Malattie croniche. Scopri il Campione che è in Te

mani pancia

Si stima che siano oltre cinque milioni le persone affette da malattie infiammatorie croniche intestinali, di cui tre milioni in Europa. Mancano dati epidemiologici relativi all’Italia in assenza del registro nazionale, ma si ritiene che ci siano circa 200mila casi. Si tratta di patologie dell’intestino, colite ulcerosa (60%) e malattia di Crohn (40%), che nel loro decorso si caratterizzano con fasi di riacutizzazione e di remissione, arrecando un danno intestinale progressivo. Hanno un picco di incidenza tra i 20 e i 30 anni e per il 20% si manifestano tra i 10 e i 18 anni, con ripercussioni a livello familiare.

La campagna di sensibilizzazione di IG-IBD (Italian Group of Inflammatory Bowel Disease) presentata a Roma col sostegno di Ministero della salute, Istituto superiore di sanità e Commissione igiene e sanità del Senato, ha avuto un testimonial di particolare rilievo, il nuotatore Simone Sabbioni promessa del nuoto italiano che consegue successi tenendo sotto controllo gli effetti della malattia, esempio tangibile di come una tempestiva diagnosi e una corretta terapia possano consentire condizioni di vita conciliabili con alti standard sportivi.

Il primatista nazionale sui 100 metri dorso, ha iniziato a soffrire di gravi sintomi diarroici nel 2016 che lo hanno costretto a rinunciare ai Mondiali di Budapest. Dopo cinque mesi di indagini si è giunti alla diagnosi di colite ulcerosa ed è occorso un anno per mettere a punto una terapia non troppo invasiva, riprendendo gli allenamenti a giugno 2017. Oggi afferma di non subire limitazioni a causa della malattia, prestando attenzione all’alimentazione e assumendo i farmaci. Parteciperà ai 14esimi Campionati mondiali in vasca corta in Cina dall’11 al 16 dicembre, agli Italiani assoluti di aprile 2019 e ai Mondiali di luglio, sognando le prossime Olimpiadi.

L’eziologia delle MICI non è completamente nota, tuttavia un ruolo significativo è da attribuire a un’alterata risposta immunitaria nei confronti del microbiota costituito dai microorganismi presenti nell’intestino, che può essere alterato da fattori ambientali. Dagli studi genetici si è dedotto che in oltre 160 geni sono presenti piccole mutazioni che predispongono alla malattia, cui si aggiungono fattori ambientali, come alimentazione e inquinamento, che modificano la flora batterica intestinale stimolando una risposta immunitaria che provoca l’infiammazione. Questa, cronicizzando, dà come sintomi diarrea, dolori addominali, sangue nelle feci, febbre, astenia e perdita di peso, cui si possono associare manifestazioni articolari (spondiloartrite), cutanee (eritema nodoso, psoriasi), oculari (episclerite e uveite) ed epatiche (colangite sclerosante).

Pur non incidendo sull’aspettativa di vita, tali patologie producono un notevole impatto sociale limitando le capacità del paziente con implicazioni di carattere psicologico, sociale, scolastico e lavorativo, con scadimento della qualità di vita e costi rilevanti per interventi, ricoveri frequenti e acquisto di farmaci non mutuabili. Stime dell’Unione europea sostengono che il costo di un paziente per lo Stato varia da 3 e 5mila euro l’anno che complessivamente si tramuta in oltre un miliardo di euro, cui vanno aggiunto i costi per i servizi assistenziali.

Il trattamento delle MICI si basa sull’utilizzo di immusoppressori, corticosteroidi e aminosalicilati e sui farmaci biologici.

Il professor Alessandro Armuzzi, Segretario generale IG-IBD, ricordando che queste affezioni hanno una diffusione globale con incidenze che variano tra i continenti e tra nord-sud ed est-ovest, sostiene la necessità di una sensibilizzazione a livello mediatico e la creazione del registro nazionale che fornendo una mappatura aiuterebbe ad allocare le risorse.

Enrica Previtali, Presidente dell’Associazione nazionale AMICI Onlus, afferma che la testimonianza di chi ha raggiunto dei traguardi sportivi e ha realizzato importanti obiettivi può infondere fiducia alle persone affette da queste patologie, che tendono spesso a isolarsi e nascondere i sintomi.

Pierpaolo Sileri, Presidente della XII Commissione igiene e sanità del Senato, sostiene la necessità di fare rete fra istituzioni, imprese e pazienti promuovendo un rapporto sinergico tra lo specialista e le associazioni dei pazienti per costituire un network efficace e funzionale alle esigenze del singolo.

La Conferenza Stato Regioni nel settembre 2016 ha recepito il Piano Nazionale della Cronicità, comprese queste due patologie analizzate insieme alle società scientifiche e alle associazioni di pazienti per affrontarne le esigenze psicosociali e adottare modelli per prevenzione, cura e gestione, spiega la dottoressa Paola Pisanti coordinatrice della Commissione sul Piano delle cronicità presso il Ministero della salute. La prima parte del Piano ha determinato i percorsi diagnostici assistenziali, la seconda ha individuato 11 patologie da approfondire tra cui le MICI per le quali mancano studi di popolazione su incidenza e prevalenza per poter definire le risorse che il servizio sanitario deve predisporre. Per armonizzare i comportamenti clinici dei professionisti si è chiesto alle Regioni di definire i percorsi diagnostico-terapeutici. Dalla fase di monitoraggio attraverso dei questionari sull’integrazione ospedale-territorio e sulla costruzione dei PDTA si passerà a un organismo che monitorando i risultati coordinerà l’attuazione, diffonderà le buone pratiche, valuterà i modelli innovativi e proporrà aggiornamenti.

Monica Boirivant, dirigente di ricerca dell’Istituto superiore di sanità, rassicura sull’impegno a realizzare il registro di queste malattie che nascerà dal censimento dei casi attingendo informazioni dai data-base istituzionali e dai dati dei Centri per la diagnosi e cura che dovrà fornire elementi di conoscenza sulla prevalenza e incidenza delle MICI riguardo le complicanze e le risposte alle terapie. (www.igibd.it)

Tania Turnaturi

Allarme bomba debiti negli Usa, tra bolle e ipoteche

Image: Occupy Wall Street demonstratorIl decennale anniversario del fallimento della banca d’affari americana Lehman Brothers, che ha dato il via alla più grande crisi finanziaria ed economica della storia, è appena stato celebrato come un semplice “fatto del passato”.

Per molti è un evento da dimenticare, per alcuni qualcosa su cui riflettere e da cui imparare.

Secondo noi, invece, dovrebbe essere il momento per guardare con maggiore attenzione alla realtà odierna. Sono troppi i segnali, purtroppo ignorati nelle sedi competenti, dei crescenti rischi di una nuova e più grave crisi globale.

Non si tratta di pessimismo. Occorre avere la lucidità di capire quanto sta accadendo e la volontà di non ripetere gli stessi errori di omissione del passato.

L’attenta e precisa analisi del The New York Post, pubblicata il 23 settembre scorso, ci rivela che il debito aggregato mondiale ha raggiunto la vetta di 247.000 miliardi di dollari. Nel 2008 era di 177.000 miliardi di dollari. Già il titolo dell’importante giornale è eloquente e preoccupante: ”Ci potrebbe essere un crac finanziario prima della fine del mandato di Trump”.

L’analisi evidenzia in particolare la situazione degli Usa. In dieci anni il debito pubblico americano è più che raddoppiato. Ha raggiunto il picco di 21.000 miliardi e potrebbe determinare una brusca frenata dell’attuale pretesa ripresa economica. Secondo il Congressional Budget Office, quest’anno Washington dovrà sborsare 390 miliardi di dollari soltanto per pagare gli interessi sul debito pubblico. Si stima che in un decennio tale quota annuale potrebbe essere di 900 miliardi di dollari, superando l’enorme budget militare.

