Lettera aperta a Berlusconi

Se io fossi B. avrei da tempo venduto parte delle vaste proprietà, avrei messo i proventi in un paio di container – aggiungendoci magari un centinaio di carnet di assegni, frutto di anni di onorato lavoro – e sarei partito, per sempre. In un bosco islandese o un in un villaggio del Belize, senza computer, né fax o francobolli per posta prioritaria. Solo una bella scorta di romanzi e qualche pillola blu (non si sa mai).

Nascosto dietro una barba o una parrucca mechata, mi sarei rifatto una vita e disfatto di quella precedente. Avrei giocato a burraco o a backgammon con gli indigeni, ridendo a crepapelle davanti ad un tiepido infuso alle erbe sul mio passato da “statista”. Avrei, finalmente, fatto amicizia con un netturbino o un cameriere o un giocatore di boccette. Non ho alcun intento beffardo scrivendo questo post.

Provo sincera commiserazione per il signor B., che da oltre vent’anni a questa parte ha avuto conoscenze solo dal milione di reddito in su. Non c’è imprenditore, potente, politico che non sia passato dall’enorme cruna del suo ago. I potenti vivono come pazzi, non c’è da meravigliarsi se poi, negli anni, diventano vaneggianti tromboni. Vivono nelle loro enormi regge, sospettosi, disperati, vendicativi. Soli, alle mercé di spietati tornacontisti.

Mi dia retta, Signor B., vada a vedere come procedono i cantieri nella tratta tra Manaus e Santa Helena di Juaren e tra un rimbrotto e l’altro agli operai creoli (già me lo vedo: “Mi consenta, negretto”), racconti come qualche anno prima occupasse anche lo scranno di Primo Ministro.

E giù grasse risate…

La grande occasione per Renzi da leader di una stagione a statista

Il succo di questo mio articolo potrebbe rifarsi alla lezione di Dante:”Ma i vostri non appreser ben quell’arte” di tornare per ben due volte! Alla faccia di chi va discettando della fine delle classiche distinzioni tra destra centro e sinistra e di quelle commistioni all’altezza delle sfide dei tempi, com’è stato il centrosinistra con trattino prima e senza trattino poi, come perfino D’Alema ha auspicato nell’ultima sortita, nelle grandi coalizioni alla tedesca e più recentemente nel funambolismo di un Macron che nel contesto istituzionale italiano sarebbe uscito ridimensionato in un Micron. la nuova dirimente linea di demarcazione è pro e contro L’Europa.

Di un’Europa di cui non si discute ma in cui si discute di come renderla più solidale, di come aprire la sua nuova grande stagione in una accelerata competizione mondiale che solo i ciechi o i pazzi possono tentare di affrontare senza un’Europa unita e sempre più federale. Se questa è la bussola le scelte debbono essere conseguenti: scongiurare al governo del Paese l’euroscettico Salvini, schierato con la Le Pen e i sovranisti dell’est dell’Europa o chi come Putin è onnipresente ovunque si tratta di disarticolare l’Occidente. Dall’altra parte i pentastellati anticasta ma avviati ad una revisione radicale specie in De Maio, aspirante a figurare accanto agli innovatori alla Macron su di una linea di contrappeso ai Paesi del nord e dell’ Est da parte di quelli mediterranei con in mezzo l’anello di congiunzione da rafforzare, quella Merkel scelta dai socialisti francesi nell’ottica di una preminente responsabilità verso l’Europa. Questa è la linea strategica del Presidente Mattarella, uno di quei fortunati lanci che insieme con Gentiloni e la sua squadra di Governo ha saputo fare Renzi come uomo-assist prezioso per il Paese. Il suo premio sarebbe arrivare alle prossime europee riportando dall’Italia un consenso allargato all’Europa con una consapevolezza della solidarietà europea da guadagnarsi sul campo contro sterili contrapposizioni auspicabilmente nel gruppo di testa come seppero fare i padri fondatori. E sempre nel nome dell’Europa dare priorità alle riforme istituzionali laddove sono state interrotte, a partire dal ridimensionamento di quel bicameralismo paritario, unico in Europa, che ci costringe su un percorso sempre più accelerato da formula 1 a concorrere con macchine d’epoca, più da spettatori che da competitori. Per quanto riguarda la riforma elettorale mi limito a ricordare che sia rispettosa di un sistema politico ormai tripolare, per ora, e che i due modelli più rispettosi della volontà popolare appaiono o quello francese che al secondo turno ammette le forze che abbiano superato il 12,50 % dei voti o quello vigente da noi per le regioni, ambedue occorre sottolinearlo non prevedono i nominati dalle oligarchie dei partiti e perciò la sottrazione della scelta agli elettori, secondo il disegno che il compianto Ruffilli aveva esplicitato con l’espressione del “cittadino arbitro”, non solo della rappresentanza ma auspicabilmente anche del Governo.

