Salute globale e Ramadan:
la cura e la prevenzione

cura e prevenzioneOggi il multiculturalismo nella sanità è la chiave della cooperazione tra i professionisti della salute italiani e d’origine straniera, per abbattere la paura e l’ignoranza attraverso l’informazione e la conoscenza, ma anche per trovare soluzioni concrete, su ambo le sponde del Mediterraneo, ai problemi legati all’ immigrazione. Gli ultimi sviluppi del lavoro dell’ Associazione Medici Origine Straniera in Italia (AMSI) e della Confederazione Internazionale Unione Medica Euro Mediterranea – UMEM hanno portato alla redazione d’ un manifesto “Sanità e multiculturalismo nell’immigrazione”, che sarà presentato ufficialmente al pubblico il 17 giugno.

Proprio nei primi giorni del mese del digiuno dei musulmani, o Ramadan (che ha avuto inizio la sera di venerdì 26 maggio), i medici di AMSI e UMEM rivolgono una serie di raccomandazioni ai pazienti di religione islamica; e avanzano le loro proposte per la stesura del Manifesto.
“Raccomandiamo ai pazienti a rischio, chiunque abbia problemi cardiovascolari, tumori, malattie del sistema immunitario, diabete, alle donne in gravidanza e agli anziani di esentarsi dal digiuno, come del resto raccomanda la stessa religione islamica”: lo dichiara il Prof. Foad Aodi fondatore di AMSI e UMEM, e membro della commissione Salute globale della FNOMCeO. “Abbiamo chiesto, poi, a tutti i colleghi aderenti alle nostre realtà, di fornirci il loro contributo per redarre un Manifesto, con una ricerca internazionale che produca, in sostanza, un libro aperto su Sanità e immigrazione, insieme ai maggiori esperti del settore: evidenziando i rapporti tra medicina, cultura e religione”.

Massimo Sabatini, medico, nel Consiglio Direttivo della FIMMG-Lazio e Portavoce di UMEM, riporta il messaggio dei medici di famiglia della FIMMG-Lazio in occasione del Ramadan: “Rispetto profondo delle singole tradizioni, tenendo però conto della salute della persona: che è bene prezioso e diritto inalienabile d’ ogni essere umano, e prescinde dalla cultura e dal credo religioso. I popoli devono impegnarsi affinché le differenze non siano un ostacolo al miglioramento dei livelli di salute: proteggendo con ogni mezzo le categorie più fragili come i bambini, gli anziani e i portatori di disabilita’ “. “Il concetto di salute è molto importante in rapporto al Ramadan”, aggiunge Sergio Leotta, già primario diabetologo al l’Ospedale “Sandro Pertini” di Roma, membro dell’ufficio di Presidenza AMSI e socio fondatore di UMEM: “io che mi occupo di diabete, ad esempio, devo informare in modo corretto le persone diabetiche che sostengono il digiuno. Devono saper utilizzare i farmaci, sia iniettivi che assunti oralmente, in modo da non alterare l’equilibrio glicemico dell’organismo, che resta a digiuno per tante ore. Così facendo, possono autogestire il diabete ottimamente, rafforzando il nesso tra religione e salute”.

“Parlare di salute – sottolinea Suzanne Diku, membro dell’Ufficio di Presidenza AMSI e ginecologa presso l’INMP – significa parlare di equità e di diritti coinvolgendo più attori: la persona, la conoscenza e il governo del bene comune (ambienti, clima e così via). L’operatore sanitario deve essere consapevole che ognuno di noi è portatore d’informazione, senza la quale non c’è medicina. La medicina in un certo senso è narrativa. Così, il medico del 2017 deve conoscere caratteristiche e bisogni delle popolazioni presenti nel territorio, adoperandosi per portare le soluzioni più appropriate nelle ricorrenze religiose, come appunto quella del Ramadan. La cultura, la religione sono fattori determinanti per la salute”. Modello ideale per i medici del Duemila, aggiungiamo, non può essere, allora, che il Dottor Albert Schweitzer (1875-1965), che col suo pluridecennale impegno in Gabon testimoniò personalmente l’attuazione di questi princìpi.
AMSI, UMEM e il movimento internazionale “UNITI PER UNIRE” rinnovano poi il loro invito a tutti i professionisti della Sanità interessati al prossimo Congresso AMSI, sabato 17 giugno a Roma (dalle ore 9.00 presso la Clinica “Ars Medica” in Via Ferrero di Cambiano), che prevede erogazione dei crediti ECM. In quest’occasione, mentre professionisti internazionali della salute si confronteranno con le loro relazioni, sarà presentato ufficialmente il “Manifesto” che dicevamo, aggiornato ai nostri tempi: che punta a intensificare la prevenzione e a combattere fobie e paure ricorrenti su immigrati e malattie.

Fabrizio Federici

Oltre i limiti dello sviluppo, oltre i limiti della cultura

spazio“Gli esseri umani sono plasmati dalle culture di cui sono parte. La cultura si è rivelata nella storia dell’uomo uno straordinario strumento di evoluzione, ma quali sono i suoi limiti? Fino a che punto è consentito all’essere umano di trasformare la biologia e più in generale l’ambiente in cui è immerso? Già il mito di Prometeo metteva in guardia sui rischi della hybris, dell’“arroganza” delle tecniche, un tema oggi di straordinaria attualità nel campo, per esempio, delle tecnologie genetiche. Quali sono oggi le riflessioni sul limite nella nostra e nelle altre società? Il concetto di “antropocene”, su cui dialogano gli scienziati e gli studiosi del versante umanistico, mette l’accento proprio sul fatto che i poteri poietici della cultura umana sono così forti (e pericolosi) da intervenire sulle “leggi” che regolano la vita del nostro pianeta, al punto da trasformare il suo clima. È tempo di porre un freno alla capacità dell’uomo di plasmare il mondo?”

Questa è la presentazione della conferenza, dal titolo “Sui limiti della cultura”, tenuta dal Prof. Adriano Favole sabato 27, nell’ambito del convegno “Dialoghi sull’uomo”, che si svolge a Pistoia dal 26 al 28 Maggio. Il Prof. Favole insegna Antropologia culturale e Cultura e potere all’Università di Torino. I suoi ambiti di ricerca principali sono l’antropologia politica, l’antropologia del corpo e l’antropologia del patrimonio.

Dico subito che, leggendo un titolo come questo, mi viene l’orticaria psicosomatica… infatti rieccheggia un titolo molto simile, “I limiti dello sviluppo”, dato ad un testo pubblicato nel 1972. Si trattava, allora, di una ricerca commissionata dal Club di Roma, fondato da Aurelio Peccei, all’MIT di Boston. Vi si teorizzava, preparando la strada ai movimenti ecologisti che si sarebbero sviluppati a seguire, che il nostro pianeta è una quantità finita di risorse, e che quindi non si può pensare che possa bastare all’infinito, per qualsiasi numero di persone, per qualsiasi modello di sviluppo in qualsiasi contesto sociale e culturale.

Prima domanda: è mai possibile che, a 45 anni di distanza, siamo ancora fermi a quella sconfortante, sia pur realistica, considerazione? Ormai le alternative, che consentirebbero di continuare lo sviluppo della nostra civiltà (per me sinonimo di cultura, quindi non sto a spaccare il capello per puntualizzare differenze inesistenti) dovrebbero essere note a tutti, e soprattutto ai luminari che pretendono di tenerci le loro lectio magistralis

Viene da pensare che chi insiste nella sua dottrina pervicacemente precopernicana  non voglia andare oltre. Sono maligno? Forse. Tuttavia bisogna considerare che esiste, nel nostro paese in particolare, una vastissima pletora di intellettuali orfani del marxismo, la cui progettualità sociale è ritenuta ormai impresentabile in primo luogo proprio da coloro che la promuovevano in mille versioni e declinazioni, pur senza mai aderirvi chiaramente ed onestamente. Costoro non si sono mai ritrovati d’accordo tra di loro se non su un punto: l’odio profondo per il sistema capitalista, e la convinzione di dover dare una mano alla crisi. Segnatevi per  favore questo concetto: dare una mano alla crisie non contro la crisi, perchè è di vitale importanza riconoscerne i sogetti e, soprattutto, gli effetti nefasti.  Costoro si sono trovati bell’e pronta un’ideologia di riserva, che permette loro di continuare a perseguire l’affossamento dell’odiato sistema sociale che per altro li ha sinora nutriti, in molti casi anche più che dignitosamente, senza neanche più il fastidio di doversi produrre in improbabili iperboli socialisteggianti: il decrescitismo, ovvero la risposta verde ai limiti dello sviluppo su un pianeta solo.