Il debito delle famiglie americane ha raggiunto i 13.300 miliardi di dollari. Ciò è dovuto al fatto che le ipoteche immobiliari sono pari a 9.000 miliardi, superando il livello del 2008.

I debiti fatti per finanziare i prestiti agli studenti sono passati dai 611 miliardi del 2008 ai 1.500 di oggi. Quelli per l’acquisto di auto sono cresciuti moltissimo fino a 1.250 miliardi. Anche il debito totale sulle carte di credito è ritornato ai livelli di dieci anni fa.

Si teme che il finanziamento dei prestiti per gli studenti, che in tre anni dovrebbero raggiungere i 2.000 miliardi di dollari, possa diventare il detonatore della prossima crisi. Si ricordi che la bolla dei mutui subprime, che fu una delle principali cause del crac, nel marzo 2007 era pari a circa 1.300 miliardi di dollari.

L’aumento del debito aggregato negli Usa è l’inevitabile conseguenza della politica dei tassi d’interesse zero e dell’immissione di massiccia liquidità attraverso il quantitative easing. Adesso la Federal Reserve sta cambiando rotta e aumenta i tassi. Occorrerà vedere gli effetti sul mercato azionario di Wall Street, che è nel frattempo cresciuto a dismisura. Anche nelle economie emergenti gli effetti sono, purtroppo, già visibili e hanno generato fughe di capitali che stanno destabilizzando vari paesi, tra cui l’Argentina, l’Indonesia e la Turchia.

Anche lo shadow banking è cresciuto enormemente: si è passati dai 28.000 miliardi del 2010 ai 45.000 di oggi.

Sheila Bair, ex presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), l’importantissima agenzia governativa che fornisce la garanzia pubblica ai risparmi dei cittadini, torna a paventare rischi di nuove crisi. “Siamo in una bolla”, e aggiunge che in una tale situazione è assurdo che le regole e i requisiti di capitale delle banche siano stati annacquati. Non è vero, afferma, che le bolle sono riconoscibili soltanto in retrospettiva, cioè dopo che sono scoppiate. Non è possibile indicare solo il momento dello scoppio. Ma la politica della Fed ha fatto di tutto per sostenere la crescita della bolla finanziaria.

Altri moniti sono venuti da ex capi di governo, come l’inglese Gordon Brown, al potere a Londra allo scoppio della grande crisi, che evidenziano che si sta camminando ciecamente verso un futuro crac.

Anche Jean-Claude Trichet, governatore della Bce dal 2003 al 2011, vede nella crescita del debito il pericolo di una nuova grande crisi.

Ancora una volta riteniamo che non si possa sfuggire all’impellente necessità di sedersi intorno al tavolo per definire una nuova Bretton Woods, una nuova architettura condivisa che regoli il sistema economico, finanziario e monetario internazionale

Quota 100, allarme nel comparto sanità

Sanità-Legge stabilitàIl sindacato dei medici Anaao-Assomed, responsabilmente, ha lanciato un allarme per l’introduzione di quota cento per il pensionamento.

Come è ormai noto, il Governo si appresta a riformare la Legge Fornero introducendo la quota 100. L’uscita interesserà, in pochissimo tempo, 25 mila persone che lavorano nella sanità tra medici e dirigenti sanitari, cioè i nati tra il 1954 e il 1957. Aggiungendosi alle 45 mila uscite previste dalla Legge Fornero, ci sarà un esodo dagli ospedali di circa 70 mila tra medici e dirigenti medici. L’allarme è stato lanciato dal sindacato dei medici Anaao Assomed dopo aver fatto un’analisi delle ricadute della riforma delle pensioni sul Servizio sanitario nazionale.

In un comunicato diffuso dal sindacato dei medici si legge: “Non basteranno i giovani neo specialisti a sostituirli, ma soprattutto è a rischio la qualità generale del sistema, perché i processi previdenziali sarebbero così rapidi e drastici da impedire il trasferimento di esperienze e di pratica clinica. Superato lo scalone previdenziale creato dalla Legge Fornero i medici e i dirigenti sanitari abbandonano il lavoro con una età media di 65 anni, grazie anche ai riscatti degli anni di laurea e specializzazione. La riforma determinerà in un solo anno l’acquisizione del diritto al pensionamento di ben 4 scaglioni, diritto che verrà largamente esercitato visto il crescente disagio lavorativo per la massiccia riduzione delle dotazioni organiche. Il Conto annuale dello Stato mostra che dal 2010 al 2016 i medici e i dirigenti sanitari in servizio sono diminuiti di oltre 7.000 unità. Questo ha permesso alle Regioni una riduzione delle spese per il personale che limitatamente al 2016 ammonta a circa 600 milioni di euro. Diversi miliardi, se il calcolo viene effettuato dal 2010 ad oggi”.

Negare il diritto alla salute è come negare il diritto alla vita. La sanità è un servizio essenziale che andrebbe migliorato e non peggiorato.

Roma, 03 ottobre 2018

Salvatore Rondello

Iran, Zeinab la sposa bambina messa a morte

amnesty

Amnesty International ha oggi confermato l’esecuzione di Zeinab Sekaanvand, una giovane curda iraniana di 24 anni, messa a morte nella città di Urmia, nell’Iran Nord-Occidentale. Anche l’ong Kurdistan Human Rights ha confermato con un tweet l’esecuzione e la consegna del corpo della ragazza alla famiglia.

Si conclude nel modo peggiore una storia simbolo del drammatico fenomeno delle spose bambine che, secondo l’Unicef, sono 12 milioni ogni anno. Zeinab è stata data in sposa a 15 anni, sottoposta agli abusi e alle violenze del marito, cerca di ottenere il divorzio ma senza successo. Poi nel 2011, l’omicidio dell’uomo e il suo arresto. Quanto accade successivamente lo abbiamo raccontato già due anni fa  quando il suo caso ha cominciato a mobilitare associazioni e attivisti per i diritti umani.

Ma questa volta appelli e proteste non sono riuscite a fermare l’esecuzione. L’Iran peraltro è l’unico paese al mondo a portare a mettere a morte minorenni al momento del reato. Dal 2005 vi sono state circa 90 esecuzioni del genere, di cui almeno cinque quest’anno.

Massimo Persotti

Spagna. I dolori del “giovane” Sanchez

governo-sanchezIl governo spagnolo, guidato da Pedro Sanchez, vive giorni difficili e di continue polemiche. Dietro l’angolo, le dimissioni del terzo membro dell’esecutivo, dall’insediamento nel giugno scorso. Dopo neanche trenta giorni alla Moncloa, il Presidente del Governo ha dimissionato Maxim Huerta, ministro della cultura, a causa di una condanna per evasione fiscale. Al giro di boa dei 100 giorni, Sanchez ha accusato il colpo delle dimissioni del ministro della Salute, Carmen Monton, costretta a lasciare l’incarico, dopo la scoperta del plagio della sua tesi di master all’Istituto di Diritto Pubblico dell’Università statale Juan Carlos I di Madrid. Una tesi ampiamente copiata e l’intero percorso del master pieno di irregolarità, in termini di presenze fittizie e voti non corrispondenti.

Tuttavia, si è scoperto che lo stesso Istituto di Diritto Pubblico di Madrid, chiuso dalla magistratura e al centro di un’inchiesta, in cui è coinvolto anche il neo-leader del Partido Popular Pablo Casado, rappresentava una fabbrica di titoli falsi per l’élite politica spagnola. È degli ultimi giorni, la notizia della tempesta scatenata sulla titolare della Giustizia Dolores Delgado, per le conversazioni intercettate con l’ex commissario José Manuel Villarejo, collezionista di dossier segreti, in custodia cautelare dallo scorso novembre, accusato di riciclaggio, organizzazione criminale, corruzione per i ricatti a giudici, politici, imprenditori e funzionari del Centro Nacional de Inteligencia (Cni).

