Cile, il cambiamento è arrivato con il Frente Amplio

sanchezCosa è successo ieri in Cile con le elezioni presidenziali? Elezioni che, fino ad ieri, dovevano essere una passeggiata per l’ex-presidente Piñera, magnate locale e leder di una destra particolarmente retrograda come quella cilena.

A sorpresa è quasi arrivata al ballottaggio Beatriz Sánchez, giornalista, dichiarata femminista, appoggiata da una coalizione che si è formalizzata meno di un anno fa, il Frente Amplio, frettolosamente definito di media internazionali “l’estrema sinistra”.

Il Frente Amplio è un vasto insieme di partiti e movimenti messo in moto dal Partito Umanista e da Revolución Democratica, partito nato dai movimenti studenteschi di alcuni anni fa e unico partito della coalizione ad avere già deputati in parlamento. Non è semplicemente un fronte di sinistra (i comunisti hanno preferito andare con il governo di centro sinistra, per esempio) ma è più esattamente un laboratorio politico di convergenza nella diversità. Questo laboratorio politico ha messo in moto quello che è uno dei punti centrali del programma: ridare il potere alla gente, costruendo il programma di governo con una quantità enorme di assemblee popolari dove le proposte venivano elaborate e votate dalle persone, fino ad arrivare a un risultato definitivo.

Un’altra caratteristica essenziale è stata la posizione nonviolenta che accomunava tutte le forse in campo, anche quelle, come un partito liberale, che non si riconoscono nello schema classico della sinistra ma che ne condividono gli aspetti libertari.

Infine il tema più caro agli umanisti: rimettere al centro le persone e le loro esigenze di base: salute, educazione, lavoro, qualità della vita.

Questa coalizione, che ha speso un decimo di quello che hanno speso gli altri, ha fatto una campagna capillare tra la gente, ha costruito le candidature dal basso, ha deciso con primarie la propria candidata a presidente scegliendo una persona indipendente ma conosciuta per la sua professionalità, la sua simpatia. La sua empatia. “È arrivato il cambiamento: è arrivato per rimanere” ha dichiarato Beatriz subito dopo i risultati che, con oltre il 20% di voti, l’hanno proiettata a un soffio dal secondo turno.

L’ondata antipolitica che serpeggia ovunque ha così preso una variante ragionevole, giovane, nuova e progressista (nel senso vero della parola) e che potrebbe (dovrebbe?) far da modello in Italia.

Gli elementi essenziali? La politica parte dalla base della società, si svolge con coerenza, senza personalismi; con idee e ideali chiari che rispondono alle esigenze reali della gente di vivere bene, tutti; è guidata dalla nonviolenza che non è solo un metodo di azione ma anche coerenza personale e sociale.

L’annunciata vittoria al primo turno della destra è tutta da rivedere, così come la pretesa di grandi venti conservatori nel continente americano, anche perché anche il candidato di una parte del “centro-sinistra” (si prega di notare le virgolette), Alejandro Guiller che andrà al ballottaggio è un irregolare e non politico all’interno della sua coalizione. E subito ha fatto appello al Frente Amplio per definire un programma di governo che tenga conto delle proposte di quella coalizione.

A destra il pragmatismo imprenditoriale ha perso pezzi verso un’estrema destra che non si vergogna di dire che Pinochet era una brava persona; la DC che arrogante si presentava quasi da sola ha ottenuto il peggior risultato della sua storia.

Infine da segnalare che, comunque, il grande vincitore è l’astensionismo che ha superato il 50% in un paese dove, fino a poco tempo fa, il voto era obbligatorio: se il Frente Amplio ha sicuramente portato non pochi giovani a votare altri cileni hanno pensato che ormai non vale più la pena.

E gli umanisti? festeggiano i cinque deputati e i sette consiglieri regionali: quasi nella stessa circoscrizione dove Laura Rodríguez fu la prima deputata umanista del pianeta venticinque anni fa è stato eletto Tomás Hirsch, ex candidato a presidente di un’altra coalizione messa in moto dal PH. Ma il più simpatico (e quello che di sicuro non farà dormire tutti gli altri deputati) è Florcita Motuda, il cantante umanista che sfidò Pinochet dopo il plebiscito, presentandosi alla Moneda con la fascia da presidente e intimandogli di andarsene; un cantautore che da sempre scrive canzoni ispirandosi agli scritti di Silo, fondatore del Movimento Umanista. Una sua frase famosa: “i politici nelle campagne elettorali mettono un po’ di musica intorno alla politica; io metterò un po’ di politica intorno alla musica”.

Qualunque cosa succeda fino al ballottaggio di dicembre quel che è sicuro è che la politica di quello che spesso è stato considerato il paese più conservatore dell’America Latina ha subito uno scossone gigantesco e che la crisi della politica tradizionale e del “bipolarismo perfetto”, a lungo sperimentato qui, è arrivata anche da queste parti.

Olivier Turquet
Pressenza

 Zimbabwe: Mugabe non molla, torna l’ex vice

mugabeLo Zimbabwe attende con il fiato sospeso la decisione del presidente Robert Mugabe che, bloccato nel suo palazzo, si rifiuta di cedere la guida di un Paese che regge da 38 anni. Nelle ultime ore sono finiti agli arresti domiciliari anche altri uomini del suo entourage e intanto e’ rientrato nel Paese, secondo una fonte a lui vicina, il suo ex vicepresidente Emmerson Mnangagwa, la cui defenestrazione aveva provocato l’intervento dell’esercito.

I militari, che negano di aver fatto un colpo di Stato, hanno assicurato che vi sono stati “progressi significativi” per trovare una soluzione alla crisi e hanno dato notizie di nuove epurazioni all’interno del partito di governo, Zanu-PF. “Abbiamo catturato molti criminali, mentre altri sono ancora in fuga”, ha fatto sapere l’esercito in una dichiarazione pubblicata dal quotidiano di stato The Herald, ora controllato dai militari. “Al momento stiamo discutendo con il Comandante in Capo (Robert Mugabe) e vi informeremo del risultato di queste discussioni il prima possibile”, ha aggiunto. Il 93enne presidente, che rimane agli arresti domiciliari, e alti esponenti delle forze armate dello Zimbabwe hanno avuto una riunione giovedi’ presso la sede della Presidenza, con la mediazione di un sacerdote e un inviato del governo sudafricano.

Alla presenza del capo dell’esercito, il generale Constantino Chiwenga, Mugabe, 93 anni di cui 37 al potere, ha rifiutato le dimissioni. Secondo i media locali, l’esercito cerca l’allontanamento dal potere di Mugabe, anche se non necessariamente subito. Mugabe e’ riluttante a dimettersi, secondo le stesse fonti, e vuole garantita l’immunita’ per lui e la First Lady, Grace. Giovedi’ sarebbe rientrato in patria l’ex vicepresidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, la cui espulsione aveva messo in moto l’esercito contro Mugabe. Tra le ipotesi sul tappeto c’e’ che il presidente si dimetta e ceda il potere a Mnangagwa oppure resti in carica fino al congresso del partito a dicembre o fino alle elezioni nel 2018.

