Trappist-1 e i suoi sette pianeti: scoperto un nuovo sistema extrasolare

Possono anche altri pianeti ospitare la vita? Esistono nell’immenso universo corpi celesti simili alla nostra Terra? Queste sono solo alcune delle tante domande che l’uomo si è posto e si pone tutte le volte che alza il proprio sguardo verso il cielo e vede la moltitudine di stelle che lo circonda. La ricerca astronomica è in continua evoluzione e non s’arresta un’ora, ottenendo spesso sorprendenti risultati.

Una risposta a tali interrogativi è arrivata proprio in questi giorni dalla Nasa, la quale ha annunciato la scoperta di un nuovo sistema planetario formato da ben sette pianeti, che ruotano intorno al loro “Sole”, chiamato Trappist-1 e distante 39 anni luce.

Gli artefici di questa scoperta sono stati Michaël Gillon dell’Università belga di Liegi e il suo team internazionale di astronomi, i quali hanno reso nota su Nature la ricerca compiuta, aprendo così uno spiraglio di luce sulla possibilità che esistano forme di vita anche in altre parti dell’universo.

Sistema-SolareTre dei sette pianeti sono situati nella fascia abitabile, cioè in una zona del sistema collocata a una distanza tale dalla stella da poter avere la presenza di acqua allo stato liquido. Questa scoperta li pone, perciò, tra i principali candidati a ospitare la vita.

I sei pianeti più vicini a Trappist-1 sono stati denominati dagli studiosi “gemelli” della nostra Terra, in virtù delle loro dimensioni, della temperatura e della loro probabile composizione rocciosa. Sono pochissime, invece, le notizie possedute sul settimo pianeta.

Trappist-1, scoperto dal team nel maggio del 2016 insieme ai tre pianeti della fascia abitabile, è una stella nana ultrafredda, meno calda e più piccola del Sole, la cui massa è un decimo di quella della nostra stella, mentre la sua luminosità corrisponde a 5 decimillesimi di quella solare.

Il nome trae origine dal TRAnsiting Planets and PlanetesImals Small Telescope south (Trappist-south), un telescopio di proprietà dell’Università di Liegi installato all’Osservatorio di La Silla sulle Ande e progettato col fine di monitorare alcune stelle nane, per scoprire l’esistenza di nuovi pianeti.

Questo neo sistema planetario è caratterizzato dalla elevata vicinanza dei suoi pianeti, maggiore rispetto a quella dei corpi celesti del nostro sistema solare. I sette parenti della Terra compiono inoltre un’orbita completa intorno alla loro stella molto più rapidamente rispetto ai nostri e il loro anno ha, quindi, una durata che va da un minimo di un giorno e mezzo a un massimo di 12,3 giorni.

La Nasa si propone ora di lanciare nello spazio il telescopio James Webb (probabilmente nel 2018), con l’obiettivo di scoprire la composizione dell’atmosfera di questi pianeti e la loro emissione termica.

Rosella Maiorana

Legge e autonomia collettiva per regolare
il sindacato

ballistreriUno dei temi più dibattuti dalla dottrina giuslavoristica italiana, come dagli stessi attori delle relazioni industriali, nonché controversi è quello della regolazione del sindacato e dell’eventuale attuazione dell’art. 39 della Costituzione. Su di esso è stato di recente pubblicato per i tipi di Giuffré Editore il volume “Sindacato: autonomia e legge” di Maurizio Ballistreri, docente di diritto del lavoro nell’Università di Messina, che sarà presentato in un dibattito al Senato mercoledì 22 prossimo, alle 11.00, con la partecipazione di parlamentari, giornalisti, sindacalisti e imprenditori.

L’opera trae spunto dalla circostanza che la dottrina giuslavoristica è impegnata da tempo ad indicare un nuovo quadro regolativo delle relazioni sindacali in Italia, anche nella prospettiva di un intervento legislativo in materia di rappresentanza e rappresentatività sindacali e contrattazione collettiva. E’ una tematica che, dopo decenni di rimozione se non anche di pregiudiziale rifiuto delle previsioni costituzionali in materia, ha acquistato nuova attualità, sulla quale, invero, la scienza lavoristica italiana non ha mai cessato di interrogarsi, pure in una prospettiva comparata.

L’autore nell’opera parte dall’analisi della crisi dei sindacati dei lavoratori, legati al modello produttivo taylorista-fordista, alla sovranità statuale sulle scelte economiche e sociali e al welfare state, in conseguenza dell’affermazione del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, con la messa in questione del loro ruolo di corpi intermedi della società e di fondamentali presidi di democrazia, espressione di visioni politiche e culturali del ‘900, dalla dottrina sociale e dal personalismo cattolici come dai modelli di derivazione weimariana delle socialdemocrazie europee

E Ballistreri, memore della lezione del grande giuslavorista anglo-tedesco Otto Khan Freund e dei suoi moniti sull’uso del metodo comparato, verifica analogie e differenze con l’attuale modello francese in materia, senza indicare la bontà di un innesto sic et simpliciter nel nostro ordinamento del lavoro, stante le diverse specificità nazionali.

Il volume ricostruisce in modo approfondito il dibattito dottrinale in Italia sul rapporto tra legge e autonomia collettiva, quali fonti regolamentatrici del sindacato, a partire dal periodo dello Stato liberale, seguito dal corporativismo fascista e dalla transizione sindacale verso la Costituzione repubblicana.

Ballistreri, poi, focalizza la previsione della Costituzione sulla regolazione del sindacato, frutto di un acceso confronto politico e culturale in sede di Assemblea costituente, con l’art. 39 che prevede espressamente assieme al principio-precetto della libertà e del pluralismo sindacali anche la regolazione per legge di queste materie, la cui inattuazione per quasi 70 anni è dipesa dalla preferenza accordata ai sindacati al ricorso alla fonte legale dell’autonomia collettiva e, quindi, all’utilizzazione di strumenti pattizi con le associazioni datoriali. E qui, l’autore richiama l’uso della contrattazione collettiva di diritto comune e il ruolo di supplenza della Corte costituzionale e della Cassazione per disciplinare il fenomeno sindacale, con la creazione di un sistema sindacale “di fatto”, che ha consentito a Gino Giugni, al cui insegnamento Ballistreri è legato, e ad una parte significativa della dottrina giuslavoristica italiana di elaborare la teoria dell’”ordinamento intersindacale”. Una teoria che ha, successivamente, con la “creatura” giuridica di Giugni, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, di importare in Italia la complessa strumentazione della legislazione promozionale del sindacato, elaborata dalla “Scuola di Oxford”.

E poi l’autore arriva ai giorni nostri, dove, anche alla luce degli accordi “separati”, in particolare alla Fiat, la regolazione per via contrattuale degli istituti della rappresentanza e della contrattazione collettiva mostra evidenti limiti, prova ne sia che il Testo Unico del 10 gennaio 2014 su tali materie tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria non ha trovato concreta applicazione.

In questo scenario di incertezze, in cui a livello politico si è anche incentivata la cosiddetta “disintermediazione”, il superamento, cioè, del dialogo sociale dopo gli anni della concertazione in cui sindacati dei lavoratori e associazioni dei datori di lavoro hanno concorso a determinare la politica economica del Paese, con un modello definito di “necorporativismo dell’emergenza”, Ballistreri richiama gli studi scientifici e le varie tendenze di politica del diritto, le quali ritengono che l’eventuale “legge sindacale” in Italia debba ispirarsi al modello adottato storicamente in Francia. Tale modello sul versante degli istituti della rappresentatività e della contrattazione è segnato da un notevole interventismo della legge, diverso, quindi, dal modello italiano tradizionalmente alieno da “incursioni” eteronome nella contrattazione collettiva, in grado di dare certezze sul terreno del rapporto tra rappresentatività reale ed efficacia generalizzata dei contratti collettivi. Il volume di Ballistreri, caratterizzato da solida dottrina, da un’indagine scientifica approfondita e da una capacità di analisi oltre i confini nazionali, frutto di un impegno accademico anche in diverse università europee (Extremadura e Santiago di Compostela in Spagna; Sorbonne-Pantheon a Parigi, Università Economica di Cracovia, Atenei di Kiew e di Zagabria), mostra come non sia più un tabù parlare di un intervento eteronomo di legge nei confronti degli istituti della rappresentanza, della rappresentatività e dell’efficacia dei contratti, rispetto all’autonomia collettiva, in una logica di dialogo e di incontro tra le due fonti proprio sul modello storicamente affermatosi in Francia, riscontrando in questo salto evolutivo tutta l’attualità delle teorie dell’istituzione come organizzazione sociale. Si tratta, indubbiamente, di un importante contributo ad una nuova prospettiva sindacale in cui, finalmente, ci siano certezze sulle regole della rappresentanza e della rappresentatività, superando la logica esclusiva del reciproco riconoscimento tra alcuni dei protagonisti delle relazioni industriali per favorire l’inclusione di nuovi soggetti rappresentativi, misurando la consistenza in azienda ai fini dell’attribuzione dei diritti sindacali, valorizzando anche un modello sindacale legato alle dinamiche del territorio e delle comunità in esso insediate. Dal contributo scientifico di Ballistreri, in definitiva, emerge l’esigenza che la disciplina del sindacalismo in Italia, proprio sulla base del dialogo tra legge e autonomia collettiva, ricostruisca il rapporto tra rappresentanza e dinamiche sociali, vivificando quel modello politico e sociale pluralista, secondo cui tra istituzioni e cittadini sia necessario l’inserimento di gradi intermedi di distribuzione del potere che tutelino questi ultimi dalle eventuali forme dispotiche del suo esercizio.

