L’eurocrazia e i limiti
del governo a distanza
nel mercato interno

euroIl termine “eurocrazia” è divenuto sinonimo di “sistema di governo imperniato sulle istituzioni UE, che indirizzano a distanza, e in molti casi vincolano pesantemente, le scelte politiche nazionali”; così esordisce Maurizio Ferrera in “Governare a distanza: responsabilità democratica e solidarietà sociale nell’Eurozona” (Il Mulino, n. 2/2017). Obiettivo di tale sistema di governo è assicurare la stabilità dell’euro e del funzionamento del mercato interno europeo, subordinando ad esso ogni altra politica comunitaria.

A differenza di una qualsiasi forma di governo democratico, quello burocratico europeo è fondato su un “preciso e vincolante” sistema di priorità, adottate sulla base del convincimento che, per governare la stabilità del mercato interno, i singoli Paesi aderenti all’Eurozona debbano attenersi a “inviolabili criteri di stabilità monetaria e fiscale”; a tal fine, è imposta la necessità che tutti i Paesi membri seguano rigidamente regole “uguali per tutti”, con l’erogazione di sanzioni in caso di un loro mancato rispetto.

Questo convincimento, mutuato dal neoliberismo in “salsa tedesca”, nella forma dell’ordoliberismo, poggia – afferma Ferrera – “su una forte diffidenza nei confronti della politica democratica, considerata come sfera ove prevalgono interessi di parte e contemporaneamente opportunistici che danneggiano sistematicamente l’economia”. Sennonché, è ormai diffusa la critica di chi ritiene l’eurocrazia una forma di governo “distopico”, ovvero antiutopistico, in quanto portatore di una modalità di governo indesiderabile, contrario ai valori di una autentica democrazia; in altri termini, una forma di governo che “pretende di decidere sulla base di certezze inconfutabili”, espresse dall’ideologia ordoliberista.

Il governo a distanza dell’eurocrazia ha provocato, a parere di Ferrera, una serie di deficit sul piano dell’equità, della democrazia e della legittimità dei processi decisionali. Ciò perché, invece di attivare un “circolo virtuoso” di convergenza delle situazioni economico-sociali dei singoli Paese, ha promosso la formazione di un assetto istituzionale che ha generato una divergenza e favorito la diffusione dell’idea che “le economie politiche dei vari Paesi possano essere costrette ad adottare un unico modello per la crescita e la competitività”; in tal modo, è stato inevitabile che il governo burocratico del mercato interno europeo, anziché concorrere all’”addomesticamento” del pluralismo dei gruppi d’interesse, abbia finito con lo scatenare “i demoni dell’antipolitica e del populismo”, motivandoli a criticare e spesso ad “attaccare” la stessa Unione Europea.

Come superare gli esiti del governo a distanza?, si chiede Ferrera; egli propone di superare il “governo distopico” europeo, attraverso un’analisi critica di alcuni suoi aspetti, al fine di pervenire alla formulazione di un “modello” di governo democratico dell’Eurozona, in grado di prefigurare un auspicabile futuro dell’unione economica e monetaria, congiuntamente alle possibili vie “per conciliare integrazione economica e solidarietà sociale”.

A parere di Ferrera, le democrazie contemporanee sono portatrici dell’idea che il Governo “faccia ciò che i cittadini vogliono”, appartenendo la sovranità al popolo e dipendendo la legittimità dal consenso di quest’ultimo; tuttavia, i rappresentanti del popolo devono esercitare il loro mandato responsabilmente, nel senso che le loro decisioni devono essere sorrette da “una certa distanza dalle contingenze elettorali e [da] una capacità lungimirante di bilanciare le considerazioni di principio con accurate valutazioni delle conseguenze nel far fronte a un flusso di problemi che non possono essere ami completamente prevedibili”; in conseguenza di ciò, la rispondenza delle decisioni dei rappresentanti del popolo ai suoi “desideri” deve essere, come si è detto, sempre coniugata all’assunzione di decisioni responsabili. Perché ciò possa avvenire, sottolinea Ferrera, sono necessari “specifici incentivi istituzionali”; ciò perché, le principali sfide che, con riferimento all’Europa, i leader nazionali devono affrontare (processo d’integrazione politica dei Paesi membri dell’Unione e contenimento delle difficoltà interne che l’integrazione comporta) richiedono la loro collocazione in una prospettiva di lungo termine.

Le decisioni che devono essere assunte nel momento presente comportano, infatti, sacrifici che possono essere compensati solo da vantaggi differiti; fatto, questo, che mal si concilia con la logica della competizione politica nei regimi democratici. Imporre, però, sacrifici attuali in cambio di probabili benefici futuri non rappresenta una “strategia efficace per vincere le elezioni” in sistemi pluralistici. In linea di principio, secondo Ferrera, l’Unione Europea dovrebbe facilitare l’azione dei leader nazionali con “incentivi e risorse per esercitare la responsabilità nei confronti sia delle interdipendenze transnazionali sia degli imperativi di lungo periodo”, il governo burocratico europeo, non solo non ha preso atto dell’esistenza delle difficoltà con cui devono confrontarsi i leader nazionali, ma le ha anche aggravate, facilitando il ricorso a livello europeo e nazionale di processi decisionali fondati su un sistema di “irresponsabilità organizzata”.

Tuttavia, secondo Ferrera, esisterebbero diversi elementi del governo a distanza che “potrebbe essere saggio e ragionevole conservare e persino migliorare”. La critica dell’eurocrazia è concorde nel sottolineare come il principio dell’austerità abbia concorso ad aggravare gli effetti destabilizzanti, soprattutto sui “regimi di cittadinanza sociale”; per questo motivo, persino “molti studiosi tedeschi […] pensano che l’euro vada in qualche modo smontato a causa delle sue perverse disfunzionalità”, sino a proporre “una rottura ordinata, negoziale e consensuale dell’Eurozona e di un ritorno al regime monetario pre-euro, basato su cambi flessibili entro bande predefinite”.

Benché si dichiari d’accordo sull’esigenza di un franco dibattito sulle disfunzionalità dell’euro, sul ritorno a un regime monetario pre-euro, Ferrera è apertamente contrario; ciò perché, a suo parere, lasciare ora l’unione monetaria, per l’economia e la società dell’Italia, significherebbe fare un “salto in mare aperto” e commettere un errore fatale, soprattutto per un motivo che egli ritiene fondamentale: l’estrema debolezza della compagine nazionale; debolezza legata principalmente al fatto d’essere una nazione tenuta assieme da uno stato ancora molto difettoso, gravato da un debito pubblico molto alto, da un sistema antiquato di relazioni industriali, dalla persistente presenza di squilibri territoriali, da una diffusa economia sommersa, da un’insostenibile evasione fiscale, dalla presenza di una criminalità sistemica e, infine, ma non ultima per gravità, dalla sopravvivenza di mercati dei prodotti e dei servizi “mal regolati e ancora fortemente protetti”.

Per Ferrera, però, “sotto il malessere italiano c’è un cuore pulsante”, nel senso che il Paese possiederebbe “ancora un’ampia e robusta base industriale”, orientata verso le esportazioni, che avrebbe bisogno d’essere potenziata dal sostegno di un settore dei servizi molto più efficiente, “nonché da un ambiente istituzionale favorevole, compreso uno Stato sociale modernizzato”. Dopo il 2014, le condizioni dell’economia nazionale sono certamente migliorate; ciò però non significa che l’Italia si sia portata fuori da ogni pericolo e che, per consolidare questa sua posizione, debba fuoriuscire dall’euro, e neppure “che le cose debbano rimanere così come sono”.

Il regime burocratico è troppo vincolante “per il tipo di modernizzazione che si addice all’Italia”, per cui diventa necessario l’approfondimento dello studio diretto a verificare come la conservazione della moneta unica possa risultare compatibile con “modalità di governance economica e fiscale” alternative a quelle sinora privilegiate. Poiché tutte le alternative implicheranno un elevato grado di solidarietà interstatale, occorrerà confrontarsi, in particolare con la classe politica tedesca, perché le modalità di governance dell’euro siano inquadrate, nell’interesse di tutti i Paesi dell’Unione, in una prospettiva più corretta, nella consapevolezza che la conservazione di “una pericolosa e autolesionista spirale di contrapposizioni nazionali non è inevitabile” e che, al contrario, è nelle aspirazioni di tutti il suo superamento.

Tra gli economisti ed i politici, sono in molti a pensare che “per rendere l’unione monetaria più rispondente alle esigenze dei vari Paesi”, sia necessario dotarla di un grado di ridistribuzione dei surplus finanziari più efficace di quella sinora attuata, nella convinzione che l’”euro avrebbe potuto e dovuto essere progettato molto meglio sin dall’inizio”. Il fatto che ciò non sia avvento non significa, però, che quanto sin qui realizzato sia da rigettare; significa, al contrario, sperimentare un processo di riforma della governance dell’euro, nel convincimento – come afferma Ferrera – che ancora esistano margini di cambiamento, più di quanto le élite attuali siano pronte o capaci di riconoscere.

Ferrera è convinto della possibilità di cambiare la govermance dell’euro, anche perché non ritiene fondata l’idea che la crisi della moneta unica europea sia da imputarsi alla sregolatezza con cui i Paesi del Sud dell’Europa hanno governato i loro conti pubblici; al fine di smentire tale idea, s’impone l’urgenza di evidenze empiriche più dettagliate e precise, in merito “ai guadagni asimmetrici” dei quali hanno goduto i Paesi maggiormente distintisi nel sostenere la necessità del rigore monetario, a partire dalla Germania e dalle rigide posizioni assunte dal suo Ministro delle finanze, Wolfgang Schäuble, e dal Presidente della Deutsche Bundesbank, Jens Weidmann.

Smentire quest’idea, che la colpa della crisi dell’euro sia da attribuirsi ai Paesi poco virtuosi nella gestione delle loro finanze pubbliche, servirebbe tra l’altro a “disvelare” la sua infondatezza morale e ad evitare ciò che spesso nella gestione della crisi è accaduto con l’imposizione di politiche di umiliazione, basate “sul castigo paternalistico gerarchico, anziché sul fraterno incoraggiamento”; al riguardo, basta ricordare il trattamento riservato alla Grecia e si potrebbe aggiungere anche la famosa lettera con la quale la Banca Centrale Europea indicava al Governo italiano le misure di politica monetaria che dovevano essere adottare, per «rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali».

Al fine di evitare che in futuro possano di nuovo verificarsi umiliazioni di tale natura, il primo passo da compiere deve essere quello di “una chiara affermazione dei principi”, ribadendo a chiare lettere l’uguaglianza politica di tutti i Paesi membri dell’Eurozona. Inoltre, Ferrera, sostiene la necessità di elaborare direttive di governo della moneta unica che tengano conto degli “standard sociali” esistenti all’interno dei singoli Paesi europei. Ciò potrà consentire di stabilire in modo appropriato il quantum di solidarietà e di ridistribuzione dei surplus finanziari che sarà necessario adottare per evitare il riproporsi di nuove crisi.

Cero, la sfida più difficile sarà quella di determinare gli standard ottimali di “solidarietà paneuropea”; al riguardo, tuttavia, occorrerà convincersi che, senza una prospettiva profondamente riformistica del governo a distanza dell’eurocrazia, sarà difficile procedere sulla via dell’unificazione politica dell’Europa. A tale fine, forse è giusto concludere con Ferrera, che occorreranno “massicci investimenti” di natura intellettuale, prima ancora che politici.

Gianfranco Sabattini

Responsabilità sociale dell’impresa e “Bilancio Sociale Allargato”

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Howard Bowen

In Italia non esiste per le imprese un obbligo di legge per la redazione del Bilancio Sociale, cioè di un bilancio che rilevi tutti gli effetti (positivi e negativi) provocati sul sistema social ed ambientale dall’attività delle imprese; un DL del 1997, che ha regolato l’istituzione delle “Organizzazioni non lucrative di utilità sociale” (ONLUS), ha però introdotto un principio che prevede l’affiancamento al bilancio contabile di tutte le imprese, quindi anche di quelle cosiddette lucrative, di una relazione sulle attività sociali svolte, ovvero una sorta di bilancio della attività compiute aventi rilevanza sociale.

