Sebastiano Aglianò
e la schiavitù morale
della Sicilia

aglianòChi era Sebastiano Aglianò (1917-1982)? I dizionari e le enciclopedie lo ignorano. Nato a Siracusa,  Aglianò, dopo avere conseguito la maturità classica al liceo “Gargallo”, nel 1936 viene ammesso alla Facoltà di lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa.

Qui ha come professore di Letteratura italiana Luigi Russo, il quale, in una lettera del 5 maggio 1942 a Benedetto Croce, vanta le “notevoli attitudini filologiche” del suo ex scolaro. Formatosi al liberalsocialismo di Guido Calogero e Aldo Capitini e attivo, come gli altri studenti normalisti Alessandro Natta, Antonio Russi e Mario Spinella, nei gruppi clandestini dell’antifascismo democratico che operano alla vigilia della seconda guerra mondiale, Aglianò dopo la laurea sarà insegnante nei licei toscani poi preside del liceo scientifico “Galilei” di Siena, nella cui università, presso la Facoltà di Magistero, insegnerà letteratura italiana fino al 1978. Studioso di Dante e Foscolo, Aglianò è conosciuto tra i lettori colti per il libro “Cos’è questa Sicilia: saggio di analisi psicologica collettiva”, pubblicato nel 1945 dal libraio-editore Rosario Mascali, proprietario della storica “Casa del libro” in via Maestranza nella città di Archimede. Accolto assai male nella Sicilia dell’immediato dopoguerra perché ”lavoro di autocritica” teso a sottolineare l’immobilità classica dell’Isola e il suo isolamento rispetto al resto della Penisola. il libro (riedito nel 1950 da Mondadori con il titolo “Questa Sicilia”; stampato nel 1982 dalle edizioni Corbo e Fiore di Venezia, con una introduzione di Leonardo Sciascia; infine sottratto all’oblìo grazie all’edizione Sellerio del 1996 che lo intitola “Che cos’è questa Sicilia?”) non passa inosservato nel continente, dove incontra l’apprezzamento del filosofo Guido De Ruggiero e del poeta Eugenio Montale che ne scrivono  su “La Nuova Europa” e sulla rivista fiorentina “Il mondo”. In “Che  cos’è questa Sicilia?”

Aglianò denuncia la resistenza al progresso dell’Isola, dove la mentalità arcaica e feudale, le camarille, la schiavitù morale e le sopraffazioni tardano a scomparire. Afferma che la Sicilia accoglie in sé e riassume “le caratteristiche che sono proprie di tutto il Paese, accentuandole e colorendole”. Affermazione che anticipa l’idea sciasciana della Sicilia come metafora della Nazione e suggerisce la risposta che Pietro Germi darà alla domanda di un giornalista, dopo la prima proiezione al pubblico del film “Sedotta e abbandonata”: –  “Perché da qualche tempo lei si occupa con particolare attenzione dei problemi sentimentali dei siciliani’?” – “Non credo che siano problemi sentimentali esclusivamente siciliani. Io credo che in Sicilia siano un pochino esasperati quelli che sono i caratteri degli italiani in generale. Io oserei dire che la Sicilia è Italia due volte, insomma, e tutti gli italiani sono siciliani”.

In “Che cos’è questa Sicilia?” Aglianò, in maniera  un po’ ingenua e neoilluministica, si prefiggeva di modernizzare le leggi e il costume arretrati dell’Isola, ma il suo libro, negli anni in cui le passioni separatiste erano vive  e  le parole “esame di coscienza” al solo sentirle pronunziare davano fastidio, venne letto come  un’operazione dal sapore razzista e dunque immorale e disgustosa. Non a caso  dopo l’apparizione dell’opera, dalle pagine di un giornale l’intellettuale siracusano si vide minacciato da un lettore con tono  mafioso: ”Signor Aglianò, se ne vada: ci tolga l’incomodo della sua indesiderabile presenza e faccia presto, perché non tutti i siciliani sanno sopportare a lungo, e non si può indeterminatamente ignorare un comportamento denigratorio come il suo”.

A differenza dei tempi in cui Aglianò scriveva il suo libro, oggi, come racconta il giornalista-scrittore Gaetano Savatteri nel recente “Non c’è più la Sicilia di una volta” (Laterza, 2017),  tanti indizi provenienti dal mondo dell’arte (il cinema, il teatro, la narrativa, la musica) e della produzione  ci fanno percepire che la Sicilia, sempre in bilico tra il vecchio e il nuovo, cerca a fatica di uscire dalla prigione degli stereotipi e dell’immobilismo, ma la strada da fare è ancora lunga.

Lorenzo Catania 

In mostra al Vittoriano l’accanimento nazista contro i malati di mente

mostra vittorianoAl Vittoriano, sino al 14 maggio, è visitabile la mostra documentaria “Schedati, perseguitati, sterminati. Malati psichici durante il nazionalsocialismo”: testimonianza agghiacciante – nell’ abbondanza di documenti dell’epoca, foto, cartelle cliniche, biografie, tutti riprodotti in 50 pannelli – di quella che è stata la “Shoah dei disabili”. Una ricostruzione- fortemente voluta dalla Società tedesca di Psichiatria (DGPPN), insieme alla Fondazione Memoriale per gli Ebrei assassinati d’ Europa e alla Fondazione “Topografia del terrore” di Berlino – di quello che fu, dal 1 settembre 1939 (con decreto firmato dal Fuhrer, lo stesso giorno in cui iniziava la Seconda guerra mondiale) ai primi mesi del ’45, lo sterminio di più di 200.000 persone ricoverate in ospedali psichiatrici, perché ritenute inutile peso per la popolazione tedesca. Solo dagli anni ’80, la comunità scientifica tedesco-occidentale, dopo decenni di silenzio, iniziò a scandagliare nei fondali di questa “amnesia collettiva”: nel 2010 la Società di psichiatria della Germania riunificata, sotto la presidenza di Frank Schneider, riconobbe ufficialmente le responsabilità del passato per i crimini commessi.

La mostra, ideata appunto da Frank Schneider e curata da Petra Lutz con un’apposita commissione di storici, presentata la prima volta nel 2014 al Bundestag, è stata ospitata a Vienna, Londra e altre grandi città, e portata in italia dal Network Europeo per la Psichiatria psicodinamica , insieme alla Società Italiana di Psichiatria (SIP), al Polo Museale del Lazio (l’organismo periferico regionale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, competente per più di 40 musei statali della regione) e all’ Agenzia per la Vita Indipendente (AVI). Col sostegno del ministero degli Esteri tedesco e il patrocinio dell’ Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) e dell’ Ambasciata tedesca in italia.
” Abbiamo voluto fortemente questa mostra – ha precisato, nella conferenza stampa d’apertura, Edith Gabrielli, Direttrice del Polo Museale del Lazio – per la sua capacità di contribuire a quell’ “educazione alla cittadinanza” che è proprio uno dei principali compiti dei Musei dello Stato ( in questo momento, il P.M. del Lazio accoglie. nei suoi Musei, oltre 40.000 ragazzi impegnati nei programmi “Scuola-lavoro”). Poi, per la grande precisione filologica dimostrata dagli organizzatori ( il progetto, nato in Germania, qui è stato perfezionato); e infine, per la capacità d’ un’ esposizione come questa di creare un vero e proprio “focus” sul tema della malattia mentale”.
“Già nel 1934- ha ricordato Frank Schneider, Presidente emerito della DGPPN – 400.000 cittadini tedeschi di entrambi i sessi, affetti da patologie mentali ritenute ereditarie e incurabili (schizofrenia, psicosi maniaco-depressiva,ecc…) furono sterilizzati contro la loro volontà, per effetto d’una specifica legge. Va detto, a onor del vero, che all’epoca, in gran parte dell’ ambiente scientifico europeo, era diffusa proprio quest’idea di ridurre il numero dei cittadini psicotici con la sterilizzazione forzata; poi, in Germania dal ’39 iniziò l’attuazione del famìgerato piano “Aktion T 4″, con la deportazione di piu’ di 70.000 persone da ospedali e manicomi, e la loro eliminazione in appositi centri (sino al ’40-’41). Anche dopo la sospensione del programma, decisa per l’ opposizione dei cittadini e delle Chiese, cattolica e anche protestante, l’uccisione dei disabili , psichici e a volte anche fisici, proseguì in forma saltuaria”.

“In realtà – ha precisato David Meghnagi,assessore alla Cultura dell’UCEI – persino nella socialdemocratica Svezia, pur con le dovute differenze rispetto alla Germania nazista, per decenni sono avvenute certe pratiche come la sperimentazione e la sterliizzazione forzata, nei confronti di centinaia di migliaia di cittadini (circa 600.000 persone son state oggetto di sterilizzazione, ed anche castrazione, forzate, dal 1935 al 1976, N.d.,R.). Questa mostra è importante, allora, sia come doveroso rendiconto col passato, sia, sul piano metodologico, perché ( sull’esempio, tra l’altro, del Museo dello “Yad Vashem” di Gerusalemme), dà grande rilievo alla memoria individuale, alla storia delle singole persone. Scelta che, più in generale, nelle società di oggi, sempre esposte al rischio di deviazioni totalitarie, è più che mai doverosa: appunto per evitare quella massificazione degli individui che può portare gradualmente al loro isolamento (anticamera, come rilevato, a suo tempo, da uno storico della Shoah quale Raul Hilberg, della loro possibile eliminazione fisica)”.

“Ci son voluti quasi 80 anni – ha ricordato, invece, Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Psicologia – perché la SIP uscisse da quella che è stata su questo piano, anche in Italia,la rimozione del passato. La SIP, infatti, non propugnò mai, e anzi avversò, le aberranti teorie psichiatriche naziste; però collaborò attivamente col regime fascista, aderendo sia al razzismo coloniale (sino alle prime leggi razziali, “antiindigeni africani” del ’35), sia – unica tra le società scientifiche italiane – alle vergognose leggi razziali del ’38, per diretta volontà del presidente di allora, Arturo Donaggio”. La sezione aggiuntiva della mostra, pensata appositamente per l’Italia, è dedicata infatti a “Malati, manicomi e psichiatri in Italia”, dal Ventennio alla Seconda guerra mondiale: “Durante l’occupazione tedesca del ’43- ’45”, ricorda Gerardo Favaretto, Vicepresidente SIP, ” sia nei territori direttamente annessi dalla Germania ( Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia) che nello stesso Veneto, ci furono – senza quasi alcuna opposizione da parte italiana- vari prelievi di handicappati psichici a Trieste, in Alto Adige, a Venezia e Treviso”.
” Quest’esposizione – sottolinea l’architetto Gabriella Musto, direttrice del Vittoriano – è una tappa importante nella storia di questo monumento, che rappresenta il monumento degli italiani per eccellenza, un “santuario laico” della nostra vita civile; una mostra su un tema di grande rilievo sociale, di speciale importanza in un momento della storia così difficile, dove sono sempre in agguato nuove forme di intolleranza. Faremo aperture programmate della mostra, con visite guidate, specificamente per le scuole; il tutto, inquadrato in quel processo di nuova valorizzazione del Vittoriano che ha portato, in un anno e mezzo, a un incremento del 50% circa delle visite turistiche (che oggi sono circa 2 milioni all’anno): col recupero, anche, di importanti suoi spazi prima interdetti al pubblico, come anzitutto il sommoportico e la gipsoteca”.

