A Davos il duello sull’economia mondiale

A Davos, in Svizzera, è iniziato ieri il forum annuale sull’economia mondiale che si protrarrà fino a venerdì prossimo. Dalle prime interviste fatte ad alcuni partecipanti è possibile comprendere l’importanza dell’incontro in corso e degli argomenti trattati. Joseph Stiglitz, economista premio nobel ed ex collaboratore di Bill Clinton, presenterà un rapporto dal titolo “Sconfiggere l’economia sommersa” lanciando un appello ai governi per farsi parte attiva nella trasparenza.

Sollecitato dalle domande dei giornalisti sulla politica economica di Trump, manifesta giudizi certamente non positivi sulle qualità del nuovo Presidente statunitense. In proposito ha detto: “Trump non conosce la macroeconomia e farà perdere posti di lavoro”. Proseguendo: “il protezionismo potrebbe avere un impatto di 1,5 punti di PIL nei prossimi 15 anni”. Continuando: “La politica economica di Trump non funzionerà. Non ci credo. Quello che si ostina a non capire è che l’estensione del deficit commerciale dipende soprattutto dalla macroeconomia”. Assumendo l’atteggiamento del professore, aggiunge:

davos“I flussi di capitale in entrata devono eguagliare il deficit commerciale, così come i flussi di investimento devono eguagliare i risparmi domestici. La sua proposta di bilancio potrebbe aumentare il deficit fiscale e questo vorrebbe dire abbassare il risparmio nazionale e quindi un aumento del deficit commerciale. Allo stesso tempo il tasso di cambio potrebbe aumentare. Ma un mondo più chiuso può essere pericoloso per un paese che esporta”. Esemplificando: “Se noi chiudiamo alla Mercedes, loro non comprano le nostre auto”. Tornando al linguaggio dell’economista: “Potrebbe peggiorare il deficit commerciale e l’effetto sarebbe quello di una perdita di migliaia di posti di lavoro. Dal punto di vista macroeconomico la sua politica non può funzionare”.

Timori anche per l’Europa: “Ora si sta concentrando sul Messico e sulla Cina ma in termini di politica globale sono coinvolti tutti. Quello che dobbiamo capire è che noi esportiamo in questi Paesi. Non capisco se vuole avere una guerra commerciale o se solo lo sta annunciando. Nessuno può rivelare quello che succederà. Bisogna attendere fino a venerdì”.

A Davos, Stiglitz insieme a Mark Pieth, un altro economista che ha collaborato al comitato d’inchiesta sui “Panama Papers”, presenta il dossier sull’economia sommersa, cioè sull’evasione fiscale, corruzione, lavaggio del denaro sporco. Ancora Stiglitz ha detto: “Ora che si parla della battaglia della globalizzazione, dobbiamo mettere al centro il problema della trasparenza. Se vogliamo far funzionare la globalizzazione, dobbiamo avere regole globali condivise. E’ nell’interesse di tutti i Paesi che non devono limitarsi ad applicare regole ma devono diventare protagonisti su questo tema”. Poi l’economista si è dichiarato favorevole all’utilizzo della moneta elettronica che evita il sommerso. Per favorirne l’utilizzo occorrerebbero maggiori investimenti in Cyber-sicurezza, concludendo: “Alla lunga i benefici supereranno i costi”.

Grande interesse ha suscitato la presenza della Repubblica Popolare Cinese con Xi Jinping, un funzionario comunista che difende la globalizzazione ed il libero commercio in netta opposizione al protezionismo resuscitato dal ricchissimo tycoon americano, proprietario di grattacieli e circondato da donne, che ripropone la critica al capitalismo globale con gli slogan antagonisti di 15 anni fa. Sembra che a Davos, paradossalmente, stia per iniziare un duello con parti invertite fra il presidente della Repubblica Popolare Cinese ed il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. Xi Jinping è riuscito a scaldare il pubblico di circa 1.500 delegati riuniti al Forum annuale dichiarando: “dobbiamo dire no al protezionismo”. Spiegando con filosofia orientale: “sarebbe come chiudersi dentro una stanza buia. Vento e pioggia possono restare fuori, ma resteranno fuori anche la luce e l’aria. Nessuno uscirebbe vincitore da una guerra commerciale”. Le parole del Presidente cinese strappano l’applauso alla platea. Naturalmente il messaggio è rivolto a Donald Trump che rinsaldando i rapporti con la Russia lancia l’offensiva contro la Cina vissuta come principale avversario commerciale. A Davos sono assenti sia Trump che Angela Merkel, due sostenitori del protezionismo nella scena mondiale. Il neo Presidente statunitense ha inviato Anthony Scaramucci che fa parte del suo team alla Casa Bianca. L’inviato americano dichiara: “ né gli Stati Uniti né la Cina vogliono una guerra commerciale. Abbiamo molto in comune e forti relazioni bilaterali ma va rivisto il modello degli accordi commerciali asimmetrici sottoscritti dagli Stati Uniti negli ultimi settanta anni. Se verrà fatto, Trump potrebbe essere l’ultima speranza del globalismo”. Insomma, per Trump la Cina dovrebbe smetterla con i suoi dazi occulti, le manipolazioni dei cambi ed i sussidi nascosti al suo export. L’enorme vuoto creato da Trump, fautore del disimpegno per un ritorno all’America First, ha dato l’opportunità a Xi Jinping di proporsi a leader della globalizzazione. Presentatosi al meeting con un look occidentale sobrio e rassicurante, usando toni pacati nel parlare, Xi ha fatto più di quanto si potesse immaginare. Senza nominarlo, di fatto, ha lanciato un asse globale di resistenza ai protezionismi ed ai nazionalismi, ma anche a Trump a tre giorni dal suo giuramento a Washington. Il Presidente Xi ha anche detto: “alcune persone accusano la globalizzazione economica per il caos in cui viviamo oggi, ma molti problemi attuali, dalla crisi dei rifugiati in Europa alla crisi finanziaria di dieci anni fa non sono stati causati da essa. La globalizzazione, è vero, ha creato problemi, ma non va gettato il bambino con l’acqua sporca. Piaccia o no, la globalizzazione è l’enorme oceano dal quale nessuno può tirarsi fuori completamente. La Cina di Xi promette di collaborare e correggere la rotta, dandosi un modello più sostenibile di crescita. E’ un cenno a molte delle legittime critiche a Pechino, improbabile fautrice del liberalismo economico e ora protagonista di una controversa iniziativa per ottenere lo status di economia di mercato che sterilizzerebbe la possibilità di mettere dazi sulla enorme sovraccapacità produttiva”. Nel suo discorso di sessanta minuti, Xi trova lo spazio per l’accordo di Parigi sul riscaldamento globale: “un accordo magnifico, che tutti i firmatari devono rispettare. Responsabilità che dobbiamo assumere nei confronti dei nostri figli”. Non ha perso occasione per proporsi anche come alfiere dell’ambientalismo essendo a conoscenza dei grandi problemi di inquinamento che esistono in Cina.

