Unimpresa: 9,3 milioni
di italiani a rischio povertà

EVIDENZA-Povertà-Italia-ISTATAnche al Centro studi di Unimpresa si sono accorti della crescita del disagio sociale degli italiani. Lo dichiara il Vice Presidente dell’Associazione Unimpresa Maria Concetta Cammarata : “Di fronte al calare della disoccupazione, si assiste ad una impennata dei lavoratori precari. E’ uno scambio inaccettabile. Quale futuro diamo alle generazioni che verranno? Il lavoro è alla base per la vita, della dignità della persona, ma questa situazione lo sta drammaticamente mortificando”.

In altri tempi, affermazioni simili erano ricorrenti dai sindacalisti. Oggi fa un certo effetto ascoltarle da un rappresentante di una associazione di imprese e quindi dai datori di lavoro.

Il Centro Studi di Unimpresa, analizzando i dati Istat, ha calcolato in 9,3 milioni gli italiani a rischio di povertà. L’area del disagio sociale continua ad espandersi e non accenna a rallentamenti. Tra il 2015 ed il 2016, altri 63 mila italiani sono entrate nella fascia dei più deboli. Cresce la precarietà del lavoro: in un anno i lavoratori non stabili sono aumentati di circa duecentomila unità.

“Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Una situazione di fatto aggravata dalle agevolazioni offerte dal Jobs Act che hanno visto favorire le forme di lavoro non stabili”. Questa sarebbe la causa dell’estendersi del bacino dei deboli. Il dato di 9,3 milioni di persone è relativo al 2016 e complessivamente è in aumento dello 0,68% rispetto al 2015. In un anno, quindi, 63 mila persone si sono aggiunte ai 9,24 milioni di persone con disagio sociale.

La crescita dell’area di difficoltà, rappresenta un’ulteriore spia della grave situazione in cui versa l’economia italiana, nonostante alcuni segnali di miglioramento. Sono soprattutto le forme meno stabili di impiego e quelle meno retribuite, favorite soprattutto dalle misure del Jobs Act, a pagare il conto della recessione, complice anche lo spostamento delle persone dalla fascia degli occupati deboli a quella dei disoccupati.

Ai semplici disoccupati si aggiungono ampie fasce di italiani con condizioni di lavoro precario e con retribuzioni economicamente basse.

I contratti di lavoro a tempo determinato, part-time, ed altri contratti atipici, hanno contribuito a far crescere il disagio sociale, effetto di una crisi che colpisce innanzitutto i lavoratori. Le preoccupazioni sembrerebbero estendersi anche al mondo imprenditoriale che dalle parole della Vice Presidente di Unimpresa, Cammarata, mostra la consapevolezza che dare dignità ai lavoratori significa uscire dalla crisi economica.

Salvatore Rondello

L’epoca dello Street food.
Sì, ma non per tutti

street-foodCibo di strada o street food? Solo “folgorati” sulla via del panino – potrebbe essere la risposta calzante! In ogni caso, senza addentrarci in alcun inestricabile garbuglio di interpretazioni, preso per buono che dietro questo estroso modo di pranzare ci sia una valenza storico-culturale e non un ghiribizzo salottiero, è altrettanto vero che non tutti ne sono realmente entusiasti…
Tempo fa mangiare al sacco era una penitenza dura da schivare! Epoche scalognate dove per il popolo la vita era una convulsa corsa agli ostacoli, e i provvidenziali ticket lunch una circostanza di là da venire. Così, per colpa dell’orario draconiano, era usanza portarsi da casa un boccone “di fortuna” e consumarlo a un tiro di schioppo dal lavoro. Perciò diversi dipendenti – approfittando di quella che allora non era il break bensì l’italianissima sosta – mettevano “qualcosa” sotto i denti all’aria aperta in tutte le stagioni dell’anno. D’estate, complici le belle giornate, tutto filava bene – nel senso che la pagnotta casalinga veniva trangugiata in un frangente meteo “misericordioso”. D’inverno – dove pioggia e freddo erano anfitrioni immancabili – lo “spuntino” era deglutito in modo disagevole, in uno stato di semi-assideramento! Al massimo, a “banchetto” concluso, i più fortunati si concedevano un caffè bollente – uno dei pochi comfort espugnabili per la strapazzata classe lavoratrice. Ragion per cui, ai tanti habitué del pasto mordi e fuggi fra un turno di lavoro e l’altro, non gliene frega un granché di conoscere aneddoti e virtù del cibo di strada.

Malgrado ciò, comprese le tribolazioni di caio e sempronio, è innegabile che la consuetudine di mangiare “dove capita” sia una prassi non certo nata ieri ma di intensa accezione storica! È quindi intuibile che entrando in confidenza con il cibo di una determinata località, oltre a scoprire ogni “attributo” dello stesso, diventano fruibili altre considerevoli minuzie – senz’altro valide a comprendere ogni tratto di quell’habitat! E, un immaginario itinerario dalle Alpi a Lampedusa potrebbe essere una rivelazione sotto svariate prospettive, in primis, scoprire e poi apprezzare tante impensabili prelibatezze! Ad esempio, in Emilia Romagna una provocante piadina colma di ogni ghiottoneria, oltre l’Appennino, a Firenze – il lampredotto – preparato come d’abitudine dai trippai del luogo; più a Sud, in Sicilia esattamente nel capoluogo palermitano – il pani ca meusa (pane con la milza) – un diletto mangereccio come pochi. E se a Napoli il cibo di strada è inflessibile tradizione con le pizze e i deliziosi bocconcini fritti (pizzelle, pasta cresciuta, frittatine di pasta), dal vorace elenco è impossibile “dribblare” Roma con il supplì o la pizza bianca riempita di qualsivoglia bendidio! Di nuovo su, sino ad approdare a Venezia – dove si possono gustare gli immancabili “ciccheti” (spuntini mignon di seppioline, uova, baccalà o salumi), mentre a Milano è impossibile dire no ai mondeghili (polpette milanesi) o alla morbida michetta farcita a più non posso. In dirittura d’arrivo tappa a Genova – con una sfiziosa rassegna di focacce, farinate e torte salate. Tuttavia l’inventario di fantasiose “street ricette” potrebbe continuare, poiché ogni borgo, anche il più remoto, ha il suo fantastico cibo da consumare in movimento, e vale a dire incontaminati manicaretti che strizzano l’occhiolino alla tradizione, di solito mai dispendiosi e non di rado efficace attrazione per turisti e appassionati.

È inequivocabile che lo street food sia al centro dell’attenzione, come un attore sotto le lampade del palcoscenico, ed elettrizzante smania per maitre à penser del gusto e gente qualsiasi che desiderano testare portate “alternative” da quelle abituali! Persone che trovano simpatico addentare una polpetta fritta, oppure un arancino di riso in compagnia di una birretta, sotto la canicola agostana oppure sferzati dal nevischio invernale. Accanto alla corrente pro cibo di strada, ce ne sono altri che storcono il naso – poiché per anni e anni sotto scacco delle bizze di Giove Pluvio durante la soprannominata “ora d’aria” lavorativa! Loro, sicuramente, preferiscono il confortevole scranno della trattoria. Il nostro auspicio è che l’antipatia di costoro nei confronti dello street food possa trasformarsi in curiosità verso le tantissime pietanze spicce che, con laboriosità ed estro, parecchie località propongono! In attesa che tutto ciò avvenga, che anche il più riluttante dei forzati del pranzo al sacco si converta di buon grado al succulento rancio stradaiolo – il titolo di questo post – “street food sì, ma non per tutti” – resterà inconfutabile!

Stefano Buso

Il Mezzogiorno nel rilancio dell’economia nazionale

Svimez-lavoro-sudIn un articolo comparso nella Rivista economica del Mezzogiorno (3-4/2015), recante il titolo “”Quale ‘’visione’ per la ripresa di una strategia nazionale di sviluppo?”, Adriano Giannola sottolineava l’urgenza e la necessità del “varo di un ‘Piano di primo intervento’ organico ad una strategia tesa a riportare il Mezzogiorno nel circuito dello sviluppo”. Il riferimento al Mezzogiorno era suggerito a Giannola dal Rapporto Svimez per il 2015, dal quale risultavano dati preoccupanti che illustravano, non “una difficile congiuntura, bensì l’evolvere di un progressivo arretramento verso una condizione di stabile sottosviluppo”, sia pure evoluta rispetto a cinquant’anni fa, della condizione dell’area meridionale del Paese.

