La scossa di Chiamparino

Il 24 Settembre 2018 la Stampa ha riportato una notizia-intervista di Chiamparino, Governatore del Piemonte, che sollecita il Consiglio regionale ad approvare la nuova legge elettorale regionale, il cui scopo principale sarebbe una nuova articolazione in collegi che eviti la marginalizzazione delle aree più svantaggiate e perciò marginali reinserendole nel circuito di rappresentanza diretta istituzionale. Questa sensibilità può costituire un punto ideale di ripartenza dal basso dopo che per ben due volte le riforme costituzionali calate dall’alto sono state bocciate nei referendum. Grazie al loro potere statutario le Regioni hanno modo di incidere in direzione di una riappropriazione popolare della rappresentanza, duramente depotenziata da due durissimi attacchi. Il principale quello del passaggio dagli eletti ai nominati, che ha spalancato un’autostrada alle forze antisistema, fornendo l’alibi maggiore alla lotta indifferenziata contro la casta per essere diventata espressione delle oligarchie spezzando il rapporto vitale tra eletti ed elettori; l’altro di aver delegittimato la grande ed unica scuola formativa di nuova classe dirigente, quella disegnata dalla Costituzione con lo Stato della autonomie,sopprimendo la sua articolazione ai diversi livelli nel momento in cui si è degradato l’anello di congiunzione tra comuni e regioni privando le Province della loro diretta legittimazione democratica, che le costringe ad elemosinare le risorse per i loro compiti istituzionali tra cui fondamentale è quello di interloquire con i corpi intermedi e fare sintesi delle loro attese, con un altro risvolto negativo, essendo prevalenti i comuni piccoli e medi, le province costituiscono la dimensione più idonee a spendersi in aiuto dei comuni minori oltre che poter esercitare quelle deleghe della regione agli enti locali avendo la dimensione e la struttura idonea a gestirle concorrendo ad evitare la tentazione imperante di riprodurre a livello regionale il tanto vituperato centralismo statale. Di fronte alla dequalificazione ai più alti livelli di classe dirigente impreparata , condita di disprezzo per le competenze, varrà la pena ricordare l’apporto determinante dato al PD dalla classe dirigente locale, grazie alla quale è stata garantita l’alternanza negli enti locali durante tutto il periodo della guerra fredda. Un patrimonio abbandonato al suo destino, demotivato, una perdita secca per tutto il Paese.

L’Europa non è ancora Orba(n)!

E’ partita con due botti del Parlamento europeo la campagna elettorale europea con gli immancabili riflessi anche sul piano interno dei singoli Stati. Il via libero alle sanzioni all’Ungheria per le riforme contrarie al “valori UE” prelude allo scontro tra europeisti e sovranisti, terzo incomodo gli euroscettici come gli italiani grillini che sono entrati in rotta di collisione con i loro alleati leghisti in soccorso di Orban.

Ci si interroga su questa presa di distanza tra i due azionisti maggiori nel governo italiano. Scontato dopo lo stretto rapporto tra Orban e Salvini che quest’ultimo votasse contro la messa in moto delle sanzioni attivando l’articolo 7 del trattato, mentre i grillini hanno dimostrato consapevolezza che non era un buon viatico opporsi per il confronto ormai prossimo con l’attuale Commissione europea sul DEF.

Poiché è incontestabile che la Merkel è stata decisiva per la compattezza dei parlamentari del PPE, il voto di FI, meno Tayani astenuto in ossequio alla prassi dei presidenti del Parlamento, getta una luce di inaffidabilità su Berlusconi e company .proni verso l’alleato in mezzadria ed ai suoi affidamenti che la roba del Cavaliere non si tocca, il tutto nell’auspicio del ritorno del figliuol prodigo che intanto lo sta sfrattando dal suo elettorato.

Chi l’ha dura la vince, dice un vecchio proverbio corretto e già le europee potrebbero essere lo spartiacque. Ma a proposito di opportunismo non è che i grillini abbiano fatto una migliore figura quando si è toccato votare contro i giganti del Web per obbligarli a retribuire gli editori e più in generale gli autori per i contenuti online. L’amletico Di Maio, in ossequio alla linea Casaleggio, ha mandato la palla in calcio d’angolo gridando:”Vergogna questa è censura preventiva”. Faccio notare che la motivazione data viene alla luce nella stessa giornata in cui sono state avviate le sanzioni ad Orban per il non rispetto dei valori Ue. Solo avanzare il sospetto di una censura preventiva da parte dell’Unione fa capire di chi si è fatto portavoce il salvifico Di Maio.

Roca

Dialogo con Fico o la foglia di fico?