La lezione fatta quest’anno a Davos è una presa di coscienza dei profondi cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo molto velocemente, quasi a progressione geometrica. Ci vorrebbe una grande capacità ad adattarsi, a posizionarsi, trasformarsi per poter cavalcare meglio la tigre. Ma forse esistono soluzioni migliori per l’umanità sui quali poter trovare ottimi accordi: il rispetto dei diritti umani e la soddisfazione dei bisogni degli esseri viventi di questo pianeta in una armonica convivenza pacifica.

Salvatore Rondello

Trumponomics. Costi e benefici politici e finanziari

trumponomicsL’avvento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti si è trasformata in fonte di preoccupazione per la capacità di tenuta dell’ordine globale, per via della presunta inesperienza del nuovo Presidente in fatto di attività politica e diplomatica. Secondo una linea di pensiero ormai largamente accreditata, la sua affermazione politica ha tratto origine da problemi che da tempo agitavano la società americana, riconducibili principalmente alla crisi economica dei vecchi Stati federati industrializzati, all’approfondirsi delle disuguaglianze distributive e allo scontento popolare rispetto ad un establishment accusato di non aver capito il precario stato esistenziale dei cosiddetti “cittadini dimenticati” (forgotten men).
L’elezione di Trump è stata caratterizzata da una campagna elettorale, nel corso della quale i candidati, a parere di Allen Sinai, capo economista della società americana di consulenza economica e finanziaria “Decision Economics”, ”hanno dedicato gran parte del tempo a criticarsi e attaccarsi reciprocamente, riservando pertanto scarsa attenzione alle problematiche sociali ed economiche”. Se si considera il “peso”, sebbene ridimensionato rispetto al passato, dell’economia degli USA sul resto dell’economia mondiale, diventano plausibili le domande che lo stesso Allen Sinai formula nell’articolo “Trumponomics: benefici e costi”, apparso sul n. 75/2016 di “Apenia”: “Riuscirà l’economia americana a crescere più rapidamente e rafforzarsi, pur adottando politiche protezionistiche in materia di commercio e immigrazione? Quali saranno gli effetti del cambiamento sull’economia americana e globale? Ci si aspetta un futuro migliore o peggiore?”. Il probabile programma, che è dato presumere sarà portato in attuazione dal nuovo Presidente e che Allen Sinai definisce, per via della sua specificità, col termine di “Trumponomics”, presuppone una notevole attività legislativa, destinata a produrre rilevanti effetti sui mercati finanziari e sull’economia degli Stati Uniti, ma anche sull’economia del resto del mondo.
In particolare, a parere di Allen Sinai, un preventivo atto della nuova amministrazione sarà la deregolamentazione, per lo “smantellamento” di ciò che è stato legiferato dalla precedente amministrazione in campo sanitario e, soprattutto, in campo finanziario con il “Dodd-Frank Act”, la legge di riforma di Wall Street, introdotta per promuovere una più stretta e completa regolazione dei mercati finanziari a tutela dei consumatori e del sistema economico statunitensi. Gli obiettivi della riforma erano quelli di scoraggiare la creazione di nuove bolle, come quella che ha portato alla crisi dei mutui subprime, aumentando la tutela dei risparmiatori americani e promuovendo una maggiore trasparenza nei diversi mercati finanziari. La regola che, con maggior probabilità, sarà eliminata è la “Volcher-rule“, dal nome del suo ideatore, l’economista statunitense Paul Adolph Volcker, consistente in un insieme di disposizioni, inquadrate all’interno della riforma “Dodd-Frank”, limitanti l’attività speculativa delle banche attraverso una più rigida separazione dell’attività di intermediazione da quella d’investimento, allo scopo di rendere più stabile il sistema creditizio.
La separazione delle operazioni di intermediazione da quelle d’investimento era già stata introdotta nel 1933, dopo la Grande Depressione 1929/1932, con il “Glass-Steagall Act”, ma il settore bancario, a partire dagli anni Ottanta, ha incominciato a premere perché il Congresso lo abolisse; l’abrogazione è avvenuta nel 1999, con il “Gramm-Leach-Bliley Act”, che ha consentito la costituzione di gruppi bancari che, al loro interno, potevano conciliare l’esercizio, sia dell’attività d’intermediazione tradizionale, che quella d’investimento. A parere di Allen Sinai, la riforma della legge Gramm-Leach-Bliley non dovrebbe significare un ritorno alla Glass-Steagall, ma solo l’introduzione di barriere che impediscano ai risparmi dei depositanti, affidati al sistema bancario, di essere gestiti “in modo sicuro” e di non essere destinati a finanziare attività speculative. La modifica di molte misure della Dodd-Frank, insomma, sarà “di buon auspicio per le banche e per il sistema bancario, e quindi per l’intermediazione finanziaria e la spesa ad essa collegata”.
La nuova disciplina bancaria sarà quasi sicuramente orientata a promuovere una crescita reale dell’economia statunitense, affrancata da “un approccio mercantilista”, che dovrebbe consentire di porre “fine a una stagnazione secolare”; le stime suggeriscono – afferma Allen Sinai – una crescita economica reale che, nell’arco di tempo tra la seconda metà del 2017 e la fine del 2019, dovrebbe essere compresa “in un intervallo fra 2,75% e 3,5%”. Il rafforzamento della crescita negli Stati Uniti avrà quasi certamente un impatto positivo su gran parte dell’economia globale; ciò perché le attività produttive del resto del mondo che esportano negli Stati Uniti potranno trarre considerevoli vantaggi dall’aumento dei consumi e degli investimenti indotti dalla crescita interna dell’America.
Il principale interrogativo che solleva la Trumponomics è se la politica economica interna dell’America sarà positiva o negativa per il futuro. La risposta all’interrogativo passa attraverso la considerazione di ciò che potrebbe ostacolare l’attuazione del programma della futura amministrazione americana. Al riguardo, i dubbi riguardano, da un lato, il fatto che nell’agenda politica di Trump sia stata esclusa ogni considerazione relativa alle disparità esistenti negli USA in termini di reddito, di ricchezza e di istruzione; dall’altro lato, l’incertezza connessa all’attuazione della politica estera che Trump in sede pre-elettorale si è impegnato ad attuare.
Non ostante le previsioni di crescita, la Trunponomics sembra andare incontro ad un aumento delle disuguaglianze, sebbene uno dei motivi del successo elettorale del neo Presidente vada identificato nella protesta contro il loro approfondimento ed il loro allargamento. Il problema dovrà essere necessariamente affrontato, se la nuova amministrazione vorrà evitare possibili reazioni popolari che potrebbero causare ostacoli imprevisti all’attuazione della politica interna. Ancora più preoccupanti sono le possibili sorprese che potrebbero nascere dalla politica estera annunciata da Trump durante la campagna elettorale, soprattutto quella che il nuovo Presidente si è impegnato ad attuare nei confronti dei Paesi europei, partner tradizionali nell’organizzazione e nella gestione, attraverso la NATO, della collaborazione interatlantica nella difesa comune.