La direttiva 2014/95 dell’Unione Europea obbliga le maggiori imprese europee di interesse pubblico, a partire dall’esercizio 2018, a trasformare obbligatoriamente, il loro bilancio in un “Bilancio Sociale Allargato” (BSA), per la cui applicazione in Italia, ovvero la messa a punto del Regolamento attuativo, è in corso una consultazione pubblica presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze e presso la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (CONSOB). Il BSA dovrà recare – come afferma Anna Genovese (commissaria alla CONSOB) in un’intervista apparsa su la Repubblica del 21 maggio scorso – “indicazioni preziose sulle politiche sociali effettivamente praticate dalle società”, al fine di valutarne il “rischio reputazionale” e la “sostenibilità di lungo periodo” della loro attività. In tal modo, le maggiori imprese saranno chiamate a palesare “le loro scelte di responsabilità sociale”.

Dell’espressione Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) non esiste ancora una definizione univoca e puntuale; è perciò conveniente ricostruire succintamente il dibattito che si è svolto, prevalentemente nella seconda metà del secolo scorso, ma che continua ancora, al fine di capire gli aspetti essenziali e le motivazioni che hanno ispirato il principio della RSI e le sue implicazioni.

Il concetto di RSI è nato negli Stati Uniti nella seconda metà del Novecento; convenzionalmente, si ritiene che Howard Bowen sia stato l’autore che, nel 1953, in “Social Responsibilities of the Businessman”, abbia formulato il fondamento etico della nozione contemporanea di RSI. Al contributo di Bowen ha fatto seguito, nel decennio successivo, una vasta letteratura sul tema della RSI. In questa fase, però, l’impresa non compariva ancora come soggetto principale dell’indagine; gran parte degli studi di questi anni individuavano, infatti, nella figura dell’attore economico (imprenditore o uomo d’affari) il soggetto cui imputare la responsabilità sociale delle proprie azioni, mentre l’oggetto principale delle ricerche riguardava, in generale, i rapporti tra mondo economico e sistema sociale.

Alla fine degli anni Sessanta, l’impresa è comparsa per la prima volta come soggetto portatore di responsabilità nei confronto della società. Quando si è cominciato a discutere di responsabilità sociale delle imprese, cioè dei rapporti del mondo produttivo con il sistema socio-ambientale, l’economista liberista Milton Friedman si è immediatamente posto a difesa della libertà d’azione delle imprese, asserendo che l’unica loro responsabilità sociale consisteva nell’usare le risorse a loro disposizione per lo svolgimento di attività volte ad aumentare i propri profitti, a patto che esse si fossero confrontate apertamente e liberamente sul libero mercato, senza ricorrere ad “inganni e frodi”: era questa la teoria del “minimalismo morale”, formulata e sostenuta quasi a giustificare che fosse unicamente il sistema sociale ad avere obblighi nei confronti delle attività produttive.

Nel corso degli anni, tuttavia, il concetto di responsabilità sociale delle imprese è stato meglio specificato e più circostanziato è diventato il ruolo dell’impresa come attore economico responsabile nei confronti del sistema sociale, in una prospettiva in cui veniva compiuta la distinzione tra problemi economici e problemi sociali. Solo nel ventennio successivo agli anni Sessanta, però, il concetto di RSI è stato formalizzato per la prima volta da un punto di vista teorico, con la teoria degli stakeholder (tutti i portatori di un qualche interesse nei confronti di un’impresa: clienti, fornitori, finanziatori e azionisti), presentata, nei primi anni Ottanta, da Robert Edward Freeman, in “Strategic Management: a Stakeholder approach”.

Il concetto di stakeholder è oggi di uso comune nelle politiche pubbliche associate alla RSI ed è adottato come standard di riferimento principale nel monitoraggio degli effetti sociali dell’attività d’impresa. Esso è utilizzato in contrapposizione all’idea secondo cui la principale responsabilità degli attori economici è quella connessa alla massimizzazione dei profitti; al contrario, la teoria fondata sul concetto di stakeholder è costruita, come si è detto, sull’assunto che l’obiettivo di ciascuna impresa è, o dovrebbe essere, rivolto alla soddisfazione delle aspettative di tutti gli individui o gruppi di portatori di interessi legittimi nei confronti dell’impresa. Questa teoria è stata la risposta più incisiva alla teoria del minimalismo morale della responsabilità d’impresa, tipico dell’approccio economico liberista.

La nuova teoria si basa sull’assunto che l’impresa crei valore per gli stakeholder, non meno di quanto ciascun gruppo di questi faccia nei confronti dell’impresa; è questo reciproco scambio che consente all’impresa, intesa come organizzazione, di crescere, legittimandosi all’interno del sistema sociale di appartenenza. La posizione di Friedman è stata così contraddetta da chi, invece, ha valutato che l’attività d’impresa dovesse essere intesa in una prospettiva più ampia e che, in tal senso, il perseguimento del profitto dovesse essere giustificato dal beneficio che ne avesse tratto la società nel suo complesso.

Anche la teoria degli stakeholder è stata comunque oggetto di diverse critiche, tra le quali la più significativa sostiene il rischio che si affermi un modello comportamentale delle imprese, secondo il quale ogni singola unità produttiva, in accordo coi suoi particolari stakeholder, possa trasformare la RSI in un insieme di “etiche di comodo”, con tante regole particolari (morali, ideologiche o religiose), che varrebbero a rendere impossibile il riferimento ad un modello sociale di responsabilità condiviso; quest’ultimo dovrebbe invece essere costruito sulla base di “linee-guida” formulate da organizzazioni internazionali ufficiali, quali ONU, OCSE, Unione Europea ed altre ancora.

La complessità del problema della RSI ha impedito, quindi, l’approdo largamente condiviso a livello globale ad una teoria dei rapporti tra mondo delle imprese e sistemi sociali; ne è prova il fatto che, accanto alla teoria degli stakeholder, si è recentemente imposto all’attenzione del dibattito internazionale, un altro approccio alla RSI, che ha condotto alla formulazione di nuove teorie, quali quella dei contratti sociali integrativi e quella della cittadinanza d’impresa.

La teoria dei contratti sociali integrativi si richiama alla teoria filosofico-politica del contrattualismo, che considera la relazione tra mondo delle imprese e sistemi sociali nei termini di un contratto sociale di tipo lockiano, secondo il quale esisterebbe un implicito contratto sociale tra sistemi delle imprese e sistemi sociali. Ciò perché, dal momento in cui un’impresa è legittimata dal sistema sociale ad operare, essa assume implicitamente degli obblighi verso di esso. Questo obbligo costituirebbe il fondamento del contratto tra imprese e sistema sociale; se, per un verso, il sistema sociale si impegna a consentire alle imprese di agire liberamente; per un altro verso, le stesse imprese devono impegnarsi a rispettare le aspettative della società, riguardanti il miglioramento del benessere generale attraverso la soddisfazione degli interessi dei cittadini-consumatori e di quello dei cittadini-lavoratori.

L’altro sviluppo teorico dell’approccio al problema della RSI è, infine, quello della cittadinanza d’impresa; la proposta di fondo di questa teoria si basa sull’estensione del concetto di cittadinanza, valido per i cittadini, anche alle imprese. In questo caso, l’idea di cittadinanza dovrebbe consentire di enfatizzare l’obbligo delle imprese di sostenere e cooperare per il governo del sistema sociale, al fine di contribuire al benessere generale e alla realizzazione di una giustizia sociale condivisa.

In realtà, la discussione riguardo ad una definizione coinvolgente la generalità degli interessati al comportamento delle imprese è forse destinata a durare a lungo, con la conseguenza che a pagarne le conseguenze saranno, oltre gli stakeholder, l’intera società civile. Sarà forse più conveniente indirizzare gli sforzi verso la realizzazione di un apparato istituzionale, ovvero verso un insieme di istituzioni e di pratiche volte a conciliare gli interessi delle imprese con quelli dei sistemi sociali all’interno dei quali esse operano; in altri termini, verso la individuazione di una “governance dell’impresa”, intesa quest’ultima, appunto, come insieme di istituzioni e di pratiche grazie alle quali risulti possibile stabilire le modalità attraverso cui le imprese possono creare un “bilanciamento” nella soddisfazione di tutti gli interessi di coloro che sono interessati alla loro attività: gli azionisti innanzitutto (o shareholder), ma anche i manager e l’ampia categoria degli stakeholder, costituita da tutti coloro che non condividono, né la proprietà, né il controllo dell’impresa, ma che ne subiscono gli effetti originanti dal potere decisionale di chi di fatto ne è titolare.

Ovviamente, dovrà trattarsi di un bilanciamento di tutti gli interessi in gioco, tale da evitare che qualcuno, a titolo individuale o di gruppo, faccia valere i propri interessi opportunistici, facendoli diventare quelli prevalenti dell’impresa. La governance intesa in questo senso si configura così come un bilanciamento di poteri, grazie al quale i controlli esterni esercitati sui processi decisionali dell’impresa possono essere efficacemente svolti. Trattandosi di controlli esterni, essi non riguarderanno solo l’impresa, ma anche le istituzioni economiche, ugualmente esterne all’impresa, fra le quali sarà riservato un alto grado di priorità al mercato, nell’assunto che esso non sia, come normalmente e non disinteressatamente si ipotizza, un’istituzione naturale dotata di meccanismi autoregolatori, per cui non necessiti di opportuni controlli.

Al riguardo, l’esperienza ha dimostrato l’ineludidibilità della necessità che il mercato sia controllato, soprattutto il mercato dei diritti di proprietà, essendo i sistemi sociali capitalistici fondati sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sulle regole che ne disciplinano sia il controllo che e il trasferimento. Un appropriato controllo del mercato, finalizzato a conciliare gli interessi delle imprese con le società civili dei sistemi capitalistici, richiederà che il controllo sia reso il più possibile trasparente, al fine di rendere “contendibile” la disponibilità dei fattori produttivi a disposizione delle imprese. La contendibilità rappresenta il presupposto fondamentale perché l’interesse degli stakeholder tenda a coincidere con l’interesse della generalità dei componenti il sistema sociale.

Altro problema, la cui soluzione ottimale non potrà certo essere trovata in tempi rapidi, riguarda la forma contabile che dovrà assumere il Bilancio Sociale Allargato; per il momento, le imprese potranno limitarsi a fornire elementi utili a valutare il loro rischio reputazionale, in connessione agli effetti sociali che potranno avere le loro scelte gestionali; problema diverso, e più complesso, sarà quello della standardizzazione dei sistemi contabili, al fine di renderli idonei a rappresentare il risultato economico delle imprese in termini di “fair value”, cioè in termini di “valore equo”, sulla base di una stima razionale e imparziale, che tenga conto di tutti quei fattori che valgono a rendere legittimo sul piano sociale il valore del risultato economico dell’impresa.

Il recupero della democrazia nei processi decisionali europei

Piketty

Un gruppo di giuristi, politologi ed economisti ha elaborato il testo di un possibile trattato per la ”democratizzazione dell’Europa”; il gruppo, che include tra gli altri Thomas Piketty, in “Democratizzare l’Europa! Per un Trattato di democratizzazione europea”, avanza una proposta per prevenire l’implosione del “progetto europeo” e, soprattutto, per porre fine alle politiche economiche, fondate sull’”austerità”, la quale, anziché espansiva per i Paesi che ne hanno subito le conseguenze, è stata invece regressiva.

A parere degli autori, il “Trattato” potrebbe essere adottato anche nell’immediato, senza bisogno di modifiche dei trattati sinora stipulati, al fine di sconfiggere le procedure decisionali tecnocratiche che hanno privato i singoli Paesi della possibilità di esprimersi democraticamente sulle scelte che di volta in volta vengono adottate a livello europeo. In dieci anni di crisi economica e finanziaria – affermano gli autori – “ha preso forma un nuovo centro di potere europeo: la ‘governance dell’eurozona’”, esercitata dall’insieme delle istituzioni comunitarie, di fatto collocatesi fuori da ogni controllo democratico, ha avuto nel cosiddetto Eurogruppo, costituito dai Ministri dell’economia e delle finanze degli Stati aderenti alla moneta unica, un centro di coordinamento che ha svolto, e continua a svolgere, un’attività a supporto delle decisioni di tutte le istituzioni responsabili del governo dell’Eurozona.

