L’altra Italia

Come previsto, se non nei numeri così larghi, il voto referendario è stato un voto politico e le dimissioni del Presidente del Consiglio un atto di coerenza. Gli italiani si sono recati alle urne in massa con il fardello di una fragilità socioeconomica tagliente e con la paura di future ondate di migranti sulle nostre spiagge.

È inutile girarci intorno: il No investe prima di ogni altro il capo del governo e premia quel radicalismo populista che preme alle porte dal 2013. Intendiamoci: le buone cose fatte restano tutte e molte portano la firma di Renzi. Si legga la legge di bilancio in approvazione in Parlamento prima di esprimere giudizi approssimativi. Insomma, non è tutto sbagliato, non è tutto da rifare. Si poteva fare meglio? Si. Un esempio per tutti: la legge elettorale e l’apertura di una seconda fase nell’azione di governo, proprio le proposte da noi avanzate al Congresso di Salerno. E tuttavia avremmo solo contenuto il vento della protesta che spira forte nel mondo. L’effetto della crisi economica, l’effetto della globalizzazione, l’effetto della rivoluzione tecnologica. I figli più poveri dei padri, la precarietà, l’incertezza del futuro.
Il voto consegna la vittoria a Grillo e a Salvini, a un fronte antieuropeista che è un’assoluta novità per l’Italia. Perché una cosa è combattere i riti, il rigore a senso unico dell’Unione Europea da dentro, altro uscirne.

Ho davanti a me nove grandi quotidiani europei e americani. Non hanno dubbi: Draghi messo all’angolo dai populisti, via libera a Grillo…E siccome il vento diventerà tempesta, i socialisti non possono stare che dall’altra parte. Tessendo il filo della distensione interna, garantendo per la loro parte di responsabilità l’approvazione della legge di bilancio e del decreto terremoto e di seguito l’approvazione di una nuova legge elettorale, favorendo ad ogni costo la formazione di una coalizione riformista in grado di battersi alle prossime politiche contro avversari agguerriti lontani dalla nostra storia, lontani dalla nostra idea di giustizia e di libertà. Perché ora questo è il punto. Mi auguro davvero che l’Austria di domenica diventi il nostro esempio.

Noi

Non si tratta di stilare classifiche e graduatorie. Affatto. Si tratta di spiegare chi siamo in relazione al referendum costituzionale. Ne abbiamo avuto prova recentemente, proprio durante la convention di martedì. Chi è rimasto con noi, chi è rimasto a sostenere i socialisti come partito, ha scelto di votare SÌ al referendum. Insomma, ha condiviso un percorso, ciascuno con le sue argomentazioni, ciascuno a suo modo.
Lo hanno fatto ex parlamentari – Covatta, Borgoglio, Tiraboschi, Albertini, Crema, Vazzoler, Giorgi, Maccheroni, Santarelli, e ne cito solo alcuni – e una sessantina di sindaci, costituzionalisti, da Pio Marconi a Cesare Pinelli, da Mario Chiti a Gianrico Ranaldi, storici (Mammarella, Ciuffoletti, Gervasoni, Baldacci, Pombeni), economisti (Scalzini, Gamberale), artisti (Nespolo, Talani, Scaparro), urbanisti (Abis, Giorgieri, Zanardi, Cianfanelli), i presidenti delle Fondazioni Acquaviva e Mastroleo, quell’Artali che guida l’associazione dei partigiani, perfino Rosa Filippini, leader storica degli Amici della Terra e parlamentare socialista nel 1992.
Un bel gruppo, davvero un bel gruppo. Ne faremo tesoro.
C’è un significato in tutto questo? Si. La lettura solidale di una storia riformista, il sostegno a una comunità in tempi di bufera. Grazie davvero.

