PD, la banalità del farsi del male

Parafrasando Hannah Arendt viene spontaneo, rispetto allo scontro sulla porta di casa (dentro o fuori?) del Pd, definire la condotta morale della sinistra dem come “la banalità di farsi del male”. Parlerò in seguito di Renzi e della sua autocritica che è solo agli inizi e che potrebbe essere accelerata se non incombesse ripetutamente la minaccia di scissione da parte delle minoranze del PD.

Partirei di qui, dalle proposte delle minoranze, uso il plurale per quanti sono i personaggi in cerca di fare il leader con sfumature diverse per ritagliarsi di volta in volta una propria autorevolezza saltando a piè pari una collegialità di ricerca che sola potrebbe far scaturire per capacità di analisi, oltre che per esperienza vissuta e riconosciuta, una reale leadership. Partiamo da chi ancora ha una taratura riconosciuta nel partito e nel Paese ma che sta facendo di tutto per dissiparla. Alludo a Bersani ed all’ultimo aut-aut, quello che senza garanzie di rappresentanza nei prossimi gruppi parlamentari, prospetta la scissione con una nuova formazione politica, bontà sua nobilitata come un nuovo ulivo, con tutti i rami disponibili nel centrosinistra e verso sinistra, il cui auspicio sarebbe di includere nuovi rami mentre minaccia di segare il tronco imprescindibile per tenerli uniti. Un’enormità che mi ha dettato il titolo di questo intervento “La banalità del farsi del male!”.

Come ci si può accreditare e proporsi alternativi in un partito se ad ogni divergenza la minaccia è quella di uscirne, o di votare di volta in volta come battitori liberi o di votare contro la fiducia al Governo? Un modo di proporsi che fece dire nel lontano 1920 ad un certo Lenin per averlo sperimentato che “l’estremismo è la malattia infantile del comunismo”. Non ho sentito una sola parola di autocritica da parte di alcun esponente della sinistra dem sulla constatazione dell’assoluta marginalità del proprio apporto ai no straripanti quando l’intento conclamato era di essere determinanti per non far vincere il sì, quindi credibile non solo per Renzi, che avrebbe consacrato un uomo solo al comando con esclusione successiva degli avversari interni grazie ai capilista nominati. Ed ancora nessuna correzione di rotta dopo il valore aggiunto che la vittoria di Trump potrebbe apportare agli antieuropeisti. Ma per tornare al tasto dolente di una marginalizzazione nella rappresentanza parlamentare, poiché ci si rifà all’ulivo perché non avanzare la classica proposta che sottrae la scelta alle oligarchie e cioè che qualunque incarico sottratto al voto popolare deve essere rimesso alle primarie? La natura composita della maggioranza di Renzi dà garanzie che nessun gruppo è in grado di farne un monopolio. D’altra parte come potrebbe Renzi aspirare a superare il fatidico 40% se non si assicura in partenza il pieno del suo partito per aggregare i possibili alleati e i simpatizzanti?

