Scola, Marianetti
e i morti di serie B

Ettore Scola un vero comunista? “Come lo sono io”. Parola di Achille Occhetto.
La domanda da porsi dunque è d’obbligo: è meritevole di maggiore attenzione mediatica la morte di un regista cinematografico comunista militante o quella di un sindacalista e dirigente socialista?
Per la ossequiosa e conformista società dell’informazione italiana non pare possano sussistere dubbi.
La visione delle news televisive, soprattutto la lettura dei giornali di venerdì 22 gennaio 2016, lascia sconcertati.
Sulla morte di Agostino Marianetti, già segretario generale aggiunto della CGIL, poi deputato e dirigente del Psi, avvenuta nella notte del 20 gennaio, sui quotidiani non è apparso un rigo, mentre per Ettore Scola scomparso il giorno prima non si sono contate le rievocazioni, gli articoli agiografici, su stampa e televisione.
Intendiamoci sulla considerazione che Ettore Scola sia stato un grande cineasta che ha dato lustro alla grande scuola italiana, nessuno può obiettivamente coltivare dubbi. Così come nessuno può nutrire dubbi sul fatto che appartenesse alla categoria degli “intellettuali organici” al Pci che, a quanto pare, costituiscono ancora il riferimento del nostro provincialissimo e immobile mondo culturale. A memoria non sovviene che eguale trattamento sia stato riservato a suo tempo a Pietro Germi, altro grande del cinema italiano, la cui scomparsa non mobilitò certo le schiere di agiografi che hanno fatto a gara per magnificare le qualità di Scola.
Già: perché Germi non solo non era comunista ma era addirittura socialista.
Agostino Marianetti è stato il leader della componente socialista della CGIL, il più grande sindacato italiano, è stato deputato socialista e dirigente nazionale del Psi. Uno dei tanti che, colpito ingiustamente dalla pesca a strascico giudiziaria dei primi anni 90, si ritirò silenziosamente dalla vita politica senza mai alzare la voce, senza gridare alla persecuzione ma coltivando la memoria che ha affidato al libro che ha pubblicato poco tempo prima di morire, stroncato da una feroce malattia.
Ci voleva tanto a ricordare Marianetti sui giornali, sulla rete (unica eccezione il Corriere della sera on line)? Perché, ad esempio, su L’Unità o il manifesto, giornali della sinistra, non è comparso un pezzo che rendesse i dovuti onori ad un uomo della sinistra riformista che ha servito l’Italia e il mondo del lavoro?
Perché, evidentemente, per lor signori esistono morti di serie A e morti di serie B.
E se alcuno ancora non l’avesse compreso, la spiegazione sta tutta nelle parole che Achille Occhetto ha pronunciato parlando di Scola.

Emanuele Pecheux

La Turchia di Erdogan è sempre più regime

Vorrei parlare della Turchia, quella di Erdogan che ogni giorno viola gravemente (e impunemente) i diritti umani. Lo spunto ci è venuto anche da una testimonianza di Rachid, un italo-marocchino che ha combattuto per tre mesi in Siria e in Iraq contro il famigerato Califfato. La testimonianza è stata trasmessa qualche giorno fa a “Radioanch’io”, un programma storico del Giornale radio, ora condotto da Giorgio Zanchini.

Rachid ha dichiarato, fra l’altro, di aver combattuto a Kobane contro “gli uomini neri” del califfo, insieme ai combattenti curdi. Ha elogiato, in particolare, le coraggiose donne curde che non si fermano davanti a nessun pericolo, mentre gli uomini scappano, loro vanno sempre avanti, anche davanti ai carri armati dell’Isis. Ha aggiunto poi che la Turchia sta conducendo una guerra, ma non contro il Daesh, ma solo nei confronti dei curdi. Erdogan non fa mistero delle sue reali intenzioni: fa affari (petroliferi) col Califfato e fa bombardare i curdi, organizzati in “zone libere” dell’Iraq e della Turchia (dove sono garantite le libertà religiose e la parità uomo-donna). Ci ricordano, con le dovute differenze storiche e ambientali, le piccole repubbliche partigiane della nostra lotta di liberazione dal nazifascismo. Anche su questo la testimonianza di Rachid,ora rientrato in Italia, è stata estremamente significativa.

Del resto quanto il regime di Recep Tayyp Erdogan sta cercando di attuare è noto.

Non solo non approva il comportamento dei combattenti curdi, gli unici che fronteggiano sul campo i tagliagole del Daesh, ma cerca di paralizzare il partito curdo (Hdp), terza forza politica del paese, presente in Parlamento con 59 deputati.

L’accusa è di “tradimento” solo perché questi parlamentari hanno osato definire una dittatura quella di Erdogan. Il presidente “moderato” ha promosso una iniziativa tesa a cancellare le immunità dei leader del partito curdo, in modo da farli processare senza scudi istituzionali.

C’è in Turchia una vera “guerra civile” tra il regime e gli intellettuali.

I leader del partito Hdp- Ezgi Basaran e Mehmet Karli hanno dichiarato di recente: “Non c’è libertà oggi nel nostro paese. Siamo vittime di un regime che non tollera alcun dissenso e utilizza qualsiasi pretesto, incluso l’allarme terrorismo, per far tacere ogni critica interna”.

Pochi giorni fa 1.128 accademici turchi hanno firmato un documento di denuncia, dal titolo eloquente :”Non saremo complici dei vostri crimini”. Un documento ,che mette sotto accusa i vertici dello Stato turco per la loro politica di repressione della libertà di stampa e di opinione (sono ormai centinaia i giornalisti perseguitati ,una quarantina in carcere) e dei dissidenti,ma anche dei turchi moderati. Mentre scriviamo la petizione ha superato le 2000 adesioni.

