L’inadeguatezza dello Stato sociale di fronte ai nuovi scenari economici

welfareSpesso, nei manuali di economia, il welfare State o Stato sociale viene definito una struttura istituzionale volta ad assicurare un minimo di benessere ai propri cittadini. Si tratta di una definizione che, nella nuova edizione del loro libro “Che cos’è il welfare State”, Yuri Kazepov e Domenico Carbone (docente di Politiche sociali comparate all’Università di Vienna, il primo; di Metodologia delle scienze sociali all’Università del Piemonte Orientale, il secondo) valutano molto riduttiva, in quanto non rende conto della complessità dello scopo e delle modalità di funzionamento della struttura.

La drastica semplificazione della definizione del welfare State, secondo gli autori, impedisce di cogliere l’evoluzione che esso ha subito nel tempo. Per rimediare a questo deficit definitorio, Kazepov e Carbone, ritengono sia necessario collocare l’analisi del welfare in una “prospettiva temporale di lungo periodo”, per collegare lo scopo del sistema di sicurezza al contesto sociale nel quale esso è stato istituzionalizzato, considerandone l’evoluzione delle sue caratteristiche.. La semplificazione della definizione del welfare State, infatti, non consente di rilevare che le finalità dello Stato sociale sono cambiate, in modo diverso a seconda della diversità delle ideologie che si sono affermate all’interno dei singoli contesti a supporto del welfare.

Non è un caso, osservano Kazepov e Carbone, che, a causa della semplificazione con cui il welfare State è stato originariamente definito, la sua considerazione, da parte di molti analisti, sia stata prevalentemente orientata a metterlo in relazione con aspetti del funzionamento dei sistemi economici, che non avevano niente a che fate con le sue reali finalità. E’ stato solo negli anni Ottanta del secolo scorso, che il welfare State è divenuto oggetto di studio autonomo, in funzione della dinamica dei moderni sistemi economici industrializzati e della natura dei cambiamenti che in questi si sono verificati.

L’ideologia del welfare ha iniziato ad essere condivisa tra le due guerre e a tradursi in strutture pubbliche operative nei Paesi ad economia di mercato, a partire soprattutto dalla fine del secondo conflitto mondiale; è stato infatti all’interno di questi Paesi che l’ideologia del welfare si è affermata, legittimando sul piano sociale la necessità che l’intervento dello Stato nell’economia diventasse “un elemento costitutivo importante del benessere del cittadino”.

Il processo attraverso il quale l’intervento dello Stato ha assunto tale ruolo – affermano gli autori – “è fortemente intrecciato con le profonde trasformazioni economiche delle modalità di produzione del benessere e delle condizioni di vita delle persone, nonché con le trasformazioni politiche che hanno influenzato la partecipazione dei cittadini alla sfera pubblica”. Questo processo, avviatosi nel corso del Settecento, e irrobustitosi con la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese, ha dato luogo alla nascita delle economie nazionali e della democrazia politica, raggiungendo, nel periodo precedente e successivo al secondo conflitto mondiale, “il punto di svolta fondamentale”.

Con le trasformazioni economiche, sociali e politiche delle quali si è detto, si sono realizzate le condizioni perché si radicasse il consenso sociale su un intervento dello Stato nell’economia, per l’attuazione di politiche attive dirette a rimuovere, o quantomeno ad affievolire, i disagi causati dalle trasformazioni dei decenni precedenti. La natura di tali trasformazioni e la ricerca del necessario consenso sociale sulle politiche volte a rimuovere i disagi che ne erano derivati sono all’origine della complessità del sistema dello Stato sociale; realizzato originariamente in Gran Bretagna, esso si è esteso rapidamente, secondo modalità differenti, nei primi trent’anni successivi alla fine del conflitto mondiale, a gran parte dei Paesi ad economia di mercato e retti da regimi politici democratici.

La matrice ideologica del welfare State, oltre che determinare forme diverse con cui esso si è consolidato all’interno dei vari Paesi, si è anche arricchita nel tempo di nuovi contenuti, soprattutto quando lo scopo del sistema di sicurezza sociale è stato fortemente influenzato dall’accoglimento del “principio universalistico”, che ha determinato un salto di qualità nella natura delle sue prestazioni.

Il salto di qualità ha avuto l’effetto di promuovere l’espansione dei diritti dei cittadini e, conseguentemente, della spesa pubblica, promuovendo “un processo di sviluppo economico senza precedenti”, che ha consentito di disporre delle risorse necessarie a finanziare l’espansione dei diritti. Il doppio movimento espansivo (dei diritti sociali e della spesa pubblica, da un lato, e delle risorse necessarie a finanziare quest’ultima, dall’altro lato) si è riflesso nella formulazione di più rispondenti definizioni del welfare State; per un verso, tutte tendenti a presupporre, come “causa” della sua l’affermazione, la tutela della società di mercato e la “produzione di condizioni di insicurezza e vulnerabilità implicite nel suo funzionamento”; per un altro verso, tutte assumenti “che lo scopo del potere organizzato dello Stato “fosse quello di garantire un reddito minimo indipendentemente dal valore di mercato che i servizi della forza lavoro di un singolo poteva avere.

Le nuove definizioni stabilivano, quindi, l’esistenza di un “nesso causale”, che l’impetuoso processo di crescita e sviluppo verificatosi nel dopoguerra aveva concorso a fare nascere tra “l’affermazione della società di mercato”, la “produzione di insicurezza” che essa comportava e le conseguenti “politiche sociali” riparatorie da attuare a vantaggio di tutti.

Nella realtà, però, le politiche sociali realizzate non sono state sempre così universalistiche, come invece avrebbero dovuto essere, per cui i sistemi di welfare, pur consolidandosi, si sono evoluti sino alla metà degli anni Settanta del secolo scorso lungo tre direzioni: una direzione previdenziale, caratterizzata da prestazioni sociali a favore di beneficiari che si fossero trovati in particolari condizioni (occupazionali, di età, di genere, familiari, ecc.); una direzione assistenziale, caratterizzata da prestazioni sociali destinate a contrastare la povertà; infine, una direzione ugualitaria, che impegnava i sistemi di sicurezza sociale ad indirizzare le prestazioni verso il perseguimento della realizzazione di una “società più uguale”.

Nell’insieme, le definizioni del welfare (evolutesi lungo le tre “direzioni” indicate e divenute più rispondenti alla nuova situazione economica, sociale e politica maturata nel corso dei trent’anni successivi al 1945), pur indicando in modo specifico le finalità dello Stato sociale, hanno mancato, secondo Kazepov e Carbone, di prescrivere le modalità con cui esso (lo Stato sociale) poteva garantire e organizzare l’offerta delle prestazioni; la mancata indicazione di queste modalità è, per i due autori, all’origine del motivo per cui i sistemi di protezione sociale hanno assunto caratteristiche organizzative differenti nei vari Paesi, riflettendo i diversi valori prevalentemente condivisi nei singoli contesti.

Questo processo, culminato nella metà degli anni Settanta nell’allargamento degli scopi e nel potenziamento del welfare State – affermano Kazepov e Carbone – ha portato a scegliere all’interno dei vari Paesi l’attuazione di “certe politiche sociali piuttosto che altre”, indirizzando diversamente “i flussi redistributivi delle ingenti somme che lo Stato ha mobilitato nel periodo postbellico”. Ma, dopo il periodo del suo massimo sviluppo, i mutamenti socio-economici e le crisi strutturali dei Paesi ad economia di mercato hanno portato ad una riflessione critica riguardo agli scopi e alle modalità di finanziamento del welfare State. Assumendo una valenza prevalentemente ideologica, l’analisi critica è stata condotta secondo due prospettive diverse: quella neomarxista e quella neoliberista, cui va ricondotta anche la visione social-riformista.

La prima prospettiva critica ha fatto costante riferimento alla concezione marxiana dello Stato, secondo la quale, la sua azione condotta all’interno di una società di mercato, riproducendo le relazioni sociali proprie del capitalismo, non ha potuto incidere sulla rimozione (o sull’affievolimento) dei disagi sociali causati dagli esiti negativi della dinamica economica. Secondo la critica neomarxista, perciò, la crisi del welfare State è da ricondursi al fatto che il suo scopo è stato quello di assicurare la continuità nella stabilità del “processo produttivo e accumulativo del capitale”, attraverso la gestione delle crisi economico-sociali cui è sempre stato naturalmente esposto il capitalismo, a scapito di alcune classi e ad esclusivo vantaggio di altre.

L’instabilità dei mercati monetari e delle materie prime (in particolare delle risorse energetiche) ha comportato la riproposizione di antiche ideologie economiche e politiche conservatrici che, imputando al welfare State una radicalizzazione del conflitto sociale, hanno individuato nell’instabilità del mercato causata dall’approfondimento del conflitto sociale e nel crescente livello della spesa pubblica le cause della crisi dello Stato sociale. In base a questo approccio critico, a seguito delle insufficienze presentate dal welfare State a fronte degli effetti negativi dovuti all’instabilità dei mercati monetari e delle materie prime, a metà degli anni Settanta, la soluzione proposta, poi prevalsa, è consistita nella riduzione delle prestazioni sociali (considerate un disincentivo al lavoro) e del carico fiscale necessario per finanziare le politiche sociali.

Anche la critica social-riformista, rinvenendo il motivo della crisi del welfare State nella sua inadeguatezza nel fronteggiare l’instabilità dei mercati monetari e delle materie prime, non ha saputo che suggerire il ricorso a provvedimenti tampone, fondati sul continuo potenziamento del welfare State realizzato, che hanno avuto lo scopo, non di riproporre in termini innovativi le finalità dello Stato sociale e le modalità del suo funzionamento, ma solo quello di consentire alle economie di mercato in crisi di “guadagnare tempo”, rinviando così il momento in cui sarà giocoforza un “cambio di registro” circa il ruolo e la funzione che il welfare State dovrà svolgere per la salvaguardia dell’economia di mercato e la tutela del benessere dei cittadini, affrancata dall’instabilità economica, sociale e politica, trascinata fisiologicamente con sé dalla dinamica del moderni sistemi produttivi.

Nonostante le differenze che dividono le diverse prospettive critiche illustrate, è possibile rinvenire in esse, secondo Kazepov e Carbone, alcuni punti di convergenza: tutte concordano sul fatto che il welfare State, così come oggi risulta strutturato e “rabberciato”, non può più essere considerato la risposta ai problemi economici, sociali e politici delle economie di mercato; nessuna afferma la necessità di “smantellare” ab imis il welfare State, in quanto viene riconosciuto (sia pure per ragioni tra loro non omogenee) che le economie di mercato contemporanee non possono farne a meno; nessuna delle prospettive critiche dispone di “una strategia realistica per la realizzazione di quella che, secondo ognuna delle prospettive critiche, potrebbe essere la forme organizzativa più conveniente del welfare State, a fronte dei problemi economici, sociali e politici indotti dalla dinamica dei moderni sistemi produttivi.

Gli elementi di convergenza delle diverse prospettive critiche, a parere di Kazepov e Carbone, “sottolineano il fatto che il welfare State, così come si è storicamente strutturato e istituzionalizzato, ha raggiunto dei limiti”, che sono l’esito della dinamica, sia dell’economia, che delle modalità di intervento dello Stato per rimuoverne le disfunzioni; nell’ambito dei cambiamenti (dell’economia e delle modalità di intervento dello Stato), l’”inerzia istituzionale” del welfare State sta offrendo ora “risposte vecchie a sfide nuove”.

Concludendo il loro discorso sui limiti del welfare State e sulla necessità di una sua riorganizzazione idonea a dare risposte alle sfide economiche, sociali e politiche nuove, Kapezov e Carbone osservano che la riorganizzazione dovrebbe avvenire tenendo conto del ruolo politico-istituzionale che ha assunto l’intervento (regolatore dell’economia) dello Stato sociale moderno; ruolo, questo, che dovrebbe essere svolto attraverso un welfare State diretto a garantire, sotto forma di prevenzione, di assistenza e di modernizzazione della società, la soddisfazione di specifici diritti sociali, cui devono corrispondere specifici doveri di contribuzione finanziaria.

La conclusione del discorso degli autori sulla riorganizzazione del welfare State non appare innovativa, in quanto manca di tenere nel debito conto il fatto che la dinamica dei sistemi produttivi contemporanei, sotto la diretta influenza della globalizzazione, ha originato il fenomeno della disoccupazione crescente irreversibile; ciò rende del tutto inefficaci ipotesi di riforma del welfare State concepito come braccio operativo di un sistema di sicurezza sociale garante della soddisfazione di specifici diritti sociali, a fronte di altrettanti specifici doveri di contribuzione finanziaria. Ma, se il connotato principale dei attuali sistemi produttivi ad economia di mercato è quello di causare crescenti livelli di disoccupazione irreversibile, quale capacità può avere la forza lavoro di contribuire alla copertura finanziaria della spesa pubblica con cui dovrebbero essere soddisfatti i suoi loro diritti sociali?

La risposta ineludibile a questo interrogativo può essere data solo riflettendo su come riformare le modalità di distribuzione del prodotto sociale, in modo da svincolare la parte di esso che svincoli la parte di esso corrisposta alla forza lavoro disoccupata da ogni sua possibile contribuzione produttiva. E’ questo un problema sul quale da tempo si dibatte, senza pervenire, però, a conclusioni valide sul piano operativo, preferendo continuare a “rabberciare” il vecchio arnese del welfare State, ormai ridotto a strumento utile solo a consentire all’establishment economico e politico prevalente di “guadagnare tempo”, prima che i rattoppi del welfare State cessino la loro effimera efficacia.

