PROTOCOLLO DI INTESA PER LE AZIONI DI CONTRASTO ALL’ABUSIVISMO e TUTELA DELLA PROFESSIONE DI CONSULENTE DEL LAVORO

PROTOCOLLO DI INTESA PER LE AZIONI DI CONTRASTO ALL’ABUSIVISMO e TUTELA DELLA PROFESSIONE DI CONSULENTE DEL LAVORO
TRA Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, con sede in Roma, Viale del Caravaggio n. 84, C.F. 80148330584, rappresentato dal Presidente pro tempore Dottoressa Marina Elvira Calderone, elettivamente domiciliato per la carica presso la sede legale E l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, con sede in Roma, via Fornovo n. 8, C.F. 97900660586,
rappresentato dal Direttore generale pro tempore Paolo Pennesi
(di seguito “le Parti”)
CONSIDERATO CHE
• il Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro (di seguito anche “Consiglio Nazionale”) ed i Consigli Provinciali dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro (di seguito anche “Consigli Provinciali”), istituiti dalla Legge 11 gennaio 1979, n. 12, hanno personalità giuridica di diritto pubblico;
• il Consiglio Nazionale coordina e promuove le attività dei Consigli Provinciali al fine di favorire le iniziative intese al miglioramento ed al perfezionamento degli iscritti nello svolgimento della professione;
• i Consigli Provinciali vigilano sulla tutela del titolo professionale di Consulente del Lavoro, ai sensi dell’art. 14, comma 1, lettera b), della Legge 11 gennaio 1979, n. 12;
• l’Ispettorato Nazionale del Lavoro (di seguito anche “I.N.L.”) e gli Ispettorati Territoriali del Lavoro (di seguito anche “I.T.L”) svolgono le attività ispettive già esercitate dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dall’INPS e dall’INAIL.
VISTI, in particolare
• il comma 1 dell’art. 15 della Legge 7 agosto 1990, n. 241, in virtù del quale le amministrazioni pubbliche possono concludere tra loro accordi per disciplinare lo svolgimento in collaborazione di attività di interesse comune;
• la Legge 11 gennaio 1979, n. 12, recante le norme per l’ordinamento della professione di consulente del lavoro;
• il Decreto Legislativo 14 settembre 2015, n. 149, rubricato “Disposizioni per la razionalizzazione e la semplificazione dell’attività ispettiva in materia di lavoro e legislazione sociale”, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183;
• il Codice di Comportamento degli Ispettori del Lavoro, introdotto dal Decreto del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale del 15 gennaio 2014;
• la Legge 15 marzo 1997, n. 59, recante norme circa la validità a tutti gli effetti di legge di atti, dati e documenti formati, trasmessi ed archiviati dalla P.A. e dai privati con strumenti informatici o telematici;
• il Decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, recante il riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle Pubbliche Amministrazioni;
• la Circolare del Ministero del Lavoro n. 65 del 27 maggio 1986 ed il Vademecum sul Libro Unico del Lavoro del 5 dicembre 2008;
• la direttiva del Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali del 18 settembre 2008 in materia di servizi ispettivi e attività di vigilanza;
PREMESSO CHE
• Le Parti intendono promuovere e favorire la legalità formale e sostanziale nei rapporti di lavoro;
• è comune interesse delle Parti realizzare una proficua collaborazione nella lotta all’abusivismo della professione di Consulente del Lavoro, a tutela della fede pubblica;
TUTTO CIÒ PREMESSO, CONSIDERATO E VISTO, SI CONVIENE QUANTO SEGUE:
Art. 1 – Premesse
1. I considerato, visto e premesso costituiscono parte integrante e sostanziale del presente
Protocollo di Intesa.
Art. 2 – Oggetto
1. Il presente Protocollo di Intesa avrà ad oggetto le seguenti attività:
1) Verifica del rispetto del dettato normativo di cui alla legge n. 12/1979 ed in particolar modo della riserva legale indicata nel comma 1, dell’art. 1, della predetta legge, la quale dispone che, gli adempimenti di lavoro, previdenza ed assistenza sociale dei lavoratori dipendenti quando non sono svolti dal datore di lavoro debbono essere assunti solamente da Consulenti del Lavoro o altri soggetti indicati nel sopracitato articolo 1.
2) Verifica della sussistenza dei presupposti di legge per i centri elaborazione dati (CED), i quali devono essere assistiti da un Consulente del Lavoro o dai professionisti indicati nell’art. 1, comma 1, della Legge 11 gennaio 1979, n. 12 e devono, comunque, svolgere solamente ed esclusivamente le operazioni di calcolo e stampa e le mere attività accessorie (in via esemplificativa e non esaustiva, la fascicolazione e consegna documenti);
3) Verifica della sussistenza dei presupposti di legge per le Associazioni di Categoria e per i centri di assistenza fiscale (CAF) dei datori di lavoro che, ai sensi dell’art. 1, comma 4, della Legge 11 gennaio 1979, n. 12, possono essere organizzati a mezzo dei Consulenti del Lavoro, anche se dipendenti dalle predette Associazioni, secondo le modalità previste dall’attuale prassi ministeriale.
Art. 3 – Impegni reciproci
1. Le parti concordano che:
a) Il personale ispettivo verifichi che, qualora il soggetto ispezionato si avvalga di consulenza esterna, in ossequio al rispetto del codice di comportamento degli Ispettori del Lavoro approvato con Decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il 15 gennaio 2014, il professionista sia in possesso della prescritta abilitazione. In tal caso dovranno essere annotati gli estremi di iscrizione all’Albo dei Consulenti del Lavoro;
b) Il personale ispettivo accerti che gli altri professionisti autorizzati ai sensi dell’art. 1, comma 1, della Legge n. 12/1979 abbiano inoltrato prescritta comunicazione agli I.T.L. (ex D.T.L.) delle Province nel cui ambito intendono svolgere tali adempimenti in materia di lavoro, previdenza assistenza sociale secondo le modalità previste;
c) il personale ispettivo, inoltre, provveda, in caso di constatato esercizio abusivo della professione di cui all’art. 1 della Legge 11 gennaio 1979, n. 12, a dare immediata comunicazione alle autorità competenti. Non consenta, infine, al soggetto non autorizzato di assistere all’ispezione;
d) gli Ispettorati territoriali comunicano al competente Consiglio provinciale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, entro 90 giorni dal termine degli accertamenti, l’esito di accertamenti concernenti il reato di esercizio abusivo della professione anche qualora – con riferimento alle richieste di intervento provenienti dagli stessi Consigli dell’Ordine – non sia stato accertato alcun illecito.
2. L’Ispettorato Nazionale del Lavoro si impegna affinché le proprie strutture territoriali:
a) verifichino, secondo la programmazione della sede, quali siano le effettive attività svolte dai centri di elaborazione dati, compresi quelli costituiti o promossi dalle rispettive Associazioni di Categoria, nell’esercizio degli adempimenti in materia di lavoro, anche a seguito delle segnalazioni provenienti dai Consigli provinciali degli Ordini dei Consulenti del Lavoro nel rispetto dell’art. 14, comma 1, della lettera b), della legge n. 12/1979;
b) effettuino nel territorio di competenza una mappatura dei centri di elaborazione dati che svolgono adempimenti in materia di lavoro in occasione delle verifiche sulla sussistenza dei presupposti di legge. In particolar modo, deve essere accertato che i predetti centri di elaborazione dati:
– svolgano esclusivamente le operazioni di calcolo e stampa;
– siano assistiti da un professionista di cui all’art. 1, comma 1, della Legge n. 12/1979;
– abbiano conferito al professionista l’incarico tramite una comunicazione scritta, avente data certa ed anteriore rispetto all’inizio dell’attività.
3. Il Consiglio Nazionale s’impegna:
a) fermo restando quanto previsto dall’art. 5, a mettere a disposizione l’elenco costantemente aggiornato degli iscritti in tutti gli Albi provinciali dei Consulenti del Lavoro, consultabile al seguente link: http://www.consulentidellavoro.gov.it/index.php/home/annuario;
b) affinché i propri Consigli provinciali dell’Ordine pongano in essere ulteriori forme di
collaborazione che si dovessero rendere necessarie per le attività di verifica sul contrasto all’abusivismo professionale.
4. Le Parti, anche attraverso propri delegati, si impegnano ad incontrarsi semestralmente per analizzare le problematiche emerse e valutare ogni opportuna iniziativa volta alla lotta all’abusivismo della professione di Consulente del Lavoro. In occasione di tali incontri, oltre a quanto previsto dal precedente comma 2, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro renderà noti gli esiti delle attività svolte dagli I.T.L. in ottemperanza al presente protocollo producendo, altresì, un report statistico sulle attività effettuate contenente la tipologia ed il numero dei soggetti di cui si sono avvalsi per consulenza esterna i soggetti ispezionati.
Art. 4 – Gruppi di lavoro
1. Potranno essere costituiti dalle Parti Gruppi di Lavoro per il perseguimento delle finalità di cui in premessa, previste dal presente Protocollo di intesa.
2. I Gruppi di Lavoro avranno il compito di individuare tutte le iniziative necessarie per il pieno raggiungimento delle finalità di cui al comma precedente e degli obiettivi del singolo progetto. A tal fine potranno essere affiancati da esperti identificati dalle Parti di comune accordo, in diversi settori.
3. La costituzione dei Gruppi di Lavoro, in nessun caso, comporterà oneri economici a carico delle Parti.
Art. 5 – Banca dati
Al fine di verificare con immediatezza la sussistenza dei requisiti per lo svolgimento dell’attività di consulente del lavoro, il Consiglio nazionale mette a disposizione dell’Ispettorato, attraverso i necessari collegamenti informatici, anche in cooperazione applicativa, i dati concernenti le iscrizioni al relativo albo.
Art. 6 – Trattamento dei dati personali
Le Parti si impegnano reciprocamente a trattare e custodire i dati e le informazioni sia su supporto cartaceo che informatico, relativi all’espletamento di attività riconducibili al presente protocollo d’intesa in conformità alle misure e agli obblighi imposti dal D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, e ss.mm. ii.
Art. 7 – Durata ed eventuale rinnovo
1. Il presente protocollo d’intesa avrà durata di tre anni dalla sottoscrizione.
2. Sarà possibile, previo accordo tra le Parti, procedere in ogni momento all’integrazione o modifica del presente Protocollo di Intesa.
3. Ciascuna Parte potrà disdettare il presente Protocollo di Intesa con un preavviso di almeno novanta giorni rispetto alla sua naturale scadenza.
Ciascuna parte del presente protocollo si impegna a renderlo pubblico anche attraverso la pubblicazione nel proprio sito web.
Letto, confermato e sottoscritto.
Roma, lì 9 febbraio 2018
Il Capo dell’Ispettorato nazionale del lavoro Il Presidente del CNO
F.to (Dott. Paolo Pennesi) F.to (Dott.ssa Marina Elvira Calderone)

