Frontiere d’Europa. Come la Polonia non rispetta i trattati

Orban e Morawiecki

Orban e Morawiecki

Nei giorni in cui il primo ministro ungherese Orban e quello polacco Morawiecki ribadiscono di voler cambiare l’Europa e di voler ripulirla dagli immigrati che, secondo loro, minerebbero l’integrità culturale europea; in questi stessi giorni dicevo mi sono recato laddove il diritto europeo non viene applicato nei confronti dei migranti. No, non si tratta di Lampedusa. E nemmeno delle frontiere spinate tra Ungheria e Serbia. Ma di una frontiera di cui nessuno in Europa parla: quella di Terespol tra la Polonia e la Bielorussia. Qui stazionano centinaia di rifugiati ceceni o armeni ai quali la polizia polacca nega i diritti sanciti da trattati internazionali che la stessa Polonia, formalmente, riconosce.

Arrivo nella città di Brest. Una bella cittadina, con una fortezza. Il nome ricorda quello di trattati di guerre studiate a scuola in gioventù. Mi sposto nei pressi della stazione dove provo ad avvicinarmi a una decina di persone che sembrano bivaccare in attesa del loro destino.

Sono ceceni. Mi raccontano di essere in Bielorussia da un mese e di aver provato già 8 volte di entrare in Polonia e di richiedere asilo politico. “Non sai mai cosa rispondere alle domande del poliziotto. Una volta mi ha detto: Non vuoi lavorare vero? Vuoi venire qui a farti mantenere? Sei un parassita! Vieni qui a farti mantenere. La seconda volta allora ho risposto che si, vorrei trovare un lavoro. Allora il secondo poliziotto mi ha detto: Allora sei un migrante economico! Quindi torna indietro!” Qualsiasi risposta porta ad un bivio il cui destino è quello del ritorno in Bielorussia.

Scopro che l’unico modo per avvicinarsi alla frontiera della Polonia (e dell’Europa quindi) è il treno delle 7.22. Il controllore a quelli “Senza Visto” vende il biglietto del famigerato vagone numero 3.

Il mattino successivo mi alzo quindi all’alba per tornare in stazione. Nei pressi del vagone 3 vedo una quarantina di persone: Ceceni, Armeni, Tagiki ed Azeri.

Avvicino una ragazza. È cecena. Non vuole parlare. Mi dice che in stazione ci sono delle spie di Kadirov (il dittatore ceceno che governa per conto di Putin con la mano di ferro), che cercano “i traditori” per portarli a casa. E sparire nel nulla.

Ho più fortuna con una ragazza Armena. Elen. Ha ventotto anni. Oggi proverà per la decima volta ad attraversare la frontiera. Da un mese dorme in luoghi di fortuna. È all’ottavo mese di gravidanza. Le chiedo da che cosa scappa, perché sia qui sola ad affrontare questa traversata. Mi racconta una storia struggente, come molte qui d’altronde. Scappa dalla sua famiglia che la vuole uccidere per aver commesso una colpa gravissima: essersi innamorata di un Azero e non aver voluto abortire.

Non ha più soldi. Da dieci giorni ormai si ciba solo di pane e the. Le offro un panino che ho portato con me dal comodo hotel in cui ho passato la notte.

Mi racconta che spera di entrare questa volta e che una sua conoscente cecena, anche lei incinta, la settimana scorsa è riuscita a farsi portare in ospedale a Biala Podlaska. Come ha fatto? Semplicemente le si sono rotte le acque nella sala d’attesa della gendarmeria polacca e quindi sono stati costretti a chiamare un’ambulanza e a portarla in ospedale con i suoi due figli e con il terzo che aveva scelto il momento opportuno per decidere di nascere. Prima di quasi partorire in gendarmeria aveva provato ad entrare 15 volte in un mese e mezzo.

Il Marito di Alia, invece, è stato ucciso in Cecenia dagli scagnozzi di Kadirov. Quando il figlio ha compiuto 15 anni le forze speciali cecene sono arrivate per arrestarlo. Alia non ci ha pensato due volte: ha corrotto le guardie carcerarie con quei pochi soldi che aveva ed è fuggita verso la libertà: l’Europa. O almeno ci ha provato visto che a pochi metri da quella agognata libertà le guardie di frontiera polacche le hanno negato la richiesta di asilo politico. “Ho spiegato la mia situazione, ho detto che posso vivere anche in una tendopoli, posso pulire i gabinetti, ma devo salvare mio figlio. La poliziotta mi ha detto che se voglio lavorare posso andare in Siberia, che la c’è lavoro per tutti”. Alia ha sulle spalle 32 tentativi di ingresso in Polonia. Ha ancora qualche risparmio per una o due settimane e spera di riuscirci perché non ha un piano B. in Cecenia aspettano loro prigione e morte.

Roman, anche lui ceceno racconta: “Tra la Russia e la Bielorussia non ci sono frontiere. Quelli di Kadirov ci inseguono sino a qua. La Bielorussia è una dittatura, lo sappiamo. Ma la Polonia era sempre stata un paese democratico. Ma ora? Le guardie di frontiera non rispettano le leggi e si comportano come quelle della Bielorussia.”

