Pierluigi Ciocca, uscire dall’euro non conviene all’Italia

cioccaGli effetti negativi prodotti sul sistema economico e su quello sociale dalla Grande Recessione che ha colpito le economie di mercato a partire dal 2007/2008 hanno provocato in Italia il nascere di movimenti orientati a sostenere l’opportunità di uscire dall’Eurozona, imputando alla perdita della sovranità monetaria, connessa all’adesione alla moneta unica europea, gran parte dell’incapacità delle forze politiche nazionali di contrastare quegli effetti negativi.

Pierluigi Ciocca, già vicedirettore generale della Banca d’Italia, in “Uscire dall’euro non è la soluzione” (MicroMega n. 4/2017), esprime un giudizio radicalmente negativo contro la possibilità che l’Italia possa prendere la decisione di uscire dall’Eurozona, nell’illusione di poter meglio stimolare la crescita e contrastare la disoccupazione della forza lavoro. Se da un lato – afferma Ciocca – “è vero che la politica economica europea non è riuscita ad unire alla stabilità dei prezzi il progresso dell’attività produttiva, dall’altro è indubbio che le ragioni della mancata crescita dell’Italia sono tutte interne al Paese, indipendenti dalla partecipazione all’area euro”.

L’Italia, ricorda Ciocca, ha aderito all’Unione Europea e all’Eurozona in base a motivazioni sia ideali, che economiche; se sul piano ideale nessuno contesta la decisione del Paese d’avere aderito all’Europa, non altrettanto avviene, almeno nel momento attuale, sul piano economico. I vantaggi economici dovevano scaturire dall’adozione di una moneta stabile, dai minori costi di transazione, dai più bassi tassi d’interesse che la nuova moneta avrebbe dovuto rendere possibili e, soprattutto, dal “rigore normativo e gestionale in economia e finanza derivante dai rapporti con i partner”. Sarebbe stato necessario, però, che l’adesione alla moneta unica fosse stata preceduta dalla “messa in ordine” dell’economia del Paese. Alla vigilia dell’introduzione della nuova moneta, il sistema economico nazionale era, infatti, “appesantito dagli squilibri – nei prezzi, nei salari rispetto alla produttività, nel debito pubblico, nei conti con l’estero – accumulati negli anni Settanta-Ottanta e rimasti irrisolti anche dopo la firma del Trattato di Maastricht, nel febbraio del 1992”.

Al trattato istitutivo della nuova moneta, l’Italia, a parere di Ciocca, non poteva non aderire, in quanto, pur riguardando il trattato l’adesione all’euro, la rinuncia alla sovranità monetaria che ne risultava era strumentale alla realizzazione dell’unità politica dell’Europa. Sul piano economico, la nuova moneta ha dato certo i suoi frutti, soprattutto riguardo all’integrazione commerciale tra i Paesi partner dell’Eurozona; ne è prova il fatto che, in termini reali, “nel 1999-2016 l’interscambio di beni e servizi italiano si è rivolto per il 45% all’area dell’euro […]; i tassi d’interesse sono scesi all’attuale 2%, dai picchi distruttivi del 15% toccati in qual drammatico settembre dl 1992”. Malgrado i vantaggi sul piano commerciale, i timori dell’adesione dell’Italia alla moneta unica erano molti e fondati: innanzitutto, perché si pensava che il Paese non potesse beneficiare appieno dei vantaggi commerciali che l’istituzione del mercato unico interno europeo offriva; in secondo luogo, perché si riteneva che il governo dell’economia dell’Eurozona non sarebbe riuscito a rendere compatibili tra loro la crescita e la stabilità economica.

In particolare, quest’ultimo ordine di timori, era connesso al fatto che l’unione politica, il fine ultimo dell’unione monetaria, segnava il passo già da tempo, oppure si temeva che i Paesi aderenti vi potessero giungere – afferma Ciocca – “con una gerarchia di fatto dei Paesi membri già stratificata e con l’accumulo di motivi intestini di risentimento, di frustrazione, di conflitto”. Ciò che si temeva è accaduto, con la conseguenza che, in mancanza dell’unità politica, la politica economica dell’Eurozona non è riuscita ad associare “alla stabilità dei prezzi il progresso dell’attività produttiva necessario ad assicurare la piena occupazione delle forze di lavoro. Nell’Eurozona, la crescita del PIL non ha mai raggiunto il 3% e il tasso di disoccupazione non è sceso al disotto dell’8%, arrivando al 12% nel 2013”.

La delusione dell’opinione pubblica di fronte ai limitati successi conseguiti dal Paese dopo l’adesione alla moneta unica, ha consentito a qualunquisti, populisti e nazionalisti di diventare gli “alfieri” del malcontento, senza peraltro mai tradurlo in disegni credibili per il futuro del Paese. Da parte loro, i governi e le imprese non hanno saputo trasformare in crescita e sviluppo di lungo termine “i benefici potenziali ed effettivi dell’adesione all’Eurozona”; i dati sono di per se eloquenti: dal 1998 al 2016 la produzione ha tendenzialmente ristagnato; dal 2008 al 2013, il PIL è calato di dieci punti percentuali, mentre il tasso di disoccupazione non è sceso al disotto del 7%, con punte del 13% nel 2014.

Le ragioni della mancata crescita dell’Italia sono, però, tutte al suo interno; alla base del basso ritmo di crescita attuale, al disotto del sia pur basso ritmo di crescita dell’intera area dei paesi dell’Eurozona, vi è l’insufficiente crescita dell’innovazione e della produttività totale dei fattori impiegati, in particolare quella della forza lavoro; nell’ultimo ventennio – afferma Ciocca – “il prodotto per ora lavorata è mediamente aumentato appena dello 0,2% l’anno”, mentre la produttività totale dei fattori “è addirittura mediamente diminuita, dello 0,3% l’anno, nonostante un lieve recupero dopo il 2009”.

E’ stata la peggiore performance dell’economia italiana dalla fine dell’Ottocento, che Ciocca riconduce all’azione negativa congiunta e intrecciata di un fascio di forze, quali la finanzia pubblica dissestata, l’inadeguatezza delle infrastrutture fisiche e giuridiche, gli insufficienti stimoli concorrenziali, i limiti dimensionali delle attività produttive e l’”opportunismo attendista” della classe imprenditoriale.

Di fronte alla profondità della crisi che affligge da anni il sistema sociale e produttivo del Paese, vi è chi prospetta l’”uscita dall’euro”, se non addirittura dall’Unione Europea. Una tale scelta sarebbe, a parere di Ciocca, totalmente negativa, in quanto l’Italia non ne trarrebbe alcun beneficio; sul piano economico, in particolare, significherebbe infliggere ai cittadini “perdite devastanti”. Se la propensione all’”uscita” dovesse prendere corpo, la sola circolazione dell’ipotesi varrebbe a diffondere – secondo Ciocca – “sfiducia nei mercati finanziari e aspettative inflazionistiche”. Se poi l’”uscita” dovesse realmente verificarsi, la “nuova ‘lira’ si deprezzerebbe […]. Il cedimento del cambio provocherebbe inflazione importata e conseguente erosione del valore reale del risparmio monetario, degli stipendi e delle pensioni”.

Gli effetti dell’uscita dall’euro sulla società italiana sarebbero ancora più preoccupanti di quelli provocati sul piano strettamente economico; il Paese vedrebbe compromessa la sua tenuta sul piano della coesione sociale; la società sarebbe “sottoposta a spinte centrifughe laceranti, nella frammentazione fra partiti e movimenti variamente affetti da qualunquismo, populismi, mediocrità”; la labile coesione residua sarebbe affidata solamente “al sistema pensionistico pubblico, alla sanità pubblica, al patrimonio individuale. “Tutti e tre questi pilastri, e segnatamente il patrimonio, sarebbero scossi dall’uscita dall’euro. Le tensioni da economiche diverrebbero sociali, politiche, istituzionali fino a porre a repentaglio le stesse basi democratiche del vivere”.

Le svalutazioni, sottolinea Ciocca, “non hanno mai risolto le difficoltà economiche”; quando la moneta perde valore, gli imprenditori non cercano più il profitto attraverso l’innovazione e il progresso tecnologico, ma se lo attendono dal denaro pubblico e dalla non-concorrenza, mentre il cambio instabile li motiva ancora di più a non ricercare l’efficienza delle forme d’impiego dei fattori produttivi nelle loro imprese. Per tutti i motivi indicati, ci si deve convincere che una “moneta debole sarebbe solo l’ultimo dei flagelli.

La via maestra da seguire è invece duplice, nella politica economica interna e nel rapporto con l’Europa, segnatamente con la Germania”.

Quali le indicazioni suggerite da Ciocca? Sul piano interno, governo e imprese dovrebbero porre rimedio ai vecchi squilibri gia esistenti prima dell’adesione alla moneta unica europea, al fine di ricondurre l’economa italiana sul sentiero della crescita, agendo su più piani. Innanzitutto si dovrebbe riequilibrare il bilancio pubblico, con una “review” delle uscite correnti, decisa su basi meno casuali di quanto non sia stato fatto sinora e attraverso una lotta sistematica all’evasione, al fine di destinare il miglioramento dell’”avanzo primario” del bilancio pubblico alla riduzione del debito, agli investimenti pubblici più idonei a sostenere la domanda, alla promozione e al miglioramento della produttività totale dei fattori e alla messa in stato di sicurezza del territorio, che abusi e sfruttamento hanno reso fragilissimo.

In secondo luogo, si dovrebbe procedere alla riscrittura del diritto dell’economia, allo scopo di finalizzarlo al miglioramento della produttività, riformando, in particolare, il diritto societario, fallimentare e la legislazione vigente a tutela del risparmio e della concorrenza. Si dovrebbe poi procedere ad un’”azione antitrust”, per imporre alle imprese una maggior propensione alla concorrenza, essenziale, non solo per migliorare la loro efficienza produttiva, ma anche per motivarle a far meno affidamento sui trasferimenti e sui sostegni pubblici. Ancora, si dovrebbe correggere una distribuzione del reddito molto squilibrata, orientando l’azione ridistribuiva alla riduzione della povertà, in termini più efficaci di quanto non sia possibile con il “reddito di inclusione” di recente adozione e alla riduzione del “cuneo fiscale”.

Infine, ma non per ultimo, si dovrebbe “tornare a porsi con assoluta priorità la questione meridionale, da troppo tempo disattesa”, trascurando che il permanere dell’arretratezza delle regioni del Sud non rappresenta solo una forte sperequazione in termini di redito e di opportunità all’interno del sistema sociale italiano, ma anche la rinuncia all’uso di una leva sulla quale fondare una politica economica nazionale in grado di trarre dalla crescita del Mezzogiorno una spinta alla crescita dell’intero Paese.

Per quanto decisiva possa risultare ai fini della crescita una politica economica interna fondata sulle direttive indicate, occorrerà tener conto anche dell’importanza che, sempre ai fini della crescita dell’Italia, può avere il contesto internazionale. Al riguardo, Ciocca ricorda l’importanza che l’Europa riveste per l’economia nazionale; gran parte delle esportazioni italiane è orientata verso l’Europa, la cui economia, peraltro, “è priva di dinamismo, a causa dell’inadeguatezza della domanda globale”, prevalentemente determinata dai comportamenti poco “virtuosi” della Germania. Il bilancio pubblico tedesco è in surplus e il rapporto debito pubblico/PIL è fra i più bassi, con tendenza a diminuire ancora. In tal modo, la Germania con la propria politica economica interna, accumula consistenti avanzi commerciali, coi quali cede all’estero “enormi risorse reali altrimenti impiegabili utilmente all’interno”, inducendo gli altri partner dell’Eurozona a dubitare che le sue finalità non siano economiche, ma politiche.

Per fugare questo dubbio occorrerebbe che l’Italia e gli altri Paesi chiarissero, una volta per tutte, “con franca determinazione”, a che tipo di partenariato la Germania miri e come vada “istituzionalmente e politicamente guidata l’Eurozona”, facendo leva sul fatto che, fuori dall’area monetaria comune e dalla Unione Europea, persino l’economia tedesca sarebbe “una trascurabile entità economica, e quindi politica”. Un tale atteggiamento dei Paesi membri dell’Eurozona nei confronti della Germania sarebbe giustificato, poiché è del tutto inaccettabile che la realizzazione del progetto europeo sia messo a repentaglio da finalità di politica estera di un solo Paese; tanto più quando una politica di tal genere risultasse per esso del tutto velleitaria, in considerazione del fatto che, per quanto dotato esso possa essere sul piano economico, non dispone delle “dimensioni fisiche” per diventare un attore strategico globale.

L’analisi complessiva di Ciocca, come si suole dire, non fa una piega; l’unico dubbio, non da poco, è costituito dalle insufficienze ancora una volta interne all’Italia, espresse dalla presenza di una classe politica litigiosa, propensa a privilegiare, perdendo tempo, la ricerca continua del consenso per mere ragioni di potere, piuttosto che la risoluzione al meglio dei mali che affliggono gli italiani.

