Murray Bookhin e l’anarchia nell’età dell’abbondanza

maxresNel 2017 è stata curata una riedizione del volume di Murray Bookhin, “Post scarsity anarchism”, la cui prima edizione in italiano risale al 1979. La critica dell’autore americano, dichiaratamente anarchico, agli esiti del modo capitalistico di produrre appare più convincente e “intrigante” oggi, di quanto non lo sia stata circa quarant’anni or sono; al contrario, le sue proposte per porre rimedio all’impatto negativo del capitalismo sulle condizioni esistenziali dell’uomo contemporaneo sono oggi meno condivisibili di allora.

Accade che gli uomini contemporanei – afferma Bookhin – tendano a vivere completamente immersi nel loro tempo, spesso in modo tale da non rendersi più conto delle differenze esistenti tra la loro epoca e quella della generazione che li ha preceduti. Ciò si rivela però molto pericoloso, in quanto con la “sottomissione al presente” si finisce coll’arrendersi “agli aspetti più reazionari della tradizione”, sia che questi si manifestino in valori e ideologie ormai superate, sia che si “manifestino in forme di organizzazione gerarchica o in comportamenti politici parziali e eccessivamente rigidi”. Se gli uomini contemporanei non riusciranno a riscattarsi dalla loro sudditanza al tempo presente, essi – afferma Bookhin – corrono il rischio di privarsi della possibilità di accedere alla conoscenza del mondo quale esso ora è, la cui vera natura potrà essere solo percepirla in modo distorto, senza poter avvertire le grandi potenzialità e opportunità che esso può offrire.

Fino ad un epoca recente, il mondo era organizzato, cresceva ed evolveva in funzione dei problemi posti dalla scarsità dei mezzi materiali disponibili; ciò accadeva dopo che gli uomini che lo abitavano erano stati i protagonisti dei grandi rivolgimenti storici, a seguito dei quali era stato distrutto il modello organizzativo della società arcaica ed organica. Ciò, però, è avvenuto “dividendo l’uomo dalla natura e l’uomo dall’uomo”, quindi dando origine all’insorgere dei problemi il cui progressivo aggravamento mette ora a rischio la sopravvivenza della stirpe umana.

L’avvento del capitalismo, col suo modo di operare in funzione della scarsità dei mezzi materiali, ha lentamente rivelato di contenere in sé “i presupposti per le grandi fratture della società gerarchica” moderna. Ai contemporanei, perciò, eredi di tutta la storia umana precedente e depositari dell’obbligo politico di sottoporsi incondizionatamente allo sforzo e alla fatica per sconfiggere l’insicurezza materiale, è affidato – afferma l’anarchico americano – il compito di “portare l’umanità a un livello superiore, completamente nuovo di sviluppo tecnologico e a una concezione anch’essa nuova dell’esperienza umana”.

Ciò, perché i progressi realizzati nell’ultimo secolo hanno assicurato a tutta l’umanità la possibilità di poter godere dell’abbondanza dei mezzi che in epoche precedenti erano scarsi. Per la prima volta nella storia, nel corso dell’ultimo secolo è stata data a tutti – afferma Bookhin – l’opportunità “di godere dell’abbondanza di mezzi materiali”, con cui liberare dall’insicurezza esistenziale la vita dell’uomo, sostenuta da progressi scientifici, che hanno consentito di mettere a punto tecnologie produttive rivoluzionarie, tali da condurre appunto l’intera umanità “alla soglia” della società dell’abbondanza”.

Tuttavia, l’abbondanza all’interno della società capitalistica contemporanea non esprime solo una maggiore disponibilità di beni materiali; assegnare al termine “abbondanza” un tale significato significherebbe, ad esempio, secondo Bookhin, considerare riduttivamente un organismo vivente, qual è l’uomo, come l’insieme delle parti anatomiche che lo compongono, separato dal sistema delle relazioni sociali e dal sistema dei valori condivisi che presiedono alla sua sicurezza. Nelle società arcaiche, l’insicurezza era determinata dalla precarietà nella quale l’uomo era costretto a vivere, a causa dell’estrema scarsità dei mezzi materiali disponibili, mentre, nella società gerarchica del primo capitalismo, essa (l’insicurezza) è stata riproposta dal consolidarsi e dal diffondersi dei rapporti di sfruttamento, intrinseci ai processi produttivi nei quali l’uomo era coinvolto.

Dalle considerazioni sinora svolte, consegue che, come osserva Bookhin, la parola abbondanza esprime più di una semplice maggiore disponibilità di mezzi materiali; essa, infatti, esprime soprattutto una possibile “migliore qualità” della vita, che può essere assicurata con la maggior disponibilità dei mezzi resa possibile dal progresso scientifico e tecnologico. Le relazioni sociali e i valori ad esse sottostanti devono perciò necessariamente riflettere le nuove condizioni di funzionamento dell’intero apparato produttivo: in breve, – afferma Bookhin – la società dell’abbondanza deve consentire, attraverso la sua riorganizzazione “la realizzazione delle potenzialità sociali e culturali latenti nella tecnologia dell’abbondanza”.

Il capitalismo attuale non riflette una simile organizzazione sociale; anzi, accade che esso riduca l’uomo ad essere “complice della sua stessa oppressione”, interessandolo al consumo dei beni prodotti, attraverso la conformazione dei suoi stati di bisogno alla sua condizione di oppresso. In questo modo, il capitalismo moderno si configura come l’erede di tutte le caratteristiche oppressive delle precedenti società gerarchiche, sebbene sia riuscito a radicare nell’uomo contemporaneo un’ideologia che assicura una “parvenza di indubitabilità” riguardo alla presunta natura razionale del suo modo di funzionare.

La forza legittimante di quanto espresso dall’ideologia del capitalismo è divenuta così indubitabile da permeare col concetto di gerarchia anche il “progetto socialista rivoluzionario”; infatti, la struttura gerarchica della società non è stata rimossa dalla leadership socialista rivoluzionaria sin qui sperimentata; al contrario, la struttura gerarchica non è stata rimossa, poiché la centralità dello Stato, attraverso la pianificazione della produzione, ha mancato di liberare i lavoratori dall’insicurezza esistenziale. In questo modo, la rivoluzione socialista, che doveva porre fine alla struttura gerarchica del processo produttivo, si è trasformata in “paravento” di una controrivoluzione; sebbene i rivoluzionari socialisti la pensassero diversamente, ciò che si è estinto dopo la rivoluzione non è stata la struttura gerarchica, né il suo “cane da guardia”, lo Stato, ma la consapevolezza della persistenza della struttura gerarchica anche della società socialista.

Il permanere di questa struttura in tutte le società, grazie alla diffusione pressoché globale del modo capitalistico di produrre, nonostante le condizioni di abbondanza rese possibili dal progresso scientifico e tecnologico, sta creando una tensione insostenibile tra presente e futuro dell’umanità, a causa delle continue crisi cui va inevitabilmente incontro sempre più frequentemente quel modo di produrre. Ciò perché, secondo Bookhin, il capitalismo è economicamente e socialmente instabile per definizione; questa è, secondo l’anarchico americano, la ragione per cui diventa inevitabile la percezione che costituisca un non senso la pretesa di continuare a tenerlo in condizioni di stabilità attraverso politiche pubbliche tampone; queste avrebbero solo l’effetto di consentire di “guadagnare tempo” rispetto al crollo irreversibile del capitalismo. L’inevitabilità di tale evento è dovuta al fatto che tutte le istituzioni e tutti i valori della società gerarchica “hanno ormai – afferma Bookhin – esaurito le loro funzioni ‘storicamente necessarie’”, per cui, sia le istituzioni che i valori, ma anche lo Stato, l’autoritarismo e la burocrazia “non hanno più ragione di esistere”.

Dal crollo inevitabile del capitalismo e della struttura gerarchica della società che esso esprime deve scaturire, conclude Bookhin, una nuova società che “sappia offrire all’individuo la gioia” di una nuova esperienza, connessa al perseguimento dell’utopia chiamata anarchismo o anarco-comunismo; le due espressioni utopiche sono, per Bookhin, equivalenti, perché entrambe “indicano una società senza Stato, senza classi e senza potere centrale”, in cui nuove e non alienate relazioni umane sostituiscano le contraddizioni della società capitalistica.

L’organizzazione della società anarchica non si ispira affatto a “forme dottrinarie”, in quanto il suo fine è sempre stato, e continua ad essere, “la ricostruzione del mondo in modo che l’uomo trovi uno scopo in sé stesso”; obiettivo, questo, che, per le ideologie, è sempre stato marginale, al punto che esse (le ideologie) “accettando il distacco dalle masse hanno ridotto gli esseri umani a semplici mezzi – per colmo di ironia in nome del ‘popolo’ e della ‘libertà’”. Lo sviluppo nella società anarchica è libero e spontaneo, e “la spontaneità, lungi dal portare al caos, libera le forze intrinseche dello sviluppo e le porta a trovare il loro ordine e la loro stabilità”. Nel processo di sviluppo spontaneo, secondo Bookhin, ogni sua fase corrisponde “a un periodo in cui i processi storici e sociali apparentemente non legati tra loro convergono”, creando le condizioni necessarie per un ulteriore balzo in avanti. Anzi, sottolinea Bookhin, ognuno di questi periodi di convergenza della dinamica storica e sociale, “non solo porta con sé processi apparentemente disgiunti, ma li fa convergere in momenti e tempi precisi proprio dove la crisi è più acuta”.

Oggi, finalmente, conclude Bookhin, con l’abbondanza dei mezzi materiali resi disponibili dal progresso scientifico e tecnologico, “è finalmente possibile concepire l’esperienza futura dell’uomo in termini di un processo coerente in cui le fratture tra attività e pensiero, tra razionalità e sensitività, tra disciplina e spontaneità […], siano tutte risolte, armonicamente e organicamente ricomposte in una nuova e migliore forma di libertà”. In questo modo, la grande piaga della “questione sociale”, che ha ispirato le ideologie umanitarie degli ultimi secoli per contrastare la società gerarchica del capitalismo, “potrà finalmente essere sanata”.

Poiché le grandi rivoluzioni vissute per la liberazione dell’uomo dalle catene dei rapporti gerarchici si sono tradotte in controrivoluzioni, l’obiettivo della “rivoluzione anarchica” non può che consistere nella “liberazione della vita quotidiana” affrancata dalle promesse delle ideologie totalizzanti; deve trattarsi di una liberazione individuale, “portata a dimensioni sociali, e non ‘una liberazione di massa’ o di ‘classe’, concetto dietro al quale si occulta il ruolo di un’élite, di una gerarchia, di uno Stato”.

All’avvento della società anarchica si opporrà sicuramente la società capitalistica; se questa opposizione sarà votata al successo o alla sconfitta, secondo Bookhin, non è dato saperlo. Il risultato finale dipenderà solo dalla capacità degli uomini di “accrescere la coscienza sociale” e di difendere la spontaneità del processo storico dalle ideologie sinora prevalse, ma fallite, sia di sinistra che di destra.

Può essere condivisa la prospettiva di un’organizzazione anarchica della società, quale quella auspicata da Bookhin? Per quanto possa promettere una libertà dell’uomo, sinora mai vissuta, essa è destinata rimanere solo un’utopia consolatoria. La critica della società gerarchica dall’anarco-libertario Bookhin coglie certo i limiti del funzionamento del capitalismo nell’età dell’abbondanza, quale è quella che l’uomo di oggi sta sperimentando. Il superamento di tali limiti, però, non può essere realizzato solo affidando il futuro dell’uomo allo spontaneismo del processo storico. Una società affrancata dai rapporti gerarchici, e fondata sulla condivisione di valori compatibili con l’abbondanza dei mezzi materiali propri del capitalismo attuale, è caratterizzata da un livello di complessità di gran lunga superiore rispetto a quello proprio del capitalismo della società della scarsità. Ciò comporta che la maggior complessità della società dell’abbondanza esclude che essa possa fare a meno di un supporto organizzativo, qual è quello offerto tradizionalmente dallo Stato.

Il problema nella società dell’abbondanza consiste allora, non tanto nell’abolizione dello Stato (tradizionale presidio della natura gerarchica della società), quanto nella sua liberazione dai rapporti gerarchici che lo hanno connotato nella società della scarsità; problema, questo, che potrà essere risolto attraverso la trasformazione delle istituzioni in cui lo Stato si articola l’acquisizione di crescenti livelli di autogoverno, per rendere i componenti del sistema sociale responsabili della libera determinazione del loro comune destino.

Gianfranco Sabattini

 

“Cattive” o false informazioni e rischi per la democrazia

fake-newsGli attacchi all’”informazione vera” e la diffusione di “cattive o false informazioni” stanno ponendo “fine alla competenza”, intesa quest’ultima, non come scomparsa della conoscenza di argomenti specifici acquisita con l’impiego degli strumenti gnoseologici pro-tempre disponibili, ma come rifiuto della “razionalità obiettiva” e di ogni forma di autorità consapevole, spesso sulla base di pregiudizi e di superstizioni.

Sembra di assistere alla chiusura di un ciclo, afferma Tom Nichols, docente alla U.S. Naval War College alla Harvard Extension School, in “La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia”; un ciclo, iniziato nell’età pre-moderna, in cui la saggezza popolare colmava “inevitabili lacune nella conoscenza umana, attraverso un periodo di rapido sviluppo fortemente basato sulla specializzazione e la competenza, fino a un mondo postindustriale e orientato all’informazione, dove tutti i cittadini si ritengono esperti di qualsiasi cosa”; con l’accusa rivolta alla conoscenza esperta d’essere l’esito di un elitarismo, con cui “viene soffocato il necessario dialogo richiesto da una democrazia ‘reale’”.

Nel suo volume, l’autore affronta il tema del prevalere dell’incompetenza, approfondendo, in particolare, il rapporto tra esperti e cittadini in un sistema retto da istituzioni democratiche, chiedendosi perché questa relazione si sia pericolosamente affievolita. Gli attacchi al “sapere consolidato”, a suo parere, hanno una lunga storia dietro di sé; essi si affermano e si diffondono con il consolidarsi dei moderni sistemi di informazione. A parità di condizioni, secondo Nichols, in passato prevaleva un “minore attrito tra esperti e profani, ma solo perché, semplicemente, i cittadini non erano in grado di sfidare gli esperti in modo sostanziale” ed anche perché “nell’era precedente erano pochi i luoghi pubblici in cui lanciare simili sfide”. Fino all’inizio del Novecento, la partecipazione alla vita intellettuale e politica era molto limitata, per cui i dibattiti sulla conoscenza e sulla politica che veniva attuata erano tutti condotti da una piccola “cerchia” di istruiti.

Solo a partire dall’inizio della seconda metà del secolo scorso, i cambiamenti sociali indotti dal rapido diffondersi del benessere economico, sono state infrante le vecchie distinzioni di classe, allargando il confronto tra le élite degli esperti e i cittadini; così che, uno “spazio di dibattito più ampio ha significato più conoscenza, ma anche più attriti sociali”. Ciò perché, un’informazione più diffusa è divenuta il fattore che ha messo “in contatto diretto una minoranza di esperti e la maggioranza dei cittadini, dopo quasi due secoli in cui raramente le due categorie hanno dovuto interagire tra loro”.

Il risultato di questa accresciuta interazione non è stato un “maggior rispetto” per un “sapere vero”, ma la diffusione e il radicamento della convinzione secondo cui tutti sono informati quanto gli esperti; in tal modo, l’esito finale è stato l’opposto di quello che ragionevolmente si sarebbe dovuto avere, ovvero l’apprendimento da parte del pubblico di un sapere inteso come “punto di arrivo” dell’informazione acquisita e non come fase iniziale, aperta perciò a un suo ulteriore e continuo miglioramento. Si è trattato, a parere di Nichols, di un risultato “pericoloso” per il corretto svolgersi del processo decisionale nelle democrazie.