Riccardo Nencini

Senza rete

Il politologo Marc Lazar ha notato che la sinistra europea, impegolata nei suoi conflitti interni, si è dimostrata incapace di leggere la portata dei mutamenti di questo tempo. Ha ragione. Sosteniamo la stessa tesi. Dal Congresso di Venezia (2013) abbiamo sollecitato il PSE a ripensare profondamente la sua politica su tre fronti: migranti, mondo del bisogno, mercati finanziari. Addirittura con la convocazione di un congresso straordinario. Come? Applicando un multiculturalismo fermo nel rispetto delle leggi e dei valori fondamentali delle democrazie occidentali, assumendo misure più incisive a vantaggio delle classi più deboli, prevedendo misure per regolamentare la finanza internazionale. Torneremo alla carica a Praga, tra qualche giorno, in occasione della riunione del Consiglio del PSE.
Purtroppo, e non è una novità, lo scontro nella sinistra è al calor bianco. Qui e altrove. Ricorda – cito Paolo Franchi – il tasso di litigiosità raggiunto mentre in Europa montava l’andata nera e i comunisti scaricavano su socialisti e socialdemocratici offese di ogni sorta, minacce, indescrivibili accuse. Per tutti Palmiro Togliatti: ‘Buozzi è un mercante che patteggia con Benito Mussolini’.
Nemmeno io voglio mettere sullo stesso piano fascismo e populismo. Eppure l’atteggiamento di certa sinistra non è cambiato in nulla. I riformisti sono nel mirino, il loro linguaggio, più pacato, meno irrituale, viene sommerso da preoccupanti colpi di piccone. La ‘rete’ moltiplica distorsioni e sguaiataggine. Churchill lo disse a modo suo: ‘Quando una bugia ha fatto il giro del mondo, la verità è ancora in mutande’.

Mi rivolgo ai socialisti, a tutti i socialisti. Serve moderazione. Le parole sono pietre. Una cosa è manifestare il dissenso, altro diventare togliattiani di ritorno.

Riccardo Nencini

Eccolo!

Si vota con la pancia, non con la testa. E la paura ingrossa la pancia, non la testa. Globalizzazione e rivoluzione tecnologica hanno aperto una fase antagonista con i pilastri che hanno sorretto la vita delle democrazie parlamentari figlie della rivoluzione industriale: stato sociale, espansione dei diritti civili, tendenza all’uguaglianza. Non c’è dubbio. La paura dei ceti medi in difficoltà e dei nuovi poveri di aver perso per sempre la speranza – speranza di emergere, di trovare un lavoro adeguato, di sicurezza – alimenta la rincorsa ‘al passato’. Trump è il passato. Con le sue teorie sulla supremazia dei bianchi, con le sue teorie sulla supremazia dell’uomo sulla donna, con le sue teorie sul pugno forte dell’America.

È già accaduto, sempre nei periodi di passaggio, quando si aprono profonde faglie e la storia gira. Non durerà. Intendiamoci, se fotografi stamane il mondo, l’immagine che si presenta ai tuoi occhi fa un certo effetto: Russia, India e Turchia nelle mani di uomini forti, la Cina guidata da un partito unico, gli USA sotto il cappello di Trump. A difesa delle democrazie rappresentative tradizionali restano l’Europa, in particolare l’Occidente d’Europa, e grandi stati quali il Canada e l’Australia. Non molto. Significa che le culture politiche attorno alle quali si è costruito il dopoguerra hanno non poche difficoltà a rappresentare questo tempo nuovo.

C’è n’è abbastanza per mettersi profondamente in discussione. La prima cosa da fare è rinnovare l’anima della sinistra riformista. Più attenzione alle povertà, leggi contro il dominio incontrastato della finanza, protezioni e opportunità per meritevoli e bisognosi. È alla periferia sociale che bisogna guardare.
Hic Rodhus hic salta.

Riccardo Nencini

Colpevoli!

In politica, L’avviso di garanzia è il vero atto pubblico di accusa. Il combinato disposto giustizia – media ti uccide prima che venga fatta ogni altra verifica. Lo sapevamo già. Quel che stupisce ancora di più è l’uso arbitrario e intermittente che del garantismo fa la classe politica. Usato come una clava per regolare i conti interni ai partiti (oppure per regolare i conti tra corpi dello Stato) o per rincorrere la complicità di un pezzetto di corpo elettorale. Leggo Salvini e stupisco.

