Marx e Keynes a confronto in un immaginario incontro

Terni, immigrati volontari svolgono lavori socialmente utili per la cura dei beni comuni

L’attività immaginifica degli economisti professionali sembra non avere limiti. Un esempio è offerto da un recente libro di Pierangelo Dacrema, docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università di Calabria. In “Marx e Keynes”, Dacrema immagina, nella forma di un romanzo economico, che i due grandi economisti, nella veste di una “coppia di amici”, in un bar parigino, nella primavera di un anno a noi vicino, conversino tra di loro. Quello coi baffi sorseggia un tè, mentre l’atro, privatosi della barba per non essere riconosciuto, fuma il suo sigaro abituale, e nessuno avrebbe mai potuto credere che si trattasse di John Maynard Keynes e di Karl Heinrich Marx.
In realtà – afferma l’autore – gli unici a sorprendersi dell’incontro avrebbero dovuto essere proprio i due conversari, non solo perché vissuti in epoche diverse, anche se contigue, ma soprattutto per le differenze in fatto di stile di vita e per il loro prevalente atteggiamento riguardo al sistema capitalistico: quello di Keynes orientato a salvaguardarlo, attraverso l’elaborazione di una teoria utile a sottrarlo agli esiti delegittimanti del “laissez faire”; quello di Marx, volto al suo superamento, con l’indicazione di una appropriata strategia sociale rivoluzionaria.
Tutto della loro non lunga vita li contrapponeva; Marx era nato nel 1818 ed era morto nel 1883, lo stesso anno in cui keynes era nato, per morire nel 1946. Malgrado fossero entrambi “passati a miglior vita”, l’immaginazione di Dacrema li riporta in vita, per farli incontrare nel XXI secolo. Nell’avvio della conversazione tra i due redivivi, mentre dall’eloquio di Keynes traspare l’evidenza di conoscere tutto di Marx, l’atteggiamento di quest’ultimo mostra che di Keynes, un uomo vissuto dopo di lui, egli sa “quasi quanto ne sapeva di Jenny, la sua adorata consorte, e addirittura di Engels, l’amico che era rimasto sempre al suo fianco”. L’aver deciso di incontrarsi per discutere dipende dal fatto che, al di là delle differenze esistenti nel loro atteggiamento riguardo al sistema capitalistico, per tutta la vita entrambi si erano occupati di problemi molto simili.
Keynes, primogenito di una coppia di accademici di Cambridge, era stato un conservatore, consapevole d’essere parte dell’aristocrazia intellettuale britannica. Studente a Eton ed a Cambridge, prima, e accademico e uomo di Stato, poi, Keynes aveva costruito la propria teoria su come salvaguardare il capitalismo grazie alle conoscenze maturate come studioso e docente universitario, ma anche come servitore dello Stato presso il ministero del Tesoro; aveva avuto l’opportunità di vivere una vita agiata, non solo per i proventi derivanti dalla sua attività di docente e di consulente, ma anche per quelli derivanti dalla sua abile attività di speculatore borsistico.
Convinto che il sistema capitalismo fosse un modo di produzione efficace, ma anche portatore di conseguenze sociali negative che lo esponevano a critiche severe, Keynes aveva orientato il proprio lavoro al fine di rintuzzare tali critiche, affermando anche il diritto dei disoccupati a percepire un reddito, che consentisse loro di godere “di una parte dei benefici prodotti dal sistema”. Nel complesso, riferisce Dacrema, l’impegno di Keynes è stato volto a “salvaguardare gli interessi e i privilegi della borghesia, la classe a cui sentiva di appartenere”.
Più diversa non avrebbe potuto essere la storia personale di Marx; figlio di un ebreo tedesco benestante – ricorda Dacrema – e insofferente a qualsiasi tradizione familiare, ha sempre nutrito un “autentico spirito di ribellione verso l’ordine costituito”, assommando in sé “i requisiti del perfetto rivoluzionario”. Inoltre, Marx, pur essendo stato uno studente dotato, ha sempre avuto una scarsa propensione a frequentare le aule universitarie, preferendo costruire la propria “visione del mondo sulla base di una solida preparazione economico-filosofica acquisita da autodidatta”. Infine, convinto che il capitalismo avesse dato luogo a rapporti sociali e di produzione disumani, Marx aveva criticato la borghesia capitalistica, proponendo di sostituirla, attraverso una rivoluzione, “con la dittatura del proletariato, la classe dei lavoratori cui non apparteneva ma nella quale aveva riconosciuto una generazione di nuovi schiavi da affrancare”.
Pur così diversi, Keynes e Marx avviano la loro conversazione chiedendosi per quale motivo, malgrado gli sforzi coi quali avevano cercato di far capire le miserie del mondo capitalista e proposto le procedure con cui porvi rimedio, nessuno fra i “grandi uomini” che avevano concorso a “plasmare la coscienza del XX secolo è riuscito ad evitare al mondo due guerre mondiali, le cui origini erano da imputarsi alle contraddizioni interne al modo di funzionare del sistema capitalistico; sistema, questo, che Keynes aveva cercato di proteggere, mentre Marx aveva “ferocemente” criticato, sino a proporne l’abbattimento.
Cosa può aver spinto i due “redivivi” a provare interesse, malgrado il loro diverso atteggiamento nei confronti del capitalismo, a scambiarsi le idee sullo stato del mondo che li circonda? A parere di Keynes molto li accomuna, perché entrambi hanno “un senso religioso della storia, dell’operosità dell’uomo, della dolorosa evoluzione di una società intesa come insieme di uomini nati uguali, della sua pulsione verso un obiettivo che non può configgere con un ideale di giustizia né tantomeno coincidere con la religione del denaro”; li distingue solo il fatto d’avere avuto un atteggiamento diverso nei confronti della borghesia, una classe comunque alla quale erano “appartenuti entrambi per censo e abitudini”, e nella quale, da un certo momento in poi, Keynes aveva visto una modalità del vivere insieme da salvare e Marx, solo il nemico del proletariato.
Keynes, al suo improbabile interlocutore, racconta che la sua mente, a partire dalla fine della Grande Guerra, ha incominciato ad essere sconvolta da un continuo fiorire di idee che si sovrapponevano caoticamente l’una all’altra: seguendo il racconto di Dacrema, un giorno gli saltava fuori il concetto di “trappola della liquidità”, il giorno dopo quello di “moltiplicatore degli investimenti”, un altro ancora si stupiva di come potesse essergli sfuggito che a un aumento del reddito corrispondeva un incremento meno che proporzionale del risparmio; una riflessione, quest’ultima, che Marx non esita a definire – quasi a gratificare il suo interlocutore – “una bella intuizione”, ricca di implicazioni politiche, se si considera che, se a un aumento del reddito corrisponde un aumento del risparmio superiore a quello dei consumi, se ne deve dedurre – osserva Marx al suo interlocutore – che “redditi troppo elevati e troppo diseguali non favoriscono una crescita di consumi e sono quindi di ostacolo a un incremento della domanda globale, dell’occupazione e dello sviluppo”. Il che giustifica qualunque politica diretta a favorire l’egualitarismo, dato che “a redditi più uguali, o meno diversi, si associa appunto una maggior propensione al consumo, che è di per sé sinonimo di maggior benessere collettivo”. Marx non ha dubbi, perciò, a definire l’intuizione di Keynes una vera e propria idea di sinistra.
