Istat e Fmi vedono l’economia in rallentamento

istat pil mezzogiornoL’Istat ha diffuso oggi i dati sull’inflazione. A giugno l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente e dell’1,3% su base annua (in crescita dal +1,0% registrato a maggio). La stima preliminare era +1,4%. L’accelerazione dell’inflazione si deve prevalentemente ai prezzi dei beni energetici non regolamentati (da +5,3% di maggio a +9,4%) ed è sostenuta anche da quelli dei Beni alimentari non lavorati (da +2,4% a +3,4%) e dei servizi relativi ai trasporti (da +1,7% a +2,9%).

Pertanto l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è pari a +0,8% (stabile rispetto a maggio) e quella al netto dei soli beni energetici è in accelerazione da +0,8% registrato nel mese precedente a +1,0%. L’aumento congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo è dovuto principalmente ai rialzi dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (+2,3%) e dei Servizi relativi ai trasporti (+2,2%), i cui effetti sono solo in parte mitigati dai cali congiunturali di quelli dei beni alimentari non lavorati (-0,9%) e dei Servizi relativi alle comunicazioni (-1,4%).

L’inflazione accelera sia per i beni (da +1,0% registrato nel mese precedente a +1,5%) sia, in misura lieve, per i servizi (da +0,9% a +1,0%); il differenziale inflazionistico tra servizi e beni rimane negativo ma di ampiezza più marcata rispetto a maggio (da -0,1 punti percentuali a -0,5 punti percentuali). L’inflazione acquisita per il 2018 è +1,0% per l’indice generale e +0,7% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano un calo dello 0,2% su base mensile e un aumento del 2,2% su base annua (da +1,7% registrato a maggio). I prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto salgono dello 0,2% in termini congiunturali e del 2,7% in termini tendenziali (da +2,0% del mese precedente).

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) aumenta dello 0,2% in termini congiunturali e dell’1,4% in termini tendenziali (da +1,0 di maggio). La stima preliminare era +1,5%. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, aumenta dello 0,2% su base mensile e dell’1,2% rispetto a giugno 2017. Secondo l’Istat, l’inflazione a giugno continua a crescere nelle componenti legate maggiormente agli acquisti quotidiani delle famiglie. Infatti l’accelerazione della crescita dei prezzi al consumo è di nuovo trainata dai prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (in particolare carburanti insieme con frutta fresca e vegetali freschi), che registrano un aumento su base annua più che doppio di quello generale. Un contributo inflazionistico deriva anche dai prezzi dei trasporti, che da inizio anno mostrano tensioni crescenti.

Per il Fondo Monetario Internazionale, nel 2018 l’economia italiana crescerà solo dell’1,2% con un ulteriore rallentamento a +1,0% il prossimo anno. Le nuove stime del Fmi fornite nell’aggiornamento del World Economic Outlook sono state riviste al ribasso: rispetto alle valutazioni dello scorso aprile, la crescita italiana è stata tagliata di 0,3 punti quest’anno e di 0,1 punti nel 2019. A spingere il Fondo al ribasso è il peso sulla domanda interna legato all’aumento dello spread sui titoli di Stato e alle più rigide condizioni finanziarie, provocate dalla recente incertezza politica.

Il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato le stime non solo dell’Italia ma anche delle maggiori economie mondiali. Per Germania, Francia e come abbiamo visto l’Italia il Fondo ha rivisto al ribasso di 0,3 punti la stima di crescita Pil del 2018 mentre per Regno Unito e Giappone il taglio è di 0,2 punti. In particolare, ha segnalato un aumento dei rischi al ribasso anche nel breve termine, con una espansione economica, che sebbene confermata a livello globale al 3,9% sia quest’anno che nel 2019, sta diventando meno omogenea. In dettaglio, la crescita delle economie avanzate dovrebbe confermarsi quest’anno al +2,4%, stesso livello del 2017, per poi scendere a +2,2% il prossimo anno. Il dato relativo al 2018 è stato pertanto rivisto al ribasso di 0,1 punti rispetto alle previsioni dello scorso aprile. Per gli Usa il Fondo conferma un Pil a +2,9% nel 2018 e a +2,7% il prossimo anno mentre l’eurozona dovrebbe registrare una crescita del 2,4% quest’anno e del 2,2% il prossimo con una revisione al ribasso rispettivamente di 0,2 e 0,1 punti.

Anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella nota sulla congiuntura a luglio, ha confermato il cambio di marcia del Paese, in linea con l’andamento delle maggiori economie avanzate (?). Nella nota dell’Upb si legge: “La ripresa economica in Italia ha parzialmente perso slancio e rischia di avere un effetto trascinamento anche sul 2019. Le stime dei modelli di breve periodo dell’Upb segnalano un rallentamento dell’attività economica, che si potrebbe protrarre nel corso dell’estate, determinando un lieve peggioramento delle previsioni di crescita per l’anno in corso e influenzando, in considerazione del minor effetto di trascinamento, anche i risultati del 2019”.

Nella media del 2018, l’espansione del Pil si attesterebbe all’1,3%, lievemente al di sotto della previsione Upb dello scorso maggio (1,4%). Per effetto della minore crescita acquisita anche l’incremento previsto per il 2019 registrerebbe una correzione al ribasso con una crescita del Pil di poco superiore all’1%.

Secondo quanto ha osservato l’Upb: “Nei primi mesi dell’anno, a un buon andamento dei consumi ha fatto riscontro quello negativo di investimenti ed esportazioni. Nonostante un leggero calo del potere di acquisto delle famiglie (0,2 per cento nel primo trimestre) la dinamica dei consumi ha registrato un recupero nel primo trimestre dell’anno (0,4 per cento in termini congiunturali). Questo andamento ha beneficiato del clima di fiducia delle famiglie e delle dinamiche occupazionali, che consolidandosi potrebbero continuare a sostenere nel breve termine i piani di spesa delle famiglie. Nei primi tre mesi dell’anno, inoltre, la dinamica congiunturale dell’accumulazione del capitale ha subito una battuta d’arresto (dell’1,4 per cento), riassorbendo parte de i progressi conseguiti nel 2017. A pesare sulle decisioni di investimento, ha verosimilmente influito l’incertezza relativa al prolungamento per quest’anno delle agevolazioni fiscali per l’acquisto di impianti e macchinari, in contrazione del 2,4 per cento nei primi tre mesi del 2018. È risultato negativo anche l’apporto all’attività economica da parte degli scambi con l’estero. Nel primo trimestre il volume delle esportazioni, in crescita dalla metà del 2016, ha scontato un calo del 2,1 per cento. Le prospettive di breve termine, secondo le più recenti indagini sugli ordini dall’estero, restano deboli”.

L’esame fatto dall’Ufficio parlamentare di bilancio conferma le valutazioni di rallentamento dell’economia elaborate anche da Istat e dal Fondo Monetario Internazionale.

