INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/00830 presentata da BUEMI ENRICO (LA ROSA NEL PUGNO) in data 02/08/2006

Atto Camera Interrogazione a risposta scritta 4-00830 presentata da ENRICO BUEMI mercoledì 2 agosto 2006 nella seduta n.036 BUEMI.

– Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle infrastrutture, al Ministro della giustizia. –

Per sapere – premesso che: il dottor Vincenzo Fortunato è membro, non togato, del Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa, organo di autogoverno della magistratura amministrativa eletto dal Parlamento della precedente legislatura; lo stesso dottor Vincenzo Fortunato venne eletto, al tempo in cui ricopriva la carica di Capo di Gabinetto del precedente Ministro dell’economia e delle finanze onorevole Giulio Tremonti e, contemporaneamente, nominato Rettore della Scuola del Ministero dell’economia realizzando, secondo l’interrogante, un conflitto di interessi evidente in quanto nello stesso tempo rivestiva la figura del controllore e del controllato; il menzionato Fortunato nell’attuale Governo è stato chiamato a dirigere il Gabinetto del Ministro delle infrastrutture dell’onorevole Antonio Di Pietro, senza dimettersi dal Consiglio dì Presidenza della giustizia amministrativa; il suddetto può restare nel Consiglio di Presidenza fin dal 2009, data di scadenza del mandato ed in quel ruolo è chiamato a pronunciarsi, fra l’altro, sulle promozioni, sul conferimento di incarichi extragiudiziari ed arbitrati dei magistrati del Tar e del Consiglio di Stato, organi di giurisdizione che, soprattutto, dopo la legge n. 205 del 2000, sono chiamati a pronunciarsi, fra l’altro, su atti e provvedimenti amministrativi in materia di edilizia ed urbanistica anche in sede di giurisdizione esclusiva; il dottor Vincenzo Fortunato rivestendo il ruolo di Primo collaboratore del Ministro delle infrastrutture, realizza secondo l’interrogante un violento contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento giuridico che inibiscono ad uno stesso soggetto di rivestire, contemporaneamente, incarichi di autogoverno nella magistratura con incarichi fiduciari di natura politica con un Ministro della Repubblica; la posizione del dottor Vincenzo Fortunato viola, a parere, la ratio dell’articolo 100 della Costituzione secondo cui la legge assicura l’indipendenza della magistratura amministrativa e dei suoi componenti di fronte al Governo nonché l’articolo 7, comma 5, dell’interrogante della legge n. 186 del 7 aprile 1982 come novellato dalla legge n. 205 del 21 luglio 2000, secondo cui è fatto espressamente divieto ai componenti non togati (è il caso di Fortunato) dell’organo di autogoverno della giustizia amministrativa di «esercitare alcuna attività suscettibile di interferire con le funzioni del Consiglio di Stato e dei tribunali amministrativi regionali» integrato alla luce dell’articolo 100 della Costituzione; l’interrogante rileva la profonda inquietudine che la stessa presenza del dottor V. Fortunato nell’organo di autogoverno, pur avendo incarichi di amministrazione attiva e di governo, ingenera nei magistrati del Consiglio di Stato, dei Tar e dei cittadini in generale -:
cosa intenda fare il Presidente del Consiglio ai fini di chiarire la illegittima posizione del dottor Vincenzo Fortunato per riportare al rispetto della legalità, della correttezza e della trasparenza, un settore importante della vita dello Stato quale è quello della giustizia amministrativa. (4-00830)

L’intervento di Riccardo Nencini sulla fiducia al governo Conte

Signor Presidente,
ha ragione lei: oggi nasce la Terza Repubblica. ‘Il popolo ha scelto’ – ha dichiarato citando Robespierre alla Convenzione Nazionale. Ha dimenticato di aggiungere che nasce su un doppio tradimento, del popolo intendo: c’è chi ha tradito il centro-destra, in frantumi, e c’è chi ha tradito l’impegno a governare da soli.

La prova è nel contratto: assenza di un cronoprogramma, conflitto tra obiettivi. Nulla sulle riforme istituzionali e sul federalismo, troppo poco sull’Europa, cinque righe sulla politica estera, dove l’ombrello della Nato si riduce a un cappellino esposto com’è a un marcato filoputinismo. Capisco che siete impegnati a cambiare la storia, ma uno straccio di programma l’avrebbe aiutata nella risalita dell’Olimpo.

Non vi basterà affidarvi alla seduzione delle parole per convincere. Lo sa bene la Lega che proprio nuova al governo non è: governa da 20 anni il nord e ha governato per 8 anni, l’altro ieri, l’Italia. E non si citi a modello il contratto sottoscritto nel ’62. Lo firmarono in tre: Moro, Fanfani, Nenni. Ciascuno di noi deve loro un’Italia più libera e civile.

Ora è il momento di scegliere a quale pezzo di società destinare le risorse, non quelle promesse, che non esistono, quelle reperibili nel bilancio dello Stato. L’arte del governo è l’arte di scegliere, e reddito di cittadinanza e riforma fiscale costano troppo e confliggono. Del resto la flat tax ha già subito modifiche rilevanti, nei contenuti e nei tempi di applicazione, e del reddito di cittadinanza non conosciamo ancora la cornice applicativa. Quanto al rimpatrio di 500.000 clandestini, presto i numeri cambieranno per ridursi drasticamente.

C’è di più: il rifiuto della società aperta. Scomparsi i diritti civili, anzi messe a rischio le ultime conquiste, o no Ministro Fontana?

Resta un punto in comune, decisivo: l’incontro tra forze antisistema, antieuropee e acerbe di rispetto costituzionale.
C’è un rigurgito di ‘diciannovismo’ nel richiamo al popolo, nell’insofferenza verso le regole. Un’Italia autarchica. E un ministro degli interni – una stupefacente novità – che anziché garantire il corretto svolgimento della campagna elettorale, vi prende parte senza essere nemmeno candidato.

La luna di miele, Signor presidente, durerà almeno fino alla prossima finanziaria, quando la contabilità vincerà sulla parola.
Intanto, proverete a ridisegnare il sistema politico lungo un crinale diverso da quello del Novecento. Non più destra/sinistra ma europeisti e sovranisti.

Nel voto locale e regionale fioriranno alleanze tra di voi ben oltre le desistenze di Siena e Vicenza, nel 2020 darete l’assalto, assieme, alle regioni.

Per realizzare compiutamente il progetto, avrete bisogno di riformare le istituzioni e di una nuova legge elettorale. Di entrambe, non di una sola.

È una sfida che i riformisti dovranno raccogliere, incalzandovi perché si inauguri una legislatura costituente e perché venga promossa un’azione di verità verso gli italiani. Meglio con una alleanza per la repubblica, la strada maestra per chi non la pensa come voi.

Signor Presidente, non voterò la fiducia al suo governo. Strappo Sandro Pertini dal pantheon di Di Maio e lo riporto a casa.

Documento. La strada a sinistra. Confronto, idee e proposte per un nuovo presente

