Riconversione culturale e soppressione della “proprietà privante”

ugo matteiDopo il “Manifesto” sui “Beni comuni”, Ugo Mattei torna sempre, per i tipi di Laterza, su un tema a lui caro, con la pubblicazione, nella collana “Idola”, di un nuovo saggio, dal titolo “Senza proprietà non c’è libertà. Falso!”. Il saggio non si discosta nella sostanza dal “Manifesto”, almeno nelle conclusioni, mentre il corpo centrale dell’analisi è costituito dalla critica che Mattei effettua del rapporto, largamente condiviso dalla cultura moderna dell’Occidente, tra proprietà e libertà.
Al riguardo, Mattei ritiene che la liberazione dell’umanità dai ceppi del “terribile diritto” debba essere “unicamente lo studio giuridico della proprietà privata nei suoi dettagli tecnici, che sfuggono a chi la guarda da storico, da filosofo, da sociologo e ancor più da economista”, producendo “materiali inconfutabili per sostenere la tesi che la proprietà privata, lungi dall’essere guardiana di ogni altro diritto […], sia invece istituzione carnefice della libertà stessa insieme dell’emancipazione, della solidarietà e della cittadinanza. Dietro la locuzione proprietà privata si nasconde, infatti, un potere privante, che istituzionalizza estrazione e sfruttamento dell’uomo e della natura e che in questo senso è il peggior nemico della libertà intesa come emancipazione”.
In tal modo, come viene osservato, Mattei confuta l’ipotesi dominante che configura la proprietà privata come la base della libertà dei moderni, sostenendo che essa, in realtà, nasce da atti predatori originari, consumati ai danni dei più ad opera di ristretti gruppi dominanti. All’origine della proprietà privata starebbe perciò il potere di questi gruppi, al quale è corrisposta sempre una soggezione e, dunque, la mancanza di libertà da parte dei dominati, per cui tanto più liberi sono i dominanti, tanto meno liberi sono i dominati. Con l’interpretazione della proprietà come esito di un atto predatorio, Mattei introduce, nella sua critica al diritto moderno di proprietà privata, il concetto di “proprietà privante”, come espressione della natura escludente dalla fruizione dei beni oggetto del diritto di proprietà nei confronti di coloro che sin dall’origine ne sono stati privati, e continuano ad esserlo oggi, per via della forma di produzione capitalistica fondata appunto sul “terribile diritto”.
La proprietà privata, divenuta “potere privante”, è oggi la vera sovrana; è lei – afferma Mattei – a risultare sovrana e non il popolo come affermano le “declamazioni costituzionali. E’ lei a dominare lo Stato e riproporre con successo disuguaglianze e rappresentanza di senso. E’ lei che paradossalmente può sovvertire l’ordine costituzionale e ha i mezzi per tacciare di sovversivo chi ne smaschera la metamorfosi“. Oggi, nelle società capitalistiche, dominate dal libero mercato e dal dominio del capitale sarebbe l’economista il “vero sacerdote dell’organizzazione sociale”, strettamente connessa con il modo di produzione che ha il suo fulcro insopprimibile nel diritto di proprietà privata. E’ infatti con la teoria economica classica, affermatasi a cavallo tra il XVII e il XIX secolo, che gli economisti hanno espulso dal proprio campo d’indagine il problema della distribuzione delle risorse; espulsione che subirà la formalizzazione più rigorosa con la cosiddetta “rivoluzione marginalista, una rifondazione della teoria economica, che sostituirà la teoria del valore dei beni prodotti, basata sulla quantità di lavoro in essi contenuto, con la loro utilità, espressa dal loro prezzi di mercato. In tal modo – afferma Mattei – la teoria economica si è liberata “della locuzione ‘politica’” ed è divenuta “come oggi semplicemente ‘economia’ […], rivendicando neutralità, oggettività e status scientifico in un legame strettissimo col positivismo metodologico”.
Con la formalizzazione della nuova teoria economica, la distribuzione attuale delle risorse è il solo dato di fatto che può essere assunto nell’analisi scientifica dell’attività economica; essendo il problema della giustizia distributiva un problema collocato nel mondo del “dover essere”, ossia in quello dei valori, e non un problema collocato nel mondo dell’”essere”, a differenza di quanto può accadere nel primo mondo, in quello dell’essere non ci si può dividere politicamente sulle soluzioni proponibili, in quanto scientificamente fondate.
Nello scenario dominante della teoria economica moderna (neoclassica), si è ossificato il convincimento fra gli economisti che nello studio dei fatti economici ci si debba occupare solo dell’impiego efficiente delle risorse scarse disponibili e non della loro giusta distribuzione tra tutti i componenti dei sistemi sociali. Allo steso modo degli economisti, anche i loro colleghi giuristi hanno condiviso l’idea che le proposizioni giuridiche potevano essere analizzate scientificamente solo sul piano delle leggi vigenti e non su leggi solo immaginarie, o non ancora adottate dal sistema della legalità esistente.
Dopo la Grande Guerra, questo convincimento degli economisti e dei giuristi è stato in parte “oscurato” dalla cosiddetta rivoluzione keynesiana, la quale, senza peraltro criticare ab imis l’assunzione della distribuzione delle risorse come un dato, ha messo tuttavia in evidenza come non si potesse avere uno stabile ed efficiente funzionamento del sistema economico, senza una giusta distribuzione del prodotto sociale, implicante sia pure indirettamente un’attenuazione del diritto di proprietà privata delle risorse, esprimenti il capitale sociale a disposizione di ogni gruppo statualmente organizzato. Tuttavia, l’antico convincimento, conservatosi sotto traccia sino alla metà degli anni Settanta, è potentemente riemerso- afferma Mattei – “dopo decenni di paziente lavoro clandestino della Mont Pelerin Society (il gruppo di studio internazionale fondato da Hayek, Friedman e von Mises), con il trionfo di Reagan e della Thatcher, travolgendo qualsiasi progetto di ridistribuzione della proprietà privata”. La diffusione del pensiero montpeleriniano, abbracciato “improvvisamente e voracemente” dalle forze politiche di sinistra, ha portato con sé “un rinnovato culto delle proprietà privata e del suo legame con la libertà”, mentre le privatizzazioni delle risorse pubbliche, inaugurate a partire dagli anni Ottanta, sono state presentate come liberalizzazioni del mercato.
Il crescente processo di privatizzazione è valso, a parere di Mattei, a trasformare la proprietà delle risorse pubbliche in proprietà privante, la quale è divenuta tanto forte da riuscire a sottrarsi ad ogni forma di controllo da parte dello Stato, “privatizzandone e dominandone le istituzioni”. Di qui – conclude Mattei – la necessità, oggi, “di un ripensamento istituzionale profondo di natura, a sua volta necessariamente costituente, che […] sappia in tal modo ricostruire istituzioni proprietarie generative e non estrattive”.
Queste nuove istituzioni, sulla quali saranno chiamati a lavorare giuristi ed economisti, non potranno più essere viste come istituzioni che, in nome della libertà, siano finalizzate a proteggere la crescita senza limiti, lo sfruttamento continuo delle risorse e delle persone e il perseguimento incondizionato del profitto e della rendita; al contrario, esse dovranno essere volte a rendere sostenibile, dal punto di vista ambientale, il funzionamento del sistema produttivo, attraverso una riconversione del sistema sociale attuale che, in quanto plasmato dal capitalismo globalizzato, è ormai al collasso. Solo scrollandosi di dosso la logica perversa del capitalismo, la civiltà umana può salvarsi, “mediante una riconversione culturale dell’Occidente, attraverso un nuovo senso comune, che nasca dalla resistenza diffusa, pubblica e privata, ma sempre collettiva, nei confronti della proprietà privante e dei suoi inganni ideologici e individualizzanti”.
La critica di Mattei contro l’istituto della proprietà privata, sebbene condivisibile quando essa è riferita in particolare alle risorse naturali, e le proposte suggerite per innovare l’attuale struttura istituzionale e produttiva dei sistemi sociali dell’Occidente sono però poco realistiche. La critica riecheggia le tesi di Serge Latouche e di tutti i “decrescisti” e, al pari di questa manca di specificare attraverso quali procedure sia possibile promuovere una transizione ad un modello organizzativo dei sistemi sociali capitalisti in grado di salvaguardare l’integrità dell’ambiente e il governo autonomo dei beni affrancati dalla proprietà privante.
In linea di principio, si può osservare che il dominio attuale esercitato dal mercato sullo Stato non è irreversibile, e che la sua reversibilità rende plausibile una progettualità politica più realistica di quella implicita nella prospettiva della conversione culturale dell’Occidente suggerita da Mattei. A fronte del rischio di una gestione dei beni affrancati dalla proprietà privante da parte di uno Stato dominato dal mercato, è possibile ipotizzare, non la rinuncia a tutte le potenzialità che il mercato capitalista ha reso e continua ad offrire, ma l’avvio di un’attività politica fondata sulla capitalizzazione dell’esperienza ereditata dal passato; ciò consentirebbe uno stretto legame del presente col passato ed col futuro, ma anche la disponibilità di un “know how” esperienziale per governare qualsiasi processo evolutivo dei sistemi sociali, verso forme organizzative alternative.
Inoltre, occorre anche tener presente che l’esperienza del passato può supportare i provvedimenti innovativi adottati nel presente, ma la riorganizzazione istituzionale e produttiva dei singoli sistemi sociali dipende solo dal modo in cui le società civili si mostrano propense ad accettare i provvedimenti innovativi, in funzione del perseguimento della ristrutturazione dei loro sistemi sociali, aperti al governo dei beni sottratti alla logica capitalistica, secondo forme diverse da quelle possibili con l’esistente asse Stato-mercato.
Questa prospettiva di azione implica la soddisfazione di due condizioni: innanzitutto, che la transizione istituzionale sia di sostegno al processo di ristrutturazione delle attività produttive; in secondo luogo, che le società politiche intensifichino la ristrutturazione in senso democratico dell’organizzazione dello Stato, con l’introduzione di regole decisionali completamente diverse rispetto al passato. Gran parte degli insuccessi accusati sul piano operativo dai sistemi sociali protesi all’acquisizione di forme innovative di governo dei beni disponibili è riconducibile, oltre che alle difficoltà dovute ad eventuali deficit teorici circa le forme di gestione più convenienti, al fatto che le riforme realizzate sul piano strettamente istituzionale non hanno proceduto parallelamente alle necessarie trasformazioni sul piano culturale dei componenti i sistemi sociali. Nolenti o volenti, anche quando i beni disponibili fossero sottratti all’uso secondo la logica capitalistica, tali beni dovranno pur sempre essere gestiti economicamente: in caso contrario, e sin tanto che si continuerà a “filosofare” solo in termini di diritto ed a pensare che i fruitori dei beni disponibili siano tutti pervasi da un generalizzato e radicale spirito “angelico”, il governo di tali beni sarà sempre destinato a subire le pene della “tragedia dei beni di proprietà comune” (tragedia dei commons), per essere costantemente assoggettato alternativamente a sovraconsumo o a sottoutilizzazione, con pregiudizio degli interessi dei loro fruitori.