Ma vediamo di rispondere punto per punto alle domande del Prof. Favole…

La cultura si è rivelata nella storia dell’uomo uno straordinario strumento di evoluzione, ma quali sono i suoi limiti?

A questa domanda rispose già Krafft Ehricke, in un suo saggio, polemizzando proprio con il Club di Roma: l’uomo non ha alcun limite al proprio sviluppo, tranne quelli autoimposti.

Fino a che punto è consentito all’essere umano di trasformare la biologia e più in generale l’ambiente in cui è immerso?

Quale sarebbe il “punto”, nel quale dovremmo pensare di fermarci? Seguendo la visione di Jeff Bezos, e di Gerard O’Neill prima di lui, basterà spostare progressivamente il nostro sviluppo industriale fuori dell’atmosfera terrestre — e le nuove tecnologie oggi rendono questi piani fattibilissimi — ed in prospettiva allenteremo la pressione sul nostro pianeta madre. Oltre a aprire uno sconfinato orizzonte di sviluppo per la nostra civiltà, obiettivo prioritario, in un’etica umanista.

Già il mito di Prometeo metteva in guardia sui rischi della hybris, dell’“arroganza” delle tecniche, un tema oggi di straordinaria attualità nel campo, per esempio, delle tecnologie genetiche.

E dagli una zampatina alle tecnologie genetiche!… tanto per strizzare l’occhio alla palude, alla sua avversione per la scienza, che oggi alza arrogantemente  la testa… Arrogantemente, con piglio da Santa Inquisizione, costoro ci intimano di non proseguire gli studi sulla genetica.

La vera scienza è sempre stata umile, ha sempre riconosciuto che prima di provare a migliorare bisogna capire… ma se i tanti spiriti autenticamente umanisti, che hanno dedicato la loro vita al progresso della civiltà, avessero rinunciato a tentare di migliorare la natura, saremmo ancora fermi alle epidemie letali, alla morte per fame, al sottosviluppo. Un modello sociale forse per i decrescitisti preferibile all’odiato capitalismo…

Quali sono oggi le riflessioni sul limite nella nostra e nelle altre società?”

Bravo professore, provi a darsi una risposta: ci serve oggi riflettere sui limiti, se non per superarli?

E qui arriviamo all’affondo finale, non poteva mancare il riferimento al climate change

Il concetto di “antropocene”, su cui dialogano gli scienziati e gli studiosi del versante umanistico, mette l’accento proprio sul fatto che i poteri poietici della cultura umana sono così forti (e pericolosi) da intervenire sulle “leggi” che regolano la vita del nostro pianeta, al punto da trasformare il suo clima. È tempo di porre un freno alla capacità dell’uomo di plasmare il mondo?”

Vi sono ovviamente tante risposte, che si affollano, ed aspettano solo di essere portate alla conoscenza di quanti affluiscono a questi convegni, cercandovi concetti di speranza e di fiducia nel futuro, e trovandovi solo cupe visioni di miseria e morte. Ne scelgo alcune, le più ovvie.

Ovviamente non possiamo porre un freno a qualcosa che non abbiamo neppure mai iniziato a fare… plasmare il mondo, ma quando mai? L’umanità è più o meno avanzata a casaccio, cercando le vie meno impervie ed apparentemente più redditizie. Cominceremo davvero a plasmare il mondo quando ne saremo parzialmente fuori, e quindi non saremo più costretti a decidere se dobbiamo mangiare, vivere e progredire oppure lasciare spazio alla “natura”. Cominceremo allora a plasmare questo pianeta come un immenso giardino, dove coltivare specie animali e vegetali, e persino crearne di nuove, per mezzo dell’ingegneria genetica, laddove la biodiversità si fosse ridotta, a causa della nostra precedente crescita nel mondo chiuso.

Un’ultima considerazione. Da alcune delle mie parole si potrebbe pensare che io ami particolarmente il capitalismo, come sistema sociale. Ebbene no, non particolarmente. In particolare non  mi piace l’indifferenza verso chi soffre, verso chi non riesce a trovare una propria strada per campare, verso lo sfruttamento in genere, e la sua generale disponibilità, nella realtà cosidetta postindustriale, a rigurgiti schiavisti, autoritari e coercitivi. Tuttavia non è saggio rottamare l’unico modello sociale che finora, pur con tutte le sue storture, ci ha sfamato, prima di averne un altro…

Ci sono state rivoluzioni, nel secolo scorso, inevitabili, perchè si trattava di rovesciare delle tirannie. In quei casi il popolo sentiva che qualsiasi cosa, anche del tutto incognita, era preferibile al regime oppressivo cui era soggetto.

Sull’onda dell’entusiasmo rivoluzionario, in alcuni casi si è creduto di potersi proiettare a piè pari in nuovi sistemi sociali, teoricamente più giusti ed equi. La storia ha poi ampiamente dimostrato che la via che porta alla giustizia sociale, ad una società libera, solidale, inclusiva ed eticamente avanzata, probabilmente non ha un suo punto di arrivo su questo pianeta. Forse potremo traguardare un simile obiettivo nel contesto di una società del sistema solare, basata su un’abbondanza di risorse virtualmente infinita.

La storia ha infatti parimenti dimostrato che qualsiasi tentativo di socializzare la miseria porta solo alla tirannia, alla burocrazia, incubatrice di barbarie… Se invece sapremo traghettare la civiltàin un contesto di abbondanza di risorse, qualsiasi modello sociale innovativo diventa sperimentabile… e persino il capitalismo, come modello sociale, si potrà probabilmente migliorare, senza uccidere i suoi veri punti di forza: la libertà di impresa, la libertà di invenzione, la libertà di ricerca scientifica e filosofica, la cultura industriale, che ha permesso anche ai professori di campare bene, insegnando a milioni di figli di lavoratori….

Per il momento i valori sociali della rivoluzione borghese sono ancora gli unici difendibili, contro il tentativo di revanche neomedievale… 

Adriano Autino

Adriano Autino è presidente di Space Renaissance International (http://spacerenaissance.space) ed autore dei seguenti libri:

“Un mondo più grande è possibile. L’espansione della civiltà oltre i limiti del nostro pianeta madre è la questione morale del nostro tempo”

 Amazon 2017 ebook e paperback (https://goo.gl/i78fVs)
– MondadoriStore 2017 ebook (https://goo.gl/ZqCs3Y)

“La terra non è malata: è incinta!” 

– lulu.com 2016, paperback (https://goo.gl/wIQC6y)
– Amazon 2017, paperback (https://goo.gl/Stlkuz)
– Arduino Sacco 2008

Vittime illustri: l’assassinio ha da essere “di Stato”

Capaci-FalconeVenticinquesimo anniversario dell’assassinio di Falcone. L’ipocrisia, la strumentalizzazione e l’idiozia delle commemorazioni, specie palermitane, ha superato ogni limite di tollerabilità. Non si stancano di ripetere che Falcone era andato a Roma, al Ministero, per meglio organizzare gli strumenti legislativi della lotta alla mafia. E’ questo un falso ridicolo e patente. Se ne era andato perché i suoi colleghi gli avevano reso irrespirabile l’aria di Palermo. Quelli stessi che poi lo hanno eretto a santo e maestro, che se ne sono dichiarati eredi e continuatori.Ciò è tanto più noto quanto più sfacciatamente e tranquillamente dimenticato.
C’è invece un altro aspetto dell’oscenità di certe “commemorazioni” che di anno in anno si fa più petulante, assurdo, aggressivo ed eversivo. E’ la pretesa di “dovere” a Falcone, come a Borsellino e come già ad altre vittime della ferocia mafiosa, una “promozione”. Non basta la glorificazione a base di false affermazioni di aver lasciato un’eredità morale e politico-professionale luminosa e straordinaria per poter aumentare il bollino dell’appropriazione indebito di essa. Ritengono di dovere a queste vittime illustri (ed anche a qualcuna un po’ meno illustre, se questa “graduazione” è lecita) di essere riconosciute vittime di un assassinio “che non fu solo di mafia”. Vittime illustri, dunque assassinio “straordinario”. Di Stato.