Appello intellettuali per Afrin

“Noi, accademici e attivisti dei diritti umani firmatari insistiamo affinchè i presidenti della Russia, dell’Iran e degli Stati Uniti assicurino che la sovranità dei confini siriani non sia violata dalla Turchia e che al popolo di Afrin in Siria, sia permesso di vivere in pace. Afrin, la cui popolazione è a maggioranza curda, è una delle regioni più stabili e sicure della Siria. Con pochissimi aiuti umanitari Afrin ha accolto così tanti rifugiati siriani da raddoppiare la sua popolazioni sino ad un totale di 400.000 abitanti. Afrin è ora circondata da nemici: i gruppi jihadisti supportati dalla Turchia, AlQaeda e la Turchia. Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha minacciato di attaccare le unità militari supportate da Stati Uniti – le Unità di Difesa del Popolo o Ypg, con le quali gli Stati Uniti si sono alleati contro l’Isis. La Turchia accusa le Ypg di essere terroriste, nonostante abbiano contribuito all’organizzazione di consigli e governi locali che abbiano preso piede in ognuna delle città che sono state liberate e nonostante le ripetute dichiarazioni del non aver nessun interesse nei confronti di uno scontro contro la Turchia ma di voler funzionare solo come una forza di difesa per i curdi siriani e le altre etnie che vivono nella Federazione Democratica della Siria del Nord, anche conosciuta come Rojava, che include Afrin. La Turchia ha adesso mobilitato un’enorme forza militare sul confine di Afrin promettendo di attaccare il cantone sotto il controllo curdo con la forza annichilendo un’area pacifica e mettendo migliaia di civili e rifugiati a rischio, per perseguire la sua vendetta contro i curdi. Un attacco di questo tipo contro i cittadini pacifici di Afrin è un atto eclatante di aggressione contro una regione governata in modo pacifico e democratico. La Turchia non può portare avanti questi attacchi senza l’approvazione della Russia dell’Iran e della Siria, e con l’inazione degli Stati Uniti nel bloccarli. Il popolo curdo ha sopportato la perdita di migliaia di giovani donne e uomini che si sono uniti alle YPJ e alle YPG per liberare il mondo dall’Isis. Gli Stati Uniti e la comunità internazionale hanno l’obbligo morale di supportare, ora, il popolo curdo. Richiamiamo gli Stati Uniti e la comunità internazionale a garantire la stabilità e la sicurezza ad Afrin e prevenire ulteriori aggressioni turche dalla vicina Siria e lungo il confine siriano.
I firmatari
Noam Chomsky, MIT Professor Emeritus
Michael Walzer, Institute for Advanced Study, Princeton University, Professor Emeritus Charlotte Bunch, Distinguished Professor of Women’s and Gender Studies, Rutgers University
Todd Gitlin, sociologist and Chair, PhD Program in Communications, Columbia University
David Graeber, Professor of Anthropology, London School of Economics Nadje Al-Ali, Professor of Gender Studies, SOAS, University of London
David Harvey, Distinguished Professor of Anthropology and Geography, CUNY Graduate Center
Michael Hardt, political philosopher and Professor of Literature, Duke University
Marina Sitrin, Assistant Professor of Sociology, SUNY Binghamton and Associate Professor, New School
Bill Fletcher, Jr., former President of TransAfrica Forum
David L. Phillips, Director, Program on Peace-building and Rights, Columbia University Joey Lawrence, photographer and filmmaker Meredith Tax, writer and organizer,
North America Rojava Alliance (NARA) Debbie Bookchin, journalist and author, NARA”

Scambio epistolare Bernardini – Radicali

Lettera a firma Emma Bonino, Riccardo Magi, Silvia Manzi, Antonella Soldo, Filomena Gallo, Marco Cappato e Gianfranco Spadaccia – 19 dicembre 2017

Cara Rita,
stiamo preparando le liste “Più Europa” alle quali, per garantire una riconoscibilità radicale, Emma ha assicurato la disponibilità del suo nome nel simbolo: crediamo sia chiaro il perché di questa scelta che come Radicali Italiani abbiamo compiuto insieme a Benedetto.Negli ultimi anni tu e noi abbiamo intrapreso scelte politiche e organizzative diverse per ragioni che è inutile qui e ora ricordare; ma riteniamo che le comuni battaglie sul carcere e sulla giustizia giusta dovrebbero essere rappresentate direttamente da te in Parlamento. Non sappiamo se ce la faremo, se i nostri sforzi saranno coronati da successo, ma in caso positivo pensiamo che anche con la tua elezione sarà garantita la continuazione in Parlamento delle tue e nostre battaglie sulla giustizia e sul carcere.
Sappiamo di esprimere una scelta ampiamente condivisa tra noi.
Ti chiediamo di pensare a questa proposta e di darci una risposta il prima possibile.

