Con il nuovo anno, un nuovo Avanti!

Uno spazio più ampio per le realtà regionali, contributi più frequenti da parte di vecchi e giovani dirigenti del partito, apertura al mondo accademico e alla società civile.
Daremo una voce più alta ai problemi dei territori e alle soluzioni che proponiamo proprio perché siamo avvantaggiati dalla presenza di decine e decine di amministratori (nella recentissima elezione delle province – una ventina – abbiamo eletto nostri rappresentanti almeno nella metà degli organismi).

Sono segni di vitalità che vanno valorizzati. Infine, tieni conto di una evidenza: capita spesso che l’unico modo per il partito di far sentire la sua voce sia proprio il nostro giornale. A parte le agenzie di stampa, è attraverso l’Avanti! che rendiamo note le posizioni del partito nella discussione parlamentare, al governo, nel dibattito tra i partiti. È una ragione in più per leggerlo ogni giorno. È storia, è futuro.

Riccardo Nencini

Socialisti, indignatevi

Ho chiesto a Repubblica diritto di replica per le inesattezze riportate in un articolo che ci riguarda. Non mi è stato accordato. Solo leggere correzioni. Allora scrivo sul quotidiano del mio partito per manifestare tutto il mio sdegno.

Dobbiamo confrontarci con tutti ma non è accettabile che chi è fuggito dal partito dopo aver ricoperto ruoli significativi ed averlo rappresentato in parlamento si erga a censore. Parlo di Marco Di Lello, per anni a capo della segreteria, e di Claudia Bastianelli, per anni segretaria Fgs. Sostengono che il congresso di Salerno sia stato oggetto di gravi brogli, ‘nemmeno Ceausescu’ aggiunge ‘guittamente’ il napoletano. E dire che entrambi se ne sono andati sei mesi prima di indire il congresso. Di Lello dichiarò che avrebbe presentato un documento politico da discutere nel Consiglio Nazionale. Lo aspettiamo invano dal settembre 2015. Sostenne che avrebbe aderito al PD e ancora naviga nel gruppo misto. Oceano in tempesta. Affari suoi.

Ma come si permettono di esprimere giudizi su cose che non conoscono? Intendiamoci: chi esce da una comunità deve sempre incolpare gli altri di un torto, anche quando si tratta di ambizione, soprattutto quando si tratta di smisurata ambizione pur non essendo mai stati eletti, ma proprio mai, con un voto di preferenza. Proprio lui, che per il ruolo svolto e per le responsabilità avute, conosceva perfettamente la nostra organizzazione. C’erano brogli? Perché non li ha denunciati? Ha approvato, lui con lei, sempre il tesseramento nazionale, ha seguito personalmente quello di Napoli. Non aggiungo altro. Chi si comporta così è un sicario. Se io sono Ceausescu, Di Lello è mia moglie.

Ma stupisce ancor più la rappresentazione che si sta facendo del partito. Per questo bisogna indignarsi! Lo ricordo agli smemorati: il tesseramento nazionale è frutto degli iscritti che aderiscono alle singole sezioni, alle federazioni provinciali. La Direzione Nazionale prende atto degli elenchi provenienti da lì. Si vuol forse sostenere che i socialisti, ovunque si trovino, siano gente di malaffare? Io so bene quanto sia difficile, per un piccolo partito con una grande storia alle spalle, distrutto negli anni di tangentopoli, restare in piedi. Quando sono stato eletto la prima volta, non avevamo un parlamentare, i fondi in bilancio ci davano autonomia per cinque mesi, la Costituente Socialista era fallita, il risultato elettorale era stato dello O,9%, il tesseramento era precipitato da 70.000 iscritti a circa 10.000. Se siamo in piedi lo dobbiamo alle centinaia di compagne e di compagni che in tutta Italia lavorano con coraggio e con dedizione e che si sono rotti le palle di beghe interne e di tribunali. Da almeno cinque anni i numeri dei nostri iscritti oscillano intorno alle 20.000 unità. Nessun salto, né troppo avanti né troppo indietro. Dov’è allora l’inciucio?

E infine stupisce il silenzio dei ricorrenti di fronte alla presunzione dei sicari. Mi rivolgo a Craxi, che ricorrente non è, ma che di quel gruppo è il capo. Prima per ricordargli che il doppio incarico è previsto nel nostro statuto tanto che venne votato, di proposito in mia assenza, dagli organi del partito alla presenza dei parlamentari. Ma soprattutto perché si indigni con noi. Se la casa è la stessa, nemmeno tu puoi consentire a chi se n’è andato di sputare, con argomentazioni improprie e offensive, addosso a ciascuno di noi. Salvo che ci sia un diverso disegno politico di cui sento parlare ma a cui non voglio credere. Si dice sia un’idea di Massimo. Ecco, lo dico subito. Io li non ci sto. Se poi l’idea diventerà proposta e la proposta verrà presentata in congresso, allora i socialisti si esprimeranno liberamente.

