Milleproroghe, la dichiarazione di voto di Pia Locatelli

Noi socialisti voteremo la fiducia al Governo ma non possiamo fare a meno di esprimere il nostro rammarico, come abbiamo fatto più volte per l’ennesimo ricorso a questo strumento. Il decreto milleproroghe è un provvedimento che avrebbe richiesto un ampio dibattito da parte di tutti e due i rami del Parlamento; ci troviamo invece costretti dai tempi a votare un testo blindato. Capiamo l’urgenza, visto che, come ci ha detto la ministra Finocchiaro, scade il decreto scade martedi, ma non possiamo non esprimere il nostro disagio.

Altrettanto non possiamo non denunciare, in modo certamente più vibrato, quanto è avvenuto in questi giorni nella Capitale, con manifestazioni che sono andate molto al di là del legittimo diritto alla protesta perché una parte della categoria non ha esitato a ricorrere anche a mezzi violenti per far sentire le proprie ragioni.

Non posso non notare che ci sono forze politiche sempre pronte a sostenere la libera concorrenza o i diritti del cittadino, che in questa occasione si sono schierate a fianco di una categoria di poche migliaia di persone dimenticando gli interessi di decine di milioni. In questo decreto ci sono molti elementi positivi, a cominciare dalle agevolazioni per le popolazioni vittime del terremoto, e alcune cose che andavano cambiate come la norma che potrebbe bloccare Flixbus, il trasporto di bus low cost inter-regionaleutilizzati da centinaia di migliaia di persone a prezzi concorrenziali. O come il mancato riconoscimento al ruolo dei vigili del fuoco, questi “eroi” che invochiamo durante le catastrofi e che hanno stipendi di gran lunga inferiori alle altre forze dell’ordine.

Infine, tra gli elementi positivi, che ci sono, vorrei sottolinearne uno, forse non il più importante, ma qualificante: la proroga della convenzione a Radio Radicale. Si tratta di un vero e proprio servizio pubblico, forse l’unico, privo di qualsiasi forma di pubblicità, che offre spazio e voce a tutte le forze politiche e mette a disposizione un prezioso archivio.

Oltre il Novecento. La sinistra libera e responsabile

OLTRE IL NOVECENTO
La sinistra libera e responsabile

1) PERCHÉ UN CONGRESSO STRAORDINARIO

I motivi della convocazione di un congresso straordinario, ad appena un anno di distanza da quello svolto a Salerno, sono sostanzialmente due. Il primo riguarda la messa in sicurezza del Psi dopo le sconcertanti iniziative giudiziarie promosse da un pugno di compagni che si annunciano di troppo lenta soluzione. Nulla da temere, nulla da rimproverarci sul piano della correttezza e della trasparenza. Il tesseramento affidato ai nostri organi provinciali, e sottoposto poi a quelli regionali e nazionali, é stato svolto con la massima correttezza e ha consentito al partito di raggiungere il tetto dei ventunomila iscritti. Questo dato conferma una tendenza che ha permesso al Psi di invertire un trend negativo col quale doveva fare i conti all’indomani del congresso di Montecatini, svolto pochi mesi dopo l’uscita dei socialisti dal Parlamento a causa del mancato apparentamento veltroniano del 2008.
Siccome in diverse città e in molte regioni si assiste al ritorno di compagne e compagni che hanno condiviso con noi, nel tempo, gli stessi valori, il congresso lancia la proposta di ‘Costituenti regionali’ aperte alla cultura laica, ai movimenti civici, all’associazionismo, consentendo loro, come peraltro avviene a livello nazionale, di partecipare con pieno diritto ai nostri lavori.

Non é solo per conferire stabilità e autorevolezza alla nostra comunità che é stato convocato un congresso straordinario. La situazione politica emersa dal voto referendario, la crisi di governo, le nuove tensioni all’interno del partito di maggioranza, l’intervento della Corte che ha invalidato la parte più rilevante della legge elettorale, cui si aggiungono novità decisive a livello internazionale, impongono una fase di profonda riflessione politica anche al Psi, per definire la sua strategia e le sue proposte.
Un congresso straordinario, dunque, perché straordinaria e’ la cornice politica nella quale viviamo. Un congresso che parli non solo e non tanto di noi, ma sappia parlare agli italiani. Un congresso aperto a tutte le migliori risorse dell’area socialista e a tutti coloro che hanno qualcosa da dire e da fare in nome della libertà e della giustizia. Infine, un congresso di rinnovamento che permetta alle nuove generazioni di trovare un punto di riferimento nel più antico partito della storia italiana.

2) IL MONDO FUORI CONTROLLO

In crisi le categorie tradizionali della destra e della sinistra

Ormai le categorie tradizionali, quelle stesse che descrivevano i connotati della sinistra e della destra, sono entrate in crisi. Si tratta generalmente, più in Italia che in altri paesi europei, di una delegittimazione con radici ultra ventennali derivante dalla fine del comunismo e dal passaggio a un’epoca diversa. Oggi questa crisi si accentua, resa più acuta com’è da quattro fattori: la globalizzazione, la finanziarizzazione, la rivoluzione tecnologica, le migrazioni.
Il mondo é diventato meno squilibrato, ma l’Occidente ha visto sorgere nuove disuguaglianze, aumentare la povertà, aprire una frattura tra sicurezza e libertà.

Non c’è dubbio. È’ un tempo nuovo. Il tempo della ‘società liquida’ (Bauman), della profonda incertezza, della paura del futuro, di una crisi d’identità che provoca ansia e che non trova più risposta nei parametri della politica. Si tratta di un fenomeno economico e psicologico insieme che produce forti tensioni e una anarchica volontà di cambiamento. Viviamo già gli effetti di questa condizione, a cominciare dagli Stati Uniti dove pure la crisi è meno grave di quella che ha colpito l’Europa.
Trump viene descritto, e talune sue posizioni autorizzano a inquadrarlo come tale, come uomo di destra. Dunque, si potrebbe pensare che l’elettorato americano si sia spostato a destra. Contemporaneamente, però, è dimostrato che ha raccolto consensi nei ceti meno abbienti mentre alcuni sondaggi ci dicono che l’unico che avrebbe potuto batterlo era Sanders, il candidato considerato più a sinistra.

È la riprova che l’elettorato tende a superare le vecchie barriere politiche e si affida a chi propone progetti radicali condotti da leadership solitarie. In Europa questo spazio è occupato da movimenti populisti con pulsioni di destra, ma di fatto decisamente trasversali (il movimento Cinque stelle e quello inglese di Farage soprattutto). Anche le Front national di Marine Le Pen ha un largo e composito nucleo che va ben oltre la destra storica. La conferma è spesso nei programmi che unificano la voce delle opposizioni. A partire dall’antieuropeismo e dall’attacco all’Euro, destra radicale e sinistra estrema manifestano visibili punti di contatto.
D’altronde, quale governo è’ mai esistito più trasversale di quello greco: presieduto da Tsipras e con ministri di un partito di estrema destra? Non si tratta di reato di milazzismo, ma di realistica intesa sul programma. Semmai è lo spazio dei moderati e dei conservatori a restringersi, corroso dalla crisi economica e da una crescente insoddisfazione provocata dalle ondate migratorie. Il centro può contribuire alla vittoria di uno schieramento, ma la vittoria non si costruisce al centro.

La sfida del terrorismo

La crisi di sovranità degli Stati acuisce le difficoltà di governo. E alle tensioni richiamate si aggiunge quella, la più drammatica, del terrorismo islamico. Il nuovo fanatismo religioso che invita a uccidere gli infedeli porta inevitabilmente acqua al mulino della cultura che tende, come quella di Trump, all’autarchia e al rifiuto degli altri. Non a caso il populismo europeo, compreso quello dei Cinque stelle, ha assunto su tale vicenda una posizione non dissimile.

Il ruolo dei socialisti in Europa e nel mondo

È del tutto naturale che attorno ai drammatici problemi che hanno spezzato e disarticolato le tradizionali categorie politiche anche il movimento socialista si interroghi, ed è auspicabile che lo faccia non solo spostando più a sinistra il suo asse, com’è avvenuto tra i laburisti con la vittoria d Jeremy Corbyn, o tra i socialisti francesi con il parziale successo di Benoit Hamon.
È’ necessario andare oltre la sinistra tradizionale e lanciare un nuovo riformismo capace di affrontare e risolvere i mali del nostro tempo, un tempo globale, rispetto al quale i ritorni al passato, ai nazionalismi, all’autarchia, appaiono fughe verso l’impossibile.
I grandi temi del presente, quelli che spezzano il canone novecentesco, sono relativi al rapporto tra globalizzazione ed equità, tra finanza e democrazia, tra sviluppo e ambiente. Tra inclusi ed esclusi. Il futuro deve assicurare un mondo più equilibrato, meno povertà, più lavoro, sicurezza. A questi principi generali può ispirarsi solo un movimento socialista che eviti due rischi: quello di un ritorno a un vetero massimalismo, quello di un riflusso e di un appiattimento moderato e tardo liberista.

