Tredicesime, in arrivo 36 miliardi di euro

Previdenza

RIVALUTAZIONI PENSIONI INPS 2018

Rivalutazione delle pensioni dell’1,1% nel 2018; è stato recentemente pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero dell’Economia che rende ufficiale il tasso di rivalutazione e conferma come i trattamenti previdenziali siano tornati a salire dopo un biennio di sosta in cui erano rimasti fermi per effetto dell’inflazione stagnante. Per ogni tipologia di assegno bisogna poi fare i calcoli a seconda delle rispettive, specifiche regole.

Pensioni ordinarie – Per quanto attiene le pensioni ordinarie, la perequazione è completa soltanto per le prestazioni di quiescenza fino a tre volte il minimo. Per le altre fasce di importo è necessario fare il calcolo in base agli indici previsti dalla legge 147/2013:

Pensioni fino a tre volte il minimo: rivalutazione al 100% e aumento dell’1,1%;

Pensioni fra tre e quattro volte il minimo: si aggiornano al 95%, quindi nel 2018 cresceranno dell’1,045%;

Pensioni fra quattro e cinque volte il minimo: adeguamento al 75%, quindi incremento dello 0,825%;

Pensioni fra cinque e sei volte il minimo: indicizzazione al 50%, quindi aumento dello 0,55%;

Pensioni sopra sei volte il minimo: indicizzazione al 45%, quindi adeguamento dello 0,495%.

Trattamenti minimi 2018

Le pensioni minime salgono a 507,41 euro al mese (da 501,89);

l’assegno sociale si posiziona a 453 euro al mese (da 448,07);

la pensione sociale arriva a 373 euro al mese.

Conguagli – Gli incrementi attribuiti saranno poi successivamente conguagliati nel 2019, in base all’inflazione reale, che determinerà la conseguente variazione del calcolo della perequazione delle pensioni.

Al riguardo, si ricorda che nel corso del 2018 bisognerà ad esempio rimborsare uno 0,1% di indicizzazione in più riconosciuta nel 2014, per effetto della differenza rilevata fra l’indice di rivalutazione provvisorio e quello definitivo. In genere, questo scarto differenziale si recupera l’anno seguente, ma essendo l’inflazione rimasta in pratica vicino allo zero, il recupero è stato via via differito per evitare di far flettere le pensioni. Le modalità con cui verrà effettuato il recupero dovranno comunque essere stabilite dall’Inps.

Inps

IL RISCATTO DEI LAVORI SOCIALMENTE UTILE (LSU)

Gli Lsu, ossia i lavori socialmente utili possono essere riscattati al fine di aumentare l’assegno di pensione. I costi variano a seconda del periodo in cui è stata svolta l’attività di Lsu e riguardano tutti quelli effettuati dal 1° agosto 1995. Oggi per tali attività è prevista una contribuzione figurativa utile grazie all’articolo 8 del decreto legislativo 468/1997.

Secondo la legge per le attività Lsu (lavori socialmente utili o di pubblica utilità) per cui è stato corrisposto l’assegno fino al 31 luglio del 1995 il lavoratore non dovrà farsi carico di nessun onere per poter avvalersi dell’attività ai fini pensionistici Al contrario, per far sì che l’accredito effettuato a partire dal 1° agosto 1995 sia utile per aumentare l’assegno pensionistico, è indispensabile riscattare tali periodi. In questo caso l’attività rientrerà nel sistema di calcolo contributivo o retributivo in base alla durata dei periodi assicurativi, ma anche alla loro collocazione temporale.

Il calcolo retributivo di solito si applica:

fino al 31 dicembre 2011, se si possono vantare 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995;

fino al 31 dicembre 1995, se si possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995.

Il calcolo contributivo solitamente si applica:

prendendo come riferimento la retribuzione pensionabile negli ultimi 12 mesi;

moltiplicando la retribuzione per gli anni da ricongiungere e  l’aliquota contributiva (32,95% per l’ex Inpdap, 33% per l’Inps Fondo pensioni lavoratori dipendenti).

Il conteggio retributivo viceversa dipende da variabili differenti come l’età, il sesso e l’anzianità assicurativa.

Sempre riguardo i lavori socialmente utili, il decreto legislativo n. 150/2015 attuativo del Jobs Act, all’articolo n. 26, prevede che i lavoratori che percepiscono dei sostegni al reddito e quelli sottoposti a delle procedure di mobilità, potranno svolgere delle attività di pubblica utilità (Lpu) nel territorio del Comune in cui risiedono in base a delle specifiche convenzioni stipulate stabilite sulla base della convenzione quadro predisposta dall’Anpal. Per queste attività è prefigurata, allo stesso modo, una contribuzione figurativa che sarà utile ai fini della misura della pensione. Resta la possibilità per il lavoratore, anche in questa ipotesi, di chiederne riscatto all’Inps.

Cgia

36 MILIARDI DI TREDICESIME

Sono in arrivo 36 mld di euro per la 13/a mensilità e secondo la stima fatta dalla Cgia di Mestre anche l’erario farà festa perché incasserà 10,4 mld di Irpef.

Da il primo dicembre e le prossime 2 settimane oltre 33 milioni di italiani riceveranno la tredicesima mensilità. Al netto delle ritenute Irpef, l’importo complessivo che pensionati e lavoratori dipendenti incasseranno sfiorerà i 36 mld di euro. A livello territoriale la Regione che presenta il più alto numero di beneficiari è la Lombardia: le persone interessate dalla gratifica natalizia saranno poco più di 6 milioni. Seguono 3.197.000 residenti nel Lazio e 2.869.000 abitanti nel Veneto.

Insieme per legalità e trasparenza

ACCORDO POSTE ITALAINE – GUARDIA DI FINANZA

Contrasto all’evasione, all’elusione e alle frodi fiscali, contrasto agli illeciti in materia di spesa pubblica; contrasto alla criminalità economica e finanziaria, al riciclaggio, alla falsificazione e alle frodi concernenti i sistemi di pagamento attraverso la condivisione del patrimonio informatico di Poste Italiane. Questi sono i principi cardine del Protocollo di intesa che Matteo Del Fante, Amministratore Delegato di Poste Italiane, e Giorgio Toschi, Comandante Generale della Guardia di Finanza, hanno recentemente sottoscritto.

“La grande sinergia, che dura da oltre un secolo, con la Guardia di Finanza – ha dichiarato l’Amministratore Delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante – rappresenta un motivo di orgoglio, siamo sempre più determinati nella lotta alla illegalità e continuiamo a lavorare per garantire la qualità e la trasparenza del lavoro del nostro Gruppo e dare ancora una volta un contributo concreto allo sviluppo del Paese. Sono giornate molto importanti per la nostra Azienda, solo pochi giorni fa abbiamo siglato con tutte le Organizzazioni sindacali il rinnovo del contratto collettivo di lavoro, un traguardo importante per la difesa dei diritti dei lavoratori, apprezzato dalle sigle sindacali. Questo accordo ci permette anche di proseguire nel consolidamento della leadership nella logistica grazie alla crescita dell’e-commerce.”

“Questa giornata è molto importante per il Gruppo Poste Italiane – ha affermato Giuseppe Lasco, Direttore della divisione Corporate Affairs di Poste – perché queste iniziative, il Protocollo con la Guardia di Finanza ed il lancio del portale ”Contratti Aperti e Trasparenti”, contribuiscono ad accrescere in tutta la filiera economica del nostro Gruppo, la cultura della legalità”.

Il Generale Giorgio Toschi ha espresso la sua soddisfazione: “L’intesa odierna certamente favorirà una più efficiente acquisizione di informazioni da parte della Guardia di Finanza da Poste Italiane SpA, per prevenire e reprimere al meglio le frodi e gli illeciti che minano il tessuto economico del Paese”.

Grazie a questo accordo Poste Italiane metterà a disposizione della Guardia di Finanza il proprio patrimonio informatico anche per l’accertamento e la tutela dell’identità digitale del cittadino costituendo una task force per lo studio dei nuovi scenari criminali. Altra iniziativa è l’accesso via web all’ “Identity Check” per la segnalazione di informazioni rilevanti per prevenire e reprimere le frodi e ogni altro illecito di natura economico-finanziaria.

Poste Italiane per l’occasione mette in campo il nuovo portale “Contratti Aperti e Trasparenti”, nell’ottica di una chiarezza sempre maggiore verso i cittadini, per rendere pubbliche e accessibili tutte le informazioni sulla gestione degli appalti e subappalti affidati dall’azienda.

Navigando in “Contratti Aperti e Trasparenti” sarà possibile conoscere il numero e il dettaglio dei contratti sottoscritti da Poste Italiane con i suoi fornitori: costo, durata, ambito merceologico, procedura di affidamento, nome, posizione geografica dell’aggiudicatario e dei subappaltatori.

Poste Italiane si appresta a chiudere il 2017 anche con un altro importante risultato: 50 milioni di pacchi consegnati nelle case degli italiani che hanno acquistato on line.

Con i suoi 34 milioni di clienti, 12.822 uffici postali, 6,4 milioni di conti correnti, 26 milioni tra carte prepagate e carte di debito e 505 miliardi di euro di risparmio gestito, Poste Italiane, la prima azienda in Italia a pubblicare tutti i dati dei suoi contratti, conferma la sua grande attenzione e sensibilità per la cultura della legalità e della trasparenza, principi fondamentali per lo sviluppo del Paese.

Carlo Pareto

Pensione di reversibilità e invalidità, ecco le riduzioni introdotte dall’Inps

Pensione di reversibilità e invalidità

LE RIDUZIONI OPERATE DALL’INPS

La legge n. 133/2008, allo scopo di contrastare il lavoro nero ed irregolare, ha abolito la trattenuta per i pensionati che lavorano. Ma tale agevolazione non trova applicazione nei confronti dei titolari dei trattamenti di reversibilità e degli assegni di invalidità, per i quali rimangono operative le restrizioni introdotte dalla riforma Dini (legge. 335/1995).

L’art. 1 comma 41 della legge 8 agosto 1995, n. 335 – tabella F – ha stabilito, per le citate prestazioni pensionistiche aventi decorrenza dal 1° settembre 1995 in poi, l’incumulabilità di una quota percentuale dell’assegno ai superstiti in presenza di redditi superiori a determinate soglie numerarie da parte del beneficiario.

A seguito dell’introduzione di tali limiti reddituali le pensioni di reversibilità subiscono le seguenti riduzioni:

a) 25% dell’importo spettante, in presenza di una situazione reddituale superiore a tre volte il trattamento minimo annuo Inps, calcolato in misura pari a 13 mensilità, in vigore al 1° gennaio;

b) 40% della rata dovuta, in presenza di reddito superiore a quattro volte il trattamento minimo annuo Inps, come sopra indicato;

c) 50% dell’assegno, in presenza di proventi superiori a cinque volte il trattamento minimo annuo Inps, come specificato al precedente primo punto.

Come precisato, le disposizioni in materia di cumulo si applicano soltanto alle prestazioni pensionistiche aventi decorrenza dal 1° settembre 1995 in poi. Quelle con decorrenza anteriore conservano il trattamento più favorevole con riassorbimento, però, sui futuri miglioramenti.

In presenza di più intestatari della pensione di reversibilità, da parte di due o più soggetti, l’assegno non subisce alcuna contrazione, anche se sussistono redditi elevati da parte dei titolari interessati. Nell’ipotesi in cui il beneficiario della pensione rimanga uno solo, per la perdita del diritto da parte degli altri (ad esempio per il completamento degli studi del figlio), nei confronti dell’unico intestatario del trattamento, si applicano le riduzioni prefigurate, in presenza di situazioni reddituali che splafonano i tetti di legge.

Le soglie reddituali trovano applicazione nei confronti del coniuge superstite anche quando contitolari della pensione siano uno o più minori, studenti o inabili ma figli del solo deceduto e non anche del coniuge superstite. E’ da tenere presente che l’importo derivante dal cumulo di pensione reddito non può essere inferiore a quello che sarebbe spettato al pensionato se il reddito fosse pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente a quella di collocazione del proventi posseduti.

Per gli assegni di invalidità, l’art. 1 comma 42, della legge 8 agosto 1995, n. 335 – tabella G – ha stabilito l’incumulabilità di una quota percentuale di tali prestazioni in presenza di redditi da lavoro dipendente, autonomo o d’impresa dei beneficiari.

L’incumulabilità opera per i trattamenti di invalidità con decorrenza dal 1° settembre 1995 in avanti. Per gli assegni aventi decorrenza anteriori a tale data sono fatte salve le condizioni più favorevoli in godimento con riassorbimento però, sui futuri miglioramenti.

A seguito della introduzione dei limiti alla loro cumulabilità con i proventi conseguiti dal beneficiario, i trattamenti ordinari di invalidità subiscono le seguenti riduzioni:

1) 25% dell’importo, in presenza di redditi da lavoro dipendente, autonomo o d’impresa superiore a quattro volte il trattamento minimo annuo Inps calcolato in misura mari a 13 volte l’importo in vigore dal 1° gennaio;

2) 50% della rata dovuta, in presenza dei redditi da lavoro dipendente, autonomo d’impresa superiore a cinque volte il trattamento minimo annuo Inps, come sopra detto.

Il trattamento derivante dal cumulo dei redditi con l’assegno annuo di invalidità ridotto non può comunque essere inferiore a quello che spetterebbe allo stesso soggetto qualora il reddito risultasse pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente a quella nella quale si colloca il reddito posseduto.

Mutui Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali

PROROGA DEL TERMINE PER FRUIRE DEI NUOVI TASSI D’INTERESSE

Con riferimento ai mutui ipotecari a tasso fisso erogati agli iscritti alla Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali già in ammortamento alla data del 1° luglio 2017, l’Inps ha reso noto che l’originario termine ultimo del 23 novembre 2017 per la presentazione delle domande da trasmettere on line per la richiesta dei nuovi tassi fissi – come stabiliti con determinazione del Presidente dell’Istituto n. 89/2017 – è stato prorogato al 29 dicembre 2017 (G.U.R.I., Serie Generale, n. 267 del 15 novembre 2017).

