Il cane è vivo

Non sarà facile ma non è impossibile. Il governo Conte – intendo l’alleanza tra Salvini e Di Maio – cercherà di cancellare il confine politico destra/sinistra. Lo ritengono un cane morto, un residuo del vecchio secolo da cui liberarsi in fretta. I tre hanno promesso una ‘politica del fare’ fondata sui bisogni del popolo, una trasposizione nel nostro tempo degli slogan della Francia della rivoluzione. Nulla di buono.

E però, se è complicato inserire i Grillini nelle categorie tradizionali, non c’è dubbio che la Lega, per sua stessa ammissione, per alleanze, per collocazione nello scenario europeo, sia un movimento di destra e dei più estremi. Ostenta una pancia razzista e non se ne lamenta, propone una riforma fiscale che avvantaggia i più ricchi, è giustizialista. Resta il fatto che il crinale destra/sinistra va ripensato. Profondamente ripensato. Qui e in Europa. Migrazioni e globalizzazione hanno fatto affiorare nuovi problemi che con la consuetudine non possono essere affrontati. La sinistra è ovunque in crisi, arranca attorno a basse percentuali elettorali, rispetto ai grandi temi che travagliano le famiglie è afona. Resto al mio paese. In Parlamento ci sono due opposizioni – una di sinistra, l’altra di centro destra – ma nessuna delle due costituisce ad oggi un’alternativa credibile. A me sta a cuore la prima. E sono preoccupato.

C’è chi ritiene che “ha da passa’ a nottata”, tanto prima o poi l’alleanza esplode. Non può durare un governo che trasporta a Palazzo Chigi un protagonista del Grande
Fratello con un Presidente del Consiglio che prende ordini da Di Maio. Non sarà così. L’alleanza ha una sua solidità, poggia sul ‘Vaffa..’ grillino, si allargherà a comuni e regioni prossimamente al voto. Spero di sbagliarmi. Voglio dire che è un errore aspettare, urge organizzarsi.

L’Alleanza per la Repubblica che i socialisti hanno proposto intende creare un largo fronte riformista che ridisegni la cornice in cui la sinistra italiana si muove. E nel ridisegnarla non si può partire che dai due pilastri su cui si fonda il socialismo: eguaglianza e libertà. Le carte si possono mescolare come volete ma da qui la sinistra deve passare. Il punto non è rinunciare a una collocazione politica ma ridefinirne i contenuti.

Un paio di esempi. Da oltre un secolo chi pensa alla sinistra pensa alla classe operaia, considerata il lato debole della società. Non è più così. Le fragilità crescono tra i laureati che si arrabattano alla ricerca di lavoro, tra gli esodati cinquantenni, tra i pensionati al minimo, tra professionisti e divorziati maschi. Tra i giovani e i giovanissimi dal futuro incerto. Di loro, soprattutto di loro, la politica deve occuparsi. C’è di più. La chiusura dentro i confini nazionali è destinata a provocare conseguenze deleterie. Senza un’Europa forte, nella globalizzazione scompariamo. Meno investimenti, insufficiente ruolo nelle relazioni internazionali, meno lavoro. E però il problema esiste. Già. Come tutelare una tradizione di comunità, come non essere spazzati via da una modernità che spesso non comprendi, come dare voce a spaesati e naufraghi senza che la nostalgia approdi al rancore e alla rabbia. Abbandonare la strategia degli ipermercati e tutelare il piccolo negozio di paese è utile? Proteggere la piccola impresa è utile? Conferire il voto amministrativo ai sedicenni per legarli di più e meglio alle comunità locali e avviare un percorso civico è utile? Penso sia necessario.

Abbiamo sbagliato a confidare nell’idea di un progresso perpetuo dimenticando chi restava indietro. Non solo per ragioni economiche, per cultura.
Da qui bisogna ripartire. Presto.

