Progresso, progressismo
e rinascimento

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Negli ultimi mesi qualcuno si deve essere accorto che, nel campo della sinistra, si era completamente estinta qualsiasi componente progressista. Tutte le forze e le debolezze della sinistra si erano gradatamente uniformate all’ideologia verde decrescitista, diventando così un altro fattore di supporto al declino industriale nel nostro paese, e quindi all’eutanasia della civiltà industriale. Ora, non può certo sfuggire, a chi conserva un minimo di capacità di analisi sociale, che tutto ciò che abbiamo avuto, in termini di vero progresso, nel mondo occidentale, lo si deve alla civiltà industriale. Basta guardare i paesi in cui non c’è (ancora) stata una rivoluzione industriale (e chissà se a questo punto ci sarà mai). Niente sistemi di istruzione di massa, niente sistemi sanitari di massa, e totale mancanza di quella diginità umana che solo il lavoro ha potuto portare, pur con tutte le contraddizioni che ben conosciamo. La civiltà industriale, nei paesi in cui si è sviluppata, ha portato non solo progresso materiale, ma soprattutto morale ed etico, la nascita di movimenti pacifisti, la graduale obsolescenza delle concezioni della guerra come valore e gloria, una maggior consapevolezza dei diritti umani universali. Ovviamente ha significato anche sfruttamento, alienazione, inquinamento. Mali che il movimento operaio ha cercato di eliminare o contenere, con le sue lotte per i diritti sociali. E di tutto questo chiunque si ritenga oggi sinceramente umanista può a buon diritto continuare a rivendicare la giustezza ed il merito, davanti alla storia. Le grandi lotte operaie hanno però anche lasciato una pesante eredità negativa: l’odio di classe, che continua a far danni anche nell’era cosiddetta post-industriale, anche quando non esistono più modelli sociali alternativi alla democrazia liberale, nel contesto del (più o meno) libero mercato. Le classi sociali, così come erano state definite in era industriale, si sono progressivamente sfilacciate, compenetrate, osmotizzate, rendendo via via la realtà sociale un amalgama in cui è sempre più difficile distinguere il proletario dal precario e dal piccolo imprenditore semplicemente monitorando il loro conto in banca, in ogni caso tendente al rosso. E quando il colore rosso si trasferisce tragicamente dalle bandiere ai nostri conti bancari, è inevitabile che avanzino le tante gradazioni di nero, dell’evasione, del fascismo, della regressione sociale, della chiusura, della mafia, della violenza e dell’autoritarismo, del noir non più solo genere letterario, bensì vero e proprio modello sociale.

Ma non è neanche facendo appello alla resistenza contro il neofascismo rampante che la società civile potrà generare sufficienti anticorpi e riconquistare un limpido assetto progressista. Andiamo con ordine. Avendo svolto una veloce indagine di mercato (la disciplina che da qualche anno ha evidentemente rimpiazzato l’analisi sociale), qualcuno nel campo della sinistra ha furbescamente rispolverato il termine “progressista”. E così, ad esempio, Pisapia ha battezzato il suo movimento “Campo progressista”. Qualcun altro ha prontamente seguito l’esempio, ed ha fondato “Articolo 1, Movimento democratico e progressista”. Che dire di quest’ultimo? Già nel nome testimonia la sua condizione di relitto della storia, intitolandosi all’articolo 1 della costituzione, quello che stabilisce l’Italia essere “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, e non ad esempio sulla libertà di impresa e di ricerca scientifica, filosofica, etica, definizione che starebbe meglio al passo con il tempo contraddittorio, ma anche fortemente rinascimentale, che stiamo vivendo. Movimenti che basano la loro definizione progressista sull’immarcescibile ricetta dell’aumento della tassazione ed, in definitiva, sul controllo statale dei patrimoni, in nome della “redistribuzione della ricchezza”. Un concetto che, così come la “salvaguardia del pianeta”, viene proposto senza neanche più disturbarsi a motivarne la validità etica, convinti come sono i proponenti, nella loro supponente presunzione, che tutti ormai ne diano per scontate l’assennata correttezza sociale ed ontologica. La convinzione profonda, ben radicata nella coscienza piccina e priva di immaginazione di costoro, è sempre la stessa: il pianeta è una quantità finita di materie prime, la ricchezza che ci si può costruire sopra non può quindi che essere anch’essa finita ed inaccrescibile. Bisogna dunque (ri)distribuire equamente questa “ricchezza” tra tutti. Va da sé che i proponenti di questa dottrina si ritengono i migliori e più onesti gestori delle risorse ormai scarse del “pianeta”, termine di cui pure abusano. Il termine “pianeta” infatti, per gli antichi greci, significava “luce nel cielo”. Basterebbe rifarsi a questa vecchia definizione, allora, per capire che il nostro pianeta è una luce nel cielo tra tante, nel sistema solare. Se si continua ostinatamente a vedere questo nostro pianeta come l’unico che abbiamo (e che avremo), è inevitabile che tutta l’attività umana ne risulti un gioco a somma zero. Il concetto di redistribuzione della ricchezza si riferisce all’economia come gioco a somma zero. Ridurre le disuguaglianze, un obiettivo rispolverato da questi movimenti sedicenti nuovi, si riferisce ugualmente al paradigma della somma zero.

Un movimento realmente progressista, futurista e presentista, dovrebbe invece urgentemente ragionare su un concetto di crescita della ricchezza ed, a tale uopo, in un’agenda finalmente socio-urgica, e non solo socio-logica, agire per movimentare i capitali, che oggi ristagnano senza alimentare alcuna crescita. Movimentare i capitali non significa necessariamente che lo stato debba risucchiarne porzioni crescenti per poi occuparsi di ridistribuirli o reinvestirli. Sappiamo ormai che poi gran parte del gettito fiscale sparisce in capaci tasche che poco o nulla hanno a che vedere con serie politiche di investimento pubblico. Movimentazione dei capitali in direzione utile al progresso sociale dovrà significare piuttosto tassare i capitali immobilizzati, invece che i capitali tout-court. Ma, ancor più, significa sviluppare politiche di incentivi e sgravi fiscali, intelligentemente orientate a favorire iniziative industriali e di ricerca funzionali al vero progresso. Mi riferisco, come scritto più volte in altri articoli, al settore new space: veicoli di trasporto terra orbita interamente riutilizzabili, sviluppo del trasporto di passeggeri civili nello spazio, di stabilimenti industriali manifatturieri orbitali e nello spazio geo-lunare, utilizzo di tecnologie additive per produzione ed assemblaggio di satelliti direttamente in orbita. Perfino l’industria 4.0, sulla quale si ripongono oggi tante speranze, non servirà a nulla, se non innescherà l’espansione civile nello spazio.

Per uscire dal paradigma della somma zero basta un semplice ragionamento, un classico “uovo di Colombo”, come quello che ha portato Elon Musk, recentemente, a sviluppare lanciatori a due stadi completamente riutilizzabili, visto che ancora non siamo in grado di sviluppare un veicolo single stage to orbit. Il ragionamento è questo: se le risorse materiali del nostro pianeta natale costringono ormai la civiltà degli otto miliardi di abitanti ad un’economia permanentemente a somma zero, le risorse del sistema solare, a cominciare da quelle della luna e degli asteroidi vicini alla terra, permettono di uscire da questa gabbia, e di tornare ad orientarci al vero progresso, vale a dire il processo socio-economico a somma crescente. In un contesto economico crescente, poiché basato su risorse materiali ed energetiche virtualmente infinite, l’ascensore sociale tornerà a mettersi in movimento, verso l’alto.

È questo l’importante. Se, infatti, proviamo a lasciar andare l’odio di classe ed i meschini desideri di rivincita e vendetta, che cosa potrà mai importare veramente, a noi che abbiamo a cuore i diritti di tutti gli esseri umani, che i ricchi “paghino caro” per la loro ricchezza? Per quanto mi riguarda Bill Gates può anche diventare ancora più ricco, purchè ai miserabili sia data la possibilità di accedere ad un livello di vita dignitoso, chi già lavora abbia maggiori opportunità di impiego, i piccoli e medi imprenditori abbiano un formidabile aumento del mercato e dei contratti, nascano nuove imprese ogni giorno, alimentando così la crescita sociale complessiva. A me, umanista, fa molto male sapere che tanti milioni di bambini nel mondo non hanno da mangiare e non possono andare a scuola, che milioni di persone non hanno di che lavarsi e vivere dignitosamente. E che, in virtù di questo loro stato, costituiscono una massa di disperati disponibili per guerre ed orrori inaccettabili. Io non mi sento libero né completo, come essere umano, finchè perdura e peggiora questo stato di cose. Se continueremo a cercare di superare questo stato di cose mediante i concetti della redistribuzione, del risparmio e della tassazione vessatoria — tanto cari alle sinistre vecchie e decrepite anche quando si rifanno la facciata — non faremo che incrementare i conflitti, gli odi, le chiusure. Il risultato sarà la redistribuzione dell’odio e della povertà, e non certo della ricchezza. Il nostro obiettivo è infatti eliminare la povertà, e non la ricchezza.