Ormai non si contano più le “squadre della morte”, chiamate “Esedullah”, che rapiscono, torturano, uccidono  impunemente studenti e intellettuali che criticano od operano contro il regime.

Intanto i curdi continuano a morire nei campi di battaglia: oltre 3500 guerriglieri del Pkk sono stati uccisi solo in estate, con centinaia di vittime fra la popolazione civile .

La  politica della Turchia di Erdogan (che aderisce alla Nato) continua ad essere ambigua. Non è un modo di dire questo per giustificare i contradditori comportamenti di questo Stato islamico, ma una precisa direttiva dell’attuale capo dello Stato, che non fa mistero di preferire un Califfato del Daesh ai propri confini piuttosto che uno Stato curdo autonomo. Di tutto questo non vi è traccia nella stampa italiana e, in generale, di quella europea. E c’è ancora qualcuno a Bruxelles (e non solo) che ripropone  in tempi brevi l’ingresso della Turchia nell’Unione europea.

Aldo Forbice

Smascherate le falsità su Ignazio Silone

Alcuni mesi fa ho cercato di promuovere un saggio (anche con una mia prefazione) di uno storico sardo, molto rigoroso. Si chiama Alberto Vacca ed ha scritto  “Le false accuse contro Silone”, pubblicato da una casa editrice seria, non legata (purtroppo)  alla grande distribuzione, la Guerini e Associati. Il libro non ha avuto (almeno fin’ora) un  grande successo di vendita nelle librerie, soprattutto perché pochissimi giornali ne hanno parlato e nessuna emittente radio-televisiva ha “osato” occuparsene. Eppure, a suo tempo del “caso Silone” tutti i giornali italiani (e non solo) hanno dedicato pagine e pagine.

Certo ha fatto notizia, anzi ha rappresentato un vero scoop, che un grande scrittore, l’autore di “Fontamara” (un libro tradotto in tutte le più importanti lingue del mondo) avesse nascosto di essere stato una spia del regime fascista. La “rivelazione” è stata fatta da due storici (Mauro Canali e Dario Biocca ), in un saggio che suscitò un grande clamore; fece scorrere “fiumi di inchiostro”, anche di editorialisti e polemisti, come Pigi Battista. Non è stato però un coro di accusatori. Tutt’altro : furono in molti (storici eminenti, come Norberto Bobbio , Alceo Riosa , Mimmo Franzinelli, Piero Craveri , Massimo Teodori ) e giornalisti notissimi (come Indro Montanelli, Enzo Bettiza  e Paolo Mieli ) a diffidare delle accuse, giudicate infamanti, nei confronti del grande scrittore abruzzese. Ma lo “scoop” finì per prevalere: è stato troppo “forte” l’impatto sull’opinione pubblica da parte della grande stampa. Lo ha scritto, a suo tempo, Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni: ”Questo di Silone spia era un boccone appetitoso con tutti gli ingredienti per lo scoop. Un grande scrittore, un militante politico che è stato inviso a tutte le dittature, di destra e di sinistra, a tutte le chiese, a tutti gli apparati di potere, viene smascherato, scoperto professionista del più squallido mestiere, quello di spia, traditore del suo partito: è un colpo grosso, è uno scandalo estremamente piccante, eccitante“. Tamburrano, per anni, ha cercato di dimostrare, con studi e ricerche, che i due accusatori sbagliavano, che avevano infangato l’onore di un grande intellettuale cristiano e socialista. Ma non è stato creduto.

Così come è passato sotto silenzio un importante convegno, promosso a l’Aquila, nel marzo del 2006,  dalla Fondazione Silone, nella sede della Regione Abruzzo (di cui si trovano ampie tracce nel libro da me curato, “Silone, la libertà“, edizioni Guerini e Associati) . Vi parteciparono storici, noti giornalisti e studiosi dello scrittore. Ma i media hanno continuato a dare credito sempre e solo ai due ricercatori che hanno sollevato il  polverone.

A ristabilire la verità sul caso ci ha provato ora, con grande impegno, lo storico Alberto Vacca. ”Era una questione d’onore” , mi ha detto. Per oltre un anno è andato tutti i giorni all’Archivio centrale dello Stato, esaminando più di quattrocento fascicoli che si occupano, anche marginalmente, delle vicende dello scrittore: li ha fotografati e poi li ha studiati attentamente. Ed ecco le clamorose  scoperte, che smentiscono totalmente gli scoop di Canali e Biocca sulla “doppiezza” dell’intellettuale abruzzese, sino a qualificarlo come spia al servizio della polizia fascista, mentre era ancora un dirigente del Pci.

In sintesi, dall’analisi dei documenti emerge che l’attività informativa di Silone fu simulata, cioè non autentica. E ciò risulta dagli stessi verbali stilati dai funzionari dell’Ovra, dalle lettere, dagli appunti manoscritti conservati nei fascicoli. Non solo, ma numerose relazioni fiduciarie anonime vennero sbrigativamente attribuite dai due ricercatori a Silone, quando invece accurate analisi (di calligrafi professionisti) hanno accertato che quelle note informative erano state scritte da una nota spia fascista, infiltrata negli ambienti della sinistra. Si trattava di Alfredo Quaglino, un ingegnere che si spacciava per giornalista e che operò dal 1922 al 1932 al servizio dell’Ovra, con altissimi compensi (documentati).