A Brest, sul lato bielorusso della frontiera, solo Marina, una russa che vive in Polonia, ogni tanto viene a prestare soccorso alle famiglie. Organizza una “scuola” improvvisata per i bambini e, sul lato polacco, aiuta quei pochi fortunati che hanno potuto richiedere l’asilo e a Biała Podlaska attendono l’iter burocratico della pratica.

Nessun ufficiale sul lato polacco vuole rispondere alle mie domande. Nessuno parla ufficialmente. Un ufficiale bielorusso, che vuole rimanere anonimo, mi racconta invece come sino al 2016 non ci fossero problemi per gli immigrati a Terespol, come tutti venissero ricevuti e i trattati venissero rispettati. Dopo la vittoria del governo ultranazionalista di Giustizia e Diritto, i gendarmi polacchi hanno ricevuto indicazioni dal ministero di fare di tutto pur di non consegnare i formulari per la richiesta d’asilo; la qual cosa, sulla base del trattato di Dublino, obbligherebbe la Polonia a gestire gli immigrati sino alla decisione definita sulla loro richiesta.

L’attuale ministro della difesa Mariusz Błaszczak, che sino a pochi mesi occupava il ministero degli Interni, la scorsa settimana ha sostenuto che “La frontiera della Polonia è molto stretta. Non vogliamo sottometterci alle pressioni di coloro che vogliono provocare una crisi migratoria. La nostra politica è totalmente diversa. Fino a quando sarò ministro, fino a quando al governo ci sarà il partito PiS, non esporremo a Polonia al rischio di terrorismo”

Nel frattempo la “terrorista” Elen, con il mio panino e il suo pancione all’ottavo mese di gravidanza, prova per l’ennesima volta a salire sul vagone 3 aiutata da un simpatico ceceno omossessuale che fugge dalle persecuzioni di Kadirov. Anche questa volta torneranno indietro a mani vuote. Senza aver potuto richiedere quell’asilo politico che i diritti internazionali, e quelli piú semplicemente umanitari, dovrebbero garantirgli.

È questa l’Europa che volevamo?

Tocca anche a me comprare il biglietto per Varsavia. Ho chiesto il vagone 3. Ma non mi hanno accontentato. Viaggerò invece nel vagone 1, quello di coloro che hanno avuto, nella roulette russa del destino, il privilegio di nascere nello spicchio migliore dell’emisfero.

Diego Audero

Le istituzioni nazionali e l’Europa democratica

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Credo che sia giunto il tempo di pensare all’opportunità che gli Stati nazionali, al centro delle riflessioni politologiche nel ‘900, cedano parte della propria sovranità come forme di responsabilità decisionale agli enti sovranazionali europei. A condizione che le Istituzioni comunitarie si rinnovino nella composizione e nelle modalità di funzionamento.

Tuttavia, per realizzare questa ipotesi ambiziosa, la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, è necessario riformare le Istituzioni dei paesi membri. La modifica della Costituzione e la razionalizzazione della forma di governo rappresentano una potente arma contro i populisti e i sovranisti, espressione delle destre prevalenti in questa fase storica, caratterizzata da una profonda crisi sociale e, per certi aspetti, culturale.

In Italia, da circa trenta anni le diverse classi politiche, si sono poste come obiettivo la riforma della Carta fondamentale, in particolare della seconda parte che disciplina il funzionamento delle Istituzioni. La prima parte della Costituzione rimane invariata nei suoi principi democratici e nella sua ispirazione egualitaria.

Già dalla fine degli anni Settanta furono avanzate richieste di riforma, più o meno, incisive: la prima proposta organica venne avanzata nel 1979 con il “Rapporto Giannini”; seguì il decalogo di Spadolini, in seguito la prima Commissione parlamentare bicamerale per le riforme costituzionali, presieduta dall’ex costituente di matrice liberale, Aldo Bozzi.

La prima commissione bicamerale, svolse il proprio lavoro dal 1983 al 1985, elaborando delle proposte che, tuttavia, non ebbero alcun seguito. Non ci fu alcuna disponibilità a riforme che incidessero a fondo sul regime politico, rafforzando davvero le istituzioni.

Si fece un ulteriore tentativo nel 1997, con la costituzione della Commissione bicamerale guidata da Massimo D’Alema che avrebbe dovuto istituire un semipresidenzialismo vero e proprio, accompagnato da un sistema elettorale a doppio turno. Com’è noto, i lavori della Commissione naufragarono a causa delle numerose contraddizioni e contrapposizioni tra le forze politiche.

Nel 2013, al momento della rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano, in un quadro di crisi economica e stagnazione istituzionale, le forze politiche assunsero solennemente l’impegno di avviare il processo di revisione costituzionale che ha portato alla definitiva approvazione delle norme oggetto del referendum confermativo del dicembre 2016.