A quanto già indicato, si aggiungono i deboli segnali di crescita su base mensile del fatturato e ordini dell’industria a maggio scorso, confermando la tendenza di rallentamento su base annua. Secondo i dati dell’Istat, il fatturato ha registrato un aumento per il terzo mese consecutivo, pari all’1,7% rispetto ad aprile mentre nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo cresce dello 0,4% sui tre mesi precedenti. Anche gli ordinativi registrano una variazione congiunturale positiva (+3,6% di cui un più 5,5% per l’estero), che segue la flessione del mese precedente (-0,6%). Nella media degli ultimi tre mesi sui tre mesi precedenti si registra, tuttavia, una riduzione pari all’1,1%. Fa eccezione il fatturato dell’industria automobilistica diminuito rispetto al 2017 (-6,1%).

Nella nota dell’Istat si legge: “Gli indici destagionalizzati del fatturato e degli ordinativi raggiungono a maggio i livelli più alti da inizio anno sia per il fatturato interno sia per quello estero. L’incremento congiunturale del fatturato coinvolge tutti i principali settori, con una spinta ulteriore proveniente dalla vivace dinamica dei prodotti energetici. In volume, il comparto manifatturiero registra un incremento congiunturale dell’1,5%, rimanendo sostanzialmente stabile nella media degli ultimi tre mesi”.

Preoccupazioni arrivano anche dalla CNA sulla pressione fiscale. Analogamente all’allarme recentemente lanciato dalla Cgia di Mestre, nel rapporto 2018 dell’Osservatorio Cna sulla tassazione delle piccole imprese in Italia, giunto alla quinta edizione, dal titolo ‘Comune che vai, fisco che trovi’ in cui si analizza il peso del fisco sul reddito delle piccole imprese in 137 comuni tra cui tutti i capoluogo di provincia, è stata elaborata la seguente proiezione: “La pressione fiscale media sulle piccole imprese, se non interverranno correttivi, quest’anno tornerà a salire. Lievemente, lontana dal picco del 2012, ma con un segno “più” che non può certo rallegrare l’ossatura portante del sistema produttivo italiano. Il dato di sintesi, inoltre, non fotografa le profonde differenze nella tassazione locale. La realtà italiana è molto complessa. Tanto da far emergere non una pressione fiscale, ma numerose pressioni fiscali”.

L’Osservatorio ha calcolato il Total tax rate (Ttr), vale a dire l’ammontare di tutte le imposte e di tutti i contributi sociali obbligatori che gravano sulle imprese espresso in percentuale sui redditi. Individua, inoltre, il Tax free day (Tfd), cioè il giorno della liberazione dalle tasse, la data fino alla quale l’imprenditore deve lavorare per l’ingombrante ‘socio’ pubblico. A differenza di altri organismi, anche internazionali, l’Osservatorio CNA ha basato la sua analisi sull’impresa tipo italiana , con un laboratorio e un negozio, ricavi per 431mila euro, un impiegato e quattro operai di personale, 50mila euro di reddito.

La pressione fiscale media sulla piccola impresa tipo italiana, salita nel 2017 dello 0,3% al 61,2%, nel 2018 è destinata a crescere ancora, portandosi al 61,4%. Un incremento compiutamente ascrivibile all’aumento programmato della contribuzione previdenziale dell’imprenditore. Di conseguenza, il giorno della liberazione fiscale media si allungherà di altre ventiquattr’ore, per arrivare all’11 agosto, contro il 10 agosto del 2017 e il 9 agosto del 2016. Intanto si va ampliando il divario tra la pressione fiscale che grava sulle piccole imprese e quella media nazionale. Nel 2017 è andata dal 61,2% sulle piccole imprese al 42,4% sulla totalità dei contribuenti: un’ingiustizia, per CNA, che vale 18,8 punti percentuali.

Oltre alle problematiche economiche endogene evidenziate, bisogna tenere conto anche della componente esogena dettata dall’espansione del protezionismo.

In tal senso, in merito alle tensioni commerciali, nella conferenza stampa congiunta con il premier cinese Li Keqiang ed il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha lanciato un appello affermando: “E’ comune dovere di Ue, Cina, Usa e Russia non iniziare guerre commerciali. C’è ancora tempo per prevenire il conflitto e il caos”.

La Cina ha deciso di ricorrere al Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, contro la minaccia di dazi aggiuntivi al 10% annunciati dagli Usa sull’import ‘made in China’ per 200 miliardi di dollari ex art.301 dello Us Trade Act. La mossa, annunciata con un post sul sito del ministero del Commercio, cade nel giorno in cui Cina e Ue, nel loro 20/mo summit annuale, hanno ribadito l’impegno congiunto per il multilateralismo e il libero scambio.

Gli Stati Uniti fanno ricorso alla Wto contro cinque dei suoi membri per ‘dazi illegali’. Gli Usa puntano il dito contro Cina, Unione Europea, Canada, Messico e Turchia per le misure ritorsive decise dopo i dazi all’alluminio e l’acciaio imposti dagli Usa. In un comunicato del rappresentante per il Commercio degli Usa, si legge: “I dazi sull’acciaio e l’alluminio imposti dal presidente Trump sono giustificati sulla base degli accordi internazionali approvati fra gli Usa e i suoi partner”.

Il lettore dovrà comunque ricordarsi che per il 2018, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, l’incremento del Pil viaggia per l’Italia all’1,2%, mentre per gli Stati Uniti d’America la proiezione è al 2,9%.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, recentemente ha manifestato preoccupazione per il propagarsi del protezionismo nel mondo. Sullo stesso argomento, ancora non sappiamo quale posizione intenderà assumere il Governo Conte.

S. R.

La Corte dei Conti smonta le promesse del Governo

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La Corte dei Conti ha presentato oggi il ‘Rapporto 2018 sul coordinamento della finanza pubblica’. Nel Rapporto, la magistratura contabile ritiene “auspicabile una riforma strutturale del sistema fiscale” puntando il dito contro “l’onere improprio che viene caricato sui redditi medi e medio-bassi, in particolare i contribuenti tra i 28 e i 55mila euro, che vedono al contempo il massimo balzo di aliquota legale (+11 punti) e la massima riduzione sul totale delle detrazioni (-28 punti)”.

Per la Corte dei Conti, la strada da seguire è quella di accelerare sul fronte della riduzione del debito pubblico. Nel Rapporto si legge: “E’ necessario affrettarsi a ridurre, ed in prospettiva a rimuovere, l’inevitabile pressione che un elevato debito pubblico pone sui tassi d’interesse e sulla complessiva stabilità finanziaria del Paese. Si tratta di un passo reso oggi più urgente anche proprio per le nuove proiezioni circa gli effetti di lungo periodo delle tendenze demografiche”.

Per la magistratura contabile, il triennio 2018-2020 si presenta come “un’eccezionale finestra per la riduzione del debito: il congiunto operare della ripresa dell’inflazione e del permanere del costo medio del debito su livelli particolarmente bassi, dovrebbe garantire, diversamente dal passato, un differenziale favorevole tra crescita economica e costo del debito. Di tale situazione, dunque, si dovrebbe approfittare per rendere più spedito il processo di riduzione del rapporto debito/Pil”.

