Flat tax e riforma del sistema fiscale

© Marco Merlini / LaPresse 06-10-2009 Roma Politica Udienza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano che prevede l'immunità per le più alte cariche dello Stato Nella foto il giudice costituzionale e relatore, Franco Gallo © Marco Merlini / LaPresse Rome, 10-06-2009 Politic Constitutional Court audience about "Alfano law" providing for immunity for the highest offices of the State

Franco Gallo, già presidente della Corte Costituzionale, da sempre impegnato sul fronte dell’equa ripartizione del carico fiscale, ha pubblicato su “Italianieuropei” (3/2017), l’articolo “Idee per un’organica riforma fiscale”; in esso, l’ex giudice costituzionale sostiene che per “essere utile una politica fiscale in tempi di crisi dovrebbe presupporre un sistema tributario flessibile, in grado di sopportare modifiche idonee, da una parte, a far fronte all’avversa congiuntura, dall’altra, a porre le basi per ridurre in un’ottica distributiva le sempre più forti disuguaglianze. Dovrebbe essere un sistema più consonante alle mutate condizioni economiche e sociali e di mercato…”. Al professor Gallo non sembra che in Italia si “stiano profilando iniziative legislative in questo senso”.
Sinora, sul sistema fiscale vigente si sono privilegiati interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione; con provvedimenti che, secondo Gallo, sono stati diretti “più che altro ad aggiustare alcuni pezzi del sistema e, perciò, non riconducibili a un disegno generale di riforma”. In tal modo, si è continuato a conservare una distribuzione del carico fiscale fortemente sperequata, con il prelievo a carico dei fattori produttivi (redditi di lavoro e d’impresa) superiore a quello gravante sui consumi e sul capitale. Il permanere di questa situazione non gioca certo a favore della ripresa della crescita del sistema-Italia, per cui, se si vorrà quantomeno conservare il livello storico delle spesa sociale, occorrerà innovare radicalmente gli strumenti di finanziamento dell’erario dello Stato.
Secondo Gallo, per il superamento dello status quo parrebbe scontata la necessità che una particolare attenzione debba essere riservata alla “riscrittura dell’imposta personale sui redditi e alla revisione del tributo societario”. A tal fine, egli è del parere che bisognerebbe “costruire una curva della progressività che si accompagni a una sorta di imposta negativa sotto forma di credito d’imposta per i contribuenti più bisognosi, che sono poi quelli per i quali il sistema delle deduzioni e delle detrazioni per carichi familiari si rivela incapiente”. Secondo Gallo, questi interventi non sarebbero, però, sufficienti “a rimediare alla difficoltà di differenziare sgravi e agevolazione in proporzione alla situazione economica familiare”; al fine di superare tale limite, sarebbe necessaria l’”attribuzione selettiva di assegni ai nuclei familiari con minori e anziani non autosufficienti”, del tipo di quelli introdotti con l’erogazione del reddito di inclusione a favore di chi si trova esposto al rischio di povertà.
Per realizzare gli interventi da lui proposti, Gallo afferma che sarebbe opportuno tenersi lontani dall’idea di introdurre una “flat tax” (tassa piatta) in tutte le versioni con cui è stata formulata, nella prospettiva di realizzare una riforma complessiva del sistema fiscale, fondata sull’introduzione di un’unica imposta proporzionale e non progressiva sul reddito familiare, ma anche sui profitti delle imprese. La flat tax non gode di buona stima presso Gallo, in quanto, secondo lui, un’unica imposta proporzionale e non progressiva “potrebbe avere teoricamente un senso solo se divenisse il fulcro di un sistema di ‘dividendo sociale’ di tipo universalistico, fondato sul cosiddetto ‘reddito di cittadinanza’, destinato a fornire una garanzia incondizionata di reddito a tutti in quanto cittadini, a prescindere da qualsiasi caratteristica socio-economica”. Gallo ritiene che una riforma complessiva del sistema fiscale, connessa ad un cambiamento profondo, oltre che del sistema fiscale, anche dell’welfare State esistente, non avrebbe senso, sia perché i tempi non sarebbero maturi, sia perché mancherebbero le risorse per la realizzazione di un simile progetto.
In tal modo, Gallo, dopo aver criticato le procedure con cui in Italia il sistema fiscale è sempre stato oggetto di interventi di manutenzione ordinaria, al di fuori di un “disegno generale di riforma del sistema fiscale” più consonante alle mutate condizioni di funzionamento dei moderni sistemi produttivi, giudica un non senso la riflessione sull’uso della flat tax, per una riforma complessiva, oltre che del sistema fiscale, anche del sistema di sicurezza sociale (divenuto quest’ultimo ormai palesemente carente sul piano del contrasto della povertà e della soluzione dei problemi posti dal fenomeno della disoccupazione volontaria irreversibile); così anch’egli, con le sue proposte non inquadrate in un modello generale di riforma del sistema fiscale, finisce con l’allinearsi dalla parte di chi privilegia provvedimenti saltuari, dagli effetti immediati ed estranei ad ogni considerazione di lungo periodo.
Tutto ciò espone il futuro del Paese alle conseguenze negative del “ricatto della politica”, la quale, notoriamente, è sensibile alle decisioni dagli effetti immediati, mentre trascura, e a volte ostacola, per ragioni elettoralistiche, l’adozione di provvedimenti destinati a produrre risultati a più lunga scadenza. Ma quali potrebbero essere i vantaggi connessi alla realizzazione di una riforma complessiva del sistema fiscale e di quello del welfare realizzato sulla base dell’adozione di una flat tax?
Proposte circa i modelli integrati di tassazione, di sicurezza sociale e di equa ripartizione del prodotto sociale ricorrono da tempo nel dibattito economico; le ragioni del proliferare di tali progetti di ingegneria fiscale sono diverse: Massimo Baldini e Paolo Bosi, ad esempio, in “Flat tax, dividendo sociale e spesa di assistenza” (pubblicazione edita nel 2001, a cura del Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche), ne indicano più di una.
La prima è l’esigenza di considerare in modo unitario finalità redistributive tradizionalmente realizzate con diversi strumenti del bilancio pubblico; se la Stato preleva potere di acquisto – essi affermano – sotto forma di imposta per finanziare anche trasferimenti monetari atti a contrastare la povertà, tanto vale svolgere questa funzione “utilizzando un unico strumento”, al fine di disegnare in modo unitario e più trasparente le finalità distributive dei policy maker.
Una seconda motivazione, è connessa al carattere universale della politica di sicurezza sociale, nel senso che, quando questa ha il carattere dell’estensione propria dei welfare State realizzati nei Paesi dell’Europa occidentale e le prestazioni sociali sono indipendenti dalla condizione economica del beneficiari, tanto vale razionalizzare le entrate fiscali necessarie in una prospettiva di semplificazione delle procedure di prelievo.
Una terza motivazione è ricondotta da Baldini e Bosi alla constatazione che un adeguato grado di progressività del sistema impositivo può essere realizzato anche con un numero molto limitato di scaglioni di aliquote e, al limite, con una sola imposta: la flat tax.