Gianfranco Sabattini

Joseph Nye. L’Occidente e l’alternativa all’esercizio del “soft power” Usa

A decorative plate featuring an image of Chinese President Xi Jinping is seen behind statues of late communist leader Mao Zedong at a souvenir store next to Tiananmen Square in Beijing on February 27, 2018. China's propaganda machine kicked into overdrive on February 27 to defend the Communist Party's move to scrap term limits for President Xi Jinping as critics on social media again defied censorship attempts. The country has shocked many observers by proposing a constitutional amendment to end the two-term limit for presidents, giving Xi a clear path to rule the world's second largest economy for life. / AFP PHOTO / GREG BAKER        (Photo credit should read GREG BAKER/AFP/Getty Images)

AFP PHOTO / GREG BAKER (Photo credit should read GREG BAKER/AFP/Getty Images)

Alcuni decenni fa, secondo uno dei politologi americani più influenti di allora, Joseph Nye, autore di “Soft power. Un nuovo futuro per l’America”, era necessario che gli Stati Uniti, per esercitare positivamente il ruolo di prima potenza mondiale, senza alienarsi l’accettazione di tale esercizio da parte dei Paesi sui quali esso veniva fatto pesare, producessero ed esportassero soft power (potere di persuasione).
Con questa espressione, da lui stesso introdotta al termine del patto tra capitale e lavoro di keynesiana memoria, il politologo americano intendeva indicare la natura della politica internazionale con cui, dopo la fine della Guerra fredda, l’America avrebbe potuto attrarre nella sua “sfera di influenza” i Paesi del mondo che fosse riuscita a persuadere, perché imitassero la propria organizzazione politica, sociale ed economica.
Il soft power è divenuto così strettamente legato alla cultura e alle politiche degli USA, tanto quanto lo era stato l'”hard power”, ovvero, la capacità coercitiva con cui, durante il periodo della Guerra fredda, l’America era riuscita a cooptare e a mantenere legata a sé gran parte dei Paesi del mondo, attraverso la forza militare ed economica.
Alcuni osservatori, sorprendentemente, da posizioni di sinistra, tendono a paragonare l’espressione “soft power” con quella di “egemonia” di gramsciana memoria; quest’ultima espressione, nell’ambito delle scienze sociali, in particolare nell’ambito dell’economia e della politica internazionale, è stata impiegata per spiegare le modalità distributive, su basi aconflittuali, delle risorse e del potere decisionale tra i singoli individui e tra i singoli Stati. All’interno delle scienze sociali è escluso che il concetto di egemonia, così come è stato inteso da Gramsci, possa essere interpretato come complesso di mezzi (materiali e non) idoneo a consentire a chi gestisce il potere statuale di utilizzarlo per “imporre”, da un lato, un dominio culturale e, dall’altro lato, di farne uso come guida di chi viene ad esso assoggettato.
Se si mancasse di tenere ferma questa distinzione, tra il soft power di Nyé e l’egemonia culturale di Gramsci non esisterebbe alcuna differenza, in quanto il dominio fondato sull’esercizio del potere culturale e intellettuale sarebbe uno strumento essenziale per la stabilità di un sistema di potere, avente la stessa natura di quella realizzata attraverso l’esportazione violenta di valori e di modelli comportamentali ritenuti unilateralmente “superiori”.
E’ proprio su questo punto che il soft power di Nye e l’egemonia di Gramsci si differenziano: il primo (cioè il soft power di Nye) non implica alcuna interiorizzazione dei valori e dei modelli di comportamento esogeni da parte di chi li subisce, ma solo un processo di imitazione di istituzioni politiche ed economiche estranee alla cultura dei popoli degli Stati destinatari del soft power; al contrario, l’egemonia implica un potere esercitato sulla base di una “condivisione dal basso” della validità di valori e modelli di comportamento, che non nascono per imitazione di valori e di modelli di comportamento esogeni, ma da un’evoluzione culturale autoctona delle istituzioni politiche ed economiche dei singoli popoli. Fuori da questa prospettiva, il soft power non può che essere concepito come parallelo (anche se somministrato in termini più morbidi) all’hard power; ovvero, come forma invisibile e ovattata di un potere esogeno, che arriva laddove la materialità della violenza non può arrivare.
Partendo dall’assunto che il soft power, quale è stato esercitato dagli USA nei confronti del resto del mondo dalla fine della Guerra fredda, Eric Li, politologo cinese, nell’articolo “Il soft power americano è morto. Riuscirà la Cina a sostituirlo?” (Limes n. 6/2018), afferma che il mondo non vuole più essere come l’America, in quanto il potere di persuasione, con cui gli USA hanno pensato di convertirlo alla logica di funzionamento e agli stili di vita propri del capitalismo contemporaneo e dell’ideologia neoliberista, è entrato irreversibilmente in crisi. Eric Li propone, un punto di vista cinese, come possibile alternativa alla natura non più condivisa del soft power americano.
Ma quali sono i contenuti del soft power statunitense, del quale, secondo il politologo cinese, il mondo intero non vorrebbe più saperne? A parere di Eric Li, Nye, avendo connotato il soft power in termini culturali, ideologici e istituzionali, si sarebbe convinto che, “in ciascuno di questi ambiti il mondo ambisse a essere come l’America”, arrivando a definire il “soft power come la capacità di un soggetto di far fare ad altri ciò che altrimenti non avrebbe fatto, spingendoli a desiderare di assomigliare culturalmente, ideologicamente e istituzionalmente al soggetto stesso”; da ciò, secondo Eric Li, il convincimento di Nye che se uno Stato fosse stato in grado di accreditare come legittimo il proprio potere al cospetto degli altri Stati, avrebbe incontrato, da un lato, minor resistenza nell’attuazione delle propria strategia internazionale; dall’altro lato, avrebbe potuto promuovere l’adozione di istituzioni che avrebbero reso gli altri Stati desiderosi “di incanalare o limitare le loro attività” nel modo che lo Stato dominante avesse preferito, potendo, quest’ultimo, sottrarsi alla necessità di sostenere gli alti costi (non solo economici) dell’esercizio dell’hard power.
Tra le istituzioni che lo Stato dominante ha proposto, attraverso l’esercizio del soft power, un’importanza strategica hanno assunto, a parere di Eric Li, la democrazia liberale, l’economia di mercato ed i valori propri del neoliberismo. Nei decenni successivi agli anni Ottanta del secolo scorso, ai quali risale l’inizio della politica internazionale degli USA ispirata al concetto di soft power di Nye, “il liberalismo connaturato ai valori americani – afferma Eric LI – ha avuto un fascino impareggiabile in tutto il globo”. A un certo punto è sembrato, continua Li, “che quasi ogni Paese del pianeta aspirasse a essere come l’America e volesse le stesse cose che l’America aveva e voleva”.
Mai, prima d’allora, sempre secondo il politologo cinese, nell’esperienza storica, tanti Paesi “hanno dismesso i propri sistemi politico-economici per trasformarsi in regimi liberali”, inaugurando così un periodo di “grande conversione” istituzionale ed economica. Attraverso questa, gli Stati Uniti, nell’ambito della politica internazionale, hanno guidato il processo di integrazione delle economie nazionali, creando, ampliando o potenziando nuove, o già esistenti, istituzioni internazionali, per metterle al servizio del continuo approfondimento del processo di globalizzazione.
Anche il “progetto europeo”, a parere di Eric Li, sarebbe diventato “la versione regionale del soft power americano”, con le istituzioni dell’Unione Europea che, da entità soprannazionali, si sarebbero sostituite agli Stati membri secondo la narrazione di Nye. Per una generazione intera, i Paesi comunitari “hanno volontariamente dismesso porzioni sempre maggiori della propria sovranità per sottomettersi a una serie di regole basate sui valori liberali”; tutti gli Stati membri non hanno esitato a introdurre nella loro organizzazione interna ciò che le istituzioni comunitarie volevano, usando il soft power à la Nye, “così bene”, osserva Eric Li, tanto che a un certo punto sembrava che tutti volessero essere membri della UE.
La percezione di quanto è avvenuto nel periodo della grande conversione è stato percepito dall’immaginario collettivo come un cambiamento epocale, destinato a caratterizzare l’intero XXI secolo; ma, sul finire del primo decennio del nuovo secolo, le cose sono improvvisamente cambiate, in quanto “il contesto storico appena descritto” è entrato in una profonda crisi, parallelamente al crollo della logica sottostante il soft power, sulla cui base era stato realizzato l’ordine internazionale gestito attraverso il “Washington consensus”.
La spiegazione del crollo, a parere di Eric Li, è riconducibile al fatto che la logica del soft power, così come era stata concepita da Nye, non ha funzionato per tutti i Paesi coinvolti nella grande conversione; questa, infatti, ha condotto i Paesi a “coltivare l’illusione” che le promesse tratte dall’ideologia neoliberista fossero scontate e le realizzazioni irreversibili. Ciò non è accaduto perché, in realtà – afferma Eric Li – “il soft power è e sempre sarà un’estensione e un derivato dello hard power”, col quale, sotto mentire spoglie, è stato possibile esercitare il potere di persuasione che ha provocato lo stravolgimento delle organizzazioni istituzionali ed economiche dei Paesi integrati nell’economia mondiale, inclusi lo Stato (l’America) e l’organizzazione soprannazionale (l’Unione Europea) dominanti in diverse aree del globo.
Infatti, il prevalere dell’ideologia neoliberista, della quale il soft power è stato portatore, ha danneggiato tutti indistintamente i Paesi integrati nell’economia internazionale, in quanto essa (l’ideologia neoliberista) ha frammentato, invece di unire, gli Stati che di essa hanno subito le conseguenze negative; ciò perché la globalizzazione, realizzata attraverso il soft power definito da Nye, ha travalicato la capacità, da parte degli Stati nazionali e delle organizzazioni internazionali, di gestire nella stabilità il funzionamento dei sistemi produttivi, causando l’aumento dei debito pubblico, l’ineguaglianza distributive e l’interruzione della crescita.
Di fronte alla crisi economica generalizzata e all’instabilità dei rapporti tra gli stati, può il mondo – si chiede Eric Li – aspirare a qualcosa di meglio, con la riproposizione di un soft power più condivisibile? A suo parere è possibile, e la Cina, al riguardo, potrebbe “entrare in gioco”; ciò perché – egli sostiene – quando nelle relazioni internazionali è stata adottata la logica del soft power, la “Repubblica Popolare era l’unico grande Paese in controtendenza. Nell’ordine post-seconda guerra mondiale si era integrata, in quello successivo alla Guerra fredda invece no. In questo modo è riuscita ad allestire una transizione estremamente complessa dalla pianificazione centralizzata all’economia di mercato, senza però permettere a quest’ultima di ergersi al di sopra dello Stato. E’ lo Stato il primo organizzatore dell’economia cinese. E sempre lo Stato ha rifiutato le definizioni occidentali di democrazia, libertà e diritti umani, mantenendo e rafforzando il proprio sistema a partito unico. In termini di soft power, la Cina non ha accettato di desiderare quel che l’Occidente desiderava. Sotto ogni punto di vista: culturale, ideologico, istituzionale”.
Al contrario della maggior parte dei Paesi che hanno vissuto la grande conversione, la Cina ha avuto “un successo senza precedenti nella storia umana. Si è evoluta – afferma Eric Li – da povero Paese agricolo a maggiore economia industriale del mondo, sollevando nel frattempo 700 milioni di persone dall’indigenza”. Ciò è avvenuto solo in termini pacifici e, con modalità assai differenti rispetto a quelle sperimentate dalle altre grandi potenze antiche e moderne; la crescita e la modernizzazione della Cina sono avvenute in assenza di ogni forma di atteggiamento aggressivo ai danni del mondo ad essa esterno.
Ora, conclude Eric Li, dopo molti decenni in cui ha curato la propria crescita da posizioni autonome, la Repubblica Popolare sta proponendo al mondo, con le grandi infrastrutture delle “vie della seta”, la realizzazione di “una comunità di destini condivisi”, in cui ogni Stato rispetti le scelte degli altri Stati riguardo ai propri percorsi di sviluppo e modernizzazione.
Questa conclusione boccia quindi la scelta fatta dall’Occidente alla fine della Guerra fredda, quando da gran parte dei Paesi integrati nel mercato mondiale è stata accettata una gestione delle relazioni internazionali basata su un soft power ispirato all’ideologia neoliberista; promuove, invece, l’ipotesi che i Paesi integrati nell’economia mondiale si aprano a “un nuovo tipo di potere persuasivo”, inaugurando una nuova era nelle relazioni internazionali, della quale il pacifismo cinese dovrebbe essere il garante “di una crescita economica mondiale”, della quale beneficerebbe “anche la stessa Repubblica Popolare”.
Eric Li, nella sua proposta, sembra riecheggiare la tesi di Kant, il quale, nel suo “Progetto per una pace perpetua”, riteneva che la pace dipendesse anche dallo “spirito del commercio”, in quanto l’attività di scambio avrebbe portato inevitabilmente all’integrazione tra i popoli, perché le loro diverse economie sono tra loro complementari. E’ proprio la complementarità delle economie e lo spirito del commercio che, secondo il grande filosofo, motivano gli Stati a tendere alla pace per assicurare maggior benessere ai loro popoli. Kant, tuttavia, non sperava che gli uomini, attraverso il commercio, potessero diventare più “buoni”, ma riteneva possibile la realizzazione di un’organizzazione mondiale degli Stati, tale da abolire qualsiasi pretesa prevaricatrice di uno Stato a danno degli altri, così come avviene ora con gli Stati federali. All’interno di questi, al di là del “potere residuo” che consente ai singoli Stati federati ampia autonomia di autogestione, resta il fatto che la parte di sovranità che ogni singolo Stato delega allo Stato federale implica la gestione delle materie delegate sulla base di principi condivisi e uniformi.
Nel caso in cui il mondo si aprisse alla proposta di un soft power in “salsa cinese”, che garanzie esistono che ciò determini un radicale mutamento nella gestione delle relazioni internazionali? In assenza di reali garanzie, esiste il rischio che il prevalente “Washington consensus” o il “Bruxelles consensus” siano sostituiti da un “Beijing consensus”, implicante la pretesa di un’omogeneità istituzionale ed economica propria del soft power con cui Washington o Bruxelles hanno gestito le relazioni internazionali dopo la fine della Guerra fredda.
Al riguardo, non va dimenticato che la trasformazione della società politica ed economica della Cina è stata realizzata nella presunzione di sua superiorità culturale rispetto al resto del mondo. Non può che sollevare molti interrogativi uno Stato che ha raggiunto il successo, come afferma Eric Li, senza abbandonare l’intento di tornare ad essere il centro del mondo, come emerge dalla strategia inaugurata dall’attuale Presidente delle Repubblica Popolare cinese, Xi Jinping.
Sulla base di queste considerazioni, resta plausibile e fondata la conservazione da parte del resto del mondo di un qualche dubbio riguardo alla possibilità che un soft power cinese possa risultare persuasivo. Se si pretendesse di governare le relazioni internazionali al di fuori delle istituzioni che la cultura democratica dell’Occidente ha messo a punto per il rispetto di tutti gli attori coinvolti in tali relazioni, è assai improbabile, se non impossibile, che l’Occidente possa “dare il benvenuto” a un nuovo soft power d’ispirazione cinese, che esclude la democrazia e fa dello Stato il supremo arbitro nella gestione dell’economia e della società.

La “spada di Damocle” della crisi dell’euro sulla “testa” dell’Europa

Parlamento EuropeoNell’imminenza delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo si susseguono gli appelli perché le forze progressiste si organizzino, con la presentazione di liste comuni, al fine di evitare che le forze populiste e sovraniste possano diventare maggioritarie, portando l’Europa al caos e a un suo possibile punto di non ritorno. Le iniziative in sé sono certamente condivisibili; esse, però, al di là degli appelli lanciati per una mobilitazione generale contro il pericolo cui è esposta l’Europa, mancano, come si suole dire, di indicare a chiare lettere gli obiettivi da perseguire; obiettivi che, a livello di Europa, non possono che riguardare la rimozione dei “deficit” istituzionali. che, per un verso, hanno da tempo bloccato il processo di unificazione, concorrendo, per un altro verso, a favorire la diffusione di un generalizzato euroscetticismo in tutti i Pesi membri dell’Europa comunitaria, a causa delle conseguenze negative patite dalle popolazioni di tali Paesi, per via del permanere di quei “deficit”.