Un disegno politico lungimirante che partendo dalle istituzioni alla legge elettorale ci vaccini dal virus dei nominati dalle oligarchie dei partiti, altrimenti trascorsa una legislatura, anche con l’assurdità di un limite a due mandati, i più strenui innovatori saranno annoverati nella vituperata casta perché predestinati. Infine al Presidente Fico, per sottolineare la centralità del Parlamento, l’invito a scaglionare il riconoscimento di un adeguato compenso ai parlamentari per fasce di partecipazione ai lavori in aula e nelle commissioni con un minimo di base comune. Fu una mia inutile sollecitazione quando nel periodo 1976-1994, risultato il primo come presenze nelle votazioni in aula, avevo un naturale rigetto verso chi disertava in tutto o in parte il primo dei suoi doveri.

Roca

Per la centralità del Parlamento non basta la foglia di Fico

Fico è chiamato alla prova del nove per dimostrare come si riafferma la centralità del Parlamento andando oltre alla ben nota ed elettoralistica foglia di fico sulle vergogne dei vitalizi. Ci saremmo aspettato ed ancora ci aspettiamo da Fico, per la grande occasione che gli si offre, che emergano le criticità per il superamento di una lunga agonia della II Repubblica mettendo le basi per la terza. Intanto l’affermazione in favore di restituire la centralità al Parlamento, se non è una frase d’occasione per l’assunzione della carica di Presidente, è un impegno di Fico di voler difendere una repubblica parlamentare contro le tentazioni dell’uomo forte per la somma dei poteri rispetto ad una democrazia forte grazie ad istituzioni governanti e governabili da chi è legittimato dal mandato popolare.

Per chi come me si ispira alla bussola indicata e pagata con la vita da Moro e Ruffilli, rispettivamente della “democrazia matura”dell’alternanza e del “cittadino arbitro” non solo della rappresentanza ma anche del governo del Paese, la qual cosa implica il superamento della delega in bianco propria di ogni forma di proporzionale, è evidente che la priorità assoluta è nel mettere le basi della terza repubblica su binari sicuri e condivisi per evitare una instabilità istituzionale , palla al piede per il Paese. Due punti su tutti, una sorta di colonne d’Ercole da attraversare per non indulgere alla tentazione dell’uomo forte.

Bisogna avere l’onestà di ripartire da dove il lungimirante lavoro di Renzi è stato stroncato pur conseguito con le uniche forze resisi disponibili. Punto essenziale aver individuato il superamento del bicameralismo paritario nel raccordo essenziale tra il Governo ed una sola Camera, onde evitare l’umiliante ping-pong tra Camera e Senato con licenza di impallinare ogni riforma oltre che costituire l’alibi dei voti di fiducia a ripetizione per motivi d’urgenza, di cui sono vittime sia le minoranze che la stessa maggioranza, obbiettivo questo sicuramente nelle corde di Fico. Evito altri punti altrettanto essenziali per venire all’altro versante in grado di far nascere la III Repubblica, quello della riforma elettorale.

Anche qui Renzi aveva fatto un passo da gigante strappando letteralmente ad una destra sempre ostile il ricorso al ballottaggio per sapere dopo lo spoglio a chi il popolo, ovvero i cittadini arbitri avevano attribuito l’onere di governare senza ricorrere agli alibi degli impedimenti altrui. E questo alla faccia di chi si sgolava contro l’inciucio che l’Italicum avrebbe escluso in partenza. Ultima considerazione la consapevolezza di dover fuoriuscire dal regime dei nominati in tutto o in parte per evitare che dopo una legislatura anche gli innovatori finiscano per essere annoverati nella Casta da abbattere, quelli cioè che rispondono solo alle oligarchie dei partiti perché sono stati recisi i rapporti diretti di fiducia tra eletti ed elettori. Il passaggio dagli eletti ai nominati è stato il più grosso attentato alla repubblica parlamentare e non è un caso che le forze antisistema o molto critiche abbiano solo in Italia superato il livello del 20 % di consenso. I due modelli elettorali rispettosi della struttura tripolare del nostro sistema politico appaiono: quello francese che vede ammessi al secondo i primi due e chi abbia superato il 12’50%; l’altro è quello da noi vigente nelle regioni. Dai Presidenti dei due rami del Parlamento ci saremmo attesi questi chiarimenti preliminari a qualunque alleanza programmatica purchè su binari istituzionali condivisi.

La speranza è che il ricorso ad una personalità super partes da parte del Presidente della Repubblica veda in parallelo l’impegno sui due punti strutturali sopra richiamati, magari ricorrendo per la riforma istituzionale ad un’Assemblea costituente con punti e tempi delimitati, con componenti incompatibili con incarichi parlamentari, di governo e sottogoverno, da eleggere senza aggravio di costi in concomitanza con le europee, con l’apporto di tutti in piena autonomia. Se nulla di questo accadrà, il Presidente potrebbe essere costretto a dare l’incarico al rappresentante del gruppo misto diventato nel frattempo il primo in assoluto per responsabilità dei veti incrociati e conseguente tentazione di elezioni anticipate.