Multiculturalismo e le nuove frontiere della medicina

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“Sanità e multiculturalismo”: questo il tema del Manifesto programmatico che AMSI, Associazione Medici di Origine Straniera in Italia (operante da 16 anni ella difesa dei diritti dei circa 18.500 camici bianchi d’origine estera operanti nella penisola , e nella promozione di servizi sanitari – soprattutto ambulatori attivi sul territorio – per la salute di immigrati e cittadini italiani, e nello scambio internazionale d’esperienze in campo sanitario), ha promosso insieme alla Confederazione Internazionale Unione Medica Euro Mediterranea (UMEM), al Movimento internazionale “Uniti per Unire”, “Emergenza Sorrisi” ONLUS, e a una rete di ONG, comunità e associazioni varie. Il Manifesto viene arricchito giorno dopo giorno con proposte di attualità (sollevate in base alle esperienze professionali fatte in vari Paesi, e secondo le diverse culture, religioni e specializzazioni). Che, nell’era della globalizzazione, evidenziano, da un lato, quella che ormai è la dimensione internazionale della medicina; dall’altro, il legame tra Sanità e conoscenza culturale e religiosa.

Ecco i punti qualificanti del Manifesto. Il diritto alla salute universale: i servizi sanitari devono essere assicurati a tutti – italiani e non – indipendentemente dalle possibilità economiche della persona, dallo status amministrativo del paziente (con o senza permesso di soggiorno) e dall’età (tutti i minori indistintamente devono poter essere seguiti da un pediatra). Sì all’istruzione obbligatoria: è importante assicurarsi che tutti i minori immigrati vadano a scuola con regolarità, senza distinzione di sesso ed età, e sì ad una maggiore prevenzione nelle scuole, contro l’insorgere di crisi ansiose e depressive dovute a discriminazioni e disagi sociali. No alle cure “fai da te” e alle abitudini che, senza alcuna ragione di salute, danneggiano o mortificano il corpo, come l’infibulazione genitali femminili. Sì alla circoncisione in strutture sanitarie pubbliche e private autorizzate per non finire negli ambulatori clandestini. Sì a una maggiore cooperazione internazionale , per assicurare prevenzione e cura nei Paesi in via di sviluppo: ma anche ad una legge europea sull’immigrazione, per garantire una vera politica sovranazionale europea per la gestione dei flussi migratori. Si’ a un’adeguata programmazione dell’ingresso in Italia dei professionisti della sanità d’origine straniera, in base alle esigenze del mondo del lavoro, e mediante precisi accordi con gli altri Paesi.

Venendo ai problemi più strettamente pratici e deontologici delle professioni sanitarie, il Manifesto sottolinea l’importanza dell’aggiornamento professionale per tutti gli operatori della sanità: su salute globale, patologie emergenti, impiego dei mediatori interculturali (dei quali occorre senz’altro creare un albo nazionale) nel rapporto medico-paziente, rispettando quel filo comune esistente tra medicina, cultura e religione; il tutto con erogazione di crediti ECM. Per combattere adeguatamente disoccupazione, sottoccupazione e precariato nella medicina, e la “fuga dei cervelli” all’estero, si propone anzitutto un censimento preciso delle professioni sanitarie in Italia, e la creazione d’una rete di sportelli (come quella già esistente, di AMSI e UMEM e U. x U. ) che permetta un miglior incontro tra domanda e offerta di professioni sanitarie.

Secondo le statistiche dell’UMEM ci sono più di 500 mila medici di origine straniera che esercitano in Europa; e negli ultimi tempi sono aumentate del 35 per cento le richieste di medici italiani di recarsi all’estero, e del 50 quelle, di altri Paesi, di medici italiani e stranieri per lavorare da loro.

Infine, mentre si ribadisce che ogni medico ha diritto a un equo compenso, da fissare con dei minimi tariffari, si pensa a un miglior rapporto degli Ordini dei Medici col territorio : sviluppando anche i servizi “online” e ogni canale utile a potenziare i rapporti medici-cittadinanza, e potenziando i corsi d’aggiornamento professionale. No, in ultimo, alla “medicina difensiva” : è importante contrastare l’eccesso di analisi prescritte dai medici per evitare denunce o cause legali da parte dei pazienti (fenomeno che oggi costa annualmente 120 milioni di euro, tra spese legali e per esami clinici spesso inutili), creando un nuovo clima di fiducia, in prospettiva una vera “alleanza per la salute”, tra medici e pazienti.

“Diamo il nostro contributo alla Sanità italiana e a quella multiculturale con un Manifesto che speriamo possa migliorare il Sistema Sanitario Nazionale, dando concreti spunti di cooperazione e risultando utile anche ad altri Ordini professionali” , dichiara il Prof. Foad Aodi, medico fisiatra, Presidente e fondatore di AMSI e UMEM, appellandosi al Governo italiano e agli albi professionali .“E affermare, nelle scelte di tutti i giorni, il legame sanità-multiculturalismo rappresenta, diremmo, lo strumento migliore per abbattere, da un lato, i muri della paura; e contrastare, dall’altro, chiusura e isolamento di certe comunità e di alcuni cittadini immigrati.I l confronto e il dialogo multiculturale e multidisciplinare, da sempre scelte distintive di AMSI ,UNITI PER UNIRE e UMEM, e lo sviluppo di tutti i canali moderni d’ aggiornamento (telemedicina, gemellaggi, stages, ecc…), arricchiscono i contenuti scientifici, e propongono un modello di collaborazione veramente innovativo. Oltre a combattere il mercato degli esseri umani, e i casi di violenza contro donne e bambini durante i viaggi della speranza che affrontano gli immigrati”.

Fabrizio Federici

Dalla Ue obbligo (facoltativo) del taglio del CO2 auto

auto elettricaI produttori auto Ue dovranno obbligatoriamente entro il 2030 avere sul mercato una flotta che abbia il 30% in meno di emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 2021. È la proposta al centro del Pacchetto Mobilità della Commissione Ue. Ci sarà anche un target intermedio nel 2025 per garantire che l’obiettivo per il 2030 sia rispettato. È previsto inoltre un sistema innovativo di incentivi per chi supera la sua quota di veicoli puliti (auto e van) e sanzioni per i produttori auto pari a 95 euro per grammo di emissioni superiori al limite per ogni veicolo.

Il Pacchetto Mobilità pulita, oltre ai nuovi limiti per le emissioni di CO2, contiene una serie di provvedimenti supplementari (tra cui tre direttive, un Piano d’azione e un’Iniziativa), che vanno da misure a favore dello sviluppo delle batterie per le auto elettriche sino a direttive riviste per promuovere il trasporto passeggeri su pullman a lunga percorrenza e quello intermodale per le merci, combinando rotaia e acqua con gomma. Una prima direttiva, quella sui veicoli puliti, punta sugli appalti pubblici (dalle auto in dotazione alle pubbliche amministrazioni sino ai mezzi per la nettezza urbana) per stimolare una domanda ‘certa’ di vetture a zero o basse emissioni per i produttori auto. La direttiva sul trasporto combinato, invece, crea incentivi per un trasporto merci più ‘pulito’ che metta insieme oltre a quello su camion anche l’utilizzo di treni, chiatte e navi. Infine, la direttiva sui servizi passeggeri per pullman, mira a sviluppare connessioni via bus sulle lunghe distanze per ridurre il numero di persone che viaggiano in macchina.

Il pacchetto di Bruxelles è “tecnologicamente neutro”, ovvero non intende favorire, almeno sulla carta, una tipologia di veicolo verde rispetto a un’altra. Questo prevede un Piano d’azione per lo sviluppo di un’infrastruttura transeuropea di carburanti alternativi, mettendo a disposizione una nuova combinazione di strumenti finanziari Ue già esistenti per 800 milioni di euro complessivi d’investimenti. Viene poi lanciata una Iniziativa autonoma sulle batterie per le auto elettriche, con a disposizione ulteriori 200 milioni di euro per il periodo 2018-2020.

