La nascita dell’egemonia
dei mercati finanziari

finanzaSpesso, con l’evocazione della globalizzazione dei mercati si allude alla perdita della capacità degli Stati di assicurare un razionale governo delle economie nazionali; ciò, in considerazione del fatto che il presunto affievolirsi del ruolo degli Stati-nazione, con cui l’economia globale si è liberata dei “vincoli territoriali”, avrebbe consentito all’attività economica di svolgersi a livello globale. al di sopra degli Stati, anziché a livello interstatale. I singoli Stati avrebbero concorso a creare “una struttura per la regolamentazione delle attività economiche, rispetto alla quale essi rimangono ancora i maggiori protagonisti”; nel senso che gli Stati avrebbero creato tale struttura allo scopo di fornire un valido sostegno all’economia globale, senza la quale questa non potrebbe funzionare, con conseguenze che nessuno avrebbe trovato vantaggiose.
Questa tesi è sostenuta da Ethan B. Kapstein, docente all’Università statale dell’Arizona e già funzionario internazionale del settore bancario, in “Governare l’economia globale. La finanza internazionale e lo Stato”. Il ruolo che gli Stati hanno svolto in occasione delle crisi petrolifere degli anni Settanta sono all’origine, a parere di Kapstein, della primazia conquistata dai mercati finanziari su quelli reali; rendersi conto del processo attraverso il quale è stata creata la struttura finanziaria dell’economia globale consente di capire le ragioni per cui è difficile il governo degli stati di crisi che continuano ad affliggere molti Paesi, come quelli ad esempio che appartengono allo spazio economico integrato dell’Unione Europea; questi vorrebbero trovare una “via di fuga” dagli effetti negativi della Grande Recessione del 2008/2009, invocando un impegno solidaristico che è difficile, se non impossibile, da soddisfare.
Il momento in cui i mercati finanziari hanno assunto un ruolo dominante viene individuato da Kapstein negli shock petroliferi degli anni Settanta, che hanno causato “i più grandi trasferimenti di reddito della storia”; originati, questi ultimi, dalla guerra dello Yom Kippur, scoppiata nel 1973 tra l’Egitto e la Siria, da un lato, e Israele dall’altro. Di fronte al prevalere dello Stato di Israele, i ministri rappresentanti l’”Organizzazione dei Paesi arabi esportatori di petrolio” (OPEC) si sono incontrati per concordare un piano comune riguardo alle esportazioni di petrolio. La prima decisione è stata quella di aumentare il prezzo del combustibile e di ridurre la produzione di greggio, minacciando i Paesi industriali dell’Occidente di effettuare ulteriori aumenti dei prezzi e dei tagli di produzione se Israele non si fosse ritirata da tutti i territori arabi occupati nel 1967, in occasione della “guerra dei sei giorni”. Con tale decisione ha avuto inizio la “prima crisi petrolifera”, che ha originato ristrettezze economiche per i Paesi più industrializzati dell’Occidente e difficoltà ancora più gravi per i Paesi in via di sviluppo, che hanno visto interrompersi il loro processo di crescita, prevalentemente fondato sul basso costo del petrolio importato.

