Scuola, chiamata diretta presidi: abolirla è sbagliato

15-09-15 Bologna  Primo giorno di scuola alle Federzoni  con il sindaco Merola e il preside Domenico altamura  foto eikon

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L’approccio al mercato del lavoro del Governo Conte, nonostante gli emendamenti al Decreto Dignità promossi dal versante Lega a causa della reazione degli imprenditori, rimane un grave errore, proprio perché si muove (al contrario di quanto sembra affermare una parte importante del sindacato e del Pd) nella direzione opposta a quella che dovrebbe seguire chi vuole favorire una crescita dei posti di lavoro complessivi e offrire un clima favorevole agli investitori. È vero che è lo sviluppo il fattore decisivo che crea posti di lavoro, ma è altrettanto realistico pensare che in una situazione di incertezza una normativa che non solo aumenta il costo del lavoro ma accresce i rischi di contenzioso giudiziario, anche se volessimo utilizzare gli occhiali del dottor Pangloss, rallenterà le assunzioni. Poiché è corretto valutare i riscontri reali bisognerà attendere i risultati statistici dei prossimi mesi con l’auspicio che, in presenza di segnali negativi, il Governo abbia il coraggio politico di porre rimedio laddove i risultati fossero diversi da quelli sperati.
C’è però una vicenda che per essere affrontata non ha bisogno di attendere le elaborazioni dell’Istat e dell’Inps, quella che riguarda l’abrogazione della chiamata diretta dei docenti nelle scuole da parte dei Presidi. Con l’intesa tra Miur e sindacati sulla mobilità per il prossimo anno è stato ripristinato il sistema delle graduatorie e quindi della prevalenza dell’anzianità di servizio rispetto alla scelta del Preside-dirigente. Al di là dello strumento giuridico più corretto da utilizzare per abrogare la norma, che non può certamente essere abolita da un accordo sindacale, rimane un aspetto culturale prima ancora che politico che attiene all’autonomia della scuola e ai suoi valori tra cui (anche) il criterio del merito e della responsabilità che dovrebbe valere per studenti ed insegnanti.
Con perfetto linguaggio burocratese, il ministero, retto dal leghista Marco Bussetti, già dirigente dell’Ufficio scolastico della Lombardia, afferma al riguardo che “l’istituto della chiamata diretta ha manifestato criticità riconducibili all’ampia discrezionalità lasciata al dirigente scolastico e alle numerose incombenze a suo carico legate all’individuazione per competenze dei docenti in un momento peraltro fondamentale per l’espletamento delle attività propedeutiche all’avvio dell’anno scolastico”. In poche parole, i Presidi avevano altro fare e per evitare “eccessi discrezionali” è meglio tornare a criteri “oggettivi e trasparenti” per l’assegnazione dei docenti agli istituti scolastici. Come se non fossero sotto gli occhi di tutti gli inconvenienti delle graduatorie utilizzate per coprire i posti vacanti. Per il ministro Bussetti sembra assodato che gli insegnanti siano tutti uguali (uno vale uno come dicono i 5stelle), l’unica differenza è l’anzianità di servizio.
Sarà forse inevitabile che un Governo che entra in carica voglia segnare le differenze con i predecessori, ma che l’offensiva contro la “Buona Scuola”, timidissimo segnale di cambiamento del Governo Renzi, si diriga contro un provvedimento che introduceva (anche) criteri di professionalità è assai più grave di un aumento dello 0,5% del costo del rinnovo di un contratto a termine. Questa decisione è un attacco più o meno consapevole al principio fondante di una moderna democrazia che ha il dovere di offrire a tutti i cittadini uguali condizioni di partenza per premiare chi, attraverso il merito e la responsabilità, potrà costruirsi le condizioni per salire la scala sociale.
L’egualitarismo assistenziale di cui soffre la società italiana è una delle zavorre principali che rallentano la crescita. Se si perpetua nella scuola forse risolverà il problema di quella parte di docenti che vedono nell’insegnamento non una missione ma principalmente un’occasione di impiego. Ma non porterà grandi vantaggi agli studenti di oggi che sono il patrimonio più importante che abbiamo per costruire il futuro.
Un’ultima ma non meno rilevante osservazione. Se fosse vero, come si sostiene da più parti, che la scelta degli insegnati da parte dei Presidi è stata viziata non da discrezionalità (il che è ovvio), ma da sostanziale incompetenza o da clientelismo, la cosa sarebbe assai più grave. Se questo fosse accertato essere il problema bisognerebbe porre al centro di una nuova riforma non solo la sostituzione di parte degli attuali Presidi, che in buona misura non risponderebbero oggi alle esigenze della scuola, ma soprattutto la formazione e la selezione meritocratica e professionale di nuovi dirigenti. Ma dal dirigente oggi Ministro Bassetti questo non si sente, anzi si organizzano i concorsi con le vecchie regole per promuovere nuovi Presidi.

Walter Galbusera
Fondazione Kuliscioff

Usa-Ue, arriva la tregua nella guerra sui dazi

trump juncker

Finalmente una tregua tra Donald Trump e l’Europa dopo che ad Helsinki, nell’incontro con Putin, il presidente Usa aveva detto che ‘il nemico è l’Europa’. Jean Claude Juncker è andato alla Casa Bianca nella speranza di disinnescare le tensioni commerciali con gli Usa che rischiano di incrinare in maniera irreversibile le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico. Il presidente della Commissione Ue è riuscito a strappare un accordo.

Dopo l’incontro, Donald Trump ha detto:    “Oggi è un grande giorno, abbiamo lanciato una nuova fase nei rapporti tra Usa ed Europa.    L’obiettivo è quello di zero tariffe, zero barriere commerciali non tariffarie e zero sussidi sui beni industriali che non siano auto”.

Visibilmente soddisfatto anche Juncker, che è riuscito lì dove non erano riusciti Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Juncker ha affermato: “Ero venuto qui per trovare un’intesa e l’abbiamo trovata”.

Dalla Germania sono arrivati commenti positivi all’accordo di tregua, stipulato ieri dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker con il presidente Usa Donald Trump, sulle dispute commerciali. Un’intesa costruttiva, secondo Berlino che ribadisce il suo pieno appoggio all’esecutivo Ue.

La portavoce di Angela Merkel, Ulrike Demmer, ha affermato: “Il governo saluta l’accordo per una azione costruttiva sul commercio. La Commissione può continuare a contare sul nostro sostegno”.

L’intesa prevede che l’Ue si impegna a aumentare le importazioni di soia e gas liquefatto statunitensi, assieme a una tregua sui dazi mentre Bruxelles e Washington negozieranno un percorso per azzerare le tariffe nei servizi, nella chimica, nella farmaceutica, nei beni industriali, salvo le auto (nodo sensibile agli occhi della Germania).

Dalla Francia, inverosimilmente, sono arrivati commenti freddi all’accordo di tregua raggiunto ieri da Jean-Claude Juncker e Donald Trump sul nodo del commercio. Il ministro delle Finanze Bruno Le Maire ha affermato: “Parigi vuole chiarimenti sull’intesa raggiunta. La Francia ha sempre detto che bisognava evitare una guerra commerciale, che avrebbe fatto solo perdenti. Quindi è un bene tornare al dialogo con gli americani”. Tuttavia l’esponente transalpino Le Maire ha detto: “L’agricoltura deve restare fuori dalle discussioni e che l’Europa non transigerà sulle sue regole. Abbiamo delle norme sanitarie, alimentari e ambientali a cui teniamo perché garantiscono la salute dei consumatori”.

