L’intervento integrale di Ugo Intini

La rivoluzione del 1992-94 ha dato un colpo terribile alle istituzioni democratiche, aprendo la strada a un ventennio perduto, che ci ha lasciato più poveri e meno liberi. Il colpo è stato terribile, ma le istituzioni in qualche modo hanno retto.

Adesso, il nuovo colpo può essere peggiore. Anche perché il governo giallo verde può dimostrarsi davvero una lebbra (come dice Macron) destinata a diffondersi in tutta Europa. Esattamente come il fascismo.

L’Economist fotografa spesso la realtà. E spesso parla a nome della comunità internazionale raziocinante. Il servizio di copertina di un suo numero recente ci racconta (così dice il titolo) “Come la democrazia muore: lezioni dal sorgere degli uomini forti in Stati deboli”.

Leggiamo. “Per dirla in modo crudo, le democrazie vengono smantellate in quattro stadi. Primo stadio. Nasce una protesta genuina contro lo status quo e contro le elites liberali al potere”. In Italia purtroppo è già accaduto.

Secondo stadio. “Gli aspiranti uomini forti indicano agli elettori rabbiosi i nemici da aggredire”. In Italia, purtroppo è già accaduto. Gli immigrati, le ONG, i rom, la casta, i pensionati d’oro, i banchieri, i francesi, i tedeschi, i burocrati di Bruxelles, l’Europa matrigna, i vecchi politici. Mancano soltanto gli ebrei.

Terzo stadio. “Conquistato il potere sfruttando la paura e il malcontento, attaccano la libera informazione e la giustizia imparziale”. In Italia è già accaduto. I 5 Stelle insultano da tempo i giornalisti. La Lega aggredisce in queste ore la Corte di Cassazione.  Ma forse questo in Italia è un falso problema. Da noi, l’autoritarismo deve sfondare una porta aperta. I media hanno aiutato infatti la deriva populista alimentando le paure e l’odio per la casta. La Rai è sempre stata e continuerà a essere al servizio del potere. Le reti Mediaset sono sotto ricatto e certo non sono mai state indipendenti. In un mondo dove tutto è virtuale, molti quotidiani sono diventati come le squadre dei manganellatori fascisti: lo strumento per massacrare gli oppositori. Mentre le grandi testate perdono ogni giorno lettori e autorità, travolte dal Web. Quanto al sistema giudiziario, che non sia né imparziale né spoliticizzato lo sanno da decenni anche i bambini.

Se mai, il terzo stadio descritto dall’Economist riguarderà in Italia soprattutto la Corte Costituzionale. La Corte tenterà di frenare l’impazzimento demagogico dei legislatori improvvisati? In tal caso vedrete come sarà assalita e delegittimata dai manganellatori. Comunque, i giallo verdi devono solo attendere: se si consolidano, entro pochi anni scelgono il presidente della Repubblica e due terzi dei giudici costituzionali. E chiudono la partita. Questo c’è dietro l’angolo.

Continuiamo a leggere l’Economist. “Nel quarto e ultimo stadio, l’erosione delle istituzioni liberali porta alla distruzione della democrazia in tutto meno che nel nome: la costituzione viene alterata e il Parlamento viene svuotato”. In Italia, purtroppo questo è già accaduto. Anzi. Lo svuotamento del Parlamento non è stato affatto l’ultimo stadio. Ma forse il primo. Lo svuotamento del Parlamento è sotto gli occhi di tutti da molti anni. E non si è voluto vederlo. I parlamentari non sono stati più eletti ma nominati. Vengono trattati come impiegati ridondanti e troppo costosi. Di più. L’autorità di qualunque istituzione, e anche del Parlamento, è creata dalla sua storia. La storia del Parlamento è fatta dalle generazioni di parlamentari che lo hanno abitato. Ebbene. Tutti questi parlamentari, morti o anziani, generazione dopo generazione, vengono adesso additati come una banda di ladri di pensioni. Con la conseguenza che è evidente sull’autorità del Parlamento. Il ministro grillino Fraccaro è formalmente definito per legge il ministro per “la democrazia diretta”. Un caso unico al mondo. Incredibile. Perché il Parlamento costituisce l’esatto contrario della democrazia diretta: il Parlamento è lo strumento della democrazia rappresentativa, non diretta dunque ma indiretta. Diciamo la verità. Fraccaro è il ministro per lo svuotamento progressivo della funzione del Parlamento, per la sua sostituzione prima con i referendum e poi con il voto elettronico attraverso la rete. Facevano prima a chiamarlo “ministro per la liquidazione del Parlamento”. Il programma di governo che dovrà attuare prevede che il capo partito possa cacciare gli eletti che gli disubbidiscono non dal partito stesso, ma addirittura dal Parlamento. Come nelle dittature del secolo scorso, cori da stadio si levano dall’aula per osannare i discorsi dei capi. Ormai mancano soltanto i deputati con la camicia verde anziché nera. Beppe Grillo propone non l’elezione, ma l’estrazione a sorte dei senatori. Lanciando tra l’altro un messaggio implicito. Siete così inetti e non rappresentativi che potete essere sostituiti da gente scelta a caso. Si. Grillo ha vinto. Il Parlamento è diventato davvero una scatola di tonno.

Sino a ieri, abbiamo sperato che l’ancoraggio all’Europa ci avrebbe salvato dal finire come l’Argentina (default compreso). Ma adesso l’ancora rischia di spezzarsi sotto il peso del debito pubblico.

I politici vincenti guardano agli immigrati, guardano a tutto, meno che alla trave. In Germania, debito e colpa si dicono con la stessa parola tedesca: schuld. E i governanti giallo verdi cosa fanno? Svillaneggiano tutti i giorni esattamente quelli ai quali presto andremo a chiedere solidarietà per fronteggiare il debito (ovvero i tedeschi). Svillaneggiano quelli che sono i nostri naturali alleati per una politica di bilancio più permissiva (ovvero i francesi e gli spagnoli). A parte il fatto che i leghisti chiedono solidarietà dai tedeschi verso l’Italia. Ma negano con referendum la solidarietà dei veneti verso la Calabria.

Ma questi governanti sono cretini? Alcuni sì. Oppure sono invece degli abili calcolatori? Molti di più sì, temo. Sono quelli che hanno già deciso di uscire dall’euro e che quindi tengono deliberatamente un atteggiamento provocatorio. A Bruxelles si dice che siamo la patria della commedia all’italiana. E si dipingono in questi giorni tre sceneggiate. Prima. Lo sprovveduto premier per caso (Conte) Arlecchino servitore di due padroni (Salvini e Di Maio). Seconda. Lo sprovveduto premier per caso Conte aspirante sposo della locandiera. La locandiera, anzi l’albergatrice, il cui padre proprietario del Plaza è accusato di aver rubato 2 milioni di euro. Alle prime due sceneggiate si ride. Alla terza no. La terza è quella del cliente mascalzone che per andarsene senza pagare il conto attacca lite a freddo con l’oste, strepitando in pubblico che il cibo è guasto. Fuori di metafora, Salvini litiga sugli immigrati per poi rovesciare il tavolo sul debito.

Questa è la cruda situazione. Evitiamo di alimentare speranze pericolose. E’ vero. Può anche darsi che Lega e 5 Stelle rompano e vadano dritti alle elezioni. Ma per fare rispettivamente il pieno dei voti. Per sostituire al tripolarismo il bipolarismo più catastrofico.  5 Stelle che si mangia la sinistra contro Lega che si mangia Forza Italia: demagogia in salsa Venezuelana contro demagogia in salsa ungherese.