Antonio Casagrande

 

 

Capitale umano, il bene pubblico del “prodotto” dell’istruzione

capitale_umanoDopo la crisi, la visione localistica nel rilancio dell’economia nazionale non deve tradursi in un vincolo alla necessità che le politiche pubbliche che si vorranno attuare manchino d’essere formulate in una visione globale dell’intero sistema economico, sia pure articolate territorialmente. L’auspicato ritorno al territorio deve, infatti, esprimere l’urgenza che gli interventi decisi per le singole aree territoriali siano coordinati in una visione d’insieme delle politiche adottate a livello nazionale; visione che, inoltre, non dovrà trascurare ciò che, in passato, malgrado la sua importanza, non è mai stato oggetto di considerazione, com’è accaduto al capitale umano.

A sottolineare la necessità di migliorare la “qualità” del capitale umano sulla quantità delle forze di lavoro disponibili, soprattutto con riferimento ai singoli territori, sono molte organizzazioni internazionali, le cui analisi dimostrano da tempo il ruolo propulsivo che può essere svolto dalla qualità del capitale umano sulla quantità, sottolineando la pressoché totale irrilevanza della considerazione dei soli parametri quantitativi, come, ad esempio, quello concernente il livello di alfabetizzazione dell’intera popolazione, disgiunta dalla qualità del tipo di istruzione, funzionale alla promozione della crescita del reddito pro-capite.

L’importanza della qualità del capitale umano è stata riconosciuta dall’Unione Europea che, com’è noto, dopo aver valutato positivamente lo stimolo che può originare dal “circolo virtuoso” che può essere attivato dalla relazione che lega il capitale umano allo sviluppo dei territori, ha incluso tra le strategie d’intervento adottabili da tutti gli Stati membri anche quella fondata sull’approfondimento e miglioramento della conoscenza per l’intero stock di forza lavoro disponibile. Strategia, quest’ultima che, in tempi come quelli attuali di contenimento della spesa pubblica, assume un particolare rilievo, considerando che il miglioramento della qualità della forza lavoro può essere perseguito, a parità di spesa pubblica per l’istruzione, solo attraverso una riorganizzazione complessiva interna del sistema dell’istruzione vigente.

Al tema dell’importanza della qualità del capitale umano è dedicata un’analisi condotta, per conto della libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli di Roma, da Massimo Egidi, Livia De Giovanni, Andrea Baratti e Francesca G.M. Sica, i cui risultati sono stati pubblicati nel numero di ottobre/dicembre 2015 della “Rivista di Politica Economica”, col titolo “Capitale umano e attrattività dei territori”. L’analisi, dichiarano gli autori, “ruota intorno all’assunto fondamentale che oggi il fattore lavoro rileva non tanto per la sua componente materiale, misurabile da un punto di vista quantitativo, tramite la conta delle ‘teste’ che compongono la forza lavoro, ma piuttosto da quella immateriale, misurabile con indicatori qualitativi, quali il livello di abilità cognitive e competenze”; abilità e competenze che, pur essendo incorporate nelle unità della forza lavoro, non tutte sono innate; per lo più esse sono accumulabili attraverso ”istruzione ed esperienza”.

La dotazione di capitale umano di un dato Paese, a differenza del capitale naturale, non è una quantità fissa, in quanto può essere accresciuta attraverso l’investimento in istruzione che, data la natura di bene pubblico del “prodotto” dell’istruzione, può dare luogo ad un rendimento maggiore di quello derivante da un identico investimento valutato però unicamente dal punto di vista privato. Ciò perché, a differenza degli investimenti privati in istruzione, decisi in funzione di finalità produttive, quelli effettuati dal settore pubblico sono volti alla formazione di esternalità positive, in funzione della creazione del “capitale sociale”, formante l’insieme delle relazioni di fiducia e reciprocità tra soggetti e tra soggetti ed istituzioni, che supportano l’”azione collettiva e costituiscono una risorsa per la creazione di benessere”.

L’importanza del capitale umano nel promuovere il processo di crescita e sviluppo, nonché quella della retroazione dalla crescita sullo sviluppo, erano considerate in passato in funzione della “produttività del lavoro”, senza che di questa venisse indicato il processo di formazione. Solo di recente, affermano gli autori, a far data dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, è stata riconosciuta la rilevanza per gli studi economici dell’assimilazione, nel processo di accumulazione, promosso attraverso l’investimento in istruzione, del capitale umano a quello fisico, dove il capitale umano è espresso da due “pilastri”.

Il primo pilastro, identificato nell’istruzione obbligatoria di base (licenza elementare e media), incorpora nella forza lavoro la capacità di imitazione delle tecnologie prodotte da altri sistemi economici, nonché quella di rendere possibile la diffusione delle tecnologie esistenti a tutto il sistema economico; il secondo, identificato, invece, nei segmenti dell’istruzione secondaria superiore e terziaria, assicura alla forza lavoro la capacità di generare innovazioni, di creare nuovi processi produttivi e di inventare nuovi prodotti e tipi di servizi.

Quanto alla crescita ed allo sviluppo promossi dal miglioramento della qualità del lavoro – affermano gli autori – “le evidenze empiriche mostrano che i Paesi più ricchi (in termini di reddito pro capite) non sono necessariamente anche quelli con una più elevata qualità del capitale umano”; ciò perché in un “contesto sempre più permeato dalla conoscenza, giocano un ruolo decisivo le istituzioni educative ma anche le imprese: le prime perché sono tipicamente i luoghi dove la conoscenza viene ‘coltivata’, accumulata e trasmessa; le seconde, perché hanno il compito di applicare i risultati della ricerca ai processi produttivi, ai prodotti, all’organizzazione”.

La qualità del capitale umano gioca un ruolo insostituibile soprattutto nella promozione dello sviluppo dei territori, essendo la produttività “la variabile chiave delle competitività territoriale”; la produttività dei territori, infatti, come la definiscono gli autori, è l’abilità del lavoro di “offrire un ambiente attrattivo e sostenibile per le imprese e le persone ivi residenti per vivere e lavorare, ottimizzando le risorse endogene per competere e prosperare nei marcati nazionali e internazionali adattandosi ai cambiamenti di questi mercati”; conseguentemente, l’attrattività dei territori si identifica con la loro capacità di competere, e questa, a sua volta, catalizza le preferenze dei loro potenziali utenti, in qualità di preesistenti o nuovi investitori, in quanto valutano appunto i territori ottimali o più attrattivi in qualità di imprenditori che devono decidere se e dove investire; oppure in qualità di residenti che devono decidere se continuare a vivervi, oppure se trasferirvi la loro residenza.

Posto quindi che la produttività è l’elemento che collega il capitale umano alla crescita e allo sviluppo dei territori, per via della loro competitività determinata dalla qualità del lavoro, ciò che conta sottolineare è che la relazione esistente tra il capitale umano, da una parte, e la crescita e lo sviluppo dei territori, dall’altra, oltre che essere una relazione diretta, è anche “una relazione reversibile”; nel senso che il miglioramento del capitale umano concorre, sì, a determinare l’aumento della competitività, ma l’aumento di quest’ultima, alla lunga, determina un ulteriore incremento del capitale umano, e così via.

In questa prospettiva, perciò, affermano gli autori, l’aumento del capitale umano “può essere visto come l’anello ‘mancante’ del circolo virtuoso tra produttività-competitività-reddito pro capite, considerato che i Paesi più competitivi, secondo le graduatorie stilate dagli organismi internazionali più accreditati, sono anche quelli caratterizzati, non solo da un tenore di vita più alto, misurato dal reddito pro-capite, ma altresì da un elevato capitale umano”. Ciò è confermato dalle numerose indagini sul campo effettate a livello internazionale, nazionale e provinciale.

