Sciopero medici, adesione dell’80% e stop a interventi

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Manifestazioni e sit-in in tutta Italia per dire “basta” al “sottofinanziamento” della Sanità pubblica e per chiedere nuove assunzioni ed il rinnovo del contratto scaduto ormai da otto anni. Medici e veterinari italiani hanno oggi incrociato le braccia, intimando al governo di “cambiare rotta”: uno sciopero nazionale che ha raggiunto un’adesione oltre le aspettative degli stessi sindacati promotori, con punte dell’80%, mentre negli ospedali sono saltati circa 40mila interventi chirurgici programmati e migliaia di visite specialistiche. La Sanità pubblica “è in piena emergenza”, afferma il segretario nazionale del maggiore dei sindacati dei medici dirigenti, l’Anaao-Assomed, Costantino Toise, sottolineando il “grande successo” dello sciopero e ribadendo il ‘no’ della categoria a “condizioni di lavoro non più accettabili”.

Il blocco per una giornata di “40.000 interventi chirurgici non urgenti e di centinaia di migliaia di visite specialistiche ed esami, per quanto fonte di disagio per i cittadini – evidenzia – è servito per cercare di evitare un blocco totale e definitivo della sanità pubblica”. E l’adesione è stata alta, avvertono le organizzazioni mediche, “nonostante la reiterazione, in queste ore, di numerosissimi comportamenti antisindacali per impedire il diritto di sciopero, messi in atto da certe Amministrazioni”. Il punto, ribadiscono, è che “l’insufficienza di risorse economiche rende ormai difficile mantenere i risultati di salute conseguiti, che già manifestano le prime crepe con la riduzione degli anni di buona salute nella fascia di età over 65, con l’aumento della spesa privata, che ormai lega il diritto alla salute al censo, con l’eccezionale incremento di diseguaglianze territoriali”. Infatti, attacca il segretario nazionale della Fp Cgil medici e Dirigenti Ssn, Andrea Filippi, “il grande assente nella legge di Bilancio è proprio la Sanita’”.

Un malessere, quello dei camici bianchi, che ha dato vita ad oltre 50 sit-in e manifestazioni dal Nord al Sud: a Roma, i medici hanno manifestato davanti al ministero dell’Economia con cartelloni che riportavano un messaggio chiaro, ‘Senza i medici restano solo i miracoli’. Infatti, “negli ultimi 20 anni non si sono ristrutturati i servizi mentre abbiamo perso – evidenziano i sindacati – oltre 9.000 medici”. A fronte di ciò, affermano ancora le organizzazioni, “colpisce il distacco della politica” e forte è la delusione anche per il mancato incontro con il governo: “Da una parte il governo ci dice che ci appoggia ma dall’altra non ci riceve, come è successo oggi. C’è mutismo – afferma Filippi – ma noi continueremo comunque imperterriti nella nostra battaglia”.

Medici a confronto in Europa
L’Italia spende molto meno degli altri per la sanità, con un numero di medici inferiore rispetto a molti concorrenti e retribuzioni più basse degli altri. Il confronto del sistema sanitario italiano, oggi in sciopero, con quello degli altri paesi, è impietoso sotto molti punti di vista.
SPESA TOTALE: secondo il rapporto Ocse ‘Healt at a Glance’ “l’Italia ha speso 9,1% del Pil nel settore sanitario nel 2015, meno della media pesata Ue del 9,9% e molto meno di Germania, Svezia e Francia, che hanno speso circa l’11%”.

NUMERO DI MEDICI E INFERMIERI: sul numero di medici ogni mille abitanti l’Italia ‘tiene’ con 3,8 un dato leggermente superiore alla media Ocse che è 3,4 ma che comunque è inferiore a quello di molti diretti concorrenti come Germania (4,1), Spagna (3,9) o Svezia (4,2). Ci sono però preoccupazioni per il futuro con diverse ricerche che hanno sottolineato come l’età media dei medici italiani sia tra le più alte. Dove invece il nostro paese segna il passo è sul personale infermieristico: 5,4 unità ogni mille abitanti in Italia contro i 9 della media Ocse, che vede anche punte di 13,3 in Germania o 18 in Svizzera. Anche per posti letto siamo molto indietro, 3 ogni mille abitanti contro i 4 della media Ocse.

ORARIO: il contratto di lavoro italiano, spiega un rapporto realizzato da Anaao Assomed e Snr, stabilisce un orario di 38 ore settimanali. Inoltre la durata media dell’orario di lavoro, calcolata su un periodo di quattro mesi, non potrà in ogni caso superare le 48 ore settimanali, comprensive delle ore di lavoro straordinario. Secondo i sindacati che promuovono lo sciopero però in molti casi si superano questi limiti, e i controlli sul rispetto della direttiva europea che stabilisce norme rigide sui riposi tra un turno e l’altro non sono rispettati. Negli altri paesi europei la situazione è varia, si passa da 37,5 ore settimanali per la Spagna a 52 ore con la reperibilità per l’Olanda a 48 per la Francia a 40 per l’Inghilterra a un massimo di 58 ore per la Germania.

