Capisco

Credo nello stato di diritto. Ho sempre combattuto contro la pena di morte. Di più. Proprio in questi giorni la Toscana rievoca il deliberato del Granduca che cancella la pena di morte, primo stato al mondo, dal proprio ordinamento. Non credo alla giustizia fai da te. Ti precipita nell’abisso. È Gesù a ricordarcelo con parole chiare e terribili: ‘L’uomo è un lupo per l’altro uomo’.

Il bisogno di giustizia invoca punizioni severe. E però la giustizia deve ispirarsi ai principi della ragionevolezza, della proporzionalità, della prudenza. La ragione, lo sa bene il giudice, deve spalancarsi sia sulla realtà regolata dal diritto che sul caso particolare e sugli effetti delle decisioni che si prendono. Temo che la vicenda che vede al centro Fredy Pacini entrerà nei libri di diritto.

Tuttavia la giustizia non può essere cavalcata per motivi politici, mai, tanto meno in casi drammatici come quello di Monte San Savino. Perdere una vita, una qualsiasi vita, non può far gioire nessuno. Il ministro dell’Interno non può mettersi alla testa del tifo. Il suo compito è prevenire il crimine, garantire ordine e sicurezza. Null’altro. La sua funzione non è esternare. È fare.

Resto ai fatti e alle dichiarazioni, mi avvalgo di quello che sappiamo. Furti su furti in azienda, un uomo che dorme da mesi nel capannone preoccupato che il furto si ripeta. Uno che vive così – si dice dalle nostre parti – ‘non vive da cristiano’. È sprofondato nella paura, vive alla giornata, costantemente all’erta. Dorme e vigila. È un uomo esasperato che ha perso fiducia nella giustizia. Nella notte, lo svegliano i rumori. Un piccone sfonda un vetro. Rieccoci, pensa. Spara in direzione della porta. È da lì che proviene il pericolo. Capisco!

Chi siamo

Il congresso è stato dunque convocato, il sesto in dieci anni. Abbiamo il tempo necessario per organizzarlo come si deve: precisare la linea politica, farla valutare dalle assemblee provinciali e dai congressi regionali. Intanto c’è una base di partenza: il documento approvato con voto unanime dal Consiglio Nazionale. Apertura all’intero mondo socialista, formazione di una coalizione europeista a cominciare dalla Rosa nel Pugno. È già qualcosa di fronte a una crisi della sinistra italiana che non ha uguali nella storia della repubblica.

Dieci anni fa il sistema politico italiano si fondava sullo schema classico destra-sinistra: il Popolo delle Libertà guidato da Berlusconi, una sinistra egemonizzata dal Pd di Veltroni nato proprio con l’obiettivo di contrastare quella coalizione. Di quella storia non è rimasto proprio nulla. Nulla sul piano politico, ben poco sul fronte sociale. La fotografia della sinistra, oggi, non è migliore: sciolti Civica Popolare e Leu, in via di ridefinizione Più Europa, il Pd a congresso oscillante tra il ritorno al passato (Ds?) e una forma politica più aperta. Continuo a pensare che il nodo da sciogliere sia quale strategia deve darsi la sinistra riformista per affrontare un tempo nuovo. Schema e proposte novecentesche sono inadeguate. Lo dirò al congresso del PSE a Lisbona, tra poche settimane.

Dieci anni fa il PSI si dibatteva in una situazione di emergenza che avrebbe potuto decretarne la fine. Ricordo chi eravamo: la Costituente Socialista raggiunse i 60.000 iscritti ma al congresso di Montecatini (2008) non eravamo più di 10.000; il bilancio di cassa consentiva autonomia per soli cinque mesi; non eleggemmo alle Politiche nessun parlamentare (0,9%), per la prima volta da oltre un secolo; morta la Costituente Socialista ed usciti dal partito i 4/5 dei dirigenti che la rappresentavano, non avevamo una linea politica; l’Avanti e Mondoperaio erano in tilt. Restava una presenza nei comuni – poco diffusa al nord e rara nelle città capoluogo di regione – e in diversi consigli regionali. La drammatica caduta iniziata nel 1992/93 poteva portarci alla scomparsa. Il gruppo dirigente eletto a Montecatini ha salvato una storia e una comunità. Non è stato facile. Lo sa bene chi ha tenuto alta la bandiera nelle province.