La Corte dei Conti, senza citare direttamente il contenuto del ‘contratto di governo’, ha avvisato: “Per il reddito di cittadinanza servono risorse straordinarie. Appare evidente che l’obiettivo di aiutare una congrua quota di poveri assoluti (il tasso effettivo di coinvolgimento è in tutte le realtà internazionali sempre significativamente inferiore al 100%) richiederà un importante sforzo finanziario supplementare, rispetto a risorse che pure sono cresciute in misura incoraggiante”.

L’altolà della Corte dei Conti è arrivato anche sulle ulteriori revisioni della legge Fornero affermando: “Sono stretti, se non del tutto esauriti, gli spazi per ulteriori attenuazioni degli effetti correttivi della legge 214/2011, a meno di un ripensamento complessivo del sistema”. Così la magistratura contabile ha messo in guardia il legislatore: “E’ cruciale non creare debito pensionistico aggiuntivo”.

La Corte dei Conti ha fatto il seguente ragionamento: “Nei prossimi anni il bilancio pubblico sarà fortemente condizionato dall’invecchiamento della popolazione e dalle modifiche della struttura demografica. Il fenomeno potrebbe avere effetti sulla spesa per la protezione sociale (previdenza, assistenza, sanità) più acuti di quanto finora atteso. Solo nel 2017 la spesa per prestazioni sociali in denaro è cresciuta dell’1,7%. Sono cresciute dell’1,2% le prestazioni pensionistiche, del 3,4% le altre prestazioni sociali. Nelle ultime proiezioni contenute nel Def 2018, il rapporto spesa per pensioni/Pil aumenta tra i 2 e i 2,5 punti percentuali al 2040. L’effetto sul rapporto debito pubblico/Pil risulterebbe marcato; un aumento di circa 30 punti nel 2070. E’, dunque, essenziale preservare i miglioramenti di fondo che il sistema previdenziale ha realizzato in questi decenni. Dunque, ogni elemento di possibile flessibilizzazione dell’attuale sistema dovrebbe contemplare compensazioni in grado di salvaguardare la sostenibilità finanziaria di lungo periodo”.

Visto che nel Rapporto 2018 c’è ben poco di fattibile sui contenuti programmatici del governo Conte, è doveroso porsi una domanda: terrà conto il governo giallo-verde delle indicazioni della Corte dei Conti o si aprirà un altro conflitto istituzionale?

Salvatore Rondello

Papilloma (HPV), precipitano coperture vaccinali

papilloma virusIl virus del papilloma umano (HPV) è un agente a trasmissione sessuale che causa malattie genitali, anali e orofaringee sia nelle donne che negli uomini. In particolare l’infezione da HPV causa oltre il 90% dei carcinomi della cervice uterina, ma anche il 90% circa dei carcinomi dell’ano, oltre ad una percentuale rilevante di tumori orofaringei, della vulva, della vagina e del pene; inoltre alcuni genotipi del virus causano circa il 90% circa delle verruche anogenitali.

«Se negli ultimi vent’anni – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – i programmi di screening hanno drasticamente ridotto l’incidenza del carcinoma della cervice uterina, oggi è possibile diminuirla ulteriormente grazie ad una strategia preventiva non utilizzabile per nessun altro tumore, ovvero la vaccinazione anti-HPV».

 In Italia sono disponibili tre vaccini anti-Hpv: il bivalente, che protegge dai tipi 16 e 18, il quadrivalente che amplia la protezione anche contro i tipi 6 e 11 e il 9-valente che oltre ai tipi di HPV del vaccino quadrivalente protegge anche dai tipi 31, 33, 45, 52, e 58.

Secondo quanto previsto dal Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV) 2017-2019, la vaccinazione anti-HPV – che non rientra tra quelle obbligatorie del “Decreto vaccini” – è offerta gratuitamente a maschi e femmine intorno agli 11-12 anni di età con l’obiettivo di raggiungere una copertura vaccinale del ciclo completo in almeno il 95% sia delle femmine che dei maschi, seppur in maniera più graduale: almeno il 60% nel 2017, il 75% nel 2018 e il 95% nel 2019.

«La vaccinazione anti-HPV – puntualizza il Presidente – oggi rappresenta un clamoroso esempio di sotto-utilizzo di una prestazione dal value elevato: infatti, se negli ultimi anni, le prove di efficacia si sono progressivamente consolidate e il monitoraggio degli eventi avversi ha dimostrato che i vaccini anti-HPV hanno un adeguato profilo di sicurezza, la copertura vaccinale in Italia si è progressivamente ridotta, determinando sia un aumento della morbilità per le patologie HPV-correlate, sia dei costi dell’assistenza».

I dati del Ministero della Salute relativi al 2016 dimostrano che le coperture per la vaccinazione anti-HPV nelle ragazze sono in picchiata: in particolare, a fronte di una copertura intorno al 70% nelle coorti di nascita dal 1997 al 2000, i tassi di copertura vaccinale anti-HPV sono progressivamente diminuiti nelle coorti 2002 (65,4%) e 2003 (62,1%), per poi precipitare al 53% nella coorte 2004. Immancabili, le variabilità regionali: ad esempio nella coorte di nascita 2004 la copertura per ciclo completo oscilla dal 24,8% della provincia di Bolzano al 72,5% della Valle d’Aosta. Inoltre, quasi il 12% delle ragazze ha ricevuto almeno una dose di vaccino ma non ha completato il ciclo, con notevoli variabilità regionali del gap: dallo 0,1% della PA di Trento al 21,4% della Sardegna. Nei maschi, la vaccinazione anti-HPV è ancora un lontano miraggio: relativamente alle coorti di nascita 2003-2004 6 Regioni non rendono disponibili i dati, altre 7 hanno una copertura dello 0% e solo per 8 Regioni sono disponibili i dati di copertura vaccinale: dal 3% della Sardegna al 53% del Veneto.

«Con questi livelli di copertura – puntualizza il Presidente – e con i trend in progressiva diminuzione, i target definiti dal Piano Nazionale appaiono del tutto illusori, a dispetto di evidenze sempre più robuste sull’efficacia dei vaccini anti-HPV, in particolare nel prevenire lesioni pre-cancerose del collo dell’utero nelle adolescenti e nelle giovani donne tra 15 e 26 anni. Tutto ciò configura un caso paradigmatico di analfabetismo funzionale: mentre si diffondono innumerevoli terapie inefficaci e inappropriate per i tumori, utilizziamo sempre meno l’unico vaccino disponibile per la loro prevenzione».

Il Position Statement GIMBE sintetizza le migliori evidenze scientifiche sull’efficacia della vaccinazione anti-HPV per tutte le patologie HPV-correlate e in particolare per i tumori del collo dell’utero; dettaglia gli aspetti relativi alla somministrazione (indicazioni, fasce di età, timing, sottogruppi specifici); descrive le evidenze sulla immunogenicità del vaccino; riporta i dati sugli effetti avversi sia internazionali, sia raccolti dal sistema nazionale di vaccinovigilanza. Infine analizza in dettaglio i dati sulle coperture vaccinali in Italia e le possibili strategie per aumentarle.