A livello internazionale, le indagini, condotte per iniziativa del Forum economico mondiale (WEF), conosciuto anche come Forum di Davos, hanno messo in evidenza la relazione intercorrente tra l’”indice sintetico di capitale umano” (HCI) e l’”indice sintetico di competitività” (GCI), considerando il primo uno degli assi portanti della competitività di ogni Paese e, fra essi, quelli riguardanti l’istruzione primaria e lo stato di salute della popolazione, i più importanti. Secondo il WEF, una forza lavoro in stato di salute è condizione primaria per la produttività-competitività-attrattività di ogni Paese.

Il buono stato di salute della forza lavoro, infatti, costituisce il punto di partenza sul quale può essere impartita con successo l’istruzione di base necessaria per accrescere la produttività del lavoro utilizzato dalle imprese nelle combinazioni dei fattori produttivi. L’istruzione secondaria, quella terziaria e la “formazione continua”, oltre ad elevare la produttività del lavoro utilizzato dalle imprese, concorrono anche a migliorare la produttività dell’intero sistema economico.

A livello territoriale, la commissione Europea preposta all’elaborazione dell’”indice regionale di competitività” (RCI) ha stimato un coefficiente di correlazione tra istruzione terziaria-formazione continua e la competitività-attrattività territoriale superiore a quello stimato per la correlazione tra quest’ultima e l’istruzione primaria e secondaria. Sulla base di queste stime è stato possibile accertare che i territori europei (regioni) “con un’elevata intensità di capitale umano” sono quelli che registrano un alto valore dell’”indice di competitività-attrattività regionale”.

Tutte le considerazioni sin qui svolte sull’importanza dell’istruzione-formazione della forza lavoro ai fini della crescita del capitale umano, se riferite all’Italia, secondo l’analisi condotta da Egidi, De Giovanni, Baratti e Sica, consentono di affermare che l’Italia ed i suoi territori, in particolare quelli della parte più debole del Paese (ovvero, quella meridionale), mostrano un ritardo in termini di capitale umano, soprattutto sul piano del suo livello qualitativo. Particolarmente gravi sono i ritardi accusati dai territori maggiormente arretrati, non solo per la bassa spesa pubblica in istruzione, ma anche e soprattutto perché il tipo di istruzione impartita è stata normalmente non appropriata alla qualità della forza lavoro presente nei singoli territori.

Ciò che differenzia la produttività del lavoro di un dato territorio rispetto ad altri è il modo in cui la forza lavoro in esso presente è stata istruita, secondo forme poco appropriate all’eredità storica della popolazione. Ciò significa che, all’interno di ogni territorio, la crescita e lo sviluppo dovranno essere intesi come processi generativi di benessere dipendenti, non solo dall’impiego delle risorse materiali disponibili, ma anche e soprattutto dal miglioramento della qualità dalle risorse umane radicate nel territorio, che traggono motivo d’essere utilizzate in funzione del bisogno di beni e servizi delle popolazioni presenti.

Il bisogno di beni e servizi localmente avvertito deve rappresentare il principio di organizzazione del piano d’investimenti che abbia come fine la promozione del miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni; la via d’uscita dai ritardi accusati dai territori italiani, soprattutto da quelli più arretrati sta, come sottolineano gli autori al termine della loro analisi, nel miglioramento della qualità del capitale umano, non tanto attraverso i corsi ufficiali di istruzione nell’attesa utopistica che le scuole e le università forniscano un capitale umano “su misura”, quanto attraverso il ricorso a cicli appropriati di istruzione continua e di riqualificazione, aperti al recepimento degli stati di bisogno provenienti “dal basso”.

Gianfranco Sabattini

 