Vacca è riuscito a reperire  anche una relazione del 1923, che contiene notizie delatorie contro alcuni dirigenti comunisti. Anche questo documento è stato attribuito, dai due accusatori, a Silone. Si è trattata, invece, di una copia di una nota fiduciaria di Quaglino trascritta da un funzionario di polizia. Dal libro di Vacca emergono una grande quantità di congetture, correlazioni arbitrarie su fatti non accertati ed errori elementari di ricerca storica. La verità, come viene documentato, è che negli archivi sono state trovate lettere degli stessi funzionari della polizia politica e dell’Ovra che smentiscono in modo deciso ogni connivenza di Silone con gli apparati di polizia del regime. Ad esempio, non è stata rinvenuta alcuna ricevuta o altro documento che attesti la collaborazione dello scrittore con gli apparati del regime, sotto forma di pagamenti o di servizi usufruiti. L’unico rapporto di Silone, che risulta documentato, è quello con l’ispettore Bellone (della polizia politica), a cui lo scrittore  si era rivolto dopo l’arresto del fratello Romolo, accusato di aver collaborato ad attentati terroristici e di far parte del Pci.

Un fratello, molto amato dallo scrittore e che morì in carcere in conseguenze delle torture della polizia fascista. Nelle poche lettere ritrovate nell’Archivio di Stato, Silone si era limitato a promettere a Bellone informazioni in cambio di un trattamento carcerario più umano per il fratello. In realtà però lo scrittore non rispettò neppure quell’impegno: si limitò a trasmettere solo notizie note, tratte dalla stampa antifascista clandestina, non denunciò mai nessuno e non provocò alcun danno al movimento antifascista. Del resto, a queste conclusioni erano pervenuti gli stessi funzionari dell’Ovra (documento datato 12 ottobre 1937) che, in un dossier trasmesso a Mussolini, spiegavano che Silone si era messo in contatto con loro solo per l’affetto che nutriva per il fratello.

Tutto è documentato nel libro di Vacca. Si tratta di una prova schiacciante dell’innocenza di un intellettuale che trovò il coraggio di ribellarsi a Stalin e ai massimi dirigenti del Pci, a cominciare dal “Migliore”, che promosse la sua espulsione dal partito comunista. Silone non si piegò mai. Prima degli altri aveva capito l’assoluta mancanza di libertà del regime comunista dell’Urss, ne denunciò i crimini (come racconta in “Uscita di sicurezza”), la “degenerazione tirannica e burocratica” e la doppiezza e brutalità della classe dirigente dell’Urss, che Togliatti e gli altri dirigenti del Pci negavano, con argomenti che si dovevano rivelare falsi e pretestuosi.

Silone fu per molti anni un punto di riferimento di intellettuali cristiani, liberali e socialisti di diversi paesi. Citiamo per tutti la profonda amicizia e stima che Albert Camus (premio Nobel per la letteratura) espresse per lo scrittore abruzzese. Quando vinse il Nobel, nel 1957, Camus dichiarò a Stoccolma: “A meritare il Nobel era Silone. Silone parla a tutta Europa. Se io mi sento legato a lui, è perché egli è nello stesso tempo, incredibilmente, radicato nella sua tradizione nazionale e provinciale”.

Ora, finalmente, la verità è venuta a galla, ma la stampa italiana (compreso Pigi Battista) non se ne è ancora accorta. Quando si ridà ufficialmente l’onore a chi è stato ingiustamente infangato ?

Aldo Forbice        

L’ambiguo (e pericoloso) ruolo degli Ayatollah di Teheran

Non è bastato l’accordo “storico” Iran- Stati Uniti per ripristinare rapporti meno conflittuali tra i due paesi. I falchi del regime di Teheran non hanno cessato di esprimere la loro ostilità verso “il grande Satana”. Lo si è visto di recente con l’attacco, con missili, dei pasdaran contro la portaerei Truman, impegnata nel Golfo in operazioni anti Isis. Il presidente Rouhani non è riuscito, inoltre, a fermare i test missilistici, strettamente collegati al programma nucleare.
Eppure si pensava che Barack Obama avesse realizzato un accordo (come l’altrettanto discutibile intesa per Cuba, dove non è riuscito a ottenere dai fratelli Castro alcuna contropartita,neppure la promessa liberazione di tutti i prigionieri politici) che scongiurasse una guerra con la potenza sciita. Infatti, da una parte Teheran (per difendere Assad e in accordo con la Federazione russa) si è mostrata ostile all’Isis,dall’altra, continua a mostrarsi acerrima nemica degli Usa e di Israele, alimentando (con ingenti risorse finanziarie, armi e uomini mascherati da “istruttori”) i gruppi terroristici del Medio Oriente. Fra i sostenitori di Teheran al primo posto figura Hamas .Questa organizzazione è di nuovo impegnata nella Striscia di Gaza in azioni terroristiche contro Gerusalemme. L’escalation della violenza potrebbe convincere Israele a rioccupare il territorio per salvaguardare la propria sicurezza. Secondo la Bbc, Hamas avrebbe acquistato negli ultimi due anni, missili a lungo raggio (M-302), realizzati in Siria copiando il modello cinese WS-1. Si tratta di razzi, che si aggiungono, come rivela il “Meier Amit Intelligence and Terrorism Information Center”, alla grande quantità di altri missili con raggio d’azione pari o superiore a 75 chilometri (R-160 e Fajir-5, in grado di arrivare a Tel Aviv ) e di migliaia di Kassam e Grad,capaci di colpire obiettivi posti tra 15 e 40 chilometri.
I rapporti con Hamas e gli altri gruppi estremisti (come gli Hezbollah in Libano, i ribelli Houthi nello Yemen, le milizie sciite in Iraq,oltre al tradizionale al regime siriano) non sono una novità,ma adesso si sono ulteriormente rafforzati. Da una parte quindi l’Iran ha abilmente svolto, insieme alla Russia, un ruolo di mediatore tra Washington e il regime del dittatore Bashar al-Assad e si è impegnata a combattere il jahadismo sunnita (in funzione anti Isis), dall’altra, continua a non lesinare bordate contro gli Stati Uniti, considerate sempre il grande nemico.