«La vaccinazione anti-HPV – conclude Cartabellotta – rappresenta un emblematico esempio dei gap tra ricerca scientifica e sanità pubblica: infatti, nonostante il consolidamento progressivo delle prove di efficacia e del profilo di sicurezza dei vaccini anti-HPV, la copertura vaccinale diminuisce, testimoniando che il processo di trasferimento delle migliori evidenze alla pratica clinica, all’organizzazione dei servizi sanitari, alle decisioni professionali e alle scelte di cittadini e pazienti è un percorso a ostacoli, spesso imprevedibile e non sempre adeguatamente gestito a livello istituzionale».

 

CNEL propone a Savona il board sulla produttività

treuIl presidente del CNEL, Tiziano Treu, ha espresso oggi al Ministro degli Affari Europeo, Paolo Savona, l’auspicio che il Comitato nazionale per la produttività – previsto dalla raccomandazione del Consiglio UE – venga realizzato all’interno del Cnel, seguendo l’esempio di altri Paesi.
“La produttività di un Paese è un fattore essenziale per la sua competitività nello scenario economico internazionale – ha sottolineato il presidente Treu – e richiede un’attenta analisi per indirizzare al meglio gli investimenti e per definire le riforme strutturali. Come già avviene in molti Paesi, il board potrebbe essere istituito all’interno del CNEL con l’ulteriore vantaggio che sarebbe così in contatto con tutti gli altri membri del CESE, il Comitato Economico e Sociale Europeo”.

Il comitato nazionale per la produttività dovrebbe essere istituito in attuazione della Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 20 settembre 2016 (2016/C 349/01), pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea del 24 settembre 2016, che richiede ai singoli Stati membri di costituire al proprio interno, entro il 20 marzo 2018, un “National Productivity Board” del Consiglio dell’Unione Europea del 20 settembre 2016 (2016/C 349/ 01) pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europa del 24 settembre 2016.

Al Ministro per gli Affari Europei, Paolo Savona – presente oggi al CNEL per il Debriefing del Consiglio UE del 28 e 29 giugno alle parti sociali – è stato segnalato come molti Paesi abbiano già provveduto ad istituire il Comitato e la maggioranza di questi lo abbia collocato proprio presso il Comitato Economico e Sociale (Danimarca, Lussemburgo, Irlanda) o presso un Organismo pubblico di analisi economica (Olanda, Slovenia, Portogallo, Ungheria, Romania, Grecia). Soltanto Francia e Lituania, contravvenendo le raccomandazioni UE, hanno istituito il Comitato presso la Presidenza del Consiglio o il Ministero dell’Economia.

“Con la creazione del Comitato presso il CNEL si riuscirebbe a garantire un approccio sistemico, l’indipendenza e l’esercizio a costo zero del Comitato. Il Governo avrebbe poi l’ulteriore vantaggio – ha concluso Treu – di ricevere analisi, pareri, progetti o proposte già discusse e condivise dalle parti sociali rappresentate presso il CNEL”

Istat, aumentano ancora i poveri in Italia

poveri 6L’Istat ha diffuso oggi il ‘Rapporto SDGs 2018 (Sustainable Development Goals) – Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia – Prime analisi’. Dal Rapporto dell’Istat fatto su direttive dell’ONU, è emerso che in Italia la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30% (18.136.663 individui), in aumento rispetto all’anno precedente. Nel commento dell’Istat si legge: “L’obiettivo di Europa 2020 rimane quindi molto lontano. La povertà in Europa si mantiene stabile nel 2016 rispetto al 2015, con un’incidenza pari al 23,5% della popolazione (118 milioni di individui a rischio di povertà o esclusione sociale)”.
L’Italia si trova, quindi, sotto la media Ue di sei punti e mezzo percentuali.
L’indicatore di povertà o esclusione sociale corrisponde alla quota di persone che presentano almeno una delle seguenti situazioni: sono a rischio di povertà di reddito, sono gravemente deprivate materialmente, vivono in famiglie con una molto bassa intensità lavorativa.
Nel 2016, la povertà di reddito ha riguardato il 20,6% della popolazione (in aumento rispetto al 19,9% del 2015), la grave deprivazione materiale ha raggiunto il 12,1% (dall’11,5%) mentre la quota di chi vive in famiglie con una intensità di lavoro molto bassa è arrivata al 12,8% (dall’11,7% del 2015).
Le disparità regionali sono molto ampie sia per l’indicatore composito sulla povertà o esclusione sociale, sia per i tre indicatori in cui si articola.
Nel Mezzogiorno si riscontrano i valori maggiori per tutti e quattro gli indicatori: è a rischio di povertà o esclusione sociale quasi la metà degli individui (46,9%) contro uno ogni cinque del Nord (19,4%).
Questo significa che nel Nord Italia la media è migliore di quella Europea, mentre nel Meridione i valori il doppio della media Ue.
Nel 2017 sono stati stimati 5 milioni e 58mila gli individui in povertà assoluta (8,4% della popolazione). Le condizioni dei minori rimangono critiche: l’incidenza di povertà assoluta tra di essi è pari al 12,1%; in peggioramento la condizione di giovani, adulti e anziani.
Nel 2016 con il 19,1% del reddito disponibile per il 40% più povero della popolazione (indicatore utilizzato da Eurostat per confrontare i livelli di disuguaglianza tra i paesi Ue), l’Italia si pone al di sotto della media europea che, a sua volta, è diminuita nel tempo, passando dal 21,1% del 2011 al 20,9% del 2016.
Fino al 2007, la crescita in Italia dei redditi della popolazione a più basso reddito è stata più elevata di quella dei redditi complessivi. Dal 2008, a causa della crisi economica, le flessioni osservate sono state più pesanti per i redditi relativamente più bassi. Contestualmente, è aumentata la disuguaglianza del reddito disponibile, che ha toccato il valore minimo (5,2) nel 2007 e quello massimo (6,3) nel 2015.
Sempre nel rapporto, comparando il lavoro domestico tra i due sessi, i dati più recenti indicano che la quota di tempo giornaliero dedicato dalle donne al lavoro domestico e di cura non retribuiti è circa 2,6 volte quello degli uomini, era più del triplo nel biennio 2002-2003. Nonostante questo miglioramento, nel 2013-2014 l’Italia presentava il divario di genere più elevato fra tutti i paesi europei con dati disponibili.
Nel 2017 il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con figli in età prescolare e il tasso di quelle senza figli continua ad essere basso, benché sia migliorato negli anni.
In Italia è in crescita la presenza delle donne nel Parlamento nazionale e nelle società quotate in borsa e, seppure in misura minore, negli organi decisionali e nei consigli regionali. Ma la presenza delle donne nei luoghi decisionali, economici e politici continua a rimanere bassa: un terzo nel Parlamento nazionale e nelle società quotate in borsa, un quinto nei consigli regionali e meno di un quinto negli organi decisionali (Autorità della privacy, Agcom, Autorità della concorrenza e del mercato, Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura, Ambasciatori, Consob).
Le diseguaglianze sociali ed economiche presenti in Italia continuano a persistere a livelli elevati ed in alcuni casi aumentano. Particolarmente significativi i dati del Mezzogiorno e del Nord Italia, che mostrano in modo sempre più evidente il divario tra la zona più povera e la zona più ricca del Paese.