Il miglioramento dell’informazione, acquisita attraverso i sistemi dell’istruzione e dei mass-media, avrebbe dovuto consentire il superamento delle lacune presenti nella conoscenza dei cittadini; è accaduto invece il contrario, in quanto il sistema della formazione, e in particolare quello mass-mediatico, ha considerato e trattato la formazione e l’informazione alla stregua di una “generica merce”, trasformandola, secondo Nichols, in una parte integrante del problema del deteriorarsi del rapporto tra esperti e cittadini.

La moderna era della tecnologia, pur avendo ampliato la possibilità della diffusione dell’informazione razionale, ha contribuito all’affermazione della disinformazione. Nelle società democratiche, caratterizzate dalla libera circolazione dell’informazione, i mass-media avrebbero dovuto essere “i maggiori arbitri nella grande mischia tra ignoranza e cultura”; i cittadini avrebbero dovuto potersi affidare ai media per essere correttamente informati, consentendo loro di separare i fatti da una loro presentazione di convenienza, prospettandoli nel modo più semplice e intelligibile possibile. Per converso, gli operatori dei media avrebbero dovuto coltivare l’interesse ad approfondire le proprie conoscenze, per diventare competenti nella presentazione dei fatti. Tutto ciò non è avvenuto, per cui l’aspetto più negativi della fine della mediazione da parte dei media tra “informazione e ignoranza” è divenuto oggi uno degli ostacoli al corretto funzionamento delle istituzioni democratiche.

Nelle democrazie, è gioco forza che i rappresentanti eletti non potendo padroneggiare tutti gli aspetti dei fatti e delle situazioni su cui assumere decisioni per conto dei cittadini che li hanno espressi, si affidino all’aiuto di esperti e professionisti; ma, se manca un “intermediario” che controlli il rapporto tra decisori politici ed esperti viene meno la fiducia dei cittadini nella democrazia. Quando gli esperti danno pareri ai politici, i cittadini, dal canto loro, per poter giudicare i “servizi” degli esperti e le conseguenti decisioni, devono essere correttamente informati sulle problematiche oggetto delle decisioni. Se ciò non avviene, il rischio che insorge è quello di un possibile “dirottamento”, operato da demagoghi o da “poteri forti” presenti in ogni contesto sociale, della democrazia, fino a trasformarla in una “tecnocrazia autoritaria”.

La complessità delle problematiche delle democrazie moderne ha fatto sì che competenza e governo diventassero interdipendenti e che il rapporto di reciproca dipendenza fosse facilitato dal progresso tecnologico e dalla divisione del lavoro, con un corrispondente approfondimento delle professioni. Questo processo ha riguardato anche il comparto dell’informazione; oggi, i cittadini dispongono di una quantità di informazioni come mai è avvenuto nel passato, ma una “quantità maggiore di ogni cosa – afferma Nichols – non significa maggiore qualità di ogni cosa”. Il fatto che i cittadini dispongono oggi di molte più fonti di informazione rispetto a qualsiasi altro momento del passato equivale ad un notevole ampliamento della scelta sul come informarsi; ciò è vero, ma non significa che essi abbiano anche acquisito la possibilità di accedere ad una migliore informazione.

Il progresso economico e tecnologico ha favorito l’espansione del comparto dei media e il moltiplicarsi delle imprese giornalistiche; ma l’aumento delle “testate”, pur significando una maggior concorrenza fra le imprese giornalistiche, ha portato alla divisione del pubblico in “nicchie politiche” particolari, mentre è cresciuto spropositatamente il numero dei giornalisti impegnati a “confezionare” l’informazione per il pubblico, a prescindere dalla loro competenza ad informare obiettivamente il pubblico sulle questioni politiche oggetto delle decisioni politiche.

E’ questo, secondo Nichols, l’aspetto più negativo cui è andato incontro il sistema dell’informazione; l’aver preferito “confezionare” notizie e informazioni gradite al pubblico, o l’essersi “messo a disposizione” di gruppi sociali specifici per la cura del loro interessi “particulari”, lo hanno allontanato dalla funzione che esso avrebbe dovrebbe svolgere preminentemente all’interno dei moderni sistemi sociali avanzati. Ciò è avvenuto in modo progressivo, come osserva l’Editoriale di MicroMega (n. 3/2018), prima con i giornali, poi con gli altri media (radio, televisione, web).

Quale dovrebbe essere il ruolo del sistema mass-mediatico, dei giornalisti che lo alimentano e delle imprese che lo gestiscono? Questo ruolo dovrebbe consistere nel “criticare nel modo più radicale e intransigente […] gli atti del potere”. Tutta l’attività che concorre ad alimentare l’offerta di un’informazione razionale e autonoma al pubblico è invece venuta meno alla sua ragion d’essere; in altri termini, è venuta meno all’etica con cui il sistema mass-mediatico dovrebbe orientare l’informazione diretta alla formazione dell’opinione pubblica.

Lo smarrimento della moralità propria dei media, a parere di Marco D’Eramo (“Invenzione, ascesa e declino del giornale”, MicroMega n 3/2018), deve ricondursi al fatto che l’informazione mass-mediatica è divenuta una “merce bizzarra”, nel senso che ha acquisito la caratteristica di un “prodotto di massa” e non quella di un “bene di lusso”, con costi di produzione sempre più alti; cosicché, l’editore, ovvero colui che ne gestisce il processo produttivo dei media, ha dovuto aprirsi all’accoglimento di finanziamenti “non-disinteressati”. In tal modo, l’editore, mentre “vende” l’informazione ai lettori dei suoi giornali, nello stesso tempo egli “vende” i lettori ai suoi finanziatori.

Così, secondo D’Eramo, l’editore ha trasformato il lettore in “prodotto da vendere”, riuscendo ad “innescare” una spirale perversa: una maggiore “tiratura” delle copie del giornale da vendere richiede maggiori costi, per la cui copertura sono necessari crescenti finanziamenti, che si possono ottenere solo garantendo ai finanziatori non-disiteressati la legittimazione delle loro pretese da parte del maggior numero possibile di lettori. Tutto ciò è valso a radicare il convincimento, errato, che le democrazie possano funzionare senza il supporto dell’opinione pubblica.

Si può pertanto concludere, condividendo Nichols, con l’affermazione che, se non contrastato, il crollo dell’informazione razionale ed autonoma è destinato ad alimentare un circolo vizioso negativo per la democrazia, a causa del disimpegno nel controllo dell’attività di governo da parte della comunità.

Se i cittadini non sono correttamente informati sul come vengono governati e come funzionano realmente le strutture istituzionali economiche e politiche, è inevitabile che i “poteri forti”, spesso occulti, si approprino della direzione dello Stato e della società; corrispondentemente, la stampa e in generale il sistema mass-mediatico, in luogo di costituire la stella polare dell’”ethos comunitario”, degradino, svalutando la loro funzione, per svolgere solo il ruolo di “cane da guardia” degli intessi di chi detiene posizioni di potere fuori controllo in seno alla società.

Gianfranco Sabattini

Reddito di cittadinanza, attenzione a non fare di tutta l’erba un fascio

povertà

Le ultime elezioni hanno avuto tra gli argomenti oggetto di confronto pubblico la possibile introduzione in Italia del reddito di cittadinanza; Nel corso del confronto, contro questa forma di reddito, sono state formulate critiche riduttive, sempre orientate a considerarla, tra l’altro, come “misura” diretta unicamente a rimuovere la “piaga” delle povertà.

A questa tendenza non sfugge una delle ultime iniziative editoriali, il cui autore, Emanuele Ranci Ortega, presidente e direttore scientifico dell’Istituto per la ricerca scientifica, nonché fondatore e direttore dell’Osservatorio nazionale sulle politiche sociali (Welforun.it), ha pubblicato il libro titolato “Contro la povertà. Analisi economica e politiche a confronto”.

Il libro costituisce un esempio paradigmatico della tendenza in atto che, facendo come si suole dire, di “tutta l’erba un fascio”, manca di cogliere le specifiche differenze esistenti tra il reddito di cittadinanza correttamente inteso e la altre ”misure” di politica sociale, finalizzate al sostegno del livello del reddito dei cittadini (o delle famiglie) che, versando in condizioni di povertà assoluta, non dispongono delle primarie risorse esistenziali.

Le finalità del libro sono rese esplicite da Tito Boeri (presidente dell’INPS), il quale, nella Prefazione, afferma esplicitamente che i pregi dell’analisi di Ranci Ortega è quello di “porre all’attenzione dell’opinione pubblica la piaga della povertà in Italia, proponendo misure sostenibili, sia sul piano finanziario che su quello amministrativo, per ridurla”, ma anche quello di indicare che, a tal fine, sarebbe sufficiente introdurre e finanziare adeguate “misure di contrasto alla povertà che selezionino i beneficiari in base unicamente al loro reddito e patrimonio”.

Le critiche formulate contro il reddito di cittadinanza, tutte caratterizzate, come si è detto, dal limite dovuto alla sua riduttiva considerazione come “misura” di politica sociale utilizzabile unicamente per contrastare la povertà, sono condivise da Ranci Ortega; questi, infatti, sulla base di considerazioni che, se possono essere valide rispetto alle ipotesi avanzate dal “Movimento 5 stelle”, non possono esserlo, però, quando il reddito di cittadinanza sia inteso correttamente e inserito in una prospettiva di politica economica volta al superamento dei limiti del welfare State, che appare largamente inidoneo a contrastare, non tanto la povertà, quanto la causa principale che la genera, ovvero la disoccupazione strutturale e irreversibile dei sistemi economici avanzati.

Ciò che stupisce dei ragionamenti di Ranci Ortega è che, pur riconoscendo la necessità di riformare in Italia il sistema assistenziale, per meglio contrastare la povertà, egli giunga a formulare una proposta che, se attuata, comporterebbe la necessità dell’esercizio di tanti controlli che avrebbero l’effetto, a causa delle complicazioni burocratiche, di vanificare qualsiasi riforma dell’attuale welfare State. Di ciò, Ranci Ortega dovrebbe avere consapevolezza, considerato che, nella sua descrizione della storia dei tentativi effettuati in Italia per ridurre la povertà, egli individua proprio nelle complicanze burocratiche e politiche i principali ostacoli che hanno concorso a ridurre in un “nulla di fatto” la maggior parte delle “misure” di volta in volta adottate.

In Italia – afferma Ranci Ortega – negli anni della crisi il reddito dei poveri si è ridotto e la disuguaglianza distributiva è cresciuta; secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), l’Italia ha registrato in quegli anni “uno dei maggiori aumenti delle disparità tra i Paesi industrializzati”. Ciò è dimostrato dal fatto che il “coefficiente di Gini” (misura, compresa tra 0 e 1, della disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza) è aumentato, in Italia, da 0,313 nel 2007 a 0,325 nel 2014, con un incremento dell’1,20%, uno dei maggiori registrati nei Paesi aderenti all’Ocse.

In Italia, il coefficiente nel 2015 è ancora aumentato sino a raggiungere il valore di 0,331, arrivando ad un livello superiore a quello medio europeo. Sul piano territoriale, il coefficiente di disuguaglianza è risultato superiore nel Mezzogiorno (0,349), rispetto al centro (0,322), al Nord-Ovest (0,310) e al Nord-Est (0,282). Tra i Paesi europei, l’Italia è giunta ad occupare la ventunesima posizione, risultando, tra gli Stati con i più alti livelli di disuguaglianza, superata solo da Portogallo, Grecia, Spagna e alcuni Paesi dell’Est europeo. La forte disuguaglianza distributiva e la diffusa povertà sono state seguite da una diminuita crescita economica in termini di prodotto interno lordo.

Negli anni, anche in Italia, si era protratto a lungo il confronto tra chi sosteneva che una forte disuguaglianza distributiva avrebbe favorito la crescita e chi, invece, riteneva che essa l’avrebbe compromessa; molti studi e ricerche, però, hanno dimostrato che le disuguaglianze hanno un significativo effetto negativo sulla crescita a medio-lungo termine, cui si accompagna, se non vengono contrastati, un ulteriore loro aumento e una maggiore diffusione della povertà. Rispetto a tutti questi fenomeni negativi, il sistema welfarista esistente si è rivelato ampiamente inadeguato nell’affrontare le cause, sia delle disuguaglianze, che della povertà; fatti, questi, che hanno contribuito a rendere pressoché inefficaci le politiche pubbliche volte a contenere la decrescita economica.

In particolare, negli anni della crisi, l’Italia si è trovata nella condizione di non poter disporre di un sistema di sostegno del reddito delle famiglie non basato su un’unica misura di integrazione, ma su una molteplicità di parametri, via via introdotti negli anni, senza che si procedesse ad una loro ricomposizione unitaria; si è giunti così agli anni della crisi, con l’esistenza di un insieme di provvedimenti che si differenziavano per l’entità dei finanziamenti e per i requisiti richiesti per avere accesso al sostegno. Secondo Ranci Ortega, è stato solo a partire dal 2012 che si sono avuti i “primi promettenti segnali” per il riordino del sostegno a favore di chi versava in stato di povertà, aumentando la consistenza delle erogazioni e il loro collegamento a “progetti di inserimento sociale e lavorativo di chi ne beneficiava”.

L’impostazione del lavoro di riordino dei provvedimenti ereditati è stato condotto nella prospettiva dell’introduzione, su basi sperimentali, di un reddito minimo di inserimento a favore di platee di beneficiari molto contenute; il suo carattere innovativo, rispetto alle “misure” tradizionali, a parere di Ranci Ortega, ha incontrato però “molte difficoltà attuative e conseguenti slittamenti nel tempo”. Il carattere sperimentale delle iniziative intraprese è valso in ogni caso ad inaugurare un “percorso istituzionale promettente”, concretizzatosi con la costituzione di una commissione di esperti, allo scopo di definire una proposta per l’istituzione di un reddito minimo denominato “sostegno all’inclusione attiva – SIA” (all’insegna della moltiplicazione delle sigle e della confusione che contribuirà a rendere sempre più opaco il dibattito su come affrontare il problema della riforma del welfare esistente).

Con la legge di stabilità del 2016, sotto l’incalzare delle difficoltà a superare gli effetti negativi della crisi del 2007/2008 sulle condizioni di vita dei cittadini più indigenti, è stata compiuta un’ulteriore innovazione, finanziando una legge delega al governo per la “riforma delle politiche di contrasto alla povertà”, riforma che metterà capo all’approvazione definitiva del SIA. Non è bastato; nel 2017, sempre nella prospettiva dell’attuazione della legge delega di contrasto alla povertà, il SIA è stato sostituito dal REI o reddito di inclusione, adottato come “misura” unica a livello nazionale: a partire dal 2018, tutti coloro che versavano in stato di povertà hanno acquisito il diritto a ricevere un’”integrazione economica fino a una soglia prestabilita”, sotto condizione d’essere assoggettati a un “progetto di inserimento sociale e lavorativo per loro appropriato”.

Con l’apertura, all’inizio del 2018, della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento, il problema del contrasto alla povertà ha ricevuto ulteriore attenzione da parte dei partiti, sia “per la perdurante consistenza del fenomeno e l’estendersi del rischio […], sia – afferma Ranci Ortega – per l’attenzione sollecitata dal Movimento 5 stelle con la proposta di un reddito di cittadinanza”, alla quale si sono aggiunte proposte alternative avanzate da altre formazioni politiche.