Per la modalità di presentazione della domanda e della successiva accettazione, qualora sussistano i requisiti per l’inoltro, l’istituto fa rinvio alle informazioni reperibili nel sito www.inps.it seguendo il percorso Prestazioni e Servizi>Tutti i servizi>Domande mutui ipotecari edilizi>Autenticazione (con PIN dispositivo), nonché nella pagina iniziale del portale dei pagamenti dell’Inps e nella nota di accompagnamento a corredo del Mav relativo alla rata semestrale di pagamento dei mutui ipotecari con scadenza dicembre 2017.

Istat

MENO GIOVANI SENZA LAVORO

Il lavoro riprende la marcia. A ottobre si conferma l’aumento su base annua degli occupati (+1,1%, +246mila) che riguarda sia uomini sia donne. La crescita si concentra tra i lavoratori dipendenti (+387mila, di cui +347mila a termine e +39mila permanenti), mentre calano gli indipendenti (-140mila). In valori assoluti ad aumentare sono soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+340mila) ma registrano una crescita più lieve anche i 15-34enni (+29mila), mentre calano i 35-49enni (-123mila). Nello stesso periodo diminuiscono sia i disoccupati (-4,6%, -140mila) sia gli inattivi (-1,4%, -183mila). E’ quanto emerge dai dati provvisori diffusi oggi dall’Istat.

A ottobre la stima degli occupati è sostanzialmente stabile rispetto a settembre. Il tasso di occupazione dei 15-64enni rimane invariato al 58,1%. La stabilità dell’occupazione nell’ultimo mese è frutto di un calo tra i 25-49enni e di un aumento tra gli ultracinquantenni. L’occupazione è stabile per entrambe le componenti di genere.

Risultano in aumento i dipendenti a tempo determinato, stabili i permanenti, in calo gli indipendenti. Nel periodo agosto-ottobre si registra una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,3%, +73mila) che interessa uomini e donne e si concentra soprattutto tra gli over 50, in misura più lieve anche tra i 15-34enni, mentre i 35-49enni sono ancora in calo. L’aumento è determinato esclusivamente dai dipendenti a termine, mentre calano i permanenti e gli indipendenti.

Disoccupazione – Dai dati provvisori diffusi dall’Istat emerge inoltre che la stima delle persone in cerca di occupazione a ottobre diminuisce ancora lievemente (-0,1%, -4 mila) per il terzo mese consecutivo. La diminuzione della disoccupazione è determinata dalla componente femminile e, per quanto riguarda l’età, dai 15-24enni e dagli over 50, mentre si osserva un aumento tra gli uomini e i 25-49enni. Il tasso di disoccupazione si attesta all’11,1%, invariato rispetto a settembre, mentre quello giovanile cala al 34,7% (-0,7 punti percentuali). E’ quanto emerge dall’analisi.

La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni rimane sostanzialmente invariata. La stabilità è frutto di un calo tra gli uomini e nelle classi di età centrali comprese tra 25 e 49 anni, a fronte di un aumento tra le donne, i giovani di 15-24 anni e gli over 50. Il tasso di inattività rimane invariato al 34,5%. Nel trimestre agosto-ottobre, rispetto ai tre mesi precedenti, alla crescita degli occupati si accompagna il calo dei disoccupati (-1,1%, -33mila) e degli inattivi (-0,4%, -56mila).

Convegno Inps

PERMESSO PER DONNE VITTIME DI VIOLENZA DI GENERE

Si è recentemente svolto un interessante convegno, dal titolo “Il congedo lavorativo per le donne vittime di violenza: un diritto ancora poco conosciuto? ”. L’incontro, che si è svolto nei locali della Sede INPS di via XX Settembre a Torino, è stato patrocinato dalla Regione Piemonte e dalla Direzione Regionale INPS Piemonte.

Relatori il Direttore Regionale Giuseppe Baldino, l’Assessora regionale alle Pari Opportunità Monica Cerruti, il Direttore della Sede Provinciale di Torino Dott. Antonio Di Marco Pizzongolo, la Presidente del Centro Congressi dell’Unione Industriali di Torino Cristina Tumiatti, Elena Ferro in rappresentanza delle Segreterie Regionali Piemontesi Cgil-Cisl-Uil. L’incontro è stato coordinato dal Responsabile Comunicazione Giovanni Firera.

L’Assessora ha illustrato la Legge Regionale 4/2016, “Interventi di prevenzione e contrasto della violenza di genere e per il sostegno alle donne vittime di violenza ed ai loro figli”, legge che pone il Piemonte all’avanguardia sull’attenzione posta al delicato problema della violenza di genere. Ma la strada da percorrere è lunga e richiede la collaborazione di tutti.

Il tavolo dei relatori è unanime nel sostenere che è necessario creare sinergia tra tutte le parti presenti, Istituzioni, Associazioni Datoriali, Sindacati affinché si possa intervenire in modo congiunto e coordinato. Ogni intervento deve essere sostenuto dalla evidente e necessaria delicatezza indispensabile per garantire alle vittime di violenza un ambiente rispettoso che tenga conto della particolare vicenda vissuta.

Il Direttore Regionale Giuseppe Baldino ricorda che il problema della violenza di genere tocca anche i dipendenti INPS e negli ultimi casi alcuni efferati episodi ci hanno riguardato da vicino. Ma il problema esiste e va affrontato in modo complessivo e coordinato.

Il dibattito, vivace e intenso, mette in evidenza che è necessario mettere in campo azioni educative preventive che possano sostenere la cultura del rispetto tra generi. E’ anche necessario sostenere idonee campagne di formazione/informazione che rendano conoscibili e, quindi, utilizzabili tutti gli strumenti che possono essere di aiuto per le vittime di violenza.

Emerge, inoltre, che le richieste di congedo lavorativo sono davvero poche. Forse è opportuno ripensare percorsi di conoscibilità della norma e prevedere dei meccanismi di accesso alle procedure diversi, che tengano conto della particolare delicatezza del momento vissuto. Conoscere gli strumenti che aiutino le donne vittime di violenza ad uscire dal tunnel in cui sono intrappolate è fondamentale. Informare le donne sull’esistenza del Diritto al congedo lavorativo per le vittime di violenza e sapere come esercitare tale diritto è doveroso per noi.

Carlo Pareto

Reddito d’inclusione. Istruzioni per l’uso:
cos’è e come funziona

Inps

AVVISI DI ACCERTAMENTO PER I RAPPORTI DI LAVORO DOMESTICO

In questi giorni l’Inps sta inviando gli avvisi di accertamento per mancato pagamento dei contributi ai datori di lavoro domestico inadempienti per almeno un trimestre tra il 4° trimestre 2012 e il 2013.

Nell’avviso si invitano i contribuenti a regolarizzare la posizione.

I datori di lavoro che ritengono non dovuti i contributi indicati possono contestare l’avviso seguendo le istruzioni contenute in calce al provvedimento.

E’ possibile effettuare ogni contestazione telefonicamente, tramite Contact center dell’Inps, oppure utilizzando il servizio “lavoratori domestici” sul sito internet.

Per la contestazione il datore di lavoro può utilizzare il modulo prestampato di autocertificazione allegato al provvedimento, che guida il contribuente nella indicazione di tutti gli elementi utili. Il modulo consente di autocertificare la pregressa comunicazione della cessazione del rapporto di lavoro così come l’avvenuto pagamento dei bollettini.

Se il datore di lavoro ha già comunicato la cessazione del rapporto di lavoro, può inviare copia della ricevuta di comunicazione, oltre che tramite i canali sopra indicati, anche via fax al numero verde gratuito 800803164.

Tale comunicazione consentirà alla sede Inps di chiudere il rapporto di lavoro ed eventualmente di annullare l’avviso inviato per i periodi per i quali i contributi non siano dovuti. In questi casi, ovviamente, sarà ritenuta valida l’originaria data di comunicazione della cessazione del rapporto di lavoro e pertanto nessuna sanzione amministrativa sarà dovuta dal datore di lavoro.

Possono essere utilizzati fino al 31 dicembre

BUONI DI LAVORO ACCESSORIO

Il prossimo 31 dicembre scadrà il periodo transitorio per l’utilizzo dei buoni di lavoro accessorio.

I buoni lavoro richiesti entro il 17 marzo possono essere utilizzati esclusivamente per prestazioni il cui svolgimento avrà luogo entro il prossimo 31 dicembre; pertanto i committenti non potranno inserire nella procedura informatica prestazioni con data di inizio o fine successiva a questa data. Le prestazioni inserite erroneamente nella procedura informatica relative a periodi decorrenti dal 1° gennaio 2018 verranno cancellate d’ufficio e il committente non riceverà nessuna comunicazione in merito. Nel caso di prestazioni che abbiano data inizio nel 2017 e data fine nel 2018, verranno cancellate d’ufficio soltanto le prestazioni relative al 2018.

Per l’utilizzo di buoni tramite la procedura telematica, le prestazioni fino al 31 dicembre 2017 dovranno essere consuntivate dal committente improrogabilmente entro il 15 gennaio 2018; dal 16 gennaio sarà infatti inibito l’accesso alla procedura internet dedicata.

I rimborsi delle somme versate entro il 17 marzo e non utilizzate dal committente entro il 31 dicembre, potranno essere richiesti mediante modello Sc52 entro il 31 marzo 2018.

Le istruzioni dell’Inps

REDDITO DI INCLUSIONE

Con la circolare n. 172 del 22.11.2017, l’Istituto ha fornito le prime istruzioni amministrative relative al Reddito di Inclusione.

La nuova misura di contrasto alla povertà, introdotta dal decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017, potrà essere richiesta dal 1° dicembre 2017 e verrà erogata a partire dal 1° gennaio 2018.

Il Reddito di Inclusione ha la finalità di fornire, ai nuclei familiari in situazione di difficoltà socio – economica, un beneficio economico ( erogato per il tramite di una carta prepagata emessa da Poste Italiane S.p.A.) e una presa in carico di tipo socio assistenziale, da parte dei servizi sociali comunali.

La domanda dovrà essere presentata esclusivamente in formato cartaceo presso i comuni, eventualmente associati in ambiti, i quali provvederanno a trasmetterla all’Istituto attraverso i canali web (sito internet www.inps.it e upload) e di cooperazione applicativa.

Il nucleo richiedente dovrà soddisfare specifici requisiti di residenza e anagrafici, economici, di composizione del nucleo familiare e di compatibilità, specificamente dettagliati nella circolare e nel modello di domanda.

Il beneficio economico, riconosciuto dall’Istituto, sarà erogato per un massimo di 18 mesi, dai quali saranno sottratte le eventuali mensilità di Sia percepite. Coloro che alla data del 1° dicembre 2017 stanno ancora percependo il Sia potranno presentare immediatamente domanda di Rei o decidere di presentarla al termine della percezione del Sia, senza che dalla scelta derivi alcun pregiudizio di carattere economico.

L’ammontare dell’importo è correlato al numero dei componenti il nucleo familiare, e tiene conto di eventuali trattamenti assistenziale e redditi in capo al nucleo stesso. In ogni caso, l’importo complessivo annuo non può superare quello dell’assegno sociale.

Si ricorda che, al fine della valida presentazione della domanda, occorre essere in possesso di una attestazione Isee in corso di validità. In pratica, il nucleo beneficiario deve essere in possesso di una attestazione Isee valida per tutta la durata del beneficio.

Dopo il provvedimento di accoglimento della domanda da parte dell’Istituto, il comune territorialmente competente provvede a contattare il nucleo familiare, ai fini della predisposizione e sottoscrizione del progetto personalizzato, il cui rispetto è condizione per la percezione del beneficio economico.

Si è svolto a Napoli il 6 dicembre scorso un importante seminario presso l’Assessorato al lavoro ed alle Risorse Umane della Regione Campania sulla nuova misura di contrasto alla povertà e all’inclusione sociale (REI)

REDDITO DI INCLUSIONE: COSA E’ E COME FUNZIONA

Al centro direzionale Isola A6, presso l’Assessorato al lavoro ed alle Risorse Umane della Giunta regionale per la Campania si è svolto mercoledì scorso 6 dicembre, un interessante seminario sulla nuova misura di inclusione sociale che sostituisce il Sia dal titolo “Reddito d’inclusione: cosa è e come funziona”.

Il reddito di inclusione (c.s. Rei) è una forma di sostegno al reddito destinata ai cittadini meno ricchi: è stato approvato ad agosto dal Consiglio dei ministri ed entrerà operativamente in vigore dal primo gennaio 2018.

Le domande per l’accesso al Reddito d’inclusione (Rei), presentabili da venerdì scorso nei punti d’accesso individuati dai Comuni, andranno successivamente inviate da questi ultimi all’Inps entro 15 giorni lavorativi dalla data di ricevimento delle stesse, termine entro cui gli enti territoriali dovranno verificare la sussistenza dei requisiti di residenza e di soggiorno del richiedente. L’Istituto di previdenza avrà, a quel punto, cinque giorni per verificare il possesso dei requisiti familiari ed economici previsti dal Decreto legislativo che ha introdotto la misura.

Cos’è il REI

Il sito del ministero del Lavoro lo definisce «programma di inserimento sociale e lavorativo che punta alla riconquista dell’autonomia delle famiglie più vulnerabili». Oltre a offrire soldi, prevede anche progetti personalizzati per corsi di formazione e aiuto nella ricerca di un lavoro. È stato stimato che il Rei riguarderà circa 500mila famiglie, per un totale di circa 1,8 milioni di persone. Allo stato costerà circa 2 miliardi di euro. Entrerò a pieno regime nel luglio 2018 (ma, di nuovo, la prima fase inizierà a gennaio) e andrà a sostituire quello che ora sono il Sia – Sostegno all’Inclusione attiva – e l’assegno di disoccupazione.