Infezioni in viaggio: consigli per una vacanza sicura

Malaria, Febbre gialla, Dengue, Chikungunya, Zika: quali sono i rischi in Europa, in Africa e nelle Americhe. E quali le possibilità di contagio in Italia? Le risposte di Francesco Castelli, membro SIMIT, Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali

vacanzeI RISCHI IN ASIA, AMERICA E AFRICA – Le principali virosi trasmesse dalle zanzare del genere Aedes (dengue, chikungunya, Zika virus) sono diffuse nelle aree tropicali e subtropicali di Asia, Africa e Americhe. La malaria, patologia parassitaria trasmessa dalle zanzare del genere Anopheles, è estesamente presente in Africa, in Asia e in alcune aree delle Americhe. Tali patologie, rappresentano un rischio per i viaggiatori che intendano recarsi in zona endemica. Inoltre, dal 2017 centinaia di casi di febbre gialla, presente in Africa e America Latina, sono stati riportati in aree densamente popolate del Brasile (San Paolo, Rio de Janeiro e Minas Gerais), cinque casi di importazione confermati e uno sospetto sono stati segnalati in Europa in viaggiatori europei non vaccinati, di cui uno con esito fatale (ECDC 2018).

I RISCHI IN EUROPA – In Europa, tali patologie sono in massima parte rappresentate da casi importati di dengue, chikungunya e Zika da area endemica; solo sporadicamente sono stati segnalati casi autoctoni, trasmessi da vettori locali. In Italia, negli ultimi anni si sono verificati due outbreak con più di 200 casi di chikungunya da trasmissione autoctona: nel 2007 nella zona di Ravenna/Cervia e nel 2017 nell’area di Anzio e Roma. Il rischio di trasmissione autoctona di queste patologie è legato alla coesistenza di due principali fattori: la presenza di soggetti infetti (viremici nel caso delle arbovirosi) e la circolazione di vettori competenti.

PREVENZIONE E PROFILASSI PER ARBOVIROSI E FEBBRE GIALLA – Esistono efficaci misure di prevenzione per i soggetti che intendano recarsi in area endemica. “Per quanto riguarda le arbovirosi (parliamo di Dengue, Chikungunya, Zika virus) – spiega il Prof. Francesco Castelli, Clinica di Malattie Infettive e Tropicali della Università di Brescia e membro della SIMIT, Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali – si tratta principalmente di entomoprofilassi, ovvero misure comportamentali atte ad evitare il contatto con il vettore. Tra queste, l’impiego di barriere chimiche (repellenti, insetticidi), meccaniche (reti o zanzariere) e l’utilizzo di indumenti coprenti specialmente nelle ore di massima attività del vettore. Per quanto concerne il rischio di febbre gialla, è inoltre disponibile il vaccino vivo attenuato, da effettuare almeno dieci giorni prima dell’arrivo in area endemica e obbligatorio per l’ingresso in alcun Paesi”.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda la vaccinazione per i viaggiatori diretti nelle aree endemiche di Africa e America Latina, con particolare riferimento alle aree colpite dall’epidemia attualmente in corso in Brasile. Alcuni Paesi asiatici, pur non endemici per febbre gialla, potrebbero richiedere il vaccino se il viaggio prevede soste in aree endemiche. Il vaccino può essere eseguito presso i centri di vaccinazione internazionale in singola dose, senza necessità di richiami.

PREVENZIONE E PROFILASSI PER MALARIA – In caso di soggiorno in area a rischio per malaria, in particolare dove fosse presente la forma più severa causata da P. falciparum (malaria terzana maligna), oltre alle succitate misure di profilassi comportamentale, sono raccomandate misure di profilassi farmacologica (chemioprofilassi), con l’impiego di principi attivi quali meflochina, atovaquone-proguanil e doxiciclina, ciascuno secondo uno specifico schema posologico.

“L’utilizzo della associazione atovaquone-proguanil, principio attivo con ottima efficacia e tollerabilità, può tuttavia talora rappresentare una barriera economica soprattutto per le famiglie numerose – precisa il Prof. Castelli – in caso di lunghi periodi di soggiorno e nella popolazione migrante che rientri temporaneamente nel proprio paese di origine. Inoltre, nella consapevolezza che nessuna misura di profilassi può escludere in modo assoluto il rischio di infezione, si raccomanda ai viaggiatori che presentino sindromi febbrili dopo soggiorno in area endemica di rivolgersi tempestivamente al medico. Spesso, il principale ostacolo all’adozione di adeguate misure di profilassi è la mancata percezione del rischio. Per tale ragione, sarebbe auspicabile una maggiore sensibilizzazione su questo tema dei viaggiatori stessi, ma anche degli operatori di settore e dei medici di famiglia. “

I RISCHI IN ITALIA – Allo stato attuale le evidenze dell’esistenza sul territorio italiano di vettori competenti alla trasmissione autoctona sono piuttosto limitate. In Italia, è documentata la presenza di Aedes albopictus e Anopheles labranchiae. La “zanzara tigre” (A. albopictus), rilevata in Europa dagli anni Settanta e per la prima volta in Italia nel 1990, è stata identificata come vettore delle passate epidemie di chikungunya nel nostro Paese e di sporadici casi di dengue in altri paesi Europei. “La presenza stabile del vettore e le condizioni climatiche nel nostro Paese – continua il prof. Castelli – potrebbe comportare il ripetersi di casi autoctoni qualora si verificasse la presenza di portatori paucisintomatici del virus di rientro dai Paesi endemici. Recentemente inoltre, alcuni studi hanno mostrato una parziale competenza di questo vettore per la trasmissione di Zika virus, sebbene non siano mai stati segnalati casi autoctoni in Europa trasmessi dalla zanzara, ma piuttosto trasmessi per via sessuale. Aedes aegypti, il principale vettore di dengue, chikungunya e Zika virus, non è mai stato rilevato in Europa, se non sulle coste orientali del Mar Nero”.

L’eradicazione della malaria in Europa è stata dichiarata nel 1975 (nel 1970 in Italia), persiste tuttavia la presenza di alcuni vettori potenzialmente competenti, in particolare le Anopheles del complesso maculipennis come A. labranchiae nel bacino Mediterraneo. “In Italia la diffusione di tale vettore è limitata e documentata solo in ristrette aree paludose e nelle zone agricole – conclude il Prof. Castelli – in particolare nella maremma grossetana. A. labranchiae è un vettore competente per la trasmissione di Plasmodium vivax e Plasmodium malariae ma non ci sono al momento consistenti evidenze che possa trasmettere Plasmodium falciparum, agente eziologico delle forme più severe di malaria. I sospetti casi di malaria da Plasmodium faciparum segnalati lo scorso autunno in Puglia in migranti irregolari sono probabilmente infatti da ricondurre a viaggi in aree endemiche non riportati dai pazienti per motivazioni legali. Sebbene al momento non sussista un elevato rischio di stabile introduzione di arbovirosi e malaria in Italia, in considerazione dell’elevata mobilità di beni e persone a livello globale, e dei cambiamenti climatici in corso, risulta di fondamentale importanza il mantenimento di un adeguato sistema di sorveglianza e monitoraggio dei potenziali vettori presenti sul territorio.”