Abbraccia Cota e si scaglia contro quanti lo attaccarono per le mutande verdi. Proprio lui che nelle stesse ore apriva il fuoco su consiglieri regionali di altri partiti nelle stesse condizioni dell’ex Presidente della Regione Piemonte. E infatti sono stati assolti. Parlo di Salvini ma non dimentico affatto certa sinistra che ha rovesciato il canone del socialismo umanitario in materia di giustizia. Primitiva quando la magistratura chiama in causa tizio o caio, romantica quando invece tocca un fratello.

Attenti: se la politica per prima non batte la strada maestra della giustizia giusta, non può chiedere a nessun altro di disfarsi del linguaggio populista che ti scaglia quotidianamente addosso. Travaglio giustifica il NO al referendum anche con questo argomento: un Senato con consiglieri regionali, cioè con i politici più corrotti d’Italia. E ora, caro Travaglio?

Riccardo Nencini

Indignarsi!

Dunque il ricorso presentato da Sollazzo, Ciucchi, Biscardini, Potenza e Labellarte almeno per ora ha trovato orecchio: sospeso ‘temporaneamente’ l’esito del congresso di Salerno e conferma in carica degli organismi eletti al congresso di Venezia, segretario in testa. Va spiegata bene la contestazione. Lo dico soprattutto ai tanti compagni che si adoperano da una vita per il tesseramento: non avremmo raccolto soldi a sufficienza per giustificare il numero totale degli iscritti, quindi la platea congressuale non risulterebbe congrua.
I cinque sostengono che il risultato del congresso è stato falsato. Già, e come? Abbiamo respinto compagni che volevano iscriversi? No. Abbiamo modificato le modalità di voto? Nemmeno. Che reato abbiamo commesso per inficiare il risultato del Congresso? Nessuno. Tesseramenti approvati regolarmente anche con il voto di alcuni contestatari, Consiglio Nazionale convocato regolarmente e perfettamente in numero legale per decidere, Congresso tenuto addirittura con un notaio presente in sala al momento delle votazioni. Questi i fatti. Naturalmente ci difenderemo, eccome se ci difenderemo.

Da tempo penso, e l’ho detto e scritto ripetutamente, che si cerchi di distruggere l’unica casa socialista rimasta in piedi dopo la tragedia del ’92. Se non vogliamo essere ipocriti, bisogna risalire alle candidature alle Politiche 2013 per capire fino in fondo. Perché chi ha firmato il ricorso sa bene quanti siano i vecchi compagni iscritti – la maggioranza – e quanto paghino la tessera, sa bene che durante le campagne elettorali alle federazioni viene lasciata una parte del tesseramento, sa altrettanto bene che abbiamo sempre agevolato chi volesse iscriversi, e infine sa che alcuni, soprattutto laddove non vi è presenza nelle istituzioni, danno un contributo scaglionato. I cinque sanno tutto. Sono stati dirigenti del partito, lo hanno rappresentato a lungo in Parlamento e nei consigli regionali.

Per dirla con Bettino, non vengono proprio dalla luna. Penso anche che ‘muoia Sansone con tutti i filistei’ sia la parola d’ordine che si sono dati. Non dobbiamo consentirlo. Io ci sono. I parlamentari ci sono. Segreteria e segretari regionali e provinciali ci sono tutti, ma proprio tutti. E dobbiamo reagire con un’azione politica forte, proprio ora che è in cantiere la revisione della legge elettorale, proprio ora che la politica italiana è sul crinale. E indignarsi!

Chi porta la politica in tribunale per motivi futili deve vergognarsi. Vengano a confrontarsi nei congressi invece di ricorrere a un magistrato. Almeno li vediamo in faccia.

Ciampi, un laico mazziniano

Se n’è andato dopo una lunga malattia. L’ho conosciuto bene. Un laico mazziniano: prima il dovere. E un ottimo presidente.
Dobbiamo a lui e a Pertini la riscoperta della parola ‘patria’ e un forte senso delle istituzioni. Si chiama etica della responsabilità.
Venne in Toscana a sostenere la battaglia contro la pena di morte. Lo ricordo ancora.