Alle parole di Marx, Keynes si dimostra riluttante, facendo osservare al “collega” che, se anche all’epoca gli premesse considerare più la valenza economica dell’intuizione che quella politica, in quanto riteneva fosse prioritario far comprendere ai governanti, data l’assenza di una “legge” che assicurasse l’uguaglianza fra risparmio e investimenti, come “il risparmio lavorasse silenziosamente contro lo sviluppo”. Il non essere riuscito in questo intento gli era valsa l’attribuzione, da parte dei “detrattori”, di “un atteggiamento di sostanziale indifferenza per il livello del deficit pubblico”; ciò perché, a loro dire, egli sottovalutava il pericolo dell’inflazione e l’effetto destabilizzante che una moneta malata poteva avere per l’intero sistema. Caro amico, conclude Keynes rivolgendosi a Marx, le implicazioni della mia intuizione e la proposta che ho formulato nella mia “Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta” non sono stato in grado di farle capire a nessuno; il che “ha autorizzato chiunque a ritenere vero il contrario”.
In un successivo incontro, Marx non ha remore ad ammettere che le implicazioni politiche dell’intuizione di Keynes e l’illustrazione della proposta contenuta nella sua “Teoria Generale” gli avevano “aperto gli occhi”, nel senso di riconoscere, come già aveva avuto modo di affermare nel “Manifesto del Partito Comunista”, scritto con l’amico Friedrich Engels, che non tutto del capitalismo era da “buttare via”. In altri termini, egli riconosceva che il capitalismo “aveva fatto cose buone” e che a volte era stato “vero e proprio sinonimo di avanzamento, progresso, sviluppo inteso come esplorazione e manifestazione concreta dell’umana capacità di redimersi da un passato buio”. Certo, non sono risultati meno evidenti gli effetti negativi; se il capitalismo ha funzionato bene sul fronte della produzione e dell’innovazione, non ha funzionato altrettanto bene su quello della ripartizione della ricchezza, limitandosi, per contenere le conseguenze delle ineguaglianze distributive, ad inventare, con la costruzione del sistema di sicurezza sociale, “qualcosa di simile alla carità”, con cui lenire le sofferenze dei meno fortunati.
A Marx preme di ricordare a Keynes che nel suo opus magnum, “Il Capitale”, aveva tentato di dare una risposta alla domanda se il capitalismo per realizzare le sue mirabilia potesse riuscire a rendere compatibile il processo di accumulazione con una distribuzione più equa del prodotto sociale; invita pertanto Keynes a considerare quale sia stata la sua risposta. L’economista di Cambridge, affermando di averla appresa leggendo “Il Capitale”, ha anche modo di sottolineare di sorprendersi nell’apprendere dalla sua viva voce di non essere più sicuro della risposta data, invitando pertanto Marx ad illustrarne i motivi.
I dubbi e le perplessità che tormentano Marx affondano nel fatto che non è più sicuro della validità della risposta, soprattutto se considerata all’interno dello “strano periodo in cui noi stessi ci troviamo miracolosamente calati”. Il tormento nasce a causa della sua “teoria del valore”, in base alla quale egli riteneva che il valore delle cose prodotte dall’uomo dovesse essere uguale al valore del lavoro in esse incorporato; la teoria era stata il cuore di tutta la sua riflessione economica e sociale. Il valore delle cose egli l’aveva sempre fondato sul valore del lavoro che era stato necessario svolgere per la loro produzione, ma il capitalismo aveva ridotto quel valore a “vile merce”, cioè a “una materia che si può comprare a un prezzo di gran lunga inferiore a quanto vale”. Nell’elaborare la sua teoria del valore delle cose prodotte, Marx non si sarebbe accorto dell’”errore” che si era “insinuato” nel suo discorso, la moneta, “abilmente travestita da soluzione”.
La moneta, che gli era parsa lo strumento con cui oggettivare il valore delle cose prodotte, in realtà dissociava il loro “valore d’uso” dal “valore di scambio”, consentendo al capitalista di appropriarsi del “plusvalore”, col quale poteva incrementare, a scapito del lavoratore, la produzione di una maggior quantità di cose, originando ulteriore plusvalore. La moneta, perciò, contraddicendo l’illusione di Marx, non avrebbe mai consentito di conciliare l’accumulazione con la giustizia sociale.
Di fronte alle affermazioni di Marx, Keynes per poco non trasecola, considerando che, se a Marx era costato non poco ammettere di aver “sbagliato bersaglio” nello scegliere la moneta come strumento in grado di assicurare la conciliazione dell’accumulazione capitalistica con una distribuzione del valore delle cose prodotte secondo criteri di giustizia sociale, a lui, Keynes, sarebbe costato di più riconoscere di “aver fatto del bersaglio sbagliato il suo cavallo di battaglia”, nella costruzione di una teoria fondata sullo strumento della moneta per realizzare l’uguaglianza tra risparmio e investimenti.
Keynes, tuttavia, riavutosi dallo sconcerto momentaneo accusato dopo la “confessione” di Marx, non ha esitazioni nel convincersi che è sempre stata una caratteristica della moneta crescere e infiltrarsi nei processi economici, condizionandoli a tal punto, da orientarli verso risultati indesiderati. Egli, perciò, riconosce che la “linfa del denaro è il numero, suo unico alimento e punto di appoggio nel mondo”, indipendentemente dal fatto che dietro di esso vi siano prodotti reali o meno. E’ stata una grave ingenuità, hanno quindi convenuto i due “redivivi”, che la moneta potesse sempre premiare il lavoro o potesse, quando fosse stata razionalmente impiegata, favorire il livellamento del risparmio agli investimenti.
Alla fine della loro lunga conversazione, sviluppata ed articolata in giro per il mondo, i due “grandi”, Marx e Keynes, giungono ad una conclusione che trova conferma in quanto accade nel mondo che li circonda; l’aspetto più grave di tale conclusione è il loro convincimento che non possa esistere alcun automatismo idoneo ad esprimere che il “capitale è risparmio”, il quale, “liberato dalle cifre inadeguatamente delegate a rappresentarlo, si presenta in tutta la sua multiforme fisicità”; ciò perché il “risparmio è veritiero e utile quando non è numerico, prezioso proprio nella sua versione autentica, quella non monetaria”. Da qui l’urgenza, essi riconoscono, di modificare lo stato delle cose, per sostituire la moneta, “vecchio e logoro” strumento, con un ”veicolo più moderno”. Essi, perciò, concludono il loro dialogo affermando che bisogna “capire che cosa sarebbe stato più opportuno fare. E poi agire”.
A quel punto, il dialogo tra i due grandi pensatori ha termine, perché richiamati alla dura realtà del prosciugamento delle loro tasche; fatto che li costringe a trovarsi una nuova occupazione che, per quanto valga ad assicurar loro rispetto e considerazione per la saggezza che trasuda dal loro pensiero, il mondo capitalistico, che Keynes aveva cercato di salvaguardare e Marx di superare, li reincorpora, continuando a funzionare come di consueto nel produrre nuova ricchezza numerica.
Se questa è una delle possibili interpretazione del senso del dialogo immaginato da Dacrema tra i due grandi pensatori del passato, c’è poco da sperare che il futuro possa assicurare all’umanità un’economia ed una società post-monetarie: il capitalismo attuale sembra godere di una protezione assicuratagli da una sorta di “cotta di maglia di ferro” che non presenta, per nessuno che viva al suo interno, alcuna “via di fuga” o “uscita di sicurezza”. Se così, all’umanità non resterebbe, disperatamente, che chiedersi se vale ancora la pena impegnarsi per tentare di assicurare al capitalismo un “volto umano”, così come era nelle intenzioni di Marx e di Keynes, sin dai tempo in cui ancora erano di questo mondo.