Il regresso dell’area, come da più parti viene evidenziato, è imputabile prioritariamente all’azione del governo centrale, al quale va addebitato il fatto che non sia riuscito ad adottare, già da prima che iniziasse la Grande Recessione, provvedimenti appropriati per arrestare il declino del Sud dell’Italia; nella consapevolezza che, per conseguire tale obiettivo, sarebbe stato necessario arginare il succedersi delle situazioni di emergenza che negli ultimi decenni hanno caratterizzato l’andamento dell’economia delle regioni meridionali.
L’azione necessaria non avrebbe dovuto essere orientata a “lubrificare” questo o quel comparto dell’economia del Mezzogiorno, bensì a cambiare alcuni dei suoi aspetti strutturali; in particolare, quelli riguardanti il mercato del lavoro e la pubblica amministrazione, soprattutto attraverso “la semplificazione e lo snellimento della burocrazia”, considerato che le regole istituzionali vigenti sono proprie di un sistema non più reattivo che potrebbe “faticare”, in assenza di appropriate riforme a costo zero, a rendere semplice l’accesso alle sue prestazioni. L’urgenza di simili provvedimenti, sottolinea Giannola, risalta anche in considerazione del fatto che l’accresciuta debolezza del Sud, dopo gli ultimi anni di “crisi profonda, se non contrastata, rischia di condizionare pesantemente la dinamica del sistema in tutte le sue componenti”.
A tale scopo, sarebbe stato necessario, non un documento contabile nel quale fossero elencati gli interventi e le risorse per la loro realizzazione, ma “piuttosto un documento programmatico”, che parlasse del Mezzogiorno inquadrato nel più generale problema dell’Italia; in altre parole, sarebbe stato necessario che il governo nazionale avesse chiarito la sua “visione” circa i problemi da risolvere e le opzioni da seguire “per affrontarli con successo”. La “visione” non avrebbe potuto non includere le esigenze prioritarie utili al “rilancio dell’accumulazione” e al blocco del “crescente disagio sociale”.
Negli anni della Grande Recessione – afferma Giannola – nell’settore industriale del Sud si è “perso il 7% dello stock di capitale lordo, il 30% della capacità produttiva manifatturiera: la seconda guerra mondiale aveva forse avuto esiti simili. Certo, a differenza di allora, oggi i ponti sono in piedi, la strade sono percorribili; per questo molti non si accorgono che è passata una guerra; per loro il contesto è ancora quello di un Paese sano, sviluppato e felice. Ma sono le dinamiche di questo Paese sano, sviluppato e felice che sollevano molti dubbi e preoccupazioni”, ponendo l’interrogativo su quale sia la “visione” di chi deve decidere in che modo intende stabilire come “condurre il Paese alla ‘ripresa’”
Al riguardo, sarà inevitabile, per chi si pone dal punto di vista del futuro dell’economia del Mezzogiorno, interrogarsi circa le scelte che il governo intenderà adottare per rilanciare il processo di accumulazione nelle regioni del Sud. Alcune scelte dovrebbero essere orientate a modificare i processi distributivi; obiettivo, questo, conseguibile, da un lato, attraverso un governo più razionale del “processo di formazione del capitale umano”; dall’altro lato, attraverso la costituzione del previsto, e mai attuato, “Fondo di perequazione infrastrutturale”.

Alcune scelte dovrebbero avere ad oggetto il rilancio delle Università meridionali, che da anni – a parere di Giannola – stanno subendo gli effetti negativi di un progressivo razionamento delle risorse, che si traduce in una “sistematica devastante pratica” di redistribuzione inversa a danno dell’istruzione terziaria delle regioni meridionali. Infatti, il minor flusso di risorse alimenta l’”emigrazione” degli studenti che possono permetterselo verso le Università delle regioni del Centro-Nord del Paese, concorrendo per questa via ad assicurare a queste ultime ulteriori vantaggi, in presenza di un’assegnazione dei mezzi stanziati per l’istruzione terziaria sulla base di presunti, ma fuorvianti, “parametri oggettivi”. Anziché essere rimosso, il processo in atto ha sinora concorso a causare la progressiva dequalificazione dell’istruzione universitaria nelle regioni del Sud dell’Italia.
Altre scelte da adottare, per supportare il processo di accumulazione delle regioni meridionali, dovrebbero riguardare lo squilibrio infrastrutturale esistente tra queste ultime e quelle del Centro-Nord del Paese; squilibrio che avrebbe dovuto essere affrontato nel 2001, nell’ambito della riforma del Titolo V della Costituzione, per la realizzazione del federalismo fiscale. Il fallimento delle riforma, causato dal fatto che la sua attuazione è stata realizzata in funzione di motivazioni connesse a ragioni di equilibrio tra le forze politiche, piuttosto che all’esigenza di razionali interventi pubblici per il sostegno della crescita del Paese, ha portato con sé anche la mancata attuazione di disposti normativi destinati ad avere un impatto positivo sull’economia del Mezzogiorno, quale quello che prevedeva la costituzione del “Fondo per la perequazione infrastrutturale”.
Riguardo alla strategia da perseguire per promuovere il rilancio dell’accumulazione e bloccare il crescente disagio sociale delle regioni meridionali, Giannola osserva che l’Italia è l’unico grande Paese fondatore dell’Unione Europea “integralmente ed esclusivamente mediterraneo”; ciò rende del tutto inspiegabile perché non si approfitti del fatto che la globalizzazione, pur spingendo l’Italia ai margini dell’economia-mondo, ridimensionando, senza rottamarla, l’ottimistica visione del nostro usurato modello di specializzazione, offra comunque delle opportunità; una è quella di poter trarre vantaggio dall’orientamento recente, ma ormai consolidato, di Cina, India, ed altri Paesi dell’Estremo oriente che guardano “al mercato più ricco del mondo, l’Europa, facendo del Mediterraneo un luogo di vitale importanza”. Il nostro Paese, invece, a parere di Giannola, anziché approfittare delle chance che gli si offrono vive il paradosso delle imprese cinesi che abbandonano i porti delle regioni meridionali, andando a localizzarsi in altri porti mediterranei, per la nostra incapacità di fare fronte agli impegni assunti.

Inoltre, Giannola sottolinea come la considerazione dell’area del Mediterraneo non sia utilizzata per realizzare quanto da anni è oggetto di continui dibattiti, ovvero il non aver mai portato a compimento la realizzazione delle possibili interconnessioni che “ruotano attorno al perno della logistica a valore, presupposto indispensabile per aprire ad una fase di re-industrializzazione e ad una parimenti necessaria linea di politica industriale e territoriale”. Ciò consentirebbe, in alternativa alla centralità del modello distrettuale del passato, oggi in parziale crisi, di interpretare al meglio, soprattutto con riferimento al nostro Mezzogiorno, l’importanza delle “catene globali del valore”, ovvero del ruolo che potrebbe svolgere il potenziamento ed una più razionale organizzazione della “tradizionale filiera produttiva”; ciò, tra l’altro, consentirebbe di invertire la tendenza al regresso cui è esposta l’intera area meridionale.
Il problema dell’energia dovrebbe essere considerato congiuntamente alle possibili interconnessioni produttive; logistica ed energia – a parere di Giannola – “sono parte integrante delle strategie interconnesse”, che consentirebbero, a loro volta, “un governo sostenibile del territorio”. In quest’ottica, il riordino urbano e quello delle zone interne costituirebbero il “terzo pilastro” della strategia delle interconnessioni; una precondizione, questa, che consentirebbe, tra l’altro, di affrontare con realismo la soluzione dei problemi della “valorizzazione del patrimonio culturale ed ambientale” e della promozione del “sistema agroalimentare ‘mediterraneo’”.
Sottolineando le urgenze precedentemente indicate, Giannola si attendeva che il “Masterplan” adottato per il Mezzogiorno individuasse nei previsti “Patti territoriali” contenuti conformi alle urgenze indicate. Invece, il 10 agosto dello scorso anno, con delibera del Comitato Interministeriale per la Programmazione (CIPE), il Governo, dopo aver stabilito preliminarmente le aree di intervento ed approvato il riparto generale delle risorse del “Fondo per lo sviluppo e la coesione territoriale” (FSC), a valere sul medesimo fondo ha disposto l’assegnazione delle risorse per finanziare gli interventi deliberati per il Mezzogiorno.

