L’anno accademico della Scuola Normale di Pisa
e l’antifascismo

University building on Piazza dei Cavalieri in Pisa, Tuscany, Italy

Sul «Corriere della Sera» (18 ottobre 2017, p. 40) Pier Luigi Vercesi dedica un articolo alla Scuola Normale Superiore di Pisa, la quale nei giorni 18 e 19 di questo mese inaugura l’apertura dell’anno accademico. Il titolo reboante – L’antifascismo e il merito. Alfabeto di un’istituzione – non corrisponde alla sostanza dell’articolo, che trae pari pari notizie da Wikipedia e da un saggio di Andrea Mariuzzo su «La Scuola Normale di Pisa negli anni Trenta» (2016).

L’incipit riprende un giudizio di Benito Mussolini sulla Scuola Normale come «un nido di vipere», considerata non un’istituzione «d’indipendenza intellettuale», ma un centro di «malessere ideologico» tollerato solo per il sostegno d’intellettuali come Giovanni Gentile, Gioacchino Volpe e Giuseppe Bottai. Il giudizio, riportato nei Taccuini mussoliniani (il Mulino, Bologna 1990, p. 405), è molto più articolato, come si ricava da quello successivo in cui il duce – non intimorito dall’attività politica della Scuola Normale – la definisce una «locanda i cui dozzinanti pensano di considerare cultura minore quella della rivoluzione, senza la quale quei piccoli chierici non esisterebbero» (p. 444).

Nel prosieguo dell’articolo l’autore riprende da Wikipedia alcune note cronachistiche sulla fondazione della Scuola (18 ottobre 1810), sulla crisi didattica e sul significato che essa assume nel periodo successivo all’Unità d’Italia fino all’ascesa al potere di Mussolini. Nulla viene detto sull’antifascismo degli oppositori al regime mussoliniano, che si sviluppa nel corpo studentesco grazie all’attività di Vittorio Enzo Alfieri, di Armando Sedda e di Umberto Segre. L’arresto dei tre normalisti, avvenuto il 23 aprile 1928, è emblematico per comprendere lo scenario culturale dell’istituzione pisana. Il 2 maggio di quell’anno il Consiglio direttivo condannò i tre allievi «sospettati di mene contrarie al regime» e riaffermò «la propria fede, e la propria disciplina alle direttive del Governo nazionale».

L’avversione al regime di Mussolini – come ricordò più volte Aldo Capitini – nacque proprio come contrasto alle sue scelte politiche e al progetto culturale di Giovanni Gentile, nominato commissario della Normale nel 1928. Egli, che tre anni prima ne aveva pubblicato la storia dal decreto napoleonico alle riforme del periodo unitario, rilanciò l’istituzione pisana con il famoso discorso del 1932, con cui affermò il suo carattere elitario «a base ugualitaria», senza distinzione di censo e di provenienza regionale. Il discorso, pronunciato durante l’inaugurazione dei nuovi locali, è invece ricondotto «al proposito originario di selezionare un cenacolo intellettuale, “né di ricchi, né di poveri: tutti uguali, perché tutti liberi da cause materiali”»: un giudizio vago espresso da Gentile che impone e nasconde un’adesione alle direttive del duce, che non partecipò all’inaugurazione per la scarsa considerazione rivolta ai normalisti, avvezzi a «covare ostilità nell’ombra e tramutantisi, alla luce del sole, in genuflessioni al fascismo (Y. De Begnac, op. cit., p. 444».

Da questo cedimento al regime si sottraggono Claudio Baglietto e Aldo Capitini, entrambi animati da un forte fervore antimilitarista e pacifista. Il rifiuto del Concordato e la critica alla Chiesa per la mancata denuncia dell’autoritarismo fascista convinse Baglietto a recarsi nel 1932 in Germania con la scusa di seguire i corsi di Heidegger. La scelta del giovane, quella di sottrarsi al clima bellicista del fascismo, destò vive preoccupazioni nella direzione della Normale: Gentile considerò Baglietto uno «sciagurato» che «parla di religione», senza aver compreso la filosofia intesa «come rinnovamento morale» del fascismo. In realtà Baglietto, «il primo obiettore di coscienza» della storia d’Italia, condannò il servizio militare, foriero di nuove guerre per opera di un regime che esaltava le virtù guerriere e conclamava il bellicismo di Stato.

La visione pacifista di Baglietto influenzò la personalità di Capitini, che – pur essendo segretario-economo della Scuola Normale – si oppose all’iscrizione obbligatoria al Partito nazional fascista (Pnf), imposto nel 1931 ai docenti e poi esteso a tutto il personale universitario. Il rifiuto dell’intellettuale umbro fu dettato dal suo dissenso verso la politica mussoliniana, le cui ragioni morali vennero ricondotte alla violenza intrinseca dell’ideologia fascista e all’assenza di uno spirito religioso come «educazione all’amore» e alla convivenza civile.

Nel discorso inaugurale pronunciato il 6 novembre 1933, Gentile considerò le posizioni antifasciste di Baglietto e Capitini come «le conversioni degli spiriti scapestrasti, le quali, perciò, più danno nell’occhio e colpiscono le fantasie». Contro i normalisti avversari del regime, il filosofo siciliano indicò l’esempio di Dante e di altri insigni scrittori come Tommaso d’Aquino, Manzoni, Rosmini e Lambruschini, che avevano vissuto la religiosità come immanenza del divino nell’uomo, senza cedere nel misticismo cattolico. Eppure anche nelle file dell’intellettualità della Scuola Normale furono presenti giovani cattolici come Vittore Branca, Giovanni Getto, Arsenio Frugoni, Landolino Giuliano e Paolo Emilio Taviani. Il gruppo si fece portatore delle tensioni vissute dal cattolicesimo organizzato di fronte al regime mussoliniano, che nei primi anni Trenta celebrava i suoi trionfi africani con la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’impero italiano (9 maggio 1936). A differenza del quadro generale presentato da Vercesi, che considera la Scuola Normale come un’istituzione esemplare durante il regime fascista, essa fu succube di stridenti contraddizioni, che si aggravarono con la «furia contro riformatrice del Ministro De Vecchi di Val Cismon», come si legge nel discorso pubblicato proprio quell’anno da Giovanni Gentile su «La nostra Università e il problema dei giovani». Come direttore della Normale egli avviò iniziative celebrative come le edizioni nazionali delle opere di Ugo Foscolo e di Alessandro Manzoni, ma fu consapevole dei suoi limiti e della sua incapacità ad avviare in Italia la ricerca scientifica. Dalla sua intensa attività, inficiata da numerose ombre, scaturì un vivace dibattito culturale che diede vita ad impegni politici diversi come quello di Guido Calogero e di Ranuccio Bianchi Bandinelli, l’uno liberalsocialista e l’altro comunista. La legislazione razziale del 1938 tradì il progetto gentiliano di selezionare un cenacolo intellettuale, travolto dall’esclusione degli allievi di origine ebraica: furono discriminati ad esempio Bruno Bassani, Giorgio Fuà e Paul Oskar Kristeller, quest’ultimo sostituito con un docente segnalato dal consolato tedesco. Gli anni del Secondo conflitto mondiale si ripercossero in modo negativo sulla Scuola Normale, che vide molti suoi allievi costretti ad arruolarsi per poi maturare scelte di lotta antifascista, come fu nel caso di Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Lenci, Alessandro Natta e Giovanni Pieraccini.

Nunzio Dell’Erba

Maria Messina, la “Mansfield” che sollevò la questione femminile

messina

Per lunghi anni l’opera letteraria di Maria Messina (1887 – 1944) è rimasta avvolta in una coltre di silenzio. A trarla dall’oblio fu Leonardo Sciascia, che nei primi anni Ottanta ripubblicò due suoi racconti sull’emigrazione (“Nonna Lidda” e “La Mèrica”) per Partono i bastimenti (1980) e “Casa paterna” per Racconti italiani del Novecento (1983). Eppure critici autorevoli come Giovanni Verga o Giuseppe Antonio Borgese avevano segnalato la scrittrice siciliana sin dall’esordio con Pettini fini (1909) e Piccoli gorghi (1911).

Il carteggio epistolare con Verga è significativo per comprendere le difficoltà che Maria Messina è costretta a vivere in un ambiente ristretto di provincia e chiuso alle velleità letterarie delle donne. Gli anni trascorsi a Mistretta, deliziosa cittadina dei Nebrodi ma priva di stimolo culturale, sono caratterizzati da una fervida operosità per la sua intensa attività di scrittrice. Temi peculiari riguardano l’esodo migratorio vissuto come tragica realtà, la pietà popolare rappresentata dalle processioni e il motivo del lutto con le relative usanze: il “repito” (il pianto per il defunto) e il “visitu”, cioè la visita ai familiari per il lutto stretto nei giorni successivi alla morte di una persona cara, rievocati in Ragazze siciliane (1921).

La scrittrice narra anche scene di vita quotidiana, rivolte alla soggezione della donna e ai temi più vari come i maltrattamenti, le corna, la gelosia, l’adulterio, l’abuso sessuale e la roba. La condizione femminile assume così un posto rilevante nella sua produzione letteraria, che descrive situazioni tragiche nell’àmbito della famiglia, la dedizione alla conduzione della casa se non quelle di giovanette precocemente sfiorite nell’attesa di nozze impossibili. Nella novella “La sorellina”, inserita poi in Personcine (1921), la Messina denuncia l’atteggiamento maschilista, presente in molte famiglie siciliane e volto a guardare con diffidenza la ragazza dedita alla lettura e allo studio, considerati un’attività inutile rispetto al lavoro manuale. La descrizione del rituale del fidanzamento, spesso “combinato” dai genitori, rappresenta un aspetto peculiare della sua narrativa, che si snoda in vivaci note di costume e in reconditi pensieri della psicologia femminile.

Se nell’Ora che passa, edita nella raccolta Le briciole del destino (1918), la Messina sottolinea il motivo economico nella “confezione” dei matrimoni, nel romanzo La casa del vicolo (1921) presenta la condizione femminile con un realismo che denota la piena maturità della scrittrice siciliana per la capacità di indagare l’animo della donna. Le figure femminili escono così dagli stereotipi tradizionali e assurgono a una dignità espressiva lontana da una società patriarcale e dal ruolo ineluttabile della subordinazione della donna all’uomo. Seppure ignara degli orizzonti aperti dalla psicanalisi di Freud o delle sottigliezze investigative di Pirandello, la scrittrice siciliana contribuisce con efficacia a destare la questione femminile alla pari dell’inglese Katherine Mansfield, del cui raffronto Sciascia lascia un giudizio esemplare.

Avanti o popolo! Socialisti e Comunisti nei film italiani (1945-2010)

la classe operaia va in paradisoNel mondo della scuola si avverte sempre più l’esigenza di avvicinare gli studenti alla nostra storia e ai problemi della nostra società attraverso il linguaggio del cinema, in grado di portare in scena anche le realtà più complesse: la Memoria, la Shoah, le periferie urbane, le solitudini, l’adolescenza ecc. Cade perciò a proposito, e colma una lacuna, il libro Avanti o Popolo! Socialisti e Comunisti nei film italiani 1945-2010 (Mimesis, Milano 2017, pp.368). Ne è autore Carlo Carotti, cinefilo e studioso di storia contemporanea, che racconta e analizza come le complesse vicende dei due principali partiti della Sinistra italiana – il Partito socialista e il Partito comunista – , intrecciate alle storie di contadini, operai, intellettuali, militanti e politici, siano state interpretate dal cinema e dai suoi registi grandi, minori e minimi. Fornito di un apparato critico di primo piano, il libro di Carotti offre informazioni precise e dettagliate su una produzione cinematografica vasta e artisticamente diseguale, non sempre facile da recuperare e fare conoscere. Più in particolare, il libro presenta le schede dei numerosi film in un duplice ordine: cronologico (socialismo delle origini, fascismo, Resistenza, ecc.) e in base all’anno di edizione. Completano il ponderoso volume brevi valutazioni dei film, la loro suddivisione per generi, nonché notizie biografiche di registi, sceneggiatori, attori e produttori che hanno maggiormente frequentato il tema in questione.copertina carlo carotti

A chi esamina i film in base all’anno di edizione, balza evidente che in Roma città aperta di Roberto Rossellini, l’opera archetipo da cui derivano diversi altri lavori sparsi nel tempo, il regista dà spazio al dualismo, ancora collaborativo, tra cattolici e comunisti, mentre dalla narrazione sono eliminati altre forze come i socialisti, occultati nel termine “socialcomunisti”. Socialisti che appaiono per la prima volta sullo schermo nel film di Alberto Lattuada Il mulino del Po. Negli anni Cinquanta del Novecento Antonioni e Germi, smentendo polemicamente l’assunto di certa intellighenzia di sinistra, secondo la quale i disagi esistenziali sono appannaggio della borghesia, mentre agli operai è più pertinente affrontare i disagi materiali derivanti dalla lotta di classe, nei film Il ferroviere, Il grido e L’uomo di paglia danno spazio a figure di lavoratori alle prese con conflitti familiari laceranti e irrisolti. La produzione dei film riguardanti socialisti e comunisti diventa significativa e più numerosa negli anni Sessanta, in concomitanza con la tumultuosa trasformazione della società italiana e la nascita di nuovi equilibri politici. Carotti ricorda in particolare le sottili critiche ai comunisti con l’ironia malinconica di Valerio Zurlini ne La ragazza con la valigia, gli sberleffi di Germi sul “femminismo” dei comunisti siciliani in Divorzio all’italiana, mentre ne I compagni Mario Monicelli, dietro il personaggio del professore Sinigaglia, fa leggere in filigrana la figura di Costa, di Treves e dei tanti borghesi che hanno dedicato la loro vita all’emancipazione della classe operaia. L’insoddisfazione e l’avvilimento che tutta la sinistra ha provato negli anni successivi alla Liberazione circolano invece nei film Una vita difficile, La ragazza di Bube, Le stagioni del nostro amore. Negli anni seguenti il cinema italiano affronta il tema del sindacato e del lavoro, i contrasti tra socialisti e comunisti, la vita sentimentale e familiare dei militanti nella sinistra. Si veda il film La classe operaia va in paradiso, imperniato sul contrasto fra il sindacato disponibile a “contrattare” e i gruppuscoli che lo vogliono abolire, e il meno conosciuto Corbari, che ha per protagonista un partigiano anomalo e comunardo che si scontra con la rigidità del partito comunista. Dalla nascita del primo governo Berlusconi, quando ormai i partiti socialista e comunista non esistono più, travolto il primo da Tangentopoli e il secondo mutato di nome da Occhetto alla Bolognina nel 1991, e fino ai nostri giorni, Carotti registra diversi film sulla Resistenza, demistificata rispetto alle passate certezze con i film Porzus, Piccoli maestri, Il partigiano Johnny, Miracolo a sant’Anna.. Naturalmente si può anche non essere d’accordo con le valutazioni che Carotti esprime sui film oggetto della sua analisi, ma è indubbio che Avanti o Popolo! costituisce un contributo indispensabile per capire meglio quello che siamo stati fino a ieri e quello che siamo diventati oggi, in seguito a una omologazione progressiva che rende veramente difficile scorgere i tratti identitari dei vari schieramenti che si fronteggiano nello spazio della politica.

