Dubbi sull’età pensionabile. Lavoro: il dipendente può essere pedinato. Unioncamere cerca traduttori e interpreti

Semmai occorre neutralizzare l’aggancio dell’anzianità contributiva all’aspettativa di vita

BRAMBILLA: NO A STOP AVANZAMENTO ETA’ PENSIONABILE

No all’eventuale stop dell’avanzamento dell’età pensionabile perché “ha ragione Tito Boeri: non so giudicare la cifra che secondo il presidente dell’Inps ci costerebbe lo stop (141 mld, ndr), ma tendo a pensare che sia esatta perché Boeri è persona molto seria e preparata”. Lo ha recentemente detto a Labitalia Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi & Ricerche Itinerari Previdenziali, e docente all’Università Statale di Milano.

Brambilla ha parlato anche dell’iniziativa congiunta dei presidenti delle commissioni Lavoro di Camera e Senato, Cesare Damiano e Maurizio Sacconi, che, ha osservato, “si pone un obiettivo sbagliato: l’obiettivo non può essere quello di fermare l’età pensionabile”. “Peraltro – ha ricordato l’esperto – l’aggancio dell’età di pensione all’aspettativa di vita fu proposto dal Nucleo di valutazione della spesa pensionistica da me presieduto nel 2006 e la proposta fu accolta dal IV Governo Berlusconi con Giulio Tremonti ministro dell’Economia e Maurizio Sacconi ministro del Lavoro. Era l’unica soluzione possibile per tenere in equilibrio il sistema previdenziale”.

“Semmai – ha spiegato Brambilla – occorre neutralizzare l’aggancio dell’anzianità contributiva all’aspettativa di vita. Questo sì che è un errore”.

“In Italia ormai si va in pensione con 43 anni di contributi e di questo passo – ha puntualizzato il tecnico – arriveremo a 45 anni. Un’enormità. Occorrerebbe ripristinare la quota di 41 anni e mezzo perché questa sarebbe la giusta risposta di flessibilità da dare a tutti i lavoratori precoci e le donne. Ben sapendo che chi inizia a lavorare presto sovente fa anche mestieri di un certo tipo, faticosi spesso”.

Anche se in questo periodo “la stragrande maggioranza delle persone che lascia il lavoro percepisce assegni pensionistici con la componente retributiva”, per Brambilla ipotesi quali quella del ricalcolo delle pensioni con il solo sistema contributivo, non sono indicate. “Intanto, siamo in uno Stato dove c’è la certezza del diritto e se tu hai assicurato quel trattamento non puoi andare a richiedere i soldi indietro a persona magari di più di 70 anni”, ha affermato.

Poi, ha precisato Brambilla, “il problema vero non sono né le pensioni retributive né quelle contributive”. “Il tema vero è la voce ‘assistenza’: 100 miliardi l’anno che gravano sul bilancio pubblico. Un esborso che oltretutto continua a crescere: +5,9% all’anno contro l’1,5-1,8% in più all’anno della spesa pensionistica vera e propria”.

 

Lavoro

IL DIPENDENTE PUO’ ESSERE PEDINATO: ECCO QUANDO

Il datore di lavoro che sospetta di eventuali abusi riguardanti la legge 104 può assoldare un investigatore o effettuare controlli a mezzo di agenzie, per verificare se i permessi siano utilizzati per scopi diversi da quelli previsti dalla legge. Nel caso in cui dalle indagini emerga la fondatezza dell’abuso, ossia che il lavoratore sta utilizzando il permesso per attività diverse da quelle consentite, (come l’assistenza al parente disabile), le prove raccolte possono essere utilizzate a fondamento del licenziamento per giusta causa. A tale proposito, ricorda lo “Studio Cataldi”, la giurisprudenza ha evidenziato come l’utilizzo improprio dei permessi 104 (ad esempio per soddisfare interessi personali anziché assistere il parente disabile) rappresenti un abuso idoneo a ledere il rapporto fiduciario con il datore di lavoro, nonché un comportamento che viola i doveri imposti dalla convivenza sociale e che costringe l’intera collettività a sopportarne l’indebito costo, dunque rilevante in ambito penale. La giurisprudenza si è più volte pronunciata sulla legittimità di una simile pratica (ossia assoldare un detective), stante quanto previsto dallo Statuto dei Lavoratori sul divieto di “spiare i dipendenti”. Sul punto, la Corte di Cassazione ha ribadito che non viola lo Statuto dei lavoratori il datore di lavoro che si serve di un investigatore per accertare l’abuso dei permessi ex lege 104/92, considerando dunque legittimo il controllo finalizzato ad accertare l’uso improprio dei permessi, suscettibile di rilevanza anche penale. Nella recente sentenza n. 9749/2016, la sezione lavoro ha dato continuità all’insegnamento che ha considerato legittimo il controllo finalizzato all’accertamento dell’utilizzo improprio dei permessi ex. L. n. 104 del 1992, art. 33, suscettibile di rilevanza anche penale, essendo stato effettuato al di fuori dell’orario di lavoro, e in fase di sospensione dell’obbligazione principale di rendere la prestazione lavorativa. Difatti, rammenta la Corte, le agenzie investigative per operare lecitamente non devono sconfinare nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria, riservata, dall’art. 3 dello Statuto, direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori, restando giustificato l’intervento in questione non solo per l’avvenuta perpetrazione di illeciti e l’esigenza di verificarne il contenuto, ma anche in ragione del solo sospetto o della mera ipotesi che illeciti siano in corso di esecuzione. Con la pronuncia richiamata, la Cassazione ha dato seguito a quanto affermato in precedenza dalla sentenza n. 4984/2014, in cui gli Ermellini, sempre interrogati sulla liceità o meno dei controlli effettuati a mezzo di investigatori privati, hanno rammentato che le disposizioni che delimitano la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a difesa dei propri interessi (e cioè per scopi di tutela del patrimonio aziendale e di vigilanza dell’attività lavorativa), non precludono il potere dell’imprenditore di ricorrere alla collaborazione di soggetti diversi dalla guardie particolari giurate (quale, nella specie, un’agenzia investigativa) per la tutela del patrimonio aziendale. Nel caso considerato, il controllo finalizzato all’accertamento dell’utilizzo improprio dei permessi ex art. 33 L. 104/92 (suscettibile di rilevanza anche penale) non ha riguardato l’adempimento della prestazione lavorativa, essendo stato effettuato al di fuori dell’orario di lavoro e in fase di sospensione dell’obbligazione principale di rendere la prestazione lavorativa.

 

Unioncamere

LAVORO: INTERPRETI E TRADUTTORI CERCASI

La conoscenza delle lingue è indispensabile per rafforzare la propria presenza all’estero, ma interpreti e traduttori sono i laureati più ‘rari’ da procurarsi sul mercato secondo le aspettative delle aziende. Meno difficile ma altrettanto complicato reperire ingegneri elettronici (58,7%) e ingegneri industriali (50,2%), matematici e fisici (40,9%). E’ quanto emerge dall’analisi del sistema informativo Excelsior, realizzata da Unioncamere, in accordo con l’Anpal, sulle previsioni di assunzione delle imprese private dell’industria e dei servizi tra luglio e settembre di quest’anno.

Per la ripartenza dopo la pausa estiva le aziende prevedono che faranno più fatica a reperire un ‘dottore’ su tre. La laurea è richiesta per il 12,3% dei 969 mila posti di lavoro programmati dalle imprese tra luglio e settembre 2017, ma la ‘caccia’ al titolo giusto sarà dura per il 34,4% delle posizioni aperte per mancanza di candidature (17,8%) o per inadeguatezza degli stesse (14,8%).

Meno ardua, invece, si prospetta la ricerca tra i diplomati (19,3%), ai quali sono riservate il 36% delle entrate previste nel periodo considerato, ma si registrano punte di complessità decisamente elevate per l’indirizzo produzione industriale e artigianale (45,1%) e per l’indirizzo informatico e telecomunicazioni (44,9%).

L’esperienza è spesso un fattore discriminante per la ricerca del candidato giusto, in particolare per i laureati ai quali viene richiesta nel 79,6% dei casi (contro una media del 67%). Per questo tirocini curriculari e percorsi di alternanza scuola-lavoro che possano fornire ai giovani le giuste attitudini costituiscono uno strumento strategico per andare incontro alle esigenze delle aziende.

Ma a fare la differenza nella scelta della persona da reclutare sono anche le competenze maturate. A quattro dottori su cinque viene richiesto l’utilizzo di tecnologie e strumenti Internet e a un laureato su due l’abilità ad applicare soluzioni creative e innovative. A rischio il successo di più di una ricerca di laureati su due in indirizzo linguistico (69,9% la difficoltà di reperimento), ingegneria elettronica e dell’informazione (58,7%) e ingegneria industriale (50,2%). Ma anche la ‘caccia’ ai matematici mostra difficoltà nettamente più elevate della media (40,9% contro 34,4%).

Mentre per i diplomati sono faticose due ricerche su cinque rivolte all’indirizzo in produzione industriale e artigianale e in informatica e telecomunicazioni. Tra gli altri profili tecnici di non facile reperimento si trovano i diplomati in costruzioni, ambiente e territorio (34,0%), quelli in meccanica (29,6%) e quelli in elettronica ed elettrotecnica (30,6%).

Qualificati specializzati in impianti termoidraulici, ad indirizzo elettrico e meccanico sono, invece, quelli che le imprese cercano ma non trovano facilmente tra chi ha seguito un percorso professionale. Tra titoli di studio che danno più chance di lavoro gli economisti sono in cima alla classifica dei laureati più richiesti tra luglio e settembre di quest’anno (28mila le entrate a loro indirizzate su 119mila previste). Seguono insegnanti e formatori (16.330), ingegneri elettrotecnici e dell’informazione (9.840) e, a breve distanza, laureati in indirizzo sanitario e paramedico (9.140) e ingegneri industriali (8.550).

Tra i diplomati, richiesti per circa 351mila posizioni programmate, più chance di trovare un lavoro l’avrà chi è ‘uscito’ dall’indirizzo amministrativo, finanza e marketing (60mila le posizioni programmate), dall’indirizzo meccanico e di meccatronica (32.570) e dall’indirizzo in turismo enogastronomia e ospitalità (27.030).

Ristorazione (59.580), meccanica (34.940) e benessere (30.830) sono le qualifiche professionali più richieste dalle imprese. In termini relativi a puntare maggiormente sui laureati sono le imprese lombarde (17,6% delle entrate programmate contro una media nazionale del 12,3%), seguite da quelle piemontesi (14,6%) e, a ruota, da quelle laziali (14,5%). Fanno invece maggiormente leva sulle figure con qualifiche professionali le aziende della Liguria (41,5% contro la media del 22,4%), quelle del Trentino Alto Adige (40,4%) e della Valle d’Aosta (38,1%). Vicina alla media, seppure con qualche differenza, la richiesta invece di diplomati nelle varie regioni.

 

Carlo Pareto

Arrivano le Ferie,
ecco le regole per
non avere sorprese

Inps

ACCESSO A TUTTI I SERVIZI DELL’ISTITUTO CON CREDENZIALI SPID

Il 15 marzo 2016 è partito Spid, il nuovo Sistema Pubblico di Identità Digitale che consente ai cittadini di accedere con un’unica identità digitale a tutti i servizi online delle pubbliche amministrazioni e delle imprese aderenti. Il cittadino può quindi fare richiesta per avere un’identità digitale ai gestori autorizzati il cui elenco è presente in un apposito link riportato nel messaggio Inps n. 3035.

L’Istituto di previdenza – si sottolinea – è stata una delle Amministrazioni che hanno permesso l’accesso ai propri servizi con Spid. Considerato il livello di maturità raggiunto dopo la sperimentazione e l’efficacia in termini di sicurezza degli accessi, l’Ente assicuratore rende noto che dal 21 luglio scorso è possibile accedere con le credenziali Spid anche a tutti i servizi Inps riservati alle altre categorie di utenti (intermediari, aziende, enti pubblici, ecc.).

L’accesso a tutti i servizi dell’Istituto è dunque consentito mediante Pin rilasciato dall’Inps, Spid con credenziali almeno di Livello 2 e Cns (Carta Nazionale dei Servizi). L’Ente di previdenza opportunamente precisa inoltre che gli utenti già in possesso di un Pin possono accedere a tutti i servizi loro autorizzati anche con le credenziali Spid.

Per le eventuali nuove abilitazioni, al momento della richiesta, l’utente può indicare che accederà ai servizi con una credenziale Spid o con la Cns e pertanto non gli verrà attribuito un Pin.

Inail

PREMI RIDOTTI NEL 2018

L’Inail, ha comunicato sul proprio sito internet, la pubblicazione del modello Ot 24 per l’anno 2018, con la guida alla compilazione. Le aziende operative da almeno due anni che, nel corso del 2017, abbiano effettuato interventi migliorativi delle condizioni di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro rispetto agli obblighi di legge, possono richiedere all’Inail , entro il 28 febbraio 2018, la riduzione del tasso medio di tariffa per prevenzione.