Titola il Corriere della sera:”Fico conquista la festa del PD a Ravenna e attacca l’alleato leghista” non poteva esserci una sintesi più riuscita di un disgelo in atto ma in chiave istituzionale con Fico Presidente della Camera. Sì disgelo perché il PD ancora si divide al suo interno tra coloro che pensano come mettere un cuneo nell’attuale dirigenza del Mstelle ed aiutare a far venir fuori l’anima più democratica del movimento rispetto al cedimento della maggioranza verso la Lega autoritaria sia nell’approccio ai problemi sia nelle sua collocazione europea ed internazionale. Nessuno si aspetta cambiamenti di rotta improvvisi ma in prospettiva strategica ci si chiede chi farà la prima mossa per denunciare il contratto di governo per palese incompatibilità degli obbiettivi di fondo. Ma altrettanto chiaro è che si dovrà ricercare un’alternativa di governo per non arrivare come perdenti al giudizio elettorale.

Ed è questo il punto vero di discrimine all’interno del PD tra i sostenitori del colloquio con il Mstelle e quelli del no a qualunque contaminazione, costi quel che costi, anche a spese del Paese portato al fallimento. L’obbiettivo doveroso,dato lo schieramento delle forze in campo, non è certo la scissione, che non garantirebbe la governabilità, ma l’individuazione di nuovi orientamenti dopo la presa d’atto del fallimento dell’accordo di contratto.

L’interlocuzione con il Presidente della Camera non si ammanta di novità per i distinguo critici,certo apprezzabili, nei confronti di Salvini e company presenti e futuri(ipotesi del partito unico) ma partendo dall’affermazione di Fico all’atto dell’insediamento, la volontà espressa di ribadire” la centralità del Parlamento” e chiedergli come questo punto fermo e condiviso da tutte le forze autenticamente democratica si può conciliare con dichiarazioni ufficiali di due vertici su tre del Movimento che preconizzano l’inutilità del Parlamento e nel frattempo il ricorso per la scelta dei deputati all’estrazione a sorte come unica verifica la Casaggio-associati. Si può parlare di centralità del Parlamento se ancora oggi i 2/3 dei parlamentari sono nominati e non eletti, un distacco tra eletti ed elettori che ha aperto un’autostrada alle forze antisistema assimilando i parlamentari nominati ad una casta privi dall’autonomia della scelta da parte dei cittadini e perciò da abbattere?

Su questo tema di fondo per la difesa della democrazia rappresentativa a tutti i livelli doveva incentrarsi il confronto con Fico altrimenti l’invito rischia di apparire strumentale ad un accordo di governo dai nodi strutturali ed istituzionali irrisolti e perciò scadere ad una foglia di Fico per coprire vergogne di omissioni come la disciplina dei conflitti d’interesse che incentiva il ricorso alla mano pubblica dissuadendo i privati ad investite o la radicalità della restituzione della scelta dei rappresentanti ai cittadini senza la farsa di legare alla scelta dell’uninominale, invece che unicamente alla qualità ed affidabilità della persona prescelta, facendone discendere automaticamente anche la scelta del proporzionale per giunta con liste rigide. Uno sposalizio incostituzionale perché contempla come obbligatorio oltre agli sposi la formula a tre, una sorta di “Io mammeta e tu”.

Roca

Senza un Governo e senza Opposizione

Per dire che in Italia c’è un Governo ci vuole una buona dose di ottimismo ed una ancora più forte tendenza all’approssimazione. Magari sarebbe più facile sostenere che ce ne sono due, cosa che non migliora certo la situazione.
C’è quel Conte, del quale sono più quelli che ne ignorano l’esistenza o lo confondono con il Conte di Montecristo o con il Conte Biancamano che quelli che ammettono che potrebbe essere stato nominato Presidente del Consiglio. Non è nemmeno il Vice, semmai una sorta di controfigura, dei suoi Vice. E quei due Vice non vanno mai d’accordo se non per qualche proclama che nessuno prende sul serio.
La rassegnazione con la quale, dopo un estenuante contesa, questo pseudogoverno diarchico era stato accettato dagli ottimisti (…beh, prima vediamo che cosa riescono a combinare…) è già esaurita. Quel tanto di non entusiastico consenso popolare si è “diviso” tra l’uno e l’altro “semigoverno” e con esso lo sprezzo e le critiche per l’altra metà.
Salvini sopravanza Di Maio…E Conte? Conte non conta nulla…
Se il Governo, più che perdere consensi, sta diventando una entità vaga ed incerta, un terreno di scontro tra due parti politiche, che dicono di sostenerlo, non cresce certo qualcosa che si possa chiamare Opposizione. Quelli che vogliono darci ad intendere che “sono l’opposizione” sono solo degli esclusi dalla sceneggiata del Governo che non c’è e dalla maggioranza che ne sostiene qualche pezzo.
Il Partito Democratico più che altro sembra impegnato a farsi dimenticare. A far dimenticare Renzi, il “Partito della Nazione”, il tentativo di manipolare sconciamente, complicandola, la Costituzione, la batosta del referendum che ha impedito tutto ciò. Ed invano il P.D. vuole farsi passare per il partito dell’antigrillismo, della politica contro l’antipolitica, dei valori della democrazia.
La gente sente assai meglio dei politici e dei politologhi, che il Cinquestellismo non è altro che la raccolta indifferenziata dei rifiuti, anche e soprattutto tossici della Sinistra, ed, al contempo, una retrocessione alle origini premarxiste della Sinistra stessa. Non basta certo che qualche voce si levi al suo interno ad invocare un “nuovo” P.D., il “nuovo” è stato sempre invocato da chi non sa come vivere la sua vecchiaia.
La Destra, grazie a Berlusconi che l’aveva salvata dal golpe di “Mani Pulite”, non esiste più.
Forza Italia, si dice partito di opposizione ma anche alleata della Lega che è al Governo (si fa per dire). E perde e perderà ogni occasione per offrire al Paese qualche prospettiva che non sia l’appello ai “moderati”, qualifica ed entità vaghe. E che in questo contesto significa i cascami dei cascami, i rifiuti dei rifiuti.
Il Governo che non esiste potrà sopravvivere grazie all’opposizione che esiste ancora di meno.
È la peggiore delle prospettive che possa essere concepita.