Gianfranco Sabattini

Le scelte politiche
di fronte al “capitalismo distruttivo”

Piero BevilacquaPiero Bevilacqua, professore di Storia contemporanea presso l’Università di Roma “La Sapienza”, in “Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo”, compie un’analisi critica dell’attuale modo di produzione capitalistico; ma le “ricette” che egli propone per il suo superamento, o quanto meno per la sua correzione, sanno si antico, non solo perché si sono rivelate inefficaci alla prova della storia, ma anche perché sono contraddittorie, se applicate in un’economia di mercato.

A parere di Bevilacqua, il capitalismo è entrato in un’”epoca di distruttività radicale”; esso sta trascinando in un processo dissolutorio le strutture sociali, decomponendo lo Stato, corrompendo le istituzioni politiche democratiche, distruggendo le risorse naturali e vanificando il “senso della vita”. Nonostante tutto ciò – afferma Bevilacqua – la crisi economica recente, “anziché costituire occasione di riflessione profonda, in grado di ripensare gli squilibri insostenibili della gigantesca macchina economica del capitale”, è divenuta “terreno di rilancio di un modo di produzione sempre più privo di ragioni sociali e ambientali”. D’altra parte, benché gli economisti e gli esperti economici di ogni tendenza ideologica, come gli “aruspici dell’antica Roma”, continuino a frugare le “viscere” delle economie in crisi, per scorgere i segni di una possibile ripresa, non riescono a prevedere, così come dopo l’avvento della Grande Recessione, quando sarà possibile uscire dalla situazione attuale.

Bevilacqua respinge le semplicistiche raccomandazioni che il neoliberismo avanza per il superamento della crisi, rifiutando l’idea che la recessione attuale, che ha colpito tutti gli Stati ad economia di mercato, sia un semplice blocco momentaneo del processo capitalistico, perché egli è convinto che non si tratti, in realtà, di un semplice “incidente” momentaneo. In particolare, Bevilacqua respinge le raccomandazioni di quanti, di fronte al persistere della crisi, raccomandano una più stretta regolamentazione dei mercati finanziari, in quanto considerati l’epicentro dello scoppio della crisi; a suo parere, la proposta di una più severa regolamentazione, per quanto apprezzabile, “se non nelle intenzioni reali, per lo meno nelle parole dei proponenti”, non è che una slogan vetusto; ciò perché, la sua irrilevanza, ai fini del superamento della crisi, “mostra quanto insufficiente incomprensione ci sia, da parte dei governi e degli esperti, delle cause profonde che hanno portato al collasso” delle economie di mercato. Tanto più che il sopraggiungere della crisi era ben visibile già prima del 2008, determinata da cause ben diverse dalle crisi del passato.

Quella sopraggiunta nel 2007/2008, a parte la bolla dei mercati immobiliari degli USA, il cui scoppio ha funto da “detonatore” della crisi più generale, quest’ultima, in effetti, è stata determinata nel corso degli anni Ottanta e Novanta del Novecento dal vasto processo di innovazione tecnologica, che è valso a “disaccoppiare” il funzionamento dei mercati finanziari dall’economia reale, sino ad assegnare a questi ultimi un peso tale da “decidere le sorti dell’economia reale a livello mondiale”. L’economia finanziaria, infatti, ingigantendo oltre ogni limite giustificabile i valori monetari, “ha preteso di vivere di vita autonoma, sganciata da ogni equivalente con le merci e i servizi realmente prodotti”. Ma la novità della nuova crisi, rispetto a quelle del passato, – afferma Bevilacqua – è consistita nel fatto che lo sviluppo tecnologico che l’ha preceduta ha comportato, non solo un limitato incremento dei posti di lavoro, ma anche e soprattutto l’espulsione di una gran massa di forza lavoro da molti settori produttivi, con la precarizzazione di quella parte che ancora è riuscita a conservare la stabilità occupazionale; fatti, questi ultimi, che hanno comportato una consistente compressione del monte salari, un crescente indebitamento del settore delle famiglie e un calo della domanda finale, prima ancora che iniziasse la grande depressione del 2007/2008.

A parere di Bevilacqua, il vasto processo di innovazione tecnologica avvenuto prima del 2007/2008 è stato l’occasione della liberazione dell’economia dalle “decennali pastoie burocratiche e sindacali”, al fine di impegnare meglio le risorse disponibili; in questo modo, il capitale avrebbe “messo in campo tutte le sue più potenti armi di conquista”, demolendo pilastri importanti dello Stato sociale e abolendo tutte le conquiste sindacali da tempo conseguite. In conseguenza di ciò, l’ordine delle economie dei Paesi occidentali, realizzato attraverso gli aspri conflitti sociali del XX secolo, è stato radicalmente destabilizzato.

Le politiche neoliberiste, però, sono fallite, originando una situazione economica globale negativa, che i governi e i demiurghi dei Paesi ad economia capitalistica non sono riusciti a rimuovere, nel senso che non sono più riusciti a rilanciare la crescita dei sistemi economici, o quantomeno a rilanciarla secondo i ritmi che sarebbero stati necessari per riassorbire, la disoccupazione creare nuovi posti di lavoro e migliorare i livelli salariali. E’ accaduto così che, malgrado l’enorme capacità produttiva disponibile, le economie non abbiano più potuto fruire di una domanda sufficiente ad “assorbire” la potenziale offerta di beni e servizi prodotti. Contro questa situazione si sostiene spesso che sarebbe opportuno fare ricerca, per immettere nel mercato nuovi prodotti, vincere la concorrenza e creare nuovi posti di lavoro.

Qui sta, a parere di Bevilacqua, la contraddizione delle politiche economiche suggerite per il superamento della Grande Depressione; le nuove tecnologie, posto che siano anche indirizzate ai mercati reali e non esclusivamente a quelli finanziari, se volte a migliorare la produttività delle unità produttive già esistenti, non potranno contribuire ad aumentare i livelli occupazionali; semmai li peggioreranno, contribuendo in tal modo ad abbassare ulteriormente la domanda finale dei sistemi economici, o quantomeno a inasprire le spinte deflazionistiche, scoraggeranno qualsiasi sintomo di ripresa.

Conseguentemente, al contrario di quanto avveniva nel passato, ad un’ulteriore aumento della potenzialità produttiva dei sistemi economici, non può corrispondere, né un aumento del monte salari e neppure una maggiore equità distributiva. Che fare allora per superare l’empasse? A parere di Bevilacqua, il superamento della crisi sarebbe stato possibile se, a fronte dell’aumento della produttività del lavoro verificatosi nei decenni precedenti il 2007/2008 fosse stata adottata una politica pubblica finalizzata, da un lato, a realizzare un’ampia redistribuzione della ricchezza accumulata e, dall’altro lato, ad attuare una sostanziale riduzione della giornata lavorativa e una “spartizione del lavoro di portata pari alla vastità delle trasformazioni produttive realizzate”. In luogo di una tale politica pubblica, in mancanza dell’antagonismo di forze politiche e sindacali che ne avessero determinato l’adozione, si è preferito ripiegare sul terreno della disoccupazione, della precarizzazione della forza lavoro occupata e della riduzione delle garanzie dello Stato sociale.

In tal modo, i sistemi economici in crisi, privati “della spinta e dell’intelligenza riformatrice del suo antagonista storico”, costituito dalle forze politiche e sindacali progressiste, hanno imboccato una via senza uscita, trascinando all’indietro, sul piano del progresso sociale, i singoli sistemi economici. Per il superamento della crisi – afferma Bevilacqua – è divenuto “urgente un cambiamento radicale di rotta, che comporti un riequilibrio nella redistribuzione della ricchezza sociale prodotta in tutti questi decenni. Non ci sono altre vie d’uscita. Il capitalismi deve rassegnarsi all’idea: se vuole vendere le sue merci sempre più abbondanti, deve garantire un reddito anche a quel numero crescente di cittadini a cui toglie il lavoro. E questo comporta l’ingresso di una progettualità sociale che ha poco a che fare con gli automatismi del mercato…Domanda una nuova creatività politica”. Quale?

