La storia di Adrano ripresa (malamente) a scopo elettorale

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Ho ascoltato un discorso sulla Storia di Adrano da un designato Assessore alla cultura della città etnea nella contesa elettorale che si concluderà il 24 giugno prossimo. Il discorso, che circola come video sui social network, è stato pronunciato il 17 giugno verso le 20:30 dal noto otorinolaringoiatra Antonio Politi con la finalità di riscuotere il consenso per la sua coalizione di Centro-destra. Nondimeno esso contiene presentazioni storiche poco chiare e valutazioni personali non sempre conformi alla realtà storica. Ammiro quelli che si interessano alla storia locale per un legame affettivo inscindibile tra persone e luoghi della loro infanzia e giovinezza. Ma durante l’ascolto mi sono chiesto per quale motivo un chirurgo di fama europea si inoltra in territori così lontani dalla sua professione e dai suoi impegni medico-scientifici.

Il discorso, visualizzato più di 4190 volte, nuoce alla conoscenza della storia di Adrano per le diverse omissioni, contraddizioni e incongruenze. Encomiabile il suo appello iniziale, là dove l’oratore medico dice: «La prima cosa che farò, consiglierò ai professori di insegnare la storia di Adrano per dare quell’orgoglio, quell’identità di essere Adraniti». Ma mi sono chiesto su quale testo i giovani devono studiare la storia della cittadina etnea, se non esiste nessun libro che inquadri la sua storia?

I due volumi dell’ex senatore comunista Pietro Maccarrone, su La battaglia di Adrano (1988-89) sono impregnati di luoghi comuni e inficiati da una visione vetero-marxista che la rende una storia poco seria e attendibile. Tuttavia le sue disquisizioni storiche dimostrano uno sforzo interpretativo: il Risorgimento è presentato come un fenomeno storico sorto per realizzare l’indipendenza nazionale che si conclude con lo sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia. I suoi seguaci, contrariamente a quanto sostiene l’oratore, furono accolti da una sparuta minoranza di Adraniti, che non manifestarono alcuna simpatia verso i garibaldini. La loro marcia verso Catania fu ignorata dalla popolazione e dalle autorità cittadine, che per l’occasione non esposero alcuna bandiera negli edifici pubblici.

Su una popolazione di 13.161 abitanti, rilevata dal censimento del 1861 e segnalata da Gaetano Branca nel suo «Dizionario geografico universale» (Torino 1865, p. 6), Adernò – diventata nel 1929 Adrano – si presentava sullo scenario unitario con gravi difficoltà economiche per la miseria diffusa tra la popolazione contadina e per la collusione tra il nuovo governo italiano e i baroni ex borbonici diventati fedeli della Corona sabauda. Che cosa trova di così strano il medico adranita, se la popolazione si trovò ex abrupto «sotto uno Stato sabaudo» monarchico autoritario non dissimile a quello borbonico?
Il patriota Benedetto Guzzardi Moncada (nato il 23 febbraio 1841), considerato astrattamente «fondatore del benemerito Circolo Operai», fu massone, venerabile della loggia di Catania e autore dell’opuscolo Le cinque giornate di Adernò in settembre ed ottobre 1866 (Catania 1866, pp. 23). Di quelle tragiche giornate e della popolazione in preda al panico per «l’annunzio dello sviluppo del Morbo Asiatico» (p. 4), l’oratore svolge considerazioni superficiali e compie omissioni storiche rilevanti. La tassa sul macinato, istituita a decorrere dal 1° gennaio 1868, non c’entra nulla con la rivolta sociale di Adrano, scoppiata per altre cause connesse all’annuncio del colera e alle lotte intestine dei notabili locali «in questa terra Italiana» (p. 5) dove un’intera famiglia «massacrata (?)», quella di Domenico Crucillà, fu uccisa dai carabinieri in una casa di campagna ubicata nella cosiddetta contrada Camerone (p. 21).

Da quel triste episodio, meglio inquadrato da Antonino Sanfilippo in un altro opuscolo del medesimo anno, l’oratore compie «un volo pindarico» sul ruolo svolto da Agatino Chiavaro (1885-1938), definito «un mezzo gangster … che aveva un’idea moderna della città» per avere istituito il centro dei pompieri e avviato i bagni pubblici. Egli passa poi alla presentazione del canonico Vincenzo Bascetta (1879-1959), «che sposò le idee rivoluzionarie del Cristianesimo sociale di Luigi Sturzo». Così sembra ignorare che il Partito popolare non sorse come partito rivoluzionario, ma come organizzazione politica volta a salvaguardare l’integrità della famiglia, l’unità sindacale, la riforma tributaria ed altri aspetti della vita sociale come la tutela dell’emigrazione e lo «sviluppo commerciale del Paese».

Il noto otorino dimentica anche di dire che Chiavaro e Bascetta sono due Personaggi diametralmente opposti, perché il primo si arricchì durante il suo soggiorno a New Orleans con proventi illeciti come affiliato all’associazione criminale «Mano nera»: una notizia riportata nel libro Novecento Siciliano. Da Garibaldi a Mussolini (Edizioni del Prisma, Catania 2008, p. 222) da Pietro Castiglione che riporta una diceria popolare conforma alla realtà; il secondo fu un grande amico dei braccianti, che applicò la lezione di Sturzo sul piano concreto con l’istituzione di cooperative e di banche per incoraggiare la piccola proprietà rurale.

Sull’«azione sociale e politica» di Vincenzo Bascetta esiste la biografia di Giuseppe e Pietro Scarvaglieri (Edizioni Dehoniane, Napoli 1979, pp. 179), senza dubbio un’opera innovativa e pionieristica che rende giustizia al seguace di Sturzo, vittima di violenza da parte del sindaco e poi podestà adranita. Il 16 marzo 1924 Chiavaro partecipò infatti alla sparatoria contro il sacerdote, impadronendosi con la violenza dell’amministrazione comunale, dando vita al periodo più fosco per la comunità adranita: altro che «grande sindaco» e protagonista «di cose straordinarie per quell’epoca». Una rilettura del libro dei fratelli Scarvaglieri, certamente salutare per coloro che esaltano il futuro podestà adranita per la descrizione puntuale della sparatoria e il successivo isolamento di Padre Bascetta (p. 123). Ma le malefatte del fascista adranita emersero nel gennaio 1928 con l’arresto «per concussione, peculato, minacce ed abuso di autorità» tanto da costringere lo stesso Mussolini ad intervenire per revocargli tre anni dopo «le onorificenze di cavaliere e ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia», come si legge in un documento ufficiale coevo.

Sulle comparazioni assurde tra il «grande» Giorgio Almirante ed «il gigante della politica» Enrico Berlinguer è meglio sorvolare per le imprecisioni compiute dal noto otorino, che in un passaggio del suo discorso dice che a scrivere «Don Camillo e Peppone» sarebbe stato un certo Giovanni Ungaretti. Rimane prezioso il suo invito alla stesura di una storia di Adrano, che attende ancora uno storico vero nella convinzione che possa contribuire alla crescita civile dei cittadini, vittime della delinquenza e della nefasta politica di una destra conservatrice poco sensibile ai valori culturali e alle necessità della popolazione.

Nunzio Dell’Erba

Giorgio Galli e Mario Caligiuri. 50 società che governano il mondo

giorgio galli, mario caligiuoriCon l’avvento della globalizzazione, la struttura capitalistica del mondo ha subito una radicale trasformazione, caratterizzata soprattutto da un processo di concentrazione in termini di potere che non ha eguali rispetto al passato; si tratta di un potere in grado di condizionare a tal punto la politica degli Stati integrati nell’economia mondiale, che è legittimo chiedersi, con Giorgio Galli e Mario Caligiuri (“Come si comanda il mondo. Teorie, volti, intrecci”), “se ci siano Stati, entità o persone che, in modo palese o occulto, siano in grado di condizionare gli equilibri presenti e futuri dell’ordine mondiale”.
A parere degli autori, l’argomento è diventato oggetto di molte inchieste giornalistiche, sebbene sinora non siano state effettuate ricerche scientificamente fondate sulla supposta esistenza delle relazioni e degli intrecci che consentirebbero al potere economico di condizionare quello politico; relazioni ed intrecci normalmente visibili senza eccessivi sforzi ed approfondite indagini.
La necessità di una sistemazione scientifica dell’argomento s’impone, soprattutto per dare una risposta ai molti interrogativi sollevati con la diffusione nell’immaginario collettivo, dopo gli attentati dell’11 settembre del 2001 alle “Torri gemelle” di New York, delle tesi insite nella “teoria del complotto, secondo la quale pochi attori politici ed economici tutelano i propri interessi ai danni delle moltitudini”; secondo gli autori, queste tesi, lungi dall’essere il risultato dell’agire di poteri più o meno reali, sono “probabilmente un alibi delle classi politiche contemporanee per mascherare le inefficienze e l’impossibilità ad agire nel contesto della democrazia rappresentativa del nostro tempo”.
Con il loro libro, gli autori, considerando che le “decisioni non sono mai impersonali ma hanno nomi e cognomi, volti e storie”: al fine di porre un limite alle affermazioni generiche della teoria del complotto, hanno cercato di dare una risposta all’interrogativo “se a decidere le sorti del pianeta siano effettivamente quelli che appaiono sistematicamente sugli schermi televisivi e di cui scrivono i giornali”. Essi, gli autori, hanno verificato che spesso le cose non stanno come dicono i mass-media.
Il lavoro di Galli e Caligiuri è articolato in due parti: nella prima è affrontato principalmente il tema dell’evoluzione del concetto e del ruolo delle élite, con particolare riferimento a quelle nordamericane; nella seconda, è ampliato uno studio del Politecnico di Zurigo, per individuare “persone e relazioni” che potrebbero rappresentare la base di comprensione del modo in cui è “governata” l’economia mondiale, “identificando un possibile nocciolo duro del sistema finanziario globale”. Ciò ha consentito agli autori di sostenere che la protesta dell’opinione pubblica contro il disagio provocato dall’instabilità economica e dall’inefficacia dell’azione politica sia erroneamente indirizzata. Oggi, infatti, la protesta è “indirizzata verso le classi politiche che non sono quelle che detengono effettivamente il potere, che, invece, al di là del giudizio che si può dare, viene gestito prevalentemente delle élite economiche, all’interno delle quali hanno un ruolo determinante le dinastie nordamericane”.
Con la dislocazione del potere decisionale, volto a “governare” l’economia mondiale dalla politica al nocciolo duro del sistema finanziario globale, ha perso di significato ogni discussione riguardo alla scomparsa dei problemi alla cui soluzione era tradizionalmente votata la politica (come quello, ad esempio, dell’individuazione delle pratiche più convenienti per contrastare la disuguaglianza distributiva); la politica è divenuta quasi incontrollabile in tutte le economie integrate nell’economia mondiale. Ciò è accaduto perché essa “è stata neutralizzata dall’economia attraverso un potere che non è anonimo […], bensì è rappresentato dai manager che controllano determinate multinazionali economiche e finanziarie”. Si tratta di un’élite che, benché ignota all’opinione pubblica mondiale, ha – affermano Galli e Caligiuri – “nomi e cognomi ben individuabili” e il “controllo del loro operato è il problema della democrazia nel XXI secolo”.
Riguardo al concetto di élite e della sua evoluzione, gli autori, partendo dalla definizione che ne ha dato originariamente la “scuola élitista italiana” di Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Roberto Michels, con riferimento alla classe politica (intesa quest’ultima come gruppo sociale che, per ricchezza e qualità culturale, aveva consentito che “pochi” si imponessero ai “molti”), hanno considerato il mutamento intervenuto nella sua composizione, verificatosi con l’evoluzione del capitalismo dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Seguendo i lavori di ampio respiro delle ricerche socio-politiche nordamericane (di Charles Wright Mills, Kevin Phillips e David Rothkopf), gli autori illustrano come ai componenti dell’élite politica, cui avevano fatto riferimento Mosca, Pareto e Michels, si siano aggiunti anche i grandi dirigenti delle imprese multinazionali.
L’avvento della nuova élite, secondo Wright Mills, ha avuto nel mondo nordamericano conseguenze politiche radicali, nel senso che ha causato la trasformazione dell’America di oggi “in una democrazia politica formale e burocratica”, della quale ha inceppato i meccanismi tradizionali, declassando l’insieme delle istituzioni su cui era basato il corretto funzionamento del regime. Gli uomini che ora decidono per l’intero sistema sociale non sono più uomini rappresentativi, e il successo riscosso non ha alcuna relazione con i loro meriti, in particolare con quelli culturali: “non si tratta – afferma Mills – di uomini selezionati e formati da una burocrazia legata al mondo della cultura; non si tratta di persone legate da partiti nazionali responsabili […], non si tratta di uomini che […] stabiliscano un contatto tra il pubblico esercitato alla discussione e coloro che prendono le decisioni più importanti”; si tratta, invece, di uomini che “hanno fatto le loro carriere nell’ambito del sistema americano dell’irresponsabilità organizzata”.
Coloro che comandano nelle imprese multinazionali – affermano Galli e Caligiuri- costituiscono un’”élite cooptata”, selezionata autonomamente dai cittadini, ai quali invece dovrebbe essere restituito il potere di scelta di coloro che prendono le decisioni nell’interesse di tutti, essendo questo potere “l’essenza della democrazia rappresentativa”. Accade, invece, che “gli uomini potenti”, che costituiscono la nuova élite, selezionati da altri che come loro controllano le fonti della ricchezza, si legittimino sulla base della “teologia del mercato”, che ha loro consentito di relegare in secondo pian la politica
Per quanto riguarda l’individuazione del “nocciolo duro” costituito da un piccolo numero di persone e istituzioni che controllano una parte rilevante del mercato globale, gli autori si sono avvalsi, come già si è detto, di una ricerca di un gruppo di docenti dell’Università di Zurigo, dal titolo eloquente: “The Network of Global Corporate Control; sulla base di questa ricerca, è stato individuato un groppo di multinazionali che, attraverso un sistema di partecipazioni azionarie incrociate, esprimerebbe un centro decisionale che orienterebbe “le sorti dell’economia mondiale”.
Per la conduzione della loro indagine, i ricercatori si sono avvalsi del database “Orbis 2007”, contenente informazioni confrontabili su aziende, banche e società di tutto il mondo; essi hanno individuato una lista di 43.060 multinazionali, selezionate in un campione estratto da circa 37 milioni di operatori economici, appurando che 1.318 società del campione sono situate al centro del mercato globale e rappresentano circa il 50% degli utili di tutte le multinazionali.
Inoltre, la ricerca ha accertato che 147 società formano un gruppo ancora più ristretto cui va ricondotto il controllo del 40% delle multinazionali, che può essere ulteriormente circoscritto allo studio di 50 società globali, appartenenti al ramo delle attività bancarie e assicurative. In cima alla classifica di tali attività sta la banca inglese Barclays, seguita da altre società tutte operanti nel campo finanziario, tra le quali, al 43° posto, risulta il gruppo italiano UniCredit.
Le 50 società costituiscono il punto di partenza dell’analisi di Galli e Caligiuri, volta ad appurare l’esistenza, a livello mondiale, dei “reali rapporti di potere”, fondati sull’accertamento delle relazioni correnti tra appartenenti ai consigli di amministrazione delle 50 società, da un lato, e governi, editoria, università e superclub planetari, dall’altro. Poiché, con la globalizzazione, le istituzioni finanziarie sono divenute dominanti, esse hanno preso sulla politica un tale sopravvento da giustificare l’assunto che esista oggettivamente “una élite costituita da presidenti e amministratori delegati di poche società finanziarie mosse soltanto dal profitto”.
L’influenza che possono esercitare le società finanziarie gestite da tali presidenti e amministratori va ben oltre, a parere di Galli e Caligiuri, la sfera economica, in quanto “attraverso il loro peso finanziario, sono in grado di determinare indirettamente anche la politica degli Stati”. E’ il caso, ad esempio, del Fondo d’investimento Black Rock, il quale, oltre a possedere “un forte potere di mercato, può anche incidere a livello politico”, mentre i nomi di Larry Fink e Rob Kapito, rispettivamente amministratore delegato e presidente del Fondo, “sono sconosciuti ai più, ma il benessere e i destini di centinaia di milioni di persone nel mondo sono influenzati dalle loro scelte”.
Ai vertici delle 50 società considerate, Galli e Caligiuri hanno individuato un ristretto gruppo di 65 persone che fanno parte di diversi consigli di amministrazione di altre società multinazionali, università e fondazioni; l’insieme dei rapporti che si sono consolidati tra i vertici di tali società hanno concorso a definire quello che Galli e Caligiuri chiamano “capitalismo di relazione”, i cui gestori sono dotati del potere di “dominare il sistema politico di vari Paesi e l’economia mondiale nel suo complesso”.
Dall’analisi dei curricula dei 65 top manager, Galli e Caligiuri hanno anche accertato che molti di essi hanno incarichi di insegnamento presso istituzioni universitarie; incarichi, questi, che concorrono a realizzare la “saldatura tra élite e mondo accademico”, da un lato, e a rivelare come “attraverso l’influenza sul sistema della formazione[…], si possa influenzare l’opinione pubblica proponendo modelli sociali e culturali dominanti”, dall’altro.
Pur non esistendo una “cupola globale” – osservano Galli e Caligiuri – che condizioni i destini del mondo, si deve tuttavia riconoscere che le multinazionali “esprimono un forte potere di indirizzo sui destini del pianeta”. Attraverso il potere da esse assicurato, i loro dirigenti tendono all’arricchimento, prescindendo, non solo “da qualunque interesse nazionale, ma, a volte, anche societario”, come dimostrano i diversi scandali societari che costantemente si succedono.
In un contesto di post-democrazia, quale è quello creato dalla pervasiva presenza delle multinazionali, viene spontaneo chiedersi, concludono Galli e Caligiuri, quali potranno essere gli sviluppi futuri della loro crescente capacità di sostituirsi alla politica e, in particolare, se quest’ultima riuscirà a riprendere il suo ruolo e se la democrazia potrà “dimostrare la sua vitalità”, evitando d’essere “sostituita da un governo diretto dall’economia”.
La situazione attuale non consente facili previsioni, anche perché gli strumenti per comprendere quello che sta accadendo davvero sono molto pochi; a parere degli autori, per ricuperare la democrazia e per realizzare un mondo con minori disuguaglianze, l’unica chance a disposizione dei singoli sistemi sociali sta nella soluzione della “questione pedagogica”. Ciò comporta che “l’investimento nell’istruzione” debba rappresentare la priorità di ogni governo, allo scopo di “formare cittadini consapevoli ed élite responsabili”, per una “convivenza civile che non porti al disastro e arrivare ad un effettivo controllo di chi comanda.
Con l’auspicio di Galli e Caligiuri non si può non concordare; esso, però, lascia il dubbio che, considerati i tempi lunghi necessari per la formazione di cittadini dotati dei valori utili per dare concretezza alla democrazia, l’istruzione non basti; se l’azione pedagogica, suggerita dagli autori, mancasse d’essere sorretta da preventive riforme strutturali idonee a consentire la correzione e il contenimento degli effetti negativi del “capitalismo relazionale” del quale essi parlano, diventa sempre più difficile evitare che il futuro riservi alla democrazia e all’equità distributiva il disastro preannunciato dal continuo aumento dello strapotere di chi controlla le multinazionali.

