Migranti, Amnesty attacca l’Europa: complici degli abusi

ITALY-IMMIGRATION-REFUGEES-RESCUEAmnesty International accusa i leader europei, e soprattutto l’Italia, di essere consapevolmente complici dello sfruttamento e delle torture che decine di migliaia di migranti subiscono in Libia da parte della guardia costiera sostenuta e addestrata dall’Ue e di coloro che gestiscono i campi di detenzione. L’organizzazione ha diffuso un lungo rapporto intitolato ‘Libia: un oscuro intreccio di collusione’, che descrive come i governi europei, pur di bloccare gli arrivi, con gli accordi culminati nel Memorandum d’intesa del febbraio 2017 tra Italia e Libia e adottato il giorno dopo a Malta dall’Ue, stiano attivamente sostenendo un ramificato sistema di violenza. Amnesty ricorda che quasi mezzo milione di persone è riuscito a raggiungere l’Europa negli ultimi tre anni, mentre più di 10mila sono morte nel viaggio e altre 500mila sono bloccate in Libia.

Qui subiscono “terribili abusi”, su cui i riflettori si sono di recente accesi quando Cnn ha diffuso un video che mostra un moderno mercato di schiavi: uomini vengono battuti all’asta e comprati dal miglior offerente. Ma i migranti subiscono anche violazioni “da parte di ufficiali e forze di sicurezza libici”, gruppi armati e gang criminali, ricorda Amnesty, e “tortura, maltrattamenti e detenzione arbitraria in condizioni spaventose, estorsione, lavoro forzato e uccisioni per mano di autorità libiche, milizie e trafficanti”.

In questo contesto, l’organizzazione ha indagato sul ruolo delle autorità europee. “Le scoperte – si legge nel rapporto – hanno fatto luce sulle responsabilità europee, mostrando come l’Ue e i suoi Stati membri, l’Italia in particolare, abbiano perseguito il loro obiettivo di limitare il flusso di rifugiati e migranti nel Mediterraneo, con poco pensiero” per “le conseguenze su chi è rimasto quindi intrappolato in Libia”. Gli Stati del blocco comunitario, secondo Amnesty, “sono entrati in una serie di accordi cooperazione con le autorità libiche responsabili di gravi violazioni dei diritti umani”. E le loro azioni, sottolinea, “hanno avuto successo: il numero di arrivi in Italia è calato del 67% tra luglio e novembre 2017”, “ma i Paesi Ue non dovrebbero fingere schock o sdegno per il costo umano”. “Non possono sostenere in modo credibile di non essere a conoscenza delle grave violazioni commesse da alcuni responsabili della detenzione e della Guardia costiera libica con cui stanno assiduamente collaborando”, né “di aver insistito su meccanismi e garanzie sui diritti da parte delle autorità libiche perché in realtà non lo hanno fatto”. Quindi, conclude, “sono complici in questi abusi”.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), alla fine di settembre i migranti bloccati in Libia erano 416.556, ma per molte stime il numero sarebbe in realtà molto più alto. Inoltre, altre stime quantificano in 20mila le persone rinchiuse nei centri di detenzione gestiti dalla divisione Dcim del ministero dell’Interno. Altre migliaia sono però imprigionate da gang criminali e milizie, sottoposti a ricatti, estorsione, tortura e violenze, anche sessuali. “In etrambi i casi, le persone sono detenute in modo illegale”, specifica Amnesty International, ricordando che molti centri detentivi restano off-limit per le agenzie internazionali, che quando sono ammesse lo sono soltanto su base occasionale. A proposito dei soccorsi in mare, l’organizzazione sottolinea che “la Guardia costiera libica è stata responsabile di vari incidenti che hanno messo in pericolo la vita dei migranti e degli operatori delle ong in mare”. Tra essi, ricorda il caso della nave Aquarius del maggio 2017, quando l’azione dei libici “causò il panico” e spinse 60 persone a gettarsi in acqua. Più di recente, il 6 novembre scorso, quello della nave Sea-Watch 3, testimoniata da un video e dai volontari che lo hanno esposto alle autorità italiane ed europee. L’intervento dei libici ha contribuito a un bilancio di cinque morti accertati e 50 persone scomparse. “La nave della Guardia costiera libica responsabile dell’incidente sembra essere Ras Jadir, una delle navi Classe Bigliani donate dall’Italia alle autorità libiche”, sottolinea Amnesty. L’Italia, aggiunge, “per garantire che la Guardia costiera libica sia il primo attore a intercettare i migranti e li riporti in Libia, ha anche agito per limitare il lavoro delle ong che conducono operazioni di soccorso in mare, di nuovo con il sostegno di altri governi e istituzioni Ue”.”Aiutando le autorità libiche a intrappolare le persone in Libia senza chiedere che pongano fine alle sistematiche violenze contro rifugiati e migranti o come minimo che riconoscano l’esistenza dei rifugiati, i governi europei stanno mostrando quale sia la loro reale priorità: la chiusura della rotta del Mediterraneo centrale, con poco riguardo per la sofferenza che ne deriva”, ha sottolineato John Dalhuisen, direttore di Amnesty per l’Europa. “I governi europei devono ripensare la cooperazione con la Libia” e “consentire l’ingresso in Europa attraverso percorsi legali, anche attraverso il reinsediamento di decine di migliaia di rifugiati”, “devono insistere che le autorità libiche pongano fine all’arresto e alla detenzione di natura arbitraria di rifugiati e migranti, rilascino tutti i cittadini stranieri che si trovano nei centri di detenzione e consentano piena operatività all’Alto commissariato Onu per i rifugiati”, ha concluso Dalhuisen.

Luigi Grassi

Migranti, questi sconosciuti. Reportage da Ventimiglia

Migranti, questi sconosciuti!”

Prima Parte
di Eleonora Persico

ventimigliaHo letto da qualche parte che i bambini in terra d’Africa non sognano più perché non riescono ad immaginare un futuro. Non sono sicuri di averne uno.

Quelli che ancora riescono a sognare, sperano di fare i “vu cumprà”, venditori ambulanti, come uno zio magari, e puntano il loro sguardo al mare.

Le speranze che s’infrangono sulle nostre coste sono quelle di ragazzi molto giovani, maschi per lo più, che si lasciano alle spalle il passato, un villaggio che non compare neanche sulla cartina geografica, le poche persone rimaste ancora là, per rincorrere la propria avventura di vita.

Attraversano il deserto, solcano il mare infuriato, scevri della conoscenza di un mondo visto solo in digitale e di cui non conoscono le regole.

Raggiungono l’Italia solo per andare oltre, per superare i confini che li separano da parenti e amici, pronti a dar loro una mano. È tutto il loro investimento, non hanno altro e non possono più tornare indietro. Alcuni sono molto giovani, minorenni. Appaiono spaesati, destabilizzati, impauriti. Guardandoli non si può non pensare che potrebbero essere nostri figli, nostri fratelli, sorelle. E se avessimo un giovane così smarrito, privo di sostentamento, in una terra sconosciuta, non ce ne occuperemmo?

Osservando i loro comportamenti ci si rende subito conto che, oltre ad accoglierli, è necessario proteggerli dai pericoli di una società complessa, di non facile e rapida assimilazione, e dai cosiddetti “passeur”, trafficanti di uomini che approfittano delle condizioni dei migranti per estorcere loro pochi averi o ridurli in schiavitù.

Non sanno cosa sia il razzismo o il pregiudizio, ma lo scoprono presto negli occhi di un mondo ostile, questo quando non vengono etichettati dall’immaginario collettivo come trasgressori di una legge che neanche conoscono, schiavi per tradizione culturale, sovversivi per tradizione atavica. Peggio ancora quando vengono usati e strumentalizzati per fini terzi.