Gianfranco Sabattini

L’Italia e lo smarrimento del suo interesse marittimo

navi mediterraneoI flussi migratori provenienti dall’Africa stanno sconvolgendo l’identità europea; l’Europa settentrionale, che aveva sempre ignorato il Mediterraneo e le sue problematiche, sta scoprendo che esso si sta trasformando nel pericolo di una sorta di tsunami demografico e sociale. Ma il Mediterraneo sta minacciando, per le stesse ragioni migratorie, ma anche per altre di natura più direttamente strategica ed economica, le repubbliche ex-sovietiche, gli Stati ex-satelliti di Mosca e la stessa Russia attuale; il Mediterraneo quindi sta “inondando” pure l’Est europeo.
L’Italia, malgrado la sua tradizionale posizione geografica e sebbene sia celebrata come terra di navigatori, “refrattaria all’acqua salata”, del Mediterraneo sta subendo gli effetti negativi dei fenomeni che in esso sono in corso di svolgimento, rinunciando a cogestire razionalmente i flussi migratori Sud-Nord e ad inserirsi positivamente e vantaggiosamente in quelli Est-Ovest, che stanno diventando sempre più rilevanti sul piano economico. Il disinteresse verso le problematiche mediterranee non è che uno degli aspetti del fatto che l’Italia abbia sinora delegato ad altri la cura del proprio interesse nazionale.
L’Italia, secondo Riccardo Regilio (“L’Italia, potenza marittima che ignora se stessa”, Limes 6/2017), ha sempre trascurato di elaborare una propria strategia marittima; fatto, questo, che è da considerarsi sorprendente per un Paese che “è quasi del tutto circondato dal mare, con migliaia di chilometri di coste e quindi con una chiara vocazione marittima come semplice conseguenza della sua geografia”. I pochi momenti in occasione dei quali l’Italia è stata portatrice di interessi marittimi, in specie localizzati nel Mediterraneo, si sono avuti quando l’antica Roma ha imposto il monopolio politico-economico sul Mare Nostrum, o quando, a partire dal Medioevo e sino all’inizio della modernità, la Repubblica di Venezia è riuscita a fare prevalere la sua superiorità commerciale, o quando, infine, a partire dall’Unità e sino alla sconfitta nella seconda guerra mondiale, l’Italia ha preteso di svolgere un ruolo dominante nelle acque del Mediterraneo.
Dopo il 1945, nel periodo della Guerra fredda, l’interesse dell’Italia per il Mediterraneo è risultato subalterno a quello degli Stati Uniti, la potenza egemone, sotto la cui ala protettiva essa è riuscita a ricostruirsi e a diventare uno dei Paesi economicamente più avanzati del mondo.
Dalla fine della Guerra fredda, l’interesse degli USA per il Mediterraneo si è lentamente attenuato, delegandone ai Paesi alleati la gestione geopolitica. Ciò, a parere di Regilio, ha causato il riemergere di vecchi conflitti, mai sopiti, tra tutti Paesi rivieraschi, con il coinvolgimento di altri Paesi, al momento privati dello sbocco al mare del quale disponevano in un lontano passato. In tal modo, il contesto del Mar Mediterraneo è oggi complessivamente cambiato rispetto alla situazione che si era consolidata dopo il 1945, trasformandolo in un’area di continui conflitti, piuttosto di cooperazione e di scambio, come sempre retoricamente si tende a idealizzare il ruolo e la funzione del Mediterraneo.
Col nuovo quadro che si è delineato è dunque necessario che l’Italia si inserisca nelle iniziative per la condivisione di un governo pacifico e collaborativi, che l’area mediterranea allo stato attuale richiede. Ciò deve avvenire attraverso una politica attiva, meno dipendente da decisioni esterne, finalizzata “allo scambio, alla crescita e alla cooperazione”, il cui corollario, a parere di Regilio, dovrebbe essere espresso dall’assunto che il Mediterraneo è di tutti, nel senso che esso è una “res communis”, un “Mare Nostrum”, con il possessivo riferito a tutti i Paesi che vi si affacciano.
L’opinione pubblica italiana e la stessa classe politica hanno una percezione del ruolo del Mediterraneo e del comparto marittimo, in generale, non proporzionata all’importanza che l’uno e l’altro rivestono per la politica e l’economia nazionale. “Quella che può sembrare una battuta – afferma Regilio – nasconde una realtà più seria di quanto sembri. Anche la politica, molto spesso, si ferma a pensare al potenziale economico del mare in semplici, seppure importanti, termini di turismo”. Il risultato della bassa percezione del ruolo del mare è la mancata costituzione in Italia di un “promotore politico” dell’economia marittima; esso dovrebbe essere istituzionalmente finalizzato, a livello nazionale, a promuovere un approccio politico e culturale nuovo verso i problemi marittimi connessi strettamente allo sviluppo sostenibile, al quale ricondurre la stessa gestione del problema attualmente più assillante, quello dei flussi migratori, che stanno mettendo a dura prova la tenuta del nostro sistema politico.
Riguardo ai flussi migratori Sud-Nord, ad esempio, la “refrattarietà all’acqua salata” che caratterizza la politica italiana, ha portato il Paese a gestirli poco razionalmente, trascurando di coglierne la possibile utilità per la sua disastrata economia e privilegiando, invece, un malinteso interesse strategico ad essere – come afferma Alessandro Orsini sul numero 29/2017 de “L’Espresso” (“Se l’emergenza diventa strategia politica”) – “la meta preferita dai migranti”. Secondo Orsini, direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della LUISS, con tale atteggiamento nei confronti dei flussi migratori, l’Italia ha teso a perseguire l’obiettivo di riacquisire il ruolo di “potenza regionale”, già svolto durante il periodo della Guerra fredda. Il Paese ha così sviluppato “una strategia politicamente povera”, basata sul principio che occorre compiacere agli altri Stati, per poter da essi ricevere “qualche aiuto” a beneficio della sua finanza pubblica, che versa in condizioni tutt’altro che buone.
Oggi, però, il prezzo pagato per il ricupero di una presunta centralità politica nel Mediterraneo è molto più oneroso per l’Italia di quanto non sia stato nel recente passato. Durante la Guerra fredda – afferma Orsini – l’Italia ha goduto di molti vantaggi a un costo minimo, nel senso che le era sufficiente risultare allineata con le decisioni della potenza leader dell’Occidente. Il prezzo della presunta centralità risulta invece ora molto più alto e meno redditizio.
La pretesa di ricuperare tale centralità, facendo dei porti nazionali la meta preferita dei migranti, ha comportato per l’Italia molti problemi, i principali dei quali possono essere così riassunti: la mancata utilizzazione dei flussi migratori per la realizzazione di un migliore equilibrio tra le varie classi di età della popolazione; l’aumento della spesa pubblica per soccorrere i migranti, non compensata dai consistenti aiuti comunitari, che l’Italia comunque riceve; infine, l’impatto psicologicamente negativo prodotto dal fenomeno migratorio sugli italiani, i quali, per via dei disagi che sono costretti a subire, si sono convinti che tutto sia stato deciso dagli Stati economicamente più dotati, ai cui “desiderata”, data la situazione economica nazionale ancora precaria, l’Italia dà l’impressione d’essere prona.
In conseguenza di tutto ciò, non essendosi dotata di una razionale politica marittima, l’Italia non solo non riesce ad accrescere il proprio ruolo politico, dando ai flussi migratori uno sbocco positivo sul piano economico-demografico, ma risulta anche estraniata dalla gestione degli interessi economici che sono alla base delle relazioni Est-Ovest del Mediterraneo; interessi, questi ultimi, legati allo sfruttamento e alla commercializzazione delle materie energetiche estratte dai nuovi giacimenti offshore scoperti nel Mediterraneo orientale, ma anche alla proiezione mediterranea degli interessi economico-difensivi della Russia e di quelli prevalentemente commerciali della Cina.
Interessarsi delle risorse energetiche del Levante assicurerebbe all’Italia vantaggi economici, ma le offrirebbe anche la possibilità di realizzare un maggiore accreditamento internazionale. Come affermano Giampaolo Cantini e Michelamgelo Celozzi in “La partita del gas nel Mediterranei orientale” (Limes n. 6/2007), tale accreditamento potrebbe essere acquisito nei limiti in cui l’Italia riuscisse ad inserirsi positivamente nella soluzione di questioni e crisi aperte che coinvolgono molti Paesi rivieraschi del Mediterraneo orientale, proponendo, ad esempio, l’adozione di strutture istituzionali federative nel caso della questione di Cipro e la delimitazione di “zone economiche esclusive” nel caso di Cipro, Turchia, Libano e Israele.
Il maggiore impegno dell’Italia in questo senso, dovrebbe avvenire anche in considerazione del fatto che “lo scenario energetico mondiale – affermano i due autori – è cambiato profondamente negli ultimi cinque anni, mutando il ruolo dell’energia per la sicurezza e lo sviluppo”, per le scoperte di giacimenti di gas nel bacino del Levante e per l’evoluzione delle tecniche di estrazione degli idrocarburi in generale, “con effetti sull’economia, sulla geopolitica e sulla sicurezza di tutti i Paesi”, in particolare di quelli euro-mediterranei, tradizionalmente vulnerabili sul piano dei loro fabbisogni energetici.
Riguardo alla Russia, non deve essere dimenticato che gli interessi della Federazione, oltre che di natura militare, sono anche di natura economica e riguardano in particolare le sue esportazioni di materie prime energetiche. La sua prima preoccupazione resta certamente quella di natura difensiva dalle forze atlantiche schierate a ridosso dei propri confini; dopo l’annessione della Crimea e il consolidamento della sua presenza nel Mar Nero, Mosca si è anche proiettata a difendere il suo alleato di Damasco. Il suo interesse per il Mediterraneo, tuttavia, va ben oltre la difesa nazionale e della Siria, in quanto è attraverso il Mare Nostrum che la Russia può catapultare – secondo Cantini e Celozzi – le sue esportazioni “nelle acque che bagnano il Medio Oriente, il Nordafrica, e il Sud del Vecchio Continente”; inoltre, non va anche dimenticato che proprio l’area balcanica doveva essere attraversata dalla realizzazione di una struttura di “pipeline” per l’esportazione di risorse energetiche, che la crisi della Crimea è valsa però a sospendere o a rimandarne l’attuazione.
Ma il Mediterraneo è diventato un mare nel quale anche la Cina ha avuto ultimamente interesse a gettare l’ancora; è noto come la Repubblica Popolare Cinese sia interessata ai porti mediterranei, strumentali al compimento del progetto delle “vie della seta”, un progetto strategico-commercaiale lanciato da Xi Jinping nel 2013. Dopo aver acquisito il controllo del Pireo in Grecia, la Cina è interessata ai porti di Trieste e di Genova; il Pireo è stato assunto da Pechino come asse portante dei flussi commerciali futuri, che si muoveranno lungo entrambe le vie della seta, quella marittima e quella terrestre. Nei piani cinesi, secondo Giorgio Cuscito (“Le ancore della Cina nel Mare Nostrum”, Limes n. 6/2017), “il Pireo dovrebbe essere collegato al cuore dell’Europa grazie alla costruzione di una linea ferroviaria […] passante per i Balcani lungo l’asse Scopje-Belgrado-Budapest”; l’interesse della Cina per il Mediterraneo, quindi, non è solo dimostrato dal controllo di alcuni porti strategici mediterranei, ma anche dal fatto che essa sta realizzando complesse strutture logistiche, localizzate nei pressi del Corno d’Africa, però tutte orientate a raggiungere il Mediterraneo.
La presenza cinese a Gibuti, per esempio, si colloca in questa prospettiva; il controllo del piccolo e strategico Paese del Corno d’Africa è considerato uno snodo importante per lo sviluppo della rotta marittima delle vie della seta e utile “per gli interessi di Pechino nel Mar Mediterraneo”, verso il quale è orientata anche la costruzione della tratta terrestre delle vie della seta, che dovrebbe raggiungere l’Italia a Trieste. I treni in partenza da una ventina di centri cinesi, osserva Angelo Acquaro (“La via della seta scopre il treno. Entro l’anno sbarco a Milano”, in “la Repubblica del 15 luglio scorso), collegano ormai una dozzina di grandi città europee.
In conclusione, nel Mediterraneo si infittiscono le presenze di molti Paesi pur lontani dal Mare Nostrum, ma l’Italia sembra “brillare” per la sua assenza, con un inspiegabile disinteresse per le problematiche marittime, se non riconducibili al tema dei flussi migratori che, fonte di costi politici ed economici, manca d’essere affrontato dalla politica nazionale in modo adeguato, anche perché non fortemente coinvolta nel governo dei problemi extramigratori. L’Italia potrà farsi valere nella gestione complessiva dei problemi del Mediterraneo, solo se riuscirà a contribuire responsabilmente a risolvere le molte situazioni conflittuali che caratterizzano i rapporti tra la moltitudine di Paesi rivieraschi. Se a ciò rinuncerà, il rischio che essa corre è la sua emarginazione; al fine di fugare questo pericolo occorrerà che essa si decida a definire il proprio “interesse nazionale”, tenendo conto che, nell’incerta area politica ed istituzionale europea, l’imperativo per ciascun Paese è quello di definire nel Mare Mediterraneo il “proprio spazio d’influenza”.
A tal fine, si può condividere il suggerimento che, nel momento attuale, all’Italia convenga inquadrare il “fu Mare Nostrum”, in una prospettiva che le consenta di individuare gli interessi che in esso sono in gioco, per “catturarne” le potenzialità politiche ed economiche, fuori però da ogni logica di una presunta supremazia storica.

Gianfranco Sabattini

L’Italia di fronte
al contrasto tra gli USA
e la Germania

merkel-trumpL’avvento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha avuto l’effetto di fare emergere in tutta la sua estensione il latente “conflitto” esistente tra il Paese a “stelle e strisce” e quello europeo, potenza globale emersa sulle ceneri della Grande Depressione che l’economia-mondo ha sperimentato negli ultimi dieci anni. La latenza del conflitto aveva sinora nascosto il fatto che i motivi della sua nascita risalgono a molto tempo addietro; le circostanze attuali sono solo l’occasione che ne ha determinato l’”emersione”.

Come viene osservato nell’Editoriale del n. 5/2017 di Limes, a partire dalla sconfitta di Hitler, gli USA, assurti a potenza mondiale già dalla fine della Grande Guerra, hanno “ricostruito” l’Europa devastata per “controllare essenzialmente la Germania e impedirne l’aggregazione all’impero sovietico”. Ciò è stato realizzato con l’organizzazione di un’”Euroamerica”, fondata su due pilastri: “il primo, geopolitico, il Patto Atlantico, con il suo braccio militare, la NATO (1949). Il secondo, geoeonomico, la Comunità poi Unione Europea […], paradigma dell’impero [degli USA] per consenso stabilito da Washington”, del quale sono stati “premessa inaggirabile il Piano Marshall (1947) e il miracolo economico tedesco, favorito dal battesimo del marco, per unilaterale iniziativa americana (1048)”. E’ da considerarsi sorprendente che nella retorica narrativa circa i motivi e gli ideali costantemente ricordati in tutte le celebrazioni europeiste, si perseveri nel sorvolare sulla “matrice statunitense” del cosiddetto “progetto europeo”.

Com’è noto, dopo la sua sconfitta, la Germania sconfitta è stata “smembrata” fra tutte le potenze vincitrici e la “spartizione” è stata considerata la “garanzia reciproca tra i vincitori della guerra, subito mutati in rivali”, per cui nessuno poteva portarla dalla propria parte, ma tutti erano impegnati “al di qua e al di là della cortina di ferro, a impedire la rinascita della Germania unita”. Anche questo è un aspetto normalmente trascurato dalle narrazioni storiche concernenti la seconda parte del secolo scorso riferite al Vecchio Continente; ciò che viene ignorato e taciuto è il fatto che la contrapposizione Est-Ovest non escludeva la convergenza dell’interesse dell’Unione Sovietica e dei Paesi occidentali, cioè dell’America, e soprattutto, della Francia e della Gran Bretagna; Paesi, i quali, in quanto vincitori dell’hitlerismo, erano convinti che il miglior modo di preservare la pace tra i popoli fosse quello di tenere lo Stato tedesco disunito, poiché considerato “come intrinsecamente militar-imperialista”.

