L’Euro come ‘leva’ in un mondo multipolare

Euro coins. Euro money. Euro currency.Il recente discorso sullo stato dell’Unione europea tenuto dal presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, di fronte al Parlamento di Strasburgo contiene un messaggio di grande importanza geopolitica. Non lo si può ignorare.
“L’euro, ha detto, deve avere un ruolo internazionale. È già usato in vario modo da più di 60 paesi. E’ tempo che diventi lo strumento monetario di una nuova e più sovrana Europa.”
Correttamente ha aggiunto:“ È assurdo che l’Europa paghi in dollari l’80% della sua bolletta energetica, cioè circa 300 miliardi di dollari l’anno, quando le nostre importazioni di energia dagli Usa sono pari soltanto al 2% del totale. E’ altrettanto assurdo che le imprese europee comprino aeroplani europei pagando in dollari invece che in euro”. È una forte sottolineatura.
Certamente si può dire che, durante il suo mandato, Juncker non è stato il miglior pilota dell’Ue, né il più audace e coerente. Possono, quindi, esserci critiche legittime e giustificate. Tuttavia, con le sue recenti parole lascia un’eredità pesante che il prossimo presidente del governo europeo non può né deve ignorare. Lo stesso dicasi per il futuro Parlamento europeo.
L’euro, rinforzato dai necessari miglioramenti di sistema e sostenuto da una più forte e più integrata economia europea, potrebbe diventare la “leva” per una riforma multipolare del sistema monetario internazionale.
In questo modo affiancherebbe con più efficacia le politiche del gruppo dei paesi BRICS per cambiare nel profondo la governance economica e monetaria del mondo, ancora troppo dominata dal dollaro.
I BRICS, infatti, tra loro già operano con le rispettive monete nazionali. Sanno, però, che, senza una fattiva alleanza con l’Europa e senza l’euro, vi sono scarse possibilità di modificare il sistema.
Intanto, è da rilevare che i continui conflitti commerciali, combinati con l’unilateralismo monetario della Federal Reserve, rischiano di mettere in ginocchio molte economie emergenti. Stanno già provocando legittime importanti reazioni in tutti i continenti, accelerando la “dedollarizzazione” dell’economia mondiale.
La Cina, per esempio, oltre al progressivo uso dello yuan in molti accordi commerciali internazionali, opera per bypassare sempre più il dollaro nel settore dell’energia. La Borsa internazionale di Shanghai ha lanciato future sul greggio denominati in yuan. In solo 6 mesi la quota di affari conclusi in yuan ha raggiunto il 10% del totale.
Persino la più importante banca d’affari americana, la Goldman Sachs, ritiene che si sta verificando un brusco passaggio degli investimenti stranieri dai titoli di stato americani ai titoli cinesi denominati in yuan. Si calcola che nei prossimi 5 anni saranno collocati titoli cinesi per un valore superiore al trilione di dollari, a discapito ovviamente dei titoli di stato USA.
Di fatto tutti i paesi, che sono stati colpiti dalle sanzioni di Washington, stanno cercando un’alternativa alla moneta americana. L’Iran e l’Iraq hanno eliminato il dollaro come valuta principale nel loro commercio bilaterale. Baghdad afferma che intende operare con il rial iraniano, il dinaro iracheno e l’euro.
Nel commercio petrolifero, Teheran sta abbandonando la valuta statunitense per fare i pagamenti internazionali in euro. Anche l’India paga il petrolio iraniano in euro. All’Iran, suo terzo fornitore di petrolio, New Delhi ha anche proposto di pagare in rupie.
Anche il presidente turco Erdogan ha invitato a rifiutare la valuta americana nelle transazioni commerciali. La Turchia si appresta a passare ai pagamenti in valuta nazionale con i suoi principali partner commerciali come la Cina, la Russia, l’Iran e l’Ucraina.
È un processo oggettivo che prescinde da chi oggi è al governo di questi paesi.
Da parte sua, la Russia nota che il dollaro sta diventando uno strumento di pressione non solo sugli avversari geopolitici, ma anche sui suoi alleati. Mosca fa sapere che le sue imprese industriali utilizzeranno le valute nazionali per i pagamenti delle forniture alla Turchia.
Nel frattempo, i paesi petroliferi del Golfo stanno discutendo di nuovo l’idea di introdurre una moneta unica. Indubbiamente è per loro difficile allontanarsi dal dollaro da soli. Ma se decidessero di farlo insieme, l’intera regione potrebbe giocare un ruolo prominente nell’economica mondiale.
Oggi, il maggiore ostacolo alla “dedollarizzazione” è l’instabilità dei cambi valutari. La forte svalutazione delle valute di molti paesi in via di sviluppo rispetto al dollaro e all’euro opera ancora come un potente freno.

Contemporaneamente, però, i comportamenti protezionistici di Washington spingono inevitabilmente il resto del mondo alla ricerca di vie alternative al dollaro. Recentemente lo ha evidenziato anche il più importante giornale economico della Svizzera, la Neu Zuercher Zeitung.
Di conseguenza, persino gli economisti della Banca Mondiale dichiarano che ormai il processo di “dedollarizzazione” nel mondo è stato avviato e non può essere fermato. Affermano che ancora oggi il 70% di tutte le transazioni nel commercio mondiale è fatto in dollari, il 20% in euro e il resto è diviso tra le valute asiatiche, in particolare lo yuan cinese. Finora il commercio di petrolio e di altre materie prime è fatto quasi solo in valuta americana Ma non sarà così a lungo.
L’Europa non può stare alla finestra a guardare. Oggettivamente pensiamo che per l’Europa possa aprirsi “un’autostrada” se c’è adeguata volontà politica.