Inail: le misure per l’agevolazione

L’ente chiarisce che l’ agevolazione è prevista nelle seguenti misure:

fino a 10 lavoratori il 28%;

da 11 a 50 lavoratori il 18%;

da 51 a 200 lavoratori il 10%;

oltre 200 lavoratori il 5% .

Inail, riduzione del premio, come accedere al beneficio

Per poter accedere alla riduzione, occorre aver effettuato interventi in base ai quali viene attribuito un punteggio minimo pari a cento. E’ necessario che, al momento della concessione, i datori di lavoro siano in possesso dei seguenti requisiti:

applicazione integrale della parte economica e normativa degli accordi e dei contratti collettivi nazionali e regionali, territoriali o aziendali, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, nonché degli altri obblighi di legge;

inesistenza, a carico del datore di lavoro o del dirigente responsabile, di provvedimenti amministrativi o giurisdizionali definitivi in ordine alla commissione delle violazioni in materia di tutela delle condizioni di lavoro (cd. “cause ostative”);

possesso della regolarità contributiva nei confronti di Inail e Inps.

È inoltre richiesto il possesso della regolarità in materia di prevenzione infortuni ed igiene del lavoro. Quest’ultimo Requisito si intende realizzato quando vengano osservate tutte le disposizioni obbligatorie, con riferimento alla situazione presente alla data del 31 dicembre dell’anno precedente a quello di riferimento della domanda.

La riduzione eventualmente riconosciuta opera solo per l’anno nel quale è stata presentata la richiesta, e viene applicata dall’azienda in sede di regolazione del premio dovuto per il medesimo anno.

Ferie

BREVE VADEMECUM SULLE SUE REGOLE

Il diritto alle ferie retribuite risale a una pluralità di fonti ufficiali: la Costituzione (articolo 36) le considera un diritto del lavoratore e un dovere verso la sua salute psicofisica e ne sancisce l’irrinunciabilità. Una direttiva dell’Unione europea indica la loro durata minima in quattro settimane, di norma continuative; il codice civile (articolo 2.109) rinvia la durata del riposo annuale retribuito alla legge, agli usi e all’equità. L’ultima parola spetta però ai contratti collettivi di categoria, che ne disciplinano modalità, durata e interruzioni giustificate. Datori di lavoro e lavoratori hanno pertanto il riferimento concreto negli accordi di categoria, che rispettano al meglio le esigenze degli addetti ai singoli comparti e consentono, in sede di rinnovo contrattuale (ogni quattro anni), di apportare eventuali modifiche.

Per quanto attiene in particolare la durata, le intese negoziali sottoscritte dalle organizzazioni dei lavoratori la regolano per ciascuna categoria: quattro settimane per metalmeccanici e chimici, 26 giorni lavorativi ai settori di commercio e turismo, da venti a 25 giorni (a seconda dell’anzianità) ai dipendenti delle aziende di credito e finanziarie, 26 ai quadri direttivi, 35 ai dirigenti dell’industria e trenta a quelli del commercio. Il periodo a cui si riferiscono le ferie è annuale, ma a chi ha prestato la propria attività meno di un anno (all’inizio o alla fine del rapporto) compete un dodicesimo della durata ufficiale per ogni mese di servizio, compresa la prova. Sulla scelta dei tempi è necessaria un’intesa tra datore di lavoro e dipendente per conciliare le esigenze aziendali con quelle dell’addetto.

Le ferie non possono sovrapporsi al preavviso: se effettuate durante questo periodo devono essere autorizzate e possono prolungarne la durata. Riguardo alla retribuzione, la somma da corrispondere per i congedi autorizzati, non può essere inferiore ai minimi retributivi o alla paga percepita nei periodi lavorati, inclusi gli elementi accessori. Sulla stessa linea sono il contratto collettivo del commercio e le sentenze della Cassazione (m. 14.955 del duemila). La Suprema Corte ha stabilito che non si può scendere sotto i minimi retributivi per non indurre l’interessato a rinunciare alle ferie. Per i riposi eccezionalmente non goduti viene erogata, per il medesimo lasso di tempo, un’indennità sostitutiva della retribuzione, con versamento della contribuzione obbligatoria. Le ferie possono essere interrotte da malattia. Per ottenere la sospensione delle ferie in caso di evento morboso bisogna rispettare le seguenti regole: inviare all’Inps e all’azienda il referto medico entro due giorni dal suo rilascio; restare a disposizione nel proprio domicilio dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 di tutti i giorni (festivi compresi) per eventuali verifiche sanitarie all’uopo disposte. L’inoltro della documentazione medica entro il previsto secondo giorno dalla data di emissione non occorre, invece, in caso di intervenuto ricovero presso una qualsiasi struttura sanitaria pubblica o privata. Se non viene riconosciuta subito, il lavoratore può chiedere il pagamento della relativa indennità economica entro un anno dal mese in cui è avvenuta l’interruzione dei congedi. Nell’ipotesi di indisposizione occorsa in un paese dell’Unione europea, l’interessato deve mettersi in contatto con l’organismo estero che invierà in Italia i certificati richiesti. Nelle more il soggetto colpito deve sempre documentare il suo stato morboso all’Istituto e al datore di lavoro entro i soliti due giorni prescritti dal rilascio. Stesso iter, pure se il lavoratore si trova temporaneamente in uno Stato extracomunitario, ma in questo caso l’attestazione medica deve essere espressamente convalidata dal Consolato. Per esigenze di servizio urgenti, invece, il lavoratore può essere richiamato dal congedo, e le spese di rientro sono a carico dell’impresa. I residui di ferie possono essere utilizzati successivamente, oppure coperti da un’indennità sostitutiva oltre alla normale retribuzione. Con la circolare n. 8 del 3 marzo 2005, il ministero del Lavoro ha fornito ulteriori istruzioni sulla nuova disciplina delle ferie e dell’orario di lavoro (Dlgs n. 66/2003 e n. 213/2004). In sintesi, il lavoratore ha diritto ad almeno 4 settimane di ferie all’anno (non monetizzabili), 2 da fruire obbligatoriamente nell’anno e 2 entro i 18 mesi successivi. In pratica, secondo l’interpretazione ministeriale, il riposo annuale può essere così suddiviso: un primo periodo di almeno 2 settimane in modo ininterrotto nell’anno di maturazione, su richiesta dell’interessato e nel rispetto del Codice civile (art. 2109). La domanda di autorizzazione  alla fruizione dei congedi dovrà essere tempestiva per dare modo all’azienda di organizzarsi in maniera adeguata e funzionale; Un secondo periodo, per le restanti 2 settimane, da usufruirne anche frazionate ma entro i 18 mesi dal termine dell’anno di perfezionamento, salvo periodi più ampi fissati dai contratti collettivi. L’inosservanza di questi limiti da parte del datore di lavoro comporta una violazione esclusivamente contrattuale; un terzo periodo, se le ferie superano 4 settimane, potrà essere eventualmente monetizzato o scaglionato, ma entro il termine stabilito dalla contrattazione privata. Per i rapporti di lavoro stagionali e a tempo determinato di durata inferiore all’anno è sempre possibile monetizzare i congedi feriali non goduti; questo è permesso pure nei contratti di lavoro a tempo indeterminato, ma soltanto in caso di risoluzione del rapporto nel corso dell’anno. Una deroga particolare riguarda infine i dirigenti, che sono gli unici a poter rinunciare volontariamente ai riposi. Importante, l’impresa che non accorda i periodi garantiti e irrinunciabili rischia ammende variabili da 130 a 780 euro, per ogni dipendente e per ciascun lasso di tempo in cui è stata accertata la violazione della legge.

Carlo Pareto

Pensioni, evitare rialzo a 67 anni costa 1,2 miliardi

Inps

LOTTA AI RAPPORTI DI LAVORO SIMULATI

Via all’operazione Frozen, il piano dell’Inps per il contrasto dell’instaurazione di rapporti di lavoro simulati finalizzati alla fruizione di prestazioni previdenziali indebite. E’ la circolare n. 93 del 30 maggio 2017, resa recentemente pubblica, infatti, a rendere operative nuove metodologie di controllo “preventivo” .

L’attivazione di queste neo procedure segna, in pratica, il passaggio da un approccio di controllo e intervento “ex post” ad uno preordinato a limitare l’insorgere delle condizioni che possono determinare situazioni di irregolarità o frode.

Con “Frozen”, difatti, viene introdotto un approccio metodologico “preordinato a limitare l’insorgere di condizioni che possono dare luogo a situazioni non regolari o truffaldine, attraverso l’analisi sistematica delle informazioni trasmesse dalle aziende con le dichiarazioni contributive e di quelle disponibili nelle banche dati delle altre pubbliche amministrazioni”, spiega la nota Inps.

Una metodologia di controllo che si affianca a quella più tradizionale consistente in forme di controllo “ex post” svolte nel corso dell’erogazione dei trattamenti previdenziali e finalizzate a rilevare eventuali anomalie desumibili all’atto di liquidazione delle prestazioni.

Frozen, puntualizza ancora l’informativa Inps, adotta una metodologia di controllo automatizzata basata su sistemi statistici predittivi, in grado di identificare i flussi informativi a rischio prima che gli stessi implementino le basi dati e il conto assicurativo individuale del lavoratore.

Con i nuovi applicativi, dunque, le denunce individuali vengono analizzate mensilmente sulla base di un sistema integrato di indicatori, intercettando quelle che presentano profili di rischio, e supportando i successivi accertamenti da parte delle strutture territoriali dell’Istituto. I periodi sottoposti a verifica comunque, precisa ancora la comunicazione dell’Istituto, non verranno resi disponibili per il riconoscimento delle prestazioni fino all’esito finale.

All’esito dei predetti controlli, da concludersi di norma entro 30 giorni dal blocco della denuncia contributiva a rischio, la sede dell’Istituto territorialmente competente provvederà a:
a) acquisire la denuncia contributiva “bloccata”, laddove accerti che la posizione aziendale non presenti elementi idonei a prefigurare la sussistenza di rapporti di lavoro simulato ovvero altre irregolarità tali da impedire l’acquisizione della denuncia medesima. In tal caso, la denuncia contributiva verrà gestita dall’Istituto sulla base delle procedure ordinarie;

b) programmare, in alternativa, apposite sessioni di lavoro, con la partecipazione dei rappresentanti delle aziende sottoposte a controllo, nel corso delle quali saranno esaminati gli elementi informativi e documentali prodotti. Nel caso in cui, a causa dell’omessa collaborazione da parte dei rappresentanti dell’azienda assoggettata al controllo amministrativo (ad esempio, la mancata partecipazione alle predette sessioni di lavoro finalizzate), non risulti possibile effettuare una compiuta verifica, le Sedi provvederanno a tenere sospesi gli effetti assicurativi della denuncia contributiva medesima. Al contempo, le eventuali richieste di verifica della regolarità contributiva tramite la procedura Durc on line nel frattempo pervenute, saranno definite con esito irregolare.
All’esito degli accertamenti condotti, anche con la collaborazione dell’azienda, la sede dell’Istituto territorialmente competente provvederà a:

– acquisire la denuncia contributiva, laddove l’esito del controllo sia positivo per l’azienda;

– annullare i rapporti assicurativi contenuti nella denuncia contributiva, qualora venga accertata la sussistenza di rapporti di lavoro simulati;

– attivare le procedure per l’avvio dei necessari accertamenti di natura ispettiva, se l’esito dei controlli condotti in via amministrativa non determini risultati concludenti ai fini di cui si tratta.

L’obiettivo è quello di accrescere l’efficacia delle attività di contrasto dei fenomeni di illegalità e irregolarità, “fenomeni che arrecano danni alle aziende e agli intermediari previdenziali che improntano il loro comportamento al rispetto dei canoni normativi e che rappresentano la grandissima parte del mondo del lavoro del Paese”, conclude l’Inps che confida, pertanto, “che la consueta collaborazione da parte dei soggetti contribuenti e dei loro intermediari previdenziali consenta di realizzare con rapidità lo svolgimento delle relative attività di accertamento”.

Pensioni

EVITARE RIALZO A 67 ANNI COSTA 1,2 MILIARDI

Costerebbe circa 1,2 miliardi di euro impedire l’aumento dell’età per la pensione a 67 anni. E’ quanto si apprende da fonti vicine al dossier. Sarebbe quindi questa la stima dell’impatto sulla spesa pensionistica. Effetto che si produrrebbe nel 2019 se si decidesse di bloccare l’asticella a 66 anni e 7 mesi. Il congelamento della misura che prevede l’adeguamento automatico all’aspettativa di vita è al centro del dibattito sulle pensioni, visto che la decisione deve essere presa entro quest’anno. I sindacati chiedono di intervenire per evitarlo.