Rivoluzione!

Chi predica la rivoluzione e non la fa viene travolto.
Chi predica la rivoluzione e fa il contrario diventa un pilastro del sistema.
Pentalogo per il perfetto grillino ‘di sistema’. Seguire senza variazione alcuna il comportamento tenuto dai vertici pentastellati:
1. Negare negare negare, anche di fronte all’evidenza. Roma? Peggio di Collodi.
2. Scegliere prestigiosi pensionati con forte desiderio di ribalta, meglio se suggeriti da ambienti avvezzi a suggerire.
3. Contestare i partiti e comportarsi peggio dei partiti: direttori, microdirettori, consultazioni col Supremo autoelettosi.
4. Massima discrezione nel valutare gli avvisi di garanzia: peggio per te, per me non vale un fico.
5. Imporre al sindaco assessori e dirigenti, meglio a seguito di sanguinoso scontro interno.

D’altra parte la storia è ricca di esempi del genere. Pensate ai giacobini passati al servizio dei Borbone…

Riccardo Nencini

Lettera aperta di fine estate
ai socialisti

Parlerò sottovoce di politica, dopo aver passato giorni nei comuni colpiti dal terremoto. E lo dico fin d’ora: siamo un partito piccolo ma abbiamo a cuore la dignità delle persone. Da sempre. I fondi che raccoglieremo durante la Festa dell’Avanti li devolveremo alle popolazioni ferite dal sisma.

In estate, è risaputo, il dibattito politico anziché placarsi si aggroviglia. In agosto si è acceso sui limiti della ripresa economica ma sono stati referendum e legge elettorale a tenere banco. Con due costanti e una novità: il groviglio inestricabile in cui sono precipitati PD e centrodestra; l’aumento dei consensi alla modifica dell’Italicum. Facciamo il punto.
La linea di confine è stata tracciata sul referendum costituzionale. Ma, non ho dubbi, saranno le misure economiche e la legge di stabilità a segnare la vera frontiera. Per questo motivo, sia in una nota inviata al Presidente del Consiglio che in incontri avuti con il sottosegretario Nannicini abbiamo ribadito tre punti. Li ricordo.
1. Un PIANO CASA da 75000 alloggi di edilizia residenziale pubblica per far fronte alla pressione abitativa dovuta a lunghe liste di attesa e all’impoverimento della nostra classe media.
2. Un INVESTIMENTO STRAORDINARIO PER STUDENTI MERITEVOLI E IN CONDIZIONE DI BISOGNO. Gli iscritti universitari, soprattutto nel Mezzogiorno, sono caduti in modo preoccupante, spesso per la fragilità economica delle famiglie da cui provengono. O mettiamo un freno a questa pena o rischiamo di perdere talento e creatività. L’Italia non può permetterselo.
3. AUMENTO DELLE PENSIONI PIÙ BASSE (fino a 1000 Euro) da finanziare intanto con un maggior prelievo fiscale sul gioco d’azzardo (vale 100 miliardi!). Sul punto non c’è pieno accordo. Alcuni membri del governo ritengono il tema ‘pensioni’ secondario. Il PSI ritiene che non sia affatto marginale. Una ragione in più per difenderlo.
Naturalmente le nostre priorità non escludono il resto, né il lavoro in corso per ridurre la pressione fiscale e tantomeno le politiche per incentivare occupazione.
Una buona ed equa legge di stabilità vale più di ogni referendum.

