Giulio Sapelli e il presunto neoimperialismo della Cina

sapelliIn un articolo precedente, pubblicato su questo giornale, si è sostenuto che la Cina è protesa ad assumere un ruolo primario a livello globale su basi pacifiche, rinvenendo semmai in altri attori atteggiamenti mirati ad approfittare delle situazioni di conflitto locale; ciò in quanto questi attori non avrebbero lo stesso interesse della Cina a conservare condizioni di stabilità dell’ordine mondiale esistente, che essa invece considera il presupposto per continuare l’espansione del proprio sistema economico, al fine di rimediare agli squilibri territoriali e sociali causati dall’impetuoso sviluppo degli ultimi decenne.
Di parere opposto è Giulio Sapelli, docente di storia economica presso l’Università di Milano. In “Le fonti del neoimperialismo cinese” (Aspenia, n.70/2017), egli sostiene che con l’ultima affermazione della leadership di Xi Jinping al XIX Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC) celebrato nell’autunno del 2017, la Cina sarebbe tornata ad “essere ciò che era: una grande potenza protesa al dominio del mondo”. A dimostrarlo, secondo Sapelli, sarebbe il fatto che la vittoria al Congresso avrebbe consentito a Xi una completa legittimazione del suo programma, che egli intende realizzare attraverso la “fedeltà” della burocrazia statale e il completo controllo dei “quadri del partito”, quali precondizioni per la continuazione di una ordinata crescita interna, “accompagnata dallo sviluppo, verso l’esterno, di un potere veramente globale”. A parere di Sapelli, il XIX Congresso del PCC costituisce “un evento che segnerà, più di ogni altra assise, la sorte dei rapporti di forza a livello internazionale” della Cina; ciò perché, con Xi Xinping, la Cina ritornerebbe ad “essere ciò che era alle sue origini imperiali: una grande potenza protesa al dominio del mondo”.
Secondo Sapelli, la strategia politica del Segretario del partito troverebbe conferma nel paradigma di Karl August Wittfogel, economista tedesco e studioso del modo di produzione asiatico che, nei suoi studi, ha spiegato come il successo del modello economico-sociale cinese sia riconducibile alla stretta connessione realizzata in Cina tra lo sfruttamento delle risorse naturali e il controllo interno delle fonti del potere.
Il controllo interno è sempre stata la preoccupazione di Xi, sin dal momento in cui nel 2012 egli è giunto al potere, intensificando la soppressione della corruzione, usata come “strumento per la lotta interna tra le élite del potere, in forme – afferma Sapelli – più o meno cruente in base al grado di legittimazione democratica vigente”. Inoltre, per neutralizzare ogni altro possibile avversario esterno al partito, Xi ha operato un’apertura verso tutte le religioni, inclusa quella cattolica; a conferma dell’interesse della Cina nei confronti di quest’ultima, in particolare, Sapelli ricorda che da tempo la potenza asiatica ha in corso con il Vaticano un “dialogo”, finalizzato a stringere un accordo destinato ad avere ripercussioni anche a livello internazionale.
L’interesse di Pechino a normalizzare i propri rapporti con la Chiesa cattolica non è una novità; all’origine dei difficili rapporti è stata la questione della pretesa politica di Pechino di permettere al suo interno solo Chiese e comunità religiose “indipendenti” da qualsiasi autorità esterna. Con l’attuale papa, però, il dialogo ha subito un nuovo impulso, perché per il nuovo pontefice la Cina è divenuta un protagonista mondiale, senza il quale è difficile ogni discorso sulla pace nel mondo; ragione, questa, che ha giustificato l’intensificazione del dialogo, non più solo sotto l’aspetto religioso, ma anche, e soprattutto, dal punto di vista del ruolo geopolitico acquisito dalla Cina. E’ in questa prospettiva di dialogo che si profila oggi un possibile accordo fra la Cina e il Vaticano, secondo le linee tracciate a suo tempo da Henry Kissinger, in occasione di un seminario a porte chiuse svoltosi presso l’Accademia pontificia delle Scienze; in quell’occasione, l’ex Segretario degli Stati Uniti aveva evidenziato che non era più possibile negare alla Cina, a seguito del “grande balzo in avanti” operato dopo l’era di Mao, la possibilità di operare sul piano internazionale alla pari con gli altri attori globali.
L’accordo con il Vaticano consentirà a Xi Xinping di condurre l’attuazione della propria politica nel segno della continuità con quella dei suoi più immediati predecessori: Jiang Zemin e Hu Jintao. Il primo, ricoprendo che ha ricoprendo la carica di Segretario generale del Partito Comunista della Cina dal 1989 al 2002, ha portato avanti le riforme per la liberalizzazione dell’attività economica di Deng Xiaoping, mantenendo comunque il PCC alla guida del Paese; egli ha elaborato la teoria delle “Tre Rappresentanze”, per sottrarsi alla critica dei maoisti di fare correre alla Cina il rischio di un ritorno al capitalismo. Questa teoria ha consentito a Jiang Zemin di affermare che la forza del PCC era fondata sul fatto che essa fosse il risultato della contemporanea soddisfazione delle esigenze delle forze produttive del Paese, di quelle dei più avanzati orientamenti culturali e di quelle degli interessi dei più ampi strati della popolazione.
All’affermazione della teoria delle “Tre rappresentanze” ha fatto seguito la “Teoria dello Sviluppo Scientifico e Armonioso” di Hu Jintao, con la quale, sempre nella tradizionale forma con cui in Cina vengono prese le grandi decisioni, veniva ribadito che la crescita e lo sviluppo del Paese sarebbero avvenuti in una prospettiva scientifica, armonizzata e onnicomprensiva, a differenza della crescita e dello sviluppo “selvaggi” che avevano caratterizzato il corso del processo di riforme inaugurato da Deng Xiaoping, con conseguenti disparità sociali e squilibri di ogni sorta. Per la prima volta è stata quindi affermata la necessità che la crescita e lo sviluppo interni fossero ponderati e bilanciati da un sistema di garanzie sociali, che non causasse l’approfondimento degli squilibri esistenti tra regioni arretrate e avanzate, tra città e campagna, tra uomo e ambiente naturale.
Le due teorie, quella delle “Tre Rappresentanze” e quella dello “Sviluppo Scientifico e Armonioso”, sono servire a tracciare la linea lungo la quale sviluppare l’inserimento della Cina nell’economia internazionale, in continuità con le idee proposte da Deng Xiaoping, che avevano segnato il distacco dalle pratiche del maoismo; queste idee sono state riprese da Jang Zemin e Hu Jintao, per formulare il modo in cui sarebbe stato conciliato il perseguimento degli obiettivi interni con quello degli obiettivi esteri, salvaguardando la pace mondiale, strumentale alla continuità dello sviluppo nazionale.
Ciò significava che la continuità del processo di modernizzazione potesse essere assicurato solo in un ambiente internazionale pacifico, per cui la Cina non doveva dare luogo a minacce per l’ordine costituito, dato che il Paese non poteva permettersi di distrarre risorse dall’obiettivo della crescita e dello sviluppo interni, senza che questo significasse rinuncia a sostenere le proprie posizioni, specialmente quando si fosse trattato di temi riguardanti la sovranità nazionale. In tal modo, i fondamentali della politica estera cinese sono stati basati sul paradigma “pace e sviluppo”, messo al centro del dibattito sul ruolo della Repubblica Popolare della Cina nel mondo.
Con Xi Jinping, tale paradigma, proiettato a livello internazionale, ha preso il nome di “collana delle perle”, per indicare le modalità con cui la Cina conduce la propria politica, soprattutto nell’area del Pacifico, con la creazione di un sistema di punti di influenza o importanti capisaldi strategici dal punto di vista economico-commerciale. Per la realizzazione di questa politica di accreditamento internazionale, la Cina, secondo Sapelli, si sarebbe ispirata alle idee del nordamericano Alfred Thayer Mahan, formulatore della teoria del “sea power”, secondo la quale la forza marittima di un Paese deve essere impiegata per la creazione all’estero di basi navali che rappresentino punti d’appoggio sicuri. Così, la teoria di Mahan, dopo aver ispirato gran parte della politica geostrategica degli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale, ispirerebbe oggi quella cinese.
La “collana” comprende oggi 15 “perle”, coinvolgendo un’area che si estende da Hong Kong a Port Sudan, toccando anche Vietnam, Thailandia, Myanmar, Bangladesh, Sri Lanka, Maldive, Pakistan, Iraq e Kenia. Gli investimenti sinora effettuati dalla Cina in questi Paesi sono mirati ad ottenere snodi e punti chiave per il crescente potenziamento del suo inserimento nell’economia mondiale.
Per rendersi conto della proiezione esterna pacifica della rinata potenza economica cinese, occorre considerare l’ascesa di Pechino negli ultimi decenni, soprattutto a partire dal 1992, quando il fenomeno ha preso corpo in termini di evoluzione delle relazioni multilaterali della Repubblica Popolare della Cina e di cambiamento dello scenario geopolitico complessivo, specialmente nell’area strategica dell’Asia-Pacifico. L’idea che si è affermata in Cina, con le leadership di Jiang Zemin e Hu Jintao, è stata, come si è detto, la necessità di assicurare una sostanziale continuità al paradigma “pace e sviluppo” di Deng Xiaoping; paradigma che ha continuato ad essere sostenuto da Pechino nelle comunicazioni dirette alla comunità internazionale, associata sempre alla necessità che lo sviluppo delle relazioni internazionali avvenisse in modo da risultare armonioso per tutti. Questa visione, fatta propria dalla nuova leadership di Xi Xinping, inserita tra l’altro, come è accaduto per il “Pensiero di Mao Zedong”, di Deng Xiaoping” (sulla liberalizzazione dell’attività economica), di Jang Zemin (sulle “Tre Rappresentanze”” e di Hu Jintao (sullo “Sviluppo Scientifico e Armonioso”), nello Statuto del Partito Comunista Cinese, al termine dell’diciannovesimo congresso, che ha segnato la definitiva affermazione della “linea” di Xi.
Per Xi Jinping, rinnovato nella carica di Segretario, dopo essersi assicurata una posizione di sicuro controllo sui suoi avversari interni ed esterni al partito, le ulteriori affermazioni all’estero sono diventate il motivo che gli hanno permesso di rafforzarsi ulteriormente all’interno e viceversa; il risultato sarà inevitabilmente, a parere di Sapelli, un aumento dei conflitti territoriali con i Paesi che ricadono innanzitutto nelle più immediate vicinanze delle Cina: ne sarebbe prova il fatto che tutte le dichiarazioni del socialismo cinese non farebbero altro “che porre le basi di uno Stato forte”, al quale riservare “l’ultima parola in economia per garantire l’espansione all’estero”. Tutto, oggi, sempre secondo Sapelli, sarebbe “destinato ad essere sostituito da una sorta di neomaoismo efficacemente conseguito all’interno, attraverso l’eliminazione continua e massiccia degli oppositori e il ritorno della potenza economica in Cina: meno investimenti all’estero, come predica Xi Jinping, se non nella misura in cui questi servono per il cammino di dominazione del mondo”.
Circa gli intenti della politica cinese, Sapelli non avrebbe potuto illustrare una situazione più apocalittica; se essa avesse un qualche fondamento, occorrerebbe pensare che la Cina, nelle sue comunicazioni dirette alla comunità internazionale, si comporterebbe come chi, predicando bene, finisce col razzolare male. Ma quel che più conta è il fatto che, se la tesi di Sapelli corrispondesse alle effettive ragioni che spiegano l’attuale politica cinese, si dovrebbe pensare che tutto ciò che la Cina ha realizzato dalla fine della Seconda guerra mondiale è stato fatto col preciso intento di sanare, con la conquista del dominio sul mondo, le frustrazioni subite dalla politica colonialista delle antiche potenze: si tratta di una propensione di dubbia credibilità, pur in presenza a Pechino, nel momento attuale, di un “uomo solo al comando”, propenso a reprimere ogni possibilità di critica.
Ciò non significa, tuttavia, che la Cina sia propensa ad agire sulla scena internazionale ispirandosi ad ogni costo, ad una “politica dei cento fiori” di maoista memoria; se al pari di altri competitori globali, essa pensa anche a dotarsi di un apparato difensivo dei propri interessi, non va dimenticato che alcuni osservatori critici dei precari equilibri mondiali esistenti non mancano di rilevare che l’atteggiamento aggressivo potrebbe semmai essere proprio di quei competitori della Cina che potrebbero essere vittime della “Trappola di Tucidide”, ovvero del convincimento, nutrito da chi oggi occupa una posizione globale prevalente, dell’inevitabilità di uno scontro con un’economia emergente che ne insidi la superiorità.

L’attualità del pensiero marxiano contro le ineguaglianze sociali

Karl MarxSul periodico domenicale del “Corriere”, “La Lettura”, del 10 dicembre scorso, sono state pubblicate diverse valutazioni del pensiero di Karl Marx, nel bicentenario della sua nascita (1818); anche se le ragioni non sono esplicitate, è facile arguire che lo scopo dell’iniziativa editoriale sia stato quello di giudicare se quel pensiero possa essere ancora oggi utilizzato, per avere “suggerimenti” circa la “cura” dei mali che affliggono le società del mondo attuale.

Sono stati invitati a pronunciarsi quattro “studiosi dalle idee diverse”: Stefano Petrucciani, Antonio Moscato, Giovanni Codevilla e Dario Antiseri. Nei loro contributi emerge chiara la diversità di pensiero che li ispira; specialmente in quello di Giovani Codevilla e Dario Antiseri aleggia il “clima conflittuale”, di natura ideologica, che ha caratterizzato l’intero XX secolo e che continua ancora oggi a condizionare il discorso pubblico sui problemi di rilevanza sociale, sebbene i motivi del configgere tipici del passato siano stati trascesi dalla storia.

Per meglio valutare l’attualità dell’analisi critica e propositiva del pensiero di Marx, va sottolineato che i problemi per i quali esso rivela un’indiscussa attualità sono quelli sorti a partire dalla Rivoluzione Industriale, occorsa a cavallo dei secoli XVII e XIX, ovvero quello della giustizia sociale e quello della democrazia, la cui soluzione ha polarizzato maggiormente l’attività politica; ma, è anche utile verificare se, nel pensiero marxiano, è possibile rinvenire suggerimenti atti a spiegare e a risolvere quei problemi, affrancandolo dagli “inquinamenti leninisti” che, in alcune valutazioni degli autori citati, sembrano aleggiare, sino a formulare giudizi che a Marx non sono riconducibili.

Il “leninismo” è un adattamento della concezione materialistica e dialettica della storia, elaborata da Marx, alle condizioni sociali ed economiche proprie della Russia all’epoca della Rivoluzione bolscevica del 1917. E’ noto come, secondo Marx, le forze produttive si sviluppino più rapidamente dei rapporti di produzione, per cui la contraddizione che si instaura tra le prime ed i secondi portano inevitabilmente ad una rivoluzione sociale. Come conseguenza di ciò, si avrà che, nel capitalismo maturo, la contraddizione tra le forze produttive (espresse dalla forza lavoro) e i rapporti di produzione (espressi dalle forme di impiego e di sfruttamento della forza lavoro perpetrate dalle forze imprenditoriali) creerà le condizioni favorevoli a una rivoluzione destinata a segnare l’avvento della società socialista.

All’inizio del XX secolo, la Russia, aveva perso molti dei caratteri propri di un’economia signorile e acquisito alcuni di quelli propri di un’economia capitalistic; non poteva dirsi, tuttavia, che il suo sistema economico presentasse la complessità dell’organizzazione del capitalismo moderno, qual era, ad esempio, quello inglese o quello francese. Quindi, nell’anno della Rivoluzione (1917), l’economia russa non poteva esprimere i rapporti di produzione che sarebbero stati necessari perché il sistema evolvesse spontaneamente in senso socialista.

