Serve una legge europea sull’immigrazione

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Foad Aodi

Promuovere il dialogo interculturale e interreligioso, col coinvolgimento di tutte le realtà religiose e del mondo laico, senza mai sovrapporre le une alle altre; intensificare la conoscenza, la buona informazione e il rispetto reciproco, per favorire la convivenza tra le culture e i popoli contro pregiudizi e strumentalizzazioni politico-mediatiche; promuovere manifestazioni, convegni e altre iniziative su questi temi.

Ecco i principali obbiettivi della CILI-Italia, Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa. Realtà nata, a dicembre scorso, dall’iniziativa d’un vasto schieramento (forte, ora, di piu’ di 2.000 iscritti) di associazioni, comunità, centri culturali, organizzazioni professionali cristiani, musulmani e di altre fedi e culture, attivi sul fronte appunto del dialogo interculturale e interreligioso: a maggior ragione dinanzi all’offensiva terroristica della scorsa estate (vedi il successo dell’ iniziativa “Cristiani in moschea”, simmetrica al “Musulmani in chiesa” del luglio 2016: cui han partecipato, l’11-12 settembre scorso, ben 23.000 musulmani italiani). A Roma, nella sede della FUIS, Federazione Unitaria Italiana Scrittori (il cui presidente, Natale Rossi, ha salutato l’iniziativa, lanciando anche un appello alle forze politiche per la creazione d’una vera Europa sovranazionale forte e democratica), la CILI-Italia ha avviato la sua “fase costituente”.

Con l’ evento internazionale “Unione, Dialogo, Conoscenza contro la guerra alle religioni”: promosso insieme alle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), col patrocinio del Movimento Internazionale “Uniti per Unire”, della RIDE – Rete Italiana per il Dialogo Euromediterraneo – e della Confederazione Internazionale UMEM, Unione Medica Euro Mediterranea. E l’adesione di Imam, rappresentanti delle Chiese cattolica e anglo- cattolica, rappresentanti istituzionali, Presidenti di ONG, Comunità e associazioni d’ origine straniera.

Ha aperto i lavori Foad Aodi, medico fisiatra, promotore dell’evento #Cristianinmoschea e della stessa Confederazione CILII-Italia: ribadendo “Come l’unione e la valorizzazione delle buone pratiche sono la chiave di quest’ incontro, fondato sui valori di umanità e fratellanza”. Nicola Lo Foco, scrittore e giornalista, ha sintetizzato l’obiettivo del suo libro “Il sangue del jihad” (Les Flaneurs ed., 2017), inchiesta sul terrorismo e sull’ Isis: far luce su una serie di luoghi comuni di cui il mondo arabo e islamico sono ancora vittime. “Ho cercato con questo libro – dichiara Lo Foco – di fare capire da dove nasce esattamente l’Isis, per sottolineare che il terrorismo è cosa ben diversa dalla religione islamica. Molti dei “demoni” che han portato alla creazione dell’ Isis nascono proprio da quegli “errori” ( a voler essere buoni, N.d.R:!) delle politiche occidentali, per i quali il mondo intero paga ancora un duro prezzo”. La scrittrice, di religione ebraica ortodossa, Shazarahel, autrice del libro “Le tre religioni monoteistiche secondo la Kabbalah” ( Ed. Psiche 2, 2017), ha sottolineato come “in questo clima di antisemitismo e di islamofobia, sia fondamentale riscoprire quelle ricchezze culturali e storiche che ci accomunano tutti, cristiani, musulmani ed ebrei. Secondo la Kabbalah, ogni religione è una manifestazione degli attributi divini: il Cristianesimo la bontà; l’Islam l’attributo della giustizia, del rigore e della forza; l’ Ebraismo è, in pratica, una colonna mediana. Questa analisi porta alla naturale complementarietà delle varie forme del Dio di Abramo, che si rafforzano l’una nell’altra”.

Il Ministro Plenipotenziario Enrico Granara, coordinatore degli Affari Multilaterali del Mediterraneo e Medio Oriente alla Farnesina, ha portato i saluti della RIDE – Rete Italiana del Dialogo Euromediterraneo – anticipando che sono in cantiere una serie di iniziative per l’accoglienza e l’ integrazione degli immigrati. L” ambasciatrice di Palestina, Mai Al-Kaila, ha espresso il suo ringraziamento per aver affrontato il tema del dialogo interreligioso: “Crediamo nella libertà religiosa, ribadita dalla nostra Costituzione, e condanniamo qualsiasi forma di razzismo, che è assolutamente rifiutata dalla nostra cultura”.

L’Arcivescovo Anglo Cattolico Miguel Perea Catrillon da un lato, e Sami Salem, Imam della Moschea romana “Al Fath” (alla Magliana), dall’altro, membri ambedue del Segretariato di CILI-Italia, hanno esortato i presenti a sviluppare, in tutte le realtà sociali dove operano, i valori di solidarietà e fratellanza umana. Sono seguìti gli interventi di Salameh Ashour, coordinatore del Dipartimento Dialogo Interreligioso delle Co-mai, Shukri Said, giornalista Portavoce della Fondazione “Migrare”, Ammiraglio Enrico La Rosa, Presidente dell’ oservatorio geopoitico “Omega”, e altri. Infine Foad Aodi, Presidente di Co-mai e Uniti per unire, s’è appellato al Consiglio Europeo in vista della grande riunione di sabato 25 marzo a Roma, per il 60mo dei trattati di Roma (1957), istitutivi della Comunità Europea: affinché “si metta subito in agenda una legge europea sull’immigrazione, basata sul principio dei diritti e doveri reciproci. E’ fondamentale – ha concluso Aodi – lavorare per la solidarietà, ma anche garantire la sicurezza internazionale: combattendo qualsiasi forma di radicalizzazione da una parte, di populismo e/o razzismo religioso dall’altra”.

Fabrizio Federici

Globalizzazione come disordine mondiale

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Caos e disordine mondiali, contrariamente all’opinione di chi pensa alle opportunità che essi possono offrire, generano in realtà l’anarchia nelle relazioni internazionali e fanno temere la crescita del pericolo di motivi di guerra, sinora contenuti entro ristretti confini regionali. A parere di Aldo Giannuli, ricercatore presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università statale di Milano, si tratta ora di un pericolo che espone il mondo a un possibile conflitto a scala planetaria.

Giannuli, in “Elogio del disordine mondiale” (Limes, n. 2/2017), osserva che è “in corso un allargamento delle aree di scontro con archi di crisi di migliaia di chilometri, dalla Libia all’Afghanistan, dalla Siria all’Ucraina forse all’Estonia, dalla Corea alle isole Senkaku-Diaoyu, che potrebbe allungarsi sino alle Paracelo – per non dire dell’iperterrorismo”; situazione, questa, che può solo prefigurare la preoccupazione per un’”escalation” che porti ad un conflitto generalizzato.

Tradizionalmente – afferma Giannuli – l’ordine mondiale e sempre stato pensato come equilibrio nelle relazioni tra gli Stati; con la “globalizzazione neoliberista”, però, sono venuti meno i capisaldi del passato, gli Stati nazionali, che di quell’ordine erano, oltre che gli artefici, entro certi limiti, anche gli addetti alla sua salvaguardia. L’avvento della globalizzazione, infatti, ha causato un profondo “riallineamento” dei rapporti di forza economica dei diversi Paesi; questo mutamento, coniugato con l’affievolimento del ruolo dei singoli Stati, ha indotto gran parte dei fruitori dei vantaggi offerti dall’integrazione dei mercati nazionali nel mercato mondiale a ritenere che “di Stato ne bastasse sol uno – gli USA – di cui tutti gli altri sarebbero stati solo pallide agenzie locali”.