Fino al 1990, la creazione di due Stati tedeschi, sorti per iniziativa delle potenze vincitrici, ma dotati di scarsa sovranità, è stata “inscritta nel regime di occupazione interalleata sancito il 5 giugno 1945 dalla dichiarazione di Berlino”, con cui le quattro potenze occupanti si sono attribuiti i pieni poteri sulla Germania sconfitta. Con la creazione dei due stati tedeschi, la Repubblica Federale tedesca e la Repubblica Popolare Tedesca, i Paesi occupanti hanno evitato – osserva l’Editoriale di Limes – di “dissolvere formalmente il Reich”; fatto questo che sarebbe stato possibile realizzare solo con un trattato di pace che, però, avrebbe restituito ai tedeschi la piena sovranità statuale. Le potenze vincitrici hanno così preferito diventate collettivamente i successori dell’antico impero tedesco, generando in tal modo “un paradosso tuttora vigente: il fantasma dell’impero germanico, tenuto virtualmente in vita dai vincitori”, per assicurarsi l’un l’altro che non si ricostituisse un effettivo soggetto geopolitico desinato a diventare un futuro concorrente.

La nascita della Repubblica federale Tedesca aveva solo parzialmente alleviato il regime di occupazione da parte dei Paesi vincitori del terzo Reich hitleriano; ma il territorio federale era divenuto, oltre che il deposito delle armi atomiche utilizzate per il contenimento dell’URSS, anche la sede nella quale l’intelligence statunitense poteva intercettare con discrezionalità tutte le comunicazioni riguardanti lo Stato federale in regime di semi indipendenza.; in sostanza, la Repubblica Federale Tedesca era nata e viveva “come satellite americano”.

Tuttavia, dopo il crollo del “Muro”, e con esso quello dell’URSS, e l’integrazione (favorita dall’America) dei Länder orientali nella Repubblica Federale, le relazioni tra gli USA e la Germania si sono aperte ad una nuova prospettiva. La scelta americana, anche contro la resistenza di Francia e Gran Bretagna, non era immotivata, ma sorretta dal convincimento che la Germania non dovesse mai più svolgere un ruolo di superpotenza; convincimento, questo, fondato sull’idea che la riunificazione dopo il crollo dell’URSS sarebbe stata inevitabile, per cui tornava comodo “controllare” il centro dell’Europa attraverso un Paese “amico”.

La realtà è evoluta prendendo una piega del tutto imprevista, che nel tempo è valsa ad aprire un solco tra USA e Stato Germanico, caratterizzatosi in modo crescente, sia in termini economici, che in termini politici. Dal punto di vista economico, la storia ha fatto sì che venissero a trovarsi di fronte il Paese, gli USA, con il più alto debito estero, e quello, la Germania, con il più alto surplus commerciale. La diversità delle posizioni finanziarie nei confronti del resto del mondo era il risultato – afferma l’Editoriale di Limes – delle differenze esistenti nelle culture politico-istituzionali prevalenti all’interno dei due Paesi: quella americana, “profondamente ottimistica, universalista e messianica, fondata sulla libertà e sulla responsabilità individuale, sulla limitazione del potere statale e sulla religione del capitalismo”; quella tedesca che, nonostante l’influenza pluridecennale del Paese a “stelle e strisce”, si è conservata “pessimista, introvertita, volta ad addomesticare gli spiriti animali del mercato in nome della solidarietà e del consenso”.

Partendo da posizioni tanto diverse è stato inevitabile che i due Paesi a confronto non si intendessero riguardo al modo più conveniente di governare le relazioni internazionali, strumentali agli Usa, per la gestione del loro impero, sia pure in fase calante, e alla Germania, in funzione, però, dei suoi crescenti interessi economici. Un obiettivo, qust’ultimo che il Paese teutonico ha inteso perseguire attraverso una presenza attiva ed egemone all’interno dell’Unione Europea.

Poiché lo spazio comunitario è divenuto troppo vasto ed eterogeneo, esso ha finito con l’essere stato lentamente percepito contraddittorio dall’establishment tedesco rispetto alle proprie ambizioni, a tal punto da aver interiorizzato l’idea di eliminare la contraddizione con un mutamento dello “stare in Europa” della Germania, attraverso un’”Europa a due velocità” o, peggio, con la realizzazione di un “nucleo centrale europeo”, costituito, oltre che dalla Germania, dagli altri Paesi e regioni europee legati alla “catena industriale” tedesca. In tal modo – afferma l’Editoriale di Limes – la Repubblica Federale Tedesca verrebbe a configurarsi “come collante dei diversi gironi europei, in una lasca ma intangibile cornice. Così rovesciando il postulato genetico Euramerica, che faceva delle Comunità uno dei due pilastri attorno a cui organizzare il contenimento della Germania”.

Lo strumento decisivo per riorganizzare l’Unione europea, in modo che questa non risulti contraddittoria rispetto all’obiettivo della tutela degli interessi tedeschi, è l’euro, “una divisa bizzarra e priva di uno Stato che la garantisca”, che non gode buona fama tra i Paesi esterni al “nucleo centrale europeo”; a tenere in vita tale divisa “resta la paura delle catastrofi” che potrebbero derivare dalla sua morte e che la Cancelliera Merkel sembra impegnata a salvare sino a che sarà possibile.

Il pericolo di una crisi irreversibile dell’Eurozona preoccupa l’Amministrazione americana, perché se la moneta unica fallisse porterebbe al fallimento anche il progetto di Unione Europea, cioè del disegno col quale gli Stati Uniti hanno cercato di tenere sotto controllo la rinascita di una Germania, la cui forza economica potrebbe spingerla a maturare obiettivi politici globali. A preoccupare gli Stati Uniti, oltre alla possibile crisi irreversibile dell’Eurozona, è anche la “svolta tedesca sul fronte militare”, non solo perché la Germania intende dotarsi di forze armate moderne, ma anche perché analisti e politici tedeschi hanno avviato un dibattito sull’opportunità che il Paese si doti da solo, o assieme ad altri, di un arsenale atomico.

La crisi della Germania con gli USA, che si trascinava latente da anni, è fragorosamente emersa dopo la conclusione “traumatica” del G7 di Taormina, portando lo scontro a vivere “una fase acuta”, a causa soprattutto della riaffermata vocazione mercantilistica di Trump e della sua intenzione di chiamare gli Stati che sinora si sono avvalsi dell’”ombrello protettivo” della NATO a spese del Tesoro americano ad accollarsi il peso di una maggiore partecipazione al costo del suo mantenimento. Da quest’ultimo punto di vista, in particolare, “con 50 miliardi di dollari di avanzo commerciale nei confronti della superpotenza americana – afferma Dario Fabbri in “Così gli Stati Uniti attaccheranno la Germania” (Limes n. 5/2017), e con 179 installazioni militari del Pentagono sul suolo tedesco, “agli occhi di Trump la Germania incarna il nemico perfetto, la nazione parassita che approfitta dell’altrui generosità”. Il neo presidente americano è deciso a “stravolgere” la tradizionale relazione bilaterale che sinora è stato possibile conservare tra i due Paesi, “costringendo Berlino a incrementare il budget della difesa. Per realizzare l’aumento dell’export statunitense e la diminuzione del fardello militare promessi al suo elettorato”.

D’altra parte, Berlino non può trascurare il fatto che gli USA rappresentano un importante sbocco per le esportazioni tedesche; nel 2016, ad esempio, gli Stati Uniti sono stati “il terzo partner commerciale della Germania, con 165 miliardi di euro di interscambio, pressoché alla pari della Francia (167 miliardi) dietro soltanto la Cina (170 miliardi), nonché il primo mercato per l’export teutonico con 107 miliardi di euro”. Inevitabile, quindi, il risentimento tedesco di fronte alle “minacce trumpiane” che, se attuate, ostacolerebbero la politica economica tedesca, orientata all’esportazione in tutto il mondo. E’ ancora inevitabile, quindi, che la Germania guardi l’altra sponda dell’Atlantico “con occhi lucidamente antiamericani, decisa a sottrarsi alla “eterodirezione e […] perseguire unilateralmente i propri interessi, specie nei confronti di Russia e Cina”.

Quale potrà essere la conclusione dello scontro in atto? Difficile dirlo; si può tuttavia concordare con chi ritiene che la disgregazione dell’Occidente, come esito di un ulteriore approfondimento del confronto tra i due Paesi interatlantici, non convenga né all’America, né all’Europa; gli Stati Uniti non possono rinunciare all’”ordine mondiale” in nome della nazione, mentre l’Europa, ovvero ciò che resta ancora dell’originario progetto europeo, ormai ridotto a “vaga categoria dello spirito”, sia pure afflitta dalla contrapposizione tra i diversi interessi nazionali, potrebbe materializzarsi in una “Piccola Europa Confederata” in salsa tedesca.

Quali le possibili scelte dell’Italia in tutto questo rimescolamento delle carte a livello di politica internazionale? Si osserva che non sceglierà l’America, perché il protezionismo trumpiano, se attuato, sarebbe messo in discussione il perno intorno al quale gira l’export nazionale; sceglierà forse la Piccola Europa a trazione germanica, oppure non sceglierà affatto, perché l’Italia preferisce spesso subire le scelte altrui, piuttosto che esprimere le proprie.

Gianfranco Sabattini

 

Gli effetti economici e sociali della velocità del cambiamento del mondo

mondo che cambiaIn “Grazie per essere arrivato tardi. Un ottimista nell’epoca delle accelerazioni”, Thomas Friedman, saggista ed editorialista del “New York Time” (NYT), illustra le cause che stanno accelerando il cambiamento dello stato del mondo e gli effetti che esso determina sul piano economico e su quello sociale. Friedman è del parere che non sia possibile avere un’idea delle forze che stanno modellando il mondo, e del modo in cui esse sono influenzate, se non si ha la percezione della loro natura, sempre mutevole, in quanto essa “si costruisce e si modifica a mano a mano che si ottengono informazioni e che il mondo cambia”.

Quando si uniscono i propri valori – afferma Friedman – all’analisi delle forze che sono all’origine del cambiamento e alla comprensione del loro impatto “sulle persone e sulle culture in contesti diversi, ecco che si ha una visione del mondo applicabile a ogni tipo di situazione”; in altre parole: si acquisisce la possibilità di produrre le proprie opinioni, e “come uno scienziato ha bisogno di un algoritmo per mettere ordine in una massa di dati non strutturati per fare emergere uno schema rilevante, un opinionista ha bisogno di una visione del mondo, se vuole creare luce a calore”. Un confronto azzardato, questo di Friedman, considerato che lo scienziato ordina i dati non strutturati sulla base di ipotesi sperimentate e non su valori individuali, dai quali possono derivare solo opinioni personali che non possono essere assunte a “verità” (oggi relative anche per le scienze) valide per tutti e per ogni luogo.

Friedman afferma che le sue idee personali sulle cause e sugli effetti del cambiamento che sta modellando il mondo sono state “fortemente influenzate da Lin Wells, docente di strategia alla National Defense University”; da lui l’editorialista del NYT avrebbe appreso che è “illusorio pensare di poter esprimere opinioni o spiegare il mondo restando immobili all’interno o all’esterno di qualsiasi filtro interpretativo rigido, o di qualsiasi disciplina chiusa in se stessa”.

L’analista della National Defence University avrebbe insegnato a Friedman che la spiegazione del mondo attuale può avvenire seguendo tre approcci alternativi: “negli schemi”, “fuori dagli schemi”, “senza più schemi”; quindi, poiché l’unico approccio possibile alla rappresentazione del come cambia il mondo attuale “è quello che fa a meno di ogni schema”, nell’esporre le sue opinioni personali sul cambiamento, Friedman dichiara che si atterrà al suggerimento di Wells, integrando nella propria narrazione “il maggior numero possibile di persone, processi, discipline, organizzazioni e tecnologie: fattori che di solito vengono tenuti separati o semplicemente esclusi da una certa indagine”.

Sulla base di questo tipo di approccio, Friedman tenta di spiegare in che modo le forze che stanno plasmando il mondo (che egli chiama “Macchina”, attivata dal motore della globalizzazione, identificata col “Mercato” internazionale) si strutturano, cambiando di continuo nel tempo, assumendo l’ipotesi che esse siano “guidate” dalle “simultanee accelerazioni nel campo della tecnologia, della globalizzazione e del cambiamento climatico, accelerazioni che interagiscono l’una sull’altra”.

L’intento di Friedman è quindi quello di fornire un “gigantesco editoriale sulla realtà di oggi”, al fine di identificare le risposte più appropriate per la gestione delle forze che la stanno plasmando, “in modo che il maggior numero di persone possa trarre da esse il maggior beneficio ovunque si trovi, smorzando nel contempo i loro effetti negativi”. Al riguardo, Friedman osserva che, a lungo, molti economisti sono rimasti fermi nel convincimento che “la globalizzazione riguardasse semplicemente lo scambio di beni fisici, servizi e transazioni finanziarie”.

Questa ristretta definizione mancava di rappresentare che la globalizzazione indica oggi anche la “possibilità di ogni individuo e azienda di entrare in competizione, connettersi, commerciare o collaborare a livello globale”; inteso in questo senso è impossibile non riconoscere che il Mercato globale, cioè la globalizzazione, sia in continua espansione. Che ciò stia realmente accadendo, a parere di Friedman, è dimostrato dal fatto che, sebbene lo scambio di prodotti e servizi finanziari si sia ridotto rispetto al periodo precedente la crisi si del 2007/2008, la globalizzazione, espressa in termini di “flussi” di informazioni, è invece in rapida espansione, trasmettendo idee e innovazioni in tutto il mondo, ampliando la partecipazione di tutti i Paesi all’economia globale; fatto, quest’ultimo, che rivela un mondo totalmente interconnesso come mai si è verificato in passato.

Di sicuro – afferma Friedman – i flussi di informazioni che caratterizzano l’attuale Mercato globale “sono diventati così ingenti e poderosi da rappresentare per il XXI secolo quello che i fiumi […] sono stati per le civiltà e le città dei tempi passati”; i corsi d’acqua davano “energia, mobilità, nutrimento e la possibilità di entrare in contato con i vicini e le loro idee”. La stessa cosa accade oggi con i “flussi digitali”, i quali prendono nomi diversi rispetto a quelli dei fiumi naturali; “Amazon” o “Microsoft Azure” sono nel mondo attuale i “giganteschi snodi” di connessione che permettono a persone e ad attività produttive di “accedere a tutte le applicazioni possibili”, per l’elaborazione delle informazioni stoccate nelle banche-dati gestite da quegli “snodi”. E’ proprio questa opportunità che ha originato ciò che alcuni esperti del mondo digitale hanno chiamato il “grande cambiamento” (the big shift).

