Clinton e Varoufakis: due ricette per l’immigrazione

varoufakis_clinton“Credo che l’Europa debba trovare un modo di gestire l’immigrazione, perché è quello che ha acceso la miccia”. Con queste parole in un’intervista al giornale britannico The Guardian, Hillary Clinton ha spiegato l’ascesa del populismo che ha causato la perdita di consensi elettorali alla sinistra in Europa ma anche in America. La Clinton ha continuato spiegando che ammira la generosità e accoglienza dimostrate ai migranti da Angela Merkel ma non si può continuare su quella strada perché scombussolerà il sistema politico.

La Clinton ha ragione che la destra ha usato la paura degli stranieri per ascendere al potere. Ce lo confermano il voto in Gran Bretagna con la Brexit e i successi elettorali di regimi di destra in Europa dell’Est, in particolar modo quelli della Polonia e dell’Ungheria. Ma anche nell’Europa Occidentale la destra ha ampliato il suo potere conquistando maggioranze in Austria e erodendo il partito della Merkel in Germania con l’uscita di scena della Cancelliera dal vertice della Cdu (e al prossimo giro anche dal governo). Anche in Italia la Lega è riuscita a raddoppiare i suoi consensi, divenendo, secondo i più recenti sondaggi, il principale partito del Paese. Il più recente successo della destra si è manifestato in Spagna dove il Partito Vox ha vinto parecchi seggi nel parlamento dell’Andalusia, roccaforte della sinistra.

L’elettorato, preoccupato dalla presenza sempre crescente di migranti, si è rivolto ai partiti che hanno promesso soluzioni facili per affrontare i timori causati dai nuovi arrivati che aumentano l’incertezza economica ma anche sociale. I dati scientifici ci dicono che la paura non è basata su fatti reali poiché i reati stanno diminuendo. Inoltre i reati commessi dai migranti rappresentano cifre inferiori a quelli commessi dai nativi. Ciononostante un reato commesso da uno straniero viene spesso ampliato dai media e strumentalizzato da leader della destra per aumentare il clima di paura. C’è poi l’impatto culturale, che aggiunto alla paura dei migranti, amplia l’insicurezza generando l’impressione che i migranti vogliano imporre la loro religione e cultura.

I nuovi arrivati però non intendono imporre la loro cultura poiché non hanno nessuna intenzione di ricreare il sistema politico e economico che ha fallito nel loro Paese e li ha costretti ad andare via, spesso rischiando la vita. Ciononostante la loro presenza e la probabilità di nuovi arrivi causa allarme e costernazione.

Le soluzioni semplicistiche che i populisti offrono volentieri con muri e la chiusura delle frontiere vengono ricompensati con voti. Non ci sono però soluzioni facili. La sinistra ha potuto fare poc’altro che offrire la lodevole empatia per esseri umani che sfuggono da guerre e miseria. La strada politica meno pericolosa per limitare le sconfitte elettorali è stata quella di parlare poco di migranti e concentrarsi su altri temi. Lo hanno fatto con successo i democratici in America alle recenti elezioni di metà mandato, sottolineando l’importanza della sanità e l’antipatia verso Trump, i cui sondaggi lo danno al 38 percento di popolarità.

L’inquilino della Casa Bianca ha però insistito sulla questione dell’immigrazione intuendo, forse giustamente, la debolezza dei democratici sulla questione di nuovi arrivati. Trump ha etichettato la cosiddetta carovana di migranti dell’America Centrale come un’invasione, inviando 5mila soldati al confine per impedire loro l’ingresso. Il 45esimo presidente ha inoltre minacciato di togliere i contributi americani ai Paesi centroamericani, peggiorando la situazione, e alla fine generando più profughi.

I democratici però non hanno abboccato l’esca di Trump e hanno condotto una campagna politica sottolineando la questione della sanità nella quale hanno vantaggi sui repubblicani che avevano cercato negli ultimi due anni di ridurla, causando insicurezza. In particolar modo, i candidati democratici hanno usato la copertura delle condizioni preesistenti come elemento basico mentre i repubblicani volevano che le compagnie decidessero su chi assicurare o no prendendo in considerazione anche malattie preesistenti. La campagna dei democratici ha funzionato come ci conferma la loro conquista della maggioranza alla Camera, aiutati anche dalla tossica personalità di Trump.

Al di là dei risultati elettorali, la questione dei migranti non si risolverà facilmente. Matteo Salvini ha intuito la soluzione condensata nel suo slogan di “aiutarli a casa loro”. Ciò richiede tempo e cooperazione internazionale invece degli scontri verbali causati dal ministro dell’interno. Salvini però non ha fatto nulla per stabilire legami con altri Paesi europei e africani per gestire meglio la situazione. Mantenere l’insicurezza gli frutta più voti e gli dà l’opportunità di continuare la sua campagna elettorale. Gli elettori, assetati di risposte immediate, continuano a incrementare il loro sostegno per Salvini e compagnia mentre la sinistra rimane senza idee. Il suggerimento di Hillary Clinton sarebbe di copiare la destra divenendo in effetti una sinistra light, remando a destra.

Yanis Varoufakis, però, la vede in modo diverso. L’ex ministro delle finanze nel Governo Tsipras in Grecia, in un’intervista al programma americano Democracy Now, ha dichiarato che la sinistra deve in primo luogo appellarsi “all’umanità degli esseri umani” ma allo stesso tempo usare la logica. Varoufakis ha continuato spiegando che la sinistra deve fare di tutto per migliorare la situazione economica al livello globale, affrontando le insicurezze degli occidentali, ma migliorando allo stesso tempo l’economia e la stabilità nei Paesi da dove fuggono i migranti. Una soluzione seria ma molto più lungimirante che non rappresenta le immediate soluzioni richieste dagli elettori.

Domenico Maceri
professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Mariupol, la città dimenticata Mare d’Azov

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Leopoli, antica capitale della Galizia Austriaca. L’opera illuminata riporta la memoria ai libri di Martin Pollak, a uomini con cilindri di feltro ed ebrei indaffarati nei loro caffettani. Alle due di notte la stazione è abitata da Hutzuli dei Carpazi, Striani e sfollati del Donbass. Il treno da Cracovia che poche ore prima mi aveva portato fuori dall’Europa Unita verso l’Europa che nessuno vuole vedere riparte per il suo viaggio notturno.

Prendo posto per il mio viaggio di 26 ore, in un lungo treno circondato da gente indaffarata e piena di semplici fagotti. Destino Mariupol. La città dimenticata sul Mare d’Azov.

Il mio compagno di viaggio in cuccetta si chiama Vasyl, ha 56 anni. Da quella maledetta estate del 2014 quando le bande russe presero possesso della città portuale, si è trasferito a Leopoli per cercare lavoro, lasciando a Mariupol l’anziana madre. Lavora come autista di pullman, per 200 euro al mese e deve mantenere non solo la madre, ma anche quattro figli che con lui vivono a Leopoli in un appartamento con altri 5 sfollati.

