In Rosso

I miliziani dell’Isis hanno bruciato vive, in mezzo ad una piazza di Mosul (Iraq), 19 ragazze curde che si erano rifiutate di divenire schiave sessuali dei combattenti jihadisti. A riferirlo è l’agenzia di notizie Ara (Kurdish News Agency), ripresa dai media iraniani.

Le giovani donne, chiuse in gabbie di ferro, sono state portate in una piazza della roccaforte irachena del Califfato nero, e date alle fiamme, davanti a centinaia di presenti. “Nessuno ha potuto fare niente per salvarle”, ha detto un testimone all’Ara.

Tiziana Ficacci
dal blog
Libere e Laiche

Qualche ragione per votare Sì

Lasciamo volentieri alle (poche) anime belle ed ai (molti) saltimbanchi l’ipocrisia secondo la quale non si dovrebbe “politicizzare” il prossimo referendum sulla riforma costituzionale: se quella di cambiare la Costituzione non è una scelta eminentemente politica, non si sa più dove la politica stia di casa.

Anche per questo, del resto, la riforma della Costituzione è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai costituzionalisti. Il che non toglie che ci si debba confrontare anche con le obiezioni di alcuni di loro (non di tutti), che fondamentalmente riguardano tre questioni: la funzionalità del bicameralismo paritario; il rapporto governo-Parlamento; Il rapporto Stato-Regioni.

Sulla prima questione è facile replicare che il bicameralismo paritario non c’è da nessuna parte al mondo, e non c’era del tutto neanche nella Costituzione del ’48: che prevedeva se non altro una diversa durata delle legislature delle due Camere. Solo nel 1963 vennero parificate, e prima (nel 1953 e nel 1958) si provvide sciogliendo il Senato alla fine della legislatura della Camera.

Quanto all’alterazione del rapporto fra governo e Parlamento che la riforma determinerebbe a favore del primo, è paradossale che a paventarlo siano gli stessi che da tempo denunciano l’oggettivo indebolimento del nostro Parlamento (benché bicamerale) rispetto all’esecutivo: senza considerare, fra l’altro, che il potere fiduciario è un’arma a doppio taglio, e che da molto tempo è il governo ad impugnarla dal verso giusto per tagliare le prerogative del potere legislativo. Mentre, paradossalmente, il Senato senza potere fiduciario non potrà essere ricattato dal governo quando interverrà sulle materie di sua competenza.

Infine le correzioni al Titolo V. E’ interessante osservare, innanzitutto, che esse riprendono pari pari il testo di numerose sentenze della Corte costituzionale, spesso redatte dagli odierni oppositori della riforma. Inoltre il nuovo Senato porta alla luce del sole quello che finora è stato negoziato nelle segrete stanze della Conferenza Stato-Regioni, e responsabilizza amministratori regionali non sempre esemplari nell’uso delle risorse pubbliche. Infine offre l’occasione per dare ai legislatori regionali l’opportunità di intervenire nel procedimento legislativo nazionale senza bisogno di ricorrere a referendum velleitari (come da ultimo quello sulle trivelle).

Resta l’abolizione del Cnel, della quale ad onor del vero nessuno si lamenta, e che interrompe l’operoso silenzio con cui questo organismo ha accompagnato la programmazione economica negli anni ’60, lo Statuto dei lavoratori negli anni ’70, lo scontro sulla scala mobile negli anni ’80, la concertazione negli anni ’90, e via via fino al Jobs Act dell’anno scorso.

Ma i sostenitori del No si aggrappano soprattutto al “combinato disposto” di riforma costituzionale e legge elettorale. Personalmente non sono entusiasta dell’Italicum, e ne ho chiesto più volte la correzione. Mi chiedo però dov’erano trent’anni fa quelli che oggi lamentano lo squilibrio fra l’esigenza rappresentatività e quella di governabilità.

Con la sola eccezione di Stefano Rodotà (che è sempre stato proporzionalista), erano tutti inginocchiati davanti all’altare del maggioritario: e fu così che ottennero la rottura di un sistema politico, instaurandone un altro fondato solo sui rapporti di forza, e non sulle regole che in democrazia governano i rapporti fra le forze.

E’ il maggioritario, bellezza”, si potrebbe dire. E si potrebbe anche osservare che in più di vent’anni non si è provveduto neanche alla semplice correzione dei quorum per l’elezione del Capo dello Stato e della Corte costituzionale (che non sono squilibrati solo ora, ma lo sono da quando, appunto, è stato introdotto il maggioritario).

Poi c’è un’altra categoria di oppositori, quella dei “benaltristi”. Sono il primo a sapere che ci vuole ben altro che la legge Boschi per completare la necessaria revisione della Costituzione. La legge Boschi è solo un primo passo. Ma è un passo. Ed è il primo passo da quasi quarant’anni a questa parte, come sappiamo specialmente noi, che nel lontano 1977 aprimmo la discussione su questi temi dalle colonne di Mondoperaio.