Riccardo, Silvja, Antonella, Filomena, Marco, Emma, Gianfranco

La risposta di Rita Bernardini – 20 dicembre 2017

Il fatto che mi proponiate una candidatura nella vostra lista mi porta a pensare che il mio comportamento politico non sia stato chiaro ai vostri occhi e ciò mi dispiace perché ero convinta di essermi manifestata in modo limpido. E non mi riferisco a tempi recentissimi ma almeno da quando le vostre strade sono confluite in un’unica strada contraria a quella percorsa da Marco Pannella, strada – quella di Marco – che io ho condiviso e che cerco di portare avanti oggi con le compagne e i compagni del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito. Non è “per caso” che i soggetti politici che rappresentate con le vostre firme siano stati i più acerrimi boicottatori, con atti, comportamenti e omissioni, del raggiungimento nel 2017 dei 3.000 iscritti.

Non sono secondarie, come scrive Riccardo Magi con l’espressione “è inutile qui e ora ricordare”, le ragioni che mi hanno portato a “scelte politiche e organizzative diverse” anche perché “giustizia giusta” e “carceri” non sono un brand, semplici titoli di iniziative da poter vantare in campagna elettorale, ma elementi essenziali di un regime a-democratico e anti-popolare che ha ridotto il Paese sul lastrico non solo e non tanto economico (quella semmai è una conseguenza), ma istituzionale e civile.

Avete il “vostro” partito, la “vostra” lista, il nome di Emma Bonino ceduto a Radicali Italiani come patrimonio da far fruttare nelle competizioni elettorali. Avete spazi televisivi a gò-gò, quelli per conquistare i quali (e non certo per se stesso) Pannella doveva giungere in punto di morte: che ve ne fate di una scostumata Bernardini?

“non possiamo non prevedere fin d’ora – pena la morte politica di tutti noi – che si tenterà di separare, di annettere, di integrare qualsiasi radicale che proponga in modo non scostumato, cioè secondo il costume di classe del potere, e quindi con costumi omogenei a quelli del potere, quello che insieme abbiamo imparato e a cui stiamo dando corpo”. (Marco Pannella, 1978).

Lettera a firma Maurizio Turco – 19 dicembre 2017

Gentile Tesoriere dell’Associazione Radicali Italiani,
con la presente, quale Presidente dell’Associazione Politica Nazionale Lista Marco Pannella- Notizie Radicali, che conduce in locazione i locali di Via di Torre Argentina 76, sono a richiedere all’Associazione Radicali Italiani di voler senza indugi liberare, da cose e persone, le tre stanze a tutt’oggi occupate senza alcun titolo, ivi compreso lo spazio del magazzino dove sono depositati materiali vari riconducibili a Radicali Italiani e per le quali risulta maturata un’indenità di occupazione, dal 1 marzo 2017 al 31 dicembre 2017, pari ad euro 30.000, che pure con la presente sono a richiedere, comprensiva del valore dell’indebito arricchimento di cui ha beneficiato l’Associazione Radicali Italiani per l’utilizzo dei telefoni e della corrente elettrica.

Di fatto, come noto, l’Associazione Radicali Italiani ha oramai stabilito la propria sede operativa in Roma, Via Bargoni 40, di talché l’occupazione delle stanze, non ha più alcuna ragione di essere, se non quella di voler sottrarre spazio alle attività delle altre realtà associative che operan in sinergia con il Partito Radicale Transnazionale e Transpartito.

Con la presente sono altresì ad informare che la Lista Pannella ha acquisito dal Comitato Promotore Referendum, che ne era titolare, il dominio radicali.it. Qualora l’Associazione Radicali Italiani volesse acquisire il dominio dovrà versare la somma di Euro 70.000 pari al credito che la Lista Pannella vantava nei confronti del Comitato Promotore Referendum.

Nel caso in cui l’Associazione Radicali Italiani non intendesse rilevare il dominio lo stesso a partire dal 15 gennaio 2018 verrà gestito direttamente dalla Lista Pannella. Rimanendo in attesa di un gradito e sollecito riscontro, in assenza del quale mi vedrò costretto, quanto all’abusiva occupazione dei locali, ad assumere le necessarie iniziative finalizzate a tutelare l’Associazione Politica Nazionale Lista Marco Pannella in nome della quale scrivo la presente.

L’intervento del Ministro Maria Elena Boschi in Aula sulla mozione di sfiducia del 18 dicembre 2015

Non è mia intenzione in questa sede esprimere valutazioni sulla campagna politica in atto contro la mia famiglia e soprattutto contro il Governo: per il rispetto che nutro nei confronti della Presidenza e di tutti i colleghi, mi limiterò ad esporre i fatti.

I provvedimenti emanati dal nostro Governo hanno in qualche modo, seppure indirettamente, favorito la mia famiglia ? Pag. 15Questa è la domanda: c’è stato del favoritismo, una corsia preferenziale, la legge non è stata applicata in modo uguale per tutti i cittadini ? Questo è il quesito che viene posto. Forse vi stupirò, ma se la risposta fosse «sì», sarei io la prima a ritenere necessarie le mie dimissioni. Ma restiamo alla verità dei fatti, perché con i «sembrerebbe» e i «pare» che ho sentito questa mattina si va poco lontano (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Scelta Civica per l’Italia).
Vorrei dire a tutti coloro che hanno firmato la richiesta di dimissioni, che mi usassero la gentilezza di ascoltare i fatti che porterò in quest’Aula, perché chi ha un approccio alla realtà dei fatti privo di pregiudizi non può che arrendersi di fronte all’evidenza. Ascoltate prima di votare e ascoltate senza pregiudizio.
Vorrei innanzitutto che fossero chiari i fatti: mio padre è stato eletto membro del consiglio di amministrazione di Banca Etruria nel maggio del 2014. Ricordo che i soci di Banca Etruria, una banca popolare molto diffusa sul territorio, erano oltre 69.350. È stato poi nominato vicepresidente, uno dei vicepresidenti, non vicario e senza deleghe. Ha accettato quell’incarico convinto di poter dare una mano, di poter dare una mano in un momento in cui la banca era già in difficoltà per le gestioni precedenti e per la crisi economica.
Mio padre, come tutti gli altri membri del consiglio di amministrazione, ha perso il proprio incarico, è stato destituito con il commissariamento voluto dal nostro Governo con il decreto n. 45 del 10 febbraio del 2015, firmato dal Ministro Padoan su richiesta di Banca d’Italia. In tutta onestà voglio chiedere a quest’Aula: dov’è il favoritismo nell’aver fatto perdere a mio padre l’incarico, così come tutti gli altri consiglieri di amministrazione hanno perso il proprio incarico?
Ma v’è di più. Mio padre, è già stato detto, è stato al pari degli altri membri del consiglio di amministrazione, dei membri del collegio sindacale, del direttore generale, sanzionato da Banca d’Italia e ha pagato una multa di 144.000 euro. Vorrei chiedere, in tutta onestà, dov’è il favoritismo nella sanzione di Banca d’Italia verso mio padre (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) ?
Lasciatemi dire però quello che ho nel cuore. Io amo mio padre e non mi vergogno a dirlo: mio padre è una persona perbene, io sono fiera di lui e sono fiera di essere la prima nella famiglia Boschi ad essersi laureata e ricordo la gioia e la commozione di mio padre quando è venuto a Firenze ad assistere alla mia laurea. I miei fratelli più piccoli sono laureati uno in economia e uno in ingegneria e noi sappiamo quello che ha fatto mio padre per farci studiare, lui figlio di contadini, che per andare a scuola e diplomarsi ogni giorno faceva 5 chilometri a piedi all’andata e 5 chilometri a piedi al ritorno e 40 minuti di treno. Questa è la storia semplice, umile, ma forte, della mia famiglia, non le maldicenze che ho sentito raccontare in questi giorni, le meschinità che sono state scritte. Io so che questo fa parte delle regole del gioco e non mi arrabbio, ma spero, se un giorno avrò la fortuna di essere madre, che i miei figli siamo orgogliosi del loro padre quanto io lo sono del mio.
Allo stesso modo, però, dico in quest’Aula che sono orgogliosa di far parte di un Governo che esprime un concetto molto semplice: chi sbaglia deve pagare, chiunque sia, senza differenze. Se mio padre ha sbagliato, deve pagare, su questo io non ho dubbi, perché nell’Italia che stiamo ricostruendo non c’è spazio per il favoritismo, non c’è spazio per i due pesi e le due misure. Ma se mio padre ha sbagliato, non lo giudica il tribunale dei talk show o di una parte delle opposizioni, che preferisce strumentalizzare la vita e a volte la morte delle persone, piuttosto che cercare di risolvere i problemi.