I riferimenti polemici appaiono diretti all’impegno, annunciato da Juncker ieri dopo l’incontro alla Casa Bianca, ad aumentare le importazioni di soia Usa, senza precisare se questo includa anche soia Ogm.

La presa di posizione francese si accomuna al pensiero dei movimenti populisti europei che anche in Italia avversano fortemente le coltivazioni Ogm.

Invece, una autorevole francese, Christine Lagarde, direttore del Fmi, ha così commentato: “Sono lieta di sapere che gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno raggiunto un accordo  per lavorare insieme e ridurre le barriere commerciali e, insieme con altri partner, rafforzare la WTO. L’economia globale può avere solo benefici quando i paesi si impegnano a risolvere in modo costruttivo i disaccordi commerciali senza ricorrere a misure eccezionali”.

Da diverso tempo, il Fmi manifesta preoccupazioni per il diffondersi del protezionismo nel mondo.

Saro

Il governo proroga i provvedimenti di Gentiloni

Palazzo Chigi

Il Consiglio dei ministri, su proposta del presidente Giuseppe Conte, ha approvato il cosiddetto decreto ‘milleproroghe’, che introduce disposizioni urgenti per la proroga di alcuni termini previsti da disposizioni legislative. Il decreto interviene, tra l’altro, in ambiti relativi agli Enti territoriali, alla giustizia, alle infrastrutture, all’istruzione scolastica, alla cultura, alla salute, agli eventi sismici, alle Universiadi ed ai gruppi bancari delle banche popolari e delle banche di credito cooperativo.

Per gli Enti territoriali sono stati confermati per tutto il 2018 le disposizioni concernenti le modalità di riparto del fondo sperimentale di riequilibrio a favore delle Province e delle Città metropolitane delle Regioni a statuto ordinario, nonché i trasferimenti erariali non oggetto di fiscalizzazione, corrisposti dal ministero dell’Interno. Inoltre, in attesa di una compiuta revisione della legge Delrio, si proroga al 31 ottobre 2018 il mandato dei presidenti di provincia e dei Consigli provinciali in scadenza entro quella data e si anticipa, allo stesso giorno, il mandato dei presidenti e dei Consigli provinciali in scadenza entro il 31 dicembre 2018. In tal modo, si potranno tenere il 31 ottobre 2018 tutte le elezioni provinciali previste entro la fine dell’anno, semplificando le procedure e contenendone i costi (election day provinciale).

Per la giustizia, al fine di completare le complesse misure organizzative in atto per l’attuazione delle nuove norme in materia di intercettazioni, introdotte dal decreto legislativo 29 dicembre 2017, n. 216, anche relativamente all’individuazione e all’adeguamento dei locali idonei per le cosiddette “sale di ascolto”, alla predisposizione di apparati elettronici e digitali e all’adeguamento delle attività e delle misure organizzative degli uffici, il termine di applicazione di dette disposizioni è stato prorogato al 31 marzo 2019. Inoltre, in relazione alle nuove norme contenute nella legge 23 giugno 2017, n. 103, che estendono il regime della multivideo conferenza anche ai processi con detenuti non in regime di “41 bis”, constatata la necessità di una revisione organizzativa e informatica di tutta la precedente architettura giudiziaria, con l’aumento dei livelli di sicurezza informatica, e di incrementare il numero di aule negli uffici giudiziari e di “salette” negli istituti di pena, si prevede il differimento dell’efficacia delle stesse norme fino al 15 febbraio 2019. Infine, si prevede la proroga al 31 dicembre 2021 del termine per la cessazione del temporaneo ripristino della sezione distaccata di Ischia nel circondario del tribunale di Napoli.

Per le infrastrutture, è stata estesa la proroga al 31 dicembre 2019 del termine entro cui il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) deve individuare le modalità di impiego delle economie derivanti dai finanziamenti dei programmi di edilizia scolastica.

Per l’istruzione scolastica e le università, al fine di consentire il regolare avvio dell’anno scolastico 2018/2019 nel sistema della formazione italiana nel mondo, assicurando la copertura di almeno 183 posti, compresi 40 nelle scuole statali all’estero e 28 posti nelle scuole europee, in attesa della definizione delle nuove procedure introdotte dal decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 64, è stata prorogata, per quest’anno, la possibilità di ricorrere alle graduatorie vigenti nell’anno scolastico 2017/2018.

Per la cultura, al fine di tenere conto di un parere del Consiglio di Stato, è stata assicurata la necessaria copertura legislativa all’estensione per il 2018 del cosiddetto “bonus cultura” per i diciottenni, prevista dalla legge di bilancio per il 2018.

Per la salute, è stato consentito, anche per l’anno 2018, l’utilizzo delle risorse finanziarie, a valere sul finanziamento del Servizio sanitario nazionale, accantonate per le quote premiali da destinare alle regioni virtuose, secondo la proposta di riparto delle risorse finanziarie per l’anno 2018 della Conferenza delle Regioni e province autonome. Inoltre, allo scopo di salvaguardare la partecipazione di investimenti stranieri alla realizzazione di strutture sanitarie per la Regione Sardegna, si prevede una estensione al periodo 2018-2020 delle deroghe in materia di riduzione della spesa per prestazioni sanitarie.

Per gli eventi sismici, è stato ampliato il termine per la presentazione, da parte dei soggetti destinatari dei procedimenti di recupero degli aiuti di Stato, dei dati relativi all’ammontare dei danni subiti per effetto degli eventi sismici verificatisi nella regione Abruzzo. Inoltre, è stata estesa al 2019 la percentuale, già prevista per l’anno 2018, di partecipazione alla riduzione del Fondo di solidarietà comunale per i Comuni rientranti nell’area cratere del sisma dell’Emilia Romagna del 2012 e di quello de L’Aquila del 2009.

Al fine di consentire la compiuta realizzazione e consegna delle opere per l’Universiade di Napoli del 2019, si proroga il termine ultimo di realizzazione delle stesse al 30 maggio 2019. Inoltre, è stato individuato ex lege nel Direttore dell’Agenzia regionale Universiade 2019 il Commissario straordinario per la realizzazione dell’evento.

Per le banche popolari ed i gruppi bancari cooperativi, le disposizioni hanno prorogato dagli attuali 90 giorni a 180 giorni il termine per l’adesione delle banche di credito cooperativo (Bcc) al contratto di coesione che dà vita al gruppo bancario cooperativo. Il termine decorre dal provvedimento di accertamento della Banca d’Italia in ordine alla sussistenza delle condizioni previste dalla legge per la stipula del contratto di coesione. Inoltre, è stato prorogato al 31 dicembre 2018 la scadenza per l’adeguamento delle banche popolari a quanto stabilito dal Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia.

Dunque, tutti quei provvedimenti già criticati aspramente da M5S e lega perché varati dal governo Gentiloni e che stavano per scadere, sono stati prorogati dal governo Conte.

Salvatore Rondello

Tap, scontro tra Emiliano e il ministro Lezzi

tap

La conferenza stampa convocata ieri, nella sede della Regione Puglia a Bari, dopo una riunione sulla questione del collegamento tra la città di Brindisi e l’aeroporto e sul nodo ferroviario della stessa città, alla quale partecipavano il ministro per il Sud, la salentina  Barbara Lezzi e il presidente della Regione Puglia  Michele Emiliano, è finita in malo modo.

