Corte dei Conti: l’obiettivo è abbassare il deficit

Corte dei conti-8xmilleTra le audizioni fatte dalle Commissioni congiunte Bilancio del Senato e della Camera, non poteva mancare quella della Corte dei Conti. Il presidente, Arturo Martucci di Scarfizzi, nel corso dell’audizione ha detto: “Opportunamente il governo conferma l’obiettivo del deficit all’1,2% nel 2018, un punto inferiore al 2017; un obiettivo da perseguire con fermezza ricercando la più efficace composizione tra una disattivazione anche parziale della clausola (o un ricorso ad altre misure fiscali), misure di contenimento della spesa che riducano il perimetro dell’intervento pubblico e un più esteso ricorso ad una diversificazione negli accessi alle prestazioni. E’ necessaria una ferma determinazione nel taglio del debito. Il costo che, in ragione dei suoi effetti immediati, può derivare da un rinvio del percorso di aggiustamento si rivelerebbe oneroso e permanente, difficilmente il ricorso a nuovo deficit o ad entrate di incerta realizzabilità potrebbe convincere i mercati circa l’effettiva volontà del Paese di ridurre il proprio debito, tenuto anche conto del contesto internazionale e della attenuazione del sostegno finora fornito dalla politica monetaria. Come rilevato dallo stesso documento governativo, gli acquisti di titoli pubblici da parte della Banca Centrale Europea non potranno proseguire all’infinito e l’aumento dei tassi d’interesse è solo questione di tempo”.

Concludendo, il Presidente della Corte dei Conti ha affermato: “E’ essenziale che il nostro Paese mostri una ferma determinazione a ottenere una duratura riduzione del debito pubblico, garantendo il pieno rispetto dei vincoli costituzionali di equilibrio di bilancio introdotti nel 2012”.

Le parole del Presidente, Arturo Martucci di Scarfizzi, hanno accompagnato la presentazione di una relazione scritta in 61 pagine elaborate dalla Corte dei Conti per la stessa audizione.

Nella relazione scritta si legge anche: “Nel confronto europeo, tuttavia, l’economia italiana continua a caratterizzarsi per saggi di crescita inferiori alla media. Il DEF quantifica questa differenza in circa mezzo punto, tanto con riferimento all’anno in corso, quanto nella proiezione di medio periodo: l’1per cento, a fronte dell’1,5 per cento medio indicato per l’Eurozona e di tassi significativamente superiori previsti per i maggiori Paesi dell’area”.

Leggendo la relazione, troviamo scritto: “Nelle valutazioni del DEF, la previsione di crescita per il 2017 è ritenuta prudenziale. Sottostimato, in particolare, potrebbe rivelarsi il contributo della domanda mondiale. Più in generale, le informazioni ad oggi disponibili sembrano andare in direzione di un ulteriore consolidamento della fase di espansione, a un ritmo non inferiore a quello dell’ultimo trimestre 2016. La spesa delle famiglie sembrerebbe mostrare una maggiore resilienza all’effetto indotto sul potere d’acquisto dall’aumento dei prezzi. In particolare, la ricostituzione dei margini di risparmio erosi durante la crisi potrebbe proseguire con passo più lento di quanto osservato nel 2016 (quando la propensione al consumo è diminuita di quasi un punto). Dal lato degli investimenti strumentali, sembra al contempo possibile la prosecuzione del ciclo espansivo appena avviato, considerato il rafforzamento dell’attività economica globale e il miglioramento delle condizioni delle imprese in termini di profittabilità e di accesso al credito. Dovrebbe, in particolare, proseguire, nell’anno, la forte crescita degli investimenti in mezzi di trasporto, da qualche anno la componente più dinamica della domanda aggregata italiana. Nella proiezione di medio periodo, il Def non prevede alcuna accelerazione dei saggi di crescita del Pil. Consistenti sono anzi i rallentamenti attesi per i consumi delle famiglie – sui quali peserebbe la manovra di aumento delle imposte indirette – e degli investimenti in mezzi di trasporto, il cui ciclo tenderebbe fisiologicamente a smorzarsi. L’espansione dell’economia resterebbe quindi affidata alla crescita congiunta delle esportazioni (3,2 per cento nella media 2018-20) e degli investimenti in macchinari (3,7 per cento in media). Una scelta di cautela che, del resto, è in linea con la maggiore incertezza che riguarda la prosecuzione della fase espansiva dell’economia mondiale lungo tutto il periodo di previsione. Il ciclo dell’economia mondiale è, infatti, già entrato in una fase di maturità”.

Salvatore Rondello

Il cancro al seno colpisce una donna su otto

Nel 2016, in Italia, si sono ammalate di tumore al seno oltre 50mila donne ma la mortalità è in continuo calo grazie a prevenzione e diagnosi precoce.

On line da oggi il FILM FORMAZIONE “Patologia mammaria: prevenzione, diagnosi
e terapia” del provider ECM 2506 Sanità in-Formazione in collaborazione con Artemisia Onlus,un corso di Educazione Continua in Medicina in cui il professor Giuseppe Petrella, oncologo e docente ordinario di Chirurgia Generale presso l’Università Tor Vergata di Roma, spiega a medici e pazienti come affrontare il “killer delle donne”.

tumore-al-senoAbbinato al corso, il cortometraggio “La storia di Francesca” che racconta la sfida al cancro di una giovane donna: una dura battaglia che oggi si può vincere.

Francesca ha 31 anni, un marito, un figlio e un cane. E anche un cancro al seno. Francesca è una delle circa 50mila donne che ogni anno in Italia si ammalano di questo tipo di tumore ma, per fortuna, appartiene alla cerchia sempre più ampia di sopravvissute. È questa la trama del cortometraggio “La storia di Francesca”, promosso da Prevenzione Donna per l’informazione e sensibilizzazione sul tumore al seno. In occasione della Giornata Nazionale della Salute della Donna del 22 aprile 2017, la pellicola è on line gratuitamente sul sito www.corsi-ecm-fad.it, insieme al corso FAD (Formazione a Distanza) per l’Educazione Continua in Medicina realizzato dal provider ECM 2506 Sanità in-Formazione in collaborazione con l’Associazione Artemisia Onlus e Consulcesi Club, dal titolo “Patologia mammaria: prevenzione, diagnosi e terapia”.