3) UN’ALTRA EUROPA

Le strade sono due, il rischio da combattere il ritorno all’autosufficienza degli stati nazionali. Per scongiurare una colpevole perdita di ruolo, o l’Europa si dà un assetto federale o si apre alla prospettiva della ‘doppia velocità’. I socialisti italiani si schierano a favore della prima opzione.
Quel che è certo è che non possiamo più fare a meno di Eurobond e di un ministro del Tesoro dell’Unione. Quel che è certo è che la burocrazia, i tecnicismi, gli stessi accordi di Maastricht, ampiamente superati dagli eventi di questo secolo, stanno strozzando l’idea d’Europa dei padri fondatori.
E’ un tempo nuovo. Il tempo del populismo e delle emergenze. Lo stato nazionale ha perso sovranità sui flussi di capitale, il lavoro dipendente si è polverizzato, cresce ovunque la forbice tra grandi ricchezze e grandi povertà, rivoluzione tecnologica e globalizzazione generano opportunità ed incertezza. Tra sicurezza e libertà individuali si è aperta una frattura preoccupante resa ancor più acuta da una durevole crisi economica: l’ascensore sociale funziona solo verso il basso, il ceto medio vive stagioni di profonda fragilità, le giovani generazioni soffrono di mancanza di lavoro e di carenza di futuro. Senza una missione condivisa e riforme strutturali profonde, l’Europa implode, reclusa ai margini del nuovo ordine mondiale.
La missione del socialismo europeo è’ farsi pioniere di un’altra Europa.
La socialdemocrazia vive solo se si rinnova

La socialdemocrazia é stata data per morta più volte. All’indomani della fine del comunismo, con la crisi del welfare, dopo l’esplosione del populismo, a seguito di una crisi cui l’Europa ha reagito con una politica suicida ispirata all’austerity, giustamente contrastata dal governo italiano. I socialisti europei devono interrogarsi sui fenomeni che hanno generato nuove tendenze politiche, trovare il senso della loro comune appartenenza capace di superare singoli egoismi nazionali, tracciare un nuovo orizzonte per i cittadini europei. Urge un canone diverso per interpretare società globalizzate e sconvolte dalla rivoluzione tecnologica.
E’ questa la ragione per la quale reiteriamo la richiesta di un Congresso Straordinario del PSE. Una Bad Godesberg del nuovo millennio che prenda atto di mutamenti irreversibili e si metta alla guida per governarli. L’alternativa al silenzio è quella Internazionale della destra che ha preso vita a Coblenza riunendo intanto cinque partiti populisti. Se non vogliamo venire meno alla nostra natura, dobbiamo contrastarla con forza e passione. La strada maestra sono misure di riequilibrio e di contenimento della forza devastante della finanziarizzazione dei mercati, investimenti massicci nella sfera della conoscenza e della ricerca, messa al bando del rigore draconiano.

Una politica comune sull’immigrazione. Modificare Dublino

Il sentimento comune attorno a cui costruire una nuova Europa è la consapevolezza delle nostre radici, figlie di lunghe battaglie civili e sociali ingaggiate soprattutto dalla tradizione socialista e popolare a partire dalla fine dell’Ottocento. E’ appena iniziato il secolo delle grandi ondate migratorie. La spinta dei popoli a muoversi, alla ricerca di pace e di pane, non si fermerà. Per questo urge la revisione del Trattato di Dublino.
Noi abbiamo un doppio dovere: accogliere i profughi, difendere la nostra identità di donne e uomini liberi, difendere società fondate sulla parità e sul diritto. Il multiculturalismo ha un senso solo se si fonda su questi pilastri. Nessuna tolleranza verso usi e costumi lesivi della parità di genere, delle libertà individuali, del diritto di ciascuno di noi a decidere per sé. Pari responsabilità, uguali diritti, un’unica legge.
Lavori di utilità civica sono essenziali sia per favorire l’integrazione che per corrispondere a ciò che lo Stato investenell’ospitalità.

L’Italia e l’Europa

È’ decisivo che la politica riacquisti credibilità per sconfiggere i movimenti anti europeisti che si sono affermati in Italia. Nel nostro paese questi ultimi hanno connotati di destra, di sinistra e trasversali e si alimentano non tanto da una fonte ideologica quanto dall’emergenza socioeconomica.
L’Italia ha sofferto più di altri le conseguenze della crisi e di scelte spesso pensate fuori da un contesto strategico. Non sempre la politica governativa, che ha puntato a restare all’interno del vincolo del 3 per cento pur sviluppando un piano di investimenti ben più cospicuo del passato, ha affrontato con lungimiranza il problema.
I socialisti propongono un piano di rilancio economico fondato su investimenti pubblici e privati che possa transitoriamente portare il nostro paese a sfondare il tetto del vincolo europeo, com’é avvenuto in Francia e in Spagna, e che consenta in pochi anni di aumentare il Pil, abbassare la disoccupazione, sgonfiare il debito per poi rientrare nei parametri di Maastricht.
Per farlo, non c’è bisogno di uno Stato invadente. C’è bisogno di uno Stato presente ed efficiente.

4) L’ITALIA RIFORMISTA

I socialisti

Siamo vivi. Siamo l’unico partito identitario e storico ancora vivo. Con immensi sacrifici, con la dedizione e la passione dei militanti. Le ragioni della nostra resistenza sono due. Una è di ordine storico, una di ordine politico.
Siamo un partito, non una fondazione, ancora in piedi benché in Italia gli eredi della tradizione comunista e cattolica dominino nella narrazione popolare. Invece si devono proprio ai socialisti più che ad altri le più grandi conquiste di progresso, di civiltà e di libertà del nostro paese.
Noi intendiamo mettere un argine alla negligenza e alla colpevole dimenticanza. Dopo aver recuperato l’Avanti! e Mondoperaio, dopo aver costituito la Fondazione per il Socialismo, metteremo in rete le diverse fondazioni, associazioni, club e, come già sta avvenendo in molte regioni italiane, apriremo le porte a quei democratici senza patria provenienti da esperienze civiche e politiche.
Proseguiremo nel rinnovamento del partito, affidandoci con convinzione agli amministratori locali e alle nuove generazioni cresciute nel territorio, senza mai stancarci di gridare all’unità di un mondo che condivide il medesimo ideale.
Ma siamo vivi anche per ragioni politiche. Perché non esiste oggi nel nuovo e consunto sistema politico italiano l’erede del Psi, una forza che, collegandosi alla storia del socialismo riformista e umanitario, faccia propri a un tempo i grandi temi dell’equità e della libertà.

Il tramonto del bipolarismo, il ritorno alle identità

Il sistema politico italiano figlio di Tangentopoli e della riforma elettorale maggioritaria (1994), consolidato dalla nascita di nuovi soggetti politici, ha avuto un carattere post identitario. I partiti si fondano non sull’idem sentire e neppure sulla convergenza programmatica ma si sono aggregati sulla possibilità di contrastare e battere l’avversario. Questo è stato reso possibile da una legge elettorale che certificava l’esistenza di un bipolarismo oggi giunto al capolinea.
È’ tempo che i partiti sappiano ridefinirsi secondo una strategia d’orizzonte, offrendo agli italiani un progetto di governo credibile della società contemporanea.
Non servono uomini soli al comando. Serve una società dalle responsabilità condivise.

La crisi del Pd

Il Pd é nato come partito dalla doppia anima. Figlio dei DS e di una Margherita erede di larga parte della sinistra democristiana, ha vissuto in questi anni momenti di acuta tensione. L’ascesa di Renzi ha capovolto i rapporti di forza precedenti, a cominciare dalla emarginazione di larga parte della nomenclatura post comunista. Questo noi abbiamo segnalato come elemento di novità cui si é aggiunta l’adesione al Partito socialista europeo che i suoi predecessori avevano sempre evitato. Gli errori successivi sono stati per tempo segnalati: la mancata elezione di Giuliano Amato a presidente della Repubblica che avrebbe consolidato il patto del Nazareno e reso meno impervio il cammino delle riforme costituzionali, l’errore dell’Italicum con ballotaggio e premio di lista, l’inopportunità di una abolizione pressoché totale dell’Imu sulla prima casa, sono solo tre passi falsi che i socialisti avevano per tempo scoraggiato. Oggi nel Pd si torna a parlare di scissione. Vedremo se si verificherà. Se dovesse configurarsi come prodromo al passaggio a un nuovo sistema identitario potrebbe avere valore positivo. Se invece si prefigurasse come semplice ritorsione politica o come nuovo intralcio a una nuova alleanza riformista e si prefiggesse l’obiettivo di una pura e semplice union de la gauche, sarebbe anche fuori tempo.

La politica del fare

Il PSI dovrà presidiare più fronti.
Lanciamo un appello ai radicali italiani per affrontare campagne comuni in tema di diritti, giustizia, libertà civiche, i punti che uniscono storia e futuro di due movimenti che hanno reso l’Italia più libera e più civile.
L’attenzione che dobbiamo riporre nel governo delle comunità locali si intreccia coerentemente con la protezione del territorio e con l’adozione di politiche più decise quanto a tutela del verde, rispetto della natura, rilancio delle Smart city, mobilità pulita. Con il mondo ecologista dovremo prepararci a un confronto serrato.
Lo stesso confronto dovrà proseguire con quella sinistra di governo che non si richiama al PD e che intende sviluppare iniziative utili alla formazione di uno schieramento riformista.
La lealtà verso il Presidente del Consiglio non dovrà precludere ne’ battaglie parlamentari e di governo che nel tempo, e in ultimo con questo congresso, abbiamo sviluppato, ne’ un dibattito da tenere aperto con le forze che compongono l’esecutivo.
L’obiettivo, da rendere compatibile con la nuova legge elettorale, è quello della formazione di liste dove la componente socialista abbia peso e visibilità.
A cominciare dalle prossime elezioni amministrative e regionali, il PSI promuove la formazione di rassemblement aperti alle esperienze civiche democratiche.

