Raccolta solidale

“In questi giorni di grande freddo non dobbiamo dimenticare le persone che vivono nella condizione del bisogno.  Raccogliamo  presso la Direzione del partito a Roma indumenti per i senzatetto. Forza, mettiamocela tutta”- ha scritto sul suo profilo Facebook il segretario  Riccardo Nencini, che  ha rivolto così un appello a tutti gli iscritti al Psi e ai cittadini romani, a portare presso la sede della direzione nazionale del Partito a Roma, in Via Santa Caterina da Siena, coperte, plaid, giacche e piumini invernali, cappelli, guanti e  sciarpe da destinare ai senzatetto. La sede del PSI sarà aperta alla raccolta tutti i giorni dal lunedì al venerdì,  dalle 10 alle 13. Per info: info@partitosocialista.it

Interrogazione caso Marra di Enrico Buemi

Interrogazione sul caso Marra e il Fatto Quotidiano presentata dal Senatore socialista Enrico Buemi al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA
Al Ministro della giustizia. – Premessa la seguente scansione della copertura offerta dal “Fatto quotidiano”, in rapporto allo scandalo Marra:
– il 16 dicembre 2016 un articolo a firma Marco Lillo e Valeria Pacelli dà conto, come tutti gli altri organi d’informazione di quel giorno, del fatto che “intercettando così Scarpellini e una sua collaboratrice, (…), vengono fuori i contatti con Marra. Il 30 giugno il funzionario chiama (…): teme di essere rimosso dal suo incarico a causa di una “campagna di stampa” e chiede un intervento di Scarpellini – che non ci sarà – sull’editore del Messaggero, Francesco Gaetano Caltagirone”;
– il 17 dicembre 2016, in un articolo di prima pagina a firma Marco Travaglio (“Sala di rianimazione”) si dichiara, in ordine al Marra, che la sindaca Raggi “l’aveva nominato senza sapere – né poter sapere – nulla di quel fatto, scoperto dalla Procura di Roma con intercettazioni” e che i vertici del Campidoglio “non sono accusati né indagati di nulla e non si sa bene di che debbano rispondere, a parte dell’essersi fidati di un dirigente mai inquisito né sospettato di corruzione fino all’altroieri” (…) Su Marra invece nulla risultava, né sotto il profilo penale né sotto quello amministrativo”;
– il 17 dicembre 2016 un altro articolo (Antonio Massari, “Così parlò Marra: le bugie e l’incontro con Di Maio”) rivela i due tagli imposti dal Fatto quotidiano ad una intervista resa il 5 novembre precedente da Raffaele Marra al Fatto quotidiano. In un caso, si trattò di un “dettaglio che, per ragioni di spazio, rimase fuori dalla nostra intervista”. In un secondo caso, “altro non fu pubblicato perché non ci aveva convinto. A partire dalla menzogna oggi più evidente. Mentiva, Marra, quando diceva che non sentiva “da tre o quattro anni” l’uomo che due giorni fa è stato arrestato con lui per corruzione. Se non ci parlava direttamente, gli atti di indagine dimostrano che solo sei mesi fa, il 30 giugno, si rivolgeva alla sua segretaria, (…), per chiedere l’intercessione dell’immobiliarista nei confronti dei giornali del gruppo Caltagirone, che lo avevano preso di mira. Non se l’è bevuta Il Fatto Quotidiano che non riportò questa frase nell’intervista, e l’inchiesta ci ha dato ragione”;
– il 17 novembre 2016 un terzo articolo sullo stesso giornale (Marco Lillo e Valeria Pacelli, “Marra, gli strani affari a Malta tra contanti, scommesse e barche”) afferma che “il 5 novembre esce un’intervista a Marra di Valeria Pacelli e Antonio Massari che non ha fatto sconti a Marra, costretto a rispondere su tutto”;
si chiede di sapere:
– come facesse la redazione del Fatto quotidiano a considerare menzognera l’affermazione del Marra, circa l’assenza di rapporti recenti con lo Scarpellini, se non disponendo direttamente – al momento dell’intervista del 5 novembre – degli atti di indagine compiuti il 30 giugno (come di fatto ammesso nell’articolo “Così parlò Marra: le bugie e l’incontro con Di Maio”);
– chi siano i pubblici ufficiali che – dall’addetto all’intercettazione al titolare del fascicolo processuale nel quale i suoi contenuti sono stati riversati, compresi tutti i soggetti intermedi coinvolti nella procedura – erano a conoscenza il 5 novembre 2016 delle parole di Raffaele Marra, captate nella giornata del 30 giugno 2016;
– se una conclusione così dirompente per la deontologia giornalistica, quale la scelta di non pubblicare una parte del contenuto di un’intervista, non abbia potuto mettere sull’avviso l’intervistato e, pertanto, se essa, assunta consapevolmente, configuri dolo eventuale di fattispecie ulteriori e più gravi, rispetto alla mera divulgazione del contenuto di atti di indagine coperti da segreto.