Errori? Si, ce ne sono stati. Un eccesso di unanimismo che spesso, all’indomani delle elezioni politiche, si è trasformato in divisioni figlie, più che del dissenso, della mancata soddisfazione di legittime ambizioni. Le polemiche generate ci hanno indebolito, senza dubbio. Troppe lotte fratricide nelle regioni, poi, e sempre al tempo del voto regionale. Le difficoltà a dare concretezza sul territorio a iniziative mirate: primarie delle idee e raccolta delle firme su cinque nostre proposte di legge popolare tra il 2008 e il 2010, voto ai sedicenni nei comuni, gioco d’azzardo, pensioni, migranti e altro negli anni successivi. La prova di una comunità che stenta a mobilitarsi, anche per ragioni di età.
C’è chi ritiene sia stato un errore non presentare il nostro simbolo nel 2013. Può darsi.

La verità è che il Pd di Bersani ci negò l’apparentamento (fu dato a Tabacci per formare una coalizione di centro-sinistra). Avremmo dovuto fare di più – avrei dovuto fare di più – sul fronte di un riformismo più radicale, questo si. Si sono invece rivelate chiacchiere senza fondamento le opinioni di chi sosteneva che avrei portato i socialisti nel Pd. La lista ‘Insieme’ è nata proprio per evitare quell’abbraccio e il mantenimento di un’organizzazione autonoma, seppur senza finanziamento pubblico, ha preservato la nostra autonomia.

Resta il fatto che siamo in piedi, unico partito addirittura dell’Ottocento, e che al congresso andremo per aprire un nuovo ciclo. Con le carte in regola: tesseramento iniziato, Mondoperaio, Fondazione Socialismo e Avanti messi al sicuro, bilancio approvato, una linea politica in costruzione, un centinaio di sindaci, alcune centinaia di amministratori locali, un pugno di eletti nelle regioni. Non è poco. Nondimeno è alla politica che bisogna guardare e a tenere unita la comunità socialista.

Eppure, nel dibattito interno leggo solo marginalmente il profilarsi del pericolo di una destra radicale che punta a sostituire la società aperta nata con la costituzione con una società fondata sul nazionalismo etnico. Quello è il fronte su cui dobbiamo impegnarci fino dalle prossime elezioni amministrative ed Europee. Meglio non da soli. Sarà indispensabile coinvolgere sindaci civici, movimenti ed associazioni democratiche e laiche, come stiamo facendo, per fronteggiare un vento che si abbatterà su decine e decine di comuni al voto. Sarà un lungo deserto – il ‘diciannovismo’ non si spazza via con un colpo di spugna – che solo una sinistra profondamente rifondata potrà attraversare. Noi faremo la nostra parte. C’è una condizione, però: uscire dalle diatribe senza politica, dal rancore che la rete alimenta, e dal ‘chi eravamo’. Se si hanno idee, si torni nel partito e le si facciano valere.

Riccardo Nencini

Noi siamo pronti

Leggo in rete la proposta di Bobo Craxi di avviare un percorso di riunificazione del mondo socialista. Per chi ha tenuto in vita, in anni difficili, la comunità socialista senza mai discostarsene, appelli del genere vanno rispettati e valutati con attenzione. Noi stessi, nel maggio scorso, lanciammo un ‘Appello ai Socialisti’ che venne apprezzato pur senza sortire gli effetti desiderati. Si votava in giugno in decine di comuni e solo raramente si passò dalle parole ai fatti. Tenemmo addirittura un paio di incontri pubblici cui, pur invitati, alcuni dei firmatari dell’Appello non parteciparono. Tant’è. Non è mai troppo tardi. A condizione che si rispetti il partito che c’è.