Una proposta a cui però non segue nessun obbligo. Infatti la quota del 30% di auto ‘pulite’ a zero o basse emissioni sarà solo facoltativa. È quanto prevede la proposta finale della Commissione Ue nel Pacchetto Mobilita’ pulita. Una proposta annacquata rispetto alle aspettative iniziali, che degrada il requisito a “parametro” anziché renderlo “target” vincolante, introducendo invece il taglio obbligatorio del 30% delle emissioni di C02. Essendo solo un “benchmark” non vincolante, non ci saranno quindi sanzioni per i produttori auto che non avranno il 30% di flotta ‘pulita’ (e il 15% nel 2025). Al contrario, ci saranno incentivi per quei produttori auto che supereranno la quota di auto a zero o basse emissioni del 15% o del 30%: questi consentiranno loro di ‘sforare’ del massimo il 5% sul fronte del taglio delle emissioni di CO2, consentendo di fatto di continuare a mantenere sul mercato una parte di veicoli più inquinanti a combustione.

Una proposta che divide gli eurodeputati. Proposta “realistica” secondo gli eurodeputati Ppe, “senza ambizione” e “inaccettabile” per i colleghi dell’S&d, “non all’altezza” per i Verdi, un regalo all’industria automobilistica per le ong ambientaliste e i consumatori: il nuovo Pacchetto mobilità pulita della Commissione Ue già divide. “Accolta con favore” dal Ppe in quanto dà modo “al settore automobilistico di adeguarsi e scegliere le tecnologie più appropriate”, il target di riduzione del 30% delle emissioni di CO2 è invece “assolutamente inaccettabile” per l’S&d che chiede invece il 40% e si dice “deluso” dalla mancanza di una quota obbligatoria di veicoli ‘puliti’. Anche i Verdi europei sottolineano “la debolezza delle proposte sui veicoli a zero emissioni fissando obiettivi non vincolanti”, che “ritarda” l’arrivo delle auto elettriche.

“E’ bastata una telefonata e la Commissione europea ha fatto un bel regalo all’industria automobilistica”, ha attaccato l’ong Transport&Environment, facendo riferimento alla notizia delle pressioni esercitate da esponenti di primo piano del governo e del settore automobilistico tedesco sull’Esecutivo Ue. L’organizzazione sottolinea che “la rimozione delle penalità” per i produttori che “non raggiungono l’obiettivo” del 30% di flotta ad emissioni zero entro il 2030 “era uno degli obiettivi” dell’industria automotive. “Città e governi in tutta Europa sono più avanti dellaCommissione ed espongono l’influenza su di essa delle lobby”, ha rincarato la dose Greenpeace Europa. I consumatori del Beuc rimarcano invece il passo indietro fatto da Bruxelles sul target vincolante per le auto pulite: “manca una quota per i veicoli elettrici, ora ci aspettiamo che l’Europarlamento e gli stati membri assicurino più scelta ai consumatori europei”.

Beni confiscati alla Mafia, come funziona l’ANBSC

I beni confiscati alla criminalità organizzata:
l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata

2^ puntata

anbscCon il Decreto Legge n. 4/2010, su proposta del Commissario Straordinario, è stata istituita l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC): finalmente vedeva la luce un soggetto giuridico unico, interlocutore e intermediario tra istituzioni amministrative ed associazioni, capace di garantire un pieno e rapido riutilizzo dei beni confiscati alle mafie. L’ANBSC si pone come un modello innovativo di cooperazione inter-istituzionale, in quanto primo soggetto misto, con compiti sia operativi che decisionali per quanto riguarda la gestione e destinazione di beni (tanto che nel proprio consiglio direttivo è prevista la presenza di magistrati e dirigenti di uffici governativi). L’ANBSC ha il compito di accompagnare il percorso del bene dal sequestro preventivo fino alla consegna e ha inoltre la gestione del bene fino alla fine dell’iter giudiziario. Essa ha sede operativa nella città di Reggio Calabria, e sedi decentrate a Palermo, Napoli e Milano. Con il Decreto Legislativo n. 159/2011, recante “Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia”, viene finalmente creata una raccolta unica ed univoca di tutte le norme in materia di beni confiscati. Tra le novità del decreto, il limite massimo di novanta giorni per l’emissione, da parte dell’ANBSC, del provvedimento di destinazione del bene. Con le norme successive, e fino ad oggi, sono stati conferiti ulteriori poteri all’ANBSC, per poter gestire in modo unitario i beni confiscati (a prescindere dal reato commesso), intervenendo anche sulle controversie finanziarie legate al bene (gravami ipotecari, ecc). Sono stati inoltre inseriti tra i destinatari dei beni mobili anche enti territoriali e associazioni di volontariato. Questa la situazione normativa ad oggi. Nell’applicazione pratica, il procedimento di assegnazione e consegna di un bene confiscato alla criminalità organizzata, segue, come si è detto, un iter a sè che consta, in particolare, delle seguenti fasi: – avvio del processo di sequestro e confisca: l’iter parte dalle indagini patrimoniali, che riguardano il tenore di vita, le disponibilità finanziarie, il patrimonio e le attività economiche dell’indiziato e sono estendibili eventualmente a tutti quei soggetti che possano costituire una copertura a traffici illeciti, siano essi persone fisiche (come il coniuge, i figli o i parenti dell’indiziato) oppure giuridiche, società, consorzi e associazioni del cui patrimonio l’indiziato possa in qualche modo disporre. In particolare, esse riguardano il potere economico complessivo dell’indiziato – stimabile in base al possesso di beni di lusso, abitazioni costose, seconde case e terreni, oppure nella frequentazione di determinati ambienti come case da gioco o alberghi di lusso -, le disponibilità finanziarie (cioè titoli, valuta, crediti e proventi derivanti da redditi di capitale e operazioni speculative) e il patrimonio di beni mobili e immobili, di cui le indagini devono poter appurare la formazione progressiva. Le indagini patrimoniali, condotte con il coinvolgimento della Guardia di Finanza, servono ad identificare con precisione tutte le fonti di reddito del soggetto sottoposto al procedimento di prevenzione e ricostruire il flusso di denaro sporco lungo tutti i possibili canali finanziari di riciclaggio, verificando se l’indiziato risulti essere titolare di licenze, autorizzazioni, concessioni o di abilitazioni all’esercizio di attività commerciali e imprenditoriali, comprese le iscrizioni a registri pubblici e albi professionali. Esse hanno inoltre un ruolo importante di ricostruzione del contesto nel quale il soggetto sottoposto a procedimento opera e dei legami interpersonali costruiti attorno alle sue attività. Con il Decreto Legge n. 92/2008, la competenza relativa alle indagini patrimoniali è stata estesa alla Direzione Nazionale Antimafia il cui Procuratore nazionale ha un potere di impulso e coordinamento per effettuare procedimenti di prevenzione. La durata massima di tali indagini è di sei mesi, prorogabili a diciotto mesi in casi estremi. Eventualmente il Procuratore nazionale antimafia può anche avanzare richieste per visionare documenti e atti presso pubbliche amministrazioni, enti creditizi, imprese e società; a tal riguardo, fondamentali sono le indagini bancarie, che rendono possibile l’individuazione di attività occulte e delle relazioni interpersonali degli indiziati; la presenza di prestanome o di forme di occultamento rende però le indagini bancarie, seppur utilissime, particolarmente difficoltose; – sequestro: è la prima azione del giudice ed è una misura cautelare, attuata su impulso dell’organo che propone l’azione, che prevede la sottrazione dei beni all’indagato e la nomina di un amministratore o custode del bene, che dovrà occuparsene, a seconda della natura del bene stesso, per tutta la durata del processo; – confisca di primo grado: è un provvedimento temporaneo adottato dal giudice dopo aver dato udienza a tutte le parti in causa; tale confisca permette di mantenere il sequestro e portare avanti in sicurezza tutto il procedimento di confisca (che deve essere confermato dal giudice di secondo grado); – confisca definitiva: soltanto dopo il pronunciamento definitivo del giudice all’ultimo grado di giudizio possibile, la confisca, fino a quel momento di natura temporanea, è definitiva ed il bene passa all’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC), che ne avvia, coordina e segue l’iter di assegnazione e riutilizzo. I beni confiscati – che possono essere beni immobili, beni mobili o aziende – non vengono però riutilizzati immediatamente dopo l’entrata in vigore della sentenza definitiva; dopo un periodo che non può superare i novanta giorni, così detto “di gestione” da parte dell’ANBSC, viene definita la destinazione del bene, con due possibili soluzioni: – il bene viene mantenuto al patrimonio dello Stato per vari utilizzi o finalità istituzionali, quali ad esempio la pubblica sicurezza o la protezione civile e ambientale, l’individuazione quale sede per ospitare Caserme e presìdi di legalità (nel caso di beni immobili), ecc; oppure – il bene viene trasferito, a seguito di richiesta da parte dell’ANBSC di apposita manifestazione di interesse, e di riscontro positivo, ad un ente locale (in via prioritaria al Comune, e in via sussidiaria ala Provincia o alla Regione) che ne decide l’utilizzo per finalità sociali. In particolare per i beni immobili: l’ente locale, che intende acquisire al proprio patrimonio il bene confiscato, dovrà specificare, nell’atto deliberativo con cui estrinseca tale volontà, ed entro sei mesi dalla richiesta dell’ANBSC, le finalità a cui destinare il bene e le modalità dell’utilizzo. Nello specifico, potrà decidere: – se amministrare direttamente il bene, attraverso proprie risorse umane, strumentali e finanziarie, e la relativa destinazione; oppure – se assegnarlo in comodato d’uso gratuito, per finalità specificatamente previste dalla legge e previa gara ad evidenza pubblica ad associazioni, cooperative o soggetti del terzo settore specificatamente previsti dalla legge. Infatti, i soggetti che possono essere individuati quali affidatari o concessionari di beni confiscati, sono quelli tassativamente previsti, ossia comunità, anche giovanili, enti, associazioni maggiormente rappresentative degli enti locali, organizzazioni di volontariato di cui alla legge 11/08/1991 n. 266, cooperative sociali di cui alle legge 08/11/1991 n. 381, comunità terapeutiche e centri di recupero e cura per tossicodipendenti di cui al testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al D.P.R. 9 ottobre 1990, n.309, nonché associazioni di protezione ambientale riconosciute ai sensi dell’art. 13 della legge 08/07/1986, n. 349 e successive modificazioni. I beni possono essere concessi anche a cooperative di giovani di età non superiore a 35 anni, per l’utilizzazione per scopi culturali. L’atto deliberativo con cui l’Ente locale ha estrinsecato la propria volontà di acquisire il bene al proprio patrimonio, verrà così trasmesso tempestivamente all’ANBSC, con allegato un progetto di utilizzo, e da questo momento in poi l’Agenzia dovrà emettere il Decreto di assegnazione del bene, specificandone nell’atto, tipologia (terreno o fabbricato), foglio di mappa, particella, codice identificativo, territorio di ubicazione, estremi dell’atto di confisca e finalità. Il decreto di assegnazione, emesso di norma dal Direttore dell’ANBSC, specificherà anche, in ossequio alla Legge di stabilità 2013 n. 228/2012, art. 1, c. 197, che tutti gli eventuali gravami pendenti sul bene prima della confisca, sono estinti di diritto, ciò in un’ottica di tutela e salvaguardia dei terzi eventualmente titolari di diritti di credito. Una volta ricevuto il Decreto di assegnazione, l’Ente locale dovrà provvedere alla “messa in funzione” del bene se gestito direttamente, ovvero al suo successivo affidamento a soggetto no profit tra quelli sopra detti, mediante un Avviso Pubblico che dovrà contenere le modalità di partecipazione degli aspiranti assegnatari, e soprattutto i criteri di assegnazione dei punteggi al progetto di utilizzo. Il criterio usuale è quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa, intendendo che i concorrenti dovranno cimentarsi nella presentazione di un progetto di utilizzo sociale del bene, secondo le finalità del Bando, ispirando la propria offerta a criteri di elevata qualità dei servizi resi, e ad ogni voce stabilita dal bando, inerente la qualità progettuale offerta (ad esempio utilizzo di giovani in condizioni di fragilità sociale, utilizzo di metodologie innovative, utilizzo di personale specializzato nelle attività da svolgere ecc.), verrà assegnato un punteggio. Naturalmente si collocherà nella graduatoria di merito il concorrente che avrà ottenuto il maggior punteggio. Generalmente i Comuni sono dotati di un Regolamento interno, approvato in Consiglio Comunale, che disciplina le modalità di assegnazione dei beni, ripartendo le varie funzioni tra l’organo politico (Giunta o Consiglio) per ciò che attiene agli indirizzi generali, e gli uffici, per ciò che attiene alla gestione esecutiva e burocratica. Viene quindi nominato un Responsabile del Procedimento, che dovrà occuparsi di tutta la fase amministrativa, dalla pubblicazione del Bando, alla nomina della Commissione di Valutazione, all’aggiudicazione definitiva ed alla consegna. Interessante da rilevare è la previsione che, tutti i soggetti (soci, coadiutori, dipendenti, ecc.) afferenti al soggetto concorrente ed aggiudicatario, dovranno presentare i certificati giudiziali (Casellario e carichi pendenti) riportanti le loro condizioni rispetto alla giustizia. L’affidamento del bene è disposto mediante contratto a titolo gratuito per un periodo di tempo importante ma comunque limitato (generalmente dai 7 ai 20 anni), al fine di consentire un dispiegamento ottimale delle attività progettuali presentate. E’ inoltre possibile che gli Enti Locali prevedano, nei loro Regolamenti interni, ed in via residuale, che il riutilizzo dei beni confiscati avvenga per finalità lucrative, ma in tal caso, i proventi delle attività svolte, dovranno comunque essere utilizzati per attività sociali. Una volta concesso il bene, l’Ente assegnatario provvederà al controllo ed alla vigilanza affichè tutte le attività contemplate nel contratto vengano rispettate alla lettera segnalando al concessionario, per poterle rimuovere, le eventuali criticità riscontrate. Nei casi più gravi, previsti dal contratto, sarà possibile revocare l’assegnazione. La regolamentazione locale di norma prevede che su ogni bene confiscato assegnato dovrà essere affissa una targa recante le notizie sulla confisca. Le attività comunali, e locali in genere, sono oggi improntate a criteri di trasparenza amministrativa tout court, in quanto la normativa vigente dispone che ogni pubblica amministrazione abbia, nel proprio sito web istituzionale, un’apposita sezione, denominata “Amministrazione Trasparente”, nella quale sono periodicamente pubblicati i dati e i documenti di interesse collettivo. I Comuni più virtuosi, poi, creano nella propria home page una sezione dedicata ai beni confiscati. Nonostante il processo sopra esplicitato sembri apparentemente scorrevole, l’esperienza pratica fin qui osservata rivela una serie di criticità che, purtroppo, ne rallentano l’iter di assegnazione e riutilizzo, spesso paralizzando l’intera attività. Queste le principali: – scarsa comunicazione tra ANBSC ed Enti Locali: spesso le comunicazioni tra questi due soggetti sono lente e imprecise, sia a causa della poca professionalità presente negli enti, dovuta ad una presenza di dipendenti con età media over 55, e quindi con le conseguenti difficoltà nell’utilizzo degli strumenti informatici di comunicazione e trasmissione dati, sia per la mancanza di una specifica formazione che, spesso, avviene sul campo, sulla materia dei beni confiscati. Queste difficoltà, naturalmente, rallentano ab initio il procedimento di cui trattiamo; – lungaggini nella scelta di manifestare interesse all’acquisizione del bene da parte degli Enti Locali: quando l’ANBSC trasmette all’Ente Locale la richiesta di manifestare la volontà di acquisire il bene al proprio patrimonio, l’Ente Locale e, soprattutto, il Comune, ha difficoltà nella scelta, in parte per motivi socioculturali, legati al timore che nessuno possa farsi avanti a concorrere all’assegnazione, temendo, specie negli ambienti piccoli, dispetti e ritorsioni da parte dei proprietari originari, in parte perchè molte volte non si hanno le risorse finanziarie, umane e strumentali necessarie per accatastare, volturare presso la Conservatoria dei RR.II. e ristrutturare il bene, che comunque, per poter essere utilizzato, necessita di avere tutte le autorizzazioni previste dalla legge (agibilità, certificazione impianti, titolo di proprietà, ecc.). Ecco perché molti Comuni, per superare questo empasse, decidono di ricorrere a fonti di finanziamento extracomunali (Regione, Provincia/Città Metropolitana, Unione Europea, Fondazioni e/o Associazioni private), con la conseguenza che si crea un nuovo iter procedurale dal quale dipende la decisione di accettare il bene o anche di metterlo a bando per il riutilizzo, se già acquisito. Spesse volte i beni rimangono per anni nello stato di “gestione” da parte dell’ANBSC o di “consegna” al Comune, in questo ultimo caso si verifica spesso che i destinatari della confisca, sentendosi ancora proprietari, dispongano del bene utilizzandolo, abitandovi e svolgendo tutte le attività connesse, con la conseguenza che i soggetti preposti, quasi sempre con il supporto delle FF.OO., devono intervenire in modo coattivo (sgombero forzato); – una volta acquisito il bene, pubblicato il Bando ed individuato l’aggiudicatario definitivo, subentra il problema dell’utilizzo: non sono rari, purtroppo, i casi di attentati e atti vandalici, incendi dolosi e quant’altro, volti a scoraggiare gli assegnatari che, spesso, vi rinunciano. Differente è la situazione dei beni mobili confiscati, di più agevole ed immediato utilizzo, e delle liquidità, che vanno a confluire in un apposito fondo statale.

