Governare il cambiamento

Luigi Covatta

Il cambiamento che ora dobbiamo tentare di governare è molto più rapido di quello che potevamo percepire trentacinque anni fa: si può addirittura dire che talvolta non coincide neanche con lo spazio di una generazione. Ma già allora ci si poteva rendere conto dell’obsolescenza dei modelli politici che si erano affermati dopo la guerra. Peter Glotz ci metteva in guardia contro i pericoli della “società dei due terzi”. Paolo Sylos Labini ci aveva già dimostrato che la “pietrificata sociologia marxista delle classi” (per usare i termini usati allora da Martelli) non aveva più riscontro nella realtà. Claus Offe vedeva avvicinarsi la crisi fiscale dello Stato. John Rawls preferiva il concetto di equità a quello di eguaglianza che fino ad allora era stato l’insegna della sinistra. E Norberto Bobbio ci avvertiva che ormai l’innovazione ed il progresso tecnico procedevano da destra, per cui la sinistra non era più il “partito del cambiamento”, e che “dove tutti sono riformisti nessuno è riformista”.

In Europa non mancarono, negli anni successivi, le iniziative tese a contenere le conseguenze del tramonto del “secolo socialdemocratico” segnalato da Dahrendorf. Innanzitutto quella di Jacques Delors, che mirava a dare ragioni proprie ad un’Unione europea che fino ad allora aveva vissuto anche “al riparo” del Muro di Berlino, come ha ricordato di recente Emmanuel Macron nel suo discorso alla Sorbona. E poi quelle di Blair e di Schroeder, tese a trasformare il Welfare State in Welfare Society, mettendo al centro le persone piuttosto che le classi.

Ora possiamo verificare che i risultati di quelle iniziative sono stati modesti, e che in tutt’Europa il consenso ai partiti socialisti è sceso al minimo storico. Ma sarebbe un errore imputare ad esse questa situazione, come invece si tende a fare da qualche parte, riscoprendo ricette anacronistiche che perciò stesso sono regressive e praticabili solo in un contesto di decrescita non si sa quanto felice. Si deve invece osservare che le iniziative di Delors, di Blair e di Schroeder non hanno avuto un seguito coerente, specialmente per quanto riguarda il governo della finanza internazionale. E che comunque in questi anni si è continuato a pretendere di tenere l’Unione europea anche “al riparo” dai popoli, sempre per citare il Macron della Sorbona.

Non possiamo tuttavia consolarci considerando che i mali del nostro sistema politico coincidono con quelli del resto d’Europa. Da noi persiste purtroppo anche quella che negli anni ’80 qualcuno definiva “la felice peculiarità italiana”, e che noi individuavamo invece come elemento di debolezza. Semmai quei mali si sono aggravati per il venir meno degli equilibri, pur imperfetti, che bene o male avevano governato i primi quarant’anni della nostra vita repubblicana, e che da almeno un ventennio sono stati sostituiti dal nulla.

Non è questa la sede per approfondire il tema. In attesa che qualcuno vada in Africa e qualcun altro si dedichi a tempo pieno all’enologia, basti accennare al naufragio di gruppi dirigenti che hanno pensato di poter aggiornare la propria cultura politica cambiando nome ogni cinque anni, ma tenendosi anch’essi rigorosamente “al riparo” dal popolo: fino a vedere porzioni consistenti di quello stesso popolo cercare rifugio sotto un cielo trapunto da ben cinque stelle, dopo avere invano atteso che sorgesse il sol dell’avvenire.

Anche nel caso del movimento di Grillo, infatti, non è inutile sfogliare l’album di famiglia. Magari per ricordare che la constituency elettorale del Pci era formata anche da componenti poco politicizzate, benchè tenute a freno da un gruppo dirigente che praticava il centralismo democratico: aree tradizionalmente protestatarie, alle quali si aggiunsero poi aree puramente e semplicemente moralistiche. Senza dire che l’album di famiglia potrebbero utilmente sfogliarlo anche molti reverendi padri che fino a trent’anni fa si compiacevano di avere tenuto insieme un elettorato d’ordine sostanzialmente agnostico rispetto all’asse destra/sinistra, e semmai sensibile solo ai più immediati richiami corporativi. “L’identità della Dc erano i suoi voti”, scrisse nel ’94 Gianni Baget Bozzo: e – con tutte le ovvie cautele – si può dire altrettanto dell’identità del M5s.

Perciò ci permettiamo di scendere di nuovo in campo, senza ridicole nostalgie revansciste e senza improbabili ambizioni: se non quella di offrire materiale di riflessione ad un centrosinistra che in Italia non diventerà più o meno “largo” a seconda delle alleanze, ma solo se smetterà di essere quella “sinistra senza popolo” di cui parlava Biagio de Giovanni già una decina di anni fa.

Il mese scorso, con l’aiuto di Sebastiano Maffettone, Mauro Calise, Massimo Lo Cicero, Francesco Nicodemo, Claudia Mancina e Luciano Pellicani (oltre che dei qui presenti Capogrossi, Pinelli, Mattina e Intini) abbiamo tentato di mappare le nuove faglie della politica: quelle che si aprono in relazione alla sovranità, alla democrazia, alla burocrazia, alla finanza, al lavoro, all’informazione, al rapporto fra le generazioni e fra le culture. Ora vorremmo fare un passo avanti, affrontando nella loro concretezza i problemi che queste nuove faglie ci propongono, e che ci obbligano a fondare la nostra identità su un terreno più accidentato di quello che un secolo e mezzo fa era attraversato soltanto dal conflitto fra capitale e lavoro.