A parere degli autori, tali istituzioni, nate sotto il segno dell’informalità e dell’opacità, funzionano prescindendo dai trattati, senza dover rendere “il minimo conto al Parlamento europeo, né tantomeno ai Parlamenti nazionali”; inoltre, esse “funzionano seguendo traiettorie che cambiano a ogni politica proposta”, sino a costituire un “bersaglio mobile e indistinto”, sottratto ad ogni forma di controllo democratico. In tal modo, “per quanto difformi siano”, queste differenti politiche hanno finito “per essere ‘governate’ in forza di un ‘nocciolo duro’, costituito dall’intreccio sempre più stretto tra le burocrazie economiche e finanziarie nazionali ed europee”.

Dopo l’approvazione del Trattato sulla Stabilità, Coordinamento e Governance (TSCG), approvato nel 2012 da 25 dei 28 Stati membri dell’Unione Europea, quell’insieme di istituzioni ha consentito al “nocciolo duro” che governa l’Eurozona di poter sorvegliare i dati macroeconomici di ciascun Paese, per cui se, ad esempio, la Commissione europea ritiene che in quei dati ricorrano degli squilibri, può chiedere allo Stato di adottare misure di politica economica dirette alla loro eliminazione. Dal 2012, “il polo esecutivo europeo [cioè, La Commissione] si è visto attribuire, una dopo l’altra, nuove competenze”; per cui il suo campo d’intervento si è di continuo allargato con l’adozione di diversi regolamenti noti sotto la sigle di “Six-pack” e di “Two-pack” (la prima designa un insieme di cinque regolamenti comunitari e una direttiva, tutti adottati nel 2011; la seconda si riferisce a due ulteriori regolamenti che hanno completato e rafforzato le competenze della Commissione, assegnando ad essa, a partire dal 2014, la possibilità di pronunciarsi sui bilanci nazionali dei Paesi dell’Eurozona ed eventualmente di porre il veto sulla loro adottabilità da parte dei singoli Stati).

Il “Six-pack” ed il “Two-pack” costituiscono nel loro insieme il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), detto anche “Fondo Salva-Stati”, istituito per salvaguardare la stabilità finanziaria dei Paesi dell’Eurozona. Esso ha assunto la veste di un’organizzazione intergovernativa, fondata su un consiglio di governatori formato dai rappresentanti degli Stati membri e su un consiglio di amministrazione, dotato del potere di imporre scelte di politica macroeconomica ai Paesi che possono accedere alla disponibilità del “Fondo”.

La governence dell’Eurozona si è così concretizzata, di fatto, “in una sorta di zona franca rispetto alle politiche di controllo”, dando luogo ad un “buco nero democratico”, che non consente di controllare tutte le decisioni assunte dal “nocciolo duro” delle istituzioni comunitarie, lasciando all’oscuro, non solo il Parlamento europeo, ma anche i singoli Parlamenti nazionali. L’opacità del governo dell’Eurozona ha così favorito una “sostanziale insensibilità agli inquietanti segnali politici” emessi dai contesti sociali dei singoli Paesi; insensibilità che è all’origine dell’ascesa e della diffusione dei movimenti populisti di estrema destra, in quanto la governance europea è stata sempre orientata a “sopravvalutare gli obiettivi legati alla stabilità finanziaria e alla ‘fiducia dei mercati’ e a sottovalutare i temi che possono maggiormente e più direttamente interessare la comunità dei cittadini”, quali quelli delle politiche dell’occupazione, della crescita, della convergenza fiscale, della coesione sociale, delle solidarietà e di altri ancora.

Secondo gli autori, per ricuperare la democrazia, cambiare la natura delle politiche economiche europee ed uscire dall’”opacità e dall’irresponsabilità politica delle istituzioni comunitarie, occorre introdurre un’”Assemblea parlamentare democraticamente eletta”, che disponga “della legittimità necessaria per richiamare l’attuale governo dell’Eurozona alle proprie responsabilità politiche, in sostituzione o in parallelo all’attuale Parlamento europeo”; ciò in considerazione del fatto che, per realizzare un’effettiva Unione Europea, non è tanto necessaria l’organizzazione di un mercato interno, quanto il coordinamento delle politiche economiche, l’armonizzazione dei vari sistemi fiscali e la convergenza delle politiche di bilancio dei vari Stati.

Con la costituzione dell’Assemblea democratica, sarebbe possibile – secondo gli autori – “puntare al cuore dei patti sociali degli Stati membri. Per cui è difficile non chiamare a raccolta in modo diretto i Parlamenti nazionali. […] In presa diretta con la vita politica degli Stati membri, essi soli dispongono della legittimità necessaria per sostituire, con una vera democrazia rappresentativa, il potente intreccio burocratico intergovernativo che si è costituito” e consolidato.

Per contrastare l’attività della struttura che esercita la governance europea, l’Assemblea democratica dovrà disporre di poteri adeguati, perché possa partecipare appieno alle formulazione delle “politiche di orientamento” dell’Eurozona; dovrà anche disporre della capacità d’”iniziativa legislativa” che sinora ha fatto difetto al Parlamento europeo; infine, dovrà avere la possibilità di accedere “a ciascuno dei nuclei decisionali del governo dell’Eurozona, si tratti del Semestre europeo (“raccomandazioni Paese per Paese”, “esame annuo della crescita”, ecc.), della condizionalità finanziaria dei memorandum, della scelta dei massimi dirigenti dell’Eurozona, ecc.”.

In realtà, a parere degli autori, per la democratizzazione della governace europea occorrerebbe mettere in discussione l’intero complesso del ‘progetto comunitario”; tuttavia, considerando che un tale disegno sarebbe realizzabile solo nel lungo periodo, per agire rapidamente, “senza passare attraverso un’assai improbabile revisione generale dei Trattati europei a 27” e per “aprire brecce democratiche all’interno […] del blocco esecutivo europeo”, la costituzione di un’Assemblea democratica risponderebbe allo scopo di ricondurre sotto controllo politico l’attività opaca e sfuggente di tale blocco esecutivo. A tal fine, dovrebbero essere i partiti dei singoli Paesi ed i movimenti sociali in essi presenti a “rintracciare i percorsi della politica europea”, per evitare l’”alternativa funesta tra un ripiegamento nazionale privo di respiro e lo status quo della politiche economiche di Bruxelles”.

Secondo gli autori, il permanere del blocco esecutivo europeo che ha spogliato il Parlamento dell’Unione ed i Parlamenti nazionali del controllo democratico sulle politiche adottate, contraddice profondamente l’impegno assunto dai capi di Stato e di governo al rispetto e al mantenimento della democrazia rappresentativa; e contraddice anche la dichiarazione secondo cui la democrazia costituisce un valore che le istituzioni europee hanno il “dovere di promuovere”. Poiché il fatto che ciò non avvenga è motivo di una profonda disaffezione dei cittadini nei confronti del “progetto europeo”, il permanere del deficit di legittimità democratica nell’azione di governo delle istituzioni europee comporta il rischio di implosione della stessa Unione Europea.

Per evitare questo rischio, l’obiettivo della proposta degli autori di costituire un’Assemblea democratica è duplice; da un lato, “fare in modo che le politiche di convergenza e di condizionalità oggi al centro della ‘governance dell’Eurozona’ siano portate avanti da istituzioni democraticamente responsabili”; dall’altro lato, “far sì che i nuovo passaggi necessari ad approfondire, in seno all’Eurozona, sia la convergenza fiscale e sociale sia la coordinazione economica e di bilancio, non siano decisi senza il diretto coinvolgimento dei rappresentanti nazionali”. Insomma, una proposta, quella di Piketty e della sua squadra, che vuole porre al centro del governo dell’Unione Europea e dell’Eurozona la “condizionalità democratica”, intendendosi per quest’ultima l’insieme dei requisiti volti ad assicurare la coerenza dei comportamenti dei Paesi rispetto alle strategie delle istituzioni europee, potendo interessare aspetti economici (pareggio di bilancio, taglio della spesa, privatizzazioni), giuridici (libera concorrenza e regolazione del mercato interno) ed istituzionali (transizione alla democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo).

Infatti, il concetto di condizionalità è sempre stato centrale nel processo di ammissione all’UE di nuovi Paesi; per essere ammesso, un nuovo Stato ha dovuto ottemperare a tre criteri distinti: uno politico, che impone la presenza al suo interno di istituzioni stabili idonee a garantire la democrazia, lo stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela; uno economico, che comporta la necessità di organizzare un’economia di mercato affidabile e in grado di far fronte alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione; infine, il cosiddetto criterio dell’“acquis comunitario”, implicante l’attitudine necessaria per accettare gli obblighi derivanti dall’adesione e, segnatamente, il perseguimento degli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria. Il rispetto di questi criteri è sempre stato dichiarato condizione per fruire dei sostegni economici comunitari e a sua tutela nella prassi dell’Unione è prevista l’attivazione di meccanismi di penalizzazione.

In conclusione – affermano gli autori – con la costituzione dell’Assemblea democratica, si tratterebbe di avviare l’Unione Europea e l’Eurozona, oggi travagliate dai postumi di una crisi che ha sconquassato i sistemi sociali di molti Paesi membri, sulla via di una democratizzazione, al fine di fronteggiare, in termini più responsabili e socialmente condivisi, gli esiti della crisi; per la realizzazione della loro proposta, gli autori sono del parere che sarebbe sufficiente “sfruttare i margini di manovra giuridica […] a completamento dei Trattati dell’Unione Europea”.

Anche ammesso che la proposta sia realizzabile, il problema principale consisterà nel riuscire a mobilitare i singoli establishment nazionali, ora unicamente impegnati a “demonizzare” i movimenti di protesta in continua espansione al loro interno, anziché preoccuparsi di “sedare” la protesta sociale, portando avanti iniziative del tipo di quella illustrata da Thomas Piketty e dagli altri componenti il suo gruppo di lavoro.

Gianfranco Sabattini

Micromega, la crisi
della sinistra in Italia
e in tutto l’Occidente

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Paolo Flores D’Arcais

Una sezione del n. 2/2017 di “Micromega” è dedicata al problema della crisi della sinistra in tutto l’Occidente; sulle cause e ipotesi per superarla si interroga la sezione, costituita da un testo di apertura del direttore Paolo Flores D’Arcais e da due articoli di Massimo Bray e Tommaso Montanari, in risposta alle sollecitazioni del direttore, formulate in forma di tesi, che riassumono le sue posizioni e quelle della rivista sul problema della crisi della democrazia e di quella dell’intera sinistra, soprattutto in Italia.

La tesi di fondo di Paolo Flores D’Arcais è, per chi legge Micromega, nota da tempo; ai fini della comprensione di ogni sollecitazione a rispondere, conviene riassumerla brevemente. Tutto l’Occidente è in rivolta contro i vecchi apparati dei partiti tradizionali, per via delle profonde disuguaglianze nate e radicatesi a seguito dell’espandersi del processo di mondializzazione delle economie nazionali. Pur esprimendosi in forme diverse, la rivolta, priva di una rappresentanza politica, tende ad aderire a proposte spontanee nelle quali si intrecciano istanze, sia di sinistra che di destra, dando origine ad una crisi delle istituzioni democratiche, per via del fatto che esse non possono operare sulla base del confronto di programmi politici alternativi.

In Italia, la crisi della democrazia ha però, a parere di D’Arcais, “radici più specifiche”; essa, infatti, deriva non solo dall’allargamento e approfondimento delle disuguaglianze distributive o dall’esproprio di sovranità del Paese da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, ma anche dalla “deriva partitocratrica”, verificatasi soprattutto nell’ultimo quarto di secolo e caratterizzata da diffusione della corruzione, evasione fiscale, disoccupazione, abbassamento del livello di welfare ed altro ancora. Oggi in Italia, la rivolta trova “possibilità di rappresentanza” presso il “Movimento 5 Stelle”, in quanto gli altri partiti, presunti di sinistra, sono giudicati parte integrante dell’establishment; questi, infatti, secondo il direttore di Micromega, costituiscono una parte del problema della crisi della democrazia e, per questo motivo, sono inservibili ai fini della sua soluzione.

Tuttavia, malgrado il successo, il Movimento 5 Stelle è “carico di ambiguità e di contraddizioni”, che però non gli fanno perdere consensi; la spiegazione, secondo Flores D’Arcais, deve essere rinvenuta nel fatto che in Italia “non esiste una sinistra anti-establishment, e perché le destre eversive di stampo lepenista […] non hanno potuto dilagare nelle masse criticamente più sprovvedute proprio grazie alla presenza del M5S”. Ciononostante, “sic stantibus rebus”, se la partitocrazia non troverà l’accordo per una legge elettorale utile a sbarrargli la strada, nelle prossime tornate elettorali, malgrado le sue ambiguità e contraddizioni, il Movimento di Grillo ha buone possibilità di successo, per la mancanza di valide alternative di sinistra; ciò per via del fatto che una sinistra non c’è, sebbene abbia perso più di un’occasione per nascere. Tutte le occasioni, però, sono state “colpevolmente” mancate.