Mauro Mellini

La tenuta dei conti e del governo Conte

Nonostante le rassicurazioni del ministro Tria sulla prossima legge di bilancio, i dati non sono rassicuranti per corrispondere alle promesse elettorali del governo giallo-verde sicchè la diplomatizzazione dei contrasti al momento delle scelte dovrà necessariamente vedere dei vincitori e dei perdenti, con le conseguenze anche politiche che potranno discenderne. Fondamentale sarà la posizione della componente intermedia che sempre più sta emergendo tra le due preminenti della Lega e del M5stelle. Qualche nome non guasta per identificare quella che potrebbe fare da ago della bilancia. A partire dal Presidente Conte a Tria a Moavero, allo stesso Savona col suo piano imperniato sugli investimenti, specie infrastrutturali di assoluta urgenza come ha dimostrato la tragedia di Genova, come il terreno più adeguato su cui tentare una mediazione con la UE.

Qualcuno potrà obbiettare che si tratta di vasi di coccio tra i due di ferro,Lega e M5stelle ma non tiene in debito conto che il punto di coesione della terza forza è di essere quirinalizia,strettamente legata al ruolo di garanzia di Mattarella, esercitato con assoluta fermezza nei confronti di Savona per avere ammesso di poter ricorrere ad un piano B, quello dell’uscita dall’euro di fatto destabilizzante per l’intera zona Euro. Questa terza forza, pressocchè senza numeri in Parlamento, si giova di punti di riferimento internazionali: dal termometro dello spread a quello delle associazioni di rating che in autunno si pronunceranno sulla salute dei conti pubblici in Italia e non ultimi i battiti di colpo dei mercati sulla capacità di mantenere almeno per un decennio gli impegni assunti per onorare i prestiti ricevuti. Si tratta di far fronte a vere e proprie scosse di assestamento del bilancio dello Stato messo in sicurezza da scelte destabilizzanti se sommate fuori da un quadro interno ed internazionale di compatibilità.

Di fronte a questa dinamica che rischia di vanificare gli sforzi già compiuti nella scorsa legislatura e di tornare indietro come al gioco dell’oca,i movimenti sussultori nella maggioranza, che suscitano sconcerto negli stessi elettori che l’hanno legittimata, risultano aggravati per la mancanza dell’unità e della autorevolezza di un’opposizione che vada al là della correzione di bozze dell’azione governativa e disegni una proposta alternativa sia nei contenuti che nel sostegno parlamentare facendo esplodere le contraddizioni nei gruppi di maggioranza. Un cuneo è possibile aprire in questa direzione piuttosto che arroccarsi sull’eredità passata con l’auspicio implicito che vadano a sbattere così si vedranno che hanno avuto torto gli elettori ad accordare la loro fiducia a degli incompetenti improvvisatori. Ammesso che questo dovesse accadere magra consolazione per chi erediterebbe un Paese ancor più prostrato di quello lasciato. Di qui nasce l’obbligo morale prima che politico di mettere le basi di una maggioranza alternativa per impedire che il Paese vada alla deriva.