Roca

Il futuro non è alle spalle

Ci sono molti modi di ricominciare, di cambiare, di rinnovare. Ancora.
Rinnovamento e cambiamento hanno bisogno però di una dialettica franca e profonda, la stessa che serve per confrontarsi e poi riconoscersi nella sintesi dei punti di vista, per ritrovarsi in una identità che è senso di comunità.
Il Consiglio Nazionale di oggi ha ufficialmente approvato la proposta di convocazione del prossimo Congresso nazionale, dopo la breve parentesi di Salerno. Attimi, in cui il passato sembra oltrepassare il futuro, un passato che a molti sembra prossimo ma che in realtà è assai remoto.
La storia non ci ha risparmiato delusioni, dall’incapacità del tempo di comprendere la natura della crisi non già del comunismo internazionale, ma quella specifica del comunismo italiano, alla mancanza di una idea efficace del riformismo in Italia, fino alla prepotenza di un mondo religioso che negli ultimi giorni ha manifestato l’incapacità di rassegnarsi a restare fuori da un campo in cui a giocare può essere solo e soltanto la politica, ma quella stessa storia ci ha insegnato anche che dinanzi al crollo delle speranze occorre darsi da fare.
Oggi si moltiplicano le semplificazioni, c’è a volte in molti di noi una nota di amara melanconia. Prevalgono i ‘benaltristi’, quelli del ‘abbiamo bisogno di molto altro’, eppure in questi anni non c’era da fare altro, serviva la volontà, l’impegno politico, l’azione. Riemergono le storie dei singoli, di ciò che eravamo, ma citando gli Oasis ‘non possiamo guardare sempre indietro’.
Qualche giorno fa, un compagno mi ha scritto ‘di aver sempre lavorato e messo le conoscenze e l’ impegno al servizio della crescita dei giovani.’  E’ questo il campo in cui ricondurre il nostro gioco, un patto generazionale, la volontà e la capacità di lasciare spazi, di comprendere che la buona politica presuppone partiti aperti, concreti. Quali riforme per fisco, spesa pubblica e burocrazia? Come sostenere l’equità, i redditi medio-bassi e la competitività e innovatività delle imprese? Questo, in tempi di crisi, è ciò che conta.
Al Congresso di Salerno avevamo presentato una mozione chiara sul percorso da intraprendere. Chi, tra tutti coloro che parlano di regole e regolamenti, di prospettive, ha dato importanza concreta a quella istanza di cambiamento richiesta, chi si è preoccupato di un approfondimento circa uno scenario politico e sociale evoluto. Avremmo dovuto rispondere insieme alle esigenze dei singoli, avremmo dovuto comprendere come radicare nei territori le nostre proposte. Già l’ho scritto. Vivo quotidianamente il fallimento di non essere riuscita a convincere molti dei nostri consiglieri che la proposta sul testamento biologico non è la richiesta di qualcuno, ma è l’affermazione di un principio di libertà. In Basilicata neppure è stata calendarizzata. E’ la nostra storia, la storia di un partito, di una comunità, non la storia di un insieme di persone.
Con il Segretario Riccardo Nencini abbiamo organizzato spesso incontri e seminari per la formazione politica dei giovani militanti del nostro partito. Lo stesso dovrebbe accadere anche a livello locale, con incontri e convegni dedicati ai più giovani affinché possano acquisire gli strumenti necessari per un proficuo e valido impegno in politica.
E’ la nostra unica speranza di futuro. Non possiamo assistere quotidianamente a uno scontro personale tra noi stessi, non possiamo ancora nelle nostre occasioni di confronto parlare di maggioranza e minoranza di partito. A chi interessa il numero esatto dei nostri tesserati o le procedure congressuali se poi non ci rendiamo conto che è la forma a dover cambiare. Un Consiglio Nazionale non può essere una discussione tra ricorrenti e non ricorrenti.
Bonomi nel suo Leonida Bissolati e il movimento socialista in Italia, scriveva ‘ad ogni giornata domenicale uscivano dalla città giovani studenti e giovani professionisti per propagandare il verbo nelle campagne. E spesso l’area del comizio era il sagrato davanti alla chiesa o l’aia del piccolo campo’. E’ questo quello che è mancato e che manca, lasciare a tanti giovani compagni lo spazio per misurarsi sempre di più con responsabilità di direzione politica. Ci sono giovani dirigenti e amministrati che oggi sono concreti e pragmatici, meno ideologizzati del passato. Ascoltare alcuni ripetere ancora che ciò che a noi interessa e semplicemente che il socialismo viva è una contraddizione in termini, perché non è il ricorso alla magistratura che può tenerci in vita, ma lasciare e creare spazi nuovi di opportunità.
Non credo che l’anagrafica possa essere uno spartiacque, ma penso che la storia di molti compagni debba essere ‘messa al servizio’ per creare un percorso, non per qualcuno, ma per il nostro partito. Pietro Nenni nei suoi diari nel 1976 annotava che ‘le nostre generazioni devono susseguirsi all’infinito’. E’ ciò che non abbiamo fatto.
Sperimentare compiti di direzione a livelli superiori, che non siano rinnovamenti estemporanei, con l’esperienza nell’amministrazione, nel partito, con la pratica quotidiana della politica. E’ ciò che può appassionarci, tutti, è ciò che può farci guardare con fiducia al futuro.