Gianfranco Sabattini

Per il vertice di Roma un libro bianco sull’Europa

Juncker-stato unione-profughi“Chi aveva pensato che Jean Claude Juncker non avrebbe presentato il suo ‘libro bianco’ ora si deve preparare a leggerlo” e “sì, sarà pubblicato prima del vertice di Roma”. Così il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas, che tuttavia non conferma la data dell’8 marzo, circolata informalmente nei giorni scorsi. Alla domanda se l’incontro tra il presidente della Commissione Ue e la cancelliera di ieri sia stata una svolta, una spinta per la presentazione del documento di Juncker prima del vertice di Roma, il portavoce ha detto di no. Mentre fonti europee spiegano piuttosto che l’impulso è arrivato dalla discussione al collegio dei commissari Ue di ieri. Secondo Schinas il focus dell’incontro tra Juncker e Merkel “è stato il futuro dell’Unione, in vista del vertice del 25 marzo a Roma”.

E’ stato “uno scambio di vedute tra persone che hanno fiducia reciproca. Molto sostanziale, che permette ad entrambe i leader di organizzare il lavoro, sia in vista del vertice di Bruxelles, che delle celebrazioni di Roma”.

“Nella riunione della Commissione ieri c’è stato un significativo, utile e ampio scambio di vedute, ed ora questo lavoro continuerà a tutti i livelli all’interno del collegio” spiega Schinas. Il documento è un tentativo “di fare lo stato dell’arte dopo 60 anni di integrazione e disegnare varie opzioni” e scenari per il futuro dell’Europa. Secondo il portavoce “il rapporto dei cinque presidenti sull’approfondimento dell’Unione bancaria e monetaria e’ una strada connessa” che però “corre in parallelo”. Schinas aggiunge inoltre che per la preparazione del libro bianco sono in corso “continui contatti con i leader europei”. Si tratta di un “processo fondato nella realtà politica, nella sintesi delle diverse situazioni che ci circondano. E il presidente ha sempre avuto in testa che l’unità dei 27 deve essere la strada da seguire. Tutti questi contatti rispondono a questa necessità”

E sulle ventilate dimissioni anticipate di Juncher è lo stessi interessato a chiarire: “Non mi dimetterò” da presidente della Commissione. Ha detto, rispondendo alla domanda di un giornalista dopo un incontro con il primo ministro irlandese, Enda Kenny. “Porterò fino in fondo il mio mandato. È il novembre 2019, ma questo lo sapevate già”, ha spiegato Juncker. Negli ultimi giorni si erano moltiplicate le voci su possibili dimissioni del presidente della Commissione per l’avversione di alcuni governi al Libro Bianco sul futuro dell’Europa.

Enciclopedia Treccani:
92 anni di storia e di cultura

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“L’Istituto ha per oggetto la compilazione, l’aggiornamento, la pubblicazione e la diffusione della Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti iniziata dall’Istituto Giovanni Treccani, e delle opere che possono comunque derivarne, o si richiamino alla sua esperienza, in specie per gli sviluppi della cultura umanistica e scientifica, nonché per esigenze educative, di ricerca e di servizio sociale.” (Finalità istituzionali della Treccani)

Il 18 febbraio 1925 ebbe inizio, a Roma, l’avventura dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, frutto della collaborazione nata tra l’industriale e mecenate Giovanni Treccani e il filosofo e storico della filosofia Giovanni Gentile.

In qualità di presidente e di direttore scientifico, i due fondatori non rimasero per molto tempo da soli in questa iniziativa editoriale, vantando come collaboratori altri importanti nomi della cultura italiana di quegli anni, tra i quali Calogero Tumminelli (direttore editoriale), Antonino Pagliaro (capo redattore, sostituito poi nel 1929 da Bruno Migliorini, a causa di alcuni contrasti con Gentile), il maresciallo d’Italia Luigi Cadorna, lo storico Gaetano De Sanctis, l’economista Luigi Einaudi e il giornalista Ugo Ojetti.

Dopo la fase preparatoria e di formazione del direttivo tecnico, nel 1929, l’Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti, nota più comunemente con il nome di Treccani, finalmente fu edita, dando all’Italia la sua tanto attesa enciclopedia nazionale.

La prima edizione dell’Enciclopedia Italiana Treccani, costituita da 35 volumi di testo e da uno di indici, venne pubblicata fino al 1937, ottenendo un grandissimo successo.

Le difficoltà economiche, però, non tardarono e nel 1931 Treccani si trovò costretto a iniziare una collaborazione finanziaria con le case editrici Bestetti e Tumminelli e Fratelli Treves, dando vita così alla società Treves-Treccani-Tumminelli. Nel giugno del 1933, infine, la neonata società mutò definitivamente il proprio nome in Istituto della Enciclopedia Italiana, nella quale Guglielmo Marconi venne nominato come presidente.

I problemi economici cessarono, ma la Treccani dovette ora affrontare gli anni turbolenti del Fascismo in Italia e, di certo, il peso del regime si fece sentire. A gestire i rapporti con Mussolini fu direttamente Giovanni Gentile, definito con fermezza da Treccani come un uomo di partito e di idee, ma anche leale e di fede.

Il fondatore lombardo, infatti, diede carta bianca al compagno, ma non si mostrò debole di fronte al regime, affermando più volte: “La politica qui non c’entra né deve entrarci”.

Dal 1935 al 1943 furono pubblicate varie voci dell’enciclopedia in fascicoli separati, tra cui però si nota anche la voce “Fascismo”, redatta da Giovanni Gentile e firmata da Benito Mussolini e da Gioacchino Volpe.

Finita la guerra, nel 1946, fu invece Luigi Einaudi a prendere in mano le redini dell’Istituto, l’anno seguente fu la volta di Gaetano De Sanctis al quale, poi, seguirono altre importanti personalità della cultura italiana.

Ancora oggi, a distanza di ben 92 anni, l’Istituto fa dell’indipendenza dallo Stato il suo punto forte, mantenendo un legame solo con il Presidente della Repubblica, al quale spetta la nomina del Presidente dell’Istituto, in virtù dell’importanza culturale che riveste questa figura a livello nazionale.

A seguito dei continui aggiornamenti e dell’aggiunta di appendici, attualmente l’Enciclopedia consta di svariate decine di migliaia di pagine, racchiuse in ben 72 volumi.

Il 30 maggio 2009 l’Istituto giunge a un accordo con il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta, il quale ottiene la presenza in due siti del Ministero di alcuni materiali disponibili con licenza Creative Commons.

Nasce, inoltre, un collegamento tra il portale Scuola della Treccani e il portale Innova Scuola del Ministero, per permettere agli studenti di accedere al vocabolario e ai lemmi enciclopedici presenti sul sito della Treccani. Nel 2015, infine, l’Istituto apre le sue porte definitivamente al mondo informatico e digitale, rendendo l’Enciclopedia Treccani consultabile online gratuitamente dal sito internet ufficiale.