Al riguardo, Bevilacqua non ha dubbi; pur consapevole delle difficoltà che occorrerà superare, egli propone di “ridurre drasticamente la giornata lavorativa e di distribuire il lavoro come bene, non come merce”; ma anche di inserire “molteplici ambiti dell’economia produttiva e dei servizi entro la sfera dei beni comuni”. Tutto ciò dovrebbe essere realizzato senza creare nuove burocrazie, in quanto il potere pubblico potrebbe gestire le attività produttive ricondotte entro la sfera di sua competenza allo stesso modo in cui gestisce le istituzioni di welfare, accrescendo la democrazia e la partecipazione dal basso dei cittadini. Lo strumento col quale realizzare la trasformazione del modo di produzione capitalistico – afferma Bevilacqua – non può che essere la lotta, “il motore politico che ha trasformato il dominio assoluto del capitale in società industriale…E’ dunque il conflitto sociale che occorre fare rinascere in grande stile, tanto su base locale… quanto sulla nuova scala mondiale in cui si pone oggi gran parte dei problemi”.

Poiché, a parere di Bevilacqua, le potenze responsabili della permanente situazione di crisi nella quale si dibatte il mondo non saranno disposte a tanto cambiamento, occorrerà batterle sul campo, ridando alla classe operaia, alle masse popolari ed a quella che era un tempo la classe media “una rappresentanza politica che ne esprima i bisogni reali, che trasformi le loro spinte in nuovi rapporti di forza nella società e dentro lo Stato”. Solo in questo modo, conclude Bevilacqua, può essere possibile “battere un avversario sempre più privo di orizzonti, di ragioni e di proposte”.

Lo storico della Sapienza non manca, sia pure con riferimento alla sola Italia, di formulare “uno sguardo sul futuro”, indicando una serie di iniziative che, nell’immediato, potrebbero essere intraprese a vantaggio soprattutto della forza lavoro giovanile, quella sulla quale la crisi in atto sta esercitando l’impatto più negativo. Egli, però, nel formulare le sue proposte, non considera minimamente il fatto che l’architrave del suo discorso critico, a parte il riferimento al rilancio della lotta sociale, espressa dalla redistribuzione del lavoro come un bene (tema trattato in più di un’occasione su questo Giornale), risulta essere contraddittorio e non giustificabile sul piano puramente operativo di un’economia a decisioni decentrate; una forma di economia, questa, all’interno della quale lo stesso Bevilacqua ipotizza possa avvenire la trasformazione del capitalismo, senza una espansione ingiustificata della burocrazia pubblica.

Tuttavia, se si considera che le critiche di Bevilacqua sono condivisibili, senza che lo sia però il metodo che egli propone per riformare il modo capitalistico di produrre, non resta che pensare a forme più razionali e meno sorpassate di mobilitazione di quanti non condividono più l’attuale modo di funzionare dell’economia di mercato. Un’alternativa al metodo proposto da Bevilacqua, non può che essere l’introduzione del reddito di cittadinanza, quando questo sia correttamente inteso nel suo significato e nelle sue finalità, contrariamente a quanto avviene in buona parte dell’attuale classe politica. Si tratta di un’alternativa che sta lentamente affermandosi nell’opinione pubblica di molti Paesi europei, tra i quali la Svizzera.

Da questo Paese, pur essendo stata bocciata in occasione di un recente referendum l’idea di introdurre un reddito di cittadinanza incondizionato, emerge una dura verità, sulla quale sarebbe bene incominciare a riflettere. Il governo elvetico e la maggioranza parlamentare si sono schierati contro, sia per ragioni finanziarie, che per ragioni legate al mercato del lavoro, in quanto è prevalsa la tesi, sbagliata, che il reddito di cittadinanza incida negativamente sul necessario legame che dovrebbe sempre esistere tra lavoro e reddito, trascurando la circostanza che il problema più grave del capitalismo dei nostri giorni è proprio quello di non riuscire a creare nuovi posti di lavoro. Si assiste, dunque, ad un’irresponsabile opposizione ad un’innovazione istituzionale, per via del fatto che i Paesi afflitti dagli esiti di una crisi che non riescono a superare, continuino a privilegiare soluzioni di breve periodo, trascurando di dare risposte ad un problema che sarà gioco forza affrontare tra non molti anni, forse in presenza di una situazione sociale molto più esplosiva di quanto non sia quella attuale.