Lorenzo Catania

La vittoria di Trump
e l’establishment democratico-repubblicano

donald-trump

Andrew Spannaus, autore del libro “Perché vince Trump. La rivolta degli elettori e il futuro dell’America”, sostiene che, al di là delle dichiarazioni politicamente poco corrette del nuovo presidente durante la campagna elettorale e dopo il suo insediamento a capo della Casa Bianca, le uniche messe in risalto dai mass-media americani ed europei, tutti schierati in pro della Clinton, Donald Trump si è posizionato a sinistra, “non solo della candidata democratica, ma anche del proprio partito”.

Trump, a parere di Spannaus, ha avuto buon gioco nei confronti dell’establishment democratico-repubblicano, da tempo ad uso ad esprimere candidati che, al di là delle differenze di “casacca”, hanno continuamente realizzato politiche improntate a “meno welfare, più finanza e più guerra”. Nelle ultime elezioni presidenziali, però, la rivolta degli elettori è stata più forte degli interessi delle multinazionali e dei politici a loro proni: in campo democratico, la rivolta è quasi riuscita a imporre Bernie Sanders; mentre, in quello repubblicano, Trump ha sconfitto i diversi candidati che gli sono stati opposti dal vecchio apparato del partito di appartenenza.

Da posizioni di sinistra riformista, Sanders è riuscito inizialmente a prevalere su Hilary Clinton, con una “campagna incentrata sulla battaglia contro Wall Street e le disuguaglianze della società causate dalla globalizzazione”. Alla fine, la Clinton ha prevalso, ottenendo la “nomination” nelle primarie, nonostante i molti dubbi nutriti dal proprio partito sulla sua capacità elettorale di battere il rappresentante del Partito repubblicano, e le perplessità di numerosi grandi elettori, consapevoli che “le etichette del passato” fossero “meno importanti del malcontento prodotto da decenni di stagnazione economica, incoronati da una crisi finanziaria che ha scosso le fondamenta dell’economia mondiale”.

Bernie Sander e Donald Trump – precisa Spannaus – sono persone molto diverse: il primo è un “vecchio attivista di sinistra” che si è sempre battuto “per l’uguaglianza contro le discriminazioni”; il secondo è un immobiliarista, un outsider della politica, portato a privilegiare “la provocazione e l’insulto per attirare attenzione su di sé”. Nonostante le diversità nell’impegno politico e nella comunicazione pubblica, i due candidati nella campagna elettorale, “non presi sul serio dal mondo politico americano”, hanno assunto rispetto all’establishment un atteggiamento comune, in quanto hanno identificato il sistema “come il principale avversario del popolo un’élite corrotta, piuttosto che collocarsi nella più consueta dialettica destra-sinistra”; entrambi, infatti, hanno “inveito” “contro Wall Street, contro i grandi interessi responsabili del lungo declino della classe media americana”.

I due candidati, partendo da posizioni di sinistra dei loro rispettivi partiti, hanno rappresentato entrambi l’espressione di “una rivolta degli elettori contro le difficoltà causate da decenni di stagnazione economica”. Sebbene, durante la campagna elettorale, fosse possibile identificare in superficie “alcuni tratti della normale dialettica ideologica tra democratici e repubblicani, Bernie Sanders difendeva i programmi di welfare State, in quanto realizzati dall’amministrazione del presidente uscente, proponendo un sistema sanitario totalmente pubblico e un ridimensionamento del potere dei mercati finanziari; Donald Trump, invece, prometteva la riduzione dell’imposizione fiscale e il ridimensionamento della riforma sanitaria di Obama, per un ripristino del libero mercato nella sanità. Le differenze erano assai limitate nella posizione critica che essi esprimevano riguardo alle cause della situazione economica interna e alla politica estera.

La fede nel libero mercato era da entrambi i candidati individuata come la causa prima della stagnazione economica interna; in particolare, Trump ha fatto della critica al libero mercato il motivo principale della sua campagna elettorale, sostenendo che esso, con la perdita di posti di lavori interni, aveva contribuito a rendere debole il Paese. Egli – afferma Spannaus – ha enfatizzato il processo di deindustrializzazione “ancora più di Sanders, rivolgendosi a un’area fondamentale dell’elettorato americano”, normalmente definita white workimg class; è questa l’area della “rusk belt” (la fascia della ruggine), che caratterizza il panorama industriale di Stati come Ohio, Indiana, Michigan ed altri, costituenti la parte centrale e settentrionale del Paese, in cui dal diciannovesimo secolo si era registrata la “più grande concentrazione di industria pesante negli Stati Uniti”.

Sulla stagnazione interna, quindi, Trump ha fondato la sua campagna elettorale, “rompendo con il Partito repubblicano”, che da decenni era fedele a “posizioni ideologiche ben definite sull’economia e sulla politica estera”, del tutto insensibile al fatto che per anni gli effetti negativi del processo di deindustrializzazione dell’economia americana fossero nascosti dai risultati che la “magia” dei mercati finanziari sembrava promettere agli elettori americani attraverso le illusione del trickle-down, o “effetto sgocciolamento dall’alto verso il basso”; ovvero la realizzazione di un benessere collettivo basato sull’assunto secondo il quale i benefici economici acquisiti dalle classi ricche favoriscono necessariamente, e ipso facto, anche l’intera società, compresa la “middle class” e le fasce di popolazione marginali e disagiate, tutte “vittime” del processo di deindustrializzazione.

Con la crisi del 2007/2008, l’assunto del trickle-down è stato smentito; ciò è accaduto – sostiene Spannaus – per via dell’implosione del mercato dei nuovi strumenti speculativi costituito dai “titoli derivati” (o “titoli strutturati”), il cui prezzo era basato sul valore di mercato di un altro strumento finanziario, definito sottostante (come, ad esempio, azioni, o titoli rappresentativi di materie prime). La società emittente collocava i titoli derivati ad un prezzo tale da rappresentare una sorta di assicurazione contro imprevisti cambiamenti nei mercati dei mutui; nel tempo, però, la “parte assicurata” (i mutui) è diventata più grande della parte dell’economia reale assicurativa”, sino ad assumere, alla fine degli anni Novanta, un valore superiore di circa dieci volte il valore del PIL mondiale.

Nel 2001, si è avuta una prima crisi dei mercati dei derivati, ma le società finanziarie hanno trovato un sostituto nei mutui, generando nel 2007/2008 la “bolla dei mutui subprime”, la cui gravità è consistita nel processo di finanziarizzazione imposta, oltre che all’economia americana, all’economia dei Paesi integrati nell’economia globale, i quali da dieci anni stanno subendo gli esiti negativi della Grande Recessione causata appunto dalla bolla dei mutui subprime.

In America, la bolla dei mercati immobiliari, verso i quali erano stati prevalentemente indirizzati i mutui, ha portato ad interventi pubblici a vantaggio delle banche coinvolte nella concessione dei mutui, alla formazione di una disoccupazione di lungo termine e alla soppressione di molti servizi pubblici per le classi più penalizzate dalla crisi. Con ciò sono nati movimenti di protesta, come quelli del “Tea Party” e di “Occupy Wall Street”. Anche presso chi non ha perso il lavoro, gli esiti della crisi hanno provocato una perdita di fiducia nel vecchio establishment, concorrendo alla creazione di un “mix potentissimo” di frustrazione nell’opinione pubblica americana che “i candidati outsider hanno sfruttato abilmente”.

In particolare, sul problema del malcontento interno, Trump ha “rotto”, come già si è detto, col Partito repubblicano, posizionandosi “al di fuori dai ranghi” del partito, sia sulla politica interna, che sulla politica estera. Sulla politica interna, egli ha condotto una campagna elettorale incentrata sulla necessità di “porre fine a un declino economico che dura da qurant’anni”; un declino che, a suo parere, ha comportato la perdita di posti di lavoro” e soprattutto lo smarrimento della classe media americana, pilastro dei successi che il Paese aveva conseguito, soprattutto dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Sulla politica estera, Trump ha sfruttato il malcontento profondo maturato dall’elettorato americano nei confronti dei candidati di entrambi i partiti storici, che sostengono il ruolo degli USA come Paese guida a livello internazionale. Nel mondo politico americano, ma anche in quello occidentale – afferma Spannaus – i due grandi partiti dell’establishment si erano convinti di “poter gestire la politica senza preoccuparsi degli effetti a lungo termine su gran parte della popolazione. I due grandi schieramenti si scontravano su temi sociali e sul peso dello Stato in economia, ma non mettevano mai in discussione i meccanismi di base del sistema”, ovvero l’interventismo a livello internazionale quando la supremazia della Repubblica a stelle strisce fosse stata minacciata.

In conclusione, i problemi sollevati dalle candidature degli outsider, Sanders e Trump, nelle elezioni presidenziali statunitensi sono temi che non riguardano solo l’America, ma l’intero mondo globalizzato, in particolare qui Paesi ad economia di mercato e retti da istituzioni democratiche. Le strutture di potere di questi ultimi dovranno tener conto delle cause della rivolta degli elettori americani, in quanto esse non riguardano soltanto l’America, ma anche tutti le altre economie nazionali assoggettate, “obtorto collo”, alla posizione egemone degli USA. Ciò al fine di agire nelle opportune sedi internazionali, perché siano rimodulate le regole che sinora hanno funto da linee guida del processo di globalizzazione.

A prescindere dall’esito delle elezioni, i nass-media e i politologi, anziché contribuire a “demonizzare” solo lo stile fuori norma del politico Trump, dovranno vigilare contro le possibili sue derive politiche, soprattutto sul piano internazionale, e incalzare le classi politiche dei singoli Paesi maggiormente coinvolti dalla Grande Recessione, perché tengano in maggior conto la rivolta degli elettori al di là e al di qua dell’Atlatico; altrimenti, sarà inevitabile che in futuro la rivolta degli elettori sia ancora più forte, con effetti interni ed esterni difficili, non solo da prevedere, ma anche da prevenire.

E’ del tutto inutile pensare che, eleggendo Trump alla presidenza del loro Paese, molti americani abbiano fatto un “passo fuori dalla politica”, “tagliando i ponti col prima”. A parere di qualche osservatore, come ad esempio Furio Colombo in “Trump power”, gli elettori che hanno votato Trump, non avrebbero giudicato, ma avrebbero abbandonato la politica, “non con l’astensione ma con un voto deliberatamente distruttivo”. Pensare che gli elettori americani si siano comportati da sciocchi, solo perché, al di là della reazione ai disagi dovuti alla propensione dei poteri forti a voler preservare ed espandere ulteriormente la propria ricchezza, non avrebbero accettato d’essere governati dal nero Obama, significherebbe ipotizzare che gli americani si siano comportati come gli struzzi: ficcare la testa sotto la sabbia, sottraendosi alla necessità di comprendere una realtà economica e politica divenuta ormai non solo per loro insopportabile. Non è così; gli americani hanno scelto Trump sulla base di promesse riparatrici che quest’ultimo è assai dubbio potrà riuscire ad onorare.

Gianfranco Sabattini

 

Vantaggi e pericoli dell’integrazione in un’Europa a più velocità

europa

L’ipotesi di un’Europa a più velocità non è nuova; ora, di fronte al grave processo di involuzione che da anni sta subendo la realizzazione del “progetto europeo”, l’ipotesi viene riproposta nella forma di una “pluralità di cooperazioni rinforzate”. Ciò, a parere di Massimo D’Alema, in “Un salto di qualità” (Italianieuropei, n. 3/2017), prefigurerebbe una “via di uscita” dal problema delle differenze esistenti tra i diversi Paesi membri sul piano economico e sociale, nell’empasse che connota al presente il processo di unificazione politica dell’Europa. Per la realizzazione dell’ipotesi – afferma D’Alema – sarebbe però essenziale che il salto di qualità “abbia una guida forte”, che egli identifica in “una rinnovata collaborazione tra Germania e Francia”.