RETRIBUZIONE: Per i medici ospedalieri in Italia si va, sempre secondo Anaao, da un minimo di circa 50mila euro lordi annui per un medico e dirigente con meno di 5 anni di anzianità ad un massimo di circa 65mila euro lordi annui per il direttore di struttura complessa. In Inghilterra invece uno specialista prende da 75.000 a 101.000 sterline (da 85mila a 115mila euro), mentre in Olanda lo stipendio medio dei medici è circa 73mila euro. Impietoso anche il confronto con la Germania. “I medici in formazione specialistica, che sono considerati lavoratori a tutti gli effetti – e non studenti – guadagnano un salario che passa dai 4.190 euro (primo anno) a 5.386 euro (sesto anno) – si legge nel rapporto Anaao -. Uno specialista guadagna da 5.530 (primo anno) a 7.102 (dal 13 anno in poi) ma può arrivare anche a 200.000 l’anno. Un Capo Dipartimento riceve uno stipendio annuo lordo con una componente fissa di circa 129.000 euro e una parte variabile di circa 127.000 euro”.

Meral Akşener, la ‘lupa’ che sfida Erdogan da destra

meral_aksenerinDurante il suo primo discorso pubblico al Nazim Hikmet Cultural Center di Ankara, Meral Akşener è stata più volte interrotta dai cori dei presenti che ripetevano a squarciagola lo slogan “Meral primo ministro”. “No, non primo ministro ma presidente”, aveva subito replicato la Akşener. La “Lupa”, come la chiamano i suoi sostenitori, ha deciso di mostrare i denti e sfida il Sultano in vista delle elezioni del 2019. Una sfida ufficializzata il 25 ottobre scorso con la nascita dell’Iyi Parti, il Buon Partito, e che promette di ridisegnare lo scenario politico turco.
Sessantun anni, un dottorato in storia e un passato di primo piano nel governo di Necmettin Erbakan come ministro degli interni, nell’autunno del 2016 la Akşener è stata espulsa dal Partito del Movimento Nazionalista (MHP) dopo il tentativo fallito di ribaltare la leadership di Devlet Bahçeli, accusato di essere sempre più vicino alle posizioni del Sultano e fin troppo solerte a rinfiancarlo a ogni scricchiolio di maggioranza. Una comunione d’intenti quella fra l’anziano esponente del partito ultranazionalista e il presidente Erdoğan suggellata dal sostegno dei nazionalisti al referendum costituzionale dello scorso 16 aprile, determinante per la vittoria del “sì” e la conseguente trasformazione della Turchia in una repubblica presidenziale.
Ma per poter trarre beneficio dalle modifiche costituzionali e puntare dritto al traguardo del 2029, Erdoğan deve assicurarsi la maggioranza sia alle parlamentari che alle presidenziali del 2019. Ma la Akşener potrebbe rivelarsi più pericolosa del previsto. E Erdoğan ha avuto un assaggio dei denti della Lupa proprio durante campagna per il referendum costituzionale, che ha visto l’ex ministro schierarsi per il “no”. Un morso che ha costretto il presidente a non concedere alla Akşener nessuno spazio televisivo e a proibire alcuni dei suoi comizi. In un hotel in cui si doveva tenere un suo discorso è stata addirittura tagliata la luce. “Per lui sono una seccatura ̶ aveva detto a maggio in un’intervista al Time ̶ perché sa che sono una minaccia reale”.
E mentre l’opposizione si sfarina tra tintinnii di manette e cambi di casacca, il partito del sole ha già lanciato la sua campagna. Salvaguardia della democrazia e della libertà di stampa, rilancio economico e revisione del sistema giudiziario: sono questi i tasti principali su cui la Akşener premerà.
L’obiettivo della Lupa è, infatti, quello di conquistarsi non solo l’elettorato nazionalista e di centrodestra ma anche i democratici, puntando a un programma che possa risultare appetibile anche agli elettori più esigenti. E proprio l’indecisione dell’elettorato di destra potrebbe giocare a favore del partito del sole. Ma per il momento la partita resta aperta.