Ora è auspicabile che i molti passi che ci sono ancora da fare non siano condizionati da interessi di corto respiro come quelli che hanno caratterizzato l’iter di questa legge: e da questo punto di vista per me resta valida l’idea di eleggere un’Assemblea costituente. Ma se vince il No, la Costituente ce la sogniamo, e ci sogniamo anche interventi meno radicali.

Un’ultima considerazione: i sostenitori del No paventano pericoli per la democrazia. E questi pericoli ci sono. Ma non perché si abolisce il Cnel. Ci sono perché la catena di comando dell’Unione europea non coincide con quella degli Stati nazionali; perché la tradizionale forma partito è in crisi, ma per sostituirla finora non si è trovato di meglio che il partito/azienda (e non importa se l’azienda è quella di Berlusconi o quella di Casaleggio); perché la crisi finanziaria sta distruggendo il ceto medio; perché il popolo non trova più canali di partecipazione.

Su questo mi auguro che ci illuminino i tanti cervelli rubati all’accademia, lasciando a Brunetta e a Di Maio, a Salvini e alla De Petris, a La Russa e a Fassina il loro triste mestiere.

Luigi Covatta

Il testardo sempre in piedi

Di Marco si è detto tanto in queste ore. D’altronde il suo nome è sinonimo di eccessi, eccessi nei modi, nelle forme, e io non saprei descriverlo neppure in cento parole.
Non mi stupisce leggere oggi il ricordo di Monsignor Vincenzo Paglia accanto a quello di Aldo Tortorella, né ritrovare l’intervista di Marco Bellocchio dopo il pezzo di Vasco Rossi.

Perché Marco è il giovane imprigionato a Sofia per aver protestato contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, è l’uomo arrestato per aver semplicemente fumato uno spinello in piazza, è il politico che convince l’ex pornostar Ilona Staller e il cantautore Domenico Modugno a diventare deputati tra le perbeniste e ingessatissime aule parlamentari, è il compagno che si rifiutò di adeguarsi all’ondata giustizialista che accompagnava l’inchiesta Manipulite, è l’amico che, nel bel mezzo della festa dell’Avanti!, abbandona il palco per scendere a fumare.

Perché Marco è stato sintesi e complessità. E mancherà a tutti, come ha ricordato Emma Bonino, ma non ai suoi avversari perché Marco non ha conosciuto avversari, solo uomini indifferenti.

Eppure la sua irruenza ha demolito pure i muri di quella indifferenza che Dc e Pci coltivavano nel loro mega concettismo ideologico, insensibile alle questioni dell’individuo moderno, dell’individualismo, delle libertà individuali, in un Paese che si è sempre definito culla del diritto ma che che invece dello Stato di diritto ha ignorato ogni sfumatura.

Scorro le pagine della mia bacheca e leggo aneddoti, battute, percorsi di vita trascorsi insieme a tanti e mi è tornata alla mente una delle ultime nostre chiacchierate. Mi ricordò il suo viaggio in Basilicata, quando si incazzò con i ragazzi della federazione giovanile perché arrivarono con due ore di ritardo al carcere di Melfi, erano ‘ragazzetti’ mi disse. Erano passati forse più di dieci anni ma ricordava tutto. E quando, seduti su due sedie di plastica, gli raccontai di come quei mesi di discussione e proposta sull’eutanasia mi avessero cambiata, mi rispose che la politica è questo, è vita.

Nelle ultime settimane, avevo sentito Matteo, ma Marco era già stanco. Ieri non sapevo cosa scrivere. Questi sono i momenti più difficili per chi fa politica.

Io oggi non andrò alla camera ardente allestita alla Camera, preferisco salutarlo domani in piazza Navona per il suo funerale laico insieme a chi gli ha voluto bene, perché in fondo quella è stata sempre la sua ambizione, fare politica tra la gente, non seduto tra gli scranni del potere.

Anche perché seduto neppure ci sapeva stare.

Grazie Marco.

‘Radicali, socialisti, liberali, federalisti-europei, anticlericali, antiproibizionisti, antimilitaristi, non violenti’ sempre!

Maria Cristina Pisani
Portavoce Psi

Libia, perché
ci interessa solo la pace

La Conferenza di Vienna sulla Libia ha confermato la volontà dell’amministrazione americana di mantenere una mano di protezione robusta sul neonato Governo guidato da Serraj.

Quest’ultimo forte dell’ampio sostegno della Comunità Internazionale ha invocato nuovamente la necessità di conferire al suo dicastero una fiducia più ampi ed i mezzi necessari per allargare quanto possibile la sfera della riconciliazione nazionale alle aree politiche e geografiche che oggi vistosamente non son sotto il suo controllo; Da qui la richiesta di un’ulteriore fornitura di armi e della conseguente formazione per fare fronte al terrorismo interno che è fonte di preoccupazione e di instabilità per tutta l’area, Europa compresa.