Mai, nel corso del dopoguerra, sostiene il presidente della Fondazione Italianieuropei, si è verificata una crisi cosi profonda; la crisi risulta particolarmente grave anche perché, dopo l’elezione alla presidenza degli USA di Donald Trump, sono peggiorate le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico, cui si aggiunge “il nazionalismo assertivo di Putin e la rinnovata politica di potenza della Russia”, con lo scopo di indebolire e disgregare l’Unione Europea, attraverso l’aperto sostegno dei “movimenti nazionaliste populisti nel Vecchio Continente”. Si tratta, a parere di D’Alema, di “uno scenario allarmante”, inserito in un “quadro internazionale in cui nazionalismo, protezionismo e politica di potenza tendono confusamente a soppiantare il tentativo di realizzare una governance multilaterale e condivisa della globalizzazione”.

A parte l’idea, avanzata da D’Alema, che l’Europa possa essere aiutata, sempre nel quadro di una logica di potenza, dalla crescente forza economica della Cina, egli tuttavia sottolinea l’urgenza che i Paesi del Vecchio Continente riconoscano finalmente le proprie responsabilità riguardo a quanto sin qui è stato fatto relativamente al processo di unificazione politica; quindi, proprio per questo, essi abbiano la consapevolezza che, al presente, sono privi di “una visione strategica comune” su come l’Europa possa opporsi alla nuova situazione, venutasi a creare con le conseguenze sul piano politico, oltre che economico, della Grande Recessione e del peggioramento delle relazioni internazionali.

Il dibattito che si è aperto sulla situazione esistente in Europa e sulla prospettiva di un suo superamento sarebbe portatore di “accenti nuovi e proposte coraggiose”, quali quelle del neo-presidente francese, Emmanuel Macron; secondo D’Alema, pur potendosi avere riserve sulla impostazione della politica economica e sociale di Macron, resterebbe però il fatto che egli rappresenterebbe “senza dubbio un salto di qualità europeista rispetto al tradizionale nazionalismo francese”. Al riguardo, viene subito da osservare, che D’Alema deve aver formulato questo giudizio sul conto del neo-presidente francese prima del suo insediamento all’Eliseo, perché l’attivismo di Macron, non appena sostituito il predecessore, ha subito dato modo di constatare quanto poca sia la distanza che lo separa dal tradizionale nazionalismo del suo Paese.

A parere di D’Alema, il salto di qualità richiesto ai Paesi europei, in presenza del quadro politico creatosi con l’esito delle recenti elezioni francesi, dovrebbe essere compiuto sul terreno dell’integrazione politica. A tal fine, però, è evidente, per il presidente della Fondazione Italianieuropei, che “sino a quando un gruppo di Paesi fondamentali non deciderà di porre effettivamente in comune la politica estera e di difesa, realizzando al tempo stesso uno stretto coordinamento e una forte solidarietà in materia dei flussi dei rifugiati e degli immigrati, l’Europa resterà una potenza dimezzata […], in particolare negli scenari di crisi dove sono in gioco i nostri interessi vitali”. Questa posizione di stallo, a parere di D’Alema, imporrebbe una “forma di collaborazione rafforzata” che non si contrapponga alle istituzioni europee esistenti, ma al contrario dia loro “maggior forza e autorevolezza”.

Però, il salto di qualità nella politica europeista non appare possibile senza che preventivamente sia compiuta una più forte integrazione economica tra i Paesi membri e senza che si inaugurino nuove scelte orientate a realizzare in essi la “piena occupazione”, la “riduzione delle disuguaglianze” e una “maggiore inclusione sociale”; ma, soprattutto, senza che sia compiuto quel salto di qualità, il processo d’integrazione non appare votato al successo, se si trascura che la ripresa economica europea, dopo la Grande Recessione, risulta moderata e distribuita in modo diseguale tra i “diversi Paesi dell’Unione” e tale da minare gravemente la stessa coesione europea, a causa della persistente presenza dei movimenti populisti. Tutto ciò renderebbe evidente che la ripresa del processo europeista potrà essere supportata, non da un ulteriore compressione della domanda interna, ma da una “politica espansiva che punti a una redistribuzione più equa delle risorse e a un forte incremento degli investimenti e dei consumi interni”.

D’Alema ritiene che, per avere successo, queste scelte dovrebbero essere accompagnate da un nuovo programma europeo in grado di affrontare alcuni temi, che egli considera di fondamentale importanza: il completamento dell’unione bancaria, l’aumento del budget dell’Unione, l’armonizzazione del trattamento fiscale dei redditi di capitale e, soprattutto, la creazione di un fondo europeo per l’abbattimento dei debiti nazionali; tutto ciò, al fine di favorire la diffusione, almeno tra i Paesi dell’Eurozona, di una maggior solidarietà e un più forte sostegno alla crescita e alla giustizia sociale.

Il nuovo programma europeo sarà, però, efficace, solo se si riuscirà ad “avviare una pluralità di cooperazioni rafforzate”, da svilupparsi sulla base di diversi raggruppamenti di Paesi. Perché tale programma possa essere inaugurato, occorrerà che la sua attuazione abbia una “guida forte”, da realizzarsi attraverso una “rinnovata collaborazione tra la Germania e la Francia”. D’Alema conclude affermando di non sottovalutare il ruolo che potranno svolgere nell’attuazione del nuovo programma europeo gli altri Paesi fondatori, fra i quali l’Italia, sulla cui classe dirigente però, egli nutre il dubbio che sia all’altezza delle sfide che l’Europa deve affrontare.

Tuttavia, considerata la mancanza di alternative all’unificazione politica del Vecchio Continente, se si crede ancora nel progetto europeo, occorre affrontare le sfide mediante un “riformismo coraggioso e radicale, pena il rischio che prevalgano la sfiducia, la rabbia, lo smarrimento e la chiusura nazionalistica”. Sin qui D’Alema; ma la sua proposta di un salto di qualità nella politica europeistica, fondato su una “pluralità di cooperazioni rinforzate” è desiderabile? E, quel che più conta, è priva di rischi?

Agli interrogativi, risponde Pasquale Ferrara, diplomatico e professore di Diplomazia e negoziato all’Università LUISS Guido Carli; egli, sullo stesso n. 3/2017 di Italianieuropei, in “Integrare le differenze. Incognite e possibilità dell’Europa plurale”, afferma che, nelle condizioni attuali dell’Unione, l’avvio di una pluralità di cooperazioni differenziate può implicare per i Paesi membri solo un “destino strutturalmente disgiunto”. A sessant’anni “dalla firma dei Trattati di Roma, è difficile stabilire se l’Unione Europea sia alla ricerca di un elisir di lunga vita o, più modestamente, di un kit di sopravvivenza”. Perché tanto scetticismo?

Ferrara sembra non avere dubbi, osservando che i problemi davanti ai quali si trova l’Europa attuale sono gli stessi che essa si sta trascinando irrisolti da anni, quali principalmente: la questione del ruolo che l’Europa deve svolgere per sostenere la crescita economica, soprattutto dei Paesi dell’Eurozona; quindi, i nodi dell’immigrazione, della sicurezza e della difesa comune, per meglio affrontare la turbolenza nelle relazioni internazionali. Si tratta di problemi, la cui soluzione avrebbe dovuto rinsaldare – sostiene Ferrara – la coesione interna tra i Paesi che compongono l’Unione, mentre invece “hanno sinora prevalso le scorciatoie sovraniste”.

Data la mancata soluzione di tutti questi problemi, non è sicuro che la riproposizione del “metodo del Direttorio” possa avere successo, in quanto la “stabilità interna” nei rapporti tra gli Stati membri dell’Unione sembra non suscitare più gli stessi entusiasmi di un tempo; per quegli Stati che dovessero essere portatori delle idee di D’Alema, ciò significherebbe che – come afferma Ferrara – per affrontare la crisi attuale del progetto europeo non basti un “processo di manutenzione ordinaria”, ma occorra una profonda ristrutturazione dell’Unione, da realizzarsi attraverso la creazione di una pluralità di cooperazioni rafforzate per realizzare una “integrazione differenziata” dei Paesi membri, che tenga conto delle potenzialità economiche di ognuno di essi, nonché delle loro particolari condizioni strutturali.

A ben riflettere, l’integrazione differenziata, da realizzarsi attraverso una pluralità di cooperazioni rafforzate, altro non è, afferma Ferrara, che “un ossimoro che segna un cambiamento radicale nella ‘narrativa’ sul processo politico europeo”; la parola integrazione, nell’ortodossia del linguaggio europeista, ha espresso sinora l’obiettivo comune che l’Europa unita doveva raggiungere, ovvero una generalizzata condivisione di sovranità. Se ora l’Europa smarrisce questo obiettivo e l’integrazione si differenzia, allora le “sue finalità non sono più necessariamente convergenti”; ciò potrà essere anche una necessità storica e politica, ma, a parere di Ferrara, non ci si potrà rallegrare di “questo esito dalle conseguenze incerte”. Se l’Europa scegliesse di perseguire un’integrazione differenziata, l’Unione si avvierebbe verso una “differenziazione integrata”; come dire che andrebbe a realizzare un’”unità nella diversità”, e con ciò, sempre secondo Ferrara, la diversità verrebbe “inserita in modo strutturale nella dinamica europea”.

La proposta di D’Alema non nasce dal nulla; essa, in realtà, non è che una riproposizione di ipotesi già avanzate nel passato, come ad esempio, quella che prospettava la creazione di un’”Europa a più velocità”, implicante una specifica forma di integrazione differenziata per il perseguimento di obiettivi comuni, guidato da un nucleo di stati forti, nell’assunto che quelli deboli potevano essere opportunamente trainati; oppure, come quella che prefigurava un’”Europa à la carte”, dove l’opzione per la forma dell’integrazione differenziata era lasciata alla libera discrezionalità dei singoli Paesi di scegliere, “come da un menù“, a quali politiche partecipare, “condividendo al contempo solo un numero minimo di obiettivi comuni”.

Nelle condizioni in cui versa attualmente l’Unione Europea, il “disallineamento” sarebbe amplificato dal fatto che con esso aumenterebbe la “complessità di una costruzione istituzionale e normativa che già appare scarsamente intelligibile, senza parlare dei problemi di governance […] e le tensioni che inevitabilmente si porrebbero”.

In conclusione, secondo Ferrara, l’integrazione differenziata, pur contribuendo a rendere più “flessibile” la governance dell’Unione, sarebbe ben lontana dal garantire la possibile soluzione dei tanti problemi che la stessa Unione si è lasciata alle spalle insoluti; una “repubblica di repubbliche” – afferma Ferrara – è “una repubblica composita”, esprimente un processo non un possibile risultato finale; si tratterebbe tra l’altro, di un processo caratterizzato dalla presenza di una pluralità di centri di poteri, che non consentirebbero di affrontare congiuntamente le questioni politiche ereditate e quelle che nel frattempo stanno emergendo. Questioni, queste che sarebbero destinate a conservare la loro natura di “forze centrifughe, […] quale che sia l’ingegneria istituzionale escogitata per superare lo stallo”.

A ciò si deve aggiungere che la direzione dell’ipotetica “pluralità di cooperazioni rinforzate”, esercitata col metodo del Direttorio espresso dalla Germania e dalla Francia, non farebbe che rafforzare le spinte centrifughe; infatti, entrambi i supposti Paesi forti dell’Unione non hanno mai manifestato, soprattutto da Maastricht in poi, di volere realmente operare per un’effettiva convergenza delle posizioni economiche dei Paesi membri dell’Eurozona: la Francia, per l’eccesso di nazionalismo che ha sempre caratterizzato la sua presenza all’interno dell’Unione; la Germania, perché pervasa dal convincimento che la stabilità dei prezzi debba fare premio su ogni altra urgenza della stessa Unione.

Gianfranco Sabattini

 

Il futuro dell’economia dopo la crisi
secondo Robert Reich

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Robert Reich ha curato una nuova edizione di “Aftershock. Il futuro dell’economia dopo la crisi”, arricchita da una sua prefazione “attinente al futuro dell’Italia” e da una postfazione di Michele Salvati. Sia la prefazione che la postfazione costituiscono importanti integrazioni del contenuto dell’originaria edizione del libro: nella prima, Reich traccia un’interessante analisi parallela di quanto è accaduto in America e in Italia e del diverso modo in cui i due Paesi hanno reagito alla crisi, mentre nella postfazione Salvati integra l’analisi di Reich, laddove essa appare silente o insufficiente. Salvati illustra, da un lato, gli “snodi” che hanno caratterizzato i “paradigmi” dei modelli organizzativi dei sistemi economici e sociali ad economia di mercato, che si sono succeduti nel corso del XX secolo; dall’altro lato, esplicita le difficoltà economiche, politiche e sociali che si oppongono, allo stato attuale, alle politiche di contrasto delle cause della Grande Recessione iniziata nel 2007/2008.