Stefania Bruno

Puntate precedenti
Beni confiscati alla Mafia, l’evoluzione normativa

Il dialogo con le comunità Cristiane in Medio Oriente

falo

Il Comune di Cerveteri e il Sindaco Pascucci con la collaborazione di uniti per Unire e del Prof. Foad Aodi Presidente del Movimento internazionale Uniti per Unire e dell’associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi), dopo il Patto di amicizia siglato con il Sindaco della città palestinese di Taybeh, continuano nella #MaratonadellaPace , della cooperazione e dell’amicizia tra i popoli.

Ieri, 3 novembre 2017 infatti, Cerveteri ha avuto l’onore di ospitare Nabil Khoury, Presidente del Comitato dei Lavori di Kfar Nabrakh, città libanese di 12mila abitanti a pochi chilometri da Beirut e si trova nel “Monte del Libano” esattamente nella Bet il Din “Casa della Religione”. Il Libano infatti è molto impegnato e promuove in continuo il dialogo interreligioso dove vivono cristiani, musulmani ,marroniti ,drusi come in altri paesi arabi(Palestina ,Giordania,Siria,Egitto per citarne alcune ) L’incontro è stato promosso dal movimento Uniti per Unire e da Padre Abdo Raad dell’Associazione Annas Linnas.

“Dopo il patto di amicizia con Taybeh, una città dove la maggioranza sono di religione musulmana, Cerveteri pone le basi anche per una collaborazione con una città, come Kfar Nabrakh, composta invece principalmente da una popolazione di religione cristiana e drusa. Tutto questo con lo scopo di supportare e rafforzare la voce delle comunità cristiane in Medio Oriente e valorizzare le buone pratiche, poiché da secoli esiste un dialogo interreligioso costruttivo in Medio Oriente e vogliamo impegnarci di più affinché i nostri cristiani in Medio Oriente rimangano nelle nostre terre e case e non siano costretti a migrare ”, così il Prof. Foad Aodi è intervenuto a margine dell’incontro.

“È nostra intenzione sviluppare un patto di amicizia tra i nostri comuni, per rafforzare il dialogo interreligioso in Medio Oriente – così è intervenuto Nabil Khoury, Presidente del Comitato dei Lavori di Kfarnabrakh – oggi ho portato in dono al Sindaco Pascucci il “pane della pace”, invitandolo a venire in Libano con una delegazione del Comune di Cerveteri e di Uniti per Uniti .Vogliamo che questa iniziativa porti a uno scambio culturale attraverso cui le famiglie e i giovani di Cerveteri possano essere ospitati da noi in Libano e lo stesso possano fare i cittadini di Kfar Nabrakh in Italia”.

“Incontri e scambi culturali come questi – ha affermato Padre Abdo Raad dell’Associazione Annas Linnas – sono fondamentali per abbattere i pregiudizi e per favorire la cooperazione e il dialogo attraverso la condivisione della cultura, dello sport, della sanità,dell’agricoltura e dei prodotti tipici dei diversi paesi del mondo. Le differenze sono sempre un arricchimento per i popoli”.

Al termine dell’incontro il Sindaco Pascucci accompagnato dall’assessore alla Cultura e lo Sport Federica Battafarano, ha concluso: “Spero che questo incontro, come quello con il Sindaco di Taybeh, sia l’occasione per una serie di attività di cooperazione tra i nostri comuni. Ringrazio il Prof. Foad Aodi per avere promosso i due incontri e per aver fatto sì che Cerveteri sia riconosciuta come una Città della pace e della cooperazione anche grazie all’incarico di Aodi come membro del Focal Point per l’integrazione in Italia per l’alleanza delle Civiltà UNAOC -organismo – ONU. Anche l’Unesco, di cui il nostro Comune è orgogliosamente membro, ha tra le sue priorità quella di impegnarsi a costruire i presupposti per garantire la pace internazionale e la prosperità dei popoli promuovendo il dialogo interculturale. Cerveteri, con iniziative come queste, sta solo facendo ciò che ogni Comune membro dell’Unesco dovrebbe realizzare in un momento storico, come quello attuale, in cui una parte della politica non vuole affrontare in maniera seria e non strumentale, il tema dell’accoglienza. Cerveteri è una città che ha nelle sue radici etrusche l’attitudine e la predisposizione al dialogo e alla cooperazione e pertanto raccogliamo con grande piacere l’invito della città di Kfar Nabrakh per lanciare insieme un messaggio di pace, unità e speranza.”