Sulla base delle decisioni assunte, è apparso subito chiaro che gli interventi, più che essere orientati a promuovere e a supportare il rilancio economico delle regioni meridionali, in una prospettiva di crescita e sviluppo dell’intera economia nazionale, sono risultati niente più che elenchi di interventi da tempo previsti, finanziati con risorse in gran parte già precedentemente stanziate, senza un coordinamento d’insieme e fuori da ogni prospettiva di riequilibrio territoriale.
Conseguentemente, come tradizionalmente è sempre accaduto, allorché sono stati decisi gli interventi per promuovere la crescita e lo sviluppo dell’area meridionale, nel varare il tanto atteso “Masterplan” per il Mezzogiorno, si è proceduto senza abbandonare il vecchio sistema dell’eccessiva frammentazione delle decisioni di intervento. Per giunta, i finanziamenti concessi, oltre a risultare in gran parte già precedentemente stanziati, mancavano del tutto del carattere dell’addizionalità; in altre parole, lo Stato, da un lato, ha sostanzialmente ridotto la spesa ordinaria in favore delle regioni del Sud, e dall’altro, ha utilizzato i fondi strutturali per coprire gli effetti del drastico contenimento della spesa ordinaria.
Ciò che deve essere ancora messo in evidenza è il fatto che Renzi ha avuto interesse ad avviare il “Masterplan per il Sud” nel 2016, solo per motivi connessi al referendum sulla sua proposta di modifica della Costiruzione, la cui bocciatura ha condotto alla fine del suo governo; al di là della contingenza elettorale, poi non deve essere dimenticato ciò che da tempo è un fatto acquisto, ma che stenta ad essere riconosciuto nella pratica delle decisioni concernenti gli interventi in pro delle regioni meridionali; ovvero che, sin tanto che le politiche per il Mezzogiorno non saranno progettate ed attuate senza la considerazione delle specifiche urgenze implicite nella promozione dello sviluppo locale, con il superamento della tradizionale concezione meramente quantitativa delle politiche di sviluppo, qualsiasi intervento è destinato a sicuro fallimento, come sinora è accaduto.

Senza una visione radicalmente innovativa del problema del Mezzogiorno, che valga a connotarlo in termini di reale problema nazionale, tutti i progetti d’intervento saranno solo suggeriti da valutazioni estranee alla reale integrazione dell’economia meridionale nella struttura economico-sociale, non solo nazionale, ma anche europea e, più in generale, globale.

Cina: Pil +6,7%. La crescita annuale più bassa dal 1990

yuan-cinesiNel 2016 la Cina ha conseguito la crescita annuale più bassa dal 1990. L’economia della Cina, pur essendo in fase di rallentamento, continua ad avere incrementi del PIL superiori a quelli registrati in Europa e negli Stati Uniti.

Nel quarto trimestre del 2016 il Pil della Cina segna +6,8% su base annua, mentre la variazione in termini congiunturali per lo stesso periodo segna +1,7%. La crescita per l’intero 2016 si attesta a +6,7%, in diminuzione rispetto al 2015 che ha segnato +6,9%. Comunque si mantiene all’interno del target quinquennale definito dal governo tra il 6,5% ed il 7% annuo.

Dai dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica, per il 2016 continua la diminuzione dei consumi (in calo al 9,6% dal 10,6% del 2015 anche se solo nel mese di dicembre si è registrata una accelerazione a +10,9%).

L’economia, secondo l’Ufficio di statistica cinese, si è attestata su “assetti moderati ancora stabili e solidi”, gettando basi positive per l’avvio del piano quinquennale fino al 2020. Si confermerebbe un trend in fase di consolidamento e con ulteriori margini di crescita.

Gli investimenti fissi, tra cui la spesa per le infrastrutture, sono saliti dell’8,1% , mentre la componente immobiliare ha visto un balzo del 6,9% rispetto all’1% del 2015.

Spinte dal PIL, le Borse cinesi chiudono in positivo. L’indice Composite di Shanghai sale a 3.123,14 punti (+0,70%). L’indice di Shenzhen raggiunge quota 1.885,78 punti (intorno ai massimi intraday) guadagnando +1,52%.

Lo yuan nel cambio contro il dollaro usa, nell’ultimo anno, ha oscillato tra il minimo a 6,839 ed il massimo a 6,961 con un valore di media a 6,9. Al fixing di venerdì scorso, la Banca Centrale ha fissato la parità a 6,8693 (valore di media centrale). Il trend tra le due monete nell’ultimo anno è stato piuttosto stabile con oscillazioni dal valore di media attorno all’1%.

Nel corso del 2017, dopo l’avvicendamento politico negli Usa, sarà particolarmente importante monitorare con attenzione non solo l’economia cinese ma anche le economie dei Paesi in via di sviluppo, della Russia, dell’Eurozona e degli altri Paesi sviluppati.