Il presidente ha già convocato il Consiglio Nazionale. È l’organo di partito preposto ad assumere decisioni politiche. I suoi membri sono stati eletti in un congresso straordinario, a Roma, lo scorso anno. Una volta tenuto, chi ha tela tessa. Non ho motivo di fare passi indietro rispetto all’Appello ai Socialisti scritto solo pochi mesi fa con le mie mani, e condiviso con la segreteria. Ho proposto che al congresso possano partecipare anche coloro che, pur non iscritti, intendano riavvicinarsi, singoli o membri di associazioni di cultura socialista. Quanto a discutere guardandoci in faccia, sempre meglio che dialogare on line, eccoci qua. Io sono pronto. Noi siamo pronti.

Riccardo Nencini 

Non c’è da aspettare

È tempo di decisioni importanti. Dobbiamo mettere a frutto il lavoro di questi mesi, le relazioni intrecciate durante FestAvanti 2018, i contatti intrapresi.

La segreteria convocata per la prossima settimana dovrà fissare un percorso preciso: orientamento politico in preparazione delle elezioni amministrative ed europee, iniziative autunnali, chiudere il cerchio sull’incontro tenuto a Caserta alla presenza dei segretari regionali e della segreteria nazionale.

Dall’appello ai Socialisti alle alleanze, da una sottoscrizione straordinaria per tenere viva la nostra comunità al processo di riorganizzazione e rinnovamento: queste sono le scelte che dobbiamo fare. Tutto nelle prossime settimane. Senza aspettare né fantomatici congressi di altri partiti e nemmeno che il sacchetto dei popcorn abbia visto il fondo. 

Riccardo Nencini

Un candidato comune

“Riunire a ottobre tutti coloro che alle prossime elezioni europee intendono costruire un’Europa federata. Queste le conclusioni del segretario de Psi, Riccardo Nencini, alla giornata di chiusura della Festa dell’Avanti a Caserta, rivolgendosi a radicali, movimenti civici, mondo cattolico democratico, Pd. “La scelta del candidato alla presidenza della Commissione Europea – ha aggiunto Nencini- può essere il primo banco di prova: non una decisione presa solo da Pd e PSI in quanto membri del PSE ma un nome individuato da tutta la sinistra riformista; non una scelta fatta dai vertici ma un processo che coinvolga i cittadini con vere e proprie primarie da tenere prima del congresso del PSE a Lisbona nel prossimo dicembre”- ha concluso.