L’esperienza storica è valsa a smentire tale convincimento; ciò perché, a fronte del consolidamento delle posizione egemonica degli USA, non sono mancate le contromisure messe in atto dai protagonisti più deboli del mercato mondiale; questi, coalizzati contro la potenza egemone, hanno reso precario il vecchio ordine internazionale, in quanto alla potenza centrale hanno contrapposto un “certo numero di potenze regionali”, con la prima dotata di una capacità d’intervento planetario, e le seconde in grado solo di difendere il “proprio spazio strategico”. La precarietà del nuovo ordine internazionale ha reso sempre più imperfetto e incerto il predominio della potenza egemone sulla scena globale, sino ad originare una situazione di generalizzata anarchia nelle relazioni internazionali.

Con la nascita del mondo moderno, la diffusione della forma organizzativa della vita sociale dello Stato nazionale e l’assenza di un’autorità soprannazionale hanno spinto a risolvere il problema dell’anarchia internazionale attraverso trattati che, oltre a sancire l’indipendenza dei singoli contraenti, hanno teso a limitare gli scontri armati generalizzati. Il risultato è stato che le relazioni internazionali sono state “governate” con accordi fondati su una logica relazionale tra gli Stati che ha preso il nome di “equilibrio di potenza”; lo scopo era quello di impedire che uno degli Stati o coalizione di Stati, aderenti all’accordo, divenisse tanto forte da prevalere sugli altri. La logica dell’equilibrio di potenza, tuttavia, pur simulando la sovranità e l’uguaglianza di ciascun soggetto partecipante all’accordo, non ha impedito che l’ordine mondiale assumesse una forma gerarchica; non senza fondamento, una corrente di pensiero “realista”, avente come suo esclusivo campo di studio le relazioni internazionali, ha identificato l’ordine mondiale, affermatosi dopo gli anni Settanta del secolo scorso come un ordine basato “sulle condizioni di pace dettate dai vincitori”.

A questo tipo di ordine mondiale – a parere di Giannuli – è riconducibile, infatti, quello realizzato sulla base dei trattati ispirati dal “Washington consensus”, con la costruzione di una cornice all’interno della quale è stato allargato e approfondito il processo di integrazione mondiale delle economie nazionali; un ordine “basato sul compromesso fra la spada e la moneta a fondamento dell’egemonia americana”, che però sarebbe entrato in crisi con l’inizio della Grande Recessione del 2007/2008.

Data la situazione esistente, Giannuli si chiede se “sia realistico e auspicabile” pensare a un possibile ricupero dell’ordine mondiale preesistente la crisi, col ripristino della netta egemonia di un solo soggetto, gli USA; oppure se sia preferibile un diverso ordine, sempre fondato sulla centralità dell’America, ma basato su un compromesso stipulato dai maggiori protagonisti della scena mondiale, ovvero dai soggetti espressi dai “sette imperi”, come Giannulli chiama USA, UE, Giappone, Brasile, Russia, India e Cina. Entrambe le alternative, secondo il ricercatore dell’Università Statale di Milano, sono poco probabili; la prima, quella fondata sulla sola egemonia americana, in considerazione delle dichiarate intenzioni della nuova amministrazione statunitense, appare allo stato attuale assai poso credibile; la seconda alternativa, per quanto meno irrealistica della precedente, non è priva di ostacoli: in primo luogo, perché l’Unione Europea è afflitta da una crisi che dura da tempo e che, per le intenzioni del neopresidente, non vede i rapporti euro-americani destinati a volgere “al bello”; in secondo luogo, perché gli altri principali “imperi”, Cina e Russia, sembrano anch’essi attraversare nei loro rapporti con gli USA una fase non migliore di quella dell’Unione.

Le due alternative possibili per il ripristino dell’ordine mondiale pre-crisi non sono, perciò, a parere di Giannuli, auspicabili, sia perché, una riproposizione dell’egemonia americana non è desiderabile, soprattutto in relazione al modo con cui gli USA hanno governato il processo di internazionalizzazione delle economie nazionali; sia perché anche il compromesso tra i “sette imperi”, “al di là delle ragioni che ne farebbero prevedere la scarsa stabilità e durata”, calare sul mercato globale la “cappa di piombo di un ristretto club di nazioni […] potrebbe essere del tutto controproducente, tanto sul piano del libero sviluppo delle dinamiche storiche in corso quanto in vista di preservare la pace”.

Infine, conclude Giannuli, a parte l’impossibilità di dimostrare che il compromesso tra i “sette imperi” possa durare nel tempo e che in qualcuno di essi possano nascere propensioni egemoniche, il patto sul quale dovrebbe reggersi il compromesso “avrebbe l’effetto di congelare qualsiasi ipotesi di riforma della governance mondiale in direzione di meccanismi più democratici e di migliori garanzie per il diritto internazionale”. Tutto ciò varrebbe a dimostrare che, contrariamente a quanto la teoria delle relazioni internazionali sostiene, non sempre i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia; a volte, come nel caso attuale, è l’ordine possibile che potrebbe “generare il massimo disordine”.

In sostanza, la causa prima dell’incerta possibilità di rimediare al caos e al disordine mondiale è il mancato governo della globalizzazione. Come afferma Alessandro Pansa, docente di Finanza presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma e autore dell’articolo “La finanza occidentale domina il mondo” (Limes, n. 2/2017), è la globalizzazione “la vera causa efficiente della perdita di baricentro del mondo, del suo mutato equilibrio o maggiore disequilibrio. In una sorta di nemesi della storia o di eterogenesi dei fini, la liberalizzazione dei movimenti di capitali, la deregolamentazione dei mercati finanziari, l’internazionalizzazione della tecnologia e l’imposizione di regole al commercio internazionale – sostenute prima di tutto dai governi britannico e statunitense – avrebbero finito col rivoltarsi contro coloro che hanno voluto, costruito, dotato di dignità intellettuale e difeso questo sistema, frammentando e trasferendo al resto del mondo un potere che per secoli era stato appannaggio dei sistemi occidentali”.

Conseguentemente, un mondo in cui gli attori economici operano senza che gli Stati nazionali siano impegnati a contenere i costi di transazione, appare oggi, sì, come un’area di mercato unificata, ma anche come un “campo di battaglia”, al cui interno è combattuta una guerra per la distribuzione del potere di scambio; guerra, questa, nello svolgimento della quale, l’Occidente (inteso come l’insieme, sia pure ridotto, dei Paesi ad economia di mercato) svolge un ruolo ancora dominante, disponendo però di una forza notevolmente inferiore rispetto a quella della quale disponeva nel passato, a causa della ridistribuzione del potere che sarebbe avvenuta all’interno dei principali Stati che lo compongono.

A parere di Pansa, la competizione per il controllo della tecnologia e dei mercati finanziari avrebbe determinato il trasferimento di “enormi quote di potere dai governi alle principali istituzioni finanziarie e industriali”, con la conseguenza che le prime (le istituzioni finanziarie) avrebbero acquisito la capacità di influenzare le politiche finanziarie degli Stati e quelle degli investimenti pubblici; mentre le seconde (le istituzioni industriali) condizionerebbero “la dotazione tecnologica di un Paese, il suo sistema industriale, le politiche per il mercato del lavoro, la distribuzione delle strutture produttive”. L’effetto della ridistribuzione del potere all’interno dei principali Stati occidentali sarebbe consistito nel fatto che, mentre le istituzioni finanziarie e industriali hanno acquisito la possibilità di fissare le regole di funzionamento del mercato internazionale, le istituzioni politiche avrebbero visto restringersi la propria competenza a un livello solo nazionale, se non addirittura locale. Tutto ciò avrebbe avuto come effetto ultimo destabilizzante la crisi delle istituzioni democratiche e la perdita da parte degli Stati occidentali del potere di governare la globalizzazione.