Non solo il termine “progressista” sta vivendo una stagione di rispolvero. Anche il termine “rinascimento” conosce un percorso simile. Sono molti ormai a riempirsi la bocca di questo termine, senza avere neanche provato ad approfondire il concetto, che cosa ha significato nella storia, e che cosa significa oggi. Il pericolo è che queste parole — progresso e rinascimento — vengano svuotate del loro significato reale, e quindi diventino del tutto inefficaci, grazie all’uso improprio fattone dai mestieranti della politica, pronti a sporcare qualsiasi concetto, pur di avere una manciata di voti in più, ed un quarto d’ora di notorietà.

Varrà la pena ricordare che il Rinascimento è un processo sociale che ha avuto inizio nel 1500, in Italia, grazie alla famiglia Medici, che ebbe il grande merito di inaugurare una pratica estremamente utile e funzionale al progresso: utilizzare parte della propria fortuna, accumulata grazie al proprio genio imprenditoriale, per favorire lo sviluppo delle arti e della ricerca, che all’epoca praticamente coincidevano, nelle botteghe artigiane. Il Rinascimento è stato l’ostetrica che ha favorito la nascita della ricerca scientifica moderna, nel ‘600, seguita dalle rivoluzioni industriali dell’800 e del ‘900, ed oggi punta decisamente allo spazio, unico sbocco che può assicurarne la continuazione.

Nei primi anni 2000, un “Medici” moderno, Paul Allen (socio di Bill Gates), ha donato 30 milioni di dollari alla piccola aziende Scaled Composites. Grazie a quella donazione la Scaled Composites progettò e costruì SpaceShipOne, un veicolo suborbitale, simile al vecchio X15 della NASA, però concepito per trasportare turisti, passeggeri civili. Il 21 giugno 2004 lo SpaceShipOne ha compiuto il primo volo spaziale sviluppato con soli fondi privati, vincendo così il premio Ansari X-Prize da dieci milioni di dollari, per aver raggiunto l’altitudine di 100 km (cioè lo spazio) due volte in un periodo di due settimane con a bordo l’equivalente di tre persone e con non più del 10% di peso (che non fosse carburante) della navicella sostituito tra i due voli. C’è questo “piccolo” evento, nel background di Space X, e del grande evento degli ultimi due anni: l’abbattimento del costo del trasporto terra orbita da 20.000 US$/kg (mantenuto monopolisticamente costante per gli ultimi 40 anni!) a 2.000 US$/kg, che consente oggi a molte più aziende private di entrare nel settore spaziale.

La realtà odierna? Nel mondo c’è una lotta tra rinascimento e regressione, di cui nessun media canta le gesta. Governi intelligenti, che facciano propri moderni concetti di progressismo e mecenatismo, possono fare molto per aiutare il rinascimento a prevalere.

Una forza di governo intelligente, oggi, potrebbe anche — oltre a mettere in atto le politiche sopra accennate — porsi l’obiettivo di incrementare il moderno mecenatismo, ad esempio istituendo sgravi fiscali per chi fa donazioni importanti per l’arte, per la ricerca, per l’istruzione, per la protezione ed il risanamento idrogeologico del territorio. È opportuno evidenziare la modalità innovativa di tale processo. Va lasciato andare anche il vecchio sistema di centralizzare le donazioni a livello fiscale: gli 8 ed i 5 x mille non sono bastati, almeno finora, a risollevare l’investimento in ricerca ed istruzione, che continuano a vedere di anno in anno i loro già miseri bilanci costantemente tagliati. Oltre ad arrestare ed invertire finalmente la tendenza suicida al taglio progressivo delle risorse pubbliche per la ricerca e l’istruzione, occorre costruire un sistema che incoraggi le donazioni dirette, ovviamente monitorandone l’effettiva esecuzione e successiva efficacia, non solo alle associazioni ed alle imprese, ma anche a singoli ricercatori, artisti, innovatori, premiando le idee migliori per favorirne la realizzazione. Altrochè reddito di cittadinanza!

Un’ultima chiosa, per chiudere questa riflessione. Per quanto il nesso possa non apparire ovvio, questo scritto mi è stato stimolato da un bel film, visto ierisera, sulla vita di Jacques Costeau, che confesso di aver voluto vedere perché nel cast c’è Audrey Tautou, una delle mie attrici preferite, indimenticabile interprete del “Favoloso mondo di Amelie” ()… Comunque, Costeau si è spinto nei più remoti angoli del nostro pianeta, con l’intento di promuovere la colonizzazione del mare, le abitazioni sottomarine, ed addirittura la mutazione trans-umanista, cioè sviluppare branchie artificiali per poter vivere nel mare come ibridi umano-ittici. La sua opera ha comunque diffuso la conoscenza dell’ambiente naturale marino, di cui il vecchio Costeau diverrà poi uno strenuo difensore. Il suo sogno fu sostenuto principalmente da una società petrolifera, che donava carburante per la sua nave Calipso, in cambio di campioni raccolti sul fondo marino, per indivuare giacimenti di petrolio. Il sogno di colonizzare i fondali ebbe però termine quando si cominciarono a sviluppare i robot sottomarini, che consentivano l’esplorazione e la prospezione mineraria dei fondali con molta maggiore efficienza e minor pericolo per gli esseri umani. Personalmente ritengo che la mancata colonizzazione del mare non sia affatto un male: non avrebbe alcun senso riempire ulteriormente lo spazio del nostro pianeta di infrastrutturre abitative ed industriali. Il pianeta stesso sta già dimostrando, mediante scompensi climatici tremendi, che non tollererà oltre la nostra invadenza… si sa che dopo tre giorni (o in questo caso dopo tre ere geologiche?) l’ospite è come il pesce… puzza. Da un punto di vista puramente ecologico (e non ecologista), il mare — ambiente fondamentale per il ciclo autoregolantesi delle acque planetarie — dovrebbe restare per quanto possibile un ambiente autoregolato, e quindi il meno possibile antropizzato. E quindi in questo caso lo stop alla colonizzazione, imposto dallo sviluppo di tecnologie robotiche, è stato quanto mai opportuno. Altro discorso riguarda ovviamente le risorse, soprattutto alimentari, che preleviamo dal mare, negli ultimi anni messe in crisi a causa di pesca eccessiva e dell’inquinamento, soprattutto da materie plastiche. Anche a questo proposito, l’unica alternativa è rappresentata dalla continuazione del nostro sviluppo altrove, il che permetterà al nostro pianeta d’origine di rigenerare la ricchezza e la qualità delle risorse naturali, quelle ittiche in primo luogo.

Nel caso dello spazio, quindi, se un arresto del processo espansionistico dovesse riproporsi, a causa di una pretesa “maggior convenienza” di tecnologie robotiche nell’approvvigionamento di materie prime extraterrestri, sarebbe un evento nefasto, che arresterebbe non solo il progresso, bensì l’evoluzione stessa della civiltà. Una simile scelta porterebbe, alla fine, all’inevitabile invasione antropica anche del mare, decretando la progressiva cementificazione del nostro pianeta, modello Trantor (si veda il ciclo della Fondazione di Isaac Asimov). E credo proprio che questo scenario non sia accettabile né per gli umanisti né per gli ecologisti… Fatta salva la grande utilità delle tecnologie robotiche come supporto alla colonizzazione dello spazio, è chiaro che le risorse extraterrestri dovranno essere utilizzate principalmente in funzione dell’eso-sviluppo, per costruire infrastrutture spaziali, e supportare la vita e le attività umane in tali ambienti. Dunque, vogliamo discutere, quanto prima possibile, di che cosa intendiamo veramente per progresso?

Adriano V. Autino

Telefonia. Interrogazione Psi su sistema fatturazione

fattura telefonicaLe compagnie telefoniche stanno cambiando il sistema di fatturazione passando da un sistema mensile a uno suddiviso in settimane. 4 per la precisione. Un cambiamento che suscita non pochi sospetti. Le bollette in questo mondo arriveranno nella cassetta della posta ogni 28 giorni e non ogni mese con il risultato che ogni anno l’utente ne dovrà pagare 13 e non più 12.

I deputati socialisti Pia Locatelli e Oreste Pastorelli a questo proposito ha presentato una interrogazione parlamentare al Ministro dello sviluppo economico e al Ministro dell’economia e delle finanze. “Dopo le compagnie telefoniche – si legge nell’interrogazione – anche Sky passa alla fatturazione ogni quattro settimane. A comunicarlo è la stessa società che sul proprio sito spiega anche che cosa comporterà per i clienti questo passaggio, in vigore dal prossimo 1 ottobre. Grazie a questa nuova modalità di tariffazione, come peraltro è già avvenuto per la telefonia mobile, i clienti pagheranno alla fine dell’anno un totale di 13 fatturazioni e non più 12 con un rincaro dell’8,6% sul servizio reso. Le compagnie telefoniche – precisa Pastorelli – erano partite con la fatturazione 28 giorni già nel 2015 e l’Antitrust è anche intervenuta con sanzioni per i 3 principali operatori”.