Alla mancanza di queste condizioni, ha provveduto l’ideologo rivoluzionario Vladimir Lenin, sostenendo che occorreva supplirvi, volontaristicamente, con la creazione di un partito costituito da rivoluzionari professionali, la cui azione, sostituendo le forze dialettiche che Marx assumeva come intrinseche al processo storico, avrebbe determinato, nell’interesse della classe operaia, l’avvento della società e dell’economia socialiste. E’ stato questo il corpus ideologico per cui la concezione materialistica e dialettica della storia condivisa dai rivoluzionari russi non sarà il marxismo tout court, ma il marxismo-leninismo, in proseguo diventato marxismo-leninismo-stalinismo, per gli “aggiustamenti ulteriori” che vi saranno apportati da Josif Stalin.

In sostanza, si è trattato di un corpus ideologico costruito in funzione del riscatto di una “classe operaia”, intesa non come categoria storica e sociologica, ma come categoria astratta e ideologica, attraverso la quale i principali protagonisti della Rivoluzione russa del 1917 hanno potuto affermare l’esistenza di una l’”legalità rivoluzionaria”, con la quale hanno legittimato la pratica di un terrorismo politico, esercitata anche, e forse soprattutto, nei confronti della stessa classe sociale della quale affermavano di essere i “difensori. Si è trattato quindi di un corpus ideologico che, senza voler fare della storia controfattuale, è da ritenersi fondatamente estranea alla prospettiva della realizzazione di una società giusta e democratica preconizzata da Marx.

Riguardo al doppio problema della giustizia sociale e della democrazia, alcuni degli autori precedentemente indicati tendono a valutare il pensiero marxiano, sulla base del metro del socialismo realizzato nella ex URSS; ciò tende a fare emergere delle “forzature” valutative che hanno l’unico effetto di spingere il lettore a ricondurre al pensiero di Marx il socialismo realizzato nell’ex Unione Sovietica.

Riguardo al problema della democrazia, è vero che, nel secolo scorso, Norberto Bobbio in “Quale socialismo?”, aveva lamentato la mancanza nel pensiero marxiano di una teoria dello Stato e della democrazia socialista; tuttavia, non è possibile negare che Marx, sia pure in ordine sparso nei molti suoi scritti, abbia spesso sottolineato che le procedure democratiche potevano rappresentare uno strumento valido attraverso il quale la classe operaia poteva migliorare la propria condizione con mezzi pacifici. Partendo da queste considerazioni, è quindi possibile sostenere che nel pensiero di Marx, per quanto riguarda la cura degli interessi degli esclusi (che in lui coincidono con la classe operaia) coesistano due alternative: una rivoluzionaria e un’altra aperta al confronto politico ed elettorale.

Tra l’altro, proprio nel Manifesto, Marx afferma che il primo passo nella rivoluzione della classe operaia è il suo elevarsi a classe dominante per la conquista della democrazia; questo è, dunque l’obiettivo del suggerimento marxiano per rimediare alle ingiustizie sociali della società costruita sulla base dei principi affermatisi con la Rivoluzione borghese del 1789. Tenendo conto di queste osservazioni, si può allora attribuire al pensiero marxiano il suo originario significato, affrancato dalle interpretazioni non disinteressate di parte sovietica o di molta critica occidentale di parte liberale (o neoliberista).

E’ vero, tuttavia, che gli apprezzamenti di Marx sulla democrazia non devono essere interpretati come una incondizionata accettazione della democrazia liberale; egli, infatti, suggerisce la “conquista” del potere da parte della classe operaia, per avviare una profonda trasformazione della società, che non è solo economica e sociale, ma anche politica, finalizzata ad una progressiva trasformazione della democrazia formale in democrazia sostanziale, ma non quale sostituzione di essa con strutture burocratico-autoritarie di dominio.

Il socialismo proposto da Marx non è pensabile come una semplice estensione delle procedure rappresentative, o all’opposto, come il risultato della soppressione di tali procedure per sostituirle con strutture statali accentrate, monolitiche e gerarchiche. Il tema centrale in Marx è l’idea dell’assegnazione del controllo della sfera politica all’intera società civile, al fine di favorire, con la socializzazione dei mezzi di produzione, una riappropriazione, da parte dell’intera società, del prodotto del lavoro sociale, superando così l’emarginazione politica ed economica delle classi e dei gruppi sociali penalizzati sul piano distributivo. Non è forse detto nel Manifesto che il capitale disponibile è un prodotto collettivo, che può essere valorizzato solo mediante un’attività comune di tutti i membri della società?

Tuttavia, se la socializzazione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la sua trasformazione in proprietà collettiva (non pubblica) si ipotizza sia estesa solo a quei mezzi di produzione che sono “regalati dal cielo” (quali sono le risorse naturali), per la cui acquisizione non è stata erogata alcuna energia lavorativa, diviene realistico ipotizzare che con la socializzazione dei mezzi di produzione si realizzi, non un trasferimento del diritto di proprietà da una categoria di soggetti ad un’altra, ma solo la trasformazione del carattere del diritto di proprietà, da privato in sociale. In tal modo, la proprietà dei mezzi di produzione, perdendo il suo “carattere di classe”, può essere utilizzata, attraverso la sfera pubblica, da parte dell’intera collettività, per realizzare la tanto agognata giustizia sociale.

Se alla luce delle considerazioni sin qui svolte sul pensiero marxiano e sul travisamento dello stesso, effettuato da coloro che hanno inteso avvalersene per adattarlo alle condizioni storiche di particolari contesti sociali, con riferimento alle tesi dei quattro esperti apparse sul periodico “La Lettura”, è facile rilevare come in alcuni casi si tenda a giudicare il pensiero marxiano (per l’impatto che esso ha avuto sul dibattito politico svoltosi nel corso di gran parte del XX secolo sul problema della giustizia sociale e della democrazia) sulla base dell’esperienza sovietica, formulando “valutazioni” fondate, da un lato, sul “metro fallito” del socialismo reale sperimentato, e dall’altro, su una critica a priori (smentita dall’esperienza) formulata da un punto di vista neoliberista.

Così, ad esempio, mentre Stefano Petrucciani e Antonio Moscato, non negano l’attualità del pensiero marxiano, osservando, da un lato, che esso ha colto alcuni tratti essenziali della dinamica del capitalismo (Petruccioli), poi puntualmente confermati nella vicenda storica; dall’altro lato, che quel pensiero, nonostante la sua attualità, è da considerarsi (Moscato) “irreparabilmente in crisi”, unicamente per via dei “danni” che esso ha subito a causa della “sua utilizzazione forzata nell’Unione Sovietica staliniana”, nella forma dogmatica del “marxismo-leninismo”.

Del tutto diversa è la valutazione del pensiero marxiano fatta da Giovanni Codevilla e Dario Antiseri. Il primo imputa a Marx il fatto di aver proposto il perseguimento dell’obiettivo dell’organizzazione di “un ordinamento ideale che assicurasse a tutti una pari felicità, in altre parole di organizzare il paradiso in terra”; obiettivo che Lenin, interprete ed esecutore del pensiero marxiano, ha inteso perseguire attraverso un’azione rivoluzionaria idonea a guidare la classe operaia verso il socialismo. Dario Antiseri, invece, attribuisce a Marx, non solo proposte che egli non ha formulato in termini assoluti, ma anche il fatto che molti aspetti del suo pensiero contengano “nuclei scientifici” da cui sono state dedotte predizioni smentite dalla realtà; tale è, ad esempio, quella che afferma che la giustizia sociale possa essere realizzata solo attraverso l’abolizione del mercato, mentre, al contrario, la negazione della libera economia porterebbe con sé la negazione della libertà.

Al di là delle dispute ideologiche, non si può non riconoscere la validità di alcune affermazioni formulate da Marx, come quella con cui sostiene che l’ingiustizia sociale e gli ostacoli al funzionamento della democrazia siano riconducibili alla concentrazione della ricchezza provocata dal modo di funzionare del capitalismo, in presenza di un mercato senza regole. Alla luce dello stato in cui versano attualmente i sistemi sociali a capitalismo avanzato, si deve ammettere la validità della conclusione di Moscato: ovvero, che il riconoscimento dell’attualità del pensiero marxiano si scontra, in sostanza, con “la difficoltà imprevista”, espressa dal fatto che molti “detrattori” erano un tempo tra i suoi principali sostenitori, approdati poi “all’accettazione dell’ordine esistente come unico orizzonte invalicabile”. Non riconoscere la veridicità di questa conclusione è solo dovuto all’”autismo culturale”, proprio di chi ha interiorizzato acriticamente l’imperante ideologia neoliberista.

Gianfranco Sabattini

 

Emanuele Felice e le origini storiche delle disuguaglianze sociali

emanuele-feliceEmanuele Felice, docente di Storia economica, ha pubblicato di recente il volume “Storia economica della felicità”, dalla cui lettura è possibile ricavare, non tanto la possibilità di valutare se nei secoli è aumentata o diminuita le felicità (intesa, in astratto, come miglioramento o peggioramento di un generico senso della vita), quanto la consapevolezza del come, nel “corso della storia umana”, è cresciuto progressivamente il divario “tra il potere di cui dispone l’Homo sapiens e la sua dimensione etica”; divario, che è diventato un abisso negli ultimi due secoli, a seguito della Rivoluzione industriale, per via della profonda contraddizione della quale essa è stata, e continua ad essere, portatrice: “Da un lato, il progresso tecnologico ha posto gli esseri umani nelle condizione di distruggere il pianeta, se stessi. Dall’altro, l’assenza di un significativo cambiamento sul piano etico ha comportato che l’umanità di fatto corresse, e ancora corra, proprio questo rischio”. Il divario, però, non ha aperto per l’umanità un abisso dal quale sia impossibile salvarsi; ciò, perché esso lascia intravedere flebili segnali che “potrebbero aiutare a risalire dal fondo”.
Secondo l’autore, il lungo cammino del genere umano è stato contrassegnato da tre grandi rivoluzioni, ognuna di portata millenaria, che hanno causato profonde trasformazioni, culturali innanzitutto, ma anche sociali ed economiche. La prima è la Rivoluzione cognitiva, quella che ha dotato gli uomini di tratti che sono serviti a trasformarli in esseri umani moderni e a distinguerli dai loro antenati e da altre linee estinte di ominidi; dalla Rivoluzione cognitiva hanno tratto origine i cacciatori-raccoglitori, che hanno cambiato il modo di pensare, di vivere e di produrre. La seconda è la Rivoluzione agricola, occorsa 11-10 mila anni fa, che ha trasformato il modo di vivere nomade ed erratico in stanziale ed ha consentito agli uomini di produrre direttamente ciò di cui avevano bisogno per la sopravvivenza. Infine, la terza è la Rivoluzione industriale, avvenuta nel corso del Settecento, che ha portato alla sostituzione della fatica umana e animale con il lavoro delle macchine, il cui svolgimento, ancora in corso, caratterizzerà la storia dell’umanità nei secoli successivi.
Considerando i profondi mutamenti avvenuti a seguito del succedersi delle tre rivoluzioni, viene spontanea la domanda: come sia stato possibile che, dopo millenni di stagnazione, abbia avuto inizio un processo cumulativo che ha dato origine al crescente divario tra il potere e le disponibilità materiali di cui gli uomini hanno potuto disporre (a partire soprattutto dalla Rivoluzione agricola) e la dimensione etica che ha regolato il modo in cui è stata attuata la distribuzione intersoggettiva delle disponibilità che venivano acquisite. L’inizio del divario ha tratto origine dalla nascita dell’agricoltura; questa però, secondo alcuni antropologi e storici economici, avrebbe dato luogo a una “trappola”, perché si è trasformata nel motore che ha alimentato il processo cumulativo delle disuguaglianze tra gli uomini. Com’è potuto accadere?
La risposta all’interrogativo può essere formulata nei termini che seguono: nelle società agricole si è affermata “una medesima disposizione esistenziale”, supportata da istituzioni analoghe; queste, ovunque hanno regolano la disuguaglianza che si è formata tra i vari gruppi creatisi durante il lento processo di divisione sociale del lavoro, indotta dal continuo aumento della popolazione, reso possibile dal miglioramento delle condizioni materiali. Si è trattato, afferma Felice, di un modello di vita deterministico, che ha promosso un processo inevitabile, senza ammettere alcuna scelta da parte dell’uomo, se non quella, inconsapevole, operata a monte, di lasciare che aumentasse la popolazione.
Con la Rivoluzione agricola, via via che la popolazione è aumentata, è stato necessario incrementare la produzione, per cui si sono imposte, da un lato, la specializzazione del lavoro e, dall’altro lato, una cultura che ha comportato la formazione di istituzioni che giustificassero la divisione della società in classi, alcune dedite all’esecuzione dei lavori più usuranti, altre alle attività di direzione e comando, o alle attività di “propaganda ideologica” per la conservazione dell’ordine costituito. Si è trattato di un processo durato millenni, che, pur in presenza di un continuo e lento miglioramento delle condizioni del “vivere insieme”, ha conservato l’uomo in uno stato di povertà che ha connotato l’esistenzialità di tutte le classi sociali, indipendentemente dal consolidamento delle disuguaglianze sociali che la Rivoluzione agricola era valsa ad affermare.
Le cose sono radicalmente cambiate con l’avvento, nel corso del XVIII secolo, della Rivoluzione industriale, verificatasi soprattutto in Europa e caratterizzata dal fatto che nella produzione di quanto era necessario per la sopravvivenza la fatica umana e animale è stata sostituita dalle macchine; ciò, grazie alla crescita del capitale umano, in termini di conoscenza e istruzione, verificatasi sin dal basso Medioevo, per la fede che l’uomo aveva interiorizzato sulla possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita con il progresso realizzabile attraverso riforme istituzionali.
Tuttavia, “come era accaduto millenni prima con la Rivoluzione agricola – afferma Felice -, inizialmente sembrò che anche la rivoluzione industriale non fosse un buon affare per le persone coinvolte”, a causa del peggioramento delle condizioni di lavoro ed esistenziali. Grazie al movimento resistenziale delle classi sociali subalterne, però, la situazione generale è cominciata a migliorare. Nei decenni successivi, dall’Ottocento sino a gran parte del Novecento, la popolazione dei Paesi nei quali maggiormente è cresciuta la capacità di produzione, pur vivendo l’esperienza negativa di dittature di diversa ispirazione e di due guerre mondiali, ha potuto godere dei benefici della dichiarazione dell’uguaglianza dei diritti e della nascita della “società del benessere”, nonché della costituzione del “villaggio globale”, formatosi a seguito del fenomeno della globalizzazione; tutto ciò è accaduto in virtù dei principi politici affermatisi, prima con la Rivoluzione inglese (1688-1689), poi con la Rivoluzione americana (1775-1783) e la Rivoluzione francese (1789).
La Rivoluzione industriale, quindi, ha segnato il momento, secondo Felice, a partire dal quale è iniziata la “grande fuga” dalla povertà e dall’indigenza dell’umanità; in linea di principio, è iniziata la fuga dalle ineguaglianze sociali. Queste ultime, infatti, hanno cessato di essere necessarie, come lo erano invece nelle società sorte dopo la Rivoluzione agricola; perciò, il paradigma fondativo, proprio della società agricola, è venuto meno, per essere sostituito da un nuovo paradigma espresso dall’affermata uguaglianza dei diritti, non solo tra tutti gli uomini, ma anche tra tutte le nazioni.
In realtà, è accaduto il contrario, nel senso che, con la Rivoluzione industriale, le ineguaglianze sono enormemente cresciute; sono cresciute soprattutto tra le nazioni, fra quelle che sono state le prime ad iniziare la “grande fuga” e quelle che sono rimaste “prigioniere del vecchio mondo”. Le conseguenze dell’approfondimento delle disuguaglianze è – sostiene Felice – che i divari tra gli esseri umani e tra le nazioni “non sono mai stati così evidenti, preoccupanti (per i ricchi) e sofferti (per gli altri)”; ciò ha rappresentato, e continua a rappresentare, per il principio dell’affermata uguaglianza dei diritti, una seria minaccia, nel senso che ne ha “messo a rischio” la possibilità della sua conservazione.
Da dove origina la contraddizione intrinseca al modo proprio di funzionare delle società industriali? Secondo Felice, deriva dal fatto che uno dei postulati su cui il funzionamento si regge, “incarnatosi nel capitalismo industriale”, è “l’arricchimento personale”, affermatosi con la nascita dell’economia politica classica. Il postulato è valso ad assumere che ogni singolo soggetto fosse lasciato libero di perseguire egoisticamente il proprio vantaggio personale e che solo in questo modo sarebbe divenuto possibile perseguire la massimizzazione del vantaggio complessivo di tutti, nel senso che l’interesse individuale, motore dell’’iniziativa di ogni singolo, avrebbe coinciso con quello dell’interesse collettivo.
Secondo Felice, il postulato è di natura utopistica, in quanto basato “sul convincimento di una fondamentale bontà dell’essere umano”, proprio dei padri fondatori dell’economia politica, i quali erano fermamente convinti che gli uomini fossero dotati di un’innata bontà, che però poteva essere corrotta da istituzioni sociali, le cui regole imbrigliassero o corrompessero gli esiti del libero operare del principio dell’arricchimento personale. Questo postulato, però, ritiene Felice, avrebbe potuto avere “esiti migliori” se fosse stato reso operante per tutti e non fosse affermato come riserva esclusiva solo per ristretti gruppi sociali privilegiati.
Nel mondo attuale, al fine di orientare diversamente il postulato dell’arricchimento personale, sarebbe necessaria una svolta culturale che, a livello globale, favorisse, sul piano istituzionale e sociale, la sua sostituzione con il nuovo postulato della “valorizzazione delle relazioni umane”; ciò renderebbe possibile il compimento di una “Rivoluzione etica” con cui rimediare agli esiti negativi della contraddizione che sinora ha contrassegnato la storia dell’umanità: crescita e sviluppo continui delle condizioni materiali di sopravvivenza che, in linea di principio, potrebbero consentire la fuga dalla povertà dell’intera umanità in condizioni di giustizia distributiva, da un lato, e reale peggioramento delle disuguaglianze tra gli uomini e tra le nazioni da rendere conflittuale, instabile e precaria la convivenza sociale, dall’altro.
Concludendo, Felice sostiene che proprio “la valorizzazione delle relazioni umane può arrivare a configurarsi come un nuovo pilastro di un diverso paradigma” che, pur sempre ispirato ai principi sanciti dalle moderne Rivoluzioni politiche (inglese, americana e francese, alle quali si può aggiungere sul piano del significato ideale anche quella russa del 1917), ma adattato a un mondo non più afflitto dal fenomeno della povertà e caratterizzato dal “diritto alla felicità” e al benessere, cioè all’uguaglianza sostanziale degli uomini e delle nazioni; un mondo cioè idoneo a “colmare il divario che si è spalancato tra sviluppo tecnologico e dimensione etica”.
Non è detto però che questo obiettivo sia facilmente perseguibile; ciò perché, come lo stesso Felice afferma, “l’essere umano è l’unico animale che non trova inscritto il suo comportamento nel Dna (se non in parte): lo assume dall’esperienza”; egli, perciò può rivelarsi altruista ed empatico oppure egoista, oltre che per la sua struttura genetica, anche e soprattutto per la cultura che lo plasma e per le istituzioni che ne orientano l’agire: se la cultura e le istituzioni “gli dicono di privilegiare l’arricchimento personale sulle relazioni umane, e comunque il proprio gruppo di appartenenza sull’idea di una fratellanza universale”, la conseguenza non può che essere un ulteriore allargamento e approfondimento delle disuguaglianze, la cui conseguenza è inevitabilmente il sacrificio della possibilità per l’intera umanità di vivere senza possibili conflitti in uno stato di felicità.
Considerando lo stato attuale del mondo (soprattutto di quella parte di esso rappresentata dai Paesi più avanzati sul piano della produzione materiale) e l’ideologia che lo pervade (quella neoliberista) l’auspicio e le speranze di Felice sono destinati a conservarsi nello stato di una irremovibile distopia. La dominante ideologia neoliberista, che predica l’arricchimento personale da perseguire a qualsiasi costo, anche al prezzo del sacrificio dei principi affermatisi con le grandi rivoluzioni politiche, non è di conforto al raggiungimento, sia pure in un tempo futuro remoto, di un possibile abbandono dell’attuale stato “infelice” del mondo.