Che fare? Primo. Una battaglia culturale di lungo respiro. La tragedia italiana nasce anche dalla cancellazione, ridicolizzazione o criminalizzazione del passato da parte dei nuovisti rottamatori. Attenzione, perché la cancellazione della storia ha sempre aperto la strada alle avventure peggiori. Gli eredi e i testimoni di tutte le culture che hanno fatto la storia della Repubblica si uniscano dunque per difendere questa storia. Per ricordare che la lotta tra classi di età (giovani contro vecchi) deve essere denunciata per quella che è: l’imbarbarimento finale della società e la premessa per il totalitarismo. Si cominci con un grande convegno, che ospiti i testimonial della Repubblica democratica ancora vivi. Subito. Prima che sia troppo tardi. Ho parlato con tutti da tempo: si può fare.

Secondo. Occorre una battaglia politica, naturalmente, che discende da quella culturale. In questa emergenza, non c’è più un problema di destra, sinistra o centro. Tanto meno di socialisti, che però possono essere il nucleo iniziale. Uniamo con un Comitato di liberazione tutte le persone per bene e tutti i democratici che vogliono resistere. Un comitato di liberazione non dal fascismo ma dall’ inettitudine, dall’arroganza e dalla irresponsabilità della melma giallo verde montante. Non qui (qui facciamo bene) ma fuori di qui, dobbiamo mettere da parte l’educazione e la moderazione delle persone appunto per bene. Contro gli urlatori e mistificatori, è soltanto un handicap. A la guerre comme a la guerre- diceva Nenni. Dobbiamo trovare un leader e dei punti di riferimento. Con una sola, ovvia premessa: devono fare un passo indietro (anzi, devono togliersi di mezzo) quelli che hanno contribuito al disastro, cavalcando per primi la demagogia e l’antipolitica. Devono farne uno avanti quelli che hanno del rapporto tra le generazioni il concetto valido da due millenni in Italia e valido ancor oggi in tutto il mondo: non la rottamazione dei vecchi, ma il passaggio del testimone dai vecchi ai giovani. Scusate la crudezza, alla quale non sono abituato. Ma non è tempo di discorsi sofisticati. E’ tempo di agire per salvare il salvabile.

Concludo sullo slogan “Via dal presente”. Considerando ciò che ho appena detto, è chiaro che mi piace. E molto. Questi sciagurati governanti di oggi vedono soltanto il presente. Noi, al contrario, pensiamo che i vecchi debbano ricordare il passato per consentire ai giovani di costruire il futuro.

Luigi Covatta – Via dal presente

Nel suo numero di giugno Mondoperaio ha cominciato a pubblicare diversi materiali finalizzati alla rigenerazione di un’area riformista nel nostro paese, ed oggi apre un primo confronto fra quanti li hanno elaborati.

Il nostro convegno, programmato da tempo, si svolge in coincidenza con l’Assemblea nazionale del Partito democratico, convocata pochi giorni fa. La circostanza priva il dibattito di alcune presenze, ma ci offre in compenso l’occasione – davvero preziosa – di non ridurre il confronto alle logiche interne a quel partito: le quali, com’è evidente, non sono tali da poter rappresentare l’universo dell’area riformista nel nostro paese.

Via dal presente non è una fuga dalla realtà, e non è neanche una delle tante scorciatoie illusorie verso il Sol dell’avvenire. E’ invece un comportamento coerente con l’etica della responsabilità, anche se apparentemente risponde all’etica dell’intenzione.

Per governare, ha scritto De Rita nell’introduzione al Mese del sociale di quest’anno, bisogna innanzitutto “avere una visione e una cultura della lunga durata”: anche se “può apparire quasi provocatorio” parlarne “in una società come l’attuale dove domina il presentismo (l’appiattimento all’oggi senza alcuna scansione di passato e futuro)”.

In secondo luogo, secondo De Rita, governare significa “provvedere ad un incardinamento della politica nei processi reali in corso”.

Infine occorre “elaborare una strategia di coinvolgimento dei tanti e sempre più articolati soggetti sociali”.

L’esatto opposto, cioè, dell’orizzonte che si era dato il sistema politico nato a metà degli anni ’90 del secolo scorso ed ora in via di disfacimento: che aveva rinunciato alla visione in nome della “fine delle ideologie” (espressione sintetica per accomunare tutte le culture di lunga durata all’ideologia marxista, effettivamente arrivata al capolinea); che prescindeva dai processi reali in corso (a cominciare da quelli prodotti dalla globalizzazione); che ignorava l’incipiente scomposizione della società novecentesca.

Secondo Ernesto Galli della Loggia (Corriere del 27 giugno), per quanto riguarda la sinistra è la fine di una storia “cominciata male, in modo ambiguo e pasticciato, 25 anni fa: una forte matrice comunista mai rivisitata e indagata ma semplicemente rimossa, un vantato innesto con un cattolicesimo politico di tutte le tinte, e infine la costruzione di un Pantheon di presunti antenati messi insieme come un mazzo di carte”.

Si potrebbe aggiungere che quella che stiamo vivendo in Italia è anche la fine della storia dei “compagni di scuola”, per riprendere il titolo di un bel saggio di Andrea Romano sugli eredi del Pci: quelli che avevano pensato che cambiare le regole del gioco avrebbe risparmiato ai postcomunisti una riflessione sulla propria identità.

Questo, probabilmente, è il vizio d’origine dello stesso Partito democratico: aver confuso la “vocazione maggioritaria” con il sistema elettorale maggioritario, che garantiva comunque una rendita di posizione, vincenti o perdenti che si fosse, a prescindere dalla capacità di esercitare un autentico potere di coalizione, ed a prescindere soprattutto dalla capacità di difendere le proprie politiche di governo anche dall’opposizione, come stiamo vedendo anche in queste settimane.

Una rivista è una rivista, non è un partito. Ma mi auguro che la sua presenza nel dibattito pubblico possa aiutare la nascita, qui in Italia, di quel partito dei riformisti che non nacque al Lingotto una decina d’anni fa.

Disegno di legge di modifica del decreto legislativo 30 aprile 1992 n. 285, (codice della strada) per garantire l’incolumità dei ciclisti, degli automobilisti e dei minori.

Il presente disegno di legge si compone di tre articoli che contengono modifiche al codice della strada volte a garantire una migliore salvaguardia dei ciclisti, degli automobilisti e dei bambini.

L’articolo 1, prevede il mantenimento di una “fascia di sicurezza” che garantisca la giusta distanza tra veicoli e bicicletta durante la circolazione. La misura va nel senso di tutelare l’incolumità degli utenti della strada che utilizzano la bicicletta per effettuare i propri spostamenti.

La modifica normativa di cui all’articolo 2 ha lo scopo di adeguare la prescrizione all’evoluzione tecnologica che ha introdotto ulteriori apparecchiature elettroniche di uso comune, il cui utilizzo risulta essere pericoloso per la guida. Oltre agli apparecchi radiotelefonici non si possono utilizzare smartphone, computer portatili, notebook, tablet, videogiochi e dispositivi analoghi. Il numero di incidenti causati dall’uso improprio di detti apparecchi durante la guida costituisce, infatti, causa crescente di incidenti anche molto gravi. Al fine di dare maggior valore cogente a tale divieto è stata prevista la sospensione della patente di guida già alla prima infrazione (da 1 a 3 mesi) e con la recidiva nel biennio si raddoppia il periodo (da 2 a 6 mesi) Anche la decurtazione dei punti viene raddoppiata da 5 a 10.