Le iniziative e la mobilitazione pre-elettorali si limitano infatti a formulare appelli per sconfiggere il pericolo populista e sovranista, ma mancano di valutare criticamente che la diffusione di tale pericolo è la diretta conseguenza del fatto che si sia voluto realizzare l’unificazione politica dell’Europa attraverso l’adozione di una moneta unica da parte di Paesi tanto diversi, sul piano della struttura economica, e con filosofie sociali spesso tra loro inconciliabili.

Ciò ha comportato che si vanificasse il “capitale politico” “accumulato” nel dopoguerra intorno all’idea di un’Europa politicamente unita; idea, questa, perseguita nella prospettiva che l’unificazione fosse lo strumento con cui assicurare, in condizioni di benessere, “una pace perpetua” ai popoli dei Paesi dell’Europa occidentale, anziché considerare l’unificazione politica come il risultato finale del processo di perseguimento della pace. Molti osservatori, non solo economisti, concordano ormai sulla “storia tragica” degli intenti politici pacifisti perseguiti, subito dopo la fine delle Seconda Guerra Mondiale, dai Paesi dell’Europa occidentale: intenti sacrificati, per avere voluto realizzare l’unificazione politica, partendo da ciò che avrebbe dovuto essere il “risultato finale”.

Nella speranza di poter accelerare l’unificazione politica, è stata adottata, da parte dei Paesi membri più avanzati sul piano economico, una moneta unica, il cui governo si è rivelato presto, non strumento di unificazione e di pace, ma causa di divisioni e conflitti. La causa principale dell’affievolimento dell’idea di un’Europa unita viene appunto individuata nella decisione di adottare una moneta unica, l’euro, senza la quale, si sostiene, la Comunità Europea avrebbe funzionato molto meglio.; si ritiene infatti che i più grandi successi sulla via dell’unificazione politica dell’Europa siano stati conseguiti prima che si affermasse una classe di leader europei sorretti dal proposito di portare avanti il progetto di una moneta unica, senza la preoccupazione di considerane, prima, tutte le implicazioni, sul piano economico e su quello politico.

Questi leader hanno ignorato le valutazioni formulate da molti economisti a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso: valutazione che evidenziavano innanzitutto il rischio che i vantaggi attesi dall’integrazione delle singole economie nazionali potessero trasformarsi in svantaggi, se tali economie avessero presentato, originariamente, strutture produttive completamente differenti; in secondo luogo, le valutazioni critiche prospettavano il pericolo che, in assenza di un’unità politico-istituzionale, la distribuzione dei vantaggi attesi tra i singoli Paesi venisse realizzata attraverso automatismi monetari, fuori dall’attuazione di una politica monetaria comune.

I leader politici europei, succeduti ai “padri fondatori” del progetto di unificazione dei Paesi dell’Europa occidentale, oltre che ignorare le valutazioni disinteressate degli economisti, hanno mancato di considerare anche i risultati del rapporto della Commissione Werner (1970), da loro stessi sollecitato. Tale rapporto metteva in evidenza che il governo di un’unione monetaria, conseguente all’adozione di una moneta unica da parte di un certo numero di Paesi, avrebbe richiesto che all’interno dell’area comune si accettasse una generalizzata mobilità dei fattori produttivi (in particolare della forza lavoro), quindi l’adozione di un bilancio e di una politica fiscale e monetaria comuni, con cui realizzare preventivamente l’omogeneità e la complementarità delle strutture produttive dei Paesi coinvolti nell’adozione di un’unica moneta.

Inizialmente, non sono mancate riserve sulla possibilità e opportunità che all’interno dell’area comunitaria si adottasse una moneta comune, prima che fossero rimosse le differenze strutturali; ma il sopraggiungere del crollo del Muro di Berlino ha posto improvvisamente il problema dell’unificazione tedesca, la cui soluzione col placet della Francia, veniva condizionata al fatto che il marco tedesco fosse legato alle sorti, oltre che del franco francese, anche delle altre valute europee. Le ragioni per cui è stato adottato l’euro, perciò, sono state di natura meramente politica, e non hanno tenuto in nessun conto le implicazioni economiche e monetarie negative che sarebbero inevitabilmente insorte nella regolazione delle relazioni economiche tra i Paesi aderenti all’area monetaria comune (eurozona), profondamente diversi tra loro.

Non appena insorgevano squilibri nelle bilance commerciali dei Paesi che avevano adottato la moneta comune, ci si appellava alla necessità che ciascuno di essi si attenesse ai famosi parametri di Maastricht, che stabilivano limiti all’indebitamento pubblico e al deficit corrente della pubblica amministrazione; oppure si procedeva all’approvazione di provvedimenti restrittivi, come è accaduto, ad esempio, con l’introduzione delle regole previste dal Patto di Stabilità e Crescita (un accordo, stipulato e sottoscritto nel 1997 dai Paesi membri dell’Unione Europea, per il controllo delle rispettive politiche di bilancio).

L’introduzione dell’euro, malgrado la natura politica delle ragioni che l’avevano giustificata, ha avuto inizialmente successo; ma ciò è servito solo a coprire l’insieme dei difetti che impedivano la correzione degli squilibri delle bilance commerciali dei Paesi, che avevano adottato la moneta unica, attraverso politiche monetarie attive dei governi dei singoli Stati. Ciò perché la Banca Centrale Europea, nominalmente indipendente, operava secondo una politica monetaria restrittiva, compatibile solo con il “buon funzionamento” delle più forti economie europee (in particolare di quella tedesca), che non consentivano che il riequilibrio delle posizioni di debito e credito dei Paesi aderenti all’eurozona avvenisse attraverso aggiustamenti del sistema dei prezzi interni.

Con i primi due presidenti, Wim Duisenberg e Jean-Claude Trichet, la Banca Centrale europea si è attenuta rigidamente ai canoni di una politica monetaria comune restrittiva, anche quando è sopraggiunta la crisi finanziaria della Grande Recessione del 2007/2008. E’ stato solo quando è divenuto governatore Mario Draghi, nel 2011, che la politica monetaria dell’istituto di credito centrale europeo ha iniziato a flessibilizzare la rigida condotta dei suoi predecessori.

A partire dal 2012, infatti, per affrontare le criticità dell’eurozona, Draghi ha assunto l’impegno di fare tutto il possibile (whatever it takes) per salvare l’euro; a tal fine, com’è noto, ha proceduto, prima, all’attuazione di programmi di intervento sul mercato dei titoli di Stato (denominati OMT: Outright Monetary Transactions), al fine di favorire l’omogeneo funzionamento del processo di trasmissione della politica monetaria comune in tutti i Paesi dell’eurozona; successivamente, egli ha fatto ricorso a operazioni di credito “non convenzionale” (quantitative easing), per aumentare la quantità di moneta in circolazione all’interno dell’area comune.

La politica inaugurata da Draghi è servita ad “ammorbidire” il peso della Germania (e degli altri Paesi ad economia integrata con quella tedesca) sull’azione della Banca Centrale Europea; ma le cause della crisi dell’euro non sono state rimosse, continuando ad essere motivi di scontro tra Draghi e il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Il prossimo anno Draghi potrebbe essere sostituito da qualcuno meno propenso ad attuare “whatever it takes”, per tenere ancora in vita l’euro; se dovesse accadere, per l’euro potrebbe essere realmente “l’inizio della fine”. Ciò è tanto più probabile, se si tiene conto del fatto, come osserva Danilo Taino su “La Lettura” del Corriere del 26 agosto, che le elezioni europee del 2019 “vedranno crescere nazionalismi e populisti in tutta la UE”, in grado di trasformare le istituzioni politiche e decisionali comunitarie in un condominio urbano litigioso; infatti, da anni in tali istituzioni siedono i rappresentanti dei vari Paesi aderenti all’eurozona, sempre propensi, quando si tratta di assumere obblighi comuni a sottrarsi agli impegni conseguenti, limitandosi a mostrarsi unanimi solo nel formulare dichiarazioni roboanti sul ruolo e sul futuro dell’Europa; dichiarazioni che hanno spinto qualche osservatore a definire l’Europa comunitaria attuale una sorta di “repubblica degli annunci”.

La fine dell’euro, afferma Taino, sarebbe certamente per tutti i Paesi membri, Italia in testa, un “disastro”, dovuto al fatto che “la moneta unica ha fallito nella missione di unire l’Europa”, perché l’Unione Europea, a causa degli egoismi nazionali, è stata “rinchiusa in una gabbia”, che ha ridotto l’europeismo, dalla caduta del Muro di Berlino, in un “flop storico le cui conseguenze non sono facili da immaginare”. Negli ultimi decenni, infatti, dalla caduta del “Muro” – continua Taino – gran parte delle energie mentali e politiche dell’Europa “sono state dedicate all’euro, alla sua costruzione prima e a preservarlo dalla sua crisi poi”.

Nel profondere tutti gli sforzi verso la conservazione dell’euro, così come originariamente è stato concepito, senza la preoccupazione di rimuoverne i limiti dai quali risultava affetto, è stato commesso, secondo Taino, “un peccato di presunzione che ha sostenuto l’ideologia della UE di oggi (a differenza di quella pragmatica delle origini): l’idea di essere non solo un esperimento unico nella storia, cosa che effettivamente è, ma di essere centrale nel mondo, un modello che avrebbe potuto essere replicato altrove. Fondato sulla tendenziale estinzione degli Stati […]; sull’idea che sia stata solo la volontà degli europei a garantire decenni di pace in un continente in passato violento […]; sul ritenere i valori usciti dal Sessantotto l’essenza dello spirito europeo; sull’illusione di essere ancora il centro del pianeta quando la globalizzazione stava rovesciando i tavoli: in sostanza sulla presunzione di poter vivere contando solo sul proprio brillate soft power, sulla convinzione che il resto del mondo avrebbe copiato il modello europeo”.

La vera resa dei conti per l’euro si verificherà, presumibilmente, con la fine del mandato di Draghi ed il venir meno della copertura politica dalla quale sinora la moneta unica è stata “assistita”. Ciò esporrà le economie deboli dell’Europa a una nuova crisi finanziaria; a questo punto sarà difficile contrastare in Germania la tesi dell’IFO (Institute for Economic Research di Monaco), da anni impegnato a sostenere che sarebbe un bene per l’eurozona se la Germania tornasse al marco. Se il successore di Mario Draghi sarà, come si prevede, il tedesco Jens Weidmann, attuale governatore della Bundesbank e oppositore di qualsiasi politica monetaria accomodante, è fondata la preoccupazioni che egli possa dar vita a una “stretta” alla politica monetaria permissiva del suo predecessore.

Se ciò accadrà, la conseguenza sarà, verosimilmente, la fine, non solo dell’euro, ma anche dello stesso progetto di unificazione politica dell’Europa. Con Weidmann, infatti, se succederà a Draghi, sarà azzerata la possibilità che si arrivi alla modificazione delle attuali regole che governano la moneta unica, in funzione del riequilibrio (attraverso la variabilità dei prezzi interni ai singoli Stati) delle posizioni delle bilance commerciali dei Paesi membri.

A questo punto, l’Europa, tornerebbe ad essere un amalgama di Stati tra loro litigiosi, esposti, come denuncia Taino, in presenza del “caos globale” oggi esistente, al rischio di diventare il “trofeo prezioso nella lotta tra un’America confusa e sempre più lontana dalla dimensione atlantica e una Cina che immagina una ‘sua’ Eurasia, cuore dell’ordine mondiale futuro, nella quale l’Europa sarebbe la penisola occidentale di un super-continente dominato da Pechino”.

Di fronte a questi scenari, decisamente poco entusiasmanti, sorprendono le reazioni al fatto che l’attuale Ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, abbia sostenuto la necessità di una modifica dello Statuto della Banca Centrale Europea, al fine di conferire ad essa maggiori poteri per contrastare la speculazione che le istituzioni finanziarie globali hanno sinora effettuato ai danni delle economie dei Paesi europei maggiormente esposti. Le dichiarazioni di Savona sono state commentate in vario modo: come una difficoltà del governo attuale nel realizzare “molte delle sue promesse” (Ferdinando Giugliano, su Repubblica del 15 luglio scorso); oppure, in difesa dello status quo, ritenendo la Banca Centrale Europea sia già dotata dei poteri necessari per contrastare la speculazione (Lorenzo Bini Smaghi su Repubblica del 18 luglio).

Di fronte ai pericoli che si prospettano per l’Italia, i commenti come quelli sopra riportati hanno dell’inverosimile: più che esprimere valutazioni responsabili sulla necessità che lo Statuto della Banca Centrale Europea venga modificato, essi sembrano riflettere la preoccupazione che la situazione attuale possa essere cambiata e che possano essere annullati i vantaggi che dalla debolezza della moneta unica possono trarre gli speculatori finanziari.

In conclusione, chi sta lanciando appelli per avviare utili iniziative pre-elettorali, in vista del rinnovo del Parlamento europeo, dovrebbe anche promuovere il dibattito sui motivi reali per cui è necessario sconfiggere i movimenti che, a causa del malcontento sociale originato dal “cattivo” funzionamento dell’euro, possono portare al fallimento del progetto europeo, costituendo anche una minaccia di involuzione politica, sia delle istituzioni europee, che di quelle nazionali.

Gianfranco Sabattini

Ortu. Urgenza di una carta autonomistica per la Sardegna

ortu

Gian Giacomo Ortu

Gian Giacomo Ortu, noto studioso di storia della Sardegna e docente di Storia moderna presso l’Università di Cagliari, ha pubblicato di recente, per i tipi dell’editrice CUEC, “L’intelligenza dell’autonomia. Teorie e pratiche in Sardegna”. Il libro è di grande interesse, perché, nella fase attuale, riproporre i termini del dibattito (al quale hanno partecipato nomi illustri del mondo della cultura e della politica isolane, i cui testi occupano la prima parte del volume), svoltosi in rapporto al “tipo” di “Autonomia” assicurato alla Sardegna dallo Statuto speciale, approvato dalla Costituente il 31 gennaio del 1948. Il libro di Ortu, quindi, porta all’attenzione della pubblica opinione i limiti con cui quell’”Autonomia” è stata istituzionalizzata e resa operante nell’Isola, attraverso l’organizzazione dell’istituto regionale.

L’interesse del libro sta soprattutto nella sua seconda parte, contenente le “Riflessioni” dell’autore sui limiti del tipo di autonomia assicurata alla Sardegna dalla lettera dello Statuto; riflessioni che Gian Giacomo Ortu riassume nell’ultimo scritto (riportato in chiusura fuori numerazione e “scaturito da un intenso scambio di idee con Salvatore Cerchi”), nel quale sono illustrate, non solo le critiche formulate al tipo istituzionalizzato di autonomia, ma anche la prospettiva teorica, quella federalista, alla quale ricondurre qualsiasi progetto di riforma dello Statuto, al fine di porre rimedio agli aspetti del “principio di autonomia” sacrificati alla fine del 1948.