Nel caso di una sola persona, il Rei non supererà i 187 euro al mese; nel caso di famiglie il massimo mensile sarà di 485 euro. I soldi saranno erogati attraverso una carta prepagata: per metà dell’importo la carta potrà essere usata anche per prelevare contanti. Esempio: su un Rei di 200 euro si potranno prelevare un massimo di 100 euro, mentre gli altri andranno usati in altro modo. Il REI sarà erogabile per un massimo di 18 mesi. Finiti quei 18 mesi ce ne dovranno essere almeno 6 di pausa prima di poterlo richiedere di nuovo.

L’evento è stato aperto dalla padrona di casa, Sonia palmieri, assessore al lavoro ed alle Risorse Umane. A seguire sono intervenuti il Direttore Generale per l’istruzione, la Formazione, il Lavoro e le Politiche Giovanili, Maria Antonietta D’Urso, il Direttore Generale per le Politiche Sociali e Socio sanitarie Fortunata Caragliano, il Presidente ANCI Campania Domenico Tuccillo. il Direttore del Coordinamento metropolitano Inps di Napoli Roberto Bafundi che, in particolare ha ribadito, come del resto aveva già annunciato all’atto del suo insediamento nella città partenopea, il suo personale impegno nel rivitalizzare il ruolo sociale dell’istituto inteso soprattutto come soggetto protagonista attivo delle politiche del welfare. Una funzione – ha sottolineato opportunamente – da svolgere in assoluta sintonia con le istituzioni locali attraverso sinergiche collaborazioni in grado di individuare l’Ente anche come presidio di legalità. Inoltre sono stati presenti in sala funzionari Inps a cui si poteva rivolgersi per ogni eventuale quesito.

Ocse all’Italia

NO A MODIFICA ETA’ PENSIONE

L’Ocse promuove i conti italiani ma mette in guardia contro un allentamento del percorso delle riforme e interventi sulle pensioni che possano gravare sul bilancio. Nel nuovo Economic Outlook l’organizzazione rivede al rialzo le stime sul pil 2017 a +1,6% e 2018 a +1,5% (contro l’1,4% e l’1,2% stimati a settembre) ma prefigura anche un rallentamento a +1,3% nel 2019. “Dati lusinghieri” e “migliori di quelli del governo per il 2017”, a +1,5%, ha recentemente commentato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan dal palco dell’Ania.

Migliora il quadro dei conti: il debito pubblico dovrebbe scendere al 129,8% del pil nel 2018 rispetto al 131,6% di quest’anno, e proseguire il suo calo fino al 127,7% nel 2019; trend in discesa anche per il deficit al 2,1% nel 2017, per poi passare all’1,6% nel 2018 e all’1,1% nel 2019. L’inflazione è attesa all’1,4% quest’anno, all’1,2% nel 2018 e all’1,4% nel 2019, mentre il tasso di disoccupazione dovrebbe ridursi dall’11,2% del 2017 al 10,5% il prossimo anno e al 10,1% nel 2019.

In Italia “la ripresa si sta allargando agli investimenti e alle esportazioni” grazie a consumi privati che “continueranno a essere il principale motore” della crescita, scrive l’Ocse, che però ammonisce il governo in carica, e anche il governo che verrà, a non arretrare su riforme e sistema pensionistico. “Rallentare l’andamento delle riforme strutturali e allentare i conti pubblici dopo le elezioni programmate all’inizio del 2018 potrebbe ridurre la fiducia” nel Paese, “facendo finire fuori strada la ripresa” in atto, scrive nel rapporto.

In Italia, evidenzia poi l’Ocse, “l’attuazione delle riforme strutturali deve essere accompagnata da un avanzo di bilancio primario in graduale aumento”. C’è inoltre la necessità di “ulteriori progressi nella riduzione dell’evasione fiscale e la razionalizzazione delle spese fiscali e delle spese correnti”. Sollecitazione degli economisti Ocse anche a non modificare il sistema pensionistico, cruciale per la tenuta dei conti, mantenendo “il legame tra l’età di pensionamento e l’attesa di vita così da rafforzare l’equità tra le generazioni e salvaguardare la sostenibilità del sistema nel lungo termine”.

Sul fronte della Legge di Bilancio, plauso alla sterilizzazione delle clausole Iva per il 2018, ma anche all’estensione dei bonus fiscali alle imprese, al bonus permanente per l’assunzione dei giovani e all’obbligo di fatturazione elettronica tra privati che rappresenta “un importante passo avanti per ridurre l’evasione fiscale”. In questa prospettiva, “ridurre la soglia di pagamento in contanti completerebbe questi sforzi”, si legge ancora nel documento.

“I dati Ocse sono lusinghieri – ha affermato Padoan – ma un punto importante è che l’Italia, come altri Paesi, ha un enorme bisogno di investimenti che devono essere di lungo termine basati su un meccanismo che ha un impatto positivo sulle infrastrutture”.

Nel Paese, “ci sono segnali di ripresa non effimera, le stime Ocse sono migliori di quelle del governo per il 2017″, ha sottolineato ancora il ministro dell’Economia, concedendosi una battuta sull’organismo dove ha ricoperto l’incarico di vice segretario generale prima di assumere la guida del Mef. “Siccome l’Ocse sa fare bene il suo mestiere, mi fido delle sue stime” ha detto. “L’Italia – ha osservato ulteriormente il titolare di via XX settembre – sta uscendo dalla crisi e si sta lasciando alle spalle un periodo non facile caratterizzato però dal fatto che la direzione del Paese si è rafforzata anche grazie, lasciatemelo dire, all’azione del governo di questi ultimi anni”.

Secondo Padoan inoltre non deve far temere lo stop al Quantitative Easing della Bce. “L’uscita dal Qe è già avviata negli Usa” e “viene valutata in Europa ed è giusto che sia così o le economie europee rischiano di addormentarsi, rischiano di essere come drogate da un regime di tassi bassi e noi invece dobbiamo uscire da questa situazione per tornare a una situazione di normalità che non deve spaventare ma deve essere una situazione con aspetti positivi”, ha spiegato Padoan.

“Tassi più alti danno margini di profitto maggiori. Inoltre in un mondo di tassi più alti deve esserci anche un po più di inflazione e se c’è più inflazione la dinamica del pil nominale migliora ed ha un impatto positivo sul debito che scende più facilmente”. Quindi, ha concluso il ministro, “in un mondo di tassi più alti ci sono aspetti positivi”.

Carlo Pareto

Povertà, al via dal 1° dicembre il Rei, fino a 485 euro mese

Fino a 485 euro mese
POVERTA’, INPS: AL VIA DAL 1° DICEMBRE IL REI
Il Rei è una misura di contrasto alla povertà ed all’esclusione sociale. Ha carattere universale ed è condizionata alla valutazione della situazione economica (la cosiddetta prova dei mezzi) ed all’adesione ad un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa, finalizzato all’affrancamento dalla condizione di povertà.
Il Rei viene concesso ai nuclei familiari in condizioni di povertà ed è composto da:
a)   un beneficio economico;
b)   una componente di servizi alla persona, identificata nel progetto personalizzato, a seguito di una valutazione multidimensionale del  bisogno del nucleo familiare o, nelle ipotesi in cui la situazione di povertà è esclusivamente connessa alla situazione lavorativa, dal patto di servizio, di cui all’articolo 20 del D.lgs n. 150/2015, ovvero dal programma di ricerca intensiva di occupazione, di cui all’art. 23 del medesimo decreto legislativo.
Il Rei, ai sensi dell’art. 117, secondo comma lett. m) della Costituzione, nel limite delle risorse disponibili nel Fondo Povertà, costituisce livello essenziale delle prestazioni. Lo stesso è erogato dall’Inps mediante l’utilizzo di una carta di pagamento elettronica, denominata “carta Rei”, previa presentazione di apposita domanda e della dichiarazione Dsu dalla quale sia rilevabile la situazione economica di bisogno.
Il Piano nazionale per la lotta alla povertà ed all’inclusione sociale disciplina l’estensione della platea del beneficiari ed il graduale incremento dell’entità del beneficio economico, nei limiti delle ulteriori risorse eventualmente stanziate sullo stesso Fondo povertà.
La situazione economica di bisogno, ai fini del riconoscimento del Rei, viene dichiarata mediante Dsu, presentata non oltre la data della domanda di Rei.
Il Rei è compatibile, entro determinati limiti, con lo svolgimento di attività lavorativa.
Per agevolare l’attuazione del Rei, nonché per promuovere forme partecipate di programmazione e monitoraggio, l’articolo 16 del decreto legislativo istituisce un Comitato per la lotta alla povertà, che riunisce i diversi livelli di governo e un Osservatorio sulle povertà, che, oltre alle istituzioni competenti, riunisce rappresentanti delle parti sociali, degli enti del Terzo settore ed esperti.
Con riferimento ai requisiti di residenza e di soggiorno, l’articolo 3 del decreto legislativo istitutivo precisa che il richiedente la misura deve essere, congiuntamente:
1)   cittadino dell’Unione o suo familiare che sia titolare del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, ovvero cittadino di paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo o apolide in possesso di analogo permesso o titolare di protezione internazionale (asilo politico, protezione sussidiaria);
2)   residente in Italia, in via continuativa, da almeno due anni al momento di presentazione della domanda.
E’ operativamente partita dal primo dicembre il reddito di inclusione (Rei), la prestazione – si ribadisce – concessa ai nuclei familiari in condizioni di povertà. Questo, secondo quanto si legge in una circolare dell’Inps, (la n. 172 del 22/11/2017), spiegando che si tratta di “un beneficio economico e di una componente di servizi alla persona, identificata nel progetto personalizzato, a seguito di una valutazione multidimensionale del bisogno del nucleo familiare o, nelle ipotesi in cui la situazione di povertà è esclusivamente connessa alla situazione lavorativa, dal patto di servizio, ovvero dal programma di ricerca intensiva di occupazione”.
Il beneficio numerario è pari a 5.824,80 euro l’anno, quindi 485,40 euro al mese. Possono in particolare accedere al Rei – si precisa ulteriormente – le famiglie con “un componente di età minore di anni 18; una persona con disabilità e di almeno un suo genitore, ovvero di un suo tutore; una donna in stato di gravidanza accertata; almeno un lavoratore di età pari o superiore a 55 anni, che si trovi in stato di disoccupazione per licenziamento, anche collettivo, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale”.
Il Rei è concesso a decorrere dall’1 gennaio 2018. Il relativo trattamento economico è attribuito per un periodo continuativo non superiore a 18 mesi. In caso di trasformazione del Sia in Rei la durata del beneficio economico del Rei è corrispondentemente ridotta del numero di mesi per i quali si è goduto del Sia. La durata del Sia (Sostegno all’inclusione attiva) eventualmente percepito viene sempre dedotta da quella del Rei, anche laddove la domanda di Rei intervenga dopo il termine della erogazione del Sia, come espressamente specificato in apposito paragrafo della stessa circolare Inps.
Superato il limite dei diciotto mesi, può essere rinnovato, per non più di dodici mesi, solo dopo che siano trascorsi almeno sei mesi dalla data di cessazione del godimento della prestazione.

Lavoro
PRATICA FORENSE PRESSO L’AVVOCATURA DELL’INPS
E’ Partito venerdì scorso 10 novembre 2017, la nuova procedura per l’ammissione alla pratica forense presso l’Avvocatura dell’Inps.
I bandi regionali e quello riferito ai posti disponibili presso il Coordinamento generale Legale sono pubblicati sul sito istituzionale (www.inps.it) nella sezione “Avvisi, bandi e fatturazione” e sono anche esposti presso le  Direzioni regionali e di Coordinamento metropolitano ed i Consigli degli ordini degli avvocati territorialmente competenti.
Gli interessati devono possedere, alla data di scadenza del termine di presentazione della domanda, i seguenti requisiti:
essere cittadino italiano o di uno Stato membro dell’Unione Europea ovvero essere cittadino di uno Stato non appartenente all’U.E. in possesso dei requisiti previsti dall’art. 17, comma 2 della L. 247/2012;
essere in possesso dei requisiti richiesti per l’iscrizione nel registro dei praticanti Avvocati tenuto dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati presso il Tribunale nel territorio del cui circondario si trova l’Ufficio legale dell’Inps indicato nella domanda di pratica;
se già iscritto nel registro speciale dei praticanti presso il Consiglio dell’Ordine, non avere una anzianità di iscrizione superiore a 3 (tre) mesi.
La domanda di ammissione dovrà essere presentata esclusivamente in via telematica, utilizzando l’apposito form presente sul sito internet dell’Istituto (secondo il percorso: www.inps.it – Homepage – Avvisi, bandi e fatturazione – Avvisi – Pratica forense presso l’avvocatura dell’INPS) dalle ore 12,00 del 10 novembre 2017 fino alle ore 14,00 dell’11 dicembre 2017.
Saranno escluse le domande presentate con modalità diverse da quella sopra indicata (quali, ad esempio, invio con raccomandata con ricevuta di ritorno o consegna a mano presso le sedi dell’Istituto).
Si precisa che la domanda dovrà essere presentata per uno soltanto degli Uffici Legali dell’Inps citati nell’art. 1 dei bandi. Alla stessa dovrà essere allegato, a pena di irricevibilità, un curriculum vitae redatto nel formato europeo (in pdf).
Le Direzioni regionali e di Coordinamento metropolitano verificheranno il possesso dei requisiti prescritti dal bando e la veridicità delle dichiarazioni rese nella domanda di partecipazione.
Una commissione, appositamente costituita presso ciascuna Direzione regionale e di Coordinamento metropolitano, valuterà l’idoneità dei candidati sulla base dei criteri riportati nel bando e formerà la graduatoria
Per l’Avvocatura centrale, la procedura sopra descritta sarà svolta a cura della Direzione centrale Risorse Umane d’intesa con il Coordinamento generale legale. Le liste definitive saranno pubblicate sul sito istituzionale dell’Istituto.

