Inail, infortuni sul lavoro: niente visita fiscale. Ecco cosa spetta a chi è senza lavoro

Inail
INFORTUNI SUL LAVORO, NIENTE VISITA FISCALE

Visita fiscale, non sempre se ne occupa l’Inps. Sia lo stesso Istituto nazionale di previdenza sociale che il consiglio dei Ministri hanno di recente ribadito che non le può fare nel caso in cui dipendenti pubblici o privati sospendano la propria attività lavorativa a causa di un infortunio subito sul lavoro o di una malattia professionale.
Come si legge nella nota 246/2018, infatti, è l’Inail ad essere competente per quanto riguarda la valutazione medica e giuridica di questi lavoratori. Per questo motivo nel messaggio 3265/2017 l’Inps ha chiarito di non poter interferire sulle competenze esclusive dell’Inail. Spetta a quest’ultima, quindi, accertare l’effettività dell’infortunio o della malattia professionale, procedendo “secondo le proprie metodologie”.
Ma cosa significa questo? Il dipendente deve comunque rispettare l’obbligo di reperibilità in caso di una visita a domicilio di un medico incaricato dall’Inail? No, dal momento che l’Inail non effettua visite fiscali a domicilio (e di conseguenza non esistono fasce orarie di reperibilità). Potrebbe succedere, però, che l’Inail decida di convocare presso la propria sede territoriale un lavoratore assente per malattia o infortunio sul lavoro così da poter procedere con gli accertamenti sanitari necessari.
In tale ipotesi il lavoratore è obbligato a rispondere alla convocazione e non può rifiutarsi senza giustificato motivo di sottoporsi alle cure mediche e chirurgiche che il medico, incaricato dall’Inail, ritiene necessarie per la sua guarigione. E’ opportuno ricordare, al riguardo, che nel caso in cui un lavoratore sia vittima di un infortunio sul lavoro deve darne immediata comunicazione al datore di lavoro (può farlo anche incaricando terzi). A seconda della gravità della lesione, poi, deve rivolgersi al medico dell’azienda (o anche al medico curante) oppure al Pronto Soccorso. Sarà il medico che ha prestato la prima assistenza al lavoratore infortunato a rilasciare il certificato medico sul quale è indicata la diagnosi e il numero di giorni di inabilità temporanea assoluta e a trasmetterlo per via telematica all’Inail.
Il particolare tema trattato ci fornisce inoltre lo spunto giusto per ribadire ancora una volta (ritenendo di fare cosa utile) cosa devono fare i lavoratori in caso invece di malattia comune. Lo spiega l’Inps con una guida sulla certificazione telematica e sulle visite mediche di controllo. L’Istituto risponde così alle domande più frequenti dei dipendenti, sia privati che pubblici, indicando loro i passi da seguire quando, causa malattia, sono impossibilitati a recarsi a lavoro.
La prima cosa da fare è contattare il proprio medico curante che ha il compito di redigere e trasmettere il certificato in via telematica all’Inps. Certificato e attestato cartacei (l’attestato indica solo la prognosi, ossia il giorno di inizio e di fine presunta della malattia; il certificato indica la prognosi e la diagnosi, ossia la causa della malattia) sono accettati solo quando non sia tecnicamente possibile la trasmissione telematica.
Il lavoratore, rammenta l’Istituto, deve prendere nota del numero di protocollo del certificato e controllare l’esattezza dei dati anagrafici e dell’indirizzo di reperibilità per la visita medica inseriti. Può altresì verificare la corretta trasmissione del referto sanitario tramite l’apposito servizio sul sito Inps, inserendo le proprie credenziali (codice fiscale e Pin o Spid per consultare il certificato; codice fiscale e numero di protocollo per consultare l’attestato).
Nel certificato il medico deve inserire (solo se ricorrono) l’indicazione dell’evento traumatico e la segnalazione delle agevolazioni per cui il lavoratore, privato o pubblico, sarà esonerato dall’obbligo del rispetto della reperibilità.

Statali
IMPRONTE DIGITALI CONTRO I FURBETTI DEL CARTELLINO

Rilevazione biometrica delle presenze dei lavoratori della pa. È una delle misure contenute nel ddl concretezza varato dal cdm. “Non è un provvedimento punitivo”, ha recentemente detto il ministro della Pa, Giulia Bongiorno, illustrando il provvedimento che, ha puntualizzato, punta “a contrastare i furbetti del cartellino”.
Il ddl prefigura dunque misure “per contrastare l’assenteismo dei dipendenti pubblici, prevedendo l’utilizzo generalizzato di sistemi di identificazione biometrica e di videosorveglianza per rilevare presenze e il rispetto dell’orario di lavoro” e “recepisce un’osservazione della Corte dei conti sulle stabilizzazioni effettuate nella precedente legislatura postulando, mediante una norma di interpretazione autentica, l’adeguamento dei fondi destinati al trattamento economico accessorio del personale in proporzione al numero delle nuove assunzioni”.
Il ddl ipotizza anche l’istituzione del Nucleo della concretezza che, in collaborazione con l’Ispettorato della funzione pubblica, svolge sopralluoghi e visite presso le singole amministrazioni, proponendo eventuali misure correttive con l’indicazione dei tempi di realizzazione; il ‘Piano triennale delle azioni concrete per l’efficienza delle pubbliche amministrazioni’ che contiene azioni dirette a garantire la corretta applicazione delle disposizioni in materia di organizzazione e funzionamento delle pubbliche amministrazioni e le azioni dirette ad implementare la loro efficienza, con indicazione dei tempi per la loro realizzazione; la mancata attuazione delle misure correttive determina responsabilità dirigenziale e disciplinare dei dirigenti e l’iscrizione dell’amministrazione in un’apposita ‘black list’; il coinvolgimento del Ministero dell’interno è assicurato sia nella fase di predisposizione del Piano, sia all’esito dei sopralluoghi mediante la trasmissione dei verbali al Prefetto competente, sia attraverso la possibile utilizzazione da parte del Prefetto o dei Commissari prefettizi del Nucleo della concretezza (in questi ultimi casi con il coinvolgimento del personale della Prefettura); l’assegnazione al Dipartimento di 53 unità di personale già appartenente alle pubbliche amministrazioni o da reclutare tramite concorso pubblico.
Inoltre il ddl “detta misure per garantire assunzioni mirate e accelerare il ricambio generazionale. In particolare, per le pubbliche amministrazioni prevede la possibilità di assumere personale a tempo indeterminato in misura pari al 100 % del personale cessato dal servizio nell’anno precedente; l’obbligo di reclutare, in via prioritaria, figure professionali con elevate competenze in materia di digitalizzazione, di razionalizzazione e semplificazione dei processi amministrativi, di qualità dei servizi pubblici, di gestione dei fondi strutturali e della capacità di investimento, di contrattualistica pubblica, di controllo di gestione e attività ispettiva; la possibilità di procedere, nel triennio 2019 – 2021, all’effettuazione di assunzioni, mediante scorrimento delle graduatorie ovvero tramite apposite procedure concorsuali indette in deroga alla normativa vigente in materia di mobilità del personale e senza la necessità della preventiva autorizzazione, da svolgersi secondo procedure semplificate e più celeri”.
Il ddl “contiene una disposizione finalizzata a prevedere la sostituzione dei buoni pasto erogati in base delle Convenzioni BP 7 e BPE1, stipulate da Consip” e “prevede che le disposizioni della legge costituiscano principi fondamentali ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e siano applicabili nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione”.

Economia
SENZA LAVORO, ECCO COSA SPETTA

Il reddito di cittadinanza secondo il vice premier Luigi Di Maio deve essere tassativamente introdotto già nel 2019, non intendendo aspettare altro tempo per introdurre nel panorama del Welfare nazionale lo strumento di contrasto alla povertà che in questi anni ha rappresentato un vero e proprio cavallo di battaglia per i pentastellati. Nell’attesa del suo molto probabile avvio proviamo a delineare attualmente cosa spetta a chi si trova oggi senza sostegno economico e senza lavoro.
Sia per chi è inoccupato che disoccupato infatti le agevolazioni non mancano. Prima vediamo, però, le differenze tra i due termini. Gli inoccupati sono coloro che non hanno svolto alcuna attività lavorativa né come dipendenti né tantomeno come autonomi. Per essere riconosciuti come tali è necessario essere alla ricerca di un’occupazione ed essere iscritti al Centro per l’impiego da almeno 6 mesi per i giovani. Il disoccupato, invece, è colui che un posto di lavoro lo aveva, ma lo ha perso.
Le agevolazioni riconosciute oggi a queste due categorie sono più o meno le stesse. Ad esempio, a differenza degli anni scorsi sia per gli inoccupati che per i disoccupati spetta l’esenzione dal ticket sanitario, come tra l’altro confermato da una recente circolare del Ministero del Lavoro. Discorso differente per la Naspi (indennità di disoccupazione) che, invece, può essere richiesta solamente dai disoccupati. Per averne diritto, infatti, è necessario aver perso un impiego per cause indipendenti alla propria volontà, nonché aver maturato almeno 13 settimane contributive negli ultimi 4 anni e 30 giorni di lavoro effettivo nell’ultimo anno. Per questo motivo coloro che non hanno mai avuto un lavoro non possono richiedere l’indennità di disoccupazione, pur potendo aderire alle iniziative del Centro per l’impiego, finalizzate al loro inserimento nel mercato del lavoro.

Carlo Pareto

Servizio Civile, pronto il bando. Bonus bus e metro, novità in arrivo

Civ Inps
APPROVATO ASSESTAMENTO DEL BILANCIO PREVENTIVO 2018

Il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps ha approvato l’Assestamento del Bilancio Preventivo 2018. Ne ha dato notizia una nota che ricorda come “gli organi dell’Inps hanno aggiornato il Bilancio Preventivo 2018 dell’Istituto sulla base della situazione finanziaria al primo semestre di questo anno”. “I riscontri al 30 giugno hanno permesso di registrare un contenimento del ‘rosso di bilancio’ (disavanzo) prevedibile al 31/12/2018 in 1,841 miliardi di euro con un dimezzamento in confronto alle previsioni di inizio anno. Questo risultato riflette la moderata ma positiva crescita delle ore lavorate, che hanno comportato un incremento dello 0,6% dei contributi da imprese e lavoratori del settore privato”, prosegue la nota del Civ.
I contributi Inps ammontano complessivamente a 228,794 miliardi di euro, per far fronte alle prestazioni previdenziali (pensioni al netto delle componenti assistenziali) e a quelle di protezione sociale (cassa integrazione, naspi) che necessitano di 229,461 miliardi di euro a carico del sistema solidale tra imprese e lavoratori. Il Civ sottolinea che queste attività (“cuore dei compiti dell’Istituto”), presentano quindi una previsione di disavanzo di 667 milioni di euro che potrà essere coperto da un positivo andamento della ripresa economica.
“Le prestazioni a carico del Bilancio dello Stato di carattere assistenziale o di protezione sociale fanno registrare una riduzione dello 0,9% relativa alla contrazione delle prestazioni per invalidità civile ed accompagnamento. Nonostante questi contenimenti di spesa i trasferimenti dallo Stato a questo titolo pesano sul disavanzo Inps per 621 milioni di euro”, evidenzia la nota.
Il Civ dell’Inps, nel quale sono rappresentati lavoratori e imprese, cioè i maggiori contribuenti, ha rimarcato, nell’approvare l’assestamento al Bilancio 2018, come “il disavanzo sia conseguenza, anche, di un prelievo ‘forzoso’ di 798 milioni di euro dai contributi Inps, prefigurato dalle norme della cosiddetta spending review e, quindi, destinato alle Casse dello Stato”. Un prelievo che porta alla diminuzione degli investimenti in tecnologia e innovazione e risorse umane e che alimenta, inevitabilmente, criticità organizzative e funzionali.
Grava, inoltre, negativamente la politica di cartolarizzazione del patrimonio istituzionale dell’Inps costretto, oltre un decennio fa, alla cessione delle più importanti sedi con l’obbligo, fino al 2022, di sottoscrizione di onerosi canoni di affitto. Risulta importante sottolineare, altresì, che i pensionati Inps concorrono, con il prelievo sulle pensioni, al fabbisogno del Bilancio dello Stato con un versamento annuo di oltre 56,377 miliardi di euro.
Il Civ Inps ha anche messo in rilievo che nella prossima Legge di Bilancio per il 2019 risulterà opportuno prevedere il rifinanziamento dei provvedimenti adottati negli scorsi anni per sostenere l’occupazione e gli ammortizzatori sociali. È poi urgente che le diverse amministrazioni pubbliche mettano a disposizione dell’Inps i dati dei contributi dovuti per i dipendenti pubblici affinché essi abbiano piena consapevolezza della propria storia contributiva.
Guglielmo Loy, presidente del Civ Inps, proponendo l’approvazione in via definitiva dell’Assestamento del Bilancio Preventivo 2018 ha precisato che “la situazione Inps mette in mostra la possibilità di mantenere un importante ruolo dell’Istituto come soggetto di garanzia del nostro welfare. Occorre, però, una forte iniziativa del legislatore che liberi l’Inps da prelievi economici gravosi e dai vincoli che ne riducono l’efficienza e rallentano il miglioramento dei servizi verso l’utenza anche per prevenire l’eccesso di contenzioso”. Continua la nota del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps.
“Il Civ Inps è impegnato a costruire un rapporto positivo con i cittadini, le parti sociali e gli intermediari istituzionali, anche per mezzo di un forte impulso agli ‘open data’, affinché tutti possano essere partecipi delle scelte strategiche di carattere previdenziale e di protezione sociale”, afferma la nota.
“Questi dati fanno pure maggiore chiarezza, non solo sullo stato economico dell’Istituto, ma anche sulla più netta distinzione tra le uscite di carattere previdenziale rispetto a quelle, orientate dalle leggi e da scelte politiche, più strettamente assistenziali e di incoraggiamento alla crescita economica. Maggiore comprensibilità andrebbe riportata anche nel Bilancio generale dello Stato per permettere all’opinione pubblica ed ai cittadini di avere il massimo della trasparenza su un tema, quello della sostenibilità della protezione sociale, che coinvolge 40 milioni di cittadini”, conclude la nota del Civ dell’Inps.