Riguardo alle critiche, è opportuna qualche ulteriore riflessione, che potrebbe risultare utile in sede di progettazione dei tentativi, auspicati da Ortu, per perseguire nell’immediato futuro, sulla traccia di una presunta “grande tradizione federalista italiana”, una possibile ridefinizione della “specialità” dello Statuto, consentita dalla riforma del 2001 del titolo V della Costituzione; la “ridefinizione” dovrebbe attuarsi mettendo in atto “pratiche federaliste”, attraverso “iniziative politiche di segno autonomistico”, partecipate da una popolazione che, pervasa dal “principio di autonomia” presente nel retaggio culturale dell’Isola, dovrebbe garantire il supporto sociale necessario a “portare il confronto con lo Stato sino a quel limite oltre il quale apparirà necessaria la ridefinizione della sua forma costituzionale” in senso federale.

L’attuazione di questa ipotesi di progetto politico presuppone che la popolazione della Sardegna, nel momento dell’approvazione dello Statuto, sia stata deprivata del fondamento della sua identità culturale. L’assunto, però, è gravato dal sospetto che quanto realizzato, con “l’oscuramento della personalità e soggettività” del popolo sardo, debba essere ricondotto alla responsabilità di gran parte delle forze politiche regionali che, presenti alla Costituente, avrebbero dovuto impedire, in linea di principio, quell’oscuramento.

Secondo Gian Giacomo Ortu, l’oblio nella lettera dello Statuto del retaggio culturale della Sardegna sarebbe dipeso dal fatto che la motivazione della “specialità” sia stata formulata con l’accento posto prevalentemente sulle condizioni di grave svantaggio economico che caratterizzavano l’Isola alla fine del secondo conflitto mondiale.
Al riguardo, però, va osservato che il motivo dell’oblio non può essere compreso correlando la stesura dello Statuto solo alle condizioni economiche nelle quali versava la Sardegna all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale; per un altro verso, per capire le ragioni di quell’oblio occorre, più opportunamente, adottare una prospettiva critica meno angusta, idonea a permettere di verificare se la volontà di rispettare il retaggio culturale dei sardi era presente nelle intenzioni di chi rappresentava la Sardegna in seno alla Costituente o, nel migliore dei casi, chi rappresentava i sardi si sia trovato nelle condizioni di ottenere il rispetto di quel retaggio.

L’elemento che, in particolare dopo la Liberazione, ha impedito ai portatori del “pacchetto delle richieste”, valutate non eludibili, in favore della Sardegna (da parte dei suoi rappresentanti più consapevoli), è stata la pervasività delle ideologie che tutti i partiti, organizzati su base nazionale (con l’eccezione della presenza, al loro interno, di sparute e, perciò, ininfluenti minoranze), hanno posto a fondamento dei loro programmi; con la loro pretesa totalizzante, tali ideologie sono risultate chiuse all’accoglimento delle istanze realmente autonomistiche.

Per queste ragioni, le istanze libertarie e autonomistiche sono state “sedate”, con l’istituzionalizzazione di un ordinamento regionale, che è valso a fare introiettare ai sardi (e non solo a loro) un modello organizzativo politico-amministrativo omogeneo a quello dello Stato burocratico e accentratore, che le ideologie totalizzanti nazionali hanno concorso ad affermare e ad imporre alle varie articolazioni regionali del Paese. La vocazione al centralismo dell’Italia del dopoguerra, “ovattata” dall’ordinamento regionale, è valsa a smentire la supposta esistenza della presenza nella cultura italiana di “una grande tradizione federalista”, come del resto sta a dimostrare il cammino, accidentato e tortuoso, percorso dall’istanza federalista dalla raggiunta Unità del Paese sino ai nostri giorni.

In Italia, la discussione sulla natura del decentramento istituzionale ha sempre accompagnato, sia pure in modo discontinuo, il confronto tra le forze politiche. A fronte della soluzione unitaria che le forze conservatrici proponevano per la soluzione del problema dell’organizzazione dello Stato dopo il conseguimento dell’Unità nazionale, si è contrapposta la posizione libertaria e progressista di chi pensava di salvaguardare, attraverso la soluzione federalista, l’eccessivo potere dello Stato unitario, organizzato su basi centralistiche, opponendogli una pluralità di poteri locali.

La scelta di dare vita, con la Costituzione repubblicana, ad un ordinamento regionale potrebbe dare l’impressione che con esso si sia voluto realizzare quel processo di decentramento istituzionale che ha sempre “tormentato” la vita politica nazionale. In realtà, l’ordinamento regionale, pienamente attuato a partire dagli anni Settanta del secolo scorso (con successivi “aggiustamenti”, culminati nella modifica, nel 2001, del Titolo V della Costituzione) ha prodotto solo l’illusione che la sua realizzazione segnasse la sconfitta definitiva del mito del centralismo.

Con l’istituzione delle regioni, infatti, si pensava che lo Stato unitario avesse iniziato a cedere spazio a processi di decentramento istituzionale, riducendo, e in qualche caso annullando parzialmente, la differenza tra Stato unitario e Stato federale e inducendo a pensare che fosse stata aperta la strada verso il governo locale. Ovviamente, Stato federale e Stato regionale non sono la stessa cosa; ciononostante, il processo di decentramento, realizzatosi dopo il secondo conflitto mondiale, ha aperto al Paese la strada verso il trasferimento di poteri decisionali alle autonomie territoriali.

La tendenza ha però, nel caso dell’Italia, assunto caratteri del tutto specifici, in quanto la distribuzione delle competenze tra centro e periferia è avvenuta senza una preventiva riorganizzazione del territorio; fatto, questo, che ha consolidato e reso quasi irreversibile la “polverizzazione” delle istituzioni locali e con essa le difficoltà che hanno impedito agli enti locali di acquisire una loro soggettività giuridica, realmente autonoma ed efficace; fenomeno, quello della “polverizzazione” che, né lo Stato unitario post-risorgimentale, né lo Stato repubblicano del secondo dopoguerra, né l’ordinamento regionale inaugurato dopo gli anni Settanta sono riusciti a rimuovere.

Nonostante il superamento dell’assetto verticistico dello Stato unitario, la strada, aperta dopo il 1945 (che avrebbe dovuto condurre verso il governo locale), ha continuato così a risultare accidentata, a causa dalla contrapposizione di due posizioni politiche: quella della riforma dell’originaria dimensione delle istituzioni locali, da un lato; e quella della conservazione della loro dimensione, come unica soluzione della quale i loro residenti potevano convenientemente avvalersi per accedere ai vantaggiosi trasferimenti pubblici, a compensazione del proprio stato di arretratezza economica e sociale.

L’accoglimento dell’istanza federalista e l’individuazione delle modalità con cui essa può essere attuata trovano ora un ostacolo anche nella “confusione”, calata sul possibile riordinamento istituzionale del Paese, dopo il risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre del 2016. Questa situazione, in assenza di rimedi istituzionali assunti a livello nazionale, sottolinea la necessità indifferibile che, nei singoli territori regionali siano realizzate delle istituzioni adeguate a promuoverne e a supportarne il processo di crescita (quantitativa) e di sviluppo (qualitativo); ciò, sulla base dell’assunto che nessun centro decisionale esterno sia in grado di suggerire, in alternativa alle comunità locali, le modalità di crescita e di sviluppo più rispondenti alle potenzialità dei singoli territori.

Per promuovere e supportare la crescita e lo sviluppo dei territori sub-regionali, secondo modalità più appropriate rispetto a quelle sin qui praticate, spetta ad ogni regione, in quanto livello più prossimo ai singoli luoghi, dotare questi della soggettività istituzionale necessaria, organizzata secondo una nuova prospettiva di funzionamento dell’intera struttura istituzionale regionale. In questa prospettiva, la regione dovrebbe configurarsi, da un lato, come centro svolgente un “ruolo di regia” e di coordinamento tra tutti i progetti espressi dal basso dalle popolazioni dei territori; da un altro lato, la regione dovrebbe divenire un “polo di equilibrio dinamico” tra le forze che tendono all’accentramento del potere decisionale e le possibili derive localistiche che, sempre al suo interno, potrebbero avere luogo.

L’uscita dall’attuale stato di inefficienza istituzionale in cui versa la Sardegna (e, in generale tutte le regioni), dovrebbe significare un “ritorno al territorio”, attraverso un riordino delle autonomie locali, realizzato sulla base di due linee di azione: una prima linea, volta a definire in modo oggettivo le specificità di ogni contesto territoriale dell’intera area regionale, congiuntamente alla individuazione della sua dimensione materiale; una seconda linea, finalizzata ad individuare l’insieme delle istituzioni più adatte a consentire il governo dal basso di ogni singola area locale.

Se la prima linea di azione è volta a determinare le specificità proprie di ogni territorio e della sua dimensione, la seconda è orientata a individuare la qualità delle istituzioni locali, al fine di configurarle, in termini di apprendimento da parte delle popolazioni residenti nei singoli territori, del modo di valorizzare le risorse disponibili, con l’attivazione di un processo che, coinvolgendo le intere comunità locali, porti ad una valorizzazione ottimale delle loro potenzialità sul piano progettuale.

E’ in questa prospettiva che assume rilevanza l’ipotesi avanzata da Gian Giacomo Ortu; ipotesi che, per diventare realistica, impone, come egli afferma, il massimo impegno sul fronte della formazione e diffusione di una cultura autonomistica e su quella della chiamata in causa delle popolazioni delle autonomie locali come principali soggetti protagonisti “della rifondazione su base federale della nostra autonomia”.

E’ senz’altro questa la via che può incidere sulle sorti future dell’Isola, che non potrà oscurare la necessità di individuare i principali obiettivi contro i quali organizzare il confronto: l’organizzazione attuale della Regione e la cultura politica che sinora è valsa a garantirle il supporto. Una volta sconfitte l’una e l’altra, per realizzare una nuova governance regionale fondata sulle “pratiche federaliste” prospettate da Ortu, diverrà possibile orientare il confronto anche ai più alti livelli istituzionali (nazionale ed europeo), sino al limite – come lo stesso Ortu afferma – oltre il quale apparirà conveniente l’adozione generalizzata di un’organizzazione costituzionale secondo principi federalisti; risultato, quest’ultimo, che consentirà di ridefinire il potere decisionale ai vari livelli territoriali, sulla base del generale “principio di autonomia”.

Gianfranco Sabattini

Joel Mokyr, le innovazioni e le origini dell’economia moderna

Joel_Mokyr

Il mondo di oggi è più prospero che mai; si conoscono bene le trasformazioni economiche e sociali che sono seguite al processo di crescita avviato con la prima Rivoluzione industriale, a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo; si sa anche dove la prosperità è cresciuta. Restano però, misteriose, a parere di Joel Mokyr, docente di Economia e storia nella Northwestern University di Evanston nell’Illinois, le ragioni per cui ciò sia potuto accadere nelle forme che tutti ora conosciamo: in “Una cultura della crescita”, egli tenta di disvelare il mistero, cercando di individuare le diverse condizioni culturali, istituzionali e personali del perché la prosperità si sia concentrata solo in particolari aree e non sempre con la stessa intensità.

I fatti fondamentali che hanno accompagnato l’aumento della prosperità “sono indiscussi. La Rivoluzione industriale britannica del tardo XVIII secolo innescò un fenomeno che nessuna società [aveva] mai conosciuto, nemmeno da lontano”. Ovviamente, osserva Mokyr, le innovazioni sono state un fatto ricorrente nella storia; ma in tutti i momenti in cui esse si sono verificate, se ne è potuto valutare l’accadimento grazie a un impiego più efficiente delle risorse, i cui effetti in termini di reddito, però, sono stati molto limitati e, in molti casi, non sufficienti a compensare l’aumento della popolazione. Inoltre, le innovazioni, una volta incorporate nei processi produttivi, si sono normalmente interrotte, mancando di sostenere ogni altro possibile ulteriore avanzamento sulla via della prosperità.

Prima che prendesse il via la Rivoluzione industriale, alla fine del XVIII secolo, nessuna innovazione aveva innescato qualcosa che somigliasse a un continuo progresso tecnologico autosostenuto, al punto che – come ricorda Mokyr – il filosofo David Hume, all’inizio dell’industrializzazione dell’Inghilterra, poteva riassumere la storia economica del mondo sino alla sua epoca affermando che, “se l’ordine generale delle cose, e naturalmente la società umana, subiscono tali graduali rivoluzioni, esse sono tuttavia troppo lente per essere osservate” nel periodo in cui si verificano; per cui “la forza del corpo, la durata della vita, persino il coraggio e la potenza dell’ingegno sembrano quindi essere stati in tutte le epoche quasi completamente uguali”.

La descrizione di Hume dell’esperienza del passato in fatto di innovazioni può risultare valida ancora oggi, riguardo alla percepibilità dei processi innovativi; ma se la sua analisi fosse stata utilizzata come previsione di quello che sarebbe avvenuto di li a poco, rispetto al momento in cui egli scriveva, essa si sarebbe dimostrata del tutto errata. Ciò perché le innovazioni che si sono verificate all’inizio della Rivoluzione industriale (basta pensare all’introduzione del vapore come forma di energia alternativa a quella della forza meccanica prodotta dagli uomini, dagli animali, oppure dall’acqua e dal vento) nel XIX secolo si sono trasformate – afferma Mokyr – “in una cascata di innovazioni autosostenute”; per cui, se prima della Rivoluzione industriale la crescita della prosperità “è stata in gran parte guidata dal commercio, da mercati più efficaci e da migliori allocazioni delle risorse, la crescita dell’età moderna è stata sempre più sovente guidata dall’espansione da ciò che nell’età dell’Illuminismo ha ricevuto il nome di ‘conoscenza utile’”.

Alla fine del XIX secolo, le innovazioni che hanno caratterizzato l’inizio della Rivoluzione industriale e quelle succedutesi nei decenni successivi hanno trasformato le economie di gran parte dei Paesi europei e di quelle di alcuni Paesi non occidentali; da fenomeno eccezionale e discontinuo, le innovazioni si sono convertite in fenomeno continuo ed di routine, cioè in qualcosa di atteso; si poteva ignorare , afferma Mokyr, “dove si sarebbe manifestata la successiva ondata di progressi tecnologici, ma ci si era abituati a questo fenomeno”, al punto di attendersi abitualmente che, prima o poi, le precedenti innovazioni sarebbero state seguite da delle nuove.

E’ stato così che la crescita della prosperità nelle economie dei secoli XIX e XX è divenuta persistente e continua e, ”nonostante una serie di disastri politici ed economici autoinflitti nel XX secolo, l’Occidente industrializzato ha recuperato miracolosamente dopo il 1950 ed è stato in grado di raggiungere livelli di vita che sarebbero stati impensabili nel 1914, per non parlare del 1800”. Il ritmo con cui è aumentata la prosperità dei Paesi industrializzati ha dato luogo alla “grande divergenza”, con cui oggi si è soliti descrivere la “leadership dell’Occidente nel trionfo della crescita moderna”. Si tratta di una leadership acquisita grazie a “qualcosa” che Mokyr chiama “cultura” e che riguarda soprattutto l’Europa. Al fine di sottrarre la sua interpretazione della grande divergenza dall’accusa d’essere eurocentrica, il concetto di cultura che Mokyr adotta è di natura antropologica, in quanto comprende come sue componenti fondamentali, sia le istituzioni, sia gli incentivi che motivano all’agire economico.

