Prodi il confessore non fa né dà penitenze

Dal Corriere della sera e non solo apprendiamo che quasi tutti i rappresentanti del centrosinistra allargato, fino al punto di disperdersi, si sono confessati dal Professore padre dell’Ulivo, due volte vincitore nello scontro col centrodestra del padre-padrone Berlusconi e due volte detronizzato dai suoi. Per non dire poi della bocciatura alla Presidenza della Repubblica dopo l’indicazione unanime per acclamazione della sua creatura il PD. Un politico per necessità ed abnegazione verso il Paese che non demorde dal tessere la sua rete per giungere ad un minimo denominatore comune. Solo che come politico è a dir poco una delusione per peccati comuni di omissione di fronte ad attentati alla vita democratica del Paese. Cito quello che per me è il più grave di tutti, quando Berlusconi fece terra bruciata dell’agibilità parlamentare verso il nuovo governo che si annuncia di centrosinistra a guida Prodi, approvando a tamburo battente il Porcellum con una legge per il Senato, una vera e propria legge truffa incostituzionale come riconosciuta dalla Consulta. Prodi vince seppure di misura e non resiste agli appetiti scatenatisi da ultima spiaggia, non mette come priorità assoluta oltre alla tanto auspicata disciplina del conflitto d’interessi, il tallone d’Achille di Berlusconi, l’altrettanta urgente armonizzazione della legge elettorale tra Camera e Senato, minacciando di ricorrere a nuove elezioni se il governo dovesse essere soggetto ad imboscaste. Nulla di tutto questo che un politico previgente avrebbe dovuto mettere in cantiere in via prioritaria tanto più che la maggioranza è di due soli voti, ridotti ad uno per esigenze di equilibri interni che portano Marini a Presidente del Senato. Certo che molti altri erano i punti deboli della composita coalizione ma, quando non si percepisce che in certe condizioni basta una goccia a far travasare il vaso l’inadeguatezza è accertata e sarà clamorosamente dimostrata. Tra i tanti motivi dell’incertezza democratica che stiamo attraversando non trovo adeguato rilievo ai costi che sta comportando il rientro della navicella democratica dal regime dei nominati a quello degli eletti, un rientro con immense difficoltà perché la logica di escludere i propri avversari specie gli ex prevale su quella strategica della governabilità e stabilità del Paese. Ai suoi penitenti Prodi non dà una penitenza vera che giustifichi l’assoluzione, si limita a spalmare i dissensi in più strati indigesti gli uni agli altri sicchè, anche non avendo velleità personali, in un mondo di troppi leader senza esercito e perciò senza alcun leader all’altezza della situazione, grande è la tentazione di ricorrere ad un super partes, all’usato sicuro. Chi più di lui? E Renzi? Ormai appare evidente dopo i risultati delle amministrative, che il PD finora non ha fatto nulla per essere inclusivo a partire da quel partito plurale reclamizzato nel passaggio dall’io al noi, figuriamoci se in grado di coagulare anche altre forze. La verità è che il PD un segretario legittimato ce l’ha ma manca di uno statista che, come Moro a suo tempo, riconoscendo che c’erano due vincitori e finita l’indispensabilità della DC, ne trasse le conseguenze traguardando alla democrazia matura (pagando con la vita) attraverso i governi di solidarietà nazionale. Ditemi se ce n’è uno che si faccia carico oggi di un sistema tripolare, mettendo in prima fila la governabilità del Paese per chiunque vinca, sicuro delle proprie ragioni sapendo che i nodi dell’etereogeneità degli altri poli alla prova del fuoco delle responsabilità impiegheranno ben poco a venire alla luce e che l’ago della bilancia sarà chi ha giocato guardando agli interessi generali del Paese più che al proprio ombelico.

Roca

Soli significa essere in pessima compagnia

A oltre sei mesi dal referendum perso il 4 dicembre, la sconfitta in queste amministrative è pesante assai proprio perché diffusa.