Somali, eritrei, etiopi, kenioti, congolesi, ma anche tunisini, magrebini, egiziani, libici… vestiti con abiti leggeri, alcuni scalzi. Molti portano un maglione legato sulla cintola, pochi una coperta. Nei loro occhi parlanti affiorano aspettative di vita. Nei loro cuori affetti e sentimenti da proteggere, da rispettare, da conservare come reliquie sacre che danno la forza di andare avanti, che permettono di affrontare le umiliazioni, le sofferenze. Un tesoro nascosto, un tesoro di cui non si parla mai, che si porta con sé ovunque si vada, si approdi, si sfidi l’umanità.

Alimentano le tasche di scafisti e dei loro complici terreni con gli unici risparmi e spesso con la vita. E’ un mercato, nero, muto. Nessuno parla, solo l’attesa… ma tutti vanno verso la stessa direzione: una vera competizione nel dirigersi verso… tutti diretti al raggiungimento di un obiettivo comune!

Chi sono dunque questi migranti? Numeri? Numeri da contare, catalogare, classificare, organizzare in gruppi, spostare… chi sono veramente?

A qualcuno interessa conoscere le loro storie, le loro vite, i motivi che li spingono fin qui?

Se ci fosse un desiderio reale di ascolto, forse si racconterebbero: ci racconterebbero quello che per paura non viene narrato e che in fondo in molti conoscono, ma non vogliono approfondire, troppo difficile da capire, troppo lontano o troppo vicino a una certa cultura.

Migranti… non solo numeri!

Un’esperienza di formazione psicologica rivolta alla Polizia di Frontiera

Prima parte

Ci troviamo a Ventimiglia, con il Dirigente della Polizia di Frontiera Dott. Martino Santacroce e il Direttore Tecnico Capo Psicologo della Polizia di Stato Dott. Sandro Luzi, del Centro Psicotecnico di Roma, per un’intervista congiunta.

Abbiamo avuto il piacere di visitare Ventimiglia, graziosa cittadina sul Mar Ligure al confine con la Francia, che risente del fenomeno migratorio presente in questo ultimo anno in maniera intensa, tale da coinvolgere l’Italia intera e l’Europa.

Cerchiamo di capirne un pochino di più.

Dott. Santacroce, qual è la portata del fenomeno qui a Ventimiglia? Partiamo dai numeri.

Ha detto bene lei, si tratta di un fenomeno, un fenomeno complesso che interessa ormai Ventimiglia da circa due anni in particolar modo. Giugno 2015 è, possiamo dire, lo spartiacque dell’incremento del flusso migratorio verso Ventimiglia, dovuto probabilmente ad un irrigidimento dello Stato francese alla frontiera di Ventimiglia stessa.

Tutto nasce un po’ dalla famosa giornata in cui i Francesi decisero di bloccare il passaggio verso la frontiera, e i migranti si collocarono sulla scogliera detta dei balzi rossi, da dove furono spostati, dopo circa due mesi, perché ovviamente era diventata una situazione un po’ complessa e complicata. Da lì parte il fenomeno migratorio su Ventimiglia, che poi ha provocato tutta una serie di conseguenze creando un blocco vero e proprio sulla città di confine. Attualmente abbiamo una presenza di circa 500 migranti costantemente sul fronte italo – francese, che tutte le notti, ma anche di giorno, frequentemente cercano di attraversare il confine con tutti i mezzi possibili ed immaginabili. Ciò ovviamente non avviene solo attraverso i valichi ufficiali, o gli ex valichi ufficiali, perché da noi di fatto sono ex in quanto è in vigore il trattato di Schengen, quindi non c’è una frontiera terrestre vera e propria, si tratta di una frontiera cosiddetta interna, cioè nell’ambito dell’area Schengen, e tutti i metodi, tutti i modi sono validi per tentare di attraversare il confine.

Come respingimenti da parte dei francesi rileviamo una presenza costante e continua quotidiana di 100 – 150, anche con picchi di 200 – 220 persone che fisicamente vengono respinte dai francesi e consegnate a Ponte San Luigi.

La motivazione che spinge queste persone ad attraversare la frontiera, fondamentalmente, qual è?

Personalmente ritengo che le motivazioni siano molteplici. Sicuramente una di queste, quella più forte è secondo me, la necessità o la volontà di volere andare oltre la Francia. La Francia è solo una via di passaggio per poter andare in altri paesi dell’Europa dove probabilmente hanno già dei contatti, hanno dei parenti, delle conoscenze e dove sperano di poter trovare anche loro una collocazione. Naturalmente questo la Francia non lo consente perché ritiene che una maggiore presenza di stranieri all’interno del paese possa pregiudicare l’ordine e la sicurezza pubblica, perciò ha deciso di sospendere il trattato di Schengen e di ripristinare il controllo della frontiera, pertanto chi non ha titolo per entrare in territorio francese ufficialmente in questo momento non lo può fare. Questa è la posizione da parte della Francia. La posizione dei migranti, con la spinta numerica importante che dal sud viene verso il nord , nord-ovest dell’Italia in questo caso, su confine italo-francese delle Alpi Marittime, è quella che ci interessa e chiaramente è pregnante e massiccia. La Francia tra l’altro, proprio qualche giorno fa, ha prorogato la chiusura delle frontiere al 30 Aprile 2018, confermando la sospensione del trattato di Schengen.

L’Italia come risponde a questi respingimenti?

L’Italia può fare ben poco sotto il profilo giuridico nel senso che, nel momento in cui la Francia come Stato sospende il Trattato di Schengen e applica l’Istituto del Respingimento, che è un atto unilaterale dove sostanzialmente lo Stato decide di non farti entrare nel suo territorio, compie un atto sovrano che ogni Stato può fare. Lo facciamo anche noi alle frontiere esterne. Respingiamo stranieri che

arrivano nei nostri aeroporti, che non hanno i requisiti minimi previsti dalla legge, e li respingiamo nei loro Paesi attraverso il vettore che li ha portati. Qui è un respingimento un po’ anomalo perché siamo su una frontiera terrestre, tra l’altro interna, il respingimento non potrebbe essere effettuato ma in questo caso specifico viene effettuato perché di fatto il Trattato è sospeso. Non vige il trattato e pertanto respingo. Diverso è quando il trattato è in vigore. In questo caso si applica un accordo bilaterale tra due Stati, l’accordo di Chambéry del 1997, tra Italia e Francia, che prevede che entrambi gli Stati possano riammettere stranieri senza requisiti, previo consenso dell’altro Stato. Quindi nel caso in cui i Francesi applicavano l’accordo di Chambéry, prima del 13 novembre 2015, noi come Polizia di Frontiera potevamo avere la facoltà di accettare o meno il riammesso, perché era già in territorio francese e veniva riammesso in territorio italiano. Nel momento in cui l’istituto della riammissione non può essere più applicato lungo la linea di Frontiera, perché il trattato è sospeso, quindi si applica l’istituto del respingimento, di fatto non è un accordo bilaterale, dobbiamo solo prenderne atto. Cioè la Francia dice:

– Nel mio territorio non entri, ti respingo alla frontiera. Questa è la sintesi.

Diventa un problema tutto nostro. E quali sono gli obiettivi istituzionali che la Polizia di Frontiera persegue, sotto la sua direzione chiaramente qui a Ventimiglia, per far fronte a tale situazione?

Sulla frontiera di Ventimiglia ci sono due aspetti importanti da sottolineare:

Il primo sicuramente è quello tipico della Specialità che riguarda proprio i profili della trattazione dei respinti. Infatti tutti i respinti alla frontiera di Ventimiglia vengono presi in carico da noi, come Polizia di Frontiera Italiana, e quindi devono essere identificati, gestiti e trattati sotto diversi profili, anche quello umanitario, perché comunque tenere in ufficio per diverse ore un respinto comporta dei profili umanitari che devono essere presi in considerazione, banalmente anche proprio gli aspetti fisiologici.