A parere di Mokyr, un’economia che cresce richiede istituzioni favorevoli: diritti di proprietà ben definiti e rispettati, contratti cogenti, legge e ordine, un basso livello di opportunismo e parassitismo, un alto grado di coinvolgimento nel processo decisionale, la condivisione dei benefici della crescita e un’organizzazione politica in cui il potere e la ricchezza siano separati il più possibile. Tuttavia, l’esistenza di istituzioni favorevoli non è sufficiente di per sé a promuovere una moderna crescita economica, la quale da sola non spiega “la crescita della creatività tecnologica e dell’innovazione”, per la cui diffusione (com’è accaduto negli anni successivi alla fine del Settecento) sono stati necessari incentivi strumentali a motivare gli uomini all’azione.

I motori del progresso tecnologico e dell’innovazione sino, a parere di Mokyr, l’atteggiamento e l’attitudine: “il primo determina la volontà e l’energia con cui le persone cercano di comprendere il mondo naturale intorno a loro; il secondo determina il successo nel trasformare tale conoscenza in una maggior produttività e in più elevati standard di vita”. Mokyr assume che il progresso tecnologico in Occidente sia stato determinato dai cambiamenti della cultura (intesa in senso antropologico), sia direttamente, mutando l’atteggiamento verso il mondo naturale, sia indirettamente, creando e perfezionando istituzioni per stimolare e sostenere l’accumulazione e la diffusione della “conoscenza utile”.

Per capire come cambia la cultura, occorre, secondo Mokyr, tenere presente che, da un punto di vista antropologico, essa è “un insieme di credenze, valori e preferenze in grado di influenzare il comportamento socialmente (non geneticamente) e trasmessi e condivisi da determinati sottoinsiemi della società”. Le “credenze” contengono proposizioni fattuali di natura condivisa riguardo allo stato del mondo e le relazioni sociali; i “valori” concernono proposizioni normative sulla società e sulle relazioni sociali; le “preferenze, infine, sono proposizioni normative riguardanti questioni individuali. Le istituzioni si rapportano positivamente a credenze, valori e atteggiamenti (cioè alla cultura), solo se esse sono aperte, attraverso il regime politico adottato, alla libertà e all’inclusione sociale nei processi decisionali; mentre se le comunità “incappano in governanti predatori”, che creano istituzioni cattive, ostacolano la crescita economica, causando la conservazione dell’arretratezza e la diffusione della povertà.

Le istituzioni (cioè la cultura) non sono di per sé garanzia di crescita economica; per esserlo, afferma Mokyr, occorre che esse creino l’ambiente sociale adatto a favorire l’evoluzione della cultura, tenendo conto che tale evoluzione, essendo il risultato di continui conflitti sociali, deve contribuire a conservarne i costi sociali entro limiti il più possibile bassi. Per raggiungere questo risultato occorre che le istituzioni favoriscano la formazione e la diffusione di un crescente livello di fiducia e di cooperazione tra i diversi gruppi sociali; oppure, che esse (le istituzioni) contribuiscano alla formazione di una crescente “coscienza civica”, utile a fare interiorizzare ai diversi gruppi sociali “la volontà di astenersi da comportamenti sregolati” e a supportare una maggiore offerta di beni pubblici e più alti “investimenti infrastrutturali rispetto a quanto altrimenti sarebbe possibile”.

Mokyr ritiene che la maggior parte delle ricerche sulla cultura condotte nell’ottica degli economisti abbiano principalmente privilegiato gli aspetti attinenti le “istituzioni formali e informali che favoriscono la cooperazione, la reciprocità, la fiducia e l’efficiente funzionamento dell’economia; mentre hanno trascurato, quasi del tutto, l’“atteggiamento nei confronti della natura e della disponibilità e la capacità di sfruttarla in funzione delle esigenze materiali umane”. In altre prole, nelle loro ricerche sulla cultura, gli economisti avrebbero trascurato di considerare l’interesse per la ricerca utile, come fattore di crescita dello sviluppo tecnologico.

E’ nella volontà e capacità di acquisire e valorizzare la ricerca sulle “conoscenza della natura” che, a parere di Mokyr, vanno ricercate le radici della crescita della prosperità; in particolare – egli sostiene – queste radici vanno ricondotte agli eventi che hanno preceduto “l’Illuminismo e la Rivoluzione industriale settecentesca nei secoli che, nel bene o nel male, sono detti ‘Europa della prima età moderna’, approssimativamente compresi tra il primo viaggio di colombo in America [1492] e la pubblicazione dei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (Principia) di Newton [1687]”. Le istituzioni europee, conclude Mokyr, sono state modellate proprio nell’arco di tempo compreso tra la scoperta dell’America e la pubblicazione dei “Principia”, fino a diventare lo strumento con cui sono stati plasmati gli atteggiamenti e le attitudini degli uomini cui si devono i “cambiamenti economici epocali che hanno creato le economie moderne”, dando il via a quel processo che darà origine alla “grande divergenza” tra Paesi economicamente avanzati e Paesi arretrati.

Quale giudizio può essere formulato riguardo alla tesi di Mokyr? L’Illuminismo ha segnato senz’altro l’età della scoperta dell’importanza della “conoscenza utile” ai fini della crescita, ma l’impiego di tale conoscenza ha potuto produrre nel tempo la differenziazione crescente tra Paesi prosperi e Paesi arretrati, solo perché la cultura dei primi è stata sorretta da due idee innovative: da un lato, quella secondo cui la “conoscenza e la comprensione della natura possono e devono essere usate per migliorare le condizioni materiali dell’umanità”; dall’altro lato, l’idea che “il potere e il governo non siano lì per servire i ricchi e i potenti ma la società in generale”.

In altri termini, l’Illuminismo ha concorso a creare le condizioni perché fosse attuato un processo di crescita continuo ed autosostenuto, solo perché le istituzioni, attraverso le quali esso è stato interiorizzato, sono state politicamente inclusive e non estrattive; ovvero perché esse hanno lentamente coinvolto nei processi decisionali e nella fruizione dei risultati della crescita la generalità dei componenti delle popolazione, e non solo i componenti di ristretti gruppi sociali privilegiati. E’ questa una verità della quale i “poteri forti”, dominanti all’interno dei sistemi economici contemporanei, sembrano aver smarrito il senso, oscurando in parte ciò di cui l’Illuminismo era stato portatore.

Gianfranco Sabattini

Settant’anni fa Visconti realizzava il film “La terra trema”

terra trema

Accanto alle difficoltà finanziarie che ostacolano la realizzazione del film di Luchino Visconti “La terra trema”, altre grane scoppiano prima che quel film venga proiettato alla Mostra del cinema di Venezia nel 1948. Pare che Visconti – come denunciato dall’associazione Pro Catania, che ha inviato lettere di protesta al Presidente della regione siciliana – abbia ripreso “ragazzetti di miserabile aspetto che frugano tra cataste di immondizia per recuperare ciò che di commestibile possa trovarvisi, onde cibarsene”, mentre alcuni cani avrebbero dovuto competere con i bambini per procurarsi gli scarti. Intervenendo con una lettera ai giornali, il regista manifesta stupore e respinge quell’accusa secondo lui “inventata di sana pianta”.

A tentare di appianare i contrasti fra il regista e i giornali e poi fra l’artista e i siciliani, interviene anche il produttore del film, l’architetto catanese Salvo D’Angelo, che sottolinea come all’estero già si parla di una Sicilia rivalutata grazie all’opera di Visconti che ha inventato un modo tutto nuovo di fare cinema. Il modo nuovo è la storia di un film dalle mille vicissitudini. Ma raccontiamo con ordine. Nell’autunno del 1947 Visconti arriva ad Acitrezza insieme agli assistenti alla regia Francesco Rosi e Franco Zeffirelli perché ha in mente di girare un film-documentario intitolato “La terra trema”, ispirato al romanzo di Verga “I Malavoglia”, con il quale si propone di descrivere “gli aspetti più salienti e caratteristici della vita e dei costumi della regione siciliana”.

Per questo le riprese intendono prendere di mira le città e le zone più tipiche dell’Isola. Attento al paesaggio del borgo marinaro e dintorni, Visconti mangia svogliatamente all’osteria del paese, discute, prende appunti, poi saluta con “arrivederci a presto”. Quando ritorna, in effetti, la troupe portata dal regista ad Acitrezza è composta di pochi elementi: non ci sono scenografi, costumisti, arredatori ecc. Anche i mezzi di lavoro sono ridotti al minimo: due cineprese, pochi metri di carrello, nessuna gru, nessun dolly.

La lavorazione di “La terra trema”, nata su iniziativa di Antonello Trombadori e finanziata con sei milioni di lire dal Pci, che forse intende utilizzare il film come una sorta di manifesto in vista dell’aspra contesa elettorale del 1948, ben presto si arena perché il partito non si impegna a versare ulteriori fondi. Dopo qualche disorientamento iniziale, Visconti racimola i soldi necessari per proseguire le riprese grazie alla vendita di alcuni beni di sua proprietà e ai sacrifici di amici coinvolti nella realizzazione del film. Ma non va molto avanti, a causa dei debiti che intanto si sono accumulati: nel luglio del 1948, ad esempio, un albergo di Catania, che durante le riprese ha ospitato Visconti e gli altri componenti della troupe, sollecita il pagamento di 1 milione di lire.

A questo punto a risolvere la questione interviene Salvo d’Angelo, legato alla casa di produzione cattolica Universalia, che, tramite un finanziamento di non meno di 37 milioni, dà a Visconti e alla sua troupe la possibilità di lavorare per diverse settimane e di portare a compimento la realizzazione del film. Intanto Acitrezza, che ha accolto con diffidenza e stupore il gruppo dei cinematografari, vede che la sua economia, fondata sulla pesca e la salatura delle acciughe, comincia a girare. E questo anche perché il regista milanese vuole pescatori e cittadini da utilizzare nelle scene del film. Il primo giorno delle riprese gli abitanti scelti per recitare si presentano con i vestiti della festa e, quando Visconti li rimanda indietro perché si mettano i vestiti soliti, rimangono male. “Se parlo nel cinema, dice una ragazza, voglio almeno essere vestita come quando esco la domenica”.

Sulla piazza del paese, circondato da una folla di uomini e di donne che si affollano sui balconi e le terrazze, Visconti illustra la storia della famiglia Valastro che ricalca e attualizza le vicissitudini dei Malavoglia. Nel film infatti il desiderio di mettersi in proprio dei protagonisti, il fallimento dovuto alla perdita della barca durante una tempesta, l’impossibilità di pagare l’ipoteca che determinerà la perdita della casa e le conseguenti difficoltà economiche non sfociano nella verghiana rassegnazione alle avversità del destino. Al contrario, incoraggiano la ribellione dei pescatori ai soprusi dei grossisti. Visconti espone situazioni, personaggi. Gli uomini, tutti pescatori, parlano, discutono, si consultano, alzano la voce, infine dicono la loro. I due aiuto registi, i giovanissimi Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, prendono appunti, perché non c’è sceneggiatura, ma solo idee e poche paginette, mentre i dialoghi in siciliano stretto lievitano sul posto. Il dialetto, lingua dei poveri, sottolinea l’isolamento culturale di una comunità che vive un’esistenza sempre uguale a se stessa, estranea ai beni della modernità. L’italiano, invece, è la lingua di uno Stato percepito come lontano e nemico. È la lingua parlata dai potenti e dalla burocrazia, quella dell’avviso di sfratto che arriva a casa Valastro e anticipa il fallimento del progetto imprenditoriale di ‘Ntoni (“arrivau a catta”).

Lorenzo Catania

Paul De Grauwe, i guasti dei movimenti ciclici del capitalismo

degrauwe

Nel modo accademico, ma anche in quello politico, ha sempre “imperversato” il dibattito se l’economia dovesse essere regolata da meccanismi di mercato e da decisioni decentrate, oppure amministrata dal centro da parte dello Stato attraverso la pianificazione, ovvero attraverso decisioni assunte al di fuori del mercato. L’alternative ha visto schierarsi in pro del mercato, oppure della pianificazione, schiere di sostenitori. Il dibattito ha lasciato in eredità ai contemporanei numerose “verità”, tutte corroborate dall’esperienza vissuta, in fatto di governo dell’economia, negli ultimi duecento anni, dacché, si può dire, è nata la scienza economica.

La prima alternativa, quella che fa riferimento alla primazia del mercato, prevede sistemi di governo dell’economia che non sono mai esistiti, nel senso che tutti i sistemi economici dei quali si ha memoria sono sempre stati un mix di mercato e di controllo statale; ciò perché un “sistema di mercato puro” non garantirebbe, sul piano economico e su quello sociale, il regolare ed equilibrato funzionamento dell’economia. Per contro, un sistema di pianificazione centralizzata, sempre secondo l’esperienza, non riuscirebbe ad assicurare risultati, sul piano economico e su quello sociale, paragonabili a quelli conseguibili con sistemi fondati sull’istituzionalizzazione del libero mercato; proprio per questo, è possibile affermare che, nel mondo, non siano mai esistiti sistemi di governo dell’economia che facessero esclusivo riferimento a sistemi di pura pianificazione centralizzata, in quanto, anche laddove la pianificazione è stata adottata in alternativa al mercato, è sempre stato necessario conservare residui di quest’ultimo.

L’antica questione “mercato contro Stato”, pertanto, è stata dibattuta con riferimento a un problema privo di ogni evidenza storica, in quanto, mancando ogni riferimento esperienziale, il dibattito non ha potuto stabilire la superiorità dell’un sistema rispetto all’altro, dato che, nella realtà delle cose, è sempre stato necessario prevedere un mix di entrambi. Tuttavia, la storia economica, sin dalle origini dell’economia come scienza, ha registrato che il funzionamento dei sistemi economici è stato caratterizzato da “movimenti ciclici”, che, come afferma l’economista belga Paul De Grauwe in “I limiti del mercato”, hanno configurato tale funzionamento caratterizzato dalle oscillazioni proprie di un “grande pendolo”; movimenti che “hanno accresciuto l’influenza dei mercati a spese dei governi”, in determinati momenti, e che poi “hanno portato il predominio dei governi a spese dei mercati”, in altri.