Infine, con la modifica all’articolo 172 del C.d.S, contenuta nell’articolo 3, prevede che i seggiolini per i bambini da istallarsi in macchina siano dotati di un dispositivo di allarme anti abbandono. Tale norma risponde all’esigenza di assicurare che non si verifichino, come è accaduto, casi di abbandono da parte del conducente di un bambino all’interno del veicolo lasciato in sosta. Il dispositivo avverte il conducente, che si accinge a lasciare il veicolo in sosta, che il bambino è all’interno dell’abitacolo

Art.1

All’articolo 149 del decreto legislativo 30 aprile 1992 n. 285, (codice della strada) dopo il comma 2, inserire il seguente:

2-bis. Durante la marcia i veicoli devono mantenere una distanza laterale dai ciclisti di almeno 1,50 metri.

Art. 2

All’articolo 173 del decreto legislativo 30 aprile 1992 n. 285, (codice della strada), apportare le seguenti modifiche:

Al comma 2, dopo le parole ” cuffie sonore” inserire le seguenti: smartphon, computer portatili, notebook, tablet, videogiochi e dispositivi analoghi;

Al comma 3-bis, sostituire le parole da “qualora lo stesso soggetto” fino alla fine del comma, con le seguenti: ” in caso di prima infrazione e da 2 a 6 mesi in caso di recidiva nel biennio;

All’articolo 126-bis, alla tabella allegata, alla voce ” articolo 173″ comma 3, 3-bis sostituire il numero “5” con il seguente: “10”

Art. 3

All’articolo 172 del decreto legislativo 30 aprile 1992 n. 285, (codice della strada), comma 1, aggiungere il seguente periodo “I seggiolini per i bambini da istallarsi in macchina devono essere dotati di un dispositivo di allarme anti abbandono.”

Regolamentazione dell’attività di rappresentanza di interessi dentro e fuori le sedi del Senato della Repubblica

REGOLAMENTAZIONE DELL’ATTIVITÀ DI RAPPRESENTANZA DI INTERESSI DENTRO E FUORI LE SEDI DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

I

(Registro dei soggetti che svolgono attività di rappresentanza di interessi)

L’attività di rappresentanza di interessi svolta nei confronti dei membri del Senato della Repubblica si informa ai princìpi di pubblicità e di trasparenza. E’ istituito a tal fine presso l’Ufficio di Presidenza un registro dei soggetti che svolgono professionalmente attività di rappresentanza di interessi nei confronti dei senatori. Il registro è pubblicato sul sito internet del Senato ed è puntualmente aggiornato in ragione delle modifiche intervenute.

II
(Definizione dell’attività di rappresentanza di interessi)

Ai fini della presente disciplina, per attività di rappresentanza di interessi si intende ogni attività svolta professionalmente dai soggetti di cui al paragrafo III attraverso proposte, richieste, suggerimenti, studi, ricerche, analisi e qualsiasi altra iniziativa o comunicazione orale e scritta intesa a perseguire interessi leciti propri o di terzi nei confronti dei membri del Senato della Repubblica.
Non costituiscono attività di rappresentanza di interessi le dichiarazioni rese e il materiale depositato nel corso di audizioni dinanzi alle Commissioni e ai Comitati parlamentari.

III
(Iscrizione nel registro dell’attività di rappresentanza di interessi)

Chiunque intenda svolgere attività di rappresentanza di interessi, promuovendo nei confronti dei senatori interessi leciti, suoi o di altro soggetto che intende rappresentare, deve chiedere l’iscrizionene all’apposito registro indicando:

a) in caso di persone fisiche, i dati anagrafici e il domicilio professionale;
b) se l’attività di rappresentanza d’interessi è svolta da un soggetto giuridico diverso da una persona fisica, la denominazione e la sede, nonché i dati anagrafici delle persone che in maniera stabile e costante svolgono per loro conto tale attività e lo specifico rapporto contrattuale che ad esse le lega;
c) la descrizione dell’attività di rappresentanza di interessi che si intende svolgere;
d) i soggetti che si intendono contattare, ivi compresi funzionari e dirigenti del Senato.

Qualora l’attività sia intesa a perseguire interessi di terzi, deve essere indicato il titolare di interessi per conto del quale il soggetto che intende iscriversi al registro opera e il titolo giuridico che consente l’esercizio dell’attività, con l’indicazione del termine finale, ove previsto.
Per l’iscrizione nel registro il soggetto richiedente deve:

a) avere compiuto la maggiore età;
b) non aver subito, nell’ultimo decennio, condanne definitive per reati contro la pubblica amministrazione o la fede pubblica o il patrimonio;
c) godere dei diritti civili e non essere stato interdetto dai pubblici uffici;
d) non aver ricoperto negli ultimi dodici mesi cariche di governo né aver svolto il mandato parlamentare.
La medesima disciplina si applica anche ai parlamentari cessati dal mandato ove intendano svolgere attività di rappresentanza di interessi.
Per i soggetti giuridici diversi dalle persone fisiche i requisiti di cui al terzo comma, lettere a), b), c) e d), devono essere posseduti dalle persone fisiche indicate alla lettera b) del primo comma.
Le ulteriori disposizioni relative all’iscrizione e alla tenuta del registro nonché alle modalità di accesso al Senato della Repubblica dei soggetti iscritti nel registro e all’eventuale individuazione di locali e attrezzature per favorire l’esplicazione della loro attività sono stabilite dall’Ufficio di presidenza del Senato e

pubblicate sul sito internet del Senato. L’Ufficio di Presidenza disciplina altresì la sospensione dall’iscrizione dal registro nel caso in cui venga meno il titolo giuridico che consente l’esercizio dell’attività di rappresentanza di interessi nell’ipotesi di cui al secondo comma e la cancellazione dal registro quando vengano meno i requisiti di cui alle lettere b), c) e d) del terzo comma.

IV
(Relazioni periodiche)

Entro il 31 dicembre di ogni anno, gli iscritti nel registro sono obbligati a presentare al Senato una relazione sull’attività di rappresentanza di interessi svolta nell’anno, che dia conto dei contatti effettivamente posti in essere, degli obiettivi perseguiti e dei soggetti nel cui interesse l’attività è stata svolta, con le eventuali variazioni intervenute, nonché dei dipendenti o collaboratori che hanno partecipato all’attività. Ove sia iscritto un soggetto giuridico diverso da persona fisica, è presentata una relazione unitaria. L’Ufficio di presidenza del Senato, secondo modalità e criteri da esso stesso stabiliti, può disporre verifiche sulle relazioni presentate dai soggetti esercenti l’attività di rappresentanza di interessi iscritti nel registro, richiedendo, se necessario, la produzione di ulteriori dati e informazioni in merito. Le relazioni sono tempestivamente pubblicate sul sito internet del Senato.

I senatori sono soggetti allo stesso obbligo.

V
(Sanzioni)

In caso di violazione delle disposizioni contenute nel presente testo e delle altre disposizioni adottate nella materia dall’Ufficio di Presidenza da parte dei portatori di interessi si applicano le sanzioni della sospensione o della cancellazione dal registro, graduate dall’Ufficio di Presidenza in relazione alla gravità delle infrazioni, secondo procedure e modalità stabilite dallo stesso Ufficio di Presidenza. Della mancata osservanza delle disposizioni e della irrogazione delle sanzioni è assicurata pubblicità sul sito internet del Senato.