A un certo punto, dopo reciprochi attacchi sulla presunta maleducazione istituzionale, la rappresentante del governo si è alzata e se ne è andata. Era presente il sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi. La questione su cui si è scatenata la polemica è  stato l’appello lanciato da Michele Emiliano ad Alessandro Dibattista sulla vicenda Tap  (Trans Adriatic Pipeline) il gasdotto il cui approdo è previsto a Melendugno, in provincia di Lecce. Il governatore ha invitato l’esponente Cinquestelle, ex parlamentare, ad affiancarlo nella battaglia per uno spostamento dell’approdo più a nord, proprio nei pressi di Brindisi, alla luce delle posizioni passate del Movimento 5 Stelle, contrario tout court al progetto, e le rassicurazioni che sono giunte recentemente dal governo in Azerbaijan circa la realizzazione dell’opera.

In un crescendo di volume, il ministro Lezzi, ha incalzato Emiliano. “Le ricordo ministro che è a casa della Regione Puglia”, ha ammonito il presidente della Regione. Il ministro Lezzi, come un fiume in piena, ha ribattuto: “La regione Puglia non è casa sua. Vorrei sottolineare il punto che durante la riunione abbiamo parlato solo dello snodo ferroviario, che la presunzione del presidente Emiliano di imbeccare il premier Conte circa un eventuale rimprovero che dovrebbe essere rivolto a questa persona che invece in virtù del fatto di essere parte del movimento cinque stelle parla in nome e per conto del movimento cinque stelle che non può accettare le sceneggiate su Facebook del presidente Emiliano che viene a chiamare una persona che non fa parte del Governo italiano. Se al presidente Emiliano brucia il fatto che voi siate qui e che io abbia potuto rispondere a una mera preoccupazione come sono state tutte quelle fatte fino ad oggi. Tra l’altro il presidente Emiliano già tre settimane fa ha messo un bell’articolo sul giornale nel quale ha detto di avermi richiesto tre miliardi tramite lettera al capo di gabinetto che dopo tre settimane ancora non è arrivata. Io sono turbata dalla scostumatezza istituzionale del presidente Emiliano che anziché interferire e interloquire con il Governo dal quale ha avuto massima disponibilità già dai primi giorni è andato a richiamare una persona che non c’entra assolutamente nulla e che si trova a migliaia di chilometri e che non può dargli nessuna risposta, e che non può darla ai cittadini, pur essendo Alessandro Di Battista una persona molto vicina a noi e al governo, ma non è la persona preposta. Quindi il vero maleducato istituzionale è proprio il presidente Emiliano, che è stato accolto da tutti i ministri di questo Governo che ha preferito bypassarli ed ha preferito propinare la solita cosa del cambio di approdo o queste fantasmagoriche riconversioni. E poi la maleducata istituzionale sarei io? Ma vi rendete conto della presunzione del presidente Emiliano di trattare la regione Puglia come fosse casa sua? Questa è casa dei pugliesi dove parlo io parla il sindaco e parla anche lei, magari da ultimo, proprio perché ospite. Adesso vi lascio. Vi lascio definitivamente”. Così ha concluso il ministro Lezzi alzandosi ed andandosene.

Dopo la lite, Emiliano ha inviato una lettera al premier Giuseppe Conte per informarlo di quanto accaduto. Il governatore della Puglia ha trasmesso al presidente del Consiglio la registrazione completa della conferenza stampa. In una nota Emiliano ha scritto: “Per Sua opportuna conoscenza e per le Sue valutazioni”. Emiliano ha anche precisato che l’incontro con la ministra e il sindaco di Brindisi Riccardo Rossi era stato convocato per decidere di unificare due diversi progetti infrastrutturali per collegare l’aeroporto di Brindisi con la linea ferroviaria nazionale attraverso la stazione centrale di Brindisi. Emiliano ha spiegato che: “La riunione si è svolta regolarmente e regolarmente si è chiusa concordando sulla opportunità di armonizzare i due progetti. All’esito dell’incontro, che la Regione non aveva comunicato alla stampa in mancanza di indicazioni da parte della ministra e che invece il suo Ufficio stampa aveva annunciato, si è svolta una improvvisata conferenza stampa. La prima domanda ha riguardato il gasdotto Tap. A questo punto la Ministra, approfittando della domanda, si è scagliata contro il sottoscritto per le posizioni assunte anche recentemente sul gasdotto. La violenza verbale con cui la Ministra si è rivolta al sottoscritto come documentato ampiamente dalle principali testate giornalistiche presenti e l’assoluta incoerenza del contenuto dell’attacco rispetto al tema dell’incontro appena terminato, costituiscono a mio parere una grave violazione dei doveri della Ministra in quel momento ospite della Presidenza della Regione. Non soddisfatta di tale incongrua esibizione la ministra, contestando la mia personale posizione in merito alla ineluttabilità della realizzazione del Gasdotto Tap, ha sostenuto che lo stesso non sarà mai realizzato, contraddicendo gravemente in questo modo la posizione politica sulla realizzazione dello stesso gasdotto, di recente espressa dal Suo Governo per voce del Ministro degli Esteri Moavero alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella nella recente visita di stato in Azerbaijan. Le assicuro che questo sia pur grave incidente istituzionale in nulla scalfisce la volontà della mia amministrazione di collaborare col Suo Governo in adempimento dei nostri doveri costituzionali”.

Al di là delle ragioni personali, ci sono fatti che riguardano la collettività ed il Paese tra cui gli impegni assunti in campo internazionale. Il comportamento di qualsiasi rappresentante istituzionale dovrebbe conformarsi sempre al ruolo che svolge nel rispetto dei diversi ruoli e nell’interesse generale del Paese. Le cadute di stile non danno mai una buona immagine.

Salvatore Rondello

Alla Bce non piace il piano presentato da Carige

carige

La Bce non ha approvato il piano di conservazione del capitale (capital conservation plan) presentato da Carige il 22 giugno scorso. Lo ha reso noto un comunicato dell’istituto ligure che ha svelato i contenuti di una lettera di Francoforte del 20 luglio.

Nelle valutazioni della Bce si legge: “Il soggetto vigilato non rispetta il requisito patrimoniale complessivo pari al 13,125% dal primo gennaio 2018. Nel primo trimestre 2018, il coefficiente di capitale totale era del 12,23%, 89 punti base sotto l’Ocr. L’emissione di strumenti di capitale di classe 2 costituisce la pietra angolare del piano di conservazione del capitale aggiornato. A causa di fattori idiosincratici e di mercato, i tentativi di emissione di strumenti di capitale di classe 2 si sono rivelati un insuccesso”.

Inoltre, la Bce ha fatto la seguente considerazione: “Nel piano di conservazione del capitale presentato il 18 aprile erano state programmate una serie di misure di riduzione dell’attività ponderata per il rischio (cessione di attività non strategiche, incluse le attività immobiliari, una partecipazione in Autofiori e la cessione delle quote di Banca d’Italia) da eseguirsi a giugno. Nessuna di tali misure è stata eseguita entro la tempistica iniziale e il piano di conservazione del capitale aggiornato ne ha rinviato la prevista esecuzione di un trimestre”.

La Carige, in proposito, a sua volta, ha precisato quanto segue: “Di avere, nel corso dei primi sei mesi del 2018, dato inizio al percorso volto, da un lato, all’emissione di strumenti di capitale di classe 2 (bond subordinato) e dall’altro, alla cessione di asset non strategici quali la partecipazione in Banca d’Italia e quella in Autofiori”.