  Resta la verità dei fatti: mio padre è stato commissariato dal Governo ed è stato sanzionato da Banca d’Italia. Non c’è nessun favoritismo nella nostra Italia.
Ma la mozione si interroga su altri elementi. I firmatari della mozione si chiedono se in qualche modo i provvedimenti di questo Governo possano aver favorito me o la mia famiglia, sia con il decreto di trasformazione delle banche popolari, che si asserisce avrebbe fatto guadagnare a me e alla mia famiglia delle plusvalenze, sia con l’ultimo decreto di novembre, che avrebbe salvaguardato me e la mia famiglia più degli altri azionisti, a differenza degli altri azionisti. Anche questo non è vero. Come è noto io posseggo, o sarebbe meglio dire possedevo, 1557 azioni di Banca Etruria che ho acquistato ad un valore di poco inferiore a un euro ciascuna, quindi avevano un valore iniziale di circa 1500 euro, così forniamo anche informazioni a chi non era in grado di dare un valore a queste azioni peraltro a tutti noto; dico «possedevo» perché, come sapete dopo il decreto di questo Governo, il valore delle azioni è stato azzerato, quindi oggi equivalgono a zero e sono carta straccia, come quelle di tutti gli altri azionisti. Anche i membri della mia famiglia hanno dei piccoli pacchetti azionari in Banca Etruria. Come consente la legge non hanno fornito informazioni sui loro titoli, ma sicuramente non si offenderanno se lo farò io oggi in quest’Aula. Mio padre possiede, o meglio possedeva, 7550 azioni di Banca Etruria, mia madre 2013, mio fratello Emanuele 1847 e mio fratello Pier Francesco 347. Ad un valore inferiore a un euro ciascuna potete fare agilmente il calcolo del valore di questo pacchetto azionario. Ciò nonostante oggi vale zero, perché a seguito del decreto il valore è stato azzerato.
Ora, io trovo sinceramente molto suggestiva l’idea che, con un pacchetto di 1500 azioni un socio sui 69.350 di qualche anno fa e gli oltre 62.000 attuali soci di Banca Etruria, io fossi la proprietaria di Banca Etruria. Trovo anche molto suggestivo che la mia famiglia, cinque soci su oltre 62.000 soci (e ricordo che in una banca popolare il voto era capitario), soci come tante famiglie del territorio sono soci di quella banca, fosse proprietaria di Banca Etruria. Dire che Banca Etruria è la banca della famiglia Boschi è sicuramente funzionale ai titoli sui giornali, ma poco corrisponde alla realtà dei fatti.
Il provvedimento di novembre, quindi, non ha favorito la mia famiglia perché le nostre azioni sono state azzerate come quelle di tutti gli altri; ma si cerca con malizia, forse puntando un po’ anche sull’ignoranza tecnica procedurale, di provare a sostenere che sarebbe stato invece il decreto di trasformazione delle banche popolari a favorire me o la mia famiglia consentendoci di guadagnare sul plusvalore delle azioni. Allora anche qui è necessario fare un’operazione di chiarezza. Né io né membri della mia famiglia abbiamo acquistato o venduto azioni nel momento in cui io sono stata al Governo, anzi ancora prima, perché gli ultimi movimenti miei o della mia famiglia in azioni di Banca Etruria risalgono a luglio del 2013. Questo vuol dire che noi non abbiamo venduto o acquistato azioni né prima né dopo l’emanazione del decreto di febbraio, quindi nessun plusvalore può essere stato realizzato, semplicemente perché non abbiamo venduto o acquistato.
Ciò detto, siccome non voglio che ci siano dubbi in quest’Aula, proviamo a ragionare per assurdo; immaginiamo quindi che ci possa essere stata una differenza di valore e di nuovo fermiamoci ai fatti. Prima del decreto, approvato dal nostro Governo, il valore delle azioni di Banca Etruria era sceso a circa 0,3670 euro ciascuna. Questo ha comportato per me, come per gli altri azionisti, ovviamente, una minusvalenza che, nel mio caso, corrispondeva a 929 euro. A seguito del decreto le azioni delle banche popolari quotate, non soltanto quelle di Banca Etruria ma di tutte le banche quotate, hanno visto aumentare il valore dei loro titoli, comprese quelle di Banca Etruria. Attraverso questo rialzo dei titoli si è ridotta la minusvalenza. Cosa vuol dire ? Che attraverso questa riduzione di 369 euro della minusvalenza io, ammesso che avessi venduto le azioni, cosa che non ho fatto, ci avrei perso un po’ di meno, anziché perderci 929 euro, ce ne avrei persi 560.
Il grande conflitto di interessi di cui stiamo parlando sono 369 euro, mai realizzati perché mai ho venduto quelle azioni. Stiamo parlando al Paese di 369 euro.

  Analoghe considerazioni valgono per il pacchetto azionario della mia famiglia, perché non hanno venduto azioni, non hanno realizzato alcun tipo di plusvalenza, hanno semplicemente visto ridursi la minusvalenza delle loro azioni, per un importo che complessivamente sfiora ben 2.300 euro: una cifra veramente strabiliante che può far parlare di conflitto di interessi. Non vi pare di esagerare ?
Ma ci sono altre considerazioni: noi abbiamo detto che non sono state realizzate plusvalenze, che il valore delle azioni è stato azzerato, che mio padre è stato commissariato dal Governo e sanzionato da Banca d’Italia, quindi direi nessun favoritismo, nessuna corsia preferenziale.
Ma possiamo ragionare anche in termini di opportunità: voi vi ricorderete che in quest’Aula io ho difeso dei colleghi del Governo raggiunti da avvisi di garanzia e sono stata anche molto criticata dopo quel question time. Io credo, però, che, al pari delle tante riforme importanti che il nostro Governo sta portando avanti, anche aver ribaltato il principio in qualche modo del sospetto, di aver riaffermato un principio costituzionale per cui l’avviso di garanzia non è una condanna, ma è semplicemente uno strumento posto a tutela di ogni cittadino indagato, sia altrettanto significativo e altrettanto importante, anche se ora non stiamo parlando di avvisi di garanzia.
In questi giorni mi è stata anche, in qualche modo, contestata la mia posizione, espressa in una trasmissione televisiva, circa due anni fa, nei confronti dell’allora Ministro della giustizia, che a mio avviso avrebbe dovuto dimettersi perché in una intercettazione telefonica si sentiva l’allora Ministro della Giustizia esprimere solidarietà e vicinanza alla famiglia di un indagato, ritenendo che quelle indagini fossero ingiuste e che quel sistema fosse ingiusto. Ecco, io credo che da un Ministro della giustizia ci si aspetti che stia al fianco delle istituzioni e non dei parenti o degli amici. Io, come Ministro, sono sempre stata dalla parte delle istituzioni, non ho mai favorito la mia famiglia, non ho mai favorito i miei amici.
Non c’è dunque conflitto d’interessi, non c’è dunque alcun favoritismo, non c’è alcuna corsia preferenziale: chi ha sbagliato paga e pagherà. Non ho tutelato la mia famiglia, questo Governo ha tutelato le istituzioni. La verità dei fatti è lì, davanti a noi, lo hanno ricordato anche prima in altri interventi: un milione di risparmiatori che, senza l’intervento del Governo, senza il decreto del Governo, avrebbe visto azzerare i propri risparmi, e 7 mila dipendenti che hanno potuto ricevere lo stipendio. Tra questi non c’è mio fratello, perché a marzo dello scorso anno si è licenziato, rinunciando al posto fisso in banca; peraltro non si è mai occupato di crediti, e si è messo in proprio. L’unico legame che ha ancora con quella banca è nell’aver conosciuto lì, ed aver sposato, una collega, e insieme a lei, come tante altre giovani coppie, avere acceso un mutuo per comprare la loro casa alle stesse condizioni che vengono applicate a tutti i dipendenti di quella banca.
Allora, giudichino i colleghi se queste informazioni sono sufficienti a ripristinare la realtà, giudichino i colleghi se io sono venuta meno ai miei doveri istituzionali o alla correttezza che mi impone il mio ruolo, giudichino i colleghi se io ho in qualche modo favorito la mia famiglia o se abbiamo tratto qualche vantaggio. Ripeto: mio padre è stato commissariato, sanzionato, non abbiamo avuto plusvalenze e le nostre azioni sono state azzerate.
I colleghi ovviamente sono liberi di pensare quello che vogliono, di mettermi in discussione. Peraltro, in queste settimane non sono mancate le maldicenze, le bugie, le denigrazioni, i chiacchiericci. So che fare il ministro a 34 anni e con incarichi di responsabilità può attirare invidie e maldicenze, non mi fanno paura, anche perché oggi più che mai sento l’amicizia e l’affetto di tanti colleghi, ma anche di tanti cittadini che mi incoraggiano ad andare avanti.