Il Tribunale di Roma conferma la piena legittimità dell’operato dell’Inps in materia di recupero degli indebiti pensionistici.
RESPINTO IL RICORSO PROMOSSO DAL CODACONS.
Col provvedimento n. 26718/2017 il Tribunale di Roma, in qualità di giudice del lavoro, ha respinto il ricorso (ex art. 140 D. lgs. 206 del 2017) promosso dal Codacons e volto ad impedire all’Inps di recuperare le somme erogate indebitamente.
L’Autorità giudiziaria ha affermato in primo luogo l’assenza della legittimazione ad agire da parte dell’associazione ricorrente: il rapporto fra i pensionati e l’Inps non può essere ricondotto a un interesse collettivo dei consumatori ed utenti, anche in considerazione del fatto che le prestazioni indebite, o comunque erogate in eccedenza, non riguardano la totalità dei pensionati, essendo innumerevoli le situazioni in cui, nel corso del rapporto pensionistico, non si verifica alcuna ipotesi di indebita percezione di somme non spettanti.
Inoltre il Tribunale, nell’osservare che diverse sono le cause che possono dare luogo ad indebita erogazione, fra cui l’errore dell’Istituto ma anche il dolo dell’interessato, afferma che, posto che l’azione di recupero dell’indebito è effettuata dall’Inps sulla base delle specifiche disposizioni di legge, l’accoglimento del ricorso si porrebbe in contrasto con tutte le norme che disciplinano la modalità di recupero delle somme erogate e non dovute.
Infatti i recuperi effettuati dall’Inps nei confronti dei pensionati possono derivare da numerose tipologie di prestazioni indebitamente erogate, che nella maggior parte dei casi non traggono origine da errori dell’Istituto, e sono obbligatori in quanto previsti dalla normativa vigente.
Si ricorda che la maggiore causa di indebiti viene registrata in relazione a prestazioni collegate al reddito, le quali, in base alla legislazione vigente, sono erogate in via di anticipazione provvisoria in base a dati reddituali storici (quindi basati su annualità precedenti); nel momento in cui il dato reddituale relativo all’annualità cui si riferisce la prestazione viene poi certificato, l’Istituto è tenuto ad eseguire operazioni di conguaglio, che possono generare un debito (recupero indebito) o un credito (rimborso). In tali ipotesi i recuperi sono obbligatori in quanto espressamente previsti da specifiche disposizioni legislative.

Carlo Pareto

Pensionati, la maggioranza sono donne. Ma oltre la metà sotto i mille euro

Aspettativa di vita
ITALIA TRA I PAESI LEADER
L’Italia è al “quarto posto” dei Paesi Ocse per aspettativa di vita, con 82,6 anni nel 2015: è quanto afferma l’organismo internazionale per lo sviluppo e la cooperazione economica nel rapporto Panorama della Salute 2017. Per l’Ocse, questo solleva diverse sfide legate all’invecchiamento. Ad esempio, precisa, l’Italia ha il “secondo più alto tasso di demenza” tra i Paesi presi in esame, al 2,3% della popolazione nel 2017 e dovrebbe raggiungere il 3,4% entro il 2037. Il sistema sanitario in Italia offre una “copertura universale” e i costi sono generalmente “bassi” rispetto ad altri Paesi Ocse: è quanto afferma l’organismo per la cooperazione e lo sviluppo economico nel Panorama Salute 2017. Secondo l’Ocse, un numero “relativamente basso di italiani ha rinunciato ad una consultazione medica a causa del costo” (4,8%), mentre “i tempi di attesa per la chirurgia della cataratta sono più brevi rispetto alla maggior parte degli altri paesi equivalenti dell’Ocse”. Quanto all’assistenza sanitaria di base è “generalmente di alta qualità”. L’Italia realizza buoni risultati anche in termini di sopravvivenza al cancro e agli attacchi cardiaci acuti. La spesa sanitaria è pari a 3391 dollari a persona, leggermente inferiore alla media Ocse. Mentre il taglio del numero di posti letto negli ospedali è in “coerenza con una tendenza generale nell’insieme dei paesi Ocse”. Male, invece, il rapporto nel numero medici-infermieri: 1,4 infermieri per medico
In Italia “le disuguaglianze regionali destano ancora grande preoccupazione”: è quanto scrive l’Ocse nel Panorama Salute 2017. In un contesto di pesanti vincoli di bilancio dovuti alla crisi finanziaria – continua l’Ocse -l’Italia ha realizzato una riforma per ampliare i benefici dell’offerta sanitaria. Ma rimane una “preoccupazione rispetto alla capacità delle singole regioni di assicurare la fornitura dei servizi ampliati”. “Malgrado la copertura universale – avverte l’Ocse – le regioni meridionali sono storicamente meno in grado di fornire l’assistenza adeguata come definita al livello nazionale”. Il che contribuisce ad un “ampliamento delle disparità”.

Pensioni
PER GLI ITALIANI L’ASSEGNO DURA MENO DELLA MEDIA UE
Lieve apertura del Governo sulla possibilità di bloccare l’incremento dell’età pensionabile nel 2019 per chi svolge lavori gravosi: nell’ultimo incontro tecnico tra Governo e sindacati – hanno spiegato fonti sindacali – l’Esecutivo ha proposto di fissare il requisito contributivo per mantenere l’età di vecchiaia a 66 anni e sette mesi per 15 attività gravose (evitando quindi il passaggio a 67 anni) a 30 anni. In precedenza si era parlato invece dei requisiti per l’Ape (36 anni). Il lavoro gravoso per evitare l’aumento dell’età pensionabile deve essere stato svolto almeno in sette anni negli ultimi dieci prima dell’accesso alla pensione.
Una proroga dell’Ape social al 2019 ed un allargamento delle categorie previste con l’aggiunta di lavoratori agricoli, marittimi pescatori e siderurgici, “un’apertura” con un proposta sulle pensioni future, quelle dei più giovani e l’equiparazione tra pubblico e privato della fiscalità per la previdenza integrativa. Sono questi gli elementi che il governo dovrebbe ha messo sul tavolo della trattativa sulle pensioni con i sindacati. Elementi, già in parte emersi nei giorni scorsi e che indicherebbero un margine stretto per la trattativa. Come è noto infatti le richieste dei sindacati comprendevano interventi più ampi. Una proroga dell’Ape social al 2019 ed un allargamento era stato proposto nei giorni scorsi dal Pd con tre emendamenti alla manovra e prevedeva tra l’altro di estendere la platea a chi, avendo maturato almeno 30 anni di contribuzione, si trova in stato di disoccupazione senza indennità da almeno 3 mesi, a seguito di licenziamento, a prescindere dal tipo di rapporto di lavoro.
Gli italiani per fortuna godono di buona salute ed hanno un’ottima aspettativa di vita ma, visto il ritardo di 3 anni del momento di andare in quiescenza rispetto alla media europea, restano di fatto in pensione per una durata di tempo inferiore in confronto agli altri paesi Ue: gli uomini italiani percepiscono l’assegno pensionistico per una media di 16 anni e 4 mesi, 2 anni e 5 mesi in meno rispetto alla media europea, le donne per 21 anni e 7 mesi, 1 anni e 7 mesi in meno in confronto alla media europea.
Siamo praticamente all’ultimo posto tra le economie più avanzate della Ue e parecchio indietro il generale nella classifica della Ue a 28. A stilare la fotografia è stata la Uil alla vigilia del doppio incontro sul governo sulle pensioni: un’occasione per ribadire la contrarietà del sindacato all’ adeguamento automatico alle aspettative di vita. “Non c’è nessun motivo di aumentare l’età pensionabile in modo generalizzato, continuando a fare parti uguali tra diseguali”, ha ribadito il segretario confederale Domenico Proietti.

L’esperto
WELFARE AZIENDALE RISPOSTE A INEFFICIENZE SOCIALI
“Il welfare ‘privato’ è la risposta ad alcune inefficienze sociali dello Stato, tanto è vero che il governo ha previsto espressamente delle agevolazioni contributive e fiscali per chi introduce (aziende) e utilizza (i dipendenti) forma di welfare aziendali anziché retribuzione”. Lo ha recentemente affermato Simone Colombo, esperto di direzione del personale in outsourcing, che ha avvertito: “Come sempre in Italia, queste politiche funzionano per aziende strutturate, ma non sono una risposta semplice o di facile applicazione per aziende di dimensioni modeste, che però rappresentano il 90% del tessuto economico”.
“Il freno – ha ammesso – è anche culturale: se infatti alcune forme di welfare sono di competenza esclusiva delle aziende, si vedano le forme di assistenza sanitaria obbligatoria prevista dai contratti nazionali, poca cultura esiste per quanto riguarda le opportunità di spesa relative a istruzione, cultura o servizi di integrazione sociale. Inoltre, definire politiche di welfare per le aziende significa introdurre premi o mettere a disposizione dei dipendenti importi che vanno oltre le normali retribuzioni. Si tratta di un incentivo fondamentale per i lavoratori poiché i premi di produttività sono in diminuzione, spesso sono definiti ad personam e difficilmente, nelle aziende meno strutturate, i dipendenti hanno incrementi di stipendio nel corso della propria carriera oltre quelli previsti dai contratti nazionali”, ha sottolineato.
“Sostanzialmente possiamo affermare che i vantaggi sia per il dipendente che per le aziende che attivano il welfare aziendale sono molteplici: l’aumento della retribuzione reale del dipendente, che riceve il 100% del lordo, senza incidere sul costo del lavoro, con conseguente incremento della capacità d’acquisto; 100 euro di credito Welfare corrispondono a 100 euro di beni e servizi, per intenderci”, ha precisato Colombo. “A livello aziendale, i vantaggi più evidenti sono l’ottimizzazione dell’impatto fiscale, grazie alla possibilità di concedere ai dipendenti beni e servizi defiscalizzati, l’incremento della produttività dell’azienda stessa, la riduzione del turn over e l’incremento della capacità di attrarre e trattenere talenti, oltre a un miglioramento della reputazione interna e sul territorio”, ha concluso.

Ma la metà sotto i mille euro
MOLTE LE DONNE IN PENSIONE
Nel 2016 le donne rappresentano la maggioranza dei pensionati (52,7% pari a 8,5 milioni) ma percepiscono in media un importo mensile notevolmente inferiore a quello degli uomini: 1.137 contro 1.592 euro. Quasi la metà di loro (47,6%) beneficia di redditi pensionistici inferiori a mille euro, contro una quota che tra gli uomini non arriva ad un terzo (29,6%). E’ quanto si legge nel testo del Presidente Istat, Giorgio Alleva dal titolo Indagine conoscitiva sulle politiche in materia ,di parità tra donne e uomini depositato nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Affari Costituzionali della Camera.
Gli importi medi delle pensioni di titolarità maschile invece, si legge ancora, superano del 59,2% (15.523 euro contro 9.749) quelli destinati alle pensionate. Il vantaggio maschile scende al 40% (20.697 contro 14.780) se il confronto viene effettuato sul reddito pensionistico, ottenuto cioè, cumulando i più trattamenti di cui un pensionato può beneficiare.

Carlo Pareto

Fisco, arriva la rottamazione fai da te. Ecco le misure antiesclusione

Le due misure di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale

CHIARIMENTI SUL PASSAGGIO DAL SIA AL REI

Il Sostegno per l’Inclusione Attiva (Sia) è una misura di contrasto alla povertà che prevede l’erogazione di un beneficio economico alle famiglie in condizione di povertà nelle quali almeno un componente sia minorenne oppure sia presente un figlio disabile (anche maggiorenne) o una donna in stato di gravidanza accertata.

Per godere del beneficio, il nucleo familiare del richiedente deve aderire ad un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa sostenuto da una rete integrata di interventi, individuati dai servizi sociali dei Comuni (coordinati a livello di Ambiti territoriali), in rete con gli altri servizi del territorio (i centri per l’impiego, i servizi sanitari, le scuole) e con i soggetti del terzo settore, le parti sociali e tutta la comunità. Il progetto viene costruito insieme al nucleo familiare sulla base di una valutazione globale delle problematiche e dei bisogni e coinvolge tutti i componenti, instaurando un patto tra servizi e famiglie che implica una reciproca assunzione di responsabilità e di impegni. Le attività possono riguardare i contatti con i servizi, la ricerca attiva di lavoro, l’adesione a progetti di formazione, la frequenza e l’impegno scolastico, la prevenzione e la tutela della salute. L’obiettivo è aiutare le famiglie a superare la condizione di povertà e riconquistare gradualmente l’autonomia.

Con il Decreto interministeriale del 26 maggio 2016 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 166 del 18 luglio 2016) il Sostegno per l’Inclusione Attiva, già sperimentato nelle città più grandi del Paese, è stato completamente ridisegnato ed esteso a tutto il territorio nazionale. Conseguentemente, pertanto, dal 2 settembre 2016 i cittadini in possesso dei requisiti possono presentare la richiesta per il Sia.

Con il Decreto interministeriale del 16 marzo 2017 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 99 del 30 aprile 2017), sono stati successivamente modificati alcuni criteri di accesso al Sia, nell’ottica di ampliare ulteriormente la platea dei possibili fruitori della misura.

Dal 1° gennaio 2018 il Sia verrà sostituito dal Reddito di inclusione (Rei), come prefigurato dalla legge dalla legge delega per il contrasto alla povertà e all’esclusione sociale  e dal decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 147, attuativo della legge delega.