Per quanto riguarda l’emissione di strumenti di capitale di classe 2 (bond subordinato), Carige ha risposto: “Non può che confermare e condividere la necessità nonché l’intenzione di procedere a dette emissioni pur ritenendo che le stesse debbano essere effettuate tenendo in dovuta considerazione le condizioni del mercato in generale ed in particolare di quello italiano che nel corso degli ultimi mesi ha fortemente penalizzato non solo Banca Carige ma anche numerosi altri emittenti sia finanziari che industriali che intendevano affacciarsi al mercato per reperire nuove risorse finanziarie”.

Per quanto riguarda, invece, l’eventuale dismissione di asset non strategici, la Banca Carige ha confermato che i processi volti alla migliore valorizzazione di tali asset sono in corso e che intende portare a termine tali processi entro la fine del 2018, purchè ovviamente ne sussistano le condizioni.

Dunque, Banca Carige ha manifestato alla Bce le difficoltà sia a cedere le partecipazioni non strategiche, ma anche le difficoltà incontrate nel collocare i titoli subordinati necessari a raggiungere accettabili quozienti di capitalizzazione. Dopo le risposte della banca genovese, la Bce adotterà i provvedimenti dovuti al caso: proroga dei tempi, commissariamento o intervento di altri istituti di credito per rilevarne l’operatività.

SR

Barbagallo: “Sicurezza sul lavoro bene indisponibile”

BarbagalloAngeletti-UIL

Il 14 luglio scorso, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ha visto ufficialmente la luce il cosiddetto decreto dignità che già tante polemiche e veleni ha sparso, che adesso si trova all’esame del Parlamento che lo dovrà convertire in legge. Sui contenuti di questo decreto, e su altri temi di attualità legati al mondo del lavoro, abbiamo intervistato Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil.

Segretario Barbagallo, qual è il giudizio della Uil sul decreto dignità varato di recente dall’attuale Governo?
Le novità introdotte dal cosiddetto decreto dignità in materia di lavoro, rappresentano per la Uil un primo, seppur debole, passo verso un miglior bilanciamento di tutele e diritti per le lavoratrici e lavoratori. In particolare, la regolamentazione in materia di delocalizzazione è in sintonia con le proposte avanzate dalla Uil. Così come ci trovano concordi le misure per il contrasto alla ludopatia. Non condividiamo, invece, l’introduzione del criterio di “equipollenza” tra contratti a termine diretti e in somministrazione, considerata la differenza di natura e finalità che li caratterizza. Siamo, però, favorevoli alla reintroduzione delle causali, di cui sarebbe auspicabile un ritorno anche per il primo contratto a tempo determinato. Manca, invece, una normativa di “raccordo” tra la precedente disciplina e quella attuale. Ci riferiamo, in particolare, a un periodo transitorio che consenta, senza perdite occupazionali, proroghe e rinnovi per i contratti in essere.

Quali considerazioni trarre dalla verifica dei dati della rappresentanza sindacali, richiesta recentemente dal ministro Di Maio? Va nell’ottica dell’imbavagliare i sindacati? E c’è qualche sindacato “amico” o che ha comunque in gran simpatia l’attuale governo e il ministro del lavoro?
Non vedo questi “rischi”. La questione è un’altra e la nostra posizione al riguardo è semplice e chiara. Il vice premier Di Maio chiede una verifica dei dati relativi alla rappresentanza sindacale? Noi siamo prontissimi. Peraltro, per avere chiaro il quadro della rappresentatività dei sindacati, basta leggere i risultati delle consultazioni elettorali che, sistematicamente e a scrutinio segreto, si svolgono in tutti i luoghi di lavoro, coinvolgendo tutti i lavoratori.  Ad esempio, nelle recenti elezioni per il rinnovo delle Rsu nel pubblico impiego, dove esiste già una legge che regolamenta il tutto, ha votato circa il 90% dei lavoratori coinvolti. Il livello di partecipazione, dunque, è stato altissimo ed è stata così confermata la volontà di farsi rappresentare, in particolare, dal sindacato confederale per la tutela dei propri interessi e la difesa dei propri diritti. Ovviamente, si vota anche in tutti i luoghi di lavoro del settore privato e gli esiti emersi dalle singole imprese sono conosciuti e pubblicizzati. Anche in questo caso, peraltro, c’è già un’intesa tra sindacati e associazioni imprenditoriali per la verifica e la misurazione della rappresentanza: occorre, semplicemente, che venga applicata in toto per avere un quadro complessivo e generalizzato della rappresentatività. A tal proposito, il sistema delle imprese, da un lato, e il Ministero del lavoro, dall’altro, hanno da svolgere alcune incombenze. Insomma, quanto “pesano” i sindacati è cosa nota e se occorre qualche intervento per ufficializzare e pubblicizzare questo dato, la Uil è a disposizione.

Parliamo del caporalato: come combattere questo ritorno a uno sfruttamento che ricorda molto da vicino il mercato degli schiavi?
Nonostante tutti gli sforzi messi in campo e i provvedimenti varati anche su sollecitazione del sindacato, il caporalato continua a essere una piaga per il mondo del lavoro. Per debellare questo fenomeno, bisogna aumentare i controlli e tenere alta la vigilanza sul territorio. Su questo fronte, la Uil sta conducendo una battaglia in prima linea, anche con sacrifici personali e rischi per la propria incolumità di alcuni nostri attivisti. Bisogna proseguire su questo terreno ed estirpare la mala pianta. La cosa paradossale, però, è che accanto a un caporalato, per così dire, “tradizionale”, c’è anche un nuovo caporalato che si sta affermando, con il cosiddetto nuovo che avanza. Alcune imprese 4.0, soprattutto multinazionali, attraverso le piattaforme digitali e tramite app, offrono lavoretti senza garanzie e tutele contrattuali. Insomma, siamo di fronte a una sorta di caporalato 4.0 che pone problemi altrettanto seri e che sfrutta soprattutto le difficoltà e le necessità dei giovani. Tutto ciò fa capire perché ci sia sempre più bisogno di sindacato e perché la nostra battaglia debba proseguire con maggior vigore e determinazione, nonostante alcuni attacchino in modo pretestuoso e scomposto il movimento sindacale.

I voucher, che tanto hanno fatto discutere anche la stessa maggioranza di governo, per non parlare dell’opposizione, possono contribuire a limitare il fenomeno o lo aggraverebbero?
In agricoltura, così come nel turismo, l’uso dei voucher non deve essere ampliato, altrimenti aumenta in automatico la precarietà. È dimostrato, infatti, che a una diminuzione dei voucher corrisponde un incremento dei contratti stagionali che, pur essendo improntati a criteri di spiccata flessibilità, preservano alcune importanti tutele per i lavoratori coinvolti. Al contrario, come si allargano le maglie per i voucher, i contratti stagionali diminuiscono. Insomma, in questi specifici settori e in particolari condizioni, esistono già tutti gli strumenti contrattuali per coniugare le esigenze delle imprese con le garanzie ai lavoratori: non è necessario altro.