A proposito di referendum. Conosco cosa pensa una parte di noi. C’è chi dissente nel merito e c’è chi non ama Renzi e vorrebbe utilizzare il referendum per fini politici, in nulla differente dai massimi esponenti del fronte del NO. Bisogna sapere che le proposte avanzate nel decennio precedente da D’Alema, Berlusconi, Fini e Bossi non escludevano affatto il superamento del bicameralismo paritario e, quanto ai poteri da conferire al premier, erano di manica ben più larga. Rileggersi gli atti della Commissione Bossi, della Bicamerale e della riforma del centrodestra del 2005. E non mi soffermo sulle nostre idee al centro della Conferenza di Rimini, nel 1982. Sono troppo note per essere ricordate.
Il partito ha fissato nel Congresso di Salerno la sua posizione: votiamo SI anche se alcuni punti li avremmo scritti in modo diverso ma superamento del bicameralismo paritario, revisione dei rapporti tra Stato e Regioni, referendum propositivo e limitazione alla decretazione d’urgenza appaiono convincenti; naturalmente non mettiamo alla berlina chi non la pensa come noi.
Non c’è dubbio alcuno che il risultato referendario abbia conseguenze politiche. Ha sbagliato chi ne ha fatto una sorta di giudizio divino, sbaglia chi ne sottovaluta l’esito. Gli effetti? Almeno due. Probabile crisi governativa con un bel punto interrogativo per il dopo. Non lo auguro a nessuno salvo che si tifi per Grillo. Auguri. Infine, se vince il NO temo che il processo di revisione istituzionale subisca un deciso stop. Chi potrebbe avventurarsi, dopo i fallimenti negli anni passati, su questa strada? E con quale maggioranza se chi sostiene il NO è unito solo nella negazione ma ha idee profondamente diverse sul futuro della Carta? Dico senza fraintendimenti come la penso: abbiamo una buona costituzione quanto a valori e principi ispiratori della nostra comunità ma nella complessità della globalizzazione si sta con istituzioni più snelle, più stabili, più efficaci, con un CSM non partiticizzato, con città metropolitane autorevoli, con un numero minore di enti che insistono sul territorio. È questa la ragione più convincente per rilanciare il tema dell’ASSEMBLEA COSTITUENTE, l’atto con cui deve iniziare la prossima legislatura per portare a compimento il percorso delle riforme. Se Parisi convincerà il suo partito e i suoi alleati, ai voti socialisti si sommerà un bel pacchetto di mischia.

Per parlare concretamente di modifica alla legge elettorale dovremo aspettare le decisioni della Corte, il 4 ottobre. Da gennaio giace un disegno di legge socialista perché sia la coalizione vincente a godere del premio di maggioranza. L’abbiamo scritto da soli. Le voci a sostegno erano innumerevoli ma nessuno ha firmato la modifica.
Vedo una ragione sopra le altre per superare l’Italicum, la stessa detta dal presidente Napolitano. L’Italicum nacque nella considerazione, sbagliata, che il Paese stesse avviandosi su un cammino bipolare. Ma il sistema si è rivelato stabilmente organizzato su tre poli. Il rischio, allora: al ballottaggio non solo può andare una forza politica rappresentativa di un quarto degli elettori ma quella forza può anche fare cappotto. Avremmo la stabilità ma butteremmo a mare la rappresentanza dei cittadini. Un pessimo affare cui da un anno, proprio dal palco della Festa Avanti 2015, cerchiamo di porre rimedio. Facemmo un errore a votarla? Presentammo alcuni emendamenti, in parte accettati (parità di genere, innalzamento della soglia per godere del premio di maggioranza) in parte respinti, esprimemmo il nostro si in quanto maggioranza dopo aver lottato per cambiarne alcune parti. Oggi stiamo girando l’Italia per convincere gli italiani della bontà della nostra posizione. Ci aiuta la storia. Infatti, sono almeno tre i casi di leggi elettorali pensate dalla maggioranza per vincere e rivelatesi del tutto inattendibili: la Legge Acerbo (1923) sostenuta dalla maggioranza liberale e goduta solo dai fascisti; il Mattarellum (1993/94) promosso da Martinazzoli e Segni e goduto da Berlusconi; la riforma Calderoli (2005) che consentì a Prodi il ritorno a Palazzo Chigi l’anno dopo.

