Luigino Bruni. Una critica integralista del Reddito di cittadinanza

Luigino_Bruni_VA_ridPiovono da tutte le parti le critiche al reddito di cittadinanza; non del reddito di cittadinanza, non inteso come una delle “misure” del welfare esistente, ma come reddito universale e incondizionato, destinato ad offrire all’uomo-lavoratore una possibile libertà di scelta circa le modalità con cui esprimere il proprio contributo alla formazione del prodotto sociale.
Le critiche provengono da sinistra e da destra, sia pure secondo argomentazioni diverse, ma tutte fondate su una malintesa etica del lavoro; quelle provenienti da posizioni di destra riflettono normalmente valutazioni conservatrici, com’è, ad esempio, quella formulata da Luigino Bruni in “Capitalismo infelice. Vita umana e religione del profitto”.
L’Autore non si limita a rifiutare la necessità che, in prospettiva, per le moderne società industriali sia gioco forza istituzionalizzare un “reddito garantito” da corrispondere a tutti i cittadini, a causa delle modalità di produzione proprie dei sistemi economici moderni (aumento continuo della produzione, associato ad una ugualmente continua contrazione dei posti di lavoro, causata quest’ultima da una crescita sempre maggiore della produttività, realizzata attraverso la robotizzazione del processi produttivi).
Con la sua critica conservatrice Bruni va ben oltre: da un lato, finalizzando l’etica del lavoro alla creazione di una “società civile” fortemente connotata in termini di società organica, in alternativa al tipo di società plasmata e trasfigurata dalla logica del profitto capitalistico; da un altro lato, negando, con la riproposizione, all’interno della società civile da lui ipotizzata, del ruolo capitalistico dell’etica del lavoro, col conseguente sacrificio della libertà di scelta del tipo di “attività” che ogni lavoratore titolare del reddito garantito dovrebbe poter scegliere liberalmente di svolgere, proprio per riscattare la propria esistenza dai vincoli restrittivi del “lavoro in fabbrica”.
In sostanza, Bruni analizza e discute la natura dello “spirito” dell’economia del nostro tempo, osservando che esso si è tradotto in un’ideologia, o meglio in una religione profana, prodotta nelle “business school di tutto il mondo”, secondo cui gli strumenti del management d’impresa “dovrebbero funzionare allo stesso modo per le multinazionali capitalistiche e per le comunità di suore, perché si dice, sono tutte aziende e, in quanto tali, sono tutte ugual”. In questo modo, a parere di Bruni, viene veicolata una visione della vita e del mondo, dell’individuo e delle relazioni sociali, plasmata da dogmi, il principale dei quali sarebbe la meritocrazia, che servirebbe a legittimare le disuguaglianze, da cui deriverebbe l’idea che i poveri sono poveri perché sarebbero “demeritevoli e quindi colpevoli, e, in quanto tali, la società non dovrebbe avvertire nessun obbligo morale di assisterli”. La religione del “business” sarebbe entrata nella politica, nella scuola e persino nelle chiese, avanzando “una visione striminzita e rimpicciolita della persona, depotenziata di virtù e motivazioni intrinseche”, facendo di tale visione il fondamento del capitalismo del nostro tempo.
Non casualmente, l’ideologia del capitalismo moderno sarebbe entrata in molti ambiti della vita sociale, riuscendo a riproporre “molti dei codici simbolici che la civiltà occidentale ha nei millenni associato alla vita buona e alla ricchezza, e, paradossalmente molte idee dei suoi critici”; in conseguenza di ciò sarebbe stato inevitabile che le relazioni tra gli individui che compongono la comunità fossero sempre più immerse e gestite secondo la logica delle “business school”, alla quale è stata subordinata la vita privata dei lavoratori. Nelle imprese tradizionali del primo capitalismo, secondo Bruni, ai lavoratori “veniva chiesto molto, ma non veniva chiesto troppo, e soprattutto non veniva chiesto tutto”, in quanto ad essi venivano lasciati determinati ambiti (famiglia, partito, religione, ecc.) nei quali i lavoratori potevano vivere esperienze non meno importanti di quelle vissute nel posto di lavoro.
L’inganno delle moderne organizzazioni delle società capitalistiche sta, a parere di Bruni, nell’uso strumentale di simboli e motivazioni, snaturandoli però, delle fedi; il nuovo capitalismo, infatti, consapevole del fatto che in mancanza dell’attivazione delle motivazioni più profonde dell’uomo, i lavoratori (e tutte le persone in generale) non donerebbero liberamente la parte migliore di loro stessi, spinge le organizzazione d’impresa – afferma Bruni – a chiedere “molto (quasi) tutto ai loro neo-assunti”; ovvero, un impegno quasi totale “di tempo, priorità, passioni, emozioni”. Questa pretesa non potrebbe essere soddisfatta ricorrendo al solo contratto di lavoro e al salario corrisposto; nel tipo di relazione che si instaura tra le organizzazioni capitalistiche e i lavoratori viene chiesta piuttosto una subalternità, che può essere spiegata solo in base al principio religioso del “dono di sé”.
Per ottenere dal lavoratore la quasi totale disponibilità di sé, le organizzazioni capitalistiche, sulla base del contratto, usano lo strumento dell’”incentivo”, col quale controllano e gestiscono le motivazioni esistenziali del lavoratore, al fine di poterle conformare alle proprie finalità; così l’economia e le tecniche manageriali vengono ridotte a strumenti con cui le organizzazioni capitalistiche possono promettere ai lavoratori un “paradiso che non possono né vogliono dare”. Gli esseri umani, però, pur sensibili al miraggio di “incassare” l’incentivo salariale, rispondono prioritariamente “alla propria coscienza, all’onore, al rispetto alla dignità, anche nel mondo del lavoro”; ma, sin tanto che le organizzazioni produttive continueranno a “produrre visioni riduttive degli uomini”, non sarà possibile evitare il permanere di “luoghi del lavoro e del vivere troppo piccoli per quell’animale malato di infinito che si chiama homo sapiens”.
Bruni non ritiene possibile la realizzazione di una visione alternativa a quella offerta dal moderno capitalismo, se non si rivolge l’attenzione “al suo principale dispositivo: la distruzione di beni liberi non di mercato [quali sono quelli connessi al bisogno di comunità] che vengono sostituiti da merci”, con cui si continua ad alimentare, col loro consumo, la crescente penuria dei primi. Il PIL cresce – afferma Bruni – grazie al tentativo del capitalismo moderno di rispondere al “bisogno di comunità” generato dallo stesso mercato; motivo questo per cui, sempre per Bruni, le famiglie, al fine di rimediare alle solitudini generate dalla carenza di comunità, arrivano oggi a spendere in telefoni e canoni internet gran parte del proprio reddito. In questo modo, grazie a questa particolare forma di “distruzione creatrice” di shunpeteriana memoria, il capitalismo sarebbe riuscito a celebrare la grande innovazione sociale del nostro tempo.
Gli effetti più gravi di tale innovazione hanno investito principalmente la comunità e il senso di autenticità derivante dalla consapevolezza degli uomini di appartenervi; questo senso di autenticità, che l’ampliamento della cultura del mercato nel moderno capitalismo neoliberista ha concorso a compromettere, viene ora cercata nelle merci e nei servizi offerti, il cui consumo è diventato il nuovo elemento di costruzione della comunità, dove il rapporto tra le persone è divenuto solo “un effetto collaterale del rapporto di ciascuno con la cosa”. In tal modo, la natura idolatrica del capitalismo moderno avrebbe distrutto la religione, “grazie al consumo del territorio sacro che, sconsacrato e trasformato in indifferenziato e anonimo spazio profano, è diventato nuovo terreno liberato per gli scambi commerciali”; così, i mercati sarebbero “tornati nel tempio”, che starebbe tutt’intero “diventando mercato”, per cui anche il sancta sanctorum starebbe per essere “messo a reddito”.
La distruzione della religione – sostiene Bruni – prima ha comportato la compromissione della comunità e, successivamente, ha trasformato le persone in individui, negando loro di condividere e di custodire insieme qualcosa di importante, privandoli così del senso di appartenenza, ma riempiendoli, a compensazione, di tante cose. Questo svuotamento rappresenta il massimo sviluppo del capitalismo moderno, distruggendo il convincimento che l’accumulazione di beni tramite il lavoro fosse una “benedizione di Dio”. Come conseguenza di ciò, il lavoro avrebbe perso il suo originario significato; per cui i “predestinati” non sarebbero più coloro che “producono lavorando”, con la benedizione di Dio, ma quelli che, lavorando, dispongono dei mezzi per consumare. In questo modo, persino la spirito calvinista del “vecchio capitalismo”, centrato sulla produzione e sul lavoro sarebbe stato smarrito; il nuovo capitalismo, invece, spostando l’asse del sistema economico e sociale dal lavoro al consumo, ha determinato che la comunità lasciasse il posto all’individuo, trasformando sempre più il consumo in un atto individuale, che ha perso progressivamente la sua originaria dimensione sociale, per essere legata alla sfera dell’attività economica.
Secondi Bruni, il culto del consumo, dopo aver prodotto l’impianto antropologico, sociale ed economico sul quale si regge il capitalismo neoliberista, sta lentamente entrando in crisi, per cui diventa importante considerare i cambiamenti indotti dalla fase che il moderno capitalismo sta attraversando, a causa delle “sazietà” del bisogno di consumare. Questa fase, sta infatti lasciando il posto ad un nuovo mercato, dove il l’individuo è destinato a cessare d’essere l’insostituibile protagonista; quello del futuro sarà un “mercato sociale” e non sarà possibile capire la natura dell’impianto antropologico ed economico che caratterizzerà se non si comprendono i cambiamenti che le strutture sociali ed economiche dovranno subire, in conseguenza della “sazietà” dal bisogno di merci, cui sono ora pervenuti tutti i consumatori.
Sociologi, filosofi e futurologi – afferma Bruni – sono giunti “a ripeterci che di lavoro ce ne sarà sempre meno”, che nell’età della primazia della scienza, della tecnica e dell’intelligenza artificiale ci si dovrà rassegnare a “lasciar fuori dal lavoro” gran parte della popolazione in età lavorativa, perché saranno le macchine a lavorare per l’uomo, il quale potrà continuare a vivere grazie alla produttività dei robot, che consentiranno a “tutti di ricevere una somma di denaro sufficiente per vivere”. Altri scenari, più gratificanti – continua Bruni – immaginano una futura organizzazione delle società basata sulla ridistribuzione del lavoro perché, lavorando tutti meno, ciascuno potrà lavorare in migliori condizioni. Per tutto questo, si è pertanto consolidato il convincimento che presto si potrà tornare ad una situazione che, per millenni, ha caratterizzato la vita dell’uomo prima dell’avvento del capitalismo.
Bruni ritiene che, se questa nuova organizzazione sociale fosse l’unica o soltanto quella più probabile, ci sarebbe poco da stare allegri; ma grazie a Dio – a suo parere – “sulla linea dell’orizzonte ci sono colori meno cupi, che fanno pensare e sperare che il tempo di domani sarà bello”. Innanzitutto, per conservarsi in una prospettiva meno cupa, gli uomini capiranno che il lavoro, così come si conosce oggi, non è il risultato di una evoluzione spontanea avvenuta nel tempo; esso è piuttosto un’”invenzione” prodotta da “una congiunzione astrale di molti elementi”, quali umanesimo, cattolicesimo sociale, Riforma protestante, movimento socialista, cooperazione, azione dei sindacati e ferite dei regimi autoritari e delle guerre. Grazie all’azione di tutti questi elementi, il lavoro degli uomini ha originato la “più grande cooperazione che la storia umana abbia mai conosciuto”; con la loro attività e “riempiendo il mondo del lavoro di diritti e di doveri”, i lavoratori hanno creato una rete sempre più vasta di relazioni sociali e produttive, rendendo possibile che le merci e i servizi prodotti per la loro vita fossero il frutto della cooperazione di milioni di persone.
Il mercato è l’invenzione che ha reso possibile lo svolgersi ordinato di questa grande cooperazione, permettendo di assistere anche coloro che, indipendentemente dalla propria volontà, non sono in grado di sopportare il “peso” del lavoro. E’ alla maturazione di questo grande disegno collaborativo che va ricondotto, per Bruni, il “grande e urgente tema delle varie forme di reddito di cittadinanza”. La questione più delicata sollevata da questo tema, però, riguarda il modo di “legare” il diritto-dovere al soccorso, tramite l’erogazione di un reddito garantito, con il diritto-dovere al lavoro, ed entrambi (soccorso e lavoro) alla cittadinanza; una decisione che investe, sostiene Bruni, “due culture che oggi si fronteggiano”.
Una cultura considera come rapporto primario quello che lega il “reddito” di sussistenza alla cittadinanza, mentre l’altra, condivisa da Bruni, considera primario il rapporto che lega il “lavoro” alla cittadinanza; il motivo di privilegiare l’uno o l’atro tipo di rapporto dipende dalla visone che sia ha del lavoro e del bisogno, nella consapevolezza che in “quest’algebra sociale”, se si cambia l’ordine dei fattori, il prodotto sociale cambierebbe moltissimo.
Se si legasse il reddito di sussistenza alla cittadinanza, il lavoro sarebbe ridotto a “mezzo per ottenere un reddito”; al contrario, legare il reddito al lavoro rende più solidale l’intera organizzazione sociale. Ciò perché il lavoro non è solo un mezzo per avere un reddito da consumare, esso è anche cemento della grande cooperazione che. attraverso la società civile, diventa motivo di identità; il lavoro è il veicolo attraverso il quale chi lo compie comunica a tutti chi sia realmente ed è inoltre anche strumento che lega il reddito alla reciprocità, nel senso che la sua fruizione è la gratifica per aver dato in cambio qualcosa da altri desiderata.
Infine, conclude Bruni, legare il reddito al lavoro significa curare la società attuale dalla “malattia” dell’individualismo, attraverso il supporto della società civile chiamata a sviluppare la cooperazione sociale, favorendo la nascita di una nuova stagione in cui oggetto del lavoro cooperativo sia la cura dei beni pubblici, quali possono essere, ad esempio, i beni culturali, artistici, religiosi, turistici e altri ancora, oggi considerati tutti al di sotto della loro “capacità” produttiva.
In conclusione, secondo Bruni, non è vero che il lavoro sia destinato a finire; chi lo afferma, egli dice, sottovaluta l’intelligenza e la creatività degli uomini. Questi, al contrario, nella società post-capitalistica, saranno impegnati a produrre molti più servizi che in passato e, in presenza di un minor numero di catene di montaggio, a volersi bene lavorando in strutture cooperative. Finché ci sarà qualcuno disposto a lavorare per soddisfare i bisogni degli altri, finché la società civile inventerà e sosterrà lo svolgimento di attività per soddisfare i bisogni dell’intera società, il lavoro non cesserà. In questa fase di transizione epocale, sono in molti a predire la fine del lavoro e quindi ad immaginare l’economia funzionante solo attraverso le macchine; ma chi ama oggi il lavoro umano, “non può smettere di parlar bene del lavoro, di dire parole buone, di bene-dirlo”.
Nessuno può erigersi a giudice del modo in cui, in questa fase di transizione, ogni singolo componente della società capitalistica può valutare la natura e la funzione del lavoro dal punto di vista della propria prospettiva valoriale nella società del futuro; ma quanto sostiene Bruni circa il possibile superamento delle crescenti difficoltà del capitalismo moderno (per via della crescente robotizzazione del processo produttivo) attraverso l’erogazione di un reddito di sussistenza ad ogni lavoratore “espulso” dal processo produttivo, non in quanto “cittadino”, ma in quanto “lavoratore”, sembra essere un gioco di prestigio verbale, piuttosto che un’analisi di sostanza riguardo al ruolo e alla funzione che dovrebbero essere assegnati al reddito di sussistenza.
A parte i limiti di un progetto di futuro economico, in alternativa al tradizionale modo di funzionare del capitalismo moderno e legato alla valorizzazione di comparti produttivi marginali (non residuali) quali quelli indicati da Bruni, se il reddito di sussistenza non avrà i caratteri della universalità e dell’incondizionalità, esso non potrà svolgere la funzione (assegnata invece al reddito di cittadinanza correttamente inteso) di consentire il riscatto della libertà di scelta del lavoratore dai vincoli della logica produttiva del primo e del moderno capitalismo; sacrificare questo riscatto. con l’idea di dover ad ogni costo giustificare il ricevimento del reddito di sussistenza con un’attività lavorativa eterodiretta (sia pure di natura cooperativa), è inevitabile la riproposizione di quella condizione che, con l’affermazione del capitalismo, l’etica del lavoro è valsa a giustificare ai danni del lavoratore: ovvero la sua subordinazione alla fabbrica, causa dello smarrimento della sua dignità e della sua identità.
Questa conclusione può sembrare stridente, se correlata alle condizioni economiche e sociali che ancora risultano prevalenti nel mondo di oggi; se però viene giudicata in prospettiva, in funzione del trend proprio del capitalismo attuale, essa diventa uno dei punti di riflessione dirimenti, ai fini di un progetto di società futura che intenda assicurare all’uomo la più ampia libertà di condurre e realizzare autonomamente la propria vita.