Ho affidato ieri all’Avanti! le mie idee. Vorrei che ora si discutesse di quelle e di altre che verranno, solo di politica e di problemi degli italiani. E comunque bisogna difendersi dalla spudoratezza e dalla mistificazione. Sempre. La dignità non si calcola a peso.

Riccardo Nencini

Non è un colpo di coda

Tutto quello che ti pare – la reazione alla sconfitta di Aleppo, la ritirata del Califfato – ma non fare l’errore di ritenere l’attentato terroristico di Berlino il colpo di coda di uno vinto. Fino a che non verranno scovate e battute una ad una le cellule fondamentaliste disseminate in Europa la sconfitta non potrà definirsi completa. È’ noto cosa serva: collaborazione tra i servizi, controlli tecnologici più efficaci, sinergia nel lavoro delle diplomazie. E tuttavia non basteranno queste misure fino a quando l’occidente non saprà difendere con determinazione i suoi valori fondativi e rinnovare una missione che non sia solo quella monetaria.
A proposito di valori: va gridato alto e forte che è meglio vivere nella parità tra uomo e donna, che è meglio vivere in nazioni dove religione e stato sono separati e la teocrazia è’ stata sconfitta, che è meglio vivere dove vigono libertà di pensiero, di religione, di riunione, di associazione. Ti parlo di quei diritti per la cui conquista sono morti i nostri bisnonni e le nostre nonne sono scese in piazza.
Senza la condivisione, senza la valorizzazione, senza la difesa di questa storia, tutto diventa complicato. A cominciare dal mettere un freno al populismo dilagante e ai suoi moniti razzisti. Insomma, il buonismo che ti fa sbarrare gli occhi di fronte alla lesione di un diritto fondamentale non è di nessuna utilità, anzi è dannoso. Meglio, molto meglio sporcarsi le mani.

Riccardo Nencini

L’ira e l’incapacità

Due capitali in crisi. Motivi differenti ma di crisi si tratta. E due approcci sbagliati.
Il sindaco o c’è o non c’è. Se c’è, deve governare. È questo il mandato ricevuto dai cittadini. L’autosospensione non è prevista da nessuna legge. Posso comprendere la reazione immediata di Sala – ira? rabbia? o forse decoro? – ma l’abbandono parziale della funzione non aiuta, tantomeno serve a Milano. Tornare in sella e aspettare che si faccia luce sui fatti è la strada maestra. Non sorprende invece la doppiezza grillina: Sala se ne vada, Raggi continui a lavorare come nulla fosse. Addirittura una doppiezza doppia.

Lato B): valutazione a corrente alternata dell’avviso di garanzia, Sala fuori, sindaco di Livorno al suo posto. Vecchia storia: il nuovo che avanza separa i battezzati dai pagani.
Roma non è Milano. È  l’incapacità il punto debole della Raggi. Cento giorni per indicare l’assessore al bilancio, l’architrave di ogni giunta, l’assessore all’ambiente azzoppato fin dall’inizio per relazioni poco chiare, una segreteria personale fatta e disfatta più volte, il ‘no’ a infrastrutture necessarie alla città non perché non ne ravvisasse il bisogno ma per timore di incappare in fenomeni corruttivi. E ora le indagine e gli arresti. Nessuna rottura con il passato ripetutamente criticato. Al contrario, rispolverati uomini chiacchierati della giunta Alemanno.

Nella conferenza stampa, la sindaca ha chiesto scusa a Beppe Grillo. Ora ha una sola carta da giocare. Se lo porti in giunta. Roma ha bisogno del meglio che c’è.

Riccardo Nencini

La fuga per la libertà

È accaduto davvero, oggi, novanta anni fa. L’imbarco avviene non lontano dalla trattoria ‘Pesci vivi’, ai margini del porto di Savona. Turati è fuggito da Milano attraverso un buco praticato in un muro dell’abitazione, in Via Foscolo. Ad aspettarlo nel freddo della sera trova Bauer, Parri, Oxilia, Da Bove, Carlo Rosselli e Pertini, il mozzo. La nebbia si taglia a fette. Non hanno scelta. Partono lo stesso. Per ciascuno di loro ha inizio una terribile odissea. Per ciascuno di loro, Filippo è ‘il maestro’. Per noi, uno dei pochi ad aver compreso il destino dell’Italia.