E qui vien fuori la subcultura della Sinistra pseudorivoluzionaria degli “anni di piombo”, per la quale era d’obbligo, anche tra i vezzeggiatori degli assassini terroristi, proclamare l’assioma: “la strage è di Stato”, di fronte ad assassini di diversa (?) matrice.
L’Antimafia militante e ruggente (e petulante ed ipocrita) sente il “dovere” di proclamare che gli assassinati dalla mafia non sono tali, o, almeno “non sono solo di mafia”. Quelli più importanti, sono anche, debbono essere, se no è una mancanza al rispetto ed alla memoria loro dovuti, “di Stato”.

O, nel linguaggio attuale, che, poi, non è meno arrogante e falso di “pezzi dello Stato”, senza rinunziare a “pezzi” ed anche all’intero di altri Stati (“c’è dietro “la CIA” è un altro cespite dell’eredità subculturale della Sinistra).
Anni fa rimasi molto scosso sentendo il figlio “mafiosociologo” Nando del Generale Dalla Chiesa proclamare che il Padre non era stato vittima della mafia, ma di un “assassinio di Stato”. Ci teneva ad affermarlo come se si fosse trattato di una promozione. Per sostenerla, affermava che il Genitore doveva essere entrato in possesso (!!!) di documenti così compromettenti, mi pare, per il solito Andreotti che questi (o un altro “uomo potente”) per evitare che potesse “servirsene” lo avrebbe fatto uccidere.

Che l’assassinio “di Stato” sia più appagante per i parenti della vittima e più glorificante per essi di un “qualsiasi” assassinio di mafia, è in sé proposizione aberrante più che stolta.
Ipotizzare, che, poi, tale “qualifica” sarebbe stata ricollegabile ad illeciti del Generale, (che non voglio nemmeno qualificare secondo il codice) per poterci “arrivare” è cosa sconvolgente oltre che decisamente cretina.

Mi fece piacere, poco dopo, sentire che la Sorella, la Figlia del Generale assassinato, aveva risposto alla domanda, appunto se ritenesse quell’assassinio del Padre, “di Stato”, rispose con un netto no. Si direbbe che a non essere dei “mafiosociolghi” i vantaggi intellettuali non sono pochi. Quelli intellettuali.
Questa esigenza di tributare alle vittime più illustri della mafia una “promozione” del loro assassinio si è fatta, intanto, più petulante, assurda e strumentale e, quindi, ipocrita.
Al contempo il campo delle ipotesi, che per certi fanatici antimafia sono dogmi prima ancora di essere formulate, appunto come ipotesi, si estende.
Valgono a coprire gli errori degli stessi inquirenti nelle indagini a suo tempo svolte sugli assassinii, le bugie dei pentiti e persino le baggianate compiute allora dagli stessi “eredi” putativi degli assassinati ed il loro frenetico anarchismo togato.
Abbiamo scritto delle “speranze” di Grasso, pur nell’assenza di qualsiasi indizio di “mani estranee” nell’assassinio di Falcone, speranze in future diverse risultanze. Pare, se la cronaca del convegno all’Orto Botanico di Palermo del 24 maggio, promosso da Ingroia e Di Matteo è esatta, che il Presidente del Senato sia venuto “sviluppando” le sue speranze, indicando il modo di realizzarle. Per avere la “promozione” delle stragi in cui persero la vita Falcone e Borsellino con la “scoperta” di una partecipazione “di Stato”, “occorre qualche collaboratore (pentito) o interno alla mafia o di Stato”. Con così autorevole prescrizione si direbbe che il pentito “occorrente” non mancherà di certo. Grasso è una miniera di rivelazioni degli oscuri pensieri ed anche dei metodi dell’Antimafia.

Ed è singolare che questa analisi presidenziale su ciò che ci vuole per una nuova, agognata “verità” su quella strage sia stata espressa in un convegno il cui tono ed il cui oggetto era essenzialmente la lamentela sullo “scarso impegno” per trovare più appaganti “verità”. Scarso impegno, quindi, nel “procurarsi” nuovi e più fantasiosi pentiti.
Questo atteggiamento, oramai dilagante e d’obbligo tra magistrati, tra i “professionisti dell’Antimafia”, è espressione della loro “ignoranza sospettosa”, fenomeno non nuovo né circoscritto a questo campo, con tutta l’ipocrisia e la malafede che sono implicite in questa “forma mentis”. Ma c’è chi malafede ed ipocrisia ne possiede e ne usa assai di più e sa valersene per profittare della “ignoranza sospettosa” degli altri. Così nascono i progetti e non solo i progetti del giudizial-populismo, con i suoi fanatici, i suoi rituali e le sue cittadinanze onorarie.

Mauro Mellini
Giustiziagiusta.info

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Colorni e la scomparsa della sinistra in Europa

Qui di seguito il testo della relazione introduttiva al convegno “Il percorso politico di Eugenio Colorni”, Roma, 29 maggio 2017, organizzato dalle Fondazioni Nenni, Turati, Buozzi e dall’Istituto Hirschman-Colorni


 

Polonia-protesteEugenio Colorni scriveva su l’Avvenire dei Lavoratori del 1 febbraio del 1944: “Socialismo, umanismo, federalismo, unità europea sono le parole fondamentali del nostro programma politico.”

Vi era indubbiamente un clima politico culturale se l’idea di Unità Europea, legata sempre a programmi di riforma sociale, venivano da gruppi francesi come «Combat», «France-Tireur» e «Liberté» ovvero come ricorda sempre Silone dal Movimento del lavoro libero in Norvegia o dal Movimento Vrij Nederland in Olanda ed anche da sparsi gruppi di tedeschi antinazisti.

La collaborazione di Colorni alla redazione e soprattutto alla diffusione del Manifesto di Ventotene, a mio avviso, ne fa uno degli autori a ricordare al pari di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi. Sicuramente è un suo merito la diffusione nel mondo socialista Ignazio Silone, allora a capo del Centro Estero di Zurigo del PSI e dell’Avvenire dei Lavoratori ebbe già sentore del Manifesto di Ventotene nell’autunno del 1941 e più tardi ricevette un appello analogo, dal Movimento «Li bérer et Fédérer» di Tolosa, nel quale militava Silvio Trentin, il padre di Bruno.

Sempre Colorni deve essere considerato uno degli ispiratori de Il socialismo federalista dell’«Avvenire del Lavoratore» (1) una delle componenti della conversione socialista di Ignazio Silone, che nella sua visione ebbe la stessa importanza dell’ Internazionalismo del suo periodo comunista. Due sono gli articoli di Silone nel quale delinea la sua visione europea del socialismo. Il primo fu pubblicato dall’”Avanti!” di Roma con il titolo “Prospettiva attuale del Socialismo Europeo”. Il secondo sempre dall’”Avanti!” di Roma del 28 gennaio 1945 col titolo “Europa di Domani”. Per Silone “l’Europa moderna ed il socialismo sono termini storici intimamente connessi. Il socialismo moderno infatti è nato in Europa nel corso del secolo passato, contemporaneamente all’Europa moderna. Le fasi di sviluppo e le crisi del socialismo moderno sono coincise con il progresso e le difficoltà dell’Europa”.