Fabrizio Federici

Ethan B. Kapstein. Globalizzazione e crescita della disuguaglianza

EthanKapstein1Il saggio di Ethan B. Kapstein “Governare l’economia globale. La finanza internazionale e lo Stato” riporta alla memoria un suo precedente saggio: “Governare la ricchezza. Il lavoro nell’economia globale”; la spiegazione che l’autore offre in quest’ultimo, circa il modo in cui è ora strutturato il sistema finanziario internazionale, consente di capire perché il lavoro nell’economia globale perda di continuo le garanzie conquistate nei primi decenni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale.
Ormai, afferma Kapstein “in tutto il mondo i lavoratori vengono sopraffatti dalle forze dei mercati privi di ogni vincolo”; il fenomeno dovrebbe indurre a riflettere sul perché la globalizzazione, pur contribuendo a migliorare le condizioni economiche di molti Paesi, crea disuguaglianze distributive divenute così profonde da risultare ormai insostenibili. Non era cosi – osserva Kapstein – che doveva funzionare l’economia globale ricostruita alla fine della guerra. I capi di Stato delle potenze vincitrici, ricorda l’esperto di finanza internazionale, si sono trovati “d’accordo sul fatto che l’esperimento economico che essi tentavano in vista della globalizzazione doveva, in caso di successo, essere considerato dai singoli Paesi come un contributo alla prosperità e alla Pace”.
A tal fine, sono state costruite le prime istituzioni internazionali preposte al governo del libero svolgersi delle relazioni economiche internazionali; l’evoluzione che queste istituzioni hanno successivamente subito solleva ora molti dubbi sull’efficacia dell’ordine economico attuale che esse hanno contribuito a realizzare, per via della conseguenze sempre più negative che il nuovo ordine sta determinando ai livelli occupazionali e distributivi. Di fronte ad una disoccupazione irreversibile sempre più estesa e alle disuguaglianze crescenti viene naturale chiedersi quale sia lo scopo delle politiche economiche che i singoli Paesi dovrebbero adottate per contenere o impedire che tali fenomeni di verifichino.
Ogni cambiamento economico, osserva Kapstein, ha un impatto sociale; ciò comporta che ogni politica pubblica debba preoccuparsi della gestione dei suoi effetti; se manca il governo del cambiamento e se un numero sempre maggiore di persone rinvengono nell’economia globale la causa del peggioramento delle loro condizioni esistenziali, è inevitabile che la struttura attuale dell’economia internazionale sia destinata a non avere “vita lunga”. La globalizzazione – afferma Kapstein – “non è infatti una forza inevitabile della storia, bensì la conseguenza di scelte di politica pubblica che, pur avendo favorito il consumo di beni e servizi, hanno fatto passare in secondo piano gli interessi e le preoccupazioni dei lavoratori”.
Attualmente, il problema dei responsabili del governo dell’economia globale riguarda l’efficienza della struttura che la sottende, per via del fatto che tale struttura vanifica la capacità dei singoli Stati di fare fronte, attraverso lo stato sociale, ai propri impegni garantistici nei confronti dei più svantaggiati; ciò in quanto le loro decisioni relative alla spesa pubblica sono fortemente condizionate dai vincoli assunti a livello internazionale per garantire la stabilità della struttura finanziaria che supporta il mercato mondiale.
Cosa occorre perché i responsabili del governo dell’andamento dell’economia mondiale tengano conto, oltre che delle esigenze in fatto di occupazione e di equità distributiva, anche di quelle in fatto di efficienza del mercato globale? Kapsten, tenuto conto degli studi e delle ricerche che evidenziano i vantaggi materiali che possono derivare dalla promozione di una maggior giustizia sociale, è del parere che risposte alla domanda, adeguate dal punto di vista dei lavoratori, vadano “molto al di là dei calcoli politici relativi ai rischi di conflitto interno e internazionale”. In ogni caso, qualsiasi risposta venga data per conciliare efficienza e giustizia sociale non potrà provenire dai singoli Stati nazionali, in quanto sarà necessario, se si vorranno evitare conflitti generalizzati tra Stati e gruppi sociali all’interno di ognuno degli Stati “trovare nuovi modi per restituire vigore alle istituzioni internazionali”.
La forza lavoro a livello globale sta affrontando le conseguenze di una crescente ed irreversibile disoccupazione, alla quale si associa l’approfondimento delle disuguaglianze distributive. Questi fatti, afferma Kapstein, devono costituire la massima fonte di preoccupazione per chi esercita funzione di governo dell’economia globale, non solo per ragioni politiche e morali, ma anche e soprattutto per l’impatto che la disoccupazione e le disuguaglianze possono avere sulla crescita e lo sviluppo dei sistemi economici. Poiché le politiche di ridistribuzione del prodotto sociale promuovono anche la crescita e lo sviluppo “dovrebbe sussistere – afferma Kapstein – un interesse più ampio da parte della società nei confronti dell’adozione di politiche di questo genere”; un interesse che non dovrebbe essere limitato alla valutazione delle politiche economiche ridistributive solo in base ai costi ed ai benefici del settore pubblico a seguito della loro attuazione, ma anche in base al maggior peso che dovrebbe essere riconosciuto alla forza lavoro nei processi decisionali politici relativi alle tendenze di fondo dell’economia. In altre parole, nell’adozione e attuazione di quelle politiche la forza lavoro dovrebbe essere messa nella condizione di poter avere un maggior potere decisionale all’interno delle istituzioni dello Stato di diritto, per poter essere coinvolta nell’assunzione delle decisioni destinate a pesare sulle sue condizioni sociali; ciò per evitare, a parere di Kapstein, che “i concetti di libertà e di democrazia, molto diffusi nella retorica del libero mercato, siano sostanzialmente vuoti per coloro che non si trovino nella condizione di mettere in atto le proprie potenzialità”. Se si intende realmente costruire un’economia di mercato democratica, aperta su un piano di parità nei confronti degli stati di bisogno di tutti, il governo dell’economia, oltre a soddisfare le esigenze di efficienza del sistema economico, deve anche soddisfare le esigenze fondamentali di una vita dignitosa dei componenti il sistema sociale, in condizioni di stabilità e di pace sociale interna ed internazionale.
Per poter perseguire questo obiettivo, le politiche di un responsabile governo dell’economia dovrebbero agire, a parere di Kapstein, a tre diversi livelli dell’organizzazione sociale: a livello delle associazioni che, su base sempre più internazionale, rappresentano gli interessi della forza lavoro; a livello nazionale, in quanto sede delle istituzioni che attuano le maggiori e più importanti politiche sociali; a livello delle istituzioni internazionali, divenute supervisori dell’andamento dell’economia globale. Le politiche adottate dovrebbero essere giudicate sulla base del criterio suggerito da John Rawls, secondo il quale non esiste alcuna ragione per credere che l’efficienza e la giustizia debbano sempre “procedere di pari passo”; in altri termini, le politiche di un responsabile governo dell’economia dovrebbero essere giudicate in funzione di una loro larga legittimazione presso il maggior numero di cittadini, nell’assunto che, oltre a risultare utili ad assicurare l’efficienza del sistema economico, risultino anche appropriate per poter assicurare il supporto dell’efficienza attraverso l’equità distributiva.
In un mondo in cui le economie nazionali risultano sempre più integrate all’interno del mercato globale, l’attività politica, volta a cercare di difendere gli interessi dei lavoratori, dovrebbe tener conto, non solo delle forze contrarie presenti all’interno di ogni sistema economico, ma anche di quelle che operano a livello internazionale. Ciò comporterebbe che le istituzioni internazionali siano considerate per il ruolo che esse potrebbero svolgere nella regolazione dell’evoluzione del mercato del lavoro. Anche le istituzioni internazionali, infatti, al pari di quelle interne a ciascun sistema sociale, dovrebbero svolgere un ruolo più attivo nel cercare di orientare le politiche economiche globali sulla base di considerazioni di efficienza, non meno che di equità.
Se le istituzioni economiche internazionali volessero ricuperare la fiducia dei cittadini del mondo nell’economia globale, dovrebbero considerare il fatto che l’equità è andata sempre più divergendo dalla fine del secondo conflitto mondiale da un’equa soddisfazione degli interessi della forza lavoro. Occorrerebbe, pertanto, che queste istituzioni non limitino la loro azione a rendere sempre più efficienti i mercati internazionali e a vigilare sul rispetto delle convenzioni internazionali riguardanti lo stabile funzionamento dei mercati finanziari, ma si aprano anche alla necessità di sostenere la causa della generale condizione di precarietà in cui versa attualmente tutta la forza lavoro a livello globale.
In conclusione, può darsi che il globalismo, in linea di principio, possa portare nel lungo periodo benefici ai lavoratori di tutto il mondo e che possa anche contribuire ad alleviare le condizioni esistenziali dei più svantaggiati; sta di fatto, però, che sinora l’esperienza evidenzia tendenze opposte. Rimediare a tale stato di cose è oggi un obiettivo prioritario; in caso contrario, l’aspirazione largamente condivisa di un’economia globale e di un mondo prospero e in pace è destinata a rimanere un’autentica illusione, utile solo a rinforzare l’idea che il capitalismo sia giunto al punto in corrispondenza del quale ha cessato di rispondere in pieno alle attese.

Gianfranco Sabattini

La difficile conciliazione tra disuguaglianza economica e giustizia sociale

branko-milanovic-499La disuguaglianza, secondo Branko Milanovic (“Chi ha e chi non ha”), è un fenomeno che assume significato solo se riferito ad una società, in quanto il fenomeno sussiste solo se esiste una società. Per dare senso al concetto di disuguaglianza, quest’ultima va intesa, non come un semplice aggregato di individui, ma come un insieme di operatori agenti tra loro, resi omogenei da alcuni tratti comuni, quali una forma di governo, una lingua, una religione e una memoria storica, anche se parzialmente condivisa.