Il secondo aspetto che attenzioniamo in maniera molto importante e che riteniamo anche una priorità è quello del contrasto al fenomeno dell’immigrazione clandestina, se vogliamo definirlo in questo modo, comunemente conosciuto come tratta di esseri umani, perché parliamo di questo. Per noi è una priorità assoluta, tant’è che nell’ultimo periodo, e in particolare nel 2016, abbiamo eseguito diverse operazioni proprio di contrasto ai trafficanti di uomini, con discreti risultati sotto diversi profili, sia preventivi, sia anche repressivi.

Questa è una battaglia che potrebbe essere condivisa tra tutti gli Stati europei?

Questo penso che sia più un profilo di carattere politico che di carattere tecnico. Noi veramente come Polizia di Stato ci occupiamo dell’aspetto tecnico, per affrontare e gestire il fenomeno. Ovviamente non entriamo nel merito perché non è competenza nostra discutere di questo.

Però dalla rassegna stampa locale e nazionale noi abbiamo appreso di una formazione che lei si è fatto carico di attivare e di promuovere per il suo personale e che è risultata abbastanza innovativa.

Assolutamente sì. Io ho condiviso questa impostazione attraverso un corso di formazione, che poi è stato anche ripetuto per ben due volte, in quanto la prima volta non era stato frequentato dalla totalità degli operatori perché ovviamente non era possibile farlo fare contemporaneamente a tutti quanti. E’ una formazione che ritengo importante perché ovviamente ha dato un’impronta diversa all’approccio col migrante. Il mio personale quotidianamente ha rapporti con gli stranieri. Da una parte c’è l’aspetto repressivo e preventivo, ma dall’altra c’è l’aspetto umanitario. Quindi formare il personale, affinché abbia un approccio psicologico consapevole di quello che è il proprio ruolo, era ed è fondamentale.

Dott. Luzi , lei è l’artefice di questa formazione. Ce ne vuole parlare?

Per rispondere alla domanda, certo, sono proprio questi due aspetti, che il dott. Santacroce ha evidenziato, che caratterizzano il servizio qui in frontiera: sviluppare azioni mirate al contrasto dell’immigrazione clandestina e nello stesso tempo esprimere atteggiamenti di comprensione e accoglienza verso il migrante, soprattutto quando, e questo accade frequentemente, assume ruoli di vittima.

Questo tipo di relazione, solo apparentemente ambivalente, oggi divide la politica, ci sono infatti schieramenti per la chiusura e quelli per l’accoglienza, in Polizia questo non è possibile. I fenomeni vanno affrontati entrambi nello stesso tempo. Ciò può far emergere negli operatori contrarietà interiori per effetto del duplice atteggiamento di repressione e di accoglienza. Sono queste infatti due spinte che vanno a un certo punto anche a confliggere nella dimensione psichica dell’agente e pertanto ad influenzarne lo stato d’animo. Sappiamo che le emozioni sono determinanti per il raggiungimento del successo, ma anche causa di insuccesso, soprattutto quando agiscono in modo incontrollato e non vengono canalizzate in modo attivo.

Il tipo di prestazione formativa che noi offriamo e la sua utilità ai fini operativi, immediatamente intuita dal dott. Santacroce, è proprio questa: addestrare l’operatore di frontiera ad acquisire maggiore consapevolezza delle tensioni emotive che emergono in servizio e permettergli di scegliere le condotte più idonee ed emotivamente orientate per gestire efficacemente gli interventi. Il poliziotto in questo modo, nell’approccio operativo, non si affida più soltanto alla sua inclinazione caratteriale, ma sceglie attivamente e consapevolmente le condotte operative più idonee per il raggiungimento degli obiettivi, anche quando queste risultano contrarie o non rispondenti alle proprie inclinazioni caratteriali.

Non più quindi affidarsi soltanto all’intuizione o all’inclinazione, ma scegliere in modo attivo le condotte operative caratterizzate dal giusto atteggiamento emotivo.

Gli obiettivi quindi che lei ha portato avanti, in linea con gli obiettivi istituzionali, quali sono stati?

Migliorare la prestazione operativa dell’Operatore di Polizia. Sarebbe troppo facile eseguire semplicemente le guide delle tecniche operative. Abbiamo tanti manuali. Basterebbe leggere ed apprendere le tecniche sviluppate per ogni settore specialistico, applicarle e riusciremmo in tutto. Purtroppo questo non funziona, non basta. C’è l’elemento umano che interferisce. Ci sono troppi aspetti che intervengono in un’attività tecnico operativa e sono aspetti soggettivi. Il poliziotto che subisce e vive attivamente queste esperienze deve saper coordinare anche dentro di sé le giuste scelte comportamentali, che vengono influenzate ovviamente anche dallo stato d’animo con cui va ad affrontare il servizio

Se posso intervenire su questo, aggiunge il Dirigente Santacroce, ritengo che l’aspetto fondamentale per cui ho voluto anche ripetere questo corso per estenderlo un po’ a tutti, è che non volevamo lasciare al buon senso o al caso l’approccio che l’operatore di polizia di frontiera deve avere nei confronti del migrante durante la sua attività di servizio. Noi vogliamo avere dei professionisti che abbiano un’idea chiara su come comportarsi. Come se ci fosse un comportamento standard che noi abbiamo cercato di, tra virgolette, trasmettere o insegnare, attraverso loro che sono dei tecnici e che rappresentano la massima espressione della nostra professionalità anche psicologica. L’operatore della Polizia di Frontiera non si improvvisi in questo. Come abbiamo delle tecniche operative, come abbiamo degli schemi operativi sulle procedure penali, piuttosto sulle leggi di pubblica sicurezza, abbiamo voluto dare una formazione psicologica. Per carità c’è e ci deve essere anche il buon senso perché un fenomeno così non c’è mai stato in un ufficio di Polizia di Frontiera!

Ventimiglia rappresenta in questo momento un laboratorio per diversi aspetti e quindi anche per l’aspetto psicologico perché, attraverso lo psicodramma, ho visto che i miei operatori sono riusciti ad esprimere delle emozioni che probabilmente erano anche un po’ recondite per loro, perché non erano mai riusciti ad esprimerle o a percorrerle realmente. Onestamente il personale di Polizia ha anche a che fare con nuclei familiari, con bambini, con giovanissimi… Questo esempio lo dico perché tanto non l’ho fatto io e quindi non me ne sto vantando direttamente. Al dott. Luzi ho raccontato di quando abbiamo arrestato un trafficante di uomini che aveva preso cinquecento euro per trasportare in Francia una famiglia di afghani con quattro bambini, il cui più grande aveva quattro anni e mezzo; madre, padre, e quattro bambini: sei persone chiuse nel cofano. Questi bambini i miei operatori li hanno trovati letteralmente con degli stracci addosso, senza scarpe, li hanno portati qui, hanno dato loro assistenza, da mangiare, li hanno lavati. Le poliziotte, le agenti donne, si sono prese cura di loro. Quindi l’aspetto emotivo, l’aspetto psicologico comunque ci deve essere. Non possiamo lasciare all’improvvisazione del singolo come comportarsi in un caso del genere. Io adesso ho estremizzato per dire che l’aspetto umano è veramente uscito fuori in questo contesto. Chiaramente concludo che quello che li stava trasportando è stato arrestato. Ho raccontato questo esempio che è paradossale se vogliamo, però rende un po’ l’idea di quello che quotidianamente accade. Poi anche parlando di numeri stiamo parlando di 100, 150, 200, quindi non è 1 barra 2, ma si tratta di un fenomeno. Ha detto bene lei quando lo ha definito fenomeno.