Fini qui gli esiti ufficiali dell’incontro nella capitale austriaca che replicava la conferenza romana promossa dagli Usa ed ospitata dal nostro Ministero degli Esteri attivo nella ricerca di una soluzione in Libia da diverso tempo, ma quello che resta al di fuori dell’ufficialità degli incontri e che rende la vicenda libica ancora intricata, sono gli attori fuoricampo che non hanno partecipato alla recita viennese o coloro che vi hanno partecipato mantenendo nel complesso un atteggiamento riservato o defilato.

Innanzitutto la conferma della linea statunitense di mantenere un’asse privilegiato con le aree che fanno capo ai fratelli musulmani ed alla Turchia di Erdogan provoca irritazione in Egitto ed in Arabia Saudita che, infatti, assieme a Francia ed Inghilterra sono fra i maggiori sponsor economici e militari del Generale Haftar. Questi controlla la Tripolitania, si appresta ad un’offensiva finale verso Sirte caduta sotto le insegne dell’ISIS in realtà mai perduta dagli ex –gheddafiani e non cede per il momento al riconoscimento del Governo di Tripoli sino a che non vi sarà una simmetrica legittimità nel riconoscimento del ruolo che egli esercita.

Gli egiziani premono affinché la Cirenaica venga assicurata alla loro influenza diretta e in questo senso si spiega la rigidità acuitasi negli ultimi mesi con l’Italia (con lo sfondo del caso Regeni), mentre non diversamente eserciti “irregolari” guidati da contractors occidentali e costituiti da truppe perlopiù africane fanno la guardia ai pozzi assicurandone il funzionamento ed il commercio del greggio senza certamente rendere conto ad alcuna autorità governativa centrale.

Questo è uno dei capisaldi della questione. È più conveniente avere un’Autorità Centrale riconosciuta con un esercito regolare capace di rioccupare il territorio e porre fine alle illegalità commerciali, al traffico degli esseri umani e della droga oppure è più conveniente prosperare nel caos e nell’illegalità ormai consolidatasi negli anni del dopo-Gheddafi di scontro aperto e di guerra civile, ma anche di spartizioni fra diversi signori della guerra del territorio e delle sue risorse?

Le Autorità Internazionali hanno giocato la fiche del Governo Sarraj sperando di non ritrovarsi nuovamente di fronte ad un Kharzai mediterraneo, gli americani in tutte le situazioni nelle quali hanno impresso un’accelerazione del “regime change” hanno generato soltanto instabilità, incertezze ed hanno aperto le strade a terrorismi che oramai sono diventati assai più insidiosi della sola rete di Al Qaeda. In controtendenza nel Magreb si è stabilizzata la sola piccola Tunisia che però poteva contare sulla propria antica identità e sulle fondamenta di uno Stato forte e laico, il lascito maggiore degli anni della sua indipendenza. La Libia invece nasce divisa e fragile, non cambia sotto la dittatura di Gheddafi e non è destinata a cambiare a colpi di Conferenze e di investimenti bellici, tuttavia questa è la strada, forse l’unica che si possa allo stato perseguire lavorando per il massimo dell’unità territoriale ed il massimo della convergenza fra gli attori in campo senza prescegliere un favorito. L’Italia ha solo un grande interesse : quello di vivere in un’area mediterranea pacificata dove l’interscambio sia equo e vantaggioso per tutti. Penso si debba continuare a lavorare in questa direzione incoraggiando tutti gli sforzi possibili, ma non rinunciando ad una condotta duttile, da stabilre a Roma però e non a Washington.

Bobo Craxi

Libia, il caos e la prudenza

Nella strategia messa in atto dall’amministrazione americana uscente per dare una soluzione alla crisi libica vi è stata certamente quella di creare una tensione per una prevista escalation militare in modo da convincere i due Governi separati (Tripoli e Tobruk) a trovare una soluzione, un compromesso, mentre s’allarga e si irrobustisce l’esercito irregolare con le insegne dello Stato islamico.

La filosofia di fondo risente del fallimento che è seguito all’intervento del 2011 quando inglesi, francesi e americani si sbarazzarono del “califfo” Gheddafi, ma non seppero creare le condizioni politiche e sociali per evitare l’attuale frantumazione della Libia, separata dalle antiche divisioni tribali e dalle stesse fratture che stanno devastando gli stati-nazione arabi.