La Treccani è ancora oggi, dopo 92 anni di vita, un pilastro della cultura italiana, la massima impresa di ricerca e lo strumento privilegiato da studenti e da studiosi che vogliono approfondire le conoscenze acquisite, risolvere dubbi linguistici o ampliare il proprio bagaglio culturale.

Rosella Maiorana

Il mercato dell’auto
schiaccia l’acceleratore

Mercato auto-ripresaDal comunicato dell’Associazione dei Costruttori Europei, ACEA, il mercato europeo dell’auto, nel 2017, è partito bene. A gennaio l’incremento delle immatricolazioni su base annua è stato del 10,2% per un totale di 1.170.220 unità. In Italia l’incremento è stato del 10,1%, in Spagna del 10,7%, in Francia del 10,6%, in Germania del 10,5%.

La parte del leone la fa FCA con circa 83.800 registrazioni e un incremento delle vendite del 15,2 per cento in Europa, a gennaio scorso ottenendo ancora una volta un risultato migliore rispetto a quello del mercato. La quota di Fca ha raggiunto il 7 per cento, in confronto al 6,6 per cento di un anno fa e +0,4% rispetto al gennaio di un anno fa. Oltre alla crescita registrata in Italia (+12,7) Fca ha ottenuto risultati positivi in quasi tutte le principali nazioni europee: in Germania (volumi in crescita del 22,7 per cento), in Francia (+19 per cento) e in Spagna (vendite in crescita del 32,2 per cento).

A gennaio sono state 63.500 le immatricolazioni in Europa del marchio Fiat, con un aumento del 17,3 per cento in confronto allo stesso mese del 2016. La quota è̀ stata del 5,3 per cento, cresciuta di 0,4 punti percentuali in confronto a gennaio dell’anno scorso.

Oltre al positivo risultato italiano, dove ha aumentato le vendite del 14,5 per cento, a gennaio il marchio ha sensibilmente migliorato le proprie performance in Germania (+25 per cento), in Francia (+24,1 per cento), in Spagna (+41,6 per cento), in Svizzera (+31,4 per cento), in Austria (+20,1 per cento), in Belgio (+22,3 per cento), in Olanda (+19,9 per cento) e in Polonia (+107,5 per cento). Lancia/Chrysler a gennaio ha immatricolato quasi 5.900 vetture, il 2,5 per cento in più̀ rispetto all’anno scorso, per una quota stabile allo 0,5 per cento.

Per Alfa Romeo a gennaio le immatricolazioni sono state 6mila, il 31,4 per cento in più̀ rispetto all’anno scorso, per una quota dello 0,5 per cento, in crescita di 0,1 punti percentuali. Risultati positivi per il marchio in Italia (vendite in crescita del 27,2 per cento), in Germania (+48,4 per cento), in Francia (+2,4 per cento) e in Spagna (+58,6 per cento). Il marchio Jeep a gennaio ha immatricolato 7.400 vetture per una quota allo 0,6 per cento. A gennaio Jeep ha aumentato le vendite in Francia: +1,5 per cento. Infine, il marchio di lusso Maserati a gennaio ha immatricolato 995 vetture.

Il produttore Italo-americano, sembra aver trovato la ricetta giusta per conquistare il mercato automobilistico. Tuttavia, non si vede ancora l’apporto di significativi benefici occupazionali per il nostro Paese.

L’incremento della domanda di immatricolazione di nuove automobili, per assurdo, è una conseguenza del ridotto potere di acquisto delle famiglie. Il costo della benzina molto alto, spinge le famiglie a sostituire le proprie automobili con altre ad alimentazione meno costosa (GPL, Metano, energia elettrica, etc,,,) per ridurre la spesa mensile sui carburanti. L’incoraggiamento viene anche dal basso costo del denaro per finanziare l’acquisto di nuove automobili.

Nonostante la forte spinta produttiva del settore automobilistico considerato trainante per l’economia, non si vedono ancora i segnali sui fondamentali per il superamento della crisi economica attuale.

Salvatore Rondello

La Repubblica Ceca
e le sue anomalie

Tomio OkamuraL’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (19^ puntata).

Sono molte le singolarità che contraddistinguono la politica ceca da quella delle altre nazioni dell’est Europa. La prima grande differenza è l’assenza di grandi partiti in grado di raccogliere ampie fette di consenso. Alle scorse elezioni nazionali il primo partito è stato il Partito Socialdemocratico del primo ministro Bohuslav Sobotka, che è riuscito a superare il 20% solo di qualche decimale. Scenario molto differente rispetto ad altri Paesi dell’Europa orientale, in Romania, un paio di mesi fa, il Partito Socialista ha trionfato con oltre il 45%, la stessa percentuale è stata sfiorata dal partito di Viktor Orban alle ultime elezioni ungheresi.

La seconda grande anomalia è l’assenza di una destra forte. In Slovacchia le due principali forze politiche di estrema destra sommate superano il 20%, in Ungheria, gli ultranazionalisti dello Jobbik, sono saldamente sopra il 15% e non si può certo dire che il primo ministro Orban non sia un modello per le destre europee, in Polonia la destra nazionalconservatrice governa dopo aver ottenuto oltre il 37% dei voti alle ultime elezioni parlamentari.

Il Partito Repubblicano della Cecoslovacchia è stata la principale forza politica di estrema destra durante gli anni 90. Il partito nazionalista riesce ad entrare per due volte nel Parlamento ceco ed a superare l’8% alle elezioni nazionali del 1996, salvo poi entrare in una profonda crisi.

Negli anni successivi diverse nuove formazioni politiche cercheranno di recuperare il consenso perso dalla compagine di estrema destra, senza però riuscirci. Per tornare a vedere la destra radicale nel Parlamento ceco bisognerà attendere il 2013.

La principale figura della nuova destra della Repubblica Ceca è Tomio Okamura, e anche questa è un’altra anomalia della politica ceca. Okamura, con nome e tratti orientali, si contrappone ad una grossa schiera di leader della destra dell’est Europa, pronti a rivendicare la propria lunga discendenza nazionale e molto spesso anche il ruolo dei propri avi durante l’età dell’oro delle rispettive nazioni.
Tomio Okamura, dopo esser diventato popolare in Repubblica Ceca grazie alla partecipazione ad un programma televisivo, viene eletto senatore nel 2012. Dopo aver annunciato la sua candidatura alle elezioni presidenziali, fonda il partito nazionalista Usvit che nel 2013 riuscirà a raccogliere il 6,9% dei consensi e ad ottenere 14 seggi alla Camera dei deputati ceca. Ma nel 2015 Okamura abbandona l’Usvit per dare vita ad un nuovo partito, l’SPD, ancora più incentrato sulla sua figura e membro della nuova alleanza dell’estrema destra europea, il Movimento per un’Europa delle nazioni e della libertà, assieme al Front National di Marine Le Pen e all’italiana Lega Nord, che il partito di Okamura prende come modelli, specie nelle sue campagne contro l’Unione Europea e l’immigrazione.