Tra l’altro aggiungerei – interviene il dott. Luzi sono stati giocati degli psicodrammi dove venivano rappresentati eventi critici di polizia in cui venivano gestite efficacemente condotte aggressive del migrante. Le stesse condotte venivano isolate analizzate ed elaborate e diventavano materiale formativo per il gruppo.

Certo. Viene contenuta anche l’aggressività.

Certamente, semplificando l’attività operativa dei poliziotti.

Quindi in che cosa consiste, dott. Luzi, questo psicodramma? Per chi non è esperto, un chiarimento sulla metodologia.

Me lo ha ricordato una partecipante, nonché attrice teatrale oltre che poliziotta ovviamente. Lo psicodramma viene inventato da uno psichiatra rumeno statunitense, J. Jacob Moreno, che ha avuto l’ intuizione di come la rappresentazione di storie, fatti e vicende, e qui a Ventimiglia ne hanno da raccontare di critiche, possa non solo abreagire le tensioni emotive legate all’attività di polizia, riducendo sensibilmente lo stress che ne deriva, ma anche realizzare un vero e proprio abecedario, un manuale operativo delle emozioni.

Si parte dall’esperienza, come è partito Moreno, dalla strada. Lo psicodramma nasce dalla strada.

I suoi operatori lo hanno capito subito perché si sono messi in gioco immediatamente e ne hanno colto l’importanza e l’utilità. Ancora adesso mi riportano scene e immagini da affrontare con lo psicodramma e mi restituiscono nuovi pareri sull’utilità del gioco psicodrammatico.

Ha colto e soddisfatto perciò uno stato di bisogno?

Diciamo che siamo partiti da uno stato di difesa, di prevenzione. Alcuni erano anche particolarmente ostili. Poi devo dire che c’è stato un forte cambiamento.

Prosegue il Dirigente Santacroce – Assolutamente, sì sì, c’è stato un cambiamento importante nel momento in cui si sono resi conto che era uno strumento nelle loro mani e non erano loro quelli che venivano analizzati, perché Il dott. Luzi all’inizio mi diceva che la garanzia per i miei operatori dovevo essere io. Se io ci avessi creduto, ci avrebbero creduto anche loro. Io ci ho creduto ed ho fatto bene. Li ho coinvolti dicendo che non erano sotto esame loro, ma che era uno strumento che io in quanto dirigente volevo dare loro.

– Ci ha creduto a tal punto che ci ha proprio lasciato la sua stanza che è diventata un vero set psicodrammatico – Luzi intervenendo.

Santacroce – Sì, è vero! E’ stata allestita in un certo modo perché ovviamente bisogna creare una location tale che potesse creare un’atmosfera giusta per poter svolgere questa attività psicodrammatica e poi dovevano essere fatte delle riprese, quindi una serie di luci e di apparecchiature che loro hanno, lui e il suo staff. Come ben sa c’è tutto uno staff. Come in tutte le cose c’è sempre un lavoro preparatorio dietro. Quello che si vede è sempre la punta dell’ iceberg di tutto quello che è stato fatto prima.

E quindi dott. Santacroce, diciamo che si sono superate delle barriere interiori?

Assolutamente. E quindi tornando alla questione dei numeri che lei ha indagato nella prima domanda, noi nel 2016 abbiamo gestito 18mila migranti, quest’anno siamo già oltre 20mila, in 11 mesi. Il trend quindi è sicuramente in salita e questo dà il senso della complessità del fenomeno. Fine prima parte

Dalla Ue una lista nera
dei paradisi fiscali

paradisi-fiscali1Spinta dai continui scandali fiscali che hanno lasciato sempre più indignata l’opinione pubblica, l’Unione europea ha deciso di fare ciò che non aveva mai osato finora: compilare una lista dei ‘paradisi fiscali’, cioè quelle giurisdizioni che favoriscono l’evasione ai danni dei cittadini di tutto il mondo. Nella speranza che, esponendoli alla pubblica gogna e forse anche al rischio di future sanzioni, comincino a collaborare con le autorità fiscali europee smettendo di aiutare gli evasori. “Il processo non si ferma qui, ora dobbiamo aumentare la pressione”, ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici. I ‘paradisi’ individuati dalla Ue sono 17: Samoa e Samoa americane, Bahrain, Barbados, Grenada, Guam, Corea del Sud, Macao, isole Marshall, Mongolia, Namibia, Palau, Panama, Santa Lucia, Trinidad e Tobago, Tunisia, Emirati Arabi.

Altri 47 sono invece stati inseriti in una ‘lista grigia’, perché si sono impegnati a cooperare. Ci sono, tra gli altri, anche Svizzera, Turchia, San Marino, Andorra, le Cayman, Jersey e Bermuda. La Ue aveva cominciato dieci mesi fa a valutare i Paesi da inserire nell’elenco. Si partiva da una lista di oltre 90 nomi, da analizzare applicando i criteri individuati dalla Commissione europea: trasparenza, equa tassazione e attuazione degli standard Ocse sullo spostamento dei profitti (BEPS).

Lo screening è stato fatto da esperti nazionali, che a gennaio scorso inviarono a tutti una lettera per informarli dell’avvio del processo. Ad ottobre, ne hanno inviata un’altra per informare chi sarebbe finito accusato per favoreggiamento dell’evasione. Alcuni si sono quindi impegnati a collaborare entro l’anno, e sono cosi’ stati depennati. Solo in 17 non hanno manifestato alcun ‘pentimento’. Per loro, scatteranno per ora le ‘sanzioni amministrative’ decise dall’Ecofin: gli Stati membri potranno cioè decidere di aumentare il monitoraggio, fissare ritenute d’acconto, e nessun fondo europeo potrà essere utilizzato da società che hanno sede in quei Paesi. Per Moscovici bisogna ora lavorare a sanzioni vere, e soprattutto assicurarsi che i 47 della lista grigia facciano quanto promesso. Stessa preoccupazione di Oxfam, che voleva “sin da subito una blacklist Ue più lunga” e che non escludesse i Paesi Ue, perché secondo l’ong almeno 4 “consentono oggi a grandi corporation di minimizzare il proprio carico fiscale”. Archiviata la black list, si passa ora al lavoro sulla riforma dell’Unione economica e monetaria (EMU). La Commissione ha finalizzato il documento che illustra le prossime tappe, cercando un difficile equilibrio tra Nord e Sud, socialisti e popolari, austerità e crescita. Ci sarà la linea di bilancio dell’Eurozona che voleva Macron, e l’incorporamento delle regole di bilancio del Fiscal Compact nei Trattati, come segale ai rigoristi. Ma per accontentare i Paesi del Sud, il fondo salva-Stati Esm aprirà un ‘paracadute’ sul salva-banche, e diventerà anche un Fondo monetario Ue, pronto a intervenire in caso di choc economici o per aiutare gli investimenti.

Paolo Spriano, storico che si contrappose a De Felice

“Paolo Spriano intellettuale militante” è il nuovo libro del professor Leonardo Raito, storico e nostro collaboratore, tra pochi giorni in libreria per la Cleup di Padova. Si tratta del primo tentativo di tracciare un profilo biografico organico dello storico comunista, autore della più completa storia del Pci e grande conoscitore del mondo operaio. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Paolo Spriano, una figura ancora attuale?libri

Direi proprio di si. Stiamo parlando di uno storico che ha realizzato dei lavori imprescindibili per chi ancora intende occuparsi della storia della sinistra italiana. Uno storiografo che fu anche intellettuale militante, comunista, ma che seppe scrivere libri con un onesto distacco, forte di una capacità di scrittura chiarissima e di grande competenza scientifica. I suoi libri possono aiutare molto tutti coloro che approcciano agli studi storici contemporaneistici.

Il tuo libro per la prima volta esamina le diverse sfaccettature dell’intellettuale Spriano. Quali sono le novità del tuo lavoro?