Queste considerazioni hanno assunto rilevo, soprattutto a seguito del dibattito sviluppatosi intorno alla possibilità di contrastare la povertà attraverso l’istituzionalizzazione di un “basic income” (o “dividendo sociale” o “reddito di cittadinanza”); ciò significa – a parere di Baldini e Bosi – che l’interesse per i problemi connessi alle esigenze di razionalizzazione e di semplificazione del sistema impositivo nasce da un intreccio di motivazioni che non sono solo di natura economica, in quanto investono anche aspetti riguardanti la struttura complessiva del sistema sociale, che funge da “contenitore” dell’attività economica.
Fra gli autori che maggiormente hanno contribuito a dibattere i problemi del contesto alla povertà e alle disuguaglianze distributive, Baldini e Bosi si limitano a ricordare Milton Friedman, James Meade, Antony Atkinson e Philip Van Parijs, giusto per evidenziare che si tratta di economisti e di filosofi sociali di diverso orientamento ideologico.
In Friedman – affermano Baldini e Bosi – “assume un ruolo decisivo l’aspetto dell’efficienza, ma anche il fatto che l’erogazione della spesa avvenga in modo automatico, non discrezionale, al riparo dell’influenza di una burocrazia considerata invadente. Una posizione che si concilia con l’idea che, una volta assicurato un minimo di base di sostegno ai più poveri, i compiti dello Stato in questo campo non debbano essere ulteriormente ampliati”. Van Parijs, a differenza di Friedman, enfatizza la funzione che potrebbe essere svolta dall’erogazione di un dividendo sociale, inteso come reddito di cittadinanza, ovvero come “una base economica autenticamente incondizionata”, che in una società democratica e ricca dovrebbe “essere garantita ad ogni cittadino”. La proposta di Van Parijs, rispetto a quella di Friedman, si concilia meglio con un’idea di sistema sociale nel quale, per effetto del progresso scientifico e tecnologico, “sempre meno lavoro sarà necessario per produrre le risorse necessarie al soddisfacimento dei bisogni umani”.
Tra le due posizioni estreme di Friedman di Van Parijs, secondo Baldini e Bosi, si collocano Meade e Atkinson: il primo, “preoccupato di conciliare l’esigenza di lasciare operare il meccanismo di mercato nel determinare il livello di salario di equilibrio, compatibile con il pieno impiego e l’esigenza di sostenere il reddito dei lavoratori con un sussidio non condizionato nel caso in cui il salario di equilibrio si riveli socialmente inadeguato”; il secondo, “sensibile all’esigenza di evitare il means testing, e gli effetti di stigma sociale ad esso connessi”, ma consapevole della difficoltà a fare accettare la giustificazione dei trasferimenti sociali a favore di soggetti che ancora sono dotati di capacità di lavoro.
In conclusione, a parere di Baldini e Bosi, è molto difficile assegnare un’univoca giustificazione a queste proposte; tuttavia, se si escludono le posizioni estreme, quella liberista di Friedman e quella di Van Parijs, che Baldini e Bosi considerano utopistica, meglio si prestano ad essere accolte come possibili contenuti di una riforma fiscale informata a principi di equità distributiva le posizioni intermedie di Meade e Atkinson; ciò perché, tali proposte cercano di stabilire una connessione tra le riforme del sistema fiscale e del welfare State esistente, da un lato, e le esigenze operative del mercato del lavoro, dall’altro.
La praticabilità politica dell’istituzione di un dividendo sociale, in funzione di un miglior funzionamento del mercato del lavoro, secondo stime condotte da Baldini e Bosi, presenterebbe, però, sul piano distributivo e dell’efficienza, aspetti sia positivi che negativi, tali da non consentire un giudizio definitivo. L’aspetto maggiormente critico concerne l’alto livello dei programmi di spesa; per questa ragione, anch’essi sono del parere che una riforma del tipo di quelle suggerite da Atkinson e da Meade non potrebbe fare a meno di confrontarsi, in relazione alla dimensione molto rilevante dei trasferimenti implicati, con la sostenibilità dei programmi di spesa destinati alla realizzazione della sicurezza sociale.
La sostenibilità, in termini di risorse, di una riforma organizzativa tanto vasta e profonda del sistema sociale e di quello economico è sicuramente un problema non eludibile; però non è meno eludibile il fatto che la riforma non sarebbe solo destinata a contrastare la povertà, ma anche a contrastare il fenomeno che costituisce oggi la sfida più difficile per la stabilità di funzionamento delle economie della maggior parte dei Paesi industrializzati, rappresentato dall’elevato livello, in crescita sistematica, della disoccupazione strutturale.
Ciò accade perché, come evidenzia Renata Targetti Lenti, in “Reddito di cittadinanza e minimo vitale” (pubblicato sul n. 2/2000 della “Rivista di Diritto Finanziario e Scienza delle finanze”), si è indebolita, se non addirittura invertita, la relazione tra dinamica della produzione e crescita dell’occupazione. La disoccupazione è divenuta oggi in larga misura involontaria, strutturale, indipendente dal ciclo e persistente, anche durante le fasi di crescita; è emersa così nei Paesi industrializzati quella che può essere definita la “nuova questione sociale”, espressa dal fatto che una quota crescente della popolazione attiva viene esclusa dal mercato del lavoro in modo irreversibile.
Le modifiche nel modo di funzionare dei moderni sistemi economici avanzati richiedono perciò una riforma complessiva del sistema fiscale e del sistema di sicurezza sociale, idonea ad estendere una rete di garanzie minimali, come l’indipendenza economica garantita a tutti indistintamente; ciò che può ottenersi attraverso l’introduzione di un reddito incondizionato a favore di tutti i cittadini, sulla base dell’assunto che esso possa essere una efficace risposta, non solo alla crisi dei sistemi di welfare tradizionali, ma anche ai processi di trasformazione che hanno caratterizzato la struttura produttiva ed il mercato del lavoro dei Paesi occidentali. E’ divenuto ineludibile, perciò, trovare la via della sostenibilità dell’introduzione del reddito di cittadinanza incondizionato, approfondendo nel contempo gli effetti attesi sul piano economico in termini, non solo di sostegno dei redditi, ma anche di un più funzionale funzionamento del mercato del lavoro.
In conclusione, rispetto al mercato del lavoro, con l’introduzione del reddito di cittadinanza, lo Stato dovrà progressivamente perdere la tradizionale funzione redistributiva che ha sinora esercitato attraverso un’imposizione fiscale progressiva ed una struttura di trasferimenti alquanto eterogenea e assoggettata al “ricatto della politica”. Il sistema tributario ed il sistema di sicurezza sociale dovranno essere ridisegnati per soddisfare l’esigenza di finanziare il reddito di cittadinanza, avendo come obiettivo principale quello della sicurezza; ma un obiettivo non meno importante sarà quello di assicurare funzionalità al mercato del lavoro, sottraendo la sicurezza dei disoccupati e lo stabile funzionamento del sistema economico alle convenienze elettorali della politica, così come sinora è accaduto.