La netta sconfitta elettorale del 4 Marzo non può che spingerci tutti insieme a ripensare totalmente la funzione sociale e politica della sinistra. Il nostro elettorato ci ha percepito come un’entità astratta, sterile, impegnata a difendere soltanto lo status quo. Abbiamo perso consenso tra chi storicamente abbiamo rappresentato. Siamo ormai all’anno zero. La soluzione non può essere rincorrere il populismo e la demagogia dei vincitori, ma ripensare il nostro futuro, ridefinire una nostra identità, una prospettiva, elaborando politiche riformiste credibili. Abbiamo il dovere di ricominciare ad ascoltare i delusi, gli scontenti, avviando un dialogo con le associazioni di categoria, di volontariato, e con il mondo dei saperi e delle professioni. Ricucire un rapporto interrotto con il mondo sindacale. Dobbiamo riprendere il filo dell’ascolto per ridare un senso alla nostra democrazia rappresentativa. I partiti, profondamente in crisi di identità, oggi non bastano più. Occorre voltare pagina: nuovi modi di comunicare, un nuovo lessico, una riorganizzazione degli istituti partecipativi. Ma soprattutto occorre chiedere un passo di lato all’attuale classe dirigente che ha portato al peggior risultato della sinistra della storia. Siamo certi che oggi più che mai continuare a parlarci e confrontarci può essere l’unico strumento utile a un dibattito serio, anche in vista di prossimi appuntamenti elettorali, per recuperare consenso ma soprattutto restituire fiducia. Di queste cose parleremo insieme a rappresentanti di partiti, sindacati, associazioni che hanno ancora l’entusiasmo necessario per tornare a essere protagonisti. In un workshop in cui parleremo poco di noi e molto del futuro. Per indicare una nuova strada, la Strada a sinistra. L’Unione europea è un progetto di pace e integrazione sovranazionale prezioso, da proteggere e rafforzare di fronte all’ondata di euroscetticismo che sta scuotendo tutti i Paesi membri, Italia in testa. Proteggere quel progetto però significa rinnovarlo: il calo di fiducia dei cittadini nei confronti dell’Europa ha ragioni fondate a cui bisogna dare seguito proponendo riforme coraggiose. L’Unione europea deve diventare un’unione politica fondata sulla solidarietà tra i suoi Stati membri. Abbiamo assistito a infinite discussioni su cosa possa dirsi rappresentativo dell’identità europea e dunque su quale debba essere la direzione più giusta da intraprendere per reagire alla crisi dell’UE. Gli aspetti su cui intervenire sono molti: dal grado di democratizzazione del processo decisionale europeo, fino a una più diffusa consapevolezza del funzionamento dell’Unione, dalla riforma dell’unione monetaria, alla razionalizzazione del sistema di accoglienza degli immigrati senza dimenticare il sistema di sicurezza e difesa e la politica estera comune. Nondimeno, tutte le carenze dell’Unione europea emerse dall’adozione del Trattato di Lisbona in poi hanno un elemento comune: nascono dalla mancanza di una forte dimensione sociale nel progetto europeo, che ha alimentato tendenze illiberali in molti stati membri. L’UE è entrata in una spirale di crisi valoriale durante la grave crisi economica, cioè quando più sarebbe stato necessario un sistema organico di politiche sociali che tutelasse i cittadini dai contraccolpi di una crisi che hanno subito sulla loro pelle. Per questo, per noi non ci sono dubbi: l’anima che unisce l’Europa è il suo sistema di welfare e su questa base va rilanciato il progetto di integrazione. L’UE attuale viene percepita come un ostacolo alla crescita e al benessere comune. Dal punto di vista economico ormai un nuovo mondo è davanti a noi, il sogno dogmatico della perfezione del mercato è svanito. Il voler far arretrare la politica in favore delle regole scellerate del mercato ha fallito. La globalizzazione capitalista guidata da grandi gruppi finanziari ha cambiato gli equilibri economici e sociali. Con i partiti in grande difficoltà e con il lento tramonProspettive tare delle ideologie la politica non ha saputo essere arbitro di questo cambiamento epocale. Dall’inizio del nuovo secolo si è aperta una nuova fase di decadenza a vari livelli: l’età dello sfruttamento. Sfruttamento del capitale umano, compressione dei diritti, aumento delle disuguaglianze. Una globalizzazione non governata ha determinato concorrenza sleale nel mondo del lavoro italiano ed europeo. Anche una vecchia certezza sociale come il welfare sta inesorabilmente tramontando: il costante invecchiamento della popolazione Italiana e i continui tagli voluti da politiche neoliberiste che nulla hanno a che vedere con il benessere dei popoli ci pongono davanti a nuovi scenari ai limiti delle barbarie. Quando una società è così impoverita e pervasa da disuguaglianze e povertà apre necessariamente le porte ai populismi, alle paure, al disagio, alla rivendicazione sociale, all’indignazione. La sinistra degli ultimi vent’anni ha ceduto culturalmente al pensiero unico liberista che ispira sempre più spesso le politiche di governo in tutta Europa. Da anni, a sinistra, abbiamo perso la nostra soggettività. Abbiamo abdicato al ruolo della politica nei confronti della società civile, della magistratura ma soprattutto dei tecnici. Si è diffusa l’idea che queste categorie potessero sopperire ad una classe politica ormai logora. Siamo giunti al punto di non ritorno con il governo Monti. Passò nel 2011-2012 il concetto che la società deve essere governata dalle leggi dell’economia, da un libero mercato e dal rigore dei conti pubblici, senza tener conto delle esigenze di povertà e iniquità del paese reale. Questo aprì la strada un neoautoritarismo velato, perché il potere dei tecnici non risponde democraticamente a nessuno, non tollera contestazioni nè dubbi come tutto quello ciò che appare scientifico. Negli anni la sinistra ha anche ascoltato le sirene della morale. L’uso della morale e della giustizia come controllo sociale e un approccio poco garantista sono alla base della delegittimazione politica. Come anche il voler inseguire il populismo su temi quali abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e tagli alla democrazia nulla ha portato in termini elettorali, peggiorando anzi le condizioni del nostro sistema democratico. Al momento è difficile trovare in poco tempo ricette o risposte alla peggiore crisi italiana della sinistra ma una cosa è certa il mondo cambia con una rapidità maggiore della capacità di interpretare i cambiamenti, di individuare rimedi agli squilibri prodotti. Su una cosa però possiamo essere concordi: il fallimento della terza via. Annacquare il socialismo sin dai primi anni 2000 non ha pagato, traducendosi in semplice scorciatoia elettorale per convincere un elettorato di centro ancora dubbioso della parola socialista nella fase post muro di Berlino. Un “terza via” che in pochi anni ha perso credibilità uniformandosi al pensiero liberista. Siamo convinti che i prossimi mesi ci vedranno impegnati in una lunga traversata nel deserto, dovrà essere nostro impegno ricominciare a trovare una giusta rotta mediante una netta e dura opposizione. Una opposizione che deve iniziare nei luoghi di lavoro, tra la gente, nelle università ed essere veicolata nelle istituzioni preposte. A tal proposito lanciamo oggi qui con voi alcune proposte nella speranza che possano risultare patrimonio comune per dare vita ad un nuovo inizia per la sinistra Italia.

Governo. Nencini scrive a tutti i leader csx: ‘ritrovare le ragioni dell’unità, abbandoniamo egoismi e litigiosità’

“La scelta di irresponsabilità fatta da Salvini e Di Maio crea lo scenario preoccupante di una “Repubblica prigioniera” di due forze che vogliono “giocare un derby sulla pelle degli italiani”; lo ha detto  il segretario del Psi, Riccardo Nencini, commentando gli sviluppi della situazione politica. Nencini ha inviato questa mattina una lettera aperta a tutti i leader dei partiti del Centrosinistra, invitando a mettere da parte il passato e a trovare, in vista del voto, ‘le ragioni della maggiore unità possibile’; l’appello, rivolto oltre che a tutta la sinistra italiana, anche al mondo cattolico, laico, democratico, dei radicali e degli ambientalisti contiene una chiamata alle armi per “conferire sovranità ad un disegno nuovo”, spiega Nencini. “E’ il momento di porre fine agli egoismi e alla litigiosità per costruire una ‘concentrazione repubblicana’ che renda competitivo il Centrosinistra”, ha detto ancora il segretario del Psi.

L’appello di Nencini segue di poche ore l’invito del segretario reggente del PD, Maurizio Martina, che aveva invitato il Centrosinistra a “fare insieme un lavoro di tenuta e di rilancio, dando una prospettiva alternativa a destra e Cinque Stelle”.

L’intervento integrale di Ugo Intini a New York

L’Avanti! è stato un simbolo per il socialismo, per le lotte dei lavoratori e per il 1 maggio. Ne ha costruito l’immagine e il mito perché per molto tempo (all’inizio del secolo scorso) è stato il più letto tra i quotidiani italiani, l’unico con una diffusione veramente nazionale (da Milano a Palermo).

Il partito socialista è nato nel 1893. L’Avanti!, il suo strumento, nella notte del Natale 1896. Il quotidiano ha alfabetizzato generazioni di lavoratori politicamente. E spesso anche materialmente, perché ha insegnato loro a leggere e scrivere. Li ha sottratti all’arretratezza e nello stesso tempo ha visto lontano, in modo quasi profetico. Filippo Turati, il padre fondatore del socialismo, ad esempio, già nel 1896, nel suo primo discorso alla Camera, diceva. “Noi vagheggiamo l’unità mondiale e in un domani più prossimo gli Stati Uniti d’Europa”. L’unità politica dell’Europa, dunque. Il tema di oggi.

I socialisti e l’Avanti! hanno sempre lottato su due fronti. Per la giustizia sociale: contro i conservatori. Per la libertà e la democrazia: contro i comunisti. Proprio mentre Gramsci usciva dal partito socialista nel 1921 al congresso di Livorno, Turati aveva già capito e previsto tutto, persino Stalin. Diceva a chi se ne andava. “Col tempo il mito russo sarà evaporato. Avrete capito allora che la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto e che è pur sempre una forma di imperialismo, un imperialismo eminentemente orientale”. “La strada giusta – insisteva Turati- è quella della socialdemocrazia, dell’azione graduale perché tutto il resto è clamore, è sangue, è orrore”.

