Bersani sulla strada di Damasco, torna e ricasca!

Decisamente il tentativo di Bersani, di stabilire un contatto con i grillini in una situazione aggravata e più distante del primo tentativo (per una avversione all’Europa ed all’euro ribadita senza tentennamenti in competizione con la Lega di Salvini) più che di conversione ha il sapore amaro di un’avversione verso Renzi ed il suo PD che sa dell’ossessione, di una rivincita costi quel che costi. Non si può spiegare razionalmente, stante il suo sicuro ancoraggio alla famiglia socialista e progressista europea, che non fa mistero di battersi per l’unità del vecchio continente, come elemento indispensabile nella sfida con vecchie e nuove potenze mondiali. Questa autentica fuga in avanti richiama alla mente uno scenario ben noto nella sinistra dem: la concorrenza tra i compagni di cordata per una primazia che conferma il detto:” troppi leader nessun leader!”. Ma c’è di più, bontà sua. Bersani accredita il M5stelle come una forza di centro che sposandosi con i secessionisti concorrerebbe ad un inedito centro-sinistra in concorrenza con quello renziano ancor più ricacciato al centro.

La risposta a questa brillante prospettiva non si è fatta attendere anche se da una figura minore del M5stelle: “Un vade retro Satana tentatore” perché Bersani rappresenterebbe una sorta di cavallo di Troia che attenterebbe all’integrità del movimento, che se si sposta a destra o a sinistra si spacca. Se ci sarà bisogno di alleanze, perché nessuno raggiunge il 40% per aggiudicarsi il premio di maggioranza, per i pentastellati meno compromettenti e più affini sarebbero gli euroscettici di Salvini e della Meloni. E’ lecito chiedersi da che cosa scappi Bersani per liquidare l’attaccamento alla ditta e ai suoi valori? Mi sembra che non ci siano dubbi poiché l’altra scelta sul tappeto, che richiede umiltà e coraggio a chi volesse aderirvi, è quella di Pisapia federatore di un nuovo Ulivo che postula l’accordo con il PD, socio di maggioranza, magari con un passo indietro di Renzi ed uno davanti di Orlando o tirando la corda al massimo a guida Pisapia, comunque con Renzi ancora segretario del partito e pars magna della nuova alleanza. Non stupisce che gli scissionisti si schierino contro il Mattarellum o l’uninominale all’inglese e che portino acqua al proporzionale, per contarsi e poi si vedrà alla faccia della governabilità…

Schulz contro Merkel
antidoto ai populismi

E’ ricorrente contro gli attacchi terroristici in Europa l’affermazione “Guai a farsi prendere dalla sindrome della paralisi, occorre intervenire e prendere le misure necessarie per ritornare ad una vita normale, migliore antidoto contro chi vorrebbe trascinarci in una spirale di violenza e di paralisi” Mi pare che un’analoga condotta dovrebbe essere adottata contro i populismi che per via democratica, in un crescendo contenuto com’è accaduto in Olanda, tentano l’assalto al potere per realizzare i loro devastanti obbiettivi.

Ebbene è proprio la dialettica democratica e la salvaguardia delle istituzioni a rappresentare la strada maestra per il riassorbimento dei conati antidemocratici ed antisistema. La discesa in campo di Schulz contro la Merkel, nonostante la grande coalizione che governa la Germania, obbedisce in pieno alla logica della fisiologia del ricambio democratico e riduce lo spazio alle forze più estreme specie se antisistema. Chi rischia di più in questo scontro è certamente la Merkel perché insidiata a destra, su quella destra che vittoriosamente fino ad oggi era riuscita quasi ovunque a tenere sotto la soglia del 5% che dà accesso alle istituzioni. Che l’aria fosse cambiata è apparso chiaro nelle elezioni nei lender, anche in quelli in cui la situazione economica non offriva alibi a dissociazioni, prova provata che soffiava un vento che prescindeva dal giudizio sul governo locale. Tanto per intenderci soffiava il vento trumpiano che già inaspettatamente aveva fatto perdere ad Obama la maggioranza al Senato pur avendo registrato evidenti successi sul piano degli investimenti e del lavoro. E’ il grande tsunami delle migrazioni di massa destinate a durare ed accrescersi a far temere il peggio e la destabilizzazione degli equilibri raggiunti in ogni singolo Paese. Non meraviglia che la ricetta nel breve più accattivante è quella della chiusura nazionalista (“Prima gli americani! Coniugata poi secondo i diversi Paesi in preda agli stessi fenomeni).