In linea di principio, il fenomeno della disuguaglianza sta ad indicare un’anomalia del funzionamento di un sistema sociale, in quanto, dipendendo la posizione sociale di ogni individuo dall’acquisizione delle opportunità che gli sono offerte dall’interazione generalizzata con gli altri componenti della collettività, non dovrebbe essere giustificata l’esistenza di differenze intersoggettive, almeno sul piano della soddisfazione degli stati di bisogno esistenziali.

chi ha e chi nn haTra gli obiettivi che Milanovic dichiara di voler perseguire col suo saggio, vi è innanzitutto quello di portare all’attenzione del pubblico il fatto che la questione della disuguaglianza, in termini di reddito e di ricchezza, è stata spesso trascurata; a volte per ragioni obiettive, in quanto la sua discussione era considerata disfunzionale rispetto al corretto funzionamento del sistema economico, e a volte per ragioni soggettive, non disinteressate. In secondo luogo, Milanovic dichiara di voler portare al centro del dibattito politico attuale la questione della disuguaglianza per via della particolare situazione di crisi che caratterizza il mondo attuale, allo scopo di stimolare qualche forma di “attivismo sociale” orientato a porre rimedio all’esistenza di certe differenze ingiustificabili tra ricchi e poveri.

Dal punto di vista della scienza economica, la relativa importanza riservata al problema della disuguaglianza era solitamente giustificata sulla base della considerazione che tutte le forme di discriminazione nella distribuzione del reddito e della ricchezza erano “determinate dai meccanismi di mercato”, per cui non aveva senso che fossero oggetto di discussione. Milanovic respinge questa affermazione per due ordini di motivi: in primo luogo, perché molte forme di disuguaglianza non sono determinate dal mercato, ma dalla “distribuzione del potere politico” (come dimostrano gli eventi seguiti alla Grande Recessione del 2007/2008, la cui origine è da ricondursi al “peso” esercitato dalle istituzioni finanziarie sul potere politico nella regolazione del funzionamento dei mercati); in secondo luogo, perché il riferimento al funzionamento dei mercati non è sufficiente ad escludere il problema della disuguaglianza dalla “sfera del sociale”, non essendo il mercato qualcosa “piovuta dal cielo, ma al contrario una costruzione sociale che, in quanto tale, deve essere considerata strumento al servizio dei componenti l’intera società, per cui “sollevare questioni sul suo funzionamento…è pienamente legittimo in ogni società democratica degna di questo nome”.

Prima del XX secolo, la distribuzione del prodotto sociale tra i soggetti era discussa solo quando veniva affrontata la questione della ripartizione tra le diverse classi proprietarie dei fattori di produzione; ovvero tra la classe della forza lavoro, che vendeva i propri servizi in cambio del salario, quella dei capitalisti che, in quanto possessori del capitale, traevano da questo il profitto, e quella dei proprietari terrieri che ricavavano dalla terra una rendita. Il modo in cui il prodotto sociale si distribuiva tra queste tre classi spiegava l’evoluzione di lungo periodo del sistema sociale. I principali protagonisti di questo approccio al problema distributivo del prodotto sociale, Davide Ricardo e Karl Marx, sulla base di considerazioni diverse concernenti la dinamica della distribuzione, hanno teorizzato la tendenza del sistema economico, e con esso del sistema sociale, verso uno stato stazionario irreversibile.

Intorno al 1870, la teoria economica ha vissuto un profondo rinnovamento, a seguito del quale l’approccio classico precedente è stato sostituito da quello espresso dalla “rivoluzione marginalista”; questa, anziché concentrare l’analisi sull’evoluzione delle relazioni tra le classi sociali, in conseguenza del mutare della distribuzione del prodotto sociale, ha spostato l’attenzione sulla distribuzione a livello dei singoli individui.

Vilfredo Pareto, uno dei principali economisti a seguire questo approccio, nei primi anni del XX secolo, basandosi su un campione di dati fiscali di alcune nazioni e città europee, ha creduto di aver individuato una “legge ferrea della disuguaglianza interpersonale”, secondo la quale la distribuzione del prodotto sociale è una costante, a prescindere dal tipo di società (feudale, capitalista o socialista). Pareto – afferma Milanovic – con la sua “legge” ha creduto di “aver dimostrato empiricamente, che la distribuzione del reddito fosse più o meno fissa e che dunque non si potesse individuare alcuna legge del suo cambiamento in relazione allo sviluppo economico di una società”.

All’inizio della seconda metà del secolo scorso, Simon Kuznets ha ribaltato la conclusione di Pareto, nel senso che, sempre su basi empiriche, ha dimostrato che la disuguaglianza non è sempre la stessa, a prescindere dal tipo di società all’interno della quale i soggetti vivono, ma varia in modo prevedibile, secondo il grado di sviluppo del sistema economico della società. Con la sua famosa ipotesi della curva a U rovesciata, assunta per descrivere la dinamica della disuguaglianza interpersonale, Kuznets ha dato fondamento alla teoria secondo la quale, all’interno di società il cui sistema economico sia molto arretrato, la disuguaglianza è bassa, perché il reddito della stragrande maggioranza della popolazione è prossimo a quello di sussistenza, per cui non esistono sostanziali differenze distributive tra i singoli individui. Superato lo stato di arretratezza del sistema economico, la disuguaglianza interpersonale in seno alla società aumwenta, per la somma di due diverse tendenze: una dovuta al crescente divario tra redditi industriali e quelli agricoli; un’altra dovuta alla crescente disuguaglianza dei salari corrisposti nel settore industriale. Infine, secondo la teoria di Kuznets, a uno stadio di sviluppo del sistema economico ancora più avanzato, lo Stato svolge un ruolo ridistribuivo, per cui la disuguaglia tende a diminuire.

Con riferimento all’esperienza dello sviluppo di molti Paesi e dell’evoluzione della distribuzione del reddito che l’ha caratterizzata, la teoria di Kuznets si è però rivelata “ambigua”, in quanto, per alcuni di essi, la rappresentazione della dinamica distributiva con la U rovesciata è risultata significativa, mentre per altri tale significatività è mancata. Pertanto, la soluzione del problema della dinamica della disuguaglianza distributiva, dopo Kuznets, è rimasto ancora aperto; ciò ha riproposto l’idea che la sua permanenza all’interno delle società sviluppate sia da ricondursi all’operare dei meccanismi di mercato, funzionali alla crescita; ma se così stanno le cose, afferma Milanovic, “per comprendere se e quanto la disuguaglianza sia necessaria per la crescita economica, è necessario andare oltre la sua semplice misura o la comprensione di come essa evolva”.

Dal punto di vista della crescita, i capitalisti sono visti nell’immaginario collettivo come “’macchine del risparmio’ e imprenditori”, per quanto tale ”immaginario” abbia oscillato, e continui ad oscillare, “dalla convinzione che la disuguaglianza sia positiva per la crescita alla conclusione opposta, secondo cui la crescita è frenata da un’eccessiva disuguaglianza”; ciò significa che la disuguaglianza è considerata “buona” o “cattiva”, a seconda del suo impatto positivo o negativo sulla crescita.

Tuttavia, il giudizio sull’”utilità” della disuguaglianza cambia in funzione del livello di sviluppo economico del sistema sociale; ai primi stadi della crescita e dello sviluppo, il capitale disponibile è scarso, per cui è importante che all’interno del sistema sociale esistano dei soggetti propensi ad accumulare e diventare “ricchi”, al fine di destinare le risorse al finanziamento degli investimenti. Accanto a chi accumula risparmiando per investire agiscono però anche soggetti che usano la loro ricchezza per scopi extra produttivi, costantemente a “caccia” di rendite attraverso operazioni speculative che, a volte, creano instabilità al funzionamento dei mercati. Ciononostante – afferma Milanovic – “la visione della disuguaglianza come cosa dannosa, diffusasi negli ultimi vent’anni”, non ha avuto alcun seguito “a partire da quella prospettiva etica”.

Nei moderni sistema sociali democratici, il dibattito sulla disuguaglianza distributiva ha assunto un ruolo importante perché investe due aspetti (uno concernente direttamente il sistema economico, l’altro il sistema sociale), che non si è mai riusciti a conciliare: l’efficienza economica e la giustizia sociale. L’efficienza economica riguarda la massimizzazione del prodotto sociale e del livello del tasso di crescita del sistema economico, mentre la giustizia sociale riguarda lì”accettabilità e la sostenibilità di una data organizzazione della società”. Per la misurazione della desiderabilità di un dato ordinamento sociale, la teoria economica ha cercato di usare la cosiddetta “funzione del benessere sociale”, il cui obiettivo è stato quello di confrontare, secondo un approccio welfarista, il benessere di tutti gli individui appartenenti ad un dato ordine sociale con il benessere di tutti gli individui appartenenti ad un altro ordine sociale. A tal fine, osserva Milanovic, sarebbe stato necessario poter sommare le utilità individuali; ma a causa della non confrontabilità delle “funzioni di utilità” dei singoli individui, l’approccio welfarista è risultato inidoneo a consentire di ordinare “diversi e possibilmente alternativi ordinamenti della società”.

Sul fallimento dell’approccio welfarista – afferma Milanovic – all’inizio degli anni Settanta è stato costruito da John Rawls, in “Una teoria della giustizia”, il più accreditato tentativo di “riconciliare disuguaglianza economica e giustizia”, fondato sul “principio di differenza”, secondo cui la disuguaglianza distributiva è giustificata solo quando renda possibile migliorare il reddito dei più poveri; in questo senso, perciò, l’ingiustizia sociale ricorrerebbe quando l’ineguaglianza distributiva non andasse “a beneficio di tutti”, ricchi e poveri. Nonostante ciò, a parere di Milanovic, con l’applicazione del principio di differenza, in molte situazioni, potrebbe essere favorita solo la posizione dei ricchi. L’economista serbo, infatti, è del parere che molte situazioni favorevoli ai ricchi potrebbero non favorire i più poveri, in quanto il principio di differenza potrebbe comportare “una situazione di rigida uguaglianza” solo quando, per migliorare la situazione dei poveri, non ci fosse bisogno di un incremento del reddito dei ricchi; fuori da quest’ipotesi restrittiva, il principio di differenza non esclude la possibilità che “una grande e crescente disuguaglianza prenda piede”; a parere di Milanovic, quindi, se la maggior parte degli incrementi di reddito è catturata dai ricchi, il principio di Rawls sarebbe rispettato solo quando tali incrementi comportassero anche un miglioramento del “reddito dei poveri, per quanto modesto esso sia”; ciò però non è garantito da alcun vincolo.

Se si assume (cosa peraltro probabile nell’organizzazione delle società capitalistiche moderne) che i meccanismi di mercato non siano quelli di concorrenza, i dubbi di Milanovic sono fondati; ciò, a causa della possibilità che i ricchi hanno di tutelare i loro interessi tramite posizioni di privilegio. In questo caso, infatti, il principio di differenza potrebbe non operare, per via del fatto che i ricchi potrebbero trovare convenienza a catturare gran parte degli incrementi di reddito, sottraendoli a una maggior tassazione; se, invece, il mercato fosse adeguatamente regolato, i ricchi potrebbero trovare conveniente evitare una maggiore tassazione sui loro incrementi di reddito, consentendo che le disuguaglianze distributive vadano a vantaggio di rutti; dunque, anche a vantaggio dei poveri.