L’Italia, si è detto, è in prima posizione per ragioni geografiche e storiche. Uscita arci-sconfitta dalla cacciata di Gheddafi con il quale dopo quarant’anni di conflitto si era arrivati ad una pace condivisa e vantaggiosa, si ritrova oggi ad invocare un ruolo-guida purchessìa sul terreno politico e militare che nessuno sembra voler concedere tranne l’amministrazione USA, in debito per la nostra “cortesia” di far partire senza dazio alcuno i loro raid dalle basi Nato di Sigonella.

Per settimane si è cercato di tenere coperta l’azione di sostegno italiana a quella americana; questi ultimi si sono incaricati di informare la nostra opinione pubblica che era da mesi che Roma era stata scelta come base operativa della strategia di intervento libico; che erano previste azioni della nostra intelligence armata sul territorio libico per “stanare” i gruppi eversivi legati a daesh; che si sta ormai parlando di una presenza militare italiana attorno alle tremila unità a difesa degli interessi vitali ed economici del nostro Paese ed a sostegno dell’azione di Governi che ancora non hanno raggiunto né accordo né legittimità politica.

D’altronde il caleidoscopio libico non può non tenere conto che le divisioni tribali sono tutt’ora presenti, che l’influenza delle diverse tribu di matrice gheddafiana sono rilevanti e che non possono essere tenute ai margini dei futuri equilibri politici a vantaggio di nuove classi dirigenti che altro non sono che le antiche rivernicia a nuovo.

Daesh si ingrossa perché questa contraddizione in seno alla nuova dirigenza libica non è stata rimossa, perché le forze che sostennero le azioni contro Gheddafi – Arabia Saudita, Qatar, Turchia e financo Israele – sono state di fatto sostenitrici del blocco politico legato ai fratelli musulmani che ha generato alle sue estreme i gruppi salafisti più radicali che oggi in Libia sono irrobustiti dalle migliaia di cosiddetti foreign fighters provenienti dalla guerra di Siria e dalla vicina Tunisia.

La strategia americana prevede allo stato ricognizioni aeree e interventi “chirurgici” sulle basi a terra e addestramento delle milizie locali governative per cercare di riconquistare le aree perdute in particolare prospicienti ai pozzi petroliferi.

Il nostro Governo è ancora indeciso sul da farsi; al momento si limita ad azioni legittimate da un oscuro decreto legge su azioni di intelligence. Presto o tardi dovrà affrontare lo scoglio parlamentare cercando di aggirare l’ostacolo teso dal vincolo costituzionale dell’art.11 e di affievolire le ondate belliciste che sembrano aver invaso molte testate giornalistiche. L’opinione pubblica un’idea se l’è fatta da tempo: l’Italia non è una potenza militare media, non può rivendicare un’egemonia nel mediterraneo e si accoda molto spesso alle decisioni altrui e ogni qual volta cerca di rialzare la testa, inesorabilmente le viene imposto un passo indietro.

Per questo viene consigliata prudenza dagli interlocutori politici più autorevoli, da Prodi a Berlusconi, da D’Alema alla stessa Bonino. Noi non possiamo che associarci.
Bobo Craxi

Giornali, tutto in famiglia

La famiglia tradizionale padre, madre, figli perde colpi in favore di quelle allargate, di quelle gay, delle coppie conviventi, dei single. Nel capitalismo italiano e nell’editoria, invece, la famiglia continua a dominare. Il gruppo Espresso-Repubblica (proprietà della famiglia De Benedetti), La Stampa (Agnelli), Il Secolo (Perrone) hanno deciso di convolare “a nozze”. C’è anche una separazione: Fiat Chrysler Automobiles (Agnelli) esce dal gruppo Rcs, il Corriere della Sera.
Le tre grandi famiglie di imprenditori hanno firmato un memorandum d’intesa «finalizzato alla creazione del gruppo leader editoriale italiano», con una quota del 20% del mercato domestico. Sarà «uno dei principali gruppi europei nel settore dell’informazione quotidiana e digitale».
L’operazione si svolgerà nei prossimi 12 mesi. Il perfezionamento della fusione tra i maggiori quotidiani italiani «è previsto per il primo trimestre del 2017». La famiglia De Benedetti, già proprietaria della Olivetti, dell’Omnitel e di Sorgenia (società scomparse o vendute) avrà una quota superiore al 40% del futuro gruppo editoriale.
Si prepara una rivoluzione. Ci sarà una formidabile concentrazione di giornali, in un settore delicatissimo e in grave crisi come l’informazione (e le maggiori difficoltà riguardano proprio la carta stampata). Chissà se l’Antitrust avrà qualcosa da obiettare? Chissà chi saranno (o sarà) i nuovi proprietari del Corriere della Sera? Una cosa è certa: per la mega concentrazione editoriale sarà una operazione tra famiglie altolocate dell’imprenditoria nazionale. Un “matrimonio” tra famiglie, tutto “in famiglia”. Per ora il dominus, il “pater familias” sembra essere Carlo De Benedetti. L’Ingegnere avrà il 40% della proprietà, per adesso.

