Non c’è da aspettare

È tempo di decisioni importanti. Dobbiamo mettere a frutto il lavoro di questi mesi, le relazioni intrecciate durante FestAvanti 2018, i contatti intrapresi.

La segreteria convocata per la prossima settimana dovrà fissare un percorso preciso: orientamento politico in preparazione delle elezioni amministrative ed europee, iniziative autunnali, chiudere il cerchio sull’incontro tenuto a Caserta alla presenza dei segretari regionali e della segreteria nazionale.

Dall’appello ai Socialisti alle alleanze, da una sottoscrizione straordinaria per tenere viva la nostra comunità al processo di riorganizzazione e rinnovamento: queste sono le scelte che dobbiamo fare. Tutto nelle prossime settimane. Senza aspettare né fantomatici congressi di altri partiti e nemmeno che il sacchetto dei popcorn abbia visto il fondo. 

Riccardo Nencini

Un candidato comune

“Riunire a ottobre tutti coloro che alle prossime elezioni europee intendono costruire un’Europa federata. Queste le conclusioni del segretario de Psi, Riccardo Nencini, alla giornata di chiusura della Festa dell’Avanti a Caserta, rivolgendosi a radicali, movimenti civici, mondo cattolico democratico, Pd. “La scelta del candidato alla presidenza della Commissione Europea – ha aggiunto Nencini- può essere il primo banco di prova: non una decisione presa solo da Pd e PSI in quanto membri del PSE ma un nome individuato da tutta la sinistra riformista; non una scelta fatta dai vertici ma un processo che coinvolga i cittadini con vere e proprie primarie da tenere prima del congresso del PSE a Lisbona nel prossimo dicembre”- ha concluso.

Dichiarazioni contraddittorie che non fanno onore al governo

Genova, nel giorno dei funerali, con il religioso rispetto che si deve alle famiglie sconfitte dalla morte, e alla città ferita. Oriana Fallaci, da par suo, sosteneva che l’oggettività non esiste. Aveva ragione. E però i fatti sono fatti. Duri come pietra. Ho fatto parte del governo sconfitto alle elezioni senza mai occuparmi della delega autostrade, ma conservo memoria di alcuni provvedimenti. E la memoria confligge talvolta con il racconto dei due consoli: Salvini e Di Maio. Partiamo da qui: ad oggi la procura non ha individuato responsabili del crollo del ponte Morandi. Possiamo solo immaginare ma non basta. I fatti.
1. Salvini: le ambulanze pagano il pedaggio. Non è così. Proprio io sottoscrissi un accordo per evitare che le ambulanze di soccorso pagassero il pedaggio autostradale. Basta iscriversi alla piattaforma.
2. Conte: non possiamo aspettare i tempi della giustizia. Detto dal capo del governo, un giurista addirittura, fa un certo effetto. Meglio i processi in piazza, la gogna medievale, la giustizia un tanto al chilo.
3. Di Maio: i governi precedenti hanno favorito i Benetton. È così? Il governo Berlusconi – la Lega ne faceva parte, eccome – non inverte la rotta del governo D’Alema (è quel governo che conclude la privatizzazione delle autostrade). Anzi. Nel 2014 il ministro Lupi inserisce un emendamento nello Sblocca Italia che proroga le concessioni. Due anni dopo – lo ricordo bene perché seguivo per il governo il Codice Appalti – proponiamo, d’accordo con i grillini, l’abolizione della norma. C’è di più: mandiamo a gara l’80% dei lavori di manutenzione riservando all’ in house – impresa figlia di Autostrade – il restante 20%. Una rivoluzione che scatena l’ira dei sindacati e della società. Minaccia di scioperi e di licenziamenti. Sconfitti: si torna al 60/40.
4. Toninelli: la Gronda non è tra le priorità. Lo ha dichiarato il 31 luglio scorso in 8° commissione Senato. Fino a qualche giorno fa potevi leggere sul sito grillino genovese frasi di gaudio sulla magnificenza del ponte Morandi. Cancellate.
Il progetto Gronda è stato oggetto, tra i primi in Italia, di dibattito pubblico, lo strumento inserito da chi scrive nel nuovo codice appalti. L’accordo raggiunto con Bruxelles per realizzare l’opera non è stato reso operativo dall’attuale governo.
5. Di Maio, a poche ore dalla tragedia: revocare le concessioni a società autostrade. Operazione fattibile, la convenzione lo consente, ma mi domando: era opportuno dichiararlo prima di aver accertato le colpe, prima di ogni verifica giuridica, prima di aver trattato l’eventuale ricostruzione del ponte, tanto da innestare un balletto di dichiarazioni contraddittorie che non fa onore al governo?
6. L’urgenza sono le famiglie delle abitazioni a rischio e il sistema Genova, mettere in sicurezza e non provocare ulteriore disagio all’economia della città, dunque problemi per l’occupazione. Urge un piano. Di cui ancora non si parla.
7. Cosa si aspetta a convocare i vertici di Società Autostrade? Sono loro i concessionari. O ci si parla tramite TV?
8. Ma la priorità sono le famiglie che hanno perso i loro cari. Devono sapere, presto, dove si nascondono le responsabilità. Chi risarcirà le vittime, intanto. Sono stupito della scarsa sensibilità dimostrata da Autostrade di fronte alla tragedia. In questi casi è il capo che deve metterci la faccia non un alto dirigente. E la puntualizzazione sui denari da rimborsare in caso di revoca delle concessioni proprio non ci stava. Al dolore non si contrappone una manciata di quattrini. Resta il fatto che chi sbaglia paga. Resta il fatto che le istituzioni non possono comportarsi come gli avventori del bar sport. Resta il fatto, l’ho scritto due giorni fa, che sarebbe meglio che il governo venisse in parlamento a riferire. Ora!”.