Reich sostiene che la causa prima della crisi che ha colpito sia Stati Uniti che l’Italia è “stata la crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza”; fenomeno, questo che caratterizza in modo particolare l’Italia, essendo essa collocata “ai livelli più alti per disuguaglianza dei redditi – appena dopo Stati Uniti e Gran Bretagna”. Senza allontanarsi da quella che ormai sembra essere divenuta la spiegazione universalmente accettata, Reich afferma che la crescente disuguaglianza ha fatto sì che la classe media dei due Paesi “perdesse il potere d’acquisto necessario a sostenere la domanda aggregata e a fare girare l’economia”, condizione essenziale, questa, per bloccare la tendenza alla crescita del pesante vincolo del debito pubblico. La disoccupazione e il blocco quasi totale dei salari reali (o la loro diminuzione nel caso dell’Italia) hanno comportato un volume di entrate erariali di gran lunga inferiore, rispetto a quello che sarebbe stato possibile ottenere con più alti livelli occupazionali e con un aumento di quelli salariali (e, nel caso dell’Italia, con minori livelli di evasione fiscale).

Le riforme in pro della liberazione dei mercati, in particolare di quelli finanziari, dalle regole che, a partire soprattutto dalla fine del secondo conflitto mondiale, ne avevano governato il funzionamento, sono all’origine dell’”esplosione” del fenomeno delle disuguaglianze distributive. L’affermarsi del “libero mercato” ha fatto sì, a parere di Reich, che nei Paesi avanzati rimanessero solo “due ampi settori” cui la forza lavoro poteva indirizzare l’offerta dei propri servizi lavorativi: quello dei servizi alla persona (ristorazione, hotel, ospedali, cura dei minori e degli anziani, ecc.) e quello dei servizi avanzati (finanziari, manageriali e scientifico-tecnologici)”.

La maggior parte della forza lavoro, al restringersi delle opportunità occupazionali, ha indirizzato la propria offerta verso il settore dei servizi alla persona, mentre una parte relativamente ristretta della stessa forza lavoro, dotata di una più approfondita formazione professionale, si è indirizzata verso il settore dei servizi avanzati. In tal modo, la struttura dicotomica del sistema produttivo ha dato origine ad un processo distributivo del prodotto sociale, che mentre ha premiato la forza lavoro più qualificata, ha invece penalizzato quella “rimasta al palo” sul piano delle capacità professionali.

La conseguenza del processo di approfondimento e diffusione delle disuguaglianze distributive è stata che, per mantenere inalterati a propri standard di vita, la parte della forza lavoro “impoverita” ha fatto ricorso al credito; ciò è servito solo a rendere più instabili le economie. Inoltre, sempre a parere di Reich, all’interno dei Paesi in cui si sono consolidate le disuguaglianze distributive, il numero dei consumatori si è progressivamente ridotto, a causa della riduzione del loro potere d’acquisto, per cui è diminuito il consumo dei beni e dei servizi che il sistema economico di appartenenza produceva; in conseguenza di ciò, per colmare la mancanza di domanda interna, i Paesi che ne hanno sofferto, come ad esempio l’Italia, hanno dovuto fare affidamento sulle esportazioni.

Le disuguaglianze, però, diventate un fenomeno generalizzato, in tutti i Paesi economicamente avanzati la capacità produttiva ha iniziato “ad eccedere la capacità di consumo”; ragione, questa, per cui i Paesi caratterizzati da disuguaglianze distributive hanno assistito al restringersi delle possibilità di collocare le loro produzioni in surplus di beni e servizi sui mercati internazionali. Il rimedio agli effetti della crisi sul piano erariale è stato individuato nel ricorso all’austerità, che a sua volta è valsa solo a ritorcersi contro i Paesi che vi hanno fatto ricorso.

Infatti, la diminuzione della crescita, coniugata all’aumento delle disuguaglianze e all’attuazione delle politiche di austerità, ha dato origine ad un “mix” di scelte poco appropriate; queste – afferma Reich – hanno dato luogo a “ansie e frustrazioni delle popolazioni”, che hanno motivato i demagoghi di diverso orientamento politico a sfruttare la paura “come mezzo per accrescere il loro potere”, motivando l’opinione pubblica a “individuare negli altri – gli stranieri, gli immigrati, le minoranze – i responsabili delle difficoltà economiche”; per questa via, è stato facile, come è avvenuto in Italia, mobilitare una parte dell’opinione pubblica sulla base di forme di nazionalismo estremo, di xenofobia e di intolleranza; manifestazioni, queste ultime, che stanno mettendo a dura prova la capacità di tenuta della natura democratica delle istituzioni politiche.

Reich si chiede cosa occorra fare per riportare i sistemi economici sulla via delle crescita; sia in Italia che negli Stati Uniti, egli riconosce che l’ortodossia del libero mercato, favorendo la primazia dei mercati finanziari ed il libero movimento internazionale dei capitali e dei fattori produttivi, non ha fatto altro che tenere i governi che hanno vissuto il trauma della Grande Recessione prigionieri della “loro stessa ideologia”. Ciò perché le entrate fiscali sono diminuite nel momento stesso in cui aumentava la domanda di assistenza pubblica, dando origine a deficit pubblici correnti e ad un aumento crescente del debito dello Stato.

Ciononostante, ottimisticamente Reich è del parere che l’”era della fiducia nel libero mercato sia arrivata alla fine”; tanto negli Stati Uniti, quanto in Italia sarà possibile – egli afferma – “rovesciare le tendenze che ora minacciano fatalmente le nostre economie”. Egli è convinto sia nell’interesse di tutti ristabilire le condizioni appropriate per il rilancio della crescita; ciò riguarderebbe anche coloro che dall’esperienza delle crisi hanno tratto i maggiori vantaggi. Costoro, sempre a parere di Reich, hanno infatti molto da perdere, “se i motori dell’economia si fermano e se esplode la rabbia sociale”; mentre hanno tutto da guadagnare se la fascia del benessere sarà estesa, sino ad inglobare quella parte della popolazione che gli esiti del libero mercato hanno sinora penalizzato, per via della crescita incontrollata delle disuguaglianze reddituali.

L’analisi del contesto storico, economico e sociale di lungo periodo, nel quale la crisi è maturata, è sostanzialmente condivisa da Salvati, senza pero accettare il semplicismo con cui Reich ipotizza di poter ricostruire le condizioni di contesto esistenti prima della crisi. E’ realistica – si chiede Salvati – l’ipotesi di Reich, circa un ritorno alle condizioni di operatività dei sistemi economici esistenti sino alla fine degli anni Settanta?

Per rispondere alla domanda, occorre capire – afferma Salvati – perché il patto sociale d’ispirazione keynesiana, “stipulato e messo in atto tra la fine della guerra e l’immediato dopoguerra” è entrato in crisi negli anni Settanta; in altre parole, occorre capire quali forze hanno operato per “sostituirlo con un nuovo patto sociale basato sulla deregolamentazione e sul debito”; e, quel che più conta, occorre capire com’è stato possibile “sostituirlo democraticamente”, quantomeno negli Stati Uniti e nel Regno Unito, con un ampio sostegno popolare.

Tutto ciò consentirebbe anche di comprendere quali forze potrebbero oggi sostenere un ritorno al vecchio patto sociale, sia pure dopo una sua riformulazione; è, questa, una precondizione irrinunciabile, per valutare realisticamente il possibile ritorno al passato, tenendo tra l’altro presente che un ritorno all’originario “basic bargain” è reso molto improbabile dalla storia, la quale di solito esclude “semplici ‘ritorni’” all’uso di precedenti assetti istituzionali. La comprensione delle forze che alla fine degli anni Settanta hanno reso possibile la sostituzione del vecchio patto distributivo consente – secondo Salvati – di “approfondire i punti di svolta intorno a quali si enucleano le forze che esprimono il consenso politico per passare da un patto all’altro”.

Inoltre Reich, nella sua analisi del processo storico ed economico che ha caratterizzato gran parte del secolo passato, sorvolando sulle forze che caratterizzano i “punti di svolta”, manca di considerare un altro aspetto del quadro globale creatosi dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Il quadro internazionale emerso dalla fine del conflitto era caratterizzato, nell’area dei Paesi ad economia di mercato retti da regimi democratici, dall’egemonia degli Stati Uniti, che hanno avuto modo, in virtù della loro primazia, di dettare le regole – afferma Salvati – che avrebbero consentito di governare il sistema di rapporti internazionali e che, in quel contesto, hanno avuto modo di proporre e di fare accettare il patto sociale di derivazione keynesiana. Ma la posizione di allora degli USA era assai diversa da quella attuale; tanto diversa che il ritorno a quel patto potrebbe essere fatto accettare dagli USA in condizioni ”assai più difficili”.

Il vecchio patto del primo dopoguerra, formulato sulla base della cosiddetta “Rivoluzione keynesiana”, forniva non solo “gli strumenti per sostenere l’occupazione nel caso di eventuali crolli delle domanda interna”, ma anche per garantire uno stabile “sistema di relazioni internazionali che avrebbe stimolato una formidabile ripresa del commercio mondiale e, con questo, una straordinaria accelerazione dei consumi e degli investimenti privati”. E’ stato questo, sostiene Salvati, un “capolavoro basato su circostanze irripetibili”, realizzato grazie alla potenza economica e militare degli USA; un capolavoro, però, che ha perso gran parte della sua autolegittimazione, via via che le condizioni produttive e competitive degli altri Paesi sono cresciute. Infatti, man mano che ci si è allontanati dal periodo postbellico è maturata una crescente insofferenza per i vincoli imposti dalla regolamentazione pubblica dell’attività economica, strumentale alla sopravvivenza del patto sociale keynesiano.

Gli anni Settanta sono stati un decennio di crisi dei mercati valutari e di quelli energetici, che hanno dato il là alla “prima grande recessione del dopoguerra” e segnato l’inizio di una “Controrivoluzione keynesiana” conservatrice, che ha portato soprattutto il Paese egemone, gli USA, ad inaugurare “una politica mirata allo smantellamento delle regolamentazioni interne e internazionali”, con le quali era stato possibile dare pratica attuazione al patto sociale keynesiano. Questa è la ragione – secondo Salvati – del passaggio tra i due patti sociali: da quello keynesiano a quello neoliberale. L’avvento di quest’ultimo è storia recente e, come tutti sappiamo, ha condotto l’economia globale verso la crisi della Grande Recessione del 2007/2008, per il cui superamento Reich auspica un ritorno al “vecchio” patto, sia pure riformato.

Giustamente Salvati dubita che esistano oggi le condizioni politiche, sociali e culturali, interne e internazionali, che consentano di realizzare il “ritorno” allo status quo; innanzitutto, perché non esiste oggi un Paese in grado di svolgere il ruolo degli USA all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale; ma soprattutto perché, nonostante gli esiti della crisi iniziata nel 2007/2008, i conservatori neoliberali sono ben determinati a rifiutare “il ritorno ai modelli d’intervento pubblico del Basic Bargain”, suscitando esso ancora un’avversione così intensa da indurli a preferire il permanere di una situazione politica ed economica instabile, in luogo del rilancio dell’attività produttiva in presenza di una maggiore pace sociale.

Poiché, a parere di Salvati, anche un nuovo Keynes troverebbe molte difficoltà ad individuare una via d’uscita alla situazione attuale, una misura appropriata potrebbe consistere in un miglioramento delle condizioni distributive, sia interne ai singoli Paesi, che a livello internazionale, per il contenimento degli effetti destabilizzati della globalizzaione lasciata al libero svolgersi delle forze di mercato, rispetto alle quali gli accordi dei vari G7, G8 e G20 servono a stabilire regole insufficienti, ma non sempre rispettate.

Se questa è la situazione attuale, alla quale i singoli Paesi devono adattarsi, è mai possibile che all’interno di tali Paesi si debba tollerare che i conservatori neoliberali, arricchitisi grazie alla crisi, preferiscano “applaudire” al permanere delle condizioni precarie sul piano politico ed economico, invece che optare per una ripresa della crescita e dell’occupazione? Poiché il problema dell’occupazione, in presenza di una globalizzazione che gli accordi internazionali non riescono a governare, è divenuto un problema di difficile soluzione, non è il caso, almeno all’interno dei singoli Paesi, a partire dall’Italia, di incominciare a pensare come trasferire la priorità della riflessione sul lavoro a quella relativa alla distribuzione del prodotto sociale? Forse, in questo modo, sarebbe possibile una crescita più modesta, ma con una distribuzione del prodotto sociale più equilibrata, che darebbe alle popolazioni il senso di una maggior stabilità e la fiducia nelle istituzioni democratiche, esposte ora al pericolo della minaccia della loro eversione.