Il XIX secolo, ricorda De Grauwe, ha visto un lungo periodo di espansione dei sistemi economici fondati sulla primazia del mercato; in tali sistemi, denominati capitalistici, il trionfo del mercato è stato inarrestabile, con una produzione di beni materiali aumentata secondo ritmi mai sperimentati precedentemente; ciò è avvenuto proprio in quei Paesi dell’Europa occidentale e dell’America che avevano liberato le loro economie dagli eccessivi “lacci e lacciuoli” d’origine statale. Il dominio dei mercati sembrava non avere ostacoli e limiti; questi però erano destinati ad emergere nel corso del XX secolo. Infatti, dopo la temporanea interruzione durante la Grande Guerra del 1914/1918, la crescita ha teso a ripartire negli anni Venti; ma alla fine dello stesso decennio, nel 1929, è scoppiata la Grande Depressione, con il conseguente crollo dei livelli di benessere e di quelli occupazionali. La marcia senza intoppi dei sistemi caratterizzata dall’egemonia del mercato è giunta così a “una brusca battuta d’arresto”.

Sono stati numerosi coloro che, a seguito della disoccupazione e del diffondesi dell’indigenza di milioni di persone, hanno incolpato della crisi economica l’espansione incontrollata del capitalismo. Molti Paesi hanno ridotto il ruolo del mercato, in alcuni casi addirittura soppresso, o fortemente ridimensionato, da regimi politici dittatoriali (in Unione Sovietica il mercato era stato ridimensionato prima ancora del 1929 e totalmente rimosso dopo questa data, con l’instaurazione della pianificazione centralizzata e la nazionalizzazione dei mezzi di produzione). Questi ultimi Paesi, secondo De Grauwe, hanno “fatto tendenza”, al punto che, persino negli Stati Uniti, l’Amministrazione di Franklin Delano Roosevelt, inaugurando la politica del New Deal, ha inteso combattere la crisi attraverso investimenti pubblici su larga scale, mentre altri Paesi dell’Europa occidentale, di antica industrializzazione, senza rinunciare ai loro regimi politici democratici, pur chiudendosi all’interno dei loro confini nazionali, hanno provveduto a nazionalizzare le industrie di base. È sembrato che il sistema di mercato fosse giunto “al capolinea” e che “il futuro appartenesse ai Paesi i cui sistemi economici [fossero] controllati dal governo”.

Dopo il secondo conflitto mondiale, grazie a un particolare mix di mercato e Stato, realizzato sulla scorta di una gestione dei sistemi economici secondo modalità suggerite dall’elaborazione teorica di John Maynard Keynes, nella prospettiva di una generalizzata conciliazione delle esigenze connesse con il rispetto di tre fondamentali principi (efficienza nell’impiego dei fattori produttivi, equità nella distribuzione del prodotto sociale e libertà decisionale assicurata a tutti gli attori sociali, è stato possibile rilanciare un processo di crescita trainato dagli investimenti pubblici resisi necessari per la ricostruzione post-bellica.

Inoltre, la percezione del fatto che il sistema di mercato avesse fallito nel garantire una giustizia distributiva condivisa è valsa a giustificare l’intervento dello Stato, non solo riguardo alla ricostruzione, ma anche per la realizzazione di un sistema di protezione sociale (welfare State), finalizzato a coprire l’intera popolazione contro i rischi ai quali era involontariamente esposta (disoccupazione, malattie e inabilità). E’ stato così che, dopo il 1945, i Paesi, retti da regimi democratici, hanno beneficiato della crescita precedente e hanno visto migliorare il livello di benessere delle proprie popolazioni durante i “gloriosi trent’anni” 1945-1975.

Ancora una volta, però, la storia, secondo De Grauwe, ha preso una direzione diversa. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta è emerso che l’intervento dello Stato, comportando una crescente necessità di risorse e la loro sottrazione per via fiscale alle esigenze della produzione, ha avuto l’effetto di rallentare il processo di crescita, ostacolato, tra l’altro, anche dalle mutate condizioni internazionali in presenza delle quali tale processo si era svolto sino ad allora.

La pervasività dell’intervento pubblico nel funzionamento del sistema economico ha causato la formazione di un “movimento di liberazione” del mercato. Ovunque, afferma De Grauwe, i mercati hanno aumentato la loro autonomia rispetto allo Stato, costringendo i governi, che possedevano una larga fetta dell’economia, a privatizzare “le aziende pubbliche. Le compagnie telefoniche, le ferrovie, le fabbriche di automobili, le banche e le società di servizi [pubblici] che erano state nazionalizzate nel corso dei pochi decenni precedenti venivano di nuovo privatizzate”. Il mercato internazionale è stato liberalizzato, creando le basi per la successiva globalizzazione delle economie nazionali; come nel XIX secolo, il rilancio del processo di crescita è stato salutato come il trionfo del mercato, una volta liberato dagli impedimenti originati dall’intervento dello Stato nella gestione del sistema economico.

La liberazione del mercato operata nel corso degli anni successivi alla fine degli anni Settanta ha però provocato, non solo la spettacolare ripresa della crescita economica, coinvolgendo nel processo di miglioramento delle condizioni materiali Paesi che sino ad allora erano rimasti esclusi, ma anche la diffusione e l’approfondimento della disuguaglianza distributiva e della povertà; fenomeni che, negli anni precedenti, erano stati, se non assenti, certamente contenuti o ridotti. Ancora una volta, perciò, il capitalismo e il sistema di mercato sembravano avere la meglio contro ogni possibile ostacolo; ma proprio nel momento in cui sia il mercato che il capitalismo celebravano i propri fasti, è sopraggiunta la crisi del 2007/2008.

Gli effetti che si sono avuti dopo la Grande Depressione del 1929 sono stati molto diversi rispetto a quelli verificatisi dopo la Grande Recessione del 2007/2008: la produzione ha continuato a diminuire per alcuni anni dopo l’inizio della crisi del 1929; la ripresa, almeno in una parte dei sistemi economici interessati, è stata invece molto più rapida, dopo la crisi del 2007/2008. Ciò è accaduto perché gli economisti e i responsabili della gestione del sistema economico, tenendo conto dell’esperienza vissuta in occasione della Grande Depressione, invece di porre un freno all’allargamento della circolazione monetaria, hanno favorito l’immissione di nuova moneta e l’aumento dei disavanzi pubblici. Solo nell’eurozona, che non ha fatto ricorso ad una politica monetaria espansiva, la fuoriuscita dalla crisi è stata molto più lenta e contenuta.

Ciò che comunque si può dire, secondo De Grauwe, è che, dopo l’esperienza della Grande Recessione, l’idea della presunta supremazia del mercato rispetto allo Stato sia destinata a perdere definitivamente credito. Riguardo al futuro del capitalismo, resta tuttavia l’interrogativo, se la disuguaglianza distributiva e la povertà di cui esso (il capitalismo) è portatore siano fenomeni solo temporanei; oppure, se essi siano destinati a durare nel tempo e ad assumere dimensioni sempre maggiori, in funzione dell’aumento dell’ampiezza e della frequenza delle oscillazioni del pendolo dell’economia, per effetto dell’aumentata complessità dei sistemi economici. A parerei De Grauwe, considerate le dinamiche attuali e quelle plausibilmente prevedibili per il futuro, i fenomeni della disuguaglianza distributiva e della povertà sono destinati a peggiorare.

In questa prospettiva, perciò, il futuro del sistema di mercato e del capitalismo non appare “molto roseo”, a meno che non maturi, a livello globale, il convincimento della necessità di un governo riformista del modo di produzione capitalistico, che sappia porre un valido freno alle oscillazioni del pendolo dell’economia; pena, se ciò non dovesse accadere, conclude De Grauwe, un futuro devastante per lo stesso capitalismo.

Al fine di rimuovere dall’immaginario collettivo questo scenario negativo, secondo l’economista belga, sarebbero necessarie due condizioni: la prima consistente nel buon funzionamento delle istituzioni democratiche, sia per diminuire la disuguaglianza distributiva, sia per evitare che il capitalismo continui a provocare “economie esterne” ai danni delle popolazioni, soprattutto per gli alti e crescenti costi ambientali che esso comporta; la seconda condizione è che tutti i Paesi integrati nell’economia globale siano propensi a condividere insieme le regole da adottare per il contenimento degli esiti negativi provocati dal sistema di mercato.

A De Grauwe non sembra che queste due condizioni abbiano buone probabilità di essere soddisfatte, per cui si può plausibilmente prevedere che il capitalismo raggiunga in un futuro molto prossimo un punto di non ritorno; perciò, se l’umanità non passerà, in tempi brevi, ad un’azione globale di tipo riformistico, per regolare e contenere gli esiti negativi delle oscillazioni del pendolo dell’economia, le generazioni presenti non potranno fruire neppure della consolazione di aver almeno provato a salvare il mondo dalla catastrofe.

Gianfranco Sabattini

La “dignità del lavoro” non garantita dalla flessibilità occupazionale

maurizio-ferreraMaurizio Ferrera, su la Lettura del Corriere di domenica 12 agosto, nell’articolo “La dignità del lavoro non significa posto fisso”, sostiene una tesi non del tutto condivisibile. Prendendo a pretesto il provvedimento approvato dalle Camere, per iniziativa del ministro dello sviluppo economico e ministro del lavoro e delle politiche sociali Luigi Di Maio, per la riforma delle norme esistenti sui contratti a tempo determinato, critica il fatto che il provvedimento sia stato “etichettato” con l’espressione “Decreto dignità”, avanzando seri dubbi che possa sussistere un “collegamento tra etichetta e contenuto”; secondo Ferrera la fissazione di un termine al contratto di lavoro non costituirebbe “una violazione della dignità di un lavoratore”.

L’uso del concetto di dignità da parte di Di Maio, per connotare il decreto sulla riforma delle norme vigenti sui contratti di lavoro a tempo determinato, apparirebbe “improprio e fuorviante”. Ferrera sostiene che, in “dottrina”, il concetto di dignità poggerebbe su tre elementi; il primo sarebbe l’uguaglianza di base di tutti gli esseri umani, dal quale discenderebbe il secondo elemento, implicante il reciproco rispetto; da questi due primi elementi deriverebbe il terzo, esprimente un “insieme specifico di diritti e (doveri), di carattere essenzialmente ‘negativo’: non discriminazione, non umiliazione, non oppressione, non interferenza e così via”. L’insieme di questi diritti (doveri) connetterebbe la dignità alla libertà, per cui la dignità apparterrebbe a tutti gli individui in quanto “liberi e uguali”, come sancisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Come tratto costitutivo della natura umana, perciò, “la dignità – afferma Ferrera – non può essere violata in nessun ambito di interazione, compreso quello lavorativo”; da ciò consegue che, quando nel discorso pubblico si usa l’espressione “mercato del lavoro”, ci si deve ricordare che essa esprime solo una metafora, dovendosi escludere che i lavoratori possano essere considerati come “merci”.

Tenuto conto che i contratti di lavoro a tempo determinato, quando siano informati al rispetto dei diritti posti a presidio della dignità del lavoratore (non discriminazione, non oppressione, non umiliazione, ecc.), sono, per Ferrera, solo una “transazione volontaria e consensuale, consegue che una loro abolizione non “eliminerebbe una violazione di dignità, ma una possibile fonte di reddito per chi cerca un lavoro”. Il lavoro a tempo determinato – continua Ferrera – può diventare un problema solo “quando crea eccessiva vulnerabilità e insicurezza”; in questo caso non si tratterebbe di dignità, ma solo di “una questione di equità ed esclusione sociale”, alle cui conseguenze negative è possibile rimediare con misure compensative.

Tuttavia, Ferrera riconosce che i contratti a termine possono generare iniquità tra i lavoratori; l’assenza di adeguata formazione, o la corresponsione di rimunerazioni differenziate a parità di prestazioni lavorative, possono, ad esempio, comportare l’esclusione del lavoratore da alcune prestazioni sociali, oppure dall’eventuale fruizione di opportunità esterne all’attività nella quale il lavoratore è occupato. Queste esclusioni, ammette Ferrera, possono limitare l’autonomia economica e sociale delle persone; ma è dubbio che questi eventuali aspetti negativi possano essere imputati “ai rapporti contrattuali a termine e non piuttosto al sistema di welfare”, il cui scopo dovrebbe essere proprio quello di prevenire o di “ridurre vulnerabilità e insicurezza”, di “parificare le opportunità” e di “aumentare le capacità delle persone in forme e con risorse il più possibili indipendenti dalla loro posizione lavorativa”.

Impostare la sfida alla precarietà come una questione di equità e di esclusione, a parere di Ferrera, “aiuta a individuare con maggior chiarezza le radici del problema e dunque le risposte più efficaci”; risposte che dovrebbero essere fondate sulla socializzazione del rischio della vulnerabilità e dell’insicurezza del lavoratore, e poiché tale rischio “riguarda potenzialmente tutti i cittadini (anche solo come genitori di giovani disoccupati, sotto-occupati o con contratti a termine)”, sarebbe giusto che lo Stato intervenisse per “ridistribuire opportunità e risorse, chiedendo a tutti un contributo finanziario”.

Contrastare la precarietà come “una questione di equità e di esclusione”, osserva Ferrera, aiuterebbe a individuare con maggiore chiarezza le radici del problema e dunque le risposte più efficaci”; al contrario, “impostare la sfida in chiave di dignità” comporta un doppio errore: da un lato, impedisce di individuare o di tener nel dovuto conto quegli aspetti del mercato del lavoro che sollevano ancora residue questioni di dignità; dall’altro lato, l’intento di contrastare i difetti sul piano della protezione e della prevenzione del nostro Stato sociale comporta l’uso di divieti e restrizioni nella sfera contrattuale che “sollevano invece questioni di equità e solidarietà”. Di conseguenza, conclude perentorio Ferrera, “non sembra proprio che il ministro del lavoro, anche se bene intenzionato, abbia incominciato con il piede giusto”.

Sorprende che Ferrera manchi di considerare le cause che hanno determinato il venir meno della validità del welfare State esistente nel contrastare i possibili deficit di “protezione” e di “prevenzione” contro i rischi cui è esposta la dignità della forza lavoro. Prima del secondo conflitto mondiale, John Maynard Keynes affermava che gli Stati autoritari dell’epoca risolvevano il problema della disoccupazione a spese dell’efficienza e della libertà. Egli, tuttavia, era certo che il mondo non avrebbe tollerato a lungo la mancanza di libertà, ma anche che non avrebbe sopportato la “piaga” della disoccupazione, imputabile alle ingiustificabili modalità di funzionamento delle economie capitalistiche. L’economista di Cambridge era anche certo che, abbattute le dittature, una corretta soluzione del problema della tutela della dignità del lavoro poteva essere trovata ricuperando sia l’efficienza che la libertà. Sulla base di questa certezza, Keynes ha lasciato in “eredità” ai sistemi democratici ad economia di mercato le idee sulla base delle quali sarà poi elaborato il modello organizzativo del welfare State attuale.