Tornando a Schulz ed alla sua sfida alla Merkel c’è da notare, con onore per i socialisti francesi, che la scelta europeista non è affatto messa in discussione quanto piuttosto le misure da mettere inatto laddove il disagio sociale è più forte e proprio per questo potrebbero aprirsi ulteriori varchi alle forze euroscettiche ed antieuropeiste per rifugiarsi nelle autarchie nazionali con una perdita certa nell’agone globale inarrestabile ma che solo entità sovranazionali possono essere in grado di contenere e governare. Gli obbiettivi enunciati da Schulz vanno da maggiori investimenti verso le fasce più deboli, in particolare per le pensioni, per l’assistenza e per l’istruzione. Come coprire i costi relativi non è dato ancora sapere e lo stesso Schulz ha rimandato al programma vero e proprio in corso di definizione. Le tre linee maestre indicate per caratterizzare la sfida socialista si riassumono in più giustizia sociale, più rispetto e dignità per ciascun cittadino. Basterà questa dialettica contrapposizione elettorale a frenare e riassorbire i populismi sulla cresta dell’onda? Un dato è certo che lo scontro in Germania avviene come in passato con la rete di protezione della grande coalizione anche se gli equilibri interni potrebbero mutare e verificarsi il sorpasso di Schulz sulla MerKel e questa a sua vota rifarsi a livello europeo. Inutile dire che da noi è tutto più complicato e difficile e che fino ad ora, a partire dalla legge elettorale navighiamo a vista… corta.

Quando l’ombelico è al centro
e sfugge il resto del mondo

Quando l’ombelico è al centro dell’attenzione e sfugge il resto del mondo,la prima misura, se sei alla guida, è fermarti, raccogliere idee e forze e ripartire, altrimenti scendere. Lo sgomento dei militanti di base del PD nasce da una nuova luce in cui vanno riconsiderati gli avvenimenti interni al PD degli ultimi mesi. In primo luogo la fretta di Renzi di andare ad elezioni anticipate che poteva apparire seriamente motivata dal fare leva sulle forze che reclamavano elezioni subito perché sulla carta le più disponibili a pervenire ad un accordo. Su tutto  l’omogeneizzazione per quanto possibile delle leggi elettorali tra Camera e Senato, come espressamente richiesto dal Presidente della Repubblica per evitare una pericolosissima ingovernabilità futura ed una instabilità  con effetti negativi immediati sulle Borse e sulla situazione finanziaria ed economica del Paese con i riflessi politici interni che ne conseguirebbero. Un obbiettivo talmente alto che il prezzo di elezioni anticipate poteva ragionevolmente essere pagato. Invece no, la minoranza dem, senza se e senza ma, si è messa subito di traverso lavorando in concreto al di là di qualche rassicurazione per sfociare pur di garantirsi  verso il proporzionale e comunque con esiti diversi tra Camera e Senato verso l’instabilità istituzionale. E’ lecito nel militante di base, alla luce delle docce fredde giudiziarie di questi giorni,  che le due fughe in avanti della maggioranza e della minoranza, quest’ultima perfino fuori dal partito, fossero dettate anche da qualche anticipazione? Eppure da questo epicentro, da questo ombelico del partito-perno del sistema politico, sfugge il resto del mondo che ci ruota intorno con forti accelerazioni per gli esiti elettorali della Brexit e degli USA e di quelli in arrivo nei Paesi più importanti d’Europa. Non si rischia in quest’ottica un altro cupio dissolvi? Quali i punti fermi per risalire la china? Non perdere d’occhio la linea dell’orizzonte europeista ed opporre un’effettiva solidarietà interna ed internazionale a tutto ciò che attenta a quanto costruito finora e da cui ripartire con tutte le correzioni di rotta necessarie. Stare in Europa per cambiarla è la nuova demarcazione di ascendenza degasperiana  tra e dentro le forze politiche sicchè, per intenderci, se e come verrà assegnato un premio di maggioranza questo va alla coalizione e non ad una lista come previsto nell’Italicum. Inoltre  contro la parcellizzazione e i condizionamenti dei partiti minori occorre che oltre la soglia minima per il diritto di tribuna sia introdotta la soglia non minore al 5% per partecipare al premio di maggioranza,  incentivando così la fusione tra forze omogenee. Va tutelato perciò quanto si muove in direzione di una rinnovata solidarietà europea specie dopo la chiara scelta che il PPE ha fatto di eleggere a Presidente del Parlamento europeo il forzista Tajiani, contro l’opa che vorrebbero mettere in atto gli antieuropeisti  Salvini e Meloni. Il PD in particolare deve riaffermare col suo apporto qualitativo e non più solo numerico  la sua appartenenza all’area socialista e progressista, sede ideale in cui si possono porre le basi per una ricomposizione ideale prima che negoziale della frammentazione subita dal PD in Italia.