Il cancro al seno è la prima causa di mortalità per tumore nelle donne e in media colpisce una donna su otto: per questo, il ruolo dei medici è fondamentale nel sensibilizzare e sollecitare le pazienti ad effettuare controlli periodici che possono rivelarsi degli autentici salvavita. Per la diagnosi rapida di sospetti tumori del seno serve un team multidisciplinare in un’unica struttura, senza la necessità di passare intere settimane o mesi a girare per ospedali, cliniche e laboratori: questa la rivoluzione alla base dell’One Stop Approach. «È un’iniziativa importantissima perché in un solo giorno la donna può fare tutti gli accertamenti ed avere tutte le risposte», sottolinea uno degli autorevoli relatori del corso, il professor Giuseppe Petrella, oncologo e docente ordinario di Chirurgia Generale presso l’Università Tor Vergata di Roma. «Con questo protocollo – spiega il professor Petrella – nella stessa giornata la donna può fare l’ecografia, la mammografia, la risonanza della mammella, l’esame citologico e sapere non solo che cos’ha ma soprattutto che cosa deve fare».

Il primo consiglio salvavita dell’oncologo riguarda, ovviamente, la prevenzione: «Oggi con le mammografie ad alta definizione siamo in grado di individuare carcinomi anche di 3-4 millimetri e questo significa che con interventi veramente limitati si può guarire. Il messaggio che noi medici dobbiamo inviare alle donne – prosegue Petrella – è che il tumore alla mammella è uno dei pochi per i quali c’è la guarigione definitiva, ma questa guarigione c’è se viene fatta la diagnosi precoce».

Sui fattori di rischio per il cancro al seno, il professor Petrella sottolinea: «L’alimentazione sicuramente incide, infatti nelle donne obese è più frequente il tumore alla mammella. Anche coloro che hanno abusato della pillola anticoncezionale e degli estrogeni sono a rischio, c’è un’alta percentuale di donne, soprattutto in post-menopausa, con carcinoma mammario ormono-responsivo».

Ma quali sono i possibili campanelli d’allarme della presenza di un cancro al seno? «Il primo segnale ovviamente è la presenza di un nodulo alla mammella – spiega l’oncologo – ma occorre prestare attenzione anche ai cavi ascellari: persino i cancri piccoli possono dare subito metastasi alle linfoghiandole dell’ascella. In caso di carcinomi avanzati, la donna può avvertire senso di spossatezza e registrare un calo di peso».

Il corso del provider ECM 2506 Sanità in-Formazione in collaborazione con Artemisia Onlus, “Patologia mammaria: prevenzione, diagnosi e terapia”, ha come responsabile scientifico la dottoressa Maria Luisa Santoro, biologo specializzato in patologia generale. È articolato in 13 lezioni caratterizzate dalla partecipazione di numerosi luminari. Al termine delle lezioni è previsto un questionario che accerta la comprensione dei contenuti e assegna 8 crediti formativi ECM.

“La storia di Francesca”, si aggiunge all’ampio catalogo di Film Formazione offerti dal provider ECM 2506 Sanità in-Formazione: una lista di produzioni che hanno già riscosso enorme successo tra i camici bianchi grazie a film selezionati in prestigiosi festival cinematografici.

Un manifesto per l’integrazione in Europa

velo“No all’interpretazione “fai da te” dell’Islam, che equivale a fare il gioco dell’estremismo e del populismo, e no all’imposizione di obblighi (che nell’islam vanificano il senso e il valore dell’azione compiuta, azione che non è frutto d’una libera scelta). Sì, alla libertà di scelta, anche per quanto riguarda il velo”. Non usa mezzi termini, Foad Aodi, medico fisiatra, Presidente della Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e Fondatore di Cristianinmoschea, la Confederazione Internazionale laica interreligiosa lanciata, dopo i sanguinosi attentati dell’estate scorsa, con l’evento Musulmaninchiesa, partecipazione di migliaia di musulmani, in tutta Italia, alle funzioni religiose cattoliche (e la simmetrica presenza, l’11-12 settembre, di migliaia di cristiani nelle moschee italiane). I recenti episodi di cronaca (Bologna, Pavia, vicinanze di Napoli, ecc…), generati da reazioni eccessive all’interno di famiglie d’immigrati musulmani, da parte di genitori e mariti, nei confronti di comportamenti di figli e mogli a loro giudizio non conformi ai valori tradizionali islamici – episodi di cui lasciamo a chi di dovere di chiarire i motivi e le esatte modalità – risultano paradigmatici dei comportamenti delle ultime generazioni di immigrati musulmani in Italia ed in Europa.

Proprio su questi temi (composizione sociale degli immigrati in Italia e uso del velo), Co-mai, il movimento “Uniti per Unire” e la Confederazione internazionale Cristianinmoschea presentano le loro statistiche, e avanzano proposte concrete: “Dagli anni ’60 sino alla caduta del Muro di Berlino dell’89-’90”, spiega Aodi, “la prima fase dell’immigrazione extracomunitaria in Italia vedeva una forte presenza di studenti da Paesi arabi, nord e centroafricani, ai quali si aggiungevano gli studenti provenienti da altri Paesi (Somalia, Iran, Grecia e Israele). Il 40% circa di questi è rimasto in Italia dopo la laurea, ha messo su famiglia unendosi spesso con italiani, e ha dato origine a una seconda e, in alcuni casi, anche terza generazione, senza particolari problemi d’integrazione. La seconda fase dell’immigrazione, iniziata dopo l’89, e il conflitto jugoslavo del ’91-’95 e la caduta del muro di Berlino , ha visto arrivare soprattutto immigrati dall’Est europeo post comunista (tra i quali, comunque, anche molti musulmani, da Albania, Kosovo, Bosnia-Erzegovina): si trattava di gente più anziana (età media 35-40 anni), soprattutto lavoratori, con problemi diversi da quelli della prima fase, e con maggiori difficoltà d’ integrazione. Infine, con le “Primavere arabe”, e i loro sogni e delusioni, dal 2011 in poi è iniziata la terza fase dell’immigrazione: c’è un forte afflusso di immigrati in fuga da quei Paesi (dalla Tunisia e dall’area inclusa tra penisola arabica e Golfo Persico), per la maggior parte richiedenti asilo. In quest’ ultima fase sono nati i maggiori problemi d’integrazione: diverse di queste famiglie (almeno dal 5% al 7% circa) tendono a ripiegarsi su se stesse, a cercare nei valori tradizionali e nelle usanze dei Paesi d’origine un conforto ai problemi quotidiani. Ecco allora che in alcune di queste famiglie, con genitori il più delle volte over 50, non laureati e d’ estrazione più umile, prevalentemente contadina, possono verificarsi maggiormente i fenomeni del “Padre-padrone”, della madre succube del marito e dei figli. Sono soprattutto le donne a subire imposizioni (come appunto quella del velo): e nel 50% circa di queste famiglie, i figli hanno spesso difficoltà nel processo di alfabetizzazione, e si registra un tasso d’abbandono scolastico che supera il 50%”.