La Delgado, inizialmente aveva negato di aver mai conosciuto l’ex commissario, in seguito è stata smentita da diversi audio diffusi da media on line confidenciales, dove si ascoltano commenti, quanto meno, imbarazzanti. Si va da apprezzamenti non affettuosi verso il collega Fernando Grande-Marlaska, attuale ministro degli Interni, omosessuale dichiarato nel governo socialista a larga maggioranza femminile, bollato come «maricon»; ad intercettazioni dove la Delgado, in un incontro con Villarejo e l’ex giudice Garzon, racconta di aver visto, durante un viaggio di lavoro a Cartagena, procuratori spagnoli e membri del Tribunale Supremo accompagnarsi a cameriere minorenni dell’hotel.

E altri numerosi commenti del tenore di: «La giustizia in questo paese è una puta mierda». Sia Carmen Monton che Dolores Delgano, erano tra i più stretti collaboratori del premier socialista. Entrambe le esponenti politiche sono state fedeli al leader, anche nel tortuoso cammino che ha portato Sanchez nuovamente alla guida del PSOE, con lo scontro con buona parte del gruppo dirigente storico e, dopo poco tempo, alla presidenza del governo.

Queste vicende colpiscono direttamente l’esecutivo, hanno delle ripercussioni rispetto alla già fragile tenuta parlamentare: il monocolore socialista gode, infatti, dell’appoggio di 84 deputati sui 350 della Camera. Com’è evidente, il Partito Socialista necessita dell’appoggio di Podemos e delle forze regionaliste e indipendentiste per ottenere la maggioranza al Congresso.

Il Senato, a maggioranza popolare, ha approvato una mozione di censura dell’operato della Delgado, che si è difesa dichiarando che nessuno potrà minacciare il governo socialista. Pablo Iglesias, il leader di Podemos, dopo aver chiesto, a gran voce, le dimissioni dell’allora ministro della Salute, Carmen Monton, reclama le dimissioni del ministro della Giustizia, in compagnia del Pp e di Ciudadanos che richiedono le elezioni anticipate.

Un’altra grana, più politica e meno giudiziaria, è rappresentata dalla “questione venezuelana”: il governo spagnolo è, in Europa, tra i più aperti sull’accoglienza dei migranti che arrivano dal mare (va in questo senso, l’iniziativa dell’ex ministro Monton, volto al ripristino dell’assistenza sanitaria universale anche per gli immigrati clandestini).

Si ricorderà quando a giugno scorso, il primo ministro spagnolo ha tolto le castagne dal fuoco al governo Di Maio-Salvini, che aveva rifiutato l’accesso nei porti italiani della nave Acquarius, con 629 migranti a bordo. In quell’occasione Sanchez dichiarò: «È nostro obbligo aiutare a evitare una catastrofe umanitaria e offrire un porto sicuro a queste persone. Si tratta di un segnale affinché la Spagna rispetti gli impegni internazionali in materia di crisi umanitarie».

Oltre ai migranti provenienti dall’Africa, negli ultimi mesi moltissimi cittadini venezuelani hanno lasciato il loro paese e si sono trasferiti in Spagna, provocando una curiosa contraddizione. Diversi paesi americani, tra cui Colombia, Perù e Stati Uniti, che si oppongono al regime venezuelano, hanno introdotto nuove politiche per aiutare i venezuelani a ottenere la residenza e i permessi di lavoro temporanei nei rispettivi territori, in modo da mostrare la propria opposizione a Maduro.

Di contro, il governo spagnolo non ha velocizzato le procedure, limitandosi ad appoggiare le ultime sanzioni approvate dall’Unione Europea contro diversi funzionari venezuelani, a denunciare l’illegittimità delle elezioni di maggio e a sostenere che il «dialogo» rappresenti l’unico modo per uscire dalla crisi venezuelana.

Questo atteggiamento si spiega con le posizioni di Podemos, i cui leader hanno avuto rapporti di amicizia consolidati con Chavez e Maduro.

Nonostante le opposizioni di destra chiedano di adottare nuove politiche che facilitino l’integrazione dei migranti venezuelani in Spagna, il governo manterrà una posizione morbida verso il regime di Maduro, continuando a proporre una soluzione negoziata in Venezuela che eviti una crisi interna con Podemos, forza politica necessaria per la sopravvivenza dell’attuale governo.

Gli ostacoli parlamentari sono davvero molti: dall’approvazione della prossima legge di Bilancio, alla necessità di gestire la complessa partita della questione catalana e le possibili complicazioni nei tentativi di dialogo tra il governo di Madrid e l’esecutivo della Generalitat, preseduto da Quim Torra.

Solo se Pedro Sanchez riuscirà a mantenere la rotta, ad avviare un piano di riforme incisivo sul piano sociale e istituzionale, potrà arrivare alla fine della legislatura, nel 2020, nonostante le pressioni.

Paolo D’Aleo

Allarme Ocse e Oms: “In Italia pochi infermieri”

Italia nella bassa classifica del rapporto tra infermieri e abitanti con servizi e assistenza a rischio.

infermieri Parla chiaro l’Ocse: “Gli italiani invecchiano e la domanda di assistenza sanitaria sale. La popolazione italiana è una delle più vecchie al mondo: quasi il 20% supera i 65 anni di età e, secondo i dati Istat, nel 2050 circa l’8% degli italiani avrà più di 85 anni. Il sistema sanitario italiano, al momento, potrebbe non essere in grado di far fronte a questi cambiamenti, in particolare per quanto riguarda il rinnovo e l’assunzione del personale infermieristico. Si calcola che la carenza di infermieri, già importante soprattutto al Nord, aumenti ogni anno a causa dello squilibrio tra i pensionamenti (17 mila all’anno) e le nuove assunzioni (8 mila all’anno).

Parla chiaro anche l’Oms che lo ha ribadito anche durante la sua 68esima Assemblea generale svolta dal 17 al 20 settembre a Roma: “L’Italia deve affrontare un quadro di malattie croniche – principalmente a causa dell’invecchiamento della popolazione, che ti chiedono una risposta assistenziale complessa, proattiva, personalizzata”.
Per farlo secondo l’Oms l’Italia deve rispondere ad alcune sfide tra cui oltre a difendere meglio l’accesso universale all’assistenza (“una parte della popolazione ha esigenze sanitarie che non ricevono assistenza” secondo l’Oms, specie in alcune Regioni creando diversità e disuguaglianze), deve aumentare ancora una volta il numero di infermieri: “complessivamente il numero degli operatori del sistema sanitario è cresciuto negli ultimi dieci anni ma il numero di infermieri rimane basso: 6.5 ogni 1000 abitanti, mentre la media UE è di 8.4.”.

“Lavoriamo a provvedimenti concreti, per questo stiamo pensando di creare un gruppo tecnico stabile tra ministero, Fnopi e rappresentanze dei cittadini – ha dichiarato il ministro della Salute Giulia Grillo, garantendo il suo interessamento sia per la carenza, sia per la copertura del contratto appena chiuso, ma anche per le specializzazioni degli infermieri a una delegazione dei vertici FNOPI -. Quando parliamo di infermieri, parliamo di 440mila persone che lavorano tutti giorni, tutte le notti, Natale, Pasqua, Capodanno! Non abbiamo la bacchetta magica, ma abbiamo tanta buona volontà, e posso assicurare che il ministro è al lavoro su tutti i dossier e anche su questo perché dobbiamo dare risposte agli infermieri e a tutti coloro che garantiscono la salute dei nostri cittadini”.