Quest’ultimo, per i manager che si sono affermati nel Mercato globale facendo largo uso della digitalizzazione, progettando e gestendo in modo integrato e collaborativo i processi interni alle loro attività produttive, sarebbe la risultante del fatto che è stato abbandonato “un lungo periodo storico nel quale le scorte – ovvero la quantità di ogni possibile risorsa che si poteva accumulare per poi distribuirla e sfruttarla – erano la misura della ricchezza e il motore delle crescita”; oggi non è più così, perché il mondo sarebbe entrato in un periodo in cui “i parametri più importanti per indicare il vantaggio di una società su un’altra saranno la quantità e la ricchezza dei flussi che attraversano un Paese o una comunità, unite alla capacità dei cittadini-lavoratori di sfruttare al meglio questi flussi”.

Perché ciò possa avvenire – afferma Friedman – non basta sfruttare occasionalmente i flussi dall’esterno; occorre che i cittadini-lavoratori siano “nei flussi”, contribuendo tra l’altro anche alla loro creazione. Infatti, quando i cittadini-lavoratori sono esterni ai flussi, ovvero quando mancano di una cultura informatica adeguata ad integrarli nel Mercato globale, è inevitabile che finiscano per percepirlo come una minaccia, che li motiva a “disconnettersi” da un mondo che, a parere di Friedman, è destinato a divenire sempre più “connesso digitalmente”, nel quale i flussi di informazioni diventeranno “una fonte vitale di idee fresche e stimolanti, di innovazione di energia commerciale”. Per tutte queste ragioni, a parere dell’editorialista del NYT, disconnettersi dal Mercato globale, perché percepito come una minaccia, anziché un’opportunità, non costituisce un valido presupposto per soddisfare l’aspirazione alla crescita economica e culturale.

Quasi ad affievolire l’entusiasmo e la fiducia che egli mostra di riporre nelle chance offerte dal Mercato globale, Friedman riconosce che le persone, ovvero i cittadini-lavoratori, “hanno un corpo e un’anima” e quando viene “nutrito” solo una di queste due componenti è inevitabile l’insorgenza di problemi; nel senso che, quando un cittadino-lavoratore sente minacciata la propria esistenzialità, tende a trascurare la soddisfazione dei propri interessi economici, “scegliendo i muri piuttosto che le ‘reti’, la chiusura piuttosto che l’apertura”. Il problema allora, secondo Friedman, si sposta dalla sfera dei singoli individui a quella dello Stato di appartenenza.

Se oggi molti cittadini-lavoratori si sentono sopraffatti dal Mercato globale, è perché in molti Paesi democratici lo Stato ha lasciato che “tutte le componenti fisiche” che hanno promosso l’allargamento delle globalizzazione “avessero un vantaggio eccessivo rispetto alle componenti sociali”, ovvero rispetto all’istruzione e alla formazione; di queste, infatti, tutti i cittadini-lavoratori avrebbero dovuto disporre, per adattarsi al “grande cambiamento” che il mondo ha subito, e continua a subire, per l’avvento delle tecniche digitali nell’uso dei flussi informativi.

Un’istruzione e una formazione appropriate avrebbero motivato i singoli cittadini-lavoratori a trovare un giusto equilibrio nelle loro reazioni agli effetti dell’allargamento del Mercato globale sulle loro condizioni di vita; l’istruzione e una formazione appropriate avrebbero consentito, da un lato, di ammortizzare gli esiti negativi dell’impatto delle componenti fisiche della globalizzazione sulle condizioni di vita dei cittadini-lavoratori; dall’altro lato, di ancorare questi ultimi ad un orizzonte di certezze, che sarebbe valso ad affermare la loro disponibilità a evitare l’idea di costruire muri di chiusura, controproducenti rispetto al loro miglioramento economico.

Se c’é una ragione per adeguarsi al “meglio della globalizzazione digitale”, disinnescando il peggio, è – conclude Friedman – sicuramente il fatto che essa ha allargato le condizioni utili a consentire “a un numero sempre più grande di persone di uscire dalla povertà”, smentendo che essa sia solo sinonimo di delocalizzazione e causa di sottrazione di opportunità lavorative per molti cittadini-lavoratori di quei Paesi che, pur avanzati, hanno assistito alla “fuga” di consistenti parti dei loro sistemi produttivi. Se i partiti tradizionali di destra e di sinistra dei Paesi democratici sapranno adattarsi alla nuova realtà del Mercato globale, governando le loro economie e le loro società in modo innovativo rispetto al passato, i vantaggi e le opportunità offerti dal Mercato globale potranno essere acquisiti da tutti.

Tuttavia, Friedman, pur entusiasta della globalizzazione digitale, nutre il fondato sospetto che buona parte delle componenti degli establishment ora esistenti si rivelerà inadeguata, non appena aumenterà la pressione ad adattare i sistemi economici e sociali dei singoli Paesi alle nuove modalità di funzionamento del Mercato globale; ciò perché, nell’”Epoca dell’Accelerazione”, l’adattarsi a queste nuove modalità, rappresentando per gli establishment dominanti un ostacolo sovradimensionato rispetto alle “loro rigide ortodossie, non mancherà di far nascere nelle loro componenti più conservatrici atteggiamenti di resistenza e di repulsione.

Deve essere anche notato che alla resistenza al mutamento degli establishment sarà inevitabile associare anche quella dei cittadini-lavoratori, i quali, anche se dotati di un’istruzione e di una formazione adeguate, potrebbero risultare sprovvisti dei mezzi materiali necessari per inserirsi con successo nel mondo di oggi.

E’ strano il fatto che Friedman, dopo aver illustrato “perché il mondo sta cambiando così in fretta” e individuato nell’istruzione e nella formazione le condizioni utili a che tutti i cittadini del mondo possano fruire dei vantaggi del rapido cambiamento, abbia trascurato la condizione primaria perché il suo auspico possa realmente materializzarsi: la ridistribuzione, a tutti i livelli, della ricchezza che la globalizzazione ha consentito si concentrasse in pochi Paesi e, all’interno di questi, solo in gruppi privilegiati. Usando le parole di Friedman, gli uomini “hanno un corpo e un’anima”; l’”anima” potrà anche essere nutrita di istruzione di formazione professionale, ma se il “corpo” manca di essere nutrito attraverso una ridistribuzione della ricchezza accumulata, le aspirazioni dell’”anima” sono destinate ad avvizzire.

Gianfranco Sabattini

Éloi Laurent e l’economia svilita a “grammatica
della politica”

Eloi_Laurent_1Come ogni forma di credo e di culto fatalistico, oggi l’economia è assunta dalla politica come ideologia prescrittiva, che impone vincoli comportamentali ai cittadini destinatari degli effetti delle decisioni politiche, sotto la minaccia di “terribili punizioni”, quando non si dovessero attenere al loro acritico rispetto. L’economia, meglio la scienza economica, è diventata così la “grammatica delle politica”; è questa la tesi che Éloi Laurent, economista francese, sostiene in “Mitologie economiche”, di recente pubblicazione.

Con l’uso dell’economia assunta a grammatica della comunicazione pubblica, accade che la politica – afferma Laurent – arrivi ad esprimersi su tutto, sempre con la riserva “di una convalida economica”, senza che il nuovo modo di comunicare gli esiti del processo decisionale della politica costituisca una particolare scienza o una forma esclusiva di comunicazione; costituendo piuttosto “una mitologia, un credere comune in un insieme di rappresentazioni collettive fondatrici e regolatrici giudicate degne di fede, tanto potenti quanto insindacabili”, prive però di ogni utilità pubblica.

Ciò che la politica spera di derivare dalla sua sottomissione all’impero della mitologia economica consiste nella speranza di ricavarne la necessaria legittimazione per le sue decisioni; legittimazione che sempre di più stenta ad ottenere, a causa del crescente discredito che le sta procurando l’incapacità di fare fronte agli effetti più insostenibili del modo di funzionare dei moderni sistemi economici.

Per rimediare alla perdita di credibilità, perciò, la politica ricorre all’economia, trasformandola in “imperativo sociale”, col quale impone “obtorto collo” ai cittadini l’accettazione degli esiti della sua attività di governo. In questo modo, la comunicazione politica si riduce a “comandare” l’accoglimento degli effetti delle sue decisioni, offrendo la “confortante certezza che, rispetto alla complessità reale del mondo sociale, esista una soluzione”.

L’analisi economica viene così ridotta a “culto della fatalità”, con cui affrontare le avversità di “un universo faticoso e angoscioso, fatto di vincoli, di costrizioni, di rifiuti, di punizioni, di rinunce e di frustrazioni”; si tratta di un culto – sostiene Laurent – che riduce “i progetti, le ambizioni e i sogni a questioni falsamente importanti”, sulla base unicamente di semplici valutazioni riguardanti il presumibile “costo” della loro realizzazione, o la “resa” che da questa è possibile attendersi. Per questa via, la politica rinuncia ad analizzare le alternative, mentre la sua “vocazione” dovrebbe “essere proprio quella di aprire nel dibattito pubblico il ventaglio delle possibilità, di annunciare non una sentenza irrevocabile bensì delle opzioni aperte e sempre negoziabili, rispetto alle quali essa [la sentenza] non possiede né la vocazione né i mezzi per imporsi”.

Sono queste le ragioni per cui, oggi, chi fra i politici vuole apparire importante si accredita come economista, per recitare “con tono professionale e spesso comminatorio un catechismo del quale, peraltro, capisce pressoché niente”, convinto però che “parlare la lingua dell’economia” lo metterà “dalla parte dei forti”; vale a dire di coloro che possono stabilire ciò che per la collettività è bene o ciò che è male.

L’economia mitologica della politica inquina il dibattito pubblico, avvelenando per di più anche lo “spirito democratico” in presenza del quale il dibattito dovrebbe svolgersi; ciò perché le mitologie economiche costringono ad utilizzare un linguaggio comunicativo monocorde, qual è appunto il linguaggio dell’economia ad uso della politica, non solo chi ha responsabilità di governo, ma anche chi, pur lontano dagli “ambienti governativi”, è costretto a piegarsi alla “nuova ingiunzione comune” e a parlare solo di economia alla maniera dei politici, rinunciando in tal modo all’opportunità di valutare criticamente ed autonomamente le soluzioni dei problemi in termini di alternative possibili. La credibilità economica, ad uso ed immagine della politica, assorbe, rimuovendola, la legittimità politica del dibattito pubblico democratico.

Per fortuna della scienza economica, l’analisi critica ad essa interna è presente, diffusa e anche in crescita, nel senso che sta lentamente ricuperando il tempo perduto tra gli “addetti ai lavori”. Al riguardo, è forse utile ricordare, secondo Laurent, che da tempo i fatti economici sono “sempre meno vagliati”; non sempre, però, nel passato è stato così, nel senso che il confronto critico tra gli economisti era diffuso e rigoroso. Oggi, la “conservazione” ha preso il posto del confronto critico, mentre gli studi economici “sono ormai diventati nella stragrande maggioranza empirici piuttosto che teorici”; per cui, al “riparo di un diluvio continuo di numeri, le analisi economiche più influenti non si rinnovano più”. Ciò non è privo di conseguenze per l’approfondimento in termini teorici dell’economia, in quanto la conservazione rende “datata” la conoscenza del ”sistema ufficiale di produzione e di diffusione del sapere economico”.

Permanendo questo “stato di cose”, continuare ad accettare il prevalere della mitologia economica nel dibattito pubblico è del tutto irragionevole, in quanto significa lasciarsi “orientare nelle nostre scelte collettive da un pensiero economico dominante chiuso nelle sue certezze”, che, anche quando fossero ponderate, non possono evitare la critica d’essere ormai datate.

A supporto della sua posizione critica nei confronti dell’economia ridotta a grammatica della politica, Laurent ricorda come il prevalente atteggiamento della politica nei riguardi del “flagello sociale” della disoccupazione” sia quello di “contrastarla” attraverso la cosiddetta “flessibilità del mercato del lavoro”, da realizzarsi con “un arretramento forzato delle tutele sociali”; ciò perché, secondo il pensiero dei promotori della flessibilità, le tutele costituirebbero degli insuperabili ostacoli al reimpiego della forza lavoro disoccupata.

Cosicché, quando gli economisti neoliberisti, e con loro la maggior parte degli uomini di governo, illustrano la validità delle proposte avanzate in pro delle politiche pubbliche finalizzate al sostegno dell’occupazione attraverso la flessibilità del mercato del lavoro, non fanno altro – afferma Laurent – che enunciare “col tono dell’ovvietà” una lampante falsità; per cui, in nome di una presunta neutralità della scienza economica, essi non fanno altro che cancellare la realtà storica, sulla base dei pregiudizi consolidatisi con la mitologia economica.

In fatto di razionali politiche per il sostegno dell’occupazione, molti economisti dimenticano, o fingono di ignorare, che l’idea di aumentare i livelli occupativi della forza lavoro non è nuova; essa è stata formulata sin dagli albori della teoria economica, informata ai principi del “laissez-faire” e del “laissez-passer” e fondata sulla convinzione che il mercato, se lasciato “libero” da ogni intromissione dello Stato, sia in grado di assicurare il più alto livello di benessere per l’intera comunità e, nel lungo andare, anche il pieno impiego stabile della forza lavoro. Il libero mercato, perciò, guidato dalla mano invisibile di smithiana memoria, non avrebbe bisogno di alcun intervento regolatore pubblico, in quanto, dotato di “meccanismi intrinseci” auto-correttivi, può autonomamente rimuovere ogni causa di instabilità del funzionamento del sistema economico.

Solo che, di fronte all’aumentata complessità di quest’ultimo, la storia è valsa a dimostrare la fallacia del libero marcato autosufficiente; infatti, con la conservazione ad ogni costo della flessibilità del mercato del lavoro, soprattutto dopo la Grande Depressione del 1929-1932, non è stato mai possibile risolvere significativamente il problema della disoccupazione attraverso il contenimento dei sussidi previsti per i disoccupati. Invece, il problema ha potuto essere affrontato con successo, attraverso l’attuazione di politiche sociali supportate da interventi pubblici regolativi dei meccanismi spontanei del mercato, solo dopo la Seconda guerra mondiale, sulla scorta di un discorso formale e coerente della teoria economica, ad opera di John Maynerd Keynes.