Roca

Governo del Presidente ma non solo per prendere tempo!

Un Governo del Presidente se nasce deve registrare la distanza tra chi poteva dare un governo al Paese e non ce l’ha fatta. E’ per questo che avendo fatto man bassa delle cariche parlamentari né centrodestra né grillini possono legittimamente attendersi che uno dei due Presidenti sia incaricato. Sarà più facile sfociare in un governo per tutti nella misura in cui non si configuri come l’incubazione di una maggioranza ma la premessa per il chiarimento tra e dentro le forze politiche ai fini di far nascere un governo con un minimo di affidabilità per il Paese.

Le occasioni per fare chiarezza tra le dichiarazioni spesso mutevoli e le scelte da fare non mancheranno a partire dalle internazionali sul tappeto. Si capirà subito chi traguarda verso elezioni anticipate forzando ulteriormente i toni per qualche voto (crede) in più e chi si prepara ai difficili impegni che lo attendono diradando la cortina fumogena della facile demagogia elettoralistica.

Ebbene comunque si rigiri il panorama politico italiano e la sua struttura finora tripolare, senza che nessuno abbia conseguito la maggioranza assoluta per governare, un potere determinante ricade su chi è nel mezzo ed a minor distanza di quella che separa le forze potenzialmente alternative. Nella vulgata questa posizione viene denominata “ago della bilancia” e questo fa pensare ad un’attenta valutazione dei pro e dei contro, delle convenienze non escluse affatto quelle della minore distanza dai propri orientamenti ideali. In realtà la posta in gioco è più alta del far pendere il piatto della bilancia da una parte e dall’altra.

Si tratta della consapevolezza di disporre delle leve per azionare gli scambi per uscire dalla stazione della seconda Repubblica per traguardare verso istituzioni governanti e governabili in grado di tenere il passo con le accelerazioni che la dimensione globale impone. Due gesti di grande coraggio da statisti si richiedono a Renzi e Berlusconi. A Renzi il coraggio di essere coerente con l’intuizione che gli fece scegliere con chi ci stava, senza preclusioni di sorta, di varare una legge elettorale che grazie al ballottaggio, strappato alla destra da sempre ostile, avrebbe indicato dopo lo scrutinio chi avrebbe governato ed in parallelo grazie alla riforma istituzionale il superamento del bicameralismo paritario passando al rapporto unico tra Governo e Camera senza l’estenuante pingpong tra Camera e Senato col risultato dello svuotamento del Parlamento, compresa la sua maggioranza per corrispondere all’urgenza delle scelte.

La bocciatura di ambedue le misure indicate aveva una sola ragione: impedire a chi veniva dato(una vera e propria personalizzazione simultanea di Renzi e dei suoi concorrenti) per beneficiario di poter governare. Con l’acqua sporca (sic) venivano soppressi anche due creature da tutti attese. Ebbene un Renzi coerente con le sue idee dovrebbe porre al PD ed al Paese la necessità di ripartire da dove il suo lungimirante disegno strategico è stato interrotto riproponendo le riforme istituzionali minime necessarie ma con una modalità che coinvolga tutti, slegata dagli equilibri di governo a cui le riforme sono state sempre subordinate,ricorrendo ad un’Assemblea Costituente su pochi punti nodali, con membri incompatibili con incarichi parlamentari e di governo, senza oneri aggiuntivi perché eletta congiuntamente con le elezioni europee, una proposta che formulai con le stesse modalità ai tempi di Veltroni segretario PD e che più recentemente è stata caldeggiata da Stefani Parisi quando sembrava l’unto di Berlusconi e successivamente da Calenda prima della sua adesione al PD. Sulla riforma della legge elettorale, comunque necessaria per la chiara incostituzionalità dall’aver voluto collegare il voto, preminentemente personale, al listino per giunta bloccato del proporzionale ( un matrimonio a tre tipo “io, mammeta e tu), accedere a forme sperimentate come il doppio turno in Francia con ammissione dei primi tre classificati al primo turno o al modello della legge elettorale vigente nelle regioni per essere rispettosi della struttura tripolare dell’attuale sistema politico.

Questo per quanto riguarda il PD con il responsabile e coerente apporto di Renzi in prima fila. Per quanto riguarda Berlusconi è di un’assoluta evidente la castrazione come leader a cui ha voluto andare incontro con un confronto impari col più giovane ed arrembante competitore mettendo a nudo i contraccolpi di non aver voluto passare ad una sorta di monarchia istituzionale con la l’investitura del nuovo leader dalla base e lui padre nobile come presidente onorario del Partito. E pensare che con le elezioni europee ormai alle porte, l’investitura di Taiani, ma non a mezzo servizio ma con alta valenza d’impegno europeistico, riaprirebbe la conta con Salvini oltre che proteggere la sua creatura dall’opa in atto.