Andare oltre gli steccati.
Il futuro dell’Europa nei progetti di Macron

macron 2Jürgen Habermas è tornato a parlare del problema del futuro dell’Europa, pubblicando un ampio articolo (“Si può ancora fare politica contro le false idee sull’Europa”), apparso su “Der Spiegel” il 21 ottobre scorso e su “la Repubblica” il 28 dello stesso mese. Nell’articolo, il filosofo tedesco lancia un appello perché le classi politiche europee salvino l’Unione, attraverso una sua profonda riforma, che sappia andare oltre gli “steccati” costruiti intorno all’immobilismo posto dalla Germania al funzionamento delle istituzioni comunitarie.

Per tutto il tempo in cui l’Europa ha subito gli effetti negativi della Grande Recessione – afferma il filosofo –, a Angela Merkel e Wofgang Schäuble “è sempre stato consentito di presentarsi, in stridente contrasto con i fatti, come veri ‘europei’”; ora il contrasto è stato messo ancor più in evidenza dal recente discorso che il presidente francese, Emmanuel Mcron, ha tenuto alla Sorbona il 26 settembre scorso, rivelando i piani che egli intende attuare per dare corpo ad una nuova idea di Europa.

Nel suo discorso, il neopresidente ha proposto la creazione di un’Europa sovrana e unita, fondata su una cooperazione dell’Eurozona, finalizzata a realizzare di un fondo unico per finanziare gli investimenti comuni e ad assicurare la stabilità nel fronteggiare gli shock economici, ad uniformare il mercato delle materie energetiche, ad introdurre una “Carbon Tax” europea per migliorare la tutela dell’ambiente, nonché ad attuare una politica comune su difesa, immigrazione, forze di polizia e sicurezza dei confini.

Di fronte al discorso di Macron, Habermas ha constatato che, quasi a sostegno e a giustificazione della politica europea della Germania e soprattutto di quella del suo ministro delle finanze, le grandi testate giornalistiche tedesche sono sembrate preoccupate, per la paura che gli intenti dichiarati da Macron sul futuro dell’Europa possano “aprire gli occhi” ai loro lettori. Alla luce dei risultati dell’ultima consultazione elettorale, che hanno ridimensionato le forze del partito della Merkel, il prossimo governo tedesco dovrebbe raccogliere la sfida lanciata da Macron; Habermas dubita che ciò possa accadere, per via della probabile propensione del futuro governo tedesco ad assumere, riguardo al futuro dell’Europa, la tradizionale “politica del rinvio”.

Eppure, afferma Habermas, forse con un’eccessiva apertura entusiastica verso i propositi del presidente francese, quasi mai “le contingenze storiche hanno creato una situazione così chiara come nel caso dell’ascesa al potere di questa personalità [quella di Emmanuel Macron] così fascinosa, forse irritante, ma in ogni caso fuori dal comune”. Tuttavia, in considerazione delle tradizionali posizioni politiche della Germania nei confronti dell’Europa e visti gli ultimi risultati delle elezioni politiche tedesche, Habermas ritiene obiettivamente improbabile che “il prossimo governo tedesco abbia la lungimiranza di trovare una risposta costruttiva” alle intenzioni rivelate di Macron.

Per il filosofo è difficile che il futuro governo tedesco di coalizione, segnato da conflitti interni, voglia rivedere le “due scelte strategiche imposte da Angela Merkel all’inizio della crisi finanziaria”: da un lato, l’approccio intergovernativo agli effetti della crisi, che ha assicurato alla Germania un ruolo-guida nel Consiglio europeo; dall’altro lato, la politica di austerità, che la Germania ha imposto ai Paesi del Sud dell’Europa, sui quali maggiori sono stati gli effetti negativi della crisi, dalla quale la stessa Germania ha tratto “vantaggi sproporzionati”. Inoltre, Habermas ritiene che la sfida del presidente francese non sia destinata a non essere accolta dal nuovo governo tedesco, anche per via del fatto che esso potrà addurre la scusa dell’indebolimento del principale partito nelle maggioranze che hanno espresso i passati governi della Merkel.

Queste considerazioni inducono il grande filosofo a chiedersi se la Merkel, “così accorta e coscienziosa, finora favorita dal successo ma anche riflessiva possa avere interesse a finire i sedici anni di cancellierato in questo modo inglorioso”, oppure sappia “mostrare una vera statura e saltare la propria ombra” a dispetto di tutti quelli che già stanno speculando sul suo tramonto. Lo scatto d’orgoglio dovrebbe essere consentito alla cancelliera dalla consapevolezza, della quale ella certamente dispone, che “l’unione monetaria è d’interesse vitale per la Germania e che, sul lungo periodo, essa non può essere stabilizzata finché si approfondiscono le forti differenze tra le divergenze economiche del Nord e del Sud dell’Europa in termini di reddito, tasso di disoccupazione e debito pubblico”; la Merkel è sicuramente anche consapevole, ricorda Habermas, che è possibile porre rimedio alla divergenza distruttiva, solo se “si crea una concorrenza davvero equa oltre le frontiere nazionali, e se si persegue una politica di contrasto alla crescente desolidarizzazione sia tra le popolazioni nazionali sia all’interno della varie nazioni”.

E’ questo che il presidente francese, nel suo discorso alla Sorbona, rivolgendosi alla classe politica tedesca, ha chiesto che sia realizzato, evocando il fatto, ricorda Habermas, che la sovranità delle singole nazioni, dalla quale sinora i singoli Paesi membri del progetto europeo non sono mai riusciti ad allontanarsi, non “può essere più garantita dallo Stato nazionale, ma solo dall’Europa”, e che soltanto con “la protezione e la forza dell’Europa unita i suoi cittadini possono difendere i propri interessi comuni e valori”; è a tal fine che Macron, nel suo discorso, ha invocato “la rifondazione di un’Europa capace di agire sia al proprio interno che verso l’esterno”, nella prospettiva di poter intervenire politicamente sui “problemi di una società mondiale che cresce sempre più interdipendente”, e di superare in questo modo i limiti del ceto funzionariale europeo, opportunisticamente ridotto alla politica del giorno per giorno.

Per realizzare un‘Europa unita, forte e indipendente, secondo Macron, occorre che i partiti socialdemocratici, pur propulsivi sui temi europei e molto aperti alla globalizzazione, cessino di essere poco critici riguardo ai danni sociali provocati dal capitalismo fuori da ogni forma di controllo politico; controllo che, oltre ad attenuare tali danni, avrebbe dovuto consentire “una necessaria regolazione internazionale dei mercati”. Inoltre, rompendo il tacito consenso delle classi politiche europee sulla conservazione dello status quo, Macron, secondo Habermas, col suo discorso, si sarebbe distinto dalle altre “figure europee”, per aver affermato che è giunto per i partiti il momento di cambiare linea, cessando “di evitare i temi europei nelle elezioni nazionali” e maturando il convincimento che all’Europa urge una profonda riforma dei Trattati.

Habermas ritiene che Macron avrebbe già interiorizzato; ne è prova il fatto – afferma il filosofo tedesco – che il presidente francese ha messo il problema della riforma europea al centro delle elezioni che lo hanno espresso, sostenendo che la riforma dovrà essere diretta “ad assicurare il difficile equilibrio tra la giustizia sociale e la produttività economica”. Pur non ritenendosi politicamente un “macroniano”, Habermas è del parere che il modo in cui Macron ha parlato dell’Europa faccia la “differenza”; ciò perché egli, pur mostrando rispetto e considerazione per i “padri fondatori”, che “hanno creato un’Europa senza popolazione perché allora erano esponenti di un’avanguardia illuminata”, lui Macron vuole fare adesso “di quel progetto elitario un progetto di cittadinanza”. Quindi, ai governi nazionali che siedono nel Consiglio europeo, bloccandosi a vicenda, egli “chiede che si compiano dei passi chiari verso l’autodeterminazione democratica dei cittadini europei”.

In tal modo, per il rinnovo delle istituzioni europee, Macron rivendica che i cittadini, non solo dispongano di un diritto di voto, ma pure che possano designare “candidati appartenenti a liste transnazionali”, attraverso la formazione di un sistema di partiti europeo; condizione, questa, a parere di Habermas, perché diventi possibile esprimere un Parlamento di Strasburgo che sia realmente il “luogo in cui gli interessi sociali possono essere generalizzati e valorizzati oltre i meri confini nazionali”.

Concludendo la sua analisi del discorso del neopresidente francese, Habermas sottolinea infine il fatto che Macron sappia “parlare”; con ciò, il filosofo non afferma che la “professione del politico” si misuri sulla base del talento oratorio, ma solo che la qualità e le modalità con cui il discorso è svolto “possono cambiare la percezione del politico nella sfera pubblica”. In un mondo, “dove l’assenza di forma dei talk show diventa il metro di riferimento per la complessità e lo spazio del pensiero politico pubblicamente ammesso”, Macron si distingue anche per lo stile dei suoi interventi.

L’entusiasmo di Habermas per il discorso che Macron ha tenuto alla Sorbona e per lo stile che lo ha caratterizzato, scegliendo anche un luogo che più appropriato non avrebbe potuto essere, riguardo al futuro dell’Europa, non può che essere condiviso; resta tuttavia il dubbio che i propositi di Macron siano destinati a cadere nel vuoto e che le giuste riflessioni di Habermas siano anch’esse destinate a non essere accolte positivamente sul piano politico. Le difficoltà con cui il discorso di Macron dovrà scontrarsi non si collocano solo dal lato del Paese, la Germania, che lo stesso Habermas ritiene decisivo, sol che lo voglia, per dare concreta attuazione alle proposte “macroniane”; esse si collocano, è plausibile supporlo, anche dal lato del Paese del quale Macron è al vertice delle istituzioni.

Per quanto riguarda la Germania, non si può trascurare la circostanza che Macron, divenuto presidente della Repubblica transalpina, dopo essersi dichiarato pronto a collaborare con Angela Merkel per portare avanti il miglioramento del funzionamento dell’eurozona con l’istituzione di un ministero delle finanze europeo, si trova ora a dover “fare i conti” con il risultato elettorale tedesco, che ha visto la crescita dei partiti antieuropeisti e il ridimensionamento della forza politica del partito della Merkel. Non solo, anche se il “campione ordoliberista”, Wolfgang Schauble, non sarà riconfermato nella sua carica di ministro delle finanze della Germania, per diventare presidente del Bundestag, Habermas informa che l’ex ministro avrebbe ideato per l’Eurogruppo “un programma fatto apposta per bloccare ogni compromesso col presidente francese”. “Sic stantibus rebus”, è fortemente improbabile che la Germania possa rappresentare un “utile sponda” per l’attuazione delle proposte del presidente francese.

Anche per quanto riguarda la Francia, non si può dimenticare che questo Paese, firmatario del Trattato di Roma, pur potendo vantare l’apporto di Jacques Delors alla firma del Trattato di Maastricht (che ha segnato uno “scatto in avanti” del processo di integrazione dell’Europa), ha condiviso l’atteggiamento verso l’Europa di Charles de Gaulle che, per dieci anni, ne ha ostacolato il governo; né si può dimenticare la bocciatura referendaria del progetto di Costituzione europea predisposta da un gruppo di lavoro presieduto dal francese Giscard d’Estaing; infine, non per spegnere l’entusiamo di Habermas per la personalità di Macron, non si può sottacere la circostanza che la sua elezione a presidente della Repubblica francese è stata il risultato, non di una scelta europeista dell’elettorato francese, ma di un voto composito, esercitato per esorcizzare il pericolo della vittoria della destra xenofoba e nazionalista.

In sostanza, le proposte di Macron sul futuro dell’Europa colgono sicuramente nel segno, così come lo coglie l’analisi di Habermas; le circostanze attuali e l’esperienza vissuta inducono però solo a sperare che le proposte del primo e le speranze del secondo abbiano la reale possibilità d’essere, rispettivamente, attuate e soddisfatte, come tutti gli europeisti si augurano.

