatrice alla Thatcher o alla Reagan per intenderci, col merito di aver segnato la loro epoca. Un fallimento contrassegnato da quello parallelo di chi era chiamato ad esserne l’alternativa, quella sinistra frustrata che è mancata in due impegni essenziali: quello di uno stato liberale moderno capace di scuotersi di dosso le rendite parassitarie a partire da quella più evidente e corrosiva del conflitto d’interessi col corollario corruttivo delle leggi ad personam. Un compito mancato dalla sinistra che si credeva di governo e che ha ceduto alla tentazione di un ipocrita moralismo per l’attesa che bastasse scuotere la pianta dell’opinione pubblica con le proprie condanne per vedersi cadere tra le braccia il governo del Paese. Basterebbe solo questo passaggio mancato per mettere fuorigioco con cartellino rosso (unica consolazione identitaria) i reduci più anziani dell’MDP. Altra omissione non meno colpevole e troppo spesso sorvolata è quella di Prodi e Veltroni di non aver subito reagito, a tutela della vita democratica del Paese, per bocciare e cambiare immediatamente il Porcellum invece di sedersi a tavola e spartirsi un potere effimero con due soli voti di maggioranza ed uno ceduto mettendo Marini a Presidente del Senato. Infatti la modifica della legge elettorale al Senato lo rendeva ingovernabile dalla prevedibile nuova maggioranza di centrosinistra facendo terra bruciata al suo arrivo, consegnando altresì alle oligarchie dei partiti la nomina degli eletti (la porcata di Calderoli), sottrazione in toto agli elettori del loro potere sovrano di scegliersi i rappresentanti senza che scattasse immediatamente l’impugnativa di incostituzionalità, rivelatasi completamente fondata su iniziativa di privati cittadini.
Due peccati mortali che sono al fondo anche di quelle due clamorose bocciature di Marini e Prodi alla Presidenza della Repubblica con tutto quello che n’è seguito a partire dall’abbandono della guida del Pd da parte di Bersani anche per il fallimento dell’aggancio dei pentastellati. Tutto si può dire tranne che Renzi non abbia tentato con l’unica forza disponibile FI di arrivare a mettere i binari per istituzioni governanti e governabili. Sul piano elettorale sapendo che l’obbiettivo principe di Berlusconi era di assicurarsi il più ampio pacchetto di mischia a tutela dei suoi interessi politici e personali, ha imposto la scelta più indigesta alla destra, quella di accedere al secondo turno al ballottaggio evitando ogni necessità o tentazione di governi di larghe intese condizionate dalla destra. Qualunque inciucio era sopportabile pur di evitare l’inciucio permanente delle larghe intese. Sul piano istituzionale poi bastava per tollerare tutto il resto la rimozione del macigno, unico rimasto in Europa, di un paralizzante bicameralismo paritario con tempi di scelte politicamente accelerate dal dinamismo imposto dalla globalizzazione. A ben vedere una politica dei piccoli passi date le forze disponibili, che sarebbe tornata più che utile necessaria in un sistema politico ormai tripolare a cui mancava un solo tocco di appetibilità (il voto utile) corrispondente alle percentuali delle tre maggiori forze o coalizioni in campo, la soglia del 35% per ottenere il premio di maggioranza. La somma degli errori in buona ed in mala fede compiuti nella vicenda non esimeva in primo luogo Renzi da un obbligo morale prima che politico. Chi consapevole della posta in gioco aveva annunziato perfino il suo ritiro dalla politica, se c’è rimasto, doveva presidiare le scelte fatte e riformulare in altro modo le sue richieste essenziali. Sul piano delle riforme istituzionali e sarebbe ancora in tempo sfidare tutti gli altri a promuovere un Assemblea costituente su pochi punti in tempi brevi e con l’incompatibilità con incarichi parlamentari avendo constatato l’impossibilità di assolvere da parte del Parlamento il doppio compito degli indirizzi per il governo del Paese e delle riforme costituzionali anche per rilevanti conflitti di interesse tra i componenti delle presenti camere e di quelle future.
Elezioni per l’Assemblea costituente da tenersi congiuntamente con le prossime europee senza oneri aggiuntivi e con lo stesso sistema elettorale proporzionale senza esclusioni pregiudiziali trattandosi della casa comune di tutti gli italiani. Questa proposta con le stesse modalità l’ho avanzata a Veltroni segretario del PD, certo che saremmo finiti in un vicolo cieco. Nelle nobili esortazioni che i padri del PD rivolgono per l’unità necessaria del centro sinistra come argine ai populismi non trovo una sola indicazione che faccia tesoro dei fallimenti prima richiamati e tutto alla fine rischia d’essere condizionato da contrapposizioni personali con qualche terzo invocato per fare il paciere. Poca o nulla capacità autocritica e strategica e quel che manca è il salto di qualità da leader a statista pensoso delle sorti del Paese prima che del suo orticello di guerra di ciascuno contro tutti.