Poiché il Sia è attribuito ogni due mesi per le domande presentate nel bimestre precedente, a decorrere dal 1° novembre 2017 la richiesta per il Sia non può più essere inoltrata. Coloro ai quali è stato riconosciuto il Sia nell’anno 2017 continueranno a percepire il relativo trattamento economico, per tutta la durata e secondo le modalità previste. I titolari della carta Sia saranno inoltre abilitati, a partire dal 1° gennaio 2018, ai prelievi di contante entro il limite stabilito per il Rei (240 euro al mese).

Se i beneficiari del Sia soddisfano anche le condizioni prescritte per essere ammessi alla nuova misura, potranno richiedere la trasformazione del Sia in Rei. In ogni caso verrà garantita la fruizione del beneficio maggiore. Qualora si decida di passare dal Sia al Rei, la durata del Rei sarà ridotta del numero di mesi per i quali si è percepito il Sia. Il trattamento economico, in tal caso, verrà disposto sulla stessa carta di pagamento.

Coloro che già usufruiscono del Sia e non intendono passare al Rei, alla scadenza del Sia possono comunque richiedere l’accesso al Rei, se in possesso dei requisiti. In questa ipotesi il Rei avrà una durata massima di 6 mesi, al fine di assicurare una copertura complessiva del beneficio (Sia+Rei) pari a 18 mesi.

Coloro invece che hanno terminato di usufruire del Sia con il bimestre settembre/ottobre 2017 e che risultano avere i requisiti per accedere al Rei riceveranno il trattamento anche nel bimestre novembre/dicembre, al fine di non interrompere il beneficio.

Fisco

ARRIVA LA ROTTAMAZIONE FAI DA TE

Al via i nuovi servizi online di Agenzia delle Entrate-Riscossione per ‘rottamare a km zero’ le cartelle direttamente sul web. Si può, infatti, richiedere l’elenco delle cartelle rottamabili e presentare la domanda dall’area libera del portale dell”Agenzia delle Entrate-Riscossione’ senza necessità di pin e password.

È il progetto digitale ‘Fai D.A. te’, con l’acronimo di Definizione Agevolata, e rappresenta una corsia preferenziale per risparmiare tempo e avere comunque a disposizione, in modo semplice, tutti gli strumenti utili per aderire alla cosiddetta rottamazione delle cartelle.

Il dl 148 prevede la possibilità di pagare, senza corrispondere le sanzioni e gli interessi di mora, i debiti affidati alla riscossione nei primi nove mesi di quest’anno (per le multe stradali, invece, non si devono pagare gli interessi di mora e le maggiorazioni previste dalla legge), ma anche di regolarizzare le domande di adesione alla precedente definizione agevolata (dl 193/2016) che erano state respinte perché non rispettavano il requisito di essere in regola con i vecchi piani di rateizzazione in corso al 24 ottobre 2016. Vediamo nel dettaglio come funzionano i nuovi servizi online.

Cartelle 2017 dal Pc – Si chiama ‘Fai D.A. te’ il nuovo servizio che consente di presentare online, collegandosi all’area libera del portale di Agenzia delle Entrate-Riscossione, il modello DA-2017, cioè la domanda per ‘rottamare’ i carichi affidati all’agente della riscossione dal 1° gennaio al 30 settembre 2017.

Per presentare la domanda basta accedere al portale dell’Agenzia delle entrate e cliccare sul link presente nella pagina dedicata alla Definizione Agevolata 2017 e compilare il modulo che appare sullo schermo. Il servizio poi richiede di inserire i riferimenti alle cartelle o agli avvisi che si vogliono ‘rottamare’ e di allegare i documenti di riconoscimento (documento di identità e dichiarazione sostitutiva attestante la qualifica del dichiarante).

Unica soluzione – Dopo aver visionato il riepilogo dei dati, sarà possibile indicare se si intende pagare in un’unica soluzione oppure a rate. Per aderire alla definizione agevolata gli interessati devono presentare la propria richiesta entro il 15 maggio 2018.

Il modello DA-2017 disponibile sul portale o presso gli sportelli dell’Agenzia, può essere presentato anche tramite l’area riservata del portale (dove è presente anche il nuovo servizio di assistenza ‘Contattaci’) o agli sportelli di Agenzia delle Entrate-Riscossione. Coloro che hanno una casella di posta elettronica certificata, possono utilizzarla inviando anche la copia del documento di identità all’indirizzo pec della Direzione Regionale di riferimento dell’Agenzia. L’elenco degli indirizzi pec regionali è indicato nel modello DA-2017 e pubblicato sul portale web.

Cartelle ‘rottamabili’ sotto controllo – All’interno della pagina del portale dedicata alla Definizione Agevolata 2017, è presente il link per richiedere l’elenco delle cartelle che possono essere ‘rottamate’.

Uno strumento utile perché alcune cartelle del 2017 potrebbero non essere ancora state notificate e quindi il contribuente potrebbe non esserne a conoscenza. Anche in questo caso è necessario allegare i documenti di riconoscimento (documento di identità e dichiarazione sostitutiva attestante la qualifica del dichiarante).

‘Fai d.a.te’ per i respinti – I contribuenti che si sono visti respingere la domanda di adesione alla Definizione agevolata 2016, perché non erano in regola con il pagamento di tutte le rate scadute al 31 dicembre 2016 per le dilazioni in corso al 24 ottobre 2016, possono presentare una domanda di regolarizzazione utilizzando il servizio ‘Fai D.A. te’.

Innanzitutto è possibile richiedere la cosiddetta comunicazione delle somme dovute, già ricevuta in occasione della risposta di diniego da parte dell’agente della riscossione, per poter avere facilmente sotto mano l’elenco delle cartelle ‘rottamabili’ (ai sensi dell‘articolo 6 comma 8 del dl 193/2016). È sufficiente collegarsi al portale www.agenziaentrariscossione.gov.it, e accedere alla sezione dedicata alla “Regolarizzazione delle istanze respinte”.

Domiciliazione – Sempre nella stessa pagina, attraverso appositi link, è possibile compilare e inviare la domanda di regolarizzazione delle istanze respinte. Esistono due possibilità: accedere al servizio indicando il numero di cartella/avviso oppure il numero della comunicazione delle somme dovute. Una volta effettuato l’accesso si aprirà sullo schermo un modello da compilare con i dati anagrafici, di domiciliazione e di contatto.

Anche in questo caso è necessario indicare l’indirizzo email di riferimento su cui ricevere la convalida della richiesta. Successivamente devono essere indicati i numeri di cartelle/avvisi che si intendono rottamare (oppure il numero della comunicazione e la data) e allegare i documenti di riconoscimento (documento di identità e dichiarazione sostitutiva attestante la qualifica del dichiarante).

Le rate – In seguito si potrà procedere con la richiesta e indicare se si intende pagare in un’unica soluzione oppure a rate. Per presentare la domanda i contribuenti hanno tempo fino al 31 dicembre. Il modello DA-R può essere presentato anche dall’area riservata del portale istituzionale o presso gli sportelli dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione.

I possessori di una casella di posta elettronica certificata, possono inviare il modello DA-R, insieme alla copia di un documento di identità, all’indirizzo pec della Direzione Regionale di riferimento dell’Agenzia delle entrate-Riscossione. In alternativa, la domanda di adesione può essere presentata consegnando il modello DA-R direttamente agli sportelli dell’Agenzia delle entrate-Riscossione.

Bollettini online per i “ritardatari” – Nuovo servizio online anche per chi non ha pagato la prima (o unica) rata prevista a luglio o quella di settembre 2017 (dl 193/2016 convertito con legge 225/2016). Sul portale www.agenziaentrateriscossione.gov.it si può richiedere, sempre allegando i documenti di riconoscimento, la copia della comunicazione delle somme dovute e i relativi bollettini di pagamento, accedendo nell’apposita sezione dedicata alle “rate scadute e nuovo termine al 30 novembre”.

Il dl 148/2017 prevede che gli interessati possano mettersi in regola, e quindi non perdere i benefici previsti dalla definizione agevolata, pagando quanto previsto, senza oneri aggiuntivi, entro il prossimo 30 novembre.

Carlo Pareto

Nel Mezzogiorno occupati in crescita. Ma ancora non recuperati i livelli pre-crisi

Tribunale Roma

RECUPERO INDEBITI INPS LEGITTIMO

Col provvedimento n. 26718/2017 il Tribunale di Roma, in qualità di giudice del lavoro, ha respinto il ricorso (ex art. 140 D. lgs. 206 del 2017) promosso dal Codacons e volto ad impedire all’Inps di recuperare le somme erogate indebitamente.

L’Autorità giudiziaria ha affermato in primo luogo l’assenza della legittimazione ad agire da parte dell’associazione ricorrente: il rapporto fra i pensionati e l’Inps non può essere ricondotto a un interesse collettivo dei consumatori ed utenti, anche in considerazione del fatto che le prestazioni indebite, o comunque erogate in eccedenza, non riguardano la totalità dei pensionati, essendo innumerevoli le situazioni in cui, nel corso del rapporto pensionistico, non si verifica alcuna ipotesi di indebita percezione di somme non spettanti.

Inoltre il Tribunale, nell’osservare che diverse sono le cause che possono dare luogo ad indebita erogazione, fra cui l’errore dell’Istituto ma anche il dolo dell’interessato, afferma che, posto che l’azione di recupero dell’indebito è effettuata dall’Inps sulla base delle specifiche disposizioni di legge, l’accoglimento del ricorso si porrebbe in contrasto con tutte le norme che disciplinano la modalità di recupero delle somme erogate e non dovute.

Infatti i recuperi effettuati dall’Inps nei confronti dei pensionati possono derivare da numerose tipologie di prestazioni indebitamente erogate, che nella maggior parte dei casi non traggono origine da errori dell’Istituto, e sono obbligatori in quanto previsti dalla normativa vigente.

Al riguardo giova ricordare che la maggiore causa di indebiti viene registrata in relazione a prestazioni collegate al reddito, le quali, in base alla legislazione vigente, sono erogate in via di anticipazione provvisoria in base a dati reddituali storici (quindi basati su annualità precedenti); nel momento in cui il dato reddituale relativo all’annualità cui si riferisce la prestazione viene poi certificato, l’Istituto è tenuto ad eseguire operazioni di conguaglio, che possono generare un debito (recupero indebito) o un credito (rimborso). In tali ipotesi i recuperi sono obbligatori in quanto espressamente previsti da specifiche disposizioni legislative.

Consulenti lavoro

CHIARIMENTI SU CIRCOLARE INPS CONCILIAZIONE VITA-LAVORO

A seguito della pubblicazione della circolare Inps numero 163 del 2017 sullo sgravio contributivo per i contratti collettivi aziendali contenenti misure di conciliazione vita-lavoro, anche la Fondazione Studi consulenti del lavoro è intervenuta con la circolare numero 11, per fornire maggiori chiarimenti sul tema.

Nel documento viene analizzato il decreto interministeriale del dicastero Lavoro e del ministero dell’Economia e finanze, che attua quanto previsto dall’articolo 25 del decreto legislativo 80 del 2015, per poi soffermarsi sulle condizioni di fruizione dello sgravio: dalle caratteristiche del contratto aziendale alle tempistiche e modalità di deposito dello stesso, dalla richiesta di ammissione all’agevolazione all’istruttoria Inps fino al calcolo del beneficio spettante al datore di lavoro.

“L’Inps -si legge nella circolare- ha chiarito che lo sgravio spetterà al datore di lavoro identificato dal proprio codice fiscale attraverso la presentazione della suddetta domanda su una sola delle posizioni contributive attive, che sarà l’unica cui spetterà la possibilità di fruire materialmente dello sgravio attraverso la relativa denuncia contributiva mensile. Lo sgravio concesso terrà in ogni caso conto dei dati relativi alla forza occupazionale del datore di lavoro anche se in parte riconducibile ad altri posizioni contributive Inps”.

Ma a basso reddito

AL SUD CRESCONO GLI OCCUPATI

Nelle regioni meridionali nel 2016 gli occupati sono aumentati dell’1,7%, pari a 101 mila unità, ma mentre le regioni centro settentrionali hanno recuperato integralmente la perdita di posti di lavoro avvenuta durante la crisi (+48 mila nel 2016 rispetto al 2008), in quelle meridionali la perdita di occupazione rispetto all’inizio della recessione è ancora pari a 381 mila unità. Il Mezzogiorno resta agganciato alla ripresa economica dell’Italia uscendo da una lunga recessione. Nel 2016 ha consolidato la ripresa registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese. E le previsioni per il 2017 e il 2018 confermano che il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord. Tuttavia, la ripresa congiunturale è insufficiente ad affrontare le emergenze sociali. E’ il quadro che emerge dal Rapporto Svimez 2017 presentato di recente alla Camera dei Deputati.

La resistenza alla crisi non è stata omogenea, tra regioni e tra settori. E anche se riparte l’industria meridionale, aumenta il lavoro ma con basse retribuzioni e cresce il part time involontario. Il Mezzogiorno è uscito dalla lunga recessione e nel 2016 ha consolidato la ripresa, registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese. L’industria manifatturiera meridionale è cresciuta al Sud nel biennio di oltre il 7%, più del doppio del resto del Paese (3%); influiscono positivamente le politiche di sviluppo territoriale mentre restano le difficoltà delle imprese del Sud ad accedere agli strumenti di politica industriale nazionale. La stretta integrazione e interdipendenza tra Sud e Nord rafforza la necessità di politiche meridionaliste per far crescere l’intero Paese. Ottima la performance soprattutto al Sud delle esportazioni nel biennio 2015-2016.

Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è ancora il più basso d’Europa (35% inferiore alla media Ue), nonostante nei primi 8 mesi del 2017 siano stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell’ambito della misura “Occupazione Sud”. La povertà e le politiche di austerità deprimono i consumi. Il Sud è un’area non più giovane né tantomeno il serbatoio di nascite del Paese. Il Governo nell’ultimo anno ha riavviato le politiche per il Sud; fondamentali due interventi: le Zes e la “clausola del 34%” sugli investimenti ordinari.