Riccardo Nencini

Il cane è vivo

Non sarà facile ma non è impossibile. Il governo Conte – intendo l’alleanza tra Salvini e Di Maio – cercherà di cancellare il confine politico destra/sinistra. Lo ritengono un cane morto, un residuo del vecchio secolo da cui liberarsi in fretta. I tre hanno promesso una ‘politica del fare’ fondata sui bisogni del popolo, una trasposizione nel nostro tempo degli slogan della Francia della rivoluzione. Nulla di buono.

E però, se è complicato inserire i Grillini nelle categorie tradizionali, non c’è dubbio che la Lega, per sua stessa ammissione, per alleanze, per collocazione nello scenario europeo, sia un movimento di destra e dei più estremi. Ostenta una pancia razzista e non se ne lamenta, propone una riforma fiscale che avvantaggia i più ricchi, è giustizialista. Resta il fatto che il crinale destra/sinistra va ripensato. Profondamente ripensato. Qui e in Europa. Migrazioni e globalizzazione hanno fatto affiorare nuovi problemi che con la consuetudine non possono essere affrontati. La sinistra è ovunque in crisi, arranca attorno a basse percentuali elettorali, rispetto ai grandi temi che travagliano le famiglie è afona. Resto al mio paese. In Parlamento ci sono due opposizioni – una di sinistra, l’altra di centro destra – ma nessuna delle due costituisce ad oggi un’alternativa credibile. A me sta a cuore la prima. E sono preoccupato.

C’è chi ritiene che “ha da passa’ a nottata”, tanto prima o poi l’alleanza esplode. Non può durare un governo che trasporta a Palazzo Chigi un protagonista del Grande
Fratello con un Presidente del Consiglio che prende ordini da Di Maio. Non sarà così. L’alleanza ha una sua solidità, poggia sul ‘Vaffa..’ grillino, si allargherà a comuni e regioni prossimamente al voto. Spero di sbagliarmi. Voglio dire che è un errore aspettare, urge organizzarsi.