La crisi del Welfare State, il modello di Beveridge e Meade

welfare stateIl welfare State, così come oggi lo conosciamo, ha iniziato ad essere condiviso tra le due guerre mondiali, per tradursi in strutture pubbliche operative nei Paesi ad economia di mercato e retti da regimi democratici, a partire soprattutto dalla fine del secondo conflitto mondiale; è stato all’interno di questi Paesi che il welfare si è affermato, legittimando sul piano sociale la necessità che l’intervento dello Stato nell’economia diventasse un elemento importante del benessere dei cittadini, da conseguirsi attraverso la conservazione della stabilità di funzionamento del sistema economico.
A tale scopo, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, nell’organizzazione del sistema sociale del Regno Unito, sono state introdotte radicali riforme che hanno prodotto la trasformazione dello Stato di diritto liberale in Stato sociale di diritto, legittimando l’intervento pubblico nel governo dell’economia; le riforme, introdotte anche negli altri Paesi (in particolare, in quelli che aderiranno al progetto di unificazione politica dell’Europa), hanno dato luogo alla costruzione del sistema di “welfare State”, la cui funzione è stata quella di rendere operante la stipula di un patto politico tra capitale e lavoro, secondo l’ispirazione derivava dalle elaborazioni teoriche di John Maynard Keynes.
Il welfare State è divenuto così, sul piano dell’azione politica dei Paesi che l’hanno adottato, il presidio finalizzato a realizzare quanto fosse risultato necessario ad assicurare la stabilità del sistema economico, con una crescente creazione e conservazione dei livelli occupazionali consentiti dalle attività produttive. In particolare, il patto prevedeva che il sistema welfarista svolgesse la funzione di fornire alla forza lavoro, nel caso fosse risultata temporaneamente e involontariamente disoccupata, la garanzia di un reddito da corrispondere sotto forma di sussidio, a fronte di contribuzioni assicurative, a carico di imprese e lavoratori. Negli anni successivi all’introduzione del welfare State, il mercato del lavoro ha subito, però, un cambiamento, che ne ha compromesso la flessibilità, a causa del formarsi di una diffusa disoccupazione sempre più difficile da “governare”; fatto, quest’ultimo che ha messo progressivamente in crisi il sistema di sicurezza sociale, basato, pur in presenza di varianti nazionali, sul modello elaborato nel Regno Unito, nel 1942, da William Henry Beveridge. Il sistema di sicurezza realizzato si è infatti fortemente intrecciato con le profonde trasformazioni delle modalità di produzione del benessere e delle condizioni di vita delle persone, nonché con le trasformazioni sociali e politiche che hanno allargato la partecipazione dei cittadini alle procedure decisionali dell’attività politica.
È però opportuno ricordare che oltre all’organizzazione del welfare State, secondo la proposta (poi istituzionalizzata) di Henry Beveridge, veniva avanzata da James Edward Meade (docente alla London School of Economics e alla Cambridge University) una proposta alternativa. Meade proponeva che la sicurezza sociale fosse garantita in termini radicalmente diversi da quelli previsti dal sistema del welfare State adottato; la sicurezza sociale, a suo parere, poteva essere meglio assicurata, invece che con la corresponsione ai soli disoccupati di sussidi condizionati (vincolando, ad esempio, il disoccupato a reinserirsi nel mondo del lavoro e a sottoporsi a un insieme di controlli non sempre rispettosi della dignità della persona), piuttosto attraverso l’erogazione di una forma di reddito universale e incondizionato, corrisposto a tutti i cittadini senza alcun vincolo.
Meade chiamava “Dividendo Sociale” il reddito universale e incondizionato da lui proposto, da finanziarsi, non attraverso il sistema fiscale, ma con le risorse derivanti dalla vendita dei servizi di tutti i fattori produttivi di proprietà collettiva gestiti dallo Stato, mediante un apposito “Fondo-capitale nazionale”, per conto e nell’interesse di tutti i cittadini. Il dividendo sociale, doveva essere corrisposto a ciascun cittadino sotto forma di trasferimento pubblico, indipendentemente da ogni considerazione riguardo ad età, sesso, salute, stato lavorativo, stato coniugale, prova dei mezzi e funzionamento stabile del sistema economico.
Il fine ultimo della proposta di Meade era quello di realizzare un sistema di sicurezza sociale che avesse riconosciuto ad ogni singolo soggetto, in quanto cittadino, il diritto ad un reddito di base, sufficiente ad assicurare una giustizia sociale più condivisa; un sistema di sicurezza, cioè, che avesse consentito di raggiungere, sia pure indirettamente, tale fine, in termini più efficienti ed ugualitari di quanto non fosse possibile con qualsiasi altro sistema alternativo.
La proposta di Meade, tuttavia non è stata accolta, non solo per il maggior accreditamento sociale delle idee keynesiane sulle quali era stata formulata la proposta di Beveridge, ma anche perché nei “Gloriosi Trent’Anni” (1945-1975), nell’arco dei quali le economie capitalistiche che avevano adottato il welfare State di derivazione keynesiana hanno vissuto un periodo di crescita sostenuta, consentendo la sostenibilità di welfare State nazionali, portati ad aumentare sempre di più le loro funzioni.
Il processo di allargamento delle finalità del welfare, se ha avuto l’effetto di promuovere l’espansione dei diritti dei cittadini, ha avuto però anche quello di determinare una continua crescita della spesa pubblica, la cui copertura, a causa dell’aumentata frequenza dei periodi di instabilità dei sistemi economici, è stata considerata la causa del rallentamento del processo di crescita e sviluppo delle economie, con la formazione di crescenti livelli di disoccupazione strutturale irreversibile. Tali fenomeni, oltre ad incrinare l’antico patto tra capitale e lavoro, hanno anche determinato una crisi più generale del welfare State, a seguito della quale questo si è trasformato in struttura caritatevole nei confronti di una crescente massa di disoccupati, contribuendo ad allargare l’area della povertà, a causa delle sempre più limitate prestazioni sociali nei confronti di chi perdeva il lavoro.
Il rallentamento della crescita e dello sviluppo (alla fine degli anni Settanta del secolo scorso), nonché la crisi del welfare, hanno comportato la riproposizione di antiche ideologie economiche e politiche conservatrici che, imputando la causa della stagnazione del sistema economico al crescente livello della spesa pubblica, hanno individuato la soluzione del problema del rilancio della crescita e dello sviluppo nella riduzione delle prestazioni sociali (considerate un disincentivo al lavoro) e del carico fiscale (col quale veniva finanziato il sistema di sicurezza sociale).
Quali siano stati gli esiti dell’accoglimento delle ideologie conservatrici neoliberiste è ormai nell’esperienza di tutti. Ma, se il connotato principale degli attuali sistemi produttivi ad economia di mercato è quello di causare crescenti livelli di disoccupazione strutturale (complici, da un lato, l’internazionalizzazione senza regole delle economie nazionali e, da un altro lato, l’elevata velocità dei processi di miglioramento delle tecnologie produttive), quale prospettiva può essere offerta ai disoccupati irreversibili (e, in generale, a tutti coloro che risultano privi di reddito) di partecipare alla produzione-distribuzione del prodotto sociale, perché sia loro reso possibile di perseguire dignitosamente il proprio progetto di vita?
La risposta a questo interrogativo può essere data solo prendendo in considerazione una riforma delle modalità di distribuzione del prodotto sociale, in modo da erogare a tutti i cittadini un “dividendo sociale” (da intendersi nel senso di Meade), indipendentemente dalla loro età e dal fatto di essere occupati, disoccupati o poveri. Per quanto questa soluzione sia oggetto di dibattito sul piano teorico, essa è stata però ignorata dalle classi politiche dei Paesi sempre più frequentemente colpiti da crisi economiche; le forze politiche hanno preferito, al contrario, continuare a “rabberciare” il vecchio arnese del welfare State, ormai ridotto a strumento utile solo a consentire all’establishment politico, sindacale ed economico prevalente di “guadagnare tempo”, prima che i rattoppi del welfare State cessino del tutto la loro effimera efficacia.
Da tempo, infatti, a livello internazionale, si proponeva di ricuperare l’originaria proposta di Meade, al fine di introdurre un sistema di sicurezza basato sulla corresponsione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, assegnato a tutti e sottratto alla logica di funzionamento del sistema economico. Si sarebbe trattato di un trasferimento pubblico diverso da quello concepito dal sistema welfarista a titolo di reddito di inclusione. Tale è, ad esempio, il trasferimento che, con la denominazione impropria di reddito di cittadinanza, sarà corrisposto sulle base dei provvedimenti adottati dall’attuale governo italiano. In realtà, come afferma Chiara Saraceno in “Reddito di cittadinanza: tanta confusione sotto il cielo” (Micromega 11/2018), con “un’impropria identificazione tra ‘povero’ e ‘disoccupato’ ed un approccio paternalista che vede nel percettore del reddito un potenziale approfittatore da tenere sotto sorveglianza (e a cui prescrivere persino i consumi)”, il trasferimento previsto dall’attuale normativa è tutto fuorché un dividendo sociale (o reddito di cittadinanza) universale e incondizionato.
Una riforma delle regole di distribuzione del prodotto sociale fondata sull’introduzione di un reddito di cittadinanza così inteso, renderebbe inutile quasi totalmente l’intero apparato del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, qualora essa fosse associata ad una riqualificazione dell’attuale sistema di welfare, volto prevalentemente, se non esclusivamente, ad assicurare l’istruzione, la formazione professionale e lo stato di salute dei cittadini; inoltre, essa renderebbe plausibile un possibile rilancio della crescita e dello sviluppo, attraverso la creazione di una società dell’apprendimento, intesa – secondo quanto suggerito da Joseph Stiglitz e Bruce Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” – come condizione perché la società del sistema in crisi possa evitare di sprecare la risorsa più preziosa della quale dispone, cioè la capacita lavorativa e creativa dei propri componenti.
Con l’introduzione di un reddito di cittadinanza (universale e incondizionato), la riqualificazione del sistema di welfare e la trasformazione dell’attuale società in società dell’apprendimento, diventa realistico pensare di poter rimuovere o ridurre le disuguaglianze distributive. Il settore pubblico, liberato dall’incombenza costante dei problemi distributivi, può così essere orientato prevalentemente a offrire ogni sorta di beni collettivi utili a massimizzare la valorizzazione dei talenti individuali; i quali, attraverso la loro creatività, potranno concorrere a plasmare, non solo l’economia, ma anche la società alla quale appartengono, in un senso più ampio di quello reso possibile dall’operatività del sistema del welfare State esistente, per innalzare quindi i livelli di vita odierni e futuri.
Che senso può avere la costituzione di un’organizzazione della società fondata su un’attività d’investimento pubblico e privato volto a rendere massima la valorizzazione dei talenti individuali? Se si riflette sulle difficoltà delle moderne economie industriali a creare nuovi posti di lavoro, in presenza di un trend dei sistemi economici capitalistici che causa una crescente riduzione dei livelli occupazionali, l’introduzione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato risponde all’urgenza che le politiche pubbliche tradizionali siano rese conformi alla soluzione dei problemi del nostro tempo, quali – tra i molti – la povertà, la disoccupazione e la bassa produttività dell’attività politica, ora perennemente “schiacciata” sul presente e poco orientata a progettare il futuro.
Questi ultimi problemi possono essere adeguatamente affrontati da una riorganizzazione del sistema sociale che, eliminando le disuguaglianze, la disoccupazione e la povertà, crei sempre più spazio alle attività d’investimento dirette a massimizzare il prodotto sociale, attraverso la salvaguardia dello stato di salute dei cittadini e la diffusione di una continua conoscenza; finalità pubbliche, queste, favorevoli alla promozione di attività produttive autodirette, come fonte di reddito alternativo al “lavoro in fabbrica”, del quale il processo di accumulazione capitalistica contemporanea tende ad avere sempre meno bisogno.