La ripresa autunnale dovrà vederci alla testa di due campagne.
Questa Europa non entusiasma nessuno. È arida. Germanocentrica. Consuma i suoi lavori attorno al criterio dell’unanimità. Ma soprattutto, ed è questo il nodo, si avvale di trattati obsoleti che andrebbero profondamente rivisti. Dai primissimi anni ’90 è passato un secolo. La sfida immediata sono gli Eurobond e un Ministro del Tesoro dell’Unione. E naturalmente un radicale cambiamento del Trattato di Dublino. Le migrazioni non cesseranno e lo stato di salute di troppi paesi nordafricani richiederà tempo per consentire alla cooperazione internazionale interventi decisivi a trattenere nelle loro terre i migranti. Coltivare la nostra identità, figlia di libertà e uguaglianza, non piegarsi a un buonismo peloso che spesso rinnega i nostri valori, consentire ai profughi la conoscenza della nostra lingua e della nostra cultura, inserirli anche grazie a lavori socialmente utili a vantaggio della comunità che li ospita, chiudere le porte ai clandestini sono i cardini della nostra politica.

Ma da soli non incidiamo abbastanza. Riprendo un tema caro al congresso: a sinistra c’è posto. Non nella sinistra radicale, spazzata via dal voto grillino. C’è spazio nella formazione di una “sinistra umanitaria” che coniughi etica della responsabilità, valorizzazione dei diritti civili di terza generazione e fondazione di un welfare più equo. La sinistra dei doveri e dei diritti, insomma. Mazziniana e turatiana.
Siamo al lavoro per questo obiettivo: con il coinvolgimento di nuove forze nella vita del partito, con i comitati referendari per il SI aperti a radicali e liberaldemocratici, con la formazione di un pacchetto di mischia più forte al Senato, con la preparazione di una ‘Rimini 2’ che, a 35 anni di distanza dalla prima, coinvolga la cultura e la politica riformista sotto lo stesso tetto.
La Festa Nazionale dell’Avanti ( Roma 15/17 settembre ) sarà l’occasione per mettere a fuoco il disegno. Che va allargato agli apolidi – penso a sindaci di città importanti, a liste civiche democratiche, agli ‘arancioni’ – e alle associazioni. Non sarà camminata di palagio ma è un cammino che vale la pena intraprendere soprattutto ora che l’utopia socialdemocratica è ovunque in crisi.
Un tempo era la destra il nemico, oggi lo sono ancor più i tanti populismi che si affacciano a sinistra.
Un tempo tutto era definito con precisione: stato nazionale, abbondanza di risorse pubbliche, certezza di un lavoro fino alla pensione, stato sociale. Il mercato globale ha spazzato ogni certezza, come nel passaggio ottocentesco alla fase industriale saltarono consuetudini e sistemi secolari.
L’agenda è cambiata con il cambiamento profondo delle società: lavoro flessibile, autostrade della conoscenza (Amazon, eBay…), mercatizzazione economica, migrazioni di massa, addirittura nuovi linguaggi.
Ai socialisti europei non si richiede solo adattabilità riformista ma una sorta di ritorno alle origini. Dalla parte di chi ha di meno.

Riccardo Nencini

Il dolore, la dignità e l’orgoglio

L’ululato delle ambulanze ti accompagna fino ad Amatrice, il cuore del dramma. Sferragliano in tutte le direzioni mescolate a mezzi di soccorso, camion dei vigili del fuoco, volontari, l’esercito. Chi non si dispera scava con le mani nude. Intorno solo rovine. E dire che la campagna e’ bellissima, emozionante. Un contrasto terribile. L’ospedale di Rieti si è organizzato dalla notte. I donatori di sangue hanno fatto la fila fin dalle prime luci dell’alba, i medici sono stati strappati al sonno. Mobilitazione generale. Sui paesi attorno ad Amatrice si è aperta una voragine. Amatrice e’ scomparsa. Sotto le macerie i vivi e i morti. E ancora non basta. Di fianco a un bambino che ce l’ha fatta, che urla alla vita, un corpo che spunta dai sassi macerati dal terremoto. Si alzano le tendopoli. Ovunque un brulicare di gente che si rimbocca le maniche. Sempre così l’Italia. Civile.

Riccardo Nencini