Salvatore Rondello

Gli sviluppi dell’economia italiana rispetto al mondo

PAOLO ONOFRI PROMETEIA ASSOCIAZIONE

PAOLO ONOFRI PROMETEIA ASSOCIAZIONE

Paolo Onofri, economista e segretario generale di Prometeia, l’Associazione per le Previsioni Econometriche nata nel 1974 per iniziativa del noto economista dell’Università di Bologna Nino Andreatta, poi trasformata, nel 1981, sempre su sollecitazione dell’economista bolognese, in “Prometeia Associazione per le Previsioni Econometriche”. Questa, oltre a fornire servizi di calcolo all’Associazione originaria, ha poi sviluppato competenze specifiche di analisi dei mercati e degli intermediari finanziari; infine, alla fine degli anni Ottanta, “Prometeia” si è ulteriormente trasformata nel centro previsionale che l’ha resa famosa, per divenire nel 2006 “Prometeia Advisor Sim”, consulente per gli investitori istituzionali.
Nell’articolo “Economia mondiale, economia italiana. Un contrappunto”, pubblicato sul fascicolo 1/2016 de “Il Mulino”, Paolo Onofri offre, dalla sua “privilegiata posizione”, un interessante confronto retrospettivo e prospettico dell’economia italiana rispetto all’andamento passato e al prevedibile futuro dell’economia-mondo, accompagnato da alcune responsabili considerazioni critiche relative alle previsioni concernenti l’Italia.
Nel periodo compreso tra il 1951 e il 1975, “la crescita del PIL reale aveva proceduto al tasso del 5,1% medio annuo, e del 4,3% in termini pro capite; contro, ad esempio, un aumento medio annuo del PIL pro capite in termini reali negli Stati uniti del 2,3% nello stesso periodo”. La crisi internazionale esplosa negli anni Settanta, con il collasso, prima, degli accordi di Bretton Woods e, successivamente, dei mercati delle materie energetiche, quindi con il crescente indebitamento dei Paesi in via di sviluppo, ha causato una radicale cesura nell’evoluzione che aveva caratterizzato sino ad allora l’economia mondiale. La politica di bilancio con la quale nei primi venticinque anni del dopoguerra era stata realizzata la stabilizzazione della domanda aggregata, quindi dell’occupazione, ha dato origine ad una forte instabilità di tutti prezzi, sia dei prodotti e dei servizi, che delle materie prime, divenuta una caratteristica persistente delle economie sviluppate.
Il fenomeno dell’inflazione associata alla stagnazione ha messo in crisi la politica di bilancio, rendendo confusi gli obiettivi tradizionali della politica monetaria, a causa del venir meno della “certezza, come nei decenni precedenti, della crescita della domanda, della stabilità dei livelli dei tassi d’interesse e di cambio”; con la conseguenza che il ventennio 1975/1995 è stato caratterizzato da “radicali mutamenti nella gestione delle politiche economiche, indotti dal crollo del sistema monetario di Bretton Woods e dagli shock petroliferi degli anni Settanta.
L’obiettivo principale della politica monetaria è divenuto così quello di rientrare dall’inflazione, mentre la politica di bilancio è risultata fondamentalmente orientata al perseguimento della stabilizzazione del disavanzo del debito pubblico, anziché della domanda finale del sistema economico. In tal modo – afferma Onofri – sono state gettate le basi “per la liberalizzazione dei sistemi finanziari e l’uscita da decenni di ‘repressione finanziaria’, come ora vengono chiamati i primi venticinque anni del dopoguerra, quando la forte regolamentazione dei mercati finanziari aveva evitato riflessi finanziari delle politiche di bilancio espansive”. Mentre, però, in altri Paesi, il rientro dall’inflazione è stato razionalmente perseguito attraverso un mix di misure monetarie e fiscali, in Italia le difficoltà di attuare lo stesso tipo di politica economica ha imposto la necessità di affidarsi al “vincolo esterno”, ovvero “allo SME e all’adesione alle tappe verso il mercato unico e l’unione monetaria”.
Vent’anni dopo gli shock monetari e quelli dei mercati delle materie prime, mentre i Paesi che avevano perseguito con continuità il rientro dall’inflazione potevano garantire la difesa dei livelli di benessere raggiunti, l’Italia, ancora impegnata ad “aggiustare” la propria economia ha dovuto affrontare le difficoltà connesse all’ingovernabilità del suo debito pubblico; a peggiorare la situazione – afferma Onofri – sono sopraggiunte anche “le ansie che ora sono conclamate. Sul piano politico: il passaggio dallo scontro tra le ideologie allo scontro tra le civiltà (clash of civilizations). Su quello economico: le implicazioni non sempre facili da accettare per le politiche nazionali dell’allora imminente unione monetaria europea”.
Il cambiamento complessivo dell’economia mondiale ha segnato per l’Italia l’inizio di un trend di crescita che ha cambiato tendenza rispetto al passato; infatti, tra il 1975 ed il 1995, il tasso di crescita medio annuo dell’economia nazionale si è ridotto al 2,4% e quello del reddito pro capite al 2,2%. Il contenimento dell’inflazione indotta dagli shock di vent’anni prima ha lasciato aperta “la questione del debito pubblico”, mentre la politica di bilancio è stata perseguita in funzione della sua sostenibilità; obiettivo, quest’ultimo, ancora ora in corso di perseguimento.
A livello internazionale, tra il 1995 e il 2007 si è continuato a perseguire l’obiettivo del controllo dell’inflazione e quello della sostenibilità fiscale del debito pubblico; sotto l’apparente calma di una fase di stabilità, da alcuni definita “Grande Moderazione”, sono nate, per via della crescente finanziarizzazione dell’economia, numerose bolle speculative, la principale delle quali, quella dei mutui subprime americani, è esplosa nel 2007/2008; ciò ha dato inizio ad una crisi dell’economia-mondo, i cui ultimi effetti sono ancora in corso, con il rallentamento della crescita in tutti i Paesi, le cui aspettative sono state depresse più di quanto non lo fossero state a metà degli anni Novanta. Per l’Italia, il periodo 1995/2007, sotto l’apparente calma della fase internazionale della “Grande Moderazione”, si è verificata un’ulteriore riduzione del trend di crescita rispetto a quella verificatasi nel periodo 1975/1995.
L’ulteriore contrazione del tasso di crescita annua dell’Italia, a parere di Onofri, è stata determinata dal fatto che l’”intensità della concorrenza internazionale e il rallentamento della crescita della produttività erano stati i principali fattori specifici della modificazione del trend verificatosi tra il 1975 e il 1995, ma non erano stati pienamente valutati nelle loro implicazioni prospettiche”. Prima ancora dell’esplosione della crisi attuale, la mancata valutazione di quei fattori specifici è stata infatti la causa dell’ulteriore contrazione della crescita degli anni 1996/2007; il tasso di crescita medio annuo si è ridotto all’1,6% e quello della crescita in termini pro capite all’1,3%. Si è trattato – afferma Onofri – “di un mutamento di trend di minore intensità rispetto a quello dovuto alla rottura dell’ordine internazionale di quaranta anni fa” Il sopraggiungere della crisi ha ulteriormente peggiorato il ritmo della crescita dell’economia nazionale.
Di fronte alla situazione descritta, è inevitabile porsi il problema del come uscire dal continuo trend negativo della crescita: deve l’Italia accettare la prospettiva di un’ulteriore riduzione della propria crescita, oppure può riconquistare il ritmo di crescita del decennio precedente lo scoppio della crisi del 2007/2008? A parere di Onofri, una semplice estrapolazione meccanica dei dati dal 1951 ad oggi condurrebbe a un trend ancora più basso di quello pre-crisi; è più opportuno, perciò, ricorrere a valutazioni prospettiche effettuate sulla base di modelli strutturali, quale quello che Michele Catalano ed Emilia Pezzolla hanno presentato nel 2015 alla “XII Euroframe Conference di Vienna”.
Si tratta di un “modello a generazioni sovrapposte”, costruito ipotizzando una “parità di contesto internazionale e di politica economica”, dal quale sono state estratte le implicazioni dell’evoluzione “della popolazione totale e della sua distribuzione per età su offerta di lavoro, formazione di risparmio e quindi accumulazione di capitale e crescita”. Nel modello, la componente demografica non è stata considerata solo in funzione della sua numerosità, “ma anche della qualità del capitale umano”, stimata con indici che hanno fatto “riferimento al livello di scolarità delle diverse classi di età” e di quelle che via via sarebbero entrate nel mercato del lavoro; dalla combinazione di quantità e qualità del capitale umano è stata calcolata la formazione del capitale fisico, che si è supposto incidente “sulla dinamica della produttività totale dei fattori produttivi”.
Gli effetti complessivi ricavati dal modello hanno suggerito, per l’Italia negli anni 2016/2040, la possibilità di una “crescita media annua potenziale” pari ad un tasso dell’1,3%, di poco inferiore a quella degli anni 1995/2007: “Più lenta nel primo decennio e un po’ più sostenuta successivamente quando, nel corso della seconda metà dei prossimi anni Venti”, vi sarà “un ricupero della crescita potenziale, conseguente sia alla ricostituzione dello stock di capitale fisico […], sia alla diffusione più ampia di una maggiore scolarità a tutte le coorti delle forze di lavoro”.
A parere di Onofri, quindi, alla domanda se l’Italia debba accettare la prospettiva di un’ulteriore riduzione del trend di crescita, la risposta è che ci sarebbero le condizioni “per riprendere a crescere al ritmo quasi uguale a quello degli anni pre-crisi, ma senza recuperare il terreno potenziale prospettico che la crisi ci ha fatto perdere”. Le valutazioni, tuttavia, hanno il limite d’essere basate su un modello previsionale il cui mondo di riferimento è limitato soltanto alla considerazione di tre Paesi: Italia, Francia e Germania. Inoltre, Onofri è consapevole che fare previsioni per i prossimi decenni è un’operazione ad alto rischio: intanto, perché le previsioni spinte sino a date molto lontane possono essere valutate solo sulla base di considerazioni di natura qualitativa; in secondo luogo, perché l’economia-mondo esprime un orizzonte molto più complesso di quello espresso dai tre soli Paesi presi in considerazione dal modello utilizzato per le previsioni; infine, perché il presente è caratterizzato da fenomeni che ora sono ancora embrionali, ma che nel futuro potrebbero essere la causa di ulteriori radicali trasformazioni dell’intero scenario economico mondiale.
In conclusione, secondo Onofri, “a distanza di quarant’anni dal primo grande shock petrolifero, di venti dalle svolte della metà degli anni Novanta e di quasi nove dall’inizio della crisi”, ci si può chiedere che cosa stia maturando a livello globale alla fine del 2016. Per quanto riguarda l’Unione Europea, nella quale sono integrati i tre Paesi considerati dal modello di Catalano e Pezzolla, la crescita potenziale è esposta ai rischi connessi agli ostacoli di natura socio-politica (migrazione, terrorismo, movimenti sociali anti-euro), di natura istituzionale e demografica; il clima di incertezza nascente dalla percezione di tali rischi fa sì che il governo del presente europeo sia “nelle mani della politica tout court“.
Per quanto riguarda l’Italia – afferma Onofri – “ragioni strutturali di fondo difficilmente modificabili suggeriscono che la crescita potenziale riprenderà, sì, ma a ritmi limitati. Ritmi che saranno sempre più condizionati dall’estero”. Si tratta di una conclusione in linea con quella formulata da Giuseppe Berta nel suo recente libro “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”, nel quale lo storico della Bocconi ha sottolineato l’urgenza, per il Paese, di un ridimensionamento delle sue aspettative. Senza che ciò debba implicare una sorta di autoripiegamento rispetto allo spazio occupato nel passato, il ridimensionamento deve invece costituire la premessa per fare “riguadagnare” al Paese un clima di fiducia, utile per poter effettuare scelte responsabili in funzione di un futuro problematico.