Difficile pensare di cavarsela affermando che si tratta di dinamiche locali. Da Genova a Piacenza a La Spezia, passando per L’Aquila e Pistoia il centrodestra ha vinto le elezioni. La lettura è una sola e inequivocabile. In questi anni, scanditi da un bipolarismo muscolare, l’ossessione del governare a tutti i costi ha lacerato il tessuto politico della sinistra senza cambiarne paradigma. Se a questi risultati aggiungiamo anche le sconfitte precedenti di Venezia, Torino e Perugia l’analisi diventa ancor più chiara. Il centrodestra avanza e il centrosinistra indietreggia, trascinato, a causa dell’eccessiva litigiosità locale, alla marginalità ideologica, privato culturalmente di qualsiasi proposta politica che è a sua volta la principale causa della perdita di quella legittimazione popolare di un tempo.

E oggi sarebbe un errore giocare al Renzi sì o al Renzi no, anche perché in Liguria, a Genova storica roccaforte della sinistra, regione del Ministro Orlando, il Pd ha perso ugualmente. E il punto forse è proprio questo, l’isolamento del PD e la sua litigiosità interna. Non è un caso se anche il centrodestra perde dove c’è terreno di scontro, Padova ne è un esempio.

Occorrerebbe allora pensare a una nuova coalizione tra forze riformiste per porre “il cambiamento” alla base di un progetto di governo, evitando così quella maledetta deriva della presunzione di ‘una autosufficienza politica’ di veltroniana memoria. Perché in questo il centrodestra dà lezioni. Soli, spesso, significa essere in pessima compagnia.

Quanto al centrodestra vincitore, la vera novità è che si tratta di elezioni amministrative. Difficile immaginare una linea comune in tema di politiche europee, considerando che la prospettiva di Salvini verso l’Europa è l’opposta di quella dell’ultimo Berlusconi. Prima di immaginare una lista unica del centrodestra alle politiche e di cantare nuovamente vittoria, qualcuno o forse anche più di qualcuno dovrà cambiare idee e posizioni in modo netto.

Maria Cristina Pisani
Portavoce Psi

Partiti in declino, vince chi perde meno

Premesso che per un giudizio attendibile sulle amministrative e sulle conseguenze da trarne è bene attendere lo svolgimento del secondo turno, si può sin d’ora registrare a livello europeo un andamento del sistema politico e partitico lontano da quello tradizionale, riassunto nel titolo e che mi pare trovi conferma anche nel nostro Paese. Partiti in declino. Dopo i risultati francesi in forza dei quali si può parlare di disfacimento del vecchio sistema dei partiti con l’incognita se ci saranno maggioranze coese o si andrà incontro a governi impossibili o a rischio come in Spagna. Anche nella Gran Bretagna si è avvertita la grande scossa.
Gli opinionisti sono avvertiti “Non dire mai vince May”, specie se è lei a dirlo dall’alto dei 20 punti percentuali in più attribuiti dai sondaggi una diecina di giorni prima del voto. Intanto perché può accadere di tutto, sia di nuovissimo come gli attacchi terroristici sia di novità invecchiate rapidamente come la vittoria della Brexit e la compagnia tutt’altro rassicurante di un imprevedibile e sempre più discusso Trump nella stessa America. La sorpresa degli attacchi terroristici ha scosso profondamente la fiducia nella May, reduce dalla più lunga permanenza, ben sei anni, al Ministero degli interni, settore nel quale aveva confidato per accreditarsi come la nuova lady di ferro. L’attacco terroristico poteva rappresentare un incentivo in più per scegliere la May ma è balzato evidente che l’America è lontana e che l’argine a cui affidarsi è una stretta cooperazione europea, nel cui ambito si sta facendo strada il salto di qualità di una difesa comune dal terrorismo come dalle tentazioni espansionistiche russe verso gli ex satelliti dell’URSS. Da questi motivi urgenti di sicurezza e di prossimità territoriale per farvi fronte si è fatto strada il ripensamento sulle conseguenze della Brexit e su di una vulnerabilità che non consente di fare la voce grossa nei confronti della UE, così come auspicava la May in previsione di un grande successo elettorale venuto meno. Né nella tradizione britannica c’è mai stata una tradizione di ricorrere nei momenti di difficoltà alle grandi coalizioni come accade in Germania. È così che l’exploi di Corbyn è molto più occasionale di quanto appaia, in primo luogo per demeriti dell’avversaria, ma soprattutto poiché l’intervento pubblico ad ampio raggio da lui auspicato mal si addice ad un momento di compressione del prodotto interno lordo frutto dell’autarchia indotta dalla Brexit.
L’indubbio successo di Corbyn è da registrare tra le nuove generazioni che hanno avvertito la premura del capo laburista per le problematiche di emarginazione che affliggono i giovani e tra queste, colta felicemente, quella del blocco dell’ascensore sociale per colpa dell’onere eccessivo gravante sui meno abbienti al fine di completare gli studi fino al compimento di quelli universitari. Questo esempio conferma che singoli meritevoli punti di programma per vedere la luce presuppongono un quadro di compatibilità generali finora non convincenti da parte della gestione Corbyn. L’ora della verità a questo punto slitta per l’Italia a fine mandato con buona pace di chi pensava di meritarsi elezioni anticipate perché prossimi al varo della nuova legge elettorale che sembrava blindata in forza dell’accordo tra i partiti più forti. Ma più forte, sempre in agguato, c’è sempre il partito trasversale di chi non solo vuole portare a casa il vitalizio finalmente maturato ma anche capire quale futuro li attende.
Com’è già successo col referendum istituzionale vince l’istinto di sopravvivenza tanto più avvertito dall’esercito dei nominati dall’alto in attesa di un salvagente credibile. Finora l’ottica prevalente nell’accordo a quattro era garantire alle oligarchie il pacchetto di mischia per comprimere le minoranze esterne ed interne facendo leva sul partito personale del leader. Distratti e/o noncuranti del problema più assillante quello della governabilità, che postula dosi di maggioritario su cui non s’era raggiunto nessuno accordo. La speranza è che la pausa di riflessione faccia superare l’ottica del particolare pro domo sua e traguardare, pur con qualche rischio ben distribuito, verso l’interesse generale alla governabilità.