Nel corso del “glorioso” periodo 1945-1975, con l’intervento attivo dello Stato è stato possibile regolare gli esiti indesiderati del funzionamento spontaneo del mercato, all’interno di una “cornice istituzionale” idonea ad assicurare contemporaneamente, sia la tanto agognata efficienza delle istituzioni economiche, sia una diffusa e condivisa equità distributiva e un’altrettanto diffusa e condivisa libertà d’iniziativa; a seguito della crisi dei mercati energetici e dell’instabilità monetaria, che hanno colpito negli anni Settanta i Paesi economicamente più avanzati, l’idea originaria della flessibilizzazione del mercato del lavoro, al fine di combattere la disoccupazione originata dalle situazioni di crisi, è riemersa da un “lungo sonno”; sono state così riaffermate le “virtù” del libero mercato, a scapito del contenimento e riduzione dei livelli di protezione sociale, giudicati, oltre che inopportuni dal punto di vista del libero funzionamento del mercato, anche insostenibili.

La riemersione della vecchia idea liberista riguardo al funzionamento del mercato, a giudizio di Laurent, è stata favorita, non tanto dal fatto che l’idea non abbia mai cessato d’essere “coltivata” da sodalizi culturali di prestigio (qual è stato quello della Mont Pelerin Society, animato dal liberale e liberista Friedrich Hayek), quanto dal fatto che, sempre a partire dal dopoguerra, la scienza economica abbia “adottato la matematica come linguaggio e la statistica come elemento di prova”; si è così perso il rapporto con la realtà economica e sociale, il cui governo, per un suo stabile funzionamento, avrebbe dovuto costituire il fine ultimo del suo progresso. E’ accaduto così che la scienza economica si sia trasformata in un impegno “monomaniacale”, a vantaggio della ricerca costante dell’efficienza “qui ed ora”; impegno che è valso a rendere l’economia inidonea ad affrontare le sfide emergenti dal dilagante caos finanziario, dall’approfondimento e dall’allargamento delle disuguaglianze distributive e dalle emergenze ecologiche; sfide, queste, nate nell’ultimo scorcio del secolo scorso, e che connotano ora l’inizio del XXI secolo.

Giunti a questo punto, se gli economisti hanno perso la loro credibilità, a chi credere se le loro “ricette” non servono ad affrontare i problemi la cui soluzione non ammette più ulteriori rinvii? La risposta, a parere di Laurent, sta nello “sfidare l’economia ad affrontare un vero dibattito”. Si può essere d’accordo con lui, ma il dibattito non potrà non avere come principali protagonisti, oltre agli economisti, tutti i cittadini che, attraverso il confronto pubblico, dovrebbero spingere gli economisti a disvelare le loro mistificazioni, al fine di esorcizzare i politici perché possano liberarsi “dal loro incantesimo fatale”.

Gianfranco Sabattini

 

I danni economici e sociali della disuguaglianza distributiva

franzini maurizioEsistono molte e giustificate ragioni per ritenere che le disuguaglianze distributive siano dannose, non solo sul piano economico, ma anche su quello sociale; vi sono, perciò, anche valide ragioni per sostenere, come afferma Maurizio Franzini, docente di Politica economica presso l’università di Roma La Sapienza, in “Combattere la disuguaglianza per tornare crescere” (MicroMega, n. 4/2017), che il loro approfondimento e consolidamento sia dipeso dalle politiche che sono state attuate, soprattutto negli ultimi venticinque anni. Da ciò consegue la necessità che, chi porta la responsabilità di governo, a livello di singoli Paesi ed a livello globale, si impegni per il loro contenimento e la loro riduzione, in considerazione del fatto che si conoscono le cause della loro origine e che non mancano i mezzi materiali da destinare alla soluzione del problema. E’ dunque solo una questione di volontà, quella di voler effettivamente affrontare il problema; ma come tradurre tale volontà politica in utile prassi di governo?

Il mondo economicamente avanzato – afferma Franzini – è oggi “molto diverso rispetto a trent’anni fa, e lo è per molte ragioni e sotto vari aspetti. Tra questi vi è certamente la disuguaglianza, in particolare quella economica che non è l’unica rilevante, ma che certamente è tra le più rilevanti, anche perché influenza la disuguaglianza in altri importanti dimensioni; tra queste dimensioni, merita di essere considerato l’impatto negativo che la disuguaglianza economica esercita sulla capacita di tenuta della coesione sociale dei Paesi che maggiormente ne soffrono.

Nel suo articolo, Franzini fornisce alcuni dati essenziali sulla consistenza e sulla tendenza della disuguaglianza economica in Italia e in alcuni altri Paesi occidentali; egli illustra anche i principali meccanismi che alimentano l’approfondimento e l’allargamento del fenomeno, sostenendo che esso, oltre ad essere “indesiderabile di per sé”, è causa del blocco della crescita e di tutto ciò che dall’interruzione del processo di crescita del prodotto sociale consegue. Franzini, insiste perciò sull’urgenza del contenimento e della riduzione della disuguaglianza, illustrando la possibilità di attuare politiche alternative a quelle realizzate, che sono all’origine del fenomeno indesiderato.

La prima causa del formarsi della disuguaglianza riferita ai soli redditi di mercato (al netto dell’attività ridistribuiva dello Stato), è la riduzione della quota del prodotto nazionale che va a rimunerare il lavoro; tra i primi anni Ottanta e il 2007, nei Paesi economicamente avanzati, la quota è diminuita di 10-15 punti percentuali, variando oggi dal 55% al 70% del reddito nazionale; della riduzione della quota imputabile al lavoro si sono avvantaggiati i percettori di profitti, cioè di coloro il cui reddito origina dall’impiego di capitale nei processi produttivi. Le cause del fenomeno sono molteplici, ma alcune – afferma Franzini – sono dominanti: tali risultano la politica di liberalizzazione a partire dagli anni Novanta dei movimenti di capitali, l’indebolimento della forza contrattuale delle forza lavoro e la proliferazione delle attività speculative sui mercati finanziari.

La seconda causa del formarsi del fenomeno della disuguaglianza è la sua crescita nei redditi da lavoro; nei Paesi avanzati, nel corso degli ultimi due decenni, “le retribuzioni dell’1% più ricco sono cresciute del 20%, mentre il reddito dei lavoratori più poveri è perfino diminuito”. In Italia, ad esempio, nel settore privato, tra il 1990 e il 2013, secondo il coefficiente di Gini, relativo alle retribuzioni annue della forza lavoro, è aumentato del 17,5%. Il coefficiente di Gini è una misura della disuguaglianza di una distribuzione, usato come indice per misurare la concentrazione nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1; valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione omogenea, mentre valori alti indicano una distribuzione più diseguale.

Secondo uno studio dell’OCSE, alla fine della prima decade degli anni Duemila, l’Italia aveva un indice di Gini, relativo alla distribuzione generale dei reddito, pari allo 0,34, superiore allo 0,30, considerato valore indicativo di una disuguaglianza avanzata. Il fatto che la concentrazione del reddito della sola forza lavoro sia aumentato del 17,5% è quindi indicativo della crescita della disuguaglianza tra i percettori della quota del prodotto sociale imputabile al solo lavoro.

Secondo una diffusa interpretazione, le crescenti disuguaglianze che si sono formate nella distribuzione del reddito da lavoro “sarebbero da attribuire all’importanza sempre maggiore del capitale umano (normalmente identificato con l’istruzione)”. Questa interpretazione vuole che, per effetto della globalizzazione e del progresso tecnologico nelle combinazioni produttive prevalenti all’interno delle economie avanzate, sarebbe cresciuta la domanda di lavoratori specializzati, che ha avuto l’effetto di migliorare la loro rimunerazione salariale rispetto a quella dei lavoratori non specializzati. I dati, però, a parere di Franzini, non confermano questa interpretazione.

Al riguardo, molti studi mettono in evidenza che la diversità di salario tra lavoratori specializzati e quelli che non lo sono non è spiegata dalla “differenza di capitale umano” e che il “motore” della disuguaglianza nella distribuzione delle retribuzioni non è la qualità della forza lavoro, essendo quindi deboli “i motivi per considerare decisive le forze ‘naturali’ delle globalizzazione e del progresso tecnologico”. Decisive al riguardo sono state, invece, le politiche adottate negli ultimi decenni, “in particolare quelle della flessibilizzazione – nelle sue diverse accezioni – del mercato del lavoro, che hanno fortemente contribuito a creare differenze retributive in funzione delle forme contrattuali, dei settori d’impiego, della dimensione delle imprese e così via. Se oggi nel mondo del lavoro coesistono i cosiddetti workind poor e working super-rich è anche per questo”.

La terza causa del fenomeno della disuguaglianza è la tendenza dei redditi di mercato a concentrarsi “sempre più in alto”; tendenza questa che ha teso ad “irrobustirsi”, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso; ovunque, infatti, da allora, è cresciuta la quota del prodotto nazionale della quale si sono appropriati i segmenti più ricchi della popolazione. Gli aumenti maggiori si sono avuti nel Regno Unito e negli Stati Uniti, dove l’1% della popolazione ha concentrato nelle proprie mani il 20% del reddito complessivo. Tutte le cause della disuguale distribuzione dei redditi di mercato sin qui descritte sono ascrivibili, a parere di Franzini, alle politiche adottate, e non a forze immodificabili; a determinarle sono state le politiche tributarie e fiscali, ma anche la riduzione delle aliquote d’imposta sui redditi più elevati.

Il fenomeno della disuguaglianza si ripropone anche quando, in luogo dei redditi funzionali, ovvero dei redditi determinati dalle forze di mercato, si considerano i redditi disponibili, derivanti “dall’aggregazione di tutti i redditi guadagnati nei vari mercati dai componenti il nucleo familiare, ai quali si aggiungono i trasferimenti monetari provenienti dallo Stato (pensioni, sussidi eccetera) e dai quali si deducono le imposte dirette”. I rediti familiari così determinati, sulla base di opportune “scale di equivalenza”, sono trasformati in redditi individuali.

La disuguaglianza riferita ai redditi disponibili individuali, calcolata nel 2013 con il coefficiente di Gini, è risultata, in tutti i Paesi avanzati, maggiore di quella registrata nella metà degli anni Ottanta e, quasi dappertutto, molto maggiore rispetto a quella del 2005. In Italia, nel 1985, il coefficiente di Gini, ricorda Franzini, è stato maggiore di 0,28 ed è andato nel 1995 oltre il valore di 0,32, indicativo di un aumento considerevole della disuguaglianza; la responsabilità del peggioramento nella disuguaglianza dei redditi disponibili, verificatosi in Italia tra il 1992 e il 1993, è in gran parte ascrivibile, a parere di Franzini, “alla manovra effettuata dai governi dell’epoca per fare fronte ai rischi di default e per facilitare la partecipazione dell’Italia alla nascente moneta unica”. Pur essendosi conservata costante intorno ai valori raggiunti nel 1995, la disuguaglianza nei redditi disponibili è oggi in Italia tra le più alte rispetto agli altri Paesi europei e a tutti quelli all’area OCSE.

Tuttavia, la comprensione del trend della disuguaglianza e delle caratteristiche delle forze che ne supportano l’intensità si ricava dall’applicazione del coefficiente di Gini, non tanto ai redditi disponibili, quanto ai redditi di mercato, cioè ai redditi che “affluiscono ai componenti del nucleo familiare dalle loro prestazioni nel mercato del lavoro o dal rendimento di beni patrimoniali in loro possesso, calcolati prima di pagare le imposte e senza tener conto dei trasferimenti dello Stato”. Dagli studi dell’OCSE è risultato che il coefficiente di Gini relativamente ai redditi di mercato è passato, nel periodo 1985-2010, da un valore maggiore di 0,38 a un valore maggiore di 0,50; si tratta di un aumento molto consistente che si è conservato sino agli anni più recenti. L’Italia, nota Franzini, è uno dei Paesi con la disuguaglianza più elevata nei redditi di mercato.

La tendenza dei redditi di mercato ad alimentare sempre più un peggioramento della disuguaglianza può essere compresa tenendo conto delle cause, precedentemente indicate, che la determinano; in più, tenendo conto, sia del fatto che lo spostamento del prodotto sociale dal lavoro al capitale ha teso a peggiorare la disuguaglianza, in quanto il reddito da capitale si è distribuito “tra le famiglie in modo più disuguale del reddito da lavoro”; sia del fatto che la “concentrazione dei redditi al top” si è tradotta “quasi automaticamente in maggiore disuguaglianza nei redditi familiari”; sia infine del fatto che la distribuzione della ricchezza è risultata ancora più concentrata di quella del reddito. Quale la conseguenza della crescente concentrazione del prodotto sociale?

Se la sola logica di funzionamento dei mercati produce una crescente concentrazione dei redditi di mercato, che i redditi disponibili non riescono a contenere, la conclusione non può essere che il riconoscimento che il welfare State realizzato non è in grado di contrastare la disuguaglainza. Di ciò occorrerà tener conto se si vorrà realmente affrontare il problema di una più equa distribuzione delle condizioni di benessere tra i componenti delle popolazioni dei Paesi economicamente evoluti e rimuovere tutti gli aspetti negativi che il fenomeno della disuguaglianza produce, per altri versi, sul sistema economico e su quello sociale.

Tutti gli economisti che non condividono l’ideologia neoliberista, ad esempio, sottolineano che la disuguaglianza ha un impatto frenante sulla crescita; essi perciò rifiutano la tesi secondo cui l’ineguale distribuzione del prodotto sociale sarebbe una “sorta di prezzo da pagare” per migliorare il benessere di tutti. Gli stessi economisti, e con loro sociologi, politologi e giuristi, concordano nel ritenere che la disuguaglianza influenzi negativamente la mobilità sociale e la dinamica dei processi decisionali propri della democrazia, o quantomeno renda le istituzioni democratiche inefficaci, trasformandole così in un’ulteriore causa dell’aggravamento della disuguaglianza reddituale.

In conclusione, Franzini è del parere che, per contrastare la disuguaglianza, non bastino “le politiche tradizionalmente ridistributive”; occorrono anche “politiche che modifichino le regole del gioco”, utili per una riduzione sostanziale del potere economico e per l’affievolimento di quei meccanismi interni al mercato responsabili della disuguaglianza, che il welfare non è in grado di contrastare e, tantomeno, di eliminare.