Secondo le di stime Svimez, aggiornate a ottobre, nel 2017 il PIL italiano cresce dell’1,5%, risultato del +1,6% del Centro-Nord e del +1,3% del Sud. Nel 2018 il saggio di crescita del PIL nazionale si attesta all’1,4% con una variazione territoriale dell’1,4% nel Centro-Nord e dell’1,2% al Sud. A trascinare l’evoluzione positiva del PIL nel 2017 e nel 2018 l’andamento della domanda interna, che al Sud registra, rispettivamente, +1,5% e +1,4% (nel Centro-Nord, invece, aumenta quest’anno del +1,6% e il prossimo del +1,3%). Nel 2018 la Svimez prevede un significativo aumento sia delle esportazioni che degli investimenti totali, che cresceranno più nel Mezzogiorno che al Centro-Nord: le esportazioni del +5,4% rispetto a +4,3%, gli investimenti del 3,1% rispetto a +2,7%.

Aumento apprezzabile dell’occupazione: +0,7% al Sud sia nel 2017 che nel 2018, e +0,8% in entrambi gli anni al Centro Nord. Secondo la Svimez, queste previsioni inglobano anche gli effetti della legge di Bilancio 2018, e scontano la mancata attivazione della clausola di salvaguardia relativa all’aumento delle aliquote Iva nel 2018 per circa 15 miliardi.

Forte ridimensionamento della Pa nel Mezzogiorno, in termini di risorse umane e finanziarie, tra il 2011 e il 2015: -21.500 dipendenti pubblici (nel Centro-Nord sono calati di -17.954 unità) e una spesa pro capite corrente consolidata della P.A. (fonte CPT) pari al 71,2% di quella del Centro-Nord. Un divario in valore assoluto di circa 3.700 euro a persona. La sfida di una maggiore efficienza della macchina pubblica al Sud passa per una sua profonda riforma ma anche per un suo rafforzamento attraverso l’inserimento di personale più giovane a più alta qualificazione. Ciò a dispetto dei luoghi comuni che descriverebbero un Sud inondato di risorse e dipendenti pubblici.

Nel 2016, 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro Nord. L’incidenza della povertà assoluta nel 2016 nel Mezzogiorno aumenta nelle periferie delle aree metropolitane e nei comuni più grandi. Il rischio di cadere in povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese, nelle due regioni più grandi, Sicilia e Campania, sfiora il 40%. E’ la fotografia scattata dal Rapporto Svimez 2017 presentato recentemente alla Camera.

L’emigrazione sembra essere l’unico canale di miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie meridionali. E infatti, alla fine del 2016 il Mezzogiorno ha perso altri 62 mila abitanti. Il saldo migratorio totale del Sud continua a essere negativo e sfiora le 28 mila unità, mentre nel Centro Nord è in aumento di 93.500. Il pendolarismo nel Mezzogiorno nel 2016 ha interessato circa 208 mila persone, di cui 54 mila si sono spostate all’interno del Sud, mentre ben 154 mila sono andate al Centro-Nord o all’estero. Questo aumento di pendolari spiega circa un quarto dell’aumento dell’occupazione complessiva del Mezzogiorno di circa 101 mila unità nel 2016.

A parere della Svimez, “l’introduzione del reddito di inclusione avvia un processo per dotare anche l’Italia di una forma universalistica di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Ma per ora l’impegno finanziario è assolutamente insufficiente: del Rei beneficerà soltanto il 38% circa degli individui in povertà assoluta per importi che sono generalmente compresi fra il 30 e il 40% della soglia di povertà assoluta per molte tipologie familiari”.

Carlo Pareto

Inps, come funziona la CIGS. Pensioni: Consulta, legittimo bonus sulle perequazioni

Inps
CASSA INTEGRAZIONE GUADAGNI STRAORDINARIA

Il trattamento di cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs) è un ammortizzatore sociale, concesso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ed erogato dall’Inps, avente la funzione di sostituire e/o integrare la retribuzione dei lavoratori sospesi o a orario ridotto di aziende in situazione di difficoltà produttiva o per consentire alle stesse di sostenere processi di riorganizzazione o qualora abbiano stipulato contratti di solidarietà.
Sono destinatari della Cigs i lavoratori subordinati, compresi gli apprendisti qualora dipendenti di imprese per le quali trovano applicazione solo le integrazioni salariali straordinarie e limitatamente alla causale di intervento per crisi aziendale, con esclusione dei dirigenti e dei lavoratori a domicilio, che siano alle dipendenze di un’azienda destinataria della normativa Cigs e possiedano almeno 90 giorni di anzianità di effettivo lavoro alla data di presentazione della domanda presso l’unità produttiva per la quale è richiesto il trattamento.
L’intervento straordinario di integrazione salariale può essere richiesto quando la sospensione o la riduzione dell’attività lavorativa sia determinata da una delle seguenti causali:
riorganizzazione aziendale;
crisi aziendale, esclusi i casi di cessazione dell’attività produttiva dell’azienda o di un ramo di essa (dal 1° gennaio 2016);
contratti di solidarietà.
Nell’ipotesi di riorganizzazione aziendale, per ciascuna unità produttiva la durata massima è pari a 24 mesi, anche continuativi, in un quinquennio mobile.
In caso di crisi aziendale, per ciascuna unità produttiva il trattamento straordinario di integrazione salariale può avere una durata massima di 12 mesi, anche continuativi. Una nuova autorizzazione non può essere concessa prima che sia decorso un periodo pari a due terzi di quello relativo alla precedente autorizzazione.
Nell’ipotesi di stipula di contratti di solidarietà, per ciascuna unità produttiva il trattamento straordinario di integrazione salariale può avere una durata massima di 24 mesi, anche continuativi, in un quinquennio mobile.
Sussiste comunque un limite massimo complessivo (articolo 4, d.lgs. 14 settembre 2015, n. 148) in base al quale, per ciascuna unità produttiva, la somma dei trattamenti ordinari e straordinari di integrazione salariale autorizzati non può superare la durata massima complessiva di 24 mesi in un quinquennio mobile.
Per le imprese del settore edilizia e le imprese che svolgono attività di escavazione e di lavorazione di materiali lapidei, la durata massima complessiva della cassa ordinaria e straordinaria è stabilita in 30 mesi per ciascuna unità produttiva.
Inoltre, ai fini del calcolo della suddetta durata massima complessiva, la durata dei trattamenti per la causale di contratto di solidarietà viene computata nella misura della metà per la parte non eccedente i 24 mesi e per intero per la parte eccedente.
Il trattamento di integrazione salariale ammonta all’80% della retribuzione globale che sarebbe spettata al lavoratore per le ore di lavoro non prestate, comprese fra le ore zero e il limite dell’orario contrattuale.
L’importo del trattamento di cui al comma 1 è soggetto alle disposizioni di cui all’articolo 26 della legge 28 febbraio 1986, n. 41, e non può superare per l’anno 2016717 gli importi massimi mensili rapportati alle ore di integrazione salariale autorizzate e per un massimo di dodici mensilità, comprensive dei ratei di mensilità aggiuntive. I limiti sono: 971,71 euro (importo lordo), quando la retribuzione mensile di riferimento per il calcolo del trattamento, comprensiva dei ratei di mensilità aggiuntive, è pari o inferiore a euro 2.102,24; 1.167,91 euro (importo lordo), quando la retribuzione mensile di riferimento per il calcolo del trattamento, comprensiva dei ratei di mensilità aggiuntive, è superiore a 2.102,24 euro.
Con effetto dal 1° gennaio di ciascun anno, a decorrere dall’anno 2016, gli importi massimi del trattamento salariale, nonché la retribuzione mensile di riferimento sopra indicati sono aumentati nella misura del 100% dell’aumento derivante dalla variazione annuale dell’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e impiegati.
Gli importi massimi devono essere incrementati, in relazione a quanto disposto dall’articolo 2, comma 17, della legge 28 dicembre 1995, n. 549, nella misura ulteriore del 20% per i trattamenti di integrazione salariale concessi in favore delle aziende del comparto edile e lapideo per intemperie stagionali.
Il lavoratore che svolga attività di lavoro autonomo o subordinato durante il periodo di integrazione salariale non ha diritto al trattamento per le giornate di lavoro espletate. Il divieto di cumulo (circolare Inps 4 ottobre 2010 n. 130) si riferisce anche alle attività iniziate prima del collocamento del lavoratore in cassa integrazione.
Il lavoratore decade dal diritto all’integrazione salariale qualora non provveda a dare tempestiva comunicazione alla sede territoriale Inps sullo svolgimento dell’attività lavorativa. Ai fini di tale comunicazione valgono le comunicazioni obbligatorie rilasciate direttamente dal datore di lavoro (circolare Inps 6 maggio 2015 n. 57). Tale disciplina semplificatoria viene estesa anche alle comunicazioni a carico delle imprese fornitrici di lavoro temporaneo, valide quindi anch’esse ai fini dell’assolvimento degli obblighi di comunicazione dello svolgimento di altra attività lavorativa durante le integrazioni salariali.
Secondo quanto previsto dall’articolo 7, comma 3, decreto legislativo 148/2015, a pena di decadenza, l’azienda deve conguagliare le integrazioni corrisposte ai lavoratori entro sei mesi dalla fine del periodo di paga in corso alla scadenza del termine di durata della concessione o dalla data del provvedimento di concessione, se successivo. Per i trattamenti conclusi prima della data di entrata in vigore del decreto legislativo citato, i sei mesi decorrono da tale data. Per “provvedimento di concessione” si intende la delibera dell’Inps territorialmente competente per quanto riguarda le integrazioni salariali ordinarie, e il decreto ministeriale per le integrazioni salariali straordinarie.

Istat
4,2 MILIONI DI IMPRESE ATTIVE NEL 2015

Nel 2015 le imprese attive nell’industria e nei servizi di mercato sono 4,2 milioni e occupano 15,7 milioni di addetti, di cui 10,9 milioni dipendenti. Il valore aggiunto raggiunge i 716 miliardi di euro. Le imprese organizzate in gruppi sono 214.711, occupano 5,3 milioni di addetti, di cui 5,2 milioni dipendenti, con una dimensione media di 24,8 addetti. Lo rileva l’Istat nel Report sui risultati economici delle imprese. Per il secondo anno consecutivo cresce il valore aggiunto nell’industria e nei servizi di mercato (+4%), in accelerazione rispetto al +1,5% del 2014 grazie alla maggiore crescita del fatturato (+1,2%) rispetto ai costi intermedi (+0,6%).
Anche gli investimenti sono in espansione ma l’incremento è più contenuto (+2,7% dopo il +7,3% nel 2014 sul 2013). Il margine operativo lordo è in decisa crescita (+5,8%), con un contestuale incremento dal 26,8% al 28,3% dell’incidenza dei profitti lordi sul valore aggiunto.
Le imprese organizzate in gruppi generano il 55,3% del valore aggiunto dell’industria e dei servizi e conseguono risulti economici più elevati della media: rispetto al 2014 l’aumento del valore aggiunto è del 5,1% e quello del margine operativo lordo del 7,6%. Questi risultati sono determinati da una maggiore capacità di espansione delle vendite cui si associa una crescita più sostenuta dei costi intermedi e del lavoro rispetto alle imprese non appartenenti a gruppi, continua l’Istat.
L’importanza del fattore dimensionale e dell’organizzazione in gruppo per la performance di crescita tra il 2015 e il 2014 è confermato anche dai risultati delle grandi imprese che registrano una crescita del valore aggiunto del 6,3% e del margine operativo lordo del 9,1%. L’81,5% delle grandi imprese è infatti organizzato in gruppo, impiega il 90% di addetti e realizza il 95,3% del valore aggiunto delle imprese con 250 e più addetti. Le imprese di medie e grandi dimensioni hanno trainato la performance del sistema produttivo tra il 2014 e il 2015: rappresentano quasi il 50% del valore aggiunto complessivo ma spiegano il 68,3% della sua crescita. Il settore dei servizi, con il 78,2% di imprese e due terzi degli addetti totali, registra una crescita del valore aggiunto lievemente superiore alla media (+4,6%), prosegue l’Istat.
Nell’industria in senso stretto, il valore aggiunto aumenta a un tasso inferiore rispetto alla media nazionale (+3,5%) mentre la crescita è sostenuta per il margine operativo lordo (+6,4%) -prosegue l’Istat-. Gli investimenti crescono del 12% nelle imprese con 20 e più addetti e solo dell’1,2% in quelle con 10-19 addetti; sono invece in marcata flessione nelle imprese con meno di 10 addetti (-18,7%). La produttività nominale del lavoro, in crescita del 3,3%, è pari in media a oltre 45mila euro. Le imprese appartenenti a gruppi risultano più produttive di quelle indipendenti (quasi 75mila euro). Anche nell’ambito dei gruppi si rilevano significative differenze: la produttività media è più alta nei gruppi multinazionali (quasi 88mila euro in quelli con vertice residente all’estero e quasi 87mila euro per quelli con vertice residente in Italia) rispetto ai gruppi domestici (oltre 55mila euro).
La produttività mediana delle grandi imprese è pari a 76mila 400 euro, quasi quattro volte quella della classe di imprese con meno di 10 addetti (19mila 400 euro). L’eterogeneità nei livelli di produttività è più elevata fra le imprese appartenenti a gruppi rispetto alle imprese indipendenti. I differenziali di produttività fra le imprese del Nord e del Centro e quelle del Mezzogiorno sono ancora consistenti in tutti i settori di attività economica. Il divario è massimo nell’industria in senso stretto: il valore aggiunto per addetto si attesta a 72mila 300 euro al Nord-ovest e a 50mila 200 euro nel Mezzogiorno, conclude l’Istat.