Ethan Kapstein

Ethan Kapstein

Le decisioni dell’OPEC, causando i “grandi trasferimento di reddito” espressi in dollari (la valuta che, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, era divenuta la “moneta base” a livello internazionale), soprattutto dai Paesi più industrializzati a favore dei Paesi arabi produttori di petrolio; questi ultimi sono venuti a trovarsi nella necessità di individuare forme convenienti di investimento per i loro avanzi commerciali. Ciò ha consentito ai Paesi industrializzati occidentali, con gli Stati Uniti nella veste di Stato-leader, di rimediare al “ricatto” dei Paesi arabi, perseguendo due linee di azione politica: innanzitutto, aprendo la possibilità ad una parte dei petrodollari (così sono stati chiamati gli avanzi commerciali dei Paesi arabi) di trovare forme di investimento in tutti i comparti industriali manifatturieri delle economie occidentali, soprattutto nei comparti produttivi di manufatti ad alto consumo energetico (“sterilizzando” in tal modo la propensione dei Paesi aravi a rendere instabili, con il “ricatto”, i mercati dei prodotti delle attività produttive nelle quali avevano acquisito larghe partecipazioni), ma con rigida esclusione dei comparti produttivi delle tecnologie e dei prodotti direttamente connessi con l’estrazione e la commercializzazione del petrolio; in secondo luogo, favorendo la concessione di prestiti a favore dei Paesi in via di sviluppo, da parte soprattutto delle banche degli Stati Uniti, opportunamente incentivate per attrarre sotto forma di depositi la parte dei petrodollari non investita in attività reali.
Le banche americane, con l’assunzione del ruolo di finanziatori dei Paesi in via di sviluppo, hanno però assunto un alto “profilo di rischio”, dovuto al fatto che i loro portafogli venivano a maturare un “pesante” squilibrio nelle scadenze e nei tassi di interesse, derivante dalla concessione di prestiti a lungo termine a tasso fisso, finanziati con i depositi in petrodollari, a breve termine e a tasso variabile. Ciononostante, gli Stati Uniti, con le loro politiche macroeconomiche – afferma Kapstein – sono riusciti ad equilibrare i bisogni della loro economia interna con quelli dell’economia internazionale. A partire dal 1975, infatti, l’economia globale ha vissuto un periodo di stabilità, della quale hanno fruito gli stessi Paesi in via di sviluppo, almeno quelli che, dotati di materie prime da esportare, hanno potuto sperare di poter continuare ad aumentare il loro prodotto interno. Ma la stabilità non è durata a lungo, in quanto nel 1978/1979, con l’ascesa al potere di Khomeini in Iran, sulla scena mondiale si è profilata una nuova minaccia, causata dalla “seconda crisi petrolifera”, seguita alla chiusura della produzione petrolifera iraniana durante la rivoluzione islamica e dopo la destituzione dello Scià di Persia Reza Pahlavi.
Per i mercati finanziari internazionali, gli eventi del 1978/1979 hanno costituito una replica di quanto accaduto dopo la “prima crisi petrolifera”, nel senso che, ancora una volta, i Paesi esportatori di petrolio hanno visto aumentare gli avanzi delle loro bilance commerciali, mentre i Paesi in via di sviluppo, che i Paesi occidentali volevano conservare sotto la loro sfera d’influenza, hanno vissuto gli esiti di un aumento della loro esposizione debitoria, divenuta insostenibile, che ha dato origine nel 1982 alla “crisi del debito”. Questa, a parere di Kapstein, ha costituito “la più grande sfida alla stabilità economica internazionale che il mondo si fosse trovato ad affrontare dall’epoca della Grande Depressione”. Molti osservatori di allora hanno considerato il sistema finanziario, su cui poggiava il funzionamento dell’economia globale, esposto al rischio d’”essere spazzato via” da un momento all’altro.
Nel giro di un decennio, però, anche i rischi legati alla crisi del debito dei Paesi in via di sviluppo sono stati superati; al riguardo, Kapstein ricorda che “un titolo dell’Economist annunciava: ‘Crisi del debito: riposa in pace’”. Com’è potuto accadere tutto ciò? La spiegazione di Kapstein è che se gli Stati industrializzati dell’Occidente volevano evitare il destino economico e politico degli anni Trenta dovevano allargare e ammodernare la struttura che era stata creata per governare il mercato finanziario globale dopo il secondo conflitto mondiale; allora, tale struttura è stata realizzata mediante l’”Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio”, meglio conosciuto come “General Agreement on Tariffs and Trade” (GATT), col quale sono state stabilite le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali, al fine di favorire, pur in presenza di molti vincoli, la liberalizzazione del commercio mondiale di prodotti finiti e di materie prime.
Per risolvere il problema della crisi del debito, i sistemi industriali occidentali hanno dovuto riconoscere la necessità “che fossero gli Stati a svolgere un ruolo guida”; ciò, in considerazione del fatto che i mercati finanziari, lasciati a se stessi, non potevano dar luogo ad esiti stabili, utili per tutti. Per prima cosa, è stato riconosciuto che la crisi del debito aveva una natura sistemica, che “poteva far crollare il sistema finanziario internazionale. Solo gli Stati avevano la possibilità di mobilitare liquidità sufficiente a mantenere in funzione il sistema”. In secondo luogo, è stato necessario far rispettare gli accordi sui prestiti internazionali, che ancora una volta solo gli Stati potevano garantire attraverso l’esercizio di una conveniente “pressione” (politica, diplomatica, militare), perché i Paesi indebitati onorassero i loro impegni. In terzo luogo, è stato anche inevitabile riconoscere che, in assenza del potere regolatore dello Stato, le singole banche potessero essere tentate di sottrarsi agli impegni riguardo alla funzionalità della struttura finanziaria internazionale, a seconda della composizione del loro portafoglio. Infine, ai Paesi creditori, attraverso le istituzioni internazionali preposte al governo del sistema finanziario globale, è stato consentito di poter imporre le proprie condizioni sui prestiti che venivano concessi ai Paesi debitori.
“Nessuno di questi compiti – afferma Kapstein – avrebbe potuto essere svolto in modo adeguato soltanto dal mercato”; ragione, questa, per cui il regolare funzionamento della struttura finanziaria internazionale è diventata la condizione essenziale per la salvaguardia della libertà di commercio a livello globale. La primazia dei mercati finanziari ha preso così corpo, aprendo la strada alla globalizzazione e all’integrazione ulteriore dei sistemi economici nazionali, con l’abolizione dei vincoli residui, previsti dal GATT, sulla libertà di investimento e di movimento delle persone a livello globale.
Per garantire la stabilità economica a livello mondiale, la struttura finanziaria internazionale è stata dotata di istituzioni operanti a due livelli: a un livello superiore, sono state poste le istituzioni preposte al governo della cooperazione internazionale tra gli Stati; a un livello funzionalmente inferiore, sono state collocate le istituzioni interne ai singoli Stati, con l’assegnazione alle banche centrali dell’esercizio del controllo sulle altre istituzioni finanziarie interne, perché la loro attività consentisse di “conciliare gli interessi prudenziali con quelli competitivi” del sistema economico di appartenenza.
La struttura di governo del sistema finanziario globale dimostra che, con gli accodi che hanno consentito la costruzione del sistema finanziario internazionale nato dopo le crisi petrolifere e di quella del debiti dei Paesi in via di sviluppo, le banche non sono mai state – come sottolinea Kapstein – degli operatori economici “liberi”, ma operatori altamente vigilati, perché la loro attività consentisse di conciliare gli interessi del sistema economico di appartenenza con quelli del regolare funzionamento del sistema finanziario internazionale. La stessa struttura di governo del sistema finanziario globale dimostra anche come, spesso, il suo modo di operare contrasti con la realtà; è frequente, infatti, che la cooperazione tra gli Stati-nazione sia disattesa da qualcuno di essi, con conseguenze negative per l’economia globale, tanto più gravi, quanto più importante è il ruolo dello Stato le cui istituzioni finanziarie interne operino in modo da non conciliare gli interessi del sistema economico nazionale con quelli del regolare funzionamento del sistema finanziario internazionale. L’esempio più clamoroso è espresso dalla “crisi dei subprime”, scoppiata alla fine del 2006 negli Stati Uniti, con gravi conseguenze per l’economia mondiale; questa crisi ha originato, com’è noto, la Grande Recessione che ha colpito in modo particolare i Paesi industrializzati dell’Occidente, da molti considerata la peggior crisi economica dai tempi della Grande Depressione del 1929/1932.
L’esempio della crisi innescata dallo “scorretto” comportamento delle istituzioni finanziarie interne di uno dei Paesi, parte integrante della struttura finanziaria internazionale, sta a dimostrare come la supremazia dei mercati finanziari non sia di per sé in grado di mettere al riparo l’economia globale dal pericolo del sopraggiungere di nuove crisi; pericolo che non potrà certo essere evitato in futuro, sin tanto che la struttura globale che dovrebbe impedirlo sarà parzialmente fondata su istituzioni finanziarie che devono avere cura anche degli interessi nazionali.
Ciò che l’analisi di Kapstein può valere a suggerire ai Paesi aderenti all’Unione Europea è che gli obblighi contratti dai singoli Stati-nazione con l’adesione agli accordi stipulati per la creazione e la salvaguardia delle struttura finanziaria internazionale costituiscono forse l’ostacolo maggiore (se non insormontabile) che impedisce il conseguimento della tanto auspicata unità politica, lasciando indifferenti le istituzioni finanziarie internazionali, per via degli effetti destabilizzanti che la realizzazione dell’unificazione politica dei Paesi europei potrebbe provocare sulla capacità di tenuta della struttura finanziaria globale.
Il risvolto dell’impedimento al conseguimento dell’integrazione dell’Europa anche a livello politico potrebbe essere ottimisticamente trovato nel fatto che un’Europa unita dovrebbe essere percepita dagli Stati membri come la condizione utile a limitare, o a equilibrare, le asimmetrie decisionali esistenti a vantaggio dei cosiddetti “azionisti di riferimento” presenti all’interno delle istituzioni finanziarie internazionale. Ciò implicherebbe il riconoscimento, da parte dei Paesi europei, che sono le asimmetrie di potere la principale causa scatenate delle crisi che le superpotenze, col loro comportamento, non esitano a consentire, talvolta a facilitare, il loro verificarsi, quando sono in gioco i loro interessi nazionali.