In caso di violazione delle medesime disposizioni da parte dei senatori, l’Ufficio di Presidenza commina la sanzione della sospensione dai lavori d’aula sulla base della gravità delle infrazioni compiute e assicura pubblicità della sanzione assunta sul sito internet del Senato.

Una promessa non mantenuta

Questo è un fatto gravissimo in particolare per il contenuto dell’atto, che prevedeva, nel caso di elezione, la richiesta delle dimissioni di alcuni candidati consiglieri nella sua lista, che con dei post si erano dichiarati neo fascisti e autori di frasi a contenuto nazi fascista.
Lei aveva affermato “La condanna da parte mia è totale. Si tratta di espressioni inaccettabili. Le dichiarazioni riportate sono gravi e imbarazzanti e non consentirò nessuna ambiguità su questi temi”.
Invece una furbesca ambiguità è stata da lei trovata lasciando che a decidere fossero gli eletti delle liste di maggioranza, singoli e gruppi.

Secondo quanto riportato sulla stampa locale il “caso” è rientrato perché, a suo dire Sindaco, è prevalente la volontà dell’elettorato e perché tutto sommato si tratta di piccole questioni irrilevanti e datate.
Io non sono di questo avviso, un candidato Sindaco e ancor più un Sindaco eletto deve sempre, dico sempre, mantenere la parola data.
Non può rimangiarsi quanto asserito pubblicamente come impegno verso i cittadini che amministra. Verso tutti i cittadini di Vicenza e non una sola parte, perché lei è il Sindaco di Vicenza, di tutta la cittadinanza vicentina e non della sola parte che lo ha espresso.
La delibera di questa sera posta al voto del Consiglio ha questa peculiare rilevanza politica, se lo ricordi e mantenga le cose dette.
Si ricordi anche che Vicenza è città medaglia d’oro alla Resistenza, insignita di questa straordinario encomio per essersi opposta al fascismo e per aver lottato, anche con il sacrificio umano di molti martiri partigiani, affinché questa Città e questa nostra amata Italia potessero rinascere sui grandi valori di democrazia, libertà e solidarietà così bene descritti nella nostra carta costituzionale.
Vede Sindaco, essere amministratore non significa solo decidere sui pur grandi temi del vivere civile quali la viabilità, l’urbanistica, i lavori pubblici, gli interventi sociali, la sicurezza e in generale sui temi del governo del nostro territorio, significa anche tenere ben saldi i valori sui quali si fonda la nostra democrazia.
Siamo usciti ormai 70 anni fa da una guerra fratricida, con la sconfitta del nazi fascismo, e non vorremmo oggi ritornare alle condizioni di quei tempi, o peggio al clima del ventennio fascista che tante ingiustizie, morti e lutti ha portato nella nostra Città e nel nostro Paese.
Da socialista ricordo in particolare un martire, Giacomo Matteotti, trucidato dai fascisti nel 1924 solo perché aveva democraticamente in parlamento denunciato Mussolini e il partito fascista.
E in ambito locale voglio citare Dino Carta, giovane partigiano freddato vigliaccamente dai fascisti alla Madonetta di Via Egidio di Velo, mentre fuggiva in bicicletta: i suoi vestiti, compresa la giacca con il foro ancora macchiata di sangue, sono stati donati di recente dalla sorella e sono conservati presso il nostro Museo della Resistenza a Monte Berico.

Questa sera ho ritenuto e ritengo necessario porre la questione su questo tema, che so spinoso e divisivo, in quanto diversi consiglieri eletti hanno espresso in modi diversi la loro “simpatia” verso ideologie legate al fascismo di Mussolini.

Ad esempio ricordo il calendario dell’assessore Cicero di qualche anno fa.

Più di recente ricordo la ventilata richiesta dell’assessore Giovine di intitolare una via della nostra città ad Almirante, a detta di lui uno statista, a detta della storia uomo del regime fascista che partecipò alla stesura e firmò la legge sulla razza del 1938 che dette il via alle deportazione nei campi di concentramento in Germania, ma anche nel nostro Paese, in particolare della popolazione ebrea e di chi si opponeva al regime.

Molti racconti sulla spietatezza del regime fascista mi sono stati fatti da mio nonno Marino Carta e da mia madre.

Vede Sindaco, su queste questioni non bisogna essere ambigui, perché la storia di liberazione e i valori democratici contenuti nella Carta Costituzionale rappresentano il dna della nostra società, sono valori irrinunciabili verso i quali il nostro impegno deve essere totale e senza tentennamenti o nostalgiche deviazioni.
La mia attenzione e vigilanza su questo tema sarà prioritaria e totale, denuncerò senza paura ogni atto che andasse contro i valori della nostra Repubblica Democratica fondata sul rispetto reciproco e sull’affermazione della dignità di ogni singolo appartenente la nostra Comunità Vicentina.

Ennio Tosetto

Consigliere comunale di Vicenza

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/00830 presentata da BUEMI ENRICO (LA ROSA NEL PUGNO) in data 02/08/2006

Atto Camera Interrogazione a risposta scritta 4-00830 presentata da ENRICO BUEMI mercoledì 2 agosto 2006 nella seduta n.036 BUEMI.

– Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle infrastrutture, al Ministro della giustizia. –

Per sapere – premesso che: il dottor Vincenzo Fortunato è membro, non togato, del Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa, organo di autogoverno della magistratura amministrativa eletto dal Parlamento della precedente legislatura; lo stesso dottor Vincenzo Fortunato venne eletto, al tempo in cui ricopriva la carica di Capo di Gabinetto del precedente Ministro dell’economia e delle finanze onorevole Giulio Tremonti e, contemporaneamente, nominato Rettore della Scuola del Ministero dell’economia realizzando, secondo l’interrogante, un conflitto di interessi evidente in quanto nello stesso tempo rivestiva la figura del controllore e del controllato; il menzionato Fortunato nell’attuale Governo è stato chiamato a dirigere il Gabinetto del Ministro delle infrastrutture dell’onorevole Antonio Di Pietro, senza dimettersi dal Consiglio dì Presidenza della giustizia amministrativa; il suddetto può restare nel Consiglio di Presidenza fin dal 2009, data di scadenza del mandato ed in quel ruolo è chiamato a pronunciarsi, fra l’altro, sulle promozioni, sul conferimento di incarichi extragiudiziari ed arbitrati dei magistrati del Tar e del Consiglio di Stato, organi di giurisdizione che, soprattutto, dopo la legge n. 205 del 2000, sono chiamati a pronunciarsi, fra l’altro, su atti e provvedimenti amministrativi in materia di edilizia ed urbanistica anche in sede di giurisdizione esclusiva; il dottor Vincenzo Fortunato rivestendo il ruolo di Primo collaboratore del Ministro delle infrastrutture, realizza secondo l’interrogante un violento contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento giuridico che inibiscono ad uno stesso soggetto di rivestire, contemporaneamente, incarichi di autogoverno nella magistratura con incarichi fiduciari di natura politica con un Ministro della Repubblica; la posizione del dottor Vincenzo Fortunato viola, a parere, la ratio dell’articolo 100 della Costituzione secondo cui la legge assicura l’indipendenza della magistratura amministrativa e dei suoi componenti di fronte al Governo nonché l’articolo 7, comma 5, dell’interrogante della legge n. 186 del 7 aprile 1982 come novellato dalla legge n. 205 del 21 luglio 2000, secondo cui è fatto espressamente divieto ai componenti non togati (è il caso di Fortunato) dell’organo di autogoverno della giustizia amministrativa di «esercitare alcuna attività suscettibile di interferire con le funzioni del Consiglio di Stato e dei tribunali amministrativi regionali» integrato alla luce dell’articolo 100 della Costituzione; l’interrogante rileva la profonda inquietudine che la stessa presenza del dottor V. Fortunato nell’organo di autogoverno, pur avendo incarichi di amministrazione attiva e di governo, ingenera nei magistrati del Consiglio di Stato, dei Tar e dei cittadini in generale -:
cosa intenda fare il Presidente del Consiglio ai fini di chiarire la illegittima posizione del dottor Vincenzo Fortunato per riportare al rispetto della legalità, della correttezza e della trasparenza, un settore importante della vita dello Stato quale è quello della giustizia amministrativa. (4-00830)