Istat
SI ALLUNGA L’ASPETTATIVA DI VITA, IN PENSIONE A 67 ANNI

Si allunga l’aspettativa di vita: all’età di 65 anni, arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti, crescendo di cinque mesi rispetto a quella registrata nel 2013. Lo rileva l’Istat. Quindi sulla base delle regole attuali l’età per la pensione di vecchiaia dovrebbe arrivare a 67 anni nel 2019.
In una nota unitaria, Cgil, Cisl e Uil chiedono ‘il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita previsto per il 2019 e l’avvio del confronto per una modifica dell’attuale meccanismo per superare e differenziare le attuali forme di adeguamento, tenendo conto anche delle diversità nelle speranze di vita e nella gravosità dei lavori’.
Cala la mortalità: nel 2016 sono stati registrati oltre 615 mila decessi tra i cittadini residenti, 32 mila in meno del 2015 (-5%). In rapporto alla popolazione, nel 2016 sono deceduti 10,1 individui ogni mille abitanti, contro i 10,7 del 2015. La riduzione nel numero di morti risulta omogenea sul territorio, anche se risulta più ampia nel Nord-ovest (-5,6%) e nel Sud (-5,7%).
I più longevi in Italia sono gli abitanti del Trentino Alto-Adige, quelli meno longevi invece i campani: è quanto certifica l’Istat nel report sugli indicatori di mortalità della popolazione residente relativi al 2016. Sono 2,7 gli anni che separano le donne residenti in Trentino-Alto Adige, le più longeve nel 2016 con 86,1 anni di vita media, dalle residenti in Campania che con 83,4 anni risultano in fondo alla graduatoria. Tra gli uomini il campo di variazione è più contenuto ed è pari a 2,3 anni, ossia alla differenza che intercorre, come tra le donne, tra la vita media dei residenti in Trentino-Alto Adige (81,2) e i residenti in Campania (78,9).
Lo scatto di età è automatico, ecco la legge  – E’ da quasi un decennio che in Italia l’età pensionabile è in linea di principio collegata, praticamente in automatico, all’aspettativa di vita. La regola è stata stabilita, infatti, per la prima volta in una manovra estiva del 2009, poi rivista negli anni, passando per il ‘Salva-Italia’ di Monti-Fornero. La sostanza però non cambia: l’uscita dal lavoro va di pari passo con l’allungamento dell’aspettativa di vita. Il meccanismo agisce su tutti i lavoratori, sia privati che pubblici. L’aggiornamento è previsto ogni tre anni e dal 2019 ogni due. Si può adeguare solo al rialzo, non vale il contrario: se cala la speranza di vita l’età per la pensione di vecchiaia non scende. In caso quindi l’età resta congelata. L’aggiustamento viene fatto in base ai dati, agli indici demografici, che fornisce l’Istat. Si guarda precisamente alla speranza di vita a 65 anni. Le variazioni, calcolate in mesi, vengono trascinate sul requisito minimo per ritirarsi dal lavoro. Il tutto passa per un decreto ministeriale (Mef e Lavoro), direttoriale, che prende atto dei mesi guadagnati. Provvedimento, di natura amministrativa, che va varato 12 mesi prima dell’aggiornamento dell’asticella. L’età per la pensione di vecchiaia è stata già rivista due volte: nel 2013, aumentata di tre mesi, e nel 2016, salita di quattro arrivando a 66 anni e sette mesi per gli uomini (65 anni e sette mesi per le dipendenti del settore privato). E a bocce forme, se nulla cambia a livello normativo, dal 2019 si alzerà ancora, di cinque mesi, toccando i 67 anni tondi. C’è da dire che la riforma Fornero contiene una ‘clausola di salvaguardia’ per cui l’aumento dell’età a 67 anni scatterebbe comunque, a partire dal 2021.

Pensioni
CONSULTA, LEGITTIMO BONUS SULLE PEREQUAZIONI

Il bonus Poletti sulle perequazioni pensionistiche è legittimo. Lo ha deciso la Corte Costituzionale che ha respinto le censure di incostituzionalità sollevate, ritenendo che la norma “realizzi un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica”.
La Corte costituzionale – si legge nel comunicato diffuso dalla Corte al termine dalla camera di consiglio, che si è aperta stamani alle 9.30 – ha respinto le censure di incostituzionalità del decreto-legge n. 65 del 2015 in tema di perequazione delle pensioni, che ha inteso “dare attuazione ai principi enunciati nella sentenza della Corte costituzionale n. 70 del 2015”. La Corte ha ritenuto che – diversamente dalle disposizioni del “Salva Italia” annullate nel 2015 con tale sentenza – la nuova e temporanea disciplina prevista dal decreto-legge n. 65 del 2015 realizzi un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica.

Inps
-509MILA COLLABORATORI DAL 2012

Ancora in calo i parasubordinati, per effetto del crollo del numero dei collaboratori, a fronte invece di un leggero aumento dei professionisti. I parasubordinati, che versano i contributi alla gestione separata Inps, nel 2016 sono 1 milione 244 mila, contro 1 milione 434 mila del 2015 (-13,3%) e 1 milione e 721 mila del 2012: da allora -477 mila (-27,7%).
Il calo, come si evince dalle tabelle Inps recentemente rese note, è imputabile ai collaboratori, 917 mila nel 2016 contro 1 milione 111 mila del 2015 (-17,5%) e 1 milione 426 mila del 2012: -509 mila (-35,7%), dopo la legge Fornero, il Jobs act e gli sgravi per le assunzioni stabili.

Carlo Pareto

Lavoratori dipendenti, bonus da 288 euro
in arrivo

Lavoratori dipendenti

BONUS DA 288 EURO IN ARRIVO

Il rinnovo dei contratti nel pubblico impiego prevede un effetto collaterale positivo anche per i dipendenti del mondo privato, quanto meno coloro che dichiarano un po’ più di 24mila euro senza però superare i 26.500 euro di reddito lordo all’anno. Potranno infatti beneficiare dell’ampliamento del raggio d’azione del bonus Renzi, gli 80 euro netti al mese che hanno aumentato i soldi a disposizione dei lavoratori con redditi medio-bassi.

La misura è contenuta nella legge di bilancio 2018, e va a incrementare il pacchetto lavoro che comprende anche gli incentivi all’assunzione dei giovani (che vengono resi strutturali), ammortizzatori sociali e misure per la ricollocazione dei lavoratori delle aree di crisi complessa.

La novità altro non è che un effetto del rinnovo dei contratti del pubblico impiego. Il motivo è semplice: i 1.105 euro lordi all’anno promessi dall’intesa del 30 novembre 2016, e nel caso della pubblica amministrazione centrale finanziati dalla legge di Bilancio ora in discussione al Senato, avrebbero fatto uscire il bonus dalle buste paga di chi oggi lavora in un ufficio pubblico e guadagna da 24.895 euro in su, e l’avrebbero alleggerito per molti altri con redditi inferiori. Di qui l’idea di intervenire sulle fasce, che era comparsa qualche settimana fa prima di essere accantonata e ripescata in extremis.

Le nuove soglie – Il tetto di reddito per avere diritto al bonus di 80 euro al mese, in pratica, si alza di 600 euro. Si tratta, lo ricordiamo della detrazione per i lavoratori dipendenti pari a 960 euro annui (80 euro al mese, appunto), introdotta nel 2014, regolamentata dall’articolo 13 del TUIR, il testo unico delle imposte sui redditi. Le novità sono le seguenti:

il limite di reddito di 24mila euro annui, che consente la detrazione di 960 euro, sale a 24mila 600 euro;

il limite di 26mila euro, sopra il quale non c’è più diritto alla detrazione, sale a 26mila 600 euro;

fra i 24mila 600 e i 26mila 600 euro: la detrazione scende progressivamente, fino ad azzerarsi.

Quindi, calcola il sito delle piccole-medie imprese pmi.it – il beneficio più alto è riconosciuto a coloro che guadagnano fra 24mila e 24mila 600 euro, che prima avevano diritto alla detrazione ma in forma ridotta (perché, appunto, sopra i 24mila euro il beneficio iniziava progressivamente a scendere), mentre ora potranno detrarre interamente i 640 euro, quindi avranno il bonus da 80 euro al mese. Ricordiamo che per coloro che guadagnano fra i 24mila 600 e i 26mila 600 euro, la detrazione si calcola nel seguente modo: il rapporto fra 26mila 600 euro, meno l’importo del reddito annuo, e 2mila euro.

Vediamo un esempio di calcolo su un reddito di 25mila euro annui: detrazione dal 2018: (26600-25000) : 2000 = 1500 : 2000 = 0,75. Il bonus sarà dunque pari a 0,75 X 640 = 480 euro;

detrazione fino al 31 dicembre 2017: (26000-25000) : 2000 = 1000 : 2000 = 0,50. Il bonus è il 50% di 640, quindi 320 euro.

Il meccanismo è stato messo a punto per evitare che l’aumento del contratto dei dipendenti pubblici non incamerasse per interno l’agevolazione.

L’ampliamento del bonus, in ogni caso, attenua ma non cancella l’effetto incrociato di aumenti contrattuali e ‘decalage’. Per chi oggi guadagna 25mila euro, per esempio, i nuovi contratti preparano un reddito post-accordo da 26.100, che dimezzerebbe il bonus da 480 a 240 all’anno. L’aumento netto intorno ai 60 euro (85 lordi) sarebbe quindi nei fatti ridotto di un terzo dalla perdita dei 20 euro di aiuto: il tema, quindi, è destinato a tornare sui tavoli contrattuali per completare l’opera.

Previdenza e Welfare

ULTIME NOVITA’

Non bastava l’aumento dell’età pensionabile, a colpire le aspettative dei più anziani che attendono il meritato riposo dopo anni di duro lavoro. Nel mirino del governo ci sono anche i neonati, anzi, i papà e le mamme che contavano sul bonus bebè per far fronte alle spese dei nascituri. Niente da fare, anche per loro: la famiglia non sembra tra le priorità della maggioranza di centrosinistra, una maggioranza di cui fanno parte anche gli alfaniani, i primi a dolersi delle scelte fatte finora in manovra economica. “Certo che una finanziaria così – hanno dichiarato in una nota congiunta Laura Bianconi e Maurizio Lupi, presidenti dei senatori e dei deputati di Alternativa popolare – è difficile da votare. A parole tutti difendono la famiglia e sono preoccupati per il calo della natalità. Nei fatti la famiglia la bistrattano e i pochi provvedimenti a suo favore li annullano”, hanno sottolineato. Il punto che sta a cuore ad Ap è proprio quello dei bonus bebè: “Nella legge di bilancio dell’anno scorso con il governo Renzi si era finalmente invertita la rotta e alla famiglia erano stati destinati 600 milioni di euro, dopo il bonus bebè era stato creato anche il bonus per le neo mamme. In quella in discussione in Aula il bonus bebè è sparito. Si regalano soldi a pioggia a destra e a manca, mance e mancette che si potrebbero più prosaicamente definire marchette”.

Consulenti del lavoro

PER APE VOLONTARIA ATTESA E’ SU ACCORDI QUADRO

Per completare definitivamente il quadro regolatorio dell’Ape volontaria si dovranno attendere gli Accordi quadro con le associazioni bancarie e assicurative che conterranno, fra le altre informazioni, i dati per calcolare i costi che i contribuenti dovranno sostenere per andare in pensione prima. E’ quanto scrive in una nota la Fondazione studi consulenti del lavoro, che, con la circolare n.10/2017, analizza il dpcm illustrando i requisiti di accesso e l’iter burocratico per l’ottenimento della misura, soffermandosi anche sugli accordi quadro, sull’opzione di finanziamento supplementare, sulla possibilità di estinguere anticipatamente il prestito e sul Fondo di garanzia presso l’Inps.

“È entrato in vigore solo il 18 ottobre 2017 -si legge nella nota dei consulenti- il decreto del presidente del Consiglio dei ministri 4 settembre 2017 n.150 relativo all’anticipo pensionistico volontario. La misura avrebbe dovuto essere operativa già entro i primi di marzo, secondo quanto disposto dalla norma di riferimento (legge 232/2016), ma la complessità di questa prestazione di natura creditizia -conclude- ha comportato maggiori difficoltà nella stesura della disciplina attuativa rispetto all’Ape sociale e alla pensione anticipata dei lavoratori precoci”.

Consulenti del lavoro

ECCO GUIDA CON ADEMPIMENTI IN CASO DI DECESSO DEL DIPENDENTE

Il decesso del lavoratore dipendente comporta la risoluzione del rapporto di lavoro per causa di forza maggiore. Il datore di lavoro, di conseguenza, deve provvedere ad alcuni adempimenti come quello di comunicare al centro per l’impiego l’avvenuta risoluzione del rapporto di lavoro e versare a favore dei soggetti indicati dalla legge il trattamento di fine rapporto, l’indennità sostitutiva di preavviso e tutte le altre competenze. E’ quanto spiega la Fondazione studi dei consulenti del lavoro. La Fondazione, infatti, ha riassunto in una guida – gratuita per gli iscritti – tutte le regole da rispettare in caso di decesso del lavoratore, soffermandosi anche sulla tassazione delle somme già corrisposte al lavoratore o spettanti agli eredi.

Come si legge nella guida, “in caso di decesso del lavoratore dipendente sono previste diverse modalità di tassazione a seconda che si tratti delle somme già corrisposte al lavoratore o di somme spettanti agli eredi”. La guida, inoltre, mette in evidenza che “il decesso del lavoratore dipendente fa venir meno l’obbligo per il sostituto d’imposta di effettuare le operazioni di conguaglio”.