Gianfranco Sabattini

Il dialogo interreligioso contro il terrorismo

religione“Le Comunità del Mondo Arabo in Italia condannano fermamente gli attentati terroristici degli ultimi giorni in Turchia, Egitto, Somalia e Nigeria. Siamo con tutte le vittime di questi atti di terrore, e con i nostri fratelli cristiani e copti che vivono nei Paesi arabi”. Così Foad Aodi, presidente delle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e del Movimento internazionale e inter-professionale “Uniti per Unire”, commenta quella che è stata, in Paesi diversi, una stessa domenica di sangue, l’11 dicembre. Una bomba è esplosa, infatti, al Cairo nelle vicinanze della Cattedrale cristiana copta di San Marco, provocando 25 morti e 69 feriti; l’esplosione d’ un camion bomba in Somalia al porto di Mogadiscio, con tecnica “iracheno-libanese”, rivendicata dai militanti islamici di al Shabaab, ha portato a 29 morti; in Nigeria 2 “baby-kamikaze”, bambine di 7-8 anni, incredibilmente si son fatte esplodere in un mercato nel Nord- Est del Paese, ferendo 17 persone. Aggiungiamo, sempre l’11 dicembre, i due attentati accaduti nel centro di Istambul (pista principale: i curdi, il PKK oppure i separatisti del gruppo dissidente Tak), con 38 morti.

logo-co-mai“In risposta a questi attentati, che – sottolinea Aodi – sono “espressione d’ una guerra contro le religioni e non tra le religioni, e che sembrano voler spezzare vite, idee e speranza, i rappresentanti delle comunità e delle associazioni d’ origine straniera, arabe, musulmane, cristiane, religiose o laiche in Italia che hanno aderito all’evento dell’ 11 settembre scorso #Cristianinmoshea, si riuniranno nuovamente il 22 dicembre pomeriggio a Roma, al Teatro “Palco delle Valli” di Via Valsavaranche a Montesacro, attorno a un albero di Natale, per esprimere il loro messaggio d’ auguri e di pace”. I messaggi scritti dai partecipanti all’ iniziativa” #ANataleRegalaDialogo”, targata Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e Movimento “Uniti per Unire”, già promotori di #Cristianinmoschea, saranno inseriti all’interno d’ una grande cesta, e letti dagli aderenti nel corso della serata. L’obiettivo è dare seguito al dialogo “porta a porta” contro il terrorismo, come già s’è fatto l’11 settembre con tante riunioni conviviali tra cristiani e mussulmani in tutta Italia, nella forza dell’unione e della buona convivenza tra le culture e le religioni.

logo-uniti-per-unire“Andiamo avanti nella consapevolezza che ciascuno di noi può essere un portatore di pace”, dichiara Aodi (“Beati i costruttori di pace”, dice chiaramente Cristo nello storico Discorso delle beatitudini, N.d.R.) “Abbiamo condiviso a settembre una Festività musulmana con tutte le religioni e adesso – prosegue – vogliamo fare del Natale, festa essenzialmente cristiana, un momento di riflessione, di incontro interreligioso e di amore. Il 22 dicembre diamo spazio alla lettura dei messaggi espressi liberamente dai partecipanti, in un clima d’ armonia e di rispetto reciproco. Questo il nostro invito, e il nostro più grande augurio”.

Tra i membri del Comitato #Cristianinmoschea, Adel Amer, Presidente della comunità egiziana in Italia, commenta: “Ringraziamo le Co-mai, che sono attente alle nostre problematiche e promuovono iniziative come questa. Riguardo a tutto quel che accade in Medio Oriente, confermiamo la nostra condanna del terrorismo cieco ed esprimiamo solidarietà nei confronti di tutte le vittime. Questi atti non ci scoraggiano; saremo sempre vigili e attenti, e combatteremo sempre il terrorismo”.

L’Ing. Giuseppe Rotunno, Segretario nazionale del Comitato di Collegamento di Cattolici per una Civiltà dell’Amore, l’Onlus che ha promosso il Piano europeo di microimprese per lo sviluppo di Africa e M.O., in occasione della Preghiera per la Pace dello Spirito ad Assisi il 27 ottobre, col coinvolgimento dei rappresentanti delle diverse religioni e delle Co-mai, ribadisce il suo messaggio di pace: “In occasioni come questa possiamo dare un forte segnale: che il bene vince sul male. Ciascuno nel suo piccolo può fare qualcosa per la pace, e l’unione di queste forze è sempre stata vincente su ogni guerra e ogni violenza. Con la nostra organizzazione riprendiamo dall’Europa un piano di lavoro, che favorisca l’occupazione e lo sviluppo economico creato dalle micro-imprese dell’Europa, dell’Africa e del Medio Oriente, per portare la pace nel Mediterraneo: affinché da un mare di morte torni ad essere un mare di civiltà, della civiltà dell’Amore del Padre di tutti”.

Fabrizio Federici

Istat. Aumento dell’0,1% dell’inflazione a novembre

inflazione2Per l’Istat, nel mese di novembre 2016, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,1% su base mensile e registra un aumento dello 0,1% rispetto a novembre 2015 (da -0,2% a ottobre) confermando la stima preliminare.
La lieve ripresa dell’inflazione è dovuta soprattutto all’andamento dei prezzi dei servizi, tra cui si notano maggiormente la ripresa dei prezzi per i Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+0,7%, la variazione era nulla a ottobre) e la crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti che raggiungono +0,9%, (da +0,6% di ottobre). Tra i beni, contribuiscono al ritorno all’inflazione sia i prezzi dei Beni energetici non regolamentati (+0,3%, da -0,9% di ottobre) sia quelli degli Alimentari non lavorati (+0,2%, da -0,4% di ottobre). In controtendenza, i beni durevoli scendono a +0,2% (da +0,6%).
Pertanto, il differenziale inflazionistico tra servizi e beni si amplia rispetto a ottobre 2016, portandosi a +0,9 punti percentuali. I prezzi dei beni fanno registrare una flessione pari a meno 0,4% come quella di ottobre. Il tasso di crescita dei prezzi dei servizi sale a +0,5 da +0,1% del mese precedente.
Sia l’inflazione di fondo, calcolata al netto degli alimentari non lavorati e dei beni energetici, sia l’inflazione al netto dei beni energetici, segnano un’accelerazione della crescita attestandosi entrambe a +0,4%, da +0,2% di ottobre.
L’inflazione acquisita per il 2016 risulta pari a -0,2% (da -0,1 a ottobre).
I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dello 0,4% su base mensile registrando una diminuzione dello 0,1% su base annua (era -0,2% a ottobre).
I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto aumentano dello 0,3% in termini congiunturali e registrano una crescita su base annua dello 0,5%, da +0,2% del mese precedente.
L’indice dei prezzi al consumo armonizzato (IPCA) diminuisce dello 0,2% su base mensile e aumenta dello 0,1% su base annua (da -0,1% di ottobre), confermando la stima preliminare.
L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra una variazione nulla su base mensile e aumenta dello 0,1% in confronto al mese di novembre 2015.
I dati denotano la tendenza di un leggero aumento della propensione ai consumi rispetto al mese di ottobre. Sembrerebbero timidi segnali di una lieve ripresa economica che continua a permanere in uno stato di fragilità. Poco significativi continuano ad essere le variazioni degli indicatori economici che manifestano un andamento altalenante dal quale non è possibile individuare un trend durevole di ripresa economica. I dati sono ancora insufficienti per affermare che si sta passando dalla deflazione all’inflazione. Il quadro economico attuale si troverebbe in una posizione di stallo tra non crescita e non decrescita.