Il dibattito fra i compagni socialisti sul futuro dell’Europa e sulle prospettive di ricostruzione per il Vecchio continente: dal federalismo europeista di Carlo Rosselli alla proposta di una «Costituente europea per la pace» lanciata da Giuseppe Emanuele Modigliani, all’europeismo di Angelo Tasca era già iniziato nell’esilio francese. Al dibattito partecipò anche Giuseppe Saragat quando si trasferì a Parigi, dopo aver trascorso un triennio in Austria, ove conobbe Otto Bauer e l’austromarxismo, ma la sua visione federalista anche in seguito al Patto Ribbentrop Molotov si connotò sempre più come un europeismo democratico alternativo al totalitarismo (2).

Siamo tributari di Silone e Colorni della convinzione che non c’è prospettiva socialista se non c’è una chiara scelta federalista, cioè senza una dimensione internazionale della politica, al di là delle singole proposte, perché il destino del socialismo democratico e dell’Europa sono indissolubilmente legati. Questa intuizione non è stata perseguita con coerenza, avrebbe chiesto per esempio la creazione di un Partito Socialista transnazionale, cioè una visione internazionalista, di cui l’europeismo non poteva essere un surrogato, ma un’articolazione continentale. La costruzione europea si è fatta, invece, ponendo alla base la libera concorrenza ed il mercato, guidate da un centralismo burocratico senza effettivi contrappesi democratici. Non solo l’allargamento a Est della UE è stato un processo, che non si è distinto da quello della NATO, quando, nella visione socialista di Cole (3) condivisa da Silone Soltanto il socialismo democratico avrebbe potuto unificare l’Europa e farla servire da mediatrice storica tra il continente sovietico e il continente americano. Una visione che si accompagnava al superamento delle ragioni storiche sella divisione tra socialisti e comunisti, questo lo si poteva pensare negli anni 1944 e 1945 quando si era uniti nella lotta al nazifascismo.

Lo sviluppo nel dopoguerra andò in tutt’altra direzione: nei paesi conquistati dall’Armata Rossa si compì l’unificazione forzata dei partiti socialisti e comunisti, con la scomparsa politica dei primi, anche quando il nome del Partito non divenne formalmente comunista come il POUP (Partito Operaio Unificato Polacco) o mantenne il riferimento socialista come nei casi del Partito Operaio Socialista Ungherese e della SED (Partito di Unità Socialista della Germania). In Occidente la Guerra Fredda portò i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti ad una scelta di campo occidentale, con la sola eccezione fino alla rivoluzione ungherese del 1956 del PSI. Socialisti e democristiani sono la grande maggioranza dei padri fondatori dell’Europa, con l’eccezione di Altiero Spinelli, che in Italia collaborò con socialisti e comunisti (4). Nel 1999 fu l’anno della predominanza socialista in Europa, cioè nella UE a 15, con 11 primi ministri socialisti, che sarebbero stati 12 se nel 1996 Aznar non avesse sostituito Felipe Gonzalez. La presenza contestuale di Blair, Schröder, Jospin e D’Alema per non parlare che dei grandi paesi non ha impresso un corso nuovo all’Europa della UE, ma piuttosto è stata la Commissione Prodi dal 16 settembre 1999 fino al 31 ottobre 2004 con proroga al 21 novembre dello stesso anno con la scelta dell’allargamento a Est. Nel contempo a sinistra del PSE la denuncia dell’Europa, come l’Europa dei capitalisti e dei banchieri, è stato un bell’alibi per i partiti della sinistra per non impegnarsi nella costruzione di un’altra Europa,, finché il nome non diventò un’insegna elettorale nel 2014 grazie al successo di Tsipras e di Syriza, che non superò le contraddizioni del Partito della Sinistra Europea, che comprende partiti, con scarsa peso nel parlamento Europeo e in quelli nazionali della UE fatta eccezione per la LINKE e Sinistra Italiana e di cui non fanno parte formazioni di sinistra di successo come Podemos di Iglesias o la France Insoumise di Mélenchon

Il problema più grave è che le grosse perdite socialiste non si trasferiscono massicciamente alla loro sinistra e spesso vi sono perdite dell’intero schieramento teoricamente alternativo che comprenda anche i Verdi e in generale gli ecologisti.

In nessun paese europeo, ad eccezione della Gran Bretagna, ma ora in fuoriuscita dall’UE, la sinistra è rappresentata da un solo partito, che possa aspirare al governo. Formalmente vi è una Grande Coalizione PPE-PSE, ma il PPE ha una posizi0one centrale ed è riuscita la trasformazione da Partito Democristiano e Socialcristiano in partito di centro conservatore in armonia con i cosiddetti poteri, di cui il Presidente della Commissione, Juncker, è un vassallo. Per togliere ogni dubbio il suo partito non è più il PPCS (Partito Popolare Cristiano Sociale), ma semplicemente il PD affiliato al PPE, per non confondersi con il PD affiliato al PSE. Il PSE non ha, invece, un’identità precisa e un programma alternativo all’austerità e su dossier delicati come i fenomeni migratori ha posizione differenziate.

Il quadro europeo è ancora instabile mancano i risultati delle legislative francesi di giugno 2017, delle britanniche dello stesso mese e soprattutto di quelle tedesche del 24 settembre, per non parlare di quelle italiane oscillanti tra la fine del 2017 e l’inizio 2018 a dio piacendo e al Presidente Mattarella. Riuscirà la sinistra in senso lato a compiere quella riflessione auspicata da Colorni e Silone nel 1994, cioè legare il suo destino a quello di un processo di integrazione europea, che abbia come centro la Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, le cui norme hanno lo stesso valore giuridico dei Trattati per l’art. 6 TUE e una politica economica che salvaguardi la coesione sociale e le conquiste del welfare state e persegua con coerenza una politica di pace e cooperazione per uno sviluppo economico equo e solidale?

Felice Carlo Besostri
Blog Fondazione Nenni

(1) Corrado Malandrino “Socialismo e libertà. Autonomie, federalismo, Europa da Rosselli a Silone” Milano 1990

(2)“Il federalismo europeista in Giuseppe Saragat” di Michele Donno in L’ACROPOLI Anno XVII – n. 6 (2016)

(3)G.D.M. Cole “Europe, Russia and the Future” del 194

(4)Nominato dai primi nella Commissione Europea e dai Secondi nel Parlamento italiano e in quello europeo

 

Israele, detenuti palestinesi
in sciopero della fame

israele-prigionieri-palestinesi“Chiediamo di intervenire presso il Governo israeliano affinché venga incontro alle richieste dei detenuti palestinesi, in sciopero della fame dal 23 aprile per protestare sulla situazione delle carceri israeliane”. Lo hanno chiesto in una lettera inviata all’ambasciatore israeliano a Roma Ofer Sachs, Pia Locatelli, presidente del Comitato Diritti umani della Camera. E Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani del Senato.

“Le richieste avanzate da circa il 30% dei detenuti palestinesi riguardano la regolarità, la durata e l’aumento dei permessi di visita dei famigliari. Ci è stato riferito – aggiungono i due parlamentari nella lettera – che in seguito a quest’azione di protesta non violenta sono state messe in atto una seria di azioni punitive che comprendono un inasprimento delle condizioni di isolamento, il divieto di incontrare i propri avvocati e perfino il sequestro del sale”.

Immediata la replica dell’ambasciatore Sachs che nella sua risposta nega categoricamente qualsiasi violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti palestinesi e respinge tutte le accuse. Eppure è proprio un israeliano a dargli torto: lo scrittore Abraham Yehoshua in un’intervista a “ il Fatto quotidiano” afferma che i detenuti palestinesi hanno ragione a scioperare perché sono discriminati e chiedono di poter godere degli stessi diritti di tutti gli altri carcerati, che sono peraltro i diritti sanciti da tutte le Convenzioni per i diritti umani. Israele, se vuole ancora definirsi una democrazia, glieli deve dare. È loro diritto”

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua nell’intervista al “Fatto Quotidiano” ha parlato anche di Trump e attaccato le posizioni del presidente Usa. Trump, dice, fa ironia sui militanti dell’Isis chiamandoli “losers” (perdenti, sfigati) ma “vende armi” a chi da sempre li foraggia e sostiene, ovvero l’Arabia Saudita. “L’accordo raggiunto tra Usa e Arabia Saudita non ha nulla a che vedere con il tentativo di sradicare i terroristi islamici e la lotta al jihad. E nemmeno è finalizzato a migliorare i rapporti tra il mondo arabo sunnita e noi ebrei israeliani – dice Yehoshua – Si tratta esclusivamente di un accordo commerciale basato sulla vendita di armi, che ancora, purtroppo, è il motore dell’economia. Invece di incoraggiare e apprezzare la scelta fatta dagli iraniani votando il moderato Rouhani, Trump non si è fatto scrupolo a vendere armi a una nazione che ha sostenuto e foraggiato proprio al Qaeda e l’Isis”.