“Se il governo non ci dà risposte riprenderemo la mobilitazione”. Così si è espresso il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli, a margine dell’attivo unitario, con Cisl e Uil, sulle pensioni. “Un’iniziativa riuscita, con oltre 300 delegati” che si sono riuniti, ha spiegato il sindacalista. Per Ghiselli “è necessario un confronto costruttivo” sulla cosiddetta fase due delle pensioni, che ha al centro le garanzie dei giovani di oggi, e sul nodo dell’età d’uscita, con l’obiettivo di “sterilizzare” l’adeguamento all’aspettativa di vita (il rischio è che si arrivi a 67 anni nel 2019).
“Valuteremo con i sindacati se il grado della discussione tecnica ci consente un confronto politico”. Così ha replicato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti a chi gli chiedeva se era possibile già questa estate un confronto con i sindacati sulle pensioni.

Pensioni: Il primo nodo da affrontare è quello dell’aspettativa di vita che potrebbe far salire ancora l’età per l’andata in pensione dal gennaio 2019, portandola da 66 anni e 8 mesi a 67 anni. I sindacati chiedono il blocco e il ministro Poletti li ha rassicurati sulla volontà del governo di non far salire ancora il paletto per la pensione. Il governo e il parlamento, poi, stanno studiando meccanismi per aiutare i giovani nelle loro pensioni future. L’esecutivo starebbe pensando ad meccanismo di anticipo della previdenza privata analogo a Rita, ovvero la Rendita integrativa temporanea anticipata già prevista per accompagnare l’Ape volontaria. Il presidente della commissione Lavoro, Cesare Damiano ipotizza invece una pensione contributiva di garanzia che “fissi un tetto di pensione dignitosa di almeno 1.000 euro netti, per chi ha una pensione liquidata in modo totalmente contributivo, aiutando a raggiungere questo obiettivo chi non ce la fa con i propri contributi”.

Pensioni

VERSO IPOTESI MINIMO DI GARANZIA PER I GIOVANI

Una pensione di garanzia per i giovani e scivoli all’uscita non generalizzati, per tutti i lavoratori, ma per le fasce deboli, come le donne e chi svolge lavori faticosi. Queste sono “le bussole” che seguirà il Pd per mettere a punto una sua proposta di riforma, dando una spinta al dibattito, finora ancora non decollato, sulla cosiddetta ‘fase due’. A mettere al centro le questioni, nuove generazioni e flessibilità sull’età, è stato il responsabile dem per il lavoro e l’economia, Tommaso Nannicini. Insomma un mix di misure, da inserire nella prossima legge di Bilancio, per una revisione, seppure parziale, delle passate operazioni, in primis quella targata Fornero. Ne ha parlato davanti ai leader sindacali e dopo che il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, ha focalizzato l’attenzione su donne e giovani.

Il “sentiero” per gli interventi, ha ammesso Nannicini, è “stretto” ma le novità non mancheranno. E a lanciare un’ipotesi già robusta per dare un paracadute ai nati negli anni Ottanta, pienamente nel contributivo, è stato anche il consigliere di Palazzo Chigi, Stefano Patriarca, che ha suggerito di introdurre anche nel sistema contributivo “un minimo previdenziale, come nel retributivo, pari, si può immaginare, a 650 euro mensili per chi ha 20 anni di contributi, che possono aumentare di 30 euro al mese per ogni anno in più fino a un massimo di mille euro”.

La pensione di garanzia scatterebbe per chi ha raggiunge i requisiti di età, ma si dovrebbe intervenire anche sugli anticipi, dice Patriarca, sganciando il legame con l’importo che oggi limita le uscite. E ancora, ha continuato il consigliere di palazzo Chigi, bisognerebbe immaginare “un sistema di redditi ponte” attraverso l’Ape sociale, quella volontaria e la previdenza integrativa. Sarebbe questo l’unico modo “gestire l’innalzamento dell’età”, che vista la crescita dell’aspettativa di vita sembra “ineluttabile”. Certo bisogna mettere mano al portafoglio, Patriarca ha pensato a “un fondo di solidarietà per il sostegno alle basse contribuzioni”.

E Nannicini ha anticipato le critiche: le tutele per i giovani andrebbero finanziate dalla fiscalità generale ma chi dice a chi sosterrebbe che è “una fregatura” ha risposto che il contrario sarebbe “un furto intergenerazionale”. Per il responsabile economico del Pd, bisognerebbe rendere poi “strutturale l’Ape social”, dopo un dovuto tagliando sul primo anno. E ha sollecitato pure ad accelerare su l’Ape volontaria, per stringere entro settembre. Quando al delicatissimo adeguamento automatico all’aspettativa di vita, Nannicini ha invitato a evitare discorsi superficiali ed ha aperto ad aggiustamenti del tasso di sostituzione per chi è nel contributivo puro (per evitare assegni troppo bassi). Per gli altri invece l’intervento sarebbe calibrato sulle tipologie di lavoro, con agevolazioni per le attività gravose.

Più che di uno stop a 67 anni all’età pensionabile “noi pensiamo che si debba parlare di un’altra questione che è l’equità generazionale in questo paese”, ha affermato il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, mentre per la leader della Cgil, Susanna Camusso, l’adeguamento automatico resta “un’iniquità”.

Il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, ha suggerito di rivedere il peso delle pensioni sul Pil e la numero uno della Cisl, Annamaria Furlan, ha insistito per “abbassare i contribuiti per le donne”. Un tema quello delle disparità di genere sui cui ha aperto anche il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. L’altro tema al centro, ha aggiunto il ministro, sono i giovani con carriere discontinue”, occorre trovare uno strumento, ha sottolineato che possiamo chiamare “pensione di garanzia o come vogliamo”.

Nuova proposta PD – “Il Pd farà una proposta, che studieremo e approfondiremo, sulla pensione di garanzia per i giovani, con un reddito minimo” e per “rivedere il meccanismo di adeguamento automatico dell’età pensionabile” con soluzioni diverse per tra chi sta totalmente nel contributivo e chi no, tenendo conto anche “delle diverse aspettative di vita” come previsto nel verbale d’intesa sulla fase uno visto che non tutti i lavori sono uguali. Così si è recentemente espresso il responsabile per il lavoro nella segreteria del Pd, Tommaso Nannicini, intervenendo al convegno ‘Non è una pensione per giovani’.

L’ipotesi sul tappeto, per i giovani con lavori discontinui, è quella di una pensione minima di 650 euro, che possono aumentare di 30 euro al mese per ogni anno in più fino ad un massimo di 1.000 euro.

Carlo Pareto

Studio Cgil: per 3 italiani su dieci la situzione economica è peggiorata

Inps

BONUS ASILO NIDO: ISTRUZIONI OPERATIVE

L’Inps ha comunicato che dalle ore 10 del 17 luglio scorso è possibile inoltrare la domanda per ottenere le “Agevolazioni per la frequenza di asili nido pubblici e privati”, il cd. Bonus asilo nido, di cui all’articolo 1, comma 355 della Legge di bilancio 2017.
La richiesta, quindi, può essere presentata dal 17 luglio 2017 fino al 31 dicembre 2017, mediante una delle seguenti modalità:
WEB – Servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino attraverso il portale dell’Istituto, tramite PIN dispositivo, Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) o Carta Nazionale dei Servizi (CNS);
Contact Center Integrato – numero verde 803.164 (numero gratuito da rete fissa) o numero 06164.164 (numero da rete mobile con tariffazione a carico dell’utenza chiamante);

Enti di Patronato, attraverso i servizi offerti dagli stessi.
Il beneficio – viene opportunamente ricordato nella nota dell’Istituto – spetta ai genitori di minori nati o adottati dal 1 gennaio 2016, residenti in Italia, cittadini italiani o comunitari, o in possesso del permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo ovvero di una delle carte di soggiorno per familiari extracomunitari di cittadini dell’Unione Europea previste dagli artt. 10 e 17 del D.lgs. n. 30/2007. Ai cittadini italiani, per tale beneficio, sono equiparati i cittadini stranieri aventi lo status di rifugiato politico o lo status di protezione sussidiaria. Il richiedente dovrà essere colui che ha affrontato l’onere della spesa per quanto concerne l’asilo nido e dovrà essere anche convivente in caso di agevolazione per supporto domiciliare.

Il premio, consistente in un contributo di 1000 euro per pagamento di rette relative alla frequenza di asili nido pubblici e privati ovvero per l’introduzione di forme di supporto presso la propria abitazione a favore dei bambini al di sotto dei tre anni affetti da gravi patologie croniche, verrà erogato dall’Istituto dietro presentazione di idonea documentazione.

L’erogazione del bonus avverrà con cadenza mensile e sarà parametrato in 11 mensilità per quanto concerne la frequenza dell’asilo nido e in unica soluzione per il supporto domiciliare.
Le istruzioni operative contenute nella circolare Inps n.88 del 22 maggio 2017 consentono di gestire la fase transitoria dal 1 gennaio 2017 alla data di rilascio dell’applicativo, 17 luglio 2017, senza alcun pregiudizio per gli aventi diritto dalla data di entrata in vigore della norma.

Trattandosi di norma di prima applicazione, il primo pagamento comprenderà l’importo delle mensilità documentate sino a quel momento maturate. A partire dal mese successivo a quello di rilascio della procedura, il pagamento avrà cadenza mensile.
I benefici per l’anno 2017 sono riconosciuti nel limite complessivo di 144 milioni di euro con oneri a carico del Bilancio dello Stato.

Ape sociale e lavoratori precoci

OLTRE 66MILA LE DOMANDE PRESENTATE

Sono state 66.409 le domande di certificazione delle condizioni di accesso all’APE sociale e al pensionamento anticipato per i lavoratori precoci presentate entro la scadenza del 15 luglio, prevista per coloro che maturano i requisiti entro il 31 dicembre 2017.
Le domande sono così distribuite:
39.777 domande di certificazione delle condizioni di accesso all’APE sociale;
26.632 domande di certificazione delle condizioni di accesso al pensionamento anticipato per lavoratori precoci.
Il maggior numero di domande è stato presentato in Lombardia (11.048), seguita dal Veneto (6.701), dalla Sicilia (5.608), dal Piemonte (5.568), dall’Emilia Romagna (4.865), dal Lazio (4.594) e dalla Toscana (4.566).
La tipologia di aventi diritto più rappresentata è quella dei lavoratori disoccupati con 34.530 domande, seguiti  dagli addetti alle mansioni difficoltose (15.030).
Per quanto riguarda la distribuzione per genere, le donne che hanno presentato la domanda per la certificazione per l’APE sociale sono state 11.668, contro le 28.109 degli uomini. Le domande per la certificazione per lavoro precoce, invece, sono state presentate da 22.900 uomini e da 3.732 donne.
Si allega un file con le tabelle relative alla distribuzione su base regionale, alla suddivisione per tipologia e per genere ed età del richiedente.

Pensioni

BOERI, LO STOP A 67 ANNI COSTA 141 MLD

Bloccare gli adeguamenti dei requisiti di pensionamento all’aspettativa di vita è sbagliato, o per lo meno costerebbe molto alla spesa pubblica. A chiarirlo in un’intervista a ‘Il Sole 24 Ore’ è il presidente dell’Inps Tito Boeri. Se venissero bloccati a 67 anni dal 2021 in avanti costerebbero “141 miliardi di spesa in più da qui al 2035, quasi interamente destinati a tradursi in aumento del debito pensionistico implicito, dato che l’uscita prima del previsto non verrebbe compensata, se non in minima parte, da riduzioni dell’importo delle pensioni”, avvisa Boeri.
Secondo il presidente dell’Inps infatti, “è pericolosissimo toccare ora questo meccanismo. Sia guardando in avanti, sia all’indietro” sottolinea. E guardando all’indietro evidenzia una disparità di trattamento che si verrebbe a creare. “Pensiamo alle generazioni che hanno già vissuto questi adeguamenti, -argomenta Boeri- per esempio con l’aumento di 4 mesi scattato nel 2016 o prima ancora di 3 mesi scattato nel 2013. C’è chi, per esempio, ha preso l’”opzione donna” con l’aspettativa che ci sarebbe stato l’aumento dei requisiti del 2019 e ha subito una penalizzazione. Ora tutti questi pensionati si troverebbero improvvisamente di fronte a una situazione che cambia”.
“Mi aspetto che si organizzino per reclamare – prosegue il presidente dell’Inps – e sappiamo già che troveranno un mercato politico pronto ad accogliere le loro proteste, un mercato su cui si muovono da anni gli stessi protagonisti che oggi chiedono il blocco degli adeguamenti automatici”.
Con lo stop sulla speranza di vita, tra l’altro, si bloccherebbe non solo il requisito di vecchiaia ma anche quello che fa salire gli anni contributivi per l’anticipo. “Con effetti importanti sulle platee coinvolte. Io penso che se accadesse si potrebbero avere circa 200mila pensioni in più all’anno” spiega Boeri.