In realtà l’Istituto Gramsci di Roma ha promosso pochi anni fa un convegno importante sulla figura di Spriano e successivamente è stato realizzato un numero monografico di “Studi Storici”. Io ho cercato di fornire un quadro d’insieme sullo Spriano giornalista, storico e politico, cercando di evidenziare le interconnessioni su queste sue occupazioni che hanno contraddistinto la figura di un intellettuale e di un militante impegnato, attento alle evoluzioni della storia e dell’attualità, al ruolo dei giovani nella società. Restituire aspetti di una biografia di un uomo, delle sue passioni. Tra le altre cose, devo dire che ritengo di grande interesse le lettere con Bobbio e quelle con Berlinguer, che rivelano una tensione particolare per una situazione politica, quella italiani degli anni ottanta, in forte trasformazione.

copertina Raito sprinaoHai parlato di uno storico che, pur essendo convintamente comunista, non scrisse una storia agiografica del Pci. Recentemente sono emerse anche polemiche su questo. Che ne pensi?

Le polemiche fanno parte del dibattito, ma credo che la testimonianza del lavoro scientifico di Spriano ce la dia, in primis, l’enorme mole di documenti che Spriano poté consultare, e che usò con grande attenzione. Spriano fu il primo ad affrontare nodi delicati della storia del partito, degli anni della clandestinità, di figure scomode come Bordiga. Questo suo coraggio fu attaccato anche da chi, come Amendola, riteneva che la storia del Pci dovesse mantenere un’aura di straordinarietà e che alcuni episodi fossero da lasciare confinati alle vicende interne. Ci sono poi autorevoli giudizi di storici non comunisti come De Rosa e Galante Garrone che lodano la storia del Pci di Spriano. Una garanzia di imparzialità.

Nel tuo libro accenni anche allo “scontro” tra De Felice e Spriano. Cosa puoi aggiungere?

Spriano era profondamente antifascista e probabilmente soffriva il successo dei libri di De Felice che, in qualche modo, parevano indirizzare verso una riabilitazione, o forse a una legittimazione, della teoria del supporto popolare al fascismo. De Felice fu attaccato da moltissimi storici di sinistra. Tuttavia fu Spriano uno dei primi a esprimere solidarietà a De Felice quando le sue lezioni vennero interrotte da proteste e polemiche e questo sta a testimoniare che il nostro fu sicuramente persona animata da grande rispetto per il confronto e la democrazia.

C’è un ultimo aspetto interessante di cui vorrei ci parlassi. È vero che negli ultimi anni della sua vita Spriano considerò da superarsi la divisione tra Pci e Psi?

Ho trovato alcuni articoli di grande interesse, che risalgono al 1988, poche settimane prima della sua morte improvvisa. In questi articoli Spriano spiegava, analizzandone la storia, perché la spaccatura tra i due partiti non aveva più senso. Primo: la scissione avvenne perché il Psi non era disposto a espellere dalle sue file i riformisti. Nel 1988, spiegava Spriano anche i comunisti si proclamavano apertamente riformisti. Secondo: la scissione era una scelta di campo internazionale, dava vita a un partito organicamente legato al nuovo campo di Lenin mentre ormai le scelte e i legami del genere non esistevano più. Il Pci si considerava parte integrante della sinistra europea che è la sinistra occidentale. Terzo: la stretta unità d’azione di socialisti e comunisti italiani nel decennio dopo la liberazione operò all’ombra di Stalin, mentre nel 1988 entrambi i partiti rivendicavano come un valore irrinunciabile, anzi universale, la democrazia politica, considerando inseparabile il socialismo dalla libertà. Ed entrambi non rinunciavano a una prospettiva socialista. Si trattava di motivi sufficienti per superare le reciproche diffidenze e le barriere e per riprendere una collaborazione stretta, se proprio non si voleva giungere a una fusione.

Cyber security una proposta strategica per l’italia

cybersecurityCompetere, il laboratorio di esperti che si propone di aiutare le imprese, le associazioni, la Pubblica amministrazione, gli enti pubblici e privati a posizionarsi a livello internazionale ed istituzionale attraverso attività di ‘intelligence’ e analisi, comunicazioni istituzionali, public affairs ed advocacy dal basso, ha lanciato una proposta strategica sulla cyber security.

Il laboratorio ha osservato che la rivoluzione prodotta dallo spazio digitale apre nuove sfide alla responsabilità politica dello stato moderno ed è proprio su questo punto che si registra, in Italia, un grave ritardo culturale e politico. Per queste ragioni è urgente dotare l’Italia di una strategia digitale e di sicurezza digitale ben definite, e di una struttura di governance all’altezza delle sfide della rivoluzione digitale, agendo in più direzioni.

Competere ha stilato una serie di azioni considerate necessarie per affrontare le sfide odierne e future. Nello specifico, il ‘pensatoio’ ritiene importante di: “Rafforzare il ruolo delle istituzioni centrali preposte alla sicurezza informatica (CERT-PA), ampliandolo con mansioni esecutive; investire nella formazione e nella sensibilizzazione del capitale umano della PA; istituire linee guida condivise per il buon utilizzo degli strumenti ICT da parte di tutti gli utenti; promuovere e consolidare la partnership pubbliche e private, nella consapevolezza che solo attraverso lo scambio di informazioni è possibile contribuire allo sviluppo di competenze nazionali; incentivare l’industria nazionale a sviluppare prodotti innovativi e all’avanguardia con specifiche personalizzazioni rivolte alla PA”.

Infine, per Competere: “Altrettanto urgente è coltivare la cultura del rischio. I cittadini, gli imprenditori e i manager, e i funzionari pubblici devono riconoscere il valore dei dati e dell’informazione che sono oggi la materia prima delle economie più avanzate. È necessaria una evoluzione culturale che guidi l’Italia e l’Europa a meglio proteggere il valore delle proprie informazioni”.

Salvatore Rondello

Scontro su Banca Etruria.
Il M5S attacca il Pd

Banca Etruria-BoschiSi riaccende lo scontro sulle banche dopo la notizia che il padre di Maria Elena Boschi è indagato. Il presidente della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario, Pier Ferdinando Casini, ha ricevuto dal procuratore della Repubblica di Arezzo, Roberto Rossi, una lettera in merito alla sua posizione sul caso di Pierluigi Boschi, padre della sottosegretaria alla presidenza del Consiglio. “Non ho nascosto nulla circa la posizione del consigliere Boschi in relazione alle domande che mi venivano poste” dalla Commissione parlamentare. “Le domande hanno riguardato i fatti in oggetto e non, in alcun modo, le persone iscritte nel registro degli indagati”, scrive il Pm, secondo quanto anticipa il sito di Repubblica. Rossi nella lettera risponde alle accuse di aver “omesso notizie in merito ad un presunto status di indagato di Pierluigi Boschi”. Il magistrato, stando a quanto scrive Repubblica, avrebbe detto di ritenere tali addebiti “gravemente offensivi”, e di aver risposto “a tutte le domande che mi sono state formulate senza alcuna reticenza né omissione”. “Ho chiarito che l’esclusione di Boschi riguardava il processo per bancarotta attualmente in corso – si legge ancora negli stralci di Repubblica – mentre per gli altri procedimenti ho precisato che non essere imputati non significava non essere indagati. Null’altro mi è stato chiesto in merito”.