Servizio civile
BANDO PER 50MILA VOLONTARI

Sono 53.363 i posti disponibili per i giovani tra i 18 e 28 anni che vogliono diventare volontari di Servizio Civile. Fino al 28 settembre 2018, infatti, riferisce il Dipartimento della Gioventù e del Servizio civile nazionale della Presidenza del Consiglio dei ministri, è possibile presentare domanda di partecipazione a uno dei 5.408 progetti che si realizzeranno tra il 2018 e il 2019 su tutto il territorio nazionale e all’estero.
Nel bando nazionale sono inseriti anche i 94 progetti all’estero, che vedranno impegnati 805 volontari, e i 151 progetti ‘sperimentali’ che consentiranno a 1.236 giovani di ‘collaudare’ alcune novità introdotte dalla recente riforma del servizio civile universale. Si tratta, nello specifico, della flessibilità della durata del progetto e dell’orario di servizio; di un periodo di tutoraggio, fino a tre mesi, finalizzato a facilitare l’accesso al mercato del lavoro dei volontari o, in alternativa, di un periodo di servizio in un altro Paese dell’Unione europea; di misure che favoriscono la partecipazione dei giovani con minori opportunità.
Quest’anno, per facilitare la partecipazione dei giovani al Bando volontari e, più in generale, per avvicinarli al mondo del servizio civile, è stato realizzato il sito dedicato www.scelgoilserviziocivile.gov.it che, spiega il dipartimento, “grazie al linguaggio più semplice, diretto proprio ai ragazzi, potrà meglio orientarli tra le tante informazioni e aiutarli a compiere la scelta migliore”.
Per consultare l’elenco dei progetti di Servizio Civile disponibili in Italia e all’Estero basta utilizzare i motori di ricerca ‘Scegli il tuo progetto in Italia’ e ‘Scegli il tuo progetto all’Estero’ collocati nella sezione ‘Progetti’ del sito ufficiale. La domanda di partecipazione e la relativa documentazione vanno presentati a mano, via pec o con raccomandata direttamente all’ente che realizza il progetto scelto entro il 28 settembre 2018 .

Economia
ARRIVA IL BONUS PER BUS E METRO

Bonus bus e metro, novità in arrivo. Le spese sostenute quest’anno per l’abbonamento a metropolitana e trasporto pubblico locale, regionale e interregionale possono essere detratte con la dichiarazione dei redditi 2019. È quanto ricorda l’Agenzia delle Entrate, via Twitter, specificando che “la legge di Bilancio 2018 ha introdotto una detrazione Irpef del 19% per le spese sostenute per l’acquisto degli abbonamenti ai servizi di trasporto pubblico locale, regionale e interregionale, su un costo annuo massimo di 250 euro”.
“L’agevolazione – si legge sul sito dell’Agenzia – riguarda sia le spese sostenute direttamente dal contribuente per l’acquisto di un abbonamento del trasporto pubblico, sia quelle affrontate per conto dei familiari fiscalmente a carico. Per le detrazioni relative all’acquisto dell’abbonamento da parte dei cittadini e dei familiari a carico dovranno essere conservati il titolo di viaggio e la documentazione relativa al pagamento”.
Inoltre, “non concorrono a formare reddito di lavoro le somme erogate o rimborsate ai dipendenti dal datore di lavoro o le spese sostenute direttamente da quest’ultimo per l’acquisto degli abbonamenti per il trasporto pubblico del dipendente e dei suoi familiari”.

Carlo Pareto

Il riscatto della laurea ai fini pensionistici. Come può essere richiesto

Nuova proposta di legge

INDENNITÀ PARLAMENTARE PIGNORABILE

Impignorabilità dell’indennità parlamentare addio. Un altro pezzo dei “privilegi” di senatori e deputati potrebbe essere demolito, qualora venisse approvata una proposta di legge, presentata da Maria Edera Spadoni, vice presidente cinquestelle della Camera, depositata a giugno scorso in commissione Affari Costituzionali e sottoscritta da una novantina di deputati del M5S.

Attualmente, premette l’esponente pentastellata, le norme in vigore ‘mettono al riparo’ l’indennità parlamentare e la diaria dal sequestro e dal pignoramento, cosicché chi reclama un credito da un parlamentare, può vedersi sbarrata la strada dal diritto di esigerlo e dal potersi rivalere economicamente.

“Tra le disposizioni che richiedono ancora di essere adeguate alla mutata sensibilità sociale”, scrive la Spadoni sulla relazione al testo di legge c’è appunto il “trattamento economico dei membri del Parlamento” che è disciplinato dalla legge 31 ottobre 1965, n. 1261, in attuazione dell’articolo 69 della Costituzione. Nel corso degli anni alcune peculiarità (come il regime tributario di favore previsto per l’indennità), sono state corrette dalla legge 724 del 1994.

Dal punto di vista giuridico, i componenti delle Camere non sono inquadrabili fra i pubblici impiegati, ma la dottrina corrente “ritiene che l’indennità parlamentare abbia ormai assunto una natura sostanzialmente retributiva” e “anche la giurisprudenza costituzionale – osserva la vice presidente della Camera – sembra essersi avviata su questo percorso”.

“È giunto dunque il momento – spiega Spadoni, introducendo le ragioni della sua proposta – di prevedere, nel rispetto del principio di eguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione, che l’indennità e la diaria dei parlamentari, come quelli di qualsiasi altro lavoratore italiano, possano essere pignorate da eventuali creditori o sequestrate, rimuovendo una norma che può essere percepita come immotivata diseguaglianza tra i parlamentari e i cittadini”.

Nel contesto della crisi economico-finanziaria che ha colpito l’Italia, la norma, “concepita in origine come tutela dell’indipendenza del parlamentare, finisce per alimentare il sentimento di sfiducia dei cittadini italiani verso il sistema politico”. Nel corso della XVII legislatura, conclude Spadoni, il M5S “ha raggiunto importanti risultati nell’eliminazione dei privilegi dei parlamentari: è stata ottenuta una maggiore trasparenza nei documenti di bilancio, si sono ridotte le automobili di servizio della Camera e i contributi erogati ad associazioni varie e si è operata una decisa razionalizzazione delle spese di rappresentanza”.

Iscritti Gestione separata Inps (Parasubordinati)

IMPORTI 2018 PER MALATTIA E DEGENZA

I collaboratori coordinati e continuativi, consulenti, venditori porta a porta, liberi professionisti, ecc. a determinate condizioni possono avere l’indennità giornaliera di malattia. L’indennità segue regole molto particolari: ad esempio, è stabilita in misura fissa, e non in percentuale dei compensi guadagnati. Sono quattro le iniziali condizioni chieste dalla legge per riconoscere il diritto alla indennità nel corso di quest’anno.

1) Hanno titolo all’indennità solo i lavoratori che versano all’Inps i contributi più alti, in quanto non hanno altre assicurazioni per concomitanti altri lavori e non sono neanche pensionati. Sono le persone che pagano le a aliquote del 25,72% o del 33,72% e del 34,23%.

2) Nei 12 mesi precedenti l’inizio del periodo di malattia devono avere corrisposto contributi per almeno 3 mesi.

3) Nell’anno precedente (2017), devono avere avuto compensi per un importo complessivo non superiore a 70.266,80 euro.

4) Devono essere ammalati e assenti dal lavoro per almeno quattro giorni.

Attenzione: se manca anche una sola di queste condizioni si perde il diritto al trattamento economico. La misura delle indennità Inps segue regole particolari. È diversa a seconda del numero di contributi versati e del luogo dove si svolge la malattia, e cioè in casa o in ospedale.

In base alla variazione dell’indice Istat del costo della vita, intervenuta rispetto al 2017 per gli iscritti alla gestione separata dell’Inps, la prestazione di malattia e degenza ospedaliera dovuta per il 2018 risulta in aumento. Come di consueto, infatti, sono stati determinati i valori in vigore quest’anno, che sono stati aggiornati in aumento in confronto a quelli dell’anno prima. Per l’indennità di malattia giornaliera quindi nel 2018 si ha diritto a 11,12 euro se nei 12 mesi precedenti l’evento risultano accreditati, a favore de soggetto interessato, da 3 a 4 mesi di contribuzione, e si sale a 16,67 euro se i mesi coperti da contributi sono da 5 a 8, per arrivare poi a 22,23 euro se le mensilità risultano da 9 a 12.

In caso di degenza ospedaliera, invece, l’indennità corrisposta va, diversamente dal 2017, da un minimo di 22,33 euro (con accrediti contributivi da 3 a 4 mesi), a 33,35 (con accrediti per 5-8 mesi), fino a un massimo di 44,46 euro (da 9 a 12 mesi). Rispetto all’ultimo incremento (2017) i valori sono stati ritoccati al massimo di un euro o poco più. L’indennità di malattia e di degenza ospedaliera – si ricorda – spetta, sin dal 2007, ai collaboratori a progetto e categorie assimilate iscritti alla gestione separata e, dall’inizio del 2012, anche ai liberi professionisti che rientrano in tale gestione. Infatti, il decreto legge 201/2011 salva Italia ha incluso, dal 1° gennaio 2012, tra i beneficiari dell’indennità economica di malattia e quella per i congedi parentali i «professionisti iscritti alla gestione separata. non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie».

I valori, segnala opportunamente l’Inps in una apposita informativa diramata in proposito, vengono determinati in percentuale sul massimale contributivo prefigurato per la gestione, che per il 2018 è stato fissato a 101.427 euro, corrispondente a 278,00 euro al giorno circa. Il trattamento di malattia deve essere pari al 4, al 6 o all’8 per cento di tale importo, mentre quella di degenza ha quote doppie. Al riguardo, è appena il caso di precisare che a decorrere dal 1° gennaio del 2000 la tutela per malattia in caso di degenza ospedaliera è stata estesa ai lavoratori iscritti alla gestione separata con un minimo di tre contributi mensili nei dodici mesi precedenti la data del ricovero e con un determinato reddito individuale. Con esclusione, invece, dei soggetti che risultano contemporaneamente iscritti ad altra forma pensionistica obbligatoria ed i pensionati.

Sempre nella stessa nota interna dell’Istituto sono stati altresì comunicati i nuovi valori di retribuzione da utilizzare per la liquidazione delle indennità di malattia, maternità e tubercolosi di altre categorie di lavoratori. Per i soci di cooperative, l’importo retributivo giornaliero minimale è di 48,20 euro; per gli agricoli a tempo determinato è di 42,88 euro; per i compartecipanti familiari e piccoli coloni è di 56,83 euro. Inoltre per la maternità delle lavoratrici autonome gli importi di riferimento sono di 56,83 euro in caso di coltivatrici dirette; di 48,20 per artigiane e commercianti; di 26,78 euro per le pescatrici.

