Spazio: serve collaborazione tra ricerca e impresa

colonia-spazioSi moltiplicano le voci autorevoli che denunciano una generale gravissimo ritardo della nostra civiltà nell’imboccare decisamente la strada che porta verso l’alto, oltre l’atmosfera, per colonizzare lo spazio geolunare e poi il sistema solare, primi passi verso orizzonti ancora più ampi. È di pochi giorni fa l’esternazione di Stephen Hawking — non nuovo a questo genere di appelli — che invita ad “abbandonare la Terra per salvare la civiltà”. Si può ovviamente discutere sul concetto di °abbandonare” il nostro pianeta, che rischia di suscitare discussioni che evitano il punto principale, la colonizzazione dello spazio, per concentrarsi sull’effettiva fattibilità, ed anche sull’eticità, in termini generali, di rilocare la nostra specie su altri corpi celesti, abbandonando il nostro pianeta madre, dopo che ci ha allevati e cresciuti fino a questo punto… Già qualche anno fa, ad esempio, Al Gore utilizzò proprio questa falsa discussione in chiave polemica anti-espansionista, per sostenere la sua visione precopernicana e decrescitista del mondo chiuso, da mantenersi ermeticamente chiuso.

Coloro che, come il sottoscritto, sostengono da tanti anni l’urgenza del calcio d’inizio della colonizzazione del sistema solare, parlano di espansione civile nello spazio esterno, e non certo di spostare in massa la popolazione umana nello spazio. Di questo fu strumentalmente accusato anche Gerard O’Neill, lo scienziato statunitense che, negli anni settanta del secolo scorso, scrisse un’opera fondamentale “Colonie umane nello spazio” (“The High Frontier, Human colonies in space”). Oggi il pensiero di O’Neill conosce finalmente una grande e crescente rivalutazione. In alternativa o in aggiunta ad insediamenti lunari, O’Neill proponeva la costruzione di grandi città orbitali, da collocare in orbita terrestre ed in area cis-lunare. Grazie alla rotazione, tali infrastrutture garantirebbero una gravità artificiale simile a quella terrestre, prevenendo quindi le drastiche e troppo rapide mutazioni che deriverebbero dall’abituarsi a condizioni di gravità ridotta come quella lunare. Ovvio che sulla Luna comunque si può pensare ad insediamenti industriali, turistici e di ricerca, dove tecnici, operatori dei servizi e ricercatori possano avvicendarsi con ragionevoli turni di lavoro. Per i turisti il problema ovviamente non si pone, se immaginiamo permanenze non superiori a qualche mese.

Ma non voglio cedere alla tentazione, in cui troppo spesso incorrono i futuristi più entusiasti, di farmi prendere dalla descrizione di scenari troppo a lungo sognati, grazie alla letteratura fantascientifica. Dobbiamo riprendere a sognare, se ora finalmente riparte una letteratura futurista più matura e positiva, nei confronti del progresso e della stessa intelligenza umana? … Beh, sì, anche… non dobbiamo mai smettere di sognare. Tuttavia dobbiamo occuparci prioritariamente di alcuni problemi ed ostacoli, che ancora si oppongono alla veloce realizzazione almeno della prima parte del sogno: l’espansione civile nello spazio geolunare.

Stiamo parlando di ostacoli ideologici, politici ed economici, e di arretratezza legislativa. Ed anche di alcuni problemi fisici, quali la difesa dalle radiazioni dure dello spazio, il cui superamento deve essere oggetto di ricerca scientifica prioritaria.

Grazie ad un concorso di cause, quali una divulgazione sempre ottimista e comunque poco orientata per quanto riguarda gli obiettivi più urgenti e disattesi, un giornalismo, specie nel nostro paese, molto superficiale ed in genere disinformato, sempre a caccia di “notizie”, piuttosto che di tematiche di grande importanza sociale, l’opinione pubblica generale può pensare che si stia facendo quanto possibile, che i ritardi siano oggettivi, e che siamo ancora oggettivamente lontani da una prospettiva di insediamento spaziale. L’ostilità dell’ambiente spaziale viene comunque sempre e spesso subdolamente sottolineato — si pensi ad un film recente, come “Gravity”, vero colpo di coda della fantascienza distopica.

Prima di affrontare il tema degli ostacoli, e della loro necessaria ed urgentissima rimozione, lasciatemi fare un breve escursus sugli stakeholder, cioè sulla grande schiera dei beneficiari, a livello sociale, di un programma coerente di espansione civile nello spazio. Preoccupati degli investimenti necessari? Teniamo sempre conto che nel mondo spendiamo due trilioni di dollari l’anno in armamenti e spesa militare in generale. Quali sono gli stakeholder di tale enorme investimento in strumenti di morte? Vediamo… oltre la necessaria lotta al terrorismo di DAESH e simili — per combattere il quale si è già visto comunque come grandi dispiegamenti militari siano poco efficaci — praticamente, … solo le lobby militari? Intendiamoci, se alla fine risultasse che alcune tecnologie spaziali importanti ed urgenti saranno rese disponibili dalla ricerca militare, non farò certo lo schizzinoso. Tuttavia in generale spostare anche solo qualche punto percentuale dalla spesa militare all’investimento civile nello spazio esterno è estremamente opportuno ed urgente. Dunque, vediamo i beneficiari dei progetti per la vita…

Un rilancio senza precedenti dell’economia globalizzata

La drastica riduzione del costo di messa in orbita è ormai una realtà: la Cina e l’India l’hanno portato a meno della metà del costo di $20.000/Kg, che si era mantenuto costante per più di quarant’anni. Ed ultimamente, grazie ai razzi riutilizzabili di Space X, si è raggiunto l’obiettivo dei $2.000/Kg. Con la crescita di un nuovo mercato di servizi spaziali, soprattutto il trasporto di passeggeri civili a quota suborbitale ed orbitale, si avrebbe una notevole crescita di molteplici attività commerciali ed industriali. Quindi numerose nuove opportunità di business, sia sulla Terra che nello spazio. Nel caso dei servizi orbitali, si svilupperà un ventaglio sempre più ampio di imprese a profitti molto più elevati, includendo aziende fornitrici di vari servizi, alcuni dei quali — recupero e riutilizzo dei rottami spaziali ed assemblaggio dei satelliti in orbita — abbiamo già brevemente delineato in un recente articolo (7,5 milioni di kg d’oro in orbita). Sviluppandosi necessariamente alloggiamenti ed hotel orbitali, occorre considerare anche quei servizi normalmente forniti negli hotel terrestri: il catering, le pulizie, la contabilità, l’intrattenimento, la manutenzione e la pulizia delle infrastrutture, i rifornimenti d’aria, l’elettricità generata mediante energia solare, i rifornimenti d’acqua, i servizi di smaltimento delle acque nere, ed altri. Espandendosi progressivamente, le attività orbitali potrebbero crescere fino ad includere l’estrazione di materie prima dalla Luna, dagli asteroidi vicino alla Terra, e dai cometoidi — il cui potenziale è oggetto di ricerca da parecchi decenni. Le infrastruture orbitali potrebbero dar vita al primo mercato per materiali di origine non-terrestre, come ghiaccio, acqua, ossigeno e idrogeno. Un’altra industria spaziale dal potenziale enorme, che è stata trattenuta per quarant’anni dagli alti costi di trasporto terra-orbita, è la fornitura di energia solare dallo spazio alla Terra. Nonostante il potenziale di questo sistema sia stato riconosciuto negli studi del Department of Energy Statunitense fin dai tardi anni ’70, e confermato negli anni ’90, i fondi totali dedicati a questo settore sono sinora rimasti minimi.

Il primo beneficiario dell’espansione civile nello spazio esterno sarà quindi l’economia globale, che in breve tempo comincere a crescere a due cifre. Ma questo è solo il primo, benchè capace di scatenare un effetto a catena sugli altri.

Milioni di posti di lavoro qualificati, a terra e nello spazio

L’occupazione è la base economica della vita sociale nella civiltà industriale: essa fornisce il reddito, mettendo le persone in grado di avere una vita familiare stabile. Nella cosiddetta società post-industriale non è affatto chiaro che cosa potrà fornire lo stesso indispensabile supporto sociale. La mia convinzione è che solo un rilancio generale dello sviluppo industriale a livello superiore possa garantirlo. Una delle ragioni per investire nello sviluppo dell’astronautica civile, quindi, è la possibilità di creare nuovi settori occupazionali, caratterizzati da una prospettiva di crescita continua ed illimitata. Si può stimare che l’industria legata all’aviazione civile, includendo compagnie aeree, aeroporti, hotel, e lavori collegati, impieghino indirettamente 10-20 volte il numero di persone impiegate nell’industria costruttrice di velivoli. Similarmente, l’industria generale ed il mercato del trasporto spaziale passeggeri civili potrebbe creare impiego ad un livello molte volte superiore all’industria di costruzione dei veicoli spaziali propriamente detti — nell’ operatività e nella manutenzione dei veicoli, negli spazioporti, negli hotel orbitali, nelle compagnie di rifornimento per questi ultimi, in servizi come training del personale, certificazioni ed assicurazioni, e in un vasto assortimento di business correlati in continua crescita. Questa possibilità è particolarmente importante, visto che l’alto tasso di disoccupazione, sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri, è, ormai da decenni, il più grave problema sociale ed economico a livello mondiale. L’unica misura capace di bilanciare il calo occupazionale dovuto anche è quella di creare nuovi posti di lavoro promuovedno settori industriali nuovi e crescenti. Un governo che voglia occuparsi del benessere sociale dei cittadini dovrebbe aumentare il tasso di creazione di nuove industrie. Questo renderebbe anche i governi meno vulnerabili al ricatto dei mercanti di armi, alle imprese nocive per l’ambiente, all’economia criminale in generale, che in un contesto di elevata disoccupazione hanno buon gioco paventando la perdita di posti di lavoro. Nell’ipotesi dello sviluppo civile in infrastrutture orbitali, le comunità tenderanno all’autosostenimento, mediante attività di manutenzione e sviluppo delle infrastrutture stesse, e con attività analoghe a quelle di una comunità terrestre. Ci saranno edilizia, fattorie, scuole, ospedali, alberghi, e tutti i sottosistemi connessi. Le industrie orbitali produrranno beni e servizi la cui produzione in orbita è più conveniente rispetto all’analogo terrestre: tecnologie a zero o bassa gravità, e sviluppo di prodotti conseguenti. Il primo servizio erogato sarà la manutenzione dei satelliti e il loro assemblaggio direttamente in orbita. Vi potranno essere nuove produzioni in campo industriale come cristalli e nano macchine; in campo alimentare l’agricoltura idroponica. In campo medico l’assenza di gravità potrebbe coadiuvare la cura di alcune malattie.