L’intervento di Riccardo Nencini sulla fiducia al governo Conte

Signor Presidente,
ha ragione lei: oggi nasce la Terza Repubblica. ‘Il popolo ha scelto’ – ha dichiarato citando Robespierre alla Convenzione Nazionale. Ha dimenticato di aggiungere che nasce su un doppio tradimento, del popolo intendo: c’è chi ha tradito il centro-destra, in frantumi, e c’è chi ha tradito l’impegno a governare da soli.

La prova è nel contratto: assenza di un cronoprogramma, conflitto tra obiettivi. Nulla sulle riforme istituzionali e sul federalismo, troppo poco sull’Europa, cinque righe sulla politica estera, dove l’ombrello della Nato si riduce a un cappellino esposto com’è a un marcato filoputinismo. Capisco che siete impegnati a cambiare la storia, ma uno straccio di programma l’avrebbe aiutata nella risalita dell’Olimpo.

Non vi basterà affidarvi alla seduzione delle parole per convincere. Lo sa bene la Lega che proprio nuova al governo non è: governa da 20 anni il nord e ha governato per 8 anni, l’altro ieri, l’Italia. E non si citi a modello il contratto sottoscritto nel ’62. Lo firmarono in tre: Moro, Fanfani, Nenni. Ciascuno di noi deve loro un’Italia più libera e civile.

Ora è il momento di scegliere a quale pezzo di società destinare le risorse, non quelle promesse, che non esistono, quelle reperibili nel bilancio dello Stato. L’arte del governo è l’arte di scegliere, e reddito di cittadinanza e riforma fiscale costano troppo e confliggono. Del resto la flat tax ha già subito modifiche rilevanti, nei contenuti e nei tempi di applicazione, e del reddito di cittadinanza non conosciamo ancora la cornice applicativa. Quanto al rimpatrio di 500.000 clandestini, presto i numeri cambieranno per ridursi drasticamente.

C’è di più: il rifiuto della società aperta. Scomparsi i diritti civili, anzi messe a rischio le ultime conquiste, o no Ministro Fontana?

Resta un punto in comune, decisivo: l’incontro tra forze antisistema, antieuropee e acerbe di rispetto costituzionale.
C’è un rigurgito di ‘diciannovismo’ nel richiamo al popolo, nell’insofferenza verso le regole. Un’Italia autarchica. E un ministro degli interni – una stupefacente novità – che anziché garantire il corretto svolgimento della campagna elettorale, vi prende parte senza essere nemmeno candidato.

La luna di miele, Signor presidente, durerà almeno fino alla prossima finanziaria, quando la contabilità vincerà sulla parola.
Intanto, proverete a ridisegnare il sistema politico lungo un crinale diverso da quello del Novecento. Non più destra/sinistra ma europeisti e sovranisti.

Nel voto locale e regionale fioriranno alleanze tra di voi ben oltre le desistenze di Siena e Vicenza, nel 2020 darete l’assalto, assieme, alle regioni.

Per realizzare compiutamente il progetto, avrete bisogno di riformare le istituzioni e di una nuova legge elettorale. Di entrambe, non di una sola.

È una sfida che i riformisti dovranno raccogliere, incalzandovi perché si inauguri una legislatura costituente e perché venga promossa un’azione di verità verso gli italiani. Meglio con una alleanza per la repubblica, la strada maestra per chi non la pensa come voi.

Signor Presidente, non voterò la fiducia al suo governo. Strappo Sandro Pertini dal pantheon di Di Maio e lo riporto a casa.

Documento. La strada a sinistra. Confronto, idee e proposte per un nuovo presente