Gianfranco Sabattini

Critica del progresso e ruolo del populismo nelle società in crisi

christopher_laschÈ largamente diffusa l’idea che Cristopher Lasch, storico e sociologo statunitense, morto prematuramente nel 1994, sia stato un conservatore di sinistra. Che Lasch sia stato un conservatore solo perché ha criticato l’idea di progresso, così come questa è stata formulata dai moralisti e dagli illuministi inglesi e francesi del Settecento e difesa, nel corso del Novecento, tanto dai teorici liberali quanto da quelli della sinistra, è un’idea che può essere derivata solo da una lettura parziale della sua analisi critica, considerata troppo esposta al pericolo di derive populiste. Che poi Lasch sia stato un critico di sinistra è un fatto confermato, soprattutto alla luce della crisi globale che sta sconquassando il mondo attuale, dalle pagine profetiche contenute nel libro ”Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica”, uno dei suoi ultimi saggi scritto, prima della morte.
Il saggio impressiona, non solo per la precisione con cui sono stati previsti, con grande anticipo, gli effetti della Grande Depressione del 2007/2008 sulle condizioni di vita dei popoli; ma, soprattutto, per la riconduzione della critica sociale più efficace delle cause della crisi ai “movimenti populisti”, i quali si stanno sempre più affermando all’interno dei Paesi maggiormente esposti alle conseguenze negative della cri stessa. Anziché demonizzarne la presenza, come fanno gli establishment dei Paesi nei quali sta proliferando il populismo, Lasch valuta positivamente il ruolo di tali movimenti; egli rivendica per essi, non tanto la capacità di contribuire a porre rimedio ai mali che affliggono il mondo, quanto quella di “mettere alla frusta” le élite al potere, attraverso una critica radicale alle insufficienze della loro azione; critica che, a parere di Lasch, trarrebbe “gran parte delle sua ispirazione morale nel radicalismo popolare e, più in generale, in quella varietà di critiche del progresso […] portata avanti da quei moralisti la cui sensibilità è stata orientata dalla concezione del mondo dei produttori”.
L’idea di progresso – afferma Lasch – “rappresenta una versione secolarizzata della fede cristiana della provvidenza”. Grazie a questa versione, l’Occidente ha potuto immaginare la storia “come un processo generalmente in moto verso l’alto”; per gli storici del XX secolo, però, l’idea che il progresso potesse tradursi “in un qualche stato finale di perfezione terrena” è divenuta “l’idea morta tra le più morte”, ovvero l’idea che più di ogni altra “è stata spazzata via dalle esperienze del ventesimo secolo”, mentre l’avvento dei regimi totalitari giunti al potere nel corso degli anni Trenta del secolo scorso ha definitivamente screditato ogni visione utopistica del futuro. Il crollo dell’utopia ha concorso definitivamente a far riconoscere e accettare che era possibile salvare la “fede nel progresso”, solo “rinnegandone i toni perfezionistici”.
Una volta stabilite le differenze tra la visione profetica del progresso, di origine cristiana, e quella moderna, diventa possibile capire, secondo Lasch, cosa ha avuto di originale quest’ultima: “non la promessa di un’utopia secolare che avrebbe portato la storia a un lieto fine, ma la promessa di un costante miglioramento, di cui non si poteva prevedere la fine”. L’idea moderna di progresso non ha mai sostenuto la promessa di una società ideale; tuttavia, il fatto che niente fosse dato per certo ha dato origine al senso di provvisorietà, divenuto oggetto di celebrazione o di deplorazione come “intima essenza” dell’idea moderna di progresso. Si è pensato che solo la scienza fosse imperitura, e benché si accettasse popperaniamente la provvisorietà delle sue certezze, il carattere irreversibile del suo sviluppo storico ha consentito di porre rimedio al senso di disperazione cui poteva dare origine la rimozione della fede religiosa di poter raggiungere, attraverso il progresso, “uno stato finale di perfezione terrena”.
La rottura decisiva con il vecchio modo di pensare al progresso è avvenuta quando i bisogni umani, attraverso l’affermarsi della teoria economica come scienza autonoma, sono stati considerati, non più naturali, ma storici e sociali, e quindi suscettibili d’esser soddisfatti in maniera crescente attraverso una razionale organizzazione del sistema sociale. La nuova scienza economica, tuttavia, nonostante sia stata celebrata dai suoi più sensibili formalizzatori come lo strumento col quale liberare il mondo dall’indigenza e dalla povertà, il successivo sviluppo della società industriale, celebrato durante tutto il secolo XIX ed i primi lustri del XX, non ha saputo evitare che, a lungo andare, si dovessero fare i conti con la constatazione che l’abbondanza materiale, resa possibile dalla società industriale, si universalizzasse attraverso istituzioni, quali il mercato, supposte dotate di meccanismi autoregolatori. Lo sviluppo della società industriale, infatti, ha mostrato una crescente incapacità a soddisfare, già a partire dalla seconda metà del XIX secolo, la speranza che il mondo moderno potesse sottrarsi alla instabilità e alla libertà dal bisogno per tutti, diventando tale speranza largamente irragionevole.
Dopo il primo conflitto mondiale, è stato John Maynard Keynes ad operare una rivoluzione scientifica con la quale ha colto i limiti della teoria economica tradizionale, sottolineando che a fare “girare il motore” della crescita del livello di benessere non era il risparmio, ovvero, come precedentemente si sosteneva, l’astinenza dal consumare ciò che offriva il mercato; il risparmio, secondo Keynes, “era una virtù amara, adatta solo a condizioni di scarsità. Il denaro era fatto per essere speso, non accumulato”; una critica, questa, che investiva non solo la presunta capacità del mercato di autoregolarsi, ma anche l’idea che l’ideologia liberale progressista potesse garantire all’infinito una stabile e “giusta” crescita del benessere sociale. La rivoluzione keynesiana, formulata nel periodo tra le due guerre, produrrà effetti rilevanti sul piano sociale solo nei “Trent’anni gloriosi 1945-1975” del secondo dopoguerra. Solo nella forma keynesiana, l’dea di progresso è riuscita a sopravvivere ai rigori della prima metà del ventesimo secolo, incluso quello basato sull’ipotesi, adottata all’interno dei sistemi sociali autoritari, che il progresso potesse essere realizzato anche attraverso la perfettibilità della natura umana.
La versione liberale di progresso, però, si è rivelata – afferma Lasch – “straordinariamente resistente” ai colpi che gli avvenimenti, occorsi sul piano dell’organizzazione sociale dopo il secondo conflitto mondiale, gli avevano inferto; dopo che le presunte virtù del libero mercato autoregolato, di saper garantire una stabile crescita del benessere e della giustizia sociale, erano state largamente screditate, l’idea liberale, nella sua versione neoliberista, è riuscita di nuovo ad imporsi. Oggi, a parere di Lasch, con gli eventi succedutisi a partire dal 1975, compresi quelli connessi allo scoppio della recente Grande Recessione, è diventato difficile, quasi impossibile, “imbastire una difesa davvero convincente dell’idea di progresso”.
La linea di difesa non può che essere quella di “collegare il progresso a un’espansione indefinita dei beni di consumo”; tale espansione presuppone la creazione di un mercato globale “che comprenda tutte le popolazioni del mondo precedentemente escluse da ogni ragionevole prospettiva di benessere”. Il presupposto, che all’inizio del processo di globalizzazione delle economie nazionali era assunto con tanto entusiasmo, oggi ha cessato di ispirare fiducia, per via del fatto che le economie avanzate in crisi, non solo non sono più in grado di portare a compimento progetti ambiziosi, ma neppure riecono a porre rimedio alle disuguaglianze distributive esistenti al loro interno.
Di fronte al malcontento generato dai sistemi economici in crisi, sono state ricuperate alcune tradizioni sommerse della critica sociale; dopo la riemersione dell’idea liberale di progresso, il crescente disagio sociale causato dai fallimenti delle presunte virtù del libero mercato ha spinto i teorici della politica a riscoprire – afferma Lasch – l’“umanesimo civico”, trasformandolo in “parola d’ordine di quanti criticano, da destra o da sinistra, il liberalismo come una filosofia politica sempre meno capace d’imporre agli egoismi particolari la dedizione al pubblico bene”. Secondo questi teorici della politica solo una ripresa dello “spirito civico” può consentire di affrontare i problemi che minacciano di sovvertire il mondo; per questi teorici, a parere di Lasch, la protesta sorretta dallo spirito civico che “pone l’accento sui doveri di partecipazione attiva del cittadino, è molto più adeguata ai bisogni di oggi di quanto non lo sia la filosofia liberale dell’avido individuo”.
Gli storici del movimento dei lavoratori e della cultura di classe del diciannovesimo secolo sono in disaccordo su numerosi problemi; su un punto, però, secondo Lasch, esprimono tutti “un accordo quasi universale”: quello per cui sono stati “gli artigiani qualificati, non i lavoratori dei nuovi impianti industriali, a dominare il movimento dei lavoratori nei primi decenni dell’industrializzazione”. L’assunto che siano stati gli artigiani a dominare il movimento dei lavoratori nel diciannovesimo secolo è spesso negato solo da coloro che “sperano ancora di far quadrare la nuova storia del movimento operaio con il marxismo”. Con la loro critica, gli artigiani non hanno inteso rinunciare di diventare “padroni di se stessi”; hanno inteso solo difendere il loro “stile di vita”, che veniva eroso dall’industrialismo, “grazie a qualche forma di proprietà cooperativa dei mezzi di produzione.
Il movimento degli artigiani non respingeva l’idea in sé di progresso; esso implicava però che il progresso non fosse disgiunto da “una solidarietà locale, regionale o nazionale di fronte al pericolo di un’invasione dall’esterno, che è qualcosa di assai più sostanziale – afferma Lasch – dell’ipotetica solidarietà internazionale del proletariato”. La scoperta delle origini artigiane del radicalismo critico contro gli effetti dell’avvento della società industriale, per la difesa del modo tradizionale di vivere e per l’affermazione di un forte senso d’identità locale, ha spinto molti storici, non del tutto disinteressati ideologicamente, a considerare riduttivamente la critica artigiana del diciannovesimo secolo contro l’industrialismo: “più come una forma di populismo – afferma Lasch – che come il primo passo verso il sindacalismo e il socialismo ‘maturi’”. A parere dello studioso americano, la critica artigiana ha significato qualcosa di molto preciso: soprattutto, “difesa della professionalità, opposizione a tutta la struttura della finanza strumentale alla montante società industriale e rifiuto del lavoro salariato”. Sennonché, non essendo ancora disponili le teorizzazioni che James Meade esporrà un secolo dopo in “Agatotopia”, la scoperta del fatto che un sistema di cooperative non può funzionare senza un qualche appoggio da parte dello Stato è giunto troppo tardi “per permettere agli operai e ai contadini di far causa comune“ con gli artigiani.
Il disprezzo con cui in tanti guardano al populismo del secolo scorso porta con sé l’ipotesi, anzi la presunzione, che il nostro tempo dominato dall’ideologia neoliberista disponga del “knw how” necessario per conciliare efficienza nell’uso delle risorse, giustizia sociale e libertà decisionale dei componenti il sistema sociale. Nulla però, in questi ultimi cinquant’anni, giustifica una simile ipotesi; perciò, a giudizio di Lasch, il senso della critica artigiana del diciannovesimo secolo alla società industriale merita d’”essere presa nella più attenta considerazione”; essa, la critica populista, malgrado la sua sconfitta, può in prospettiva ancora insegnare alle generazioni attuali a rendersi conto dell’urgenza di superare la situazione contemporanea e della dense nubi che oscurano il loro possibile futuro se rinunciassero a portare avanti la loro critica radicale allo status quo.
Quanto si qui esposto, commentando l’analisi di Lasch, sulle origini e sul ruolo del populismo, si adatta bene alla situazione in cui versa l’Italia. La crisi politica ed economica, infatti, da anni sta sempre più aggravando la tenuta del sistema sociale del Paese, sino a favorire la lievitazione di una crescente protesta popolare. La protesta, tuttavia, non costituisce in sé la soluzione dei mali che affliggono il Paese, ma pone delle precise richieste all’establishment che, anziché dare delle risposte credibili, sinora non ha fatto altro che demonizzare il movimento che la esprime. Il fatto che a quest’ultimo si imputi la presunta incapacità di governo non può giustificare la tendenza a trascurare il senso della protesta, accusando il movimento d’essere chiuso ad ogni tentativo di coinvolgimento nelle scelte politiche.
Un movimento di protesta non può lasciarsi coinvolgere nella responsabilità di scelte politiche ed economiche per la cura di interessi che sono estranei a coloro che vi aderiscono; soprattutto se esso non dispone dell’appoggio di “gruppi” portatori di specifiche interpretazioni della teoria economica. Indubbiamente, ciò può costituire un motivo di debolezza, che può esporre il movimento al pericolo d’essere affiancato, nell’esercizio della protesta, dal populismo di estrema destra. Si può solo osservare, tuttavia, che un populismo adatto alla situazione politica ed economica dell’Italia del ventunesimo secolo, oltre a rimarcare la sua diversità dalla nuova destra xenofoba e nazionalista, dovrà anche evidenziare di non aver niente in comune con i movimenti populisti del passato, se non l’ispirazione morale al radicalismo della loro protesta.
D’altra parte, l’establishment del Paese conosce bene il senso delle richieste del populismo progressista e riformista nazionale; in ultima istanza, che si ponga rimedio agli esiti disastrosi di una globalizzazione senza regole, che si rimuovano le disuguaglianze personali e territoriali e che il processo di integrazione europea sia portato a compimento sconfiggendo l’egemonia ordoliberista della Germania. Se non si sapranno dare risposte valide a queste richieste, si può fondatamente prevedere che il futuro non sarà benigno, né per l’establishment, né per i poteri forti che lo esprimono, né per l’intero Paese.