Roca

Nomi e cognomi

Non tutta la politica è ferma. C’è in Parlamento chi lavora da anni per avere una legge sul testamento biologico e sul fine vita, forze politiche trasversali che si sono battute perché venisse calendarizzato il provvedimento e per fare un testo largamente condiviso. Questo testo dovrebbe arrivare in Aula la prossima settimana e essere votato. Ma ci sono altre forze politiche che lo stanno bloccando. Cominciamo con il dire le cose come stanno, chi vuole il provvedimento e chi non lo vuole. Psi, PD, Movimento 5 Stelle, SI-SEL, Possibile sono a favore della legge, PDL, parte di NCD, Lega, Fratelli d’Italia e UDC sono contrari. Così tanto per ricordarcene quando andremo a votare e non fare di tutta l’erba un fascio.

Pia Locatelli

Renzi, un “barbaro intuitivo” ma irriflessivo

Dovrò procedere per flash per riuscire nello spazio di un articolo a motivare l’assunto del titolo. Partiamo dal “barbaro intuitivo” per il fiuto con cui partì, come i barbari con Roma, alla conquista del partito nazionale, appunto a Roma. I segnali che lo confortavano, tanti, dal tentativo fallito di Bersani con i penta stellati, al venir meno di un sostegno esterno per aver ragione della dissidenza interna, dissidenza manifestatasi, clamorosamente e trasversalmente, nella bocciatura a presidente della Repubblica di Marini prima e soprattutto di Prodi, indicato per acclamazione. Il dato in comune delle due bocciature era la repulsione verso personalità percepite come difesa ad oltranza della vecchia nomenclatura, definita da un barbaro come Renzi col termine dispregiativo di “rottamazione”.

Un Renzi altrettanto intuitivo diede il segnale degli 80 euro a fasce intermedie che temevano il declino verso soglie di povertà, sicchè in un elettorato sempre più liquido fuori da vecchie appartenenze, con l’affidamento ad un leader di fresca nomina, giunse il premio alle Europee di quel 40,8 %, cifra mai conosciuta da una forza di sinistra, più vicina a quelle della vecchia DC. Da qui ha inizio un abbaglio che partorisce accenni tipo quello del partito della Nazione, che presuppone lo sfondamento progressivo sulla destra di un leader in declino inarrestabile che divora i suoi figli senza successori. Si configura un leader solo al comando con scelte simul Berlusconi, dall’esonero dell’Imu sulla prima casa al ponte sullo stretto e tutto questo in piena recessione in Europa ed ancora più accentuata in Italia. Non solo doveva renderlo più riflessivo il fatto che nelle elezioni di mezzo termine, locali nazionali o referendarie che siano, la gente coglie al volo l’occasione per esprimere il disagio in cui versa. Non gli è bastato nemmeno che il suo amico Obama, dopo aver superato la recessione e ricuperato milioni di posti di lavoro, perdesse la maggioranza al Senato, un anticipo della marea trumpiana. E lui che fa, pur col più nobile intento di rendere competitivo il Paese, lo mette in secondo piano e si gioca tutto sul sì al referendum ed ancorché poi mitigata, ci scommette la stessa permanenza in politica.