“Venendo alle proposte costruttive, come Co-mai, Uniti per Unire e #Cristianinmoschea”, prosegue Ail presidente Aodi, “basandoci anzitutto sull’esperienza degli ultimi 16 anni di apertura degli sportelli d’ascolto in varie Regioni d’Italia, come AMSI, Associazione Medici d’Origine Straniera in Italia, Co-mai, e Movimento – per il dialogo interculturale e interreligioso- “Uniti per Unire”, e del quotidiano dialogo con le persone, proponiamo una serie di obiettivi, riassunti nel “Manifesto per la conoscenza e l’integrazione in Europa ” della Co-mai e di #Cristianinmoschea:

– No alle interpretazioni personali del’ Islam, che tendono a sfociare poi nei divieti assoluti(per il Corano, l’uso del velo non è obbligatorio, è una libera scelta);
– Sì alla possibilità, per ogni persona, d’essere sempre identificata , nel rispetto delle leggi italiane ( vedi anzitutto il Testo unico di Pubblica Sicurezza, in gran parte ancora in vigore, del 1931, N.d.R.), specialmente quando si accede a strutture sanitarie;
– No alle strumentalizzazioni della questione-velo, con cattiva informazione ;
– Verificare sempre le notizie, prima di metterle sui media per non alimentare ulteriormente l’islamofobia;
-Si alla buona Informazione per l’interesse di tutti;
– Sì ad una legge europea sull’immigrazione, che tuteli precisamente diritti e doveri degli immigrati, nel rispetto delle leggi dei Paesi ospitanti e nel rispetto reciproco tra immigrati e cittadini dei singoli Paesi, sul piano anzitutto culturale e religioso;
– No al multiculturalismo “fai da te”, demagogico e approssimativo, fallito in tanti Paesi europei (Germania, Francia , Belgio, Olanda, Inghilterra);
– Sì invece a multiculturalismo e politiche d’integrazione programmate, nelle scuole e nei posti di lavoro, in Italia e in Europa;
– No alle moschee e agli imam “fai da te”, sì a soluzioni precise concordate con Stato ed enti locali, e alle preghiere del venerdì anche’ in lingua italiana; No a ghetti e “bainlieue” fatti di soli immigrati;
– Sì all’inserimento degli immigrati nella società del Paese ospitante, con la necessità d’apprendere lingua, storia, diritto e cultura di quest’ultimo;
– Sì alla cittadinanza italiana temperata, ai figli degli immigrati e della seconda generazione;
-No,infine, a quanti (istituti, associazioni, personaggi vari, sia musulmani che convertiti all’ islam, ecc..) si autoproclamano improvvisamente voce o rappresentanti dell’ islam italiano; la rappresentatività va conquistata dal popolo e non nominata o delegata da terzi.

Vogliamo ricordare, in ultimo, che l’80% dei 2 milioni circa di musulmani italiani è decisamente laico: a Co-mai e #Cristianinmoschea aderiscono associazioni, federazioni, comunità, centri culturali e membri del Consiglio supremo dell’Islam italiano che rappresentano il 95% degli arabi in Italia , l’80 per cento dei musulmani italiani e l’ 80% delle comunità d’ origine straniera in Italia. Nessuno tra loro ha mai parlato di obbligo del velo, né d’imporre le leggi islamiche, la sharia, in Italia o negli altri Paesi dell’Occidente”.
Nicola Lofoco, giornalista, collaboratore di Co-mai, e autore d’un saggio proprio sulla “questione velo”, “Quel velo sul tuo volto” (Les flaneurs ed., 2016) , precisa invece che “alcuni recenti”casi esplosi a proposito dell’ utilizzo del velo non sono da ricondursi alla religione islamica, ma esclusivamente alle tradizioni culturali e familiari del Paese originario dei genitori delle ragazze in questione: sono problemi, insomma, da ricondurre solo alle usanze delle donne dell’area, diciamo, chiamata in causa”. “La libertà delle donne – aggiunge Elena Rossi, coordinatrice dipartimento donne di Uniti per Unire e portavoce di #Cristianinmoschea – si misura nella consapevolezza, nel rispetto e nella tutela dei loro diritti fondamentali; nella facoltà di scegliere, di aprirsi alla conoscenza ed istruirsi. L’appello che vogliamo rivolgere a tutte le donne, a prescindere dal loro Paese d’origine, dalla loro cultura o religione, è di essere le fiere portatrici di questo messaggio di pace e di libertà. Un messaggio che vale per tutte le madri e le figlie, per tutte le sorelle del mondo”.
“Nessuno può obbligare una ragazza a portare il velo”, ricorda Rami Badia, coordinatrice della commissione Donne della Co-mai: “nell’Islam, esiste la libertà di scelta”. “Da giovane ragazza italiana d’origine araba”, aggiunge Habiba Manaa, Coordinatrice del dipartimento Gioventù e Seconda generazione della Co-mai, “ricordo che il velo non dev’essere assolutamente un obbligo. Portarlo deve essere sempre una scelta: cosa che permette, da un lato, di rispettarlo, dall’altro di non alimentare facili islamofobie. Il primo passo per l’integrazione è rispettare e comprendere le scelte altrui: questo, anche proprio per essere un vero musulmano”.

Vista la drammatica situazione internazionale degli ultimi giorni, col nuovo stillicidio d’attentati (Svezia ed Egitto), e i nuovi, preoccupanti “venti di guerra” (dalla Siria al Pacifico), due sono gli appelli che lancia il presidente Aodi. “Il primo, ai nostri amici cristiani in Medio oriente e in Africa: rimanete in Palestina, Egitto, Siria, Iraq, Libano, Giordania e in tutti i Paesi mediterranei ed africani, insieme sconfiggeremo il terrorismo: lasciare i nostri Paesi sarebbe una vittoria per il terrorismo cieco e disumano”.
Il secondo al mondo islamico, sia religioso che laico, in Italia e in occidente:#Musulmanielaicieuropei-Unitevi. “Unitevi a noi per combattere quella che sta diventando sempre più una guerra alle religioni, lasciando alle spalle le divisioni interne ed esterne e i problemi di rappresentatività, le ideologie politiche, l’ islam politico, le influenze politiche di alcuni Paesi e delle loro Ambasciate. Chiediamo di tralasciare certe scorciatoie per essere accreditati come rappresentanti dei musulmani da parte di ministeri, enti, consulte, diplomatici, giornali, politici nominati di turno o partiti politici. Tutti questi sono elementi che sino adesso hanno diviso il mondo islamico in Italia: sinché esisteranno, il mondo musulmano in Italia e in Europa non sarà mai unito, non avrà mai un’ unica voce”.
Infine, Aodi si rivolge a Papa Francesco, pregandolo di confermare la sua visita in Egitto, in programma a fine aprile: “Per come lo conosciamo, sappiamo che questo Papa non ha paura; il suo coraggio è un faro per tutti noi. Papa Francesco è diventato un idolo per il mondo arabo e islamico e da lui ci attendiamo che chieda fortemente ad Onu e UE di difendere noi musulmani e di difendere anche i nostri amici cristiani in Medio Oriente e in Africa”.