Su quest’ultimo punto, a parere di John Hulsman, presidente e cofondatore della società americana di consulenza per la gestione del rischio politico-economico “John C. Hulsman Enterprise” (“La fine dell’epoca atlantica”, “Aspenia n. 75/2016), Trump dovrà “sfumare” le critiche pre-elettorali lanciate contro i partner europei; ciò perché, se è vero che essi non “pagano abbastanza” per la difesa comune e possono sussidiare generosi “Stati sociali grazie ai sacrifici del contribuente americano”, è altrettanto vero che l’affezione dei Paesi europei all’America conta molto più dei rapporti con la Russia di Vladimir Putin. Su questo punto, è indubbio che le cifre del 2015, afferma Hulsman, forniscano seri motivi di lamentela da parte dell’America; pur essendosi impegnati per iscritto “a dedicare il 2% del PIL alle spese per la difesa, solo 5 Stati membri della NATO su 28 hanno centrato questo modesto obiettivo (Stati Uniti, Regno Unito, Estonia, Grecia e Polonia). L’America è di gran lunga quella che spende di più (3,6% del PIL), coprendo con il suo contributo un insostenibile 72% del bilancio annuale della NATO”.
Per evitare crisi irreversibili sul piano della difesa imteratlantica, a parere di Hulsman, l’Europa deve convincersi di non essere più centrale come un tempo per l’America e che “se vuole rinnovare la sua polizza sulla vita, deve pagare il premio in termini di maggiori spese per la difesa, per evitare che l’opinione pubblica americana volti le spalle alla NATO”. Tenuto conto della possibile crisi cui potrebbe andare incontro l’alleanza tra le due sponde dell’Atlantico, perciò, Hulsman ritiene che Trump, nel dare corso alla sua politica estera, debba tener conto, in primo luogo del fatto che la sua politica potrebbe fallire se non dovesse considerare l’importanza dell’Europa nella nuova realtà strategica esistente a livello globale; in secondo luogo, che America ed Europa possono avere temporaneamente interessi divergenti, ma che le disparità di vedute sono per lo più riconducibili al fatto che l’Europa, nella fase attuale, è totalmente impegnata nel compimento dello sforzo richiesto per il superamento degli effetti della Grande Recessione.
Tuttavia, dal canto suo, l’Europa dovrà prendere atto, a parere di Hulsman, che non le sarà più consentito di “guardare il mondo, attraverso lenti transatlantiche”. Nell’articolo “La solitudine europea”, pubblicato su “Aspenia” n. 75/2026, Mark Leonard, direttore dello “European Council of Foreign Relations”, afferma che gli europei dovranno “guardare il mondo con occhi diversi” e approfittare dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca per mettersi nella condizione di fare fronte alle sue possibili scelte in fatto di politica estera. Innanzitutto i Paesi Europei dovrebbero tentare di rafforzare la propria posizione rispetto agli Stati Uniti; in particolare, dovrebbero “trovare un accordo su politiche comuni quali sicurezza, politica estera, migrazioni ed economia”; in secondo luogo, dovrebbero prendere iniziative comuni per costruire alleanze con altri Paesi, non per inaugurare una politica estera concorrente rispetto a quella di Trump, ma per non risultare subalterni nella gestione delle relazioni con la Russia e la Cina.
Infine, secondo Leonard, l’Europa dovrebbe “cominciare a investire nella sua sicurezza. […] Pur essendo razionalmente chiaro che 500 milioni di europei non possono più delegare la loro sicurezza a 300 milioni di statunitensi”, l’Unione Europea dovrà prendere atto di aver fatto sinora molto poco “per coprire il divario tra le sue necessità e le sue capacità di difesa”. In ogni caso, pur in presenza di un maggior impegno europeo sul fronte delle relazioni con altri Paesi e su quello della difesa, gli Stati dell’Unione dovranno “lasciare aperta la porta della cooperazione transatlantica”, ricordando che l’alleanza ha “spesso salvato l’Europa da se stessa” e che può ancora continuare a salvarla, liberandola dalla paura dei “fantasmi” del passato, che ancora affliggono alcuni di loro, trasformando le paure in ostacoli sulla via del completamento del processo di unificazione politica.
Infine, i Paesi membri dell’Unione dovrebbero convincersi che la difesa dei loro interessi a fronte delle possibili scelte di politica internazionale di Trumpo, potrà essere meglio perseguita se la relazione transatlantica poggerà sui due pilastri delle contrapposte sponde dell’Atlantico. Quella europea sarà, sicuramente, un’agenda politica molto difficile ed impegnativa da attuare; innanzitutto perché i Paesi membri saranno chiamati a riflettere, più di quanto non abbiano sinora fatto, sul come favorire la crescita economica, attraverso un riesame critico della politica di austerità; in secondo luogo, perché dovranno far fronte ad alcune inevitabili richieste espresse dalla protesta popolare dei movimenti nazional-populisti; in terzo luogo, perché quelli che, fra i Paesi membri, valutano positivamente l’elezione di Trump, dovranno rendersi conto che i loro interessi potranno essere meglio tutelati attraverso un approfondimento dell’unione politica, piuttosto che con azioni condotte in ordine sparso.
Se l’Europa saprà dare risposte positive alle possibili conseguenze delle scelte di Trump in fatto di politica estera, si potrà ben dire, parafrasando alcuni slogan elettorali di Trump, che i Paesi membri dell’Unione torneranno a considerare prioritari gli interessi comuni europei (Europe first), per rifare di nuovo grande l’Europa (to make Europe great again).

Gianfranco Sabattini

L’Italia, il Papa e
il dialogo interreligioso

papa moschea“Data la grande importanza della Santa Sede per l’Italia e per tutto il mondo, sul piano sia religioso che politico-internazionale, il pieno riconoscimento diplomatico che il Vaticano ha fatto, il 14 gennaio, dello Stato di Palestina può rappresentare una spinta molto forte perchè anche altri Paesi facciano questa scelta. Del resto, sappiamo bene quanto Papa Francesco è sensibile ai diritti di tutte le confessioni religiose e di tutti i popoli, e all’esigenza, ormai improrogabile, di rilanciare davvero il processo di pace in Medio Oriente”.
Il Dottor Khalil Altoubat, consigliere del ministro dell’Interno per le Relazioni con l’Islam Italiano, consigliere diplomatico della Co-mai, Comunità del Mondo Arabo in Italia, e consigliere in Italia del presidente palestinese Abu Mazen, così commenta l’apertura ufficiale dell’ambasciata palestinese presso la Santa Sede, in Via di Porta Angelica. Cui ha partecipato in prima persona, accanto al presidente Mahmoud Abbas, alias Abu Mazen (affacciatosi, poi, rapidamente al balcone, accanto alla bandiera appena spiegata).