Non attenderemo Godot

Spesso le immagini descrivono un evento molto più di mille parole, specie se pronunciate in libertà.

La conferenza stampa del 22 novembre di Bobo Craxi in cui ha annunciato l’ennesima giravolta che arricchisce il suo curriculum politico più unico che raro (in poco meno di 20 anni dal centrodestra alla sinistra massimalista), plastica dimostrazione di un camaleontismo che ha pochi eguali, è apparsa surreale uditi gli argomenti usati per giustificare l’ingresso nell’Mdp suo e del manipolo di sventurati seguaci che lo sostiene.

Non è necessaria un’approfondita esegesi del suo debol pensiero, che è tale perché muove da una menzogna ovvero che “I socialisti sono da 20 anni senza una casa comune” (sic!), per definire le affabulazioni infarcite di non verità , risibili per la loro inconsistenza e sconcertanti per le conclusioni.

Chissà se ai due imbarazzati anfitrioni di Bobo, presenti in ordine sparso all’evento, dopo aver ascoltato le sue parole in libertà, sarà corso qualche brivido sulla schiena?

L’impressione che hanno dato è che non sprizzassero felicità e soddisfazione, salvo la probabile, segreta e vana speranza di poter arrecare qualche danno al Psi, esercizio in cui i nipotini di Berlinguer si applicano con indefessa solerzia.

Uno , il sempre più esangue Roberto Speranza, è arrivato in sala a metà conferenza e, nonostante l’invito a sedersi al tavolo dei relatori, ha preferito declinare, per poi, a richiesta, pronunciare un fervorino con i crismi del minimo sindacale.

L’altro, il simpatico Arturo Scotto, incapace di emanciparsi dell’oratoria da Agit-prop 2.0 che è la cifra costante dei suoi interventi pubblici, dimentico che solo poco meno di 10 anni fa l’ineffabile Bobo lasciò il Partito Socialista, macchiatosi, a suo dire, della colpa di aver stretto un’alleanza elettorale “con i nostri carnefici”, si è lanciato in un poco credibile panegirico dei socialisti che aderiscono al progetto dalemian-bersaniano, proprio mentre, vedi caso, il leader designato, Pietro Grasso, diffondeva un comunicato in cui, altro Italo Amleto, non dava per scontata l’ assunzione della leadership dell’ Mdp.

Per loro dunque un pomeriggio non esaltante, conclusasi con immagini di strette di mano sincere quanto un falso della Gioconda .

I due non avevano di che essere molto allegri: aspettavano Pietro e si sono ritrovati ad aprire la porta solo a Bobo.

A noi, per nulla attoniti osservatori perché consapevoli, conoscendolo bene, che per lui le porte dei partiti sono sempre girevoli, non resta che attendere di capire quando infilerà la direttrice verso l’uscita.

Non sarà come attendere Godot.

Emanuele Pecheux

Dimmi quando te ne andrai

Il 9 novembre, giorno dell’anniversario della caduta del Muro di Berlino, in Italia, neanche a dirlo, l’evento editoriale è costituito dall’uscita in libreria dell’ultimo romanzo di Walter Veltroni, poliedrico personaggio di scuola berlingueriana , di non multiforme ingegno, dedito a ogni sorta di attività che gli consentano di continuare a calcare il proscenio della vita pubblica, mercé il servilismo delle provinciali elites culturali, da sempre a lui prone, nei panni ora di cineasta ora di romanziere, infine di africanista da divano.

Mentre nel Pd e dintorni c’è chi pensa di superare l’onesto Bersani in proposte indecenti, suggerendo per Walter il ruolo di mediatore nel partito e federatore del nuovo centrosinistra, suscitando così il fondato sospetto che da quelle parti ci sia qualcuno che fa abuso di alcol se non di sostanze stupefacenti , i maggiori columnist dei maggiori quotidiani italiani, il giorno prima dell’uscita dell’ultima fatica (si fa per dire) veltroniana, neanche ci si trovasse di fronte all’evento letterario del decennio uscito da un autore in corsa per il Premio Nobel per la letteratura, hanno fatto a gara per presentarlo ai lettori, garantendogli in tal modo una visibilità che “uno scrittore vero” in Italia non può neppure sognare.

Trattasi di Massimo Gramellini sul Corsera, Ezio Mauro su Repubblica e poi La Stampa, Il Mattino di Napoli e Il Messaggero.

Il Quotidiano Nazionale, evidentemente in assenza di qualcuno che avesse voglia di scrivere in proposito, ha pubblicato un capitolo del libro.

Tutti i maggiori quotidiani insomma. Full coverage.