Una coalizione responsabile

Non abbiamo partecipato al conflitto sulla data delle elezioni. Alle elezioni si va ogni cinque anni, a meno che il Parlamento non sia più in grado di esprimere una maggioranza. Resta il problema della legge elettorale che la sentenza della Corte non poteva risolvere. Innanzitutto perché non è compito della Corte, ma del Parlamento, approvare le leggi. E poi perché tra l’Italicum emendato per la Camera e il cosiddetto Consultellum del Senato non esiste armonia. La più clamorosa modifica introdotta dalla Corte è l’eliminazione del ballottaggio, prima richiesta dei socialisti, che hanno sostenuto l’illogicità di un meccanismo oggi divenuto incostituzionale.
Possiamo ritenerci soddisfatti.
La Corte ha salvato invece il premio di maggioranza alla lista con soglia del 40 per cento. Difficile per una sola forza raggiungere la meta. Anche per questo, oltre che per il rispetto che si deve alle singole identità politiche, il Psi aveva da tempo sottoposto al Parlamento l’opportunità di tornare alle coalizioni. La strada maestra e’ il ritorno al Mattarellum. Ma se si intende ricalcare il testo uscito dalla Corte risulta indispensabile allargare l’istituto delle coalizioni, che resiste al Senato, anche alla Camera, approvando due sbarramenti, uno per le liste coalizzate e uno, più basso, per quelle non coalizzate.
Quello che serve all’Italia è una nuova, pluralista, coesa coalizione di centro-sinistra fondata su pochi fondamentali punti di convergenza. Un patto con gli italiani per un’intera legislatura. Un progetto riformista che sviluppi e aggiorni proposte già discusse nel corso del quadriennio affidandosi al connubio equità – meriti/bisogni, ricucendo la società di mezzo e coinvolgendola nei processi decisionali, operando per allargare la torta della ricchezza e per prevederne una più giusta redistribuzione.
Quel che non può essere contestato al governo é la capacita di aver superato dogmi e tabù del passato in funzione di maggiori garanzie per tutti i lavoratori, anche quelli precari. Non può essere contestato il tentativo di aver posto mano alla riforma della pubblica amministrazione, alla modifica di un arcaico codice per gli appalti, alla riforma della scuola, pur dovendo considerare quella legge soggetta a nuove indispensabili integrazioni.

La sconfitta del 4 dicembre

La sconfitta al referendum confermativo della riforma costituzionale ha bloccato un percorso riformatore che faticherà a riprendere velocità. Resta il fatto che il voto si è concentrato più sul giudizio attorno al governo e alla figura del suo Presidente, come con un’insolita spietata autocritica ha confermato egli stesso, che non sul merito della riforma. Noi abbiamo sottolineato l’inopportunità di rincorrere i populisti con tesi populiste, sulla casta e sul costo dei parlamentari, che finiscono solo per portar acqua al mulino dell’antipolitica doc. E aggiungiamo allo stesso tempo un apprezzamento per la coerenza del presidente del Consiglio che subito dopo la sconfitta ha rassegnato le sue dimissioni. Ma non vi è alcun dubbio che molti nodi istituzionali debbano essere sciolti per rendere lo stato più efficiente.

Da Gentiloni alla nuova alleanza riformista

Il Psi ha assicurato il suo sostegno al presidente Gentiloni. Il governo dovrà partecipare al G7 di Taormina e assistere al semestre di presidenza italiana. Ma dovrà anche decidere come por mano a una manovra correttiva imposta dall’Europa. I socialisti annunciano fin d’ora la loro contrarietà a manovre recessive che porrebbero ancora più a rischio la già debole crescita italiana.
Quel che serve all’Italia é una nuova grande alleanza riformista che sappia sfidare le spinte al rigore a senso unico. Un’alleanza riformista che ponga al centro il lavoro, soprattutto quello giovanile, e che tolga ai populismi benzina nel motore. Non dunque un nuovo sterile massimalismo o un ulivismo di maniera, né un ritorno all’Unione dei diversi di prodiana memoria. Ma una coalizione di laici e cattolici impegnati al rilancio dell’Italia.

Il futuro è adesso

Spetta al Congresso declinare le priorità dei socialisti per il governo dell’Italia.
Eccole.

I socialisti proporranno già all’inizio della prossima legislatura l’elezione di una ASSEMBLEA COSTITUENTE per dare inizio a un coerente processo riformatore della Costituzione repubblicana che ponga al primo punto la forma di stato, se presidenziale o parlamentare, da cui coerentemente discendono le successive scelte in materia istituzionale ed elettorale.

Il Psi propone di concentrare tutti gli sforzi del governo in direzione di un grande PIANO DI INVESTIMENTI PUBBLICI E PRIVATI, ponendo al primo punto la messa in sicurezza del territorio, incentivi e defiscalizzazioni adeguate e mirate che permettano interventi risolutivi per combattere la disoccupazione. Questo piano può essere supportato da una patrimoniale una tantum per la diminuzione del debito.
Portano la nostra firma il nuovo Codice Appalti, il ‘Piano Citta’ e la proposta di legge per l’istituzione di una ‘No tax area’ nei comuni terremotati.

Già alla Conferenza programmatica il Psi accese i riflettori sulla questione della COGESTIONE in coerenza col modello tedesco. Si tratta di una forma di conduzione aziendale che, da un lato, responsabilizza i lavoratori e dall’altro garantisce le imprese sul piano della loro efficienza e produttività, riconoscendo i lavoratori come componente aziendale essenziale e con una remunerazione non scollegata dai profitti.
Allargare la torta della ricchezza significa promuovere l’IMPRESA con politiche di sostegno alle PMI e alle iniziative con forte contenuto innovativo. Infine, l’industria che gode di aiuti pubblici deve impegnarsi a pagare le tasse in Italia e a non delocalizzare la produzione.

Una proposta di legge socialista sul REDDITO DI CITTADINANZA giace da due anni in Parlamento. Urge approvarla. Proponiamo di finanziarla con gli introiti derivanti da una maggiore tassazione del gioco d’azzardo.

Non rinunciamo affatto a restituire al MERITO e al BISOGNO la centralità che meritano.
In Italia il supporto agli studenti meritevoli e non abbienti è insignificante. Oltre a un rilevante incremento sarebbe necessaria una rete di tutoraggio per far crescere i ragazzi migliori, i nostri talenti. Dalle medie all’ inserimento nel mondo del lavoro. Disperdere capitale umano di valore, come facciamo sistematicamente, è un errore grave. L’investimento sul merito è’ indispensabile, infine, per ricreare una classe dirigente adeguata alle complessità che ci aspettano.
Per questi motivi proponiamo un fondo annuale coperto con lo 0,50% del Pil da destinare a ricerca, formazione, attività scolastiche.
L’assunzione di migliaia di precari nella SCUOLA e’ stata un atto positivo ma va accompagnata dall’aumento dei finanziamenti a vantaggio dell’istruzione pubblica e dalla valorizzazione degli istituti tecnici per preparare al meglio l’ingresso nel mondo del lavoro. Al contempo va potenziato l’organico di sostegno così come si rendono indispensabili investimenti nella realizzazione di nuove strutture scolastiche per l’infanzia.

La prossima legislatura dovrà impegnarsi in una decisa RIFORMA FISCALE: meno tasse per le imprese produttive e per i cittadini, tassazione più alta per le attività improduttive.
Nella lotta alla elusione fiscale spicca il tema della tassazione equa delle multinazionali secondo il reddito prodotto nel nostro paese (vedasi il caso APPLE come eclatante esempio). Quanto all’evasione fiscale, i riflettori vanno puntati soprattutto sui grandi gruppi e nella lotta alla criminalità organizzata senza dimenticare le sacche sempre più estese di lavoro nero.
La defiscalizzazione degli interventi privati per il recupero dei beni artistici e monumentali è’ infine la strada maestra da seguire per restituire al mondo della CULTURA la dovuta centralità, accanto a misure straordinarie che valorizzino la creatività dei giovani artisti.
Va resa obbligatoria l’applicazione della norma di legge che prevede per ogni appalto di opere pubbliche una percentuale da destinare a realizzazioni artistiche.

Quanto alle PENSIONI, i socialisti ritengono che le pensioni più elevate devono essere ridotte se non hanno una base coerente di contributi versati, in funzione dell’elevamento delle pensioni più basse. Un sano riequilibrio utile anche per rilanciare i consumi.
È’ socialista la proposta, promossa dalla UIL, di estensione della 14ma mensilità ai pensionati. Nostri prossimi obiettivi: rivalutazione delle pensioni superiori al minimo ed estensione del bonus di 80 Euro.

Impiegare le nostre forze nell’approvazione di un piano straordinario per la CASA e per l’housing sociale a vantaggio di giovani coppie e di quanti non riescono a soddisfare mutui contratti per l’acquisto di un’abitazione. Ai finanziamenti già postati dal governo vanno aggiunte ulteriori risorse.
Infine, va promossa la conversione del patrimonio comunale immobilizzato nelle partecipate in enti immobiliari che garantiscano l’accesso alla casa a prezzi calmierati.

Ben prima di altri, della QUESTIONE BANCARIA i socialisti hanno fatto un cavallo di battaglia appoggiando le iniziative della associazione Interessi comuni e presentando proposte di legge contro il bail in e per la riforma della centrale rischi. Ora sono impegnati a sostenere la commissione d’indagine parlamentare perché concluda i lavori con la dovuta celerità.
Occorre promuovere una grande campagna di sensibilizzazione e di conoscenza. I socialisti propongono che in ogni scuola media (inferiore e superiore) venga inserita almeno un’ora a settimana di Educazione economico-finanziaria.
La Rai, a sua volta, dovrebbe prevedere nel suo palinsesto programmi accattivanti che trattino i temi di educazione finanziaria e gestione del risparmio.

La GIUSTIZIA GIUSTA è un tema caro ai socialisti. Garantismo, efficienza, legalità costituiscono i pilastri del nostro programma. Anche per questo si rivela improcrastinabile la necessità di separare le carriere dei magistrati inquirenti e giudicanti, visto che la loro aggregazione appartiene solo alla storia dei paesi autoritari, e di prescrivere l’elezione per sorteggio del Csm.
La responsabilità civile dei magistrati porta la nostra firma così come, in omaggio alla trasparenza, la prima misura operativa relativa ai ‘gruppi di interesse’.
Insomma: reciproco rispetto, reciproca autonomia.

