Vitalizi? Attenti al pacco

Oggi la Camera discuterà la nuova proposta sui ‘vitalizi’, un combinato disposto spinto dai grillini e redatto dall’On. Richetti. Bene. Attenti al pacco.

Che la materia debba essere trattata non c’è dubbio. Quando si chiedono sacrifici agli italiani, i primi a dare l’esempio devono essere i rappresentanti delle istituzioni. In apertura della legislatura furono proprio i socialisti a presentare disegni di legge per innalzare le pensioni minime, tagliare le pensioni eccessivamente alte cui non corrispondeva il versamento di uguali contributi, rivedere il sistema dei vitalizi in alcune regioni. Il problema è come. La proposta che approda all’aula ha tutta l’aria di essere incostituzionale. Il vice ministro Morando l’ha fatto intendere chiaramente e con lui un pugno di qualificati giuristi.

Lo dico in chiaro: una cosa è una proposta che fa scalpore, applausi a scena aperta ma inapplicabile, altra cosa un proposta meno roboante ma concreta, immediatamente realizzabile con risparmio per l’erario pubblico e un forte segnale in tema di giustizia sociale. Nella rincorsa a chi la spara più grossa, noi stiamo dalla parte di una riforma seria e realistica. Non vogliamo che i cittadini gioiscano per poi essere traditi.
I punti sono essenzialmente due. Primo: chi gode di un vitalizio alto – vitalizio non giustificato dai versamenti effettuati – venga soggetto a un crescente ‘contributo di solidarietà’. Secondo: mettere ordine nei vitalizi regionali. Le regioni governano la materia in piena autonomia. C’è chi ha abrogato i vitalizi quando si sommano a quelli parlamentari – la Toscana – c’è chi li percepisce a 55 anni, chi a 60 e chi a 65, c’è chi gode di trattamenti davvero troppo privilegiati. Insomma, alla stessa attività istituzionale corrispondono situazioni incredibilmente differenti. Urge un tavolo Governo-Conferenza delle Regioni per riformare la materia. Mi aspetto che il presidente Bonaccini assuma l’iniziativa.

Queste le nostre indicazioni. Ce ne sono altre in grado di sortire effetti certi? Vediamole.
Qualche anno fa, fui il primo (e unico) deputato a rinunciare al doppio stipendio. Si trattò di una scelta individuale cui seguì una legge. Non è più tempo di scelte singole. Sono importanti ma serve dell’altro. Ciò che serve è una norma giusta sulla scia delle riforme già eseguite. Ripeto: norme che non incorrano nella tagliola della Corte. Norme che entrino in vigore, non per farsi belli sotto il solleone. Perché non c’è proprio bisogno di trasformarsi in tanti Bertoldo. Ricordi? Doveva essere impiccato ma non trovava l’albero.

Riccardo Nencini

Il nodo

C’è un pessimo clima intorno a noi. Piccoli e durevoli segnali di ripresa economica ancora non si percepiscono tra le famiglie italiane in difficoltà. Paura e insicurezza restano sentimenti diffusi. Trattare il tema ‘ius soli’ senza tenerne conto sarebbe un errore grave. La proposta è giusta e va approvata ma non può essere votata come fosse un’imposizione contro i cittadini.

Suggerisco di calendarizzarla in settembre, alla ripresa dei lavori, e di collegarla a tre misure da assumere contestualmente: chiunque risiede in Italia giuri sulla nostra Costituzione e dunque rinunci a vivere secondo tradizioni in conflitto con i diritti fondamentali delle persone; i profughi svolgano lavori socialmente utili per la comunità che li ospita; si dia un segnale certo della volontà di separare i profughi dai migranti economici.

Insomma, abbiamo il dovere di spiegare bene agli italiani ciò che intendiamo fare senza dimenticare chi siamo.