Fabrizio Federici

Alitalia, dopo lo sciopero. L’azienda convoca i sindacati

ALITALIAAlitalia, qualcosa si muove. Dopo lo sciopero di oggi l’azienda ha convocato i sindacati per venerdì prossimo 7 aprile per riprendere le trattative sul piano industriale. Uno sciopero che ha lasciato a terra la quasi totalità degli aerei della compagnia. Il 90% dicono i sindacati. “Per il personale navigante si è raggiunta quota 100% al netto dei voli cancellati e degli equipaggi ‘comandati’ per le fasce di garanzia, mentre, per il personale di terra la partecipazione è valutabile nell’ordine dell’80% con picchi” riferiscono le stesse fonti sindacali. La protesta, comunque, non ha provocato enormi disagi visto che il 92% dei passeggeri sono stati ‘riprotetti’ su altri voli dei quali il 58% nella giornata di oggi. Una adesione “totale” afferma Uiltrasporti: “Siamo consapevoli dei disagi che ciò ha creato all’utenza e ce ne scusiamo, ma la responsabilità di questo è da ascrivere esclusivamente alla gestione del management Alitalia, che ha portato questo strategico asset del Paese ad uno stato di crisi”. “Non è accettabile – continua la Uil – che i dipendenti Alitalia che finora hanno garantito la sicurezza e la qualità dei servizi paghino gli errori commessi dai vertici”.

“I manager – aggiunge il leader della Uil Carmelo Barbagallo – fanno gli errori e i lavoratori pagano; i manager fanno gli errori e continuano a percepire i loro lauti compensi, mentre ai lavoratori si vogliono tagliare salari e lavoro. Qualcuno dice che mentre l’Alitalia muore, i lavoratori scioperano: e cos’altro dovrebbero fare se chi avrebbe dovuto gestirla la sta facendo morire? I lavoratori e il sindacato vogliono salvare l’Alitalia per salvare il proprio lavoro e per dare una prospettiva di sviluppo all’azienda e al Paese. Questo è il messaggio che vogliamo lanciare con lo sciopero odierno”

Dal fronte del governo il ministro Poletti ammonisce che il taglio dei costi per avere i conti in equilibrio “non può scaricarsi solo o principalmente sul personale” ma “deve riguardare l’intero perimetro di gestione aziendale” ed è su queste premesse che si sta sviluppando l’azione del governo. Poletti, nel corso del question time alla Camera dei Deputati ha parlato di un governo che intende “supportare il processo di ristrutturazione e vigilare sul piano industriale della compagnia”. L’impegno dell’esecutivo è di essere “attento e vigile”. Quindi ha spiegato che nell’ambito di un accordo con i sindacati andrà valutata la possibilità di ricorrere a strumenti di sostegno a reddito e ha fatto presente che il ministero ha autorizzato il trattamento di cassa integrazione a seguito della stipula del contratto di solidarietà dal 1 marzo 2016 al 31 agosto 2017 nei confronti di 4.823 unità. Inoltre – ha sottolineato – il personale potrà essere ammesso alle tutele previste dal fondo trasporto aereo al fine di erogare ai lavoratori prestazioni integrative degli ammortizzatori previste dalla normativa e dal fondo.

Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti si sofferma gli dati gli ultimi dati sul trasporto aereo nazionale che “registrano nel 2016 un traffico ancora in aumento nel sistema aeroportuale della capitale del 3,2% rispetto al 2015. Un aumento dei passeggeri che, più in generale, rappresenta un’opportunità da cogliere soprattutto per Alitalia che non può rassegnarsi, invece, ad un piano industriale di ripiego fatto di tagli al costo del lavoro e di esuberi. Una ricetta già vista in passato, in altri passaggi che hanno segnato la vita dell’ex compagnia di bandiera e quella di tanti lavoratori lasciati al loro destino”. “I prossimi giorni – ricorda Zingaretti – saranno decisivi e ritengo che ci siano i margini per evitare un altro trauma al sistema economico di Roma e del Lazio. Al governo chiediamo di fare tutti gli atti possibili per scongiurare un altro dramma per il trasporto aereo nazionale e per l’economia della capitale e della nostra regione”.

Siria, ONU e Ue escano
dal loro torpore

Siria, oltre 125 morti, di cui 32 bambini e 12 professionisti della Sanità, 400 i feriti. AMSI e UMEM: “Chiediamo la verità, e un immediato corridoio umanitario per il popolo siriano”

siriaA proposito della grave situazione in Siria, dove nuovi raid hanno colpito le città di Idlib e Khan Shaykhun, Foad Aodi, Presidente dell’Associazione Medici d’Origine Straniera in Italia (AMSI), delle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e fondatore della Confederazione Internazionale UMEM- Unione Medica Euro Mediterranea, riporta statistiche specifiche, provenienti da fonti mediche e ospedaliere “in loco”: “Esprimiamo anzitutto la nostra solidarietà al popolo siriano, ai bambini e alle donne,che sono le prime vittime d’ un massacro senza fine. La situazione è aggravata da un’altra guerra, quella dell’informazione e mediatica: le notizie riportate dalla stampa, infatti, non fanno chiarezza sulla tragedia. Stando alle fonti mediche e ospedaliere che si trovano nel Paese”, prosegue Aodi, i morti dopo l’ultimo raid ad Idlib e a Khan Shaykhun sono 125, di cui 32 sono bambini, e 12 professionisti della sanità. Le strade delle città sono cosparse di feriti e cadaveri. I feriti ammontano a 400; la maggior parte di loro riporta difficoltà respiratorie, soffocamento, lacrimazione oculare e battiti cardiaci accelerati. Chiediamo a nome delle Co-mai la verità sull’accaduto, e chiediamo all’ONU e all’Unione Europea d’uscire dal loro torpore, e attivare immediatamente un corridoio umanitario. Serve sostegno alle strutture sanitarie in Siria, attualmente in una condizione di paralisi. Mancano medici, infermieri, ambulanze e medicinali. Manca il sangue e mancano gli strumenti per effettuare interventi chirurgici d’urgenza. Lanciamo quindi il nostro appello Salviamoibambinisiriani. Speriamo che la nostra voce possa arrivare al cuore di tutti i politici che hanno il potere di decidere, e posson contribuire alla risoluzione pacifica del conflitto siriano”.