Inps

RISCATTO LAUREA

Il riscatto della laurea ai fini pensionistici può essere richiesto da tutti i lavoratori iscritti alle gestioni Inps che abbiano già conseguito il titolo di studio, e non siano già coperti da contribuzione nel periodo di frequentazione dell’università. E’ consentito riscattare solo gli anni previsti dalla durata ordinaria del corso di laurea, se lo studente è andato fuori corso non avrà la possibilità di riscattare gli anni in più che ci ha impiegato per laurearsi.

Tutti i dettagli sul riscatto della laurea presso le gestione Inps sono contenuti in un approfondimento della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro del 19 settembre 2017, ancora del tutto attuale. I riferimenti normativi fondamentali per il riscatto della laurea sono il decreto legislativo 184/1997 e la legge 247/2007.

Possono dunque, come detto, riscattare la laurea gli iscritti a tutte le gestioni Inps, purché il periodo di studi sia precedente a quello in cui è stata istituita la gestione previdenziale. Nel caso, ad esempio, della gestione separata, la frequentazione dell’università deve essere successiva al 31 marzo 1996. Il riscatto della laurea può del pari essere richiesto anche da chi è già titolare di trattamento pensionistico. Naturalmente, se lo si chiede per anticipare la pensione di vecchiaia, l’operazione andrà fatta prima dell’età pensionabile perché gli anni siano poi conteggiabili ai fini del perfezionamento del titolo alla pensione. Possono comunque accedere al beneficio del riscatto dalla laurea anche i soggetti inoccupati.

Come già riferito, una regola fondamentale consiste nel fatto che i periodi oggetto dell’operazione di riscatto non devono essere coperti da contribuzione. Nell’ipotesi in cui, durante il corso di studi universitari, ci sia stato un periodo limitato di lavoro, ad esempio un impiego part-time, potrà essere chiesto il riscatto della laurea al netto dei lassi di tempo per i quali già risulta accreditata una contribuzione. Sono ammessi al riscatto tutti i titoli di laurea (vecchio ordinamento, laurea triennale, laurea magistrale, diplomi di specializzazione post-laurea, Accademia delle Arti e Conservatorio, dottorati di ricerca. Non sono inclusi, invece, i master universitari.

L’accesso all’operazione è a titolo oneroso, ed il cui costo dipende da diversi fattori: collocazione cronologica del lasso temporale di studio (prima o dopo il 1995, e prima e dopo il 2011), e modalità di calcolo della pensione (contributivo o retributivo).

Se il periodo di riscatto è valutato con il sistema retributivo, il computo si effettua in base al principio della riserva matematica. Molto in sintesi, si conteggiano due diversi trattamenti pensionistici: quello senza riscatto, e quello che comprende anche gli anni del corso di studi. La nuova rendita previdenziale tiene conto di un beneficio corrispondente all’aumento delle settimane in quota A (media rivalutata degli ultimi 5 anni di contribuzione prima del pensionamento).

Lo schema di calcolo: Pensione annua con riscatto – Pensione annua senza riscatto = Incremento pensionistico generato dal riscatto (Beneficio). Il vantaggio pensionistico va a questo punto moltiplicato per un coefficiente attuariale legato a età, sesso e stato lavorativo del richiedente. Esempio: beneficio (calcolato in base allo schema sopra indicato) pari a 15mila 600 lordi annui. Coefficiente di un lavoratore di 63 anni pensionato pari a 16,68. Onere spettante: 26mila 200 euro annui.

Se invece il periodo di riscatto è valutato con il metodo contributivo, il computo si effettua con il sistema a percentuale, che consiste nell’applicazione dell’aliquota contributiva in vigore al momento della domanda sull’imponibile previdenziale dello ultime 52 settimane. In pratica, si conteggiano gli ultimi 12 mesi di contribuzione obbligatoria precedenti alla richiesta di riscatto, si applica l’aliquota vigente (ad esempio, il 33% per l’Assicurazione generale obbligatoria), si calcola l’adeguamento per il periodo oggetto di riscatto. Esempio: retribuzione imponibile ultimi 12 mesi 40mila euro. Aliquota Ago 33%. Costo onere annuale 13mila 200 euro, per quattro anni di studi 52mila 800 euro.

Esiste poi uno specifico criterio di calcolo per gli inoccupati, che è simile a quello che si utilizza per chi ha la pensione contributiva (quindi, su base percentuale) prendendo come riferimento il minimale reddituale della Gestione Commercianti per l’anno della domanda di riscatto. Per esempio, il minimale 2018 è pari a 15.710 euro, quindi l’onere di riscatto è di 5mila 131,40 euro per ogni anno.

Giova infine ricordare che è possibile pagare l’onere di riscatto in 120 rate suddivise in dieci anni, senza interessi.

Società di calcio professionistiche

ASSUNZIONE DEGLI STEWARD CON TUTELE

A partire dal 6 settembre scorso, le società di calcio professionistiche possono gestire i rapporti di lavoro occasionale degli addetti alla sorveglianza negli stadi di calcio (steward) attraverso la piattaforma informatica predisposta dall’Inps.

È quanto è stato recentemente comunicato dall’Istituto con il messaggio n. 3193 del 24 agosto 2018, con il quale sono state diramate le istruzioni operative che consentono alle società di calcio professionistiche l’utilizzo della piattaforma telematica del lavoro occasionale per la gestione dei rapporti di lavoro degli steward.

I profili amministrativi per l’utilizzo del lavoro occasionale, che ha sostituito il vecchio sistema dei voucher, per l’occupazione degli steward, erano stati chiariti dall’Inps con la circolare n. 95 del 14 agosto scorso.

Per quanto attiene le prestazioni effettuate nel mese di agosto, le società di calcio potevano comunicarle dal 6 al 12 settembre, per consentire il pagamento delle stesse ai lavoratori entro la fine del mese di settembre. All’uopo sono stati accettati anche i pagamenti effettuati dopo lo svolgimento della prestazione operati in tempi utili per consentire l’inserimento delle prestazioni entro il 12 settembre e il conseguente accredito delle somme sul conto del lavoratore nello stesso mese.

Nel messaggio 3193/2018 l’Istituto ha opportunamente ricordato ai lavoratori di effettuare con immediatezza la registrazione nella piattaforma e alle società di calcio di praticare, prima dello svolgimento della prestazione lavorativa, il versamento della provvista destinata a finanziare il compenso del lavoratore e i contributi previdenziali e a trasmettere all’Inps la Pec per l’assegnazione degli importi alla gestione steward (dc.entraterecuperocrediti@postacert.inp.gov.it).

Carlo Pareto

Le ferie sono un diritto. Quando vanno pagate quelle non godute

Inps

A LUGLIO CROLLO RICHIESTE CIGS

Continuano a diminuire le richieste di cassa integrazione: a luglio le aziende hanno chiesto 14,5 milioni di ore di cassa con un calo del 25,7% rispetto a giugno e del 57,4% in confronto a luglio 2017. Nei primi sette mesi sono state chieste 139,5 milioni di ore di cassa con una flessione del 37,9% rispetto ai 224,6 dei primi sette mesi del 2017. Si sfiorano i livelli dei primi sette mesi del 2008, prima della crisi economica quando erano 118,27 milioni.

A giugno crescono invece le richieste di disoccupazione: nel complesso – secondo quanto si legge nell’Osservatorio sulla Cassa integrazione dell’Inps – sono state presentate 139.390 domande di NASpI e 2.081 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 714 richieste di ASpI, miniASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 142.185 domande, il +5,5% in confronto al mese di giugno 2017 (134.756 istanze). Rispetto a maggio si registra un aumento del 38,3%. Nei primi sei mesi dell’anno si registra una crescita del 4,9% con il passaggio da 726.232 a 762.228 domande nel complesso.

Tra gennaio e giugno 2018 i datori di lavoro privati hanno fatto nel complesso 3.892.000 assunzioni (+6,9%) mentre le cessazioni sono state 3.001.000 (+12,0%) con un saldo positivo di 891.000 contratti. Lo rileva l’Inps nell’Osservatorio sul Precariato sottolineando che per i contratti a tempo indeterminato la variazione netta è stata positiva per 140.000 unità. Il risultato è stato possibile anche grazie al buon andamento delle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato (+84.000) che registrano un progresso del 58,7% sul primo semestre 2017.

Ferie non godute

QUANDO VANNO PAGATE

Le ferie sono un diritto irrinunciabile per il lavoratore, come sancito dall’articolo 36 della Costituzione. Ciò significa che il datore di lavoro non può impedire al dipendente di godere delle ferie di cui ha diritto e che il lavoratore, invece, non può assolutamente rinunciarci.

Non si può rinunciare alle ferie neppure dietro la promessa di ricevere una somma in denaro. Permettere all’azienda di pagare le ferie, infatti, sarebbe un disincentivo al loro utilizzo.

Nel dettaglio la legge sull’orario di lavoro – dlgs 66/2003 – stabilisce che il dipendente abbia diritto a 4 settimane di ferie ogni anno, 2 delle quali devono essere godute entro l’anno di maturazione in maniera consecutiva. Le altre 2 settimane, invece, devono essere godute entro i 18 mesi successivi, scaduti i quali l’Inps le considera comunque fruite dal punto di vista contributivo e quindi i datori di lavoro vi devono versare i contributi come se queste fossero state godute. Le ferie residue, quindi, non possono essere monetizzate dal dipendente, se non in alcuni casi eccezionali. Ad esempio, il dipendente assunto con contratto a tempo determinato con durata inferiore a un anno può rinunciare al godimento delle ferie maturate e chiedere all’azienda che queste gli vengano retribuite una volta concluso il rapporto lavorativo. Vengono pagate, inoltre, le ferie residue (quelle maturate durante l’anno e nei 18 mesi precedenti) al dipendente assunto con contratto a tempo indeterminato in caso di scioglimento anticipato del rapporto di lavoro.

C’è un altro caso, infine, in cui il lavoratore può farsi pagare le ferie. Bisogna infatti sapere che alcuni Ccnl prevedono delle regole più vantaggiose per i lavoratori, riconoscendo loro più giorni di ferie rispetto a quelli previsti dalla normativa vigente. Per questo motivo la legge riconosce loro la possibilità di monetizzare le ferie che eccedono le 4 settimane. Solo in questo caso, quindi, in alternativa al loro godimento si può richiedere il pagamento di un’indennità sostitutiva delle ferie.

Corte di Cassazione

AMIANTO: ULTIME NOVITÀ

Per avere diritto alla maggiorazione contributiva a seguito di esposizione all’amianto durante l’attività lavorativa, non è necessario che il lavoratore fornisca i dati esatti relativi alla frequenza e alla durata dell’esposizione. È sufficiente che si accerti tramite consulenza tecnica la rilevante probabilità di esposizione al rischio. Sulla base di questo ragionamento la Cassazione, con l’ordinanza 20934/2018 , ha accolto parzialmente il ricorso presentato da un lavoratore nei confronti dell’Inps.

L’accertamento della soglia minima di esposizione all’amianto necessaria per il conseguimento delle maggiorazioni contributive sulla pensione può essere accertata anche tramite elementi presuntivi. Lo ha precisato la Corte di Cassazione con l’ordinanza numero 20934/2018 depositata recentemente con la quale i giudici del Supremo Collegio hanno accolto le doglianze di un lavoratore ribaltando la sentenza della Corte d’Appello di Napoli. Il lavoratore aveva chiesto l’accertamento del diritto alla maggiorazione contributiva per esposizione all’amianto prevista dall’art. 13, comma 8 della legge 257/1992 per l’attività espletata a bordo di diverse navi come operaio motorista e frigorista allorché era stato esposto all’amianto senza adozione da parte datoriale di adeguate misure di protezione.

La Corte d’Appello aveva rigettato la domanda in quanto l’assicurato, sprovvisto della certificazione Inail di esposizione ultradecennale all’amianto, non era riuscito a dimostrare della soglia minima di esposizione prevista dal d.lgs. 277/1991 (100 ff/l per oltre dieci anni) limitandosi a pretendere il riconoscimento dell’invocato diritto sulla scorta della mera presenza di amianto nei luoghi di lavoro e del rischio di contrarre malattie professionali. Secondo la Corte d’Appello, in sostanza, l’assicurato sarebbe stato tenuto ad indicare e provare la c.d. soglia qualificata tramite un’apposita Ctu che nel caso di specie non era stato possibile esperire anche in ragione dell’elevato numero delle navi a bordo della quali egli aveva lavorato.