La crescita civile ed etica

Un’economia mondiale in crescita, con accesso a risorse illimitate, è essenziale per la continuazione ed il progresso della civiltà. Soltanto se la “torta economica” generale è in crescita, le classi sociali in competizione tra di loro possono tutte migliorare la propria condizione, e così raggiungere un ragionevole equità, mettendo l’etica civile in grado di sopravvivere e migliorare. Sfortunatamente, le società sono molto meno robuste se la “torta” si restringe, rendendo la crescita etica pressoché impossibile, ed i gruppi in competizione mirano a migliorare la propria condizione a scapito di altri gruppi. Un effetto evidente di questo stato di cose è la reiterazione di slogan del tipo “America first”, “Prima il Nord”, “Prima gli Italiani”… Si tratta di risposte infantili e primitive al problema, che portano soltanto al regresso civile, anzichè alla crescita. Il progresso continuo della civiltà richiede una continua evoluzione etica, ma questa è possibile solo se le risorse sono sufficienti per garantire cure, comfort, educazione e giusto impiego a tutti i membri della società. La mancanza di opportunità di investimento proficuo porta una grossa quantità di fondi nei paesi ricchi a “ciondolare” intorno, nell’ economia mondiale, in forma di rischiosi fondi speculativi, causando ancora più instabilità finanziaria, indebolendo ulteriormente la crescita economica, ed aumentando il divario tra ricchi e poveri. E torniamo al punto: riportare in positivo le opportunità d’investimento stabile e proficuo richiede la creazione continua di nuove industrie, che abbiano un orizzonte spaziale e di risorse sufficenti a garantire prospettive di profitto a lungo termine. Cosa che non è data, per settori anche innovativi, come information technology, energia, robotica, medicina, turismo ed intrattenimento, se ostinatamente rinchiusi entro i limiti del nostro pianeta, soprattutto perchè molti di questi settori sono di fatto già rilocati nei paesi cosiddetti “emergenti”. Il settore dell’ingegneria aerospaziale può invece ancora bilanciare la competizione tra l’economia occidentale e quella asiatica, alleviando quindi anche le ragioni di fondo dei conflitti. La possibilità di lavorare con tecnologie che non debbano tener conto del peso, dell’attrito e della corrosione da agenti atmosferici può aprire una miriade di nuove opportunità.

Di conseguenza, sembra giusto concludere che il ritardo pluridecennale nello sviluppo del trasporto spaziale abbia contribuito alla mancanza di nuove industrie nei paesi più ricchi, il che da decenni ostacola la crescita economica e causa livelli altissimi di disoccupazione. Il rapido sviluppo economico di Cina e India promette molto, ma crea una seria sfida per i paesi già sviluppati, che hanno bisogno di accelerare la crescita di nuove industrie se vogliono beneficiare dei costi ridotti di questi paesi senza creare una sotto-classe impoverita nelle loro stesse società. Il costo a lungo termine di una politica così socialmente sperequativa sorpasserebbe di gran lunga i benefici a breve termine dell’import a basso costo. Lo sviluppo di India e Cina inoltre è fonte di altre criticità, perché i bisogni di quasi otto miliardi di persone stanno raggiungendo i limiti delle risorse del pianeta Terra. Più questi limiti si fanno vicini, più i governi diventano repressivi, aggiungendo di conseguenza gravi danni sociali ai più diretti danni ambientali. Di conseguenza sembra che il ritardo pluri-decennale nel cominciare a mettere a frutto le risorse del sistema solare abbia già causato gravi danni allo sviluppo economico umano, e dev’essere urgentemente recuperato.

Non posso sviluppare nelle dimensioni di un solo articolo tutto il discorso sugli stakeholder dell’espansione civile nello spazio, ma prometto altre “puntate” (:-). Inoltre, è possibile trovarne un’ampia disamina nel mio ultimo libro “Un mondo più grande è possibile!” (su Amazon e Mondadori Store).

Basti pensare, comunque, che quanto investito nello spazio sinora, una cifra stimata in diversi trilioni, ha già portato ritorni notevoli, in termini di trasferimento tecnologico e di sviluppo di settori come le telecomunuìicazioni, la prevenzione di disastri naturali, la navigazione, l’agricoltura, nuovi materiali, e molti altri. Tutto questo avendo sinora usato lo spazio soltanto a beneficio della terra… Non è neppure immaginabile quello che potrà essere il ritorno di un serio programma di espansione, che gradatamente allarghi l’antroposfera fino a comprendere, come primo obiettivo raggiungibile entro il 2050, la Luna e gli Asteroidi vicini alla Terra. Sono infatti la luna e gli asteroidi le sorgenti naturali di materie prime — ossigeno, acqua, minerali — destinate ad alimentare le grandi stazioni spaziali, vere e proprie città orbitali. L’energia invece sarà prevalentemente fotovoltaica. Nel caso di stazioni spaziali destinate all’esterno del sistema solare o allo spazio interstellare, non si potrà possibile rinunciare all’energia nucleare.

Per quanto riguarda i benficiari, discorso da riprendere in seguito, elenchiamo velocemente. Grande miglioramento della protezione ambientale, con l’incremento di satelliti di osservazione della terra a minor costo, grazie all’assemblaggio e manutenzione orbitale. Grande contributo alla soluzione dei problemi energetici, e minor dipendenza dai combustibili fossili, grazie all’energia solare raccolta nello spazio. Progressivo alleggerimento dell’ambiente terrestre dalle attività antropiche, grazie alla delocalizzazione delle industrie pesanti nello spazio esterno (si vedano in proposito i piani di Jeff Bezos e dell’ULA). L’industria siderurgica, ormai decisamente orientata a tecniche di produzione additive, avrà sempre maggiore necessità di polveri adatte al 3d printing, con l’ausilio di laser e di campi magnetici, tutte tecniche molto più convenientemente se sviluppate nello spazio! Utilizzo di tecnologie orbitali per mitigazione dei fenomeni meteorologici ed eventuale stabilizzazione del clima terrestre, mediante effetti rinfrescanti o riscaldanti. Istruzione e formazione, ispirazione per i giovani. Enorme rilancio culturale, grazie a nuovo mecenatismo ed alle ricadute economiche del rinascimento spaziale, possiamo aspettarci una nuova grande fioritura sia delle arti tradizionali sia di nuove arti, ispirate dall’esperienza di vita fuori dal pozzo gravitazionale. Il rinascimento mondiale,una nuova focalizzazione sulla persona umana, i suoi diritti, le sue grandi potenzialità, valorizzazione dell’intelligenza umana e dei suoi frutti. La progressiva generale diminuzione dei conflitti, grazie alla grande crescita economica globale.

Come temevo, la necessaria premessa, sugli stakeholder dell’espansione civile nello spazio è diventata la parte predominante di questo articolo. Comunque, è molto urgente cominciare a rimuovere gli ostacoli. E cosa c’è di meglio del periodo elettorale che sta cominciando in Italia, per introdurre questi argomenti? 

Il decrescitismo, malattia infantile (o senile?) dell’ecologismo

Per quanto riguarda i problemi ideologici, dico subito che vorrei almeno fare amicizia con gli ecologisti, almeno quel sottoinsieme che si ritiene prima di tutto umanista e non decrescitista. E sono convinto che siano tanti, che considerano l’ambiente e la natura terrestre prima di tutto un bene da rispettare e non sprecare, nell’interesse dell’umanità intera, e non di particolari etnie come nelle varie ideologie suprematiste, o di concetti astratti come la natura deificata. Se siamo d’accordo che il primo obiettivo è salvare la civiltà ed il suo sviluppo, allora possiamo discutere le priorità. Affossare la civiltà industriale non è una buona idea, visto che tutto quello che abbiamo lo dobbiamo ad essa, compresa la democrazia, i sistemi di istruzione di massa, i sistemi sanitari di massa, le libertà ed i diritti civili. La scelta della decrescita è una soluzione infantile ai problemi causati dalla civiltà industriale: se il nostro bambino si brucia col fuoco, la soluzione non è spegnere per sempre qualsiasi fuoco, bensì prendere misure per continuare a godere gli effetti benefici del fuoco, azzerando le possibilità che il piccolo si ustioni ulteriormente. Così bisogna ormai far tesoro di tutta la critica della civiltà industriale sviluppata dal movimento operaio ed altri movimenti nel secolo scorso, e sviluppare una civiltà industriale 2.0, più sicura, più inclusiva, basata su risorse virtualmente infinite, quelle del sistema solare. Una civiltà industriale che veda i costruttori (makers) riprendere il controllo dell’economia oggi in mano agli speculatori (traders). Sempre per quanto riguarda gli ecologisti umanisti, adesso la green economy — che stava loro molto a cuore — sembra essere consolidata, è quindi tempo di pensare alla prossima campagna, nella quale potremmo essere insieme! Per gli investitori: la bolla del commercio elettronico è già scoppiata, così altre bolle-meteora che hanno illuso i mercati per qualche anno, poi sono scoppiate, e non poteva essere diversamente, perché confinate entro i limiti del mondo chiuso. Adesso, scoppiate tutte le bolle possibili, ed esaurite molte illusioni, possiamo andare finalmente nello spazio?? È finalmente il nostro turno di dimostrare la validità dell’opzione spaziale?

Il lavoro da fare è enorme

Alcuni imprenditori coraggiosi, come Elon Musk, Jeff Bezos, ed altri, stanno diminuendo drasticamente il costo per kg del trasporto terra orbita. Ma questo potrebbe anche non essere sufficiente, per aprire la frontiera. C’è infatti chi lavora per tenerla ben chiusa alle attività umane. Delle nuove tecnologie potrebbero approfittare — e sarebbe un’altra bolla (perdita di tempo) che non possiamo più permetterci (ci avvisa tra gli altri Stephen Hawking) — esclusivamente il settore satellitare e quello robotico. Va da sé, ma non è un discorso meramente filosofico né del tutto ovvio, che senza espansione umana non ci sarebbe vera espansione. La “popolazione” dello spazio mediante macchine automatizzate non farebbe che accrescere la pressione sui terrestri, che si troverebbero ancora più condannati a restare soltanto terrestri, con un mare di ferraglia che gli orbita sulla testa, destinata a diventare ulteriori rottami, non governati e non governabili. Ancora più confinati in casa, ad assistere ad una specie di progresso fake, senza esserne davvero protagonisti, a guardare in tv l’esplorazione automatizzata di Marte senza andarci davvero, senza mai sapere se stiamo guardando la realtà o la finzione… Un global warming metafisico, dal quale potremmo evadere solo mettendo fuori la testa… fuori dal pozzo gravitazionale, fuori, nello spazio infinito, tra le stelle. L’espansione nello spazio deve rappresentare libertà per tutti. Ogni terrestre dovrà avere l’opportunità di potersi trasferire lassù, e quindi lassù ci devono essere le imprese, e le opportunità per tutti. Utopia? Sì, e no. Consideriamo che nel sistema solare ci sono risorse per lo sviluppo di una civiltà di trilioni di esseri umani. A noi oggi tocca la responsabilità di decidere se vogliamo incamminarci su quella strada oppure no. Fra qualche anno, se continuiamo a crescere di numero e di esigenze in un mondo chiuso, oppure se saremo implosi su noi stessi, a causa della nostrea incapacità di decidere, potrebbe essere troppo tardi.

Serve una grande collaborazione, ed un programma integrato

Dunque, dicevo, le tecnologie di accesso all’orbita a basso costo sono fondamentali, ma non sufficienti.