Allacciarsi alla cintura Merkel-Macron!

Non c’è che dire, dopo l’elezione di Macron col suo atto di fede, premiato, nella missione dell’Europa con tutti gli adeguamenti necessari, intanto per far fronte ai duri colpi della Brexit prima e dell’elezione di Trump poi, dopo le pronunce inequivocabili della Merkel di accettare la sfida del disimpegno di Trump dalla Nato e, non potendo più contare sugli alleati di sempre, mettersi alla testa del riscatto europeo invocando una comune solidarietà, l’Italia deve accelerare la soluzione dei problemi strutturali interni ed allacciarsi con la cintura Merkel-Macron perchè si avverte che l’Europa sta per decollare. Macron riceve imperialmente Putin senza fare sconti sulla politica espansiva ad est e sulle condizioni di garanzie democratiche specie nell’informazione e nella tutela dell’autonomia dei singoli stati da ingerenze informatiche devastanti già verificatesi durante la campagna elettorale americana, mettendo in evidenza che solo un clima di reciproca fiducia può consentire di battere ovunque il comune nemico del terrorismo di qualunque matrice. Non solo ma la Merkel è andata già oltre e, rispetto al preannunziato disimpegno di Trump dagli accordi di Parigi sull’ambiente, risponde chiamando la Cina vitalmente interessata a risanare le sue metropoli invivibili per smog e gas tossici con costi immensi di vite umane e di risorse impiegate. Sotto questo profilo bisogna riconoscere che l’Italia ha la convenienza e la necessità di fare presto e bene. In quest’ottica ha ragioni da vendere Renzi a volere anticipare le elezioni e non solo perché il rinvio darebbe un enorme contributo all’opposizione nel sottolineare le ricadute di una manovra tutta lacrime e sangue, che può essere ammortizzata e dare i suoi frutti nell’arco di una legislatura ma perché senza la forza ed il tempo necessari per le riforme strutturali, istituzionali comprese, l’Italia se lo sogna di essere nel gruppo di testa chiamato a rilanciare l’Europa a livello mondiale. I critici sprovveduti che temono il nuovo asse franco-tedesco si guardano bene dall’indicare alternative ad una cerniera che può tenere insieme l’Europa contro i rischi di disintegrazione, purchè Macron sia portavoce ed interprete dell’Europa mediterranea e la Merkel faccia altrettanto con quella del nord e dell’est. Intanto è necessario resistere i primi due anni della gestione Trump perché al loro termine molto se non tutto può cambiare in America dove, grazie a Dio, c’è una sorta di termometro che misura la bontà o meno dell’amministrazione in carica. Mi riferisco all’elezioni senatoriali di medio termine che confortano o penalizzano l’amministrazione in carica, come è già successo ad Obama che ha visto arrivare lo tsnunami trumpiano perdendo la maggioranza e quindi fortemente condizionato nei suoi programmi. Trump se prosegue nel suo isolazionismo pagherà i prezzi della destabilizzazione che sta provocando in tutto il mondo e dovrà venire a più miti consigli come quelli europei. Tornando in Italia la fretta di Renzi può essere salutare ma le scelte specie in materia elettorale, messo ormai alle strette, dimostrano che l’uomo solo non tanto al comando quanto nelle strategie di lungo periodo non può diventare prigioniero del cerchio magico degli yes men o women e che il PD plurale, promesso col passaggio dall’io al noi, è ben lontano dall’essere avviato.