Tecnologie informatiche e il ruolo “anomalo” nelle relazioni internazionali

cyber warInternet (dall’inglese “Intern-ational net-work”), ovvero la rete telematica internazionale, aperta all’accesso pubblico, che connette vari terminali sparsi in tutto il mondo rappresenta oggi il principale mezzo di comunicazione, che offre agli utenti una vasta serie di contenuti informativi e di servizi.
Si tratta di un’interconnessione globale realizzata attraverso il collegamento tra reti informatiche di natura e di estensione diversa, resa possibile dall’impiego di “protocolli di rete”, che costituiscono la “lingua comune” con cui gli utenti attraverso i computer comunicano tra loro, indipendentemente dalla loro sottostante architettura dell’hardware e del software.
L’avvento e la diffusione di Internet e della sua utilizzazione hanno rappresentato una vera e propria rivoluzione tecnologica e socio-culturale dagli inizi degli anni novanta, nonché uno dei “motori dello sviluppo economico mondiale”, supportato dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Internet costituisce il “territorio” del ciberspazio, divenuto anche il nuovo “campo di battaglia” nel quale si fronteggiano individui, governi, imprese, lobby e organizzazioni di ogni tipo, che operano al fine di perseguire scopi specifici, quali un maggiore potere economico o politico, nuovi e più promettenti mercati su cui investire, azioni di persuasione politica e di condizionamento psicologico e spionaggio militare; sono, questi, solo alcuni dei più importanti obiettivi perseguibili con l’uso delle tecnologie virtuali, che giustificano, da un lato, la competizione in corso tra le grandi potenze per assicurarsi il controllo dell’intero dominio di Internet e, dall’altro, le iniziative delle stesse superpotenze a porre in essere una valida strategia di “cybersecurity”, attraverso la quale ostacolare, con un’attività di “cyber-counterintelligence”, il “cyber-espionage”.
E’ facile capire perché la “rete” sia diventata tanto importante nella competizione tra le grandi potenze; il ciberspazio, infatti, consente di prefigurare, ad esempio, dal punto di vista economico, ma soprattutto dal punto di vista militare, situazioni o scenari che, per quanto ancora potenziali, sulla base della valutazione di premesse già in atto, possono essere considerati prossimi ad avverarsi. Per questo motivo, Internet rappresenta il versante virtuale di un mondo al cui controllo tutte le superpotenza aspirano ad acquisirne il controllo.
Non casualmente, Internet è strumentale – come afferma Dario Fabbri in “L’impero informatico americano alla prova cinese” (in Limes, n. 10/2018) – al governo degli interessi geopolitci della superpotenza americana; sebbene sia stato sviluppato all’interno del settore privato, esso però “si colloca nel ventre militare degli Stati Uniti”, essendo funzionale alle loro esigenze strategiche, sia sul piano economico che su quello strategico. Infatti, Internet, oltre che essere il supporto della globalizzazione con cui gli USA esercitano un potere di relativo dominio nella conduzione dell’economia globale, è anche la rete globale attraverso la quale l’America dispone di un potere “talassocratico” (fatto di cavi giacenti sui fondali degli oceano), col quale essa, appropriandosi di una massa esorbitante di informazioni, impedisce “alle altre nazioni d’essere realmente sovrane”; fatto, quest’ultimo, che coinvolge gli interessi delle altre superpotenze mondiali, quali Russia e Cina, che più direttamente rappresentano i più dotati competitori degli Stati Uniti.
Com’è facile capire, il confine tra conservazione della primazia economica globale attraverso attività spionistiche mediante l’uso delle tecnologie informatiche e possibili crisi di guerra è molto labile. Una “tempesta elettromagnetica”, effettuata da un competitore a danno di un altro, può cancellare tutte le memorie degli archivi informatici e la possibilità che ciò possa verificarsi (con la conseguenza di un black out elettrico o telefonico, paralisi del traffico aereo e di altro ancora) viene taciuta per timore di reazioni dall’esiti imprevedibile dell’opinione pubblica. Le crisi delle relazioni internazionali che possono verificarsi a seguito di tempeste elettromagnetiche possono raggiungere, considerato anche lo scarso potere di controllo del quale gli operatori digitali dispongono sugli effetti complessivi delle “tempeste”, un “punto di non ritorno”, che può “sfociare” in una situazione di crisi che può condurre ad scontro armato.
Negli ultimi anni, l’attenzione nei confronti degli attacchi informatici è cresciuta nelle istituzioni di tanti Paesi. Ovunque, però, anche nelle istituzioni dei Paesi che fanno largo uso delle tecnologie digitali in funzione della tutela e del rafforzamento dei loro interessi, traspare un’evidente preoccupazione dovuta all’incertezza che ancora ammanta la definizione della liceità di queste operazioni, per via del fatto che lo spazio informatico è ancora privo di regole, riguardanti il suo utilizzo, universalmente accettate; esso infatti costituisce un “luogo” dove può succedere di tutto, per cui, in mancanza di regole, diventano giustificabili le azioni intraprese, soprattutto da parte delle grandi potenze, per assicurare la sicurezza informatica all’interno delle aree geopoloitche che ricadono sotto la loro diretta influenza.
Negli ultimi anni si sono consolidati situazioni e scenari inquietanti sulle guerre condotte attraverso tecnologie digitali; le cyber-war sono divenute infatti un’alternativa alle guerre tradizionali; le cyber-guerre, della cui natura l’opinione pubblica è poco informata e a causa delle quali i cittadini ignari potrebbero subire conseguenze inimmaginabili, pur dando l’illusione di poter essere facilmente controllate sul piano politico, in realtà la conoscenza delle loro possibili conseguenze presenta notevoli “punti critici” riguardanti il loro impiego, sinora lasciato solo alle “competenze” delle “burocrazie profonde” di ogni Stato.
Un tempo, la conduzione degli eserciti comportava l’impiego solo di mezzi materiali e di uomini, per cui tutto era condotto in capo alla responsabilità di coloro che li comandavano, dei quali si conosceva con certezza lo Stato al quale appartenevano; negli ultimi anni c’è stata un’evoluzione radicale nell’uso delle armi, che consente di prefigurare i conflitti odierni come il prototipo di una guerra di “nuova generazione”, la cui caratteristica principale consiste nel fatto che potrà essere condotta senza la possibilità di coinvolgere direttamente nel conflitto militare la responsabilità dello Stato o degli Stati che l’hanno causato. E’ questo il motivo per cui i conflitti potenziali di nuova generazione sono analizzati, in particolare dal punto di vista tecnologico, sulla base del tipo di risorse disponibili, nonché delle forme della loro utilizzazione; nell’insieme, le analisi consentono di capire le specifiche caratteristiche distintive delle minacce che ogni singolo Paese, soprattutto se esso è un competitore globale, percepisce a danno delle propria posizione nell’ambito dell’equilibrio di potenza economica e militare esistente.
Il progresso nel campo delle tecnologie informatiche, perciò, costituisce il “nervo scoperto” delle superpotenze mondiali impegnate in quella che viene definita dagli analisti delle relazioni internazionali “guerra fredda tecnologica”. In questo nuovo clima di contrapposizione tra le superpotenze, per gli USA, ad esempio, così come la dimensione del loro commercio internazionale “non ha un’esistenza separata dalle dinamiche geopolitiche, lo stesso accade – afferma Alessandro Aresu in “Geopolitica della protezione” (Limes, n. 10/2018) – per la tecnologia”; il primato globale statunitense è infatti legato allo sviluppo e all’uso strategico di mezzi scientifici e tecnologici per conservare una posizione di vantaggio rispetto ai competitori. E’ per questo che gli Stati Uniti rivolgono una particolare attenzione allo spazio cibernetico.
Tuttavia, nelle tecnologie informatiche, nonostante dispongano della disponibilità di gran parte della rete globale di connessione, gli USA hanno un vantaggio sui rivali meno assoluto rispetto quello del quale dispongono in altri settori. Il primato nel settore digitale presenta, infatti, il limite di esporli al “fardello” di alti costi, senza peraltro acquisire la possibilità di realizzare una sicura barriera contro possibili attacchi cibernetici. Di ciò sono le stesse burocrazie dello Stato profondo statunitense a denunciare il rischio di impegnare un alto cumulo di risorse senza la garanzia che l’erezione di utili difese contro potenziali attacchi cibernetici risultino appropriate ed efficaci. A spiegare la relativa convenienza ad insistere nell’erigere difese informatiche “perforabili” sono – a parere di Federico Petroni (“L’America all’offensiva cibernetica”, in Limes, n. 10/2018) – due ordini di ragioni.
Il primo riguarda la scarsa regolazione internazionale dello spazio digitale; in particolare, l’assenza di “regole del gioco” che non permette di stabilire, quando si è in presenza di un “attacco cibernetico” o di un atto di ciberguerra, come rispondere in modo proporzionale ai singoli atti ostili. La seconda è riconducibile alla necessità di conservare la segretezza per le azioni delle burocrazie profonde dello Stato; a queste preme sottrarre il proprio modo di operare ad ogni forma di pubblicità, per evitare di svelate le procedure con cui ha ottenuto determinate informazioni, infiltrandosi in particolari punti della difesa informatica del potenziale “nemico”.
Sul piano della guerra fredda tecnologica, è particolarmente attiva la Repubblica Popolare Cinese, che vuole diventare un centro globale per l’innovazione nel campo dell’intelligenza artificiale entro il 2030, secondo il piano di sviluppo, annunciato nel 2015 da Xi Jinping, col quale Pechino si propone di sorpassare gli Stati Uniti. Proprio per questo motivo Washington è impegnata ad ostacolare il percorso di crescita tecnologica della Repubblica Popolare, del quale il progetto delle “vie della sete” è uno degli elementi portanti.
A tal fine, la Cina è ora impegnata ad effettuare consistenti investimenti esteri in infrastrutture, che non consistono solo in autostrade, ferrovie, aeroporti e porti, ma riguardano anche reti elettriche per le telecomunicazioni e la trasformazione digitale delle informazioni, con finalità geopolitiche. A tal fine, la Cina cura in particolare la crescita economica e la stabilità interna, nella prospettiva di perseguire, a scopi difensivi-offensivi, la riduzione della dipendenza dalle esportazioni, la eliminazione degli squilibri territoriali interni e il miglioramento dei consumi. Tuttavia, diversi studi mettono in evidenza che al Dragone sarà necessario ancora molto tempo per colmare il “gap” tecnologico che lo separa dagli USA nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, sebbene sia lecito pensare che la riduzione del “gap” sia favorita dal fatto che in Cina le imprese del settore informatico godono dell’appoggio politico-economico dello Stato; non casualmente, la guerra commerciale mossa dal presidente Donald Trump è volta a ostacolare nell’immediato la stabilità economica del Paese asiatico, proprio per ostacolare nel più lungo periodo la sua ascesa tecnologica.
La Russia, dal canto suo, sembra impegnata ad approfondire le sue tecnologie di “hakeraggio”; oggi – secondo John Bambenek, docente presso l’Università dell’Illinois (”Come la Russia proietta la sua potenza cibernetica”, in Limes, n. 10/2018), “i corsari informatici del Cremino rappresentano […] un vero e proprio unicum nel panorama mondiale della sicurezza informatica”. Nel complesso, il settore informatico russo sembra orientato a preferire l’intelligence contro i bersagli che il Cremino considera i più pericolosi dal punto di vista della tutela dell’interesse nazionale russo, con l’impiego di tecniche che sono venute evolvendo nel corso del tempo, “passando da rudimentali attacchi comportanti temporanee interruzioni di servizio […] ad assalti veri e propri alle reti elettriche straniere suscettibili di causare più o meno temporanei blackout”.
Infine, l’Unione Europea che, per i suoi fondamentali economici, dovrebbe essere un competitore globale di peso, per tutte le ragioni che ne causano la debolezza e la “disunità”, si limita a “giocare in difesa”, limitando la strategia del “mercato unico digitale” ad assicurare al mercato economico europeo interno un’apertura di opportunità digitali per i cittadini e le imprese, con l’adozione di una legislazione volta ad affermare la sovranità europea contro le grandi organizzazioni del digitale. Si tratta però di una strategia debole che impedisce all’Europa di offrirsi come vera alternativa ad Usa, Cina e Russia.
La propensione dell’Europa a limitare la propria attività nel settore digitale valgono a rendere le sue iniziative poco efficaci sul piano geopoltico; l’inefficacia delle iniziative e le divisioni interne espongono così l’Europa al rischio di finire ad essere dotata di una rete informatica divisa per “blocchi regionali”, che la esporranno alla sicura perdita di una futura sovranità digitale rispetto al suo esterno.
Strano il modo in cui viene utilizzato un settore di attività così potenzialmente propulsivo sul piano della crescita e dello sviluppo economico globale; la concorrenza “spietata” in atto tra le grandi superpotenze, hanno invece l’effetto di ridurlo a spada di Damocle gravante minacciosa sulla testa dell’intera umanità, costantemente illusa dalle burocrazie profonde degli Stati che il settore digitale sia destinato a liberarla, in un prossimo futuro, da ogni incombenza esistenziale.

Il Vecchio Continente e la difficile soluzione dei problemi dell’euro

euro

Per la maggior parte degli europei, il progetto di unificazione del “Vecchio Continente” ha rappresentato l’evento politico più importante e più coinvolgente verificatosi dopo la fine del secondo conflitto mondiale; ne è prova il fatto che chi manifesta l’ipotesi che un qualche aspetto importante della sua realizzazione possa fallire sia considerato una sorta di eretico, meritevole d’essere esposto al pubblico ludibrio. A volte, però, come nella fase attuale, la realtà presenta, anche se non per tutti, situazioni critiche, quali sono quelle connesse con il malfunzionamento del sistema monetario dell’Unione. Questo, per via della sua crisi, è infatti la fonte delle principali tensioni che caratterizzano in negativo, non solo le relazioni tra gli Stati membri, ma anche quelle tra le diverse parti politiche e sociali all’interno di ciascuno di essi.

L’esperienza è valsa a dimostrare che l’attuale sistema monetario europeo, fondato sull’euro, malgrado i continui aggiustamenti che vi sono stati apportati dopo la sua adozione, non è sostenibile nel lungo periodo, se si pretende di governarne il funzionamento sulla base delle regole originariamente stabilite; ciò, non solo per ragioni puramente economiche, ma anche e soprattutto, per gli alti costi che il suo malfunzionamento fa ricadere su ampie fasce della popolazione europea e, sul piano politico e sociale, per la formazione di partiti politici che, con il loro estremismo, oltre che rendere difficile l’adozione di riforme appropriate, tendono a minare la democrazia all’interno dei Paesi membri dell’Unione Europea (UE) maggiormente colpiti dalla crisi dell’euro.

Per una larga schiera di economisti di chiara fama (molti dei quali insigniti del premio Nobel per l’economia), questa crisi è dovuta al fatto che le élite politiche ed burocratiche europee hanno commesso l’errore di pensare che l’integrazione politica dei Paesi membri dell’UE si potesse realizzare attraverso la costituzione di un’unione monetaria e la condivisione di una moneta unica. I fatti, seguiti alla Grande Recessione scoppiata nel 2007/2008, hanno però dimostrato che, per salvare l’eurozona e l’euro, occorreranno significative riforme, idonee a garantire che il progetto europeo possa avere ancora un futuro.

L’obiettivo dell’unificazione potrà essere perseguito con successo, se si riuscirà a partire dalla semplice considerazione che, tanto l’eurozona quanto l’euro sono una costruzione dell’uomo; per cui la loro definizione e il loro funzionamento non sono l’esito immodificabile di leggi di natura. Ciò significa che possono essere riscritte le regole originariamente adottate, se si vorrà realmente arrivare ad una ripresa del processo di unificazione, sorretto da una maggiore condivisione sociale, come esito di una volontà democratica forte ed una maggiore condivisione sociale della ripresa del processo di unificazione dell’Europa all’interno dei singoli Paesi membri: due condizioni, queste, giudicate indispensabili al fine di consentire all’UE di ritrovare lo slancio per il conseguimento dell’obiettivo originario.

Secondo la larga schiera di economisti di chiara fama della quale si è detto, l’errore di base commesso nel momento in cui è stata costituita l’eurozona è stato principalmente quello di aver scelto l’euro come moneta unica, in assenza di istituzioni idonee a consentire ad un’area economica diversificata, com’era l’Europa, di riuscire a governare le relazioni economiche tra i Paesi aderenti. Gli eventi seguiti alla Grande Recessione iniziata nel 2007/2008 dimostrano la fondatezza delle previsione; l’errore commesso però, si osserva, è il sintomo dei limiti intrinseci alla natura dell’euro e non la causa della sua crisi, a seguito della quale le istituzioni europee hanno intrapreso un insieme di provvedimenti, il cui impatto sulla crisi è stato positivo solo nel breve periodo. L’euro era stato adottato per favorire l’integrazione economica e politica dell’Europa, un obiettivo frustrato dalla sopravvenienza di varie altre crisi: problema dell’immigrazione, la temuta (poi verificatasi) uscita della Gran Bretagna dell’UE, la minaccia terroristica ed altre ancora; ma le regole poste alla base del funzionamento dell’euro non hanno consentito ai Paesi europei di poter affrontare l’insieme di questi eventi critici in maniera adeguata.

A parte le nuove emergenze, occorre tener presente che, sul piano del governo della moneta unica all’interno di una data area finanziaria, qual era l’eurozona, sarebbe stato necessario che la Banca Centrale Europea (BCE), costituita appunto per il governo dell’euro, non si limitasse a fissare i tassi d’interesse per l’intera area, ma si comportasse anche come “prestatore di ultima istanza” per le banche operanti all’interno dell’eurozona, assicurando a queste la liquidità necessaria per garantire uno stabile funzionamento dell’intera economia europea. A questo fine, la politica monetaria della BCE risultava uno strumento essenziale; nelle fasi negative del ciclo economico riguardante l’intera area dell’euro, infatti, la BCE, in quanto prestatore di ultima istanza, avrebbe potuto stimolare l’economia e supplire alle deficienze dei mercati reali, abbassando i tassi d’interesse per facilitare l’accesso al credito. Nel momento della sua costituzione, però, alla BCE il potere di prestatore di ultima istanza non è stato assegnato.

In conseguenza di ciò, i singoli Paesi aderenti all’area finanziaria comune, non potendo più modificare unilateralmente il tasso di cambio rispetto all’estero, hanno perso la possibilità di governare nel modo più conveniente i loro flussi di esportazione e di importazione. Tale perdita doveva indurre i “costruttori” del sistema-euro a pensare che, nel tempo, qualcosa nelle relazioni economico-finanziarie dei Paesi aderenti all’eurozona “poteva andare storto”: ciò perché, i singoli Stati, con la perdita della loro sovranità riguardo al controllo dei propri tassi d’interesse e di cambio, non sarebbero più stati in grado di effettuare gli aggiustamenti che le fasi negative del ciclo economico potevano rendere necessari.

I costruttori del sistema-euro, infatti, avrebbero dovuto tener conto del fatto che quando un Paese rinuncia al controllo dei propri tassi d’interesse e di cambio può andare incontro a molte situazioni di crisi, implicanti costi economici e sociali il cui livello è legato al “grado di similitudine” delle strutture produttive dei Paesi aderenti all’area della moneta unica. Poiché l’eterogeneità delle economie di tali Paesi era un fatto evidente ai costruttori del sistema-euro, l’alta consistenza dei costi doveva necessariamente apparire loro insostenibile rispetto a quanto l’UE era disposta a partecipare solidaristicamente alla loro copertura nel caso si fosse verificata una situazione di crisi.

Se i Paesi aderenti all’area-euro fossero stati sufficientemente omogenei rispetto alle loro strutture produttive, sarebbero stati esposti agli stessi shock causati da una diminuzione delle loro esportazioni verso l’estero e, quindi, le misure adottate per affrontare la situazione recessiva sarebbero andate a vantaggio di tutti e non solo, o di pochi, fra essi. I costruttori del sistema-euro hanno, sì, considerato le differenze strutturali esistenti fra i vari Paesi, ma hanno pensato di costruire uno “scudo” protettivo contro le eventuali crisi, approvando, nel 1992, il Trattato di Maastricht, che ha imposto ai Paesi aderenti alla moneta unica un insieme di “criteri di convergenza”. Con tale Trattato, ai singoli Paesi è stato richiesto, da un lato, che il deficit pubblico di parte corrente non superasse il 3% del PIL e, laddove fosse risultato maggiore, venissero adottate misure di politica volte a diminuirlo in modo continuo sino a raggiungere un livello prossimo al 3%; dall’altro lato, è stato stabilito che il debito pubblico consolidato non dovesse superare il 60% in rapporto al PIL e, quando fosse risultato maggiore, venisse ridotto in misura sufficiente sino a livellarlo al valore di riferimento.