Pertanto, oggi, afferma – Flores D’Arcais – “l’unico voto di critica all’establishment” resta ancora il movimento pentastellato; ma se la sinistra ufficialmente non esiste, sebbene esista trasversalmente in modo sommerso e diffuso nella società, essa è destinata a conservarsi solo nello status di “un volgo disperso che nome non ha”. D’Arcais si chiede come questa sinistra latente possa rendersi visibile; per emergere ed organizzarsi, a suo parere, dovrà essere libera da “vizi ideologici e tic antropologici che ne hanno propiziato” l’irrilevanza” e dovrà assumere l’”uguaglianza sociale” come “stella polare” nel programmare la sua futura azione, congiuntamente a ciò su cui il “M5S” ha fondato gran parte del suo successo, ovvero l’esercizio dell’”attività politica non come professione, ma come servizio civile, e le funzioni di rappresentanza e governo, locali e nazionali, circoscritte nel tempo, senza possibilità di lucro e carriera”.

Alle sollecitazioni di D’Arcais, risulta particolarmente consona la risposta che Tomaso Montanari formula nell’articolo “Quale sinistra? (Lasciate che i morti seppelliscano i morti)”; egli, da storico dell’arte, non è un politologo di professione, ma forse proprio per questo, formula delle osservazioni riguardo al “tipo” di sinistra che potrebbe rinascere assai rispondenti al disagio avvertito dai molti italiani che hanno determinato la loro disaffezione dai tradizionali partiti della sinistra. Secondo Montanari, non vale la pena tentare di ricuperare dalla loro agonia i vecchi partiti della sinistra, in quanto chi vuole riproporre la sinistra “non deve curarsi delle rovine istituzionali, ideali e umane dell’apparato della sinistra”, così come è stata conosciuta.

Essa, la sinistra sommersa e dispersa, se vuole riemergere, deve andare per un’altra strada, consapevole che “il distruttivo missile Renzi è decollato solo grazie ad una rampa di lancio allestita dal tradimento della sinistra italiana almeno fin dagli anni Novanta”; ma anche consapevole che l’“abbattimento” di quel missile non deve giustificare la presunzione che l’azione interrotta dei vecchi partiti della sinistra possa essere ripresa dopo una loro pura e semplice acritica autoassoluzione. Tra l’altro, osserva Montanari, pur in presenza di una loro crisi generalizzata, da ciò che resta dei vecchi partiti della sinistra non sta emergendo alcun autoesame critico; né sta emergendo dal tanto sbandierato “progetto Pisapia”, secondo il quale, per rivitalizzare la sinistra sommersa e dispersa, si dovrebbe solo impedire che al governo del Paese giunga la destra. La nuova sinistra, però, non può essere animata soltanto da una “vocazione maggioritaria”; ciò perché, assumere questa vocazione come “bussola”, senza un esame critico di ciò che ha portato alla crisi i vecchi partiti della sinistra, con il loro allineamento alla logica della “Terza via” di Anthony Giddens e Tony Blair, significherebbe posizionare la potenziale nuova sinistra come corrente esterna all’attuale sinistra di governo.

Una simile rivitalizzazione delle forze di sinistra, secondo Montanari, non avrebbe alcun senso; si lasci dunque – egli sostiene – “che i morti seppelliscano i loro morti” e si provi a concentrare la riflessione su ciò che ancora “è vivo nella democrazia e nella sinistra italiana del 2017”, partendo dal “picco di vitalità politica“, manifestatasi nel dicembre del 2016, per individuare le vere ragioni della bocciatura della riforma costituzionale proposta dal governo in carica. Anche se queste ragioni sono state ricondotte alla disapprovazione popolare del principio del governo-costituente, il risultato sul piano politico non poteva che essere negativo, considerato che il Paese che lo ha espresso accusa il 28,7% della popolazione a rischio di povertà, il 48,9% non in grado di fare una settimana di ferie all’anno e una disoccupazione giovanile prossima al 40%. Il risultato politico del referendum costituzionale, sul piano politico è valso dunque a denunciare che la disuguaglianza che “sfigura” la società italiana non è un dato di natura, come le forze di destra vorrebbero far credere, ma il risultato di una politica fallimentare.

La nuova sinistra deve assumere come suo compito prioritario – afferma Montanari – l’elaborazione “di una critica capillare del presente”, per capire le ragioni reali del fallimento dei vecchi partiti della sinistra, al fine di realizzare un effettivo cambiamento dello stato attuale delle cose, attraverso una ricostruita, per via culturale, sovranità del cittadino. Negli ultimi decenni tutti i discorsi sulla creazione di un movimento di dissenso di sinistra si è invece “impantanato nella retorica del principio di realtà”, nel convincimento che per raggiungere i propri obiettivi un tale movimento avrebbe dovuto limitarsi a “conquistare i voti” di chi non era di sinistra; cosi pensando è stato possibile spianare la strada ad una sinistra a vocazione maggioritaria, il cui risultato è stato che la sinistra andata al governo “non ha cambiato lo stato delle cose, ha solo cambiato se stessa”.

Occorre quindi prendere coscienza che la crisi dei partiti tradizionali della sinistra “non è una crisi di governabilità, ma una crisi di rappresentanza”. Il primo obiettivo non dovrà “essere quello di assicurare un governo e di parteciparvi, ma di riportare al voto la parte più fragile, gli ‘scartati’ del Paese”; ciò però può diventare possibile, se esiste un progetto condiviso anche dalla sinistra dispersa, e non solo dai componenti di Parlamenti “occupati” da “partiti concepiti come macchine di potere personale”. Se si vorrà che il “Parlamento torni a essere il luogo dove – afferma Montanari – si forma il futuro del Paese, ebbene bisogna riportare il Paese in Palamento”.

A tal fine appare allora ineludibile l’adozione di una legge elettorale rigidamente proporzionale, perché l’”urgenza non è quella di selezionare una classe dirigente”, ma quella di dare rappresentanza agli strati sociali più penalizzati dall’approfondimento delle disuguaglianze; ciò in quanto è proprio verso quei milioni di italiani che più di tutti soffrono degli effetti di queste disuguaglianze che “una nuova sinistra radicale deve avere la forza e l’intelligenza di guardare”. Il problema nel ricupero della sinistra dispersa e sommersa non dovrà essere quello di cercare alleanze con le forze che formalmente si presume siano di sinistra, ma quello di cercare l’”alleanza con i cittadini” più colpiti dalla crisi dei partiti tradizionali di sinistra e dalla loro soggezione alla logica neoliberista.

L’alleanza tra la nuova sinistra e i cittadini dovrà dunque avere come obiettivo la ricostruzione dello Stato che, in questi ultimi anni, è stato destrutturato in funzione dell’espandersi del turbocapitalismo globale, avvenuto col supporto dell’ideologia neoliberista; ideologia, questa, che ha distrutto – afferma Montanari – “ogni idea di giustizia sociale e di solidarietà”, sostituita con l’idea di modernizzazione proposta dalla “Terza via” di Giddens e di Blair. L’alleanza tra la nuova sinistra e i cittadini dovrà garantire al Paese ciò che da tempo la politica ha smarrito o rimosso dalla propria agenda, ovvero l’elaborazione di “un progetto di comunità, un’idea forte di cosa possa essere la Repubblica Italiana del futuro”.

L’auspicio di Montanari, sicuramente condivisibile, potrà però concretizzarsi, se il Paese avrà la capacità di dare piena attuazione anche a quella parte della Costituzione repubblicana che prevede il diritto di tutti ad avere un posto di lavoro stabile; questo diritto è forse al di là delle materiali possibilità del Paese, a ameno che, come molti si augurano, fatta salva la democraticità dell’impianto costituzionale, non ci si convinca, rimuovendo radicalmente l’equivoco che ha inquinato gran parte del confronto politico degli ultimi decenni, che il fondamento della Repubblica non sia più l’assicurazione del posto di lavoro, bensì l’assicurazione per tutti dell’accesso a un livello equo di reddito.

Gianfranco Sabattini

Marta Russo, 20 anni dopo l’omicidio, il libro inchiesta di Vittorio Pezzuto

marta-russo-ok-680x365_cLa mattina del 9 maggio 1997 una pallottola colpisce alla testa la studentessa Marta Russo mentre sta passeggiando in un viale dell’Università “La Sapienza”. La sua morte, avvenuta quattro giorni dopo, desta un enorme clamore in tutta Italia. Chi l’ha uccisa, e perché? Ben presto gli inquirenti si convinceranno che a sparare sia stato il dottorando Giovanni Scattone, con la complicità del collega Salvatore Ferraro. Il loro movente? L’assenza di un movente. Ad accusarli vi sono testimonianze controverse e una particella di bario e antimonio trovata sulla finestra dell’aula 6 dell’Istituto di Filosofia di diritto.
Una storia incredibile, oscura e sfuggente ma anche rivelatrice di un certo tipo di Italia, di un certo tipo di magistratura, di un certo tipo di Università, di un certo tipo di giornalismo. La racconta il giornalista Vittorio Pezzuto (già autore della biografia di Enzo Tortora “Applausi e sputi”) nel corposo e accurato libro-inchiesta “Marta Russo, di sicuro c’è solo che è morta”, il cui titolo richiama quello che il direttore de l’Europeo Arrigo Benedetti volle dare alla clamorosa inchiesta di Tommaso Besozzi che smontò la versione ufficiale sull’uccisione del bandito Salvatore Giuliano.
«Mi sono avvicinato a questa storia senza pregiudizi – spiega Pezzuto – costruendomi un imponente archivio personale che comprende i circa 15mila documenti dell’inchiesta e del processo (interrogatori, perizie balistiche, intercettazioni ambien­tali e telefoniche, trascrizioni delle udienze in Corte d’Assise), tutti i take di agenzia sul caso lanciati dal 1997 al 2015 nonché oltre 8mila articoli ed editoriali apparsi sui maggiori quotidiani e periodici. Ben presto mi sono accorto che i conti non torna­vano: assenza di qualsivoglia movente, arma mai ritrovata, testimonianze dell’accusa fragili e contraddittorie, impossibilità di definire la traiettoria del proiettile, dubbia provenienza della particella di bario e antimonio (per Scotland Yard si trattava molto probabilmente di un residuo di frenatura d’auto), errori fondamentali nella lettura degli orari dei tabulati telefonici, ecc. Su tutto l’esigenza della Procura di trovare un qualsivoglia colpevole per rassicurare l’opinione pubblica già scossa da molti delitti insoluti nella Capitale».
Copertina Marta RussoIl libro di Pezzuto ripropone per la prima volta i tanti “buchi neri” dell’inchiesta nonché i diversi colpi di scena nei diversi gradi del processo che portarono alla condanna dei due giovani. Ma soprattutto, vent’anni dopo quell’omicidio, arriva a una conclusione sconvolgente su un caso che per larga parte dell’opinione pubblica resta ancora inspiegabile. Non è forse un caso se tutti i maggiori editori italiani abbiano rifiutato di pubblicarlo, adducendo i motivi più diversi: «Questa storia non interessa più nessuno», «Non avrebbe un mercato», «Ci piace molto ma abbiamo paura di essere citati dai magistrati»… Pezzuto ha così deciso di autopubblicarlo, mettendolo in vendita direttamente su Amazon (664 pagine, 16,64 euro versione cartace e 7,99 versione Kindle)

Vittorio Pezzuto (Genova, 1966) è giornalista professionista. Negli anni ha collaborato con Radio Radicale e scritto per Il Foglio, Il Riformista, Il Secolo XIX, Vanity Fair, Smoking, La Notizia e Metro. Iscritto al Partito radicale dal 1983, ha ricoperto incarichi istituzionali e politici. Nel 2008 ha pubblicato “Applausi e sputi, le due vite di Enzo Tortora” (Sperling&Kupfer).