Gianfranco Sabattini

Ritorno dell’emigrato nel Paese d’origine e i problemi di reinserimento

Il problema del ritorno degli emigrati nei loro Paesi d’origine non è nuovo, ma dopo che i flussi migratori hanno assunto la consistenza degli ultimi anni, esso ha focalizzato l’attenzione delle classi politiche dei Paesi europei maggiormenteemigrato ritorna colpiti dall’immigrazione, anche in considerazione della previsione che la pressione migratoria sia destinata a conservarsi nel prossimo futuro, a causa dei persistenti squilibri demografici ed economici esistenti fra i Paesi di provenienza e quelli di destinazione dei migranti.
Il ritorno è sempre dipeso da vari fattori, che di tempo in tempo hanno motivato i migranti a scegliere la via del rientro nel proprio Paese d’origine; il ritorno può essere definitivo o temporaneo, forzato o volontario; sinora, quello forzato è stato il più frequente, potendo ricorrere in seguito ad espulsione da parte dello Stato ospitante o a causa di altri fattori, molto residuali, che potevano motivare il migrante a decidere a tornare in Patria. Negli ultimi anni, come viene sottolineato dalla sociologa marocchina Meryem Lakhouite, del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, in “Migrazione e sviluppo: il migrante di ritorno può essere visto come un agente di sviluppo nel proprio Paese d’origine?” (Africa e Mediterraneo, n. 86/2017), “si assiste anche a un nuovo tipo di ritorno […], che prevede sì la volontarietà da parte dei migranti ma è forzato dalla crisi economica dell’Europa”; ciò obbliga il migrante, a parere della sociologa, a prendere la via del ritorno, cioè ad attivare una forma di migrazione inversa, come strategia per un possibile miglioramento, dopo il suo mancato inserimento lavorativo in Europa, delle proprie condizioni economiche e sociali; motivazione, questa, che, originariamente, aveva spinto il migrante ad abbandonare il Paese natio.
È utile considerare questa distinzione per due ragioni significative: innanzitutto, come rileva la sociologa, perché essa consente di cogliere correttamente il significato della relazione esistente tra migrazione, ritorno e sviluppo dei Paesi arretrati; in secondo luogo, perché essa risulta oggi connessa alle consistenti risorse che molti Paesi donatori destinano allo sviluppo dei Paesi arretrati, proprio per impedire all’origine che la loro situazione economica e sociale motivi i propri cittadini ad alimentare i flussi migratori.
Tuttavia, se l’idea di supportare lo sviluppo economico dei Paesi arretrati anche con il coinvolgimento della migrazione di ritorno è auspicabile, non sempre però, afferma Meryem Lakhouite, sono presenti le condizioni necessarie affinché questo possa avvenire. E’ necessario perciò che i Paesi che finanziano gli aiuti allo sviluppo valutino razionalmente i possibili effetti che il ritorno dei migranti può provocare sulle condizioni economiche e sociali del loro Paese d’origine.
Per analizzare le complesse relazioni che legano l’aiuto allo sviluppo con i processi migratori, occorre tener presente che tradizionalmente la letteratura economica ha sempre sostenuto l’idea, fondata su numerose ricerche empiriche, che le rimesse dei migranti, rappresentando la maggiore contropartita economica dei processi d’emigrazione, potessero costituire un motore di sviluppo per i Paesi riceventi, riducendo il loro fabbisogno di risorse fornite dai Paesi donatori dell’aiuto.
Un consistente numero di studi svolti nei decenni scorsi ha affermato l’impatto positivo dell’emigrazione sullo sviluppo locale, in quanto i migranti, con le loro rimesse, venivano considerati operatori in grado di “apportare uno sviluppo positivo alla propria comunità di appartenenza”; anche la Banca Mondiale considerava il trasferimento di risorse finanziarie alimentato dagli emigranti un “fattore decisivo”, seppure eterogeneo, per l’economia di molti Paesi arretrati. In questo modo, per lungo tempo, le rimesse sono state considerate un sostituto dell’aiuto internazionale, con la tendenza a ritenere quest’ultimo tutt’al più come un complemento.
Le rimesse hanno certamente rappresentato valide opportunità per i Paesi riceventi, ma l’evidenza empirica e l’analisi delle esperienze vissute dai singoli Paesi arretrati hanno evidenziato come non sempre sia possibile coglierne gli effetti utili. Per capire perché le rimesse possano non tradursi in un motivo di crescita e sviluppo e in un valido strumento per contrastare la disoccupazione dei Paesi arretrati, basta ricordare che spesso, com’è accaduto negli anni più recenti, l’emigrazione ha tratto origine dala situazione economica perennemente in crsi dei Paesi arretrati. Le stesse cause che erano alla base della propensione ad emigrare possono impedire che il potenziale sviluppo economico intrinseco alle rimesse possa realizzarsi.
Inoltre, alcune ricerche – afferma la Lakhouite – hanno dato alla relazione “migrazione-sviluppo”, fondata sul ruolo positivo delle rimesse, “un’accezione negativa, dal momento che queste creano disuguaglianza nelle comunità locali”, ma anche perché possono “contribuire alla creazione di disequilibri economici e sociali all’interno della popolazione, oltre a provocare forme di dipendenza nei membri della comunità o della famiglia dei migranti verso le rimesse, riducendo così il tasso di occupazione”. A ciò va anche aggiunto che le rimesse possono essere depotenziate del loro possibile contributo alla crescita e allo sviluppo dei Paesi arretrat,i quando in tali Paesi non esistono infrastrutture e servizi pubblici adeguati e sono diffuse corruzione e inficcienza del sistema giudiziario.
L’insieme delle osservazioni sin qui svolte suggerisce, non solo che le rimesse possono non essere di per sé strumento idoneo a promuovere la crescita e lo sviluppo dei Paesi riceventi, ma anche che esse, le rimesse, non sempre possono risultare un valido sostituto dell’aiuto internazionale. D’altra parte, posto che l’aiuto internazionale debba costituire lo strumento irrinunciabile, oltre che per compensare i limiti delle rimesse, anche per attuare, da parte dei Paesi maggiormente afflitti dai disagi determinati dai recenti flussi migratori, una politica che stimoli il ritorno dei migranti nel loro Paese d’origine, occorrerà che i Paesi donatori tengano conto dei motivi di fallimento cui sono andate incontro spesso le aspettative di crescita e sviluppo fondarte sulle rimesse.
Una connotazione postiva della relazione “migrazione-sviluppo” potrà però essere assicurata dalle politiche di aiuto internazionale, a patto che siano rimossi tutti quei fattori economici, istituzionali e infrastrutturali che hanno normalmente limitato l’impatto delle rimesse. A tal fine, sarà necessaria una stretta collaborazione tra i Paesi d’origine dell’emigrazione e i Paesi finanziatori dell’aiuto. Inoltre, considerato che i fattori che possono ostacolare le ricadute positive degli aiuti sono specifici per ogni area, non sarà possibile agire sulla base di modelli generali di intervento, per cui nella formulazione delle politiche di crescita e sviluppo sarà necessario il coinvolgimento degli immigrati che “ritornano”, oltre che nella fase di progettazione, anche in quella di realizzazione degli interventi. Ciò, perché gli immigrati, con la loro conoscenza del contesto locale di provenienza, possono contribuire a limitare i deficit informativi che possono ostacolare il successo dei progetti d’investimento, individuando gli ostacoli che possono frapporsi ad un pieno dispiegamento del potenziale di crescita e sviluppo della migrazione di ritorno.
Occorrerà ancora che i Paesi finanziatori degli aiuti, finalizzati a promuovere e a sostenere il ritorno degli immigrati nel loro Paese d’origine, tengano conto del fatto – sottolineato dalla Lakhouite – che “un impatto positivo del ritorno è vincolato alle circostanze vissute all’estero dai migranti: se essi hanno subito un certo tipo di sfruttamento basato su esperienze precarie a livello lavorativo ed abitativo, e su discriminazioni di vario genere, raramente possono influenzare in maniera positiva l’ambiente circostante in patria”. Ciò significa che i migranti di ritorno non potranno essere considerati come un unica platea di soggetti omogenei, ma al contrario come un gruppo eterogeneo; per questo motivo, l’impatto sulla società dei Paesi di origine può essere differente, al punto da escludere che le politiche d’intervento considerate potenzialmente convenienti per alcuni Paesi possano esserlo anche per altri.
Una politica finalizzata a favorire il ritorno dei migranti al loro Paese d’origine non è priva di ostacoli, non solo per i Paesi finanziatori dell’aiuto, ma anche per quelli ai quali l’iuto è destinato. Per i Paesi arretrati, infatti, il ritorno è di solito all’origine di molti problemi; il principale dilemma che essi devono risolvere consiste nella scelta del modo in cui governare il problema dell’emigrazione che ritorna e del come ridurre i possibili effetti negativi. Ciò può causare nei confronti dell’economia, e più in generale dell’intero sistema sociale. Il dilemma è di difficile soluzione, in quanto il ritorno dell’emigrato comporta la necessità, in astratto, di facilitane la reintegrazione nella patria d’origine. Ciò in conseguenza del fatto che la fuoriuscita dal Paese arretrato di una parte della propria popolazione produce mutamenti nella struttura sociale che rendono problematico il reinserimento del migrante di ritorno
Nel breve e nel lungo periodo, la fuoriuscita di una parte della forza lavoro dal Paese arretrato può comportare alcuni vantaggi, quali la diminuzione del tasso di disoccupazione, la riduzione dei potenziali conflitti sociali, ma anche e soprattutto la diminuzione delle rimesse degli emigati, che possono concorrere a migliorare i livelli di consumo, ad aumentare gli investimenti interni e a favorire il processo di modernizzazione interna del paese arretrato. D’altra parte, l’emigrazione può avere anche effetti negativi sull’economia e sulla società del Paese arretrato che la subisce; solitamente i flussi di migranti includono i soggetti più giovani, dotati della migliore formazione, ma anche più intraprendenti; ciò causa cambiamenti negativi nella struttura delle forza lavoro e, a volte, scarsità di manodopera in alcuni settori produttivi; per questo motivo, nel lungo periodo, è possibile un declino della consistenza demografica, nonché uno squilibrio nella distribuzione dei componenti la popolazione per classi di età.
Così, come per il fenomeno migratorio, anche la stima degli effetti del ritorno dell’emigrato è difficile. La formulazione di un’appropriata politica finalizzta a risolvere i problemi implicati dal ritorno dell’emigrato solleva non poche domande: che cosa spinge l’emigrato a ritornare al proprio Paese d’orogine? Sino a che punto il ritorno è determinato da decisioni autonome dell’emigrato, nonché da possibili influenze esercitatre su di lui da una eventuale recessione dell’economia del Paese ospitante? E’ il ritorno desiderabile dal punto di vista degli interessi dello Stato del quale l’emigtao è cittadino?
Per formulare valide risposte a queste domande, il Paese arretrato deve poter disporre al proprio interno di una stabile condizione economica e sociale. Uno dei principali problemi sollevati dal ritorno dell’emigrato riguarda la valutazione della convenienza che il suo ritorno rappresenta per l’economia e la società del Paese arretrato. Sicuramente, il ritorno dei migranti, specializzati e dotati di risorse economiche accumulate nello Stato ospitante, è conveneiente; per essi il reinserimento nel mercato del lavoro sarà senz’altro facilitato, potendo il migrante di ritorno contribuire a migliorare la prosperità del suo Paese; se però non esiste alcuna delle condizioni indicate, non esisterà alcuna garanzia che il ritorno possa essere di una qualche utilità per il Paese arretrato.
Ciò significa che non tutti i “ritorni” possono risultare vantaggiosi per lo Stato e la società d’origine dei migranti; ciò accade quando i Paesi arretrati hanno a che fare con una sovrappopolazione, con surplus di forza lavoro e con possibili tensioni sociali; ma anche quando lo Stato arretrato perde la possibilità di disporre dei vantaggi assicuarati dalle rimesse che, con il ritorno degli emigrati, vengono a cessare.
In conclusione, il ritorno dell’emigrato, se messo in relazione col suo possibile contributo alla crescita e allo sviluppo del proprio Paese, è all’origine di un fenomeno complesso; ne consegue, perciò, che sia molto difficile per la classe politica del Paese arretrato valutare le opportunità offerte dal ritorno dei propri cittadini, precedentemente emigrati: la natura della politica con cui verrà tentato il possibile reinserimento dell’emigarato che ritorna dipenderà da molti fattori; alcuni di essi saranno totalmente o solo parzialmente indipendenti dallo Stato arretrato, nel senso che essi potrebbero identificati, ad esmpio, nei motivi di crisi in cui versa il Paese ospitante, che potrebbe indurre l’emigrato a scegliere di ritornare in patria. Di solito, lo Stato arretrato d’origine indirizza verso colui che ritorna varie misure pubbliche per un suo reinserimento, molte delle quali saranno imperniate sul mercato del lavoro, al fine di evitare il possibile peggioramento della disoccupazione esistente.
Il numero e le misure adottate per il reinserimento di coloro che ritornano in patria dipenderà da molti fattori: il primo riguarderà il modo in cui il ritorno è percepito da coloro che assumono le decisioni riguardanti le misure da adottare, in considerazione del fatto che il ritorno può essere giudicato desiderabile o meno in funzione della situazione economica esistente e di quella del mercato del lavoro; in secondo luogo, dipenderà dalla capacità dello Stato di disporre delle risorse necessarie per rimuovere tutte le criticità che il ritorno dell’emigrato può dare luogo a livello complessivo del sistema sociale arretrato.
Ciò non è privio di complicazioni per l’attuazione di una politica internazionale fondata sull’aiuto offerto a quei Paesi che maggiormente concorrono ad alimentare i flussi migratori. Criticità, queste, che imporranno la loro preventiva rimozione o la loro attenuazione; tutto ciò suggerisce che anche le politiche finalizzate ad aiutare i Paesi arretrati, nella prospettiva che essi possano limitare i flussi demografici in uscita, potranno determinare effetti utili solo nel lungo periodo; per cui, in quello breve, il problema dell’accoglienza di nuovi migranti continuerà a primeggiare nelle agende politiche dei governi dei Paesi verso i quali i flussi migratori tenderanno di indirizzarsi.

Rivoluzione permanente e l’involuzione della Rivoluzione d’Ottobre

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MicroMega (7/2017) ha celebrato l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre ricordando, come afferma Paolo Flores D’Arcais in “Rivoluzione contro Rivoluzione”, che occorre ricordare “le correnti rivoluzionarie eretiche, gli sconfitti anziché i vincitori”; ciò perché, a parere del direttore del periodico, “le tradizioni rivoluzionarie, neglette e spesso dimenticate […], vanno ri-costruite e ri-pensate, perché portano con sé alcuni elementi potenziali ancora fecondi, mentre le vicende del potere bolscevico, almeno da Kronštad in poi, insegna solo cosa una rivoluzione non può e non deve essere”.

Le parole di D’Arcais, “come linea generale” da seguirsi nello svolgimento di qualsiasi discorso possa essere fatto intorno ad un evento “rivoluzionario” (non soltanto in senso politico), quale è stato la Rivoluzione russa del 1917, costituiscono un vincolo ineludibile, soprattutto se quell’evento è stato il “crogiuolo” di fermenti politici e culturali il cui sviluppo avrebbe consentito il disvelamento di “verità” che la sua involuzione in senso “controrivoluzionario” ha impedito fossero colte.

Uno dei fermenti, nati durante la fase organizzativa della società sovietica, dopo l’abbattimento dello Stato monarchico ed autocratico zarista, è insorto, a partire dagli anni Venti, con la fine del “comunismo di guerra” e l’inaugurazione della cosiddetta “Nuova Politica Economica” (NEP), che ha segnato l’inizio del dibattito tra i principali protagonisti della Rivoluzione e tra i membri dei suoi più importanti organi direttivi. Il dibattito ha riguardato il modo in cui poteva essere organizzato e gestito, in presenza delle particolari condizioni economiche di arretratezza della Russia del tempo, il sistema produttivo, finalizzato all’edificazione della società socialista: fatto, questo, di solito oscurato dalla prevalente considerazione degli aspetti ideologici che hanno accompagnato i fatti che si sono succeduti in Russia dopo il 1917.