Odifreddi e i limiti del sistema decisionale della democrazia

odifreddiAvvalendosi del metodo di analisi delle questioni politiche proprio di molti economisti che condividono i postulati della teoria economica standard, Odifreddi vuole dimostrare i difetti del sistema decisionale della democrazia. Su alcuni punti critici del modo in cui funziona il regime democratico, egli ha certamente ragione, soprattutto là dove evidenzia che il cittadino conta poco o niente, riguardo alle decisioni che vengono assunte dalle istituzioni democratiche: anziché essere prese nell’interesse di tutti, accade che, per via delle disfunzioni delle quali soffrirebbe la democrazia, le decisioni siano prese a vantaggio solo di una parte dei cittadini.

La critica di Odifreddi, pur condivisibile su molti aspetti della democrazia, manca però d’essere sorretta da proposte correttive, per cui, essa (la critica), crea solo sconcerto nel lettore, portando solo argomenti a favore dei “nemici” dichiarati della democrazia, i teorici dell’ideologia neoliberista; inoltre, essa manca di tenere presente che la pretesa, propria di molti economisti, di estendere alla sfera pubblica le regole decisionali di quella privata è largamente inappropriata e fuorviante.

A parere di Odifreddi, la parola democrazia dovrebbe significare governo del popolo; essa però può essere intesa in modo attivo o passivo. Secondo la prima interpretazione, quella canonica, “il popolo è il soggetto che governa; nella seconda, quella apocrifa, il popolo diventa invece il soggetto da governare”. Ciò sarebbe causa di ambiguità linguistica, per cui accade che i leader politici parlando di governo del popolo “lasciano intendere agli altri la prima interpretazione, ma intendendo da sé la seconda”. Accade così che i politici, avvalendosi della demagogia, convincano il popolo a legittimare ciò che essi vogliono fare, anziché “lasciarsi trascinare dal popolo a fare ciò che esso vuole”. I demagoghi, afferma Odifreddi, attraverso il loro linguaggio fuorviante (il politichese), “adottano la retorica, al posto della logica: i loro discorsi si basano, cioè, più sulla verosimiglianza e la menzogna che sulla validità e la verità. E la retorica instaura tra i politici e i cittadini un rapporto analogo a quello stabilito dalla pubblicità tra i venditori e i consumatori”; fatto, questo, che consentirebbe ai “politici cattivi di scacciare quelli buoni”.

Questa legge, comune al mercato e alla politica, non è che una “uniforme tendenza della cultura e della Natura”, tendenza che in economia si manifesta, ad esempio, con la legge di Gresham (la moneta cattiva scaccia quella buona), in biologia con la legge dell’evoluzionismo (sopravvive il più adatto, non il migliore) e in fisica con uno dei principi della termodinamica (cresce il disordine perché degrada l’energia). Data la validità universale di questa legge, non ci si dovrebbe stupire – afferma Odifreddi – se anche la politica degrada “d’ambo le parti: dei politici e degli elettori, gli uni e gli altri tendono spesso al livello massimo di entropia del qualunquismo”.

Le conseguenze di ciò sono esiziali per la democrazia; la più importante, a parere di Odifreddi, è l’astensionismo, determinato dalla percezione da parte dei singoli elettori d’essere ininfluenti di fronte al gran numero degli aventi diritto al voto (nelle elezioni con molti elettori è poco probabile che il vincitore vinca per un solo voto di differenza, per cui il singolo votante sarebbe spinto a non andare al voto). Con l’astensionismo, la maggioranza del votanti può corrispondere ad una minoranza degli elettori e, con le leggi maggioritarie, “una minoranza di votanti può ottenere la maggioranza dei seggi e instaurare una dittatura di una minoranza di una minoranza: cioè una dittatura tout court”, della minoranza a danno dei diritti della maggioranza.

La storia della lenta affermazione delle istituzioni della democrazia non è che la storia della progressiva acquisizione dei diritti umani da parte dei singoli cittadini (libertà positiva, o libertà “di”, che in democrazia è intesa nell’ottica della partecipazione dei cittadini, sia pure indirettamente, all’assunzione delle decisioni concernenti le scelte sociali tese a soddisfare quei diritti; e libertà negativa, o libertà “da”, intesa come assenza degli impedimenti che ogni cittadino potrebbe subire da parte di ogni altro componente della comunità della quale è parte).

Nell’antichità, i diritti venivano concessi dall’alto, per imposizione divina o concessione regale; la modernità è valsa ad affermare il principio che i diritti si conquistano dal basso, attraverso pressioni pacifiche o rivoluzioni. Poiché – afferma Odifreddi – sarebbe “ingenuo” pensare che i diritti soggettivi, conquistati ottenuti con l’affermazione delle istituzioni democratiche, siano da tutti condivisi nello stesso identico modo, quelli che sinora sono stati ottenuti vengono criticati da alcuni, perché troppo avanzati e progressisti, e da altri per motivi opposti. Non sembra perciò – a parere di Odifreddi – che si possa affermare l’esistenza di “diritti universalmente condivisi”, per cui, se si volesse che essi fossero veramente universali bisognerebbe assegnar loro “una patente di pura convenzionalità sociale e culturale”.

Durante lo svolgersi del processo storico “si è cercato di evitare questa scomoda conclusione”, secondo tre approcci diversi: il primo, inaugurato nell’antichità (e praticato ancora oggi), è stato quello di attribuire ai diritti un’origine divina; il secondo, anch’esso praticato sin dall’antichità, è consistito nel sostituire “Dio con la Natura”, approdando al giusnaturalismo; il terzo approccio è consistito nel sostituire la natura con la ragione, aprendo così la via all’uso della “matematica per affrontare in maniera precisa e rigorosa i problemi relativi alle connessioni fra le preferenze individuali e le scelte sociali, che fino ad allora erano stati appannaggio delle confuse e vaghe discussioni dei teologi e dei filosofi”.

Il modo di affrontare il problema della connessione tra scelte individuali e scelte sociali con l’uso della matematica è iniziato, secondo Odifreddi, nel secolo dei lumi ed è culminato nel Novecento con il contributo di due economisti, John Kenneth Arrow e Amartya Sen, che hanno dimostrato l’impossibilità di conciliare i due ordini di scelta (quello privato e individuale, e quello sociale e collettivo). Entrambi gli economisti, a parere di Odifreddi – hanno dimostrato l’impossibilità di derivare l’ordine delle scelte sociali partendo dalle scelte private; in particolare, è stato Arrow a dimostrare che, per tradurre le scelte individuali in scelte sociali, è necessaria la dittatura, come unico modo idoneo a consentire di rispettare la libertà individuale di scelta, il principio collettivo dell’unanimità e la dipendenza dell’ordine delle scelte sociali dal voto.

Poiché, per dimostrare la sussistenza della democrazia, sarebbero necessarie le tre condizioni appena indicate, Arrow – afferma Odifreddi – avrebbe dimostrato che “c’è un conflitto tra democrazia e diritti, nel senso che in una democrazia o nessuno ha dei diritti assoluti, o c’è un dittatore che li ha tutti lui”. Risultando impossibile qualsiasi procedura di aggregazione delle scelte individuali per pervenire ad un ordinamento condiviso delle scelte sociali, non resta che ricorrere al “voto di maggioranza”, con cui la maggioranza dei decidenti impone la propria dittatura sulla minoranza. Ciò significherebbe che in democrazia non sono possibili scelte collettive razionali.

Tuttavia, le conclusioni di Arrow sono state criticate da altri economisti, rilevando che la procedura di aggregazione delle scelte individuali mediante il voto di maggioranza si è affermata come mezzo attraverso il quale un gruppo sociale deriva le scelte collettive da quelle individuali, quando non sia possibile assumere delle decisioni all’unanimità; in questo caso, la decisione presa a maggioranza deve essere considerata come un espediente necessario a superare un “punto di stallo”, per cui è improprio assumere, come fa Arrow, di poter estendere le procedure del libero mercato e l’immagine retorica delle mano invisibile di Adam Smith, alle modalità decisionali seguite all’interno delle istituzioni della democrazia.

Le due “arene” decisionali (mercato e democrazia) operano con riferimento a scelte che si riferiscono alla soddisfazione di interessi la cui natura è radicalmente diversa: il mercato coordina scelte individuali tra loro concorrenti e alternative, mentre le istituzioni democratiche assumono decisioni su scelte collettive rispondenti alla soddisfazione di interessi collettivi, comuni all’insieme dei cittadini rappresentati in seno alle istituzioni della democrazia.

Le scelte pubbliche sono, infatti, caratterizzate dall’esistenza di rapporti diretti tra i cittadini; rapporti, questi, che attengono alle modalità con cui sono avvertiti gli interessi cui si riferiscono le scelte sociali. Da questo punto di vista, occorre tener conto che ogni singolo cittadino, in quanto facente parte di un insieme più ampio di soggetti, si trova nella condizione di dover effettuare scelte (sia pure indirettamente, attraverso le istituzioni pubbliche all’interno delle quali è rappresentato) per la soddisfazione dei propri interessi del tutto omogenee rispetto a quelle dei restanti soggetti. In questo caso, le scelte sociali sono assunte in presenza di rapporti diretti e di reciprocità tra tutti i cittadini; si ha perciò l’assunzione di scelte sociali che sono indivisibili, perché comuni a una collettività di cittadini.

Le scelte sociali, perciò, sono assunte col comune concorso di tutti, in quanto ciascun cittadino avverte che quelle scelte sono dirette a soddisfare i propri diritti, congiuntamente alla soddisfazione dei diritti omogenei degli altri. La intercognizione da parte di ogni singolo soggetto degli interessi di tutti i componenti la collettività origina una comunione di interessi, la quale trova il suo fondamento nei rapporti di reciprocità tra tutti i cittadini. Per questo motivo, per gli interessi sociali, è appropriata l’espressione di interessi comuni, per i quali è plausibile ipotizzare l’esistenza di un’unanimità di consensi sulle scelte sociali assunte per la loro soddisfazione.

L’eventuale necessità di ricorrere all’espediente provvisorio del voto di maggioranza, in senso alle istituzioni rappresentative dei regimi democratici, può essere solo determinata dalla difforme valutazione, da parte dei cittadini, del “costo” delle scelte sociali, oppure dalla difforme valutazione dell’ordinamento prioritario delle stesse. La provvisorietà del risultato del voto di maggioranza può essere però superata, com’è stato dimostrato da molti economisti istituzionalisti, attraverso una migliore e più adeguata organizzazione dello Stato democratico.