Franzini non dice quali regole del gioco dovranno essere cambiate; sarà però inevitabile un intervento pubblico ax-ante, finalizzato ad assicurare un contenimento della disuguaglianza delle opportunità; unico modo questo per contrastare i meccanismi di mercato costituenti il motore che origina la disuguaglianza. Le regole del gioco dovranno essere modificate in tal senso, pur in presenza delle potenti resistenze, nell’unico modo possibile, cioè facendo tesoro di quanto un crescente numero di economisti da tempo propone: introdurre il cosiddetto reddito di cittadinanza incondizionato, da finanziarsi con la riorganizzazione del welfare esistente, ma conservare anche un appropriato intervento ridistribuivo ex-post, al solo fine di rendere reale una condizione di equità distributiva.

Gianfranco Sabattini

Piena occupazione
e funzionamento dei moderni sistemi economici

economistaSergio Cesarotto, docente di Economia internazionale, in “L’imperativo della piena occupazione” (MicroMega, 4/2017) sostiene che l’Italia, nelle condizioni in cui attualmente si trova, non sia in grado di risolvere il problema della piena occupazione; ciò che sarebbe possibile se essa fosse integrata in un contesto internazionale favorevole, quale potrebbe essere, ad esempio, quello Europeo dell’Eurozona, se fosse espresso da Paesi organizzati sul piano istituzionale su basi federalistiche ed orientato a svolgere una funzione compensatrice delle differenze economiche esistenti tra gli Stati membri dell’area federata. Così però non è, per cui, sebbene integrata in un contesto internazionale anche più vasto di quello dell’Eurozona, che però come quest’ultimo non è favorevole, l’Italia è destinata a un declino sociale irreversibile. A sostegno della sua tesi, Cesarotto illustra gli ostacoli, pressoché insuperabili, con cui l’Italia dovrebbe confrontarsi, ipotizzando le diverse alternative che nel momento attuale le sono offerte.

Esistono due modi per spiegare la piena occupazione: quello offerto dalla teoria neoclassica e quello keneysiano, riconducibile alla tradizione delle teoria classica. La prima teoria ritiene che la piena occupazione possa essere raggiunta solo in presenza di un mercato lasciato libero di svolgere la sua funzione, senza subire restrizioni di alcun tipo. In questo contesto, se i servizi della forza lavoro sono considerati alla stregua di qualsiasi altra risorsa economica, è fondato prevedere che in corrispondenza di bassi salari pagati dai datori di lavoro possa aversi una maggiore occupazione; a supportare questa previsione è l’assunto che, data la capacità produttiva disponibile, la “produttività marginale” di ulteriori lavoratori impiegati sia progressivamente decrescente, per cui i datori di lavoro saranno propensi ad una maggiore occupazione solo a un salario minore. Nel mercato, secondo la teoria neoclassica, il libero gioco della domanda e dell’offerta di lavoro è sufficiente a determinare un salario naturale d’equilibrio, al quale tutti lavorano.

Il mercato, perciò, quando sia lasciato libero di operare senza essere condizionato da “lacci e laccioli” di ogni tipo, assicura la tanto decantata “flessibilità del mercato del lavoro”; questa opererebbe nel senso di favorire sempre la formazione del salario naturale d’equilibrio e, dunque, il raggiungimento del pieno impiego di tutta la forza lavoro. Infatti, se vi fosse disoccupazione, dovuta a un salario troppo alto, i disoccupati si offrirebbero a un salario inferiore; per cui ai datori di lavoro verrebbe facile ottenere dai lavoratori occupati, sui quali penderebbe la spada di Damocle della possibile espulsione dall’occupazione, l’accettazione di una diminuzione salariale. Così, al salario più basso, tutti avranno l’opportunità di lavorare.

Esiste però un ma; se riducono il salario ai lavoratori-consumatori, i datori di lavoro si mettono nella condizione di correre il rischio che una parte della loro produzione resti invenduta sul marcato; se ciò accadesse, sarebbe inevitabile il riproporsi della disoccupazione. E’ stato Keynes, e prima di lui Marx, ad imputare la disoccupazione a una crisi della domanda finale del sistema economico, a causa del verificarsi di un fenomeno senza del quale il capitalismo non può funzionare: la diseguale distribuzione del prodotto sociale, che non consente ai lavoratori disoccupati di consumare, perché privi della necessaria capacità d’acquisto. Lo stesso Keynes, per conservare il pieno impiego, ha indicato una modalità di distribuzione del reddito tra i diversi gruppi sociali alternativa a quello propria della teoria neoclassica; com’è noto, la questione distributiva è stata affrontata dall’economista di Cambridge, non più in funzione delle libere determinazioni del mercato, ma in funzione di “rapporti di forza” di natura politica tra le parti protagoniste della vita economica.

I rapporti di forza, infatti, hanno consentito di giustificare il reddito dei lavoratori costituito, non più soltanto dal salario corrisposto direttamente dai datori di lavoro, ma anche da sue integrazioni operate da interventi ridistributivi dello Stato, finanziate attraverso la leva fiscale. L’intervento pubblico, in questo contesto, ha lo scopo di sostenere la domanda finale del sistema economico; sostegno che, nel secondo dopoguerra, di fronte alla minaccia sovietica e al pericolo di una nuova Grande Depressione, soprattutto nei Paesi dell’Europa occidentale ha preso la forma di una crescente spesa sociale, che ha caratterizzato i primi trent’anni del dopoguerra.

A parere di Cesarotto, il venir meno “della sfida sovietica e l’indisciplina sociale”, che hanno accompagnato la piena occupazione degli “anni gloriosi” (1945-1975), hanno fatto “progressivamente tornare il capitalismo sui propri passi”. A parte il venir meno della minaccia sovietica, in che cosa è consistita l’indisciplina sociale? Quale è stato il suo ruolo nel determinare la crisi del “compromesso keynesiano”?

Per spiegare l’indisciplina sociale, Cesarotto si rifà alle idee sviluppate all’inizio degli anni Quaranta dall’economista polacco Michal Kalecki, il quale ha evidenziato, indipendentemente da Keynes, che se, da un lato, nel capitalismo il pieno impiego può essere ottenuto con una ridistribuzione del reddito attraverso la spesa pubblica, dall’altro lato, accade che la piena occupazione sia incompatibile col capitalismo, per via del fatto che il pieno impiego “comporta una diminuzione del saggio di profitto e una forte indisciplina sociale”, essendo determinata quest’ultima dalla scarsa dedizione al lavoro che lo stesso pieno impiego comporta presso i lavoratori.

A parte l’allungamento della pausa caffè dei lavoratori e l’aumentata propensione a darsi ammalati, occorre però tener conto del fatto che Cesarotto manca di ricordare che gli alti livelli che la spesa pubblica aveva raggiunto alla metà degli anni Settanta sono risultati difficili da sostenere, per via delle crisi dei mercati energetici e di quelli valutari; ciò ha reso facile il riproporsi, attraverso i neoliberisti, delle ricette distributive proprie della teoria neoclassica. Con queste ricette è stato possibile elevare i tassi di disoccupazione per il sostegno dei profitti, ma anche per contenere l’indisciplina del lavoratori. Ma era necessario – si chiede Cesarotto – tornare alla disoccupazione diffusa per calmierare le pretese dei lavoratori? La sua risposta è no. Vediamo come egli la giustifica.

“Gli aumenti salariali – egli afferma – determinano inflazione, che comporta minore competitività con l’estero”; l’inflazione però “può essere accomodata con la flessibilità del cambio”. Ciò è stato quanto si praticava in Italia negli anni Settanta, in corrispondenza dei quali era massimo l’impegno dello Stato per conservare livelli occupativi i più alti possibile; ma i contro-riformisti nostrani, continua Cesarotto, quali “gli Andreatta, i Padoa-Schioppa, i Ciampi e i loro epigoni ex comunisti”, hanno preferito battere un’altra strada, ovvero hanno scelto di optare per un “regime dei cambi fissi con l’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo nel 1979”. Questa decisione, combinata con il famoso “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia del 1981 e con la liberalizzazione dei movimenti di capitale, ha determinato l’”esplosione del debito pubblico italiano”. La conservazione del regime dei cambi fissi attraverso il crescente indebitamento pubblico ha inciso negativamente negli anni successivi sulla domanda aggregata e, quel che più conta, sull’andamento della produttività; in questo modo è stato possibile evitare il crollo dell’occupazione, attraverso il mancato miglioramento della produttività, posto a presidio della tutela dell’occupazione.

Il permanere di questa situazione di generalizzata inefficienza del sistema-Italia ha consentito di accertare “una possibile incompatibilità fra regime di cambi rigidamente fissi (associato al libero movimento di capitali) e democrazia”, e di trovare il suo “modello disciplinante” nell’adozione dell’euro. Una scelta, quest’ultima che, a parere di Cesarotto peserebbe “come una spada di Damocle sul passato e sul futuro della sinistra”; fatto del tutto ininfluente per gli italiani, se lo stato delle cose denunciato da Cesarotto non pesasse, quel che più conta, anche sul loro futuro.

Ad ogni buon conto, la situazione di empasse e di crisi in cui versa il Paese, secondo Cesarotto, non sarebbe irreversibile; infatti, essa potrebbe essere contrastata, se si riuscisse ad inaugurare una politica economica di stampo keynesiano, con la possibilità di “sostenere la domanda aggregata attraverso la politica di bilancio e la crescita dei salari senza incorrere nel vincolo estero – ovvero nella crescita delle importazioni e dell’indebitamento con l’estero”. Con l’euro, però, una politica economica di questa natura è praticamente impossibile. Restando dentro l’euro, l’attuazione di una politica kerynesiana, sul tipo di quella descritta, sarebbe possibile solo riformando l’Unione Economica e Monetaria Europea in senso progressista e ridistributico; ciò che ora è praticamente, essendo divenuta quasi assoluta l’egemonia dell’ordoliberismo. Il futuro che si prospetta per l’Italia in presenza dell’euro evoca solo, per Cesarotto, il prezzo di ulteriori vincoli, che possono solo rendere vana la “speranza di un riscatto economico e civile del nostro Paese”.

Esisterebbe, però un’”uscita di sicurezza” che gli italiani potrebbero decidere di “imboccare” per sottrarsi al cappio europeo: l’uscita dall’euro. Ora, a parte le difficoltà tecniche che questa decisione solleverebbe (ripristino della vecchia valuta e ridenominazione delle posizioni debitorie del Paese verso l’estero), fuori dalla moneta unica, una limitata svalutazione del cambio potrebbe risultare strumentale rispetto al sostegno della domanda globale interna, senza incorrere in eccessivi disavanzi con l’estero; sarebbe però necessario “un controllo stretto dei movimenti di capitale finanziario e dovrebbero essere adottate misure oculate di controllo delle importazioni”, più altro ancora; in ultima istanza, sarebbe necessario tornare al clima sociale proprio degli anni Settanta, caratterizzato dai persistenti conflitti sociali originati da una politica economica caratterizzata dalla continua instabilità economica, per il succedersi di periodi di stagnazione con periodi di relativa ripresa (politica dello stop and go).

Questa situazione è resa ancora più probabile dal fatto che l’uscita dalla moneta unica porterebbe l’Italia, anche se dovesse continuare a fare parte dell’Unione Europea, ma fuori dall’Eurozona, ad entrare in un contesto internazionale “che potrebbe essere non solo sfavorevole al Keynesismo in un Paese solo, ma addirittura ostile”. In conclusione, una politica orientata al pieno impiego sarebbe possibile, se Italia fosse integrata in un’Europa con moneta comune organizzata istituzionalmente su basi federali; sarebbe alternativamente possibile – afferma Cesarotto – se l’Italia “decidesse di andare per proprio conto” e le fosse consentito di inserirsi in un contesto internazionale favorevole. Quest’ultima via, però, presupporrebbe “un coraggio politico e un sostegno popolare” che non è dato ipotizzare in un contesto sociale quale quello italiano, “flagellato” dagli esiti negativi delle Grande recessione dell’ultimo decennio.

Di conseguenza, per Cesarotto, lo stato economico e sociale dell’Italia promette solo un suo “declino sociale irreversibile”, nonché lo smarrimento della sua identità storica. Può darsi che a tutto questo, secondo lo stesso Cesarotto, la sinistra radicale guardi con “cinico favore”; quel che più deve preoccupare, però, è che la sinistra riformista incominci a riflettere sul fatto che ormai sono maturi i tempi per prendere atto che con le modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici divengono improponibili le politiche economiche finalizzate a rendere compatibile il pieno impiego con il miglioramento delle produttività dei fattori produttivi e il miglioramento della competitività; occorrono sforzi per andare oltre il pieno impiego e privilegiare, in sua vece, la riflessione sul come distribuire più convenientemente il prodotto sociale.

Gianfranco Sabattini

La letteratura che parla di se stessa. Giorgio Bassani visto da Italo Calvino

9_giorgio_bassaniIl 21 ottobre del 1964, a Gian Carlo Ferretti, autore del libro Letteratura e ideologia. Bassani, Cassola e Pasolini (Roma, Editori Riuniti 1964), Italo Calvino scrive: “Il tuo libro non l’ho letto, primo perché speravo che me lo mandassero in omaggio e non l’ho avuto; secondo perché in questo momento quei tre non m’interessano tanto. Dirò meglio, in questo momento non nutro un interesse problematico per nessuno di loro”.

Non era stato così diversi anni prima, quando, in una lettera del 3 dicembre 1952 Calvino aveva manifestato vivo interesse per la ricerca narrativa del Ferrarese: “Ho letto iersera il suo racconto. M’ha fatto molta impressione; lo sto rimuginando ancora ma posso già dirle che mi pare molto bello. Mi interessa molto questo Suo ficcarsi dentro la cronaca più cronaca, per tirarne fuori un vero solido racconto morale; e questo giro di frase ‘verboso’ che pare voglia fare tutto esplicito, e poi invece quello che conta è implicito; e questo modo di apparire (contraddittorio?) dei personaggi”. Interesse ribadito in un’altra lettera, stavolta al critico letterario ed editor Niccolò Gallo, datata 12 luglio 1954: ”…è ormai chiara la linea che tu proponi e sostieni per la giovane letteratura italiana: una linea che potremo definire coi nomi di Cassola e Bassani[…]ed hai ragione, è su questa linea nutrita di memoria e di moralità, controllata da vigile misura lirica e coscienza intellettuale, che si è fatto il lavoro più serio degli ultimi anni, al di là delle sortite più chiassose del neorealismo”.