La netta sconfitta elettorale del 4 Marzo non può che spingerci tutti insieme a ripensare totalmente la funzione sociale e politica della sinistra. Il nostro elettorato ci ha percepito come un’entità astratta, sterile, impegnata a difendere soltanto lo status quo. Abbiamo perso consenso tra chi storicamente abbiamo rappresentato. Siamo ormai all’anno zero. La soluzione non può essere rincorrere il populismo e la demagogia dei vincitori, ma ripensare il nostro futuro, ridefinire una nostra identità, una prospettiva, elaborando politiche riformiste credibili. Abbiamo il dovere di ricominciare ad ascoltare i delusi, gli scontenti, avviando un dialogo con le associazioni di categoria, di volontariato, e con il mondo dei saperi e delle professioni. Ricucire un rapporto interrotto con il mondo sindacale. Dobbiamo riprendere il filo dell’ascolto per ridare un senso alla nostra democrazia rappresentativa. I partiti, profondamente in crisi di identità, oggi non bastano più. Occorre voltare pagina: nuovi modi di comunicare, un nuovo lessico, una riorganizzazione degli istituti partecipativi. Ma soprattutto occorre chiedere un passo di lato all’attuale classe dirigente che ha portato al peggior risultato della sinistra della storia. Siamo certi che oggi più che mai continuare a parlarci e confrontarci può essere l’unico strumento utile a un dibattito serio, anche in vista di prossimi appuntamenti elettorali, per recuperare consenso ma soprattutto restituire fiducia. Di queste cose parleremo insieme a rappresentanti di partiti, sindacati, associazioni che hanno ancora l’entusiasmo necessario per tornare a essere protagonisti. In un workshop in cui parleremo poco di noi e molto del futuro. Per indicare una nuova strada, la Strada a sinistra. L’Unione europea è un progetto di pace e integrazione sovranazionale prezioso, da proteggere e rafforzare di fronte all’ondata di euroscetticismo che sta scuotendo tutti i Paesi membri, Italia in testa. Proteggere quel progetto però significa rinnovarlo: il calo di fiducia dei cittadini nei confronti dell’Europa ha ragioni fondate a cui bisogna dare seguito proponendo riforme coraggiose. L’Unione europea deve diventare un’unione politica fondata sulla solidarietà tra i suoi Stati membri. Abbiamo assistito a infinite discussioni su cosa possa dirsi rappresentativo dell’identità europea e dunque su quale debba essere la direzione più giusta da intraprendere per reagire alla crisi dell’UE. Gli aspetti su cui intervenire sono molti: dal grado di democratizzazione del processo decisionale europeo, fino a una più diffusa consapevolezza del funzionamento dell’Unione, dalla riforma dell’unione monetaria, alla razionalizzazione del sistema di accoglienza degli immigrati senza dimenticare il sistema di sicurezza e difesa e la politica estera comune. Nondimeno, tutte le carenze dell’Unione europea emerse dall’adozione del Trattato di Lisbona in poi hanno un elemento comune: nascono dalla mancanza di una forte dimensione sociale nel progetto europeo, che ha alimentato tendenze illiberali in molti stati membri. L’UE è entrata in una spirale di crisi valoriale durante la grave crisi economica, cioè quando più sarebbe stato necessario un sistema organico di politiche sociali che tutelasse i cittadini dai contraccolpi di una crisi che hanno subito sulla loro pelle. Per questo, per noi non ci sono dubbi: l’anima che unisce l’Europa è il suo sistema di welfare e su questa base va rilanciato il progetto di integrazione. L’UE attuale viene percepita come un ostacolo alla crescita e al benessere comune. Dal punto di vista economico ormai un nuovo mondo è davanti a noi, il sogno dogmatico della perfezione del mercato è svanito. Il voler far arretrare la politica in favore delle regole scellerate del mercato ha fallito. La globalizzazione capitalista guidata da grandi gruppi finanziari ha cambiato gli equilibri economici e sociali. Con i partiti in grande difficoltà e con il lento tramonProspettive tare delle ideologie la politica non ha saputo essere arbitro di questo cambiamento epocale. Dall’inizio del nuovo secolo si è aperta una nuova fase di decadenza a vari livelli: l’età dello sfruttamento. Sfruttamento del capitale umano, compressione dei diritti, aumento delle disuguaglianze. Una globalizzazione non governata ha determinato concorrenza sleale nel mondo del lavoro italiano ed europeo. Anche una vecchia certezza sociale come il welfare sta inesorabilmente tramontando: il costante invecchiamento della popolazione Italiana e i continui tagli voluti da politiche neoliberiste che nulla hanno a che vedere con il benessere dei popoli ci pongono davanti a nuovi scenari ai limiti delle barbarie. Quando una società è così impoverita e pervasa da disuguaglianze e povertà apre necessariamente le porte ai populismi, alle paure, al disagio, alla rivendicazione sociale, all’indignazione. La sinistra degli ultimi vent’anni ha ceduto culturalmente al pensiero unico liberista che ispira sempre più spesso le politiche di governo in tutta Europa. Da anni, a sinistra, abbiamo perso la nostra soggettività. Abbiamo abdicato al ruolo della politica nei confronti della società civile, della magistratura ma soprattutto dei tecnici. Si è diffusa l’idea che queste categorie potessero sopperire ad una classe politica ormai logora. Siamo giunti al punto di non ritorno con il governo Monti. Passò nel 2011-2012 il concetto che la società deve essere governata dalle leggi dell’economia, da un libero mercato e dal rigore dei conti pubblici, senza tener conto delle esigenze di povertà e iniquità del paese reale. Questo aprì la strada un neoautoritarismo velato, perché il potere dei tecnici non risponde democraticamente a nessuno, non tollera contestazioni nè dubbi come tutto quello ciò che appare scientifico. Negli anni la sinistra ha anche ascoltato le sirene della morale. L’uso della morale e della giustizia come controllo sociale e un approccio poco garantista sono alla base della delegittimazione politica. Come anche il voler inseguire il populismo su temi quali abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e tagli alla democrazia nulla ha portato in termini elettorali, peggiorando anzi le condizioni del nostro sistema democratico. Al momento è difficile trovare in poco tempo ricette o risposte alla peggiore crisi italiana della sinistra ma una cosa è certa il mondo cambia con una rapidità maggiore della capacità di interpretare i cambiamenti, di individuare rimedi agli squilibri prodotti. Su una cosa però possiamo essere concordi: il fallimento della terza via. Annacquare il socialismo sin dai primi anni 2000 non ha pagato, traducendosi in semplice scorciatoia elettorale per convincere un elettorato di centro ancora dubbioso della parola socialista nella fase post muro di Berlino. Un “terza via” che in pochi anni ha perso credibilità uniformandosi al pensiero liberista. Siamo convinti che i prossimi mesi ci vedranno impegnati in una lunga traversata nel deserto, dovrà essere nostro impegno ricominciare a trovare una giusta rotta mediante una netta e dura opposizione. Una opposizione che deve iniziare nei luoghi di lavoro, tra la gente, nelle università ed essere veicolata nelle istituzioni preposte. A tal proposito lanciamo oggi qui con voi alcune proposte nella speranza che possano risultare patrimonio comune per dare vita ad un nuovo inizia per la sinistra Italia.

Governo. Nencini scrive a tutti i leader csx: ‘ritrovare le ragioni dell’unità, abbandoniamo egoismi e litigiosità’

“La scelta di irresponsabilità fatta da Salvini e Di Maio crea lo scenario preoccupante di una “Repubblica prigioniera” di due forze che vogliono “giocare un derby sulla pelle degli italiani”; lo ha detto  il segretario del Psi, Riccardo Nencini, commentando gli sviluppi della situazione politica. Nencini ha inviato questa mattina una lettera aperta a tutti i leader dei partiti del Centrosinistra, invitando a mettere da parte il passato e a trovare, in vista del voto, ‘le ragioni della maggiore unità possibile’; l’appello, rivolto oltre che a tutta la sinistra italiana, anche al mondo cattolico, laico, democratico, dei radicali e degli ambientalisti contiene una chiamata alle armi per “conferire sovranità ad un disegno nuovo”, spiega Nencini. “E’ il momento di porre fine agli egoismi e alla litigiosità per costruire una ‘concentrazione repubblicana’ che renda competitivo il Centrosinistra”, ha detto ancora il segretario del Psi.

L’appello di Nencini segue di poche ore l’invito del segretario reggente del PD, Maurizio Martina, che aveva invitato il Centrosinistra a “fare insieme un lavoro di tenuta e di rilancio, dando una prospettiva alternativa a destra e Cinque Stelle”.

L’intervento integrale di Ugo Intini a New York

L’Avanti! è stato un simbolo per il socialismo, per le lotte dei lavoratori e per il 1 maggio. Ne ha costruito l’immagine e il mito perché per molto tempo (all’inizio del secolo scorso) è stato il più letto tra i quotidiani italiani, l’unico con una diffusione veramente nazionale (da Milano a Palermo).

Il partito socialista è nato nel 1893. L’Avanti!, il suo strumento, nella notte del Natale 1896. Il quotidiano ha alfabetizzato generazioni di lavoratori politicamente. E spesso anche materialmente, perché ha insegnato loro a leggere e scrivere. Li ha sottratti all’arretratezza e nello stesso tempo ha visto lontano, in modo quasi profetico. Filippo Turati, il padre fondatore del socialismo, ad esempio, già nel 1896, nel suo primo discorso alla Camera, diceva. “Noi vagheggiamo l’unità mondiale e in un domani più prossimo gli Stati Uniti d’Europa”. L’unità politica dell’Europa, dunque. Il tema di oggi.

I socialisti e l’Avanti! hanno sempre lottato su due fronti. Per la giustizia sociale: contro i conservatori. Per la libertà e la democrazia: contro i comunisti. Proprio mentre Gramsci usciva dal partito socialista nel 1921 al congresso di Livorno, Turati aveva già capito e previsto tutto, persino Stalin. Diceva a chi se ne andava. “Col tempo il mito russo sarà evaporato. Avrete capito allora che la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto e che è pur sempre una forma di imperialismo, un imperialismo eminentemente orientale”. “La strada giusta – insisteva Turati- è quella della socialdemocrazia, dell’azione graduale perché tutto il resto è clamore, è sangue, è orrore”.