L’affievolimento del ruolo degli Stati nazionali e lo svilimento delle istituzioni democratiche sarebbero all’origine del caos e del disordine in cui versa attualmente il mercato globale. Ciò avrebbe messo a rischio la sopravvivenza dello stesso modo di produzione capitalistico; poiché il capitalismo – afferma Pansa – “può esistere senza la democrazia mentre quest’ultima difficilmente potrebbe sopravvivere senza il primo, è il capitalismo che va salvato, in parte anche da se stesso”. Ma come? Pansa al riguardo, propone una “ricetta”, la cui utilizzazione ha però da percorrere un terreno molto accidentato.

Intanto, la “ricetta” prevede un ritorno all’antico all’interno degli Stati dove le istituzioni democratiche sono state espropriate delle loro prerogative da quelle finanziarie e industriali, consentendo alle prime di esercitare l’antico ruolo di governare e regolamentare i comportamenti, a livello nazionale ed internazionale, delle istituzioni finanziarie e di quelle industriali; in secondo luogo, la “ricetta” ipotizza il ridimensionamento dei mercati finanziari, per consentire un loro controllo stabilizzante da parte delle istituzioni politiche; in terzo luogo, l’ipotesi di Pansa considera la reintroduzione di un diverso trattamento fiscale per il contenimento dei flussi finanziari a breve; infine, la stessa proposta implica una riorganizzazione delle istituzioni economiche internazionali, con una riduzione della capacità, della quale esse sino ampiamente avvalse, di fissare le regole che sottostanno le relazioni commerciali internazionali.

Pansa conclude il discorso chiedendosi a chi dovrebbe spettare il compito di prendere l’iniziativa per portate a compimento le riforme che egli propone. L’esperienza del passato, potrebbe suggerire la plausibilità che a prendere l’iniziativa sia l’”insieme tutto sommato piuttosto omogeneo di storia, cultura, regole e istituzioni composto da Stati Uniti ed Europa”; sennonché, Pansa stesso riconosce che “gli USA sono oggi guidati da un’amministrazione che non sembra interessata s quel ‘moderato multilateralismo’ che ha caratterizzato la miglior leadership americana del secondo dopoguerra”. Non resterebbe che l’Europa, la quale, però, per via dello stato in cui versa, sia sul piano economici, che su quello politico, non si trova nella condizione di poter pensare di governare “processo globali”.

A parere di Pansa, l’impegno dell’Europa ad assicurare una governance al mercato globale potrebbe costituire l’occasione, sicuramente non di facile accoglimento, per ridare “ruolo e significato all’UE”, le cui istituzioni avrebbero cosi modo di non farsi più percepire dal resto del mondo “come una sovrastruttura dannosa e autoreferenziale”. Strano modo di pensare, quello di Pansa; egli è del parere che L’Europa potrebbe trovare un motivo per un suo possibile ”riscatto”, impegnandosi perché al mondo e alla globalizzazione dei mercati nazionali sia assicurata una governance, dimenticando, come egli stesso riconosce, che la sua incapacità di impegnarsi per la realizzazione di un possibile governo globale dipende proprio dalla sua inadeguatezza a “governare processi globali”.

In sostanza, per Pansa, come per Giannuli, non sempre per il mondo i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia internazionale; a conservare il mondo nel caos attuale è l’ordine possibile che potrebbe essere garantito da uno Stato (gli USA), o da una coalizione di Stati (la UE), che sono privi della necessaria disponibilità e credibilità perché possano essere assunti come garanti di un nuovo possibile ordine globale multilaterale.

Gianfranco Sabattini

L’Identikit clienti telefonici, tra sbrigativi e ‘mammoni’

Con l’obiettivo di fornire un quadro di sintesi nel panorama delle comunicazioni e contribuire a comprendere meglio le tendenze del mercato di interesse, Clouditalia, primo provider italiano di servizi di telecomunicazione e cloud computing, inaugura l’”Osservatorio Big Data” e presenta i suoi primi risultati. Per il primo trimestre 2017, il centro di ricerca ha voluto scattare la fotografia del traffico telefonico 2016 relativo alle prepagate internazionali, comparto in cui l’azienda è leader dal 2005 con una quota di mercato superiore al 60%.

telefonoL’IDENTIKIT DEI CLIENTI – “Finora – spiega Marco Iannucci, l’AD di Clouditalia – abbiamo venduto oltre 100 milioni di “carte virtuali” e ogni giorno contiamo circa 6 mila nuovi acquirenti. Le nostre prepagate Edicard, ad esempio, consentono di effettuare chiamate dall’Italia verso tutte le destinazioni nazionali e internazionali a prezzi molto vantaggiosi e, attualmente, questo segmento di business contribuisce circa all’8% del nostro fatturato. Chi sono dunque gli utilizzatori dei servizi prepagati internazionali e soprattutto quali le loro abitudini? L’Osservatorio Big Data di Clouditalia ha provato così a tracciare l’identikit dei suoi clienti.

NEL 2016 BEN 15 MILIONI DI CHIAMATE – Solo lo scorso anno sono stati gestiti 15 milioni di chiamate e ben 125 milioni di minuti di conversazione, la cui durata media si è attestata intorno agli 8 minuti. Il traffico telefonico è stato diretto principalmente verso l’Europa (42%), seguita dal Sud America (22%). Al terzo posto troviamo il Nord America (14%) e al quarto l’Asia (10%). A pari merito Oceania e Africa con il 6% del flusso di telefonate ricevute dall’Italia. Tuttavia i paesi più chiamati per quantità di minuti sono – in ordine – USA, Polonia, Australia e Argentina; anche se i più prolissi in assoluto risultano essere gli islandesi, con una media di 16 minuti a chiamata. Tra i “Grandi Parlatori” figurano anche i peruviani e gli argentini, rispettivamente con una media di 14 e 12 minuti a telefonata, mentre i più sbrigativi – con appena 2 minuti a conversazione – sono i maliani. Chi, invece, non bada a spese per chiamare amici e parenti sono i polacchi.

ASIATICI POCO ROMANTICI, CUBANI ‘MAMMONI’ – E i continenti più romantici? A scalare la classifica sono Europa, Sud e Nord America che il giorno di San Valentino non risparmiano parole d’amore, totalizzando ciascuno un incremento delle chiamate superiore al 30%, a differenza degli asiatici, dove la festa è tutt’altro che sentita (-19% del traffico telefonico in uscita dall’Italia). Entrando nel dettaglio tra i più “calienti” – manco a dirlo – cubani, messicani e uruguaiani, anche se al primo posto troviamo gli Olandesi, con un aumento delle chiamate pari al 113%. Se pensate che i più “mammoni” siano gli europei vi sbagliate di grosso. A effettuare più telefonate durante la seconda domenica di maggio sono i già citati cubani (con un incremento del traffico in uscita di oltre il 200%), seguiti dagli ecuadoriani (161%). A influire quindi sui picchi giornalieri del traffico telefonico internazionale sono, senza ombra di dubbio, le festività con il Santo Natale in testa (+110%), seguito dal Capodanno (+90%) e dalla Pasqua (+80%).

LA VECCHIA CARA CABINA TELEFONICA – Immancabile anche il ruolo giocato dalla vecchia e cara cabina telefonica, da cui partono moltissime chiamate dirette in Africa e nello specifico in Nigeria, le cui conversazioni rappresentano il 17% delle telefonate effettuate da cabina. Un fotogramma che – negli ultimi anni – rispecchia il fenomeno della migrazione da questo continente verso l’Italia, così come dimostrano i dati diffusi da UNHCR – The UN Refugee Agency. Infatti, il 50% del traffico telefonico che dal nostro Paese converge in Africa è diretto in Nigeria (25%), Eritrea (8%), Costa d’Avorio (5%), Senegal (4%), Libia (4%) e Sudan (4%).