La crisi in Europa, uscire dalla paralisi mentale

estremiLo slogan giovanile: “l’immaginazione al potere” si è trasformato tragicamente in “l’idiozia al potere” una volta che la generazione che lo ha formulato ha sostituito la
precedente. È questo il risultato della rivoluzione neo-conservatrice impostasi progressivamente a partire dagli anni settanta e entrata oramai nell’ air du temps.
L’amico e collega Eugenio Leanza ha diagnosticato efficacemente le conseguenze per
l’Europa nei seguenti termini: “il tasso di contrazione del sistema è uguale al tasso di
progresso tecnico depurato di un fattore che misura gli scostamenti delle politiche
economiche rispetto agli obiettivi di contrazione”.
In effetti, come illustrato con brio da Luigi Pasinetti, lo sviluppo capitalistico dipende dal
tasso di crescita del progresso tecnico. Le conoscenze accumulate, incorporandosi nei
processi sociali di produzione permettono di migliorare la divisione del lavoro ciò che a
sua volta libera risorse per accrescere la ricchezza prodotta e distribuita.
Ma, come insegnano Marx e Keynes, produzione e distribuzione non sono disgiunte: si
possono separare solo nella quiete arcadica dell’equilibrio economico neoclassico. Fuori
da quest’equilibrio molto specifico, allocazione e distribuzione si influenzano
vicendevolmente in una dialettica complessa.
Augusto Graziani ha definito una catena di causalità corta che illustra con efficacia questa dialettica: in ogni ciclo produttivo si creano mezzi di pagamento attraverso il credito bancario per pagare i salari, questi anticipano il valore della produzione che, una volta realizzata, è poi acquisita dai lavoratori e ripartita con i proprietari dei mezzi di produzione. Una volta recuperati i mezzi di pagamento attraverso le vendite, gli imprenditori rimborsano i crediti ricevuti e la moneta creata all’inizio del ciclo è distrutta, salvo per quell’ammontare che è risparmiato. Ma risparmio e investimento sono decisi da persone diverse e non c’è ragione per cui il loro ammontare debba coincidere. E quando non coincide, o i mezzi liquidi accumulati non permettono di acquistare i beni accumulati e si creano disoccupazione e sotto-utilizzazione della capacità produttiva, oppure si sviluppa un’inflazione dei prezzi al consumo, o per i beni capitali e le attività finanziarie. Graziani illustra rigorosamente il suo schema nel caso virtuoso della “Moneta senza crisi”, in cui ogni ciclo produttivo si termina senza accumulazione di nuove scorte liquide (equilibrio monetario), ma chiaramente il caso rilevante è quello in cui le scorte liquide si accumulano e si apre la possibilità di una crisi. Lo schema originale, pensato per l’economia reale, può essere adattato per integrare il caso attualmente pertinente dell’accumulazione di rendite finanziarie.
Quello di Graziani è un modello macroeconomico di breve periodo che presuppone un progresso tecnico costante. Sempre focalizzandosi principalmente sull’economia reale,
la dinamica strutturale di Pasinetti illustra invece per un modello multi-settoriale che nel lungo termine la condizione normativa per la completa realizzazione della domanda effettiva è molto fragile. Se pure la piena occupazione è realizzata nell’istante iniziale, è
molto probabile che, salvo coincidenze miracolose, in assenza di una politica attiva di indirizzo macroeconomico, l’economia generi disoccupazione per il semplice fatto che nei diversi settori il tasso di progresso tecnico è diverso e non vi è ragione che coincida
con l’aumento del consumo, né per ogni settore, né a livello aggregato. È quindi altamente probabile che le potenzialità di crisi di origine monetaria che si generano continuamente nel breve termine si concretizzino nel lungo termine a causa del progresso tecnico.
Come spiega anche Sylos Labini, lo sviluppo economico è più che la semplice crescita del prodotto a progresso tecnico costante. La dinamica capitalistica dipende dallo sviluppo degli investimenti produttivi, che incorporano il progresso tecnico nelle nuove
macchine. Gli investimenti seguono gli incentivi di profittabilità e la dinamica dei salari
deve permettere l’assorbimento dei nuovi beni prodotti attraverso la creazione di nuovo potere d’acquisto, pena l’incapacità a realizzare i profitti stessi. Quando si creano cicli contrattivi del reddito, gli incentivi a investire, che dipendono in gran parte dalla domanda attesa, diminuiscono e il progresso tecnico stagna, rafforzando la tendenza
alla lotta di tutti contro tutti per appropriarsi le rendite disponibili.
Le analisi di Sylos, Graziani e Pasinetti, come quelle di altri insigni economisti italiani come Caffè, Garegnani, Fuà, Lombardini, Napoleoni e altri, fanno da sfondo al ragionamento che si presenta qui in forma di schizzo. Questo è in totale contrapposizione col fondamentalismo di mercato che ancor oggi rappresenta il nucleo
della maggior parte delle argomentazioni economiche svolte in Italia e in Europa e che il
giovane de Finetti definì già negli anni trenta un “tragico sofisma” con riferimento a Pareto. Vale la pena di riportare una citazione interessante dal suo scritto, che va inquadrata nell’economia corporativa del suo tempo, meno timida nella critica nei confronti dei maestri neoclassici che non quella di oggi. Mostra che uno dei massimi
matematici applicati del ventesimo secolo, mentre elaborava le sue geniali concezioni
probabilistiche, stigmatizzava anche:
“l’errore grottesco di quanti pensano di modellare l’economia o la sociologia sugli
schemi della meccanica, e credono pertanto alla possibilità di un equilibrio
spontaneo in regime economico e politico di anarchia liberale: o gli uomini
tendono a fini degni del loro destino coordinando disciplinatamente volontà e forze
secondo un piano che l’intelletto permette loro di preordinare e accettare, o
altrimenti, se abdicano a tale loro capacità, sarà vano attendere che i loro egoismi
possano automaticamente guidarli a un fine comune”.
“L’ottimismo imbecille” degli anni trenta denunciato da de Finetti, resta altrettanto
“improbabile” oggi ed è purtroppo sempre altrettanto pericoloso. Bisogna avere la
lucidità e il coraggio di abbandonarlo per ricostruire un’alternativa socialista in Italia e
in Europa. Questa oggi non può che essere ispirata al socialismo liberale di Rosselli
Calogero e altri (cui si riferivano anche Sylos, Caffè, e Fuà), le cui radici intellettuali si
sono perse nei passaggi generazionali del dopoguerra. In sostanza si tratta di una
posizione critica e democratica che ammette tutte le possibili soluzioni socialiste, ivi
compresa la socializzazione dei mezzi di produzione se necessaria, ma senza adottare
l’atteggiamento fideistico di certi marxisti nei confronti dell’inevitabile realizzazione del
socialismo scientifico, che il più delle volte è stata una scusa per non agire, o per
accettare soprusi.
Cosa dovrebbe proporre oggi una sinistra europea liberal-socialista? Alcune premesse
logiche sono ovvie nella loro urgente necessità:

• riabilitare la necessità di un intervento collettivo diretto e sostanziale governato
in modo democratico come condizione di funzionamento dell’economia liberale e
della democrazia stessa;
• generare consenso attorno all’idea che il “socialismo in un paese solo” non è
possibile. È illusorio pensare che l’Italia possa sottrarsi da sola ai vincoli europei:
o riesce a convincere i partner che bisogna cambiare politica, o subirà
inesorabilmente l’effetto delle loro politiche, senza poterle influenzare;
• lavorare nella cognizione che distribuzione e allocazione sono indissolubilmente
legate, anche in Europa. L’agiato bavarese non trarrà vantaggio dalla situazione
precaria che prevale nel sud dell’Europa e in particolare in Italia. Lo sviluppo non
è un gioco a somma zero: la contrapposizione Sraffiana tra capitale e lavoro vale,
come tutto il suo modello, a produzione data e costante, nell’istante di tempo a
cui si riferisce.
Ovviamente queste sono solo brevi premesse all’azione, enunciate sbrigativamente, ma
esporle rende consapevoli della loro precedenza logica e quindi della loro urgenza. Le
cose da fare sono tante e tutte da decidere: le energie da mobilizzare sono enormi. Lo
sforzo trascende le capacità del solo partito socialista italiano e quindi è necessaria
un’alleanza dei progressisti italiani da mettere alla base di un rinnovamento della sinistra europea. La strada è lunga ma da qualche parte bisogna cominciare.

Massimo Cingolani

Riferimenti:
De Finetti, Bruno. 1935. “Il tragico sofisma”, Rivista Italiana di Scienze Economiche, AnnoVII, Fasc. IV, pp. 362-382.
Graziani, Augusto. 1984. “Moneta senza crisi”, Studi economici, 39(3), 3–37.
Pasinetti, Luigi L. 1981. Structural Change and Economic Growth: A Theoretical Essay on the Dynamics of the Wealth of Nations, Cambridge, UK: Cambridge University Press. Pubblicato in italiano col titolo Dinamica strutturale e sviluppo economico, Torino:
UTET, Biblioteca dell’Economista, 1984.
Sylos-Labini Paolo.1993. Progresso tecnico e sviluppo ciclico, Bari: Laterza

