Il deja vu di Nichi

In democrazia ciascuno è libero di pensare e dire ciò che più gli aggrada, anche senza curarsi del peso, della qualità e della ricaduta delle proprie affermazioni.

Ma le radici del becero populismo non affondano forse nell’incultura esibita come virtù, nella ripetizione di mantra da bar dello sport, nell’ingiuria offensiva e provocatoria?

Spesso, tuttavia, come nel caso dei dioscuri del grillismo Dibba-Dima in codesto poco commendevole esercizio, si rotola nel ridicolo con asserzioni che la dicono lunga sullo spessore culturale e politico dei due.

Nella società della comunicazione è pure inevitabile il riemergere nell’agone politico, di chi, pur avendo ben altro background culturale, pur consapevole di trovarsi ormai in un cono d’ombra, e tuttavia incapace di farsene una ragione, in prossimità di una campagna elettorale, cerchi di riguadagnare il proscenio con ragionamenti e proclami che, con pietoso eufemismo, si potrebbero definire vicini al surreale.

Di Nichi Vendola, ad esempio, di cui, dopo la paternità post-capitalista californiana, si erano perse le tracce.

Memore forse del fallimento delle sue oniriche e barocche affabulazioni, il Nostro è tornato ma ha solo apparentemente mutato registro, ricorrendo, a chiusura di un’intervista in cui ripropone il suo torrenziale e verboso campionario di argomenti novecenteschi, valga per tutti la berlingueriana asserzione “mutazione genetica della sinistra” legata ad un supposto “schianto dell’ipotesi riformista”, ha trovato il modo di stupirci affermando che “Pietro Grasso è il nostro programma politico vivente”.

Insomma più che un endorsement, una professione di fede, mediante una perifrasi evangelica in perfetto lessico cattocomunista.

Da dove Vendola tragga le granitiche certezze sulle virtù salvifiche dell’ennesimo Magistrato arruolato nella sinistra dagli exPci e immediatamente elevato al seconda carica dello Stato, non è dato comprenderlo.

Ciò che si comprende è che siamo in presenza del solito dejavu: l’approssimativo e improprio riferimento ad altri contesti nazionali (rimosso Tsipras ecco spuntare Sanders, Melenchon e Corbyn) e l’indicazione di un presunto leader dotato, non si sa come, considerando anche la sua scialba presidenza del Senato, di virtù taumaturgiche a cui affidare l’impresa di rianimare ciò che resta, per dirla con Bruno Buozzi, della “sinistra delle chiacchere” .

Emanuele Pecheux

Banca d’Italia, un tempio profanato o sconsacrato?

Ho riassunto nel titolo i due filoni principali di commento alla vicenda di riconferma o meno del Governatore Visco. La prima del tempio profanato si fonda su di una presunta autonomia sacrale della Banca d’Italia non a caso sottratta al Parlamento, per cui ogni pronuncia dello stesso è giudicata un’invasione di campo fuori dai canoni costituzionali, un vulnus all’autonomia del Presidente del Consiglio nel fare la proposta acquisiti i pareri richiesti nonché del Presidente della Repubblica nel sancire la scelta definitiva. Renzi, a mio avviso ha difeso giustamente la necessità del suo intervento come risposta alla iniziativa dei pentastellati pur con modalità dubbie nel loro svolgimento, improvvidamente scaricandone la responsabilità sulla Presidenza della Camera che avrebbe dovuto far dichiarare l’inammissibilità. La Presidente ha indicato i precedenti respingendo l’accusa al mittente. Una mossa quella di Renzi rivolta ad accreditare la legittima difesa del PD e distensiva verso Gentiloni e Mattarella. Lasciamo da parte tutti i retroscena e torniamo al tema iniziale se si sia trattato di profanazione dell’autonomia della Banca d’Italia, uno dei pilastri per il bilanciamento dei poteri. Ebbene un rapido sguardo alla storia d’Italia ci rende avvertiti che già in altre occasioni ci furono accese polemiche anche parlamentari sull’idoneità di Banca d’Italia e del suo titolare nello svolgimento del suo compito, un esempio per tutti quello sull’operato di Fazio ma uno sguardo più internazione, mentre difende la nomina da invadenze parlamentari, non ne sottrae la responsabilità a chi ne è l’artefice finale con pronunce critiche anche parlamentari come accade in America con la Federal reserve. Detto questo, in favore del parere opposto che non si tratti di un attentato-profanazione verso la Banca d’Italia ma di una sconsacrazione di un tempio che non è più tale ci sono le considerazioni di chi sostiene che il vecchio modello è tramontato e finirà per essere completamente sepolto poiché quasi tutti i poteri si sono concentrati sulla Banca europea per poter competere con gli altri colossi mondiali. Sicché la Banca d’Italia non è ormai che un terminal di quella europea, poiché non muove più la leva di nuova moneta, non agisce sul tasso d’interesse, non decide sul controllo di inflazione e dei prezzi né sugli strumenti monetari per la crescita dell’economia. Il problema che ormai è indilazionabile è sapere chi sarà scelto dagli organi competenti. Una soluzione che parrebbe più logica è quella che non vedrebbe né vinti né vincitori e precisamente la riconferma a Visco a termine per 2 anni col doppio intento di non sconfessarlo nel momento in cui si accinge a difendere il suo operato dinnanzi al’apposita Commissione presieduta da Casini ed attenderne gli esiti anche per una riconferma di più lungo periodo. Altra soluzione è quella di un successore nell’ambito dello staff di Banca d’Italia, tra i più papabili Rossi, che ugualmente alla prima non smentirebbe l’affermazione di Gentiloni di operare a piena tutela dell’autonomia della Banca d’Italia.