Secondo i documenti internazionali di Ocse e Oms, alla luce di una popolazione che invecchia (22% sopra i 65 anni nel 2015, la più anziana in Europa) che spende pochi anni in buona salute (7,7 anni rispetto a 9,4 in media nell’OCSE) e crescenti necessità per un’assistenza sanitaria di lungo termine, Il numero di infermieri laureati negli ultimi 20 anni è vero che è comunque aumentato , grazie a un migliore iter formativo e a un cambiamento nei requisiti d’ingresso per incentivare l’iscrizione. Ma non basta: il numero di infermieri laureati rimane il quinto più basso nell’Ocse (20,6 per 100 000 persone rispetto alla media Ocse di 46).

E parlano chiaro i dati internazionali, che si affiancano alla carenza già denunciata dalla FNOPI di non meno di 51-53mila infermieri: l’Italia tra i paesi Ocse è al 24° posto (su 35 paesi) nel rapporto infermieri ogni 1000 abitanti (al 15° nell’Ue-28) e dopo di lei, Spagna a parte, ci sono nazioni che non brillano per l’organizzazione dei servizi sanitari, mentre ai primi posti ci sono i Paesi del Nord Europa (Norvegia, Svizzera, Danimarca, Islanda, Finlandia, la stessa Germania e così via), tutti a partire dai 7,9 infermieri per mille abitanti del Regno Unito (che pure chiede infermieri all’Italia) fino ai 17,7 della Norvegia.

In Italia in realtà la situazione va ogni anno peggiorando e si perdono in media tra i 2.500 e 4.500 infermieri l’anno: dal 2009 (anno dell’ultimo contratto e anno in cui sono iniziati i piani di rientro per le Regioni fortemente in deficit economico, quasi tutte del Sud) si sono perse 12.031 unità di personale.

La carenza di infermieri è considerata un grave rischio per i sistemi sanitari anche a livello internazionale.

La campagna “Nursing Now”, avviata quest’anno da Oms e Icn, l’International Council of Nurses, Consiglio internazionale delle infermiere, sottolinea anzitutto che senza interventi – ritenuti necessari e urgenti – nel 2030 mancheranno nel mondo 9 milioni di infermieri e aggiunge che è necessario migliorare la percezione degli infermieri, migliorare la loro influenza e massimizzare il loro contributo per garantire che tutti abbiano accesso alla salute e all’assistenza sanitaria.

La campagna Oms-ICN prevede entro la fine del 2020 di raggiungere cinque obiettivi, analoghi in gran parte a quelli già evidenziati nella ricerca Oasi 2017 dalla Sda Cergas Bocconi:

1. maggiori investimenti per migliorare la formazione, lo sviluppo professionale, gli standard, la regolamentazione e le condizioni di lavoro per gli infermieri;

2. maggiore e migliore diffusione di pratiche efficaci e innovative nell’infermieristica;

3. maggiore influenza per infermieri sulla politica sanitaria globale e nazionale, come parte di un più ampio sforzo per garantire che la forza lavoro della salute sia maggiormente coinvolta nel processo decisionale;

4. più infermieri in posizioni di comando e maggiori opportunità di sviluppo a tutti i livelli;

5. fornire ai responsabili politici e decisionali riferimenti per comprendere dove l’infermieristica può avere il maggiore impatto, cosa impedisce agli infermieri di raggiungere il loro pieno potenziale e come affrontare questi ostacoli.

L’Euro come ‘leva’ in un mondo multipolare

Euro coins. Euro money. Euro currency.Il recente discorso sullo stato dell’Unione europea tenuto dal presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, di fronte al Parlamento di Strasburgo contiene un messaggio di grande importanza geopolitica. Non lo si può ignorare.
“L’euro, ha detto, deve avere un ruolo internazionale. È già usato in vario modo da più di 60 paesi. E’ tempo che diventi lo strumento monetario di una nuova e più sovrana Europa.”
Correttamente ha aggiunto:“ È assurdo che l’Europa paghi in dollari l’80% della sua bolletta energetica, cioè circa 300 miliardi di dollari l’anno, quando le nostre importazioni di energia dagli Usa sono pari soltanto al 2% del totale. E’ altrettanto assurdo che le imprese europee comprino aeroplani europei pagando in dollari invece che in euro”. È una forte sottolineatura.
Certamente si può dire che, durante il suo mandato, Juncker non è stato il miglior pilota dell’Ue, né il più audace e coerente. Possono, quindi, esserci critiche legittime e giustificate. Tuttavia, con le sue recenti parole lascia un’eredità pesante che il prossimo presidente del governo europeo non può né deve ignorare. Lo stesso dicasi per il futuro Parlamento europeo.
L’euro, rinforzato dai necessari miglioramenti di sistema e sostenuto da una più forte e più integrata economia europea, potrebbe diventare la “leva” per una riforma multipolare del sistema monetario internazionale.
In questo modo affiancherebbe con più efficacia le politiche del gruppo dei paesi BRICS per cambiare nel profondo la governance economica e monetaria del mondo, ancora troppo dominata dal dollaro.
I BRICS, infatti, tra loro già operano con le rispettive monete nazionali. Sanno, però, che, senza una fattiva alleanza con l’Europa e senza l’euro, vi sono scarse possibilità di modificare il sistema.
Intanto, è da rilevare che i continui conflitti commerciali, combinati con l’unilateralismo monetario della Federal Reserve, rischiano di mettere in ginocchio molte economie emergenti. Stanno già provocando legittime importanti reazioni in tutti i continenti, accelerando la “dedollarizzazione” dell’economia mondiale.
La Cina, per esempio, oltre al progressivo uso dello yuan in molti accordi commerciali internazionali, opera per bypassare sempre più il dollaro nel settore dell’energia. La Borsa internazionale di Shanghai ha lanciato future sul greggio denominati in yuan. In solo 6 mesi la quota di affari conclusi in yuan ha raggiunto il 10% del totale.
Persino la più importante banca d’affari americana, la Goldman Sachs, ritiene che si sta verificando un brusco passaggio degli investimenti stranieri dai titoli di stato americani ai titoli cinesi denominati in yuan. Si calcola che nei prossimi 5 anni saranno collocati titoli cinesi per un valore superiore al trilione di dollari, a discapito ovviamente dei titoli di stato USA.
Di fatto tutti i paesi, che sono stati colpiti dalle sanzioni di Washington, stanno cercando un’alternativa alla moneta americana. L’Iran e l’Iraq hanno eliminato il dollaro come valuta principale nel loro commercio bilaterale. Baghdad afferma che intende operare con il rial iraniano, il dinaro iracheno e l’euro.
Nel commercio petrolifero, Teheran sta abbandonando la valuta statunitense per fare i pagamenti internazionali in euro. Anche l’India paga il petrolio iraniano in euro. All’Iran, suo terzo fornitore di petrolio, New Delhi ha anche proposto di pagare in rupie.
Anche il presidente turco Erdogan ha invitato a rifiutare la valuta americana nelle transazioni commerciali. La Turchia si appresta a passare ai pagamenti in valuta nazionale con i suoi principali partner commerciali come la Cina, la Russia, l’Iran e l’Ucraina.
È un processo oggettivo che prescinde da chi oggi è al governo di questi paesi.
Da parte sua, la Russia nota che il dollaro sta diventando uno strumento di pressione non solo sugli avversari geopolitici, ma anche sui suoi alleati. Mosca fa sapere che le sue imprese industriali utilizzeranno le valute nazionali per i pagamenti delle forniture alla Turchia.
Nel frattempo, i paesi petroliferi del Golfo stanno discutendo di nuovo l’idea di introdurre una moneta unica. Indubbiamente è per loro difficile allontanarsi dal dollaro da soli. Ma se decidessero di farlo insieme, l’intera regione potrebbe giocare un ruolo prominente nell’economica mondiale.
Oggi, il maggiore ostacolo alla “dedollarizzazione” è l’instabilità dei cambi valutari. La forte svalutazione delle valute di molti paesi in via di sviluppo rispetto al dollaro e all’euro opera ancora come un potente freno.