La tesi della Cassazione

La Corte di Cassazione ha tuttavia sconfessato, a seguito del ricorso presentato dai legali dell’assicurato, l’impostazione seguita dalla Corte di Merito. Accusata di essere troppo restrittiva. Secondo i giudici di Piazza Cavour, al fine di non rendere impossibile il riconoscimento del beneficio gravando il lavoratore di una probatio diabolica, sotto il profilo probatorio non risulta necessario che il lavoratore “fornisca la prova atta a quantificare con esattezza la frequenza e la durata dell’esposizione, potendo ritenersi sufficiente, qualora ciò non sia possibile, avuto riguardo al tempo trascorso e al mutamento delle condizioni di lavoro, che si accerti, anche a mezzo di consulenza tecnica, la rilevante probabilità di esposizione del lavoratore al rischio morbigeno, attraverso un giudizio di pericolosità dell’ambiente di lavoro, con un margine di approssimazione di ampiezza tale da indicare la presenza di un rilevante grado di probabilità di superamento della soglia indicata dalla legge (Cass. Sez. L, Sentenza n. 16119 del 01/08/2005, Sez. L, Sentenza n. 19456 del 20/09/2007)”.

In altri termini, in assenza di certificazione Inail, l’accertamento della soglia qualificata di esposizione può essere compiuto mediante il ricorso ad elementi di tipo presuntivo in tutti i casi in cui non sussista la materiale possibilità di accertare tramite Ctu il livello di inquinamento all’interno del luogo di lavoro, per il tempo trascorso e la rimozione delle fonti di inquinamento. Per tale ragione la Corte ha cassato la sentenza impugnata dall’assicurato rinviando la causa alla Corte d’Appello in diversa composizione.

Istat

PEGGIORA LA FIDUCIA DELLE FAMIGLIE E DELLE IMPRESE

Peggiora ad agosto il clima di fiducia di famiglie e imprese. Secondo le rilevazioni dell’Istat l’indice che misura la fiducia dei consumatori è sceso da 116,2 di luglio a 115,2; mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese è passato da 105,3 a 103,8.

La flessione dell’indice di fiducia dei consumatori è dovuta principalmente al deterioramento della componente economica (da 141,3 a 136,6), mentre quella personale aumenta per il secondo mese consecutivo passando da 107,8 a 108,5. Un calo contenuto caratterizza sia il clima corrente (da 113,3 a 112,8) che quello futuro (da 120,9 a 119,3).

Guardando alle imprese, il clima di fiducia registra una dinamica negativa più accentuata nel settore manifatturiero (da 106,7 a 104,8) e nei servizi (da 105,9 a 104,7) rispetto alle costruzioni (da 139,9 a 139,3); in controtendenza il commercio al dettaglio dove l’indice aumenta da 102,7 a 104,2.

Carlo Pareto

Previdenza. Congedo di maternità anche per le disoccupate

Previdenza

CONGEDO DI MATERNITÀ  ANCHE PER LE DISOCCUPATE

Se si decide di dare le dimissioni una volta scoperto di essere incinta non si perde il diritto al congedo di maternità, che è l’indennità sostitutiva riconosciuta dall’Inps nei 5 mesi in cui la lavoratrice è obbligata ad assentarsi dal lavoro.

Il congedo di maternità, infatti, spetta anche alle lavoratrici che risultano essere disoccupate o sospese, purché soddisfino determinati requisiti.

Nel dettaglio, per percepire l’indennità sostitutiva Inps per 5 mesi (nei 2 precedenti al parto e nei 3 successivi) è necessario che dalla sospensione del lavoro e l’inizio del congedo non siano trascorsi più di 60 giorni. Qualora siano trascorsi più di 60 giorni, l’indennità di maternità sarà corrisposta solo nel caso in cui la donna risulti essere allo stesso tempo titolare della Naspi (indennità di disoccupazione), che viene sospesa per tutti i 5 mesi. Ricordiamo infatti che per le dimissioni motivate da maternità (quindi quelle presentate dal 1° giorno in cui si viene a conoscenza del proprio stato al compimento del 1° anno di età del figlio) viene riconosciuta la giusta causa e, quindi, si mantiene il diritto alla Naspi.

Se, invece, il congedo ha inizio dopo questa data e non è stata riconosciuta la Naspi, allora l’indennità di maternità spetta solo se questo periodo è inferiore ai 180 giorni e negli ultimi 2 anni ci siano almeno 26 contributi settimanali versati. A tutte queste lavoratrici, quindi, nei 5 mesi coperti dal congedo di maternità, l’Inps riconosce un’indennità sostitutiva pari all’80% della retribuzione precedentemente percepita.

Inpdap-prestiti.it

IL PORTALE FINANZIARIO SUI PRESTITI INPDAP

Inpdap-prestiti.it è il punto di riferimento per tutti i dipendenti e i pensionati del settore pubblico e statale che desiderano richiedere un prestito approfittando di tassi agevolati.

Un primo aiuto per scegliere il finanziamento migliore tra quelli disponibili adeguando la richiesta a quelle che sono le proprie necessità. E tutto avviene in maniera semplice ed immediata grazie ad un menù intuitivo e ricco di alternative costantemente aggiornate.

Inpdap-prestiti.it è un sito che si prefigge di fornire un valido supporto a tutti i dipendenti e pensionati pubblici e statali con iscrizione alla Gestione ex Inpdap.

Non è collegato ne all’ex Inpdap né all’Inps che ne ha assorbito le funzioni con il Decreto Salva Italia. I prestiti Inpdap, di cui il sito fornisce un’utile panoramica, sono finanziamenti a condizione agevolata richiesti direttamente all’Inps o, in alternativa, a società finanziarie o banche convenzionate con l’istituto.

Attualmente si parla di grandi nomi come Pitagora, IBL Banca, Sigla Credit e Findomestic. Il portale si prefigge di seguire gli utenti non solo per la scelta del prestito migliore ma anche in altri importanti ambiti:

– innanzitutto nello stabilire quello che è l’importo massimo richiedibile in base alle proprie caratteristiche creditizie. Come procedere? Si parte sempre dal calcolo del piano di ammortamento, ovvero del rimborso rateale, effettuato in base all’importo dello stipendio (o pensione);

– è possibile simulare il prestito per visualizzarne le possibili rate (minima e massima) semplicemente utilizzando come parametri di ricerca l’ammontare dello stipendio e la propria data di nascita;

– con la stessa semplicità, gli utenti possono effettuare l’operazione inversa partendo dall’importo desiderato e ottenendo una lista dei prestiti consigliati e della relativa durata.

Fidarsi dei servizi forniti da Inpdap-prestiti.it non è difficile. Basta dare un’occhiata a quelli che sono i servizi che offre a tutti coloro che decideranno di consultarne le pagine. Un menù semplice ed intuitivo, ideale anche per chi non è molto abituato a navigare sul web. Il tutto per un totale di 4 diverse sezioni che ben descrivono tutti i servizi di cui è possibile avvalersi, con la massima professionalità e con un unico grande consiglio iniziale, quello di fare sempre i preventivi prima di ogni finanziamento. È completamente gratis e può fare davvero la differenza tra una scelta e l’altra. Le sezioni principali del sito sono 4:

– Prestiti

– Piccolo prestito Inpdap

– Cessione del quinto Inpdap

– Dipendenti pubblici

Prestiti. Ciò che contraddistingue questa sezione di Inpdap-prestiti.it è la concretezza. Tutti i servizi offerti spiegati uno per uno, con una dovizia di particolari difficile da trovare altrove. Ben 7 le sotto-categorie che, alla fine, corrispondono a tutti i prodotti disponibili sul portale. Ecco una breve panoramica di alcuni di essi.

Prestiti per dipendenti pubblici e statali, contraddistinti da condizioni vantaggiose e basati sulla

cessione del quinto online. Si tratta di prestiti ottenibili anche se vi sono altri prestiti in corso e di cui la busta paga è l’unica garanzia.

Prestiti Inpdap Pluriennali, basati sulla cessione del quinto e che possono essere diretti o garantiti. Nel primo caso sono concessi per esigenze di famiglia o personali e vengono rimborsati fino a 10 anni. Il lavoratore deve essere iscritto alla Gestione Unitaria, avere 4 anni di servizio e un contratto a tempo indeterminato. Anche il Tfr viene usato a garanzia. Nel secondo caso, il prestito viene concesso garantendo l’importo in caso di morte, perdita del lavoro o riduzione dello stipendio. Per ottenerlo occorre un certificato di buona salute.

Prestiti a dipendenti statali, con cessione del quinto, e rimborso fino a 120 mesi. Caratteristica importante il tasso fisso per tutta la durata.

Insieme a questi, su Inpdap-prestiti.it sono presenti anche altre tipologie di prestito riservati a tutti i

dipendenti e pensionati pubblici e statali. Si parla, ad esempio, in maniera approfondita dei pensionati Inpdap, dei dipendenti comunali, dei dipendenti para pubblici. Tutte categorie che possono accedere ai tassi agevolati e che possono consultare gratuitamente le pagine del sito per arrivare a scegliere il finanziamento migliore nella maniera più consapevole possibile.

Piccolo prestito Inpdap. Merita una sezione a sé su Inpdap-prestiti.it il piccolo prestito Inpdap. Questo è richiedibile con una procedura guidata direttamente all’interno del portale. Si tratta di piccole somme di denaro richiedibili per affrontare piccoli imprevisti. Il piano di rimborso è compreso tra 1 e 4 anni e prevede l’erogazione di un importo minimo pari ad una mensilità di stipendio e massimo pari a 8 mensilità Attenzione però! Il lavoratore che desiderasse inoltrare richiesta non deve avere altre trattenute in busta paga.

Cessione del quinto Inpdap. La cessione del quinto è un finanziamento che inpdap-prestiti.it propone come prestito previa cessione, per l’appunto, del 20% del netto del proprio stipendio. È rimborsabile fino a 120 mesi e garantisce un tasso fisso per tutta la sua durata.

Dipendenti pubblici. Utili servizi su Inpdap-prestiti.it per i dipendenti pubblici che possono richiedere piccoli prestiti a breve termine o pluriennali se iscritti alla Gestione Unitaria rimborsando con cessione del quinto fino a 120 mesi.

Consulenti lavoro

STRUMENTI IN DL DIGNITA’ NON ADDATTI CONTRO PRECARIETA’

“I consulenti del lavoro, pur considerando molto positivi alcuni interventi del decreto Dignità, come quello sugli effetti delle delocalizzazioni, e condividendo che il contrasto alla precarietà sia un obiettivo da perseguire con la massima determinazione, osservano che gli strumenti utilizzati dal decreto non sembrano i più adatti allo scopo”. E’ quanto si legge nel documento di osservazioni e proposte sul decreto Dignità che il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro ha presentato oggi in audizione alla Camera dei deputati. I consulenti chiedono di “riportare la durata massima del contratto a termine alla misura di trentasei mesi: ciò garantisce maggiori certezze in funzione della continuità della prestazione lavorativa”. “L’intenzione di reintrodurre le causali per legittimare la stipula del contratto a termine – dicono – può essere confermata imponendo tale requisito per i rapporti di lavoro di durata superiore a ventiquattro mesi”.

“Sempre al fine di impedire -sostengono- momenti di incertezza interpretativa, la formulazione delle causali deve essere riconsiderata affinché possano garantire gli obiettivi prefissi con il decreto senza introdurre motivi di ulteriore difficoltà applicativa e interpretativa, causa di contenzioso”. “In particolare, la causale di natura sostitutiva di lavoratori assenti dovrebbe essere articolata in modo tale da essere connessa a qualsiasi tipo di assenza sia volontaria che involontaria e senza che vi sia una correlazione specifica con una singola motivazione, potendo così essere utilizzata per sostituire la complessiva assenza di un lavoratore a prescindere dalle specifiche motivazioni”, chiariscono.

Riguardo ai termini di impugnazione del contratto a tempo determinato, per i consulenti, “non vi sono ragioni apparenti per giustificare il prolungamento del termine per verificare l’effettività della sussistenza delle ragioni giustificatrici l’apposizione del termine al contratto”. “Individuare un periodo più lungo, ha come effetto certo l’aumento della latenza del contenzioso e l’allontanamento del momento della sua definizione. Non si ravvisano altrimenti giovamenti nell’ampliamento previsto dal decreto legge”, aggiungono.

Sulle modifiche apportate all’indennizzo nelle ipotesi di licenziamento, sottolineano, “si ritiene opportuno valutare l’impatto della riforma in rapporto alla sua ratio, al suo impatto e, infine, alle sue criticità”. “La ratio della novella legislativa – precisano – risulta non particolarmente comprensibile. Si tratta di un aumento delle indennità da riconoscere in caso di licenziamento invalido. Non appaiono immediatamente evidenti i vantaggi occupazionali che si avrebbero o la limitazione della precarietà che ne dovrebbe conseguire. Si tratta di un intervento relativo a un momento patologico e non ordinario della gestione del rapporto di lavoro”. In generale, ribadiscono, “è l’intervento che desta perplessità”. “Infatti, si nota, da un lato, una scarsa efficacia intrinseca – proseguono – nella dichiarata lotta alla precarietà e, dall’altro lato, una conseguenza negativa sugli istituti collegati”.