Cgil

PER 3 ITALIANI SU 10 SITUAZIONE ECONOMICA PEGGIORATA

Aumentano coloro che si sentono più vulnerabili, crescono le diseguaglianze e avere un lavoro non protegge più dal rischio povertà. Per 3 italiani su 10 la situazione economica personale è peggiorata rispetto a un anno fa. E’ lo scenario tratteggiato da un’analisi effettuata da Fondazione Di Vittorio della Cgil e Tecnè su “Fiducia economica, diseguaglianze e vulnerabilità sociale” aggiornata al 2° trimestre 2017. Un indice, quello della fiducia economica, che costituisce, sottolinea lo studio, un fondamentale indicatore dello stato di salute del Paese che aiuta a decifrare i problemi e più in generale della condizione delle persone.
Una fotografia, quella scattata dallo studio, che non sorprende visti i livelli ancora elevati di disoccupazione, il numero altissimo delle persone in povertà o che rinunciano a curarsi per mancanza di mezzi. Ma a tutto questo si aggiunge quell’area di “fragilità economica e sociale”, prevalentemente composta di persone che hanno un reddito appena sufficiente a tirare avanti e che rischiano di scivolare verso condizioni di povertà o semi-povertà di fronte a eventi improvvisi come una separazione o una grave malattia.
Il 32% degli italiani giudica, dunque, peggiorata la propria situazione economica e il 24% si sente più vulnerabile di un anno fa. La forbice economica si allarga e avere un lavoro non protegge più dai rischi di povertà. Nonostante il miglioramento di alcuni parametri macro economici, si legge nello studio, il 62% degli intervistati dichiara che la situazione economica personale non è cambiata rispetto ai 12 mesi precedenti. Il 32% dichiara, invece, un peggioramento a fronte del 6% che giudica migliorate le proprie condizioni.
E dopo un periodo così lungo di crisi, il permanere di condizioni difficili per una consistente quota di popolazione, non può che portare a un pessimismo sulle attese per i prossimi 12 mesi. Infatti, il 20% degli intervistati, infatti, teme un ulteriore peggioramento delle proprie condizioni economiche nel prossimo futuro, il 70% pensa che non cambierà nulla e solo il 10% si attende un miglioramento.

Secondo lo studio Fondazione Di Vittorio e Tecnè, la crisi economica non ha fatto soltanto crescere il numero delle famiglie povere, ma ha prodotto un crescente sentimento di vulnerabilità che il miglioramento dei parametri macro economici sembra attenuare solo in parte e soprattutto in quella quota di popolazione a più alto reddito. In questo quadro solo il 4% si sente economicamente e socialmente più sicuro rispetto a un anno fa, mentre il 24% si sente più vulnerabile e fragile e il rimanente 72% si sente come prima.
Nel complesso, sottolinea lo studio, solo il 22% vive una condizione di serenità economica e sociale, il 46% dichiara di trovarsi in una condizione di equilibrio instabile e il 32% vive costanti o gravi difficoltà economiche. Il lavoro svolge ancora un effetto positivo, ma in modo meno accentuato rispetto al passato. Se, infatti, fra i lavoratori dipendenti scende al 20% la quota di chi si ritiene con difficoltà economiche, sale invece al 58% la percentuale di coloro che dichiarano di sentirsi poco tranquilli o in equilibrio instabile.
Si tratta, evidenzia ancora il monitoraggio, di un fenomeno più volte denunciato ma che trova un’ennesima e palese conferma in questi dati di un lavoro che si impoverisce e si precarizza contribuendo, sulla base di questa condizione reale, a creare un generale effetto di scarsa fiducia fortemente basato anche sul crescere delle diseguaglianze.
Infine, rimarca il rapporto, “l’ascensore sociale rispetto al periodo pre-crisi si è bloccato per il 55% delle persone. Sale per un ristretto 7%, che dichiara di aver migliorato la propria condizione, ma scende per il 38% degli intervistati”.

Carlo Pareto

Nuovi Voucher, Istruzioni per l’uso
con le nuove regole

Voucher

ISTRUZIONI PER L’USO CON LE NUOVE REGOLE

Dai consulenti del lavoro arrivano le istruzioni per l’uso sui nuovi voucher. “Il decreto legge numero 2853, di conversione del decreto legge 50 del 2017, copre il vuoto normativo -si legge nella circolare n.8/2017 della Fondazione Studi consulenti del lavoro- creatosi dopo la soppressione dei voucher. Ora, infatti, per le prestazioni di lavoro occasionale vengono introdotte due modalità di occupazione dei lavoratori, che vedono applicare regole differenti a seconda delle caratteristiche dell’utilizzatore del buono lavoro e delle attività prestate. In pratica, le persone fisiche che utilizzano prestazioni limitatamente ad alcune attività, non incluse nell’esercizio di attività professionale o d’impresa, possono utilizzare il ‘libretto di famiglia’; in tutti gli altri casi, invece, è previsto il contratto di prestazione occasionale”.

“Questa forma semplificata -spiega- per la gestione del lavoro accessorio che si esplica attraverso il ‘libretto di famiglia’ interessa in particolar modo chi svolge piccoli lavori domestici, di giardinaggio o manutenzione oppure chi svolge assistenza domiciliare a bambini, persone anziane, ammalate o con disabilità, oppure per attività di insegnamento privato supplementare”.

E nella circolare “si precisano non solo le attività per le quali è possibile richiedere prestazioni di lavoro occasionale con il libretto di famiglia, ma anche gli adempimenti che il prestatore e l’utilizzatore devono rispettare”.

Entrambi, infatti, prosegue, “devono preliminarmente effettuare la registrazione sulla piattaforma telematica Inps, che sarà disponibile dal prossimo 10 luglio”. “La registrazione – sottolinea – è indispensabile sia per permettere agli utilizzatori di richiedere il libretto di famiglia, sia per consentire all’Inps di identificare il prestatore quale soggetto destinatario delle prestazioni ai fini assicurativi e per il pagamento dei compensi”.

“L’Istituto, infatti, utilizzerà i dati -chiarisce la circolare- per l’accredito delle spettanze e dei contributi previdenziali, assistenziali e assicurativi a favore del prestatore. L’utilizzatore, inoltre, dovrà sempre transitare dalla piattaforma telematica Inps per il pagamento del libretto di famiglia, per ulteriori richieste di libretti nominativi prepagati e per effettuare la comunicazione mensile”.

“Questa, infatti, deve avvenire -conclude- entro il giorno 3 del mese successivo a quello in cui è stata svolta la prestazione lavorativa con la finalità di fornire all’Inps le informazioni necessarie per procedere al pagamento delle prestazioni e all’accredito dei contributi”.

Ecco le novità, in base alla circolare e alle procedure illustrate dall’Istituto di previdenza.

Chi li usa, da colf a badanti, da imprese a PA e agricoltura. Si potrà usare il ‘Libretto famiglia’ per lavori domestici, di giardinaggio, di pulizia o manutenzione, di assistenza domiciliare a bambini e persone anziane, ammalate o con disabilità, di insegnamento privato supplementare. Il ‘Contratto di prestazione occasionale’ potrà essere utilizzato da professionisti, lavoratori autonomi, imprenditori, associazioni, fondazioni ed altri enti di natura privata, imprese del settore agricolo e pubbliche amministrazioni.

Tetto 280 ore l’anno. Il limite economico previsto dalla legge è 5.000 euro l’anno per lavoratore e per datore di lavoro, con un ulteriore limite di 2.500 euro per le prestazioni rese ad un singolo datore. C’è anche un limite di durata: non si potranno superare le 280 ore nell’anno. Altrimenti scatta la trasformazione in contratto a tempo indeterminato.

Registrazione su piattaforma Inps, conto e pagamenti entro il 15 del mese. Dopo la registrazione sulla piattaforma Inps, il datore di lavoro dovrà versare dei soldi, per ora tramite l’F24, che alimentano un portafoglio elettronico attraverso il quale vengono pagate le prestazioni e gli oneri. Il compenso mensile sarà accreditato sul conto corrente, sul libretto postale, sulla carta di credito dotata di Iban o incassato grazie ad un bonifico domiciliato presso gli sportelli delle Poste.

Avviso di prestazione entro il giorno 3 per famiglie, 60 minuti prima per imprese ma possibile revoca entro 3 giorni. La comunicazione di svolgimento della prestazione lavorativa da parte del datore di lavoro nel caso del ‘Libretto famiglia’ dovrà avvenire entro il giorno 3 del mese successivo. Per il ‘Contratto di prestazione occasionale’ la comunicazione dovrà invece essere preventiva e avvenire entro 60 minuti prima dell’inizio; prevista la possibilità di revoca entro 3 giorni da parte; in caso di disguido prevale la conferma del lavoratore.

Salario minimo 9 euro, compreso minimo 36 euro al giorno da imprese. Il compenso giornaliero non potrà essere inferiore a 36 euro (retribuzione minima di 4 ore lavorative), anche qualora la durata sia inferiore. Per le ore successive è fissato dalle parti, purché non inferiore a 9 euro. Compresi gli oneri a carico dell’utilizzatore, il costo totale è 12,29 euro. Nel caso del ‘Libretto famiglia’, invece, i titoli per compensare le prestazioni di durata fino ad un’ora hanno valore nominale di 10 euro (e suoi multipli), 8 euro netti al lavoratore.

In agricoltura minimo tra 6,52 e 7,57 euro. Nel settore agricolo, il compenso minimo orario varia “in base alle aree di appartenenza” del contratto nazionale: 7,57 euro, 6,94 euro, 6,52 euro. Resta la retribuzione minima di 4 ore lavorative.

Volano per economia reale del Paese

ENASARCO: UNA NUOVA FONDAZIONE 4.0

Con il bilancio sociale 2016 la Fondazione Enasarco (Ente Nazionale di Assistenza per gli Agenti e Rappresentanti di Commercio) inaugura una nuova stagione, nella quale trasparenza e partecipazione sono le condizioni essenziali per innescare un processo virtuoso di rinnovata rappresentanza, in grado di creare e aggiungere valore a favore di un’economia reale fatta di piccole e medie imprese. Nata quasi 80 anni fa con Regio Decreto, oggi la Fondazione Enasarco con 235.684 iscritti attivi e 120.000 prestazioni previdenziali in essere, è il secondo ente italiano erogatore di pensioni, subito dopo l’Inps. Con l’obiettivo di essere sempre più accessibile, efficiente e adeguata ai bisogni degli iscritti, la Fondazione ha adottato nel 2016 un nuovo Codice di trasparenza; un Regolamento per la gestione dei conflitti d’interesse nell’ambito dei processi interni; un Regolamento per l’impiego e la gestione delle risorse finanziarie; e un nuovo Codice Etico che definisce regole chiare di condotta applicabili all’intera struttura tecnica.

“La Fondazione Enasarco sta attraversando la più rilevante e decisiva fase di modernizzazione e riorganizzazione dalla sua nascita. La nuova governance, frutto di quel cambio epocale avvenuto un anno fa – ha spiegato il presidente di Enasarco, Gianroberto Costa – ha prodotto la nascita di una nuova Enasarco. Una Fondazione 4.0 rifondata su basi più solide; più trasparente, più efficiente e sicuramente più connessa con la volontà dei nostri iscritti”. “Da qui l’attivazione, in questi primi dodici mesi, – prosegue Costa – di una serie di processi e di percorsi per raggiungere gli obiettivi indicati. Con uno spirito pionieristico stiamo investendo in economia reale, in particolare vogliamo scommettere sulle imprese piccole e medie che hanno chance di diventare protagoniste del mercato e che garantiscono congrui ritorni sull’investimento ai nostri iscritti, ai quali dobbiamo garantire la copertura pensionistica per cinquanta anni”.

Tutti gli indicatori strutturali ed economici mostrano un trend positivo che certifica l’ottimo stato di salute finanziaria della Fondazione, a dimostrazione che la nuova governance avviata nel 2016 dal Consiglio di Amministrazione, eletto per la prima volta dall’assemblea degli iscritti e non designato, sta portando buoni frutti. La gestione della previdenza è passata da un rosso di oltre 35 milioni e mezzo di euro del 2012 a un saldo positivo di quasi 33 milioni di euro nel 2016 (+232%), per attestarsi, in termini di previsione 2017, a un più 28 milioni e 600 mila euro. Analogamente per la gestione dell’assistenza si passa da un saldo positivo di oltre 45 milioni e 600 mila euro del 2012 a circa 82 milioni di euro del 2016 (+108%), con una previsione di circa 86 milioni per il 2017. Stesso trend per la complessiva gestione istituzionale: il preconsuntivo 2016 si attesta a circa 115 milioni di attivo e sulla soglia si dovrebbe collocare il risultato del 2017. Rispetto al 2012, l’andamento della previdenza e il saldo dell’assistenza sono highlight di un processo di riorganizzazione positivo e rassicurante.