A proposito di Salvini, sull’accoglienza avete idee ben diverse da quelle del ministro dell’interno? Come dovrebbero affrontare l’Italia e l’Europa il problema delle migrazioni, ormai diventato una sfida epocale?
In questa tragedia, l’Europa continua a essere colpevolmente assente, mentre dovrebbe gestire l’accoglienza, garantendo una ripartizione che tenga conto delle dimensioni dello Stato membro, del Pil e del lavoro disponibile. Intanto, il prezzo continuano a pagarlo i migranti: uomini, donne e bambini. Questo è inaccettabile. Così come è altrettanto inaccettabile che questi esseri umani siano abbandonati a loro stessi, prima vittime di malfattori e delinquenti che si approfittano della loro condizione di bisogno, e poi ostaggio dei contrasti della politica.  Secondo la normativa internazionale e la legge del mare, chi è in pericolo, va soccorso. L’Europa, poi, dovrebbe gestire il successivo smistamento dei flussi.

Per quanto riguarda l’Europea, le attuali spinte nazionaliste e le nuove e vecchie destre, con un forte asse antieuropeo che sta prendendo piede all’interno della stessa Unione, possono portare alla dissoluzione di un sogno lungo settant’anni?
Questa Europa della finanza, dei burocrati e della politica dell’austerità a noi non è mai piaciuta. Ma dall’Europa non si può più prescindere e uscire dall’euro ci costerebbe molto più dei sacrifici fatti per entrarvi. Dobbiamo, invece, contribuire a rifondarla sul sociale, sul lavoro, sullo sviluppo, sui popoli. Soprattutto, dobbiamo imporre regole di solidarietà che valgano sempre e per tutti. Insomma, serve più Europa, con più politiche comuni, a partire da quelle fiscali sino a quelle sulla difesa. Ma i cittadini europei devono potere influire di più sui nuovi assetti e sulle scelte che ne conseguono. Questa è l’Europa che vogliamo, in cui crediamo e che vorremmo trasferire ai nostri figli, quelli della cosiddetta generazione Erasmus. Spetterà forse a loro, forti di questa esperienza di scambi formativi, gettare basi culturali, più solide e più profonde, per la costruzione di un edificio comune più accogliente e meglio organizzato.

Padova, Carrara, Napoli, si allunga sempre di più l’elenco dei morti sul lavoro. Sembra proprio che il diritto alla vita dei lavoratori, degli operai in particolar modo, sia diventato un’optional. Come si può fermare questa strage continua?
Dobbiamo impostare la nostra azione sindacale sapendo che la salute e la sicurezza sono beni indisponibili, sono una precondizione del rapporto di lavoro e un dovere del datore di lavoro. Non basta, però, affermare principi, bisogna salvare vite umane. Pertanto, noi chiederemo che si investa di più in prevenzione e si accrescano i poteri di controllo e interdizione in capo ai rappresentanti per la sicurezza. Al tempo stesso, riteniamo che sia anche necessario costruire sia un sistema di inasprimento delle pene, che in alcuni casi determinati possa fungere da deterrente per comportamenti illegittimi, sia un sistema premiale sulla base di logiche assicurative già operanti.

Antonio Salvatore Sassu

Cnel, migliora la qualità dei servizi pubblici

servizi pubblici

Il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, ha presentato ieri a Roma, presso la ‘Sala della Regina’ di Palazzo Montecitorio, la ‘Relazione annuale sulla qualità dei servizi offerti dalle PA centrali e locali a imprese e cittadini’.

Dalla Relazione del CNEL relativa al 2017 è emerso quanto segue: “La qualità dei servizi della pubblica amministrazione negli ultimi cinque anni è migliorata, anche se si registrano differenze tra le diverse aree geografiche del Paese. L’analisi dei principali indicatori posiziona l’Italia attorno alla media dei paesi Ocse e dell’Ue”.

Dal 2010, il CNEL analizza le performance delle politiche pubbliche nei servizi ai cittadini e alle imprese.

La Relazione annuale sulla qualità dei servizi pubblici, è prevista dall’articolo 9 della legge numero 15 del 2009, ed è giunta alla sesta edizione. Essa è approvata dalla Commissione istruttoria unica, dall’ufficio di presidenza e dall’assemblea del Consiglio nazionale. L’analisi prende in considerazione i principali report di valutazione delle politiche pubbliche dell’Ocse, della Banca mondiale e, per ciò che riguarda l’Italia,  della Banca d’Italia e dell’Istat.

Come le precedenti, la sesta Relazione è stata impostata dal Consiglio in un’ottica di collaborazione interistituzionale con oltre 30 enti, organi e amministrazioni, coinvolgendoli in un esercizio pluriennale di monitoraggio sui parametri di efficienza, efficacia, economicità e misurazione del risultato.

Negli ultimi anni la Pa italiana si è mossa in un contesto in cui, inevitabilmente,  hanno continuato a prevalere le ragioni del risanamento finanziario (riduzione del disavanzo pubblico, stabilizzazione e poi calo del debito pubblico, entrambi gli aggregati standardizzati rispetto al pil).  La dimensione dell’intervento pubblico, in termini sia di valori di spesa primaria sia di occupati,  è andata riducendosi in modo visibile. Una maggiore attenzione all’efficienza dei processi amministrativi in un’ottica di ‘spending review’ potrebbe attenuare, ma non eliminare  la tendenza alla riduzione dei servizi.

L’introduzione di una disciplina più cogente dei sistemi di misurazione e di valutazione della performance organizzativa e individuale, collegati strettamente ai risultati raggiunti e accompagnati da misure sanzionatorie più rigide, ha obbligato le Pa centrali e locali a ripensarsi e ripensare il rapporto con gli ‘stakeholder’.

E’ stata introdotta una nuova disciplina del controllo da parte dei cittadini, cioè gli Oiv. Gli organismi indipendenti di valutazione, hanno un ruolo che appare positivo e forse andrebbe potenziato. Significativa è l’istituzione dell’elenco nazionale dei componenti, che garantisce adeguati livelli di professionalità e di trasparenza. Il regolamento approvato con dpr 105/2016 attribuisce al dipartimento della funzione pubblica nuovi poteri in materia di promozione e di coordinamento delle attività di valutazione della performance delle amministrazioni pubbliche.

Determinante, nel rapporto tra Pa, cittadini e imprese appare il ruolo di una  potenziata disciplina della trasparenza che integra l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni erogate dalle Pa centrali e locali, con particolare riferimento alle azioni di prevenzione e contrasto della corruzione e della cattiva amministrazione. La costruzione e l’aggiornamento costante della sezione ‘Amministrazione trasparente’ sui siti della Pa si presentano particolarmente impegnative per le amministrazioni, con risultati ancora insoddisfacenti al fine di raggiungere gli obiettivi previsti dalla norma in una logica di apertura e di innovazione e non possono pertanto restare confinate nella diffusa prassi del mero adempimento.

In tema di prevenzione della corruzione, risulta crescente il ruolo dell’Anac, che ha aiutato a ripensare il rapporto tra prevenzione della corruzione e qualità nei servizi pubblici con la finalità di dimostrare come la riduzione dei rischi di corruzione o di altre forme di illegalità concorra a un’allocazione ottimale delle risorse e alla prestazione di servizi adeguati ai cittadini.

Nella Relazione del Cnel viene presentato un primo elenco di indicatori elaborati dall’Anac per segnalare eventuali patologie, anche connesse a fenomeni di corruzione o ‘favoritismo’, che se concretamente adottati dalle Pa potrebbero rappresentare un valido strumento per prevenire e correggere distorsioni nella gestione dei contratti connessi ai servizi pubblici.