Che il terreno sia molto accidentato, del resto, lo dimostra innanzitutto la necessità di rivedere radicalmente la struttura e la stessa filosofia di quel Welfare State che nella seconda metà del secolo scorso ha rappresentato la più significativa conquista delle socialdemocrazie: una conquista che nei trent’anni gloriosi del dopoguerra ha costituito il fondamento materiale della stessa rinascita democratica dei principali paesi europei, ma che ora mostra la corda non solo per ragioni di sostenibilità, bensì soprattutto per ragioni di equità.

Se ne parlerà nella tavola rotonda di questo pomeriggio. Ma fin d’ora si può affermare che la pretesa di perpetuare un sistema di protezione sociale concepito nell’epoca del taylorismo e dell’operaio-massa non è immaginabile nell’epoca dell’industria digitale e della centralità della persona: e non c’è bisogno di scomodare Mounier per ricordare che la persona non è una monade e che il personalismo non coincide con l’individualismo.

Purtroppo però di questo cambiamento i nostri sindacati non hanno ancora preso atto: ed ora – invece di mobilitarsi per i ritardi nella realizzazione delle politiche attive previste nel Jobs Act, essenziali per l’accesso dei giovani al mercato del lavoro – si mobilitano contro lo slittamento di cinque mesi dell’età pensionabile con la stessa enfasi con cui a suo tempo I soli comunisti della Cgil difesero la scala mobile.

Non c’è neanche bisogno di scomodare Bobbio per ricordare che l’uniformità è la caricatura dell’eguaglianza, e che il nuovo Welfare deve essere in grado di offrire prestazioni articolate che incentivino le opportunità e valorizzino la responsabilità delle persone. Vasto programma, si dirà. Ma programma ineludibile se non ci si vuole rifugiare nella retorica dei diritti o cullarsi nel sogno del reddito di cittadinanza: e neanche in questo caso c’è bisogno di scomodare Marx ricordando che per lui il “regno della libertà” non era un dono delle stelle (cinque o più che fossero), ma si collocava al termine di un lungo percorso.

In questo contesto diventa centrale la formazione e la valorizzazione del capitale umano. L’anno scorso Cominelli, nel seminario che tenemmo alla Fondazione Kuliscioff, già ci spiegò come il taylorismo, non più presente nei processi produttivi, domina ancora i processi educativi; e Pero ci fece presente quanto siano ormai labili i confini fra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Immagino che ora faranno un bilancio della misera fine che sta facendo l’intuizione della Buona scuola, e magari di come il contratto dei metalmeccanici, il primo che prendeva atto delle novità intervenute nell’organizzazione del lavoro, abbia avuto seguito presso altre categorie. Senza dimenticare che le imprese innovative lamentano la carenza di competenze nel mercato del lavoro, e che le prestazioni di lavoro intellettuale vanno adeguatamente contrattualizzate anche nei call center ed in quelle altre decine di luoghi nodali senza i quali l’industria digitale non potrebbe fuzionare.

Quello che è certo, comunque, è che l’occupazione, specialmente nel Mezzogiorno, non si difende coi piagnistei o con la distribuzione di incentivi a pioggia. Ce lo ha ricordato Mattina nell’ultimo numero di Mondoperaio, e domani avremo l’opportunità di fare un’esercitazione sul campo, con i protagonisti di storie di successo che smentiscono molti luoghi comuni. Così come domani potremo misurarci coi temi che ci vengono proposti da quell’abisso di bisogno e di dolore rappresentato dai flussi migratori: temi sui quali sarebbe urgente e doverosa un’alleanza fra i meriti di chi è impegnato sul fronte dell’integrazione culturale e i bisogni di milioni di diseredati, e che invece troppo a lungo sono stati occasione di speculazione da parte di organizzazioni non governative e di esibizione di ottusità da parte di burocrazie governative.

Vorrei invece concludere sottolineando l’importanza dell’ultima tavola rotonda, quella sulle istituzioni, che sono uno dei principali strumenti del riformismo, mentre oggi invece ne sembrano piuttosto gli ostacoli. Forse anche perché nel grande falò degli anni ’90, oltre a qualche inutile carrozzone abbiamo bruciato qualche cassetta degli attrezzi di troppo. E sicuramente perché allora si è preteso di rinnovare lo Stato con la manipolazione delle leggi elettorali invece che con una grande riforma costituzionale.

Sta di fatto che in un’epoca in cui ci sarebbe bisogno di concepire progetti di lunga lena, ed in una fase in cui gli investimenti pubblici dovrebbero comunque aiutarci ad uscire definitivamente dalla crisi economica, l’edificio istituzionale non sembra in grado di reggere lo sforzo. Un esempio per tutti lo possiamo individuare nella gestione del post terremoto dell’Italia centrale. Vanno a rilento le attività legate all’emergenza. Ma va a rilento anche il progetto giustamente concepito dal governo per rimettere complessivamente in sesto il tessuto idrogeologico del paese. Fra conflitti di competenza, desuetudine di strutture dedicate alla programmazione e complessità delle procedure, insomma, mancano strumenti sia per il breve che per il lungo periodo.