Dichiarazioni contraddittorie che non fanno onore al governo

Genova, nel giorno dei funerali, con il religioso rispetto che si deve alle famiglie sconfitte dalla morte, e alla città ferita. Oriana Fallaci, da par suo, sosteneva che l’oggettività non esiste. Aveva ragione. E però i fatti sono fatti. Duri come pietra. Ho fatto parte del governo sconfitto alle elezioni senza mai occuparmi della delega autostrade, ma conservo memoria di alcuni provvedimenti. E la memoria confligge talvolta con il racconto dei due consoli: Salvini e Di Maio. Partiamo da qui: ad oggi la procura non ha individuato responsabili del crollo del ponte Morandi. Possiamo solo immaginare ma non basta. I fatti.
1. Salvini: le ambulanze pagano il pedaggio. Non è così. Proprio io sottoscrissi un accordo per evitare che le ambulanze di soccorso pagassero il pedaggio autostradale. Basta iscriversi alla piattaforma.
2. Conte: non possiamo aspettare i tempi della giustizia. Detto dal capo del governo, un giurista addirittura, fa un certo effetto. Meglio i processi in piazza, la gogna medievale, la giustizia un tanto al chilo.
3. Di Maio: i governi precedenti hanno favorito i Benetton. È così? Il governo Berlusconi – la Lega ne faceva parte, eccome – non inverte la rotta del governo D’Alema (è quel governo che conclude la privatizzazione delle autostrade). Anzi. Nel 2014 il ministro Lupi inserisce un emendamento nello Sblocca Italia che proroga le concessioni. Due anni dopo – lo ricordo bene perché seguivo per il governo il Codice Appalti – proponiamo, d’accordo con i grillini, l’abolizione della norma. C’è di più: mandiamo a gara l’80% dei lavori di manutenzione riservando all’ in house – impresa figlia di Autostrade – il restante 20%. Una rivoluzione che scatena l’ira dei sindacati e della società. Minaccia di scioperi e di licenziamenti. Sconfitti: si torna al 60/40.
4. Toninelli: la Gronda non è tra le priorità. Lo ha dichiarato il 31 luglio scorso in 8° commissione Senato. Fino a qualche giorno fa potevi leggere sul sito grillino genovese frasi di gaudio sulla magnificenza del ponte Morandi. Cancellate.
Il progetto Gronda è stato oggetto, tra i primi in Italia, di dibattito pubblico, lo strumento inserito da chi scrive nel nuovo codice appalti. L’accordo raggiunto con Bruxelles per realizzare l’opera non è stato reso operativo dall’attuale governo.
5. Di Maio, a poche ore dalla tragedia: revocare le concessioni a società autostrade. Operazione fattibile, la convenzione lo consente, ma mi domando: era opportuno dichiararlo prima di aver accertato le colpe, prima di ogni verifica giuridica, prima di aver trattato l’eventuale ricostruzione del ponte, tanto da innestare un balletto di dichiarazioni contraddittorie che non fa onore al governo?
6. L’urgenza sono le famiglie delle abitazioni a rischio e il sistema Genova, mettere in sicurezza e non provocare ulteriore disagio all’economia della città, dunque problemi per l’occupazione. Urge un piano. Di cui ancora non si parla.
7. Cosa si aspetta a convocare i vertici di Società Autostrade? Sono loro i concessionari. O ci si parla tramite TV?
8. Ma la priorità sono le famiglie che hanno perso i loro cari. Devono sapere, presto, dove si nascondono le responsabilità. Chi risarcirà le vittime, intanto. Sono stupito della scarsa sensibilità dimostrata da Autostrade di fronte alla tragedia. In questi casi è il capo che deve metterci la faccia non un alto dirigente. E la puntualizzazione sui denari da rimborsare in caso di revoca delle concessioni proprio non ci stava. Al dolore non si contrappone una manciata di quattrini. Resta il fatto che chi sbaglia paga. Resta il fatto che le istituzioni non possono comportarsi come gli avventori del bar sport. Resta il fatto, l’ho scritto due giorni fa, che sarebbe meglio che il governo venisse in parlamento a riferire. Ora!”.

Riccardo Nencini

Il cane è vivo

Non sarà facile ma non è impossibile. Il governo Conte – intendo l’alleanza tra Salvini e Di Maio – cercherà di cancellare il confine politico destra/sinistra. Lo ritengono un cane morto, un residuo del vecchio secolo da cui liberarsi in fretta. I tre hanno promesso una ‘politica del fare’ fondata sui bisogni del popolo, una trasposizione nel nostro tempo degli slogan della Francia della rivoluzione. Nulla di buono.

E però, se è complicato inserire i Grillini nelle categorie tradizionali, non c’è dubbio che la Lega, per sua stessa ammissione, per alleanze, per collocazione nello scenario europeo, sia un movimento di destra e dei più estremi. Ostenta una pancia razzista e non se ne lamenta, propone una riforma fiscale che avvantaggia i più ricchi, è giustizialista. Resta il fatto che il crinale destra/sinistra va ripensato. Profondamente ripensato. Qui e in Europa. Migrazioni e globalizzazione hanno fatto affiorare nuovi problemi che con la consuetudine non possono essere affrontati. La sinistra è ovunque in crisi, arranca attorno a basse percentuali elettorali, rispetto ai grandi temi che travagliano le famiglie è afona. Resto al mio paese. In Parlamento ci sono due opposizioni – una di sinistra, l’altra di centro destra – ma nessuna delle due costituisce ad oggi un’alternativa credibile. A me sta a cuore la prima. E sono preoccupato.

