D-Orbit ha lanciato in orbita
il primo satellite spazzino

D-Orbit Staff

Lo staff di D-Orbit che ha curato il lancio del datellite D-Sat. In alto da sinistra: Luca Rossettini (AD e fondatore), Renato Panesi (fondatore), Lorenzo Ferrario, Francesco Palumbo, Marco Bevilacqua, Angelo Dainotto, Caterina Cazzola, Monica Valli, Fabio del principe, giorgia Nardiello, Andrea Ferrante, Giuseppe Mele, Stefano Antonetti In basso da sinistra: Marco Cazzaniga, Marco Marani, Simone Brilli, Lorenzo Vallini, Andrea Marcovati, Alessio Fanfani (PM di D-SAT), Aldo Cappelluti, Pietro Guerrieri

D-ORBIT ha lanciato D-Sat, un satellite con la capacità di rimuovere sé steso dall’orbita, in maniera diretta e controllata, alla fine della missione grazie ad un dispositivo propulsivo integrato. Questa caratteristica innovativa è il fondamento di una nuova generazione di satelliti capaci di limitare la loro presenza in orbita a quanto necessario per completare la loro missione, in modo da prevenire l’accumulo di detriti spaziali. Il lancio è avvenuto questa mattina, venerdì 23 giugno, alle 5:59, dal cosmodromo Indiano Satish Dhawan Space Centre.  Lo ha annunciato Stefano Antonetti, Responsabile Commerciale della D-ORBIT, una società italiana che ha la sua sede operativa a Fino Mornasco in provincia di Como, e altre sedi, di cui una in Portogallo e una negli USA.

Proprio ora, mentre sto scrivendo, ricevo il messaggio tramite Skype da Stefano, dell’aggancio del segnale dal satellite già in orbita: “[11.00.54] Stefano  Antonetti: abbiamo agganciato il segnale [11.01.24] DANIELE LEONI: (champagne) [11.01.59] Stefano  Antonetti: appena adesso, al primo colpo. Scaricato telemetria . Ora ti mando un po’ di foto”

E’ un lancio strategico nella storia del volo spaziale, dalla fase pionieristica verso la maturità.

Un lancio fatto giusto due giorni dopo il discorso del  famoso cosmologo inglese  Stephen Hawking: “se l’umanità non inizierà subito a lavorare per una prospettiva di colonizzazione dello spazio, sarà destinati a perire entro la fine del millennio!” Ha parlato a Trondheim, in Norvegia, al Starmus Festival 2017, nel crepuscolo del solstizio d’estate. Poi ha esposto le sue idee sull’esplorazione del cosmo profondo alla ricerca di nuovi mondi adatti a noi.

Così, una volta tanto, noi italiani ci distinguiamo per il pragmatismo che, in questo caso, significa incominciare ad eliminare i detriti lasciati in orbita e, soprattutto, non produrne di nuovi.

“D-Sat è una pietra miliare nel modo in cui gestiamo il problema dei detriti spaziali. Crediamo che tutto ciò che va in orbita debba essere rimosso non appena ha svolto il suo compito, e vogliamo fornire una soluzione pratica e conveniente per trasformare questa visione in realtà.” Continua Stefano Antonetti

“I detriti spaziali sono un insieme di oggetti di origine umana in orbita terrestre, come satelliti non funzionanti, razzi vettori, e altri oggetti rilasciati durante una missione spaziale. Secondo la NASA ci sono centinaia di migliaia di detriti di dimensione compresa tra 1 cm e 10 cm, e questo numero è destinato a crescere se si continua ad abbandonare satelliti non funzionanti in orbita. In una realtà che dipende sempre di più da tecnologie satellitari per applicazioni come l’osservazione remota del pianeta, le previsioni meteorologiche, la navigazione satellitare, la gestione di emergenze, l’agricoltura di precisione, e le auto senza pilota, è importante individuare soluzioni per ridurre la quantità di detriti spaziali in modo da ridurre il rischio di collisioni che potrebbero distruggere satelliti, compromettere servizi, e produrre ulteriori detriti.

D-Sat, costruito e operato da D-Orbit, è la prima dimostrazione orbitale di D-Orbit Decommissioning Device (D3), un sistema propulsivo intelligente progettato per rimuovere un satellite dall’orbita con una manovra diretta e controllata alla fine della missione, o in caso di malfunzionamento. Il sistema integrato all’interno di D-Sat può essere adattato a satelliti di ogni dimensione. Il nostro sogno è di installare un sistema di questo tipo in ogni nuovo satellite entro il 2025.”

D-Sat include tre esperimenti:  SatAlert, Debris Collision Alerting System (DeCas), e Atmosphere Analyzer.SatAlert serve a convalidare un tipico scenario di emergenza in cui agenzie di difesa civile devono comunicare istruzioni in aree colpite da disastri naturali che hanno compromesso le infrastrutture di telecomunicazione terrestri.  DeCas misura le dinamiche di distribuzione dei detriti associati con il rientro di un satellite, mettendo alla prova una modalità di distribuzione di questo tipo di informazione in tempo reale ad aerei in transito nella zona sottostante al rientro.

Atmosphere Analyzer è un esperimento che ha l’obiettivo di collezionare dati atmosferici nella bassa ionosfera, una regione compresa tra gli 80 km e 150 km poco studiata perché inaccessibile tanto da satelliti quanto da palloni stratosferici.”

Siccome, dovunque vogliamo andare nello spazio, dobbiamo passare dall’orbita terrestre, sarà meglio incominciare a fare pulizia.  “E dove potremo andare?” si chide Stephen Hawking.  “La luna è vicina ma non ha atmosfera, è bruciata dal sole nelle 354 ore di giorno e gelata dalla notte siderale nelle 354 ore di buio. Ha un gravità troppo bassa per mantenere il calcio del nostro scheletro e non ha magnetosfera, col conseguente bombardamento di radiazioni nocive dal sole e dal cosmo profondo. Marte è più lontano anche se le condizioni nella sua superficie sono meno proibitive. Sappiamo che attorno a Proxima Centauri, la stella più vicina al nostro sole, c’è un pianeta che potrebbe assomigliare alla Terra ma per arrivarci, con la propulsione attuale, ci vorrebbero 3 milioni di anni”.

 Allora bisogna attrezzarsi, incominciare col costruire qualche cosa di più concreto della attuale Stazione Spaziale ISS che consenta a squadre di astronauti e di robot di costruire “un nodo di interscambio che abbiamo chiamato SpaceHub” come dice il Prof. Lino Russo; ”un sistema con 100 persone a bordo per condurre attività come ricerca, gestione della stazione, gestione degli arrivi (attracco) e delle partenze verso la Terra o altri nodi o per l’esplorazione verso Marte, e non ultimo per puro turismo.”

Sostanzialmente, in attesa di trovare un nuovo mondo, dobbiamo costruire in orbita bassa, ancora protetti dalla magnetosfera terrestre, un habitat dove vivere e lavorare. Dove fare ricerca e sviluppare una ingegneria adatta ad un ambiente che non è poi così totalmente ostile.  Assenza di atmosfera vuol dire assenza , di vento, di intemperie, di corrosione, di ruggine;  assenza di peso vuol dire anche poter costruire strutture molto leggere, come immense superfici fotovoltaiche sottilissime, in grado di erogare Mega Watt di elettricità. Ma prima di tutto dobbiamo eliminare i rottami in orbita e non produrne di nuovi.

La società D-Orbit è fiero membro di Space Renaissance Italia, un’organizzazione culturale astronautico – umanistica nazionale, chapter italiano di Space Renaissance International (SRI), dedicata ad ampliare la consapevolezza che l’espansione umana nello spazio è fondamentale per la sostenibilità della civiltà attuale, della sua indispensabile crescita, e per la sopravvivenza della vita stessa. Preservare lo spazio attorno alla nostra Terra fruibile e sfruttabile da una societá umana proiettata oltre i confini della nostra atmosfera è una visione che accomuna strettamente D-Orbit e Space Renaissance.

Daniele Leoni

Descrizione della foto

Lo staff di D-Orbit che ha curato il lancio del datellite D-Sat.

In alto da sinistra: Luca Rossettini (AD e fondatore), Renato Panesi (fondatore), Lorenzo Ferrario, Francesco Palumbo, Marco Bevilacqua, Angelo Dainotto, Caterina Cazzola, Monica Valli, Fabio del principe, giorgia Nardiello, Andrea Ferrante, Giuseppe Mele, Stefano Antonetti

In basso da sinistra: Marco Cazzaniga, Marco Marani, Simone Brilli, Lorenzo Vallini, Andrea Marcovati, Alessio Fanfani (PM di D-SAT), Aldo Cappelluti, Pietro Guerrieri

BCE: crescita migliore
del previsto

Ocse-crescita stabileNel suo bollettino mensile, la Banca Centrale Europea avverte che la crescita in Eurozona è maggiore del previsto, ma attenti a protezionismo e Brexit. Inflazione ancora stabile in Eurozona: il Quantitative Easing continua al ritmo di 60 miliardi di titoli acquistati al mese, almeno fino a dicembre. Debito pubblico in calo, ma alcuni paesi esposti a choc.

La crescita in Eurozona si allarga, grazie alla domanda interna. Lo dichiara la Banca centrale europea nel suo ultimo bollettino mensile. Per questo motivo si escludono nuovi tagli dei tassi di interesse. Il programma di acquisto titoli proseguirà al ritmo di 60 miliardi al mese almeno fino a dicembre. La Bce avverte sui pericoli: “I rischi ci sono ancora, seppur bilanciati. E vengono dal protezionismo minacciato da Trump. Dal processo di riforma e liberalizzazione, promosso dalla Cina. Dalla Brexit, tutta ancora da definire. E dal debito pubblico, in calo ma ancora minaccioso. Al punto da esporre alcuni paesi dell’Eurozona a choc”.

L’espansione economica continua a consolidarsi e a estendersi in vari settori e nei diversi paesi. La crescita dell’area dell’euro è sostenuta principalmente dalla domanda interna, ma può contare anche su alcune spinte esterne positive.  In sintesi è quello che gli esperti della Bce hanno evidenziato nel bollettino mensile in cui si nota come la ripresa sia particolarmente evidente nei mercati del lavoro dell’area dell’euro, malgrado la persistente e considerevole capacità produttiva inutilizzata. Il dramma della disoccupazione non è stato ancora debellato. Tuttavia è in crescita il reddito reale disponibile delle famiglie, ed è in aumento anche la spesa per i consumi. Di conseguenza, migliorano pure le condizioni del credito bancario. La graduale ripresa degli investimenti delle imprese, incentivate a modernizzare lo stock di capitale dopo vari anni di investimenti contenuti, è in fase di proseguimento.