Quanto al conflitto israelo-palestinese, lo scrittore è anche più duro: “Voglio essere chiaro: il signor Trump non ha il profilo morale, l’intelligenza, la cultura, la sensibilità per risolvere alcunché, tantomeno una questione tremendamente complessa come quella israelo-palestinese. Questo signore conosce solo il linguaggio volgare e arrogante dei soldi e della peggior tv. Come ha fatto, appunto, parlando di Manchester. “Trump – prosegue – non è interessato alla pace tra israeliani e palestinesi, come non è interessato il suo amico di famiglia Netanyahu. Entrambi vogliono mantenere lo status quo, quello che dicono e fanno in pubblico è solo una farsa. La verità è che entrambi non vogliono la nascita di uno Stato palestinese mentre vogliono continuare la politica rovinosa dell’appoggio alle colonie nei Territori palestinesi occupati”. Peccato, aggiunge, che anche da parte palestinese non sia venuta una chiara presa di posizione. “Il presidente dell’Anp è stato (Abu Mazen) troppo passivo, troppo cauto. La situazione richiede una posizione più decisa”.

Vino. Si beve meno
ma sale la qualità

VinoRossoRispetto a una volta il consumatore enoico si è orientato (finalmente) sulla qualità. Infatti, si tende a bere meno come quantità strizzando l’occhiolino a vini genuini, in soldoni a prodotti più in evidenza dal punto di vista qualitativo. Parafrasando un vetusto adagio – “meglio poco ma buono” – che proprio nei confronti del “nettare scarlatto” è un atto coscienzioso oltre che di sottil apprezzamento…

Si potrebbe esordire così: dimmi che vino bevi e ti dirò chi sei –, va da sé dal punto di vista dei consumi e della preparazione enogastronomica attualmente alquanto modaiola! Il vino è sempre più destinato a divenire una sorta di carezzevole elisir da assaporare ad angusti sorsi, non certo senza consapevolezza culturale né scansando l’autocontrollo. In pratica, rispetto a un tempo, il popolo dei non astemi beve meno ma meglio e soprattutto in modo consapevole. Il termometro del cambiamento consumatore-vino è dato dalla fascia di età dei giovani sotto i trent’anni, allo stato baldanzosi protagonisti della scena enogastronomica in quanto sensibili ai consumi, ai gusti sempre più mutevoli e alle novità settoriali.

E ciò si evince grazie alla provvida indagine del Censis per Federvini – ricerca relativa al trend “enologico” nel nostro Paese. Del resto proprio il “nettare bacchico” resta il protagonista numero uno dell’export italiano (non solo dell’agroalimentare); nei fatti, un persuasivo “ambasciatore” del made in Italy anche se, con tutta onestà, siamo ancora abbastanza lontani dai numeri raggiunti nel comparto medesimo dai nostri vicini al di là delle Alpi, e vale a dire i francesi! Secondo lo screening del Censis coloro che dichiarano di bere oltre il mezzo litro di vino die è passato dal 7,4% del 1983 (anni in cui l’economia era al galoppo) ad appena il 2,3% del 2016, e cioè l’anno scorso. Senz’altro cifre eloquenti, che spaziano in un arco temporale di poco più di trent’anni e possono rappresentare un cambiamento di rotta relativamente al consumo pro capite di vino.

Una cosa da sottolineare che “incoraggia” chi cerca di fare della buona informazione di settore è la flessione del numero dei grandi bevitori – segno trasparente che l’utenza è divenuta matura, si documenta dall’origine sino alla distribuzione finale, ed è consapevole che il vino va gustato in modiche quantità a pranzo o a cena – tenendo sempre al primo posto le sue altisonanti virtù! A ogni modo questo sarebbe un modus operandi da mettere in pratica per qualsiasi prodotto reperibile in commercio, quindi non solo per ciò che si mangia e si beve. Ciò nonostante, restando al vino, sono tramontate le ere delle bevute “low cost” ove si puntava a riempire in primis il bicchiere non tenendo affatto conto delle caratteristiche e dei basilari attributi del vino.

Come più volte testimoniato, investire nella qualità di un articolo dovrebbe essere l’abitudine quotidiana del consumatore, che dovrebbe disertare cliché che alla fine non sono né saggi né portano a un risparmio vero e proprio. Nell’ardua scelta di un vino è saggio non fermarsi bruscamente alla prima chance che capita innanzi, bensì cercare senza fretta né ansia – anteponendo i pregi esclusivi del prodotto. E non fa nulla se alla fine il tutto peserà un pochino di più sull’acquisto – l’importante è comprare in serenità e bene. Naturalmente in caso di umani dubbi chiedere lumi senza provar vergogna, ci mancherebbe. In fin dei conti comperare in modo intelligente oltre che un tributo alla veneranda economia è una scelta premiante anche per la salute.

Altra foggia da sottolineare sempre argomentando di vino è berlo ai pasti (quindi, mai digiuni), farsi consigliare da chi è davvero qualificato relativamente ad abbinamenti, alla temperatura di servizio e assaporarlo mettendo la ponderatezza in pole position. Se, come visto, il consumatore italiano è oramai conscio che “il bere” di qualità è un valore atemporale, è altresì importante che comprenda che consumare alcol in modo responsabile equivale ad avere rispetto per sé e per il prossimo.

Alla vostra salute, bevendo bene, con pacatezza e senza fretta – gustando ogni singolo sorso che glorificherà il vostro impaziente palato.

Stefano Buso

OMeGA. Una regata per
la pace nel Mediterraneo

Relatori-Convegno-Omega-2Diffondere la conoscenza del Mediterraneo sotto ogni possibile angolazione, anzitutto organizzando incontri di studio, seminari, attività congressuali; poi, attuare un programma pluriennale di “eventi d’ incontro”, con l’esecuzione di brevi regate d’altura non agonistiche, con le quali collegare porti italiani con porti mediterranei, per lo sviluppo del dialogo interculturale e interreligioso. Questi gli obbiettivi principali di “OMeGA”, Osservatorio Mediterraneo di Geopolitica e Antropologia: associazione culturale (apolitica, apartitica, aconfessionale, contraria a qualsiasi discriminazione) che presso il Circolo della Marina, in Viale Tor di Quinto a Roma, ha presentato, in un incontro con la stampa, il progetto “Rotte mediterranee”, e in particolare la prima delle regate previste, “Lungo le rotte del corallo”.

“Un evento – ha spiegato l’ammiraglio Enrico La Rosa, presidente dell’associazione e coordinatore dell’ iniziativa – organizzato appunto da OMeGA insieme alla Fondazione di Sardegna e al Circolo romano sottufficiali di Marina. Col patrocinio di ICE- Italian Trade Agency (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), UNIMED, Unione delle Università del Mediterraneo, Circolo canottieri di Cagliari, Co-mai, Comunità del Mondo Arabo in italia, AMSI, Associazione Medici d’origine Straniera in Italia,UMEM, Unione Medica Euromediterranea, movimento internazionale “Uniti per Unire”, Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Ordine dei Giornalisti del Lazio e altre importanti realtà. Una regata vela/motore che avverrà dal 3 al 12 luglio prossimi, sulla rotta Cagliari-Annaba (Algeria)- Biserta (Tunisia)- Cagliari”. “Durante gli scali – ha aggiunto Aldo Andrenelli, ufficiale di Marina emerito, designato “Commodoro” della flottiglia – organizzeremo convegni su vari temi: ad Annaba sull’attuale stallo del dialogo intermediterraneo, a Biserta sull’ ulivo come simbolo di pace e unità, e sull’ olio come volano di sviluppo economico, culturale e scientifico”. “Nonché ingrediente essenziale della dieta mediterranea; il tutto – sottolinea Leopoldo Sposato, dirigente dell’ ICE-ITA – per rafforzare i canali di confronto e cooperazione tra i Paesi del Nord e del Sud Mediterraneo, e portare un messaggio di dialogo e di convivenza pacifica” (iscrizioni entro la prima decade di giugno, scrivendo a omega.criticitamediterranee@gmail.com ).