C’è chi ritiene che “ha da passa’ a nottata”, tanto prima o poi l’alleanza esplode. Non può durare un governo che trasporta a Palazzo Chigi un protagonista del Grande
Fratello con un Presidente del Consiglio che prende ordini da Di Maio. Non sarà così. L’alleanza ha una sua solidità, poggia sul ‘Vaffa..’ grillino, si allargherà a comuni e regioni prossimamente al voto. Spero di sbagliarmi. Voglio dire che è un errore aspettare, urge organizzarsi.

L’Alleanza per la Repubblica che i socialisti hanno proposto intende creare un largo fronte riformista che ridisegni la cornice in cui la sinistra italiana si muove. E nel ridisegnarla non si può partire che dai due pilastri su cui si fonda il socialismo: eguaglianza e libertà. Le carte si possono mescolare come volete ma da qui la sinistra deve passare. Il punto non è rinunciare a una collocazione politica ma ridefinirne i contenuti.

Un paio di esempi. Da oltre un secolo chi pensa alla sinistra pensa alla classe operaia, considerata il lato debole della società. Non è più così. Le fragilità crescono tra i laureati che si arrabattano alla ricerca di lavoro, tra gli esodati cinquantenni, tra i pensionati al minimo, tra professionisti e divorziati maschi. Tra i giovani e i giovanissimi dal futuro incerto. Di loro, soprattutto di loro, la politica deve occuparsi. C’è di più. La chiusura dentro i confini nazionali è destinata a provocare conseguenze deleterie. Senza un’Europa forte, nella globalizzazione scompariamo. Meno investimenti, insufficiente ruolo nelle relazioni internazionali, meno lavoro. E però il problema esiste. Già. Come tutelare una tradizione di comunità, come non essere spazzati via da una modernità che spesso non comprendi, come dare voce a spaesati e naufraghi senza che la nostalgia approdi al rancore e alla rabbia. Abbandonare la strategia degli ipermercati e tutelare il piccolo negozio di paese è utile? Proteggere la piccola impresa è utile? Conferire il voto amministrativo ai sedicenni per legarli di più e meglio alle comunità locali e avviare un percorso civico è utile? Penso sia necessario.

Abbiamo sbagliato a confidare nell’idea di un progresso perpetuo dimenticando chi restava indietro. Non solo per ragioni economiche, per cultura.
Da qui bisogna ripartire. Presto.

Riccardo Nencini

Mattarella non è Facta

Va sgombrato subito il campo da una menzogna: Mattarella non ha detto ‘no’ al governo Conte, ha suggerito di indicare Giorgetti, braccio destro di Salvini, al Ministero dell’Economia. Il braccio destro, non uno qualsiasi. Del resto, in passato altri Presidenti della Repubblica avevano esercitato il loro mandato costituzionale rispetto alla scelta di alcuni ministri. E i governi erano nati comunque. Che Lega e grillini si siano mossi da tempo lungo un crinale di offesa della costituzione è un fatto. Reputano le procedure parlamentari un accidente, una perdita di tempo, e interpretano il ruolo del Capo dello Stato come fosse un inserviente al servizio dei partiti. L’ho già detto: al di là delle differenze programmatiche, il cemento che unisce Salvini e Di Maio è l’essere profondamente antisistema, populisti senza altri aggettivi, intrisi di quello spirito ‘diciannovista’ che provocò il crollo dello stato liberale per sostituirlo con l’uomo solo al comando. Non vanno fatti gli errori di allora. La sinistra e i democratici di ogni sorta non devono fare gli errori di allora. Se la protervia e l’interesse dei singoli avessero la meglio, l’architrave che ha reso l’Italia più libera e civile cederebbe, oberata dal debito pubblico, isolata nel cuore dell’Europa, logorata da un ribellismo senza meta.