Senza apparire arrogante, voglio sfidare i firmatari: mi si dica se sono mai venuta meno ai miei doveri istituzionali e sarò la prima a lasciare. Mi si dica e mi si dimostri che ho in qualche modo favorito la mia famiglia e non aspetterò nemmeno l’esito del voto. Mi si dica che non sono all’altezza, se lo ritenete, ma non vi consento di mettere in discussione la mia onestà e il rispetto dei principi di legge: non ve lo consento io e non ve lo consente la realtà dei fatti.

Già, perché la realtà dei fatti che oggi abbiamo portato in quest’Aula è molto più forte del qualunquismo, del pressappochismo, della demagogia, di chi ci vuole dire che non siamo tutti uguali di fronte alla legge. No, cari colleghi, con il nostro Governo siamo tutti uguali davanti alla legge, e ciò è stato dimostrato da commissariamenti, sanzioni, azzeramento di azioni. Auguro, quindi, a tutti voi di giudicare i fatti per quello che sono, perché la realtà dei fatti è molto più forte di ogni strumentalizzazione.

E voglio anche dire a chi immagina, attaccando me, di indebolire il Governo: lasciate perdere, perché questo Governo è attrezzato per respingere gli attacchi, questo Governo è attrezzato per portare avanti il cambiamento, perché siamo il cambiamento di cui l’Italia ha bisogno, per cui non ci fermeranno le bugie, le maldicenze. Noi continueremo ad andare avanti senza arroganza, ma con la libertà e il coraggio di chi sa di dare veramente all’Italia una nuova opportunità.

Dichiarazione di voto di Pia Locatelli

Il consiglio europeo dei prossimi giorni ha un’agenda impegnativa e la risoluzione di maggioranza, che abbiamo sottoscritto, non poteva non essere altrettanto ricca.

Parto dal Vertice di Goteborg, che finalmente si è concentrato su come stimolare la crescita inclusiva, come creare posti di lavoro equo e come sviluppare pari opportunità tra donne e uomini. Sembra, quindi, come ha detto l’ambasciatore svedese in Italia, che stiamo riprendendo la strada “per un’Europa più inclusiva che mette al primo posto occupazione e crescita eque”.

Brexit: si è conclusa una fase dei negoziati e , come era prevedibile, non è esito vantaggioso per i britannici: alcune decine di miliardi da pagare, più del doppio della loro offerta iniziale, per anni pieni diritti ai cittadini europei residenti in UK, nessuna frontiera tra Irlanda del Nord e Irlanda. Ora si apre la seconda fase delle trattative. Io mi auguro che tra un anno il parlamento non ratificherà l’accordo e si ritorni ad un nuovo referendum. Qualcuno ci sta lavorando e noi facciamo il tifo per questo gruppo di lavoro.

Ultime due brevissime note: abbiamo apprezzato la posizione dell’Alta Rappresentante Mogherini su Gerusalemme: nessun Paese della Ue seguirà l’esempio degli USA. Una posizione netta che conferma quanto sosteniamo da tempo: la soluzione del conflitto può avvenire solo con la nascita di sue Stati con Gerusalemme capitale di entrambi. In questa legislatura abbiamo presentato una mozione, votata dalla Camera, per il riconoscimento dello Stato palestinese, mi auguro che il Governo faccia il possibile perché si concretizzi.

Infine un’altra buona notizia: nel Consiglio che ha tenuto a Lisbona l’1-2 dicembre il PSE ha approvato a larghissima maggioranza la proposta di liste europee transnazionali per le prossime elezioni del Parlamento europeo. Un passo avanti per più Europa.

Voteremo la risoluzione della maggioranza che abbiamo sottoscritto.

Cartabianca. Interrogazione a risposta scritta

Ai Presidente della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, Presidente della Rai, Direttore generale della Rai. – Premesso che:

in data 21 novembre 2017 su RAI 3, nel corso di una puntata di Cartabianca, è andato in onda un servizio firmato da Gabriele Corsi, nel quale si pretendeva di dimostrare che in Italia vi sarebbero moltissimi partiti di sinistra ma che i medesimi sarebbero però, per così dire, inesistenti o ‘finti’, sprovvisti cioè di una reale struttura organizzativa fatta di persone, uffici, etc;

al fine di sostenere tale assunto, il servizio mostrava l’inviato di Cartabianca recarsi presso varie sedi di partito e citofonare ai rispettivi ingressi, senza ottenere risposta o comunque lasciando intendere, anche attraverso interviste ad hoc, che le medesime erano deserte o inattive;

tra le sedi oggetto del servizio vi è quella della direzione nazionale del Psi a Roma, in via Santa Caterina da Siena 57, al primo piano; anche in quell’occasione, l’inviato ha citofonato e dagli uffici del Psi è stato aperto il portone dell’ingresso principale; tuttavia Corsi, senza entrare nemmeno all’interno dello stabile, ha sostenuto a favore di telecamera, non solo che negli uffici del Psi non vi fosse nessuno, ma che al loro posto vi fosse un bed and breakfast;

nonostante la sede del PSI in quel momento fosse, come di consueto, operativa e fossero presenti dirigenti politici, con facoltà di verifica, il messaggio veicolato allo spettatore è stato dunque di tutt’altro segno: il partito socialista in realtà non esisterebbe, non è operativo ed è sprovvisto di una vera e propria organizzazione.

Il suddetto servizio televisivo, emesso peraltro su una rete pubblica, non solo ha condotto un’indagine incompleta e tendenziosa, ma ha creato una vera e propria notizia falsa, suggerendo allo spettatore conclusioni, di rilievo chiaramente politico, radicalmente errate.

gli effetti negativi sull’immagine del Partito socialista scaturenti dal servizio in parola, anche in vista delle future elezioni politiche, sono evidenti, così come è assolutamente discutibile l’assunto di fondo per il quale ci sarebbero ‘troppi’ partiti di sinistra, quasi che il pluralismo sociale e politico non sia un tratto caratterizzante dello Stato costituzionale e dell’Italia in particolare;

un servizio del genere ha leso altresì la dignità degli elettori, militanti e amministratori del Partito socialista i quali si sono sentiti presi in giro dalla trasmissione (quali persone che hanno ‘sprecato’ il loro voto in qualcosa che non c’è) e traditi dal partito che hanno votato, il che è ancor peggio.

per sapere:

di quali informazioni dispongano i Presidenti e il Direttore generale interrogati, per quanto di competenza, in merito ai fatti riferiti in premessa;

se, attesa l’evidente infondatezza delle tesi e delle conclusioni suggerite dal programma Cartabianca specie con riferimento al Partito socialista italiano, non reputino necessario attivarsi, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, al fine di accertare eventuali mancanze o colpe nella preparazione, montaggio e messa in onda del servizio televisivo in parola, e le relative responsabilità.