Riccardo Nencini

Lettera di un trifoglio a una mangrovia

Capisco il segretario del Pd, eletto trionfalmente solo poche settimane fa, quando dichiara di essere contrario a caminetti, riunioni chilometriche sul nulla e dintorni. Lo capisco. Ma si tratta di un nodo che riguarda soprattutto il suo partito. Un nodo che lui deve sciogliere, non altri. Di certo non riguarda i partiti che con il Pd hanno governato l’Italia in questi anni. A proposito di partiti, conviene sottolineare una questione, in conflitto con la vulgata popolare ma non per questo meno vera: non sono i piccoli partiti a generare conflitti nelle istituzioni, a provocare il crollo dei governi. Insomma, non esistono oggi esempi simili al passato recente, quando Bertinotti e Mastella – oppure la Lega di Bossi – decidevano la vita o la morte dell’Esecutivo.

Ecco un paio di casi in controtendenza. Il primo. Il Governo Renzi ha ballato spesso nelle aule parlamentari ma sempre a causa delle divisioni nei gruppi del Pd, in particolare al senato. Rileggerai i verbali. Alternativa Popolare e PSI hanno presentato emendamenti su legge elettorale, riforma costituzionale, riforma della scuola e della pubblica amministrazione, unioni civili e altro ancora, eppure mai hanno minacciato la caduta del Governo, nemmeno quando i loro voti, prima della nascita di Ala, erano determinanti. Le ferite apertesi nel Pd tra il 2013 e l’inizio del 2014 non si sono mai richiuse, anzi, e hanno generato ulteriori fibrillazioni, profonde lacerazioni.

Il secondo caso riguarda le elezioni amministrative. L’unico partito a vocazione maggioritaria è stato quello del sindaco Orlando, eletto al primo turno grazie a un minestrone di liste civiche su cui svettava l’immortale primo cittadino. Salvo in rarissimi casi, i pochi vinti dai grillini senza il concorso di alcuna alleanza, il centro destra prevale quando si presenta unito rispolverando il vecchio PdL. Nel centro sinistra, invece? Alternativa Popolare ha fatto alleanze nei due campi, ora qui ora la’. Campo Progressista non si è presentato. MdP era presente appena in una quindicina di comuni. Sinistra Italiana correva pressoché ovunque in opposizione ai candidati della sinistra. L’asse riformista del primo turno è stato retto da Pd PSI e liste civiche, insomma dalle forze che si riconoscono nel PSE. Basta. Al secondo turno non è andata meglio, Toscana docet.

Non si tratta di rifondare l’Unione, Dio me ne guardi. Sarebbe un errore mettere assieme partiti litigiosi e con programmi alternativi. Esperienza da non ripetere. La strada maestra è un’altra: a partire dalle città in cui governeremo, superare i troppi monocolori Pd e coinvolgere l’intera area riformista per farne un laboratorio politico per il futuro; riunire qui, ora e subito, gli stati generali della sinistra riformista per scrivere il Patto con gli Italiani. Insomma, dotarsi di una bussola per leggere un tempo nuovo e riunire le forze per governarlo. Ma bisogna che la mangrovia non faccia solo la mangrovia.

Riccardo Nencini

Lo spazio socialista
e le scadenze all’orizzonte

Anna Falcone al Brancaccio: ‘Pisapia? La sua candidatura è più un’operazione mediatica che democratica’.
Ciccio Ferrara: ‘Al Brancaccio si riunisce la sinistra che da decenni non si pone la prospettiva di governo’.
Aggiungo: MdP in piazza con la Cgil contro i mini contratti e contro il PD e il suo segretario, Bobo Craxi, in solitudine, che inneggia alla nascita di una forza nuova con i fuoriusciti dal PD, la vecchia SEL su posizioni radicali.

Insomma, tanta confusione, il che equivale a tanta tela da tessere.
Da tempo diciamo che la sinistra riformista, a partire da quella che aderisce al PSE, deve muoversi compatta, che deve aprirsi a radicali, a Pisapia, alle liste civiche democratiche, che la legge elettorale più adeguata deve avere un impianto maggioritario. Siano gli italiani a scegliere tra progetti alternativi di governo.

Il buon risultato alle amministrative e la forte partecipazione alle Primarie delle Idee danno dignità al partito e allargano lo spazio socialista nelle scadenze all’orizzonte.