La schiavitù del capitale. Il mondo e l’Occidente secondo Canfora

canforaI libri di Luciano Canfora sono belli ed anche coinvolgenti, soprattutto per i lunghi excursus storici coi quali egli spiega l’origine di concetti e di categorie linguistiche consolidate, con le quali noi moderni formuliamo i nostri giudizi sullo stato in cui versa il mondo e sui sistemi sociali nei quali vive l’umanità. Il limite delle narrazioni di Canfora stanno nel fatto che la loro esposizione risente in modo eccessivo del suo metodo di interpretazione della storia, quello della dialettica marxista, che la storia stessa è valsa in parte a smentire.
Nel suo ultimo libro “La schiavitù del capitale”, perciò, meraviglia non poco il fatto che Canfora, alla fine della sua analisi sull’avvento del dominio del capitale sul mondo, contrariamente a quanto sarebbe logico attendersi, dato il metodo adottato per la sua interpretazione del processo storico, offra una prospettiva liberatoria del mondo tendenzialmente acquiescente, quasi fatalistica.
Egli, infatti, conclude, contraddicendo coloro che si illudono di poter conoscere il senso del processo storico e penano di poterlo governare o guidare, riproponendosi “ancora una volta come interpreti se non addirittura piloti di esso”; in realtà, sarà solo possibile “immaginare che anche costoro, alla lunga, non reggeranno: a fronte, oltre tutto, di una veloce e incessante mutazione tecnologica, che destabilizza, in fretta, ogni certezza”. Non è certo una conclusione consolatoria, per chi crede ancora possibile una qualche forma di mobilitazione, volta a porre rimedio alle ingiustizie alle quali ha condotto l’ultima “temporanea ‘sentenza’ della storia”, secondo la quale, per ora, “chi sfrutta ha vinto la partita contro chi è sfruttato”.
Ciò spiega, secondo Canfora, quanto sia stato un “abbaglio” credere che l’esperienza vissuta durante il “secolo breve” del Novecento, iniziato con la Grande Guerra e finito con il crollo del socialismo reale, fosse “l’ultimo atto della storia”, ovvero la “fine della storia”, come Francis Fukuyama aveva osato preconizzare; un ”abbaglio” che ha impedito di capire che alla fine del Novecento, il modello capitalistico dell’Occidente, in tutte le sue coniugazioni, aveva pervaso tutto il mondo; che l’affermazione di tale modello era solo l’inizio di un processo destinato ad avere ulteriori successivi sviluppi; che il capitalismo era un sistema di dominio mondiale per monopolizzare il controllo della cultura e la disponibilità di ogni risorsa; che per funzionare secondo la sua logica, il capitalismo aveva ripristinato forme di “dipendenza di tipo schiavile”, anche all’interno del aree più avanzate del mondo; che il dominio del capitale aveva fatto regredire le conquiste che in Occidente era stato possibile conseguire “grazie alla novecentesca opposizione di sistema”; infine, che, per gestire il suo dominio, il capitalismo aveva bisogno del supporto della criminalità organizzata.
La conquista del dominio sul mondo, da parte dell’Occidente, è avvenuta, secondo la narrazione di Canfora, “attraverso il rivoluzionamento dell’arte della guerra, dalla congiunzione […] di ‘vele e cannoni’, del veliero con il cannone e la polvere da sparo”, che ha consentito all’Occidente il controllo di ogni sua periferia, “raggiungendo via mare e conquistando, con le bocche da fuoco issate sulle navi, la supremazia nelle estreme retrovie degli imperi terrestri dell’Asia”. E’ da quel momento che, secondo Canfora, ha avuto inizio il predominio planetario dell’Occidente, dando così il via ad una “rincorsa” nella quale la parte che ha vissuto un’esperienza significativa è stato l’Occidente e non il resto del mondo: non è stato l’Occidente ad essere colpito dal mondo, è stato il mondo ad essere colpito dall’Occidente.
La conclusione del processo di conquista ha visto consolidarsi, “da un lato un centro dinamico e aggressivo, dall’altro una serie di mondi, posti via via a contatto, o meglio in conflitto con quel centro”. Nel corso del XX secolo, tuttavia, l’Occidente ha, sì, vinto la sua “rincorsa” verso il Mondo; ma si è trattato di un risultato scosso da fermenti interni che ha reso instabile la posizione del vincitore. Dopo quarant’anni di guerra fredda, nella seconda metà del secolo scorso, affrontata con un’opposizione di sistema nata al suo proprio interno, l’Occidente è riuscito a confermare il originario “spirito di conquista”, illudendosi, con un’ulteriore espansione, che la “presunta ‘conclusione’ della storia, con la caduta del suo principale antagonista, l’URSS, segnasse la fine di ogni possibile opposizione al suo dominio incontrastato a livello mondiale. In realtà, afferma Canfora, l’illusione ha fatto velo sul fatto che la presunta conclusione fosse solo un “tornante” del processo storico.
Infatti, l’Occidente si trova ora a dover fare “fronte a controspinte molteplici, tutte gravide di conflitti e di tensioni”; di nuovo, quindi, deve sobbarcarsi l’onere di un conflitto continuo, per cui più esso “sfida il mondo […] e più aspra è la risposta”; questa, tra l’altro, oggi non si configura più in termini di confronto tra l’Ovest e l’Est, ma tra il Nord ed il Sud del mondo, da intendersi – secondo Canfora – in senso non strettamente geografico, in quanto il Sud perdente si è espanso, sia pure a “pelle di leopardo”, anche all’interno dell’area Nord vincente del mondo. Questo fenomeno di infiltrazione del Sud sfruttato, all’interno del Nord avanzato, è un fenomeno destinato ad allargarsi, attraverso quello dell’immigrazione, consentendo a coloro che lo alimentano di venire a “riprendersi quello che lo ‘scambio ineguale’ ha tolto loro”. Il problema che caratterizza l’inizio del nuovo secolo, quindi, non è più quello di regolare o governare i rapporti tra Occidente e Oriente, ma quello “di riequilibrare quanto prima possibile l’ingiusta divisione della ricchezza. Senza di ciò, – afferma Canfora – il conflitto per la sopravvivenza […] sarà la caratteristica dominante dei decenni che ci attendono”.
Parallelamente al conseguimento del dominio sul mondo, il capitalismo in tutte le sue coniugazioni, sorretto unicamente dalla logica del denaro, non ha liberato i Paesi che lo hanno adottato come modo di produzione dalla mentalità schiavistica originaria, in quanto dimensione endemica dell’ideologia capitalistica. Malgrado le dichiarazioni solenni con cui ne è stata decisa l’abolizione, oggi lo schiavismo, con il contributo del settore criminogeno della malavita organizzata, presente nei Paesi più avanzati dell’Occidente, è tornato a permeare di sé la concreta realizzazione del processo di accumulazione capitalistica; in conseguenza di ciò, “mentre nel cuore dell’Occidente va via via riducendosi la centralità dell’antagonismo capitale/lavoro salariato”, le “residuali ‘aristocrazie’ operaie dell’Occidente sono per lo più cointeressate alla compartecipazione ai vantaggi del sistema”.
Perdurando la situazione di dominio dell’Occidente sul mondo, permane l’interrogativo se mai sia possibile trascurare la circostanza che i Paesi più avanzati debbano godere del “diritto al primato in ogni ambito”; di consentire, cioè, a tali Paesi di appropriarsi della “fetta più grossa in tutti i campi, anche se pontificano ipocritamente di voler estendere il “proprio modello a tutto il pianeta”, pur sapendo che se ciò accadesse “abbasserebbe ipso facto lo standard di vita di chi sta in cima alla piramide”.
Quale speranza si può fondatamente nutrire, all’inizio del nuovo secolo, di poter porre rimedio allo squilibrio globale esistente? Canfora, pur confidando nel fatto che la storia è “un processo sempre aperto”, non esita a manifestare, almeno con riferimento al continente europeo, un totale scoramento, per il venir meno delle possibili soluzioni utopistiche sinora perseguite: da un lato, il “socialismo” e l’idea di “progresso; dall’altro, la realizzazione del progetto europeista. L’utopia del socialismo – sostiene Canfora – ha esaurito il suo ciclo vitale, già ben prima che finisse il XX secolo, mentre quella del progresso è stata “smentita dai fatti; e sembra non solo arretrare ma soccombere”. Quanto all’utopia del “sogno federalista europeo”, “quale è espressa nel Manifesto di Ventotene”, fondata su grandi propositi di rinnovamento, si può oggi constatare come non sia mai stato possibile iniziare a realizzare tali progetti e come sia fallita anche l’attuazione dell’”interpretazione meramente bancaria” che di quei progetti e stata tentata.
Tuttavia, a parere di Canfora, a consolare quanti aspirano alla realizzazione di un mondo più giusto, non resterebbero che due residue utopie, “tra loro molto distanti, ma entrambe in difficoltà: l’utopia della fratellanza e l’utopia dell’egoismo”. Le difficoltà della prima sono riconducibili al fatto che le “forze per attuarla sono poche e disperse. Paradossalmente – afferma Canfora – sono le aree povere, che l’UE considera peso morto del fortilizio monetario (la Grecia, lembi di Italia e poco altro), a tentare di tradurre in opere tale utopia antichissima, e forse difficile da spegnere”. Le difficoltà della seconda utopia, quella dell’egoismo, sono bene rappresentate dalle condizioni di sopravvivenza dell’Unione Europea, la cui ragion d’essere in questo momento si identifica nella difesa di “una moneta inutilmente competitiva e nello smantellamento delle conquiste sociali novecentesche”.
Canfora, al termine della sua analisi circa le condizioni in cui versa il mondo attuale, si domanda se, per tutti coloro che hanno assistito nell’ultimo mezzo secolo al compiersi del dominio dell’Occidente sul mondo, quanto è stato fatto nei secoli precedenti per impedire che ciò si avverasse è stato vano. Egli pensa di no; ciò perché, il processo storico, essendo un processo aperto, è alimentato dal “motore” dell’ingiustizia, “fisicamente intollerabile […] per chi si trova dalla parte ‘sbagliata’”, sebbene l’incedere del processo non voglia dire sempre progresso. Ci sarà sempre, conclude Canfora, qualcuno che penserà di poter conoscere la direzione del processo, immaginando di poterlo governare o guidarlo.
Tuttavia, non si potrà prevedere a quali utopie potranno affidarsi coloro che pensano di poter governare il processo storico; si può solo immaginare che anche costoro non riusciranno nell’intento, a causa dell’”incessante mutazione tecnologica”, che varrà a far volatizzare ogni certezza; ciò non ostante, l’aspirazione all’uguaglianza, essendo “una necessità che si ripresenta continuamente come la fame”, varrà a tenere in vita l’idea politica di quell’aspirazione. Ciò perché l’idea di uguaglianza, come quella sostenuta, ad esempio, in tempi a noi vicini, dai grandi portatori dell’utopia ugualitaria, quali sono stati Giuseppe Mazzini e Karl Marx, per quanto non realizzata, possiede una forza propulsiva capace di alimentare la prosecuzione del processo storico; questo, infatti, in quanto processo aperto, lascia sempre viva la possibilità che ciò che ostacola il suo incedere sia, prima o poi, radicalmente rimosso.
Di fronte a questa conclusione tiepidamente consolatoria di Canfora, viene spontaneo chiedersi: ci si deve affidare solo alla speranza? O è lecito pensare che quanto da ultimo è stato tentato per realizzare l’idea dell’uguaglianza ha trovato un limite, al di la degli ostacoli derivanti dell’incessante mutazione tecnologica, nella forma che ha assunto l’opposizione di sistema? In questo caso, è stato inevitabile il fallimento di coloro che si erano illusi di controllare e guidare il processo storico attraverso modalità prefiguranti un “inferno in terra”; fatto, questo, che legittima tentativi alternativi di tendere a realizzare, sia pure asintoticamente, ciò che sinora è risultato impossibile.

Gianfranco Sabattini

Ernesto Rossi, la lezione
e l’attualità di un intellettuale libero

Ernesto RossiQuesto 9 febbraio 2017, saranno passati 50 anni dalla morte di Ernesto Rossi. Persona di cui, rispetto al suo contributo per la lotta al fascismo e per la costruzione della nostra Italia libera, si sa piuttosto poco, ormai.
In questi ultimi mesi, qualche volta il suo nome ha fatto capolino nelle cronache. Soprattutto, quando l’ex premier Renzi ha deciso di tenere a Ventotene un vertice con Germania e Francia post Brexit, per tentare di far ripartire quel progetto di Europa Unita di cui Rossi, insieme a Spinelli, è uno dei principali propugnatori. Infatti, fu proprio nell’isola pontina, che vide la luce il famoso “Manifesto di Ventotene”, scritto da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli durante il loro confino in quanto oppositori integerrimi del regime fascista di Mussolini.
Come scritto nella prefazione al testo da Eugenio Colorni, altro oppositore di Mussolini, “Si fece strada (tra noi n.d.r) […] l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile della crisi, delle guerre, delle miserie [..] è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuali, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes”.
Ogni volta, però, che si tira fuori “dall’oblio” il nome e la figura di Ernesto Rossi, viene da chiedersi, perché utile, se il suo pensiero, le sue idee o anche il suo “metodo” siano ancora attuali e validi.
Appartenendo alla cultura liberal-socialista di questo paese, Rossi è (purtroppo per l’Italia) il componente di una sparuta minoranza. La quale se pur ha inciso molto nel progresso sociale del nostro paese, opponendosi fieramente contro la dittatura fascista non meno di altri, ha di certo scontato l’essere, numericamente, poca cosa rispetto all’egemonia culturale comunista. La quale poteva contare sull’intellettuale “organico”, di fede, al fine di realizzare il “paradiso in terra”. Il “sol dell’avvenire” doveva spuntare per forza, insomma. Al di la di ogni ragionevole dubbio.
Rossi, invece, di dubbi ne aveva molti, perché “pessimista della ragione”. Anzi, amava dire: “Siamo democratici, perché siamo pessimisti nei riguardi dei governanti”. Da anticlericale quale era, faceva corrispondere la linea che separa gli amanti della libertà dai suoi avversari, alla distinzione tra laici e chierici. Ed i chierici non stanno di certo sempre e solo in chiesa, come la storia ci ha insegnato.