Per la Bce i rischi per le prospettive di crescita sarebbero ora sostanzialmente bilanciati. Tuttavia, i  rischi al ribasso potrebbero emergere dal protezionismo, dalla Brexit e dal debito pubblico che non sarebbe stato sufficientemente ridimensionato. Per questi motivi, l’Eurotower ritiene indispensabili ulteriori sforzi di risanamento per quei paesi con un forte indebitamento come l’Italia   che sono particolarmente vulnerabili di fronte a nuovi episodi di instabilità nei mercati finanziari o ad un rapido aumento dei tassi di interesse.

Pertanto è stato confermato il programma di Quantitative easing (l’acquisto di bond per immettere liquidità nel sistema e sostenere la crescita) all’attuale ritmo mensile di 60 miliardi di euro sino alla fine di dicembre 2017, o anche oltre se necessario, e in ogni caso finché non si riscontrerà un aggiustamento durevole dell’evoluzione dei prezzi, coerente con l’obiettivo di inflazione. Anche i tassi rimarranno su livelli pari a quelli attuali per un prolungato periodo di tempo. D’altro canto, l’inflazione di fondo (esclusa cioè la componente energetica) non ha ancora mostrato segnali convincenti di ripresa e ci si aspetta pertanto che dovrebbe aumentare solo gradualmente nel medio termine. L’obiettivo Bce del 2% viene considerato ancora lontano.

Un altro problema indicato dalla Bce è quello delle riforme mancate. Gli esperti dell’Eurotower hanno scritto: “Le prospettive di crescita economica nell’area dell’euro continuano a essere frenate dalla lenta attuazione delle riforme strutturali, in particolare nei mercati dei prodotti, e dalla necessità di effettuare ulteriori aggiustamenti di bilancio in numerosi settori, nonostante i miglioramenti in atto. Per fortuna, l’attività economica della zona euro è sospinta anche dalla sostenuta ripresa mondiale. Un venticello positivo che soffia soprattutto nelle economie dei paesi emergenti”.

Con cautela la crescita economica nell’Eurozona continua lentamente tra rischi e pericoli ancora presenti. Nel medio periodo, con gli opportuni accorgimenti, dovrebbe consolidarsi.

Salvatore Rondello

Luna, una comunità di 1000 persone entro 30 anni

stazione spazio“Lo spazio è stato ed è ancora la mia vita. Da quando ebbi la ventura e la fortuna di chiedere la tesi di laurea al prof. Luigi G. Napolitano mi trovai di fatto catapultato in uno dei tre team al mondo che studiava sperimentalmente e teoricamente i Moti alla Marangoni, particolare caso di convezione generata da gradienti di tensione superficiale”.

Lo afferma Rino Russo, Direttore Generale di Center For Near Space, dirigente per le tecnologie ed i sistemi spaziali del CIRA per più di vent’anni, cofondatore e presidente della Trans-Tech s.r.l., cofondatore e primo presidente di Space Renaissance Italia (chapter italiano di Space Renaissance International), Vice Presidente dell’Italian Institute for the Future e Direttore Generale del Center for Near Space, una lista lunghissima di pubblicazioni di carattere scientifico e tecnologico.

La sua è una vita dedicata allo spazio, o meglio all’espansione civile nello spazio…
Sì. Ricerca in laboratorio, rapporti con quella che sarebbe diventata l’ASI, e con l’ESA, la preparazione di esperimenti poi realizzati a bordo dello Spacelab, il training ai primi astronauti europei.  E poi per tanti anni al CIRA negli studi di sistemi ipersonici innovativi per il rientro atmosferico, inclusa la galleria al plasma Scirocco. E poi ancora lo stimolo del turismo spaziale e la nascita del progetto HYPLANE, per il quale dovetti combattere non poco per convincere diversi interlocutori, ed avere l’onore che l’Università Federico II ne condividesse lo sviluppo progettuale. Si, lo spazio resta un mio pallino, perché sono certo che quell’etichetta definita circa 35 anni fa da Napolitano – Quarto Ambiente – diventerà effettiva in tempi ragionevolmente brevi.

Sei anni fa eravamo convinti che il turismo spaziale avrebbe aperto la frontiera alta, in quanto unica linea di sviluppo industriale capace di crescere sul proprio mercato in crescita, passando senza soluzione di continuità dalla quota suborbitale all’orbita, dai voli balistici di puro entertainment ai voli di linea ipersonici. Sull’onda di quel sogno era nato, in partnership tra Space Renaissance Italia e la Federico II di Napoli, il progetto HyPlane. Oggi quella prospettiva sembra subire perlomeno una battuta d’arresto, dovuta alle difficoltà finanziarie delle aziende impegnate in questa sfida, ed anche alla inadeguatezza dei sistemi legali, quando si tratta di trasportare passeggeri civili nello spazio. Tuttavia continuano a svilupparsi spazioporti, ed almeno uno dovrebbe essere fatto in Italia. Ed il progetto Hyplane continua a suscitare interesse da parte di potenziali investitori…

Perché un’evoluzione del genere menzionato si avveri sono necessari due fattori primari: (1) allargare la platea di chi ci crede in modo da poter contare su adeguati finanziamenti, siano essi pubblici o privati, (2) avere la fortuna che non accadano incidenti rilevanti. Per quanto riguarda il primo punto, è evidente che con Hyplane, ad esempio, non siamo ancora riusciti nell’intento, anche se non può essere taciuta la rilevanza del background che nella fase storica di crisi economica degli ultimi anni ha bloccato quasi tutto. L’incidente del 31 ottobre 2014, in cui fu distrutto la SpaceShipTwo di Virgin Galactic con la morte di uno dei piloti collaudatori e il ferimento del secondo, ha sospeso il processo di attivazione del turismo spaziale suborbitale su base commerciale. Dopo l’indagine della Federal Aviation Authority e dopo la realizzazione di un nuovo velivolo, Virgin Galactic sta muovendosi verso la certificazione del sistema prima di poter avviare la fase commerciale. Insomma, lo slittamento di un programma è parte della vita e talvolta diventa un vero e proprio stop. Come fu quando, il 28 gennaio 1986, lo shuttle Challanger con a bordo la prima insegnante di scuola superiore Christa McAuliffe esplose in fase di lancio; era il tempo in cui sembrava potersi presto realizzare l’industrializzazione delle spazio con industrie pronte a finanziare la costruzione di unità produttive in orbita, ma fu il momento della morte definitiva di quell’idea tanto che ancora oggi non si riprende quel concetto se non in termini prospettici (Luna, asteroidi, ecc.).

In sintesi, voglio dire che di battute d’arresto dobbiamo aspettarcene diverse e per vari motivi. E dobbiamo anche mettere in conto la probabilità di perdita di vite umane, come sempre è quando si tenta di oltrepassare un limite.

Negli States si parla di accesso allo spazio e suo sfruttamento da un ventennio quasi ormai. E di spazioporti si parla anche in termini molto concreti in diverse regioni del nostro pianeta. Finalmente, e con la consueta “timidezza” anche l’Europa comincia a parlarne: Svezia, UK, Spagna, ed anche l’Italia. C’è un certo interesse emergente sul volo suborbitale, anche se di tipo sperimentale, che sta stimolando i pensieri su uno spazioporto; bella etichetta che definisce un aeroporto “speciale” che serve giusto per separare il campo da quello dell’aviazione civile. Gira tra gli addetti ai lavori l’idea di usare lo spazio aereo tra la Campania e la Sardegna, per esempio tra gli aeroporti di Grazzanise e Decimomannu, per voli suborbitali sperimentali con velivoli come Hyplane.

Chi ha saputo mettere fine alla situazione di relativo stallo durata 40 anni, dopo lo sbarco americano sulla Luna, è stato Elon Musk con i suoi lanciatori completamente riutilizzabili. Dopo decenni passati a struggersi per una tecnologia Single Stage To Orbit (SSTO), non ancora alla portata, vista come l’evento risolutore, che avrebbe potuto finalmente abbattere il costo del trasporto terra orbita, Musk ha tirato fuori il classico uovo di Colombo: non siamo ancora capaci di fare un SSTO? Molto bene, allora riportiamo a terra il primo stadio dei sistemi di lancio. Voilà, monopolio infranto, i prezzi dei lanci diminuiti di almeno un ordine di grandezza: il costo al kg, quando i riutilizzabili saranno a regime, si prevede inferiore ai $2.000. Adesso sorge una domanda: di questa epocale innovazione tecnologica, unita all’avvento dell’additive manufacturing, potrà giovarsi anche l’impresa del trasporto passeggeri civili nello spazio? Oppure la parte del leone la faranno ancora una volta i satellitari?
Beh, non è proprio così. La vera guerra è stata ed è tra chi non vuole cambiare la strada vecchia dei lanciatori spendibili con quella nuova, e coloro più abituati a buttare il cuore oltre l’ostacolo. Lo Space Shuttle è stato il primo lanciatore parzialmente riutilizzabile. Sfortunatamente, non ha dimostrato di indurre minori costi o equivalentemente ridurre il costo/kg di accesso all’orbita. E questo dà forza ai sostenitori della bontà del concetto spendibile. In realtà, di studi e progetti TSTO ce ne sono stati e ce ne sono molti e da tanto tempo; anzi sono in numero ben superiori a quelli SSTO come il vecchio X-30 della NASA noto come NASP, National Aero Space Plane o l’altrettanto vecchio HOTTOL inglese. Forse il TSTO più famoso almeno in Europa è il tedesco Sangaer. Quello che ha fatto Elon Musk, è stato pensare ad un modo più semplice e non aerodinamico di recuperare il primo stadio; ed ha, grazie al carattere privatistico dell’impresa, assorbito gli insuccessi inevitabili senza farsi abbattere da commissioni indipendenti alla ricerca di colpevolezze. Con questo suo approccio ha ridotto il costo di lancio dagli storici 20.000 $/kg a circa 8.000 $/kg; peraltro anche alcuni lanciatori spendibili costano più o meno la stessa cifra perché fatti in paesi in cui la mano d’opera costa molto di meno che nel mondo occidentale. Per quanto riguarda la riduzione del costo del trasporto passeggeri civili nello spazio, dobbiamo essere chiari e netti: la riduzione radicale (forse addirittura ad 1/100 dei costi attuali) ci sarà quando il numero di lanci/anno sarà moltiplicato per 10 o 100 o di più. Se dopo due secoli di vita dell’autovettura stessimo ancora oggi usando 1 o 2 auto tra tutta la popolazione mondiale, certamente costerebbe un occhio della testa, e forse entrambi!