La polemica interna si è ora particolarmente inasprita con le prossime elezioni politiche. Il 26 febbraio gli iraniani dovranno eleggere il nuovo parlamento (il Majlis) e probabilmente anche gli 86 membri dell’Assemblea degli esperti , un organo molto importante nella gerarchia del regime islamico, perché ha il compito di nominare la Guida Suprema. Infatti sembra ormai certo che l’attuale ayatollah Khamenei lascerà il campo perché anziano e molto malato (ha subito di recente un intervento per un tumore alla prostata).

La campagna elettorale è già in corso e, in polemica con i falchi, le “colombe” vicine al regime pubblicizzano l’accordo sul nucleare, sostenendo che, appena sarà definitivamente firmato, potrà trarne profitto anche l’economia, attualmente in crisi. Infatti, con la fine delle sanzioni, almeno secondo il Fondo monetario internazionale,l’economia iraniana crescerà del 6-7 per cento. Non solo la resistenza iraniana (quella che fa capo al Consiglio nazionale, che ha sede a Parigi, presieduto da Maryam Rajavi), ma anche gli osservatori occidentali non sono convinti che Teheran adempirà agli impegni concordati: lo smantellamento dei due terzi delle centrifughe, la ristrutturazione del reattore di Arak, l’esportazione del 97% del proprio uranio arricchito, ecc. E non si fidano neppure delle capacità di controlli tempestivi dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Onu).
In realtà, sostengono i dirigenti della Resistenza iraniana, l’accordo sul nucleare favorisce solo il regime degli ayatollah: abolisce le sanzioni e concede più tempo per completare il programma nucleare, secondo le direttive fissate da anni da Khamenei.

Nell’accordo poi non si fa alcun riferimento al rispetto dei diritti umani. Il silenzio è il vero scandalo perché gli arresti degli oppositori continuano ed anche le impiccagioni non subiscono pause, anche di minorenni. Dall’avvento alla presidenza del “moderato” Rouhani si sono registrate ben 2200 esecuzioni: impiccagioni, con le gru dei cantieri edilizi, sulle piazze di Teheran e di altre città iraniane. La denuncia è arrivata in Italia, anche in occasione di un recente incontro al Senato, con giornalisti e parlamentari italiani, alla presenza della presidente Maryam Rajavi, di cui nessun giornale italiano ha riportato notizie. Un parlamentare europeo scozzese Struan Stevenson ha sferrato, in quella occasione, un duro attacco all’Onu, all’Unione europea, agli Usa e a tutti i governi europei per la totale insensibilità nei confronti dei 2200 membri della Resistenza iraniana, residenti in Iraq, prima nel Campo Ashraf e da tre anni trasferiti nel Camp Liberty. Questi iraniani disarmati, hanno subito ben sei attacchi con i missili dall’esercito iracheno (su mandato del regime iraniano) che hanno provocato la morte di 140 persone e il ferimento di altre centinaia di uomini, donne e bambini. Le promesse di protezione dell’Onu di questi inermi esseri umani non sono mancate. Anche l’Ue non ha lesinato “impegni” e solidarietà, ma nei fatti nulla è cambiato. Non è questa una vergogna per l’Europa, ma un’autentica vergogna per l’umanità intera.

E i media, di tutti i colori politici (compresi quelli che parlano sempre di indipendenza e di libertà di stampa), si sono sempre caratterizzati… per il loro conformismo e soprattutto per il loro assordante silenzio.

Aldo Forbice

La Cina e la questione
dei diritti umani

Parliamo di Cina, di una nazione-continente (oltre un miliardo e 300 milioni di abitanti) che,nonostante la recente flessione nella crescita del pil, rimane pur sempre al secondo posto (dopo gli Usa) come crescita economico-finanziaria e minaccia di scavalcare il gigante americano .Ma la Repubblica popolare cinese,dominata da un regime capital-comunista, è ormai noto, si ritrova all’ultimo posto nella difesa dei diritti umani (pena di morte, tortura,diritti delle donne,dei bambini,degli anziani,tutela delle minoranze etniche e religiose,libertà delle opinioni nella stampa e nel web,ecc.).

C’è un aspetto particolare,una autentica vergogna dell’umanità che vogliamo ricordare: è rappresentata dal traffico degli organi dei condannati a morte e dei dissidenti incarcerati e deceduti in seguito a torture illegali. Questo scandalo lo abbiamo denunciato da molti anni,con campagne promosse da “Zapping” e persino con due libri ( “I signori della morte”,Sperling & Kupfer,2002 e “Assassini di Stato”,Garzanti 2009 ), ma ora il tema è tornato alla ribalta per un film di Leon Lee premiato a Londra dall’Association for International Broadcasting (Aib) qualche mese fa, come “miglior documentario d’inchiesta internazionale “.La locandina del film raffigura una donna del Falun Gong con i prezzi dei suoi organi .