Fabrizio Federici

Meno tasse per tutti, tranne per i lavoratori autonomi

Lavoro-autonomoL’Ufficio Studi della Cgia di Mestre ha analizzato la politica fiscale del Governo guidato da Matteo Renzi. Secondo l’associazione degli artigiani del Veneto, in quei mille giorni le tasse sono state abbassate in misura strutturale per oltre 21 miliardi di euro. I vantaggi fiscali, però, hanno interessato solo alcune categorie professionali: i lavoratori dipendenti e le imprese, soprattutto quelle di medio-grande dimensione. Invece, i benefici sono stati pressoché nulli per gli artigiani, i commercianti ed i lavoratori autonomi senza dipendenti che rappresentano poco meno di tre milioni di partite IVA.
Le principali misure di riduzione del carico fiscale introdotte dall’ex premier Renzi sono state 4: il bonus di 80 euro, una misura che costa all’erario quasi 9 miliardi di euro l’anno e interessa oltre 11 milioni di lavoratori dipendenti con retribuzioni medio-basse. Poi l’eliminazione dell’Irap che ha ridotto il costo del lavoro di 4,3 miliardi di euro l’anno. L’operazione, ovviamente, avvantaggia, secondo gli Artigiani, le imprese con più dipendenti.
Non godono di alcun beneficio il 78% delle imprese individuali e dei lavoratori autonomi e il 52% delle società di persone. Il terzo provvedimento è stato l’abolizione della Tasi, che ha consentito alle famiglie di risparmiare 3,5 miliardi di euro l’anno. Dei 19,6 milioni di proprietari di prima casa che hanno beneficiato di questo sgravio, il 90% circa è costituito da operai, impiegati e pensionati. Solo il 10 per cento circa da imprenditori, liberi professionisti o autonomi. Infine la riduzione dell’Ires: con l’abbattimento dell’aliquota dal 27,5 al 24%, le oltre 700 mila società di capitali interessate risparmiano 3,9 miliardi di euro l’anno. Questa misura non riguarda le piccole-micro imprese (ditte individuali o società di persone).
Oltre a questi 4 interventi, il Governo Renzi ha introdotto altre misure di riduzione delle imposte di minore entità, come l’esenzione dell’Imu sui terreni agricoli posseduti da coltivatori diretti (meno tasse per 120 milioni di euro), l’abolizione dell’Irap in agricoltura (sgravio da 196 milioni di euro) e l’abolizione dell’Imu sugli imbullonati. Misura, quest’ultima, a vantaggio quasi esclusivamente delle medio-grandi imprese (valore pari a 530 milioni di euro). Il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo , ha detto: “Se dal 2011 avevamo subito un costante aumento del prelievo fiscale, a partire dal 2014 si è invertita la tendenza anche se la stragrande maggioranza dei benefici introdotti dal governo Renzi non ha interessato il popolo delle partite Iva. Ancora una volta la lobby sindacale/confindustriale e l’insensibilità della classe politica di questo Paese hanno prevalso sugli interessi dei piccoli produttori. Su quel mondo di lavoratori autonomi, costituito in particolar modo da ex operai, da giovani free lance e da liberi professionisti, che inspiegabilmente continuano a non ricevere alcuna attenzione ai loro problemi”.

Gli unici interventi a vantaggio dei piccoli produttori hanno riguardato un credito di imposta del 10% dell’Irap per le aziende senza dipendenti, l’incremento delle deduzioni forfetarie della base imponibile Irap, la riduzione dell’Inail e del diritto camerale. Una contrazione che è stata più che compensata dall’aumento dei contribuiti previdenziali avvenuto in questi ultimi anni a seguito delle disposizioni previste dalla riforma previdenziale realizzata dal Governo Monti. Da una simulazione compiuta dall’Ufficio studi della Cgia, la pressione fiscale su un idraulico senza dipendenti con un reddito di 35.000 euro l’anno sfiora ormai il 51%. Renato Mason, segretario della Cgia ha concluso: “Va anche ricordato che a partire dall’anno di imposta 2016 il Governo Renzi ha introdotto anche per le piccolissime imprese e per gli autonomi in contabilità ordinaria la nuova Iri, che prevede una tassazione fissa al 24%, e il regime per cassa per le attività in contabilità semplificata. Misure che, comunque, presentano degli aspetti applicativi da chiarire che in molti casi potrebbero pregiudicarne addirittura la convenienza”.
In sintesi, per la Cgia di Mestre, ciò che il Governo Renzi ha concesso con la mano sinistra, lo avrebbe ripreso con la mano destra. L’Ufficio Studi di Mestre non ha detto quali provvedimenti sono stati messi in atto nel Bilancio dello Stato per compensare le riduzioni delle entrate fiscali in argomento.

Il digitale conquista il mondo dell’Industria

marco gay“Sono convinto che il digitale ridistribuisca posti di lavoro”, dice il presidente dei Giovani di Confindustria, Marco Gay, in un forum con il country manager per l’Italia di Facebook, Luca Colombo. Oggi il 22% delle posizioni di lavoro disponibili in Italia non trova addetti perché mancano le e competenze”, mentre l’Ue stima che ci saranno 500mila nuovi posti di lavoro in tre anni grazie alle competenze digitali. Ed oggi, in Italia, sei ragazzi su dieci studiano per un lavoro che ancora non c’è, i mestieri del futuro. La sfida è “capire come andare a colmare quel 22% in un Paese che ha il 40% di disoccupazione giovanile, e capire come andarci a prendere quei 500mila posti di lavoro in Europa. Gay ribadisce: “La sfida digitale distrugge i posti di lavoro? La risposta è che li ridistribuisce, ma dipende da tutti gli attori in gioco, perché il cambiamento o lo subisci o lo gestisci. E la digitalizzazione va gestita meglio rispetto a come sono state gestite altre sfide come quella la globalizzazione”. Il digitale è la nuova frontiera dell’economia internazionale.

”Nell’indice – lo sottolinea il numero uno dei giovani industriali italiani – di digitalizzazione europea l’Italia è al 25mo posto su 28. Una posizione che non rispecchia assolutamente l’intensità e la volontà di un mondo che della digitalizzazione cerca di fare una leva, una delle leve, dell’economia. Non ci fa onore essere in fondo alla classifica. Inoltre è una contraddizione assurda perché siamo il secondo paese manifatturiero europeo ma terz’ultimi nella digitalizzazione, delle due”.