Negozi chiusi la domenica favorirebbero E-commerce

NEGOZIOromaLa questione della chiusura dei negozi la domenica è iniziata a luglio scorso con le dichiarazioni del sottosegretario all’Economia Domenico Crippa del M5S. Ed anche allora ci fu la reazione della Confcommercio e di altre associazioni di categoria preoccupate per la perdita di posti di lavoro.
Il ministro dell’Agricoltura e del Turismo, Gian Marco Centinaio, durante la sua visita alla Fiera del Levante di Bari, rispondendo alla domanda sulle dichiarazioni rese, sempre a Bari, dal ministro Di Maio, il quale ha annunciato l’approvazione della legge che impone lo stop nei fine settimana e nei festivi a centri commerciali, con delle turnazioni e l’orario che non sarà più liberalizzato, ha detto: “La proposta che abbiamo è di non bloccare le aperture domenicali nelle città turistiche”.
Il vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, partecipando alla trasmissione televisiva ‘L’aria che tira’ su La7, a proposito della proposta di legge per lo stop alle aperture domenicali e festivi dei negozi, ha annunciato: “Non dico che sabato e domenica non si fa più la spesa, ci sarà un meccanismo di turnazione: resta aperto solo il 25%, il resto chiude. Ci sarà sempre un posto dove andare a fare la spesa”.
Di Maio ha spiegato: “La turnazione la deciderà la legge e il sindaco con i commercianti come avveniva prima. Si tratta di un provvedimento di cui abbiamo discusso in Parlamento e in passato ed è una proposta anche del Pd, anche se Renzi dice che è una proposta illiberale. Questa proposta è una misura di civiltà ci viene chiesta dai commercianti, dai padri e madri di famiglia che essendo proprietari di in un negozio dicono che se mi mettete in concorrenza con un centro commerciale dal lunedi al venerdi i miei figli non li vedo più”.
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento e la Democrazia diretta, Riccardo Fraccaro, ha affermato: “Sulle aperture domenicali degli esercizi commerciali la maggioranza presenterà una proposta in grado di tutelare lavoratori e Pmi, in modo da ripristinare regole certe in un settore dove vige la legge del più forte. Le resistenze che arrivano dai partiti di minoranza sono evidente espressione dell’ennesima sudditanza nei confronti delle lobby. Noi tireremo dritto e approveremo la legge in Parlamento al più presto per dare al Paese una normativa in grado di superare il selvaggio West delle liberalizzazioni. È un dato oggettivo che, di fronte alla concorrenza sleale delle multinazionali, non si sono registrati né un aumento dei consumi né maggiori assunzioni ma solo pesanti ricadute sociali. A farne le spese sono i diritti dei cittadini, le piccole e medie imprese che vengono messe in ginocchio dai grandi gruppi di potere e le famiglie italiane. Intervenire sulle chiusure festive significa accogliere le istanze del Paese reale, basti pensare all’ondata di scioperi in tantissime Regioni di pochi mesi fa contro le aperture festive e alla richiesta di Confcommercio e Confesercenti di approvare la nostra legge. Peraltro, una proposta simile ha raccolto ben 150mila firme ed è nostro compito tradurre in atti concreti la volontà popolare, con buona pace di chi l’ha sempre calpestata e vorrebbe continuare a farlo. Il cambiamento è arrivato, ora la qualità della vita dei cittadini conta più degli interessi di pochi”.
Il linguaggio di Fraccaro ricorda, per alcune parole usate, il linguaggio di un tristemente noto presidente del Consiglio che ha governato il Paese per un ventennio prima dell’avvento della Repubblica.
Claudio Gradara, presidente di Federdistribuzione, l’associazione che raggruppa centri commerciali e ipermercati, in un’intervista al Corriere della Sera, ha affermato: “Chiudere il commercio la domenica, che è diventata il secondo giorno per incasso dopo il sabato avrebbe un effetto negativo sui consumi, già fermi, mentre i posti di lavoro a rischio, per l’intero settore, sarebbero tra i 30 e i 40 mila. Sugli investimenti abbiamo già i primi segnali di grandi gruppi che, prima di andare avanti, vogliono capire come finirà questa storia. Avevamo già chiesto un incontro al ministro Luigi Di Maio ma finora non siamo riusciti a parlare con lui. Quanto ai piccoli commercianti, favorevoli allo stop partiamo dai numeri. Dal 2012, i piccoli esercizi che hanno chiuso sono l’1,9%: non mi pare una ecatombe considerando la crisi degli ultimi anni. E poi non è con il ritorno al passato che ci si può difendere. Chiudere la domenica farebbe crescere ancora di più il commercio online. E l’ipotesi di uno stop domenicale anche per il commercio online è un segnale positivo. Ma, al di là degli annunci, dal punto di vista tecnico mi pare difficile da realizzare”.
Anche Roberto Liscia, presidente di Netcomm, il consorzio del commercio elettronico italiano che critica il governo in materia di liberalizzazioni, ha affermato: “La chiusura dei centri commerciali la domenica favorirebbe l’e-commerce ma se le intenzioni sono di limitare anche l’operatività delle vendite online, allora sarebbe un grande danno per il paese. Significa favorire i grandi player internazionali che hanno elevati livelli di efficienza che gli consentono di recuperare lo stop della domenica”.
Il presidente di Netcomm ha lanciato l’allarme sulla perdita di occupazione e punti di Pil. Liscia ha continuato: “Vietare le vendite di domenica significa che uno spagnolo acquisterà vini in Francia. La competitività dell’Italia verrebbe danneggiata. Piuttosto dobbiamo lavorare affinché le piccole realtà commerciali italiani diventino digitali. In paesi come Francia, Gran Bretagna e Germania si sta programmando la consegna dei prodotti anche il sabato e la domenica”.
Secondo Liscia non c’è una contrapposizione tra online e commercio tradizionale. Così ha spiegato: “Chi acquista nell’online e nelle strutture tradizionali spende tre volte rispetto ai consumatori che acquistano solo su un canale. E-commerce e commercio tradizionale non sono alternativi. Devono poter collaborare”.
Le parole del presidente di Netcomm sul rapporto tra internet e negozi fisici trovano conferma anche nel rapporto annuale sull’e-commerce realizzato dalla Casaleggio Associati. Negli Stati Uniti ad esempio l’e-commerce è la principale ragione delle chiusure di negozi di colossi del commercio come Toys, Foot Locker e Gap ma negli ultimi anni il saldo tra aperture e chiusure di negozi è positivo.
Nell’ultimo rapporto della Casaleggio, si legge: “I negozi fisici continuano e continueranno dunque ad essere presenti, come parte dell’esperienza d’acquisto. In alcuni casi potranno fungere prevalentemente da generatore di esperienza o da showroom, per consentire al cliente di conoscere il prodotto, provarlo ed entrare in contatto con il brand. Andare in negozio sarà considerata sempre più un’esperienza paragonabile ad andare al cinema a vedere un film, invece che guardarlo a casa. Il consumatore si aspetta attività coinvolgenti, come gli eventi, nonché l’utilizzo di tecnologia, come ad esempio la realtà aumentata, per provare i capi solo virtualmente o ottenere suggerimenti per gli abbinamenti”.