Gianfranco Sabattini

Terzo settore, una riforma
in chiave innovativa

terzo_settoreCon la pubblicazione in G.U. del D. Lgs. n. 117 del 3 luglio 2017, è stato dato finalmente il via alla tanto agognata riforma del Terzo Settore, che disciplina, in chiave decisamente innovativa rispetto al passato, tutta la normativa riguardante il funzionamento dell’associazionismo e del volontariato: è nato così il Codice del Terzo Settore!

Con questo decreto, infatti, in una forma omogenea ed univoca, sono state stabilite importanti novità, in un’ottica di semplificazione ed efficienza da un lato, di garanzia, pubblicità e trasparenza dall’altro.

Queste le principali novità della riforma:

– Abrogazione della vecchia normativa: vengono abrogate diverse normative, tra cui due leggi storiche come quella sul volontariato (266/91) e quella sulle associazioni di promozione sociale (383/2000), oltre che buona parte della “legge sulle Onlus” (460/97).

– Individuazione degli ETS, Enti del Terzo Settore: sono tutti i soggetti che si iscriveranno nell’istituendo Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (c.d. RUNTS), Gli elementi che accomunano gli ETS sono anzitutto lo svolgimento, in via esclusiva o comunque principale, di attività di interesse generale, tipiche e caratteristiche degli enti non lucrativi (quali gli interventi e i servizi sociali, le prestazioni socio-sanitarie, gli interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio), ma anche attività nuove ed emerse in anni più recenti (quali l’alloggio sociale, l’agricoltura sociale e la riqualificazione dei beni pubblici inutilizzati). Il secondo elemento che caratterizza gli ETS è il perseguimento esclusivo di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, pertanto qualsiasi altra finalità non è ammessa. Naturalmente gli ETS non possono avere scopo di lucro; l’unica eccezione è per le imprese sociali nelle quali è possibile, entro certi limiti, distribuire gli utili e quindi remunerare il capitale.Agli ETS le pubbliche amministrazioni avranno l’obbligo di rivolgersi nella fase della co-programmazione e co-progettazione delle loro politiche sociali, anche attraverso sistemi di accreditamento. In sostanza, finalmente, il volontariato verrà coinvolto nei processi decisionali di soddisfacimento dei bisogni della collettività già a partire dalla fase programmatoria, dovendo essi essere necessariamente interpellati nella “costruzione” dei progetti sul sociale. Gli ETS, distinti per categoria, dovranno acquisire la personalità giuridica attraverso il notaio, che trasmetterà tutti i dati al Registro Unico.Gli ETS sono distinti in sette diverse tipologie:organizzazioni di volontariato (che dovranno aggiungere Odv alla loro denominazione); associazioni di promozione sociale (Aps); imprese sociali (incluse le attuali cooperative sociali), per le quali vi sarà un d. lgs. a parte; enti filantropici; reti associative; società di mutuo soccorso; altri enti (associazioni riconosciute e non, fondazioni, enti di carattere privato senza scopo di lucro diversi dalle società).Restano esclusi dagli ETS: le amministrazioni pubbliche, le fondazioni di origine bancaria, i partiti, i sindacati, le associazioni professionali, di categoria e di datori di lavoro. Per gli enti religiosi il Codice si applicherà limitatamente alle attività di interesse generale.

– Previsione del Registro Unico Nazionale del Terzo Settore: tutti gli enti del mondo non profit dovranno iscrivervisi per accedere alle agevolazioni ad essi riservate e dovranno comunque avere un patrimonio minimo. Il registro sostituirà tutti i registri regionali, sarà istituito presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e sarà operativamente gestito con modalità informatiche su base territoriale e distinto per sezioni; ciascuna Regione e Provincia autonoma, pertanto, è chiamata ad individuare una struttura indicata come “Ufficio del Registro unico nazionale del Terzo Settore”. Gli ETS, con l’iscrizione al Registro, saranno tenuti al rispetto di vari obblighi riguardanti la democrazia interna, la trasparenza nei bilanci, i rapporti di lavoro e i relativi stipendi, l’assicurazione dei volontari, la destinazione degli eventuali utili.Ma potranno accedere anche a una serie di esenzioni e vantaggi economici previsti dalla riforma, ad esempio incentivi fiscali maggiorati (per le associazioni, per i donatori e per gli investitori nelle imprese sociali), risorse del nuovo Fondo progetti innovativi, lancio dei “Social bonus” e dei “Titoli di solidarietà”. Una parte consistente del Codice è dedicata ai Centri di servizio per il volontariato (CSV), interessati da una profonda revisione in chiave evolutiva che ne riconosce le funzioni svolte nei primi 20 anni della loro esistenza e le adegua al nuovo scenario.