Gianfranco Sabattini

Il presunto “libero mercato” nemico
del capitalismo

_MG_0694.JPGL’economista Robert Reich, ex Segretario del Lavoro durante la presidenza degli USA di Bill Clinton, nel suo recente libro, stampato in anteprima in Italia, “Come salvare il capitalismo”, sostiene che poche idee “hanno così profondamente avvelenato la mente di tante persone quanto la nozione di un ‘libero mercato’ esistente da qualche parte nell’universo e con il quale il governo ‘interferisce’”.

Con questa idea, qualsiasi anomalia nel mondo della produzione e della distribuzione, come la disoccupazione, l’inflazione le disuguaglianze e così via, generata dal “cattivo funzionamento” del mercato è considerata una conseguenza naturale e inevitabile di “forze impersonali”, interne al mercato. Inoltre, sempre secondo l’idea dell’esistenza di un presunto libero mercato, qualunque “misura” venga adottata per eliminare la disoccupazione o per ridurre le disuguaglianze distributive, disturba le virtù del mercato stesso, rendendolo meno efficiente e causando disfunzioni peggiori di quelle che, con la “misura” adottata, si intendeva eliminare.

L’idea del libero mercato ha “fatto breccia nel discorso pubblico quotidiano; è sulla bocca di tutti i politici di destra come di sinistra”. Il punto su cui si discute, afferma Reich, è entro quali limiti sia consentito di intervenire per correggere il mercato. I conservatori vorrebbero un governo meno interventista, mentre i progressisti vorrebbero che l’intervento fosse più esteso; questo, nel mondo capitalista, è divenuto il cuore del contendere che oppone la destra alla sinistra. La soluzione del contrasto nei sistemi capitalisti a democrazia parlamentare, pro-tempore adottata, dipende, afferma Reich, “da colui del quale ci si fida di più (o di meno): il governo o il ‘libero mercato’”. La contesa tra destra e sinistra, oltre ad essere sbagliata, è anche del tutto fuorviante. Ciò perché non può esistere un libero mercato senza un governo, in quanto non esiste in natura un libero mercato senza regole; sono, infatti, le regole a creare il mercato, mentre le regole sono create dai governi.

Il funzionamento del mercato richiede “che il governo stabilisca e faccia rispettare le regole del gioco. Nella maggior parte delle moderne democrazie, tali regole emanano dalle assemblee legislative”, per cui il governo non interferisce sul libero mercato, ma semplicemente lo “crea”. Le regole, però, non sono neutrali, o universali, né sono permanenti; esse rispecchiano in parte i valori di momento in momento prevalenti all’interno di un dato sistema sociale, ma rispecchiano anche chi, di momento in momento, ha più potere per dettarle e influenzarle. Il dibattito sbagliato e fuorviante, riguardo alla questione se il libero mercato sia da preferirsi all’interferenza del governo, fa velo sulla comprensione, secondo Reich, di chi eserciti tale potere, come ne tragga vantaggio e come le regole vadano modificate nell’interesse di tutti. Se le regole sono il fondamento del mercato, la deregolamentazione invocata dai sostenitori del libero mercato altro non è che una “riregolamentazione” del mercato.

Il mito del libero mercato impedisce di esaminare razionalmente il cambiamento delle regole e chi in realtà ne beneficia; il mito serve a distrarre l’opinione pubblica dalla comprensione del come le regole vengono cambiate e dall’individuazione di chi riesce ad influenzare il cambiamento a proprio bneficio. Cosa guida i legislatori – si chiede Reich – nel processo di cambiamento delle regole? Idealmente, le loro decisioni riflettono i valori della maggioranza dei cittadini di un dato sistema sociale; da alcuni decenni, tuttavia, accade che le decisioni siano influenzate prevalentemente dalle oligarchie economiche. In conseguenza di ciò, afferma Reich, il processo politico “crea e perpetua un circolo vizioso: il dominio economico alimenta il potere politico e il potere politico allarga sempre di più il dominio economico”. Le disfunzioni del mercato, quali la disoccupazione, l’inflazione o le disuguaglianze distributive, non sono dovute, come spesso si afferma, alla globalizzazione o ai cambiamenti tecnologici; né sono dovute principalmente al “soft power” esercitato dagli oligarchi: è il circolo vizioso che si instaura tra dominio economico e potere politico che produce tutte le disfunzioni del mercato.

Il circolo vizioso, tuttavia, non è inevitabile ed irreversibile; esso, infatti, può essere trasformato in circolo virtuoso, nel senso che la prosperità ampiamente diffusa può generare “istituzioni politiche più inclusive che, a loro volta, organizzano il mercato” in forme che estendono ancora di più i benefici della crescita ed espandono le opportunità per tutti. Perciò – continua Reich – il primo passo, per convertire il circolo vizioso in virtuoso, consiste nel considerare il mercato per quello che è: un insieme di regole e di convenzioni condivise, non separato ed indipendente dal governo del sistema sociale. Rimuovendo l’idea dell’esistenza di un libero mercato autoregolantesi, diviene possibile rimuovere le “risse ideologiche” che, da un lato, sono valse ad occultare le reali modalità che sottendono il processo di mutamento delle regole e, dall’altro lato, “hanno avvelenato gran parte del discorso politico di destra e di sinistra”. Se la rimozione fosse effettivamente realizzata diverrebbe possibile orientare le istituzioni verso il loro funzionamento ideale. Come?. Reich ne indica in modo convincente la via.

Innanzitutto, occorre disciplinare il sistema nazionale di finanziamento dei partiti, al fine di “cacciare” gli oligarchi dalla politica; in secondo luogo, occorre adottare una legge elettorale, in modo da dare voce a tutte le minoranze, evitando ogni possibile ostacolo alla costituzione di organi legislativi realmente rappresentativi; infine, è necessario perseguire un’equità distributiva, da realizzarsi, per un verso, mediante una radicale diminuzione delle politiche ridistributive attuate ex-post, e per un altro verso, mediante l’introduzione di un salario minimo garantito corrisposto a tutti i cittadini, pari alla metà del salario medio e costantemente adeguato all’inflazione.

Ora, si potrà anche non concordare con la strategia suggerita da Reich per salvare il capitalismo da se stesso; però, non si potrà non essere d’accordo sul fatto, dallo stesso Reich evidenziato, che finché gli oligarchi avranno la possibilità di esercitare un’influenza spropositata sul potere politico, non sarà possibile evitare che essi continuino ad appropriarsi della quasi totalità della ricchezza, di quasi tutto il reddito prodotto e di quasi tutto il potere politico. Questo risultato non è nell’interesse della maggioranza delle popolazioni dei sistemi sociali capitalistici, così come non lo è nell’interesse degli stessi oligarchi, perché il funzionamento di un siffatto sistema sociale non ha la possibilità di conservarsi per un tempo indefinito.

La risposta alle disfunzioni dei sistemi sociali capitalistici non investe tanto l’economia, quanto invece il funzionamento della democrazia politica. Come afferma Reich, questa risposta non riguarda la dimensione del governo e l’estensione del suo intervento nella regolazione dell’economia, quanto l’individuazione di chi per conto del quale opera il governo. “la scelta chiave non è tra il ‘libero mercato’ e il governo, ma tra un mercato organizzato a favore di una prosperità ampiamente diffusa e uno che punta a consegnare quasi tutti i guadagni a pochi individui in alto”. In altri termini, il punto è come concepire la regolazione del mercato, perché l’economia operi nell’interesse di tutti i componenti dei sistemi sociali.

Nella prospettiva tracciata da Reich, si trova quanto basta perché una sinistra autenticamente riformista possa trarre utili suggerimenti per la compilazione della propria “agenda politica”, senza bisogno di “épater le bourgeois”, con la costituzione, come avviene in Italia per scopi solo elettorali, di “officine itineranti” per la progettazione di fantomatici piani di crescita e di sviluppo del Paese; progettazione, peraltro, destinata a sicuro fallimento, per via del fatto che l’unica preoccupazione politica della sinistra italiana è quella di impedire la formazione di istituzioni autenticamente rappresentative, a causa dell’esclusione di consistenti quote di cittadini, di solito comprendenti quelli che maggiormente versano in stato di bisogno, per colpa del dominio delle oligarchie economiche.