Occorre quindi innanzitutto intervenire sui “rami bassi” delle istituzioni. Quanto ai “rami alti”, si ha l’impressione che si sia in preda ad un riflesso plavoviano: per cui chi si è scottato con l’acqua bollente del referendum costituzionale ora teme anche l’acqua fredda. Tanto che, come ha fatto il Pd in occasione dei due referendum del Veneto e della Lombardia, si preferisce tacere piuttosto che rischiare un’altra sconfitta.

Eppure il centrosinistra avrebbe tutto lo spazio che vuole per riprendere palla in materia di riforme istituzionali, dopo il calcio di rigore subito il 4 dicembre. A quanto pare, infatti, col voto sulla riforma Boschi il popolo sovrano non ha perso la voglia di riforme istituzionali. E questa volta ci sarebbe l’opportunità di farle nascere “dal basso”, cioè dal voto di due importanti regioni che implica comunque (lo sappiano o no Zaia e Maroni) un riassetto istituzionale anche per quanto riguarda lo Stato centrale: forma di governo compresa, visto che non è immaginabile nessun autentico federalismo senza che a Roma ci sia il contrappeso di un governo stabile ed autorevole.

Altro che compiacersi, quindi, perché Maroni all’appuntamento con Gentiloni si presenterà accompagnato da Bonaccini. Ed altro che limitarsi alle grasse risate quando Zaia abbaia alla luna dello statuto speciale, mentre Berlusconi vuole todos caballeros estendendo lo statuto speciale a tutte le regioni. Meglio prendere sul serio quello che è avvenuto tre settimane fa, che – magari preterintenzionalmente – segnala che com’è adesso il rapporto fra centro e periferia non funziona, e che la maldestra riforma del Titolo V non ha risolto i problemi ma forse li ha aggravati.

Del resto le reazioni delle regioni meridionali non sono mancate. A parte Emiliano, la cui fantasia non va oltre l’imitazione, Enzo De Luca ha messo subito i piedi nel piatto rivendicando una più equa ripartizione del Fondo sanitario: mentre il suo predecessore, Stefano Caldoro, ha riportato all’onor del mondo un’ipotesi – quella delle macroregioni – che un tempo era stata un cavallo di battaglia della Lega, ma che più di recente aveva riscosso attenzione da tutt’altre parti: per esempio dalle parti di Giorgio Ruffolo, che qualche anno fa (Un paese troppo lungo) ne fece il perno di una nuova strategia meridionalista; ed anche dalle parti della Società geografica italiana, che nel 2015 – nel contesto di una approfondita ricerca sulla governance locale – le prevedeva, insieme con la sostituzione delle province con una trentina di dipartimenti.

Anche il recente voto siciliano, del resto, offrirebbe abbondante materia di riflessione sulle autonomie “speciali” e sul federalismo all’italiana: quello per cui Calderoli, quand’era ministro, interpretando a suo modo il principio di sussidiarietà decentrava gli uffici delle Amministrazioni centrali a Monza invece di smantellarli a Roma. L’autonomia siciliana è infatti lo specchio di questo “federalismo”, inteso piuttosto a rivendicare risorse dallo Stato che ad esercitare responsabilmente l’autonomia impositiva: fino ad indurre perfino il sindaco di Milano, due giorni dopo il referendum, a chiedere l’intervento del governo centrale per rinnovare niente di meno che le caldaie condominiali.

Sarebbe quindi matura una nuova offensiva riformista, magari più completa e meno complessa di quella votata in questa legislatura: perché collegherebbe con un filo logico la modifica della forma di Stato in senso federale con la modifica della forma di governo in senso presidenziale. Senza dimenticare che il ruolo di supplenza svolto di fatto dal presidente della Repubblica negli ultimi anni postula sempre più una diversa legittimazione del capo dello Stato.

Anche nel terzo millennio, tuttavia, lo strumento fondamentale del riformismo resta il partito. Sappiamo tutto sulla crisi del partito d’integrazione sociale, sulla disintermediazione, sulla fine delle ideologie, sulla leadership carismatica, sulla democrazia del pubblico e su tutti gli altri luoghi comuni che hanno riempito gli scaffali dei politologi a cavallo dei due secoli. Ma abbiamo finora riflettuto troppo poco su un vero e proprio miracolo italiano: quello che in un quarto di secolo ha visto formarsi e svilupparsi un sistema politico fondato soltanto sulla manipolazione delle leggi elettorali.

Anche ora, per effetto della nuova legge elettorale, vediamo risorgere un centrodestra fino a ieri dilaniato da tutte le divergenze possibili e immaginabili sotto la guida di un personaggio fino a ieri dato per spacciato a ragione di tutte le nequizie possibili e immaginabili. Ma è innegabile che lo stesso centrosinistra ha preso forma anche in relazione alle convenienze elettorali, che presumevano l’esistenza di un “dirimpettaio” di Berlusconi, come disse Michele Salvati quando avviò la lunga gestazione del Pd.