Ad esempio, e generalizzando, se lo Stato è organizzato su basi federalistiche, secondo quanto proposto da Charles Mill Tiebout nel 1956 (“A pure theory of local expenditure”) e da Gordon Tullock (“La scelta federale. Argomenti e proposte per una nuova organizzazione dello Stato), la riorganizzazione istituzionale dello Stato dovrebbe garantire, sia la generalizzata informazione sulle condizioni di operatività e di redditività dell’attività economica a livello di tutti i mercati, sia la conoscenza delle modalità di formazione e di erogazione delle risorse pubbliche.

In tal modo, con l’impiego efficiente delle risorse, escludendo che possano esservi vincoli alla libertà di movimento dei cittadini (in quanto imprenditori, lavoratori, consumatori, o titolari di interessi comuni), sarà possibile andare oltre il risultato del voto di maggioranza, attraverso un’organizzazione della democrazia, non più funzionante solo indirettamente ed esclusivamente per delega, ma operante anche direttamente, come afferma Tullock, “coi piedi”; ovvero, attraverso la possibilità assicurata a tutti di muoversi liberamente da uno Stato federato all’altro all’interno dello stessi Stato federale, a seconda delle valutazioni convenienti effettuate da ciascun cittadino.

Questa prospettiva potrà essere anche considerata utopistica; ma senza un orizzonte su cui fondare un’adeguata condivisione della possibile visione del futuro, nessun problema del mondo attuale si presta ad essere risolto, se non in termini precari, come avverrebbe, appunto, se non si tentasse di andare oltre il voto di maggioranza col quale sinora è stata resa operante la democrazia.

La critica di Odifreddi alla democrazia è demolitrice delle istituzioni politiche più appropriate che l’umanità abbia sinora ideato e attuato. L’essere dissacrante, com’è Odifreddi, riguardo alle istituzioni democratiche, è utile solo se ci si colloca nella prospettiva di superarne i limiti, giusto per conservarci ancora più liberi di quanto non ci abbia consentito finora la democrazia realizzata.

Gianfranco Sabattini

 

La ricerca di un nuovo equilibrio tra le grandi potenze del mondo

May-16-2012-State-of-libertyIl numero 4/2018 di “Limes” è dedicato ad un’analisi dello stato attuale del mondo, caratterizzato dalle tensioni globali causate dalla ricerca di una nuova configurazione dell’equilibrio dei rapporti di forza tra gli Stati. I termini della questione sono riassunti nell’Editoriale del periodico, secondo il quale la situazione attuale è rappresentata dalla posizione dominante degli Stati Uniti; sebbene tale posizione risulti ridimensionata rispetto al passato, è possibile che, considerate le condizioni interne e internazionali riguardanti i loro competitori, gli USA riescano a conservarla anche per il futuro, che è plausibile prevedere possa risultare piuttosto lungo. L’ipotesi dell’Editoriale è corroborata da una serie di articoli di autori, specialisti nel trattare le relazioni internazionali; in essi sono evidenziate le problematiche riguardanti le altre potenze che aspirano, se non proprio a sostituire, ad indebolire ulteriormente, la superpotenza americana.
La posizione attuale degli Stati Uniti – afferma l’Editoriale – “è presupposto geopolitico per eccellenza”. Tutti gli altri Stati, alleati o meno, “ne accettano l’esistenza come evidente, incontestabile. Tutti, o quasi, ne celebrano ovvero ne dannano l’iperpotenza materiale e immateriale”; alcuni Paesi alleati, addirittura, li detestano, mentre altri Paesi avversari “anelano ad essere ammessi a corte”. Ciò che stupisce è il fatto, che, malgrado l’universale riconoscimento della primazia globale della quale godono gli Stati Uniti, fra coloro che si oppongono al loro imperialismo vi siano “diversi fieri cittadini” americani, convinti che la conservazione dell’”impero non sia un affare. Stanchi di sopportarne i costi veri o presunti. Insensibili alla gloria”. Se la posizione dominante degli USA è presupposto geopolitico, come possono essere spiegate, malgrado la presidenza di Donald Trump, le ragioni della sua conservazione, “pur se oggi [quel presupposto è] meno splendente e più contestato?”
Dopo il crollo dell’ex URSS, gli USA si sono imposti nell’immaginario collettivo mondiale come unica superpotenza, perseguendo, attraverso la globalizzazione, l’unificazione del pianeta, con la proposta, da parte di due scienziati americani, di “abolire i fusi orari virando verso un tempo universale atto a istituire un calendario permanente. Valido per tutti per sempre”.
Rifacendosi al Tucidide della “Guerra del Peloponneso”, l’Editoriale di “Limes” ricorda che per qualsiasi potenza, che persegua la conservazione di una posizione dominante nel mondo, non possa “esistere logica diversa da quella dell’utile”; ciò perché nessun legame di solidarietà e di vicinanza può conservarsi nel tempo se “non vi corrispondono sicurezza e fiducia”; concetto, questo, che sarà formalizzato sul piano politico dal marxista Antonio Gramsci, con la formulazione del concetto di “egemonia”, adottato per esprimere una posizione dominante di un gruppo sociale o di uno Stato, destinata a divenire impensabile “senza il consenso” e impraticabile “senza la forza”, non solo militare, ma anche e soprattutto culturale. Ma ogni potenza globale ed egemone, pur sorretta dal consenso, osserva l’Editoriale, è costretta ad agire all’interno di un contesto di relazioni interstatali che ne condizionano la strategia.
Sulla base di questo assunto, l’Editoriale di “Limes” ipotizza, all’interno del precario equilibrio globale ora esistente, la presenza di alcuni Stati o realtà politiche che, con la loro azione, potrebbero prefigurare possibili conflitti, tali da implicare “un grado minimo o massimo di impegno americano”. I soggetti, nel ruolo dei quattro “cavalieri dell’Apocalisse” assegnato dall’Editoriale, sono principalmente la Cina, la Russia, la Corea del Nord, cui può essere aggiunta l’Unione Europea; viene pertanto da chiedersi se tali realtà politiche possano e vogliano davvero subentrare agli Stati Uniti nel rango di primo attore e, se lo potessero e volessero, di quali argomenti e strumenti dispongano per coronare col successo la loro aspirazione.
A parere dell’Editoriale, se gli americani eviteranno “di farsi del male da soli, e malgrado la torrenziale letteratura apocalittica di propria produzione, in questo mondo di Stati, gli Stati Uniti possono aspirare a restare il Numero Uno. A lungo”. Questa conclusione è supportata da varie considerazioni e riflessioni, tutte attinenti alla “debolezza” degli Stati o delle realtà politiche che possono svolgere il ruolo di competitori e che, con la loro azione, possono destabilizzare la posizione egemone degli USA, per sostituirsi ad essi, o quantomeno per ridurne il “peso” globale.
Le difficoltà che si parano davanti all’azione dei competitori dell’America derivano innanzitutto dal fatto che, come osserva Dario Fabbri (“L’America conservatrice”), nel mondo instabile di oggi gli americani sono diventati conservatori. A differenza di quanto erano propensi ad intraprendere nel passato, essi “non pensano più di stravolgere la congiuntura internazionale. Confermano lo status quo, ne accettano il dipanarsi. Non solo perché maneggiano i gangli del primato – dal controllo delle vie marittime alla funzione di compratore di ultima istanza, dall’emissione del dollaro all’avanguardia tecnologica”; ma anche perché le sofferenze patite a causa del loro avventurismo, vissuto nella prospettiva di poter “rimodellare il creato, intendono scongiurare il ripetersi della storia”. Soffrendo per l’impulsiva voglia di isolarsi e di ritirarsi dalla gestione degli affari internazionali, anche per gli sforzi che sono chiamati a compiere per via del loro status egemonico nel mondo, gli Usa hanno scelto “la manutenzione ordinaria del sistema che presiedono”.
Pur scegliendo l’opzione meno impegnativa per la conservazione della loro posizione egemone, gli Stati Uniti hanno conservato intatte le finalità della loro politica estera, salvo l’apporto di alcuni adattamenti al mutamento delle condizioni attinenti il resto del mondo; gli USA, infatti, continuano a curare gli aspetti della loro politica estera, avendo di mira l’obbiettivo prioritario del contenimento marittimo della Cina e di quello terrestre della Russia; quindi, senza temere una possibile convergenza tra i propri competitori, hanno maturato una crescente opposizione nei confronti dell’aumento delle pretese tedesche, nella consapevolezza – secondo Fabbri – “che è impossibile rinnegare la propria dimensione imperiale”. Ciò, nel timore che le dinamiche interne alla società americana possano vanificare quanto sinora realizzato.
L’attuale strategia internazionale degli Stati Uniti è stata elaborata al termine della Guerra fredda, allorché, dopo il crollo dell’URSS, gli USA hanno vissuto l’illusione d’essere divenuti una superpotenza solitaria; da allora, via via che l’illusione si è dissolta, essi hanno adattato la loro politica internazionale al mutare delle condizioni globali, cumulando “un massiccio deficit commerciale per creare dipendenza tra sé e i [loro] satelliti e mantenere globale la [propria] moneta”, riuscendo così a contenere le sfide dei concorrenti più insidiosi, fornendo aiuti militari ai loro alleati, senza però agire per distruggere l’equilibrio esistente, al fine di favorire l’avvento di una nuova configurazione dello stato del mondo. Così facendo, gli USA hanno teso a lasciare agli altri l’onere di alterare lo status quo, a condizione che i mutamenti risultassero aderenti ai loro interessi.
Una prova di tale atteggiamento sul piano della politica estera degli Stati Uniti può essere rinvenuto, ad esempio, nel proposito di coinvolgere i propri alleati nelle “campagne” di contenimento dei propri concorrenti, come è avvenuto nel caso della Russia, contro la quale l’opposizione è stata appaltata – afferma Fabbri – “ai Paesi dell’Europa centro-orientale”, attraverso il collocamento al loro interno di sistemi d’armi puntati contro Mosca e l’assegnazione di un ruolo cruciale ai paesi baltici.
Anche sul fronte estremo-orientale, l’impegno degli USA è volto a coinvolgere gli alleati nel contenere le ambizioni della Cina, determinata a divenire il principale concorrente commerciale di Washington attraverso la realizzazione del progetto infrastrutturale delle vie della seta. Eppure, anche da questo fronte, secondo Giorgio Cuscito (“I nemici delle nuove vie della seta”), gli Stati Uniti hanno poco da temere, sia per i timori che la realizzazione di tale progetto sta suscitando in diverse aree politiche del mondo, sia per ragioni politiche interne della Cina.
Sul Piano internazionale, diversi sono i fattori che rendono le rotte delle vie della seta fonte di preoccupazioni, non solo per gli Stati Uniti, ma anche per altre realtà politiche; in Asia, ad esempio, India e Giappone, congiuntamente ad altri Paesi minori del Sud-Est asiatico, “stanno prendendo contromisure per ostacolare l’iniziativa, percepita come uno strumento per espandere la sfera d’influenza cinese a livello globale”; anche perché alcuni progetti promossi da Pechino non hanno una valenza esclusivamente economica.
Ultimamente, ai dubbi e ai timori dei Paesi asiatici si sono aggiunti anche quelli dell’Unione Europea; negli ultimi tempi, le istituzioni europee, sollecitate da Germania, Francia e Italia, hanno evidenziato una maggiore attenzione rivolta alle attività cinesi in Europa e nel Mediterraneo. Ciò ha spinto le istituzioni comunitarie “a prendere provvedimenti per monitorare più accuratamente le attività della Repubblica Popolare nel Vecchio Continente”, sino a decidere di dotarsi di un quadro normativo atto “a prevenire le acquisizioni d’interesse strategico da parte di aziende statali ubicate fuori dall’UE”.
Sotto l’aspetto politici interno, invece, la Cina avrà a che fare con i numerosi problemi che da sempre la assillano, quali sono i profondi squilibri economici esistenti sul piano territoriale e su quello personale, le aspirazioni ad una maggiore autonomia delle minoranze etniche e culturali e l’unificazione alla Repubblica Popolare di Taiwan; aspirazione, quest’ultima, destinata a sollevare le incertezze sul come conciliare le diversità del credo politico e delle istituzioni, oggi esistenti all’interno delle due realtà statuali asiatiche.
Oltre che dal fronte del Sud-Est asiatico, gli Stati Uniti hanno poco di che temere da quello Europeo, in particolare dall’Unione Europea, soprattutto per le divisioni esistenti tra gli Stati che la compongono, causate oltre che dalle differenze economiche esistenti, anche dal “peso” che la Germania sta assumendo all’interno della comunità. In “I tabù di Berlino fanno male all’Europa”, Heribert Dieter afferma che in Europa, secondo un’inchiesta condotta nel 2017 dal Pew Research Center, “la Germania è vista bene: il 71% dei cittadini europei ne ha una percezione positiva”; ma le cose cambiano “quando le stesse persone vengono intervistate a proposito di una leadership tedesca in Europa. Poco meno della metà (49%) è dell’opinione che la Germania sia già adesso sin troppo forte, solo un’esigua minoranza (5%) dichiara che Berlino ha un’influenza troppo debole”.
L’inchiesta ha messo in evidenza una frattura tra i Paesi del Nord e quelli del Sud dell’Unione europea, palesando che “né gli altri europei, né la maggioranza dei tedeschi desiderano una più marcata leadership tedesca all’interno della UE”. Ciò è sufficiente a garantire agli USA che l’Europa, almeno per il momento, non può rappresentare alcuna seria contestazione alla loro posizione egemone globale e che l’ambizione dell’establishment tedesco ad elevare il livello di contrapposizione con l’iperpotenza d’oltre Atlantico è più che annullata dalle contrapposizioni a Berlino da parte degli altri partner europei.
Resta il problema dell’opposizione russa all’egemonia americana; dopo l’esperienza negativa dell’ex URSS nel condurre una concorrenza attiva nei confronti degli USA, gli obiettivi della nuova Russia di Putin, secondo Vitalij Tret’jakov, preside delle scuola superiore per la televisione dell’Università statale di Mosca (“La dottrina Putin”), gli obiettivi di Mosca consisteranno nel preservare e rafforzare la Russia come grande potenza e come civiltà a sé stante e autosufficiente, salvaguardando la pace, soprattutto nelle regioni immediatamente vicine ai confini russi, e difendendo la civiltà russa in senso politico ed etnico.
Nei confronti degli USA, tali obiettivi saranno perseguiti, a parere di Tret’jakov, nel rispetto di tre linee di condotta: in primo luogo, la promozione dell’emancipazione, in modo graduale e, se possibile, non conflittuale dal predominio americano in campo economico e finanziario; in secondo luogo, il mantenimento di un equilibrio strategico-militare con gli USA; infine, l’opposizione a Washington laddove vada a toccare esplicitamente gli interessi della Russia. Nell’attenersi a questi tre criteri strategici, Mosca non “avrebbe interesse a minare intenzionalmente le posizioni degli Stati Uniti nel mondo attuale”, in quanto basterà aspettare che queste posizioni si indeboliscano naturalmente: Putin non avrebbe che da attendere, in quanto “sa e capisce che prima o poi l’Occidente” commetterà degli errori. A quel punto, “non gli resterà che decidere, dopo aver valutato i pro e i contro”, se sfruttare gli errori oppure no.
Malgrado il semi-isolazionaismo della nuova Russia, l’azione politica internazionale indicata da Tret’jakov, non può certo dirsi positiva per il mondo; ciò in quanto non è auspicabile che una superpotenza di rilevanza globale, come la Russia, possa perseguire una politica egoistica; una politica cioè che, se può non impensierire l’egemonia statunitense, è però gravida di pericoli per il resto del mondo, a causa dell’esclusivismo (non solo sul piano degli interessi materiali, ma anche su quello etnico e culturale) col quale la Russia, anziché impegnarsi nel tentativo di governare la dinamica dello stato del mondi, si limiterebbe a difendere i suoi interessi “particolari”, sfruttando i possibili errori degli altri.