I socialisti, dopo la battaglia vinta sulla regolamentazione delle unioni civili, sono in prima linea nella soluzione della questione del fine vita perche’ l’Italia, anche su questa materia, si affianchi agli altri paesi europei. Dalla morte di Eluana Englaro la legge sul testamento biologico è stata per anni dimenticata ma, grazie all’ iniziativa dei socialisti in collaborazione con i radicali, la legge è stata calendarizzata e potrebbe essere presto in dirittura di arrivo.
Restano ancora aperte le questioni dell’introduzione del reato di tortura, della legge contro l’omofobia e dello ius soli.

Un sostegno pieno, infine, alla Fgs impegnata sul fronte della legalizzazione della cannabis.

Hanno aderito alla mozione ‘OLTRE IL NOVECENTO La sinistra libera e responsabile’ candidando alla segreteria nazionale del partito Riccardo Nencini:

Accoto Mario
Acquaviva Gennaro
Ajazi Arjan
Alati Leo
Alberti Sergio
Albertini Giuseppe
Aloisi Alberto
Andreini Marco
Anello Gaspare
Angelini Marisa
Antognetti Adriano
Antonioli Marco
Anzilotti Marisa
Armandi Lorenzo
Ascenzi Antonio
Atzeni Simone
Avvisano Sandro
Bacchetta Luciano
Barbabella Franco Raimondo
Barra Gaetano
Baruzzo Sauro
Bastioli Enrico
Bellissima Romano
Belloni Laura
Belmonte Emiliano
Benaglia Franco
Benedetti Luca
Bertaggia Michele
Bertinazzo Alessandro
Bertini Roberto
Beschi Sergio
Biagioni Massimo
Bianco Marino
Bisulli Anna Maria
Bochicchio Antonio
Bonini Sirio
Bonsignori Fausto
Borgoglio Felice
Brero Giorgio
Bucci Claudio
Buconi Massimo
Buemi Enrico
Burlando Angela Francesca
Cafora Felice
Calogiuri Noemi
Campana Claudio
Canonico Marco
Capitini Ameriga
Capizzi Vincenzo
Caprioli Pasquale
Capuano Carmine
Carini Cesare
Carletti Paolo
Carugno Massimo
Caruso Franz
Castiglione Andrea
Castria Francesco
Catraro Lorenzo
Celentano Rocco
Ceremigna Enzo
Cerquaglia Zefferino
Chianella Giuseppe
Chiodarelli Michele
Chirico Maria Luisa
Cianfanelli Elisabetta
Cinti Luciani Rita
Ciotoli Antonio
Cipriani Graziano
Collio Enzo
Consonni Santo
Conti Dario
Conti Giuseppe
Corelli Carlo Lorenzo
Costamagna Ivo
Covatta Luigi
Crea Antonio
Crema Giovanni
Crostella Saverio Francesco
Crusi Pasquale
Cuneo Carlo
Cuocolo Maria Rosaria
D’antona Giuseppe
D’apice Valter
D’aronzo Giovanni
D’eramo Regina
D’ippolito Vittorio
De Bettin Alessandra
De Donatis Roberto
De Lucia Francesco
De Mattia Pasquale
De Pace Paolo
Del Bue Mauro
Del Cimmuto Loreto
Del Ciondolo Giorgio
Del Duca Silvano
Di Giacinto Giovanni
Diquattro Carmelo
Fallani Patrizia
Fanto’ Luca
Fazzalari Giada
Fichera Daniele
Filosa Aldo
Forcella Giacomo
Franchi Franco
Gai Franco
Galfetti Vannina
Gialletti Evasio
Gianello Giacomo
Giansanti Nicola
Giordani Luigi
Giorgi Francesco
Giribuola Giovanni
Gitto Antonio
Gradilone Rosaria (Sonia)
Grillini Daniela
Iacovissi Vincenzo
Iafrate Martina
Iannelli Carlo
Ibba Raimondo
Ierace Domenico
Incarnato Luigi
Intini Ugo
Iorio Luigi
La Rosa Barbara
Lamacchia Michele
Lebrino Giovanni Maria
Lecca Gianfranco
Leone Francesco
Locatelli Pia Elda
Loguercio Innocenzo
Lollobattista Roberto
Lombardi Marina
Longo Fausto Guilherme
Lotto Pietro
Macori Guerrino
Maggi Calogero
Magnani Fabrizio
Malafarina Antonio
Mameli Luca
Mancini Agostina
Mancino Gennaro
Mantovani Silvana
Maraio Vincenzo
Marchetti Patrizia
Marciano Antonella
Marinelli Cinzia
Marino Caterina
Masciale Emanuele
Masia Pierangelo
Mastroleo Gianvito
Mastrolia Addolorata
Mattia Salvatore
Melis Antonio
Mengozzi Katia
Meringolo Francesco
Mezzina Silvestro
Michelozzi Alessandro
Miele Giovanna
Mignogna Daniela
Milana Giovanni
Miniscalco Marcello
Monaci Giuseppe
Morchio Fabio
Moriconi Rita
Mortandello Riccardo
Nalbone Roberto
Nardi Elisabetta
Nascone Dario
Nazzi Stefano
Nenni Pierpaolo
Nuti Tina
Oddo Salvatore
Oranges Alberto
Orlando Giovanni Franco
Padovani Gianni
Palillo Giovanni
Pane Salvatore
Paolino Giovanni
Papasso Giovanni
Parea Federico
Parrella Ilaria
Pascale Mario Michele
Pasquotti Ottavio
Pastore Francesco
Pastorelli Oreste
Pecheux Emanuele
Pellegrino Donato
Pera Rossella
Perra Raimondo
Pesino Roberto
Piccirillo Claudio
Pierini Giovanni
Pieroni Moreno
Pietracci Alessandro
Pietrantuono Francesco
Piluso Luciano
Pisani Maria Cristina
Poleggi Filippo
Poli Paola
Ponzi Biagio
Proietti Emanuele
Pugnana Luca
Ramoino Piero
Ranaldi Gianrico
Rapa Boris
Repeti Aldo
Riccio Lucia
Riccio Marco
Riccomi Roberto
Rizzitiello Filiberto
Rocchi Lidio
Romanzi Luciano
Rometti Silvano
Rufo Diego
Ruggiero Angelo
Russo Simona
Ruvolo Antonio
Saieva Roberto
Salvucci Gianfranco
Sangalli Riedmiller Ilde
Santarelli Michele
Sarubbi Rosario
Sassoli Elisa
Schietroma Gian Franco
Scimmi Leonardo
Seccarecci Dino
Seri Massimo
Serpillo Mario
Siciliano Agostino
Signorelli Ulisse
Simeone Antonio
Simone Franco
Stori Gabriella
Strada Marco
Tantone Raffaele
Tanzarella Domenico
Tirini Sandro
Trovato Paolo
Tufi Mario
Ubertini Carlo
Vagnoni Paride
Valvano Livio
Vasselli Augusto
Vazzoler Sergio
Venturino Antonio
Viaggi Maurizio
Vigliar Maria Laura
Vitali Sandro
Vizzini Carlo
Vucas Roberto
Zanetti Sergio
Zoller Nicola
Zubbani Angelo

Hanno sottoscritto la mozione anche Amministratori, ex parlamentari, dirigenti locali del partito tra i quali:

Borgia Franco
Salerno Gabriele
Santarelli Giulio
Iacono Franco
Natta Fabio
Larese Filon Daniela
Gambardella Elisa
D’Ambra Francesca
Broi Mauro
Carta Monica
Cionfrini Maurizio
D’Ambrosio Giorgio
De Gioia Roberto
De Masi Roberto
Iacomelli Elisabetta
La Roccia Luigi
Lo Nigro Piero
Luppichini Graziano
Magnani Silvia
Massimino Angioletta
Merella Arcangelo
Padovano Riccardo
Roma Scipione
Scardaone Luigi
Sorrente Carlo
Taglieri Luisa
Testa Mauro
Toffalini Umberto

Intervento del Capogruppo Psi alla Camera Pia Locatelli, nel dibattito sulle comunicazioni del Ministro Orlando sullo stato della giustizia

Signora Presidente, signor Ministro, nessuno può negare che in questa legislatura siano stati compiuti molti importanti passi avanti in tema di giustizia, gliene diamo atto. Ricordo la depenalizzazione di quarantuno reati, fatto positivo per noi socialisti, ma che presenta qualche criticità: tra i quarantuno non c’è il reato di immigrazione clandestina, un reato sbagliato e controproducente, perché ingolfa i tribunali e rende più difficili le espulsioni. La seconda criticità riguarda la depenalizzazione relativa all’interruzione di gravidanza in strutture non autorizzate. Va benissimo la depenalizzazione, ma non va bene l’inasprimento delle multe, che, se prima erano di 51 euro, ora vanno da 5.000 a 10.000 euro. Chiediamo a lei, come abbiamo già fatto con la Ministra Lorenzin, di cancellare o quanto meno attenuare l’inasprimento.
Tra le cose fatte, ricordo la riforma complessiva della giustizia civile – se ne parla poco perché è fatto positivo, di solito si parla delle cose che non vanno, l’ha sottolineato giustamente il collega Mazziotti Di Celso –, poi l’introduzione del processo amministrativo telematico e la previsione di nuove figure di reato come le tre fattispecie legate al terrorismo internazionale che – lei ha sottolineato – mantengono in equilibrio diritti fondamentali e sicurezza, diversamente da quanto avviene in altri Paesi, anche a noi vicini. Grazie alla sua opera è sensibilmente migliorata la situazione del sovraffollamento delle carceri: un passo avanti ma insufficiente. Come lei ben sa, non è solo questione di metri quadrati ma anche di qualità della vita dietro le sbarre, se si vuole che i detenuti diventino migliori di come erano prima di perdere libertà; su questo c’è ancora tanto da fare. Ci sono, però, segnali di miglioramento dell’efficienza del sistema giudiziario, ma il tema delle carcerazioni preventive rimane aperto, così come resta da affrontare la riforma del CSM, dell’obbligatorietà dell’azione penale, che è tale solo formalmente, e la separazione delle funzioni di magistratura inquirente e giudicante, che noi socialisti chiediamo non da anni ma da decenni. Infine, da presidente del comitato diritti umani della Commissione esteri, colgo l’occasione per chiedere il suo aiuto, il suo supporto, tutto quello che lei può fare, perché venga finalmente introdotto nel nostro ordinamento giudiziario il reato di tortura, quanto mai necessario, come ha evidenziato il caso di Stefano Cucchi, tornato ieri alla ribalta delle cronache. Il gruppo socialista voterà a favore della risoluzione presentata dalla maggioranza.