Grazie a questi eccellenti risultati la Fondazione intende diventare un volano di crescita per l’economia reale del nostro Paese, continuando a modificare l’orientamento degli investimenti, dal settore immobiliare verso asset più facilmente negoziabili, infrastrutture ed equity. Al 31 dicembre 2016 circa il 35% del patrimonio della Fondazione è di fatto rappresentato dalla componente liquida, proprio a seguito di politiche di ristrutturazione e rinegoziazione degli investimenti in essere, di dismissioni immobiliare, nonché di nuovi investimenti effettuati (al 31 dicembre 2011 la componente liquida del portafoglio si attestava a circa il 5% dell’intero patrimonio immobiliare). E’ di 700 milioni il totale degli investimenti che la Fondazione detiene in quote di fondi di private equity, infrastrutturali e private debt. Inoltre 200 milioni di investimenti nel private equity destinati a 15 aziende italiane che operano in differenti settori. 3 nuovi fondi infrastrutturali. 279 milioni al 31 dicembre 2016 sono gli investimenti effettuati in titoli di Stato (erano 22 milioni nel 2011).

La diversificazione degli investimenti ha come principale obiettivo assicurare una migliore copertura di servizi di welfare per gli iscritti: dalla previdenza complementare alle forme di assistenza integrativa. Gli interventi economici a favore dei soci saranno di fatto sempre più rilevanti in un tempo in cui il welfare obbligatorio mostra molte criticità. Alla solidità economico-finanziaria della Fondazione si unisce anche una crescente soddisfazione degli iscritti. Nel 2017 si sono investiti 1,5 milioni per l’attività di formazione, aumentando del 50% le ore medie pro-capite dedicate all’aggiornamento professionale. Trasparenza e partecipazione sono i segni già percepiti di un cambiamento voluto per mettere a disposizione dati e informazioni per gli agenti di commercio e per gli stakeholder. Innovazione e trasformazione tecnologica garantiranno lo sviluppo di circoli virtuosi a favore dei due target principali.

Carlo Pareto

Inps. Tito Boeri: i nuovi voucher messi a punto
in tempi record

Inps

TEMPI RECORD PER PROCEDURE SUI NUOVI VOUCHER

“Abbiamo elaborato le procedure sulla nuova disciplina delle prestazioni di lavoro occasionale a tempi di record, più o meno un mese e mezzo”. A dirlo prima della partenza dell’operazione il presidente dell’Inps, Tito Boeri, in occasione della presentazione delle nuove procedure elaborate dall’Istituto per la piattaforma telematica Inps e per il contact center. “Abbiamo risposto -ha spiegato- alle richieste del legislatore riguardo al nuovo processo sulle prestazioni di lavoro occasionale. Le prestazioni di lavoro occasionale sono una componente minoritaria e parziale del nostro mercato del lavoro, ma da cui dipende il benessere di molte famiglie e l’efficienza di molte imprese”.

“Abbiamo tenuto conto -ha fatto notare- della nostra esperienza accumulata in questi anni e nella gestione dei voucher che è servita chiaramente per capire quali erano i rischi e gli abusi che potevano esserci nell’utilizzo di prestazioni di lavoro occasionale. Al tempo stesso abbiamo considerato anche il non sempre elevatissimo grado di alfabetizzazione ed educazione informatica dei prestatori d’opera e degli utilizzatori. Quindi, abbiamo voluto sviluppare delle procedure che da una parte rispondessero alla richiesta di dare massima trasparenza e massima tracciabilità e dall’altra quella di essere relativamente semplici sia per il datore di lavoro che per il prestatore d’opera”.

“In tutto questo -ha ribadito Tito Boeri- abbiamo dovuto tutelare al massimo il lavoratore, proprio perché in passato le prestazioni di lavoro occasionale erano state in qualche modo abusate, ma abbiamo anche voluto tutelare l’impresa, perché chiaramente la tutela del lavoratore è la premessa perché poi non si alimenti successivamente del contenzioso”.

“Noi -ha assicurato- crediamo nel buon incontro di domanda e offerta perché forse è l’aspetto più innovativo di questo procedure. Un altro aspetto innovativo è che questo nuovo contratto di lavoro occasionale viene ad introdurre per la prima volta dei minimi retributivi orari generalizzati e intercategoriali. C’è un legame molto stretto tra la retribuzione e le ore di lavoro; oltre ai controlli affinché venga garantito che non ci sia la possibilità, per il datore di lavoro, di utilizzare la retribuzione di base oraria per coprire più di un’ora lavorata”.

“I datori di lavoro (utilizzatori) -ha ricordato il presidente dell’Inps-possano acquisire prestazioni di lavoro occasionale secondo due diversi forme contrattuali: il libretto famiglia (per le persone fisiche non nell’esercizio di un’impresa o di una libera professione) e il contratto di prestazione occasionale (per gli altri datori di lavoro, ovvero professionisti, lavoratori autonomi, imprenditori, associazioni, fondazioni ed altri enti di natura privata, pubbliche amministrazioni). Sono due modalità diverse ma entrambe vogliono essere al massimo ‘user friendly'”.

Inps

MENO ORE DI CIG AUTORIZZATE A MAGGIO

Nello scorso mese di maggio il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 39,1 milioni in diminuzione del 37% rispetto allo stesso mese del 2016 (62,1 milioni). E’ quanto emerge dal report mensile di maggio diffuso dall’Inps. Per gli interventi ordinari (cigo), le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate a maggio sono state 10,8 milioni. Un anno primo, nel maggio 2016, erano state 18,8 milioni: di conseguenza, la variazione tendenziale è pari al -42,5%. In particolare, la variazione tendenziale è stata pari a -47,2% nel settore industria e -27% nel settore edilizia. La variazione congiunturale registra nel mese di maggio rispetto al mese precedente un incremento pari al 45%.

Sul versante degli interventi straordinari, il numero di ore di cassa integrazione autorizzate a maggio è stato pari a 27 milioni di cui 9,2 milioni per solidarietà, registrando una diminuzione pari al 29,3% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 38,2 milioni di ore autorizzate. Rispetto allo scorso aprile, a maggio si registra una variazione congiunturale pari al +99,2%. Gli interventi in deroga sono stati pari a 1,4 milioni di ore autorizzate con un decremento del 73,9% se raffrontati con maggio 20016, mese nel quale erano state autorizzate 5,2 milioni di ore. La variazione congiunturale registra nello scorso mese di maggio, rispetto al mese precedente, un decremento pari al 31,9%. Quanto poi al tasso di utilizzo delle ore di cig autorizzate, nel periodo gennaio-marzo il tiraggio si è attestato al 25,65% (26.098.967 ore rispetto a 101.751.782 ore autorizzate) in calo rispetto al 30,76% dello stesso periodo del 2016 e al 38,25% del trimestre 2015. Per la cig ordinario il tiraggio è stato pari al 32,51% e quello della cig straordinaria e in deroga del 22,96%.

Nello scorso aprile sono state inoltrate 445 domande di disoccupazione e 713 domande di mobilità, per un totale di 103.929 domande: il -9,2% rispetto al mese di aprile 2016 che aveva registrato 114.422 domande. Quanto alla Naspi sono state presentate 102.762 domande, 8 domande di Aspi, 1 domanda di mini Aspi. L’istituto ricorda comunque come le domande di prestazione che si riferiscono ad eventi di disoccupazione involontaria verificatisi entro il 30 aprile 2015 continuano ad essere classificate come Aspi o mini Aspi, mentre le domande che si riferiscono ad eventi di disoccupazione involontaria verificatisi a partire dal 1° maggio 2015, sono classificate come Naspi.

Inca

650MILA INTERVENTI IN UN ANNO PER STRANIERI

In questi ultimi anni, si è stabilizzata l’incidenza degli immigrati nelle attività di assistenza su prestazioni assistenziali e previdenziali realizzate da Inca, attestandosi su percentuali che oscillano tra il 22% e 25% del totale della attività (circa 650.000 interventi per cittadini stranieri attivati per anno). Quasi un quarto dell’utenza, che si rivolge agli sportelli del patronato, non è nata sul territorio italiano. E’ quanto si legge sul Bilancio sociale dell’Inca 2016, presentato recentemente a Roma.

Si assiste a una progressiva sostituzione delle istanze per ingresso e permanenza in Italia a favore di richieste un tempo patrimonio esclusivo dei cittadini italiani, con qualche caratterizzazione rispetto al mercato del lavoro che coinvolge la popolazione immigrata e con significativi picchi sul tema della genitorialità. L’accesso alle prestazioni previdenziali classiche, rappresentate da quelle di invalidità, vecchiaia e superstiti, anche se non presenta numeri significativi, riporta un andamento costantemente in crescita con percentuali di incidenza, rispetto alla totalità dell’utenza, sempre e costantemente in aumento negli ultimi sei anni.

Sul fronte delle prestazioni a sostegno del reddito, l’incidenza degli stranieri diviene significativa raggiungendo alte percentuali. Nel 2015, gli stranieri che hanno richiesto gli assegni al nucleo familiare sono stati il 43,6% del totale delle richieste inviate dall’Inca; il 27% riguarda pratiche di disoccupazione, il 31,9% investe il settore agricolo. Un quarto delle domande di indennità di maternità e astensione anticipata sono presentate da donne immigrate, così come il 28% delle richieste di assegno di maternità e ben il 41% del cosiddetto bonus bebè.

Sul versante dei danni da lavoro e dell’attività di assistenza il primato per i cittadini stranieri lo raggiunge l’infortunio non già denunciato (24,7% di incidenza sul totale delle pratiche aperte da Inca), prestazione che evidenzia lo stato di ricattabilità dei lavoratori stranieri, il cui ricorso avviene spesso a conclusione del rapporto di lavoro. Prestazioni come l’assegno sociale-pensione sociale, destinate agli stranieri ultra 65enni, rappresentano in media il 22% delle domande inoltrate dal patronato Inca.

Si supera progressivamente la concentrazione della attività per gli stranieri sui soli titoli di soggiorno, ma questo impegno diviene progressivamente parte integrante, con numeri significativi, del lavoro quotidiano dei servizi di Patronato e su un vasto raggio di bisogni e tutele da attivare. Tuttavia, la componente del titolo di soggiorno e i criteri legati alla residenza rimangono un vincolo determinante per l’accesso alle prestazioni richieste dagli stranieri e questo ci porta a riconsiderare la qualità del nostro intervento per questa fascia di utenza.

La conoscenza di base delle norme che regolano l’immigrazione è determinante per fornire una corretta consulenza per l’accesso a questi diritti. Al consolidato operato sulla formazione degli operatori di patronato rispetto alle tematiche previdenziali, assistenziali e sui danni da lavoro, è da tempo oggetto di innesto, anche a livello territoriale, una formazione specifica sui titoli di soggiorno da intendere come parte integrante del bagaglio di conoscenza del personale di patronato.

Istat

IN ITALIA CALANO LE CASALINGHE

Calano le casalinghe in Italia. Nel 2016 il nostro Paese conta 7 milioni 338 mila donne che si dichiarano casalinghe, 518 mila in meno rispetto a 10 anni fa. La loro età media è 60 anni. Lo comunica l’Istat nel report “Le casalinghe in Italia” secondo cui 700mila vivono in povertà assoluta, il 9,3% del totale, che sale ancora di più fra le giovani (20%).

Le anziane di 65 anni e più superano i 3 milioni e rappresentano il 40,9% del totale, quelle più giovani (fino a 34 anni) sono meno di una su dieci, l’8,5%.

Le casalinghe vivono prevalentemente nel Centro-Sud (63,8%) e lavorano quasi 49 ore a settimana, in media 2.539 ore l’anno, senza considerare ferie, più di molti lavoratori occupati al di fuori delle mura domestiche. L’Istat calcola che le donne effettuano complessivamente 50 miliardi e 694 milioni delle ore di produzione familiare l’anno (il 71% del totale) e che le casalinghe, con 20 miliardi e 349 milioni di ore, sono i soggetti che contribuiscono maggiormente a questa forma di produzione.

Per metà mai un lavoro fuor casa. Poco più della metà delle casalinghe non ha mai lavorato al di fuori delle mura domestiche nel corso della vita e il 10,8% (600 mila donne tra i 15 e i 64 anni) è scoraggiato, secondo i dati Istat, perché pur avendo cercato impiego non l’ha trovato e pensa di non poterci riuscire. Ma per le più giovani, quelle di 15-23 anni, il motivo principale per cui non cercano lavoro è di natura familiare nel 73% dei casi (questa quota scende al 61,2% per la fascia di età successiva di 35-44 anni). Il carico di lavoro domestico per queste donne è “elevato”.