Turati dunque predicava la politica delle riforme. Che sono come fiocchi di neve-diceva. Ma poi i fiocchi -aggiungeva- diventeranno una valanga, travolgeranno i muri della conservazione e dell’egoismo. Ed è esattamente quanto è avvenuto nel 20° secolo.

Il 1 maggio è il giorno dei lavoratori, quello in cui l’Avanti! ha sempre sottolineato con maggiore solennità i suoi principi. Ancora quando lo dirigevo io, negli anni ‘80, in segno di festa, stampavamo per una volta la testata in rosso, a ricordo delle rosse bandiere e della tradizione.

Sin dall’inizio del ‘900, i compagni socialisti avevano ben chiaro ciò che oggi si stenta a vedere. Che le conquiste dei lavoratori possono realizzarsi soltanto con una forte solidarietà internazionale: con l’internazionalismo-si diceva allora. Non esisteva ancora la globalizzazione (o almeno non se ne parlava) ma l’avevano già capita. Il 1 maggio 1901, il fondo dell’Avanti! ad esempio viene da Bruxelles, è firmato dall’ufficio socialista internazionale e dal suo segretario, il compagno belga Vandervelde. “Non mai-vi si legge-dal 1890, data della prima manifestazione internazionale del 1 maggio, non mai necessità più imperiosa come quella dell’ora presente si è verificata, in favore di una dimostrazione mondiale della classe operaia. Lavoratori di tutti i Paesi, unitevi il 1 maggio in un pensiero di unione e di redenzione”.

I fiocchi di neve, le conquiste graduali, le riforme, possono arrivare soltanto con la democrazia e il suffragio universale, non con la violenza della rivoluzione. Proprio alla lotta per il suffragio universale è dedicato il fondo del 1 maggio 1910. “E’ il suffragio universale-vi si legge- che avrà la virtù e la forza di cacciare dalla vita politica italiana gli indegni e di portarvi gli amici veri del popolo e della sua emancipazione. Dietro il suffragio universale verranno poi gradualmente tutte le altre conquiste”.

Il fiocco di neve più importante, decisivo, è la conquista delle otto ore di lavoro. Proprio in nome di questo obbiettivo d’altronde la festa del 1 maggio è nata, al congresso dell’Internazionale Socialista di Parigi, nel 1889. Il 1 maggio 1909, l’Avanti! ne celebra il 20º anniversario. E scrive. “Allora, nel 1889, appariva evidente agli occhi di tutti che la battaglia proletaria ha dei suoi presupposti: tra i primi la formazione di un proletariato meno abbrutito dalla fatica, più forte fisicamente e moralmente più colto. E poiché l’ostacolo maggiore di tutti, oltre che nei bassi salari, sta precisamente nella durata del lavoro lunga ed estenuante, si levò da quel congresso memorabile (in cui riecheggiavano sonore e ammonitrici le voci della grande rivoluzione francese) il grido immenso del proletariato di tutti i Paesi per la conquista di orari non micidiali. Per raggiungere la meta agognata: le otto ore di lavoro”.

Oggi è inimmaginabile quali fossero a quei tempi le condizioni nei campi e nelle fabbriche, quale la miseria, quale la disperazione che conduceva spesso ad emigrare dall’Italia. È una storia -quest’ultima dell’emigrazione-che ha contribuito a creare l’America. Ecco come la descrive l’Avanti! in un fondo del 1897 intitolato “Sull’Oceano”. “L’attenzione pubblica è attratta da quanto si dice sulle condizioni degli emigranti mentre attraversano l’Oceano sulle navi che loro rammentano, coi segni della miseria, le pene antiche e cantano con lugubre rollio le pene future. Gravi cose si sono intese. La carne migrante è trattata peggio della carne da macello. Se gli operai e i contadini arrivano in America mezzo morti o morti del tutto, il nolo e già pagato e la barca fila lo stesso”. Sembrano le cronache sui gommoni che oggi dall’Africa arrivano in Sicilia.

L’Avanti! segue gli emigranti sulle navi ma li segue anche qui a New York. E già vede, alla fine dell’800, i tentacoli della mafia. “La maggior parte degli emigranti italiani in America -scrive- sono poveri diavoli ignoranti ed affamati che non sanno una parola di inglese. Questa gente viene sfruttata nella maniera più ribalda da una camorra di persone (i padroni o bosses) che vivono alle loro spalle mediante una spogliazione bene organizzata, con il tacito assenso dei nostri rappresentanti ufficiali”. L’Avanti! vede i tentacoli della mafia a New York, ma vede anche la testa della piovra in Sicilia. Che i governi e la grande stampa non vogliono vedere. “Esistono anche altrove -scrive- casi di minoranze che spadroneggiano, taglieggiano, opprimono. Ma in Sicilia questo fatto, oltre a raggiungere proporzioni eccezionali, è generale per tutta l’isola. Il dominio della mafia dà fisionomia a tutte le amministrazioni locali. E da questo tipo di amministrazioni esce un tipo analogo di rappresentanza politica”.

Dal 1876, gli emigrati dall’Italia sono stati quasi 30 milioni. Una intera Nazione se n’è andata. Ma da cosa fuggono quelli che arrivano qui a New York o a Buenos Aires? Da quali condizioni di lavoro? Ancora una volta, ce lo raccontano le cronache dell’Avanti! Ad esempio quella sul famoso sciopero delle risaiole a Molinella, nel 1898. “Il contegno degli operai di Molinella – scrive il quotidiano- è degno del massimo rispetto. Sono calmi e nello stesso tempo decisi a continuare la lotta a qualunque costo. Furono visitate nella giornata parecchie case degli operai: miserabili abituri in cui gli uomini (le donne sono in carcere) resistono agli spasmi della fame, per sfamare i piccini. Un uomo, tra gli altri, era digiuno da due giorni-dico due giorni-per lasciare l’unica fetta di polenta ai suoi bambinelli”.

La lotta è sostenuta dalla solidarietà della popolazione. Ma da cosa deriva questa solidarietà? L’Avanti! se lo chiede. Ed ecco la risposta. “E’ la pietà forse che li muove? Certo, la pietà nel senso più alto della parola, la pietà per le sofferenze acutissime, per la profonda miseria, c’entra e quanto, in questo magnifico movimento di solidarietà umana. Sono donne che a trent’anni appaiono già vecchie per un lavoro a cui il bruto si rifiuterebbe e che ricevono la mercede di settanta centesimi al giorno”.

Lo sciopero ha un valore che va aldilà delle rivendicazioni sindacali. “Una gran luce morale-scrive l’Avanti!- illumina la lotta. Non è più la lotta per qualche soldo in più, per qualche ora in meno: è la lotta per la personalità civile del lavoratore”.

Lo sciopero di Molinella, il primo (e un esempio) vince. Le condizioni di lavoro e il salario migliorano, ma la strada è ancora lunga. Le otto ore di lavoro sono ancora lontane. Non soltanto nelle campagne e nelle fabbriche private, ma persino nelle aziende pubbliche delle grandi città. Ecco ad esempio come l’Avanti! descrive la situazione alla società dei tramway a cavallo di Roma. “La giunta municipale dichiarò un giorno che avrebbe fatto in modo che le ore di lavoro del personale fossero così ridotte. Per gli omnibus ore 11 al giorno. Per i tramway a cavallo ore 13 al giorno. Eppure anche quella promessa restò lettera morta”.

Nel 1913 viene conquistato finalmente il suffragio universale. I fiocchi di neve, le riforme sognate da Turati, a poco a poco arrivano. Negli anni ‘20, anche le otto ore di lavoro. Il 1 maggio, sempre di più, in tutto il mondo, ha qualcosa da festeggiare. Meno che in Italia, dove piomba la lunga notte del fascismo. Ma anche questa finisce.

Il 25 aprile 1945, Milano viene liberata dai partigiani, ritornano, con la libertà, i diritti sindacali e una nuova stagione di progresso. Una settimana dopo l’Avanti!, che in quel momento è il più diffuso quotidiano nazionale, finalmente ritorna a celebrare il 1 maggio. “1 maggio di libertà” -titola a tutta pagina. E annuncia una nuova stagione. “Il sole di questo 1 maggio saluta i popoli europei che stanno risorgendo a nuova vita. Le armate delle Nazioni Unite nella loro trionfale e inesorabile marcia sono giunte nel cuore dell’Europa; la belva hitleriana è ormai agonizzante. Voi lavoratori milanesi insorgendo compatti il 25 aprile, avete ancora una volta provato di essere una classe pronta a diventare la classe dirigente del Paese. Ma questo 1° maggio segna anche l’inizio della vostra vera lotta. Questa è la vostra ora. Riprendete con certezza di vittoria il cammino del vostro riscatto”.