Francesco Carci

Nasce ‘Sfoglia Roma’,
una voce libera

sfogliaromaNasce ‘Sfoglia Roma’,  giornale online dedicato alla capitale, che è visibile in rete da giovedì 9 marzo all’indirizzo www.sfogliaroma.it.  Nel primo numero, l’incredibile vicenda di uno dei ponti sul Tevere, ponte Principe Amedeo Savoia Aosta, con problemi strutturali e vietato ai bus ma non alle auto da quasi un anno. Lo stadio della Roma che dilania il M5S con Grillo che salva la sindaca Raggi, ma non ha il coraggio di proclamare un referendum tra i cittadini dopo aver indicato la necessità di una consultazione (“Prima sentiremo la popolazione”). L’odissea di un viaggiatore nella vana ricerca di un taxi e le traversie di chi chiede  una nuova  carta d’identità per sostituire quella sbagliata (“Torni pure tra 23 giorni”).

E ancora: il varo del Museo del Calcio Internazionale in via Merulana con 5 mila cimeli dei grandi fuoriclasse del pallone; lo scontro tra  i leader degli intellettuali pro  e contro Ottaviano Augusto, Mecenate e Messalla, raccontato attraverso il resti della villa sull’Appia del secondo. Indipendente da partiti, lobby, centri di potere e associazioni di qualsiasi natura, ‘Sfoglia Roma’ nasce su iniziativa di Rodolfo Ruocco e Felice Saulino, due giornalisti professionisti con alle spalle una lunga esperienza di lavoro come cronisti di economia e politica.

In un universo mediatico in cui oggi si confonde la propaganda con l’informazione, il comunicato o il twitt con la notizia,  l’obiettivo di ‘Sfoglia Roma’è quello di pubblicare notizie chiare, certe e verificate. Preferibilmente scomode per chi comanda. La formula è quella di “osservare, analizzare e raccontare” le vicende della capitale fornendo una chiave di lettura senza la quale spesso risultano incomprensibili.

Cina: pil 2017 al ribasso.
Solo + 6,5%

economia-cinaLi Keqiang, nel suo quarto discorso basato sul Work Report del Governo fatto davanti al Parlamento cinese riunito in seduta comune, con un discorso molto realistico, ha pronunciato le previsioni di crescita economica per il 2017. Per il premier cinese l’obiettivo di crescita si fermerebbe a +6,5% con una ottimistica possibilità di raggiungere cifre più alte.

Nel quadro generale dominato dall’incertezza economica e politica, la Cina è alle prese con problemi strutturali irrisolti.

Durante una affollata conferenza stampa, dalla portavoce della Sessione Plenaria del Parlamento, Fu Ying, si è appreso dell’aumento del 7% del budget della Difesa, in flessione ma pur sempre in misura consistente. Anche se l’incremento della spesa non è stato a due cifre come il ritmo mantenuto nell’ultimo quarto di secolo. Per Fu Ying è comunque una cifra adeguata e idonea a proteggere gli interessi cinesi.

Successivamente il primo ministro Li Keqiang, durante il suo discorso in Parlamento, ha promesso un maggiore sostegno per l’esercito compreso il rafforzamento delle difese marittime ed aeree. Anche se nel Work Report era assente il dettaglio della spesa militare, il premier cinese ha sottolineato ampiamente la salvaguardia della difesa e della sovranità. Il capitolo di spesa della difesa non è stato incluso in bilancio con le stesse modalità praticate fino all’anno scorso, nonostante le promesse di trasparenza sullo stesso argomento. Li Keqiang ha sostenuto che comunque la riforma della difesa verrà proseguita. Sono note le dispute territoriali nel Mar Cinese Orientale, nel Mar Cinese Meridionale e sul fronte Taiwan che la Cina rivendica come propria in nome del principio dell’Unica e sola Cina. Da questi motivi e da un senso di insicurezza nasce l’obiettivo di rafforzare la difesa per mare e per terra in nome della salvaguardia della stabilità e della pace internazionale.

Lo scorso anno, la cifra in bilancio stanziata per la difesa è stata pari a 954,35 miliardi di yuan (138,4 miliardi di dollari Usa). La cifra fu ampiamente analizzata nonostante la sproporzione esistente con gli Usa che spendono quattro volte rispetto alla Cina. Per il 2017 Donald Trump sta pensando ad un aumento del 10 per cento della spesa militare statunitense.

I dettagli della spesa militare cinese sono stati affidati al documento di budget diffuso in occasione del rituale Discorso alla Nazione del 5 marzo del premier Li Keqiang nella Great Hall of People. Ma la percentuale di incremento della spesa per la difesa cinese nel 2017 era già cosa nota: quell’incremento del 7% pari all’1,3% dell’intero output cinese.

La spesa cinese raddoppierà comunque tra il 2010 e il 2020, raggiungendo i 233 miliardi di dollari Usa all’anno. Se nel piano ci sono i salari delle truppe, ai quali vanno sottratti quelli dei 300mila addetti tagliati da Xi Jinping con la riforma, restano fuori le voci per acquisto di armi, ad esempio.

La Cina sta adottando una politica di modernizzazione che canalizza la spesa verso determinati obiettivi, in primis sulla Marina, considerata un asset strategico per la difesa della sovranità di diritti e interessi cinesi nei Mari del Sud della Cina, dalle dispute con i vicini e dalle interferenze statunitensi, basti pensare che la corazzata americana Vinson ha appena finito di pattugliare l’area, sfidando l’irritazione di Pechino.

La politica estera ha fatto la parte del leone nella conferenza stampa, dal corridoio pachistano che inquieta l’India (e che minaccia di non partecipare al Summit Brics che si terrà in Cina) al ruolo della Cina nella governance mondiale. A qualche giornalista che chiedeva lumi al riguardo, Fu Ying ha risposto con una dose di senso umoristico: “Capisco, siete preoccupati che la Cina possa diventare un Paese di livello mondiale”.

Di fatto, c’è più di una spina nel fianco cinese, dal Thaad, il sistema di difesa satellitare che vede la Corea in primo piano, a proposito del quale il generale di Nanchino Wang Hongguang, all’inaugurazione della Conferenza consultativa, ha detto : “Se il Thaad dovesse minacciare Taiwan, la Cina invaderà l’Isola per difenderla”. C’è anche la Spada della Corea del Nord. Pyongyang non perde occasione per tirar dentro Pechino nelle sue manovre da guerra fredda.

Nella notte di sabato i cronisti sono stati buttati giù dal letto per andare a incontrare dalla strada, da dietro le inferriate dell’ambasciata nordcoreana a Pechino alle 3, il presunto assalitore (poi scagionato) di Kim Jong Nam, fratello di Kim Jong Un, un chimico nordcoreano che rifiuta ogni attribuzione di responsabilità. Intanto, i malesi l’hanno detenuto. Una volta scagionato e sulla via di casa, ha fatto tappa a Pechino dove ha urlato la sua innocenza sull’attacco in aeroporto del 13 febbraio a Kuala Lumpur.

In tutto questo marasma il petroliere Rex Tillerson, ottimo amico di Vladimir Putin, nominato ministro degli Esteri da Donald Trump, prepara per la fine del mese una visita in tutta l’Asia, dalla Corea, al Giappone alla Cina. In vista di un possibile incontro tra Xi Jinping e Trump, negli Usa, in aprile.