Contemporaneamente, però, i comportamenti protezionistici di Washington spingono inevitabilmente il resto del mondo alla ricerca di vie alternative al dollaro. Recentemente lo ha evidenziato anche il più importante giornale economico della Svizzera, la Neu Zuercher Zeitung.
Di conseguenza, persino gli economisti della Banca Mondiale dichiarano che ormai il processo di “dedollarizzazione” nel mondo è stato avviato e non può essere fermato. Affermano che ancora oggi il 70% di tutte le transazioni nel commercio mondiale è fatto in dollari, il 20% in euro e il resto è diviso tra le valute asiatiche, in particolare lo yuan cinese. Finora il commercio di petrolio e di altre materie prime è fatto quasi solo in valuta americana Ma non sarà così a lungo.
L’Europa non può stare alla finestra a guardare. Oggettivamente pensiamo che per l’Europa possa aprirsi “un’autostrada” se c’è adeguata volontà politica.

La crisi in Europa, uscire dalla paralisi mentale

estremiLo slogan giovanile: “l’immaginazione al potere” si è trasformato tragicamente in “l’idiozia al potere” una volta che la generazione che lo ha formulato ha sostituito la
precedente. È questo il risultato della rivoluzione neo-conservatrice impostasi progressivamente a partire dagli anni settanta e entrata oramai nell’ air du temps.
L’amico e collega Eugenio Leanza ha diagnosticato efficacemente le conseguenze per
l’Europa nei seguenti termini: “il tasso di contrazione del sistema è uguale al tasso di
progresso tecnico depurato di un fattore che misura gli scostamenti delle politiche
economiche rispetto agli obiettivi di contrazione”.
In effetti, come illustrato con brio da Luigi Pasinetti, lo sviluppo capitalistico dipende dal
tasso di crescita del progresso tecnico. Le conoscenze accumulate, incorporandosi nei
processi sociali di produzione permettono di migliorare la divisione del lavoro ciò che a
sua volta libera risorse per accrescere la ricchezza prodotta e distribuita.
Ma, come insegnano Marx e Keynes, produzione e distribuzione non sono disgiunte: si
possono separare solo nella quiete arcadica dell’equilibrio economico neoclassico. Fuori
da quest’equilibrio molto specifico, allocazione e distribuzione si influenzano
vicendevolmente in una dialettica complessa.
Augusto Graziani ha definito una catena di causalità corta che illustra con efficacia questa dialettica: in ogni ciclo produttivo si creano mezzi di pagamento attraverso il credito bancario per pagare i salari, questi anticipano il valore della produzione che, una volta realizzata, è poi acquisita dai lavoratori e ripartita con i proprietari dei mezzi di produzione. Una volta recuperati i mezzi di pagamento attraverso le vendite, gli imprenditori rimborsano i crediti ricevuti e la moneta creata all’inizio del ciclo è distrutta, salvo per quell’ammontare che è risparmiato. Ma risparmio e investimento sono decisi da persone diverse e non c’è ragione per cui il loro ammontare debba coincidere. E quando non coincide, o i mezzi liquidi accumulati non permettono di acquistare i beni accumulati e si creano disoccupazione e sotto-utilizzazione della capacità produttiva, oppure si sviluppa un’inflazione dei prezzi al consumo, o per i beni capitali e le attività finanziarie. Graziani illustra rigorosamente il suo schema nel caso virtuoso della “Moneta senza crisi”, in cui ogni ciclo produttivo si termina senza accumulazione di nuove scorte liquide (equilibrio monetario), ma chiaramente il caso rilevante è quello in cui le scorte liquide si accumulano e si apre la possibilità di una crisi. Lo schema originale, pensato per l’economia reale, può essere adattato per integrare il caso attualmente pertinente dell’accumulazione di rendite finanziarie.
Quello di Graziani è un modello macroeconomico di breve periodo che presuppone un progresso tecnico costante. Sempre focalizzandosi principalmente sull’economia reale,
la dinamica strutturale di Pasinetti illustra invece per un modello multi-settoriale che nel lungo termine la condizione normativa per la completa realizzazione della domanda effettiva è molto fragile. Se pure la piena occupazione è realizzata nell’istante iniziale, è
molto probabile che, salvo coincidenze miracolose, in assenza di una politica attiva di indirizzo macroeconomico, l’economia generi disoccupazione per il semplice fatto che nei diversi settori il tasso di progresso tecnico è diverso e non vi è ragione che coincida
con l’aumento del consumo, né per ogni settore, né a livello aggregato. È quindi altamente probabile che le potenzialità di crisi di origine monetaria che si generano continuamente nel breve termine si concretizzino nel lungo termine a causa del progresso tecnico.
Come spiega anche Sylos Labini, lo sviluppo economico è più che la semplice crescita del prodotto a progresso tecnico costante. La dinamica capitalistica dipende dallo sviluppo degli investimenti produttivi, che incorporano il progresso tecnico nelle nuove
macchine. Gli investimenti seguono gli incentivi di profittabilità e la dinamica dei salari
deve permettere l’assorbimento dei nuovi beni prodotti attraverso la creazione di nuovo potere d’acquisto, pena l’incapacità a realizzare i profitti stessi. Quando si creano cicli contrattivi del reddito, gli incentivi a investire, che dipendono in gran parte dalla domanda attesa, diminuiscono e il progresso tecnico stagna, rafforzando la tendenza
alla lotta di tutti contro tutti per appropriarsi le rendite disponibili.
Le analisi di Sylos, Graziani e Pasinetti, come quelle di altri insigni economisti italiani come Caffè, Garegnani, Fuà, Lombardini, Napoleoni e altri, fanno da sfondo al ragionamento che si presenta qui in forma di schizzo. Questo è in totale contrapposizione col fondamentalismo di mercato che ancor oggi rappresenta il nucleo
della maggior parte delle argomentazioni economiche svolte in Italia e in Europa e che il
giovane de Finetti definì già negli anni trenta un “tragico sofisma” con riferimento a Pareto. Vale la pena di riportare una citazione interessante dal suo scritto, che va inquadrata nell’economia corporativa del suo tempo, meno timida nella critica nei confronti dei maestri neoclassici che non quella di oggi. Mostra che uno dei massimi
matematici applicati del ventesimo secolo, mentre elaborava le sue geniali concezioni
probabilistiche, stigmatizzava anche:
“l’errore grottesco di quanti pensano di modellare l’economia o la sociologia sugli
schemi della meccanica, e credono pertanto alla possibilità di un equilibrio
spontaneo in regime economico e politico di anarchia liberale: o gli uomini
tendono a fini degni del loro destino coordinando disciplinatamente volontà e forze
secondo un piano che l’intelletto permette loro di preordinare e accettare, o
altrimenti, se abdicano a tale loro capacità, sarà vano attendere che i loro egoismi
possano automaticamente guidarli a un fine comune”.
“L’ottimismo imbecille” degli anni trenta denunciato da de Finetti, resta altrettanto
“improbabile” oggi ed è purtroppo sempre altrettanto pericoloso. Bisogna avere la
lucidità e il coraggio di abbandonarlo per ricostruire un’alternativa socialista in Italia e
in Europa. Questa oggi non può che essere ispirata al socialismo liberale di Rosselli
Calogero e altri (cui si riferivano anche Sylos, Caffè, e Fuà), le cui radici intellettuali si
sono perse nei passaggi generazionali del dopoguerra. In sostanza si tratta di una
posizione critica e democratica che ammette tutte le possibili soluzioni socialiste, ivi
compresa la socializzazione dei mezzi di produzione se necessaria, ma senza adottare
l’atteggiamento fideistico di certi marxisti nei confronti dell’inevitabile realizzazione del
socialismo scientifico, che il più delle volte è stata una scusa per non agire, o per
accettare soprusi.
Cosa dovrebbe proporre oggi una sinistra europea liberal-socialista? Alcune premesse
logiche sono ovvie nella loro urgente necessità:

• riabilitare la necessità di un intervento collettivo diretto e sostanziale governato
in modo democratico come condizione di funzionamento dell’economia liberale e
della democrazia stessa;
• generare consenso attorno all’idea che il “socialismo in un paese solo” non è
possibile. È illusorio pensare che l’Italia possa sottrarsi da sola ai vincoli europei:
o riesce a convincere i partner che bisogna cambiare politica, o subirà
inesorabilmente l’effetto delle loro politiche, senza poterle influenzare;
• lavorare nella cognizione che distribuzione e allocazione sono indissolubilmente
legate, anche in Europa. L’agiato bavarese non trarrà vantaggio dalla situazione
precaria che prevale nel sud dell’Europa e in particolare in Italia. Lo sviluppo non
è un gioco a somma zero: la contrapposizione Sraffiana tra capitale e lavoro vale,
come tutto il suo modello, a produzione data e costante, nell’istante di tempo a
cui si riferisce.
Ovviamente queste sono solo brevi premesse all’azione, enunciate sbrigativamente, ma
esporle rende consapevoli della loro precedenza logica e quindi della loro urgenza. Le
cose da fare sono tante e tutte da decidere: le energie da mobilizzare sono enormi. Lo
sforzo trascende le capacità del solo partito socialista italiano e quindi è necessaria
un’alleanza dei progressisti italiani da mettere alla base di un rinnovamento della sinistra europea. La strada è lunga ma da qualche parte bisogna cominciare.

Massimo Cingolani

Riferimenti:
De Finetti, Bruno. 1935. “Il tragico sofisma”, Rivista Italiana di Scienze Economiche, AnnoVII, Fasc. IV, pp. 362-382.
Graziani, Augusto. 1984. “Moneta senza crisi”, Studi economici, 39(3), 3–37.
Pasinetti, Luigi L. 1981. Structural Change and Economic Growth: A Theoretical Essay on the Dynamics of the Wealth of Nations, Cambridge, UK: Cambridge University Press. Pubblicato in italiano col titolo Dinamica strutturale e sviluppo economico, Torino:
UTET, Biblioteca dell’Economista, 1984.
Sylos-Labini Paolo.1993. Progresso tecnico e sviluppo ciclico, Bari: Laterza