Due questioni su tutte.
Pisapia dovrà giocare bene le sue carte. Si era opposto con decisione a raggruppamenti indistinti. Non dubito che confermerà il 1 luglio questo orientamento. C’è bisogno di unire gli uguali, non di cucinare minestroni.
Il PD sembra aver rinunciato alla logica del partito a vocazione maggioritaria. Finalmente prende atto della realtà italiana: la coalizione è la strada maestra.

Con un’attenzione particolare ai ballottaggi di domenica prossima. In troppe città il PD si è presentato diviso al primo turno. Pistoia, Spezia, Carrara, e ricordo solo le città principali. C’è poco tempo per ricucire, ma i giorni che mancano al voto vanno spesi proprio per non lasciare nulla di intentato.

I mesi decisivi saranno quelli estivi. Quel che serve è un Patto per l’Italia con il lavoro e un’altra Europa al primo posto. Basta ‘cinguettii’. Un programma!

Riccardo Nencini

L’Italia dei Comuni

Colgo quattro fattori nel voto amministrativo: una scarsa partecipazione, il crollo verticale dei grillini, l’esplosione delle liste civiche (almeno il 70% delle liste presentate), la vittoria delle coalizioni. Con una particolarità: il centro- destra va al ballottaggio quando è unito, il centro-sinistra, salvo casi rarissimi, porta al ballottaggio i suoi candidati grazie all’alleanza tra PD, PSI, liste civiche, avendo MdP presentato proprie liste solo in pochissimi comuni ed essendo del tutto assente Campo Progressista.

Nei comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti, il voto socialista è articolato. Buono al Sud (Campania, Puglia, Calabria, Sicilia), in Umbria, a Carrara, Pistoia, Rieti, Frosinone. A l’Aquila, le due liste socialiste si attestano oltre il 6%. Non sono rari i comuni dove è stato ripresentato dopo lunghi anni il simbolo di partito con risultati che fanno ben sperare. Sottolineo un aspetto. Le civiche, ovunque nettamente prevalenti, hanno eroso consensi a tutti i partiti, noi compresi.

Nelle Marche, da Iesi a Fabriano a Civitanova e in Abruzzo sulla fascia adriatica, i socialisti hanno contribuito alla costruzione di liste civiche con risultati dignitosi. A Genova avevamo un nostro candidato a sindaco (2% dei voti), a Spezia portiamo al ballottaggio un candidato socialista.

È il nord il vero problema, dal 1993.

È apprezzabile lo sforzo delle compagne e dei compagni. Liste socialiste tornano in grossi comuni, a Padova e a Grugliasco (1.5%), a Desenzano e nel Milanese. Partivamo da zero. Non è poco. Quassù la strada è ancora lunga e accidentata, per noi e per l’intero centro-sinistra.
Nei comuni più piccoli, eleggiamo nostri rappresentati in liste di coalizione. Sconfitti con onore i candidati socialisti a sindaco di Marcon e Aulla (contro il PD), intanto eleggiamo nostri sindaci a Campegine, la città dei fratelli Cervi, ed a Rivamonte Agordino, nel Bellunese.

Non stappo bottiglie di champagne, ma dell’ottimo Lambrusco si. Del resto, mi giro intorno e, salvo un PD grande ma non più grandissimo, a sinistra non vedo granché. Una buona ragione per chiudere in fretta la stagione dei congressi provinciali e regionali, per proseguire con determinazione nel rinnovamento del partito, per dedicarsi con ottimismo ai prossimi appuntamenti politici a partire dalle Primarie delle Idee di domenica 18 giugno. Insomma, per parlare agli italiani. Con una riflessione: si vince con coalizioni coese e con un progetto di governo. È vero, senza PD non c’è centro- sinistra, ma nemmeno con il solo PD c’è il centro-sinistra.

Riccardo Nencini

Il cecchino e il velociraptor

Meno male che sono i piccoli partiti a mettere in crisi la democrazia parlamentare. Il solito luogo comune.