Ora però quello scenario politico non esiste più: e non solo perché è arrivato Grillo “di cielo in terra a miracol mostrare”. Forse perché la temporanea eclisse del berlusconismo ha messo fuori corso quell’antiberlusconismo che era parte consistente della constituency del centrosinistra. Forse anche per i difetti di cultura politica ai quali accennavo all’inizio. O forse infine perché gli italiani sono ancora quelli che vent’anni fa pensarono “di liberarsi del proprio passato depositando nell’urna una scheda sacrificale a costo zero”, come scrisse Mauro Calise nel 1994.

In questo nuovo scenario “simme tutte purtualle”, come si dice a Napoli per constatare l’omologazione dei rifiuti organici che galleggiano nelle acque limacciose del porto con le profumate arance cadute da una nave. Specialmente ora che non ci sono più premi di maggioranza da lucrare e collegi da elargire, infatti, siamo chiamati tutti, nell’ambito del centrosinistra, a ricostruire il partito dei riformisti: sia chi ha appena compiuto dieci anni, sia chi ne ha già compiuti 125, sia quanti, nella società civile e nei corpi intermedi, esprimono il bisogno degli ultimi ed il merito delle competenze.

Del resto, come ricordò Martelli a Rimini, “il Psi nacque come partito di popolo e come partito colto”, federando “uomini e donne, singoli e gruppi, non intorno a rigidi dogmi né a rigide organizzazioni, ma intorno alla povera gente, a ideali e programmi illuminati dalla ragione critica”.

Aggiunse allora Martelli: “Se avessero atteso il filosofo Labriola non sarebbe nato mai”. Ed anche ora non nascerà nulla se continueremo ad attendere politologi, editorialisti, sondaggisti ed altri cacadubbi di ogni genere e specie.

La dichiarazione di voto di Oreste Pastorelli

E’ davvero arrivato il momento che le forze responsabili del Parlamento consegnino al Paese una nuova legge elettorale: a pochi mesi dalla fine della legislatura, infatti, non si può fallire un obiettivo così importante per la democrazia.
Il presidente della Repubblica ha più volte richiamato le Camere: dopo il tentativo di giugno, adesso è davvero giunta l’ultima occasione, quella che non può essere mancata.
Sarebbe la vittoria dell’irrazionalità a scapito della responsabilità, del populismo a svantaggio della politica.

Oggi compiamo un passo avanti per dare al Paese una legge che ha il merito di armonizzare la formula elettorale delle due Camere. E’ fondamentale dare a Camera e Senato lo stesso sistema elettorale.
Comprendiamo perfettamente i motivi del Governo nel mettere la fiducia, caricandosi di una responsabilità pesante, ma quanto accaduto a giugno scorso sta lì a dimostrare come fosse l’unico modo possibile per portare a casa la riforma della legge elettorale.
Il voto segreto è infatti sacrosanto in caso di votazioni che interpellano la coscienza personale: sulle regole democratiche, però, dovrebbe essere diverso.
Ebbene un altro flop del Parlamento andrebbe ad assestare un colpo decisivo per la credibilità delle Istituzioni, oltre che ad avvantaggiare i professionisti della demagogia.
Certo, andando nel merito riteniamo la legge uscita dalla commissione non perfetta, ma tuttavia in grado di consegnare ai cittadini una normativa elettorale accettabile e rappresentativa.

La nuova proposta, per un terzo maggioritaria e due terzi proporzionale, incoraggia le coalizioni, proprio quello che avevamo indicato noi socialisti già da qualche tempo.
Con questa legge i cittadini avranno chiare le proposte politiche che si troveranno di fronte e i progetti di Governo tra i quali scegliere.
Ci preme poi sottolineare il passo avanti compiuto sulla parità di genere rispetto alle leggi precedenti.

Il testo accoglie le richieste che da anni avanziamo di un maggior equilibrio della rappresentanza di genere nelle istituzioni prevedendo che nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore al 60% sia nei collegi uninominali sia in quelli plurinominali: questa regola vale anche per i capilista.
Chiaramente avremmo voluto una rappresentanza alla pari, quindi 50 e 50, soprattutto  avremmo  voluto che il conteggio della ripartizione delle candidature tra donne e uomini alla Camera fosse a livello circoscrizionale, così come è per il Senato, e non nazionale.

In questo modo, infatti, c’è il rischio, anzi la certezza, che alcuni partiti concentreranno le candidature femminili nelle regioni dove sono deboli e quelle maschili nei territori in cui sono più forti, con la conseguenza di non eleggere nessuna donna.
Dobbiamo però riconoscere dei miglioramenti rispetto al primo testo presentato a giugno e ci auguriamo che ulteriori progressi sul fronte della rappresentanza paritaria siano portati avanti nella prossima legislatura, intervenendo anche a monte sui meccanismi di selezione dei partiti, nel rispetto dell’art 49 della Costituzione che prevede che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Sin dall’inizio della legislatura, nel 2013, il Psi ha sposato la linea della responsabilità per favorire la stabilità del’Italia, messa a rischio da anni di crisi economica e di tensioni sociali.
Anche questa volta, quindi, non ci tireremo indietro, andremo avanti con coraggio, per il bene del Paese.
Esprimo, dunque, il voto favorevole della componente socialista alla nuova legge elettorale.