Elio Gioanola. Quando la poesia indossa la maglia nerazzurra dell’Inter

gioanolaLo storico della letteratura italiana Elio Gioanola, autore di libri e saggi importanti su Leopardi, Manzoni, Pascoli, Pirandello, Pavese, C.E. Gadda ecc., sin dall’infanzia appassionato di calcio, a ottant’anni suonati, in Il cielo è nerazzurro. Storia e passione Inter (Jaca Book, Milano 2016, pp. 188, € 16,00) si è deciso a scrivere di sport e a raccontarci la sua “passione adulta per l’Inter, essendo stato il Torino il primo amore calcistico, purtroppo scomparso a Superga. Avevo sedici anni e per molto tempo sono stato senza una squadra del cuore.[…]Poi è arrivata l’Inter, ormai trent’anni fa, e da allora è rimasta il mio tifo più acceso, al punto che mi sembra di essere stato sempre interista. Forse le passioni tardive sono le più tenaci”. A differenza di Gioanola, che diventa tifoso un po’ per caso a cinquant’anni, il poeta Vittorio Sereni fin da giovane è un interista “perso” al punto da stare fisicamente male per la propria squadra ed essere costretto a disertare il derby dopo un micidiale 4 a 4 del febbraio 1949. Sereni, che si definisce “un tifoso come tanti, spesso portato a chiedersi se l’Inter non occupi una parte troppo grande dei suoi pensieri”, è affascinato dal gioco del calcio inteso come metafora dell’esistenza. Festa popolare dotata di un senso che va oltre il suo significato puramente sportivo. Infatti, nel testo Il fantasma nerazzurro, che rievoca la partita serale di Coppa dei campioni, nel 1964, fra l’Inter e il Borussia, Sereni ci parla dello spettacolo “sbalorditivo della folla compatta attorno a una squadra, sbalorditivo perché in quanti altri casi è dato trovare tanta gente unanime attorno a qualcosa in uno spazio relativamente ristretto, tanto da illuderti che lì si riveli e ti si apra il cuore autentico di un’intera, sterminata città […]?” Spettacolo vibrante, carico di colori e di suoni, come quello che lo spinge a raccontare nella poesia Domenica sportiva, compresa nella terza edizione della raccolta di versi Frontiera, una sfida a San Siro tra l’Inter e la Juventus: “Il verde è sommerso in neroazzurri./ Ma le zebre venute di Piemonte/ sormontano riscosse a un hallalì/ squillato dietro barriere di folla./ Ne fanno un reame bianconero./ La passione fiorisce fazzoletti/ di colore sui petti delle donne. // Giro di meriggio canoro, / ti spezza un trillo estremo./ A porte chiuse sei silenzio d’echi/ nella pioggia che tutto cancella. Sfida che procura al poeta ebbrezza, momenti di gioia che si oppongono alla negatività dell’esistenza, della politica e della storia. Ma, quando l’incanto di suoni e colori viene spezzato dal fischio dell’arbitro, che decreta la fine della partita, il divertimento cede al malumore della festa finita e “un senso amaro di vacuità e quasi di rimorso” – chiosa il poeta – invade l’animo degli spettatori che svuotano le gradinate. Allora lo stadio, come nella poesia Altro compleanno, che chiude la raccolta Stella variabile, quarto e ultimo libro di poesie di Sereni, diventa “un gran catino vuoto”, una costruzione di pietre nel deserto che riflette, come uno specchio, il tempo passato inutilmente. Un simbolo dell’attesa del futuro che non si conosce, dell’impossibilità dell’uomo di formulare programmi o affermare certezze: “A fine luglio quando/ da sotto le pergole di un bar di San Siro/ tra cancellate e fornici si intravede/ un qualche spicchio dello stadio assolato/ quando trasecola il gran catino vuoto/ a specchio del tempo sperperato e pare/ che proprio lì venga a morire un anno/ e non si sa che altro un altro anno prepari/ passiamola questa soglia una volta di più/ sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore/ e un’ardesia propaghi il colore dell’estate”. Spesso, nel “gruppetto di interisti scelti” guidato da Sereni, che nelle domeniche degli anni Settanta si reca allo stadio, ci sono il musicista Gino Negri e i poeti Giovanni Raboni e Maurizio Cucchi. Quest’ultimo ispirato dalla squadra del cuore, scrive i versi della poesia intitolata 53, dove l’inizio della passione calcistica, vissuta dall’autore-bambino come un apprendistato alla vita, si mescola all’amore-nostalgia per il padre e al ricordo degli idoli (il portiere Giorgio Ghezzi e i centravanti Lennart Skoglund, Stefano Nyers e Benito Lorenzi) che hanno contribuito a fare grande la storia del club neroazzurro: “L’uomo era ancora giovane e indossava/ un soprabito grigio molto fine./ Teneva la mano di un bambino/ silenzioso e felice. / Il campo era la quiete e l’avventura, /c’erano il kamikaze, / il Nacka, l’apolide e Veleno. / Era la primavera del ’53, / l’inizio della mia memoria./ Luigi Cucchi/ era l’immenso orgoglio del mio cuore, /ma forse lui non lo sapeva”.

Lorenzo Catania

Il lato umano della storia. Vivà, orgoglio e sacrificio di una donna moderna

vittoria-nenni-auschwitzPresso la Casa della Memoria e della Storia, è stata presentata la seconda edizione del libro di Antonio Tedesco “Vivà, la figlia di Pietro Nenni dalla Resistenza ad Auschwitz”.

Il libro racconta la storia di una delle figlie di Pietro Nenni, Vittoria (Vivà per gli amici) tragicamente deportata ad Auschwitz dove morì dopo aver partecipato attivamente alla lotta per la liberazione di Parigi, dove la famiglia Nenni si era trasferita in esilio.

La nuova edizione, come raccontato dallo stesso autore, è stata arricchita con nuovi documenti e approfondisce il rapporto padre-figlia. Pietro Nenni, personaggio quasi sacro per la storia del ‘900, in Vivà non è solo il brillante statista che fu, ma un padre e un marito in una dimensione intima e umana.

Dalle pagine del libro e dalle parole di chi ieri lo ha presentato, emerge la storia di una donna che, come ha detto il presidente delle fondazioni Nenni e Buozzi, Giorgio Benvenuto, ha la gioia di vivere. Lo si capisce fin dalla copertina, dove la vediamo ritratta in una fotografia del giorno del suo matrimonio a ventidue anni. Il marito alla sua sinistra, il papà Pietro alla destra e un sorriso fiero sul volto.

La segretaria confederale della UIL Silvana Roseto mette in risalto il suo essere donna. Il clima in Francia lasciava spazio all’emancipazione femminile. Mentre in Italia la vita della donna ruotava intorno a quella familiare, in Francia le ragazze come Vivà erano libere di uscire da sole, andare in bicicletta, andare a bere qualcosa la sera. Antonella Buccaro, curatrice di un’opera teatrale sullo stesso tema che verrà rappresentata prossimamente, ci racconta che Vivà faceva tutto questo, conquistando Parigi con la sua elegante semplicità, ordinando nei bar “un bicchiere di niente”.

Silvana Roseto evidenzia come questo sia dovuto ai valori che le sono stati trasmessi dalla famiglia. Non solo dal padre, di cui Vivà ha ripreso la dignità e l’incredibile umanità, ma anche dalla madre Carmen, che le ha insegnato ad essere donna a tutto tondo: amica, sorella, figlia, moglie.vittoria-nenni

Sebbene Vivà, come sottolinea Antonio Tedesco, fosse la meno interessata alla politica delle sorelle Nenni, la sua forza d’animo l’ha spinta alla lotta attiva, mettendo a disposizione la tipografia del marito per sostenere la liberazione di Parigi, invasa dai nazisti. Questo gesto, è tragicamente costato la vita ad entrambi.

Ma neanche l’arresto e la deportazione sono riusciti a piegare Vittoria Nenni. Avrebbe avuto la possibilità di salvarsi, in quanto italiana, eppure ha scelto per onore di rimanere con le amiche, di andare fino in fondo nella sua lotta. “Dite a mio padre che sono morta rimanendo me stessa”, sussurra all’amica in punto di morte.

Enrico Ponti mette in risalto l’incredibile connessione con il padre che a distanza e senza sapere, per le stesse motivazioni non ha voluto chiedere l’intervento del suo nemico, ma anche ex amico, Benito Mussolini. Una scelta che inevitabilmente tormenterà Pietro Nenni per sempre. Attraverso pagine del suo diario, ieri rievocate da Giorgio Benvenuto, emerge lo straziante dolore di un padre che ha perso una figlia di cui, al tempo stesso, è fiero. La sua unica, misera consolazione è sapere che “avrebbe potuto salvarsi da sola, e non lo fece per dignità di carattere”. Silvia Tolloi ha raccontato di quanto disse a Nenni: “Hai una figlia stupenda”, riferendosi alla maggiore, Giuliana. A Pietro Nenni sfuggì una lacrima: “Perché non hai conosciuto Vivà”.

Il libro di Antonio Tedesco racconta questo e molto altro. Un’opera che svela il lato umano della storia.

Giulia Clarizia

Blog Fondazione Nenni

“Cari compagni”, la sinistra italiana dello storico Tamburrano

tamburrano“Cari compagni…” esordisce Giuseppe Tamburrano. Oggi, a 87 anni, l’ex Presidente della Fondazione Nenni ha presentato un suo libro che doveva uscire nel 1992, ma venne bloccato dalla bufera di Tangentopoli, commissionato dalla Rizzoli che poi, convinta dai venti freddi che spiravano dal palazzo di giustizia milanese, decisero di soprassedere. Vicenda bizzarra di un bizzarro paese. La Sinistra italiana. 1892-1992, è il titolo del saggio, che ripercorre la Storia di una parte politica che ha avuto sempre un ruolo di primo piano nel nostro paese. Dalla fondazione del PSI a Genova, alle stagioni successive, Tamburrano racconta idee, passioni, speranze. Il libro è stato riproposto nella versione originale, curato con amore e attenzione da Gianna Granati. Ma, pur datato nell’ideazione, il libro non ha smarrito l’efficacia iniziale. Doveva arrivare esattamente dieci anni dopo la mostra fotografica organizzata dalla Fondazione Nenni nell’82 sul tema “Psi novant’anni di storia”. Ha visto, invece, la luce trentaquattro anni dopo. Per merito di un dinamico editore, Bibliotheka Edizioni, ultima opera della collana “Bussole” (dopo “Populismi”) curata dalla nostra Fondazione.

Nella Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato, si sono ritrovati i rappresentanti delle diverse anime della Sinistra italiana perché, come ironicamente sottolinea l’autore nel libro, persino la costruzione del nido originario, il Psi, viene favorito da una scissione.. Con Tamburrano hanno discusso il presidente delle Fondazioni Nenni e Buozzi Giorgio Benvenuto, Giuseppe Vacca presidente della Fondazione Gramsci, l’ex ministro del lavoro Cesare Salvi e i segretario del Partito Socialista, Riccardo Nencini. Era presente in sala Sergio Zavoli e hanno inviato affettuosi saluti Emanuele Macaluso e Giorgio Napolitano bloccati a casa dal malanno stagionale, l’influenza. Alla fine dell’evento Tamburrano ha ricevuto in omaggio dal sindaco di Rossano una copia del Codex Purpureus: un Evangelario miniato del V-VI sec, originario di Antiochia in Siria e custodito nel comune calabrese. Il nonno del primo cittadino fu deportato insieme a Vittoria Nenni.