La varietà delle proposte ha indotto Ranci Ortega a dichiararsi preoccupato dal fatto che, a seconda delle maggioranze di governo che si formeranno, essa (la varietà) possa causare la messa in discussione di quanto fatto precedentemente. In particolare, ciò che sembra essere in cima alle preoccupazioni di Ranci Ortega è la proposta del “M5S” di introdurre il tanto discusso reddito di cittadinanza. Com’è noto, questa forma di reddito, correttamente intesa, prevede l’erogazione di una prestazione monetaria fissa a favore di tutti i cittadini (al limite, di tutti i residenti), indipendentemente dalla loro situazione reddituale e dalla loro volontà o possibilità di lavorare.

Prescindendo dal fatto che la proposta del “M5S” ha più i caratteri del reddito di inclusione già vigente, che quelli del reddito di cittadinanza correttamente inteso, Ranci Ortega riconosce che quest’ultima forma di reddito “garantirebbe la libertà di scelta delle persone su cosa fare nella loro vita”, eliminando ogni negativa connotazione dei destinatari per la possibilità di false dichiarazioni riguardanti il proprio reddito e semplificando “molto l’attività burocratica con conseguenti risparmi”; egli tuttavia denuncia gli eccessivi costi che l’istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza “vero” finirebbe per comportare per le casse dello Stato. A sostegno delle sue perplessità, Ranci Ortega sa solo indicare le usuali critiche, consistenti nel ritenere il reddito di cittadinanza moralmente e politicamente non condivisibile, perché scoraggerebbe la propensione a lavorare, perché il suo finanziamento comporterebbe un eccessivo aumento della pressione tributaria e perché darebbe origine, se fosse esteso a tutti i residenti, al cosiddetto “effetto magnete”, incentivando i flussi migratori in entrata, in quanto offrirebbe “ai nuovi residenti” la possibilità di godere delle garanzia di un reddito incondizionato.

Il rimedio alle sue preoccupazione, Ranci Ortega lo rinviene nella necessità di evitare di azzerare quanto fatto sinora in Italia, per “andare oltre”; a tale fine, per sostituire o integrare l’attuale reddito di inclusione, egli formula una proposta, che stupisce per i molti “condizionamenti” cui tutte le famiglie in stato di povertà dovrebbero essere sottoposte: la forma di reddito di sostegno dovrebbe essere, secondo Ranci Ortega, un reddito minimo da corrispondere sino alla soglia della povertà assoluta, accompagnato da progetti personalizzati di promozione e di inclusione sociale; reddito minimo, eventualmente integrato, previa prova dei mezzi, da un assegno di sostegno e da servizi alle famiglie con figli minori o studenti a carico fino al 25° anno di età, o con persone non autosufficienti o invalide e così via.

Ranci Ortega è consapevole che l’istituzionalizzazione di un reddito di sostegno, quale quello da lui prospettato richieda un certo numero di anni e varie tappe per essere attuato; ma ammette che un valido contrasto alla povertà non sia possibile realizzarlo attraverso “semplici aggiunte a un sistema assistenziale […] non efficace e non efficiente”, qual è quello in vigore. Nel contempo, egli riconosce anche la possibilità di una riforma del welfare attuale, grazie a risorse reperite attraverso i risparmi realizzabili con la riduzione della complicata e complessa burocrazia oggi operante per il funzionamento del sistema di sicurezza sociale esistente.

Ma se questo è lo stato delle cose, dove stanno le ragioni dell’esistenza delle preoccupazioni causate dall’eventuale istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza? Esse, soprattutto quelle connesse alla reperibilità delle risorse necessarie, non hanno giustificazione alcuna, considerato che queste ultime sarebbero “ricavate” dalla riforma complessiva del welfare attuale; riforma ormai ineludibile, se si considera che la piaga sociale maggiore delle società moderne avanzate non può essere rimossa orientando le politiche sociali solo ad una mitigazione della povertà assoluta.

L’azione deve essere, invece, orientata contro la causa della povertà, ovvero contro la disoccupazione, non più congiunturale, ma strutturale e irreversibile; un orientamento, questo, che può essere reso possibile solo mediante l’erogazione di un reddito di cittadinanza correttamente inteso. Questa forma di reddito, infatti, è l’unica che può consentire di rimuovere radicalmente, in termini universali e senza intermediazioni burocratiche, tutti gli aspetti negativi delle disuguaglianze personali, dotando, tra l’altro, il sistema sociale di meccanismi distributivi del prodotto nazionale conformi alle modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici avanzati.

Gianfranco Sabattini

 

Il “male del secolo” che gli economisti non riescono a “curare”

Joseph Stiglitz

Joseph Stiglitz

Secondo “L’Espresso” del 4 febbraio scorso, i dati elaborati dall’ISTAT evidenziano l’aggravarsi in Italia del “divario fra chi ha e potrà avere, e chi non ha. Mostrando come il problema abbia solo sfiorato, per ora, alcune categorie, mentre ne ha già gravemente penalizzate altre. Soprattutto i giovani. Le regioni del Sud. E le persone attorno ai 55 anni. Parti di popolazione che si stanno separando a una velocità cui la politica risponde in ritardo”; forse, è il caso di dire, non sta rispondendo affatto, visto che il divario tende ad aggravarsi.

Il fenomeno della disuguaglianza distributiva in termini di ricchezza accumulata o di reddito percepito non è solo italiano, ma comune alla maggioranza dei sistemi economici di mercato; riguardo ad esso, gli economisti non sono pervenuti ad un’univocità interpretativa, sia riguardo alle cause, che alle misure di politica economica utili al suo contenimento; anzi, una robusta corrente di pensiero fra gli addetti allo studio del funzionamento dei sistemi economici ha teorizzato l’ineliminabilità della disuguaglianza, in quanto considerata strumentale rispetto alla crescita ed allo sviluppo.

E’ interessante seguire il dibattito, sempre alimentato dagli economisti, riguardo al problema della disuguaglianza distributiva. Nel corso dell’Ottocento si è tentato di spiegare, giustificare, ma anche di criticare, la formazione in seno ai singoli sistemi economici di alti livelli di disuguaglianza distributiva. Al riguardo, due erano le posizioni che caratterizzavano il dibattito sulla natura del fenomeno; tra gli esponenti della scuola classica, ad esempio, vi era chi, come Karl Marx, parlava di sfruttamento, e chi, come Nassau Senior, considerava il fenomeno della disuguaglianza come conseguenza del “non consumo”, nel senso che chi riusciva ad “avere di più” in termini distributivi non lo doveva allo sfruttamento perpetrato ai danni di qualcuno, ma, come sottolinea Joseph Stiglitz (“Invertire la rotta. Disuguaglianza e crescita economica”), al fatto che l’”avere di più” era la conseguenza della ricompensa spettante a chi in seno al sistema sociale rinunciava a consumare.

A rimuovere l’incertezza riguardo alla natura della disuguaglianza distributiva è sopraggiunta sul finire dell’Ottocento la “teoria neoclassica della produttività marginale”, secondo la quale la “ricompensa”, o meglio la parte del prodotto sociale spettante a ciascun partecipante al processo produttivo, rappresentava la “retribuzione” riflettente il contributo di ciascun individuo alla formazione di quel prodotto. Mentre il concetto di sfruttamento suggeriva che coloro che ottenevano di più potevano farlo solo in virtù della loro alta posizione nella scala sociale, a scapito di coloro che stavano più in basso; secondo la teoria della produttività marginale – ricorda Stiglitz – chi “stava in alto” otteneva il di più solo perché dava di più.

I teorici della teoria neoclassica hanno ulteriormente perfezionato la spiegazione della disuguale distribuzione del prodotto sociale, sostenendo che, laddove il processo economico si fosse svolto in presenza di un mercato competitivo, il fenomeno dello sfruttamento (dovuto, ad esempio, alla presenza nel mercato di anomalie, espresse da posizioni monopolistiche o da pratiche discriminatorie poste in essere da un operatore ai danni di altri) non sarebbe potuto durare e che gli accrescimenti della disuguaglianza, comportando l’accrescimento del capitale concentrato nella mani degli imprenditori, avrebbe provocato anche un aumento dei salari; di conseguenza, la maggiore accumulazione di risorse capitalistiche di chi “stava in alto” avrebbe portato benefici anche per gi “stava in basso”.

In termini formali, ricorda Stiglitz, la teoria della produttività marginale giustificava il fatto che tutti coloro che prendevano parte al processo produttivo ottenessero, in un mercato competitivo, una rimunerazione commisurata al valore del loro contributo alla formazione del prodotto sociale, pari “alla loro produttività marginale”. In tal modo, la stessa teoria della produttività marginale, associando una ricompensa (reddito) più elevata a un maggior contributo alla formazione del prodotto sociale, poteva giustificare anche un trattamento fiscale preferenziale per coloro che percepivano di più; ciò perché coloro i cui alti redditi fossero stati tassati sarebbero stati privati della “giusta ricompensa”, scoraggiandoli ad effettuare ulteriori investimenti in continue innovazioni produttive, a scapito di tutti.

Com’è noto, la teoria neoclassica prescindeva dalla presenza e dal ruolo delle istituzioni sociali; queste, come risulterà chiaro dall’esperienza vissuta col procedere della crescita economica, potevano con la loro azione rimuovere tutte le anomalie e le discriminazione che avessero condizionato il regolare funzionamento del mercato, quindi correggere con provvedimenti esogeni al mercato la stessa disuguaglianza distributiva, quando questa avesse assunto dimensioni tali da risultare disfunzionale rispetto all’ulteriore crescita del sistema economico. Ancora, le stesse istituzioni sociali potevano contrastare le anomalie del mercato con l’introduzione di nuove regole destinate, per esempio, a garantire un miglior funzionamento del mercato del lavoro, la realizzazione di un sistema di sicurezza e di assistenza sociale contro gli esiti delle fasi negative del ciclo economico, o un più giusto ed equo sistema fiscale.

L’esperienza è valsa a fare emergere il fatto che uno dei principali compiti della teoria economica deve essere la comprensione del ruolo delle istituzioni nella regolazione del funzionamento dei mercati, con l’assunzione di atti normativi idonei a contrastare il fenomeno della rendita. Originariamente, con questo termine venivano indicati i compensi del proprietario delle terre, in virtù del suo status di proprietario e non per il suo merito nella formazione del prodotto sociale. Il termine è stato poi utilizzato per indicare compensi che, dal punto di vista della teoria della produttività marginale, non avevano alcuna giustificazione; per questo motivo, la “ricerca della rendita” (rent seeking) esprime, dal punto di vista della teoria economica, il comportamento anomalo di chi – afferma Stiglitz – cerca di ricavare redditi, non come ricompensa per aver creato ricchezza, ma come acquisizione di una quota della ricchezza prodotta senza il suo apporto.

In questo modo, i “rentier”, sottraendo reddito ad altri, distruggono ricchezza. “Un monopolista – afferma Stiglitz – che impone un prezzo eccessivo per il suo prodotto sottrae denaro a quelli che usufruiscono di quel prodotto, e allo stesso tempo distrugge valore”, in quanto, per poter “imporre il suo prezzo di monopolio”, si deve limitare la produzione, concorrendo nel contempo ad allargare il divario tra chi ha di più e chi ha di meno.

Per ostacolare il persistere dei rentier sul mercato, nella prima metà del secolo scorso, molti Paesi hanno adottato regole antimonopolistiche; ma, a causa del disordine politico ed economico che ha caratterizzato quel periodo (due guerre mondiali, Grande Depressione, avvento di regimi politici autoritari, ricerca da parte dei singoli Stati di opportuni “spazzi vitali”, ecc.), la legislazione antimonopolista adottata non ha trovato piena attuazione; anzi, sono stati creati impedimenti alla creazione di istituzioni idonee ad assicurare al sistema sociale un condiviso equilibrio tra libertà di scelta, efficienza economica nell’uso delle risorse disponibili e equità nella distribuzione del prodotto sociale.

Nel secondo dopoguerra, il ricupero della libertà economica, l’introduzione di istituzioni finalizzate ad assicurare lo stabile funzionamento dei processi produttivi e la ricostituzione del mercato internazionale hanno rilanciato il processo di crescita dei Paesi ad economia di mercato, congiuntamente all’idea che tale crescita “avrebbe portato maggior ricchezza e un tenore di vita più alto per tutte le classi sociali”. Negli anni Cinquanta e Sessanta, quest’idea è stata supportata dal fatto che tutte le classi sociali hanno migliorato la propria posizione economica e i percettori di redditi più bassi hanno progredito più in fretta degli altri; ciò è valso a riproporre anche l’assunto che una politica economica fiscalmente regressiva a favore dei percettori di redditi alti, alla lunga avrebbe favorito tutti, in quanto le maggiori risorse lasciate ai percettori di redditi alti avrebbero fatto “sgocciolare” effetti positivi al resto della popolazione.

L’assunto era l’”anima” della “teoria del trickle-down”, o dello “sgocciolamento dall’alto verso il basso”, che aveva appunto come presupposto l’idea che una crescita, se sorretta dai benefici economici corrisposti a vantaggio di coloro che hanno di più, potesse favorire automaticamente l’intera società, comprese le fasce di popolazione marginali e disagiate. Nei decenni successivi ai Settanta, però, la distribuzione del prodotto sociale ha favorito prevalentemente coloro che già percepivano alti redditi, a scapito di tutti gli altri percettori, secondo una logica distributiva che è valsa a smentire la teoria del trickle-down.

I dati relativi al processo distributivo del prodotto sociale hanno mostrato che ad avvantaggiarsi è stata una categoria di percettori: i dirigenti delle imprese. Per questi percettori, le indagini condotte su campioni di imprese, finanziarie e non, hanno evidenziato che i maggiori incrementi dei redditi percepiti dai dirigenti hanno avuto la natura della rendita, in quanto l’aumento delle loro retribuzioni non è mai stato il riflesso della loro produttività, come è stato dimostrato dalla mancata correlazione tra i compensi dei dirigenti e l’andamento economico delle imprese da loro guidate.

Inoltre, le ricerche condotte da molte istituzioni internazionali hanno dimostrato che l’aggravarsi del fenomeno della disuguaglianza distributiva dà origine a una forte instabilità economica, che danneggia l’economia in diversi modi: in primo luogo, la disuguaglianza causa un indebolimento della domanda aggregata, poiché, con la maggior parte del prodotto sociale concentrata nelle mani di una minoranza della popolazione, la maggior quota del reddito spesa da chi sta peggio non può essere compensata dalla minor quota del reddito spesa da di sta meglio; in secondo luogo, con la disuguaglianza – afferma Stiglitz- coloro che hanno di meno sono esposti a pericolo di non poter realizzare il loro “potenziale”, per cui il sistema economico “paga un prezzo”, non solo per una domanda complessiva più debole nell’immediato, ma anche per una più bassa crescita futura; in terzo luogo, infine, la disuguaglianza origina una contrazione degli investimenti pubblici, in quanto la bassa crescita non consente la realizzazione di entrate pubbliche sufficienti ad effettuare investimenti nelle aree che avrebbero il maggiore impatto sulla produttività del sistema economico, quali quelle dei trasporti pubblici, delle infrastrutture, della tecnologia e dell’istruzione.

Riguardo a tutti questi effetti negativi della disuguaglianza distributiva sulla crescita del sistema economico, Stiglitz afferma che, di per sé, essi sono la dimostrazione dell’infondatezza della teoria della produttività marginale; poiché l’assunto di tale teoria è che la rimunerazione di chi riceve di più è dovuta al suo maggior merito e che il resto della società trae beneficio dalla sua attività, si sarebbe dovuto verificare che le rimunerazioni più alte per chi riceve di più dovessero essere associate a una crescita maggiore del sistema economico. Invece, in presenza della disuguaglianza distributiva, si è verificato, e continua a verificarsi, esattamente il contrario.