“Uno su tutti: il meccanismo premiale dell’offerta conciliativa, introdotto – ricordano – dal Jobs act, che, attualmente, prevede un sistema snello e rapido, grazie al quale le parti, in relazione alla legittimità del licenziamento, possono operare le proprie valutazioni di opportunità e decidere in via preventiva di comporre la potenziale lite”.

L’aumento del minimo della indennità in caso di condanna diminuisce l’appetibilità dell’offerta. Conseguentemente, depotenzia l’efficacia dell’istituto deflattivo, aumentando l’accesso al contenzioso, conseguenza evidentemente sfavorevole alle dinamiche del mondo del lavoro, che da sempre persegue celerità e certezza, attraverso la predisposizione di soluzioni alternative al contenzioso, per assicurare l’effettività della tutela sostanziale dei diritti in gioco”, concludono i consulenti del lavoro.

Carlo Pareto

Nel pubblico impiego aumentano i lavoratori precari

Inps

VERSAMENTI VOLONTARI: IMPORTI 2018

Pagamenti più salati per i prosecutori in proprio. Agli appuntamenti trimestrali di cassa fissati per corrispondere gli oneri assicurativi dovuti dovranno fare i conti con importi più cari (circolare Inps n. 31/2018). I contributi volontari, infatti, sono aumentati per effetto dell’adeguamento del 1,1 per cento (indice del costo vita registrato dall’Istat), subito dalle retribuzioni medie settimanali, sulle quali si applicano le aliquote di finanziamento. Si tratta del consueto aggiornamento di inizio anno. La quota da versare si determina applicando la percentuale di finanziamento, prevista per l’assicurazione obbligatoria per la gestione pensionistica, alla retribuzione media imponibile percepita nell’anno di contribuzione precedente alla data della domanda di autorizzazione. Questo per le richieste presentate dal 12 luglio 1997 in poi, secondo le disposizioni contenute nell’articolo sette del decreto legislativo n. 184/97. Gli emolumenti sui quali viene calcolato l’importo del contributo volontario sono rivalutati ogni anno con decorrenza dal primo gennaio di ciascun anno, in base alla variazione dell’indice del costo della vita elaborato dall’Istat nell’anno precedente. La soglia minima della retribuzione settimanale, sulla quale vengono commisurati gli oneri previdenziali da corrispondere, non può essere inferiore a quella individuata ai sensi dell’articolo sette, comma 1, della legge n. 638/1983, di conversione del decreto legge n. 453/83 (202,97 euro per il 2018). Nei confronti dei prosecutori in proprio autorizzati sulla base di retribuzioni eccedenti il tetto pensionabile (pari quest’anno a 46.630,00 euro), si applica, ai sensi dell’articolo 3-ter della legge n. 438/92, l’aliquota aggiuntiva dell’1% sulla parte che splafona il predetto limite (27,87% per gli ammessi alla prosecuzione prima del 31 dicembre 1995 e 33,00% per i soggetti autorizzati successivamente). Gli iscritti all’evidenza contabile distinta del fondo lavoratori dipendenti (telefonici, elettrici, autoferrotranvieri ed ex Inpdai) continuano a corrispondere, come autoassicurati, la stessa percentuale vigente per la contribuzione obbligatoria, cioè il 37,7%. Per i prosecutori volontari del fondo volo, le aliquote previdenziali sono: 37,70% per gli aderenti alla gestione dopo il 31 dicembre 1995 e 40,82% per quelli già iscritti a questa data. L’Ente chiarisce, inoltre, che il massimale di contribuzione fissato dall’articolo 2, comma 18, della legge n. 335/95, rivalutato sulla scorta dell’indice Istat (101.427,00 euro per il 2018), scatta in caso di domande di prosecuzione di persone che si sono iscritti a forme pensionistiche obbligatorie dal primo gennaio 1996, senza avere contributi precedenti o per chi opta per il sistema contributivo, prescritto dalla legge n. 335/95. Importante, se la retribuzione media settimanale supera la prima fascia di contribuzione pensionabile (che per l’anno corrente è di 811,88 euro), si corrisponde un 1% in più, da determinare sulla quota eccedente tale soglia. Per i lavoratori domestici si applica invece l’aliquota del 17,4275% sulla retribuzione media settimanale imponibile se sono stati ammessi alla prosecuzione volontaria entro il 1995; mentre per i collaboratori familiari autorizzati dal primo gennaio 1996 si applica, diversamente, l’aliquota del 21,9975%. Il pagamento dei contributi volontari è trimestrale, e deve essere effettuato, con i bollettini prestampati inviati direttamente dall’Inps al domicilio degli interessati. L’importo della quota assicurativa assegnata è vincolante. Il versamento di una somma inferiore provoca automaticamente la riduzione proporzionale del periodo coperto previdenzialmente. Se, al contrario, si corrisponde più di quanto dovuto, l’Istituto rimborsa la cifra in esubero. Il pagamento dei contributi deve essere praticato entro le scadenze stabilite dalla legge: 30 giugno per gli oneri relativi al trimestre gennaio-marzo; 30 settembre per il trimestre aprile-giugno; 31 dicembre per il trimestre luglio-settembre; 31 marzo per il trimestre ottobre-dicembre. Attenzione, i contributi versati in ritardo non possono essere accreditati e vengono respinti d’ufficio. L’assicurato, però, in alternativa alla restituzione, può chiedere che la somma sia utilizzata per coprire il trimestre successivo.

Piano della Lega per detassare le pensioni

MENO PRELIEVI PER I PENSIONATI

È il modello Portogallo o Bulgaria. Consiste nell’attirare pensionati offrendo tasse zero sulla loro rendita. L’Italia fino ad oggi è stata una vittima di questo sistema. Nel senso che pensionati italiani, insieme a quelli tedeschi e francesi, hanno trasferito la residenza a Lisbona o in altre aree a fiscalità vantaggiosa per intascare l’assegno al lordo. Una situazione finita più volta sotto i riflettori. In negativo per quanto riguarda i conti dell’Inps. Più volte Tito Boeri, presidente dell’Istituto di previdenza ha sottolineato come le pensioni all’estero valgano circa un miliardo. Prestazioni previdenziali e assistenziali versate all’estero, a beneficio dei consumi dei paesi che ospitano gli stranieri ritirati dal lavoro che prendono la residenza.

Le modalità variano da paese a paese. Ma il meccanismo è più o meno lo stesso. Prendendo la residenza in un paese dove c’è un accordo per evitare la doppia imposizione, si obbliga l’Inps o altro istituto di previdenza a versare la pensione al lordo. Lo stato che ospita decide che aliquote applicare. Ora il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini vuole importare lo stesso sistema in Italia. Prima ha parlato di aree di fiscalità agevolata. Ieri ha spiegato che sta lavorando a una proposta. «Penso a un’idea che personalmente sto approfondendo con un gruppo di studio, che è un’esenzione fiscale per i pensionati come il Portogallo dove solo l’anno scorso si sono trasferiti dall’Italia più di 4.000 pensionati che riescono a risparmiare il 30% in pagamento di tasse». Regime da applicare ad «alcune zone del nostro Paese sicuramente più belle e accoglienti del Portogallo» aiutandole così a fare ripartire i consumi.

Comunicato Inps

ATTENZIONE ALLE E-MAIL TRUFFA

Sono in corso nuovi tentativi di phishing ai danni di alcuni utenti che hanno ricevuto, via e-mail, false notifiche di rimborsi fiscali.

Nel messaggio di posta elettronica, che contiene il logo dell’Inps, si informa di un presunto tentativo di rimborso non andato a buon fine e si invita ad accedere al proprio portale per elaborare manualmente la procedura. A tale scopo, viene chiesto di aggiornare le informazioni del proprio account accedendo a un link contenuto nel testo della e-mail.

Il messaggio proviene apparentemente da un indirizzo di posta dell’Inps, ma è in realtà inviato da un mittente diverso, non riconducibile all’Istituto. I messaggi di posta elettronica segnalati nascondono un evidente tentativo di entrare in possesso di informazioni riservate. L’Inps, totalmente estraneo all’invio di queste comunicazioni, invita a non dare seguito al contenuto delle stesse e a cancellare immediatamente le false e-mail.

Per accedere ai servizi Inps va utilizzato unicamente il portale ufficiale, si ricorda che è buona norma controllare sempre l’indirizzo della pagina prima di inserire i propri dati. L’Istituto ha prontamente segnalato queste attività alle autorità competenti.

Comunicato Inps

NESSUNA PRESCRIZIONE PER LA COPERTURA PREVIDENZIALE DEI DIPENDENTI PUBBLICI

L’Inps precisa che dal 1° gennaio 2019 i pubblici dipendenti potranno continuare a sistemare la loro posizione contributiva senza incorrere in alcuna conseguenza prescrittiva sul diritto al riconoscimento previdenziale dei periodi di lavoro presso la pubblica amministrazione.

Le novità introdotte dalla circolare Inps n. 169 del 15 novembre 2017 riguardano invece le amministrazioni pubbliche che verranno assoggettate alla stessa disciplina prevista per il lavoro privato in materia di prescrizione quinquennale dell’omesso pagamento dei contributi previdenziali.

A partire dal 1° gennaio 2019 il datore di lavoro pubblico non potrà più regolarizzare i versamenti dei contributi mancanti e prescritti secondo la prassi in uso nell’ex Inpdap, ma dovrà sostenere un onere parametrato a quello corrispondente alla rendita vitalizia in vigore nelle gestioni private dell’Inps.
Un’eccezione riguarda unicamente gli insegnanti delle scuole primarie paritarie, gli insegnanti degli asili eretti in enti morali e delle scuole dell’infanzia comunali. Questi lavoratori sono iscritti alla Cassa Pensioni Insegnanti (Cpi), e nell’ipotesi di prescrizione dei contributi, il datore di lavoro può sostenere l’onere della rendita vitalizia, ma nel caso in cui non vi provveda, è direttamente il lavoratore che dovrà pagare il detto onere per vedersi valorizzato il periodo sulla posizione assicurativa.

L’Inps ricorda inoltre che i lavoratori dipendenti pubblici che vogliano comunque verificare la propria situazione contributiva, lo possono fare dal sito istituzionale accedendo, tramite Pin, all’estratto conto personale e verificarne la correttezza.

In caso riscontrassero lacune e/o incongruenze possono richiedere la variazione della posizione assicurativa (Rvpa), istanza per la quale non è previsto alcun termine perentorio.

Lavoro

PUBBLICO IMPIEGO, PIÙ DIPENDENTI PRECARI

Il numero dei dipendenti pubblici si ferma a 3 milioni 356 mila, segnando ancora un altro calo annuo (-0,2%), sintesi di una riduzione dei posti ‘fissi’ controbilanciata da una crescita di quelli precari. È quanto emerge dall’Annuario statistico della Ragioneria generale dello Stato, che aggiorna i dati al 2016.

Rispetto all’anno prima si contano 29 mila 687 occupati a tempo indeterminato in meno (-1%), mentre le unità di lavoro flessibili salgono di 22 mila 718 (+7,8%). Il totale vede una discesa di 6 mila 969 unità tra il 2015 e il 2016. Il costo del lavoro resta poco mosso, praticamente invariato, risultando pari a 159 miliardi e 651 milioni di euro (erano 159 miliardi e 525 milioni l’anno precedente).

I conti ancora non risentono degli effetti del rinnovo contrattuale: pur decorrendo dal 2016 l’accordo è stato firmato solo alla fine del 2017 e i primi aumenti sono stati caricati nelle buste paga a inizio 2018.

Carlo Pareto

Lavoro, boom di assunzioni di apprendisti. Battuti i contratti a tempo indeterminato

Inps

DIRITTO ALLA NASPI: ULTIME NOVITÀ

A seguito di alcune segnalazioni, pervenute da parte degli enti di patronato, con le quali veniva lamentato il mancato accoglimento di domande di Naspi presentate al termine della fruizione dell’indennità di mobilità ordinaria o dei trattamenti di disoccupazione speciale per l’edilizia,  l’Inps ha approfondito la problematica sia da un punto di vista normativo che procedurale evidenziando, in particolare, il caso in cui l’istanza di Naspi venga presentata nei sessantotto giorni dal termine dell’ultima rioccupazione a tempo determinato e la decadenza dell’indennità di mobilità ordinaria dei trattamenti di disoccupazione speciale per l’edilizia intervenga all’interno di detti sessantotto giorni.