Enrico Buemi

Intervento di Pia Locatelli per il Premio annuale istituito dalla Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo (Lidu Onlus)

“Innanzitutto voglio ringraziare la LIDU per il grande onore che mi ha concesso con l’assegnazione di questo premio. La difesa dei diritti umani (mi piace di più del termine “diritti dell’uomo”) è sempre stato un tema a cui mi sono appassionata e dedicata con impegno, ma che – confesso – è stato anche fonte di frustrazione. Mi accade di avere la sensazione di mulinare nel vuoto, di fare la fine di Don Chisciotte o, nella migliore delle ipotesi, di svuotare il mare con un cucchiaino, ma immagino che anche tanti di voi siano passati, passino attraverso frustrazioni continue, che però non fermano chi dell’impegno per i diritti umani ha fatto una ragione di vita”.

I difensori e le difensore dei diritti umani sono persone, gruppi, organizzazioni che promuovono e proteggono i diritti umani attraverso mezzi pacifici e non violenti; soprattutto siamo resistenti, non ci fermiamo, nonostante le frustrazioni. Continuiamo imperterriti. Sappiamo infatti che ottenere dei risultati concreti è quasi sempre operazione lunga, complessa e non sempre dagli esiti soddisfacenti; così come sappiamo che anche la sola denuncia delle violazioni è parte sostanziale, fondamentale del nostro impegno.

La questione della difesa dei diritti umani è anche, forse innanzitutto, una questione di comunicazione. Far sapere al mondo cosa avviene non serve soltanto a difendere le vittime, ma anche a risvegliare quella solidarietà e quell’impegno personale che soli possono davvero fare la differenza per modificare situazioni che coinvolgono responsabilità personale e collettive, istituzionali, di Governi e tra gli Stati.

Purtroppo oggi come ieri non manca una ampia, agghiacciante casistica di esempi da citare e se porto alla vostra attenzione alcuni di questi casi, non è certo perché sono i soli, o i più emblematici.

E’ difficile fare la graduatorie e mi è già capitato di essere criticata per non aver indicato qualcuno, che ha ritenuto di essere stato immeritatamente escluso dalla citazione, non trattato con il …dovuto rispetto.

Comunque, ci sono delle situazioni che richiamano con forza la nostra attenzione, che possono aiutarci a meglio comprendere quanto accade e forse affinare le nostre risposte.

Turchia. La repressione scattata all’indomani del tentato golpe ha portato ad arresti e carcerazioni indiscriminati e a persecuzioni diffuse nei confronti di decine di migliaia di cittadini, alla proclamazione dello stato di emergenza che significa che il Governo turco adesso avrà ancor più potere, oserei dire potere totale, nei confronti di ogni persona sfiorata dal sospetto di aver preso parte al tentativo di rovesciare il governo.

Non più tardi di ieri pomeriggio ho incontrato un parlamentare dell’HDP che tornerà nel suo Paese dopodomani: sa già che lo aspettano all’aeroporto per portarlo direttamente in carcere. Si aggiunge ad altri deputati già in carcere che abbiamo tentato di visitare ad Edirne. Permesso ovviamente negato. Gli arresti sono il risultato della eliminazione dell’immunità parlamentare in quel Paese.

La repressione sembra si accanisce su giornalisti, insegnanti, intellettuali e non risparmia nessuno, tantomeno le donne.

Una settimana fa, il Corriere della Sera, ha pubblicato un bella intervista alla scrittrice turca Asli Erdogan, in carcere dal 16 agosto scorso. La colpa di Asli è quella di aver offerto assieme ad altri intellettuali la sua opera di consulente editoriale per il quotidiano Özgür Gündem, considerato dal governo organo del Pkk, il Partito comunista curdo, dichiarato illegale. Asli è nel carcere di Bakirkoy di Istanbul, un carcere che conosco per avere tempo fa fatto visita a Busra Ersanli, una accademica, una cara amica, accusata di essere collegata ai terroristi. Accusa ridicola per chi conosce Busra, ma la legge sul terrorismo che vige in Turchia consente una libertà di azione davvero incredibile. La sola partecipazione al funerale di una persona ritenuta essere stata collegata al PKK può avere conseguenze serie.

Anche in Egitto succedono fatti altrettanto gravi. La polizia egiziana ha arrestato qualche giorno fa Azza Soliman, un’avvocata, un’attivista dei diritti umani, con l’accusa di aver avuto finanziamenti dall’estero per la sua Ong, il Centro per l’Aiuto Legale alle Donne Egiziane (CEWLA), di cui è fondatrice e animatrice. Alcuni giorni prima avevano congelato il suo conto in banca e quella dell’associazione, prima ancora di aprire un formale procedimento giudiziario. Azza, che è stata rilasciata su cauzione, era già stata oggetto di una persecuzione giudiziaria nel 2015, quando era stata testimone dell’uccisione di un’altra attivista dei diritti umani da parte della polizia, Shaimaa al-Sabbagh nel gennaio 2015. Pochi giorni dopo l’uccisione di Shaimaa, avevamo consegnato all’ambasciatore egiziano a Roma, Amr Helmy, una lettera sottoscritta da quasi 200 colleghi di tutti gli schieramenti per chiedere al presidente Al-Sisi di fare chiarezza sulla morte di Shaimaa al-Sabag.

Ci fu assicurato che “è nell’ interesse dell’Egitto fare piena luce sull’episodio ‘unanimemente condannato’”. E fummo immediatamente informati della condanna a 15 anni del colpevole, non fummo però altrettanto tempestivamente informati quando fu deciso che la condanna era da cancellare e il processo da rifare.