La riforma del Terzo Settore segna dunque, inevitabilmente, uno spartiacque nel campo dell’associazionismo e del no-profit, creando una disciplina unica ed omogenea a fronte delle tante leggi e disposizioni normative preesistenti, che spesso davano vita a interpretazioni incoerenti e contraddittorie tra loro, ma soprattutto questa riforma contribuisce a ridefinire i contorni delle attività che possono essere espletate nel campo sociale, dei ruoli che ciascun ente puo’ o deve avere perchè si dica appartenente al terzo settore e ha l’obiettivo finale di evitare che dietro ad organizzazioni che apparentemente perseguono finalità non lucrative, si celino soggetti che utilizzano lo status di no-profit per raggiungere scopi alternativi e per nulla rispondenti a quelli stabiliti dalla legge, a discapito dei cittadini deboli e svantaggiati, destinatari finali della riforma.

Stefania Bruno

Tlc: Pastorelli, porre fine
alla truffa dei 28 giorni

Red Old TelephoneLe compagnie telefoniche hanno cambiando il sistema di fatturazione passando da un sistema mensile a uno suddiviso in settimane. 4 per la precisione. Un cambiamento che rende i mesi più corti e di conseguenza di le bollette più frequenti. Infatti in un anno non saranno più 12 ma 13. Il deputato socialista Oreste Pastorelli è intervenuto più volte sulla questione e annunciato iniziative “Il Governo – ha detto Pastorelli – come già annunciato nelle settimane scorso, ha assunto l’impegno di inserire in legge di bilancio una norma per impedire che i gestori telefonici e le pay-tv possano utilizzare il sistema di fatturazione a 28 giorni. Una buona notizia per i cittadini, che altrimenti avrebbero dovuto pagare 13 mensilità anziché 12”. “Nei giorni scorsi – prosegue il parlamentare socialista – avevamo presentato una interrogazione ai ministeri dello Sviluppo Economico e delle Finanze affinché si intervenisse su questo raggiro che stava per essere perpetrato ai danni dei consumatori. L’Esecutivo, così come la maggioranza, ha condiviso con noi la necessità di attuare un’azione legislativa a tutela dei diritti dei clienti. Bene. Adesso, con la manovra 2018, si dovrà porre fine a questa tentata truffa”.

Trump e la riforma fiscale che aiuta i ricchi

trump fisco“Non ricevo nessun beneficio”. Il presidente Donald Trump  ha ripetuto questa frase  due volte, una dopo l’altra, come spesso fa per rendere le sue parole più rassicuranti. Il 45esimo presidente si riferiva alla proposta repubblicana sulla riforma fiscale sostenendo che  i ricchi come lui non riceveranno benefici perché il piano è indirizzato “ai lavoratori”.

Il problema è che i ricchi come lui riceverebbero la stragrande maggioranza dei benefici in almeno quattro modi. Verrebbero ridotte l’aliquota più alta dal 39.6 al 35 percento e le tasse  alle corporation dal 35 al 20 percento. L’Alternate Minimum Tax, la tassa minima applicabile anche ai ricchi che sfuggono al fisco mediante leggi labirintiche e l’Estate Tax (tassa sulla successione) verrebbero ambedue eliminate. Tutte queste quattro modifiche beneficerebbero i ricchi come Trump.

Il Center on Budget and Policy Priorities, di tendenze progressiste, ci dice che l’1 percento dei più ricchi riceverebbe la metà delle riduzioni fiscali della proposta, un framework, uno schema incluso in nove pagine. Ma anche Il Tax Policy Center, una Think Tank indipendente di Washington D.C. lo conferma sostenendo che la proposta fiscale produrrebbe “un taglio enorme” alle tasse dei più ricchi. Ci informano anche che le casse del tesoro perderebbero fra 3 e 7,8 trilioni di dollari in dieci anni.

Nel primo anno di operazione però il contribuente medio risparmierebbe 1.570 dollari mentre quelli dell’uno percento dei più ricchi risparmierebbero 130.000 dollari. Il 12 percento dei contribuenti con reddito annuo da 150mila a 300mila dollari riceverebbe un aumento di tasse perché perderebbero detrazioni che la proposta repubblicana eliminerebbe. Le tasse aumenterebbero anche per il 30 percento di contribuenti con reddito fra 50mila e 150mila dollari, anche qui per la perdita di detrazioni attuali.

Una di queste detrazioni consiste dell’eliminazione del SALT, le tasse locali e statali pagate in grande maggioranza dagli Stati liberal come la California, New York, New Jersey, Illinois, ecc. Dopo solo pochi giorni sembra che la leadership repubblicana abbia però indietreggiato sul SALT specialmente per le obiezioni di parlamentari repubblicani di questi Stati liberal che in grande maggioranza tendono a sinistra e nelle elezioni del 2016 hanno preferito Hillary Clinton a Trump.

Le classi basse riceverebbero qualche beneficio dato che la detrazione standard verrebbe aumentata (da 6.350 a 12.000 dollari) ma eliminerebbe la detrazione personale (4.050 dollari). Inoltre la progressività delle aliquote sarebbe ridotta da 7 a 3, aumentando però la più bassa dal 10 al 12 percento. La riduzione del numero delle aliquote si avvicina al “flat tax” e colpisce le classi meno abbienti.

La riforma fiscale repubblicana non tocca la diseguaglianza economica che negli ultimi due decenni è aumentata in maniera stratosferica. Non include l’aumento al salario minimo che aiuterebbe i più poveri, soprattutto le madri single.