Nell’inchiesta, documentatissima,viene denunciato l’illegale traffico di organi ,che coinvolge scandalosamente anche i medici degli ospedali pubblici. La maggior parte degli organi vengono forzatamente prelevati dai detenuti, “colpevoli” di far parte dell’organizzazione Falun Gong (che pratica un’antica disciplina spirituale perseguitata dal regime di Pechino). Gli organi vengono poi venduti alle cliniche e agli ospedali di tutto il mondo,Europa compresa. Il gruppo di popolazione dei Falun Gong negli ultimi anni è stato particolarmente preso di mira,ma gli organi vengono “strappati” anche ai tibetani,agli uiguri (musulmani) e ai cristiani non appartenenti alla Chiesa patriottica (cioè di Stato).Non sono però esclusi da questo “trattamento” gli internati nei campi lager (laogai),dove studenti e intellettuali del dissenso cercano di sopravvivere con i lavori forzati.

Secondo le fonti citate dal film ,tra il 2003 e il 2008,sono state uccise per prelevare i loro organi da 40 a 60 mila persone. Ma il regista Lee ha raccontato che,secondo un chirurgo militare cinese la cifra nello stesso periodo superava le 600 mila persone. Ovviamente non esistono dati ufficiali. Del resto come potrebbe essere pubblicate cifre su questo fenomeno se persino sulle esecuzioni capitali non vi sono cifre ufficiali ,considerate un “segreto di Stato” ?

(Secondo le ong umanitarie sono almeno 5000 le vittime ogni anno ,ma la cifra aumenta di anno in anno,talvolta si raddoppia). “Altre informazioni-commenta Leon Lee- suggeriscono che la rapina degli organi dei condannati potrebbe interessare due milioni di persone. Siamo stati prudenti nel film. Quello che abbiamo mostrato è solo la punta di un iceberg”.

La Cina,dunque,seconda potenza economica mondiale,che sta conquistando l’Africa e che domina i mercati di tutto il mondo,continua a praticare, nel campo dei diritti degli esseri umani , metodi medievali,barbari,nell’indifferenza dell’opinione pubblica mondiale. Per la verità ogni capo di Stato dell’Occidente ( a partire da Obama,ma senza escludere quelli europei e di casa nostra) che si reca a Pechino non dimentica di ricordare la necessità e l’urgenza di rispettare i diritti umani. Ma quelle richieste continuano a rimanere lettera morta,anche perché a dominare i colloqui sono sempre i progetti e i contratti industriali e commerciali. Insomma il businnes vince sempre.
Aldo Forbice
a.forbice@libero.it

Rai, dalla lottizzazione
al monocolore

E’ considerato tutto “normale”.Ormai il conformismo dilagante,anche della grande stampa,è impressionante. E non sorprende (e non scandalizza )che non 5 Stelle,non la sinistra del Pd,non la “Sinistra italiana” e neppure la Lega di Salvini abbiano scelto, sulla cosiddetta “riforma della Rai”, il silenzio o semplicemente il ricorso a generiche critiche. Ha colpito di più Silvio Berlusconi che ha parlato di “regime”. L’anziano cavaliere ( o ex, fate come volete) ha indossato i panni dei radicali di un tempo,ed ha condannato lo scandalo di un servizio pubblico radiotelevisivo gestito da un solo uomo,l’amministratore delegato. In altre parole,il presidente,il Consiglio d’amministrazione (nominato secondo la vecchia regola lottizzatoria: tanto alla maggioranza,un po’ meno all’opposizione,sempre divisa e litigiosa ,e uno agli amici,come Paolo Messa,”patron” di Formiche,un giornale online diretto da uno scudiero fedele che può far comodo al premier). Il nuovo Cda non conterà più nulla ,una sorta di Cnel (ora finalmente abolito) che esprime pareri che nessuno prenderà in considerazione e neppure la Commissione parlamentare di vigilanza avrà più alcun peso,anche perché la maggioranza dei consiglieri verrà eletta direttamente dal parlamento.

Giustamente faceva notare Pierluigi Battista (“Corriere della Sera” di ieri): “E’ bastata una presidenza nella Commissione parlamentare di vigilanza della Rai ,un organismo plumbeo da paese del socialismo reale ai tempi dell’Urss,per invitare i seguaci di Grillo a sedersi sulla tavola imbandita del sottopotere di viale Mazzini”. Come dar torto a Battista ? Ora un uomo solo può decidere sui programmi delle tre reti principali (ma anche delle altre),può firmare contratti con cifre stratosferiche,può nominare ,senza consultare nessuno,i dirigenti di tg e delle reti. Un “grande dittatore” che non deve rispondere a nessuno,tranne che al premier (anche se la legge non lo prevede esplicitamente). Non vi sembra sconcertante tutto questo ? Se qualcosa del genere fosse stato fatto in passato,non dico da Berlusconi,ma anche da Monti e persino da D’Alema vi sarebbero state le manifestazioni di piazza a Saxa Rubra,in via Teulada e in viale Mazzini ,dai sindacati e dall’Usigrai. E,invece,tutto tace. La Rai è stata beneficiata di un incremento delle entrate di ben 420 milioni di euro col canone obbligatorio inserito nella bolletta .E quindi perché lamentarsi ? Nessuno però ci ha ancora spiegato come sarà utilizzata questa gigantesca risorsa. Il silenzio è sovrano sulla qualità dei programmi e sulle finalità del “nuovo” servizio pubblico.In questi giorni la fibrillazione interessa solo la prossima nomina dei direttori. Il “negoziato” è in corso da tempo. Non vi preoccupate questa volta sarà sicuramente più facile,perché i candidati non saranno eletti in base ai meriti ,come tutti auspicano ,ma -come come suggerivano in passato i partiti- in base al tasso di fedeltà “ alla causa” o meglio al premier e ai suoi amici .In altre parole,la lottizzazione di un tempo è ormai un lontano ricordo,anche se certo non mancano i nostalgici,anche perché quella lottizzazione è diventata di fatto un “monocolore”.