“Per rilanciare il dialogo euromediterraneo- ha sottolineato Luca Attanasio, giornaljsta, moderatore della seconda parte dell’incontro, dedicata al dibattito sui temi geopolitici e culturali – mi sembra giusto ripartire dalle parole d’un maestro di pace come Giorgio La Pira. Che tanti anni fa, prima del Concilio, definiva il Mediterraneo “Un grande Lago di Tiberiade”: Gesù attraversò più volte questo lago per avviare scambi culturali, religiosi, economici coi popoli dell’altra sponda; nello stesso spirito dovrà muoversi questa regata”. “Come Co-mai, AMSI , UMEM e Uniti per Unire”, ha detto Foad Aodi, medico fisiatra, fondatore di queste 3 associazioni, “porteremo senz’altro il nostro contributo. Con quello stesso spirito con cui l’estate scorsa, dopo i terribili attentati di Nizza e altre città europee, organizzammo, per rilanciare il dialogo interculturale e interreligioso, “#Musulmaninchiesa”(il 31 luglio), e poi (l’11-12 settembre, con la partecipazione di 3 milioni di persone in tutta Italia) #Cristianinmoschea”: iniziativa poi evolutasi, a fine anno, nella Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa. Tutte iniziative che han contribuito maggiormente alla serenità della convivenza in italia tra le diverse culture e religioni: garantendo, da un lato, un alto livello di prevenzione e sicurezza, e, dall’altro, politiche d’integrazione efficienti, nel quadro d’un’ Europa a due velocità”.

“Il dialogo interculturale e interreligioso è doveroso”, ha precisato Mario Boffo, ambasciatore emerito, già Capomissione diplomatica in Yemen e Arabia Saudita. “Purchè, da un lato, si rispetti il principio fondamentale che ognuno ha diritto di professare liberamente la sua fede; dall’altro, l’ esigenza – ribadita dalla recentissima sentenza della Cassazione – che gli immigrati decisi a vivere nel mondo occidentale si conformino alle norme giuridiche e ai valori della società in cui intendono stabilirsi: questo non per non rispettare le libertà religiose e culturali, ma in considerazione della sicurezza pubblica come bene superiore da tutelare”. “Se si continua a non affrontare seriamente il problema immigrazione, comunque”, ha ribadito Germano Dottori, docente di Studi strategici presso la “LUISS-Guido Carli”, a lungo andare in italia rischiamo lo sconquasso sociale, e l’ascesa di movimenti di destra estrema, sul tipo di Alba Dorata in Grecia”.
“Su questi terreni, però”, hanno rimarcato, in chiusura, Foad Aodi e Luca Attanasio, rispondendo alle domande dei partecipanti, tra cui numerosi giornalisti, “uno dei principali problemi da affrontare è la qualità dell’ informazione, il più delle volte cattiva e fuorviante. Il problema immigrazione in Italia c’è senz’altro, ma non va sopravvalutato nè esasperato: i dati ufficiali parlano chiaro, gli immigrati comunque in Italia rappresentano, oggi, solo l’8% della popolazione, e la comunità religiosa piu’ consistente è sempre quella cristiana. Parlare di invasione islamica, allora – come fanno, irresponsabilmente, certe forze politiche – è davvero fuorviante.
“I nostri movimenti – conclude Aodi – continuano il loro impegno con OMeGA e altre confederazioni a livello internazionale, affinché non fallisca il multiculturalismo in Italia: come invece è fallito in Germania, Francia, Olanda, Belgio, Inghilterra. Questo perché, in quei Paesi,i governanti non hanno coinvolto le comunità e associazioni d’ origine straniera nelle iniziative delle società che li ospitavano, non è stata fatta politica di prevenzione a favore della sicurezza. Si sono creati, invece, tanti ghetti senza la presenza dei cittadini di altre nazionalità; né si è riusciti a organizzare corsi di lingue, di cultura e legislazione, molto importanti per combattere la radicalizzazione giovanile e quella “zona grigia” che, spesso, fa da incubatrice al terrorismo. Mentre non si è saputo condurre la lotta all’immigrazione irregolare e alla disoccupazione giovanile, che è diventata ormai una piaga mondiale”.

Fabrizio Federici

L’Istat cancella Marx, 
operai e ceto medio

operaiBasta con gli operai, il ceto medio e Carlo Marx. «Addio a operai e borghesi». Oppure: «Scompaiono la classe operaia e la piccola borghesia». E ancora: «Addio alle classi sociali». La novità viene annunciata dall’Istat; la stampa e i telegiornali ne prendono atto.

L’Istituto nazionale di statistica ridisegna “il volto” della nuova Italia: sono abolite le vecchi classi sociali e si introducono i gruppi sociali. L’Istat ne conteggia nove nel rapporto annuale sul 2016: 1) famiglie a basso reddito con stranieri (4.700.000 persone), 2) famiglie a basso reddito di soli italiani (8.280.000), 3) anziane sole e giovani disoccupati (5.420.000), 4) famiglie di impiegati (12.200.000), 5) giovani “blue collar” (i “colletti blu” sono 6.190.000), 6) famiglie tradizionali della provincia (3.640.000), 7) famiglie degli operai in pensione (10.500.000), 8) pensioni d’argento (5.250.000), 9) classe dirigente (4.570.000).

Il lettore scusi il cronista per il lungo e noioso elenco. L’Istat ha frammentato e moltiplicato le categorie classiche per cercare di capire la nuova realtà sociale ed economica dell’Italia. Parla di famiglie di vario genere, di pensionati, di impiegati, di classe dirigente, di giovani e vecchi, d’immigrati. Parla poco o per niente di classe operaia e di ceto medio. Una volta invece si parlava in maniera più semplice di operai, impiegati, piccola borghesia, ceto medio, imprenditori, classe dirigente. Le distinzioni sociali erano svolte secondo il criterio del reddito e dell’attività lavorativa, un’analisi di matrice marxista.

Ora è cambiato tutto, l’impostazione è sociologica. L’Istat entra nei dettagli. C’è la crisi economica e culturale: 7 giovani su 10 (ben 2.200.00) tra i 15 e i 29 anni non studiano né lavorano (è un primato europeo). C’è il problema del grande invecchiamento della popolazione: il 22% delle persone ha un’età superiore ai 65 anni (siamo i primi al mondo dopo il Giappone); i morti hanno superato le nascite di 134 mila unità (i bebè sono scesi a 474.000). C’è il problema della povertà crescente: il 6,5% della popolazione rinuncia perfino alle visite mediche per ragioni economiche; possiedono un reddito basso 8 milioni di famiglie e ben 22 milioni di persone. Crescono le differenze sociali: la classe dirigente ha un reddito superiore alla media del 70%, detiene il 12,2% del reddito totale, spende mensilmente il doppio dei redditi più bassi.

L’Istat parla poco o per niente di operai, piccola borghesia, ceto medio, ma le antiche categorie sociali si vendicano e riemergono nelle stesse, nuove classificazioni statistiche targate 2017. Sono operai e piccoli borghesi (giovani ed anziani, italiani ed immigrati) i disoccupati, i precari, i titolari di contratti a termine, i lavoratori “in nero”. Sono operai e piccoli borghesi, italiani ed immigrati, i nuovi proletari titolari di contratti di lavoro atipici. La Grande crisi economica internazionale cominciata nel 2008 ha fatto esplodere la disoccupazione, il precariato e la povertà. Il fenomeno è talmente consistente che i pensionati, anche quelli a basso reddito, vengono considerati dal nuovo senso comune dei privilegiati per il loro introito previdenziale garantito, anche se di entità minima. È talmente vero che l’Istat colloca le cosiddette “pensioni d’argento” tra i redditi maggiori. Le disuguaglianze sociali, poi, sono esplose come rileva la stessa Istat, colpendo soprattutto operai e ceto medio (giovani e vecchi).