Roca

Nuova legge elettorale
e il PD plurale, dall’io al noi?

L’ultimo giro di valzer con cambio di dama vede l’accoppiata Renzi-Berlusconi uniti dall’ossessione di una conventio ad escludendum da introdurre con lo sbarramento alla tedesca del 5%. Se a Berlusconi il 5% consente di incentivare l’operazione già in atto del riassorbimento dei centristi senza Alfano indigesto a Salvini, la misura per Renzi per tentare di escludere gli scissionisti ha non poche controindicazioni.

Un 5% che spingerebbe alla saldatura tra Pisapia e gli scissionisti per pura sopravvivenza oltre che spingere in braccio a Berlusconi gli alleati centristi. L’ottica con cui cerco di prenderle in esame è quella del promesso PD plurale, del passaggio dall’io al noi, nemmeno tentato sotto forma di una gestione unitaria dopo la riconferma alle primarie. Né poteva essere altrimenti senza la disponibilità,peraltro nemmeno richiesta, verso l’opposizione a quelle riforme statutarie che possano nell’interesse del partito consentire ad esse di esercitare il ruolo di attrazione verso la base scissionista e di evitare che altre scissioni silenziose si verifichino. Un partito plurale ma unito nella traversata, della nuova legge elettorale prima, e delle elezioni dopo, presuppone precise garanzie di rappresentanze acquisite democraticamente con il consenso e non per graziosa concessione sulla base di un redivivo manuale Cencelli.

La cura più urgente è di una dose più forte di Ulivo, animata dal tenere insieme le forze più affini di un centrosinistra senza trattino il più ampio possibile. Sulla base di questa strategia, prioritari erano un programma condiviso ed un leader espresso dal basso da parte dell’intera coalizione. Ogni forzatura tendente alla semplificazione nel nome della vocazione maggioritaria, come l’8% di sbarramento ipotizzato da Veltroni, sopravvivente il Governo Prodi, ha provocato il distacco dei minori, l’esatto opposto di quanto auspicato. La maggiore dose d’Ulivo è quella di un’estensione a livello parlamentare delle primarie, l’investitura popolare dal basso ogni qualvolta ci sia in ballo una carica unica, specie se sottratta alla scelta come nel caso dei capilista, avendo cura nel caso dell’applicazione dell’Italicum, di richiedere il consenso per tutta la lista dei possibili candidati risultando capolista il più votato. Una misura meno suscettibile di valutazioni discriminatorie strettamente personali e di gruppo, che se prospettate in tempo dagli scissionisti come condizioni di permanenza nel partito ci avrebbero evitato la scissione a danno del PD e dell’intero Paese.

Eppure il referendum aveva detto chiaramente ai futuri scissionisti che non erano stati affatto determinanti e che gli avversari da battere erano fuori del PD e che, se uniti, quel 40% conseguito ci consentiva tranquillamente di essere il cuneo vincente tra destra e grillini. Come sono lontani i tempi in cui un vero statista chiuse la stagione politica dell’indispensabilità della DC asserendo dinnanzi ai gruppi parlamentari che nelle elezioni del 1976 (quando entrai alla Camera sull’onda zaccagniniana) c’erano stati due vincitori delineando la strategia della solidarietà nazionale non fine a se stessa ma finalizzata alla “democrazia matura” dell’alternanza pagandone il prezzo con la vita.

Marco è ancora qui

Caro Marco,

non so dove tu sia ora, ma questo anno è passato velocemente. Di te si è detto tanto in questi mesi. D’altronde il tuo nome è sinonimo di eccessi, nei modi, nelle forme, e io non ho mai saputo descriverti neppure in cento parole. So solo che oggi non sei più impegnato nella tua guerra contro non uno, ma tanti cancri: perché Marco, chi ha avuto la fortuna di conoscerti lo sa, eri esagerato, straripante, in tutto perfino nella tua malattia affrontata senza rinunciare a una sola boccata delle tue sessanta sigarette.