“Se il decesso avviene prima dell’effettuazione o della conclusione del conguaglio a debito, il sostituto – precisa – dovrà comunicare agli eredi l’ammontare delle somme o delle rate non ancora trattenute, che saranno versate dagli stessi eredi secondo i termini e le modalità previsti per la dichiarazione dei redditi”. “Nel caso di conguaglio a credito il sostituto comunicherà agli eredi i relativi importi indicandoli anche nell’ultima certificazione dei redditi Modello CU che sarà rilasciato. Gli eredi utilizzeranno tale credito nella successiva dichiarazione che gli stessi dovranno o comunque potranno presentare per conto del de cuius”, conclude.

Carlo Pareto

Inps, assegno per il nucleo familiare gestione separata. Accertamento su invalidità civile

Inps

ASSEGNO PER IL NUCLEO FAMILIARE GESTIONE SEPARATA

È una prestazione a sostegno del reddito dedicata alle famiglie dei lavoratori iscritti alla Gestione Separata. E’ rivolto ai lavoratori parasubordinati e autonomi iscritti alla Gestione Separata, di cui all’articolo 2, comma 26, legge 8 agosto 1995, n. 335, che non siano iscritti ad altre forme pensionistiche obbligatorie e non siano pensionati.

Giova al riguardo precisare, che agli iscritti alla Gestione Separata, non spettano gli assegni familiari, ma gli Assegni al nucleo familiare (Anf), come per la generalità dei lavoratori dipendenti: il diritto è riconosciuto sia ai lavoratori iscritti come parasubordinati (cococo) che come liberi professionisti.

Nel caso degli iscritti alla Gestione Separata, però, l’assegno, come avviene per le altre prestazioni a sostegno del reddito (indennità di maternità, di malattia, degenza ospedaliera), spetta soltanto se sono dovuti i contributi aggiuntivi (corrispondenti all’aliquota dello 0,72%): la contribuzione è dovuta da chi è iscritto alla Gestione Separata in via esclusiva, mentre non è dovuta da chi è iscritto ad altre gestioni, o da chi è già pensionato.

L’Assegno al nucleo familiare (Anf), di cui all’articolo 2 del decreto-legge 13 marzo 1988, n. 69, convertito, con modificazioni, nella legge 13 maggio 1988, n.153, è erogato – si ricorda – dall’Inps alle famiglie dei lavoratori suddetti, formate da più persone e con redditi compresi entro una certa soglia, che ne fanno formale richiesta. A partire dal 1° gennaio 1998 la prestazione è stata estesa anche agli iscritti alla Gestione Separata, di cui all’articolo 2, comma 26, legge 335/1995.

L’assegno è corrisposto per tutto il periodo che, ai fini previdenziali, risulta coperto dalla specifica contribuzione, comprensiva dell’aliquota contributiva aggiuntiva dello 0,72%.

L’importo dell’assegno varia, come per i lavoratori dipendenti, in base al numero dei componenti, alla tipologia e al reddito complessivo percepito dal nucleo stesso, secondo quanto stabilito nelle tabelle reddituali pubblicate ogni anno (circolare Inps 18 maggio 2017, n. 87).

I periodi lavorati possono non coincidere con i periodi coperti da contribuzione. Infatti, l’accredito dei contributi in tale gestione dell’Inps avviene partendo dal mese di gennaio, o dal primo mese di iscrizione in caso di nuovi iscritti, dell’anno in cui sono stati pagati i compensi cui si riferiscono, indipendentemente da quando essi siano maturati.

Per aver diritto al trattamento economico di cui si tratta, è necessario che i proventi complessivi del nucleo familiare siano composti, per almeno il 70%, da reddito derivante da attività indicate all’articolo 2, comma 26, legge 335/1995. In caso di nucleo familiare a composizione reddituale mista, si considera realizzato il requisito del 70% anche con la somma dei redditi da lavoro dipendente e dei redditi derivanti da attività di cui all’articolo 2, comma 26, legge 335/1995, sia che detti redditi siano conseguiti dai due coniugi/parte di unione civile o dal solo lavoratore richiedente.

Il reddito familiare considerato utile ai fini dell’erogazione dell’Anf è quello relativo all’anno solare precedente il 1° luglio di ciascun anno. Ad esempio, se la domanda è stata presentata il 1° febbraio 2017, relativamente al periodo compreso dal 1° gennaio al 31 dicembre 2016, i redditi da prendere in esame saranno: il reddito familiare del 2014 per le prestazioni relative al primo semestre 2016 (1° gennaio – 30 giugno 2016) e il reddito familiare 2015 per le prestazioni relative al secondo semestre 2016 (1° luglio – 31 dicembre 2016).

L’istanza deve essere presentata esclusivamente attraverso il servizio online dedicato, a decorrere dal 1° febbraio dell’anno successivo a quello in cui sono stati corrisposti gli emolumenti. Nei casi di inclusione di componenti nel nucleo familiare (es. genitori separati, componenti maggiorenni inabili, ecc.) o ai fini dell’aumento dei limiti reddituali (es. componente minorenne inabile) è necessario allegare la prevista documentazione alla domanda telematica di prestazione Anf. Qualora la richiesta sia inoltrata per un periodo pregresso, gli arretrati spettanti sono corrisposti nel limite massimo di cinque anni (prescrizione quinquennale).

Inps

DSU, CONTINUA SERVIZIO CAF

Si è tenuto, nelle scorse settimane, un incontro tra l’Inps e la delegazione della Consulta nazionale dei Caf al fine di trovare un accordo per garantire agli utenti la possibilità, fino a fine anno, di rivolgersi gratuitamente ai Caf per la compilazione delle Dsu, necessarie per il rilascio delle attestazioni Isee (l’Indicatore di situazione economica equivalente).

“L’Inps, riconoscendo il valore sociale e professionale dei Caf, la considerazione che riscuotono fra i cittadini e la loro presenza capillare su tutto il territorio, si è impegnato ad assicurare, per l’anno 2017, ulteriori quattro milioni di euro sull’attività Isee. Queste risorse sono disponibili grazie ai risparmi di gestione realizzati sul servizio di compilazione dei Red, anch’esso svolto dai Caf”, si legge in una nota dell’Inps.

“La Consulta dei Caf, con grande senso di responsabilità e rilevando il positivo rapporto di collaborazione con l’Istituto, assicurerà l’erogazione del servizio, fino al prossimo 31 dicembre 2017, a tutti i contribuenti che richiederanno l’Isee, senza oneri a carico dell’utenza. Le parti hanno convenuto sulla necessità di avviare rapidamente il confronto sul rinnovo della convenzione Isee per le annualità future e di aprire un tavolo tecnico sulla dichiarazione Isee precompilata”, conclude l’informativa.

Istat

SI VIVE DI PIU’: IN PENSIONE A 67 ANNI

“Per il totale dei residenti la speranza di vita alla nascita si attesta a 82,8 anni (+0,4 sul 2015, +0,2 sul 2014) mentre nei confronti del 2013 si allunga di oltre 7 mesi”. E’ quanto stabilisce l’indicatore di mortalità della popolazione residente nel 2016 reso noto oggi dall’Istat, per il quale la speranza di vita ha recuperato terreno rispetto ai livelli del 2015, anno in cui si registrò un eccesso di mortalità. L’istituto di Statistica conferma così le stime. Si profila quindi l’uscita dal lavoro a 67 anni, a partire dal 2019. Come prevede la riforma Fornero.

La speranza di vita alla nascita risulta come di consueto più elevata per le donne, 85 anni, ma il vantaggio nei confronti degli uomini, 80,6 anni, si limita a 4,5 anni di vita in più. La speranza di vita spiega ancora l’Istat, aumenta in ogni classe di età. A 65 anni arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti, allungandosi di cinque mesi rispetto a quella registrata nel 2013. Nelle condizioni date per il 2016, cioè, spiega l’Istat, questo significa che un uomo di 65 anni può oltrepassare la soglia degli 84 anni mentre una donna di pari età può arrivare a superare il traguardo delle 87 candeline.

L’aumento della speranza di vita nel 2016 rispetto al 2015, prosegue l’Istat, si deve principalmente alla positiva congiuntura della mortalità alle età successive ai 60 anni. Il solo abbassamento dei rischi di morte tra gli 80 e gli 89 anni di vita spiega il 37% del guadagno di sopravvivenza maschile e il 44% di quello femminile. Rispetto a 40 anni fa, si legge ancora, la probabilità di morire nel primo anno di vita si è abbattuta di oltre sette volte, mentre quella di morire a 65 anni di età si è più che dimezzata. Un neonato del 1976 aveva una probabilità del 90% di essere ancora in vita all’età di 50 anni, se maschio, e a quella di 59 anni, se femmina. Quaranta anni più tardi, un neonato del 2016 può confidare di sopravvivere con un 90% di possibilità fino all’età di 64 anni, se maschio, e fino a quella di 70, se femmina.

Nel 2016 si registra una leggera riduzione delle diseguaglianze territoriali di sopravvivenza, che tuttavia permangono significative. I valori massimi di speranza di vita si hanno nel Nord-est, dove gli uomini possono contare su 81 anni di vita media e le donne su 85,6. Quelli minimi, invece, si ritrovano nel Mezzogiorno con 79,9 anni per gli uomini e 84,3 per le donne.

Disaggregata per genere, la durata media della vita risulta come di consueto più elevata per le donne, 85 anni, ma il vantaggio nei confronti degli uomini, 80,6 anni, si limita a soli 4,5 anni di vita in più (4,8 nel 2013), consolidando quel processo di avvicinamento della sopravvivenza di genere che a partire dal 1979 (6,9 anni la differenza uomo-donna in tale anno) non si è mai interrotto.

Inps

INVALDITA’ CIVILE: ACCERTAMENTO SANITARIO

Per avviare il processo di accertamento dello stato di invalidità civile l’interessato deve prima di tutto recarsi da un medico certificatore, è sufficiente il medico di base, e chiedere il rilascio del certificato medico introduttivo che deve indicare, oltre ai dati anagrafici, il codice fiscale, la tessera sanitaria, l’esatta natura delle patologie invalidanti e la relativa diagnosi.

Il medico compila il certificato online e lo inoltra all’Inps attraverso il servizio dedicato, stampando una ricevuta completa del codice identificativo della procedura attivata. La ricevuta viene consegnata dal medico all’interessato insieme a una copia del certificato medico originale che il cittadino dovrà esibire all’atto della visita medica.

Per la presentazione della domanda d’invalidità civile, il certificato medico introduttivo ha una validità di 90 giorni.

Ottenuto il certificato medico la domanda va presentata attraverso il servizio online tramite Pin. In caso di minore va utilizzato il suo codice Pin e non quello del genitore o tutore. In alternativa, è possibile presentare la domanda tramite il patronato o un’associazione di categoria dei disabili (Anmic, Ens, Uic, Anfass).

A partire dal 4 luglio 2009 (con l’eccezione delle domande di aggravamento previste dalla legge 80/2006) non è possibile presentare una nuova istanza per la stessa prestazione prima della fine della procedura in corso o, in caso di ricorso giudiziario, dell’intervento di una sentenza passata in giudicato.

Ricevuta la domanda completa l’Inps provvede a trasmetterla online alla Asl di competenza.

Una volta presentata la richiesta il cittadino riceve la data della visita medica di accertamento, in base al calendario di appuntamento della Asl di residenza o del domicilio alternativo.

All’invalido affetto da patologia oncologica la visita è fissata entro 15 giorni dalla domanda.

In caso di non trasportabilità il medico deve compilare e inviare online il certificato medico di richiesta di visita domiciliare, almeno cinque giorni prima della data già fissata per la visita ambulatoriale. Il Presidente della Commissione medica si pronuncia entro cinque giorni dalla ricezione della richiesta, comunicando al cittadino la data e l’ora della visita domiciliare o indicando una nuova data di invito a visita ambulatoriale.

In caso di impedimento, l’interessato può scegliere tra una delle date indicate dal sistema. Se l’interessato non si presenta alla visita viene convocato una seconda volta e ogni ulteriore assenza sarà considerata rinuncia e farà decadere l’istanza.

Alla visita l’interessato può farsi assistere da un medico di sua fiducia.

L’accertamento sanitario compete alla Asl attraverso una Commissione medica integrata (Cmi) che prevede anche un medico dell’Inps.

Ultimati gli accertamenti, la Commissione redige il verbale di visita firmato da almeno tre medici (incluso eventualmente il rappresentante di categoria).

Il verbale Asl è poi validato dal Centro medico legale (Cml) dell’Inps che può disporre nuovi accertamenti anche attraverso visita diretta.

Il verbale definitivo viene inviato in duplice copia all’interessato: una con tutti i dati sanitari anche sensibili e l’altra con il solo giudizio finale. L’invio avviene tramite raccomandata con avviso di ricevimento o all’indirizzo Pec se fornito dall’utente e resta disponibile nella cassetta postale online.

Sui verbali definiti dalle Commissioni mediche, la Commissione Medica Superiore (Cms) effettua un monitoraggio a campione o su segnalazione dei Centri medici dell’Inps. Gli accertamenti disposti dalla Cms, anche successivamente all’invio del verbale al cittadino possono prevedere un riesame della documentazione sanitaria agli atti o una visita diretta.

Se la Commissione medica ritiene le minorazioni suscettibili di modificazioni nel tempo, il verbale indica la data entro cui l’invalido dovrà essere sottoposto a una nuova visita di revisione.

Con decreto ministeriale 2 agosto 2007 il Ministero dell’Economia e delle Finanze e il Ministero della Salute hanno individuato le patologie e le menomazioni escluse dagli accertamenti di controllo. Il decreto indica la documentazione sanitaria da richiedere agli interessati o alle Commissioni mediche delle Asl (se non acquisita agli atti) idonea a confermare la minorazione.

Gli invalidi che accusano un aggravamento delle proprie condizioni devono presentare apposita domanda online all’Inps completa del certificato medico di accertamento della modifica del quadro clinico preesistente.

Carlo Pareto