Dopo il secondo conflitto mondiale, però, il mercato del lavoro ha subito un cambiamento nelle forme d’uso della forza lavoro, originando una diffusa disoccupazione, sempre più difficile da “governare”, sino a diventare strutturale, mettendo progressivamente in crisi il sistema di sicurezza sociale, basato sulle idee di Keynes. Questo sistema, com’è noto, aveva tre funzioni: fornire alla forza lavoro disoccupata la garanzia di un reddito, corrisposto sotto forma di sussidi a fronte di contribuzioni assicurative; garantire un reddito alle categorie sociali che, per qualsiasi motivo, avessero avuto bisogno di un’assistenza temporanea, nel caso in cui esse non avessero avuto il diritto a sussidi di altra natura; assicurare al sistema economico servizi regolativi e di supporto all’occupazione. Nel perseguimento di tali funzioni, il welfare State, per le ragioni precedentemente dette, è però “fallito”, orientando l’analisi economica ad assumere che la sicurezza sociale e la dignità del lavoratore dovessero essere perseguite attraverso una costante flessibilizzazione del mercato del lavoro, senza preoccuparsi della crescente insicurezza reddituale della forza lavoro.

Con l’affermarsi dell’ideologia neoliberista, la flessibilità del mercato del lavoro ha rappresentato qualcosa di più della sola variazione di un vecchio modello organizzativo dell’attività produttiva. Con il nuovo capitalismo neoliberista, secondo Richard Sennet, sociologo della London School of Economics, autore di “L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale”, alla forza lavoro è stato chiesto, nella prospettiva di un presunto miglioramento delle proprie condizioni economiche ed extraeconomiche, di essere più disponibile al cambiamento, “di correre continuamente qualche rischio, di affidarsi meno a regolamenti e alle procedure formali”.

Lo stato di cose che ha dato origine alla flessibilità del nuovo capitalismo è valso a generare ansietà e precarietà occupazionale in tutti coloro che, per sopravvivere, hanno avuto la necessità di un “posto di lavoro”; l’ansietà, in particolare, è imputabile al fatto che nessuno riesce a valutare quali rischi valga la pena correre scegliendo una particolare occupazione, o quale percorso professionale convenga intraprendere, trovandosi in condizioni di precarietà economica.

L’aspetto della flessibilità che genera maggiore ansietà esistenziale è il suo impatto sulla pratica dei soggetti di ritardare la soddisfazione di stati di bisogno presenti, in funzione di uno scopo futuro; in altri termini sulla capacità dei soggetti di programmare il proprio futuro. Il fatto che il mondo della produzione, per via della flessibilità, sia stato imperniato sul breve periodo, ha reso impossibile il perseguimento di obiettivi a lungo termine.

Con la flessibilità, il mondo imprenditoriale, plasmato dall’ideologia neoliberista, ha fatto ricorso di continuo alla “ristrutturazione” produttiva, finalizzata alla riduzione dei posti di lavoro ed attuata unicamente al fine di aumentare la competitività delle attività produttive integrate nell’economia mondiale. In gran parte delle economie capitalistiche avanzate ciò ha comportato, da un lato, la diffusione del fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile e, dall’altro lato, la crescita della disuguaglianza distributiva: solo una minoranza di lavoratori espulsi dalle imprese che si sono ristrutturate ha trovato un’occupazione sostitutiva a salario equivalente; alle parte residua della forza lavoro, sempre crescente, espulsa dalla stabilità lavorativa, è stata offerta la possibilità di nuove opportunità lavorative in condizioni di precarietà, attraverso la possibilità di stipulare contratti di lavoro a tempo determinato.

Come è possibile garantire condizioni esistenziali dignitose alla forza lavoro, all’interno dei sistemi sociali la cui economia sia imperniata sul breve periodo e sulla flessibilità dell’organizzazione delle attività lavorative in essa esistenti? Ma soprattutto, com’è possibile, dopo la Grande Recessione del 2007/2008, che ha stravolto le condizioni proprie delle economie sociali di mercato e che, a causa dell’austerità adottata come terapia per uscire dalle secche della recessione, ha ridotto le garanzie della protezione sociale del lavoro? E ancora, quale risposta dare all’impatto della flessibilità, se l’attuale modello di Stato sociale non è più in grado di garantire la dignità a chi, perdendo la continuità occupazionale, deve vivere con sempre più limitate elargizioni pubbliche caritatevoli? Quale senso deve essere attribuito alla raccomandazione che l’Unione europea ha rivolto a tutti gli Stati membri, di riconoscere, nell’ambito di un dispositivo globale e coerente di lotta all’emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare a quest’esigenza i propri sistemi di protezione sociale?

In Italia, il tanto sbandierato Jobs Act non ha dato risposte adeguate a questi interrogativi e, quel che più conta, si è rivelato inidoneo ad assicurare stabilità e certezza al lavoro; oltre alle risorse che sarebbero state necessarie, è mancato un orientamento più rispondente al sostegno di una politica attiva del lavoro, quale sarebbe stata, ad esempio, la riforma ab imis del sistema welfaristico esistente, ormai divenuto largamente inadeguato. All’obsolescenza di tale sistema, nel nostro Paese, si cerca ora di rimediare con l’introduzione del reddito di cittadinanza, per la legittimazione del quale, però, è mancato sinora un dibattito responsabile sulle sue implicazioni; si è preferito privilegiare misure contingenti di breve respiro, che non hanno consentito di impedire la diffusione della precarietà economica e di incertezza sociale verso le quali, da lungo tempo, un’attività politica ispirata ai canoni dell’ideologia neoliberista ha condotto il Paese.

Sono giuste, perciò, le iniziative volte a rimuovere tutto ciò che risulta essere controindicativo, come lo sono i contratti di lavoro a termine, per il superamento della precarietà reddituale, in quanto negazione della dignità dell’uomo.

Gianfranco Sabattini

Traducibilità della scienza economica nella “praxis” gramsciana

utopiaL’espressione “filosofia della prassi” non è stata un’”invenzione” di Gramsci, bensì di Antonio Labriola, e si è affermata in Italia come modo particolare d’intendere il marxismo; Gramsci, seguendo proprio Labriola, con riferimento al fondamento del pensiero marxiano, parla di “filosofia della prassi” per indicare che, così come l’uomo, in quanto uomo, è prodotto dalla società, quest’ultima, per converso, è prodotta dall’uomo.
Partendo dall’idea secondo cui la “prassi umana” è comprensiva del lavoro, ma anche di tutte le attività che si traducono in specifici rapporti sociali, Gramsci sostiene che la “praxis” altro non è che la “teoria dell’uomo che lavora”, secondo la quale ogni atto del pensiero è un impegno per un nuovo lavoro, mentre il lavoro già compiuto, ossia il “pensiero prodotto”, non è altro che il supporto materiale per nuovi sforzi volti alla “produzione” di nuovo pensiero.
Nel pensiero di Gramsci, l’espressione “filosofia della prassi” non esprime quindi un accorgimento linguistico, ma la concezione che egli ha dell’unità che esiste tra teoria e pratica; unità considerata necessaria, non solo per formalizzare un insieme di categorie linguistiche in grado di interpretare e di descrivere il mondo, ma anche per affermare che, né la filosofia della prassi, né alcuna scienza a essa collegata, possono consentire di fare previsioni che abbiano carattere deterministico.
Secondo Gramsci, l’unico modo possibile di fare previsioni consiste nel formare e organizzare una volontà collettiva; mai quest’ultima si manifesta allo stato puro, in quanto è sempre inclusiva di elementi che l’uomo stesso materializza con il suo lavoro. Ciò significa che il prigioniero di Turi identifica la filosofia della prassi nello studio delle contraddizioni sempre mutevoli della società, mentre l’uomo, inteso individualmente o come gruppo sociale, non solo è la fonte delle contraddizioni, ma è egli stesso elemento costitutivo delle contraddizioni (fatto, questo, che gli consente di elevarsi a principio di conoscenza della realtà sociale, e quindi di azione).
In conclusione, Gramsci intende la filosofia della prassi come costruzione di volontà collettive, rispondenti alla soluzione dei bisogni che emergono dalle forze produttive concrete (o in via di concretizzazione) e dalle contraddizioni tra queste forze e il livello culturale storicamente determinato dalle relazioni che si strutturano all’interno della società civile. In questa idea è implicito l’assunto dell’esistenza di una serie di scienze della natura e dell’uomo, che possono influire sulla politica; cioè sulle dinamiche del processo storico che fanno intravedere possibili nuovi modi di vivere in corrispondenza di superiori livelli culturali e materiali.
Da quanto sin qui detto risulta che, per Gramsci, la filosofia delle prassi è, in primo luogo, il pilastro intorno al quale ruotano tutte le attività pratiche cui si può ricorrere per la soluzione dei problemi che la vita sociale propone; ma è anche la concretizzazione dell’unità dialettica di filosofia e pratica, alla quale unità ogni gruppo sociale che aspiri a divenire egemone attraverso l’attività politica deve ispirare la propria azione.
Perché quest’aspirazione possa essere coronata da successo, è necessario che i linguaggi dell’insieme delle scienze collegate alla prassi siano tra loro “traducibili”, partendo dall’assunto che ogni fase del processo storico abbia un significato culturale fondamentalmente unico, anche se espresso nei diversi linguaggi delle specifiche scienze della natura e dell’uomo. Su questo problema, nel libro “Gramsci e la critica dell’economia politica. Dal dibattito sul liberismo al paradigma delle ‘traducibilità’”, attraverso la riflessione sul problema appunto della “traducibilità dei linguaggi” delle diverse scienze connesse alla filosofia della parassi, Guzzone passa ad indagare sul pensiero economico di Antonio Gramsci, quale può essere desunto dalle affermazioni sparse del pensatore sardo contenute nei “Quaderni del carcere”.
I due aspetti (quello della “traducibilità dei linguaggi” e quello del pensiero economico) sono, a parere dell’autore, profondamente intrecciati, dato che la loro considerazione congiunta consente di capire la funzione che la “traducibilità” ha, secondo Gramsci, riguardo alla critica dell’economia politica formulata nei “Quaderni”. L’importanza di questo nesso, nell’insieme delle affermazioni gramsciane sull’economia politica, è stata, secondo Guzzone, “riconosciuta in una stagione piuttosto recente degli studi gramsciani. A lungo si è ritenuto che le poche occorrenze testuali [16 in tutto] attestassero il carattere marginale e accessorio” del problema della “traducibilità”; la lettura filologico-critica “ha invece mostrato che quelle occorrenze corrispondono a punti strategici dell’elaborazione della filosofia della prassi e attestano l’esistenza di un nesso vitale, gradualmente consolidato e rafforzato, tra linguistica e marxismo gramsciano”.
L’idea dell’importanza della “traducibilità è sorretta da due considerazioni formulate da Gramsci: la prima, relativa alla possibilità “dell’uomo politico di promuovere ed espandere gli effetti progressivi di una grande esperienza storica prodottasi altrove […], conferendole una forma adeguata ai problemi, alla cultura, al grado di sviluppo del proprio contesto nazionale”; la seconda, concernente il confronto tra culture diverse e i rapporti tra “’lingua del pensiero astratto’ e ‘lingua della politica e del pensiero intuitivo’, tra filosofia speculativa e filosofia della prassi”.
Entrambe le considerazioni, nella prospettiva dell’analisi gramsciana, riflettono la necessità della “traducibilità” del linguaggio teorico dell’economia politica, per renderlo compatibile con le categorie della filosofia della prassi. La critica più recente, a parere di Guzzone, ha evidenziato “sul terreno di uno studio filologico e storico-genetico dei testi, lo stretto intreccio esistente nei Quaderni fra riflessioni sull’economia e riflessioni sulla filosofia”. Sulla base di questo intreccio, la stessa critica dei testi gramsciani ha prospettato la possibilità di poter ricavare dalle “note di economia” dei “Quaderni”, nonostante la loro esiguità, “un contributo unitario, sistematico e, soprattutto, coerente con la filosofia della prassi”; contributo, questo, complessivamente coerente con l’obbiettivo, perseguito da Gramsci, di dimostrare che la sua riflessione economica scaturisce dall’esigenza di “precisare lo statuto dell’economia” proprio nel quadro della filosofia della prassi.
Un esempio di questa esigenza avvertita da Gramsci può essere tratto dalle sue riflessioni riguardanti la categoria formale, propria dell’economia tradizionale, espressa dal concetto di “homo oeconomicus”; questo, secondo Gramsci, non è che una figura astratta, esprimente il soggetto che svolge l’attività economica all’interno di una determinata forma di società. Guzzone ritiene che l’aspetto più rilevante di questa osservazione sia la relazione che Gramsci suppone esista tra l’attore dell’attività economica (l’homo oeconomicus) e la struttura della società (intesa, questa, in senso astratto) all’interno della quale esso opera. Infatti, secondo Guzzone, Gramsci, nel prosieguo della sua argomentazione, colloca lo svolgersi degli effetti di quella relazione all’interno di una realtà costituita dall’intrecciarsi dei comportamenti posti in essere all’interno di tre “sfere” sociali: la società civile, quella economica e quella politica, intesa quest’ultima come Stato.
La società civile è il luogo in cui matura la cultura corrispondente alle esigenze di funzionamento di un determinato mercato; la società economica è costituita da tutti gli operatori economici che, attraverso il mercato, svolgono l’attività di produzione in conformità della cultura maturata all’interno della società civile; la società politica, infine, intesa come “Stato-apparato”, è l’insieme degli strumenti dei quali i rappresentanti della società civile, all’interno delle istituzioni nelle quali si articola lo Stato, possono disporre, al fine di “irradiare e consolidare” nella società civile la cultura necessaria perché si producano i “conformismi” corrispondenti ai possibili mutamenti desiderati della struttura della società.
Dal punto di vista della dinamica sociale, quale significato è possibile attribuire all’ipotesi gramsciana dell’esistenza di una relazione tra l’attore economico (l’homo oeconomicus) e la struttura della società? Significa che chi ha interesse al mutamento sociale e al cambiamento dei rapporti sociali, deve disporre di adeguati strumenti dello Stato-apparato; che, per essere acquisiti, occorre che avvengano cambiamenti nella cultura dei componenti della società civile, tali da consentire il controllo egemonico dello Stato-apparato da parte di chi è portatore dell’interesse a che avvengano quel mutamento e a quel cambiamento.
Se il concetto chiave di Gramsci nella analisi critica del mutamento sociale, ovvero l’egemonia viene intesa, non come “conquista del Palazzo d’Inverno, ma come una “lunga lotta” volta a trasformare culturalmente, sia i soggetti delle classi egemoni, che quelli delle classi subalterne, al fine di creare le basi per un “travaso ‘molecolare’ dei governati tra i governanti, allora essa (l’egemonia) può consentire alle società capitalistiche di affrontare la soluzione del problema contemporaneo che appare essere quasi la causa di una loro “crisi senza fine”, la disoccupazione strutturale e irreversibile, facendo perno su un più coerente senso di responsabilità collettiva.
Una corrente di pensiero della teoria economica, estranea alla tradizione marxista, ha adottato il concetto di egemonia per “delineare” all’interno dei regimi democratici un possibile modo di porre rimedio allo stato di crisi strutturale dei sistemi capitalistici, dovuto ai fenomeni della crescente disuguaglianza distributiva e della povertà assoluta. Nelle società a decisioni decentrate, quali sono i sistemi capitalistici retti da regimi politici democratici, quella corrente di pensiero ha infatti teorizzato il possibile esercizio dell’egemonia, per risolvere il conflitto sistemico che la tradizione marxista ha sempre associato al problema della distribuzione del prodotto sociale; problema che, nelle attuali condizioni di funzionamento dei sistemi economici capitalistici, si è ancor più radicalizzato, a causa, appunto del fenomeno della disoccupazione strutturale. Tale corrente di pensiero, rifacendosi al pensiero di Gramsci, sostiene che il modo capitalistico di produzione, all’interno di un sistema sociale retto da un regime di democrazia rappresentativa, può essere conservato a condizione che lo “sfruttamento” (tradizionale fonte di accumulazione capitalistica) possa essere reiterato con il consenso degli “sfruttati”.
I teorici dell’economia che assumono questa ipotesi, la giustificano facendo riferimento a quanto Gramsci, riflettendo sulla flessibilità delle società capitalistiche, afferma riguardo alla loro persistenza, rinvenendo l’origine di quest’ultima nel ruolo che la cultura svolge nel consentire la possibile acquisizione di una posizione egemonica ai gruppi dominati. Tuttavia, per Gramsci, l’egemonia può essere conservata dai gruppi dominanti, a patto che sia soddisfatta la condizione del suo esercizio in modo equilibrato; condizione che, per quanto necessaria, non è anche sufficiente, potendolo divenire solo quando gli interessi dei gruppi dominanti siano concretamente coordinati con quelli dei gruppi subalterni.
Secondo gli economisti che assumono il concetto di egemonia per la soluzione del problema distributivo in conformità al pensiero gramsciano, i “conformismi”, attraverso i quali i gruppi antagonisti possono coordinare i loro interessi all’interno di una società capitalista, possono essere resi operativi solo se presidiati dallo Stato-apparato; ciò può accadere se quest’ultimo, attraverso la società politica, riesce e svolgere un’attività di regolazione dei rapporti tra i gruppi, idonea a consentire il perseguimento di configurazioni distributive del prodotto sociale riflettenti il costante coordinamento degli interessi di tutti i gruppi sociali; inclusi, quindi, anche gli interessi di coloro che, loro malgrado, sono costretti a sopportare gli esiti di una crescente indisponibilità di risorse adeguate alle loro esigenze esistenziali.
Per quanto possa risultate convincente, l’ipotesi formulata dagli economisti aperti all’uso del concetto di egemonia nella soluzione dei problemi distributivi, attende però che la “traducibilità” delle categorie della teoria economica in termini di filosofia della prassi avvenga entro tempi brevi, pena il reiterarsi dello stato di crisi del capitalismo contemporaneo.