Oggi sembrano promettenti alcune prime attività industriali orbitali, quali l’assemblaggio di satelliti in orbita, il recupero e riuso di detriti spaziali, attività estrattive lunari ed asteroidee. Ma anche in questo caso, i sostenitori dell’espansione umana devono fare i conti con i sostenitori della robotizzazione totale… Si tratta di una discussione puramente filosofica, oppure vi sono attività, magari le più promettenti, che abbisognano di operatori umani in orbita, oppure che sono molto più convenienti se svolte da operatori umani?
Questa discussione è ampia e non solo in ambito spaziale. È ampiamente riconosciuto che ci sono attività nella vita di un individuo o una comunità che possono essere del tutto robotizzate senza nemmeno la supervisione dell’uomo, salvo ovviamente la manutenzione. Il robot che scopa in casa può farlo in modo del tutto autonomo. Significa questo che c’è da aspettarsi che in un futuro i robot faranno tutto loro? Onestamente non lo so. Certo, man mano che sviluppiamo robot più performanti ed autonomi, il bilanciamento del lavoro tra uomo e robot potrebbe cambiare, anzi cambierà di certo. Ma non credo affatto che l’uomo si limiterà sempre di più a stare steso al sole o cose simili. Per me questa è una discussione di opportunità, che mischia le possibilità con i rischi senza tenere questi due elementi separati ed ognuno al suo posto. Tendo a credere che l’uomo avrà sempre la sua parte, e lascio volentieri a scrittori e registi immaginare scenari in cui i robot comanderanno gli uomini.

Secondo te è maturo il tempo, nel nostro Paese, per la nascita di un settore industriale orientato allo spazio civile? Si vede all’orizzonte qualche Elon Musk o Jeff Bezos italiani? E cosa possiamo fare noi, associazioni come Space Renaissance, Center for Near Space, per stimolarne la nascita?
Il discorso è molto complesso ma provo a sintetizzarlo in due battute. L’Italia, e non solo l’Italia, si trova da molti lustri in un epoca di contrazione culturale che si rende forse più evidente attraverso governi sempre più tecnici e meno strategici, attraverso la totale incapacità di identificare priorità oggettive e mantenerle nell’implementazione dei piano, attraverso le giovani generazioni che sono sempre più disattente al futuro che poi è il loro. Al di là del fatto che in Italia non mi pare ci siano tanti ricconi come Elon Musk, non c’è ancora qualcuno che voglia o possa sfidare tutto e tutti su un argomento. Quello che penso si debba fare, e forse è l’unica cosa possibile in questa fase, è far comprendere sempre di più e sempre a più persone comuni che lo spazio non è affatto l’avventura bellissima di qualche super eroe, bensì una nuova opportunità per tutti.

Il tuo team, Center for Near Space, sta per annunciare un progetto bellissimo “Orbitecture”… di che si tratta?
Esattamente per illustrare alle giovani generazioni il concetto appena enunciato, abbiamo costituito diversi team di studio su diverse idee e progetti. Progetti avveniristici, ma sempre collegati in qualche modo all’attuale mondo ingegneristico, ovvero “fattibili” nell’ambito di una prospettiva di almeno 30 anni. Il CNS crede che, a 100 anni circa dallo Sputnik e dal Primo Passo dell’Uomo fuori dalla Terra, esisterà una comunità variegata di circa 1000 persone stabilmente occupante lo spazio cis-lunare: stazioni in LEO (Low Earth Orbit), in LMO (Low Moon Orbit), in qualche punto lagrangiano, sulla luna, con puntate occasionali e scientifiche verso Marte e gli asteroidi. Questa “città cis-lunare” sarà conseguentemente caratterizzata da un traffico di circa 10.000 o forse 100.000 passaggi/anno da un nodo all’altro. Ebbene, in questo quadro, abbiamo selezionato un ipotetico nodo di interscambio che abbiamo chiamato SpaceHub; un sistema con 100 persone a bordo per condurre attività come ricerca, gestione della stazione, gestione degli arrivi (attracco) e delle partenze verso la Terra o altri nodi o per l’esplorazione verso Marte, e non ultimo per puro turismo. In tale contesto abbiamo rilevato il carattere del tutto non confortevole dell’attuale ISS ed abbiamo perciò identificato criteri progettuali più adeguati ed anche più coerenti con l’architettura naturale del sistema solare. Abbiamo valutato la realizzabilità, la sequenza di costruzione ed i tempi associati, nonché i sistemi di supporto alla vita che non possono che essere il più possibili autonomi ovvero autorigenerativi.

È stato un divertimento parlare con specialisti di diverse estrazioni, confrontarsi su base culturale e fare un viaggio insieme che speriamo di continuare dopo la presentazione ufficiale che faremo il 6 luglio nello splendido scenario del Planetario di Città della Scienza di Napoli. Siete tutti invitati.

Adriano Autino

Spending review,
risparmiati 30 mld

EVIDENZA-Spending reviewDalla relazione annuale presentata al Parlamento italiano dal commissario straordinario alla revisione della spesa, Yoram Gutgeld, sono emersi risparmi per 29,94 miliardi nel 2017 che diventeranno 31,5 miliardi nel 2018. Sarebbero questi i dati realizzati dall’azione di spending review a partire dal 2014, ai fini dell’indebitamento netto della PA.

Significativi risparmi sono stati realizzati con il rafforzamento della centralizzazione degli acquisti della PA (+13% tra il 2014 ed il 2016). Tuttavia, la spesa per le forniture presidiata con il metodo Consip è salita del 27% nello stesso periodo.

Nel dossier letto in Parlamento alla presenza del Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e del Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, si evidenzia per il triennio 2013-2016 anche la diminuzione del personale della PA nella misura del 3,8% (pari ad 85 mila dipendenti) maggiormente per effetto del blocco del turn-over con punte del 7% nei ministeri.

A fine del 2016, complessivamente, l’ammontare della spesa corrente al netto degli interessi sul debito e delle prestazioni previdenziali ed assistenziali, su cui si è concentrata la spending review, ammonterebbe a 368 miliardi mentre quella considerata aggredibile al netto dei trasferimenti UE e delle partite di giro sarebbe stata di 327,7 miliardi.

Il Commissario alla revisione ed alla razionalizzazione della spesa, Yoram Gutgeld, concludendo la presentazione a Montecitorio della Relazione annuale, ha detto: “Mi permetto di lanciare un appello alle forze politiche ed al Governo che verrà, di non mollare la presa”. Il Commissario straordinario ha anche osservato: “Considerando che questa legislatura si avvia alla chiusura, ci vuole tempo per tagliare, per cambiare le organizzazioni, per cambiare i meccanismi operativi”.

Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, è intervenuto alla relazione annuale della spending review annunciando l’arrivo di un decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri con nuove regole del Bilancio per consentire soprattutto ai Ministeri di poter programmare meglio le spese. Nel suo intervento ha anche detto: “Certo nella PA esistono sprechi, ma farla facile è uno sport abbastanza diffuso e tutto sommato non conviene. Da parte del Governo non c’è religione dei tagli ma aspirazione all’efficienza”.

Il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, ha commentato a Montecitorio i contenuti della Relazione annuale illustrata dal Commissario straordinario del Governo per la razionalizzazione e revisione della spesa, Yoram Gutgeld. Puntualizzando ha anche detto: “Mi auguro che dopo la presentazione della spending review capiterà di leggere un po’ meno sulla stampa che in Italia la spending o non si è fatta o si è fatta male. Qualcuno continuerà a dirlo, ma qualcuno ci penserebbe due volte”.

Salvatore Rondello

Sette milioni e mezzo
di chili d’oro in orbita

spazioA partire dal 1957, si stima che siano stati effettuati 132 lanci orbitali all’anno, il che ci porta ad un totale di circa ottomila lanci. I satelliti censiti da UNOOSA ad agosto 2016 erano 4256, di cui solo 1419 (33%) operativi. Circa 18mila sono i rottami orbitali sufficientemente grandi (più di 10 cm.)da essere tracciati. Circa il 64% degli oggetti tracciabili sono frammenti risultanti da eventi distruttivi, quali esplosioni o collisioni. Esiste inoltre una popolazione molto più grande di detriti impossibili da monitorare in modo operativo. Nello spazio compreso tra l’orbita bassa (LEO, 300 km) e quella geostazionaria (GEO, 36mila km) viaggiano — a velocità orbitale — un numero stimato di 700.000 oggetti di dimensioni superiori a 1 cm e 170 milioni di oggetti di dimensioni superiori a 1 mm. Il che significa che la regione dello spazio vicina alla Terra si fa sempre più pericolosa, ma non è soltanto né soprattutto questo l’aspetto di cui voglio parlare oggi. Chi mi conosce per i miei interventi di carattere prevalentemente filosofico potrà essere sorpreso per questo articolo, che raggruppa una serie di considerazioni economiche e sociali. Voglio infatti dimostrare la convenienza — oggi, e non in un lontano futuro — di investire in attività industriali orbitali condotte da tecnici umani, rispetto ad operazioni completamente robotizzate. Di più, con buona pace di tutti quanti continuano ad avversare e temere l’espansione civile nello spazio esterno, basta analizzare minimamente l’ambiente di cui stiamo parlando, per capire che le attività più promettenti sono semplicemente non fattibili senza la presenza di operatori umani. Si tratta di una visione presentista, più che futurista: Space Renaissance (http://spacerenaissance.space/, http://spacerenaissance.it/), l’associazione internazionale che mi onoro di presiedere, promuove l’espansione civile nello spazio, per stimolare investimenti, rilanciare l’economia e sviluppare milioni di nuovi posti di lavoro oggi, e non in un lontano futuro…

Dunque partiamo dai rottami, o rifiuti spaziali, vale a dire oggetti che, secondo un’opinione molto comune, non hanno più alcun scopo utile. Ma è proprio vero? Facciamo due conti.

Il peso totale dei rottami spaziali ammonta a circa 7.500 tonnellate, cioè 7.5 milioni di chilogrammi. Il costo del trasporto terra – orbita si è mantenuto costante, negli ultimi 50 anni, intorno ai 20mila dollari al chilo, mantenuto alto anche da un vero e proprio cartello, costituito dalle grandi case costruttrici di razzi spendibili, raggruppate negli Stati Uniti nella ULA (United Launch Alliance). La storia recente vede la Cina e l’India posizionarsi con un prezzo dei payload tra i 10 ed i 25mila dollari al chilo.  Ma è soltanto con l’avvento dei lanciatori riutilizzabili di Space X, che il monopolio dei razzi spendibili è stato infranto, innescando un processo rinascimentale di cui abbiamo visto sinora solo i primi passi. Quanto è costato mettere in orbita 7,5 milioni di chili di artefatti terrestri? A 20mila dollari al chilo, circa 150 miliardi di dollari. Se a questi aggiungiamo i costi di progettazione, costruzione e gestione, non è difficili arrivare ad un costo totale vicino al trilione di dollari. Considerando l’attuale prezzo dell’oro intorno ai 41mila dollari al chilo, è come dire che sulle nostre teste orbita un patrimonio paragonabile a 7,5 milioni di chili d’oro, se vogliamo vederla dal punto di vista economico. Se, come me, volete vederla anche dal punto di vista etico ed evolutivo della nostra civiltà, è come se avessimo voluto rinchiuderci in una gabbia dorata, senza peraltro avere ancora provveduto a sviluppare sistemi capaci di rimediare a questo disastro.