Gianfranco Sabattini

La seduzione del Caos.
La crisi e la soluzione di Federico Rampini

rampiniAlcuni rinvengono nel caos che avvolge il mondo attuale un principio dinamico, idoneo a consentirgli di “disincagliarsi” dalle secche di una crisi della quale stenta a liberarsi. Ad illustrarne le implicazioni provvede una delle ultime “fatiche” editoriali di Federici Rampini, col libro “L’età del caos”; titolo che sembra evocare la possibilità che il caos sia destinato a permanere a lungo, connotando addirittura un’intera epoca storica.
Tale epoca sarebbe caratterizzata dalle “linee di frattura che attraversano il mondo in cui viviamo […]. Dalla geopolitica all’economia, dall’ambiente alla crisi delle democrazie, dalla rivoluzione tecnologica al futuro delle potenze emergenti, Cina e India”. Pertanto, Rampini è del parere che conoscere il caos è “la condizione essenziale per padroneggiarlo, o almeno per galleggiare, sopravvivere, adattarsi” e, soprattutto, per capire lo stato attuale del mondo.
Il caos eserciterebbe una sorta di seduzione sui commentatori di “come va il mondo” in presenza di tali linee di frattura, seduzione che sarebbe persino possibile avvertire anche in uno “slittamento del linguaggio”; tradizionalmente, l’uso del sostantivo serviva a descrive situazioni di disordine intervenute in strutture organizzate e bene ordinate, nel campo dell’economia, della politica o delle scienze in generale. È paradigmatico, a parere di Rampini, il fatto che un noto esperto di geopolitica americano, Joshua Cooper Ramo, abbia fatto del caos un principio ispiratore della dinamica economica. In “Il secolo imprevedibile. Perché il nuovo disordine mondiale richiede una rivoluzione del pensiero”, Ramo considera il mondo attuale caratterizzato da una profonda asimmetria. Da una parte, esistono “delle classi dirigenti, dei membri dell’establishment, dei governanti, la cui formazione è irrimediabilmente radicata nel passato, quindi incapaci di capire il futuro”, queste categorie di persone tendono a pensare in modo “lineare”, “come se la storia fosse prevedibile, e quindi fosse possibile ripristinare qualche tipo di status quo, di stabilità”. Dall’altra parte, esistono le nuove élite, “i veri protagonisti del futuro”, cioè quei politici, quegli imprenditori, o uomini d’affari, che vedono nell’instabilità un’occasione da non perdere, pensando “al caos come a un’opportunità”.
Costoro sono i nuovi interpreti della “distruzione creatrice” di schumpetriana memoria; essi pensano che, per essere protagonisti ed avere successo, si debba essere distruttivi, cioè dirompenti; il loro modo di pensare, osserva Rampini, evoca analogie con il pensiero di Mao Zedong e di Lev Trockij, che hanno teorizzato la pratica della “rivoluzione permanente, facendo dell’instabilità una risorsa strategica. Il mondo di oggi sarebbe pervaso da un simile pensiero. Ma può il caos rappresentare realmente un’opportunità? Nella storia non sono mancate risposte affermative di personaggi autorevoli, quale è stata, ad esempio, quella dello stratega cinese del V secolo a.C., Sun Tzu; Rampini, però, per avere una risposta più vicina a noi, ha pensato di rivolgersi all’illustre matematico inglese Leonard Smith, il quale, nella sua risposta riguardo a cosa realmente rappresenti il caos, ha problematizzato, sia l’accezione popolare negativa e catastrofista del caos, che quella ottimistica e distruttiva in senso positivo di Ramo.
Dalla risposta del matematico si è appreso che uno dei “miti del caos” da respingere è “che esso renda inutile il tentativo di fare previsioni”. Nelle scienze, il caos riflette situazioni in cui “delle piccole differenze nel modo in cui sono le cose oggi possono avere conseguenze enormi su come saranno le cose in futuro”. Ciò significa che non è possibile pensare deterministicamente che il futuro del mondo sia prodotto dal suo stato attuale; ovvero, che si possa definire il suo stato futuro sulla base di quello attuale. La risposta del matematico ha spinto Rampini ad azzardare la domanda: perché allora del caos si dovrebbe vedere solo il lato negativo? Se realmente esso fosse anche portatore di aspetti positivi, non ci sarebbe da stupirsi del fatto che gli operatori più trasgressivi e più creativi tra le generazioni contemporanee colgano nel caos “una promessa di illimitate possibilità”. Ma la domanda retorica di Rampini ha ricevuto la risposta raggelante del matematico, secondo il quale: “Poche accuse sono tanto gravi come quella di aver speso la propria vita professionale a cercare risposte a una domanda sbagliata”. Dove sta il problema?
Il problema sta nel fatto che l’azione che coloro che si adoperano per avere successo nella prospettiva che il caos possa rappresentare un’opportunità agiscono nell’area del mercato mondiale globalizzato, nella presunzione di agire nel “vuoto”. Accade, invece, che nel mercato mondiale, quale è quello attuale, caratterizzato dall’assenza di regole condivise, coloro che credono nelle “promesse” del caos trovino dei competitori motivati dai loro stessi intenti; ciò, in assenza di regole, crea solo disordine, le cui implicazioni, come la storia insegna, è spesso foriera di guerre e di scontri armati, come ora sta accadendo, sia pure limitatamente ad alcune aree regionali del mondo, tra gli Stati ai quali “appartengono” i protagonisti del “turbocapitalimso” globale.
Per fugare l’attuale disordine occorrerebbe tornare all’ordine preesistente l’avvento della forma ora assunta dalla globalizzazione dei mercati nazionali; il mercato mondiale di allora era governato, prima dagli imperi coloniali e, successivamente, da Paesi assurti al ruolo di grandi potenze globali; sia gli Stati coloniali, che quelli assurti a grandi potenze dopo il secondo conflitto mondiale hanno sempre fatto riferimento, sia pure in termini tendenziali, all’“Ordine Mondiale” fondato sulla pace di Vestfalia firmata nel 1648. Uno dei principi sui quali era fondata quella pace riconosceva la potestà di ogni Stato di stabilire quali valori dovessero essere condivisi al suo interno; si trattava del riconoscimento della sovranità, nel senso che ogni singolo Stato “non doveva immischiarsi nelle vicende interne del suo vicino”. Tuttavia, l’ordine fondato unicamente sul rispetto dell’indipendenza di ogni Stato non è risultato molto stabile, in quanto è spesso accaduto che uno Stato emergente pretendesse, a giustificazione delle proprie mire espansionistiche, di imporre i propri valori agli altri.
Per contenere simili pretese, con il Congresso di Vienna del 1815, al principio delle sovranità è stato aggiunto quello dell’equilibrio di potenza, implicante la necessità di impedire, per iniziativa di uno o di pochi Stati, il predominio di uno di essi sugli altri. Ma il proliferare, nel XXI secolo, dei protagonisti statuali sulla scena mondiale ha reso obsoleti i principi sui quali era fondato l’ordine realizzato dopo la pace di Vestfalia. Ciò ha reso impossibile il ricupero di quei principi, poiché, a differenza di quanto accadeva nel passato, la politica estera ha cessato d’essere stabilizzata sulla base di regole garantite soltanto da pochi Stati più forti; oggi, oltre alle superpotenze, esiste una pluralità di protagonisti che, sebbene meno dotati in termini di potenza economica e militare, possono contare su una diversa opinione pubblica mondiale, ma anche su una diversa distribuzione della forza economica e su una globalizzazione che ha sconquassato, indebolendolo, il principio del rispetto della sovranità dei singoli Stati.
In queste condizioni, la realizzazione di un nuovo “Ordine Mondiale” stenta a prendere corpo, anche per le difficoltà che la Grande Recessione 2007/2008 ha creato all’interno di tutte le comunità nazionali, soprattutto per il rallentamento della crescita e l’approfondimento, come mai era accaduto in passato, delle disuguaglianze distributive; sin tanto che non sarà possibile rilanciare la crescita e, con questa, realizzare l’attenuazione delle disuguaglianze, sarà estremamente difficile pervenire a una nuova forma di regolazione del mercato mondiale e delle relazioni tra gli Stati. Il rilancio della crescita, in particolare, si troverà a fare i conti, a parere dell’economista Larry Summers, col fatto che il capitalismo, l’attuale modo di produzione globale, ha sinora fruito della “spinta” di due motori propulsivi: quello della crescente demografia e quello della dinamica tecnologica.
Nel passato, la crescita demografica ha sempre allargato le dimensioni del mercato, mentre la dinamica tecnologica è valsa ad aumentare la produttività del lavoro. Ora, da fattore propulsivo, la demografia si è trasformata in elemento frenante. Quanto alla dinamica tecnologica, i suoi effetti positivi sono più apparenti che reali; le innovazioni di processo e di prodotto promuovono produzioni prevalentemente orientate al mercato finale, determinando, da un lato, uno scarso impatto sull’ulteriore dinamica positiva del sistema produttivo, e dall’altro, lo stravolgimento della struttura delle professioni lavorative, da originare una disoccupazione irreversibile, che rende pressoché irrisolvibile il problema dell’attenuazione delle disuguaglianze distributive.
In presenza della persistente disoccupazione, il potere d’acquisto delle famiglie si riduce e con esso si riduce anche la domanda finale complessiva, al punto che da più parti viene suggerita la necessità di un rilancio dei diritti sindacali, di un inasprimento della fiscalità progressiva sui patrimoni e di una pre-distribuzione in luogo della usuale ridistribuzione del prodotto sociale; ciò perché si sta sempre più allargando il riconoscimento che, per ridurre le disuguaglianze e sostenere la domanda, non è più sufficiente intervenire ex post, ma occorre garantire a priori un allargamento dell’accesso di tutti al mercato. A ciò, alcuni aggiungono la preoccupazione originante dal fatto che il progresso tecnologico ha affievolito la trasmissione dei suoi esiti al lavoro, in quanto i “gadget” prodotti dalle attività produttive innovative avrebbero cessato di aumentare la produttività del lavoro, secondo i ritmi dei primi decenni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale.
Rampini è del parere che il mancato aumento della produttività del lavoro sia il vero “enigma economico del nostro tempo […], Problema serio, perché nel lungo termine è dal progresso nella nostra produttività che può derivare un maggior benessere collettivo”, Sì!, il mancato aumento della produttività del lavoro sarà anche l’enigma del nostro tempo, ma esso non potrà essere “sciolto” sin tanto che precedentemente, o al più parallelamente, non sarà risolto il problema dell’ineguale distribuzione della ricchezza; giunti al punto cui si è giunti è illusorio che il problema dell’ineguaglianza distributiva possa essere risolto attraverso la crescita indotta dal solo miglioramento delle produttività del lavoro. Se l’aumento di questa procederà disgiuntamente dalla soluzione del problema dell’ineguale distribuzione del prodotto sociale, non potrà che esservi ulteriore disoccupazione ed ulteriore concentrazione della ricchezza, con esisti finali del tutto indesiderati.
Il trend di una continua e crescente concentrazione della ricchezza non può che essere un fatto negativo che possiede in sé la forza disgregatrice e distruttiva di qualsiasi tipo di organizzazione sociale. A dimostrarlo può valere l’esperimento mentale sugli esiti negativi della progressiva concentrazione della ricchezza, formulato già nel XIX secolo in Progresso e libertà da un economista americano poco conosciuto, Henry Gorge. Se il progresso tecnologico indotto dalla competitività internazionale continua via via a determinare l’espulsione continua e definitiva di quote di forza lavorativa dalle attività produttive, allora è possibile pensare ad un momento in corrispondenza del quale la produzione può essere ottenuta con azzeramento dell’occupazione. In tal modo, i controllori dei fattori produttivi, cioè del capitale, possono appropriarsi dell’intera produzione conseguita senza l’impiego di alcun lavoratore; l’intera forza lavorativa disponibile cesserebbe di partecipare, in una misura qualsiasi, alla distribuzione della ricchezza prodotta (espressa dalla produzione realizzata senza lavoro).
Per quanto il costo della “riproduzione” della forza lavorativa disponibile, ma inattiva, possa essere reso uguale al “costo della biada per i cavalli” o al “costo dell’olio lubrificante per il funzionamento delle macchine”, la produzione eccedente tale “costo di riproduzione”, rimanendo invenduta, mancherebbe di tradursi in ricchezza reale, riducendo il sistema sociale a vivere all’interno di un’economia funzionante in regime di uno stato stazionario regressivo. Questo limite, affermava George, al quale conducono “le invenzioni economizzanti il lavoro può sembrare molto, remoto perfino impossibile a raggiungersi; ma è un punto cui tende sempre più fortemente il progresso delle invenzioni”. Non c’è che dire! Si tratta di una conferma della previsione sul come saranno presumibilmente le cose domani, come conseguenza delle piccole differenze nel modo in cui le stesse cose si presentano oggi; previsione che trova il suo fondamento nella teoria del caos del matematico Leonard Smith.
Il limite, al quale si riferisce George, non potrà essere superato facendo affidamento su un generico senso di solidarietà umana, come sembra auspicare Rampini; quel limite, al contrario, potrà essere rimosso solo se le generazioni contemporanee vorranno considerare responsabilmente l’urgenza che le possibili politiche pubbliche, che si vorranno adottare a sostegno del rilancio della crescita, sia a livello dei singoli Stati, che a quello internazionale, prevedano la preventiva rimozione della maldistribuzione della ricchezza. Ciò al fine di evitare, non solo l’insuccesso di tali politiche, ma anche un futuro del mondo caratterizzato da un ulteriore peggioramento del disordine caotico che attualmente lo affligge.