Salvatore Rondello

Canone Rai. Agenzia Entrate sollecita chi non ha la tv

canone-raiDopo le contestazioni si riaffaccia il canone della televisione pubblica italiana. La prima rata per il canone tv dell’anno 2017 scatta già a partire dal prossimo gennaio, per cui l’Agenzia delle Entrate avverte chi non possiede un apparecchio televisivo che ha tempo fino al 31 gennaio 2017 per comunicarlo, presentando il modello di dichiarazione sostitutiva disponibile online per il caso di non detenzione dell’apparecchio. La motivazione dell’avviso è la seguente: la prima rata del canone scatta proprio a partire da gennaio e l’indicazione dell’Agenzia è finalizzata ad evitare che gli utenti trovino l’addebito in bolletta e si vedano costretti a chiedere il rimborso o comunque a scorporare la quota canone dalla fattura.
Raccogliendo le istruzioni dell’Agenzia, Federconsumatori raccomanda a tutti i cittadini che non siano in possesso dell’apparecchio televisivo di inviare la dichiarazione di non detenzione il prima possibile, compilando l’apposito modulo nei tempi indicati.
Il modello di dichiarazione sostitutiva è disponibile sui siti internet dell’Agenzia delle Entrate, www.agenziaentrate.it e della Rai www.canone.rai.it e va presentato direttamente dal contribuente o dall’erede tramite un’applicazione web, disponibile sul sito internet delle Entrate, utilizzando le credenziali Fisconline o Entratel rilasciate dall’Agenzia, oppure tramite gli intermediari abilitati (Caf e professionisti).
Nei casi in cui non sia possibile l’invio telematico, è prevista la presentazione del modello, insieme a un valido documento di riconoscimento, tramite servizio postale in plico raccomandato senza busta all’indirizzo: Agenzia delle Entrate Ufficio di Torino 1, S.A.T. – Sportello abbonamenti tv – Casella Postale 22 – 10121 Torino. La dichiarazione sostitutiva può essere firmata digitalmente e presentata anche tramite posta elettronica certificata all’indirizzo cp22.sat@postacertificata.rai.it.
La questione dell’anticipo ha rimesso in luce come ancora una volta a pagare è il cittadino. L’utente non solo ha l’onere di presentare ogni anno la dichiarazione di non detenzione ma si trova in una situazione paradossale, in cui le norme vigenti fissano una scadenza che di fatto deve essere anticipata per evitare costi e disagi per la richiesta di rimborso. Si tratta di un errore macroscopico, che crea grande confusione e lascia allibiti.
Per Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, “è evidente che ci troviamo di fronte a una regola assurda, a un vero e proprio abuso nei confronti dei contribuenti – scrive in una nota – Non è possibile che chi non ha la tv sia costretto per tutta la vita a presentare ogni anno una dichiarazione di non detenzione. Si tratta di una sopraffazione bella e buona. Per questo avevamo chiesto che in questa legge di Bilancio si modificasse il contenuto delle precedente legge di Stabilità, laddove si prevede che la dichiarazione di non detenzione ha validità solo per l’anno in cui è presentata. Richiesta che ribadiamo. Se poi, oltre a inviare una dichiarazione perpetua, con relative spese, si è pure costretti a presentare la domanda di rimborso, ci troviamo di fronte a una vera e propria persecuzione”.

Un uomo della Goldman Sachs al Tesoro americano

La nomina di goldmanSteven Mnuchin a segretario del Tesoro della nuova amministrazione Trump non è certamente un segnale positivo. Noi l’abbiamo paventata in un articolo scritto due settimane fa.

Mnuchin è un rampollo della Goldman Sachs, la banca numero uno della grande speculazione. Anzi, si potrebbe dire che vi è ‘nato dentro’: il padre Robert ne è stato partner per ben 30 anni; Steven vi ha lavorato per 17 anni, fino al 2002, arrivando a gestire il delicato settore dei titoli di stato, delle obbligazioni e delle ipoteche immobiliari.

In questo periodo Mnuchin ha collaborato anche con il Fund Management di George Soros, il megaspeculatore  tristemente noto in Italia per i suoi “assalti” contro la lira nel 1992-3, che misero in ginocchio la nostra moneta.

Nel 2004, dopo l’esperienza alla GS, il futuro segretario del Tesoro si mise in proprio creando un suo hedge fund speculativo, il Dune Capital Management, uno di quelli che sono stati spesso chiamati “fondi avvoltoio”. Ha partecipato ai progetti di investimento immobiliare di Trump e investito anche in Hollywood e nella produzione di alcuni film di cassetta.

Sono stati gli anni della deregulation e della grande abbuffata speculativa che hanno creato la bolla finanziaria e quella dei mutui subprime scoppiate nel 2008 con il fallimento della Lehman Brothers.

Per meglio capire le idee e il modus operandi di Mnuchin, è importante analizzare la sua decisione di comprare, nel 2009, la banca di credito immobiliare IndyMac  dopo il suo fallimento. Perché si compra una banca fallita?  Per fare soldi con simili investimenti occorre essere molto furbi e senza scrupoli. La sua furbizia fu nella clausola imposta all’agenzia statale venditrice, la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC),  di “condivisione delle perdite”, qualora eventuali mutui e titoli acquisiti fossero diventati inesigibili. Nel contempo con aggressiva determinazione parecchie migliaia di famiglie, incapaci di pagare i mutui accesi, furono messe alla porta e le loro case acquisite dalla banca, che nel frattempo aveva cambiato nome in OneWest Bank.