“È un opera che invita alla memoria” – ha detto Salvi – “andrebbe letto molto dai giovani”. Il libro infatti va dalle radici risorgimentali e mazziniane – “scelta originale” secondo Vacca – al Compromesso storico, definito sempre da Salvi “l’ultimo grande progetto politico della Prima Repubblica”. Salvi ha ricordato le conquiste importantissime della Sinistra per l’Italia, figlie pure di mediazioni: lo Statuto dei lavoratori con l’articolo 18 o la stessa Costituzione della Repubblica. Il Riformismo occidentale del Dopoguerra ha prodotto crescita e occupazione, ha costruito uno Stato sociale. Poi, di fronte alle crisi successive – è stato osservato dall’ex ministro – ha avuto un comportamento troppo “pavido” di fronte alle soluzioni neo-liberiste. Oggi appare in crisi, ma può avere ancora degli spazi. Salvi ha fatto l’esempio di Corbyn e Sanders, 67 e 75 anni e del loro successo tra i giovani.

Secondo Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci, il libro “voleva andare in direzione dell’unità della Sinistra”, in un’epoca in cui già l’URSS e il PCI non c’erano più. Tamburrano, a parere di Vacca, illustra bene il “paradosso” del comunismo italiano. Nonostante il fattore K, il partito faceva un’opposizione consociativa e costruttiva e amministrava le realtà locali in maniera socialdemocratica. Vacca ha elogiato anche la parte sul ’56, “trattato sine ira et studio” nell’opera.

Il senatore Nencini ha notato “due nodi” nella Storia della Sinistra italiana: l’opposizione al movimento operaio – e a quello cattolico – nell’unità d’Italia e l’industrializzazione che è arrivata in ritardo. “I partiti oggi non hanno esaurito il loro ruolo” secondo Nencini, “lo hanno esaurito i partiti tradizionali”. Ha fatto l’esempio di Syriza in Grecia e del Movimento 5 Stelle in Italia, come di nuovi tipi di forze politiche.

“Il libro può servire da stimolo nello scenario di oggi”, ha detto il presidente Benvenuto. “La Sinistra non è più capace di rinnovare, ma ci sono ancora degli spazi a Sinistra”. Le domande di libertà e di solidarietà, di un’economia al servizio dell’uomo, sono forti tra i giovani. E la Sinistra che ha cercato di chiudere col passato deve guardare di nuovo ai vecchi ideali. Leggendo libri come questo, può ritrovare fiducia nel futuro. “Non serve il rimpianto” ha ammonito Benvenuto, ma servono “azione e volontà.”

Mauro Milano
Blog Fondazione Nenni

Aldo Forbice, Fuori dal coro nella conquista dei diritti umani

Aldo ForbiceAldo Forbice è noto per aver condotto il programma Zapping di Radio 1Rai, ma anche per aver scritto molti saggi di interesse umanitario e di denuncia sociale. Come autore egli ha uno stile inconfondibile, che «lascia sempre nei suoi testi tracce anche profonde delle proprie esperienze personali e professionali»: è questo un leitmotiv che bisogna tenere presente nella lettura del suo romanzo Fuori dal coro. Uno strano suicidio, un giornalista catapultato nell’indagine e una domanda: “Cos’è la libertà”, (Dario Flaccovio editore, Palermo 2016, pp. 319). Un romanzo anomalo non autobiografico, in cui si fonde però con sagacia un vissuto quotidiano misto a vicende fantasiose, che confluiscono in una trama avvincente, quasi in un thriller con «alcuni inquietanti suggestioni ultraterrene» (p. 7).
Il protagonista, Max Ferrari, è un conduttore radiofonico, che un giorno resta colpito dallo strano suicidio della giovane Sofia Chiti, moglie di un noto architetto. Egli dà la notizia nella propria trasmissione La Ribalta, sollevando molti interrogativi, che ingombreranno per parecchio tempo la sua mente su quella morte misteriosa avvenuta nel quartiere dei Parioli. Spinto da curiosità e da un profondo senso di giustizia, egli si reca nella zona dove conosce la sorella Giulia, che lo coinvolge in un groviglio di relazioni, di bugie e di segreti atti a suscitare maggiore curiosità per un caso chiuso in modo frettoloso dalla polizia.
Senza ricavare una risposta soddisfacente, Max si dedica nel frattempo alla propria trasmissione radiofonica, coadiuvato da un gruppo composito di collaboratori, non sempre animati da passione professionale per la scarsa gratificazione economica e l’eccessiva invasività degli ascoltatori. Nonostante il clima non sempre idoneo a rendere più viva la trasmissione, egli promuove campagne umanitarie contro la pena di morte, la tortura, la violenza sulle donne e sui bambini in vari Paesi del mondo. Riguardo a quest’ultima iniziativa pensa così di lanciare una campagna umanitaria (oltre che professionale), che punti sulla denuncia del turismo sessuale, dei bambini-soldato e delle mutilazioni sessuali. La violenza su questi piccoli esseri umani è connessa al «traffico di organi», ossia – come gli riferisce in una telefonata un’anonima infermiera – ad «un fenomeno criminale poco conosciuto», in cui sono coinvolti chirurghi senza scrupoli, mediatori e procacciatori delle vittime innocenti. Il «turpe traffico» si inserisce in un «commercio clandestino e illegale di organi», che ha un tariffario ben preciso: «rene 200 milioni, fegato 300, cornea 170, midollo osseo 320, cuore 300, pancreas 280, arterie 20 milioni…» (p. 83).
La denuncia dell’autore, già compiuta nel suo pionieristico libro Orrori. I crimini sui bambini del mondo (Milano 2004) arricchisce quella dell’Unicef, organizzata per contrastare le diverse forme di schiavitù dell’infanzia. Un traffico criminale, oggi presente anche su Internet, che dà la possibilità ad organizzazioni malavitose di gestirlo in «catene dell’espianto» con sedi in India, Messico, Pakistan, Romania e Turchia. Uno spaventoso uso del traffico di organi, che si aggiunge a quello del mercato sessuale, di cui in Occidente si continua a sottovalutare la natura devastante del fenomeno e «a fingere che non accade nulla» (p. 84).
Nel prosieguo del racconto Max descrive l’incontro con il sindaco capitolino, la presenza delle varie organizzazioni umanitarie e il ruolo svolto dalla trasmissione nel salvare la vita di Safiya dalla lapidazione. L’iniziativa passa inosservata nello staff redazionale, assorto nell’indifferenza o rinchiuso nel proprio tornaconto personale, mentre Max cerca di convincerlo a svolgere le funzioni assegnate dalla Grande Azienda e a proseguire la lotta a favore delle donne oppresse in Nigeria. Per il conduttore radiofonico la tutela dei diritti umani deve assumere una valenza nuova nella trasmissione, al di fuori delle pressioni politiche e dei gruppi economici. La sua visione professionale si scontra con la mentalità burocratica dei funzionari, sottoposti a ricatto di ogni sorta nell’assunzione di nuovi giovani e intenti a trascurare il merito a favore della «segnalazione».
Nel frattempo l’inchiesta del suicidio di Sofia rimane sempre aperta (seppure catalogata come suicidio), mentre la scomparsa della sorella apre scenari nuovi con la sua fuga prima in Costarica e poi in Argentina, dove dà alla luce una bimba di nome Benedetta Sofia (p. 136). Un’intensa e inquietante narrazione che si arricchisce con l’atteggiamento equivoco del marito architetto e della sua collaboratrice Alessia, entrambi conoscitori di molti misteri ma restii a rivelarli per il timore di essere invischiati nel suicidio della povera Sofia. Una trama che lascia però in una situazione vaga il rapporto del protagonista con la figlia «volatilizzata, senza che lui potesse più incontrarla e neppure sentire la sua voce al telefono» (p. 189). La sua insonnia, causata dalla lontananza della figlia, lo martella di tristi pensieri per colpa della madre, la cui cattiveria si manifesta con il ricorso ai numerosi ostacoli di carattere giudiziario e di condizionamento psicologico della comune figlia, «sino al vero e proprio plagio, una sorta di ostruzionismo di ogni tipo» (p. 233): un’amore filiare travolto da situazioni incresciose che si ripercuotono sulla salute di Max a causa di un tradimento muliebre, di una vendetta inspiegabile e di una partenza dai Castelli romani per Torino, la città subalpina simbolo della doppiezza umana.
La campagna sui costi della politica riscuote grande successo tra gli ascoltatori e gli intellettuali più o meno noti. Essa verte sull’urgenza di eliminare indennità e vitalizi, oltre che sulla riduzione del numero dei parlamentari e sul taglio di privilegi e diritti acquisiti. Su questa situazione viene promossa una raccolta di firme, che suscita reazioni contrarie del ceto politico e della Grande Azienda, l’uno intento a salvaguardare interessi corporativi e l’altra asservita al potente di turno. Il suo direttore si oppone alla raccolta per il timore di perdere la poltrona e per il rischio di dispiacere agli ambienti filogovernativi. La cospicua raccolta di firme (527.037) e la loro consegna ai Presidenti delle due Camere vanificano la frenetica attività del conduttore, che vede l’iniziativa ritorcersi come un «boomerang» sulla trasmissione. Essa viene infatti presa di mira dal ceto politico con alcune interrogazioni parlamentari, mentre il conduttore è tacciato di ledere le istituzioni e il prestigo del servizio pubblico.
La Grande Azienda, ignara del successo straordinario della trasmissione, decide di chiuderla e di non rinnovare più il contratto al conduttore. Il licenziamento e l’abbandono della redazione, la fine del programma e l’assenza di solidarietà gli provocano una grande sofferenza per l’ingiusta uscita di scena e l’estromissione «da un copione in cui era entrato con forza da protagonista e dal quale era uscito come un figurante, cioè un personaggio non essenziale, neppure come testimone» (p. 289).
Rimane la soddisfazione dell’insegnamento, la solidarietà dei suoi allievi e soprattutto il loro interesse verso i diritti umani, la cui tutela è costellata da innumerevoli successi, ma anche da ostacoli insormontabili. La sistematica e quotidiana violazione dei diritti umani è diffusa in tutto il mondo, dove bambini e donne sono le principali vittime in India con le vedove che «ancora oggi finiscono sul rogo insieme al corpo del marito» (p. 294), in Pakistan con le donne devastate dall’acido oppure in Cina con le donne vittime della secolare schiavitù degli uomini. Di queste inaudite violenze Max offre un quadro minuzioso e realistico del Rwanda, della Siria, del Pakistan o di altri Paesi come l’Afghanistan o il Bangladesh, dove i talibani cacciano le bambine dalle aule scolastiche con il gas asfissiante oppure i lenoni ricorrono alla droga per costringere le bambine a prostituirsi. A Tangail, una cittadina situata nel centro del Bangladesh, la prostituzione minorile ha una dimensione macroscopica per l’elevato numero di bordelli, dove bambine di dodici-tredici anni sono costrette a ingoiare pillole per le mucche con lo scopo di farle ingrassare e renderle più appetibili.
Sulla base di questa diffusa violenza, l’Autore apporta un interessante contributo al dibattito sui diritti umani, che non possono prescindere da quelli relativi all’alimentazione, all’assistenza, all’istruzione ed anche all’altro più recente di vivere in un ambiente meno inquinato. Egli propone così una rimeditazione della letteratura sull’argomento, il cui contributo essenziale va da John Locke a Cesare Beccaria, entrambi difensori della sacralità della vita umana, fino alle formulazioni espresse nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948), nella Carta europea dei diritti dell’uomo (1950) e in quella più ricca del 2000, laddove si pone l’accento sulla definizione di valori umani come uguaglianza, libertà, dignità, solidarietà e cittadinanza: principi, che stanno alla base delle costituzioni democratiche moderne e che andrebbero meglio tutelati per la salvaguardia della pace e della convivenza civile.