Gianfranco Sabattini

Trappist-1 e i suoi sette pianeti: scoperto un nuovo sistema extrasolare

Possono anche altri pianeti ospitare la vita? Esistono nell’immenso universo corpi celesti simili alla nostra Terra? Queste sono solo alcune delle tante domande che l’uomo si è posto e si pone tutte le volte che alza il proprio sguardo verso il cielo e vede la moltitudine di stelle che lo circonda. La ricerca astronomica è in continua evoluzione e non s’arresta un’ora, ottenendo spesso sorprendenti risultati.

Una risposta a tali interrogativi è arrivata proprio in questi giorni dalla Nasa, la quale ha annunciato la scoperta di un nuovo sistema planetario formato da ben sette pianeti, che ruotano intorno al loro “Sole”, chiamato Trappist-1 e distante 39 anni luce.

Gli artefici di questa scoperta sono stati Michaël Gillon dell’Università belga di Liegi e il suo team internazionale di astronomi, i quali hanno reso nota su Nature la ricerca compiuta, aprendo così uno spiraglio di luce sulla possibilità che esistano forme di vita anche in altre parti dell’universo.

Sistema-SolareTre dei sette pianeti sono situati nella fascia abitabile, cioè in una zona del sistema collocata a una distanza tale dalla stella da poter avere la presenza di acqua allo stato liquido. Questa scoperta li pone, perciò, tra i principali candidati a ospitare la vita.

I sei pianeti più vicini a Trappist-1 sono stati denominati dagli studiosi “gemelli” della nostra Terra, in virtù delle loro dimensioni, della temperatura e della loro probabile composizione rocciosa. Sono pochissime, invece, le notizie possedute sul settimo pianeta.

Trappist-1, scoperto dal team nel maggio del 2016 insieme ai tre pianeti della fascia abitabile, è una stella nana ultrafredda, meno calda e più piccola del Sole, la cui massa è un decimo di quella della nostra stella, mentre la sua luminosità corrisponde a 5 decimillesimi di quella solare.

Il nome trae origine dal TRAnsiting Planets and PlanetesImals Small Telescope south (Trappist-south), un telescopio di proprietà dell’Università di Liegi installato all’Osservatorio di La Silla sulle Ande e progettato col fine di monitorare alcune stelle nane, per scoprire l’esistenza di nuovi pianeti.

Questo neo sistema planetario è caratterizzato dalla elevata vicinanza dei suoi pianeti, maggiore rispetto a quella dei corpi celesti del nostro sistema solare. I sette parenti della Terra compiono inoltre un’orbita completa intorno alla loro stella molto più rapidamente rispetto ai nostri e il loro anno ha, quindi, una durata che va da un minimo di un giorno e mezzo a un massimo di 12,3 giorni.

La Nasa si propone ora di lanciare nello spazio il telescopio James Webb (probabilmente nel 2018), con l’obiettivo di scoprire la composizione dell’atmosfera di questi pianeti e la loro emissione termica.

Rosella Maiorana

Legge e autonomia collettiva per regolare
il sindacato

ballistreriUno dei temi più dibattuti dalla dottrina giuslavoristica italiana, come dagli stessi attori delle relazioni industriali, nonché controversi è quello della regolazione del sindacato e dell’eventuale attuazione dell’art. 39 della Costituzione. Su di esso è stato di recente pubblicato per i tipi di Giuffré Editore il volume “Sindacato: autonomia e legge” di Maurizio Ballistreri, docente di diritto del lavoro nell’Università di Messina, che sarà presentato in un dibattito al Senato mercoledì 22 prossimo, alle 11.00, con la partecipazione di parlamentari, giornalisti, sindacalisti e imprenditori.

L’opera trae spunto dalla circostanza che la dottrina giuslavoristica è impegnata da tempo ad indicare un nuovo quadro regolativo delle relazioni sindacali in Italia, anche nella prospettiva di un intervento legislativo in materia di rappresentanza e rappresentatività sindacali e contrattazione collettiva. E’ una tematica che, dopo decenni di rimozione se non anche di pregiudiziale rifiuto delle previsioni costituzionali in materia, ha acquistato nuova attualità, sulla quale, invero, la scienza lavoristica italiana non ha mai cessato di interrogarsi, pure in una prospettiva comparata.

L’autore nell’opera parte dall’analisi della crisi dei sindacati dei lavoratori, legati al modello produttivo taylorista-fordista, alla sovranità statuale sulle scelte economiche e sociali e al welfare state, in conseguenza dell’affermazione del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, con la messa in questione del loro ruolo di corpi intermedi della società e di fondamentali presidi di democrazia, espressione di visioni politiche e culturali del ‘900, dalla dottrina sociale e dal personalismo cattolici come dai modelli di derivazione weimariana delle socialdemocrazie europee

E Ballistreri, memore della lezione del grande giuslavorista anglo-tedesco Otto Khan Freund e dei suoi moniti sull’uso del metodo comparato, verifica analogie e differenze con l’attuale modello francese in materia, senza indicare la bontà di un innesto sic et simpliciter nel nostro ordinamento del lavoro, stante le diverse specificità nazionali.

Il volume ricostruisce in modo approfondito il dibattito dottrinale in Italia sul rapporto tra legge e autonomia collettiva, quali fonti regolamentatrici del sindacato, a partire dal periodo dello Stato liberale, seguito dal corporativismo fascista e dalla transizione sindacale verso la Costituzione repubblicana.

Ballistreri, poi, focalizza la previsione della Costituzione sulla regolazione del sindacato, frutto di un acceso confronto politico e culturale in sede di Assemblea costituente, con l’art. 39 che prevede espressamente assieme al principio-precetto della libertà e del pluralismo sindacali anche la regolazione per legge di queste materie, la cui inattuazione per quasi 70 anni è dipesa dalla preferenza accordata ai sindacati al ricorso alla fonte legale dell’autonomia collettiva e, quindi, all’utilizzazione di strumenti pattizi con le associazioni datoriali. E qui, l’autore richiama l’uso della contrattazione collettiva di diritto comune e il ruolo di supplenza della Corte costituzionale e della Cassazione per disciplinare il fenomeno sindacale, con la creazione di un sistema sindacale “di fatto”, che ha consentito a Gino Giugni, al cui insegnamento Ballistreri è legato, e ad una parte significativa della dottrina giuslavoristica italiana di elaborare la teoria dell’”ordinamento intersindacale”. Una teoria che ha, successivamente, con la “creatura” giuridica di Giugni, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, di importare in Italia la complessa strumentazione della legislazione promozionale del sindacato, elaborata dalla “Scuola di Oxford”.

E poi l’autore arriva ai giorni nostri, dove, anche alla luce degli accordi “separati”, in particolare alla Fiat, la regolazione per via contrattuale degli istituti della rappresentanza e della contrattazione collettiva mostra evidenti limiti, prova ne sia che il Testo Unico del 10 gennaio 2014 su tali materie tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria non ha trovato concreta applicazione.

In questo scenario di incertezze, in cui a livello politico si è anche incentivata la cosiddetta “disintermediazione”, il superamento, cioè, del dialogo sociale dopo gli anni della concertazione in cui sindacati dei lavoratori e associazioni dei datori di lavoro hanno concorso a determinare la politica economica del Paese, con un modello definito di “necorporativismo dell’emergenza”, Ballistreri richiama gli studi scientifici e le varie tendenze di politica del diritto, le quali ritengono che l’eventuale “legge sindacale” in Italia debba ispirarsi al modello adottato storicamente in Francia. Tale modello sul versante degli istituti della rappresentatività e della contrattazione è segnato da un notevole interventismo della legge, diverso, quindi, dal modello italiano tradizionalmente alieno da “incursioni” eteronome nella contrattazione collettiva, in grado di dare certezze sul terreno del rapporto tra rappresentatività reale ed efficacia generalizzata dei contratti collettivi. Il volume di Ballistreri, caratterizzato da solida dottrina, da un’indagine scientifica approfondita e da una capacità di analisi oltre i confini nazionali, frutto di un impegno accademico anche in diverse università europee (Extremadura e Santiago di Compostela in Spagna; Sorbonne-Pantheon a Parigi, Università Economica di Cracovia, Atenei di Kiew e di Zagabria), mostra come non sia più un tabù parlare di un intervento eteronomo di legge nei confronti degli istituti della rappresentanza, della rappresentatività e dell’efficacia dei contratti, rispetto all’autonomia collettiva, in una logica di dialogo e di incontro tra le due fonti proprio sul modello storicamente affermatosi in Francia, riscontrando in questo salto evolutivo tutta l’attualità delle teorie dell’istituzione come organizzazione sociale. Si tratta, indubbiamente, di un importante contributo ad una nuova prospettiva sindacale in cui, finalmente, ci siano certezze sulle regole della rappresentanza e della rappresentatività, superando la logica esclusiva del reciproco riconoscimento tra alcuni dei protagonisti delle relazioni industriali per favorire l’inclusione di nuovi soggetti rappresentativi, misurando la consistenza in azienda ai fini dell’attribuzione dei diritti sindacali, valorizzando anche un modello sindacale legato alle dinamiche del territorio e delle comunità in esso insediate. Dal contributo scientifico di Ballistreri, in definitiva, emerge l’esigenza che la disciplina del sindacalismo in Italia, proprio sulla base del dialogo tra legge e autonomia collettiva, ricostruisca il rapporto tra rappresentanza e dinamiche sociali, vivificando quel modello politico e sociale pluralista, secondo cui tra istituzioni e cittadini sia necessario l’inserimento di gradi intermedi di distribuzione del potere che tutelino questi ultimi dalle eventuali forme dispotiche del suo esercizio.

Antonio Casagrande

 

 

Capitale umano, il bene pubblico del “prodotto” dell’istruzione

capitale_umanoDopo la crisi, la visione localistica nel rilancio dell’economia nazionale non deve tradursi in un vincolo alla necessità che le politiche pubbliche che si vorranno attuare manchino d’essere formulate in una visione globale dell’intero sistema economico, sia pure articolate territorialmente. L’auspicato ritorno al territorio deve, infatti, esprimere l’urgenza che gli interventi decisi per le singole aree territoriali siano coordinati in una visione d’insieme delle politiche adottate a livello nazionale; visione che, inoltre, non dovrà trascurare ciò che, in passato, malgrado la sua importanza, non è mai stato oggetto di considerazione, com’è accaduto al capitale umano.

A sottolineare la necessità di migliorare la “qualità” del capitale umano sulla quantità delle forze di lavoro disponibili, soprattutto con riferimento ai singoli territori, sono molte organizzazioni internazionali, le cui analisi dimostrano da tempo il ruolo propulsivo che può essere svolto dalla qualità del capitale umano sulla quantità, sottolineando la pressoché totale irrilevanza della considerazione dei soli parametri quantitativi, come, ad esempio, quello concernente il livello di alfabetizzazione dell’intera popolazione, disgiunta dalla qualità del tipo di istruzione, funzionale alla promozione della crescita del reddito pro-capite.