Turati dunque predicava la politica delle riforme. Che sono come fiocchi di neve-diceva. Ma poi i fiocchi -aggiungeva- diventeranno una valanga, travolgeranno i muri della conservazione e dell’egoismo. Ed è esattamente quanto è avvenuto nel 20° secolo.

Il 1 maggio è il giorno dei lavoratori, quello in cui l’Avanti! ha sempre sottolineato con maggiore solennità i suoi principi. Ancora quando lo dirigevo io, negli anni ‘80, in segno di festa, stampavamo per una volta la testata in rosso, a ricordo delle rosse bandiere e della tradizione.

Sin dall’inizio del ‘900, i compagni socialisti avevano ben chiaro ciò che oggi si stenta a vedere. Che le conquiste dei lavoratori possono realizzarsi soltanto con una forte solidarietà internazionale: con l’internazionalismo-si diceva allora. Non esisteva ancora la globalizzazione (o almeno non se ne parlava) ma l’avevano già capita. Il 1 maggio 1901, il fondo dell’Avanti! ad esempio viene da Bruxelles, è firmato dall’ufficio socialista internazionale e dal suo segretario, il compagno belga Vandervelde. “Non mai-vi si legge-dal 1890, data della prima manifestazione internazionale del 1 maggio, non mai necessità più imperiosa come quella dell’ora presente si è verificata, in favore di una dimostrazione mondiale della classe operaia. Lavoratori di tutti i Paesi, unitevi il 1 maggio in un pensiero di unione e di redenzione”.

I fiocchi di neve, le conquiste graduali, le riforme, possono arrivare soltanto con la democrazia e il suffragio universale, non con la violenza della rivoluzione. Proprio alla lotta per il suffragio universale è dedicato il fondo del 1 maggio 1910. “E’ il suffragio universale-vi si legge- che avrà la virtù e la forza di cacciare dalla vita politica italiana gli indegni e di portarvi gli amici veri del popolo e della sua emancipazione. Dietro il suffragio universale verranno poi gradualmente tutte le altre conquiste”.

Il fiocco di neve più importante, decisivo, è la conquista delle otto ore di lavoro. Proprio in nome di questo obbiettivo d’altronde la festa del 1 maggio è nata, al congresso dell’Internazionale Socialista di Parigi, nel 1889. Il 1 maggio 1909, l’Avanti! ne celebra il 20º anniversario. E scrive. “Allora, nel 1889, appariva evidente agli occhi di tutti che la battaglia proletaria ha dei suoi presupposti: tra i primi la formazione di un proletariato meno abbrutito dalla fatica, più forte fisicamente e moralmente più colto. E poiché l’ostacolo maggiore di tutti, oltre che nei bassi salari, sta precisamente nella durata del lavoro lunga ed estenuante, si levò da quel congresso memorabile (in cui riecheggiavano sonore e ammonitrici le voci della grande rivoluzione francese) il grido immenso del proletariato di tutti i Paesi per la conquista di orari non micidiali. Per raggiungere la meta agognata: le otto ore di lavoro”.

Oggi è inimmaginabile quali fossero a quei tempi le condizioni nei campi e nelle fabbriche, quale la miseria, quale la disperazione che conduceva spesso ad emigrare dall’Italia. È una storia -quest’ultima dell’emigrazione-che ha contribuito a creare l’America. Ecco come la descrive l’Avanti! in un fondo del 1897 intitolato “Sull’Oceano”. “L’attenzione pubblica è attratta da quanto si dice sulle condizioni degli emigranti mentre attraversano l’Oceano sulle navi che loro rammentano, coi segni della miseria, le pene antiche e cantano con lugubre rollio le pene future. Gravi cose si sono intese. La carne migrante è trattata peggio della carne da macello. Se gli operai e i contadini arrivano in America mezzo morti o morti del tutto, il nolo e già pagato e la barca fila lo stesso”. Sembrano le cronache sui gommoni che oggi dall’Africa arrivano in Sicilia.

L’Avanti! segue gli emigranti sulle navi ma li segue anche qui a New York. E già vede, alla fine dell’800, i tentacoli della mafia. “La maggior parte degli emigranti italiani in America -scrive- sono poveri diavoli ignoranti ed affamati che non sanno una parola di inglese. Questa gente viene sfruttata nella maniera più ribalda da una camorra di persone (i padroni o bosses) che vivono alle loro spalle mediante una spogliazione bene organizzata, con il tacito assenso dei nostri rappresentanti ufficiali”. L’Avanti! vede i tentacoli della mafia a New York, ma vede anche la testa della piovra in Sicilia. Che i governi e la grande stampa non vogliono vedere. “Esistono anche altrove -scrive- casi di minoranze che spadroneggiano, taglieggiano, opprimono. Ma in Sicilia questo fatto, oltre a raggiungere proporzioni eccezionali, è generale per tutta l’isola. Il dominio della mafia dà fisionomia a tutte le amministrazioni locali. E da questo tipo di amministrazioni esce un tipo analogo di rappresentanza politica”.

Dal 1876, gli emigrati dall’Italia sono stati quasi 30 milioni. Una intera Nazione se n’è andata. Ma da cosa fuggono quelli che arrivano qui a New York o a Buenos Aires? Da quali condizioni di lavoro? Ancora una volta, ce lo raccontano le cronache dell’Avanti! Ad esempio quella sul famoso sciopero delle risaiole a Molinella, nel 1898. “Il contegno degli operai di Molinella – scrive il quotidiano- è degno del massimo rispetto. Sono calmi e nello stesso tempo decisi a continuare la lotta a qualunque costo. Furono visitate nella giornata parecchie case degli operai: miserabili abituri in cui gli uomini (le donne sono in carcere) resistono agli spasmi della fame, per sfamare i piccini. Un uomo, tra gli altri, era digiuno da due giorni-dico due giorni-per lasciare l’unica fetta di polenta ai suoi bambinelli”.

La lotta è sostenuta dalla solidarietà della popolazione. Ma da cosa deriva questa solidarietà? L’Avanti! se lo chiede. Ed ecco la risposta. “E’ la pietà forse che li muove? Certo, la pietà nel senso più alto della parola, la pietà per le sofferenze acutissime, per la profonda miseria, c’entra e quanto, in questo magnifico movimento di solidarietà umana. Sono donne che a trent’anni appaiono già vecchie per un lavoro a cui il bruto si rifiuterebbe e che ricevono la mercede di settanta centesimi al giorno”.

Lo sciopero ha un valore che va aldilà delle rivendicazioni sindacali. “Una gran luce morale-scrive l’Avanti!- illumina la lotta. Non è più la lotta per qualche soldo in più, per qualche ora in meno: è la lotta per la personalità civile del lavoratore”.

Lo sciopero di Molinella, il primo (e un esempio) vince. Le condizioni di lavoro e il salario migliorano, ma la strada è ancora lunga. Le otto ore di lavoro sono ancora lontane. Non soltanto nelle campagne e nelle fabbriche private, ma persino nelle aziende pubbliche delle grandi città. Ecco ad esempio come l’Avanti! descrive la situazione alla società dei tramway a cavallo di Roma. “La giunta municipale dichiarò un giorno che avrebbe fatto in modo che le ore di lavoro del personale fossero così ridotte. Per gli omnibus ore 11 al giorno. Per i tramway a cavallo ore 13 al giorno. Eppure anche quella promessa restò lettera morta”.