Che valutazione dà, in complesso, di questa visita privata di Abu Mazen a Papa Francesco?
E’ stato un incontro molto cordiale ed emozionante, con un Pontefice che ha avuto modo, inoltre, di conoscere dal vivo la tormentata situazione della Palestina, nella visita di due anni fa: e che sta lavorando in tutti i modi per riportare la pace in questa terra, culla di Cristo. Un incontro, inoltre, a pochi giorni dalla storica Risoluzione ONU del 30 dicembre: spero che anche il Governo italiano prenda atto di tutto questo, e dell’impraticabilità, per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, di altre soluzioni oltre a quella dei “Due popoli, due Stati”. E qui devo dire, anzi, che sia il ministro degli Esteri Alfano, che quello dell’Interno, Minniti, ambedue incontrati dal presidente Abbas il giorno prima, hanno ribadito l’accordo dell’ Italia con la soluzione “Due popoli, due Stati” e hanno promesso d’impegnarsi appunto su questa strada.

Lei è consigliere diplomatico della Co-mai, Comunità del Mondo Arabo in Italia, e membro anche del movimento internazionale “Uniti per unire”. Due organismi che, perseguendo la via del dialogo interreligioso e interculturale, su basi laiche, ultimamente han promosso, insieme ad altri, la nascita della C.I.L.I.- Italia, Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa: nata dallo sviluppo del Comitato “Cristiani in moschea” (promotore, dopo l’offensiva terroristica dell’estate scorsa, di tante iniziative per il dialogo fra cristiani e musulmani in Italia).Come dirigente di queste organizzazioni, come valuta appunto questi importanti sviluppi diplomatici?

Nella mia triplice veste, cerco di portare, su vari terreni, sempre un messaggio di pace e di avvicinamento tra i popoli: cercando di far capire che la strada per la libertà e il benessere collettivi passa sempre dal dialogo e dalla pace. La guerra- come tragicamente ci insegnano la storia e le vicende cui stiamo assistendo, in tante parti del mondo – non porta da nessuna parte. Speriamo che anche i partecipanti alla Conferenza internazionale di Parigi sul conflitto israelo-palestinese, apertasi proprio il 15 gennaio, lo comprendano”.
“Quel che è accaduto in questi ultimi tre giorni a Roma- aggiunge Foad Aodi, medico fisiatra, presidente di Co-mai e Uniti per unire – è sicuramente un fatto storico, che aiuta molto il processo della pace in Medio Oriente, nonostante le tante difficoltà che sappiamo. La Co-mai prosegue il suo impegno, con Uniti per Unire e con la C.I.L.I–Italia, a sostegno anzitutto della svolta di Papa Francesco: con la sua apertura totale all’ Islam e alle altre religioni, purchè vissute senza strumentalizzazioni politiche, e per la tutela anche dei giusti diritti di immigrati e rifugiati, nel rispetto della legge e senza scorciatoie demagogiche. Speriamo davvero che il 2017 sia l’anno d’una svolta costruttiva , per il processo di pace tra israeliani e palestinesi e per la lotta al terrorismo cieco e disumano”.
Infine, Aodi ribadisce l’urgenza che palestinesi e israeliani si mettano intorno a un tavolo per riprendere i negoziati diretti, senza interlocutori: come emerso ieri alla conferenza di Parigi, dove i leader mondiali, in rappresentanza di piu’ di 75 delegazioni, han ribadito la loro richiesta di impegnarsi fortemente, in Medio Oriente, a favore della soluzione “Due Paesi, due popoli, due Stati” .

Fabrizio Federici

Pil eurozona. Nuovo anno stessi risultati

Pil Nel quarto trimestre del 2016 si prevede un aumento del PIL nell’area dell’Eurozona nella misura dello 0,4%. Anche per il primo semestre del 2017 le attese sono della stessa entità. Le stime di Ifo, Insee ed Istat sono state diffuse congiuntamente da Eurozone Economic Outlook.

Il principale motore della ripresa sarà la domanda interna sostenuta dalle famiglie che hanno visto aumentare il potere d’acquisto dei salari. La Brexit ed il Referendum italiano sulla costituzione, non hanno finora influito sull’andamento dell’economia anche se le incertezze restano elevate anche per l’approssimarsi delle elezioni in Francia ed in Germania.

Nell’ipotesi che il prezzo del petrolio Brent rimanga stabile a 56 dollari per barile e che il tasso di cambio euro/dollaro continui ad oscillare intorno a 1,05 dollari per euro, si prevede per lo stesso periodo l’accelerazione dell’inflazione a +0,7% per il quarto trimestre del 2016 ed a +1,5% per i primi due trimestri del 2017. A spingere sull’inflazione contribuirebbero i prezzi dell’energia in aumento rispetto al primo trimestre del 2016. Il tasso di inflazione tenderebbe a stabilizzarsi attorno all’1% su base annua per continuare a crescere gradualmente nel 2018. Fino a quel periodo permarrebbe la politica monetaria “accomodante” della BCE. Nell’ipotesi in cui si verifichi una crescita maggiore dell’inflazione, la BCE potrebbe rivedere la manovra sui tassi di interesse.

L’economia globale nel terzo trimestre del 2016 è migliorata rispetto ai trimestri precedenti. Negli Stati Uniti continua la fase di crescita in misura doppia rispetto all’Eurozona. L’economia giapponese e quella dei paesi emergenti stanno avendo una evoluzione migliore rispetto alle attese. Nei prossimi mesi ci si attende il proseguimento della fase di crescita dell’economia globale con conseguenze positive sul commercio estero e sulle esportazioni.

Salvatore Rondello

Gennaio dedicato al dialogo contro il terrorismo

monoteismi-e-dialogoMentre è ancora aperta la caccia all’attentatore di Istanbul (che sembra essere un cittadino uzbeko, di nome Abdulkadir Masharipov), e, in Israele, non convince la tesi di Netanyahu che il colpevole dell’ultima strage di civili sia un militante ISIS (le brigate Qassam, ala militare di Hamas, hanno rivendicato infatti in pieno l’attacco) , in Italia, la Confederazione #Cristianinmoschea, le Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e il movimento internazionale “Uniti per Unire”, rilanciano, per questo mese di gennaio, un appello di speranza e solidarietà nei confronti delle vittime degli attentati terroristici.