L’apertura degli sportelli nei giorni festivi non riguarda solo l’Italia ma tutti i Paesi dell’Europa. E’ opportuno sapere come si regolano i diversi Paesi europei.
In Austria restano chiusi, tranne che nelle zone turistiche. In Ungheria, Portogallo e Svezia, invece, le saracinesche sono sempre alzate. Mentre in Italia  si solleva la questione dei negozi chiusi la domenica e durante i giorni festivi basandosi su falsi principi etici, in Europa, il modello di regolamentazione degli orari lavorativi e delle aperture domenicali varia da Paese a Paese. Secondo una pubblicazione del centro studi Bruno Leoni, in 16 dei 28 Stati membri dell’Unione europea non è presente alcuna limitazione di orario o apertura domenicale.
L’Italia, dove è attualmente in vigore il decreto-legge n. 214/2011, il cosiddetto ‘Salva Italia’, che ha liberalizzato l’apertura dei negozi, appartiene al gruppo dei Paesi con una disciplina maggiormente concorrenziale. Ma non è certo l’unica nel panorama dell’Ue. Bulgaria, Croazia, Estonia, Finlandia, Ungheria, Irlanda, Lituania, Lettonia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia prevedono tutte la liberalizzazione totale degli orari, senza alcuna restrizione. In Danimarca non c’è alcuna restrizione per le aperture domenicali ma durante le maggiori festività (Natale, Capodanno, etc.) i negozi devono chiudere entro le 15.
La panoramica europea mostra che in nessun Paese il lavoro domenicale è totalmente proibito, e anche in nazioni come Grecia, Germania e Francia, che presentano maggiori limitazioni, sono presenti numerose eccezioni, scrive il report. Malta, Ungheria, Finlandia e Danimarca hanno introdotto e successivamente abolito le restrizioni sul lavoro domenicale.
Nelle nazioni che presentano forme di divieto o limitazione sono invece previste numerose eccezioni e deroghe, che generalmente riguardano i negozi di alimentari, panetterie, grande distribuzione, giornalai, stazioni di servizio, stazioni dei treni, aeroporti e musei.
In Francia vige il principio del riposo domenicale per dipendenti. Solo i negozi detenuti dai proprietari possono liberalmente rimanere aperti. Le eccezioni prevedono i negozi alimentari, mentre il riposo domenicale è concesso a partire dalle 13. Per i dipendenti che lavorano per i negozi più grandi di 400 metri quadrati, la remunerazione è aumentata del 30%. I negozi non alimentari, invece, hanno la possibilità di aprire previa decisione del sindaco. In questo caso la remunerazione è doppia.
In  Germania  i negozi restano chiusi la domenica e durante i festivi ad eccezione di panetterie, fiorai, giornalai, negozi per la casa, musei, stazioni ferroviarie, stazioni di servizio, aeroporti e luoghi di pellegrinaggio. In Spagna, invece, ciascuna Comunità autonoma stabilisce il numero totale di domeniche di lavoro annuali autorizzate. La maggioranza delle comunità autonome stabilisce 10 domeniche/feste nazionali di apertura.
Riepiloghiamo dettagliatamente come funziona nei diversi paesi europei l’apertura dei negozi nei giorni festivi.
Austria: domenica negozi chiusi, ma sono previste eccezioni per le aree turistiche.
Belgio: esercizi commerciali chiusi a meno che il rivenditore non scelga un giorno di chiusura alternativo. Previste eccezioni per le aree turistiche.
Bulgaria: nessuna restrizione.
Croazia: nessuna restrizione.
Cipro: negozi chiusi ma con l’eccezione delle zone turistiche. Nessuna restrizione, invece, per panetterie, pasticcerie e minimarket.
Repubblica ceca: aperture proibite durante le maggiori festività.
Danimarca: nessuna restrizione per le aperture domenicali.
Estonia: nessuna restrizione.
Finlandia: nessuna restrizione.
Francia: vige il principio del riposo domenicale per dipendenti. Solo i negozi detenuti dai proprietari possono liberalmente rimanere aperti. Sono previste eccezioni per i negozi alimentari. Per i negozi non alimentari possibilità di apertura previa decisione del sindaco e remunerazione doppia per i dipendenti.
Germania: negozi chiusi. Eccezioni previste per panetterie, fiorai, giornalai, negozi per la casa, musei, stazioni ferroviarie, stazioni di servizio, aeroporti e luoghi di pellegrinaggio.
Grecia: negozi chiusi. Eccezioni previste per negozi alimentari, fioristi, negozi di antiquariato, stazioni di servizio.
Irlanda: nessuna restrizione.
Italia: nessuna restrizione.
Lettonia: nessuna restrizione.
Lituania: nessuna restrizione.
Lussemburgo: aperture tra le 6 e le 13. Orario prolungato per panetterie, macellerie, pasticcerie, chioschi e negozi di souvenir.
Malta: i negozi sono autorizzati ad aprire la domenica a patto che restino chiusi un altro giorno della settimana. I lavoratori non possono essere obbligati a lavorare la domenica a meno che questo non sia esplicitamente previsto nel contratto di lavoro.
Paesi Bassi: esercizi commerciali chiusi. Le autorità locali possono autorizzare aperture domenicali. Negozi in stazioni di servizio, del treno, aeroporti ed ospedali hanno orari flessibili.
Polonia: nessuna restrizione (15 date di festa nazionale con chiusura obbligatoria).
Portogallo: nessuna restrizione.
Romania: nessuna restrizione.
Regno Unito: in Scozia, nessuna restrizione. In Inghilterra e Galles nessuna restrizione per negozi più piccoli di 280 metri quadri. Apertura tra le 10 e le 18 per i negozi più grandi di 280 metri quadri. In Irlanda del Nord Irlanda del Nord nessuna restrizione per negozi più piccoli di 280 metri quadri e orario 13-18 per i negozi più grandi di quella metratura.
Slovacchia: nessuna restrizione.
Spagna: ciascuna comunità autonoma stabilisce il numero totale di domeniche di lavoro annuali autorizzate. La maggioranza delle comunità autonome stabilisce 10 domeniche/feste nazionali di apertura.
Svezia: nessuna restrizione.
Ungheria: nessuna restrizione.
Quindi, la chiusura dei negozi nei giorni festivi non danneggia i lavoratori che usufruiscono comunque del giorno di riposo settimanale. Anzi, in molti casi è anche gradito il turno la domenica perché c’è la maggiorazione della paga oraria. Tanti svantaggiati per la perdita di opportunità, di utilizzo del tempo libero per poter effettuare gli acquisti con calma e maggiore oculatezza che significa spesso spendere di meno per avere la stessa utilità.
Ad avvantaggiarsi, in realtà sarebbero soltanto le grandi realtà come Amazon che possono gestire gli ordini dell’E-commerce anche da un’altra parte del mondo sfuggendo a qualsiasi forma di controllo. Cosa impedirà ad un cittadino di fare un acquisto in E-commerce il giorno di Natale o a Capodanno e vedersi recapitare a casa il bene acquistato il primo giorno feriale successivo ?
L’abilità demagogica dei penta stellati è sorprendente, ma presto gli elettori se ne accorgeranno. Purtroppo, ancora non emerge una alternativa politica credibile che possa raccogliere consensi politici ed elettorali.