Il lutto dell’Aventino non si addice al PD tantomeno a Renzi

Partiamo dalla constatazione che i vincitori relativi delle ultime politiche sono alle prese con la quadratura del cerchio del come arrivare a formare una maggioranza di governo. Lo stesso problema che hanno avuto e risolto in Germania solo facendo appello alle proprie radici ed agli interessi prevalenti del loro Paese e dell’Europa. Nulla di simile in Italia dove solo la lungimiranza di Renzi si era adoperata con il ricorso al ballottaggio (nell’Italicum) pur di avere la certezza di un vincitore-responsabile (tutto l’opposto dell’inciucio di cui era accusato) delle sorti del Paese ma anche di poterlo governare con la fine del bicameralismo perfetto, specie nel rapporto unico Governo-Camera dei Deputati.

Un vestito che dopo le Europee sembrava su misura di Renzi e perciò tutti, ben oltre la personalizzazione, furono sparati contro con il no al referendum. Per l’eterogenesi dei fini, che in politica è una costante, era un’occasione storica per il Paese ed in primo luogo per Berlusconi che seppure ridimensionato,sarebbe oggi l’indubbio timoniere della coalizione, oltre al prestigio riconosciuto di finire la sua carriera come padre costituente della terza Repubblica. Fatte queste constatazioni, occorrerebbe ripartire dalle riforme istituzionali, meglio se con un’apposita Assemblea costituente con l’apporto di tutti, senza interferenze con i problemi di governo, da eleggersi in contemporanea con le europee e perciò senza costi aggiuntivi. Sul fronte altrettanto urgente della riforma elettorale chi vuole garantire una maggioranza governante deve mettere in conto la struttura tripolare del sistema politico.

Ci viene in soccorso il modello francese in cui al ballottaggio sono ammesse le tre maggiori forze risultanti dal primo turno o ripiegare sul modello della legge elettorale regionale. Si tratta di ripartire da dove Renzi era stato costretto a fermarsi e non c’è dubbio che l’Aventino sarebbe una vera e propria diserzione a partire dallo stesso Renzi . Non tornerebbe d’attualità il suo intento di ritirarsi dalla politica ma, rinunciando lui alle sue battaglie, per espiare questa gravissima colpa di omissione, non gli rimarrebbe che andare in convento. Tenendo ben ferma questa premessa che non suonerebbe affatto come sconfessione del suo operato con gli unici interlocutori disponibili e poi pentitisi per un salvacondotto impossibile, c’è da mettere a fuoco un punto dirimente per le scelte da farsi ed è che si tratta non di assumere il ruolo di ago della bilancia ma di fare un uso responsabile delle leve di comando dello scambio delle rotaie appena fuori dalla stazione della II Repubblica.

Far correre il rischio al Paese di azzerare tutti gli sforzi compiuti concorrendo alla saldatura tra due formazioni politiche più o meno euroscettiche, è una responsabilità gravissima perché aver ragione sulla pelle di un Paese disastrato non potrebbe essere perdonato a chi poteva evitarglielo. Non sfugge a nessuno che tra un Salvini rimasto alla prima Le Pen, che sta cercando di uscire dall’isolamento in cui si è cacciata dialogando con la destra moderata, ed un Di Maio, diciamo flessibile, che ambisce al salotto buono d’Europa. Infatti dopo il tentativo dei 5stelle di smarcarsi da Farange con la richiesta respinta al gruppo più europeista del Parlamento europeo, si ha la conferma ufficiale della richiesta di Di Maio di ricercare intese con Macron ricevendone una risposta di fatto sospensiva legata all’evolversi della situazione italiana. Male fa Gozi o chi per lui, a quanto ipotizzato sulla stampa, a proporre il PD come alternativa nell’adesione a Mcron a quella dei 5stelle per due motivi: primo perché il PD ha già una collocazione a cui tener fede senza pruriti centristi e poi perché Macron per bilanciare la Merkel e i democristiani non può che ricercare l’intesa con le forze socialiste. Una responsabilità in più verso quell’Europa solidale di cui vorremmo che l’Italia fosse protagonista.

Roca

Gli errori rinnovabili di vincitori e vinti

La miopia della politica italiana è alla base della sua incapacità di fuoriuscire dalla instabilità che rende precaria la sua affabilità interna ed internazionale. Proverò per accenni a richiamarli nell’ottica prioritaria di ciò che giova al Paese e per l’eterogenesi dei fini si ritorce su chi li ha compiuti. Col senno di poi basti pensare che i vincitori relativi delle ultime politiche sono alle prese con la quadratura del cerchio del come arrivare a formare una maggioranza di governo. Lo stesso problema che hanno avuto e risolto in Germania solo facendo appello alle proprie radici ed agli interessi prevalenti del loro Paese e dell’Europa. Nulla di simile in Italia dove solo la lungimiranza di Renzi si era adoperata con il ricorso al ballottaggio pur di avere la certezza di un vincitore-responsabile (tutto l’opposto dell’inciucio) delle sorti del Paese ma anche di poterlo governare con la fine del bicameralismo perfetto.