Diego Fusaro e l’attualità della critica marxiana
del capitalismo

Diego-FusaroDiego Fusaro, docente di Storia della filosofia presso l’Istituto Alti Studi Strategici e Politici di Milano, ha ripubblicato il volume “Bentornato Marx!”, edito alcuni anni fa, per riproporre il pensiero di un pensatore, quale è stato il filosofo-economista di Treviri, che al di là del giudizio che si vuole darne oggi, afferma Fusaro, resta la più straordinaria critica della “società capitalistica”.

Il libro vuole essere una rievocazione sintetica delle principali tesi riconducibili al pensiero marxiano, muovendo “dalla ferma convinzione che Marx sia il più glaciale sismografo critico delle società capitalistica e, insieme il più portentoso architetto di un’ingegneria utopica fondata sull’ideale di un’ulteriorità nobilitante e di una felicità più grande di quella disponibile (oggi) […] a buon mercato”.

Il libro risponde quindi all’esigenza, avvertita ora dall’autore più di quanto lo fosse nel 2009, al momento della prima edizione, di “ripartire dal sistema incompiuto di Marx”; di un Marx “distinto dal marxismo […], di un Marx pensato e impiegato contro certe visioni dogmatiche e antimarxiane del marxismo stesso”. Ciò che Fusaro valorizza del filosofo-economista di Trviri è l’impegno a promuovere, col suo pensiero critico, il riscatto della “coscienza infelice” attraverso la “lotta per il riconoscimento”, quindi a favorire l’”emancipazione del genere umano unitariamente inteso”, attraverso “le lotte per il riconoscimento del lavoro a opera del proletariato, lo Spartaco dell’evo moderno”.

Questa prospettiva di lotta non induceva a un “lacrimevole amore francescano per il pauperismo degli ultimi”, in quanto il pensiero critico marxiano non si limitava “a vedere nel proletariato gli ultimi”, ma il “soggetto storico, il virtuale demiurgo del nuovo mondo in grado […] di rovesciare la contraddizione capitalistica e di rendere per ciò stesso disponibile la liberazione dell’umanità tutta”.

Il messaggio di Fusaro sull’attualità del pensiero critico di Marx è indirizzato a chi, “con intenti pratici e politici, più che teoretici e filosofici, abbia interesse a comprendere le contraddizioni del mondo in cui vive e, magari, anche trovare una possibile via per il loro concreto superamento”.

La prima edizione del libro di Fusaro (2009) ha coinciso con l’inizio della Grande Recessione; questa, pur non avendo ancora prodotto gli effetti negativi che si sarebbero manifestati negli anni successivi, legittimava, sulla base dell’esperienza già vissuta nei decenni precedenti, l’assunto che “il modo capitalistico della produzione stava rivoluzionando se stesso: in vista non già del sol dell’avvenire della società senza classi, bensì del proprio immanente potenziamento, fondato – ce lo insegna, afferma Fusaro, proprio Marx nel Capitale – sulla crisi come fattore coessenziale alla sua logica di sviluppo”.

Oggi, a diversi anni di distanza dall’inizio delle Grande Recessione, il pensiero critico di Marx – afferma Fusaro – può essere pienamente ricuperato, in considerazione della “tenuta” del suo impianto critico nella spiegazione del nuovo assetto finanziario del mondo capitalistico. Con l’avvento della globalizzazione, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, la nuova classe egemone neoliberista ha utilizzato, dopo lo scoppio della crisi del 2007/2008, una generalizzata deregolamentazione dell’economia, come strumento di azione ai danni “del vecchio proletariato e del vecchio ceto medio borghese”, facendoli precipitare nel nuovo aggregato sociale del “precariato”: ha avuto così inizio un processo di ristrutturazione della produzione, in cui la formazione del prodotto sociale è stata dissociata dal lavoro, originando una crescente disuguaglianza distributiva, causata da una polarizzazione, divenuta di anno in anno sempre più accentuata, a vantaggio quasi esclusivo del vertice del corpo sociale. polarizzazione divenuta di anno in anno sempre più accentuata.

Per Fusaro, la finanziarizzazione dell’economia, secondo quanto già evidenziato da Marx, “non deve essere intesa come un incidente di percorso rispetto a un’economia ‘reale’ di mercato di per sé buona: ne è, invece, la logica conseguenza”. Ciò perché l’economia finanziaria si configura come conseguenza logica di sviluppo del capitale e della sua illimitata valorizzazione, svincolata da ogni sua connessione con gli stati di bisogno esistenziali dell’uomo; fatto, quest’ultimo, che induce ad inferire che il “capitalismo non è ‘malato’; esso è la malattia”. Marx – sostiene Fusaro – ha descritto la trasformazione della società industriale in quella finanziaria, come passaggio “dalla ricchezza produttiva e imprenditoriale a quella parassitaria e di rapina”, propria del capitalismo finanziario. Ciò che questo processo ha posto in risalto è che la dissoluzione della società industriale e dei rapporti sociali che le erano propri non avviene tramite la “rivoluzione proletaria” preconizzata da Marx, bensì per mezzo delle “logiche sradicanti” del capitale finanziario controllato e gestito dalle élite neoliberiste.

Per tutte le ragioni sin qui indicate, a parere di Fusaro, è giustificato il ricupero del pensiero critico marxiano; esso, infatti, consente di comprendere, non solo il modo in cui oggi il capitalismo finanziarizzato funziona, ma anche le sue immanenti contraddizioni. Da ciò consegue che fare di Marx, come vorrebbero gli epigoni del neoliberismo imperante, un autore del passato, significherebbe dichiararlo “definitivamente morto”; non è difficile capire, secondo Fusaro, che “disgiungere Marx dall’occorrere degli eventi odierni, come se si trattasse di una lontana ‘voce del passato’ del tutto inadatta a far luce sull’oggi”, vuol dire dichiararlo “morto”, unicamente per paralizzare la forza critica del suo pensiero. Chi si ostina a sostenere l’inattualità di Marx, lo fa evidentemente e unicamente solo per “esorcizzare” la possibile riproposizione di un pensiero critico del capitalismo contemporaneo, perché ritenuto una malefica minaccia alla conservazione dello status quo.

Proprio perché si vuol fare credere che il modo di produzione del capitalismo neoliberista è divenuto, pur con tutti i suoi limiti, un “modo di produrre e di vivere intrascendibile”, la critica marxiana serve ricordare che il presente non è eterno, ma “è destinato a tramontare, non diversamente delle epoche storiche che l’hanno preceduto”. A questo assunto, Marx ha anche aggiunto l’idea che il capitalismo non è l’unico modo di produrre possibile, e nemmeno il più desiderabile. Queste valutazioni riguardanti la natura temporanea e la qualità del capitalismo sono il risultato del corpus complessivo del pensiero critico di Marx; pensiero che può essere articolato, come afferma Fusaro, nei “tre momenti riguardanti la natura della “critica”, la “filosofia della storia” e il “sistema di produzione”.

Nella convinzione marxiana, la critica, per risultare efficace, non deve mai cristallizzarsi in una sorta di “sistema chiuso”, ma deve sempre configurarsi come un “cantiere aperto”, implicante il percorso di “una strada intellettuale che, tutt’altro che unilineare, si sviluppa in anse, in cambi di direzione, in rotture e in molteplici biforcazioni. Un cantiere, appunto, e non una casa ultimata e consegnata ‘chiavi in mano’ agli acquirenti”. Centrale nel considerare l’attività critica come “cantiere aperto”, è la concezione materialistica della storia, che Marx considera fattore determinante nella strutturazione del modo di produzione e riproduzione della vita reale.

L’importanza che la concezione materialista della storia riveste nel pensiero critico complessivo è espressa dal fatto che, per Marx, “è erroneo considerare la società, vale a dire i rapporti tra gli uomini, indipendentemente dalle condizioni delle forze produttive, ossia dalla base economica della società stessa”. Partendo da tale assunto, diventa possibile sostenere che “ogni epoca è contraddistinta da un suo specifico processo sociale di produzione che, dotato dei suoi particolari fini sociali […], si svolge all’interno di un particolare modo di produzione, nel quale si uniscono le condizioni materiali (il lavoro vivo e i mezzi di produzione) e le condizioni sociali (vale a dire i rapporti di produzione): dall’unione delle condizioni materiali e di quelle sociali, si sviluppano le forze produttive di una data epoca”.

Alla luce di queste considerazioni, Marx ha potuto sostenere che gli uomini non fanno la propria storia in modo arbitrario, cioè nel modo scelto da loro stessi; bensì la fanno nel modo che viene imposto loro dalle circostanze che essi trovano innanzi a sé. Ciò implica che, mutato il modo di produzione, muta anche la sovrastruttura; a questo mutamento corrisponde una diversa sovrastruttura, ossia un nuovo quadro di idee, di concezioni politiche, giuridiche sociali ed economiche.

Sulla base della concezione materialistica della storia, Marx ha potuto così descrivere i “meccanismi su cui poggia il moderno mondo capitalistico”, caratterizzato dalla “produzione per la produzione” e dalla illimitata valorizzazione del capitale. In questo processo, diviene prevalente una produzione di merci senza limiti, implicante “un dominio feticistico sugli uomini”, vittime dell’illusione che le merci siano solo una “cosa” e non invece “il prodotto del loro lavoro sociale”, il cui smarrimento comporta che la socialità sia tradotta in “cosalità” e la società capitalistica si riduca, nel suo insieme, a “società di merci e di mercati”.

Con il capitalismo moderno, seguendo la critica di Marx, il sistema di produzione “padroneggia gli uomini”, nel senso che il prodotto del lavoro viene da essi separato; nella prospettiva di Marx, ricorda Fusaro, il superamento di questa separazione dipende dalla forza lavoro tutta, la quale, consapevole che la “realtà capitalistica non è eterna”, e che “è solo una fase transitoria” della storia dell’umanità, può contribuire al suo superamento con la realizzazione della “società comunista, in cui l’uomo potrà finalmente appropriarsi della realtà sociale in cui è inserito, anziché avvertirla come un mondo estraneo, ingovernabile e fatale a cui doversi adattare”.

L’ironia della storia, conclude Fusaro, ha voluto che il sogno marxiano della possibile realizzazione della società comunista” si inverasse nel corso del Novecento (con l’esperienza del socialismo reale) in una “realtà dispotica e dittatoriale”; questa, lungi dall’aver promosso l’emancipazione dell’uomo, lo ha reso succube di non meno opprimenti contraddizioni rispetto a quelle proprie della società capitalistica. Cionondimeno, il pensiero di Marx, osserva Fusaro, continua a rappresentare “la sua natura di impareggiabile ‘segnalatore’ delle contraddizioni in cui è sospeso il nostro mondo”.

Inoltre, non può essere trascurato il fatto che, nel corso del Novecento, la società capitalistica ha subito profonde trasformazioni che le hanno conferito una struttura non solo è diversa da quella esistente ai tempi di Marx, ma, per varie ragioni, tale da smentire molte delle previsioni marxiane, la principale delle quali riguarda proprio l’ineluttabilità del trascendimento del capitalismo; ciò a causa delle continue e sempre più gravi crisi causate dalle sue contraddizioni interne. Le crisi che hanno sempre rappresentato motivo di instabilità economica, politica e sociale, più che portare al crollo del capitalismo, si sono rivelate fenomeni che hanno concorso a determinarne un rinnovamento e irrobustimento strutturale.

La conclusione di Fusaro sulla riproponibilità del pensiero marxiano è che questo, pur con tutti i suoi limiti esplicativi e revisionali, dovrebbe risultare utile a rendere le forze politiche della sinistra consapevoli delle contraddizioni proprie del modo di funzionare del capitalismo neoliberista contemporaneo, quindi ad arricchire il pensiero critico di Marx con “un surplus di teoria”, partendo dall’assunto che continuare a criticare la valorizzazione senza limiti del capitale ha perso oggi gran parte della sua validità sul piano storico. Questo surplus teorico del quale dovrebbero essere portatrici le forze antagoniste del moderno capitalismo dovrebbe servire ad orientarle all’attuazione di processi politici volti, non al raggiungimento di obiettivi utopici o, nel peggiore dei casi, a cercare di limitare gli effetti indesiderabili del capitalismo neoliberista, ma a rifondare i criteri distributivi del prodotto sociale, secondo gli intenti di fondo che hanno ispirato il pensiero marxiano: equità distributiva e piena libertà, per tutti componenti del sistema sociale, di realizzare i loro progetti di vita.

Gianfranco Sabattini