Sulla base di questi criteri, se rispettati, il Trattato prevedeva che sarebbe stato possibile raggiungere all’interno dell’intera area dell’UE un alto grado di stabilità del sistema dei prezzi, con un tasso di inflazione non superiore all’1,5%; in ogni caso, prossimo a quello dei tre Stati membri che avessero conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi nell’anno precedente quello di esame della situazione propria di ciascuno Stato.

Assieme ai Paesi aderenti all’area-euro si sono mossi all’unisono anche quelli che non ne facevano parte, per rispettare i criteri di convergenza stabiliti a Maastricht e per rafforzare l’impegno di tutti Paesi al rispetto di tali criteri è stato sottoscritto, nel 1997, da tutti i Paesi membri dell’UE, un Patto di stabilità e crescita, col quale è stato introdotto l’impegno di tenere “sotto controllo” le politiche nazionali di bilancio.

Quale sia stato l’effetto perverso del meccanismo attivato dal rispetto dei criteri di convergenza, di stabilità e crescita è ormai nell’esperienza di tutti; in particolare, degli italiani. Per effetto della rigida osservanza dei criteri restrittivi imposti alle politiche di bilancio degli Stati, sono entrati in crisi anche Paesi che non avevano problemi di deficit pubblici di parte corrente e che presentavano limitati debiti pubblici consolidati (come, ad esempio, Spagna e Irlanda), mentre alcuni partner dell’eurozona, tra i quali L’Italia, non sono riusciti ancora oggi ad adeguarsi agli effetti dello shock provocato dalla crisi economico-finanziaria iniziata nel 2007/2008.

Questi Paesi, infatti, senza sperimentare né stabilità e né crescita, hanno approfondito, con il peggioramento del deficit commerciale delle partite correnti, la loro divergenza rispetto a molti degli altri partner dell’area-euro. Ma anche questi ultimi non sono riusciti a sottrarsi agli esiti negativi delle loro eccedenze commerciali; essi, infatti, producendo più di quanto non consumassero (com’è accaduto, ad esempio, in Germania) sono andati incontro a forti squilibri, in quanto la loro minor spesa finale non è stata compensata per intero da una maggior spesa da parte dei Paesi deficitari verso il resto dell’area-euro, con il risultato di un indebolimento complessivo della domanda globale interna all’eurozona.

I Paesi eccedentari hanno considerato i loro surplus commerciali e i lori risparmi come conseguenza di comportamenti virtuosi, maturando il convincimento che anche gli altri partner dell’eurozona dovessero conformarsi ed orientare le loro economie verso le esportazioni, per supportare la crescita e i livelli occupazionali. Ma il mondo economico di oggi, come sostiene la quasi generalità degli economisti, non funziona in questo modo: se l’insieme dei Paesi dell’eurozona (ma non solo) è caratterizzati da una domanda aggregata che rallenta la crescita e deprime i livelli occupazionali, la carenza di tale domanda è destinata a divenire la causa di una stagnazione non ciclica, ma secolare, cioè di lungo periodo.

Per garantire condizioni di stabilità economica e finanziaria all’eurozona, i costruttori del sistema-euro non avrebbero dovuto fissare solo criteri di convergenza sul piano delle politiche di bilancio, ma anche criteri per contenere e ridurre le eccedenze commerciali,al fine di salvaguardare un equilibrato e stabile funzionamento del sistema reale europeo. La tesi dell’establishment prevalente a livello europeo, secondo cui la situazione di crisi di alcuni Paesi dell’area-euro (tra i quali l’Italia) sarebbe stato l’alto indebitamento pubblico (sia corrente, che consolidato), è falsa, o quantomeno erronea. I Paesi in crisi, infatti, pur “avendo tirato la cinghia” per l’attuazione di una rigida politica di austerità, hanno dovuto sperimentare una mancata crescita ed alti livelli di disoccupazione. Ciononostante, l’ideologia ordoliberista ha perseverato, nonostante le smentite esperenziali, nel rifiutare di riconoscere i reali motivi dello scoppio della Grande Recessione; sebbene i criteri di convergenza fissati con il Trattato di Maastricht e il Patto di stabilità e crescita fossero stati adottati per favorire la convergenza delle strutture produttive dei Paesi dell’eurozona, in realtà, le differenze che già esistevano nel momento in cui veniva avviato il sistema-euro sono addirittura aumentate.

In conclusione, l’adozione dell’euro avrebbe dovuto favorire l’integrazione politica e la realizzazione del progetto originario di unificazione europea; i costruttori del sistema-euro hanno pensato che sarebbe stato possibile realizzare tale progetto sulla base delle regole da loro fissate, che invece hanno interrotto il processo d’integrazione, aggravato le differenze strutturali tra i Paesi aderenti all’euro (e, in generale, tra tutti i Paesi dell’UE) e favorito al loro interno la nascita e la diffusione di movimenti euroscettici (nel peggiore dei casi, contrari alla conservazione della moneta unica).

Per contrastare i movimenti contrari all’euro, da tempo si susseguono proposte di riforma che, se accettate, potrebbero consentire, non solo la conservazione dell’euro, ma anche la ripresa del processo di integrazione politica dell’Europa comunitaria. Sennonché, tutte queste proposte sono osteggiate dagli establishment europei dominanti, i quali preferiscono la conservazione dello status quo, nella prospettiva di poter esercitare, attraverso una UE “zoppa” e in crisi, un ruolo globale più determinante nel decidere gli equilibri tra i vari protagonisti del governo dell’economia mondiale. Così, la persistente crisi dell’euro e la mancata possibilità di sconfiggere la disaffezione alla sua conservazione all’interno dei Paesi maggiormente in crisi rendono difficile e stentata, dentro o fuori dall’euro, qualsiasi politica volta a porre rimedio alla “disastrata” situazione economica e la realizzazione di una politica distributiva condivisa del prodotto sociale, rendendo complessa la vita politica di quei Paesi che, come l’Italia, hanno maggiormente risentito in negativo degli esiti della Grande Recessione.

Gianfranco Sabattini

 

Sardegna. La farsa delle “Primarias” per le elezioni regionali

Sedda

Alla vigilia delle elezioni regionali del 2019 per il rinnovo del Consiglio, i sovranisti del Partito dei Sardi si stanno agitando per tentare di migliorare le loro capacità contrattuali nei confronti della lista di centro-sinistra, nella quale dovrebbero confluire; è presumibile che la loro agitazione sia dovuta solo al fine di ottenere la candidatura e l’elezione di un numero di rappresentanti che consenta loro di conservare nel prossimo Consiglio una rappresentanza uguale a quella della quale dispongono in quello in scadenza; evidentemente sono consapevoli di non poter ripetere l’exploit della scorsa consultazione elettorale, in occasione della quale, grazie ad una mal concepita legge elettorale regionale e alla bassa frequenza alle urne da parte degli aventi diritto, erano riusciti a far eleggere un numero di consiglieri ben al di là della loro base elettorale.

La paura di andare incontro ad uno “flop elettorale” e di vedere indebolita la loro decisione di indire un referendum sulla costruzione di una “nazione sarda”, li ha spinti alla scelta di “contarsi”, attraverso le “Primarias” regionali che, aperte furbescamente persino ai sedicenni, dovrebbero individuare il loro candidato alla presidenza della Regione; oltre a ciò, secondo l’ideologo del partito dei Sardi, Francisco Sedda, le “primarias” rappresenterebbero un “gesto rivoluzionario”, perché dovrebbero consentire di sottoporre alla valutazione dei sardi la proposta del “Progetto Autodeterminazione”, avanzato da un movimento di recente formazione nel quale sono confluiti i diversi gruppi dell’area indipendentista e sovranista isolana.

Ciò che caratterizza l’agitarsi di tutti questi gruppi, in particolare quello del Partito dei Sardi, è il fatto che, al di là del “progetto indipendentista, riguardo al quale si sentono nel dovere di ascoltare il “loro” popolo, per sapere quale sia il livello di autocoscienza, essi non mostrano però alcun interesse a conoscere cosa i sardi effettivamente pensano: innanzitutto, riguardo ai problemi da risolvere prioritariamente; in secondo luogo, sul come riformare l’organizzazione delle struttura istituzionale della Regione; infine, ma non ultimo, quale sia la loro considerazione dei politici (inclusi quindi i sovranisti) che sinora hanno governato la Sardegna.

Leggendo le dichiarazioni degli indipendentisti, si ha la netta sensazione che essi chiedano la modifica delle “regole attuali” che sottendono l’autonomia speciale della Sardegna (cioè la riforma o la sostituzione dello Statuto vigente) senza la minima preoccupazione di conoscere gli orientamenti dei sardi riguardo ai profili indicati. Su tutti questi aspetti, i sovranisti sorvolano, mentre la plausibilità e la desiderabilità delle pretese di cui essi sono portatori è smentita dalla conoscenza delle quale oggi si dispone (dotata di una certa credibilità, per quanto non assoluta, date le forme e le modalità con cui è stata acquisita); per cui si ha ragione di credere che tutti i motivi della agitazione manifestata corrispondano solo alla necessità di soddisfare uno specifico “wishful thinking” (o pensiero pieno di desiderio) elettorale.

Può essere utile, ai fini di una responsabile valutazione delle finalità espresse, ad esempio, dalle dichiarazioni dei leader del Partito dei Sardi (Franciscu Sedda e Paolo Maninchedda), ricordare i principali risultati di un progetto di ricerca finanziato dalla Regione autonoma della Sardegna e condotto da un gruppo multidisciplinare di ricercatori (dell’Istituto giuridico e di quello economico del Polo giuridico-economico-sociale dell’Università di Cagliari) sulla base di due indagini demoscopiche, le cui conclusioni sono state pubblicate in due diversi volumi: “Identità e autonomia in Sardegna e Scozia” e “La specialità sarda alla prova della crisi economica globale”: il primo curato da Giovanni Coinu, Gianmario Demuro e Francesco Mola, il secondo da Gianmario Demuro, Francesco Mola e Ilenia Ruggiu.

Il progetto di ricerca ha avuto lo scopo di accertare l’opinione dei sardi su quali modifiche di carattere strutturale e contenutistico fossero necessarie alla Sardegna, per uscire dalla fase di transizione istituzionale in cui essa si trova ormai dal 1999, anno in cui è stata approvata la modifica del Titolo V della Costituzione italiana. Poiché tale modifica che ha comportato lo “smarrimento” della “specialità” dell’autonomia della Regione sarda, soprattutto a causa dell’aumento delle prerogative delle regioni ordinarie, nell’opinione di molti sardi si è radicata la convinzione che fosse necessaria una riforma dello Statuto vigente, al fine di assicurare alla Sardegna la conservazione dell’autonomia decisionale differenziata, impostata però in termini radicalmente diversi da quelli che hanno caratterizzato la politica regionale attuata sulla base dello Statuto del 1948.

Con le due ricerche demoscopiche, il gruppo interdisciplinare ha verificato cosa pensino i sardi della propria autonomia, dando ad essi la parola per capire su quale tipo di percezioni e di esigenze debba fondarsi la riforma dello Statuto, al fine di salvaguardare la specialità autonomistica messa a rischio dalla modifica costituzionale del 1999. Dalle due indagini sono emersi risultati interessanti e degni di considerazione, che dovrebbero costituire un valido punto di riferimento per quanti sono ora impegnati, alla vigilia del rinnovo del Consiglio regionale, a proporre ai sardi, non solo progetti di riforma formale dello Statuto staccati da visioni conservative e datate di identità, ma anche e soprattutto specifiche iniziative con cui affrontare le condizioni economiche, sociali e istituzionali negative che caratterizzano attualmente la comunità regionale.

Rileva osservare che dai risultati delle due ricerche è emerso che, per la maggior parte dei sardi, la giustificazione della specialità dell’autonomia regionale non dipende necessariamente dal fatto di essere nati in Sardegna, in quanto essi si sentono portatori di una identità plurale, integrata nelle istituzioni in cui è “incarnata” l’autonomia: oltre che sardi, gli abitanti dell’Isola si sentono quindi italiani, europei e cittadini del mondo, con buona pace per tutti coloro che sono impegnati ad invocare per il popolo sardo un modello identitario, non fondato sulla natura e qualità delle istituzioni.

Per i sardi, stando ai risultati delle due ricerche demoscopiche, i problemi prioritari sono quelli di carattere economico-sociale e non quelli di carattere etnico-cultural-territoriale; di fronte alla richiesta di esprimere le loro preferenze (con l’assegnazione di un punteggio, in una scala da 1 a 10, sulle priorità d’intervento riferite a diversi settori: Identità e cultura, Economia, Lavoro, Trasporti e infrastrutture, Riforme e istituzioni, Ambiente e territorio, Welfare, Sicurezza) i risultati hanno evidenziato la massima priorità assegnata al Lavoro, seguito da Trasporti e infrastrutture, Economia, Sicurezza, Welfare, Ambiente e territorio; penultimo il settore Identità e cultura e, ultimo, il settore Riforme e istituzioni.

Infine, riguardo alla ristrutturazione dei poteri nella Regione, rispetto a quattro istituzioni di riferimento (Unione Europea, Stato, Regione, Comuni), sorprendentemente nella misura del 65% del campione, i sardi hanno espresso una sostanziale indifferenza, se non la loro contrarietà, al cambiamento dello status quo istituzionale: un gruppo si è espresso in pro di un aumento dei poteri dell’Unione Europea e dello Stato; un altro gruppo ha manifestato un forte sentimento di indifferenza, in quanto propenso a lasciare le cose così come stanno; un terzo gruppo ha espresso la manifestazione d’interesse ad assegnare maggiori poteri allo Stato.

Di fronte a questi risultati, concernenti il senso che i sardi hanno interiorizzato rispetto al tema della specialità dei poteri autonomistici della propria Regione, come si giustifica l’impegno profuso da minoranze estreme, nel proporre, addirittura, riforme della Costituzione italiana e dello Statuto sardo, a difesa di un’autonomia tanto speciale dell’Isola, tale da farne uno Stato indipendente, in funzione di profili esclusivamente identitari su basi etno-linguistico-territoriali?

A meno di un ribaltamento dei risultati delle due ricerche demoscopiche, se si vuole riformare lo Statuto nel segno di una sua maggior rispondenza ai problemi maggiormente avvertiti, è necessario allora un impegno volto a favorire, non l’attuazione di un progetto di autodeterminazione, ma una mobilitazione dell’opinione pubblica sul piano politico e culturale, al fine di fare prevalere nei sardi il convincimento che le priorità d’intervento da loro indicate possono essere soddisfatte solo attraverso una più consona ristrutturazione dei poteri delle istituzioni regionali; una ristrutturazione, cioè, che consenta di sperimentare “pratiche federaliste”, nella prospettiva di una futura riorganizzazione in senso federalistico di tutti i livelli istituzionali ai quali hanno fatto riferimento le indagini demoscopiche sopra richiamate.

In particolare, la mobilitazione politico-culturale dell’opinione pubblica dovrebbe perseguire l’obiettivo di diffondere e di radicare nella coscienza dei sardi il convincimento che le priorità d’intervento da loro espresse possono essere raggiunte solo attraverso una crescita economica stabile dell’area regionale ed uno sviluppo più equo e diffuso a livello territoriale; ciò che può con una riforma dello Statuto in grado di coinvolgere nei processi decisionali le comunità locali, attraverso una più appropriata organizzazione dell’Istituto regionale, che sottragga la comunità dell’Isola all’inefficienza istituzionale venutasi a creare dopo l’adozione, nel 2016, di un ordinamento del tutto inadeguato degli enti locali della Regione.

In altri termini, la riforma dello Statuto dovrebbe prevedere (a parte l’Area metropolitana di Cagliari) una riforma della struttura dell’Istituto regionale adatta a rimuovere i due grandi limiti che hanno bloccato la crescita e lo sviluppo della Sardegna: l’inefficienza delle istituzioni locali e la mancanza di una loro adeguata autonomia decisionale, nella progettazione ed attuazione di interventi conformi alle priorità emerse dalle indagini demoscopiche delle quali si è detto.

Allo stato attuale, perciò, rispetto al passato, la discontinuità dell’organizzazione istituzionale della Sardegna dovrebbe essere realizzata solo attraverso un decentramento degli strumenti di programmazione della politica regionale, che garantisca la partecipazione delle società civili locali alla formulazione delle scelte per la promozione della crescita e dello sviluppo dei loro territori; la discontinuità istituzionale, nella prospettiva di una riforma dello Statuto, dovrebbe consistere in una limitazione dell’esercizio del potere a livello regionale alla sola funzione di coordinamento e di indirizzo delle scelte locali, ponendo termine all’attuazione di una politica attiva, che sinora non ha mai risposto alle attese delle comunità locali.