Pastorelli e Locatelli ricordano inoltre che “sul tema della fatturazione a quattro settimane un punto fermo ha cercato di metterlo l’Agcom con la delibera 121/17/Cons, imponendo l’abolizione delle tariffe per tutte quelle offerte sulla rete fissa, telefono, Adsl e fibra ottica, intimando gli operati ad adeguarsi, entro 90 giorni, alle nuove disposizioni. Dal 24 giugno non se ne sarebbe dovuta avere più traccia. Eppure, basta dare uno sguardo ai siti delle compagnie telefoniche per constatare che la fatturazione a 4 settimane per le offerte di telefonia è ben lungi dall’essere stata riposta nel dimenticatoio, come invece era stato deliberato da Agcom a marzo”. “La decisione delle compagnie telefoniche di non adeguarsi – continua Pastorelli – è stata forse presa anche nell’attesa di conoscere quale sarà la determinazione del Tar del Lazio, cui tutte si sono rivolte impugnando la delibera 121/17/Cons;

I deputati socialisti concludono l’interrogazione chiedendo “se i Ministri interrogati, ognuno per competenza, non ritengano di dover avviare tutte le procedure necessarie al fine di tutelare i diritti degli utenti e dei consumatori anche alla luce dei recenti principi contenuti nelle disposizione della legge 4 agosto 2017, n. 124 che regolamenta il mercato e la concorrenza”. Inoltre, aggiunge il deputato socialista, “se non ritengano di dover avviare un’indagine conoscitiva sia su quanto denunciato in premessa, sia sull’inottemperanza, da parte dei gestori di telefonia, delle delibere adottate recentemente dall’Agcom, attuando eventualmente necessari provvedimenti normativi atti tutelare gli utenti dall’evidente truffa della tariffazione basata su 4 settimane”.

Obiettivo: far comunicare datori di lavoro e lavoratori

Prossimo obiettivoCi sono, ma spesso non si trovano: lavoratori e datori di lavoro creano un mercato ricco di opportunità, ma anche viziato da una comunicazione bilaterale che fa grande fatica ad avviarsi e a produrre delle collaborazioni concrete. Questo perché, spesso, i giovani non hanno ben chiari i canali attraverso i quali reperire e farsi reperire dalle aziende: un problema che causa difficoltà anche alle imprese stesse, spesso alla ricerca di figure professionali che faticano a trovare. Dunque, accanto alle necessarie misure per stimolare il mercato del lavoro, un obiettivo altrettanto importante è mettere in comunicazione datori di lavoro e lavoratori.

Le nuove misure per dare lavoro ai giovani

Prima di tutto è importante specificare quali misure sono in programma per fomentare il mercato del lavoro. Il Ministro del Lavoro ha dato una serie di informazioni molto interessanti sul Piano del Lavoro del 2018, il cui obiettivo sarà ridurre la disoccupazione giovanile ampliando le opportunità professionali dei giovani; nello specifico, le aziende che assumeranno disoccupati entro una certa fascia di età potranno sfruttare agevolazioni sui contributi e gli stessi lavoratori potranno contare su una norma anti-licenziamento, che impedirà alle aziende di sostituirli con nuove assunzioni facilitate dalle suddette misure. Si tratta di investimenti molto corposi, che causeranno allo Stato un mancato introito di circa 2 miliardi di euro, ma che avranno l’obiettivo di creare circa 300.000 posti di lavoro in più, stimolando alla ripresa il mercato del lavoro.

Quando le aziende faticano a trovare figure professionali

Nonostante un tasso di disoccupazione ancora considerevole, non sono poche le aziende che a oggi faticano nel trovare certe figure professionali all’interno del mercato del lavoro. Si parla soprattutto di informatici e di ingegneri, ma anche di matematici e di laureati in lingue straniere. Secondo Unioncamere, infatti, il 23% di queste richieste è destinato ogni anno a cadere nel vuoto: circa 80.000 posti di lavoro che non troveranno una risorsa da inserire. Da qui emergono due considerazioni: da un lato il mercato occupazionale offre enormi opportunità vista l’alta domanda per certe figure specializzate, dall’altro esiste un vero e proprio impasse che impedisce a lavoratori e datori di lavoro di entrare in comunicazione.

Quali sono i canali comunicativi per lavoratori e aziende?

Premesso che esistono diverse posizioni aperte, la necessità per chi cerca un’occupazione è capire come reperirle e dunque come rispondere alle richieste delle aziende. Uno dei principali canali per creare questa comunicazione fra le due parti sono i siti web dove poter trovare annunci di lavoro, tra questi è possibile citare Kijiji, un portale di annunci che vanta una pagina interamente dedicata a chi cerca lavoro, dove spesso le aziende pubblicano le loro inserzioni. Internet, poi, offre anche altre opportunità per ricercare un’occupazione: spesso i siti web delle aziende ospitano delle sezioni Career che consentono di candidarsi per le posizioni aperte, o di inviare una auto-candidatura che verrà poi presa in considerazione nel computo delle ricerche future. Anche i career day organizzati da enti come le università sono una preziosa chance, in quanto consentono agli studenti di portare il curriculum per farsi conoscere direttamente dalle aziende. Infine, il networking: la costruzione di un network di contatti è oggi fondamentale per farsi conoscere ed eventualmente trovare nuove opportunità professionali espandendo continuamente propria rete di contatti.

Elisa Leuteri

Una patente per guidare le intelligenze artificiali

Quello dell’intelligenza artificiale è un argomento di portata talmente ampia che non ci si può limitare a considerazioni legate ai ritorni di investimento, effetti sull’occupazione, o altri aspetti meramente economici. Il tema investe la dimensione filosofica a più lungo termine, prova ne sia che due grandi protagonisti della scena industriale contemporanea, come Mark Zuckerberg ed Elon Musk, proprio su questo terreno si sono recentemente confrontati (http://www.webnews.it/2017/07/25/elon-musk-contro-zuckerberg-sui-rischi-ia/).

robot women in technology background

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Iniziando con le considerazioni più generali, l’Intelligenza Artificiale (IA) fa parte degli sviluppi tecnico-scientifici cosiddetti GRAIN (Genetics, Robotics, Artificial Intelligence, and Nanotechnology), tutti molto promettenti, ma che, come ho già scritto più volte in passato, ed anche nel mio ultimo libro “Un mondo più grande è possibile!”, di cui riporto qui un passo, hanno tutti un grave handicap. “L’economia terrestre è ormai fallita, le Industrie terrestri non possono più crescere né svilupparsi oltre. L’ulteriore sviluppo della scienza terrestre nel mondo chiuso potrà fare miracoli, come sempre, ma il loro effetto sarà di breve durata, conferendo alla civiltà forse pochi anni di apparente ripresa dalla crisi. La caduta successiva sarà peggio, se il mondo dovesse restare chiuso. In mancanza di spazio lo stesso sviluppo tecnologico potrà imboccare strade involutive, tendenti a deprimere l’iniziativa, la creatività e lo spirito di avventura che da sempre caratterizza la nostra specie. Infatti, in un contesto di fabbisogni energetici mortificati dalla scarsità di risorse, il sistema non potrà che tendere alla staticità, all’immobilismo fisico e quindi culturale, all’equilibrio, forse, ma l’equilibrio della vecchiaia e della morte. Da tempo le forze che fiancheggiano la prematura estinzione della nostra civiltà tentano di “educarci” ad una maggiore stanzialità, a limitare i viaggi. Lo stesso termine “navigazione in rete” appare particolarmente odioso, in questa prospettiva, addirittura patetico, in quanto suggerisce di abbandonare le velleità dell’esplorazione, in favore di una comoda poltrona davanti allo schermo televisivo, dove possiamo fruire di suoni ed immagini di terre lontane, o addirittura di altri pianeti… Suoni ed immagini ripresi da professionisti dell’esplorazione, meglio se mediante ausilii completamente robotici. Tutta la “cultura” (se così la vogliamo chiamare) del Ventunesimo Secolo ci suggerisce che ogni cosa è meglio lasciarla fare ai professionisti, e diventare sempre più dei consumatori, tenuti in poltrona, all’ingrasso, fisico e mentale. Salvo che poi il giochetto non funziona, perché l’economia ne risulta terribilmente depressa, i mercati diminuiscono, e tutto rischia di finire molto più velocemente di quanto gli strateghi del cosiddetto “soft landing”  avessero previsto, tramutandosi presto in “hard landing”. Si dimostra così una volta di più che la pretesa di aver compreso a fondo i meccanismi dell’economia, ed ancor più, l’illusione di poter agire su tali processi come se si avesse a che fare con un sistema totalmente deterministico e controllabile, sia una delle tante false metafisiche, con le quali la nostra civiltà si fa del male, e questa volta rischia di causare un crash irrecuperabile.” Da queste poche righe si comprende già quale sia il mio pensiero, a proposito dello sviluppo delle IA, alle quali non sono affatto contrario, in linea di principio, purchè siano al servizio degli umani, e non in senso lato. Vale a dire che i civili possano usufruirne così come oggi utilizzano i personal computer, i tablet ed i telefoni portatili. Usufruirne come degli strumenti, avendone cioè il completo controllo, ed avendo la piena libertà di attivarne o disattivarne ogni singola funzione. Quindi, tanto per capirci, auspico un controllo molto maggiore di quello che abbiamo oggi su telefoni e computer, dove è sempre meno l’utente a decidere quali applicazioni installare, quale grado di autonomia devono avere, e quanto il sistema deve essere aperto ad interventi esterni.