Ciò nonostante, anche a causa di errori nella comunicazione delle ragioni del Si (l’ex premier aveva impostato la campagna referendaria come una sorta di giudizio cosmico, un’ordalia, non tanto sul merito del progetto di revisione costituzionale, quanto su una valutazione complessiva dell’azione di governo), il 59% dei votanti decise di bocciare la proposta referendaria.

A questo punto, possiamo ricavare alcune considerazioni da un trentennio di tentativi di riforma costituzionali falliti: ieri come oggi occorre ripensare ad una “Grande Riforma” che razionalizzi la forma di governo e modifichi il sistema elettorale, rendendo il sistema politico più funzionante. Il sistema elettorale dovrebbe essere pensato come uno strumento duraturo nell’arco di più legislature e, in grado di accompagnare l’evoluzione futura del sistema partitico.

A questo proposito non c’è che da ribadire come i sistemi elettorali possano essere considerati degli acceleratori o in alternativa dei freni, che agiscono in determinati contesti e non uniche cause d’instabilità delle istituzioni.

Ritenere che il sistema elettorale da solo assicuri la stabilità è certamente errato. Bisogna considerare sia il sistema elettorale che il piano più propriamente istituzionale e strutturale. Poiché il rendimento del regime democratico dipende non soltanto dal sistema elettorale, ma anche dalle modalità di funzionamento delle Istituzioni, connesso con le forme di razionalizzazione della forma di governo.

In conclusione, continua ad essere presente uno dei temi chiave dell’esperienza costituzionale italiana l’assenza di progettualità costituzionale organica. Serve un coerente progetto di riforma della legge elettorale e di razionalizzazione della forma di governo, in un quadro di rinnovata centralità delle Istituzioni europee. Occorre tornare a immaginare un’Europa democratica, sociale e federale, in grado di garantire un patrimonio comune tra tutti i cittadini europei.

Paolo D’Aleo

Arrivano le suore 2.0. Social, ma con moderazione

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Social sì, ma con moderazione. Ora le suore di clausura si sentiranno meno sole. Da oggi infatti potranno accedere ai media e utilizzare i social ma solo “con sobrietà e discrezione” perché il rischio altrimenti è “svuotare il silenzio contemplativo quando si riempie la clausura di rumori, di notizie e di parole”. È quanto indica l’Istruzione ‘Cor Orans’ della Congregazione per gli istituti di vita consacrata “Tali mezzi pertanto devono essere usati con sobrietà e discrezione, non solo riguardo ai contenuti ma anche alla quantità delle informazioni e al tipo di comunicazione, affinché siano al servizio della formazione alla vita contemplativa e delle comunicazioni necessarie, e non occasione di dissipazione o di evasione della vita fraterna”. Quindi “l’uso dei mezzi di comunicazione, per motivo di informazione, di formazione o di lavoro, può essere consentito nel monastero, con prudente discernimento, ad utilità comune”, sono le indicazioni.

Le nuove disposizioni prevedono che l’uso dei mezzi di comunicazione può essere consentito, ma “per motivo di informazione, di formazione o di lavoro, con prudente discernimento, ad utilità comune”.

Il fenomeno delle suore che utilizzano i social era esploso già anni fa e aveva spaccato il web tra i sostenitori della clausura 2.0 e chi aveva considerato questa svolta un ossimoro. Nel 2016 era intervenuto anche Papa Francesco. “Usate i social con prudenza”, così il pontefice nella costituzione apostolica “Vultum Dei quaerere” (“La ricerca del Volto di di Dio”) aveva cercato di mettere in riga gli ordini femminili sull’uso di internet.

Lipodistrofia, colpite soprattutto donne e bambine

lipodistrofiaPer le persone affette da lipodistrofia, circa 100 in Italia, soprattutto donne e bambine, il futuro si profila denso di cambiamenti. La nascita della prima associazione di pazienti italiana è una delle novità presentate agli “Incontri Italiani di Endocrinologia e Metabolismo” organizzati dalla Società Italiana di Endocrinologia (SIE), a Bari nel corso di un incontro con la stampa organizzato dall’Osservatorio Malattie Rare. All’incontro, realizzato con il contributo non condizionato di Aegerion, hanno partecipato due dei maggiori esperti di questa rara patologia: il prof. Ferruccio Santini dell’Unità Operativa di Endocrinologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Pisa e il Prof. Martin Wabitsch di Professore di endocrinologia e diabetologia pediatrica dell’Università di ULM, in Germania.
La lipodistrofia è una malattia molto rara, poco conosciuta e sottodiagnosticata. Si manifesta con perdita generalizzata o parziale di grasso in alcuni distretti del corpo e l’accumulo laddove questo non dovrebbe normalmente essere presente, ovvero nei muscoli, negli organi interni e soprattutto nel fegato. I pazienti presentano frequentemente alterazioni ormonali e metaboliche con una notevole compromissione della qualità della vita. Tra i pazienti italiani quelli di sesso femminile sono in netta prevalenza, con un rapporto donne/uomini di 3:1.
“Le sindromi lipodistrofiche sono un gruppo eterogeneo di malattie caratterizzate dalla perdita più o meno estesa di tessuto adiposo sottocutaneo, in assenza di uno stato di deprivazione nutrizionale o di uno stato di aumentato catabolismo. – ha spiegato il prof. Ferruccio Santini – In base all’eziologia, vengono distinte forme genetiche o acquisite e, in base al grado di perdita del tessuto adiposo, forme generalizzate o parziali. Le forme congenite includono sottotipi a trasmissione autosomica recessiva e dominante, mentre le forme acquisite possono riconoscere una causa autoimmune”.
“La diagnosi viene effettuata mediante valutazione clinica della storia medica, descrizione del fenotipo clinico, storia familiare e risultati di laboratorio. – ha spiegato il Prof. Martin Wabitsch – Se si sospetta una lipodistrofia familiare, i test genetici possono aiutare a confermare la diagnosi. Lo screening annuale per le complicanze della lipodistrofia (diabete, dislipidemia, steatosi epatica, insufficienza renale, malattie cardiache) è raccomandato in una grande proporzione di pazienti affetti da lipodistrofia”.