Trattene le conseguenze con le dimissioni da Presidente del Consiglio, incomincia ad inanellare errori in quel partito da riportare ad unità perché essenziale a fare da massa critica per giocarsi la carta del voto utile per raggiungere quel 40 per cento necessario per riscuotere il premio di maggioranza e poter governare senza condizionamenti esterni, specie di FI, di cui veniva accusato dalla minoranza. Minoranza, caduta nello stesso abbaglio di Renzi, mobilitatasi per far perdere Renzi, ma con la presa d’atto della propria incidenza, senza preoccuparsi del fatto che il pericolo montante era all’esterno del Pd in uno tsunami dalla destra, dalla Brexit alla vittoria di Trump. All’interno del PD ha fatto ancora di peggio. Preavvertito che il sostegno al referendum era condizionato a modifiche all’Italicum, in primis dei capilista bloccati, in preda ancora alla sbornia europea, Renzi non tiene in debito conto il timore della minoranza di essere tagliata fuori dalla rappresentanza. Infatti nei collegi piccoli, una volta assicuratisi i capilista, sarebbe stato un gioco concentrare i voti e prenotare anche il secondo eletto, graziando i meno ostili con una manciata di posti. Da parte sua la minoranza si è distinta per una gamma di ritorsioni, a partire dalla scissione minacciata e realizzata dai più impazienti, alla votazione di volta in volta e perfino al voto contrario sulle fiducie. Uno stillicidio di stile anarchico, nemmeno sfiorata di far dipendere la rottura definitiva al congresso, questa sì di chiara ascendenza ulivista e plurale, nel caso di mancata approvazione di una norma statutaria che imponesse nei collegi le primarie di lista in modo tale che risultasse capolista il primo eletto e nell’ordine tutti gli altri, una norma altrettanto valida se si dovesse tornare ai collegi uninominali. In sostanza un dialogo tra sordi senza fantasia e lungimiranza con vistosi rigurgiti identitari a cui non sono estranee nostalgie proporzionaliste vecchie e nuove pur di contare qualcosa con la condanna del Paese all’instabilità. E poi qualcuno lamenta il complotto dell’esclusione dell’Italia dal gruppo di testa nell’Europa a più velocità…

Roca

Nel PD un dialogo tra sordi
ed i possibili rimedi

Dopo la direzione nazionale bisogna prendere atto che il PD potrà uscire fuori dal guado se indicherà la direzione di marcia e le condizioni essenziali perché sia perseguita in unità d’intenti. Viene legittimo il dubbio che con i suoi ultimatum a ripetizione la sinistra dem abbia l’intento di provocare la scissione a destra per scaricarne la responsabilità su Renzi ed accreditarsi come l’erede di quanto rimane del PD. E’ bene chiarire che è legittima aspirazione di ogni partito diventare forza maggioritaria per la sua proposta, altra cosa prefiggersi di raggiungere l’obbiettivo a colpi di sbarramenti, tipo l’8% di marca veltroniana che accelerò la caduta del governo Prodi a destra come a sinistra della composita coalizione prefigurando il taglio dei rami minori e, così facendo, decretando la fine del tronco.

Nonostante la bocciatura la vocazione maggioritaria è rispuntata anche con Renzi che avrebbe dovuto prenfere atto di un’altra lezione esemplare come l’implosione della maggioranza bulgara di Berlusconi. Ho riepilogato la storia di una direzione di marcia sbagliata per dire che la strada maestra di veri maestri come De Gasperi è quella delle coalizioni più ampie ed omogenee possibili cementate da una strategia condivisa per un obiettivo comune, che oggi prioritario e discriminante per le alleanze è restare in Europa per cambiarla dal di dentro. Questo criterio della inclusività per orientare ed aggregare altre forze esterne deve essere perseguita in primo luogo all’interno della forza politica che aspira alla guida del processo aggregativo. La prima doverosa mossa di Renzi è quella di liberare il partito dalla sensazione-tentazione di voler egemonizzare la rappresentanza, ma questo non può avvenire a trattativa privata con chi sta con un piede dentro ed uno fuori dal partito minacciando scissioni come un lassativo. Sarebbe l’inizio della disgregazione mentre la strada maestra ispirata dall’esperienza dell’Ulivo è quella di un partito aperto all’apporto della base anche fuori dal perimetro del partito estendendo le primarie a tutte le candidature specie se comprendono figure come i capolista sottratti al voto popolare, promuovendo primarie generali dei candidati in ogni collegio con il primo eletto indicato a capolista, evitando un duplicato del capolista in seconda battuta, assicurando così la pluralità degli apporti assolutamente vitale per chi si prefigge di superare la soglia del 40%.