Della problematica è stato interessato il competente Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il quale  con nota n. 8774 del 28 maggio 2018 ha chiarito che “ nulla osta a che i lavoratori che maturino le condizioni fissate dalla legge per richiedere l’indennità Naspi possano accedere a tale ultima prestazione qualora ne facciano istanza entro i 68 giorni successivi dal termine dell’ultimo rapporto di lavoro a tempo determinato intrattenuto e la scadenza della prestazione di mobilità o del trattamento speciale edile ex legge 451 del 94 intervenga all’interno del medesimo arco temporale, intendendosi per scadenza il termine della prestazione per intero godimento della prestazione stessa.”

Preso atto delle precisazioni ministeriali, l’Inps, con apposito messaggio Intranet di imminente pubblicazione, fornirà agli operatori addetti le istruzioni procedurali volte alla gestione della casistica sopra menzionata.

Coldiretti

AL VIA LA PROCEDURA DEI VOUCHER IN AGRICOLTURA

Al via l’attesa procedura Inps per l’utilizzo dei voucher in agricoltura dopo l’approvazione della riforma da parte del Parlamento con la legge 96 del 2018 che ne ha semplificato l’utilizzo. Lo annuncia la Coldiretti nel precisare che sono operative le prime modifiche come l’allungamento della durata da 3 a 10 giorni entro cui è possibile svolgere la prestazione occasionale, un aggiornamento molto atteso dalle imprese agricole con l’inizio della vendemmia. “E’ Un primo segnale di sburocratizzazione – secondo Coldiretti – che va nel verso auspicato dal mondo agricolo, ma ora ci auguriamo che anche le altre modifiche previste dalla legge diventino operative con la medesima tempestività all’interno della procedura Inps. Anche perché con i voucher circa 50mila posti di lavoro occasionali possono essere recuperati con trasparenza nelle attività stagionali in campagna dove sono impiegati soltanto per le attività svolte da disoccupati, cassintegrati, pensionati e giovani studenti che non siano stati operai agricoli l’anno precedente”.

I voucher ritornano – spiega la Coldiretti – a dieci anni della loro introduzione in Italia che è avvenuta il 19 agosto 2008 con circolare Inps che per la prima volta autorizzava la raccolta dell’uva attraverso voucher con l’obiettivo di ridurre burocrazia, riconoscendo la specificità del lavoro agricolo. Nel corso degli anni successivi all’introduzione nel 2008 è stato allargata la possibilità di utilizzo alle altre attività di agricole ma – sottolinea la Coldiretti – il settore è rimasto fedele all’originaria disciplina “sperimentale” con tutte le iniziali limitazioni (solo lavoro stagionale e solo pensionati, studenti, cassintegrati e disoccupati) a differenza degli altri comparti produttivi. Meno del 2% del totale dei voucher – afferma Coldiretti – è stato impiegato in agricoltura dove sono nati e

rappresentano un valido contributo all’emersione del lavoro sommerso.

Non è un caso – precisa la Coldiretti – che il numero di voucher impiegati in agricoltura sia praticamente rimasto stabile dal 2011 senza gli abusi che si sono verificati in altri comparti. In agricoltura sono stati venduti negli ultimi cinque anni prima dell’abrogazione poco più di 2 milioni di voucher, più o meno gli stessi dei 5 anni precedenti, pari all’incirca a 350mila giornate/anno di lavoro. Il valore complessivo delle integrazioni di reddito accordate per le prestazioni a pensionati, studenti, cassintegrati e disoccupati ammonta – conclude la Coldiretti – a circa 22 milioni di euro all’anno mentre la regione dove sono stati più impiegati è il Veneto con poco più di ¼ del totale.

Lavoro

BOOM ASSUNZIONI APPRENDISTI

Nell’ultimo anno 283.030 giovani under 30 sono entrati nel mondo del lavoro e stanno imparando un mestiere grazie all’apprendistato. Lo rivela un rapporto di Confartigianato che mostra “la crescita record” di assunzioni di apprendisti registrata tra aprile 2017 e marzo 2018, pari al 20,2% in più rispetto al 2017 e che superano dell’11,4% le 254.000 assunzioni di giovani a tempo indeterminato avvenute nello stesso periodo. Dei 283.030 nuovi apprendisti, 164.976 sono maschi e 118.054 donne.

Tra gennaio e maggio 2018, sottolinea inoltre il rapporto, l’aumento dei contratti di apprendistato ha avuto un’ulteriore accelerazione che li ha portati a sorpassare le altre tipologie di rapporti di lavoro: ne sono stati attivati 134.358 (il 96% dei quali riguardanti giovani under 30) con una crescita del 13,7% rispetto allo stesso periodo del 2017.

Largamente battuti i contratti a tempo indeterminato (+3,1%), i contratti a tempo determinato (+8,4%), i contratti stagionali (+7%) e i contratti intermittenti (+8,8%).

Lavoro

PUBBLICO IMPIEGO, PIÙ DIPENDENTI PRECARI

Il numero dei dipendenti pubblici si ferma a 3 milioni 356 mila, segnando ancora un altro calo annuo (-0,2%), sintesi di una riduzione dei posti ‘fissi’ controbilanciata da una crescita di quelli precari. È quanto emerge dall’Annuario statistico della Ragioneria generale dello Stato, che aggiorna i dati al 2016.

Rispetto all’anno prima si contano 29 mila 687 occupati a tempo indeterminato in meno (-1%), mentre le unità di lavoro flessibili salgono di 22 mila 718 (+7,8%). Il totale vede una discesa di 6 mila 969 unità tra il 2015 e il 2016. Il costo del lavoro resta poco mosso, praticamente invariato, risultando pari a 159 miliardi e 651 milioni di euro (erano 159 miliardi e 525 milioni l’anno precedente).

I conti ancora non risentono degli effetti del rinnovo contrattuale: pur decorrendo dal 2016 l’accordo è stato firmato solo alla fine del 2017 e i primi aumenti sono stati caricati nelle buste paga a inizio 2018.

Lavoro

SEMPRE MENO GIOVANI CAPITANI D’IMPRESA

Sempre meno giovani al comando delle imprese italiane. Tra marzo 2013 e marzo 2018 le cariche di amministratore nelle imprese del nostro Paese sono cresciute di circa 48mila unità, ma continuano a diminuire i giovani coinvolti nelle ‘stanze dei bottoni’ dell’azienda-Italia. Complessivamente, infatti, nei 5 anni considerati la percentuale di amministratori con più di 50 anni è passata dal rappresentare il 53,3 al 61% del totale delle cariche, con una perdita invece di 7,7 punti percentuali per quella degli under 50.

Questo, in sintesi, il quadro che emerge dall’elaborazione Unioncamere-InfoCamere sulle persone con carica di amministratore nelle imprese italiane negli ultimi cinque anni.

Al 31 marzo di quest’anno gli amministratori di imprese in Italia sono 3,8 milioni, quasi 50 mila unità in più rispetto alla stessa data di cinque anni fa. Un aumento che, però, segnala un forte movimento tra le classi di età a tutto vantaggio per quelle degli over 50 rispetto ai più giovani. Tra il 2013 e il 2018, gli amministratori tra i 50 e 69 anni sono aumentati di 194mila e in quella degli ‘over 70’ di altre 125mila, per una crescita complessiva di 319mila unità per l’insieme degli over 50.

A questa espansione ha fatto eco una forte contrazione degli amministratori con meno di 50 anni di età: a fine marzo di quest’anno erano 1,5 milioni con una diminuzione totale di oltre 270mila unità negli ultimi 5 anni (il 15% in meno rispetto al 2013), dei quali 251 mila nella classe tra i 30 e i 49 anni e 20 mila in quella under 30.

Sul versante territoriale, ancora una volta i dati rivelano un’Italia divisa in due: da una parte, nelle ripartizioni del Centro e del Mezzogiorno, si assiste complessivamente ad una crescita nel numero degli amministratori (79mila in più nei 5 anni in esame, di cui 30mila al Centro e 49mila al Sud), Dinamica opposta nelle circoscrizioni settentrionali, con una riduzione più lieve nel Nord-Est (-8mila unità, -1,0%) e più rilevante nel Nord-Ovest (-24mila unità, -2,0%).

Lo spostamento della distribuzione per età della popolazione verso le classi più anziane interessa invece tutte le aree geografiche dello stivale. Rispetto al 2013, in tutte le ripartizioni si evidenzia una riduzione del numero di amministratori nelle due fasce di età più giovani e un aumento marcato per quelle oltre i 50 anni: il processo d’invecchiamento dei capitani d’impresa appare più accentuato al Sud e Isole sia in termini assoluti (+102mila unità) che relativi (+20,9%) di quello riscontrato nelle regioni centro-settentrionali, dove il”grigio” dell’età si fa largo soprattutto al Nord-Ovest (+82.500 unità quanto ai valori assoluti) e al Centro (+17,6% in termini relativi).

La tendenza si conferma pienamente anche su base regionale: in tutte le 20 regioni italiane, sia per la classe di età 50-69 anni che per quella over70, si registrano variazioni in aumento nel quinquennio esaminato. Particolarmente significativa la performance del Molise, che primeggia in termini di crescita relativa in entrambe le classi (rispettivamente +28 e +47%) e della Calabria (+24 e +42%).

Guardando ai settori produttivi, nei cinque anni considerati il fenomeno dell’invecchiamento degli amministratori caratterizza tutte le attività, con incrementi di quasi il 30% nella classe 50-69 anni e superiori al 40 % in quella degli over 70 nei due settori dell’alloggio e ristorazione e dei servizi alle imprese.

Sul fronte opposto, la riduzione degli amministratori under 50 incontra pochissime eccezioni, tra cui vanno segnalate quella degli amministratori under 30 dell’agricoltura (aumentati di oltre 2.000 unità) e dei servizi di informazione e comunicazione (+463).

Poiché i dati sulle cariche riflettono da vicino l’evoluzione dello stock di imprese, la lettura per tipo di attività evidenzia una contrazione nei settori che, nel periodo esaminato, hanno visto ridursi in modo più sensibile il numero di imprese: manifatturiero (-19mila amministratori), costruzioni (-17mila) e attività immobiliari (-4.600).

Carlo Pareto

Inps, novità su disoccupazione agricola, Naspi e Permessi retribuiti. Concorsi pubblici, nuove regole

Inps
DISOCCUPAZIONE AGRICOLA: ULTIME NOVITÀ

Chi ha fatto domanda dell’indennità di disoccupazione agricola all’Inps, ma in realtà ha diritto all’indennità di disoccupazione non agricola (Naspi), può chiedere all’Inps di trasformare la prima istanza in richiesta di Naspi. La possibilità di trasformazione è possibile soltanto se la relativa richiesta: è fatta dal lavoratore interessato; è presentata nei termini previsti per la Naspi, ossia entro 68 giorni dalla fine del rapporto di lavoro. Lo stesso vale anche al contrario, cioè per la trasformazione dell’eventuale domanda di Naspi in istanza per la disoccupazione agricola.
A precisarlo è l’Inps nel messaggio n. 3058/2018. La questione riguarda, evidentemente, le ipotesi di domande di disoccupazione agricola che siano state respinte per prevalenza di attività in settori non agricoli; in tal caso, spiega l’Inps, si può trasformare la richiesta in domanda di Naspi, ma esclusivamente su richiesta specifica dell’interessato e qualora ci si trovi ancora nei termini previsti per la presentazione della domanda di Naspi (entro 68 giorni dalla cessazione involontaria dell’attività lavorativa). In tal caso, inoltre, l’interessato è tenuto a integrare la domanda di disoccupazione agricola, di cui si chiede la trasformazione, con l’eventuale documentazione necessaria alla definizione dell’istanza di Naspi.
Sempre a richiesta dell’interessato è poi possibile anche trasformare la richiesta di Naspi, che sia stata respinta per prevalenza di attività nel settore agricolo, in domanda di disoccupazione agricola, qualora l’istanza sia stata inoltrata nei termini previsti per la disoccupazione agricola (cioè dal 1° gennaio al 31 marzo dell’anno successivo a quello di riferimento). Anche in tale ipotesi, l’interessato è tenuto a integrare la domanda Naspi, di cui viene chiesta la trasformazione, con l’eventuale documentazione necessaria alla definizione dell’istanza di disoccupazione agricola.
L’opportunità di “trasformazione” di una domanda in un’altra, chiarisce infine l’Inps, vale anche per le pratiche ancora in trattazione che saranno definite in autotutela (cioè direttamente per iniziativa degli uffici dell’Inps, sempre a richiesta da parte degli interessati). Così pure le richieste di riesame e i ricorsi amministrativi riferibili a domande per le quali non sia, nel frattempo, intervenuta la decadenza dal diritto.