Un vestito che dopo le Europee sembrava su misura di Renzi e perciò tutti sparati contro con il no al referendum. Era un’occasione storica per il Paese ed in primo luogo per Berlusconi che ora con tutto il centrodestra, seppure ridimensionato,sarebbe l’indubbio timoniere della coalizione, oltre al prestigio riconosciuto di finire la sua carriera come padre costituente della terza Repubblica. Se volesse sottrarsi ad un puro galleggiamento dall’occasione perduta dovrà ripartire e dal suo interlocutore principale, PD ed alleati, che hanno tutt’ora le chiavi in mano del futuro. Un Berlusconi, che procede svendendo pezzi del suo potere locale, rischia di lasciare tutta l’eredità ad un Salvini a cui ha regalato su di un piatto d’oro, nella contesa interna, la sua immagine decadente sul piano personale e politico. L’occasione di invertire la rotta d’ossa è a portata di mano, le prossime europee e le amministrative, a patto che, come presidente onorario del partito, si decida a passare ad una monarchia costituzionale, facendo scegliere alla base il successore, prima di essere esule in patria.

Di Salvini i pochi pregi, come la dimensione nazionale del movimento ed un attivismo senza risparmio, sono surclassati dall’essere prigioniero di una retorica populista accecante tanto da non vedere il tentativo della Le Pen di ritornare in gioco avvicinandosi ad una destra moderata e di non capire che le sue coordinate internazionali senza le continue verifiche per i mutamenti in corso, porterebbero allo sbando il Paese, dalla politica protezionista di Trump all’assolutismo senza remore di Putin, di cui rischierebbe al governo di apparire, e con lui il Paese, un servo sciocco. Tutti nodi destinati a venire al pettine già a partire dalle elezioni americane di medio termine. A Di Maio la storia del Sud non ha insegnato niente, né Giannini col suo uomo qualunque,né Lauro, né la prima ondata berlusconiana dei 61 parlamentari su 61 in Sicilia, tantomeno l’insegnamento di Sturzo che il sud o diventa problema europeo, oggi più che mai, o resterà irrisolto sempre più dissanguato delle sue migliori energie.

Quale momento migliore dopo la scossa di un Macron per un’Europa competitiva con potenze mondiali sempre più aggressive dove un’Italia, se restasse sola, diventerebbe un’appendice di una grande potenza e non la proiezione-missione dell’Europa per il riscatto dell’Africa contro il perseverare degli odi tribali ed il neocolonialismo cinese? Chi queste cose le avverte, perché ce l’ha nella sua cultura sedimentata in secoli di lotta per l’affrancamento dei popoli e delle singole comunità, non può non cogliere la grande occasione delle europee e delle amministrative e partire sin d’ora con una grande alleanza che prefiguri l’apporto determinante dell’Italia ad un’Europa solidale a base di quella federale sognata dai nostri padri. Il lutto non si addice a chi nel suo DNA ha i germi del futuro.

Roca

L’Italia sul crinale

Non passa giorno che dall’Europa non vengano in varie forme messaggi rivolti a Mattarella perché grazie alla sua moral suasion si formi un governo, non qualunque, che contribuisca a quella nuova Europa che sta per partire grazie al tandem Francia-Germania sapendo quanto sia necessario l’apporto strategico dell’ Italia, il più stretto cordone ombelicale con le sponde africane. Appello a Mattarella per stretta analogia col ruolo determinante svolto dal socialista Presidente della repubblica tedesca perché si riformasse la grande coalizione tra democristiani e socialisti. Un parallelismo ancora più impegnativo per il centrosinistra al fine di salvaguardare il prestigio internazionale del nostro Presidente della Repubblica. Un compito questo di tutto il centrosinistra e non solo del PD. Se vuole riaccreditarsi come forza di governo non può cedere alla tentazione fallimentare dell’Aventino, che nella vulgata popolare sarebbe interpretata come vedovanza dal potere.

Ci sono tutte le premesse a partire da quelle numeriche per le quali vale la pena ricordare il sano pragmatismo craxiano prima dell’accecamento del potere, quando con la metà dei voti del centrosinistra di oggi ( potendo vantare un’ultima squadra di governo che non teme confronti con quelle della stessa breve durata) tenne in scacco i due ben più consistenti contendenti la DC e il PCI. Decisivo anche allora fu il quadro di riferimento delle alleanze internazionali ed una prospettiva sicura di sviluppo democratico. Qui è bene ribadire un concetto, finora del tutto disatteso, ed è che la funzione di un nuovo centrosinistra, auspicabilmente unitario, anche in un nuovo soggetto politico mirato al lavoro ed alle autonomie crescenti fino all’Europa, non è riconducibile all’ago della bilancia ed in forza dei numeri in grado di far pendere il piatto della bilancia dalla parte di uno dei due contendenti, centrodestra o M5stelle, ma piuttosto al ruolo dello scambio dei binari all’uscita dalla stazione della seconda Repubblica con la preminente responsabilità di sapere come indirizzare il futuro democratico del Paese.