Negozi chiusi la domenica favorirebbero E-commerce

NEGOZIOromaLa questione della chiusura dei negozi la domenica è iniziata a luglio scorso con le dichiarazioni del sottosegretario all’Economia Domenico Crippa del M5S. Ed anche allora ci fu la reazione della Confcommercio e di altre associazioni di categoria preoccupate per la perdita di posti di lavoro.
Il ministro dell’Agricoltura e del Turismo, Gian Marco Centinaio, durante la sua visita alla Fiera del Levante di Bari, rispondendo alla domanda sulle dichiarazioni rese, sempre a Bari, dal ministro Di Maio, il quale ha annunciato l’approvazione della legge che impone lo stop nei fine settimana e nei festivi a centri commerciali, con delle turnazioni e l’orario che non sarà più liberalizzato, ha detto: “La proposta che abbiamo è di non bloccare le aperture domenicali nelle città turistiche”.
Il vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, partecipando alla trasmissione televisiva ‘L’aria che tira’ su La7, a proposito della proposta di legge per lo stop alle aperture domenicali e festivi dei negozi, ha annunciato: “Non dico che sabato e domenica non si fa più la spesa, ci sarà un meccanismo di turnazione: resta aperto solo il 25%, il resto chiude. Ci sarà sempre un posto dove andare a fare la spesa”.
Di Maio ha spiegato: “La turnazione la deciderà la legge e il sindaco con i commercianti come avveniva prima. Si tratta di un provvedimento di cui abbiamo discusso in Parlamento e in passato ed è una proposta anche del Pd, anche se Renzi dice che è una proposta illiberale. Questa proposta è una misura di civiltà ci viene chiesta dai commercianti, dai padri e madri di famiglia che essendo proprietari di in un negozio dicono che se mi mettete in concorrenza con un centro commerciale dal lunedi al venerdi i miei figli non li vedo più”.
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento e la Democrazia diretta, Riccardo Fraccaro, ha affermato: “Sulle aperture domenicali degli esercizi commerciali la maggioranza presenterà una proposta in grado di tutelare lavoratori e Pmi, in modo da ripristinare regole certe in un settore dove vige la legge del più forte. Le resistenze che arrivano dai partiti di minoranza sono evidente espressione dell’ennesima sudditanza nei confronti delle lobby. Noi tireremo dritto e approveremo la legge in Parlamento al più presto per dare al Paese una normativa in grado di superare il selvaggio West delle liberalizzazioni. È un dato oggettivo che, di fronte alla concorrenza sleale delle multinazionali, non si sono registrati né un aumento dei consumi né maggiori assunzioni ma solo pesanti ricadute sociali. A farne le spese sono i diritti dei cittadini, le piccole e medie imprese che vengono messe in ginocchio dai grandi gruppi di potere e le famiglie italiane. Intervenire sulle chiusure festive significa accogliere le istanze del Paese reale, basti pensare all’ondata di scioperi in tantissime Regioni di pochi mesi fa contro le aperture festive e alla richiesta di Confcommercio e Confesercenti di approvare la nostra legge. Peraltro, una proposta simile ha raccolto ben 150mila firme ed è nostro compito tradurre in atti concreti la volontà popolare, con buona pace di chi l’ha sempre calpestata e vorrebbe continuare a farlo. Il cambiamento è arrivato, ora la qualità della vita dei cittadini conta più degli interessi di pochi”.
Il linguaggio di Fraccaro ricorda, per alcune parole usate, il linguaggio di un tristemente noto presidente del Consiglio che ha governato il Paese per un ventennio prima dell’avvento della Repubblica.
Claudio Gradara, presidente di Federdistribuzione, l’associazione che raggruppa centri commerciali e ipermercati, in un’intervista al Corriere della Sera, ha affermato: “Chiudere il commercio la domenica, che è diventata il secondo giorno per incasso dopo il sabato avrebbe un effetto negativo sui consumi, già fermi, mentre i posti di lavoro a rischio, per l’intero settore, sarebbero tra i 30 e i 40 mila. Sugli investimenti abbiamo già i primi segnali di grandi gruppi che, prima di andare avanti, vogliono capire come finirà questa storia. Avevamo già chiesto un incontro al ministro Luigi Di Maio ma finora non siamo riusciti a parlare con lui. Quanto ai piccoli commercianti, favorevoli allo stop partiamo dai numeri. Dal 2012, i piccoli esercizi che hanno chiuso sono l’1,9%: non mi pare una ecatombe considerando la crisi degli ultimi anni. E poi non è con il ritorno al passato che ci si può difendere. Chiudere la domenica farebbe crescere ancora di più il commercio online. E l’ipotesi di uno stop domenicale anche per il commercio online è un segnale positivo. Ma, al di là degli annunci, dal punto di vista tecnico mi pare difficile da realizzare”.
Anche Roberto Liscia, presidente di Netcomm, il consorzio del commercio elettronico italiano che critica il governo in materia di liberalizzazioni, ha affermato: “La chiusura dei centri commerciali la domenica favorirebbe l’e-commerce ma se le intenzioni sono di limitare anche l’operatività delle vendite online, allora sarebbe un grande danno per il paese. Significa favorire i grandi player internazionali che hanno elevati livelli di efficienza che gli consentono di recuperare lo stop della domenica”.
Il presidente di Netcomm ha lanciato l’allarme sulla perdita di occupazione e punti di Pil. Liscia ha continuato: “Vietare le vendite di domenica significa che uno spagnolo acquisterà vini in Francia. La competitività dell’Italia verrebbe danneggiata. Piuttosto dobbiamo lavorare affinché le piccole realtà commerciali italiani diventino digitali. In paesi come Francia, Gran Bretagna e Germania si sta programmando la consegna dei prodotti anche il sabato e la domenica”.
Secondo Liscia non c’è una contrapposizione tra online e commercio tradizionale. Così ha spiegato: “Chi acquista nell’online e nelle strutture tradizionali spende tre volte rispetto ai consumatori che acquistano solo su un canale. E-commerce e commercio tradizionale non sono alternativi. Devono poter collaborare”.
Le parole del presidente di Netcomm sul rapporto tra internet e negozi fisici trovano conferma anche nel rapporto annuale sull’e-commerce realizzato dalla Casaleggio Associati. Negli Stati Uniti ad esempio l’e-commerce è la principale ragione delle chiusure di negozi di colossi del commercio come Toys, Foot Locker e Gap ma negli ultimi anni il saldo tra aperture e chiusure di negozi è positivo.
Nell’ultimo rapporto della Casaleggio, si legge: “I negozi fisici continuano e continueranno dunque ad essere presenti, come parte dell’esperienza d’acquisto. In alcuni casi potranno fungere prevalentemente da generatore di esperienza o da showroom, per consentire al cliente di conoscere il prodotto, provarlo ed entrare in contatto con il brand. Andare in negozio sarà considerata sempre più un’esperienza paragonabile ad andare al cinema a vedere un film, invece che guardarlo a casa. Il consumatore si aspetta attività coinvolgenti, come gli eventi, nonché l’utilizzo di tecnologia, come ad esempio la realtà aumentata, per provare i capi solo virtualmente o ottenere suggerimenti per gli abbinamenti”.
L’apertura degli sportelli nei giorni festivi non riguarda solo l’Italia ma tutti i Paesi dell’Europa. E’ opportuno sapere come si regolano i diversi Paesi europei.
In Austria restano chiusi, tranne che nelle zone turistiche. In Ungheria, Portogallo e Svezia, invece, le saracinesche sono sempre alzate. Mentre in Italia  si solleva la questione dei negozi chiusi la domenica e durante i giorni festivi basandosi su falsi principi etici, in Europa, il modello di regolamentazione degli orari lavorativi e delle aperture domenicali varia da Paese a Paese. Secondo una pubblicazione del centro studi Bruno Leoni, in 16 dei 28 Stati membri dell’Unione europea non è presente alcuna limitazione di orario o apertura domenicale.
L’Italia, dove è attualmente in vigore il decreto-legge n. 214/2011, il cosiddetto ‘Salva Italia’, che ha liberalizzato l’apertura dei negozi, appartiene al gruppo dei Paesi con una disciplina maggiormente concorrenziale. Ma non è certo l’unica nel panorama dell’Ue. Bulgaria, Croazia, Estonia, Finlandia, Ungheria, Irlanda, Lituania, Lettonia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia prevedono tutte la liberalizzazione totale degli orari, senza alcuna restrizione. In Danimarca non c’è alcuna restrizione per le aperture domenicali ma durante le maggiori festività (Natale, Capodanno, etc.) i negozi devono chiudere entro le 15.
La panoramica europea mostra che in nessun Paese il lavoro domenicale è totalmente proibito, e anche in nazioni come Grecia, Germania e Francia, che presentano maggiori limitazioni, sono presenti numerose eccezioni, scrive il report. Malta, Ungheria, Finlandia e Danimarca hanno introdotto e successivamente abolito le restrizioni sul lavoro domenicale.
Nelle nazioni che presentano forme di divieto o limitazione sono invece previste numerose eccezioni e deroghe, che generalmente riguardano i negozi di alimentari, panetterie, grande distribuzione, giornalai, stazioni di servizio, stazioni dei treni, aeroporti e musei.
In Francia vige il principio del riposo domenicale per dipendenti. Solo i negozi detenuti dai proprietari possono liberalmente rimanere aperti. Le eccezioni prevedono i negozi alimentari, mentre il riposo domenicale è concesso a partire dalle 13. Per i dipendenti che lavorano per i negozi più grandi di 400 metri quadrati, la remunerazione è aumentata del 30%. I negozi non alimentari, invece, hanno la possibilità di aprire previa decisione del sindaco. In questo caso la remunerazione è doppia.
In  Germania  i negozi restano chiusi la domenica e durante i festivi ad eccezione di panetterie, fiorai, giornalai, negozi per la casa, musei, stazioni ferroviarie, stazioni di servizio, aeroporti e luoghi di pellegrinaggio. In Spagna, invece, ciascuna Comunità autonoma stabilisce il numero totale di domeniche di lavoro annuali autorizzate. La maggioranza delle comunità autonome stabilisce 10 domeniche/feste nazionali di apertura.
Riepiloghiamo dettagliatamente come funziona nei diversi paesi europei l’apertura dei negozi nei giorni festivi.
Austria: domenica negozi chiusi, ma sono previste eccezioni per le aree turistiche.
Belgio: esercizi commerciali chiusi a meno che il rivenditore non scelga un giorno di chiusura alternativo. Previste eccezioni per le aree turistiche.
Bulgaria: nessuna restrizione.
Croazia: nessuna restrizione.
Cipro: negozi chiusi ma con l’eccezione delle zone turistiche. Nessuna restrizione, invece, per panetterie, pasticcerie e minimarket.
Repubblica ceca: aperture proibite durante le maggiori festività.
Danimarca: nessuna restrizione per le aperture domenicali.
Estonia: nessuna restrizione.
Finlandia: nessuna restrizione.
Francia: vige il principio del riposo domenicale per dipendenti. Solo i negozi detenuti dai proprietari possono liberalmente rimanere aperti. Sono previste eccezioni per i negozi alimentari. Per i negozi non alimentari possibilità di apertura previa decisione del sindaco e remunerazione doppia per i dipendenti.
Germania: negozi chiusi. Eccezioni previste per panetterie, fiorai, giornalai, negozi per la casa, musei, stazioni ferroviarie, stazioni di servizio, aeroporti e luoghi di pellegrinaggio.
Grecia: negozi chiusi. Eccezioni previste per negozi alimentari, fioristi, negozi di antiquariato, stazioni di servizio.
Irlanda: nessuna restrizione.
Italia: nessuna restrizione.
Lettonia: nessuna restrizione.
Lituania: nessuna restrizione.
Lussemburgo: aperture tra le 6 e le 13. Orario prolungato per panetterie, macellerie, pasticcerie, chioschi e negozi di souvenir.
Malta: i negozi sono autorizzati ad aprire la domenica a patto che restino chiusi un altro giorno della settimana. I lavoratori non possono essere obbligati a lavorare la domenica a meno che questo non sia esplicitamente previsto nel contratto di lavoro.
Paesi Bassi: esercizi commerciali chiusi. Le autorità locali possono autorizzare aperture domenicali. Negozi in stazioni di servizio, del treno, aeroporti ed ospedali hanno orari flessibili.
Polonia: nessuna restrizione (15 date di festa nazionale con chiusura obbligatoria).
Portogallo: nessuna restrizione.
Romania: nessuna restrizione.
Regno Unito: in Scozia, nessuna restrizione. In Inghilterra e Galles nessuna restrizione per negozi più piccoli di 280 metri quadri. Apertura tra le 10 e le 18 per i negozi più grandi di 280 metri quadri. In Irlanda del Nord Irlanda del Nord nessuna restrizione per negozi più piccoli di 280 metri quadri e orario 13-18 per i negozi più grandi di quella metratura.
Slovacchia: nessuna restrizione.
Spagna: ciascuna comunità autonoma stabilisce il numero totale di domeniche di lavoro annuali autorizzate. La maggioranza delle comunità autonome stabilisce 10 domeniche/feste nazionali di apertura.
Svezia: nessuna restrizione.
Ungheria: nessuna restrizione.
Quindi, la chiusura dei negozi nei giorni festivi non danneggia i lavoratori che usufruiscono comunque del giorno di riposo settimanale. Anzi, in molti casi è anche gradito il turno la domenica perché c’è la maggiorazione della paga oraria. Tanti svantaggiati per la perdita di opportunità, di utilizzo del tempo libero per poter effettuare gli acquisti con calma e maggiore oculatezza che significa spesso spendere di meno per avere la stessa utilità.
Ad avvantaggiarsi, in realtà sarebbero soltanto le grandi realtà come Amazon che possono gestire gli ordini dell’E-commerce anche da un’altra parte del mondo sfuggendo a qualsiasi forma di controllo. Cosa impedirà ad un cittadino di fare un acquisto in E-commerce il giorno di Natale o a Capodanno e vedersi recapitare a casa il bene acquistato il primo giorno feriale successivo ?
L’abilità demagogica dei penta stellati è sorprendente, ma presto gli elettori se ne accorgeranno. Purtroppo, ancora non emerge una alternativa politica credibile che possa raccogliere consensi politici ed elettorali.