Nonostante ciò, alcune realtà della P.A. sono inadempienti rispetto alle normative esistenti. In tal senso, sono ancora lunghissimi i tempi per il pagamento di forniture, servizi ed opere da parte di alcune amministrazioni dello Stato ad aziende e privati cittadini. Anche da parte di alcune Sedi dell’Inps, i tempi per la liquidazioni di assegni e prestazioni, per oscure motivazioni, vanno oltre i sei mesi o anche più di un anno come avviene all’Inps di Palermo.

Salvatore Rondello

Istat e Fmi vedono l’economia in rallentamento

istat pil mezzogiornoL’Istat ha diffuso oggi i dati sull’inflazione. A giugno l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente e dell’1,3% su base annua (in crescita dal +1,0% registrato a maggio). La stima preliminare era +1,4%. L’accelerazione dell’inflazione si deve prevalentemente ai prezzi dei beni energetici non regolamentati (da +5,3% di maggio a +9,4%) ed è sostenuta anche da quelli dei Beni alimentari non lavorati (da +2,4% a +3,4%) e dei servizi relativi ai trasporti (da +1,7% a +2,9%).

Pertanto l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è pari a +0,8% (stabile rispetto a maggio) e quella al netto dei soli beni energetici è in accelerazione da +0,8% registrato nel mese precedente a +1,0%. L’aumento congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo è dovuto principalmente ai rialzi dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (+2,3%) e dei Servizi relativi ai trasporti (+2,2%), i cui effetti sono solo in parte mitigati dai cali congiunturali di quelli dei beni alimentari non lavorati (-0,9%) e dei Servizi relativi alle comunicazioni (-1,4%).

L’inflazione accelera sia per i beni (da +1,0% registrato nel mese precedente a +1,5%) sia, in misura lieve, per i servizi (da +0,9% a +1,0%); il differenziale inflazionistico tra servizi e beni rimane negativo ma di ampiezza più marcata rispetto a maggio (da -0,1 punti percentuali a -0,5 punti percentuali). L’inflazione acquisita per il 2018 è +1,0% per l’indice generale e +0,7% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano un calo dello 0,2% su base mensile e un aumento del 2,2% su base annua (da +1,7% registrato a maggio). I prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto salgono dello 0,2% in termini congiunturali e del 2,7% in termini tendenziali (da +2,0% del mese precedente).

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) aumenta dello 0,2% in termini congiunturali e dell’1,4% in termini tendenziali (da +1,0 di maggio). La stima preliminare era +1,5%. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, aumenta dello 0,2% su base mensile e dell’1,2% rispetto a giugno 2017. Secondo l’Istat, l’inflazione a giugno continua a crescere nelle componenti legate maggiormente agli acquisti quotidiani delle famiglie. Infatti l’accelerazione della crescita dei prezzi al consumo è di nuovo trainata dai prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (in particolare carburanti insieme con frutta fresca e vegetali freschi), che registrano un aumento su base annua più che doppio di quello generale. Un contributo inflazionistico deriva anche dai prezzi dei trasporti, che da inizio anno mostrano tensioni crescenti.

Per il Fondo Monetario Internazionale, nel 2018 l’economia italiana crescerà solo dell’1,2% con un ulteriore rallentamento a +1,0% il prossimo anno. Le nuove stime del Fmi fornite nell’aggiornamento del World Economic Outlook sono state riviste al ribasso: rispetto alle valutazioni dello scorso aprile, la crescita italiana è stata tagliata di 0,3 punti quest’anno e di 0,1 punti nel 2019. A spingere il Fondo al ribasso è il peso sulla domanda interna legato all’aumento dello spread sui titoli di Stato e alle più rigide condizioni finanziarie, provocate dalla recente incertezza politica.

Il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato le stime non solo dell’Italia ma anche delle maggiori economie mondiali. Per Germania, Francia e come abbiamo visto l’Italia il Fondo ha rivisto al ribasso di 0,3 punti la stima di crescita Pil del 2018 mentre per Regno Unito e Giappone il taglio è di 0,2 punti. In particolare, ha segnalato un aumento dei rischi al ribasso anche nel breve termine, con una espansione economica, che sebbene confermata a livello globale al 3,9% sia quest’anno che nel 2019, sta diventando meno omogenea. In dettaglio, la crescita delle economie avanzate dovrebbe confermarsi quest’anno al +2,4%, stesso livello del 2017, per poi scendere a +2,2% il prossimo anno. Il dato relativo al 2018 è stato pertanto rivisto al ribasso di 0,1 punti rispetto alle previsioni dello scorso aprile. Per gli Usa il Fondo conferma un Pil a +2,9% nel 2018 e a +2,7% il prossimo anno mentre l’eurozona dovrebbe registrare una crescita del 2,4% quest’anno e del 2,2% il prossimo con una revisione al ribasso rispettivamente di 0,2 e 0,1 punti.

Anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella nota sulla congiuntura a luglio, ha confermato il cambio di marcia del Paese, in linea con l’andamento delle maggiori economie avanzate (?). Nella nota dell’Upb si legge: “La ripresa economica in Italia ha parzialmente perso slancio e rischia di avere un effetto trascinamento anche sul 2019. Le stime dei modelli di breve periodo dell’Upb segnalano un rallentamento dell’attività economica, che si potrebbe protrarre nel corso dell’estate, determinando un lieve peggioramento delle previsioni di crescita per l’anno in corso e influenzando, in considerazione del minor effetto di trascinamento, anche i risultati del 2019”.

Nella media del 2018, l’espansione del Pil si attesterebbe all’1,3%, lievemente al di sotto della previsione Upb dello scorso maggio (1,4%). Per effetto della minore crescita acquisita anche l’incremento previsto per il 2019 registrerebbe una correzione al ribasso con una crescita del Pil di poco superiore all’1%.

Secondo quanto ha osservato l’Upb: “Nei primi mesi dell’anno, a un buon andamento dei consumi ha fatto riscontro quello negativo di investimenti ed esportazioni. Nonostante un leggero calo del potere di acquisto delle famiglie (0,2 per cento nel primo trimestre) la dinamica dei consumi ha registrato un recupero nel primo trimestre dell’anno (0,4 per cento in termini congiunturali). Questo andamento ha beneficiato del clima di fiducia delle famiglie e delle dinamiche occupazionali, che consolidandosi potrebbero continuare a sostenere nel breve termine i piani di spesa delle famiglie. Nei primi tre mesi dell’anno, inoltre, la dinamica congiunturale dell’accumulazione del capitale ha subito una battuta d’arresto (dell’1,4 per cento), riassorbendo parte de i progressi conseguiti nel 2017. A pesare sulle decisioni di investimento, ha verosimilmente influito l’incertezza relativa al prolungamento per quest’anno delle agevolazioni fiscali per l’acquisto di impianti e macchinari, in contrazione del 2,4 per cento nei primi tre mesi del 2018. È risultato negativo anche l’apporto all’attività economica da parte degli scambi con l’estero. Nel primo trimestre il volume delle esportazioni, in crescita dalla metà del 2016, ha scontato un calo del 2,1 per cento. Le prospettive di breve termine, secondo le più recenti indagini sugli ordini dall’estero, restano deboli”.

L’esame fatto dall’Ufficio parlamentare di bilancio conferma le valutazioni di rallentamento dell’economia elaborate anche da Istat e dal Fondo Monetario Internazionale.