Fino a poco fa in Italia i pazienti non avevano un’associazione alla quale fare riferimento. Tutto questo ora sta cambiando, grazie all’impegno dei pazienti e degli specialisti.

È, infatti, grazie all’iniziativa dei pazienti e dei loro familiari se in Italia c’è finalmente un’associazione pronta a supportare le persone affette dalla malattia: si tratta di AILIP la prima associazione italiana che conta già circa venti iscritti e ha l’obiettivo di raggiungere in breve tempo tutte le persone interessate da questa patologia.
Anche il fronte dei clinici si sta dando molto da fare. La Società Italiana di Endocrinologia sta dedicando un’attenzione particolare alla patologia, al punto da aver recentemente creato al suo interno un gruppo di lavoro dedicato, guidato dal prof. Ferruccio Santini.

Tra gli obiettivi comuni all’Associazione AILIP e al Gruppo di Lavoro SIE c’è la volontà di far modificare nell’elenco delle malattie rare esenti, inserito nei nuovi LEA, la denominazione della patologia. Attualmente infatti viene utilizzato il termine ‘Lipodistrofia totale’ che però non ha riscontro nella letteratura scientifica e che potrebbe creare delle difficoltà nell’esenzione per i pazienti. La corretta denominazione richiesta è quella di ‘sindromi lipodistrofiche’: richiesta formale di modifica è già stata presentata un anno fa alla Commissione Nazionale Lea e, nonostante non vi sia ancora una risposta soddisfacente, la società scientifica e i pazienti sono determinati nel portare ancora avanti questa richiesta. La comunità scientifica si sta muovendo anche a livello europeo, dove è stato attivato il registro dell’European Consortium of Lipodystrophies (ECLip), un network di 14 nazioni, il cui meeting annuale si è appena concluso in Germania a Münster e del quale ha parlato il prof. Martin Wabitsch.
Un’altra importante novità è la realizzazione di un sito completamente dedicato alla patologia. Tale sito web, che fornisce informazioni aggiornate sulla patologia, è diviso in due aree: una dedicata ai pazienti e l’altra ai medici ed è tradotto in varie lingue.