Roca

Ordinario antisemitismo

Quello di domenica scorsa è l’ultimo (ad oggi possiamo solo sperare che lo sia davvero) ordinario episodio di manifestazione di razzismo e antisemitismo negli stadi italiani ad opera di gruppi che si annidano nel tifo organizzato delle curve.

A primeggiare nell’indecente ranking di belluina adesione e sostegno a sentimenti nutriti di odio razziale e ignoranza crassa è da oltre quarant’ anni la tifoseria  e, come vedremo, non solo) della Società Sportiva Lazio, non in perfetta solitudine ma anzi con svariati emuli in giro per il Bel Paese.

Basti pensare al caso del giocatore israeliano Ronnie Rosenthal alle cui prestazioni l’Udinese, correva l’anno 1989, rinunciò adducendo problemi fisici del giocatore. In realtà in quei giorni i muri della città di Udine furono imbrattati da scritte in cui si intimava alla società di non ingaggiare un ebreo.

Giusto per ricordarlo, del caso si occuparono in sede politica solo alcuni deputati del Psi che presentarono un’ interrogazione parlamentare.

Successivamente la società friulana fu condannata dalla Magistratura ordinaria per atteggiamento discriminatorio.

La casistica che riguarda la Lazio è purtroppo molto più ricca e non riguarda solo, come si usa ipocritamente sostenere nel farisaico gergo adottato da molti commentatori, “frange della tifoseria”.

Nel 1974 anche le pietre sapevano che all’interno dello spogliatoio della Lazio campione d’Italia, i neofascisti erano presenti in forze, al punto che, negli anni successivi, uno dei giocatori fu eletto più di una volta deputato del Msi.

Quanto alla tifoseria ha spesso dato prova di che pasta è fatta: nel 1992 al giocatore olandese, originario del Suriname, Aaron Winter i tifosi laziali riservarono un accoglienza memorabile: dopo pochi giorni dal suo arrivo nella capitale, apparve fuori dal centro d’allenamento della Lazio una scritta a caratteri cubitali : “Winter raus!”. Il giocatore era sgradito perché di colore e perché, forse a causa del suo nome, avrebbe potuto avere origine ebraiche.

Non basta: Paolo Di Canio, negli anni 90 celebrata bandiera della squadra biancoceleste, per abitudine, dopo un gol segnato correva sotto la curva laziale esibendosi nel saluto romano. Altre volte, lo esibiva provocatoriamente anche contro curve di tifoserie che considerava nemiche (ad esempio quella del Livorno) e, comunque si diceva “orgoglioso di essere fascista”.

Nel corso degli anni la società, e i presidenti che, dagli anni settanta od oggi, si sono succeduti ai vertici, non hanno mai assunto un chiaro atteggiamento di condanna di simili episodi né di censura verso i protagonisti e i fans della curva che hanno seguitato a intonare ululati e cori razzisti rivolti contro i giocatori neri di altre squadre.

Quanto alla FIGC è sempre intervenuta con provvedimenti alla camomilla.

Squalifiche del campo e cosette del genere.