 

 

Casaleggio dileggia il Parlamento e il Presidente Fico

“Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile” questo il giudizio di uno dei vertici del Movimento%stelle, Davide Casaleggio, in una dichiarazione resa alla “Verità”testata ideale per proclamare la sua verità di vita(un tarlo da tempo operante indisturbato nelle istituzioni) non solo di previsione come qualcuno cercherà di ridimensionarla. Ad essa mi verrebbe la voglia di rispondere con una previsione ravvicinata:”la divisione dei M5stelle è inevitabile!” E’ il cuneo su cui occorre lavorare per ammissione di un diretto interessato. “Non è voce dal sen fuggita”perché preceduta da una opzione sostanzialmente analoga di svuotamento del ruolo del Parlamento quando il suo socio fondatore Grillo qualche settimana prima aveva ipotizzato contro il Parlamento espresso dal popolo il ricorso alla scelta dei parlamentari con il sorteggio, tanto un cittadino vale l’altro perché la decisione è altrove. Espressivo di questa concezione “usa e getta” è il limite previsto dei due mandati. Motivazione evidente: quando questi avranno imparato qualcosa possono essere d’intralcio al nucleo dirigente inamovibile, da far rimpiangere perfino il centralismo democratico del PCI. La mancanza di pudore di uno che si considera padre-padrone arriva a smentire clamorosamente un suo rappresentante il Presidente della Camera Fico che all’atto dell’insediamento aveva solennemente richiamato la centralità del Parlamento contro lo svuotamento operato dai governi coi voti di fiducia. Casaleggio aveva messo in conto, vero abuso di potere, che non ci sarebbe stata una ferma messa a punto e smentita da parte di Fico, che a mio avviso coverà sotto la cenere finchè non sarà finito il collante della spartizione del potere e prenderà il via tra gli alleati ed al loro interno la competizione a fare da soli, il potere tutto a noi. La difesa dell’opposizione o assente o senza mordente perché o non ci si arriva ad una severa autocritica o la si evita per non darsi la zappa tra i piedi. Com’è possibile che non si levi una voce che metta in conto le proprie responsabilità a cominciare dal più grosso attentato alla democrazia rappresentativa dell’epoca repubblicana che è stato il passaggio dagli eletti ai nominati tagliando le radici di fiducia e di rapporto diretto tra eletti ed elettori che è l’anima della democrazia rappresentativa? Si dirà fu il centrodestra ad approvare “la porcata” ma chi si è adagiato come fosse un’amaca e non un attentato alla vita democratica, un’omissione ancora più grave della non disciplina del conflitto d’interessi di un Berlusconi, grande anticipatore del sorteggio ipotizzato oggi da Grillo per la nomina dei parlamentari, quando auspicò che il voto sulle leggi fosse affidato ai soli capigruppo con voto ponderale?Lo stesso senso di fastidio per il Parlamento e la deriva autoritaria che lo sottende. A nulla è servito averlo denunziato appena Prodi vinse per la seconda volta con soli due voti in più al Senato e la chiara volontà di fare terra bruciata al suo avvento alla guida del Paese. Prevalse anche allora la logica della spartizione del potere rispetto all’esigenza di restituire l’anima democratica al Paese e la sua governabilità. E’ da allora che è montata la rabbia contro la casta, espressione delle oligarchie dei partiti e non più del popolo, una vera e propria autostrada alle forze antisistema, anche quando assumono la responsabilità del potere perché il futuro che vogliono costruire è quello anticipato da Casaleggio senza pudore nemmeno una foglia di Fico.