Gianfranco Sabattini

L’economia e lo smarrimento della sua natura di scienza sociale

economiaIn “L’economia in cerca dell’uomo. Etica e globalizzazione nel XXI secolo”, Antonella Crescenzi, già responsabile del coordinamento dei Documenti Programmatici presso il Ministero dell’Economia, nonché delle questioni relative alla programmazione europea presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, evidenzia i guasti e le contraddizioni che traggono origine dalla globalizzazione.
La crescente integrazione delle economie nazionali a livello globale all’inizio del terzo millennio – afferma l’autrice – l’”economia mondiale sembrava lanciata verso uno sviluppo senza limiti: la spinta delle nuove tecnologie informatiche e delle comunicazioni, la progressiva liberalizzazione degli scambi di merci e capitali, l’ingresso nel circuito del commercio mondiale della Cina e di altri grandi Paesi prima esclusi dalle potenzialità della crescita, l’espansione delle finanza internazionale” hanno costituito le basi sulle quali la globalizzazione si è affermata sotto la spinta dell’ideologia neoliberista che ne ha legittimato la condivisione.
Il successo però, a parere delle Crescenzi, ha fatto velo sulle molte contraddizioni che hanno caratterizzato l’espansione incontrollata della finanza sin dal suo primo manifestarsi, sino a tradursi nella cause della Grande Recessione che da dieci anni ormai affligge le economie dei Paesi che sono stati coinvolti nel processo di mondializzazione delle loro economie. Ciò perché non è stato responsabilmente valutato che la concorrenza globale e la liberalizzazione del mercato avrebbero prodotto “dinamiche di segno opposto”. Se, da un lato, garzie alla globalizzazione, molti Paesi arretrati sono riusciti a sottrarsi alle penalizzanti condizioni del sottosviluppo, dall’altro lato, i Paesi avanzati, malgrado l’alto livello di crescita e di sviluppo raggiunto, hanno sperimentato la caduta di larghe quote delle loro popolazioni nello stato di povertà. Inoltre, se in alcuni casi, la globalizzazione ha concorso a ridurre la disuguaglianza tra Paesi ricchi e Paesi poveri, nel contempo ha contribuito all’aumento delle disuguaglianze distributive all’interno di entrambe le categorie di Paesi.
Si tratta, secondo l’autrice, di contraddizioni fatali, che minacciano le “prospettive di crescita mondiale, contrapponendo bisogni di avanzamento e paure di arretramento e alimentando, in presenza di flussi migratori di straordinaria intensità […], reazioni politiche e sociali tendenti alla chiusura e al protezionismo”. Al fine di prevenire il peggioramento degli effetti delle contraddizioni indicate, occorre – afferma la Crescenzi – che l’economia ricuperi la natura originaria di scienza rivolta alla soluzione dei problemi esistenziali dell’uomo; in altre parole, occorre che essa ricuperi la propria natura di scienza sociale, abbandonando il processo di estraniazione dalla realtà, alla quale l’hanno condotta, sia gli sviluppi teorici realizzati al prezzo di un eccesso di formalismo, sia le ideologie neoliberiste affermatesi tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI.
Di fronte al peggiorare della situazione, occorre portare sotto controllo i meccanismi che sinora hanno funto da “motore” della globalizzazione; in particolare, i processi di crescita esplosiva e i ritmi del progresso tecnologico, soprattutto di quello dei settori dell’informazione e delle comunicazioni, cui sono da imputare “ampie delocalizzazioni dei processi produttivi e l’utilizzo di enormi bacini di mano d’opera” a basso costo, che hanno consentito di “produrre beni destinati alle aree più ricche del mondo”.
Questo processo non è stato privo di implicazioni negative per i Paesi economicamente avanzati; l’apertura dei mercati interni ai beni prodotti a prezzi competitivi dai Paesi emergenti, che hanno fatto largo ricorso alla pratica del dumping sociale e ambientale, ha comportato nei Paesi importatori inevitabili processi di aggiustamento produttivo; i settori ad alta intensità di lavoro, messi in crisi dalle importazioni a basso prezzo, non sempre sono stati sostituiti da nuovi settori che non fossero quelli avanzati a bassa intensità di lavoro, dando origine in tal modo ad uno dei problemi più gravi, sul piano politico oltre che economico, che i Paesi avanzati hanno dovuto affrontare, quale quello della disoccupazione tecnologica irreversibile.
I Paesi avanzati, fra questi quelli europei in particolare, hanno sofferto di questo fenomeno, in quanto i loro governi non sono riusciti ad attuare politiche economiche efficaci per contrastarlo; essi, infatti, hanno risposto “per lo più con misure di emergenza”, che però sono risultate inefficaci a contrastare la nuova natura della disoccupazione. Ciò perché, a parere della Crescenzi, sarebbe mancata “una visione riformatrice complessiva”, tale da consentire di affrontare le esigenze di maggiore efficienza imposte dall’aumentata concorrenza internazionale, ma anche di sostenere i settori produttivi più esposti e gli strati sociali che maggiormente, sul piano esistenziale, subivano le conseguenze più negative degli esiti indesiderati dell’approfondimento della globalizzazione.
Ma le riforme strutturali necessarie sono state sostituite da politiche utili ad affrontare solo la contingenza e a “guadagnare tempo”; ragione, questa, per cui in Paesi come l’Italia gli effetti della crisi provocata dal funzionamento dell’economia globale, ispirata all’ideologia neoliberista, sono risultati più profondi e persistenti. Le riforme necessarie sono state, infatti ostacolate, in quanto interpretate, da chi dagli effetti delle globalizzazione aveva tratto i maggiori vantaggi, come rinuncia a benefici “acquisiti per sempre”. Queste resistenze, oltre ad aver costituito la causa dell’inefficacia delle misure anticicliche cui si è fatto ricorso, sono state anche ulteriormente inasprite “dalla minore autonomia di manovra degli Stati in un contesto economico altamente integrato e dalla sfiducia verso la capacità della mano pubblica di regolare con efficacia l’economia”.
L’impossibilità di realizzare riforme strutturali utili a contrastare efficacemente gli effetti indesiderati della globalizzazione impone in ogni caso, secondo l’autrice, la soluzione di alcune questioni non più procrastinabili, quali il ricupero di un rapporto maggiormente condivisibile tra economia e etica, il contenimento e la riduzione delle disuguaglianze distributive e la necessità dell’adozione di parametri alternativi al PIL, per misurare il benessere delle popolazioni.
La ridefinizione del rapporto tra etica ed economia sarebbe imposta dall’urgenza di cambiare una “concezione del mercato focalizzata unicamente sugli interessi dell’individuo e sulla ricerca dell’utile fine a se stesso”; ciò, al fine di aumentare la “dimensione sociale del profitto” e di espandere l’attenzione “per i sentimenti morali e le istanze del bene comune”. L’autrice giustifica l’urgenza di un maggior ruolo dell’etica nel governo dell’economia, in considerazione del fatto che la scienza economica, in virtù della sua natura di scienza sociale, non possa “essere separata dall’uomo inteso nella sua complessità”, mentre il concetto cardine di tale scienza, l’homo oeconomicus, consentirebbe di cogliere “solo le motivazioni legate alla massimizzazione della ricchezza” e la sua astratta concezione non consentirebbe di cogliere tutti gli aspetti della “variegata realtà umana”.
Strano quest’appello all’etica compiuto dall’autrice per ricondurre la scienza economica al sevizio dell’uomo; se ciò accadesse si farebbe compiere all’economia il percorso inverso a quello che nel tempo le ha consentito di proporsi come scienza autonoma da presunti valori assoluti “non negoziabili” e di sostituire, convenientemente, tali valori con “regole” condivise dai componenti le comunità. Perciò, più che un appello a valori assoluti, che avrebbero l’effetto di rendere difficile la convergenza sul loro rispetto da parte di tutti i componenti i sistemi sociali pluralistici sul piano valoriale, molto più conveniente sarebbe parlare di ridefinizione del rapporto tra economia e rispetto delle regole adottate a tutela degli interessi comuni; l’aver disatteso queste regole, introdotte e perfezionate faticosamente dopo il secondo conflitto mondiale, ha dato luogo allo “scatenarsi” degli “animal spirit” che hanno caratterizzato il processo di integrazione delle economie nazionali nel mercato globale.
Oltre al ricupero di regole più funzionali al rispetto degli interessi sociali, sarebbe necessario, a parere dell’autrice, ridurre le disuguaglianze distributive che si sono approfondite e consolidate con la globalizzazione; ciò perché quest’ultima ha dato origine ad “una dinamica in cui alla ricchezza crescente di pochi” si è contrapposta “la povertà crescente dei molti”, limitando le potenzialità di espansione del reddito complessivo e bloccando i “consueti meccanismi di formazione del consumo, risparmio e investimento”. Ma la dinamica della globalizzazione ha avuto anche conseguenze extraeconomiche, il cui effetto ha ugualmente inciso sul livello di benessere delle popolazione; studi epidemiologici – afferma Antonella Crescenzi – hanno dimostrato che all’ampliamento dei divari economici nei Paesi avanzati ha corrisposto il “peggioramento della qualità della vita”, nel senso che i Paesi nei quali sono risultate maggiori le disuguaglianze sono aumentate anche le “problematiche sociali” (disagi mentali, mortalità infantile, minore speranza di vita, ecc.), che hanno inciso negativamente sulla produzione di nuova ricchezza e sulla conservazione di alti livelli di fiducia sociale nelle istituzioni da parte delle popolazioni.
Anche riguardo al PIL, sarebbe necessario che la misura della crescita e dello sviluppo economico dei singoli Paesi fosse condotta sulla base di ben altri parametri, più comprensivi degli effetti negativi che l’impatto della crescita e dello sviluppo senza regole ha sulla capacità di tenuta della coesione sociale dei singoli Paesi. Tale esigenza è imposta dal fatto che, quando i sistemi economici raggiungono stadi avanzati di crescita e sviluppo, non sempre l’aumento del PIL comporta un maggior benessere; ciò accade perché, in corrispondenza di alti livelli di attività produttiva, ricorrono fenomeni che il PIL manca di rappresentare, la cui rilevanza però risulta elevata per la società.
Secondo la Crescenzi esistono seri dubbi sulla possibilità di contrastare gli effetti indesiderati della globalizzazione attraverso il superamento di una “concezione del mercato focalizzata unicamente sugli interessi dell’individuo”. Il primo dubbio riguarda la possibilità di rimuovere il convincimento che i sistemi economici, a livello nazionale ed internazionale, possano autocorregersi, stante l’egemonia acquisita, nonostante la crisi della Grande Recessione, dall’ideologia neoliberista; il secondo dubbio riguarda la possibilità di dissolvere l’illusione che con il ricorso al debito, grazie alle “magie” dei mercati finanziari, possano essere resi possibili standard di consumo superiori alla capacità di reddito della quale si dispone; infine, un terzo dubbio concerne la possibilità di un “ritorno a Keynes”, ovvero al ricupero del “patto sociale” che nell’immediato dopoguerra aveva consentito di conciliare gli opposti interessi di lavoro e capitale, garantendo un trentennio di stabilità economica ai Paesi ad economia di mercato retti da istituzioni democratiche e un miglioramento delle condizioni di vita che mai le popolazioni avevano sperimentato nel passato.
Pur in presenza di tali dubbi, il percorso da seguire, a parere della Crescenzi, dovrebbe essere “quello tracciato dal modello di apertura economica che finora ha consentito lo sviluppo per tanti Paesi del mondo”; ma questo modello dovrebbe essere rivisto con correzioni di dubbia fattibilità. In conclusione, l’autrice, auspica una “globalizzazione ‘soft’[…] che stemperi le asprezze della concorrenza senza limiti assicurando potenzialità di crescita e benessere per tutti i Paesi, ricchi e poveri, e riequilibrio della società”. Sarebbe questa una speranza cui non si dovrebbe rinunciare; apparterrebbe alla politica l’oneroso compito di realizzare le condizioni perché, “facendo tesoro delle antiche consapevolezze”, diventi possibile configurare le nuove modalità di crescere e progredire. Ma quali dovrebbero essere queste nuove modalità?
La Crescenzi, come molti analisti degli effetti indesiderati del modello di globalizzazione sinora sperimentato, dopo puntuali esposizioni di quanto è accaduto di negativo negli ultimi decenni, si limita ad auspicare un ritorno al passato, attraverso semplici operazioni di manutenzione dell’attuale modo di funzionare del capitalismo, trascurando il fatto che simili operazioni servono solo a fare “guadagnare tempo”, nel senso di Wolfgang Streeck, per ritardare la crisi finale del capitalismo stesso.
Per una concreta azione a supporto della realizzazione di un modello di “globalizzazione ‘soft’”, occorrerebbe accompagnare la trasformazione delle economie di mercato integrate nel mercato mondiale con “una visione riformatrice complessiva”, volta a conformare il sistema produttivo, il funzionamento del mercato del lavoro, il welfare State e il sistema pensionistico al funzionamento dell’auspicato modello “soft” della globalizzazione. Una simile visione riformatrice, però, è ben al di là delle attuali capacità di governo delle singole classi politiche; inoltre, essa è del tutto estranea agli interessi che motivano tali classi ad offrirsi come rappresentanti degli elettori, sui quali continueranno ad “abbattersi” gli esiti negativi di un’economia che ha cessato di funzionare per fare fronte agli stati di bisogno dell’uomo.

Stefano Rodotà e la sua necessità di utopia nella Democrazia

Stefano-RodotàNel libro “Solidarietà. Un’utopia necessaria”, Stefano Rodotà sottolinea come la parola usata come titolo del libro fosse divenuta “proscritta”; di essa – afferma l’autore – “ci si voleva liberare o se ne cancellava ogni senso positivo”, in quanto si considerava la solidarietà, “non più tratto che lega benevolmente le persone, ma delitto: delitto appunto di solidarietà, quando i comportamenti di accettazione dell’altro […] vengono considerati illegittimi e si prevedono addirittura sanzioni penali per chi vuol garantirgli diritti fondamentali”.

La ragione che impone di andare oltre questa concezione della solidarietà come delitto risiede proprio – afferma Rodotà – “nel suo essere un principio volto proprio a scardinare barriere […] e così a permettere la costruzione di legami sociali nella dimensione propria dell’universalismo. Di legami […] fraterni, poiché la solidarietà si congiunge con la fraternità”, della quale spesso è presentata come sinonimo, per cui assieme ai concetti di libertà e di uguaglianza, va collocata nel pantheon dei valori rivoluzionari, che hanno presieduto alla nascita del mondo moderno.