Per un vero cambio di paradigma, dall’esplorazione militare dello spazio al trasporto di passeggeri civili ed insediamento spaziale, serve risolvere due ordini di problemi: un problema scientifico, ed uno legislativo. Non è logico aspettarsi che nessuno di questi problemi sia risolto da imprenditori privati, per quanto idealisti e motivati essi possano essere.

Se vogliamo davvero portare civili a viaggiare nello spazio, e risiedere in infrastrutture spaziali, dobbiamo garantire adeguata protezione della vita e della salute, così come ci si aspetta da qualsiasi compagnia di trasporto aereo e struttura abitativa o villaggio alberghiero, anche a terra, in condizioni ambientali estreme.

I problemi fondamentali sono due: (1) la bassa gravità (come sulla Luna o su Marte) o gravità zero (su infrastrutture orbitali) (2) le radiazioni dure provenienti dal sole e dallo spazio profondo (esplosione di supernovae).

È chiaro che, già dopo qualche anno a bassa gravità, la nostra muscolatura e la stessa struttura ossea si modificherebbero ad un punto tale da non poter tornare sulla Terra se non su una sedia a rotelle, per non parlare delle nuove generazioni. E, se non protetti dalla radiazioni cosmiche, subiremmo mutazioni genetiche imprevedibili. Sopravviverebbe la vita umana? Può darsi, ma in ogni caso nessuno vorrebbe subire mutazioni fisiologiche così drastiche e veloci… Abitando sulla Luna, sotto la superficie, risolveremmo il problema delle radiazioni, ma non quello della bassa gravità. Occorre sempre pensare alla differenza tra la vita di un militare addestrato, che può anche adeguarsi ad un esercizio ginnico di qualche ora al giorno, e la vita quotidiana di gente normale, che presto si stuferebbe di dedicare tutti i giorni diverse ore alla ginnastica, e finirebbe per adeguarsi alle più comode e piacevoli condizioni di bassa gravità… Abitando su infrastrutture orbitali rotanti, potremmo avere il nostro G di gravità terrestre, ma la protezione dalle radiazioni diventa un problema di non facile soluzione. Si potrebbero scavare habitat all’interno di asteroidi catturati e portati in area cislunare. Comunque, anche pensando alle navi che dovranno portarci in area lunare, o su Marte, o nella cintura asteroidea, od ovunque, nel sistema solare, occorre trovare al più presto un adeguato sistema di protezione dalle radiazioni, per schermatura, per emissioni di radiazioni in controfase, o altri principi che, non essendo personalmente uno scienziato, non posso al momento immaginare.

Essendo questo un problema di carattere scientifico, occorre che le agenzie spaziali diano molta più priorità a questa ricerca.

Quanto presto ci serve tutto ciò? Il prima possibile. Anche se, in base all’esperienza condotta sulla ISS, possiamo ancora farne a meno per le prime infrastrutture orbitali, costruite all’interno delle fascie di Van Allen (fascia interna dai 1000 ai 6000 km di quota, fascia esterna dai 10.000 ai 60.000 km). Le fascie di Van Allen ci assicurano una certa protezione, opponendosi alle radiazioni cosmiche. Fuori dalle fascie di Van Allen la vita si fa’ più dura, tuttavia possiamo andarci, proteggendoci adeguatamente mediante tecnologie già disponibili, quali intercapedini piene d’acqua, oppure costruendo pareti sufficientemente spesse, con materiali studiati ad hoc, per il loro alto coefficiente di impermeabilità alle radiazioni.

È possibile pensare ad una politica italiana fortemente orientata verso l’alto, dopo tanto agitarsi a destra e sinistra? 

Si dovrebbero formulare degli obiettivi, stendere un piano coerente, che preveda la cooperazione tra l’industria privata, le agenzie spaziali e, perché no, anche altri istituti di ricerca. Prevedendo infrastrutture di dimensioni via via crescenti, si dovrebbero includere studi finalizzati a sistemi di sostentamento alla vita, produzione di ossigeno, mediante l’utilizzo di culture vegetali particolarmente adatte, produzione di cibo, trattamento dell’acqua, ecc… Il piano potrebbe prevedere prime milestone di costruzione di infrastrutture in orbita terrestre, poi a metà strada tra la Terra e la Luna (si veda anche il progetto ESA), poi in area cislunare.

Sul piano legislativo, occorre sviluppare un sistema di diritto civile spaziale, magari derivandolo dall’Outer Space Treaty (il cui 50mo anniversario ricorre quest’anno, in Ottobre), e dal diritto marittimo delle acque internazionali.

Nota: la parte di questo articolo che riguarda gli stakeholder dell’espansione spaziale è tratta da un documento firmato da A. Autino e Patrick Collins: “What the Growth of a Space Tourism Industry Could Contribute to Employment, Economic Growth, Environmental Protection, Education, Culture and World Peace”.

Si veda anche l’ultimo libro di A. Autino “Un mondo più grande è possibile!

Adriano V. Autino

 

Il Psoe e la legalizzazione dell’eutanasia

Pedro SanchezI socialisti spagnoli hanno in mente una proposta di legge per legalizzare l’eutanasia nel paese iberico. Secondo quanto riportato dal quotidiano El País, Pedro Sánchez e compagni starebbero per portare in Parlamento – per la prima volta nella storia – un progetto a riguardo. Per sostenerla sembra esserci già un accordo con altri partiti di sinistra, in particolare con Izquierda Unida.

Il leader del Psoe ha infatti cercato una strada che possa garantire l’approvazione della legge. Tutto passa anche attraverso la ricucita di vecchie ferite tramite il dialogo con Alberto Garzón, coordinatore generale di IU e co-portavoce della gruppo parlamentare della coalizione Unidos Podemos. Il patto raggiunto con lui dovrebbe estendersi a tutti i partiti che fanno parte della coalizione, compreso anche lo spinoso Podemos di Pablo Iglesias.

Si potrebbe in tal modo tentare di arrivare ad una maggioranza alternativa, dato che il Psoe starebbe cercando di far rientrare nell’accordo anche alcuni tra i partiti delle comunità non castigliane, che garantirebbero i numeri qualora il Partito Popolare e Ciudadanos dovessero opporsi alla proposta.

Per quanto riguarda questi ultimi c’è tuttavia ancora qualche spiraglio di dialogo. Il gruppo di Albert Rivera ha infatti già presentato una proposta di legge legata al trattamento di fine vita, volta a garantire la dignità e la volontà del paziente terminale ma escludendo l’eutanasia.

Non è tuttavia detto che il dialogo con Sánchez non possa evolversi, coinvolgendo anche Ciudadanos tra i promotori della legge.

Appare difficile al momento, ma il dibattito sull’eutanasia potrebbe porre più d’un bastone tra le ruote del governo di Rajoy. A partire dalla prima proposta di legge sul tema in un paese fortemente cattolico come la Spagna fino alle prove tecniche di coalizione da parte del resto dell’emiciclo parlamentare, la partita potrebbe avere dei risvolti piuttosto interessanti.

Giuseppe Guarino

Venezuela. Nuova rivolta contro il regime “bolivariano”

Venezuelan President Maduro arrives at a military parade to commemorate the first anniversary of the death of Venezuela's late president Chavez in CaracasLo hanno chiamato attacco terroristico, l’apparizione di un elicottero della Polizia Scientifica al ministero degli Interni e poi al palazzo della Corte Suprema venezuelana. Forse un’operazione mal studiata, forse un altro tentativo di intimidazione nei confronti del governo chavista di Maduro.

Dall’elicottero sarebbero partiti alcuni colpi di arma da fuoco e quattro granate, che non hanno provocato né feriti né morti. A guidare l’azione è stato uno degli agenti della Polizia Scientifica, il capo delle operazioni aeree Oscar Rodriguez.

Parte da Instagram questa nuova rivolta contro il regime “bolivariano”, da dove Rodriguez denuncia le mancanze del governo e la necessità di ribellarsi nei suoi confronti. Parla di una coalizione apartitica e patriottica tra militari, agenti di polizia e civili, pronta a scalzare il governo “criminale” di Maduro. Rodriguez è una sorta di Rambo venezuelano, membro delle Brigate di Azione Speciali, che nella sua carriera ha anche recitato nel film d’azione “Muerta Suspendida”.

Nel frattempo, però, le dichiarazioni del governo non si sono fatte attendere, sebbene sembrino prive di conseguenze immediate al di là di semplici misure precauzionali volte a garantire la sicurezza dei principali centri istituzionali. Il ministro della Comunicazione Ernesto Villegas ha definito l’attacco una “offensiva insurrezionale dell’estrema destra”.

D’altro avviso invece le minoranze politiche. Il leader del partito d’opposizione socialista Acción Democrática, Henry Ramos Allup, ha così twittato: “Inutile sorvolare il Tribunale Supremo di Giustizia. Magistrate e magistrati roditori si sono rifugiati al sicuro nelle fogne”, minimizzando sull’episodio.

Il vero tentativo di golpe, secondo i vertici di Acción Democrática, sarebbe invece avvenuto proprio ad opera della Corte Suprema, che ha recentemente attribuito al presidente Maduro poteri esclusivi in materia fiscale. Anche il coordinatore generale de La Fuerza es la Unión, coalizione dei gruppi di opposizioni provenienti dalla politica e dalla società civile, ha dichiarato che “questo – quello fiscale, ndr – è il vero colpo di stato di questa sera. Ed è avvenuto senza elicottero”.

Giuseppe Guarino

Gap Previdenziale e incubo pensione per i medici

Consulcesi, realtà leader nella tutela dei camici bianchi, ha raccolto i pareri di oltre 2mila medici sulla previdenza complementare: il 51% degli intervistati ha già scelto un fondo pensione, privilegiando i privati.

medici 2Medici tra paura e lungimiranza quando si tratta del proprio futuro pensionistico. Oltre l’80%, infatti, teme che una volta abbandonato il camice bianco, la differenza tra l’attuale retribuzione e l’importo della pensione farà registrare un crollo drastico, tra il 30 e il 50%. Per questo motivo, più della metà di loro ha deciso di non farsi cogliere impreparato ed è già ricorso alla previdenza complementare. Sono questi i dati rivelati da un sondaggio effettuato da Consulcesi, realtà leader nella tutela dei camici bianchi, che ha raccolto opinioni e timori di 2722 medici in tema di previdenza complementare.
SÌ ALLA PREVIDENZA COMPLEMENTARE, MEGLIO SE PRIVATA
Dal sondaggio emerge innanzitutto che il 51% degli intervistati ha già aderito a una forma di previdenza complementare, di cui il 39% ha preferito un fondo privato rispetto a un fondo di categoria, scelto dal restante 13%. Su base geografica, si segnala inoltre che sono soprattutto i medici del Sud (42%) a preferire il privato, seguiti da Nord (39%) e Centro (35%).
I MEDICI TEMONO UN GAP PREVIDENZIALE TRA IL 30% E IL 50%, I PIÙ SPAVENTATI AL NORD
La paura di vedere il proprio reddito calare drasticamente nella delicata fase della vecchiaia accomuna l’81% degli intervistati. Il 42% di loro, infatti, teme di perdere più della metà rispetto a quanto percepito attualmente; il 39% condivide questo allarme ma crede che subirà un calo leggermente più contenuto, comunque di oltre il 30%. Di fatto, solo il 7% degli intervistati dichiara che avrà sostanzialmente lo stesso reddito attuale. È interessante notare che i più pessimisti in materia di gap previdenziale sono i medici del Nord: il 47% degli interpellati presume una riduzione del reddito superiore al 50%.
PER I CAMICI BIANCHI È FONDAMENTALE LA DEDUCIBILITÀ FISCALE
Se i medici lamentano diversi motivi che frenano l’adesione a un fondo di previdenza complementare, tra cui la scarsa conoscenza della materia (il 22%) e l’eccessiva burocrazia (il 4%), il fattore che la stragrande maggioranza considera strategico è la massima deducibilità fiscale, considerata molto importante per il 71% degli intervistati.
I MEDICI SONO INFORMATI E VOGLIONO MAGGIORI INCENTIVI
Tra gli altri dati emersi, si registra che la maggioranza dei medici conosce le diverse forme di previdenza complementare (il 58%) e l’81% chiede a gran voce un intervento legislativo per incentivare l’adesione a questi fondi.