Le considerazioni nebulose di Stella, Roth e la “patria ritrovata”

Joseph Roth

Joseph Roth

La coincidenza del centenario della morte dell’imperatore Francesco Giuseppe (21 novembre 1916) e la vittoria elettorale del verde Alexander Van der Bellen alle presidenziali austriache ha dato spunto a Gian Antonio Stella di svolgere alcune riflessioni sul sentimento patriottico («Corriere della Sera», 7 dicembre 2016, p. 53). Esse prendono avvio dal capolavoro Il busto dell’Imperatore dello scrittore ebreo Joseph Roth, nato a Schwabendorf nei pressi di Brody il 2 settembre 1894 e morto a Parigi il 27 maggio 1939. Dopo aver tratto da «la Repubblica» del 6 agosto 2011 la notizia relativa alla sua lapide («scrittore austriaco, morto in esilio», il giornalista del quotidiano milanese si lascia andare ad alcune considerazioni nebulose sul protagonista, il conte Franz Xaver Morstin, che – come si legge nella recensione pubblicata da «la Repubblica» – discende da una famiglia di origine italiana e descrive con nostalgia il mondo elegiaco dell’Impero austro-ungarico e il suo «complesso sistema di popoli e di razze».

Quale sia il nesso tra Van der Bellen, il protagonista del romanzo Il busto dell’Imperatore e Francesco Giuseppe I è noto solo al giornalista, che trova chiarezza alle sue considerazioni su Wikipedia per la molteplicità di nomi utilizzati per definire lo statista austro-ungarico. Sembra che egli accetti i giudizi del protagonista, senza tenere presente il percorso esistenziale di Roth, il quale verso il 1925 abbandona la sua fede socialista, difende la monarchia ed esalta la tradizione ruotante intorno ai valori religiosi e patriottici. Le sue scarse simpatie per il socialismo, dettate da una particolare sensibilità verso i più bisognosi, vengono meno durante il suo soggiorno in Russia, dove vi si recherà nel 1926 come inviato del «Frankfurter Zeitung».

Da quell’anno fino al 1933 la sua vita si caratterizza per un indefesso peregrinare in varie città europee (Parigi, Berlino, Francoforte) e in Russia per poi passare in Albania, in Polonia e in Italia, da dove invia precise corrispondenze alla stampa sulla realtà politica di quei Paesi. Con l’ascesa al potere di Hitler, Roth coglie nella Chiesa e nella monarchia le uniche forze capaci di opporsi alla prepotenza nazista. Accanto ad una intensa attività pubblicistica, sconvolta dalla crisi mentale della moglie, Roth pubblica il reportage Viaggio in Albania (1927), i romanzi Giobbe (1930), La marcia di Radetzky (1932), Il busto dell’Imperatore (1934).

Proprio in questo racconto, ripubblicato nel 2011 dall’editore Passigli, il protagonista esalta la monarchia, che si regge sulle «virtù nazionali» della fede, della patria e del valore militare, su cui si erge l’aquila asburgica. Un ideale già espresso da Roth ne La marcia di Radetzky, là dove scrive: «Quando fu seppellito, ero lì, uno dei tanti soldati della guarnigione di Vienna, con la nuova uniforme grigioazzurra che di lì a qualche settimana avremmo portato al fronte, uno dei tanti che riempivano le strade. La commozione che nasceva dalla consapevolezza di vivere una giornata storica che si accompagnava alla contraddittoria tristezza per il declino di una patria che aveva educato i suoi figli all’opposizione. [… ] E mentre misuravo esarcebato la vicinanza della morte, cui mi mandava incontro il defunto imperatore, mi sentivo preso dalla cerimonia per la sepoltura di Sua Maestà (e quella era l’Austria-Ungheria)» (cit. in F. Herre, Francesco Giuseppe. Splendore e declino dell’impero asburgico nella vita del suo ultimo grande rappresentante, Milano 1979, p. 465).

In altri brani del racconto Il busto dell’Imperatore, riportati a casaccio da Gian Antonio Stella e ripresi da Internet, il conte sembra identificarsi nel senso del dovere diffuso nell’età dominata da Francesco Giuseppe, il cui simbolo personifica l’asburgica coscienza basata sulla religione e sulla derivazione teologica del potere. Così la «patria ritrovata» deve essere riferita ad un contesto storico ormai tramontato, mentre l’ideale regio del «buon padre di famiglia» non può che essere visto come un mito ormai travolto dalla sovranità popolare e dai valori democratici.

Nunzio Dell’Erba

“Credere, tradire, vivere”. Il rancore di Galli della Loggia per i socialisti

ernesto_galli_della_loggiaIn un libro di dieci anni fa, Edmondo Berselli riferì il rancore nutrito da Galli della Loggia verso l’azionismo torinese, afflitto da pensieri ossessivi e da ubbie ostinate (Venerati maestri. Operetta immorale degli intellettuali d’Italia, Milano 2006, p. 103). Al rancore di ieri si aggiunge ora quello verso i socialisti, tacciati di aver tenuto una «rovinosa posizione politica dopo la Prima guerra mondiale» (p. 30), di aver condotto una «politica suicida» durante l’ascesa al potere del fascismo (p. 44) e di averla perpetrata negli anni della Resistenza e dell’età repubblicana per «una sorta di complesso d’inferiorità» nei confronti dei comunisti (p. 108).

Queste e altre considerazioni si trovano nel volume Credere, tradire, vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica (il Mulino, Bologna 2016, pp. 355) di Ernesto Galli della Loggia, scrittore prolifico, già docente nell’Università di Perugia e ora commentatore politico del «Corriere della Sera». Come si enuncia nel titolo, egli ripercorre infatti la sua esperienza politica in un misto di sentimenti personali e di valutazioni storiche, non sempre esposte con serenità e obiettività. Eppure il libro è presentato il 24 ottobre scorso con una certa compiacenza sul quotidiano milanese da Aldo Grasso, che mette in rilievo il «voltagabbanismo» nella storia d’Italia come leitmotiv principale di un percorso storico che va da Camillo Benso di Cavour a Norberto Bobbio, quasi a giustificare le mutevoli scelte politiche dell’Autore.

Come viene affermato nel libro, le sue opzioni sono quelle di «un coprimario assolutamente di second’ordine» (p. 7), seppure svolgano un ruolo rilevante nell’orientamentro dell’opinione pubblica. Il viaggio prende avvio dalla sua iscrizione «al Partito socialista nel 1961 o 1962» (p. 111) in una sezione frequentata da Alberto Benzoni e da Vincenzo Visco, l’uno vicesindaco nella giunta guidata da Argan e l’altro futuro ministro delle Finanze. Dai primi anni Sessanta si dipana così un percorso politico, che si interseca con l’esperienza del Centro-sinistra, verso cui l’Autore nutre un’ostilità per un entusiasmo giovanile contrario ad ogni forma di compromesso. Egli racconta nel secondo capitolo (pp. 91-116) l’approdo al partito socialista, emblematico per comprendere le scelte di un giovane nato «in un ambiente familiare d’ispirazione liberal-conservatore» (p. 91) e formatosi in una seria scuola romana animata dalla trasmissione della lezione di Machiavelli e di altri scrittori come Leopardi, De Sanctis, Gramsci, Salvemini e Croce (p. 245).