La riforma fiscale annunciata consiste di un tentativo repubblicano di riprendersi dopo la batosta di avere fallito nella revoca della tanta odiata Obamacare, la riforma sulla sanità dell’ex presidente. Uno dei punti dolorosi per i repubblicani consiste delle tasse che Barack Obama aveva aumentato ai benestanti per coprire in buona misura la sanità medica ai poveri. Con la conquista della Casa Bianca e il controllo delle due Camere i repubblicani non dovrebbero avere difficoltà a “ricompensare” i loro grossi contribuenti. Alcuni come i fratelli Koch hanno già minacciato che non spenderanno più soldi in campagne politiche se i legislatori repubblicani non mantengono le promesse.

Abbassare le tasse è una di queste promesse ma non sarà facile. Lo sanno ed è per questo che la loro proposta sarebbe presentata con il meccanismo della “reconciliation” che focalizza il bilancio e non sarebbe soggetta al filibuster del Senato dove 41 dei 48 senatori democratici potrebbero facilmente bloccare un eventuale disegno di legge. Ma  la “reconciliation” che richiede solo una semplice maggioranza al Senato non funzionerà necessariamente. Tre senatori repubblicani potrebbero bloccare la proposta come si è visto con il tentativo di revocare Obamacare.

Fino al momento la retorica repubblicana che la loro proposta di ridurre le tasse farebbe i miracoli all’economia sembra poco credibile. Infatti, l’economia ereditata da Trump continua ad andare bene con una disoccupazione di poco più del 4 percento. L’importanza della riforma fiscale è dunque poco credibile e ci viene presentata dopo il tentativo della riforma sulla sanità che solo il 20 percento degli americani approvava. Ciononostante considerando la prevedibile compatta opposizione democratica ci vorrebbero solo tre senatori repubblicani per silurare la riforma fiscale esattamente com’è avvenuto con Obamacare.

Il piano sulle tasse “non è buono per me” ha ribadito Trump. Il problema è che noi non possiamo sapere esattamente perché il 45esimo presidente non ha reso noto la dichiarazione del suo reddito. Bisogna credere le sue parole. Trump completa spesso le sue asserzioni con “Believe me” (Credetemi). Lo fa perché riconosce che ciò che dice è poco credibile? Il New York Times e il Washington Post confermerebbero questa poca credibilità dato che continuano ad aggiungere nuove informazioni alla lista di cose non veritiere asserite dall’inquilino della Casa Bianca.

Domenico Maceri
PhD, University of California o vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Carceri. SIMSPe-SIMIT, un detenuto su tre è malato

A Roma, oggi e domani, oltre 200 specialisti da tutta Italia per un confronto in cui si chiede al governo una sanità diversa

FERRERO MARABINI PEREGO - CARCERE SAN VITTORE DETENUTI DIETRO LE SBARRE - Fotografo: FOTOGRAMMA

FERRERO MARABINI PEREGO – CARCERE SAN VITTORE DETENUTI DIETRO LE SBARRE – Fotografo: FOTOGRAMMA

SIMSPe-SIMIT – Solo 1 detenuto su 3 non è malato. 1/2 è ignaro della propria patologia. In aumento la tubercolosi. Gravi i dati su HIV e HCV

Necessario un nuovo approccio per la sanità nelle carceri. “Un detenuto su tre è affetto da Epatite C e il problema sarebbe oggi risolvibile”, afferma il prof. Babudieri (Univ.Sassari) Possibile il controllo delle patologie correlate ai nuovi flussi, come la tubercolosi.

I LEA NELLE CARCERI. I LEA – Livelli Essenziali di Assistenza, ossia le Linee Guida, i limiti minimi che devono essere mantenuti dal Sistema Sanitario Nazionale, entrano oggi nell’ambito penitenziario. Questa la novità nel 2017: si è pensato di applicarli anche ai detenuti. “È un punto di svolta perché fino ad oggi la sanità penitenziaria è stata attendista, mentre l’obiettivo oggi è di farla diventare proattiva, con una presa in carico di tutte le persone che vengono detenute”, dichiara il Prof. Sergio Babudieri Direttore delle Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Sassari e Direttore Scientifico di SIMSPe – Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria.

“Abbiamo scelto questo tema, significativo poiché denso di contenuti, per approfondire una riflessione ormai quasi decennale sugli effetti concreti del transito dei servizi sanitari penitenziari al Sistema Sanitario Nazionale”, afferma Luciano Lucanìa Presidente SIMSPe 2016-18. “Si chiede una sanità adeguata a un bisogno di salute diverso. in qualità e quantità. Serve maggiore attenzione ai problemi legati all’intrinseca vulnerabilità sociale che certamente ampia parte dei detenuti presenta, occorrono buone prassi di informazione sulle maggiori patologie infettive. Fondamentale la cura e la garanzia di un diritto costituzionale. Auspicabile lo sviluppo dei reparti ospedalieri per detenuti con una diffusione almeno regionale, così da poter garantire assistenza ospedaliera in maniera più adeguata”.

LE MALATTIE NELLE CARCERI – Nel corso del 2016 sono transitate all’interno dei 190 istituti penitenziari italiani oltre centomila detenuti. Diverse le malattie diffuse; solo un detenuto su 3 non presenta alcuna patologia, nonostante si tratti di una popolazione molto giovane rispetto alla media. Tuttavia, uno dei problemi principali è rappresentato dalla metà dei malati che è ignaro della propria patologia, o comunque non la dichiara ai servizi sanitari penitenziari.

Gli stranieri detenuti sono oggi il 34% dei presenti e la detenzione è un’occasione unica per quantificare il loro stato di salute, dal momento che in libertà sono difficilmente valutabili dal punto di vista sanitario. La loro età media è più giovane rispetto agli italiani ed oltre la metà è portatrice latente di Tubercolosi. Molto diffuse anche le patologie psichiatriche, ed alcune fra le più gravi, quale la schizofrenia, appaiono notevolmente sottostimate, con appena uno 0,6% affetto da questa patologia, che rappresenta in realtà solo i pazienti detenuti con sintomi conclamati e facilmente diagnosticabili. Notevolmente maggiore è la massa di coloro che hanno manifestazioni meno evidenti ed uguale bisogno di diagnosi e terapia e non vengono spesso valutati.