Gianfranco Sabattini

Guido Melis e le contraddizioni interne dello Stato fascista

melisIl fascismo è stato un fenomeno “molto più complesso del regime totalitario” che la storiografia ha talvolta rappresentato e che l’immaginario collettivo spesso ha condiviso, accreditando l’idea che la modernizzazione dell’Italia sia stata da esso interrotta. al contrario, Guido Melis, docente di Storia delle istituzioni politiche e di Storia dell’amministrazione pubblica presso l’Università “La Sapienza” di Roma, in “La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista”, sostiene che il fascismo è stato un fenomeno “più articolato e permeabile, ‘poroso’ persino; più ‘monoliticamente pluralista’…; più abitato da interessi differenti di quanto non si sia spesso ritenuto”; esso ha incarnato una pluralità di interessi che, per quanto “tenuti a freno” dall’esoscheletro della dittatura, hanno caratterizzato una dialettica interna che ne ha corroso il progetto di poterli conciliare attraverso il “corporativismo”, sino a condurlo al baratro. Successivamente, quegli stessi interessi, in concorrenza tra loro e che la dittatura aveva tentato invano di “addomesticare”, avranno la possibilità di riproporsi e di continuare a caratterizzare la tradizionale vita politica del Paese, reinnestandola sul “tronco” dell’instabile situazione politico-sociale del primo dopoguerra, che il fascismo aveva inteso di superare.

La narrazione di Melis “fila liscia” e convincente, perché supportata da prove documentali, snodandosi dall’avvento del fascismo sino alla sua caduta. Il 30 ottobre del 1922 – afferma l’autore – “Mussolini, salendo per la prima volta al governo ‘senza la tradizionale carriera’, homo novus per eccellenza, avrebbe impersonato, per contenuti, modi di porsi, persino per stile, un modello radicalmente alternativo a quello del vecchio mondo liberale”; egli accedeva, attraverso la “piazza”, al governo di uno Stato alla cui organizzazione il fascismo-movimento non aveva dedicato una sufficiente riflessione, convinto di poterne facilmente indirizzare i “meccanismi” sottostanti, solo grazie ad un loro rigido controllo. Non si trattava – osserva Melis – di un’idea nuova, in quanto era ormai diffuso a livello europeo il convincimento che le emergenze nate con la fine della Grande guerra potessero essere affrontate in modo appropriato solo attraverso una forte premiership.

Questo convincimento ha dato inizio a una radicale trasformazione delle istituzioni pubbliche, che il Parlamento, profondamente diviso, e l’introduzione di nuove regole elettorali non hanno potuto impedire; il risultato è stato la messa a punto di una struttura di governo, non più fondato sul tradizionale “check and bilance”, ma sull’azione di un esecutivo che assumeva direttamente le decisioni, per poi proporle al Parlamento perché le trasformasse in legge. I cambiamenti apportati alla struttura del governo nel primo periodo dell’avvento del fascismo al potere – afferma Melis – hanno riguardato, dunque, gli “equilibri di potere al suo interno, il gioco spesso sotterraneo delle influenze e delle concorrenze […] tra ministri e ministri e tra ministri e ministeri. Qualcosa di impercettibile all’esterno […], che spesso sfuggiva alla prescrizione normativa e investiva le prassi di governo nel loro farsi quotidiano”.

A condurre il mutamento è stato lo stesso Mussolini, il quale, per tutto il ventennio della dittatura, ha esercitato un’”incisiva attività direttiva, coadiuvato prevalentemente dalla sua “Segreteria particolare” e dal Ministero delle finanze, in quanto “pendant necessario ai poteri accresciuti della Presidenza”. Sino alle leggi eccezionali, adottate tra il 1925 e il 1926, il governo fascista si è conservato, almeno formalmente, entro i limiti della Costituzione vigente, fatta eccezione per l’istituzione, nel 1923, della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che è valsa ad erodere parte delle prerogative del sovrano. L’equilibrio tra fascismo e monarchia, realizzatosi dopo la nomina di Mussolini a capo del governo, con l’adozione delle leggi eccezionali ha rischiato di rompersi, salvo ricomporsi “su nuove basi con la piena adesione del Re alla svolta autoritaria”.

La ricomposizione dell’equilibrio tra fascismo e monarchia, fondata sulla legge del 24 dicembre 1925 (disciplinante le attribuzioni e le prerogative del capo del governo), si è poi protratta sino al 25 luglio del 1943, nonostante che, con una legge del 1926, fosse stato dato all’esecutivo il potere di emanare norme giuridiche che facevano rientrare nelle prerogative del governo anche quella “di emanare disposizioni concernenti l’organizzazione ed il funzionamento dei pubblici uffici”. La modifica dell’assetto della divisione tra i poteri dello Stato è stata ulteriormente radicalizzata con la successiva “costituzionalizzazione” del Gran Consiglio del fascismo; questo organo, in virtù delle attribuzioni assegnategli, ha rappresentato un vulnus irreparabile della costituzionalità dello Stato, in quanto un organo di partito diveniva una componente delle istituzioni che lo esprimevano.

È stata così inaugura la prassi di un governo diarchico, rappresentato dalla coesistenza della Corona e del fascismo nel governo del Paese; ma Mussolini, “unendo alle sue prerogative istituzionali quelle derivantegli dalla direzione politica del Gran consiglio”, ha potuto esercitare “naturalmente nella diarchia un protagonismo di fatto, concentrando nella sua persona tutto il potere esecutivo e in gran parte quello legislativo”. Solo nelle ore drammatiche del 25 luglio 1943, la Corona riacquisterà i suoi poteri, rimasti pressoché ininfluenti durante il ventennio dell’era fascista.

Parallelamente al mutamento istituzionale impresso all’organizzazione dello Stato italiano da Mussolini, la politica fascista ha dato origine, nell’arco dell’intero ventennio, alla proliferazione di una miriade di enti pubblici; la nuova dirigenza tecnico-amministrativa ad essi preposta, ha proceduto alla regolazione dei diversi aspetti della vita della società civile italiana, ai fini della la sua trasformazione in senso corporativistico. Questa trasformazione, iniziata nel 1922, con la costituzione della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali, si è protratta fino al 1939, con la costituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni; il fatto che per l’introduzione dell’ordinamento corporativo siano stati necessari circa 17 anni dell’intero arco temporale della dittatura evidenzia – afferma Melis – che la “natura processuale” della corporativizzazione della società italiana, già di per sé stessa, ne denotava “le difficoltà di attuazione”.

Se l’ordinamento corporativo doveva costituire la riforma con cui “conferire nuovo ordine all’intero sistema economico-politico-istituzionale”, i tempi lunghi e le difficoltà che il regime ha dovuto superare legittimano l’ipotesi che essa (la riforma) è stata “tardiva, tormentata e in gran larga misura destinata a restare irrisolta”, in quanto, secondo Melis, si sarebbe dimostrata inadeguata per “imporre una visione unitaria” del progetto corporativo; ciò sarebbe accaduto per via del fatto che l’ordinamento corporativo (nei limiti in cui è stato possibile attuarlo) si sarebbe dimostrato inadeguato rispetto alla risoluzione del “paradosso teorico, prima ancora che pratico, di uno Stato che, restando di fatto custode e garante della proprietà privata”, voleva proporsi come regolatore dell’economia attraverso l’introduzione della programmazione. L’adozione di questa e dello strumento col quale esercitarla, il “Piano”, ha suscitato un esteso conflitto tra tutte le parti coinvolte; il che ha compromesso i meccanismi decisionali coi quali si sarebbe dovuta governare l’economia nell’Italia fascista.

Il risultato – continua Melis – è stato “un compromesso” che non ha condizionato l’autonomia decisionale dell’imprenditorialità privata, la cui ostilità ha significato una sostanziale sconfitta per la soluzione dirigistico-istituzionale disegnata dall’ordinamento corporativo; ciò è accaduto perché, secondo Melis, il fascismo pretendeva di regolare un’economia che, dopo diversi anni dall’inizio della realizzazione del progetto corporativo, risultava ancora controllata dalla “vecchia élite industriale e agraria del dopoguerra con il suo sistema di potere”; una élite, appunto, che rifiutava di introdurre nelle modalità di gestione delle attività produttive lo strumento, il piano, al quale lo Stato fascista avrebbe dovuto adeguarsi, perdendo la sua originaria forma burocratica, per divenire l’ispiratore dei contenuti della pianificazione e la guida della sua attuazione. Tutto ciò sarebbe dovuto avvenire fuori da ogni burocratico statalismo, in quanto, col piano, l’”autogoverno economico da parte dei produttori” avrebbe dovuto sostituire la struttura gerarchica delle loro relazioni, propria di una società divisa in classi in conflitto tra loro.

La lentezza e le opposizioni che ne hanno caratterizzato la realizzazione non hanno mancato di suscitare reazioni da parte dei più fedeli sostenitori dello Stato corporativo, propensi a mobilitarsi perché si “andasse oltre” l’attuazione del corporativismo storicamente posto in essere; ma questa pretesa ha fatto solo emergere la realtà di un corporativismo irrealizzato, sia nella sua versione più radicale, che in quella di una versione alternativa più moderata. Ciò accadeva – afferma Melis – quando l’Italia era già coinvolta in una guerra, che segnava un limite invalicabile alle velleità rivoluzionarie del fascismo. “Il suo tempo ‘rivoluzionario’ il fascismo lo aveva avuto nei vent’anni precedenti, ma lo aveva lasciato scadere. Ora era troppo tardi”.

In conclusione, secondo Melis, all’indomani della fine del primo conflitto mondiale, il fascismo aveva inteso risolvere i problemi che agitavano la società italiana attraverso un radicale stravolgimento delle istituzioni dello Stato costituzionale; ciò, al fine di introdurre in Italia un ordinamento corporativo che, nei limiti in cui è stato realizzato, si è tradotto in una “macchina imperfetta”, in quanto il dirigismo statale che essa implicava è stato rifiutato da quelle stesse forze cui andavano ricondotti i problemi che avevano concorso a creare le condizioni per l’affermazione del fascismo. Quest’ultimo è, dunque, fallito per le sue contraddizioni interne, ovvero perché la risposta istituzionale che esso ha inteso proporre per la soluzione dei problemi della società italiana non è stata condivisa, anzi rifiutata, da quelle stesse forze che originariamente ne avevano consentito l’affermazione. Dopo la caduta della dittatura fascista, l’ordinamento corporativo realizzato si è “rotto” come il vaso di Pandora; sono così riemerse, riproponendosi nella riconquistata democrazia italiana, quelle stesse forze che, dopo aver favorito l’ascesa del fascismo, ne avevano causato la caduta.

A questo punto, viene spontanea una domanda. Queste forze sociali, liberate dal fantasma del dirigismo statalista proposto dal fascismo, hanno poi contribuito, in democrazia, a favorire la modernizzazione politico-sociale del Paese? È plausibile nutrire qualche dubbio in proposito. Certo, se si pensa che nei primi decenni di vita democratica, l’Italia è passata, da una posizione che la vedeva “relegata” alla periferia del mondo, ad essere uno dei Paesi economicamente più avanzati, è indubbio che la modernizzazione vi è stata; ma è stata solo di natura economica. Le opportunità offerte dal passaggio del Paese dalla periferia al centro del mondo sono state originate, però, non dalle forze imprenditoriali democratiche, ma dall’estero, ovvero dal sistema di relazioni internazionali all’interno del quale il Paese ha avuto la “fortuna” di trovarsi collocato.

Di tali opportunità si sono avvalse quelle forze esprimenti la continuità dei valori e delle propensioni di quelle pre-fasciste e di quelle che si erano opportunisticamente “intruppate” nel fascismo; ma gli egoismi di cui erano portatrici (responsabili anche le ideologie contrapposte dopo il ricupero della democrazia) sono valsi a riproporre un problema della società italiana mai risolto, ovvero le divisioni sociali preunitarie, che il processo di unificazione del Paese aveva conservato intatte e che ne caratterizzeranno la vita politica, prima, durante e dopo l’esperienza della dittatura fascista, costituendo e che costituiranno una delle cause della debolezza su piano politico-sociale dell’Italia di oggi.

Ironia della sorte, fra i lasciti del fascismo alla riconquistata democrazia vanno annoverate l’organizzazione e l’esperienza connesse alla “nascita dello Stato imprenditore”, al cui operato, dopo essere sopravvissuto al fascismo, va riconosciuto il merito di aver promosso e presidiato il processo di sviluppo economico del dopoguerra, e di aver rappresentato l’unico baluardo al prevalere degli egoismi dell’imprenditorialità privata; non è casuale che tale imprenditorialità, complici le forze antifasciste, sia stata successivamente “liquidata”, portando il Paese ad “incagliarsi” nella palude di una crisi nella quale sembra destinato a sprofondare sempre più.