Il suo essere intellettuale libero da ogni condizione partitica, in quanto il partito è un mezzo e non un fine, era distante, e in antitesi, con la figura dell’intellettuale gramsciano. Ma corrispondeva di più a quello descritto da Bobbio in un articolo sull’Avanti!, intitolato “Invito al colloquio”. In cui l’ex compagno azionista, ribadendo la superiorità della cultura politica liberal-democratica rispetto a quella delle democrazie popolari, affermava che l’intellettuale avrebbe dovuto essere “dentro” i contrasti della società, per capirne le ragioni. Perché la politica della cultura doveva essere una forza completamente autonoma nell’ambito sociale. Era la libertà che doveva caratterizzarla, non l’appartenenza. In questo modo apparivano una contraddizione negativa il partito “degli intellettuali” e la figura dell’intellettuale di partito, rispetto ad un intellettuale “mediatore”, attrezzato con l’arma del dubbio e, così, capace di libera critica.
Rossi fu soprattutto questo, un intellettuale libero. Il quale non si fermò alla “cattedra”, ma partecipò in prima persona agli eventi più devastanti della nostra storia. Come la Prima Guerra Mondiale, a cui prese parte nello spirito dell’interventismo democratico, appoggiato anche dal suo maestro Gaetano Salvemini; al quale riconosceva il fatto di averlo salvato, appena finita la guerra, quando ha un momento di incertezza. Incertezza con cui, per stessa ammissione di Rossi, “sarei facilmente sdrucciolato nei Fasci di combattimento”.
Si oppose strenuamente alla dittatura fascista, pagandone in prima persona con anni di prigionia e confino.

Aderì e militò in partiti, come il Partito D’Azione e quello Partito Radicale.
Lavorò, giovanissimo, subito dopo la Grande Guerra, presso l’ANIMI, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, dove conobbe la situazione di tremenda arretratezza del Sud del paese. E si impegnò sia per aiutare i migranti italiani a partire verso terre che potevano dargli un futuro, sia per il miglioramento del sistema scolastico.
Fu manager pubblico come responsabile dell’ARAR (Azienda Rilievo Alienazione Residuati) fino al 1958. Sottosegretario alla ricostruzione del primo governo Parri. E opinionista, sempre scomodo e anticonformista. Analizzando ogni aspetto politico, sociale ed economico che sia, con metodo analitico, e con linguaggio antiretorico.
Come messo in evidenza da Walter Vecellio durante un convegno di qualche anno fa, “dell’Ernesto Rossi giovane, quello dell’antifascismo, per intenderci, bene o male qualcosa si sa, si può sapere. Ma dell’Ernesto Rossi del dopoguerra; delle splendide campagne condotte attraverso le colonne del settimanale ‘Il Mondo’; delle lotte antiregime e antimnopoli; per questo Ernesto Rossi il discorso è diverso”. In fondo, “era il grande accusatore degli abusi e dei privilegi di regime, nonché della politica parolaia delle opposizioni”.
Eppure, al di là del nostro giudizio sull’opera e il pensiero complessivo di Rossi, qualche domanda sulla sua attualità, come sulla bontà di alcune sue battaglie, andrebbe posta. Soprattutto, anche alla luce della situazione econimico-sociale che viviamo. La quale, se da più parti viene descritta come il portato di anni di mala gestione, risulterebbe ancora più importante indagare su chi certe pratiche le ha sempre stigmatizzate. O, anche, riflettere sul modo in cui Rossi è stato effettivamente l’incarnazione del “Quarto Potere”; il cane da guardia e il pungolo del potere, rincorso e rintuzzato attraverso un’opera instancabile di ricerca e studio.
E pur se oggi il suo strenuo anticlericalismo potrebbe risultare troppo legato ad un mondo ormai radicalmente cambiato e secolarizzato, di certo il concetto di “laicità dello stato”, nel nostro paese, non è sempre un fatto acquisito. Perché, usando le parole di Rossi: “Non penso sia mio compito insegnare ai preti a fare il loro mestiere. I preti, purtroppo, sanno fare benissimo il loro mestiere: siamo noi liberali che non sappiamo fare il nostro”.

Con un sistema dell’8 per mille piuttosto “sbilanciato”, e reso opaco da una cattiva informazione. Il problema delle tasse sui presunti luoghi di culto, ma che svolgono, in effetti un’attività commerciale come le altre, e le pressioni esercitate (con successo) nel caso, per esempio, del referendum sulla legge 30, senza contare la difficoltà di approvare leggi su fine vita e testamento biologico, stanno lì a testimoniare che non tutto è al posto giusto nei rapporti tra Vaticano e Stato italiano.
Come trova ancora effettivo riscontro nelle, purtroppo, non esaltanti cronache provenienti dallo stato di salute dell’Unione Europea, il richiamo di Rossi al pericolo insito in ogni nazionalismo. In un contesto dove, oggi, si rinfocola un sovranismo, che ha echi davvero oscuri e populisti. Alla vigilia, tra l’altro, di un anno elettorale che appare essere decisivo per le sorti dell’UE, già menomata, e non poco, dalla Brexit.

Convinto della superiorità del libero mercato, sistema che definiva “individualistico”, non si è mai chiuso in posizioni ideologiche. Tanto da polemizzare con una delle persone che stimava di più: Luigi Einaudi. Nei confronti del quale dice che:” Continuamente Einaudi ragiona come se la libera concorrenza portasse al massimo la produttività di tutti i fattori della produzione e distribuisse automaticamente il prodotto nel modo più corrispondente agl’interessi di tutti i componenti della collettività. Einaudi sa bene che a questa conclusione si arriva solo assumendo come dato di fatto una certa distribuzione della ricchezza e che, quando si passa dalla teoria astratta alla realtà concreta, tutto il castello cade non appena si osserva la differenza fra opportunità che si prospettano alla scelta dei vari individui. Einaudi sa benissimo tutto ciò […] ma non lo tiene mai in evidenza”.
Pur non essendo un keynesiano, anche perché Keynes, in qualche caso, aveva anche elogiato le spese improduttive, purché diminuissero la disoccupazione (costruire, alla bisogna piramidi era meglio di nulla, ha scritto l’economista britannico, pur dopo pentendosene), Rossi fu favorevole alla nazionalizzazione dell’industria elettrica (il suo “chiodo fisso”). Ritenendo necessario lo smantellamento di alcuni centri di potere pericolosi nei confronti delle istituzioni democratiche.
Non riteneva, che il capitalismo, di per se, “fosse una pecora da tosare”, così come sostenuto in seguito da Olalf Palme. Però, riconosceva l’esigenza del fatto che anche il “liberismo richiede la pianificazione”. Perché “nessuna persona di buon senso può pensare seriamente che dal caos degli impulsi individuali nasca spontaneamente un cosmo di ordine sociale. L’economia di mercato dà risultati ottimi o pessimi a seconda dell’ordinamento giuridico. […]. Non basta che il legislatore stabilisca l’oggetto e i limiti del diritto di proprietà […]. Occorre nazionalizzare i servizi pubblici che risultano troppo pericolosi in mano ai privati […]. Occorre redistribuire […] i costi della dinamica economica”.

In questi ragionamenti è insito un problema ancora (e forse ancor più rispetto agli anni ‘50) presente ai nostri giorni: ovvero, il ruolo della politica rispetto all’economia.
Rossi, attraverso la possibilità di intervento dello stato nell’economia, riconosce che il potere politico comunque mantiene una predominanza su quello economico. Perché, come detto, gli animal spirits, lasciati troppo allo stato brado, possono produrre danni, soprattutto ai più deboli; o, se si preferisce, ai più.
Ed infondo, la crisi che stiamo vivendo ci dice proprio che il modello neoliberista produce scompensi profondi, proprio per la mancanza di meccanismi regolativi. Ed ha consentito, come direbbe Rossi, “pratiche predatorie […] che consentono profitti ai privati con danno alla collettività”.