D-Orbit ha lanciato in orbita
il primo satellite spazzino

D-Orbit Staff

Lo staff di D-Orbit che ha curato il lancio del datellite D-Sat. In alto da sinistra: Luca Rossettini (AD e fondatore), Renato Panesi (fondatore), Lorenzo Ferrario, Francesco Palumbo, Marco Bevilacqua, Angelo Dainotto, Caterina Cazzola, Monica Valli, Fabio del principe, giorgia Nardiello, Andrea Ferrante, Giuseppe Mele, Stefano Antonetti In basso da sinistra: Marco Cazzaniga, Marco Marani, Simone Brilli, Lorenzo Vallini, Andrea Marcovati, Alessio Fanfani (PM di D-SAT), Aldo Cappelluti, Pietro Guerrieri

D-ORBIT ha lanciato D-Sat, un satellite con la capacità di rimuovere sé steso dall’orbita, in maniera diretta e controllata, alla fine della missione grazie ad un dispositivo propulsivo integrato. Questa caratteristica innovativa è il fondamento di una nuova generazione di satelliti capaci di limitare la loro presenza in orbita a quanto necessario per completare la loro missione, in modo da prevenire l’accumulo di detriti spaziali. Il lancio è avvenuto questa mattina, venerdì 23 giugno, alle 5:59, dal cosmodromo Indiano Satish Dhawan Space Centre.  Lo ha annunciato Stefano Antonetti, Responsabile Commerciale della D-ORBIT, una società italiana che ha la sua sede operativa a Fino Mornasco in provincia di Como, e altre sedi, di cui una in Portogallo e una negli USA.

Proprio ora, mentre sto scrivendo, ricevo il messaggio tramite Skype da Stefano, dell’aggancio del segnale dal satellite già in orbita: “[11.00.54] Stefano  Antonetti: abbiamo agganciato il segnale [11.01.24] DANIELE LEONI: (champagne) [11.01.59] Stefano  Antonetti: appena adesso, al primo colpo. Scaricato telemetria . Ora ti mando un po’ di foto”

E’ un lancio strategico nella storia del volo spaziale, dalla fase pionieristica verso la maturità.

Un lancio fatto giusto due giorni dopo il discorso del  famoso cosmologo inglese  Stephen Hawking: “se l’umanità non inizierà subito a lavorare per una prospettiva di colonizzazione dello spazio, sarà destinati a perire entro la fine del millennio!” Ha parlato a Trondheim, in Norvegia, al Starmus Festival 2017, nel crepuscolo del solstizio d’estate. Poi ha esposto le sue idee sull’esplorazione del cosmo profondo alla ricerca di nuovi mondi adatti a noi.

Così, una volta tanto, noi italiani ci distinguiamo per il pragmatismo che, in questo caso, significa incominciare ad eliminare i detriti lasciati in orbita e, soprattutto, non produrne di nuovi.

“D-Sat è una pietra miliare nel modo in cui gestiamo il problema dei detriti spaziali. Crediamo che tutto ciò che va in orbita debba essere rimosso non appena ha svolto il suo compito, e vogliamo fornire una soluzione pratica e conveniente per trasformare questa visione in realtà.” Continua Stefano Antonetti

“I detriti spaziali sono un insieme di oggetti di origine umana in orbita terrestre, come satelliti non funzionanti, razzi vettori, e altri oggetti rilasciati durante una missione spaziale. Secondo la NASA ci sono centinaia di migliaia di detriti di dimensione compresa tra 1 cm e 10 cm, e questo numero è destinato a crescere se si continua ad abbandonare satelliti non funzionanti in orbita. In una realtà che dipende sempre di più da tecnologie satellitari per applicazioni come l’osservazione remota del pianeta, le previsioni meteorologiche, la navigazione satellitare, la gestione di emergenze, l’agricoltura di precisione, e le auto senza pilota, è importante individuare soluzioni per ridurre la quantità di detriti spaziali in modo da ridurre il rischio di collisioni che potrebbero distruggere satelliti, compromettere servizi, e produrre ulteriori detriti.

D-Sat, costruito e operato da D-Orbit, è la prima dimostrazione orbitale di D-Orbit Decommissioning Device (D3), un sistema propulsivo intelligente progettato per rimuovere un satellite dall’orbita con una manovra diretta e controllata alla fine della missione, o in caso di malfunzionamento. Il sistema integrato all’interno di D-Sat può essere adattato a satelliti di ogni dimensione. Il nostro sogno è di installare un sistema di questo tipo in ogni nuovo satellite entro il 2025.”

D-Sat include tre esperimenti:  SatAlert, Debris Collision Alerting System (DeCas), e Atmosphere Analyzer.SatAlert serve a convalidare un tipico scenario di emergenza in cui agenzie di difesa civile devono comunicare istruzioni in aree colpite da disastri naturali che hanno compromesso le infrastrutture di telecomunicazione terrestri.  DeCas misura le dinamiche di distribuzione dei detriti associati con il rientro di un satellite, mettendo alla prova una modalità di distribuzione di questo tipo di informazione in tempo reale ad aerei in transito nella zona sottostante al rientro.

Atmosphere Analyzer è un esperimento che ha l’obiettivo di collezionare dati atmosferici nella bassa ionosfera, una regione compresa tra gli 80 km e 150 km poco studiata perché inaccessibile tanto da satelliti quanto da palloni stratosferici.”

Siccome, dovunque vogliamo andare nello spazio, dobbiamo passare dall’orbita terrestre, sarà meglio incominciare a fare pulizia.  “E dove potremo andare?” si chide Stephen Hawking.  “La luna è vicina ma non ha atmosfera, è bruciata dal sole nelle 354 ore di giorno e gelata dalla notte siderale nelle 354 ore di buio. Ha un gravità troppo bassa per mantenere il calcio del nostro scheletro e non ha magnetosfera, col conseguente bombardamento di radiazioni nocive dal sole e dal cosmo profondo. Marte è più lontano anche se le condizioni nella sua superficie sono meno proibitive. Sappiamo che attorno a Proxima Centauri, la stella più vicina al nostro sole, c’è un pianeta che potrebbe assomigliare alla Terra ma per arrivarci, con la propulsione attuale, ci vorrebbero 3 milioni di anni”.

 Allora bisogna attrezzarsi, incominciare col costruire qualche cosa di più concreto della attuale Stazione Spaziale ISS che consenta a squadre di astronauti e di robot di costruire “un nodo di interscambio che abbiamo chiamato SpaceHub” come dice il Prof. Lino Russo; ”un sistema con 100 persone a bordo per condurre attività come ricerca, gestione della stazione, gestione degli arrivi (attracco) e delle partenze verso la Terra o altri nodi o per l’esplorazione verso Marte, e non ultimo per puro turismo.”

Sostanzialmente, in attesa di trovare un nuovo mondo, dobbiamo costruire in orbita bassa, ancora protetti dalla magnetosfera terrestre, un habitat dove vivere e lavorare. Dove fare ricerca e sviluppare una ingegneria adatta ad un ambiente che non è poi così totalmente ostile.  Assenza di atmosfera vuol dire assenza , di vento, di intemperie, di corrosione, di ruggine;  assenza di peso vuol dire anche poter costruire strutture molto leggere, come immense superfici fotovoltaiche sottilissime, in grado di erogare Mega Watt di elettricità. Ma prima di tutto dobbiamo eliminare i rottami in orbita e non produrne di nuovi.

La società D-Orbit è fiero membro di Space Renaissance Italia, un’organizzazione culturale astronautico – umanistica nazionale, chapter italiano di Space Renaissance International (SRI), dedicata ad ampliare la consapevolezza che l’espansione umana nello spazio è fondamentale per la sostenibilità della civiltà attuale, della sua indispensabile crescita, e per la sopravvivenza della vita stessa. Preservare lo spazio attorno alla nostra Terra fruibile e sfruttabile da una societá umana proiettata oltre i confini della nostra atmosfera è una visione che accomuna strettamente D-Orbit e Space Renaissance.

Daniele Leoni

Descrizione della foto

Lo staff di D-Orbit che ha curato il lancio del datellite D-Sat.

In alto da sinistra: Luca Rossettini (AD e fondatore), Renato Panesi (fondatore), Lorenzo Ferrario, Francesco Palumbo, Marco Bevilacqua, Angelo Dainotto, Caterina Cazzola, Monica Valli, Fabio del principe, giorgia Nardiello, Andrea Ferrante, Giuseppe Mele, Stefano Antonetti

In basso da sinistra: Marco Cazzaniga, Marco Marani, Simone Brilli, Lorenzo Vallini, Andrea Marcovati, Alessio Fanfani (PM di D-SAT), Aldo Cappelluti, Pietro Guerrieri

BCE: crescita migliore
del previsto

Ocse-crescita stabileNel suo bollettino mensile, la Banca Centrale Europea avverte che la crescita in Eurozona è maggiore del previsto, ma attenti a protezionismo e Brexit. Inflazione ancora stabile in Eurozona: il Quantitative Easing continua al ritmo di 60 miliardi di titoli acquistati al mese, almeno fino a dicembre. Debito pubblico in calo, ma alcuni paesi esposti a choc.

La crescita in Eurozona si allarga, grazie alla domanda interna. Lo dichiara la Banca centrale europea nel suo ultimo bollettino mensile. Per questo motivo si escludono nuovi tagli dei tassi di interesse. Il programma di acquisto titoli proseguirà al ritmo di 60 miliardi al mese almeno fino a dicembre. La Bce avverte sui pericoli: “I rischi ci sono ancora, seppur bilanciati. E vengono dal protezionismo minacciato da Trump. Dal processo di riforma e liberalizzazione, promosso dalla Cina. Dalla Brexit, tutta ancora da definire. E dal debito pubblico, in calo ma ancora minaccioso. Al punto da esporre alcuni paesi dell’Eurozona a choc”.