La dichiarazione di voto del senatore Enrico Buemi

Signor Presidente, accettando l’invito a essere sintetico, esprimo il voto favorevole del Gruppo per le Autonomie, Partito Socialista Italiano e MAIE, consapevole di portare a termine un provvedimento importante. Noi esprimiamo un giudizio molto positivo: si tratta di una buona legge, attesa da anni e che cambia completamente l’impostazione normativa. Da una fase sanzionatoria nei confronti delle imprese in difficoltà e da un atteggiamento negativo si passa a un completo ribaltamento dell’impostazione, avendo come punto di riferimento principale il mantenimento in vita dell’impresa, in quanto non soltanto patrimonio dei possessori e degli imprenditori, ma anche patrimonio ricchezza del Paese.C’è da considerare, tra le misure importanti previste, anche se penalizzanti nei confronti delle piccole imprese, l’introduzione dell’obbligo del revisore dei conti anche per le imprese minori, quelle che hanno più di dieci dipendenti e più di 2 milioni di fatturato annuo, e il criterio dell’azione preventiva, in modo tale da evitare le crisi e portare anche le piccole imprese, che spesso sono carenti da questo punto di vista, a una gestione efficiente e razionale, in linea con i princìpi di buon governo dell’impresa.Certamente rimane il punto critico della scelta dei curatori e degli amministratori giudiziari perché sicuramente manca la valutazione di un criterio di equità di peso degli incarichi e, in questo senso, si auspica che il Governo, attraverso la delega, eserciti una puntuale regolamentazione della materia onde evitare azioni non conformi al principio fondamentale della terzietà dell’azione del giudice rispetto agli incarichi, in modo tale da evitare favoritismi che anche le cronache hanno messo in risalto.

La situazione penale, dal punto di vista della responsabilità degli amministratori, rimane invariata. Si tratta complessivamente di un buon provvedimento, al di là delle critiche più spinte da una posizione pregiudiziale che da una questione di merito. Credo che il Paese avesse bisogno da tempo di questa legge e oggi noi, approvando il testo che ci è arrivato dalla Camera, concludiamo un iter di cui tutti dobbiamo essere onorati perché dotiamo il nostro ordinamento, pur nelle difficoltà di questa legislatura, di un provvedimento sicuramente indispensabile per rendere il nostro Paese moderno anche da questo punto di vista.

L’intervento di Pia Locatelli sul Def

Ci sono due punti nella relazione dell’audizione del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sulla nota di aggiornamento al Def, che abbiamo apprezzato.

Il primo è l’attenzione nei confronti dell’occupazione che, anche se lentamente e, purtroppo, soprattutto per i contratti a tempo determinato, continua a crescere. Quello dell’occupazione deve essere, a parere dei socialisti, un obiettivo strategico irrinunciabile in qualunque programma di governo. In particolare chiediamo che venga sostenuta l’occupazione femminile, tutt’ora un punto dolente per lo sviluppo del nostro Paese.

Sono proprio le donne ad agosto a trainare la crescita dell’occupazione con un+0,5% su mese. Il tasso di occupazione maschile è rimasto stabile al 67,5%, ma quello femminile, che è cresciuto di 2 decimi di punto si attesta al 48,9%, il più alto dall’avvio delle serie storiche, cioè dal 1977. Ma cosa significa questo dato? Che una donna su due in età da lavoro non è nel mercato del lavoro. Dietro di noi solo la Grecia, e ben lontani dal 61.6 della media dei 28, per non parlare di Svezia, Germania, Norvegia, oltre il 70%.
Sappiamo bene che alla base di queste percentuali sta il difficile rapporto famiglia-lavoro: 30.000 donne hanno dato le dimissioni in occasione della maternità. L’obiettivo strategico della UE per 33 posti negli asili nido per ogni 100 bambini tra 0 e 3 anni resta lontano.

Il secondo aspetto che ci sta a cuore è quello relativo al fardello del debito pubblico nel momento in cui si chiede al parlamento di autorizzare uno sforamento del deficit di bilancio così come era stato previsto in primavera. Considerando che al netto della spesa per la sterilizzazione delle clausole di aumento dell’Iva, la quantità di risorse è molto limitata, la richiesta di sforamento del deficit di bilancio è giustificata dalla presenza di misure per la crescita, gli investimenti pubblici e privati e per i e le giovani.
Le misure avranno un impatto sulla crescita valutato in 3 decimali in più di Pil e questo migliorerà certamente il rapporto tra debito e Pil.

Dopo sette anni, il debito ha cominciato a diminuire e questo trend, iniziato nel 2015, dovrebbe continuare nei prossimi anni, ma non basta. L’Italia deve dimostrare di voler perseguire con forza l’abbassamento del debito, così come lei ha ribadito, senza pregiudicare la ripresa, soprattutto nel momento in cui cesserà il vantaggio sui tassi che ci deriva dalla politica espansiva della BCE.

Il voto favorevole dei socialisti è legato a questi impegni che ci auguriamo vengano mantenuti anche dal prossimo governo.