Domenica scorsa si è raggiunto il massimo dell’ipocrisia: a fronte della sanzione comminata per il solito motivo (cori razzisti) alla curva laziale, ovvero il divieto agli ultras di assistere alla partita dalla curva, la società ha avuto la bella pensata di aggirare il divieto, dirottando, per la modica somma di € 1,00 ciascuno, i gentiluomini nella curva opposta, solitamente occupata della tifoseria romanista.

Galantuomini tra cui, non è improprio pensarlo, ci sarà stato pure il leader di Rivolta Nazionale, un tal Simone Crescenzi che ieri ha annunciato che il 28 ottobre intende scendere in piazza con le bandiere con la svastica nazista a ricordo della marcia su Roma.

Quale migliore occasione per dare fondo alla oscena fantasia antisemita? Ecco dunque apparire l’immagine di Anna Frank (non è necessario raccontare la sua drammatica vicenda uguale a quella dei 5 milioni di ebrei della shoah, molti dei quali romani) vestita con i colori della Roma.

Già, perché secondo il turpe pensiero di costoro, il peggior insulto che si possa riservare agli odiati cugini, è “ebreo” o in subordine “negro”.

La Società Sportiva Lazio ha diramato ieri un comunicato che avrebbe fatto meglio a risparmiarsi poiché si legge la solita ipocrita condanna in cui si parla, neanche a dirlo, di “un gruppo ristrettissimo di persone” responsabile di quanto accaduto.

Occorre invece dire con chiarezza che Società Sportiva Lazio ha contravvenuto furbescamente ad un provvedimento dalla Federazione che inibiva l’ingresso allo stadio alla tifoseria organizzata della curva ed dunque, essendo responsabile dell’accaduto, deve ora sopportarne le conseguenze.

Il conto stavolta dev’essere salato non fosse altro perché siamo in presenza di una sostanziale e recidiva indulgenza.

Dispiace perché sotto il profilo calcistico la squadra è una delle migliori, ha ottimi giocatori, alcuni dei quali fanno parte della Nazionale, forse il miglior allenatore dell’ultima generazione ma la punizione è auspicabile che sia esemplare.

Per dirla in parole chiare l’unico modo per punire la società di calcio Lazio è infliggerle una pesante penalizzazione in classifica, una multa pecuniaria adeguata, e vietare per l’intera stagione l’uso dello Stadio Olimpico, dirottando la squadra per le partite casalinghe in stadi il più lontano possibile da Roma, ingiungendo alla società di rifondere per intero agli abbonati ai vari settori dello stadio, privati dello spettacolo per cui hanno pagato salate tariffe.

Insomma una sanzione esemplare che serva da monito ad un mondo in cui sembra valere unicamente il business a scapito dei valori di quel che resta ancora lo sport più popolare al mondo.

Emanuele Pecheux

Deiezioni

Dalla lettura dell’ultimo numero di Panorama si apprende che l’azienda di famiglia del deputato M5s Di Battista, noto Dibba, situata nei pressi di Viterbo, guidata dal papà, il camerata Vittorio, “da anni si propone come azienda leader nella componentistica da bagno, con punte di eccellenza nei cassonetti in plastica, con incorporata una pompa in grado di triturare ed espellere automaticamente acque calde, acide e grasse, deiezioni fecali e carta igienica, provenienti sia dal bagno che dalla cucina”.

Osservato che non si comprende come possano provenire dalla cucina di una casa normale deiezioni fecali e carta igienica, sembra auspicabile che chi, come Dibba, ignora la differenza che corre tra Auschwitz e Austerlitz, anziché alla politica, si dedichi ad implementare l’attività di famiglia, magari iniziando dalla comunicazione.

Emanuele Pecheux

I referendum in lombardo-veneto e i no desaparecidos!