Si rimprovera a Renzi di non avere approfondito prima le sconfitte a livello delle autonomie, asse portante del PD grazie alla migliore classe dirigente del Paese, quella locale ereditata dalle maggiori componenti per aver tenuto in vita l’alternanza democratica in periodo di guerra fredda e poi quella del referendum del 4 dicembre. Sì, proprio com’è accaduto nella successione di Gentiloni a Renzi nel governo, a maggior ragione nel PD si deve andare oltre Renzi a partire da Renzi da quanto di positivo per il presente ed il futuro, in condizioni quasi proibitive, la gestione Renzi è stata capace di strappare in tema di sbocco democratico verso una democrazia forte con istituzioni governanti e governabili piuttosto che verso la tentazione dell’uomo forte per somma di poteri Un rischio grande se si dovesse andare incontro ad una prolungata instabilità col conseguente scarico di responsabilità sugli altri che avrebbero impedito la realizzazione di promesse fuori contesto italiano ed europeo di fattibilità. Chi dentro e fuori del PD ha il coraggio di ammettere che bocciando L’italicum con la sua previsione di ballottaggio, strappata alla destra (altro che inciucio!,) e perciò di un vincitore sicuro senza più alibi da scaricare su altri le proprie inadempienze, si è persa una grande occasione? Ed ancora bocciando il referendum istituzionale insieme all’acqua sporca (?)non è stato buttato il bambino della più urgente riforma, la fine del bicameralismo paritario, ultima sopravvivenza in Europa, come dire che vogliamo correre in formula uno ricorrendo ad una macchina d’epoca?

Su questi due punti essenziali sarebbe auspicabile un governo di scopo a termine. Per la legge elettorale valutare in via prioritaria il modello francese a doppio turno con la partecipazione come in Francia di tre finalisti, corrispondente al nostro tripolarismo, riproponendo al livello costituzionale almeno la fine del bicameralismo paritario nel rapporto Governo-Parlamento e la sfiducia costruttiva contro le imboscate assembleari affidando le decisioni ad un’assemblea costituente da eleggere senza aggravio di costi in contemporanea con le elezioni europee e con l’apporto di tutti.

Una scelta che permetterebbe nell’anno di generale armistizio di valutare quale delle due formazioni maggiori riesce a depurarsi più credibilmente dalle tentazioni sovraniste antieuropeiste che porterebbero dritto all’avvento della troika al governo del Paese. Allora sì dovremmo essere noi a richiedere un referendum contro l’avventurismo e l’isolamento del Paese!

La linea del Piave del centro sinistra

Prima domanda del cittadino comune: ed ora? I dati di fatto incontestabili: primo partito il M5stelle,trionfante specie al sud ma non in grado di governare da solo. Mi fa l’effetto dello spumante agitato in campagna elettorale.

Legittimo chiedersi oltre al botto ed alla schiuma abbondante,se messo alla prova di governo ( può anche andarci ma non gli conviene cercando di dimostrare che altri glielo hanno impedito), è soggetto a sgonfiarsi appena è costretto a scegliere e quindi a dividersi dopo aver cumulato tutto e il contrario di tutto. L’altro movimento vittorioso è certo quello di Salvini, determinante a far prevalere il centrodestra ma altresì prevalendo su FI, sicché come convenuto in fase preelettorale, avanza la sua leadership permanendo l’incognita di chi gli consentirà di disporre di una maggioranza di governo e a quali condizioni. Inutile dire che si aprirà la campagna acquisti attraverso le crisi di coscienza che ingrosserà il gruppo misto.

Queste intime e profonde contraddizioni rilanciano una funzione di ago della bilancia da parte del PD da una parte e di FI dall’altra se non si vuole andare dritti ad elezioni anticipate. Il cumulo tra M5stelle e Lega appare tra i più improbabili anche perché concorrenti sullo stesso elettorato e con un leader come Salvini che ha in tasca la successione a Berlusconi e ad una parte cospicua del suo elettorato specie se con elezioni anticipate. La palla lo si voglia o no torna al ruolo determinante del PD.