700mila in povertà assoluta. Una giovane casalinga su cinque, il 20% di questa fascia di età, vive in povertà assoluta in Italia nel 2015. Si tratta di un’incidenza molto superiore a quella delle occupate della stessa età 15-34 anni (5,3%) e a quella delle casalinghe più anziane, oltre i 64 anni (4,8%). Complessivamente, stima l’Istat, sono più di 700mila le casalinghe in povertà assoluta, cioè quelle che non possiedono un reddito sufficiente a garantirsi l’acquisto di un paniere di beni e servizi essenziali per una vita dignitosa, il 9,3% del totale delle casalinghe

Carlo Pareto

Visita fiscale per malattia. Ecco come si può evitare

Visita fiscale

ECCO COME SI PUÒ EVITARE

E’ possibile essere dispensati dalla visita fiscale quando si è in malattia? I casi di esonero sono tassativi, anche se il medico curante può esimere dal controllo sanitario quando si presentano particolari condizioni di salute, anche se non previste espressamente come casi di esonero. La necessità di effettuare commissioni e accompagnamenti non rientra però nei casi di esenzioni. Tuttavia, come scrive il portale ‘La Legge Per Tutti’, determinate assenze al controllo del medico dell’Inps, se considerate necessitate, possono essere giustificate e non danno luogo a sanzioni disciplinari per il dipendente. La visita fiscale è un accertamento sanitario, il più delle volte domiciliare, effettuato al lavoratore in malattia da parte di un medico dell’Inps, per il quale si deve essere obbligatoriamente disponibili. Non si tratta, però, di una semplice verifica della presenza del dipendente malato nella propria abitazione, ma di un vero e proprio accertamento sull’esistenza della patologia e sulla correttezza della prognosi effettuata dal medico curante. La visita fiscale può avvenire sin dal primo giorno di malattia, poiché il medico che ha in cura il lavoratore ha l’obbligo di trasmettere telematicamente il certificato all’Inps, in tempo reale. In certe ipotesi è possibile evitare la visita fiscale, poiché viene esclusa la sua opportunità o fattibilità: i casi di esonero, grazie al Jobs Act, sono stati recentemente ampliati; inoltre, l’Inps riconosce al medico curante dei margini di discrezionalità per l’esenzione dal controllo domiciliare. In particolare, le ipotesi in cui il lavoratore è dispensato dalla visita fiscale sono: il ricovero presso una struttura sanitaria (chi è ricoverato in ospedale non può assolutamente ricevere la visita fiscale, né all’interno della struttura, né presso la propria abitazione); l’esistenza di una patologia grave che richiede cure salvavita (ad esempio, chi ha gravi patologie cardiache, pazienti con patologie oncologiche, dializzati); l’infortunio sul lavoro e la malattia professionale; una malattia correlata a un’eventuale invalidità o menomazione del dipendente (sono i casi in cui il malato possiede una percentuale d’invalidità e, come chiarito dall’Inps, la riduzione della capacità lavorativa deve superare il 67%). Inoltre, quando la visita fiscale è stata già effettuata durante il periodo di prognosi della stessa malattia, non può essere effettuato un nuovo controllo medico da parte dell’Inps. In caso di ricaduta, invece, o di continuazione, si può ricevere una nuova visita. In queste situazioni il medico deve, tra l’altro, inviare un nuovo certificato. Chi trasmette il referto sanitario all’Inps, grazie a una procedura telematica, può segnalare l’esonero dalla visita fiscale, inserendo il codice E, che esclude automaticamente il certificato dalla banca dati dei dipendenti che potrebbero essere sottoposti a controllo fiscale. Ovviamente, l’esclusione dovrà essere ponderata in modo approfondito, per evitare pregiudizi sia all’Inps sia allo stesso lavoratore. Diversi dalle fattispecie di esonero sono i casi di assenza giustificata alla visita fiscale: ad esempio, è considerata giustificata l’assenza per sottoporsi a visite e terapie che possono essere effettuate soltanto nelle fasce di reperibilità. Allo stesso modo è considerata plausibile l’assenza per recarsi in farmacia ad acquistare un medicinale: in questa ipotesi, bisogna avvertire tempestivamente l’azienda ed esibire la relativa documentazione giustificativa.

Addizionale regionale Irpef?

MAZZATA DA DODICI MILIARDI

Negli ultimi 10 anni il prelievo fiscale da addizionale regionale Irpef è cresciuto del 58,66%, passando dai 7,47 miliardi di euro del 2006 agli 11,85 miliardi di euro del 2015. Una vera e propria mazzata per i contribuenti italiani che hanno visto crescere il peso delle addizionali regionali dai 254,72 euro del 2006 a una media di 404,10 euro nel 2015, con un incremento percentuale del 64,46%. I picchi più alti nel 2007 (in termini di prelievo +12,32% rispetto al 2006) e nel 2011 (+26,94% rispetto al 2010). Tuttavia gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una ulteriore costante crescita che ha avuto il suo apice nel 2015 (+4,07% rispetto al 2014).

Il dato emerge da uno studio realizzato dall’assemblea dei presidenti regionali di Confprofessioni, presieduto da Andrea Dili, che ha elaborato e riaggregato a livello nazionale e regionale i dati del dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia, relativi all’ultimo decennio disponibile (dall’anno d’imposta 2006 all’anno di imposta 2015); mentre per l’aggregazione dei dati a livello provinciale si è fatto riferimento alle variabili disaggregate a livello comunale, disponibili soltanto a partire dall’anno d’imposta 2012.

Lo scenario non cambia a livello regionale, dove si è registrata una crescita sia dell’imposta complessiva sia dell’imposta media. In termini di imposta media, si va dal +33,94% del Veneto al +113,95% dell’Emilia Romagna; mentre in termini di imposta complessiva si passa dal +3,51% del Trentino Alto Adige (dato condizionato dal forte calo del numero dei soggetti passivi di imposta che si è verificato dal 2006 al 2015 principalmente nella provincia autonoma di Bolzano) al +108,41% dell’Emilia Romagna.

“La pressione fiscale nel nostro Paese – ha commentato il presidente di Confprofessioni, Gaetano Stella- sia a livello nazionale che locale, ha raggiunto livelli insostenibili e chi afferma che le tasse in Italia diminuiscono, mente sapendo di mentire. I dati che emergono dall’evoluzione dell’andamento del prelievo fiscale da addizionale regionale Irpef degli ultimi 10 anni sono sconfortanti e rappresentano in termini percentuali il maggiore incremento di prelievo fiscale da singola imposta che in 10 anni si è verificato in Italia. Una spiegazione potrebbe essere il taglio dei trasferimenti di risorse dallo Stato agli enti locali; ma è anche vero che l’addizionale regionale (come quella comunale) è una imposta che viene percepita minimamente dagli stessi contribuenti, poiché viene liquidata contestualmente all’Irpef”.

Il dato nazionale si conferma anche a livello regionale: in tutte le regioni si è verificata una crescita sia dell’imposta complessiva sia dell’imposta media. Tuttavia si deve riscontrare una notevole eterogeneità del fenomeno: in termini di imposta media, ad esempio, si va dal + 33,94% del Veneto al + 113,95% dell’Emilia Romagna; mentre in termini di imposta complessiva si passa dal + 3,51% del Trentino Alto Adige (dato condizionato dal forte calo del numero dei soggetti passivi di imposta che si è verificato dal 2006 al 2015 principalmente nella provincia autonoma di Bolzano) al +108,41% dell’Emilia Romagna.

Nella classifica regionale sul prelievo medio in termini assoluti primeggia il Lazio con una imposta media per soggetto passivo pari a euro 620,85 annui (con una differenza di +216,75 euro rispetto alla media nazionale); mentre fanalino di coda della classifica risulta la Basilicata con una imposta media di 268,65 euro annui (-135,45 euro rispetto alla media nazionale). Rispetto al 2006 il Lazio risulta essere anche la regione che ha incrementato di più il prelievo medio in termini assoluti (+293,95 euro), mentre il Veneto è la regione che lo ha aumentato meno (+76,78 euro).

Rispetto al 2006, infine, si segnala un cambiamento significativo delle posizioni nella classifica del prelievo medio da addizionale regionale Irpef: fanno un considerevole passo avanti Veneto e Lombardia, che perdono entrambe 5 posizioni; migliorano significativamente Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Abruzzo (scivolano tutte di 3 posizioni); mentre peggiorano notevolmente Emilia Romagna (+8) e in modo rilevante Toscana (+6) e Molise (+4).

“Se è vero – ha sottolineato Andrea Dili, presidente dell’assemblea dei presidenti regionali di Confprofessioni e autore dello studio – che l’incremento del prelievo fiscale da addizionale regionale è aumentato in tutte le regioni italiane, ciò è avvenuto in misura non uniforme Mentre alcune regioni hanno sostanzialmente raddoppiato il gettito dal 2006 al 2015, altre sono riuscite a contenere la misura di tali incrementi; con l’eccezione virtuosa della Provincia Autonoma di Bolzano che dal 2012 al 2015 ha addirittura diminuito il prelievo medio di oltre un terzo”.

La provincia con la più alta addizionale regionale media è Roma, con 676,05 euro annui (per soggetto passivo d’imposta, mentre l’imposta più bassa si registra a Bolzano, con 277,88 euro annui (per soggetto passivo d’imposta). Tra le due province c’è una differenza che in termini assoluti si attesta su 398,17 euro annui, dato che in termini percentuali significa che a Roma l’addizionale regionale incide ben il 143,29% in più che a Bolzano. Nel 2012 la differenza tra la provincia più ‘colpita’ dall’addizionale (sempre Roma, con 494,03 euro annui per soggetto passivo d’imposta) e quella meno ‘colpita’ (Medio Campidano, con 225,48 euro annui per soggetto passivo d’imposta) si attestava su euro 268,55 in termini assoluti e sul 119,10% in termini percentuali.

Tra le grandi città troviamo ai primi posti Roma (1), Torino (2), Napoli (4) e Milano (6); subito a ridosso dei primi dieci posti Bologna (12), seguita da Genova (24), Palermo (28) e Firenze (34); mentre nelle retrovie si classificano Bari (76), Venezia (88) e Cagliari (90).

Le variazioni positive più significative rispetto al 2012 (primo anno per il quale sono disponibili i dati disaggregati per provincia) riguardano Bolzano (che perde ben 66 posizioni passando dal 44esimo posto del 2012 al 110mo del 2015), le province della Calabria (che vanno dal -45 di Crotone al -35 di Reggio Calabria) e quelle della Puglia; mentre le variazioni negative più importanti si registrano in Piemonte e in Toscana.

“L’ultima parte dello studio riguarda i dati disaggregati a livello provinciale – ha precisato Dili – all’interno delle singole regioni, infatti, troviamo delle differenze significative tra le varie province. Ovviamente tali differenze sono dovute sostanzialmente a una serie di variabili Irpef (in particolare l’entità del reddito imponibile) indipendenti dal livello dell’aliquota fiscale che è uniforme su tutto il territorio regionale”.

Carlo Pareto

Pensioni, è arrivato il giorno della quattordicesima

Inps

PUBBLICATI I DATI DELL’OSSERVATORIO SUL PRECARIATO

La consistenza dei rapporti di lavoro

Nei primi quattro mesi del 2017, nel settore privato, si registra un saldo, tra assunzioni e cessazioni, pari a +559.000, superiore a quello del corrispondente periodo sia del 2016 (+390.000) che del 2015 (499.000).

Su base annua, il saldo consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro. Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi) alla fine del 1° quadrimestre del 2017 risulta positivo e pari a +490.000. Tale risultato cumula la crescita tendenziale dei contratti a tempo indeterminato (+29.000), dei contratti di apprendistato (+47.000) e, soprattutto, dei contratti a tempo determinato (+415.000, inclusi i contratti stagionali e i contratti di somministrazione). Queste tendenze sono in linea con le dinamiche osservate nei mesi precedenti e attestano il proseguimento della fase di ripresa occupazionale.

La dinamica dei flussi

Complessivamente le assunzioni , sempre riferite ai soli datori di lavoro privati, nei mesi di gennaio – aprile 2017 sono risultate 2.129.000, in aumento del 17,5% rispetto a gennaio – aprile 2016. Il maggior contributo è dato dalle assunzioni a tempo determinato (+30,6%) mentre sono diminuite quelle a tempo indeterminato (-4,5%).

In particolare sono cresciute le assunzioni a tempo determinato nei comparti del commercio, turismo e ristorazione (+47,5%) e delle attività immobiliari (+43,6%). Negli stessi settori si osserva inoltre una crescita anche delle assunzioni in apprendistato (+46,9% nelle attività immobiliari e +35,8% nel commercio, turismo e ristorazione). Significativa pure la crescita dei contratti di somministrazione (+16,7%).

Il forte aumento delle assunzioni a tempo determinato in contratti di lavoro intermittente o a somministrazione di manodopera intervenuto dalla seconda metà di marzo può essere messo in relazione alla chiusura della possibilità di acquistare voucher per remunerare i prestatori di lavoro occasionale. Questo ha portato ad una ulteriore riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (26,6%) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato.

Le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (ivi incluse le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti) sono risultate 122.000, con una riduzione rispetto allo stesso periodo del 2016 (-2,4%).

Le cessazioni nel complesso sono state 1.570.000, in aumento rispetto all’anno precedente (+10,5%): a crescere sono soprattutto le cessazioni di rapporti a termine (+17,8%) mentre quelle di rapporti a tempo indeterminato sono leggermente in diminuzione (-1%).