Permessi retribuiti
TUTTO QUELLO CHE C’È DA SAPERE

Come è noto il dipendente in alcune giornate può astenersi dall’attività lavorativa, presentando una motivazione valida. Può assentarsi, ad esempio, nel caso in cui sia affetto da una malattia, percependo quindi l’indennità economica riconosciuta dall’Inps oppure in seguito a un lutto. Tuttavia può non andare al lavoro anche per semplici motivi personali e senza perdere lo stipendio: ci sono dei permessi, infatti, che consentono al dipendente di non prestare l’attività giornaliera, mantenendo comunque la retribuzione.
Tra i permessi per motivi personali retribuiti ci sono i Rol, permessi riconosciuti per la riduzione dell’orario di lavoro, di cui il dipendente matura in base alle mansioni svolte un certo numero di giorni ogni anno. Non esiste, però, un monte Rol minimo prefigurato dalla legge. Si tratta, difatti, di un istituto di fonte contrattuale, poiché sono i singoli Ccnl a determinare il monte permessi complessivo oltre alle modalità di utilizzo da parte del dipendente.
La regola generale però vuole che i Rol siano riconosciuti solamente nel caso di impiego full-time. È sempre la contrattazione collettiva a stabilire le tempistiche entro le quali questi devono essere goduti e i termini per la monetizzazione nell’ipotesi in cui non lo fossero. A differenza delle ferie, infatti, il lavoratore può rinunciare a usufruire dei Rol maturati decidendo di monetizzarli allo scadere di un anno (o due a seconda del Ccnl di riferimento) dalla loro maturazione.
Quindi se si vuole sapere quanti Rol si riescono a perfezionare ogni anno per il proprio impiego bisogna fare riferimento al Ccnl del settore di appartenenza. In alternativa si può consultare il monte permessi retribuiti a propria disposizione semplicemente leggendo la busta paga dell’ultima mensilità, dove i Rol residui sono indicati nella parte bassa, vicino allo spazio dedicato alle ex festività.

Lavoro
È CACCIA A IDRAULICI ED ELETTRICISTI

Oggi in Italia mancano gli artigiani. In particolare elettricisti, idraulici, cablatori, manutentori e periti elettronici ed elettrotecnici. E’ difficile coprire un posto su quattro nonostante la facilità nel trovare un’occupazione e retribuzioni variabili da 25mila a 40mila euro lordi annui. E’ quello che emerge dall’osservatorio di e-work, Agenzia per il Lavoro leader in Italia e presente sul territorio nazionale con 34 filiali.
“Chiudo per pensione ma nessuno vuole fare il calzolaio”
“Per molti giovani i mestieri artigiani non sono professioni ambite perché c’è un atteggiamento culturale radicato, e sbagliato, che collega i lavori ad alta manualità a un disvalore”, ha affermato Paolo Ferrario, Presidente e Amministratore Delegato di e-work. “Queste professioni – ha continuato -. sono invece in grado di garantire ai ragazzi sicuri sbocchi lavorativi e un altro grado di imprenditorialità. Noi siamo sempre alla ricerca di profili specializzati per inserimenti con contratti di somministrazione o per assunzione diretta da parte delle azienda ma anche di ragazzi che abbiano voglia di imparare una nuova professione attraverso i nostri corsi di formazione gratuiti”.
La difficoltà delle imprese a reperire personale riguarda anche i falegnami, gli installatori di infissi, i panettieri, i pasticceri, i sarti, i parrucchieri e i cuochi. “La grande tradizione artigianale italiana non è affatto destinata a scomparire, anzi, ha proseguito Ferrario.
“I lavori basati – ha spiegato – sul saper fare con le mani saranno tra le professioni più ricercate del prossimo decennio al pari delle professionalità legate allo sviluppo delle nuove tecnologie, agli informatici e agli ingegneri. Specializzazione e capacità tecnologiche saranno quello si cui dovranno puntare gli artigiani 4.0 di domani”.
E-work in questo momento ricerca su tutto il territorio nazionale 225 artigiani e più precisamente: 65 periti elettronici ed elettrotecnici, 50 elettricisti, 45 idraulici, 30 manutentori di impianti di condizionamento, 20 manutentori idraulici impiantisti e 15 cablatori quadri elettrici .

Concorsi pubblici
ECCO LE NUOVE REGOLE
Requisiti e modalità, cambiano i concorsi pubblici. La riforma Madia ha modificato le procedure di reclutamento per il personale statale, introducendo nuove regole. Ai fini dell’ammissione al concorso potranno essere richiesti requisiti diversi sulla base della finalità della procedura di reclutamento, del ruolo che i candidati andranno a ricoprire e delle competenze richieste. Tra le novità, contenute nella riforma dei concorsi pubblici, è previsto per ciascuna delle amministrazioni, inserire tra i requisiti di partecipazione alle selezioni anche il possesso del titolo di dottore di ricerca o del certificato di inglese B2.
Non solo requisiti: le novità prefigurate dalla riforma Madia (decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 75) cambiano anche le modalità di svolgimento delle prove dei concorsi pubblici. Nel caso di elevato numero di candidati potrà essere prevista una prova preselettiva, che dovrà essere basata non sulla conoscenza mnemonica ma sulla capacità del candidato di svolgere ragionamenti di tipo logico, deduttivo o numerico. La riforma Madia manda definitivamente in soffitta le prove eccessivamente scolastiche e nozionistiche per valutare la preparazione complessiva dei candidati che vogliono diventare dipendenti dello Stato. Dall’ormai indispensabile conoscenza della lingua inglese fino a quella dell’informatica, l’obiettivo delle nuove regole è rendere sempre più efficiente la complessa e articolata macchina della PA.

Rimborso canone Rai
OCCHIO ALLA TRUFFA
Attenzione alle e-mail inviate in nome dell’Agenzia delle Entrate che, dietro la comunicazione di un rimborso del canone Tv, nascondono un tentativo di truffa a danno dei cittadini. Negli ultimi giorni, comunica l’amministrazione, sono state segnalate delle false e-mail, apparentemente provenienti dall’assistenza servizi telematici dell’Agenzia, ma in realtà inviate da un indirizzo contraffatto non riconducibile alle Entrate.
L’oggetto della mail è ‘Re: Rimborso Rai – A8005W’ mentre nel testo del messaggio di posta elettronica si comunica il riconoscimento di un parziale rimborso del canone Rai per un importo di 14,90 euro, per ottenere il quale si rimanda alla sottomissione di una richiesta sull’indirizzo web del sito dell’Agenzia che in realtà nasconde un link ad un sito fraudolento (www.area-agenzia-en.info). ”Oggetto della e-mail e importo del fantomatico rimborso possono variare, ma in ogni caso, le e-mail in questione non provengono da un indirizzo direttamente collegato all’Agenzia e nascondono un evidente tentativo di truffa”, si spiega.
L’Agenzia raccomanda, pertanto, di cestinare immediatamente questi messaggi, di non cliccare sui collegamenti presenti e, soprattutto, di non fornire i propri dati anagrafici e gli estremi della propria carta di credito nella pagina web indicata nella mail. L’Agenzia ricorda, infine, che non invia comunicazioni via e-mail relative ai rimborsi.

Carlo Pareto

Inps, news sui pensionamenti nella Scuola. Nuovi tutor su Alternanza Scuola-Lavoro

Inps
PRECISAZIONI SUI PENSIONAMENTI NELLA SCUOLA

Da quest’anno, l’Inps per la prima volta ha assunto su di sé l’attività di certificazione del diritto a pensione per il personale del comparto Scuola, a differenza degli anni precedenti in cui la certificazione veniva effettuata dagli Uffici territoriali del Miur, salvo successiva verifica da parte dell’Inps in sede di liquidazione della pensione.
La necessità di procedere ad una preventiva verifica del diritto a pensione deriva dalla peculiare esigenza del comparto scuola di poter garantire all’inizio di ogni anno scolastico la continuità didattica.
Quest’anno sono pervenute oltre 41.000 domande di cessazione, con un aumento delle richieste di collocamento a riposo di oltre il 30% rispetto all’anno precedente. L’Inps ha certificato il riconoscimento del diritto a pensione, con decorrenza dal prossimo 1° settembre, per oltre 36.700 persone, mentre per le restanti 4.600, in linea con la percentuale dello scorso anno, tale diritto non è stato al momento riconosciuto. Per queste ultime posizioni l’Istituto, in stretta collaborazione con i competenti uffici ministeriali, sta provvedendo ad ulteriori approfondimenti.
Gli esiti delle verifiche sono stati comunicati al Miur, tramite invii dei files contenenti gli elenchi, a partire dal 30 aprile scorso, con contestuale aggiornamento sulle lavorazioni via via effettuate dalle strutture territoriali dell’Istituto.
Con riferimento alle notizie di stampa riguardanti le presunte diverse modalità di calcolo, l’Ente di previdenza precisa che l’Inps ha da sempre adottato il criterio dell’anno commerciale per la verifica del diritto a pensione. L’eventuale differente modalità di calcolo adottata dal Ministero in ogni caso può comportare esclusivamente limitate differenze con riferimento ai periodi pre-ruolo riconosciuti con provvedimenti di competenza del Miur.
Infine, l’Istituto evidenzia che il passaggio dell’attività di certificazione, garantendo la piena certezza del diritto, assicura la coerenza tra diritto verificato in anticipo e diritto in sede di liquidazione della pensione, superando il problema dei disallineamenti che si sono verificato negli scorsi anni.
Proprio recentemente il direttore generale dell’Inps, Gabriella Di Michele, ha incontrato i sindacati della scuola, ai quali ha illustrato tutta l’attività posta in essere, testimoniando la grande attenzione e considerazione con cui la vicenda è seguita dall’Ente assicuratore.