I due commenti contrapposti rispetto ai due referendum in Lombardia e Veneto si possono così riassumere: a) posizione contro: miliardi buttati al vento per esiti inesistenti con vie da percorrere sancite costituzionalmente e perseguite da altre regioni come l’Emilia-Romagna; b) posizione a favore: richiedere il conforto popolare necessario a dare forza alla richiesta al Governo ed al Parlamento nazionali di nuove competenze e (opportuno sottolineare) relative risorse aggiuntive, pallida eco della richiesta della Padania di un tempo “La ricchezza che produciamo deve essere reinvestita in loco”. Quali le ragioni vere di questo revival forzista vecchia maniera, istanza con vista sulle prossime elezioni politiche e regionali? La ragione prima fondamentale è che nelle due regioni più importanti a guida leghista occorre tamponare le possibili conseguenze della svolta politica del Segretario nazionale Salvini che ha optato per una dimensione nazionale della Lega che sappia diventare interlocutrice delle forze di destra europee ed internazionali oltre che candidarsi ad una parte cospicua della prossima eredità berlusconiana, peraltro proponendosi come guida del centrodestra se si conferma il trend prevalente nei sondaggi della Lega su FI. I due Presidenti regionali temono che questa nuova strategia intacchi la fedeltà dell’elettorato del nord oltre che proporsi come alleati affidabili di FI qualora la dimensione nazionale di Salvini dovesse risolversi in un flop come si augura un indomito ancorché disarcionato Bossi. Una mossa ad uso interno della Lega e di tutto il centrodestra in previsione di nuovi equilibri e di nuovi aspiranti leader. Inutile dire che in tutto il centrodestra ci sono ferme smentite che i referendum promossi abbiano niente a che vedere con quello secessionista della Catalogna ma è sempre vero il vecchio detto: ”In politica mai dire mai ed ancora l’appetito vien mangiando!”.

Unica voce discordante nel centrodestra la Meloni che in nome della patria italiana si dissocia, peraltro con poco seguito in loco, con il chiaro intento di confermare la sua quota di elettorato specie nel centro sud. La vera sorpresa di questa vigilia elettorale referendaria è la scomparsa dei “No” veri e propri desaparecidos! Fuori dai proponenti le forze politiche principali si destreggiano non volendo lasciare ad altri la bandiera delle rivendicazioni regionaliste specie dopo lo scampato pericolo di un riequilibrio delle competenze tra Stato e Regioni, parte integrante del referendum bocciato.

Berlusconi impegnato a tenere unito il centrodestra per le prossime politiche finirà per schierarsi per il sì di pura facciata temendo l’effetto di trascinamento sulle politiche di un forte successo della Lega mentre il PD balbetta nell’assenza dell’unica proposta seria di una contestuale serrata contestazione del neocentralismo regionale, grossa remora che può far rimpiangere il tanto vituperato centralismo nazionale. I no desparesidos si rifuggiranno nell’astensione, nelle schede bianche e nulle con quest’ultime essenziali nel Veneto per raggiungere il 50%,1 richiesto per la validità del referendum consultivo.

Ultima considerazione che coinvolge la nuova Europa da costruire per competere con le nuove superpotenze internazionali, quali sono negli stati nazionali e nella UE i bilanciamenti possibili per consentire la sopravvivenza delle piccole patrie. Non è un caso, anche se appare oggi una linea di fuga dalle proprie responsabilità costituzionali, l’appello degli indipendentisti catalani all’Europa proclamando la loro fedeltà europea contro i supposti arbitrii di una patria-matrigna. Come non pensare al velleitario disegno dell’impero Europa e ad pulviscolo di stati che le ruotano intorno?Con i rigurgiti sovranisti in agguato un autentico suicidio dell’Europa prima e delle piccole patrie poi!

Roca

Suburra e soccorso nero

La suburra di malpancisti/fancazzisti in s.p.e. di varia origine e provenienza ha dovuto convivere, per i due giorni in cui alla Camera di discuteva sul Rosatellum 2.0, all’interno dello spazio che sul piazzale di Montecitorio viene riservato a turisti curiosi e alla varia umanità che trascorre le giornate davanti al palazzo della Camera dei deputati con mille pretesti per non passare inosservata.

Convivenza che si è subito dimostrata difficile e complicata poiché, da solo, il collante dell’urlo non è risultato essere sufficiente per cementare una sanculottesca unità dei presenti.

Tra i protagonisti delle sceneggiate a base di urla, insulti e contumelie, non poteva non esserci l’ineffabile Dibba che, dopo essere stato preso, durante sua prima uscita in piazza con megafono, a pernacchi dai militanti del “movimento dei forconi” del Gen. Pappalardo (!), pur traumatizzato (vi sono fotografie che mostrano il suo volto atterrito e stupito) ma non domo, ha richiesto l’intervento del “soccorso nero” venuto dal papà, fascista conclamato, che, all’indomani, presente in piazza, ha puntato dritto verso il Generale schiaffeggiandolo.