ASI e UNICEF Italia, al CONI, presentano il Progetto S.C.U.O.L.A.

progetto_scuolaSarà soprattutto un fumetto a portare nelle scuole italiane il fair play: grazie al “Progetto S.C.U.O.L.A.” (acronimo per “Sport Corretto Unito Onesto Leale Atletico”), concretizzato da ASI – Associazioni Sportive e Sociali Italiane, in collaborazione con UNICEF Italia e col patrocinio del CONI.
Presentato a Roma alla stampa, presso la sede del CONI al Foro Italico, il progetto mira a coinvolgere ragazzi e ragazze tra gli 8 ed i 13 anni delle scuole elementari e medie, per indurli ad abbracciare modi di comportamento e valori eticamente corretti. Come? Attraverso lo sport, il gioco ed il fumetto.
Ed è quest’ultimo, il più originale strumento didattico individuato per realizzare l’iniziativa: che sarà ufficialmente avviata, con l’anno scolastico 2017/18, partendo dalla sperimentazione all’Istituto comprensivo “Dante Alighieri” di Roma.
È il personaggio di Cornelius Pallard, protagonista d’un fumetto appositamente realizzato, il “Virgilio” che in questo viaggio farà da guida ai ragazzi: un professore saggio simbolo di tutti i valori etici, nonché presidente del “Comitato Normativo Intergalattico”, il “CO.N.I.”. Cornelius è venuto insieme ad altri amici dalla lontana Galassia del Fair Play, per dar vita a tante storie avventurose e divertenti che insegneranno ai ragazzi quale è il “gioco giusto” nella vita.
Grazie ai personaggi del fumetto, ai docenti delle scuole aderenti ed ai genitori dei ragazzi e delle ragazze coinvolte, col Progetto S.C.U.O.L.A. saranno veicolati valori importanti: il rispetto di se stessi e della propria salute, delle regole, delle diversità, l’integrazione e la solidarietà. La riuscita dell’iniziativa dipenderà non solo dalla capacità di interessare e divertire i giovani, ma anche dalla loro disponibilità a lasciarsi coinvolgere. Per questo sono stati predisposti mezzi estremamente familiari per consentire loro di essere protagonis, e di continuare ad interagire coi contenuti progettuali anche al termine dell’iniziativa. I ragazzi avranno a disposizione un sito web con cui esplorare la Galassia del Fair Play (corneliuspallard.com), un blog (pallard.blog), con cui i più grandi potranno proporre riflessioni e articoli, ed infine una pagina FB (Pallard e la Galassia del Fair Play), per condividere video, immagini, aneddoti e tante curiosità.
“L’assenza dello sport nelle scuole- sottolinea il presidente ASI, Claudio Barbaro – è la causa principale della debolezza della cultura sportiva nel nostro paese. Con questo progetto incentrato su etica e fair play – nonché con la nostra azione quotidiana di enti di promozione sportiva – ASI vuole dare il suo contributo. Ringraziamo UNICEF Italia per averci affiancato in questa iniziativa e per aver rafforzato la componente solidaristica: che per noi di ASI rappresenta la caratteristica e il valore aggiunto dello sport”.
“Il nostro Progetto S.C.U.O.L.A. nasce da una base visionaria”, prosegue Mauro Grimaldi, autore del progetto e vice presidente Lega Pro; “crediamo che lo sport abbia una potenza tale da riuscire a creare valore sociale e aggregazione. Per questo l’ abbiamo scelto per veicolare messaggi correttivi rispetto a quelli sbagliati cui nella vita di oggi sono sottoposti i nostri ragazzi, un target particolarmente delicato. Ecco il senso essenziale dell iniziativa: il rispetto s’impara giocando”. “Questo progetto ha due chiavi di lettura”, spiega Manuela Trombetta, coautrice: “la prima è quella della solidarietà rivolta alle migliaia di minori migranti, senza genitori, presenti in Italia; e su questo poggia la partnership con UNICEF. Un messaggio valoriale forte rivolto ai bambini, che attraverso la scuola diventano protagonisti di questa solidarietà con attività tese a raccogliere fondi, avviandosi in questo modo verso quel percorso di cittadinanza attiva che resta uno dei capisaldi della nostra società. La seconda chiave di lettura è quella formativa e dei valori: dove lo sport diventa strumento didattico, valoriale, culturale, perché il rispetto, le regole –a questa età – si imparano giocando, senza imposizioni. Non è un caso che la denominazione del progetto – S.C.U.O.L.A. – unisce i valori dello sport a quelli dell’insegnamento scolastico, condensati nell’acronimo “Sport Corretto Unito Onesto Leale Atletico”, teso a racchiudere tutti i valori che vogliamo trasmettere.”
Per spiegare come UNICEF Italia s’è rapportata all’iniziativa, interviene Nicola Brotto, responsabile dello sport per quest’ agenzia ONU che si occupa di promuovere i diritti e migliorare le condizioni di vita dei bambini e delle bambine di tutto il mondo: “Il Progetto S.C.U.O.L.A. ci rappresenta. Noi ci occupiamo di infanzia e adolescenza, e lo sport è diventato, negli ultimi vent’anni, lo strumento principe per affacciarsi a questo mondo. Ci siamo anche riconosciuti nel metodo: l’iniziativa è costruita attraverso la partecipazione dei ragazzi. Non ci sono adulti che impongono idee, ma c’è condivisione. Per questi motivi ci siamo lasciati coinvolgere da subito ed abbiamo voluto essere co-protagonisti, mettendo a servizio del progetto soprattutto le nostre competenze sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”.
Il sostegno da parte degli enti locali è stato manifestato dall’intervento di Roberto Tavani, responsabile per la Regione Lazio delle politiche sportive: “Siamo lieti d’ aver patrocinato il progetto, come prima Regione a farlo; e di sapere che le attività sportive previste dal progetto nella scuola pilota in cui verrà testato, avverranno nella palestra ristrutturata coi contributi dati dalla Regione. Vogliamo ringraziare ASI e UNICEF per questa iniziativa, col suo linguaggio originale, semplice e diretto”.
Le conclusioni a Nino Benvenuti: “In ciascuno di noi risiede un potenziale atleta, ma ci vuole qualcuno che ti aiuti a tirarlo fuori. E’ stato così per me: non sapevo che il pugilato sarebbe stato il mio sport, ma grazie all’aiuto di chi mi stava accanto mi sono accorto che mi faceva esprimere al meglio. La scuola è il mezzo con cui si può arrivare a farsi capire. Ecco perché mi piace questo progetto”.
Il Progetto S.C.U.O.L.A. è stato realizzato dall’agenzia Galatea comunicazione S-r.L., col diretto impegno degli autori, Mauro Grimaldi e Manuela Trombetta.

Fabrizio Federici

L’antipatia tra Crispi e G. De Felice Giuffrida al tempo dei Fasci siciliani

fasci sicilianiHa scritto Leonardo Sciascia, nel saggio “Del dormire con un solo occhio”, dedicato alla figura di Vitaliano Brancati, che “la catena delle avversioni tra siciliani è piuttosto lunga”. E ricorda il giornalista di punta del fascismo e antisemita Telesio Interlandi che non amava Giovanni Gentile, e poi il più o meno volontario ignorarsi tra Crispi e Di Rudinì, tra Ugo La Malfa e Riccardo Lombardi, il “non incontrarsi” di Vittorini e Brancati negli anni dell’immediato secondo dopoguerra. Acuto osservatore di eventi marginali ma significativi, racchiusi entro le pieghe della storia, qui Sciascia dimentica la rivalità tra il politico di Ribera Francesco Crispi e il politico di Catania Giuseppe De Felice Giuffrida, nata nel contesto della drammatica vicenda dei Fasci siciliani (1892-1894), sulla quale ancora oggi i manuali di storia diffusi nelle scuole nulla o poco dicono. Organizzatore della spedizione dei Mille e mente politica della dittatura garibaldina nel Meridione, poi deputato della Sinistra dal 1861, Crispi si allontana progressivamente dal mazzinianesimo fino a diventare convinto monarchico.

Negli anni in cui dirige il suo secondo ministero, Crispi si distingue per la violenta repressione dei Fasci siciliani, che ha tra i suoi ispiratori e capi G. De Felice Giuffrida, N. Barbato, R. Garibaldi Bosco, B. Verro, N. Petrina. Esponenti appassionati e combattivi agli albori del socialismo italiano, i dirigenti e organizzatori dei Fasci riescono a coinvolgere nelle battaglie per condizioni di vita più umane e dignitose i ceti subalterni dell’Isola che protestano contro il malgoverno locale, le tasse esose e chiedono terre da coltivare per i contadini e patti agrari meno iniqui. L’azione dei Fasci tocca il culmine nell’estate del 1893, quando vengono stabilite le condizioni da sottoporre alla parte padronale per il rinnovo dei contratti di mezzadria e di affitto. Nei mesi seguenti scioperi e violenti scontri sociali si diffondono ovunque. Nominato Presidente del Consiglio nel dicembre del 1893, in un primo momento Crispi pensa di poter riportare la calma in virtù del suo prestigio e con la promessa di provvedimenti, ma poi la situazione sfugge al controllo dei capi del movimento fino a sfiorare l’insurrezione a causa anche della mancanza di risposte governative. Di lì a poco, il 3 gennaio del nuovo anno, appoggiato dalla maggioranza del Parlamento e pressato dall’opinione pubblica borghese, il governo nazionale proclama lo stato d’assedio.
G. De Felice Giuffrida (nonostante sia deputato) e altri dirigenti del movimento vengono arrestati e deferiti ai tribunali militari, che nel giro di pochi mesi emettono dure condanne: diciotto anni di carcere a De Felice Giuffrida, “onorato dall’odio personale di Crispi”, perché “ritenuto il capo dei Fasci e della cospirazione” (come scrive Giuseppe Astuto nel recente e assai documentato volume “Il Viceré Socialista. G. De Felice Giuffrida sindaco di Catania”, Bonanno editore, dopo il quale è ora più agevole allestire sul politico catanese una biografia redatta con criteri moderni e storicamente affidabili ), dodici a Bosco, Barbato e Verro. A chi in quegli anni lesse in chiave localistica la battaglia combattuta e perduta dai contadini siciliani, sfuggì che la sera del 3 gennaio 1894 insieme alla storia dei Fasci siciliani si concludeva il progetto di costruzione di una società italiana più giusta, come si coglie nelle parole di G. De Felice Giuffrida, che confutano l’accusa di eccitamento alla guerra civile : “Se in mezzo a noi ci fosse stato un solo capace di eccitare alla guerra civile, noi lo avremmo cacciato dalle nostre fila perché la nostra bandiera non è odio, ma splendida luce e di amore per tutti. Se avessimo voluto eccitare alla guerra civile, ognuno avrebbe agito nella cerchia della propria influenza. Noi dunque se responsabilità abbiamo, è quella di avere con nobili parole predicato ai lavoratori una nuova forma economica e politica che cammina con la civiltà”.

Ma stridono anche con la visione socialmente ristretta dello Stato di Crispi, che vede nelle rivendicazioni sociali una minaccia all’unità della nazione e pertanto ritiene che solo alla borghesia e non alle masse spetta svolgere un ruolo attivo nella vita politica e nei processi decisionali. La data del 3 gennaio 1894 segna perciò una sconfitta della democrazia, del socialismo e del movimento operaio. Una cocente umiliazione della Sicilia e dell’intera nazione, se è vero che la flebile indignazione per i cruenti fatti di sangue isolani non è paragonabile alla reazione morale del paese di fronte alle cannonate del generale Fiorenzo Bava Beccaris contro i milanesi che nel maggio del 1898 protestavano per il carovita.