In conclusione, a parere di Stiglitz, per rilanciare la stabilità di funzionamento e la crescita del sistema economico, occorrerebbe l’attuazione di adeguate politiche in almeno quattro aree d’intervento, il cui unico obiettivo dovrebbe essere la riduzione del pericolo che il corpo sociale, a causa della disuguaglianza, finisca col dividersi in nuclei tra loro separati in modo irreversibile. La prima area di intervento dovrebbe essere individuata nell’eliminazione di tutte le situazioni di rendita e dei meccanismi di rimunerazione che non hanno alcuna giustificazione economica; la seconda dovrebbe riguardare i settori produttivi che concorrono a conservare la stabilità economica del sistema e ad aumentare i livelli occupazionali; la terza area dovrebbe concernere l’istruzione; la quarta, infine, la gestione del sistema fiscale, per realizzare una tassazione “equa e completa” dei redditi di capitale, con la destinazione delle entrate al finanziamento delle politiche da attuare nelle restanti aree.

Stiglitz afferma che una politica economica e finanziaria orientata secondo le linee da lui indicate sarebbe sufficiente per contrastare la disuguaglianza distributiva, considerata il “male del secolo”. Ma, nell’esposizione delle cause del “male” e nella formulazione della “ricetta” appropriata alla sua “cura”, come capita nella maggioranza delle analisi degli economisti, dopo aver prescritto le “medicine” da somministrare, Stiglitz tralascia di considerare che la sua terapia è di breve periodo; ciò significa che un un sistema sociale, operante in presenza delle condizioni economiche attuali, è costantemente esposto a possibili ricadute, sempre più gravi, nel medio-lungo periodo. La “cura del male del secolo”, perciò, non potrà essere stabilmente perseguita senza che le politiche economiche suggerite siano sorrette da cambiamenti strutturali del sistema economico, in grado di incidere durevolmente sulle istituzioni che presiedono alla distribuzione del prodotto sociale.

Gianfranco Sabattini

 

Lo Stato non sempre è la causa delle disuguaglianze sociali

luciano pellicani

Luciano Pellicani

Luciano Pellicani, in “Il potere, la libertà e l’eguaglianza”, avanza una “teoria” riguardante l’origine e la formazione delle disuguaglianze sociali che sembra rispondere al tentativo di dimostrare la fondatezza delle tesi del neoliberismo, secondo le quali i mali dell’umanità sarebbero insorti sin dall’inizio del vivere insieme, con la formazione dello Stato.

La vera rivoluzione nella protostoria dell’umanità – afferma Pellicani, seguendo il pensiero di Pierre Clastres – non è quella compiutasi nel neolitico (considerata la prima rivoluzione agricola, tradottasi in una organizzazione tribale di esseri dediti prevalentemente ad un’attività di caccia e raccolta), bensì quella verificatasi, non con il mutamento economico (realizzato con il passaggio delle tribù stanziali di cacciatori-raccoglitori in tribù stanziali che alla caccia e alla raccolta hanno sostituito la coltivazione delle piante e l’addomesticazione degli animali), ma con l’organizzazione politica, che ha dato origine, secondo le parole di Clastres, all’”apparizione misteriosa, irreversibile, mortale”, dello Stato. Che cosa – si chiede Pellicani – poteva indurre “i membri di una società primitiva ad abbandonare il tradizionale regime di sussistenza e ad adottarne un altro dal quale non potevano ricavare che un surplus di lavoro, se non la coercizione esercitata da una forza esterna?”.

La comparsa dello Stato, secondo Pellicani, avrebbe alterato irreversibilmente la vita dell’umanità, in quanto le tribù stanziali, che attraverso di esso si organizzavano socialmente, hanno subito gli esiti negativi dell’accadimento di fatti esogeni che ne hanno alterato la struttura; all’interno di tali tribù, gli esseri umani, se tali eventi non si fossero verificati, sarebbero stati destinati ad essere per sempre uguali, in quanto insistenti all’interno di una realtà sociale statica, riproducente unicamente e semplicemente se stessa, “senza modificazioni sostanziali”. La staticità di questa forma di società tribale, sempre secondo Pellicani, sarebbe stata “il risultato di una precisa strategia”, orientata a bloccare o ad impedire qualsiasi forma di cambiamento. A causa della loro staticità e della loro chiusura verso qualsiasi tipo di innovazione, le società tribali primigenie si sarebbero, perciò, caratterizzate come “società fredde”, e non come “società calda”: le prime, incorporanti il desiderio di conservare inalterata la propria struttura di base; le seconde, sollecitate da un’elevata differenziazione dei loro componenti in caste e gruppi diversi, sempre propense a produrre “energie e divenire”.

Ciò che avrebbe caratterizzato il modo d’essere della società tribale originaria sarebbe stato il rifiuto di ogni surplus produttivo inutile e la volontà di subordinare l’attività produttiva alla sola soddisfazione del bisogno esistenziale di sopravvivenza; il risultato del rifiuto di ogni surplus inutile sarebbe stata la mancata conoscenza, da parte dei componenti di questo tipo di società, dell’attività produttiva sotto costrizione; ciò significa – afferma Pellicani – che la società tribale, in quanto società fredda, non solo non avrebbe conosciuto il dominio dell’uomo sull’uomo, ma neanche avrebbe avuto contezza di cosa fosse lo sfruttamento della forza lavoro.

Ma c’è di più, continua Pellicani; seguendo Clastres, egli afferma che la società tribale primitiva era statica perché ha voluto esserlo. Essa, con ciò, si sarebbe rifiutata di imboccare la via dello sviluppo culturale, per preservare il suo bene supremo: l’uguaglianza. La società tribale originaria, sarebbe stata perciò una società senza economia, per il rifiuto dell’economia; e, parimenti, essa sarebbe stata una società senza Stato, per rifiuto dello Stato.

Il passaggio dalla società tribale ugualitaria alla società caratterizzata da ineguaglianza sociale è stata la comparsa di ciò che viene indicato col nome di Stato, inteso come “atto di guerra”, a mezzo del quale un gruppo organizzato esterno ha fatto irruzione nella società ugualitaria, dando corso all’inizio della storia della civiltà. In altri termini, secondo Pellicani, con la comparsa dello Stato, la società tribale ugualitaria si sarebbe trasformata in “società gerarchizzata”, nella quale la vita sociale sarebbe stata sottoposta al controllo di una “minoranza organizzata”, detentrice del monopolio degli strumenti di coercizione e che, grazie a tale monopolio, avrebbe “esonerato se stessa da ogni forma di lavoro produttivo”.

Pellicani ritiene che la conclusione di tale processo avrebbe caratterizzato “la genesi e lo sviluppo di tutte le civiltà”, con la discesa dalla libertà alla schiavitù; fatto, questo, che avrebbe segnato una “vera e propria catastrofe morale”, in quanto la transizione verso la società complessa caratterizzata dalla presenza dello Stato avrebbe significato l’abbandono della società ugualitaria e l’ingresso “nella società divisa in dominatori e dominati, padroni e servi, sfruttatori e sfruttati”. Pertanto, la comparsa dello Stato avrebbe legittimato l’affermazione secondo cui lo Stato sarebbe nato quando è stata fatta “una scoperta di fondamentale importanza per lo sviluppo delle civiltà: gli uomini potevano essere addomesticati come gli animali e la loro energia poteva essere metodicamente impiegata per scopi ad essi estranei”; tutto ciò sarebbe stato compiuto, tramite lo Stato, dalla minoranza organizzata, non attraverso la sottrazione dell’eccedenza produttiva, ma ricorrendo alla costrizione dell’attività lavorativa.

In tal modo, lo Stato avrebbe organizzato la totalità della vita di tutti i componenti la società, costringendoli a produrre “quelle eccedenze di beni indispensabili per mantenere le minoranze esentate dal lavoro”; inoltre, estirpando, con l’uso della violenza, tutte le forze che potevano “alterare” l’ordine grazie ad esso creato, lo Stato avrebbe agito come “un agente di immobilizzazione della società”. Questa, a partire dal trionfo della logica dispotica, sarebbe stata così “ingabbiata” nelle strutture statuali e condannata a muoversi indefinitamente “entro il recinto della Sacra Immutabile Tradizione”.

Cosa ha significato tutto ciò per la storia successiva dell’umanità? Per Pellicani, il fatto che la società sia stata rigidamente costretta nella “camicia di forza” delle istituzioni repressive dello Stato avrebbe vanificato qualsiasi tentativo di render meno costrittiva la vita sociale e più condivise e partecipate le regole del vivere insieme, sino a configurare come utopistico, infine, qualsiasi “progetto socialista” volto a soddisfare la pretesa, secondo le parole di Josésé Ortega y Gasset, di “estendere il senso di comunità e la giustizia a tutta quanta la vita economica”. Persino il programma di garantire a tutti le stesse condizioni di partenza attraverso politiche di ridistribuzione – afferma Pellicani – si sarebbe rivelato “irrealizzabile” o, più precisamente, “realizzabile solo abolendo la famiglia”; ma abolire la famiglia avrebbe significato imboccare un percorso autoritario, in fondo al quale non avrebbe potuto esservi che “l’estinzione della libertà individuale”.

In sostanza, la conclusione di Pellicani non può che essere una: anche la civiltà moderna cui è pervenuta l’umanità, malgrado le tante rivoluzioni occorse (comprese le ultime, quelle capitalistica e welfarista) è basata sul lavoro servile, ovvero “sulla ingiustizia istituzionalizzata”; ciò significa che, nonostante si sostenga, in tutte le sedi e in tutte le forme, che l’ideale della società moderna è il conseguimento della “fruizione universale del diritto all’autorealizzazione”, è inevitabile che essa (la società moderna) sconti la contraddizione di assistere, nonostante l’ideale professato, alla condanna di ingenti masse dei propri cittadini a lavori obbligati, ripetitivi e alienanti.

E’ verosimile l’analisi compiuta da Pellicani sull’origine e sul ruolo dello Stato nella storia dell’umanità? Quale alternativa viene proposta per il riscatto degli uomini dalla gabbia nella quale essi sarebbero stati costretti dallo Stato? Nessuna; perché l’analisi di Pellicani non è altro che una condanna, senza se e senza ma, dello Stato, ridotto a pura e semplice “gabbia”, con cui l’uomo, sin dall’inizio della storia della civiltà, è stato costretto in schiavitù. Ciò che, in particolare, non è condivisibile dell’analisi di Pellicani è il fatto che egli, seguendo Clastres, non consideri, come “fattore” dinamico della la rivoluzione agricola occorsa 11-10 mila anni fa, la percezione, da parte dei soggetti che componevano la società tribale ugualitaria, di poter migliorare le proprie condizioni di sopravvivenza, con il passaggio ad una forma organizzativa del vivere insieme che avesse consentito di produrre direttamente e in modo più conveniente ciò di cui avvertivano il bisogno.

A ben considerare, la società agricola si è affermata, non a seguito del compiersi prioritariamente di una rivoluzione politica, imposta dall’esterno, implicante l’apparizione dello Stato e, con esso, della perdita dell’uguaglianza tra i componenti la società, ma come conseguenza del mutamento economico perseguibile con l’abbandono della staticità della società tribale ugualitaria. La rivoluzione politica è stata un “posterius, non un “prius”, rispetto al mutamento economico verificatosi con l’abbandono della sussistenza fondata sull’attività di caccia e raccolta. La comparsa dello Stato, in questa prospettiva è spiegabile come conseguenza dell’aumento della complessità della società agricola, che ha imposto la necessità di istituzioni volte a regolare la disuguaglianza che veniva via via formandosi a seguito del continuo aumento della popolazione, reso possibile dal miglioramento delle condizioni materiali.

Il mutamento economico, indotto dalla crescita continua della popolazione, ha prodotto, da un lato, un aumento della divisione del lavoro e, dall’altro lato, la consapevolezza dell’utilità della formazione di istituzioni che giustificassero la divisione della società in classi, alcune dedite all’esecuzione dei lavori più usuranti, altre alle attività di direzione e comando, o alle attività di “propaganda ideologica” per la conservazione dell’ordine costituito. Si è trattato di un processo durato millenni, che, pur in presenza di un continuo e lento miglioramento delle condizioni del vivere insieme, ha consolidato la disuguaglianza sociale che l’avvento delle società agricola era valsa ad affermare e a regolare con l’organizzazione politica e la nascita dello Stato.

Tuttavia, per legittimare la loro condizione, le classi egemoni (formatesi spontaneamente o anche a seguito di atti di conquista), hanno dovuto destinare una quota del prodotto sociale “estorto” alla soddisfazione degli stati di bisogno delle classi subalterne; per cui, se da un lato ciò ha concorso a reiterare la posizione subalterna delle classi sfruttate, dall’altro lato, ha contribuito ad “indebolire” la posizione delle classi alte; favorendo, man mano che aumentava la complessità della vita sociale, l’espansione della rappresentanza delle classi subalterne e consentendo a queste ultime di aumentare il loro “peso” nell’esercizio della “funzione fiscale”. Si è avvivati così all’organizzazione del moderno Stato sociale di diritto, la cui forte rappresentatività degli interessi di tutti componenti della società ha comportato che le decisioni con le quali veniva stabilito il livello della tassazione fossero molto più omogenee (o vicine) a quelle dei singoli componenti la società, di quanto non lo fossero quelle che potevano essere prese dalle classi egemoni, fossero esse rappresentate da un ex “signore della guerra”, da un Faraone, Re o Imperatore.

Lo Stato, quindi, lungi dall’essere stato la “gabbia” nella quale gli uomini sono stati costretti per subire la disuguaglianza tra classi egemoni e classi subalterne, la differenziazione sociale non è stata irreversibile ed assoluta, in quanto la società nata con la rivoluzione agricola è sempre stata caratterizzata da una dialettica che ha visto nel tempo la “società civile” contrapporsi allo Stato; contrapposizione, questa, che, nella sua forma più evoluta e moderna, aspira a conseguire attraverso la democrazia un continuo e giusto equilibrio tra libertà, uso efficiente delle risorse e equa distribuzione del prodotto sociale, al fine di rendere possibile, pur in presenza di disuguaglianze condivise, l’aspirazione di tutti all’autorealizzazione. Lo Stato, quindi non è la “gabbia” che tiene in schiavitù gli esseri umani che vivono in società organizzate politicamente; esso, al contrario, è lo strumento che, se gestito democraticamente, consente alle società civili di difendersi contro chi, per il proprio tornaconto, vorrebbe ricondurre gli uomini, attraverso l’abolizione dello Stato, all’originaria posizione di schiavitù, dalla quale essi, dopo dure lotte millenarie, sono riusciti a riscattarsi.

Gianfranco Sabatini

 

Ciò che di Marx è ancora “vivo” a duecento anni dalla sua morte

Karl MarxKarl Marx continua a fare discutere di sé, inducendo molti commentatori a porsi la domanda se, per caso, il suo pensiero, o meglio l’esito della sua critica al modo capitalistico di produrre, sia ancora “vivo” o sia “morto”. Così, Antonio Carioti, ha curato la pubblicazione di un libro collettaneo, dal titolo “Karl Marx vivo o morto? Il profeta del comunismo duecento anni dopo”. Il volume raccoglie i contributi di numerosi affermati studiosi di varia ispirazione ideologica (fra i molti: Ernesto Galli della Loggia, Maurizio Ferrera, Michele Salvati, Giulio Giorello, Gianfranco Pasquino), il cui intento è quello di dare una risposta critica alla domanda posta dal titolo del libro di Carioti.

Tra i diversi contributi, quello di Michele Salvati (“Il capitalismo soffre, ma ha la pelle dura”), appare essere il più compiuto; ciò perché egli, realisticamente, rifiutando di porsi all’interno di una prospettiva di filosofia della storia (trappola nella quale spesso cadono critici e apologeti del pensiero marxiano), coglie criticamente, contestualizzando l’analisi che Marx ha condotto sul modo di funzionare del capitalismo, ciò che oggi del pensiero marxiano non è più “vivo”, salvo l’intuizione dell’irrazionalità della ragione economica intrinseca alla logica del capitalismo. Per illustrare in cosa consista questa irrazionalità conviene seguire la narrazione di Salvati riguardo alla rilevanza che il pensiero critico di Marx ha rivestito, e continua a rivestire, nella spiegazione della scaturigine degli effetti negativi prodotti sul sistema sociale dalla la logica di funzionamento del capitalismo.