La legge elettorale è stata abbattuta, e non c’è da stracciarsi le vesti, da un giudizio e da un pregiudizio: i grandi partiti non tengono più, i loro gruppi parlamentari sono organizzati per circoli, nel voto segreto l’interesse di corrente o del singolo o di altre consorterie prevale; il pregiudizio dei grillini è apparso evidente fino da mercoledì quando si trattava di rispettare il ‘patto a quattro’ e quindi entrare a pieno titolo nella casta. Non ce l’hanno fatta. Resteranno un partito di protesta e basta.

Siccome il cecchino organizzato e il pregiudizio hanno ammazzato la riforma più veloce mai pensata – peggio del velociraptor in Jurassic Park – ora si aprirà, lo spero, uno scenario del tutto diverso.
Riepilogo la posizione del partito: legge elettorale di tipo maggioritario, accordo dentro la maggioranza che sostiene il governo per poi discutere con le altre forze parlamentari, coalizione di centro-sinistra da presentare agli elettori. Si è imboccata un’altra strada. Noi abbiamo mantenuto fino all’ultimo i nostri emendamenti, a cominciare dallo sbarramento al 3%. Poi tutto è precipitato e, come nel gioco dell’oca, si torna alla casella di partenza con i protagonisti del patto più deboli e divisi.

Intanto bisogna che la polvere si posi ma due suggerimenti si possono dare. Gratuitamente. Uno. La legge elettorale serve comunque. Tornerei a un’impostazione maggioritaria e all’idea, indispensabile, di una coalizione coesa che stringa un patto con gli elettori. L’ipotesi maggioritaria ha i numeri alla Camera, da verificare al Senato, ma la politica serve proprio a questo. A tessere.

Due. È un errore fare il vuoto a sinistra. Cucire e recuperare quell’area riformista che fa capo a Pisapia, alle liste civiche, ai radicali, agli ambientalisti. Insomma, il lavoro politico che stiamo facendo da un pezzo. Piaccia o no a Renzi, partiti a vocazione maggioritaria in Italia non esistono dal tempo di De Gasperi.

Riccardo Nencini

Tutto cambia

Non è il migliore dei mondi possibili. Addirittura, dopo il risultato nel referendum del 4 dicembre e i tagli imposti alla legge elettorale dalla Corte, è tramontato lo scenario di un bipolarismo di tipo tradizionale. Intendiamoci bene: la presenza stabile di tre blocchi ne aveva già logorate le basi. Chi non crede, si rilegga i risultati delle politiche 2013. Inutile girarci attorno. Salvo terremoti, la legge elettorale c’è già. Non è quella che avremmo voluto. Meglio, molto meglio un sistema di tipo maggioritario con piccolo premio di maggioranza. È stata per mesi la nostra proposta, per un momento è sembrata prevalere, ma i numeri al Senato – con il no espresso da Alfano – non c’erano. Abbiamo suggerito di portare lo sbarramento al 3%. Prima ancora che a vantaggio dei piccoli partiti, per favorire nel dopovoto la nascita di una coalizione riformista tra PD, sinistra del dialogo e cattolici democratici.

Nessuno potrebbe escludere, oggi, di vederla realizzata. Vedremo a giorni se l’emendamento socialista avrà fortuna. Sta di fatto che il via libera al 5% dato da Sinistra Italiana e da Mdp taglia il ramo su cui Pisapia era seduto. La sua sinistra, niente affatto lontana dalla nostra, rischia di essere prigioniera di un radicalismo ‘arcobaleno’ e dei veti imposti da D’Alema. Noi abbiamo la forza per difendere le buone ragioni del riformismo al governo ma non abbiamo i parlamentari per rovesciare l’accordo sulla legge elettorale che si profila.