M5S-Lega e ‘annuncite’ su pensioni e lavoro

L’analisi di Walter Galbusera su annunci e riforme in cantiere del governo su pensioni, lavoro e non solo

Anziane-pensioniIl nuovo governo 5 Stelle-Lega, che aveva suscitato preoccupazione e curiosità per la oggettiva difficoltà di far coesistere due programmi (elettorali) di governo, per alcuni aspetti divergenti se non alternativi, ha iniziato il suo lavoro con modalità asimmetriche. Da una parte c’è una dimensione, quella dell’immigrazione e dell’ordine pubblico, gestita da Matteo Salvini tutta politica e in grado di “catturare”favorevolmente l’opinione pubblica esprimendo una linea di intransigenza. Meglio ancora se ottiene qualche risultato. Qualche volta Salvini esce di strada (vaccini e uso del contante) ma questi messaggi “anomali” vengono poi lasciati cadere.

Sul fronte dell’immigrazione tutto era largamente prevedibile, anche considerato che i maggiori ostacoli alle nuove e più efficaci misure del precedente ministro Minniti sono venuti proprio dall’interno del PD e da un’ala della Magistratura. Nella maggioranza degli italiani si è radicata la convinzione che l’afflusso degli immigrati ha superato il livello di guardia e nessuna statistica, per un bel po’ di tempo, le farà cambiare idea. Le trattative in sede europea non saranno una passeggiata ma l’Italia potrà anche contare, almeno tatticamente, su una sponda americana e comunque vale l’affermazione per cui “se l’Italia ha bisogno dell’Europa, l’Europa ha bisogno dell’Italia.

Ben diversa è la situazione se entriamo nella dimensione “sociale” in cui ogni provvedimento ha un effetto concreto, sia in termini di bilancio e debito pubblico che sull’economia reale e sulle condizioni delle persone. In altri termini le competenze di Luigi Di Maio, al di là degli impegni programmatici, sono fortemente condizionate dalla realtà. Tutti si può fare ma bisogna trovare le risorse adeguate. Nessuna persona normale può pensare che il taglio dei vitalizi ai vecchi parlamentari possa fornire soluzioni credibili alla “abolizione della legge Fornero” o che qualunque forma, anche la più ardita, di condono fiscale garantisca una soluzione strutturale ad una “flat tax” che non sia accompagnata dal taglio netto di deduzioni e detrazioni.

Lo stesso “reddito di cittadinanza” si potrà tradurre solo in una limitata estensione delle attuali misure assistenziali che sono in vigore per combattere una povertà che, nonostante i segnali moderatamente positivi dell’economia negli ultimi anni, continua a crescere. Qui c’entra poco l’umore dell’opinione pubblica, contano i risultati nel breve e la volontà di realizzare forzature sui conti potrebbe essere pagata a caro prezzo mettendo a repentaglio la stessa continuità del Governo di Giuseppe Conte.

Particolarmente delicata è la questione del lavoro. Le misure annunciate danno spesso l’idea dell’improvvisazione: la questione dei “fattorini del cibo” è stata subitaneamente affidata alle parti interessate mentre i contenuti del “Decreto Dignità” oscillano fra un (ragionevole) aggravio di costi del contratto a termine e una serie di limitazioni, come causali e rinnovi (oggettivamente marginali) mentre è sorprendente l’abolizione dello “staff leasing”, (la somministrazione di funzioni di impresa con lavoratori assunti a tempo determinato) che a suo tempo era già entrato nel mirino di Nichi Vendola e della Cgil. Paradossalmente nello stesso tempo la maggioranza annuncia il ritorno dei “vouchers” aboliti dal precedente governo per evitare il referendum abrogativo promosso dalla Cgil. I ridotti margini di azione finanziaria e la sottovalutazione della complessità del mercato del lavoro, fanno sì che su queste materie si proceda un po’ come nella “Comedie de l’art”, seguendo un canovaccio e riempiendolo di novità estemporanee con cambiamenti repentini.

C’è troppa confusione ma soprattutto c’è il rischio che i provvedimenti assunti producano l’opposto dei risultati desiderati e che i volonterosi “neofiti del cambiamento” siano costretti a tornare rapidamente sulle proprie decisioni, facendo rimpiangere il passato . Se si volesse dare un segnale concreto sarebbe opportuno un forte sostegno per il rilancio della contrattazione aziendale e territoriale incentivando a questo livello sia la crescita salariale che quella occupazionale.

È nato un “governo a mezzadria” per cui non è facile trovare equilibri quasi quotidiani di compromesso politico, tanto più che i 5Stelle, la forza politica maggioritaria, devono coltivare un terreno assai poco fertile che rischia di lasciare i volonterosi contadini con un raccolto del tutto insufficiente a soddisfare il proprio elettorato. A questo si aggiunge, per entrambi i partner di governo, la urgente necessità di mettere a fuoco una strategia per il futuro dell’Europa. Sarebbe auspicabile che su questo tema si costruisse una posizione con il contributo di una larga maggioranza delle forze politiche.

Walter Galbusera
Fondazione Anna Kuliscioff

Noura Hussein, corte annulla pena capitale

husseinUna Corte d’Appello in Sudan ha annullato la condanna a morte di Noura Hussein. La notizia viene rilanciata in queste ore da fonti giornalistiche internazionali ed ha cominciato a diffondersi su tutti i social media. Per le organizzazioni non governative che si sono battute in questi mesi e per le oltre 400mila persone che in tutto il mondo hanno sottoscritto gli appelli per fermare l’esecuzione della sposa-bambina, è un successo quasi insperato. Ma che dimostra come la mobilitazione internazionale può spesso rappresentare uno strumento importante nella battaglia per il rispetto dei diritti umani.

Noura Hussein è stata costretta dai genitori a sposarsi all’età di 15 anni ma per tre anni è riuscita a trovare riparo presso una sua zia. Finché il padre, ricorrendo a un inganno, l’ha riconsegnata al marito. Noura si è opposta in ogni modo a consumare il matrimonio con un uomo che non aveva scelto, finché il marito non decide di violentarla facendosi aiutare da alcuni cugini. Ma, il giorno dopo, quando l’uomo prova di nuovo a stuprarla, Noura prende un coltello per difendersi e lo pugnala a morte.

Lo scorso 10 maggio un tribunale la condanna alla pena capitale e da subito su Twitter gli hashtag #JusticeforNoura e #SaveNoura diventano sempre più popolari, mentre si moltiplicano petizioni e appelli a cui aderiscono anche celebrità internazionali. Il caso di Noura non è così singolare in un paese dove è lecito sposarsi già a 10 anni, ma mai in passato una storia come la sua era riuscita a trovare così tanta attenzione e solidarietà in tutto il mondo. Anche questo deve aver influito nel giudizio della Corte d’Appello che ha annullato la pena di morte e l’ha commutata in cinque anni di reclusione. Zainab Ahmed, la madre di Noura, ha detto alla BBC di esser felice che la vita di sua figlia fosse stata risparmiata. Ma per i suoi avvocati la battaglia ancora non è finita e hanno già annunciato di appellarsi anche contro la condanna al carcere.