Il problema che ha dato luogo al dibattito ha riguardato il modo in cui doveva essere regolato il rapporto tra il principale settore produttivo russo, quello agricolo, e quello che, nella strategia rivoluzionaria, doveva essere privilegiato, il settore industriale, largamente arretrato. Il dibattito, che nella letteratura economica ha preso il nome di “problema del calcolo economico in una società socialista”, ha avuto ad oggetto la determinazione, all’interno del nuovo contesto sociale nel quale era stato abolito il mercato, degli opportuni “indici” (prezzi), in base ai quali regolare in modo automatico (quindi senza implicazioni prescrittive) gli scambi tra il settore agricolo e quello industriale, rispettando le “necessarie convenienze economiche” da parte delle unità di produzione presenti in entrambi i settori.

La discussione in seno al Partito comunista si è presto radicalizzata, determinando una “spaccatura” tra chi lamentava, in assenza di un meccanismo automatico di regolazione degli scambi, che al settore industriale fosse consentito arbitrariamente di imporre prezzi eccessivamente alti, a danno del settore agricolo, e chi, invece, criticava la maggioranza, riunita in seno al partito intorno al “triunvirato” formato da Stalin, Zinov’ev e Kamenev, imputando ad essa, con l’inaugurazione della NEP, un parziale ritorno al capitalismo.

Nel 1923, alla vigilia della celebrazione del XII Congresso del partito, all’interno dei suoi organi direttivi si è polarizzato un conflitto, destinato a protrarsi per tutti gli anni Venti e a concludersi tragicamente per molti suoi protagonisti, tra il “triunvirato” e coloro che si identificavano nella cosiddetta “Opposizione di sinistra”. Non è semplice definire cosa sia stata realmente questa opposizione; essa – secondo Virginia Pili (“Lev Trockij e l’opposizione di sinistra: 1920-1940”, in MicroMega 7/2017) era espressa da un gruppo eterogeneo di rivoluzionari, composto da figure diversissime tra loro, come, per citare i nomi più famosi, Eugenij Preobrazhenski, Nikolaj Bucharin, Karl Radek; costoro si raccoglievano “attorno a Lev Trockij, leggendario commissario del popolo alla guerra, artefice della vittoria sulle armate bianche”, perché in lui vedevano l’unica figura capace di opporsi alla “deriva neocapitalista (nella società) e burocratico-autoritaria (nel Partito)”.

Sempre nel 1923, dopo che il Plenum del Comitato Centrale del partito aveva approvato l’abbassamento dei prezzi industriali, mostrando con l’inaugurazione della NEP di voler avvalersi di un parziale ritorno a rapporti di produzione propri di un’economia capitalistica, l’opposizione di sinistra ha denunciato apertamente (con la “Dichiarazione dei 46”) la politica perseguita dal “triunvirato”.

La situazione interna al partito è improvvisamente precipitata nel 1924, con la morte di Lenin; egli lasciava un “testamento” che la tradizione vuole che non sia stato reso subito di pubblico pubblico; in esso Lenin formulava delle valutazioni sul alcuni rivoluzionari, in quanto possibili futuri segretari del partito. Nel “testamento”, Bucharin veniva considerato il maggior teorico bolscevico e il più amato dall’intero partito, con riserve sulla sua capacità di svolgere un’azione pratica adeguata, mentre Trockij era considerato “personalmente il più capace”, ma criticato per l’eccessiva fiducia che riponeva nelle proprie capacità. Il giudizio di Lenin su Stalin era negativo: “Il compagno Stalin – affermava Lenin -, essendo diventato segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un illimitato potere, e non sono sicuro che saprà sempre usarlo con sufficiente prudenza”.

Il potere che Stalin aveva nelle sue mani ha avuto un peso decisivo nella lotta per la successione; solo Trockij ha cercato di contrastarlo, non solo sul piano della direzione del Partito, ma anche sul piano della politica economica, sostenendo una tesi che negli anni precedenti era stata condivisa da Lenin; ovvero, che un Paese arretrato come la Russia poteva realizzare la società socialista, a condizione che la Rivoluzione fosse stata esportata anche in altri Paesi; pena, se ciò non fosse accaduto, la possibilità che la società dei soviet andasse incontro a processi degenerativi.

Nella lotta per la successione nella segreteria del partito è risultata decisiva la discussione sul rapporto tra rivoluzione mondiale e rivoluzione russa; si contrapponevano due concezioni: quella della “Rivoluzione Permanente”, sostenuta da Trockij e quella della possibilità di costruire il socialismo in un solo Paese, l’Unione Sovietica, in condizioni di accerchiamento capitalista, sostenuta da Stalin. Nei confronti di Stalin, Trockij partiva da una posizione di svantaggio: per quanto egli godesse di un grande prestigio all’interno dell’URSS, Stalin poteva fare leva sul fatto che i tentativi rivoluzionari esperiti in altri Paesi erano falliti. In tal modo, non è stato difficile per Stalin fare prevalere la sua posizione, oltre che all’interno del Partito comunista russo, anche all’interno della Terza Internazionale, divenuta un organismo a sostegno della politica interna e internazionale dello Stato sovietico. Lo scontro tra Stalin e Trockij è proseguito allargandosi successivamente dalla politica estera agli aspetti della politica interna, il più importante dei quali era rappresentato dalla determinazione del ritmo che si intendeva imprimere al processo d’industrializzazione.

Durante la NEP, una parte degli agricoltori si era arricchita, ed era nata una classe di kulaki (contadini ricchi); Trockij, appoggiato da Zinov’ev e da Kamenev, che nel frattempo avevano abbandonato l’alleanza con Stalin, sosteneva che occorresse lottare subito a fondo contro di loro, mentre Stalin, col quale si era schierato (dopo avere abbandonato l’opposizione di sinistra) Nicolaij Bucharin, era del parere che ancora non fossero maturate le condizioni necessarie. Nel 1927, la sinistra è stata messa in minoranza, con Trockij espulso dal partito, mentre Zinov’ev e Kamenev, accettavano le tesi di Stalin. La nuova maggioranza ha potuto così imputare all’ideologia trockijsta la responsabilità delle difficoltà che l’URSS doveva affrontare nell’organizzazione della propria industrializzazione, provvedendo ad eliminare tutti coloro che in tale ideologia si identificavano.

Nel 1928, la nuova maggioranza, liberatasi del trockijsmo, ha inaugurato la politica di industrializzane accelerata dell’URSS, fondata principalmente sulla collettivizzazione del settore agricolo, a spese, oltre che degli operatori agricoli, anche dell’intera popolazione e, in generale, di tutta la forza lavoro, parte della quale costretta al lavoro forzato. Alla fortissima accelerazione che Stalin ha impresso al processo di industrializzazione si è opposto Bucharin (supportato da Aleksey Rykov e Mikhail Tomsky), perché convinto che fosse più conveniente dal punto di vista economico e da quello sociale conservare la presenza all’interno del sistema economico sovietico di ciò che ancora residuava delle attività agricole orientate al mercato.

Gli esiti negativi della collettivizzazione hanno spinto successivamente Bucharin a rimproverare a Stalin una politica improvvisata e troppo empirica; secondo Bucharin, la questione si poneva in termini molto diversi; in sostanza, egli affermava che, perché il settore agricolo collettivizzato non era ancora in grado di fornire sufficienti surplus, era necessario normalizzare i rapporti con i ceti contadini. Stalin era invece di tutt’altro avviso: a sua parere, fino a quando il settore agricolo non fosse stato in grado di risolvere il problema della fornitura delle risorse agricole necessarie per sostenere il processo di industrializzazione, era indispensabile ricorrere alle misure straordinarie della sua collettivizzazione.

In altre parole, mentre Stalin riteneva che lo scambio non equivalente (tra industria e agricoltura) e la presenza del mercato fossero due cose incompatibili, in quanto la seconda ostacolava la prima. Bucharin, invece, sosteneva che il drenaggio delle risorse agricole dovesse effettuarsi in termini meno drastici, attraverso una parziale conservazione dei meccanismi di mercato. Nessuno dei due aveva ragione: da un lato, infatti, era assurdo pensare che attraverso la conservazione di un certo numero di unità di produzione agricole orientate al mercato fosse possibile drenare coercitivamente le risorse agricole, per supportare lo sviluppo accelerato dell’industria pesante; dall’altro lato, era altrettanto assurdo non pensare che il ricorso a misure eccezionali avrebbe compromesso, non solo l’equilibrato rapporto tra settore agricolo e settore industriale, ma avrebbe, anche e soprattutto, comportato il “tradimento” delle finalità democratiche ed equitative sul piano distributivo della Rivoluzione d’Ottobre.

Il realismo di Stalin è riuscito tuttavia ad imporsi, respingendo l’appello alla prudenza lanciato dalla destra del partito espressa principalmente da Bucharin, Rykov e Tomski. Contro di essa non ha tardato ad abbattersi l’”ira” di Stalin con il processo del 1938, intentato contro il cosiddetto “blocco trotskista di destra”, che ha coinvolto 21 imputati, accusati dal procuratore Andrej Vyšinskij dei crimini più assurdi e più gravi. Con la morte di gran parte degli imputati e con l’impiego del terrore, Stalin è riuscito così a liberarsi dell’ultimo grande ostacolo che si opponeva alla realizzazione della società socialista attraverso il culto della sua personalità.

Poteva essere evitato il dramma che ha portato alla soppressione fisica di molti di coloro che avevano animato il dibattito sulle modalità di realizzazione di un processo di accumulazione sufficiente a sostenere l’industrializzazione all’interno di un sistema sociale arretrato in condizioni di libertà di opinione e di equità distributiva? Forse si, se i partiti comunisti occidentali, nati dalla scissione dei vecchi partiti socialdemocratici per volontà della dirigenza rivoluzionaria russa, anziché “infangare” – come afferma D’Arcais – in modo vergognoso molte personalità rivoluzionarie e appoggiare il satrapo georgiano nei processi-farsa (coi quali ha mandato quelle personalità “sotto terra”, perché a lui contrarie), avessero concorso ad arricchire il dibattito, sostenendo che l’equilibrato rapporto tra i due settori portanti del processo di accumulazione (quello agricolo e quello industriale) non poteva essere garantito, in mancanza della possibilità di effettuare il “calcolo economico” senza la presenza di un mercato generale, attraverso l’impiego di prezzi determinati su basi amministrative.

I partiti comunisti dell’Occidente si trovavano nelle condizioni migliori per “ammansire” la politica terroristica di Stalin, portando, ad esempio, a sostegno delle posizioni di Bucharin e compagni, i termini del dibattito in corso in Occidente all’interno dell’analisi economica, riguardante l’impossibilità del razionale calcolo economico in un sistema sociale, privo, sia del mercato, che della libertà di scelta dei gestori delle attività economiche collettivizzate.

Responsabile di questo atteggiamento dei partiti comunisti occidentali è stata anche una parte della corporazione tradizionale degli economisti, studiosi delle condizioni di funzionamento delle economie di mercato; questi, convertiti sulla “Via di Damasco” dalla Rivoluzione d’Ottobre, hanno elaborato una teoria della pianificazione, che ha spinto i partiti comunisti occidentali a schierarsi a sostegno delle tesi staliniste, ignorando le critiche che venivano rivolte a tale teoria e sostenendo la “superiorità” dell’impiego del piano in luogo del mercato regolato.

I partiti comunisti occidentali hanno continuato per decenni a tacciare di trockijsmo tutti coloro che mettevano in evidenza i guasti sociali ed economici dell’impiego discrezionale della pianificazione in luogo del mercato, come strumento di governo del funzionamento del sistema economico; in tal modo, essi, hanno continuato ad “infangare”, per anni chi (come Bucharin) tentava, pur da posizioni parzialmente vere, di salvare il senso e il fine che avevano ispirato la Rivoluzione d’Ottobre: l’abbattimento di ogni forma di potere autocratico e la realizzazione di una società equa sul piano della distribuzione del prodotto sociale.

È stata necessaria la crisi del sistema del socialismo reale, perché i comunisti occidentali riconoscessero il fallimento delle economie pianificate di stampo totalitario in Russia e nell’Europa dell’Est, e riconoscessero anche che, mentre la costruzione della società socialista attraverso l’impiego della pianificazione e del terrore falliva in URSS, la realizzazione di una società conforme, sebbene ancora parzialmente, alla soddisfazione dei principi della Rivoluzione del 1789 aveva successo in Occidente, con il contributo di quei partiti socialdemocratici, tanto “infangati” da quelli comunisti.

I partiti socialdemocratici, infatti, dopo aver subito gli attacchi disgreganti dell’ortodossia leninista, con le loro idee e la loro forza, hanno concorso a realizzare un’organizzazione sociale fondata sull’equilibrio tra “libertà di scelta, efficienza nell’uso delle risorse e giustizia sociale”; ciò che avrebbe dovuto costituire l’obiettivo irrinunciabile di quanti hanno operato in Russia dopo l’evento rivoluzionario.

Gianfranco Sabattini

Messico, Stati Uniti, Cina
e il ruolo dei Paesi “emergenti”

bricsOspitando di recente il vertice dei cosiddetti Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), la Cina ha esteso l’invito anche a Paesi da essa ritenuti “mercati emergenti”, ovvero Egitto, Messico, Guinea, Tailandia e Tajikistan. Xi Jinping, presidente di turno della riunione dei BRICS dal gennaio 2017, è convinto che il ruolo dei Paesi “emergenti” sia fondamentale per la ripresa dell’economia mondiale e, conseguentemente, delle esportazioni del grande Paese asiatico.

La Cina ha approfittato della riunione dei BRICS per cogliere tutti gli aspetti positivi della rilevanza economica che, in prospettiva, i Paesi invitati possono presentare dal punto di vista della sua strategia geopolitica globale, volta a favorire e a proteggere i propri interessi economici nel mondo; tra i “new comers”, nell’agenda geoeconomica e politica della Cina, il Messico assume una rilevanza particolare, non solo per il potenziale protagonismo che potrà svolgere in tutta l’America Centrale, ma anche, e soprattutto, per via della rilevanza strategica, sempre a fini economici, che esso riveste, per la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti, competitori cinesi a livello globale.

Se valutato da lontano e in modo molto distaccato (come, ad esempio, potrebbe capitare ad un osservatore europeo), l’interesse della Cina per il Messico potrebbe sembrare solo meritevole di attenzione per l’approfondimento del come sta andando il mondo dell’economia globalizzata, la cui stabilità alla Cina sta a cuore, al fine di potenziare i mercati di sbocco internazionali alle sue esportazioni. Sennonché, la vicinanza geografica del Messico agli Stati Uniti e l’interesse, anche pacifico, nutrito per esso dalla Cina, sono tali da indurre il mondo a non dormire “sonni tranquilli”, soprattutto in considerazione delle promesse elettorali assunte da Trump; promesse che, se saranno “onorate”, avranno come destinatari, da un lato, i messicani, per ragioni identitarie rivendicate dal ceppo dominante germanico-anglosassone della popolazione statunitense, e, dall’altro lato, il Messico, in quanto membro del Trattato Nordamericano per il Libero Scambio (NAFTA), stipulato nel 1992 tra i Capi di Stato degli Stati Uniti, del Messico e del Canada; trattato, questo, che Trump vorrebbe rinegoziare, se non annullare del tutto.

La percezione della minaccia identitaria da parte della popolazione USA deriva dal fatto che essa è costituita per il 17% da soggetti censiti come “ispanici” e che i messicani con cittadinanza americana sono, sul piano nazionale, più dell’11%; ciò che più conta è che gli “ispanici”, per lo più costituiti da messicani, sono concentrati negli Stati contigui alla frontiera messicana, mentre i due terzi dei messicani americanizzati risiedono negli Stati del Texas e della California, dove superano il 30% della popolazione. Se la tendenza all’”ispanizzazione” del Sud-Ovest degli USA dovesse continuare, sarà inevitabile la formazione di una comunità potenzialmente secessionista, aspirante – afferma l’”Editoriale” di Limes n. 8/2017 – “all’indipendenza o al rango di polo settentrionale di un Grande Messico”; da ciò potrebbe derivare, pur senza minarne lo “statuto territoriale”, la “trasfigurazione” della nazione statunitense in “Stato binazionale”, e potenzialmente essere causa di una seconda guerra civile, che determinerebbe il crollo del ruolo imperiale dell’ora potente Stato nordamericano.