Dopo 26 ore, 31 stazioni, 15 controlli di militari con relative domande di che cosa ci faccia in questo lembo di terra martoriata, otto panini, 15 the e 6 caffè solubili, una trota affumicata comprata per poche Hrywnie nella piccola stazione di Zhmerynka, due libri divorati dalla noia, arriviamo alle sei di mattina nella triste stazione di Mariupol.

Mi accolgono vagoni abbandonati ed arrugginiti, una città fantasma avvolta nel freddo dei -15 gradi mattutini, dove non corrono macchine ne pedoni, dove la gran parte delle case risulta essere abbandonata e con i vetri rotti. Una città spettrale e triste. In cui nessuno, nemmeno le stanche persone della stazione sembrano aver voglia di parlare. Solo Vasyl, pieno di una rabbia di 4 anni di esilio lontano dalla sua casa, ha voglia di farmi conoscere la realtà della dimenticata Mariupol.

Dalla stazione al porto ci sono poco più di 500 metri, Vasyl mi indica le grandi gru del porto, ce ne saranno una quarantina. Tutte ferme ed arrugginite. Mi racconta di come negli anni sovietici Mariupol fosse un crocevia di grandi traffici con la sponda opposta del Mar Nero, di come le navi arrivassero giorno e notte e mancasse la manodopera. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica Mariupol aveva continuato a prosperare grazie ai traffici con l’Europa – prevalentemente il grano o il carbone del Donbass.

Ma oggi la città sembra essersi fermata a quella maledetta estate del 2014 quando i ribelli di Luhansk e Donieck, appoggiati da bande paramilitari inviate da Putin, riuscirono a prendere possesso di parte della città salvo essere poi scacciati da una sollevazione cittadina e dai rinforzi arrivati da Kiev. I segni di quella battaglia si vedono tutt’oggi e non sono solo fisici.

Fa molto freddo. Con Vasyl entriamo in una piccola bettola dal tetto in amianto. Irina ci serve un borsh caldo e qualche crocchetta di carne. Ha la faccia scavata dai dolori degli ultimi anni: sua figlia è in Polonia e lavora come cameriera. Suo figlio è morto per l’Ucraina vicino a Donieck e ancora oggi non conosce la terra che si è divorata il suo corpo. Mantiene aperta questa bettola in cui i non marinai di un non porto non vengono a consumere i non pasti di una carta che offre solo poche cose. In questa bettola è cresciuta. In questa bettola vuole morire.

Sorseggiando il borsh Vasyl mi racconta che la situazione è peggiorata dopo la costruzione del ponte voluta da Putin per unire la Russia con l’Istmo di Kerch. Un giovane ragazzo, che non vuole dire il suo nome, aggiunge di essere arrabbiato con l’Europa e con gli Stati Uniti: “Come hanno potuto permettere una cosa del genere? Ok, potevano non reagire sulla Crimea. Ma sul ponte? Il mar d’Azov ora e tutto russo. Hanno fatto un ponte di 35 metri di altezza apposta per non far passare le nostre navi! E noi di cosa viviamo ora? Cosa faremo? Quanto tempo passerà prima che la Russia si prenderà anche questo deserto? Qui non è rimasto quasi nessuno, si muore di fame”. Irina mi porge il giornale. Il ministro delle infrastrutture Omelian avvisa: “È questo che vogliono i Russi. Il fine di Putin è quello di strangolare Mariupol e gli altri porti sul Mar d’Azov. Vogliono impossessarsene per poi dare un colpo mortale all’economia della libera ucraina”.

Da questo porto sono infatti partiti i 24 soldati ucraini fermati dai proiettili russi nello stretto di Kerch ed arrestati, le cui foto campeggiano sulla prima pagina del giornale.

Le tensioni tra Mosca e Kiev sono riprese, senza che davvero si fossero mai fermate. Semplicemente il mondo, ed in particolare l’Europa, ha imparato a guardare da un’altra parte. Difficile capire oggi come questa partita a poker finirà. Ciò che è chiaro a tutti i Vasyl e le irine di Mariupol è che non sarà una storia a lieto fine.

Diego Audero

I Gilet gialli e la trappola del petrolio

gilet-gialli-protesteLì dove inizia la facile virtù italiana d’irritazione per una piccola manifestazione che blocca il traffico, inizia la solidarietà che, per il popolo francese; un po’ innato un po’ maturato attraverso una cultura ed una educazione volta al sociale diversa da quella italiana; porta all’unione per una grande causa. Esempio di questo sono Loup e le decine di altre persone che hanno messo in piedi una protesta in una rotonda alla periferia di Evreux, nel sud della Normandia.
Due settimane fa i gilet gialli sono nati dal nulla, grazie a Facebook, bloccando le strade di tutta la Francia. La rabbia scaturita per l’aumento delle tasse sul gasolio si è allargata fino a diventare una protesta contro il presidente Emmanuel Macron. Semplicemente, le classi medie non riescono più a riempire il serbatoio della propria autovettura. Con su gilet gialli, da cui prende nome il movimento, la rivolta nasce da piccole cassette di legno incendiate, mentre l’odore di croissant accatastati su tavoli da campeggio inebriano l’aria. I manifestanti che hanno bloccato una corsia della stradale, provocano il suono dei clacson degli automobilisti, che contribuiscono non con rabbia ma in segno di sostegno.
Il primo giorno di proteste, il 17 novembre, sono scese a manifestare in tutto il paese circa 290.000 persone, circa 2.000 sono stati i blocchi stradali di sabato, altri 150 blocchi sono stati allestiti nella giornata di domenica.
Il ministro della transizione ecologica, Francois de Rugy ha confermato l’entrata in vigore della carbon tax che porterà all’aumento dei prezzi dei carburanti dal primo gennaio 2019, nonostante la mobilitazione di centinaia di migliaia di francesi che ha quasi paralizzato il Paese. In breve tempo però, il primo ministro francese Edouard Philippe, ha annunciato una moratoria sull’aumento delle tasse sui carburanti dopo le proteste dei gilet gialli. Dopo una prima sospensione di sei mesi, il governo francese ha deciso di annullare per un anno la tassa su benzina e diesel sarebbe dovuto scattare dal primo gennaio 2019.
Ma la Francia è abituata a manifestazioni frutto dell’immaginario rivoluzionario: in una rotonda nel sud del paese infatti i gilet gialli hanno portato una ghigliottina e un manichino di Macron. Segnale forte e deciso, leggermente violento.
Il movimento gode dell’appoggio del 74 per cento della popolazione francese. Politicamente ha ricevuto un sostegno a tutto tondo che va dalla leader di estrema destra Marine Le Pen, alla sinistra radicale Jean-Luc Melenchon, e al sovranista Nicolas Dupont-Aignan.
Per ovattare il malcontento sociale e cercare di controbilanciare gli aumenti, il governo ha annunciato un piano che prevede tra le altre cose un assegno energia annuale di 200 euro per aiutare 5,8 milioni di francesi in difficoltà a scaldare le proprie abitazioni e un assegno carburante che include un piccolo rimborso spesa mensile dei costi di trasporto sostenuti da alcune categorie di lavoratori.
In Italia le proteste francesi sono state interpretate come la reazione connaturata di automobilisti, camionisti e contadini privi di coscienza ecologica che non vogliono pagare il prezzo della transizione all’economia decarbonizzata da realizzare entro il 2050 o come un infortunio in materia fiscale della presidenza Macron che non ha saputo accompagnare i provvedimenti di aumento del prezzo di benzina, gas e diesel con misure di esenzione per i gruppi sociali sfavoriti. Certo, l’italiano medio è abituato alle 8 ore di sciopero “consentite” dal governo, con blocchi giornalieri di pendolari, studenti, pensionati e bambini per poi rientrare, appena il giorno seguente, sul posto di lavoro stabile dal quale cercano delle misure di adeguamento sociale pur non mobilitandosi ulteriormente. L’italiano, dormiente per definizione, sembra essere abituato alla rivoluzione come contentino, subito pronto ad additare quelle concentrazioni sociali che con soluzioni talvolta sovversive ottengono quello per cui si agitano. Eppure si sa, la storia insegna ma non ha scolari.