Interrogazione a risposta scritta Buemi – Guilherme

Interrogazione a risposta scritta

Ai Ministri degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale e dell’Interno. – Premesso che:

la Commissione di inchiesta delle Nazioni Unite sui diritti umani in Eritrea denunciava l’8 giugno 2016 come la dittatura del Presidente Isaias Afewerki si sia resa responsabile, da ben 25 anni e in modo sistematico, di crimini contro l’umanità, quali riduzioni in schiavitù, esecuzioni extragiudiziali, omicidi, torture, stupri, carcerazioni illegittime, arruolamento forzato nell’esercito a tempo indeterminato e lavori forzati “in una campagna per istillare la paura e scoraggiare l’opposizione”. Il governo di Asmara non ha concesso l’ingresso nel proprio Paese ai membri della Commissione, che ha ottenuto le informazioni da 833 interviste con eritrei della diaspora, residenti in 13 paesi e grazie a 1609 dichiarazioni scritte ottenute durante la sua prima indagine da metà del 2014 a metà 2015;

Isaias Afewerki ha imposto il monopartitismo impedendo lo svolgimento di libere elezioni e controllando capillarmente assetti istituzionali e militari, scelte politiche e programmi economici;

la drammatica situazione è stata più volte denunciata da organizzazioni internazionali come Amnesty International, Human Rights Watch e Reporter Senza Frontiere e confermata dalle migliaia di richiedenti asilo che continuano a sbarcare sulle nostre coste;

tenuto conto che:

il governo eritreo obbliga gli espatriati a pagare la cosiddetta Diaspora Tax, prelievo del 2 per cento sullo stipendio guadagnato nel paese ospitante , una misura già condannata dall’Onu con la risoluzione 2023 del 2011, nella quale si diffida l’Eritrea dall’usare “estorsione, minacce di violenza, frode e altri mezzi illeciti per raccogliere tasse dai suoi cittadini” residenti fuori dal paese e anche perché i fondi così incassati vengono parzialmente usati per destabilizzare la regione, cioè per finanziare gruppi di opposizione. Il pagamento del 2% del reddito è il prerequisito per accedere ad ogni servizio consolare, dal rinnovo del passaporto, al rilascio del visto di entrata e di uscita dal paese e ad altri servizi simili e coloro che non pagano la tassa sono generalmente soggetti a intimidazioni, estese fino alla famiglia rimasta in Eritrea. Questa forma di tassazione ha già suscitato prese di posizione in alcuni paesi, come il Canada, la Svizzera e l’Inghilterra, dove l’ambasciata eritrea è stata diffidata dall’usare metodi estortivi per raccogliere la tassa;

i finanziamenti destinati all’Eritrea dall’Unione europea, pari a 200 milioni di euro fino al 2020, stanziati attraverso l’undicesimo Fondo europeo di sviluppo e sui quali è stato siglato un accordo ad Asmara il 28 gennaio 2016 tra il Ministro eritreo dello sviluppo nazionale e il capo della delegazione dell’Ue, nonostante il Parlamento europeo abbia adottato una risoluzione contraria, e l’inclusione di Asmara nel Processo di Khartoum, un piano di cooperazione tra paesi Ue e del Corno d’Africa per prevenire la tratta di esseri umani, di cui l’Italia si è fatta promotrice, sono una dimostrazione dell’apertura di credito concessa al regime eritreo, nonostante le scelte politiche del dittatore eritreo abbiano contribuito alla destabilizzazione del Corno d’Africa fin dal 1994, come dimostrano le guerre condotte contro gli Stati confinanti;

don Mussie Zerai, Presidente dell’agenzia Habeshia e candidato al Nobel per la Pace nel 2015 per la sua opera a favore dei rifugiati, sollevando il problema dei finanziamenti concessi dall’Italia all’Eritrea, notava che finanziamenti per centinaia di milioni di euro avrebbero potuto rafforzare la dittatura in Eritrea;

considerato che:

il diritto internazionale, con la Convenzione di Ginevra in primis, e la Costituzione italiana (articolo 10, comma 3 “lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”) delineano in modo inequivocabile i presupposti per ottenere lo status di rifugiato,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo non intendano, per le parti di propria competenza, fornire prontamente ai profughi eritrei sbarcati nel nostro Paese tutte le informazioni possibili al fine di rendere più veloci le pratiche per il riconoscimento dello status di rifugiato,

se ai Ministri interrogati risulti ancora in vigore – da parte dell’Ambasciata e dei Consolati di Asmara – la riscossione della tassa del 2 per cento sul reddito percepito in Italia dagli immigrati eritrei e, nel caso, se si ritenga opportuno intervenire al fine di impedire tale illecita tassazione;

se i Ministri siano informati del fatto che, presso diverse questure in occasione di rinnovi del permesso di soggiorno o altre partiche relative alla presenza di eritrei nel nostro Paese, gli stessi siano invitati a rivolgersi presso l’ambasciata o presso i consolati eritrei con la conseguenza che tale procedura li esporrebbe a possibili ritorsioni anche nei confronti dei loro familiari rimasti in patria,

se i Ministri interrogati intendano promuovere misure di sostegno ai migranti eritrei in Italia e di sviluppo economico in Eritrea condizionate a una evoluzione democratica e di rispetto dei diritti umani, tenuto conto del rapporto storico tra l’Italia e il popolo eritreo.