L’incontro tra i due premier sarà molto probabilmente di grande importanza storica considerato che Donald Trump è fautore di una politica protezionista mentre Xi Jinping è sostenitore della globalizzazione.

Salvatore Rondello

Entrate tributarie, a gennaio il gettito aumenta dell’1,9%

entrate tributarieNel mese di gennaio 2017 le entrate tributarie erariali, accertate in base al criterio della competenza giuridica, ammontano a 35.295 milioni di euro, in aumento del 1,9%(+ 652 milioni di euro) rispetto allo stesso periodo del 2016. Alla variazione di gettito hanno contribuito tutte le principali imposte.
Si segnala inoltre che, con la nuova modalità di pagamento introdotta nel 2016, il versamento del canone televisivo nel mese di gennaio (che quest’anno è sceso a 90 euro ripartito nelle bollette elettriche dell’intero anno) è stato pari a 82 milioni.

IMPOSTE DIRETTE
Registrano un gettito complessivamente pari a 24.449 milioni di euro, in aumento del 1,9% (+ 445 milioni di euro) rispetto al mese di gennaio 2016.
Le entrate IRPEF ammontano a 22.842 milioni di euro, in aumento di 221 milioni di euro (+1,0%) per effetto principalmente dell’andamento positivo delle ritenute da lavoro dipendente (+1,1%) e dei versamenti in autoliquidazione pari a 267 milioni (+15,6%).
Il gettito Ires, pari a 260 milioni di euro, registra un incremento di 93 milioni di euro (+55,7%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Registrano una diminuzione del 44,1% le entrate relative alle imposte sostitutive sui redditi da capitale e sulle plusvalenze. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, cresce del 28,1% la ritenuta sugli utili distribuiti dalle persone giuridiche.

IMPOSTE INDIRETTE
Il gettito ammonta a 10.846 milioni di euro, in aumento del 1,9% (+207 milioni di euro) rispetto allo stesso periodo del 2016.
Le entrate dell’IVA ammontano a 5.634 milioni di euro con un incremento di 244 milioni di euro
(+4,5%).
Tra le imposte sulle transazioni, l’imposta di registro segna una diminuzione del 6,2%. Mostra invece una variazione positiva rispetto all’analogo periodo del 2016 l’imposta di bollo (+124 milioni di euro) che risente della diversa modalità di compensazione degli acconti introdotta nel 2016.
Le entrate dell’accisa sui prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi (oli minerali) si attestano a 1.126 milioni di euro (-12,4%); il gettito dell’accisa sul gas naturale per combustione (gas metano) ha generato entrate per 275 milioni di euro (- 16,2%).

ENTRATE DA GIOCHI
Le entrate relative ai giochi presentano, nel complesso, una crescita del 19,2% (+1.233 milioni di euro).

ENTRATE DA ACCERTAMENTO E CONTROLLO
Il gettito derivante dall’attività di accertamento e controllo si è attestato a 672 milioni di euro con un incremento del 9,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, determinato dai maggiori incassi derivanti dai ruoli relativi alle imposte indirette (+26,0%).
Sul sito del Dipartimento delle Finanze è disponibile il Bollettino delle entrate tributarie del periodo gennaio 2017, corredato dalle appendici statistiche e dalla guida normativa, che fornisce l’analisi puntuale dell’andamento delle entrate tributarie, e la relativa Nota tecnica che illustra in sintesi i principali contenuti del documento. Sono disponibili anche i report F24 relativi ai mesi di Dicembre 2016, Gennaio 2017 e Febbraio 2017 che analizzano l’andamento delle entrate tributarie versate con il modello F 24, fornendo una prima anticipazione dell’andamento delle stesse.

Fonte: Mef

Aria di cambiamento
in casa Unicredit

Con l’aumento di capitale in Unicredit stanno cambiando molte cose. Le prime avvisaglie di cambiamento sono avvenute con la nomina di Mustier ad amministratore delegato dell’importante gruppo bancario. Fabrizio Palenzona ha rinunciato alla vice presidenza. Lo comunica Unicredit a pochi giorni dalla chiusura dell’aumento di capitale di 13 miliardi. Il cambiamento dell’azionariato prelude al cambiamento del consiglio di amministrazione.

Il comunicato di UniCredit afferma: “Il consigliere Palenzona ha assunto questa decisione allo scopo di agevolare le iniziative di revisione della governance programmate per il 2018 ed annunciate da UniCredit nel corso della presentazione del Piano Strategico il 13 dicembre 2016”. Tra queste, c’era anche la riduzione delle vice presidenze dalle tre attuali a una sola, per alleggerire la governance così come richiesto dagli azionisti di mercato: oltre a Palenzona, i vice presidenti eletti due anni fa in assemblea sono Luca Cordero di Montezemolo e il vicario Vincenzo Calandra Buonaura. A questo punto, anche uno di loro due rinuncerà alla carica, pur rimanendo nel consiglio di amministrazione.

La riduzione delle vice presidenze potrebbe essere solo il primo passo di una riforma più ampia e molto probabilmente con cambiamenti notevoli. Sempre dal comunicato stampa diffuso da UniCredit si legge: “Tuttavia, le modifiche suggerite potranno avere attuazione successivamente

all’assemblea convocata per approvare il bilancio relativo all’esercizio 2017 che si terrà nel 2018”. L’Istituto bancario si preoccupa di tranquillizzare il mercato e gli utenti sui cambiamenti non saranno immediati ma avverranno dopo un anno circa.

Lunedì scorso si è concluso l’ultimo atto dell’aumento di capitale con il collocamento dei pochi diritti residui inoptati. Adesso si cominciano a fare i conti sul nuovo azionariato di UniCredit. La fotografia si avrà solo a metà aprile con l’assemblea degli azionisti. Intanto spuntano le prime posizioni forti come Capital Research, che secondo le indiscrezioni di La Stampa avrebbe arrotondato all’8% la quota di partecipazione. Secondo quanto risulterebbe a Il Sole 24 ore, avrebbero incrementato notevolmente la propria partecipazione anche BlackRock, Wellington asset management e Marshall Wace. La dimensione dell’operazione, d’altronde, era da grandi operatori, più che da Fondazioni (diluite intorno al 6-7%) o da risparmiatori, con una quota in mano al retail che verosimilmente si troverà assottigliata al 20%. Dunque, un’evoluzione che piace al mercato stesso dove ieri il titolo ha guadagnato un altro 4,27% a 13,19 euro.

Al ceo, Jean Pierre Mustier, francese con un vissuto lavorativo più a Londra che a Parigi, il tutto è sufficiente per dichiarare che “Unicredit rimarrà indipendente”, e che “non c’è alcuna volontà di evolverci verso un dna francese” (leggi Societè Generale, dato per possibile approdo finale da alcuni osservatori). Prosegue il manager francese: “Anzi, il futuro del gruppo è molto luminoso per i suoi clienti, per i suoi azionisti e per i suoi dipendenti”. Messaggi solo apparentemente di forma, i suoi. Mustier parla poco e non ama la retorica, dunque se ieri ha deciso di presenziare alla convention della Fabi per la sua prima uscita dopo il successo dell’aumento, più di un motivo c’era. Incassati i 13 miliardi, ora la Borsa si chiede quali siano le prossime mosse di una banca che capitalizza quasi 30 miliardi e ha nei fatti scardinato il mercato italiano degli Npl, vista l’operazione da 17,7 miliardi in corso. Per adesso, Mustier ha fatto intendere in Piazza Gae Aulenti: “Ci si limiterà ad applicare il piano industriale. L’unica pressione che ho da me stesso, dopo l’aumento di capitale, è che ora bisogna fare l’esecuzione operativa”.