Gianfranco Sabattini

A Davos il duello sull’economia mondiale

A Davos, in Svizzera, è iniziato ieri il forum annuale sull’economia mondiale che si protrarrà fino a venerdì prossimo. Dalle prime interviste fatte ad alcuni partecipanti è possibile comprendere l’importanza dell’incontro in corso e degli argomenti trattati. Joseph Stiglitz, economista premio nobel ed ex collaboratore di Bill Clinton, presenterà un rapporto dal titolo “Sconfiggere l’economia sommersa” lanciando un appello ai governi per farsi parte attiva nella trasparenza.

Sollecitato dalle domande dei giornalisti sulla politica economica di Trump, manifesta giudizi certamente non positivi sulle qualità del nuovo Presidente statunitense. In proposito ha detto: “Trump non conosce la macroeconomia e farà perdere posti di lavoro”. Proseguendo: “il protezionismo potrebbe avere un impatto di 1,5 punti di PIL nei prossimi 15 anni”. Continuando: “La politica economica di Trump non funzionerà. Non ci credo. Quello che si ostina a non capire è che l’estensione del deficit commerciale dipende soprattutto dalla macroeconomia”. Assumendo l’atteggiamento del professore, aggiunge:

davos“I flussi di capitale in entrata devono eguagliare il deficit commerciale, così come i flussi di investimento devono eguagliare i risparmi domestici. La sua proposta di bilancio potrebbe aumentare il deficit fiscale e questo vorrebbe dire abbassare il risparmio nazionale e quindi un aumento del deficit commerciale. Allo stesso tempo il tasso di cambio potrebbe aumentare. Ma un mondo più chiuso può essere pericoloso per un paese che esporta”. Esemplificando: “Se noi chiudiamo alla Mercedes, loro non comprano le nostre auto”. Tornando al linguaggio dell’economista: “Potrebbe peggiorare il deficit commerciale e l’effetto sarebbe quello di una perdita di migliaia di posti di lavoro. Dal punto di vista macroeconomico la sua politica non può funzionare”.

Timori anche per l’Europa: “Ora si sta concentrando sul Messico e sulla Cina ma in termini di politica globale sono coinvolti tutti. Quello che dobbiamo capire è che noi esportiamo in questi Paesi. Non capisco se vuole avere una guerra commerciale o se solo lo sta annunciando. Nessuno può rivelare quello che succederà. Bisogna attendere fino a venerdì”.

A Davos, Stiglitz insieme a Mark Pieth, un altro economista che ha collaborato al comitato d’inchiesta sui “Panama Papers”, presenta il dossier sull’economia sommersa, cioè sull’evasione fiscale, corruzione, lavaggio del denaro sporco. Ancora Stiglitz ha detto: “Ora che si parla della battaglia della globalizzazione, dobbiamo mettere al centro il problema della trasparenza. Se vogliamo far funzionare la globalizzazione, dobbiamo avere regole globali condivise. E’ nell’interesse di tutti i Paesi che non devono limitarsi ad applicare regole ma devono diventare protagonisti su questo tema”. Poi l’economista si è dichiarato favorevole all’utilizzo della moneta elettronica che evita il sommerso. Per favorirne l’utilizzo occorrerebbero maggiori investimenti in Cyber-sicurezza, concludendo: “Alla lunga i benefici supereranno i costi”.

Grande interesse ha suscitato la presenza della Repubblica Popolare Cinese con Xi Jinping, un funzionario comunista che difende la globalizzazione ed il libero commercio in netta opposizione al protezionismo resuscitato dal ricchissimo tycoon americano, proprietario di grattacieli e circondato da donne, che ripropone la critica al capitalismo globale con gli slogan antagonisti di 15 anni fa. Sembra che a Davos, paradossalmente, stia per iniziare un duello con parti invertite fra il presidente della Repubblica Popolare Cinese ed il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. Xi Jinping è riuscito a scaldare il pubblico di circa 1.500 delegati riuniti al Forum annuale dichiarando: “dobbiamo dire no al protezionismo”. Spiegando con filosofia orientale: “sarebbe come chiudersi dentro una stanza buia. Vento e pioggia possono restare fuori, ma resteranno fuori anche la luce e l’aria. Nessuno uscirebbe vincitore da una guerra commerciale”. Le parole del Presidente cinese strappano l’applauso alla platea. Naturalmente il messaggio è rivolto a Donald Trump che rinsaldando i rapporti con la Russia lancia l’offensiva contro la Cina vissuta come principale avversario commerciale. A Davos sono assenti sia Trump che Angela Merkel, due sostenitori del protezionismo nella scena mondiale. Il neo Presidente statunitense ha inviato Anthony Scaramucci che fa parte del suo team alla Casa Bianca. L’inviato americano dichiara: “ né gli Stati Uniti né la Cina vogliono una guerra commerciale. Abbiamo molto in comune e forti relazioni bilaterali ma va rivisto il modello degli accordi commerciali asimmetrici sottoscritti dagli Stati Uniti negli ultimi settanta anni. Se verrà fatto, Trump potrebbe essere l’ultima speranza del globalismo”. Insomma, per Trump la Cina dovrebbe smetterla con i suoi dazi occulti, le manipolazioni dei cambi ed i sussidi nascosti al suo export. L’enorme vuoto creato da Trump, fautore del disimpegno per un ritorno all’America First, ha dato l’opportunità a Xi Jinping di proporsi a leader della globalizzazione. Presentatosi al meeting con un look occidentale sobrio e rassicurante, usando toni pacati nel parlare, Xi ha fatto più di quanto si potesse immaginare. Senza nominarlo, di fatto, ha lanciato un asse globale di resistenza ai protezionismi ed ai nazionalismi, ma anche a Trump a tre giorni dal suo giuramento a Washington. Il Presidente Xi ha anche detto: “alcune persone accusano la globalizzazione economica per il caos in cui viviamo oggi, ma molti problemi attuali, dalla crisi dei rifugiati in Europa alla crisi finanziaria di dieci anni fa non sono stati causati da essa. La globalizzazione, è vero, ha creato problemi, ma non va gettato il bambino con l’acqua sporca. Piaccia o no, la globalizzazione è l’enorme oceano dal quale nessuno può tirarsi fuori completamente. La Cina di Xi promette di collaborare e correggere la rotta, dandosi un modello più sostenibile di crescita. E’ un cenno a molte delle legittime critiche a Pechino, improbabile fautrice del liberalismo economico e ora protagonista di una controversa iniziativa per ottenere lo status di economia di mercato che sterilizzerebbe la possibilità di mettere dazi sulla enorme sovraccapacità produttiva”. Nel suo discorso di sessanta minuti, Xi trova lo spazio per l’accordo di Parigi sul riscaldamento globale: “un accordo magnifico, che tutti i firmatari devono rispettare. Responsabilità che dobbiamo assumere nei confronti dei nostri figli”. Non ha perso occasione per proporsi anche come alfiere dell’ambientalismo essendo a conoscenza dei grandi problemi di inquinamento che esistono in Cina.

La lezione fatta quest’anno a Davos è una presa di coscienza dei profondi cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo molto velocemente, quasi a progressione geometrica. Ci vorrebbe una grande capacità ad adattarsi, a posizionarsi, trasformarsi per poter cavalcare meglio la tigre. Ma forse esistono soluzioni migliori per l’umanità sui quali poter trovare ottimi accordi: il rispetto dei diritti umani e la soddisfazione dei bisogni degli esseri viventi di questo pianeta in una armonica convivenza pacifica.