L’economista americano Francis Fukuyama nel 1992 pubblicò un saggio sulla “Fine della storia”. Il libro fece epoca, indicando il nuovo corso felice degli eventi mondiali. Ma dopo il crollo del comunismo, non arrivò “la fine della storia”, non ci fu il trionfo della democrazia e della libertà. Nei paesi occidentali la globalizzazione e le tecnologie digitali hanno portato povertà e disoccupazione per milioni di lavoratori. In gran parte del mondo si sono affermati movimenti autoritari e razzisti, sono scoppiate guerre sanguinose, il terrorismo islamico ha causato migliaia di morti in tutti i continenti.

Il ceto medio e gli operai non sono stati azzerati, ma sono stati colpiti pesantemente dal terremoto della crisi e dalla rivoluzione delle innovazioni tecnologiche. Lavoratori giovani e vecchi negli ultimi anni hanno visto drasticamente peggiorare le loro condizioni di vita, sociali ed economiche. In tutto il mondo occidentale, prima l’Europa e poi gli Usa, hanno dovuto fare i conti con la protesta degli “indignados” (gli indignati), che in molti casi ha premiato sul piano elettorale i nuovi partiti populisti e nazionalisti. La sinistra stenta a rappresentare i lavoratori, la sua tradizionale base, la missione politica per la quale nacque alla fine del 1800. L’operaio, Cipputi, c’è sempre anche se ha mutato pelle per i cambiamenti produttivi; ma è sempre più solo, impoverito e con scarsi diritti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Spreco alimentare. 88 milioni di tonnellate nel cassonetto

spreco alimentareSono oltre 88 i milioni di tonnellate di rifiuti alimentari prodotti ogni anno nell’Unione Europea! È giunto il momento di correre ai ripari, poiché tanto spreco – oltre a essere un insulto alla miseria dilagante – rappresenta una causa di inquinamento per l’ambiente in quanto i rifiuti solidi mangerecci vanno eliminati impiegando tecnologie ed energia…

Lo spreco alimentare è un momento di drammaticità e imbarazzo per la società, una rotta sciagurata di decadenza morale che urta tutti quanti. Stime ufficiali dell’Europarlamento rappresentano che nell’Unione Europea si producono ben 88 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari ogni anno, equivalenti a circa 173 kg a persona! Contrariamente a quanto si pensa, il depauperamento di alimenti non avviene unicamente “al traguardo” e cioè in habitat commerciali o domestici. I prodotti si sprecano in tutta la filiera, e vale a dire dai luoghi di produzione sino, giustappunto, nella fase terminale, per cui anche a casa nostra. Se nell’iter di produzione si registrano dati così allarmanti significa che c’è urgenza di una rapida inversione di tendenza, che coinvolga ogni singolo paese dell’UE in modo che l’auspicabile “terapia” possa poi positivamente esser di conforto a tutto il Vecchio Continente.

Comunque, innanzi a numeri così “minacciosi” oltre a correre ai ripari è congruo approntare una serie di riflessioni anche per porvi rimedio singolarmente. In primis forse è più opportuno parlare di cause che di “causa” a sé; in seguito chiedersi quali sono gli eventuali motivi dello spreco nell’industria della trasformazione alimentare. Più a valle dedurre se effettivamente il cibo gettato è davvero non più utilizzabile, nel senso – le date di scadenza in calce rispecchiano al 100% la soglia effettiva entro il quale il prodotto va eliminato? Non sarebbe (magari) possibile – tenendo al primo posto la salubrità dell’ingrediente, ci mancherebbe – elaborare dei limiti cronologici leggermente più tolleranti per derrate alimentari e simili? Forse saranno domande anche banali se valutate da esperti e simili, nondimeno sono quesiti che persino a livello famigliare in virtù del sacrosanto risparmio ci poniamo prima di sbarazzarci di alimenti, che oltre a costar sempre più cari rappresentano una fonte irrinunciabile di sostentamento.

Da questo presupposto è necessario che i consumatori siano meglio informati sia da chi produce che dai media in generale. Mettere al corrente ma in che modo e su cosa? Ad esempio – “imparare” a fare una spesa intelligente evitando inutili accumuli di cibo per paura di restare poi “digiuni”. Va da sé che avere la dispensa zeppa dà un effetto ‘ansiolitico’ tuttavia può causare sprechi insensati! Poi, aspetto non da poco, imparare a leggere come si deve le etichette – in modo particolare le date di scadenza riportate. Altra cosa vantaggiosa per il consumatore è il saper valutare sotto il profilo merceologico ogni alimento confezionato senza, ahimè, cadere in errori che alla fine cagionano salassi economici. Si pensi agli alimenti “soppressi” per eccesso di precauzione – anche se la confezione riporta scadenze ancora al di là da venire. In questi casi è saggio far valutare il prodotto in questione da personale qualificato (anche dove lo si è acquistato), in pratica, se è proprio il caso di buttarlo nella differenziata, oppure se è perfettamente commestibile. E a tal proposito va annoverato che non di rado le scadenze riportano la seguente dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” – non danno cioè una data imprescindibile entro la quale la derrata in oggetto va cestinata.

Ci vorrebbe, in buona sostanza, un po’ più di cautela e pacatezza da parte del consumatore, e nel caso di comprensibili dubbi della serie – “lo consumo, oppure no?” consultare un esperto e se serve anche l’azienda produttrice. Oramai tutte le attività inserite nella filiera agroalimentare hanno centri di ascolto e contatti in toto dedicati ai consumatori, per cui sempre a sua disposizione per ogni dilemma o quesito. Questa è la facciata dedicata all’importante capitolo economico dello spreco, ma sussiste altresì un dilemma etico e ambientale che riguarda tutti nessuno escluso. Tanti rifiuti provenienti dal comparto alimentare non hanno, per certo, un impatto negativo sull’ecosistema – in quanto strumento di effettivo inquinamento, poiché per eliminare gli scarti alimentari vengono impiegate risorse, materie prime e combustibili, che vanno a danneggiare la già compromessa atmosfera e tutto l’ambiente.

L’Unione Europea consapevole che lo stato dell’arte è tutt’altro che idilliaco si dice pronta a correre ai ripari attuando misure atte ad arginare quello che è un vero disastro sotto più aspetti per la UE e più largamente, come effetto domino, per il pianeta. Ottanta e passa milioni di tonnellate di pattume alimentare non sono certo un bel cadeau all’ecosistema globale! A tal proposito vale la pena leggere cosa ha dichiarato la deputata croata Biljana Borzan in una recente intervista nel portale dell’Europarlamento dimostrando una visione attenta e di assoluto buon senso relativamente allo “spreco alimentare”. E leggere quanto dichiara la Borzan fa comprendere che le soluzioni al problema ci sarebbero ma tutto sta nell’attuarle e collegialmente! Lunedì 15 maggio 2017 i membri del Parlamento discuteranno una relazione preparata da Biljana Borzan (S&D – Socialisti e Democratici) che propone una serie di misure volte a ridurre del 50% entro il 2030 le 88 tonnellate di spreco alimentare annuo dell’Unione Europea.

In ogni caso, documentare i lettori relativamente all’ennesimo macro spreco alimentare e tra l’altro proprio in questa peregrina fase economica che vede molti paesi messi letteralmente in ginocchio per fame, criticità e carestie dà un certo imbarazzo allo scrivente. L’auspicio è che un po’ alla volta si possa intraprendere una soluzione condivisa e soprattutto risolutrice, ma mai come in questo caso serve il contributo di tutti i cittadini – poiché in discussione ci sono il benessere, la salute non solo dell’immediato ma anche per le generazioni che verranno.