Per Mnuchin è stato un grande affare: la FDIC nel frattempo versa 1 miliardo di dollari per la parte dei crediti inesigibili e la vendita successiva della OneWest nel 2015 frutta 3,4 miliardi di dollari, il doppio del prezzo d’acquisto.

Evidentemente gli insegnamenti acquisiti alla Goldman Sachs sono stati molto utili e fruttuosi per il futuro segretario al Tesoro. Perciò è opportuno ricordare che, in rapporto alla crisi finanziaria americana e globale, la GS è stata oggetto di approfondite indagini da parte di due commissioni bipartisan, una del Senato americano e l’altra indipendente, ma formata da esperti nominati dal Partito Democratico e da quello Repubblicano. La Commissione del Senato, denunciando l’operato delle grandi banche americane, in primis la GS, ha scritto:”E’ stata una distruzione fino alle fondamenta del sistema finanziario”. Persino Trump durante la campagna elettorale ha denunciato i dirigenti della GS come la personificazione dell’elite globale che “ha derubato gli operai americani”.

Mnuchin sarebbe il terzo segretario al Tesoro che si è fatto le ossa alla Goldman Sachs. Prima di lui vi sono stati  Henry Paulson con il presidente George W. Bush e Robert Rubin con il presidente Clinton. Il primo divenne famoso per avere permesso alle banche di speculare fino al crack per poi salvarle con i soldi pubblici, il secondo preparò l’abrogazione della legge Glass-Steagal di separazione bancaria.

Cosa ci si può quindi aspettare dal nuovo segretario al Tesoro, se verrà confermato all’inizio del 2017 da un Congresso a maggioranza Repubblicana?

In primo luogo che possa ridare mano libera alle grandi banche per operare “as usual”. Si ricordi che i tentativi del presidente Obama di realizzare la riforma della grande finanza sono stati contenuti e alla fine quasi sconfitti dalla potente lobby bancaria americana. Le  banche ‘too big to fail’ ora sicuramente si sentono pronte per la spallata definitiva a ogni tipo controllo sul loro operato e ad ogni tentativo di frenare le loro azioni, anche quelle speculative ad alto rischio.

Ci si potrebbe chiedere se l’approccio prettamente finanziario possa entrare in collisione con il Trump imprenditore che dice di voler rilanciare gli investimenti, anche nelle infrastrutture. Non sarebbe salutare per la comunità americana, e nemmeno per il resto del mondo, se si raggiungesse un compromesso per far gestire gli investimenti alle grandi banche.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia **economista

Nozze gay, illegittimi
gli annullamenti dei prefetti

Unioni civili-DDL CirinnàIl Consiglio di Stato ha dichiarato illegittimi i decreti con cui i Prefetti, su disposizione del Ministro dell’Interno Angelino Alfano, avevano annullato gli atti dei sindaci che avevano registrato nei propri comuni le nozze fra persone dello stesso sesso contratte all’estero. Secondo i giudici il potere di annullare gli atti dei sindaci compete solo ed esclusivamente al Consiglio dei Ministri e non ai Prefetti che non avrebbero questa competenza. Proprio Angelino Alfano aveva infatti invitato i Prefetti di Milano ed Udine ad annullare le trascrizioni delle unioni civili, in modo tale da renderle nulle agli occhi della Legge. Una disposizione che aveva attirato numerose critiche, e che questa mattina è stata giudicata inammissibile da due sentenze emesse dalla Terza Sezione del Consiglio di Stato (n. 5047 e n. 5048), che ha così rigettato le recriminazioni del Ministro degli Interni.

Era il 2014 quando alcune città – in attesa che una legge definisse la questione – decisero di agire autonomamente. Il sindaco Giuliano Pisapia firmò in un colpo solo dodici trascrizioni: tutte coppie in cui almeno uno degli sposi o delle spose aveva la residenza a Milano, ma che avevano deciso di sposarsi in Paesi stranieri dove le nozze gay erano già consentite. Una sfida, quella di Pisapia e degli altri sindaci, al ministro Alfano, che reagì imponendo ai prefetti la cancellazione d’imperio.

Il Comune di Milano, con alcune delle coppie coinvolte, si è successivamente rivolto al Consiglio di Stato per vedere riconosciuto quel diritto, e i giudici hanno accolto la loro tesi, pur non entrando nel merito della questione, ovvero se i sindaci potessero trascrivere i matrimoni contratti all’estero da persone dello stesso sesso. Questione in parte superata, adesso, dalla legge sulle unioni civili, che prevede la trascrizione, su richiesta degli interessati, nel nuovo registro delle unioni civili di ogni Comune.

AIDS. In Europa uno su 7 non sa di essere sieropositivo

aids-hiv“L’Hiv continua ad essere un grave problema in Europa – afferma il commissario alla Salute europeo Vytenis Andriukaitis -. La stima che una persona su sette non sa di essere infetta è particolarmente preoccupante, perché queste persone non hanno accesso alle terapie salvavita e possono continuare a trasmettere il virus agli altri”.
In Europa ci sono almeno 122mila persone sieropositive che non sanno di esserlo, circa uno su sette del totale degli infetti. La stima è del Centro Europeo di Controllo delle Malattie (Ecdc) e dell’Oms Europa, ed è stata pubblicata a pochi giorni dal World Aids Day dell’1 dicembre.

Secondo il rapporto, che si riferisce ai 31 paesi dell’Ue e dell’Area Economica Allargata, nel 2015 ci sono state 30mila nuove notifiche di casi, un numero in linea con gli anni precedenti, mentre il tempo stimato fra l’infezione e la diagnosi è altissimo, circa quattro anni, con metà dei pazienti che scopre di essere sieropositivo quando l’infezione è in fase avanzata. Il 42% delle nuove diagnosi riguarda uomini che hanno fatto sesso con uomini, mentre i rapporti eterosessuali seguono con il 32% e l’uso di siringhe infette è responsabile nel 4% dei casi.
L’Oms infatti ha lanciato l’allarme: nel mondo ci sono 14 milioni di sieropositivi ma molti non sanno di esserlo. Tra le donne le adolescenti e le giovani dell’Africa orientale e meridionale registrano tassi di infezione fino a 8 volte superiori rispetto ai coetanei maschi. Tra i 15 e i 19 anni d’età, meno di una su 5 è consapevole di essere sieropositiva.
L’Oms così sostiene la distribuzione gratuita di kit di auto-test Hiv e altri approcci che ne permettano l’acquisto a prezzi accessibili. È stato dimostrato, precisa l’Oms, che l’auto-test Hiv arriva quasi a raddoppiare la frequenza dei test dell’Hiv fra gli uomini che hanno rapporti sessuali con gli uomini, e recenti studi in Kenya hanno osservato anche che i partner delle donne in gravidanza hanno un tasso di utilizzo doppio se viene loro offerto l’auto-test dell’Hiv.
Al momento sono 23 i Paesi che hanno politiche nazionali a sostegno di questo strumento. Molti altri le stanno sviluppando adesso, ma l’implementazione su vasta scala rimane limitata.