Lorenzo Catania

Democrazia, Stato-nazione e solidarietà tra i popoli per Mazzini

giuseppe-mazziniUno dei problemi che maggiormente affliggono le vecchie democrazie europee è la nascita e l’affermazione politica dei cosiddetti movimenti populisti; questi contestano gli establishment, non solo per la loro incapacità e mancanza di volontà politica a porre un freno al dilagare degli esiti negativi della mondializzazione delle economie nazionali, ma anche per il fatto di non aver ostacolato che il processo di mondializzazione affievolisse, all’interno dei singoli Paesi, il ruolo dello Stato.
Rileggendo l’Introduzione di Salvo Mastellone agli scritti di Mazzini, un volume entrato nelle librerie solo alcuni anni fa, col titolo ”Giuseppe Mazzini. Pensieri sulla democrazia in Europa”, meraviglia non poco il fatto che, almeno in Italia, di fronte ad una crisi politica, istituzionale ed economica persistente, nessuno si sia presa la briga di affinare il proprio pensiero critico sui problemi connessi ai fenomeni della mondializzazione delle economie nazionali, ricordandosi che un grande pensatore politico nazionale, Giuseppe Mazzini, qualche idea o qualche suggerimento sul come affrontare i problemi avrebbe potuto fornirlo.
E’ interessante apprendere, dalla lettura dell’Introduzione di Mastellone, che il pensiero di Mazzini, pur in presenza di una costante persecuzione da parte delle polizie di quasi tutti gli Stati europei, si è lentamente evoluto, sino a prendere una forma definitiva nel periodo immediatamente precedente il 1848 europeo. Nel 1831, ricorda Mastellone, Mazzini, esule in Francia, “scrive la Circolare sui principi politici e morali della federazione della “Giovine Italia”, il cui incipit è il seguente: “Una legge morale governa il mondo: è la legge del progresso. Il fine per cui l’uomo fu creato è lo sviluppo pieno, ordinato e libero di tutte le sue facoltà. Il mezzo per cui l’uomo può giungere a questo intento è l’associazione coi suoi simili”.
Nell’impostazione dottrinale – afferma Mastellone – Mazzini ricorre al concetto di progresso per spiegare la scelta della forma repubblicana per le istituzioni politiche, le quali giungono così ad essere il risultato di un lungo processo storico. Secondo Mazzini, il progresso storico ha portato i singoli contesti sociali dall’essere governati dal dispotismo alla repubblica; il passaggio dal dispotismo alla monarchia costituzionale e da questa alla repubblica è stato, quindi, lo sbocco inevitabile di una “necessità storica”, connessa con il progresso civile dei contesti sociali; con l’avvento della repubblica si è affermato, secondo le parole di Mazzini, “il principio dell’elezione largamente inteso e applicato”.
In tal modo, la repubblica ha portato con sé una forma di governo che meglio garantisce l’armonia del binomio Popolo-Nazione, assicurando, tra l’altro, un governo sociale retto dalle leggi approvate dal popolo; con questa forma di governo sono rimossi dalla società ogni elemento stazionario e ogni genere di immutabilità. Inoltre, per giustificare la scelta della repubblica, Mazzini aggiunge anche – afferma Mastellone – “che una nazione non può associarsi alle altre nazioni se non è unita e indipendente”, ricavando da questo suo profondo convincimento la “necessità di una rivoluzione, che non può non essere popolare, e che perciò deve enunciare ‘nel suo programma il miglioramento delle classi più numerose e più povere’”. Per questo motivo, la “Giovine Italia” doveva essere repubblicana, perché doveva impegnarsi, come sottolineava l’Esule genovese, ad assicurare a tutti gli uomini di una nazione di essere “liberi, uguali e fratelli”.
Sempre nel 1833, durante il suo soggiorno in Svizzera, nella quale si era rifugiato, Mazzini fonda la “Giovine Europa” e matura la propria “coscienza politica”, orientandosi verso la necessità che gli Stati, al fine di favorire il miglioramento della coscienza covile dei propri cittadini, adottino ”la formula unitaria di governo repubblicano, con l’intento di riunire le nazioni libere contro la “Santa Alleanza” dei sovrani.
La preoccupazione dell’unità di popolo e della nazione ha continuato a rimanere, anche durante il soggiorno svizzero, in cima ai pensieri di Mazzini, al punto da indurlo ad esprimesi contro la forma delle democrazia, così come la intendevano i vecchi rivoluzionari giacobini, ovvero come sistema di lotta, fonte del permanere di divisioni e di contrasti tra le classi; per lo stesso motivo, ha continuato a nutrire riserve sulla soluzione istituzionale federalitica dell’intero Stato, in quanto fonte di divisioni tra le singole parti della nazione. In luogo dell’espressione “governo democratico”, egli preferiva utilizzare quella di “governo sociale”, in quanto, a suo parere, esprimeva meglio l’idea di associazione, affrancata da ogni possibile conflitto di qualsiasi natura.
Nella seconda metà degli anni Trenta del XIX secolo, Mazzini si trasferisce a Londra; maturando un cambiamento radicale del suo pensiero politico, egli arricchisce la propria riflessione, coniugando la tematica del governo repubblicano con quella della società democratica. In una serie di articoli londinesi, al fine di chiarire la propria posizione rispetto al tema della democrazia, Mazzini afferma che questa “non può non portare con il suffragio universale all’uguaglianza dei diritti politici e alla libertà delle associazioni”, pur in presenza della libertà garantita a tutti dai loro diritti individuali, temperata però da specifici loro doveri nei confronti della società.
Secondo Mazzini, la libertà, da sola, non avrebbe associato gli uomini a un fine comune, in quanto con essa non sarebbe stato possibile creare automaticamente vincoli di “cooperazione e di concordia”; questo, invece, era il fine della democrazia, considerato che, il regime democratico, secondo le stesse parole del Genovese, consente di mirare al “miglioramento di tutti per opera di tutti”. Questo obiettivo non riguarda solo una determinata classe, come accade nei governi espressi dai regimi monarco-aristocratici, ma l’intera società rappresentata da istituzioni democratiche. La democrazia, secondo Mazzini, deve essere infatti espressione dell’unità di tutti i cittadini; se ciò non avviene, nessuna unità sarebbe possibile, per via del fatto che prevarrebbe un’”artificiosa ineguaglianza” che dividerebbe la società in classi distinte, ognuna motivata ad agire solo per perseguire interessi diversi.
La maturità del senso della democrazia è valsa a trasformare Mazzini, anche per via delle sue frequentazioni in Inghilterra di personalità e di ambienti progressisti, in un “riformista sociale”, motivato ad agire al fine di evitare che la diffusione dell’ideologia giacobina portasse, secondo un’espressione definita da Mastellone “contemporanea”, alla dispersione dell’unità della sinistra europea. A questo scopo, Mazzini ha invitato gli aderenti al movimento comunista a condividere la necessità che la forma di governo democratica fosse resa “rappresentativa con eletti dal popolo”, favorevole all’”associazione del lavoro con l’intelletto e col capitale”, orientata a migliorare le condizioni di vita degli uomini con la solidarietà e non con la lotta.
Per meglio diffondere il suo credo nella democrazia, Mazzini, alla fine degli anni Quaranta del XIX secolo, fonda la “Lega Internazionale dei Popoli”, il cui obiettivo non stava tanto – secondo Mastellone – nell’organizzazione dell’opposizione alla Santa Alleanza, già affermata dal Genovese in occasione della fondazione della “Giovine Europa”, quanto nella organizzazione della contrapposizione al “cosmopolitismo filosofico illuministico, e soprattutto al cosmopolitismo sociale dei democratici comunisti”, che “troverà eco” nel “Manifesto del Partito Comunista” di Marx e di Engels, che sarà pubblicato pochi anni dopo.
Contro il cosmopolitismo dei “democratici comunisti”, Mazzini non esiterà a reagire, accusando il loro internazionalismo di violare la “libertà di ciascuno in nome del benessere di tutti”; a suo parere, le relazioni tra i popoli sono sempre state regolate sulla base dell’equilibrio di potere esistente tra le diverse dinastie; un’altra stagione è iniziata con l’avvento dell’organizzazione istituzionale repubblicana democratica, dove i “popoli liberi ed uguali”, nel rispetto delle loro tradizioni, si impegnano a collaborare per distruggere le barriere che li separano.
In questa prospettiva, anche i repubblicani democratici sono cosmopoliti; ma poiché la collaborazione tra i popoli è “lavoro di realizzazione”, agli stessi popoli occorre un punto di appoggio e la formulazione del fine da perseguire: il fine, i repubblicani democratici lo individuano nel miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità, mentre il punto di appoggio lo individuano nella “patria”, ovvero nella sua organizzazione statuale. Intesa in questo senso, la patria non è una “nazionalità che usurpa tutte le altre”, a causa di un malinteso nazionalismo; la sua salvaguardia presume l’esistenza di popoli liberi, associati tra loro per il perseguimento del fine comune. È sorprendente – afferma Mastellone – come il programma politico della “Lega Internazionale dei Popoli” sia stato trascurato ed ignorato da quanti, in epoca contemporanea, hanno stipulato Patti di associazionismo internazionale.
I pensieri sulla democrazia saranno raccolti, secondo le parole di Mastellone, in un abbozzo, scritto in inglese, di “Manifesto upon Democracy”, nel quale è esposto il significato del “repubblicanesimo democratico”; il concetto fondamentale del pensiero politico di Mazzini è il popolo, inteso nella sua accezione più generale, al quale compete non solo il diritto all’autogoverno, ma anche il dovere di divenire una società civile, formata più che da eguali sul piano economico, da eguali sul piano morale. Questa condizione di eguaglianza deve essere realizzata attraverso le istituzioni repubblicane e democratiche, per la rimozione dei privilegi; ciò perché è possibile realizzare una società civile, non solo dando a tutti gli stessi diritti, ma anche – secondo le parole di Mazzini – “migliorando la stessa idea della vita che lo spettacolo dell’ineguaglianza tende a peggiorare”.
Dall’abbozzo sulla democrazia risulta anche che Mazzini rinviene nel repubblicanesimo democratico la forma di governo del futuro dei popoli, impegnati nella realizzazione di più stretti rapporti collaborativi e solidaristici tra loro; ciò perché l’estensione del suffragio e la crescita del benessere, non ancora pienamente realizzati ai suoi tempi, non avrebbero esaurito il risultato atteso della democrazia. La finalità della democrazia repubblicana doveva tradursi nella coniugazione dell’estensione del suffragio e del miglioramento del benessere con lo sviluppo qualitativo delle singole società civili e dell’intera umanità, senza lo smarrimento delle nazionalità dei singoli contesti sociali.
In conclusione, se l’interesse per il pensiero dell’Esule genovese non fosse stato disperso e ignorato come in occasione, ad esempio, della stipula dei Trattati fondativi del progetto europeo e delle loro successive modifiche e integrazioni, l’eccessiva enfasi riposta negli esclusivi vantaggi economici attesi dalla creazione degli Stati Uniti d’Europa, avrebbe impedito lo smarrimento del senso e della funzione dei singoli Stati-nazione; ciò avrebbe evitato ai singoli Stati membri il caos politico che attualmente li affligge, obbligandoli a subire la minaccia di un’involuzione delle loro stesse istituzioni democratiche, per il dilagare delle idee populiste di destra.

Gianfranco Sabattini

I fantasmi dei populismi italiani nell’analisi
di Marco Revelli

Marco-RevelliIl populismo è il nuovo fantasma che si aggira per l’Europa; per Marco Revelli (“Populismo 2.0”), esso è “il ‘sintomo’ di un male più profondo, anche se troppo spesso taciuto, della democrazia: la manifestazione esterna di una malattia di quella forma contemporanea della democrazia […] che è la Democrazia rappresentativa”. Tale malattia aggredisce una parte del popolo, o tutto il popolo di un Paese, ogni qualvolta percepisce di “non essere più rappresentato nelle istituzioni politiche, dando origine ad una reazione cui si è dato il nome di populismo. Esso può essere inteso come una “malattia infantile della democrazia”, quando la ristrettezza del suffragio non consentiva una piena democratizzazione delle vita sociale, e come “malattia senile della democrazia”, quando l’affievolimento delle istituzioni democratiche e la formazione di posizioni di potere di natura oligarchica rimandano ai margini il popolo. Nel primo caso – afferma Revelli – il populismo altro non è che una “rivolta degli esclusi”; nel secondo, una “rivolta degli inclusi messi ai margini”. In entrambi i casi, tuttavia, il populismo è un prodotto di un deficit di rappresentanza.

populismorevelliL’indeterminatezza e la grande varietà di significati rendono la parola populismo poco utilizzabile per capire gli orientamenti politici dei cittadini; ciò comporta la necessità che si ponga ordine alla varietà di significati, parlando “più che di ‘populismo’ al singolare di populismi al plurale”, in considerazione delle diverse esperienze che sottendono il termine, per distinguere, a parere di Revelli, i populismi che potrebbero essere chiamati “classici o tradizionali” e i populismi di nuova generazione dotati di caratteri inediti. A parere del politologo, la crisi della democrazia, che è crisi di legittimazione, deriva da una “marcata torsione oligarchica”, cui va imputato il fatto che la stessa democrazia diventasse “sempre meno rappresentativa e sempre più ‘esecutoria’”. Ciò ha determinato il crollo del tradizionale ordine politico, con lo ”sfarinamento del cosiddetto ‘mondo del lavoro’ frammentato in un caleidoscopio di figure e di identità professionali incomunicanti tra loro”, come effetto dello sgretolamento dei vecchi blocchi sociali che avevano caratterizzato l’organizzazione degli interessi individuali delle società industriali.