Si pone, quindi, il problema del rapporto tra politica ed economia. Perché siamo passati da una economia ancillare alla politica, durante i “Trenta Gloriosi” del dopo guerra; ad una politica “succube” del potere della finanza globalizzato. La quale, in queste condizioni, prende le sembianze di un “monopolio globale”, rispetto al quale non c’è il contraltare di un potere politico altrettanto globalizzato, o sufficientemente ampio e connesso, da regolarlo secondo logiche meno rapaci.
Era chiaro già allora all’ex giellino che “le crisi economiche hanno conseguenze particolarmente penose nel regime capitalistico, per il fatto che colpiscono in modo sperequatissimo i diversi membri della società, e per il fatto che la gravità del danno non corrisponde alla diversa responsabilità degli interessati”. E che le istituzioni democratiche sono messe in serio pericolo dalla miseria e dalla insicurezza. Tanto da sembrare un veggente rispetto al nostro tempo, affermando che:” [..] il suffragio universale si trasforma in un’arma micidiale per la stessa democrazia nei paesi in cui la miseria impedisce a gran parte della popolazione di acquisire coscienza dei propri doveri verso la collettività, e la rende facile preda dei demagoghi”. Ribadendo la necessità dello stato sociale come “premio di assicurazione verso le crisi rivoluzionarie e le dittature totalitarie”.
L’epoca in cui è vissuto Rossi è totalmente diversa dalla nostra. Le accelerate sono state imperiose, tanto da lasciar sconcertati e impreparati. Quando si parla di “miseria”, si deve tenere ben a mente che non è la stessa, a distanza di anni. Però, i problemi sembrano avere punti di contatto notevoli, nonostante il lasso di tempo che separa i contesti storici.
Ma, la risposta a tutto ciò sta ancora in quel sogno di federalismo europeo (e non solo), che ha animato i confinanti di Ventotene. E non in risposte nazionali, se non nazionalistiche, le quali appaiono oltre che velleitarie, anche miopi e pericolose.
Qualsiasi cosa si possa pensare nel merito delle idee, politiche quanto economiche, di Ernesto Rossi, su un aspetto, però, è difficile dissentire. Ovvero, che ha esercitato sempre il suo ruolo di vera “elite”, nel senso più alto del termine; assumendosene sempre la responsabilità politica e intellettuale.

Nel periodo in cui viviamo, è proprio la sensazione dell’assenza in tutti i settori di una classe dirigente, e per classe dirigente intendo, oltre ai politici, anche chi, come i giornalisti e gli uomini di cultura, sia capace di veicolare, mediare, spiegare la complessità. Senza facili inclinazioni al populismo, buono per un consenso da folla, ma non come guida e per il progresso sociale e civile di un paese.
Volendo usare le parole di Pasquale Villari, ci troviamo in un contesto in cui “la mediocrità (appare ndr) una potenza livellatrice (e) vorrebbe indurre tutti gli uomini alla sua misura, odia il genio che non comprende, detesta l’ingegno che distrugge l’armonia della sua uguaglianza”. Un motivo sufficiente per ricordare sempre la lezione di Ernesto Rossi. Che non erano “Aria Fritta”.

Il convitato di pietra. Apoteosi e tramonto della linea curva nel 700

“Esistono sempre i pregiudizi? Sì. Un automobilista lombardo fa salire in macchina un emigrante siciliano; i pregiudizi di entrambi li porteranno a fuggire l’uno dall’altro abbandonando l’auto ma nessuno dei due ha mai pensato che in fondo la vita è un luogo comune”
Vincenzo Profeta.

pulcinella-847461I libri di filologia estetica non riescono mai bene, sono difficilissimi da fare, e per me non ha davvero senso farli, a meno che non si abbiano grosse capacità letterarie, grandi suggestioni e grossi, grossissimi traumi.
Giorgio Villani in questo suo saggio riesce nell’impresa di mettersi a disegnare una linea curva al tramonto, con parole, freschezza di intenti e grossi, grossissimi traumi.
Una prosa, sfarzosa, elegante, ma mai da professorone, un po’ come quando il Caravaggio entrava in qualche bettola o troiaio, si adattava e quasi lo confondevi tra le linee curve dei culi e dei seni e, scusandomi con le signore, qualche cazzetto eretto, in linea retta, più simile alla durezza del convitato di pietra, c’era ma, ahimè, era Caravaggio; e mai riusciva a perdere questo suo forsennato fastidioso talento.
Purtroppo Villani, non è riuscito nello scopo di perdere il suo forsennato fastidioso talento, per restituirci davvero il senso di questa opera che doveva essere in sé noiosa e scolastica poiché è la sua tesi di laurea, ed invece fa innamorare, non della linea curva e del rococò, di culetti e puttini, ma di una prosa miscelata a poesia e sapienti, cesellate, citazioni.
Bisogna dirlo questo libro che denuncia furbescamente debiti a studiosi formali e poetici come Roberto Loghi, che con grazia malcelata fa in un certo senso rifiorire, è in realtà un piccolo capolavoro di scrittura sperimentale, furbamente non avanguardisticamente.
Ma le intenzioni filologiche e le spiegazioni estetiche saranno sempre da me maledette, e questo libro per fortuna le tradisce tutte; certi libri sono piccoli capolavori della tautologia a prescindere delle intenzioni (sempre cattive degli autori), gioielli rococò intagliati nel legno, anche quando di queste forsennate intenzioni, restituiscono neanche la metà, diciamolo pure “apoteosi e tramonto della linea curva nel settecento” non c’è mai stato se non nella visione storico-filologica di Villani e di qualche altro storico dell’estetica, persino David è barocco anzi rococò, e lo è intimamente, e non incoccia in nessun convitato di pietra se non dentro la sua sua stupida e borghese ideologia giacobinista, poiché egli è tremendamente e tragicamente popolare, quasi kitsch, perché la rivoluzione la vogliono i borghesi e la borghesia e kitsch, ma la combatte il popolo indottrinato, la rivoluzione, David non fa nessuna riscrittura alta, il neoclassico è il barocco del classico, anzi ne è il rococò, l’ingessatura è ipocrita di dovere ed è barocca in quello, come una ferita in cancrena, come in odore di vitale morte, come una leccatura stuccata serpottianamente ma immobile su una ferita o su una crepa, la linea curva tramonta ma non demorde, perché risorge sotto mentite spoglie il giorno dopo, come il sole, si veste di ipocrisia, e segue un filone tutto imbellettato, esteticamente travestito, ipocrita, ma proprio per questo ancora più contorto e ricurvo, non lo si vede ma lo si percepisce concettualmente, bisogna fare una gran curva all’indietro per incontrare Orazi e Curiazi dell’ingessato, quasi pop David.

Puff, quanto sono perversi gli occidentali, per preparare una inconsapevole polpetta avvelenata all’estetica, per andarsi inculo da soli, e basta guardare un popolare presepe napoletano del settecento tardo, per rintracciare persino la durezza rivoltosa e bacchettona, la retorica rivoluzionaria di David infilata in qualche statuetta artigiana, tutta ricurva nella retorica cristologica, ma lì bella avvinghiata in qualche convitato di pietra magari celato da qualche arabesco dal vestiario povero e pastorale.

Il libro di Villani rimane godibile, pieno di incastri e citazioni giuste, Foster Wollace, Pulcinella, Tiepolo, il tondo Doni di Michelangelo, ma già il Longhi assimilava l’opera di Simone Martini all’arte giapponese e cinese, ed a certi arabeschi. Tutto va bene, tutto ha senso come mettere ordine al caos, quando si ha il talento ed il gusto dello scrivere di Villani, che ci dona una prosa elastica, arzigogolata e semplice, plantare per chi non bazzica certe follie da trattato, le citazioni di Villani diventano allora consigli graditi, godibili per erudirsi, godendo appunto, e quasi sborrando ad ogni pagina (sempre chiedendo scusa ad ogni signora dello schizzetto rococò), arricchendosi di valori decorativi in quella sorta di arabesco caotico che è la vita stessa, perché è caos tutto, Apollo e Dioniso ci insegna Giorgio Colli sono spesso un tutt’uno, è il vezzo perverso della storia dell’estetica di catalogare linee curve rilassanti e duri convitati di pietra, è una aberrazione tipica dello spirito del nostro tempo, questo impostore!
Nato in quel settecento che Giorgio Villani indica come tramonto della linea curva, lo conosco Villani, egli forse in cuor suo è in pieno scontro frontale col duro moralismo del suo convitato di pietra immaginario, ma l’uomo non è morale, la morale è una religione, lungi da me l’analisi dualistica dell’arte caro Giorgio; per me, una regola, serve a vivere non a creare, e chi crea è curvilineo ed eretto al tempo stesso, muore e rinasce ogni volta, come questo trattato, è anch’egli un gioco di scatole cinesi curvilinee e rette come in un disegno Escher.

Questo libro non passerà alla storia come un trattato di estetica illuminante, ma come opera poetica sapiente e sperimentale, un castello incastonato con pietre e smeraldi preziosi dove prosa, poesia e citazioni sanno sublimarsi in una forma semplice e complessa, dai riferimenti letterari ricercatissimi, naturalmente curva e convessa, concettualmente eretta, giustamente quadrata e razionale quanto caotica, leggere questo libro è sicuramente utile perché te la fa immaginare e viaggiare questa cazzo di curva. Ma è un curvare e poi sbandare in un pericoloso spigolo la vita, e te la fa orgasmare la vita, orgasmico è infatti rintracciare le varie citazioni letterarie, spigolature curvilinee per chi come me legge poco e vede tanto.