Quali dirigenti sono più a rischio ? Quelli della radiofonia ( i più deboli ,anche politicamente),i capi del Tg1 e del Tg3 ,quelli delle tre reti ? Chi ancora persevera nel seguire la vecchia guardia del Pci-Pds ? Chi critica troppo il “nuovo corso” o quei pochi liberali e socialisti che resistono nel rappresentare quella marginale cultura laica nel nostro paese ?

Aldo Forbice

Pena di morte, No all’indifferenza

E’ una questione secolare eppure ancora oggi continuiamo a parlarne. Come socialisti sono anni che rinnoviamo l’appello alle autorità statali per l’abolizione della pena di morte e a considerare la possibilità di una amnistia. ‘Vinci l’indifferenza e conquista la pace’. È la dichiarazione di Papa Francesco contenuta nel messaggio per la 49.esima Giornata Mondiale della Pace, che si celebrerà il primo gennaio 2016, un appello a “gesti concreti” e “atti di coraggio”, un importante presa di posizione, l’ennesima del Pontefice contro la pena di morte.

La genesi della pena capitale ha radici millenarie. Un principio di abolizionismo si ebbe nell’epoca del dispotismo illuminato di volteriana memoria. Nel Settecento, infatti con il progressivo rafforzarsi degli Stati nazionali la pena di morte perde la sua utilità. L’idea era semplice: se lo Stato era in condizione di controllare efficacemente il territorio e la popolazione, allora poteva punire il criminale, il quale, sapendo che violando l’ordine pubblico sarebbe stato punito, non avrebbe più infranto la legge.

A tal proposito Cesare Beccaria sosteneva che occorrevano pene miti, ma applicate senz’alcuna riserva: la tesi era che anche se la pena fosse stata minima doveva esserci certezza di espiazione.

La pena di morte perde, quindi, utilità proprio perché lo Stato è forte e capace di punire i criminali. L’idea di Beccaria di sostituire la pena capitale con la reclusione fu accolta dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo che nel 1786 passò alla storia come primo sovrano in Europa ad abolire la pena di morte.

Ma arriviamo ai giorni nostri. I Paesi nei quali vige fattivamente la pena di morte sono cinquantotto. I Paesi abolizionisti de facto sono trentacinque (di pochi giorni fa è la notizia che anche il Parlamento della Mongolia l’ha abolita). Nel loro ordinamento giuridico mantengono in vigore la pena di morte, ma le esecuzioni non hanno luogo da almeno dieci anni, oppure in molti Paese sono state introdotte delle moratorie sulle esecuzioni. In ultimo ci sono i Paesi abolizionisti per reati comuni, sono quei paesi, sette nello specifico che hanno abolito la pena di morte per i reati comuni, ma la mantengono per casi eccezionali. Le vittime della pena di morte nel mondo ogni anno sono all’incirca quattromila. Solo in Cina sono avvenute ben settemila esecuzioni capitali tra il 2011 e il 2013, (dai dati della Ong “Nessuno tocchi Caino”, anche se potrebbero essere molte di più, poiché molte esecuzioni avvengono in segreto).

Altri paesi sanguinari sono l’Iran, l’Iraq e l’Arabia Saudita. Le esecuzioni sono riprese spesso come reazione impulsiva all’aumento dei reati: omicidi particolarmente efferati o semplicemente per un rigurgito storico e culturale. Ma molti studi hanno evidenziato che nei Paesi dove è in vigore la pena di morte la criminalità non diminuisce. Ecco perché non è un deterrente. Ad esempio in Canada, il numero degli omicidi è diminuito dopo il 1976, anno dell’abolizione della pena di morte. Le vittime del crimine meritano giustizia, ma la pena di morte non è la risposta. Veleno, sedia elettrica, lapidazioni, fucilazioni oltre a ledere la dignità e violare i diritti umani non sono certamente la risposta adeguata. Ovvero l’idea della sanzione come vendetta che utilizza la pena per affrontare le contraddizioni della vita sociale è una atrocità.

Il mondo, le società moderne ed evolute hanno bisogno di esempi. Molto impegno e attivismo servono ancora per sensibilizzare l’opinione pubblica di tutto il mondo, cominciando dal nostro Paese. Per questo è importante l’iniziativa dell’Associazione ‘Nessuno tocchi Caino’ di svolgere il suo sesto Congresso a Milano il 18 e il 19 dicembre nella Casa di Reclusione di Opera. Il Congresso si terrà proprio nei giorni del secondo anniversario del successo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla Moratoria Universale delle esecuzioni capitali e avrà all’ordine del giorno il rilancio della campagna per la Moratoria. Un importante appuntamento al quale i socialisti, da sempre garanti dei diritti umani e delle libertà seguiranno con attenzione affinché nei prossimi mesi si possano creare sinergie nelle istituzioni nazionali e transnazionali. Noi saremo ancora al fianco dell’Associazione ‘Nessuno Tocchi Caino’ affinché sia accolta l’indicazione dell’ONU per l’abolizione della pena di morte, per trovare soluzioni e risposte al sovraffollamento carcerario individuando precise indicazioni di riforma. Sono anni che in perfetta solitudine proviamo a rompere il silenzio. Continueremo, non si può continuare a mostrare indifferenza, sarebbe voluta inciviltà.