Il Portogallo rifiorisce. Vince la sinistra unita

portogallo-socialisti-sinistra-governo-orig_mainPrima la sede dell’Agenzia europea del farmaco, che doveva essere assegnata a Milano e invece è finita ad Amsterdam grazie a un dubbio sorteggio. Adesso è la volta della presidenza dell’Eurogruppo (il vertice dei ministri delle Finanze Ue) che poteva andare a Pier Carlo Padoan e invece è stata assegnata al portoghese Mario Centeno. Se volevamo conoscere il peso attuale del nostro Paese dentro Eurolandia, la risposta è tutta in questo doppio Ko.
E poco importa se Palazzo Chigi ha subito diffuso una nota di “soddisfazione” per la nomina di Centeno sottolineando che il governo di Roma lo ha sostenuto dopo il passo indietro di Padoan.
Sta di fatto che Padoan e Centeno avevano gli stessi requisiti. Entrambi docenti universitari, economisti e ministri tecnici. Entrambi politicamente progressisti. Sembravano perfetti per un incarico che, scaduto il mandato del laburista-rigorista olandese Dijsselbloem, doveva andare a un presidente in grado di rappresentare il sud dell’Unione e la famiglia socialdemocratica europea.
Lanciato alla guida dell’Eurogruppo dal francese Pierre Moscovici («Padoan ha tutte le qualità per l’incarico»), il nostro ministro è rimasto in pole position per un paio di giorni. Poi è stato bruciato dal premier Gentiloni: «Padoan ha tutte le qualità e gode di ampia stima internazionale, ma il presidente dell’Eurogruppo è stato finora il ministro in carica del suo Paese e in Italia si vota fra pochi mesi».
Insomma, candidatura perfetta, ma resa impossibile dalla fine (primavera 2018) dell’attuale governo italiano. Se la motivazione del passo indietro è realmente questa, rimane da spiegare l’endorsement di Moscovici, che non è uno qualsiasi, ma un politico socialista di lungo corso e commissario in carica degli Affari economici Ue.
Alla fine, la guida dell’Eurogruppo è andata a Centeno, sostenuto fino in fondo dal premier Antonio Costa al quale non è mai venuto in mente di dire che in Portogallo si voterà nel 2019, quindi prima della scadenza del nuovo presidente dell’Eurogruppo che dovrebbe restare in carica per due anni e mezzo.
La verità è che Antonio Luis Santos da Costa, segretario generale del Partito Socialista portoghese e primo ministro da novembre 2015, se lo poteva permettere. Il piccolo Portogallo oggi rappresenta un laboratorio al quale guarda con attenzione la sinistra che in tutta Europa sta andando in frantumi. Due anni fa è riuscito a formare un governo socialista con il sostegno del Partito comunista, degli ecologisti e della sinistra radicale. Un vero e proprio laboratorio della sinistra plurale. Altro che “Liberi e uguali”…
Il cammino non è facile, ma il premier tiene la barra ferma in direzione di una concreta politica socialista e riformista. Il suo governo ha alzato il salario minimo, ha portato a 35 ore la settimana lavorativa nell’amministrazione statale, ha varato un piano pluriennale per la stabilizzazione dei precari del pubblico impiego. Ha alzato le tasse sulle case dei ricchi e ha evitato il fallimento della compagnia area nazionale (Tap) facendo intervenire lo Stato al 50 per cento. Eppure, con buona pace dei rigoristi, il Pil continua a crescere. E così il Portogallo si è appena conquistato gli elogi dell’insospettabile Fondo monetario internazionale. A settembre, dopo cinque anni e mezzo, è uscito dal limbo dei paesi con titoli spazzatura mentre Standard e Poor’s portava il rating da BB a BBB.
E gli elettori? Invece di disertare le urne o premiare le destre e i populisti, in Portogallo stanno rafforzando la sinistra che a ottobre ha stravinto le elezioni amministrative conquistando più della metà dei 308 comuni in cui si votava.

Felice Saulino
SfogliaRoma

Trump sposta l’ambasciata Usa a Gerusalemme

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Non una presa di posizione politica quanto la constatazione di “una realtà storica e attuale”. Così, nel confermare che nelle prossime ore il presidente degli stati Uniti Donald Trump riconoscerà Gerusalemme quale capitale di Israele, fonti senior dell’amministrazione americana spiegano la svolta. La decisione frutto di una promessa avanzata da tempo e che il presidente Trump insiste vada mantenuta. Molti leader europei e arabi hanno cercato di convincere Trump che una mossa del genere aumenterà la tensione e complicherà le future trattative di pace: Gerusalemme è sede di diversi importanti luoghi sacri alle tre principali religioni monoteiste al mondo, è divisa dalla fine della Seconda guerra mondiale e anche i palestinesi la reclamano come futura capitale del loro stato. Nell’immediato la decisione di Trump ha ottenuto il risultato di rimettere al centro del dibattito mondiale il conflitto irrisolto fra israeliani e palestinesi, scivolato molto più in basso di qualche anno fa nella scala delle priorità della comunità internazionale.

Così si conferma anche l’avvio dell’iter per il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, che non avverrà però nell’immediato, bensì si tratta di un processo destinato a spalmarsi negli anni. Di sicuro per i prossimi sei mesi almeno la sede diplomatica resterà ancora a Tel Aviv, per disposizione dello stesso presidente. E le fonti della Casa Bianca che confermano lo strappo – dopo che lo stesso Trump aveva effettuato una serie di telefonate con leader internazionali, a partire dai diretti interessati il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il leader dell’Autorità palestinese Abu Mazen – insistono nel sottolineare che si tratta quasi di una ‘constatazione dell’ovvio’, sganciata tra l’altro dal processo di pace su cui l’amministrazione Usa esprime immutata determinazione. “A lungo la posizione degli Stati Uniti ha mantenuto questa ambiguità, o mancanza di riconoscimento che in qualche modo potesse avanzare il processo di pace – rimarcano fonti senior dell’amministrazione -. Sembra chiaro adesso che la posizione fisica dell’ambasciata non costituisca oggetto dell’accordo di pace. Quindi, dopo aver provato questa strada per 22 anni, una constatazione della realtà rappresenta un cambiamento importante”.