Mentre in una cartolina da Sanremo del 20 maggio 1955 l’autore del Sentiero dei nidi di ragno esprime il seguente giudizio: “Caro Bassani, ti ringrazio della Notte[Una notte del ‘43] È bello con questo senso della provincia dove tutti si conoscono e tutto avviene in un giro noto e i giorni e le ore sono nel sangue. Non è bello come la Lapide e la Trotti però. Barilari è forte ma come personaggio muto e giudicatore Geo Josz lo batte”. Non sorprende perciò che nella lettera del 22 luglio 1958 indirizzata a Francois Wahl, fine italianista e “ministro ombra” delle Editions du Seuil, che chiede notizie sulla figura di Bassani, Calvino si cimenta in una acuta analisi della narrativa del Ferrarese: “Sono molto contento che Le piaccia Bassani. È uno dei due o tre scrittori italiani di valore rivelatisi negli ultimi anni. E Gli occhiali d’oro, il sesto racconto che egli ha scritto, è il più denso di significati di tutti.[…]Pur muovendosi da questo piano squisitamente letterario tutta la narrativa di B. ha argomento politico, deriva tutta dal suo trauma fondamentale: la persecuzione antisemita vista nella società borghese di Ferrara. Il rapporto di B. per Ferrara e per la sua borghesia è duplice: da una parte è amore nostalgico per un tempo in cui si sentiva integrato con essa, dall’altra odio mortale per l’offesa. I due sentimenti si confondono e sovrappongono continuamente e fanno la peculiarità dell’accento di Bassani, che sta tra l’amore nostalgico delle vecchie cose[…] e il risentimento engagé. Ma i due poli dello stile narrativo di B. sono Henry James[…] e Flaubert.” A rimarcare l’interesse che Calvino in quegli anni nutre per Bassani, va ricordato il testo della conferenza Tre correnti del romanzo italiano d’oggi, letta in inglese in alcune università americane negli anni 1959-1960, e i risvolti di sopracoperta per Le storie ferraresi, Il giardino dei Finzi-Contini e dello sfortunato romanzo Dietro la porta. E’ vero, infatti, che due anni dopo il successo del Giardino dei Finzi-Contini, salutato da un pubblico strabocchevole, accorso nelle librerie e nei teatri delle varie città italiane, perché interessato a conoscere lo scrittore che aveva creato la figura della enigmatica e affascinante Micòl, la pubblicazione di Dietro la porta fa nutrire rosee aspettative all’autore, all’editore e ai librai. Insistite sono perciò le richieste di tirature e lancio in libreria. Così alle cinquantamila copie iniziali del libro, quasi subito se ne aggiungono (non necessarie) altre ventimila. Il mercato non risponde e le vendite del romanzo saranno deludenti. I lettori chiedono allo scrittore di replicare la storia dell’aristocratica famiglia dei Finzi-Contini. Lo aveva intuito Italo Calvino nel bellissimo risvolto della sopracoperta di Dietro la porta, scritto nel gennaio del 1964, leggibile come un microsaggio illuminante della poetica bassaniana: “Continuando a evocare ambienti e atmosfere con precisa fedeltà storica, l’arte di Giorgio Bassani si è questa volta calata nel piccolo inferno d’una prima liceo: né la definizione sembrerà esagerata per il mondo chiuso e ossessivo e dilaniato che l’autore qui ci presenta, e che ingloba eletti e reietti.[…] Un libro assai diverso, tecnicamente, dal Giardino dei Finzi-Contini: aspro, duro, spesso crudo, quanto l’altro, abbandonato al piacere di raccontare, era invece intessuto di commozione e di rimpianto,[…]Ferrara stessa vi compare appena”. Dopo la pubblicazione di Dietro la porta, i rapporti tra Bassani e Calvino si raffreddano perché, come scrive Cristiano Spila nel saggio Bassani e Calvino: due intellettuali operativi. Notizie dal carteggio, compreso nel volume collettaneo Bassani nel suo secolo (Giorgio Pozzi Editore, Ravenna, 2017), l’attività di ecologista a tempo pieno di Bassani, la sua “svolta ambientalista sollecita probabilmente l’allentamento circa i rapporti col parallelo lavoro letterario”, mentre Calvino, aggiungiamo noi, dismesso l’impegno a raccontare l’Italia del suo tempo, si ostina a perseguire un tipo di letteratura occupata a parlare di se stessa.

Lorenzo Catania

L’Italia e lo smarrimento del “suo interesse nazionale”

limes cover 4_17La Grande Recessione che ha colpito gran parte delle economie di mercato, e in particolare alcuni Paesi dell’Unione Europea, tra i quali l’Italia, ha portato con sé una crisi d’instabilità politica, non solo per l’incapacità dell’establishment tradizionale di fare fronte alle conseguenze più negative della crisi economica, ma anche per l’accentuarsi ed il diffondersi del convincimento che le modalità con cui si è cercato, e si continua a cercare, di uscire dalla crisi in modo stabile e duraturo stiano mettendo a rischio le istituzioni democratiche.

Ciò è tanto più grave per quei Paesi che, come l’Italia, non hanno precisa consapevolezza di quali siano il “proprio interesse nazionale” e il proprio ruolo a livello internazionale, e soprattutto europeo. Ciò è dovuto, non tanto alla sua recente costituzione come nazione, quanto alle particolari circostanze che ne hanno caratterizzato la vita politica nel secondo dopoguerra, spingendola ad affidarsi al mondo esterno per la soluzione dei propri problemi interni, di ricorrerere cioè al cosiddetto “vincolo esterno”.

La conseguenza di tutto ciò è stata la maturazione di un’estrema posizione di debolezza contrattuale che l’Italia ha scontato, e continua a scontare, come, ad esempio, al “tavolo delle trattative europee” che di continuo si svolgono per adeguare il governo del mercato interno dell’Europa alle pressioni esercitate dalla globalizzazione (asse di governo franco-tedesco, Europa a due velocità, costituzione dell’”Euronucleo tedesco”, ecc.). Il n. 4/2017 di “Limes” è interamente dedicato all’approfondimento di questi problemi; le osservazioni svolte nell’”Editoriale”, congiuntamente alle argomentazioni formulate in alcuni degli articoli contenuti nel periodico, meritano d’essere considerate.

Nell’”Editoriale” si sostiene, non infondatamente, che la mancata consapevolezza di quale sia l’interesse in base al quale giustificare le scelte nazionali mette a rischio la soluzione dell’antico problema del dualismo Nord/Sud, concorrendo anche a creare motivi che porteranno il Paese a divergere dall’Europa. E’ vero che il “solco che accentua la separatezza originaria tra Settentrione e Mezzogiorno è scavato in parallelo da percezioni antropologico-culturali e dinamiche socio-economiche, nell’impotenza della politica – futile, afasica – e nella fragilità del contesto istituzionale, minato dalla corruzione sistemica, di cui si avvantaggiano mafie e altri poteri informali”, indebolendo l’”architettura geopolitica italiana”; non è meno vero, però, che con la crisi della Prima Repubblica e la fine della guerra fredda “è emersa al Nord la tentazione di codificare su base geoculturale, se non etnica, la propria alterità a Roma e al Sud”, con il fine di affermare la “rappresentazione di una diversità che nella sua versione estrema, tendeva a negare l’identità italiana”, quindi con conseguenze delegittimanti nei confronti dello Stato nazionale.

Il dualismo italiano Nord/Sud “non consiste più – com’è detto nell’”Editoriale” di Limes – solo nella diffidenza del Nord che si vuole civile e produttivo, vocazionalmente impolitico verso l’inefficiente classe amministrativa incistata nella capitale e l’ignaro Mezzogiorno”, ma nell’affermazione del convincimento dell’esistenza di “un’insuperabile diversità antropologica” del Nord rispetto al Sud, alla quale “corrisponde una latente quanto poco ricambiata affinità con il mondo germanico”. Sfortunatamente, questo convincimento è stato corroborato dagli effetti della crisi dell’ultimo decennio.

In tale periodo, il Prodotto Interno Lordo (PIL) del Sud dell’Italia è crollato di quasi il doppio rispetto a quello del Centro-Nord; il PIL medio meridionale è divenuto uguale a poco più della metà di quello dell’area centro-settentrionale, mentre la caduta dei consumi medi pro-capite è stata di due volte e mezzo superiore rispetto a quella registrata nel resto del Paese e quella dell’occupazione è stata addirittura maggiore di sei volte. Di fronte all’aggravamento del dualismo territoriale, vi è chi afferma che il divario sia ormai diventato incolmabile, e a riprova di questa affermazione si osserva che, se anche si dovesse ipotizzare una futura crescita annua del Sud superiore dell’0,4% rispetto a quella del Centro-Nord, per realizzare la tanto attesa convergenza tra le due aree “occorrerebbe attendere l’anno 2243”.

Inoltre, nella parte settentrionale dell’Italia, gran parte del sistema industriale è integrata nell’economia dell’area destinata, probabilmente, a costituirsi in “euronucleo tedesco”. Fatto questo che sembra essere confermato dalla consistenza dell’interscambio fra l’area settentrionale dell’Italia e la Germania; nel 2016, esso ha raggiunto il tetto degli 87 miliardi di euro, a fronte dei 15 miliardi dell’area centrale e dei 7 dell’area meridionale; si tratta tuttavia di un interscambio, quello tra il Nord dell’Italia e la Germania, che al di là delle apparenze nasconde un grave limite: senza una solida ripresa del Mezzogiorno, l’area centro-settentrionale dell’Italia è destinata a risultare penalizzata; ciò perché il mercato del Mezzogiorno varrebbe, per la parte più ricca del Paese “il triplo delle esportazioni verso tutti i Paesi dell’Unione Europea”.

A livello europeo, l’aggravarsi del dualismo tra la parte “ricca” e quella “povera” ha determinato l’ulteriore divergenza, sul piano economico, del nostro Paese rispetto al resto dell’Europa, che negli anni della Grande Recessione, è stata come riporta l’”Editoriale” di Limes, di 9 punti percentuali rispetto all’Eurozona e di 11 punti percentuali rispetto all’intera Unione Europea; si è consolidato in tal modo “il distacco fra la crescita italiana e quella delle principali economie continentali”, che ha sua matrice d’origine nella distruzione dell’economia mista, che aveva consentito all’Italia, non solo di ricostruirsi dopo la Seconda guerra mondiale, ma anche di inserirsi con successo nel mercato manifatturiero internazionale. Come afferma Giuseppe Berta nella sua “Conversazione” con Giuseppe Maronita, il cui testo è riportato nella rivista Limes col titolo “La grande industria è finita con l’IRI. Puntiamo sui medi per non scomparire”, una “retorica semplice e precisa” identificava l’Italia, dopo la Germania, come “seconda potenza manifatturiera” europea.

Il paragone con la Germania, a parere di Berta, non poteva reggere, in quanto, già prima della crisi, l’Italia non disponeva del “possente apparato produttivo tedesco, né la forza lavoro altrettanto evolutiva, tipica di un Paese a forte connotazione manifatturiera”: l’Italia era, e continua ad esserlo, un Paese di imprese medio-piccole, esprimente una realtà ed una forza economica imparagonabili a quele tedesche. La struttura dei settori manifatturieri italiani è, secondo Berta, la “chiave per capire la nostra formidabile esposizione alla crisi”; ma anche, si può dire, la “chiave” per capire le ragioni dell’allargamento della divergenza dell’Italia dal resto dei più importanti Paesi europei. A suo parere, un dato esprime, più di qualsiasi altro, la debolezza dell’apparato industriale manifatturiero italiano: quello stimato da Nomisma, dal quale risulta che “circa il 20% dell’industria italiana – meno di 2000 imprese in un Paese di quasi 60 milioni di abitanti – fa l’80% del valore manifatturiero”, mentre tutto il restante apparato produttivo industriale stenta a conservarsi sul mercato. Il resto dell’apparato industriale, infatti, è costituito da piccole imprese per lo più orientate al mercato interno; nel loro insieme, tali imprese hanno costituito la parte dell’intero apparato produttivo sulla quale si sono “scaricati” gli effetti più disastranti della crisi.

Si deve tenere presente che il dualismo tra medie e piccole imprese preesisteva alla crisi, ma si è fortemente accentuato in seguito; va anche considerato che il dualismo non è solo dimensionale, in quanto esso presenta pure una dimensione settoriale. I settori che più hanno retto gli esiti negativi della crisi sono quelli che andavano meglio anche prima: sono i settori produttivi pesanti, quali quelli della meccanica, della chimico-farmaceutica e della metallurgia; mentre più penalizzati sono stati i settori delle costruzioni e dell’abbigliamento.

Il limite del nostro apparato industriale – afferma Berta – non sta nella mancanza di professionalità e di capacità innovative, “quanto nell’incapacità di produrre realtà industriali grandi, capaci di replicare su vasta scala le intuizioni e le eccellenze locali”. Per questo motivo, sostiene Berta, la nostra maggior forza industriale deve essere rinvenuta in un “capitalismo intermedio”, espresso “da imprese di medio fatturato, capaci di mettere a sistema saperi, competenze e attività presenti nel territorio” che stimolano l’ammodernamento tecnologico e creano sbocchi sui mercati esteri.

Si tratta di una forma di capitalismo che influenza, aggravandolo, il dualismo tra l’aerea settentrionale e quella meridionale del Paese; ciò perché esso è, e resta, espressione delle regioni del Centro-Nord del Paese. Se dunque dopo il decennio di crisi, il dualismo territoriale dell’Italia si è accentuato, lo si deve al peggioramento della situazione del Mezzogiorno e non alla maggior tenuta sul piano economico dell’area settentrionale, la quale peraltro ha visto il deteriorarsi della propria situazione rispetto all’Europa.

Dopo tanti anni di attenzione riservata al cosiddetto capitalismo leggero della moda e del design, l’Italia deve prendere atto del fatto che non potrà mai esprimere un’economia incentrata sulla grande industria; ciò perché – afferma Berta – “è un Paese di recente e imperfetta industrializzazione, che ha fatto il suo miracolo tra la metà degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta in condizioni internazionali e politico-sociali forse irripetibili, e che ci ha messo altri dieci anni, dalla metà degli anni Settanta, per demolire l’economia mista e sprofondare nei debiti”. Occorre, perciò, che si reagisca alla situazione evidenziatasi nella sua nuda realtà durante e dopo la crisi, tenendo presente che la forza oggi sta nella “sparuta pattuglia” di medie imprese, da incentivare e proteggere con uno sforzo congiunto del mondo imprenditoriale e di quello politico.