Un’assenza troppo rumorosa. Non c’eri alla festa dell’Avanti, con il tuo sorriso mite e ingiallito dalla nicotina, solita Coca Cola, solita sigaretta, solita chiacchierata oceanica, solita minoranza rumorosa e affascinata al seguito, non c’eri quando insieme a Riccardo, a Marco Cappato a Filomena Gallo urlavamo, a Montecitorio, laicità e libertà proprio mentre alla Camera la calendarizzazione della legge sul testamento biologico veniva ancora una volta rinviata.

Io voglio ringraziarti per la bellezza e la spontaneità con cui hai saputo scrivere tutti questi anni, per aver trasformato il grigiore della politica nel rosso della passione, per avermi insegnato che un ideale vale più di mille ragioni. Per questo, proprio come quell’erba di cui mi parlavi quel venerdì del tuo ultimo settembre, sono sicura che anche tu, non morirai mai. Tu che hai saputo essere passione totalizzante per la libertà e i diritti, tu e le tue infinite discussioni, «come se la vita fosse una lunga riunione politica» come tu stesso dicevi. Tu che hai saputo essere grande nelle tue intuizioni e nella vita, tu che ci hai insegnato a essere grandi anche nelle debolezze, tu che hai dimostrato che chi non si adegua, chi contesta, chi si ribella può anche aver torto, ma ha una preziosa funzione creatrice, quella di evitare che la nostra società sprofondi in un conformismo, intellettuale e morale, totalizzante. Tu che dicevi sempre di non sentirti “pronto per stendere le memorie di un rompicoglioni” anche se ci eravamo ripromessi di scriverle quelle meravigliose pagine della tua vita. Perché Marco sei stato sintesi e complessità.

Io oggi non potrò essere in Via di Torre Argentina 76, nella sede del Partito Radicale con te per ricordare il primo anniversario della tua scomparsa. Preferisco portare con me i tuoi insegnamenti. Voglio conservare per me la semplicità con cui hai affrontato il male, la determinazione con cui ci hai insegnato il valore della politica.

Grazie per essere stato mio amico, per essere stato amico di noi socialisti.

‘Radicali, socialisti, liberali, federalisti-europei, anticlericali, antiproibizionisti, antimilitaristi, non violenti’ sempre.

A subito, Marco.

Maria Cristina Pisani
Portavoce Psi

Chi salverà la soldatessa Boschi se non se stessa?

Che il bersaglio sia la Boschi ed il suo centro Renzi è di una lapalissiana evidenza, Altrettanto evidente è che se c’era una sola possibilità che Banca Etruria potesse essere salvata la sola esposizione della Boschi come autorevole componente del Governo, avesse o meno messo in atto una qualche pressione, diventava un caso politico ed un bersaglio grosso da dover essere, ancorché valutata tecnicamente,necessariamente esclusa. Ma la radice dell’accanimento è a monte di questi incidenti di percorso ed è nella mancata tutela della dignità politica e personale della Boschi da parte di Renzi. Dopo aver trasformato improvvidamente il referendum del 4 dicembre in un voto sulla sua persona ed averne tratto le conseguenze con le dimissioni da Presidente del consiglio, pari tutela andava riservata alla dignità e coerenza della Boschi protagonista appassionata del processo di riforma senza costringerla a rientrare nel Governo, per giunta con la sgradita impressione di fare da cane da guardia sulla lealtà del Governo Gentiloni fino a suggerirle l’improvvida circolare di una preventiva visione dei provvedimenti da proporre al Consiglio dei Ministri, che piuttosto che a un necessario coordinamento secondo prassi è suonata come censura preventiva e giustamente respinta al mittente. Chi avesse voluto salvare la soldatessa Boschi come aveva fatto per se stesso, avrebbe ora potuto averla al suo fianco come vice-segretaria del partito con le carte un regola di un lavoro esemplarmente svolto con passione e con dei risultati da difendere e rilanciare. Sì perché io ritengo un’imperdonabile omissione non aver rilanciato la necessità di sgombrare il campo almeno dal bicameralismo paritario attraverso un’Assemblea costituente, limitata negli obbiettivi e nei tempi, con i suoi componenti incompatibili con incarichi parlamentari da eleggere in contemporanea con le politiche senza più dirette interferenze con gli equilibri di Governo, causa prima del fallimento di tutti i tentativi messi in atto. Ora che i possibili vincitori sono tre, non dovrebbe essere un dovere di tutti rendere alla luce del sole e col concorso di tutti, senza patti del Nazzareno, governabili e governanti le istituzioni?