Le prossime elezioni nazionali in Repubblica Ceca si dovrebbero tenere il prossimo ottobre, gli ultimi sondaggi dicono che l’SPD viaggia fra il 4% e il 7%, mentre l’Usvit viene dato vicino all’1%. Il Partito Socialdemocratico dell’attuale primo ministro Sobotka si aggira fra il 16% e il 19%, superato dagli alleati di governo centristi di Ano 2011, dati fra il 28% e il 30%. Il Partito Comunista di Boemia e Moravia, che dal 1990 viaggia fra il 10% e il 14% è dato stabile sulle percentuali degli ultimi anni, mentre le quattro principali forze politiche del centrodestra sommate vengono date sotto il 25%. Le prossime elezioni presidenziali si terranno invece il prossimo anno e lo storico leader del Partito Repubblicano della Cecoslovacchia, Miroslav Sládek, ha annunciato il ritorno in politica e la sua candidatura a Presidente.

Gianluca Baranelli

18 – Polonia, roccaforte della destra in Europa
17 – Le Repubbliche Baltiche sotto il segno dell’estrema destra
16 – I ‘Veri Finlandesi’, una destra antiliberista in crescita
15 – Svezia. Da ‘micropartito’ nazionalista al Parlamento
14 – Norvegia, destra al governo dopo 40 anni di opposizione
13 –  Danimarca. L’estrema destra dal volto ‘pulito’ di Carlsen
12 –  Destra nel ‘cuore’ Europa. L’Austria e i ‘secessionisti’
11-  Viaggio nella destra europa. L’Unione di Centro svizzera
10 – Lussemburgo Pil da redord. Lussemburgo senza sorprese
9 – Germania. Dalla ex RDT, i voti alla destra oltranzista
8 – La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders
7 – Belgio. Il terrorismo aiuta il radicalismo politico
6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
3 – Dal Bnp a Ukip, gli inglesi così civili così di destra
2 – Irlanda, il Fine Gael prepara il bis al governo
1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo

Accordo Italia – Tunisia
contro il terrorismo

mattarella-essebsi“Siamo molto contenti della posizione costruttiva e dialogante assunta dall’Italia nei confronti dei nostri Paesi d’origine: con la Tunisia, in particolare, in occasione della visita a Roma, dell’8-9 febbraio, del presidente Beji Caid Essebsi (la prima ufficiale d’ un Capo di Stato tunisino dalla rivoluzione del 2011), è stata ribadita l’importanza del dialogo, ai fini della conoscenza reciproca, e del comune impegno dei due Paesi nel combattere l’immigrazione irregolare, col suo grave carico di violenze nei confronti di bambini e donne”. E’ il commento del Prof. Foad Aodi, fisiatra, presidente di Co-mai (Comunità del Mondo Arabo in Italia), AMSI (Associazione Medici d’ origine Straniera in Italia) e movimento internazionale “Uniti per Unire”: realtà ora tutte unite, insieme a numerosi altre, nella CILI-Italia, Confederazione Internazionale Laica Inter religiosa.

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Nell’agenda dei colloqui tra il presidente tunisino e il premier Gentiloni, sono stati affrontati temi cruciali come la lotta congiunta all’immigrazione irregolare, la cooperazione culturale e accademica (con un programma di borse di studio e scambi), l’energia da fonti rinnovabili, la cooperazione allo sviluppo; oltre alla firma di sei accordi di cooperazione in vari settori(turismo, sanità, cooperazione allo sviluppo, energia, cultura, ricerca ed istruzione).

“Il nostro appoggio – prosegue Aodi – a quest’intesa italo-tunisina s’era già manifestato sin dall’inizio del nostro impegno a favore dei ponti coi nostri Paesi di origine: e testimoniato dalla nostra partecipazione al congresso in Tunisia (circa due anni fa) coi ministri per l’Immigrazione dei Paesi del Maghreb, organizzato dalla Lega Araba, sezione Tunisia, contro l’ immigrazione irregolare. Nonché l’autunno scorso, per la visita d’una delegazione di medici tunisini al Centro culturale tunisino di Via Cupa a Roma, e alla sede della ASl rm 4 di Civitavecchia; ora è fondamentale che la collaborazione fra Italia e Paesi del Maghreb prosegui, a salvaguardia della sovranità d’ogni Paese, ma anche della lotta a tutti i Muri, quelli già esistenti e quelli preannunciati, in questi giorni, da Donald Trump. Ribadiamo, inoltre, la nostra disponibilità a proseguire la collaborazione col Governo italiano e le altre istituzioni, nelle politiche di integrazione degli immigrati e del dialogo inter religioso, pilastri fondamentali per combattere le strumentalizzazioni sulla pelle degli immigrati e la guerra alle religioni: promuovendo iniziative coraggiose sul piano internazionale, come #Cristianinmoschea, che, organizzata dalle nostre associazioni, in tutta Italia, l’11 e 12 settembre scorso, ha ribadito la maturità, la consapevolezza e la disponibilità al dialogo tra le stesse comunità e associazioni d’origine straniera, le istituzioni italiane, il mondo cattolico e il mondo musulano, il mondo arabo ed quello laico. Contributo, questo, i cui effetti son stati importanti, probabilmente, anche per la firma, pochi giorni fa, del “Patto nazionale per un Islam italiano” tra ministero dell’ Interno e associazioni islamiche in Italia, atteso da anni : patto comprendente vari punti (albo nazionale degli imam, sermone del venerdì da tenersi in italiano, no alle moschee e agli imam “fai da te”) che da tempo eran stati sollevati e presentati, proprio da Co-mai e Uniti per Unire, al Sottosegretario del Ministero degli interni, Domenico Manzione, in un incontro congiunto presso il Viminale. Per tutto questo lavoro, ringraziamo anche Khalil Altoubat, consigliere diplomatico di Co-mai e Uniti per Unire, impegnatosi a presentare le nostre proposte in qualità di membro del Consiglio per le relazioni con l’Islam del Viminale; e ringraziamo tutte le comunità e associazioni di musulmani in questo Paese che stanno attuando una grande svolta a favore dell’unità’ del mondo musulmano in Italia, indipendentemente dai vari Paesi d’origine o ideologie politiche andando oltre le divisioni: insieme anche a convertiti e laici, per l’interesse dell’Italia e l’integrazione degli stessi musulmani qui e in Europa”. “L’unico modo per combattere seriamente l’immigrazione irregolare alla fonte – aggiunge appunto Khalil Altoubat – è concludere accordi coi Paesi del Mediterraneo (Libia, Tunisia, Marocco, ecc…): proprio la linea che sta portando avanti il ministro dell’ Interno, Marco Minniti, con la quale concordiamo pienamente”.

Fabrizio Federici

Basta studiare per diventare professionisti del digitale

professioni-digitaliPer chi vuole lavorare nel settore digitale c’è sempre più spazio: sono 900.000 i professionisti del settore ICT ricercati in Europa: è l’Unione Europea che lo dice; tuttavia il 22% di queste ricerche in Italia non trova candidati in linea, secondo un recente studio di Modis. Ma chi sono questi professionisti e perché sono così difficili da trovare, considerando che l’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea conta oltre 23.000 disoccupati nel solo Vecchio Continente?

“Le aziende in Italia cercano persone esperte nell’analisi dei dati, nello sviluppo di software, nel design della user experience, nel digital marketing e nel settore dell’e-commerce, ma non ne trovano. Secondo la Commissione Europea, l’Italia ha la più bassa percentuale di laureati che operano nell’ICT, con un 33% contro una lontanissima media europea del 60,5%. Irraggiungibili risultano anche le statistiche di Spagna, Francia, Irlanda e Lituania, dove si va sopra il 70%.” spiega Alessandro Rimassa, Direttore e Cofondatore di TAG Innovation School.