Foad Aodi, Presidente delle Co-mai e di Uniti per Unire, fondatore e portavoce di #Cristianinmoschea, invita i fedeli d’ogni credo religioso e i laici a dedicare, questo mese (come già annunciato il 1 gennaio), una preghiera e dei messaggi precisi contro il terrorismo, a favore della pace: il venerdì nelle moschee, il sabato nelle sinagoghe e la domenica nelle chiese e, in estensione, nei luoghi di culto delle altre confessioni.

Già il 31 luglio, più di 23 mila musulmani in Italia hanno risposto al precedente invito #Musulmaninchiesa e si son recati a pregare nelle chiese italiane per i loro “fratelli cristiani” a seguito degli attentati in Francia. L’11 e il 12 settembre, con l’appello #Cristianinmoschea, alla ricorrenza della festività musulmana dell’Eid Al Adha, milioni di cristiani, musulmani, ebrei, fedeli delle altre religioni e laici si sono scambiati un segno di pace, portando così avanti l’obiettivo del dialogo “porta a porta” nelle moschee, nei centri culturali, nei luoghi di culto musulmani e nelle loro case. Tutte queste iniziative godono inoltre del sostegno di oltre 2000 tra federazioni, istituti, sindacati, Università, comunità, associazioni e Ong internazionali, che compongono appunto la Confederazione #Cristianinmoschea. Che ora, più esattamente, si chiamerà C.I.L.I.: Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa.

“Dall’inizio dell’anno nuovo, e per tutto il mese di gennaio, vogliamo intensificare il nostro impegno contrastando chi porta avanti quella che, in realtà, è una guerra alle religioni (anche se mascherata da guerra di religioni): con l’unione, con la forza del dialogo, con un messaggio o una preghiera di pace”, dichiara Aodi. “Per questo motivo – aggiunge – portiamo avanti uniti e con coraggio la nostra missione internazionale, interreligiosa, interculturale e laica. Siamo tutti figli di un unico Dio di amore e di pace. Per questo, il nostro lavoro coinvolge diversi attori della società civile che appartengono a tutte le religioni o sono laici: puntando ad abbattere il muro della paura e del pregiudizio per costruire una piramide di speranza, contro la guerra alla democrazia e alla libertà”.

“Senz’altro aderisco a tale iniziativa di preghiera”; ha scritto, in risposta all’invito a partecipare alla prima di queste giornate di preghiera, domenica scorsa 8 gennaio, Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi.”E ricordo che, da Assisi, a ottobre scorso abbiamo lanciato una giornata di preghiera mensile per la pace, ogni 27 del mese, in ricordo dell’iniziativa tenuta 30 anni fa, con tutti i leader religiosi, da SGiovanni Paolo II. A questa iniziativa hanno aderito anche comunità musulmane. Faccio i migliori auguri di ogni bene”.

La ferma condanna al terrorismo è ribadita anche da vari esponenti della Confederazione #Cristianinmoschea, della Co-mai e di “Uniti per Unire”. Tra loro, Soufi Moustapha, Presidente del Congresso Islamico Europeo degli Imam, predicatore in Italia e Imam della Moschea di Cesena, afferma: “A nome del Congresso Islamico Europeo dell’Imam e come predicatore, condanno tutti gli atti barbarici, tutte le violenze: che sono dannosi sia alla società civile che all’umanità”. Citando un versetto del Corano, ” Oh gente, questa è la nostra ‘umma’ (famiglia): è un’unica umma, io sono il Vostro Signore, adoratemi” (e’ Allah che parla, chiaramente, N.d.R.), l’Imam Salameh Ashour, coordinatore del Dipartimento interreligioso delle Co-mai, commenta: “Da questo significativo versetto si rivela che la nostra umanità è unica; ancor prima di essere musulmani, ebrei, cristiani o atei siamo esseri umani. Questa consapevolezza deve essere alla base della nostra convivenza umana. Il nostro comportamento deve scaturire dai valori che sono impressi nella nostra stessa natura umana: quelli della giustizia, della pace e della fratellanza”.

Umberto Puato, Presidente di CulturAmbiente, dichiara: “Non potremo avere Pace nel Mondo senza Giustizia … e non potremo avere Futuro senza Memoria. Tutte le guerre, non hanno mai risolto alcuna pacifica convivenza, fin dai tempi più remoti, narrati nelle antiche scritture. Questa Pace per realizzarsi ha bisogno anche di concretezza: un lavoro, una famiglia, gli amici, la solidarietà, la nostra realizzazione personale, nel rispetto del Credo di ciascuno di noi e in un clima di serenità e Giustizia sociale. Il terrorismo, di qualunque genere, bellico, economico, psicologico, mina la costruzione del nostro futuro e alla fine ci danneggia tutti, al di là di ogni realtà religiosa, etnica, politica, economica e sociale”. Lucia Frustaci ed Ivon Ramzi, rispettivamente Presidente e Vice Presidente di Rise Onlus, rilasciano una dichiarazione congiunta: “L’inizio del nuovo anno era tanto atteso per cancellare dai nostri occhi il ricordo delle terribili immagini degli attentati terroristici che hanno sconvolto il cuore di tutti noi, nel corso del 2016. L’orribile ondata di sangue ci ha resi definitivamente tutti uguali, senza più distinzioni di religione, cultura o appartenenza etnica. Il dialogo fra culture – proseguono – è, allora, una strategia operativa, un metodo per superare le difficoltà, a volte il conflitto, dovuti ai diversi punti di vista possibili ed alle diverse forme espressive utilizzate. Per questo è di grande importanza il riconoscimento dell’ uguale dignità di tutte le culture (“La convivenza delle culture”, era il titolo d’un celebre saggio su questo tema,. di qualche anno fa, del mostro sacro della sociologia Franco Ferrarotti, N.d.R.): come prerequisito essenziale per la costruzione d’ una pacifica convivenza sociale”.

A questi messaggi s’aggiunge, infine, anche quello di Don. Denis Kibango, parroco presso Villasia (Guidonia) originario del Congo: “Noi che crediamo al Dio di Abramo, nostro Padre nella fede, uniamoci in preghiera per le vittime e imploriamo il Padre celeste di aiutarci a sconfiggere la piaga del terrorismo e di darci la vera pace”.

Fabrizio Federici

Bankitalia: sofferenze stabili, calano prestiti ai privati

Debito-pubblico-BankitaliaLe sofferenze bancarie lorde, a novembre del 2016, risultano pari a 199,06 miliardi. Ad ottobre del 2016 ammontavano a 198,5 miliardi mentre nel mese di novembre del 2015 raggiungevano 201 miliardi di euro. Questi sono i dati comunicati oggi dalla Banca d’Italia sulle variazioni delle sofferenze delle banche italiane negli ultimi dodici mesi.