Salvatore Rondello

Virtuale vs Reale. Vantaggi della digitalizzazione

herìzmaVirtuale vs reale? Questi due universi non sono antitetici, ma al contrario in stretta relazione, complementari l’uno all’altro. La Cina offre l’esempio migliore per comprendere come il mondo fisico possa trarre linfa vitale dal digitale, creando così un circolo virtuoso dove l’uno contribuisce alla crescita dell’altro. I consumatori cinesi sono tra i più digitalizzati al mondo e oggi dettano le tendenze del futuro. Hema, un supermarket futuristico, rappresenta l’esperimento più riuscito del connubio tra offline e online. Anzi, è la quintessenza del principio cinese dell’O2O, ossia Offline to Online ma anche Online to Offline, mettendo in luce come digitale e mondo fisico possano trarre beneficio l’uno dall’altro. Entrare in uno dei 46 negozi Hema, dislocati in 13 diverse città cinesi, è un’esperienza avveniristica. Niente di simile esiste in altre parti del mondo. Virtuale e mondo fisico si intrecciano e creano valore aggiunto, rendendo l’esperienza del cliente coinvolgente, emozionante, memorabile. Qui ogni singolo acquisto, anche quelli fatti fisicamente nel punto vendita, avviene rigorosamente attraverso l’uso di smartphone. Questo non significa che i cassieri non esistano. Nel negozio di Shenzhen, ad esempio, c’è comunque una cassa per le emergenze dove è possibile pagare utilizzando denaro contante. Certo, l’idea è quella di eliminare le transazioni fisiche del tutto, quindi se si applicasse a realtà commerciali esistenti occorrerebbe in qualche modo riconvertire una parte dei cassieri. Però questa sorta di supermarket futuristico è una realtà nata da zero che offre un’eccezionale opportunità per creare nuovi posti di lavoro.
L’interazione con commessi e addetti è tutt’altro che inesistente, anzi, il cliente viene coccolato dalla presenza fisica di tanto personale, rendendo così unica l’esperienza all’interno di un punto vendita della catena. Hema è un supermercato stile gourmet, con una qualità di prodotti e materie prime di straordinario livello, talmente fornito da avere al proprio interno dai detersivi alle mele, dal pane appena sfornato ai surgelati, dalle conserve ai liquori. Hema è al tempo stesso un luogo di intrattenimento, perché al proprio interno vi sono molti diversi ristoranti dov’è possibile assaporare pietanze cucinate sul momento. Si spazia dalle verdure alla frutta, dai dolci ai prodotti da forno, dal sushi, alla carne alla griglia, al pesce fresco e ai molluschi, esposti vivi, pronti per essere scelti, processati e consumati, crudi o cotti. Ma c’è di più, Hema è anche un enorme ed efficientissimo centro logistico. Questo significa che non solo è possibile fare la spesa scegliendola personalmente, vedendosela consegnare entro 30 minuti in un raggio di 3 chilometri dal punto vendita dove si è effettuato l’acquisto, ma è anche possibile ordinare online la spesa, o un pasto, avendo la certezza che ciò che abbiamo ordinato venga recapitato sempre con gli stessi tempi di consegna. Infatti l’ordine viene inviato al supermercato Hema più vicino, rendendo quindi la logistica organizzata e velocissima, un dettaglio non da poco, che fa la differenza sul ciclo del fresco, soprattutto per pesce, verdure e frutta. Ma che cos’è Hema? Si tratta di un nuovo concept del fare acquisti, creato dal nulla da Alibaba, il colosso dell’e-commerce cinese fondato da Jack Ma nel 1999, che dà lavoro a 66.000 persone. Hema è stato lanciato nel 2015 ed è un ecosistema nel quale ogni acquisto avviene rigorosamente attraverso il sistema di pagamento online Alipay. Rappresenta il più grande e riuscito esperimento di digitalizzazione mai realizzato prima. Un connubio tra online e offline talmente ben riuscito che nei prossimi cinque anni apriranno altri 2.000 punti vendita Hema in tutta la Cina. Sono andata a visitare il negozio Hema di Futian a Shenzhen. Tutto è straordinario, dalle dimensioni del negozio alla varietà di prodotti disponibili. L’esperienza è di tipo multisensoriale. Il coinvolgimento è totale. Non solo esiste un rapporto visivo, olfattivo, tattile con i prodotti, è possibile anche interagire scoprendo ingredienti o metodi di produzione utilizzando la scansione di codici QR. Si entra attraverso una porta a forma di bocca stilizzata di ippopotamo, il logo della catena. Uno dei punti di forza è proprio la qualità delle materie prime, con etichette che spiegano provenienza, azienda di produzione, metodi di coltivazione o allevamento, assenza di pesticidi. Forse non tutti sanno che il consumatore cinese è molto esigente e attento alla qualità dei prodotti alimentari, questo perché in passato sono stati tanti i casi di frodi e sofisticazioni alimentari da parte di produttori senza scrupoli, con scandali anche molto gravi che hanno avuto vasta eco nel Paese. Da Hema anche le aziende diventano protagoniste con le loro storie e con i loro prodotti. Ciò che è a dir poco straordinario è il settore di pesce e frutti di mare. Enormi vasche pulitissime espongono pesce vivo di una varietà incredibile. Granchi, gamberoni, ostriche, capesante, cannolicchi, e molluschi di ogni tipo e dimensione rigorosamente vivi. Uno strabiliante ciclo del fresco che anche nel settore ortofrutticolo garantisce qualità e freschezza dei prodotti: dalle banane ai fiori commestibili. Colpisce un nastro sul soffitto che trasporta a ciclo continuo di ordini acquistati online dai clienti. Viaggiano su questo nastro borse di colore diverso a seconda del giorno, sempre per garantire la freschezza di ciò che si acquista. I ristoranti sono pieni di clienti, i piatti sono profumati e invitanti. Ho provato una tagliata di angus servita con un’ottima cottura a richiesta, accompagnata da un contorno di verdure crude. La bibita era compresa nel prezzo che è in linea con quello di un buon ristorante. Il personale segue il cliente in ogni fase e aiuta anche chi ha meno dimestichezza con le transazioni digitali. Hema sfata ogni mito riguardo alla scarsa qualità dei prodotti cinesi e stabilisce un rapporto di fiducia con il consumatore che sarà sempre più portato a muoversi nell’offerta di questo ecosistema, in cui qualità e storytelling, digitale e mondo fisico si compenetrano, arricchendosi a vicenda.

Mila Cataldo

Il M5S parla, la Commissione europea risponde

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Dopo la presa di posizione della delegazione del M5S al Parlamento europeo, la nomina di Mario Nava a presidente della Consob è tornata d’attualità. In una nota si sostiene: “La Commissione europea conferma i dubbi che il Movimento 5 Stelle ha espresso sulla irregolarità che Mario Nava sia stato nominato Presidente della Consob venendo distaccato dalla Commissione Europea. Nella risposta del Commissario Oettinger all’interrogazione presentata dagli europarlamentari Marco Valli, Fabio Massimo Castaldo e Piernicola Pedicini, emerge che Nava avrebbe potuto essere posto in aspettativa dal suo precedente incarico di alto funzionario europeo, come previsto dalla Statuto Ue e dalla legge italiana”.

Nel mirino dei Parlamentari M5S il fatto che Nava, quando gli venne conferito l’incarico di guidare l’Autorità che vigila sui mercati italiani chiese un comando (distacco) di 3 anni da Bruxelles e non l’aspettativa.

Dal testo della risposta di Oettinger all’interrrogazione dei parlamentari italiani, tuttavia, non sembrano emergere dubbi sulla decisione di porre Nava in distacco, cioè in collocamento fuori ruolo: una fattispecie peraltro prevista dalla legge istitutiva della Consob proprio per i dipendenti della pubblica amministrazione.

Nella sua risposta a nome della Commissione Europea, il commissario Oettinger ha innanzitutto premesso: “Lo statuto prevede disposizioni amministrative che consentono a un funzionario titolare di occupare temporaneamente un impiego fuori della sua istituzione: si tratta del comando nell’interesse del servizio e dell’aspettativa per motivi personali”.

Poi, il Commissario ha spiegato le ragioni che hanno spinto la Commissione ad accettare il distacco di Nava: “In base a tali disposizioni amministrative il funzionario in questione rimane soggetto agli stessi doveri e diritti dei funzionari in attività di servizio presso la Commissione, tra cui l’obbligo di adempiere ai doveri sanciti dal titolo II dello statuto in relazione agli interessi dell’Unione europea. Tenuto conto dell’importanza di potenziare la collaborazione tra la Commissione e gli Stati membri e di rafforzare lo scambio delle migliori pratiche, la Commissione ha deciso di comandare il funzionario in questione presso la CONSOB nell’interesse del servizio”.

Una parte non secondaria in tale decisione, peraltro, è legata anche alle assicurazioni di indipendenza fornite dal precedente Governo italiano a Bruxelles. Oettinger le ha menzionate nella sua risposta: “Nel richiedere il distacco nell’interesse del servizio del funzionario della Commissione in questione, le autorità italiane hanno confermato che tale disposizione amministrativa non avrebbe inciso sulla sua indipendenza in veste di presidente della CONSOB e che si sarebbe mantenuta la conformità al requisito secondo cui il presidente esercita il suo mandato in regime di esclusività e a tempo pieno”.

Anche in questa circostanza, il M5S ha manifestato la scarsa conoscenza delle normative, italiana ed europea, che regolano la pubblica amministrazione.