I dati sono allarmanti, ma il caso dei giovani italiani è ancora più emblematico: secondo i dati di Eurostat infatti siamo il Paese in cui meno giovani sotto i 35 anni sono impiegati nell’ICT, solo il 25,4%, contro una media europea del 36,4%. Questo perché le professioni richieste cambiano almeno ogni dieci anni e il mondo universitario italiano è del tutto inadatto ad affrontare il mondo 3.0. È con questo obiettivo che TAG Innovation School, la scuola del digitale di Talent Garden, sta creando la prima vera cultura del digitale del Paese: cominceranno a marzo tra le città di Roma e Milano i due percorsi full time, CodeMaster che forma Frontend Web Developer e UX Design Master che educa grafici e designer all’importanza della user experience, e i tre percorsi part time, Growth Hacking Marketing, il primo e unico Master in Europa che forma Growth Hacker, Business Data Analysis, il primo percorso in Italia che educa i professionisti all’importanza dei Big Data e Unified Commerce Master, che mira a formare professionisti in grado di gestire piattaforme e-commerce con un approccio olistico alla customer experience.

Alessia Chinellato

Summit di Taormina: riportare la Russia nel G8

PutinE’ partita un’iniziativa italiana per il reintegro nel G8 della Federazione Russa. E’ un’iniziativa giusta, opportuna e che tiene conto anche degli interessi del nostro Paese.

I presidenti del Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME), dell’istituto di ricerche sociali EURISPES e dell’Istituto Italiano per l’Asia e il Mediterraneo (ISIAMED) hanno scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, sollecitando il nostro governo a farsi promotore di azioni affinché  il presidente Vladimir Putin possa essere al summit di Taormina, al fine di costruire “ponti” e la necessaria, vera e positiva collaborazione di pace per una efficace cooperazione tra i popoli.

Come è noto, dal primo gennaio  l’Italia ha la presidenza del G7, di cui sono membri anche gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna. Gli altri Paesi dell’Ue sono rappresentati dalla Commissione europea, che, si ricordi, non può ospitare i vertici ne presiederli.

Quindi a maggio a Taormina si terrà il prossimo summit dei capi di stato e di governo con la presenza di nuovi leader mondiali, come il Presidente americano Donald Trump, il prossimo Presidente francese e il Primo ministro inglese Theresa May.

E’ noto che, dal 1998 fino al 2014, al G8 ha partecipato anche la Federazione Russa. A seguito della crisi in Ucraina, del referendum in Crimea e delle conseguenti sanzioni, è stata impedita tale partecipazione.

Pertanto a Taormina, purtroppo, potrebbe non esserci, ancora una volta, il Presidente della Federazione Russa. In merito riteniamo che il meeting potrebbe essere l’occasione per l’Italia per spingere verso la riapertura di un dialogo costruttivo con Mosca. La Russia, non sfugge a nessuno, è un partner importante. Lo è ancor di più per l’Unione europea, se davvero si vuole agire per affrontare le tante questioni globali. La soluzione di problemi quali quello della sicurezza e delle migrazioni e ovviamente quelli relativi ai costruendi nuovi assetti pacifici e multipolari, non può prescindere dal coinvolgimento della Russia.

Si ricordi che il 2016 si è purtroppo chiuso con il massacro terroristico di cittadini inermi nel mercatino di Natale a Berlino e il 2017 è cominciato con l’orrendo attentato di Istanbul. Sono eventi che pongono al centro della politica europea ed internazionale la questione della sicurezza e della pacificazione e risoluzione dei troppi conflitti regionali  che, come dice il Papa, nel loro insieme, anche se a pezzi, costituiscono la terza guerra mondiale.

Le grandi istituzioni internazionali, a cominciare dall’ONU e dall’Unione europea, sono chiamate ad assumere delle  responsabilità dirette. Ma anche i vertici G20, G7 e G8 sono importanti organismi di coordinamento per affrontare le cause delle tante tensioni legate soprattutto alle maggiori sfide economiche e geopolitiche e dare indicazioni sulle soluzioni più adeguate e condivise.

Perciò riteniamo positivo che il primo ministro Gentiloni abbia già sottolineato la necessità per tutti di abbandonare la logica della guerra fredda, senza rinunciare ai principi, Lo sono anche le recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che sembra sollecitare il rientro della Russia nel G8.

Ciò potrebbe aiutare anche la stessa Unione europea a recuperare un ruolo più incisivo nel contesto internazionale. Il vertice di Taormina, città di grande storia proiettata nel Mediterraneo, potrebbe, quindi, essere davvero l’occasione per aprire nuove prospettive di cooperazione e crescita comune.

L’esclusione della Russia sarebbe non solo inopportuna e ingiustificata, ma darebbe l’impressione di una decisione negativa esclusiva dell’Europa, tenuto conto delle più recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti.

Mancando la Russia, oltre alla Cina e all’India che non vi hanno mai fatto parte, il G7 rischia di essere visto nel mondo come un club di amici dell’Occidente. Un club di Paesi che, rispetto al loro Pil, sicuramente occupano le prime posizioni mondiali, ma hanno economie in prolungata stagnazione.

Si rammenti che le perduranti sanzioni incrociate con la Russia penalizzano esclusivamente le economie europee. In proporzione, è l’Italia a rimetterci di più. Se ciò è vero, come è vero, il nostro Paese non può non cogliere l’opportunità di Taormina per assumere un ruolo più incisivo ed avere un maggiore spazio nella scena internazionale, a partire dal Mediterraneo e dalla stessa Europa.

Mario Lettieri * e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia  **economista