L’espansione economica continua a consolidarsi e a estendersi in vari settori e nei diversi paesi. La crescita dell’area dell’euro è sostenuta principalmente dalla domanda interna, ma può contare anche su alcune spinte esterne positive.  In sintesi è quello che gli esperti della Bce hanno evidenziato nel bollettino mensile in cui si nota come la ripresa sia particolarmente evidente nei mercati del lavoro dell’area dell’euro, malgrado la persistente e considerevole capacità produttiva inutilizzata. Il dramma della disoccupazione non è stato ancora debellato. Tuttavia è in crescita il reddito reale disponibile delle famiglie, ed è in aumento anche la spesa per i consumi. Di conseguenza, migliorano pure le condizioni del credito bancario. La graduale ripresa degli investimenti delle imprese, incentivate a modernizzare lo stock di capitale dopo vari anni di investimenti contenuti, è in fase di proseguimento.

Per la Bce i rischi per le prospettive di crescita sarebbero ora sostanzialmente bilanciati. Tuttavia, i  rischi al ribasso potrebbero emergere dal protezionismo, dalla Brexit e dal debito pubblico che non sarebbe stato sufficientemente ridimensionato. Per questi motivi, l’Eurotower ritiene indispensabili ulteriori sforzi di risanamento per quei paesi con un forte indebitamento come l’Italia   che sono particolarmente vulnerabili di fronte a nuovi episodi di instabilità nei mercati finanziari o ad un rapido aumento dei tassi di interesse.

Pertanto è stato confermato il programma di Quantitative easing (l’acquisto di bond per immettere liquidità nel sistema e sostenere la crescita) all’attuale ritmo mensile di 60 miliardi di euro sino alla fine di dicembre 2017, o anche oltre se necessario, e in ogni caso finché non si riscontrerà un aggiustamento durevole dell’evoluzione dei prezzi, coerente con l’obiettivo di inflazione. Anche i tassi rimarranno su livelli pari a quelli attuali per un prolungato periodo di tempo. D’altro canto, l’inflazione di fondo (esclusa cioè la componente energetica) non ha ancora mostrato segnali convincenti di ripresa e ci si aspetta pertanto che dovrebbe aumentare solo gradualmente nel medio termine. L’obiettivo Bce del 2% viene considerato ancora lontano.

Un altro problema indicato dalla Bce è quello delle riforme mancate. Gli esperti dell’Eurotower hanno scritto: “Le prospettive di crescita economica nell’area dell’euro continuano a essere frenate dalla lenta attuazione delle riforme strutturali, in particolare nei mercati dei prodotti, e dalla necessità di effettuare ulteriori aggiustamenti di bilancio in numerosi settori, nonostante i miglioramenti in atto. Per fortuna, l’attività economica della zona euro è sospinta anche dalla sostenuta ripresa mondiale. Un venticello positivo che soffia soprattutto nelle economie dei paesi emergenti”.

Con cautela la crescita economica nell’Eurozona continua lentamente tra rischi e pericoli ancora presenti. Nel medio periodo, con gli opportuni accorgimenti, dovrebbe consolidarsi.

Salvatore Rondello

Luna, una comunità di 1000 persone entro 30 anni

stazione spazio“Lo spazio è stato ed è ancora la mia vita. Da quando ebbi la ventura e la fortuna di chiedere la tesi di laurea al prof. Luigi G. Napolitano mi trovai di fatto catapultato in uno dei tre team al mondo che studiava sperimentalmente e teoricamente i Moti alla Marangoni, particolare caso di convezione generata da gradienti di tensione superficiale”.

Lo afferma Rino Russo, Direttore Generale di Center For Near Space, dirigente per le tecnologie ed i sistemi spaziali del CIRA per più di vent’anni, cofondatore e presidente della Trans-Tech s.r.l., cofondatore e primo presidente di Space Renaissance Italia (chapter italiano di Space Renaissance International), Vice Presidente dell’Italian Institute for the Future e Direttore Generale del Center for Near Space, una lista lunghissima di pubblicazioni di carattere scientifico e tecnologico.

La sua è una vita dedicata allo spazio, o meglio all’espansione civile nello spazio…
Sì. Ricerca in laboratorio, rapporti con quella che sarebbe diventata l’ASI, e con l’ESA, la preparazione di esperimenti poi realizzati a bordo dello Spacelab, il training ai primi astronauti europei.  E poi per tanti anni al CIRA negli studi di sistemi ipersonici innovativi per il rientro atmosferico, inclusa la galleria al plasma Scirocco. E poi ancora lo stimolo del turismo spaziale e la nascita del progetto HYPLANE, per il quale dovetti combattere non poco per convincere diversi interlocutori, ed avere l’onore che l’Università Federico II ne condividesse lo sviluppo progettuale. Si, lo spazio resta un mio pallino, perché sono certo che quell’etichetta definita circa 35 anni fa da Napolitano – Quarto Ambiente – diventerà effettiva in tempi ragionevolmente brevi.

Sei anni fa eravamo convinti che il turismo spaziale avrebbe aperto la frontiera alta, in quanto unica linea di sviluppo industriale capace di crescere sul proprio mercato in crescita, passando senza soluzione di continuità dalla quota suborbitale all’orbita, dai voli balistici di puro entertainment ai voli di linea ipersonici. Sull’onda di quel sogno era nato, in partnership tra Space Renaissance Italia e la Federico II di Napoli, il progetto HyPlane. Oggi quella prospettiva sembra subire perlomeno una battuta d’arresto, dovuta alle difficoltà finanziarie delle aziende impegnate in questa sfida, ed anche alla inadeguatezza dei sistemi legali, quando si tratta di trasportare passeggeri civili nello spazio. Tuttavia continuano a svilupparsi spazioporti, ed almeno uno dovrebbe essere fatto in Italia. Ed il progetto Hyplane continua a suscitare interesse da parte di potenziali investitori…

Perché un’evoluzione del genere menzionato si avveri sono necessari due fattori primari: (1) allargare la platea di chi ci crede in modo da poter contare su adeguati finanziamenti, siano essi pubblici o privati, (2) avere la fortuna che non accadano incidenti rilevanti. Per quanto riguarda il primo punto, è evidente che con Hyplane, ad esempio, non siamo ancora riusciti nell’intento, anche se non può essere taciuta la rilevanza del background che nella fase storica di crisi economica degli ultimi anni ha bloccato quasi tutto. L’incidente del 31 ottobre 2014, in cui fu distrutto la SpaceShipTwo di Virgin Galactic con la morte di uno dei piloti collaudatori e il ferimento del secondo, ha sospeso il processo di attivazione del turismo spaziale suborbitale su base commerciale. Dopo l’indagine della Federal Aviation Authority e dopo la realizzazione di un nuovo velivolo, Virgin Galactic sta muovendosi verso la certificazione del sistema prima di poter avviare la fase commerciale. Insomma, lo slittamento di un programma è parte della vita e talvolta diventa un vero e proprio stop. Come fu quando, il 28 gennaio 1986, lo shuttle Challanger con a bordo la prima insegnante di scuola superiore Christa McAuliffe esplose in fase di lancio; era il tempo in cui sembrava potersi presto realizzare l’industrializzazione delle spazio con industrie pronte a finanziare la costruzione di unità produttive in orbita, ma fu il momento della morte definitiva di quell’idea tanto che ancora oggi non si riprende quel concetto se non in termini prospettici (Luna, asteroidi, ecc.).

In sintesi, voglio dire che di battute d’arresto dobbiamo aspettarcene diverse e per vari motivi. E dobbiamo anche mettere in conto la probabilità di perdita di vite umane, come sempre è quando si tenta di oltrepassare un limite.

Negli States si parla di accesso allo spazio e suo sfruttamento da un ventennio quasi ormai. E di spazioporti si parla anche in termini molto concreti in diverse regioni del nostro pianeta. Finalmente, e con la consueta “timidezza” anche l’Europa comincia a parlarne: Svezia, UK, Spagna, ed anche l’Italia. C’è un certo interesse emergente sul volo suborbitale, anche se di tipo sperimentale, che sta stimolando i pensieri su uno spazioporto; bella etichetta che definisce un aeroporto “speciale” che serve giusto per separare il campo da quello dell’aviazione civile. Gira tra gli addetti ai lavori l’idea di usare lo spazio aereo tra la Campania e la Sardegna, per esempio tra gli aeroporti di Grazzanise e Decimomannu, per voli suborbitali sperimentali con velivoli come Hyplane.

Chi ha saputo mettere fine alla situazione di relativo stallo durata 40 anni, dopo lo sbarco americano sulla Luna, è stato Elon Musk con i suoi lanciatori completamente riutilizzabili. Dopo decenni passati a struggersi per una tecnologia Single Stage To Orbit (SSTO), non ancora alla portata, vista come l’evento risolutore, che avrebbe potuto finalmente abbattere il costo del trasporto terra orbita, Musk ha tirato fuori il classico uovo di Colombo: non siamo ancora capaci di fare un SSTO? Molto bene, allora riportiamo a terra il primo stadio dei sistemi di lancio. Voilà, monopolio infranto, i prezzi dei lanci diminuiti di almeno un ordine di grandezza: il costo al kg, quando i riutilizzabili saranno a regime, si prevede inferiore ai $2.000. Adesso sorge una domanda: di questa epocale innovazione tecnologica, unita all’avvento dell’additive manufacturing, potrà giovarsi anche l’impresa del trasporto passeggeri civili nello spazio? Oppure la parte del leone la faranno ancora una volta i satellitari?
Beh, non è proprio così. La vera guerra è stata ed è tra chi non vuole cambiare la strada vecchia dei lanciatori spendibili con quella nuova, e coloro più abituati a buttare il cuore oltre l’ostacolo. Lo Space Shuttle è stato il primo lanciatore parzialmente riutilizzabile. Sfortunatamente, non ha dimostrato di indurre minori costi o equivalentemente ridurre il costo/kg di accesso all’orbita. E questo dà forza ai sostenitori della bontà del concetto spendibile. In realtà, di studi e progetti TSTO ce ne sono stati e ce ne sono molti e da tanto tempo; anzi sono in numero ben superiori a quelli SSTO come il vecchio X-30 della NASA noto come NASP, National Aero Space Plane o l’altrettanto vecchio HOTTOL inglese. Forse il TSTO più famoso almeno in Europa è il tedesco Sangaer. Quello che ha fatto Elon Musk, è stato pensare ad un modo più semplice e non aerodinamico di recuperare il primo stadio; ed ha, grazie al carattere privatistico dell’impresa, assorbito gli insuccessi inevitabili senza farsi abbattere da commissioni indipendenti alla ricerca di colpevolezze. Con questo suo approccio ha ridotto il costo di lancio dagli storici 20.000 $/kg a circa 8.000 $/kg; peraltro anche alcuni lanciatori spendibili costano più o meno la stessa cifra perché fatti in paesi in cui la mano d’opera costa molto di meno che nel mondo occidentale. Per quanto riguarda la riduzione del costo del trasporto passeggeri civili nello spazio, dobbiamo essere chiari e netti: la riduzione radicale (forse addirittura ad 1/100 dei costi attuali) ci sarà quando il numero di lanci/anno sarà moltiplicato per 10 o 100 o di più. Se dopo due secoli di vita dell’autovettura stessimo ancora oggi usando 1 o 2 auto tra tutta la popolazione mondiale, certamente costerebbe un occhio della testa, e forse entrambi!