Riccardo Nencini

Mattarella non è Facta

Va sgombrato subito il campo da una menzogna: Mattarella non ha detto ‘no’ al governo Conte, ha suggerito di indicare Giorgetti, braccio destro di Salvini, al Ministero dell’Economia. Il braccio destro, non uno qualsiasi. Del resto, in passato altri Presidenti della Repubblica avevano esercitato il loro mandato costituzionale rispetto alla scelta di alcuni ministri. E i governi erano nati comunque. Che Lega e grillini si siano mossi da tempo lungo un crinale di offesa della costituzione è un fatto. Reputano le procedure parlamentari un accidente, una perdita di tempo, e interpretano il ruolo del Capo dello Stato come fosse un inserviente al servizio dei partiti. L’ho già detto: al di là delle differenze programmatiche, il cemento che unisce Salvini e Di Maio è l’essere profondamente antisistema, populisti senza altri aggettivi, intrisi di quello spirito ‘diciannovista’ che provocò il crollo dello stato liberale per sostituirlo con l’uomo solo al comando. Non vanno fatti gli errori di allora. La sinistra e i democratici di ogni sorta non devono fare gli errori di allora. Se la protervia e l’interesse dei singoli avessero la meglio, l’architrave che ha reso l’Italia più libera e civile cederebbe, oberata dal debito pubblico, isolata nel cuore dell’Europa, logorata da un ribellismo senza meta.

Capisco. La pancia del ceto medio ribolle e la povertà non fa sconti. Comprendo la delusione, la paura, l’incertezza di ampie fasce di italiani, ma la soluzione non è- non è mai stata – affidarsi a chi la spara più grossa.

Nessuno ricorderà il programma steso da Salvini e Di Maio: vacuo, contraddittorio, carente di scadenze e fondi di bilancio per coprire le spese. Presto nessuno ricorderà nemmeno il professor Conte. I più ricorderanno di questa crisi lo scontro istituzionale tra il Quirinale e il leader della Lega. È tempo di richiamare al l’unità i riformisti di ogni colore. I socialisti stanno dalla parte di Mattarella e delle istituzioni repubblicane.

Riccardo Nencini

La profezia

Lo confesso. Ha ragione Montesquieu: gli uomini sono sempre mossi dalle stesse passioni. Gli effetti devastanti prodotti un tempo dalle guerre oggi sono figli della crisi economica e del tramonto di un lungo ciclo di benessere diffuso. La reazione non cambia.

L’Italia ha vissuto due fasi recessive profonde: 2008/9 e 2012/13. I dati sono impressionanti: Pil calato di 10 punti rispetto al 2007, crollo degli investimenti di circa 1.000 miliardi, flessione dei consumi e dell’occupazione, forbice allargata tra nord e mezzogiorno, giovani sottoposti alle conseguenze peggiori. Dall’inizio della crisi il numero delle famiglie in stato di povertà è raddoppiato (oltre 5 milioni di persone nel 2017), la spesa pubblica è stata ridotta, proprio come il potere d’acquisto. Il tempo medio di lavoro è diminuito, aumenta il lavoro irregolare, crescono nuove forme di occupazione ma a bassa remunerazione. Le imprese che sono uscite per prime dall’emergenza sono quelle che esportano, con un ma: sono poco più di 190.000, solo il 4.6% del totale, e in 12.000 detengono i tre quarti dell’export. È l’immagine delle macerie provocate da una guerra. Su diversi fronti il governo ha fatto un buon lavoro, il segno ‘piu’ è tornato in evidenza dal 2014, eppure ancora troppo flebile per essere percepito dalle famiglie, troppo ambiguo per restituire fiducia nel domani.

La ripresa, insomma, c’è, si consolida, sostiene l’ISTAT, ma le fasce deboli aumentano e soprattutto alligna ovunque una disparità che sfocia nella più acuta e intollerabile delle disuguaglianze. La pelle del ceto medio – colonna vertebrale della penisola – è stata strappata a brandelli dalla crisi. Il futuro si è fatto incerto, la paura di non farcela domina. È un fantasma che ti insegue come fosse la tua ombra. C’è di più. Non riconosci il mondo in cui vivi. La rivoluzione tecnologica ti ha spiazzato, il linguaggio di tuo figlio ti è ignoto, la società di mezzo nella quale trovavi rifugio scomparsa.

Di chi la colpa? Facile. Della politica, responsabile di tutto. Troppe chiacchiere in Parlamento, troppi soldi spesi per la casta. Meglio confidare in chi offre risposte decisive, secche, senza patteggiamenti: uomini del destino, movimenti antisistema.

È la fotografia di questa Italia, nutrita dagli stessi sentimenti che si agitavano all’indomani della guerra italo-austriaca. Il Novecento inizia nel 1919, non prima. Allora furono gli agrari ad armare la mano dei fascisti ma il motore dello scontento lo accese il ceto medio artigiano e impiegatizio tradito dalla vittoria mutilata e soprattutto dalla perdita di ruolo sociale, furono la maggioranza massimalista che isolò Turati e la nascita del PCd’I a rendere profonda la frattura nel sistema liberale senza saper offrire soluzioni alternative che non fossero sterili parole d’ordine rivoluzionarie.