L’Alleanza per la Repubblica che i socialisti hanno proposto intende creare un largo fronte riformista che ridisegni la cornice in cui la sinistra italiana si muove. E nel ridisegnarla non si può partire che dai due pilastri su cui si fonda il socialismo: eguaglianza e libertà. Le carte si possono mescolare come volete ma da qui la sinistra deve passare. Il punto non è rinunciare a una collocazione politica ma ridefinirne i contenuti.

Un paio di esempi. Da oltre un secolo chi pensa alla sinistra pensa alla classe operaia, considerata il lato debole della società. Non è più così. Le fragilità crescono tra i laureati che si arrabattano alla ricerca di lavoro, tra gli esodati cinquantenni, tra i pensionati al minimo, tra professionisti e divorziati maschi. Tra i giovani e i giovanissimi dal futuro incerto. Di loro, soprattutto di loro, la politica deve occuparsi. C’è di più. La chiusura dentro i confini nazionali è destinata a provocare conseguenze deleterie. Senza un’Europa forte, nella globalizzazione scompariamo. Meno investimenti, insufficiente ruolo nelle relazioni internazionali, meno lavoro. E però il problema esiste. Già. Come tutelare una tradizione di comunità, come non essere spazzati via da una modernità che spesso non comprendi, come dare voce a spaesati e naufraghi senza che la nostalgia approdi al rancore e alla rabbia. Abbandonare la strategia degli ipermercati e tutelare il piccolo negozio di paese è utile? Proteggere la piccola impresa è utile? Conferire il voto amministrativo ai sedicenni per legarli di più e meglio alle comunità locali e avviare un percorso civico è utile? Penso sia necessario.

Abbiamo sbagliato a confidare nell’idea di un progresso perpetuo dimenticando chi restava indietro. Non solo per ragioni economiche, per cultura.
Da qui bisogna ripartire. Presto.

Riccardo Nencini

Mattarella non è Facta

Va sgombrato subito il campo da una menzogna: Mattarella non ha detto ‘no’ al governo Conte, ha suggerito di indicare Giorgetti, braccio destro di Salvini, al Ministero dell’Economia. Il braccio destro, non uno qualsiasi. Del resto, in passato altri Presidenti della Repubblica avevano esercitato il loro mandato costituzionale rispetto alla scelta di alcuni ministri. E i governi erano nati comunque. Che Lega e grillini si siano mossi da tempo lungo un crinale di offesa della costituzione è un fatto. Reputano le procedure parlamentari un accidente, una perdita di tempo, e interpretano il ruolo del Capo dello Stato come fosse un inserviente al servizio dei partiti. L’ho già detto: al di là delle differenze programmatiche, il cemento che unisce Salvini e Di Maio è l’essere profondamente antisistema, populisti senza altri aggettivi, intrisi di quello spirito ‘diciannovista’ che provocò il crollo dello stato liberale per sostituirlo con l’uomo solo al comando. Non vanno fatti gli errori di allora. La sinistra e i democratici di ogni sorta non devono fare gli errori di allora. Se la protervia e l’interesse dei singoli avessero la meglio, l’architrave che ha reso l’Italia più libera e civile cederebbe, oberata dal debito pubblico, isolata nel cuore dell’Europa, logorata da un ribellismo senza meta.

Capisco. La pancia del ceto medio ribolle e la povertà non fa sconti. Comprendo la delusione, la paura, l’incertezza di ampie fasce di italiani, ma la soluzione non è- non è mai stata – affidarsi a chi la spara più grossa.

Nessuno ricorderà il programma steso da Salvini e Di Maio: vacuo, contraddittorio, carente di scadenze e fondi di bilancio per coprire le spese. Presto nessuno ricorderà nemmeno il professor Conte. I più ricorderanno di questa crisi lo scontro istituzionale tra il Quirinale e il leader della Lega. È tempo di richiamare al l’unità i riformisti di ogni colore. I socialisti stanno dalla parte di Mattarella e delle istituzioni repubblicane.