La crisi identitaria trasferita sul piano economico diventa fonte di ragionamenti più sottili. Gli Stati Uniti Messicani si estendono per quasi due milioni di chilometri quadrati, con circa 130 milioni di abitanti, associati al G20 (cioè al gruppo dei Paesi più industrializzati del mondo, che producono oltre l’80% del PIL mondiale), classificati all’undicesimo posto nella graduatoria mondiale della produzione del PIL espresso in termini di potere d’acquisto; essi, pur non essendo dotati di una grande forza militare, potrebbero trasformarsi in un’”insidia” ai danni del “potente vicino”. Ciò accadrebbe se il Messico si offrisse come “piattaforma di una superpotenza asiatica”, che intendesse portare la sfida agli USA oltre il campo strettamente economico. Questo scenario è per ora del tutto improbabile; ma il timore di Washington è che il Messico potrebbe trasformandosi in “vettore di una grande rivoluzione demografica capace di corrodere fatalmente la costituzione culturale e geopolitica degli Stati Uniti d’America”, attraverso l’aumento dell’incidenza sulla popolazione americana del ceppo “ispanico”.

La percezione del pericolo dello stravolgimento identitatrio, da parte del gruppo dominante delle popolazione americana (costituito dai cosiddetti “WAPS”, acronimo che sta per “bianchi-anglosassoni-protestanti”), è corroborata e resa ancora più preoccupante dalla storia del Messico, in quanto erede di una parte considerevole del territorio che, dal 1535 al 1821, ha rappresentato l’attore geopolitico della Nuova Spagna. Nella prima metà del XIX secolo, gran parte del territorio messicano è stato inglobata, “manu militari”, dagli Stati Uniti d’America, dando origine ad una dolorosa memoria che “è penetrata nella coscienza dei messicani”, sino a trasformarsi in un diffuso irredentismo che “serpeggia sia nella diaspora messicana che nella madrepatria”.

Questo irredentismo, stimolato anche dal pensiero di chi da tempo, seguendo le idee di Samuel Huntington, l’autore di “Lo scontro delle civiltà”, non cessa di denunciare la pericolosità dell’immigrazione messicana, in quanto causa dell’aumento della probabilità che le tensioni demografiche, concentratesi lungo il confine meridionale degli USA, tendano ad esplodere in conflitto aperto, i cui effetti negativi non tarderebbero ad assumere una dimensione globale sul piano economico, ma anche su quello politico.

Le difficoltà economiche in cui versa attualmente il Paese favoriscono l’aumento del clima di sfiducia che Città del Messico ha accumulato nei confronti del potente vicino, per via, non solo dell’impegno pre-elettorale assunto da Donald Trump di costruire una barriera anti-immigrazione da costa a costa sul Rio Grande (il fiume che segna il confine meridionale degli USA), ma anche di voler rinegoziare il Trattato di Libero Scambio, che lega l’economia messicana alle economie statunitense e canadese.

Gioverebbe realmente agli USA completare la costruzione del muro e rinegoziare il NAFTA? Per molti osservatori e studiosi delle relazioni internazionali, non è da escludere che Trump, considerata la posizione geopolitica del Messico, sia indotto ad affievolire gli impegni assunti durante la campagna elettorale; secondo l’”Editoriale” di Limes, non fosse che per un motivo di natura geopolitica, gli Stati Uniti non possono permettersi di confinare con un vicino in crisi economica.

Al riguardo si osserva che, negando il necessario sostegno all’economia messicana per il superamento della crisi che lo affligge, gli USA dovrebbero accettare l’esistenza di un “buco nero” alla propria frontiera del Sud, che potrebbe rendere conveniente per il Messico aprirsi verso un rivale strategico come la Cina. Le difficoltà dell’economia messicana e la debolezza delle istituzioni di Città del Messico non possono che costringere Washington a supportare l’economia in crisi e ad aiutare le istituzioni per affievolirne l’interesse ad approfondire le relazioni con rivali strategici. Conseguentemente, all’amministrazione Trump resterebbe il gravoso compito di valutare se agli Stati Uniti d’America convenga completare la costruzione del muro di sbarramento sul Rio Grande; secondo Germano Dottori (“Il muro della discordia”, in Limes n. 8/2017), sondaggi demoscopici recenti attestano “come il consenso al completamento del muro non sia più maggioritario negli Stati Uniti”, in quanto favorevole alla realizzazione del tratto mancante della barriera sarebbe ora il 37% degli elettori, contro il 56% che invece vi si oppone.

Ugualmente problematica sarebbe per Trump la decisione di rinegoziare il NAFTA; gli “interessi confliggenti – afferma Fabrizio Maronita (“Rinegoziare il NAFTA? Buona fortuna, Mr Trump”, Limes n. 8/2017) – degli attori economici statunitensi, prima ancora che dei governi [degli Stati coinvolti] rendono difficile alla Casa Bianca enucleare obiettivi negoziali chiari e universalmente accettati”. Inoltre, un possibile ritiro unilaterale dal NAFTA sarebbe molto oneroso per l’economia americana; un recente studio ha calcolato “in 5 milioni di posti di lavoro statunitensi che dipendono in un modo o nell’altro dal commercio con il Messico, un buon numero dei quali sarebbe messo a repentaglio dal ripristino delle barriere doganali e dalle eventuali ritorsioni che un partner commerciale ‘tradito’ potrebbe infliggere”. Quanto tutto ciò sia poco probabile possa accadere, basta considerare che il 60% delle merci canadesi e messicane importate dagli Stati Uniti sono beni intermedi che alimentano la manifattura statunitense.

Inoltre, con la rinegozziazione del NAFTA, o col ritiro unilaterale da esso degli USA, verrebbero colpite aree economiche elettoralmente strategiche per Trump, quali quelle dell’Idaho, dello Iowa e del Nebraska; ma l’area più colpita sarebbe quella del Texas, la cui economia dipende in larga parte dagli idrocarburi, con un export verso il Mexico pari al 6% del PIL, ben maggiore della media nazionale dell’1,3%.

Nell’ipotesi in cui Trump tenesse fede agli impegni assunti in sede pre-elettorale, l’America sarebbe esposta al rischio di un iter negoziale lungo e difficile, destinato a durare “mesi, se non anni”. Alla fine però spetterebbe agli organi legislativi l’approvazione dei risultati dei negoziati; questi organi sarebbero chiamati ad operare sotto la spada di Damocle rappresentata dall’influenza che la rinegoziazione (o denuncia unilaterale) del NAFTA avrebbe sull’elettorato in collegi che coincidono con le circoscrizioni elettorali favorevoli a Trump; è quindi probabile che questi, al fine di non logorarsi il favore delle circoscrizioni che hanno concorso alla sua elezione a presidente, sia indotto ad essere più cauto in materia di revisione (o di denuncia unilaterale) del NAFTA.

Resta, tuttavia, il problema del possibile approfondimento dei rapporti tra il Massico e la Cina; per tutte le ragioni esposte riguardo all’importanza geopolitica che il Messico riveste per gli USA, le possibili relazioni future tra Pechino e Città del Messico, secondo Niccolò Locatelli (”Messico-Cina, ovvero quando l’alleato strategico è un rivale”, in Limes, n. 8/2017), rientrano “in un triangolo che comprende Washington”; ciò perché il Messico è ora in una situazione di debolezza nei confronti, sia della Cina che degli USA. Di conseguenza, se il Messico volesse “trarre qualche beneficio dal ‘partner strategico’ asiatico, spendibile nei confronti degli USA, deve consolidare il proprio sistema Paese”. La possibilità del consolidamento del proprio sistema sul piano economico costituisce il “tallone di Achille” di Città del Messico; i responsabili del governo messicano si troveranno a dover fare i conti col fatto che gran parte dei vantaggi attesi dall’entrata in vigore del NAFTA nel 1994, sono stati ridimensionati con l’ammissione della Cina nel 2001 all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

La riduzione o la eliminazione delle barriere tariffarie sui prodotti cinesi, conseguenti all’ammissione del “gigante asiatico” al WTO, ha comportato che la Cina, in capo a pochi anni, superasse il Messico nelle esportazioni verso gli Stati Uniti, trasformandosi così da possibile “alleato strategico” di Città del Messico, in pericoloso “competitore economico”, proprio rispetto al mercato statunitense verso il quale attualmente sono dirette oltre l’80% delle esportazioni messicane. Pertanto, l’impatto dell’ammissione della Cina al WTO si è trasformato in un evento devastante, rispetto al proposito perseguito dal Messico di potenziare il proprio sistema Paese, al fine di attenuare la propria dipendenza dal “potente vicino”.

Così stando le cose, quali prospettive si offrono al Messico per supportare la propria crescita e il proprio sviluppo in condizioni di sufficiente autonomia dai pesanti vincoli esterni? Certamente, l’invito da parte della Cina, suo più diretto “rivale economico”, a partecipare alla riunione dei BRICS non servirà allo scopo; perciò, sembra che al Messico non resti che “sfruttare”, come viene detto nell’”Editoriale” di Limes, la sua “prossimità agli Stati Uniti”. La vicinanza alla superpotenza americana, pur letta spesso in negativo, per via dello scambio ineguale esistente tra i due sistemi in ogni ambito, consente al Paese di capitalizzare il “vettore di potenza” espresso dalla diaspora negli Stati Uniti delle comunità di emigrati messicani; utili questi, non solo per le rimesse, ma anche e soprattutto, per indurre gli “States” a convincersi che è nel loro interesse avere a cuore le sorti e le aspirazioni del vicino più debole, riservandogli un trattamento di riguardo in tutti sensi. Ciò, nel convincimento che oltre il Rio Grande non c’è solo un partner del Trattato di Libero Scambio, ma anche un “potenziale rivale”. Certo, non in grado di piegarli, ma di poter “contribuire a minarne identità e vocazione imperiale”.

Povero Messico: per sopravvivere e gestire il proprio futuro in condizioni di autonomia, sarebbe costretto a intessere rapporti con il suo confinante settentrionale, attraverso un sottile e difficile gioco di prestigio politico; nell’interesse della pace globale non c’è che da augurargli di avere fortuna e che riesca ad evitare i possibili sbagli nella delicata azione politica che sembra rappresentare l’unica opzione disponibile per evitare il peggioramento delle sue attuali condizioni.

Gianfranco Sabattini

La politica come “medicina del corpo sociale ed economico”

Lehman Brothers Put Their Artworks Up For AuctionIn gran parte del mondo occidentale la crisi dei mutui subprime americani, scoppiata nel 2007/2008, ha dato origine alla Grande Recessione, diffusasi a livello globale per via delle difficoltà cui è andato in contro il mondo bancario coinvolto. Per iniziativa dei singoli Stati, il salvataggio delle banche, a spese dei contribuenti, ha fatto emergere i problemi dell’aggravamento, per il settore pubblico, del debito sovrano e del crescente disavanzo di parte corrente del pubblica amministrazione, proprio a causa dei “pacchetti di salvataggio” in favore delle banche responsabili della crisi. Da quel momento, il debito e la crescita del disavanzo corrente sono diventati gli elementi di maggiore preoccupazione per le agende politiche dei Paesi colpiti dalla crisi.

In molti di questi Paesi, tra i quali l’Italia, i governi hanno reagito alle difficoltà economiche adottando rigorosi programmi di austerity, mentre altri hanno optato per l’adozione di provvedimenti che fungessero da stimolo all’economia. I Paesi che hanno adottato (spesso obtorto collo) la “cura” dell’austerity), l’hanno applicata al precario “stato di salute del corpo economico” con “ricette” che hanno ignorato quasi del tutto gli effetti negativi, in termini di costi, sul “corpo sociale”. A sostenere questa tesi sono due studiosi, David Stuckler e Sanjay Basu, economista specializzato in salute pubblica e docente di sociologia, il primo; epidemiologo all’Università di Stanford, il secondo.

In ”L’economia che uccide”, i due autori sostengono che il ricorso all’austerity non ha consentito di conseguire i risultati positivi sperati, in quanto di è mancato di considerare, o non si è attentamente valutato, che l’”applicazione indiscriminata di drastiche misure di austerity” non era la soluzione, ma parte del problema; ciò, perché i governi che hanno operato la scelta dell’austerity non hanno soltanto “rallentato la ripresa economica”, ma hanno anche causato “un costo elevatissimo in termini di vite umane”. I due autori sono pervenuti a questa conclusione, dopo aver preso in esame una cospicua mole di dati relativi al periodo compreso tra la Grande Depressione del 1929/1932 e la Grande Recessione iniziata nel 2007/2008, dimostrano che la causa del disagio del “corpo sociale” non è lo stato di crisi in sé del corpo dell’economia, ma la “risposta della politica, che può rivelarsi una questione di vita o di morte”.

Sulla scorta dei dati e delle informazioni raccolte, l’economista e l’epidemiologo hanno studiato l’impatto delle misure adottate dai singoli governi negli ultimi dieci anni (gli anni nell’arco dei quali si è svolto il processo della Grande Recessione) ed accertato che l’austerity non è stata solo controproducente sul piano economico, ma anche “funesta” per lo stato di salute del “corpo sociale”, per via dell’aumento dei suicidi, degli stati depressivi ed anche delle diffuse sofferenze esistenziali, per quanto non tutte statisticamente rilevabili, patite dalle popolazioni.

Poiché, secondo Stuckler e Basu, l’austerity è una scelta politica e, quindi, non obbligata, i suoi effetti negativi potevano essere evitati ricorrendo a scelte alternative possibili, come stanno a dimostrare l’esperienza recente dell’Islanda, ma anche quella, storicamente più remota, vissuta per contrastare la Grande Depressione negli Stati Uniti. Le crisi, se lette con responsabilità, rappresentano un’opportunità, che può permettere “di riorganizzare le priorità della società e orientare la barra del sistema economico verso un futuro più sano e felice”. A tal fine, però, occorre la necessaria volontà politica, attenta a tener conto dei successi e, soprattutto, dei fallimenti, al fine di rimediare alle scelte sbagliate.

Secondo gli autori, il corpo economico di un Paese non esprime solo le qualità del sistema produttivo del quale tutti i componenti di una popolazione si avvalgono, ma anche “gli effetti delle politiche economiche” attuate sul loro stato di salute. Le politiche economiche non sono gli “agenti patogeni né i virus” che causano i disagi del corpo sociale; esse, però, secondo gli autori, “sono la cause primigenie del cattivo stato di salute, ovvero i fattori sottostanti che determinano chi sarà esposto ai maggiori rischi di ammalarsi”. Sono infatti le forze economiche – essi affermano – “a determinate chi avrà più probabilità di darsi all’alcol, contrarre la tubercolosi in un ricovero per senza tetto o cadere in depressione”.

Tuttavia, anche se le politiche adottate non costituiscono le premesse dei rischi cui può essere esposto lo stato di salute dei destinatari dei loro effetti, esse però concorrono a determinare, per molti, la probabilità di non riuscire a “riprendersi da un periodo sfortunato”. E’ questo il motivo che consente agli autori, sulla scorta dei dati da loro raccolti, di affermare che anche piccole variazioni della spesa pubblica relative al corpo economico possono produrre effetti positivi sul corpo sociale, a patto che le politiche economiche siano adottate secondo gli stessi standard procedurali “applicati alle sperimentazioni cliniche”; ovvero, che esse siano basarle sui fatti e siano appropriate per proteggere la salute della popolazione durante i periodi difficili. Ogni sistema di sicurezza sociale, quale può essere l’organizzazione del welfare, può “salvare vite umane”, a condizione che le risorse delle quali il sistema di sicurezza sociale esistente dispone siano gestite correttamente; i programmi di protezione sociale, infatti, se attuati tenendo conto degli effetti causati sul corpo sociale, non mandano in disavanzo irreversibile i bilanci pubblici, ma possono, al contrario, sostenere la crescita del prodotto sociale e migliorare la salute della popolazione.