Il piccolo borghese tornato dal fronte ha visto sfumare il suo ancoraggio all’universo delle consuetudini, teme per il suo status, incalzato da mezzadri e braccianti organizzati che conquistano le otto ore di lavoro e accordi più favorevoli di un tempo, lotta contro l’inflazione che gli dimezza lo stipendio, viene offeso e vilipeso da sindaci ‘rossi’ che isolano i reduci. Ai fanti contadini erano stati promessi ‘pane e terra’ e ad aspettarli troveranno la miseria nera.

La pancia è la stessa, i sentimenti i medesimi. Ribellarsi, distruggere lo status quo. Il manganello è stato affidato a Salvini, l’olio di ricino consegnato a Di Maio. Metaforici quanto ti pare, vivaddio differenti da quelli in auge tra il 1919 e il 1924, eppure la sostanza non cambia. L’urlo non cambia: mandateli a casa! Che poi la democrazia parlamentare ne soffra, chi se ne frega; che l’antieuropeismo e la minaccia di uscire dall’euro provochino danni, chi se ne frega; che l’antipartitismo approdi a forme grezze di microdittatura del capo, chi se ne frega; che la risposta al nodo ‘sicurezza’ si sviluppi lungo crinali ai confini col diritto, chi se ne frega. Avranno pure programmi diversi, rappresenteranno pure pezzi d’Italia con interessi non compatibili.

Chi se ne frega. Resta il fatto che il cemento, il mastice è nell’essere entrambi, e intimamente, antisistema. Vivono di una massiccia propaganda condita di slogan rivoluzionari, mangiano allo stesso modo, respirano allo stesso modo, rifuggono l’intermediazione, uno sfoggiando la cravatta, l’altro la felpa. Il motto è ‘fanculo’ al sistema, la ruspa il gonfalone. La loro alleanza non è tattica, non può essere l’accordo di un giorno. È strategica. Se Salvini avesse voluto giocare una partita tradizionale, non avrebbe rotto il centro-destra quando avrebbe potuto, in tempi brevi, dominarlo. Salvini vuol liberarsi degli alleati. Lo farà lentamente e dopo aver stabilizzato il governo. Meglio tenersi aperta una via di fuga, non si sa mai… Siccome la scommessa consolare investe il futuro, Lega e Grillini sono destinati a non farsi la guerra nei comuni e nelle regioni al voto. La Basilicata arriva troppo presto, a novembre, ma sarà interessante osservare il turno amministrativo del 2019. L’esperimento ha bisogno di stabilità per riuscire. Intanto, che la sinistra non perda più tempo.

Riccardo Nencini

Di Maio uno sgrammaticato, Craxi uno statista

Una battuta infelice. Una caduta di stile. Sbagliata. Insopportabile. Peggio: un confronto insostenibile. Tra Craxi e Di Maio non c’è possibilità di paragone. Non tra uno sgrammaticato e uno statista. Ci sono state le scuse pubbliche da parte di Renzi e ancora non basta. Dovrebbe ricordare agli italiani – e ne avrà l’occasione – che la sinistra riformista che guardava al futuro nacque negli anni Ottanta, che quella lezione venne ripresa da Blair e dalla socialdemocrazia tedesca, che l’Italia nel quadriennio 1983/87 era la quinta potenza mondiale e godeva di un’autorevolezza formidabile nel mondo, che nei libri di storia si entra non per la cronaca spicciola ma per le decisioni che si prendono, per le scelte che si compiono per rendere più grande una nazione. La tua.
L’irrisione non fa il paio con la figura del leader. Chiedi ai tedeschi con quanto rispetto trattano la figura di Khol. E non si inventano nulla.

Riccardo Nencini

Coalizione riformista

Care compagne, cari compagni,
da tempo il Psi, molto prima dell’approvazione della nuova legge elettorale, ha proposto agli alleati la necessità della costruzione di una coalizione, in alleanza con il Pd, di chiaro segno riformista, espressione delle diverse sensibilità che compongono l’area politica del centrosinistra, in netta alternativa politica alle spinte massimaliste che in questi ultimi mesi sono purtroppo riemerse.

Un obiettivo che per noi è sempre stato chiaro, sanzionato formalmente e all’unanimità dai congressi di Salerno e Roma, a cui abbiamo lavorato con convinzione e impegno.