Data la sua collocazione, la soppressione del concetto di solidarietà, come guida dei comportamenti delle istituzioni pubbliche e dei privati, non può che essere inteso come “atto d’arbitrio”, un’amputazione indebita ai danni di ogni società bene ordinata. Il concetto, tuttavia, in molte costituzioni e trattati internazionali viene invocato come regola alla quale conformare i comportamenti, oltre che dei singoli cittadini, anche dei singoli Stati, per essere considerato tra i principi costituenti la “fonte alla quale attingere” per plasmare nelle relazioni sociali “i comportamenti individuali e collettivi, privati e pubblici, nazionali e globali”.

Le vicende storiche della solidarietà sono state, a parere di Rodotà, caratterizzate da alti e bassi, che però hanno consentito al concetto “di conservare nei diversi sistemi una benefica tensione”, servita a ribadire l’”irriducibilità del mondo alla sola dimensione del mercato”; ma anche a ricordare che principi, come appunto quello di solidarietà, prima affidati “alla forza della morale o all’azione politica”, sono stati trasformati in norme giuridiche; fatto, questo, che impone che quei principi siano oggi “presi sul serio”. A tal fine, diventa perciò necessario capire come sia avvenuta l’evoluzione della solidarietà da precetto morale a vincolo giuridico, e come ciò si sia congiunto al problema della funzionalità della democrazia e della possibilità della sua conservazione.

In questo modo, secondo Rodotà, collegando l’evoluzione del principio di solidarietà e la sua trasformazione in uno dei capisaldi delle democrazia, diviene possibile, da un lato, ”dilatare” i confini del significato della solidarietà, “sottraendola in qualche modo alle letture riduttive suggerite dalla crisi dello Stato sociale e individuandone un più largo campo di operatività”; dall’altro lato, capire come siano divenute stringenti le connessioni tra democrazia e solidarietà, “rendendo plausibile la conclusione secondo la quale solo la presenza effettiva dei segni della solidarietà consente di definire ‘democratico’ un sistema politico”; come dire che, se si affievolisce il principio di solidarietà, si affievolisce anche la possibilità di sopravvivenza della democrazia.

Considerando il particolare interesse che nei momenti di crisi la solidarietà riesce a promuovere, si deve forse concludere – si chiede Rodotà – “che essa è virtù di tempi difficili, e non un ‘sentimento repubblicano’ che deve accompagnarci in ogni momento?” Dal punto di vista storico, il concetto di solidarietà è comparso in tempi diversi, non ha conosciuto un’evoluzione lineare, ma ha sempre mostrato una capacità di “forzare le barriere” entro le quali si è cercato di rinchiuderlo, sino a convertirsi in una “potente forza positiva”, diventando sinonimo di fraternità, per costituire, come già si è detto, con i concetti di libertà e di uguaglianza, i principi che hanno presieduto alla nascita del mondo moderno.

Rodotà esclude che la solidarietà sia un “dato naturale” e sia invece un “dato costruito”, cioè un’ideologia nata alla fine del XIX secolo, implicante una “nuova rappresentazione del legame sociale e politico”, che ha portato a una “profonda trasformazione dei modi di gestione del sociale e delle forme di intervento pubblico”. Si tratta di una tesi, questa, che richiama, sempre secondo Rodotà, un altro dato “tutt’altro che naturalistico”, che considera la solidarietà “nel suo separasi dalla fraternità”, perché della “triade rivoluzionaria”, proprio la fraternità si è rivelata la componente più debole, o quella più difficilmente accettabile, per via del rilievo che l’affermazione dell’ideologia liberale ha assegnato al diritto di proprietà.

La fraternità è stata infatti oscurata dal primato del diritto di proprietà; diritto, questo, implicante l’esclusione degli altri “dal godimento di un bene, dunque destinato a spezzare quel legame tra gli uomini”, che attraverso la fraternità si era inteso stabilire. In tal modo, la fraternità ha cessato di esprimere un diritto fraterno, imbattendosi “nella durezza del nudo potere proprietario”, che ha separato e non unito, rendendo impossibile il vero compito affidato alla fraternità/solidarietà. La scomparsa della fraternità è valsa ad affievolire anche l’efficacia dei principi di libertà ed uguaglianza, in quanto anch’essi subordinati a una logica che ha indicato nella proprietà “la misura prima dei rapporti tra le persone”. Ma è proprio per salvaguardare l’efficacia di questi ultimi due principi che, nel corso del Novecento, è stato costruito un contesto costituzionale che ha individuato nel diritto di proprietà il fattore limitante il principio di solidarietà.

Così, è stato possibile ricuperare il principio di fraternità/solidarietà, essendo stato concepito tale ricupero come precondizione perché si potesse ridare la loro piena importanza ai principi di libertà ed uguaglianza. Per comprendere come sia stato possibile la costruzione di un contesto costituzionale all’interno del quale venisse riaffermato il principio di fraternità/solidarietà, diventa cruciale – afferma Rodotà – la considerazione del “modo in cui nel corso dell’Ottocento si sono sempre più fortemente intrecciate le lotte operaie, l’organizzazione di massa dei lavoratori, il progressivo riconoscimento dei diritti sociali […]. Da qui sono provenute le idee-forza che prima hanno indicato e poi hanno spianato il cammino verso il riconoscimento istituzionale della solidarietà, “come principio e riferimento necessario per l’agire pubblico e privato”.

Il processo col quale è stato ricuperato il principio di fraternità/solidarietà consente anche di capire, a parere di Rodotà, quanto sia debole l’idea che si possa avere solidarietà “senza lotta di classe” e sia invece cruciale l’idea che non possa aversi solidarietà sino a quando sulla scena sociale manchi un soggetto in grado di assicurarne il ricupero e la conservazione; individuando, nella solidarietà stessa, il mezzo per contrastare la “lotta di classe dopo la lotta di classe”, intesa nel modo in cui la concepiva Luciano Gallino, come mezzo per “contrastare una possibile “lotta condotta da una classe imprenditoriale proprio per ridimensionare i diritti sociali”.

Rodotà ritiene che il ricupero del principio di fratellanza/solidarietà, inteso come risultato costruito attraverso un processo storico, consentirebbe anche di “sfuggire a suggestioni comunitarie che […] fanno correre il rischio di passare dalla frammentazione individualistica, che si vuole contrastare, a una scomposizione della società in gruppi custodi della propria individualità più che interessati a una ricostruzione complessiva dei legami sociali”. Per Rodotà, la solidarietà non deve subire confini limitanti, in quanto, sebbene si inveri all’interno dei diversi contesti sociali secondo le loro tradizioni, essa però non deve mai perdere la “sua capacità d’essere principio unificante”.

Nella completa affermazione del principio di solidarietà, i grandi soggetti collettivi della modernità hanno quindi giocato un ruolo essenziale; la loro scomparsa, particolarmente evidente in Italia, è stata aggravata, secondo Rodotà, dall’erosione dello Stato sociale, attraverso politiche corruttive e clientelari; tutto ciò “ha aperto un vuoto, ha lasciato spazi liberi per l’iniziativa di altri soggetti, che sono così divenuti protagonisti di politiche della solidarietà”. Si è infatti consolidata la presenza di un “terzo settore”, caratterizzato dal “no profit”; per quanto meritevole di attenzione sia questo terzo settore, non si dovrà tuttavia trascurare che il principio solidaristico sia esposto al pericolo di possibili frammentazioni, che possono condurre ad inasprire il fenomeno negativo della disuguaglianza.

La costruzione sociale con la quale si è dato corpo al principio di solidarietà è stato il Welfare State, “variamente declinato nelle lingue e nei diversi contesti”; la sua costruzione e il suo mantenimento non sono avvenuti però a “costo zero”, in quanto hanno richiesto la disponibilità di “capitale sociale e risorse finanziarie”; se tali risorse diminuiscono – afferma Rodotà – “si determinano condizioni propizie per dinamiche politiche e culturali che negli ultimi tempi hanno messo in discussione lo stesso modello dello Stato sociale e riproposto una solidarietà venata di irresponsabilità pubblica e ingannevole responsabilità privata”, che ha fatto rinascere una concezione caritatevole dello stesso Stato sociale, nella quale l’”economico” ha prevalso sul “giuridico e sullo stesso politico”.

Ciò non è stato privo di conseguenze, in quanto la messa in discussione del modello dello Stato sociale ha comportato una “decostituzionalizzazione accompagnata da una ricostituzionalizzazione [della solidarietà] in termini economici”; così è stata riproposta la “centralità della proprietà”, che ha determinato una subordinazione dei diritti sociali a “una discrezionalità politica” concepita come “insindacabile potere proprietario sulle risorse disponibili; e una dipendenza della persona dalle risorse proprie, necessarie per acquistare sul mercato quel che dovrebbe essere riconosciuto come diritto e che, invece, si presenta come merce, con un evidente ritorno alla cittadinanza censitaria”.

Ma se si ricupera l’idea di fraternità/solidarietà, intesa come concetto costruito costituzionalmente, occorre affrontare due questioni dirimenti che riguardano, da un lato, l’introduzione di un reddito garantito universalmente (o reddito di cittadinanza, correttamente inteso) e, dall’altro lato, la “discrezionalità politica in tempi di risorse scarse”.

La prima questione, che può essere definita come “questione del diritto all’esistenza”, può essere risolta statuendo per lo Stato un “dovere di assicurarne la garanzia”, nel senso che le risorse disponibili, anche se scarse, devono essere utilizzate in modo da rispondere a una gerarchia che consideri prioritari gli impieghi per la soddisfazione dei diritti fondamentali, tra i quali appunto il “diritto all’esistenza”. La seconda questione, quella concernente la discrezionalità politica sull’uso delle risorse, può essere risolta consequenzialmente alla prima, stabilendo destinazioni delle risorse “costituzionalmente consentite” e “destinazioni vietate”, fondando la distinzione in relazione alla soddisfazione dei diritti fondamentali; invertendo così la prassi politica tradizionale che considera prioritarie le destinazioni finalizzate alla crescita e residuali quelle destinate alle soddisfazione dei diritti fondamentali.

Le due “questioni” indicate sollevano un problema che la definizione della solidarietà intesa da Rodotà, come “concetto costruito” o come ideologia, e non già come “dato naturale”, non consente di risolvere, subordinando la soluzione al ricatto delle politica. L’accoglimento della definizione della solidarietà come fatto naturale (sottostante al diritto di esistere di ogni individuo) implica però che tale fatto sia costituzionalizzato con un’affermazione diretta e non ricavato indirettamente attraverso altre statuizioni relative ad altri diritti sociali. Se la fratellanza/solidarietà fosse costituzionalmente istituzionalizzata sarebbe possibile, come osserva John Rawls, realizzare, tra l’altro, anche una più compiuta democrazia. Infatti, la mancata istituzionalizzazione dei principi del 1789 come principi naturali dimostra, secondo Rawls, che una democrazia che non risulti fondata sulla costituzionalizzazione congiunta e diretta dei tre principi è una democrazia incompleta e “zoppa”, dominata da un eccesso di individualismo o da un eccesso di comunitarismo.

In conclusione, solo all’interno di una comunità nella quale siano eliminate, in termini pre-politici, le disuguaglianze nella distribuzione delle opportunità è possibile correlare una vera democrazia, fondata su un vero “sentimento repubblicano”, ad un processo di crescita e sviluppo stabile e socialmente condiviso. La qualità dell’evoluzione sociale ed economica verrebbe così a dipendere da un’organizzazione della comunità che sia il riflesso della costituzionalizzazione esplicita di tre condizioni: il governo democratico dei rapporti sociali della comunità; la parificazione ex ante delle opportunità di tutti i componenti la comunità come conseguenza dell’accoglimento congiunto sul piano costituzionale dei principi sanciti dalla rivoluzione del 1789; l’affrancamento del lavoro e di tutti i rapporti sociali da ogni forma di condizionamento del capitale. Fuori da queste condizioni, il diritto all’esistenza degli individui continuerà sempre a dipendere dal “ricatto politico”, esercitato in funzione della prevalente contingenza.