Manovra infinita, palla all’Eurogruppo

eurogruppo

Oggi, giorno di riunione dell’Eurogruppo per decidere sulle sanzioni alla manovra italiana, sono arrivate le cupe valutazioni sull’Italia dalla banca d’affari Goldman Sachs, che ha drasticamente abbassato allo 0,6% le stime di crescita del Pil italiano per il 2019, a riflesso del calo di fiducia e dei rialzi di rendimenti e spread sui titoli di Stato. In una serie di analisi dedicate alla Penisola, nel suo European Outlook, la banca ha sostenuto che serviranno ulteriori pressioni di mercato e un ampliamento ancora più marcato del differenziale Btp-Bund per convincere il governo a correggere la rotta sulla manovra e perseguire una politica più ortodossa e credibile.

Nel documento di Goldman Sachs si legge: “La questione chiave da un punto di vista macroeconomico e dei mercati è quanta pressione sia necessaria per indurre una marcia indietro politica”. Lo studio ha rilevato che in Portogallo questa svolta giunse dopo che lo spread superò i 400 punti base rispetto ai tassi retributivi dei titoli tedeschi.

Secondo Goldman è “improbabile” che la manovra riesca a stimolare la crescita. “L’impatto della prevista espansione di bilancio sarà probabilmente tagliato dai rialzi dei rendimenti dei titoli di Stato e dal calo di fiducia, che entrambi pesano sul settore bancario e sull’erogazione di credito e implicano che l’Italia stia flirtando con la recessione nel passaggio d’annata”.

La stima sulla crescita 2019, più 0,6%, risulta nettamente abbassata rispetto alle stime precedenti, pari al più 1%. Sul 2020 Goldman stima un più 1,1 per cento e sul 2021 più 1 per cento.

C’è poi un ulteriore rischio, ovvero che con l’accumulo di altre pressioni invece di proceder ad una svolta sulla manovra l’Italia si ritrovi con una “impasse politica” o resti estromessa dai mercati prima della correzione, con una spirale che comprometterebbe ancora di più il Pil. E poi ci sarebbero i rischi di ricadute sul resto dell’area euro, che potrebbero accentuare le pressioni su altri Paesi più deboli.

Valdis Dombrovskis, il vicepresidente della Commissione europea responsabile per l’Euro, oggi a Bruxelles, a margine della conferenza per la celebrazione dei vent’anni dall’introduzione della moneta unica con la fissazione dei tassi irrevocabili di conversione delle monete nazionali partecipanti, ha ribadito: “Sulla manovra finanziaria è positivo che nelle ultime due settimane abbiamo visto un cambiamento di tono nelle discussioni con le autorità italiane, ma non basta: è necessaria una modifica sostanziale dell’andamento del bilancio. Il governo italiano è pronto a impegnarsi e a discutere la manovra, ma non si tratta solo del tono della discussione; si tratta della necessità di avere una correzione sostanziale della traiettoria di bilancio”.

Il commissario Ue agli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici, al suo arrivo all’Eurogruppo, oggi a Bruxelles, ha detto: “La Commissione europea ha il pieno controllo della tempistica nell’eventuale procedura per deficit eccessivo, relativa al debito, contro l’Italia. Permetterete alla Commissione di definirsi come ‘signora del tempo’: ‘Master of the clock’.

Poco dopo, il commissario ha aggiunto di aver constatato, in particolare dopo gli incontri piuttosto intensi avuti nel fine settimana, a margine del G20 Buenos Aires, con il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Giovanni Tria, un cambiamento di tono, un approccio diverso da parte del governo italiano.

Moscovici ha aggiunto: “Il dialogo sta ora andando avanti. Il dialogo è un metodo, attraverso il dialogo possiamo creare una diversa atmosfera e abbiamo la volontà comune di ridurre le divergenze fra noi. Inoltre, ci sono ora delle proposte nuove nell’aria, che stiamo discutendo insieme e vanno nella giusta direzione. Ma rimane un divario consistente tra le posizioni dell’Italia sul bilancio e le correzioni chieste da Bruxelles per rispettare il Patto di Stabilità. Dobbiamo colmare quel divario: per questo dobbiamo ancora lavorare, non siamo ancora alla fine della strada. In parallelo la Commissione deve fare il suo lavoro di preparare le decisioni: sulla base della nostra valutazione abbiamo detto che a questo stadio ci sarebbe la necessità di una procedura per deficit eccessivo, e lo ha detto anche il Comitato economico e finanziario che rappresenta gli Stati membri. Tuttavia, preparare le decisioni non significa che le prenderemo. Il dialogo è il modo per prendere decisioni diverse; ma per questo dovremo ridurre il divario. Il mio motto del giorno è: dialogo e preparazione. Da una parte il dialogo, dall’altra la preparazione delle prossime fasi della procedura. Dobbiamo muoverci in parallelo in queste due dimensioni, sperando che il dialogo abbia una influenza positiva sulla preparazione”.

Raddoppia il taglio dell’Imu per i capannoni così come promesso da Matteo Salvini e arrivano 4mila assunzioni per i centri per l’impiego, primo tassello per la realizzazione del reddito di cittadinanza tanto caro a Luigi Di Maio. E poi ancora, paletti per i furbetti della flat tax, più fondi per ridurre le liste d’attesa della sanità e la proroga della concessione per il superenalotto.