Alessandro Profumo, ai microfoni di Radio 24, ha detto che oggi non rifarebbe l’acquisizione di Capitalia “perché ha portato nel gruppo certamente una serie di problemi”. Davanti alla platea della Fabi, Mustier ha potuto dichiarare che “la banca ha voltato pagina e che ha chiaramente un futuro italiano”. E va forse letta in quest’ottica anche la battuta su Generali, dopo la rinuncia di Intesa Sanpaolo a procedere con un’offerta ha fatto notare: “L’esito penso sia il migliore per il Paese. In effetti, prima che tutto iniziasse avevo già detto che per l’Italia è molto importante avere una compagnia assicurativa quotata, indipendente e internazionale”.  Comprensibile che lo status quo, con UniCredit primo azionista di Mediobanca, che a sua volta è primo socio di Generali, vada più che bene a Piazza Gae Aulenti, dove in futuro si potrebbe studiare qualche possibile progetto comune, almeno a livello industriale.

A proposito di combinazioni industriali, nel ripercorrere quanto fatto finora, Mustier ha parlato anche di Pioneer e della cessione ad Amundi dicendo: “È stata vista come esternalizzazione ai francesi, però non è proprio così”, e poi spiegando che “Pioneer è un grande asset e la sua gestione è ottima, ma non ha la giusta dimensione: è troppo grande per i clienti individuali ed è troppo piccola per gli istituzionali. La combinazione di Pioneer con Amundi da quella massa critica su cui lavorare”. Mustier ha continuato : ”Tra l’altro, Pioneer-Amundi è il primo esempio positivo (e per ora forse l’unico, ndr) delle conseguenze per l’Italia della Brexit con 300 posti di lavoro in più a Milano per la gestione dell’asset management”.

Mustier però non ha detto che Amundi fa parte del gruppo francese Credit Agricole. La vicenda di UniCredit è molto delicata perché dopo l’aumento di capitale è meno italiana. Ci sono buoni motivi per diffidare delle dichiarazioni soporifere di Mustier. La posta in palio è molto alta: non si tratta solo di UniCredit, ma di tutto il “salotto buono” della finanza italiana che comprende anche Mediobanca e Generali.

Salvatore Rondello

Sanità, la salute passa per la prevenzione

Sanità-riforma-ricette“Proseguiamo nelle nostre iniziative perché crediamo che, in un Paese civile, la sanità debba essere di qualità ed economicamente accessibile agli utenti: a maggior ragione considerando che oggi, in Italia, ben 11 milioni di cittadini non possono accedere alle cure mediche. Appunto per questo è importante sviluppare il progetto “Iris Italia”, nuova mutua sanitaria integrativa che offre ai cittadini la possibilità di polizze, a prezzi accessibili, per una tutela sanitaria che prevede visite gratuite, o comunque a prezzi bassi: tra cui anche varie visite specialistiche, esami di diagnostica strumentale e di laboratorio, con l’ausilio di strutture convenzionate. Pagando appunto prezzi contenuti ed evitando i lunghi tempi d’attesa tipici, purtroppo, del SSN”.

Così Maurizio Bea, ideatore del progetto e amministratore del Centro Medico “Iris Italia”, spiega gli obbiettivi della VI Settimana della Prevenzione: in corso al Centro Medico “IRIS Italia” di Montesacro, in Via Valsavaranche 83 , sino al 4 marzo ( vedi www.centromedico-irisitalia.org). “In un anno d’iniziative di prevenzione gratuite”, precisa Foad Aodi, co-ideatore e direttore sanitario del Centro Medico Iris Italia, gestito dal Gruppo polispecialistico Internazionale GPI S.R.L. , “abbiamo effettuato oltre 2000 visite gratuite specialistiche (in ortopedia, fisiatria, dermatologia,allergologia, ginecologia, oculistica, otorinolaringoiatria, pneumologia, diabetologia, urologia, reumatologia cardiologia). Tutto questo, grazie alla disponibilità di tantissimi primari, ex-primari, ospedalieri, universitari, e specialisti d’origine straniera: stiamo cercando di dimostrare, con la professionalità di questi medici – italiani e d’origine straniera – che è possibile garantire l’accessibilità delle prestazioni sanitarie ai pazienti, italiani e d’altre origini, con la professionalità e la preparazione dei professionisti della sanità”.

“Questa volta – prosegue Aodi, che medico da anni esercita in fisiatria, ortopedia e traumatologia, e mesoterapia antalgica – ci concentriamo su ortopedia, fisiatria, patologie vertebrali e articolari ,osteoporosi, scoliosi, cifosi, traumatologia: cercando anche di ridurre, per quanto possibile, il ricorso alle prestazioni chirurgiche, salvo quelle per patologie con indicazione d’urgenza (obbiettivo che abbiamo raggiunto, ad esempio, nelle terapie di ernia del disco e patologie articolari, in collaborazione con neurochirurghi, ortopedici chirurghi e medici di famiglia ). In questo modo, grazie all’innovazione continua in riabilitazione, e alla preparazione e professionalità degli specialisti e dei fisioterapisti, anche il Servizio Sanitario Nazionale ne beneficia: con meno giornate di ricovero, meno interventi chirurgici, meno cure di riabilitazione post-chirurgica, e con minore intasamento dei Pronti soccorsi degli ospedali”.

Fabrizio Federici

Marx e Keynes a confronto in un immaginario incontro

Terni, immigrati volontari svolgono lavori socialmente utili per la cura dei beni comuni