Ma in Egitto l’attivismo della società civile non è gradito: è del mese scorso la legge sulle associazioni civiche, ovviamente redatta senza consultare la società civile indipendente, una legge, ora inviata al Presidente, che viola del tutto il diritto alla libertà di associazione; una legge che, secondo lo Special Rapporteur ONU sui diritti di libertà, pacifica riunione e associazione è “finalizzata a distruggere alle radici le possibilità di impegno civile e pacifico in Egitto” ….. “distruggerà la società civile non solo a breve termine, ma per generazioni”.

Ancora: la scorsa settimana sul quotidiano Libero, è comparsa un’intervista a una fotografa, Sadegh Souri, che ha visitato il carcere di Teheran nel quale sono prigioniere le ragazze minorenni in attesa che la maggiore età apra loro la porta che conduce al patibolo.

Per … consuetudine – è terribile anche solo pensare alla consuetudine quando si tratta di pena di morte – la pena di morte può essere comminata anche a minorenni, ma non può essere applicata prima che questi/e abbiano raggiunto la maggiore età.

Nel caso di queste ragazze, siamo di fronte spesso a vicende che hanno a che fare con storie di estrema povertà, di stupri, di spose-bambine acquistate da uomini anziani, che si concludono con atti di violenza gravissimi, fino all’omicidio, ma in cui la prima vittima è spesso la stessa imputata, quella che è in attesa di applicazione della condanna, travolta da consuetudini religiose, violenze familiari, maschilismo, estrema povertà. A queste prigioniere bambine non resta che sperare in una commutazione della pena capitale in ergastolo, ma gli unici a poterlo fare sono i parenti di chi ha subìto il delitto.

Ho citato brevemente questi casi, senza naturalmente ignorare o sottovalutare quanto sta avvenendo in altre parti del mondo, dal Pakistan alla Cina, dalla Siria all’America Latina, anche perché hanno un filo che li lega, quello di donne che vengono private della libertà, costrette in carcere dove le aspettano condizioni di vita ancora più dure di quelle già difficili a cui sono abituate.

Altre attiviste hanno rischiato ancor più, hanno perso la vita, come Berta Cáceres, l’eco-attivista assassinata in Honduras per le sue battaglie in difesa dell’ambiente. Abbiamo ascoltato Bertita Caceres, la figlia, in un’audizione nel comitato Diritti Umani della Commissione esteri della Camera. Bertita ci ha raccontato come difendere l’ambiente può diventare un compito terribilmente pericoloso perché spesso le battaglie ambientaliste si scontrano con corposi interessi economici, in un groviglio oscuro che alimenta la violenza per intimidire le popolazioni locali e ridurre al silenzio chi, come Berta, ne difende i diritti.

Diritti di singole persone, diritti di comunità locali, diritti di un popolo. Li abbiamo ben presenti nel nostro lavoro nel Comitato Diritti umani ed è stato a seguito dell’audizione di Nadia Murad che abbiamo proposto e la Camera approvato una mozione per il riconoscimento del genocidio della popolazione yazida. Nadia Murad, una giovane yazida, è una delle poche donne che sono riuscite a fuggire da una condizione di schiavitù sessuale a cui erano state costrette da Daesh, che le aveva trasformate in prede di guerra per i combattenti del Califfato durante la campagna militare in Siria. Oggi Nadia Murad, a cui è stato conferito dal Parlamento europeo il Premio Sacharov, è una testimone delle violazioni dei diritti umani compiuti dal Califfato; la sua infaticabile attività ha portato all’attenzione internazionale le sue atroci sofferenze e quelle della popolazione yazida”.

Non è casuale che abbia parlato di donne “protagoniste” di queste vicende. Certamente la condizione femminile, la promozione delle donne, le pari opportunità, le battaglie contro le discriminazioni sono stati i miei ambiti di attività ma il mio obiettivo qui è di far risaltare una sorta di contraddizione: le donne sotto-rappresentate nella politica, nelle istituzioni, nei luoghi dove si decide sono invece molto presenti quando parliamo di violazioni dei diritti umani, sia come vittime, sia come protagoniste nella loro protezione e promozione. E se iniziano, non si fermano. E’ stato con gioia che ieri, nell’incontro con una delegazione curda, ho incontrato dopo 18 anni, una giovane curda ospite allora di un seminario per celebrare i 50 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Potremmo elencare tanti altri nomi, a partire da Rosa Parks che con il suo rifiuto cambiò la storia dei diritti civili degli Stati Uniti fino Malak al Shehri la ventenne saudita finita in questi giorni in carcere per essersi mostrata non velata in pubblico….

Anche se è passato quasi un quarto di secolo dalla Conferenza mondiale sui diritti umani di Vienna (1993), quando i diritti delle donne sono stati riconosciuti come diritti umani (women’s rights are human rights), la strada da percorrere è ancora lunga. A partire dalla violenza sulle donne.

Nel 1999, con la risoluzione 54/134, l’Assemblea generale dell’Onu ha proclamato il 25 novembre Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ricordando il femminicidio di Stato delle sorelle Mirabal. Purtroppo da allora la gravità del fenomeno non è venuta meno, anzi.