Il ‘Foglio’ lo ha definito Salvillo, io governo grigio-verde. Non è fantapolitica. Non va escluso che prenda vita un esecutivo tra Grillo e Salvini all’indomani del voto. Non viviamo tempi molto diversi da stagioni già vissute in passato. Paura, insicurezza, fragilità economica del ceto medio inducono migliaia di famiglie a reagire affidandosi alla protesta, alle soluzioni radicali, ad affondare quel poco di europeismo che è rimasto. Attorno a noi gli esempi non mancano. Per questo urge una sinistra che ti protegge, che sposi senza tentennamenti i temi della sicurezza, che affronti con decisione il nodo dei migranti, che protegga il Made in Italy. Insomma le questioni che abbiamo sottoposto all’attenzione degli italiani con le Primarie delle Idee in corso in queste ore.

La priorità non è fissare la data delle elezioni ma stabilire quale legge di bilancio si profila e con quale progetto ci presentiamo agli italiani, quale ‘patto’ stringiamo con gli italiani. Questo va fatto prima dell’estate.

L’idea che Salvini e Grillo hanno dell’Italia non è la nostra. È un’idea da combattere senza tentennamenti. Troppo chiusa in se stessa, lontana dal futuro, demagogica e parolaia. La nuova frontiera è tra inclusi e esclusi, tra chi vuole trascinarci fuori dall’Europa e chi invece lavora per un’altra Europa. Tra chi inneggia all’autosufficienza come Mussolini all’autarchia e chi vorrebbe un’Italia più autorevole in un’Europa più competitiva.

Il PD è il partito che porta la responsabilità più grande. Non tutto ci convince. La polemica scatenata contro i piccoli partiti nasconde un’altra verità: sono state le divisioni dentro il PD a provocare le maggiori difficoltà nei governi di questa legislatura. Dal divorzio breve alle unioni di fatto, dalla legalizzazione della cannabis alle riforme istituzionali fino a provvedimenti economici. Quelle stesse divisioni che si sono manifestate in decine di comuni al voto la prossima settimana. Quasi ovunque la sinistra riformista è rappresentata da PD, PSI e liste civiche – non esiste Campo Progressista e rara è la presenza di liste bersaniane -, spesso le liste che si richiamano al PD sono almeno due. La tirata contro i ‘piccoli’ è servita a coprire le magagne interne.

Mi rivolgo ai socialisti. Alla scadenza elettorale dovremo arrivare uniti e con un bagaglio di consensi che le amministrative di giugno confermeranno dignitoso e decisivo per consentire alla sinistra di vincere in molti municipi. Dalle Primarie delle Idee trarremo il convincimento per imporre le nostre priorità programmatiche.

Il confronto col PD partirà da qui. La forza del territorio, la qualità delle nostre idee.

Riccardo Nencini

Senza pudore

Aveva ragione Virgilio: per godere della gloria bisogna essere morti. La riprova? Giovanni Falcone. Nessuno più di lui ha inferto colpi letali alla mafia; nessuno più di lui è’ stato tanto vituperato, offeso e vilipeso a cominciare dai suoi colleghi. Nessuna opinione personale. Solo fatti. Lo ha detto Ilda Boccassini: l’uomo più sconfitto d’Italia. È proprio così. Nessun obiettivo raggiunto. Eppure Giovanni si era posto mete adeguate al suo curriculum. Era considerato il migliore. Nel mondo era considerato il primo tra i primi. Temo che quella ‘considerazione’ abbia scatenato invidie sufficienti a provocare il suo isolamento, a generare una conventio ad excludendum che si rivelò formidabile nella sua efficacia. Temo infine che vi fossero cause che andavano ben oltre il sentimento dell’invidia. La politica? Sì, la politica, soprattutto dopo il suo ingresso al Ministero di Grazia e Giustizia.

L’oggi non è affatto migliore. File e file di estimatori in lacrime, affranti. Volti sinceri. Tuttavia, frugando dentro la fila, t’imbatti anche nei nemici di Giovanni. Sperano sempre che nella memoria collettiva si sia aperta una voragine, che gli italiani abbiano dimenticato cosa sostenevano allora, pronti come sono a saltare una seconda volta sul carro dei vincitori. Già, perché alla fine degli anni ’80, attaccare Falconeti consentiva l’accesso alla buona stampa – non tutta, naturalmente – e ai salotti televisivi dove spesso Falcone faceva da bersaglio. Si può piangere un morto senza modificare il giudizio sul suo operato. Ma se cambi quel giudizio, hai il dovere di motivarlo. Lo ripeto. Non si deve essere sorpresi da chi cambia idea. Ma chi cambia idea deve dire le ragioni del cambiamento, spiegare perché. Si chiama etica della responsabilità o, se vuoi, educazione, moralità. La chiediamo ai nostri figli quando proviamo a educarli con le migliori intenzioni, figurati se non dobbiamo pretenderlo da chi porta responsabilità pubbliche. Troppo facile tacere.