Per la realizzazione di una riforma dell’Istituto regionale secondo le linee indicate, la revisione dello Statuto vigente dovrebbe essere realizzata nel segno del superamento del centralismo decisionale sinora privilegiato; motivo, questo, che è alla base della percezione, da parte della popolazione sarda, dei limiti con cui le istituzioni e i politici regionali hanno fino ad ora rappresentato e gestito l’autonomia speciale dell’Isola.

In conclusione, l’unico modo per salvaguardare e potenziare l’autonomia speciale finora riconosciuta, consiste nell’evitare che essa sia associata ai risultati fallimentari del passato; partendo da posizioni sovraniste, unicamente fondate su basi ideologiche, ciò non sarebbe possibile. Gli slogan indipendentisti possono consentire sul piano elettorale, al massimo, un effimero successo di breve periodo; alla lunga, la realtà dei fatti non tarderebbero a prevalere, rendendo inevitabile che la crisi della specialità autonomistica diventi irreversibile.

Gianfranco Sabattini

 

La crisi dei partiti della sinistra secondo Srnicek e Williams

Layout 1Nick Srnicek e Alex Williams al loro “Manifesto accelerazionista” (scritto nel 2013) hanno fatto seguire, nel 2015, il volume “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro”. Il libro contiene uno sviluppo delle tesi già esposte nel “Manifesto”, articolato in una severa diagnosi della crisi dei partiti tradizionali della sinistra, con la formulazione di una proposta per una loro rivitalizzazione, attraverso l’”invenzione” di un possibile futuro, che il capitalismo, nella sua coniugazione neoliberista, ha rimosso dall’immaginario collettivo.

Mentre la diagnosi della crisi dei partiti della sinistra è nella sostanza condivisibile, la proposta, rispetto al modo in cui è formulata e alle modalità della sua realizzazione, risulta ridondante, sino a comprometterne la desiderabilità e la fattibilità.

Sulla crisi della sinistra, Srnicek e Williams esordiscono col dire che la debolezza che attualmente la affligge non è attribuibile esclusivamente a cause esterne; una diagnosi onesta – essi affermano – deve essere formulata assumendo la presenza anche di cause esterne, la principale delle quali è individuata nella diffusa e acritica accettazione di un pensiero basato su quella che gli autori chiamano “folk politics”. Questa espressione viene adottata per indicare “un insieme di idee e intuizioni che, all’interno della sinistra contemporanea, guida il senso comune da cui discendono organizzazione, azione e pensiero politico”; si tratta in sostanza di un complesso di presupposti strategici che hanno indebolito la sinistra, “rendendola incapace di nutrire ambizioni di crescita, di generare cambiamenti duraturi e di espandere l’orizzonte dei propri interessi”. Adottando la folk politics, i partiti della sinistra si sono illusi di poter rispondere alle crisi ricorrenti provocate dal capitalismo contemporaneo, riportando l’attività politica ad una scala umana, quindi “enfatizzando un’immediatezza che è contemporaneamente temporale, spaziale e concettuale”.

A parere di Srnicek e Williams, dal punto di vista dell’immediatezza temporale, la folk politics ha condotto i partiti della sinistra ad essere generalmente reattivi, nel senso che essi, piuttosto che agire di propria iniziativa, tendono a “reagire” alle azioni poste in essere da altri, “ignorando gli obiettivi strategici a lungo termine in favore di tattiche di corto respiro” e sopravvalutando gli esiti attesi da processi di mobilitazione dell’opinione pubblica su singole rivendicazioni. Dal punto di vista spaziale, con la folk politics i partiti della sinistra, hanno prediletto come spazio di autenticità delle loro iniziative il “locale”, preferendo sostenere progetti comunitari non riproponibili su scala più ampia, tendendo “a rigettare qualsiasi progetto egemonico” e a privilegiare “la fuga e il ritiro interiore a scapito della costruzione di una controegemonia di ampio respiro”. Infine, dal punto di vista concettuale, con la folk politics, i partiti della sinistra hanno acquisito un “marcata preferenza per il quotidiano rispetto allo strutturale […], per il sentire contro il pensare […], per il particolare contro l’universale […] e per l’etico contro il politico”.

Considerando insieme la tre dimensioni dell’immediatezza della folk politics (temporale, spaziale e concettuale), fatte proprie dai partiti della sinistra contemporanea, questi, secondo Srnicek e Williams, hanno perso la cognizione del fatto che l’immediatezza, pur essendo un elemento necessario, non è sufficiente a consentire di strutturare “un qualsiasi progetto politico” col quale contrapporsi alla politica delle forze della destra; per questo motivo, i partititi della sinistra hanno mancato di disporre di strumenti adeguati per contrastare il capitalismo nella sua versione neoliberista. Partendo dalle loro considerazio0ni critiche, Srnicek e Williams si propongono di delineare, per i partiti della sinistra contemporanea, una possibile strategia politica alternativa alla folk politics, fondata non su un ritorno alle politiche conservatrici del passato, ma su una prospettiva d’azione basata sulla combinazione di “un modo aggiornato di pensare la politica (muovendo dall’immediato all’analisi strutturale) con un modo migliore di fare politica (indirizzandone l’azione verso la costruzione di piattaforme e l’allargamento di scala)”.

A tal fine, a parere di Srnicek e Williams, i partititi delle sinistra dovranno tener conto del fatto che il mondo multipolare delle politiche globali e l’instabilità economica propria del capitalismo contemporaneo hanno reso impossibile ogni tentativo di “ricomporre” il succedersi delle crisi in una “narrazione strutturata”; ciò perché ciascun elemento della narrazione (economia, politica nazionale e internazionale, lotte tra i sistemi economici per conquistare il controllo delle fonti energetiche, ecc.) ha assunto una dimensione tale da condizionare il mondo intero, i cui effetti sono divenuti così estesi e complessi da rendere impossibile un’esatta collocazione dell’esperienza umana nel loro contesto complessivo. Ancora più importante – continuano Srnicek e Williams – è stato il fatto che è venuta meno la possibilità di disporre di una “mappa cognitiva” delle forze influenzanti il funzionamento del sistema socioeconomico mondiale.

Per le forze della sinistra, ancora tra l’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’analisi delle forze che alimentavano il funzionamento del sistema socioeconomico mondiale offriva la possibilità di interpretare e comprendere la totalità delle relazioni economiche e sociali e, quindi, di elaborare una chiara strategia per fronteggiare le criticità che di momento in momento insorgevano, sia a livello di ciascun Paese, che a livello internazionale. Ora, la complessità dell’intero sistema socioeconomico globale si è estesa a tal punto da rendere impossibile, ritengono Srnicek e Williams, il miglioramento della condizione umana senza la “creazione di nuove mappe cognitive, di nuove narrazioni politiche, di nuovi modelli economici, e di nuovi meccanismi di controllo collettivo”.

Gli anni Settanta del secolo scorso sono stati quelli della svolta: crisi dei mercati energetici e delle materia prime, fine degli accordi di Bretton Wooods, insolvibilità dei crediti accumulati dai Paesi industrializzati nei confronti dei Paesi arretrati, persistente stagflazione e instabilità monetaria rappresentano l’insieme degli eventi che hanno incrinato l’accordo tra capitale e lavoro sul quale erano state calibrate le politiche economiche keynesiane del dopoguerra.

Tutto ciò si è tradotto – affermano Srnicek e Williams – in un’opportunità, sia per le forze della destra, che per quelle della sinistra: “quella di generare una nuova egemonia” che consentisse di superare la persistente situazione di crisi globale. La destra è stata rapida nell’affrontare con successo la crisi da posizioni egemoniche (acquisite sulla base di una piattaforma di riflessioni critiche sulle sorti del capitalismo accumulate in decenni di lavoro e di studi da parte di economisti operanti nelle università di tutto il mondo e riuniti, dopo il 1947, nella Mont Pelerin Society, animata sul piano organizzativo da Friedrich von Hayek e Milton Friedman); per contro, la vecchia sinistra si è dimostrata incapace di confrontarsi con le forze in campo allora emergenti, e il risultato è stato “una sinistra sempre più periferica e marginalizzata”, e quando il neoliberismo è riuscito ad imporsi “sul senso comune” le forze della sinistra tutta, inclusi i partiti socialdemocratici, hanno finito “lentamente per accettarne le condizioni”, consistenti in una crescente riduzione del potere contrattuale della forza lavoro e in una radicale riduzione dell’intervento dello Stato in economia.

Dopo la severa diagnosi negativa “sui limiti della sinistra contemporanea”, Srnicek e Williams passano a formulare la loro proposta, consistente nel prospettare una possibile via d’uscita dalla condizione in cui versano i partiti delle sinistra tradizionale. Secondo i due autori (giovani ricercatori inglesi della sinistra radicale), “un elemento fondamentale per una sinistra che voglia davvero essere futuribile è la riattivazione del concetto di ‘modernità’”. Poiché la folk politics, praticata sinora dai partiti della sinistra, ha mancato di proporre la visione di un futuro desiderabile e condiviso, il ricupero della modernità dovrà partire dal significato che le è intrinseco: quello di prospettare un futuro migliore del presente.

Intesa in questo senso, la modernità per le forze della sinistra dovrà implicare una rottura tra passato e presente e prefigurare un futuro “come potenzialmente differente e migliore del passato” e, dunque, proiettare il presente a legarsi “alle nozioni di progresso, avanzamento, sviluppo, emancipazione, liberazione, crescita, accumulazione, illuminismo, miglioramento e avanguardia”. In tal modo, le forze della sinistra potranno ricuperare il proprio senso del progresso, senza che questo (tenendo conto del fatto che gli eventi negativi del XX secolo hanno dimostrato che la storia non procede “lungo binari predeterminati”, nel senso che la regressione è tanto probabile quanto il progresso) presupponga esiti predefiniti, e venga perciò considerato come un prodotto della dialettica politica, il cui successo non sia mai garantito.

Contrastare le crisi del capitalismo sulla base di un concetto di progresso così inteso significa, secondo Srnicek e Williams, che le forze della sinistra devono “prefiggersi come obiettivo la costruzione di qualcosa di nuovo. La strada per il progresso – essi affermano – va costruita, e non semplicemente percorsa seguendo indicazioni prestabilite: è una faccenda di conquiste politiche (c.m.) e non di doni dispensati da qualche divina (o terrestre) provvidenza”. Ma un futuro permeato di un senso del progresso basato sulla costruzione di “qualcosa di nuovo” implica il trascendimento del presente ordine globale, fondato sul lavoro salariato e su un’accumulazione senza fine; in altre parole, per Srnicek e Williams, una “modernità di sinistra” (idonea a contrastare il capitalismo neoliberista) implica la costruzione di una piattaforma che indichi come riorganizzare, sia il funzionamento del sistema economico, sia le modalità di distribuzione del prodotto sociale.

La costruzione di “qualcosa di nuovo”, a parere di Srnicek e Williams, deve essere perseguita attraverso “conquiste politiche” e non attraverso azioni di “stampo rivoluzionario”; queste, unitamente a quelle di stampo “riformista”, sono da considerarsi inutili e prive di ogni possibilità di successo. Srnicek e Williams ritengono che le condizioni materiali del mondo attuale giustifichino il perseguimento possibile e desiderabile, da parte delle nuove forze della sinistra, di una organizzazione sociale “post-lavoro”. A tal fine, una politica di sinistra moderna dovrà innanzitutto perseguire la realizzazione di una riorganizzazione del funzionamento del sistema economico fondata su una completa automatizzazione, in modo da consentire, grazie agli sviluppi tecnologici recenti, la liberazione dell’umanità “dalla schiavitù del lavoro” e allo stesso tempo produrre una “quantità di ricchezza sempre maggiore”. Una riorganizzazione siffatta dell’attività produttiva causerà la liberazione di una grande quantità di tempo libero, senza una riduzione del risultato economico complessivo.

Il tempo libero, però, osservano Srnicek e Williams, “non servirà a nulla”, se le persone liberate dal lavoro non potranno disporre di un “reddito di base”, tale da fornire “una quantità sufficiente di reddito per permettere la sopravvivenza”, essere erogato “a tutti e senza discriminazioni” e supplementare al welfare State realizzato. Ciò, al fine di evitare che tale erogazione possa diventare il “vettore per un incremento della mercificazione, trasformando i servizi sociali in mercati privati; per evitare questo pericolo, il reddito di base dovrà configurarsi “come un’integrazione a un nuovo tipo di Stato sociale”.

Perché un simile progetto politico possa avere successo, le nuove forze della sinistra dovranno essere consapevoli che la riorganizzazione post-lavoro del processo produttivo porrà l’obiettivo del perseguimento della transizione “dalla socialdemocrazia postbellica” a un nuovo contesto sociale e politico, in grado di legittimare il contrasto da esercitare da posizioni egemoniche nei confronti del capitalismo neoliberista.

E’ questo, concludono Srnicek e Williams, il compito che le nuove forze della sinistra devono prepararsi a svolgere; se esse vorranno realmente rimanere rilevanti e politicamente influenti, dovranno prepararsi a gestire, in alternativa al capitalismo neoliberista, le potenzialità e gli sviluppi offerti dal mondo tecnologico attuale; ciò, nella convinzione che il neoliberismo, “per quanto possa oggi apparire intoccabile, non offre garanzie di sopravvivenza a lungo termine. Come tutti i sistemi sociali che l’hanno preceduto, non durerà per sempre”. Il compito attuale della sinistra dovrà perciò consistere, oltre che nella gestione politica della transizione e nell’organizzazione della società del post-lavoro, anche nell’“inventare quanto arriverà poi”.

Le notazioni critiche di Srnicek e Williams, riguardo alla resa delle forze di sinistra alla logica di gestione del sistema produttivo del capitalismo neoliberista, possono essere, come si è già detto, condivisibili. Ugualmente condivisibile può essere quella parte della loro proposta di rinnovamento della sinistra circa il ruolo e l’importanza del progresso tecnologico, reso possibile dal continuo progresso del sapere contemporaneo; progresso, questo, che può sicuramente giustificare ogni proiezione della fantasia creativa volta a prefigurare possibili remoti futuri.

Tuttavia, la parte normativa della proposta di Srnicek e Williams appare così fuori dal mondo, da farla apparire, quale essa è, un esercizio mentale, volto a consolare il loro desiderio di veder superato in tempi brevi il capitalismo contemporaneo. Se è giusto il loro suggerimento, rivolto alla sinistra, di aprirsi alla valutazione delle possibilità che il mondo contemporaneo può offrire (in alternativa a puri e semplici atteggiamenti resistenziali alla logica del capitalismo, per risolvere il problema della disoccupazione strutturale odierna), proporre un reddito di base (o reddito di cittadinanza) complementare al welfare State esistente, significa però perdere contatto con l’evidenza delle condizioni politiche, culturali, economiche e sociali in presenza delle quali la loro proposta complessiva dovrebbe trovare attuazione. Con la loro fuga in avanti rispetto al tempo presente, Srnicek e Williams mancano di valutare realisticamente tali condizioni e fanno correre il rischio che la stessa idea di reddito di base sia percepita, dall’immaginario collettivo, non solo inattuabile, ma anche non desiderabile. Il che varrebbe solo a rilanciare la condivisibilità dell’egemonia conquistata dal neoliberismo imperante.

Gianfranco Sabattini

 

Rinnovo delle istituzioni e rilancio della autonomia della Sardegna

libroAl volume Identità e Autonomia in Sardegna e Scozia, pubblicato nel 2013 a cura di Gianmario Demuro, Francesco Mola e Ilenia Ruggiu, contenente i risultati di un progetto di ricerca finanziato dalla Regione autonoma della Sardegna, ha fatto seguito, nel 2017, la pubblicazione di un nuovo volume che rappresenta la prosecuzione del primo, dal titolo “La specialità sarda alla prova della crisi economica globale”, curato da Giovanni Coinu, Gianmario Demuro e Francesco Mola. Anche di questo secondo volume, come del primo, il punto di partenza è stata un’indagine demoscopica, accompagnata dalle riflessioni di diversi autori sulle problematiche attualmente presentate dal problema della specialità ordinamentale di alcuni regioni.