Luigi Iorio
Responsabile dipartimento diritti umani

 

Un mini Bignami
per ‘Area Socialista’

Quante belle intenzioni leggo nel documento di ‘Area Socialista’.  “Favorire più diritti, promuovere un’azione concreta per garantire libertà pubbliche e progresso sociale.”
Tutto straordinariamente ammirevole, peccato che a me hanno insegnato che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e noi questo mare lo abbiamo attraversato faticosamente e a più bracciate.
Forse qualcuno ha la memoria corta e in ogni caso ripercorrere il nostro lavoro in questi due anni e mezzo di legislatura è per tutti noi un buon esercizio di memoria.
Per titoli, per non farla troppo lunga: fondi per la casa e per l’edilizia residenziale pubblica (soprattutto a sostegno delle persone con difficoltà economiche o che hanno perso il lavoro), ecobonus, bonus mobili per le giovani coppie; introduzione del reato di omicidio stradale (una buona legge che sarà approvata entro l’anno, per dare giustizia a chi non l’ha ancora avuta); riforma del Codice Appalti ( più trasparenza e efficienza in un settore insidiato dal germe della corruzione); riforma del Codice della strada;  contrasto alla ludopatia e al gioco d’azzardo (un miliardo prelevato alle slot machine e video lottery); abolizione IMU agricola; bonus assunzioni giovani nel settore agricolo; semplificazione delle procedure per l’esecuzione degli interventi di contrasto al dissesto idrogeologico; lotta a nuovi condoni edilizi; legge sulla responsabilità civile dei magistrati (una nostra antica battaglia di libertà); riguardo al conflitto israelo-palestinese primi firmatari della mozione che ha alla base ‘il principio dei due Stati come giusta via per conseguire la pace’, presentazione in tutte le regioni di una proposta di legge sull’istituzione di un registro regionale per le dichiarazioni di ultima volontà. Per non dimenticare il nostro impegno in tema di diritti civili, pari opportunità, contrasto alla violenza di genere, questione carceraria, e tanto altro.
Questo è quello che abbiamo fatto in sintesi nonostante l’esiguità della nostra rappresentanza parlamentare.
Le nostre azioni parlano per noi e per parafrasare Nenni ‘ i fatti contano più di una montagna di ipotesi’.
Buon lavoro. Anche a voi.

Maria Cristina Pisani

Una responsabilità in più

 

Il tredici novembre parigino rappresenta inequivocabilmente una svolta per il salto di qualità operato dalle bande del fanatismo islamico rivolto contro la grande nazione europea, non può essere considerata una novità inaspettata e le reazioni fino ad adesso che sono risuonate nell’etere mondiale rimangono allo stato improntate alla sacrosanta indignazione ed allo sgomento per quanto è accaduto.

A poco o nulla servono le analisi retrograde di stampo fallaciano, fatte proprie dal nuovo leader della destra xenofoba italiano Salvini, la battaglia culturale sulla presupposta arretratezza e minaccia del pensiero coranico non potrà che continuare ad essere perseguita nel mondo islamico confidando nella capacità di revisionismo e secolarizzazione di un mondo che abbraccia miliardi di esseri umani nel mondo e che non possono essere perseguiti nella loro totalità.

Così come appaiono legittime ma tardive le analisi sulla molteplicità degli errori commessi dall’occidente nella fragile area medio-orientale all’inizio del secolo non riuscendo a venire a capo del conflitto fra palestinesi ed israeliani ed avendo contribuito alla deflagrazione dell’area irachena che ha trascinato con sé la riapertura del mai sopito dualismo sunnita e sciita che ha generato un duello fra le medio potenze dell’area.

Esse hanno trovato un ulteriore terreno di confronto dall’evaporazione degli stati-nazione generatosi con le cosiddette Primavere Arabe nelle quali l’illusione di trasferire i modelli di democrazia liberale e di pluralismo propri dell’occidente cristiano ha gettato nel caos e nell’incertezza aree popolose e ricche di materie prime delle quali alcune potenze occidentali hanno fatto un miraggio appetibile.

La crescente influenza del pensiero più retrogrado e radicale delle scuole musulmane unita alla circolazione improvvisa di armamenti leggeri provenienti dall’occidente, l’obiettivo di liberare Siria ed Irak ( e sullo sfondo Libia, Tunisia, Egitto) da decenni di autocrazie dominanti, secolarizzate ma profondamente illiberali hanno consentito il riunificarsi di aree sparse in medio oriente come in Europa di masse diseredate unite dal pensiero nichilista jihadista che oggi vede attraverso la politica del terrore alla portata la allucinante profezia del Califfato Mondiale, di un pianeta dominato dal pensiero unico del Profeta ordinata dall’unica legge della Sharia’a.

Sul terreno va detto che é stata soltanto l’indecisione e la divisione delle forze e degli Stati che si opponevano a questo disegno ha consentito un’espansione ed un consolidamento di Daesh, esso non si configura come un vero e proprio stato tuttavia ha alle spalle oltre che un poderoso retroterra culturale una capacità di influenza economica accresciuta, nonché un indiretto sostegno di potenze medie che hanno acconsentito per perverse ragioni tattiche il suo radicamento; tralasciando il paradossale sostegno diretto di settori dell’amministrazione americana ed inglese all’armamento nonché all’addestramento di miliziani islamici sostenuti all’impronta per contrastare il regime di Assad nonché l’infatuazione nei confronti di partiti o movimenti islamici “moderati” in Egitto ed in Tunisia che si sono mossi di fatto coprendo ed assecondando le aree più estremiste salafiste.