L’importanza della qualità del capitale umano è stata riconosciuta dall’Unione Europea che, com’è noto, dopo aver valutato positivamente lo stimolo che può originare dal “circolo virtuoso” che può essere attivato dalla relazione che lega il capitale umano allo sviluppo dei territori, ha incluso tra le strategie d’intervento adottabili da tutti gli Stati membri anche quella fondata sull’approfondimento e miglioramento della conoscenza per l’intero stock di forza lavoro disponibile. Strategia, quest’ultima che, in tempi come quelli attuali di contenimento della spesa pubblica, assume un particolare rilievo, considerando che il miglioramento della qualità della forza lavoro può essere perseguito, a parità di spesa pubblica per l’istruzione, solo attraverso una riorganizzazione complessiva interna del sistema dell’istruzione vigente.

Al tema dell’importanza della qualità del capitale umano è dedicata un’analisi condotta, per conto della libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli di Roma, da Massimo Egidi, Livia De Giovanni, Andrea Baratti e Francesca G.M. Sica, i cui risultati sono stati pubblicati nel numero di ottobre/dicembre 2015 della “Rivista di Politica Economica”, col titolo “Capitale umano e attrattività dei territori”. L’analisi, dichiarano gli autori, “ruota intorno all’assunto fondamentale che oggi il fattore lavoro rileva non tanto per la sua componente materiale, misurabile da un punto di vista quantitativo, tramite la conta delle ‘teste’ che compongono la forza lavoro, ma piuttosto da quella immateriale, misurabile con indicatori qualitativi, quali il livello di abilità cognitive e competenze”; abilità e competenze che, pur essendo incorporate nelle unità della forza lavoro, non tutte sono innate; per lo più esse sono accumulabili attraverso ”istruzione ed esperienza”.

La dotazione di capitale umano di un dato Paese, a differenza del capitale naturale, non è una quantità fissa, in quanto può essere accresciuta attraverso l’investimento in istruzione che, data la natura di bene pubblico del “prodotto” dell’istruzione, può dare luogo ad un rendimento maggiore di quello derivante da un identico investimento valutato però unicamente dal punto di vista privato. Ciò perché, a differenza degli investimenti privati in istruzione, decisi in funzione di finalità produttive, quelli effettuati dal settore pubblico sono volti alla formazione di esternalità positive, in funzione della creazione del “capitale sociale”, formante l’insieme delle relazioni di fiducia e reciprocità tra soggetti e tra soggetti ed istituzioni, che supportano l’”azione collettiva e costituiscono una risorsa per la creazione di benessere”.

L’importanza del capitale umano nel promuovere il processo di crescita e sviluppo, nonché quella della retroazione dalla crescita sullo sviluppo, erano considerate in passato in funzione della “produttività del lavoro”, senza che di questa venisse indicato il processo di formazione. Solo di recente, affermano gli autori, a far data dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, è stata riconosciuta la rilevanza per gli studi economici dell’assimilazione, nel processo di accumulazione, promosso attraverso l’investimento in istruzione, del capitale umano a quello fisico, dove il capitale umano è espresso da due “pilastri”.

Il primo pilastro, identificato nell’istruzione obbligatoria di base (licenza elementare e media), incorpora nella forza lavoro la capacità di imitazione delle tecnologie prodotte da altri sistemi economici, nonché quella di rendere possibile la diffusione delle tecnologie esistenti a tutto il sistema economico; il secondo, identificato, invece, nei segmenti dell’istruzione secondaria superiore e terziaria, assicura alla forza lavoro la capacità di generare innovazioni, di creare nuovi processi produttivi e di inventare nuovi prodotti e tipi di servizi.

Quanto alla crescita ed allo sviluppo promossi dal miglioramento della qualità del lavoro – affermano gli autori – “le evidenze empiriche mostrano che i Paesi più ricchi (in termini di reddito pro capite) non sono necessariamente anche quelli con una più elevata qualità del capitale umano”; ciò perché in un “contesto sempre più permeato dalla conoscenza, giocano un ruolo decisivo le istituzioni educative ma anche le imprese: le prime perché sono tipicamente i luoghi dove la conoscenza viene ‘coltivata’, accumulata e trasmessa; le seconde, perché hanno il compito di applicare i risultati della ricerca ai processi produttivi, ai prodotti, all’organizzazione”.

La qualità del capitale umano gioca un ruolo insostituibile soprattutto nella promozione dello sviluppo dei territori, essendo la produttività “la variabile chiave delle competitività territoriale”; la produttività dei territori, infatti, come la definiscono gli autori, è l’abilità del lavoro di “offrire un ambiente attrattivo e sostenibile per le imprese e le persone ivi residenti per vivere e lavorare, ottimizzando le risorse endogene per competere e prosperare nei marcati nazionali e internazionali adattandosi ai cambiamenti di questi mercati”; conseguentemente, l’attrattività dei territori si identifica con la loro capacità di competere, e questa, a sua volta, catalizza le preferenze dei loro potenziali utenti, in qualità di preesistenti o nuovi investitori, in quanto valutano appunto i territori ottimali o più attrattivi in qualità di imprenditori che devono decidere se e dove investire; oppure in qualità di residenti che devono decidere se continuare a vivervi, oppure se trasferirvi la loro residenza.

Posto quindi che la produttività è l’elemento che collega il capitale umano alla crescita e allo sviluppo dei territori, per via della loro competitività determinata dalla qualità del lavoro, ciò che conta sottolineare è che la relazione esistente tra il capitale umano, da una parte, e la crescita e lo sviluppo dei territori, dall’altra, oltre che essere una relazione diretta, è anche “una relazione reversibile”; nel senso che il miglioramento del capitale umano concorre, sì, a determinare l’aumento della competitività, ma l’aumento di quest’ultima, alla lunga, determina un ulteriore incremento del capitale umano, e così via.

In questa prospettiva, perciò, affermano gli autori, l’aumento del capitale umano “può essere visto come l’anello ‘mancante’ del circolo virtuoso tra produttività-competitività-reddito pro capite, considerato che i Paesi più competitivi, secondo le graduatorie stilate dagli organismi internazionali più accreditati, sono anche quelli caratterizzati, non solo da un tenore di vita più alto, misurato dal reddito pro-capite, ma altresì da un elevato capitale umano”. Ciò è confermato dalle numerose indagini sul campo effettate a livello internazionale, nazionale e provinciale.

A livello internazionale, le indagini, condotte per iniziativa del Forum economico mondiale (WEF), conosciuto anche come Forum di Davos, hanno messo in evidenza la relazione intercorrente tra l’”indice sintetico di capitale umano” (HCI) e l’”indice sintetico di competitività” (GCI), considerando il primo uno degli assi portanti della competitività di ogni Paese e, fra essi, quelli riguardanti l’istruzione primaria e lo stato di salute della popolazione, i più importanti. Secondo il WEF, una forza lavoro in stato di salute è condizione primaria per la produttività-competitività-attrattività di ogni Paese.

Il buono stato di salute della forza lavoro, infatti, costituisce il punto di partenza sul quale può essere impartita con successo l’istruzione di base necessaria per accrescere la produttività del lavoro utilizzato dalle imprese nelle combinazioni dei fattori produttivi. L’istruzione secondaria, quella terziaria e la “formazione continua”, oltre ad elevare la produttività del lavoro utilizzato dalle imprese, concorrono anche a migliorare la produttività dell’intero sistema economico.

A livello territoriale, la commissione Europea preposta all’elaborazione dell’”indice regionale di competitività” (RCI) ha stimato un coefficiente di correlazione tra istruzione terziaria-formazione continua e la competitività-attrattività territoriale superiore a quello stimato per la correlazione tra quest’ultima e l’istruzione primaria e secondaria. Sulla base di queste stime è stato possibile accertare che i territori europei (regioni) “con un’elevata intensità di capitale umano” sono quelli che registrano un alto valore dell’”indice di competitività-attrattività regionale”.

Tutte le considerazioni sin qui svolte sull’importanza dell’istruzione-formazione della forza lavoro ai fini della crescita del capitale umano, se riferite all’Italia, secondo l’analisi condotta da Egidi, De Giovanni, Baratti e Sica, consentono di affermare che l’Italia ed i suoi territori, in particolare quelli della parte più debole del Paese (ovvero, quella meridionale), mostrano un ritardo in termini di capitale umano, soprattutto sul piano del suo livello qualitativo. Particolarmente gravi sono i ritardi accusati dai territori maggiormente arretrati, non solo per la bassa spesa pubblica in istruzione, ma anche e soprattutto perché il tipo di istruzione impartita è stata normalmente non appropriata alla qualità della forza lavoro presente nei singoli territori.

Ciò che differenzia la produttività del lavoro di un dato territorio rispetto ad altri è il modo in cui la forza lavoro in esso presente è stata istruita, secondo forme poco appropriate all’eredità storica della popolazione. Ciò significa che, all’interno di ogni territorio, la crescita e lo sviluppo dovranno essere intesi come processi generativi di benessere dipendenti, non solo dall’impiego delle risorse materiali disponibili, ma anche e soprattutto dal miglioramento della qualità dalle risorse umane radicate nel territorio, che traggono motivo d’essere utilizzate in funzione del bisogno di beni e servizi delle popolazioni presenti.

Il bisogno di beni e servizi localmente avvertito deve rappresentare il principio di organizzazione del piano d’investimenti che abbia come fine la promozione del miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni; la via d’uscita dai ritardi accusati dai territori italiani, soprattutto da quelli più arretrati sta, come sottolineano gli autori al termine della loro analisi, nel miglioramento della qualità del capitale umano, non tanto attraverso i corsi ufficiali di istruzione nell’attesa utopistica che le scuole e le università forniscano un capitale umano “su misura”, quanto attraverso il ricorso a cicli appropriati di istruzione continua e di riqualificazione, aperti al recepimento degli stati di bisogno provenienti “dal basso”.