Marx, dopo aver dato corpo alla sua analisi critica del capitalismo, a cavallo tra la prima e la seconda metà del XIX secolo, dando alle stampe, assieme a Friedrich Engels, il famoso “Manifesto” (nel quale oltre ad essere esaltato il ruolo rivoluzionario e progressista del capitalismo, vene formulata la previsione del suo superamento, per le molte contraddizioni interne che ne rendono instabile e precario il funzionamento), compendia il suo pensiero, in un corpus dottrinario e teorico, sia la critica del capitalismo che la previsione del suo superamento.

A parere di Ernesto Galli della Loggia (“L’egemonia che non c’è più”), la diffusione di tale “corpus” di idee critiche e di previsioni non sarebbe mai andato “oltre l’ambito delle teorie e delle storia economica”. Secondo lo storico, sarebbe priva di risultati significativi la ricerca, prima del 1914, di scrittori che “abbiano manifestato un interesse” per il pensiero marxiano. Fino alla Grande guerra, afferma Galli della Loggia, con la sola eccezione delle Russia, dove la tirannide zarista rendeva urgente il suo superamento, la maggioranza schiacciante dell’intellettualità europea inclinava per lo più “verso posizioni conservatrici e nazionaliste, cariche comunque di fermenti elitari e antidemocratici”. La frattura rappresentata dalla Prima guerra mondiale ha aperto il mondo a una nuova epoca storica.

Nel dopoguerra, caratterizzato da crisi sociali, economiche, politiche ed istituzionali, la previsione del marxismo è apparsa come la sola alternativa alle varie forme di instabilità e, perciò, come l’analisi più convincente delle loro cause, idonea a suggerire la prospettiva di azione politica più adatta al loro superamento. I motivi per cui il marxismo si è imposto, a parere di Salvati, non starebbero prevalentemente nelle sue analisi economiche, ma in “tre caratteri” del messaggio in esse contenuto: il primo espresso dal suo umanesimo, emergente dal rifiuto delle conseguenze sulla condizione dell’uomo della rivoluzione capitalistico-industriale; il secondo emergente dalla filosofia della storia, il materialismo storico, esprimente l’idea che il processo continuo di divisione del lavoro avrebbe causato necessariamente la caduta del capitalismo, per via della contraddizione interna, che la sua “ragione economica” avrebbe alimentato, tra il progresso delle forze produttive e i modi di produzione che lo frenavano; il terzo carattere, infine, consistente nelle “profondità e nell’ampiezza dell’analisi” contenuta nella critica marxiana del capitalismo.

In sostanza, i tre caratteri decritti sarebbero serviti ad assicurare “pieno riconoscimento” al marxismo, come forma critica esclusiva delle difficoltà e dell’instabilità, sul piano sociale, economico, politico ed istituzionale, seguita alla fine della Prima guerra mondiale, ma anche e soprattutto delle “sofferenze e della mortificazione delle capacità umane”, inflitte dalla rivoluzione industriale capitalistica; queste ultime, già evidenziate nel corso dell’Ottocento, venivano avvertite in tutta la loro ampiezza e durezza nell’immediato dopoguerra, valendo a diffondere la speranza che potessero essere superate attraverso la “diversa organizzazione dell’economia, della società e della politica”, prospettata dal marxismo. Dove stava l’origine di questa speranza?

Una risposta all’interrogativo è offerta dalla narrazione che Salvati effettua della nascita e dell’evoluzione del capitalismo; questo si afferma – ricorda Salvati – “insieme alla rivoluzione industriale e nel luogo più favorevole alla sua nascita e al suo sviluppo: circa un secolo più tardi, e dopo che focolai di capitalismo si erano accesi o si stavano accendendo in gran parte dell’Europa e negli Stati Uniti, fu merito di Marx aver capito che questo modo di produzione avrebbe rivoluzionato il mondo intero”; in particolare, è stato Marx ad evidenziare l’”arcano” della ragione economica della dinamica del capitale, ovvero il modo in cui i capitalisti che lo controllavano, al fine di massimizzare il loro tornaconto all’interno di un libero mercato, indirizzavano l’impiego dei mezzi che lo costituivano, non per soddisfare i bisogni sociali, ma per alimentare un processo di accumulazione senza fine, implicante, non solo l’instabilità del funzionamento del sistema economico, ma anche l’appropriazione unilaterale del “sovrappiù”; cioè di gran parte del prodotto sociale, a danno soprattutto del lavoratori, ovvero di coloro che non avevano accesso al controllo dei mezzi di produzione, se non dei servizi della loro forza lavoro.

Marx ha cercato di dare una base scientifica al processo di “espropriazione” del sovrappiù da parte dei capitalisti; partendo dall’idea, propria delle teoria economica classica, che il valore complessivo delle merci prodotte fosse espresso dalla quantità di lavoro necessario per produrle, egli non è riuscito però a dimostrare, al pari degli altri economisti classici, come “venire a capo della trasformazione dei valori-lavoro nei prezzi di produzione, quelli secondo cui le merci effettivamente si scambiano”. Tuttavia, sebbene Marx non sia riuscito a dare una dimostrazione compiuta della sua idea, accadeva che i meccanismi in base ai quali si formavano i prezzi delle merci nei mercati competitivi originassero un profitto (cioè un sovrappiù) che derivava dalla differenza tra il prezzo corrente delle merci (che non aveva alcun rapporto con il costo del lavoro in esse incorporato) e il prezzo corrente delle forza lavoro, che tendeva a risultare uguale al costo minimo della sua riproduzione, a causa della sua abbondante disponibilità. Poiché il salario, necessario alla forza lavoro per “sopravvivere e riprodursi”, era inferiore al valore del lavoro incorporato nelle merci prodotte, il risultato era la formazione di un profitto-sovrappiù del quale i capitalisti si appropriavano senza merito.

Questa era l’origine del profitto-sovrappiù: lavoro – afferma Salvati – pagato sì al suo valore, che era però inferiore al valore delle merci prodotte col suo impiego. Il problema non rivestiva solo un significato teorico, per via del fatto che la sua mancata soluzione riguardava, oltre che l’aspetto distributivo, anche quello della crescita e dello sviluppo del sistema economico in condizioni di stabilità. Aspetti, questi, che non saranno affrontati in modo adeguato dalla teoria economica neoclassica, oggi dominante.

Sarà la critica di Piero Sraffa a rendere possibile l’abbandono della soluzione insoddisfacente data dalla teoria economica neoclassica al problema distributivo e la sua riconduzione nell’alveo della critica marxiana. La critica sraffiana, infatti, dimostrerà che le quote distributive del prodotto sociale tra capitale e lavoro non dipendono dalle condizioni tecniche della produzione, ma dai rapporti di forza tra lavoratori e detentori del capitale, oltre che da cause esterne al processo distributivo, quali quelle di natura monetaria. Il processo distributivo risulterà così affatto diverso da quello prefigurato dalla teoria economica neoclassica; l’imputazione delle quote del prodotto sociale ai fattori produttivi (lavoro e capitale) sarà fatta dipendere dal conflitto tra categorie sociali contrapposte e non più dal libero svolgersi dell’interazione competitiva nel mercato della domanda e dell’offerta di tutte le merci prodotte.

Risolto il problema distributivo, è rimasto insoluto quello sottostante l’intuizione di Marx, secondo cui “lo sviluppo della produzione lasciato soltanto al motore dello spirito di guadagno dei singoli capitalisti, nonché il loro coordinamento lasciato soltanto al mercato avrebbe incontrato tensioni al suo procedere, sia a livello nazionale sia globale”. Sono passati centosettant’anni – sottolinea Salvati – da quando Marx ha enunciato la sua intuizione nel “Manifesto” e centocinquant’anni dalle sue formulazioni “più mature” nel “Capitale”. Molte previsioni implicite nella sua intuizione, però, non si sono verificate, oppure non si è riusciti nell’intento di darne una dimostrazione compiuta.

Ciononostante, l’intuizione marxiana è ancora oggi “feconda”, nel senso che resta la spiegazione del perché le crisi economiche e le tensioni sociali possano essere il risultato di una divisione sociale del lavoro fondata “esclusivamente sullo spirito di guadagno dei capitalisti e sul loro coordinamento mediante il mercato”. Ciò che risulta privo di fondamento dell’intuizione di Marx è il fatto di averla collocata all’interno di una prospettiva finalistica, che lo ha condotto ad affermare che il capitalismo sarebbe inevitabilmente crollato a causa delle crisi e delle contraddizioni caratterizzanti il suo funzionamento.

Le analisi sulle crisi effettuate negli anni successivi all’affermazione del marxismo, non più riconducibili alla prospettiva fatalistica, risulteranno “più pertinenti e affidabili” e tali da escludere l’inevitabilità delle previsioni catastrofiche di Marx e suscettibili d’essere utilizzate per rimuovere le cause da cui esse traggono origine, od anche per prevenire il loro verificarsi. Tra gli economisti che, dopo Marx, mostreranno d’essere consapevoli dell’instabilità del capitalismo, spiccherà la figura di John Maynard Keynes, la cui riflessione critica lo condurrà a formulare, da posizioni ideologiche e politiche opposte a quelle di Marx, un assetto istituzionale del sistema produttivo in grado di prevenire il verificarsi delle crisi economiche e sociali; il contributo keynesiano varrà a consentire ai Paesi capitalistici più avanzati, nei trent’anni successivi al Secondo conflitto mondiale, la realizzazione – sottolinea Salvati – della “più straordinaria fase di sviluppo […], che il capitalismo abbia conosciuto, una fase in cui questo modo di produzione dimostrò di poter essere compatibile con la democrazia politica e il benessere dei ceti popolari”.

A partire dalla fine delle seconda metà del secolo scorso, responsabile la globalizzazione e l’affermazione dell’ideologia neoliberista, le crisi sono ricomparse, riproponendo – afferma Salvati – “il conflitto tra capitalismo e benessere dei ceti popolari anche nei Paesi più sviluppati”, mentre gli economisti sono tornati a dividersi tra quelli che considerano il libero mercato il più efficace strumento per la crescita e lo sviluppo e coloro che ritengono irrinunciabile il keynesismo, sebbene la globalizzazione abbia affievolito il ruolo che lo Stato svolgeva nell’attuazione delle politiche sociali che ad esso si ispiravano.

Ciò è valso a riproporre – osserva Salvati – la validità delle previsioni circa l’inevitabilità del crollo del capitalismo. Queste previsioni, però, sarebbero formulate in termini di maggior cautela, per diverse ragioni: innanzitutto, perché la previsione marxiana deve essere riformulata, per tener conto dei mutamenti intervenuti nel funzionamento del capitalismo rispetto al tempo in cui egli è vissuto; in secondo luogo, perché, il capitalismo, dopo aver trovato il modo di prevenire le crisi con le politiche keynesiane (oggi in crisi), potrebbe trovarne di nuove, idonee ad affrontare le difficoltà di oggi; in terzo luogo, perché la forza lavoro, il soggetto che dovrebbe garantire la “spinta” necessaria al cambiamento, non è più così coesa e individuabile come lo è stata nel passato; infine, perché non può avvalersi di un progetto credibile di un nuovo modo di produzione alternativo al capitalismo di oggi.

Ciononostante, le voci sull’agonia del capitalismo sono insistenti; per quanto esso (il capitalismo) possa continuare a sopravvivere, si ritiene che prima o poi un “incidente” dell’ordine di grandezza di quello procurato alle economie di mercato dalla Grande Depressione del 1929/1932 sarà sufficiente a decretarne la fine. A fronte di questa drastica previsione, Salvati non esclude che il capitalismo possa sopravvivere anche in presenza delle difficoltà attuali, avvalendosi di “qualche imprevedibile modificazione delle sue politiche nazionali e dei suoi assetti internazionali”, non derivabili dalla riflessione critica di Marx. Ma se così stanno le cose, si chiede Salvati, “cos’è vivo e cos’è morto nel pensiero di Marx?”

Pur essendo in gran parte “morto” o superato, del pensiero di Marx rimane “viva” politicamente e intellettualmente l’intuizione fondamentale, secondo cui un sistema economico-sociale che si affida per il suo sviluppo alla ricerca del profitto da parte di operatori collegati tra loro prevalentemente solo dal mercato è destinato a scontare crisi e difficoltà; se queste crisi saranno di portata tale da determinare una catastrofe definitiva del capitalismo, oppure un suo adattamento alle mutate condizioni, non si può sapere. Ciò che si sa, conclude Salvati, è che la ricerca del profitto è “sia causa di crisi, sia stimolo a continue innovazioni tecnologiche, sociali e politiche rivolte a superarle”,

Finché il capitalismo resterà in vita continuerà ad essere caratterizzato da crisi e difficoltà di funzionamento, per il cui superamento saranno elaborati “continui progetti di riassetto delle relazioni politiche interne e internazionali, per adattarle al modo di produzione dominante”; delle crisi e delle difficoltà ricorrenti si conosce però la “loro causa ultima. Lo sappiamo grazie a Marx”. Poiché la causa ultima è la contrazione della capacità d’acquisto dei cittadini, causata dalle crisi, cosa impedisce agli establishment nazionali e internazionali dominati di modificare, nel loro stesso interesse, i meccanismi distributivi del prodotto sociale, perché i sistemi economici tornino a funzionare in presenza della stabilità del periodo successivo al secondo conflitto mondiale?

Alla domanda si stenta a dare risposte durature ed efficaci; le ragioni non stanno tanto nella natura del capitalismo, quanto nelle qualità soggettive dei componenti gli establishment dominanti, afflitti dalla persistenza in essi degli incontrollabili “animal spirit”, che li spingono incessantemente a perseguire un’accumulazione capitalistica fine a se stessa.

Gianfranco Sabattini

“Industria 4.0” tra contrari e sostenitori. L’ottimismo di Bianchi

Patrizio-BianchiPatrizio Bianchi, docente di Economia applicata all’Università di Ferrara, si aggiunge alla schiera di quanti da tempo presentano con ottimismo il prossimo avvento della quarta rivoluzione industriale, designata in breve con l’espressione “Industria 4.0”. È giusto che “sia di casa” l’ottimismo di fronte ad ogni innovazione che prende corpo durante il cammino del progresso dell’umanità; però, quando l’innovazione manchi d’essere accompagnata da un più che giustificabile bilancio del pro e del contro, soprattutto sul piano sociale, quell’ottimismo corre il rischio di risultare fuori luogo.

Nel suo ultimo libro “4.0 La nuova rivoluzione industriale”, Bianchi informa che dal “cuore di una lunga crisi” sta emergendo nel mondo una nuova industria; di tutto il processo che ne ha messo a punto la forma viene data – egli afferma – “una lettura essenzialmente tecnologica, di cui si pone in evidenza l’impatto sempre più rilevante, non solo sulla manifattura ma anche sui servizi”. Il nuovo modo di produrre sarà il risultato di nuove tecnologie (internet, intelligenza artificiale, robotica, bloclchain e altro ancora) che, “cumulandosi e integrandosi in un contesto di sempre più densa interconnessione totale, stanno cambiando la nostra vita”.

Tuttavia, osserva giustamente Bianchi, con una lettura solo tecnologica, della nuova rivoluzione industriale si tende a trascurare cosa essa implichi effettivamente, non solo sul piano produttivo, ma anche sul piano degli effetti sociali. Questo tipo di lettura è largamente carente, dato che la “Rivoluzione 4.0”, oltre ad investire l’organizzazione del mondo della produzione, impatterà anche sulla vita sociale dell’uomo, per cui diventa ineludibile collocare in una prospettiva di lungo periodo la riflessione sulla totalità degli effetti.