Questo significa, anche, un approccio alla tecnologia ben diverso da quello oggi spacciato da google, whatsapp e facebook, rudimentali IA che già esistono. Niente di strano, a tal proposito, che Zuckerberg si pronunci a favore di non preoccuparsi troppo, dello sviluppo delle IA! Si tratta di mezzi di comunicazione che prendono molte decisioni al posto dell’utente, se così lo vogliamo ancora  chiamare, e spesso ne scopriamo i risultati in seguito a cose spiacevoli, di cui avremmo volentieri fatto a meno.  Le modalità di privacy, ad esempio, hanno impostazioni di default molto aperte, ed è solo spendendo ore in ricerche che riusciamo a capire (i) quali regole esistono (ii) su quali possiamo influire (iii) come ci conviene settare il sistema. Tutto questo ha avuto origine quando l’informatica di consumo (Microsoft) ha sconfitto e rottamato l’informatica industriale (Digital Equipment), in virtù dei numeri economici enormemente superiori. Così i personal computer, i telefoni smart ed i social media, sono dati in mano ad “utenti” incompetenti dal punto di vista informatico, che non si vogliono “annoiare” troppo chiedendo loro di impostare i parametri del sistema. Gli si vuole dare un mezzo che possano usare subito e divertirsi, per default connesso ed aperto. Perché questo è lo scopo: che la gente si diverta e, divertendosi, compri. Hey, ma guarda, si fanno del male! Cosa vuoi che sia, intanto comprano, e questo è l’essenziale. Quei quattro fissati che amano mettere sempre i puntini sulle i hanno comunque i mezzi, se hanno conoscenze sufficienti per trovarli, per proteggere la propria privacy ed il proprio libero arbitrio (fino ad un certo punto). Viene da pensare se questo problema del libero arbitrio non si sia già posto, in un passato magari molto remoto, con una qualche super-IA deificata. Se le scritture hanno posto un’enfasi così accentuata sul libero arbitrio… che la nostra stessa idea di Dio (onnipotente,  onnisciente, che tutto vede) non sia derivata da un simile passato…

AI01Ma, bando alle divagazioni fantasiose futuriste e passatiste, per adesso non siamo al punto di aver creato o ri-creato un Dio (immagino cosa ne trarrebbe Alessandro Bergonzoni dal concetto della ri-creazione di Dio! ah ah!), o un Comitato Centrale artificiale (fate un po’ voi), anche se indubbiamente molti sognano qualcosa del genere… Ad oggi qualsiasi intelligenza artificiale, a meno che vi siano sviluppi di cui non sono a conoscenza, consta di un motore inferenziale (l’algoritmo), e di un database di regole, definito da un esperto. Ad esempio, se voglio una IA che controlli i pozzi di petrolio ascoltando il rumore che fa la trivella, dovrò chiedere ad un vecchio esperto di pozzi di trasferire il suo know how dentro un database di regole. Essenziali sono dunque i database delle regole, quindi è molto importante da chi sono scritte tali regole, e per quali scopi. Da umanista, credo si dovrebbe partire dalle tre leggi della robotica, definite da Isaac Asimov nei primi anni quaranta del secolo scorso: (1) Un robot non può recar danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. (2) Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge. (3) Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge. Vorrei subito aggiungerne alcune altre: (4) qualsiasi IA dovrà essere utilizzabile come strumento personale da un singolo utente, o da gruppi di utenti che ne decidano la condivisione totale o parziale (5) qualsiasi IA dovrà risiedere fisicamente su un supporto hardware in piena disponibilità fisica dell’utente, e non su un’infrastruttura centralizzata (6) qualsiasi IA deve potersi connettere in rete solamente a discrezione dell’utente, e per gli scopi definiti dall’utente (7) qualsiasi IA potrà installare applicazioni sull’infrastruttura informatica dell’utente solo su esplicito consenso di quest’ultimo (8) qualsiasi IA sarà completamente inattiva finchè non sia stata parametrizzata dall’utente secondo le funzioni e le modalità desiderate da quest’ultimo (9) qualsiasi IA sarà completamente inattiva finchè l’utente non l’abbia attivata, e sarè disattivabile (standby) in qualsiasi momento (10) il grado di autonomia di qualsiasi IA per quanto riguarda le ricerche e qualsiasi tipo di iniziativa in rete sarà definibile dall’utente, da 0% a 100% (11) in nessun caso qualsiasi IA potrà iscrivere automaticamente l’utente a servizi di alcun genere, anche se gratuiti, senza aver prima avvisato l’utente e richiestone il permesso. Sono certo che queste poche regole elementari sono solo l’inizio, e che ne seguiranno altre, in base a riflessioni più approfondite ed ampie casistiche (use case).

È chiaro che si fa presto a sconfinare nel territorio dell’etica. E questa è indubbiamente la questione più importante, quando si parla di IA. Tecnicamente un database di regole può essere scritto sia da Batman che dal Joker… i database di regole delle IA dovranno quindi essere certificati da apposite authority, e gli utenti dovrebbero acquisire una sorta di patente di guida, prima di iniziare ad usare una IA. Pensiamo che usare una IA sia meno complesso e meno pericoloso, rispetto alla guida di un’automobile, o di qualsiasi altro mezzo di trasporto, di terra, mare o cielo? Ad IA di diversi livelli di pericolosità dovrebbero corrispondere diversi livelli di patente, così come avviene per i mezzi di trasporto. Non si può pensare che la preparazione per l’utilizzo di un’IA di navigazione e ricerca in rete sia la stessa che servirà per utilizzare un robot per operazioni minerarie asteroidee. E che dire di una IA in grado di fornire pareri legali, a supporto della magistratura, oppure di una IA capace di operare chirurgicamente? Non si pensi, del resto, che l’utilizzo di un robot per lavori domestici presenti minori complessità o necessità di attenzione. Dai pochi esempi che ho fatto s’intuisce anche come si stia parlando di applicazioni molto diverse tra di loro. Abbiamo già assistito, nella storia del software, a diverse fasi: inzialmente esisteva il mestiere del programmatore, che scriveva software. Poi l’elettronica avanzata (automazione) è entrata ovunque, negli elettrodomestici, nei telefoni, nelle auto, nella produzione industriale, … Oggi il mestiere del programmatore non esiste più, essendo il software stato inglobato nelle diverse branche dell’ingegneria. Chi progetta il software da inserire in elettrodomestici o in un telefonino, o il software di automazione di una centrale elttrica non si definisce più programmatore, bensì un progettista nel comparto industriale in cui presta la sua opera. Un processo simile si può prevedere anche per le intelligenze artificiali. Dopo un periodo, (speriamo breve, perché già non se ne può più J) di discussioni feroci tra entusiasti e detrattori, sociologhi e tuttologhi, le IA saranno quietamente assorbite nei diversi sistemi, che diventeranno così dei sistemi “intelligenti”. Questa grande varietà di utilizzo delle IA, tra l’altro, darà origine a tutta una serie di nuovi mestieri, a cominciare dai docenti di “scuola guida delle IA”, che dovranno avere una preparazione ben diversa e superiore, rispetto ai tradizionali istruttori di scuola guida, senza nulla togliere, ovviamente, alla professionalità richiesta a quest’ultima categoria.

È chiaro che non è possibile discutere tutta la vastissima materia dell’Intelligenza Artificiale in un solo articolo, che già sta sfiorando pericolosamente la dimensione del saggio, e che potrebbe tranquillamente strabordare nel formato di un piccolo (?) libro… Tuttavia non si può evitare di almeno sfiorare l’argomento dell’occupazione e dei posti di lavoro. Coloro che paventano addirittura la progressiva obsolescenza del genere umano come conseguenza dello sviluppo delle intelligenze artificiali, si possono definire luddisti? Coloro che considerano invece le IA come uno stadio evolutivo dell’intelligenza, che soppianterà a buon diritto l’homo sapiens, sono antiumanisti? È chiaro che nessuna di queste definizioni regge, nel contesto attuale. Di sicuro l’intelligenza artificiale è uno dei vettori del rinascimento che sta lottando per emergere dal maelstrom della crisi globale. Dove ci porterà tutto questo? Per poter muovere un passo alla volta, ma nella direzione giusta, non sarebbe male avere un’idea di dove vogliamo, o possiamo, andare. La mia personale senzasione è che, siccome l’elettronica prosegue nel suo processo di miniaturizzazione, approderà prima o poi su un hardware parzialmente  o completamente biologico. La biologia umana, d’altro canto, è già abbastanza inoltrata sulla strada della bionica. Non è difficile prevedere un’epoca in cui le nostre protesi informatiche (strumenti di comunicazione, di calcolo e di archiviazione dati) potranno integrarsi biologicamente con i nostri sottosistemi biologici naturali. Arriveremo così ad una sorta di evoluzione autodiretta, fusione trascendente tra natura e cultura tecnologica. Non credo né ancor meno spero in un futuro dove tutti se ne stanno sdraiati in ozio e le macchine fanno tutto il lavoro. Finiremmo come polli, immobilizzati, imboccati e puliti in cubicoli dotati di tutti i comfort… Situazione che forse potrà sembrare interessante a qualcuna delle tipologie caratteriali umane, ma credo che ai più non possa che fare orrore.