Rispetto alle possibili reazioni all’annuncio poi la Casa Bianca riconosce che “alcune parti” potrebbero reagire negativamente. Non entra in dettaglio ma ammette che il piano non è completo, “ci stiamo lavorando”, sostenendo che “c’è il tempo per metterlo a punto e valutare quali sono le sensazioni dopo che questa notizia verrà elaborata”. Nell’immediato però montano i timori per possibili manifestazioni di protesta e disordini, al punto che lo stesso Consolato degli Stati Uniti a Gerusalemme ha diramato un comunicato in cui invita il personale americano, i loro familiari e in più in generale i cittadini americani, ad evitare spostamenti non essenziali in parti della città e in Cisgiordania in vista di possibili manifestazioni. Mentre è stato anche deciso il riposizionamento di un piccolo gruppo di truppe americane, per essere più vicino a paesi che presentano timori di disordini.

“Qualsiasi mossa che potrebbe far deragliare la possibilità di rilanciare i negoziati” in Medio oriente, “ad esempio attorno a Gerusalemme, sarebbe dannosa, in termini immediati e in prospettiva” ha commentato l’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini.

Redazione Avanti!

Guerra all’Isis. Se l’Iraq diventa colonia dell’Iran

barzani macronDopo la disfatta dell’Isis in Iraq, le numerose milizie popolari sciite, create nel 2014 su richiesta dell’Iran sono diventate una forza di minaccia per le forze e le aree abitate dai curdi. In alcune località la tensione è andata alle stelle tra la popolazione curda e le milizie sciite. A Xurmatw, località curda nel centro nord addirittura ci sono stati scontri armati, lì, le milizie sciite hanno attaccato i cittadini curdi e i loro beni.
A Shangal (principale centro della comunità Ezida che sono anche essi di etnia curda) le milizie sciite hanno attaccato le istituzioni locali. la valle di Shangal e i suoi abitanti Ezidi, sono sempre stati obbiettivi delle scorribande di vari eserciti islamici regionali, massacrati e depredati dei loro beni perché erano considerati infedeli dall’Islam. Anche l’Isis ha lasciato la sua firma nella valle di Shangal, oltre il massacro di donne, uomini e bambini, ancora oggi migliaia di Ezidi sono nelle mani dei tagliagole di Isis.
L’Iran coordina e usa direttamente le milizie sciite come una forza di minaccia alle ispirazioni di libertà e indipendenza del popolo curdo. Non mancano minacce anche contro l’esercito iracheno stesso, come è accaduto di recente nelle vicinanze della città di Musul. Ciò evidenzia che la sovranità dell’Iraq ora è nelle mani degli Ayatollah iraniani.
La guerra fatta dalla coalizione occidentale con i loro alleati contro il regime Alauita (sciita) siriano, con la speranza di cacciare via il presidente Assad e magari sostituirlo con uno sunnita, ha permesso all’Iran sciita di entrare in scena sia in Siria che in Iraq, ciò ha consolidato il progetto iraniano di creare un’ asse che parte dall’Iran e finisce per ora in Libano. Ovviamente la Russia in questo scenario fa da regista, e interviene dove è necessario.
Nella lotta all’Isis, i curdi sono stati fondamentali e hanno pagato un prezzo molto alto in termini di vite umane, ma alla fine della disfatta dei tagliagole, i curdi sono stati costretti ad affrontare le minacce dell’Iran,Iraq e la Turchia circa il futuro politico del Kurdistan e dell’Iraq.
Sul piano diplomatico qualcosa si sta muovendo, sabato 2/12/2017 il presidente francese Emmanuel Macron all’Eliseo ha ricevuto una delegazione curda capeggiata dal primo ministro del governo regionale del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani. Macron nel corso del suo discorso, ha confermato la sua vicinanza alla situazione curda e ha ribadito che il governo iracheno dovrà rispettare la costituzione dell’Iraq e sciogliere definitivamente le milizie popolari sciite, perché questi ultimi rappresentano una minaccia alla stabilità dell’Iraq intero.
Nel deserto dell’indifferenza e della realpolitik, Macron s’è mosso coraggiosamente interessandosi del problema curdo in Iraq, il suo gesto di invitare una delegazione curda e mostrandosi con la bandiera curda e francese affiancate, ha fatto arrabbiare il governo iracheno, iraniano e turco.
Il problema curdo dovrebbe essere affrontato dalla comunità internazionale, perché la società delle nazioni nel 1923 con il trattato di Losanna ingiustamente e contro la volontà e con la forza contro gli abitanti del Kurdistan ha fatto nascere quattro stati in parte sul territorio del Kurdistan. La popolazione del Kurdistan dovrebbe essere l’unica ad avere la legittimità sul territorio del Kurdistan.

Kawa Goron

Franken si scusa, Trump
e Moore fanno quadrato

franken“Provo imbarazzo e vergogna. Ho deluso molte persone e spero di rifarmi e poco a poco riottenere la loro fiducia”.  Con queste parole, il senatore Al Franken, democratico del Minnesota, ha cercato di giustificare le sue improprie azioni verso parecchie donne venute a galla nelle ultime settimane. Non era la prima volta che Franken chiedeva scusa ma a differenza di altri politici lui ha il merito di non avere attaccato le sue accusatrici. Forse per questo almeno una delle sue vittime non ha richiesto che Franken si dimetta.