Il mondo imprenditoriale, a parere di Berta, deve riconsiderare il problema della propria rappresentanza; ciò al fine di “ricalibrare” l’azione a tutela della sua funzione sulla “dimensione di gran lunga dominante” del capitalismo italiano, rendendo più efficace l’operato delle proprie organizzazioni a livello nazionale ed internazionale. Il mondo politico deve anch’esso prender atto della nuova realtà economica che ha preso forma dopo i dieci anni di crisi e “chiudere la forbice”- come si afferma nell’”Editoriale” di Limes – fra “oggettivo rilievo e carenza di soggettività” che caratterizza il Paese; ciò al fine di costituirlo “in attore geopolitico”, non importa se grande o piccolo, per proteggere gli interessi nazionali “nella competizione e nel compromesso” con gli altri attori geopolitici, evitando così, come spesso è accaduto nei momenti più acuti della crisi, di “pretendersi Stato per farsi eterodirigere da altri Stati”.

Sinora, l’Italia è stata molto disattenta nel valutare il rischio cui potrebbe essere esposta se prendesse corpo ciò di cui spesso si discute; qualora cioè diventasse concreto lo scenario connesso alla possibile costituzione in Europa dell’euronucleo tedesco; evento questo che varrebbe ad evocare anche la possibilità che la fragile unità dell’Italia sia “spaccata” dall’adesione all’euronucleo della “macro-regione padana”, per via dell’ulteriore peggioramento del dualismo territoriale, che vedrebbe l’area del Mezzogiorno non più in grado di esercitare un attrazione economica conveniente nei confronti del capitalismo leggero delle regioni del Centro-Nord del Paese. La necessità di prevenire questi possibili eventi nefasti esprime il motivo per cui agli italiani serve un’Italia che sia attore geopolitico.

Gianfranco Sabattini

Marsili e Varoufakis. “Terzo spazio” e superamento della crisi

Diem25-Napoli-1024-259x190Lorenzo Marsili e Yanis Varoufakis hanno scritto un “Manifesto” per lanciare un movimento volto al superamento, a livello europeo e nazionale della crisi attuale, che ha colpito il capitalismo globalizzato dal 2007/2008; il manifesto, il cui titolo è “Il terzo spazio. Oltre establishment e populismo”, sintetizzato nell’acronimo “DiEM25” (Democracy in Europe Movement 2025), illustra le ragioni per cui è oggi necessario creare una forza in grado di proporre un disegno politico in grado di rilanciare la crescita e la democrazia, nonché di sconfiggere le disuguaglianze sociali.
Nei vent’anni successivi alla caduta del muro di Berlino – affermano gli autori del manifesto – l’economia globale ha vissuto un periodo di crescita economica moderata, “seguita dalla rapida espansione della finanza speculativa e dai guadagni di produttività dovuti alla rivoluzione di Internet”. Ciò ha trovato il supporto nell’allargamento e nell’approfondimento della globalizzazione, che integrato progressivamente nell’economia mondiale il grande mercato della Cina, favorendo un processo di delocalizzazione senza precedenti di molte attività produttive delle economie di più antica industrializzazione verso mercati a più basso costo della forza lavoro; tutto ciò senza alcuna considerazione degli effetti “perversi” procurati a livello sociale all’interno dei Paesi che subivano in tal modo la de-industrializzazione che ne seguiva.
In Europa, tale processo ha condotto all’adozione della moneta unica da parte dei principali Paesi membri dell’Unione Europea della moneta unica, alla stabilizzazione del debito pubblico e alla creazione di alti livelli di benessere “dai piedi di argilla”; erano gli anni in cui, a parere di Marsili e Varoufakis, “un ceto politico subalterno non si faceva domande sulla sostenibilità del sistema e cancellava l’idea stessa di cambiamento dalla lotta apolitica”, salutando il crollo dell’Unione Sovietica come l’”avvento di un’epoca priva di conflitto sociale e politico, caratterizzato dal trionfo definitivo della democrazia liberale e del libero mercato”. Le nuove condizioni di operatività dell’economia-mondo hanno anche affievolito le tradizionali differenze tra destra e sinistra, mentre è stata teorizzata la “Terza Via, interpretata da Bill Clinton e Tony Blair”, che è servita a depotenziare la politica della sua “carica utopica”, motivando le forze che si identificavano negli establishment a credere che i singoli sistemi economici potessero essere governati attraverso la semplice gestione dell’esistente e senza immaginare la possibilità di un qualche cambiamento.
Dopo l’inizio della Grande Recessione, l’urgenza di “grandi cambiamenti” è tornata a proporsi con “prepotenza”, diventando “ogni giorno più palese che il pensiero unico che ha fatto da base a un’Europa politicamente immobile [fosse] ormai giunto al capolinea”. La fiducia nel fondamentalismo di mercato ha incominciato a perdere credibilità nell’immaginario collettivo; è stato sfatato il mito che i mercati, lasciati a se stessi, potessero impiegare le risorse nella maniera più conveniente e si è iniziato a credere sempre meno che il sistema finanziario potesse “essere la leva di un nuovo sviluppo – anzi è diventato un thanatos rapace e distruttivo che attacca a dismisura l’economia reale”. In particolare, l’opinione pubblica ha compreso che il modello economico costruito sulla base delle idee neoliberali affermatesi negli anni Ottanta del secolo scorso “non ha prodotto altro che disuguaglianze e polarizzazione della ricchezza”. La rivoluzione industriale indotta dalla digitalizzazione ha trasformato il tradizionale modello produttivo, mettendo in crisi il “binomio lavoro e consumo di massa” e contribuendo a promuovere una “grande trasformazione che cambierà alla radice il nostro modello di sviluppo, le nostre democrazie, la distribuzione della ricchezza e il senso stesso delle parole”.
La grande trasformazione in atto – affermano Marsili e Varoufalis – non è qualcosa di nuovo, considerato che la storia del Vecchio Continente “poggia su una doppia rivoluzione, quella francese e quella industriale”; sono state le grandi trasformazioni determinate dai due grandi eventi rivoluzionari a promuovere l’inizio della modernità dei Paesi europei, i cui sistemi sociali, sulla spinta della partecipazione politica e della democrazia, sono stati continuamente stravolti e ricostruiti. In pochi anni, i Paesi membri dell’Unione hanno vissuto l’”inizio della crisi finanziaria, la sua trasformazione in crisi del debito e crisi dell’euro”; negli stessi pochi anni, i Paesi europei sono precipitati in una crisi economica e sociale “apparentemente senza fine”, mentre i corrispondenti sistemi politici, che hanno dominato incontrastati per tre decenni, dalla fine del secondo conflitto mondiale alla metà degli anni Settanta, sono entrati in una crisi terminale.
In queste condizioni, il Vecchio Continente appare dominato e condizionato dalla presenza di una classe politica incapace di rispondere alle grandi sfide che le si parano davanti; esso si è trasformato in un campo di battaglia fra un “establishment in bancarotta e nuovi nazionalismi reazionari”: da un lato, la politica tradizionale “arroccata” a difesa dello status quo; dall’altro lato, “l’emergere prepotente di nuove forze regressive che sfruttano un sentimento reale e dilagante di insicurezza sociale per promuovere una piattaforma identitaria, reazionarie e autoritaria”. Perdurando questa situazione ed essendo divenuto attuale che l’Europa non è all’altezza di “rispondere alle grandi sfide del ventunesimo secolo”, si impone l’urgenza di “aprire un terzo spazio”, per sviluppare la capacità di uscire da un “sistema morente”; uno “spazio che metta insieme i tanti che già lavorano per un’alternativa, costruendo un’alleanza popolare vincente in grado di rappresentare un punto di orientamento nel disordine europeo” e di radunare quanti rifiutano di essere meri spettatori dell’implosione del Vecchio Continente; uno “spazio capace di salvare l’Europa da se stessa, trasformandola. Soprattutto, capace di mettere in campo un’alternativa concreta a un sistema economico truccato e a una democrazia corrotta”.
È per tutte queste ragioni che è nato il movimento “DiEM25”, il cui scopo è quello di contribuire, da un lato, ad affrancare i Paesi membri dell’Unione da una classe politica che, negli ultimi decenni, ha dato di sé solo l’immagine di una “casta preoccupata di proteggere i propri privilegi e di escludere qualunque alternativa reale”; dall’altro lato, a rimuovere l’idea che l’unica alternativa ai mali dell’Europa e dei Paesi membri sia fra “Europa dell’austerità e la disintegrazione del Continente”, per affermare una politica “capace di restituire speranza nel cambiamento e di ricostruire una visione del futuro”, attraverso il pieno ricupero della democrazia.
Per il governo della grande trasformazione in atto, è necessario il ristabilimento del sistema democratico; ciò perché questo, a differenza di altri sistemi politici, risulta essere quello più elastico, in quanto capace “di trasformare il conflitto tra parti politiche in una lotta con regole condivise. Di regolare, quindi la richiesta di cambiamento. Permettendone l’espressione prima che si arrivi a un punto di rottura”. Il sistema democratico, infatti, ha sempre offerto con la “parlamentarizzazione” del conflitto sociale di canalizzare i disagi causati dai cambiamenti organizzativi dei sistemi sociali, portando all’adozione di politiche che rispondessero agli stati di bisogno delle parti più deboli della società, permettendo così la continuità dell’organizzazione sociale ed economica in trasformazione. Oggi, però, la crisi del sistema democratico è tale da rendere impossibile un razionale governo dei cambiamenti che si impongono per superare la crisi sociale, politica ed economica in atto.
La vera crisi dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri + crisi della democrazia, dovuta all’impossibilità e incapacità delle élite di potere di affrontare le sfide che emergono dalla crisi in atto, pervase dal pensiero unico dell’immodificabilità dello status quo; i sistemi sociali sono così conservati in una condizione di sopravvivenza fallimentare, perché le forze politiche che si riconoscono negli establishment sono incapaci di offrire un’”alternativa reale alla miseria e all’esclusione di un numero sempre maggiore di cittadini”. Perché, si chiedono Marsili e Varoufakis, si è giunti a quest’empasse?
La risposta, è data dagli autori in termini che ormai sono entrati nella consapevolezza dei più: il capitalismo sociale inaugurato nel dopoguerra è entrato in crisi negli anni Settanta a seguito delle crisi energetiche e monetarie che si sono succedute in quegli anni, vanificando gli effetti delle politiche keynesiane sino ad allora attuate e dando inizio al processo che ha portato alle grandi trasformazioni ed ai problemi che l’Europa e gran parte delle economie di mercato del mondo stanno ora sperimentando; poiché, come l’esperienza insegna, solo una “crisi, reale e percepita, produce vero cambiamento” (com’è avvenuto in alcuni Paesi all’indomani della Grande Depressione, o all’indomani delle fine del secondo conflitto mondiale), è giunto il momento – affermano Marsili e Varoufakis – di sferrare una vera e propria battaglia” all’l’ideologia del neoliberismo e alla sua versione europea dell’ordoliberismo; ideologia che è servita a legittimare un “modello di politica economica e monetaria che vede nell’autonomia del mercato, nella centralità della finanza e nella riduzione del ruolo dello Stato i capisaldi di una strategia vincente”; che vincente però non è stata.
Il ruolo della politica, a seguito dell’egemonia dell’ideologia neoliberista (o ordoliberista) è uscito trasformato, nel senso che il potere decisionale è passato dalla sfera pubblica a quella economica; a sua volta, quest’ultima è stata “posta fuori dal controllo della democrazia e resa impermeabile alla volontà popolare”. La scissione dell’economia dalla democrazia non è stato l’esito di un qualche “coup de théâtre”; è stata la stessa politica a separare i due domini, in quanto ha aderito acriticamente all’idea che solo il mercato senza regole potesse rendere possibile il superamento dei motivi di crisi degli anni Settanta.
In tal modo, ha preso a dilagare un “senso della modernità” proprio di un mondo post-democratico, nel quale sono scomparse le distinzioni tra destra e sinistra, mentre le forze di centro-sinistra e di centro-destra hanno concordato di mettere a punto politiche pubbliche “dettate dal consenso emerso dalla rivoluzione di Ronald Reagan e Margarert Thatcher”; politiche che sono valse ad affermare una crescente svalutazione del lavoro, il primato del privato sul pubblico e la primazia dei mercati finanziari su quelli reali; mercati, quelli finanziari, che sono stati la causa dello scoppio della Grande Recessione del 2007/2008.
Lo smarrimento dell’elasticità del sistema democratico, seguito alla separazione della politica dall’economia, ha impedito che le trasformazioni iniziate a partire dagli anni Settanta del secolo scorso potessero essere governate attraverso le “istituzioni dello stato sociale e lo sviluppo di una nuova politica economica spinta da una domanda popolare capace di trasformare l’offerta politica ed elettorale”, in un “riformismo profondo” verificatosi in circostanze simili a quelle attuali, come nel caso del “New Deal”; un’esperienza affermatasi negli Stati Uniti per rimediare ai guasti del capitalismo liberista che aveva causato la Grande Depressione del 1929/1932, ma che in Europa sarebbe stata vissuta solo dopo la “tragedia della seconda guerra mondiale”.
Le élite politiche di oggi sono lontane dall’idea di proporre politiche sul tipo di quelle adottate in passato negli Stati Uniti e in Europa; anzi, le forze tradizionali di centro-sinistra e di centro-destra tendono sempre più a fare fronte alle difficoltà per assicurare la governabilità e la continuità dello status quo, trasformando la convergenza delle forze di sinistra e di destra dell’Unione Europea e dei sistemi sociali dei Paesi membri in un blocco politico da “ultima trincea” prima della prevedibile rotta irreversibile.
Di fronte alla situazione descritta, quale obiettivo può darsi il “Terzo Spazio”? L’obiettivo, secondo Marsili e Varoufakis, non può che consistere nel tentativo di riunire “sotto lo stesso ombrello” i mostri nazionalisti reazionari, i populismi di sinistra e quant’altri siano disposti a battersi per “legittimare aspirazioni di cambiamento di un sistema finito”; ciò perché, la protesta dei molti movimenti, pur diversamente orientati sul piano ideologico-politico, gode di un’ampia legittimazione sociale, in quanto rifiuta ciò che l’estremismo di mercato ha concorso a causare, con il mix di austerità, di iperglobalizzazione, di disoccupazione di massa irreversibile, di ineguaglianze e di “ritirata democratica”.
Che dire dei propositi di Marsili e Varoufakis? Il loro obiettivo potrà esser percepito dagli establishment europei come estremista e velleitario; tuttavia è difficile sottrarsi all’idea di un’urgente azione politica innovatrice per contrastare forze sociali destinate a provocare un caos politico incontrollabile. Se ciò accadesse, il superamento dello status quo non ammetterebbe altra alternativa che un salto nel buio, che varrebbe a proiettare i singoli sistemi sociali europei in una crisi politica ed economica dalla quale sarebbe impossibile uscire in tempi brevi.

Gianfranco Sabattini