La crisi come conseguenza di mancata memoria

crisiL’uomo tende a non conservare il passato nella sua memoria; ciò non gli consente di interpretare il presente sulla base di una maggior ricchezza di informazioni. Anzi, è sulla base della conoscenza di quest’ultimo che, a volte, si presume di poter interpretare il passato, condannandosi in tal modo a rivivere di continuo, come se non ne fossero mai state sperimentate le conseguenze, gli errori precedentemente commessi. Questa amara e cruda realtà emerge dalla lettura dell’articolo “Tra XX e XXI secolo. La contemporaneità e le grandi crisi” di Francesco Soverina, apparso sul n. di ottobre-dicembre 2015 del periodico “Meridione. Sud e Nord del mondo”.
La tesi di fondo dell’autore è che la crisi esplosa nel 2007/2008, in seguito allo scoppio della bolla dei mutui subprime dei mercati immobiliari americani, induce a riflettere sugli effetti della Grande Depressione del 1929, anch’essa iniziata negli Stati Uniti d’America. Le due crisi, per quanto caratterizzate da dinamiche diverse, hanno però rivelato implicazioni sociali e politiche sulle quali sarebbe stata opportuna una considerazione ben maggiore di quella che invece è stata loro riservata.
Se il presente – afferma Soverina – è “inteso come una sorta di sismografo, una spia rivelatrice del passato, indagare e studiare quest’ultimo alla luce delle questioni che esso solleva serve a individuare dell’uno come dell’altro le linee essenziali […] di fattori ed aspetti reciprocamente condizionatisi”. Pur diverse, come si è detto, sul piano delle dinamiche economiche, le crisi del 1929/1932 e del 2007/2008, dalle quali è stata scossa la società capitalistica, “paiono avere un tratto in comune, il loro incrociarsi con profonde trasformazioni sul piano produttivo, sociale e politico, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale […]. In quest’ottica la storia del capitalismo, che è stato il motore di una sbalorditiva crescita, appare scandita da un andamento pendolare, dall’alternarsi di accelerazioni e frenate, seguite talvolta da stagnazioni più o meni prolungate”.
La Grande Depressione del 1929/1932 ha decretato la fine della “Banca mista”, la quale, assommando in sé le funzioni della raccolta del risparmio, dell’esercizio del credito commerciale e industriale e della funzione della “Banca d’investimento” con l’assunzione di partecipazioni azionarie nelle imprese, aveva dato origine, al di là e al di qua dell’Atlantico, alla posizione dominante dei mercati finanziari; questi, dopo aver dato luogo ad un’espansione dell’indebitamento delle imprese e ad un boom borsistico di natura speculativa, hanno causato lo scoppio della crisi. Le banche sono state inevitabilmente coinvolte, al punto da originare una reazione a catena che, attraverso i rapporti finanziari internazionali, ha provocato la diffusione della crisi in tutto il resto del mondo economicamente sviluppato.
Di fatto, si è trattato di una crisi bancaria generalizzata, con fallimenti di istituzioni finanziarie a catena, sia in America, che in Europa; le conseguenze sugli assetti del mondo della finanza sono stati di tre tipi: in primo luogo, si sono avuti diffusi processi di salvataggio delle banche in crisi da parte dello Stato; in secondo luogo, a causa dei fallimenti bancari, si sono avuti processi di ulteriore concentrazione del sistema bancario; infine, i rapporti tra banche e imprese, considerati la causa principale della crisi, hanno imposto l’urgenza che l’attività creditizia fosse rigidamente separata da quella di investimento.
Quanto sin qui esposto, con riferimento alla genesi della Grande Depressione del 1929/1932, costituisce l’esatta descrizione della genesi della Grande Recessione del 2007/2008; ciò non ostante, il modo in cui si è reagito alla cause e agli esiti della prima è stato del tutto ignorato alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, allorché sono state prese le decisioni con le quali sono state radicalmente cambiate le modalità di governo dell’economia, senza che ci si ricordasse di ciò che era accaduto nel periodo precedente la fine degli anni Venti.
Come nella recente Grande Recessione del 2007/2008, la crisi alla fine degli anni Trenta del secolo scorso è stata causata dalle bolle speculative indotte dalla finanziarizzazione dell’economia, cui hanno fatto seguito il collasso della produzione e degli scambi, la caduta dei redditi, la diffusione della povertà e l’aumento della disoccupazione; le sue radici originavano dal disordine monetario (crollo del gold standard) e da quello produttivo (ipertrofica espansione della capacità produttiva) determinati dalla Grande guerra. La Grande Depressione del 1929/1932, dopo i reiterati tentativi di contenerne le conseguenze attraverso le “vecchie ricette” di politica economica dell’anteguerra, ha costretto i governi a rinunciare alla fiducia pressoché assoluta riposta nel libero mercato, quindi ad elaborare un approccio più conveniente al il governo del sistema economico, riattivando la macchina produttiva, riassorbendo la disoccupazione e assicurando la stabilità dei prezzi.
Col nuovo approccio di politica economica è stato cambiato – afferma Soverina – “pressoché radicalmente il modo di porsi nei confronti dell’attività economica, affidandosi allo Stato”, il cui intervento è divenuto il “tratto unificante dell’insieme dei provvedimenti anti-crisi, sia pure dentro cornici politico-istituzionali sensibilmente diverse”. E’ così maturata una svolta di lungo periodo, riguardo al ruolo dello Stato nel governo dell’attività economica nei momenti di crisi, sfociata “nella ridefinizione dei rapporti tra politica ed economia”, nel senso che lo Stato ha assunto “nuovi compiti, diventando l’asse centrale dell’accumulazione capitalistica”; rispetto a questa, lo Stato stesso si è posto come regolatore dei processi economico-sociali, soprattutto alla luce degli esiti della “rivoluzione keynesiana” degli anni Trenta che, per garantire stabilità economica e politica alle singole comunità nazionali ha auspicato un “patto sociale” tra capitale e lavoro.
In un contesto caratterizzato da profonde tensioni sociali ed internazionali, i risultati dopo il 1932 sono stati solo parziali, anche per via dell’approssimarsi della Seconda guerra mondiale. Dalla crisi del 1928/1932 sarà possibile uscire definitivamente solo alla fine del conflitto, nel corso del quale gli Stati Uniti hanno iniziato a fare accettare ai Paesi loro alleati, a partire dalla conferenza di Bretton Woods del 1944, il sistema di regole e procedure elaborate nel periodo pre-bellico; sistema, questo, che ha costituito la base dei “trent’anni gloriosi 1945/1975”, durante i quali il capitalismo è entrato in un periodo di espansione “grazie all’adozione generalizzata di programmi keynesiani”, che hanno portato alla costruzione e diffusione dei sistemi di sicurezza sociale welfaristici.
Le politiche keynesiane, incentrate sulla regolazione dell’attività produttiva e del mercato sono state così all’origine della lunga fase di crescita e di sviluppo dei sistemi ad economia di mercato, sorretta e promossa dall’interazione virtuosa tra intervento dello Stato e azione ridistribuiva dei partiti socialdemocratici. L’interazione si è protratta con successo sino all’inizio degli anni Settanta, allorché il capitalismo ha dovuto subire gli esiti del clima di incertezza, originato da nuovi disordini monetari e da una nuova crisi dei sistemi produttivi e del sistema degli scambi internazionali.
Un primo sintomo della sopravveniente crisi si è manifestato nel 1971, allorché gli USA, con una decisione unilaterale, hanno deciso di abbandonare, pur conservando il dollaro come principale valuta di riferimento negli scambi internazionali, il sistema monetario internazionale nato con la conferenza di Bretton Woods; ad aggravare la situazione sono seguiti gli shock petroliferi del 1973 e 1979, nonché quello del debito dei Paesi in via di sviluppo. Pur in assenza degli esiti catastrofici della Grande Depressione del 1929/1932, il clima di incertezza degli anni Settanta ha determinato una rincorsa al rialzo tra prezzi e salari che ha originato il fenomeno della stagflazione, un mix di stagnazione e di inflazione. Costretto ad intervenire per risolvere i conflitti tra sindacati e imprese, dilaganti nel mercato del lavoro, lo Stato ha visto affievolirsi la sua capacità d’intervento, con conseguente tendenza, da un lato, all’aumento della disoccupazione e, dall’altro, ad una diminuzione del reddito e del tenore di vita.
In sostanza, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta si è aperta una nuova fase dell’evoluzione dei Paesi industrializzati ad economia di mercato, che ha visto di nuovo i mercati finanziari acquisire posizioni dominanti nell’intera economia, nel momento stesso in cui la globalizzazione dei mercati nazionali diveniva la nuova base del processo di accumulazione del capitalismo; gli anni Ottanta del secolo scorso, perciò, hanno segnato l’inizio di un momento di svolta del modo capitalistico di produrre, che ha permesso – afferma Soverina – “un esorbitante spazio di manovra alla finanza transnazionale, il cui potere è divenuto assolutamente sproporzionato rispetto agli altri fattori della produzione, specialmente nei confronti del lavoro”; in tutto ciò, il potere dei mercati finanziari è stato agevolato, oltre che dai cambiamenti interventi negli organi di governo del commercio internazionale (Organizzazione mondiale del commercio, Fondo monetario internazione e Banca mondiale), dall’abrogazione delle legislazioni che, dopo la Grande Depressione del 1929/1932, avevano fissato un rigido confine tra le banche addette alla raccolta del risparmio e banche d’investimento, impegnate nel finanziamento di operazioni di medio-lungo termine a favore del mondo della produzione.
Tutto ciò, com’è noto, a avvenuto dopo che sulle opposte sponde dell’Atlantico sono ascesi al potere due leader della destra anglosassone, Margaret Thatcher e Ronald Reagna; da allora, è infatti prevalso “con forza per un trentennio il vento del neoliberismo (il paradigma del ‘pensiero unico’) e della liberalizzazione finanziaria, mentre finiva sotto tiro il Welfare State e con esso i diritti sociali in tutte le declinazioni”. Il neoliberismo, dopo decenni di latenza all’interno del sodalizio della Mont Pelerin Society, e diffusosi per iniziativa di Friedrich Hayek e di Milton Friedman, ha contribuito ad affermare scelte di politica economica che sono valse a mettere i mercati finanziari nella condizione di rendere subalterna la politica, delegittimando l’intervento dello Stato, reso incapace di opporsi alla diffusione degli effetti destabilizzanti della speculazione finanziaria internazionale.
La prova di questa incapacità è offerta dal fatto che dopo l’inizio della Grande Recessione del 2007/2008, a seguito della crisi dei mutui americani subprime, tutti coloro nei quali si sono incorporate le strutture istituzionali dello Stato democratico, dimentichi dell’esperienza della Grande Depressione del 1029/1932, hanno saputo proporre solo politiche pubbliche di austerity, di contenimento della spesa pubblica, per soccorrere le banche che, sino al crollo dei mercati immobiliari americani, avevano contribuito ad aumentare la speculazione finanziaria. Anche in Italia, tutte le forze politiche e sociali, incluse quelle socialdemocratiche, protagoniste dei “gloriosi trent’anni 1945/1075”, sono state vittime del “pensiero unico” neoliberista; in nome dell’insostenibilità finanziaria della spesa pubblica destinata a salvaguardare il sistema di protezione sociale realizzato, è stata perseguita una rigida politica di austerità, il cui effetto è stato opposto a quello sperato, in quanto nei primi anni dell’attuale decennio il prodotto interno lordo è diminuito, con conseguente peggioramento del debito pubblico.
Diverse sono state le misure “messe in campo”, costituite prevalentemente da riforme della struttura del sistema-Paese, che sarebbero dovute servire ad aumentare la produttività della forza lavoro occupata e con essa del livello del prodotto interno lordo; nessuna delle misure, però, è stata concepita nel segno dell’esperienza vissuta dopo il “Great Crash” del 1929/1932. Se si collocano in una prospettiva storica la recente crisi e i suoi effetti, “appare evidente – conclude Soverina – il nesso tra la tempesta finanziaria scatenata nel 2008 e il trentennio avviato negli anni Ottanta”, allorché la destra neoliberista ha indicato nella soppressione di ogni forma di regolazione dei mercati finanziari e nella liberalizzazione del mercato le modalità per mettere da parte le politiche keynesiane, ritenute non più in grado di assicurare la crescita dell’economia e dell’accumulazione capitalistica. Inoltre, appare evidente il nesso fra quanto accaduto nel 1929 e il periodo successivo al fine della Grande guerra.
Anche allora, l’egemonia dei mercati finanziari e le presunte virtù taumaturgiche del libero mercato sono state la causa della Grande Depressione; allora, però, si è preso coscienza della necessità del ruolo regolatore dello Stato, mentre quanto è successo dopo l’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso ha solo suggerito, come se l’esperienza del passato fosse priva di utili indicazioni, di procedere in termini opposti, inverando l’affermazione che vuole che chi ignora il proprio passato sia condannato necessariamente a riviverlo. Tuttavia, sulla smemoratezza del tutto disinteressata degli establishment dei sistemi sociali dopo gli anni Settanta e dopo lo scoppio della Grande Recessione 2008/2009 è lecito nutrire fondati dubbi.

