Gina Haspel, la prima donna al vertice della Cia

gina-haspel-ciaDopo il passaggio di Mike Pompeo alla guida del Dipartimento di Stato americano, il nuovo numero uno della CIA è Gina Haspel, la prima donna a capo dell’agenzia d’intelligence statunitense. Nel corso della sua lunga carriera in qualità di agente, la 61enne si è distinta soprattutto come protagonista di diversi episodi di tortura. Nel 2002, infatti, aveva guidato diverse sessioni in cui due sospetti terroristi erano stati torturati all’interno di una prigione segreta in Thailandia.

Le registrazioni degli interrogatori relativi a quegli episodi, avvenuti fra il 2002 e il 2005, sono state distrutte su ordine della stessa Haspel. Nel gennaio dell’anno scorso, però, la decisione del presidente Donald Trump di scegliere Haspel come vice della Cia (e ora come capo) è stato un segnale molto chiaro.

Dopo gli anni di Barack Obama e del tentativo di chiudere con il periodo delle torture dell’amministrazione Bush post 11 settembre, Trump ha chiarito che la sua intenzione è fare il contrario. Secondo Mike Pompeo, ad esempio, il waterboarding e altri metodi di interrogatorio condannati da molti osservatori internazionali per i diritti umani, non devono essere considerati torture.

La Haspel è stata a capo del primo centro di detenzione all’estero della Cia, quello in Thailandia, dove nei primi mesi dopo gli attentati alle Torri Gemelle venivano portati i sospetti catturati in Medio Oriente e in Asia. Entrata nella Cia nel 1985, negli ultimi 30 anni si è occupata di controterrorismo sia all’estero che nella sede centrale di Washington. Adesso la sua nomina dovrà essere approvata dal Senato e di certo alcuni senatori potrebbero avere dei dubbi sulla sua conferma.

Proprio per il suo passato controverso, l’European Center for Constitutional and Human Rights ha chiesto a un tribunale in Germania di emettere un mandato di arresto per il ruolo della donna nelle torture nei confronti dei detenuti nel 2002.

Con la nomina di Gina Haspel a capo della Cia viene confermata la politica aggressiva e minacciosa di Donald Trump, collaborato ormai quasi esclusivamente da ‘falchi’ senza scrupoli.

Salvatore Rondello

Occupazione in crescita, ma la produttività è ferma

istat pil mezzogiornoLa rilevazione ISTAT sul Mercato del Lavoro relativa a Gennaio 2018 non presenta particolari novità, ma alcuni dettagli che è opportuno approfondire.
In generale c’è una lieve crescita dell’occupazione che riporta gli indicatori al livello del Novembre 2017 dopo il piccolo calo di Dicembre (58,1% il tasso di occupazione). Cresce anche il tasso di disoccupazione, esattamente nella misura in cui cala il tasso di inattività (0,2%): segno di una fiducia crescente nella possibilità di trovare lavoro. Da notare la continua crescita del tasso d’occupazione femminile che stabilisce un nuovo record assoluto col 49,3%.

Un primo dato su cui riflettere è che a Gennaio calano gli occupati a tempo indeterminato (-12.000) e aumentano quelli a termine (+ 66.000). Ci si attendeva che gli sgravi per le assunzioni permanenti introdotte dalla Legge di Stabilità da Gennaio avrebbero prodotto risultati positivi, come del resto testimoniato da alcune rilevazioni parziali (p. es. Veneto Lavoro). Ci può essere una parziale spiegazione di carattere tecnico: i tempi concretamente utili per fare assunzioni a Gennaio sono meno di una ventina di giorni, e un rallentamento delle operazioni è plausibile. Vedremo a Febbraio. Un’altra possibile ragione è più strutturale, e se vera anche più preoccupante: che , cioè, parte delle imprese non sia ancora, o non sia ancora convinta di essere, in fase di crescita consolidata, e quindi preferisca ancora affidarsi a contratti di breve durata. In Lombardia, per esempio, l’indice di crescita della produzione industriale era al + 5,1% a Dicembre rispetto all’anno precedente; ma settori importanti (stampa, alimentari, tessili) sono parecchio sotto quest’indice e mezzi di trasporto e abbigliamento sono addirittura in negativo. E’ verosimile che questi comparti non abbiano dato un contributo alla crescita occupazionale, e men che meno all’occupazione permanente. Da osservare che a livello nazionale nel manifatturiero (2017 rispetto al 2016) il calo delle assunzioni a tempo indeterminato e la crescita di quelle a termine non presentano grandi numeri: rispettivamente -8.000 nel e + 87.000; il grosso del fenomeno è piuttosto nel terziario: – 56.000 e + 824.000 (Osservatorio INPS). Allora è verosimile concludere che mentre gli incentivi del Jobs Act davano risposta ad una situazione in cui le imprese avevano bisogno di ricostituire gli organici, oggi nel manifatturiero la maggioranza delle aziende giudicano che gli organici siano adeguati e la residuale domanda di lavoro sia più prudente affrontarla con assunzioni a termine. A maggior ragione nel terziario, nel quale la ripresa è più indietro rispetto al manifatturiero: + 0,2% il Valore Aggiunto del comparto rispetto al + 0,9% dell’industria. Altro indicatore interessante: nel quarto trimestre 2017 il 73% delle imprese industriali risultavano in espansione, contro il 60% scarso del commercio-servizi (ISTAT). Dunque la crescita occupazionale che ci si aspetta potrà venire da un ulteriore incremento del manifatturiero e soprattutto dall’estendersi della ripresa al terziario: i margini di crescita sono significativi.

Una sorpresa (per la verità già anticipata dai dati di Dicembre): aumenta l’occupazione nella fascia “giovane”. Al netto della componente demografica nella fascia 15-34 anni il tasso di occupazione sale del 2%, e tra i 15 e 24 anni addirittura del 6% ma questa crescita è determinata in gran parte da contratti a termine: nella fascia di età fino ai 25 anni le assunzioni a termine nel 2017 sono state l’822% di quelle a tempo indeterminato, nella fascia da 25 a 29 il 540 % mentre nel totale le assunzioni a termine sono state il 400% rispetto a quelle a tempo indeterminato. Da notare che le assunzioni a tempo determinato tra le donne sono state il 480% rispetto al tempo indeterminato (il record è tra le donne sotto i 25 anni, dove le assunzioni a termine sono state il 931% rispetto a quelle permanenti). Attenzione però ad interpretare in modo corretto questi dati: in primo luogo si riferiscono alla dinamica della assunzioni, non allo stock di occupati, tra i quali i contratti a termine restano al 16,8%, in leggera crescita ma comunque nella media europea; in secondo luogo il numero di assunzioni a termine non corrisponde ad un pari numero di lavoratori: uno stesso lavoratore può avere avuto (e per lo più è stato così) più assunzioni a tempo determinato nel corso dello stesso anno. In conclusione: il boom di assunzioni di giovani e donne è sostenuto essenzialmente da contratti a termine, il che sembra confermare l’ipotesi che le imprese che non si sentono ancora stabilmente inserite nel ciclo di crescita preferiscono assumere mano d’opera più flessibile ricorrendo a contratti a termine e privilegiando i lavoratori che vengono ritenuti più disponibili alla flessibilità: appunto donne e giovani. Se è davvero così esistono possibilità concrete che questa occupazione gradualmente si trasformi in buona parte in occupazione permanente.

È opportuno introdurre una riflessione sugli indici di produttività, perché hanno importanti effetti su quelli occupazionali. Nel quarto trimestre 2017 si è registrata, dopo molto tempo, una crescita minima della produttività del lavoro: 0,1% per ora lavorata e 0,2% per Unità Lavorativa Annua (cioè il numero degli occupati a tempo pieno, calcolati anche come somma delle posizioni a part time). Il che certamente è positivo ma segnala che, come fattore produttivo, il lavoro cresce pochissimo (dopo peraltro 13 anni di stagnazione mentre in UE cresceva significativamente) e che l’aumento del Valore Aggiunto è essenzialmente dovuto al fattore capitale, sostenuto principalmente dagli investimenti in macchinari e particolarmente in ICT (Information Communication Technologies). Questo da un lato è positivo perché indica che il nostro tessuto produttivo (soprattutto quello industriale) ha imboccato la strada della Quarta Rivoluzione Industriale, dall’altra parte rischia di essere un plastica dimostrazione che il valore aggiunto può crescere anche a prescindere dal fattore Lavoro; e questa considerazione può pesare parecchio sulle scelte delle aziende e sull’occupazione. E se questa è la tendenza, non potranno bastare facilitazioni di carattere fiscale e contributivo a contrastarla, se non nei comparti maturi che potranno offrire occupazione di bassa qualità. E allora occorrerà cominciare sul serio a parlare di “capitale umano” e di come formarlo.

a cura di Claudio Negro
Fondazione Kuliscioff

Def. Morando, pronti al rinvio al Parlamento

defIl viceministro Pd dell’economia, Enrico Morando, parlando a Radio Radicale ha spiegato: “Il governo Gentiloni è in grado pacificamente di elaborare la tabella del Def a legislazione vigente. Naturalmente il governo politico in carica, ove ci fosse poi, aggiungerà a questa tabella a legislazione vigente una tabella di finanza pubblica programmatica. E’ molto probabile che la fase di discussione del Def possa essere rimandata per la presentazione delle relative risoluzioni alla fase nella quale comincerà a delinearsi una soluzione politica, sempre che questa soluzione politica del problema maggioranza e governo sia alle porte. Il Def deve essere presentato nei primi giorni di aprile e quindi deve essere preparato prima, il governo in carica di cui mi onoro di far parte sta elaborando i dati in modo che siano preparati per essere utilizzati per la predisposizione del Def. Per l’essenziale il Def ha due pagine veramente importanti, una è quella che contiene la tabella di finanza pubblica a legislazione vigente, l’altra è quella che contiene la tabella di finanza pubblica programmatica. Il governo in carica è certamente in grado di preparare la tabella di finanza pubblica a legislazione vigente perché, assunta una certa previsione circa l’andamento dell’economia nazionale e internazionale nei prossimi mesi e nel triennio prossimo, definisce che cosa accadrebbe alla finanza pubblica se tutte le leggi di spesa e di entrata restassero quelle sono in questo momento in vigore. Il governo Gentiloni è quindi in grado pacificamente di elaborare questa tabella. Naturalmente il governo politico in carica, ove ci fosse poi, aggiungerà a questa tabella a legislazione vigente una tabella di finanza pubblica programmatica. Il fatto è che il governo Gentiloni naturalmente questa seconda operazione non la può fare. Quello che può fare il governo Gentiloni è presentare dunque un Def a legislazione vigente. Può essere di conforto sapere che la tabella di finanza pubblica a legislazione vigente determina esiti sui saldi di finanza pubblica assolutamente confortanti, cioè la stabilizzazione di finanza pubblica operata negli anni e nei mesi scorsi ottiene effetti pacificamente caratterizzati da stabilità finanziaria, dal rispetto dei vincoli e delle regole nazionali ed europee senza particolari difficoltà, quindi non siamo in una situazione di assoluta emergenza. Naturalmente poi bisognerà che arrivi un governo in grado di presentare un indirizzo programmatico sul versante della politica economica e di finanza pubblica, ma nell’immediato quello che può accadere è quello che ho cercato di dire. Il governo presenta il Def quanto alla risoluzione parlamentare vedrà il Parlamento. E’ chiaro che quando si procede in presenza di un governo che ha una maggioranza in Parlamento, accade che il governo presenta un documento e poi la maggioranza in Parlamento approva una risoluzione sul Def, in questo caso la maggioranza non c’è, né ad oggi è prevedibile che ci sarà tra qualche giorno e quindi è molto probabile che la fase di discussione del Def possa essere rimandata per la presentazione delle relative risoluzioni alla fase nella quale comincerà a delinearsi una soluzione politica, sempre che questa soluzione politica del problema della maggioranza e del governo, sia alle porte. Per ora vedo solo proclami del tipo noi siamo in vincitori, noi dobbiamo fare il governo, ma non iniziative per acquisire e determinare effettivamente le condizioni per formarlo, per ora le cose sono molto in alto mare”.
Ieri a Bruxelles, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, parlando brevemente con i giornalisti al suo arrivo alla riunione dell’Eurogruppo, oggi a Bruxelles, subito dopo un colloquio bilaterale, molto cortese come al solito, con il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, ha precisato: “Per quanto riguarda me ed il mio governo, il mio compito si ferma al quadro tendenziale, e quindi non comprende alcuna proposta programmatica. Il governo sta lavorando sul quadro tendenziale, che comprende gli aggiornamenti in base alle variazioni delle variabili esogene dell’economia mondiale, e alle nuove proiezioni del Pil e della finanza pubblica, definite in base a questo nuovo quadro, e basta. Quindi non ci saranno da parte del governo uscente ipotesi programmatiche, perché questo non è compito del governo uscente; è compito del prossimo governo”.
Le dichiarazioni di Morando e di Padoan, sono un’ulteriore conferma dell’alto senso di responsabilità manifestato dall’attuale Governo uscente.

Morbillo, tasso di mortalità in crescita tra i non vaccinati

meningite-vaccino“Nell’ultimo mese di gennaio il trend di mortalità è molto aumentato, con un morto ogni 80 casi. La regione più colpita nel 2018 è la Sicilia” dichiara il Prof. Massimo Andreoni, Professore Ordinario di malattie Infettive della facoltà di Medicina e Chirurgia Università degli studi di Roma “Tor Vergata”

Nel 2017 in Europa il morbillo ha ucciso 30 persone e ne ha colpite 14.451, circa il 400% in più rispetto all’anno precedente, quando sono stati registrati solo 4.643 casi. I paesi dove l’epidemia si è manifestata più violentemente sono stati Romania (5560) e Italia (5004). Un numero molto alto quello italiano, pari a un terzo di tutti i casi europei, sopratutto se si considera che secondo i dati del Ministero della Salute nel 2016 erano stati soltanto 862. Il maggior numero di morti in Romania con 19 morti, secondo posto in Italia con 4 decessi sugli oltre 5mila casi, mantenendo un incidenza che spesso si ripete nelle epidemie di morbillo di un morto ogni circa mille casi. A sostegno dei dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il parere degli specialisti della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT.

L’88% di tutti i casi italiani del 2017 si è registrato in soggetti non vaccinati; un altro 6% in persone che hanno fatto una sola dose. Quindi il 94% dei pazienti sono persone che non si sono adeguatamente vaccinate. Un altro dato interessante è che ben il 44% dei malati hanno avuto un quadro clinico tale da portarli al ricovero, per un totale di circa 2000 ricoveri.

“Nel primo mese del 2018 ci sono stati 164 casi di morbillo in Italia – rileva il Prof. Massimo Andreoni, Professore Ordinario di malattie Infettive della facoltà di Medicina e Chirurgia Università degli studi di Roma “Tor Vergata” – Ben due i decessi, un 38enne e un 41enne. Il trend di mortalità è quindi molto aumentato, con un morto ogni 80 casi. Le regioni più colpite nel 2018 sono la Sicilia, Lazio, Calabria e Liguria dove si sono registrati l’80% dei casi. Il 93% di tutti i casi del nuovo anno è avvenuto in pazienti che non hanno eseguito la vaccinazione; un caso su due è finito in ospedale”.

UNA PREVISIONE PER I PROSSIMI MESI – “Probabilmente, dobbiamo aspettarci una progressiva riduzione dei casi nel corso del 2018 – afferma il Prof. Andreoni – ma siamo ancora in piena fase epidemica, quindi si consiglia ancora di vaccinarsi o di completare la vaccinazione con la dose di richiamo. I due casi letali del 2018 devono ricordarci come questa malattia che noi consideriamo una malattia poco fastidiosa potrebbe provocare addirittura il decesso della persona”.

L’IMPORTANZA DEL VACCINO – “L’unico vero strumento capace di proteggerci è il vaccino – conclude Andreoni – la diffusione dello scorso anno e l’aumento di mortalità ci deve far riflettere sull’importanza che questo assume. Non solo per coloro per i quali è previsto l’obbligo della vaccinazione, ma anche per i giovani adulti, per i quali è un richiamo. La causa principale dell’esplosione del morbillo, infatti, è proprio l’alto numero di persone non protette che permette una più ampia circolazione del virus. Più le persone non si vaccinano, maggiore è il rischio di registrare un aumento dei casi”.

Poste italiane, più servizi, più utili, meno personale

poste italianeEspansione dei servizi finanziari e assicurativi, investimenti su digitalizzazione e automazione, modernizzazione nella consegna dei pacchi, sforbiciata all’organico e target finanziari ambiziosi, a partire dalla politica dei dividendi. E’ la ricetta del piano industriale 2018-2022 di Poste Italiane, definito dall’amministratore delegato Matteo Del Fante, “prudente” e “con un rischio di esecuzione limitato”, ma sufficiente per consentire al gruppo di compiere un “grande salto in avanti”. Ci crede del resto anche il mercato, che premia il titolo durante le contrattazioni con un balzo di oltre 5 punti percentuali a più di 7 euro per azione. Il ‘Deliver 2022’ – così è stato battezzato il business plan – prevede di raggiungere a fine periodo un utile netto di 1,2 miliardi di euro, con una crescita media annua del 13%; il risultato operativo raggiungerà nel 2022 gli 1,8 miliardi, migliorando ogni anno del 10%, mentre i ricavi saliranno con un tasso medio dell’1% raggiungendo tra 5 anni la cifra di 11,2 miliardi. Il flusso di cassa generato nel periodo dalla società e il miglioramento della profittabilità “ci consente di garantire ai nostri investitori, su un orizzonte temporale di 5 anni, dividendi crescenti”, cosa che “in passato non avevamo mai fatto”.

La cedola crescerà (rispetto ai 0,42 euro del 2017) del 5% annuo fino al 2020, per poi garantire una politica di remunerazione non inferiore al 60% degli utili dal 2021 in avanti, anche se, ha spiegato Del Fante, non è escluso che nei prossimi anni non “si vengano a creare le condizioni per rivedere questa politica”. Gli investimenti industriali ammonteranno nell’arco del periodo a 2,8 miliardi di euro e saranno destinati principalmente al sostegno della digitalizzazione, dell’automazione e della riorganizzazione del modello di servizio.

Nel settore ‘Corrispondenza, pacchi e distribuzione’, per esempio, verrà lanciato, per intercettare la crescita “inarrestabile” dell’e-commerce, un nuovo modello operativo di recapito che terrà conto della densità della popolazione, dei volumi e soprattutto dell’esigenza dei clienti (“il nostro asset principale”), in modo da avere un servizio tempestivo durante tutta la settimana: “nel mondo dei pacchi, consegnare di domenica diventerà un’esigenza operativa perché molti degli ordini on-line vengono fatti venerdì sera e sabato”, ha spiegato Del Fante secondo il quale “le consegne domenicali stanno diventando sempre di più un’esigenza operativa delle società”.

Per quanto riguarda i servizi finanziari, Poste Italiane punta anche sull’ampliamento dell’offerta nel risparmio gestito e sul potenziamento di oltre 1.500 uffici postali, in modo da vendere a fine periodo 12 milioni di prodotti (a fronte degli 8 milioni del 2017) e avere una quota compresa tra il 45 e il 50% dei clienti seguiti da un consulente dedicato (nel 2017 questa quota si è attestata al 7%). Sul fronte dei sevizi assicurativi, invece, il comparto Danni rappresenta uno dei pilastri di ‘Deliver 2022′, fino a raggiungere nel 2022 più di 2 milioni di nuovi contratti all’anno, contro i 400 mila toccati nel 2017. Passando al personale, Poste Italiane prevede di passare dagli attuali 138 mila a 123 mila dipendenti a fine piano, dopo l’assunzione di 10 mila persone nel prossimo quinquennio, di cui 5 mila esperti in ambito finanziario e assicurativo. La riduzione dei dipendenti, dunque, si attesterà nell’arco di piano con un tasso medio di 3 mila unita’ all’anno, in linea con il ‘taglio’ di 2.800 posti di lavoro nel periodo 2015-2017. Una riduzione dell’organico, ha garantito l’amministratore delegato, che avverrà “solo su base volontaria, in termini di prepensionamenti, pensionamenti o accordi bonari”. Il gruppo interverrà poi anche sulla ridistribuzione e formazione del personale, con 4.500 dipendenti che saranno assegnati a un ruolo commerciale di front-line. (AGI)

Slovacchia: ucciso noto reporter investigativo

giornalista slovaccoLa polizia slovacca ha aperto un’indagine per omicidio dopo il ritrovamento del cadavere di Jan Kuciak, noto giornalista investigativo slovacco. Il 27enne era conosciuto per il suo lavoro d’indagine su casi di alto profilo di frode ed evasione fiscale. Di recente, riferisce il Guardian, la sua attenzione si era appuntata su una presunta violazione che coinvolgeva uomini d’affari legati al partito Socialdemocratico Smer di governo slovacco. “Se viene provato che la morte di Jan Kuciak è legata al suo giornalismo, sarebbe un attacco senza precedenti alla libertà di stampa e democrazia in Slovacchia”, ha commentato il premier Robert Fico, che ha promesso una ricompensa da un milione di dollari per chi fornirà informazioni che portino alla cattura dei responsabili dell’omicidio.

Il corpo del reporter, insieme a quello della fidanzata Martina Kusnirova, è stato rinvenuto nell’abitazione a Velka Maca, a 65 chilometri da Bratislava. Ad avvertire la polizia erano stati i genitori del giovane perche’ non riuscivano a mettersi in contatto con la coppia. Gli investigatori ritengono che la morte sia avvenuta tra giovedì e domenica. Secondo quanto riferito dal comandante della polizia, Tibor Gaspar, Kuciak è morto per un colpo d’arma da fuoco al petto mentre alla sua fidanzata hanno sparato in testa. Il motivo, ha aggiunto, è “molto probabilmente riconducibile al lavoro investigativo del giornalista”.

Ferma condanna è stata espressa anche dal presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, che ha sottolineato come “l’Ue non possa accettare che un giornalista venga ucciso per aver fatto il suo lavoro”. “Esorto le autorita’ slovacche – ha scritto su Twitter – a lanciare un’accurata indagine, con il supporto internazionale se necessario”. Come ha ricordato ‘Reporters Without Borders’, e’ il quinto giornalista a essere ucciso nell’Ue nell’ultimo decennio. L’associazione ha chiesto “un’indagine che faccia luce sulle esatte circostanze di questo caso”, rivelando che “Jan Kuciak e i suoi parenti avevano ricevuto minacce nei mesi scorsi”. Il giornalista, che lavorava per sito web Aktuality.sk, aveva pubblicato l’ultimo articolo il 9 febbraio, svelando una sospetta frode fiscale connessa a un complesso di appartamenti di lusso in Bratislava conosciuto come ‘Five Star Residence’. Il reporter aveva identificato transazioni sospette tra cinque società. Nel caso, che seguiva da un po’, era coinvolto l’imprenditore Marian Kocner che l’anno scorso era stato indagato per una presunta frode fiscale del valore di 8,19 milioni di euro.

Secondo il direttore di Kuciak, il tycoon si era scagliato contro il giornalista e aveva minacciato di svelare “ogni macchia” che avrebbe trovato su di lui e la sua famiglia, promettendo di creare un sito Internet sul quale pubblicare le vite private dei giornalisti. L’uso sospetto del complesso immobiliare per commettere frode fiscale aveva portato l’anno scorso migliaia di persone a protestare in piazza, chiedendo le dimissioni del ministro dell’Interno, Robert Kalinak, stretto alleato del premier Fico e vicino al costruttore Ladislav Basternak, con il quale intratteneva rapporti economici, possedendo il 17% delle sue società. Entrambi avevano negato qualsiasi illecito. (AGI)

Siria: inferno senza tregua, “Damasco usa i gas”

siriaA Ghout est non si assiste solo a una guerra ma all'”inferno in terra”: e’ la denuncia del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, dopo che sul sobborgo  ribelle alle porte di Damasco sono continuate a piovere le bombe del regime siriano, nonostante la tregua ordinata dall’Onu che però è ben lungi dall’essere attuata. Ora si affaccia anche il sospetto che le forze di Bashar al-Assad possano aver usato le armi chimiche: domenica, secondo fonti locali, almeno un bambino è morto e 13 persone sono rimaste ferite, con sintomi di asfissia a causa di un raid aereo in cui, è la denuncia dei ribelli, e’ stata sganciata una bomba contenente cloro allo stato gassoso. La Russia ha negato qualsiasi uso di armi chimiche da parte delle forze lealiste e, anzi, ha definito le accuse “provocazioni”.

La diplomazia si muove, ma non riesce a sbloccare l’impasse. Il segretario generale dell’Onu, Guterres, ha chiesto che tacciano da subito le armi. Anche se non formalmente in agenda, la Siria è al centro della riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue in corso a Bruxelles. Il capo della diplomazia Ue, Federica Mogherini, ha avvertito che la risoluzione del Palazzo di Vetro è solo “un primo passo”, “ora va applicata”.

A Ghouta Est, la vasta area ad est di Damasco, da una settimana esatta è in corso un’offensiva aerea del regime di Damasco sostenuta dai russi, che ha causato 520 morti tra cui 130 bambini. Il tutto malgrado sabato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu avesse approvato la richiesta di una tregua umanitaria di 30 giorni da avviare “senza indugi”. Il testo della risoluzione, però, su richiesta di Mosca non fissa una data per l’inizio del cessate il fuoco e contiene molte ambiguità sulle possibili eccezioni. Non a caso il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, stamane ha fatto notare che “la tregua non riguarda le azioni contro i terroristi”. E in effetti, proprio per ottenere il via libera di Mosca, che finora aveva  bloccato 9 risoluzioni sulla Siria, il testo approvato contiene una scappatoia lessicale che consente “gli attacchi mirati”.

Il Cremlino, attraverso il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ha definito la situazione “estremamente preoccupante” e ha  denunciato che “i terroristi presenti a Ghouta est non hanno deposto le armi, tengono in ostaggio la popolazione civile, ed ecco perché la tensione è così alta”.

Intanto la pioggia di bombe non si ferma. Nuovi bombardamenti del regime siriano stamani hanno fatto almeno 11 vittime, tra cui nove componenti della stessa famiglia. Almeno 25 civili, di cui 7 bambini, sarebbero invece stati uccisi in un raid degli aerei della Coalizione internazionale a guida Usa contro una sacca di territorio ancora controllato dall’Isis nell’est della Siria. Ad essere colpito è stato il villaggio di Al Shaafah, verso il confine con l’Iraq.

A preoccupare, però, è soprattutto il possibile uso di gas chimici su Ghouta. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, l’ordigno contenente cloro allo stato gassoso è stato sganciato da un aereo di cui non è stata accertata la nazionalità nella zona di Al Shifunia. Mohamed Alloush, capo della fazione sunnita anti-Assad ‘Jaysh al-Islam’ (Esercito  dell’Islam) che opera a Ghouta, ha pubblicato sul suo account  Twitter la foto del bimbo che, secondo lui, sarebbe stato ucciso dalla bomba al cloro. Immagine la cui autenticità non  è stata verificata da fonti indipendenti. Nello scatto si vede il corpo senza vita del piccolo, con solo il volto visibile ed  il resto del corpo avvolto in un velo celeste con la scritta “25 febbraio 2018, Al Shifunia. Ucciso dal cloro”. Un altro possibile caso di uso di ordigni al cloro è sotto inchiesta all’Onu e sarebbe avvenuto il 6 febbraio, a Saraqueb, nella provincia di Idlib, l’ultima quasi interamente rimasta nelle mani dei gruppi jihadisti, insieme a Duma e a Ghouta.

La Russia definisce “provocazioni” le accuse al regime siriano, una campagna di diffamazione per “denigrare le forze  governative”. Secondo Lavrov, gli Stati Uniti accusano Damasco di crimini di guerra per dividere la Siria e creare in quel  paese un “quasi-Stato”, violando così la risoluzione 2101 del  Consiglio di Sicurezza Onu che afferma, “in modo inequivocabile, la necessità di rispettare la sovranità e  l’integrità territoriale della Siria”. Anche il vice ministro degli Esteri russo, Serghei Ryabkov, ha accusato gli Usa di  cercare pretesti per usare la forza in Siria. Ma intanto Mosca si rafforza: nella base aerea russa di Khmeymin, a qualche  decina di chilometri dal porto di Tartus, controllato dai russi  e unico sbocco russo sul mar Mediterraneo, sono arrivati nei giorni scorsi i caccia ‘stealth (invisibili) Su-57 di quinta  generazione. Secondo informazioni ufficiose, il trasferimento  dei velivoli è avvenuto in due fasi e ora nel Paese mediorientale si trovano quattro Su-57. La Russia in Siria ha  già testato decine di nuove armi e il dislocamento  dei nuovi  micidiali caccia fa parte del programma per testare i sistemi  d’armamento di questi aerei da combattimento di quinta  generazione, iniziato nell’estate del 2017. Per ora non si  parla dell’impiego dei mezzi in vere azioni di combattimento,  ma in Siria gli scenari cambiano con grande rapidità.

Redazione Avanti!

Carceri. Ok a decreti. Ma per la riforma bisogna aspettare

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Varati i tre decreti attuativi sulle carceri mentre per la riforma dell’ordinamento sarà necessario aspettate il prossimo consiglio dei ministri. I tre decreti attuativi – su lavoro per i detenuti, ordinamento penitenziario minorile e giustizia riparativa – inizieranno ora il loro iter davanti alle Commissioni Giustizia di Camera e Senato. Mentre il decreto sull’ordinamento penitenziario, approvato in via preliminare lo scorso dicembre è slittato alla prossima riunione di Cdm.

“Abbiamo varato tre decreti attuativi della riforma dell’ordinamento penitenziario, è un lavoro in progress, lavoriamo con strumenti diversi con l’obiettivo innanzitutto che il sistema carcerario contribuisca a ridurre il tasso recidiva da parte di chi è condannato per reati” Ha detto il premier Paolo Gentiloni nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri. Alcuni decreti attuativi, ha spiegato Gentiloni, “sono stati adottati, altri lo saranno nelle prossime settimane, tenendo conto delle indicazioni del Parlamento”. “Noi – ha sottolineato il premier – lavoriamo con strumenti diversi, innanzitutto con l’obiettivo che il sistema carcerario contribuisca a ridurre notevolmente il tasso di recidiva da parte di chi è accusato o condannato per reati”.

Sulla riforma del sistema penitenziario invece è ancora in corso una riflessione per sottoporre alle Camere, in terza lettura, un testo condiviso. È stato invece approvato in via provvisoria il decreto legislativo di riforma dell’ordinamento penitenziario con il quale viene introdotto per la prima volta un modello di intervento che mette al centro la vittima di reato, promuovendo percorsi di riparazione del reo nei confronti di chi ha subito il reato.

I servizi di giustizia riparativa sono promossi attraverso convenzioni e protocolli tra il ministero della giustizia, gli enti territoriali o le regioni. L’intervento legislativo – spiegano al ministero della Giustizia – risponde all’esigenza di responsabilizzazione del reo, garantendo alla vittima che ne faccia richiesta di poter partecipare alla fase di esecuzione della pena.

Punto fondamentale del testo sono le misure penali di comunità e la previsione di un modello penitenziario che guardi all’individualizzazione del trattamento. L’obiettivo è quello di “individuare un’esecuzione penale che ricorra alla detenzione nei casi in cui non è possibile contemperare le esistenze di sicurezza e sanzionatorie con le istanze pedagogiche”. Viene posto un limite alla possibilità di concessione dei benefici previsto dall’ordinamento penitenziario ai detenuti sottoposti a regime di 41 bis. Tutte le misure dovranno prevedere uno specifico programma di intervento educativo, “costruito sulla specificità del singolo condannato, che miri a riassicurare un proficuo reinserimento sociale”.

Per la parte relativa alla vita detentiva e al lavoro penitenziario, il testo esaminato oggi e composto da 5 articoli ha l’obiettivo di “incrementare le opportunità di lavoro, sia intramuriario che esterno, nonché di potenziare le attività di volontariato e di reinserimento sociale dei condannati”; “migliorare la vita detentiva, attraverso norme volte a garantire il rispetto della dignità umana, la qualità delle strutture, e la responsabilizzazione dei detenuti”. Il terzo decreto disciplina giustizia riparativa e mediazione tra il reo e la vittima.

Delusione arriva da chi sperava in una più rapida approvazione del decreto. Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone esterna il so rammarico: “Speravamo che non vincessero la tattica e la preoccupazione elettorale. Oggi si è sprecata un’occasione storica per riformare le carceri italiane”. La “speranza” però “non è del tutto persa – aggiunge il presidente di Antigone – speriamo che anche dopo le elezioni le autorità vogliano portare a compimento una riforma storica. Il tempo tecnico c’è. I decreti, scritti da persone della massima competenza e supportati dagli Stati Generali dell’esecuzione penale, anche. Bisogna solamente avere la volontà politica di farlo”.

Turchia: scure su giornalisti, 6 ergastoli per il golpe

turchiaSei ergastoli per altrettanti tra giornalisti e intellettuali, accusati di aver avuto un ruolo nel fallito colpo di Stato. Rischia invece una pena tra i 4 e i 18 anni di carcere il corrispondente del quotidiano tedesco ‘Die Welt’, Deniz Yucel, che è stato liberato su cauzione dopo un anno in carcere senza alcuna accusa. È la sintesi di una ennesima giornata buia per la libertà di stampa in Turchia. Ergastolo aggravato per i sei, il che vuol dire limitazioni nelle visite dall’esterno e 23 ore al giorno di isolamento assoluto. Una Corte di Istanbul ha comminato nei loro confronti il massimo della pena in relazione all’accusa di tentata eversione dell’ordine costituzionale attraverso l’uso della forza e della violenza. Il tentativo di eversione avrebbe avuto luogo nell’interesse di Fetullah Gulen, ritenuto la mente del golpe fallito in Turchia il 15 luglio 2016.

Sono stati condannati un noto volto televisivo, Nazli Ilcak e i due fratelli Altan, Ahmet e Mehmet, scrittore e giornalista il primo, accademico ed economista il secondo. Condannati anche Yakup Simsek, Fevzi Yazici e Sukru Tugrul Ozsengul. Altan si è difeso invano davanti ai giudici, chiedendo di “abbandonare pratiche che con il diritto non hanno nulla a che fare” e ricordando di’ essere gia’ stato dinanzi una corte nel 1997, quando al potere c’erano i militari. Il corrispondente di ‘Die Welt’ è stato liberato dopo un anno e due giorni di detenzione trascorsi in un carcere in Turchia. In tutto questo periodo, il pubblico ministero non ha mai presentato la richiesta di rinvio a giudizio, presentata oggi e accettata dallo stesso giudice che ha sancito la liberazione condizionata del giornalista: rischia dai 4 ai 18 anni di carcere per incitamento all’odio, alla violenza e propaganda a favore di organizzazione terroristica. Yucel, di passaporto turco tedesco, è stato accusato di essere una spia per conto dei curdi del Pkk dallo stesso presidente turco Recep Tayyip Erdogan. La sua liberazione giunge a meno di 24 ore dalla visita del premier turco Binali Yildirim in Germania, dove ha incontrato la cancelliera Angela Merkel. I due, a margine dell’incontro, hanno espresso l’auspicio che i rapporti tra i due Paesi tornino alla normalità, con la cancelliera che ha sottolineato l’importanza che la liberazione di Yucel riveste per la Germania. “Spero anche io torni presto libero, ma dipende dal giudice, non da me”, aveva dichiarato solo giovedì Yildirim.

Dall’attacco alla lira ai subprime, la sfida sui conti

commissione uePrevale nel mondo della politica e dell’economia l’opinione secondo la quale il debitore ha sempre torto in quanto, a prescindere dalle più differenti cause sottostanti, è stato lui a sottoscrivere il debito. Per il debito pubblico, inoltre, la responsabilità è ‘comodamente’ attribuita all’intera popolazione, anche se non ha avuto alcun ruolo nelle relative decisioni. Lo si fa anche quando la sua crescita è dovuta a evasioni fiscali, incompetenze amministrative, corruzione e ruberie. La giustificazione addotta di solito è: «Devono pagare perché hanno vissuto oltre le loro possibilità». Quando il debito s’impenna a seguito di attività speculative internazionali, tale odioso commento diventa ancora più frequente. Gli ultimi dati relativi al debito pubblico italiano indicano che il suo rapporto rispetto al Pil è di poco meno del 133%. È secondo solo alla devastata Grecia, tanto che in Europa si pongono interrogativi circa il ruolo dell’Italia nella Ue. È un solido elemento oppure è una minaccia d’instabilità? Di conseguenza tutti reclamano riforme strutturali, rientri veloci, tagli e austerità, fino a sollecitar forti sanzioni finanziarie per il mancato rispetto dei cosiddetti parametri di Maastricht. Non conta più il fatto che l’Italia sia stata tra i fondatori dell’Unione. La si vorrebbe relegare nel secondo o addirittura nel terzo ‘girone’, quello a velocità ridotta.

È vero che nei decenni passati l’andamento del debito è quasi sempre stato in crescita, tranne nel biennio 2006-8 del secondo governo Prodi. Ma spesso non si evidenzia che la speculazione finanziaria internazionale, esplosa in alcuni momenti della nostra storia, ha inferto delle tremende accelerazioni al debito pubblico. Non si dimentichi che il primo grande attacco avvenne contro la lira nel 1992. Era parte, come risaputo, del più vasto attacco contro il Sistema monetario europeo (Sme). In Italia, però, tale attacco speculativo si combinò con la pressione internazionale per la privatizzazione delle imprese a partecipazione statale. Il famoso ‘scandalo del Britannia’, lo yacht della regina Elisabetta, su cui finanzieri angloamericani e alti rappresentanti ministeriali e delle Partecipazioni statali si incontrarono per ‘progettare’ le privatizzazioni. La speculazione determinò la svalutazione di circa 30% della lira, trasformando così le privatizzazioni in vere e proprie svendite. Le conseguenze sul debito pubblico furono devastanti.

Il rapporto debito/Pil , che nel 1992 era di 105,4%, salì al 115,6% nel 1993 fino a raggiungere il 121,8% nel 1994. Andamento che, ovviamente, si aggravò ulteriormente sotto la pressione dei mercati che fecero lievitare notevolmente i tassi d’interesse sui titoli di Stato. Fu necessario uno sforzo enorme per tagliare la spesa pubblica e avviare la ripresa. Contrariamente alla vulgata populista, anche l’entrata nell’euro incise positivamente nel riequilibrare il rapporto debito/Pil che si assestò intorno al 103% nel 2004 e di nuovo nel 2007. Purtroppo, subito dopo vi fu la crisi finanziaria globale del 2007-8 che, partita dagli Usa, investì tutto il mondo, in primis l’Europa, colpendo tutti i settori economici, bancari e commerciali provocando crolli nelle produzioni ed enormi salvataggi pubblici delle banche a rischio bancarotta.

La crisi è stata il frutto velenoso della deregulation finanziaria che determinò il crollo dei mutui subprime e il collasso della montagna di derivati finanziari super speculativi a essi collegati. Si ricordi che secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, il valore nozionale globale dei derivati over the counter (otc), cioè contrattati fuori dei mercati regolamentati e tenuti fuori bilancio, era allora di circa 700 trilioni di dollari. Una cifra enorme che nonostante le tante proposte di riforma finanziaria, ancora oggi resta alta, circa 600 trilioni di dollari. I n Italia il rapporto debito/Pil schizzò dal 103,6% del 2007 al 116,0% del 2009. L’impennata più recente si è registrata nel 2011 a seguito dell’attacco speculativo contro l’Italia, che portò lo spread a oltre 500 punti (5%) sopra il tasso d’interesse del Bund decennale tedesco, con effetti pesanti per gli interessi sui titoli di Stato italiani. Ciò determinò la caduta del governo Berlusconi e l’arrivo del governo Monti. L’attacco speculativo si fermò quando Mario Draghi, presidente della Bce, dichiarò che avrebbe utilizzato tutti i mezzi necessari nella difesa dell’euro: il suo famoso «whatever it takes»! Ma il rapporto debito/Pil, che nel 2011 era del 120,7%, schizzò al 127,0% l’anno successivo. È troppo facile affermare, in Europa o in Italia, che la speculazione attacca chi se lo merita. Si dimentica che un’economia più debole deve fare degli sforzi maggiori per recuperare le perdite generate da una crisi a volte provocata da altri.

Ora il debito pubblico, con la sua enormità, ci dice che c’è ancora molto da fare. Nelle sedi europee non servono né l’ottimismo di maniera né la classica voce grossa. A nostro avviso, in quelle sedi bisogna evidenziare anzitutto che il nostro Paese, a causa dei citati ripetuti attacchi speculativi, ha subito un significativo aggravamento del rapporto debito/Pil non inferiore al 30%. Allo stesso tempo bisogna far comprendere la necessità di escludere gli investimenti dai vincoli delle politiche di austerità. Il rapporto debito/Pil si riduce soprattutto con la crescita e lo sviluppo economico sostenuti da una politica di investimenti nelle infrastrutture, nella modernizzazione tecnologica e digitale e nelle stesse politiche sociali. La riscoperta di una finanza rivolta agli investimenti, come i project bond, e non alla speculazione può essere è certamente di grande aiuto.

Crediamo che sia necessario, anche se non facile, definire un sistema di valutazioni e di interventi, anche di carattere giuridico, per evitare che gli effetti della deregulation selvaggia e della speculazione finanziaria siano scaricati, attraverso il crescente debito pubblico, sulle spalle dell’intera popolazione. Altrimenti, come ha ben evidenziato Francesco Gesualdi nell’articolo del 2 febbraio scorso con il quale ha aperto il dibattuto su ‘Avvenire’, l’Italia rischia di rimanere nella trappola del debito, dove il pagamento di alti interessi è fatto attingendo a nuovi debiti pubblici. In merito a questo enorme problema le parole di papa Francesco, quando dice che «i mercati non possono godere di un’autonomia assoluta. Senza risolvere i problemi dei poveri non risolveremo quelli del mondo», ci sembrano le più appropriate ed efficaci.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

*già sottosegretario all’Economia,
**economista, editorialista di Italia Oggi