Sarebbero molte le novità in arrivo, fino anche alla nascita del catasto della frutta, nella cinquantina di emendamenti di governo e relatore alla manovra depositati in commissione alla Camera, ma non c’è traccia delle modifiche attese sulle misure di bandiera di Lega e M5S, pensioni e reddito di cittadinanza. Correttivi su cui si sta giocando la partita con Bruxelles e che sono al centro di un ennesimo braccio di ferro fra i due partiti azionisti del governo giallo-verde.

L’obiettivo dell’esecutivo, ribadito più volte dal premier Giuseppe Conte in occasione del G20 di Buenos Aires, è quello di evitare la procedura di infrazione sulla manovra italiana. Un negoziato che si gioca proprio sulle correzioni che si intenderà apportare alla manovra ma di cui al momento non c’è traccia. Sembra ormai evidente da giorni che i nodi verranno affrontati in seconda lettura al Senato, e ad avvalorare questa strada è stato il presidente della commissione Bilancio di Montecitorio Claudio Borghi che, dopo i continui slittamenti dell’esame, ha chiarito che alla Camera non ci sono più i tempi per intervenire.

Oggi, infatti, riprenderanno no-stop i lavori della commissione che proseguiranno ad oltranza domani a partire dalle 10 con l’obiettivo di licenziare il provvedimento martedì e consentire l’approdo in Aula mercoledì. Il calendario è fittissimo. Solitamente la prima settimana di dicembre le ex Finanziarie erano già state approvate da un ramo del Parlamento e si accingevano ad iniziare l’iter nell’altro ramo. Quest’anno il rischio di uno slittamento del via libera finale della manovra a dopo Natale è concreto.

Tutto, ovviamente, dipende dall’accordo nell’esecutivo sui due pilastri, reddito e pensioni, che dovranno essere riscritti e rimodulati per consentire qualche risparmio aggiuntivo da utilizzare molto probabilmente per ridurre la fatidica soglia del 2,4% di deficit considerata intoccabile fino a solo qualche giorno fa. Per fare un ennesimo punto su quest’argomento ci sarà quasi certamente un nuovo vertice di governo a palazzo Chigi entro domani. Ma Lega e M5S sono divisi in particolare sulla riduzione del deficit e sull’ipotesi di tagliarlo fino al 2% per accontentare le richieste della Ue. L’Europa adesso vuole vedere che alle parole di apertura di Conte e Tria seguano dei impegni concreti. Una riduzione del disavanzo fino al 2,1% comporterebbe un taglio di 5 miliardi di spesa che salirebbe a 7 miliardi se l’asticella venisse fissata al 2%.

Raddoppia il taglio dell’Imu sui capannoni che sale dal 20 al 40%. Lo prevede un emendamento dei relatori alla manovra depositato in commissione Bilancio della Camera e fortemente sponsorizzato dalla Lega. Soddisfazione è stata espressa dal leader del Carroccio Matteo Salvini cha ha commentato: “È un impegno che mi ero preso con artigiani e imprenditori dieci giorni fa. Dalle parole ai fatti!”.

Con un emendamento dei relatori alla manovra, vengono introdotti paletti per evitare abusi come licenziamenti o uscite strumentali dal mondo del lavoro con l’obiettivo di ridursi il carico fiscale e poter accedere alla nuova flat tax al 15%, che viene riconosciuta alle partite Iva con ricavi o compensi fino a 65mila euro.

Viene, infatti, previsto che tra i soggetti esclusi dall’imposta sostitutiva rientrano anche le persone fisiche la cui attività è esercitata prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con i quali il soggetto ancora lavora o ha lavorato nei due anni d’imposta precedenti.

Lo stop riguarda anche i rapporti di lavoro che erano o sono intrattenuti nei confronti di soggetti “direttamente o indirettamente riconducibili” al vecchio datore di lavoro.

Sulle infrastrutture la Confindustria scende in campo con le proteste. Si inizia con la Linea ad Alta velocità Torino-Lione, ma l’obiettivo è quello di lanciare un segnale forte per lo sblocco delle opere infrastrutturali del paese. Il capoluogo piemontese si prepara ad accogliere domani il fronte degli imprenditori con a capo la Confindustria che terrà un proprio Consiglio generale, a sostegno del fronte del Sì alla realizzazione della Tav.

L’iniziativa è aperta alle altre categorie e hanno dato la loro adesione: Confcommercio e Confartigianato, oltre all’Ance, l’associazione dei costruttori edili. Ci saranno anche Confapi, l’associazione piccole e medie imprese, gli artigiani della Cna, Confesercenti, Confagricoltura, Lega delle Cooperative e Confcooperative.

Oltre al luogo scelto, Torino, anche la data ha un suo significato: cade infatti a ridosso delle risultanze della commissione di analisi tra costi e benefici voluta dal ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Danilo Toninelli, sulle grandi opere. L’analisi costi-benefici, per quanto riguarda la Tav, ha chiarito il ministro, è stata completata e ora si attende il parere dell’Avvocatura di Stato sull’analisi tecnico-giuridica.

Sulla Tav è chiara la posizione di Confindustria. Per il presidente degli industriali, Vincenzo Boccia, la questione sulla realizzazione o meno della Torino-Lione riguarda soprattutto l’idea di sviluppo che si vuol dare al paese, perché solo realizzando le opere infrastrutturali si cerano nuovi posti di lavoro e si sostengono le imprese nella loro battaglia alla competitività in chiave europea.

All’iniziativa sono attesi circa 1500 imprenditori che potrebbero salire anche al oltre 2 mila in avvio di una settimana che potrebbe rivelarsi decisiva per le sorti dell’opera e giocando d’anticipo alla manifestazione che i No Tav hanno in programma per l’8 dicembre.

Sulla manovra del governo italiano si è espresso anche l’ambasciatore Usa a Roma, Lewis Eisenberg che, partecipando allo Us Italy Dialogue organizzato dall’Aspen, ha detto: “Il processo sul budget intrapreso dal governo è significativo per l’Italia, per l’Ue e per il mondo”. Eisenberg, seduto vicino al ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, ha citato anche una frase del presidente Trump secondo il quale ‘Conte sta lavorando duro per l’economia e avrà successo’, e poi ha detto: “Io aggiungo che non c’è mai stato un momento migliore per comprare Made in Usa e Made in Italy”.