HIV E HCV – Ma i dati più preoccupanti provengono dalle malattie infettive. Si stima che gli HIV positivi siano circa 5.000, mentre intorno ai 6.500 i portatori attivi del virus dell’epatite B. Tra il 25 e il 35% dei detenuti nelle carceri italiane sono affetti da epatite C: si tratta di una forbice compresa tra i 25mila e i 35mila detenuti all’anno. Proprio l’epatite C costituisce un esempio emblematico dei benefici che si potrebbero trarre dai nuovi LEA: dall’1 giugno, infatti, l’Agenzia Italiana del Farmaco ha reso possibile la prescrizione dei nuovi farmaci innovativi eradicanti il virus dell’epatite C a tutte le persone che ne sono affette. Quindi una massa critica di oltre 30mila persone che annualmente passa negli istituti penitenziari italiani, potrebbe usufruire di queste cure per per guarire dall’HCV, ma anche per non contagiare altri nel momento in cui torna in libertà.

“È una sfida impegnativa” – prosegue il prof. Babudieri – “si tratta di un quantitativo ingente di individui, soggetti peraltro a un continuo turn-over e talvolta restii a controlli e terapie. Un lavoro enorme, di competenza della salute pubblica: senza un’organizzazione adeguata. Pur avendo i farmaci a disposizione, si rischia di non riuscire a curare questi pazienti. La presa in carico di ogni persona che entra in carcere deve dunque avvenire non nel momento in cui questi dichiara di star male, ma dal primo istante in cui viene monitorato al suo ingresso nella struttura. Questa nuova concezione dei LEA significa che lo Stato riconosce che anche nelle carceri è necessaria un certo tipo di assistenza. Fino al 2016 non c’era alcuna regola: questa segnale può essere un grande progresso”.

IL CONGRESSO – Oltre 200 specialisti riuniti a Roma sino a domani per la XVIII Edizione del Congresso Nazionale SIMSPe-Onlus ‘Agorà Penitenziaria’, presso l’Hotel dei Congressi in viale Shakespeare 29, all’EUR. Un confronto multidisciplinare tra medici, specialisti, infettivologi, psichiatri, dermatologi, cardiologi, infermieri. Un confronto, organizzato insieme alla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT, che coinvolge le diverse figure sanitarie che operano all’interno degli istituti penitenziari con l’obiettivo di fornire spunti per una riflessione approfondita del fare salute in carcere agli stessi operatori sanitari, a chi amministra gli Istituti e a chi ha il compito di stabilire le regole ed allocare le risorse.

Regeni: Alfano, azioni coordinate con GB

Alfano AbdelmajidIl governo italiano ha avviato “azioni coordinate” con il Regno Unito per l’accertamento della verità sull’uccisione di Giulio Regeni, il ricercatore italiano trovato morto al Cairo nel febbraio 2016. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, nel corso di un question time alla Camera dei deputati. Il capo della Farnesina ha spiegato che è in corso un dialogo tra l’ambasciatore italiano Giampaolo Cantini e l’omologo britannico di stanza al Cairo, ed è operativa una linea diretta con il ministro degli Esteri inglese, Boris Johnson, con cui Alfano condivide “l’auspicio di iniziative diplomatiche”. Cantini, inoltre, ha contattato la prorettrice di Cambridge, l’università per la quale Regeni conduceva una ricerca, per avviare “uno scambio di informazioni”. L’Italia, ha poi aggiunto Alfano, avrà “tenacia e non rassegnazione” per accertare “niente che sia meno della verità” nel caso dell’uccisione del ricercatore italiano.

Intervenendo alla Camera dei Deputati il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha anche invocato la rapida risoluzione del caso dell’arresto, avvenuto lo scorso 10 settembre, di Ibrahim Metwaly, uno degli avvocati che avevano scritto il rapporto sulle sparizioni forzate di dissidenti in Egitto e presumibilmente a conoscenza di alcune informazioni riguardanti il caso Regeni, essendo parte della squadra di consulenti legali che assiste la famiglia del ricercatore italiano trovato morto al Cairo nel febbraio 2016. Alfano ha spiegato di aver parlato ieri al telefono con il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shukri, auspicando che “il caso sia presto risolto” e ha annunciato che lo risentirà “nelle prossime ore”. Alfano ha ribadito che “anche in collaborazione con altri Paesi europei, l’Italia vuole tener alta l’attenzione sul rispetto dei diritti umani in Egitto”.

Sul caso Regeni Pia Locatelli, presidente alla Camera del gruppo del Psi, ha rivolto al ministro degli Esteri Alfano un interrogazione. “L’avvocato egiziano Metwally, attivista del Movimento famiglie degli scomparsi in Egitto, consulente della famiglia Regeni – si legge nella interrogazione – dopo alcuni giorni in cui non si avevano sue notizie, si trova, dal 13 settembre, in stato di fermo, negli uffici di una procura vicino al Cairo. Di certo, non è una bella accoglienza per il nostro ambasciatore che si è appena insediato al Cairo. Contro l’avvocato Metwally, la cui detenzione è stata prorogata al 5 ottobre, cioè a domani, sono state mosse accuse gravi, gravissime, che se confermate potrebbero costargli anni di carcere. L’avvocato Metwally è stato fermato in aeroporto, mentre si recava a Ginevra per partecipare ad una sessione del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate in Egitto. Vista la fase delicata delle relazioni tra l’Egitto e il nostro Paese, chiediamo cosa intenda fare il Governo di fronte a questo nuovo gesto, che può avere il sapore di una provocazione, e agli episodi a dir poco inquietanti verificatesi nel nostro Paese nei confronti di altri attivisti egiziani dei diritti umani”.

Bollette. Sale il gas,
scende l’elettricità

Inflazione-bollette

Bollette, chi sale e chi scende. Da ottobre bollette della luce meno care per lo 0,7% mentre quelle del gas costeranno di piu’ (+2,8%). Lo rileva l’Autorità dell’Energia. Sull’aumento del gas incide la stagionalità. Ma nell’intero 2017, per l’elettricità una famiglia in media spenderà 520 euro, 21 euro in più rispetto al 2016 con un incremento del 4,2%. Sempre nel 2017, una famiglia tipo spenderà invece 1.035 euro per il gas: in questo caso il prezzo resta sostanzialmente stabile (+0,2%) rispetto al 2016.