Ascolta Nenni: “1919. Dal basso sale la collera delle masse coi lividi della guerra, esasperate dall’insolenza dei suoi ricchi, esaltate dai bolscevichi. Il vento spira verso la violenza. Turati, al congresso di Bologna, fronteggiò da solo o quasi le illusioni del momento. Disse ‘la violenza di cui parlate servirà ai reazionari contro di voi’. 1926. La profezia è’ realtà. Niente più libertà”
Il ‘900 inizia alla fine della guerra. La guerra ha ribaltato gerarchie e rovesciato tradizioni secolari. La classe media si è impoverita ed ha perso il suo ruolo sociale, la borghesia scalpita, il grande latifondo freme sotto i colpi della Federbraccianti guidata da Argentina Altobelli, la classe operaia, grazie al PSI, alle cooperative, ai sindacati, strappa conquiste su conquiste. Assapora finalmente la libertà. Non dura. Sai perché. Quel che stupisce è la reazione dell’antifascismo al fascismo nascente.

Fa una certa impressione rileggere oggi le tesi gramsciane (Mussolini al potere è la dimostrazione della crisi della borghesia…), l’approssimazione del mondo liberale (serve un uomo forte, poi ce ne libereremo…), la cecità della sinistra massimalista, anche in casa nostra, tutta protesa nell’inseguire il sogno della rivoluzione russa. Turati mette in guardia da letture così superficiali, pericolose, e viene isolato. Subito. Quando fugge verso la Francia, le leggi fascistissime si sono già aggiunte alle bastonature, agli omicidi politici, all’olio di ricino. La profezia era stata giudicata il canto stonato di un vecchio. Cosa vuoi che sia. Un cane riformista, Turati.
A Savona ricorderemo oggi i protagonisti di questa magnifica storia. Non da soli. In compagnia dei loro pensieri, delle loro idee decisamente eretiche soprattutto dentro il loro schieramento politico. Non è affatto vero che la storia non si ripete. Anzi. Magari non si ripete uguale nei dettagli, aggiorna i suoi protagonisti, fa uso di strumenti più evoluti, ma non tradisce le dinamiche più profonde. Che riappaiono sempre quando si manifestano fratture radicali provocate da guerre, carestie, crisi economiche. È proprio così. Sottovalutare i segni non solo è sbagliato. È colpevole. Turati docet. Pertini docet.

Se la casa brucia

Quando la casa brucia, c’è una sola decisione da prendere: tenere unita la comunità e sforzarsi per spegnere l’incendio.
È la prima volta che in Italia prevalgono in modo così largo forze anti sistema che utilizzeranno il voto referendario, nonostante le divisioni interne, per dare una radicale spallata. So bene che i socialisti che domenica si sono espressi con un NO non appartengono alla categoria politica del ‘populismo’. Ma non c’è dubbio che il risultato verrà capitalizzato soprattutto da Grillo e da Salvini. C’è’ una cosa giusta da fare: opporsi, battersi per non consegnare l’Italia nelle loro mani.

Non sottovalutare il rischio. Si tratta di mondi lontani dalla nostra storia, antitetici ai nostri valori. Intendiamoci: la crisi economica ha colpito ovunque, ha diffuso la paura, ma la strada per uscirne non è né la destra radicale e razzista ne’ la demagogia di un comico. Non azzardo paragoni con vicende che hanno caratterizzato l’Europa nel secolo passato – non vedo il fascismo, quel fascismo, alle porte – eppure sarei ingenuo se non cogliessi la tendenza maggioritaria a uscire dalla crisi investendo in una destra di tipo nuovo che inneggia a slogan eversivi.

Tre cose hanno la priorità su ogni altra.
La riforma dell’Italicum e l’armonizzazione tra le leggi elettorali di Camera e Senato perché non si abbiano due Camere con maggioranze diverse, esattamente quello che ieri abbiamo proposto.
Non un governo tecnico. Meglio un esecutivo istituzionale che affidi al Parlamento il compito di scrivere in modo corale le regole del gioco e coinvolga una maggioranza ampia.
Una coalizione riformista che parli agli italiani il linguaggio della verità. La missione deve essere la redistribuzione della ricchezza. In tempi difficili c’è bisogno non di ‘terze vie’ ma di misure efficaci per combattere la povertà e restituire dignità alle tante famiglie precipitate nel bisogno.
I socialisti devono fare la loro parte, in piena autonomia, intanto ricercando l’unità all’interno del partito.