L’attività immaginifica degli economisti professionali sembra non avere limiti. Un esempio è offerto da un recente libro di Pierangelo Dacrema, docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università di Calabria. In “Marx e Keynes”, Dacrema immagina, nella forma di un romanzo economico, che i due grandi economisti, nella veste di una “coppia di amici”, in un bar parigino, nella primavera di un anno a noi vicino, conversino tra di loro. Quello coi baffi sorseggia un tè, mentre l’atro, privatosi della barba per non essere riconosciuto, fuma il suo sigaro abituale, e nessuno avrebbe mai potuto credere che si trattasse di John Maynard Keynes e di Karl Heinrich Marx.
In realtà – afferma l’autore – gli unici a sorprendersi dell’incontro avrebbero dovuto essere proprio i due conversari, non solo perché vissuti in epoche diverse, anche se contigue, ma soprattutto per le differenze in fatto di stile di vita e per il loro prevalente atteggiamento riguardo al sistema capitalistico: quello di Keynes orientato a salvaguardarlo, attraverso l’elaborazione di una teoria utile a sottrarlo agli esiti delegittimanti del “laissez faire”; quello di Marx, volto al suo superamento, con l’indicazione di una appropriata strategia sociale rivoluzionaria.
Tutto della loro non lunga vita li contrapponeva; Marx era nato nel 1818 ed era morto nel 1883, lo stesso anno in cui keynes era nato, per morire nel 1946. Malgrado fossero entrambi “passati a miglior vita”, l’immaginazione di Dacrema li riporta in vita, per farli incontrare nel XXI secolo. Nell’avvio della conversazione tra i due redivivi, mentre dall’eloquio di Keynes traspare l’evidenza di conoscere tutto di Marx, l’atteggiamento di quest’ultimo mostra che di Keynes, un uomo vissuto dopo di lui, egli sa “quasi quanto ne sapeva di Jenny, la sua adorata consorte, e addirittura di Engels, l’amico che era rimasto sempre al suo fianco”. L’aver deciso di incontrarsi per discutere dipende dal fatto che, al di là delle differenze esistenti nel loro atteggiamento riguardo al sistema capitalistico, per tutta la vita entrambi si erano occupati di problemi molto simili.
Keynes, primogenito di una coppia di accademici di Cambridge, era stato un conservatore, consapevole d’essere parte dell’aristocrazia intellettuale britannica. Studente a Eton ed a Cambridge, prima, e accademico e uomo di Stato, poi, Keynes aveva costruito la propria teoria su come salvaguardare il capitalismo grazie alle conoscenze maturate come studioso e docente universitario, ma anche come servitore dello Stato presso il ministero del Tesoro; aveva avuto l’opportunità di vivere una vita agiata, non solo per i proventi derivanti dalla sua attività di docente e di consulente, ma anche per quelli derivanti dalla sua abile attività di speculatore borsistico.
Convinto che il sistema capitalismo fosse un modo di produzione efficace, ma anche portatore di conseguenze sociali negative che lo esponevano a critiche severe, Keynes aveva orientato il proprio lavoro al fine di rintuzzare tali critiche, affermando anche il diritto dei disoccupati a percepire un reddito, che consentisse loro di godere “di una parte dei benefici prodotti dal sistema”. Nel complesso, riferisce Dacrema, l’impegno di Keynes è stato volto a “salvaguardare gli interessi e i privilegi della borghesia, la classe a cui sentiva di appartenere”.
Più diversa non avrebbe potuto essere la storia personale di Marx; figlio di un ebreo tedesco benestante – ricorda Dacrema – e insofferente a qualsiasi tradizione familiare, ha sempre nutrito un “autentico spirito di ribellione verso l’ordine costituito”, assommando in sé “i requisiti del perfetto rivoluzionario”. Inoltre, Marx, pur essendo stato uno studente dotato, ha sempre avuto una scarsa propensione a frequentare le aule universitarie, preferendo costruire la propria “visione del mondo sulla base di una solida preparazione economico-filosofica acquisita da autodidatta”. Infine, convinto che il capitalismo avesse dato luogo a rapporti sociali e di produzione disumani, Marx aveva criticato la borghesia capitalistica, proponendo di sostituirla, attraverso una rivoluzione, “con la dittatura del proletariato, la classe dei lavoratori cui non apparteneva ma nella quale aveva riconosciuto una generazione di nuovi schiavi da affrancare”.
Pur così diversi, Keynes e Marx avviano la loro conversazione chiedendosi per quale motivo, malgrado gli sforzi coi quali avevano cercato di far capire le miserie del mondo capitalista e proposto le procedure con cui porvi rimedio, nessuno fra i “grandi uomini” che avevano concorso a “plasmare la coscienza del XX secolo è riuscito ad evitare al mondo due guerre mondiali, le cui origini erano da imputarsi alle contraddizioni interne al modo di funzionare del sistema capitalistico; sistema, questo, che Keynes aveva cercato di proteggere, mentre Marx aveva “ferocemente” criticato, sino a proporne l’abbattimento.
Cosa può aver spinto i due “redivivi” a provare interesse, malgrado il loro diverso atteggiamento nei confronti del capitalismo, a scambiarsi le idee sullo stato del mondo che li circonda? A parere di Keynes molto li accomuna, perché entrambi hanno “un senso religioso della storia, dell’operosità dell’uomo, della dolorosa evoluzione di una società intesa come insieme di uomini nati uguali, della sua pulsione verso un obiettivo che non può configgere con un ideale di giustizia né tantomeno coincidere con la religione del denaro”; li distingue solo il fatto d’avere avuto un atteggiamento diverso nei confronti della borghesia, una classe comunque alla quale erano “appartenuti entrambi per censo e abitudini”, e nella quale, da un certo momento in poi, Keynes aveva visto una modalità del vivere insieme da salvare e Marx, solo il nemico del proletariato.
Keynes, al suo improbabile interlocutore, racconta che la sua mente, a partire dalla fine della Grande Guerra, ha incominciato ad essere sconvolta da un continuo fiorire di idee che si sovrapponevano caoticamente l’una all’altra: seguendo il racconto di Dacrema, un giorno gli saltava fuori il concetto di “trappola della liquidità”, il giorno dopo quello di “moltiplicatore degli investimenti”, un altro ancora si stupiva di come potesse essergli sfuggito che a un aumento del reddito corrispondeva un incremento meno che proporzionale del risparmio; una riflessione, quest’ultima, che Marx non esita a definire – quasi a gratificare il suo interlocutore – “una bella intuizione”, ricca di implicazioni politiche, se si considera che, se a un aumento del reddito corrisponde un aumento del risparmio superiore a quello dei consumi, se ne deve dedurre – osserva Marx al suo interlocutore – che “redditi troppo elevati e troppo diseguali non favoriscono una crescita di consumi e sono quindi di ostacolo a un incremento della domanda globale, dell’occupazione e dello sviluppo”. Il che giustifica qualunque politica diretta a favorire l’egualitarismo, dato che “a redditi più uguali, o meno diversi, si associa appunto una maggior propensione al consumo, che è di per sé sinonimo di maggior benessere collettivo”. Marx non ha dubbi, perciò, a definire l’intuizione di Keynes una vera e propria idea di sinistra.
Alle parole di Marx, Keynes si dimostra riluttante, facendo osservare al “collega” che, se anche all’epoca gli premesse considerare più la valenza economica dell’intuizione che quella politica, in quanto riteneva fosse prioritario far comprendere ai governanti, data l’assenza di una “legge” che assicurasse l’uguaglianza fra risparmio e investimenti, come “il risparmio lavorasse silenziosamente contro lo sviluppo”. Il non essere riuscito in questo intento gli era valsa l’attribuzione, da parte dei “detrattori”, di “un atteggiamento di sostanziale indifferenza per il livello del deficit pubblico”; ciò perché, a loro dire, egli sottovalutava il pericolo dell’inflazione e l’effetto destabilizzante che una moneta malata poteva avere per l’intero sistema. Caro amico, conclude Keynes rivolgendosi a Marx, le implicazioni della mia intuizione e la proposta che ho formulato nella mia “Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta” non sono stato in grado di farle capire a nessuno; il che “ha autorizzato chiunque a ritenere vero il contrario”.
In un successivo incontro, Marx non ha remore ad ammettere che le implicazioni politiche dell’intuizione di Keynes e l’illustrazione della proposta contenuta nella sua “Teoria Generale” gli avevano “aperto gli occhi”, nel senso di riconoscere, come già aveva avuto modo di affermare nel “Manifesto del Partito Comunista”, scritto con l’amico Friedrich Engels, che non tutto del capitalismo era da “buttare via”. In altri termini, egli riconosceva che il capitalismo “aveva fatto cose buone” e che a volte era stato “vero e proprio sinonimo di avanzamento, progresso, sviluppo inteso come esplorazione e manifestazione concreta dell’umana capacità di redimersi da un passato buio”. Certo, non sono risultati meno evidenti gli effetti negativi; se il capitalismo ha funzionato bene sul fronte della produzione e dell’innovazione, non ha funzionato altrettanto bene su quello della ripartizione della ricchezza, limitandosi, per contenere le conseguenze delle ineguaglianze distributive, ad inventare, con la costruzione del sistema di sicurezza sociale, “qualcosa di simile alla carità”, con cui lenire le sofferenze dei meno fortunati.
A Marx preme di ricordare a Keynes che nel suo opus magnum, “Il Capitale”, aveva tentato di dare una risposta alla domanda se il capitalismo per realizzare le sue mirabilia potesse riuscire a rendere compatibile il processo di accumulazione con una distribuzione più equa del prodotto sociale; invita pertanto Keynes a considerare quale sia stata la sua risposta. L’economista di Cambridge, affermando di averla appresa leggendo “Il Capitale”, ha anche modo di sottolineare di sorprendersi nell’apprendere dalla sua viva voce di non essere più sicuro della risposta data, invitando pertanto Marx ad illustrarne i motivi.
I dubbi e le perplessità che tormentano Marx affondano nel fatto che non è più sicuro della validità della risposta, soprattutto se considerata all’interno dello “strano periodo in cui noi stessi ci troviamo miracolosamente calati”. Il tormento nasce a causa della sua “teoria del valore”, in base alla quale egli riteneva che il valore delle cose prodotte dall’uomo dovesse essere uguale al valore del lavoro in esse incorporato; la teoria era stata il cuore di tutta la sua riflessione economica e sociale. Il valore delle cose egli l’aveva sempre fondato sul valore del lavoro che era stato necessario svolgere per la loro produzione, ma il capitalismo aveva ridotto quel valore a “vile merce”, cioè a “una materia che si può comprare a un prezzo di gran lunga inferiore a quanto vale”. Nell’elaborare la sua teoria del valore delle cose prodotte, Marx non si sarebbe accorto dell’”errore” che si era “insinuato” nel suo discorso, la moneta, “abilmente travestita da soluzione”.
La moneta, che gli era parsa lo strumento con cui oggettivare il valore delle cose prodotte, in realtà dissociava il loro “valore d’uso” dal “valore di scambio”, consentendo al capitalista di appropriarsi del “plusvalore”, col quale poteva incrementare, a scapito del lavoratore, la produzione di una maggior quantità di cose, originando ulteriore plusvalore. La moneta, perciò, contraddicendo l’illusione di Marx, non avrebbe mai consentito di conciliare l’accumulazione con la giustizia sociale.
Di fronte alle affermazioni di Marx, Keynes per poco non trasecola, considerando che, se a Marx era costato non poco ammettere di aver “sbagliato bersaglio” nello scegliere la moneta come strumento in grado di assicurare la conciliazione dell’accumulazione capitalistica con una distribuzione del valore delle cose prodotte secondo criteri di giustizia sociale, a lui, Keynes, sarebbe costato di più riconoscere di “aver fatto del bersaglio sbagliato il suo cavallo di battaglia”, nella costruzione di una teoria fondata sullo strumento della moneta per realizzare l’uguaglianza tra risparmio e investimenti.
Keynes, tuttavia, riavutosi dallo sconcerto momentaneo accusato dopo la “confessione” di Marx, non ha esitazioni nel convincersi che è sempre stata una caratteristica della moneta crescere e infiltrarsi nei processi economici, condizionandoli a tal punto, da orientarli verso risultati indesiderati. Egli, perciò, riconosce che la “linfa del denaro è il numero, suo unico alimento e punto di appoggio nel mondo”, indipendentemente dal fatto che dietro di esso vi siano prodotti reali o meno. E’ stata una grave ingenuità, hanno quindi convenuto i due “redivivi”, che la moneta potesse sempre premiare il lavoro o potesse, quando fosse stata razionalmente impiegata, favorire il livellamento del risparmio agli investimenti.
Alla fine della loro lunga conversazione, sviluppata ed articolata in giro per il mondo, i due “grandi”, Marx e Keynes, giungono ad una conclusione che trova conferma in quanto accade nel mondo che li circonda; l’aspetto più grave di tale conclusione è il loro convincimento che non possa esistere alcun automatismo idoneo ad esprimere che il “capitale è risparmio”, il quale, “liberato dalle cifre inadeguatamente delegate a rappresentarlo, si presenta in tutta la sua multiforme fisicità”; ciò perché il “risparmio è veritiero e utile quando non è numerico, prezioso proprio nella sua versione autentica, quella non monetaria”. Da qui l’urgenza, essi riconoscono, di modificare lo stato delle cose, per sostituire la moneta, “vecchio e logoro” strumento, con un ”veicolo più moderno”. Essi, perciò, concludono il loro dialogo affermando che bisogna “capire che cosa sarebbe stato più opportuno fare. E poi agire”.
A quel punto, il dialogo tra i due grandi pensatori ha termine, perché richiamati alla dura realtà del prosciugamento delle loro tasche; fatto che li costringe a trovarsi una nuova occupazione che, per quanto valga ad assicurar loro rispetto e considerazione per la saggezza che trasuda dal loro pensiero, il mondo capitalistico, che Keynes aveva cercato di salvaguardare e Marx di superare, li reincorpora, continuando a funzionare come di consueto nel produrre nuova ricchezza numerica.
Se questa è una delle possibili interpretazione del senso del dialogo immaginato da Dacrema tra i due grandi pensatori del passato, c’è poco da sperare che il futuro possa assicurare all’umanità un’economia ed una società post-monetarie: il capitalismo attuale sembra godere di una protezione assicuratagli da una sorta di “cotta di maglia di ferro” che non presenta, per nessuno che viva al suo interno, alcuna “via di fuga” o “uscita di sicurezza”. Se così, all’umanità non resterebbe, disperatamente, che chiedersi se vale ancora la pena impegnarsi per tentare di assicurare al capitalismo un “volto umano”, così come era nelle intenzioni di Marx e di Keynes, sin dai tempo in cui ancora erano di questo mondo.