Duro attacco da parte di M5s. “Il Pd prima usa le banche per coltivare potere e clientele. Poi, quando le ha definitivamente scassate, lascia sul lastrico i risparmiatori”. E quindi, sul blog di Beppe Grillo, accusa: “In questi giorni si è cercato di far credere (come se gli italiani fossero scemi) che Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena Boschi, fosse quasi un passante dalle parti della banchetta del giglio tragico. Si è detto che lui era senza colpe rispetto ai disastri dell’istituto e che tutta la responsabilità era della vigilanza” e che nonostante “Bankitalia abbia demeriti rilevanti” secondo i 5 Stelle “scaricare tutto il biasimo sulla vigilanza era ed è un’operazione risibile. Adesso sappiamo che papà Boschi è di nuovo indagato per falso in prospetto e accesso abusivo al credito assieme a tutto il cda 2011-2014 (lui poi divenne addirittura vicepresidente di Etruria dal maggio 2014, guarda caso due mesi dopo che la figlia era stata nominata ministro. Altro che passante).

Redazione Avanti!

Abolito il vecchio Voucher aumenta il ‘Nero’

Le conseguenze dell’abolizione del “vecchio” voucher: 600.000 lavoratori hanno perso o percepito in nero da 180 a 300 milioni di reddito.

a cura di Claudio Negro

lavoro-neroL’Osservatorio sul Precariato dell’INPS relativo ai primi 9 mesi del 2017 conferma in generale, in termini di flusso, la crescita occupazionale già segnalata dall’ISTAT in termini di stock. Aumentano di molto gli avviamenti rispetto al 2016 (stesso periodo): + 880.000, pari a un +20,1%. Aumentano anche le cessazioni (come logico, dato che la maggior parte dei nuovi avviamenti sono a termine) ma in misura decisamente minore: + 656.000 pari a +16,9%. Il che produce un saldo positivo di 224.000 posti di lavoro in più rispetto all’anno scorso: il risultato più alto da quando l’occupazione ha ripreso a crescere.

Un elemento in controtendenza, che necessita di qualche riflessione: per la prima volta dall’introduzione del Jobs Act c’è un saldo negativo tra avviamenti e cessazioni per i contratti a tempo indeterminato, anche se molto piccolo: poco meno di 10.000 unità. Non c’è sostanzialmente aumento delle cessazioni (+ 1.700) ma un sensibile calo degli avviamenti (- 35.000). Crediamo che su questo dato influiscano due effetti combinati: da un lato la prosecuzione della flessione dovuta alla fine della decontribuzione; da un lato l’aspettativa per il nuovo incentivo previsto dal DEF, che induce probabilmente le imprese a rinviare al nuovo anno le assunzioni a tempo indeterminato.

Contrariamente a quanto temuto dai detrattori del JobsAct, i licenziamenti non aumentano, anzi diminuiscono. Quelli per motivi economici diminuiscono di 35.000 unità per i lavoratori a tempo indeterminato e addirittura di 104.500 (pari a un – 50%) per i tempi determinati. Effetto collaterale di una situazione economica che si evolve positivamente e come tale viene percepita anche dalle aziende. Aumentano invece lievemente i licenziamenti per giusta causa o motivo soggettivo: + 1.200 per i tempi indeterminati e + 4.000 per i tempi determinati. A parte l’esiguità dei numeri in questione, che non documentano certo di licenziamenti di massa, vale la pena formulare un’ipotesi che non ci pare campata in aria: una parte di questi licenziamenti sono concordati tra azienda e dipendente in luogo di dimissioni volontarie sia per consentire l’accesso al NASPI sia per ovviare al malfunzionamento della procedura in vigore. Ipotesi suffragata empiricamente dall’osservazione, riportata da Pietro Ichino sulla drastica riduzione del contenzioso giudiziario in materia di licenziamenti.

Come giustamente osserva Seghezzi (Bollettino ADAPT….) commentando i dati di stock, per la prima volta dall’inizio del post crisi diminuisce lievemente il tasso d’occupazione femminile. Spulciando nei dati di flusso vediamo che c’è un dato negativo importante circa le assunzioni di donne a tempo indeterminato (– 5%). Si tratta di 17.313 assunzioni in meno rispetto al 2016. L’unico dato che flette su un ordine di grandezza comparabile è quello del part time: – 40.000. Purtroppo non disponiamo della ripartizione di questo dato tra maschi e femmine, ma per approssimazione empirica pare di intravedere una relazione tra meno assunzioni a part time e meno assunzioni femminili. Il part time durante la crisi è stato uno strumento di flessibilità importante per le imprese e per l’occupazione femminile. Se le aziende lo marginalizzano adesso che siamo in ripresa, l’impatto rischia di essere negativo sull’occupazione femminile: come questi primissimi dati sembrano preannunciare.

Infine il boom dei contratti a chiamata: intuitivamente si tratta di una delle risposte del mercato alla (quasi) abolizione dei voucher. Nei primi 9 mesi del 2017 sono stati 37.300 gli avviamenti di contratti di lavoro intermittente a tempo indeterminato, e ben 319.200 quelle a tempo determinato: rispettivamente +15.500 (+ 71,7%) e + 182.000 (+ 133%) rispetto al 2016. A conferma della tesi circa i motivi contingenti della crescita di questa tipologia basta osservare che le variazioni 2016 su 2015 erano praticamente nulle, anzi leggermente in calo per i contratti a tempo indeterminato. A dir la verità i contratti a tempo indeterminato sembrano rispondere piuttosto poco alle caratteristiche di occasionalità specifiche delle prestazioni che venivano retribuite col voucher. Il tempo determinato sembra adattarsi meglio alla rapidità e alla variabilità di questo tipo di prestazione: le cessazioni di questi contratti sono state 220.000 nei primi 9 mesi, con aumento del 100% rispetto al 2016, che si rapporta coerentemente con il + 133% di avviamenti a testimoniare una volatilità che era caratteristica del mercato dei voucher.

Un’altra risposta del mercato può essere stata il ricorso a modalità intensive di part time, in questo caso certamente in modo esclusivo all’interno di contratti a termine. Occorre, prima di vedere le cifre, una precisazione: nel contratto part time vanno indicate date e orario della prestazione, la flessibilità va quindi programmata in anticipo. Un contratto del genere può rispondere alle caratteristiche del lavoro occasionale solo se è di durata breve, altrimenti diventa una rigidità. Per questa ragione, e perché non abbiamo i dati relativi alla durata dei contratti, i numeri del part time vanno presi con le pinze. Che comunque sono i seguenti: part time orizzontali nei primi 9 mesi 1.195.000 (+ 188.000, ma è la tipologia in cui è meno probabile che siano finiti gli occasionali); part time verticali 76.800 (+ 22.600); part time misti 155.000 (+ 45.000). E’ un po’ debole però l’evidenza di un nesso di causa-effetto tra abolizione dei voucher e aumento dei part time a termine: per i part time orizzontali il dato 2017 conferma una crescita costante dagli anni precedenti; un aumento relativo più significativo c’è per i verticali e i misti, ma si tratta di solo 48.000 contratti una parte dei quali potrebbe avere assorbito lavoratori prima retribuiti a voucher.

Ora, nel 2016 sono stati 1.600.000 i lavoratori che hanno percepito voucher (poi parliamo di quanti e come), quindi empiricamente 1.200.000 nei primi 9 mesi (comprendono anche il periodo della vendemmia, perciò è del tutto verosimile). L’INPS calcola che con la nuova normativa saranno circa 300.000 a fine anno, più o meno 230.000 fino a settembre. Dei restanti 970.000 ammettiamo pure che 182.000 siano stati assorbiti dai contratti a chiamata a tempo determinato. Con ottimismo diciamo che l’incremento dei part time a termine non-orizzontali ne abbia assorbito altri 45.000. Il numero dei dispersi è 743.000. Qualcuno potrà essere stato stabilizzato, magari con un contratto di apprendistato, ma sarebbe ridicolo illudersi che siano numeri significativi.