L’austerity praticata da molti Paesi durante la Grande Recessione non ha avuto successo, perché – affermano gli autori – essa non è stata giustificata, né da “numeri convincenti”, né da una “logica stringente”; essa è stata solo un’ideologia economica, nata “dalla convinzione che il libero mercato e il limitato intervento regolatore dello Stato fossero sempre da preferirsi al coinvolgimento diretto dello Stato nella cura del corpo economico: l’austerity è stata “un mito costruito ad arte”, condiviso dai politici per compiacere coloro che avevano specifici interessi a restringere il ruolo dello Stato. I politici che hanno sostenuto la validità dell’austerity per il contenimento o la riduzione del debito sovrano e del disavanzo di parte corrente dello Stato hanno di solito promesso che le sofferenze ad essa riconducibili sarebbero state di breve periodo e che avrebbero prodotto vantaggi futuri; si è trattato di una “promessa che si è rivelata falsa nel passato e nel presente”.

Secondo gli autori, all’austerity può essere opposta un’alternativa, espressa dalla “scelta democratica”, quale quella effettuata dall’Islanda all’inizio della Grande Recessione; il Paese, colpito, come molti altri, dalla crisi bancaria, era “spinto” ad adottare l’ideologia dell’austerity; l’opposizione popolare ha indotto la classe politica ad effettuare una scelta diversa: il governo islandese non ha sopperito ai debiti delle banche, e dopo aver chiesto un prestito al Fondo Monetario Internazionale ed imposto un “blocco” dei capitali, al fine di impedirne la fuga, è riuscito a non “tagliare” il welfare e a tenere stabili i consumi, rilanciando la crescita senza peggiorare lo stato di salute della popolazione.

Anche nel passato, l’austerity è stata la scelta privilegiata per curare la crisi dell’economia: in momenti ancora più difficili, come quelli vissuti al tempo della Grande Depressione, gli Stati Uniti hanno adottato programmi come il New Deal, inaugurato da Franklin Delano Roosevelt. Questa politica, non solo ha consentito di scongiurare gli effetti negativi della depressione che rischiavano di abbattesi sulla popolazione, ma ha anche consentito di dare vita, con il Social Security Act, a un esteso piano di protezione sociale, sconfiggendo quelli che venivano indicati dall’immaginario collettivo come i “cinque giganti”: il bisogno, la malattia, l’ignoranza, la miseria e l’ozio.

Se nel fronteggiare gli effetti di una crisi del corpo economico si opta per la scelta democratica, occorre – affermano Stuckler e Basu – che sia compiuta preventivamente un distinzione tra “politiche che sono sostenute dai fatti e quelle che non lo sono”; ciò impedirà consentirà di evitare che le decisioni assunte siano basate su ideologie e convinzioni prive di ogni evidenza fattuale, evitando così che i politici, di destra o di sinistra, al contrario di quanto normalmente accade, adottino delle decisioni permeate di pregiudizi e non supportate da prove concrete. A tal fine, i cittadini devono poter avere accesso a tutte le informazioni, per promuovere un ampio dibattito pubblico, al termine del quale partecipare all’assunzione delle decisioni finali, cui i politici, eletti democraticamente, dovrebbero attenersi.

Per interrompere la pratica dell’austerity, occorre quindi democratizzare i processi decisionali che sottostanno alle politiche finalizzate a contrastare le fasi negative del ciclo economico; l’esperienza dimostra – sostengono gli autori – che la “scelta democratica” è sempre stata coronata da successo; in tutti i casi in cui essa è stata assunta, l’”economia si è ripresa e la salute delle persone è migliorata”. Perché la scelta democratica sia efficace, affermano Stuckler e Basu, essa deve essere effettuata sulla base di tre principi fondamentali: non nuocere, favorire la diffusione di nuove opportunità di lavoro e investire nella salute pubblica.

Il primo principio (non nuocere) “è la regola più antica e più importante della professione medica”; affinché la democrazia sia realmente la regola posta alla base delle decisioni pubbliche, la popolazione deve essere messa nella condizione di valutare le conseguenze delle scelte politiche. Per essere certi che la salute sia realmente presa in considerazione nell’assunzione delle decisioni politiche, dovranno essere introdotti meccanismi istituzionali di controllo della sanità pubblica, il cui compito dovrà essere, non solo quello di “analizzare i programmi governativi”, ma anche quello di “spiegare ai cittadini l’effetto delle scelte politiche sulla loro salute”.

Il secondo principio (favorire la diffusione di nuove opportunità di lavoro) è nei periodi di difficoltà “la migliore medicina”. La disoccupazione e la perdita del reddito sono “tra i più importanti fattori che determinano un cattivo stato di salute delle popolazioni durante una crisi economica”. Se il corpo economico si risolleva dopo una crisi, ma la disoccupazione di una parte della forza lavoro permane insistente, non si può parlare, come affermano giustamente gli autori, di una ripresa che riguardi anche il corpo sociale. Programmi di aiuto o di assistenza dei disoccupati, che siano unicamente finalizzati a combattere l’indigenza e la povertà nei periodi di crisi, non sono quelli più convenienti dal punto di vista dello stato di salute del corpo sociale; i programmi più convenienti sono invece quelli che mirano ad offrire opportunità di lavoro autonomo, indipendentemente dal reinserimento dei disoccupati nel mercato del lavoro. Questi programmi permettono, non solo di risparmiare le risorse pubbliche erogate per indennità di disoccupazione, ma anche di rinforzare la crescita del corpo economico e dello stato di salute del corpo sociale. Perché gli stimoli siano volti a conservare attiva la forza lavoro, occorre che essi siano realmente innovativi rispetto a quelli tradizionali, di solito orientati a preoccuparsi della crescita del corpo economico, trascurando, in tal modo, lo stato di salute di quello sociale

Il terzo principio (investire nella salute pubblica) assume rilievo soprattutto nei periodi di crisi del corpo economico; nel momento in cui “le persone soffrono a causa della recessione, i politici dovrebbero darsi da fare per proteggere la popolazione dai pericoli della disoccupazione e della povertà”, preoccupandosi degli effetti sul piano dello stato di salute fisica e mentale della forza lavoro che quei pericoli possono causare. Per evitare le conseguenze di tali effetti, i provvedimenti di politica economica dovrebbero essere orientati a considerare gli effettivi stati di bisogno dei soggetti, intesi come componenti del corpo sociale e non, semplicemente, quali componenti del corpo economico.

In conclusione, al fine di assicurare l’adeguatezza rispetto a “una ripresa reale e duratura” dell’economia, le misure di politica economica di solito adottate nei periodi negativi del ciclo richiedono una revisione delle procedure con cui sinora si è operato. Nei momenti di crisi, il vero fine consiste nel rilancio della crescita attraverso un funzionamento stabile del corpo economico, che non peggiori, ma possibilmente migliori, lo stato di salute del corpo sociale.

Gianfranco Sabattini

L’incubo della realizzazione
del sogno europeo

euro-crack

I risultati elettorali verificatisi di recente in molti Paesi europei non “spengono le preoccupazioni di quanti credono nel possibile avanzamento del processo di integrazione dell’Europa. “Dopo anni di retorica europeista, la retorica antieuropeista, ancora più violenta, domina la scena”; così afferma Luigi Zingales, in “Europa o no. Sogno da realizzare o incubo da cui uscire”. Il libro, per quanto sia comparso in libreria qualche tempo fa, conserva ancora nelle argomentazioni di fondo la sua validità, alla luce delle situazioni politiche che si stanno profilando all’interno dei principali Paesi europei; situazioni che si preannunciano non certo favorevoli alle riforme dei Trattarti, che molti, ad iniziare da Emmanuel Macron, propongono, perché il processo di integrazione politica dell’Europa possa riprendere il cammino interrotto dalla Grande Recessione, dei cui effetti molti Paesi membri del progetto europeista, tra i quali l’Italia, stentano ancora a liberarsi.

Al centro delle proposte di riforma c’è il problema delle moneta unica, l’euro, i cui costi e benefici, per quanto difficili da valutare, per i Paesi che l’hanno adottato, afferma Zingales, sono stati diversi, a seconda delle situazioni in cui ogni Paese si è trovato, ma anche del modo in cui lo stesso si è avvalso dei benefici, quando questi si sono manifestati. Per capire dove stanno i motivi per cui l’euro è al centro delle apprensioni di molti, occorre – a parere di Zingales – avere presenti i processi politici che dai Trattati degli anni Cinquanta di Parigi e di Roma si è giunti sino a quello di Maastricht; al riguardo, Zingales ha l’intento di rimuovere l’”indifferenza e l’ignavia”, sempre presenti nel dibattito sull’euro; che si sia pro o contro la moneta unica europea, egli intende fornire “non solo validi argomenti a favore della propria posizione, ma soprattutto stimoli di riflessione”; ciò perché in ballo – egli afferma – c’è “più che un’idea: c’è il destino di un Paese e di un intero continente”.

Nei discorsi ufficiali, si sottolinea il fatto che l’idea di Europa sia nata per merito soprattutto di due politici francesi, Robert Schuman e Jean Monnet; entrambi motivati dalla necessità, dopo due guerre mondiali, di “eradicare per sempre la guerra dall’Europa”. Ispirata da questo sogno, la politica francese si è mossa inizialmente – afferma Zingales – “lungo tre direttive: la prima era quella di impedire un nuovo rafforzamento della Germania; la seconda era finalizzata a realizzare un’adeguata “equidistanza” tra Inghilterra e Stati Uniti d’America, da un lato, e l’Unione Sovietica, dall’altro; la terza direttiva aveva per scopo il rafforzamento economico e militare della Francia nei confronti della Germania.

La strategia politica fondata su queste tre direttive ha trovato un ostacolo pressoché insormontabile nel “radicalizzarsi della Guerra fredda”, che ha imposto obtorto collo il rafforzamento, quanto meno economico, della Germania, in considerazione anche della sua posizione strategica rispetto alla Cortina di ferro, che divideva gli schieramenti contrapposti: quello delle democrazie popolari dell’Europa orientale, egemonizzato dall’URSS e quello delle democrazie occidentali egemonizzato dagli USA. L’opposizione dell’America alla strategia diplomatica francese, ha indotto Monnet a cambiare la sua opposizione intransigente al ricupero economico della Germania in un “piano di collaborazione” tra tutti i Paesi occidentali, inclusa la stessa Germania. Da qui, secondo Zingales, è nata nel 1950 la proposta di Schuman di “creare una singola autorità […] per controllare la produzione del carbone e dell’acciaio in Francia e Germania”.

La proposta di Schuman è stata accolta immediatamente dalla Germania, che l’ha valutata come la via per riaccreditarsi a livello internazionale, tanto più che Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo accettavano anch’essi di aderire. Nel 1951, è stata, così creata la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), che ha dato luogo alla creazione della Comunità Europea, prima, e all’Unione Europea, dopo. Ma i francesi, malgrado l’impegno profuso nella costituzione del nucleo originario del “progetto europeo”, la CECA, per ragioni politiche, ma soprattutto per timore della Germania, ne hanno boicottato – afferma Zingales – “ogni ulteriore sviluppo. Infatti, gia nel 1952, quando i sei Paesi, che avevano firmato il Trattato istitutivo della CECA, hanno firmato il Trattato istitutivo della Comunità Europea di Difesa (CED), che prevedeva tra l’altro anche l’istituzione di una comunità politica europea, il Parlamento francese non ha ratificato quel Trattato.

Tuttavia, osserva Zingales, per quanto “l’Unione Europea non abbia quelle nobili origini che oggi tutti vogliono attribuirle, nulla toglie al fatto che sia stata un’idea geniale”, che ha contribuito alla crescita economica e sociale dell’Europa; però, se non si hanno ben chiare le origini, non sempre collaborative, delle iniziative volte a realizzare l’integrazione europea, “diventa difficile comprenderne gli ulteriori sviluppo” e i dibattiti che di tempo in tempo si sono svolti. In particolare, diventa difficile rendersi conto del perché, nonostante il “ruolo fondamentale giocato dai politici francesi, come Monnet e Schuman prima e Jacques Delors poi, la Francia sia rimasta per lo più ambivalente di fronte al progetto di integrazione”: utilissimo in funzione antitedesca, ma valutato lesivo degli interessi nazionali quando il progetto richiedeva la condivisione del potere politico.

A parere di Zingales, dopo la mancata ratifica da parte del Parlamento francese del Trattato che prevedeva la realizzazione di una difesa comune, ma anche l’istituzione di una comunità politica europea, a rilanciare il progetto europeista è stato soprattutto Konrad Adenauer, il quale ha avuto l’intuizione di dargli un nuovo indirizzo rispetto a quello impressogli da Monnet. Il modello di quest’ultimo, che era valso a costituire la CECA, era fondato sull’istituzione di un’Autorità sopranazionale che controllasse la gestione di un comparto economico considerato strategico; il modello tedesco, invece, prevedeva la formazione di un’area di libero scambio, protetta da un un’unione doganale che avrebbe protetto le economie dei Paesi aderenti nei confronto della concorrenza dei Paesi terzi.

La Germania, secondo Zingales, avrebbe operato questa scelta “proprio per coinvolgere la Francia, riducendo il rischio di future tensioni tra i due Paesi”. Il risultato è stato la creazione del “Mercato Europeo Comune”, ma anche – chiosa Zingales – l’attuazione di “una politica agricola terribilmente protezionista”, che ha ritardato il miglioramento dell’efficienza di molte attività agricole. Tuttavia, sebbene la politica agricola europea non sia risultata ottimale, l’unione doganale ha impedito che i Paesi aderenti fossero vittime di tentazioni protezionistiche. Inoltre, dal punto di vista politico, il processo di integrazione realizzato con l’istituzione del mercato europeo comune è stato un’enorme successo, in quanto ha consentito all’Europa, non solo di vivere un lungo periodo senza guerre, ma anche di realizzare un progetto di stato di sicurezza sociale inclusivo, attraverso l’attuazione di un’estesa equità distributiva e, con questa, un sostanziale rafforzamento delle istituzioni democratiche.

Con gli anni Settanta e Ottanta, la crisi dei mercati energetici e di quelli monetari ha segnato il lento esaurirsi della capacità espansiva e propulsiva sul piano dell’integrazione del mercato unico, per cui una ripresa della crescita economica europea poteva avvenire solo attraverso una maggiore integrazione sul piano politico. A rilanciare il processo d’integrazione è stato il francese Jacques Delors, con la proposta di creare una moneta unica, l’euro, la cui attuazione e stata influenzata da “un’altra crisi franco-tedesca”, dovuta al crollo del Muro di Berlino e alla susseguente spinta a riunificare le due Germanie; un evento che – afferma Zingales – “avrebbe alterato mon solo la forza economica relativa di Francia e Germania, ma anche il loro peso politico [a favore della seconda] dentro e fuori la Comunità Europea”.

Se il processo di integrazione europeo è giudicato retrospettivamente sulla base dell’impatto che su di esso ha avuto il rapporto di natura “conflittuale” sempre intercorso, per ragioni storiche, tra Francia e Germania, si può constatare come l’incedere del processo sia avvenuto attraverso una strategia che ha assunto la denominazione di “funzionalismo”; questa strategia ha dato credito – sottolinea Zingales – alla teoria secondo la quale la creazione di istituzioni internazionali, relative ad alcuni aspetti della vita economica, “mette in moto una reazione a catena che produce ulteriori trasferimenti di funzioni [proprie degli Stati nazionali] alle istituzioni internazionali, fino a portare a una completa unione politica”. Per questa via, come pensava Monnet – ricorda Zingales – l’Europa non poteva che essere la risultante delle crisi che si fossero succedute nel tempo, per cui la realizzazione dell’integrazione europea non poteva che coincidere con la “somma delle soluzioni adottate” in occasione delle singole crisi.