La credibilità di Trump in caduta libera

trump dazi“Fu lui a dettare l’intera lettera. Non l’ho scritta io”. Così il dottor Harold Bornstein, ex medico personale di Donald Trump, mentre spiegava alla Cnn che la lettera resa pubblica nel dicembre del 2015 sull’eccellente salute dell’allora candidato presidenziale repubblicano era uscita dalla bocca del 45esimo presidente. Lo si era già sospettato all’epoca considerando tutti i superlativi sulla condizione fisica di Trump che riflettevano lo stile reboante dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Adesso sappiamo con certezza che si trattava di una falsità nonostante la firma del medico.
Il responsabile legale della lettera è il dottor Bornstein, ovviamente, ma Trump ha anche le responsabilità principali per la falsità. Si tratta in realtà di menzogne tipiche della sua campagna elettorale che sono continuate e infatti aumentate dopo l’elezione. In 466 giorni di presidenza Trump ha accumulato più di 3000 menzogne o dichiarazioni fuorvianti, secondo il fact-checking del Washington Post. All’inizio del conteggio Trump diceva una media di 4,9 falsità al giorno ma poi la cifra è arrivata a 6,5 al giorno e da due mesi è aumentata ancora a 9 al giorno. Ciononostante, l’82 percento degli elettori repubblicani approva l’operato di Trump. Le menzogne non sembrano importare e Trump continua a essere più spudorato nelle sue asserzioni fasulle. Una delle più recenti è stata di smentire se stesso dichiarando che nel caso di Stormy Daniels, la pornostar con cui ha avuto un rapporto, l’avvocato Michael Cohen è stato ripagato da Trump per i 130mila dollari dati alla Daniels per mantenere il silenzio.
Il rapporto fra politici e verità sempre suscita dubbi. Non pochi elettori credono che i politici dicano cose false durante la campagna elettorale e poi una volta finita l’elezione i vincitori si sposteranno verso posizioni che riflettono, anche se non completamente, la verità. Trump è un caso anomalo nel senso che la frequenza e il numero delle sue menzogne sono aumentate dopo la conquista della Casa Bianca. I suoi sostenitori non sembrano avere notato e continuano a fare quadrato attorno al loro prescelto. Non sono i soli ma nel caso di Trump si tratta di una situazione in cui i sostenitori sembrano essere completamente nel suo campo e lui lo sa. Durante la campagna elettorale Trump ha detto che potrebbe anche sparare qualcuno senza perdere voti. Un’esagerazione che grazie a Dio non è mai stata messa alla prova.
Il professor Daniel Effron della London Business School ha studiato perché gli elettori continuano a sostenere un candidato anche quando sanno che mente. Usando un campione di quasi 3000 individui di diverse persuasioni politiche Effron ha chiesto di leggere una serie di asserzioni false. Nonostante la falsità, chiarita in partenza ai partecipanti, le asserzioni false di Trump non dispiacquero ai suoi sostenitori. Gli fu poi chiesto di considerare se le asserzioni ovviamente false potrebbero essere vere in circostanze diverse. Questa possibilità di classificare il valore etico delle falsità ha chiarito ai ricercatori che gli elettori cercano candidati che confermino i loro giudizi morali.
Trump e i suoi collaboratori hanno intuito che i loro sostenitori possono essere mantenuti fedeli suggerendo possibilità quando confrontati con ovvie menzogne. Nel caso della falsità di un video su presunti terroristi musulmani pubblicizzato da Trump, per esempio, Sara Huckabee Sanders, portavoce del 45esimo presidente, ha chiarito che poco importa se il video sia vero o no. Ciò che importa è che “la minaccia è vera”. La paura del terrorismo è già ingranata nella mente e basta la ripetizione, vera o fasulla, per la conferma del pregiudizio.
In un altro caso simile, confrontata con un’ovvia falsità, Kellyanne Conway, una consigliera di Trump, ha detto che il 45esimo presidente parlava di “fatti alternativi” quando ha dichiarato falsamente che la folla al suo insediamento era la più grande nella storia americana.
Questa tecnica di insabbiare le acque ingarbugliando verità e falsità è stata utile a Trump a farsi eleggere e mantenersi in potere. Sfortunatamente questo approccio si scontra a volte con una realtà difficile da manipolare. Trump aveva detto di non avere avuto rapporti con Stormy Daniels ma adesso si sa che aveva mentito.
I suoi sostenitori continueranno a supportarlo ma i media conservatori hanno cominciato a dimostrare di avere perso la pazienza. Il Wall Street Journal, grande sostenitore di Trump, commentando il caso di Stormy Daniels, ha detto che le asserzioni del presidente erano false. La critica più aspra però è venuta a galla dalla Fox News, rete televisiva molto amica di Trump. Il conduttore Neil Cavuto, sostenitore di Trump, in una recente trasmissione, ha rilevato una lista di asserzioni dubbie dell’attuale inquilino alla Casa Bianca. Cavuto ha accusato Trump di “essere troppo occupato ad asciugare il pantano che non ha il tempo per sentire la puzza che lui stesso sta creando” e che “il pantano è di proprietà” di Trump. Cavuto ha concluso dicendo che lui non è lì per “fornire lezioni, solo i fatti” continuando che “le parole sono importanti”.
Le parole del presidente sono importanti non solo per gli americani ma anche per i leader dei Paesi del resto del globo. Trump ha già annunciato di lasciare l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran, dando un chiaro segnale che non solo le parole ma anche i trattati firmati dall’America possono essere stracciati. Kim Jong-un, il leader della Corea del Nord, ha dato indicazioni che sarebbe disposto alla denuclearizzazione del suo Paese richiedendo però una promessa di Trump che non invaderebbe il suo Paese. La parola di Trump? Anche se lo promette, lo potranno credere?

Domenico Maceri
PhD, University of California

WASP, l’esopianeta con l’elio a 200 anni luce dalla Terra

elio

Per la prima volta è stata individuata la presenza di elio nell’atmosfera di un esopianeta, lontano 200 anni luce dalla Terra. La scoperta è frutto del lavoro di un team di ricerca internazionale, guidato da Jessica Spake dell’University of Exeter, che ha utilizzato il telescopio spaziale Nasa/Esa Hubble.

L’astrofisica Jessica Spake ha spiegato in un articolo d’apertura pubblicato su Nature: “L’elio è il secondo elemento più comune nell’Universo dopo l’idrogeno. Ed è anche uno dei principali costituenti di Giove e Saturno nel sistema solare. Tuttavia, finora, l’elio non era mai stato individuato sugli esopianeti nonostante le ricerche”. Il team di astronomi lo ha individuato analizzando l’atmosfera di WASP-107b, uno dei pianeti a più bassa densità conosciuti, di grandezza paragonabile a quella di Giove ma con una massa dieci volte più piccola, che orbita vicinissimo alla sua stella situata nella costellazione della Vergine.