Il che ovviamente non significa che abbiamo quasi 750.000 persone a spasso. Facciamo un attimo caso alla composizione dei percettori di voucher: il 22% erano pensionati o giovani non ancora occupati, pari a circa 230.000. Una parte di questi apparterrà ancora alla platea di 300.000 nuovi voucher, un’altra parte potrebbe avere avuto uno dei 182.000 nuovi contratti a chiamata (ricordiamo che le regole del contratto a chiamata lo consentono in pratica solo a queste due categorie).

Il 55% dei percettori (circa 880.000) risultava assicurato all’INPS (quindi lavoratore subordinato o autonomo). Una parte di costoro potrebbe continuare a percepire voucher, ma solo per prestazioni effettuate presso imprese con meno di 5 dipendenti (da cui non possiamo aspettarci grandi numeri). Di questi 880.000 circa 300.000 percepiva voucher dallo stesso datore di lavoro con il quale, nel corso d’anno, aveva un contratto di lavoro. Ma per 230.000 casi l’assunzione seguiva al periodo retribuito a voucher, che fungeva quindi da periodo di prova. Questi 230.000 escono quindi dal computo perché regolarmente assunti. In circa 70.000 casi il voucher integrava la retribuzione per prestazioni tipo straordinario, essenzialmente in casi di lavoratori con contratti part time. Ammettiamo pure che questi lavoratori siano rientrati nella norma (loro o i loro successori, perché quasi sempre si trattava di contratti a termine) e che gli straordinari glieli paghino in regola. Diciamo quindi che i 300.000 lavoratori di cui parliamo siano rientrati nella norma. Restano gli oltre 500.000 assicurati di cui perdiamo le tracce.

Qui ci sono lavoratori che percepivano voucher da un datore di lavoro diverso dal loro (il caso più frequente), lavoratori in NASPI, disoccupati senza sussidio, ecc.

Facciamo le somme: nella migliore delle ipotesi 300.000 persone sono in regola per continuare a percepire i voucher; 182.000 hanno avuto un contratto a chiamata; 45.000 un contratto part time a termine; 300.000 sono rientrati in regola col contratto di lavoro dipendente. Sono 827.000. Rapportati a 9 mesi 620.000. Poco più della metà dei percettori di voucher nei primi 9 mesi del 2016. E gli altri? Certo, poiché la media dei voucher percepiti era di 62, pari a poco meno di 500 € (e il 72% ne percepiva meno di 29) le cifre di cui discutiamo sono minime. Ma lo erano anche prima, quando sembrava che il voucher fosse il “bug” destinato a destabilizzare i salari. Alla fine dobbiamo prendere atto che la Lotta di Liberazione dal Voucher ha portato alla scomparsa di circa lo 0,116% del monte retributivo annuo riferito a circa 600.000 individui. O sono soldi ritornati al nero (come probabile e molto semplicemente praticabile) o sono modesti guadagni perduti da persone che avevano il solo torto di volerle recepire in modo regolare. Diciamo che ci sono redditi tra i 290 e i 500 € che non sono più percepiti dai lavoratori o lo sono in nero.

Claudio Negro
Fondazione Anna Kuliscioff

Con “Tota Pulchra” rinasce
il monastero di S.Elias

Monastero-seliaNel sud del Monte Libano, in una regione abitata storicamente da drusi e cristiani, un importante progetto di ricostruzione materiale e riqualificazione culturale ed economica riguarda il monastero di Sant’Elias (il nome originario, Ilia, indica il profeta Elia della Bibbia) di Kahlounieh, dell’Odine maronita libanese, fondato nel 1766 e andato distrutto nella guerra civile scoppiata nel 1975 e terminata solo nel 1990. Il progetto è dell’associazione di promozione sociale “Tota Pulchra” (nata nel 2016), che si occupa d’arte in quanto manifestazione, nell’uomo, della bellezza divina e mezzo di cambiamento sociale; e ha già al suo attivo iniziative come mostre d’arti figurative, convegni, spettacoli teatrali, ecc… Presieduta da Mons. Jean Marie Gervais, prefetto coadiutore del Capitolo Vaticano (che ad agosto scorso ha visitato Sant’Ilia), l’associazione sta cercando d’assecondare gli sforzi del monastero – guidato dall’82nne padre Antoine Houeis, già promotore “in loco”, negli anni ’70,. d’una scuola per 400 studenti, di tutte le comunità religiose , specialmente druse e cristiane – per risorgere.

L’ occupazione del Paese da parte siriana terminava nel 2005, in seguito alla “Rivoluzione del cedro”, rivolta nonviolenta della popolazione, sdegnata per il presunto coinvolgimento dei siriani nell” assassinio dell’ex-premier sunnita Rafiq-al-Hariri. Seguivano la seconda guerra del Libano (2006), tra Israele e il gruppo libanese degli hezbollah filoiraniani, che finiva con l’interessare l’intero Paese, e, dal 2011, l’indiretto coinvolgimento del Libano nella guerra in corso in Siria. “Oggi, il Paese vuole fortemente la pace”, dice monsignor Gervais; “e i monaci di S.Elias voglion fare del monastero un centro di riconciliazione nazionale e dialogo interreligioso, in quella tradizione di incontro tra religioni e culture diverse (cristiana maronita e di altre confessioni, musulmana sunnita, scita, drusi) che ha sempre caratterizzato la storia del Libano. I monaci, aiutati da associazioni private, stan cercando di raccogliere fondi per completare la ricostruzione del monastero (celebre anche per i suoi antichi affreschi; in un vicino villaggio, soggiornò, a suo tempo, anche il poeta francese Lamartine), ma la cosa richiederà tempo, anche per i problemi politici. In complesso, però, gli stessi drusi (altra storica comunità religiosa del Paese) e tutti i libanesi capiscono che la presenza cristiana nel Paese è storicamente importante, connaturata alla stessa fisonomia del Libano”.

“I cristiani del Paese, e specialmente i maroniti”, aggiunge al telefono Fady Khoury, professionista libanese atttento osservatore della situazione locale, “oggi sono chiaramante percepiti dalla popolazione come guardiani dell’ idea storica e politica del Libano; il Santo Charbel Makhluf (1828- ’98, monaco dell’ Ordine Antoniano maronita, taumaturgo, canonizzato da Paolo VI nel 1977, n.d.R.) è il santo di tutti i libanesi, e le istituzioni religiose in Libano, specialmente la chiesa maronita, hanno un’autorità superiore a quella degli stessi partiti politici. Mentre gli eventi delle “Primavere arabe” (preannunciati in qualche modo, sei prima, dalla “Rivoluzione del cedro”, N.d.R.) han mostrato a tutti i musulmani libanesi il valore del Libano, multietnico, multireligioso e multiculturale, Stato dove da sempre convivono genti di comunità diverse, come unica alternativa possibile, per un Medio Oriente finalmente tranquillo”.

Il piano di ricostruzione di S. Elias, una volta ultimata la fase della progettazione e previsione del necessario budget (da parte d’ uno studio d’ingegneria locale o italiano) prevede l’introduzione, nei terreni del monastero, delle più moderne tecnologie bio ed eco-correlate: per immagazzinare energia pulita e avviare attività di agricoltura biologica (per la produzione di vino, olio d’oliva, prodotti di base legati alla farmaceutica); che saranno seguite da una nuova generazione di agricoltori, formata da un’apposita scuola-laboratorio.

A breve partirà una forte campagna di finanziamento: “anche un banchiere saudita – precisa Monsignor Gervais – è interessato, per la creazione del centro di dialogo interreligioso e interculturale”.

“Il Libano di oggi”, sottolina ancora Fady, “che vuol veramente chiudere col periodo della guerra civile e delle forti intromissioni straniere (in 35 anni, ben 750.000 cristiani maroniti han lasciato il Paese, con una fuga dei cervelli dagli effetti incalcolabili), ha bisogno di segni di speranza come questo. Il clima interno del Paese oggi è di forte unione fra tutte le comunità ( come emerso anche nell’ultimo episodio del “sequesto” del nostro Primo Ministro), e anche i rapporti con le potenze della zona sono migliorati: recentemente il nostro patriarca maronita ha visitato l’ Arabia Saudita per avviare un nuovo dialogo tra Islam e Cristianesimo, e i sauditi addirittura han mostrato l’intenzione di restaurare un’antica chiesa cristiana, scoperta recentemente da loro.