Si può anche sorridere, sebbene di un riso amaro. Avete presente i rifiuti delle grandi città terrestri? La situazione non è molto diversa: i rifiuti costituiscono una tragedia ambientale solo per chi non ha ancora deciso di utilizzarli. Per chi si è dotato degli opportuni impianti di riciclaggio, i rifiuti invece valgono oro! Oltretutto per chi possiede gli impianti il guadagno è doppio, visto che non soltanto produce energia e materiali di vario utilizzo, ma viene anche pagato per ricevere i rifiuti da chi non è attrezzato per utilizzarli! Possiamo ben immaginare come chi ha investito nell’industria del riciclo abbia sulla faccia un odioso ma comprensibilissimo sorrisino di sufficienza, quando considera l’ancora consistente schiera di gonzi che pagano per smaltire … la propria ricchezza!

Vi siete fatti il quadro, guardando a terra? Bene, adesso guardate in alto. Ci si rende subito conto che, per quanto riguarda i cosiddetti rifiuti spaziali, tutto il mondo è gonzo, e non sono ancora nate imprese capaci di investire negli impianti necessari alla raccolta, processamento e riuso di questa immensa ricchezza orbitale. Mettendo in orbita opportune officine modulari — l’esperienza fatta con la International Space Station è fondamentale — si potrà cominciare a catturare i rottami, separare i metalli dalla plastica, macinare i diversi componenti e ricavarne polveri, la materia “prima” per la stampa 3D. Cosa stiamo aspettando? Sono certo che il nostro Paese potrebbe essere all’avanguardia, su questo fronte, e potrebbe battere in volata altri che ancora non si stanno muovendo… forse perchè meno dotati della nostra sensibilità umanista, ed attenzione per le persone?

Il settore new space muove i primi passi anche nel nostro paese, ad esempio la D-ORBIT (http://www.deorbitaldevices.com/) è una piccola azienda del comasco, che sviluppa un sistema per il de-commissioning dei satelliti al termine del ciclo di vita: un primo passo, finalizzato per intanto a non produrre nuovi rifiuti. Ma tutti i viaggi cominciano con un primo passo. Ed il fatto che in Italia ci sia chi ragiona ed opera a questo livello è molto confortante.

Decommissionare i nuovi satelliti per mezzo di appositi sottosistemi di bordo, mandandoli a bruciare al rientro in atmosfera, è una necessaria misura precauzionale, volta a limitare la produzione di nuovi rifiuti. Catturare rottami esistenti, e gettarli parimenti nell’ “inceneritore” del rientro in atmosfera risolverebbe il problema della bonifica orbitale. Il paragone con l’inceneritore ovviamente regge solo in parte, visto che dagli incineritori terrestri escono prodotti utili, mentre il rientro in atmosfera si limita a volatilizzare i rottami. Comunque, nel medio e lungo termine, si tratta di investimenti “a perdere”, nel senso che non puntano ad utilizzare la ricchezza costituita dai rottami spaziali, ma aggiungono semmai costi alla comunità terrestre. Economicamente parlando la distruzione dei rifiuti, tanto a terra come nello spazio, equivale a distruggere un grande valore. Senza contare che, comunque, per catturare rottami orbitali, già avremo bisogno di macchine capaci di manovre interorbitali, guidate ed operate da operatori umani. Quindi tanto vale affrontare da subito un programma più ambizioso, e sviluppare contestualmente sia la raccolta sia gli impianti di processo e riutilizzo.

È chiaro che, con tale ampiezza di visione, stiamo includendo un numero ben maggiore di stakeholder: la sicurezza dei voli orbitali, e qualsiasi missione o trasporto merci o passeggeri  deve passare per l’orbita terrestre, quale che siano la sua motivazione e destinazione, esplorazione o turismo, orbita bassa o le lune di Giove, ricerca o insediamento industriale, ecc…; ritorno di investimento a breve/medio termine; sviluppo industriale ed economico globale; benefici sociali, occupazione, sviluppo di nuovi mercati.

E qui arriviamo alla seconda grande e promettente sfida presentista. Il recupero e riciclo dei rottami spaziali si connette fluidamente, senza soluzione di continuità, con un’altra grande attività industriale. Le nostre officine orbitali, già messe in cantiere con l’obiettivo di raccogliere e processare i rottami spaziali, si arricchiscono, e si differenziano, grazie ad un’altra funzione: l’assemblaggio di satelliti in orbita. Supportata da adeguati meccanismi robotizzati, la nostra officina si avvia a diventare una fabbrica di satelliti orbitale. Vi piace l’utilizzo di termini un po’ retrò, come “fabbrica”? Pur essendo fortemente proiettati all’innovazione rinascimentale, siamo anche estremamente coscienti di quanto dobbiamo ai nostri padri e nonni… che hanno dato il loro sudore e spesso anche la vita, edificando la civiltà industriale 1.0. E ci piace continuare ad usare certi termini, come un dovuto omaggio a quella civiltà che loro avevano costruito con speranza… all’alba del rinascimento della civiltà industriale 2.0, sperando e lottando perchè questa sia la fine della lunga recessione pre-era-spaziale.

Dunque, per gli investitori, l’assemblaggio di satelliti in orbita, ad opera di tecnici umani, porterà alla sostanziale riduzione almeno delle seguenti voci di spesa. In primo luogo occorre avere presente che ogni satellite assemblato a terra necessita di costosi automatismi per il dispiegamento di pannelli fotovoltaici ed antenne di comunicazione. Tali meccanismi automatici risultano inoltre molto costosi, perchè devono essere sufficientemente robusti da sopportare le grandi vibrazioni ed accelerazioni del lancio. Di tali meccanismi si potrebbe fare completamente a meno, se l’assemblaggio del satellite avvenisse in orbita, diminuendo anche il peso di quanto deve essere spedito in orbita. In secondo luogo, si consideri che, con la sola eccezione dei telescopi orbitali, qualsiasi manutenzione a satelliti risulta nel paradigma attuale troppo costosa, quindi impraticabile. Quindi la componentistica è molto costosa, perchè resistente alle radiazioni cosmiche, e rispondente ai requisiti di fault tolerance e fault avoidance più restrittivi. Le nostre officine orbitali potrebbero occuparsi sia della collocazione a destinazione dei satelliti, sia della loro manutenzione periodica ed eventuale riparazione, il che consentirebbe l’utilizzo di componentistica commerciale a costo molto minore. Ed, infine, le officine orbitali potrebbero provvedere al de-commissionamento a fine del ciclo di vita, quindi si risparmierebbero anche i sistemi automatici di decommissioning, almeno per le macchine di dimensioni maggiori. I sottosistemi di decommissioning dei satelliti più piccoli potrebbero essere programmati per rientrare alla più vicina stazione di raccolta, una volta a fine vita, anzichè per il rientro in atmosfera. Va da sé che la manutenzione periodica dei satelliti ne allungherebbe la vita, con conseguente ulteriore diminuzione dei costi complessivi e parallelo aumento della redditività.

Riassumendo: ogni automatismo che possiamo evitare di aggiungere a bordo satellite ne riduce i costi di progettazione, componentistica, sviluppo, testing, integrazione, lancio. Ma non è finita qui: avevamo parlato infatti di riciclo. E qui si chiude un primo cerchio: con i materiali in uscita dagli impianti di processo dei rottami alimentiamo le fabbriche orbitali, che possono produrre parti di satelliti in orbita per mezzo di stampa 3d, abbattendo ulteriormente i costi di sviluppo e lancio da terra! Ecco che la frontiera comincia a produrre in proprio, e quindi a dare inizio ad una vera e propria eso-economia, seppure ancora legata alla Terra da un robusto cordone ombelicale…

Dunque, abbiamo fin qui parlato solamente di due ricchissimi filoni industriali orbitali, il riciclo di rottami spaziali e l’assemblaggio di satelliti in orbita. Ma il più è cominciare! Una miriade di mestieri nasceranno intorno ed a supporto delle attività civili industriali nello spazio. Si pensi solo alla vastissima costellazione di lavori che sono nati in seguito allo sviluppo della rete di comunicazione mondiale ed allo sviluppo delle filiere energetiche rinnovabili… Paura dell’intelligenza artificiale? Non ha senso! Il mondo è talmente vario, e l’ambiente dello spazio esterno ancora di più, che non possiamo fare a meno dell’intelligenza, della creatività e della flessibilità degli umani — posto che farne a meno fosse conveniente, ed abbiamo visto che non lo è. Soprattutto non potremo mai chiedere ad una macchina, a parte accorgersi di un pericolo per il quale non era stata programmata, di avere intuizioni sulle potenzialità che diventano evidenti, in modi perlopiù imperscrutabili, alla mente umana, spesso riemergendo da una giornata di depressione e pessimismo… oppure davanti ad uno spettacolare sorgere dalle Terra azzurra dall’orizzonte lunare…

Dunque citiamo qui un po’ alla rinfusa, ma ci torneremo con maggior dettaglio, una serie di attività industriali tutte fattibili in un orizzonte di una ventina d’anni, grazie alle nuove tecnologie abilitanti, quali i sistemi di lancio riutilizzabili, e l’additive manufacturing: grandi impianti orbitali di raccolta di energia solare, stazioni di rifornimento per trasporti geo-lunari ed interplanetari, impianti di processo di materie prime lunari ed asteroidee, hotel orbitali, lunari e cislunari, cantieri orbitali per l’assemblaggio di navi spaziali a varia destinazione, ospedali a bassa e zero gravità, attività minerarie estrattive lunari ed asteroidee, villaggi orbitali rotanti, infrastrutture lunari di ricerca, esplorazione, industriali.

Tutto questo apre un altro capitolo, che occorre urgentemente affrontare: il diritto spaziale, fermo al Trattato sull’Uso Pacifico dello Spazio Esterno, di cui ricorre quest’anno il 50mo anniversario. Anche di questo parleremo presto.

Ad Astra!

Adriano Autino

Ringrazio Stefano Antonetti, marketing manager di D ORBIT, per i suoi commenti sul tema rottami spaziali

Adriano Autino è presidente di Space Renaissance International (http://spacerenaissance.space) ed autore dei seguenti libri:

“Un mondo più grande è possibile. L’espansione della civiltà oltre i limiti del nostro pianeta madre è la questione morale del nostro tempo”

– Amazon 2017 ebook e paperback (https://goo.gl/i78fVs)

– MondadoriStore 2017 ebook (https://goo.gl/ZqCs3Y)

“La terra non è malata: è incinta!”