Senza le correzioni per le cartolarizzazioni e per altre cessioni, dopo un anno le sofferenze sono diminuite dell’1,7% (-1% a ottobre). Con le correzioni, il tasso di crescita delle sofferenze, nei dodici mesi, a novembre è stato dell’11,8% (12% nel mese di ottobre). Le sofferenze nette sembrano essersi stabilizzate a 85,2 miliardi.

I prestiti bancari per il settore privato, dopo le correzioni degli impieghi tenendo conto delle cartolarizzazioni e degli altri crediti ceduti e cancellati dai bilanci delle banche, hanno registrato un crescita su base annua dello 0,5% (+1,2% a ottobre). Da quanto ha comunicato la Banca d’Italia, i prestiti alle famiglie sono cresciuti a novembre dell’1,8 per cento sui dodici mesi (1,7 per cento a ottobre). I prestiti alle società non finanziarie sono rimasti stabili su base annua (0 per cento a novembre e +0,8 per cento rispetto al mese precedente).

I depositi, nonostante i bassissimi tassi di remunerazione, sono in aumento. A novembre, il tasso di crescita sui dodici mesi dei depositi del settore privato è aumentato al 4,4 per cento (+3,2% a ottobre). La raccolta obbligazionaria, incluse le obbligazioni detenute dal sistema bancario, è diminuita del 9,3 per cento su base annua ( -9% per cento al mese precedente).

L’attività di intermediazione creditizia in Italia, negli ultimi dodici mesi, sembrerebbe piuttosto stabile. Le variazioni, di entità marginale, non evidenziano cambiamenti nell’attività creditizia delle banche italiane.

Salvatore Rondello

M.O. Capucci, addio
a un protagonista

hilarion-capucciMorto, a Roma, Mons. Hilarion Capucci, battagliero protagonista del conflitto israelo-palestinese. Dopo Rabin, Arafat, Peres,Nemer Hammad, è scomparso, il 1 gennaio a Roma (sarà sepolto a Beirut, dopo una breve commemorazione al “Karol Wojtyla Hospital” di Viale Africa, e i funerali alla chiesa di S. Maria in Cosmedin, meglio nota come “Bocca della Verità”), un altro protagonista della vicenda israelo-palestinese. A 94 anni, è morto mons. Hilarion Capucci, siriano, arcivescovo cattolico (Ordine Basiliano Aleppino), dal ’65 al ’74 vescovo ausiliare presso l’arcieparchia di Gerusalemme dei cristiani greco-melchiti. Controversa figura di religioso dichiaratamente filopalestinese e antiisraeliano (nell’estate 1974, Capucci veniva fermato, in Israele, con un carico d’armi destinato appunto alla resistenza palestinese, e condannato a 12 anni di carcere: detenzione che sarebbe finita dopo soli tre anni e mezzo, grazie al diretto intervento di Paolo VI). Personalità interessante, uomo coltissimo: che piu’ che Desmond Tutu, però, ricordava Camillo Torres, o certi religiosi nordirlandesi, protestanti o dell ‘IRA, contigui alla lotta armata. E che non esitò, nel ’79, a plaudire al potere assoluto di Khomeini in Iran, e ad esaltare, nel 2002, i “kamikaze” bombaroli della seconda Intifada.

Se alcune sue scelte risultano obbiettivamente ambigue, o esasperate (i suoi sostenitori lo paragonavano ai religiosi europei schieratisi in prima persona a fianco dei resistenti all’occupazione nazista, o ai “Cristeros”, i guerriglieri cattolici nel Messico ultralaicista anni ’20; con tutte le critiche possibili, a volte doverose, alla politica israeliana nei Territori occupati, non ci sembra giusto paragonare Israele agli occupanti nazisti dell’ Europa, o al Messico di Plutarco Elias Calles), va detto però che Capucci – posso dirlo per averlo conosciuto di persona – credeva sinceramente in questa causa, senza cercare vantaggi personali, ed era sempre pronto a pagare direttamente per le sue scelte. Ultimamente s’era battuto per la fine della guerra civile in Siria, chiedendo “un dialogo fraterno, costruttivo e trasparente per giungere ad una pacifica riconciliazione e a una pace giusta”; e cercando di far capire, agli osservatori internazionali, la necessità d’uscire dal comodo clichè “Occidente angelo-Assad demonio” (che, come già accaduto con Saddam in Iraq e Gheddafi in Libia, rischia – al di là anche della buona fede di molti sinceri sostenitori della democrazia nel Terzo Mondo – di fungere da alibi a precisi disegni imperialistici delle superpotenze).

Oggi, comunque, in questo Medio Oriente – ci riferiamo, appunto, soprattutto allo scenario israelo-paestinese – la maggioranza delle popolazioni vuole sinceramente la pace, dopo quasi settant’anni di guerra intermittente. Questo 2017 in cui ricorrono, singolarmente, i 50 anni dalla Guerra dei Sei giorni e i 100 anni della storica “Dichiarazione Balfour” del 31 ottobre 1917 (con cui il Regno Unito, durante la Prima guerra mondiale, prometteva il suo interesse a favore della creazione d’un “homeland” ebraico in Palestina), sarà finalmente l’anno della svolta?

Fabrizio Federici

Gli Usa e la ‘doppietta’ economica sull’Europa

TTIP-Usa-UEL’economia USA sta accelerando. La crescita è ai massimi da due anni. Nel terzo trimestre il PIL degli USA è cresciuto del 3,5%, più di quanto inizialmente previsto nella misura del 3,2%. Il terzo trimestre conferma che la ripresa economica americana continua e tende ad accelerare dopo un inizio di anno lento con +0,8% nel primo trimestre e +1,2% nel secondo trimestre.
L’incremento del PIL è spinto dai consumi saliti al 3% in misura maggiore del 2,8% stimato inizialmente.
Attualmente, la crescita del PIL stimato per l’eurozona si aggira attorno all’1,7%, circa la metà della crescita statunitense.
In passato, il contagio dell’economia statunitense, nel breve periodo raggiungeva l’Europa. Oggi dobbiamo attendere gli stessi effetti? L’Europa continuerà ad essere influenzata dall’economia degli USA ed in quale misura?
La sola politica monetaria unitaria non è più sufficiente. Diventa sempre più necessario unificare il mercato del lavoro, del welfare e le politiche fiscali.
Manca ancora una politica estera unitaria, una politica industriale unitaria. E’ necessario proseguire l’integrazione economica e sociale degli Stati dell’Unione Europea.
L’unità monetaria europea, nella sua realizzazione, è stata concepita come il primo importante passo per proseguire verso l’unificazione degli Stati d’Europa.
Purtroppo dopo venti anni, i cittadini europei, non vedono ancora altri significativi passi avanti per realizzare il sogno europeista.
Le remore nazionaliste sono ancora un forte ostacolo. Andrebbero superate al più presto e sostituite con una cultura europeista. Il lavoro è grande ma non impossibile. Basterebbe una ferma volontà realizzativa come quella che animò i padri fondatori della Comunità Europea.