Nel 1913 viene conquistato finalmente il suffragio universale. I fiocchi di neve, le riforme sognate da Turati, a poco a poco arrivano. Negli anni ‘20, anche le otto ore di lavoro. Il 1 maggio, sempre di più, in tutto il mondo, ha qualcosa da festeggiare. Meno che in Italia, dove piomba la lunga notte del fascismo. Ma anche questa finisce.

Il 25 aprile 1945, Milano viene liberata dai partigiani, ritornano, con la libertà, i diritti sindacali e una nuova stagione di progresso. Una settimana dopo l’Avanti!, che in quel momento è il più diffuso quotidiano nazionale, finalmente ritorna a celebrare il 1 maggio. “1 maggio di libertà” -titola a tutta pagina. E annuncia una nuova stagione. “Il sole di questo 1 maggio saluta i popoli europei che stanno risorgendo a nuova vita. Le armate delle Nazioni Unite nella loro trionfale e inesorabile marcia sono giunte nel cuore dell’Europa; la belva hitleriana è ormai agonizzante. Voi lavoratori milanesi insorgendo compatti il 25 aprile, avete ancora una volta provato di essere una classe pronta a diventare la classe dirigente del Paese. Ma questo 1° maggio segna anche l’inizio della vostra vera lotta. Questa è la vostra ora. Riprendete con certezza di vittoria il cammino del vostro riscatto”.

L’entusiasmo e la fede sono grandi. Ma non mancheranno i giorni bui, la strada sarà ancora piena di lutti. Proprio come il 1 maggio di due anni dopo, nel 1947, quando gli uomini del bandito Giuliano, al servizio della mafia e della grande proprietà terriera siciliana, sparano sulla folla a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo: 11 morti e decine di feriti. Ecco la cronaca dell’Avanti! “Ieri mattina folti gruppi di contadini si sono dati convegno a Portella della Ginestra. Lasciati da un canto i cavalli bardati alla festa, i braccianti agricoli si erano ammassati, alle 10, sulla piana che circonda il paese. Nel centro un podio di pietra. Quando sulla rudimentale tribuna salì il primo oratore, il calzolaio Giacomo Schirò, segretario della sezione socialista di Piana, scoppiettarono attorno i battimani. Distintamente si udirono le prime parole del discorso. “Compagni, siamo qui riuniti per festeggiare il 1 maggio, la festa dei lavoratori”. A questo punto, il costone del Monte Pizzuto risuonò di raffiche e i primi proiettili micidiali fischiarono tra la folla. I primi morti caddero sulla pietraia, i primi gemiti dei feriti sottolinearono le raffiche. Urla e grida riempirono la piana: le bandiere rosse caddero coprendo gli alfieri colpiti. Quando le mitragliatrici tacquero, a terra uomini e donne, bimbi e vecchi sotto gli zoccoli dei cavalli impazziti. Sangue sui massi grigi, e le bandiere del lavoro strappate e lacere. Un giovane bracciante con il ginocchio spezzato da una pallottola disse ai giornalisti: la piana pareva un cimitero, cimitero dei lavoratori”.

Sembrano passati secoli. Eppure conosco vecchi compagni che sono ancora vivi e che si ricordano quei giorni terribili. Da allora, con la libertà e la democrazia, i fiocchi di neve sognati da Filippo Turati -e davvero caduti- sono stati tanti. Quasi tutte le sue intuizioni profetiche si sono avverate.

Eppure molte conquiste che sembravano irreversibili vengono messe in discussione. Persino il pilastro portante della costruzione socialista (lo Stato sociale) mostra delle crepe. Il malessere è tale da far scricchiolare lo stesso edificio della democrazia.

Forse i padri fondatori del socialismo e del 1 maggio già avrebbero una risposta. La si intuisce nell’appello del 1 maggio 1901 prima citato, per un movimento dei lavoratori non nazionale ma sovranazionale. La si intuisce nell’obbiettivo appena ricordato di Turati: gli Stati Uniti d’Europa quale tappa verso gli Stati Uniti del mondo.

La realtà è più semplice di quanto si creda. Nel mondo diventato piccolo e interconnesso, tutto e inevitabilmente globale. È globale l’economia, la finanza, la scienza, lo spettacolo, lo sport, la moda, il costume, persino il crimine. Soltanto la politica non è diventata globale. Soltanto la politica è rimasta inchiodata in confini nazionali anacronistici. E si è quindi condannata alla irrilevanza. O la politica diventa globale o perde la sua funzione. E con essa la democrazia stessa. La globalizzazione non è un male. La finanza neppure. Ma la finanza non può dominare il mondo senza regole e freni. Perché è la mancanza di regole a provocare i crolli ciclici delle borse che distruggono i risparmi di intere generazioni. E soltanto la politica, una politica con la P maiuscola e sovranazionale, può dare le regole. Può contenere lo strapotere (non democratico) della finanza senza frontiere. Un tempo si parlava di lotta di classe tra imprenditori e operai. Oggi, gli imprenditori e i dipendenti delle aziende sono dalla stessa parte. Dalla parte di chi pensa che la ricchezza e il progresso nascono dal lavoro. Mentre la finanza senza frontiere pensa che la ricchezza e il denaro nascano da altra ricchezza e altro denaro. Non dal lavoro, ma dalle operazioni speculative.

Ancor di più celebrando il 1 maggio, la festa del lavoro, qui ci deve portare la testa. E qui ci porta anche il cuore. Con la testa, intuiva la strada Filippo Turati, come abbiamo visto. Con il cuore la intuiva qualcuno che di cuore se ne intendeva: Edmondo De Amicis, uno degli scrittori italiani più famosi nel mondo. Un socialista e un collaboratore dell’Avanti! che ha scritto un romanzo proprio intitolato “1 Maggio”, pubblicato a puntate sull’Avanti! E appena ristampato. Un socialista che vedeva nel 1 maggio la festa dei compagni. Perché così sempre si sono chiamati tra loro i lavoratori socialisti in tutto il mondo. De Amicis coglieva il significato profondo di questa parola. Un significato ancora una volta ispirato a una visione non nazionale ma internazionale. “Solo l’operaio che s’ode chiamar “compagno” dallo studente, il “signore” che si sente dar quel nome dal povero, il dotto a cui lo dice l’uomo incolto, il giovinetto a cui lo dice il vecchio; solo colui che giunto in una città sconosciuta si ode chiamar “compagno” da cento giovani mai veduti; questi soltanto, noi soli, possiamo sentire e comprendere la poesia e la forza, il suono delle voci innumerevoli, il soffio possente di gioventù e di vittoria che questa parola racchiude. Questa parola “compagno” che ha acquistato un senso nuovo in tutte le lingue europee, che si scambia familiarmente da Parigi a Berlino, da Milano a Madrid, da Nuova York a Londra, è per noi un argomento di conforto e di gioia. E all’ultima nostra ora, dopo che avremo detto addio alle creature strette a noi più caramente dal legame di sangue, il nostro sguardo cercherà un amico, uno almeno, al quale possiamo dire ancora una volta “compagno” come nei nostri bei giorni di lavoro e di battaglia”.

Ecco. Qui, in questo spirito di solidarietà e fraternità, stanno le radici del 1 maggio. Forse mai come oggi il mondo del lavoro deve ritrovare queste radici.

Ugo Intini