Sulla base di questa teoria, a parere di Zingales, gli eurocrati, per lo più francesi, riluttanti all’idea di una reale integrazione politica del Vecchio Continente, si sono arrogati “il diritto di creare le condizioni” più rispondenti alla strategia che la classe politica del loro Paese ha ritenuto di volta in volta più appropriata sul piano dei rapporti con la Germania. E’ accaduto così che l’ideologia europeista degli eurocratti francesi abbia consolidato una strategia dell’integrazione ispirata ad una logica di tipo deduttivo; secondo tale logica, l’integrazione è stata costruita sulla base di postulati indimostrati, quali: l’”unione commerciale favorisce l’unità politica dell’Europa”, o l’”unione monetaria conduce direttamente all’unità politica”, e così via. Ciò ha portato a costruire l’Unione Europea in modo apodittico.

Zingales ritiene che un approccio empirico al processo di integrazione dell’Europa avrebbe consentito di legarlo a fatti, piuttosto che a postulati indimostrati; in tal modo, sarebbe stato possibile tener presente che l’esperienza indica che l’integrazione economica tende ad associarsi con la frammentazione e non con l’unione politica, e che le unioni monetarie seguono quelle politiche e non viceversa. Queste due tendenza si sono rivelate operanti, soprattutto in seguito allo scoppio nel 2007/2008 della Grande Recessione, con riferimento all’adozione dell’euro, intorno al quale in molti Paesi europei si è consolidata una dura contrapposizione politica tra coloro che hanno individuato nella moneta unica la causa degli effetti della crisi e coloro che, invece, vi hanno individuato uno strumento potenzialmente positivo, solo se esso fosse stato utilizzato in modo conveniente.

Uno dei benefici dell’euro – afferma Zingalea – è stato quello di “permettere ai capitali di muoversi liberamente tra i Paesi europei al fine di eliminare qualsiasi differenza nel costo del credito”. Di questo potenziale beneficio, l’Italia non ha saputo approfittare, in quanto non ha saputo utilizzare il risparmio in conto interessi sul debito pubblico per migliorare la produttività della propria base produttiva, non riuscendo in tal modo a stimolare la crescita e a migliorare il reddito degli italiani. Si è preferito, invece, imputare all’euro la responsabilità della mancata crescita e del mancato miglioramento del reddito, dando forza così all’idea di abbandonare la moneta unica e di cessare di fare affidamento sui vantaggi prospettati da un maggiore approfondimento dell’integrazione politica dell’Europa.

Zingales non condivide sia la prospettiva apocalittica di una fuoriuscita dall’euro, sia quella di rinunciare all’integrazione europea; l’Europa – egli sostiene – “è un mezzo, non un fine” e se il fine è la prosperità economica e la coesistenza pacifica, occorre allora che il processo di integrazione sia portato avanti secondo “una visione pragmatica, non fideistica”. Rispetto al passato, occorre avanzare sulla via dell’integrazione, procedendo secondo una visione dell’Unione alternativa a quella sin qui privilegiata e delegando all’Europa i compiti riguardo ai quali essa ha dimostrato di poter assicurare un vantaggio comparato. Tra questi compiti, vi è quello del “ruolo dell’Europa come faro di democrazia e rispetto dei diritti umani”, cui vanno aggiunti quello di garantire l’accesso ad un’economia di mercato affidabile, quello di realizzare consistenti economie di scala nella costruzione di un comune sistema di difesa e, infine, ma non ultimo, quello di organizzare su basi più efficienti la ricerca scientifica e il sistema universitario.

Riguardo all’euro, infine, Zingales ritiene che, sebbene esso possa avere acuito la recessione, non può essergli imputata la crisi dell’Italia, che è strutturale e si sta trascinando da anni; per questi motivi, essa non può essere risolta uscendo dall’euro. Ciò significa che finché la produttività del sistema economico dell’Italia non riprenderà a crescere, non sarà possibile competere in Europa e nel mondo; né sarà possibile sostenere il peso del debito pubblico, indipendentemente dal fatto che si resti nell’Eurozona o si decida di uscirne; infine, se la produttività mancherà di crescere, il futuro dell’Italia sarà molto instabile e problematico. Per tutte queste ragioni, il dibattito in corso nel Paese non dovrebbe concernere se uscire o restare nell’Eurozona, ma cosa occorre fare per migliorare la produttività.

Stando all’analisi complessiva che Zingales ha condotto, riguardo alle circostanze politiche che hanno favorito la nascita dell’idea di un’Europa unita, ma anche riguardo ai vantaggi che in generale l’approfondimento dell’integrazione ha offerto e può ancora offrire ai Paesi membri, può essere considerata incoraggiante l’apertura verso la ripresa del processo di unificazione politica che viene oggi dalle proposte formulate da Emmanuel Macron. Ironia della sorte, la ripresa del processo di integrazione, più che subire i condizionamenti provenienti dalla Francia, è oggi ostacolata dall’ideologia ordoliberista propria della cultura politica ed economica tedesca, denunciata recentemente anche dal filosofo Jürgen Habermas. Attualmente, perciò, si può solo sperare che la Germania cessi di comportarsi come potenza europea egemone, così come ha fatto negli ultimi dieci anni, per divenire, grazie alla sua forza economica, vero perno centrale della piena realizzazione del sogno europeista.

Gianfranco Sabattini

Quel che i dati ISTAT
non dicono sul “boom dell’occupazione”

lavoro

Di recente, i dati provvisori dell’ISTAT hanno annunciato un “boom dell’occupazione”, che ha indotto l’ex capo del governo, Matteo Renzi, ad esultare e a dichiarare che ciò è il risultato della politica del “suo” governo, con la riforma del diritto del lavoro promossa ed attuata in Italia attraverso il varo, tra il 2014 e il 2015, di diversi provvedimenti legislativi (Jobs Act). L’entusiasmo di Renzi potrà pure avere una sua giustificazione prettamente elettorale; fuori dalla competizione politica, però, i dati dell’ISTAT non sono del tutto rassicuranti. Essi, infatti, presentano “più ombre di quanto non siano le luci”, come viene evidenziato da Francesco Saraceno (economista senior presso l’Osservatoire Français des Conjonctures Économiques/Science-Po di Parigi) in “Che cosa ci dicono i dati sul lavoro”, pubblicato su “Il Mulino” n. 5/2017.

Stando ai dati ISTAT, il numero degli occupati ha superato i 23 milioni di unità, livello pressoché identico a quello raggiunto in Italia nel 2008, prima dell’inizio della lunga crisi. I dati evidenziano che, in termini assoluti, gli occupati a luglio di quest’anno sono stati pari a 23,063 milioni, il livello massimo a partire dal 2008, quando era stato registrato il tetto di 23,081 milioni. Il facile entusiasmo suscitato dal raggiungimento di questo obiettivo è stato subito “raffreddato” dalla contemporanea rilevazione dell’aumento del tasso di disoccupazione, salito all’11,3%. L’apparente contraddizione di un andamento in crescita di entrambi i fenomeni (dell’occupazione, da un lato, e della disoccupazione, dall’altro) ha però, nel caso dell’Italia, una spiegazione non del tutto rassicurante. Per rendersi conto di ciò, seguendo l’analisi di Saraceno, occorre affiancare al tasso di disoccupazione quello di turnover delle forza lavoro, che misura il flusso in ingresso e in uscita dei lavoratori dal mercato del lavoro.

Diversi sono gli indicatori che possono essere utilizzati per stimare il ricambio della forza lavoro; il principale (calcolato su base annua) è il “tasso di turnover complessivo” (numero di lavoratori entrati ed usciti dal mercato del lavoro diviso la consistenza media della forza lavoro occupata, moltiplicata per 100). Esso è fisiologico quando misura il flusso naturale di persone che entrano ed escono dal mercato del lavoro per effetto di normali eventi, quali assunzioni, licenziamenti e pensionamenti, che non denuncino un anomalo funzionamento del mercato del lavoro e un’instabile continuità produttiva del sistema economico; esso è invece patologico, quando l’uscita dal mercato del lavoro avviene in seguito a instabilità produttiva e indipendentemente dalla volontà del lavoratore di abbandonare la stabilità occupazionale.

La crisi degli ultimi anni e l’aumentata competitività del mercato internazionale possono aver giustificato la propensione, da parte di molte attività produttive, ad avvalersi di un turnover fisiologico, nella gestione della propria forza lavoro occupata, aumentando il flusso in entrata, con assunzioni strategiche, e in uscita, con licenziamenti e altre forme di alleggerimento del costo del lavoro, ricorrendo, ad esempio, all’esterno per lo svolgimento di alcune fasi del proprio processo produttivo (outsourcing); ma in periodi di crisi, se la propensione a ricorrere al turnover da parte delle attività produttive è conservata o prolungata nel tempo può diventare causa di una grave crisi economica, con conseguente instabilità e perdita di solidità del sistema economico nazionale.

Chi esulta per l’aumentato livello dell’occupazione non ha motivo di farlo, perché – afferma Saraceno – se l’aumento dell’occupazione è valutato in “termini di unita di lavoro equivalenti a tempo pieno”, l’occupazione complessiva realmente registrata risulta più bassa di circa un milione di unità rispetto a quella del 2008; perciò, l’occupazione effettiva non è aumentata tanto quanto si vorrebbe dedurre dalla considerazione del numero dei lavoratori risultanti occupati al luglio del 2017. Ciò è confermato anche da un altro punto di vista; considerando che il PIL nazionale alla fine del 2016 era ancora inferiore del 7% rispetto ai livelli pre-crisi, è possibile affermare – secondo Saraceno – che “lo stesso numero di lavoratori produce oggi il 7% in meno di quanto produceva nel 2008”. Di conseguenza, si può dire che, nonostante sia stato “ritrovato il lavoro”, non è stato contemporaneamente ritrovato lo stesso livello di produzione. Questo fenomeno può essere spiegato considerando il fatto che, durante i quasi dieci anni di crisi, il turnover del mercato del lavoro è stato sostanzialmente di natura patologica, denunciando tanto una diminuzione (nelle attività produttive con più di dieci dipendenti) del numero delle ore lavorate per dipendente, quanto un profondo cambiamento della composizione settoriale dell’occupazione. Infatti, la dinamica del mercato del lavoro evidenzia che che, tra il primo trimestre del 2008 e il primo del 2017, la diminuzione del numero delle ore lavorate per dipendente è stata di circa il 6%.

La diminuzione si è verificata soprattutto nel settore dei servizi (coinvolgendo però anche gli altri settori), a seguito dell’aumento dei contratti part-time e a tempo parziale e della diminuzione di quelli a tempo indeterminato. La stessa dinamica del mercato del lavoro mostra anche un cambiamento della composizione settoriale dell’occupazione; fenomeno, questo, destinato ad avere un impatto, nel breve e nel medio-lungo termine, sulla produttività della forza lavoro occupata.

La considerazione congiunta delle due tendenze evidenziate giustifica la contraddizione, precedentemente indicata, tra l’aumento dell’occupazione e l’aumento contemporaneo della disoccupazione; essa sta ad indicare che al miglioramento di uno dei principali “fondamentali” dell’economia nazionale (il ritorno al livello occupazionale antecedente il 2008) corrisponde una percezione pubblica negativa dello stato di salute dell’economia nazionale, espressa soprattutto dall’aumento della disoccupazione.

In sostanza, l’aumento del livello occupazionale vale a denunciare un miglioramento della situazione economica complessiva del Paese solo apparente, in quanto da esso, se interpretato alla luce della dinamica del mercato del lavoro, si può solo dedurre che la crisi del sistema economico e sociale dell’Italia non è ancora finita; ciò perché è inevitabile pensare che a un aumento di posti di lavoro, se considerato congiuntamente alla diminuzione delle ore lavorate per dipendente e al fatto che esso si sia verificato in comparti produttivi a basso valore aggiunto (turismo e soprattutto ristorazione e servizi alla persona, che rimunerano la forza lavoro occupata con bassi salari), corrisponda un aumento della produzione corrispondente a un quasi identico aumento dell’occupazione, in assenza di ogni miglioramento della produttività.

La conseguenza non può che essere la conservazione dell’erogazione di salari bassi e l’aumento delle disuguaglianze distributive, destinate a rendere stentata, se non impossibile, la ripresa della crescita del sistema economico, con cui celebrare l’uscita reale dal tunnel della crisi. A maggior ragione, tale conseguenza risulta inevitabile se le attività produttive verso le quali si è indirizzata la “nuova occupazione” sono di piccola dimensione, come sono in realtà le attività produttive di servizi turistici e della ristorazione.

Inoltre, l’aumento dell’occupazione nelle piccole attività produttive di servizi ha reso del tutto particolare in Italia la precarizzazione del lavoro, destinata ad avere un impatto negativo sul rilancio della crescita equilibrata di tutti i settori del sistema economico nazionale. Quel che caratterizza il nostro Paese – sostiene Saraceno – è la composizione delle dinamiche occupazionali: a causa dell’automazione e dell’outsourcing si è ridotto il numero “degli impieghi a qualificazione media (impiegati e operai specializzati) e sono aumentati, sia gli impieghi più pagati (dirigenti, professioni intellettuali tecnici), sia quelli di fascia bassa non delocalizzabili (addetti a vendite e servzi personali, operai semi-qualificati, occupazioni elementari)”.

Quasi ovunque, quindi, la polarizzazione dell’occupazione è stata asimmetrica, poiché i lavori ad alta qualificazione sono cresciuti meno di quelli di fascia bassa. Ciò ha determinato che l’occupazione sia rimasta stagnante nei comparti produttivi a più alto valore aggiunto, dove maggiori sono stati l’aumento della produttività e la rimunerazione del lavoro; mentre il contrario è avvenuto nei comparti produttivi a più basso valore aggiunto. Il numero complessivo dei posti di lavoro è cresciuto, ma con esso sono aumentate le disuguaglianze distributive, mentre la trasformazione della economia nazionale è avvenuta attraverso l’espansione di comparti produttivi “a bassa produttività e non suscettibili di trainare la crescita del Paese nel medio periodo”.

A ciò va aggiunta anche la considerazione che la composizione territoriale delle dinamiche del mercato del lavoro ha messo in evidenza l’approfondimento del dualismo italiano, con un andamento dell’occupazione nelle regioni meridionali simile a quello che si è verificato nelle regioni del Centro-Nord; ciò significa che, agli attuali ritmi di crescita, quelle del Mezzogiorno potranno tornare ai livelli del PIL pre-crisi solo nel 2028, dieci anni dopo le altre regioni.

Come uscire da questa situazione anomala del funzionamento del mercato del lavoro? Come creare le pre-condizioni stabili per favorire una correzione delle dinamiche di tale mercato, rendendo compatibili l’aumento dell’occupazione, il miglioramento della produttività del lavoro, una ripesa della crescita e un’attenuazione delle attuali disuguaglianze distributive? Per Saraceno, fin tanto “che il tasso di crescita non tornerà stabilmente sopra il 2% annuo, sarà difficile che l’economia crei nuovi posti di lavoro”; ciò perché, in presenza delle attuali dinamiche del mercato del lavoro, ogni misura volta a correggerne l’andamento non potrà che tradursi in una ridistribuzione settoriale dell’occupazione, precarizzandola, come sta a indicare l’esperienza vissuta negli anni di crisi.

In conclusione, secondo Saraceno, per uscire dalla crisi l’Italia deve migliorare la produttività del lavoro, dando il là al rilancio della crescita attraverso l’aumento degli investimenti nell’istruzione; ciò dovrebbe avvenire in un contesto in cui le risorse, essendo limitate, dovrebbero essere reperite attraverso l’abbandono della politica di austerità, con la quale sinora si è inteso fronteggiare gli esiti negativi della crisi.

La cessazione dell’austerità, tuttavia, non sembra una misura sufficiente a consentire il ricupero delle risorse per fare fronte al male antico del sistema-Paese italiano, cioè a promuovere il miglioramento del lavoro, strumentale alla ripresa degli investimenti. L’unica via percorribile, per il ricupero delle risorse necessarie a rilanciare la crescita, sembra perciò ridursi a quella, da alcuni prospettata, ma sempre respinta sul piano politico, di un’imposta patrimoniale una tantum sui maggiori patrimoni, da destinare alla riduzione del debito pubblico; ciò, al fine di realizzare un aumento dell’avanzo primario del bilancio pubblico, ricuperando le risorse per finanziare le politiche pubbliche orientate a rendere possibile l’auspicato miglioramento della produttività del lavoro.

Gianfranco Sabattini