Gianfranco Sabattini

P. Manduchi e A. Marchi. Diffusione del pensiero di Gramsci nel mondo arabo

gramsci 2Per i tipi del Mulino è apparso nelle librerie il volume “Gramsci nel mondo arabo”; si tratta di una silloge curata da Patrizia Manduchi e Alessandra Marchi, entrambe dell’Università di Cagliari: la prima, docente di Mondo arabo contemporaneo; la seconda, dottore di ricerca in Antropologia sociale e assegnista presso il Dipartimento di Scienze sociali e delle istituzioni. Oltre ai saggi introduttivi delle curatrici, il volume contiene le analisi di sette autori arabi sulle problematiche dei loro Paesi e reca una Prefazione di Giuseppe Vacca; in essa il presidente della Commissione scientifica dell’Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci spiega il perché della scelta di quei sette saggi, individuando la giustificazione nel fatto che essi sono stati scritti da studiosi impegnati nel tentativo di “contribuire alla rinascita del socialismo arabo”, attraverso l’analisi della società civile del loro mondo, utilizzando le classiche categorie del discorso gramsciano.
Infatti, tutti i saggi degli autori arabi, tratti dagli atti del convegno svoltosi al Cairo nel 1989, hanno in comune il tema della società civile: la Fondazione Gramsci, avendo collaborato all’organizzazione del convegno, ha tratto l’occasione, come afferma Vacca, per dipanare il “filo dell’attenzione” per gli studi del pensiero di Gramsci nel mondo arabo. Questa attenzione ha condotto alla pubblicazione del volume, a cura della Manduchi e della Marchi, alle quali si deva anche la cura della traduzione dei testi degli autori arabi; si tratta di studiosi, ricorda Vacca, per lo più d’ispirazione socialista, che hanno abbandonato l’attività politica nei loro Paesi, a causa delle persecuzioni poliziesche o perché delusi dal fallimento dell’azione dei partiti socialisti esistenti.
Nel complesso, secondo Vacca, i saggi offrirebbero un’immagine delle società civili dei Paesi arabi più ricca e differenziata di quanto non risulti dalle “narrazioni egemoniche” prevalenti; si tratta cioè di saggi che illustrerebbero come anche le società civili arabe siano percorse da fermenti di ceti riflessivi che, sebbene risultino parzialmente unificati culturalmente, sono però impediti nell’opporsi criticamente agli esiti causati sulle loro società civili dal processo globalizzato dell’accumulazione capitalistica, in quanto privi di rappresentanza politica.
Nel saggio introduttivo “Intellettuali, società civile, egemonia nel mondo arabo”, Patrizia Manduchi sottolinea le molte difficoltà incontrate nel raccogliere e nel curare la traduzione di saggi di autori del mondo arabo che “traggono spunto dal pensiero di Antonio Gramsci”; aggiungendo però che è stato uno sforzo “urgente e necessario”, per contribuire a porre rimedio a “un vuoto di conoscenza in merito al dibattito intellettuale contemporaneo, in un momento storico in cui il mondo arabo e quello islamico più in generale assurgono alla ribalta dell’informazione quasi esclusivamente per vicende di violenza, cieco fanatismo, terrorismo internazionale e violazione di diritti umani, civili e politici”. Leggere, perciò, i contributi di intellettuali e studiosi provenienti da diversi Paesi arabi (Algeria, Tunisia, Egitto, Palestina, Siria, Iraq) serve ad acquisire la conoscenza di “un pensiero politico arabo contemporaneo ridotto nell’opinione pubblica generalizzata alle roboanti fatwā di imām che sembrano emergere dal Medioevo più oscuro, oppure a deliranti psmphlet politico-religiosi che esortano alla violenza e alla distruzione nel nome di Dio”.
La lettura di testi arabi, che si rifanno al pensiero di Gramsci, afferma la Manduchi, induce nell’immaginario collettivo la comprensione della possibile esistenza nei Paesi d’origine degli autori di “una normalità rassicurante”, con l’effetto di escludere un loro “eccezionalismo”, che varrebbe a situarli fuori “del contesto intellettuale internazionale”. Gli autori arabi dei saggi sono sociologi, filosofi, politologi, economisti, antropologi, studiosi di letteratura e critici letterari; da una lettura trasversale dei loro contributi è possibile evincere che “il tema più generale intorno al quale [gli studiosi] si sono concentrati” riguarda il concetto di società civile.
E’ noto – afferma la Manduchi – che uno dei temi affrontati da Gramsci è stato quello di dare una risposta al “perché la rivoluzione fosse scoppiata nella Russia contadina e arretrata e non nei più progrediti e ricchi Paesi del Nord Europa”; ciò ha consentito allo studioso sardo di porsi il problema di come l’Italia ed i suoi intellettuali potessero “affrontare il tema delle difficoltà e dei limiti del processo rivoluzionario alla luce della divisione territoriale fra un Nord ricco e industrializzato e un Sud povero e arretrato”; una divisione, questa, all’origine delle differenze cui vanno ricondotti gli impedimenti che all’unificazione burocratico-amministrativa dell’Italia seguisse anche quella politico-sociale.
Queste tematiche gramsciane sono, secondo alcuni degli autori arabi, il punto di partenza per formulare una soluzione appropriata rispetto ad una prima specificità dei loro Paesi, costituita dal fatto che, nel periodo post-coloniale, alcuni di essi presentavano una situazione, sul piano politico e sociale, comparabile con quella propria del periodo immediatamente post-unitario dell’Italia.
Una seconda specificità, collegata alla prima, è rinvenuta dagli autori nei problemi connessi all’organizzazione politica degli Stati arabi, coi quali le loro analisi del pensiero gramsciano hanno dovuto “fare i conti”. Gli Stati arabi, afferma la Manduchi, pur fondati sul modello occidentale, hanno conservato, e in gran parte continuano a conservare, “del tutto inalterata l’impalcatura ideologica e culturale tradizionale, precapitalistica (etnia, appartenenza religiosa, tribù, clan, ecc.)”. In altri termini, i Paesi arabi hanno “incastonato” la formazione della loro società civile in una impalcatura che è valsa a renderla “schizofrenica”; ciò perché, le società civili, pur aspirando a migliorare le proprie condizioni esistenziali, non riescono ad esprimere una rappresentanza politica in grado di agire affrancata dai condizionamenti religiosi.
E’ questo il quadro politico-istituzionale dal quale non è possibile prescindere, quando si debba valutare l’importanza che le analisi gramsciane possono assumere nei Paesi arabi per il controllo ed il governo delle dinamiche politiche e sociali. Ciò perché la prevalenza dell’elemento religioso è tale da impedire che le categorie gramsciane posano essere di una qualche utilità, ai fini dell’attivazione di un processo costitutivo di un movimento egemone in grado di acquisire la guida della dinamica politico-sociale.
Malgrado l’inappropriatezza delle analisi gramsciane rispetto al governo di tale dinamica nei Paesi arabi, la Manduchi conclude affermando che esse, comunque, consentono una lettura chiara delle loro vicissitudini; ciò perché gli autori delle analisi hanno trovato “in Gramsci una chiave di lettura stimolante per analizzare i contesti politici, sociali e culturali in cui vivono e operano”.
Anche Alessandra Marchi, nel saggio “Nuove letture gramsciane del mondo arabo: continuità ed evoluzione del pensiero critico”, rileva come dalle analisi degli autori arabi sul loro mondo contemporaneo emerga frequentemente “il parallelo tra la formazione dello Stato italiano e degli Stati arabi”; il parallelo serve a questi autori per identificare una similitudine, che rende pertinente ai loro occhi “l’applicazione delle categorie gramsciane” per interpretare molti fallimenti interni ed esterni ai singoli Stati arabi. Nell’approfondimento del parallelo, le categorie gramsciane sono sviluppate e approfondite; sul piano dell’azione politica, esse rimangono però inefficaci, perché inapplicabili.
Gli autori arabi, secondo la Marchi, condividono l’idea di Gramsci, che la sostituzione dell’egemonia dei ceti dominanti con quella dei loro critici ed oppositori costituisca il presupposto necessario per la guida della dinamica politico-sociale dei loro Paesi; ma tale condivisione, a causa del condizionamento religioso, è destinata nelle società arabe a non avere alcun effetto, perché inapplicabile nella lotta politica.
L’inapplicabilità delle analisi gramsciane emerge chiara, secondo la Marchi, con riferimento alle “primavere arabe”; quando queste sono iniziate, attraverso le analisi gramsciane, gli studiosi arabi hanno cercato “di identificare e definire la loro portata rivoluzionaria”, ma, a causa della presenza di Stati autoritari e repressivi, e del vuoto politico creatosi col rovesciamento dei regimi esistenti, i movimenti religiosi sono riusciti a catturare il consenso di quella parte della società civile che era stata la promotrice delle “primavere”. In questo modo, è stato frustrato ogni tentativo di modificare i prevalenti rapporti sociali, a causa dell’opposizione dei movimenti religiosi, che hanno preferito islamizzare la società civile, a detrimento di ogni processo di modernizzazione.
Così, conclude la Marchi, il rovesciamento dei governi autoritari è valso a galvanizzare tunisini, egiziani e libici, ma a distanza di alcuni anni, le “primavere” si sono facilmente trasformate in “autunni”, ai danni delle speranze delle masse arabe.
Perché le analisi sociali e politiche condotte sulla base delle categorie gramsciane si sono rivelate inapplicabili con riferimento alla comprensione dei problemi concernenti la guida della dinamica sociale dei Paesi arabi? Si può osservare che ciò è accaduto per gli stessi motivi (mutatis mutandis) per cui l’analisi di Gramsci è risultata inappropriata con riferimento all’Italia post-unitaria.
Ciò è accaduto perché il “pilastro” del pensiero gramsciano, l’egemonia, può essere acquisita solo in condizioni di sicurezza e di solidarietà per tutti i componenti un sistema sociale in fase di rinnovamento. Una lettura coordinata delle diverse parti degli scritti gramsciani nelle quali è trattato il concetto di egemonia consente di inferire una formulazione di tale concetto del tutto affrancata da connotazioni di natura ideologica. Ciò può avvenire solo quando l’azione politica si configuri all’interno di un sistema sociale dotato di istituzionali democratiche.
Infatti, l’egemonia politica legittima l’esercizio del dominio diretto di un gruppo sociale, solo in presenza di tali istituzioni e solo quando lo Stato può garantire, regolandola, la circolazione tra i gruppi egemoni e quelli egemonizzati; ciò significa che l’egemonia può essere esercitata solo quando essa sia accettata da tutti i gruppi sociali, ma a condizione che vi sia libera circolazione tra gli stessi gruppi.
Non è una differenza di poco conto; essa, infatti, consente di distinguere l’esercizio dell’egemonia all’interno degli Stati democratici e pluralisti, da quello possibile all’interno degli stati non democratici. Solo all’interno della prima categoria di Stati l’egemonia può essere esercitata in presenza di una libera regolazione dei componenti la società civile tra i diversi gruppi sociali concorrenti; ciò perché, come afferma Gramsci, possono esistere relazioni democratiche tra il gruppo dirigente e i gruppi diretti, nella misura in cui la legislazione favorisce il passaggio dai gruppi diretti al gruppo dirigente.
Inteso in questo senso, perciò, l’esercizio dell’egemonia non implica una sua distorsione riduttiva, ma solo il suo libero svolgersi all’interno di una “concezione dialettica” della realtà storico-sociale di un dato sistema sociale, in cui Stato e società civile sono connessi in un rapporto di unità/distinzione; per cui affrontare uno dei termini senza l’altro vuol dire negare in partenza la possibilità di poter applicare le analisi gramsciane nella guida della dinamica sociale. Tale possibilità è negata, in assoluto, quando il rapporto dialettico tra Stato e società civile è inteso nella prospettiva della conquista dello Stato in modo esclusivo da parte di uno qualsiasi dei gruppi concorrenti presenti all’interno della società civile.
In ultima analisi, l’esercizio del rapporto egemonico implica una contrapposizione, sempre reciproca e dialettica, tra gruppi egemoni e gruppi diretti, in considerazione del fatto che la democrazia è il metodo che consente uno “scambio equilibrato” tra tutti gli interessi presenti all’interno della società civile; fatto, quest’ultimo, che lega, come Vacca sottolinea, la democrazia stessa al pluralismo politico delle società moderne, trasformando l’esercizio del rapporto egemonico in un “governo delle differenze” e non in una “omologazione o dissoluzione delle differenze in una presunta loro visione ideologica superiore.
La mancanza di strutture istituzionali autenticamente democratiche nell’Italia post-unitaria è stata il vero motivo dell’inapplicabilità delle categorie gramsciane per la soluzione dei problemi che l’unificazione burocratico-amminstrativa del Paese aveva lasciato irrisolti; per lo stesso motivo, anche nei paesi arabi, finché non saranno adottate organizzazioni democratiche e pluraliste, le analisi gramsciane risulteranno inapplicabili: la loro funzione ultima non potrà che essere quella indicata dalla Manduchi, oppure il tentativo di una loro applicazione non potrà che sortire gli effetti indicati dalla Marchi.

Gianfranco Sabattini

Origine e natura economico-sociale della moneta

moneteDi solito, nei manuali di economia, della moneta viene detto che essa è “intermediario degli scambi”, “riserva di valore”, nonché “misura del valore dei beni economici scambiati”, e che senza di essa non possono funzionare, né il mercato, né l’intero sistema economico. Raramente i manuali narrano dell’origine della moneta, limitandosi a sottolineare che agli albori del vivere insieme sono stati utilizzati come moneta diversi beni, tra i quali, solo attraverso l’esperienza, si è giunti a scegliere quelli che, in virtù delle loro caratteristiche merceologiche e strutturali, potevano meglio assolvere alla triplice funzione indicata. Ancora meno, i manuali riportano qualche considerazione sull’origine del nome, tacendo sulla sua natura sociale.

Riguardo all’origine del sostantivo moneta si fa spesso riferimento alla dea Giunone, sorella e moglie di Zeus, chiamata anche “Dea Moneta”, ovvero “Dea consigliera” o “Dea ammonitrice”. Il sostantivo ha la stessa radice del latino “monitor”, utilizzato, tra i molti suoi impieghi linguistici, per denominare uno dei più prestigiosi giornali economici del mondo, “The Monitor”, il cui colore salmone è diventato un parametro esteriore che connota tutti i “fogli” salmon colored” che, in tutte le lingue, “dispensano consigli” utili agli operatori economici; ma, identico è anche il suo utilizzo per denominare il piccolo schermo del televisore, oppure del computer: nel primo caso, nel senso di fornitore di informazioni riguardo al modo migliore di apprendere i messaggi trasmessi per immagini via cablo (o via etere); nel secondo caso, nel senso di fornitore di consigli sul modo migliore di utilizzare gli archivi informatici, al cui interno siano state “stoccate” le notizie raccolte su singoli aspetti del mondo reale.

Che tipo di collegamento esiste tra il sostantivo moneta, inteso come mezzo di pagamento, l’aggettivo moneta riferito alla Dea Giunone, il nome “The Monitor” del giornale economico di lingua inglese ed il sostantivo monitor dello schermo televisivo e del computer? Si tratta di un collegamento stretto, in quanto i sostantivi, l’aggettivo ed il nome indicati hanno in comune il verbo latino “monère”, che significa appunto consigliare o suggerire. La moneta, perciò, prosaicamente identificabile con tutto ciò che gli operatori economici possono utilizzare per svolgere funzioni strumentali rispetto al perseguimento dei loro obiettivi, è riconducibile alla stessa radice, perché, come la Dea moneta, come The Monitor, e come il monitor del televisore e del computer, esprime la proprietà d’essere “dispensatrice” di consigli riguardanti il modo in cui un operatore può assumere utili decisioni rispetto agli obiettivi perseguiti.