Riccardo Nencini

La profezia

Lo confesso. Ha ragione Montesquieu: gli uomini sono sempre mossi dalle stesse passioni. Gli effetti devastanti prodotti un tempo dalle guerre oggi sono figli della crisi economica e del tramonto di un lungo ciclo di benessere diffuso. La reazione non cambia.

L’Italia ha vissuto due fasi recessive profonde: 2008/9 e 2012/13. I dati sono impressionanti: Pil calato di 10 punti rispetto al 2007, crollo degli investimenti di circa 1.000 miliardi, flessione dei consumi e dell’occupazione, forbice allargata tra nord e mezzogiorno, giovani sottoposti alle conseguenze peggiori. Dall’inizio della crisi il numero delle famiglie in stato di povertà è raddoppiato (oltre 5 milioni di persone nel 2017), la spesa pubblica è stata ridotta, proprio come il potere d’acquisto. Il tempo medio di lavoro è diminuito, aumenta il lavoro irregolare, crescono nuove forme di occupazione ma a bassa remunerazione. Le imprese che sono uscite per prime dall’emergenza sono quelle che esportano, con un ma: sono poco più di 190.000, solo il 4.6% del totale, e in 12.000 detengono i tre quarti dell’export. È l’immagine delle macerie provocate da una guerra. Su diversi fronti il governo ha fatto un buon lavoro, il segno ‘piu’ è tornato in evidenza dal 2014, eppure ancora troppo flebile per essere percepito dalle famiglie, troppo ambiguo per restituire fiducia nel domani.

La ripresa, insomma, c’è, si consolida, sostiene l’ISTAT, ma le fasce deboli aumentano e soprattutto alligna ovunque una disparità che sfocia nella più acuta e intollerabile delle disuguaglianze. La pelle del ceto medio – colonna vertebrale della penisola – è stata strappata a brandelli dalla crisi. Il futuro si è fatto incerto, la paura di non farcela domina. È un fantasma che ti insegue come fosse la tua ombra. C’è di più. Non riconosci il mondo in cui vivi. La rivoluzione tecnologica ti ha spiazzato, il linguaggio di tuo figlio ti è ignoto, la società di mezzo nella quale trovavi rifugio scomparsa.

Di chi la colpa? Facile. Della politica, responsabile di tutto. Troppe chiacchiere in Parlamento, troppi soldi spesi per la casta. Meglio confidare in chi offre risposte decisive, secche, senza patteggiamenti: uomini del destino, movimenti antisistema.

È la fotografia di questa Italia, nutrita dagli stessi sentimenti che si agitavano all’indomani della guerra italo-austriaca. Il Novecento inizia nel 1919, non prima. Allora furono gli agrari ad armare la mano dei fascisti ma il motore dello scontento lo accese il ceto medio artigiano e impiegatizio tradito dalla vittoria mutilata e soprattutto dalla perdita di ruolo sociale, furono la maggioranza massimalista che isolò Turati e la nascita del PCd’I a rendere profonda la frattura nel sistema liberale senza saper offrire soluzioni alternative che non fossero sterili parole d’ordine rivoluzionarie.

Il piccolo borghese tornato dal fronte ha visto sfumare il suo ancoraggio all’universo delle consuetudini, teme per il suo status, incalzato da mezzadri e braccianti organizzati che conquistano le otto ore di lavoro e accordi più favorevoli di un tempo, lotta contro l’inflazione che gli dimezza lo stipendio, viene offeso e vilipeso da sindaci ‘rossi’ che isolano i reduci. Ai fanti contadini erano stati promessi ‘pane e terra’ e ad aspettarli troveranno la miseria nera.

La pancia è la stessa, i sentimenti i medesimi. Ribellarsi, distruggere lo status quo. Il manganello è stato affidato a Salvini, l’olio di ricino consegnato a Di Maio. Metaforici quanto ti pare, vivaddio differenti da quelli in auge tra il 1919 e il 1924, eppure la sostanza non cambia. L’urlo non cambia: mandateli a casa! Che poi la democrazia parlamentare ne soffra, chi se ne frega; che l’antieuropeismo e la minaccia di uscire dall’euro provochino danni, chi se ne frega; che l’antipartitismo approdi a forme grezze di microdittatura del capo, chi se ne frega; che la risposta al nodo ‘sicurezza’ si sviluppi lungo crinali ai confini col diritto, chi se ne frega. Avranno pure programmi diversi, rappresenteranno pure pezzi d’Italia con interessi non compatibili.