Franken ha ovviamente fatto delle cose riprovevoli ma gli si deve riconoscere una certa sincerità come pure una certa sensibilità che riflette anche il Partito Democratico in comparazione alle reazioni nel campo repubblicano. Oltre a Franken i democratici accusati di queste nefandezze hanno reagito in modo più ragionevole dei repubblicani. John Conyers, parlamentare democratico del Michigan, si è dimesso della sua carica di leader democratico della Commissione giudiziaria, ma ha detto che rimarrà alla Camera per fare chiarezza e dimostrare la sua innocenza. Nancy Pelosi, leader delle minoranza democratica alla Camera, aveva inizialmente preso le difese di Conyers citando i contributi durante la sua lunga carriera. Poi dopo l’ennesima accusa la Pelosi e lo speaker della Camera Paul Ryan hanno ambedue dichiarato che Conyers dovrebbe dimettersi.

Ha fatto la cosa giusta il membro dell’Assemblea californiana Raul Bocanegra il quale si è dimesso dopo le accuse di avere molestato sei donne. Altri due membri della legislatura in California, anche loro democratici, sono al momento sotto controllo dai leader del loro partito e si prevedono almeno delle sanzioni una volta che le indagini saranno completate.

Nel campo repubblicano invece si tratta di reazioni che lasciano poco da sperare dato che si tratta semplicemente di negare tutto attaccando le accusatrici e etichettare le storie come un complotto dei liberal media. Lo ha fatto Roy Moore, candidato repubblicano al Senato nell’elezione speciale dell’Alabama per sostituire Jeff Sessions, il quale si era dimesso per il suo incarico di Procuratore Generale nell’amministrazione di Donald Trump.

Moore è stato accusato di  avere molestato una decina di donne molti anni fa, alcune delle quali erano minorenni, mentre lui aveva già più di trent’anni. Moore e la sua campagna hanno fatto muro attaccando le accusatrici per la tempistica. Perché andare a pescare eventi avvenuti tanti anni fa? La risposta non piacerà a Moore ma lo tsunami di donne (e alcuni uomini) che hanno subito molestie sessuali negli ultimi mesi avrà avuto un effetto e incoraggiato non pochi individui a riaprire ferite che evidentemente non erano completamente guarite.

C’è poco da guadagnare e molto da perdere venendo alla luce del sole per molestie subite specialmente quando i trasgressori sono ricchi e potenti. Non solo le vittime possono perdere il lavoro ma dovranno anche subire attacchi spesso personali  a volte accompagnati anche da minacce. Meglio sarebbe tacere, dimenticare e andare avanti. La strada più facile però non è sempre quella giusta e le donne che descrivono  molestie subite  meritano comprensione e supporto se la società avrà qualche chance di evitarle in futuro.

Negare categoricamente dunque non è la via giusta ma questa sembra essere la strada dei repubblicani. Ovviamente il caso più famoso in questo partito consiste proprio del numero uno, Donald Trump, attuale presidente. Come si ricorda, poco prima dell’elezione l’anno scorso venne a galla il noto Access Video nel quale l’allora candidato repubblicano si vantava di essere una star e come tale poteva fare quello che voleva con le donne persino  prenderle dalle parti intime.

Trump fece all’epoca un breve discorso chiedendo scuse che risultarono poco convincenti spiegando tutto come chiacchiere di spogliatoio. Pochi giorni dopo una quindicina di donne confermarono che il suo comportamento verso di loro rifletteva proprio le parole del video. L’allora candidato repubblicano attaccò le sue accusatrici minacciando anche di querelarle.

Adesso da presidente Trump ha preso le difese di Moore ma ha criticato aspramente Franken, usando chiaramente due pesi e due misure. Con i suoi attacchi a Franken il 45esimo presidente incoraggia involontariamente il piano del Senato dell’inchiesta dell’Ethics Committee. La leadership repubblicana al Senato però sta andando piano sull’inchiesta.

Ciononostante Mitch McConnell, presidente del Senato, ha preso le distanze da Moore. L’idea di inchieste sulle molestie sessuali nelle due camere legislative non risulta tanto allettante considerando la paura che altri parlamentari e senatori vengano accusati di comportamenti inappropriati. L’inchiesta dell’Ethics Committee si profila però all’orizzonte nel caso della vittoria di Moore il 12 dicembre  di quest’anno.

Nel frattempo Trump rimane in grande misura fuori da mischia eccetto per il suo continuo supporto di Moore, lasciando agli elettori dell’Alabama la decisione. L’idea delle inchieste sui comportamenti dei parlamentari  dovrebbe però preoccuparlo. Nessuno ha dimenticato le sue parole nell’Access Video. Non dovrebbe anche lui essere soggetto di un’inchiesta per molestie sessuali?