Roca

Macron vince, ossigeno
per l’Europa!

La vittoria di Macron è ossigeno per un’Europa boccheggiante sull’orlo della deriva sovranista. E’ stato giustamente detto che Macron ha vinto ed ora resta il compito più difficile convincere i francesi e l’intera Europa. Le premesse programmatiche ci sono, enunciate con chiarezza senza ambiguità specie per quanto riguarda la fede nell’Europa e nella sua volontà di rinnovarsi nelle istituzioni e nei suoi obbiettivi. Nelle istituzioni per far sentire cittadini europei tutti i suoi abitanti ed accorciare le distanze che li separano dagli organi comunitari; negli obbiettivi a cominciare dalla sicurezza interna ed esterna che postula tra l’altro una comune difesa europea, il sogno di De Gasperi che se lo vide nel 1954 bocciare proprio dalla Francia gollista. Strettamente connesso l’impegno europeista per fronteggiare un fenomeno di lungo periodo come lo tsunami migratorio. A questo punto entra in gioco una valutazione dell’esaltato asse franco-tedesco che Macron ha rilanciato con forza come portante per un rilancio del ruolo dell’Europa. Nessun rilievo ha dato la stampa al ruolo strategico che la Francia è chiamata ad assolvere nei confronti del ruolo potenziamente disgregatore che può

Ma precisare le priorità di indirizzo generale serve per parlare anche al Paese e non passare per opportunisti che privilegiano la propria supposta convenienza rispetto alle esigenze del Paese. Il minor male può essere giustificato se si è perseguito anche a costo di sacrifici il bene comune. Vogliamo provare ad indicarlo? Per chi sa che lo tsunami migratorio è destinato a durare a lungo e che non c’è argine o disciplina possibile senza uno sforzo comune a partire dall’Europa se non vuole sparire dalla mappa mondiale, bisogna salvaguardare l’elettorato e le forze in cui si esprime il sentimento di solidarietà e di accoglienza sottraendolo all’OPA, solo per fare un esempio, che stanno a tenaglia tentando Salvini-Meloni su FI. Ne discende una conseguenza immediata: il passaggio del premio dalla lista alla coalizione. Peraltro lo stesso Renzi non può tarpare le ali al PD, che lo si voglia o meno, è, già nelle componenti del governo attuale, il perno centrale dello schieramento. Pienamente legittimo ed auspicabile che si possa preferire per il futuro l’ipotesi Pisapia di un nuovo Ulivo che tenga tutto insieme il centro sinistra e vedremo come si può costruirlo dentro e fuori del PD, ma se il tentativo fallisse non si manda il Paese allo sbaraglio e bisogna avere un piano B delle forze più affini e disponibili ad evitare avventure devastanti per il Paese. Se è vero che si intende dar vita ad un nuovo inizio senza spirito di rivincita l’obbiettivo prioritario è la costruzione di un partito plurale senza più cooptazione verticistiche. Ci sono alcune misure che esulano dalla trattativa con gli altri partiti e di cui possiamo essere l’avanguardia com’è avvenuto con le primarie incominciandoci a chiedere perché non le discipliniamo per legge pur senza essere obbligatorie. Per non ripetere quanto più volte espresso, basterebbe fissare intanto per statuto che ogni volta che una carica è unica, come quella di Sindaco o Presidente, o è sottratta alla scelta popolare come accadrebbe con i capilista, se non è possibile evitarli, si procede alla scelta dei candidati per l’intera lista risultando a capo il primo più votato. Ed ancora se c’è il ricorso ad una coalizione non si può, in caso di mancata convergenza, non ricorrere a primarie di coalizione. Chi nel PD volesse assimilare la figura di Renzi a quella polivalente di un Macron, che cercherà di pescare dappertutto, trascura un particolare decisivo il diverso contesto istituzionale, che favorisce non solo la scelta del migliore ma in assenza al secondo turno il meno peggio pur di sbarrare il passo ad un candidato assolutamente non gradito.