Al filosofo di Pescasseroli dedica gran parte del primo capitolo, là dove ripercorre il suo atteggiamento pubblico verso il fascismo, che dopo le prime e incerte posizioni sfocia nel famoso manifesto degli intellettuali antifascisti pubblicato il 1° maggio 1925 sul periodico «Il Mondo». Si tratta di uno studio riempitivo, poco consono all’autobiografia dell’Autore e privo di contributi originali, nonostante la miriade di saggi pubblicati sull’argomento (Agazzi, Sbarberi, Zeppi, Zunino). Nel saggio l’Autore attribuisce a Croce un fantasioso ruolo «indiscusso […] quale guida dell’antifascismo intellettuale e politico ancora possibile all’interno del Paese» (p. 34) e, alcune pagine più avanti, come «padre indiscusso dell’opposizione al regime e alfiere della libertà» (p. 47), senza tenere presente l’omicidio di Giacomo Matteotti nel 1924 o quello di Carlo e Nello Rosselli nel 1937. Così l’autore considera il sorgere del fascismo non come una reazione alle legittime rivendicazioni dei lavoratori, ma come prodotto di una «crisi politica» determinata da «poco cultura civica», dalle «scarse tradizioni liberali» (p. 49) e aggravata dal «nullismo dei socialisti» e «dalla loro propaganda patriottica» (p. 49). Ne esce un quadro confuso in cui le «diverse anime» del socialismo, caratterizzato nel periodo postbellico dal contrasto tra massimalisti e riformisti, non trovano una sistemazione adeguata «circa la reale natura e l’autonomia consistenza del fascismo» (p. 50).

Nelle sue riflessioni storiche, l’Autore rende ancora più confuso il quadro storico del regime fascista e della mentalità lasciata in eredità nell’età repubblicana, esprimendo frettolosi giudizi su persone ed eventi ed introducendo quesiti ormai chiari per la storiografia contemporanea. Perché considerare esemplare la corrente storiografica di Emilio Gentile e non discutere le sue conclusioni volte a «dare del fascismo italiano l’immagine di un regime piena incarnazione del totalitarismo novecentesco, e quindi in tutto per tutto simile nella sostanza al nazionalsocialismo tedesco e al leninismo-stalinismo sovietico» (p. 61)?
Nel prosieguo del suo racconto autobiografico, Galli della Loggia descrive il suo percorso culturale: la laurea conseguita nel 1966 con Gian Paolo Nitti, l’attività di borsista «nei primi anni Settanta» alla Fondazione Luigi Einaudi sotto la guida di Leo Valiani, «entrambi […] soliti a dispensare il loro sapere con quella generosità calda e immediasta» dei «veri maestri» (p. 97). Proprio nell’ambiente culturale torinese matura un’acredine insolita verso gli azionisti subalpini e la loro «pubblicazione […] trasformatasi a partire dal 1961 da semplice bollettino d’associazione o quasi (“Resistenza – Notiziario Gielle” in un vero e prorio giornale d’intervento politico con il nome Resistenza. Giustizia e Libertà”» (127). Al periodico fondato nel 1947, l’Autore dedica particolare attenzione, dimenticando però che esso dedicò nel 1972 un numero speciale alla Marcia su Roma e nel 1975 con il semplice titolo di «Resistenza» diversi scritti alla memoria di Franco Antonicelli. Ma sottolinea come dalle simpatie verso «i socialisti nenniani» e i radicali si ha verso la metà degli anni Sessanta una «sterzata a sinistra» con il disappunto e il progressivo distacco di Aldo Garosci e di Andrea Casalegno. I nuovi adepti, quasi tutti di origine meridionale (Nicola Tranfaglia, Angelo d’Orsi, Giovanni De Luna), imprimono al periodico un indirizzo velleitario e confuso, che sfocia nel «più insulso estremismo» (p. 135) di fronte agli accadimenti coevi.

Trascorsa la bufera sessantottesca e tramontati gli «astratti furori goscisti», si inaugurò per l’Autore una nuova stagione culturale con la collaborazione al periodico «Mondoperaio» su cui pubblica nel gennaio 1977 un ampio saggio su Antonio Gramsci e il concetto di egemonia (p. 189). L’anno successivo entra a far parte della direzione in un percorso personale contraddittorio che lo porta a votare per il Pci, a collaborare al giornale «Paese Sera» e ad esprimere giudizi lusinghieri su Claudio Martelli e Bettino Craxi, a cui dedica un capitolo con il reboante titolo «Ascesa di un Noske italiano» (pp. 206-233).
Negli anni Ottanta Galli della Loggia dichiarò le sue simpatie verso la cultura politica anglosassone, distaccandosi dal sistema politico tradizionale, di cui non condivideva la «partitocrazia pervasiva» (p. 218). Quella scelta personale e la conseguente denuncia delle tendenze degenerative dei partiti, da cui trae ora un vanto immeritato per essere stato l’iniziatore «prima che l’argomento diventasse di moda» (p. 246), lo spinsero a rassegnare le dimissioni dalla redazione di «Mondoperaio», di cui il periodico pubblicò le sue motivazioni in un fascicolo dell’aprile 1980 (p. 230). Il distacco dalla Sinistra maturò in un ambiente pervaso dalla degenerazione del sistema politico italiano, di cui l’Autore crede di ravvisrae alcuni motivi nella bramosia di potere del Psi e nella corruttela del Pci, l’uno caratterizzato da «leggerezza morale o sete di guadagno» (p. 232) e l’altro per l’«imponente flusso finanziario dall’Unione Sovietica» (p. 237). Un leitmotiv che ritorna più volte nelle riflessioni storiche di Galli della Loggia, che sottolinea come «a partire dal 1974» il Pci si era reso «responsabile del reato di falso in bilancio, non dichiarando mai i poderosi contributi giunti al partito da fonti inconfessabili come l’Unione Sovietica». Gli strali dell’Autore si rivolgono anche contro il Pd’A, considerato – sulla base delle indicazioni fornite alcuni anni fa da Massimiliano Majnoni – beneficiario di sovvenzioni da parte della Baca Commerciale di Raffaele Mattioli.
Diventato «un cane sciolto “genericamente democratico”», Galli della Loggia cominciò a usufruire di grandi privilegi come la collaborazione ai giornali di grande tiratura (p. 247), l’insegnamento in varie università italiane, partecipe e dimentico delle varie dispute accademiche per la gestione delle cattedre universitarie. Dopo la breve esperienza del mensile «Pagina» (1984-85), promosso dall’imprenditore Franco Morganti, l’Autore considera il periodico come il baluardo della democrazia per l’accento posto posto sulla «questione morale» nella ricerca di porre un argine alla corruzione dilagante (p. 267). Riflessioni che descrivono un percorso di vita, che trasforma l’attività pubblicistica e accademica in una fonte di guadagno personale, forse con lo scopo di creare confusione culturale in una Sinistra già divisa da contrasti ideologici e politici.

Nunzio Dell’Erba

Claudio Pavone e una memoria che non può essere condivisa

pavoneSi è spento pochi giorni fa a Roma, all’età di 95 anni Claudio Pavone, un finissimo storico che ha consegnato alla cultura italiana l’opera fondamentale per la riscrittura della guerra civile occorsa nel nostro paese tra il 1943 e il 1945. La scomparsa dell’accademico romano, che ha suscitato il cordoglio del mondo culturale e della comunità degli storici italiani e internazionali, tutti concordi nel riconoscere a Pavone, che prima di diventare professore universitario, tra l’altro tardi, negli anni settanta, era stato un ottimo archivista, le doti di ricercatore che lo avevano portato a produrre opere imprescindibili per capire in profondità momenti fortemente divisivi della storia italiana.

Pavone, che si era formato nell’ambito storiografico marxista, ma che non aveva mai aderito al Pci, era profondamente antifascista e aveva combattuto la guerra partigiana, esperienza che lo accomunò a molti dei contemporaneisti italiani. Il particolare non è da poco, se si considera che la storia contemporanea in Italia è sempre stata, in primis, storia politica, e che le posizioni e le ricostruzioni sono state fortemente politicizzate. Quando Pavone, nel 1991, sdoganò il termine “guerra civile” relativamente alla guerra tra partigiani e repubblichini, riconsegnando a quest’ultimi il riconoscimento dello status di combattenti, non mancarono le critiche, giunte soprattutto da sinistra: i custodi delle verità storiografiche non potevano accettare che nel proprio seno si consumassero degli strappi e, meno che meno, che nel valore civile che doveva avere la professione di storico qualcuno rischiasse di alimentare una prospettiva di riabilitazione di esperienze fasciste. Ma Pavone non si arrese, e cercò anzi, con coraggio, di prendere le distanze da certe degenerazioni che l’uso pubblico della storia cercava di imprimere ai fatti, agli eventi che lo storico stesso aveva vissuto in prima persona. Il tema della “memoria comune” o della “memoria condivisa” fu bersaglio di alcuni suoi scritti: non c’è niente di più soggettivo della memoria, aveva affermato, ed era impensabile che chi aveva fatto la resistenza e chi aveva combattuto per la repubblica sociale avessero la stessa memoria, la stessa percezione di quello che era avvenuto.

Anche questa è una grande lezione intellettuale, di fronte a chi vuole omogeneizzare tutto, ad ogni costo. Una lezione di onestà e di chiarezza, che serve ad ogni uomo che pensi al proprio impegno civile. Anche per questo, in un modo fatto di aspiranti o presunti fenomeni, l’onestà di Pavone ci mancherà. A testimoniarla, però, resteranno le sue imperiture opere.

Leonardo Raito