Capisco. La pancia del ceto medio ribolle e la povertà non fa sconti. Comprendo la delusione, la paura, l’incertezza di ampie fasce di italiani, ma la soluzione non è- non è mai stata – affidarsi a chi la spara più grossa.

Nessuno ricorderà il programma steso da Salvini e Di Maio: vacuo, contraddittorio, carente di scadenze e fondi di bilancio per coprire le spese. Presto nessuno ricorderà nemmeno il professor Conte. I più ricorderanno di questa crisi lo scontro istituzionale tra il Quirinale e il leader della Lega. È tempo di richiamare al l’unità i riformisti di ogni colore. I socialisti stanno dalla parte di Mattarella e delle istituzioni repubblicane.

Riccardo Nencini

La profezia

Lo confesso. Ha ragione Montesquieu: gli uomini sono sempre mossi dalle stesse passioni. Gli effetti devastanti prodotti un tempo dalle guerre oggi sono figli della crisi economica e del tramonto di un lungo ciclo di benessere diffuso. La reazione non cambia.

L’Italia ha vissuto due fasi recessive profonde: 2008/9 e 2012/13. I dati sono impressionanti: Pil calato di 10 punti rispetto al 2007, crollo degli investimenti di circa 1.000 miliardi, flessione dei consumi e dell’occupazione, forbice allargata tra nord e mezzogiorno, giovani sottoposti alle conseguenze peggiori. Dall’inizio della crisi il numero delle famiglie in stato di povertà è raddoppiato (oltre 5 milioni di persone nel 2017), la spesa pubblica è stata ridotta, proprio come il potere d’acquisto. Il tempo medio di lavoro è diminuito, aumenta il lavoro irregolare, crescono nuove forme di occupazione ma a bassa remunerazione. Le imprese che sono uscite per prime dall’emergenza sono quelle che esportano, con un ma: sono poco più di 190.000, solo il 4.6% del totale, e in 12.000 detengono i tre quarti dell’export. È l’immagine delle macerie provocate da una guerra. Su diversi fronti il governo ha fatto un buon lavoro, il segno ‘piu’ è tornato in evidenza dal 2014, eppure ancora troppo flebile per essere percepito dalle famiglie, troppo ambiguo per restituire fiducia nel domani.

La ripresa, insomma, c’è, si consolida, sostiene l’ISTAT, ma le fasce deboli aumentano e soprattutto alligna ovunque una disparità che sfocia nella più acuta e intollerabile delle disuguaglianze. La pelle del ceto medio – colonna vertebrale della penisola – è stata strappata a brandelli dalla crisi. Il futuro si è fatto incerto, la paura di non farcela domina. È un fantasma che ti insegue come fosse la tua ombra. C’è di più. Non riconosci il mondo in cui vivi. La rivoluzione tecnologica ti ha spiazzato, il linguaggio di tuo figlio ti è ignoto, la società di mezzo nella quale trovavi rifugio scomparsa.

Di chi la colpa? Facile. Della politica, responsabile di tutto. Troppe chiacchiere in Parlamento, troppi soldi spesi per la casta. Meglio confidare in chi offre risposte decisive, secche, senza patteggiamenti: uomini del destino, movimenti antisistema.

È la fotografia di questa Italia, nutrita dagli stessi sentimenti che si agitavano all’indomani della guerra italo-austriaca. Il Novecento inizia nel 1919, non prima. Allora furono gli agrari ad armare la mano dei fascisti ma il motore dello scontento lo accese il ceto medio artigiano e impiegatizio tradito dalla vittoria mutilata e soprattutto dalla perdita di ruolo sociale, furono la maggioranza massimalista che isolò Turati e la nascita del PCd’I a rendere profonda la frattura nel sistema liberale senza saper offrire soluzioni alternative che non fossero sterili parole d’ordine rivoluzionarie.