Anche il rappresentante di Facebook Colombo dice la sua, intervenendo sul fronte privacy e imprese. “La gestione – dice il manager di Facebook – dei dati è importante per le aziende e per gli utenti, ci vuole educazione su questi temi. Le aziende devono comprendere la regolamentazione, gestire i dati delle persone correttamente altrimenti a lungo termine ne pagano le conseguenze. Riguardo poi la digitalizzazione delle imprese, l’Ad di Facebook Italia ha spiegato che i dati dicono sempre di più che i consumatori vanno su mezzi digitali, c’è stata una vera rivoluzione con il ‘mobile’, un cambiamento profondo e veloce e bisogna capire le variabili che regolano questo cambiamento. Una rivoluzione faticosa ma ricompensata dai vantaggi che il digitale porta con se'”.

Agrippino Castania

Manager nel web, al vertice della classifica Marchionne

marchionneSergio Marchionne riconquista la testa della classifica di Reputation Manager, con 76 punti su 100. Urbano Cairo, con 72,6 punti, scende di una posizione e si attesta al secondo posto. Terzo posto per Giuseppe Recchi, che rimane stabile sul podio.
Reputation Manager realizzata la classifica Manager nel Web prendendo in considerazione quattro macro-aree: l’immagine percepita (ricavata da indicatori come i suggest e le ricerche correlate), la presenza enciclopedica (wiki), la presenza sui canali del Web 1.0 (news e menzioni) e su quelli del Web 2.0 (blog e social network).

“Marchionne rimane l’indiscusso protagonista della classifica, secondo la nostra esperienza è un caso abbastanza singolare: il manager resiste con una certa resilienza agli shock reputazionali, superando brillantemente lo scandalo dieselgate” dichiara Andrea Barchiesi, CEO di Reputation Manager.

Il podio – Dopo 4 mesi Sergio Marchionne ritorna in testa alla classifica. Il risultato è stato determinato in particolare dai conti positivi del gruppo FCA (1,8 miliardi di profitti una significativa riduzione dell’indebitamento), dal meeting avuto con il neopresidente USA, Trump e dall’annuncio del premio di produzione per i dipendenti della società (tutti gli stabilimenti hanno registrato aumenti di efficienza nell’ultimo anno).

Seconda posizione per Urbano Cairo, che scende dal vertice del podio principalmente a causa della riduzione della quantità di contenuti a lui dedicati nell’ultimo mese. Cairo continua comunque a godere di una buona reputazione online, riconducibile soprattutto alle attività del Torino Calcio e al lancio di Sky Torino Channel.

Giuseppe Recchi si posiziona terzo in classifica. In primo piano, per la sua identità digitale: l’intervista rilasciata a La Stampa sui temi della nuova presidenza americana e della quarta rivoluzione industriale in occasione del World Economic Forum di Davos, i risultati finanziari 2016 del gruppo Telecom e l’annuncio di nuovi investimenti nel piano strategico 2017-2019.

Chi sale – In crescita Marco Tronchetti Provera, AD di Pirelli, che si piazza in sesta posizione. La sua web reputation guadagna una spinta positiva grazie alla sentenza di assoluzione nel caso Kroll, dove aveva tra l’altro rinunciato alla prescrizione, e grazie al lancio delle nuove gomme Pirelli al Museo dell’Automobile di Torino. Sale in classifica anche Philippe Donnet, Amministratore Delegato del Gruppo Generali, grazie alle azioni poste in essere per evitare la scalata da parte di Intesa e all’accelerazione del nuovo piano industriale del Gruppo Generali.

Da segnalare infine la positiva performance di Alessandro Falciai, Presidente di Monte dei Paschi di Siena, in particolare per il suo ruolo nel piano di ristrutturazione di MPS, che gli è valso la sedicesima posizione.

Di seguito la classifica completa:

Sergio Marchionne (FIAT)
76,0
Urbano Cairo (Cairo Comm. – LA7 – RCS)
72,6
Giuseppe Recchi (TELECOM)
64,2
Flavio Cattaneo (TELECOM ITALIA)
58,5
Diego Della Valle (TOD’S)
58,3
Marco Tronchetti Provera (PIRELLI)
53,4
Claudio Descalzi (ENI)
52,5
Andrea Bonomi (INVEST INDUSTRIAL)
52,2
John Elkan (FIAT)
51,1
Francesco Starace (ENEL)
50,5
Remo Ruffini (MONCLER)
50,0
Philippe Donnet (GENERALI)
46,8
Marina Berlusconi (FININVEST)
45,8
Francesco Caio (POSTE ITALIANE)
44,2
Alberto Nagel (MEDIOBANCA)
44,1
Alessandro Falciai (MPS)
44,0
Ennio Doris (MEDIOLANUM)
43,0
Carlo Cimbri (UNIPOL)
41,7
Roberto Colaninno (ALITALIA)
41,7
Marco Morelli (MPS)
38,3
Mauro Moretti (LEONARDO SPA)
36,4