Per meglio evidenziare ciò che, della vita dell’uomo, “Industria 4.0” caratterizzerà in modo radicalmente nuovo, è utile tener presente che essa rappresenta il culmine della “lunga stagione” delle rivoluzioni produttive vissute dal capitalismo. Una prima rivoluzione industriale ha coinvolto i settori produttivi che si avvalevano, nella seconda metà del Settecento, dell’introduzione della macchina a vapore. Una seconda rivoluzione è occorsa intorno agli anni Ottanta dell’Ottocento, con l’introduzione nei processi produttivi dell’energia elettrica e con l’espansione della rete commerciale internazionale dei beni, realizzata grazie alla diminuzione del costo del trasporto. La terza rivoluzione, iniziata nella seconda metà del secolo scorso, è risultata strettamente connessa agli effetti dell’introduzione nei processi produttivi delle tecnologie delle telecomunicazioni e dell’informatica; questa terza rivoluzione, denominata anche rivoluzione digitale, ha coinciso con il passaggio dalle tecnologie elettro-meccaniche a quelle digitali, sviluppatesi nei Paesi economicamente e tecnologicamente più avanzati. Con essa è stato anche identificato l’insieme dei processi di trasformazione della struttura produttiva, realizzatosi attraverso una forte propensione all’innovazione tecnologica, che è stata all’origine dello sviluppo economico sostenuto, vissuto dalle singole economie nazionali sempre più integrate tra loro dal processo di globalizzazione.

La quarta rivoluzione industriale, quella che si ipotizza debba accadere nel prossimo futuro, avrà l’obiettivo di fare della diminuzione del costo di trasferimento delle idee e delle persone, realizzato attraverso il telelavoro, il punto di forza di “Industria 4.0”. Il basso costo di trasferimento delle idee e delle persone, infatti, renderà sempre più conveniente il decentramento (delocalizzazione) di alcune fasi dei processi produttivi, i quali cesseranno di svolgersi per intero entro i ristretti confini degli Stati nazionali. Infatti, essi (i processi produttivi) saranno articolati nell’area del mercato globale, nato dall’integrazione delle economie nazionali, nei luoghi giudicati ottimali in funzione del contenimento dei costi di produzione.

È diffusa l’opinione di molti esperti, secondo i quali l’avvento della quarta rivoluzione industriale influenzerà profondamente le condizioni del lavoro; secondo le previsioni, essa avrà l’effetto di creare 2 milioni di nuovi posti di lavoro, ma, contemporaneamente, ne distruggerà 7, con un saldo netto negativo di oltre 5 milioni di posti di lavoro. Oltre ai molti benefici, soprattutto in termini di efficienza nell’impiego dei fattori produttivi, con la digitalizzazione dei processi produttivo, l’”Industria 4.0”, avrà l’effetto di causare una radicale trasformazione della relazione tra il mondo della produzione e quello del lavoro, nonché un cambiamento, ugualmente radicale, delle procedure tradizionali di distribuzione del prodotto sociale.

La nuova rivoluzione industriale è sicuramente “ancora in fasce”, ma è certo che, con l’avvento del telelavoro, non sarà più possibile, come avveniva nel più recente passato, che i sistemi sociali possano avvalersi delle tradizionali politiche attive del lavoro per sopperire alla crescente disoccupazione strutturale irreversibile. Le società politiche che vivranno il compiersi della nuova rivoluzione industriale avranno a loro disposizione minori strumenti con cui opporsi alle conseguenze, negative sul piano occupazionale, dovute alle innovazioni tecnologiche; ciò perché la “Rivoluzione 4.0” sarà “caratterizzata da dinamiche diverse rispetto a quelle che l’hanno preceduta”.

Ai tempi della meccanizzzazione dei processi produttivi, occorsa durante la prima e la seconda rivoluzione industriale, i mutamenti generavano sconvolgimenti nelle combinazioni produttive prevalenti solo in settori specifici dell’economia, mentre gli esiti della futura rivoluzione digitale avranno carattere generale, investendo tutti indistintamente i settori produttivi; fenomeno, questo, destinato a radicalizzarsi ulteriormente via via che la quarta rivoluzione avrà modo di allargarsi e di consolidarsi.

La domanda alla quale occorre allora dare una risposta è: sino a che punto il sistema sociale potrà sopportare la formazione al suo interno di una crescente massa di disoccupati strutturali, senza correre il rischio di collassare? Il vero problema del “falso” ottimismo mutuato dalle promesse della quarta rivoluzione industriale è la mancata previsione delle procedure, effettuate con la stessa cura riservata a quelle relative ai cambiamenti tecnologici, che dovranno essere poste a tutela di chi non potrà più accedere al reddito attraverso la partecipazione al lavoro. Il rimedio a questa carenza nel descrivere l’impatto sul sistema produttivo e sulla società provocato da “Industria 4.0” solitamente non viene indicato; ci si limita a prevedere che la riorganizzazione del mondo della produzione comporterà la necessità di una nuova politica sociale.

Il silenzio su questo punto è aggravato dalla propensione, da parte di chi presenta con ottimismo gli effetti dell’approfondimento della digitalizzazione dell’economia, a non effettuare alcuna razionale previsione riguardo al modo in cui potranno essere risolti i problemi sociali conseguenti; di solito, quando viene avanzata qualche proposta volta a garantire in ogni caso un reddito incondizionato a chi, suo malgrado, resta senza lavoro, non si esita a considerarla dotata di un “fascino sinistro”; ciò, perché l’ipotesi di dover necessariamente assicurare un reddito a chi ne sarà privato varrebbe solo a “spezzare” il legame che deve sempre esistere tra “sforzo e ricompensa”.

Se ci si sofferma sulla condizione del lavoro, della quale la digitalizzazione dell’attività industriale è portatrice, esistono buone ragioni per prevedere che la precarietà esistenziale di gran parte della popolazione sarà la condizione normale del nuovo modo di produrre. Su ciò non si riflette abbastanza; si preferisce, invece, pubblicizzare con entusiasmo il nuovo modo di operare delle “fabbriche intelligenti”, che l’avvenire ci riserva.

Gli entusiasti sono presenti in tutte le componenti sociali degli establishment dominanti: rappresentanti dei governi, delle associazioni imprenditoriali, ma anche del mondo accademico e di quello sindacale. L’entusiasmo nutrito da tutti costoro su “Industria 4.0” serve unicamente a “calare un velo” sulle relazioni future tra industrializzazione digitalizzata e mondo del lavoro. In assenza di una qualche previsione rassicurante per chi vive del solo reddito da lavoro, per quale motivo si dovrebbe condividere una riorganizzazione del modo di produrre solo apparentemente progressista, che assicura un inevitabile quanto desiderabile futuro digitalizzato dell’industria, il cui prevalente scopo è quello di aumentare la produttività dei fattori produttivi a spese del lavoro? Perché si dovrebbe condividere una rivoluzione del mondo industriale se non viene tenuto nel debito conto il fatto che la nuova produzione digitalizzata per poter essere venduta ha necessità di un mercato che ne esprima la domanda, il cui finanziamento, però, viene meno per la considerevole riduzione dei posti di lavoro, e conseguentemente dei salari?

Se si manca di rispondere in modo esauriente a queste domande diventa facile mettere in evidenza il punto critico della futura quarta rivoluzione industriale: se i robot andranno a sostituire i lavoratori, così come previsto da numerose istituzioni internazionali e da diversi studiosi, e se non ci si cura del fatto che il monte salari sarà destinato a contrarsi, a seguito del formarsi di una disoccupazione strutturale irreversibile, diventa ineludibile chiedersi a chi potranno essere venduti tutti i prodotti delle industrie digitalizzate.

Si ha un bel dire, come fa Bianchi, che per valutare correttamente l’impatto di “Industria 4.0” sull’occupazione si deve tener conto dell’effetto compensativo di lungo periodo fra posti di lavoro persi con l’automazione degli impianti e la creazione di nuove opportunità lavorative. Tuttavia, come lo stesso Bianchi riconosce, gli effetti compensativi non si manifestano negli stessi luoghi e negli stessi tempi, per cui diventerà necessario “riprendere un cammino di programmazione di lungo periodo delle azioni pubbliche”, soprattutto per creare un contesto sociale adeguato al governo degli effetti del compiersi della rivoluzione dei processi produttivi.

A parere di Bianchi, la “trasformazione dei regimi tecnologici incide sulla stessa trasformazione sociale, coinvolgendo tutti gli attori del sistema che, interagendo tra di loro, determinano ciò che potremmo definire l’ecosistema dinamico entro cui si sviluppano le domande e le risposte di trasformazione produttiva”; se così stanno le cose, il governo di tali cambiamenti comporta che dall’interazione sociale scaturiscano “quelle dynamic capabilities diffuse che permettono al sistema di adattarsi al cambiamento” e di trovare “una nuova dimensione delle politiche a garanzia della concorrenza e a tutela dei diritti di cittadinanza”. Ecco il problema, intorno al quale si arzigogola, senza mai esplicitare, sia pure a livello di ipotesi, il modo in cui risolverlo.

E’ tempo di uscire dal “dire e non dire” e dal continuare ad affermare che, oltre ai problemi produttivi nei cui confronti non mancano le proposte per affrontarli nel modo più appropriato, esistono anche quelli del lavoro nei cui confronti, però, si continua a rimanere sul vago quando si tratta di stabilire le forme e le modalità con cui garantire l’eccesso al reddito a chi ne viene privato dal rivolgimento dei processi produttivi; ciò, sebbene si sia convinti che le politiche del passato idonee a contrastare gli esiti delle fasi negative del ciclo economico dovute alle dinamiche del capitalismo contemporaneo siano diventate, di fronte al fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile, largamente inutilizzabili.

Gianfranco Sabattini

Cesaratto. Cosa impedisce all’Italia di sottrarsi alla “dittatura eurista”