Le dimissioni di Renzi preludono ad una sua nuova legittimazione attraverso le primarie ma lo riconosca o no i suoi orizzonti strategici, pur intuiti perseguiti e raggiunti in alcuni risultati poi cancellati (dalla governabilità garantita dal ballottaggio previsto nell’Italicum e dalla fine del bicameralismo paritario nel pacchetto delle riforme costituzionali) sono condizionati da uno spirito di rivalsa verso tutti e tutto che non può sortire effetti democratici ma una spinta ulteriore all’uomo forte come antidoto ad una democrazia debole e non governante. Se sui due punti cruciali già richiamati e quale futuro per l’Europa, il PD, con Renzi o con altri, farà il suo dovere se sceglierà la strada propositiva per un sostegno partendo dall’astensione, non dando la sensazione di perseguire il tanto peggio tanto meglio, sicchè le contraddizioni altrui vengano alla luce ed il suo ruolo apparirà realmente orientato prioritariamente al bene della Nazione e non del suo particolare. Il termometro di questo cambio di approccio apparirà evidente se alle prossime europee si celebreranno anche le elezioni per un’Assemblea costituente con l’apporto di tutti sottraendo la materia preziosa dell’adeguamento della casa comune degli italiani alla commistione paralizzante per oltre trent’anni con gli equilibri di governo spesso prevalenti e comunque percepiti come inciucio dall’elettorato.

Roca

Il nuovissimo, l’usato sicuro, l’abusato cronico!

Non voglio argomentare a lungo per poi esprimere la mia preferenza, ma parto da una considerazione generale che potrebbe trovare un consenso più ampio oltre le appartenenze politiche tradizionali, in sintesi da cittadino pensoso delle sorti del Paese.

Mettiamo che in un consiglio scolastico, con genitori in prima fila, ci sia da dare l’affidamento del ruolo di autista di un pullman che accompagna i figli a scuola. Primo requisito che abbia una patente abilitante alla guida del mezzo; secondo è auspicabile che abbia alle sue spalle un’esperienza acquisita e terzo ma non ultimo che sia adeguato per un rapporto di fiducia con i suoi utenti ed i loro genitori ed insegnanti. Passando in rassegna le tre maggiori forze in campo, i nuovissimi per antonomasia e cioè i Grillini, meglio i pentastellati perché il padre Grillo ha già preso le distanze, è impossibile che possano esibire una patente di governabilità. Mi si può osservare che c’è pure un momento d’inizio e uno scotto da pagare, comunque è un salto nel buio e se proprio vogliamo affidarci a dei precedenti di rilievo le credenziali dalle due maggiori amministrazioni a loro affidate, Roma e Torino,con un eufemismo potremmo dire che lasciano molto a desiderare.

Mi si può opporre che anche lì non avevano alcuna patente ma l’elettorato scappava letteralmente da una gestione intollerabile ed a qualche santo doveva affidarsi. Possiamo dire che anche a livello nazionale ci siano le condizioni da dover scappare? Tutti i dati, a partire da quelli Istat a quelli europei ed internazionali confermano che la ripresa in Italia è in atto. A chi obbietta che l’Italia rimane il fanalino di coda in Europa è facile controdedurre che anche le condizioni di partenza non solo erano peggiori ma furono necessarie cure da cavallo ( governo Monti e quelli a seguire) per evitare il collasso. Non è possibile navigare nell’era globale, a partire da quella europea, pagando prezzi altissimi all’improvvisazione ed alla mancanza di esperienza. Il governo Gentiloni in toto, Presidente del Consiglio e squadra di governo, rappresenta in questo momento, anche grazie alle forze alleate alle elezioni, quell’usato sicuro che impedisce salti nel buio e di vanificare gli immensi sacrifici compiuti ed i primi significativi risultati.

Tornando ai nuovissimi non può sfuggire il tentativo di Di Maio di accreditarsi come diverso da tutti, il primo di una classe di alunni superdotati e super partes come nella presentazione del suo governo prima ancora che all’opinione pubblica, il vero obbiettivo per smentire di non avere una squadra di governo, nientedimeno che al Quirinale, che tace per prudenza e niente altro potrebbe fare perché la Costituzione non lo consente ed il metodo codificato non è solo forma ma sostanza. La presentazione della lista di governo è doverosamente affidata a chi è stato designato perché il più in grado di garantire una maggioranza di governo affidabile e non è detto affatto anticipatamente che l’accordo avvenga su di un monocolore, quasi la pretesa d’essere predestinato ad avere l’incarico anche se dovesse essere il primo partito in Parlamento. Inesperienza, presunzione di vincolare il Presidente? C’è una terza ipotesi che nessuno ha avanzato, quella di una drittata, di porre fine alla immancabile corsa ai ministeri per l’oggi e per il domani, tenere strette le redini del comando qualunque cosa accada.