Gianfranco Sabattini

Per il vertice di Roma un libro bianco sull’Europa

Juncker-stato unione-profughi“Chi aveva pensato che Jean Claude Juncker non avrebbe presentato il suo ‘libro bianco’ ora si deve preparare a leggerlo” e “sì, sarà pubblicato prima del vertice di Roma”. Così il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas, che tuttavia non conferma la data dell’8 marzo, circolata informalmente nei giorni scorsi. Alla domanda se l’incontro tra il presidente della Commissione Ue e la cancelliera di ieri sia stata una svolta, una spinta per la presentazione del documento di Juncker prima del vertice di Roma, il portavoce ha detto di no. Mentre fonti europee spiegano piuttosto che l’impulso è arrivato dalla discussione al collegio dei commissari Ue di ieri. Secondo Schinas il focus dell’incontro tra Juncker e Merkel “è stato il futuro dell’Unione, in vista del vertice del 25 marzo a Roma”.

E’ stato “uno scambio di vedute tra persone che hanno fiducia reciproca. Molto sostanziale, che permette ad entrambe i leader di organizzare il lavoro, sia in vista del vertice di Bruxelles, che delle celebrazioni di Roma”.

“Nella riunione della Commissione ieri c’è stato un significativo, utile e ampio scambio di vedute, ed ora questo lavoro continuerà a tutti i livelli all’interno del collegio” spiega Schinas. Il documento è un tentativo “di fare lo stato dell’arte dopo 60 anni di integrazione e disegnare varie opzioni” e scenari per il futuro dell’Europa. Secondo il portavoce “il rapporto dei cinque presidenti sull’approfondimento dell’Unione bancaria e monetaria e’ una strada connessa” che però “corre in parallelo”. Schinas aggiunge inoltre che per la preparazione del libro bianco sono in corso “continui contatti con i leader europei”. Si tratta di un “processo fondato nella realtà politica, nella sintesi delle diverse situazioni che ci circondano. E il presidente ha sempre avuto in testa che l’unità dei 27 deve essere la strada da seguire. Tutti questi contatti rispondono a questa necessità”

E sulle ventilate dimissioni anticipate di Juncher è lo stessi interessato a chiarire: “Non mi dimetterò” da presidente della Commissione. Ha detto, rispondendo alla domanda di un giornalista dopo un incontro con il primo ministro irlandese, Enda Kenny. “Porterò fino in fondo il mio mandato. È il novembre 2019, ma questo lo sapevate già”, ha spiegato Juncker. Negli ultimi giorni si erano moltiplicate le voci su possibili dimissioni del presidente della Commissione per l’avversione di alcuni governi al Libro Bianco sul futuro dell’Europa.