In che modo la moneta assolve la funzione di dispensatrice di consigli per l’assunzione di utili decisioni nei confronti degli operatori economici? Per rispondere all’interrogativo, occorre collocarsi all’interno dell’istituzione economica mercato, dove la moneta svolge per gli agenti economici un ruolo ed una funzione comuni a quelli della Dea moneta, del “The Monitor” e del monitor dello schermo televisivo e del computer. Così come il computer, attraverso il proprio monitor (come la Dea Giunone o il giornale “The Monitor”, ecc.), consente l’”utilizzazione” degli archivi conservati nella “sua” memoria artificiale, fornendo utili consigli strumentali al conseguimento di un qualunque scopo all’agente che di esso si avvale, nello stesso modo il mercato, quando sia organizzato secondo i caratteri propri della competitività, raccoglie ed organizza gli archivi informativi su tutti gli aspetti che concorrono a definirlo e, attraverso opportuni indici chiamati prezzi (espressi in moneta), traduce sinteticamente le informazioni su tutti i beni e servizi potenzialmente scambiabili, dispensandole agli operatori.

Gli indici sono espressi in termini di ciò che gli operatori decidono di adottare come mezzo di pagamento, per cui i prezzi espressi in moneta sono il tramite mediante il quale sono offerti i consigli somministrati dal mercato agli operatori, al fine di orientare la loro azione verso risultati giudicati ottimali. Gli operatori, in tale modo, utilizzano il mercato nello stesso modo in cui possono utilizzare un qualsiasi strumento di monitoraggio, per cui i prezzi espressi in moneta, “consigliano” un operatore, prima che egli decida cosa comprare o vendere e a che prezzo comprare o vendere, scorrendo la “videata” che il mercato gli fornisce riguardo alle reali condizioni di domanda e di offerta dei beni e dei servizi oggetto di scambio. Tutto qui? C’è dell’altro.

La natura sociale della moneta (o denaro, come anche viene chiamata), consente, in termini più generali di quanto sia possibile sulla base delle sole considerazioni economiche, di capire quale sia la scaturigine del valore del mezzo di pagamento normalmente utilizzato da tutti. Su questo punto gli economisti non vanno al di là della spiegazione derivata dalla considerazione della moneta come un qualsiasi altro bene economico, ovvero del fatto che essa è un bene utile e disponibile in quantità limitate. Troppo poco, se si considera che la moneta, o denaro che sia, ha anche, oltre che una natura economica, una natura sociale, che è poi, quest’ultima, il fondamento perché si possa capire come essa acquisisca e conservi valore. Su questo punto il discorso economico deve fare spazio ad altre considerazioni di natura extraeconomica.

Al riguardo, sovviene un recente libro: “Il denaro e i suoi inganni”, includente due saggi, rispettivamente di John Searle e Maurizio Ferraris. In particolare, il saggio del primo, filosofo all’Università californiana di Berkeley, spiega la scaturigine del valore della moneta attraverso l’uso del concetto di “intenzionalità”, inteso nel senso di “intento” col quale all’interno di un contesto sociale un determinato significato, stabilito su basi convenzionali, è collegato ad un oggetto. Quali sono le ragioni – si chiede Searle – per cui un pezzo di carta, considerato moneta, è dotato di valore? Secondo il filosofo, ciò avviene perché il “pezzo di carta” assolve ad una “funzione di status”, intesa come capacità degli esseri umani di creare, su basi convenzionali “una realtà fatta di relazioni di potere”. Queste relazioni, si stabiliscono sulla base dell’assegnazione di un certo status alla materia di cui è fatta la moneta, attraverso cui viene assegnata a quella materia una “funzione”, che la rende idonea a svolgere un ruolo sociale utile, solo “in virtù dell’accettazione collettiva di quello status”.

Per giustificare la natura ontologica della funzione di status della moneta occorre, afferma Searle, innanzitutto una volontà collettiva; in secondo luogo, la capacità di assegnare a un oggetto una funzione, accettata, non in virtù della sua struttura fisica, ma solo perché esiste il riconoscimento da parte della comunità per cui l’oggetto prescelto come moneta possieda un dato status e, per via di questo, possieda una funzione “che può essere creata grazie all’accettazione collettiva” del fatto che l’oggetto prescelto ha un dato status.

La ragione per cui si creano funzioni di status è dovuta alla circostanza che, attraverso esse, è possibile dotare i componenti di una comunità di un potere, che non implica relazioni di dominio tra i componenti del sistema sociale, ma solo “relazioni deontiche”; la peculiarità di queste ultime consiste nel fatto che, per chiunque le accetti, esse “producono delle ragioni per agire che sono indipendenti dalle inclinazioni o dai desideri dell’agente”. La creazione delle funzioni di status (che assegnano potere agli associati) presuppone l’esistenza di istituzioni fondate su “regole costitutive” universalmente accettate dai componenti la comunità. L’insieme delle funzioni di status così create consente di costituire degli “insiemi di poteri deontici”, che forniscono le condizioni e le ragioni per l’azione dei componenti il sistema sociale. Ma, per esistere, l’insieme dei poteri deontici abbisogna di una rappresentazione, resa possibile dal linguaggio, che esprime la pre-condizione dell’esistenza dell’insieme delle funzioni di status istituzionalizzate.

Tenuto conto di tutte queste premesse, Searl definisce cosa sia la moneta e perché essa acquisisce e conserva valore in seno al sistema sociale. La moneta, per il filosofo, è quindi una funzione di status, il cui valore nasce col potere deontico che essa assegna a chi ne è il portatore; in considerazione di ciò, Searl afferma che il soggetto “che non ha denaro non ha potere”, mentre quello “che ha denaro ha potere”. In che senso?

Se si possiede moneta, si possiede potere d’acquisto da esercitare attraverso il mercato; questo potere è il carattere essenziale della moneta, essendo gli altri caratteri (fondo di riserva e misura del valore) corollari del primo. Il potere d’acquisto espresso dalla moneta ha un fondamento sociale, perché può essere esercitato solo tra persone, tra istituzioni o tra persone e istituzioni; un soggetto isolato, al pari, ad esempio, di Robinson Crusoe, non avrebbe alcuna ragione e possibilità di usare la moneta, in quanto non potrebbe essere parte contraente in una relazione di scambio con altri soggetti. Se nel suo fondamento sociale risiede la fonte del valore assegnato alla moneta, la sua esistenza però richiede che sia socialmente accettata l’istituzione della proprietà; questa istituzione è resa necessaria dal fatto che la moneta, per svolgere la funzione attribuitale dal sistema sociale, deve essere posseduta, ovvero deve essere moneta di qualcuno, “anche quando quel ‘qualcuno’ – afferma Searl – è un’entità astratta come una società per azioni o un governo”.

La funzione di status della moneta ha conosciuto nel tempo un’evoluzione, espressa nei tre passaggi che hanno caratterizzato la transizione dall’organizzazione economica delle società, fondata sul baratto, a quella moderna, fondata sullo scambio di beni mediato dalla moneta. I tre passaggi, secondo Searl, sono rappresentati, rispettivamente, dalla “moneta merce”, dalla “moneta fondata su un contratto” e dalla “moneta-fiat”; ognuna di queste configurazioni di moneta rappresenta stadi successivi delle modalità di circolazione della moneta.

Il primo stadio è stato caratterizzato dalla circolazione della “moneta-merce”; in questo caso, alcuni beni (conchiglie, sale, oro, ecc.) erano usati come moneta, alimentando la circolazione di un’organizzazione economica della società fondata sul baratto.

Il secondo stadio è stato caratterizzato dalla circolazione della “moneta fondata su un contratto” o su un accordo, in virtù del quale gli operatori economici agivano accettando la convenzione che la moneta potesse essere rappresentata da certificati rilasciati da istituzioni (le banche), in sostituzione del bene o dei beni prescelti come moneta (oro o altri metalli preziosi), costituiti in depositi presso le banche. Questo stadio era però caratterizzato dal pericolo che le banche, come poi è realmente accaduto, potessero emettere certificati eccedenti il valore dei beni depositati presso di loro a titolo di garanzia.

Questo pericolo è stato successivamente rimosso, con l’adozione, nel terzo stadio, della “moneta-fiat” o “moneta senza fondamento o garanzia”: una “moneta a corso legale” non coperta da riserve di altri beni (oro o di altri metalli preziosi in genere) e, quindi, priva di valore intrinseco. La moneta legale (tipicamente sotto forma di banconote) è stata accettata dal “pubblico” in quanto emessa da un’istituzione (lo Stato) che le ha assegnato un determinato valore; non a caso il termine “fiat” è una voce del verbo latino fiĕri, che significa “farsi”, “divenire”, esprimente l’autoreferenzialità del valore rappresentato dalla moneta. La circolazione monetaria nei moderni sistemi economici è stata così espressa dalla moneta legale, le cui garanzie sono diventate solo parziali; ragione questa per cui oggi c’è più moneta in circolazione che beni depositati a garanzia del suo valore.

Com’è possibile che certificati senza garanzia possano svolgere il ruolo di moneta? Questo genere di moneta, conclude Searl, è “il risultato di un’assegnazione di una funzione di status”, realizzata attraverso una dichiarazione, condivisa e accettata da tutti, della massima istituzione del sistema sociale, lo Stato.

Di tale fatto, ovvero della natura convenzionale della moneta, farebbe bene a tenerne conto chi usa accumulare il denaro per acquisire potere di natura non deontica, esercitato unicamente per condizionare il regolare e normale funzionamento delle istituzioni economiche e politiche a fini di arricchimento personale. Poiché la “moneta-fiat” è denaro che non ha un supporto di base o un fondamento completo, chi, motivato dall’“auri sacra fames”, è spinto ad accumulare denaro senza limiti potrebbe essere chiamato a pagare un alto prezzo, se coloro che ne subiscono gli effetti negativi decidessero improvvisamente di non tenere più in alcuna considerazione il “fiat”, cioè lo status della moneta corrente, riducendo l’“ingordo” accumulatore a stringere nelle proprie mani solo un “pugno di mosche”

Gianfranco Sabattini

 

La “grandeur” fa della Francia la potenza “più immateriale del pianeta”

torre-eiffel

“Per esistere la Francia deve apparire più di quel che è”; cosi inizia l’Editoriale di “Limes”, n. 3/2918. Non si può certo dire che l’incipit non colga nel segno. Il Paese a noi vicino è vittima delle sindrome della “Grandeur”; questa – afferma Pascal Gauchon, direttore delle rivista “Conflits”, in “Non c’è Francia senza grandeur” (“Limes” n. 3/2018) – “non è ovviamente solo questione di taglia”, dato che la Repubblica transalpina ha una “storia che nutre abbondantemente i fantasmi dei francesi, i quali hanno controllato il continente europeo in tre momenti decisivi”

La supremazia della Francia in Europa è iniziata all’”apice del medioevo”, con l’estensione dei suoi domini e la partecipazione delle sue signorie alle crociate, mentre dinastie di origine francese regnavano in molte parti del Vecchio Continente. Tutto ciò ha favorito la diffusione della lingua francese, mentre “lo stile gotico, partendo dall’Île-de-France, si [è diffuso] in tutta l’Europa centrale e settentrionale”. La supremazia francese si è consolidata nel XVII secolo, tanto da provocare contro di essa una coalizione per contenerne le ambizioni. Infine, a sancirne la definitiva affermazione sarà una terza tappa, culminata con la Grande Rivoluzione, che consentirà alla Repubblica di proclamarsi “Grande Nation”, con la pretesa di “trasmettere all’Europa – afferma Gauchon – le proprie grandi idee, di sfruttare l’occasione per estendere il proprio dominio”. Disegno, quest’ultimo, che è sembrato destinato ad avere successo, allorché Napoleone, approfittando anche del fatto che la Francia, ai suoi tempi era il Paese europeo dotato della demografia più cospicua dopo la Russia, “ha portato la potenza nazionale allo Zenit”.

La storia ha pertanto consentito di forgiare “un’idea persistente della grandeur francese” che, per le classi dirigenti transalpine succedutesi nel tempo poteva essere validamente utilizzata per accrescere il prestigio del loro Paese, rinvenendo nella “francofonia” il motore utile a supportarne la diffusione nel mondo.

La ragione che spinge oggi la Francia a persistere nel pensarsi potenza mondiale è quella d’essere depositaria di una grande forza militare; l’indice di potenza stimato dalla rivista “Conflits” colloca la Francia, al quarto posto in un’ipotetica classifica mondiale, prima di Germania e Giappone, ma dopo Stati Uniti, Cina e Russia; con l’apparato militare di cui dispone, la Francia si illude di poter giocare “su tutti gli scacchieri”, in base a rapporti di forza che, pur collocandola dietro le tre potenze globali, la vedono superata nettamente dalla Germania rispetto alla quale, pur imponendosi quanto a forza militare, deve comunque “cederle il passo” in campo economico e tecnologico.

In sostanza, – afferma Gauchon – i francesi intrattengono “una relazione ossessiva con la grandeur, ma sono in terapia. Sono stati obbligati a prenderne contezza dal 1815, poiché da quella data la loro pretesa di essere il primo Paese d’Europa è stata ridimensionata, anche dopo l’illusoria vittoria del 1918”; ma anche, si può aggiungere, dopo i rovesci patiti nel corso della Seconda guerra mondiale, poi con la Guerra d’Indocina nel 1946-1954, con la disfatta del Canale di Suez nel 1956 e con la guerra d’indipendenza dell’Algeria (1954-1962).

Per via delle vicissitudini patite nel corso di quasi centocinquant’anni, la Francia ha cercato di porre rimedio all’infrangersi dei suoi sogni di grandezza cambiando l’orientamento della propria politica estera. Prima si è orientata alla costruzione del proprio impero coloniale, denominandolo pomposamente “la Francia più grande”; Parigi, però, ha poco curato la crescita delle proprie colonie, “traendone più soddisfazioni psicologiche che profitti materiali”, per cui, pur avendole consentito di alimentare l’idea di grandezza, in realtà l’impero “ha contribuito ben poco alla concretezza della grandeur”.

E’ stato questo, a parere di Gauchon, il motivo per cui alla fine il Generale De Gaulle ha perseguito l’abbandono delle colonie, preferendo dedicarsi alla cura della crescita interna della nazione, declinando la grandeur nel senso della modernizzazione dell’economia e dell’indipendenza tecnologica della nazione, per accrescere la potenza militare con lo sviluppo, in particolare, nei campi dell’informatica, dell’aeronautica e del nucleare; tutti comparti produttivi che però erano dominati dalla “rivale” potenza globale statunitense.

Dopo il fallimento della politica di potenza gaullista e la sconfitta patita sul piano economico nei confronti delle Germania, la Francia mitterandiana degli anni Ottanta ha ricuperato il senso della grandeur gaullista, riorientandola sull’attuazione del progetto europeo, attraverso cui, in un rapporto privilegiato con Berlino, perseguire gli obiettivi geostrategici globali che non le era stato possibile perseguire con l’impero coloniale. Parigi, però, secondo Gauchon, non è stata “in grado di intendersi con Berlino sul tema delle grandeur“, in quanto concetto, quest’ultimo, “con il quale il partner d’oltre Reno ha rotto nel 1945”, per i troppi brutti ricordi che il perseguimento di obiettivi di grandezza ha l’effetto di suscitare nelle mente dei tedeschi.