La terza opzione, quella dell’abusato cronico si confà allo scontro in atto tra centrodestra e destra alleati e favoriti nei sondaggi ma mai così radicalmente divisi ed antitetici perfino rispetto all’alleanza del 94 quando FI fece da collante per il potere tra Lega ed AN che nemmeno si parlavano. Al secondo patto di Berlusconi con gli Italiani, un espediente abusato con sempre mirabolanti promesse, il suo competitore nella coalizione oppone un giuramento sul Vangelo con annesso rosario che a qualcuno ha fatto pensare ad un avvicinamento alla Chiesa ai credenti, ad una mitigazione dei toni più aspri ed è invece una captatio benevolentiae verso i fedeli più tradizionalisti insofferenti verso il messaggio evangelico di Papa Francesco.Di qui al corteggiamento, per superare Berlusconi ed avere l’investitura a Presidente del Consiglio, degli aderenti alla destra estrema non c’è stato uno iato ma una continuità assoluta di strategia. In conclusione la disputa tra bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto per la conferma o meno degli indirizzi dell’attuale governo ha un criterio obbiettivo a cui fare riferimento: da dove si è partiti? Chi ha onestà d’intenti non può cambiare le carte in tavola ma l’incognita è forte perché c’è un piano inclinato da modificare con assoluta urgente nella necessaria revisione della legge elettorale, quel piano inclinato che ha aperto un’autostrada alle forze antisistema, la più pesante eredità lasciataci dall’abusato cronico ed è il passaggio dal regime degli eletti dal popolo a quello dei nominati dalle oligarchie dei partiti recidendo il cordone ombelicale permanente tra eletti ed elettori. Non averlo rimosso non è solo responsabilità di chi lo ha imposto ma anche di chi poteva farlo e non l’ha fatto analogamente per quanto avvenuto per un devastante conflitto d’interessi. Questa omissione ha fatto scuola ai nuovissimi che sulla demonizzazione di tutta la casta delegittimata hanno costruito la loro fortuna.

Roca

Dare dignità a “Strette intese e larghe astensioni”

A meno di un miracolo nessuna maggioranza è all’orizzonte del 4 Marzo e se anche fosse sarebbe così poco coesa da fare la fine della maggioranza bulgara di Berlusconi con una variante di frasi celebri: al posto di Fini che dice a Berlusconi:”Che fai mi cacci?” potrebbe essere Berlusconi a dire a Salvini:”Che fai mi lasci?”. Scherzi a parte di fronte ad un Parlamento appena eletto, in maggioranza nuovo di zecca, se non si vuole che il gruppo misto diventi quello di maggioranza, una qualche ancora di salvezza per non tornare alle urne bisognerà pure trovarla e comunque rivestirla di dignità e necessità agli occhi del Paese. Le formule post-voto si sprecano ma tutte ruotano intorno alla saggezza (con gli immancabili pro e i contro) del Presidente della Repubblica. C’è un’ipotesi da non trascurare quella di un governo di strette intese grazie a larghe astensioni con tanto di precedente di un governo Andreotti. Siamo innanzi agli stessi protagonisti del maggiore attacco subito dalla democrazia italiana: quel passaggio in toto al Parlamento dei nominati, sradicando il rapporto diretto tra eletti ed elettori e tra Parlamento e Governo da una parte e gli enti locali dall’altra abbandonati alle loro difficoltà pur essendo in prima linea, alla faccia del principio costituzionale della sussidiarietà. Guasti dai quali senza convinzione stiamo cercando di uscire con un terzo di eletti sia alla Camera che al Senato grazie ai collegi uninominali contrassegnati però da una incostituzionalità evidente. La ratio dell’uninominale è che il candidato col suo richiamo personale specie in rapporto al territorio, auspicabilmente non paracadutato, prevalga sull’appartenenza partitica, la qual cosa è frustrata dalla legge vigente che lega indissolubilmente la scelta del candidato anche ai rappresentanti nel proporzionale per giunta con i nomi bloccati. Sì, si tratta di un’altra legislatura inficiata sul nascere da incostituzionalità per non aver consentito il voto disgiunto, una rigidità motivata da una diffidenza reciproca tra alleati. Un governo di scopo per avere istituzioni governanti e governabili non può prescindere da una nuova legge elettorale, non bacata di incostituzionalità, finalizzata alla governabilità e come minimo da una riforma costituzionale che riduca drasticamente il bicameralismo paritario, ultimo vigente in Europa. Un’autentica palla al piede per un Paese che aspira ad essere nel gruppo di testa per una nuova Europa che deve essere fuori discussione ma in cui si discute come diventare più integrata e solidale. Ma la dignità al nuovo Parlamento può essere assicurata per fugare la tentazione di elezioni anticipate solo se si fa carico di promuovere un’Assemblea costituente la cui elezione senza aggravio di costi può avvenire congiuntamente con le elezioni europee del prossimo anno. Un rendiconto serio sui pro e i contro della legislatura alle spalle per orientare il voto non può non riconoscere a Renzi di averci provato: a garantire la governabilità facendo ingoiare per la prima volta alla destra il ballottaggio del secondo turno per avere un vincitore certo come scritto nell’Italicum ed ancor più col pacchetto delle riforme istituzionali tra cui spicca l’aver tentato di portarci fuori da un paralizzante ed anacronistico bicameralismo perfetto oltre a incominciare a ridurre il numero dei parlamentari. Alzi la mano chi dei critici più intransigenti ha l’onestà di indicare quali altre forze fossero disponibili a fare meglio di quelle con cui non solo Renzi e il PD ma tutto il centrosinistra ha dovuto operare!