Cesaratto SergioNonostante le gravi difficoltà in cui versa l’Italia e i limiti emersi dalla sua adesione alla moneta unica dell’Unione Europea, si continua ad affermare ciò che ormai è divenuto un mantra, ovvero che l’unione politica dell’Europa in una prospettiva federalista non ha alternative. Si preferisce comportarsi come fanno gli struzzi; invece di propendere per una verifica delle reali ragioni che hanno sinora impedito, e che continuano ad impedire, il processo di unificazione politica dell’Europa, si preferisce “ficcare la testa sotto la sabbia”, anziché approfondire le ragioni del diffondersi, in forme sempre più dirompenti, dell’euroscetticsmo e, con esso, del dubbio che il progetto europeo possa essere realizzato.
Nel dibattito pubblico italiano accade infatti di assistere alla celebrazione di ricorrenti kermesse, dove si esalta l’urgenza di rilanciare l’ideale di un Europa Unita, trascurando di approfondire le ragioni del perché questo ideale sia costantemente “tradito”. Viene sempre auspicata la ripresa del processo di unificazione del Vecchio Continente, nonostante che questo auspicio non venga recepito, a causa di un diffuso nazionalismo, un fenomeno originato dalla malformazione della moneta unica, dal suo cattivo funzionamento e dall’inadeguatezza delle istituzioni europee, ed oggi sorretto da spinte populistiche; spinte, queste, che, diventando sempre più consistenti, come in Italia, valgono a radicare un diffuso euroscetticismo, del quale le forze politiche stentano a recepire le ragioni.
Perché accade tutto questo? Perché si continua ad auspicare l’avvento di un futuro europeo fondato sulla realizzazione di valori che, largamente condivisi nel passato, sono ora resi opachi, se non rimossi, dagli egoismi nazionali? Non sarebbe ora che ci si rendesse conto, anche per meglio contestare su basi più razionali quanto sostengono i critici radicali di quella che molti di loro chiamano “dittatura dell’euro? È giusto contrastare il radicalismo euroscettico sul piano culturale e valoriale; ma è anche doveroso, per meglio controargomentare, se possibile, capire le ragioni che ne hanno causato la nascita ed ora la radicalizzazione.
Un libro contro la “dittatura dell’euro” è quello che Sergio Cesaratto ha pubblicato di recente, dal titolo apparentemente “buonista”, ma, profondamente critico nei contenuti e nella proposta. L’idea di uscire dall’Unione Europea e dall’area-euro potrà non essere condivisa; ciò non toglie che l’esposizione delle ragioni del perché la moneta unica e la logica sottostante il funzionamento delle istituzioni europee che la governano risultino penalizzanti per molti Paesi, tra i quali l’Italia, meritano d’essere attentamente considerate; non foss’altro che per trovare una “via di fuga” dalla situazione economica stagnante che la crisi del 2007/2008 ha fatto emergere in tutta la sua gravità, proprio a causa del malfunzionamento della moneta unica e delle istituzioni che la sorreggono.
Questo situazione negativa dell’Italia non è certo attribuibile soltanto ai meccanismi penalizzanti dell’euro; essa è anche il risultato di scelte effettuate nel passato dalla classe imprenditoriale e da quella politica nazionali; ma l’obbligo che incombe ora sul Paese, quello di rispettare le “regole del gioco” stabilite per il governo dell’euro, rappresenta un serio ostacolo al superamento della stagnazione. Ciò accade, non a causa delle “regole del gioco” in sé e per sé considerate, ma per via del fatto che esse non vengono rispettate da tutti i Paesi, soprattutto da parte del Paese (la Germania) che di fatto ha assunto (e, in parte, si è visto assegnare) il ruolo di leader tra i Paesi membri dell’Unione, a causa del pensiero politico-economico ordoliberista professato sacralmente dall’establishment tedesco.
“l’Italia – afferma Cesaratto – è in questi mesi coinvolta nel processo di revisione dell’assetto delle istituzioni economiche europee, processo che dovrebbe costituire una sorta di Maastrcht 2.0”. Ma di fronte al dissenso sulle “regole del gioco” poste a fondamento del funzionamento dell’area-euro, l’Italia e gli altri Paesi che soffrono degli stessi effetti negativi originati dal malfunzionamento di qull’area, devono necessariamente chiedersi, come osserva Cesaratto, se le “regole adottate” non hanno funzionato, perché sono sbagliate, o perché non sono state rispettate. A parere di Cesaratto, il processo di revisione dell’assetto delle istituzioni economiche europee ora in corso sembra orientato a basarsi sulla seconda tesi; ciò perché la strenua difesa ordoliberista degli interessi tedeschi risulta essere incompatibile con il rispetto delle “regole del gioco”, quale esso (il rispetto), alla luce dell’analisi e della storia economica, dovrebbe essere praticato per il corretto funzionamento dell’area valutaria dell’Unione
Secondo l’analisi economica, un gruppo di Paesi, sufficientemente integrati tra loro sul piano degli scambi e del movimento dei fattori produttivi, può avere interesse a creare un’unione monetaria, che risulta ottimale quando eventuali squilibri delle bilance commerciali vengono corretti automaticamente attraverso l’agire delle forze del mercato. L’umanità si era illusa di potersi avvalere, con l’adozione, a livello mondiale, delle “regole del gioco” del sistema aureo classico, il “gold-sandard”, col quale i Paesi partecipanti al commercio internazionale regolavano i loro reciproci rapporti di debito e credito, utilizzando monete nazionali che consistevano di oro o erano liberamente convertibili in oro. Con questo sistema, l’automatismo attivato dal mercato comportava che i Paesi in disavanzo subissero un deflusso di oro (dovendo pagare per le importazioni più di quanto ricevevano a compenso delle esportazioni) e quelli in avanzo, per ragioni opposte, un afflusso netto di oro. La diminuzione dell’oro nei Paesi in disavanzo causava al loro interno una diminuzione di prezzi e un aumento all’interno di quelli in avanzo; i primi Paesi guadagnavano in competitività, mentre i secondi la perdevano, per cui il risultato finale era che gli squilibri della bilancia verso l’estero venissero rimossi.
Un automatismo del tipo descritto può essere esteso anche ad un’area monetaria integrata, all’interno della quale circoli una moneta unica, com’è il caso dell’area-euro: il Paese che perde euro, in seguito a un disavanzo della propria bilancia commerciale andrebbe incontro a una caduta dei prezzi interni, mentre quello con una bilancia in avanzo dovrebbe accettare di subire il fenomeno contrario. Sennonché, com’è stato messo in evidenza da Robert Alexander Mundell, le “regole del gioco”, sia nel caso del sistema aureo classico, che in quello dell’area valutaria dell’euro, non sono state rispettate, in quanto, in entrambi i casi, i Paesi in surplus non hanno accettato il fatto che una loro maggiore inflazione, secondo l’automatismo attivato dalle forze del mercato, favorisse il riequilibrio verso l’esterno delle loro bilance commerciali.
E’ stato così che, nel caso del gold standard, il mancato rispetto delle “regole del gioco”, poste a presidio degli equilibri delle bilance nazionali, ha prodotto, prima, la crisi del mercato internazionale, poi, l’avvento delle dittature e tutto il resto; la mancata osservanza delle stesse “regole del gioco” all’interno dell’area valutaria dell’euro ha sinora prodotto, oltre agli squilibri nelle posizioni debitorie e creditorie dei singoli Stati membri, anche squilibri nelle loro economie reali, determinando sul piano politico, almeno per il momento, solo il diffondersi del fenomeno del populismo; il quale, invece d’essere considerato dagli establishment prevalenti come effetto del mancato funzionamento ottimale dell’area-euro, ne viene ritenuto, irresponsabilmente, la causa.
Da tempo gli economisti hanno avvertito che l’area-euro non poteva dare origine ad un’area valutaria ottimale, in quanto le differenze istituzionali esistenti, proprie dei diversi Paesi membri, giustificavano che ad essi fosse conservata la flessibilità del cambio per aggiustare gli squilibri delle loro bilance; per contrastare la deflazione, gli economisti hanno anche osservato che la mancata trasgressione delle “regole del gioco” da parte dei Paesi in surplus, in particolare da parte della Germania, ha costretto, come sottolinea Cesaratto, i Paesi in deficit a “stringere la cinghia, inducendo una generale tendenza deflazionistica all’economia dell’Unione”, in conseguenza delle politiche di austerità cui quei Paesi sarebbero stati costretti.
Per contrastare la deflazione, gli economisti hanno proposto che gli eventuali surplus delle bilance commerciali “fossero riciclati attraverso trasferimenti fiscali verso i Paesi in disavanzo”. Questa forma di solidarietà, che sarebbe servita anche a supportare la domanda aggregata dell’intera area monetaria europea, implicava un’unione politica, che però non è mai stato possibile realizzare; ciò, perché, i Paesi con bilance in surplus, a partire dalla Germania, smentendo il sogno di buona parte delle forze di sinistra (sorde alle istanze populiste) hanno preferito optare per un’Unione Europea basata su istituzioni minime, volte a fare rispettare il funzionamento di un mercato rigidamente ispirato a principi “laissezfairistici”, senza il vincolo dell’osservanza delle regole implicanti l’ottimalità dell’area valutaria dell’euro.
Perché proprio la Germania, al di là delle esternazioni favorevoli al processo di unificazione politica dell’Europa comunitaria di molti esponenti della sua classe politica e di molti suoi intellettuali, è il Paese che si trova ad essere interessato di fatto ad un’”Europa Minima”? La risposta è da rinvenirsi nel fatto che, oltre all’ideologia ordoliberista che pervade l’intero establishment tedesco, sono le scelte che la Germania è obbligata ad assumere a renderla “ostile” all’unificazione politica dell’Unione, a causa dalla natura strutturale dei suoi surplus di bilancia verso l’esterno (in particolare, verso alcuni Paesi membri dell’Unione).
Si tratta di scelte alle quali la Germania non può sottrarsi, per via del modo in cui la sua ricostruzione economica postbellica è stata impostata, ovvero in funzione delle esportazioni. Su questa base – afferma Cesaratto – le esportazioni e i surplus commerciali sono diventati per l’economia tedesca “uno sbocco inevitabile”. In prospettiva, secondo Cesaratto, l’irrevesibilità della sua struttura produttiva “apre problemi drammatici per l’area euro”, in quanto l’orientamento alle esportazioni “destabilizza le altre economie”, condannandole a “un’eterna deflazione per evitare di essere sommerse dalle esportazioni tedesche e dai conseguenti debiti”. Stando così le cose, “il problema diventa politico, e riguarda la sopravvivenza dell’unione monetaria come area di cooperazione e sviluppo”. Quali opzioni – si chiede Cesaratto – ha a propria disposizione il governo italiano, a fronte di posizioni delle istituzioni europee che concepiscono che le possibili riforme per un “Maastricht 2.0” devono essere solo dirette a rendere sempre più cogente l’obbligo di osservare “regole” che sinora si sono rivelate penalizzati per l’Italia?
Cesaratto conclude affermando che, in vista della prosecuzione dei lavori per la riforma delle istituzioni europee, il Paese farebbe bene a tracciare una “linea del Piave”, intorno alla quale realizzare una vasta coesione di forze politiche, per sancire che un ulteriore proseguimento della governance dell’area valutaria europea secondo le linee sin qui seguite, “sarebbe inaccettabile, e da ultimo fallimentare, per l’Italia e per la stessa Europa”; in altri termini, se le cose non dovessero cambiare, s’imporrebbe per l’Italia l’uscita dall’area-euro e dall’Europa!
E’ questa l’unica via di fuga dalla “schiavitù dell’euro”? Secondo altri critici dello status quo europeo, la fuoriuscita da un’area di cooperazione sovrannazionale sarebbe negativa per l’Italia, per cui la ricerca di un’alternativa meno radicale dovrebbe essere oggetto di attenta riflessione da parte dell’establishment italiano dominante; tale ricerca dovrebbe essere perseguita, tenendo conto che l’abbandono del gold standard da parte dell’economia mondiale è stato reso possibile dagli sconvolgimenti internazionali che si erano determinati, mentre la fuoriuscita dell’Italia (e non solo di essa) dall’euro, come molti sostengono, sarebbe ostacolata, non solo perché molti italiani sono ancora legati alla conservazione degli ideali europeisti, ma anche e soprattutto perché si opporrebbe quella parte del sistema produttivo nazionale che risulta ormai integrato irreversibilmente con il sistema economico del Paese europeo egemone, la Germania.
Tenendo conto di questi ostacoli e dell’impossibilità che l’Italia possa superare da sola la stagnazione che la affligge, lo sganciamento dalla “dittatura dell’euro” dovrebbe, più convenientemente, essere intesa come “mossa tattica”, volta e creare le condizioni per far ripartire rapidamente il processo di unificazione politica europea. Se la “minaccia” di tale mossa non dovesse sortire alcun effetto, un’alternativa all’uscita dall’euro e dall’Unione potrebbe consistere in un’iniziativa che l’Italia potrebbe assumere, pur continuando a fare parte dell’Unione e dell’area valutaria dell’euro, per coinvolgere su basi democratiche, sociali e solidaristiche, i Paesi del Sud dell’Europa, inclusa la Francia, e tentare con essi di convenire una politica di cooperazione sopranazionale affrancata il più possibile dall’influenza, negativa sulle loro economie, dell’Europa minima voluta dalla Germania.
Si tratterebbe di un’alternativa all’uscita dall’euro e dall’Unione che non metterebbe in dubbio la fedeltà al progetto europeo dell’Italia e degli altri Paesi che dovessero aderire alla proposta di cooperazione. Sarebbe comunque un’iniziativa volta ad attenuare la stretta della “dittatura dell’euro” sulle loro economie, ad imitazione di comportamenti che altri Paesi comunitari hanno intrapreso per la tutela dei loro interessi settoriali, giudicati prioritari per la crescita delle loro economie: gli esempi sono il Patto del Trimarium, col quale 12 Paesi dell’Europa orientale hanno deciso di cooperare nel campo delle infrastrutture e dell’energia; oppure l’alleanza di Visegrad, col quale 4 Paesi, sempre dell’Unione Europea, hanno concordato di portare avanti una politica comune riguardo ai problemi dell’immigrazione.
Come nei casi del patto del Trimarium e dell’alleanza di Visegrad, l’Italia, avviando assieme ad altri Paesi membri dell’Unione una cooperazione volta solo ad attenuare gli effetti della “dittatura dell’euro”, in luogo di una fuoriuscita unilaterale dall’Unione, si limiterebbe a perseguire una cooperazione sopranazionale finalizzata alla promozione di iniziative economiche comuni, che da sola non sarebbe in grado di intraprendere.

La posizione critica di Paolo Savona rispetto all’Euro e i due ‘Piani’

paolo savonaLa possibile nomina di Paolo Savona a Ministro dell’economia nel governo “Di Maio-Salvini” ha suscitato reazioni fuori misura. L’accusa era che egli volesse condurre l’Italia fuori dall’euro; è vero che Savona si è sempre dichiarato non disposto “a morire per Maastricht”, ma questa sua non disponibilità all’estremo sacrificio per salvare la moneta unica europea è sempre stata collocata all’interno di un discorso critico che, per quanto dissonante all’orecchio degli “integralisti europei” proni a Brexelles e a Berlino, non è mai stato molto diverso da quello di tanti tra coloro che, con la possibile nomina di Paolo Savona alla guida dell’economia italiana, “urlavano al lupo”.
La posizione critica di Paolo Savona rispetto all’Euro può essere riassunta nella prospettazione di due “Piani”, i cui contenuti sono stati da lui formulati sin dagli anni non sospetti precedenti l’inizio della crisi della Grande Recessione iniziata nel 2007/2008: un Piano A, per valutare responsabilmente la possibilità di continuare ad adottare la moneta unica, e un “Piano B”, contenente le modalità d’una possibile uscita ordinata dell’Italia dalla moneta unica.
Il due “Piani” sono stati originariamente formulati da Savona allorché egli ha proposto che venisse adottata, da parte dell’Italia, una strategia complessiva da utilizzare nei confronti del Paese forte, la Germania, al fine di modificare la struttura portante dell’Unione Europea, ipotizzando che il “Piano B” potesse essere utilizzato come “ricatto-minaccia” per la piena attuazione del “Piano A”.
Poiché la situazione italiana è peggiorata con l’avvio della crisi del 2997/2008, Savona ha condiviso l’idea che il “Piano B”, nell’impossibilità di vedere attuato il “Piano A”, potesse diventare prioritario, in considerazione del fatto che la “sordità” di Bruxelles e di Berlino rendevano difficile che l’Italia potesse continuare a rimanere nel sistema dell’eurozona. In ogni caso, Savona avvertiva che il “ritorno alla lira” non dovesse essere inteso nel senso letterale di un ritorno alla “moneta vecchia”, ma, più propriamente, come ricupero di una maggiore autonoma sovranità monetaria che consentisse di disporre di tutti quegli strumenti di politica economica e monetaria propri di uno Stato sovrano, progressivamente abbandonati per l’adesione alla moneta unica.
Forse l’Europa non si sarebbe disintegrata, né l’euro sarebbe scomparso dalla scena europea e mondiale, ma se non fossero stati rimossi i gravi difetti strutturali su cui si reggeva l’intera organizzazione comunitaria e la circolazione dell’euro, le conseguenze, secondo Savona, sarebbero state gravi per l’Italia; esse si sarebbero tradotte nell’arretramento di alcune aree territoriali, come quella del Mezzogiorno e il costo si sarebbe tradotto in minore crescita dell’economia nazionale e in termini di maggiore disoccupazione e di minore benessere per l’intera area meridionale. Così sentenziava Paolo Savona nell’ultimo suo “J’accuse”, “Il dramma italiano di un’ennesima occasione perduta”.
Savona, in quest’ultimo pamphlet è andato persino oltre nel denunciare gli effetti negativi dei difetti di struttura dell’organizzazione economica e monetaria dell’Unione Europa (UE), affermando che la loro mancata rimozione avrebbe avuto conseguenze nefaste anche sui regimi liberal-democratici, dai quali aveva tratto origine il quadro politico che aveva consentito di realizzare, all’interno degli Stati costitutivi dell’UE, le condizioni poste alla base del livello di benessere del quale godevano le loro popolazioni.
Ciò sarebbe accaduto, affermava Savona, per via del fatto che la filosofia “pseudo liberale” che era prevalsa in Europa era di tipo “costruttivista”, illudendo le singole dirigenze politiche degli Stati membri dell’UE di poter costruire un mondo migliore attraverso l’imposizione di vincoli all’azione, invece di accrescere le libertà dell’individuo e, con esse, l’assunzione di maggiori responsabilità in merito al futuro del Paese. In altri termini, secondo Savona, i mali dell’Europa dovevano essere ricondotti al fatto che nel Vecchio Continente si era consolidato un “pensiero unico”, imposto per giustificare l’organizzazione economica, politica e sociale realizzata, la quale si stava però rivelando del tutto inadeguata a risolvere i problemi interni di quegli Stati membri che, come l’Italia, stentavano ad affrontare gli effetti della stagnazione economica.
Contro il monolitismo del pensiero unico, approfittando del fatto che le sue insidie ai danni della democrazia ancora non avevano del tutto spento la libertà di parola, Savona proponeva l’attuazione di “una politica economica diversa” e, a tal fine, lanciava contro l’establishment dominante in Italia, tre “J’accuse”: di aver tenuto acceso il motore delle esportazioni e spento quello dell’edilizia; di aver accettato la spaccatura dell’unità d’Italia tra il Nord e il Sud, senza l’intenzione di porvi rimedio; di aver imposto maggiori tasse per finanziare maggiori spese, in luogo di sanare il debito in essere, approfittando delle eccezionali condizioni monetarie internazionali.
Sulla base di queste accuse, i limiti della politica economica che veniva attuata in Italia dopo l’inizio della crisi, erano rinvenuti da Savona in particolare nell’accanimento con cui la dirigenza politica nazionale mostrava di volersi attenere all’”overdose di decisioni europee”, per salvaguardare, si sosteneva, la stabilità della moneta unica, nonostante che le misure attuate si rivelassero inadatte allo scopo.
A supporto delle sue critiche, Savona ricordava che gran parte degli analisti esteri sostenevano che l’euro non poteva sopravvivere così com’era stato costruito; per via delle sue malformazioni genetiche, invece di “trascinare” i Paesi europei verso la stabilità e l’unificazione politica, li allontanava facendo loro correre il rischio di mettere in crisi ciò che sino ad allora era stato realizzato. Corollario di questa diagnosi estera – affermava Savona – era che l’Italia, a causa della moneta unica, “non ce la poteva fare”, perché aveva accumulato un debito pubblico sproporzionato, un’organizzazione statale inefficiente e costosa, un mercato del lavoro rigido e un sistema tributario scoraggiante.
A fronte di questa situazione, l’overdose delle decisioni europee, prima ancora di rimuovere il difetto di architettura dell’UE, che generava eccessi di risparmio [nella forma di avanzi di bilancia corrente con l’estero] ed impediva di assorbirli con una politica di deficit spending che avesse alimentato la domanda interna, si sarebbe dovuto operare, secondo Savona, per un’appropriata riduzione del debito pubblico”; mancando di agire per una riforma dell’intero impianto sul quale era fondato l’euro, l’Italia avrebbe perso l’opportunità di avvalersi dei vantaggi resi potenzialmente possibili dal mercato interno europeo.
Se tutto ciò fosse stato evitato dai responsabili della politica economica nazionale, si sarebbe potuto non solo potenziare il “motore delle esportazioni” per rilanciare la crescita del Paese, ma sarebbe divenuto possibile “riaccendere” anche il motore parimenti importante delle costruzioni, per affrontare il dimenticato fardello del Mezzogiorno, la cui mancata soluzione avrebbe continuato e ad essere causa di una “spaccatura” politico-territoriale del Paese; problema, questo, secondo Savona, “ben più grave di quello del ritardo nella crescita complessiva”, in quanto si trascurava di considerare che la crescita del Paese era strettamente correlata all’assenza di crescita nel Mezzogiorno. L’effettivo rilancio del sistema economico nazionale e la conseguente crescita del PIL avrebbero consentito, da un lato, di orientare la tassazione verso un riordino della finanza pubblica in luogo del finanziamento di maggiori spese e, dall’altro, di realizzare “una seria verifica della giustizia sociale”.
La critica di Savona all’architettura istituzionale e monetaria europea e la sua proposta per superare i limiti della politica economica nazionale che allora si attuava non facevano, come si suole dire, “una grinza”; esse però, si può osservare, peccavano solo di realismo. Può sicuramente sorprendere che un conoscitore, com’è Savona, delle modalità di funzionamento dei mercati finanziari e del loro potere egemonico, abbia potuto pensare che gli operatori che agivano all’interno di tali mercati, dopo aver imposto il “pensiero unico”, che impediva di considerare qualunque proposta venisse avanzata per rimuovere i difetti di struttura dell’organizzazione comunitaria, potessero accogliere la sua critica e la sua proposta, senza che queste fossero adeguatamente condivise da un’estesa base sociale.
Tuttavia, criticare la struttura dell’organizzazione comunitaria e individuare nel modo in cui sono stati costruiti i meccanismi sottostanti la circolazione dell’euro la causa delle molte difficoltà contro le quali da tempo l’Italia era costretta a lottare non significava necessariamente essere contrari alla permanenza dell’Italia in Europa, né significa la fuoriuscita del Paese dal Trattato di Maastricht; l’eventuale nomina di Paolo Savona a ministro dell’economia nel nuovo governo, perciò, tenuto conto delle resistenza alla sua possibile azione, poteva solo fare sperare, al di là delle Cassandre nostrane che urlavano al lupo, che un atteggiamento critico più fermo nei confronti delle istituzioni europee e dei poteri forti in esse dominanti potesse servire finalmente a far conseguire al Paese risultati più positivi di quelli ai quali sinora sono pervenuti coloro che, per giustificare l’insuccesso della loro azione, hanno saputo solo nascondersi dietro la falsa affermazione che la loro politica fallimentare fosse l’Europa a volerla attuata.