Enrico Buemi

Governare il cambiamento

Luigi Covatta

Il cambiamento che ora dobbiamo tentare di governare è molto più rapido di quello che potevamo percepire trentacinque anni fa: si può addirittura dire che talvolta non coincide neanche con lo spazio di una generazione. Ma già allora ci si poteva rendere conto dell’obsolescenza dei modelli politici che si erano affermati dopo la guerra. Peter Glotz ci metteva in guardia contro i pericoli della “società dei due terzi”. Paolo Sylos Labini ci aveva già dimostrato che la “pietrificata sociologia marxista delle classi” (per usare i termini usati allora da Martelli) non aveva più riscontro nella realtà. Claus Offe vedeva avvicinarsi la crisi fiscale dello Stato. John Rawls preferiva il concetto di equità a quello di eguaglianza che fino ad allora era stato l’insegna della sinistra. E Norberto Bobbio ci avvertiva che ormai l’innovazione ed il progresso tecnico procedevano da destra, per cui la sinistra non era più il “partito del cambiamento”, e che “dove tutti sono riformisti nessuno è riformista”.

In Europa non mancarono, negli anni successivi, le iniziative tese a contenere le conseguenze del tramonto del “secolo socialdemocratico” segnalato da Dahrendorf. Innanzitutto quella di Jacques Delors, che mirava a dare ragioni proprie ad un’Unione europea che fino ad allora aveva vissuto anche “al riparo” del Muro di Berlino, come ha ricordato di recente Emmanuel Macron nel suo discorso alla Sorbona. E poi quelle di Blair e di Schroeder, tese a trasformare il Welfare State in Welfare Society, mettendo al centro le persone piuttosto che le classi.

Ora possiamo verificare che i risultati di quelle iniziative sono stati modesti, e che in tutt’Europa il consenso ai partiti socialisti è sceso al minimo storico. Ma sarebbe un errore imputare ad esse questa situazione, come invece si tende a fare da qualche parte, riscoprendo ricette anacronistiche che perciò stesso sono regressive e praticabili solo in un contesto di decrescita non si sa quanto felice. Si deve invece osservare che le iniziative di Delors, di Blair e di Schroeder non hanno avuto un seguito coerente, specialmente per quanto riguarda il governo della finanza internazionale. E che comunque in questi anni si è continuato a pretendere di tenere l’Unione europea anche “al riparo” dai popoli, sempre per citare il Macron della Sorbona.

Non possiamo tuttavia consolarci considerando che i mali del nostro sistema politico coincidono con quelli del resto d’Europa. Da noi persiste purtroppo anche quella che negli anni ’80 qualcuno definiva “la felice peculiarità italiana”, e che noi individuavamo invece come elemento di debolezza. Semmai quei mali si sono aggravati per il venir meno degli equilibri, pur imperfetti, che bene o male avevano governato i primi quarant’anni della nostra vita repubblicana, e che da almeno un ventennio sono stati sostituiti dal nulla.

Non è questa la sede per approfondire il tema. In attesa che qualcuno vada in Africa e qualcun altro si dedichi a tempo pieno all’enologia, basti accennare al naufragio di gruppi dirigenti che hanno pensato di poter aggiornare la propria cultura politica cambiando nome ogni cinque anni, ma tenendosi anch’essi rigorosamente “al riparo” dal popolo: fino a vedere porzioni consistenti di quello stesso popolo cercare rifugio sotto un cielo trapunto da ben cinque stelle, dopo avere invano atteso che sorgesse il sol dell’avvenire.

Anche nel caso del movimento di Grillo, infatti, non è inutile sfogliare l’album di famiglia. Magari per ricordare che la constituency elettorale del Pci era formata anche da componenti poco politicizzate, benchè tenute a freno da un gruppo dirigente che praticava il centralismo democratico: aree tradizionalmente protestatarie, alle quali si aggiunsero poi aree puramente e semplicemente moralistiche. Senza dire che l’album di famiglia potrebbero utilmente sfogliarlo anche molti reverendi padri che fino a trent’anni fa si compiacevano di avere tenuto insieme un elettorato d’ordine sostanzialmente agnostico rispetto all’asse destra/sinistra, e semmai sensibile solo ai più immediati richiami corporativi. “L’identità della Dc erano i suoi voti”, scrisse nel ’94 Gianni Baget Bozzo: e – con tutte le ovvie cautele – si può dire altrettanto dell’identità del M5s.

Perciò ci permettiamo di scendere di nuovo in campo, senza ridicole nostalgie revansciste e senza improbabili ambizioni: se non quella di offrire materiale di riflessione ad un centrosinistra che in Italia non diventerà più o meno “largo” a seconda delle alleanze, ma solo se smetterà di essere quella “sinistra senza popolo” di cui parlava Biagio de Giovanni già una decina di anni fa.

Il mese scorso, con l’aiuto di Sebastiano Maffettone, Mauro Calise, Massimo Lo Cicero, Francesco Nicodemo, Claudia Mancina e Luciano Pellicani (oltre che dei qui presenti Capogrossi, Pinelli, Mattina e Intini) abbiamo tentato di mappare le nuove faglie della politica: quelle che si aprono in relazione alla sovranità, alla democrazia, alla burocrazia, alla finanza, al lavoro, all’informazione, al rapporto fra le generazioni e fra le culture. Ora vorremmo fare un passo avanti, affrontando nella loro concretezza i problemi che queste nuove faglie ci propongono, e che ci obbligano a fondare la nostra identità su un terreno più accidentato di quello che un secolo e mezzo fa era attraversato soltanto dal conflitto fra capitale e lavoro.

Che il terreno sia molto accidentato, del resto, lo dimostra innanzitutto la necessità di rivedere radicalmente la struttura e la stessa filosofia di quel Welfare State che nella seconda metà del secolo scorso ha rappresentato la più significativa conquista delle socialdemocrazie: una conquista che nei trent’anni gloriosi del dopoguerra ha costituito il fondamento materiale della stessa rinascita democratica dei principali paesi europei, ma che ora mostra la corda non solo per ragioni di sostenibilità, bensì soprattutto per ragioni di equità.

Se ne parlerà nella tavola rotonda di questo pomeriggio. Ma fin d’ora si può affermare che la pretesa di perpetuare un sistema di protezione sociale concepito nell’epoca del taylorismo e dell’operaio-massa non è immaginabile nell’epoca dell’industria digitale e della centralità della persona: e non c’è bisogno di scomodare Mounier per ricordare che la persona non è una monade e che il personalismo non coincide con l’individualismo.

Purtroppo però di questo cambiamento i nostri sindacati non hanno ancora preso atto: ed ora – invece di mobilitarsi per i ritardi nella realizzazione delle politiche attive previste nel Jobs Act, essenziali per l’accesso dei giovani al mercato del lavoro – si mobilitano contro lo slittamento di cinque mesi dell’età pensionabile con la stessa enfasi con cui a suo tempo I soli comunisti della Cgil difesero la scala mobile.

Non c’è neanche bisogno di scomodare Bobbio per ricordare che l’uniformità è la caricatura dell’eguaglianza, e che il nuovo Welfare deve essere in grado di offrire prestazioni articolate che incentivino le opportunità e valorizzino la responsabilità delle persone. Vasto programma, si dirà. Ma programma ineludibile se non ci si vuole rifugiare nella retorica dei diritti o cullarsi nel sogno del reddito di cittadinanza: e neanche in questo caso c’è bisogno di scomodare Marx ricordando che per lui il “regno della libertà” non era un dono delle stelle (cinque o più che fossero), ma si collocava al termine di un lungo percorso.