Maria Cristina Rosaria Pisani
Portavoce Psi

Populismo. La parola per dirlo

La parola populismo è diventata rispettabile, facilmente utilizzabile, quasi orecchiabile.
Una volta ricordava le adunate di Mussolini, ora si dice tranquillamente per leader italiani, europei, mondiali.
Il potere nelle mani del popolo, dice il nuovo presidente americano.
È giusto, gli rispondono i leader europei riuniti.
Popolo è per questi fanatici, sinonimo di massa.
Tutti d’accordo, le classi politiche sono deboli, corrotte, incapaci, prive di visione, ma questo giustifica il populismo degli aspiranti dittatori?
Così nacquero i totalitarismi del Novecento. Che molti hanno dimenticato o ignorano. Vi invito a studiare, pure su wikipedia non serve la Treccani. Meno ignoranti si è, meglio si ragiona.

Tiziana Ficacci

Libere&Laiche

Abbandoniamo il rancore

Prima di Salerno avevamo scritto, a tante mani, un documento che parlava di novità. Troppo spesso l’abbiamo inseguita fuori di noi, questa novità, trascurando le cose in cui crediamo, la più importante: la passione politica.

Quando per la prima volta entrai in una sezione socialista, quella del mio paese, insieme a mio padre, fui colpita dalla convivialità e dall’entusiasmo di un gruppo di amici. Fu ciò che mi incuriosì. Con il Congresso di Salerno avevamo messo in campo insieme la passione di tanti giovani e meno giovani compagni, avevamo provato a recuperare quell’entusiasmo. Volevamo elaborare accanto alla linea politica e programmatica, una nuova idea di organizzazione del partito, semplificando i livelli territoriali, snellendo le farraginose procedure interne, che invece in questi mesi ci hanno tenuti appesi, aprendoci alle nuove tecnologie per coinvolgere i nostri iscritti nelle attività interne ed esterne. Di questo volevamo, in questo anno, provare a parlare. Era l’unico modo che ritenevamo utile per vivere, per avviare un vero percorso di revisione delle strutture ad ogni livello, ed adeguarle alle esigenze della modernità. Per abbandonare il rancore e per fare spazio a una generazione che senza alcuna pretesa e guadagno vuole coltivare una propria passione.

Sappiamo di avere avuto alle spalle una particolare vicenda italiana. Non può sfuggirci che in tutto il nostro sistema politico ha prevalso una piegatura personalistica delle formazioni, che, anche per ragioni naturali, non potrà essere eterna. Se è così, pur con tutti i nostri problemi, abbiamo molti anni di vantaggio sugli altri. Le esperienze buone o cattive che abbiamo fatto ci mettono su questo tema in pole position.

Non possiamo infatti cedere alla frammentazione degli interessi particolari, alla prepotenza di pochi, al dilagare del populismo demagogico. In una stagione così complicata come quella che stiamo vivendo si vince solo se si ha l’intelligenza di capire che nessuno si salva da solo. Non ha senso inseguire un piccolo tornaconto minuto se poi non si è in grado nel complesso di rispondere alle grandi questioni e alle grandi sfide che questo tempo ci porta e che questo Paese ci pone. Non c’è rendita di posizione possibile da difendere se non si salvaguardia prima di tutto il patrimonio comune ed indivisibile che in questi anni abbiamo accumulato. Questo vorrei che i ‘i ricorrenti’ lo tenessero a mente.

Oggi abbiamo, tutti insieme, una grossa responsabilità, quella di costruire una nuova classe politica, non con il make up, ma con l’esperienza nell’amministrazione, nel partito, con la pratica quotidiana della politica, che è fatta di assemblee, volantinaggi, confronto con i cittadini, discussione, non di ricorsi giudiziari. Abbiamo il dovere di dare voce, forza e rappresentanza a questa generazione, con cui condividiamo difficoltà e spazi, abbiamo la necessità di rispondere alle richieste di un’altra generazione, quella dei nostri nonni, costretta a campare con 800 euro al mese.

Sabato celebreremo il primo Consiglio Nazionale dopo la sentenza che ha sospeso gli organismi eletti, meno di un anno fa. Ciò che mi auguro è che per la prima volta si dia spazio e voce a chi questo partito dovrà guidarlo negli anni futuri, perché il rischio è che, finita la bagarre personale di questi ultimi anni post elettorali, il Psi diventi terra di nessuno. Vorrei che a giovani e meno giovani compagni dessimo gli strumenti per praticare e battere la via del riformismo, per non essere sopraffatti dal populismo imperante, perché la politica non deve ascoltare le esigenze dei cittadini, ma governarle, che è qualcosa di molto più complesso e impegnativo.