– lulu.com 2016, paperback (https://goo.gl/wIQC6y)

– Amazon 2017, paperback (https://goo.gl/Stlkuz)

– Arduino Sacco 2008

Lina Merlin non era
una donna compiacente

Un convegno alla sala Zuccari del Senato ha ricordato i 130 anni dalla nascita della socialista che riusci’ ad abolire le case chiuse e la dicitura ‘Figlio di NN’.
A Lina Merlin si deve anche la stesura degli articoli 3 e 37 della Costituzione.


merlinpLina Merlin non era una donna compiacente e non era soltanto colei che diede il proprio nome alla legge con cui si mise fine alla vergogna delle ‘case chiuse’, il luogo dove si esercitava la prostituzione, sfruttando le donne e rendendole schiave per sempre in collaborazione con lo Stato. Era una socialista che credeva fortemente nella pace, nella libertà e nella giustizia sociale.
A Palazzo Giustiniani, al convegno ‘Lina Merlin la Senatrice: 130 anni e non li dimostra’, politici, storici e giornalisti si sono ritrovati martedì 13 giugno non solo per celebrare la ricorrenza e convincere il Senato a ricordarla con un busto, ma anche e soprattutto per interrogarsi su come valorizzarne la preziosa eredità di passione e di idee.
L’obiettivo lo ha subito dichiarato Daniela Brancati che introduceva e coordinava il convegno. Dobbiamo chiederci come possiamo arrivare “a una rivalutazione del suo operato” perché Lina Merlin (Pozzonovo, 15 ottobre 1887 – Padova, 16 agosto 1979), non può essere confinata nel ricordo della sua pur importantissima legge. Aveva fatto molto altro anche sul piano legislativo e lei stessa, unica donna eletta nella seconda legislatura, ricordava cosa dicevano di lei i colleghi maschi: “Si dice che questo parlamento ha una sola donna… ma una di troppo”.
Si alternano al microfono la vicepresidente del Senato, Linda Lanzillotta, il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, Vannina Mulas, già sindaco socialista di Dorgali, Elena Marinucci, già senatrice ed europarlamentare socialista, Paola Lincetto, presidente del Comitato Lina Merlin, la ministra della PI, Valeria Fedeli, la senatrice Laura Puppato, la giornalista Anna Maria Zanetti, il presidente della Fondazione Kuliscioff, Walter Galbusera, la storica Monica Fioravanzo, l’economista Daniela Colombo e Pia Locatelli, capogruppo socialista alla Camera, che ha concluso i lavori.
In molti degli interventi riaffiora così il ritratto di una donna che aveva scelto la politica per passione e come reazione alla nascente dittatura fascista, che era stata partigiana, costituente, senatrice, trasferendo nelle Istituzioni il suo amore per la libertà e la giustizia, il suo modernissimo, per i tempi, femminismo.
“Io parlo da sardo – premette Luigi Zanda – e posso dire che i fascisti la esiliarono a Nuoro perché consideravano Nuoro la peggiore punizione possibile. Ignoravano che in quella zona c’è una straordinaria capacità culturale. Da Nuoro a Dorgali e poi a Orune, ma tra Merlin e i pastori sardi si crea subito un’empatia, si stabilisce un’alleanza tra l’antifascismo e la povertà”.
convegno merlin 3Oggi, aggiunge, il Fondo Monetario Internazionale “ci dice che stiamo entrando in una fase economica diversa. Si prevede una crescita del Pil dell’1,3%. Cominciamo a vedere la luce, perché +1,3% non e’ zero virgola. La domanda che però mi pongo, senza avere una risposta, è questa: la vera luce non viene solo dal progresso economico ma dalla maturità della classe dirigente. La generazione di Lina Merlin vide tra gli altri De Gasperi, Togliatti, Pertini, Craxi, Moro, Berlinguer, Anselmi… perché dopo di loro la classe dirigente del Paese è così scesa di livello?”. Dobbiamo dire che “fu una persona straordinaria e le sue qualità precedono la dimensione politica”.
Dai ritratti dei diversi oratori emerge pian piano la figura completa di questa donna.
Lina Merlin, ricordano, insegnava a leggere e a scrivere, cercava come poteva di fare qualcosa per quella gente durante il suo confino. Aveva a cuore in particolare le donne e il ritratto forse più efficace è quello che dipinge Vannina Mulas, prima donna sindaco nel 1983 proprio di quel Dorgali, “considerato uno dei comuni più fascisti dell’isola”, dove era stata confinata la Merlin dopo la prima tappa di Nuoro.
Dai ricordi dei familiari di Vannina Mulas che avevano ospitato in casa quella pericolosa antifascista, emerge l’affetto profondo che si era stabilito tra loro. “C’è una foto di Merlin con il costume dorgalese, vestita proprio come avrebbe fatto una loro figlia per il giorno del matrimonio”. In quel piccolo paese dove mancava tutto a cominciare dall’acqua corrente, le privazioni soprattutto per lei erano tante, e per alleviare la pena, ricorda, le avevano fatto una specie di corridoio nel cortile con le piante per consentirle dalla sua stanza di raggiungere il bagno, così da nasconderla un po’ e farle superare l’imbarazzo di una donna abituata a vivere in una grande città in un ambiente borghese. Insomma affetto e stima che lei cercava di ricambiare insegnando, come aveva ricordato anche Zanda, a leggere e scrivere, ma con un particolare occhio di riguardo per le donne “La firma –diceva loro – dovete imparare a farla perché nessuno deve sostituirsi a voi”.
Ma questo non piaceva ai gerarchi e così, come ulteriore punizione, le tolgono anche l’indennità di confine sostenendo che guadagnava dei soldi facendo la maestra, ma a quel punto furono i suoi nuovi amici e compagni che le passarono il necessario per vivere. Un gesto che non dimenticò mai e anche per questo quando tornò libera e divenne senatrice continuò a riceverli e a onorarli, anche a Palazzo Madama.
È insomma un “obbligo morale sottrarla all’oblio” (Zanda) anche perché non ha fatto solo la legge sulla case chiuse. E in molti ricordano il suo ruolo nella legge per dare il cognome ai figli non riconosciuti, i cosiddetti figli di NN, quella per l’assistenza gratuita al parto e quella per impedire il licenziamento per causa di matrimonio che riguardava soprattutto le impiegate e non certo le mondine.
Lina Merlin è stata anche una femminista, una scelta che è stata determinante nella stesura della Carta costituzionale. Eletta nella Costituente nel ’46, fece parte della ‘Commissione dei 75’ e si devono a lei almeno due interventi fondamentali, la stesura degli articoli 3 e 37 della Costituzione. Il primo stabilisce che “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge” e lei fa aggiungere “senza distinzione di sesso”. Il secondo prevede che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”; una femminista insomma che aveva cominciato a fare le sue battaglie quando ancora le donne non avevano diritto di voto né attivo né passivo.
“Le donne – sottolinea Pia Locatelli – nell’Assemblea Costituente furono 21, ma fecero più loro per la causa femminile che non le 300 parlamentari donne dell’attuale legislatura”.
Insomma, come si direbbe oggi, un ‘tipo tosto’, che “fu anche una partigiana vera – ricorda Elena Marinucci – non come altre che se ne sono vantate, ma che la guerra di Liberazione l’avevano vista da casa. Fu femminista e fu riformista perché era convinta della possibilità di modificare la società con le leggi”.merlin convegno
E fu anche, ricorda Laura Puppato, una “pacifista convinta, anzi una pacefondaia”, contro l’ingresso dell’Italia in guerra. “Fu una donna coraggiosa, capace di dire cose scomode. Fu cattolica e scomunicata perché socialista. Ebbe coraggio per sé e per gli altri”. Non solo quattro anni di confino duro, ma anche minacce di morte e per cinque volte in carcere, ma lei non abbassò mai la testa.
“Le sue linee guida di una vita – ricorda Pia Locatelli – furono la pace e la libertà. Spesso rivendicò il suo essere ottocentesca, deamicisiana e romantica. Aveva scelto il partito socialista non solo per desiderio di giustizia sociale, ma anche perché era l’unico partito che si opponeva all’entrata in guerra nel 1915”. Quanto al suo amore per la libertà, all’indipendenza del suo carattere, basta ricordare che al Pci che le offriva di cambiare partito, Merlin rispose: “Sarei una pessima comunista perché non sopporto la soggezione”.
Un amore per gli altri che la tenne sempre dalla parte degli ultimi, di chi stava peggio. È la ministra Fedeli a ricordare che in occasione dell’inondazione del Polesine, arrivò a vendere anche la sua medaglietta d’oro di parlamentare per comprare coperte e viveri agli sfollati”.
In questo amore per gli ultimi, la spinta alla sua battaglia contro le ‘case chiuse’. Walter Galbusera ricorda a questo proposito che obiettava agli oppositori della legge: “Non voglio abolire la prostituzione, voglio eliminare lo sfruttamento delle donne”. “Un tema purtroppo questo, che è rimasto di drammatica attualità”.
È ancora Locatelli a ricordare a questo proposito che nel 1958, durante il dibattito parlamentare sull’abolizione dei postriboli, un deputato obiettò: “Perché abolirle? Svolgono una funzione sociale. Servono a proteggere la salute pubblica”. La risposta della parlamentare socialista fu fulminante: “Benissimo. Allora per la funzione sociale creiamo una sorta di servizio di leva di 6 mesi per tutte le ventenni, naturalmente includendo le vostre figlie e le vostre sorelle”. La legge che porta il suo nome, venne approvata.
Non furono facili i rapporti con il partito socialista cui pure si era iscritta giovanissima, a 19 anni e che avrebbe lasciato dopo 55 anni di militanza, nel 1961. “I problemi nacquero – racconta Pia Locatelli – agli inizi degli anni 50 con la segreteria Morandi per la politicafrontista che aveva impresso al partito”. Nel 1961 le venne fatto sapere che il partito non intendeva ripresentare la sua candidatura nel collegio di Rovigo, dov’era stata rieletta al Senato nel 1953 e alla Camera dei deputati nel 1958, e lei reagì strappando la tessera. Nel suo discorso di commiato dichiarò che le idee sono sì importanti, ma camminano con i piedi degli uomini, e che lei non ne poteva più di “fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinismo”.
“Ma aveva ciò nondimeno un’idea del suo impegno politico, come un’‘onda lunga’, sapeva guardare avanti”. Tra i punti più discussi di questa sua lunga militanza per il socialismo, la libertà e il femminismo c’è sicuramente la fase legata alla battaglia per il divorzio.
“Una posizione difficile da spiegare. Ci si chiede ancora oggi perché firmò un appello contro con democristiani e comunisti. Mi dico che forse voleva in questo modo proteggere le donne, perché le statistiche di allora dicevano che la condizione economica della donna stava peggiorando. Forse temeva che nella coppia, la parte più fragile, la donna, avrebbe subito il contraccolpo più pesante dal divorzio, nell’impossibilità dell’indipendenza economica”.
Comunque un’altra dimostrazione che “Lina Merlin non era una donna compiacente”.