Dopo l’inevitabile parapiglia che il gesto del camerata Di Battista Senior ha generato, interrogato dal giornalisti, l’impavido Dibba, deputato della repubblica ha dichiarato: “So proprio fiero de mi padre: avrà provato a dare una carezza ad uno che se pija er vitalizio” (sic!)

Sarà un caso ma, nonostante la piccola folla di militanti adoranti lo attendesse in piazza, Beppe Grillo, presente a Roma, è rimasto chiuso nel suo albergo e non si è dunque materializzato in piazza.

Probabilmente, persino ad un clown come lui abituato a codesto genere di chiassate, non sarà parso né utile né opportuno scomodarsi per poche centinaia di scalmanati che se le danno di santa ragione. Chissà!

Emanuele Pecheux

Camere con svista d’incostituzionalità!

Il PD è uscito dal bunker forte di una scelta essenziale: non restare soli!
Non restare soli è una necessità vitale per chi si prefigge di essere l’asse portante del sistema politico, a maggior ragione dopo la nuova configurazione tripolare, per di più con la scelta del M5stelle di non fare scelte preelettorali. Una posizione centrale che postula e sollecita alleanze sia sulla sua sinistra che sulla destra previa verifica della convergenza su di un programma condiviso. S’impone con forza la strada maestra delle coalizioni dopo la bocciatura dell’Italicum che portava a casa il ballottaggio per sapere la sera stessa dello scrutinio chi avrebbe governato, leader e maggioranza. Cancellata questa ipotesi dalla Consulta è rimasta in vita il traguardo del 40% necessario per assicurarsi il premio di maggioranza e poter governare. Finalmente si va in questa direzione ed un processo di decantazione è già in atto accantonando posizioni personalistiche senza futuro se non quello di favorire gli schieramenti alternativi pur di fare dispetto agli ex compagni di cordata. Il rosatellum 2 ha il pregio di sbloccare la via verso le coalizioni e ridurre al massimo i trasformismi post elettorali invocando tra l’altro il voto utile per poter governare, un richiamo questo che potrebbe far breccia tra gli astensionisti.
Nota dolente è la scelta dei candidati che riproduce i nominati, grazie alle liste rigide del proporzionale non a caso prevalente rispetto al Mattarellum. Si potrà obbiettare che anche i candidati dei collegi uninominali sono imposti dalle oligarchie dei partiti ma sono scelte che per andare in porto dovranno riscuotere il voto popolare e gli errori possono essere pagati a caro prezzo. Il punto dolente di effettiva incostituzionalità nasce dal vincolo di schieramento tra l’uninominale ed i candidati a liste rigide del proporzionale, una vera e propria camicia di forza che vanifica la ratio su cui poggia l’uninominale, la fiducia personale sulla maggiore o minore idoneità a rappresentare la porzione di territorio a cui sono preposti, la qualcosa può prescindere dalla affiliazione politica. Si potrebbe prefigurare una violenza a voler far scaturire da una libera scelta di un candidato ritenuto affidabile nell’uninominale l’imposizione di un listino bloccato senza concorrenza. Solo il voto disgiunto, non solo per motivi di opportunità sollevati da Cuperlo, può evitare una impugnativa di incostituzionalità che minerebbe la credibilità delle nuove Assemblee.
È di un’assoluta evidenza che il collegamento forzato risponde alla mancanza di reciproca fiducia tra alleati e getta ombre oscure sull’omogeneità delle coalizioni. Di minore rilevanza sono le obbiezioni mosse alle pluricandidature, particolarmente utili alle formazioni minori ma per evitare il mercato delle vacche più fedeli alle oligarchie basterebbe fissare che il pluricandidato è eletto nel collegio dove ha conseguito la percentuale più alta.

Più che l’amor patrio potè il digiuno!