L’entusiasmo e la fede sono grandi. Ma non mancheranno i giorni bui, la strada sarà ancora piena di lutti. Proprio come il 1 maggio di due anni dopo, nel 1947, quando gli uomini del bandito Giuliano, al servizio della mafia e della grande proprietà terriera siciliana, sparano sulla folla a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo: 11 morti e decine di feriti. Ecco la cronaca dell’Avanti! “Ieri mattina folti gruppi di contadini si sono dati convegno a Portella della Ginestra. Lasciati da un canto i cavalli bardati alla festa, i braccianti agricoli si erano ammassati, alle 10, sulla piana che circonda il paese. Nel centro un podio di pietra. Quando sulla rudimentale tribuna salì il primo oratore, il calzolaio Giacomo Schirò, segretario della sezione socialista di Piana, scoppiettarono attorno i battimani. Distintamente si udirono le prime parole del discorso. “Compagni, siamo qui riuniti per festeggiare il 1 maggio, la festa dei lavoratori”. A questo punto, il costone del Monte Pizzuto risuonò di raffiche e i primi proiettili micidiali fischiarono tra la folla. I primi morti caddero sulla pietraia, i primi gemiti dei feriti sottolinearono le raffiche. Urla e grida riempirono la piana: le bandiere rosse caddero coprendo gli alfieri colpiti. Quando le mitragliatrici tacquero, a terra uomini e donne, bimbi e vecchi sotto gli zoccoli dei cavalli impazziti. Sangue sui massi grigi, e le bandiere del lavoro strappate e lacere. Un giovane bracciante con il ginocchio spezzato da una pallottola disse ai giornalisti: la piana pareva un cimitero, cimitero dei lavoratori”.

Sembrano passati secoli. Eppure conosco vecchi compagni che sono ancora vivi e che si ricordano quei giorni terribili. Da allora, con la libertà e la democrazia, i fiocchi di neve sognati da Filippo Turati -e davvero caduti- sono stati tanti. Quasi tutte le sue intuizioni profetiche si sono avverate.

Eppure molte conquiste che sembravano irreversibili vengono messe in discussione. Persino il pilastro portante della costruzione socialista (lo Stato sociale) mostra delle crepe. Il malessere è tale da far scricchiolare lo stesso edificio della democrazia.

Forse i padri fondatori del socialismo e del 1 maggio già avrebbero una risposta. La si intuisce nell’appello del 1 maggio 1901 prima citato, per un movimento dei lavoratori non nazionale ma sovranazionale. La si intuisce nell’obbiettivo appena ricordato di Turati: gli Stati Uniti d’Europa quale tappa verso gli Stati Uniti del mondo.

La realtà è più semplice di quanto si creda. Nel mondo diventato piccolo e interconnesso, tutto e inevitabilmente globale. È globale l’economia, la finanza, la scienza, lo spettacolo, lo sport, la moda, il costume, persino il crimine. Soltanto la politica non è diventata globale. Soltanto la politica è rimasta inchiodata in confini nazionali anacronistici. E si è quindi condannata alla irrilevanza. O la politica diventa globale o perde la sua funzione. E con essa la democrazia stessa. La globalizzazione non è un male. La finanza neppure. Ma la finanza non può dominare il mondo senza regole e freni. Perché è la mancanza di regole a provocare i crolli ciclici delle borse che distruggono i risparmi di intere generazioni. E soltanto la politica, una politica con la P maiuscola e sovranazionale, può dare le regole. Può contenere lo strapotere (non democratico) della finanza senza frontiere. Un tempo si parlava di lotta di classe tra imprenditori e operai. Oggi, gli imprenditori e i dipendenti delle aziende sono dalla stessa parte. Dalla parte di chi pensa che la ricchezza e il progresso nascono dal lavoro. Mentre la finanza senza frontiere pensa che la ricchezza e il denaro nascano da altra ricchezza e altro denaro. Non dal lavoro, ma dalle operazioni speculative.

Ancor di più celebrando il 1 maggio, la festa del lavoro, qui ci deve portare la testa. E qui ci porta anche il cuore. Con la testa, intuiva la strada Filippo Turati, come abbiamo visto. Con il cuore la intuiva qualcuno che di cuore se ne intendeva: Edmondo De Amicis, uno degli scrittori italiani più famosi nel mondo. Un socialista e un collaboratore dell’Avanti! che ha scritto un romanzo proprio intitolato “1 Maggio”, pubblicato a puntate sull’Avanti! E appena ristampato. Un socialista che vedeva nel 1 maggio la festa dei compagni. Perché così sempre si sono chiamati tra loro i lavoratori socialisti in tutto il mondo. De Amicis coglieva il significato profondo di questa parola. Un significato ancora una volta ispirato a una visione non nazionale ma internazionale. “Solo l’operaio che s’ode chiamar “compagno” dallo studente, il “signore” che si sente dar quel nome dal povero, il dotto a cui lo dice l’uomo incolto, il giovinetto a cui lo dice il vecchio; solo colui che giunto in una città sconosciuta si ode chiamar “compagno” da cento giovani mai veduti; questi soltanto, noi soli, possiamo sentire e comprendere la poesia e la forza, il suono delle voci innumerevoli, il soffio possente di gioventù e di vittoria che questa parola racchiude. Questa parola “compagno” che ha acquistato un senso nuovo in tutte le lingue europee, che si scambia familiarmente da Parigi a Berlino, da Milano a Madrid, da Nuova York a Londra, è per noi un argomento di conforto e di gioia. E all’ultima nostra ora, dopo che avremo detto addio alle creature strette a noi più caramente dal legame di sangue, il nostro sguardo cercherà un amico, uno almeno, al quale possiamo dire ancora una volta “compagno” come nei nostri bei giorni di lavoro e di battaglia”.

Ecco. Qui, in questo spirito di solidarietà e fraternità, stanno le radici del 1 maggio. Forse mai come oggi il mondo del lavoro deve ritrovare queste radici.