I dati ci dicono che gli stupri di guerra, i femminicidi privati e di Stato, la schiavitù sessuale di bambine e ragazze e i matrimoni forzati, le mutilazioni dei genitali femminili sono in molte parti del mondo una normalità terribile, quotidiana, vissuta nel silenzio delle istituzioni, nell’indifferenza del resto del mondo.
“Fenomeni” che in qualche misura stiamo ‘importando’ con la crescita del flussi migratori.

L’Onu ci dice che ogni anno oltre un milione e mezzo di donne, bambine e bambini, sono vittime della tratta per essere avviate alla prostituzione, al lavoro forzato, alla schiavitù.

C’è una linea ideale che unisce il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, al 10 dicembre, Giornata in cui si celebrano i diritti umani.

Possiamo rimanere inerti? Certo che no. Ma come agire?
Le violazioni dei diritti umani di cui abbiamo parlato, ma non solo quelle, avvengono in Paesi con cui l’Italia e l’Unione Europea hanno rapporti politici ed economici intensi e sono, siamo nelle condizioni di esercitare delle pressioni.

I Governi autoritari, i regimi autocratici o teocratici, hanno di recente sperimentato come i movimenti popolari, come sono stati quelli delle cosiddette ‘Primavere arabe’, sono in grado di scuoterli, farli vacillare e anche cadere. Quelli che fino al giorno prima venivano ritenuti regimi inamovibili, sono stati travolti.

Non siamo certo così ingenui da non sapere che quelle piazze spesso non hanno agito da sole e non sono state senza aiuti interessati dall’esterno, ma resta il fatto che hanno dimostrato che decenni di repressione alla fine non hanno spento il desiderio di libertà, ma l’hanno solo compresso fino a renderlo perfino più esplosivo.

Ciò nonostante questi regimi continuano ad esercitare con durezza anche crescente la repressione, a ignorare i più elementari diritti umani, non solo per paura, ma anche perché, escludendo la resa, non hanno altre strade da percorrere soprattutto se noi non glie le diamo.

Ad esempio negli anni ’80, l’amministrazione americana sperimentò col Sudafrica dell’Apartheid il Constructive engagement, ovvero una politica di condanna del segregazionismo che si accompagnava a concessioni e/o ritorsioni per favorire un progressivo abbandono della politica segregazionista del regime di Pretoria. Questa politica di ‘impegno costruttivo’ venne superata dal Congresso che alla fine impose sanzioni economiche, ma comunque portò prima gli Stati Uniti a condannare apertamente e pubblicamente l’apartheid sudafricano contribuendo ad aprire la strada al suo definitivo superamento.

Si trattò di una manifestazione di realismo in un clima in cui vigeva la logica dei blocchi contrapposti, ma che vedeva anche emergere con forza l’esigenza ideale del rispetto dei diritti umani.

Oggi ci troviamo a dover compenetrare esigenze diverse tanto con la Turchia, come con l’Iran, con l’Egitto….

Su un piatto della bilancia il peso della questione dei migranti o dei rapporti economici o del ruolo strategico regionale contro la pressione del fondamentalismo islamico armato; sull’altro il rispetto dei diritti umani, che sono universali.

Il caso iracheno e poi quello libico e quello siriano, indicano chiaramente che a un regime autoritario può far seguito un caos non meno pericoloso anche sul piano del rispetto dei diritti umani piuttosto che il passaggio a un Governo rispettoso della volontà popolare.

Non possiamo chiudere gli occhi davanti a violazioni gravi dei diritti umani, ma neppure pensare di intervenire in situazioni precarie esercitando prioritariamente la forza, quella economica beninteso perché quella delle armi l’Europa non può esercitarla neppure volendolo.

Siamo di fronte ad un dilemma che va affrontato con decisione, ma anche con un’attenta riflessione sulle conseguenze delle nostre azioni.

Come ho già avuto occasione di dire in sede parlamentare, a mio parere la via percorribile è quella di mantenere una relazione forte, una tensione fra etica e realismo; di operare concretamente sulla base dell’etica dei fini e del realismo dei mezzi, tenendo aperti canali di comunicazione anche con quelle parti, quegli attori, quegli Stati che sembrano indifferenti se non addirittura ostili, ai diritti umani.

Per concludere vorrei aggiungere una riflessione, forse un pensiero curioso che mi è venuto in mente ascoltando le più recenti prese di posizione del nuovo presidente statunitense Donald Trump a proposito dei rischi ambientali.

Com’è noto il nuovo presidente considera più o meno un’invenzione il rischio che l’innalzamento continuo delle temperatura dell’atmosfera come conseguenza dell’uso soprattutto dei combustibili fossili porti a gravi danni in tutto il globo. A suo dire saremmo di fronte a un’invenzione dei ‘cinesi per colpire l’economia americana’…

Ecco, a pensarci bene questa sottovalutazione dei danni che si possono arrecare all’ambiente e in ultimo a tutto il genere umano, può ricordare l’indifferenza, o peggio il negazionismo, che talvolta circonda la denuncia dei casi di violazione dei diritti umani.