Naturalmente alla compagnia dei serventi a mezzo stampa non poteva mancare il chierichetto Fabio Fazio che, illudendosi di risollevare i deludenti ascolti del suo programma domenicale su Rai Uno, ha proposto ai telespettatori del servizio pubblico, nel prime time, l’ennesima intervista genuflessa al suo idolo.

Dalla lettura delle recensioni si apprende che l’autore si è cimentato nella narrazione del risveglio, dopo ben 33 anni di sonno , nell’Italia contemporanea di un giovane militante comunista, caduto in coma per un incidente durante i funerali di Berlinguer.

Trama che, a ben vedere, è originale quanto la sottomarca di uno yogourt (magro e senza lattosio) in scadenza , in vendita in un discount.

Il bel film del 2003 di Wolfgang Becker, Good Bye Lenin, che evidentemente ha colpito la modesta creatività di Veltroni, ha ampiamente e brillantemente descritto una condizione simile e francamente di una replica pseudo letteraria ne avvertono la necessità unicamente gli amici e supporters di Veltroni.

Sarebbe utile che qualcuno gli spiegasse che, visti i suoi mediocri precedenti nei panni di romanziere,, anziché ricorrere ad improbabili artifizi narrativi, scrivesse , ricorrendo ad un ghostwriter, le sue memorie.

Tuttavia corre l’obbligo, a beneficio di quanti (speriamo pochi) fossero interessati all’acquisto, di informare che l’originalissimo titolo del libro è “Quando”.

Un titolo davvero ammiccante il cui autore si merita la parafrasi della vecchia canzone di Tony Renis: “Dimmi quando te ne andrai, dimmi quando… quando… quando…l’anno, il giorno e l’ora in cui in pace ci lascerai”.

Emanuele Pecheux

Not in my name

Errare è umano, perseverare diabolico: da codesto vizietto i post Pci-Pds-Ds proprio non riescono ad emendarsi: agevolare l’ingresso di magistrati (in servizio o in pensione poco cambia) in politica.  L’elenco è lungo e il buon Bersani non demorde: dopo averlo imposto, cinque anni fa, come (poco apprezzato) Presidente del Senato ora giunge a proporre Pietro Grasso come leader del Csx. (!!!)
Non in mio nome (per quel che vale) e, spero fortemente, non in nome di chi, nel Csx crede che la separazione dei poteri sia fondamento della democrazia e dello stato di diritto.

Emanuele Pecheux

Il sonno di Gionata

“Non fatevi fregare. Noi uno condannato dal tribunale militare per violata consegna lo cacciamo in un batter d’occhio”. Così parlò il Geom. Giovanni Carlo Cancelleri, aspirante Presidente della Regione Sicilia, poco dopo avere appreso la notizia che il Sig. Gionata Ciappina candidato all’Ars per il M5S nelle elezioni di domenica 5 novembre, circa due anni orsono, fu condannato (in appello)a due mesi per violata consegna poiché, nella qualità di appuntato dei Carabinieri in servizio notturno di pattuglia in un paese della provincia di Catania, lasciò il suo posto e andò a dormire.

Cancelleri appresa la notizia prima è caduto dal pero poi, pur sottolineando che trattavasi di un reato non grave (evidentemente Giovanni Carlo detto Giancarlo di vita militare ne capisce poco), ha cacciato Gionata , che, avendo nel frattempo lasciato la Benemerita, è divenuto fervente attivista grillino di Trecastagni, fondando il meet up locale. Ovviamente, a corredo della dichiarazione, l’aspirante Presidente non ha mancato di indirizzare parole di fuoco contro i media colpevoli di cercare di screditare il M5S.

Il punto è che un movimento che ha posto l’illibatezza penale e come condizione per le candidature ed è sempre pronto a puntare il dito contro gli altri non può cavarsela chiudendo la stalla quando i buoi sono scappati, cercando di minimizzare, l’accaduto. Se il cronista non avesse scoperto il fatto, nessuno nel movimento avrebbe posto la questione, per il semplice fatto che non lo sapeva e magari Gionata, ora sveglissimo, sarebbe stato eletto deputato regionale.

Ma com’è possibile che una forza politica che predica l’onestà e la trasparenza, che ha mezzi e possibilità per esercitare i controlli (piattaforme web avveniristiche e quant’altro), scivoli proprio sul pilastro ideologico che è l’essenza stessa della sua esistenza e pensi di cavarsela con un’espulsione tardiva parlando d’altro?

Prima di guardare in casa d’ altri occorrerebbe prestare attenzione a ciò che avviene nella propria.

Diversamente, in un Paese normale, di fronte ad un elettorato maturo, non solo non si è più credibili ma si cade nel ridicolo.

Quanto a Gionata, il suo nome, espulsione o non espulsione, rimane nella lista del M5S ma lui potrà tranquillamente riprendere il sonno interrotto. Non se ne accorgerà nessuno. E comunque, buon riposo.

Emanuele Pecheux