In questo contesto diventa centrale la formazione e la valorizzazione del capitale umano. L’anno scorso Cominelli, nel seminario che tenemmo alla Fondazione Kuliscioff, già ci spiegò come il taylorismo, non più presente nei processi produttivi, domina ancora i processi educativi; e Pero ci fece presente quanto siano ormai labili i confini fra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Immagino che ora faranno un bilancio della misera fine che sta facendo l’intuizione della Buona scuola, e magari di come il contratto dei metalmeccanici, il primo che prendeva atto delle novità intervenute nell’organizzazione del lavoro, abbia avuto seguito presso altre categorie. Senza dimenticare che le imprese innovative lamentano la carenza di competenze nel mercato del lavoro, e che le prestazioni di lavoro intellettuale vanno adeguatamente contrattualizzate anche nei call center ed in quelle altre decine di luoghi nodali senza i quali l’industria digitale non potrebbe fuzionare.

Quello che è certo, comunque, è che l’occupazione, specialmente nel Mezzogiorno, non si difende coi piagnistei o con la distribuzione di incentivi a pioggia. Ce lo ha ricordato Mattina nell’ultimo numero di Mondoperaio, e domani avremo l’opportunità di fare un’esercitazione sul campo, con i protagonisti di storie di successo che smentiscono molti luoghi comuni. Così come domani potremo misurarci coi temi che ci vengono proposti da quell’abisso di bisogno e di dolore rappresentato dai flussi migratori: temi sui quali sarebbe urgente e doverosa un’alleanza fra i meriti di chi è impegnato sul fronte dell’integrazione culturale e i bisogni di milioni di diseredati, e che invece troppo a lungo sono stati occasione di speculazione da parte di organizzazioni non governative e di esibizione di ottusità da parte di burocrazie governative.

Vorrei invece concludere sottolineando l’importanza dell’ultima tavola rotonda, quella sulle istituzioni, che sono uno dei principali strumenti del riformismo, mentre oggi invece ne sembrano piuttosto gli ostacoli. Forse anche perché nel grande falò degli anni ’90, oltre a qualche inutile carrozzone abbiamo bruciato qualche cassetta degli attrezzi di troppo. E sicuramente perché allora si è preteso di rinnovare lo Stato con la manipolazione delle leggi elettorali invece che con una grande riforma costituzionale.

Sta di fatto che in un’epoca in cui ci sarebbe bisogno di concepire progetti di lunga lena, ed in una fase in cui gli investimenti pubblici dovrebbero comunque aiutarci ad uscire definitivamente dalla crisi economica, l’edificio istituzionale non sembra in grado di reggere lo sforzo. Un esempio per tutti lo possiamo individuare nella gestione del post terremoto dell’Italia centrale. Vanno a rilento le attività legate all’emergenza. Ma va a rilento anche il progetto giustamente concepito dal governo per rimettere complessivamente in sesto il tessuto idrogeologico del paese. Fra conflitti di competenza, desuetudine di strutture dedicate alla programmazione e complessità delle procedure, insomma, mancano strumenti sia per il breve che per il lungo periodo.

Occorre quindi innanzitutto intervenire sui “rami bassi” delle istituzioni. Quanto ai “rami alti”, si ha l’impressione che si sia in preda ad un riflesso plavoviano: per cui chi si è scottato con l’acqua bollente del referendum costituzionale ora teme anche l’acqua fredda. Tanto che, come ha fatto il Pd in occasione dei due referendum del Veneto e della Lombardia, si preferisce tacere piuttosto che rischiare un’altra sconfitta.

Eppure il centrosinistra avrebbe tutto lo spazio che vuole per riprendere palla in materia di riforme istituzionali, dopo il calcio di rigore subito il 4 dicembre. A quanto pare, infatti, col voto sulla riforma Boschi il popolo sovrano non ha perso la voglia di riforme istituzionali. E questa volta ci sarebbe l’opportunità di farle nascere “dal basso”, cioè dal voto di due importanti regioni che implica comunque (lo sappiano o no Zaia e Maroni) un riassetto istituzionale anche per quanto riguarda lo Stato centrale: forma di governo compresa, visto che non è immaginabile nessun autentico federalismo senza che a Roma ci sia il contrappeso di un governo stabile ed autorevole.

Altro che compiacersi, quindi, perché Maroni all’appuntamento con Gentiloni si presenterà accompagnato da Bonaccini. Ed altro che limitarsi alle grasse risate quando Zaia abbaia alla luna dello statuto speciale, mentre Berlusconi vuole todos caballeros estendendo lo statuto speciale a tutte le regioni. Meglio prendere sul serio quello che è avvenuto tre settimane fa, che – magari preterintenzionalmente – segnala che com’è adesso il rapporto fra centro e periferia non funziona, e che la maldestra riforma del Titolo V non ha risolto i problemi ma forse li ha aggravati.

Del resto le reazioni delle regioni meridionali non sono mancate. A parte Emiliano, la cui fantasia non va oltre l’imitazione, Enzo De Luca ha messo subito i piedi nel piatto rivendicando una più equa ripartizione del Fondo sanitario: mentre il suo predecessore, Stefano Caldoro, ha riportato all’onor del mondo un’ipotesi – quella delle macroregioni – che un tempo era stata un cavallo di battaglia della Lega, ma che più di recente aveva riscosso attenzione da tutt’altre parti: per esempio dalle parti di Giorgio Ruffolo, che qualche anno fa (Un paese troppo lungo) ne fece il perno di una nuova strategia meridionalista; ed anche dalle parti della Società geografica italiana, che nel 2015 – nel contesto di una approfondita ricerca sulla governance locale – le prevedeva, insieme con la sostituzione delle province con una trentina di dipartimenti.

Anche il recente voto siciliano, del resto, offrirebbe abbondante materia di riflessione sulle autonomie “speciali” e sul federalismo all’italiana: quello per cui Calderoli, quand’era ministro, interpretando a suo modo il principio di sussidiarietà decentrava gli uffici delle Amministrazioni centrali a Monza invece di smantellarli a Roma. L’autonomia siciliana è infatti lo specchio di questo “federalismo”, inteso piuttosto a rivendicare risorse dallo Stato che ad esercitare responsabilmente l’autonomia impositiva: fino ad indurre perfino il sindaco di Milano, due giorni dopo il referendum, a chiedere l’intervento del governo centrale per rinnovare niente di meno che le caldaie condominiali.

Sarebbe quindi matura una nuova offensiva riformista, magari più completa e meno complessa di quella votata in questa legislatura: perché collegherebbe con un filo logico la modifica della forma di Stato in senso federale con la modifica della forma di governo in senso presidenziale. Senza dimenticare che il ruolo di supplenza svolto di fatto dal presidente della Repubblica negli ultimi anni postula sempre più una diversa legittimazione del capo dello Stato.

Anche nel terzo millennio, tuttavia, lo strumento fondamentale del riformismo resta il partito. Sappiamo tutto sulla crisi del partito d’integrazione sociale, sulla disintermediazione, sulla fine delle ideologie, sulla leadership carismatica, sulla democrazia del pubblico e su tutti gli altri luoghi comuni che hanno riempito gli scaffali dei politologi a cavallo dei due secoli. Ma abbiamo finora riflettuto troppo poco su un vero e proprio miracolo italiano: quello che in un quarto di secolo ha visto formarsi e svilupparsi un sistema politico fondato soltanto sulla manipolazione delle leggi elettorali.