Nella rinascita di S. Elias può ricoprire un ruolo importante un’associazione come “Tota Pulchra”: arte e bellezza, terreno primario della sua attività, saranno infatti centrali nella vita del monastero ricostruito. Per la cui gestione, in futuro, vedremmo bene un comitato di rappresentanti laici del Libano e dell’ Europa, più un rappresentante del Vaticano. Vorremo, comunque, una gestione trasparente di tutte le entrate e le spese”.

Fabrizio Federici

Casa per tutti dalle Banche. Mutui “in saldo”

mutuo_prima_casaStoricamente i Mutui non sono mai stati così convenienti come adesso. Prosegue il trend di crescita delle somme erogate dalle banche per i mutui. Il valore medio di 121.621 euro concessi ad agosto è in aumento del 7,5% rispetto a dodici mesi prima. Nell’analisi fatta dall’Osservatorio congiunto realizzato dai siti web Facile.it e Mutui.it, condotta su oltre 25.000 richieste finanziamento, si legge: “A questo aumento corrisponde una crescita dell’importo medio richiesto, che ad agosto 2017, ha raggiunto i 127.701 euro (+3,38%)”.
Si riduce così il divario tra quanto gli aspiranti mutuatari cercano di ottenere e quanto viene effettivamente finanziato dalla banca. Sempre ad agosto 2017 il ‘loan to value’ erogato (rapporto tra il valore dell’immobile da acquistare e l’importo concesso dalla banca) è stato di poco inferiore al 57%, in aumento di 5 punti percentuali rispetto al 2016, mentre il ‘loan to value’ richiesto (quanto sperano di ottenere i mutuatari in rapporto al costo dell’abitazione) è stato pari al 59,75%. Altro dato emerso dall’analisi è quello relativo alla durata media dei mutui erogati, che nel corso dei 12 mesi passa da 20 a 22 anni, mentre rimane praticamente invariata l’età dei richiedenti (da 41 anni a 40).
Con riferimento ai tassi di interesse, sono in aumento il variabile con cap ed il misto.
Analizzando il tipo di tasso richiesto dagli aspiranti mutuatari che hanno presentato domanda ad agosto 2017, con il 70,42% del totale il fisso si conferma come il preferito anche se, a ben guardare, si registra una lievissima diminuzione rispetto a quanto non accadeva dodici mesi prima (-0,36 punti percentuali). Scende al 22,21% la percentuale di coloro che chiedono un mutuo a tasso variabile (-4,42 punti percentuali nell’arco dei dodici mesi), mentre raddoppiano i richiedenti che optano per il tasso misto (passando dal 2,35% al 4,71%) e aumentano significativamente quelli che intendono indicizzare il proprio finanziamento sfruttando il variabile con cap, che sale dallo 0,24% al 2,66%.
Ivano Cresto, responsabile dei mutui di Facile.it, ha commentato: “Questa tendenza è legata da un lato all’atteggiamento degli istituti di credito che cercano di differenziare l’offerta, dall’altro alla volontà dei clienti di scegliere un tasso che consente di partire con un interesse più contenuto rispetto al fisso, senza però rinunciare alla possibilità di tutelarsi da futuri possibili rialzi”.
Focalizzando l’analisi sui mutui prima casa, il trend di crescita si conferma, seppur in maniera leggermente più contenuta. L’importo medio richiesto ad agosto 2017 per acquistare l’abitazione principale è stato pari a 137.537 euro (+5,01% rispetto a 12 mesi prima) mentre la somma media erogata dagli istituti di credito ha raggiunto i 117.308 euro (+3,78%). Sostanzialmente stabili l’età del richiedente, ferma a 38 anni, e la durata mutuo, che passa da 23 a 24 anni.
L’età media dei richiedenti si avvicina alla fascia di età di lavoratori stabilizzati con contratto a tempo indeterminato. La tendenza a prolungare la durata del mutuo è dettata dalla necessità di ottenere delle rate di ammortamento più basse che possano consentire di affrontare più agevolmente gli impegni di pagamento.

AMSI e UMEM: medici
che lavorano all’estero

obiettori_medici-abortisti-ginecologiNegli ultimi 2 anni, 3500 medici giovani e 1500 medici ospedalieri e in pensione hanno chiesto di poter trovare lavoro, o comunque fare esperienza lavorativa, all’estero: rivolgendosi agli appositi sportelli di AMSI, Associazione Medici d’origine Straniera in Italia, e UMEM, Unione Medica Euromediterranea. Questi i dati – certo non incoraggianti per la sanità italiana – che, insieme al “Manifesto Sanità e multiculturalismo”, saranno presentati il 2 dicembre mattina, alla clinica “Ars Medica” di Roma, nel corso del Congresso AMSI – col patrocinio di UMEM e movimento “Uniti per Unire” – centrato su “Urgenza in cardioogia e medicina sportiva” (con rilascio di 6 crediti ECM per i partecipanti).

“Presso il nostro sportello AMSI, UMEM e “Uniti per Unire”- precisa Foad Aodi, medico fisiatra, fondatore di AMSI e UMEM, e membro del “Focal Point” per l’integrazione in Italia per l’alleanza delle Civiltà UNAOC-organismo ONU.- arrivano numerose telefonate, e richieste tramite Email, Whatsapp, Facebook, da parte di medici italiani e d’ origine straniera che desiderano lavorare all’estero o farvi esperienza professionale, o far ritorno ai loro Paesi d’ origine. La maggior parte delle richieste di lavoro all’estero proviene dal Sud (Campania,Sardegna,Sicilia, Puglia), dal Centro (Lazio: Roma, Latina, Frosinone ) e dall’ Emilia Romagna. Da parte di medici giovani e medici ospedalieri esercitanti nelle branche di chirurgia, neurochirurgia, oculistica, ginecologia, chirurgia plastica e vascolare, Pronto soccorso e cardiochirurgia: principalmente per motivi economici e di sviluppo professionale, anche perché i giovani medici italiani hanno poche possibilità di fare chirurgia applicata ed esperienza varia in Italia”.

Le richieste di fare esperienze lavorative varie e di ricerca all’ estero provengono, invece, da medici ancora ospedalieri, universitari e in pensione: soprattutto da Veneto, Lombardia, Piemonte, Trentino e Campania. Quest’ultima categoria è formata maggiormente da medici esperti e specialisti in diabetologia, ginecologia, pediatria, malattie cardiovascolari e infettive, endocrinologia, dermatologia, gastroenterologia, angiologia e pnemologia .

” I Paesi ambiti dai nostri colleghi italiani”, prosegue il Prof. Aodi, “sono soprattutto Israele, Giordania, Libano, Spagna, Francia, Belgio, Germania, Austria, Svezia, Portogallo, Tunisia, Palestina, Albania, Romania, Qatar, Cuba e altri Paesi dell’ Africa”.

Infine, Aodi si rivolge al mondo delle istituzioni, sanitario, universitario e degli Ordini professionali: “Bisogna affrontare subito questi problemi, e prevenire quella che oggi, in Italia, si preannuncia come vera e propria carenza di medici: causata da fuga all’estero, numero chiuso degli accessi all’ Università, alto numero di medici che nei prossimi anni andranno in pensione, e ‘alto numero di medici internazionali che iniziano a ritornare nei loro Paesi d’ origine (Paesi arabi, africani e dell’ Europa sudorientale, come Albania e Romania”.

Fabrizio Federici