Oltre alla potenza materiale, un altro pilastro delle aspirazioni universalistiche della Francia è la “grandeur morale”, con cui la nazione d’oltralpe tende a difendere aggressivamente le proprie peculiarità culturali contro le specificità di altre culture chiuse, a suo parere, ai valori delle Grande Rivoluzione del 1789. Su questo punto, interessanti risultano le considerazioni critiche svolte dai ricercatori che compongono il “Groupe d’études géopolitiques” (GRG), un “think tank” che si propone di stabilire se l’Europa Unita sia meglio perseguibile attraverso il ruolo attivo degli Stati nazionali o attraverso uno Stato post-nazionale.

Baptiste Roger-Lacan, uno dei componenti del GEG, in una conversazione tenuta su “Una certa idea d’Europa” (il cui testo è stato pubblicato a cura di Sofia Scialoja su “Limes”, n. 3/2018) osserva che, usare i famosi valori del 1789, senza però chiedersi oggi in che cosa consistano è paradossale; ciò perché si manca di tenere conto che essi, nonostante siano stati utilizzati dalla Francia e dal suo esercito per dare corpo alla pretesa di emancipare i popoli che venivano colonizzati attraverso la propagazione di ideali di natura filosofica e giuridica, non hanno consentito di raggiungere alcun effetto positivo, perché, di fatto, non sono stati seguiti da un’azione militare e diplomatica vincente. Le sconfitte militari, infatti, hanno reso inefficace la pretesa civilizzatrice della Francia e inappropriato il ricorso ai valori del 1789.

Senza un grande disegno transnazionale, questi valori, a parere di Roger-Lacan, dal punto di vista di una qualsiasi politica estera di una sola nazione, non possono che risultate obsoleti e contestabili. Ciò non ostante, la Francia è ancora convinta della loro validità e, sulla loro base, di potersi dare una missione universale; missione che porta spesso il suo universalismo a risultare in contrapposizione con quello americano. Tra le due forme di universalismo, però, esistono delle differenze che si traducono in netto sfavore della Francia. Per quale ragione?

La risposta di Roger-Lacan è che ciò accade perché le due forme di universalismo hanno avuto origini diverse: da un lato, la fondazione dello Stato americano e il suo ingresso nella modernità politica sono avvenute con la dichiarazione d’indipendenza nel 1776, mentre la modernità politica francese è avvenuta alcuni anni dopo, con la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nel 1789. La modernità politica francese è stata “caratterizzata sin dall’inizio dall’ambizione universalistica, mentre gli Stati Uniti si sono convertiti all’universalismo soltanto dopo la Seconda guerra mondiale”; nel caso di questi ultimi, l’“esportazione” all’estero dei propri valori è stata attuata sull’ala del capitalismo e del cristianesimo, la cui funzione principale è stata la giustificazione della conquista di una posizione economica egemone globale. Per questa ragione, l’universalismo statunitense è risultato più malleabile e flessibile di quello francese; ciò ha consentito agli USA di potersi richiamare al loro universalismo “anche quando si sono mossi in senso isolazionista”.

Infatti, secondo Roger-Lacan, mentre negli USA il ridimensionamento della loro posizione egemone, non è stato vissuto come una retrocessione, nel Paese transalpino, invece, il ricordo mitizzato del passato è valso a rinforzare il trauma del declino sulla scena internazionale e della messa in discussione, da parte dei partner europei, del permanere nelle élite francesi delle ambizioni universalistiche; è proprio questo trauma, a parere di Roger-Lacan, che rimane “all’origine del risentimento francese nei confronti dell’”hyperpuissance américaine”. L’impatti negativo di tale trauma sui rapporti intercorrenti tra Francia e Stati Uniti, è provato, ad esempio, da quanto ha avuto modo di dichiarare un uomo considerato non sospetto di spinte sciovinistiche, qual è stato François Mitterrand, il quale, poco prima di morire, confessava, al giornalista George-Marc Benamou, che la “Francia non lo sa, ma noi siamo un guerra con l’America. Sì, una guerra permanente, una guerra vitale, una guerra economica, una guerra apparentemente senza morti. Sì, sono molto duri gli americani, sono voraci, vogliono un potere non condiviso sul mondo. E’ una guerra sconosciuta […] e tuttavia una guerra mortale”.

Alla palese nostalgia per la perduta grandeur non si sono certo sottratti, forse con la sola eccezione del penultimo Presidente delle Repubblica, François Holland, né Jaques Chirac, né Nicolas Sarkozy, né, Emmanuel Macron, il quale, subito dopo essersi insediato all’Eliseo, non ha tardato a ridare – afferma Gauchon – “alla funzione presidenziale la sua dignità e il suo rango”, rinnovando “le locuzioni solenni nei grandi luoghi della storia parigina”; ne è un esempio il famoso discorso del Louvre, che tanto aveva impressionato favorevolmente Jürgen Habermas, per l’impegno che Macron aveva dichiarato di voler assumere nel rilanciare, congiuntamente con gli altri Paesi, il processo languente dell’unificazione dell’Europa comunitaria.

Tutto inutile, perché in Macron il sogno fuori tempo della grandeur è tornato a prevalere, come stanno a dimostrare gli ultimi avvenimenti riguardanti la “punizione” inflitta alla Siria per l’uso di armi chimiche contro i rivoltosi. Nella fretta Macron, senza consultare gli altri Paesi europei, si è proposto all’America di Trump come unico partner credibile, nonostante la Francia sia impegnata, secondo le parole di Mitternad, in una guerra “permanete” con gli USA.

In questo modo, Macron, vittima anch’egli della sindrome della grandeur, anziché impegnarsi a dotare l’Europa di una propria identità politica e militare, ha preferito, come afferma Andrea Bonanni (su Repubblica del 17 aprile scorso) “ballare da solo”, alla ricerca di un protagonismo fuori tempo. In conclusione, se le élite politiche francesi vorranno realmente impegnarsi nella realizzazione del progetto transnazionale europeo, dovranno iniziare a liberarsi del trauma che le affligge per la perdita della passata grandezza del loro Paese; ciò, anche per convincersi definitivamente che l’attuazione di una politica estera europea compatibile con la “stazza” militare della quale la Francia dispone richiede ora un più sano realismo.

Gianfranco Sabattini

 

Jerry Kaplan, cambiamento tecnologico e il problema del lavoro

jerry kaplanIl continuo avanzamento della conoscenza e la sua traduzione in tecnologia ha effetti devastanti sul piano dell’occupazione e della distribuzione del prodotto sociale, suscitando forme di resistenza, almeno sul piano politico e sindacale, che ricordano le azioni di “sabotaggio” tipiche del “luddismo” (il movimento di protesta operaia contro l’introduzione delle macchine nei processi produttivi, sviluppatosi all’inizio del XIX secolo in Inghilterra). Ma l’aspetto più rilevante della resistenza al crescente approfondimento capitalistico dei processo produttivi è, oggi, la mancata presa di coscienza della necessità di contrastare la difficoltà di creare nuovi posti di lavoro, oltre che con la ricerca continua, ma inefficace, di nuove opportunità di lavoro, anche con l’avvio delle riforme più opportune dei meccanismi distributivi del prodotto sociale, compatibili con le nuove modalità di funzionamento dei moderni sistemi capitalistici ad economia di mercato.
Nel libro recente “Le persone non servono. Lavoro e ricchezza nell’epoca dell’intelligenza artificiale”, Jerry Kaplan, scienziato e imprenditore, nonché docente presso il Dipartimento di Computer Science alla Stanford University, descrive gli scenari futuri coi quali le società avanzate ad economia di mercato saranno chiamate a confrontarsi, per via dell’impatto che su di esse avrà il crescente sviluppo della conoscenza scientifica e del progresso tecnologico.
Nella sua analisi, Kaplan riflette forse in modo eccessivo il suo essere imprenditore all’interno di un contesto dove il successo e la crescita economica hanno un’assoluta priorità su ogni altra considerazione della vita degli uomini; tuttavia, quanto egli sostiene è importante, sebbene appaiano problematiche le proposte avanzate per rimediare agli esiti del continuo approfondimento capitalistico dei processi produttivi; sia perché tali proposte non riflettono correttamente il senso del trend dello sviluppo scientifico e tecnologico, sia perché non specificano le procedure riguardo al come avviare sin d’ora le più opportune riforme da apportare ai meccanismi distributivi del prodotto sociale, al fine di evitare che l’aumento continuo della crescita possa – come Kaplan afferma – “tenere a galla gli yacht”, senza determinare la colata a picco di “tutte le barche a remi”.
La narrazione di Kaplan, per quanto condotta con il prevalente riferimento alla tecnologia informatica, non preclude una sua generalizzata estensione a tutti i settori dei sistemi capitalistici moderni. È probabile – egli dice – che gli sviluppi scientifici e tecnologici “diano inizio ad una nuova era di prosperità e di comodità senza precedenti, ma la transizione potrebbe essere prolungata e brutale. Senza aggiustamenti nel nostro sistema economico e senza una politica normativa, potremmo trovarci in un lungo periodo di disordini sociali”.
I segnali del pericolo di un disordine generalizzato sul piano economico e politico, a parere dell’autore, sono già presenti nelle società attuali; la disoccupazione strutturale e l’aumento della disuguaglianza distributiva caratterizzano in negativo le società, nonostante l’economia continui a crescere. Se questi due fenomeni negativi continueranno a crescere senza controllo, sarà inevitabile – afferma Kaplan – assistere al verificarsi di un crescente benessere “sullo sfondo di una povertà in espansione”.
L’obiettivo della narrazione dell’autore è innanzitutto quello di dimostrare l’ineludibilità del pericolo di questa transizione, ma anche quello di suggerire alcune soluzioni che non ostacolino il progresso scientifico e tecnologico e riducano al minimo il persistere dell’attuazione di politiche assistenziali nella vita dei cittadini che vedranno peggiorare le loro condizioni di vita.
Ad oggi, secondo Kaplan, l’introduzione di tecnologie sempre più avanzate nel processo produttivo ha originato la crisi dei sistemi finanziari, che gli economisti imputano a un non ben definito “rischio sistemico”, considerato intrinseco alla dinamica sempre più sostenuta del progresso scientifici-tecnologico; progresso, i cui esiti negativi, a parere di Kaplan, sono percepiti dai professionisti della politica “come qualcosa che può essere risolto con un’iniezione di antibiotico governativo e una buona notte di sonno”.
Il procedere del crescente approfondimento capitalistico dei processi produttivi, seguito dall’introduzione di macchine sempre più avanzate, determinerà l’obsolescenza di “un’incredibile gamma“ di capacità produttive fisiche e mentali, confermando – afferma Kaplan – l’intuizione di Marx, secondo cui l’automazione industriale avrebbe sostituito il capitale umano espresso dalla forza lavoro; il conflitto distributivo che Marx descriveva tra lavoratori e detentori dei mezzi di produzione era un conflitto di “persone contro persone”.
Oggi, però, questo conflitto, a parere di Kaplan, non è sovrapponibile a quello gia in atto e che diventerà sempre più evidente in futuro, in quanto quello causato nel mondo moderno dal crescente impiego delle macchine non sarà più tra persone e persone, ma tra capitale e persone, in quanto le minoranze sempre più ristrette che ne trarranno vantaggio, senza le giuste riforme ridistributive, rischiano d’essere anch’esse travolte dal collasso generale del sistema sociale, causato dalla crescita continua delle disoccupazione e della disuguaglianza distributiva. Questa tendenza, che Kaplan considera già in atto, è evidenziata dalla continua distruzione di posti di lavoro, che avviene ad una velocità insostenibile per il mercato del lavoro, mentre l’acquisizione della nuova ricchezza va sproporzionalmente a vantaggio di chi è già ricco.
Spesso, la risposta a tutto ciò da parte dei responsabili del governo del sistema sociale e da parte di molti economisti è che la crescita della produttività del sistema economico migliorerà le condizioni esistenziali di tutti e creerà nuovi posti di lavoro; una simile risposta, però, secondo Kaplan, non tiene conto del fatto che per il corretto funzionamento del mercato del lavoro è “il ritmo che conta”; i lavoratori attuali espulsi dalle attività produttive potrebbero “non avere il tempo né l’opportunità di acquisire le competenze richieste dai nuovi lavori”, a causa della velocità con cui i miglioramenti nell’organizzazione dei processi produttivi rendono spesso superate le eventuali nuove capacità lavorative nel frattempo acquisite dai disoccupati involontari.
Lasciare che la natura segua il suo corso e sperare che tutti i problemi si risolvano spontaneamente, come si è fatto durante e dopo le innovazioni produttive occorse tra il tardo Ottocento e l’inizio del Novecento – afferma Kaplan – è un “gioco pericoloso”. Il prodotto sociale pro-capite è cresciuto vertiginosamente dopo le innovazioni produttive, ma queste hanno anche “comportato sofferenze umane inimmaginabili lungo un esteso periodo di tempo di trasformazione economica. Non possiamo ignorare la tempesta in arrivo sperando che alla fine tutto si sistemerà: questo ‘alla fine’ – continua Kaplan – è un tempo troppo lungo. Senza un po’ di lungimiranza e senza intraprendere subito qualche azione, i nostri discendenti saranno condannati a mezzo secolo o più di povertà e ineguaglianza, ad eccezione di pochi fortunati”.
Cosa suggerisce Kaplan per contrastare la tendenza in atto? Niente più che un paio di palliativi. Egli infatti, per quanto riguarda il lavoro, propone un approccio basato sull’adozione di “un nuovo tipo di strumento finanziario, il ‘mutuo di lavoro’, garantito esclusivamente dal lavoro futuro, quindi dal salario che si percepirà, come il mutuo sulla casa è garantito esclusivamente dall’ipoteca sulla proprietà”. Con questo sistema, a suo parere, le attività produttive e il sistema formativo (il sistema scolastico in generale) “saranno incentivati a lavorare in un modo tutto nuovo”: le attività produttive potranno concedere “lettere di intenti non vincolanti”, con cui promettere l’assunzione del lavoratori disoccupati, se acquisiranno, attraverso specifici corsi di formazione, le capacità professionali appropriate; mentre le attività produttive riceveranno in cambio opportuni vantaggi fiscali, se manterranno la promessa dell’assunzione al termine del corso di riqualificazione della forza lavoro che ha perso la stabilità occupazionale.
Le lettere di intenti, per chi cerca di reinserirsi nel mercato del lavoro avranno, secondo Kaplan, la stessa funzione della stima personale della quale può avvalersi chi cerca casa; sulla base delle “lettere”, le istituzioni formative “dovranno modellare i propri curricula formativi attorno a specifiche capacità richieste dai datori di lavoro ‘sponsorizzanti’, per corrispondere ai requisiti del prestito”, pena la perdita dell’iscrizione dei lavoratori disoccupati per la riqualificazione delle loro capacità professionali. Inoltre, i lavoratori riqualificati non saranno vincolati ad accettare d’essere occupati presso l’attività produttiva che li ha “sponsorizzati”, quando un’altra attività produttiva dovesse proporre loro un salario maggiore; il meccanismo così concepito varrà a garantire ai lavoratori riqualificati una capacità autonoma di scelta della nuova occupazione, altrimenti inpossibile, in quanto dotati della necessaria “tranquillità” garantita loro dal sapere d’essere dotati di capacità professionali richieste dal mondo della produzione in continua evoluzione.
Per quanto riguarda il contenimento della crescita della disuguaglianza distributiva, Kaplan avanza un’altra proposta, fondata su ciò che egli chiama “indice di benefit pubblico”, posto a fondamento dell’attuazione di un sistema di programmi volti a mantenere un equilibrio distributivo più giusto nella società. Per la realizzazione di tale proposta, Kaplan suggerisce la tassazione della attività produttive, al fine di favorire una partecipazione azionaria a vantaggio dei loro dipendenti, con cui incominciare “a distribuire più ampiamente i vantaggi delle crescita futura.
Le proposte di Kaplan sono però contraddittorie rispetto alla dinamica dei processi produttivi, che si caratterizzano, come egli stesso afferma, per un continuo approfondimento capitalistico, destinato a produrre una crescente disoccupazione strutturale; fatto, questo, che al limite rende plausibile ipotizzare un tempo in corrispondenza del quale, se mancheranno le auspicate riforme dei meccanismi ridistributivi del prodotto sociale, questo sarà acquisto dal ristretto gruppo dei proprietari dei mezzi di produzione e dai pochi lavoratori azionisti che saranno riusciti a conservare il posto di lavoro. A questo punto, come potrà funzionare il sistema sociale in condizione di stabilità economica e politica? Quasi consapevole della inefficacia delle sue proposte per fronteggiare le piaghe sociali moderne della crescente disoccupazione strutturale e della ugualmente crescente disuguaglianza distributiva, è lo stesso Kaplan a fornire una risposta all’interrogativo.
La chiave – egli afferma – “per fare i conti con un bacino sempre più ridotto di posti di lavoro non è crearne artificialmente di nuovi su ordine del governo. Consiste piuttosto nel riequilibrare l’afflusso di forza lavoro economicamente motivata con la quantità di impieghi retribuiti disponibili. Obiettivo che può essere raggiunto regolando gli incentivi rivolti a chi decide di impiegare il proprio tempo in altre attività produttive”; osservando, infine, d’essere “il primo a riflettere su come sarà il mondo quando i bisogni essenziali di ognuno di noi potranno essere soddisfatti senza il nostro lavoro”.
A conferma delle sue previsioni, Kaplan ricorre a quanto John Maynard Keynes ha affermato in “Possibilità economiche per i nostri nipoti”; in questo famoso pamphlet della fine degli anni Trenta, il grande economista di Cambridge, dopo aver distinto i bisogni assoluti da quelli relativi, prevedeva che, una volta soddisfatti i primi, gran parte delle persone potessero destinare le “ulteriori energie a fini non economici”. Kaplan conclude osservando che Keynes colpiva nel segno già quasi novant’anni or sono, meravigliandosi che le prospettive keynesiane sul futuro della crescita economica e del suo impatto sulla sua distribuzione non siano ancora divenute oggetto di riflessione da parte degli operatori politici del mondo contemporaneo.