Con riferimento ai rapporti di lavoro a tempo indeterminato, il numero complessivo dei licenziamenti risulta pari a 189.000, sostanzialmente stabile rispetto al dato di gennaio – aprile 2016 (-0,6%); così come stabili risultano le dimissioni (+0,4%).

Il tasso di licenziamento (calcolato sull’occupazione a tempo indeterminato, compresi gli apprendisti) è risultato per il primo quadrimestre 2017 pari a 1,8%, sostanzialmente in linea con quello degli anni precedenti (1,8% nel 2016; 1,7% nel 2015).

Le retribuzioni iniziali dei nuovi rapporti di lavoro

Quanto alla composizione dei nuovi rapporti di lavoro in base alla retribuzione mensile, si registra, per le assunzioni a tempo indeterminato intervenute a gennaio – aprile 2017, una riduzione della quota di retribuzioni inferiori a 1.500 euro (33,6% contro 35,5% di gennaio – aprile 2016).

I dati completi sono consultabili sulla home page del sito istituzionale dell’Inps (www.inps.it) nella sezione Dati e analisi/Osservatori Statistici, report dal titolo “Osservatorio sul precariato”, dove ogni mese vengono pubblicati gli aggiornamenti tabellari dei nuovi rapporti di lavoro e delle retribuzioni medie.

Informazioni

L’INPS CONTRO LE PAGINE FAKE DI FACEBOOK

Nel corso del 2017 l’Istituto ha monitorato e mappato tutte le pagine Facebook che nel titolo fanno riferimento, diretto o indiretto, ad Inps. Dalla mappatura sono emerse circa 50 pagine che utilizzano la parola Inps o il logo dell’Istituto in maniera impropria. La maggior parte contiene informazioni fake o «bufale» che non hanno alcun carattere di ufficialità e contengono notizie fuorvianti.

Queste pagine si sono auto-generate e non possono essere chiuse perché è impossibile risalire a un fondatore/amministratore.

L’Istituto, attraverso la Direzione centrale Relazioni esterne, ha segnalato alla stessa Facebook ed alla Polizia Postale i profili e i post contenenti ingiurie e minacce nei confronti dell’Istituto e dei suoi dipendenti. Nello stesso tempo il presidente Boeri ha inviato una lettera alla direzione di Facebook in Irlanda chiedendo la verifica e l’eventuale chiusura delle pagine stesse.

L’Istituto ribadisce ancora una volta che i soli canali social ufficiali dell’Inps sono il canale Twitter

@INPS_it, il canale You Tube INPS e i cinque profili Facebook elencati di seguito:

INPS per la Famiglia

INPS – Credito e Welfare dipendenti pubblici

INPS Portale in progress

INPS Giovani

INPS per i Lavoratori Migranti.

Per essere sicuri di essere sulle pagine istituzionali è possibile accedere dalla home page del sito www.inps.it , cliccando sul simbolo(+) presente in alto a destra.

Pensioni

IL GIORNO DELLA QUATTORDICESIMA

E’ arrivata la 14esima per 3,5 milioni di pensionati. E’ stata accreditata il primo del mese alle Poste e il 3 luglio presso le banche. Spetta a tutti quelli che sono in pensione da lavoro privato, pubblico e autonomo che abbiano compiuto 64 anni di età e il cui reddito personale annuo non superi i 13.000 euro. Per ottenerla non è necessario fare alcuna domanda, ma viene erogata automaticamente dall’Inps . E’ quanto ha opportunamente ricordato al riguardo lo Spi-Cgil in una apposita nota.

Chi ha una pensione fino a 750 euro lordi al mese, si legge nella comunicazione, avrà una somma maggiorata del 30%. La riceverà per la prima volta invece chi ha una pensione fino a 1.000 euro lordi al mese. La misura è stata definita nell’intesa tra governo e sindacati dello scorso 28 settembre ed è contenuta nell’ultima legge di bilancio. L’importo medio della 14esima è di 500 euro e varia a seconda degli anni di contribuzione. Tre le fasce individuate: per le pensioni da lavoro dipendente pubblico e privato la prima è stata fissata fino 15 anni di contribuzione; la seconda da 15 a 25 e la terza oltre i 25 anni. Per le pensioni da lavoro autonomo invece la prima è stata fissata fino a 18 anni di contribuzione; la seconda da 18 a 28 e la terza oltre i 28 anni. Lo Spi-Cgil ha attivato il sito www.pensionati.it, dove è possibile avere tutte le informazioni sulla 14esima e calcolare l’importo esatto che si riceverà.

“La 14esima per i pensionati è il frutto di un confronto positivo tra governo e sindacati che ha prodotto l’intesa dello scorso 28 settembre. Quando ci si ascolta e si cercano soluzioni condivise si fanno delle buone cose. Quando non lo si fa invece si rischia generalmente di produrre dei danni”, ha dichiarato il segretario generale dello Spi-Cgil Ivan Pedretti. “E’ fondamentale riprendere il filo di questo dialogo e riconvocare quanto prima il tavolo di confronto sulla fase due delle pensioni che negli ultimi mesi si è arenata”, ha aggiunto Pedretti.

“Circa 3 milioni e mezzo di pensionati”, a partire dall’inizio del mese, ha affermato da parte sua il segretario generale della Uil Pensionati Romano Bellissima, “stanno ricevendo la 14esima”. “Di questi circa un milione e mezzo la percepiscono per la prima volta e gli altri incassano un importo incrementato.”, ha proseguito rammentando come questo sia “il frutto della prima fase del confronto con il Governo che ha portato all’intesa dello scorso settembre”. “È la dimostrazione – ha affermato ancora Bellissima – che quando i governi accettano il confronto con il sindacato e si cercano soluzioni condivise, si hanno risultati positivi per i cittadini e per la società. Ora chiediamo coraggio all’esecutivo per dare continuità agli impegni presi e per attuarli nella seconda fase del confronto che finalmente riprenderà la prossima settimana”.

Carlo Pareto

Inps. Sono circa 5,8 milioni i pensionati con meno di mille euro al mese

Malattia

ARRIVA L’AUTOCERTIFICAZIONE PER I PRIMI 3 GIORNI DI MALATTIA

Il Ddl Romani che permette l”autodichiarazione’ per i primi tre giorni di assenza dal lavoro per malattia incassa il sostegno della Federazione degli Ordini dei medici. Quella di “autogiustificare i primi tre giorni di assenza per malattia dal lavoro” è una proposta che la Fnomceo – su impulso del presidente dell’Ordine di Piacenza, Augusto Pagani – porta avanti “da quattro anni e che è stata, lo scorso dicembre, oggetto di un Ordine del giorno approvato all’unanimità dal Consiglio nazionale, che ha dato mandato alla presidente Chersevani e a tutto il Comitato centrale di sollecitare una revisione, in tal senso, della legge Brunetta”, ricostruisce la stessa Federazione.

“E gli appelli non sembrano essere rimasti inascoltati: è stato infatti assegnato alla Commissione Affari costituzionali del Senato il Ddl presentato da Maurizio Romani, vicepresidente della Commissione Igiene e sanità. Se sarà approvato – spiega la Fnomceo – in presenza di un disturbo che il lavoratore ritiene invalidante ma passeggero, sarà lui stesso, sotto la sua esclusiva responsabilità, a comunicarlo al medico, che si farà semplice tramite per la trasmissione telematica all’Inps e al datore di lavoro. Il Ddl incide poi, ridimensionandole, sulle pene ai medici, anche per porre rimedio ad alcune contraddizioni ed eccezioni di incostituzionalità rilevate nella legge Brunetta”.

La Fnomceo esprime, dunque, “vivo apprezzamento e sostiene il Ddl – ha sottolineato Maurizio Scassola, vicepresidente della Federazione -. Ci sono disturbi come il mal di testa o lievi gastroenteriti, la cui diagnosi non può che essere fatta sulla base di sintomi clinicamente non obiettivabili. Il medico, in questi casi, deve limitarsi, all’interno del rapporto di fiducia che lo lega al paziente, a prendere atto di quanto lamentato. Riteniamo che un’auto-attestazione potrebbe essere utile, prima ancora che a sollevare il medico, a responsabilizzare il paziente come del resto già avviene, con ottimi risultati, in molti Paesi anglosassoni. Auspichiamo dunque un iter rapido e l’approvazione entro fine legislatura”.

Boeri

PENSIONE, PER 6 MILIONI E’ SOTTO I MILLE EURO

Sono circa 5,8 milioni i pensionati che non arrivano a 1.000 euro al mese. Lo certifica l’Inps nel Rapporto annuale, presentato recentemente dal presidente Tito Boeri. Nel dettaglio, al 31 dicembre 2016, sono 1,68 milioni quelli che percepiscono un assegno sotto i 500 euro al mese, il 10,8% del totale, e 4,15 milioni quelli che si fermano a 999 euro mese, il 26,7%.

Il 21,8% invece, circa 3,38 milioni di pensionati, non supera quota 1.500 mentre il 17,9%, circa 2,78 milioni, percepisce assegni fino a 1999 euro al mese. Sono invece il 10,6%, circa 1,6 milioni, quelli che possono godere di una pensione poco sotto i 2.500 euro mentre a percepire assegni di poco meno di 3000 euro è il 5,4% del totale dei pensionati, 845mila persone. Il 6,8% infine, poco più di 1 milione di pensionati, riceve una pensione oltre i 3mila euro al mese.

Per Boeri l’unica strada possibile per mettere i giovani in condizione di poter accedere a una pensione dignitosa è “fiscalizzare una componente dei contributi previdenziali all’inizio della carriera lavorativa per chi viene assunto con un contratto a tempo indeterminato”. Ed è certamente migliore “di molte di quelle proposte nella cosiddetta fase due del confronto governo-sindacati sulla previdenza”.

Boeri ha ribadito la necessità di non bloccare gli automatismi per l’accesso all’età pensionabile legati alle aspettative di vita. “Bloccare l’adeguamento dell’età pensionabile agli andamenti demografici non è affatto una misura a favore dei giovani – ha rimarcato – scarica sui nostri figli e sui figli dei nostri figli i costi di questo mancato adeguamento”.

Lavoro – Il Rei, il Reddito di Inserimento che prenderà forma nel 2018, non è sufficiente a coprire l’intera platea degli indigenti in Italia. E’ un primo passo ma va modificato. E’ questa la richiesta che è arrivata dal presidente Inps per il quale “manca ancora in Italia uno strumento universalistico” a sostegno della disoccupazione e della indigenza. Due le modifiche da apportare: ai criteri di accesso al beneficio e all’importo corrisposto.

Jobs Act – Lo stop all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del contratto a tutele crescenti “ha rimosso il tappo alla crescita delle imprese sopra la soglia dei 15 dipendenti” ha affermato Boeri che plaude così all’effetto prodotto dal Jobs act. “C’è stata un’impennata nel numero di imprese over 15: dalle 8mila al mese di fine 2014 alle 12mila con il contratto a tutele crescenti”, ha detto annotando come “questa crescita porta vantaggi sul piano della formazione permanente”.

Contratto – Sì a un salario minimo in Italia per garantire “il duplice vantaggio di un decentramento della contrattazione e di uno zoccolo retributivo minimo per quel crescente numero di lavoratori che sfugge alle maglie della contrattazione”. E’ questo l’sms che il presidente dell’Inps ha inviato al tavolo di confronto tra Confindustria e sindacati che hanno ripreso a dialogare sul modello contrattuale. Soprattutto ai sindacati che sono, ha affermato ancora, “paradossalmente i maggiori detrattori del salario minimo temendo che tolga spazio alla contrattazione”.

Sulla drammatica vicenda di Torino

LE PRECISAZIONI DELL’INPS

L’Inps esprime l’auspicio di una completa e pronta guarigione della signora Concetta Iolanda Candido, il cui dramma, che si è consumato ieri presso l’Agenzia complessa di Torino Nord, ha colpito profondamente i vertici e tutti i dipendenti dell’Istituto. Il pensiero e la solidarietà dell’Inps vanno alla donna e alla sua famiglia, che in queste ore stanno affrontando momenti terribili. La signora Candido era stata licenziata il 13 gennaio scorso e il 24 gennaio aveva presentato domanda di Naspi. Alla data di cessazione del rapporto di lavoro, però, la lavoratrice era in malattia e questo ha impedito la liquidazione della prestazione.

Per la normativa vigente, infatti, se alla data di cessazione del rapporto di lavoro vi è in corso un periodo di malattia, per avere diritto alla Naspi occorre riacquistare la capacità lavorativa, sia pure in maniera residua.

Il riacquisto della capacità lavorativa deve essere certificato dal medico che ha attestato la malattia. Questo certificato non era allegato alla domanda di Naspi ed è stato richiesto alla signora il 27 aprile dall’agenzia Inps di Torino Nord.