Anche ora, per effetto della nuova legge elettorale, vediamo risorgere un centrodestra fino a ieri dilaniato da tutte le divergenze possibili e immaginabili sotto la guida di un personaggio fino a ieri dato per spacciato a ragione di tutte le nequizie possibili e immaginabili. Ma è innegabile che lo stesso centrosinistra ha preso forma anche in relazione alle convenienze elettorali, che presumevano l’esistenza di un “dirimpettaio” di Berlusconi, come disse Michele Salvati quando avviò la lunga gestazione del Pd.

Ora però quello scenario politico non esiste più: e non solo perché è arrivato Grillo “di cielo in terra a miracol mostrare”. Forse perché la temporanea eclisse del berlusconismo ha messo fuori corso quell’antiberlusconismo che era parte consistente della constituency del centrosinistra. Forse anche per i difetti di cultura politica ai quali accennavo all’inizio. O forse infine perché gli italiani sono ancora quelli che vent’anni fa pensarono “di liberarsi del proprio passato depositando nell’urna una scheda sacrificale a costo zero”, come scrisse Mauro Calise nel 1994.

In questo nuovo scenario “simme tutte purtualle”, come si dice a Napoli per constatare l’omologazione dei rifiuti organici che galleggiano nelle acque limacciose del porto con le profumate arance cadute da una nave. Specialmente ora che non ci sono più premi di maggioranza da lucrare e collegi da elargire, infatti, siamo chiamati tutti, nell’ambito del centrosinistra, a ricostruire il partito dei riformisti: sia chi ha appena compiuto dieci anni, sia chi ne ha già compiuti 125, sia quanti, nella società civile e nei corpi intermedi, esprimono il bisogno degli ultimi ed il merito delle competenze.

Del resto, come ricordò Martelli a Rimini, “il Psi nacque come partito di popolo e come partito colto”, federando “uomini e donne, singoli e gruppi, non intorno a rigidi dogmi né a rigide organizzazioni, ma intorno alla povera gente, a ideali e programmi illuminati dalla ragione critica”.

Aggiunse allora Martelli: “Se avessero atteso il filosofo Labriola non sarebbe nato mai”. Ed anche ora non nascerà nulla se continueremo ad attendere politologi, editorialisti, sondaggisti ed altri cacadubbi di ogni genere e specie.

La dichiarazione di voto di Oreste Pastorelli

E’ davvero arrivato il momento che le forze responsabili del Parlamento consegnino al Paese una nuova legge elettorale: a pochi mesi dalla fine della legislatura, infatti, non si può fallire un obiettivo così importante per la democrazia.
Il presidente della Repubblica ha più volte richiamato le Camere: dopo il tentativo di giugno, adesso è davvero giunta l’ultima occasione, quella che non può essere mancata.
Sarebbe la vittoria dell’irrazionalità a scapito della responsabilità, del populismo a svantaggio della politica.

Oggi compiamo un passo avanti per dare al Paese una legge che ha il merito di armonizzare la formula elettorale delle due Camere. E’ fondamentale dare a Camera e Senato lo stesso sistema elettorale.
Comprendiamo perfettamente i motivi del Governo nel mettere la fiducia, caricandosi di una responsabilità pesante, ma quanto accaduto a giugno scorso sta lì a dimostrare come fosse l’unico modo possibile per portare a casa la riforma della legge elettorale.
Il voto segreto è infatti sacrosanto in caso di votazioni che interpellano la coscienza personale: sulle regole democratiche, però, dovrebbe essere diverso.
Ebbene un altro flop del Parlamento andrebbe ad assestare un colpo decisivo per la credibilità delle Istituzioni, oltre che ad avvantaggiare i professionisti della demagogia.
Certo, andando nel merito riteniamo la legge uscita dalla commissione non perfetta, ma tuttavia in grado di consegnare ai cittadini una normativa elettorale accettabile e rappresentativa.

La nuova proposta, per un terzo maggioritaria e due terzi proporzionale, incoraggia le coalizioni, proprio quello che avevamo indicato noi socialisti già da qualche tempo.
Con questa legge i cittadini avranno chiare le proposte politiche che si troveranno di fronte e i progetti di Governo tra i quali scegliere.
Ci preme poi sottolineare il passo avanti compiuto sulla parità di genere rispetto alle leggi precedenti.

Il testo accoglie le richieste che da anni avanziamo di un maggior equilibrio della rappresentanza di genere nelle istituzioni prevedendo che nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore al 60% sia nei collegi uninominali sia in quelli plurinominali: questa regola vale anche per i capilista.
Chiaramente avremmo voluto una rappresentanza alla pari, quindi 50 e 50, soprattutto  avremmo  voluto che il conteggio della ripartizione delle candidature tra donne e uomini alla Camera fosse a livello circoscrizionale, così come è per il Senato, e non nazionale.

In questo modo, infatti, c’è il rischio, anzi la certezza, che alcuni partiti concentreranno le candidature femminili nelle regioni dove sono deboli e quelle maschili nei territori in cui sono più forti, con la conseguenza di non eleggere nessuna donna.
Dobbiamo però riconoscere dei miglioramenti rispetto al primo testo presentato a giugno e ci auguriamo che ulteriori progressi sul fronte della rappresentanza paritaria siano portati avanti nella prossima legislatura, intervenendo anche a monte sui meccanismi di selezione dei partiti, nel rispetto dell’art 49 della Costituzione che prevede che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Sin dall’inizio della legislatura, nel 2013, il Psi ha sposato la linea della responsabilità per favorire la stabilità del’Italia, messa a rischio da anni di crisi economica e di tensioni sociali.
Anche questa volta, quindi, non ci tireremo indietro, andremo avanti con coraggio, per il bene del Paese.
Esprimo, dunque, il voto favorevole della componente socialista alla nuova legge elettorale.

La dichiarazione di voto del senatore Enrico Buemi

Signor Presidente, accettando l’invito a essere sintetico, esprimo il voto favorevole del Gruppo per le Autonomie, Partito Socialista Italiano e MAIE, consapevole di portare a termine un provvedimento importante. Noi esprimiamo un giudizio molto positivo: si tratta di una buona legge, attesa da anni e che cambia completamente l’impostazione normativa. Da una fase sanzionatoria nei confronti delle imprese in difficoltà e da un atteggiamento negativo si passa a un completo ribaltamento dell’impostazione, avendo come punto di riferimento principale il mantenimento in vita dell’impresa, in quanto non soltanto patrimonio dei possessori e degli imprenditori, ma anche patrimonio ricchezza del Paese.C’è da considerare, tra le misure importanti previste, anche se penalizzanti nei confronti delle piccole imprese, l’introduzione dell’obbligo del revisore dei conti anche per le imprese minori, quelle che hanno più di dieci dipendenti e più di 2 milioni di fatturato annuo, e il criterio dell’azione preventiva, in modo tale da evitare le crisi e portare anche le piccole imprese, che spesso sono carenti da questo punto di vista, a una gestione efficiente e razionale, in linea con i princìpi di buon governo dell’impresa.Certamente rimane il punto critico della scelta dei curatori e degli amministratori giudiziari perché sicuramente manca la valutazione di un criterio di equità di peso degli incarichi e, in questo senso, si auspica che il Governo, attraverso la delega, eserciti una puntuale regolamentazione della materia onde evitare azioni non conformi al principio fondamentale della terzietà dell’azione del giudice rispetto agli incarichi, in modo tale da evitare favoritismi che anche le cronache hanno messo in risalto.

La situazione penale, dal punto di vista della responsabilità degli amministratori, rimane invariata. Si tratta complessivamente di un buon provvedimento, al di là delle critiche più spinte da una posizione pregiudiziale che da una questione di merito. Credo che il Paese avesse bisogno da tempo di questa legge e oggi noi, approvando il testo che ci è arrivato dalla Camera, concludiamo un iter di cui tutti dobbiamo essere onorati perché dotiamo il nostro ordinamento, pur nelle difficoltà di questa legislatura, di un provvedimento sicuramente indispensabile per rendere il nostro Paese moderno anche da questo punto di vista.