Ugo Intini

PROTOCOLLO DI INTESA PER LE AZIONI DI CONTRASTO ALL’ABUSIVISMO e TUTELA DELLA PROFESSIONE DI CONSULENTE DEL LAVORO

PROTOCOLLO DI INTESA PER LE AZIONI DI CONTRASTO ALL’ABUSIVISMO e TUTELA DELLA PROFESSIONE DI CONSULENTE DEL LAVORO
TRA Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, con sede in Roma, Viale del Caravaggio n. 84, C.F. 80148330584, rappresentato dal Presidente pro tempore Dottoressa Marina Elvira Calderone, elettivamente domiciliato per la carica presso la sede legale E l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, con sede in Roma, via Fornovo n. 8, C.F. 97900660586,
rappresentato dal Direttore generale pro tempore Paolo Pennesi
(di seguito “le Parti”)
CONSIDERATO CHE
• il Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro (di seguito anche “Consiglio Nazionale”) ed i Consigli Provinciali dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro (di seguito anche “Consigli Provinciali”), istituiti dalla Legge 11 gennaio 1979, n. 12, hanno personalità giuridica di diritto pubblico;
• il Consiglio Nazionale coordina e promuove le attività dei Consigli Provinciali al fine di favorire le iniziative intese al miglioramento ed al perfezionamento degli iscritti nello svolgimento della professione;
• i Consigli Provinciali vigilano sulla tutela del titolo professionale di Consulente del Lavoro, ai sensi dell’art. 14, comma 1, lettera b), della Legge 11 gennaio 1979, n. 12;
• l’Ispettorato Nazionale del Lavoro (di seguito anche “I.N.L.”) e gli Ispettorati Territoriali del Lavoro (di seguito anche “I.T.L”) svolgono le attività ispettive già esercitate dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dall’INPS e dall’INAIL.
VISTI, in particolare
• il comma 1 dell’art. 15 della Legge 7 agosto 1990, n. 241, in virtù del quale le amministrazioni pubbliche possono concludere tra loro accordi per disciplinare lo svolgimento in collaborazione di attività di interesse comune;
• la Legge 11 gennaio 1979, n. 12, recante le norme per l’ordinamento della professione di consulente del lavoro;
• il Decreto Legislativo 14 settembre 2015, n. 149, rubricato “Disposizioni per la razionalizzazione e la semplificazione dell’attività ispettiva in materia di lavoro e legislazione sociale”, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183;
• il Codice di Comportamento degli Ispettori del Lavoro, introdotto dal Decreto del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale del 15 gennaio 2014;
• la Legge 15 marzo 1997, n. 59, recante norme circa la validità a tutti gli effetti di legge di atti, dati e documenti formati, trasmessi ed archiviati dalla P.A. e dai privati con strumenti informatici o telematici;
• il Decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, recante il riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle Pubbliche Amministrazioni;
• la Circolare del Ministero del Lavoro n. 65 del 27 maggio 1986 ed il Vademecum sul Libro Unico del Lavoro del 5 dicembre 2008;
• la direttiva del Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali del 18 settembre 2008 in materia di servizi ispettivi e attività di vigilanza;
PREMESSO CHE
• Le Parti intendono promuovere e favorire la legalità formale e sostanziale nei rapporti di lavoro;
• è comune interesse delle Parti realizzare una proficua collaborazione nella lotta all’abusivismo della professione di Consulente del Lavoro, a tutela della fede pubblica;
TUTTO CIÒ PREMESSO, CONSIDERATO E VISTO, SI CONVIENE QUANTO SEGUE:
Art. 1 – Premesse
1. I considerato, visto e premesso costituiscono parte integrante e sostanziale del presente
Protocollo di Intesa.
Art. 2 – Oggetto
1. Il presente Protocollo di Intesa avrà ad oggetto le seguenti attività:
1) Verifica del rispetto del dettato normativo di cui alla legge n. 12/1979 ed in particolar modo della riserva legale indicata nel comma 1, dell’art. 1, della predetta legge, la quale dispone che, gli adempimenti di lavoro, previdenza ed assistenza sociale dei lavoratori dipendenti quando non sono svolti dal datore di lavoro debbono essere assunti solamente da Consulenti del Lavoro o altri soggetti indicati nel sopracitato articolo 1.
2) Verifica della sussistenza dei presupposti di legge per i centri elaborazione dati (CED), i quali devono essere assistiti da un Consulente del Lavoro o dai professionisti indicati nell’art. 1, comma 1, della Legge 11 gennaio 1979, n. 12 e devono, comunque, svolgere solamente ed esclusivamente le operazioni di calcolo e stampa e le mere attività accessorie (in via esemplificativa e non esaustiva, la fascicolazione e consegna documenti);
3) Verifica della sussistenza dei presupposti di legge per le Associazioni di Categoria e per i centri di assistenza fiscale (CAF) dei datori di lavoro che, ai sensi dell’art. 1, comma 4, della Legge 11 gennaio 1979, n. 12, possono essere organizzati a mezzo dei Consulenti del Lavoro, anche se dipendenti dalle predette Associazioni, secondo le modalità previste dall’attuale prassi ministeriale.
Art. 3 – Impegni reciproci
1. Le parti concordano che:
a) Il personale ispettivo verifichi che, qualora il soggetto ispezionato si avvalga di consulenza esterna, in ossequio al rispetto del codice di comportamento degli Ispettori del Lavoro approvato con Decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il 15 gennaio 2014, il professionista sia in possesso della prescritta abilitazione. In tal caso dovranno essere annotati gli estremi di iscrizione all’Albo dei Consulenti del Lavoro;
b) Il personale ispettivo accerti che gli altri professionisti autorizzati ai sensi dell’art. 1, comma 1, della Legge n. 12/1979 abbiano inoltrato prescritta comunicazione agli I.T.L. (ex D.T.L.) delle Province nel cui ambito intendono svolgere tali adempimenti in materia di lavoro, previdenza assistenza sociale secondo le modalità previste;
c) il personale ispettivo, inoltre, provveda, in caso di constatato esercizio abusivo della professione di cui all’art. 1 della Legge 11 gennaio 1979, n. 12, a dare immediata comunicazione alle autorità competenti. Non consenta, infine, al soggetto non autorizzato di assistere all’ispezione;
d) gli Ispettorati territoriali comunicano al competente Consiglio provinciale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, entro 90 giorni dal termine degli accertamenti, l’esito di accertamenti concernenti il reato di esercizio abusivo della professione anche qualora – con riferimento alle richieste di intervento provenienti dagli stessi Consigli dell’Ordine – non sia stato accertato alcun illecito.
2. L’Ispettorato Nazionale del Lavoro si impegna affinché le proprie strutture territoriali:
a) verifichino, secondo la programmazione della sede, quali siano le effettive attività svolte dai centri di elaborazione dati, compresi quelli costituiti o promossi dalle rispettive Associazioni di Categoria, nell’esercizio degli adempimenti in materia di lavoro, anche a seguito delle segnalazioni provenienti dai Consigli provinciali degli Ordini dei Consulenti del Lavoro nel rispetto dell’art. 14, comma 1, della lettera b), della legge n. 12/1979;
b) effettuino nel territorio di competenza una mappatura dei centri di elaborazione dati che svolgono adempimenti in materia di lavoro in occasione delle verifiche sulla sussistenza dei presupposti di legge. In particolar modo, deve essere accertato che i predetti centri di elaborazione dati:
– svolgano esclusivamente le operazioni di calcolo e stampa;
– siano assistiti da un professionista di cui all’art. 1, comma 1, della Legge n. 12/1979;
– abbiano conferito al professionista l’incarico tramite una comunicazione scritta, avente data certa ed anteriore rispetto all’inizio dell’attività.
3. Il Consiglio Nazionale s’impegna:
a) fermo restando quanto previsto dall’art. 5, a mettere a disposizione l’elenco costantemente aggiornato degli iscritti in tutti gli Albi provinciali dei Consulenti del Lavoro, consultabile al seguente link: http://www.consulentidellavoro.gov.it/index.php/home/annuario;
b) affinché i propri Consigli provinciali dell’Ordine pongano in essere ulteriori forme di
collaborazione che si dovessero rendere necessarie per le attività di verifica sul contrasto all’abusivismo professionale.
4. Le Parti, anche attraverso propri delegati, si impegnano ad incontrarsi semestralmente per analizzare le problematiche emerse e valutare ogni opportuna iniziativa volta alla lotta all’abusivismo della professione di Consulente del Lavoro. In occasione di tali incontri, oltre a quanto previsto dal precedente comma 2, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro renderà noti gli esiti delle attività svolte dagli I.T.L. in ottemperanza al presente protocollo producendo, altresì, un report statistico sulle attività effettuate contenente la tipologia ed il numero dei soggetti di cui si sono avvalsi per consulenza esterna i soggetti ispezionati.
Art. 4 – Gruppi di lavoro
1. Potranno essere costituiti dalle Parti Gruppi di Lavoro per il perseguimento delle finalità di cui in premessa, previste dal presente Protocollo di intesa.
2. I Gruppi di Lavoro avranno il compito di individuare tutte le iniziative necessarie per il pieno raggiungimento delle finalità di cui al comma precedente e degli obiettivi del singolo progetto. A tal fine potranno essere affiancati da esperti identificati dalle Parti di comune accordo, in diversi settori.
3. La costituzione dei Gruppi di Lavoro, in nessun caso, comporterà oneri economici a carico delle Parti.
Art. 5 – Banca dati
Al fine di verificare con immediatezza la sussistenza dei requisiti per lo svolgimento dell’attività di consulente del lavoro, il Consiglio nazionale mette a disposizione dell’Ispettorato, attraverso i necessari collegamenti informatici, anche in cooperazione applicativa, i dati concernenti le iscrizioni al relativo albo.
Art. 6 – Trattamento dei dati personali
Le Parti si impegnano reciprocamente a trattare e custodire i dati e le informazioni sia su supporto cartaceo che informatico, relativi all’espletamento di attività riconducibili al presente protocollo d’intesa in conformità alle misure e agli obblighi imposti dal D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, e ss.mm. ii.
Art. 7 – Durata ed eventuale rinnovo
1. Il presente protocollo d’intesa avrà durata di tre anni dalla sottoscrizione.
2. Sarà possibile, previo accordo tra le Parti, procedere in ogni momento all’integrazione o modifica del presente Protocollo di Intesa.
3. Ciascuna Parte potrà disdettare il presente Protocollo di Intesa con un preavviso di almeno novanta giorni rispetto alla sua naturale scadenza.
Ciascuna parte del presente protocollo si impegna a renderlo pubblico anche attraverso la pubblicazione nel proprio sito web.
Letto, confermato e sottoscritto.
Roma, lì 9 febbraio 2018
Il Capo dell’Ispettorato nazionale del lavoro Il Presidente del CNO
F.to (Dott. Paolo Pennesi) F.to (Dott.ssa Marina Elvira Calderone)