In particolare, per quanto riguarda il quarto trimestre di quest’anno, l’Authority segnala che “il calo dell’elettricità – pur in presenza di prezzi all’ingrosso previsti in moderato aumento – è sostanzialmente legato alla forte riduzione dei costi di dispacciamento, cioè dei costi sostenuti dal gestore della rete (Terna) per mantenere in equilibrio e in sicurezza il sistema elettrico, anche grazie ai provvedimenti dell’Autorità dei mesi scorsi, che hanno ricondotto alla normalità il relativo mercato all’ingrosso”.

Per il gas invece la prossima stagione autunnale, con consumi e quotazioni in aumento a livello europeo, implica – come atteso – l’aumento dei prezzi anche nei mercati all’ingrosso italiani.

Per il Codacons si tratta di pessime notizie per le famiglie italiane. “Ancora una volta le bollette degli italiani aumentano nel periodo di maggior consumo, determinando aggravi di spesa per i consumatori – spiega il presidente Carlo Rienzi – L’incremento delle bollette del gas, infatti, riguarderà il periodo in cui gli utenti inizieranno ad usare i riscaldamenti in casa, con effetti negativi diretti sulle bollette per ben 24 milioni di famiglie”.

“Non è più tollerabile che i prezzi all’ingrosso si impennino in occasione dei periodo di consumo più alto da parte dei consumatori, perché ciò rappresenta una speculazione inaccettabile che danneggia le famiglie, specie quelle a reddito più basso”, conclude Rienzi.

Duro anche il commento di Coldiretti. “ L’ aumento complessivo della spesa energetica che si è verificato su base annua ha un doppio effetto negativo perché – sottolinea la Coldiretti – riduce il potere di acquisto dei cittadini e delle famiglie, ma aumenta anche i costi delle imprese particolarmente rilevanti per l’agroalimentare. Il costo dell’energia – conclude la Coldiretti – si riflette infatti in tutta la filiera e riguarda sia le attività agricole ma anche la trasformazione e la conservazione degli alimenti e il riscaldamento di edifici rurali e stalle”.

Discorso di Trump all’ONU: echi di campagna elettorale

trump-delirioDopo la breve “sterzata” a sinistra in politica interna con i leader democratici sull’innalzamento del tetto al debito e la questione dei “dreamers” Donald Trump è ritornato alle sue radici. Il recentissimo discorso del 45esimo presidente alle Nazioni Unite ha ripreso la politica di “America First” (Prima di tutto l’America) espressa in campagna elettorale e sottolineata nel suo discorso di insediamento nel mese di gennaio. Un discorso poco rassicurante per il mondo ma tranquillizzante per i suoi sostenitori politici.

Ci si sarebbe aspettato che in sede internazionale l’attuale inquilino della Casa Bianca avesse ricalcato la necessità per la diplomazia e la cooperazione internazionale. Trump ha infuocato invece l’egoismo e soprattutto la miopia che hanno caratterizzato la sua ascesa al potere. A cominciare dal concetto di isolazionismo che vede un ruolo americano nel mondo caratterizzato da interessi nazionalisti. Trump ha infatti cercato di esportare il concetto di isolazionismo dicendo che ogni Paese dovrebbe concentrarsi sulla propria sovranità come se questo non fosse già applicato dai diversi interessi dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite.

Se c’è un problema fondamentale nell’organizzazione è proprio quello degli interessi dei singoli Paesi e i conflitti inerenti nei rapporti internazionali. Trump ha stressato l’importanza degli interessi egoisti senza esitare di cadere nelle sue minacce per ottenere i propri scopi di sicurezza. Il 45esimo presidente ha detto che gli Stati Uniti hanno “grande forza e pazienza” ma che per difendere il Paese o gli alleati non avrà “scelta eccetto di distruggere completamente la Corea del Nord”.

Una minaccia scioccante che non rassicura nessuno considerando il pericolo rappresentato da Kim Jong Un, leader della Corea del Nord, il quale continua con i suoi esperimenti di missili balistici che potrebbero anche colpire il territorio statunitense. Difficile interpretare le vere motivazioni di Trump ma forse i leader mondiali sono già abituati alle sue sparate vedendole come messaggi alla sua base politica. Il pericolo però rimane non solo per i Paesi vicini alla Corea del Nord ma per il resto del mondo.

Le reazioni al discorso di Trump hanno variato dall’entusiasmo allo choc. Alcuni analisti hanno anche rilevato che l’idea di fare scomparire 25 milioni di persone equivale a un crimine di guerra facendoci dubitare su chi fra Trump e Kim Jong Un sia il vero matto. Benjamin Netanyahu, Primo Ministro israeliano, però ha classificato il discorso di Trump di “coraggioso”. Il presidente iraniano Hassan Rouhani, invece, più sobriamente, ha detto che le parole di Trump sono poco più che “odio ignorante” che appartiene ai “tempi medievali”. Rouhani ha continuato spiegando che la minaccia di Trump di abbandonare l’accordo fra il suo Paese e Barack Obama confermerebbe che nessuno potrà “fidarsi” degli Stati Uniti e che l’Iran potrebbe riprendere il suo programma nucleare bloccato dal trattato del 2015.

Trump ha cercato di fare un’ideologia della sovranità dichiarando ai leader presenti che loro devono “sempre servire gli interessi dei loro Paesi” ricevendo gli applausi come per suggerire che già si sapeva. L’attuale inquilino della Casa Bianca però non capisce o non sembra capire che il leader del Paese più potente al mondo dovrebbe fare del suo meglio per creare pace e stabilità che rafforzano anche la prosperità globale. Le minacce servono poco ai progressi e rapporti internazionali. Per raggiungere accordi di pace bisogna trattare gli avversari con rispetto e offrire incentivi. Caratterizzare Kim Jong Un con l’epiteto derisivo di “Rocket Man” (uomo razzo) ci ricorda ovviamente il modo in cui il 45esimo ha trattato i suoi avversari nelle primarie repubblicane e Hillary Clinton nell’elezione del 2016. La differenza però è Kim Jong Un possiede missili pericolosi.