Chi se ne frega. Resta il fatto che il cemento, il mastice è nell’essere entrambi, e intimamente, antisistema. Vivono di una massiccia propaganda condita di slogan rivoluzionari, mangiano allo stesso modo, respirano allo stesso modo, rifuggono l’intermediazione, uno sfoggiando la cravatta, l’altro la felpa. Il motto è ‘fanculo’ al sistema, la ruspa il gonfalone. La loro alleanza non è tattica, non può essere l’accordo di un giorno. È strategica. Se Salvini avesse voluto giocare una partita tradizionale, non avrebbe rotto il centro-destra quando avrebbe potuto, in tempi brevi, dominarlo. Salvini vuol liberarsi degli alleati. Lo farà lentamente e dopo aver stabilizzato il governo. Meglio tenersi aperta una via di fuga, non si sa mai… Siccome la scommessa consolare investe il futuro, Lega e Grillini sono destinati a non farsi la guerra nei comuni e nelle regioni al voto. La Basilicata arriva troppo presto, a novembre, ma sarà interessante osservare il turno amministrativo del 2019. L’esperimento ha bisogno di stabilità per riuscire. Intanto, che la sinistra non perda più tempo.

Riccardo Nencini

Di Maio uno sgrammaticato, Craxi uno statista

Una battuta infelice. Una caduta di stile. Sbagliata. Insopportabile. Peggio: un confronto insostenibile. Tra Craxi e Di Maio non c’è possibilità di paragone. Non tra uno sgrammaticato e uno statista. Ci sono state le scuse pubbliche da parte di Renzi e ancora non basta. Dovrebbe ricordare agli italiani – e ne avrà l’occasione – che la sinistra riformista che guardava al futuro nacque negli anni Ottanta, che quella lezione venne ripresa da Blair e dalla socialdemocrazia tedesca, che l’Italia nel quadriennio 1983/87 era la quinta potenza mondiale e godeva di un’autorevolezza formidabile nel mondo, che nei libri di storia si entra non per la cronaca spicciola ma per le decisioni che si prendono, per le scelte che si compiono per rendere più grande una nazione. La tua.
L’irrisione non fa il paio con la figura del leader. Chiedi ai tedeschi con quanto rispetto trattano la figura di Khol. E non si inventano nulla.

Riccardo Nencini

Coalizione riformista

Care compagne, cari compagni,
da tempo il Psi, molto prima dell’approvazione della nuova legge elettorale, ha proposto agli alleati la necessità della costruzione di una coalizione, in alleanza con il Pd, di chiaro segno riformista, espressione delle diverse sensibilità che compongono l’area politica del centrosinistra, in netta alternativa politica alle spinte massimaliste che in questi ultimi mesi sono purtroppo riemerse.

Un obiettivo che per noi è sempre stato chiaro, sanzionato formalmente e all’unanimità dai congressi di Salerno e Roma, a cui abbiamo lavorato con convinzione e impegno.

Le difficoltà, non inaspettate, che negli ultimi giorni si sono frapposte alla realizzazione di codesto obiettivo, non solo non hanno indebolito ma hanno rafforzato la nostra convinzione che il perseguimento e la realizzazione di un’aggregazione, autonoma da Pd, nel segno della sinistra riformista sia la condizione necessaria per offrire all’elettorato una proposta di governo forte e credibile in continuità con l’azione riformatrice ed europeista messa in campo dai governi Renzi e Gentiloni, di cui il Psi è stato parte attiva, i cui buoni e confortanti risultati è necessario rivendicare nella imminente campagna elettorale.