Voglio essere chiaro. Serve innanzitutto chiarezza sugli obiettivi che si vogliono raggiungere perché l’unità non sia fittizia. Quando leggo la proposta di Craxi resto sbalordito. La riporto per come è stata scritta: ‘Nei prossimi giorni promuoveremo incontri con le aree politiche… che si sono espresse per il No all’interno del PD, della Sinistra Italiana e del movimento Possibile. Così come chiederemo un incontro alla segreteria del Psi’. Dunque: il PSI viene considerato peggio di una corrente del PD, immagino dell’area d’alemiana, addirittura al pari dell’associazione creata da Civati. Questo leggo, questo è scritto. Ecco, se quella è la strada maestra, temo che di socialisti al seguito se ne conteranno pochi. Ripeto: nessuna polemica. Chiarezza e cenere sul fuoco.

E invece, superato il referendum, vanno superate le divisioni innescate dal referendum. Mi rivolgo alle tante compagne e ai compagni incontrati in questa interminabile campagna. C’è vita e c’è passione. Il dibattito va ricondotto alla politica, va cancellato il rosario di offese che fa della ‘rete’ una piazza incivile. Insieme abbiamo buone idee da spendere, divisi contiamo meno di zero. E siccome si apre una nuova fase nella politica italiana, restare all finestra sarebbe un errore imperdonabile.

Riccardo Nencini

L’altra Italia

Come previsto, se non nei numeri così larghi, il voto referendario è stato un voto politico e le dimissioni del Presidente del Consiglio un atto di coerenza. Gli italiani si sono recati alle urne in massa con il fardello di una fragilità socioeconomica tagliente e con la paura di future ondate di migranti sulle nostre spiagge.

È inutile girarci intorno: il No investe prima di ogni altro il capo del governo e premia quel radicalismo populista che preme alle porte dal 2013. Intendiamoci: le buone cose fatte restano tutte e molte portano la firma di Renzi. Si legga la legge di bilancio in approvazione in Parlamento prima di esprimere giudizi approssimativi. Insomma, non è tutto sbagliato, non è tutto da rifare. Si poteva fare meglio? Si. Un esempio per tutti: la legge elettorale e l’apertura di una seconda fase nell’azione di governo, proprio le proposte da noi avanzate al Congresso di Salerno. E tuttavia avremmo solo contenuto il vento della protesta che spira forte nel mondo. L’effetto della crisi economica, l’effetto della globalizzazione, l’effetto della rivoluzione tecnologica. I figli più poveri dei padri, la precarietà, l’incertezza del futuro.
Il voto consegna la vittoria a Grillo e a Salvini, a un fronte antieuropeista che è un’assoluta novità per l’Italia. Perché una cosa è combattere i riti, il rigore a senso unico dell’Unione Europea da dentro, altro uscirne.

Ho davanti a me nove grandi quotidiani europei e americani. Non hanno dubbi: Draghi messo all’angolo dai populisti, via libera a Grillo…E siccome il vento diventerà tempesta, i socialisti non possono stare che dall’altra parte. Tessendo il filo della distensione interna, garantendo per la loro parte di responsabilità l’approvazione della legge di bilancio e del decreto terremoto e di seguito l’approvazione di una nuova legge elettorale, favorendo ad ogni costo la formazione di una coalizione riformista in grado di battersi alle prossime politiche contro avversari agguerriti lontani dalla nostra storia, lontani dalla nostra idea di giustizia e di libertà. Perché ora questo è il punto. Mi auguro davvero che l’Austria di domenica diventi il nostro esempio.

Noi

Non si tratta di stilare classifiche e graduatorie. Affatto. Si tratta di spiegare chi siamo in relazione al referendum costituzionale. Ne abbiamo avuto prova recentemente, proprio durante la convention di martedì. Chi è rimasto con noi, chi è rimasto a sostenere i socialisti come partito, ha scelto di votare SÌ al referendum. Insomma, ha condiviso un percorso, ciascuno con le sue argomentazioni, ciascuno a suo modo.
Lo hanno fatto ex parlamentari – Covatta, Borgoglio, Tiraboschi, Albertini, Crema, Vazzoler, Giorgi, Maccheroni, Santarelli, e ne cito solo alcuni – e una sessantina di sindaci, costituzionalisti, da Pio Marconi a Cesare Pinelli, da Mario Chiti a Gianrico Ranaldi, storici (Mammarella, Ciuffoletti, Gervasoni, Baldacci, Pombeni), economisti (Scalzini, Gamberale), artisti (Nespolo, Talani, Scaparro), urbanisti (Abis, Giorgieri, Zanardi, Cianfanelli), i presidenti delle Fondazioni Acquaviva e Mastroleo, quell’Artali che guida l’associazione dei partigiani, perfino Rosa Filippini, leader storica degli Amici della Terra e parlamentare socialista nel 1992.
Un bel gruppo, davvero un bel gruppo. Ne faremo tesoro.
C’è un significato in tutto questo? Si. La lettura solidale di una storia riformista, il sostegno a una comunità in tempi di bufera. Grazie davvero.