Raccolta solidale

“In questi giorni di grande freddo non dobbiamo dimenticare le persone che vivono nella condizione del bisogno.  Raccogliamo  presso la Direzione del partito a Roma indumenti per i senzatetto. Forza, mettiamocela tutta”- ha scritto sul suo profilo Facebook il segretario  Riccardo Nencini, che  ha rivolto così un appello a tutti gli iscritti al Psi e ai cittadini romani, a portare presso la sede della direzione nazionale del Partito a Roma, in Via Santa Caterina da Siena, coperte, plaid, giacche e piumini invernali, cappelli, guanti e  sciarpe da destinare ai senzatetto. La sede del PSI sarà aperta alla raccolta tutti i giorni dal lunedì al venerdì,  dalle 10 alle 13. Per info: info@partitosocialista.it

Interrogazione caso Marra di Enrico Buemi

Interrogazione sul caso Marra e il Fatto Quotidiano presentata dal Senatore socialista Enrico Buemi al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA
Al Ministro della giustizia. – Premessa la seguente scansione della copertura offerta dal “Fatto quotidiano”, in rapporto allo scandalo Marra:
– il 16 dicembre 2016 un articolo a firma Marco Lillo e Valeria Pacelli dà conto, come tutti gli altri organi d’informazione di quel giorno, del fatto che “intercettando così Scarpellini e una sua collaboratrice, (…), vengono fuori i contatti con Marra. Il 30 giugno il funzionario chiama (…): teme di essere rimosso dal suo incarico a causa di una “campagna di stampa” e chiede un intervento di Scarpellini – che non ci sarà – sull’editore del Messaggero, Francesco Gaetano Caltagirone”;
– il 17 dicembre 2016, in un articolo di prima pagina a firma Marco Travaglio (“Sala di rianimazione”) si dichiara, in ordine al Marra, che la sindaca Raggi “l’aveva nominato senza sapere – né poter sapere – nulla di quel fatto, scoperto dalla Procura di Roma con intercettazioni” e che i vertici del Campidoglio “non sono accusati né indagati di nulla e non si sa bene di che debbano rispondere, a parte dell’essersi fidati di un dirigente mai inquisito né sospettato di corruzione fino all’altroieri” (…) Su Marra invece nulla risultava, né sotto il profilo penale né sotto quello amministrativo”;
– il 17 dicembre 2016 un altro articolo (Antonio Massari, “Così parlò Marra: le bugie e l’incontro con Di Maio”) rivela i due tagli imposti dal Fatto quotidiano ad una intervista resa il 5 novembre precedente da Raffaele Marra al Fatto quotidiano. In un caso, si trattò di un “dettaglio che, per ragioni di spazio, rimase fuori dalla nostra intervista”. In un secondo caso, “altro non fu pubblicato perché non ci aveva convinto. A partire dalla menzogna oggi più evidente. Mentiva, Marra, quando diceva che non sentiva “da tre o quattro anni” l’uomo che due giorni fa è stato arrestato con lui per corruzione. Se non ci parlava direttamente, gli atti di indagine dimostrano che solo sei mesi fa, il 30 giugno, si rivolgeva alla sua segretaria, (…), per chiedere l’intercessione dell’immobiliarista nei confronti dei giornali del gruppo Caltagirone, che lo avevano preso di mira. Non se l’è bevuta Il Fatto Quotidiano che non riportò questa frase nell’intervista, e l’inchiesta ci ha dato ragione”;
– il 17 novembre 2016 un terzo articolo sullo stesso giornale (Marco Lillo e Valeria Pacelli, “Marra, gli strani affari a Malta tra contanti, scommesse e barche”) afferma che “il 5 novembre esce un’intervista a Marra di Valeria Pacelli e Antonio Massari che non ha fatto sconti a Marra, costretto a rispondere su tutto”;
si chiede di sapere:
– come facesse la redazione del Fatto quotidiano a considerare menzognera l’affermazione del Marra, circa l’assenza di rapporti recenti con lo Scarpellini, se non disponendo direttamente – al momento dell’intervista del 5 novembre – degli atti di indagine compiuti il 30 giugno (come di fatto ammesso nell’articolo “Così parlò Marra: le bugie e l’incontro con Di Maio”);
– chi siano i pubblici ufficiali che – dall’addetto all’intercettazione al titolare del fascicolo processuale nel quale i suoi contenuti sono stati riversati, compresi tutti i soggetti intermedi coinvolti nella procedura – erano a conoscenza il 5 novembre 2016 delle parole di Raffaele Marra, captate nella giornata del 30 giugno 2016;
– se una conclusione così dirompente per la deontologia giornalistica, quale la scelta di non pubblicare una parte del contenuto di un’intervista, non abbia potuto mettere sull’avviso l’intervistato e, pertanto, se essa, assunta consapevolmente, configuri dolo eventuale di fattispecie ulteriori e più gravi, rispetto alla mera divulgazione del contenuto di atti di indagine coperti da segreto.

Enrico Buemi

Intervento di Pia Locatelli per il Premio annuale istituito dalla Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo (Lidu Onlus)

“Innanzitutto voglio ringraziare la LIDU per il grande onore che mi ha concesso con l’assegnazione di questo premio. La difesa dei diritti umani (mi piace di più del termine “diritti dell’uomo”) è sempre stato un tema a cui mi sono appassionata e dedicata con impegno, ma che – confesso – è stato anche fonte di frustrazione. Mi accade di avere la sensazione di mulinare nel vuoto, di fare la fine di Don Chisciotte o, nella migliore delle ipotesi, di svuotare il mare con un cucchiaino, ma immagino che anche tanti di voi siano passati, passino attraverso frustrazioni continue, che però non fermano chi dell’impegno per i diritti umani ha fatto una ragione di vita”.

I difensori e le difensore dei diritti umani sono persone, gruppi, organizzazioni che promuovono e proteggono i diritti umani attraverso mezzi pacifici e non violenti; soprattutto siamo resistenti, non ci fermiamo, nonostante le frustrazioni. Continuiamo imperterriti. Sappiamo infatti che ottenere dei risultati concreti è quasi sempre operazione lunga, complessa e non sempre dagli esiti soddisfacenti; così come sappiamo che anche la sola denuncia delle violazioni è parte sostanziale, fondamentale del nostro impegno.

La questione della difesa dei diritti umani è anche, forse innanzitutto, una questione di comunicazione. Far sapere al mondo cosa avviene non serve soltanto a difendere le vittime, ma anche a risvegliare quella solidarietà e quell’impegno personale che soli possono davvero fare la differenza per modificare situazioni che coinvolgono responsabilità personale e collettive, istituzionali, di Governi e tra gli Stati.

Purtroppo oggi come ieri non manca una ampia, agghiacciante casistica di esempi da citare e se porto alla vostra attenzione alcuni di questi casi, non è certo perché sono i soli, o i più emblematici.

E’ difficile fare la graduatorie e mi è già capitato di essere criticata per non aver indicato qualcuno, che ha ritenuto di essere stato immeritatamente escluso dalla citazione, non trattato con il …dovuto rispetto.

Comunque, ci sono delle situazioni che richiamano con forza la nostra attenzione, che possono aiutarci a meglio comprendere quanto accade e forse affinare le nostre risposte.

Turchia. La repressione scattata all’indomani del tentato golpe ha portato ad arresti e carcerazioni indiscriminati e a persecuzioni diffuse nei confronti di decine di migliaia di cittadini, alla proclamazione dello stato di emergenza che significa che il Governo turco adesso avrà ancor più potere, oserei dire potere totale, nei confronti di ogni persona sfiorata dal sospetto di aver preso parte al tentativo di rovesciare il governo.

Non più tardi di ieri pomeriggio ho incontrato un parlamentare dell’HDP che tornerà nel suo Paese dopodomani: sa già che lo aspettano all’aeroporto per portarlo direttamente in carcere. Si aggiunge ad altri deputati già in carcere che abbiamo tentato di visitare ad Edirne. Permesso ovviamente negato. Gli arresti sono il risultato della eliminazione dell’immunità parlamentare in quel Paese.

La repressione sembra si accanisce su giornalisti, insegnanti, intellettuali e non risparmia nessuno, tantomeno le donne.

Una settimana fa, il Corriere della Sera, ha pubblicato un bella intervista alla scrittrice turca Asli Erdogan, in carcere dal 16 agosto scorso. La colpa di Asli è quella di aver offerto assieme ad altri intellettuali la sua opera di consulente editoriale per il quotidiano Özgür Gündem, considerato dal governo organo del Pkk, il Partito comunista curdo, dichiarato illegale. Asli è nel carcere di Bakirkoy di Istanbul, un carcere che conosco per avere tempo fa fatto visita a Busra Ersanli, una accademica, una cara amica, accusata di essere collegata ai terroristi. Accusa ridicola per chi conosce Busra, ma la legge sul terrorismo che vige in Turchia consente una libertà di azione davvero incredibile. La sola partecipazione al funerale di una persona ritenuta essere stata collegata al PKK può avere conseguenze serie.