Le difficoltà, non inaspettate, che negli ultimi giorni si sono frapposte alla realizzazione di codesto obiettivo, non solo non hanno indebolito ma hanno rafforzato la nostra convinzione che il perseguimento e la realizzazione di un’aggregazione, autonoma da Pd, nel segno della sinistra riformista sia la condizione necessaria per offrire all’elettorato una proposta di governo forte e credibile in continuità con l’azione riformatrice ed europeista messa in campo dai governi Renzi e Gentiloni, di cui il Psi è stato parte attiva, i cui buoni e confortanti risultati è necessario rivendicare nella imminente campagna elettorale.

E nata formalmente ieri la lista “Insieme” l’aggregazione elettorale da noi auspicata, che comprende le diverse identità che non si sono riconosciute e non si riconoscono nel Pd:
la comporranno, insieme al Psi, i Verdi, gli amici di Romano Prodi e le aggregazioni civiche e riformiste ispirate dai sindaci che hanno aderito al progetto.
Sarà l’altra gamba del centrosinistra di governo.

Abbiamo così ultimato un lavoro che durava da mesi. Siamo soddisfatti.

Insieme è un simbolo inclusivo che porta con se i figli di una storia politica importante: quella dell’Ulivo. Un simbolo aperto, ove mondi e culture che volessero riconoscersi in questa storia, troveranno porte aperte e finestre spalancate.

Ci attende una campagna elettorale che condurremo con impegno ed entusiasmo.
Mi aspetto il massimo sostegno e solidarietà da dirigenti, iscritti e simpatizzanti socialisti.

Riccardo Nencini

Da “Cartabianca” danno al Psi

Non ti invitano ai talk show e srotolano tappeti rossi a chi non ha un partito. Una manciata di secondi ai Tg ma con moderazione, non sia mai. Cancellate battaglie di civiltà e libertà partorite nelle piazze e in Parlamento, elenco lungo, troppo lungo, non c’è spazio qui.

Bene. Anzi male, molto male, perché poi ti prendono anche in giro con perle di falsità che la TV pubblica non dovrebbe proprio tollerare. Servizio sui partiti. Un giornalista (?) raggiunge l’immobile dove si trova la sede PSI. Il giornalista (?), anziché salire al piano della sede socialista e suonare alla porta d’ingresso, monta un servizio, arbitrario e, quel che è peggio, bugiardo, che lascia intendere come quella sede sia di fatto un antro disabitato. Là dentro c’è il mio ufficio, ci sono uffici dei Parlamentari, c’è la redazione dell’Avanti! – quello vero, non quello di Lavitola – ci sono le stanze di MondOperaio e della Fondazione Socialismo, ci sono persone in carne e ossa che lavorano, c’è una telefonista, un archivio, una libreria storica, una sala riunioni, perfino tre bagni, tutti funzionanti.

La sede è aperta dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00 alle ore 19.00. Ne paghiamo l’affitto coi fondi del tesseramento. Domando: perché quel giornalista (?) non ha verificato? Bastava suonare il campanello e salire. E’ sulla sinistra della porta. Sia cialtroneria, dolo o che altro, quel signore ha rovesciato la verità. E ci ha procurato un danno. Intanto fioccano le interrogazioni parlamentari. Ora vediamo che succede. Ma non può finire a tarallucci e vino. Il Psi ha risposto al servizio di #cartabianca con un video che dimostra come si sia distorta la realtà.

L’Italia è una

Il risultato del referendum è lì, sotto gli occhi di tutti. Il Veneto è stato di una chiarezza cristallina, la Lombardia no, molto meno. Ha vinto Zaia, non ha vinto Maroni, comunque ha vinto la Lega. Al di là del rispetto delle procedure, essenziali – consultare gli enti locali, poi aprire un tavolo di trattativa col Governo – da domani il tema è il merito, il contenuto dell’autonomia. Se non si è chiari su questo, nessuno può escludere il rischio di una Catalogna italiana.

Il merito, dunque. La Costituzione vieta ogni intervento di natura fiscale. I due governatori continuano a parlare di una diversa ripartizione fiscale, naturalmente a vantaggio delle due regioni. La loro campagna referendaria si è fondata su questa illusione. Era un’illusione e un’illusione rimane. Se non si è chiari, ora, su questo punto, si da’ la stura a interpretazioni, a speranze che possono generare effetti pericolosi.

Siccome l’Italia è una, siccome la Carta prevede livelli differenziati di autonomia, le istituzioni chiariscano subito i confini dell’autonomia. Perché una cosa è l’autonomia consentita, che i socialisti sostengono e apprezzano, altro il sostegno a una pratica che non si sa dove porti.