Fabrizio Federici

Istat: aumentano le entrate per i Comuni

istat

Nel 2015 le entrate complessive accertate delle amministrazioni comunali sono pari a 86.650 milioni di euro (+4,0% rispetto al 2014), con una capacità di riscossione del 71,7% (+2,5 punti percentuali). Le riscossioni ammontano a 78.405 milioni di euro, con le entrate tributarie che rappresentano il 46,2% del totale. Lo riferisce l’Istat. Di contro le spese impegnate dai Comuni sono pari a 83.490 milioni di euro (+3,9% sul 2014), in prevalenza destinate all’acquisto di beni e servizi (36,6%) e alle spese per il personale (17,0%), queste ultime con un’incidenza rispetto alle entrate correnti del 22,8%. Rispetto al 2014 sono diminuite le spese per il personale (-2,9%) e quelle per trasferimenti (-0,6%) mentre risultano in aumento le spese per investimenti in opere (+10,2%).

La spesa procapite più elevata è nei comuni della Valle d’Aosta (1.848 euro), in quelli del Veneto il valore più basso (657 euro). In Sicilia, invece, si registra la spesa corrente per abitante più bassa (90 euro). Le spese correnti impegnate dai Comuni ammontano a 55.226 milioni di euro, pari al 3,4% del Pil e corrispondenti a un importo pro capite di 910 euro, coperte con 62.056 milioni di euro di entrate correnti (3,8% del Pil e 1.023 euro per abitante), Quest’ultime dunque superano le spese correnti di 6.830 milioni di euro. Lo rileva l’Istat nel suo report sui bilanci dei Comuni e delle Province

Rispetto al Pil la maggiore incidenza delle spese correnti si ha in Sardegna (5,5%), il valore più contenuto in Veneto (2,1%). Le spese complessive impegnate dalle amministrazioni provinciali e dalle città metropolitane per l’anno 2015 sono pari a 10.281 milioni di euro (+7,1%), solo in parte coperte dai 9.906 milioni di euro di entrate (+8,9%). Le spese correnti rappresentano il 75,7% del totale, pari allo 0,5% del Pil.

Il 36,5% delle spese correnti è destinato agli acquisti di beni e servizi. Le spese per il personale rappresentano il 21,3% e la loro l’incidenza rispetto alle entrate correnti è del 22,7%.

Allarme clima, crescita record CO2 in atmosfera

CinaInquinamentoambientale

L’anidride carbonica, il principale gas serra, prodotto dalle attività dell’uomo e responsabile del riscaldamento del pianeta, ha registrato una impennata record nel 2016. La maggiore negli ultimi trent’anni. Colpa del Nino, il periodico riscaldamento dell’Oceano Pacifico. Ma anche delle emissioni umane, soprattutto da energia e trasporti, 36 miliardi di tonnellate all’anno.

L’allarme lo lancia l’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), agenzia che ha sede a Ginevra. L’anno scorso la concentrazione di CO2 nell’atmosfera è passata dalle 400 parti per milione del 2015 a 403,3. Un aumento annuo di 3,3 parti per milione, il doppio dell’aumento medio annuale degli ultimi 10 anni. Una concentrazione (in valore assoluto) che non si verificava da 800.000 anni.

“È il maggiore incremento che abbiamo osservato nei 30 anni dalla nostra attività”, ha detto Oksana Tarasova, responsabile del programma globale di controllo dell’atmosfera terrestre in seno al Wmo. “Il precedente aumento massimo risale al 1997-1998 e fu di 2,7 parti per milione, contro i 3,3 del differenziale fra 2015 e 2016. Senza dimenticare che si tratta anche di un balzo del 50% sulla media dell’ultimo decennio”. La causa immediata di questa impennata è il Nino del 2015-2016, fenomeno naturale di riscaldamento del Pacifico meridionale, che si ripete in media ogni cinque anni. In Sudamerica El Nino provoca piogge scarse e temperature elevate: la siccità riduce la fotosintesi e quindi l’assorbimento di anidride carbonica da parte delle foreste. In Africa il fenomeno non riduce le piogge, ma fa salire comunque le temperature. Le piante morte si decompongono di più e rilasciano più CO2 nell’atmosfera. Nell’Asia tropicale, la siccità e le temperature più elevate causate dal Nino fanno aumentare gli incendi, e il fumo porta enormi quantità di anidride carbonica nell’atmosfera.

Nel complesso, i paesi interessati da questo fenomeno l’anno scorso hanno emesso 2,5 miliardi di tonnellate di CO2 in più rispetto al 2011. Questa massa di gas di origine naturale si è andata a sommare ai 36 miliardi di tonnellate prodotte dalle attività umane. Di qui l’impennata della concentrazione. Questo nonostante le emissioni di CO2 di origine umana non crescano da un paio d’anni, grazie agli sforzi di riduzione dei governi, soprattutto della Cina. Il problema è che però l’umanità continua a produrre una massa enorme di gas. Foreste e oceani non riescono a smaltirla, e questa si accumula nell’atmosfera. Il risultato è l’effetto serra: la CO2 in eccesso impedisce la dispersione nello spazio del calore della superficie terrestre, facendo aumentare le temperature.

Beni confiscati alla Mafia, l’evoluzione normativa

I beni confiscati alla criminalità organizzata:
evoluzione normativa, attuazione pratica e prospettive future

I puntata

terra-liberaLa tematica dei beni confiscati alla criminalità organizzata è oggi di grande attualità, soprattutto in un territorio come quello calabro che vanta, purtroppo, un posto di rilievo su base nazionale per numero di beni confiscati sottratti alle cosche di ndrangheta.

Scopo del presente approfondimento (di cui oggi si propone la prima puntata) che non ha la pretesa di assurgere a studio scientifico, bensì l’obiettivo di sollecitare una riflessione a 360° sulla materia trattata, è quello di tracciare un excursus, sia normativo che pratico, sull’evoluzione del concetto stesso di confisca dei beni ai “mafiosi” e sul suo impatto economico, sociale e culturale nei territori interessati, oltre che di immaginare, da qui ai prossimi anni, la direzione in cui verrà utilizzato il vasto patrimonio acquisito.

Nell’elaborazione di questo testo, ci si è riferiti a fonti documentali autorevoli tra cui “Libera, Associazione Nomi e Numeri contro le mafie”, Fondazione “Tertio Millennio Onlus”, Lorenzo Frigerio, Giornalista della Fondazione “Libera Informazione”, “Fondazione con il Sud”, “Avvenire.it”, ed altri.

Dedico questo piccolo opuscolo alla memoria di mio nonno, Pasquale De Zerbi, che fu uomo dai grandi ideali socialisti, in nome di questi fuoriuscito in Francia durante il regime fascista, Sindaco antifascista subito dopo la seconda guerra mondiale a Oppido Mamertina e più volte Segretario della Sezione oppidese del PSI negli anni ’60-’70, grande amico di Giacomo Mancini e Gaetano Cingari. Di lui tutti ricordano la difesa dei più deboli, il rigore morale, il rispetto delle regole e la serietà ed onestà intellettuale.