Salvatore Rondello

Trumponomics. Costi e benefici politici e finanziari

trumponomicsL’avvento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti si è trasformata in fonte di preoccupazione per la capacità di tenuta dell’ordine globale, per via della presunta inesperienza del nuovo Presidente in fatto di attività politica e diplomatica. Secondo una linea di pensiero ormai largamente accreditata, la sua affermazione politica ha tratto origine da problemi che da tempo agitavano la società americana, riconducibili principalmente alla crisi economica dei vecchi Stati federati industrializzati, all’approfondirsi delle disuguaglianze distributive e allo scontento popolare rispetto ad un establishment accusato di non aver capito il precario stato esistenziale dei cosiddetti “cittadini dimenticati” (forgotten men).
L’elezione di Trump è stata caratterizzata da una campagna elettorale, nel corso della quale i candidati, a parere di Allen Sinai, capo economista della società americana di consulenza economica e finanziaria “Decision Economics”, ”hanno dedicato gran parte del tempo a criticarsi e attaccarsi reciprocamente, riservando pertanto scarsa attenzione alle problematiche sociali ed economiche”. Se si considera il “peso”, sebbene ridimensionato rispetto al passato, dell’economia degli USA sul resto dell’economia mondiale, diventano plausibili le domande che lo stesso Allen Sinai formula nell’articolo “Trumponomics: benefici e costi”, apparso sul n. 75/2016 di “Apenia”: “Riuscirà l’economia americana a crescere più rapidamente e rafforzarsi, pur adottando politiche protezionistiche in materia di commercio e immigrazione? Quali saranno gli effetti del cambiamento sull’economia americana e globale? Ci si aspetta un futuro migliore o peggiore?”. Il probabile programma, che è dato presumere sarà portato in attuazione dal nuovo Presidente e che Allen Sinai definisce, per via della sua specificità, col termine di “Trumponomics”, presuppone una notevole attività legislativa, destinata a produrre rilevanti effetti sui mercati finanziari e sull’economia degli Stati Uniti, ma anche sull’economia del resto del mondo.
In particolare, a parere di Allen Sinai, un preventivo atto della nuova amministrazione sarà la deregolamentazione, per lo “smantellamento” di ciò che è stato legiferato dalla precedente amministrazione in campo sanitario e, soprattutto, in campo finanziario con il “Dodd-Frank Act”, la legge di riforma di Wall Street, introdotta per promuovere una più stretta e completa regolazione dei mercati finanziari a tutela dei consumatori e del sistema economico statunitensi. Gli obiettivi della riforma erano quelli di scoraggiare la creazione di nuove bolle, come quella che ha portato alla crisi dei mutui subprime, aumentando la tutela dei risparmiatori americani e promuovendo una maggiore trasparenza nei diversi mercati finanziari. La regola che, con maggior probabilità, sarà eliminata è la “Volcher-rule“, dal nome del suo ideatore, l’economista statunitense Paul Adolph Volcker, consistente in un insieme di disposizioni, inquadrate all’interno della riforma “Dodd-Frank”, limitanti l’attività speculativa delle banche attraverso una più rigida separazione dell’attività di intermediazione da quella d’investimento, allo scopo di rendere più stabile il sistema creditizio.
La separazione delle operazioni di intermediazione da quelle d’investimento era già stata introdotta nel 1933, dopo la Grande Depressione 1929/1932, con il “Glass-Steagall Act”, ma il settore bancario, a partire dagli anni Ottanta, ha incominciato a premere perché il Congresso lo abolisse; l’abrogazione è avvenuta nel 1999, con il “Gramm-Leach-Bliley Act”, che ha consentito la costituzione di gruppi bancari che, al loro interno, potevano conciliare l’esercizio, sia dell’attività d’intermediazione tradizionale, che quella d’investimento. A parere di Allen Sinai, la riforma della legge Gramm-Leach-Bliley non dovrebbe significare un ritorno alla Glass-Steagall, ma solo l’introduzione di barriere che impediscano ai risparmi dei depositanti, affidati al sistema bancario, di essere gestiti “in modo sicuro” e di non essere destinati a finanziare attività speculative. La modifica di molte misure della Dodd-Frank, insomma, sarà “di buon auspicio per le banche e per il sistema bancario, e quindi per l’intermediazione finanziaria e la spesa ad essa collegata”.
La nuova disciplina bancaria sarà quasi sicuramente orientata a promuovere una crescita reale dell’economia statunitense, affrancata da “un approccio mercantilista”, che dovrebbe consentire di porre “fine a una stagnazione secolare”; le stime suggeriscono – afferma Allen Sinai – una crescita economica reale che, nell’arco di tempo tra la seconda metà del 2017 e la fine del 2019, dovrebbe essere compresa “in un intervallo fra 2,75% e 3,5%”. Il rafforzamento della crescita negli Stati Uniti avrà quasi certamente un impatto positivo su gran parte dell’economia globale; ciò perché le attività produttive del resto del mondo che esportano negli Stati Uniti potranno trarre considerevoli vantaggi dall’aumento dei consumi e degli investimenti indotti dalla crescita interna dell’America.
Il principale interrogativo che solleva la Trumponomics è se la politica economica interna dell’America sarà positiva o negativa per il futuro. La risposta all’interrogativo passa attraverso la considerazione di ciò che potrebbe ostacolare l’attuazione del programma della futura amministrazione americana. Al riguardo, i dubbi riguardano, da un lato, il fatto che nell’agenda politica di Trump sia stata esclusa ogni considerazione relativa alle disparità esistenti negli USA in termini di reddito, di ricchezza e di istruzione; dall’altro lato, l’incertezza connessa all’attuazione della politica estera che Trump in sede pre-elettorale si è impegnato ad attuare.
Non ostante le previsioni di crescita, la Trunponomics sembra andare incontro ad un aumento delle disuguaglianze, sebbene uno dei motivi del successo elettorale del neo Presidente vada identificato nella protesta contro il loro approfondimento ed il loro allargamento. Il problema dovrà essere necessariamente affrontato, se la nuova amministrazione vorrà evitare possibili reazioni popolari che potrebbero causare ostacoli imprevisti all’attuazione della politica interna. Ancora più preoccupanti sono le possibili sorprese che potrebbero nascere dalla politica estera annunciata da Trump durante la campagna elettorale, soprattutto quella che il nuovo Presidente si è impegnato ad attuare nei confronti dei Paesi europei, partner tradizionali nell’organizzazione e nella gestione, attraverso la NATO, della collaborazione interatlantica nella difesa comune.
Su quest’ultimo punto, a parere di John Hulsman, presidente e cofondatore della società americana di consulenza per la gestione del rischio politico-economico “John C. Hulsman Enterprise” (“La fine dell’epoca atlantica”, “Aspenia n. 75/2016), Trump dovrà “sfumare” le critiche pre-elettorali lanciate contro i partner europei; ciò perché, se è vero che essi non “pagano abbastanza” per la difesa comune e possono sussidiare generosi “Stati sociali grazie ai sacrifici del contribuente americano”, è altrettanto vero che l’affezione dei Paesi europei all’America conta molto più dei rapporti con la Russia di Vladimir Putin. Su questo punto, è indubbio che le cifre del 2015, afferma Hulsman, forniscano seri motivi di lamentela da parte dell’America; pur essendosi impegnati per iscritto “a dedicare il 2% del PIL alle spese per la difesa, solo 5 Stati membri della NATO su 28 hanno centrato questo modesto obiettivo (Stati Uniti, Regno Unito, Estonia, Grecia e Polonia). L’America è di gran lunga quella che spende di più (3,6% del PIL), coprendo con il suo contributo un insostenibile 72% del bilancio annuale della NATO”.
Per evitare crisi irreversibili sul piano della difesa imteratlantica, a parere di Hulsman, l’Europa deve convincersi di non essere più centrale come un tempo per l’America e che “se vuole rinnovare la sua polizza sulla vita, deve pagare il premio in termini di maggiori spese per la difesa, per evitare che l’opinione pubblica americana volti le spalle alla NATO”. Tenuto conto della possibile crisi cui potrebbe andare incontro l’alleanza tra le due sponde dell’Atlantico, perciò, Hulsman ritiene che Trump, nel dare corso alla sua politica estera, debba tener conto, in primo luogo del fatto che la sua politica potrebbe fallire se non dovesse considerare l’importanza dell’Europa nella nuova realtà strategica esistente a livello globale; in secondo luogo, che America ed Europa possono avere temporaneamente interessi divergenti, ma che le disparità di vedute sono per lo più riconducibili al fatto che l’Europa, nella fase attuale, è totalmente impegnata nel compimento dello sforzo richiesto per il superamento degli effetti della Grande Recessione.
Tuttavia, dal canto suo, l’Europa dovrà prendere atto, a parere di Hulsman, che non le sarà più consentito di “guardare il mondo, attraverso lenti transatlantiche”. Nell’articolo “La solitudine europea”, pubblicato su “Aspenia” n. 75/2026, Mark Leonard, direttore dello “European Council of Foreign Relations”, afferma che gli europei dovranno “guardare il mondo con occhi diversi” e approfittare dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca per mettersi nella condizione di fare fronte alle sue possibili scelte in fatto di politica estera. Innanzitutto i Paesi Europei dovrebbero tentare di rafforzare la propria posizione rispetto agli Stati Uniti; in particolare, dovrebbero “trovare un accordo su politiche comuni quali sicurezza, politica estera, migrazioni ed economia”; in secondo luogo, dovrebbero prendere iniziative comuni per costruire alleanze con altri Paesi, non per inaugurare una politica estera concorrente rispetto a quella di Trump, ma per non risultare subalterni nella gestione delle relazioni con la Russia e la Cina.
Infine, secondo Leonard, l’Europa dovrebbe “cominciare a investire nella sua sicurezza. […] Pur essendo razionalmente chiaro che 500 milioni di europei non possono più delegare la loro sicurezza a 300 milioni di statunitensi”, l’Unione Europea dovrà prendere atto di aver fatto sinora molto poco “per coprire il divario tra le sue necessità e le sue capacità di difesa”. In ogni caso, pur in presenza di un maggior impegno europeo sul fronte delle relazioni con altri Paesi e su quello della difesa, gli Stati dell’Unione dovranno “lasciare aperta la porta della cooperazione transatlantica”, ricordando che l’alleanza ha “spesso salvato l’Europa da se stessa” e che può ancora continuare a salvarla, liberandola dalla paura dei “fantasmi” del passato, che ancora affliggono alcuni di loro, trasformando le paure in ostacoli sulla via del completamento del processo di unificazione politica.
Infine, i Paesi membri dell’Unione dovrebbero convincersi che la difesa dei loro interessi a fronte delle possibili scelte di politica internazionale di Trumpo, potrà essere meglio perseguita se la relazione transatlantica poggerà sui due pilastri delle contrapposte sponde dell’Atlantico. Quella europea sarà, sicuramente, un’agenda politica molto difficile ed impegnativa da attuare; innanzitutto perché i Paesi membri saranno chiamati a riflettere, più di quanto non abbiano sinora fatto, sul come favorire la crescita economica, attraverso un riesame critico della politica di austerità; in secondo luogo, perché dovranno far fronte ad alcune inevitabili richieste espresse dalla protesta popolare dei movimenti nazional-populisti; in terzo luogo, perché quelli che, fra i Paesi membri, valutano positivamente l’elezione di Trump, dovranno rendersi conto che i loro interessi potranno essere meglio tutelati attraverso un approfondimento dell’unione politica, piuttosto che con azioni condotte in ordine sparso.
Se l’Europa saprà dare risposte positive alle possibili conseguenze delle scelte di Trump in fatto di politica estera, si potrà ben dire, parafrasando alcuni slogan elettorali di Trump, che i Paesi membri dell’Unione torneranno a considerare prioritari gli interessi comuni europei (Europe first), per rifare di nuovo grande l’Europa (to make Europe great again).