David Harvey. La “follia” della ragione economica del capitale secondo Marx

harveyPoiché ricorre quest’anno la commemorazione del bicentenario delle nascita di Karl Marx, molti sono i revival del suo pensiero, tutti volti a dimostrare l’attualità della sua analisi critica delle “follia” della ragione economica, che ha ispirato, e continua ad ispirare e ad alimentare, il funzionamento del capitalismo. L’interesse per le critiche marxiane alle modalità di funzionamento del modo capitalistico di produzione è oggi rivitalizzato per via dell’esperienza recente della Grande Recessione, i cui postumi non sono ancora del tutto superati, soprattutto in Italia.
È comparso di recente in libreria il volume “Marx e la follia del capitale”, di David Harvey, sociologo, antropologo e politologo inglese, appartenente alla corrente del “marxismo geografico” ed autore di opere, quali “Social Justice and the City” e di “Limits to Capital”, sui problemi della giustizia, del razzismo e del processo di emarginazione sociale operante nelle grandi città. Secondo Harvey, quel che Marx ha fatto in tutti i suoi studi è “stato uno sforzo prodigioso per capire come funzionasse il capitale”, cercando anche di capire “come quelle che chiamava ‘le leggi del moto del capitale’ influissero sulla vita quotidiana delle persone”, senza che si sia mai stancato di denunciare “le condizioni di disuguaglianza e di sfruttamento sepolte nelle paludi delle teorie autocongratulatorie proposte dalle classi dominanti”.
Questo intento, secondo Harvey, domina tutta l’opera massima di Marx, il “Capitale”, così come domina tutti i suoi altri scritti di economia politica, per arrivare alla formulazione di concetti che gli sono valsi la possibilità di formulare una teoria dei limiti connessi all’”infinita accumulazione del capitale”. Ciò perché, secondo Marx – afferma Harvey – la vera scienza si ha quando diventa possibile mettere a disposizione della “vita quotidiana” le formulazioni teoriche, perché da esse le persone possano trarre elementi di valutazione sul come comportarsi nella “loro lotta per la sopravvivenza”.
È noto come l’ultimo esponente delle teoria economica classica fosse interessato a capire perché il capitale risultasse “così incline alle crisi”. Le crisi, si chiedeva Marx, erano determinate da cause esogene al modo di funzionare del capitalismo, o erano originate da cause endogene che rendevano inevitabili ricorrenti collassi distruttivi del sistema economico? A parere di Harvey, questa domanda continua ancora oggi a costituire oggetto di studio della teoria economica. Considerati gli effetti economici e sociali negativi che sono seguiti al crollo dell’economia mondiale nel 2007/2008, il ricupero alla memoria di ciò che Marx ha evidenziato circa le modalità di funzionamento del capitale, cioè del motore dell’economia capitalistica, torna utile per trarre possibili elementi di conoscenza, al fine di risolvere molti dei problemi che restano ancora insoluti dopo la Grande Recessione.
Esistono, secondo Harvey, studi molto accreditati sul pensiero di Marx, in merito all’ambiente sociale, politico e, in genere, intellettuale del tempo in cui egli è vissuto; gli autori di tali studi, tendono a ridurre il pensiero di Marx a semplice oggetto di considerazione storica, trascurando il fatto che il suo apparato teorico era invece volto a studiare la dinamica intrinseca del capitale e non la vita sociale e politica del XIX secolo; per Marx – afferma Harvey – il “moto del capitale” era a fondamento dell’”economia moderna ed era basilare anche per la comprensione critica della società borghese”. I suoi commenti sulle leggi di quel “moto” e della sottostante irrazionalità, perciò, si rivelano “di gran lunga più incisivi e penetranti delle odierne teorie macroeconimiche monodimensionali, che si sono dimostrate molto lacunose di fronte al crollo del 2007-2008”.
Per questo motivo, Harvey ritiene che le idee di Marx meritino di essere riprese, soprattutto per renderci conto dei guasti e degli effetti negativi causati dalla dinamica del capitale; questi hanno finito per “frantumare, l’uniformità, l’omogeneità e la razionalità” del mercato mondiale in cosi tanti segmenti eterogenei di “sviluppo geografico disuguale, da originare condizioni di vita profondamente diverse nello spazio e nel tempo”, sino a determinare seri pericoli per la futura stabilità sociale, economica e politica del mondo.
La “follia della ragione economica” del capitale emerge in tutte le sue implicazioni negative, quando si consideri il modo di funzionare del mercato, in relazione alla circolazione delle merci prodotte; è attuale il discorso svolto al riguardo da Marx. Quando le merci vengono comprate per essere consumate, cessano di fare parte del processo economico; ma il denaro che è stato ceduto per acquistarle continua a rimanere in circolazione e, tramite esso, il valore delle merci consumate si conserva, assumendo però un carattere molto diverso da quello di consentire la soddisfazione dei bisogni sociali: la conservazione del valore delle merci nel capitale espresso dal denaro avviene – afferma Marx – “solo per il fatto di tendere costantemente a superare il suo limite quantitativo”, per cui l’accumulazione diventa solo fine a sé stessa.
Secondo la prospettiva critica di Marx del funzionamento del mercato capitalistico, ciò significa che la dinamica che contrassegna il capitale è solo quella di perseguire l’accrescimento di se stesso; pertanto, la funzione specifica del denaro che lo esprime consiste nel conservarsi come valore di scambio distinto dal valore d’uso delle merci che lo hanno prodotto, solo per moltiplicarsi di continuo. E’ questo, secondo Harvey, un primo aspetto delle follia della ragione economica del denaro.
Un altro aspetto di questa “follia” consiste nel fatto che il denaro, divenuto capitale, torni al suo ruolo di merce; si tratta però di una merce particolare afferma Harvey, “il cui valore d’uso è poter essere prestata in quantità infinite ad altri”, per produrre ulteriori incrementi del capitale. In questo caso, il valore di scambio del denaro capitalizzato è l’interesse; ma quando la circolazione del capitale produttivo di interesse diventa la forza prima che alimenta il funzionamento del sistema economico, la follia della ragione economica del denaro capitalizzato sta nel fatto che il capitale, anziché essere funzionale alla soddisfazione dei bisogni sociali, risulta invece orientato a produrre altro capitale in un processo senza limite.
Gli economisti, a parere di Marx, non sono mai riusciti a spiegare questa contraddizione, per cui la comprensione dello stato del mondo “è ostaggio della follia di una ragione economica borghese che non solo giustifica, ma addirittura promuove, l’accumulazione senza limiti”, considerando la crescita quantitativa continua come un processo virtuoso portatore di miglioramenti del benessere sociale.
Gli economisti, a parere di Harvey, non si sono mai confrontati con gli esiti negativi della follia della ragione economica del denaro descritta da Marx, mancando così di tener conto dei problemi connessi “con la ‘cattiva infinità’ delle crescita composta illimitata”, che può culminare solo con il susseguirsi di crisi di sovrapproduzione e di distruzione di ricchezza. Gli economisti, sottolinea Harvey, hanno invece preferito, come afferma Marx, lodare le virtù di una borghesia che “ha catturato il progresso storico ponendolo al servizio della ricchezza”, evitando così di porsi la domanda, se le ricorrenti crisi siano intrinseche, oppure meno, al modo di funzionare del capitalismo. Le crisi, secondo gli economisti che accettano i canoni della teoria economica standard, sono dovute per lo più a errori e a calcoli errati degli esseri umani; ciò in quanto, le leggi di tale teoria giustificano un funzionamento delle istituzioni economiche pressoché perfetto, per cui se il loro funzionamento fosse regolato secondo tali leggi non si avrebbero mai crisi.
Secondo Marx, la follia della ragione economica borghese è ulteriormente amplificata dal fatto che il denaro, una volta che si è liberato della sua base materiale (le merci, che esso rappresenta), con le sue rappresentazioni formali (euro, dollari, Yen, ecc.), espresse come forme di denaro di credito, diventa oggetto di manipolazioni da parte di chi vanta posizioni di potere sul sistema del credito; col credito, infatti, lo scarto tra la proliferazione delle espressioni formali del denaro e la loro base materiale si amplifica enormemente, influenzando il processo di espansione senza limiti del capitale, destinato a divenire la causa delle disuguaglianze spaziali e personali, per pesare negativamente sulle condizioni esistenziali dei popoli.
Questo processo serve a capire, a parere di Harvey, quanto sta accadendo oggi a livello globale, a causa del prevalere dei mercati finanziari su quelli reali. L’economia mondiale viene da tempo rivoluzionata, “non perché ciò sia una buona idea o perché sia un desiderio e un bisogno ardente in sé, ma perché è il modo migliore per tenere lontane depressione e svalutazione”. Lo scopo, secondo quanto Marx ha previsto, è solo quello di favorire l’assorbimento di capitale, in quanto, dopo una fase di accumulazione, la propensione incomprimibile dei capitalisti, considerato che il capitale inoperoso non produce altro capitale, è quella di trovargli una qualche forma di investimento che procuri un interesse. In questo processo, l’uomo è separato dal controllo sull’attività di produzione; un’alienazione che diventa una pre-condizione per l’affermazione della primazia della produttività del capitale.
In queste condizioni, la produttività del lavoro è determinata dall’impiego di tecnologie scelte da chi controlla il capitale, non solo per estraniare chi lavora dall’accesso ai mezzi di produzione, ma anche per affievolirne ogni capacità di protesta. La conseguenza è la formazione di una massa crescente di disoccupati permanenti e strutturali, per cui – afferma Harvey – le “narrazioni utopistiche contemporanee di come le nuove configurazioni tecnologiche basate sull’intelligenza artificiale ci stiano portando alla soglia di un nuovo mondo di consumismo emancipativo e di tempo libero per tutti ignorano completamente l’alienazione disumanizzante dei processi di lavoro residui e ‘a perdere’ che ne risultano”.
Accade così che il capitale, a tutela della sua propensione a crescere di continuo, sia spinto a cercare di stimolare la ricerca infinita di bisogni che non potranno mai essere soddisfatti, a causa della crescente disoccupazione e conseguentemente della diminuzione della capacità di consumo dei disoccupati. Se le nuove forme di consumo, stimolate dall’”infinita crescita composta della produzione”, non possono essere soddisfatte, emergono palesi le conseguenze negative della follia della ragione economica del capitale.
In un mondo ”inondato” di capitale finanziario, le componenti di quest’ultimo devono essere mobilitate “sulla base della sicurezza e certezza” di un buon ritorno, in termini di ulteriore espansione del capitale; ma come è possibile che ciò possa avvenire senza una riforma dei meccanismi distributivi del prodotto sociale, idonei a garantire il consumo della produzione, sia pure secondo le forme stabilite da chi controlla l’impiego del capitale, senza il pericolo del susseguirsi delle crisi destabilizzanti del sistema economico e di quello sociale?
È a questo interrogativo che la follia della ragione economica del capitale non riesce a dare una risposta, mentre le conseguenze negative sul piano sociale della mancata risposta non possono che rappresentare un limite oltre il quale diventa probabile una crisi senza ritorno; è questa la “maledizione” imputabile al modo in cui il capitale tende ad espandersi infinitamente, senza preoccuparsi minimamente della crescente contraddizione esistente tra il processo di accumulazione e la ricaduta negativa dei suoi risultati sull’intero sistema sociale.