Nel primo volume, l’indagine ha avuto lo scopo di accertare l’opinione dei sardi sulle riforme istituzionali “necessarie alla Sardegna per uscire dalla fase di transizione istituzionale in cui essa è venuta a trovarsi a partire dal 1999”, anno in cui è stata approvata la legge costituzionale n. 1/1999. Com’è noto, questa legge ha implicato lo “smarrimento” della specialità dell’autonomia della Regione sarda, comportando nell’opinione dei sardi il radicarsi della necessità di una riforma dello Statuto vigente; da qui la giustificazione di svolgere un’indagine statistica, che potesse essere d’aiuto nella formulazione di proposte in merito. Secondo i curatori, dai risultati dell’indagine sono emersi “dati molto netti e sorprendenti”, tra i quali, il più rilevante, è stato quello esprimente il senso di autonomia vissuto dai sardi che, reclamando maggiori poteri, valutano negativa la politica delle istituzioni regionali, giudicate incapaci “di rappresentare adeguatamente la specialità”.

Dalla prima indagine demoscopica era risultato che i sardi fossero orientati, quasi all’unanimità, nel denunciare una profonda percezione delle difficoltà dei politici e delle istituzioni regionali nel gestire l’autonomia. Secondo Gianmario Demuro, autore (oltre che curatore del libro) di uno dei testi che accompagnano il commento dei risultati dell’indagine, l’interpretazione che di essi, da un punto di vista giuridico e politico, poteva essere data, era che in Sardegna vi fosse “una forte rivendicazione di maggiore rappresentanza politica, da sempre il principale veicolo dell’identità e della specialità”, percepite e interiorizzate dai sardi in funzione della crescita economica e dello sviluppo qualitativo dell’Isola.

Tuttavia, la ricerca presentava il limite di non aver indagato sul come i sardi avrebbero desiderato porre rimedio alla loro sfiducia nei confronti della politica regionale e, in particolare, delle istituzioni regionali; la lacuna ha limitato fortemente lo scopo dell’indagine, ovvero la conoscenza dell’opinione dei sardi riguardo al modi in cui l’eventuale riforma dello Statuto vigente potesse consentire il ricupero potenziato della autonomia speciale della loro Regione. Ciò a supporto di una maggior tutela della propria identità, fondata sulla qualità di una crescita e di uno sviluppo che la distribuzione del potere decisionale fra le varie istituzioni, nelle quali si è sinora sostanziata l’autonomia, non ha saputo assicurare. Ai limiti della prima indagine ha posto rimedio la seconda, che costituisce, come si è detto, il punto di partenza del secondo volume sul problema della specialità della Sardegna.

Questa seconda indagine, infatti, è volta ad appurare quale sia l’opinione dei sardi circa la più conveniente riforma delle istituzioni regionali. I dati che da essa si ricavano risultano però coerenti con quelli della prima solo su un aspetto fondamentale, riguardante il modo di percepire il senso dell’autonomia speciale; rispetto agli altri aspetti indagati, invece, non si può non rilevare una certa contraddittorietà delle risposte fornite dalle due indagini.

L’aspetto riguardo al quale i sardi hanno mostrato un’alta coerenza è quello che investe direttamente i motivi della loro identità, quali quelli etnici e linguistici. D alla prima indagine era risultato che, la rivendicazione della specialità regionale sancita nello Statuto non era necessariamente legata al fatto di essere nati in Sardegna, in quanto in maggioranza i sardi si sentivano portatori di una identità plurale, integrata nelle istituzioni in cui era “incarnata” l’autonomia: oltre che sardi, quindi, gli abitanti dell’Isola si sentivano italiani, europei e cittadini del mondo )con buona pace per tutti coloro da sempre impegnati ad invocare per il popolo sardo un modello identità non fondato sulla natura e qualità delle istituzioni). Ciò è confermato dalla seconda indagine, dalla quale risulta che la rivendicazione della specialità è basata, non tanto su pretese etnico-culturali, quanto piuttosto sulle peculiari condizioni economiche e sociali che caratterizzano la comunità regionale.

Dunque, dai dati emersi dall’ultima indagine, è risultato che, per i sardi, i problemi prioritari sono quelli di carattere economico-sociale e non quelli di carattere etnico-cultural-territoriale; ma è proprio sulle priorità degli interventi auspicati in nome della specialità che la seconda indagine demoscopica evidenzia le contraddizioni più gravi, destinate ad avere ripercussioni negative, in assenza di un approfondito dibattito culturale sulla questione di una possibile riforma dello Statuto regionale. L’indagine è stata condotta sulla base di un questionario (somministrato a un campione di 607 intervistati) strutturato in quattro sezioni, riguardanti, rispettivamente: profilo socio-demografico della popolazione; priorità d’intervento; atteggiamento dei sardi riguardo alla vita pubblica; distribuzione dei poteri nelle istituzioni. Le sezioni che maggiormente rilevano, rispetto all’atteggiamento dei sardi circa la rivendicazione della specialità e la struttura istituzionale con cui realizzare gli interventi, sono la seconda (riguardante le “priorità d’intervento”) e la quarta (riguardante la “distribuzione dei poteri nelle istituzioni”).

La sezione relativa alle priorità è stata la più corposa (costituita da 56 domande); agli intervistati è stato chiesto di esprimere la propria opinione sulle priorità d’intervento riferite ad otto settori: Identità e cultura, Economia, Lavoro, Trasporti e infrastrutture, Riforme e istituzioni, Ambiente e territorio, Welfare, Sicurezza. Con l’ultima domanda della sezione è stato chiesto agli intervistati di esprimere le loro preferenze, assegnando un punteggio in una scala da 1 (bassa priorità) a 10 (alta priorità). I risultati, sorprendentemente, sono stati i seguenti: massima priorità al Lavoro, seguito da Trasporti e infrastrutture, Economia, Sicurezza, Welfare, Ambiente e territorio; penultimo il settore Identità e cultura e ultimo (!), il settore Riforme e istituzioni.

Per quanto concerne la sezione relativa al settore riguardante la distribuzione dei poteri nella Regione, al fine di meglio interpretare il pensiero degli intervistati, si è fatto ricorso ad un’”analisi multivariata”, mediante l’applicazione della tecnica statistica della “Cluster analysis”, con la quale sono state rilevate le risposte di gruppi omogenei (rispetto ad età, titolo di studio, ecc.) dell’intero campione; questi i risultati: Anziani centralisti (22%); Giovani conservatori e sfiduciati (12%); Statalisti (30%); Adulti decentralizzatori (36%). Inaspettatamente, riguardo alla distribuzione del potere decisionale rispetto a quattro istituzioni di riferimento (Unione Europea, Stato, Regione, Comuni), l’atteggiamento dei sardi è risultato contraddittorio rispetto alle manifestazioni d’interesse al rilancio della specialità autonomistica della loro Regione. Solo il gruppo degli Adulti decentralizzatori (36%) ha presentato una forte presenza di soggetti che vorrebbero un aumento dei poteri assegnati ai Comuni (senza specificare se amministrativa o di altra natura); pochi, invece, sono stati quelli che hanno espresso il desiderio di conservare lo status quo nella distribuzione dei poteri tra i quattro livelli istituzionali di riferimento.

Rispetto alla distribuzione dei poteri delle istituzioni, tutti gli altri gruppi (Anziani centralisti, Giovani conservatori e sfiduciati, Statalisti), per un totale pari al 65% del campione, hanno espresso una sostanziale indifferenza, se non la loro contrarietà, al cambiamento dello status quo istituzionale: gli Anziani centralisti si sono espressi in pro di un aumento dei poteri dell’Unione Europea e dello Stato; i Giovani conservatori e sfiduciati hanno manifestato un forte sentimento di indifferenza, in quanto propensi a lasciare le cose così come stanno; gli Statalisti hanno espresso un’opinione propensa ad assegnare maggiori poteri allo Stato.

Di fronte a questi risultati, concernenti il senso che i sardi hanno interiorizzato rispetto al tema della specialità dei poteri autonomistici della propria Regione, come si può giustificare l’impegno profuso da minoranze estreme, nel proporre, addirittura, riforme della Costituzione italiana e dello Statuto sardo a difesa dell’autonomia speciale regionale, in funzione di profili identitari etno-linguistici-territoriali? L’evidente contraddizione può essere compresa solo se si considera, come afferma Roberto Toniatti (in “Le vie della democrazia partecipativa per la legittimazione delle autonomie speciali”), quanto problematica sia oggi la difesa delle autonomie speciali regionali e determinante il fatto che tale categoria giuridica corrisponda “ad una ininterrotta auto-percezione da parte di chi vi vive ed opera dall’interno”, in funzione però della soluzione dei problemi maggiormente avvertiti.

Se la conduzione di un’indagine statistica può rappresentare il mezzo per acquisire materiali conoscitivi sufficienti per poter procedere ad un’opera di rinnovamento delle istituzioni regionali più rispondenti alle priorità d’intervento espresse dagli intervistati, occorre però tener conto dell’atteggiamento prevalente dei sardi rispetto all’opera di rinnovamento dell’assetto istituzionale regionale; ciò è tanto più importante, se si considera che il riconoscimento della specialità è oggi fortemente contestato da parte di chi ritiene che le forme differenziate di autogoverno regionale siano ormai superate e, nella fase economica attuale, costituiscano una fonte di sprechi e di inefficienze. La critica al riconoscimento della condizione giuridica della specialità autonomistica ha infatti favorito – come afferma Roberto Louvin in “La sostenibilità dei regimi speciali di autonomia” – la formazione di due “opposte visioni di futuro”, dalle quali i sardi, stando alle indicazioni sulle priorità emerse dall’indagine statistica, dovranno difendersi.

Da un lato, essi sono chiamati a “lottare” contro una “concezione a-territoriale delle autonomie”, che tende ad assumere la forma di una pretesa, da parte degli organi centrali dello Stato, di plasmare a loro piacimento le istituzioni territoriali, spesso ammantando la pretesa con la presunzione che sia l’Europa a chiederlo. Dall’altro lato, i sardi dovranno “lottare” anche contro la concezione opposta di una difesa della specialità sulla base di pretese solo ideologiche e aprioristiche.

La pretesa di salvaguardare la specialità autonomistica sulla base di profili etnico-linguistici-territoriali prefigurerebbe per la Sardigna il rischio che la specialità autonomistica arrivi a tradursi in una “prigionia identitaria”, cioè in una vera e propria “autonomia sequestrata”, in cui le classi politiche e le élite amministrative possono continuare a gestire “il regime di autonomia come affare loro […], ampliando indebitamente la sfera dei loro privilegi e provocando un enorme danno d’immagine alle comunità che dovrebbero invece servire”. Questa situazione riflette in pieno il senso negativo del parere espresso dal gruppo degli Adulti decentralizzatori, i quali, pur favorevoli in maggioranza ad aumentare i poteri dei Comuni, sembrano orientati a soddisfare il desiderio delle élite politico-amministrative comunali di acquisire privilegi “particulari”, piuttosto che cercare maggiori possibilità di servire le comunità locali.

Stando così le cose, considerato che entrambe le concezioni descritte sono negative per riproporre una specialità autonomistica dell’Isola all’altezza dei problemi più avvertiti da tutti coloro che vi abitano, è d’interesse vitale contrastare la doppia deriva ideologica che tende o a giustificare la soppressione del regime giuridico della specialità, oppure a relegarlo nell’orizzonte esclusivo del passato. E’ necessario quindi, una mobilitazione, oltre che sul piano politico, anche su quello culturale, al fine di fare prevalere nei sardi il convincimento che le priorità d’intervento da loro indicate possono essere soddisfatte solo attraverso una più consona ridistribuzione dei poteri delle istituzioni regionali; una ridistribuzione che, come afferma Gian Giacomo Ortu in “L’intelligenza dell’autonomia. Teorie e pratiche in Sardegna”, consenta di anticipare “pratiche federaliste”, nella prospettiva di una futura riorganizzazione in senso federalistico di tutti i livelli istituzionali ai quali fa riferimento l’indagine demoscopica condotta per appurare l’atteggiamento dei sardi rispetto alla specialità ordinamentale della propria Regione.

La mobilitazione politico-culturale dovrà perseguire l’obiettivo di diffondere e di radicare nella coscienza dei sardi il convincimento che le priorità d’intervento da loro espresse possono essere perseguite solo attraverso una crescita stabile dell’area regionale ed uno sviluppo più equo e diffuso a livello territoriale, da realizzarsi con una riforma dello Statuto in grado di coinvolgere nei processi decisionali le comunità locali, attraverso una più appropriata organizzazione dell’Istituto regionale; dovrà trattarsi di un’organizzazione in grado di consentire la sottrazione dell’intera comunità regionale all’inefficienza istituzionale venutasi a creare dopo l’adozione, nel 2016, da parte della Regione, di un ordinamento degli enti locali del tutto inadeguato.

Il nuovo ordinamento delle autonomie locali, a parte l’Area metropolitana di Cagliari, continua a subire gli esiti negativi del centralismo della Regione nel governo del territorio, attraverso strumenti di programmazione della politica regionale che lasciano poco spazio alle autonomie locali, riordinate recentemente sulla base di “Unioni di Comuni”. La nuova legge non prevede per i nuovi enti locali alcuna possibilità di partecipazione alla definizione della politica di crescita e sviluppo delle loro aree; sulla base di un presunto dimensionamento territoriale ottimale dei nuovi enti, essa si è infatti limitata a perseguire un più razionale esercizio delle competenze amministrative, riducendo il loro potere di iniziativa alla stipula di convenzioni tra i vari Comuni ricadenti all’interno delle nuove circoscrizioni territoriali, in funzione dell’esercizio congiunto dei servizi di loro competenza.

Il superamento di questa situazione non può che essere una riforma della struttura dell’Istituto regionale adatta a rimuovere i due grandi limiti che hanno bloccato la crescita e lo sviluppo della Sardegna, quali l’inefficienza delle istituzioni locali e la mancanza di una loro adeguata autonomia decisionale per la progettazione e l’attuazione di interventi conformi alle priorità emerse dall’indagine demoscopica della quale sono stati illustrati i risultati.

Allo stato attuale, perciò, rispetto al passato, la discontinuità dell’organizzazione istituzionale della Sardegna può essere realizzata solo attraverso un decentramento degli strumenti di programmazione della politica regionale, che garantisca la partecipazione delle società civili locali alla formulazione delle scelte per la promozione della crescita e dello sviluppo dei loro territori; la “discontinuità”, in questa prospettiva di riforma istituzionale, dovrà essere il risultato di una limitazione dell’esercizio del potere a livello regionale solo allo svolgimento di una funzione di coordinamento e di indirizzo delle scelte locali, ponendo termine all’esercizio di una politica attiva che sinora non ha mai risposto alle attese delle comunità locali.

Per la realizzazione di una riforma dell’Istituto regionale secondo le linee indicate, occorrerà che la revisione dello Statuto vigente sia realizzata nel segno del superamento del centralismo decisionale sinora privilegiato; motivo, questo, che è alla base della percezione, da parte della popolazione sarda, dei limiti con cui i politici e le istituzioni regionali hanno fino ad ora rappresentato e gestito l’autonomia istituzionale.

Come afferma Gianmario Demuro nelle sue “Conclusioni” sui risultati dell’indagine demoscopica e sui commenti degli autori che hanno contribuito all’allestimento del volume recentemente pubblicato, il futuro dei sardi dipenderà da ciò che essi saranno capaci di realizzare, maturando e approfondendo però il convincimento – è il caso di aggiungere – che l’unico modo per salvaguardare e potenziare l’autonomia speciale finora riconosciuta, consiste nell’evitare che essa sia associata ai risultati fallimentari del passato; risultati che sono, forse, all’origine della presenza nella popolazione sarda del consistente gruppo di Statalisti e dell’indifferenza di un non trascurabile gruppo di Giovani conservatori e sfiduciati, il cui atteggiamento, assieme a quello dei primi, non è certo positivo nei confronti di una possibile riforma delle istituzioni regionali che sia più conforme alle prevalenti priorità di intervento emerse dall’indagine demoscopica.

Gianfranco Sabattini

Crisi dell’Europa e responsabilità delle forze politiche tradizionali

europa crisiJan Zielonka, docente di Politiche europee alla Oxford University, sotto forma di lettera a Ralf Dahrendorf (del quale è stato allievo alla London school of economics), ha scritto il libro “Contro-rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale”, nel quale sono valutate, da posizioni liberali, tutte le implicazioni del trentennio successivo al crollo del Muro di Berlino.

Zielonka vede svilupparsi al presente, nel Vecchio Continente, “una contro-rivoluzione illiberale”, proponendosi di coglierne le radici e le conseguenze” e cercando, nel contempo, di dare risposte alle domande se l’Europa, a seguito della contro-rivoluzione, potrà sopravvivere e, nel caso in cui riuscisse ad evitare il collasso, come potrà superare la crisi politica ed economica che la affligge.

Dahrendorf, al contrario, in “1989. Riflessioni sulla rivoluzione in Europa”, aveva prefigurato dopo il crollo del Muro “lo sviluppo di una rivoluzione liberale nell’Europa orientale”, cercando di individuare le opportunità che la “rivoluzione avrebbe creato e anche le possibili trappole disseminate sul suo cammino”.