Domenico Maceri
PhD, University of California

Nord Corea. Russia contro Usa: “Azioni provocatorie”

lavrov 2Nella crisi perenne tra Nord Corea e Stati Uniti d’America, ma stavolta a mettere un freno ci pensa la Russia. Per il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, le azioni degli Stati Uniti contro la Corea del Nord sono “intenzionalmente provocatorie”, sottolineando che la via delle sanzioni “è ormai esaurita”.
Donald Trump ha infatti annunciato “altre massicce sanzioni a carico della Corea del Nord” e, in un comizio nel Missouri, allunga la serie di insulti personali rivolti a Kim Jong-un, definendolo “un cagnolino malato”.
Una dichiarazione che arriva subito dopo l’ultimo lancio di missili da parte del Leader di Pyongyang nella notte tra il 27 e il 28 novembre. “Questa azione avvicina il mondo alla guerra, non lo allontana. Anche se è un conflitto che gli Usa non cercano”, afferma l’ambasciatrice Usa Nikki Haley durante la riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che ha poi specificato: “Se ci sarà una guerra, il regime nordcoreano sarà completamente distrutto”. Haley ha anche chiesto alla comunità internazionale di “tagliare tutti i rapporti con Pyongyang”: da quelli diplomatici, alla cooperazione militare, scientifica e commerciale, passando per lo stop a tutte le importazioni ed esportazioni. In particolare si è rivolta alla Cina perché intervenga per tagliare la fornitura di petrolio.
Proprio per questo arriva il freno di Mosca. “I passi recenti di Washington – ha detto Lavrov – sembrano deliberatamente diretti a provocare Pyongyang e spingerla ad azioni dure”. “Adesso gli americani hanno dichiarato che in dicembre si terranno esercitazioni militari massicce, straordinarie; l’impressione è che tutto sia stato fatto apposta per far perdere la calma a Kim e spingerlo a una nuova azione spericolata”, ha aggiunto. “Gli americani devono spiegare a tutti che cosa vogliono ottenere. Se vogliono trovare un pretesto per distruggere la Corea del Nord, allora che ce lo dicano schiettamente e che lo confermino le autorità supreme Usa: allora prenderemo la decisione su come potremo reagire”. Pechino dal canto suo ha cercato di abbassare i toni: il ministero della Difesa cinese ha espresso “profonda preoccupazione” per la situazione, ma ha ribadito che “l’opzione militare non è un’opzione”. La soluzione, hanno fatto sapere, non può che maturare “attraverso il dialogo e le consultazioni. La Cina vuole la pace e la stabilità nella penisola coreana”.

Anche la Russia ammette l’aumento di radioattività

Chelyabinsk-Zinc-5Quello che accade oggi a Chelyabinsk sembra un’immagine già vissuta nel passato. Una città della Russia situata sulle pendici orientali degli Urali affronta problemi climatici molto gravi. La chiamano la seconda Chernobyl e si tratta di una nube radioattiva che si espande anche sull’Europa, con un picco di radioattività in Russia, sopra alle montagne degli Urali. A lanciare l’allarme in Europa è stato l’istituto per la sicurezza nucleare francese (Irsn). Di seguito, nel settembre scorso l’agenzia federale per la protezione dalle radiazioni (Bundesamt für Strahlenschutz, BfS) aveva registrato un aumento di radioattività. In particolare è stato trovato l’isotopo rutenio-106 in campioni d’aria provenienti dalla Germania e dall’Austria. Nonostante in Europa la concentrazione in questi livelli non dovrebbe rappresentare rischi e pericoli per la salute e la vita della popolazione, non si può dire lo stesso per i cittadini di Chelyabinsk, che vivono di persona il disastro. Il rutenio-106, individuato sopra agli Urali, è un prodotto di decadimento delle reazioni nucleari: l’uranio o il plutonio di partenza si suddividono in nuclei più piccoli, che decadono in una serie di elementi radioattivi diversi.

Anche se la radiazione è parsa particolarmente alta nell’area di Chelyabinsk, al confine con il Kazakistan, la zona più plausibile di rilascio è situata tra il fiume Volga e gli Urali. Il massimo livello di rutenio-106 è stato registrato dalla stazione meteorologica di Argayash, che si trova a una trentina di chilometri dal sito nucleare di Mayak, negli Urali meridionali, dove oggi viene riprocessato il materiale nucleare esaurito. Non è la prima volta che l’impianto di Mayak fa notizia. Il 29 settembre 1957, questa centrale fu al centro del terzo più grave incidente nucleare di sempre, dopo quelli di Fukushima e Chernobyl: l’evento diffuse una nube radioattiva su una superficie di 52 mila chilometri quadrati. Secondo ordine delle autorità sovietiche l’incidente rimase segreto fino al 1976. L’attuale impianto di Mayak è stato un bersaglio per gli attivisti, i quali affermano che i dirigenti non hanno imparato la lezione del disastro del 1957. Sostengono che l’aumento degli obbiettivi di produzione avviene trascurando la sicurezza necessaria.

Martedì scorso il management di Mayak ha negato ogni tipo di coinvolgimento con l’aumento dei livelli di radiazioni. La dichiarazione pubblicata sul loro sito ci informa, che la società non ha fatto alcun lavoro che negli ultimi anni potesse portare all’emissione di rutenio-106 nell’atmosfera.