L’impatto della globalizzazione sulla Storia

globalizzazioneSerge Gruzinski, storico francese, affronta il problema delle conseguenze della globalizzazione sulla storia del mondo e del tendenziale appiattimento del presente sul mondo globalizzato. Maria Matilde Benzoni, nella prefazione all’edizione italiana del libro dello storico francese (”Abbiamo ancora bisogno della storia? Il senso del passato nel mondo globalizzato”), giustamente afferma che non si tratta di una questione che possa interessare solo gli “addetti ai lavori”; si tratta invece di un argomento che investe la sensibilità di tutti, “giacché esso riguarda la continuità della trasmissione, da una generazione all’altra, di una consapevolezza, sia pur minima, della profondità del passato, strumento imprescindibile per orientarsi nel presente e guardare al tempo che verrà”.

In realtà, l’appiattimento del presente sul mondo globalizzato è solo apparente; ciò perché, com’è nell’esperienza di tutti, oggi il contesto globale è contrassegnato da una pervasiva conflittualità sociale, culturale ed economica, che mobilita e spinge all’azione individui e società, producendo esiti inattesi e, a volte, accentuando le contrapposizioni sino a causare lo scoppio di conflitti armati di varia natura.

A parere di Gruzinski, per quanto sia difficile pensare di poter definire una storia globale, se però ci si colloca dal punto di vista dell’intero mondo, essa può essere intesa come “storia delle relazioni internazionali”; ciò implica la concentrazione dell’attenzione “sui rapporti che le società intrattengono tra loro, sulle articolazioni e sulle aggregazioni che costruiscono, ma anche sul modo in cui tali organizzazioni umane, economiche, sociali, religiose o politiche omogeneizzano il globo oppure resistono al movimento”; ma implica anche – afferma Gruzinski – che una storia siffatta non possa non riflettersi sui processi di globalizzazione in atto sulla Terra, ieri come oggi. Per questo motivo, la storia delle relazioni internazionali offre degli strumenti efficaci “per far dialogare i passati del nostro pianeta con i suoi presenti”. Come considerare il dialogo tra organizzazioni umane tanto distanti tra loro, non solo in termini culturali, ma soprattutto in termini economici e delle opportunità che le singole organizzazioni possono offrire ai propri membri? Cos’hanno in comune comunità tanto diverse, dopo il loro ingresso nel mondo globalizzato?

Dal punto di vista della storia, le differenze che intercorrono tra le diverse società del mondo fanno parte dell’eredità con cui lo storico è chiamato a confrontarsi. Per quanto le fonti, gli ambiti di ricerca e i diversi modi di affrontare la storia delle società suscitino incessanti dibattiti – afferma Guzinski – “è raro che si critichino le barriere in sé, vale adire le articolazioni geografiche e cronologiche” in cui è diviso per tradizione il settore che cura e custodisce la memoria delle società. L’Europa, ad esempio, a parere dello storico francese, all’inizio del terzo millennio non riesce ancora ad affermarsi in quanto tale; per non dire “della storia del resto del mondo, sostanzialmente sorvolata nella maggior parte dei paesi europei e in America”. Non è però il predominio della storia nazionale di un paese o di un gruppo di paesi a costituire il maggior ostacolo alla narrazione della storia del mondo vista solo da un particolare ed esclusivo punto di vista.

La storia in Europa, afferma Gruzinski, “si è a lungo considerata come l’equivalente della storia del mondo. O meglio, a lungo, al di fuori delle frontiere del Vecchio Continente, dal Giappone agli Stati Uniti e all’America latina, molti l’hanno creduto e si sono comportati come se ratificassero simile pretesa”. Alla fine del secolo scorso, però, il vento che soffiava in favore di tale pretesa ha cambiato direzione, per cui “le certezze delle tradizioni storiografiche che riconducevano l’evoluzione delle altre società a categorie e problematiche strettamente europee ne sono uscite fortemente incrinate”; ciò è valso ad affermare il convincimento che applicare la storia d’Europa a quella del resto del mondo non fosse sicuramente il modo migliore per comprendere tutte le storie del passato del pianeta.

La visione eurocentrica della storia del mondo, se da un lato può permettere di eliminare alcune barriere, da un altro lato ne eleva altre, dal momento che trasforma il punto di vista europeo in una visione unica e universale del passato globale del pianeta. Ma come può essere superato l’erocentrismo – si chiede Gruzinski – senza trascurare il fatto che nessun punto di vista può prescindere  da un osservatorio specifico?

La storia comparata ha certamente contribuito a “fare arretrare nel passato” la storia del mondo; ma una storia comparata, in sé e per sé considerata, non può tradursi in una storia globale; affinché ciò possa essere reso possibile, mettendo fuori discussione ogni pretesa di far valere un particolare punto di vista, devono essere “reinquadrate e ricalibrate” tutte le storie locali. Comunque, il compimento di tutte queste operazioni, non è sufficiente – afferma Gruzinski – a “configurare una storia globale”.

A parere dello storico francese, assumere il punto di vista locale, quale fulcro per una trasformazione delle storie locali in una storia globale, non è un’operazione corretta dal punto di vista del metodo storico. Ciò perché gli storici non sono “avvezzi a ricostruire il profilo della dimensione locale nei suoi rapporti con una pluralità di realtà esterne, a volte estremamente lontane”; ma anche perché l’esaltazione di una data società per il suo patrimonio identitario non è che un legame esclusivo che vincola i suoi componenti al suolo e alla terra che essi abitano.

Questo legame esclusivo è portatore di una “miopia” quasi assoluta da parte dei componenti le società locali nei confronti dell’altrove, ed il legame che li vincola al luogo d’origine è cosi profondamente sentito che, normalmente, quando vengono loro offerte “possibilità di mobilità su scale planetaria”, sono destabilizzati, sino ad essere indotti a considerare il loro luogo un “cordone ombelicale da non recidere mai, perfino il santuario delle purezza etnica”. Di fronte alla destabilizzazione, molte società locali hanno risposto erigendo delle difese e “declinando ogni sorta di etnocentrismo e di mito su scala locale, regionale o nazionale”. Tutte queste reazioni spiegano le difficoltà che si oppongono all’assunzione del punto di vista locale per la scrittura di una storia globale; esse, le reazioni, sono infatti la negazione dei rapporti che le diverse società del mondo dovrebbero intrattenere, al fine di offrire allo storico il punto di partenza per la costruzione di una storia del mondo condivisa.