Dieci anni di lavoro di “Emergenza Sorrisi”

sorrisi tagliataRipercorrere le tappe di “Emergenza Sorrisi” dalla sua fondazione nel 2007 sino ad oggi: questo lo scopo del Convegno dal titolo “10 anni di cooperazione con Emergenza Sorrisi”, organizzato alla Camera dei Deputati da “Emergenza Sorrisi – Doctors for Smiling Children” col supporto di Ileana Argentin (Commissione Affari sociali della Camera), col patrocinio della stessa Camera, dei ministeri degli Esteri e della Salute e dell’ Istituto Italiano della Donazione.

Ha aperto i lavori il Presidente di Emergenza Sorrisi, il chirurgo plastico Fabio Massimo Abenavoli: parlando della nascita di questa organizzazione, fondata con l’obiettivo di ridare il sorriso e la dignità ai bambini e a tutti i pazienti nel mondo che non hanno accesso alle cure mediche specialistiche. Si è parlato di amore come motore delle azioni dei volontari, ma non solo: anche di tutti coloro che sono vicini alla Onlus e che in questi 10 anni l’ hanno variamente sostenuta, come numerose aziende e partner istituzionali. “Sono vicino a Emergenza Sorrisi da sempre e continuerò a farlo, perché ho visto il bene di cui sono capaci”, ha detto l’on. Ileana Argentin. E Mohamed Chérif Diallo, ambasciatore della Repubblica di Guinea in Italia: “Apprezzo l’impegno di Emergenza Sorrisi e la esorto ad ampliare il proprio lavoro in altri Paesi, perché i bambini sono i soggetti più vulnerabili e hanno bisogno del nostro aiuto”. “Nessun bambino può sorridere alla vita e ammirarsi felice allo specchio se affetto da una grave malformazione”, ha detto Waheed Omer, ambasciatore dell’ Afghanistan: “Per questo ringraziamo Emergenza Sorrisi, per il lavoro che svolge in Afghanistan a beneficio dei nostri bambini, e soprattutto della formazione dei nostri medici”. Gianluca Comin, della Founder Comin & Partners: “Con la mia agenzia siamo al fianco di Emergenza Sorrisi per aiutarli a raccontarsi e a raccontare le attività che svolgono nel mondo. Dieci anni sono tanti, ma il dato sorprendente sono 4.129 interventi chirurgici, più di un’operazione al giorno, svolti in questo decennio”.
“Il prossimo è colui con cui condividiamo la nostra quotidianità”, ha ricordato Susanna Petra, esponente della Chiesa valdese.”C’è un prossimo più lontano che non va dimenticato: per questo da anni collaboriamo con Emergenza Sorrisi, per portare speranza ai bambini e aiutare le comunità a crescere, in una modalità concreta, molto lontana dal puro assistenzialismo. Proprio questo è uno dei modi in cui abbiamo scelto d’ impiegare l’8 x 1000 dato annualmente dai contribuenti alla Chiesa valdese”. E Marco Blefari di Consulcesi Onlus: “Consulcesi si occupa di informazione scientifica, formazione medica: da alcuni anni è al fianco di Emergenza Sorrisi con un progetto importante di comunicazione che si concretizzerà, in autunno, nella prossima missione in Senegal, con la realizzazione di un docu-film (di cui è stata proiettata un’anteprima, N.d.R.)”. Foad Aodi, fondatore dell’ AMSI (Associazione Medici di origine Straniera in Italia, dell’ UMEM (Unione Medica Euro Mediterranea )e del Movimento “UNITI PER UNIRE”, in chiusura del convegno ha ribadito l’importanza del lavoro di Emergenza Sorrisi, “braccio operativo” e delegato dei movimenti nella cooperazione internazionale: “Noi professionisti della sanità tutti insieme possiamo dare la cura migliore ed il farmaco più efficace contro il terrorismo e la radicalizzazione, curando chi e’ in difficoltà e salvando in tempo chi si avvicina alla zona grigia per problemi psicologici. Ormai nel modo ci sono due partiti :da una parte il populismo ed i costruttori di muri, dall’altra chi crede nel dialogo e la solidarietà ed i costruttori di ponti “.

Francesco Pezzulli, attore e doppiatore, testimonial e voce di Emergenza Sorrisi, ha narrato la storia d’ un bambino nato con labio – palatoschisi, suscitando nei presenti emozioni e sentimenti che si sono legati alle migliaia di storie vissute dai nostri bambini e medici in questi anni, e cogliendo appieno il senso di amore, solidarietà e gratitudine che si prova nel donare un sorriso, ma anche nel riceverlo.
Emergenza Sorrisi è un’ organizzazione internazionale non governativa di medici volontari che realizzano missioni chirurgiche in favore di bambini con gravi patologie malformative, sequele di ustioni, traumi di guerra. Durante questi ultimi 10 anni di attività e cooperazione internazionale oltre 4.500 bambini sono stati operati gratuitamente in 72 missioni chirurgiche in Paesi del Medio Oriente e dell’Africa. Particolare attenzione si è prestata anche al tema dell’ambiente, con un progetto dedicato alla salvaguardia e tutela, e ai migranti, attraverso la creazione dell’App “Emergenza Medica Online”.
Fabrizio Federici

Confcommercio: “Non sopravvivere, ma crescere”

sangalliSi è svolta oggi l’Assemblea annuale della Confcommercio. Sono stati toccati temi importanti come l’Europa, le riforme, i difetti strutturali, la digitalizzazione, i trasporti, la tassazione, i voucher ed il turismo.
Il Presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha iniziato la sua relazione allargando lo sguardo oltre i confini nazionali, per affrontare subito dopo le tante questioni attuali dell’economia nazionale.
Carlo Sangalli ha detto: “Scegliere l’Europa oggi significa scegliere la pace, il progresso, la giustizia sociale, perché l’Europa è la nostra comunità di destino, oltre che una questione vitale, dove l’orizzonte non è sopravvivere, ma crescere”. Ha sottolineato: “gli apprezzabili indizi di vitalità degli ultimi tempi, che però vanno sostenuti con l’unica strada percorribile: accelerare sulle riforme. È presto per parlare di svolta, ha specificato Sangalli, ma comunque va riconosciuto pienamente il ruolo dei servizi di mercato, cioè dei nostri settori, nell’accelerazione del Pil nella prima parte del 2017. Restano i gravi difetti strutturali che frenano il nostro sistema produttivo senza i quali potremmo sperare in un traguardo al 2% del Pil per il 2017. Si chiamano eccesso di burocrazia, deficit di legalità, fragilità del sistema infrastrutturale e dell’accessibilità, ingiusto fardello tributario e insostenibile costo del lavoro che gravano su famiglie e imprese, ovvero le principali questioni che frenano da oltre venti anni la crescita economica e lo sviluppo sociale del Paese”.
Per il presidente di Confcommercio: “è essenziale partire dal basso, assicurare l’effettiva partecipazione delle forze sociali alle scelte politiche, come è stato il caso nel cammino di riforma delle Camere di commercio e come può accadere per il Cnel, per il quale insieme agli amici di Rete Imprese Italia abbiamo in mente un’idea di riforma che lo renda ristretto, snello, autorevole ed utile. Come Confcommercio siamo sin da subito disponibili a contarci, fattore qualificante di una vera democrazia economica e lo abbiamo ribadito anche nella ‘pratica riformista’ dell’accordo sul modello contrattuale che abbiamo sottoscritto con Cgil, Cisl e Uil lo scorso novembre. Questo perché investire, sulle ‘politiche attive’ diventa una scelta strategica. Non a caso, Confcommercio ha apprezzato le nuove misure a sostegno dell’alternanza scuola lavoro e delle assunzioni al Sud, mentre al contrario assiste con preoccupazione al taglio delle agevolazioni per le piccole imprese dell’apprendistato professionalizzante perché modificare continuamente il quadro delle regole non agevola gli investimenti produttivi. Le norme, anche quelle sul lavoro, non sono come gli abiti, non possono cambiare ad ogni stagione. Come è stato nel caso della paradossale vicenda dei voucher, dove invece che intervenire sugli abusi, sono stati cancellati con un colpo di spugna. Serve semplificazione, a partire dal buon funzionamento di quel sistema burocratico, che troppo spesso rappresenta solo un costo,  e basterebbe investire in una credibile digitalizzazione che semplifichi la vita a cittadini e imprese, accrescendo al tempo stesso la competitività. Insomma, serve innovazione, soprattutto nel terziario. Anzi, investire in innovazione nel terziario significa aiutare anche l’export dell’intero Paese. Tanto più che così come la dimensione delle imprese deve essere al plurale, allo stesso tempo al plurale deve essere l’attenzione ai settori economici. D’altronde, ha aggiunto Sangalli, noi siamo convinti che come Associazione d’impresa più grande d’Europa non possiamo farci carico solo dei nostri interessi. Sarebbe legittimo ma miope. E a noi non basta perché non serve al Paese. Le nostre sono battaglie generali, per tutti. Come nel caso dell’Iva: abbiamo apprezzato la recente lettera del ministro Padoan che, chiedendo maggiore flessibilità sui conti pubblici, va certo nella direzione giusta. Ma non ci rassicura. L’aumento dell’Iva non è barattabile.

Perché aumentare l’Iva significherebbe far crescere il già insostenibile peso fiscale su famiglie e imprese, penalizzare i redditi più bassi e, quindi, rinunciare ad ogni credibile prospettiva di sviluppo.  Certo, l’Iva è solo la punta dell’iceberg: sotto c’è tutta la questione fiscale che va affrontata e risolta perché il nostro sistema fiscale è troppo oneroso, complesso, ingiusto, mentre ne servirebbe uno semplice, equo, capace di assicurare stabilità e certezza, che si giustifichi nei costi per le imprese e che sia comprensibile dagli imprenditori. Il rapporto tra fisco ed imprese va ricostruito su basi diverse, a partire da una ragionevole e generalizzata riduzione delle aliquote Irpef. Bisogna collaborare piuttosto che reprimere: non a caso Confcommercio apprezza la riforma degli studi di settore, che semplifica la vita delle imprese. Altro tema di competitività è quello del credito: dal 2011 ad oggi lo stock dei finanziamenti per le aziende si è ridotto di circa 120 miliardi di euro. In questa situazione s’inserisce il ruolo delle associazioni e dei Confidi.  Siamo convinti che nella fase di ripensamento del Fondo di Garanzia nazionale si possa tornare alle origini: dare garanzia a chi dà garanzia”.
Affrontando le tematiche del turismo, Sangallo ha detto: “Lo sviluppo della cui filiera potrebbe dare un’iniezione di fiducia all’intero Paese. Occorre dunque rafforzare i nostri consolidati asset turistici, ma anche quelle mete troppo spesso nascoste, dell’Italia dei borghi e dei territori e nel contempo ampliare la platea e le risorse per il credito d’imposta per chi investe, ammoderna e sviluppa le attività. Così come è più rimandabile l’intera deducibilità dell’Imu sugli immobili strumentali e del costo degli stagionali dall’Irap. Nel turismo ci sono temi vecchi da sciogliere, ma anche rivoluzioni nuove da affrontare ma bisogna farlo seguendo il motto ‘stesso mestiere, stesse regole’. Non è possibile che non venga riconosciuto quel lavoro continuo, appassionato e innovativo che ha costruito mete turistiche valorizzando quel demanio, altrimenti male utilizzato, per non dire abbandonato. E’ troppo facile sostenere che i prezzi della nostra economia turistica sono alti, se poi un albergo italiano paga il 60% in più di energia rispetto ad uno francese. E parlando di turismo viene facilmente in mente il Sud. Ebbene, la questione meridionale è una questione nazionale. Su tutto il Paese pesano i deficit strutturali, ma sul Meridione pesano molto di più. È un tema centrale per il Paese, che richiede investimenti di prospettiva temporale in una prospettiva globale. A partire dai trasporti e dalla logistica, a proposito dei quali è centrale la conferma della scelta intermodale: mettere insieme cioè strada, ferro, acqua ed aria, con l’ausilio delle nuove tecnologie, per garantire la migliore mobilità possibile alle merci e alle persone. Far correre le merci e le persone significa far correre il Paese”.
Sangalli ha poi concluso: “Confcommercio è una forza popolare. E lo sarà anche domani senza lasciare indietro nessuno. Questa è la nostra storia, questa la nostra presenza,  questo il nostro futuro. Il futuro di tutti”.
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo messaggio augurale di buon lavoro si è appellato alla fiducia da dare alle Istituzioni ed al Paese tenuto conto dei segnali di espansione economica già in atto.