Il piccolo borghese tornato dal fronte ha visto sfumare il suo ancoraggio all’universo delle consuetudini, teme per il suo status, incalzato da mezzadri e braccianti organizzati che conquistano le otto ore di lavoro e accordi più favorevoli di un tempo, lotta contro l’inflazione che gli dimezza lo stipendio, viene offeso e vilipeso da sindaci ‘rossi’ che isolano i reduci. Ai fanti contadini erano stati promessi ‘pane e terra’ e ad aspettarli troveranno la miseria nera.

La pancia è la stessa, i sentimenti i medesimi. Ribellarsi, distruggere lo status quo. Il manganello è stato affidato a Salvini, l’olio di ricino consegnato a Di Maio. Metaforici quanto ti pare, vivaddio differenti da quelli in auge tra il 1919 e il 1924, eppure la sostanza non cambia. L’urlo non cambia: mandateli a casa! Che poi la democrazia parlamentare ne soffra, chi se ne frega; che l’antieuropeismo e la minaccia di uscire dall’euro provochino danni, chi se ne frega; che l’antipartitismo approdi a forme grezze di microdittatura del capo, chi se ne frega; che la risposta al nodo ‘sicurezza’ si sviluppi lungo crinali ai confini col diritto, chi se ne frega. Avranno pure programmi diversi, rappresenteranno pure pezzi d’Italia con interessi non compatibili.

Chi se ne frega. Resta il fatto che il cemento, il mastice è nell’essere entrambi, e intimamente, antisistema. Vivono di una massiccia propaganda condita di slogan rivoluzionari, mangiano allo stesso modo, respirano allo stesso modo, rifuggono l’intermediazione, uno sfoggiando la cravatta, l’altro la felpa. Il motto è ‘fanculo’ al sistema, la ruspa il gonfalone. La loro alleanza non è tattica, non può essere l’accordo di un giorno. È strategica. Se Salvini avesse voluto giocare una partita tradizionale, non avrebbe rotto il centro-destra quando avrebbe potuto, in tempi brevi, dominarlo. Salvini vuol liberarsi degli alleati. Lo farà lentamente e dopo aver stabilizzato il governo. Meglio tenersi aperta una via di fuga, non si sa mai… Siccome la scommessa consolare investe il futuro, Lega e Grillini sono destinati a non farsi la guerra nei comuni e nelle regioni al voto. La Basilicata arriva troppo presto, a novembre, ma sarà interessante osservare il turno amministrativo del 2019. L’esperimento ha bisogno di stabilità per riuscire. Intanto, che la sinistra non perda più tempo.

Riccardo Nencini

Di Maio uno sgrammaticato, Craxi uno statista

Una battuta infelice. Una caduta di stile. Sbagliata. Insopportabile. Peggio: un confronto insostenibile. Tra Craxi e Di Maio non c’è possibilità di paragone. Non tra uno sgrammaticato e uno statista. Ci sono state le scuse pubbliche da parte di Renzi e ancora non basta. Dovrebbe ricordare agli italiani – e ne avrà l’occasione – che la sinistra riformista che guardava al futuro nacque negli anni Ottanta, che quella lezione venne ripresa da Blair e dalla socialdemocrazia tedesca, che l’Italia nel quadriennio 1983/87 era la quinta potenza mondiale e godeva di un’autorevolezza formidabile nel mondo, che nei libri di storia si entra non per la cronaca spicciola ma per le decisioni che si prendono, per le scelte che si compiono per rendere più grande una nazione. La tua.
L’irrisione non fa il paio con la figura del leader. Chiedi ai tedeschi con quanto rispetto trattano la figura di Khol. E non si inventano nulla.

Riccardo Nencini