In seguito il ministero della Pubblica Sicurezza della regione di Chelyabinsk ha smentito perdite nell’atmosfera di rutenio-106 e ha affermato che il livello di radiazioni nella regione rientra nella norma. La notizia è stata confermata anche da Rosatom, l’agenzia responsabile del nucleare in Russia. Ma Mosca ora ammette che la nube di rutenio-106, che ha sorvolato l’Europa tra la fine di settembre e la prima settimana di ottobre, è stata osservata anche in Russia. Sono stati rilevati nell’aria livelli dell’elemento radioattivo quasi mille volte oltre la norma.

Come dicono gli esperti, tale superamento non è considerato estremamente pericoloso. Però, nell’Irsn hanno dichiarato che se la perdita fosse avvenuta in Francia, la popolazione, nel raggio di qualche chilometro dall’origine della nube, sarebbe stata evacuata. A Chelyabinsk la gente non è stata evacuata.

Finora, la comunità internazionale non ne sa abbastanza per arrivare a conclusioni circa i pericoli che la perdita potrebbe causare. I livelli osservati in Europa non sono sufficienti per danneggiare la salute umana. Ciò non può essere detto con certezza per la Russia.

Magda Lekiashvili
Blog Fondazione Nenni

Trump e il mistero del suo quoziente di intelligenza

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“Beh, credo che la stampa mi fa apparire molto più scortese di quello che sono”. Donald Trump ha risposto così alla domanda di un giornalista sulla sua frequente maleducazione. Poi ha immediatamente continuato dicendo che ha studiato in una delle migliori università e che è “una persona molto intelligente”.

Il 45esimo presidente si è spesso vantato di essere intelligente. In un tweet del 2013 Trump scrisse che il suo “quoziente di intelligenza è fra i più alti, e tutti lo sanno”. “Vi prego di non essere così insicuri, non è colpa vostra”, continuava il tweet. In realtà l’insicurezza sull’intelligenza ricade proprio sull’autore del tweet. Il linguaggio di Trump, spesso poco cortese, a volte volgare, ma sempre semplicissimo e poco logico, non riflette affatto studi universitari ma un’istruzione fra terza e quinta elementare.

L’intelligenza di Trump è stata messa in dubbio recentemente dal suo consigliere di sicurezza nazionale H.R. McMaster. Secondo BuzzFeed, in una cena privata, McMaster avrebbe detto che l’intelligenza del suo capo si potrebbe comparare a quella di un “bambino dell’asilo”. BuzzFeed cita cinque fonti secondo le quali McMaster avrebbe etichettato Trump di “idiota”  e “scemo”. Un portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale ha però smentito tutto dichiarando il resoconto come “falso”.

Anche Rex Tillerson, il segretario di Stato, avrebbe detto che il presidente è un  “cretino”. Tillerson non ha confermato la frase mettendo da parte la domanda di un giornalista etichettandola non meritevole di risposta. Trump non ha commentato le presunte parole di McMaster. Nel caso di Tillerson però il 45esimo presidente aveva detto che si trattava di fake news ma che in caso contrario bisognerebbe “comparare quozienti di intelligenza. E vi posso dire chi vincerà”.

Trump ha spesso dichiarato di avere un quoziente di intelligenza altissimo cercando di basare la sua asserzione con il fatto che ha studiato in una delle migliori università che solo ammette gli studenti più preparati. Trump aveva iniziato i suoi  studi universitari alla Fordham University (1964-66) e poi si trasferì alla Wharton School of Economics della University of Pennsylvania (1966-68).  Ambedue sono ottime scuole ma ma sembra che l’ammissione di Trump alla Wharton School of Economics sia stata facilitata dalla ricchezza della famiglia. Gwenda Blair nella sua biografia su Trump del 2001 ci informa che l’ammissione di Trump  alla Wharton School of Economics avvenne per influenza di un funzionario alla scuola che aveva studiato con Fred,  il fratello di Trump. Sia come sia, la prestazione di Trump all’università non viene dimostrata da fattori esterni. Nessuna menzione di Trump, per esempio, nella Dean’s List, l’albo di onore che include gli studenti più meritevoli accademicamente, pubblicata dal Daily Pennsylvanian, il giornale degli studenti dell’epoca. Dopo la sua laurea nel 1968 Trump non dovette usare il suo titolo accademico per trovare lavoro come tutti gli altri studenti. Si sa che il padre gli diede un milione di dollari che lui usò per intraprendere la sua carriere negli affari.

Trump non ha dato prove della sua intelligenza accademica perché in tutta probabilità non esistono. Ciononostante il 45esimo presidente avrà un tipo di intelligenza anche se il suo  quoziente di intelligenza (QI) non sarà molto alto come lui spesso si vanta di possedere. L’intelligenza di Trump consiste di istinti che gli hanno aperto la strada per conquistare la Casa Bianca, qualcosa che non è riuscito a molti altri che avranno un QI  molto più alto. Uno di questi istinti consiste di una grande capacità di creare l’illusione di una certa verità. Lo fece con la sua crociata sulla presunta mancanza di cittadinanza di Barack Obama. Dopo una lunga campagna Obama decise di cedere e rilasciare il suo certificato di nascita che però non riuscì a convincere i fedelissimi di Trump per i quali i fatti importano poco.