Al netto di analisi e di errori politici e strategici oggi il 14 novembre ci consegna un compito più difficile posto che dalla guerra non convenzionale è difficile sentirsi al riparo ed un nemico sconosciuto ha molteplici possibilità di resistenza. Un paese europeo è stato colpito, pur non facendo parte la Francia dell’alleanza militare atlantica ed avendo unilateralmente deciso di bombardare le postazioni dell’ISIS , ed è difficile immaginare che sul terreno dell’azione di contrasto al fenomeno vi possa essere una reazione solitaria.

Per evitare gli errori del recente passato solo l’allargamento delle responsabilità di azioni di contrasto alla capacità e potenza offensiva dello Stato dichiaratosi islamico potrà evitare nuovi fallimenti ed una trasformazione del conflitto in una secolare guerra fra civiltà che, sino al 2001, parentesi del secondo conflitto bellico compreso, hanno convissuto in relativa pace e tolleranza.

Il nuovo protagonismo russo nel mediterraneo, la leadership di Erdogan e la stessa Arabia Saudita, nonché la Repubblica dell’Iran per ragioni diverse fra di loro e ragioni anche diverse dalle nostre possono trasformarsi in alleati politici e strategici per evitare il flagello di una lotta cieca ed irrazionale su un territorio vasto che attraversa l’Europa sino ai confini dell’Asia e che coinvolge l’Africa del Nord.

Siccome è universalmente riconosciuto che essa è una guerra contro la barbarie essa va combattuta con sapienza eliminando le fonti generatrici dell’odio, in una stretta cooperazione fra gli Stati sospendendo ogni rapporto economico con IS,eliminando la vendita di armi, isolando le menti ispiratrici, distruggendo i potenziali arsenali.

Il potenziale conflitto si è detto da tempo sarà lungo, per questo le scorciatoie della facile demagogia non potrà che preparare tempi peggiori perché è destinato ad incrinare i valori democratici di pluralismo e tolleranza che sono quelli che dichiariamo di voler difendere.

Invocare la protezione delle Nazioni Unite e della sua carta dei diritti degli uomini e dei popoli è un conto, pretendere un’azione che prenda le mosse dalla cooperazione fra i paesi che siedono nel Consiglio di Sicurezza è altrettanto doveroso.

L’Italia che è un Paese investito direttamente dagli eventi che hanno sconvolto l’Europa ed il Mediterraneo ha probabilmente un di più di responsabilità e di impegno da assumere, lo dobbiamo fare senza farci cogliere da crisi di panico e da inutile discussioni da cortile.
Bobo Craxi

Parlare d’altro

Ci sono tre modi per parlare di un evento. Il primo modo è parlarne bene. Il secondo è parlarne male. Il terzo è parlare d’altro. La terza sembra essere la strada scelta da alcuni per commentare la conferenza programmatica del partito che si è tenuta lo scorso fine settimana a Roma.
Così abbiamo letto osservazioni sui numeri dei presenti in sala, tentativi di agganciare ad ogni costo le logiche della più immediata attualità della politica politicante, giudizi sulla riuscita di questo o quel singolo intervento, sforzi di piegare un’occasione così unica di confronto con l’esterno alle più becere tra le dinamiche della dialettica interna.

Sia chiaro, ad ognuno il diritto di intendere come meglio creda il contributo da dare ad una causa che, almeno nei titoli, e cioè l’affermazione del socialismo in Italia, si dichiara comune. E si aggiunga: ancor più specie di certi commenti hanno fatto le assenze ad un appuntamento così significativo di chi da anni intende presentarsi, ahi lui solo con l’appoggio della propria immagine allo specchio, come alternativa credibile all’attuale gestione del partito.

Pur tuttavia, chi non valorizzasse un evento segnato da una partecipazione appassionata, numerosa e consapevole, chi perdesse l’occasione di una riflessione più profonda e di più lungo respiro, chi non cogliesse l’originalità dei contributi che dal venerdì mattina si sono succeduti o chi, infine, non cogliesse quanto sia vitale uscire dall’asfissia di un dibattito interno il più delle volte irreale e teso unicamente alla affermazione di posizioni di potere, ebbene costoro commetterebbero, a dirla con Talleyrand, qualcosa di peggio di un crimine, e cioè un errore. E non al cospetto degli organizzatori dell’evento, ma del partito stesso nella sua interezza, che quell’evento ha animato nobilmente e con passione .

La conferenza programmatica del 30 e 31 ottobre è stata un momento di confronto partecipato, alto, intenso e, più di altre occasioni nella vita del partito di questi anni, aperto all’esterno. Certamente, non basteranno due giorni di dibattito a risolvere nodi annosi e non tanto circa la qualità della proposta socialista quanto ai modi di renderla viva e protagonista in una società sempre più a tendenza millenians. Non saranno sufficienti idee moderne, nemmeno le migliori, se chi le promuoverà non saprà essere moderno egli stesso.

L’alternativa non può di certo essere un discorso sul proprio ombelico. Peraltro, nemmeno notando che l’ombelico è una cicatrice. Di un cordone che si è ormai staccato.

Federico Parea
Segreteria nazionale Psi