Già, ma a cosa serve, ed a cosa dovrà servire il lavoro? Nella nostra storia come specie culturale, per dare una motivazione completa al lavoro si deve utilizzare la gerarchia dei valori definita da Abraham Maslov, colui che considero il miglior analista delle categorie dei bisogni umani, di gran lunga superiore a Karl Marx, soprattutto perché Maslov discute i bisogni umani, mentre Marx, ed ancor più i suoi epigoni, avevano finito per occuparsi soltanto dei bisogni delle classi subalterne. Dunque il lavoro, nella storia, è servito a mantenere in vita noi umani, assicurandoci protezione dagli eventi naturali, vitto, alloggio, vestiti, mezzi di trasporto, e tutto ciò che serve per soddisfare i nostri bisogni, dai più elementari (anche analizzati da Marx e da diversi marxisti) ai più elevati, categorizzati, appunto, da Maslov. Ci avviamo ad un’epoca in cui potremo dedicarci al 100% a soddisfare i nostri bisogni più elevati, essendo tutti i bisogni più elementari soddisfatti dalle macchine? Oppure le macchine finiranno per scipparci anche quei lavori di alto profilo che ci permettono di soddisfare i nostri bisogni più elevati? È chiaro, in questo secondo scenario, che si tratterebbe di macchine dotate di creatività ed emozione, e del piacere sublime che ne deriva… degli umani artificiali… o degli umani biologici, ma potenziati con hardware bioinformatico aggiuntivo. Alla fine la distinzione potrebbe essere molto sottile: in ogni caso si tratterebbe di esseri evolutivamente superiori all’homo sapiens, quello che hanno in mente i transumanisti , più o meno. Ragionando per ora sul primo scenario, quello che lascia all’homo sapiens le funzioni intellettualmente ed emotivamente superiori, forse sarebbe possibile, a patto che i modelli sociali possano adattarsi a questa nuova situazione. Un modello secondo me molto semplicistico, è quello del reddito universale (Elon Musk), reddito di cittadinanza (M5S), o reddito di inclusione (PD), tutte varianti di un sistema di retribuzione basato sul paradigma esisto-quindi-vengo-pagato. Tale sistema ha un grave difetto: istituirebbe una differenza sociale fondamentale tra chi ha un lavoro (necessariamente di alto profilo intellettuale) e chi vive di quello che, comunque lo si voglia chiamare, sarebbe un sussidio di disoccupazione. Gli occupati avrebbero uno stipendio che permette loro di soddisfare i bisogni più elevati, alla soddisfazione dei quali già contribuirebbe sostanzialmente lo stesso lavoro svolto. Tutti gli altri — una maggioranza drammaticamente grande — avrebbero un reddito che permette soltanto la soddisfazione dei bisogni più elementari (forse). Società utopica? Ne dubito fortemente.

Credo invece si debba pensare ad un modello sociale in cui il grande patrimonio umano venga utilizzato interamente, ed al meglio. Un modello del tipo penso-quindi-vengo-retribuito, in cui la grande maggioranza viene pagata per pensare, per risolvere problemi, per impegnarsi nell’arte, nella progettazione, nello sviluppo della cultura e di mezzi sempre più avanzati per condividerla e per fruirla. Siamo una specie culturale. Il nostro futuro è produrre cultura, possibilità per tutti di viaggiare, di esplorare, di sperimentare direttamente emozioni non accessibili attraverso la tv o qualsiasi mezzo multimediale, di incontrare fisicamente i propri simili, in contesti meravigliosi e romantici, di godere della musica e delle altre arti dal vivo, di produrre musica ed arte live… Tutto questo, ed altro ancora, che noi terrestri terricoli non riusciamo ancora neppure ad immaginare, otto miliardi di persone possono svilupparlo solo espandendosi nello spazio esterno, dove ci sono risorse per lo sviluppo di trilioni di persone.

Ed eccoci ad una questione fondamentale: a chi serve l’espansione nello spazio? Intanto stiamo parlando di una quantità enorme di LAVORO, qualcosa che sembra scarseggiare, oppure adesso parliamo d’altro, quindi ce ne dimentichiamo? Intanto serve all’AMBIENTE, per coloro che si preoccupano prioritariamente di questo aspetto: spostare il nostro sviluppo civile (cioè industriale) fuori dal pianeta allevierà il nostro pianeta dall’ingombro ambientale che il nostro sviluppo rappresenta. L’espansione nello spazio serve alla civiltà. E di quale espansione la civiltà ha un disperato bisogno? L’espansione nello spazio serve alla gente, è la gente, sono i civili terrestri che devono poter viaggiare, lavorare ed insediarsi nel mondo più grande, su città orbitali, asteroidi urbanizzati, stabilimenti industriali lunari, ed oltre. Perché? Guardate una qualsiasi discussione a questo proposito sui social: troverete i pareri più diversi e contrapposti. C’è chi sostiene che siamo “progettati” per vivere sulla Terra, e non sopravviveremmo altrove. C’è chi è convinto che sopravviveremmo benissimo, adattandoci, come ci siamo adattati a vivere in case di ghiaccio nelle regioni polari e nelle capanne di frasche all’equatore. Magari in un futuro non troppo lontano l’homo-sapiens+  auspicato dai transumanisti potrebbe adattarsi  biologicamente anche alla bassa gravità ed alle radiazioni cosmiche…

Il guaio è che ciascuno pretende di affermare il proprio punto di vista e le proprie “soluzioni” a discapito delle soluzioni auspicate da altri. Esistono diversi tipi di esseri umani, e tutti hanno diritto a vedere realizzati i loro bisogni più alti (secondo la scala di Maslov), perché tutti questi tipi corrispondono ad impulsi evolutivi, estremamente utili alla civiltà: la mortificazione anche di uno solo di questi impulsi risulterebbe fatale, in un’epoca in cui tutti i nodi verranno al pettine, portando ad una catastrofica implosione della civiltà, oppure ad uno sviluppo sbilanciato, destinato a fallire sul medio o lungo termine.  Steven Wolfe, nel suo bellissimo romanzo-saggio “The Obligation”, cataloga sei “endowments” (dotazioni) che caratterizzano altrettanti tipi umani. Il “wanderer” (il vagabondo, o esploratore), che non sopporta di restare a lungo nello stesso posto, ed ha bisogno di muoversi, esplorare, cercare nuovi orizzonti e nuovi panorami, nuove situazioni in cui poter sviluppare la civiltà. Il “settler”, ossia il pianificatore urbano, colui che ama sviluppare infrastrutture adatte alla vita ed alle attività civili. L’inventore, che sviluppa nuove tecnologie per nuovi bisogni. Il costruttore, che realizza quanto progettato dall’inventore. Il visionario, capace di immaginare scenari futuri, ed ispirare gli inventori. Il protettore, che pensa alla sicurezza della gente. In una recente conversazione il dr. Paul Ziolo (docente di psico-storia all’università di Liverpool) ha menzionato il modello Gardner, secondo il quale esistono molti altri tipi di intelligenza, oltre il logico-matematico attualmente considerato come fattore primario e dominante. Le intelligenze di Gardner sono ritmico-musicali, visive-spaziali, verbali-linguistiche, logico-matematiche, corpo-cinestetiche, interpersonali, intrapersonali e naturalistiche. Ha anche ipotizzato l’esistenza di un’intelligenza morale ed esistenziale, che sarebbe fondamentale nel contesto del futuro sviluppo culturale: l’intelligenza morale non può che essere umana, ed avrà un ruolo essenziale ed insostituibile nellàera delle intelligenze artificiali.

Non è difficile identificare, nelle nostre società, tutte queste diverse tipologie caratteriali. E si può quindi riflettere su quanto sia grande il patrimonio umano, nella sua attuale consistenza di quasi otto miliardi di persone. Non è difficile neppure constatare come la stragrande maggioranza di questi tipi abbiano bisogno di spazio, di movimento, di libertà, di godere del contatto anche fisico con altre persone, ed anche della solitudine, quando sentono di doversi concentrare da soli, per creare, elaborare, progettare… Il settimo tipo, identificato da Wolfe, è quello dell’evolutore cosciente, colui che sente dentro di sé l’impulso a guidare l’evoluzione, completando la doppia obbligazione che abbiamo, verso la nostra specie/civiltà, garantendole spazio e risorse per continuare lo sviluppo, e verso il nostro pianeta madre, liberandolo, adesso che abbiamo le tecnologie necessarie, dall’ingombro del nostro sviluppo, trasformandolo in un grande giardino e parco naturale.

Ultimo, per oggi, argomento di discussione: si potrebbe colonizzare lo spazio esterno utilizzando esclusivamente robot ed intelligenze artificiali? Sarebbe questo lo sviluppo, il rinascimento spaziale di cui abbiamo bisogno? Le mie risposte sono due decisi NO. La presenza di colonizzatori umani è indispensabile, benchè coadiuvati da sistemi robotizzati ed IA. Se pure si riesce ormai a teleoperare chirurgicamente, comandando sistemi robotici a distanza, si tratta comunque di distanze terrestri, sulle quali non c’è alcun ritardo. Tra la Terra e la Luna si apprezza già un ritardo di 3 secondi nelle telecomunicazioni, più che sufficiente ad impedire qualsiasi controllo in tempo reale di operazioni delicate. Tra la Terra e Marte 20 minuti. E comunque, le situazioni in cui ci si può venire a trovare sono così varie e largamente imprevedibili, che non sono immaginabili campagne di insediamento ed operatività industriale su vasta scala condotte da IA. La risposta alla seconda domanda non può che essere altrettanto negativa. Non possiamo infatti pensare allo spazio solo come un deposito di risorse da portare a terra, per utilizzarle qui, o comunque per contribuire a mercati unicamente terrestri. Ci sarà vero sviluppo solo se i mercati, e le industrie, e la vita civile, si espanderanno ben oltre i confini dell’atmosfera terrestre. Non posso immaginare un mondo che continua a crescere solo sulla superficie terrestre… un’armata crescente di automi in orbita sulla nostra testa sarebbe una condizione di ulteriore aumento della pressione e dello stress, e di limitazione della libertà di movimento e della fantasia creativa! Ora, se mi legge qualche carattere stanziale, che troverebbe piacevole una tale situazione, per favore non cerchi di imporre la sua visione a noi esploratori/colonizzatori: la nostra visione espansionista non toglie nulla a loro, mentre una loro insistenza nel mantenere il mondo chiuso a noi ed a molti altri toglierebbe l’aria necessaria per vivere e per pensare… e questo non farebbe che aumentare l’entropia psicologica generale, quella che chiamo riscaldamento metafisico globale, che abbiamo invece tutto l’interesse a mitigare!