Roca

Il Macron francese
e il Micron italiano

Verrebbe da dire, con un po’ di strabismo, un occhio alla Francia ed uno all’Italia, che ogni pronostico ricavato dai risultati francesi del primo turno ai fini dello scenario italiano è un azzardo privo di fondamento costituzionale. La vittoria di Macron al secondo turno è resa possibile, come già accadde con Chirac contro Le Pen padre, perché il sistema semipresidenziale si fa carico di ricondurre su di una persona le scelte di fondo, mettendole intanto al riparo da possibili distorsioni. E questa volta in gioco è un rigurgito nazionalista che comporterebbe la solitudine della Francia nel far fronte a problemi globali dalla sicurezza all’immigrazione allo sviluppo che reclamano più Europa seppure da riformare in punti cruciali. Un sistema quello francese per mettere in cassaforte alcune scelte prioritarie per il Paese. Questo non vuol dire affatto che il governo futuro sia garantito mettendo a dura prova il regime di convivenza tra maggioranze diverse com’è già accaduto in passato e che non esclude scenari di ingovernabilità come quelli verificatisi in Spagna. Il riferimento ai risultati francesi senza tenere in debito conto la struttura istituzionale può risultare fuorviante tranne che su di un punto qualificante ed unificante, se confermato al secondo turno, ed è quello di una ferma e chiara adesione alla UE. L’ambiguità di Renzi su questo punto sarebbe un errore fatale non solo per la tenuta generale del fronte europeo contro i populisti ma anche per il venir meno di una bussola essenziale per fare scelte ineludibili come quella elettorale e relative alleanze. Per andare al sodo non può lasciare indifferenti il chiaro tentativo di FI di smarcarsi dalla tenaglia sovranista dell’accoppiata Salvini-Meloni ma questo comporta una scelta non ambigua, il passaggio in qualunque contesto dal premio alla lista a quello alla coalizione. Peraltro questa necessaria scelta è motivata da almeno altre due ragioni essenziali: il più abile a formare una lista con dentro tutti ed il loro contrario è stato Berlusconi e lo ha dimostrato al suo esordio col mettere insieme la Lega ed Alleanza nazionale, per coprire rispettivamente il nord ed il sud del Paese, Lega ed Alleanza Nazionale che nemmeno si parlavano. Altro motivo essenziale è che a seguito della scissione il PD, deve ancor più valorizzare la posizione centrale, di centrosinistra senza trattino, aperta alle alleanze strategiche necessarie, incentivando in primo luogo il tentativo di Pisapia che potrebbe costituire una riedizione aggiornata dell’Ulivo di tutte le forze progressiste disponibili. Fermo restando che il più rilevante terreno di cultura del grillismo è stato lo scollamento tra eletti ed elettori, il passaggio ai nominati cooptati dalle oligarchie dei partiti, è evidente che l’eliminazione dei capilista bloccati andrebbe nella giusta direzione. Su queste soluzioni ci sono ancora posizioni altalenanti dei vertici del PD anche se la giustificazione di un attendismo tattico vorrebbe stanare le altre forze per capire quali sono le più affini. Ma altrettanto certo è che, se non si mettono i paletti, chi è l’azionista di maggioranza nella situazione data si assumerebbe le responsabilità della paralisi. Ammesso e non concesso che le oligarchie dei partiti non sono disponibili a cedere il loro potere di nomina dei capilista, il loro pacchetto di mischia tra e dentro i rispettivi partiti, per uscire dal vicolo cieco dei nominati si potrebbe far ricorso alle primarie per scegliere la lista ed anche i nomi per i collegi più ridotti, tipo quelli introdotti dal Mattarellum per Camera e Senato. Con un rapporto più stretto tra eletti ed elettori e primarie per legge, anche se non obbligatorie, potrebbe esserci un effetto molto importante quello di liberare in primo luogo la base pentastellata dal burka della rete. Primarie low cost perché limitate alle spese vive, potendo contare sul volontariato, ed in contemporanea nello stesso giorno ed ore, riducendo drasticamente l’impiego delle truppe cammellate spostate da un seggio all’altro o da un contenente all’altro. D’altra parte della disciplina dei partiti non si farà niente anche in questa legislatura nonostante le vistose anomalie da mettere a nudo dei pentastellati. Questo fa capire che ognuno ha le sue e ci tiene a nasconderle. Per tutte queste ragioni, il contesto generale che nessuno osa né s’impegna a correggere, non potrà che tarpare le ali sul nascere e produrre dei contendenti decisamente Micron rispetto ad un Macron che in Francia, grazie al sistema, si può permettere senza ambiguità di scommettere sull’Europa come unico antidoto per sconfiggere quelle paure che i populisti di destra come di sinistra cercano di cavalcare con rimedi peggiori dei mali.