E ancora la diffusione del test rimane bassa in ‘popolazioni chiave’ – in particolare uomini che hanno rapporti sessuali con gli uomini, lavoratori del sesso, transgender, persone che si iniettano droghe, e carcerati – che costituiscono circa il 44% degli 1,9 milioni di nuovi casi di infezione da Hiv che si verificano ogni anno su adulti.

L’Inquinamento si ripercuote su asma e allergie

asma-bronchialeL’inquinamento è il principale responsabile del progressivo riscaldamento dell’atmosfera. Quest’ultimo è a sua volta responsabile dell’aumento dei pollini nell’aria e dell’aumento della durata delle stagioni polliniche.

Il rapporto sulla qualità dell’aria, stilato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, segnala che gli inquinanti mostrano un trend in riduzione, ma la qualità globale dell’aria è ancora bassa per l’elevata concentrazione di sostanze tossiche volatili e particolate. Di seguito l’analisi dei vicepresidenti del Congresso “Highlights in allergy and respiratory diseases” di Genova, che si è svolto dal 17 al 19 novembre, presieduto dal Prof. Giorgio Walter Canonica.

INQUINAMENTO CAUSA DI ASMA E INFIAMMAZIONI – “L’inquinamento atmosferico – spiega il Prof. Giovanni Passalacqua, Dipartimento di Medicina Interna e Specialità Mediche, Università degli Studi di Genova – è sicuramente uno dei più importanti fattori esterni che influenzano la salute delle vie respiratorie, le quali sono appunto in costante contatto con l’aria ambiente. Anche per le malattie allergiche respiratorie esistono legami tra patologia ed inquinamento, alcuni noti e studiati da decenni. Nell’asma allergica è presente una infiammazione cronica dei bronchi che genera una maggior facilità di chiusura delle vie aeree (iperreattività bronchiale). E’ evidente che l’inalazione di sostanze irritanti in alte concentrazioni non fa altro che aumentare questa reattività bronchiale e può quindi peggiorare i sintomi. Peraltro, è stato dimostrato molto chiaramente che l’utilizzo di farmaci inalatori per l’asma, correla in maniera diretta con l’entità dell’inquinamento atmosferico. Nelle zone circostanti le strade di grande traffico la prevalenza di malattie allergiche (asma e rinite) è maggiore che nelle zone rurali.

INQUINAMENTO CAUSA AUMENTO POLLINI – “Esiste un altro legame meno noto tra inquinamento e allergie – aggiunge il Prof. Passalacqua – L’inquinamento è il principale responsabile del progressivo riscaldamento dell’atmosfera. Quest’ultimo è a sua volta responsabile dell’aumento dei pollini nell’aria e dell’aumento della durata delle stagioni polliniche. Tale fenomeno è stato ben osservato dal nostro gruppo in Liguria, in uno studio durato 25 anni. Anche se il rapporto Europeo si riferisce all’aria esterna, ricordiamo che esiste anche un “inquinamento indoor” (sostanze chimiche, detersivi, vernici). Tra gli inquinanti indoor possiamo far rientrare anche alcuni dei maggiori responsabili di allergia respiratoria: acari della polvere, forfora di animali e muffe. In conclusione esistono diversi e più o meno stretti legami tra l’inquinamento atmosferico e la patologia allergica, che come sappiamo è molto influenzata da tutto quello che è “ambiente esterno””.

“L’inquinamento – afferma il Prof. Fulvio Braido, Dirigente Medico dell’Ospedale San Martino di Genova – è la principale causa dell’incremento delle allergie. La tecnologia e l’industrializzazione hanno portato ad importanti cambiamenti ambientali, all’incremento dell’inquinamento atmosferico e alla riduzione dell’esposizione agli agenti infettivi. Tutto ciò porta ad una alterazione della normale risposta infiammatoria e immunitaria con conseguente incremento delle allergie. E’ noto che, confrontando i bambini delle città con quelli che vivono in un ambiente rurale, i primi hanno più allergie. Ma l’inquinamento è anche causa di aggravamento dei sintomi in pazienti con patologia allergica. Si consigliano, quindi, non solo misure di riduzione delle emissioni, ma anche una maggior consapevolezza delle malattie allergiche e una maggiore attenzione nel controllo dell’asma”.

Maltempo. Simoncini: “Non insegnano le alluvioni?”

Maltempo-abusivismo-franeIl Centro Funzionale di Arpa Piemonte conferma per la giornata odierna l’allerta ROSSA nelle zone alpine e prealpine occidentali, dalle valli Orco, Lanzo, Susa, Chisone, Pellice, Sangone fino alla Valle Po in provincia di Torino e la estende anche alla Valle Tanaro fino alla pianura in provincia di Cuneo, mantiene l’allerta ARANCIONE nelle restanti zone alpine e prealpine dalla Valsesia alle Valli Belbo e Bormida e nelle pianure settentrionali e centrali, l’allerta GIALLA nelle Valli Toce e Scrivia.

La situazione è particolarmente critica in alta Valle Tanaro, dove le intense precipitazioni hanno determinato un notevole incremento dei livelli idrometrici del Tanaro e dei suoi affluenti che hanno superato le soglie di pericolo e sono esondati in molti punti a Garessio e a Ceva. La viabilità è interrotta a tratti in via cautelare e a tratti per frane e allagamenti. Le scuole sono chiuse e tutti i volontari della provincia di Cuneo, con rinforzi dalla altre province piemontesi, sono mobilitati per fronteggiare l’emergenza.

«I sessantotto morti e gli oltre duemila sfollati dell’alluvione del 1994 non hanno insegnato nulla: la provincia di Cuneo, ancora una volta, è sconvolta da un’ondata di maltempo che ne mette impietosamente in evidenza l’estrema fragilità del tessuto urbanistico e ambientale. Siamo in presenza di territori in cui la dispersione urbana e l’incessante impermeabilizzazione del suolo hanno compromesso considerevolmente la capacità del territorio di assorbire fenomeni meteorologici anche leggermente al di sopra della media. Con grande amarezza, bisogna constatare che ventidue anni sono passati invano: come in tante altre parti del nostro Paese, l’emotività legata al singolo evento non viene mai accompagnata da inequivocabili segnali di discontinuità, da un deciso cambio di direzione a livello di scelte politiche e di pratiche amministrative».