Appello intellettuali per Afrin

“Noi, accademici e attivisti dei diritti umani firmatari insistiamo affinchè i presidenti della Russia, dell’Iran e degli Stati Uniti assicurino che la sovranità dei confini siriani non sia violata dalla Turchia e che al popolo di Afrin in Siria, sia permesso di vivere in pace. Afrin, la cui popolazione è a maggioranza curda, è una delle regioni più stabili e sicure della Siria. Con pochissimi aiuti umanitari Afrin ha accolto così tanti rifugiati siriani da raddoppiare la sua popolazioni sino ad un totale di 400.000 abitanti. Afrin è ora circondata da nemici: i gruppi jihadisti supportati dalla Turchia, AlQaeda e la Turchia. Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha minacciato di attaccare le unità militari supportate da Stati Uniti – le Unità di Difesa del Popolo o Ypg, con le quali gli Stati Uniti si sono alleati contro l’Isis. La Turchia accusa le Ypg di essere terroriste, nonostante abbiano contribuito all’organizzazione di consigli e governi locali che abbiano preso piede in ognuna delle città che sono state liberate e nonostante le ripetute dichiarazioni del non aver nessun interesse nei confronti di uno scontro contro la Turchia ma di voler funzionare solo come una forza di difesa per i curdi siriani e le altre etnie che vivono nella Federazione Democratica della Siria del Nord, anche conosciuta come Rojava, che include Afrin. La Turchia ha adesso mobilitato un’enorme forza militare sul confine di Afrin promettendo di attaccare il cantone sotto il controllo curdo con la forza annichilendo un’area pacifica e mettendo migliaia di civili e rifugiati a rischio, per perseguire la sua vendetta contro i curdi. Un attacco di questo tipo contro i cittadini pacifici di Afrin è un atto eclatante di aggressione contro una regione governata in modo pacifico e democratico. La Turchia non può portare avanti questi attacchi senza l’approvazione della Russia dell’Iran e della Siria, e con l’inazione degli Stati Uniti nel bloccarli. Il popolo curdo ha sopportato la perdita di migliaia di giovani donne e uomini che si sono uniti alle YPJ e alle YPG per liberare il mondo dall’Isis. Gli Stati Uniti e la comunità internazionale hanno l’obbligo morale di supportare, ora, il popolo curdo. Richiamiamo gli Stati Uniti e la comunità internazionale a garantire la stabilità e la sicurezza ad Afrin e prevenire ulteriori aggressioni turche dalla vicina Siria e lungo il confine siriano.
I firmatari
Noam Chomsky, MIT Professor Emeritus
Michael Walzer, Institute for Advanced Study, Princeton University, Professor Emeritus Charlotte Bunch, Distinguished Professor of Women’s and Gender Studies, Rutgers University
Todd Gitlin, sociologist and Chair, PhD Program in Communications, Columbia University
David Graeber, Professor of Anthropology, London School of Economics Nadje Al-Ali, Professor of Gender Studies, SOAS, University of London
David Harvey, Distinguished Professor of Anthropology and Geography, CUNY Graduate Center
Michael Hardt, political philosopher and Professor of Literature, Duke University
Marina Sitrin, Assistant Professor of Sociology, SUNY Binghamton and Associate Professor, New School
Bill Fletcher, Jr., former President of TransAfrica Forum
David L. Phillips, Director, Program on Peace-building and Rights, Columbia University Joey Lawrence, photographer and filmmaker Meredith Tax, writer and organizer,
North America Rojava Alliance (NARA) Debbie Bookchin, journalist and author, NARA”

Scambio epistolare Bernardini – Radicali

Lettera a firma Emma Bonino, Riccardo Magi, Silvia Manzi, Antonella Soldo, Filomena Gallo, Marco Cappato e Gianfranco Spadaccia – 19 dicembre 2017

Cara Rita,
stiamo preparando le liste “Più Europa” alle quali, per garantire una riconoscibilità radicale, Emma ha assicurato la disponibilità del suo nome nel simbolo: crediamo sia chiaro il perché di questa scelta che come Radicali Italiani abbiamo compiuto insieme a Benedetto.Negli ultimi anni tu e noi abbiamo intrapreso scelte politiche e organizzative diverse per ragioni che è inutile qui e ora ricordare; ma riteniamo che le comuni battaglie sul carcere e sulla giustizia giusta dovrebbero essere rappresentate direttamente da te in Parlamento. Non sappiamo se ce la faremo, se i nostri sforzi saranno coronati da successo, ma in caso positivo pensiamo che anche con la tua elezione sarà garantita la continuazione in Parlamento delle tue e nostre battaglie sulla giustizia e sul carcere.
Sappiamo di esprimere una scelta ampiamente condivisa tra noi.
Ti chiediamo di pensare a questa proposta e di darci una risposta il prima possibile.

Riccardo, Silvja, Antonella, Filomena, Marco, Emma, Gianfranco

La risposta di Rita Bernardini – 20 dicembre 2017

Il fatto che mi proponiate una candidatura nella vostra lista mi porta a pensare che il mio comportamento politico non sia stato chiaro ai vostri occhi e ciò mi dispiace perché ero convinta di essermi manifestata in modo limpido. E non mi riferisco a tempi recentissimi ma almeno da quando le vostre strade sono confluite in un’unica strada contraria a quella percorsa da Marco Pannella, strada – quella di Marco – che io ho condiviso e che cerco di portare avanti oggi con le compagne e i compagni del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito. Non è “per caso” che i soggetti politici che rappresentate con le vostre firme siano stati i più acerrimi boicottatori, con atti, comportamenti e omissioni, del raggiungimento nel 2017 dei 3.000 iscritti.

Non sono secondarie, come scrive Riccardo Magi con l’espressione “è inutile qui e ora ricordare”, le ragioni che mi hanno portato a “scelte politiche e organizzative diverse” anche perché “giustizia giusta” e “carceri” non sono un brand, semplici titoli di iniziative da poter vantare in campagna elettorale, ma elementi essenziali di un regime a-democratico e anti-popolare che ha ridotto il Paese sul lastrico non solo e non tanto economico (quella semmai è una conseguenza), ma istituzionale e civile.

Avete il “vostro” partito, la “vostra” lista, il nome di Emma Bonino ceduto a Radicali Italiani come patrimonio da far fruttare nelle competizioni elettorali. Avete spazi televisivi a gò-gò, quelli per conquistare i quali (e non certo per se stesso) Pannella doveva giungere in punto di morte: che ve ne fate di una scostumata Bernardini?

“non possiamo non prevedere fin d’ora – pena la morte politica di tutti noi – che si tenterà di separare, di annettere, di integrare qualsiasi radicale che proponga in modo non scostumato, cioè secondo il costume di classe del potere, e quindi con costumi omogenei a quelli del potere, quello che insieme abbiamo imparato e a cui stiamo dando corpo”. (Marco Pannella, 1978).

Lettera a firma Maurizio Turco – 19 dicembre 2017

Gentile Tesoriere dell’Associazione Radicali Italiani,
con la presente, quale Presidente dell’Associazione Politica Nazionale Lista Marco Pannella- Notizie Radicali, che conduce in locazione i locali di Via di Torre Argentina 76, sono a richiedere all’Associazione Radicali Italiani di voler senza indugi liberare, da cose e persone, le tre stanze a tutt’oggi occupate senza alcun titolo, ivi compreso lo spazio del magazzino dove sono depositati materiali vari riconducibili a Radicali Italiani e per le quali risulta maturata un’indenità di occupazione, dal 1 marzo 2017 al 31 dicembre 2017, pari ad euro 30.000, che pure con la presente sono a richiedere, comprensiva del valore dell’indebito arricchimento di cui ha beneficiato l’Associazione Radicali Italiani per l’utilizzo dei telefoni e della corrente elettrica.

Di fatto, come noto, l’Associazione Radicali Italiani ha oramai stabilito la propria sede operativa in Roma, Via Bargoni 40, di talché l’occupazione delle stanze, non ha più alcuna ragione di essere, se non quella di voler sottrarre spazio alle attività delle altre realtà associative che operan in sinergia con il Partito Radicale Transnazionale e Transpartito.

Con la presente sono altresì ad informare che la Lista Pannella ha acquisito dal Comitato Promotore Referendum, che ne era titolare, il dominio radicali.it. Qualora l’Associazione Radicali Italiani volesse acquisire il dominio dovrà versare la somma di Euro 70.000 pari al credito che la Lista Pannella vantava nei confronti del Comitato Promotore Referendum.