Rodolfo Ruocco

Il nostro tallone di Achille

Gli attacchi del nostro Presidente del Consiglio alla politica economica europea si sono fortunatamente ammorbiditi almeno nel linguaggio e nei toni. Il nostro, che di cose religiose dovrebbe intendersi, non dovrebbe mai dimenticare il detto dei Gesuiti: suaviter in modo, fortiter in re (dolce nei modi, duro nella sostanza).
Tuttavia la contrapposizione sulla politica economica tra le richieste italiane e gli orientamenti del nucleo di comando dell’Unità Europea resta piuttosto netta. L’Italia nel documento Padoan di qualche giorno fa chiede in sostanza che si allenti la stretta sui bilanci in presenza di una persistente bassa crescita dell’Europa e venga quindi ridiscusso il fiscal compact per attenuarne l’eccesiva rigidità. Inoltre nel documento si chiede il ricorso agli eurobond per finanziare gli investimenti e si insiste sul completamento dell’unione bancaria mediante la creazione di un fondo comune per la protezione dei risparmi. Nel documento non mancano anche proposte di rilancio e di rafforzamento dell’Unione come la creazione un fondo comune per la disoccupazione e addirittura un ministro delle finanze europeo che coordinerebbe la formazione dei bilanci al fine di evitare disavanzi eccessivi, ma anche surplus eccessivi nei conti esterni (v.Germania e Olanda).
Un documento ben costruito, meritevole di essere esaminato con attenzione e rispetto, ma anche convincente e degno di essere concretamente attuato se non fosse… se non fosse che i nostri conti pubblici sono considerati deludenti e rischiosi per tutta la comunità. Quindi niente condivisione dei rischi per gli eurobond, niente fondo comune per la protezione dei risparmi (perché le nostre banche hanno i portafogli pieni di “pericolosi” titoli di debito pubblico italiano),niente rilanci verso una più forte unità prima di tappare i buchi della finanza pubblica, a meno che questi rilanci non garantiscano un controllo più serrato sulla formazione degli squilibri finanziari. Ma non basta.
Le critiche si estendono alla politica economica nel suo complesso ed è facile prevedere che accanto a qualche riconoscimento ci rimprovereranno la bassa produttività e la scarsa crescita. Tutto appare un po’ esagerato, ma dobbiamo prendere atto che nei nostri riguardi esiste un forte deficit di fiducia, una grande diffidenza sulla nostra determinazione a combattere il debito, a tenere la barra dritta per l’uscita graduale e definitiva dalla condizione fragile e rischiosa cui ci collocano i giudizi delle società di” rating”.
Vero è che i nostri conti sono migliori dei giudizi che ci vengono attribuiti se teniamo conto del notevole risparmio delle famiglie, della qualità della nostra industria, dell’avanzo della bilancia commerciale. Tuttavia, la lunga memoria degli osservatori è segnata dalla nostra ricorrente instabilità politica e da misure contraddittorie di politica economica a cui non si sottrae nemmeno il Governo Renzi, nonostante una coraggiosa politica di riforme (gli 80 euro, i vari bonus, la eliminazione della tassa sulla prime casa).
Questa antica sfiducia ispira ancora i report delle società di rating che influenza l’opinione pubblica internazionale con esiti deleteri sugli investimenti e comunque sulle iniziative economiche. I nostri rating sono appena sopra quelli dati a titoli spazzatura. S&P e Fitch ci danno BBB─, vale a dire il decimo livello, così pure Moody’s. (Qualcuno potrebbe dire: ‘aridatece Craxi’ che chiamò il Paese a politiche molto rigorose e lo portò al primo livello, ossia alla tripla A, livello che non abbiamo mai più ottenuto).

La nostra materia prima da recuperare è fatta di fiducia, affidabilità e stabilità. Questo governo si è messo su questa strada, ma ha spesso sgarrato. Il fardello del nostro debito, vero tallone di Achille cui fanno capo tutte le nostre difficoltà nei rapporti con l’Europa, non ammette nessuna deviazione dalla politica di crescita e occupazione, esclude ogni riduzione di imposta che non sia sui fattori della produzione (imprese e lavoro), nessuna concessione a elargizioni elettoralistiche e falsamente buoniste, nella convinzione che la migliore politica sociale è quella della crescita, che l’unica spesa aggiuntiva è quella degli investimenti, i quali possono prescindere dai vincoli del fiscal compact perché si ripagano da soli e spingendo la crescita, abbassano il disavanzo e il debito in rapporto al PIL.