Ma vediamo cosa sta cambiando in Parlamento sulla manovra del Governo. Ieri è arrivato il primo pacchetto di emendamenti alla manovra. L’esecutivo giallo verde ha presentato a Montecitorio una parte delle sue proposte di modifica alla legge di bilancio, 56 in tutto. C’è la norma contro i furbetti della flat tax e le 4 mila assunzioni ai centri per l’impiego. Mancano invece, il pacchetto delle misure per la famiglia, annunciato nei giorni scorsi dal governo, e le norme sulle pensioni. Fonti di palazzo Chigi assicurano però che l’emendamento sul taglio delle pensioni d’oro ci sarà. Oggi continua la corsa in commissione Bilancio alla Camera sulla manovra che dovrà approdare arrivare in Aula mercoledì per la discussione generale. Ecco riepilogate, intanto, le principali novità contenute negli emendamenti presentati ieri:

NORMA CONTRO ‘FURBETTI’ FLAT TAX – Arriva la norma contro i furbetti della flat tax (la tassa al 15% per le partite iva sotto i 65.000 euro). Per evitare licenziamenti e altri interventi che consentano di rientrare nella soglia fissata i relatori al ddl bilancio hanno presentato un emendamento per escludere dalla misura ”le persone fisiche nei casi in cui l’attività sia prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con i quali sono in essere o erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi d’imposta o di soggetti agli stessi direttamente o indirettamente riconducibili”.

4.000 ASSUNZIONI NEI CENTRI PER L’IMPIEGO – A partire dal 2019 le Regioni sono autorizzate ad assumere fino a 4.000 unità di personale da destinare ai centri per l’impiego. La spesa ammonta a 120 milioni per il prossimo anno e 160 milioni a partire dal 2020.

IMU SU CAPANNONI – Lo sconto possibilità di dedurre l’Imu sui capannoni industriali da Ires e Irpef passa dal 20% al 40%. La deducibiltà sugli immobili strumentali ai fini delle imposte d’impresa e di reddito è previsto da un emendamento al ddl bilancio, presentato in commissione Bilancio dai relatori.

PIU’ RISORSE PER SICUREZZA URBANA – Più risorse per la sicurezza urbana. Il fondo è incrementato di 25 milioni di euro all’anno a partire dal 2019.

TAGLIO TEMPI ATTESA SANITA’ – Raddoppiano le risorse per accorciare i tempi d’attesa per le prestazioni sanitarie. La quota prevista nel ddl bilancio passa da 50 a 100 milioni l’anno, per il periodo 2019-2021, grazie a un emendamento presentato in commissione Bilancio alla Camera.

MEDICI PRIVATI PER COPRIRE BUCHI OSPEDALI PUBBLICI – Gli ospedali pubblici potranno assumere medici, a tempo determinato, per riempire i buchi che non riescono a essere coperti con le normali procedure di assunzione. I relatori al ddl bilancio hanno presentato un emendamento in commissione Bilancio alla Camera che consente in via eccezionale di conferire incarichi individuali con contratto di lavoro autonomo a personale medico, anche per lo svolgimento di funzioni ordinarie. Il ricorso a personale esterno, si legge nella norma, è consentito in casi di ‘effettive esigenze correlate alla garanzia dell’erogazione delle prestazioni di assistenza diretta ai pazienti comprese nei livelli essenziali di assistenza, cui non sia in grado di far fronte con medici dipendenti’.

PARKINSON E ALZHEIMER – Un milione l’anno, per tre anni, da destinare all’European brain research instituite. Il governo ha presentato un emendamento al ddl bilancio, in commissione Bilancio alla Camera, che stanzia un contributo per individuare nuove strategie terapeutiche per malattie neurodegenerative e altri gravi disturbi del sistema nervoso, si legge nella relazione illustrativa che accompagna il provvedimento. Tra gli obiettivi dell’istituto c’è la ricerca di terapie efficaci contro le malattie d’Alzheimer e di Parkinson.

A CNR 30 MLN L’ANNO – Trenta milioni l’anno, nel periodo 2019-2028, per il Consiglio nazionale delle ricerche. Lo stanziamento delle risorse è previsto in un emendamento del governo al ddl bilancio. Le risorse, si spiega nella relazione tecnica, vengono attribuite per il perseguimento efficace delle attività istituzionali di ricerca.

PROROGA CONCESSIONE SUPERENALOTTO – Proroga della concessione del superenalotto fino al 30 settembre 2019. La norma, si legge nella proposta di modifica, viene introdotta al fine di consentire l’espletamento della procedura di selezione per l’attribuzione della nuova concessione per l’esercizio dei giochi numeri a totalizzazione nazionale.

ACCADEMIA CRUSCA – L’Accademia della Crusca potrà assumere 3 unità di personale non dirigenziale, per una spesa complessiva di 236.000 euro l’anno a partire dal 2019. La misura è contenuta in un emendamento al ddl bilancio, presentato dal governo in commissione Bilancio alla Camera. Il fine della misura, si legge nella proposta di modifica, è quello di sostenere la lingua italiana, nel suo valore storico di fondamento dell’identità nazionale, e di promuovere lo studio e la conoscenza in Italia e all’estero.

ARRIVA LA ‘NORMALE MERIDIONALE’ – La Normale di Pisa avrà una succursale nell’università di Napoli Federico II, che sarà chiamata ‘Scuola Normale superiore meridionale’. La nascita della struttura, si legge nella proposta di modifica, ha l’obiettivo di rafforzare la partecipazione dell’Italia al progresso delle conoscenze e alla formazione post laurea, anche mediante l’adesione alle migliori prassi internazionali oltre che assicurare una più equa distribuzione delle scuole superiori nel territorio nazionale.

AIFA POTRA’ RINEGOZIARE PREZZI FARMACI – L’Aifa potrà negoziare il prezzo dei farmaci, anche prima della scadenza dell’accordo con le aziende, se le condizioni di mercato cambiano. L’Agenzia italiana del farmaco, si legge nella proposta di modifica, potrà riavviare, prima della scadenza del’accordo negoziale con l’azienda farmaceutica le procedure negoziali per il riconsiderare le condizioni dell’accordo in essere nel caso in cui intervengano ‘medio tempore’ variazioni del mercato, tali da far prevedere un incremento del livello di utilizzo del medicinale ovvero configurare un rapporto costo terapia sfavorevole rispetto alle alternative presenti nel prontuario farmaceutico nazionale.

PICCOLE FARMACIE – Novità in arrivo, per sostenere le piccole farmacie. Il tetto per accedere allo sconto del 60%, sulle trattenute applicate dal servizio sanitario nazionale ai pagamenti che effettua nei confronti degli esercizi, passa dall’attuale fatturato di 300.000 euro (al netto dell’Iva) a 150.000 euro. La misura, si legge nella relazione tecnica, viene introdotta per “garantire sull’intero territorio nazionale l’uniforme attuazione delle norme che prevedono delle agevolazioni per le farmacie rurali sussidiate con un fatturato annuo in regione di servizio sanitario nazionale”.

20 ASSUNZIONI PER AVVOCATURA DELLO STATO – Venti assunzioni, tra avvocati e procuratori, per l’avvocatura dello Stato. ‘Al fine di assicurare all’Avvocatura dello Stato l’esepletamento dei compiti ad essa assegnati dalla legge -si legge nella proposta di modifica- le dotazioni organiche degli avvocati e dei procuratori sono aumentate rispettivamente di 10 unità. Le procedure concorsuali sono disposte anche in deroga ai vincoli in materia di reclutamento nelle pubbliche amministrazioni e ai limiti assunzionali previsti dalle normativa vigente in materia di turn over”.