Prima puntata: evoluzione normativa
Il primo atto normativo in materia risale al 1965 quando, con Legge n. 675, recante “Disposizioni contro la mafia”, dopo la strage di Ciaculli (PA), comincia ad essere disciplinato l’istituto della confisca, da destinare, da parte dell’A.G. competente, alle persone e/o ai loro familiari definitivamente riconosciuti, a seguito di indagini anche patrimoniali e finanziarie, come appartenenti alle organizzazioni criminali di tipo mafioso, prevedendo tuttavia la possibilità che il Tribunale disponga la confisca anche come misura cautelare, ossia con l’applicazione della misura di prevenzione quando non sia dimostrata la legittima provenienza dei beni.

Ma è soltanto negli anni Ottanta che la materia viene disciplinata in maniera approfondita e con il precipuo obiettivo di colpire il cuore delle organizzazioni mafiose, controllandone pienamente il potere ed il patrimonio economico. Infatti, a meno di cinque mesi dall’omicidio del suo promotore, Pio La Torre, allora Segretario del PCI siciliano, assassinato dalla mafia, il 13.09.1982 viene approvata la Legge n. 646/1982 detta “Rognoni – La Torre”, che introduce per la prima volta nell’ordinamento giuridico italiano il reato di “associazione mafiosa” (articolo 416 – bis) e stabilisce la confisca dei beni rinvenuti nella proprietà diretta o indiretta dell’indiziato, nonché il loro preventivo sequestro, in caso di rischio di vendita o sottrazione degli stessi. La legge dispone inoltre la possibilità di effettuare indagini patrimoniali a tutto tondo non soltanto sugli indiziati, ma anche sulle persone fisiche o giuridiche dei cui patrimoni gli indiziati potevano disporre.

Alcuni anni dopo, il Decreto Legge n. 230/1989, di modifica della Legge n. 575/1965, prevede la figura dell’amministratore del bene, nominato dal Tribunale con lo stesso provvedimento con cui dispone il sequestro, con il ruolo di custodire il bene medesimo e relazionare periodicamente sul suo utilizzo, segnalando all’A.G. eventuali altri beni da sequestrare e di cui è venuto a conoscenza, nonché di disporre di somme di denaro ricavate dalla gestione di altri beni sequestrati per pagare eventuali spese di gestione del bene stesso. Il decreto dispone inoltre che i beni confiscati siano devoluti allo Stato e le somme di denaro sequestrate versate all’Ufficio del Registro.

A distanza di un anno dall’emanazione del suddetto D.L., la Legge n. 55/1990, allarga il ventaglio dei possibili destinatari delle misure patrimoniali, includendo alcune classi di soggetti a pericolosità sociale come gli indiziati di appartenere ad associazioni di narcotraffico o dedite a usura ed estorsione, e consente il sequestro e la confisca dei beni nei casi in cui la misura di sorveglianza speciale non sia applicabile, ad esempio nei casi in cui il soggetto sia assente o residente all’estero.

Il decreto legge n. 356/1992 stabilisce la temporanea sospensione dell’amministrazione dei beni utilizzabili per svolgere attività economiche se queste possono agevolare l’attività dei soggetti sottoposti a una misura di prevenzione personale o a procedimenti penali per delitti di associazione mafiosa, sequestro ed estorsione, con l’intento di ampliare le azioni di contrasto all’ingresso delle mafie nel mondo economico.

Ma è soltanto dopo l’era delle così dette stragi di mafia degli anni Novanta, che il Legislatore decide di dare una svolta in chiave rivoluzionaria rispetto al passato, prevedendo non soltanto la confisca ai mafiosi del loro patrimonio mobiliare, immobiliare e finanziario, ma anche il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati, anche sotto la forte spinta delle associazioni di promozione della legalità ed antimafia.

Nasce il 7 marzo 1996 la Legge n. 109, recante “Disposizioni in materia di gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati. Modifiche alla legge 31 maggio 1965, n. 575, e all’articolo 3 della legge 23 luglio 19941, n. 223. Abrogazione dell’articolo 4 del decreto-legge 14 giugno 1989, n. 230, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 1989, n. 282”. La Legge snellisce le procedure di assegnazione del bene, istituisce presso le Prefetture un Fondo con somme di denaro ricavate dalla vendita di beni mobili e titoli per il finanziamento ai progetti relativi alla gestione degli immobili confiscati e prevede il riutilizzo per il finanziamento di progetti relativi alla promozione di una cultura imprenditoriale, all’inclusione sociale, alla prevenzione delle condizioni di disagio e di emarginazione e al risanamento di quartieri urbani degradati. Questa Legge segna un momento determinante nella storia della lotta alla mafia, perché introduce, nello stesso concetto di confisca, non soltanto il principio secondo cui la mafia, in quanto illegale, va perseguita con il metodo della privazione di ogni forma di potere economico ai suoi adepti, ma anche e soprattutto l’idea che i beni che i mafiosi hanno illegalmente ottenuto, o dei quali si sono serviti per scopi illeciti, debbano essere riutilizzati per finalità antitetiche a quelle che ne hanno determinato la confisca. Insomma, una sorta di dantesca legge del contrappasso, che servisse sia da monito per coloro che, nel futuro, avessero voluto affiliarsi alle cosche mafiose, affinché sapessero a cosa sarebbero andati incontro, sia per le popolazioni ed i cittadini dei luoghi di confisca, affinché tutti i giorni potessero comprendere che la logica dell’illegalità e della mafia, alla fine, soggiace sempre a quella della giustizia e della legalità. Riutilizzo dei beni confiscati, dunque, per farne centri di accoglienza per ex detenuti, sedi di caserme o di uffici giudiziari, centri antiviolenza, tutti quasi sempre intitolati a soggetti simbolo della lotta e del contrasto alle mafie.

Da qui in poi, è stata una fase di sperimentazione ed applicazione pratica della normativa che, naturalmente ed inevitabilmente, ha portato a far emergere da un lato i suoi punti di forza, raggiungendo importanti obiettivi nella lotta alle cosche, private ora dei loro patrimoni e, quindi del potere economico che gli aveva consentito, negli anni precedenti, di espandersi anche a livello internazionale ed anche in assenza dei boss che si trovavano detenuti, ma dall’altro anche molte criticità e falle, soprattutto nella fase amministrativa ed organizzativa di acquisizione, gestione, destinazione e consegna dei beni. La norma, infatti prevede un iter specifico che segue immediatamente dopo il decreto di confisca che, a sua volta, diventa definitivo, dopo la fase del sequestro, e solo dopo che la condanna sia stata anch’essa definitiva. Queste criticità hanno portato, nel biennio 1999-2000, alla creazione dell’ufficio del Commissario Straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, con l’obiettivo sostanziale di omogeneizzare l’iter procedimentale dalla confisca alla consegna del bene, anche attraverso delle intese con le autorità giudiziarie competenti.