La globalizzazione, a parere di Gruzinski, ha originato la massima intensità delle reazioni locali, in quanto l’appiattimento sul presente di tutte le storie locali ha determinato, e continua a determinare, in molte circostanze una resistenza, il cui unico scopo è quello di giungere all’espulsione dal contesto locale di ogni forma di intrusione. Ciò è facilmente intuibile, in considerazione del fatto che, nel realizzare l’appiattimento del presente sulle diverse storie locali, la globalizzazione ha sostituito all’esclusivo punto di vista europeo quello, ancora più esclusivo, della presunta superiorità della civiltà dell’Occidente.

La storia del passato di ogni società è narrata – afferma Gruzinski – al fine di generare senso; di garantire, cioè, punti di riferimento a tutti i componenti della società, perché possano “meglio affrontare le incertezze del presente e del futuro”; ma per molte società, egemonizzate dalla pretesa dell’Occidente d’essere portatore di valori superiori, la storia del loro passato serve solo per affrontare le incertezze del presente e non anche del futuro. Ciò perché per molti componenti delle società egemonizzate dall’Occidente, “i domani che li ossessionano non sono che il prossimo capitolo di vicende” vissute in un passato prossimo o remoto, come conseguenza del processo di colonizzazione sorretto dall’etnocentrismo europeo.

Queste società, che non sanno valutare in termini autonomi il loro presente per affrontare le incertezze del futuro, dopo il crollo dell’utopia marxista alla fine del XX secolo, possono solo disporre dell’assistenza delle grandi religioni, dalle quali possono trarre possibili risposte alle loro attese; accanto a tali certezze, rese opache dai fondamentalismi che affascinano alcune di queste società, la globalizzazione persiste, come se tutte le società del mondo dovessero necessariamente convergere verso un unico presente globale, nel più assoluto disinteresse per la storia dei passati di tutte le realtà sociali del globo.

In conclusione, a parere di Gruzinski, per opporsi agli esiti di una globalizzazione, che ignora i passati di tutte le società che coinvolge, occorre ricuperare parti consistenti di tutti questi passati e, con essi, di tutti i diversi presenti delle realtà locali, per inquadrare le diverse storie in una dimensione internazionale e interculturale; in tal modo, la conoscenza degli accadimenti che caratterizzano specificamente tutti i passati locali cesserebbe d’essere intesa come isolata, bensì come “crocevia” attraverso il quale cogliere le diverse correnti della storia globale. Accettare, perciò, la prospettiva di Gruzinski per lo studio della storia del mondo significa evitare le storie etnocentriche ed eurocentriche che ancora dominano in molte parti del globo e, allo stesso tempo, andare al di là della conoscenza dei particolarismi che impediscono qualsiasi forma di generalizzazione della conoscenza storica dei passati locali.

Serge Gruzinski auspica che si arrivi ad una storia capace di far dialogare criticamente passato e presente di ogni società, per una storia globale che inviti tutti i popoli a riconsiderare da nuovi punti di vista i loro passati; ciò al fine di far convergere in un unico “corpus” narrativo tutte le esperienze sinora vissute, al fine di illuminare, attraverso la loro conoscenza, il presente in cui si vive in termini multiformi. E’ questa la condizione per il superamento di ogni forma di esclusivismo; ma è anche il presupposto per evitare la pretesa di realizzare un appiattimento uniforme delle storie locali su un presente del mondo globalizzato che non tutti condividono.

Gianfranco Sabattini

Mps e il comportamento sconsiderato del M5 Stelle

monte-paschi-bancaLa crisi finanziaria internazionale di una decina di anni fa, in un sistema globalizzato,  non poteva non coinvolgere anche il sistema bancario italiano, fragile come il sistema economico e delle imprese del nostro paese. Mentre i governi di USA, Gran Bretagna, Germania e degli altri paesi europei hanno  aiutato le Banche, in Italia ci occupavamo del “bunga, bunga di Berlusconi” ed abbiamo perso il momento migliore per risanare il sistema bancario. Oggi con le regole Europee l’intervento di Stato per salvare le Banche è più difficile.

Il M5S da tempo propone la nazionalizzazione del MPS, ma adesso che la antica  Banca ex-Senese  è in piena fase di ricapitalizzazione, lo stesso movimento, con una conferenza stampa alla Camera dei deputati, tenuta dal mitico DI.BI. On. Di Battista ed altri, ha di fatto con un atteggiamento scandalistico e demagogico tentato di far saltare il piano industriale di ricapitalizzazione; “sconsigliando” gli investitori delle obbligazioni subordinate a non trasformarle in azioni. Circa 40.000 investitori per oltre 2 miliardi d i euro. Citando anche Berlinguer il M5S ha impersonificato la politica del tanto peggio tanto meglio di comunista memoria degli anni ’70 e, come  i fascisti negli anni ’20, del ‘900. Incitando di fatto gli investitori a boicottare la conversione da obbligazioni in azioni puntano in realtà al fallimento del MPS.

Quello che hanno detto in conferenza stampa i pentastellati  è, a Siena, praticamente di dominio pubblico: la vicenda suicidio del Dott. Rossi, segretario dell’ex- Presidente MPS Avv.Mussari; il placet di Banca d’Italia per l’acquisizione di Banca  Antonveneta  nel 2007 con Draghi direttore di Banca Italia; i contributi a fondo perduto della Fondazione  MPS a vari circoli ricreativi ed enti  locali tra cui il Circolo del Tennis di cui è socio  Amato; i vari ”servi” di JP Morgan e Golden Sachs.

 Un attacco ad orologeria di propaganda  politica  adesso che la Banca MPS è nella fase delicata della ricapitalizzazione di 5 miliardi. Dato che ne erano a conoscenza da tempo perché l’hanno detto oggi? E perché  non dopo l’avvenuta ricapitalizzazione? Cosi mettono in fibrillazione il mercato forse sperando in un fallimento del MPS per calcolo elettorale, mettendo a rischio posti di lavoro, oltre 25 mila dipendenti e allarmando anche i risparmiatori correntisti.

Una brutta vicenda  degli ultimi 20 anni è certo questa della Banca  MPS che ha precisi responsabili politici, dato che  in questo periodo gli amministratori sono stati principalmente del PDS-DS-PD locali che non hanno saputo garantire l’autonomia storica della banca senese dai potentati romani. Spetterà alla magistratura verificare le eventuali irregolarità, ci sono già processi in corso.

Detto ciò oggi dobbiamo salvaguardare l’interesse della banca che è quello di realizzare, anche se fosse necessario  un interventi pubblico, la ricapitalizzazione. Penso che l’intervento a gamba tesa del M5S sia molto dannoso e strumentale in questo momento.

Giorgio Del Ciondolo
Consiglio Nazionale  PSI