Frontiere e Orizzonti

È necessario che esista in noi – affinché noi possiamo trarne alimento di speranza nella costruzione dell’avvenire – la ferma fede che un giorno, quando l’Europa si farà e i popoli si riconosceranno nella pace e nella concordia, le frontiere saranno segni convenzionali e non diaframmi, e i singoli gruppi etnici potranno esprimere in piena libertà il proprio genio, conformemente a ciò che sentono e venerano come Patria dello spirito”: così Giuseppe Saragat in occasione dell’udienza concessa all’Associazione dei profughi giuliano-dalmati nel 1967, significativamente citato da Sergio Mattarella in occasione del convegno che abbiamo promosso a trent’anni dalla scomparsa del quarto presidente della Repubblica di cui diamo conto nelle pagine che seguono. Anche in quel caso, benché parlasse ad una platea che invece delle frontiere faceva gran conto, Saragat non rinunciava a testimoniare le proprie convinzioni: così come, con la stessa concessione dell’udienza, non aveva rinunciato a sfidare un’opinione “di sinistra” che già dopo la guerra aveva vergognosamente negato solidarietà a quei profughi, colpevoli di essere scappati dal paradiso comunista del maresciallo Tito. L’Europa tuttavia non si è ancora fatta, e le frontiere tornano ad essere diaframmi. Da allora, per la verità, non sono mancati i passi avanti nel cammino verso l’unità europea: a cominciare da quell’Atto unico imposto da Craxi alla Thatcher nel 1985 al Consiglio europeo di Milano, dal quale sono derivati il Trattato di Maastricht e quello di Schengen. Ma paradossalmente è stata proprio la caduta di un’altra frontiera – di quella cortina di ferro che Churchill nel 1947 aveva visto calare fra Est ed Ovest – a rendere tutto più complicato. È infatti innegabile che fino al 1989 la Comunità europea era cresciuta al riparo di quel confine: e che neanche in questo caso aver cambiato nome, diventando Unione, è bastato poi all’Europa per acquisire una soggettività politica all’altezza delle sfide del terzo millennio. Ed ecco quindi tornare i diaframmi: da quello caricaturalmente provinciale cui allude il governo austriaco quando minaccia di concedere la doppia cittadinanza ai sudtirolesi, a quelli più odiosi con cui i paesi dell’Est pretendono di proteggersi dai flussi migratori. Ma ecco soprattutto nascere un diaframma del tutto inedito, come quello che Trump intende erigere fra le due sponde dell’Atlantico, nel momento in cui individua l’Unione europea come un nemico degli Stati Uniti e la Nato come una combriccola di scrocconi. Anche nel Mediterraneo, peraltro, non manca chi pensa di poter dividere il mare a fette, stravolgendo le leggi scritte e non scritte che per millenni hanno garantito la libertà e la sicurezza dei naviganti, oltre che lo sviluppo della civiltà occidentale. E pazienza se poi si sfiora il paradosso negando l’approdo nei porti italiani alle stesse navi della nostra Marina militare, o dirottandole per rifornire di cibo e medicinali imbarcazioni costrette a raggiungere porti lontani: sta scritto nel Contratto, e tanto basta. Nel Contratto, per giunta, sta scritto anche che bisogna introdurre il reddito di cittadinanza e ridurre il precariato: e pazienza, anche qui, se per farlo non si trova niente di meglio che riesumare i lavori socialmente utili, cioè la più produttiva fabbrica di precari mai concepita. Per non parlare della pretesa di impedire la delocalizzazione delle imprese per via amministrativa invece di implementare le misure avviate con Industria 4.0., o dello stallo in cui restano le politiche attive del lavoro, finora impantanate in un conflitto fra Stato e regioni la cui soluzione potrebbe non essere gradita ai governatori leghisti. Si dirà (e si dice, magari con piglio polemico) che quello che manca ai nuovi governanti è la competenza. Non è così. Quello che manca è la cultura di governo, che è un’altra cosa. Per governare, ha scritto De Rita nell’introduzione al Mese del sociale di quest’anno, bisogna innanzitutto “avere una visione e una cultura della lunga durata”: anche se “può apparire quasi provocatorio” parlarne “in una società come l’attuale dove domina il presentismo (l’appiattimento all’oggi senza alcuna scansione di passato e futuro)”. In secondo luogo, secondo De Rita, governare significa “provvedere ad un incardinamento della politica nei processi reali in corso”. Infine occorre “elaborare una strategia di coinvolgimento dei tanti e sempre più articolati soggetti sociali”.

L’esatto opposto, cioè, dell’orizzonte che si era dato il sistema politico nato a metà degli anni ’90 del secolo scorso ed ora in via di disfacimento: che aveva rinunciato alla visione in nome della “fine delle ideologie” (espressione sintetica per accomunare tutte le culture di lunga durata all’ideologia marxista, effettivamente arrivata al capolinea); che prescindeva dai processi reali in corso (a cominciare da quelli prodotti dalla globalizzazione); che ignorava l’incipiente scomposizione della società novecentesca. È meglio prendere sul serio, quindi, quanti parlano di terza Repubblica: tanto sul serio da evitare gli errori che si fecero quando si pose in opera la seconda, e da accettare la sfida che i nuovi governanti portano su questo terreno, invece di confidare nella loro pur conclamata incompetenza (o nel loro spregiudicato avventurismo sul piano delle relazioni internazionali, che vede in campo ben altri protagonisti rispetto a Salvini). Solo così l’opposizione potrà uscire dall’afasia che l’ha colpita dopo il 4 marzo: non certo portando in gita una segreteria a Torbellamonaca, o studiando il modo di riportare Berlusconi in Parlamento con un’elezione suppletiva. Della destra non ci occupiamo. Per quanto riguarda la sinistra, è difficile non condividere quello che ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere del 27 giugno: quella a cui assistiamo è la fine di una storia “cominciata male, in modo ambiguo e pasticciato, 25 anni fa: una forte matrice comunista mai rivisitata e indagata ma semplicemente rimossa, un vantato innesto con un cattolicesimo politico di tutte le tinte, e infine la costruzione di un Pantheon di presunti antenati messi insieme come un mazzo di carte”. Si potrebbe aggiungere che quella che stiamo vivendo è anche la fine della storia dei “compagni di scuola”, per riprendere il titolo di un bel saggio di Andrea Romano sugli eredi del Pci: i quali avevano pensato che cambiare le regole del gioco avrebbe loro risparmiato una riflessione sulla propria identità. Questo, probabilmente, è il vizio d’origine dello stesso Partito democratico: aver confuso la “vocazione maggioritaria” con il sistema elettorale maggioritario, che garantiva comunque una rendita di posizione, vincenti o perdenti che si fosse, a prescindere dalla capacità di esercitare un autentico potere di coalizione, ed a prescindere soprattutto dalla capacità di difendere le proprie politiche di governo anche dall’opposizione, come stiamo vedendo in queste settimane. All’orizzonte ci sono le elezioni europee dell’anno venturo: quelle in cui, non solo in Italia, si deciderà della stessa sopravvivenza dell’Unione. L’occasione ideale per mettere in campo culture politiche di lunga durata, in assenza delle quali resteremo in balia dei Salvini e dei Di Maio: e potremo scegliere se cercare protezione da Putin o assumere come modello sociale quello instaurato da Maduro in Venezuela. Una rivista è una rivista, non è un partito. Ma mi auguro che la sua presenza nel dibattito pubblico possa aiutare la nascita, qui in Italia, di quel partito dei riformisti che non nacque al Lingotto una decina d’anni fa.