In poche parole si tiene unito un partito facendosi carico per ogni componente del principio del “Primum vivere deinde philosophari”. Giusta la preoccupazione di chi ritiene che si moltiplicherebbe con il premio alla coalizione la frantumazione ed il ricatto delle forze minori ma il premio al partito di maggior consistenza può anche essere perseguito, incentivando l’unità di forze omogenee, escludendo dal riparto del premio le forze che non abbiano raggiunto un minimo di consenso popolare. Così come, per le candidature multiple, si evita l’arbitrarietà della scelta da parte delle oligarchie di partito risultando il candidato eletto laddove ha conseguito la percentuale maggiore. Mi fermo a queste prime indicazioni rispettose, dentro e fuori del partito, della pluralità degli apporti dentro possibili maggioranze e fuori a tutela delle minoranze prevedendo sin da ora, per favorire gli accorpamenti, che per le liste singole e non coalizzate la soglia minima sia fissata al 5% secondo il modello tedesco.

PD, la banalità del farsi del male

Parafrasando Hannah Arendt viene spontaneo, rispetto allo scontro sulla porta di casa (dentro o fuori?) del Pd, definire la condotta morale della sinistra dem come “la banalità di farsi del male”. Parlerò in seguito di Renzi e della sua autocritica che è solo agli inizi e che potrebbe essere accelerata se non incombesse ripetutamente la minaccia di scissione da parte delle minoranze del PD.

Partirei di qui, dalle proposte delle minoranze, uso il plurale per quanti sono i personaggi in cerca di fare il leader con sfumature diverse per ritagliarsi di volta in volta una propria autorevolezza saltando a piè pari una collegialità di ricerca che sola potrebbe far scaturire per capacità di analisi, oltre che per esperienza vissuta e riconosciuta, una reale leadership. Partiamo da chi ancora ha una taratura riconosciuta nel partito e nel Paese ma che sta facendo di tutto per dissiparla. Alludo a Bersani ed all’ultimo aut-aut, quello che senza garanzie di rappresentanza nei prossimi gruppi parlamentari, prospetta la scissione con una nuova formazione politica, bontà sua nobilitata come un nuovo ulivo, con tutti i rami disponibili nel centrosinistra e verso sinistra, il cui auspicio sarebbe di includere nuovi rami mentre minaccia di segare il tronco imprescindibile per tenerli uniti. Un’enormità che mi ha dettato il titolo di questo intervento “La banalità del farsi del male!”.

Come ci si può accreditare e proporsi alternativi in un partito se ad ogni divergenza la minaccia è quella di uscirne, o di votare di volta in volta come battitori liberi o di votare contro la fiducia al Governo? Un modo di proporsi che fece dire nel lontano 1920 ad un certo Lenin per averlo sperimentato che “l’estremismo è la malattia infantile del comunismo”. Non ho sentito una sola parola di autocritica da parte di alcun esponente della sinistra dem sulla constatazione dell’assoluta marginalità del proprio apporto ai no straripanti quando l’intento conclamato era di essere determinanti per non far vincere il sì, quindi credibile non solo per Renzi, che avrebbe consacrato un uomo solo al comando con esclusione successiva degli avversari interni grazie ai capilista nominati. Ed ancora nessuna correzione di rotta dopo il valore aggiunto che la vittoria di Trump potrebbe apportare agli antieuropeisti. Ma per tornare al tasto dolente di una marginalizzazione nella rappresentanza parlamentare, poiché ci si rifà all’ulivo perché non avanzare la classica proposta che sottrae la scelta alle oligarchie e cioè che qualunque incarico sottratto al voto popolare deve essere rimesso alle primarie? La natura composita della maggioranza di Renzi dà garanzie che nessun gruppo è in grado di farne un monopolio. D’altra parte come potrebbe Renzi aspirare a superare il fatidico 40% se non si assicura in partenza il pieno del suo partito per aggregare i possibili alleati e i simpatizzanti?