E nata formalmente ieri la lista “Insieme” l’aggregazione elettorale da noi auspicata, che comprende le diverse identità che non si sono riconosciute e non si riconoscono nel Pd:
la comporranno, insieme al Psi, i Verdi, gli amici di Romano Prodi e le aggregazioni civiche e riformiste ispirate dai sindaci che hanno aderito al progetto.
Sarà l’altra gamba del centrosinistra di governo.

Abbiamo così ultimato un lavoro che durava da mesi. Siamo soddisfatti.

Insieme è un simbolo inclusivo che porta con se i figli di una storia politica importante: quella dell’Ulivo. Un simbolo aperto, ove mondi e culture che volessero riconoscersi in questa storia, troveranno porte aperte e finestre spalancate.

Ci attende una campagna elettorale che condurremo con impegno ed entusiasmo.
Mi aspetto il massimo sostegno e solidarietà da dirigenti, iscritti e simpatizzanti socialisti.

Riccardo Nencini

Da “Cartabianca” danno al Psi

Non ti invitano ai talk show e srotolano tappeti rossi a chi non ha un partito. Una manciata di secondi ai Tg ma con moderazione, non sia mai. Cancellate battaglie di civiltà e libertà partorite nelle piazze e in Parlamento, elenco lungo, troppo lungo, non c’è spazio qui.

Bene. Anzi male, molto male, perché poi ti prendono anche in giro con perle di falsità che la TV pubblica non dovrebbe proprio tollerare. Servizio sui partiti. Un giornalista (?) raggiunge l’immobile dove si trova la sede PSI. Il giornalista (?), anziché salire al piano della sede socialista e suonare alla porta d’ingresso, monta un servizio, arbitrario e, quel che è peggio, bugiardo, che lascia intendere come quella sede sia di fatto un antro disabitato. Là dentro c’è il mio ufficio, ci sono uffici dei Parlamentari, c’è la redazione dell’Avanti! – quello vero, non quello di Lavitola – ci sono le stanze di MondOperaio e della Fondazione Socialismo, ci sono persone in carne e ossa che lavorano, c’è una telefonista, un archivio, una libreria storica, una sala riunioni, perfino tre bagni, tutti funzionanti.

La sede è aperta dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00 alle ore 19.00. Ne paghiamo l’affitto coi fondi del tesseramento. Domando: perché quel giornalista (?) non ha verificato? Bastava suonare il campanello e salire. E’ sulla sinistra della porta. Sia cialtroneria, dolo o che altro, quel signore ha rovesciato la verità. E ci ha procurato un danno. Intanto fioccano le interrogazioni parlamentari. Ora vediamo che succede. Ma non può finire a tarallucci e vino. Il Psi ha risposto al servizio di #cartabianca con un video che dimostra come si sia distorta la realtà.

L’Italia è una

Il risultato del referendum è lì, sotto gli occhi di tutti. Il Veneto è stato di una chiarezza cristallina, la Lombardia no, molto meno. Ha vinto Zaia, non ha vinto Maroni, comunque ha vinto la Lega. Al di là del rispetto delle procedure, essenziali – consultare gli enti locali, poi aprire un tavolo di trattativa col Governo – da domani il tema è il merito, il contenuto dell’autonomia. Se non si è chiari su questo, nessuno può escludere il rischio di una Catalogna italiana.

Il merito, dunque. La Costituzione vieta ogni intervento di natura fiscale. I due governatori continuano a parlare di una diversa ripartizione fiscale, naturalmente a vantaggio delle due regioni. La loro campagna referendaria si è fondata su questa illusione. Era un’illusione e un’illusione rimane. Se non si è chiari, ora, su questo punto, si da’ la stura a interpretazioni, a speranze che possono generare effetti pericolosi.

Siccome l’Italia è una, siccome la Carta prevede livelli differenziati di autonomia, le istituzioni chiariscano subito i confini dell’autonomia. Perché una cosa è l’autonomia consentita, che i socialisti sostengono e apprezzano, altro il sostegno a una pratica che non si sa dove porti.

Riccardo Nencini