Gianfranco Sabattini

Unimpresa: 9,3 milioni
di italiani a rischio povertà

EVIDENZA-Povertà-Italia-ISTATAnche al Centro studi di Unimpresa si sono accorti della crescita del disagio sociale degli italiani. Lo dichiara il Vice Presidente dell’Associazione Unimpresa Maria Concetta Cammarata : “Di fronte al calare della disoccupazione, si assiste ad una impennata dei lavoratori precari. E’ uno scambio inaccettabile. Quale futuro diamo alle generazioni che verranno? Il lavoro è alla base per la vita, della dignità della persona, ma questa situazione lo sta drammaticamente mortificando”.

In altri tempi, affermazioni simili erano ricorrenti dai sindacalisti. Oggi fa un certo effetto ascoltarle da un rappresentante di una associazione di imprese e quindi dai datori di lavoro.

Il Centro Studi di Unimpresa, analizzando i dati Istat, ha calcolato in 9,3 milioni gli italiani a rischio di povertà. L’area del disagio sociale continua ad espandersi e non accenna a rallentamenti. Tra il 2015 ed il 2016, altri 63 mila italiani sono entrate nella fascia dei più deboli. Cresce la precarietà del lavoro: in un anno i lavoratori non stabili sono aumentati di circa duecentomila unità.

“Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Una situazione di fatto aggravata dalle agevolazioni offerte dal Jobs Act che hanno visto favorire le forme di lavoro non stabili”. Questa sarebbe la causa dell’estendersi del bacino dei deboli. Il dato di 9,3 milioni di persone è relativo al 2016 e complessivamente è in aumento dello 0,68% rispetto al 2015. In un anno, quindi, 63 mila persone si sono aggiunte ai 9,24 milioni di persone con disagio sociale.

La crescita dell’area di difficoltà, rappresenta un’ulteriore spia della grave situazione in cui versa l’economia italiana, nonostante alcuni segnali di miglioramento. Sono soprattutto le forme meno stabili di impiego e quelle meno retribuite, favorite soprattutto dalle misure del Jobs Act, a pagare il conto della recessione, complice anche lo spostamento delle persone dalla fascia degli occupati deboli a quella dei disoccupati.

Ai semplici disoccupati si aggiungono ampie fasce di italiani con condizioni di lavoro precario e con retribuzioni economicamente basse.

I contratti di lavoro a tempo determinato, part-time, ed altri contratti atipici, hanno contribuito a far crescere il disagio sociale, effetto di una crisi che colpisce innanzitutto i lavoratori. Le preoccupazioni sembrerebbero estendersi anche al mondo imprenditoriale che dalle parole della Vice Presidente di Unimpresa, Cammarata, mostra la consapevolezza che dare dignità ai lavoratori significa uscire dalla crisi economica.

Salvatore Rondello