Scuola – lavoro
AL VIA LA SINERGIA TRA ANPAL E MANAGERITALIA

Sono partiti: dal 12 luglio scorso – a Milano, Napoli e Roma – i tutor per l’alternanza scuola-lavoro di Anpal sono stati formati sul modello ‘food4minds’, l’iniziativa di Manageritalia volta a migliorare la sinergia tra scuole e aziende. E’ diventato così operativa l’intesa – firmato lo scorso 16 gennaio tra Anpal Servizi e la federazione dei manager del terziario – finalizzata a migliorare i percorsi di transizione dall’istruzione al lavoro dei giovani studenti, attraverso il coinvolgimento di imprese e istituti scolastici in un processo formativo continuo, congiunto, virtuoso e innovativo che vede i manager fare da ponte portando in classe le competenze che servono oggi in azienda e sul mercato.
L’accordo – che resterà in vigore fino al 31 luglio del 2020 – prevede, subito dopo la formazione dei tutor, di incidere su altri due ambiti specifici: la diffusione da parte dei tutor di Anpal del modello ‘food4minds’ nelle scuole che aderiranno al programma; il coinvolgimento dei manager – associati a Manageritalia – sia per aiutare i giovani a realizzare esperienze di alternanza scuola-lavoro di qualità, sia per portare nelle scuole le conoscenze e le esperienze del mondo del lavoro e dell’impresa.
La sinergia tra Anpal e Manageritalia si inserisce all’interno del Piano operativo di Anpal Servizi 2017-2020 per il potenziamento delle attività di alternanza scuola-lavoro degli Istituti di istruzione secondaria superiore. Piano che prefigura – in particolare – l’introduzione nelle scuole, in collaborazione con il Miur, della figura del tutor per l’alternanza. Piano che finora ha portato a stringere alleanze anche con Confprofessioni, Fondazione Consulenti per il lavoro e Federturismo.
“La sinergia con Manageritalia è un ulteriore tassello della strategia messa in campo da Anpal per potenziare l’alternanza scuola-lavoro in Italia”, ha spiegato il presidente dell’Agenzia nazionale per le politiche attive, Maurizio Del Conte. “Nel caso specifico, la convenzione firmata con la federazione dei manager del terziario – ha proseguito Del Conte – è anche un esempio di contaminazione e di valorizzazione delle esperienze”.
Uno dei compiti più importanti dell’Anpal “è quello di trasferire competenze, metodologie e strumenti per realizzare percorsi di alternanza di successo”, ha aggiunto Del Conte. “E più in generale di favorire – ha continuato – la costruzione di un sistema di transizione dei giovani dall’aula ai luoghi di lavoro che, tenendo conto delle differenze tra i territori e tra le regioni, funzioni in tutta la Penisola. Le statistiche dimostrano infatti che, nei Paese dove l’alternanza scuola-lavoro è una realtà virtuosa e consolidata, i tassi di disoccupazione giovanile sono più bassi”.
“E’ compito dei manager, riconosciuti in un’indagine da tutti gli italiani come i tutor per antonomasia dei giovani e gli abilitatori al lavoro di tutti, preoccuparsi – ha detto Guido Carella, presidente Manageritalia – che scuola e mondo del lavoro siano allineati sulle competenze che servono oggi e domani in mercato sempre più sfidante. Un dovere anche ‘egoistico’, per avere risorse ben formate, ma soprattutto un impegno sociale per la crescita economica e sociale del paese”.
“Il nostro metodo, ‘food4minds’, nasce dall’esperienza e dalle richieste dei manager ed è stato testato con successo – ha assicurato – sul campo coinvolgendo licei, istituti tecnici e professionali e manager di aziende grandi, medie e piccole. È anche un modo per rimettere al centro dello sviluppo i territori con le loro particolarità e specializzazioni economiche e competitive”.
‘food4minds’ è l’iniziativa di Manageritalia che con un metodo studiato e testato vuole migliorare la sinergia scuola/mondo del lavoro e ad avere lavoratori e cittadini più vicini a quello che mercato e società chiedono oggi. Questo metodo inverte lo schema classico dell’alternanza scuola-lavoro che prevede gli stage in azienda. ‘food4minds’ porta, infatti, i manager e l’azienda dentro la scuola, così da coinvolgere intere classi e garantire un’esperienza di qualità.
Il percorso si articola in 3 fasi: identificazione e analisi di alcune professionalità aziendali e scelta dei manager da coinvolgere; attività dei manager in classe, per far sperimentare agli studenti la realtà della vita aziendale, coinvolgendoli in problematiche tipiche del loro lavoro; interventi in classe di alcuni formatori professionisti esterni, per trasmettere agli studenti alcune competenze generalmente non erogate dalla scuola.
I tutor per l’alternanza hanno come missione di sostenere e accompagnare le scuole nella realizzazione dei percorsi di alternanza scuola-lavoro. In particolare attraverso la costruzione di una forte collaborazione con le imprese e con gli altri attori del mercato del lavoro. Dallo scorso marzo, i primi 220 tutor – selezionati e formati dall’Anpal in collaborazione con il Miur e con Unioncamere – sono attivi in circa 1250 scuole sull’intero territorio nazionale. L’obiettivo è quello di raggiungere 5 mila scuole con 1000 tutor.
Ogni tutor – che segue sei scuole e sarà attivo fino a luglio 2020 – si occupa di: garantire un efficace e sistematico rapporto con le imprese, gli enti pubblici, le associazioni, il terzo settore e tutti i potenziali soggetti ospitanti, promuovendo la loro partecipazione ai percorsi di alternanza scuola-lavoro; monitorare costantemente i fabbisogni di professionalità, individuare le figure professionali e le competenze richieste dal mercato del lavoro per fornire indicazioni alle scuole sugli sbocchi professionali e sui relativi percorsi da intraprendere.
E ancora: offrire alle scuole la possibilità di sviluppare progetti personalizzati in linea con le aspettative degli studenti, che abbiano valore orientativo e sviluppino nei giovani competenze coerenti con le proprie attitudini e aspirazioni, e con i propri obiettivi formativi e professionali; favorire la diffusione di buone prassi e di strumenti per migliorare la qualità dei percorsi di alternanza.

Bankitalia
IMPRESE PIU’ PESSIMISTE

Imprese più pessimiste a causa del peggioramento “delle condizioni dei mercati finanziari”. Secondo l’indagine condotta dalla Banca d’Italia tra il 28 maggio e il 15 giugno 2018 presso le imprese italiane con almeno 50 addetti, “i giudizi sulla situazione economica generale sono peggiorati in tutti i settori di attività”. L’evoluzione, spiega Via Nazionale, è in parte attribuibile al peggioramento delle condizioni dei mercati finanziari osservato nei giorni di avvio dell’indagine”. Le valutazioni complessive sulla domanda corrente sono rimaste pressoché stabili. Le attese sulla domanda, sia interna sia estera, sono invece divenute meno favorevoli. I piani di spesa per investimenti nell’anno in corso sono risultati appena meno positivi nel confronto con lo scorso trimestre. Le attese sull’occupazione sono in peggioramento, in particolare fra le imprese edili.

Carlo Pareto

Inps. Cassa integrazione in calo

Inps

CASSA INTEGRAZIONE I DATI DI GIUGNO

Nel mese di giugno, rileva l’Inps (l’Istituto nazionale di previdenza sociale), il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 19,5 milioni, in diminuzione del 27,6% rispetto allo stesso mese del 2017 (27,0 milioni). L’Inps, nell’occasione, precisa che in data 2 giugno è stata effettuata la rilettura degli archivi, pertanto i dati pubblicati prima di tale data potrebbero aver subìto variazioni.

In particolare, comunica l’Inps, le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate a giugno 2018 sono state 9,8 milioni. Un anno prima, nel mese di giugno 2017, erano state 10,2 milioni: di conseguenza, la variazione tendenziale è pari a -3,5%. La variazione tendenziale è stata pari a -3,4% nel settore Industria e -3,7% nel settore Edilizia. La variazione congiunturale mostra nel mese di giugno 2018 in confronto al mese precedente un decremento pari al 9,4%.

Quanto al numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate a giugno 2018 è stato pari a 9,6 milioni, di cui 5,1 milioni per solidarietà, registrando una flessione pari al 29,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che faceva rilevare 13,6 milioni di ore autorizzate. Nel mese di giugno 2018 in confronto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al -25,0%.

Infine gli interventi in deroga sono stati pari a 0,1 milioni di ore autorizzate a giugno 2018 facendo evidenziare un decremento del 96,4% se raffrontati con giugno 2017, mese nel quale erano state autorizzate 3,2 milioni di ore. La variazione congiunturale fa affiorare nel mese di giugno 2018 rispetto al mese precedente un decremento pari al 47,5%.

A maggio 2018, rileva inoltre l’Inps, sono state presentate 100.075 richieste di NASpI e 1.150 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 1.049 domande di ASpI, mini ASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 102.274 istanze, il +4,0% in confronto al mese di maggio 2017 (98.353 domande).

 

Danno salute

RESPONSABILITA’ DATORE ESCLUSA DA CONDOTTA DIPENDENTE

La responsabilità del datore di lavoro è esclusa nel caso in cui il danno alla salute, subito dal dipendente, sia provocato da una condotta del tutto atipica ed eccezionale rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive impartite. A dirlo, in una nota giurisprudenziale, la Fondazione Studi dei consulenti del lavoro commentando l’ordinanza numero 16026 del 18 giugno scorso della Corte di Cassazione.

Nella nota, i consulenti ricordano che “in caso di infortunio sul lavoro la responsabilità del datore di lavoro è esclusa ove si tratti di dolo del lavoratore o di rischio elettivo di quest’ultimo ovvero di un rischio generato da un’attività che non abbia rapporto con lo svolgimento della prestazione lavorativa o che esorbiti in modo irrazionale dai limiti di essa”. “Tuttavia, il datore di lavoro è tenuto a prevenire anche le condizioni di rischio insite nella possibile negligenza, imprudenza o imperizia degli stessi lavoratori destinatari della tutela”, precisano.

“La Suprema Corte -spiegano- ha stabilito che il datore di lavoro è tenuto a prevenire anche le condizioni di rischio insite nella possibile negligenza, imprudenza o imperizia degli stessi lavoratori quali destinatari della tutela, dimostrando, secondo l’assetto giuridico posto dall’articolo 2087 del Codice Civile, di aver messo in atto ogni mezzo preventivo idoneo a scongiurare che, alla base di eventi infortunistici, possano esservi comportamenti colposi dei lavoratori. Ne deriva che non possono essere ricomprese nel concetto di rischio elettivo la semplice negligenza, imprudenza o imperizia, in presenza delle quali rimane, comunque, la responsabilità del datore di lavoro”.

 

Pensionati e dipendenti pubblici i più finanziabili

PRESTITI PERSONALI: IN CRESCITA L’IMPORTO MEDIO

Dati in leggera crescita quelli relativi al settore dei prestiti personali. Secondo quanto diffuso dal portale Prestitisbp, infatti, l’importo medio dei prestiti personali erogati nella prima metà del 2018 si attesta intorno agli 11.500 euro contro gli 11.380 euro del secondo semestre 2017.

Il piano di ammortamento preferito dagli italiani è quello 6 anni, mentre quello che ha fatto registrare il tasso di crescita maggiore è quello che va dagli 8 ai 10 anni. Tra i motivi principali per cui gli italiani richiedono un finanziamento spiccano la ristrutturazione della casa e l’acquisto dell’auto. Una dimostrazione che le famiglie siano disposte ad indebitarsi per il medio e lungo periodo ma solo per spese “importanti” e necessarie come quelle, appunto, relative all’ammodernamento della propria casa.

In forte aumento le richieste da parte dei liberi professionisti e, più in generale, dai lavoratori autonomi. Tuttavia le figure professionali che riescono ad ottenere l’accesso al credito con maggiore facilità sono i dipendenti pubblici, i pensionati e i dipendenti delle grandi aziende private perché, come vedremo più avanti, sono i profili che banche e finanziarie tendono a finanziare con maggiore semplicità in quanto ritenuto più solidi da un punto di vista reddituale.

Prestiti Inps ed ex Inpdap

Non a caso tra i finanziamenti con il miglior tasso di interesse troviamo proprio i prestiti per i pensionati inps e i prestiti ex inpdap, ossia quelli che vengono erogati ai dipendenti del comparto pubblico. In fortissimo calo, invece, i prestiti erogati ai “senza busta paga”, colpa anche dell’attuale evoluzione dei tassi di interesse che vede i margini delle banche estremamente ridotti.

Secondo Marco Gaudio, responsabile editoriale di Prestitisbp, “gli attuali tassi di interesse fanno si che le banche non trovino appetibile correre un rischio erogando un prestito personale a chi non è in grado di fornire delle solidissime garanzie reddituali. Proprio per questo motivo è sempre più difficile, per chi non ha una busta paga a tempo indeterminato, riuscire ad accedere al credito”.

Nel complesso il settore dei finanziamenti sta vivendo un periodo di crescita nonostante i consumi degli italiani siano ancora contratti.

Stop ai prestiti senza busta paga e senza garanzie

Si registra una forte battuta d’arresto delle erogazioni di tutti quei finanziamenti erogati a chi non dispone di solide garanzie reddituali. Come detto, infatti, banche e finanziarie non hanno alcun interesse a correre  rischi vista la bassa marginalità dovuta ai tassi di interesse particolarmente bassi.

Pertanto si registra un vero e proprio blocco delle erogazioni di finanziamenti a tutti quei soggetti considerati “finanziariamente a rischio”, ossia che non dispongono di una busta paga a tempo indeterminato, di una pensione di anzianità o di un reddito da lavoro dipendente sufficiente a garantire il pagamento della rata mensile.

Le spese più finanziate con i prestiti

Continuando ad analizzare i dati scopriamo che una buona parte dei finanziamenti erogati alle famiglie italiane vengono utilizzati per l’acquisto di beni e servizi di lunga durata, come l’auto o la ristrutturazione di un immobile.

Molto significativi anche i dati relativi all’erogazione di prestiti personali per finanziare le vacanze. Si calcola che siano quasi 30 mila gli italiani che potranno andare in vacanza proprio grazie all’erogazione di un finanziamento (un aumento del 16% su base annua) per un valore complessivo di oltre 120 milioni di euro.

Molto interessante notare come sia in aumento il numero di under 30 che facciano richiesta di questi

prodotti, segno che, specialmente tra i più giovani, la vacanza viene considerata come un bene di primissima necessità, al punto tale da dover ricorrere ad un prestito personale pur di non dovervi

rinunciare. Se poi consideriamo che, proprio per questa voce di spesa, mediamente, vengono richiesti piccoli prestiti da 4 mila euro con un piano di rimborso che dura circa 3 annualità, diventa ancor più chiaro come siano cambiate le esigenze nel corso degli anni e siano in molti ad essere pronti ad indebitarsi per più anni pur di potersi godere qualche giorno di relax.

 

Carlo Pareto