Roca

L’imperdonabile omissione
di Renzi e Berlusconi

Mi riferisco, a proposito di imperdonabile omissione, in primo luogo a Renzi. Come si fa ad attraversare i lavori parlamentari e l’attenzione dell’intero Paese per oltre due anni varando una riforma costituzionale ritenuta indispensabile per poter competere con gli altri Paesi europei nel processo legislativo e decisionale, superando il bicameralismo paritario, unico sopravvissuto in tutta Europa e poi abbandonare il campo di una grande battaglia come fosse un dolente incidente di percorso dopo la sconfitta, da cui prendere le distanze con una vera e propria rimozione? Quale coerenza può riscontrare l’opinione pubblica in generale e quelli che hanno votato sì, tra l’altro potenziali elettori determinanti per il raggiungimento di quel 40% necessario per assicurarsi il premio di maggioranza? Quello che ambisce a ripresentarsi come leader del centrosinistra non è forse quello stesso Renzi che, consapevole della posta in gioco non solo per il PD ma per tutto il Paese, aveva pubblicamente affermato che in caso di sconfitta avrebbe abbandonato la politica,salvo poi aver capito l’enormità della scommessa e fare a parole di circostanza marcia indietro? Possibile che di fronte ad uno schieramento di forze, comprese quella parte interna che poi è arrivata alla scissione, un leader degno di questo nome, non presumendo troppo delle sue forze, non abbia disponibile un piano B per richiamare tutte le forze al senso di responsabilità verso il Paese fuoriuscendo dalla logica perversa di un referendum sulla sua persona? Dal modesto mio personale punto di osservazione mi sono fatto carico di rappresentare questa necessità alla ristretta cerchia dei suoi collaboratori molto prima del referendum come replica immediata di coinvolgimento di tutti alle loro responsabilità appena dopo il prevedibile esito negativo della consultazione. La soluzione da me anticipatamente prospettata era quella di chiudere la legislatura, legittimandone la prosecuzione fino alla scadenza naturale, varando un’Assemblea costituente, da eleggere insieme alle politiche (tra l’altro evitando costi aggiuntivi), ma limitata sui punti di revisione, non oltre un anno di durata e con l’incompatibilità tra i suoi membri e quelli delle assemblee elettive, avendo verificato che il duplice impegno a livello parlamentare aveva visto sempre prevalere gli equilibri di governo sugli intenti riformatori. E’ a questo punto che all’imperdonabile omissione di Renzi bisogna associare le responsabilità di Berlusconi. In una mia lettera aperta pubblicata sulla Stampa e rivolta alla designata vittima di turno di Berlusconi dopo averla indicata come possibile successore, Stefano Parisi, esprimevo il mio consenso alla proposta da lui avanzata, tra gli intenti di rinnovamento, di addivenire ad un’Assemblea costituente con le stesse caratteristiche da me prima indicate. Le ragioni, a tutt’oggi ancora valide,erano di coinvolgere tutte le forze politiche ad una piena assunzione di responsabilità verso il Paese se vuole meritarsi di rimanere nel gruppo di testa della nuova UE, senza che ci siano mercanteggiamenti su altri livelli specie se di governo. L’iniziativa congiunta di PD e FI, oltre a ribadire la bontà del lavoro compiuto, sottolineando il pregio della gradualità del processo riformatore nel contesto delle forze resesi disponibili, allontanava da Berlusconi la penosa impressione che l’abbandono del processo riformatore non fosse motivato dall’inesaudita attesa di un salvacondotto che lo sottraesse alla decadenza da senatore in applicazione della legge Severino votata anche da FI. Un ripensamento nel senso auspicato sarebbe ancora possibile ed allontanerebbe l’accusa al Parlamento di arrivare a fine legislatura solo per far scattare il regime residuale dei vitalizi.

Roca