Riccardo Nencini

Senza rete

Il politologo Marc Lazar ha notato che la sinistra europea, impegolata nei suoi conflitti interni, si è dimostrata incapace di leggere la portata dei mutamenti di questo tempo. Ha ragione. Sosteniamo la stessa tesi. Dal Congresso di Venezia (2013) abbiamo sollecitato il PSE a ripensare profondamente la sua politica su tre fronti: migranti, mondo del bisogno, mercati finanziari. Addirittura con la convocazione di un congresso straordinario. Come? Applicando un multiculturalismo fermo nel rispetto delle leggi e dei valori fondamentali delle democrazie occidentali, assumendo misure più incisive a vantaggio delle classi più deboli, prevedendo misure per regolamentare la finanza internazionale. Torneremo alla carica a Praga, tra qualche giorno, in occasione della riunione del Consiglio del PSE.
Purtroppo, e non è una novità, lo scontro nella sinistra è al calor bianco. Qui e altrove. Ricorda – cito Paolo Franchi – il tasso di litigiosità raggiunto mentre in Europa montava l’andata nera e i comunisti scaricavano su socialisti e socialdemocratici offese di ogni sorta, minacce, indescrivibili accuse. Per tutti Palmiro Togliatti: ‘Buozzi è un mercante che patteggia con Benito Mussolini’.
Nemmeno io voglio mettere sullo stesso piano fascismo e populismo. Eppure l’atteggiamento di certa sinistra non è cambiato in nulla. I riformisti sono nel mirino, il loro linguaggio, più pacato, meno irrituale, viene sommerso da preoccupanti colpi di piccone. La ‘rete’ moltiplica distorsioni e sguaiataggine. Churchill lo disse a modo suo: ‘Quando una bugia ha fatto il giro del mondo, la verità è ancora in mutande’.

Mi rivolgo ai socialisti, a tutti i socialisti. Serve moderazione. Le parole sono pietre. Una cosa è manifestare il dissenso, altro diventare togliattiani di ritorno.

Riccardo Nencini

Eccolo!

Si vota con la pancia, non con la testa. E la paura ingrossa la pancia, non la testa. Globalizzazione e rivoluzione tecnologica hanno aperto una fase antagonista con i pilastri che hanno sorretto la vita delle democrazie parlamentari figlie della rivoluzione industriale: stato sociale, espansione dei diritti civili, tendenza all’uguaglianza. Non c’è dubbio. La paura dei ceti medi in difficoltà e dei nuovi poveri di aver perso per sempre la speranza – speranza di emergere, di trovare un lavoro adeguato, di sicurezza – alimenta la rincorsa ‘al passato’. Trump è il passato. Con le sue teorie sulla supremazia dei bianchi, con le sue teorie sulla supremazia dell’uomo sulla donna, con le sue teorie sul pugno forte dell’America.

È già accaduto, sempre nei periodi di passaggio, quando si aprono profonde faglie e la storia gira. Non durerà. Intendiamoci, se fotografi stamane il mondo, l’immagine che si presenta ai tuoi occhi fa un certo effetto: Russia, India e Turchia nelle mani di uomini forti, la Cina guidata da un partito unico, gli USA sotto il cappello di Trump. A difesa delle democrazie rappresentative tradizionali restano l’Europa, in particolare l’Occidente d’Europa, e grandi stati quali il Canada e l’Australia. Non molto. Significa che le culture politiche attorno alle quali si è costruito il dopoguerra hanno non poche difficoltà a rappresentare questo tempo nuovo.

C’è n’è abbastanza per mettersi profondamente in discussione. La prima cosa da fare è rinnovare l’anima della sinistra riformista. Più attenzione alle povertà, leggi contro il dominio incontrastato della finanza, protezioni e opportunità per meritevoli e bisognosi. È alla periferia sociale che bisogna guardare.
Hic Rodhus hic salta.

Riccardo Nencini