In mancanza di parole rassicuranti di Trump il mondo si è dovuto accontentare della parole concilianti del primo ministro italiano Paolo Gentiloni e di quelle del presidente francese Emmanuel Macron. Ambedue hanno sottolineato l’importanza del “multilaterismo” per affrontare il cambiamento climatico, il terrorismo ed altre sfide che nessuno, nemmeno un Paese potente come gli Stati Uniti, può risolvere da solo. Sentimenti reiterati anche da Diane Feinstein, senatrice democratica della California. La Feinstein ha dichiarato che la meta delle “Nazioni Unite è di fomentare e promuovere la cooperazione globale”. Trump però avrà compiuto il suo obiettivo. I suoi sostenitori potranno sentirsi sicuri riconoscendo il loro candidato che lotta per loro non solo contro i nemici interni ma anche con quelli fuori del Paese.

Domenico Maceri,
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Lo Stato paga i medici a cui aveva negato la borsa

medici 2Una conferenza stampa in cui si ricorda una professione ‘vitale’ per il Paese. Mercoledì 27 settembre a Roma ci sarà la consegna di assegni di rimborso firmati dalla Presidenza del Consiglio ai medici ex specializzandi che tra il 1978 e il 2006 si sono visti negare la borsa di studio.
Per l’occasione alle 11.30 all’Auditorium Aldo Moro (Via Campo Marzio, 24 – 00186 Roma), interverranno: Giuseppe Lavra – Presidente OMCeO Roma; Andrea Tortorella – Amministratore Delegato Consulcesi; Francesco del Rio – Consulcesi & Partners. Modera: David Parenzo – Giornalista La7 | Radio24 – Il Sole24Ore

Borse di studio, turni massacranti, blocco del turnover, imbuto formativo e accesso alla professione. Le principali vertenze del mondo medico-sanitario al centro dell’incontro a cui prenderanno parte il Presidente dell’OMCeO di Roma, Giuseppe Lavra, operatori sanitari, rappresentanti della categoria ed esponenti delle istituzioni. Focus su tutti gli aspetti della tutela della professione medica e le iniziative normative messe in campo. Con il supporto del network legale Consulcesi & Partners si farà il punto sulle principali problematiche lavorative che gli operatori sanitari sono costretti ad affrontare costantemente nel corso dello svolgimento della loro professione e che minano la tenuta del Servizio sanitario nazionale. Tra queste, la violazione delle direttive Ue in materia di borse di studio non correttamente pagate continua ad avere un fortissimo impatto sulle casse dello Stato, nonostante l’avvicinarsi degli ormai imminenti termini prescrittivi. Resta concreto – per lo Stato – il rischio di un esborso complessivo superiore ai 5 miliardi di euro. Il totale dei milioni in consegna è di oltre 62 milioni di euro a 2115 medici. Di questi, oltre 50 saranno fisicamente presenti all’evento e ritireranno gli assegni di rimborso.

Presidio alla Farnesina per il bando delle armi nucleari

Si è svolta stamattina, nella Giornata ONU per la pace, dalle ore 10 alle ore 13, nel contesto di un sit-in organizzato davanti al Ministero degli Affari Esteri (Piazza della Farnesina, Roma), una conferenza stampa per lanciare la campagna affinché l’Italia firmi il Trattato di Interdizione delle Armi Nucleari. Trattato che ieri ha ottenuto 50 adesioni e quindi ha messo in moto la procedura di ratificazione.

NUCLEARE-720x405Antonia Sani, di WILPF Italia, introducendo la conferenza stampa, ha spiegato che scopo dell’iniziativa e dell’intera Campagna, collegata alle reti disarmiste mondiali, è supportare una pressione ed una mobilitazione dal basso, ma anche di parlamentari sensibili e di enti locali, che proseguirà perché l’Italia ratifichi al più presto la messa al bando delle armi nucleari, votata da 122 Paesi dell’ONU il 7 luglio 2017 (Stati prevalentemente del gruppo dei non allineati, al momento tutti non nucleari).

Sono successivamente intervenuti Alfonso Navarra e Giovanna Pagani, delegati della società civile italiana alla Conferenza ONU di New York che il 7 luglio ha adottato il citato Trattato.

Alfonso Navarra ha sottolineato che al Palazzo di Vetro la cerimonia di firma svoltasi ieri, 20 settembre, ha registrato una tenuta del fronte degli Stati non nucleari (il boicottaggio esercitato dagli USA, a capo delle potenze nucleari e dei Paesi NATO non ha funzionato!) e che quindi tra 90 giorni il Trattato che proibisce le armi nucleari entrerà in vigore. Esso dovrà diventare il perno di un nuovo ordine giuridico globale.

Giovanna Pagani ha illustrato ulteriormente la portata rivoluzionaria del Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPNW), che potrebbe segnare la chiusura dell’”era atomica”, se dalla proibizione giuridica, con una strategia adeguata, si riuscirà a passare all’effettiva eliminazione degli ordigni.

L’articolo 1 del TPNW vieta di “sviluppare, testare, produrre, acquisire, possedere ma anche trasferire o ricevere il trasferimento, consentire la dislocazione di armi nucleari e altri dispositivi esplosivi nucleari”. Inoltre, proibisce di “incoraggiare, indurre, assistere o ricevere assistenza per una qualsiasi delle suddette attività”. Anche la “minaccia d’uso” è proibita. Di cruciale importanza l’articolo 4 il cui titolo è “verso la totale eliminazione delle armi nucleari”. La messa al bando è quindi il passo necessario per il totale disarmo nucleare.

Gli altri interventi di: Giuseppe Bruzzone (Disarmisti Esigenti) – Paolo De Santis (No Guerra No NATO) – Fabrizio Truini (Pax Christi) hanno ribadito che l’Italia, per essere coerente e credibile con quanto sopra richiesto, dovrebbe liberarsi con decisione autonoma delle bombe nucleari USA e NATO ospitate o in transito sul suo territorio o nei suoi porti. Si appoggia la proposta di Padre Alex Zanotelli per una Perugia-Assisi straordinaria che serva a scuotere lo “stato di letargia” non solo delle istituzioni e dei media, ma anche dell’opinione pubblica del tutto disinformata.

Segreteria organizzativa: c/o WILPF Italia

Redazione Pressenza
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