Eccolo il lezioso, sublime, leggero, inutile ed indispensabile trattato del Conte Giorgio Villani.

Vincenzo Profeta

Riforma. 500 anni dopo le tesi di Lutero e la prima forma di ‘protesta’

luteroIl 2017 segna la ricorrenza dei cinquecento anni dall’inizio della Riforma Protestante. Un avvenimento che ha cambiato, non solo il contesto religioso, ma la società nel suo complesso.
Molte saranno le occasioni di discussioni su un argomento intorno al quale la ricerca, lo studio e il dibattito non sono mai finiti. Perché la Riforma non ha inciso solo sul rapporto tra Dio e l’uomo, o tra il fedele e la Chiesa. Ma, la sua potenza si è riversata in tutti i meandri della vita sociale: dalla politica, all’economia. Dalle arti, ai rapporti e all’esercizio del potere. Con la Riforma, insomma, ha inizio il “Mondo Moderno”.
Il Protestantesimo non è, al suo interno, un monolite. Vi troviamo il Luteranesimo, il Calvinismo, l’Anglicanesimo, i Battisti, gli Avventisti, i Metodisti, i Pentecostali, la Chiesa Apostolica ed altri ancora. Le differenze non sono poche tra i vari gruppi. Troeltsch, uno dei più importanti studiosi della materia, nella sua opera “Il Protestantesimo nella formazione del mondo moderno” scrisse che “il luterano sopporta il mondo in croce, sofferenza e martirio, il calvinista lo domina a gloria di Dio in un lavoro senza tregua in vista dell’autodisciplina insita nel lavoro e della prosperità che dà questa disciplina del lavoro alla comunità cristiana”.
Max Weber, il più famoso studioso che ha messo in relazione protestantesimo e mutamento sociale, ci spiega in “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, quanto, appunto, la Riforma abbia inciso nella formazione dell’economia capitalistica.
Difficile approcciarsi a tale complessità. Soprattutto per chi ha solo una semplice e sana curiosità, e non una specifica preparazione scientifica.
Un punto di partenza potrebbero essere proprio quelle 95 tesi di Martin Lutero, esposte sul portone della cattedrale di Wittenberg il 31 ottobre del 1517. Ed un aiuto potrebbe provenire da un libro edito da Garzanti dal titolo proprio “Le 95 tesi” di Lutero; con un’introduzione dello studioso di protestantesimo Domenico Segna (traduzione dal latino di Giuseppe Alberigo).
Non che leggere direttamente le tesi di Lutero sia cosa facile; ma è l’introduzione di Segna a darci le coordinate, attraverso un racconto semplice. E che si muove tra la biografia del padre della Riforma, il contesto storico e sociale dove si svolgono i fatti, la spiegazione delle tesi più importanti e deflagranti del monaco agostiniano. Con alcuni “agganci” filosofici, resi accessibili da una narrazione che vuole fare dell’ampia divulgazione il suo fine principale.
È ovvio, che il nome di Lutero sia legato alla lotta contro le indulgenze della chiesa cattolica del tempo.
Uno dei ritornelli preferiti dai domenicani era:” Appena la moneta tintinna nella cassa, l’anima dal Purgatorio passa”. Insomma, c’era un “tariffario” per la salvazione. Un “do ut des”, che non poteva, secondo il monaco agostiniano, garantire alcuna salvezza di fronte a Dio.
Lutero “rivoltò” la cristianità, suo malgrado, quando, un giorno si trovava nella torre (Esperienza della Torre) e rifletteva sull’Epistola ai Romani di Paolo. La sua attenzione si focalizzò sul passaggio “Il giusto vivrà solo per fede”. E da lì cambiò, è il caso di dirlo, il corso della storia del mondo, perché è questo il “cuore pulsante della Riforma”, come Segna ci ricorda.
Lutero apparteneva alla corrente “Moderna” della Scolastica Medioevale, e non accettava alcuna giustificazione “pattizia” della salvezza. Come Agostino, riteneva che la salvezza fosse indipendente dalle opere dell’uomo, ma dipendesse solo da Dio.
Da questo momento in poi, dice Segna, “i credenti sono sciolti dal capestro del peccato, possono tornare a vita”. Perché, la “grazia”, sostanza soprannaturale che Dio infonde nell’anima degli uomini, può sempre rendere possibile la redenzione. Anche di un “peccatore”.
È un dono immeritato, gratuito, immotivato da parte Dio. Il quale dono, si giustifica solo per fede.
Lutero non considererà più la “Iustitia Dei” come un attributo divino di imparzialità. Non esiste un “Dio equo e contabile”, che giudica in base a presunti meriti. Dio, per Lutero, dona, ma non giudica.
Nessun uomo può, nonostante opere e comportamenti, essere in grado di salvarsi da solo. Altrimenti, è come se si riconoscesse all’uomo la possibilità di contrattare con Dio, che è onnipotente, perché non ha alcun vincolo con nessuno.
È evidente come questo nuovo approccio teologico sia una rottura totale con le concezioni cattoliche. Il Purgatorio perdeva ogni fondamento biblico. Veniva colpita la pratica delle indulgenze, perché non c’è opera sufficiente a potersi guadagnare la salvezza.
Ma, soprattutto, ne usciva ridimensionato il ruolo della Chiesa. Ruolo, fino a quel punto, di “dispensatrice” di perdono. In un contesto dove i Papi si arrogavano il diritto di concedere l’assoluzione plenaria, tanto da trasformare la sofferenza per l’espiazione del peccato (contritio), in una semplice dazione di denaro.
Nella tesi n. 75 Lutero afferma: “Ritenere che le indulgenze papali siano tanto potenti da poter assolvere un uomo, anche se questi, per un caso impossibile, avesse violato la madre di Dio, è essere passi”.
Nasce una nuova concezione dell’etica (tesi da 45 a 52) da attuarsi in ogni istante della vita cristiana, che sarà tipica del mondo derivato dalla Riforma. Etica con cui si indicherà il compito, anche professionale, che ogni uomo riceve da Dio stesso, e che si esercita nel posto che occupa nella società, negli ordini di creazione (famiglia, lavoro, stato e chiesa).
Lutero non voleva rivoluzionare la chiesa. E, come fa ancora notare Segna, non era di per sé contro le indulgenze. Ma era contro la loro spropositata applicazione; ovvero, contro il loro cattivo uso.
Voleva una Chiesa che tornasse ai piedi della croce. Ma, forse suo malgrado, ha cambiato il mondo.

Raffaele Tedesco

Ulivi. Contro la Xylella arrivano le nanotecnologie applicate

Il nuovo progetto di ricerca scientifica nei laboratori del professore Giuseppe Ciccarella, del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali dell’Università del Salento, potrebbe portare dei risultati significativi nella lotta contro il batterio che sta decimando le coltivazioni di ulivi

Una croce di colore rosso tracciata su alcuni ulivi infettati dalla 'Xylella fastidiosa', il batterio che sta decimando gli ulivi del Salento, Brindisi, 24 marzo 2015. ANSA/ MAX FRIGIONE

Una croce di colore rosso tracciata su alcuni ulivi infettati dalla ‘Xylella fastidiosa’

“Questa ricerca – afferma il professor Ciccarella – è stata sovvenzionata dalla Regione Puglia e riguarda la messa a punto di un trattamento endoterapico. Nelle piante colpite dalla Xylella vengono iniettate delle nanoparticelle ingegnerizzate che possono rilasciare nel tempo un principio attivo fitoterapico. Il lento rilascio serve a proteggere gli ulivi nel tempo dagli inoculi di batteri da parte dell’insetto vettore.

La sputacchina, infatti, veicola i batteri per un periodo limitato di tempo corrispondente ai mesi più caldi dell’anno. “Parliamo quindi – continua Ciccarella – di un vero e proprio trattamento fitoterapico che, se prolungato per lo stesso tempo di vita dell’insetto vettore, può proteggere efficacemente la pianta colpita nel periodo cosiddetto a rischio. I nano vettori, (per dare un’idea dell’ordine di grandezza si pensi a un millesimo del diametro di un capello umano), grazie alla loro microscopica dimensione, possono tranquillamente viaggiare in tutti i vasi della pianta (gli xilemi ndr), rilasciando lentamente nel tempo il principio farmacologico. In questo modo siamo in grado di proteggere la pianta per tutto il ciclo vitale della sputacchina. Una strategia che se efficace darebbe una svolta positiva al caso Xylella”.

Attulamente, precisa il professor Ciccarella “stiamo lavorando su colonie batteriche in vitro, ma abbiamo avuto già degli importanti risultati, dimostrando che le nanoparticelle elaborate possono essere specifiche e quindi aggredire selettivamente il batterio senza intaccare la pianta. Una elevata specificità di azione permetterebbe, tra l’altro l’uso di farmaci in dosaggio bassissimo. D’altra parte – conclude Ciccarella – questa è anche una delle la sfide della farmacologia per l’uomo: rendere sempre più selettivi i farmaci verso gli organi da curare, senza che essi agiscano su organi o tessuti sani. Con la stessa filosofia noi agiamo sul fronte Xylella”.