I libri dei due autori hanno a che fare perciò con visioni opposte: il libro di Dahrendorf parla “della rivoluzione che apriva i confini alle persone, alle idee e al commercio, della costruzione del governo della legge e della democrazia”; il libro di Zielonka, invece, riguarda la rivolta contro gli esiti della presunta rivoluzione, “sotto la pressione di forze antiliberali”, affiorate in tutto il continente europeo negli ultimi trent’anni. L’importanza della “rivolta”, precisa Zielonka, non riguarda i pericoli che tutti paventano per il crescere e diffondersi delle forze populiste, ma le responsabilità della contro-rivoluzione europea, ricadenti sul liberalismo. Ciò perché, secondo Zielonka, sebbene il populismo sia diventato “un tema di discussione privilegiato dei liberali, e nessuno mai abbia messo in luce gli inganni e i pericoli populisti meglio degli autori liberali”, essi si sono però dimostrati più abili “nel puntare il dito sugli altri che nel riflettere su se stessi”; così’ facendo, hanno rifiutato di riconoscere e valutare le loro insufficienze, che hanno portato al nascere della protesta populista, di cui si intestardiscono a disconoscere le motivazioni. Zielonka concentra la riflessione su questa contraddizione, dichiarando, comunque, che il suo libro vuole essere un’autocritica del liberalismo e dei suoi valori.

Quando Dahrendorf ha scritto il suo libro – afferma Zielonka – l’Europa era in preda a confusione e a incertezza, confinate però nella parte orientale, dove incominciava a crollare il sistema del comunismo sovietico; ora, però, è l’intera Europa ad esserne colpita, per non essere riuscita ad adattarsi ai cambiamenti geopolitici, economici e tecnologici che hanno investito l’intero continente negli ultimi tre decenni, causando la crisi dei “modelli europei” di democrazia, capitalismo e integrazione. In tal modo, i valori liberali che, a parere di Zielonka, hanno fatto prosperare l’Europa per molti decenni sono stati traditi.

Tuttavia, per quanto stia ora attraversando una fase depressiva, il liberalismo non sarebbe “fuorigioco”, nel senso che, sebbene la “deviazione neoliberista” abbia fatto (e continui a fare) molti danni, non ci sarebbe ragione “di abbandonare alcuni punti centrali della fede liberale: la razionalità, la libertà, l’individualità, il potere sotto controllo e il progresso”. I contro-rivoluzionari hanno potuto affermarsi, sfruttando “le patologie dell’Unione Europea, della democrazia liberale e del libero mercato, ma non hanno un plausibile programma di recupero e rinnovamento”; si può perciò nutrire fiducia sulla possibilità che le attuali difficoltà della situazione politica, economica e sociale europea possano essere superate; ciò, però, richiede che si abbia precisa contezza “su quanto sinora è andato storto”, se si vuole, dal punto di vista liberale, realmente prefigurare – afferma Zielonka – un nuovo progetto di futuro, in grado non solo di fronteggiare le sfide contro-rivoluzionarie, ma anche quelle poste dal graduale svolgimento dei processi economici, tecnologici e politici.

Perché – si chiede Zielonka – ciò che è accaduto dopo il 1989 ha dato il via ad una contro-rivoluzione? La caduta del Muro di Berlino aveva indotto Dahrendorf a prevedere che l’evento sarebbe stato seguito da una rivoluzione positiva tale da migliorare le condizioni politiche ed economiche di tutti gli Stati europei; in realtà, proprio a partire dalla “caduta”, si sono create le pre-condizioni che hanno annullato queste aspettative. Con la caduta del Muro e dei sistemi comunisti di stampo sovietico sono stati immediatamente messi sotto tiro – afferma Zielonka – alcuni degli ideali di tali sistemi, quali il collettivismo, la ridistribuzione del prodotto sociale, la protezione sociale e l’intervento regolatore dello Stato in economia.

Tutto questo ha spianato la strada all’avvento dell’ideologia neoliberista, per cui la “deregolazione, la mercatizzazione e la privatizzazione” sono diventate le linee guida della politica economica anche all’interno di quegli Stati che erano guidati da partiti socialisti democratici. Così, il settore privato è stato esteso a spese del settore pubblico, mentre i mercati si sono allargati sino ad inglobare sfere di attività che nel passato erano state tradizionalmente gestite dal settore pubblico. Anche la spesa sociale è diminuita, a scapito soprattutto dei gruppi più deboli, mentre i sindacati, tradizionali protagonisti e difensori del ruolo dello Stato nella regolazione dell’attività economica e della distribuzione socialmente condivisa del prodotto sociale, hanno visto diminuire il loro “peso” sulle decisioni che venivano assunte in fatto di politica economica e sociale.

Inoltre, a livello europeo, a seguito delle trasformazioni intervenute nell’organizzazione dei sistemi economici, “la politica si è configurata sempre più come un’arte di ingegneria istituzionale, anziché come arte di negoziazione fra le élite e l’elettorato”; per contro, poteri decisionali sempre maggiori sono stati delegati a istituzioni non elettive, per far sì che la politica fosse guidata dalla “ragione” e non dalla “passione”. Tutto ciò veniva realizzato sulla base dell’assunto che “i cittadini dovevano essere educati, piuttosto che ascoltati”, per cui l’idea che gli interessi pubblici dovessero riflettere la volontà dei cittadini è stata notevolmente affievolita.

Ancora, con l’allargamento dei suoi poteri, l’Unione Europea “è diventata – afferma Zielonka – un prototipo di istituzione non elettiva, guidata da esperti ‘illuminati’ largamente indipendenti dalle pressioni elettorali”; è grazie ad essa che gli esecutivi nazionali hanno potuto aggirare i rispettivi parlamenti, assumendo decisioni conformi agli interessi dei gruppi sociali prevalenti all’interno delle istituzioni europee. Infine, la crisi dell’euro e quella degli immigrati sono valse a dimostrare che il nuovo ordine seguito al crollo del “Muro” è risultato meno efficiente e liberale di quanto si affermava. Le due crisi, infatti, hanno concorso ad evidenziare il crescente squilibrio, sul piano economico e su quello sociale, venutosi a formare tra gli Stati membri dell’Unione Europea; ciò perché, le rigide regole comunitarie imposte per la stabilità dell’euro, per il controllo dei flussi degli immigrati e per il coordinamento e la governance delle politiche monetarie e fiscali dei singoli Paesi, non hanno consentito che questi, soprattutto quelli più indebitati, potessero adottare politiche più adatte ad affrontare i loro problemi interni.

Col passare del tempo, il distacco delle élite europee dall’elettorato, la diffusione e l’aumentato potere decisionale delle istituzioni non elettive, la crisi dell’euro e quella degli immigrati, non hanno tardato a fare emergere una molteplicità di conseguenze negative; ciò ha indotto l’elettorato ad abbandonare i partiti tradizionali, offrendo a “uomini politici alternativi” la possibilità di proporsi come protagonisti di un cambiamento delle modalità di governo dei singoli Paesi, il cui significato era quello di un abbandono delle scelte politiche sino ad allora privilegiate, se non quello di un abbandono del sistema organizzativo europeo realizzato.

I politici alternativi contro-rivoluzionari, pur esprimendo orientamenti politici diversi, condividono però l’opposizione all’ordine realizzato dopo il crollo del “Muro”; essi sono riusciti a mobilitare l’opinione pubblica, sia contro coloro che hanno governato l’Europa a partire dal 1989, sia contro “i loro progetti politici chiave: l’integrazione europea, il liberalismo costituzionale e l’economia neoliberista”. I leader contro-rivoluzionari – sostiene Zielonka – sono stati chiamati in generale populisti; un termine, questo, che però non coglie quello che è stato l’obiettivo fondamentale da essi perseguito, cioè quello di sostituire l’ordine costituitosi dopo il 1989 e il personale politico che lo ha realizzato.

Le élite dominanti, progressivamente sconfitte, hanno sempre sostenuto che i populisti si affermano perché propongono soluzioni semplici per risolvere problemi complessi e che le critiche all’ordine esistente enfatizzano in modo eccessivo la diversità di vedute tra governanti e governati. La semplicità delle soluzioni proposte e l’istanza di sostituzione del personale politico ritenuto incapace di risolvere i problemi sono, però, a parere di Zielonka, del tutto giustificabili, poiché la democrazia impone che il popolo debba comprendere il significato della politica attuata e che ad esso sia consentito di giudicare l’operato delle élite, per valutarne la rispondenza, o meno, all’interesse generale.

Le forze contro-rivoluzionarie, secondo Zielonka, sono forse ben lontane dallo sconfiggere la tradizione del liberalismo democratico; tuttavia, esse sono ora in grado di sconfiggere sul piano elettorale le forze politiche tradizionali, non perché abbiano un “programma esaltante”, ma solo perché le forze tradizionali hanno operato in maniera “maldestra”. Le forze ora sconfitte dai cosiddetti populisti devono capire in che cosa hanno sbagliato e rendersi conto che il liberalismo, negli ultimi trent’anni, ha espresso solo un’ideologia di potere e di legittimazione di una politica che è valsa a giustificare l’ampliamento delle ineguaglianze distributive e la continua estraniazione del popolo dal controllo dell’attività politica. Ciò che le forze politiche tradizionali devono fare è, dunque, capire dove, con le loro presunte idee liberali, hanno fallito; solo dopo una seria riflessione sui propri errori, esse potranno intessere una convincente azione conto le forze populiste che le hanno sconfitte.

Nel 1963, ricorda Zielonka, Karl Popper individuava due atteggiamenti contrastanti nel campo della politica: il primo è quello proprio del politico convinto di essere al di sopra di ogni critica e che nessun esito negativo conseguente a qualcuna delle sue azioni sia dovuto a suoi errori, ma piuttosto alle “cospirazioni” dei suoi oppositori; il secondo, invece, è quello proprio del politico che, consapevole della sua fallibilità, sa di essere esposto al rischio di sbagliare e spera che i suoi oppositori, con le loro critiche costruttive, lo aiutino ad evitare i possibili errori. Popper considerava il secondo atteggiamento come quello più appropriato per le forze politiche che intendessero ispirarsi ai principi del liberalismo costituzionale. Alla luce dell’esperienza europea degli ultimi trent’anni non può certo dirsi che tale principio sia stato quello al quale hanno fatto riferimento le élite che dovevano portare a compimento il progetto di integrazione europea.

Il progetto era considerato uno “strumento efficace per affrontare la globalizzazione, un coraggioso esperimento di democrazia transnazionale” e un veicolo per consolidare una prosperità condivisa da tutti Paesi europei. Ora, afferma Zielonka, “picchiare duro sull’Unione Europea” e sul processo di integrazione “si è rivelato il modo più sicuro per fare guadagnare voti ai contro-rivoluzionari”, i quali, per quanto divisi su molte questioni, “sono però uniti nell’opposizione all’Unione Europea”, contro la sua struttura burocratica, “non democratica e staccata dalle preoccupazioni dei cittadini comuni”, che la accusano di essere agente della globalizzazione, causa della perdita di molti posti di lavoro, di freno ai benefici sociali e all’origine di insostenibili ondate migratorie.

Esiste una via d’uscita dalla contro-rivoluzione? A parere di Zielonka, per quanto al presente non sia dato di sapere quale sarà il tipo di futuro dei Paesi europei, si può però immaginare lo scenario verso il quale essi gradirebbero andare: sicuramente verso un futuro che riservi la salvaguardia di una “società aperta” in grado di tradursi in una forma di vita sociale nella quale sia possibile “coltivare” i valori di libertà, tolleranza e giustizia; una forma di società aperta che non si schieri mai per lo status quo, ma sia costantemente impegnata a sperimentare risposte nuove ai sempre mutevoli problemi che accompagnano la dinamica sociale; un’”apertura” della società che sperimenti anche la ricerca di nuove forme di esercizio della democrazia, nella consapevolezza che il sistema della rappresentanza parlamentare sta attraversando ora profonde difficoltà, che giustificano la ricerca di soluzioni complementari o alternative; infine, una società non più dominata da forme di critica orientate solo a discreditare le forze politiche pro-tempore al governo, partendo dal presupposto che se le elezioni sono necessarie per la democrazia, quest’ultima può accreditarsi ulteriormente solo se sorretta da pratiche collaborative tra forze politiche concorrenti.

Di questa collaborazione, in questo momento particolare, avrebbe bisogno l’Italia, chiamata ad affrontare problemi di una gravità mai sperimentata nel passato. La realtà, però, esprime un orientamento diverso, per via del fatto che le forze politiche siano principalmente impegnate a screditarsi vicendevolmente; in tale impegno, ciò che stupisce è vedere le forze responsabili degli specifici motivi di crisi gravanti sul Paese, solo a criticare i populisti, piuttosto che a riflettere sul perché questi ultimi continuino a prevalere in quasi tutti i Paesi europei.

Gianfranco Sabattini

 

La Grande Guerra, storie sulla tragica vanità di contese umane e religiose

grande guerra

Cento anni fa, tra il 3 e il 4 novembre 1918 le truppe italiane entravano in Trento e finiva la sanguinosa guerra con l’Austria-Ungheria: doveva essere – secondo gli uni e gli altri – uno scontro breve, invece la Grande Guerra durerà anni, con milioni di morti, di cui 650.000 italiani.  Proverei a proporre un “memento” controcorrente rispetto alle normali celebrazioni gloriose, riportando le irriverenti ma umili e sincere note di un militare siciliano finito al fronte come tanta gioventù d’allora. E’ un riconoscimento anche a tutti quei pacifisti che – trovando un capofila in Giacomo Matteotti – videro nella guerra una scelta disumana: e che ancora pongono a molti di noi – eredi della tradizione politica di Cesare Battisti e del suo interventismo democratico – quesiti irrisolti che possono essere solo quietati da ricerche come quelle dello storico trentino Mirko Saltori, secondo il quale c’era una base comune per le due personalità. «Il socialismo non era stato né per Battisti né per Matteotti un’etichetta o una superficiale infatuazione, bensì un impegno costante e rigoroso, e certo nella concezione della realtà e della politica dell’uno e dell’altro vi sarà stata una larga identità di vedute». Una identità che avrebbe potuto portarli successivamente anche a revisionare i punti di vista divergenti, e comunque a svolgere un comune lavoro utilissimo per il popolo, di cui molti rimpiangeranno la mancanza: infatti non fu loro possibile, perché le vite di queste due personalità furono entrambe stroncate violentemente.

Lasciata questa premessa, veniamo al nostro militare. E’ grazie alla rivista “Archivio trentino” della Fondazione Museo Storico del Trentino (Publistampa, 2017) che conosciamo la vicenda riportata in un saggio intitolato La “crante querra”: il manuale di sopravvivenza di Vincenzo Rabito, commentato dallo studioso Enrico Meloni. Si tratta delle memorie della prima guerra mondiale scritte a distanza di cinquant’anni tra il 1960-1970, quando al Rabito – annota il commentatore – parve che non ci fosse più nulla da temere dalla “violenza del potere e della società”.  Giovanissimo siciliano chiamato alle armi nel 1917 con i “ragazzi del1899”, racconta, con un linguaggio personale costruito su una base dialettale maccheronica ma comprensibile con un po’ d’attenzione: 1) di come un socialista – o che tale si sentiva per legami familiari e di classe – poté nel vortice della guerra di trincea diventare un carnefice: “deventammo tutti macellaie di carne umana”, “amme mi piaceva di fare la querra e magare sofrire assai, ma restare vivo”; 2) del suo comunque confermato disgusto per chi fa vanto d’atti eroici, come gli Arditi: “tutte delinquente, tutte fatte uscire a posetamente dela galera propia per queste deficile imprese… prima che partevino, si bevevino mezzo litro di licuore, e magare se umpriagavino”; 3) del suo irriverente seppur rassegnato disdegno per gli ordini letali, come quelli ricevuti dalla sua compagnia, che da reparto Zappatori li fa passare ad attaccanti muniti di bombe, pugnali e pistole a razzo: “Erino momente di paura e di morte. Tutte tremammo, perché come li oficiale dicevino ‘Avante Savoia!’, certo che si doveva partire. E aspetammo quella infame e desonesta parola: ‘Avante Savoia!’; 4) della strage di vittime soprattutto civili che colpì con l’influenza spagnola almeno cinquanta milioni di persone nel mondo e diverse centinaia di migliaia anche in Italia, “quasi quanto tutti i militari italiani caduti nella Grande Guerra” commenta Meloni, mentre Rabito giunto nelle sue terre in sospirata licenza per “un bellissimo mese di stare lontano dalla morte” scopre che “qui con la spagnola ni moreno magare 20 o 24 a ciorno”; 5) di come l’Austria perse la guerra per fame: “Li povere austriece… non potevino stare all’empiede e se daveno tante pricioniere e dicevino: Abiamo perso la battaglia. E l’Austria non la puole sostenire, senza manciare, questa guerra”; 6) del tradimento delle promesse di spartizione delle terre ai combattenti per almeno 5 ettari a testa: “ci hanno improgliato che ci dovevano spartere li terre ai contadine”; 7) del perché venne il fascismo: “per fare fenire questa quantetà di sciopere, ci volevino propia questo movemento fascista qiudata di questo Benito Musseline”; 8) e infine dei mezzi con cui il fascismo si impose :“per levarene l’edeia socialista e farese tutte fasciste, poi che a quelle che non zi volevino fare fasciste ci facevino prentere per forza mezzo litro di oglio di ricine”.