Salvatore Rondello

Danzica. Il ritorno di Lech Wałęsa

jaroslav-kDanzica. Basilica di Santa Brigitta. Messa in ricordo del 38simo anniversario degli accordi di Agosto che diedero inizio al dialogo tra il movimento di Solidarność ed il regine comunista. Il presidente polacco Andzrej Duda si alza dal primo banco per avvicinarsi al pulpito ed iniziare il suo discorso. Ma la folla ed i giornalisti sono tutti rivolti verso il leader indiscusso del primo sindacato libero del Patto di Varsavia, Lech Wałęsa, che in modo deciso e plateale lascia la chiesa passando davanti al presidente ed al pulpito dal quale avrebbe parlato.

Una risposta chiara e coraggiosa alla guerra lanciata dal leader del partito di estrema destra Jarosław Kaczynski, padre padrone di una Polonia che sta scivolando verso Est.
Da anni infatti Kaczynski sta cercando di riscrivere la storia di quegli anni, descrivendo Wałęsa come personaggio marginale o addirittura venduto al regime con tanto di documenti, poi dichiarati falsi, portati miracolosamente alla luce e poi rispariti dal braccio armato del partito, quell’IPN (Istituto della Memoria Nazionale) che lungi dall’essere un organo indipendente di tutela della documentazione storica, è diventato nell’ultimo anno una macchina di produzione di fango verso gli oppositori del partito al governo. L’obbiettivo è quello di descrivere come eroe del sindacato il fratello Lech Kaczynski, scomparso nel 2010 nel tragico incidente aereo in Russia.

Un numero consistente di polacchi si stringe intorno a Wałęsa nonostante una stampa nazionale imbavagliata che oscura le opposizioni.
Suona paradossale come, a distanza di quasi 30 anni, sia ancora questo uomo incanutito e con improponibili occhiali gialli, a dover prendersi sulle spalle una nazione che non ha saputo evolversi democraticamente e superare complessi storici che frenano il raggiungimento di una piena maturità.

E tuttavia a nulla sembrano servire le proteste di strada. Lo stesso presidente Duda ha da poco firmato la riforma della Corte Costituzionale, pre-prensionando i suoi membri e riempendola di persone inclini al nuovo governo, incappando così, primo caso nella storia, nel cartellino giallo dell’Unione Europea sull’articolo 7 (forse il più rilevante visto che parla dei valori dell’Unione stessa). La stampa è ormai, come detto sopra, totalmente controllata dal partito, eccezion fatta per la televisione TVN e il quotidiano Gazeta Wyborcza, continuamente multate dall’organo di controllo sugli organi di informazione (organo che dovrebbe garantire la pluralità ma che sta diventando invece organo censore per gli oppositori al governo).

I dati economici positivi sembrano però garantire una certa benzina al motore della propaganda governativa. Dati garantiti tuttavia dall’onda lunga delle riforme degli ultimi 15 anni, dopati dal flusso di soldi che arriva da Bruxelles. E forse sta tutto qui il paradosso di una nazione che non conosce disoccupazione, con una crescita impressionante in soli 20 anni e che pure sembra non riconoscere il benessere derivato come conseguenza di quelle politiche.

La retorica di un Europa a cui non si deve dire grazie poichè quanto ricevuto sarebbe solo parte di quanto dovuto da un Europa che ha tradito la Polonia lasciandola nelle mani di nazisti e comunisti, e che anzi oggi Europa significhi una nuova occupazione della Polonia (parole del presidente Duda) esattamente come quelle dell’800, che attraverso i trattati vogliono cancellare la purezza della Polonia con gay ed immigrati; ebbene queste parole sembrano funzionare in una società si arricchita ma anche disorientata da un lavoro che per quanto presente è sempre più precario.

Le conquiste vengono quindi intese come diritti inalienabili e gli obblighi come imposizioni di Bruxelles per limitare la libertà tanto agognata.

Questa narrazione va oggi per la maggiore e garantisce al governo un bacino elettorale stabile e duraturo. Fino a quando? Difficile a dirsi.

Se non interverranno fattori esterni sarà una morte lenta e dolorosa. Molte fabbriche stanno infatti spostando le proprie produzioni verso altri paesi dell’Unione (Bulgaria e Romania) o la vicina Ucraina. Questo accade a causa di una moneta (lo Złoty) molto debole ed instabile e per la mancanza di manodopera. Quella qualificata preferisce emigrare, attratta da contratti migliori all’estero mentre quella non qualificata rimane a casa mantenuta da assegni statali per i figli, per la disoccupazione etc.. che, sommati a un po’ di lavoro nero, fa si che non convenga loro cercare lavoro. La propaganda anti-immigrazione ha bloccato peraltro anche i flussi dall’Ucraina, causando un vero e proprio deficit di lavoratori nel paese.

L’onda lunga di questi problemi si farà però sentire solo fra qualche anno. Quando sarà magari troppo tardi. Nel frattempo ci si aggrappa a chi, come Wałęsa, negli anni novanta sperava in una Polonia diversa. O a quei pochi veterani di guerra che abbiano ancora la forza di gridare il loro sdegno nel vedere i loro vessilli utilizzati da gruppi neo-fascisti che marciano per le strade di Varsavia.

La Polonia sana sta cercando di reagire. Ma sembra essere troppo divisa ed incapace di creare una nuova narrazione della realtà.

Crolla la CIG aumentano i disoccupati

Giovani-disoccupatiL’INPS, oggi, ha reso noto i dati aggiornati sulla Cassa Integrazione Guadagni. A luglio 2018 il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 14,5 milioni, in  diminuzione del 57,4%  rispetto allo stesso mese 2017 (34,1 mln).
L’Osservatorio Inps sulla C.I.G. ha specificato nel dettaglio, le ore autorizzate per gli interventi così suddivisi:

Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO) sono state 7.559.544, in aumento del 13,1% rispetto a luglio 2017, quando erano state 6.681.420;

Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) sono state 6.924.033, di cui 2.962.742 per solidarietà, con diminuzione del 72,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 24.912.490 di ore autorizzate;

Cassa Integrazione Guadagni in Deroga (CIGD) sono state 43.958, con un decremento del 98,3% se raffrontati con luglio 2017, quando erano state autorizzate 2.541.967 di ore.

Inoltre, nel mese di giugno 2018 sono state presentate 139.390 domande di Naspi  e  2.081 di Discoll. Nello stesso mese sono state inoltrate 714 domande di Aspi, mini Aspi, disoccupazione e mobilità per un totale di 142.185 domande, il 5% in più rispetto al mese di giugno 2017 (134.756 domande).
Dai dati esposti dall’Osservatorio Inps, è evidente che la diminuzione delle ore di C.I.G. non significa che siamo entrati in una fase di sviluppo economico anzi confermano le situazioni di crisi lavorativa. Le riduzioni riguardano essenzialmente la CIGS e la CIGD, mentre la CIG ordinaria è aumentata. Questo significa che, finito il periodo del sostegno ai lavoratori per le aziende in crisi, solo alcuni lavoratori sono rientrati nei luoghi di lavoro, mentre altri hanno trovato accesso alla pensione e molti altri sono rimasti disoccupati come risulta dall’incremento delle domande di disoccupazione.