In questi anni, e devo ringraziare il Segretario Nazionale per l’opportunità che mi ha dato, perché la riconoscenza dovrebbe pure essere una virtù in politica come nella vita, ho incontrato tanta gente. Tra queste persone ho conosciuto un compagno coraggioso, Dario, un nostro amministratore con il quale ho mantenuto per molto tempo un rapporto umano prima ancora che politico. Io e Dario da soli in quei mesi abbiamo provato a portare avanti la nostra battaglia. Abbiamo bussato alle porte di tutti i consiglieri regionali, presidenti di regione e alla fine ci siamo riusciti. In 9 regioni la proposta di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento è stata accolta e messa all’ordine del giorno. Non sono però riuscita a dare ancora a Dario quello che mi chiedeva perché pur essendo la portavoce di questo partito, non ho la forza da sola di alzare muri e costruire ponti. Eppure dovremmo riconoscere innanzitutto il valore delle esigenze dei soggetti sociali, non delle formalità interne. Perché la politica non si fa solo nelle proprie stanze, e questo una grande organizzazione come la nostra dovrebbe comprenderlo immediatamente. Negli ultimi anni, dalle campagne referendarie ad alcune battaglie sindacali, dalle associazioni che si battono per il riconoscimento dei diritti a quelle che si occupano di cittadinanza, molte novità non sono venute dal Palazzo, ma dalla piazza e dalla società nel suo complesso.

Abbandoniamo allora quell’individualismo miope che ci spinge a perdere lo sguardo collettivo sulle cose, è l’unico modo per poter definirci un partito. Non sarà un tesserato in più o uno in meno a cambiarci la vita.

Buon lavoro a tutti noi.

Maria Cristina Rosaria Pisani

La storia continua

Ben quattro volte in appena due mesi. Sollazzo, Biscardini, Ciucchi, Potenza e Labellarte si sono rivolti quattro volte in otto settimane al tribunale di Roma per pretendere l’annullamento del congresso nazionale, dei congressi provinciali e regionali, del tesseramento al partito ed altro ancora, insomma per chiedere, ostinati, che un giudice sancisca per sentenza la morte del PSI.

Non accettano che nonostante tutto, e nonostante loro, la  storia continui. E siccome hanno un piede dentro e un piede fuori – da mesi non partecipano a riunioni né ai congressi e tantomeno alle elezioni (tutti  meno uno) – e hanno dimenticato ciò che hanno avuto e ciò che hanno dato, si sono messi al servizio della via giudiziaria al socialismo. Davvero una  scelta rivoluzionaria.

Gavroche

Renzi, le elezioni
e l’effetto Leicester

I risultati dei ballottaggi sono inequivocabili. Cresce il movimento 5 stelle, il centrodestra ai minimi storici e il Partito democratico è in netta flessione. Il centrosinistra perde Roma, Napoli, Torino. Vince a Bologna (dove il sindaco ha aderito nella sede della Cgil al comitatodel No al referendum) e a Milano con Beppe Sala figura estranea al mondo della sinistra e del Pd.

Certamente i risultati di Torino e Roma  sono stati agevolati dal voto confluito del centrodestra, ma questa è la dimostrazione che le amministrative appena concluse hanno inaugurato la stagione della spallata al governo che avrà il suo epilogo con il referendum costituzionale di ottobre.

Gli elettori hanno sempre ragione. Una frase scontata, ma veritiera. Dunque bisogna fare, al netto dei flussi elettorali alcune riflessioni in merito. Partendo dal 40 per cento preso dal Pd di Renzi alle europee, ogni tipo di elezione sarà sempre in salita in termini elettorali per il Presidente del Consiglio. Ma bisogna fare una riflessione più ampia.