Su Media Inaf, il notiziario online dell’Istituto nazionale di astrofisica, si legge: “Wasp-107b possiede un’atmosfera modellata dalla pressione del vento solare che le dà una forma allungata, a goccia, quasi come la coda di una cometa. Ed è in questa atmosfera spazzata dal vento stellare, grazie alle osservazioni del Telescopio spaziale Hubble che il team di ricerca è riuscito a scovare, per la prima volta in un pianeta extrasolare, la presenza di elio”.

Complice della scoperta una nuova tecnica che sfrutta la luce infrarossa, al posto di quella ultravioletta usata finora per studiare lo spettro luminoso della luce che filtra attraverso l’atmosfera. Uno spiraglio attraverso cui è stato possibile confermare l’ipotesi per cui l’elio sarebbe uno degli elementi più facilmente individuabili in un’atmosfera lontana anni luce. La Spake ha spiegato: “Speriamo di usare questa tecnica con l’imminente James Webb Space Telescope, per esempio per imparare quale tipo di pianeta possegga un grande involucro di idrogeno ed elio, e per quanto tempo i pianeti possano trattenere la loro atmosfera. Misurando la luce infrarossa, possiamo vedere più a fondo nello spazio rispetto all’uso della luce ultravioletta”.

Il segnale raccolto si è rivelato così potente da suggerire che l’atmosfera di questo pianeta (contenente appunto elio in uno stato eccitato) si estenda per oltre 10mila km verso lo spazio. Un’atmosfera che, nonostante con i suoi 500 gradi sia decisamente più calda di quella a cui siamo abituati qui sulla Terra, è a oggi una delle più fredde rispetto qualsiasi altro esopianeta mai scoperto. La nuova tecnica potrà permettere l’analisi dell’atmosfera di esopianeti di dimensioni terrestri.

Tom Evans, uno dei cofirmatari del documento scientifico, suggerisce: “Se pianeti più piccoli, della dimensione della Terra, hanno simili nubi di elio, questa nuova tecnica offre un mezzo esaltante per studiare, nel prossimo futuro, la parte alta delle loro atmosfere”.

Grazie all’interminabile lavoro di ricerca scientifica, un altro raggio di luce ha illuminato il sapere del’umanità. Ma ancora immenso è il buio di tutto ciò che l’umanità non conosce.

S. R.

Così moriva mio padre. L’omicidio Musella

Sono già passati 36 anni da quando, Gennaro Musella, imprenditore salernitano impiantato in Calabria pagava con la sua vita la denuncia con un esposto alla Procura di Reggio Calabria di pressioni dalla Ndrangheta. Qui di seguito le parole di Adriana Musella, presidente dell’associazione antimafia “Riferimenti” che ricorda questo triste giorno per la morte del padre.


 

Così moriva mio padre
di Adriana Musella

gennaro musellaEra una splendida e calda giornata di sole quel 3 maggio del 1982.
Gennaro Musella, alle 8,20, scese come al solito di casa, solo per un fortuito caso, senza la compagnia del caro nipotino Saverio, mio figlio, che ogni mattina era solito accompagnare a scuola.
Qualche giorno dopo, avremmo dovuto felicemente festeggiare il suo compleanno, ma non avevamo fatto i conti con il destino crudele.
Pochi metri, l’apertura della portiera, la messa in moto, il boato assordante. La città tremò come scossa da un terremoto: mio padre veniva disintegrato da una potentissima carica di tritolo posizionata sotto il sedile di guida.
Il buio pesto, livide fiamme di fuoco, l’auto si accartocciò su se stessa, volando in aria per poi tornare al suolo, mentre l’urlo straziante della gente in strada si alzava in cielo, come grido lacerante di dolore.

Sull’asfalto si formò una voragine che ancora oggi ,quando piove molto, riaffiora. Una colonna di fumo nero, fitto, saliva verso il cielo, circondando gli edifici ,mentre del corpo dilaniato e sventrato dell’uomo, non esisteva più nulla.
I suoi occhi spalancati sembravano essere quasi increduli.

Di lui rimase solo un tronco monco; il cervello spappolato fu trovato appiccicato sul muro di un edificio della via antistante, una mano raccolta sull’asfalto. Per uno strano scherzo del destino,un’agenda,rimasta a terra macchiata di sangue,unica superstite nella totale devastazione,indicava la data dell’8 maggio 1982,per la nuova gara d’ appalto del porto di Bagnara Calabra.
Moriva così mio padre, Gennaro Musella, moriva in una terra non sua ma che aveva imparato ad amare e di cui s’era innamorato,sognando di creare una seconda Positano in terra di Calabria.Ma il suo sogno fu disintegrato con lui e il suo sorriso spento.
Dopo appena due giorni, avrebbe compiuto 57 anni.