Nel caso in cui l’Associazione Radicali Italiani non intendesse rilevare il dominio lo stesso a partire dal 15 gennaio 2018 verrà gestito direttamente dalla Lista Pannella. Rimanendo in attesa di un gradito e sollecito riscontro, in assenza del quale mi vedrò costretto, quanto all’abusiva occupazione dei locali, ad assumere le necessarie iniziative finalizzate a tutelare l’Associazione Politica Nazionale Lista Marco Pannella in nome della quale scrivo la presente.

L’intervento del Ministro Maria Elena Boschi in Aula sulla mozione di sfiducia del 18 dicembre 2015

Non è mia intenzione in questa sede esprimere valutazioni sulla campagna politica in atto contro la mia famiglia e soprattutto contro il Governo: per il rispetto che nutro nei confronti della Presidenza e di tutti i colleghi, mi limiterò ad esporre i fatti.

I provvedimenti emanati dal nostro Governo hanno in qualche modo, seppure indirettamente, favorito la mia famiglia ? Pag. 15Questa è la domanda: c’è stato del favoritismo, una corsia preferenziale, la legge non è stata applicata in modo uguale per tutti i cittadini ? Questo è il quesito che viene posto. Forse vi stupirò, ma se la risposta fosse «sì», sarei io la prima a ritenere necessarie le mie dimissioni. Ma restiamo alla verità dei fatti, perché con i «sembrerebbe» e i «pare» che ho sentito questa mattina si va poco lontano (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Scelta Civica per l’Italia).
Vorrei dire a tutti coloro che hanno firmato la richiesta di dimissioni, che mi usassero la gentilezza di ascoltare i fatti che porterò in quest’Aula, perché chi ha un approccio alla realtà dei fatti privo di pregiudizi non può che arrendersi di fronte all’evidenza. Ascoltate prima di votare e ascoltate senza pregiudizio.
Vorrei innanzitutto che fossero chiari i fatti: mio padre è stato eletto membro del consiglio di amministrazione di Banca Etruria nel maggio del 2014. Ricordo che i soci di Banca Etruria, una banca popolare molto diffusa sul territorio, erano oltre 69.350. È stato poi nominato vicepresidente, uno dei vicepresidenti, non vicario e senza deleghe. Ha accettato quell’incarico convinto di poter dare una mano, di poter dare una mano in un momento in cui la banca era già in difficoltà per le gestioni precedenti e per la crisi economica.
Mio padre, come tutti gli altri membri del consiglio di amministrazione, ha perso il proprio incarico, è stato destituito con il commissariamento voluto dal nostro Governo con il decreto n. 45 del 10 febbraio del 2015, firmato dal Ministro Padoan su richiesta di Banca d’Italia. In tutta onestà voglio chiedere a quest’Aula: dov’è il favoritismo nell’aver fatto perdere a mio padre l’incarico, così come tutti gli altri consiglieri di amministrazione hanno perso il proprio incarico?
Ma v’è di più. Mio padre, è già stato detto, è stato al pari degli altri membri del consiglio di amministrazione, dei membri del collegio sindacale, del direttore generale, sanzionato da Banca d’Italia e ha pagato una multa di 144.000 euro. Vorrei chiedere, in tutta onestà, dov’è il favoritismo nella sanzione di Banca d’Italia verso mio padre (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) ?
Lasciatemi dire però quello che ho nel cuore. Io amo mio padre e non mi vergogno a dirlo: mio padre è una persona perbene, io sono fiera di lui e sono fiera di essere la prima nella famiglia Boschi ad essersi laureata e ricordo la gioia e la commozione di mio padre quando è venuto a Firenze ad assistere alla mia laurea. I miei fratelli più piccoli sono laureati uno in economia e uno in ingegneria e noi sappiamo quello che ha fatto mio padre per farci studiare, lui figlio di contadini, che per andare a scuola e diplomarsi ogni giorno faceva 5 chilometri a piedi all’andata e 5 chilometri a piedi al ritorno e 40 minuti di treno. Questa è la storia semplice, umile, ma forte, della mia famiglia, non le maldicenze che ho sentito raccontare in questi giorni, le meschinità che sono state scritte. Io so che questo fa parte delle regole del gioco e non mi arrabbio, ma spero, se un giorno avrò la fortuna di essere madre, che i miei figli siamo orgogliosi del loro padre quanto io lo sono del mio.
Allo stesso modo, però, dico in quest’Aula che sono orgogliosa di far parte di un Governo che esprime un concetto molto semplice: chi sbaglia deve pagare, chiunque sia, senza differenze. Se mio padre ha sbagliato, deve pagare, su questo io non ho dubbi, perché nell’Italia che stiamo ricostruendo non c’è spazio per il favoritismo, non c’è spazio per i due pesi e le due misure. Ma se mio padre ha sbagliato, non lo giudica il tribunale dei talk show o di una parte delle opposizioni, che preferisce strumentalizzare la vita e a volte la morte delle persone, piuttosto che cercare di risolvere i problemi.

  Resta la verità dei fatti: mio padre è stato commissariato dal Governo ed è stato sanzionato da Banca d’Italia. Non c’è nessun favoritismo nella nostra Italia.
Ma la mozione si interroga su altri elementi. I firmatari della mozione si chiedono se in qualche modo i provvedimenti di questo Governo possano aver favorito me o la mia famiglia, sia con il decreto di trasformazione delle banche popolari, che si asserisce avrebbe fatto guadagnare a me e alla mia famiglia delle plusvalenze, sia con l’ultimo decreto di novembre, che avrebbe salvaguardato me e la mia famiglia più degli altri azionisti, a differenza degli altri azionisti. Anche questo non è vero. Come è noto io posseggo, o sarebbe meglio dire possedevo, 1557 azioni di Banca Etruria che ho acquistato ad un valore di poco inferiore a un euro ciascuna, quindi avevano un valore iniziale di circa 1500 euro, così forniamo anche informazioni a chi non era in grado di dare un valore a queste azioni peraltro a tutti noto; dico «possedevo» perché, come sapete dopo il decreto di questo Governo, il valore delle azioni è stato azzerato, quindi oggi equivalgono a zero e sono carta straccia, come quelle di tutti gli altri azionisti. Anche i membri della mia famiglia hanno dei piccoli pacchetti azionari in Banca Etruria. Come consente la legge non hanno fornito informazioni sui loro titoli, ma sicuramente non si offenderanno se lo farò io oggi in quest’Aula. Mio padre possiede, o meglio possedeva, 7550 azioni di Banca Etruria, mia madre 2013, mio fratello Emanuele 1847 e mio fratello Pier Francesco 347. Ad un valore inferiore a un euro ciascuna potete fare agilmente il calcolo del valore di questo pacchetto azionario. Ciò nonostante oggi vale zero, perché a seguito del decreto il valore è stato azzerato.
Ora, io trovo sinceramente molto suggestiva l’idea che, con un pacchetto di 1500 azioni un socio sui 69.350 di qualche anno fa e gli oltre 62.000 attuali soci di Banca Etruria, io fossi la proprietaria di Banca Etruria. Trovo anche molto suggestivo che la mia famiglia, cinque soci su oltre 62.000 soci (e ricordo che in una banca popolare il voto era capitario), soci come tante famiglie del territorio sono soci di quella banca, fosse proprietaria di Banca Etruria. Dire che Banca Etruria è la banca della famiglia Boschi è sicuramente funzionale ai titoli sui giornali, ma poco corrisponde alla realtà dei fatti.
Il provvedimento di novembre, quindi, non ha favorito la mia famiglia perché le nostre azioni sono state azzerate come quelle di tutti gli altri; ma si cerca con malizia, forse puntando un po’ anche sull’ignoranza tecnica procedurale, di provare a sostenere che sarebbe stato invece il decreto di trasformazione delle banche popolari a favorire me o la mia famiglia consentendoci di guadagnare sul plusvalore delle azioni. Allora anche qui è necessario fare un’operazione di chiarezza. Né io né membri della mia famiglia abbiamo acquistato o venduto azioni nel momento in cui io sono stata al Governo, anzi ancora prima, perché gli ultimi movimenti miei o della mia famiglia in azioni di Banca Etruria risalgono a luglio del 2013. Questo vuol dire che noi non abbiamo venduto o acquistato azioni né prima né dopo l’emanazione del decreto di febbraio, quindi nessun plusvalore può essere stato realizzato, semplicemente perché non abbiamo venduto o acquistato.
Ciò detto, siccome non voglio che ci siano dubbi in quest’Aula, proviamo a ragionare per assurdo; immaginiamo quindi che ci possa essere stata una differenza di valore e di nuovo fermiamoci ai fatti. Prima del decreto, approvato dal nostro Governo, il valore delle azioni di Banca Etruria era sceso a circa 0,3670 euro ciascuna. Questo ha comportato per me, come per gli altri azionisti, ovviamente, una minusvalenza che, nel mio caso, corrispondeva a 929 euro. A seguito del decreto le azioni delle banche popolari quotate, non soltanto quelle di Banca Etruria ma di tutte le banche quotate, hanno visto aumentare il valore dei loro titoli, comprese quelle di Banca Etruria. Attraverso questo rialzo dei titoli si è ridotta la minusvalenza. Cosa vuol dire ? Che attraverso questa riduzione di 369 euro della minusvalenza io, ammesso che avessi venduto le azioni, cosa che non ho fatto, ci avrei perso un po’ di meno, anziché perderci 929 euro, ce ne avrei persi 560.
Il grande conflitto di interessi di cui stiamo parlando sono 369 euro, mai realizzati perché mai ho venduto quelle azioni. Stiamo parlando al Paese di 369 euro.