Luigi Covatta
Mondoperaio rivista 

I testa-coda non giovano né a Renzi né al PD

Regola aurea specie nei cavalli di razza politica è saper trasformare una difficoltà in opportunità e in questo finora Renzi è bocciato. E di occasione ne ha avute e da lui stesso ispirate. Se un uomo si sente nudo senza potere e rinuncia a combattere per le proprie idee delle due l’una: o le idee sono da niente, occasionali o chi le sostiene è da niente. Queste amare considerazioni sono dettate dalla speranza che il suo percorso sia analogo a quello di Paolo di Tarso sulla strada di Damasco e porti ad una conversione ad U. Tre esempi su tutti su come Renzi dissipa per il presente e soprattutto per il futuro un patrimonio di scelte a suo indubbio merito. Due prove di uomo-assist quello per Mattarella Presidente della Repubblica evitandogli qualunque ipoteca di un Berlusconi ossessionato come aveva già fatto con Napolitano che col suo apporto tornasse alla carica per un salvacondotto che lo mettesse al riparo dai suoi guai giudiziari. Secondo assist quello per Gentiloni che quando ha potuto ha messo in risalto la continuità di governo e di meriti con Renzi. Ebbene l’attacco a Gentiloni ha generato tre errori che non potrà non pagare:

a) avere rotta una solidarietà che gli evitava un ulteriore isolamento qualunque fosse il merito degli addebiti mossi:

b) mi sarei aspettato che di fronte alle preoccupazioni dell’opinione pubblica verso la validità ed omogeneità politica dei nuovi e spesso sprovveduti governanti si creasse un riferimento puntuale e costante in controtendenza come un governo ombra che facesse perno intorno a Gentiloni ed alcuni membri di governo che hanno saputo conquistarsi un indubbio prestigio nazionale ed internazionale a partire da Mnniti sul tema più scottante quello dello tsunami contenuto ma sempre incombente dei migranti;

c) che in merito ad alcuni provvedimenti abbandonati per strada per evitare il pericolo di delegittimare il governo-Gentiloni per un futuro ignoto, è stato evidente il concorso e la corresponsabilità di un Mattarella chiamato in causa anche se non citato. Ma l’omissione più grande,prova di mancanza di coraggio nel tener fede alle sue intuizioni migliori si è avuto prima durante e dopo l’intervento al Senato. .