Adriano Autino

Sanità, 500mila i medici stranieri in Europa

medicoNegli ultimi 5 anni sono cresciute del 30% le richieste dei professionisti della sanità italiani (medici, farmacisti, infermieri, fisioterapisti, psicologi e odontoiatri) di recarsi a lavorare all’ estero; e sono aumentate del 40% le richieste di lavoro dall’ estero per i professionisti della sanità italiani e di origine straniera lavoranti in Italia. La maggior parte di queste richieste di lavoro arriva da Paesi UE (Belgio, Francia, Germania, Spagna, Inghilterra), e da Svizzera, Europa dell’ Est (Russia, Albania, Romania), Paesi arabi (Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Libia) e sudamericani (Ecuador, Brasile, Colombia). Numerose, poi, le richieste di sostegno umanitario e sanitario provenienti dai Paesi africani e dai Paesi arabi in stato di conflitto, come Siria, Iraq, Yemen e Libia.

Sono queste le statistiche riportate dalla Confederazione Internazionale Unione Medica Euro Mediterranea – UMEM, dall’Associazione Medici di Origine Straniera in Italia (AMSI) e dal Movimento Internazionale “Uniti per Unire”: sviluppate insieme alla rete dei professionisti della sanità aderenti a queste realtà, e operanti in tutti Paesi Euromediterranei.

Anche sui giovani, UMEM, AMSI e Uniti per Unire riportano nuovi dati: negli ultimi 5 anni, la maggior parte degli studenti di medicina d’ origine straniera provenienti dai Paesi arabi, africani, asiatici, dall’ India e dal Sud America si è recata in prevalenza nei Paesi dell’Est (Russia, Albania, Moldavia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia, Romania, Polonia, Slovacchia): per studiare, per motivi economici e per l’ assenza del numero chiuso (come avveniva in Italia, Germania e Francia negli anni ’80). In questi Paesi, infatti, i corsi di Laurea sono meno costosi e sempre più disponibili in lingua inglese.

Per quanto riguarda l’Italia, oggi un numero crescente di studenti italiani sceglie la strada della laurea o della specializzazione da conseguire all’estero, per poi far ritorno in Italia facendosi riconoscere il titolo di studio. Grazie alla libera mobilità dei professionisti della sanità che abbiano conseguito un titolo di Laurea Europeo, riconosciuto in tutti i Paesi Ue, si registra una migrazione continua di questi professionisti in tutta Europa: che causa in alcuni Paesi delle carenze, e in altri, invece, un sovraffollamento di personale medico sanitario, col problema comune della mancanza di conoscenza della lingua, della cultura e delle leggi del Paese scelto dai professionisti. Questo è stato, ad esempio, il caso della Germania, del Belgio e della Svizzera: che ha causato non pochi episodi di disagio ai pazienti, cui spesso han fatto seguito denunce sporte contro i medici.

Foad Aodi, in qualità di Fondatore di AMSI, Presidente di UMEM, membro della Commissione Salute Globale della FNOMCeO, chiarisce al riguardo: “Sicuramente l’immigrazione dei professionisti della sanità nell’ area euromediterranea è cambiata notevolmente rispetto agli anni ’60, ’70, ’80 e ’90, a causa della situazione geo-politica e dei conflitti in corso in alcuni Paesi del Medio Oriente, dell’Africa, del Sud America e nei Paesi dell’Est. Dopo la caduta del muro di Berlino e dopo la delusione del “sogno” delle Primavere Arabe, tanti medici, provenienti dai Paesi dell’Est e arabi, si son recati a lavorare in Germania (è il caso dei siriani), in Francia( professionisti in prevalenza nordafricani, provenienti da Algeria, Marocco e Tunisia), in Belgio (professionisti europei di varie nazionalità), in Scozia e Inghilterra. Stando alle statistiche che abbiamo riportato recentemente – prosegue Aodi – e che contano 62 mila professionisti della sanità d’ origine straniera esercitanti in Italia (di cui 18 mila medici), la situazione dell’integrazione in Italia è ottimale, e c’è una buona collaborazione tra i professionisti d’ origine straniera e i colleghi italiani. In Europa, secondo le nostre statistiche, ci sono più di 500 mila medici stranieri: 400 mila sono fissi e 100 mila sono in continua mobilità. Proponiamo quindi all’ Unione Europea d’ effettuare un monitoraggio continuo delle esigenze del mercato del lavoro nell’ ambito sanità, condotto Paese per Paese: per evitare i casi di sovraffollamento o di carenza di personale medico sanitario e, al tempo stesso, contrastare il problema della fuga dei cervelli. Chiediamo, inoltre, d’ incentivare corsi di lingua, di cultura e di legislazione del Paese scelto per i professionisti della sanità; nella tutela del diritto alla salute universale e nell’ottica d’ una sanità globale e multiculturale, contrastando il fenomeno della medicina “difensiva” ( quel fenomeno, cioè, tipico dei Paesi industrializzati, che porta molti pazienti ad avere scarsa fiducia nei medici, e molti medici ad affidarsi sempre piu’ – per timore di ricevere denunce – a compagnie assicurative e a studi legali, con enorme incremento della spesa in questi settori, N.d.R.) che spesso lede il rapporto di fiducia tra medico e paziente”.

Fabrizio Federici

Dalle “radio libere” alla giungla del web

radio aliceIl 28 Luglio 1976 è un giorno epocale per la radiofonia e l’informazione libera italiana. Proprio in questo giorno, la sentenza 202 della corte costituzionale dichiara l’illegittimità delle norme che impedivano la nascita di radio private. In particolare si sfalda la regolamentazione predisposta dalla legge 103/1975, che garantiva il monopolio statale sulle trasmissioni radiofoniche. L’articolo 1 infatti dichiarava che “La diffusione circolare di programmi radiofonici via etere o, su scala nazionale, via filo e di programmi televisivi via etere, o, su scala nazionale, via cavo e con qualsiasi altro mezzo costituisce, ai sensi dell’articolo 43 della Costituzione, un servizio pubblico essenziale ed a carattere di preminente interesse generale, in quanto volta ad ampliare la partecipazione dei cittadini e concorrere allo sviluppo sociale e culturale del Paese in conformità ai principi sanciti dalla Costituzione. Il servizio è pertanto riservato allo Stato”.

Gli articoli successivi proibivano qualsiasi attività correlata alla radiofonia, dall’installazione di impianti alla diffusione di programmi, persino per uso strettamente interno. Nonostante questi divieti le radio libere erano nate clandestinamente in molte città. Una delle più celebri era “Radio Milano International”, fondata nel 1975 da quattro ventenni: trasmettevano dalla cameretta di uno loro. Un preludio alla liberalizzazione che sarebbe scoppiata di lì a poco.

Il cavillo su cui facevano leva queste piccole realtà era il termine “circolare” incluso nella legge. Questa definizione lasciava spazio a innumerevoli interpretazioni ed aprì uno spiraglio per l’elusione della norma. Il monopolio riguardava infatti le trasmissioni circolari: un’antenna emittente e tanti destinatari. Quindi, in linea teorica, chi colloquiava via radio con dei destinatari prefissati non violava questi principi. Con questo escamotage nessuno poteva essere perseguito per il solo possesso di impianti radiofonici, visto che non necessariamente rappresentavano un’aperta violazione della legge.

Inoltre, già nel 1974, la Corte Costituzionale aveva permesso la trasmissione in locale via cavo, iniziando uno sdoganamento delle trasmissioni a corto raggio cablate. Anche questo contribuì alla successiva apertura da parte della corte costituzionale. Il paese stava acquisendo una nuova sensibilità verso una diffusione pluralista delle notizie e la Consulta non poteva restare a guardare. Con la sentenza in oggetto la diffusione locale libera diventa via etere, permettendo la nascita di grandi gruppi radiofonici nazionali. Questi ultimi iniziarono ad utilizzare una serie di ripetitori locali per far rimbalzare il segnale in ogni zona d’Italia, non violando i termini previsti dalla Corte (in linea teorica ogni ripetitore era una radio locale).