Con il cambiamento climatico a soqquadro tutto il pianeta

Cambiamento-climaticoLa decisione di Trump di sfilare gli Stati Uniti dall’accordo sul climate change siglato a Parigi nel dicembre 2015 da 195 Paesi, e ratificato nell’aprile 2016 da 175 Paesi, inclusi gli Stati Uniti, sta mettendo a soqquadro tutto il pianeta, compresi gli Stati Uniti. E forse soprattutto gli Stati Uniti.

Nessun scettico del riscaldamento climatico per cause antropiche – e fra di essi si contano molti scienziati seri, più che gli irriducibili sostenitori delle fonti energetiche genericamente e spesso inappropriatamente definite fossili – ha sinora esultato per questa mossa repentina del neo-presidente USA. Questo silenzio tradisce un notevole imbarazzo, da parte loro, a ritrovarsi un simile “campione”, il cui livello di gradimento negli USA è ormai ai minimi storici….

Vediamo prima, per quanto possibile, gli aspetti scientifici. Vi sono ovviamente molte domande, alle quali l’IPCC sostiene di aver dato risposte chiare e definitive, ma che conservano tuttavia la loro piena legittimità, e che continuano a confermarmi nella mia posizione agnostica… È effettivamente in atto un cambiamento climatico sul nostro pianeta? Se sì, si tratta di un processo di riscaldamento o di raffreddamento? Se è in atto un effettivo cambiamento climatico, riguarda solo il nostro pianeta oppure il Sistema Solare? Nel caso sia in atto un effettivo cambiamento climatico sul nostro pianeta, si deve principalmente a cause antropiche o ad altre cause? Fra le altre cause ad esempio l’attività solare, e l’avvicendamento di ere glaciali ed ere temperate, nella storia della Terra. Carlo Rubbia ha ben specificato, in un suo recente intervento a camere riunite, che in passato vi sono state epoche caratterizzate da temperature ben più elevate di quella attuale: ad esempio quando Annibale passò le Alpi con i suoi elefanti, attorno al 200 A.C., le Alpi dovevano essere prive di nevai. Oppure più recentemente, attorno al 1300, quando i Walser migrarono dalle regioni germaniche in Nord Italia, valicando passi alpini del tutto privi di neve e ghiacciai. Questi esempi sono stati portati tante volte, così come i pareri di eminenti astronomi, che attribuiscono al Sole, più che all’uomo, i cambiamenti climatici sul nostro pianeta. Ma tutto ciò non ha mai scalfito neppure minimamente la “fede” dei credenti nel climate change per cause antropiche. Ed anche oggi, c’è chi accusa già Rubbia di parlare al di fuori delle sue competenze… sostenendo che Rubbia non è un climatologo. Vero, ma i climatologi fondano le loro convinzioni veramente su concetti scientifici solidi, cioè ripetibili? Quanto all’anidride carbonica, come gas serra è decisamente risibile, quindi attribuirle tutta la responsabilità di un supposto effetto serra appare prestestuoso, un po’ come se l’IPCC — ed Al Gore, con il suo famoso tour “Un inconvenient truth” — avessero avuto bisogno di un comodo capro espiatorio, sul quale concentrare l’indignazione di tutto il mondo. È stato stigmatizzato da molti che è la curva della temperatura a seguire con qualche centinaio di anni di ritardo quella dell’anidride carbonica, negli ultimi 600.000, e non il contrario! Il metano, ad esempio, come gas serra è molto più efficace, ed ho sempre pensato che potrebbe anche essere lui il vero responsabile della fine dei grandi sauri sessanta milioni di anni fa, per quanto anche l’asteroide killer rimanga un indiziato molto attendibile. Tuttavia l’anidride carbonica, pur benefica verso il mondo vegetale, è tuttavia pericolosa per il mare, che contribuisce ad acidificare. Il Enrico Feoli, professore di ecologia all’Università di Trieste, mi fa presente che ci vuole molta CO2 per acidificare gli oceani. Più di tanta non ne entra, ma si libera facilmente quando aumenta la temperatura dell’acqua.. Da analisi di dati relativamente recenti (circa dal 1800) su deforestazione, aumento di CO2 e aumento di temperatura, aumento considerevole di metano, risulta che sarebbe la deforestazione la causa più immediata di “cambiamenti climatici”. Meglio sarebbe dire di aumento di frequenza di eventi estremi, per effetto della diminuzione del calore specifico delle terre emerse: la terra senza vegetazione si riscalda di più e più rapidamente, il calore viene irradiato nei d’intorni, fino ad influenzare la temperatura del mare, di conseguenza aumenta la concentrazione di CO2, che si libera dal mare (per innalzamento di temperatura), innalzamento che non viene riassorbito grazie all’elevato calore specifico dell’acqua. Lo sfasamento: prima si alza la temperatura, quindi si alza la CO2 sembra valere solo per migliaia di anni fa, quando le concentrazioni di CO2 erano relativamente stabili anche se oscillanti. Con questo — continua ancora il prof. Feoli — non si può dire che la deforestazione sia la causa dei cambiamenti climatici, ma può in qualche modo accelerare eventi estremi come allagamenti e siccità, per esempio conseguenti ad aumenti di temperatura anche minimi, che fanno liberare la CO2 del mare. Detto questo, l’aumento della temperatura in atto è dovuto principalmente a fenomeni astronomici che possono addirittura avere origine fuori dal nostro sistema solare. Le macchie solari non bastano e nemmeno i cicli di Milankovitch: ricordiamoci che il sistema solare sta viaggiando attorno al centro della galassia ed in questo giro viene ad attraversare diverse situazioni gravitazionali, inj relazione a tutto l’universo… buchi neri compresi.

Dal punto di vista ambientale, del mare dovremmo preoccuparci molto, soprattutto della quantità di plastica che continuiamo a disperderci dentro, e che crea enormi isole nel Pacifico. Anche in relazione ad aumenti di temperatura locali, in quanto la plastica ha un calore specifico molto inferiore a quello dell’acqua, quindi si riscalda più rapidamente con i raggi del sole. Inoltre si sminuzza in frammenti minuscoli, che vengono assimilati dalla fauna marina, e quindi poi ce li ritroviamo nel piatto… Quindi, che la CO2 sia o meno responsabile dei cambiamenti climatici, cercare di ridurne le emissioni sembra un’iniziativa utile, così come lo sarebbe ridurre la dispersione di plastiche varie nell’ambiente marino.

Per quanto la priorità debba senza dubbio andare all’espansione della civiltà nello spazio esterno – indirizzo strategico che risolve in prospettiva sia i problemi dello sviluppo sia quelli ambientali – non possiamo neanche rischiare che l’ambiente marino – vero polmone planetario – collassi a causa di eccessivo inquinamento, mettendo così a rischio anche il rinascimento spaziale.

A chiunque cercasse di imporci una scelta tra destinare fondi all’espansione civile nello spazio oppure alla battaglia contro l’inquinamento, ricordiamo che nel mondo due trilioni di dollari l’anno se ne vanno in spesa militare, e che soltanto 25-30 miliardi sono destinati allo spazio, peraltro quasi esclusivamente alle telecomunicaizoni, ricerca, esplorazione, militare, e praticamente zero, sinora, per attività astronautiche civili. Basterebbe muovere un 10% della spesa militare verso lo spazio e l’ambiente…

Si deve invece sinora soltanto all’iniziativa pionieristica di imprenditori coraggiosi come Elon Musk, Jeff Bezos, Richard Branson, se oggi abbiamo sistemi di lancio completamente riutilizzabili, e se il turismo spaziale — cui preferiamo comunque il concetto più ampio di trasporto passeggeri civili nello spazio — è diventato un promettente settore di investimento, insieme alle attività minerarie lunari ed asteroidee, ed altre attività industriali che si svilupperanno nel sistema geo-lunare.

Ma che fine farà la cosiddetta green economy? Il mondo imprenditoriale statunitense non dorme certo sonni tranquilli, visto che enormi investimenti sono ormai più che oltre il momento del kick-off, in seguito alla (anche troppo) entusiastica politica di Obama sulle energie rinnovabili. Chi sta brindando quindi a champagne? Pochi irriducibili petrolieri e carbonai… dico pochi perché so per certo che alcuni petrolieri storici si stanno interessando a tecnologie spaziali… quindi anche nel settore oil & gas c’è chi non si limita più a guardare sotto i propri piedi, e neppure sta impazzendo per il fotovoltaico terrestre, pur sempre chiuso entro i limiti della superficie terrestre utilizzabile, o per le orrende pale eoliche, dalle quali speriamo che San Vittorio Sgarbi se non altri possa un giorno liberarci…

E comunque occorre considerare che la cosiddetta green economy non è più una rivoluzione. Si tratta oggi di un settore di business consolidato, visto che oramai il kilowatt fotovoltaico costa meno dell’equivalente generato a petrolio o carbone. Questo soprattutto grazie all’enorme sviluppo in atto in Cina ed India. Gli imprenditori degni di questo nome, quindi, guardano oltre. Ad esempio ai progetti di Jeff Bezos, di delocalizzare progressivamente le industrie pesanti in area geo-lunare, in orbita e nei punti di Lagrange. Ai piani ULA di una rete di trasporti cargo tra l’orbita bassa terrestre, l’orbita alta geostazionaria, la Luna e gli asteroidi.