Stefano Buso

I sognatori si stanno svegliando e crescono

spazioRinascimento Spaziale (Space Renaissance) è il nome di un’associazione che pochi anni fa era annoverata fra i sognatori. Ma, come spesso accade in particolari momenti della storia umana, questi sognatori oggi si stanno svegliando e crescono in fretta, assieme alla fattibilità di quello che un tempo era solo un sogno. Il sogno, quando si sposta dalla fantasia alla fattibilità, in breve diventa politica, economia e impresa. Quel sogno parve spegnersi, quasi due anni fa,  dopo il rombo e la fiammata dei motori, sopra Cape Canaveral, in Florida,  dove tutto finì in una nuvola bianca.

Domenica 28 Giugno 2015 un Falcon 9 di SpaceX, che trasportava una navicella dragon coi rifornimenti alla Stazione Spaziale internazionale ISS, esplose a 45 chilometri d’altezza, 2 minuti e 19 secondi dopo il lancio. Nessun danno alle persone. Fu il primo insuccesso nella marcia verso la conquista del primato nell’esplorazione spaziale di Elon Musk, il giovane imprenditore statunitense, fondatore di PayPal, Proprietario di Tesla (leader mondiale delle auto elettriche), fondatore, CEO e progettista di SpaceX  che quel primato oggi sembra proprio averlo conquistato sul campo. Nei quasi due anni che ci separano da quell’incidente, SpaceX ha dimostrato una capacità di reazione unica. Ha analizzato con cura le cause, corretto il difetto in un componente responsabile del disastro, ha ripreso i lanci fino al traguardo, raggiunto il 21 Dicembre dello stesso anno, con il rientro del primo stadio del lanciatore vicino alla rampa di lancio a Cape Canaveral  dopo il lancio e dispiegamento dei satelliti ORBCOMM-2. Una pietra miliare, capace di ridurre cento, mille volte il costo dell’esplorazione spaziale. L’anno scorso, il 2016, è stato cruciale e drammatico al tempo stesso: 8 lanci coronati da successo, 5 rientri del primo stadio riusciti (di cui 4 su piattaforma marina). Poi, l’1 Settembre, durante il rifornimento di carburante, il Falcon 9 è esploso a terra mentre si preparava al lancio di un satellite delle telecomunicazioni, (Amos 6) dell’israeliana Spacecom. Fortunatamente, anche questa volta, nessuna vittima, solo ingenti danni materiali. Un nuovo blocco dei lanci e un’indagine meticolosa per capire le cause dell’incidente. Isolato il problema, corretto l’errore, dal 14 Gennaio 2017 al primo Maggio, 5 nuovi lanci, 4 rientri del lanciatore riusciti, di cui uno già utilizzato in una precedente missione.  Cento per cento di successi , un programma da capogiro di qui a fine anno e progetti mirabolanti per gli anni a venire.

Parliamoci chiaro: se non ci fosse stato un imprenditore privato, con miliardi e miliardi di dollari d’investimento e parecchie decine di commesse per il lancio di satelliti, in lista d’attesa, un trend di questo tipo sarebbe stato impensabile. Invece è successo e oggi guardiamo il rientro verticale del lanciatore, a terra o in una piattaforma oceanica, come se si trattasse della routine di un volo di linea.

Elon Musk ha scatenato anche l’emulazione di altri imprenditori. Vendere un miliardo di azioni Amazon, ogni anno, per finanziare l’azienda spaziale Blue Origin con l’obiettivo di trasportare le persone nello spazio per un bel viaggio intorno alla terra, è quello che ha intenzione di fare Jeff Bezos, fondatore del famoso marketplace e secondo uomo più ricco al mondo, con un patrimonio netto stimato in più di 78 miliardi di dollari. Mentre Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Facebook, ha annunciato un progetto per spedire satelliti esplorativi oltre il Sistema Solare: col fisico Stephen Hawking, l’investitore e filantropo russo Yuri Milner e altri scienziati e ingegneri, hanno in mente una nanosonda sospinta da una vela, che attraverso la spinta congiunta di raggi laser possa viaggiare al 20% della velocità della luce, catturando le immagini di tutto ciò che incontra durante il percorso.

Questi effetti sono stati alimentati dalla NASA, che ha reagito alla restrizione di fondi delle amministrazioni Bush e Obama ripiegando sui privati, con il risultato di rendere il volo spaziale più economico. C’è stato l’effetto congiunto della crescita esponenziale della potenza di calcolo, della riduzione drastica delle dimensioni della micro-elettronica, lo sviluppo delle tecniche di intelligenza artificiale, la stampa 3D per rendere possibili cantieri robotizzati in orbita fuori dall’atmosfera. In pochi anni i progetti più arditi sono diventati possibili come il rientro verticale di un lanciatore, a terra o su una piattaforma marina. Così come è possibile spedire robot con una sufficiente autonomia operativa in corpi celesti lontani decine di minuti od ore luce, che dopo aver eseguito in modo completamente automatico complesse operazioni, ci trasmettono immagini spettacolari ed enormi quantità di dati su scenari che nessuno, prima, aveva immaginato. E’ il caso di della coppia Plutone Caronte, svelata dalla sonda New Horizons, che ora si trova oltre Plutone e sta accelerando in direzione di un altro corpo del Sistema Solare esterno, chiamato 2014 MU69: l’appuntamento è per il 2019, per nuove e sorprendenti scoperte. Lo staff che segue la missione sta pensando ad un nuovo appuntamento, questa volta con un orbiter e un lander. E ipotizza rivoluzionarie tecniche di propulsione. E cosa dire dello spettacolo che ci ha offerto la sonda Cassini negli ultimi 12 anni attorno al pianeta Saturno e che ci regala  proprio in questi mesi, alla fine della sua vita operativa?

Oggi, come mai in passato, l’esplorazione spaziale è un grande spettacolo e una grande scuola a disposizione di tutti. Insegna ai nostri ragazzi a ragionare in modo pianificato, ad aspettare anche anni il risultato prima che la sonda che raggiunga il suo traguardo. Ci insegna a programmare con tecniche a prova d’errore e  a far tesoro degli insegnamenti derivati dagli errori che, nonostante la grande cura nella progettazione e nell’esecuzione, purtroppo inevitabilmente si verificano.

Gli imprenditori, Elon Musk in primo luogo, hanno creato attorno alle loro imprese ondate di passione e d’entusiasmo alimentate soprattutto dalle migliaia di tecnici operativi nelle varie branche dell’attività. In California, in Florida, si respira il rinascimento spaziale. Si respira in Cina, in Giappone, in Europa e in Italia dove la nostra Agenzia Spaziale (ASI) è fra i fondatori e i maggiori contribuenti dell’ESA (European Space Agency). Il suo Presidente, Roberto Battiston, non perde occasione per ricordare che quasi 50% dei moduli abitabili della stazione spaziale internazionale, tra cui la famosa cupola da dove si scattano quelle splendide foto del nostro pianeta, è stata realizzata a Torino da Thales Alenia Space Italia, joint venture tra Leonardo Finmeccanica e i francesi di Thales. Un grande orgoglio, ma anche posti di lavoro e capacità tecnologiche.

A proposito di Rinascimento Spaziale, ci sarebbe tantissimo da raccontare e da scrivere. Almeno una cosa la vorrei dire prendendola in prestito da Adriano Autino, Presidente di Space Renaissance International. Noi viviamo in fondo a un pozzo gravitazionale e facciamo una fatica terribile a uscire. Ma fuori dall’atmosfera, senza le intemperie che corrodono tutto e senza la gravità che spinge in basso, sono possibili costruzioni grandiose, libere dalla ruggine e dall’usura del tempo. Fra cento, mille anni quali meraviglie saremo in grado di edificare vicino al nostro Sole e più lontano, nel nostro braccio di Galassia? Una cosa è certa: potremo farlo solo liberi da dogmi e da fondamentalismi. Diversamente saremo costretti a rimanere quaggiù, logorati dalla crescita demografica, dai conflitti fra i popoli e le religioni e condannati al declino, graduale o violento di chi non ha saputo andare oltre.

Daniele Leoni