PRECARI ARERA – I precari dell’Arera potranno essere assunti a tempo indeterminato, senza dover superare un concorso pubblico. ‘Al fine di superare il precariato e ridurre il ricorso ai contratti a termine e valorizzare le professionalità acquisite dal personale con rapporto di lavoro a tempo determinato, l’Autorità di regolazione per l’energia, reti e ambiente, nel triennio 2019-2021, previo superamento di un apposito esame-colloquio, assume a tempo indeterminato il personale non dirigenziale’, si legge nella proposta di modifica.

SLITTA A 2020 PROCEDURA REGIONI PER DIVIDERE AUMENTO RISORSE SANITA’ – Slitta al 2020 la procedura che le regioni devono attuare per assicurarsi le maggiori risorse che vengono stanziate dallo Stato per il servizio sanitario nazionale. La norma approdata alla Camera prevede che ‘per gli anni 2019, 2020 e 2021, l’accesso delle regioni all’incremento del livello del finanziamento rispetto al valore stabilito per l’anno 2018 è subordinato alla stipula, entro il 31 gennaio 2019, di una specifica intesa in sede di Conferenza’. La proposta di modifica stabilisce che la procedura scatterà dal 2020, facendo riferimento alle risorse stanziate nel 2019 (114,4 mld) e dando tempo alle regioni fino al 31 marzo 2019 per trovare un’intesa.

CAMBIA NORMA VOUCHER PER CONSULENZE SVILUPPO IMPRESE – Cambia la norma che stanzia un contributo a fondo perduto, nella forma di voucher, per le consulenze di natura specialistica finalizzate a sostenere i processi di trasformazione tecnologica e digitale delle imprese. Non sarà più valida per le piccole e medie imprese ma solo per le micro imprese. Il disegno di legge arrivato alla Camera consente l’accesso all’agevolazione a tutte le pmi mentre la proposta di modifica riduce la platea alle sole micro e piccole imprese.

MONITORAGGIO PROGETTI SETTORE AERONAUTICO – ‘Al fine di assicurare l’attività di monitoraggio, controllo e valutazione sui progetti per lo sviluppo e l’accrescimento di competitività delle industrie operanti nel settore aeronautico è autorizzata la spesa di 250.000 euro l’anno a partire dal 2019.

RIMBORSI PER COMITATO MEDIA-MINORI – In arrivo 200.000 euro a partire dal 2019, per il funzionamento del Comitato di applicazione del codice di autoregolazione media e minori. Le risorse andranno, in particolare, per ‘i rimborsi legati alla partecipazione delle sedute plenarie e delle sezioni per la stipula di accordi e convenzioni con università e organismi specializzati pubblici e privati, per l’effettuazione di ricerche studi e attività divulgative nelle materie di competenza’.

PIU’ CONTROLLI RECEPIMENTO NORME UE – Incrementare i controlli nella fase di recepimento delle norme Ue, per evitare possibili contenziosi. I relatori al ddl bilancio hanno presentato un emendamento al ddl bilancio, in commissione Bilancio della Camera, per ‘rafforzare, sia in fase ascendente di formazione sia un quella di recepimento del diritto e delle politiche dell’Unione europea, le verifiche di compatibilità con la tutela effettiva dei principi e diritti fondamentali previsti dalla Costituzione, anche allo scopo di prevenire il relativo contenzioso’. A partire dal 2019 è previsto lo stanziamento di 1,5 milioni di euro annui a decorrere dal 2019.

Purtroppo, quello che sta in cantiere non è ancora sufficiente per evitare il provvedimento di infrazione che potrebbe essere preparato ma ancora non applicato. Insomma, l’Ue sta ancora dando tempo all’Italia ma la meta da raggiungere è stata già fissata molto chiaramente.

S. R.

Nancy Pelosi riprende il timone alla Camera

nancy-pelosi

“Nancy Pelosi merita di essere scelta dai democratici speaker della Camera. Se le causeranno problemi, magari io le procurerò dei voti repubblicani”. Così Donald Trump il giorno dopo le elezioni di metà mandato che ha visto i democratici ottenere la maggioranza alla Camera.

L’offerta del ramoscello d’ulivo dell’inquilino alla Casa Bianca contrasta ovviamente con la sua aspra retorica nella campagna elettorale diretta alla leader politica italo-americana. Trump l’aveva usata come spauracchio dicendo che la Pelosi avrebbe abolito le frontiere e imposto il socialismo all’America in caso di vittoria democratica. La Pelosi era per Trump il simbolo di “tasse alte, crimini alti” e amante “di MS-13”, la violenta gang centroamericana.

Il quadro dipinto da Trump e copiato anche dalla retorica repubblicana ha avuto un impatto e dopo la vittoria del 6 novembre alcune voci nel partito democratico si sono alzate contro Pelosi. Una quindicina di deputati democratici tendenti a destra hanno dichiarato la loro opposizione alla candidatura di Pelosi come speaker. Si tratta di parlamentari che hanno votato in molte occasioni per l’agenda di Trump. Poco a poco, però, tutto ci fa credere che la Pelosi sarà eletta speaker.

Il problema principale alla sua opposizione è che nessun candidato credibile si è fatto avanti per sfidarla. La deputata Marcia Fudge, democratica dell’Ohio, aveva indicato di volere candidarsi ma dopo avere parlato a quattrocchi con Pelosi ha deciso di supportarla avendo ottenuto la promessa che le deputate afro-americane avrebbero un ruolo più prominente nella prossima legislatura.

Il deputato democratico Gerry Connolly del Virginia ha colto molto bene le capacità di Pelosi quando ha detto che lei sa “ispirare, persuadere e intimidire”. Il fatto che i democratici abbiano riconquistato la maggioranza alle recenti elezioni di metà mandato, aggiungendo quaranta deputati alle loro file, si deve a tante cose ma anche ai suoi contributi. La Pelosi ha lavorato e fatto campagna elettorale dove è stata invitata e ovviamente è riuscita anche a raccogliere 135 milioni di dollari per il suo partito nel 2018.

Poco a poco l’opposizione alla Pelosi si è squagliata come neve al sole in parte per le sue capacità di convincere in maniera diplomatica gli scettici che la situazione in America è critica e per contrastare Trump e la maggioranza repubblicana al Senato ci vuole qualcuno che sappia navigare le turbolenti acque di Washington. Anche Alexandria Ocasio-Cortez, la 29enne neo deputata democratica socialista di New York, ha riconosciuto il valore di Pelosi. La Ocasio-Cortez ha accettato le qualità liberal della probabile speaker facendo notare che i suoi detrattori vengono dall’ala destra del partito.