Lo dichiara l’ing. Sandro Simoncini, docente a contratto di Urbanistica e Legislazione Ambientale presso l’università Sapienza di Roma e presidente di Sogeea SpA.

«Di certo nessuno potrà dire che si è trattato di un fenomeno inatteso – spiega Simoncini –. Quella compresa fra le province di Cuneo e Savona è una delle zone dell’Italia settentrionale storicamente più sensibili dal punto di vista idrogeologico: negli ultimi cinquant’anni si possono contare almeno una sessantina di alluvioni di forte intensità e non più tardi del 2009 proprio il fiume Tanaro fu interessato da una piena di portata assai notevole. Sporadici interventi di manutenzione degli argini o di ripulitura dei letti dei corsi d’acqua non possono evidentemente bastare a mettere in sicurezza il mezzo milione di persone che solo in Piemonte vive in zone ad alto rischio di frane e alluvioni.

Allargando lo sguardo all’Italia, va sottolineato come un territorio di 23.000 chilometri quadrati, vale a dire l’equivalente dell’intera regione Toscana, sia ormai irrimediabilmente cementificato e impermeabilizzato. Tra l’altro, quasi il 30% del suolo consumato si trova in aree a pericolosità idraulica, il 23% in zone in cui è probabile che possano verificarsi delle frane. Le grandi città, ma anche realtà abitative di dimensioni assai più contenute, non perseguono serie politiche di riqualificazione dell’esistente, ma tendono senza sosta a svilupparsi verso l’esterno, erodendo porzioni sempre più vaste di territorio e creando periferie e frazioni prive dei necessari requisiti di sicurezza come argini per fiumi e torrenti, canali di scolo per la pioggia, impianti idrovori, consolidamento della piantumazione. Così facendo, vittime e danni si continueranno a contare senza sosta».

Nel Torinese i livelli idrometrici di Pellice, Stura di Lanzo, Chisone e Sangone hanno superato il livello di guardia e sono in crescita. I livelli del Po sono attualmente in crescita con valori al di sotto dei livelli di guardia. In provincia di Alessandria i livelli di Bormida e Orba rimangono stazionari al di sotto del livello di guardia, così come nel Vercellese.

Le intense precipitazioni continueranno su gran parte del Piemonte, in particolare sulla fascia montana e pedemontana di Torinese e Cuneese e sulle pianure adiacenti. Sul settore più settentrionale (Biellese e Vercellese) è attesa un’intensificazione delle piogge. La quota neve si manterrà stazionaria sui 1800-1900 m. Dal pomeriggio di domani è prevista una graduale attenuazione delle precipitazioni a partire dai settori meridionali.

La protezione civile invita i cittadini a mantenere comportamenti responsabili, in particolare limitando gli spostamenti ed evitando attività e stazionamenti in prossimità dei corsi d’acqua.

Si consiglia inoltre di seguire l’evolversi della situazione idrometeorologica e le ricadute sul territorio e della Protezione civile attraverso i siti istituzionali

http://www.regione.piemonte.it/protezionecivile/ e https://www.arpa.piemonte.it

e a consultare le buone pratiche di comportamento in caso di allerta all’indirizzo

http://www2.regione.piemonte.it/protezionecivile/index.php/allertamento/cosa-fare-in-caso-di-allerta Per gli spostamenti https://map.muoversinpiemonte.it/#traffic

Sandra Russo: “Milagro prosegue salda e forte”

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Gerardo Morales

Sandra Russo, giornalista argentina, si è occupata di radio e televisione e scrive per il quotidiano Página 12 fin dall’inzio della sua attività. Nel 2010 ha scritto “Jallalla: la Tupac Amaru, utopia in costruzione”, il primo libro su Milagro Sala. Insieme a lei cerchiamo di approfondire la questione della detenzione di Milagro Sala e l’attuale situazione argentina.

Sandra, prima di tutto, hai notizie della situazione di Milagro e degli altri prigionieri politici?

Da un lato, le notizie che arrivano da Jujuy sono preoccupanti, sia per Milagro che per gli altri militanti detenuti. La scorsa settimana, in quello che è sembrato essere il primo dato oggettivo di riconoscimento di quanto sta chiedendo l’ONU, sono state liberate due degli undici tupaqueros che erano detenuti insieme a Milagro. Dall’altro, benché abbia dei comprensibili crolli, Milagro è perfettamente cosciente della responsabilità della sua leadership. Si mantiene in contatto costante, manda periodicamente  messaggi per comunicare che è ancora integra, questa settimana abbiamo potuto ascoltare la sua voce in una radio nazionale, ed era salda e forte. In galera dallo scorso gennaio, continua la sua lotta e continua a essere la leader della Tupac Amaru.

I recenti interventi internazionali e la visita di Trudeau con le sue dichiarazioni stanno modificando la situazione a Jujuy?

Senza dubbio sì, benché il governo di Macri si muova come se fosse coperto di burro e tutto gli scivoli addosso. Quando è arrivata la richiesta dell’ONU, il governatore Gerardo Morales ha rilasciato una dichiarazione che ha soffiato sul fuoco di questa situazione di sospensione dello Stato di diritto a Jujuy. Ha detto: “Non ho intenzione di liberare questa donna”. Un governatore non deve imprigionare né liberare nessuno. Non sono funzioni che gli appartengono. La brutalità di Morales gli ha fatto dire la verità: è lui, per conto dell’esecutivo, che la tiene prigioniera. Per questo non c’è alcun dubbio sul fatto che stiamo parlando di prigionieri politici. Questo, prima o poi, finirà con un processo politico contro Morales, e il Potere Giuridico tornerà a funzionare normalmente. Bisogna intervenire urgentemente su quello di Jujuy, perché nessun cittadino jujeño gode delle benché minime garanzie costituzionali. Sembra che il governo, dopo l’intervento di Trudeau, si stia rendendo conto che non è un paese bolivariano a protestare, bensì un paese di prim’ordine, e quelle gerarchie, per questo governo, non sono indifferenti. Il Canada è parte di quel mondo cui presumibilmente Macri vuole avvicinare l’Argentina.

Numerosi osservatori hanno sottolineato l’influenza dei media nei processi di destabilizzazione dei governi progressisti. Come mai in anni di governo non si è riusciti a ottenere una legge di controllo e democratizzazione dei mezzi di diffusione? Che è successo nello specifico in Argentina e in Brasile?