  Analoghe considerazioni valgono per il pacchetto azionario della mia famiglia, perché non hanno venduto azioni, non hanno realizzato alcun tipo di plusvalenza, hanno semplicemente visto ridursi la minusvalenza delle loro azioni, per un importo che complessivamente sfiora ben 2.300 euro: una cifra veramente strabiliante che può far parlare di conflitto di interessi. Non vi pare di esagerare ?
Ma ci sono altre considerazioni: noi abbiamo detto che non sono state realizzate plusvalenze, che il valore delle azioni è stato azzerato, che mio padre è stato commissariato dal Governo e sanzionato da Banca d’Italia, quindi direi nessun favoritismo, nessuna corsia preferenziale.
Ma possiamo ragionare anche in termini di opportunità: voi vi ricorderete che in quest’Aula io ho difeso dei colleghi del Governo raggiunti da avvisi di garanzia e sono stata anche molto criticata dopo quel question time. Io credo, però, che, al pari delle tante riforme importanti che il nostro Governo sta portando avanti, anche aver ribaltato il principio in qualche modo del sospetto, di aver riaffermato un principio costituzionale per cui l’avviso di garanzia non è una condanna, ma è semplicemente uno strumento posto a tutela di ogni cittadino indagato, sia altrettanto significativo e altrettanto importante, anche se ora non stiamo parlando di avvisi di garanzia.
In questi giorni mi è stata anche, in qualche modo, contestata la mia posizione, espressa in una trasmissione televisiva, circa due anni fa, nei confronti dell’allora Ministro della giustizia, che a mio avviso avrebbe dovuto dimettersi perché in una intercettazione telefonica si sentiva l’allora Ministro della Giustizia esprimere solidarietà e vicinanza alla famiglia di un indagato, ritenendo che quelle indagini fossero ingiuste e che quel sistema fosse ingiusto. Ecco, io credo che da un Ministro della giustizia ci si aspetti che stia al fianco delle istituzioni e non dei parenti o degli amici. Io, come Ministro, sono sempre stata dalla parte delle istituzioni, non ho mai favorito la mia famiglia, non ho mai favorito i miei amici.
Non c’è dunque conflitto d’interessi, non c’è dunque alcun favoritismo, non c’è alcuna corsia preferenziale: chi ha sbagliato paga e pagherà. Non ho tutelato la mia famiglia, questo Governo ha tutelato le istituzioni. La verità dei fatti è lì, davanti a noi, lo hanno ricordato anche prima in altri interventi: un milione di risparmiatori che, senza l’intervento del Governo, senza il decreto del Governo, avrebbe visto azzerare i propri risparmi, e 7 mila dipendenti che hanno potuto ricevere lo stipendio. Tra questi non c’è mio fratello, perché a marzo dello scorso anno si è licenziato, rinunciando al posto fisso in banca; peraltro non si è mai occupato di crediti, e si è messo in proprio. L’unico legame che ha ancora con quella banca è nell’aver conosciuto lì, ed aver sposato, una collega, e insieme a lei, come tante altre giovani coppie, avere acceso un mutuo per comprare la loro casa alle stesse condizioni che vengono applicate a tutti i dipendenti di quella banca.
Allora, giudichino i colleghi se queste informazioni sono sufficienti a ripristinare la realtà, giudichino i colleghi se io sono venuta meno ai miei doveri istituzionali o alla correttezza che mi impone il mio ruolo, giudichino i colleghi se io ho in qualche modo favorito la mia famiglia o se abbiamo tratto qualche vantaggio. Ripeto: mio padre è stato commissariato, sanzionato, non abbiamo avuto plusvalenze e le nostre azioni sono state azzerate.
I colleghi ovviamente sono liberi di pensare quello che vogliono, di mettermi in discussione. Peraltro, in queste settimane non sono mancate le maldicenze, le bugie, le denigrazioni, i chiacchiericci. So che fare il ministro a 34 anni e con incarichi di responsabilità può attirare invidie e maldicenze, non mi fanno paura, anche perché oggi più che mai sento l’amicizia e l’affetto di tanti colleghi, ma anche di tanti cittadini che mi incoraggiano ad andare avanti.

Senza apparire arrogante, voglio sfidare i firmatari: mi si dica se sono mai venuta meno ai miei doveri istituzionali e sarò la prima a lasciare. Mi si dica e mi si dimostri che ho in qualche modo favorito la mia famiglia e non aspetterò nemmeno l’esito del voto. Mi si dica che non sono all’altezza, se lo ritenete, ma non vi consento di mettere in discussione la mia onestà e il rispetto dei principi di legge: non ve lo consento io e non ve lo consente la realtà dei fatti.

Già, perché la realtà dei fatti che oggi abbiamo portato in quest’Aula è molto più forte del qualunquismo, del pressappochismo, della demagogia, di chi ci vuole dire che non siamo tutti uguali di fronte alla legge. No, cari colleghi, con il nostro Governo siamo tutti uguali davanti alla legge, e ciò è stato dimostrato da commissariamenti, sanzioni, azzeramento di azioni. Auguro, quindi, a tutti voi di giudicare i fatti per quello che sono, perché la realtà dei fatti è molto più forte di ogni strumentalizzazione.

E voglio anche dire a chi immagina, attaccando me, di indebolire il Governo: lasciate perdere, perché questo Governo è attrezzato per respingere gli attacchi, questo Governo è attrezzato per portare avanti il cambiamento, perché siamo il cambiamento di cui l’Italia ha bisogno, per cui non ci fermeranno le bugie, le maldicenze. Noi continueremo ad andare avanti senza arroganza, ma con la libertà e il coraggio di chi sa di dare veramente all’Italia una nuova opportunità.

Dichiarazione di voto di Pia Locatelli

Il consiglio europeo dei prossimi giorni ha un’agenda impegnativa e la risoluzione di maggioranza, che abbiamo sottoscritto, non poteva non essere altrettanto ricca.

Parto dal Vertice di Goteborg, che finalmente si è concentrato su come stimolare la crescita inclusiva, come creare posti di lavoro equo e come sviluppare pari opportunità tra donne e uomini. Sembra, quindi, come ha detto l’ambasciatore svedese in Italia, che stiamo riprendendo la strada “per un’Europa più inclusiva che mette al primo posto occupazione e crescita eque”.

Brexit: si è conclusa una fase dei negoziati e , come era prevedibile, non è esito vantaggioso per i britannici: alcune decine di miliardi da pagare, più del doppio della loro offerta iniziale, per anni pieni diritti ai cittadini europei residenti in UK, nessuna frontiera tra Irlanda del Nord e Irlanda. Ora si apre la seconda fase delle trattative. Io mi auguro che tra un anno il parlamento non ratificherà l’accordo e si ritorni ad un nuovo referendum. Qualcuno ci sta lavorando e noi facciamo il tifo per questo gruppo di lavoro.

Ultime due brevissime note: abbiamo apprezzato la posizione dell’Alta Rappresentante Mogherini su Gerusalemme: nessun Paese della Ue seguirà l’esempio degli USA. Una posizione netta che conferma quanto sosteniamo da tempo: la soluzione del conflitto può avvenire solo con la nascita di sue Stati con Gerusalemme capitale di entrambi. In questa legislatura abbiamo presentato una mozione, votata dalla Camera, per il riconoscimento dello Stato palestinese, mi auguro che il Governo faccia il possibile perché si concretizzi.

Infine un’altra buona notizia: nel Consiglio che ha tenuto a Lisbona l’1-2 dicembre il PSE ha approvato a larghissima maggioranza la proposta di liste europee transnazionali per le prossime elezioni del Parlamento europeo. Un passo avanti per più Europa.

Voteremo la risoluzione della maggioranza che abbiamo sottoscritto.