Sulla Terra, in questo orizzonte strategico, forse diminuirebbe in prospettiva il fabbisogno energetico, o forse cambierebbe verso, indirizzandosi maggiormente alla comunicazione, alla mobilità, alla conoscenza. Mentre quello che oggi si concentra sull’industria pesante – con il relativo thermal burden – si sposterebbe fuori dal nostro pianeta, alleggerendone così le condizioni ambientali e di inquinamento. L’inquinamento sarebbe progressivamente ridimensionato. I problemi sociali legati alla crisi golbale ne risulterebbero sicuramente molto migliorati, con la crescita di opportunità di lavoro qualificato, sia a terra che nello spazio. Ovviamente l’energia solare raccolta nello spazio, 24/24h, 365 giorni all’anno, con efficienza e continuità totali, rispetto al solare terrestre, condizionato dalle condizioni di insolazione stagionale e dall’alternanza giorno/notte, sarebbe la filiera principale, cui si unirebbero altre fonti, come l’elio-3 lunare ed altre materie prime che abbondano sugli asteroidi vicini alla Terra. Per non parlare del riutilizzo di una risorsa orbitale enorme: i rifiuti spaziali derivanti da 60 anni di attività satellitari. Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

Ma questo orizzonte, obietteranno in molti, non è ancora troppo distante nel tempo? Come può aiutarci, già oggi, a risolvere i problemi della disoccupazione, del sottosviluppo, dei flussi migratori incontrollabili? Decisamente questo è un orizzonte vicinissimo, sul quale possiamo iniziare ad investire oggi stesso. È stato calcolato che delle officine orbitali, dove operassero tecnici umani, sia pure coadiuvati da robot, sarebbero un investimento estremamente redditizio da subito. In laboratori simili si potrebbero assemblare i satelliti in orbita, producendone anche delle parti grazie a tecniche di additive manufacturing; provvedere alla collocazione dei satelliti a destinazione, ed alla loro manutenzione periodica (cosa oggi impossibile se non per casi unici come i telescopi spaziali). Senza parlare del decommissioning di satelliti, e del riutilizzo dei rottami spaziali a scopo di riciclo. La costruzione di hotel orbitali, lagrangiani e lunari andrebbe di pari passo, non appena la nascente industria del turismo spaziale comincerà ad integrarsi con quella dei vettori riutilizzabili. Dove c’è lavoro la gente deve poter dormire, mangiare, divertirsi… Le nostre officine orbitali potranno crescere e differenziarsi, integrando funzioni di stazioni di servizio, per il rifornimento di missioni lunari, asteroidee e marziane. E poi la cantieristica, per l’assemblaggio in orbita di veicoli destinati all’esplorazione di Marte, della Cintura Asteroidea, di Giove e delle sue lune, ed oltre. Vi sembra poco? Vi sembra che il mondo imprenditoriale italiano sia arretrato, su questi argomenti? Tutt’altro! Abbiamo fior di aziende avanzate, ed università di prim’ordine, che non vedono l’ora di misurarsi su queste sfide, cominciando a portarci finalmente fuori, con conseguente sollievo dell’ambiente terrestre, climate change o non climate change.

Adriano Autino

New Horizons. Oltre i limiti dell’antroposfera

In Sud Africa e in Argentina, sono arrivati gruppi di tecnici della NASA, installatori con sofisticati strumenti dotati di ottiche di precisione da puntare verso il cielo notturno e apparati elettronici per registrare, in grande dettaglio, variazioni infinitesimali nella luminosità e nello spettro di una minuscola stellina. Fortunatamente il cielo era sereno, l’osservazione ha avuto successo. Ora seguiranno settimane e mesi di analisi dei dati, assieme a quelli che saranno raccolti in altri due prossimi appuntamenti: il 10 e il 17 Luglio.

170530-MU69occTelescopio-CapeTown2Tutta colpa di 2014MU69 che è un pezzo di roccia irregolare (potrebbe essere ghiaccio sporco con sostanze più pesanti o volatili: la stessa composizione delle comete). È largo trenta chilometri. Percorre un’orbita lunga trecento anni attorno al sole. Si trova oltre plutone, nella fascia di Kuiper. Il 3 Giugno è passato davanti a una stella della giusta luminosità, in modo da proiettare un cono d’ombra sulla Terra, percepibile per poco più di un secondo, lungo un sentiero stretto trenta chilometri, prima in Sud Africa poi in Argentina. Cono d’ombra, si fa per dire! La variazione della luminosità della stella è stata rivelata e analizzata da un sensore fotografico montato in un telescopio dell’ultima generazione con uno specchio di sedici pollici. Venti di questi nuovi telescopi sono stati piazzati lungo il sentiero pronti a catturare l’attimo fuggente e avere più informazioni su 2014MU69 assieme ad altri trenta telescopi meno recenti. Innanzi tutto per capire se c’è qualche cosa in grado di interferire con la sonda New Horizons che, lanciata il 19 Gennaio 2006, dopo aver visitato Plutone e il suo compagno Caronte nel 2015, sta avvicinandosi al nuovo appuntamento di capodanno 2019. Tredici anni di viaggio attraverso il Sistema Solare fino ai confini esterni dove il sole brilla di una luce penetrante ma puntiforme, insufficiente per scaldare e per alimentare i pannelli fotovoltaici. Così servono venti chili di plutonio per alimentare il generatore elettrico in grado di far funzionare gli strumenti di bordo e generare il fascio di microonde che raggiunge la terra, in poco più di sei ore, per trasmetterci fotografie e dati. Quei venti chili di plutonio scatenarono le proteste del solito gruppetto di pseudo-ecologisti che pretendevano di annullare il lancio per paura di contaminazioni.

Ricordiamo le tappe del viaggio di New Horizons: il 7 Aprile 2006 attraversa l’orbita di Marte; l’11 Giugno incontra l’asteroide 2002JF56 e trasmette immagini e dati; in Settembre trasmette la prima immagine fioca della sua meta, Plutone; il 28 Febbraio 2007 si avvicina al pianeta Giove per sfruttarne l’effetto fionda e guadagnare velocità; in Settembre effettua la prima correzione di traiettoria; in Giugno 2008 attraversa l’orbita di Saturno; il 30 Giugno 2010 effettua la seconda correzione di traiettoria; il 18 Marzo 2011 attraversa l’orbita di Urano; il 15 Luglio 2014 effettua la terza correzione di traiettoria; il 25 Agosto attraversa l’orbita di Nettuno; il 6 Dicembre esce dall’ibernazione per effettuare la complessa serie di manovre che permetteranno l’incontro spettacolare con Plutone e il suo compagno Caronte il 14 Luglio 2015.

Quello del 14 luglio 2015 è stato un incontro spettacolare che ci ha svelato un mondo nuovo, inaspettato. Intanto Plutone è diverso da come lo immaginavamo. E’ pieno di sfumature e di colori. Immerso in nebbie e brine di azoto, metano e ossido di carbonio, con una crosta costituita da ghiaccio d’acqua dura come il granito, una grande pianura a forma di cuore con l’assenza di crateri che ne testimonia la formazione recente (Sputnik Plantia). Da quel momento Plutone è diventato il mondo degli innamorati! Forse, sotto la crosta, c’è anche un oceano di acqua liquida profondo un centinaio di chilometri, mantenuto caldo da materiali radioattivi e dalle maree provocate dall’interazione col compagno Caronte. L’incontro con Plutone ha fatto crollare definitivamente la nostra presunzione di dinamiche vitali solo nella fascia temperata vicina all’orbita terrestre. Dopo i satelliti di Giove e di Saturno, dove certamente si trovano profondi immensi oceani, compatibili con la vita di tipo terrestre e scenari dove il liquido vitale potrebbe essere il metano a -180°C, anche la coppia Plutone Caronte si aggiunge all’elenco. C’è l’ennesima conferma che l’acqua e gli idrocarburi sono fra i composti più abbondanti nel Sistema Solare, che sembra fatto apposta perché possa ospitare nuovi nuclei di civiltà umana con opifici e stazioni spaziali in orbita attorno alla Terra, attorno agli altri pianeti, tra gli asteroidi per sfruttarne le immense ricchezze minerarie.

L’incontro del capodanno 2019 con l’asteroide MU69 non sarà così spettacolare. Dobbiamo però dire che sappiamo così poco della composizione della cintura di Kuiper che ogni incontro ravvicinato può riservare delle sorprese. Per inviare una nuova sonda da quelle parti ci vogliono, come minimo, altri dieci anni. Allora mettere qualche telescopio in più lungo il sentiero del cono d’ombra in Sud Africa e in Argentina è utile per massimizzare il risultato della raccolta dei dati. Teniamo anche conto che alcune nuvole dispettose potrebbero oscurare uno o più punti d’osservazione e che è facile un errore, di qualche centinaio di metri, nel calcolo della traiettoria del cono d’ombra. Così la collocazione dei telescopi tiene conto anche di queste possibilità per aumentare la probabilità che ci siano un certo numero di osservazioni utili. Poi ci sarà un anno di tempo per studiare il risultato, per definire la forma e la composizione dell’asteroide e se ci saranno degli oggetti indesiderati a sbarrare la strada. La notte di capodanno 2019 New Horizons passerà, alla velocità di 56 mila chilometri orari, il più vicino possibile all’asteroide con gli strumenti e le macchine fotografiche perfettamente tarati per raccogliere, in un istante, una quantità enorme d’informazioni. Come è avvenuto nel corso del flyby di Plutone nel 2015, tutti i sistemi di bordo saranno offline per massimizzare la velocità di cattura. Solo dopo i dati raccolti saranno “srotolati” e trasmessi a Terra. Ci saranno ancora oltre sei ore di suspense, qualche decina di minuti in più rispetto a Plutone, perché la distanza sarà più grande.

Sarà l’oggetto più lontano mai raggiunto da uno strumento scientifico di osservazione e di misura. Sulla sonda c’è anche tecnologia italiana: Galileo Avionica (società di Finmeccanica) partecipa alla missione con i suoi sensori stellari per il sistema di guida e controllo d’assetto del veicolo. Quando New Horizons fu lanciata l’asteroide MU69 non era ancora stato scoperto: questo è un altro primato. Come ci ricorda Adriano Autino è un altro passo verso un mondo più grande dove la cintura di Kuiper è l’estensione dell’antroposfera. E’ il traguardo raggiunto dall’umanità, che non vuole limiti, nel secondo decennio di questo nostro ventunesimo secolo.

Daniele Leoni

Documentazione:

http://pluto.jhuapl.edu/Mission/KBO-Chasers.php

https://cdan4th.wordpress.com/2017/06/02/mu69occ_2/

http://pluto.jhuapl.edu/Mission/index.php

http://pluto.jhuapl.edu/News-Center/News-Article.php?page=20170525

https://www.nasa.gov/ames/ocs/2016-summer-series/alan-stern

http://newton.corriere.it/PrimoPiano/News/2006/01_Gennaio/30/new-horizons.shtml