Roca

Il futuro non è alle spalle

Ci sono molti modi di ricominciare, di cambiare, di rinnovare. Ancora.
Rinnovamento e cambiamento hanno bisogno però di una dialettica franca e profonda, la stessa che serve per confrontarsi e poi riconoscersi nella sintesi dei punti di vista, per ritrovarsi in una identità che è senso di comunità.
Il Consiglio Nazionale di oggi ha ufficialmente approvato la proposta di convocazione del prossimo Congresso nazionale, dopo la breve parentesi di Salerno. Attimi, in cui il passato sembra oltrepassare il futuro, un passato che a molti sembra prossimo ma che in realtà è assai remoto.
La storia non ci ha risparmiato delusioni, dall’incapacità del tempo di comprendere la natura della crisi non già del comunismo internazionale, ma quella specifica del comunismo italiano, alla mancanza di una idea efficace del riformismo in Italia, fino alla prepotenza di un mondo religioso che negli ultimi giorni ha manifestato l’incapacità di rassegnarsi a restare fuori da un campo in cui a giocare può essere solo e soltanto la politica, ma quella stessa storia ci ha insegnato anche che dinanzi al crollo delle speranze occorre darsi da fare.
Oggi si moltiplicano le semplificazioni, c’è a volte in molti di noi una nota di amara melanconia. Prevalgono i ‘benaltristi’, quelli del ‘abbiamo bisogno di molto altro’, eppure in questi anni non c’era da fare altro, serviva la volontà, l’impegno politico, l’azione. Riemergono le storie dei singoli, di ciò che eravamo, ma citando gli Oasis ‘non possiamo guardare sempre indietro’.
Qualche giorno fa, un compagno mi ha scritto ‘di aver sempre lavorato e messo le conoscenze e l’ impegno al servizio della crescita dei giovani.’  E’ questo il campo in cui ricondurre il nostro gioco, un patto generazionale, la volontà e la capacità di lasciare spazi, di comprendere che la buona politica presuppone partiti aperti, concreti. Quali riforme per fisco, spesa pubblica e burocrazia? Come sostenere l’equità, i redditi medio-bassi e la competitività e innovatività delle imprese? Questo, in tempi di crisi, è ciò che conta.
Al Congresso di Salerno avevamo presentato una mozione chiara sul percorso da intraprendere. Chi, tra tutti coloro che parlano di regole e regolamenti, di prospettive, ha dato importanza concreta a quella istanza di cambiamento richiesta, chi si è preoccupato di un approfondimento circa uno scenario politico e sociale evoluto. Avremmo dovuto rispondere insieme alle esigenze dei singoli, avremmo dovuto comprendere come radicare nei territori le nostre proposte. Già l’ho scritto. Vivo quotidianamente il fallimento di non essere riuscita a convincere molti dei nostri consiglieri che la proposta sul testamento biologico non è la richiesta di qualcuno, ma è l’affermazione di un principio di libertà. In Basilicata neppure è stata calendarizzata. E’ la nostra storia, la storia di un partito, di una comunità, non la storia di un insieme di persone.
Con il Segretario Riccardo Nencini abbiamo organizzato spesso incontri e seminari per la formazione politica dei giovani militanti del nostro partito. Lo stesso dovrebbe accadere anche a livello locale, con incontri e convegni dedicati ai più giovani affinché possano acquisire gli strumenti necessari per un proficuo e valido impegno in politica.
E’ la nostra unica speranza di futuro. Non possiamo assistere quotidianamente a uno scontro personale tra noi stessi, non possiamo ancora nelle nostre occasioni di confronto parlare di maggioranza e minoranza di partito. A chi interessa il numero esatto dei nostri tesserati o le procedure congressuali se poi non ci rendiamo conto che è la forma a dover cambiare. Un Consiglio Nazionale non può essere una discussione tra ricorrenti e non ricorrenti.
Bonomi nel suo Leonida Bissolati e il movimento socialista in Italia, scriveva ‘ad ogni giornata domenicale uscivano dalla città giovani studenti e giovani professionisti per propagandare il verbo nelle campagne. E spesso l’area del comizio era il sagrato davanti alla chiesa o l’aia del piccolo campo’. E’ questo quello che è mancato e che manca, lasciare a tanti giovani compagni lo spazio per misurarsi sempre di più con responsabilità di direzione politica. Ci sono giovani dirigenti e amministrati che oggi sono concreti e pragmatici, meno ideologizzati del passato. Ascoltare alcuni ripetere ancora che ciò che a noi interessa e semplicemente che il socialismo viva è una contraddizione in termini, perché non è il ricorso alla magistratura che può tenerci in vita, ma lasciare e creare spazi nuovi di opportunità.
Non credo che l’anagrafica possa essere uno spartiacque, ma penso che la storia di molti compagni debba essere ‘messa al servizio’ per creare un percorso, non per qualcuno, ma per il nostro partito. Pietro Nenni nei suoi diari nel 1976 annotava che ‘le nostre generazioni devono susseguirsi all’infinito’. E’ ciò che non abbiamo fatto.
Sperimentare compiti di direzione a livelli superiori, che non siano rinnovamenti estemporanei, con l’esperienza nell’amministrazione, nel partito, con la pratica quotidiana della politica. E’ ciò che può appassionarci, tutti, è ciò che può farci guardare con fiducia al futuro.