Anche per i diritti umani si tende a dimenticare gli effetti a medio e a lungo termine di violenze e soprusi come fonte di profonde destabilizzazioni che si ripercuotono con estrema violenza anche a grandi, e meno grandi, distanze geografiche dal luogo di origine.

Pensiamo alle migrazioni, alle origini di questi flussi che affondano le radici in gravi squilibri economici e sociali, che determinano violenza, guerre e crisi statuali.
Quanto avviene in Siria oggi, abbiamo le immagini di Aleppo davanti agli occhi, è certamente anche frutto di decenni di dispotismo, di una sistematica violazioni dei diritti umani che oggi siamo chiamati a pagare dovendo far fronte a milioni di disperati in fuga che si ammassano alle frontiere dell’Europa.

Paghiamo così oggi il silenzio di ieri”.

Intervento di Enrico Buemi sulla fiducia al Governo Gentiloni al Senato

 “Signor presidente, colleghi, Signor Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, desidero esprimere l’apprezzamento dei socialisti per lo sforzo che sta compiendo e per le fatiche che attendono Lei e il suo Governo. Esecutivi che piacciano al 100 per cento è difficile averne: i Governi sono come le camicie confezionate su misura al momento e tendono a rispondere a esigenze del tempo ma a volte hanno qualche grinza. Tuttavia anche le grinze, se non posizionate in maniera sconveniente, possono avere e dare carattere.

Apprezziamo le sue messe a punto rispetto al dibattito prevalentemente portato avanti fuori dalle Camere, in particolare da parte di quanti non hanno voce in capitolo in Parlamento, ma giocano, magari cambiando casacca, la partita dei gufi e dei cosiddetti antigufi.

Concordo con lei sulle sue messe a punto costituzionali. Dobbiamo tornare al rispetto della Costituzione scritta e confermata dal referendum del 4 dicembre.

Signor Presidente, quanto è accaduto in queste settimane dimostra che si può uscire rapidamente da una crisi di Governo e che si può rapidamente approvare nelle due Camere leggi importanti come la legge di bilancio, senza eliminare la doppia approvazione di Camera e Senato. In particolare, il Senato, dopo la conferma del referendum, oltre a essere un’istituzione millenaria, ha dimostrato di essere un ventenne che è in grado di fare rapidamente chilometri di corsa che, in altre epoche, sono state risolte nell’arco di un giorno. La sua abilità a rimettere in campo verve e senso di responsabilità è evidente. Credo che dobbiamo fare in modo che lei possa lavorare e che il Parlamento possa lavorare. A questo proposito, non so se per volontà di dio, della cui esistenza personalmente ho qualche dubbio, ma di altri della cui esistenza ho grande evidenza, è meglio che si superi il cincischiamento di questi ultimi mesi per l’attesa del grande evento che avrebbe dovuto cambiare la stagione di questo nostro Paese. Come Parlamento dovremmo occuparci di alcune questioni di cui si parla da tempo e che riguardano direttamente la nostra capacità di muoverci con chiarezza e rapidità. Signor Presidente, su questi provvedimenti chiedo la sua benevola attenzione. I provvedimenti partono dalla considerazione che le grandi riforme, a volte, sono piccole cose rispetto alla fatica, ma di grande significato.

Per quanto riguarda la prospettiva di questa legislatura, resto fedele all’imperativo di conseguire il più possibile la razionalizzazione e modernizzazione del meccanismo decisionale all’interno dell’assetto costituzionale esistente, fermo restando l’auspicio che la revisione costituzionale sia affidata, se si ritiene utile procedere a cambiamenti, a una futura legislatura secondo il metodo condiviso e proporzionale dell’Assemblea costituente. Da ora fino a fine legislatura le garantiamo l’appoggio sui provvedimenti che ha annunciato e sui quali concordiamo pienamente, che riguardano i problemi del Paese, i terremotati, la crisi economica e bancaria, il lavoro e la creazione di nuove opportunità per le nuove e vecchie generazioni, la legge elettorale, che oggi è sulla bocca di tutti, ma che in passato veniva tralasciata mentre noi abbiamo presentato in epoca non sospetta una proposta che recuperasse l’esperienza degli anni Novanta e Duemila con il Mattarellum, con il quale si erano sperimentate maggioranze di vario tipo e su cui si possono apportare modifiche. Comunque, si è trattato di una sperimentazione positiva. Nella presente legislatura vi è la possibilità di procedere mediante riforme regolamentari – in questo senso mi rivolgo agli assenti che erano per il no perché alcune modifiche di sostanza si potevano anche fare attraverso i Regolamenti e adesso è l’ora di modificare queste regole – per soddisfare le esigenze di immediata messa a punto del procedimento legislativo. Ecco perché, alla proposta di modifica del Regolamento del Senato, già da noi avanzata con il documento II, n. 19, per la salvaguardia delle esigenze di governabilità del Paese, abbiamo aggiunto questa mattina un ulteriore contributo al dibattito per conseguire sin da subito un regime a parlamentarismo razionalizzato. Per questo motivo, si introduce per via regolamentare l’istituto della sfiducia costruttiva salvaguardando i poteri del Capo dello Stato, ma nel contempo vincolando i senatori a confermare per iscritto il nome del candidato Premier su cui intenderebbero dare la fiducia, in modo da alleviare anche la fatica del nostro Presidente della Repubblica, che ha ben operato dando l’incarico a lei, signor Presidente, ma cui coloro che sono chiamati a votare in questa e nell’altra Assemblea credo debbano dare un contributo esplicito, senza ulteriori mediazioni.