In un attimo di follia,.la distruzione di un corpo,di una vita,di una famiglia che non è’ mai stata più’ la stessa è che da ieri ad oggi non ha smesso mai di pagare le conseguenze di quella tragedia che ci ha timbrato a fuoco la vita è che ci portiamo dentro.Ancora oggi non riesco a spiegarmi il perché’ di tanta barbarie e ancora oggi non riesco a non essere emotivamente coinvolta nel ricordo..
Mio padre non era un eroe ma una persona semplice e buona che ha pagato a caro prezzo la sua ribellione alla prepotenza e alla sopraffazione mafiosa ,nel difendere dignità e libertà.In quella strada, quel giorno,insieme a lui e’ morta parte di me.Oggi,nessuno può più uccidermi…è già accaduto.

Ho trascorso la mia vita nella testimonianza quotidiana al fine di trasmetterne memoria e ricordarlo alle coscienze della gente.Non so se ci sono riuscita ma certamente so di aver fatto tutto quello che potevo……bene o male, poco o molto ,ma assolvendo al mio dovere di figlia …Quando ad essere ucciso e’ un personaggio delle Istituzioni,le Istituzioni stesse lo ricordano ma ,se a cadere sono cittadini comuni,i palazzi restano molto lontani e si rischia di ucciderli due volte nella dimenticanza e nella negazione di verità’ e giustizia …..Ecco che allora nasce per i familiari l’esigenza di mettersi in gioco e il dolore si fa forza e strumento indispensabile di riscatto.
Le vittime di mafia non gridano vendetta ma esigono e meritano giustizia,orfani di un futuro loro rubato con la sopraffazione.

Nell’antica Roma, per i condannati per fatti gravissimi, v’era la “damnatio memoriae”, l’oblio forzato, l’eliminazione d’ogni traccia che potesse mantenerne il ricordo. La lotta della memoria contro l’oblio rappresenta il riscatto dalla barbarie per non rendere vane tante morti ingiuste e dare un senso a ciò’ che senso non ha.Il ricordo di alcuni uomini e la loro orrenda fine va trasmesso perché’ possa trasformarsi in patrimonio comune.
A loro è stata riservata la parte più difficile, quella di morire, a noi resta un compito molto più agevole, diffonderne e tutelarne la memoria per non renderne vano il sacrificio, ma trasformarlo in opportunità nella costruzione di una coscienza civile.

Blog Fondazione Nenni

Il Rei meglio del reddito di cittadinanza

povertà

Per la Confindustria  il reddito di cittadinanza proposto dal M5S coprirebbe una platea più ampia rispetto al reddito di inclusione (Rei), partito a gennaio, e garantirebbe un beneficio “molto più elevato”, fino a 780 euro mensili per un single contro i 188 euro del Rei. Tuttavia, per il Centro di studi della Confindustria comporterebbe uno ‘spreco ingente’ di risorse pubbliche e rischierebbe di disincentivare la ricerca di lavoro. Secondo il CSC: “affrettarsi a sostituire uno strumento appena partito significherebbe creare incertezza e allungare i tempi di implementazione”.

Per i tecnici dell’associazione di viale dell’Astronomia: “sarebbe più opportuno darsi il tempo per condurre una seria valutazione, specie delle modalità di attivazione al lavoro, e nel frattempo indirizzare le risorse per aumentare platea e beneficio del Rei”. Il Csc ricorda che la povertà è cresciuta molto con la crisi: ci sono 1,6 milioni di famiglie in povertà assoluta per un totale di quasi 5 milioni di individui.

L’indigenza è legata a doppio filo alla bassa partecipazione al mercato del lavoro. Con l’avvio del Rei, da gennaio l’Italia si è dotata di uno strumento universale di contrasto alla povertà su scala nazionale. Tuttavia, è partito con scarsi finanziamenti (2,1 miliardi di euro nel 2018) e si stima che potrà coprire solo la metà della platea. Il reddito di cittadinanza, così come descritto nel Ddl 1148 del 2013, coprirebbe una platea ben più ampia (2,8 milioni di famiglie) e garantirebbe un beneficio fino a 780 euro mensili.

Il Centro Studi di Confindustria ha osservato: “Potrebbe però costare molto (30 miliardi di euro o più secondo varie stime, rispetto ai già elevati 17 miliardi prospettati dal M5S) e comportare uno spreco ingente di risorse pubbliche poiché verrebbe concesso anche a individui che poveri non sono. Per incentivare la partecipazione prevede solo l’obbligo di iscrizione ai centri per l’impiego, strutture che necessitano di una profonda e costosa riforma per poter garantire risultati apprezzabili nel facilitare l’avviamento al lavoro”.

Dunque, sembra che neanche la Confindustria gradisca la politica del M5S.

Salvatore Rondello

Criptovalute nel mirino dell’antiriciclaggio

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Gli articoli pubblicati dall’Avanti! sulle cripto-valute non sono stati vani. Le  Norme antiriciclaggio sono state estese a chi fa operazioni con le cripto-valute. I prestatori di servizi delle valute virtuali sono stati equiparati alle  Banche  ed a tutti gli altri  Operatori finanziari. Essi  dovranno applicare i controlli di ‘Due diligence’  oltre che i  metodi di Adeguata verifica per la Clientela, allo scopo di porre fine al sistema di anonimato che contraddistingue le Valute virtuali.