SEN. Enrico Buemi

SEN. Longo Fausto Guilherme

Lavoro

Il Psi propone: di dare piena operatività all’Anpal agenzia nazionale politiche attive del lavoro e di provvedere al più presto alla prevista fusione con l’Isfol; di coordinare con l’Anpal le politiche regionali per l’impiego; di rinegoziare con le parti sociali il ruolo del fondo per la formazione continua e le attività degli enti bilaterali, così come vennero disegnati a suo tempo dal ministro Giugni.

Giovani
Piattaforma ANPAL bandi
Coordini insieme alle regioni organismi esistenti sul territorio puntando non solo sugli strumenti ma soprattutto sulle competenze del personale
Centri per l’impiego e orientamento al lavoro (Progetto M.)
Rivedere garanzia  giovani
progetti alternanza scuola lavoro e apprendistato
sportelli nelle università
Formazione continua/fondi  interprefessionali
Servio civile nazionale e internazionale
Cooperative
Servizio civile su progetto e pagato con contributo nazionale e internazionale

Campagna di formazione e comunicazione degli assessori e consiglieri PSI sui servizi e strumenti che sono già operativi per i giovani

Fabbrica 4.0
Facilitare l’assunzione  e definire il periodo di prova illustrare il modo e le possibilità

Rete di professionista e relazione con gli albi professionali regolamentati
Riforma continua
Legge 4/2013  riconoscimento e certificazione di  competenze

Per micro imprese
Abbattimento del costo delle utenze  per i locali con impiego manifatturiero
Rispetto delle norme di sicurezza

Fabbrica 4. 0
IRAP abbattimento
Defiscalizzazione  Ammortamento di tutte le spese in 5 anni all’acquisto del terreno
24 H

Armonizzare i progetti, piattaforme e formazione tra le regioni favorendo la  contaminazione del pensiero e delle persone Rispetto delle diversità territoriali
Revisione  parametri accreditamento da regionali a nazionale

Emigrazione delle imprese italiane
Abbassamento pressione fiscale  in cambio di nuovi posti di lavoro e favorire il cambio generazionale e preservare il saper fare

Recupero aree industriali abbandonate
Capannoni da bonificare comodato uso gratuito ma devi restare per 50 anni
Terreni del demanio e dello stato dati incomodati gratuiti

Documento immigrazione

L’accoglienza indiscriminata non è una ricetta. E’ una contraddizione. Introduce il problema di una più difficile integrazione e di una impraticabile convivenza col rischio, o la certezza, di far star peggio gli italiani e soprattutto i migranti. E induce a incentivare pericolosi fenomeni di razzismo, dovuti a presunte o reali discriminazioni. Occorre un’accoglienza mirata e sostenibile. Mirata perché relativa ai migranti regolari, che opportunamente devono essere accolti per coprire posti di lavoro e che contribuiscono allo sviluppo e alla previdenza. Mirata perché é doveroso accogliere i profughi e cercare di fare in modo che costoro possano arrivare in Italia senza correre rischi e senza essere alla mercé degli scafisti.

Anche coloro che fuggono dalla fame e dal sottosviluppo devono trovare risposta. Inutile fare appelli retorici all’aiuto a casa loro che sarebbe la vera soluzione al tema della migrazione dall’Africa, quella che precipuamente interessa il nostro paese. Questa migrazione deve essere limitata e transitoria, al fine che la maggior parte di coloro che provengono dai paesi sottosviluppati possa trovare una soluzione a casa loro.

L’accordo con la Libia e il vertice di Parigi hanno confermato che il nuovo indirizzo del governo italiano è giusto e produttivo. Le idee su cui si é ispirata la nuova linea del ministro Minniti sono relative al controllo delle imbarcazioni di soccorso anche attraverso l’uso delle forze dell’ordine, alla selezione e al fermo degli immigrati in Libia, in particolare la selezione dei migranti deve essere fatta a monte. E per questo é stato opportuno, oltre alla Libia, che siano stato coinvolti anche il Ciad e il Niger, che stanno sulla rotta migratoria.

Fondamentali sono i compiti dell”Europa che deve agire sul controllo dei flussi anche come supporto dei paesi più esposti. Ormai tramontato, anche se non formalmente, é il trattato di Dublino in base al quale ogni paese di arrivo doveva farsi carico dei migranti, occorre che verso l’Italia vengano erogati i finanziamenti stanziati per la Turchia.

Grande considerazione i socialisti intendono dedicare al rispetto dei diritti dell’uomo assicurati nei campi libici. Per questo i socialisti rivendicano che questi campi d’accoglienza vengano condotti sotto il controllo e la gestione dell’Onu. In più il governo italiano deve continuare a investire su strutture e servizi in Libia e nei paesi d’origine, affinchè la politica del respingimento porti a soluzioni umane e di impiego produttivo dei respinti.

Contemporaneamente i socialisti contrastano qualsiasi strumentalizzazione sui temi della migrazione che conducono a respingere o dilazionare l’approvazione di una legge sullo ius soli temperato e ius culturae che é giusto e opportuno venga al più presto approvato definitivamente al Senato. Chi nasce in Italia da famiglie di immigrati che da anni vivono nel nostro paese o coloro che studiano da anni in Italia, devono essere considerati italiani a tutti gli effetti.