Oggi sembrano promettenti alcune prime attività industriali orbitali, quali l’assemblaggio di satelliti in orbita, il recupero e riuso di detriti spaziali, attività estrattive lunari ed asteroidee. Ma anche in questo caso, i sostenitori dell’espansione umana devono fare i conti con i sostenitori della robotizzazione totale… Si tratta di una discussione puramente filosofica, oppure vi sono attività, magari le più promettenti, che abbisognano di operatori umani in orbita, oppure che sono molto più convenienti se svolte da operatori umani?
Questa discussione è ampia e non solo in ambito spaziale. È ampiamente riconosciuto che ci sono attività nella vita di un individuo o una comunità che possono essere del tutto robotizzate senza nemmeno la supervisione dell’uomo, salvo ovviamente la manutenzione. Il robot che scopa in casa può farlo in modo del tutto autonomo. Significa questo che c’è da aspettarsi che in un futuro i robot faranno tutto loro? Onestamente non lo so. Certo, man mano che sviluppiamo robot più performanti ed autonomi, il bilanciamento del lavoro tra uomo e robot potrebbe cambiare, anzi cambierà di certo. Ma non credo affatto che l’uomo si limiterà sempre di più a stare steso al sole o cose simili. Per me questa è una discussione di opportunità, che mischia le possibilità con i rischi senza tenere questi due elementi separati ed ognuno al suo posto. Tendo a credere che l’uomo avrà sempre la sua parte, e lascio volentieri a scrittori e registi immaginare scenari in cui i robot comanderanno gli uomini.

Secondo te è maturo il tempo, nel nostro Paese, per la nascita di un settore industriale orientato allo spazio civile? Si vede all’orizzonte qualche Elon Musk o Jeff Bezos italiani? E cosa possiamo fare noi, associazioni come Space Renaissance, Center for Near Space, per stimolarne la nascita?
Il discorso è molto complesso ma provo a sintetizzarlo in due battute. L’Italia, e non solo l’Italia, si trova da molti lustri in un epoca di contrazione culturale che si rende forse più evidente attraverso governi sempre più tecnici e meno strategici, attraverso la totale incapacità di identificare priorità oggettive e mantenerle nell’implementazione dei piano, attraverso le giovani generazioni che sono sempre più disattente al futuro che poi è il loro. Al di là del fatto che in Italia non mi pare ci siano tanti ricconi come Elon Musk, non c’è ancora qualcuno che voglia o possa sfidare tutto e tutti su un argomento. Quello che penso si debba fare, e forse è l’unica cosa possibile in questa fase, è far comprendere sempre di più e sempre a più persone comuni che lo spazio non è affatto l’avventura bellissima di qualche super eroe, bensì una nuova opportunità per tutti.

Il tuo team, Center for Near Space, sta per annunciare un progetto bellissimo “Orbitecture”… di che si tratta?
Esattamente per illustrare alle giovani generazioni il concetto appena enunciato, abbiamo costituito diversi team di studio su diverse idee e progetti. Progetti avveniristici, ma sempre collegati in qualche modo all’attuale mondo ingegneristico, ovvero “fattibili” nell’ambito di una prospettiva di almeno 30 anni. Il CNS crede che, a 100 anni circa dallo Sputnik e dal Primo Passo dell’Uomo fuori dalla Terra, esisterà una comunità variegata di circa 1000 persone stabilmente occupante lo spazio cis-lunare: stazioni in LEO (Low Earth Orbit), in LMO (Low Moon Orbit), in qualche punto lagrangiano, sulla luna, con puntate occasionali e scientifiche verso Marte e gli asteroidi. Questa “città cis-lunare” sarà conseguentemente caratterizzata da un traffico di circa 10.000 o forse 100.000 passaggi/anno da un nodo all’altro. Ebbene, in questo quadro, abbiamo selezionato un ipotetico nodo di interscambio che abbiamo chiamato SpaceHub; un sistema con 100 persone a bordo per condurre attività come ricerca, gestione della stazione, gestione degli arrivi (attracco) e delle partenze verso la Terra o altri nodi o per l’esplorazione verso Marte, e non ultimo per puro turismo. In tale contesto abbiamo rilevato il carattere del tutto non confortevole dell’attuale ISS ed abbiamo perciò identificato criteri progettuali più adeguati ed anche più coerenti con l’architettura naturale del sistema solare. Abbiamo valutato la realizzabilità, la sequenza di costruzione ed i tempi associati, nonché i sistemi di supporto alla vita che non possono che essere il più possibili autonomi ovvero autorigenerativi.

È stato un divertimento parlare con specialisti di diverse estrazioni, confrontarsi su base culturale e fare un viaggio insieme che speriamo di continuare dopo la presentazione ufficiale che faremo il 6 luglio nello splendido scenario del Planetario di Città della Scienza di Napoli. Siete tutti invitati.

Adriano Autino

Spending review,
risparmiati 30 mld

EVIDENZA-Spending reviewDalla relazione annuale presentata al Parlamento italiano dal commissario straordinario alla revisione della spesa, Yoram Gutgeld, sono emersi risparmi per 29,94 miliardi nel 2017 che diventeranno 31,5 miliardi nel 2018. Sarebbero questi i dati realizzati dall’azione di spending review a partire dal 2014, ai fini dell’indebitamento netto della PA.

Significativi risparmi sono stati realizzati con il rafforzamento della centralizzazione degli acquisti della PA (+13% tra il 2014 ed il 2016). Tuttavia, la spesa per le forniture presidiata con il metodo Consip è salita del 27% nello stesso periodo.

Nel dossier letto in Parlamento alla presenza del Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e del Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, si evidenzia per il triennio 2013-2016 anche la diminuzione del personale della PA nella misura del 3,8% (pari ad 85 mila dipendenti) maggiormente per effetto del blocco del turn-over con punte del 7% nei ministeri.

A fine del 2016, complessivamente, l’ammontare della spesa corrente al netto degli interessi sul debito e delle prestazioni previdenziali ed assistenziali, su cui si è concentrata la spending review, ammonterebbe a 368 miliardi mentre quella considerata aggredibile al netto dei trasferimenti UE e delle partite di giro sarebbe stata di 327,7 miliardi.

Il Commissario alla revisione ed alla razionalizzazione della spesa, Yoram Gutgeld, concludendo la presentazione a Montecitorio della Relazione annuale, ha detto: “Mi permetto di lanciare un appello alle forze politiche ed al Governo che verrà, di non mollare la presa”. Il Commissario straordinario ha anche osservato: “Considerando che questa legislatura si avvia alla chiusura, ci vuole tempo per tagliare, per cambiare le organizzazioni, per cambiare i meccanismi operativi”.

Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, è intervenuto alla relazione annuale della spending review annunciando l’arrivo di un decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri con nuove regole del Bilancio per consentire soprattutto ai Ministeri di poter programmare meglio le spese. Nel suo intervento ha anche detto: “Certo nella PA esistono sprechi, ma farla facile è uno sport abbastanza diffuso e tutto sommato non conviene. Da parte del Governo non c’è religione dei tagli ma aspirazione all’efficienza”.

Il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, ha commentato a Montecitorio i contenuti della Relazione annuale illustrata dal Commissario straordinario del Governo per la razionalizzazione e revisione della spesa, Yoram Gutgeld. Puntualizzando ha anche detto: “Mi auguro che dopo la presentazione della spending review capiterà di leggere un po’ meno sulla stampa che in Italia la spending o non si è fatta o si è fatta male. Qualcuno continuerà a dirlo, ma qualcuno ci penserebbe due volte”.

Salvatore Rondello

Sette milioni e mezzo
di chili d’oro in orbita

spazioA partire dal 1957, si stima che siano stati effettuati 132 lanci orbitali all’anno, il che ci porta ad un totale di circa ottomila lanci. I satelliti censiti da UNOOSA ad agosto 2016 erano 4256, di cui solo 1419 (33%) operativi. Circa 18mila sono i rottami orbitali sufficientemente grandi (più di 10 cm.)da essere tracciati. Circa il 64% degli oggetti tracciabili sono frammenti risultanti da eventi distruttivi, quali esplosioni o collisioni. Esiste inoltre una popolazione molto più grande di detriti impossibili da monitorare in modo operativo. Nello spazio compreso tra l’orbita bassa (LEO, 300 km) e quella geostazionaria (GEO, 36mila km) viaggiano — a velocità orbitale — un numero stimato di 700.000 oggetti di dimensioni superiori a 1 cm e 170 milioni di oggetti di dimensioni superiori a 1 mm. Il che significa che la regione dello spazio vicina alla Terra si fa sempre più pericolosa, ma non è soltanto né soprattutto questo l’aspetto di cui voglio parlare oggi. Chi mi conosce per i miei interventi di carattere prevalentemente filosofico potrà essere sorpreso per questo articolo, che raggruppa una serie di considerazioni economiche e sociali. Voglio infatti dimostrare la convenienza — oggi, e non in un lontano futuro — di investire in attività industriali orbitali condotte da tecnici umani, rispetto ad operazioni completamente robotizzate. Di più, con buona pace di tutti quanti continuano ad avversare e temere l’espansione civile nello spazio esterno, basta analizzare minimamente l’ambiente di cui stiamo parlando, per capire che le attività più promettenti sono semplicemente non fattibili senza la presenza di operatori umani. Si tratta di una visione presentista, più che futurista: Space Renaissance (http://spacerenaissance.space/, http://spacerenaissance.it/), l’associazione internazionale che mi onoro di presiedere, promuove l’espansione civile nello spazio, per stimolare investimenti, rilanciare l’economia e sviluppare milioni di nuovi posti di lavoro oggi, e non in un lontano futuro…

Dunque partiamo dai rottami, o rifiuti spaziali, vale a dire oggetti che, secondo un’opinione molto comune, non hanno più alcun scopo utile. Ma è proprio vero? Facciamo due conti.

Il peso totale dei rottami spaziali ammonta a circa 7.500 tonnellate, cioè 7.5 milioni di chilogrammi. Il costo del trasporto terra – orbita si è mantenuto costante, negli ultimi 50 anni, intorno ai 20mila dollari al chilo, mantenuto alto anche da un vero e proprio cartello, costituito dalle grandi case costruttrici di razzi spendibili, raggruppate negli Stati Uniti nella ULA (United Launch Alliance). La storia recente vede la Cina e l’India posizionarsi con un prezzo dei payload tra i 10 ed i 25mila dollari al chilo.  Ma è soltanto con l’avvento dei lanciatori riutilizzabili di Space X, che il monopolio dei razzi spendibili è stato infranto, innescando un processo rinascimentale di cui abbiamo visto sinora solo i primi passi. Quanto è costato mettere in orbita 7,5 milioni di chili di artefatti terrestri? A 20mila dollari al chilo, circa 150 miliardi di dollari. Se a questi aggiungiamo i costi di progettazione, costruzione e gestione, non è difficili arrivare ad un costo totale vicino al trilione di dollari. Considerando l’attuale prezzo dell’oro intorno ai 41mila dollari al chilo, è come dire che sulle nostre teste orbita un patrimonio paragonabile a 7,5 milioni di chili d’oro, se vogliamo vederla dal punto di vista economico. Se, come me, volete vederla anche dal punto di vista etico ed evolutivo della nostra civiltà, è come se avessimo voluto rinchiuderci in una gabbia dorata, senza peraltro avere ancora provveduto a sviluppare sistemi capaci di rimediare a questo disastro.

Si può anche sorridere, sebbene di un riso amaro. Avete presente i rifiuti delle grandi città terrestri? La situazione non è molto diversa: i rifiuti costituiscono una tragedia ambientale solo per chi non ha ancora deciso di utilizzarli. Per chi si è dotato degli opportuni impianti di riciclaggio, i rifiuti invece valgono oro! Oltretutto per chi possiede gli impianti il guadagno è doppio, visto che non soltanto produce energia e materiali di vario utilizzo, ma viene anche pagato per ricevere i rifiuti da chi non è attrezzato per utilizzarli! Possiamo ben immaginare come chi ha investito nell’industria del riciclo abbia sulla faccia un odioso ma comprensibilissimo sorrisino di sufficienza, quando considera l’ancora consistente schiera di gonzi che pagano per smaltire … la propria ricchezza!

Vi siete fatti il quadro, guardando a terra? Bene, adesso guardate in alto. Ci si rende subito conto che, per quanto riguarda i cosiddetti rifiuti spaziali, tutto il mondo è gonzo, e non sono ancora nate imprese capaci di investire negli impianti necessari alla raccolta, processamento e riuso di questa immensa ricchezza orbitale. Mettendo in orbita opportune officine modulari — l’esperienza fatta con la International Space Station è fondamentale — si potrà cominciare a catturare i rottami, separare i metalli dalla plastica, macinare i diversi componenti e ricavarne polveri, la materia “prima” per la stampa 3D. Cosa stiamo aspettando? Sono certo che il nostro Paese potrebbe essere all’avanguardia, su questo fronte, e potrebbe battere in volata altri che ancora non si stanno muovendo… forse perchè meno dotati della nostra sensibilità umanista, ed attenzione per le persone?

Il settore new space muove i primi passi anche nel nostro paese, ad esempio la D-ORBIT (http://www.deorbitaldevices.com/) è una piccola azienda del comasco, che sviluppa un sistema per il de-commissioning dei satelliti al termine del ciclo di vita: un primo passo, finalizzato per intanto a non produrre nuovi rifiuti. Ma tutti i viaggi cominciano con un primo passo. Ed il fatto che in Italia ci sia chi ragiona ed opera a questo livello è molto confortante.

Decommissionare i nuovi satelliti per mezzo di appositi sottosistemi di bordo, mandandoli a bruciare al rientro in atmosfera, è una necessaria misura precauzionale, volta a limitare la produzione di nuovi rifiuti. Catturare rottami esistenti, e gettarli parimenti nell’ “inceneritore” del rientro in atmosfera risolverebbe il problema della bonifica orbitale. Il paragone con l’inceneritore ovviamente regge solo in parte, visto che dagli incineritori terrestri escono prodotti utili, mentre il rientro in atmosfera si limita a volatilizzare i rottami. Comunque, nel medio e lungo termine, si tratta di investimenti “a perdere”, nel senso che non puntano ad utilizzare la ricchezza costituita dai rottami spaziali, ma aggiungono semmai costi alla comunità terrestre. Economicamente parlando la distruzione dei rifiuti, tanto a terra come nello spazio, equivale a distruggere un grande valore. Senza contare che, comunque, per catturare rottami orbitali, già avremo bisogno di macchine capaci di manovre interorbitali, guidate ed operate da operatori umani. Quindi tanto vale affrontare da subito un programma più ambizioso, e sviluppare contestualmente sia la raccolta sia gli impianti di processo e riutilizzo.

È chiaro che, con tale ampiezza di visione, stiamo includendo un numero ben maggiore di stakeholder: la sicurezza dei voli orbitali, e qualsiasi missione o trasporto merci o passeggeri  deve passare per l’orbita terrestre, quale che siano la sua motivazione e destinazione, esplorazione o turismo, orbita bassa o le lune di Giove, ricerca o insediamento industriale, ecc…; ritorno di investimento a breve/medio termine; sviluppo industriale ed economico globale; benefici sociali, occupazione, sviluppo di nuovi mercati.

E qui arriviamo alla seconda grande e promettente sfida presentista. Il recupero e riciclo dei rottami spaziali si connette fluidamente, senza soluzione di continuità, con un’altra grande attività industriale. Le nostre officine orbitali, già messe in cantiere con l’obiettivo di raccogliere e processare i rottami spaziali, si arricchiscono, e si differenziano, grazie ad un’altra funzione: l’assemblaggio di satelliti in orbita. Supportata da adeguati meccanismi robotizzati, la nostra officina si avvia a diventare una fabbrica di satelliti orbitale. Vi piace l’utilizzo di termini un po’ retrò, come “fabbrica”? Pur essendo fortemente proiettati all’innovazione rinascimentale, siamo anche estremamente coscienti di quanto dobbiamo ai nostri padri e nonni… che hanno dato il loro sudore e spesso anche la vita, edificando la civiltà industriale 1.0. E ci piace continuare ad usare certi termini, come un dovuto omaggio a quella civiltà che loro avevano costruito con speranza… all’alba del rinascimento della civiltà industriale 2.0, sperando e lottando perchè questa sia la fine della lunga recessione pre-era-spaziale.

Dunque, per gli investitori, l’assemblaggio di satelliti in orbita, ad opera di tecnici umani, porterà alla sostanziale riduzione almeno delle seguenti voci di spesa. In primo luogo occorre avere presente che ogni satellite assemblato a terra necessita di costosi automatismi per il dispiegamento di pannelli fotovoltaici ed antenne di comunicazione. Tali meccanismi automatici risultano inoltre molto costosi, perchè devono essere sufficientemente robusti da sopportare le grandi vibrazioni ed accelerazioni del lancio. Di tali meccanismi si potrebbe fare completamente a meno, se l’assemblaggio del satellite avvenisse in orbita, diminuendo anche il peso di quanto deve essere spedito in orbita. In secondo luogo, si consideri che, con la sola eccezione dei telescopi orbitali, qualsiasi manutenzione a satelliti risulta nel paradigma attuale troppo costosa, quindi impraticabile. Quindi la componentistica è molto costosa, perchè resistente alle radiazioni cosmiche, e rispondente ai requisiti di fault tolerance e fault avoidance più restrittivi. Le nostre officine orbitali potrebbero occuparsi sia della collocazione a destinazione dei satelliti, sia della loro manutenzione periodica ed eventuale riparazione, il che consentirebbe l’utilizzo di componentistica commerciale a costo molto minore. Ed, infine, le officine orbitali potrebbero provvedere al de-commissionamento a fine del ciclo di vita, quindi si risparmierebbero anche i sistemi automatici di decommissioning, almeno per le macchine di dimensioni maggiori. I sottosistemi di decommissioning dei satelliti più piccoli potrebbero essere programmati per rientrare alla più vicina stazione di raccolta, una volta a fine vita, anzichè per il rientro in atmosfera. Va da sé che la manutenzione periodica dei satelliti ne allungherebbe la vita, con conseguente ulteriore diminuzione dei costi complessivi e parallelo aumento della redditività.

Riassumendo: ogni automatismo che possiamo evitare di aggiungere a bordo satellite ne riduce i costi di progettazione, componentistica, sviluppo, testing, integrazione, lancio. Ma non è finita qui: avevamo parlato infatti di riciclo. E qui si chiude un primo cerchio: con i materiali in uscita dagli impianti di processo dei rottami alimentiamo le fabbriche orbitali, che possono produrre parti di satelliti in orbita per mezzo di stampa 3d, abbattendo ulteriormente i costi di sviluppo e lancio da terra! Ecco che la frontiera comincia a produrre in proprio, e quindi a dare inizio ad una vera e propria eso-economia, seppure ancora legata alla Terra da un robusto cordone ombelicale…

Dunque, abbiamo fin qui parlato solamente di due ricchissimi filoni industriali orbitali, il riciclo di rottami spaziali e l’assemblaggio di satelliti in orbita. Ma il più è cominciare! Una miriade di mestieri nasceranno intorno ed a supporto delle attività civili industriali nello spazio. Si pensi solo alla vastissima costellazione di lavori che sono nati in seguito allo sviluppo della rete di comunicazione mondiale ed allo sviluppo delle filiere energetiche rinnovabili… Paura dell’intelligenza artificiale? Non ha senso! Il mondo è talmente vario, e l’ambiente dello spazio esterno ancora di più, che non possiamo fare a meno dell’intelligenza, della creatività e della flessibilità degli umani — posto che farne a meno fosse conveniente, ed abbiamo visto che non lo è. Soprattutto non potremo mai chiedere ad una macchina, a parte accorgersi di un pericolo per il quale non era stata programmata, di avere intuizioni sulle potenzialità che diventano evidenti, in modi perlopiù imperscrutabili, alla mente umana, spesso riemergendo da una giornata di depressione e pessimismo… oppure davanti ad uno spettacolare sorgere dalle Terra azzurra dall’orizzonte lunare…

Dunque citiamo qui un po’ alla rinfusa, ma ci torneremo con maggior dettaglio, una serie di attività industriali tutte fattibili in un orizzonte di una ventina d’anni, grazie alle nuove tecnologie abilitanti, quali i sistemi di lancio riutilizzabili, e l’additive manufacturing: grandi impianti orbitali di raccolta di energia solare, stazioni di rifornimento per trasporti geo-lunari ed interplanetari, impianti di processo di materie prime lunari ed asteroidee, hotel orbitali, lunari e cislunari, cantieri orbitali per l’assemblaggio di navi spaziali a varia destinazione, ospedali a bassa e zero gravità, attività minerarie estrattive lunari ed asteroidee, villaggi orbitali rotanti, infrastrutture lunari di ricerca, esplorazione, industriali.

Tutto questo apre un altro capitolo, che occorre urgentemente affrontare: il diritto spaziale, fermo al Trattato sull’Uso Pacifico dello Spazio Esterno, di cui ricorre quest’anno il 50mo anniversario. Anche di questo parleremo presto.

Ad Astra!

Adriano Autino

Ringrazio Stefano Antonetti, marketing manager di D ORBIT, per i suoi commenti sul tema rottami spaziali

Adriano Autino è presidente di Space Renaissance International (http://spacerenaissance.space) ed autore dei seguenti libri:

“Un mondo più grande è possibile. L’espansione della civiltà oltre i limiti del nostro pianeta madre è la questione morale del nostro tempo”

– Amazon 2017 ebook e paperback (https://goo.gl/i78fVs)

– MondadoriStore 2017 ebook (https://goo.gl/ZqCs3Y)

“La terra non è malata: è incinta!”

– lulu.com 2016, paperback (https://goo.gl/wIQC6y)

– Amazon 2017, paperback (https://goo.gl/Stlkuz)

– Arduino Sacco 2008

Lina Merlin non era
una donna compiacente

Un convegno alla sala Zuccari del Senato ha ricordato i 130 anni dalla nascita della socialista che riusci’ ad abolire le case chiuse e la dicitura ‘Figlio di NN’.
A Lina Merlin si deve anche la stesura degli articoli 3 e 37 della Costituzione.


merlinpLina Merlin non era una donna compiacente e non era soltanto colei che diede il proprio nome alla legge con cui si mise fine alla vergogna delle ‘case chiuse’, il luogo dove si esercitava la prostituzione, sfruttando le donne e rendendole schiave per sempre in collaborazione con lo Stato. Era una socialista che credeva fortemente nella pace, nella libertà e nella giustizia sociale.
A Palazzo Giustiniani, al convegno ‘Lina Merlin la Senatrice: 130 anni e non li dimostra’, politici, storici e giornalisti si sono ritrovati martedì 13 giugno non solo per celebrare la ricorrenza e convincere il Senato a ricordarla con un busto, ma anche e soprattutto per interrogarsi su come valorizzarne la preziosa eredità di passione e di idee.
L’obiettivo lo ha subito dichiarato Daniela Brancati che introduceva e coordinava il convegno. Dobbiamo chiederci come possiamo arrivare “a una rivalutazione del suo operato” perché Lina Merlin (Pozzonovo, 15 ottobre 1887 – Padova, 16 agosto 1979), non può essere confinata nel ricordo della sua pur importantissima legge. Aveva fatto molto altro anche sul piano legislativo e lei stessa, unica donna eletta nella seconda legislatura, ricordava cosa dicevano di lei i colleghi maschi: “Si dice che questo parlamento ha una sola donna… ma una di troppo”.
Si alternano al microfono la vicepresidente del Senato, Linda Lanzillotta, il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, Vannina Mulas, già sindaco socialista di Dorgali, Elena Marinucci, già senatrice ed europarlamentare socialista, Paola Lincetto, presidente del Comitato Lina Merlin, la ministra della PI, Valeria Fedeli, la senatrice Laura Puppato, la giornalista Anna Maria Zanetti, il presidente della Fondazione Kuliscioff, Walter Galbusera, la storica Monica Fioravanzo, l’economista Daniela Colombo e Pia Locatelli, capogruppo socialista alla Camera, che ha concluso i lavori.
In molti degli interventi riaffiora così il ritratto di una donna che aveva scelto la politica per passione e come reazione alla nascente dittatura fascista, che era stata partigiana, costituente, senatrice, trasferendo nelle Istituzioni il suo amore per la libertà e la giustizia, il suo modernissimo, per i tempi, femminismo.
“Io parlo da sardo – premette Luigi Zanda – e posso dire che i fascisti la esiliarono a Nuoro perché consideravano Nuoro la peggiore punizione possibile. Ignoravano che in quella zona c’è una straordinaria capacità culturale. Da Nuoro a Dorgali e poi a Orune, ma tra Merlin e i pastori sardi si crea subito un’empatia, si stabilisce un’alleanza tra l’antifascismo e la povertà”.
convegno merlin 3Oggi, aggiunge, il Fondo Monetario Internazionale “ci dice che stiamo entrando in una fase economica diversa. Si prevede una crescita del Pil dell’1,3%. Cominciamo a vedere la luce, perché +1,3% non e’ zero virgola. La domanda che però mi pongo, senza avere una risposta, è questa: la vera luce non viene solo dal progresso economico ma dalla maturità della classe dirigente. La generazione di Lina Merlin vide tra gli altri De Gasperi, Togliatti, Pertini, Craxi, Moro, Berlinguer, Anselmi… perché dopo di loro la classe dirigente del Paese è così scesa di livello?”. Dobbiamo dire che “fu una persona straordinaria e le sue qualità precedono la dimensione politica”.
Dai ritratti dei diversi oratori emerge pian piano la figura completa di questa donna.
Lina Merlin, ricordano, insegnava a leggere e a scrivere, cercava come poteva di fare qualcosa per quella gente durante il suo confino. Aveva a cuore in particolare le donne e il ritratto forse più efficace è quello che dipinge Vannina Mulas, prima donna sindaco nel 1983 proprio di quel Dorgali, “considerato uno dei comuni più fascisti dell’isola”, dove era stata confinata la Merlin dopo la prima tappa di Nuoro.
Dai ricordi dei familiari di Vannina Mulas che avevano ospitato in casa quella pericolosa antifascista, emerge l’affetto profondo che si era stabilito tra loro. “C’è una foto di Merlin con il costume dorgalese, vestita proprio come avrebbe fatto una loro figlia per il giorno del matrimonio”. In quel piccolo paese dove mancava tutto a cominciare dall’acqua corrente, le privazioni soprattutto per lei erano tante, e per alleviare la pena, ricorda, le avevano fatto una specie di corridoio nel cortile con le piante per consentirle dalla sua stanza di raggiungere il bagno, così da nasconderla un po’ e farle superare l’imbarazzo di una donna abituata a vivere in una grande città in un ambiente borghese. Insomma affetto e stima che lei cercava di ricambiare insegnando, come aveva ricordato anche Zanda, a leggere e scrivere, ma con un particolare occhio di riguardo per le donne “La firma –diceva loro – dovete imparare a farla perché nessuno deve sostituirsi a voi”.
Ma questo non piaceva ai gerarchi e così, come ulteriore punizione, le tolgono anche l’indennità di confine sostenendo che guadagnava dei soldi facendo la maestra, ma a quel punto furono i suoi nuovi amici e compagni che le passarono il necessario per vivere. Un gesto che non dimenticò mai e anche per questo quando tornò libera e divenne senatrice continuò a riceverli e a onorarli, anche a Palazzo Madama.
È insomma un “obbligo morale sottrarla all’oblio” (Zanda) anche perché non ha fatto solo la legge sulla case chiuse. E in molti ricordano il suo ruolo nella legge per dare il cognome ai figli non riconosciuti, i cosiddetti figli di NN, quella per l’assistenza gratuita al parto e quella per impedire il licenziamento per causa di matrimonio che riguardava soprattutto le impiegate e non certo le mondine.
Lina Merlin è stata anche una femminista, una scelta che è stata determinante nella stesura della Carta costituzionale. Eletta nella Costituente nel ’46, fece parte della ‘Commissione dei 75’ e si devono a lei almeno due interventi fondamentali, la stesura degli articoli 3 e 37 della Costituzione. Il primo stabilisce che “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge” e lei fa aggiungere “senza distinzione di sesso”. Il secondo prevede che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”; una femminista insomma che aveva cominciato a fare le sue battaglie quando ancora le donne non avevano diritto di voto né attivo né passivo.
“Le donne – sottolinea Pia Locatelli – nell’Assemblea Costituente furono 21, ma fecero più loro per la causa femminile che non le 300 parlamentari donne dell’attuale legislatura”.
Insomma, come si direbbe oggi, un ‘tipo tosto’, che “fu anche una partigiana vera – ricorda Elena Marinucci – non come altre che se ne sono vantate, ma che la guerra di Liberazione l’avevano vista da casa. Fu femminista e fu riformista perché era convinta della possibilità di modificare la società con le leggi”.merlin convegno
E fu anche, ricorda Laura Puppato, una “pacifista convinta, anzi una pacefondaia”, contro l’ingresso dell’Italia in guerra. “Fu una donna coraggiosa, capace di dire cose scomode. Fu cattolica e scomunicata perché socialista. Ebbe coraggio per sé e per gli altri”. Non solo quattro anni di confino duro, ma anche minacce di morte e per cinque volte in carcere, ma lei non abbassò mai la testa.
“Le sue linee guida di una vita – ricorda Pia Locatelli – furono la pace e la libertà. Spesso rivendicò il suo essere ottocentesca, deamicisiana e romantica. Aveva scelto il partito socialista non solo per desiderio di giustizia sociale, ma anche perché era l’unico partito che si opponeva all’entrata in guerra nel 1915”. Quanto al suo amore per la libertà, all’indipendenza del suo carattere, basta ricordare che al Pci che le offriva di cambiare partito, Merlin rispose: “Sarei una pessima comunista perché non sopporto la soggezione”.
Un amore per gli altri che la tenne sempre dalla parte degli ultimi, di chi stava peggio. È la ministra Fedeli a ricordare che in occasione dell’inondazione del Polesine, arrivò a vendere anche la sua medaglietta d’oro di parlamentare per comprare coperte e viveri agli sfollati”.
In questo amore per gli ultimi, la spinta alla sua battaglia contro le ‘case chiuse’. Walter Galbusera ricorda a questo proposito che obiettava agli oppositori della legge: “Non voglio abolire la prostituzione, voglio eliminare lo sfruttamento delle donne”. “Un tema purtroppo questo, che è rimasto di drammatica attualità”.
È ancora Locatelli a ricordare a questo proposito che nel 1958, durante il dibattito parlamentare sull’abolizione dei postriboli, un deputato obiettò: “Perché abolirle? Svolgono una funzione sociale. Servono a proteggere la salute pubblica”. La risposta della parlamentare socialista fu fulminante: “Benissimo. Allora per la funzione sociale creiamo una sorta di servizio di leva di 6 mesi per tutte le ventenni, naturalmente includendo le vostre figlie e le vostre sorelle”. La legge che porta il suo nome, venne approvata.
Non furono facili i rapporti con il partito socialista cui pure si era iscritta giovanissima, a 19 anni e che avrebbe lasciato dopo 55 anni di militanza, nel 1961. “I problemi nacquero – racconta Pia Locatelli – agli inizi degli anni 50 con la segreteria Morandi per la politicafrontista che aveva impresso al partito”. Nel 1961 le venne fatto sapere che il partito non intendeva ripresentare la sua candidatura nel collegio di Rovigo, dov’era stata rieletta al Senato nel 1953 e alla Camera dei deputati nel 1958, e lei reagì strappando la tessera. Nel suo discorso di commiato dichiarò che le idee sono sì importanti, ma camminano con i piedi degli uomini, e che lei non ne poteva più di “fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinismo”.
“Ma aveva ciò nondimeno un’idea del suo impegno politico, come un’‘onda lunga’, sapeva guardare avanti”. Tra i punti più discussi di questa sua lunga militanza per il socialismo, la libertà e il femminismo c’è sicuramente la fase legata alla battaglia per il divorzio.
“Una posizione difficile da spiegare. Ci si chiede ancora oggi perché firmò un appello contro con democristiani e comunisti. Mi dico che forse voleva in questo modo proteggere le donne, perché le statistiche di allora dicevano che la condizione economica della donna stava peggiorando. Forse temeva che nella coppia, la parte più fragile, la donna, avrebbe subito il contraccolpo più pesante dal divorzio, nell’impossibilità dell’indipendenza economica”.
Comunque un’altra dimostrazione che “Lina Merlin non era una donna compiacente”.