Da quel luglio di 41 anni anni la strada percorsa dall’informazione è stata lunga. La problematicità legata alle “radio libere” sembra ormai preistoria, in questo mondo digitale che pare non avere regole. Proprio questo è forse il problema attuale, l’assenza totale (o quasi) di regolamentazione, il passaggio da un eccesso all’altro determinato dalla capacità dell’innovazione di correre molto più rapidamente del legislatore la cui capacità predittiva, peraltro, appare fortemente appannata. Nello scorso secolo abbiamo assistito ad un eccesso legislativo sui media, mentre oggi sembrano essere lasciati alla mercé di chiunque, un libero terreno di caccia in cui i responsabili si riescono facilmente a occultare (significativa la storia del Blog di Beppe Grillo che porta il suo nome ma risponde solo di quel che porta la sua firma). L’esempio più lampante è il web, uno strumento tanto potente quanto pericoloso. Ognuno di noi può aprire un portale e diffondere notizie al mondo, con una scarsissima capacità di controllo da parte delle autorità. Non sono rari i casi in cui le informazioni più aberranti (vedasi tutte le bufale lanciate sui migranti) non possano essere attribuite al creatore, abilmente celatosi nella rete. Servirebbe certamente una via di mezzo; un punto di incontro tra l’anacronistico monopolio pre-1976 e la pericolosa (per la stessa libertà di pensiero) assenza di regole del 2017.

Federico Marcangeli
blog Fondazione Nenni

Ebree, musulmane e cristiane insieme per la pace

Moschea di al-Aqsa,Giovedì 27 luglio, centinaia di donne ebree, musulmane e cristiane si son riunite a Gerusalemme, di fronte ad Har a Bayt, in prossimità della Moschea di al-Aqsa, per manifestare a favore del dialogo. Il loro canto è diventato una preghiera comune per la pace; preghiera che ha superato la “voce della guerra”. Infatti, nonostante fossero udibili gli spari causati dagli scontri sulla limitrofa spianata dell’al-Aqsa, le donne hanno continuato a cantare; ai loro canti si son unite, in sottofondo, le voci dei muezzin. Tuttavia, oggi, a Gerusalemme lo scenario è un altro. Stando agli ultimi aggiornamenti, trentamila agenti sono stati collocati agli ingressi di Gerusalemme e della Città Vecchia: fatta esclusione delle donne, ai fedeli d’ età inferiore ai 50 anni è vietato l’accesso alla spianata delle Moschee.

“Abbiamo deciso, insieme alla giovane rappresentante del movimento Woman Wage Peace, di dare il via – con la collaborazione della Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa #Cristianinmoschea, e insieme al Movimento Uniti per Unire – a una serie di incontri che coinvolgeranno donne di diverse religioni, ebree, musulmane e cristiane, per abbattere i muri della paura e della diffidenza”: lo sottolinea con emozione la scrittrice ebrea Shazarahel, Vice Presidente della Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa denominata #Cristianinmoschea, che ha contributo alla realizzazione della manifestazione delle donne di ieri. “Il gesto di ieri – aggiunge – segna un passo decisivo nel cammino del dialogo. Solo unite possiamo contrastare la paura, la guerra e la violenza, riscoprendo e valorizzando i tesori che le nostre religioni hanno in comune”.

“Non dobbiamo mai perdere la speranza e non dobbiamo mai fermarci dinnanzi agli ostacoli e ai muri, come quello del divieto di accesso ad un luogo sacro”, aggiunge .Foad Aodi, Presidente delle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e Fondatore di #Cristianinmoschea (la confederazione nata, a dicembre scorso, dallo sviluppo dell’iniziativa che, a settembre, vide la partecipazione di migliaia di italiani alle funzioni religiose nelle moschee, dopo un’ estate punteggiata di attentati, da Nizza in poi, N.d.R.).

La nostra missione, quella del dialogo e della conoscenza oltre i confini, si rafforza giorno dopo giorno grazie al contributo dei nostri movimenti, delle Confederazioni e delle comunità aderenti, che portano avanti il nostro messaggio in tutti i continenti. Credo inoltre – prosegue il Presidente – che le donne possano avere un ruolo decisivo in questa “missione oltre gli ostacoli”; in particolare, le #ledonnedeldialogo ebree, musulmane e cristiane e di altre confessioni possono dare una grande lezione alla politica, che è in ritardo rispetto al corso degli eventi di sangue, e si trova in difficoltà a riprendere un processo di pace che porti a una una soluzione duratura. Ringrazio sinceramente Shazarahel per la sua forza e per il suo nobile e costante impegno. Siamo la dimostrazione concreta, io come palestinese, lei come scrittrice ebrea, insieme a tutti quanti ci sostengono al di là della loro religione e del loro Paese di provenienza, che il dialogo esiste e si rafforza quando camminiamo su un binario che parte dal popolo, lontano dalla politica e dalla diplomazia internazionale.

Auspichiamo che dopo la decisione di rimuovere i metal detector e – come speriamo – anche le telecamere all’ingresso dell’al-Aqsa, si riprenda al più presto il processo di pace: sperando che sia possibile arrivare ad una soluzione a due Stati, convivendo in pace e in serenità, senza paura e senza odio, religioso o razziale”, conclude Aodi. Annunciando che si recherà di persona, questo agosto, in Terra Santa, dove si unirà alla Shazarahel per organizzare nuove iniziative targate Uniti per Unire, Co-mai e #Cristianinmoschea, a favore della pace e del dialogo interreligioso.

Fabrizio Federici

Arte e religione si confrontano ad Assisi

assisiMercoledì  2 agosto, al Palazzo del Comune di Assisi, artisti provenienti da varie regioni d’Italia (Umbria, Lazio, Emilia Romagna) e dalla Russia parteciperanno a una manifestazione di grande valore religioso e civile: dedicata al rapporto tra arte, spiritualità e fede cristiana. Nel giorno del Perdono, la storica indulgenza plenaria concessa nel luglio del 1216, da papa Onorio III, appunto per ogni 2 agosto, su esplicita richiesta di San Francesco d’Assisi (che l’aveva proposta al Pontefice per ogni uomo sinceramente pentito delle sue colpe), l’associazione di volontariato “San Pio da Pietrelcina Onlus”, l’associazione culturale “Tota Pulchra” e l’International Spiritual Center SOSYY, insieme al Comune di Assisi e col patrocinio della provincia di Perugia, hanno organizzato un singolare incontro tra artisti e Chiesa cattolica. Che, da un lato, rientra pienamente nella tradizione di Assisi come storico centro di dialogo interreligioso (da S. Francesco, appunto, ad Aldo Capitini, il filosofo nonviolento e liberalsocialista, amico di Carlo Rosselli e del Mahatma Gandhi, inventore, nel 1961, delle “Marce della pace” Perugia-Assisi; sino al grande incontro mondiale tra le religioni voluto da Papa Wotyla ad ottobre 1986). Dall’altro, prosegue un rapporto dialettico tra fede cattolica e arte d’ origini antichissime, ma ripreso specialmente dai Papi del ‘900.
Nella Sala della Conciliazione del Palazzo comunale, il 2 agosto alle 11,l’ing. Stefania Proietti, sindaco di Assisi, Monsignor Jean-Marie Gervais, Presidente dell’Associazione “Tota Pulchra”, Sergio Marinacci, Segretario Nazionale dell’ Associazione San Pio da Pietrelcina Onlus, e Cesare Fussone, Presidente dell’International Spiritual Center SOSJJ, spiegheranno al pubblico e alla stampa lo spirito e gli scopi di questa manifestazione.
“L’arte non deve scartare niente e nessuno.Come la Misericordia”: questo è il messaggio centrale lanciato da Papa Francesco col libro ” La mia idea di arte”, pubblicato nel 2015 da Mondadori ed Edizioni Musei Vaticani (e ultimamente “tradotto” anche in documentario): e già presente nella sua seconda enciclica, pubblicata a giugno 2015, “Laudato si”. Un messaggio di  rifiuto della “cultura dello scarto”, tra i frutti peggiori del materialismo consumistico giunto al parossismo nelle società contemporanee, sino a “scartare” addirittura gli esseri umani; e un terreno su cui si possono creare importanti convergenze tra cattolici e laici, movimento socialista in primo luogo.
Su questa visione cristiana ed estetica del Pontefice si soffermerà  l’ Arch. Antonio Lunghi, Sindaco emerito di Assisi e Consigliere nazionale dell’ Associazione San Pio da Pietrelcina. Mentre gli artisti presenti, coordinati da   Luciano Lepri, critico d’arte e Accademico d’ Onore dell’ Accademia di Belle Arti di Perugia, con le loro opere “dialogheranno a distanza” col Papa: Diana Iaconetti  interpreterà  brani tratti proprio  da questo  libro del Pontefice, e  il  “Pensiero a Francesco di Assisi” di Nuccia Martire, poetessa e scrittrice. Mario Tarroni, artista ferrarese e direttore artistico di “Tota Pulchra”, leggerà la risposta dell’ Associazione all’invito di Papa Francesco.
“L’ ‘arte – sottolinea Tarroni –  deve essere uno strumento di evangelizzazione, col quale possiamo condividere ogni cosa con gli ultimi. Su questo principio, pienamente in linea col pensiero del Pontefice,  prese avvio l’esperienza di “Tota Pulchra” l’ 8 maggio 2016: la nostra associazione vuole onorare la bellezza dell’arte, in quanto manifestazione della Luce Divina nelle potenzialità dell’uomo (nata dall’ incontro tra Monsignor Jean-Marie Gervais, del Capitolo Vaticano, e appunto Tarroni, “Tota Pulchra” ha lo scopo di promuovere l’arte, valorizzando gli artisti, organizzando e promuovendo eventi, di rilievo nazionale e internazionale,  anche insieme ad altri enti e associazioni, N.d.R.). Sensibilizzare i cuori ed esortarli a prender parte a un esperimento collettivo d’ emancipazione sociale, centrato appunto sulla valorizzazione dell’arte:  questo   il messaggio che “Tota Pulchra” vuole trasmettere”, conclude Tarroni, che a febbraio ha consegnato a Papa Francesco il suo progetto sull’arte e i più poveri dal titolo “Coloriamo San Pietro”, centrato sull’idea d’un secondo Rinascimento, che valorizzi  anche l’arte degli “scartati”.
A seguire, Veronica Piraccini, artista romana e docente di pittura  presso l’Accademia delle Belle Arti, presenterà la sua opera “Dall’ impronta di Gesù”, nata da contatto diretto con la Sindone, e realizzata mediante la tecnica della  pittura dalla particolare proprietà impercettibile di apparire e scomparire, denominata e inventata dall’artista stessa.