Se nel caso della cittadinanza di Obama si tratta di una completa invenzione, l’intelligenza di Trump, almeno un tipo di intelligenza, ha qualche fondamento anche se casuale e poco credibile. Trump ha un talento per vendere prodotti e idee, specialmente se stesso. Ecco come si spiega il fatto che abbia sconfitto Hillary Clinton l’anno scorso con l’Electoral College anche se l’ex first lady ha avuto la meglio con il voto popolare. Vendere il concetto del suo alto QI potrebbe sfociare  in una risposta, ma, esattamente come con la questione della sua dichiarazione dei redditi, non si saprà mai. Nel caso del reddito però, Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate forse farà luce alla conclusione della sua inchiesta.

Nel caso delle prove di QI le probabilità di prove finali sono molto più improbabili. Né Tillerson né McMaster hanno sfidato il loro capo a un test ma Steve Chapman, columnist del Chicago Tribune, lo ha fatto. Il giornalista sarebbe disposto a fare la prova del quoziente di intelligenza con Trump e poi si pubblicherebbero i risultati. Il 45esimo presidente è però abbastanza intelligente da rifiutare la sfida.

Domenico Maceri,
PhD, University of California

Curdi e cristiani in Iraq senza una strategia comune

Il referendum riguardante l’indipendenza della regione autonoma del Kurdistan del 25 settembre è stato dichiarato dalla Corte suprema irachena incostituzionale. La Corte, che una settimana prima della consultazione aveva chiesto invano di sospendere l’iniziativa in attesa della sentenza, ha affermato ora che sono illegali “tutti i risultati e le conseguenze” del referendum. La consultazione, pur non essendo legalmente vincolante, era stata contestata sia dal governo di Baghdad sia da quasi tutta la comunità internazionale, in particolare i vicini Iran e Turchia che hanno forti minoranze curde all’interno dei loro confini.Una disfatta per i curdi, nonostante i peshmerga hanno rappresentato il primo vero argine all’espansione territoriale del Califfato e per anni hanno combattuto contro l’Isis lungo un fronte di centinaia di chilometri, in particolare a Mosul e a ovest di Kirkuk.

IRAQ_-_cristiani_e_referendumCon la penetrazione e nascita del terrorismo islamico in Iraq già dagli anni novanta del secolo scorso, derivante dall’ideologia di Bin Laden, alcune minoranze etnico religiose presenti in quel paese, come i curdi, i cristiani e gli Ezidi, hanno pagato un prezzo molto alto. I video dei Daish pubblicati proprio da loro stessi, circa il massacro di quelle minoranze testimoniano le loro atrocità e perversa ideologia.
Oggi I Daish sono stati sconfitti dalla forza della coalizione internazionale e dagli uomini e donne Peshmarga curdi in molte aree del fantomatico stato islamico. E chi sa ora dove si nascondono quei tagliagole che non hanno voluto percorrere la strada verso il paradiso promesso. Ma i problemi delle minoranze in Iraq non sono finiti, anzi, con la creazione delle milizie popolari sciite in Iraq già dal 2014 e sono direttamente coordinate e dislocate in Iraq dall’ Iran, la vita delle minoranze è sempre più in pericolo.
Dopo l’occupazione delle aree di Musul da parte dei Daish nel 2014, quasi tutti i cristiani presenti in quelle zone sono fuggiti verso il vicino Kurdistan iracheno. Oggi quei cristiani non vogliono ritornare nelle loro aree perché non si fidano e hanno pura delle milizie popolari sciite che hanno letteralmente occupato tutta quella zona. La città di Kirkuk per anni amministrata da curdi e da poco occupata dell’esercito iracheno con aiuto delle milizie sciite, molto presto qui sono già iniziate perquisizioni e arresti tra la popolazione curda, non sono mancati scontri tra i Peshmarga e le milizie, e ciò ha peggiorato la situazione dei curdi e dei cristiani in tale area. Molte famiglie sono fuggite verso le aree vicine amministrate dai curdi.
Il numero dei cristiani in Iraq nel 2003 raggiungeva circa 1400,000 persone, oggi ne rimangono circa 275,000, una parte di essi è stata trucidata dai Daish, altri si sono rifugiati nelle zone curde e la maggior parte ha preferito lasciare il proprio paese e cercare asilo soprattutto nei paesi dell’Europa.
Da millenni i cristiani abitano nell’attuale Iraq, hanno conservato e tramandato la loro antica lingua. La fuga dei cristiani da quelle aree verso altre destinazioni, non è soltanto una questione di salvaguardia della propria incolumità, ma tale atto reca un impoverimento economico e socio culturale dell’ intera area.
Dopo aver combattuto i Daish, i curdi sono stati abbandonati dall’occidente, i curdi sono probabilmente colpevoli di non avere avuto una strategia comune nell’affrontare la loro questione delle loro indipendenza dall’Iraq con il referendum indetto il 25 di settembre, ma sicuramente non hanno trovato un sostegno comune da parte dell’occidente circa la loro ispirazione, e ciò ha spaventato alcuni partiti curdi.
L’Iran sciita continua a rafforzare la sua presenza in Iraq sotto il silenzio drammatico di tutti. L’occidente invece sembra privo di strategie politiche in quell’area martoriata.

Kawa Goron