Il Rosatellum 2 pare avere qualche speranza di essere approvato. Intanto si fa carico della sollecitazione del Presidente della Repubblica per un allineamento tra Camera e Senato. Altro elemento innovativo quello che presuppone, invece del tutti contro tutti, il ritorno alle coalizioni, una pura illusione per l’eterogeneità delle stesse. La prova provata? Il voto è lo stesso bloccato a Camera e Senato per paura d’essere fregati dall’alleato. Capovolti i rapporti tra il maggioritario ed il proporzionale rispetto al Mattarellum emerge con solare evidenza che lo stare insieme in una coalizione rinvia a dopo i problemi degli equilibri interni e quello del leader in cui riconoscersi. Nello stesso M5stelle, naturalmente contrario alla coalizione la corsa solitaria di Di Maio sa più di capro espiatorio di un ridimensionamento annunziato, Questa è la ratio che privilegia la conta interna delle coalizioni trasformando la parte predominante del promozionale in una sorta di primarie legittimanti il futuro partner e la strategia prevalente. Senza misure maggioritarie in grado di garantire la governabilità, tutto diventa aleatorio subordinato al futuro stato di necessità ed in ultima analisi al male minore, unica alternativa com’è successo in Spagna, il rinvio alle urne. Cadono nel vuoto tutte le sollecitazioni a dare la priorità alla governabilità mentre l’unica preoccupazione diventa il digiuno a cui andrebbero incontro i parlamentari uscenti se si dovesse tornare al regime degli eletti e non più a quello dei nominati e cooptati come nei collegi uninominali. Non ho nessuna nostalgia del voto di preferenza manipolabile e costoso ma l’uninominale del 75% del Mattarellum avrebbe evitato il prevalere delle liste rigide, limitatolo strapotere delle oligarchie e con l’appello al voto utile qualche possibilità in più di avvicinarci a possibili alleanze. C’è chi come Alimonte ai fini dell’assicurare il bene essenziale di scegliere un governo per il Paese reclama la reintroduzione di una qualche forma di doppio turno, che la sera del secondo ci assicuri chi governerà. Nessuno che, prendendo atto di un sistema tripolare …finora, se convinto delle proprie ragioni, proponga l’abbassamento della soglia per il premio di maggioranza non dico al 33% ma almeno al 35% per accreditare la necessità di andare a votare e scuotere gli astensionisti se non altro per scegliere il male minore.So l’obiezione che sarebbe un azzardo ma mi pare già di sentire ripetere la frase di finiana memoria :” Che fai mi cacci?”e le maggioranze bulgare andare in frantumi.

Cambiare, a sinistra

L’altro giorno, in uno dei suoi editoriali, Claudio Cerasa, definiva, con una precisione invidiabile, i contesti in cui la sinistra sopravvive o persino vive. Essenzialmente uno, è il contesto in cui la la sinistra ha scelto di arrendersi alla realtà, accettando di dovere fare i conti con una storia che è finita e con un’altra che deve necessariamente cominciare

C’è un punto, però, che non sfugge a nessun approfondimento, anche avvicinandoci alla prossima scadenza politica, elettorale. Abbiamo bisogno di cambiare, di rinnovare. Il tema del rinnovamento si pone oggi in termini urgenti, tanto forte è la crisi dei partiti e l’assenza di un’adeguata forza di cambiamento. È evidente lo scarto fra l’avanzamento di una sinistra sociale che produce contenuti e il deficit di rappresentanza politica di tutto ciò. I successi di Bernie Sanders in America o quello di Corbyn in Inghilterra, ci consegnano una lezione: la chiara richiesta di invertire un impianto valoriale che non è più adeguato alle questioni che la società contemporanea pone.

Da noi, in Italia, sopravvive invece una sinistra che, salvo rare eccezioni, è ancora ferma, ancorata ai paradigmi del XX secolo. È sufficiente leggere le surreali interviste di D’Alema o di Veltroni rilasciate, in queste settimane, a Cazzullo. Entrambi ultrasessantenni ma, qui il problema non riguarda la loro età, riguarda, ancor peggio, le loro prospettive. Anche perché basti pensare a tanti giovanotti, appena 40enni, per capire che l’età non è sempre un valore aggiunto.

In altre parole, oggi, il rinnovamento dei gruppi dirigenti passa attraverso la rottamazione netta di un humus ideologico non definito ma evidente: il retaggio dell’ideologismo cattolico e comunista che ancora spadroneggia nella sinistra italiana. È evidente che per 25 anni ha galleggiato grazie ad artifizi di varia natura, dal giustizialismo che nella sinistra ci sta come i cavoli a merenda, passando per il buonismo che ci ha contraddistinto per settimane sulla questione migranti.

In questo nuovo scenario, pertanto, diventa fondamentale creare, con fermezza, una nuova visione fondata su un sistema circolare di idee. Non calato dall’alto, ma spinto e sostenuto dal basso. Un sistema progressivo e modificabile continuamente, nel quale la diversità di opinioni sia un’opportunità. Una nuova stagione di gestione e rappresentanza affidata a chi non guarda al passato ma al futuro. Per riaffermare il primato della politica.