Massimo Persotti

Lotta al precariato e tante buone intenzioni

precariato1Di Maio annuncia l’agognata revisione del Jobs Act tramite un “Decreto di Dignità” il cui obiettivo principale sarà “la fine della precarietà infinita”: un colpo duro ai Contratti a termine. Peccato che i contratti a temine non siano normati dal Jobs Act, ma il merito della questione è terribilmente serio.

Come abbiamo già osservato, se si vuole ridurre i Contratti a Termine (per un attimo tralasciamo se sia opportuno farlo) gli strumenti per disincentivarli ci sono, sia rendendoli più costosi (ad esempio. elevando la contribuzione a carico dell’azienda per compensare i periodi di non contribuzione) o stabilendo limiti quantitativi stringenti. Tuttavia il Ministro sembra accontentarsi di molto meno, almeno se i giornali riportano correttamente le sue intenzioni: primo, il divieto di splafonare i 36 mesi, cosa che attualmente può essere fatta con accordo sindacale. Pochissimi concretamente gli interessati: ma il proponimento chiarisce quale sia la considerazione del Ministro del Lavoro per l’autonomia negoziale delle Parti Sociali. Secondo: ripristinare l’obbligo di dichiarare le causali del contratto a termine. E’ un esercizio un po’ complesso: esiste sempre una causale accettabile (l’italiano è lingua dalle molteplici sfumature, e Consulenti del Lavoro e Uffici del Personale sanno usarla benissimo!).
Ma soprattutto non è detto che gli effetti prodotti siano quelle desiderati, l’obiettivo (perseguito) della riduzione dei contratti a termine potrebbe non coincidere con l’aumento (auspicato) dei contratti a tempo indeterminato. Sarebbe un bel guaio se il risultato finale di tanto ingegno fosse proprio il contrario di quello voluto!

Vale la pena fare un attimo il punto sulla realtà dei Contratti a Termine, utilizzando, per poter fare un paragone utile, il Database di Eurostat.
In primo luogo quanti sono: in Italia, pur essendo cresciuti considerevolmente dal 2008, quando rappresentavano il 12,8% del totale dell’impiego, sono arrivati al 15,1% del 2017, pari sostanzialmente all’Area Euro (15%); per un raffronto più preciso, in Francia sono il 15,5%, in Olanda il 18%, in Spagna il 26,4%, in Finlandia il 14,6%, in Germania il 13%. Quindi, come già detto, il “boom” dei Contratti a Termine resta del tutto all’interno della media dei Paesi Europei.

Seconda questione, che attiene alla durata “infinita” dei contratti a termine: in Italia nel 2016 i contratti con durata inferiore al mese erano 79.000 (in Francia 531.000). Quelli con durata tra 1 mese e 3 mesi sono stati 463.000 (in Francia 576.000) con un incremento significativo dal 2008, quando erano 330.600, ma esattamente in linea con l’incremento dell’area euro. Nella fascia tra i 4 e 6 mesi sono stati 613.100, in aumento lineare con la fascia precedente, ma in questo caso in controtendenza con l’area euro, che è calata lievemente. Nella fascia tra i 7 e i 12 mesi viceversa i contratti a termine italiani diminuiscono: 681.000 contro i 791.000 del 2008. Anche rispetto all’area euro il dato italiano è in controtendenza. Nella fascia tra i 12 e 18 mesi abbiamo un drastico calo del numero dei contratti (21.500) gli anni 2016 e 2017 sono inferiori della metà al 2008. Identica tendenza per la fascia 18-24 mesi; addirittura qui il numero dei contratti è poco più di 1/3 del 2001 e i numeri sono esigui:poco più di 60.000 contro i 337.000 della Francia e i 603.000 della Germania. La fascia tra i 24 e i 36 mesi (quella “limite”) registra 201.000 contratti, molto superiori ai 74.000 del 2001 ma anche ai 145.800 del 2008; da notare che in questa fascia di durata la Francia fa registrare 191.700 contratti, e la Germania 1.215.000 (!) Veniamo infine alla fascia over 36 mesi, quella che in Italia è accessibile solo con accordo sindacale: i contratti in questa fascia nel 2016 erano 89.400, in netto calo rispetto al 2008 (erano oltre 185.000) e agli anni successivi; tanto per fare un raffronto in Francia erano 118.800 e in Germania 583.900.
Tirando le somme in Italia i contratti a termine pari o inferiori a 1 anno sono oltre 1.850.000, quelli superiori meno di 370.000, e in particolare quelli che superano i 36 mesi sono meno di 90.000. Blindare i 36 mesi, ma anche i 24 o i 12, produrrebbe esiti davvero marginali!

Un altro parametro interessante è la percentuale di trasformazione, ossia la percentuale di contratti a termine che nel corso dell’anno si trasformano in contratti definitivi: nel 2017 in Italia era il 7% (più o meno costante dal 2011, quando è iniziata questa rilevazione), esattamente pari al dato francese e spagnolo (manca il dato tedesco). E’ facile notare che il tasso di trasformazione basso per questi tre Paesi coincide con un lavoro a termine che si concentra sui tempi molto brevi; quando il lavoro a termine funziona come “periodo di prova” per l’assunzione definitiva ha durate più lunghe, che in Italia, come abbiamo visto, non sono molte.

Ma val la pena anche indagare il perché i lavoratori a termine hanno acconsentito a questo tipo di contratto.
Coloro che lo hanno accettato per mancanza di alternative sono in Italia sono 11,2%: più della media UE (poco sotto il 9) e comunque in continua salita dal 2001. Se lo rapportiamo al numero totale di contratti a termine la percentuale è del 72,4%, e ben superiore alla media europea che si aggira comunque attorno al 53%. Soltanto il 2,3% dei lavoratori temporanei afferma che si è trattato di una propria scelta, contro una media europea del 9-10%. Invece il 16,4% ha accettato perché è inserito in un percorso formativo (media perfettamente in linea con quella europea). Infine, l’8,5% dichiara che lo ha accettato perché rappresentava esplicitamente un periodo di prova in funzione dell’assunzione definitiva (media europea 7,9%). Esiste in sostanza un’area frizionale che corrisponde al lavoro a termine involontario, comune a tutte le economie, che può ridursi ma non scomparire.

Concludendo:
l’aumento delle assunzioni a termine nel periodo della crisi è una realtà: oltre il 20% in più rispetto al 2008. Tuttavia il lavoro a termine in Italia ha le stesse dimensioni che ha in Europa e grosso modo nei Paesi a noi paragonabili (Francia e Germania).
I contratti a termine successivi al 2008 (ultimo anno prima della crisi) sono in grandissima maggioranza di breve durata (meno di un anno, prolungamenti e rinnovi compresi). Il contratto a termine “eterno” non esiste. Apporre un limite alla sua durata non ha effetti concreti,
il tasso di trasformazione in contratti definitivi è piuttosto basso, segno che l’utilizzo del contratto a termine come periodo di prova è abbastanza marginale, più che altro riscontrabile nei contratti di maggior durata (che sono appunto una minoranza). Da notare che il tasso di trasformazione nel 2017 era del 7%, e la percentuale di coloro che dichiaravano di avere accettato un contratto a termine in funzione di una assunzione definitiva era di poco più dell’8%: sostanzialmente coincidente.