Tuttavia, il nuovo protagonista delle scena politica, il populismo, non è privo di storia: “La moltitudine liquida che oggi spaventa con i suoi spostamenti repentini se ne stava, fino a ieri, relativamente ordinata […] dentro solidi contenitori, politici e soprattutto elettorali […]. Essa è stata a lungo un fattore di stabilità delle cosiddette ‘democrazie occidentali’: pur nella dialettica delle culture politiche e degli interessi legittimi, ha condiviso a lungo un sostanziale consenso sul modello sociale prevalente. E ha contribuito, quantomeno con la sua passività, alla sua legittimazione”. Cosicché diventa inevitabile chiedersi perché tutto ciò è venuto meno.

La risposta, a parere di Revelli, può essere ricavata sol che si rifletta sullo stato attuale delle cose, sia sul piano politico, sia su quello sociale. Infatti, con riferimento all’esperienza del nostro Paese, con l’avvento della seconda Repubblica, quei solidi antichi contenitori, quali erano i partiti di massa, si sono progressivamente dissolti; inoltre, con la diffusione e il consolidamento dell’ideologia neoliberista vi è stata una profonda “trasformazione antropologica” delle masse, che è valsa a fagli interiorizzare il valore dell’individualismo a scapito di quello della solidarietà; infine, le élite politiche hanno subito una “mutazione culturale”, che ha affievolito la loro autonomia decisionale. Sulla base di queste considerazioni, diventa possibile capire perché il populismo non è un soggetto politico nuovo in senso proprio, ovvero l’equivalente di un partito politico con una propria identità, una propria organizzazione ed una propria cultura politica; si tratta, bensì, di un’entità molto indefinita sul piano organizzativo e scarsamente identificabile sulla base di specifiche istanze politiche rispetto agli antichi partiti, in quanto –afferma Revelli – “forma informe che assumono il disagio e i conati di protesta nelle società sfarinate e lavorate dalla globalizzazione e dalla finanza totale […] nell’epoca dell’assenza di voce e di organizzazione. Nel vuoto, cioè, prodotto dalla dissoluzione di quella che un tempo fu ‘la sinistra’ e la sua capacità di articolare la protesta in proposta di mutamento e di alternativa allo stato di cose presente”.

Sul piano teorico, il populismo è una categoria problematica, perché non si riesce a stabilire se esso sia un’ideologia, o una ricorrente forma emotiva di comportamento politico dei cittadini; oppure se esso sia riconducibile alla categoria del nazionalismo, o a quella del socialismo, o ancora se possa essere dotato di una qualche autonomia significativa. I primi tentativi di definirlo scientificamente – afferma Revelli – contenevano un gran numero di caratteristiche, che via via sono state selezionate, per essere alla fine ridotte principalmente a tre.

Il primo elemento, comune a tutti i populismi, è la “centralità assorbente […] che in essi assume il riferimento al popolo , inteso nella sia dimensione ‘calda’ di comunità vivente, quasi una sorta di comunità pre-poplitica e pre-civile, da ‘stato di natura russoviano”. Un’entità organica, priva di divisioni, fondata su una particolare concezione del conflitto politico. Questo non è espresso dalla “tradizionale dialettica ‘orizzontale’ tra le diverse culture politiche in cui si articola la cittadinanza, di cui la copia destra-sinistra è il più pregnante esempio”; ma dalla contrapposizione “verticale” del popolo, nella sua unità organica, con qualsiasi altra “entità” che pretenda di porsi illegittimamente al di sopra di esso, oppure al di sotto, prefigurando un’estraneità non giustificata e un atteggiamento di ostilità.

In altri termini, sostiene Revelli, la contrapposizione del conflitto politico proprio del populismo è caratterizzata, non più dalla logica orizzontale, tipica delle “Rivoluzione francese in cui i protagonisti del confronto […] stavano tutti sullo stesso piano d’uguaglianza, diversi per idee ma non per rango”, ma dalla logica verticale alto-basso, in cui “i protagonisti del conflitto appartengono a livelli differenti e, per certi versi, a mondi vitali opposti”.

Il secondo elemento comune ai populismi connota il conflitto, non in termini politici e sociali, ma soprattutto in termini etici, implicanti una contrapposizione tra “giusti” e “corrotti”; ciò significa che ad ogni forma di populismo corrisponde una “costruzione morale”, che comporta un’antitesi rispetto al “diverso”, rivelatrice dei valori costitutivi della comunità di riferimento, assunta dai singoli come conforto collettivo.

L’ultimo elemento caratterizzante i populismi evoca l’immagine della rimozione del corpo estraneo e la “restaurazione di una sovranità popolare finalmente riconosciuta, da esercitare non più attraverso la mediazione delle vecchie istituzioni rappresentative ma grazie all’azione di leader […] in grado di fare il ‘bene del popolo’”.

Sulla base dei tre elementi appena richiamati, era sembrato che, alla fine del Novecento, il populismo fosse espresso da una categoria ben definita e sistemata sul piano teorico; invece no, a giudizio di Revelli. L’inizio di questo secolo ha visto irrompere di nuovo la sfida populista, con nuove grandi fratture sul piano del contendere ed anche parole nuove. La critica populista post-novecentesca ha cessato di riguardare “singoli aspetti della vita politica e dell’assetto istituzionale”; ha riguardato invece la politica in quanto tale”, ovvero la sua “estraneità alla vita dei cittadini. La sua incapacità di leggere bisogni e sentimenti, e di rispondere alle loro domande esistenziali”. Le parole nuove con cui il populismo si è riproposto all’inizio del questo secolo sono state, da un lato, “antipolitica” e, dall’altro lato, “neopopulismo”.

Col primo termine (antipolitica), il populismo ha espresso le molteplici forme di protesta e di rivolta elettorale attraverso movimenti antagonistici, in contrapposizione con gli establishment politici consolidati; mentre col secondo (neopopulismo), i movimenti antagonisti “si sono generalmente dati identità politiche non mediabili e strutture completamente separate”, che per certi versi hanno riproposto la vecchia logica orizzontale di contrapposizione destra-sinistra. Secondo Revelli, infatti, la protesta è stata portata da versanti opposti del sistema politico, a “sinistra come a destra”. L’Italia, da questo punto di vista, non ha fatto eccezione, nel senso che la voce populismo ha subito “scostamenti lessicali” rispetto a quella ricorrente sino alla fine del Novecento.

Nell’esperienza italiana, il movimento neopopulista, “in stretta connessione con l’ondata neoliberista che ha caratterizzato il passaggio di secolo”, muovendo d’ambo i lati orizzontali dello schieramento politico tradizionale, ha teso ad organizzare la protesta contro le organizzazioni esistenti per destrutturarle e delegittimarle, al fine di scardinarle dalle loro posizioni consolidate e privilegiate. Questo intento del neopopulismo italiano – afferma Revelli – consente di collegare gli eventi italiani “connessi all’ascesa di Matteo Renzi al governo, alla sua retorica della ‘rottamazione’ e del Paese che ‘cambia verso’ oltre, naturalmente, allo stile con cui è stata lanciata e varata la riforma costituzionale”, per realizzare innovazioni pretese dai mercati, ma finendo per offrire un “neopopulismo dall’alto” che sembrerebbe aver trovato in Italia il “proprio luogo di elezione”.

Dal punto di vista delle diffusione e del consolidarsi dell’esperienza neopopulista, l’Italia costituisce però un’eccezione, in quanto presenta tre varianti, tre forme, che Revelli denomina sulla base dei “nomi dei loro ‘eroi eponimi’, berlusconismo, grillismo e renzismo”; tre fenomeni (chiamati dallo stesso politologo, rispettivamente, “telepopulismo berlusconiano”, “cyberpopulismo grillino”, “populismo dall’alto di Matteo Renzi”) che risultano tra loro “diversi per tempi di ‘emersione’ e di ‘egemonia’ oltre che per cultura politica […], ma accomunati da alcuni tratti non solo formali”. Le tre forme di populismo sono tutte caratterizzate dall’essere guidate da leader che hanno impresso ai loro movimenti una forte personalizzazione, uno stile di comunicazione basato su un rapporto diretto con il pubblico e tendenti a presentare se stessi “sotto il segno della rottura, della diversità e del nuovo inizio”

Sul piano sostanziale, il “telepopulismo berlusconiano” ha ridotto la tradizionale democrazia rappresentativa in “video-politica”; il suo leader ha gestito il rapporto col pubblico come “’un imbonitore’, che nel ‘celebrare la propria diversità’” si è rivolto al popolo, lusingandolo a suon di promesse, come le sue reti televisive gli hanno consentito, “non solo attraverso i segmenti del palinsesto dedicati alla cronaca o al dibattito politico”, ma anche attraverso i programmi d’intrattenimento somministrati al pubblico televisivo. Il “populismo berlusconino”, pur dando “corpo al vuoto” creatosi con la crisi della Prima Repubblica, a seguito della spinta dirompente della “questione giudiziaria”, non ha saputo evitare “la latente crisi di sistema che, sotto la spinta della globalizzazione” ha coinvolto, quasi vent’anni dopo, le democrazie economicamente avanzate dell’intero Occidente.

Il “ciberpopulismo grillino” è emerso dopo una nuova cesura subita dal sistema politico italiano con la caduta dell’ultimo governo di Berlusconi, seguita da una crisi extraparlamentare, per via della quale quasi tutti i partiti erano scomparsi perché sostituiti da un governo dei tecnici, che con le sue scelte si è reso responsabile di “politiche socialmente sanguinose”. Dopo una lunga notte della politica – afferma Revelli – è “ritornato alla luce il sistema politico italiano”, mutato strutturalmente, in quanto non più bipolare, ma tripolare, con la comparsa, dopo le elezioni politiche del 2013, di un terzo incomodo (il Movimento 5 Stelle di Grillo) tra i due poli ridimensionati di centro-sinistra e di centro-destra.

Questo nuovo movimento, sostituendo al medium televisivo (non interattivo) del “populismo berlusconiano”, il più interattivo “web” (rete informatica), scelto come “forma di espressione e di organizzazione” del sorgente “popolo della rete”, ha potuto affermarsi ulla base di un programma completamente diverso rispetto a quello degli altri poli politici; i suoi obiettivi, sottolinea Revelli, affermavano l’urgenza di ricuperare la democrazia partecipativa dei cittadini, di difendere uno stato sociale di tipo universalistico, di tutelare e valorizzare i beni comuni e/o pubblici, di introdurre il reddito di cittadinanza, di sostenere la priorità degli investimenti per la scuola e la sanità pubblica”, nonché di ridurre le differenze di reddito tra i cittadini. Da un altro lato, il “cyberpopulismo grillino” si è affermato per via del fatto che, a differenza degli altri mondi politici, ha sempre nutrito una profonda sfiducia nelle istituzioni, nazionali ed europee, in quanto considerate occupate da un establishment che, secondo il “cyber popolo” del movimento pentastellato, ha perso ogni capacità di garantire un futuro economico-sociale dotato di una qualche certezza.

E’ questa “la chiave del successo” del movimento “grillino”, difficile da scalfire nonostante errori e mancanza di esperienza del suo personale politico, e nonostante “una prova di sfondamento” che – a parere di Revelli – è stato tentato sul suo stesso terreno dal “populismo dall’alto di Matteo Renzi”. Perché dall’alto? Perché tentato attraverso un populismo ibrido, un “po’ di lotta e un po’ di governo”, dice Revelli, con una “base popolare, ed elettorale, costruita attraverso l’impiego di retoriche tipicamente populiste e comportamenti (tipicamente) trasgressivi in funzione delle legittimazione (‘in basso’) di politiche sostanzialmente conformi alle linee guida volute e dettate ‘in alto’”; ma anche con l’uso di apparati comunicativi utilizzati da Berlusconi e da Grillo per comunicare all’elettorato il proprio populismo anticasta, “messo in campo con la retorica delle ‘Rottamazione’ […], sfoderato contro i propri avversari di partito”. In altre parole , si è trattato di un populismo, la cui politica di governo ha soprattutto riguardato l’accoglimento e la soddisfazione delle richieste dell’establishment europeo, piuttosto che l’attuazione di un programma aperto alle più sentite urgenze popolari; una politica che ha sempre avuto, e che continua ad avere, il sostegno dei poteri forti nazionale e quello di gran parte della cosiddetta stampa d’opinione, sedicente progressista.