Salvatore Rondello

Virtuale vs Reale. Vantaggi della digitalizzazione

herìzmaVirtuale vs reale? Questi due universi non sono antitetici, ma al contrario in stretta relazione, complementari l’uno all’altro. La Cina offre l’esempio migliore per comprendere come il mondo fisico possa trarre linfa vitale dal digitale, creando così un circolo virtuoso dove l’uno contribuisce alla crescita dell’altro. I consumatori cinesi sono tra i più digitalizzati al mondo e oggi dettano le tendenze del futuro. Hema, un supermarket futuristico, rappresenta l’esperimento più riuscito del connubio tra offline e online. Anzi, è la quintessenza del principio cinese dell’O2O, ossia Offline to Online ma anche Online to Offline, mettendo in luce come digitale e mondo fisico possano trarre beneficio l’uno dall’altro. Entrare in uno dei 46 negozi Hema, dislocati in 13 diverse città cinesi, è un’esperienza avveniristica. Niente di simile esiste in altre parti del mondo. Virtuale e mondo fisico si intrecciano e creano valore aggiunto, rendendo l’esperienza del cliente coinvolgente, emozionante, memorabile. Qui ogni singolo acquisto, anche quelli fatti fisicamente nel punto vendita, avviene rigorosamente attraverso l’uso di smartphone. Questo non significa che i cassieri non esistano. Nel negozio di Shenzhen, ad esempio, c’è comunque una cassa per le emergenze dove è possibile pagare utilizzando denaro contante. Certo, l’idea è quella di eliminare le transazioni fisiche del tutto, quindi se si applicasse a realtà commerciali esistenti occorrerebbe in qualche modo riconvertire una parte dei cassieri. Però questa sorta di supermarket futuristico è una realtà nata da zero che offre un’eccezionale opportunità per creare nuovi posti di lavoro.
L’interazione con commessi e addetti è tutt’altro che inesistente, anzi, il cliente viene coccolato dalla presenza fisica di tanto personale, rendendo così unica l’esperienza all’interno di un punto vendita della catena. Hema è un supermercato stile gourmet, con una qualità di prodotti e materie prime di straordinario livello, talmente fornito da avere al proprio interno dai detersivi alle mele, dal pane appena sfornato ai surgelati, dalle conserve ai liquori. Hema è al tempo stesso un luogo di intrattenimento, perché al proprio interno vi sono molti diversi ristoranti dov’è possibile assaporare pietanze cucinate sul momento. Si spazia dalle verdure alla frutta, dai dolci ai prodotti da forno, dal sushi, alla carne alla griglia, al pesce fresco e ai molluschi, esposti vivi, pronti per essere scelti, processati e consumati, crudi o cotti. Ma c’è di più, Hema è anche un enorme ed efficientissimo centro logistico. Questo significa che non solo è possibile fare la spesa scegliendola personalmente, vedendosela consegnare entro 30 minuti in un raggio di 3 chilometri dal punto vendita dove si è effettuato l’acquisto, ma è anche possibile ordinare online la spesa, o un pasto, avendo la certezza che ciò che abbiamo ordinato venga recapitato sempre con gli stessi tempi di consegna. Infatti l’ordine viene inviato al supermercato Hema più vicino, rendendo quindi la logistica organizzata e velocissima, un dettaglio non da poco, che fa la differenza sul ciclo del fresco, soprattutto per pesce, verdure e frutta. Ma che cos’è Hema? Si tratta di un nuovo concept del fare acquisti, creato dal nulla da Alibaba, il colosso dell’e-commerce cinese fondato da Jack Ma nel 1999, che dà lavoro a 66.000 persone. Hema è stato lanciato nel 2015 ed è un ecosistema nel quale ogni acquisto avviene rigorosamente attraverso il sistema di pagamento online Alipay. Rappresenta il più grande e riuscito esperimento di digitalizzazione mai realizzato prima. Un connubio tra online e offline talmente ben riuscito che nei prossimi cinque anni apriranno altri 2.000 punti vendita Hema in tutta la Cina. Sono andata a visitare il negozio Hema di Futian a Shenzhen. Tutto è straordinario, dalle dimensioni del negozio alla varietà di prodotti disponibili. L’esperienza è di tipo multisensoriale. Il coinvolgimento è totale. Non solo esiste un rapporto visivo, olfattivo, tattile con i prodotti, è possibile anche interagire scoprendo ingredienti o metodi di produzione utilizzando la scansione di codici QR. Si entra attraverso una porta a forma di bocca stilizzata di ippopotamo, il logo della catena. Uno dei punti di forza è proprio la qualità delle materie prime, con etichette che spiegano provenienza, azienda di produzione, metodi di coltivazione o allevamento, assenza di pesticidi. Forse non tutti sanno che il consumatore cinese è molto esigente e attento alla qualità dei prodotti alimentari, questo perché in passato sono stati tanti i casi di frodi e sofisticazioni alimentari da parte di produttori senza scrupoli, con scandali anche molto gravi che hanno avuto vasta eco nel Paese. Da Hema anche le aziende diventano protagoniste con le loro storie e con i loro prodotti. Ciò che è a dir poco straordinario è il settore di pesce e frutti di mare. Enormi vasche pulitissime espongono pesce vivo di una varietà incredibile. Granchi, gamberoni, ostriche, capesante, cannolicchi, e molluschi di ogni tipo e dimensione rigorosamente vivi. Uno strabiliante ciclo del fresco che anche nel settore ortofrutticolo garantisce qualità e freschezza dei prodotti: dalle banane ai fiori commestibili. Colpisce un nastro sul soffitto che trasporta a ciclo continuo di ordini acquistati online dai clienti. Viaggiano su questo nastro borse di colore diverso a seconda del giorno, sempre per garantire la freschezza di ciò che si acquista. I ristoranti sono pieni di clienti, i piatti sono profumati e invitanti. Ho provato una tagliata di angus servita con un’ottima cottura a richiesta, accompagnata da un contorno di verdure crude. La bibita era compresa nel prezzo che è in linea con quello di un buon ristorante. Il personale segue il cliente in ogni fase e aiuta anche chi ha meno dimestichezza con le transazioni digitali. Hema sfata ogni mito riguardo alla scarsa qualità dei prodotti cinesi e stabilisce un rapporto di fiducia con il consumatore che sarà sempre più portato a muoversi nell’offerta di questo ecosistema, in cui qualità e storytelling, digitale e mondo fisico si compenetrano, arricchendosi a vicenda.

Mila Cataldo