Tutto questo è stato inserito nella V Direttiva Europea, approvata dal  Parlamento Europeo, ed è la prima  regolamentazione sistematizzata sul tema delle cripto-valute. Il Provvedimento  entrerà in vigore tre giorni dopo la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale  dell’Unione Europea, poi gli Stati aderenti avranno tempo 18 mesi per recepire le nuove Norme nelle singole Legislazioni nazionali.

Per il nostro Paese il compito appare più semplice, in quanto molte delle nuove Regole sono già state inserite con l’approvazione della IV Direttiva Europea, entrata in vigore con il Dlgs. 90/17, che regola la nuova disciplina in tema di Antiriciclaggio.

Nella  V Direttiva, in particolare, vengono introdotte le regole per l’identificazione dei Beneficiati effettivi  delle  Società  che agiscono all’interno  dell’Unione Europea  contro le Società fantasma (misura già esistente in Italia con il Registro dei Trust presso le Camere di Commercio e che è in fase di ultimazione).

Agli Stati toccherà la scelta finale sull’accesso da parte anche di terzi alle informazioni del Registro.

La Direttiva, inoltre, riduce la soglia per l’identificazione dei Titolari di Carte prepagate dagli attuali 250 a 150 euro e stabilisce criteri più severi per valutare se i Paesi terzi sono esposti maggiormente al rischio riciclaggio, inserendo la possibilità di sanzioni ed esami più approfonditi per quanto riguarda le transazioni riguardanti Cittadini di Paesi a rischio.

Infine, l’ambito di applicazione della Direttiva è stato allargato a qualsiasi forma di Servizi di consulenza fiscale, alle Agenzie di locazione, ai Commercianti d’arte, ai Prestatori di Servizi di portafogli elettronici ed a quelli di cambio di Valuta virtuale (estensione già coperta dal nostro Paese).

In sintesi, con la V Direttiva Europea, non potendo combattere direttamente le società fantasma che gestiscono le cripto-valute, sono state adottate misure restrittive e penalizzanti per scoraggiare l’utilizzo delle cripto-valute.

Vedremo successivamente se la V direttiva europea ha anche previsto provvedimenti e sanzioni rispetto a chi sta utilizzando le valute virtuali.

Salvatore Rondello

Arabia Saudita, in 4 mesi
48 condanne a morte

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L’Arabia Saudita ha messo a morte 48 persone nei primi quattro mesi del 2018, metà dei quali per reati non violenti legati alla droga. Sono quasi 600 le esecuzioni nel Regno dall’inizio del 2014, più di un terzo per crimini di droga, quasi 150 solo lo scorso anno. I dati drammatici sono stati resi noti in queste ore da Human Rights Watch (Hrw). Il rapporto tra pena di morte e reati di droga resta un tema centrale per gli attivisti per i diritti umani, nonostante siano solo quattro i paesi (Arabia Saudita, Cina, Iran e Singapore) che ufficialmente eseguano sentenze capitali per questa tipologia di reati (ma Amnesty International ritiene che non siano da escludere neppure Malesia e Vietnam, pur non dichiarandolo espressamente). Peraltro, si registrano tendenze discordanti tra paese e paese, perché se in Iran l’entità di esecuzioni di questo tipo si è ridotta dal quasi 60% del 2016 al 40% del 2017, probabilmente – spiega Amnesty nel suo recente rapporto sulla pena di morte – a causa delle modifiche legislative intervenute nel 2017 alle leggi antinarcotici, in Arabia Saudita invece le sentenze capitali eseguite per reati connessi alla droga sono aumentate dal 16% delle esecuzioni complessive nel 2016 al 40% nel 2017.

L’Arabia Saudita punisce con la pena di morte anche reati come terrorismo, omicidio, stupro, rapine a mano armata e i condannati a morte sono decapitati con una spada. Ma le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente espresso preoccupazioni sulla equità dei processi nel Regno, che è governato da una rigorosa forma di osservanza della legge islamica.

«È abbastanza grave che l’Arabia Saudita metta a morte così tante persone, ma molte di loro non hanno commesso un crimine violento – ha dichiarato al Guardian Sarah Leah Whitson, direttore di Hrw per il Medio Oriente – Qualsiasi piano per limitare le esecuzioni per reati di droga deve prevedere miglioramenti al sistema giudiziario che non prevede processi equi».

Il principe ereditario Mohammed bin Salman, erede al trono designato, ha rivelato recentemente in un’intervista alla rivista Time che il Regno avrebbe preso in considerazione la possibilità per alcuni reati, tranne l’omicidio, di cambiare la pena dalla condanna capitale all’ergastolo. Una speranza per le organizzazioni umanitarie, ma in molti temono che gli annunci del principe siano solo di facciata.

Massimo Persotti