Ecco, il modo migliore per celebrare il ricordo è gridare alto e forte: perché ieri attaccavi Falcone e oggi lo piangi? Perché?

Riccardo Nencini

L’asse delle alleanze a sinistra

Era del tutto evidente che la presentazione delle liste per le elezioni amministrative riservasse sorprese. L’11 giugno si vota in 25 comuni capoluogo e in 160 comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti. Poi, una miriade – oltre 800 – di piccoli comuni.

1. Le liste civiche superano il 65% delle liste presentate. Una percentuale superiore all’ultimo turno amministrativo. Due conferme: lo spazio dei partiti si riduce; larga parte delle forze presenti in parlamento non è presente sul territorio.

2. Articolo 1/Mdp è presente in pochissimi municipi; le liste che si richiamano a Pisapia pressoché assenti.

3. I sondaggi tacciono ma liste socialiste sono state presentate nella metà dei capoluoghi (da Carrara a Frosinone, da Rieti a Catanzaro a Taranto…) e in un quinto dei comuni superiori ai 15.000 abitanti. Altrove, candidati socialisti in liste civiche. Solo in cinque comuni – tutti al nord – nostri candidati in liste del PD.
I candidati sindaci socialisti sono sette.

4. L’asse delle alleanze a sinistra si fonda sul rapporto PD/PSI cui di volta in volta si associano liste civiche e/o partiti della sinistra radicale. Più rara la presenza in coalizione di Alternativa Popolare.

Morale: un cosa sono i sondaggi virtuali, altro la presenza in carne e ossa. E i voti contati nelle urne.

Riccardo Nencini

La frontiera d’Europa

Con Brexit alle spalle, la Francia è la frontiera dell’Europa. Il voto delle presidenziali avrà un doppio effetto: decidere chi governerà la Francia, stabilire se l’Europa dell’Unione dovrà o meno vivere. Diciamolo in chiaro: senza l’Unione, l’Europa non esiste. Nella globalizzazione e al tempo della rivoluzione tecnologica soltanto solide piattaforme istituzionali ed economiche possono incidere sui destini del mondo. Senza l’Unione, l’Europa verrebbe spinta ai margini, relegata al ruolo di ancella. Niente più. Eppure, con questa Unione Europea, sedersi al tavolo dei Grandi è impossibile. Tenere in vita la cornice per cambiarla in profondità, questa deve essere la meta. Se vince la Le Pen, le spinte antieuropeiste prenderanno vigore anche in Italia. Ritorno alla lira, fuoriuscita dalle alleanze internazionali, superamento di Schengen – con grave danno per il nostro portafoglio e per la nostra economia – occuperanno il centro del dibattito. Scelte vendute come salvifiche e invece partoriranno solo disperazione.

Prima del ballottaggio francese tocca a socialisti e democratici europei farsi pionieri di un’altra Europa. Prevedere la revisione dei Trattati di Maastricht per favorire investimenti e Eurobond, lanciare l’elezione diretta dei vertici dell’U.E., gettare in un cestino il Trattato di Dublino per organizzare diversamente accoglienza e rimpatrio, dotarsi di un unico ministro del Tesoro e di politiche fiscali condivise. Insomma, o si torna a essere pionieri di una missione ideale o sarà il Pacifico la scacchiera del nuovo ordine mondiale. Ascoltami bene: nemmeno la grande Germania reggerà l’urto delle superpotenze. Figuriamoci il ‘sovranismo’ promesso da Salvini e dintorni.

Riccardo Nencini

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