Si snellisce il procedimento legislativo con la prevalenza, in via ordinaria, della sede redigente. Si valorizza la stanza di compensazione nella negoziazione sugli atti amministrativi generali tra Stato e autonomie locali, anche mediante partecipazioni miste ai lavori degli organi di emanazione dei relativi esecutivi: in primis, la Conferenza Stato-Regioni.

Si consente l’effetto acceleratorio, che finora è stato garantito dalla posizione della questione di fiducia, con un miglior regime di contingentamento dei tempi e con un regime di urgenza che attiene alla trattazione dei soli disegni di legge provenienti dall’altra Camera.

Si delimita la possibilità che i Gruppi siano strutture volatili che operano a copertura di fenomeni di trasformismo parlamentare. Si rimette la disciplina della struttura del rapporto tra risorse umane e logistiche e beni strumentali alla normativa esterna. Questo, signor Presidente, perché l’autonomia di queste Camere deve essere rispetto ai contenuti delle leggi e non ai procedimenti amministrativi interni, che devono essere sottoposti alle leggi dello Stato. Non c’è extraterritorialità per nessuno, neanche per queste Camere. Almeno, questo è il mio punto di vista.

Al Consiglio di Presidenza potrà essere consentito di approvare discipline derogatorie di singoli aspetti e della disciplina generale del pubblico impiego, motivate caso per caso per esigenze strettamente funzionali all’attività parlamentare e pubblicate immediatamente, per consentirne l’immediata attuazione. Al di là di qualsiasi autodichia, rigidamente esclusa, l’eventuale sindacato giurisdizionale è su iniziativa di chiunque abbia interesse.

Come vede, signor Presidente, c’è un lavoro, non solo per il suo Governo, non solo per questo Parlamento sui provvedimenti che lei riterrà opportuno debbano essere approvati, ma anche per una iniziativa autonoma del Parlamento rispetto alle questioni che nel dibattito referendario sono state poste e per le quali il sì e il no non potevano avere una risposta definitiva e assoluta rispetto a una posizione piuttosto che a un’altra.

Il buon senso deve portare a raccogliere le posizioni positive dell’una e dell’altra parte. Così come ha fatto lei, signor Presidente del Consiglio, recuperando una presenza di Ministri, di autorevoli colleghi, che hanno ben lavorato nel periodo precedente e che possono continuare a fare bene il loro lavoro fino alla fine della legislatura o, come ha detto lei, rispettando la Costituzione, fino a quando la fiducia del Parlamento ci sarà”.

Dichiarazione di voto di Pia Locatelli al governo Gentiloni

Signora Presidente, Presidente del Consiglio,

Avevamo indicato al Presidente  della Repubblica la necessità di una figura dal profilo internazionale e lei, per la sua storia di serio professionista della politica, per la sua esperienza a livello internazionale, per il suo stile che senza dubbio rappresenta un elemento di rottura con il passato più recente, è persona che ci rassicura.
Avevamo anche fatto presente al Presidente della Repubblica la necessità, in questo difficile passaggio, di una responsabilità corale, che però non ha trovato consenso tra le forze politiche. Noi socialisti ribadiamo la necessità di perseguire questo obiettivo in particolare nel momento in cui saremo chiamati a definire  la nuova legge elettorale l’armonizzazione delle leggi di Camera e Senato. Bisogna creare le condizioni perché le regole del gioco siano stabilite con il consenso il più largo possibile e senza azioni di forza. Noi socialisti abbiamo già avanzato una proposta che si pone l’obiettivo di contemperare rappresentatività e governabilità, ed insieme consentire a cittadine e cittadini di scegliere in modo più diretto e consapevole i propri rappresentanti parlamentari. La mettiamo a disposizione.
Delle urgenze più urgenti abbiamo già detto nel dibattito, ricordiamo la lotta alla povertà estrema cui aggiungiamo quella da lei indicata per prima: gli interventi nelle zone colpite dal terremoto.
Per gli appuntamenti internazionali, condividiamo quanto da lei illustrato.
Infine mi consenta di esprimere una certa delusione che credo di potermi consentire per il rapporto di lealtà nei suoi confronti. Come le avevamo detto nell’incontro che lei ha voluto con i gruppi parlamentari, abbiamo sperato che il suo governo tornasse all’applicazione del principio paritario nella sua composizione. Invece le figure femminili di grande competenza che noi apprezziamo sono rimaste al di sotto della soglia minima di un terzo che è considerata la massa critica necessaria perché la voce femminile abbia il peso che merita. Ne siamo dispiaciute e ci auguriamo che lei ponga rimedio a questo squilibrio, perché tale è, nel completamento della squadra di governo.
La componente socialista voterà la fiducia

Intervento del Presidente del gruppo del Psi Pia Locatelli sulle comunicazioni programmatiche del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni

Intervento del Presidente del gruppo del Psi Pia Locatelli nel corso del dibattito sulle comunicazioni programmatiche del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni per il nuovo Governo  

Signor Presidente del Consiglio, la rapidità con la quale il suo Governo si è insediato evidenzia, se ce ne fosse bisogno, le urgenze che abbiamo di fronte nazionali ed internazionali e che giustamente hanno prevalso su tutto. Sui temi nazionali vogliamo, anzi, dobbiamo dare senso e gambe a quella che agli occhi esterni è apparsa una contraddizione istituzionale, cioè dimissioni del Governo e, in parallelo, atto di consenso parlamentare. Ma era urgente e indifferibile approvare la legge di bilancio, che ora ha bisogno degli strumenti di attuazione per tradurre in azione la filosofia che ha ispirato per buona parte la manovra economica. Merito e bisogno, binomio caro ai socialisti, e futuro.