In questi mesi si è fatto di tutto per veicolare l’idea che il Pd è un partito a vocazione maggioritaria, ma soprattutto che il Pd non è un partito di sinistra, almeno quella sinistra di stampo novecentesco un po’ triste e sbiadita. Si è proseguito con la teoria che non esiste più una contrapposizione tra destra e sinistra e che le ideologie sono superate. Sbagliato.
Occorre da subito ricostruire un centrosinistra che vada a colmare quella voglia di autosufficienza che il Pd non può permettersi. Lo aveva tastato con mano Veltroni e adesso lo sta recependo anche Renzi. Un centrosinistra che possa soddisfare l’offerta politica di una sinistra diffusa, laica, ambientalista. Ridare fiducia a tutti gli elettori che hanno preferito non andare alle urne. Bisogna ripartire dalle difficoltà delle periferie, da una povertà dilagante, da milioni di partite Iva sulla soglia di povertà, una disoccupazione giovanile esponenziale, rinsaldare quel welfare novecentesco che ha dato a milioni di italiani sicurezza e benessere. Queste cose sono certamente sinistra. Socialiste! La sinistra non può essere cancellata.

Insomma il centrosinistra in alleanza con il Pd deve necessariamente ripartire da coordinate ben precise da sempre intrise nel dna della sinistra. Non serve rincorrere il Movimento cinque stelle, perché tra l’originale e una copia gli elettori sceglieranno sempre una l’originale. Occorre mettere in campo le idee e le azioni che da sempre caratterizzando la sinistra democratica del Paese. Un esempio su tutti il caso Roma.
Giachetti chiuse le liste elettorali le presenta alla commissione antimafia, un’azione politica fine a se stessa, lontanamente garantista, di stampo grillino. Sarebbe stato più opportuno impiegare il tempo speso in commissione antimafia per parlare con centinaia di migliaia di persone nelle periferie e preparare un piano per migliorare le loro condizioni di vita. E ancora, sempre Giacchetti, invece di fossilizzare la propria campagna elettorale sulle Olimpiadi come un liberale qualunque, avrebbe potuto parlare di più di asili nido, sicurezza e tant’altro. Certamenti i romani avrebbero apprezzato di più. Quando la sinistra non fa la sinistra può solo perdere. Su questo il premier Renzi dovrà riflettere. Umiltà, risposte concrete al disagio e alla povertà e meno giochi di palazzo con Verdini. Questa deve essere la strada da percorrere in futuro.

Infine bisogna fare attenzione all’effetto Leicester. Ormai il movimento cinque stelle, nato da pochi anni e’ lanciato. Come la squadra allenata da Ranieri, desta curiosità in tutti. Non solo. Come accade sempre nello sport si tifa sovente per i più deboli per out sider, contro il più forte in questo caso il partito di governo.

In molti non vedono l’ora con il proprio voto alle prossime politiche, di essere protagonisti di una svolta epocale. Davide che sconfigge Golia anche a seguito di una legge elettorale voluta a tutti costi da Renzi, ma che forse nemmeno Renzi sta capendo a cosa porterà. Ad un eventuale ballottaggio tra Pd e M5s gli elettori, tra l’establishement e la possibilità di riscrivere la storia, potrebbero preferire una pagina di storia.
Consiglierei al partito democratico e a Renzi di rileggere attentamente alcuni scritti del filosofo Wilhelm Wundt, in merito alla eterogenesi dei fini.

Luigi Iorio

Grandi manovre

Eccolo lì D’Alema, in piena luce. Voto per la Raggi e accelerazione della crisi di governo. Saranno anche illazioni giornalistiche, ma colgono nel giusto. Da lunedì nel Pd ne vedremo delle belle. C’è da chiedersi: ma agli italiani?
Gavroche

In Rosso

I miliziani dell’Isis hanno bruciato vive, in mezzo ad una piazza di Mosul (Iraq), 19 ragazze curde che si erano rifiutate di divenire schiave sessuali dei combattenti jihadisti. A riferirlo è l’agenzia di notizie Ara (Kurdish News Agency), ripresa dai media iraniani.

Le giovani donne, chiuse in gabbie di ferro, sono state portate in una piazza della roccaforte irachena del Califfato nero, e date alle fiamme, davanti a centinaia di presenti. “Nessuno ha potuto fare niente per salvarle”, ha detto un testimone all’Ara.