La “solenne bocciatura” uscita dalle urne il 4 dicembre scorso, con la quale gli italiani hanno respinto il tentativo di Renzi modificare la Costituzione repubblicana, è stata sancita da “una volontà popolare mossasi, in basso, in direzione ostinata e contraria” al populismo renziano. Il rifiuto della modifica costituzionale avrebbe dovuto far capire all’ex capo del governo che la sua proposta politica scontava un netto rigetto popolare e che, nell’attesa di condizioni migliori, gli italiani hanno scelto la conservazione dell’integrità della Carta come “una valida protezione sotto cui ripararsi.

Sennonché, alla luce del suo continuo agitarsi, l’ex capo del governo, contrariamente alle promesse fatte in caso di bocciatura della sua proposta di modifica costituzionale, sembra volersi riproporre con gli stessi intenti aggressivi che lo hanno contraddistinto negli anni di governo; eppure, per rendere il suo populismo più soft nei confronti delle esigenze popolari, basterebbe che Renzi promettesse di voler attuare una politica tendenzialmente più ridistribuiva, con la quale rimediare alle conseguenze “sanguinose” prodotte da tanti anni di austerità e di contenimento della spesa pubblica; in altre parole, egli dovrebbe, quantomeno, promettere l’attuazione di una politica blandamente riformista, ma che allo stato attuale è percepita “rivoluzionaria” dai poteri forti presenti nel Paese e dalla maggior parte della stampa benpensante. Perseverando, invece, nel modo di far politica così come ha fatto sino alle sue dimissioni, il Paese è condannato a conservarsi nell’incertezza chissà per quanti anni ancora.

Gianfranco Sabattini

Alain De Benoist e i limiti del processo
di globalizzazione

AlainDeBenoistAlain De Benoist è un autore “intrigante”, il cui pensiero è di difficile classificazione, essendo trasversale rispetto alle molte prospettive di analisi prevalse nel corso del XIX secolo ed anche in quello dei primi lustri di quello attuale; per questo motivo è spesso aspramente criticato, sia da destra che da sinistra. Poiché si tratta di un pensatore che sintetizza concetti e conclusioni includenti il marxismo, l’ecologismo, il multiculturalismo, il socialismo, il federalismo, il comunitarismo ed altro ancora, si può condividere la risposta che De Benoist ha dato ai suoi critici: “Non limitiamoci a dire che tutto ciò che è nostro ha un valore; diciamo piuttosto, con forza e convinzione, che tutto ciò che ha valore è anche nostro”.

Da tempo, De Benoist è un critico radicale degli esiti della globalizzazione e di quelli delle politiche ispirate all’imperante neoliberismo, considerato dal pensatore francese responsabile della crisi che sta attanagliando il capitalismo a partire dal 2007/2008; la sua analisi merita attenzione, anche perché propone una prospettiva riformista di alcuni aspetti dell’attuale sistema capitalistica che i riformisti storici stentano a condividere, qual è ad esempio la riforma dell’attuale organizzazione del sistema di sicurezza sociale.

E’ ricorrente, fra i neolibersiti, il ritornello secondo cui il capitalismo sarebbe indistruttibile; si dice anche che la capacità di adattamento del capitalismo alle situazioni sempre mutevoli sarebbe illimitata, nel senso che esso sarebbe sempre in grado di superare qualsiasi crisi, quale che sia il livello d’intensità con cui questa si manifesta. In realtà – afferma De Benoist – occorre distinguere tra crisi congiunturali e crisi sistemiche o strutturali; queste ultime, a differenza delle prime, sono quelle che hanno incominciato ad verificarsi prevalentemente a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, allorché all’interno delle economie capitalistiche la disoccupazione ha presentato il carattere del irreversibilità. Ciò ha posto l’economia globale di fronte a una triplice crisi, riguardante, rispettivamente, il modo di produzione, l’idea che il mercato non abbia bisogno d’essere regolato e l’ideologia economica che postula la possibilità di garantire il funzionamento stabile del sistema economico attraverso un continuo ricorso al debito. E’ proprio alla propensione a ricorrere all’espansione del debito che si deve – secondo De Benoist – l’origine della crisi dei mercati immobiliari americani del 2007/2008.

La possibilità di supportare la domanda finale attraverso il ricorso il credito al consumo è stata una della maggiori innovazioni finanziarie del capitalismo, non del secondo dopoguerra, come sostiene De Benoist, ma di quello entrato in crisi durante gli anni Settanta, a causa dei problemi energetici e di quelli valutari manifestatisi a livello globale. In altri termini, a parere di De Benoist, non potendo stimolare il consumo attraverso il monte salari, a causa della crisi delle attività reali, si è cercato di stimolarlo con il credito; ciò in quanti, per “i detentori di portafogli finanziari, questo era l’unico modo per trovare nuovi giacimenti di redditività, anche a costo di rischi sconsiderati”. Al fine di sostenere il ritmo crescente del credito concesso e garantirne il sicuro “rientro”, le istituzioni finanziarie hanno fatto ricorso a due tecniche: la “cartolarizzazione” e il trasferimento del “rischio di credito”, realizzato attraverso i cosiddetti “titoli derivati”.

Quali ammaestramenti possono essere tratti – si chiede De Benoist – da quanto è accaduto a livello globale nel funzionamento dei sistemi economici, a causa del prevalere dell’ideologia neoliberista? Innanzitutto, la flagrante smentita della tesi secondo la quale solo i comportamenti egoistici individuali, attraverso il libero mercato, contribuiscono al bene collettivo. In secondo luogo, il fallimento dell’ideologia neoliberista evidenzia il fatto che il libero mercato non è affatto dotato di “meccanismi autoregolatori”, per cui il sistema economico, in assenza di interventi correttivi esterni, non è in grado di aggiustarsi spontaneamente. Infine, l’altro importante ammaestramento che può essere tratto dalla crisi globale, provocata dall’egemonia dell’ideologia neoliberista, è che, sebbene si pretenda di accreditare la teoria economica come una scienza al pari delle scienze della natura, nessuno tra gli “addetti ai lavori” sembra essere in grado di prevedere il sopraggiungere di una crisi, o quantomeno di eliminarne il rischio, assicurando stabilità di funzionamento al sistema economico; ciò accade perché la realtà economica, in quanto parte della realtà sociale, non può essere riassunta all’interno di rigidi schemi formali, per cui la crescente “matematizzazione” della teoria economica degli ultimi decenni, soprattutto nell’ambito della valutazione dei rischi, non ha potuto garantire alla teoria una capacità predittiva, avendole garantito solo eleganza formale a scapito del realismo.

A parere di De Benoist, l’idea complessiva che può essere tratta dalla crisi dell’economia globale è che “il capitalismo lasciato a se stesso non può che auto-distruggersi, non può che essere minato dalle proprie contraddizioni interne”, derivanti in particolare dai limiti della logica distributiva ineguale del prodotto sociale; nel lungo periodo, ciò dà origine a profonde e generalizzate ineguaglianze, sorreggendo un processo di accumulazione del capitale, la cui dinamica raggiunge il proprio limite quando “l’economia non riesce più a fare sistema, ossia quando il fare del suo mondo non riesce più a riprodurre il mondo del suo fare”.

Per rimediare alla perdita di coesione della quale soffrono quasi tutti i sistemi sociali in crisi, per via delle disuguaglianze distributive, De Benoist suggerisce l’introduzione di un reddito di cittadinanza; questa forma di reddito avrebbe il merito di caratterizzarsi come diritto prepolitico da riconoscersi, al pari di tutti gli altri diritti civili, a tutti i componenti di una data comunità, per il solo fatto d’essere nati. Tale forma di reddito sarebbe quindi corrisposta a tutti i cittadini, perché ne dispongano incondizionatamente, potendolo cumulare con qualunque altro reddito, senza alcuna detrazione, eccetto quella prevista dal sistema fiscale in vigore.

Per DE Benoist, il reddito di cittadinanza “rappresenta un atto di solidarietà, che si esercita in permanenza a priori, e non a posteriori”; inoltre, non essendo soggetto ad alcuna condizione, il reddito di cittadinanza si distingue da ogni forma di sussidio sociale, la cui erogazione è subordinata alla contropartita della ricerca di un’occupazione. L’idea del reddito di cittadinanza – afferma De Benoist – non è nuova, ma la sua formulazione moderna risale al periodo tra le due guerre mondiali, mentre la sua giustificazione politica è avvenuta soprattutto per opera di Philippe Van Parijs e di André Gorz a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

L’istituzione di un reddito di cittadinanza è oggetto di numerose obiezioni; alcune di carattere morale, altre economiche. Le obiezioni morali sono generalmente basate sul presupposto che il lavoro sia il mezzo che qualifica l’uomo, fondandone la dignità e il rispetto sociale; l’erogazione del reddito di cittadinanza, si obietta ancora, potrebbe favorire il disinteresse dell’uomo per il lavoro e, di conseguenza, creare tensioni nel marcato del lavoro. In proposito, si può controbattere affermando che l’introduzione del reddito di cittadinanza, non solo non provocherebbe, da parte di chi ne gode, la diserzione dal mercato del lavoro, ma anzi concorrerebbe a migliorare la funzionalità di tale mercato; la libertà di licenziamento infatti cesserebbe di costituire motivo di tensioni sociali, per via del fatto che coloro che dovessero perdere la stabilità lavorativa godrebbero dei vantaggi del reddito di cittadinanza.

Le obiezioni economiche al reddito di cittadinanza traggono origine dall’idea che esso possa trasformare coloro che ne fruiscono in assistiti perenni. Anche questa idea è destituita di credibilità, in considerazione del fatto che il reddito di cittadinanza – afferma De Benoist – “non è un assistentato, perché l’individuo, una volta munito del necessario, proverà il bisogno di agire e di realizzarsi”; bisogno, questo, che sarà tanto più avvertito, quanto più lo Stato accompagnerà l’erogazione del reddito di cittadinanza con la promozione di attività autonome.

Un’altra obiezione economica paventa il rischio che l’introduzione del reddito di cittadinanza possa incrementare l’immigrazione; ciò è comunque poco credibile, se il reddito di cittadinanza viene erogato solo a favore dei cittadini e se si procede, di pari passo, ad una rigida disciplina delle condizioni di attribuzione della cittadinanza.

L’obiezione più fondata riguarda la realizzabilità dell’istituzione del reddito di cittadinanza, soprattutto sotto l’aspetto del finanziamento; si può osservare in proposito che tale finanziamento dovrebbe avvenire attraverso la sostituzione della maggior parte delle attuali prestazioni sociali, nel senso che il reddito di cittadinanza si sostituirebbe alla maggior parte dei meccanismi redistributivi esistenti; fatto, questo, che implica un processo di revisione radicale del vigente sistema di welfare.

E’, questo, un punto qualificante dell’istituzione del reddito di cittadinanza, per via dei suoi effetti positivi sul piano sociale e su quello economico; attraverso l’istituzione del reddito di cittadinanza diverrebbe possibile, non solo porre rimedio al problema delle disuguaglianze distributive ed ai loro effetti negativi sul piano della tenuta della coesione sociale; ma, come già si è detto, anche sul piano del più efficace funzionamento del mercato del lavoro, non più condizionato dalle tensioni che possono insorgere ogni qual volta il mondo della produzione si trova nella necessità di dover variare il livelli occupazionali, per conservarsi competitivo sul mercato internazionale.

In conclusione, l’analisi storica e prospettica della possibile evoluzione del capitalismo compiuta da Alain De Benoist potranno essere considerate con sospetto dai riformisti di sinistra, per via dell’impegno politico profuso dal pensatore francese da posizioni di destra; tuttavia, non va dimenticata la trasversalità del suo pensiero rispetto a molte delle correnti culturali prevalse nel XX secolo. Considerato lo stato non proprio ottimale del dibattito culturale, politico ed economico in corso in molti Paesi del Vecchio Continente, diventa impossibile trascurare l’invito dello stesso De Benoist a condividere tutto ciò che ha valore e senso, prescindendo dalla connotazione culturale da cui ha tratto origine.

Gianfranco Sabattini