Anche in Egitto succedono fatti altrettanto gravi. La polizia egiziana ha arrestato qualche giorno fa Azza Soliman, un’avvocata, un’attivista dei diritti umani, con l’accusa di aver avuto finanziamenti dall’estero per la sua Ong, il Centro per l’Aiuto Legale alle Donne Egiziane (CEWLA), di cui è fondatrice e animatrice. Alcuni giorni prima avevano congelato il suo conto in banca e quella dell’associazione, prima ancora di aprire un formale procedimento giudiziario. Azza, che è stata rilasciata su cauzione, era già stata oggetto di una persecuzione giudiziaria nel 2015, quando era stata testimone dell’uccisione di un’altra attivista dei diritti umani da parte della polizia, Shaimaa al-Sabbagh nel gennaio 2015. Pochi giorni dopo l’uccisione di Shaimaa, avevamo consegnato all’ambasciatore egiziano a Roma, Amr Helmy, una lettera sottoscritta da quasi 200 colleghi di tutti gli schieramenti per chiedere al presidente Al-Sisi di fare chiarezza sulla morte di Shaimaa al-Sabag.

Ci fu assicurato che “è nell’ interesse dell’Egitto fare piena luce sull’episodio ‘unanimemente condannato’”. E fummo immediatamente informati della condanna a 15 anni del colpevole, non fummo però altrettanto tempestivamente informati quando fu deciso che la condanna era da cancellare e il processo da rifare.

Ma in Egitto l’attivismo della società civile non è gradito: è del mese scorso la legge sulle associazioni civiche, ovviamente redatta senza consultare la società civile indipendente, una legge, ora inviata al Presidente, che viola del tutto il diritto alla libertà di associazione; una legge che, secondo lo Special Rapporteur ONU sui diritti di libertà, pacifica riunione e associazione è “finalizzata a distruggere alle radici le possibilità di impegno civile e pacifico in Egitto” ….. “distruggerà la società civile non solo a breve termine, ma per generazioni”.

Ancora: la scorsa settimana sul quotidiano Libero, è comparsa un’intervista a una fotografa, Sadegh Souri, che ha visitato il carcere di Teheran nel quale sono prigioniere le ragazze minorenni in attesa che la maggiore età apra loro la porta che conduce al patibolo.

Per … consuetudine – è terribile anche solo pensare alla consuetudine quando si tratta di pena di morte – la pena di morte può essere comminata anche a minorenni, ma non può essere applicata prima che questi/e abbiano raggiunto la maggiore età.

Nel caso di queste ragazze, siamo di fronte spesso a vicende che hanno a che fare con storie di estrema povertà, di stupri, di spose-bambine acquistate da uomini anziani, che si concludono con atti di violenza gravissimi, fino all’omicidio, ma in cui la prima vittima è spesso la stessa imputata, quella che è in attesa di applicazione della condanna, travolta da consuetudini religiose, violenze familiari, maschilismo, estrema povertà. A queste prigioniere bambine non resta che sperare in una commutazione della pena capitale in ergastolo, ma gli unici a poterlo fare sono i parenti di chi ha subìto il delitto.

Ho citato brevemente questi casi, senza naturalmente ignorare o sottovalutare quanto sta avvenendo in altre parti del mondo, dal Pakistan alla Cina, dalla Siria all’America Latina, anche perché hanno un filo che li lega, quello di donne che vengono private della libertà, costrette in carcere dove le aspettano condizioni di vita ancora più dure di quelle già difficili a cui sono abituate.

Altre attiviste hanno rischiato ancor più, hanno perso la vita, come Berta Cáceres, l’eco-attivista assassinata in Honduras per le sue battaglie in difesa dell’ambiente. Abbiamo ascoltato Bertita Caceres, la figlia, in un’audizione nel comitato Diritti Umani della Commissione esteri della Camera. Bertita ci ha raccontato come difendere l’ambiente può diventare un compito terribilmente pericoloso perché spesso le battaglie ambientaliste si scontrano con corposi interessi economici, in un groviglio oscuro che alimenta la violenza per intimidire le popolazioni locali e ridurre al silenzio chi, come Berta, ne difende i diritti.

Diritti di singole persone, diritti di comunità locali, diritti di un popolo. Li abbiamo ben presenti nel nostro lavoro nel Comitato Diritti umani ed è stato a seguito dell’audizione di Nadia Murad che abbiamo proposto e la Camera approvato una mozione per il riconoscimento del genocidio della popolazione yazida. Nadia Murad, una giovane yazida, è una delle poche donne che sono riuscite a fuggire da una condizione di schiavitù sessuale a cui erano state costrette da Daesh, che le aveva trasformate in prede di guerra per i combattenti del Califfato durante la campagna militare in Siria. Oggi Nadia Murad, a cui è stato conferito dal Parlamento europeo il Premio Sacharov, è una testimone delle violazioni dei diritti umani compiuti dal Califfato; la sua infaticabile attività ha portato all’attenzione internazionale le sue atroci sofferenze e quelle della popolazione yazida”.

Non è casuale che abbia parlato di donne “protagoniste” di queste vicende. Certamente la condizione femminile, la promozione delle donne, le pari opportunità, le battaglie contro le discriminazioni sono stati i miei ambiti di attività ma il mio obiettivo qui è di far risaltare una sorta di contraddizione: le donne sotto-rappresentate nella politica, nelle istituzioni, nei luoghi dove si decide sono invece molto presenti quando parliamo di violazioni dei diritti umani, sia come vittime, sia come protagoniste nella loro protezione e promozione. E se iniziano, non si fermano. E’ stato con gioia che ieri, nell’incontro con una delegazione curda, ho incontrato dopo 18 anni, una giovane curda ospite allora di un seminario per celebrare i 50 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Potremmo elencare tanti altri nomi, a partire da Rosa Parks che con il suo rifiuto cambiò la storia dei diritti civili degli Stati Uniti fino Malak al Shehri la ventenne saudita finita in questi giorni in carcere per essersi mostrata non velata in pubblico….

Anche se è passato quasi un quarto di secolo dalla Conferenza mondiale sui diritti umani di Vienna (1993), quando i diritti delle donne sono stati riconosciuti come diritti umani (women’s rights are human rights), la strada da percorrere è ancora lunga. A partire dalla violenza sulle donne.

Nel 1999, con la risoluzione 54/134, l’Assemblea generale dell’Onu ha proclamato il 25 novembre Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ricordando il femminicidio di Stato delle sorelle Mirabal. Purtroppo da allora la gravità del fenomeno non è venuta meno, anzi.

I dati ci dicono che gli stupri di guerra, i femminicidi privati e di Stato, la schiavitù sessuale di bambine e ragazze e i matrimoni forzati, le mutilazioni dei genitali femminili sono in molte parti del mondo una normalità terribile, quotidiana, vissuta nel silenzio delle istituzioni, nell’indifferenza del resto del mondo.
“Fenomeni” che in qualche misura stiamo ‘importando’ con la crescita del flussi migratori.

L’Onu ci dice che ogni anno oltre un milione e mezzo di donne, bambine e bambini, sono vittime della tratta per essere avviate alla prostituzione, al lavoro forzato, alla schiavitù.

C’è una linea ideale che unisce il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, al 10 dicembre, Giornata in cui si celebrano i diritti umani.

Possiamo rimanere inerti? Certo che no. Ma come agire?
Le violazioni dei diritti umani di cui abbiamo parlato, ma non solo quelle, avvengono in Paesi con cui l’Italia e l’Unione Europea hanno rapporti politici ed economici intensi e sono, siamo nelle condizioni di esercitare delle pressioni.

I Governi autoritari, i regimi autocratici o teocratici, hanno di recente sperimentato come i movimenti popolari, come sono stati quelli delle cosiddette ‘Primavere arabe’, sono in grado di scuoterli, farli vacillare e anche cadere. Quelli che fino al giorno prima venivano ritenuti regimi inamovibili, sono stati travolti.

Non siamo certo così ingenui da non sapere che quelle piazze spesso non hanno agito da sole e non sono state senza aiuti interessati dall’esterno, ma resta il fatto che hanno dimostrato che decenni di repressione alla fine non hanno spento il desiderio di libertà, ma l’hanno solo compresso fino a renderlo perfino più esplosivo.

Ciò nonostante questi regimi continuano ad esercitare con durezza anche crescente la repressione, a ignorare i più elementari diritti umani, non solo per paura, ma anche perché, escludendo la resa, non hanno altre strade da percorrere soprattutto se noi non glie le diamo.

Ad esempio negli anni ’80, l’amministrazione americana sperimentò col Sudafrica dell’Apartheid il Constructive engagement, ovvero una politica di condanna del segregazionismo che si accompagnava a concessioni e/o ritorsioni per favorire un progressivo abbandono della politica segregazionista del regime di Pretoria. Questa politica di ‘impegno costruttivo’ venne superata dal Congresso che alla fine impose sanzioni economiche, ma comunque portò prima gli Stati Uniti a condannare apertamente e pubblicamente l’apartheid sudafricano contribuendo ad aprire la strada al suo definitivo superamento.

Si trattò di una manifestazione di realismo in un clima in cui vigeva la logica dei blocchi contrapposti, ma che vedeva anche emergere con forza l’esigenza ideale del rispetto dei diritti umani.

Oggi ci troviamo a dover compenetrare esigenze diverse tanto con la Turchia, come con l’Iran, con l’Egitto….

Su un piatto della bilancia il peso della questione dei migranti o dei rapporti economici o del ruolo strategico regionale contro la pressione del fondamentalismo islamico armato; sull’altro il rispetto dei diritti umani, che sono universali.

Il caso iracheno e poi quello libico e quello siriano, indicano chiaramente che a un regime autoritario può far seguito un caos non meno pericoloso anche sul piano del rispetto dei diritti umani piuttosto che il passaggio a un Governo rispettoso della volontà popolare.