Pensate ad un Renzi che interviene al Senato non per confermare una abilità polemica, ma per condividere le sue vive preoccupazioni per le sorti del Paese, che lo avevano portato a preannunciare il suo ritiro dalla politica se la riforma costituzionale e la connessa elettorale non fossero passate. Mi sarebbe piaciuto sentirgli dire: “Cari colleghi che avete gridato alla vittoria senza avere da soli i voti per governare, avete riflettuto sulla circostanza che se fosse rimasto il ballottaggio, magari riformulato per rimuovere le remore della Consulta, a quest’ora c’era una maggioranza legittimata a governare senza i compromessi pasticciati e di breve durata a cui siete stati costretti per quello spirito anticasta a cui finirete di appartenere dopo una legislatura di promesse mancate perché gonfiate a dismisura? Ed ancora per tenere il passo con l’Europa per la sfida globale sempre più accelerata, sareste stati facilitati dal rapporto del Governo con una sola Camera evitando quel ping-pong estenuante e paralizzante (ultimo rimasto in vita in Europa), aggirato dai voti di fiducia a raffica che mettono fuori gioco non solo le minoranze ma anche le istanze migliorative della maggioranza? Non che tutto fosse condivisibile ma avete l’onestà di riconoscere che con l’acqua sporca (?) avete buttato via due creature necessarie per il rinnovamento dalla repubblica? Se preliminarmente possiamo convergere su questa priorità istituzionale per passare al terzo stadio della Repubblica parlamentare, come opportunamente richiamato dal Presidente Fico,non avremmo difficoltà a confrontarci con quelle forze che intenzionalmente riteniamo più affini. E’ per questo che riteniamo che un governo del Presidente a temi limitati e tempo determinato avrebbe consentito, senza vuoti di potere e compromessi abborracciati, di fare quel confronto serrato per l’orizzonte necessario di un governo di legislatura”. Perciò auspico che il PD vada oltre Renzi senza rinnegare quanto di buono ha tentato e fatto, specie come uomo-assist nella scelta di Mattarella, di Gentiloni e del suo governo che, nonostante la sua breve durata, ha saputo guadagnarsi la stima internazionale ed in primo luogo quella europea, ambito nel quale la nostra ambizione è di essere all’altezza dei nostri padri costituenti e non i rissosi fanalini di coda

Roca

Grillo Salvini Berlusconi campioni dell’antidemocrazia

L’assunto di questo articolo è motivato da un giudizio molto amaro sull’atteggiamento tenuto dal PD col suo rifiuto del confronto con i grillini a riprova che a fronte dei pericoli che corre il Paese si è insistito a fissare l’attenzione sul proprio ombelico quasi fosse il centro del mondo politico. Non è degno di considerazione il pericolo di una contaminazione con una forza per molti versi antitetica né tantomeno che potesse prevalere un senso opportunistico a discapito della propria identità ideale. In parole povere il peccato del rifiuto del confronto non sta nel non aver esercitato l’opportunità di essere l’ago della bilancia tra due piatti equivalenti secondo la teoria dei due forni nella versione Di Maio, ma di non aver scrollato l’albero delle radicali contraddizioni esistenti nella base grillina prima ancora che nella nomenclatura che ne è una copia fedele,a far coppia con la Lega con unico cemento iniziale strappare il potere alla Casta dopo averla battuta ed umiliata.

Nulla a che vedere con la lezione di Moro di anteporre gli interessi del Paese a qualunque altro anche a prezzo, pagato, della propria vita. Ben più profondo del ruolo di ago della bilancia è in gioco il potere di come indirizzare il pericoloso scambio all’uscita dalla crisi agonica del secondo stadio della Repubblica (improprio parlare di II o III Repubblica a costituzione invariata). In gioco è l’ abbandono con le necessarie e tentate correzioni la natura parlamentare della Costituzione vigente in favore di una presidenziale per somma di poteri in una sola persona senza alcun bilanciamento. Il trio di nomi citato nel titolo dell’articolo come campioni dell’antidemocrazia non è una scelta arbitraria ma trova corrispondenza in altrettante dichiarazioni rese dinnanzi ad una quota di popolo plaudente a prescindere. In ordine temporale più vicino a noi, solo una comicità tragica degna del suo interprete, Grillo, poteva sponsorizzare come innovativa la scelta dei senatori con l’estrazione a sorte.

Chiara la connessione con la democrazia diretta, non affidata nemmeno al proprio popolo ma al caso, che fa la pari col limite dei due mandati, che non venga a nessuno il prurito di intralciare con la competenza acquisita il centro motore di tutta la giostra,la Casaleggio ed associati, primus inter pares Grillo.Non è un caso che un illustre predecessore del potere ad personam Berlusconi avesse espresso, pur con maggioranza bulgara, l’innovazione di far votare le leggi attraverso la dichiarazione resa dai capigruppo con voto ponderale corrispondente ai propri seggi conquistati evitando l’incognita insita nella libertà dei parlamentari.

Che non siano battute estemporanee di cui sorridere, spesso con incosciente ironia è stato dimostrato quando fu varato il capolavoro del Porcellum, col passaggio al regime dei nominati dal padre padrone o dall’oligarchie dei partiti, con nessuno specie nel centrosinistra che si sia impegnato, divenuto maggioranza, a mettere come priorità assoluta il restituire al popolo il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Rotto il legame di fiducia tra eletti ed elettori, svuotata del suo cuore pulsante la democrazia rappresentativa, non meraviglia affatto che si sia aperta un’autostrada alle forze antisistema e non solo anticasta delegittimata. Figlio di questa incultura è Salvini che non a caso ha dichiarate propensioni per regimi alla Putin e alla Orban oltre che per tutti i sovranisti europei dalla Le Pen in poi. E questo contro gli interessi del Paese poiché respingono con sdegno ogni solidarietà nell’affrontare quest’autentico tsunami umano che è l’immigrazione di massa. L’alternativa è trasformare il Mediterraneo da mare nostrum in Monstrum affidandogli il compito di fare da barriera e da tomba.