Riccardo Nencini

Fratelli coltelli

I no.
Nessun interesse per le lotte intestine che dilaniano la sinistra.
Nessun interesse per la resa dei conti tra ex comunisti.
Nessun interesse per lo scontro tra ex.
Nessun interesse per quel massimalismo parolaio che combattiamo dal tempo di Turati.

I si.
Al lavoro per una formazione riformista che abbia lavoro ed Europa nel cuore. Che si presenti alle prossime elezioni raccogliendo il meglio delle culture democratiche, socialiste, civiche, laiche. Che concorra alla vittoria del centro sinistra. Che sbarri il passo a populismi verdi e pentastellati. Che combatta il seme del secessionismo. Che ci renda più giusti e più liberi.

Riccardo Nencini

C’è sempre uno più puro
che ti epura

“C’è sempre uno più puro che ti epura”. La frase è di Nenni, il destinatario è Salvini. Gli consiglio di leggerla nella sua forma integrale. Potrebbe averne bisogno. Non gioisco delle sciagure altrui, ma le dichiarazioni rilasciate dal leader della Lega evidenziano doppiogiochismo.

La Lega è stata in prima fila ieri col cappio a Montecitorio, in ultima fila oggi. Sempre all’attacco però, seppure da una posizione opposta a quella dei suoi antenati. Anche alla sua, a dire il vero.

Tutti i partiti hanno il cancro meno la Lega. Beh, Matteo, parliamone un po’. Ci sono giorni che ti sorprendono. Ieri, ad esempio. La Lega che deve restituire 48 milioni (sic!) e un magistrato che accusa i carabinieri sul caso Consip. Non sempre succede ma spesso succede: che il bene e il male cambino di posto.

Riccardo Nencini

Vitalizi? Attenti al pacco

Oggi la Camera discuterà la nuova proposta sui ‘vitalizi’, un combinato disposto spinto dai grillini e redatto dall’On. Richetti. Bene. Attenti al pacco.

Che la materia debba essere trattata non c’è dubbio. Quando si chiedono sacrifici agli italiani, i primi a dare l’esempio devono essere i rappresentanti delle istituzioni. In apertura della legislatura furono proprio i socialisti a presentare disegni di legge per innalzare le pensioni minime, tagliare le pensioni eccessivamente alte cui non corrispondeva il versamento di uguali contributi, rivedere il sistema dei vitalizi in alcune regioni. Il problema è come. La proposta che approda all’aula ha tutta l’aria di essere incostituzionale. Il vice ministro Morando l’ha fatto intendere chiaramente e con lui un pugno di qualificati giuristi.

Lo dico in chiaro: una cosa è una proposta che fa scalpore, applausi a scena aperta ma inapplicabile, altra cosa un proposta meno roboante ma concreta, immediatamente realizzabile con risparmio per l’erario pubblico e un forte segnale in tema di giustizia sociale. Nella rincorsa a chi la spara più grossa, noi stiamo dalla parte di una riforma seria e realistica. Non vogliamo che i cittadini gioiscano per poi essere traditi.
I punti sono essenzialmente due. Primo: chi gode di un vitalizio alto – vitalizio non giustificato dai versamenti effettuati – venga soggetto a un crescente ‘contributo di solidarietà’. Secondo: mettere ordine nei vitalizi regionali. Le regioni governano la materia in piena autonomia. C’è chi ha abrogato i vitalizi quando si sommano a quelli parlamentari – la Toscana – c’è chi li percepisce a 55 anni, chi a 60 e chi a 65, c’è chi gode di trattamenti davvero troppo privilegiati. Insomma, alla stessa attività istituzionale corrispondono situazioni incredibilmente differenti. Urge un tavolo Governo-Conferenza delle Regioni per riformare la materia. Mi aspetto che il presidente Bonaccini assuma l’iniziativa.

Queste le nostre indicazioni. Ce ne sono altre in grado di sortire effetti certi? Vediamole.
Qualche anno fa, fui il primo (e unico) deputato a rinunciare al doppio stipendio. Si trattò di una scelta individuale cui seguì una legge. Non è più tempo di scelte singole. Sono importanti ma serve dell’altro. Ciò che serve è una norma giusta sulla scia delle riforme già eseguite. Ripeto: norme che non incorrano nella tagliola della Corte. Norme che entrino in vigore, non per farsi belli sotto il solleone. Perché non c’è proprio bisogno di trasformarsi in tanti Bertoldo. Ricordi? Doveva essere impiccato ma non trovava l’albero.

Riccardo Nencini