Salvatore Rondello

La Corte dei Conti e l’impatto flat-tax

corte-dei-contiNel rapporto annuale 2018 della Corte dei Conti sul coordinamento della finanza pubblica sono emersi i dati dei contribuenti italiani sull’imposta delle persone fisiche. Per 32,1 milioni di contribuenti l’Irpef media effettiva è già sotto la soglia della flat tax. Più esattamente lo scaglione che dichiara fino a 15.000 euro l ‘anno, pari a 17,6 milioni di contribuenti, paga un’imposta media del 5,2% mentre lo scaglione successivo, tra 15.000 e 28.000 euro, versa il 14,4%. Tutto merito degli sconti fiscali, per che queste due fasce ammontano a 67,2 miliardi di euro, su un totale di 107,4 miliardi tra detrazioni e deduzioni. Le aliquote legali, per i primi due scaglioni, sarebbero rispettivamente del 23% e del 27%. Nel dossier, la magistratura contabile ha osservato che l’introduzione di un’aliquota unica potrebbe ridurre il grado di progressività del sistema, così come provocare una perdita di gettito complessivo. Questi sarebbero dunque gli impatti di cui occorre avere corretta misurazione nel discutere le proposte di flat tax.

Per lo scaglione tra 28.000 e 55.000 euro, che comprende 6,2 milioni di contribuenti, l’aliquota media effettiva è pari al 21,4% (38% quella legale); mentre per quello successivo (tra 55.000 e 75.000 euro) l’imposta sale al 27,4% (41% quella legale). Infine per l’ultimo scaglione, quello che supera i 75.000 euro, il prelievo arriva al 33,2% (43% quella legale). Le ultime due fasce insieme comprendono 1,8 milioni di contribuenti, equamente divisi.

In totale i soggetti dichiaranti sono 40,1 milioni, per un reddito complessivo di 844,6 miliardi di euro.

Il primo scaglione (fino a 15.000 euro) dichiara un reddito pari a 127,6 miliardi e i contribuenti ricompresi hanno potuto godere di deduzioni per 7,3 miliardi e detrazioni di 20,1 miliardi, per un totale di 27,4 miliardi di euro (pari al 25,5% degli sconti fiscali).

Gli appartenenti al secondo scaglione (tra 15.000 e 28.000 euro) hanno dichiarato un reddito pari a 311 miliardi. Hanno ottenuto sconti in deduzioni pari a 12,7 miliardi più altri 27,1 miliardi di detrazioni, per un totale di 39,8 miliardi, che ammontano al 37,1% dei 107,4 miliardi di agevolazioni fiscali.

La terza fascia (tra 28.000 e 55.000 euro) ha dichiarato un reddito di 229,6 miliardi di euro e ha ottenuto 13,5 miliardi di deduzioni a cui si sommano 10,4 miliardi di detrazioni, per un totale di 23,9 miliardi che corrispondono al 22,2% degli sconti totali. Ci sono poi 900.000 contribuenti che appartengono al quarto scaglione (tra 55.000 e 75.000 euro) che hanno dichiarato 55 miliardi e hanno ottenuto 4,4 miliardi in deduzioni e 1,1 miliardi in detrazioni, per un totale di 5,5 miliardi, pari al 5,1% del totale. Infine l’ultimo gruppo, composto da 900.000 contribuenti che hanno dichiarato 121,5 miliardi e hanno ottenuto 9,3 miliardi di deduzioni e 1,6 miliardi di detrazioni, per un totale di 10,9 miliardi (10,1% delle agevolazioni).

La Corte dei Conti ha fatto al Paese la radiografia della tassazione valutando che, dall’applicazione della Flat-Tax, le entrate complessive dello Stato potrebbero diminuire. Ma, ha anche fatto notare la ripercussione che determinerebbe sui contribuenti. E’ evidente, dai dati forniti dalla Corte dei Conti, che la Flat-Tax penalizzerebbe gli italiani con redditi più bassi, mentre verrebbero avvantaggiati quelli con i redditi più alti, annullando il principio di giustizia fiscale con la riduzione della progressività delle imposte. Introducendo la flat-tax, come abbiamo già fatto notare in precedenti articoli sullo stesso argomento, viene disatteso il dettato costituzionale.

Salvatore Rondello

Cinquant’anni fa, la fine della “Primavera di Praga”

praga1Esattamente 50 anni fa, il 20 agosto di quell’incredibile ’68, l’anno che già aveva visto il Maggio francese, la contestazione giovanile in tutto l’Occidente e gli assassinii, negli USA, di Martin Luther King e Robert Kennedy, alle ore 21, 52 iniziava l’invasione della Cecoslovacchia da parte di truppe sovietiche, polacche, tedesco-orientali, ungheresi e bulgare (Romania e Jugoslavia, tramite i loro presidenti Ceausescu e Tito, s’erano dichiarate solidali coi dirigenti cecoslovacchi). Con un brutale colpo di mano, ricalcante fortemente quello nazista di fine marzo del ’39, ma rientrante pienamente nello “stile” della dittatura sovietica: già intervenuta contro le rivolte popolari di Berlino Est (1953) e Budapest (1956), e destinata a ripetere, molti anni dopo, lo stesso copione a Kabul nel 1979 e a Varsavia -dove sarebbe stata solo battuta sul tempo dall’ “autogolpe” di Jaruzelski – nel 1981.