Noi socialisti poniamo alla sua attenzione un solo significativo tema della legge di bilancio: il contrasto alla povertà assoluta – sono un milione e 600 mila le famiglie in povertà assoluta – e alla povertà educativa, che colpisce un milione di minori, per i quali va spezzata la trasmissione intergenerazionale della povertà, perché, se sei povero da piccolo, è alto il rischio che tu lo sia da adulto.
Le scadenze internazionali sono numerose e molto impegnative, anche qui ne indichiamo una sola: il Consiglio europeo. Ci toglie una forte preoccupazione la sua partecipazione al Consiglio europeo di giovedì e venerdì, non potevamo certo farci sostituire ad un Consiglio che vede all’ordine del giorno migrazioni e sicurezza. Si discuterà di
 migration compact nella versione minimalista rispetto alla nostra proposta originale, che certamente non ci soddisfa. Si discuterà dell’attuazione della dichiarazione UE-Turchia, Paese al quale la UE ha appaltato il contenimento dei migranti, chiudendo gli occhi di fronte a tante violazioni dei diritti umani e pure dello Stato di diritto. Pensiamo ai nostri colleghi parlamentari incarcerati. Soprattutto, si discuterà della riforma del sistema europeo comune di asilo. Si definisce «comune», ma sappiamo bene che comune non è, e per questo Dublino, anche nella sua ultima versione, va riformato, e tocca soprattutto a noi, che ben lo conosciamo, indicarne la disfunzionalità, la necessità di riformarlo e la direzione della riforma. È un compito difficile quello che spetta a lei e al suo Governo, e per questo le auguriamo buon lavoro, a lei e al suo Governo.

Diario di Riccardo Nencini nelle zone colpite dal sisma

Ore 8.30. Sulla via per la Val Nerina mi imbatto nell’osteria ‘Dai lupi’. È proprio così, oggi. Pioviscola e cirri velenosi battono i monti. La strada verso Norcia è semideserta. Tanto la notte è stata crudele quanto il mattino, all’apparenza, è docile. Sono i borghi, qui, a fare la storia. E guai a definirla storia minore. Le pievi romaniche e i palazzi dei podestà spadroneggiano nella campagna, eccezionali testimonianze di secoli che hanno costruito prima la Cristianità, poi l’Europa. Di una spaventevole bellezza. Altroché patrimonio italiano. Qui sono in gioco le radici europee.
Più ti avvicini a Norcia, più si infittiscono i mezzi di soccorso. Brutto segno. L’azzurro si spalanca tra le nuvole ma le ferite del terremoto compaiono nette sulla strada. Ecco la via crucis.
La strada maestra per Norcia è chiusa. L’alternativa si arrampica tra i monti, verso Cascia.

nenciniterremotoOre 9.30. Norcia. Il corpo è una piaga, colpi su colpi. La flagellazione è ricominciata dopo il tramonto. La luce del mattino la rende più drammatica. Sulle case, sui palazzi, sulle chiese, nel volto asciutto della gente. Solo gli alberi sono rimasti in piedi senza ferite sul tronco. La temperatura è scesa di colpo. I colori dei boschi, tra il giallo e il sanguigno, sono autunnali ma la notte è già inverno. Nel dramma che si ripete, qui c’è un’Italia che si rimbocca le maniche. Ho visto la paura, non la desolazione e nemmeno l’arrendevolezza. ‘Dopo una sciagura ci si rialza, come i nonni dei nostri nonni’ – mi ha sussurrato un anziano.

Alle 10.25 la terra trema di nuovo. E siamo oltre le settanta scosse da ieri.
In paese la gente è in strada, qualcuno con borse e valigie. I negozi hanno le serrande abbassate. Non tutti. Sono state recintate le chiese e i palazzi storici in attesa dei necessari controlli. I vigili del fuoco sono al lavoro. Dentro le mura la vita pulsa. La vita nell’emergenza, del quotidiano non è rimasto granché. Eppure Norcia – ne parlo col sindaco – aveva ripreso la sua normalità. ‘Proprio ieri eravamo a Roma a presentare i nostri prodotti. La scossa del tardo pomeriggio ci ha fatti rientrare di corsa’. Non c’è cosa peggiore che aver superato un evento tragico e riprecipitarvi. Ti trova a difese abbassate, come una malattia che pensi di aver sconfitto e invece si manifesta di nuovo. Eppure, nonostante tutto, Norcia è austera, di una bellezza folgorante.