E’ il romanzo di un uomo che cerca di destreggiarsi tra tante difficoltà pur di sopravvivere: non fa richiami retorici al pacifismo o all’antimilitarismo, come è successo ad altri “romanzieri” più colti. No, lui è di una “disarmante sincerità”, che ce lo fa sentire più autentico e vicino anche se la sua è una vicinanza che può disturbare la nostra quiete. Ad esempio, turba e commuove allo stesso tempo il suo disperato elogio della bestemmia, quando in fronte alla fame e alla morte, sbotta: “Il nostro elimento era la bestemia, tutte l’ore e tutte li momente, d’ognuno con il suo dialetto, che butava besteme alla siciliana, che li botava venite, che le butava lompardo, e che era fiorentino e bestemiava fiorentino, ma la bestemia per noi era il vero conforto”. L’imprecazione ripetuta era il retaggio di tanta passata e presente disperazione dei ceti diseredati, che permaneva nelle ordinarie quotidiane abitudini ma che ora in tempo di guerra riaffiorava ancor più impetuosamente contro ogni divinità costituita: “Ma il Padreterno, quelle che voglino vivere onestamente, in vece di aiutarle li fa morire”. E quale divinità poi? Di quale Dio stiamo parlando? Di quello del prete italiano che lo invocava a fine messa per “dare la crazia di vincere questa sanguinosa querra” all’Italia, o quello del prete austriaco che lo implorava di fare la stessa “crazia” all’Austria per “vincere il suo potente nemico”? Domande desolate, che però spiegano la tragica vanità di tante contese umane e religiose.

Nicola Zoller

Alon Harel e le mire egemoniche approvate dal Parlamento israeliano

israele_parlamentoNel luglio del 2018, il Parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato la “Legge fondamentale”, con la quale si è statuito che Israele è lo Stato nazionale del popolo ebraico. La legge ha dato luogo a un duro scontro politico tra destra sionista e sinistra liberale: la prima, arroccata dietro l’affermazione che la nuova “Legge” non fa altro che sancire la prassi con cui si è consolidata l’idea che, sin dalla sua nascita, lo Stato ebraico fosse lo Stato degli ebrei; la seconda, impegnata a denunciare lo snaturamento del sistema democratico realizzato che, per quanto imperfetto, è riuscito sinora a conciliare la “ebraicità” dello Stato con la prospettiva del riconoscimento della parità di diritti a tutti i suoi cittadini (ebrei e minoranze non ebraiche). L’attuazione della Legge fondamentale, perciò, è destinata a tradursi – afferma Alon Harel, Professore all’Università ebraica di Gerusalemme (in “La fondamentale legge di Israele”, Limes n. 9/2018) – in un “sistematico attacco alle libertà democratiche del Paese, un ulteriore passo in avanti verso l’istituzione di una democrazia illiberale e autoritaria”.

harelA parere di Harel, per capire le ragioni della destra sionista nel definire Israele lo Stato-nazione degli ebrei e il suo inserimento nel contesto proprio dell’attuale Medio Oriente occorre scorrere brevemente la storia costituzionale di Israele; ciò consentirà di cogliere perché sia stata approvata una “Legge” che, se attuata, comporterebbe la negazione della liberalizzazione del Paese.

La famosa risoluzione n. 181 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (che ha posto fine al mandato britannico sulla Palestina), che era destinata a risolvere il conflitto tra ebrei ed arabi, proponeva, com’è noto, la divisione del territorio oggetto del mandato fra due istituendi Stati, uno ebraico ed uno arabo (con Gerusalemme sotto il controllo internazionale). Il rifiuto della risoluzione da parte dei Paesi arabi ha causato la Guerra arabo-israeliana del 1948-1949 (per gli israeliani “Guerra d’indipendenza”; per gli arabi “la Catastrofe”); ma in piena guerra, il 14 maggio del 1948 gli ebrei hanno proclamato la nascita dello Stato d’Israele.

La risoluzione dell’ONU aveva anche stabilito che entrambi gli Stati nascituri dovessero dotarsi di una “Carta costituzionale democratica”, della quale Israele, nella stessa proclamazione istitutiva del 14 maggio, prevedeva la scrittura da parte di un’Assemblea costituente elettiva; obiettivo disatteso disatteso, per via del fatto che la parte ebraica della popolazione era troppo frammentata, impedendo che si mantenesse fede all’impegno assunto; infatti, alcuni gruppi religiosi erano riluttanti a condividere la redazione di una Carta costituzionale, sostenendo che non ce ne fosse bisogno, in quanto la Torah (la Legge che, per la religione ebraica, contiene gli insegnamenti e le prescrizioni impartiti da Mosè al popolo di Israele) era la vera Costituzione del popolo ebraico.

Nel 1950, però, è stato raggiunto un compromesso, in base al quale la prima Knesset avrebbe assegnato alla Commissione per la Costituzione, il Diritto e la Giustizia il compito di redigere una proposta di Costituzione per lo Stato. Della proposta finale, la Knesset ha accolto solo specifiche parti, approvando una serie di “Leggi fondamentali” riguardanti gli aspetti concernenti l’organizzazione dello Stato (il governo, il potere giudiziario, la presidenza e la Knesset). Dopo oltre quarant’anni sono state approvate due nuove “Leggi fondamentali”, di diversa natura rispetto alle prime: una, nel 1992, sulla dignità e la libertà umana, ed un’altra, nel 1994, sulla libertà di occupazione.

Le due “basic laws” hanno introdotto – a parere di Harel – due importanti principi: il primo stabiliva che Israele era uno Stato “ebraico e democratico”, mentre il secondo (che investiva direttamente la libertà di movimento dei palestinesi in Israele) stabiliva che i diritti sanciti dai due provvedimenti “non potevano essere violati se non da una legge in linea con i valori dello Stato di Israele”. L’adozione dei due principi ha segnato l’inizio della cosiddetta “Rivoluzione costituzionale” israeliana, che ha avuto come protagonista il massimo tribunale del Paese, la Corte suprema”.

Le due Leggi fondamentali sono state infatti utilizzate dalla “Corte” per riesaminare criticamente la legislazione ordinaria, al fine di rafforzare la protezione dei diritti individuali; così operando, però, il massimo organo giudiziario del Paese è stato percepito, dalla destra sionista conservatrice, come attore politico di parte, invece che un “organo neutrale di aggiudicazione”. La reazione conservatrice ha assunto varie forme, la principale delle quali è consistita nel premere sulla Knesset (avvalendosi della propria partecipazione alla costituzione della maggioranza che sosteneva il Governo) perché promulgasse una legislazione autoritaria antiliberale.

La Legge fondamentale sullo Stato nazionale è il punto d’arrivo della copiosa promulgazione, da parte delle Knesset, di norme che sono valse a limitare i diritti individuali, sulla base di un antiliberalismo adottato come collante della coalizione governativa. Il testo della “Legge”, approvato con 62 voti a favore, 55 contrari e 2 astenuti, è stato volutamente pensato e approvato – sostiene Harel – per “controbilanciare i valori liberali che hanno caratterizzato la rivoluzione costituzionale degli anni Novanta”. Al riguardo, egli osserva che La novità della “Legge non sta tanto nella volontà di affermare l’ebraicità dello Stato israeliano, quanto “nella voluta omissione di qualunque riferimento ai valori universali”, compresi quelli che dovrebbero consentire la definizione di Israele “Stato ebraico e democratico”.

La reazione alla “Legge”, com’era possibile prevedere sulla base della risicata maggioranza con cui è stata approvata, ha diviso l’opinione pubblica. I suoi promotori si sono schierati a difesa della tesi secondo cui, essendo divenuta la società israeliana troppo occidentalizzata, era necessario porre rimedio al fatto che il sistema legale fosse diventato eccessivamente liberale, sacrificando “i valori ebraici e nazionalisti”. Sintomatiche, della divisione dell’opinione pubblica determinata dall’approvazione delle “Legge” del luglio 2018, sono le argomentazioni (riportate in “Pro e contro lo Stato della nazione”, in Limes n. 9/2018) di qualificati rappresentanti degli schieramenti contrapposti, quali: Zalman Shoval (membro del Comitato centrale del partito nazionalista Likud) e Shmuel Sandler (ricercatore senior presso il Besa Center for Strategic Studies dell’Università di Bar-Ilan), fra i sostenitori; Denis Charbit (professore all’Università di Israele) e Said Zeedani (professore di filosofia presso l’Università di Al-Quds di Gerusalemme), fra gli oppositori.

Zalman Shoval, in “La democrazia in Israele non è un esperimento multinazionale”, sostiene che l’importanza dell’atto fondamentale del luglio 2018 risiede nel fatto che esso serve a stabilire “l’affinità tra Israele e il popolo ebraico nel mondo”, per cui il significato principale della “Legge”, al di là delle speculazioni politiche, è quello si sancire che Israele è lo Stato nazionale del popolo ebraico e non lo “Stato ebraico”, fugando in tal modo, non solo le accuse fondate sulla connotazione religiosa di quest’ultima espressione, ma anche quelle rivolte ad Israele di discriminare le altre religioni, in quanto negatrici per gli ebrei della loro identità nazionale, dunque del “loro diritto di avere uno Stato”

Non meno decisa è la difesa della nuova Legge fondamentale da parte di Shmuel Sandler; in “Così ci garantiamo contro la deriva binazionale”, egli sostiene che l’incomprensione delle “Legge” nasce dal fatto che non si tiene nella dovuta considerazione la distinzione tra Stato e nazione; lo Stato, sostiene Sandler, è nato come entità territoriale, al fine di garantire sicurezza a coloro che lo occupavano; la nazione è un prodotto molto più tardo ed è “il risultato dell’idea democratica secondo la quale, come l’individuo ha il diritto di definire il proprio governo, il collettivo ha il diritto di definire la sua identità”. L’incontro tra le due entità (Stato e nazione) è avvenuto quando “unità e identità storica” si sono unite dando origine ai moderni Stati-nazione, la cui nascita tuttavia non ha potuto evitare che in molti di essi (come poi accadrà con lo Stato di Israele) vivessero anche gruppi con una diversa identità nazionale.

La nuova Legge fondamentale, secondo Sandler, avrebbe quindi lo scopo di definire il carattere di Israele come “Stato della nazione ebraica”; coloro che la contestano, perciò, esprimono solo una netta opposizione all’identità ebraica garantita dallo Stato di Israele, mentre la contrarietà araba alla “Legge” non è assolutamente legata, come sostengono i suoi oppositori, all’uguaglianza civile, in considerazione del fatto che questa è assicurata agli arabi come pure ad ogni altra minoranza che vive oggi in Israele.

Contro la destra conservatrice, gli oppositori alla “Legge” sollevano argomenti di principio e pragmatici, L’atto del luglio 2018, essi sostengono, contiene provvedimenti che, se attuati, risulteranno difficilmente conciliabili con uno Stato democratico, peggiorando sicuramente i già problematici rapporti ora esistenti con le minoranze presenti nel Paese, soprattutto con i Drusi (un gruppo etnoreligioso che professa una religione monoteista di derivazioni musulmana, distintosi per il contributo di sangue profuso nelle diverse guerre combattute dallo Stato di Israele).

Denis Charbit, ad esempio, in “Un argine è stato infranto”, sostiene che l’approvazione delle “Legge” corrisponda in realtà all’“esigenza confessionale”, propria del nazionalismo sionista, di stabilire che Israele è “uno Stato ebraico soltanto se si conforma alle prescrizioni della tradizione religiosa”; il contrario di quanto viene affermato nella Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato d’Israele. Tale dichiarazione” – afferma Charbit – ripone “molto chiaramente su due pilastri la propria legittimità e ragion d’essere, uno particolarista e uno universalista”: il primo afferma che è in Israele, e in Israele soltanto, che risiede il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico; il secondo identifica Israele con uno Stato democratico. Perché Israele sia Stato nazionale e democratico, i due connotati devono essere indissolubili; la nuova “Legge”, invece, si preoccupa solo delle natura ebraica dello Stato, escludendo il carattere democratico e sacrificando il principio dell’uguaglianza civile di tutti i suoi cittadini. Con la dissociazione dei due elementi costitutivi, conclude Charbit, “poco importa che il nefasto potenziale della legge possa manifestarsi o meno, quel che conta per la sua gravità è la omissione del principio di uguaglianza in un testo avente natura costituzionale”.

Infine, secondo Said Zeedani, in “Più etnia = democrazia”, tra le molte conseguenze negative, la “Legge” avrà quella di istituzionalizzare l’esistenza di due categorie di cittadini nello Stato nazionale di Israele: gli ebrei, da un lato, e i non ebrei, dall’altro. In altri termini, secondo Zeedani, la norma costituzionale avrà la conseguenza di sancire la superiorità razziale dei primi rispetto ai secondi, facendo diventare i pari diritti democratici appannaggio solo dei primi. Tuttavia, la protesta dei non ebrei (in particolare dei palestinesi), seguita all’approvazione della “Legge”, non basta ad impedire la discriminazione che si intende consolidare; la protesta dovrebbe trasformarsi in lotta, perché il regime di superiorità e di discriminazione razziale, inaugurato nel 1948, non cesserà, se ci si limita solo ad ostacolare l’attuazione dell’odiosa nuova Legge fondamentale: occorrerà, sottolinea Zeedani, che la battaglia di quanti si sentono discriminati sia indirizzata “contro tutte le leggi, le politiche e le pratiche che sostengono l’edificio discriminatorio”, con l’obiettivo finale di “far prevalere in modo esplicito la componente democratica su quella razziale (ebraica) nella definizione giuridica dello Stato d’Israele”.

Perché, con l’approvazione della nuova Legge fondamentale, lo Stato di Israele ha voluto introdurre, nel contesto della propria società, ulteriori motivi di contrasto, destinati ad aggravare quelli che già esistono? Alcuni sospettano, come fa ad esempio l’Editoriale di Limes, che per Israele, inventarsi Stato nazionale in uno spazio indeterminato, qual è quello mediorientale, a nome di una comunità la maggior parte in diaspora, può rivelarsi per esso (lo Stato di Israele) solo un azzardo, ovvero un “trapianto a costante rischio di rigetto”. La nuova legge può essere giustificata solo sulla base di aspirazioni egemoniche, motivate non tanto da ragioni di sicurezza, quanto da altre di natura economica e geopolitica in generale. Tradotta in questi termini, è arduo pensare che l’attuale politica di Israele possa garantire stabili e sicuri vantaggi futuri.

Perciò, nell’acuire i contrasti sociali con l’approvazione di una “Legge” che avrà l’effetto di scatenare prevedibili accuse di razzismo provenienti perfino dal mondo ebraico, interno ed esterno, gli obiettivi palesi o occulti che Israele tenta di perseguire sono destinati a incerto successo. Peccato! Il mondo perde come punto di ispirazione l’esempio di un popolo che, nonostante sia stato perseguitato per accuse del tutto infondate, è riuscito con caparbietà e sacrificio a conservare la propria identità in condizioni avverse, sino ad ottenere, da parte della comunità internazionale, il riconoscimento del diritto ad avere un proprio “focolare domestico”.

Cedendo a pulsioni religiose ed egemoniche, per scopi tutt’altro che identitari, lo Stato di Israele, a settant’anni dalla sua fondazione, sta logorando il largo patrimonio di credibilità e di ammirazione che gli ebrei, come popolo disperso e perseguitato, erano riusciti ad accumulare; il ricorso a procedure istituzionali negative ai danni delle minoranze etniche presenti al proprio interno, mostra di Israele un’immagine non diversa da quella di altri Stati, delle cui decisioni politiche, soprattutto nella storia recente, una parte del suo popolo è stata vittima.

Gianfranco Sabattini