Tiziana Ficacci
dal blog
Libere e Laiche

Qualche ragione per votare Sì

Lasciamo volentieri alle (poche) anime belle ed ai (molti) saltimbanchi l’ipocrisia secondo la quale non si dovrebbe “politicizzare” il prossimo referendum sulla riforma costituzionale: se quella di cambiare la Costituzione non è una scelta eminentemente politica, non si sa più dove la politica stia di casa.

Anche per questo, del resto, la riforma della Costituzione è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai costituzionalisti. Il che non toglie che ci si debba confrontare anche con le obiezioni di alcuni di loro (non di tutti), che fondamentalmente riguardano tre questioni: la funzionalità del bicameralismo paritario; il rapporto governo-Parlamento; Il rapporto Stato-Regioni.

Sulla prima questione è facile replicare che il bicameralismo paritario non c’è da nessuna parte al mondo, e non c’era del tutto neanche nella Costituzione del ’48: che prevedeva se non altro una diversa durata delle legislature delle due Camere. Solo nel 1963 vennero parificate, e prima (nel 1953 e nel 1958) si provvide sciogliendo il Senato alla fine della legislatura della Camera.

Quanto all’alterazione del rapporto fra governo e Parlamento che la riforma determinerebbe a favore del primo, è paradossale che a paventarlo siano gli stessi che da tempo denunciano l’oggettivo indebolimento del nostro Parlamento (benché bicamerale) rispetto all’esecutivo: senza considerare, fra l’altro, che il potere fiduciario è un’arma a doppio taglio, e che da molto tempo è il governo ad impugnarla dal verso giusto per tagliare le prerogative del potere legislativo. Mentre, paradossalmente, il Senato senza potere fiduciario non potrà essere ricattato dal governo quando interverrà sulle materie di sua competenza.

Infine le correzioni al Titolo V. E’ interessante osservare, innanzitutto, che esse riprendono pari pari il testo di numerose sentenze della Corte costituzionale, spesso redatte dagli odierni oppositori della riforma. Inoltre il nuovo Senato porta alla luce del sole quello che finora è stato negoziato nelle segrete stanze della Conferenza Stato-Regioni, e responsabilizza amministratori regionali non sempre esemplari nell’uso delle risorse pubbliche. Infine offre l’occasione per dare ai legislatori regionali l’opportunità di intervenire nel procedimento legislativo nazionale senza bisogno di ricorrere a referendum velleitari (come da ultimo quello sulle trivelle).

Resta l’abolizione del Cnel, della quale ad onor del vero nessuno si lamenta, e che interrompe l’operoso silenzio con cui questo organismo ha accompagnato la programmazione economica negli anni ’60, lo Statuto dei lavoratori negli anni ’70, lo scontro sulla scala mobile negli anni ’80, la concertazione negli anni ’90, e via via fino al Jobs Act dell’anno scorso.

Ma i sostenitori del No si aggrappano soprattutto al “combinato disposto” di riforma costituzionale e legge elettorale. Personalmente non sono entusiasta dell’Italicum, e ne ho chiesto più volte la correzione. Mi chiedo però dov’erano trent’anni fa quelli che oggi lamentano lo squilibrio fra l’esigenza rappresentatività e quella di governabilità.

Con la sola eccezione di Stefano Rodotà (che è sempre stato proporzionalista), erano tutti inginocchiati davanti all’altare del maggioritario: e fu così che ottennero la rottura di un sistema politico, instaurandone un altro fondato solo sui rapporti di forza, e non sulle regole che in democrazia governano i rapporti fra le forze.

E’ il maggioritario, bellezza”, si potrebbe dire. E si potrebbe anche osservare che in più di vent’anni non si è provveduto neanche alla semplice correzione dei quorum per l’elezione del Capo dello Stato e della Corte costituzionale (che non sono squilibrati solo ora, ma lo sono da quando, appunto, è stato introdotto il maggioritario).

Poi c’è un’altra categoria di oppositori, quella dei “benaltristi”. Sono il primo a sapere che ci vuole ben altro che la legge Boschi per completare la necessaria revisione della Costituzione. La legge Boschi è solo un primo passo. Ma è un passo. Ed è il primo passo da quasi quarant’anni a questa parte, come sappiamo specialmente noi, che nel lontano 1977 aprimmo la discussione su questi temi dalle colonne di Mondoperaio.