Verso Visso, verso l’epicentro del sisma, il quadro cambia profondamente. A occhi chiusi ti accorgi di tutto. Pezzi di strada ricoperti di sassi, crolli, mura sbrecciate. Anche Preci è ferita. Un cartello ‘vendesi’ appiccicato alla parete di un’abitazione. Transenne. Di nuovo gente lontana dalle case. Tra i monti ma un cartello indica ‘Roma’. Già, tutte le strade portano a Roma…Ho visitato Visso qualche settimana fa. Il palazzo del comune e le due chiese affacciate sulla piazza meritano molto più di una sosta. Allora il terremoto non aveva infierito. Oggi invece. A tre chilometri dal paese la strada è sbarrata. Pietre ovunque, macigni piovuti dalla montagna. Tra una gola e l’altra.
Il sindaco sta sgombrando il paese. Danni ingenti ma né’ feriti ne’ morti. Parlano di un miracolo e il sindaco si arrabbia. Ha ragione. La verità è che qui le case sono state costruite con un certo criterio. Lesionate ma senza crolli. Non la provvidenza ma l’uomo.
Esercito e Croce Rossa forniscono i primi servizi, riunione con Curcio Errani Prefetto e Presidenti di Provincia e Regione per fissare i primi interventi. Intanto tenere unita la comunità. E fare in fretta.

Ore 14.00. Camerino. Che la campagna toscana ti sorprenda per la sua armonia non è un mistero per nessuno. Ma la campagna marchigiana non è affatto da meno. Camerino e’ superba. Una signora. Se la vedi oggi, piangi di dolore. Il centro storico e’ interamente presidiato dai vigili del fuoco. Zona rossa. Un migliaio di persone fuori dalle loro case, l’università zoppicante, molti studenti in partenza. Qui ci risiedono 7000 cittadini ma gli studenti sono almeno 6000. La città vive soprattutto grazie a loro, e la vitalità che ha conservato nei secoli la dobbiamo alle dosi massicce di cultura e di talento che lo studio ha prodotto. Il campanile della chiesa in Santa Maria in Via e’ crollato sull’abitazione di fianco, le crepe, sfacciate, balenano dalle pareti. Nessun morto nemmeno qui. È’ probabile che la prima scossa, quella delle 19.00, abbia fatto da allarme perché il boato che ha scosso la terra due ore dopo e’ stato di ben altra entità. È stato feroce. Onnivoro. A differenza di Visso, qui domina il silenzio. Senti soltanto il vento frusciare. Nient’altro.

Convegno 16 novembre

Convegno “Ruolo dell’architettura penitenziaria nell’attuazione del principio costituzionale della finalità rieducativa della pena”, mercoledì 16 novembre, dalle ore 10:00, in Sala Zuccari (Palazzo Giustiniani, Senato della Repubblica, via della Dogana Vecchia, 29).

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Approvate le norme per prevenire e contrastare maltrattamenti e abusi nei confronti di minori negli asili nido

“Intendo fare una premesa a questa dichiarazione di voto: a fronte degli episodi di violenza e maltrattamenti nei confronti di bambini e bambine, di persone anziane e disabili, di cui abbiamo avuto notizie, episodi chiaramente inaccettabili, da condannare severamente, non possiamo non sottolineare la presenza di tantissime educatrici dell’infanzia, maestre e maestri, assistenti sanitari che operano negli asili, nelle scuole, nelle case di cura con professionalità, dedizione, anche con amore”. Lo afferma Pia Locatelli nella dichiarazione di voto.

“Tengo a questa precisazione perché, se è doveroso fare tutto il possibile per prevenire gli abusi e punire i e le colpevoli, è altrettanto vero che non si può, non si deve fare di tutta l’erba un fascio. Certi servizi usciti sui media rischiano di dare un’immagine distorta di quello che è il servizio di “cura” anche educativi del nostro Paese. Certo anche un solo abuso è di troppo.
Nel merito del provvedimento: è stato identificato con il tema delle videocamere, ed è un peccato perché così non è, ma queste sono le distorsioni dei messaggi semplificati dei media., social e non social.
Ciò che dà valore a questo provvedimento è il coinvolgimento delle famiglie nell’azione educativa e di cura, la selezione e la formazione del personale, non solo in entrata, l’attenzione al personale durante lo svolgersi della vita lavorativa perché finalmente è chiaro che il lavoro educativo, soprattutto nei primi anni di vita di bambini e bambine e il lavoro di cura di persone anziane e disabili è lavoro delicato e usurante e lo si può reggere e a volte non reggere più ed è opportuno che si venga sostenuti e, se necessario, accompagnati verso percorsi lavorativi diversi senza colpevolizzazioni.
Il provvedimento in gran parte riprende la legge Iorio Binetti approvata qualche settimana fa, sulla formazione dell’educatore e educatrice professionale, arricchendola e questa continuità è positiva.
Un cenno sulle telecamere: si possono installare, e in alcuni casi già lo sono. Si sappia però che sono previste regole chiare e certe e che saranno a disposizione solo e ribadisco il SOLO all’autorità giudiziaria in presenza di notizia di reato.
Il voyeurismo non ha accoglienza in questo testo. Il gruppo socialista voterà a favore del provvedimento”.