Gianfranco Sabattini

McDermott Hughes. L’ozio come alternativa alla “fine del lavoro”

McDermott HughesII lavoro, inteso come attività utile all’esistenzialità dell’uomo, non aveva il valore morale positivo che gli è stato attribuito dal movimento riformatore del Cristianesimo, prima, e da quello sorto, successivamente, in difesa di coloro che venivano “spogliati” dei frutti del loro lavoro. Già Aristotele esaltava il fatto che gli uomini dovessero avere tutto il tempo libero per diventare virtuosi e perché potessero adempiere i loro doveri civili. Tuttavia, il problema del valore del lavoro è, in realtà, complesso e può essere affrontato solo se considerato nella sua evoluzione storica.
Per capire il “disprezzo” con cui veniva considerato il lavoro prima dell’età moderna, bisogna tener conto del fatto che il sentimento negativo nutrito nei confronti del lavoro non era tanto riferito al lavoro in sé, quanto al rapporto di dipendenza che il lavoro stesso creava tra il lavoratore e colui che utilizzava il prodotto da lui allestito. Costruire la propria casa, i propri utensili, la propria imbarcazione, filare e tessere le stoffe per i propri abiti non aveva nulla di “disprezzabile”; ma lavorare per conto di terzi, per una contropartita, sotto qualsiasi forma, era valutato degradante, in quanto conduceva alla perdita della libertà e a dipendere da altri per la propria sussistenza.
Con l’avvento del Cristianesimo, il lavoro assume addirittura la connotazione di una punizione; nel giardino dell’Eden, il luogo in cui Dio aveva collocato tutti gli esseri viventi, Adamo ed Eva coglievano da alberi perennemente in fiore i frutti necessari alla loro sopravvivenza; dopo il peccato originale, però, Dio ha inventato la punizione del lavoro, obbligando i suoi “figli” a “guadagnarsi il pane col sudore della fronte”.
La condanna non è stata estranea alla nascita, nell’età moderna, della Riforma protestante del XVI secolo; essa, però, ha comportato che del lavoro si affermasse una valutazione positiva. Max Weber, economista, sociologo, filosofo e storico tedesco, in “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, rifacendosi allo spirito della Riforma, ha rovesciato l’originaria “punizione biblica”, considerando il lavoro come essenza del capitalismo.
La Riforma luterana era valsa ad affermare l’inefficacia delle buone opere per essere salvati e per essere “baciati dalla grazia”; la mediazione della Chiesa tra il fedele e Dio, pretesa dalla versione cattolica del cristianesimo, veniva cancellata. Ogni credente diveniva sacerdote di se stesso e nessun uomo poteva pensare di arrivare direttamente a Dio. Questa condizione risultava potenzialmente disperante per il credente che viveva intensamente la sua fede; Calvino ha offerto una “via di fuga” dalla disperazione, affermando che il segno della grazia divina poteva diventare visibile con la ricchezza e il benessere generati dal lavoro.
Anzi, il lavoro in sé acquistava il valore di vocazione religiosa; ciò, perché il lavoro assicurava il credente che Dio era con lui, che era l’eletto, il predestinato. La fede ha potuto così tradursi in spirito del capitalismo e dare luogo a un’organizzazione sociale che, per certi versi, ha trasformato il “vivere insieme” in un “campo di lavoro forzato”, perché tutti, alla ricerca della grazia, erano costantemente impegnati a lavorare da mane a sera senza tregua alcuna. Non tutti però, pur lavorando, avevano successo; per cui, nel tempo, all’interno dell’organizzazione sociale capitalistica, si sono formate due classi: da un lato i “baciati dalla grazia”, destinati a diventare la classe economicamente e socialmente egemone; dall’altra parte, i “condannati”, i quali, pur lavorando, sono stati invece “baciati dalla disgrazia”, mancando di acquisire meriti per il paradiso.
La società capitalistica, in tal modo, è venuta lentamente ad essere caratterizzata dalla compresenza di classi sociali antagoniste, nel senso che a quella di chi si era assicurato il paradiso, godendosi alti livelli di ricchezza, di benessere e di tempo libero, se ne è contrapposta un’altra costituita da soggetti che, nella migliore delle ipotesi, riuscivano a sopravvivere alle dipendenze della dei componenti della prima e, nella peggiore, andavano ad irrobustire il numero dei reietti. Successivamente, Marx denominerà la massa dei reietti “esercito industriale di riserva”; con ciò, volendo indicare che, nella società capitalistica, in cui il lavoro era divenuto la “scorciatoia” per il paradiso, la ricchezza, il tempo libero e l’alto livello di benessere di una classe erano stati la conseguenza della trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita di chi non era stato baciato dalla grazia.
L’”inferno in terra” dei “perdenti” sarà motivo della nascita di movimenti politici, costituitisi unicamente in funzione della difesa della causa di chi a quell’inferno era stato condannato senza colpa. Saranno i padri fondatori dell’economia, quali Adam Smith, James Stuart Mill, Alfred Marshall e altri, a sostenere che il lavoro era la fonte del riscatto dall’indigenza di tutti i componenti del sistema sociale, nonché l’attività primaria attraverso cui tutti gli uomini potevano legittimamente aspirare a plasmare il loro destino. Oltre agli economisti, altri pensatori di diverso orientamento hanno elaborato ideologie che auspicavano una più equa distribuzione del frutto del lavoro sociale; anche a loro si deve il progressivo miglioramento delle condizioni esistenziali di chi era stato penalizzato dall’ineguale distribuzione del prodotto sociale, portando a considerare il lavoro come un diritto che la stessa organizzazione sociale doveva garantire, in quanto fonte di dignità e di crescita culturale dell’uomo. Persino il Cristianesimo, nella sua versione cattolica, dopo aver originariamente condannato l’uomo a versare col lavoro “lacrime, sudore e sangue”, ha pensato di poter consolare i “perdenti”, predicando che “gli ultimi saranno i primi” ad accedere al paradiso ultraterreno.
Il processo evolutivo del valore del lavoro non è stato tuttavia lineare, facendo registrare anche rivoluzioni sociali, volte a favorire un mutamento delle condizioni distributive quando l’organizzazione sociale fosse risultata totalmente chiusa all’esigenza realizzare una più equa ripartizione del prodotto complessivo. Questo processo evolutivo si è svolto attraverso il succedersi di diverse “rivoluzioni industriali”.
A cavallo tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, con la prima rivoluzione industriale, grandi masse di lavoratori hanno lasciano l’agricoltura per trasferirsi nelle fabbriche; con la seconda, le macchine e l’automazione hanno sostituito il lavoro dell’uomo; con la terza rivoluzione industriale, infine, i lavoratori hanno abbandonato le fabbriche per trasmigrare nel cosiddetto settore terziario avanzato, per la costruzione di macchine intelligenti (robot) destinate a rimpiazzare addirittura l’uomo nella conduzione dei processi produttivi, ponendo in esubero un crescente numero di lavoratori. A seguito del procedere della terza rivoluzione industriale, i lavoratori sostituiti dai robot, sono entrati, come afferma Jeremy Rifkin in “La fine del lavoro”, a far parte del “mondo della disoccupazione, senza che, nel frattempo, l’etica originaria del capitalismo subisse un benché minimo adeguamento alle nuove condizioni che caratterizzano la produzione e la sua distribuzione tra i componenti dei sistemi sociale”.
A questo punto, se il verso dell’ulteriore evoluzione del modo di produrre delle condizioni di vita è quello indicato dal succedersi delle rivoluzioni industriali sinora vissute, è inevitabile che il mondo, come afferma l’antropologo americano David McDermott Hughes, in “la Fine del lavoro” (“Internazionale” del 18-24 agosto del 2017), si trovi “di fronte il dilemma di quale Eden costruire: un paradiso dell’ozio o del lavoro?” Ciò, perché buona parte del mondo, a parere di Hughes e di altri studiosi ed analisti, si sta avvicinando a quella che lo stesso Rifkin, in “la società a costo marginale zero”, considera una società in cui le macchine e i computer sostituiranno virtualmente tutti gli sforzi dell’essere umano nella produzione di beni e servizi.
A quel punto, al quale ci si sta avvicinando sempre più rapidamente, il problema che dovrà essere risolto, secondo l’antropologo Hughes, sarà quello di trovare un modo di giustificare l’ozio, inteso come il tempo libero originato dalla fine del lavoro, con la sostituzione dell’attività lavorativa intesa come fonte di identità, di dignità e di autostima dell’uomo. Al riguardo, non tutti, certo non disinteressatamente, sono d’accordo sulla ricerca di un motivo che consenta di non considerare più il lavoro come fonte della dignità umana, sostenendo, in conformità all’etica capitalistica, che il tempo libero debba essere “guadagnato”. Quest’idea, “dura a morire”, è però da tempo contestata.
Già Paul Lafargue, rivoluzionario francese e genero di Marx, nella seconda metà del secolo scorso, in “Il diritto all’ozio”, commentato favorevolmente dal suocero, ha criticato la passione per il lavoro; ciò, in quanto nella società capitalistica, secondo lui, esso era causa della degenerazione intellettuale dell’uomo. A sostegno del diritto all’ozio, Lafargue sosteneva che la passione per il lavoro era da ritenersi esiziale, per le conseguenze che essa aveva sugli uomini e sulla società nella quale vivevano. Il diritto all’ozio non era un’apologia del “dolce fare niente”, ma una requisitoria a favore del “diritto al tempo libero”.
Le idee di Lafargue, in un certo senso paradossali, possono essere comprese solo considerando la sua milizia rivoluzionaria all’interno della società capitalistica dei suoi tempi; cionondimeno, la sua critica dell’eccessivo lavoro cui l’uomo veniva sottoposto in un sistema produttivo sempre più orientato a meccanizzarsi, anziché essere fonte di dignità era invece uno dei più grandi flagelli che avesse mai colpito l’uomo lavoratore, estraniandolo da ogni senso della vita. Meno paradossali sono le idee che John Maynard Keynes ha formulato sulla società del lavoro, sia pure organizzata secondo lo spirito capitalistico di weberiana memoria.
A parere del grande economista di Cambridge, attraverso il succedersi delle rivoluzioni industriali, l’uomo si troverà di fronte al problema di cosa fare, una volta liberato dalle incombenze economiche più pressanti, ovvero del come impiegare il tempo libero che “la scienza e l’interesse composto” gli faranno guadagnare, “per vivere bene, piacevolmente e con saggezza. […] Per ancora molte generazioni l’istinto del vecchio Adamo rimarrà così forte in noi – afferma Keynes – che avremo bisogno di un qualche lavoro per essere soddisfatti. Faremo, per servire noi stessi, più cose di quante ne facciano di solito i ricchi d’oggi, e saremo fin troppo felici di avere limitati doveri, compiti, routines. Ma oltre a ciò dovremo adoperarci a far parti accurate di questo ‘pane’ affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito tra quanta più gente possibile. Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo”. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, ha affermato Keynes nel 1928, in “Possibilità economiche per i nostri nipoti”, sarebbero state sufficienti, già ai suoi tempi, per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi.
Dai tempi di Keynes le potenzialità produttive sono ulteriormente aumentate sino a prefigurare il prossimo avvento di una società che un altro “visionario” dell’Ottocento, l’economista americano Henry George, in “Progresso e libertà”, aveva previsto potesse costituirsi, in base alla considerazione, condivisa da Lev Tolstoj, che la produzione del sistema economico, attraverso il progresso scientifico e tecnologico, sarebbe stata resa possibile da un’organizzazione produttiva completamente automatizzata, e realizzata a livelli tanto alti da giustificare la liberazione dell’uomo dal lavoro. Sicuramente, man mano che l’intelligenza artificiale sostituirà l’essere umano nell’attività di produzione di tutte le cose delle quali egli ha bisogno, occorrerà che l’organizzazione sociale sposti la sua attenzione dal valore che sinora ha riservato al lavoro a quello della sua distribuzione; purché ciò non sia però l’esito di decisioni caritatevoli, sul tipo di quelle previste dall’attuale sistema di sicurezza sociale, basato sulla distribuzione di “sussidi”, idonei a garantire la sopravvivenza a chi viene espulso dal lavoro, a seguito della robotizzazione dei processi produttivi.
Il raggiungimento di questo obiettivo comporta che siano rimossi dall’etica del capitalismo, sinora prevalsa, molti pregiudizi che ancora si stenta a considerare privi di senso, quali quello che afferma che l’uomo deve “faticare e sacrificarsi, se vuole godere dei frutti del suo lavoro”, oppure quello che recita che “nella vita, nessun pasto è gratis”, e così via. Il vero problema che originerà dalla fine del lavoro, consisterà nel tenere i cittadini, non più lavoratori, impegnati in altre forme di attività, idonee ad appagarli e a consentire loro di realizzare, nella libertà di scelta, i propri progetti di vita. Lo stesso progresso tecnologico, che ha concorso a “svilire” il lavoro, dovrà essere considerato utile alla soluzione del problema, attraverso la distribuzione di un “reddito incondizionato” a tutti indistintamente i cittadini, senza che ad essi sia richiesto di sottoporsi ad un’avvilente “prova dei mezzi”.
L’accesso sicuro a un reddito incondizionato, tuttavia, risolverà solo a metà il problema; perché la soluzione sia completa, occorrerà tenere i cittadini impegnati in attività che abbiano un senso, alternative al lavoro inteso in senso tradizionale. Ciò sarà tanto più necessario, quanto più si vorrà evitare che il tempo libero motivi i cittadini ad indirizzarsi verso attività frustranti ed alienanti (quali, ad esempio, quelle praticate nei Paesi in cui esiste un welfare esteso e universale da molti disoccupati, dove molti disoccupati usano spesso gran parte dei “sussidi” ricevuti dallo Stato caritatevole in forme di consumismo degradanti; oppure quelle praticate dagli Eschimesi-Inuit, che hanno subito un’occidentalizzazione forzata realizzata mediate i “sussidi” elargiti, divenendo il popolo con il più elevato tasso di suicidi al mondo, spinto a vivere emarginato e vittima di un diffuso alcolismo).
La fine del lavoro può non comportare necessariamente “una perdita di senso, perché il senso della vita – come afferma lo storico Yuval Noah Harari in “Disoccupati e felici” (“Internazionale” del 18-24 agosto 2017) – nasce dall’immaginazione, più che dal lavoro. Il lavoro è fondamentale solo per certe ideologie e in certi stili di vita”. L’orientamento dell’immaginazione, però, comporta che sia la società politica del sistema sociale a doverlo realizzare; ciò può essere ottenuto stimolando la condivisione di una “società multiattiva”, interessata a promuovere l’impegno degli uomini liberati dal lavoro ad utilizzare il tempo libero per la cura del corpo con lo sport, per la cura e la conservazione dell’ambiente, per l’assistenza a figli e genitori, nonché per un maggior impegno nell’attività politica e nell’approfondimento della loro cultura.
Non è questo il senso dell’esaltazione del tempo libero dell’antico filosofo? Non è ancora questo il senso dell’aspirazione di economisti, quali John Stuart Mill, Alfred Marshall e John Maynard Keynes, ad assicurare agli uomini una rivoluzione nei livelli produttivi e di vita, tale da garantire all’umanità intera il riscatto dal bisogno, perché convinti, come lo era Keynes, che le idee economiche potessero trasformare il mondo, liberandolo dagli stati di necessità, più di quanto avesse consentito di realizzare l’invenzione del motore a scoppio? L’intendimento del senso degli interrogativi sarà tuttavia ostacolato da chi è rimasto schiavo del modo tradizionale di intendere il lavoro; non è casuale, il fatto che, dopo aver tentato senza successo di devastare la Costituzione repubblicana, l’ex premier governativo Matteo Renzi abbia avuto modo di dichiarare che sono le idee intorno alla possibile introduzione di un reddito incondizionato a devastare l’articolo 1 della Costituzione; con ciò, dimostrando quanto la sua cultura politica sia distante da quella che gli renderebbe possibile la comprensione dei problemi dei quali è portatore il mondo globalizzato attuale, come quello connesso alla fine del lavoro, rientrante fra i suoi possibili effetti futuri.