Ora è auspicabile che i molti passi che ci sono ancora da fare non siano condizionati da interessi di corto respiro come quelli che hanno caratterizzato l’iter di questa legge: e da questo punto di vista per me resta valida l’idea di eleggere un’Assemblea costituente. Ma se vince il No, la Costituente ce la sogniamo, e ci sogniamo anche interventi meno radicali.

Un’ultima considerazione: i sostenitori del No paventano pericoli per la democrazia. E questi pericoli ci sono. Ma non perché si abolisce il Cnel. Ci sono perché la catena di comando dell’Unione europea non coincide con quella degli Stati nazionali; perché la tradizionale forma partito è in crisi, ma per sostituirla finora non si è trovato di meglio che il partito/azienda (e non importa se l’azienda è quella di Berlusconi o quella di Casaleggio); perché la crisi finanziaria sta distruggendo il ceto medio; perché il popolo non trova più canali di partecipazione.

Su questo mi auguro che ci illuminino i tanti cervelli rubati all’accademia, lasciando a Brunetta e a Di Maio, a Salvini e alla De Petris, a La Russa e a Fassina il loro triste mestiere.

Luigi Covatta

Il testardo sempre in piedi

Di Marco si è detto tanto in queste ore. D’altronde il suo nome è sinonimo di eccessi, eccessi nei modi, nelle forme, e io non saprei descriverlo neppure in cento parole.
Non mi stupisce leggere oggi il ricordo di Monsignor Vincenzo Paglia accanto a quello di Aldo Tortorella, né ritrovare l’intervista di Marco Bellocchio dopo il pezzo di Vasco Rossi.

Perché Marco è il giovane imprigionato a Sofia per aver protestato contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, è l’uomo arrestato per aver semplicemente fumato uno spinello in piazza, è il politico che convince l’ex pornostar Ilona Staller e il cantautore Domenico Modugno a diventare deputati tra le perbeniste e ingessatissime aule parlamentari, è il compagno che si rifiutò di adeguarsi all’ondata giustizialista che accompagnava l’inchiesta Manipulite, è l’amico che, nel bel mezzo della festa dell’Avanti!, abbandona il palco per scendere a fumare.

Perché Marco è stato sintesi e complessità. E mancherà a tutti, come ha ricordato Emma Bonino, ma non ai suoi avversari perché Marco non ha conosciuto avversari, solo uomini indifferenti.

Eppure la sua irruenza ha demolito pure i muri di quella indifferenza che Dc e Pci coltivavano nel loro mega concettismo ideologico, insensibile alle questioni dell’individuo moderno, dell’individualismo, delle libertà individuali, in un Paese che si è sempre definito culla del diritto ma che che invece dello Stato di diritto ha ignorato ogni sfumatura.

Scorro le pagine della mia bacheca e leggo aneddoti, battute, percorsi di vita trascorsi insieme a tanti e mi è tornata alla mente una delle ultime nostre chiacchierate. Mi ricordò il suo viaggio in Basilicata, quando si incazzò con i ragazzi della federazione giovanile perché arrivarono con due ore di ritardo al carcere di Melfi, erano ‘ragazzetti’ mi disse. Erano passati forse più di dieci anni ma ricordava tutto. E quando, seduti su due sedie di plastica, gli raccontai di come quei mesi di discussione e proposta sull’eutanasia mi avessero cambiata, mi rispose che la politica è questo, è vita.

Nelle ultime settimane, avevo sentito Matteo, ma Marco era già stanco. Ieri non sapevo cosa scrivere. Questi sono i momenti più difficili per chi fa politica.

Io oggi non andrò alla camera ardente allestita alla Camera, preferisco salutarlo domani in piazza Navona per il suo funerale laico insieme a chi gli ha voluto bene, perché in fondo quella è stata sempre la sua ambizione, fare politica tra la gente, non seduto tra gli scranni del potere.

Anche perché seduto neppure ci sapeva stare.

Grazie Marco.

‘Radicali, socialisti, liberali, federalisti-europei, anticlericali, antiproibizionisti, antimilitaristi, non violenti’ sempre!

Maria Cristina Pisani
Portavoce Psi