La stragrande maggioranza di chi ha accettato un contratto a termine in Italia lo ha fatto perché non aveva alternativa. Questo dato mette in luce il mismatch che esiste tra domanda e offerta di lavoro e che, ovviamente, non può essere sanato in via normativa ma essere oggetto di interventi sul versante della formazione del capitale umano e sull’efficienza del matching tramite investimenti sui servizi al lavoro che si traduca in crescita economica.

Perciò la gran parte dell’aumento dei contratti a termine si concentra in periodi brevi presumibilmente di basso profilo professionale. Il che si riconduce ad un quadro economico in cui la maggioranza delle imprese (fanno eccezione quelle digitalizzate, che creano occupazione stabile crescente) preferisce non immobilizzare investimenti in capitale variabile (o umano, se preferite) se non nei profili indispensabili, in attesa di verificare se la crescita continua o no. D’altra parte è noto che nelle fasi positive del ciclo economico all’inizio si determina l’assunzione i lavoratori non specializzati e che soltanto nei tempi medio-lunghi l’occupazione tende a stabilizzarsi. Forzare questo iter è difficile: non bastano gli incentivi fiscali, come dimostra (purtroppo) l’esito modesto della decontribuzione 2018 prevista per le assunzioni a tempo indeterminato.
Tanto più sarebbero del tutto inutili interventi che pongano limiti alla durata dei contratti, a meno di apporre limiti inverosimili (tre mesi, due?)
Più fastidiosi, efficaci forse, sarebbero interventi che restaurino l’obbligo di una causale rigorosamente restrittiva, ma sarebbe comunque illusorio pensare che in questo caso i contratti a termine resi impossibili si trasformerebbero in contratti stabili. L’occupazione non si crea per decreto!

Il governo DiMaio-Salvini, che si accinge a correggere un clamoroso infortunio sui vouchers del governo Gentiloni, rischia di ricadere negli stessi errori?

Milano,21 giugno 2018

a cura di Claudio Negro
Fondazione Anna Kuliscioff

Gli interessi economici predatori della politica

stadio-roma

L’inchiesta sullo stadio della Roma, che coinvolge l’amministrazione pentastellata, è un ulteriore ramo d’azienda venuto allo scoperto di “mafia capitale” oppure un capitolo a sé stante? Ci rivela un articolato e plurale piano di un’organizzazione criminale che vive di rapporti e complicità trasversali alle forze politiche e imprenditoriali, oppure è il caso dell’ennesimo imprenditore corruttore che si giova delle opportunità offerte da frequentazioni e conoscenze per scavarsi ulteriori spazi di mercato protetto, in una realtà, quella romana, dove i costruttori sembrano più evocare un consesso di feudatari (a voler essere generosi) che si spartiscono il territorio, piuttosto che una sana componente economica che compete lealmente in un quadro di regole garantito da un altrettanto leale soggetto pubblico regolatore. L’impressione, per la verità, è quella di trovarsi di fronte all’ennesima conferma di interessi economici predatori impadronitisi della politica, e quindi delle funzioni pubbliche, piegate con sfacciataggine al loro mero interesse privato, per altro alieno da ogni parvenza di moderazione, dignità e persino di esigenza estetica. Interessi predatori che ci rivelano come, dall’altra parte, la funzione ormai oscurata e annichilita dalla feroce propaganda populista è proprio quella politica.

L’obiettivo è stato raggiunto da tempo: voler dimostrare che la politica è corrotta è servito in realtà ad indebolirla e ad annullarla proprio nel confronto con i poteri economici e i soggetti forti. Un fenomeno che non poteva non coinvolgere anche l’amministrazione pentastellata. La sfacciataggine non sta solo nei personaggi che agiscono e si comportano con assoluta disinvoltura nelle intercapedini del potere capitolino senza avere titolo e legittimità, proprio perché mandatari di una politica inane, ma sta anche in chi invece del potere politico è stato investito dai cittadini: la Sindaca in primo luogo ,sempre caduta dalle nuvole, impreparata sui dossier fondamentali, sempre tesa a giustificare i suoi fallimenti e a scaricare su altri responsabilità solo sue, soggettivamente e oggettivamente.

Ora aspetteremo, ma una preoccupazione ulteriore ci assale: nel DEF varato dal governo Gentiloni ci sono circa 5 miliardi di euro per interventi infrastrutturali, di cui 3,5 già disponibili. Ammesso che il governo gialloverde voglia metterci il cappello sopra, giova ricordare che si tratta di interventi indispensabili per mantenere Roma a livello di capitale d’Italia e città di rango internazionale. Dal completamento della metro C fino all’aeroporto di Fiumicino, agli interventi per la mobilità e il GRAB sono un monte di denari pubblici che andranno ben spesi. Dopo il No alle Olimpiadi e la vicenda dello stadio della Roma, con le incognite dettate anche qui dai tribunali sulla vicenda ATAC e il nodo rifiuti ancora irrisolto, è lecito chiedersi se ci sarà quello slancio di trasparenza, assunzione di responsabilità e chiara definizione degli obiettivi politici e programmatici che tutti aspettiamo. E se le scelte avverranno alla luce del sole, magari coinvolgendo come di dovere il massimo consesso della rappresentanza dei cittadini, il consiglio comunale e il tessuto civico e sociale della città, oppure verranno affidate all’ennesimo mr. Wolf spicciafaccende inviato dalla Casaleggio & C.

Noi ci auguriamo che la Raggi esaurisca ben prima del termine di legge il suo mandato amministrativo, nell’interesse della città, ma non vediamo però ancora un centro sinistra capace di destarsi dal suo stato di torpore e recuperare in pieno quel legame di fiducia con la città. Questo dovrà essere un terreno di sfida anche per i socialisti: lavorare, nel vuoto politico, per riempire una parte di questo vuoto non è impresa impossibile, soprattutto se si parlerà a quell’area vasta dell’astensione che tocca anche le forze della sinistra. Occorrerà aspettare l’evolvere degli eventi (e delle indagini) ma importanti segnali tuttavia ci sono, a partire da quelli lanciati dalle recenti consultazioni dei due municipi di Roma, dove i penta stellati sono stati umiliati non solo e non tanto dal centro sinistra, ma soprattutto da quel deficit di partecipazione che ha visto votare solo un elettore su quattro. Un deficit di partecipazione che fa riflettere. Oggi per il partito dei cittadini è questa la sconfitta più grave:dover scoprire che proprio nella pretesa di portare i cittadini nelle istituzioni, nell’arroganza e nella presunzione di volerli rappresentare (tutti quanti) sta il loro più evidente e marcato fallimento.

Loreto Del Cimmuto
Segretario fed.romana PSI