Maria Cristina Rosaria Pisani
Portavoce Psi

Populismo. La parola per dirlo

La parola populismo è diventata rispettabile, facilmente utilizzabile, quasi orecchiabile.
Una volta ricordava le adunate di Mussolini, ora si dice tranquillamente per leader italiani, europei, mondiali.
Il potere nelle mani del popolo, dice il nuovo presidente americano.
È giusto, gli rispondono i leader europei riuniti.
Popolo è per questi fanatici, sinonimo di massa.
Tutti d’accordo, le classi politiche sono deboli, corrotte, incapaci, prive di visione, ma questo giustifica il populismo degli aspiranti dittatori?
Così nacquero i totalitarismi del Novecento. Che molti hanno dimenticato o ignorano. Vi invito a studiare, pure su wikipedia non serve la Treccani. Meno ignoranti si è, meglio si ragiona.

Tiziana Ficacci

Libere&Laiche

Abbandoniamo il rancore

Prima di Salerno avevamo scritto, a tante mani, un documento che parlava di novità. Troppo spesso l’abbiamo inseguita fuori di noi, questa novità, trascurando le cose in cui crediamo, la più importante: la passione politica.

Quando per la prima volta entrai in una sezione socialista, quella del mio paese, insieme a mio padre, fui colpita dalla convivialità e dall’entusiasmo di un gruppo di amici. Fu ciò che mi incuriosì. Con il Congresso di Salerno avevamo messo in campo insieme la passione di tanti giovani e meno giovani compagni, avevamo provato a recuperare quell’entusiasmo. Volevamo elaborare accanto alla linea politica e programmatica, una nuova idea di organizzazione del partito, semplificando i livelli territoriali, snellendo le farraginose procedure interne, che invece in questi mesi ci hanno tenuti appesi, aprendoci alle nuove tecnologie per coinvolgere i nostri iscritti nelle attività interne ed esterne. Di questo volevamo, in questo anno, provare a parlare. Era l’unico modo che ritenevamo utile per vivere, per avviare un vero percorso di revisione delle strutture ad ogni livello, ed adeguarle alle esigenze della modernità. Per abbandonare il rancore e per fare spazio a una generazione che senza alcuna pretesa e guadagno vuole coltivare una propria passione.