Nicola Scalzini

Scola, Marianetti
e i morti di serie B

Ettore Scola un vero comunista? “Come lo sono io”. Parola di Achille Occhetto.
La domanda da porsi dunque è d’obbligo: è meritevole di maggiore attenzione mediatica la morte di un regista cinematografico comunista militante o quella di un sindacalista e dirigente socialista?
Per la ossequiosa e conformista società dell’informazione italiana non pare possano sussistere dubbi.
La visione delle news televisive, soprattutto la lettura dei giornali di venerdì 22 gennaio 2016, lascia sconcertati.
Sulla morte di Agostino Marianetti, già segretario generale aggiunto della CGIL, poi deputato e dirigente del Psi, avvenuta nella notte del 20 gennaio, sui quotidiani non è apparso un rigo, mentre per Ettore Scola scomparso il giorno prima non si sono contate le rievocazioni, gli articoli agiografici, su stampa e televisione.
Intendiamoci sulla considerazione che Ettore Scola sia stato un grande cineasta che ha dato lustro alla grande scuola italiana, nessuno può obiettivamente coltivare dubbi. Così come nessuno può nutrire dubbi sul fatto che appartenesse alla categoria degli “intellettuali organici” al Pci che, a quanto pare, costituiscono ancora il riferimento del nostro provincialissimo e immobile mondo culturale. A memoria non sovviene che eguale trattamento sia stato riservato a suo tempo a Pietro Germi, altro grande del cinema italiano, la cui scomparsa non mobilitò certo le schiere di agiografi che hanno fatto a gara per magnificare le qualità di Scola.
Già: perché Germi non solo non era comunista ma era addirittura socialista.
Agostino Marianetti è stato il leader della componente socialista della CGIL, il più grande sindacato italiano, è stato deputato socialista e dirigente nazionale del Psi. Uno dei tanti che, colpito ingiustamente dalla pesca a strascico giudiziaria dei primi anni 90, si ritirò silenziosamente dalla vita politica senza mai alzare la voce, senza gridare alla persecuzione ma coltivando la memoria che ha affidato al libro che ha pubblicato poco tempo prima di morire, stroncato da una feroce malattia.
Ci voleva tanto a ricordare Marianetti sui giornali, sulla rete (unica eccezione il Corriere della sera on line)? Perché, ad esempio, su L’Unità o il manifesto, giornali della sinistra, non è comparso un pezzo che rendesse i dovuti onori ad un uomo della sinistra riformista che ha servito l’Italia e il mondo del lavoro?
Perché, evidentemente, per lor signori esistono morti di serie A e morti di serie B.
E se alcuno ancora non l’avesse compreso, la spiegazione sta tutta nelle parole che Achille Occhetto ha pronunciato parlando di Scola.

Emanuele Pecheux

La Turchia di Erdogan è sempre più regime

Vorrei parlare della Turchia, quella di Erdogan che ogni giorno viola gravemente (e impunemente) i diritti umani. Lo spunto ci è venuto anche da una testimonianza di Rachid, un italo-marocchino che ha combattuto per tre mesi in Siria e in Iraq contro il famigerato Califfato. La testimonianza è stata trasmessa qualche giorno fa a “Radioanch’io”, un programma storico del Giornale radio, ora condotto da Giorgio Zanchini.

Rachid ha dichiarato, fra l’altro, di aver combattuto a Kobane contro “gli uomini neri” del califfo, insieme ai combattenti curdi. Ha elogiato, in particolare, le coraggiose donne curde che non si fermano davanti a nessun pericolo, mentre gli uomini scappano, loro vanno sempre avanti, anche davanti ai carri armati dell’Isis. Ha aggiunto poi che la Turchia sta conducendo una guerra, ma non contro il Daesh, ma solo nei confronti dei curdi. Erdogan non fa mistero delle sue reali intenzioni: fa affari (petroliferi) col Califfato e fa bombardare i curdi, organizzati in “zone libere” dell’Iraq e della Turchia (dove sono garantite le libertà religiose e la parità uomo-donna). Ci ricordano, con le dovute differenze storiche e ambientali, le piccole repubbliche partigiane della nostra lotta di liberazione dal nazifascismo. Anche su questo la testimonianza di Rachid,ora rientrato in Italia, è stata estremamente significativa.

Del resto quanto il regime di Recep Tayyp Erdogan sta cercando di attuare è noto.

Non solo non approva il comportamento dei combattenti curdi, gli unici che fronteggiano sul campo i tagliagole del Daesh, ma cerca di paralizzare il partito curdo (Hdp), terza forza politica del paese, presente in Parlamento con 59 deputati.

L’accusa è di “tradimento” solo perché questi parlamentari hanno osato definire una dittatura quella di Erdogan. Il presidente “moderato” ha promosso una iniziativa tesa a cancellare le immunità dei leader del partito curdo, in modo da farli processare senza scudi istituzionali.

C’è in Turchia una vera “guerra civile” tra il regime e gli intellettuali.