Stefania Bruno

Dialogo tra i popoli
oltre l’integrazione

foto firma patto amicizia 2

Oltre l’integrazione: le città di Cerveteri e Taybeh insieme al Movimento “Uniti per Unire”
per il dialogo tra i popoli e le civiltà Cerveteri, Comune del Lazio dalla storia millenaria e con una lunga tradizione di accoglienza, e la città palestinese di Taybeh, in Terra Santa, sono ora unite da un patto di amicizia e cooperazione nei settori del dialogo interreligioso e interculturale, per la pace e per la cooperazione in campo educativo, artistico, sportivo e sanitario. Patto firmato, presso il Comune di Cerveteri, dal Sindaco della città Alessio Pascucci, dal Sindaco di Taybeh, Avv. Shuaa Massarwa Mansour, dal Prof. Foad Aodi, Presidente e fondatore del movimento “Uniti per Unire”, e dal Dr. Giuseppe Quintavalle, Direttore generale della ASL Rm 4. Intervenuti tutti al convegno su “Cultura, Istruzione, Sanità, Informazione e Cooperazione Internazionale: Strumenti di Dialogo, Pace e Conoscenza”, organizzato dal Comune di Cerveteri e da “Uniti per Unire” al quinto anniversario della fondazione del Movimento (che ha per acronimo “UxU” ed è nato a ottobre 2012).
“Quel che unisce le nostre due città”, ha sottolineato il Sindaco Pascucci, “è sopratutto la voglia di vivere meglio, anzitutto in pace; mentre la volontà di accoglienza e integrazione di Cerveteri risulta anche dalla creazione di una Consulta dei cittadini migranti, con un Consigliere che partecipa alle sedute del Consiglio Comunale, pur senza diritto di voto. Mentre, sul piano nazionale, ricordiamo che introdurre lo “ius soli” temperato, non significa accoglienza indiscriminata e confusionaria dei migranti in Italia, né ledere i diritti di tutti gli altri cittadini”.

“A Taybeh, città che da decenni esprime molti professionisti utili alla società, come ingegneri, insegnanti, avvocati, medici, ecc…”, ha precisato il Sindaco Shuaa Mansour, laureato in Italia all’Università di Camerino nell’89-90, “vogliamo sinceramente la pace, vogliamo la fine di questo interminabile conflitto israelo-palestinese. Un momento importante – aggiunge – sarà quello dell’inaugurazione, nella nostra città, il 7 novembre, del Museo della Pace che abbiamo realizzato, in una torre di grande importanza storica e archeologica: complesso per il quale chiediamo all’UNESCO il riconoscimento del sito a patrimonio dell’umanità, insieme al Sindaco Pascucci, Vicepresidente dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale UNESCO”.

Il Dr. Quintavalle ha ricordato la missione di pace e cooperazione che la ASL Rm 4 di Civitavecchia ha organizzato nel 2012 a Gerusalemme, e l’importanza delle numerose iniziative per gli scambi socio- sanitari portate avanti negli anni da UxU, in collaborazione con la ASL Rm4 e il Comune di Cerveteri. “Proprio da quella missione – ha precisato Federica Battafarano, Assessore comunale alle Politiche culturali e allo sport di Cerveteri, – “scaturì, in seguito, l’ organizzazione, sempre a Gerusalemme, d’ un primo corso per la formazione di medici, infermieri e altri professionisti della Sanità: vogliamo costruire ponti di pace e di dialogo tramite la cultura e lo sport, come abbiano fatto ripetutamente organizzando partite di calcio interculturali e iniziative internazionali”. “In 5 anni”, ha ricordato il Prof. Foad Aodi, Fondatore di “UxU” e membro del “Focal Point” per l’integrazione in Italia per l’Alleanza delle Civiltà- UNAoC, Organismo ONU, “il movimento UxU, di cui proprio oggi celebriamo il compleanno, s’ è sempre impegnato, col contributo di tutti i suoi membri e delle associazioni aderenti, per sviluppare – nell’istruzione, nella cultura, nell’informazione, nella Sanità – iniziative di collaborazione e di dialogo. UxU ha cooperato, inoltre, con varie organizzazioni aderenti al movimento (e che han patrocinato l’evento di oggi): nei #Primi5anniUxU abbiamo promosso molte iniziative, sdoganando senza paura la parola “laicità” anche nella religione, potenziando il dialogo interreligioso tra cristiani, musulmani, ebrei, senza scambi di ruoli o sovrapposizioni di competenze; abbiamo cercato, anzi, di rafforzare la voce religiosa e insieme la voce laica, contro il terrorismo e le discriminazioni religiose e razziali. Esprimo, inoltre, la mia solidarietà con la comunità ebraica italiana, per il gravissimo episodio avvenuto durante la partita di calcio, che ha visto offendere la figura storica di Anna Frank. Ribadiamo la nostra totale condanna di episodi come questo, che purtroppo si ripetono tante volte, anche nello sport”.
Aodi, infine, per intensificare i ponti tra l’Italia e i Paesi d’ origine di tanti esponenti di Uniti per Unire e degli altri movimenti, ha annunciato la nomina dei sindaci Pascucci e Mansour a Presidenti del Comitato d’Onore di UxU, per il loro continuo impegno a favore del dialogo tra i popoli.
“Nella mia qualità di supervisore al Ministero degli Esteri delle iniziative della Rete Italiana della Fondazione “Anna Lindh” per il Dialogo tra le Culture”, ha dichiarato, con un messaggio al convegno, il Ministro plenipotenziario Enrico Granara, Coordinatore per gli Affari Multilaterali del Mediterraneo e del Medio Oriente (MAE), “sono lieto di dare il benvenuto in Italia al Sindaco di Taybeh, con un cordiale saluto a tutti i partecipanti al Convegno”. Presente all’evento, anche l’Ambasciata dello Stato Palestinese in Italia, rappresentata dal Consigliere diplomatico Mustafà Nasser: che ha apprezzato e ringraziato tutte le realtà istituzionali intervenute e il Movimento Uniti per Unire, per l’attività continua a livello internazionale.
Il Convegno nella prima parte è stato moderato da Romina Gobbo, giornalista di “Avvenire” e “Famiglia Cristiana”, esperta di dialogo interreligioso; nella seconda parte da Fabrizio Federici, nostro collaboratore, e Nicola Lo Foco ( ambedue dell’ ufficio stampa di U x U). Patrocinanti l’evento, oltre 50 tra confederazioni, associazioni, comunità, sindacati, Ong e istituzioni: i cui rappresentanti hanno avanzato proposte di dialogo e collaborazione nei campi di sanità, informazione, cultura, sport e immigrazione .
Ieri mattina, il sindaco di Taybeh, Mansour, e il Prof. Aodi hanno incontrato a Roma, in Campidoglio, Carola Penna, Presidente della XII Commissione capitolina permanente Turismo, Moda e Eventi speciali: esponendo il progetto del Museo per la Pace a Taybeh e l’impegno di Uniti per Unire per il dialogo e la conoscenza tra le civiltà. Il Sindaco Mansour ha inoltre consegnato un invito alla Sindaca di Roma, Virginia Raggi, a recarsi in visita a Taybeh per l’inaugurazione del Museo della Pace, e per promuovere iniziative congiunte a favore del dialogo e della pace, insieme ad altre città della Terra Santa.
“Ringrazio la Regione Toscana, e in primo luogo il Presidente, Enrico Rossi”, conclude Foad Aodi, “per aver finanziato il restauro e l’allestimento del Museo della Pace di Taybeh; proprio oggi una delegazione della Regione Toscana incontrerà Mansour. per programmare la collaborazione congiunta e la partecipazione della stessa Regione all’inaugurazione del Museo. Tra i partecipanti ci sarà anche Gianluigi Benedetti, Ambasciatore italiano a Tel Aviv”.

Fabrizio Federici