Sappiamo di avere avuto alle spalle una particolare vicenda italiana. Non può sfuggirci che in tutto il nostro sistema politico ha prevalso una piegatura personalistica delle formazioni, che, anche per ragioni naturali, non potrà essere eterna. Se è così, pur con tutti i nostri problemi, abbiamo molti anni di vantaggio sugli altri. Le esperienze buone o cattive che abbiamo fatto ci mettono su questo tema in pole position.

Non possiamo infatti cedere alla frammentazione degli interessi particolari, alla prepotenza di pochi, al dilagare del populismo demagogico. In una stagione così complicata come quella che stiamo vivendo si vince solo se si ha l’intelligenza di capire che nessuno si salva da solo. Non ha senso inseguire un piccolo tornaconto minuto se poi non si è in grado nel complesso di rispondere alle grandi questioni e alle grandi sfide che questo tempo ci porta e che questo Paese ci pone. Non c’è rendita di posizione possibile da difendere se non si salvaguardia prima di tutto il patrimonio comune ed indivisibile che in questi anni abbiamo accumulato. Questo vorrei che i ‘i ricorrenti’ lo tenessero a mente.

Oggi abbiamo, tutti insieme, una grossa responsabilità, quella di costruire una nuova classe politica, non con il make up, ma con l’esperienza nell’amministrazione, nel partito, con la pratica quotidiana della politica, che è fatta di assemblee, volantinaggi, confronto con i cittadini, discussione, non di ricorsi giudiziari. Abbiamo il dovere di dare voce, forza e rappresentanza a questa generazione, con cui condividiamo difficoltà e spazi, abbiamo la necessità di rispondere alle richieste di un’altra generazione, quella dei nostri nonni, costretta a campare con 800 euro al mese.

Sabato celebreremo il primo Consiglio Nazionale dopo la sentenza che ha sospeso gli organismi eletti, meno di un anno fa. Ciò che mi auguro è che per la prima volta si dia spazio e voce a chi questo partito dovrà guidarlo negli anni futuri, perché il rischio è che, finita la bagarre personale di questi ultimi anni post elettorali, il Psi diventi terra di nessuno. Vorrei che a giovani e meno giovani compagni dessimo gli strumenti per praticare e battere la via del riformismo, per non essere sopraffatti dal populismo imperante, perché la politica non deve ascoltare le esigenze dei cittadini, ma governarle, che è qualcosa di molto più complesso e impegnativo.

In questi anni, e devo ringraziare il Segretario Nazionale per l’opportunità che mi ha dato, perché la riconoscenza dovrebbe pure essere una virtù in politica come nella vita, ho incontrato tanta gente. Tra queste persone ho conosciuto un compagno coraggioso, Dario, un nostro amministratore con il quale ho mantenuto per molto tempo un rapporto umano prima ancora che politico. Io e Dario da soli in quei mesi abbiamo provato a portare avanti la nostra battaglia. Abbiamo bussato alle porte di tutti i consiglieri regionali, presidenti di regione e alla fine ci siamo riusciti. In 9 regioni la proposta di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento è stata accolta e messa all’ordine del giorno. Non sono però riuscita a dare ancora a Dario quello che mi chiedeva perché pur essendo la portavoce di questo partito, non ho la forza da sola di alzare muri e costruire ponti. Eppure dovremmo riconoscere innanzitutto il valore delle esigenze dei soggetti sociali, non delle formalità interne. Perché la politica non si fa solo nelle proprie stanze, e questo una grande organizzazione come la nostra dovrebbe comprenderlo immediatamente. Negli ultimi anni, dalle campagne referendarie ad alcune battaglie sindacali, dalle associazioni che si battono per il riconoscimento dei diritti a quelle che si occupano di cittadinanza, molte novità non sono venute dal Palazzo, ma dalla piazza e dalla società nel suo complesso.

Abbandoniamo allora quell’individualismo miope che ci spinge a perdere lo sguardo collettivo sulle cose, è l’unico modo per poter definirci un partito. Non sarà un tesserato in più o uno in meno a cambiarci la vita.

Buon lavoro a tutti noi.

Maria Cristina Rosaria Pisani