Gianfranco Sabattini

L’Italia, il Papa e
il dialogo interreligioso

papa moschea“Data la grande importanza della Santa Sede per l’Italia e per tutto il mondo, sul piano sia religioso che politico-internazionale, il pieno riconoscimento diplomatico che il Vaticano ha fatto, il 14 gennaio, dello Stato di Palestina può rappresentare una spinta molto forte perchè anche altri Paesi facciano questa scelta. Del resto, sappiamo bene quanto Papa Francesco è sensibile ai diritti di tutte le confessioni religiose e di tutti i popoli, e all’esigenza, ormai improrogabile, di rilanciare davvero il processo di pace in Medio Oriente”.
Il Dottor Khalil Altoubat, consigliere del ministro dell’Interno per le Relazioni con l’Islam Italiano, consigliere diplomatico della Co-mai, Comunità del Mondo Arabo in Italia, e consigliere in Italia del presidente palestinese Abu Mazen, così commenta l’apertura ufficiale dell’ambasciata palestinese presso la Santa Sede, in Via di Porta Angelica. Cui ha partecipato in prima persona, accanto al presidente Mahmoud Abbas, alias Abu Mazen (affacciatosi, poi, rapidamente al balcone, accanto alla bandiera appena spiegata).

Che valutazione dà, in complesso, di questa visita privata di Abu Mazen a Papa Francesco?
E’ stato un incontro molto cordiale ed emozionante, con un Pontefice che ha avuto modo, inoltre, di conoscere dal vivo la tormentata situazione della Palestina, nella visita di due anni fa: e che sta lavorando in tutti i modi per riportare la pace in questa terra, culla di Cristo. Un incontro, inoltre, a pochi giorni dalla storica Risoluzione ONU del 30 dicembre: spero che anche il Governo italiano prenda atto di tutto questo, e dell’impraticabilità, per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, di altre soluzioni oltre a quella dei “Due popoli, due Stati”. E qui devo dire, anzi, che sia il ministro degli Esteri Alfano, che quello dell’Interno, Minniti, ambedue incontrati dal presidente Abbas il giorno prima, hanno ribadito l’accordo dell’ Italia con la soluzione “Due popoli, due Stati” e hanno promesso d’impegnarsi appunto su questa strada.

Lei è consigliere diplomatico della Co-mai, Comunità del Mondo Arabo in Italia, e membro anche del movimento internazionale “Uniti per unire”. Due organismi che, perseguendo la via del dialogo interreligioso e interculturale, su basi laiche, ultimamente han promosso, insieme ad altri, la nascita della C.I.L.I.- Italia, Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa: nata dallo sviluppo del Comitato “Cristiani in moschea” (promotore, dopo l’offensiva terroristica dell’estate scorsa, di tante iniziative per il dialogo fra cristiani e musulmani in Italia).Come dirigente di queste organizzazioni, come valuta appunto questi importanti sviluppi diplomatici?

Nella mia triplice veste, cerco di portare, su vari terreni, sempre un messaggio di pace e di avvicinamento tra i popoli: cercando di far capire che la strada per la libertà e il benessere collettivi passa sempre dal dialogo e dalla pace. La guerra- come tragicamente ci insegnano la storia e le vicende cui stiamo assistendo, in tante parti del mondo – non porta da nessuna parte. Speriamo che anche i partecipanti alla Conferenza internazionale di Parigi sul conflitto israelo-palestinese, apertasi proprio il 15 gennaio, lo comprendano”.
“Quel che è accaduto in questi ultimi tre giorni a Roma- aggiunge Foad Aodi, medico fisiatra, presidente di Co-mai e Uniti per unire – è sicuramente un fatto storico, che aiuta molto il processo della pace in Medio Oriente, nonostante le tante difficoltà che sappiamo. La Co-mai prosegue il suo impegno, con Uniti per Unire e con la C.I.L.I–Italia, a sostegno anzitutto della svolta di Papa Francesco: con la sua apertura totale all’ Islam e alle altre religioni, purchè vissute senza strumentalizzazioni politiche, e per la tutela anche dei giusti diritti di immigrati e rifugiati, nel rispetto della legge e senza scorciatoie demagogiche. Speriamo davvero che il 2017 sia l’anno d’una svolta costruttiva , per il processo di pace tra israeliani e palestinesi e per la lotta al terrorismo cieco e disumano”.
Infine, Aodi ribadisce l’urgenza che palestinesi e israeliani si mettano intorno a un tavolo per riprendere i negoziati diretti, senza interlocutori: come emerso ieri alla conferenza di Parigi, dove i leader mondiali, in rappresentanza di piu’ di 75 delegazioni, han ribadito la loro richiesta di impegnarsi fortemente, in Medio Oriente, a favore della soluzione “Due Paesi, due popoli, due Stati” .

Fabrizio Federici

Pil eurozona. Nuovo anno stessi risultati

Pil Nel quarto trimestre del 2016 si prevede un aumento del PIL nell’area dell’Eurozona nella misura dello 0,4%. Anche per il primo semestre del 2017 le attese sono della stessa entità. Le stime di Ifo, Insee ed Istat sono state diffuse congiuntamente da Eurozone Economic Outlook.

Il principale motore della ripresa sarà la domanda interna sostenuta dalle famiglie che hanno visto aumentare il potere d’acquisto dei salari. La Brexit ed il Referendum italiano sulla costituzione, non hanno finora influito sull’andamento dell’economia anche se le incertezze restano elevate anche per l’approssimarsi delle elezioni in Francia ed in Germania.