La Pelosi infatti ha notevole esperienza e dal 1987 serve nella Camera rappresentando il quinto distretto della California che include la liberal San Francisco. È una delle deputate più liberal secondo VoteView, un’agenzia che misura l’ideologia mediante i voti espressi dai deputati. Pelosi è più liberal di 80 percento dei suoi colleghi democratici alla Camera e più del 93 percento se si considera l’intera Camera.

Inoltre Pelosi ha fatto storia divenendo la prima donna speaker della Camera nel 2007, terza carica del governo Usa, mantenuta fino al 2011. Nei suoi quattro anni di speaker è riuscita a fare approvare parecchie leggi importanti fra le quali spicca la riforma sulla sanità, detta Obamacare. I repubblicani la hanno demonizzato, dirigendo però le loro stoccate principalmente verso Barack Obama, attribuendogli la responsabilità. In realtà molto del credito per la riforma ricade sulla Pelosi e la popolarità sempre crescente della riforma ricalca il valore del suo contributo. Il fatto che i democratici abbiano conquistato la maggioranza alla Camera neutralizzerà qualunque tentativo di silurare la riforma da parte repubblicana per almeno due anni.

Il lavoro di speaker non è facile considerando le diverse fazioni del Partito Democratico e non lo era nemmeno ai tempi della maggioranza repubblicana. Ne sa qualcosa John Boehner il quale da speaker fece del suo meglio per mantenere le diverse fazioni dei deputati repubblicani uniti ma alla fine dovette dimettersi per il mancato appoggio degli ultra conservatori del Tea Party. Paul Ryan successe a Boehner ma anche lui non ha avuto vita facile e ha deciso di non ricandidarsi avendo probabilmente intuito una sconfitta del suo partito alle elezioni del mese scorso.

Il Partito Democratico non è nemmeno tanto unito ma la nuova energia di una centinaia di nuovi deputati, poco familiari con le acque sabbiose di Washington, richiederà un timoniere esperto come la Pelosi. L’agenda democratica include alcuni temi come gli investimenti sulle infrastrutture e il costo delle medicine dove si potrebbe trovare terreno comune coi repubblicani. In altri casi si tratta di interessi principalmente democratici come l’aumento del salario minimo, l’ampliamento del Medicare per coloro che hanno 50 anni, e la sfida del riscaldamento globale. Non sarà facile né per i democratici né per un timoniere di esperienza come Pelosi poiché i repubblicani controllano il Senato e la Casa Bianca. Ma anche nei casi dove non si potrà trovare terreno comune sarà importante fare approvare disegni di legge prettamente democratici per ristabilire le credenziali della sinistra. Alcune di queste leggi troppo “estremiste” per i repubblicani saranno importanti per i democratici anche se non andrebbero in porto. Permetterebbero ai democratici di acquistare futuro capitale politico che condurrebbe alla riconquista della Casa Bianca e del Senato. La Pelosi è la migliore speranza per il Partito Democratico e per il Paese.

Domenico Maceri

Trump nomina Whitaker: giustizia tutta per sé

Matt-Whitaker“Non conosco Matt Whitaker”. Queste le parole di Donald Trump su Whitaker che il 45esimo presidente aveva appena nominato ministro di giustizia pro-tempore dopo il licenziamento di Jeff Sessions. Un mese prima, però, Trump aveva commentato in un’intervista alla Fox News che conosceva Whitaker e che era “una grande persona”.

Le contraddizioni di Trump sono divenute tipiche e ovviamente riflettono la sua strategia di concentrarsi sul momento e al diavolo cosa ha detto in passato poiché sa benissimo che non ci saranno conseguenze. Eccetto per quelli che ricordano e sono stati costretti a contare le asserzioni false o fuorvianti dell’attuale inquilino alla Casa Bianca. Si ricorda che il Washington Post ha già calcolato più di 6mila false asserzioni di Trump.

Trump ovviamente conosceva Whitaker ed infatti secondo informazioni era stato imposto come capo dello staff nell’ufficio del ministero di Giustizia di Sessions il quale lo accolse controvoglia. Non poteva immaginare che un anno dopo e tanti pubblici insulti ricevuti da Trump sarebbe stato rimpiazzato dal capo del suo staff.

Trump non solo conosceva Whitaker ma tutte le indicazioni ci indicano che esattamente per questo lo ha piazzato alla direzione del ministro di Giustizia. Whitaker, prima di essere assunto, aveva in effetti condotto una specie di “campagna elettorale” per il suo nuovo incarico difendendo Trump nella vicenda del Russiagate, suggerendo persino come il 45esimo presidente potrebbe bloccarla. Da commentatore alla Cnn nel 2017 Whitaker aveva dichiarato che la nomina di Mueller a procuratore speciale era “ridicola” e “sospettosa”. Rievocando le parole di Trump, Whitaker aveva anche classificato l’inchiesta del Russiagate “una caccia alle streghe” suggerendo che un ministro della Giustizia potrebbe ridimensionare il lavoro di Mueller tagliandogli i fondi e in effetti chiudendo l’inchiesta.

Al di là delle sue opinioni molto polemiche, che guarda caso, combaciano con quelle di Trump, gli analisti hanno rilevato altri elementi che squalificano Whitaker da ministro della Giustizia. Il neo ministro ha in passato messo in dubbio la storica decisione Marbury vs. Madison che stabilisce il principio cardine della Corte Suprema come arbitro finale della costituzione e le leggi americane. Inoltre Whitaker aveva lavorato per un’azienda che ha defraudato i suoi clienti la quale è al momento indagata dalla Fbi, una della agenzie che fa parte del ministero della Giustizia.

La nomina di Whitaker è stata sfidata subito dopo l’annuncio. Funzionari del ministero di Giustizia hanno fatto tempestivamente un controllo rilasciando un report secondo il quale Whitaker qualifica per il suo nuovo incarico nonostante il fatto che non sia stato confermato dal Senato come avviene con tutti i ministri. Ciononostante voci sia di sinistra che di destra si sono alzate immediatamente per dimostrare il loro disappunto. Alcuni hanno rilevato l’incostituzionalità della nomina mentre altri hanno sottolineato la loro preoccupazione che le asserzioni fatte da Whitaker metterebbero l’inchiesta di Mueller in pericolo. Alcuni avevano suggerito che Whitaker potrebbe ricusarsi dell’inchiesta del Russiagate come aveva fatto Sessions il quale pagò uno dei suoi pochi atti obiettivi con il suo licenziamento. Whitaker ha però indicato che non intende ricusassi aumentando la paura sulla sicurezza dell’inchiesta di Mueller.

All’inizio del suo mandato Trump ha nominato collaboratori noti a lui ma anche altri che gli furono raccomandati per assisterlo a navigare le acque poco limpide di Washington. Molti di questi individui dell’establishment repubblicano sono stati poco a poco licenziati e sostituiti con altri che hanno dimostrato fedeltà al presidente anche se la loro capacità era tutt’altro che eccellente. Whitaker fa parte di questi individui che hanno dimostrato di potere garantire fedeltà a Trump. In questo caso si tratta di una nomina temporanea che potrebbe però rivelarsi decisiva per silurare l’inchiesta del Russiagate.