Manuale di manutenzione per il capitalismo verso l’autodistruzione

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Andrew Spannaus, analista americano residente in Italia, specializzato in geopolitica e macroeconomia, ha pubblicato su l’”Espresso” n. 28 l’articolo “Capitalismo. Manuale di manutenzione”, cui fa da spalla un’intervista, rilasciata dal sociologo-economista tedesco Wolfgang Streeck, anch’essa pubblicata sullo stesso periodico, col titolo “Morirà per overdose”. Nell’intervista, il sociologo-economista, rincarando le critiche dell’analista americano nei riguardi del modo capitalistico di gestire l’economia globale, formula un giudizio poco rassicurante sull’evoluzione futura del capitalismo, in quanto, a suo parere, l’ultima crisi ha messo in evidenza che il prevalente modo di produrre dei Paesi democratici economicamente avanzati è vittima di “una dinamica endogena di autodistruzione”, esposto al rischio di una “possibile morte per overdose da sé stesso”. Quali le cause?

A parere di Spannaus, la causa prima della crisi attuale del capitalismo deve essere rinvenuta nell’egemonia acquisita dai mercati finanziari e dalle procedure con cui questi hanno conformato alla loro logica di funzionamento l’allargamento e l’approfondimento della globalizzazione. L’egemonia dei mercati finanziari è stata la conseguenza dell’affermarsi dell’ideologia del “libero mercato”, condivisa dalle forze politiche democratiche di ogni orientamento; secondo questa ideologia, il mercato senza regole e vincoli è espressione del sistema delle democrazie, ovvero del “sistema che garantisce la libertà contro le dittature più o meno evidenti”. La condivisione di questo assunto ha radicato il convincimento che mettere in discussione il capitalismo significhi “mettere in discussione tutto”, per cui deve essere intrapreso e giustificato ogni sforzo volto alla difesa delle “democrazie liberali occidentali dalle forze del male, non solo esterne, ma sempre di più interne alle nostre società”.

Se la democrazia, e con essa la libertà, posta a fondamento del liberalismo, che premia i liberi mercati, ma depotenzia gli Stati, devono giustificare, attraverso la guerra, l’esportazione del modello organizzativo politico prevalente all’interno di Paesi ad economia di mercato, allora – afferma Spannaus – c’è un “primo inganno” da disvelare, in quanto i valori della democrazia e della libertà non possono essere “manipolati da un establishment intento a garantire la continuazione della propria supremazia” non in linea con i valori dell’ideologia che lo stesso establishment ha fatto propria.

Ora, l’ideologia neoliberista viene criticata, non solo per via degli esiti indesiderati prodotti dalla globalizzazione e dell’egemonia dei mercati finanziari che l’hanno promossa, ma anche e soprattutto per l’incapacità dei governi di contrastare di tali esiti. Sono ormai passati dieci anni dallo scoppio della Grande Recessione, ma la stentata ripresa risulta caratterizzata da livelli salariali bassi, da un’alta precarietà delle posizioni lavorative e, quel più conta, da una difficoltà a creare nuove opportunità occupazionali.

A parere di Maurizio Ricci, autore dell’articolo “Il mistero dei salari perduti. Robot, part time e qualifiche basse rivoluzionano lavoro e compensi” (in “la Repubblica” del 12.7 corrente anno), il problema della riduzione del monte salari “costituisce il thriller dell’estate”, perché mai “nell’economia moderna, era successo che una recessione finisse e il risultato non si vedesse nell’aumento dei salari”. Senza la spinta dei salari, manca lo stimolo dell’inflazione, mentre la deflazione mostra di persistere, aggravando maggiormente il fenomeno di una stagnazione pervasiva. Tale stato di cose induce a pensare che la debole ripresa, che caratterizza le economie colpite dagli effetti peggiori della crisi, in prospettiva non possa rafforzarsi; ciò perché – afferma Ricci –“il 70% dell’economia moderna è fatto di consumi”, per cui, se manca il potere d’acquisto per poterli effettuare, i sistemi economici stentano a riguadagnare la normalità.

Secondo il dibattito in corso a livello mondiale, il fenomeno della riduzione del potere d’acquisto è imputabile al fatto che coloro che sono responsabili dell’affermazione dell’ideologia neoliberista non sono stati all’altezza di prevedere e, conseguentemente, di prevenire gli effetti del diffondersi della globalizzazione attraverso il contino approfondimento capitalistico delle attività produttive. Queste modalità di allargamento della globalizzazione sono responsabili – ricorda Ricci – dei tre quarti del declino del contributo del lavoro sul PIL prodotto in Paesi come l’Italia e la Germania. Gli effetti dell’approfondimento tecnologico sono forse più gravi dell’allargamento della globalizzazione, come sta a dimostrare la previsione che quest’anno le imprese della robotica tedesca aumentino il proprio fatturato del 7%, a fronte del quale, però, si prevede che per ogni robot che “entrerà in fabbrica saranno cancellati sei posti di lavoro”: tre dentro la fabbrica e tre tra le attività dell’indotto.

La previsione è confermata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che raccoglie tutti i Paesi economicamente sviluppati; l’organizzazione ha analizzato l’impatto negativo dello sviluppo tecnologico sul mercato del lavoro, appurando che i salari, ormai non più collegati all’andamento della produttività, per un terzo sono diminuiti perché i posti di lavoro perduti nell’industria manifatturiera sono stati sostituiti da posti di lavoro nel settore dei servizi a basso valore aggiunto; mentre, per altri due terzi sono diminuiti a causa della sostenuta riduzione dei posti di lavoro un tempo ricoperti da quella che solitamente era indicata come “classe media”, quasi totalmente scomparsa, con effetti negativi, non solo sul piano economico, ma anche si quello politico.

Il dibattito internazionale individua la causa della contrazione del potere d’acquisto, che un tempo sosteneva la domanda finale dei sistemi economici avanzati, non solo nel fatto che “le imprese svuotano i posti ben pagati e li sostituiscono con un software, con un part time o con uno stipendio più basso”; ma anche nel comportamento delle grandi imprese, operanti a livello internazionale, che aumentano la loro dimensione attraverso l’”assorbimento” di quelle più piccole a più alta intensità di lavoro, estendendo pure a queste ultime la loro stessa logica organizzativa interna, risparmiatrice di posti di lavoro.

La riduzione del monte salari viene connessa dunque alla continua diminuzione di posti di lavoro, ma viene accentuata dalle disuguaglianze distributive, un fenomeno quest’ultimo, valutato tanto grave da indurre il sociologo economista Wolfgang Streeck a prevedere che il capitalismo sia destinato a morire “per over dose da sé stesso”. Ciò perché, secondo Streeck, la crisi che affligge il capitalismo attuale “non è un fenomeno accidentale, ma il culmine di una lunga serie di disordini politici ed economici che indicano la dissoluzione di quella formazione sociale che definiamo capitalismo democratico”; il suo manifestarsi corrisponde al processo col quale il capitalismo si è liberato dai “lacci e laccioli” con cui si era tentato di “addomesticare” gli “animal spirit” di keynesiana memoria dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Questo processo ha liberato l’economia capitalistica dal keynesismo del dopoguerra, per trasformarla in un’economia opposta, “di stampo hayekiano, che punta – afferma Streeck – alla crescita attraverso la redistribuzione dal basso all’alto, non più dall’alto al basso”. Si tratta di una transizione che produce una democrazia azzoppata dal libero mercato, che ha ribaltato il patto sociale post-bellico che aveva consentito alla democrazia di regolare il funzionamento del mercato.

Il capitalismo democratico del dopoguerra aveva trovato un proprio equilibrio, conciliando gli interessi del capitale con quelli del lavoro; ma negli anni Settanta, interrottasi la crescita, complici le crisi, inizialmente dei mercati delle materie prime e di quelli delle valute, ma proseguite negli anni successivi, il conflitto tra capitale e lavoro è stato affrontato attraverso espedienti politici, quali inflazione, debito privato e debito pubblico; tali espedienti, però, sono serviti al capitalismo, non già per riformarsi, ma solo per “guadagnare tempo, peraltro divenuti nel tempo “problemi di per sé”.

La prima crisi è degli anni Settanta, quella dell’inflazione globale, alla quale ha fatto seguito la crisi dovuta all’esplosione del debito pubblico, negli anni Ottanta, e quella dovuta all’indebitamento privato degli anni Novanta, culminata poi con la crisi dei mercati immobiliari americani dei subprime, che ha dato luogo alla Grande Recessione iniziata nel 2007/2006. Da quattro decenni – osserva Streeck – lo stato di crisi dell’economia dei Paesi democratici economicamente avanzati è diventato la norma; ma lo è diventato anche per il capitalismo inteso come “ordine sociale”, i cui principali sintomi dei mali che lo affliggono sono il declino della crescita, l’aumento dell’indebitamento e la crescente disuguaglianza; a questi si aggiungono – afferma Streeck – “cinque disordini sistemici: la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio del dominio pubblico, la corruzione e l’anarchia”.

Esiste un rimedio ai mali del capitalismo? Secondo Sreeck, il fatto che il capitalismo sia finora riuscito a sopravvivere alle previsioni della sua fine, non significa che possa continuare a farlo indefinitamente; il suo salvataggio è sempre stato realizzato attraverso un costante lavoro di “manutenzione”. Oggi, però, le tradizionali forze che l’hanno sempre supportato sono depotenziate, per cui il capitalismo si trova in uno stato di “coma cosciente”, che lascia presagire una sua morte, in quanto esso (il capitalismo) è “divenuto più capitalistico di quanto gli sia utile. Perché ha avuto troppo successo, sgominando quegli stessi nemici che in passato lo hanno salvato, limitandolo e costringendolo ad assumere forme nuove”; in altre parole, Streeck ritiene che il capitalismo debba la sua agonia attuale al fatto di avere avuto troppo successo, che lo ha condotto ad essere vittima di una “dinamica endogena di autodistruzione, a una morte per overdose da sé stesso”, appunto.

La fine del capitalismo non avverrà improvvisamente, ma sarà l’esito di un lungo processo di trasformazione, durante il quale, sempre a parere di Streeck, i Paesi che ne saranno colpiti vivranno un periodo “di entropia sociale e di disordine”. Per contrastare il disordine e contenere i costi sociali del processo di trasformazione del capitalismo, sarà forse necessario ridimensionare la globalizzazione e semplificare – come afferma Spannaus – la “catena di valore” che attualmente la giustifica: cioè, ridimensionando i flussi di beni intermedi che a livello globale costituiscono una parte importante degli scambi commerciali. “Molti beni sono prodotti non in un singolo Paese, ma passano più luoghi nel percorso di realizzazione”. L’accorciamento della “global supply chain”, a vantaggio delle singole economie nazionali, potrà garantire maggiori opportunità socio-politiche, ma anche comportare maggiorazioni dei prezzi dei beni consumati, compensate queste ultime dal fatto che prezzi bassi non sono necessariamente indicatori di benessere, essendo, al contrario, il “motore” che promuove a livello internazionale l’approfondimento capitalistico delle imprese, quindi causando disoccupazione tecnologica e difficoltà nella creazione di nuovi posti di lavoro.

Per i Paesi europei, perché il processo di trasformazione del capitalismo risulti meno costoso in termini sociali, occorrerebbe rendere meno globale il processo di integrazione nel mercato mondiale delle economie nazionali; a tal fine, a parere di Streeck, non sarà possibile fare affidamento sull’Europa, poiché non vi è alcuna disponibilità da parte degli establishment di ritornare alla “socialdemocrazia europea”, come sta a dimostrare la conclusione dell’ultimo G20 di Amburgo. Il tema all’ordine del giorno consisteva nello stabilire come assicurare una migliore “forma a un mondo interconnesso”; rispetto a questo tema, però, i rappresentanti dei Paesi europei si sono solo impegnati a dare sicura attuazione alle riforme neoliberali all’interno dei propri Paesi. Ciò significa che non sarà possibile attendersi un governo europeo, socialmente condiviso, dell’eventuale processo di trasformazione del capitalismo.

Il ritorno alla “socialdemocrazia europea”, perciò, non varrebbe a garantire una governance democratica del disordine connesso al processo di trasformazione del capitalismo; dalla riunione di Amburgo è emerso che la futura governance europea dell’evoluzione del capitalismo sarà solo complementare al governo dell’Eurozona, strumentale al mantenimento delle attuali forme assunte dalla globalizzazione, causa della crisi del capitalismo e non già di una crescita globale qualitativamente più condivisa, accompagnata dalla creazione di più alti livelli occupazionali.

Gianfranco Sabattini