Nell’ipotesi che il prezzo del petrolio Brent rimanga stabile a 56 dollari per barile e che il tasso di cambio euro/dollaro continui ad oscillare intorno a 1,05 dollari per euro, si prevede per lo stesso periodo l’accelerazione dell’inflazione a +0,7% per il quarto trimestre del 2016 ed a +1,5% per i primi due trimestri del 2017. A spingere sull’inflazione contribuirebbero i prezzi dell’energia in aumento rispetto al primo trimestre del 2016. Il tasso di inflazione tenderebbe a stabilizzarsi attorno all’1% su base annua per continuare a crescere gradualmente nel 2018. Fino a quel periodo permarrebbe la politica monetaria “accomodante” della BCE. Nell’ipotesi in cui si verifichi una crescita maggiore dell’inflazione, la BCE potrebbe rivedere la manovra sui tassi di interesse.

L’economia globale nel terzo trimestre del 2016 è migliorata rispetto ai trimestri precedenti. Negli Stati Uniti continua la fase di crescita in misura doppia rispetto all’Eurozona. L’economia giapponese e quella dei paesi emergenti stanno avendo una evoluzione migliore rispetto alle attese. Nei prossimi mesi ci si attende il proseguimento della fase di crescita dell’economia globale con conseguenze positive sul commercio estero e sulle esportazioni.

Salvatore Rondello

Gennaio dedicato al dialogo contro il terrorismo

monoteismi-e-dialogoMentre è ancora aperta la caccia all’attentatore di Istanbul (che sembra essere un cittadino uzbeko, di nome Abdulkadir Masharipov), e, in Israele, non convince la tesi di Netanyahu che il colpevole dell’ultima strage di civili sia un militante ISIS (le brigate Qassam, ala militare di Hamas, hanno rivendicato infatti in pieno l’attacco) , in Italia, la Confederazione #Cristianinmoschea, le Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e il movimento internazionale “Uniti per Unire”, rilanciano, per questo mese di gennaio, un appello di speranza e solidarietà nei confronti delle vittime degli attentati terroristici.

Foad Aodi, Presidente delle Co-mai e di Uniti per Unire, fondatore e portavoce di #Cristianinmoschea, invita i fedeli d’ogni credo religioso e i laici a dedicare, questo mese (come già annunciato il 1 gennaio), una preghiera e dei messaggi precisi contro il terrorismo, a favore della pace: il venerdì nelle moschee, il sabato nelle sinagoghe e la domenica nelle chiese e, in estensione, nei luoghi di culto delle altre confessioni.

Già il 31 luglio, più di 23 mila musulmani in Italia hanno risposto al precedente invito #Musulmaninchiesa e si son recati a pregare nelle chiese italiane per i loro “fratelli cristiani” a seguito degli attentati in Francia. L’11 e il 12 settembre, con l’appello #Cristianinmoschea, alla ricorrenza della festività musulmana dell’Eid Al Adha, milioni di cristiani, musulmani, ebrei, fedeli delle altre religioni e laici si sono scambiati un segno di pace, portando così avanti l’obiettivo del dialogo “porta a porta” nelle moschee, nei centri culturali, nei luoghi di culto musulmani e nelle loro case. Tutte queste iniziative godono inoltre del sostegno di oltre 2000 tra federazioni, istituti, sindacati, Università, comunità, associazioni e Ong internazionali, che compongono appunto la Confederazione #Cristianinmoschea. Che ora, più esattamente, si chiamerà C.I.L.I.: Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa.

“Dall’inizio dell’anno nuovo, e per tutto il mese di gennaio, vogliamo intensificare il nostro impegno contrastando chi porta avanti quella che, in realtà, è una guerra alle religioni (anche se mascherata da guerra di religioni): con l’unione, con la forza del dialogo, con un messaggio o una preghiera di pace”, dichiara Aodi. “Per questo motivo – aggiunge – portiamo avanti uniti e con coraggio la nostra missione internazionale, interreligiosa, interculturale e laica. Siamo tutti figli di un unico Dio di amore e di pace. Per questo, il nostro lavoro coinvolge diversi attori della società civile che appartengono a tutte le religioni o sono laici: puntando ad abbattere il muro della paura e del pregiudizio per costruire una piramide di speranza, contro la guerra alla democrazia e alla libertà”.

“Senz’altro aderisco a tale iniziativa di preghiera”; ha scritto, in risposta all’invito a partecipare alla prima di queste giornate di preghiera, domenica scorsa 8 gennaio, Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi.”E ricordo che, da Assisi, a ottobre scorso abbiamo lanciato una giornata di preghiera mensile per la pace, ogni 27 del mese, in ricordo dell’iniziativa tenuta 30 anni fa, con tutti i leader religiosi, da SGiovanni Paolo II. A questa iniziativa hanno aderito anche comunità musulmane. Faccio i migliori auguri di ogni bene”.

La ferma condanna al terrorismo è ribadita anche da vari esponenti della Confederazione #Cristianinmoschea, della Co-mai e di “Uniti per Unire”. Tra loro, Soufi Moustapha, Presidente del Congresso Islamico Europeo degli Imam, predicatore in Italia e Imam della Moschea di Cesena, afferma: “A nome del Congresso Islamico Europeo dell’Imam e come predicatore, condanno tutti gli atti barbarici, tutte le violenze: che sono dannosi sia alla società civile che all’umanità”. Citando un versetto del Corano, ” Oh gente, questa è la nostra ‘umma’ (famiglia): è un’unica umma, io sono il Vostro Signore, adoratemi” (e’ Allah che parla, chiaramente, N.d.R.), l’Imam Salameh Ashour, coordinatore del Dipartimento interreligioso delle Co-mai, commenta: “Da questo significativo versetto si rivela che la nostra umanità è unica; ancor prima di essere musulmani, ebrei, cristiani o atei siamo esseri umani. Questa consapevolezza deve essere alla base della nostra convivenza umana. Il nostro comportamento deve scaturire dai valori che sono impressi nella nostra stessa natura umana: quelli della giustizia, della pace e della fratellanza”.

Umberto Puato, Presidente di CulturAmbiente, dichiara: “Non potremo avere Pace nel Mondo senza Giustizia … e non potremo avere Futuro senza Memoria. Tutte le guerre, non hanno mai risolto alcuna pacifica convivenza, fin dai tempi più remoti, narrati nelle antiche scritture. Questa Pace per realizzarsi ha bisogno anche di concretezza: un lavoro, una famiglia, gli amici, la solidarietà, la nostra realizzazione personale, nel rispetto del Credo di ciascuno di noi e in un clima di serenità e Giustizia sociale. Il terrorismo, di qualunque genere, bellico, economico, psicologico, mina la costruzione del nostro futuro e alla fine ci danneggia tutti, al di là di ogni realtà religiosa, etnica, politica, economica e sociale”. Lucia Frustaci ed Ivon Ramzi, rispettivamente Presidente e Vice Presidente di Rise Onlus, rilasciano una dichiarazione congiunta: “L’inizio del nuovo anno era tanto atteso per cancellare dai nostri occhi il ricordo delle terribili immagini degli attentati terroristici che hanno sconvolto il cuore di tutti noi, nel corso del 2016. L’orribile ondata di sangue ci ha resi definitivamente tutti uguali, senza più distinzioni di religione, cultura o appartenenza etnica. Il dialogo fra culture – proseguono – è, allora, una strategia operativa, un metodo per superare le difficoltà, a volte il conflitto, dovuti ai diversi punti di vista possibili ed alle diverse forme espressive utilizzate. Per questo è di grande importanza il riconoscimento dell’ uguale dignità di tutte le culture (“La convivenza delle culture”, era il titolo d’un celebre saggio su questo tema,. di qualche anno fa, del mostro sacro della sociologia Franco Ferrarotti, N.d.R.): come prerequisito essenziale per la costruzione d’ una pacifica convivenza sociale”.

A questi messaggi s’aggiunge, infine, anche quello di Don. Denis Kibango, parroco presso Villasia (Guidonia) originario del Congo: “Noi che crediamo al Dio di Abramo, nostro Padre nella fede, uniamoci in preghiera per le vittime e imploriamo il Padre celeste di aiutarci a sconfiggere la piaga del terrorismo e di darci la vera pace”.

Fabrizio Federici