Gianfranco Sabattini

 

La schiavitù del capitale. Il mondo e l’Occidente secondo Canfora

canforaI libri di Luciano Canfora sono belli ed anche coinvolgenti, soprattutto per i lunghi excursus storici coi quali egli spiega l’origine di concetti e di categorie linguistiche consolidate, con le quali noi moderni formuliamo i nostri giudizi sullo stato in cui versa il mondo e sui sistemi sociali nei quali vive l’umanità. Il limite delle narrazioni di Canfora stanno nel fatto che la loro esposizione risente in modo eccessivo del suo metodo di interpretazione della storia, quello della dialettica marxista, che la storia stessa è valsa in parte a smentire.
Nel suo ultimo libro “La schiavitù del capitale”, perciò, meraviglia non poco il fatto che Canfora, alla fine della sua analisi sull’avvento del dominio del capitale sul mondo, contrariamente a quanto sarebbe logico attendersi, dato il metodo adottato per la sua interpretazione del processo storico, offra una prospettiva liberatoria del mondo tendenzialmente acquiescente, quasi fatalistica.
Egli, infatti, conclude, contraddicendo coloro che si illudono di poter conoscere il senso del processo storico e penano di poterlo governare o guidare, riproponendosi “ancora una volta come interpreti se non addirittura piloti di esso”; in realtà, sarà solo possibile “immaginare che anche costoro, alla lunga, non reggeranno: a fronte, oltre tutto, di una veloce e incessante mutazione tecnologica, che destabilizza, in fretta, ogni certezza”. Non è certo una conclusione consolatoria, per chi crede ancora possibile una qualche forma di mobilitazione, volta a porre rimedio alle ingiustizie alle quali ha condotto l’ultima “temporanea ‘sentenza’ della storia”, secondo la quale, per ora, “chi sfrutta ha vinto la partita contro chi è sfruttato”.
Ciò spiega, secondo Canfora, quanto sia stato un “abbaglio” credere che l’esperienza vissuta durante il “secolo breve” del Novecento, iniziato con la Grande Guerra e finito con il crollo del socialismo reale, fosse “l’ultimo atto della storia”, ovvero la “fine della storia”, come Francis Fukuyama aveva osato preconizzare; un ”abbaglio” che ha impedito di capire che alla fine del Novecento, il modello capitalistico dell’Occidente, in tutte le sue coniugazioni, aveva pervaso tutto il mondo; che l’affermazione di tale modello era solo l’inizio di un processo destinato ad avere ulteriori successivi sviluppi; che il capitalismo era un sistema di dominio mondiale per monopolizzare il controllo della cultura e la disponibilità di ogni risorsa; che per funzionare secondo la sua logica, il capitalismo aveva ripristinato forme di “dipendenza di tipo schiavile”, anche all’interno del aree più avanzate del mondo; che il dominio del capitale aveva fatto regredire le conquiste che in Occidente era stato possibile conseguire “grazie alla novecentesca opposizione di sistema”; infine, che, per gestire il suo dominio, il capitalismo aveva bisogno del supporto della criminalità organizzata.
La conquista del dominio sul mondo, da parte dell’Occidente, è avvenuta, secondo la narrazione di Canfora, “attraverso il rivoluzionamento dell’arte della guerra, dalla congiunzione […] di ‘vele e cannoni’, del veliero con il cannone e la polvere da sparo”, che ha consentito all’Occidente il controllo di ogni sua periferia, “raggiungendo via mare e conquistando, con le bocche da fuoco issate sulle navi, la supremazia nelle estreme retrovie degli imperi terrestri dell’Asia”. E’ da quel momento che, secondo Canfora, ha avuto inizio il predominio planetario dell’Occidente, dando così il via ad una “rincorsa” nella quale la parte che ha vissuto un’esperienza significativa è stato l’Occidente e non il resto del mondo: non è stato l’Occidente ad essere colpito dal mondo, è stato il mondo ad essere colpito dall’Occidente.
La conclusione del processo di conquista ha visto consolidarsi, “da un lato un centro dinamico e aggressivo, dall’altro una serie di mondi, posti via via a contatto, o meglio in conflitto con quel centro”. Nel corso del XX secolo, tuttavia, l’Occidente ha, sì, vinto la sua “rincorsa” verso il Mondo; ma si è trattato di un risultato scosso da fermenti interni che ha reso instabile la posizione del vincitore. Dopo quarant’anni di guerra fredda, nella seconda metà del secolo scorso, affrontata con un’opposizione di sistema nata al suo proprio interno, l’Occidente è riuscito a confermare il originario “spirito di conquista”, illudendosi, con un’ulteriore espansione, che la “presunta ‘conclusione’ della storia, con la caduta del suo principale antagonista, l’URSS, segnasse la fine di ogni possibile opposizione al suo dominio incontrastato a livello mondiale. In realtà, afferma Canfora, l’illusione ha fatto velo sul fatto che la presunta conclusione fosse solo un “tornante” del processo storico.
Infatti, l’Occidente si trova ora a dover fare “fronte a controspinte molteplici, tutte gravide di conflitti e di tensioni”; di nuovo, quindi, deve sobbarcarsi l’onere di un conflitto continuo, per cui più esso “sfida il mondo […] e più aspra è la risposta”; questa, tra l’altro, oggi non si configura più in termini di confronto tra l’Ovest e l’Est, ma tra il Nord ed il Sud del mondo, da intendersi – secondo Canfora – in senso non strettamente geografico, in quanto il Sud perdente si è espanso, sia pure a “pelle di leopardo”, anche all’interno dell’area Nord vincente del mondo. Questo fenomeno di infiltrazione del Sud sfruttato, all’interno del Nord avanzato, è un fenomeno destinato ad allargarsi, attraverso quello dell’immigrazione, consentendo a coloro che lo alimentano di venire a “riprendersi quello che lo ‘scambio ineguale’ ha tolto loro”. Il problema che caratterizza l’inizio del nuovo secolo, quindi, non è più quello di regolare o governare i rapporti tra Occidente e Oriente, ma quello “di riequilibrare quanto prima possibile l’ingiusta divisione della ricchezza. Senza di ciò, – afferma Canfora – il conflitto per la sopravvivenza […] sarà la caratteristica dominante dei decenni che ci attendono”.
Parallelamente al conseguimento del dominio sul mondo, il capitalismo in tutte le sue coniugazioni, sorretto unicamente dalla logica del denaro, non ha liberato i Paesi che lo hanno adottato come modo di produzione dalla mentalità schiavistica originaria, in quanto dimensione endemica dell’ideologia capitalistica. Malgrado le dichiarazioni solenni con cui ne è stata decisa l’abolizione, oggi lo schiavismo, con il contributo del settore criminogeno della malavita organizzata, presente nei Paesi più avanzati dell’Occidente, è tornato a permeare di sé la concreta realizzazione del processo di accumulazione capitalistica; in conseguenza di ciò, “mentre nel cuore dell’Occidente va via via riducendosi la centralità dell’antagonismo capitale/lavoro salariato”, le “residuali ‘aristocrazie’ operaie dell’Occidente sono per lo più cointeressate alla compartecipazione ai vantaggi del sistema”.
Perdurando la situazione di dominio dell’Occidente sul mondo, permane l’interrogativo se mai sia possibile trascurare la circostanza che i Paesi più avanzati debbano godere del “diritto al primato in ogni ambito”; di consentire, cioè, a tali Paesi di appropriarsi della “fetta più grossa in tutti i campi, anche se pontificano ipocritamente di voler estendere il “proprio modello a tutto il pianeta”, pur sapendo che se ciò accadesse “abbasserebbe ipso facto lo standard di vita di chi sta in cima alla piramide”.
Quale speranza si può fondatamente nutrire, all’inizio del nuovo secolo, di poter porre rimedio allo squilibrio globale esistente? Canfora, pur confidando nel fatto che la storia è “un processo sempre aperto”, non esita a manifestare, almeno con riferimento al continente europeo, un totale scoramento, per il venir meno delle possibili soluzioni utopistiche sinora perseguite: da un lato, il “socialismo” e l’idea di “progresso; dall’altro, la realizzazione del progetto europeista. L’utopia del socialismo – sostiene Canfora – ha esaurito il suo ciclo vitale, già ben prima che finisse il XX secolo, mentre quella del progresso è stata “smentita dai fatti; e sembra non solo arretrare ma soccombere”. Quanto all’utopia del “sogno federalista europeo”, “quale è espressa nel Manifesto di Ventotene”, fondata su grandi propositi di rinnovamento, si può oggi constatare come non sia mai stato possibile iniziare a realizzare tali progetti e come sia fallita anche l’attuazione dell’”interpretazione meramente bancaria” che di quei progetti e stata tentata.
Tuttavia, a parere di Canfora, a consolare quanti aspirano alla realizzazione di un mondo più giusto, non resterebbero che due residue utopie, “tra loro molto distanti, ma entrambe in difficoltà: l’utopia della fratellanza e l’utopia dell’egoismo”. Le difficoltà della prima sono riconducibili al fatto che le “forze per attuarla sono poche e disperse. Paradossalmente – afferma Canfora – sono le aree povere, che l’UE considera peso morto del fortilizio monetario (la Grecia, lembi di Italia e poco altro), a tentare di tradurre in opere tale utopia antichissima, e forse difficile da spegnere”. Le difficoltà della seconda utopia, quella dell’egoismo, sono bene rappresentate dalle condizioni di sopravvivenza dell’Unione Europea, la cui ragion d’essere in questo momento si identifica nella difesa di “una moneta inutilmente competitiva e nello smantellamento delle conquiste sociali novecentesche”.
Canfora, al termine della sua analisi circa le condizioni in cui versa il mondo attuale, si domanda se, per tutti coloro che hanno assistito nell’ultimo mezzo secolo al compiersi del dominio dell’Occidente sul mondo, quanto è stato fatto nei secoli precedenti per impedire che ciò si avverasse è stato vano. Egli pensa di no; ciò perché, il processo storico, essendo un processo aperto, è alimentato dal “motore” dell’ingiustizia, “fisicamente intollerabile […] per chi si trova dalla parte ‘sbagliata’”, sebbene l’incedere del processo non voglia dire sempre progresso. Ci sarà sempre, conclude Canfora, qualcuno che penserà di poter conoscere la direzione del processo, immaginando di poterlo governare o guidarlo.
Tuttavia, non si potrà prevedere a quali utopie potranno affidarsi coloro che pensano di poter governare il processo storico; si può solo immaginare che anche costoro non riusciranno nell’intento, a causa dell’”incessante mutazione tecnologica”, che varrà a far volatizzare ogni certezza; ciò non ostante, l’aspirazione all’uguaglianza, essendo “una necessità che si ripresenta continuamente come la fame”, varrà a tenere in vita l’idea politica di quell’aspirazione. Ciò perché l’idea di uguaglianza, come quella sostenuta, ad esempio, in tempi a noi vicini, dai grandi portatori dell’utopia ugualitaria, quali sono stati Giuseppe Mazzini e Karl Marx, per quanto non realizzata, possiede una forza propulsiva capace di alimentare la prosecuzione del processo storico; questo, infatti, in quanto processo aperto, lascia sempre viva la possibilità che ciò che ostacola il suo incedere sia, prima o poi, radicalmente rimosso.
Di fronte a questa conclusione tiepidamente consolatoria di Canfora, viene spontaneo chiedersi: ci si deve affidare solo alla speranza? O è lecito pensare che quanto da ultimo è stato tentato per realizzare l’idea dell’uguaglianza ha trovato un limite, al di la degli ostacoli derivanti dell’incessante mutazione tecnologica, nella forma che ha assunto l’opposizione di sistema? In questo caso, è stato inevitabile il fallimento di coloro che si erano illusi di controllare e guidare il processo storico attraverso modalità prefiguranti un “inferno in terra”; fatto, questo, che legittima tentativi alternativi di tendere a realizzare, sia pure asintoticamente, ciò che sinora è risultato impossibile.

Gianfranco Sabattini