I leader del partito Hdp- Ezgi Basaran e Mehmet Karli hanno dichiarato di recente: “Non c’è libertà oggi nel nostro paese. Siamo vittime di un regime che non tollera alcun dissenso e utilizza qualsiasi pretesto, incluso l’allarme terrorismo, per far tacere ogni critica interna”.

Pochi giorni fa 1.128 accademici turchi hanno firmato un documento di denuncia, dal titolo eloquente :”Non saremo complici dei vostri crimini”. Un documento ,che mette sotto accusa i vertici dello Stato turco per la loro politica di repressione della libertà di stampa e di opinione (sono ormai centinaia i giornalisti perseguitati ,una quarantina in carcere) e dei dissidenti,ma anche dei turchi moderati. Mentre scriviamo la petizione ha superato le 2000 adesioni.

Ormai non si contano più le “squadre della morte”, chiamate “Esedullah”, che rapiscono, torturano, uccidono  impunemente studenti e intellettuali che criticano od operano contro il regime.

Intanto i curdi continuano a morire nei campi di battaglia: oltre 3500 guerriglieri del Pkk sono stati uccisi solo in estate, con centinaia di vittime fra la popolazione civile .

La  politica della Turchia di Erdogan (che aderisce alla Nato) continua ad essere ambigua. Non è un modo di dire questo per giustificare i contradditori comportamenti di questo Stato islamico, ma una precisa direttiva dell’attuale capo dello Stato, che non fa mistero di preferire un Califfato del Daesh ai propri confini piuttosto che uno Stato curdo autonomo. Di tutto questo non vi è traccia nella stampa italiana e, in generale, di quella europea. E c’è ancora qualcuno a Bruxelles (e non solo) che ripropone  in tempi brevi l’ingresso della Turchia nell’Unione europea.

Aldo Forbice

Smascherate le falsità su Ignazio Silone

Alcuni mesi fa ho cercato di promuovere un saggio (anche con una mia prefazione) di uno storico sardo, molto rigoroso. Si chiama Alberto Vacca ed ha scritto  “Le false accuse contro Silone”, pubblicato da una casa editrice seria, non legata (purtroppo)  alla grande distribuzione, la Guerini e Associati. Il libro non ha avuto (almeno fin’ora) un  grande successo di vendita nelle librerie, soprattutto perché pochissimi giornali ne hanno parlato e nessuna emittente radio-televisiva ha “osato” occuparsene. Eppure, a suo tempo del “caso Silone” tutti i giornali italiani (e non solo) hanno dedicato pagine e pagine.

Certo ha fatto notizia, anzi ha rappresentato un vero scoop, che un grande scrittore, l’autore di “Fontamara” (un libro tradotto in tutte le più importanti lingue del mondo) avesse nascosto di essere stato una spia del regime fascista. La “rivelazione” è stata fatta da due storici (Mauro Canali e Dario Biocca ), in un saggio che suscitò un grande clamore; fece scorrere “fiumi di inchiostro”, anche di editorialisti e polemisti, come Pigi Battista. Non è stato però un coro di accusatori. Tutt’altro : furono in molti (storici eminenti, come Norberto Bobbio , Alceo Riosa , Mimmo Franzinelli, Piero Craveri , Massimo Teodori ) e giornalisti notissimi (come Indro Montanelli, Enzo Bettiza  e Paolo Mieli ) a diffidare delle accuse, giudicate infamanti, nei confronti del grande scrittore abruzzese. Ma lo “scoop” finì per prevalere: è stato troppo “forte” l’impatto sull’opinione pubblica da parte della grande stampa. Lo ha scritto, a suo tempo, Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni: ”Questo di Silone spia era un boccone appetitoso con tutti gli ingredienti per lo scoop. Un grande scrittore, un militante politico che è stato inviso a tutte le dittature, di destra e di sinistra, a tutte le chiese, a tutti gli apparati di potere, viene smascherato, scoperto professionista del più squallido mestiere, quello di spia, traditore del suo partito: è un colpo grosso, è uno scandalo estremamente piccante, eccitante“. Tamburrano, per anni, ha cercato di dimostrare, con studi e ricerche, che i due accusatori sbagliavano, che avevano infangato l’onore di un grande intellettuale cristiano e socialista. Ma non è stato creduto.

Così come è passato sotto silenzio un importante convegno, promosso a l’Aquila, nel marzo del 2006,  dalla Fondazione Silone, nella sede della Regione Abruzzo (di cui si trovano ampie tracce nel libro da me curato, “Silone, la libertà“, edizioni Guerini e Associati) . Vi parteciparono storici, noti giornalisti e studiosi dello scrittore. Ma i media hanno continuato a dare credito sempre e solo ai due ricercatori che hanno sollevato il  polverone.