“Stiamo assistendo a un progetto scientifico unico nel suo genere che porterà dei risultati considerevoli soprattutto per la nuova visione in cui viene aggredito il fenomeno Xylella”, afferma Giovanni Abrescia di Labozeta Spa. “Il risultato del professor Ciccarella finora raggiunto è l’inequivocabile somma di un paradigma in cui la centralità delle persone emerge attraverso la ricerca di laboratorio, dove la profonda conoscenza diventa polo aggregante e per questo motivo stimolo per nuove idee e nuove sperimentazioni. Segnali promettenti che, auspichiamo, – conclude Abrescia – possano concretizzarsi il prima possibile e mettere fine a questo scenario drammatico per l’ambiente e per l’economia della Puglia”.

Intini e le voci che vengono dalla
storia socialista

EVIDENZA-Ugo IntiniE’ da pochi giorni nelle principali librerie (sicuramente in quelle Feltrinelli) una nuova edizione del libro di Ugo Intini sulla storia dell’Avanti! (Avanti!, un giornale, un’epoca, edizione Ponte Sisto), con un DVD di interviste inedite ai padri storici del socialismo. Il DVD è stato curato da Luigi Sposi e Angelo Falasca. Si tratta di voci che vengono dalla storia e raccontano anche alcune cose mai ascoltate. Parlano Pertini, Nenni, Jacometti, Lelio Basso e Riccardo Lombardi. Riportiamo qui di seguito quanto può sorprendere (quasi fosse una contro storia) ma è proveniente da fonti assolutamente autorevoli.

Pertini sostiene che quando, nel luglio del 1943, Mussolini fu arrestato dal Re, i due erano d’accordo. Umberto di Savoia poteva diventare il capo della Resistenza e rimanere pertanto Re.

Pertini sostiene con convinzione ed efficacia di essere stato sempre profondamente convinto che Mussolini andò dal Re sapendo che sarebbe stato da lui tolto dalla scena e che questo esattamente voleva. Sostiene che il generale dei carabinieri Cerica, il quale organizzò il tutto, la pensava allo stesso modo (ne hanno parlato insieme). La spiegazione logica è data dallo stesso Pertini. Mussolini aveva capito perfettamente che la guerra era perduta e che il fascismo era finito. Cercava perciò per sè una via di uscita che fosse al tempo stesso dignitosa e tale da salvargli la vita. Che lui fosse in pratica arrestato era dignitoso, perché l’uscita di scena appariva forzata e nessuno poteva accusarlo di codardia. Al tempo stesso, il Re aveva formalmente condiviso tutte le sue scelte, non poteva perciò né processarlo né tantomeno condannarlo a morte. Anzi, lo poteva salvare dalla vendetta degli Alleati, che del Re avevano pur sempre bisogno. In seguito, gli avvenimenti presero una piega diversa, ma in quei giorni ci fu una grande ambiguità.

C’è nell’intervista un altro elemento che farà discutere. Pertini sostiene che esisteva il progetto di fare il principe Umberto capo della Resistenza. Se così fosse avvenuto, al Quirinale negli anni ‘70 non ci sarebbe stato Pertini stesso ma,appunto, Umberto, perché la monarchia sarebbe stata salva.

Jacometti. I comunisti a Ventotene applaudivano quando la radio annunciava le vittorie naziste. Il capo dei comunisti belgi collaborava con gli occupanti tedeschi.
Dopo l’accordo Hitler Stalin del 1939, per 18 mesi, il mondo sembrò capovolto. Jacometti (un leader socialista del tempo) testimonia che a Ventotene, dalle camerate dove stavano i detenuti comunisti, si sentivano gli applausi e i cori di entusiasmo quando la radio annunciava le vittorie tedesche. Jacometti riferisce anche che il capo dei comunisti belgi era ritenuto un collaboratore dei tedeschi.

Lelio Basso. I comunisti stavano per lasciare inserire nella Costituzione il principio dell’indissolubilità del matrimonio, cosicché il divorzio sarebbe diventato impossibile.
Ciò è poco noto, anche se gli storici lo sanno bene. D’altronde, anche negli anni ’70 e ’80, su divorzio e aborto i comunisti furono tiepidi. Basso, che era il capo dei socialisti nella preposta Commissione dell’Assemblea Costituente, racconta il tutto con particolari divertenti. In Commissione, Togliatti si astenne e lasciò così passare un emendamento del democristiano Dossetti che poneva nella Costituzione il principio della indissolubilità del matrimonio. Poi in aula i comunisti votarono contro in seguito a una rivolta delle loro donne e pertanto la norma venne cancellata. Se così non fosse stato, sarebbe diventata impossibile la legge Fortuna- Baslini sul divorzio.

Croce, le leggi razziali e i pregiudizi antisemiti della cultura liberale

olycom - benedetto croce - MAGGIO 1946 ROMA - IL FILOSOFO E POLITICO BENEDETTO CROCE PARLA AL CONGRESSO DEL PLI, PARTITO LIBERALE ITALIANO, LEGGERE, FOGLIO, DISCORSO, PARLARE, ANNI 40, ITALIA, B/N

Quando si celebra la Giornata della Memoria, càpita di leggere articoli che ricordano il silenzio degli intellettuali che non si opposero alle leggi razziali. Si rimuove invece il fatto che immagini, stereotipi e schemi mentali allignano anche tra gli intellettuali liberali antifascisti, come traspare da questo giudizio del critico letterario Luigi Russo sul collega Attilio Momigliano: “Nel caso del Momigliano, le sue particolari origini semitiche ci possono aiutare a intendere certe attitudini ascetico-contemplative della sua mente, la solitudine fisica del suo stile, e però anche qualche tiepidezza e distanza storica della sua opera letteraria. Difetto quest’ultimo a cui egli ha cercato di rimediare non solo con una assidua disciplina di studi, ma anche affiatandosi con animo puro e di non facile e opportunistico convertito, da vile marrano (la frase ora torna di moda), alle fonti più alte della religiosità cristiana.” Lo stesso Benedetto Croce che faceva parte dell’Istituto veneto di scienze lettere ed arti e in tale qualità a seguito delle leggi razziali del 1938 ricevette un questionario da riempire per dichiarare se fosse oppure no ebreo, non fu esente da pregiudizi.
È vero che il filosofo rispose al presidente dell’Istituto con una lettera che fa di Croce un ebreo d’elezione: “Gentilissimo Collega, ricevo oggi qui il questionario che avrei dovuto rimandare prima del 20. In ogni caso, io non l’avrei riempito, preferendo di farmi escludere come supposto ebreo. L’unico effetto della richiesta dichiarazione sarebbe di farmi arrossire, costringendo me che ho per cognome CROCE, all’atto odioso e ridicolo insieme, di protestare che non sono ebreo proprio quando questa gente è perseguitata…”. E tuttavia, questa bella lettera non ci deve far dimenticare un affondo del filosofo nei confronti di Carlo Marx, contenuto nel saggio “Monotonia e vacuità della storiografia comunistica” (1949), che suona come giudizio negativo nei confronti del popolo di Israele: ”Onde io, che ho sempre ripugnato e ripugno alla dottrina naturalistica e fatalistica delle razze, non posso in questo caso astenermi dal pensare, non già propriamente al sangue, ma alle tradizioni e abiti giudaici del loro autore, e a quel che nella singolare formazione storica della gente ebraica avvertivano i Romani come il loro “adversus omnes alios hostile odium”, trasferito a odio di tutta la storia umana, antichità classica, medioevo cristiano, libertà moderna, che, invece di essere rappresentata da Omero, da Dante, da Shakespeare, da Platone, da Kant e da Hegel, viene rappresentata dallo Schiavo, dal Servo, dal Proletario. Questa loro visione si connette con ciò che Volfango Goethe nei Wanderjahre, notava degli ebrei: che essi non possono fondersi con noi, perché non riconoscono – diceva – le origini storiche della nostra civiltà, e a loro ripugna la nostra storia che non è la storia loro, informata ad una loro singolare idea di dominazione”.
Non va dimenticato che il giudizio di Luigi Russo contenuto nel libro “La critica letteraria contemporanea” (1943), non soppresso nelle edizioni successive della fortunata opera, e quello di Croce di alcuni anni dopo, cadevano nel clima storico-politico dell’Italia del dopoguerra, dove la piena condanna della persecuzione razziale non era una priorità e nell’aria si respirava un rinnovato antisemitismo, visibile nella difficoltà a restituire agli ebrei i loro beni e i loro diritti, a reintegrarli nei loro posti di lavoro.

Lorenzo Catania