A quanto già indicato, si aggiungono i deboli segnali di crescita su base mensile del fatturato e ordini dell’industria a maggio scorso, confermando la tendenza di rallentamento su base annua. Secondo i dati dell’Istat, il fatturato ha registrato un aumento per il terzo mese consecutivo, pari all’1,7% rispetto ad aprile mentre nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo cresce dello 0,4% sui tre mesi precedenti. Anche gli ordinativi registrano una variazione congiunturale positiva (+3,6% di cui un più 5,5% per l’estero), che segue la flessione del mese precedente (-0,6%). Nella media degli ultimi tre mesi sui tre mesi precedenti si registra, tuttavia, una riduzione pari all’1,1%. Fa eccezione il fatturato dell’industria automobilistica diminuito rispetto al 2017 (-6,1%).

Nella nota dell’Istat si legge: “Gli indici destagionalizzati del fatturato e degli ordinativi raggiungono a maggio i livelli più alti da inizio anno sia per il fatturato interno sia per quello estero. L’incremento congiunturale del fatturato coinvolge tutti i principali settori, con una spinta ulteriore proveniente dalla vivace dinamica dei prodotti energetici. In volume, il comparto manifatturiero registra un incremento congiunturale dell’1,5%, rimanendo sostanzialmente stabile nella media degli ultimi tre mesi”.

Preoccupazioni arrivano anche dalla CNA sulla pressione fiscale. Analogamente all’allarme recentemente lanciato dalla Cgia di Mestre, nel rapporto 2018 dell’Osservatorio Cna sulla tassazione delle piccole imprese in Italia, giunto alla quinta edizione, dal titolo ‘Comune che vai, fisco che trovi’ in cui si analizza il peso del fisco sul reddito delle piccole imprese in 137 comuni tra cui tutti i capoluogo di provincia, è stata elaborata la seguente proiezione: “La pressione fiscale media sulle piccole imprese, se non interverranno correttivi, quest’anno tornerà a salire. Lievemente, lontana dal picco del 2012, ma con un segno “più” che non può certo rallegrare l’ossatura portante del sistema produttivo italiano. Il dato di sintesi, inoltre, non fotografa le profonde differenze nella tassazione locale. La realtà italiana è molto complessa. Tanto da far emergere non una pressione fiscale, ma numerose pressioni fiscali”.

L’Osservatorio ha calcolato il Total tax rate (Ttr), vale a dire l’ammontare di tutte le imposte e di tutti i contributi sociali obbligatori che gravano sulle imprese espresso in percentuale sui redditi. Individua, inoltre, il Tax free day (Tfd), cioè il giorno della liberazione dalle tasse, la data fino alla quale l’imprenditore deve lavorare per l’ingombrante ‘socio’ pubblico. A differenza di altri organismi, anche internazionali, l’Osservatorio CNA ha basato la sua analisi sull’impresa tipo italiana , con un laboratorio e un negozio, ricavi per 431mila euro, un impiegato e quattro operai di personale, 50mila euro di reddito.

La pressione fiscale media sulla piccola impresa tipo italiana, salita nel 2017 dello 0,3% al 61,2%, nel 2018 è destinata a crescere ancora, portandosi al 61,4%. Un incremento compiutamente ascrivibile all’aumento programmato della contribuzione previdenziale dell’imprenditore. Di conseguenza, il giorno della liberazione fiscale media si allungherà di altre ventiquattr’ore, per arrivare all’11 agosto, contro il 10 agosto del 2017 e il 9 agosto del 2016. Intanto si va ampliando il divario tra la pressione fiscale che grava sulle piccole imprese e quella media nazionale. Nel 2017 è andata dal 61,2% sulle piccole imprese al 42,4% sulla totalità dei contribuenti: un’ingiustizia, per CNA, che vale 18,8 punti percentuali.

Oltre alle problematiche economiche endogene evidenziate, bisogna tenere conto anche della componente esogena dettata dall’espansione del protezionismo.

In tal senso, in merito alle tensioni commerciali, nella conferenza stampa congiunta con il premier cinese Li Keqiang ed il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha lanciato un appello affermando: “E’ comune dovere di Ue, Cina, Usa e Russia non iniziare guerre commerciali. C’è ancora tempo per prevenire il conflitto e il caos”.

La Cina ha deciso di ricorrere al Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, contro la minaccia di dazi aggiuntivi al 10% annunciati dagli Usa sull’import ‘made in China’ per 200 miliardi di dollari ex art.301 dello Us Trade Act. La mossa, annunciata con un post sul sito del ministero del Commercio, cade nel giorno in cui Cina e Ue, nel loro 20/mo summit annuale, hanno ribadito l’impegno congiunto per il multilateralismo e il libero scambio.

Gli Stati Uniti fanno ricorso alla Wto contro cinque dei suoi membri per ‘dazi illegali’. Gli Usa puntano il dito contro Cina, Unione Europea, Canada, Messico e Turchia per le misure ritorsive decise dopo i dazi all’alluminio e l’acciaio imposti dagli Usa. In un comunicato del rappresentante per il Commercio degli Usa, si legge: “I dazi sull’acciaio e l’alluminio imposti dal presidente Trump sono giustificati sulla base degli accordi internazionali approvati fra gli Usa e i suoi partner”.

Il lettore dovrà comunque ricordarsi che per il 2018, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, l’incremento del Pil viaggia per l’Italia all’1,2%, mentre per gli Stati Uniti d’America la proiezione è al 2,9%.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, recentemente ha manifestato preoccupazione per il propagarsi del protezionismo nel mondo. Sullo stesso argomento, ancora non sappiamo quale posizione intenderà assumere il Governo Conte.

S. R.

La Corte dei Conti smonta le promesse del Governo

corte-dei-conti

La Corte dei Conti ha presentato oggi il ‘Rapporto 2018 sul coordinamento della finanza pubblica’. Nel Rapporto, la magistratura contabile ritiene “auspicabile una riforma strutturale del sistema fiscale” puntando il dito contro “l’onere improprio che viene caricato sui redditi medi e medio-bassi, in particolare i contribuenti tra i 28 e i 55mila euro, che vedono al contempo il massimo balzo di aliquota legale (+11 punti) e la massima riduzione sul totale delle detrazioni (-28 punti)”.

Per la Corte dei Conti, la strada da seguire è quella di accelerare sul fronte della riduzione del debito pubblico. Nel Rapporto si legge: “E’ necessario affrettarsi a ridurre, ed in prospettiva a rimuovere, l’inevitabile pressione che un elevato debito pubblico pone sui tassi d’interesse e sulla complessiva stabilità finanziaria del Paese. Si tratta di un passo reso oggi più urgente anche proprio per le nuove proiezioni circa gli effetti di lungo periodo delle tendenze demografiche”.

Per la magistratura contabile, il triennio 2018-2020 si presenta come “un’eccezionale finestra per la riduzione del debito: il congiunto operare della ripresa dell’inflazione e del permanere del costo medio del debito su livelli particolarmente bassi, dovrebbe garantire, diversamente dal passato, un differenziale favorevole tra crescita economica e costo del debito. Di tale situazione, dunque, si dovrebbe approfittare per rendere più spedito il processo di riduzione del rapporto debito/Pil”.

La Corte dei Conti, senza citare direttamente il contenuto del ‘contratto di governo’, ha avvisato: “Per il reddito di cittadinanza servono risorse straordinarie. Appare evidente che l’obiettivo di aiutare una congrua quota di poveri assoluti (il tasso effettivo di coinvolgimento è in tutte le realtà internazionali sempre significativamente inferiore al 100%) richiederà un importante sforzo finanziario supplementare, rispetto a risorse che pure sono cresciute in misura incoraggiante”.