Finiva così la “Primavera di Praga”, l’ esperimento del “Comunismo dal volto umano”: che tante speranze, peraltro anche illusorie, aveva acceso soprattutto in Occidente. A nulla erano serviti, per contrastare lo spettro dell’ invasione, gli incontri ceco-sovietici di Cierna (importante nodo ferroviario al confine con l’ URSS) del 29-31 luglio e di Bratislava del 1 agosto: con le assicurazioni di Alexander Dubcek che in Cecoslovacchia non esisteva alcun pericolo “controrivoluzionario” appoggiato dagli imperialisti occidentali. E all’ invasione del 20-21 agosto, con la resistenza, inizialmente nonviolenta, della popolazione a Praga, Brno e altre città (come poi sarebbe stato, vent’anni, dopo, in Piazza Tienanmen a Pechino), seguiva una sanguinosa repressione. Mentre già il 23 agosto, a Mosca, l’ anziano presidente cecoslovacco Svoboda ( successo, a gennaio, allo stalinista Novotny), insieme al Primo segretaro del PCC Dubcek, iniziava un’ estenuante maratona di colloqui ( intervallati, probabilmente, anche da torture) con Breznev e gli altri dirigenti del PCUS: al termine dei quali, il 1 settembre, Dubcek era costretto ad ammettere d’ aver sbagliato, non avendo tenuto conto “della situazione politica generale e degli interessi dell’ URSS”.
Ma cosa , esattamente, aveva fatto “traboccare il vaso”, spingendo i sovietici a decidere senz’altro l’intervento? Il fatto che.- come già in Ungheria nel ’56 – la società cecoslovacca, dove già da anni serpeggiava l’insofferenza contro la direzione staliniana d’ un Paese tra i piu’ industrializzati ed evoluti d’ Europa, iniziava veramente a democratizzarsi. Ad aprile del’ 68, a Primavera ormai iniziata ( in senso sia metereologico che politico…!), il programma adottato dal Governo, con l’assenso dello stesso Partito Comunista cecoslovacco, aveva posto le linee-guida per una democrazia socialista moderna e umanista (che guardava, pur senza dirlo apertamente, alle grandi socialdemocrazie scandinave): volta a garantire libertà di religione, stampa, assemblea, parola e spostamento. I socialisti cecoslovacchi avevano iniziato a formare un proprio partito; erano sorti parecchi circoli culturali non allineati alla linea del PCC.
Troppo, perchè il “comunismo reale” potesse accettarlo. Peraltro, supponendo che i sovietici avessero scelto di non intervenire, se questo Programma fosse andato veramente avanti, il buon Dubcek molto probabilmente avrebbe fatto lui stesso marcia indietro: vedendo ormai in discussione l’ egemonia del PCC sulla società, con un’ anticipazione ventennale della “Rivoluzione gentile” del 1989 ( che, però, sarebbe stata assai meno gentile). Le tragedie dell’ Ungheria e della Cecoslovacchia, seguìte, piu’ di vent’ anni dopo, dal crollo dei regimi dell’ Europa Orientale e dalla rovinosa involuzione della “perestrojka” di Gorbacev, col collasso finale della stessa URSS, han dimostrato storicamente l’ irriformabilità dei regimi comunisti: costretti dalla loro stessa natura alla non esaltante scelta tra vivacchiare il piu’ a lungo possibile o suicidarsi nell’ impossibile impresa di democratizzarsi. Discorso un po’ diverso sembrerebbe riguardare le “tigri comuniste” dell’ Asia, dalla Cina al Vietnam: che, però, sopravvivono grazie a massicce aperture all’ iniziativa privata, e all ‘inserimento nei grandi circuiti finanziari internazionali ( mentre, non a caso, boccheggiano invece i regimi piu’ “ortodossi”, da Cuba alla Corea del Nord).
Tornando alla Cecoslovacchia, inesorabile fu poi l’ epurazione; che colpi Svoboda, il primo ministro Oldrich Cernik, il ministro degli Esteri Jiri Hayek, e tutti gli altri protagonisti della “Primavera”. Alexander Dubcek ad aprile del ’69 veniva sostituito, alla segreteria del Partito, dal “Gierek cecoslovacco”, lo stalinista illuminato Gustav Husak; nel giugno 1970 sarebbe stato espulso dal Partito e dichiarato decaduto come deputato. Questo, dopo esser stato mandato per un po’ di tempo, giusto per non urtare un’ opinione pubblica mondiale a lui largamente favorevole, a far da ambasciatore in una sede periferica come quella turca ( proprio come, decenni prima, era capitato ad Herbert Von Papen con Hitler, che nel ’39 l’ aveva spedito ad Ankara). Unico lato positivo della “normalizzazione” fu la trasfornazione, dal 1 gennaio 1969, della Cecoslovacchia in Stato federale: inevitabile per due popoli da sempre divisi da forti differenze economiche, sociali, religiose, culturali, e preludio alla definitiva separazione del 1 gennaio 1993.
Nei partiti comunisti non dell’ Europa orientale, la vicenda innescò, pur fra le note lentezze e ambiguità, un processo comunque positivo. Diversamente che nel ’56 per l’ Ungheria, i pc italiano, francese, belga, inglese e svedese condannarono l’ intervento sovietico: mentre strettamente filomoscoviti si mantennero nordvietnamiti (che nell ‘URSS, piu’ che nella Cina, avevano il principale appoggio per la guerra contro gli USA ), nordcoreani, cubani (e, in altra forma, gli algerini). Il PCI iniziava quella “Lunga marcia” che l’ avrebbe portato, 8 anni dopo, a rivendicare a Mosca (gennaio 1976), per bocca di Berlinguer, pur con le solite ambiguità togliattiane, il diritto d’ ogni Partito comunista a scegliere autonomamente la sua “Via nazionale al socialismo”. Mentre decisamente “vecchia” fu la posizione delle “Nuove sinistre”, extraparlamentari e non: nel ’68- ’69, i loro eroi non erano Dubcek e Svoboda, ma Guevara, Castro, Mao.
Il 16 gennaio 1969, 5 mesi dopo l’ invasione, un patriota cecoslovacco, lo studente della facoltà praghese di Filosofia Jan Palach, decideva di bruciarsi vivo – prendendo a modello i bonzi sudvietnamiti che proprio in quel modo, negli stessi anni, protestavano contro il corrotto regime di Saigon – in Piazza S. Venceslao: rivendicando la sua appartenenza a un gruppo giovanile d’ opposizione che chiedeva almeno l’ abolizione della censura e la soppressione dei bollettini di regime dell’ Armata Rossa. Dopo 3 giorni d’ agonia in ospedale, Palach – da molti paragonato a Jan Hus, il riformatore boemo bruciato sul rogo dall’ ortodossia cattolica al Concilio di Costanza del 1415 – moriva. I suoi funerali, a Praga il 25 gennaio, sarebbero stati seguiti da piu’ di 600.000 persone: in seguito, almeno altri 7 giovani cecoslovacchi avrebbero seguìto il suo esempio. Nel 1989, con la “Rivoluzione gentile”, una delle piazze centrali di Praga, dedicata all’ Armata Rossa, avrebbe preso il suo nome; nel 1990, Vaclav Havel, il drammaturgo divenuto Presidente della Repubblica al crollo del regime comunista, gli avrebbe dedicato una lapide proprio in Piazza San Venceslao, per commemorare il suo sacrificio in nome della libertà.
E Dubcek? Dopo l’espulsione dal PCC, dedicatosi, come Lech Walesa, al lavoro manuale in un’ azienda della sua Slovacchia, sarebbe rimasto in ombra quasi vent’anni: riemergendo infine, con grande compostezza e dignità, e divenendo presidente prima del Parlamento federale, poi del Partito socialista slovacco, con la “Rivoluzione gentile”. Avrebbe continuato nonostante tutto a sperare nella possibilità d’un comunismo diverso: e, come Havel, si sarebbe battuto a lungo contro la separazione tra Slovacchia e Repubblica ceca. Sino alla morte, per un grave incidente stradale (..guarda caso?) il 7 novembre ( maledizione “leninista” delle date!) 1992.

Fabrizio Federici

“Il fatto non sussiste”. Archiviazione per Brizzi

brizzi

“Il fatto non sussiste”. La procura di Roma chiede l’archiviazione per Fausto Brizzi, il regista indagato per violenza sessuale dopo le denunce presentate da tre giovani donne. L’uomo era finito sotto inchiesta nello scorso mese di aprile sull’onda del caso Weinstein scatenato da Asia Argento.

Gli episodi finiti sotto indagine sarebbero avvenuti tra il 2014 e il 2017. Secondo quanto raccontato dalle ragazze, Brizzi le avrebbe molestate nel suo loft dove si erano recate per un provino. Nessun riscontro alle accuse è stato mai trovato. Le presunte violenze rivelate dalle donne ai microfoni delle Iene non sono bastate. Verso l’archiviazione, dunque, la posizione del regista.

Dopo la notizia dell’indagine la vita di Brizzi è stata rovinata per sempre. Quella privata, prima di tutto,  malgrado la vicinanza dimostrata pubblicamente dalla moglie Claudia Zanella con una lettera pubblicata dal Corriere della Sera. Nonostante il linciaggio mediatico, l’attrice ha provato a tenere unita la sua famiglia e, soprattutto, a non esporre la figlia. Il tempo le ha dato ragione. I processi formulati nei salotti tv e sulle riviste di gossip non hanno intaccato il rapporto. La credibilità dei mass media italiani, invece, è crollata vertiginosamente.

Le ricadute, inutile dirlo, sono state anche di natura professionale. La reputazione di Brizzi è stata sbriciolata in un attimo. Chi prima non poteva fare a meno delle sue sceneggiature lo ha ripudiato. Decine le collaborazioni andate in fumo a causa della notizia dei presunti stupri. Una nota casa di produzione con la quale il regista lavorava da anni ha fatto uscire al cinema un film di Brizzi senza citare Brizzi. Un incredibile risvolto effetto solo di una macchina del fango che quando viene messa in moto non si ferma più.

Il caso di Brizzi è solo l’ultimo riconducibile ad un modus operandi ben radicato nel nostro Paese che difficilmente lascia scampo ai malcapitati. Basti pensare agli imprenditori, giornalisti, industriali, politici e comuni cittadini che negli anni sono stati prima accusati e – dopo essere finiti in prima pagina – archiviati o assolti. Sarebbe inutile prendersela con chi spiffera le indagini ai giornali o con chi cavalca le inchieste come fossero già sentenze. Ormai ci siamo (purtroppo) abituati. Nessuno si aspetta, inoltre, un’assunzione di responsabilità. Basterebbe, però, una presa di coscienza. Un atto dovuto in questi casi sarebbe chiedere scusa.

F.G.