In Argentina, perlomeno, abbiamo trascorso cinque anni con una legge sui Media approvata da una chiara maggioranza, dopo ampi dibattiti in ambiti di discussione di tutto il paese. Per tutto questo lungo tempo, più lungo di un mandato presidenziale, un settore della Magistratura, lo stesso che ora accusa Cristina Kirchner e cerca di impedirle la partecipazione alle prossime elezioni, ha imposto un’infinità di misure cautelari che hanno reso impossibile la piena applicazione della legge. Sono stati anni dove si discuteva se quella legge avrebbe diminuito o meno la libertà di espressione. Non lo avrebbe mai fatto. Restringeva solamente a 24 il numero delle licenze che un gruppo mediatico poteva avere. Oggi ci sono delle liste nere, io stessa non ho potuto fare la giornalista da quando Macri è salito al potere, e certamente la libertà di espressione non è argomento di nessuna agenda. Non gli è mai importato nulla della libertà di espressione, ciò che difendono sempre è la propria libertà di espansione a spese dei media comunitari e indipendenti, che ora stanno affogando, come già accadde negli anni ’90. Il potere politico, quello giudiziario e quello mediatico sono le tre gambe di un’associazione illecita (perché viola l’indipendenza dei poteri) che è la struttura quasi mafiosa che sta devastando la democrazia argentina. Si indagano gli avversari, si spiano profili di Facebook, si ferma gente per strada perché indossa magliette di qualche organizzazione politica, si mantiene un buon numero di giornalisti senza media in cui lavorare. La legge è fallita perché il kirchnerismo non ha mai avuto il potere sufficiente per ridisegnare questa democrazia, regolata dalla Costituzione del 1994, fatta in piena epoca neoliberale. Abbiamo imparato con dolore, e collettivamente, che il potere politico è uno tra vari, per nulla la cuspide del potere, e nei dodici anni di kirchnerismo i poteri di fatto, che ora governano direttamente con un amministratore delegato in ogni ministero, hanno protetto il gruppo Clarín, che è il portavoce dell’attuale governo corporativo: il portavoce e spesso quello che decide politiche di comunicazione. I suoi quasi trecento media e i suoi satelliti sono quelli che proteggono Macri: non coprono nessuna protesta sociale, né la bestiale repressione di quelle proteste, né la corruzione su grande scala che ora occupa la Casa Rosada. Non stiamo parlando di un caso di corruzione, che esiste in qualunque governo e che anche il kirchnerismo ha avuto, stiamo parlando di corruzione assolutamente trasversale in tutte le aree di governo e di una concezione politica che naturalizza e include la corruzione come un normale modo di fare affari. I Macri sono questo: gente che ha corrotto funzionari di tutti i governi a partire dalla dittatura militare e che ha accumulato una fortuna grazie alle opere pubbliche.

Credi che il caso Tupac sia isolato o che faccia parte di un processo più ampio di criminalizzazione delle organizzazioni sociali? Fino a dove può arrivare questo processo?

Il governo di Macri, attraverso il governatore Morales, ha dato quel segnale a gennaio, appena insediatosi: un cittadino può essere privato della sua libertà a causa della sua posizione politica, così come può essere licenziato dal suo lavoro. Le migliaia di licenziamenti di dipendenti pubblici che hanno avuto luogo dopo la revisione che i burocrati hanno fatto dei loro profili di Facebook o dei loro account di Twitter lo dimostrano. Questo è un governo persecutorio e repressivo. Milagro Sala è la dirigente della Tupac Amaru dal 1991, quando cominciava l’orgia neoliberale degli anni ’90. E’ una delle organizzazioni sociali più grandi della regione, e in Argentina è l’espressione di un settore finora totalmente occultato, perché la Tupac Amaru, di origine quechua, è un ponte con il paese che crede che tutti i suoi abitanti discendano dagli europei che arrivarono tra la fine del XIX e il principio del XX secolo. L’establishment che ha governato questo paese, salvo in rare pieghe della storia come per i governi kirchneriani, hanno raccontato una storia in cui noi argentini siamo arrivati tutti con le navi. La Tupac Amaru rivendica altre origini, ci unisce alla regione andina, e ne fa parte uno dei nuclei di povertà strutturale più profondi del paese. Milagro ha dato a quella gente molto più di ciò che avessero mai ricevuto, cominciando dall’autostima. La sua opera è grande, meravigliosa. Morales ha distrutto il parco acquatico, per esempio. Avrebbe potuto renderlo agibile per i poveri di Jujuy, ma lo ha distrutto. Questo è il messaggio del neoliberismo in tutto il mondo, ma specialmente in Argentina: vengono a dirci che siamo un povero popolo condannato alla sofferenza. E questa è una menzogna. La sofferenza non è una condizione naturale, bensì il risultato delle politiche estrattive che loro applicano. E’ ciò che condanna il Papa, è la feticizzazione del denaro, è il rifiuto dell’altro. Milagro è l’esempio e la sintesi del proposito del PRO, che è ridurre il popolo a servitù del mercato.

Cosa potrebbero imparare i progressisti di tutto il mondo dalla sconfitta elettorale argentina?

Che quando la classe politica è composta da gente senza scrupoli o corrotta, gli imprenditori, le corporazioni e la concentrazione dei capitali la usano come esempio per mettere in guardia gli elettori sul fatto che la politica è sporca, che non serve, che sono tutti uguali, così che la gente finisca per votare imprenditori come Macri, Temer o Piñera, o strumenti delle corporazioni come Peña Nieto. Bisogna fare politica in un altro modo, dalla base, con una soggettività diversa, direi quasi ascetica, trasparente, che abbia vasi comunicanti con altri settori, specificando bene a cosa ci si riferisce quando si parla di democrazia, libertà o repubblica, perché al potere sono arrivati governi di destra facendo appello a quelle parole, mentendo, ma protetti da mezzi di comunicazione concentrati che oggi, invece di portare informazione al proprio pubblico, operano come una barriera tra i cittadini e la verità. Le agende giornalistiche sono vergognose in tutto il mondo. Ci sono interi continenti cancellati da quelle agende, ed è dove paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti bombardano e forzano le loro strategie geopolitiche. Vogliono fare dell’America Latina quello che hanno già fatto in Africa. Vogliono spostare gente per poter deforestare. Vogliono installare basi militari nordamericane per trasferire e ampliare gli eterni conflitti del Medio Oriente. In questa fase del capitalismo, i territori sono sacrificabili perché servono per le risorse naturali. Solo la politica, la vera politica, quella profondamente militante e storica, in tutto il mondo, li può fermare. E infine direi che così come la destra si è globalizzata, anche la sinistra deve farlo. E’ necessario rafforzare i legami intellettuali e fisici tra tutta la dirigenza e la base della resistenza nel mondo, perché dobbiamo rispondere il più globalmente e in modo più organizzato possibile a questa aggressione.

Oliver Turquet

da Pressenza

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella