La divisione sulla riforma della legge elettorale è netta. Il Pd vorrebbe procedere subito ad una legge che abroghi il Porcellum e ripristini il Mattarellum, il Pdl invece propende per un ritocco del Porcellum. In mezzo i montiani, che aspettano di capire come va il modo prima di esprimersi. Non sanno se aderire al popolarismo europeo o al gruppo liberaldemocratico, non sanno, in Italia, se rientrare nel centro-destra, se mantenersi autonomi o, ipotesi più problematica, se collocarsi nel centro-sinistra. Il Pd propende per il Mattarellum perché intende fuoriuscire dalla gabbia forzata della grande coalizione, soprattutto i renziani, che concepiscono la politica come una gara a due, col loro leader in prima fila, sostengono il governo Letta, ma lo considerano utile solo nella transizione, in attesa del giorno del grande duello. Continua a leggere
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La via nuova
Si può praticare un’autosufficienza, per quanto orgogliosa, in un sistema politico come quello italiano e per di più per un soggetto politico come il nostro? È evidente che è impossibile solo immaginarla. D’altronde, quasi sempre i socialisti si sono alleati, presentandosi uniti nel simbolo con Alleanza democratica alle europee del 1994, con Segni nel 1995, con Dini nel 1996, con i Verdi nel 2001, con i radicali e nel simbolo della Rosa nel pugno nel 2006 e in quella stessa consultazione elettorale con la Dc di Rotondi per quel che riguarda il Nuovo Psi. Il Psi presentò proprie liste solo alle politiche del 1994, sia pur nell’alleanza progressista, lo Sdi alle europee del 1999 e il Nuovo Psi a quelle del 2004. In tutte e tre queste consultazioni le liste socialiste raccolsero il 2,1, mentre il Psi, dopo la Costituente socialista, si è presentato nel 2008 fuori dai poli e in perfetta autonomia, ma raccogliendo solo lo 0,9. Questa la nuda fotografia dei fatti. Dunque possiamo, senza tema di smentite, affermare che il tentativo di rinascita della identità socialista italiana, quella europea dal 1992 al 2007 è stata rappresentata in Italia anche dal Pds-Ds, ha preso piede in tutte e tre le possibili collocazioni, nel centro-sinistra, nel centro-destra e in totale autonomia, senza mai raggiungere un risultato che fosse pari alle attese e in linea con le esigenze di rilanciare in Italia una forza socialista. Nessun itinerario diverso, né quello dell’adesione ai Ds di un gruppo di socialisti laburisti, né quello che ha portato all’adesione “uti singuli” a Forza Italia e al Pdl, ha saputo andare oltre la soddisfazione di qualche legittima aspirazione personale, più appagata, per la verità, nel partito di Berlusconi che non in quello ex comunista, al di là della recente nomina di Gugliemo Epifani alla guida del Pd. Si impone oggi un ragionamento a mente fredda. Non basta agitare l’orgoglio della nostra appartenenza per poterla esaltare. Anzi, potremmo arrivare al paradosso di impoverirla, di rinsecchirla, di consumarla definitivamente. Attorno a noi si agitano, a mio giudizio, due possibilità , che possono divenire due opzioni politiche. La prima è quella puramente identitaria, l’appartenenza alla famiglia socialista europea e l’esaltazione, un po’ astratta, del termine “socialista”, che ha peraltro assunto un significato non omogeneo nella storia e oggi si presenta a noi, se coerenti con noi stessi, solo come sostantivo a cui abbinare l’aggettivo di “liberale”. Se la nostra identità fosse solo genericamente socialista dovremmo tentare di fare un partito con Sel, che dice di volersi richiamare al socialismo europeo e forse con la sinistra del Pd. Mi chiedo, però, se possano esistere anche punti in comune sui temi di fondo della politica italiana tra noi e queste due forze. La seconda via è quella invece della convergenza programmatica. E su questa strada, cioè sul legame strategico tra equità sociale e libertà, noi siamo obbligati a imbatterci ancora col mondo radicale e forse anche con l’area più revisionista del Pd. Non sono due vie conciliabili. Sono però due vie praticabili. Restare chiusi in un recinto piccolo, sempre più piccolo, risulta perfino pericoloso. Si può essere scambiati per reperti museali. Quel che non si può fare, però, è gettare a mare la nostra presenza, la nostra organizzazione, la nostra gente. Che ci ha seguito, che ci ha creduto, che ci ha spesso stimolato e anche a volte duramente criticato. I nostri devono capire che la politica impone, mai come oggi e con le nuove norme ormai anche in periferia, sistemi di collegamento, rapporti di convergenza politica, alleanze elettorali e magari anche, se ve ne saranno le condizioni, la costruzione di un nuovo soggetto politico. Altrimenti è probabile che l’esaltazione di una nostra, peraltro solo pretesa, autosufficienza ci conduca assai presto a un esito davvero poco esaltante.
Con Epifani il Pd “partito di Letta e di governo”
Guglielmo Epifani era un socialista. Segretario aggiunto della CGIL, aveva sostituto Del Turco nel 1993, quando Ottaviano fu destinato alla guida del Psi per sostituire Benvenuto. Epifani partecipava alla segreteria socialista, della quale facevo parte anch’io. Mi pareva piuttosto schivo, ma curioso e intraprendente. Mi chiedeva delle nostre intenzioni, noi che allora eravamo martelliani vedovi, dopo l’avviso di garanzia che aveva colpito anche Claudio e lo aveva indotto addirittura a lasciare il partito.
Il Psi era alla fine di un ciclo politico e col corpo elettorale ridotto all’osso. Epifani restò segretario aggiunto, cioè di fatto vice di Cofferati, anche dopo la fine del Psi. E aderì ai Diesse non ricordo se singolarmente o con Spini e altri. Poi l’incoronazione e il suo regno all’interno della maggiore confederazione del lavoro italiana. Meno aggressivo di Cofferati, meno tribuno di lui, che pure era stato tra i pochi sindacalisti a seguire l’impostazione riformista di Napolitano, Epifani pareva più freddo e distaccato. Stimato anche da chi gli è succeduto e cioè la Camusso, anch’essa ex socialista, Guglielmo, poco dopo la sua elezione al Parlamento, arriva oggi addirittura al vertice del Pd, sia pur temporaneamente. ma in politica la transitorietà non esiste nemmeno quando è codificata. Con Epifani il Pd supera la discriminazione socialista?
E poi, gli ex comunisti, affidandosi a un ex democristiano, Enrico Letta, come premier, e a un ex socialista, appunto Guglielmo Epifani, come capo di partito, cambiano radicalmente anche la natura del Pd finendo per discriminare loro stessi? Veniamo alla prima risposta. Guglielmo Epifani e Susanna Camusso non sono solo ex socialisti, sono dirigenti sindacali, il primo ex. E come tali sono stati, diciamo così, purificati delle loro colpe originarie, e cioè dall’aver appartenuto al Psi. Sembra un eccesso. Ma è così. Che Epifani e la Camusso fossero stati socialisti non lo sa nessuno, se non pochi addetti ai lavori. I due sono stati conosciuti come leader sindacali e come tali hanno fatto carriera. Amato no. Amato apparteneva alla stagione dei politici di professione, e per di più troppo vicino a Craxi.
Anche se in passato era stato accolto come l’unico socialista puro, presidente del Consiglio dopo D’Alema, che aveva a sua volta sostituito Prodi, non venne poi ritenuto abile per la candidatura a premier e gli fu preferito Rutelli. Più giovane, più bello, meno socialista. E così è andata quando poi venne eletto Napolitano la prima volta, nonostante su Amato si fosse manifestato il placet del Pdl. E così è andata anche recentemente. Amato è il candidato più gratificato di nomine mai avvenute. Presidenze della Repubblica, del Consiglio, ministeri, mai un uomo politico è stato più candidato e meno nominato di lui.
Anche Bobo Craxi ha un passato impegnativo e un cognome pesante. E si sa, in politica, ci sono altri cognomi e parenti più graditi. Il Pd ha cambiato identità? Non credo. Anche perché per cambiare identità bisogna averne una. L’altra sera in tivù un’anziana militante bolognese sosteneva di essere sempre stata nel partito e rivendicava la sua fedeltà. Citava il Pci, il Pds, i Ds e il Pd. E non nutriva alcun dubbio anche se dal “partito di lotta e di governo” di origine berlingueriana, si è oggi passati al partito di “Letta e di governo”. Ma può anche essere che con Il nuovo leader il Pd passi dal suo declino a una nuova Epifania. Chi lo sa. A volte gli eletti temporanei sanno fare scherzi da prete…
Taglia e cuci nello stipendio dei 5 Stelle
Sono andati alla carica sullo stipendio dei parlamentari cavalcando la tigre partorita dai giornali e dalle televisioni di sinistra e di destra. Parlavano del Parlamento italiano come del più costoso d’Europa e i giornali pubblicavano tabelle che non prevedevano per gli altri ciò che includevano per noi, che scambiavano per i nostri il lordo col netto, al quale sommavano anche strani rimborsi inesistenti, come quelli sulla casa e sul vestiario. Così i Cinque stelle, in una sorta di giuramento di Pontida, avevano sancito la rinuncia immediata alla metà dello stipendio nonché ai rimborsi vari. In un secondo tempo hanno solennemente affermato che il loro stipendio lordo sarebbe stato di soli 5 mila euro definiti lordi, ma in realtà netti. Poi, si sa, tutto cambia quando la festa è finita. Continua a leggere
Il Psi si astiene sulle presidenze delle commissioni parlamentari
Dopo aver deciso di aderire al gruppo misto e non a quello del Pd, dopo aver proposto un governo di larghe intese quando il Pd lo escludeva, dopo aver lanciato la candidatura della Bonino alla presidenza della Repubblica, adesso la scelta di non votare le presidenze delle commissioni parlamentari. Un atto di coraggio dei sei parlamentari socialisti, e anche una giusta reazione a coloro che hanno scelto di escludere i socialisti dal governo. Una scelta ingiusta, alla quale si doveva dare una risposta. Che c’è stata, che ci sarà. Il Psi non ha perso la bussola della sua autonomia.
Io lo conoscevo non bene
Sono stato deputato dal 1987 al 1994. Poi, ancora dal 2006 al 2008. Non ho potuto evitare di imbattermi in Giulio Andreotti che fu infatti presidente del Consiglio dal 1989 al 1992. Dopo De Mita e prima di Amato. Così come lo era stato in due opposte soluzioni politiche, quella del centro-destra coi liberali, dal 1971 al 1973 e quella dell’unità nazionale col Pci, dal 1976 al 1979. Andreotti, che cominciò a insediarsi al governo già con De Gasperi nell’immediato dopoguerra, venne dipinto da Pietro Nenni come “uomo di potere più che uomo di governo”. Ed era, almeno parzialmente, vero. Sembravano a lui assolutamente secondarie le scelte politiche, purchè tutte lo prevedessero come protagonista. Continua a leggere
Bobo poco Amato?
Ci sentiamo spesso ricordare come il tempo sia galantuomo. È vero. Molti giudizi sono stati spazzati via. Pensiamo a quello su Craxi e sui socialisti. Alla luce di tutto quel che è avvenuto in questa disgraziata seconda Repubblica, dal suo fallimento politico, al peggioramento della condizione di vita degli italiani, alla corruzione individuale diffusa, è evidente che le litanie del passato restino solo un tenue, anche se doloroso ricordo. Eppure anche il recente episodio della mancata nomina di Bobo Craxi al governo fa capire che alcuni pregiudizi sono duri a morire. Questo riguarda anche le diverse scandidature di Giuliano Amato. Continua a leggere
La vendetta
Filippo Ceccarelli ha scritto un corsivo che Repubblica ha relegato alle pagine interne sulla vendetta di Craxi. In effetti che tra i lanciatori delle monetine al Raphael figurasse certo Fiorito, accusato e incarcerato per l’uso un pò troppo disinvolto di ben 300 mila euro che la munifica regione Lazio gli aveva affidato in qualità di capogruppo del Pdl, diciamo così, passi. Ma che il figlio di uno dei più grandi accusatori della cosiddetta prima Repubblica e di Craxi in particolare, e cioè Umberto Bossi, avesse posteggiato nel porticciolo distante poche decine di chilometri da Hammamet un’imbarcazione del valore di oltre due milioni di euro, comprata coi soldi dello stato, che dovevano figurare come rimborsi elettorali della sua Lega, questo no. Era davvero difficile da immaginare.
Craxi, lo ha testualmente affermato il giudice D’Ambrosio, si finanziava per fare politica.
I suoi accusatori per fare bisboccia. E hanno usato i finanziamenti dello stato per arricchire le loro tasche. Non hanno portato soldi ai loro partiti. Diciamola tutta. Glieli hanno fregati…
Abbassare i toni e risolvere i problemi
La sparatoria di stamane, che ha colpito due carabinieri e una passante mentre si stava svolgendo il giuramento dei ministri del nuovo governo, deve indurci a qualche riflessione. La prima riguarda i toni accesi, aspri, spesso volutamente provocatori, che hanno accompagnato il percorso sfociato, prima, nella rielezione di Napolitano al Quirinale, e poi nella nascita del governo Letta, un governo politico di unità nazionale. Prima si è irresponsabilmente evocato addirittura un colpo di stato. E si è annunciato un sorta di nuova marcia su Roma. Poi si è parlato del governo Barabba, mentre alcuni talk show aizzavano le folle contro il cosiddetto inciucio. La gente soffre i mali della disoccupazione e della miseria. È evidente che in una situazione potenzialmente esplosiva come questa basta poco per accendere un fuoco. Ci sono stati troppi suicidi per pensare che prima o poi non sarebbe scattata anche la follia omicida. Continua a leggere
Emma Bonino, rappresentaci tutti
La novità più gradita. Quella che non ti aspettavi fino a poco fa. Emma Bonino al ministero più prestigioso, quello degli Esteri. Era stata candidata dal Psi alla presidenza della Repubblica. E i socialisti, i sei parlamentari socialisti, avevano visto giusto. La Bonino era la più votata in tutti i sondaggi. Emma, la pasionaria laica, ma anche la donna che più di tutte aveva saputo occuparsi di Europa, che già era stata ministra del governo Prodi, si insedia alla Farnesina. Dopo le follie parlamentari dovute soprattutto alle convulsioni di un partito, come Il Pd, nato senz’anima, la Bonino sembrava avviata sul viale del tramonto politico. Invece Enrico Letta, proprio lui, cattolico ed ex democristiano, forse su suggerimento dello stesso Napolitano, l’ha insediata nel dicastero che pareva di D’Alema. Noi non possiamo che essere soddisfatti e raccordarci a lei come a un punto di riferimento utile non solo al governo del Paese, ma anche al progetto politico che i socialisti hanno lanciato e che consiste nel perseguire l’obiettivo della creazione di un soggetto d’impronta liberalsocialista,capace di ereditare il meglio dell’esperienza della Rosa nel pugno. Continua a leggere