A ristabilire la verità sul caso ci ha provato ora, con grande impegno, lo storico Alberto Vacca. ”Era una questione d’onore” , mi ha detto. Per oltre un anno è andato tutti i giorni all’Archivio centrale dello Stato, esaminando più di quattrocento fascicoli che si occupano, anche marginalmente, delle vicende dello scrittore: li ha fotografati e poi li ha studiati attentamente. Ed ecco le clamorose  scoperte, che smentiscono totalmente gli scoop di Canali e Biocca sulla “doppiezza” dell’intellettuale abruzzese, sino a qualificarlo come spia al servizio della polizia fascista, mentre era ancora un dirigente del Pci.

In sintesi, dall’analisi dei documenti emerge che l’attività informativa di Silone fu simulata, cioè non autentica. E ciò risulta dagli stessi verbali stilati dai funzionari dell’Ovra, dalle lettere, dagli appunti manoscritti conservati nei fascicoli. Non solo, ma numerose relazioni fiduciarie anonime vennero sbrigativamente attribuite dai due ricercatori a Silone, quando invece accurate analisi (di calligrafi professionisti) hanno accertato che quelle note informative erano state scritte da una nota spia fascista, infiltrata negli ambienti della sinistra. Si trattava di Alfredo Quaglino, un ingegnere che si spacciava per giornalista e che operò dal 1922 al 1932 al servizio dell’Ovra, con altissimi compensi (documentati).

Vacca è riuscito a reperire  anche una relazione del 1923, che contiene notizie delatorie contro alcuni dirigenti comunisti. Anche questo documento è stato attribuito, dai due accusatori, a Silone. Si è trattata, invece, di una copia di una nota fiduciaria di Quaglino trascritta da un funzionario di polizia. Dal libro di Vacca emergono una grande quantità di congetture, correlazioni arbitrarie su fatti non accertati ed errori elementari di ricerca storica. La verità, come viene documentato, è che negli archivi sono state trovate lettere degli stessi funzionari della polizia politica e dell’Ovra che smentiscono in modo deciso ogni connivenza di Silone con gli apparati di polizia del regime. Ad esempio, non è stata rinvenuta alcuna ricevuta o altro documento che attesti la collaborazione dello scrittore con gli apparati del regime, sotto forma di pagamenti o di servizi usufruiti. L’unico rapporto di Silone, che risulta documentato, è quello con l’ispettore Bellone (della polizia politica), a cui lo scrittore  si era rivolto dopo l’arresto del fratello Romolo, accusato di aver collaborato ad attentati terroristici e di far parte del Pci.

Un fratello, molto amato dallo scrittore e che morì in carcere in conseguenze delle torture della polizia fascista. Nelle poche lettere ritrovate nell’Archivio di Stato, Silone si era limitato a promettere a Bellone informazioni in cambio di un trattamento carcerario più umano per il fratello. In realtà però lo scrittore non rispettò neppure quell’impegno: si limitò a trasmettere solo notizie note, tratte dalla stampa antifascista clandestina, non denunciò mai nessuno e non provocò alcun danno al movimento antifascista. Del resto, a queste conclusioni erano pervenuti gli stessi funzionari dell’Ovra (documento datato 12 ottobre 1937) che, in un dossier trasmesso a Mussolini, spiegavano che Silone si era messo in contatto con loro solo per l’affetto che nutriva per il fratello.

Tutto è documentato nel libro di Vacca. Si tratta di una prova schiacciante dell’innocenza di un intellettuale che trovò il coraggio di ribellarsi a Stalin e ai massimi dirigenti del Pci, a cominciare dal “Migliore”, che promosse la sua espulsione dal partito comunista. Silone non si piegò mai. Prima degli altri aveva capito l’assoluta mancanza di libertà del regime comunista dell’Urss, ne denunciò i crimini (come racconta in “Uscita di sicurezza”), la “degenerazione tirannica e burocratica” e la doppiezza e brutalità della classe dirigente dell’Urss, che Togliatti e gli altri dirigenti del Pci negavano, con argomenti che si dovevano rivelare falsi e pretestuosi.

Silone fu per molti anni un punto di riferimento di intellettuali cristiani, liberali e socialisti di diversi paesi. Citiamo per tutti la profonda amicizia e stima che Albert Camus (premio Nobel per la letteratura) espresse per lo scrittore abruzzese. Quando vinse il Nobel, nel 1957, Camus dichiarò a Stoccolma: “A meritare il Nobel era Silone. Silone parla a tutta Europa. Se io mi sento legato a lui, è perché egli è nello stesso tempo, incredibilmente, radicato nella sua tradizione nazionale e provinciale”.

Ora, finalmente, la verità è venuta a galla, ma la stampa italiana (compreso Pigi Battista) non se ne è ancora accorta. Quando si ridà ufficialmente l’onore a chi è stato ingiustamente infangato ?

Aldo Forbice