Non possiamo chiudere gli occhi davanti a violazioni gravi dei diritti umani, ma neppure pensare di intervenire in situazioni precarie esercitando prioritariamente la forza, quella economica beninteso perché quella delle armi l’Europa non può esercitarla neppure volendolo.

Siamo di fronte ad un dilemma che va affrontato con decisione, ma anche con un’attenta riflessione sulle conseguenze delle nostre azioni.

Come ho già avuto occasione di dire in sede parlamentare, a mio parere la via percorribile è quella di mantenere una relazione forte, una tensione fra etica e realismo; di operare concretamente sulla base dell’etica dei fini e del realismo dei mezzi, tenendo aperti canali di comunicazione anche con quelle parti, quegli attori, quegli Stati che sembrano indifferenti se non addirittura ostili, ai diritti umani.

Per concludere vorrei aggiungere una riflessione, forse un pensiero curioso che mi è venuto in mente ascoltando le più recenti prese di posizione del nuovo presidente statunitense Donald Trump a proposito dei rischi ambientali.

Com’è noto il nuovo presidente considera più o meno un’invenzione il rischio che l’innalzamento continuo delle temperatura dell’atmosfera come conseguenza dell’uso soprattutto dei combustibili fossili porti a gravi danni in tutto il globo. A suo dire saremmo di fronte a un’invenzione dei ‘cinesi per colpire l’economia americana’…

Ecco, a pensarci bene questa sottovalutazione dei danni che si possono arrecare all’ambiente e in ultimo a tutto il genere umano, può ricordare l’indifferenza, o peggio il negazionismo, che talvolta circonda la denuncia dei casi di violazione dei diritti umani.

Anche per i diritti umani si tende a dimenticare gli effetti a medio e a lungo termine di violenze e soprusi come fonte di profonde destabilizzazioni che si ripercuotono con estrema violenza anche a grandi, e meno grandi, distanze geografiche dal luogo di origine.

Pensiamo alle migrazioni, alle origini di questi flussi che affondano le radici in gravi squilibri economici e sociali, che determinano violenza, guerre e crisi statuali.
Quanto avviene in Siria oggi, abbiamo le immagini di Aleppo davanti agli occhi, è certamente anche frutto di decenni di dispotismo, di una sistematica violazioni dei diritti umani che oggi siamo chiamati a pagare dovendo far fronte a milioni di disperati in fuga che si ammassano alle frontiere dell’Europa.

Paghiamo così oggi il silenzio di ieri”.

Intervento di Enrico Buemi sulla fiducia al Governo Gentiloni al Senato

 “Signor presidente, colleghi, Signor Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, desidero esprimere l’apprezzamento dei socialisti per lo sforzo che sta compiendo e per le fatiche che attendono Lei e il suo Governo. Esecutivi che piacciano al 100 per cento è difficile averne: i Governi sono come le camicie confezionate su misura al momento e tendono a rispondere a esigenze del tempo ma a volte hanno qualche grinza. Tuttavia anche le grinze, se non posizionate in maniera sconveniente, possono avere e dare carattere.

Apprezziamo le sue messe a punto rispetto al dibattito prevalentemente portato avanti fuori dalle Camere, in particolare da parte di quanti non hanno voce in capitolo in Parlamento, ma giocano, magari cambiando casacca, la partita dei gufi e dei cosiddetti antigufi.

Concordo con lei sulle sue messe a punto costituzionali. Dobbiamo tornare al rispetto della Costituzione scritta e confermata dal referendum del 4 dicembre.

Signor Presidente, quanto è accaduto in queste settimane dimostra che si può uscire rapidamente da una crisi di Governo e che si può rapidamente approvare nelle due Camere leggi importanti come la legge di bilancio, senza eliminare la doppia approvazione di Camera e Senato. In particolare, il Senato, dopo la conferma del referendum, oltre a essere un’istituzione millenaria, ha dimostrato di essere un ventenne che è in grado di fare rapidamente chilometri di corsa che, in altre epoche, sono state risolte nell’arco di un giorno. La sua abilità a rimettere in campo verve e senso di responsabilità è evidente. Credo che dobbiamo fare in modo che lei possa lavorare e che il Parlamento possa lavorare. A questo proposito, non so se per volontà di dio, della cui esistenza personalmente ho qualche dubbio, ma di altri della cui esistenza ho grande evidenza, è meglio che si superi il cincischiamento di questi ultimi mesi per l’attesa del grande evento che avrebbe dovuto cambiare la stagione di questo nostro Paese. Come Parlamento dovremmo occuparci di alcune questioni di cui si parla da tempo e che riguardano direttamente la nostra capacità di muoverci con chiarezza e rapidità. Signor Presidente, su questi provvedimenti chiedo la sua benevola attenzione. I provvedimenti partono dalla considerazione che le grandi riforme, a volte, sono piccole cose rispetto alla fatica, ma di grande significato.

Per quanto riguarda la prospettiva di questa legislatura, resto fedele all’imperativo di conseguire il più possibile la razionalizzazione e modernizzazione del meccanismo decisionale all’interno dell’assetto costituzionale esistente, fermo restando l’auspicio che la revisione costituzionale sia affidata, se si ritiene utile procedere a cambiamenti, a una futura legislatura secondo il metodo condiviso e proporzionale dell’Assemblea costituente. Da ora fino a fine legislatura le garantiamo l’appoggio sui provvedimenti che ha annunciato e sui quali concordiamo pienamente, che riguardano i problemi del Paese, i terremotati, la crisi economica e bancaria, il lavoro e la creazione di nuove opportunità per le nuove e vecchie generazioni, la legge elettorale, che oggi è sulla bocca di tutti, ma che in passato veniva tralasciata mentre noi abbiamo presentato in epoca non sospetta una proposta che recuperasse l’esperienza degli anni Novanta e Duemila con il Mattarellum, con il quale si erano sperimentate maggioranze di vario tipo e su cui si possono apportare modifiche. Comunque, si è trattato di una sperimentazione positiva. Nella presente legislatura vi è la possibilità di procedere mediante riforme regolamentari – in questo senso mi rivolgo agli assenti che erano per il no perché alcune modifiche di sostanza si potevano anche fare attraverso i Regolamenti e adesso è l’ora di modificare queste regole – per soddisfare le esigenze di immediata messa a punto del procedimento legislativo. Ecco perché, alla proposta di modifica del Regolamento del Senato, già da noi avanzata con il documento II, n. 19, per la salvaguardia delle esigenze di governabilità del Paese, abbiamo aggiunto questa mattina un ulteriore contributo al dibattito per conseguire sin da subito un regime a parlamentarismo razionalizzato. Per questo motivo, si introduce per via regolamentare l’istituto della sfiducia costruttiva salvaguardando i poteri del Capo dello Stato, ma nel contempo vincolando i senatori a confermare per iscritto il nome del candidato Premier su cui intenderebbero dare la fiducia, in modo da alleviare anche la fatica del nostro Presidente della Repubblica, che ha ben operato dando l’incarico a lei, signor Presidente, ma cui coloro che sono chiamati a votare in questa e nell’altra Assemblea credo debbano dare un contributo esplicito, senza ulteriori mediazioni.

Si snellisce il procedimento legislativo con la prevalenza, in via ordinaria, della sede redigente. Si valorizza la stanza di compensazione nella negoziazione sugli atti amministrativi generali tra Stato e autonomie locali, anche mediante partecipazioni miste ai lavori degli organi di emanazione dei relativi esecutivi: in primis, la Conferenza Stato-Regioni.

Si consente l’effetto acceleratorio, che finora è stato garantito dalla posizione della questione di fiducia, con un miglior regime di contingentamento dei tempi e con un regime di urgenza che attiene alla trattazione dei soli disegni di legge provenienti dall’altra Camera.

Si delimita la possibilità che i Gruppi siano strutture volatili che operano a copertura di fenomeni di trasformismo parlamentare. Si rimette la disciplina della struttura del rapporto tra risorse umane e logistiche e beni strumentali alla normativa esterna. Questo, signor Presidente, perché l’autonomia di queste Camere deve essere rispetto ai contenuti delle leggi e non ai procedimenti amministrativi interni, che devono essere sottoposti alle leggi dello Stato. Non c’è extraterritorialità per nessuno, neanche per queste Camere. Almeno, questo è il mio punto di vista.

Al Consiglio di Presidenza potrà essere consentito di approvare discipline derogatorie di singoli aspetti e della disciplina generale del pubblico impiego, motivate caso per caso per esigenze strettamente funzionali all’attività parlamentare e pubblicate immediatamente, per consentirne l’immediata attuazione. Al di là di qualsiasi autodichia, rigidamente esclusa, l’eventuale sindacato giurisdizionale è su iniziativa di chiunque abbia interesse.

Come vede, signor Presidente, c’è un lavoro, non solo per il suo Governo, non solo per questo Parlamento sui provvedimenti che lei riterrà opportuno debbano essere approvati, ma anche per una iniziativa autonoma del Parlamento rispetto alle questioni che nel dibattito referendario sono state poste e per le quali il sì e il no non potevano avere una risposta definitiva e assoluta rispetto a una posizione piuttosto che a un’altra.

Il buon senso deve portare a raccogliere le posizioni positive dell’una e dell’altra parte. Così come ha fatto lei, signor Presidente del Consiglio, recuperando una presenza di Ministri, di autorevoli colleghi, che hanno ben lavorato nel periodo precedente e che possono continuare a fare bene il loro lavoro fino alla fine della legislatura o, come ha detto lei, rispettando la Costituzione, fino a quando la fiducia del Parlamento ci sarà”.