I socialisti ritengono che gli immigrati che vengono accolti in Italia non possano vivere senza far nulla negli alberghi e nei loro dintorni col rischio che il non far nulla possa generare un incentivo a delinquere. Si propone che i comuni interessati approntino un piano di utilizzazione dei migranti in età di lavoro per attività di lavori socialmente utili (presidio del territorio, ambiente, trasporti anziani, sport) e formazione al lavoro.

Il modo con cui vengono spese le risorse va sottoposto a verifiche e revisioni. Sono apparsi sproporzionati i vantaggi di diverse cooperative e associazioni che coi soldi stanziati per ogni migrante, 35 euro al giorno, risulta facciano profitti inaccettabili sulla pelle dei migranti. Contemporaneamente i socialisti sono contrari sia ai campi di accoglienza simili a campi di concentramento sia all’aggregazione di una moltitudine di immigrati in grandi edifici. Meglio, molto meglio, dividere gli immigrati in piccoli nuclei sul territorio, dove più semplice risulta l’integrazione e l’accettazione da parte dei residenti.

La cultura della libertà, infine. L’integrazione non è una via di mezzo tra libertà e oscurantismo, non può nemmeno essere l’accettazione di isole di medioevo nell’Italia del 2000. In Italia occorre rispettare la costituzione, i principi fondamentali della nostra civiltà, diritti conquistati in secoli di lotte e di sacrifici, che devono essere rispettati e adottati anche da chi proviene da un’altra tradizione. La parità tra uomo e donna, la differenza tra stato e chiesa, il rifiuto dell’intolleranza religiosa e naturalmente la condanna di ogni forma di violenza e di terrorismo sono alla base di una società che guardi al futuro con fiducia.

Tra le caratteristiche che ancor oggi non vengono richieste per l’attribuzione della cittadinanza italiana non vi é la conoscenza della lingua, che invece i socialisti ritengono essenziale perché un individuo possa configurarsi come appartenente a una comunità che nella lingua, che é conoscenza, cultura comune, vita di comunità, trova il suo essenziale strumento di comunicazione.

Intervento di Enrico Buemi sui vaccini

“Signor Presidente, a nome del Gruppo Per le Autonomie-Partito Socialista e MAIE, dichiaro che voteremo contro la proposta del Movimento 5 Stelle per il non passaggio agli articoli, e vorrei motivare la ragione.

Prima, però, chiederei ai colleghi che hanno insinuato un’eventuale interessenza di coloro che sono a favore di questo provvedimento, di ritirare questa affermazione perché è inaccettabile. È inaccettabile in particolare nei confronti di coloro, come il sottoscritto, che tutti i giorni sono in competizione con le multinazionali e sanno perfettamente qual è la loro azione prevaricatrice nel nostro Paese. E però chiederei altrettanto posizionamento quando si discute di altre questioni sulle multinazionali. Spesso c’è molto silenzio in quest’aula quando si discutono certi provvedimenti che riguardano le stesse multinazionali, per esempio sull’apertura del nostro mercato a una concorrenza vera. Vedremo cosa farete quando esamineremo il provvedimento sulla concorrenza. Resto sul merito, colleghi.

Qualcuno ha detto – forse il collega Romani – che in Svezia non c’è l’obbligatorietà per legge della vaccinazione, ma in Svezia non ci sono neanche i cartelli «Non si buttano rifiuti lungo le strade». Cari colleghi, noi abbiamo bisogno dell’obbligo della vaccinazione, perché il nostro Paese è molto disponibile a inseguire le “farlucche”, come sta accadendo con questo provvedimento. Qui non c’è bisogno di dimostrare niente; c’è bisogno di prendere atto di quaranta, cinquant’anni di storia della sanità del nostro Paese, di quali sono state le conquiste nel nostro Paese. E se oggi non c’è un pericolo imminente è perché ci sono state quelle conquiste, quell’azione obbligatoria, quel contributo dello Stato alle classi più povere di questo Paese che avevano bisogno dell’obbligatorietà della vaccinazione perché non erano in condizione di pagarsi i vaccini che voi, ricchi, invece, avevate gratis oppure dalle vostre famiglie. Vi siete dimenticati di questo.

La scienza ci dimostra che i vaccini non fanno male, fanno bene, ci mettono al riparo. Quando ci saranno provvedimenti, proposte più avanzate, le esamineremo con grande apertura culturale, scientifica, mentale, etica, religiosa, politica, mettetela come volete.

Oggi la vaccinazione è lo stadio più avanzato di prevenzione per tutta una serie di malattie, in una situazione anche di grande passaggio, di rapidità di persone da un mondo all’altro, che si portano dietro fattori positivi ma anche vecchi e nuovi rischi. Quindi, io sono del parere, cara Ministro, che dobbiamo mettere il cartello «Qui la vaccinazione è obbligatoria». Quando non ce ne sarà più bisogno, toglieremo anche i cartelli dalle strade che dicono di non buttare l’immondizia lungo la strada, ma io che giro l’Italia ne vedo troppa e ne vedo troppa proprio dalle parti dove queste voci si sollevano con grande indignazione.”