La “crisi continua” della politica meridionalistica

mezzogiorno 3La “Rivista Giuridica del Mezzogiorno” (3/2015) ha pubblicato i contributi presentati al Seminario, svoltosi alla Svimez nel corso del 2015 su “Fondo per lo sviluppo e la coesione e Fondi strutturali come strumenti per l’intervento pubblico nel Mezzogiorno”. Lo stesso numero della Rivista ha anche “ospitato” un insieme di “Memorie” relative ai deficit organizzativi e attuativi delle politica meridionalistica manifestatisi a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale. In particolare, dal “Seminario” e dalle “Memorie” è emerso che le cause cui imputare i limiti attuativi degli interventi nel Mezzogiorno sono principalmente la mancata contemporanea considerazione degli interessi del Mezzogiorno e di quelli dell’intero Paese, contrariamente a quanto era previsto dalle finalità politiche originarie dell’intervento a favore delle regioni del Sud.
L’ipotesi che un’efficace politica meridionalistica vada realizzata attraverso il ricupero dell’idea che il problema della crescita e dello sviluppo del Mezzogiorno debba essere parte del più generale e analogo problema dell’intero Paese è stata al centro del dibattito sviluppatosi nel corso del “Seminario”, nonché delle analisi delle singole “Memorie”. Due sono i presupposti ai quali è stata ricondotta la prospettiva di un effettivo rilancio della politica meridionalistica: il problema dell’aggiuntività degli interventi nelle regioni del Sud rispetto a quelli ordinari, da un lato, ed una nuova governance volta allo snellimento dei centri decisionali cui ora è demandata la progettazione, il controllo e l’attuazione dell’attività d’intervento, dall’altro.
La “Memoria” di Giuseppe Provenzano, “La ‘solitudine’ della coesione. Le politiche europee e nazionali per il Mezzogiorno e la mancata convergenza”, è quella che maggiormente risulta essere più comprensiva di tutte le problematiche che concernono, allo stato attuale, il problema del Mezzogiorno; l’autore, tra l’altro, ha il merito di considerare la politica meridionalistica, non solo come parte do quella nazionale, ma anche della più generale politica di crescita e di sviluppo europeo.
Secondo l’autore, il momento difficile che caratterizza ora il “progetto europeo” avrebbe “riaperto la discussione sullo stato del processo di integrazione economica e politica. […] In questo quadro risulterebbe evidente la necessità di rilanciare un intervento di politica europea generale capace di innescare una dinamica di convergenza socio-economica tra le aree dell’Unione, ad oggi insufficiente a garantire la tenuta e il consolidamento di ‘a more perfect Union’, a partire dalla stabilità dell’Unione economica e monetaria”. L’intento di Provenzano, tuttavia, non è tanto quello di fissare i termini in cui impostare la nuova politica di crescita e sviluppo europea, quanto quello di analizzare il caso del Mezzogiorno, per il quale la performance insoddisfacente delle politiche di coesione attuate negli ultimi lustri precede, sì, la crisi del 2007/2008 nella quale è precipitato il Paese, ma si è però aggravata successivamente.
Le regioni del Mezzogiorno – afferma Provenzano – “non hanno conosciuto quel processo di convergenza che ha riguardato invece le altre regioni meno sviluppate dell’Europa”; prima della crisi, le regioni meridionali italiane, non diversamente da quelle del Centro-Nord del Paese, “hanno perso terreno rispetto alla media delle regioni europee”, mentre oggi l’Italia “continua ad essere caratterizzata da quel dualismo territoriale che negli anni Duemila gli altri Paesi […] hanno invece superato”. Provenzano si chiede perché ciò sia avvenuto e, con la sua “Memoria”, cerca di dare una risposta all’interrogativo, suggerendo possibili indicazioni per un effettivo rilancio della politica a favore delle regioni meridionali.
Dopo la fine, nel 1992, dell’”intervento straordinario” – ricorda Provenzano – ha avuto inizio nel 1998 l’esperienza della “Nuova politica regionale” o della “Nuova programmazione”. Alla vigilia dell’adozione della moneta unica europea, il Mezzogiorno si trovava ad avere tassi di sviluppo industriale tra i più bassi d’Europa e tassi di disoccupazione tra i più alti, che nel complesso prefiguravano, per la nuova fase meridionalistica, uno scenario difficile da affrontare. Il venir meno dell’impegno aggiuntivo dello Stato verso le regioni un ritardo di sviluppo non ha mancato di fare sentire i suoi effetti negativi riguardo al riequilibrio territoriale dell’intera area meridionale rispetto a quella settentrionale. Con il sopraggiungere della crisi del 2007/2008, le manovre restrittive della spesa pubblica hanno concorso a rendere ancora più grave la situazione.
Il crollo dei trasferimenti in conto capitale e in conto spesa corrente ha reso insostenibile la posizione di molti bilanci regionali, mentre le condizioni di indebitamento e il difficile ricorso ad ulteriori linee di credito hanno pesato negativamente sulla possibilità delle regioni di spendere per investimenti le risorse europee; la minor possibilità di ricorrere al credito bancario ha fortemente compromesso la capacità delle singole regioni di finanziare nuovi progetti a valere sui fondi strutturali, in quanto operanti sotto forma di rimborsi per spese già effettuate e non per anticipi. A risentire della generalizzata diminuzione della capacità di spesa delle regioni meridionali è stata la “politica di coesione”, a causa del fatto che le risorse europee destinate all’approfondimento della coesione sociale sono state sostitutive, sia di quelle straordinarie dello Stato, sia in parte di quelle ordinarie, come conseguenza della “spendine review” perseguita a livello nazionale.
Gli aspetti quantitativi – afferma Provenzano – non devono però fare dimenticare i deficit delle “ragioni qualitative nella realizzazione delle politiche d’intervento, che attengono ai limiti ‘interni’” alla programmazione stessa dell’intervento nel Mezzogiorno. Riguardo a queste ultime carenze, il dibattito pubblico ha teso a concentrarsi sui deficit attuativi della classi dirigenti locali, evocati spesso solo per giustificare il “fallimento” della politica nazionale riguardo al problema del Mezzogiorno. A ben vedere, secondo Provenzano, la polemica sull’incapacità delle regioni meridionali di avvalersi delle risorse europee, per il finanziamento di progetti che avrebbero dovuto favorire la convergenza delle regioni del Sud rispetto al resto dell’economia nazionale, costituisce “lo specchio perfetto” che riflette anche le responsabilità delle classi dirigenti nazionali.
A parere di Provenzano, i fondi europei sono valsi infatti “a garantire un equilibrio perfetto di reciproca ‘non interferenza’”, nel senso che sono diventati l’alibi per le classi dirigenti nazionali […] per non mettere in campo nessuna altra politica verso il Sud”. D’altro canto, le classi dirigenti locali hanno preteso di conservare gelosamente la loro autonomia decisionale riguardo all’utilizzo delle risorse europee, illudendosi di poter risolvere con esse tutti i loro problemi, ma finendo per disperderle “in una miriade di interventi rispondenti a istanze particolaristiche e ‘distributive’”. La causa principale di tutto ciò è stata, in realtà, conseguenza dell’errata impostazione della “Nuova programmazione”, che ha assegnato la responsabilità della politica locale alle regioni, senza che allo Stato fosse assegnato il ruolo di “guida e di coordinamento”.
Quest’ultima decisione non ha evitato, tra l’altro, la tendenza di ciascuna regione a programmare gli interventi con la sola preoccupazione ci conservarne tutti gli effetti all’interno dei propri confini amministrativi. La deriva localistica in fatto di politica di crescita e sviluppo “ si è verificata, o di certo si è accentuata, quando è venuto meno il ‘blocco politico di consenso’ […] tra policy makers centrali e locali intorno agli obiettivi di politica regionale”. Un altro limite interno all’attività programmatoria degli interventi nel Mezzogiorno è anche costituito dal fatto che i progetti d’investimento non sono mai stati analizzati dal punto di vista qualitativo, per cui sono stati per lo più attuati dopo una verifica di una loro rispondenza formale agli schemi generali, piuttosto che alle specifiche esigenze delle singole regioni.
Sul piano dei limiti interni, dunque, si è avuto innanzitutto un problema di struttura legato alla mancanza di una governance dell’attività d’investimento da parte di un centro di coordinamento strategico. In secondo luogo, sono mancate strutture di supporto alle inefficienze locali, che sono state la fonte di molti esiti negativi, da quando lo Stato, rinunciando ad esercitare il coordinamento tra le decisioni centrali e quelle periferiche, ha delegato alle regioni ogni responsabilità in fatto di erogazione delle risorse europee. Per superare l’impasse della quale ha sofferto (e continua ancora a soffrire) l’attività di programmazione degli interventi nell’area meridionale del Paese, sarebbe stata invece necessaria una governance che avesse teso a valorizzare, previa una riduzione del numero dei soggetti coinvolti nell’attuazione delle politiche meridionalistiche, il “gioco delle interrelazioni” tra i vari livelli decisionali, periferici e statali.
Provenzano sottolinea tuttavia come ai limiti dell’attuazione della politica a sostegno della crescita e sviluppo del Mezzogiorno non sia risultata estranea la particolare “impostazione” che è stata data alla politica di coesione direttamente da Bruxelles. A livello europeo non si sarebbe tenuto conto del fatto che la politica di coesione era, nei fatti, “la sola politica propriamente europea”, mentre le modalità con cui è stata impostata la politica di coesione non avrebbero tenuto conto che, all’origine, le regioni meridionali non sono mai state considerate residualmente. Nel secondo dopoguerra – afferma Provenzano – una combinazione di fattori interni ed esterni ha contribuito a determinare una politica a sostegno di un processo di “modernizzazione attiva”, non solo del Mezzogiorno, ma anche dell’intero Paese.
E’ stato in questo modo che, a parere di Provenzano, l’area meridionale italiana è divenuta, nell’arco di alcuni lustri, “protagonista dello sviluppo economico nazionale”, sino ad apparire, a metà degli anni Settanta del secolo scorso, secondo le parole di Adriano Giannola, un “sistema industriale in via di consolidamento con molti tratti di fragilità e anche macroscopiche inefficienze, ma con una base identificata di vocazioni e di potenzialità”. E’ giunto perciò il tempo, conclude Provenzano, di inaugurare una nuova politica meridionalistica, che faccia perno, non solo su una riforma della politica di coesione a livello europeo, ma soprattutto su quella concernente direttamente le istituzioni nazionali e locali coinvolte nel conseguimento della sempre auspicata convergenza delle regioni meridionali verso lo status di quelle più avanzate d’Europa.
Nella rifondazione della politica meridionalistica, con la rimozione di tutti i limiti quantitativi e qualitativi che Provenzano non ha mancato di indicare, non dovrà però essere trascurato il fatto che spesso le inefficienze della classi dirigenti locali, da più parti denunciate, sono state generate dalla tendenza delle forze politiche nazionali a tenerle “legate al proprio carro”, per scopi normalmente estranei a quelli per i quali venivano giustificati i trasferimenti.
Ciò significa che la rimozione del perfetto equilibrio di reciproca non interferenza nelle decisioni d’investimento, del quale parla Provengano, non deve implicare un coinvolgimento solo formale delle regioni meridionali nella predisposizione dei futuri programmi d’investimento. Queste, pur in presenza di un razionale indirizzo strategico dell’attività d’investimento esercitato dallo Stato, dovranno assumersi le specifiche responsabilità circa la destinazione delle risorse da investire; la responsabilizzazione delle classi dirigenti locali potrà ottenersi, però, non solo attraverso riforme organizzative realizzate sul piano amministrativo, ma anche e soprattutto su quello istituzionale, ovviamente di segno opposto rispetto a quelle prefigurate dall’ipotesi di riforma costituzionale bocciata dal voto referendario del dicembre dello scorso anno.