Gianfranco Sabattini

L’Italia legata alle sorti dell’euro e a quelle del “blocco produttivo”

euroscettico

Il n. 5/2018 del mensile “Limes” raccoglie un insieme di contributi tutti volti a formulare una plausibile valutazione di quanto valga oggi l’Italia (di quale sia, in particolare, il suo peso politico ed economico all’interno dell’Europa comunitaria), partendo dall’assunto che i suoi “mali” sono per lo più riconducibili all’irresponsabilità dei propri cittadini, impegnati da tempo, da incoscienti, a “far saltare tutto”. Il “tema del mese” del periodico è, come sempre, formulato e circoscritto dall’Editoriale, che invita gli italiani a provare a resistere, considerando che l’incoscienza di molti è valsa ad affievolire la capacità di resistenza, al punto da indurre a pensare che il Paese non valga realmente nulla.

L’inizio dell’Editoriale inquadra il tema in un contesto globale, affermando che l’Italia nata dopo la caduta del fascismo, nonostante il processo di modernizzazione sperimentato a livello economico e sociale, “è sempre stata il Sud del Nord e l’Est dell’Ovest”; oggi, però, a causa dell’irresponsabilità forse della maggioranza dei propri cittadini, il Paese sta rischiando di “scadere a Nord del Sud e Ovest dell’Est”, per via del fatto che, al proprio interno, lo storico fossato tra Settentrione e Mezzogiorno, da sempre causa di divisione degli italiani e della loro scarsa affezione al processo di unificazione politica dell’europa, stia continuando ad approfondirsi.

Tutto ciò, secondo l’Editoriale, concorre ad allontanare l’Italia dall’“infragilito baricentro europeo” e a coinvolgerla nel clima di incertezza che trae origine dai conflitti oggi esistenti tra molti Paesi mediterranei e dalla debolezza dei loro regimi politici. La situazione, inoltre, sempre secondo l’Editoriale, distanzierebbe l’Italia anche dalle proprie tradizionali alleanze, in presenza di una tendenza ad allontanarsi dal sogno europeista, al quale, con l’adesione ai Trattati di Roma, si era inteso affidare “il Paese immaturo perché ne correggesse i vizi di postura, l’atavico deficit di statalità”. Il risultato di quell’affidamento sarebbe oggi che l’Italia è tra i Paesi comunitari che meno gradiscono l’affiliazione all’Unione Europea e all’area che ha adottato la moneta unica.

Quest’ultimo fatto sarebbe all’origine della perdita di vista da parte degli italiani della “misura” del loro Paese, nonostante che, sempre secondo l’Editoriale, esso valga più di quanto pensa di valere, sicuramente più di quanto vorrebbe e “ancora più di quanto gli Stati dell’Eurozona gradirebbero”. Eppure, l’idea di quanto l’Italia valga realmente è lontana dal convincimento dei propri cittadini, inducendo gli osservatori stranieri a rimanere “sospesi tra incredulità, dileggio e apprensione […], colpiti dal provincialismo del ceto politico, paradossale in un Paese dall’economia estroflessa”.

Di qui la preoccupazione insorta nelle cancellerie europee dopo le ultime elezioni politiche che hanno registrato il successo di Lega e M5S, formazioni politiche “non conformi al galateo atlantico europeista, ineducate alle maniere e alle astuzie della diplomazia internazionale”. Le capitali europee, soprattutto Berlino e Parigi, paventano perciò che, se l’Italia non dovesse riuscire a correggere la rotta che i partiti ora al governo intendono farle percorrere, essa (l’Italia) sarà responsabile della distruzione dell’euro e dell’Unione Europea; ciò a causa degli squilibri cui l’azione delle nuove forze governative darebbe origine a livello dell’”intero assetto euroatlantico”, con effetti imprevedibili, “ma – a parere dell’Editoriale – certamente sistemici. Perché sistemica è a suo modo l’Italia, o almeno tale è percepita da chi ne condivide la moneta”.

Sono vere le preoccupazioni destate negli altri Paesi comunitari dalle potenziali minacce, evocate ai danni dell’euro e del progetto europeo dai risultati elettorali conseguiti in Italia da forze politiche critiche nei confronti delle istituzioni bruxellesi? Un autorevole economista tedesco, Clemens Fuest, presidente dell’”Institute for Economic Research di Monaco” (IFO), ha di recente dichiarato all’”HuffPost” (un blog noto fino al 2016 come The Huffington Post) che con “l’Italia ancora in stagnazione, se dovesse di nuovo andare in crisi, l’euro fallirebbe.

Nella fase attuale, secondo Fuest, il vero Stato da tenere d’occhio sarebbe solo uno: l’Italia; perché l’avvento di una crisi finanziaria originata dall’Italia, che dovesse colpire duramente la Germania, “sarebbe l’unico evento che potrebbe far davvero saltare l’euro e l’eurozona”. Il salvataggio greco in confronto verrebbe a configursi “come un gioco da ragazzi”.

Il pericolo imputabile all’Italia paventato dalla Germania, ai danni della propria economia, dell’intera eurozona e del progetto europeo, per via della possibile crisi della moneta comune, induce Fuest ad affermare che, per prevenire che esso possa materializzarsi, sarebbe plausibile adottare a livello comunitario una clausola che consentisse a qualsiasi Paese in continuo stato di stagnazione di abbandonare la moneta unica. Ciò perché, a suo parere, l’Europa ha bisogno di stabilità, che la situazione italiana ha sempre reso instabile, in quanto la decisione di ammettere l’Italia nel “gruppo di testa dell’euro” è stata assunta solo per ragioni politiche; dal punto di vista strettamente tecnico, l’Italia, per Fuest, non era nella condizione di rispettare “i termini d’ingresso”. Su quella decisione ha pesato il fatto – afferma Fuest nell’intervista concessa a Tonia Mastrobuoni, il cui testo è pubblicato su Limes (n. 5/2018) – che “per l’industria tedesca spariva un ostacolo rilevante per esportare in Paesi come [l’Italia], usi a svalutazioni competitive” (Beata sincerità!, verrebbe da dire, dalla quale però Fuest non deriva le necessarie implicazioni).

Al parere di Fuest sembra aderire Sabino Cassese che, in un’intervista (concessa a Luca Caracciolo e Niccolò Locatelli, il cui testo è anch’esso pubblicato su Limes n. 5/2018 col titolo “Il vincolo estero come rimedio al deficit di Stato”), afferma che il “vincolo esterno” alla sovranità, espresso dall’adesione del Paese al gruppo di testa dell’euro, sarebbe stato determinato dalla volontà del Paese di autoimporselo, per via della consapevolezza del proprio deficit di statalità e nella convinzione che l’associazione al novero dei Paesi virtuosi europei sarebbe valsa a trasformarla in Paese virtuoso.

In tal modo – era questo il ragionamento prevalente – sarebbe stato possibile fare fronte al deficit di statalità, dovuto al fatto che l’Italia, pur dopo il conseguimento dell’unificazione politico-territoriale, è rimasta divisa sul piano economico e sociale è rimasta divisa; divisione che, nonostante brevi periodi di convergenza vissuti dalle due macro aree (quella settentrionale e quella meridionale), non solo si è conservata, ma negli ultimi decenni si è addirittura approfondita, rappresentando cosi anche una causa della fragilità del sistema-Paese, la quale, prefigurando un continuo pericolo di instabilità per il resto dell’Europa comunitaria, espone l’Italia alla possibile estromissione dall’eurozona.

A questa possibile estromissione non credono Paolo Caselli a Gabriele Pastrello, che in “Senza l’Italia salta l’euro ma anche l’Europa tedesca” (Limes n. 5/2018), affermano che l’Italia è troppo importante perché la sua estromissione dall’area euro non comporti una “crisi tale da colpire anche Berlino”. Ciò, a parere degli autori, avverrebbe perché la globalizzaziome, il ruolo sempre più importante della Germania in Europa e nel mondo e la crisi persistente dell’Italia sono fenomeni oggi così “strettamente connessi” che l’uscita dell’Itali dall’euro non tarderebbe a causare la diffusione di una crisi in tutta l’area europea. Perché, secondo Caselli e Pastrello, ciò accadrebbe?

Con la globalizzazione, iniziata negli anni Settanta del secolo scorso e basata sul ruolo delle tecnoscienze informatiche – argomentano gli autori – si è avuta una destrutturazione del sistema produttivo mondiale; la disarticolazione produttiva, che ne è seguita ha comportato “l’integrazione nella rete di grandi imprese multinazionali di segmenti della fabbricazione di un prodotto finale”. Le produzioni dei segmenti produttivi disarticolati “a un livello molto vicino al prodotto finale” venivano assemblate all’interno del Paese che provvedeva alla sua distribuzione commerciale nel mondo; in questo modo, il processo produttivo veniva “‘spacchettato’ in varie fasi, ma le unità produttive decentrate [dovevano] produrre le parti intermedie secondo criteri di efficienza e produttività proprie dell’impresa madre”, ma con l’utilizzazione di know-how tecnologico non sempre disponibile all’interno del Paese assemblatore.

Anche in Germania, all’inizio degli anni Novanta, l’industria manifatturiera tedesca – affermano Caselli e Pastrello – “ha cominciato a decentrare fasi della propria produzione nei vicini Paesi” (soprattutto dell’Est europeo); tale processo, favorito dal basso costo della forza lavoro e dalla vicinanza geografica dei Paesi delocalizzatori, ha promosso la formazione di un “blocco produttivo tedesco” al quale si sono aggiunte le economie, dopo quelle dei Paesi dell’Est europeo, di altri Paesi economicamente più avanzati, come l’Olanda e l’Austria, ma anche, in tempi successivi, “pezzi rilevanti” dell’industria manifatturiere delle regioni del Nord dell’Italia.

Anche l’economia italiana, perciò, per via delle sue molteplici interrelazioni industriali approfonditesi con la Germania, risulta integrata (sia pure per il tramite della parte del Paese economicamente più avanzata) nel blocco produttivo tedesco. La formazione di tale “blocco”, secondo Caselli e Pastrello, “ha provocato la trasformazione della Germania da Paese esportatore (soprattutto di prodotti finiti) a piattaforma industriale, ovvero, a centro di distribuzione territoriale delle fasi produttive del “blocco”, i “cui risultati vengono convogliati nel Paese centrale la cui industria è in gran parte dedicata all’assemblaggio”.

Stando così le cose, la Germania, nel momento in cui sono in corso di ridefinizione le relazioni economiche tra le grandi aree economiche del mondo non ha ora alcun interesse a vedere restringersi l’area dell’euro, a causa della fuoriuscita dall’eurozona di qualche Paese che attualmente ne fa parte. Ciò perché l’eventuale uscita di uno dei Paesi membri dell’eurozona determinerebbe il venir meno, non solo dei vantaggi dei quali l’economia tedesca ha goduto grazie al mercato interno europeo (che gli economisti tedeschi, come Clement Fuest, tendono ad ignorare), ma darebbe origine a conseguenze negative per tutta l’Europa comunitaria, cui “nemmeno la potente economia tedesca – concludono Caselli e Pastrello – potrebbe sottrarsi”.

Per le ragioni indicate, sono allarmistiche le dichiarazioni di Fuest, perché l’Italia, pur con tutte le sue debolezze, è un Paese troppo importante (a dispetto di quanto sia disposta a riconoscere la maggioranza dei suoi cittadini) per farlo fallire, ma soprattutto troppo importante perchè si continui a conservarlo nell’area dell’euro. Ciò perché, la sua eventuale uscita dall’eurozona sarebbe traumatica, non solo per l’Italia stessa, ma soprattutto per la conservazione dell’area valutaria europea che, sia pure ad egemonia tedesca, non sarebbe in grado di reggere il confronto con le altre aree valutarie competitrici e di continuare a perseguire il processo dell’integrazione del Vecchio Continente.

Ovviamente, ciò non significa che l’Italia non debba e non possa utilizzare il “peso” economico che riveste, ai fini della conservazione e dell’ulteriore potenziamento dell’area valutaria europea ad egemonia tedesca, per promuovere un processo di revisione dei meccanismi della moneta unica, giudicati penalizzanti per l’economia di molti dei Paesi membri; meccanismi che sono da tutti considerati la causa dei persistenti surplus delle bilancia commerciale tedesca, ai quali sono altrettanto riconducibili le situazioni di stagnazione delle economie di altri Paesi comunitari, tra i quali l’Italia.

Tuttavia, l’Italia deve cessare di fare affidamento sugli “aiuti esterni” per rimuovere le proprie debolezze; a tal fine, dovrà pensare a come attenuare gli effetti negativi esercitati sulla propria economia dal tradizionale problema del Mezzogiorno; l’eventuale soluzione di quat’ultimo, oltre a contribuire a realizzare una maggior considerazione per il proprio Paese da parte degli italiani, rappresenterebbe anche un valido supporto per consentire alla struttura produttiva delle regioni del Nord di conservare all’interno del blocco produttivo ad egemonia tedesca il necessario peso economico, al fine di assicurare all’Italia il riconoscimento, da parte dell’estero, della sua valenza, affrancata da ogni possibile dileggio.

Gianfranco Sabattini