Dichiarazione di voto di Pia Locatelli al governo Gentiloni

Signora Presidente, Presidente del Consiglio,

Avevamo indicato al Presidente  della Repubblica la necessità di una figura dal profilo internazionale e lei, per la sua storia di serio professionista della politica, per la sua esperienza a livello internazionale, per il suo stile che senza dubbio rappresenta un elemento di rottura con il passato più recente, è persona che ci rassicura.
Avevamo anche fatto presente al Presidente della Repubblica la necessità, in questo difficile passaggio, di una responsabilità corale, che però non ha trovato consenso tra le forze politiche. Noi socialisti ribadiamo la necessità di perseguire questo obiettivo in particolare nel momento in cui saremo chiamati a definire  la nuova legge elettorale l’armonizzazione delle leggi di Camera e Senato. Bisogna creare le condizioni perché le regole del gioco siano stabilite con il consenso il più largo possibile e senza azioni di forza. Noi socialisti abbiamo già avanzato una proposta che si pone l’obiettivo di contemperare rappresentatività e governabilità, ed insieme consentire a cittadine e cittadini di scegliere in modo più diretto e consapevole i propri rappresentanti parlamentari. La mettiamo a disposizione.
Delle urgenze più urgenti abbiamo già detto nel dibattito, ricordiamo la lotta alla povertà estrema cui aggiungiamo quella da lei indicata per prima: gli interventi nelle zone colpite dal terremoto.
Per gli appuntamenti internazionali, condividiamo quanto da lei illustrato.
Infine mi consenta di esprimere una certa delusione che credo di potermi consentire per il rapporto di lealtà nei suoi confronti. Come le avevamo detto nell’incontro che lei ha voluto con i gruppi parlamentari, abbiamo sperato che il suo governo tornasse all’applicazione del principio paritario nella sua composizione. Invece le figure femminili di grande competenza che noi apprezziamo sono rimaste al di sotto della soglia minima di un terzo che è considerata la massa critica necessaria perché la voce femminile abbia il peso che merita. Ne siamo dispiaciute e ci auguriamo che lei ponga rimedio a questo squilibrio, perché tale è, nel completamento della squadra di governo.
La componente socialista voterà la fiducia

Intervento del Presidente del gruppo del Psi Pia Locatelli sulle comunicazioni programmatiche del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni

Intervento del Presidente del gruppo del Psi Pia Locatelli nel corso del dibattito sulle comunicazioni programmatiche del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni per il nuovo Governo  

Signor Presidente del Consiglio, la rapidità con la quale il suo Governo si è insediato evidenzia, se ce ne fosse bisogno, le urgenze che abbiamo di fronte nazionali ed internazionali e che giustamente hanno prevalso su tutto. Sui temi nazionali vogliamo, anzi, dobbiamo dare senso e gambe a quella che agli occhi esterni è apparsa una contraddizione istituzionale, cioè dimissioni del Governo e, in parallelo, atto di consenso parlamentare. Ma era urgente e indifferibile approvare la legge di bilancio, che ora ha bisogno degli strumenti di attuazione per tradurre in azione la filosofia che ha ispirato per buona parte la manovra economica. Merito e bisogno, binomio caro ai socialisti, e futuro.

Noi socialisti poniamo alla sua attenzione un solo significativo tema della legge di bilancio: il contrasto alla povertà assoluta – sono un milione e 600 mila le famiglie in povertà assoluta – e alla povertà educativa, che colpisce un milione di minori, per i quali va spezzata la trasmissione intergenerazionale della povertà, perché, se sei povero da piccolo, è alto il rischio che tu lo sia da adulto.
Le scadenze internazionali sono numerose e molto impegnative, anche qui ne indichiamo una sola: il Consiglio europeo. Ci toglie una forte preoccupazione la sua partecipazione al Consiglio europeo di giovedì e venerdì, non potevamo certo farci sostituire ad un Consiglio che vede all’ordine del giorno migrazioni e sicurezza. Si discuterà di
 migration compact nella versione minimalista rispetto alla nostra proposta originale, che certamente non ci soddisfa. Si discuterà dell’attuazione della dichiarazione UE-Turchia, Paese al quale la UE ha appaltato il contenimento dei migranti, chiudendo gli occhi di fronte a tante violazioni dei diritti umani e pure dello Stato di diritto. Pensiamo ai nostri colleghi parlamentari incarcerati. Soprattutto, si discuterà della riforma del sistema europeo comune di asilo. Si definisce «comune», ma sappiamo bene che comune non è, e per questo Dublino, anche nella sua ultima versione, va riformato, e tocca soprattutto a noi, che ben lo conosciamo, indicarne la disfunzionalità, la necessità di riformarlo e la direzione della riforma. È un compito difficile quello che spetta a lei e al suo Governo, e per questo le auguriamo buon lavoro, a lei e al suo Governo.

Diario di Riccardo Nencini nelle zone colpite dal sisma

Ore 8.30. Sulla via per la Val Nerina mi imbatto nell’osteria ‘Dai lupi’. È proprio così, oggi. Pioviscola e cirri velenosi battono i monti. La strada verso Norcia è semideserta. Tanto la notte è stata crudele quanto il mattino, all’apparenza, è docile. Sono i borghi, qui, a fare la storia. E guai a definirla storia minore. Le pievi romaniche e i palazzi dei podestà spadroneggiano nella campagna, eccezionali testimonianze di secoli che hanno costruito prima la Cristianità, poi l’Europa. Di una spaventevole bellezza. Altroché patrimonio italiano. Qui sono in gioco le radici europee.
Più ti avvicini a Norcia, più si infittiscono i mezzi di soccorso. Brutto segno. L’azzurro si spalanca tra le nuvole ma le ferite del terremoto compaiono nette sulla strada. Ecco la via crucis.
La strada maestra per Norcia è chiusa. L’alternativa si arrampica tra i monti, verso Cascia.

nenciniterremotoOre 9.30. Norcia. Il corpo è una piaga, colpi su colpi. La flagellazione è ricominciata dopo il tramonto. La luce del mattino la rende più drammatica. Sulle case, sui palazzi, sulle chiese, nel volto asciutto della gente. Solo gli alberi sono rimasti in piedi senza ferite sul tronco. La temperatura è scesa di colpo. I colori dei boschi, tra il giallo e il sanguigno, sono autunnali ma la notte è già inverno. Nel dramma che si ripete, qui c’è un’Italia che si rimbocca le maniche. Ho visto la paura, non la desolazione e nemmeno l’arrendevolezza. ‘Dopo una sciagura ci si rialza, come i nonni dei nostri nonni’ – mi ha sussurrato un anziano.

Alle 10.25 la terra trema di nuovo. E siamo oltre le settanta scosse da ieri.
In paese la gente è in strada, qualcuno con borse e valigie. I negozi hanno le serrande abbassate. Non tutti. Sono state recintate le chiese e i palazzi storici in attesa dei necessari controlli. I vigili del fuoco sono al lavoro. Dentro le mura la vita pulsa. La vita nell’emergenza, del quotidiano non è rimasto granché. Eppure Norcia – ne parlo col sindaco – aveva ripreso la sua normalità. ‘Proprio ieri eravamo a Roma a presentare i nostri prodotti. La scossa del tardo pomeriggio ci ha fatti rientrare di corsa’. Non c’è cosa peggiore che aver superato un evento tragico e riprecipitarvi. Ti trova a difese abbassate, come una malattia che pensi di aver sconfitto e invece si manifesta di nuovo. Eppure, nonostante tutto, Norcia è austera, di una bellezza folgorante.

Verso Visso, verso l’epicentro del sisma, il quadro cambia profondamente. A occhi chiusi ti accorgi di tutto. Pezzi di strada ricoperti di sassi, crolli, mura sbrecciate. Anche Preci è ferita. Un cartello ‘vendesi’ appiccicato alla parete di un’abitazione. Transenne. Di nuovo gente lontana dalle case. Tra i monti ma un cartello indica ‘Roma’. Già, tutte le strade portano a Roma…Ho visitato Visso qualche settimana fa. Il palazzo del comune e le due chiese affacciate sulla piazza meritano molto più di una sosta. Allora il terremoto non aveva infierito. Oggi invece. A tre chilometri dal paese la strada è sbarrata. Pietre ovunque, macigni piovuti dalla montagna. Tra una gola e l’altra.
Il sindaco sta sgombrando il paese. Danni ingenti ma né’ feriti ne’ morti. Parlano di un miracolo e il sindaco si arrabbia. Ha ragione. La verità è che qui le case sono state costruite con un certo criterio. Lesionate ma senza crolli. Non la provvidenza ma l’uomo.
Esercito e Croce Rossa forniscono i primi servizi, riunione con Curcio Errani Prefetto e Presidenti di Provincia e Regione per fissare i primi interventi. Intanto tenere unita la comunità. E fare in fretta.

Ore 14.00. Camerino. Che la campagna toscana ti sorprenda per la sua armonia non è un mistero per nessuno. Ma la campagna marchigiana non è affatto da meno. Camerino e’ superba. Una signora. Se la vedi oggi, piangi di dolore. Il centro storico e’ interamente presidiato dai vigili del fuoco. Zona rossa. Un migliaio di persone fuori dalle loro case, l’università zoppicante, molti studenti in partenza. Qui ci risiedono 7000 cittadini ma gli studenti sono almeno 6000. La città vive soprattutto grazie a loro, e la vitalità che ha conservato nei secoli la dobbiamo alle dosi massicce di cultura e di talento che lo studio ha prodotto. Il campanile della chiesa in Santa Maria in Via e’ crollato sull’abitazione di fianco, le crepe, sfacciate, balenano dalle pareti. Nessun morto nemmeno qui. È’ probabile che la prima scossa, quella delle 19.00, abbia fatto da allarme perché il boato che ha scosso la terra due ore dopo e’ stato di ben altra entità. È stato feroce. Onnivoro. A differenza di Visso, qui domina il silenzio. Senti soltanto il vento frusciare. Nient’altro.