L’altolà della Corte dei Conti è arrivato anche sulle ulteriori revisioni della legge Fornero affermando: “Sono stretti, se non del tutto esauriti, gli spazi per ulteriori attenuazioni degli effetti correttivi della legge 214/2011, a meno di un ripensamento complessivo del sistema”. Così la magistratura contabile ha messo in guardia il legislatore: “E’ cruciale non creare debito pensionistico aggiuntivo”.

La Corte dei Conti ha fatto il seguente ragionamento: “Nei prossimi anni il bilancio pubblico sarà fortemente condizionato dall’invecchiamento della popolazione e dalle modifiche della struttura demografica. Il fenomeno potrebbe avere effetti sulla spesa per la protezione sociale (previdenza, assistenza, sanità) più acuti di quanto finora atteso. Solo nel 2017 la spesa per prestazioni sociali in denaro è cresciuta dell’1,7%. Sono cresciute dell’1,2% le prestazioni pensionistiche, del 3,4% le altre prestazioni sociali. Nelle ultime proiezioni contenute nel Def 2018, il rapporto spesa per pensioni/Pil aumenta tra i 2 e i 2,5 punti percentuali al 2040. L’effetto sul rapporto debito pubblico/Pil risulterebbe marcato; un aumento di circa 30 punti nel 2070. E’, dunque, essenziale preservare i miglioramenti di fondo che il sistema previdenziale ha realizzato in questi decenni. Dunque, ogni elemento di possibile flessibilizzazione dell’attuale sistema dovrebbe contemplare compensazioni in grado di salvaguardare la sostenibilità finanziaria di lungo periodo”.

Visto che nel Rapporto 2018 c’è ben poco di fattibile sui contenuti programmatici del governo Conte, è doveroso porsi una domanda: terrà conto il governo giallo-verde delle indicazioni della Corte dei Conti o si aprirà un altro conflitto istituzionale?

Salvatore Rondello

Papilloma (HPV), precipitano coperture vaccinali

papilloma virusIl virus del papilloma umano (HPV) è un agente a trasmissione sessuale che causa malattie genitali, anali e orofaringee sia nelle donne che negli uomini. In particolare l’infezione da HPV causa oltre il 90% dei carcinomi della cervice uterina, ma anche il 90% circa dei carcinomi dell’ano, oltre ad una percentuale rilevante di tumori orofaringei, della vulva, della vagina e del pene; inoltre alcuni genotipi del virus causano circa il 90% circa delle verruche anogenitali.

«Se negli ultimi vent’anni – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – i programmi di screening hanno drasticamente ridotto l’incidenza del carcinoma della cervice uterina, oggi è possibile diminuirla ulteriormente grazie ad una strategia preventiva non utilizzabile per nessun altro tumore, ovvero la vaccinazione anti-HPV».

 In Italia sono disponibili tre vaccini anti-Hpv: il bivalente, che protegge dai tipi 16 e 18, il quadrivalente che amplia la protezione anche contro i tipi 6 e 11 e il 9-valente che oltre ai tipi di HPV del vaccino quadrivalente protegge anche dai tipi 31, 33, 45, 52, e 58.

Secondo quanto previsto dal Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV) 2017-2019, la vaccinazione anti-HPV – che non rientra tra quelle obbligatorie del “Decreto vaccini” – è offerta gratuitamente a maschi e femmine intorno agli 11-12 anni di età con l’obiettivo di raggiungere una copertura vaccinale del ciclo completo in almeno il 95% sia delle femmine che dei maschi, seppur in maniera più graduale: almeno il 60% nel 2017, il 75% nel 2018 e il 95% nel 2019.

«La vaccinazione anti-HPV – puntualizza il Presidente – oggi rappresenta un clamoroso esempio di sotto-utilizzo di una prestazione dal value elevato: infatti, se negli ultimi anni, le prove di efficacia si sono progressivamente consolidate e il monitoraggio degli eventi avversi ha dimostrato che i vaccini anti-HPV hanno un adeguato profilo di sicurezza, la copertura vaccinale in Italia si è progressivamente ridotta, determinando sia un aumento della morbilità per le patologie HPV-correlate, sia dei costi dell’assistenza».

I dati del Ministero della Salute relativi al 2016 dimostrano che le coperture per la vaccinazione anti-HPV nelle ragazze sono in picchiata: in particolare, a fronte di una copertura intorno al 70% nelle coorti di nascita dal 1997 al 2000, i tassi di copertura vaccinale anti-HPV sono progressivamente diminuiti nelle coorti 2002 (65,4%) e 2003 (62,1%), per poi precipitare al 53% nella coorte 2004. Immancabili, le variabilità regionali: ad esempio nella coorte di nascita 2004 la copertura per ciclo completo oscilla dal 24,8% della provincia di Bolzano al 72,5% della Valle d’Aosta. Inoltre, quasi il 12% delle ragazze ha ricevuto almeno una dose di vaccino ma non ha completato il ciclo, con notevoli variabilità regionali del gap: dallo 0,1% della PA di Trento al 21,4% della Sardegna. Nei maschi, la vaccinazione anti-HPV è ancora un lontano miraggio: relativamente alle coorti di nascita 2003-2004 6 Regioni non rendono disponibili i dati, altre 7 hanno una copertura dello 0% e solo per 8 Regioni sono disponibili i dati di copertura vaccinale: dal 3% della Sardegna al 53% del Veneto.

«Con questi livelli di copertura – puntualizza il Presidente – e con i trend in progressiva diminuzione, i target definiti dal Piano Nazionale appaiono del tutto illusori, a dispetto di evidenze sempre più robuste sull’efficacia dei vaccini anti-HPV, in particolare nel prevenire lesioni pre-cancerose del collo dell’utero nelle adolescenti e nelle giovani donne tra 15 e 26 anni. Tutto ciò configura un caso paradigmatico di analfabetismo funzionale: mentre si diffondono innumerevoli terapie inefficaci e inappropriate per i tumori, utilizziamo sempre meno l’unico vaccino disponibile per la loro prevenzione».

Il Position Statement GIMBE sintetizza le migliori evidenze scientifiche sull’efficacia della vaccinazione anti-HPV per tutte le patologie HPV-correlate e in particolare per i tumori del collo dell’utero; dettaglia gli aspetti relativi alla somministrazione (indicazioni, fasce di età, timing, sottogruppi specifici); descrive le evidenze sulla immunogenicità del vaccino; riporta i dati sugli effetti avversi sia internazionali, sia raccolti dal sistema nazionale di vaccinovigilanza. Infine analizza in dettaglio i dati sulle coperture vaccinali in Italia e le possibili strategie per aumentarle.

«La vaccinazione anti-HPV – conclude Cartabellotta – rappresenta un emblematico esempio dei gap tra ricerca scientifica e sanità pubblica: infatti, nonostante il consolidamento progressivo delle prove di efficacia e del profilo di sicurezza dei vaccini anti-HPV, la copertura vaccinale diminuisce, testimoniando che il processo di trasferimento delle migliori evidenze alla pratica clinica, all’organizzazione dei servizi sanitari, alle decisioni professionali e alle scelte di cittadini e pazienti è un percorso a ostacoli, spesso imprevedibile e non sempre adeguatamente gestito a livello istituzionale».