Roca

Centrosinistra oltre Renzi senza fughe in avanti

I commentatori si sbizzarriscono sui risultati elettorali e più voci consigliano di ripartire azzerando il PD non mettendo in conto le potenzialità smarrite per strada per l’incapacità finora dimostrata di una severa autocritica sulle occasioni perdute e su quelle che s’aprono a breve a partire dalle europee. Ho un’idiosincrasia per chi cancella la storia e suppone di aprirne una nuova a prescindere. Sarà perché dai 19 anni vivo a Sabaudia contrassegnata dagli anni dell’era fascista scolpita anche sui tombini non epurati e come tanti analoghi inizi sappiamo come sono finiti. Mi limito a dei flash di cui non ho trovato traccia incominciando da quell’autentico patrimonio messo in comune alla nascita del PD, quella classe dirigente locale, la migliore d’Italia che negli anni della guerra fredda ha consentito il ricambio democratico negli enti locali, la grande ed insuperata scuola di nuova classe dirigente, la cui osmosi verso l’alto è stata la base di quell’ascensore politico legittimato dalle prove date e non dalla fedeltà a quelle oligarchie che si sono spinte, purtroppo unanimi dopo gli iniziatori, a bloccare l’ascensore politico e sociale insieme passando dagli eletti al regime dei nominati. Un vero e proprio attentato al rapporto essenziale e diretto tra eletti ed elettori che è alla base della democrazia rappresentativa.

Quanti di quelli che ancora oggi si atteggiano a salvatori della Patria si sono resi conto che le loro omissioni sono state gravi e molteplici oltre quella conclamata della non disciplina del conflitto d’interessi con la farisaica intenzione di poter più facilmente battere un avversario demonizzato? Ma veniamo a tempi vicini a noi ed affrontiamo il problema Renzi che ci ha costretto finora ad uno stallo grave di cui dobbiamo sentirci responsabili, anche una base schierata nelle conte interne ed assente nelle proposte di linea politica e programmatica. Il paradosso è che Renzi ha rimosso quanto di meglio aveva perseguito in condizioni proibitive con gli unici interlocutori disponibili. Pensate ad un Renzi che interviene al Senato non per confermare una abilità polemica, ma per condividere le sue vive preoccupazioni per le sorti del Paese, che lo avevano portato a preannunciare il suo ritiro dalla politica se la riforma costituzionale e la connessa elettorale non fossero passate. Mi sarebbe piaciuto sentirgli dire: “Cari colleghi che avete gridato alla vittoria senza avere da soli i voti per governare, avete riflettuto sulla circostanza che se fosse rimasto il ballottaggio, magari riformulato per rimuovere le remore della Consulta, a quest’ora c’era una maggioranza legittimata a governare senza i compromessi pasticciati e di breve durata a cui siete stati costretti per quello spirito anticasta a cui finirete di appartenere dopo una legislatura di promesse mancate perché gonfiate a dismisura? Ed ancora per tenere il passo con l’Europa per la sfida globale sempre più accelerata, sareste stati facilitati dal rapporto del Governo con una sola Camera evitando quel ping-pong estenuante e paralizzante (ultimo rimasto in vita in Europa), aggirato dai voti di fiducia a raffica che mettono fuori gioco non solo le minoranze ma anche le istanze migliorative della maggioranza? Non che tutto fosse condivisibile ma avete l’onestà di riconoscere che con l’acqua sporca (?) avete buttato via due creature necessarie per il rinnovamento dalla repubblica? Se preliminarmente possiamo convergere su questa priorità istituzionale per passare al terzo stadio della Repubblica parlamentare, come opportunamente richiamato dal Presidente Fico,non abbiamo difficoltà a confrontarci con quelle forze che intenzionalmente riteniamo più affini. E’ per questo che riteniamo che un governo del Presidente a temi limitati e tempo determinato avrebbe consentito, senza vuoti di potere e compromessi abborracciati, di fare quel confronto serrato per l’orizzonte necessario di un governo di legislatura”.

Perciò auspico che il PD vada oltre Renzi senza rinnegare quanto di buono ha tentato e fatto, specie come uomo-assist nella scelta di Mattarella, di Gentiloni e del suo governo che, nonostante la sua breve durata, ha saputo guadagnarsi la stima internazionale ed in primo luogo quella europea, ambito nel quale la nostra ambizione è di essere all’altezza dei nostri padri costituenti e non i rissosi fanalini di coda.

Roca