Gianfranco Sabattini

Inps: lavoro in calo.
Numeri preoccupanti

Disoccupazione-giovaniL’Inps ha comunicato i dati sulla disoccupazione dello scorso mese di gennaio. I dati sono preoccupanti. Le richieste di indennità di disoccupazione presentate all’Inps nel mese di gennaio 2017 sono state complessivamente 162.714. Nel mese di dicembre 2016 le richieste presentate sono state 137.165. La differenza in aumento è stata di 25.609 domande pari ad un incremento percentuale del 18,5% rispetto al mese precedente. Nel gennaio 2016 le domande di disoccupazione sono state 150.001. Rispetto allo stesso mese dell’anno precedente l’aumento in valore assoluto è stato pari a 12.713 determinando un incremento percentuale pari all’8,5%.

L’Osservatorio dell’Inps sulla cassa integrazione fa notare che si tratta del primo mese senza incentivi dopo due anni di sgravi contributivi sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato. Per un nesso tra le due dinamiche saranno più significativi i dati sui licenziamenti di dicembre.
Sempre dai dati Inps emerge che il numero di ore di cassa integrazione autorizzate nel mese di febbraio 2017 è diminuito complessivamente del 41,9% rispetto allo stesso mese di un anno fa scendendo da 60,1 milioni di ore a 35,4 milioni di ore.

La riduzione è riconducibile al forte calo della cassa straordinaria (cigs), diminuita del 49,9% con una discesa da 43,1 milioni di ore a 21,6 milioni. Mentre, per gli interventi in deroga (cigd), con un decremento del 48,4% rispetto a febbraio 2016, le ore autorizzate sono scese da 7,1 milioni a 3,7 milioni. Sale, invece, la cassa integrazione ordinaria (cigo) con 10,2 milioni di ore autorizzate, il 3,2% in più rispetto a 9,8 milioni di ore di febbraio dell’anno scorso.

In particolare la variazione è stata di -5,7% nel settore industria e di +47,5% nel settore dell’edilizia. Le ore di cassa integrazione guadagni, rispetto a gennaio 2017, sono in aumento in tutte le tipologie di intervento. A febbraio 2017, le ore autorizzate di cassa ordinaria, sono aumentate del 29% rispetto al mese precedente. Per la cassa straordinaria l’incremento è stato del 13,2%, mentre per gli interventi in deroga si registra un incremento dello 0,7%.

I dati pubblicati dall’Inps sulle indennità di disoccupazione e sulla Cig, sono segnali che lasciano trasparire un quadro economico ancora in crisi con ripercussioni negative sulle risorse reddituali delle famiglie. La fase del disagio sociale in essere, tendenzialmente continuerebbe ad espandersi.

Salvatore Rondello