     Anche Natalia Tsarkova, la pittrice ufficiale dei Pontefici, renderà pubblica la sua opera “Il Pastore Misericordioso”, immagine emblema dell’Anno Giubilare dedicata a Papa Francesco. Inoltre, la Tsarkova presenterà il suo libro-fiaba “Il mistero di un piccolo stagno”. Per questa “Festa del Perdono” del 2 agosto, l’artista ha voluto fare un gesto significativo  dedicando il ricavato delle vendite del libro all’ assistenza   ai bambini ciechi.

Francesca Capitini,  importante artista umbra, illustrerà la sua opera dedicata a “San Francesco”. Cesare Poderosi presenterà invece il progetto per il restauro della Madonna votiva di Case Sparse, area di Norcia  fortemente danneggiata dal terremoto del 2016. Antonello Scarano, attore romano, si esibirà col brano “Tra spiritualità e romanticismo”. In ultimo, Maheya Collins, artista di fama internazionale, canterà le note di “Madre Teresa”; e sarà  presentato al pubblico il volume “Benedetto XVI. L’arte è una porta verso l’Infinito. Teologia Estetica per un Nuovo Rinascimento”, curato da monsignor  Gervais e Alessandro Notarnicola (Fabrizio Fabbri editore e Ars Illuminandi, 2017).
Fabrizio Federici

Cern. Sviluppi della Fabbrica dei ‘Neutrini’

A Ginevra, nei laboratori del CERN (Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare) venne realizzata, nell’anno 2008,la prima grande macchina utile per la fisica delle particelle subatomiche del 21esimo secolo. Appunto il cosiddetto LHC, cerncioè il Large Hadeon Collider. Con esso si vuole arrivare a svelare il cuore stesso della natura, mediante apparati sperimentali sempre più complessi ed imponenti, fino a raggiungere un futuro di”acceleratori di particelle” che potrebbero condurci alla scoperta delle origini dell’universo. Quanto ottenuto ha richiesto tecnologie informatiche avanzate, impiegate dalla fisica delle alte energie. Un esempio è quello della nascita presso il CERN, nell’anno 1989. dell’ormai famoso WWW, cioè del Word Wide Web inventato dal fisico Tim Berners-Lee per utilizzare il linguaggio ipertestuale al fine di condividere agevolmente le informazioni necessarie al lavoro della fabbrica delle particelle e poi esteso in tutto il mondo da Internet e suoi derivati telematici. La natura contiene forze fondamentali tra loro interagenti:la gravitazionale,responsabile dell’attrazione tra le masse; l’elettromagnetica, responsabile dell’attrazione o repulsione del legame tra le cariche elettriche; la forte, responsabile del legame di protoni e neutroni all’interno dei nuclei atomici; ed infine la debole, responsabile dei decadimenti radioattivi. Gli acceleratori di particelle, quale il gigantesco protosincrotone del CERN, consentono di immagazzinare e far raggiungere energie elevate a particelle di vario genere, costringendole a seguire una traiettoria data,per essere poi impegnate come “proiettili” contro bersagli fissi o altre particelle. Aumentando l’energia crescerà anche la velocità delle particelle, fino al limite della velocità della luce, cioè di circa 300mila chilometri al secondo. Questo assunto sembra vacillare in base alle notizie diffuse dal CERN sulla traiettoria e la velocità dei “neutrini” che da Ginevra hanno raggiunto nel sottosuolo, il Gran Sasso d’Italia. Cioè i 732 chilometri di tragitto sotterraneo dei neutrini sarebbero stati percorsi alla velocità di poco superiore a quella della luce. Da allora ci stiamo occupando per un meditato responso scientifico sulla velocità dei suddetti neutrini: i neutrini sparati dal CERN verso il Gran Sasso procedono alla velocità della luce che resta un limite, non superabile, almeno per adesso. Nelle viscere del Gran Sasso si svolge un gigantesco esperimento, denominato OPERA, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Su OPERA vengono inviati dal CERN dei fasci di neutrini con una durata temporale di pochi nanosecondi. Arrivano in un batter di ciglia. Finalmente al 25esimo Congresso di Fisica Nucleare a Kioto, Giappone, finisce definitivamente l’illusione di aver trovato una “nuova fisica”. La ripetizione dell’esperimento effettuato dal Giappone con un nuovo fascio di neutrini arrivato da Ginevra ci mette in tutta sicurezza e confermano che la velocità della luce non viene superata. Sui neutrini è stata scoperta una nuova modalità di oscillazione. È stata confermata l’oscillazione dei neutrini del fascio sparato dal CERN al Gran Sasso. Alla scoperta dell’oscillazione dei neutrini nell’anno 2015 è stato attribuito il premio Nobel per la Fisica dell’Accademia si Svezia a Takaaki Kajita e ad Arthur B.McDonald per il loro contributo alla scoperta del fenomeno dell’oscillazione dei neutrini e del fatto che queste particelle elementari hanno massa, con gli esperimenti Super-Kamiokande e Sudbury Neutrino Observatory. La Lunga storia del neutrino è un esempio tipico del modo di procedere della ricerca scientifica,in cui un risultato sperimentale inspiegabile porta alla formulazione di una teoria che a sua volta permette di ottenere nuovi risultati sperimentali.

Manfredi Villani

Gerusalemme. Co-mai: rispetto per i luoghi sacri

metaldetector“Siamo profondamente addolorati e preoccupati per la catena di scontri, per i morti e, stando alle fonte mediche locali in contatto diretto con le Co-mai, gli oltre 500 feriti a Gerusalemme e in Cisgiordania”: così Foad Aodi, Presidente delle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e Fondatore di CRISTIANINMOSCHEA, commenta la situazione drammatica in atto dopo la decisione del Governo Israeliano d’installare i metal detector all’ ingresso del terzo luogo sacro dell’Islam, la Moschea al-Aqsa di Gerusalemme (ad Amman, capitale della Giordania, inoltre, in una sparatoria nell’ ambasciata israeliana, scatenata da un giovane estremista giordano, sono rimasti uccisi due cittadini giordani, e un israeliano gravemente ferito).

Grazie a una telefonata tra il premier israeliano Netanyahu e il re di Giordania Abdallah, sembra ora .vicina un’ intesa che prevede, in parallelo, la rimozione dei metal detector dalla Spianata delle Moschee (ci saranno, però, telecamere di sorveglianza), e il ritorno in Israele dell’ agente di sicurezza coinvolto nell’ incidente di Amman).

I fatti di Gerusalemme han scatenato manifestazioni in tutti i Paesi arabi e nelle capitali europee, da parte di arabi e musulmani, a sostegno della Moschea, per difenderne l’ indipendenza e rivendicarne la dignità (Al-Aqsa rappresenta, infatti, un luogo di culto storico di grande importanza, non solo per i palestinesi, ma per tutto il mondo arabo e musulmano). “Non è con la provocazione e la limitazione dell’ingresso alla Moschea di al-Aqsa – prosegue Aodi – che si supera la guerra tra palestinesi e israeliani; anzi in questo modo si rallenta quel processo di pace tanto auspicato da tutti gli uomini e le donne di buona volontà, fatta esclusione degli estremisti e dei terroristi. I conflitti potranno allentarsi solo con una soluzione pacifica, che deve essere portata avanti dalla diplomazia internazionale, favorendo la costituzione di due Stati (E’ la formula “Un territorio, due Stati”: da decenni base ufficiale delle trattative israelo-palestinesi, sin dagli accordi di Oslo e di Washington del 1992- ’93, N.d.R.). Auspichiamo quindi che il Governo Israeliano faccia un passo indietro, decidendo d’ eliminare veramente i metal detector per far cessare le manifestazioni in Medio Oriente e in Europa da parte delle comunità palestinesi, arabe e musulmane.

Siamo con Papa Francesco, che condanna qualsiasi atto disumano che minacci la pace nel mondo (“Sento il bisogno di esprimere un accorato appello alla moderazione e al dialogo. Vi invito ad unirvi a me nella preghiera, affinché il Signore ispiri a tutti propositi di riconciliazione e di pace”, ha detto il Pontefice a proposito di Gerusalemme, al termine dell’Angelus di domenica 23 luglio, N. d. R.).

“Stiamo correndo un grosso rischio”, conclude Aodi: quello d’ una mobilitazione PalestineseArabaMusulmana nel mondo per la liberazione e l’indipendenza di al-Aqsa, che potrebbe portare a una quarta intifada. Non possiamo rimanere passivi e ci appelliamo ai Governi chiedendo loro di lavorare insieme al mondo arabo per accelerare questa pace. Perché non è solo una pace tra israeliani e palestinesi, è la pace di tutta l’umanità”.

Fabrizio Federici