Per disegnare questo nuovo scenario è necessario il coraggio. Le prossime elezioni possono costituire un nuovo inizio per la sinistra riformista. A una condizione, che ristrutturi nettamente il proprio impianto valoriale.

Maria Cristina Pisani

Il generoso D’Alema

Perché Aldo Cazzullo e il Corsera affidino, a seguito del risultato delle elezioni tedesche, l’analisi della crisi della socialdemocrazia europea e le possibili soluzioni ai due ex dioscuri del Pci-Pds-Ds Walter Veltroni e Massimo D’Alema, mediante due torrenziali interviste, è arduo da comprendere tuttavia vi è da considerare che a Via Solferino da un po’ di tempo la confusione regna sovrana.
Non meritano grande attenzione le ripetitive ideuzze del fondatore del Pd che tra un libro, un film e altre amenità vive una dimensione onirica della politica e non aggiunge nulla (come potrebbe?) al vuoto pneumatico che da sempre è la cifra del suo profilo politico.
Diverso il caso del Lider Maximo: con la sfrontatezza che gli è congeniale, Baffino afferma di essere stato “generoso” con Bettino Craxi perché nelle ultime settimane del 1999, quando ormai era noto a tutti che le condizioni di salute del leader socialista si erano aggravate (morì nel gennaio del 2000) afferma: “negoziai con la Procura di Milano perché non lo arrestassero. Non fu possibile” e, bontà sua, osserva: “Nonostante la forte carica anticomunista Craxi è sempre stato un uomo di sinistra”.
Forse la mia memoria non mi aiuta ma personalmente non ricordo un particolare impegno dell’allora Premier per favorire una soluzione ad un caso disperato e disperante.
Invece ricordo che pochi mesi prima, nel marzo dello stesso anno, l’ultimo del XX secolo, celebrandosi a Milano il IV congresso del Pse (partito di cui Craxi nel 1992 fu tra i fondatori), la delegazione dello Sdi pose all’allora presidente del Pse, il tedesco Rudolf Scharping la questione politica del “caso Craxi” affinché il congresso ne discutesse i termini e magari suggerisse una soluzione, riconoscendo al leader del Psi l’onore politico unitamente alla considerazione che non si poteva parlare di lui come “un capobanda” .
Scharping (che pochi anni dopo, da Ministro della Difesa della Germania, finì invischiato in una storiaccia legata all’utilizzo per fini personali di aerei militari per raggiungere l’amante a Palma di Majorca e si dovette dimettere), pressato dai due Dioscuri dei Ds (uno Veltroni, segretario del partito, l’altro D’Alema, Presidente del Consiglio) liquidò la questione sostenendo che: “Craxi non è un problema europeo, è un problema solo italiano, anzi della giustizia italiana. Nessun capo di governo, nessun segretario, nessun partito europeo è interessato a discuterne”.
Insomma costui si comportò da teutonico utile idiota piegandosi ai desiderata dei vertici dei Ds che fecero a gara per promuovere e sostenere una simile aberrazione.
Occhetto definì l’iniziativa dello Sdi “un grimaldello contro i giudici”, Veltroni sostenne che “La questione morale per noi è irrinunciabile. Dobbiamo con più forza far vivere, specie tra i giovani, l’intensità di una politica che io chiamo la sinistra dei valori”, D’Alema diede prova della sua grande “generosità” dichiarando: “Se Craxi tornasse, farebbe un atto onorevole”, infine Pietro Folena, all’epoca coordinatore nazionale dei Ds affermò: “La questione Craxi? Per noi è irrilevante”.
D’Alema, che senza nemici da abbattere proprio non sa stare, dopo 18 anni riconosce a denti stretti, al solo fine di negarla al suo nuovo nemico Renzi, al vecchio nemico Craxi la patente di “uomo di sinistra”.
Ha ragione Nencini che oggi, presentando l’ultimo libro di Ugo Intini, ha affermato: “D’Alema sarebbe stato più corretto se avesse detto queste cose negli anni novanta.
La memoria tardiva rischia di essere strumentale e parziale, anche se un pezzo di verità è stata ripristinata. Purtroppo in Italia ci sono legioni di smemorati”.
Già, perché, more solito, per i nipotini di Togliatti il miglior socialista è sempre quello morto e il riconoscimento tardivo di D’Alema ha l’afrore rancido della più becera strumentalità.

Emanuele Pecheux