La richiesta del certificato e di altra documentazione mancante è stata anche inviata il 10 maggio al

Patronato che seguiva la pratica. Il certificato medico è stato redatto il 25 maggio dal medico curante, che ha attestato il riacquisto della capacità lavorativa dalla medesima data. Il certificato è stato presentato all’Inps il 26 maggio e confermato l’8 giugno dal medico di sede.

La Naspi è stata così liquidata ed è stato disposto il primo pagamento per il periodo dal 1° al 15 giugno, con valuta del 26 giugno sull’IBAN fornito e regolarmente verificato. La Naspi della signora Candido decorre pertanto dal 1° giugno 2017 per un totale di 683 giorni, con pagamento previsto fino al 27 aprile 2019.

Perdere il posto di lavoro è un’esperienza devastante dal punto di vista economico e soprattutto sociale e può condurre chiunque a uno stato di fragilità ed a tragedie come quella vissuta ieri. Il ruolo sociale dell’Inps responsabilizza ogni giorno chi lavora al servizio dei cittadini e sempre più sarà profuso ogni sforzo perché l’utenza sappia di potersi rivolgere all’Istituto con fiducia, certa di ottenere la garanzia del massimo impegno.

Garanzia giovani

A 510MILA PROPOSTA ALMENO UNA MISURA DI PROGRAMMA

Prosegue la crescita del numero dei giovani presi in carico e di quello dei giovani ai quali è stata offerta un’opportunità concreta tra quelle previste da Garanzia Giovani. Il report settimanale sull’attuazione del programma evidenzia, infatti, che, al 28 giugno, i presi in carico sono 956.388, 2.541 in più rispetto alla settimana scorsa, con un incremento del 66,4% rispetto al 31 dicembre 2015, data che segna la conclusione della “fase 1” del programma; tra questi, sono 510.151 quelli cui è stata proposta almeno una misura del programma, 954 in più rispetto alla settimana scorsa, con un incremento, rispetto al 31 dicembre 2015, del 100,6%.

Aumenta anche il numero dei giovani che si registrano: sempre al 28 giugno, gli utenti complessivamente registrati sono 1.379.106, 3.267 in più rispetto a una settimana fa, con un incremento del 50,8% rispetto al 31 dicembre 2015. I giovani registrati al netto delle cancellazioni oggi sono 1.185.759, pari all’86% del totale dei registrati, con un incremento del 50,5% rispetto al 31 dicembre 2015.

Rispetto al 31 Dicembre 2015 l’incidenza dei giovani registrati al netto delle cancellazioni sul totale dei registrati passa dall’86,2% all’86% (-0,2%); l’incidenza dei giovani presi in carico sui giovani registrati al netto delle cancellazioni passa dal 73% all’80,7% (+7,7%); l’incidenza dei soggetti cui è stata proposta una misura del programma sui giovani presi in carico passa dal 44,2% al 53,3% (+9,1%).

Quanto a “Crescere in Digitale”, progetto promosso dal Ministero del Lavoro insieme con Google ed Unioncamere, a 94 settimane dal lancio sono 99.393 i giovani iscritti attraverso la piattaforma www.crescereindigitale.it. Le imprese che hanno aderito al progetto sono 6.222, disponibili ad accogliere 8.880 tirocinanti. Da sottolineare che le imprese che decideranno di assumere il giovane al termine del tirocinio potranno beneficiare di incentivi fino a 8.060 euro.

Carlo Pareto

Scattato il conto alla rovescia per il versamento dei contributi Inps

Lavoro

COLF E BADANTI: ENTRO IL 10 LUGLIO IL VERSAMENTO ALL’INPS

E’ scattato il conto alla rovescia per il versamento dei contributi Inps relativi a colf e badanti. Entro il 10 luglio prossimo tutte le famiglie che si avvalgono della collaborazione di personale domestico dovranno saldare la rata relativa al secondo trimestre (aprile – giugno) del 2017. Lo faranno nella consapevolezza che la riforma Fornero ha a suo tempo introdotto un contributo addizionale dell’1,40% in caso di contratto a tempo indeterminato.

Le novità contributive.

Con la circolare 25 dell’8 febbraio 2013 l’Inps ha infatti fornito per la prima volta due tabelle: una da utilizzare per i lavoratori assunti a tempo indeterminato e l’altra per i rapporti a termine. Nel caso l’orario non superi le 24 ore settimanali, per entrambe le tipologie di contratto i contributi orari sono commisurati a tre diverse fasce di retribuzione effettiva. Quando, invece, si sforano le 24 ore il contributo orario diventa fisso.

Il contributo addizionale

Ma la vera novità anche di quest’anno resta tuttavia sempre il versamento del contributo addizionale dell’1,40% all’Inps. Nel caso, comunque, il contratto di lavoro a tempo determinato venga trasformato in tempo indeterminato, il contributo addizionale a carico del datore di lavoro viene restituito per gli ultimi sei mesi di rapporto. Al riguardo l’Istituto ricorda che a partire dal primo gennaio 2013, per effetto dell’articolo 2 della legge 92/2012 – la cosiddetta riforma Fornero – l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria è stata prima sostituita dall’Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi) poi dall’attuale Naspi.

Retribuzione

Sul fronte della retribuzione restano ancora in vigore i minimi per il 2016, diversificati a seconda dell’inquadramento e della tipologia di mansione. Come ogni anno, precisa l’Ente di previdenza, i minimi presi a riferimento l’anno scorso per l’obbligazione contributiva di cui si tratta vengono se del caso aggiornati sulla base delle rilevazioni Istat da una apposita commissione istituita ad hoc.

Il versamento

La corresponsione degli oneri assicurativi dovuti può essere effettuata, a scelta, con uno dei seguenti mezzi: 1) rivolgendosi ai soggetti aderenti al circuito “Reti Amiche”; Il pagamento è disponibile, senza necessità di supporto cartaceo, presso: – le tabaccherie che espongono il logo “Servizi Inps” ; – gli sportelli bancari di Unicredit Spa; – tramite il sito Internet del gruppo Unicredit Spa per i clienti titolari del servizio di Banca online; – a partire dalla fine del 2011, inoltre, il versamento senza bollettino può essere praticato anche presso tutti gli sportelli di Poste Italiane, con le modalità prefigurate per il circuito Reti Amiche. 2) online sul sito Internet www.inps.it nella sezione “Servizi Online/Per tipologia di utente/Cittadino/Pagamento contributi lavoratori domestici”, utilizzando la carta di credito; 3) utilizzando il bollettino Mav – Pagamento mediante avviso – inviato dall’Inps o generato attraverso il sito Internet www.inps.it, nella sezione “Servizi Online/Per tipologia di utente/Cittadino/Pagamento contributi lavoratori domestici”, pagabile senza commissione presso le banche oppure presso gli uffici postali, con addebito della commissione; 4) telefonando al Contact Center numero verde gratuito 803164, impiegando la carta di credito. Soltanto nel caso di rapporti di lavoro a carattere temporaneo, occasionale e di breve durata, è possibile ricorrere alla modalità di versamento tramite i buoni lavoro (voucher). Di seguito si riporta la tabella dei contributi relativi all’anno di riferimento 2017:

Rapporti di lavoro di durata fino a 24 ore settimanali – retribuzione oraria effettiva – contributo orario (tra parentesi la quota a carico del lavoratore) con Cuaf (*) senza Cuaf

Retribuzione oraria Contributo orario con Cuaf Contributo orario senza Cuaf*

fino a 7,88 euro 1,49 (0,35) 1,50 (0,35)

da 7,88 euro fino a 9,59 euro 1,68 (0,39) 1,69 (0,40)

oltre 9,59 euro 2,05 (0,48) 2,06 (0,48)

più di 24 ore settimanali 1,08 (0,25) 1,09 (0,25)

(*) Il contributo Cassa Unica Assegni Familiari (Cuaf) è sempre dovuto, esclusi i casi di rapporto di lavoro tra coniugi e tra parenti o affini entro il terzo grado conviventi. (parenti: figli, fratelli o sorelle e nipoti; affini: genero, nuora e cognati). Fra parentesi è invece indicata la quota parte a carico del lavoratore. Se la colf però lavora più di 24 ore settimanali presso la stessa famiglia l’onere previdenziale complessivamente dovuto è di 1,08 euro (0,25) (o di 1,09 (0,25) senza Cuaf) a prescindere dalla retribuzione oraria effettivamente percepita. Da ricordare, infine, che la prossima scadenza, quella relativa al pagamento del 3° trimestre 2017 (periodo luglio – settembre 2017), sarà per il 10 ottobre prossimo.

Previdenza

ASSEGNO FAMILIARE: A CHI SPETTA E COME RICHIEDERLO

Ammonta a 141,30 euro nel 2017 l’importo dell’assegno al nucleo familiare (Anf) riconosciuto dall’Inps alle famiglie dei lavoratori dipendenti o dei pensionati da lavoro dipendente. Si tratta di un sostegno economico che viene corrisposto a nuclei familiari composti da più persone e con un reddito complessivo inferiore a quello determinato ogni anno dalla legge. Per le domande relative a quest’anno, il valore dell’indicatore della situazione economica equivalente è pari a 8.555,99 euro. Vediamo, brevemente, a chi spetta e come richiederlo.

A chi spetta

L’assegno al nucleo familiare è attribuito ai: lavoratori dipendenti; lavoratori dipendenti agricoli; lavoratori domestici; lavoratori iscritti alla gestione separata; titolari di pensione a carico del Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti, dei fondi speciali ed ex Enpals; titolari di prestazioni previdenziali; lavoratori in altre situazioni di pagamento diretto Inps.

Gli Anf spettano per nucleo familiare che può essere composto da: il richiedente lavoratore o il titolare della pensione; il coniuge che non sia legalmente ed effettivamente separato, anche se non convivente, o che non abbia abbandonato la famiglia. Gli stranieri residenti in Italia, poligami nel loro paese, possono includere nel proprio nucleo familiare solo la prima moglie, se residente in Italia; i figli ed equiparati di età inferiore a 18 anni, conviventi o meno; i figli ed equiparati maggiorenni inabili, purché non coniugati, previa autorizzazione Inps.

Il nucleo familiare può inoltre essere formato da: i figli ed equiparati, studenti o apprendisti, di età superiore ai 18 anni e inferiore ai 21 anni, purché facenti parte di ‘nuclei numerosi’, cioè nuclei familiari con almeno quattro figli tutti di età inferiore ai 26 anni, previa autorizzazione Inps; i fratelli, le sorelle del richiedente e i nipoti (collaterali o in linea retta non a carico dell’ascendente), minori o maggiorenni inabili, solo se sono orfani di entrambi i genitori, non hanno conseguito il diritto alla pensione ai superstiti e non sono coniugati, previa autorizzazione Inps; i nipoti in linea retta di età inferiore a 18 anni e viventi a carico dell’ascendente, previa autorizzazione Inps.

Come richiederlo

Se il richiedente espleta attività lavorativa dipendente, la richiesta va presentata al proprio datore di lavoro utilizzando il modello Anf/Dip (Sr16). In tale potesi, il datore di lavoro deve corrispondere l’assegno per il periodo di lavoro prestato alle proprie dipendenze, anche se la domanda è stata inoltrata dopo la risoluzione del rapporto, nel termine di prescrizione di cinque anni.

Nei casi di inclusione di componenti nel nucleo familiare (es. genitori separati, componenti maggiorenni inabili, etc.) o ai fini dell’aumento dei limiti reddituali (es. componente minorenne inabile) è necessario allegare al Mod. Anf/Dip l’Autorizzazione Anf precedentemente ricevuta dall’Inps.

Se il richiedente è addetto ai servizi domestici, operaio agricolo dipendente a tempo determinato, lavoratore iscritto alla gestione separata o ha diritto agli assegni come beneficiario di altre prestazioni previdenziali, l’istanza va trasmessa in modalità telematica all’Inps attraverso il servizio dedicato. In alternativa, si può fare la domanda tramite: Contact center al numero 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure 06 164 164 da rete mobile; enti di patronato e intermediari dell’Istituto, ricorrendo ai servizi automatizzati offerti dagli stessi.

La richiesta va prodotta per ogni anno a cui si ha diritto. Qualsiasi variazione intervenuta nella situazione reddituale e/o nella composizione del nucleo familiare, durante il periodo di godimento dell’Anf, deve essere comunicata entro 30 giorni.

Decorrenza e durata

Il diritto decorre dal primo giorno del periodo di paga o di pagamento della prestazione previdenziale, nel corso del quale si verificano le condizioni prescritte per il riconoscimento del titolo (ad esempio celebrazione del matrimonio, nascita di figli). La cessazione avviene alla fine del periodo in corso o alla data in cui le condizioni stesse vengono a mancare; ad esempio, nell’ipotesi di separazione legale dal coniuge decade per l’ex congiunto, mentre, resta valido per i figli affidati; o nel caso di raggiungimento della maggiore età del figlio non inabile a proficuo lavoro.

Carlo Pareto