Trump ha sempre sostenuto che il Russiagate consiste di una caccia alle streghe. I fatti però ci indicano il contrario. Nei diciotto mesi di indagini una dozzina di individui si sono dichiarati colpevoli, alcuni dei quali collaboratori importanti di Trump. Si attendono condanne per alcuni di questi e altri capi di accusa a individui vicini al presidente sono imminenti. Inoltre due dozzine di cittadini russi sono stati incriminati anche se Vladimir Putin non li consegnerà alla giustizia americana. Fino al momento, però, il sistema giudiziario sembra tenere nonostante i tentativi di Trump di farlo saltare.

La nomina di Whitaker è un tentativo del presidente per controllare la giustizia e soddisfare i suoi bisogni invece di permettere il suo percorso naturale. Riflette in effetti la visione del 45esimo presidente che crede di avere poteri assoluti che gli permettono persino di criticare i giudici le cui decisioni gli sono sgradevoli. Lo ha fatto con la recente decisione di un giudice su una nuova applicazione della legge sulle richieste di asilo dei migranti. Trump ha etichettato la decisione come fatta da “un giudice di Obama”. Il presidente della Corte Suprema, John Roberts, nominato da George Bush figlio nel 2005, in un rarissimo intervento, ha ha rilasciato una dichiarazione per la giornata di Thanksgiving alla Associated Press, dicendo che tutti dobbiamo essere “grati per l’indipendenza del sistema giudiziario”. Roberts ha aggiunto che in America non esistono “giudici di Obama, giudici di Trump, giudici di Clinton o giudici di Bush”. Trump la vede diversamente e ha criticato Roberts in un recentissimo tweet sostenendo che “i giudici di Obama” esistono. Ci ricorda gli allenatori che se la prendono con l’arbitro per la sconfitta della loro squadra. Qui però si tratta della democrazia del Paese più importante al mondo e non di una partita di calcio. Nella sua conferma a giudice della Corte Suprema Roberts aveva detto che i giudici devono arbitrare obiettivamente. Whitaker non è giudice ma ha già dimostrato di garantire fedeltà al suo capo e non obiettività al popolo americano.

Domenico Maceri

Mattarella difende la libertà di stampa

IF

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è intervenuto a Merano alla cerimonia per i 130 anni del gruppo editoriale Athesia che edita i quotidiani Dolomiten e l’Adige. Attraverso la società Seta, inoltre, Athesia edita anche i giornali Alto Adige e Trentino. Il gruppo oggi conta circa 1200 dipendenti ed opera, oltre che nell’editoria, anche nel turismo e nel settore energetico.

Il Presidente Sergio Mattarella, ricordando le persecuzioni subite durante il nazifascismo e l’impegno di Athesia sulla libertà di stampa e sulla tutela delle minoranze linguistiche, ha detto: “La libertà di stampa e la tutela delle minoranze linguistiche sono due valori correlati, e sanciti dalla Costituzione. La casa editrice Athesia è stata un punto di riferimento per la tutela della cultura e dell’identità del gruppo tedesco del Sudtirolo. La nostra Costituzione prevede la tutela delle minoranze e della libertà di stampa. Sono due valori che hanno un legame tra di loro: il diritto di manifestare il pensiero e di esercitarlo nella propria lingua e cultura. Il rapporto tra minoranze e stampa è un elemento importante nella nostra Repubblica. Non è soltanto un diritto fondamentale di quelli che la Repubblica deve promuovere concretamente ma è anche un interesse generale della Repubblica perché il confronto tra le varie identità è una ricchezza per qualunque paese democratico e questa esigenza si è espressa in questi 130 anni da parte del gruppo Athesia. L’integrazione europea ha messo in comune il futuro dei suoi popoli per cancellare frontiere e superare divisioni. Questo ha creato una prospettiva crescente che mette in comune tutti i popoli europei ciascuno con la propria identità, cultura e carattere ma accomunati da questa comune prospettiva di pace e collaborazione e di crescita comune”.

Il Presidente Sergio Mattarella, ligio ai suoi doveri costituzionali, non perde occasione per difendere i valori della nostra Costituzione e l’impegno dell’Italia nell’Unione Europea.

Salvatore Rondello

Trump e la retorica allarmistica su immigrati

messico carovana usa

“Nessuna invasione. Nessun pericolo…Ma come ho detto siamo a una settimana dall’elezione”. Ecco le parole di Shep Smith, conduttore di un programma alla Fox News, commentando la situazione della carovana di migranti che si sta dirigendo verso gli Stati Uniti.

Smith, uno dei pochissimi giornalisti alla Fox News che non fa parte dell’ideologia predominate sostenitrice di Donald Trump, smentiva le esagerazioni dell’inquilino alla Casa Bianca. Si ricorda che nelle ultime settimane prima delle elezioni di metà mandato il 45esimo presidente aveva tuonato a destra e manca sul pericolo rappresentato da alcune migliaia di profughi che si stanno dirigendo verso gli Stati Uniti. Questi disperati includono gente che sfugge dalla violenza centroamericana ma anche dall’estrema povertà in cui si trovano.

Trump ha usato la carovana per fare campagna politica cercando di presentarla come una “invasione” degli Stati Uniti. Per contrastarla, ha mandato più di 5mila soldati al confine col Messico che si aggiungono alla polizia di frontiera e 2100 membri della Guardia Nazionale.

Trump aveva capito che concentrarsi sul tema dell’immigrazione avrebbe mobilitato la sua base a recarsi alle urne. I democratici hanno concentrato la loro campagna sulla sanità conquistando la maggioranza alla Camera, aiutati anche dall’impopolarità di Trump e dalla sua sbagliata strategia di non sottolineare l’economia in ascesa. Trump da parte sua, il giorno dopo l’elezione, ha smesso di parlare dell’immigrazione perché dopotutto, si trattava, come aveva detto Shep Smith, di… campagna elettorale.

Ciononostante, la strategia di Trump per affrontare la questione dell’immigrazione continua a basarsi sulla mano dura con la chiusura della frontiera, usando le forze dell’ordine per impedire ai migranti di entrare nel Paese. Allo stesso tempo l’amministrazione Trump sta preparando un’interpretazione della legge americana che renderebbe ancora più difficile la richiesta di asilo politico regolata non solo dalla legge nazionale ma anche internazionale. Trump intende promuovere una misura secondo la quale la richiesta di asilo politico sia disponibile solo a coloro che entrano negli Stati Uniti in certi porti di ingresso stabiliti dal governo. Coloro i quali entrerebbero in luoghi deserti e poi si consegnassero a forze dell’ordine americane verrebbero spediti indietro.

Trump crede di potere bloccare l’entrata dei migranti negli Stati Uniti ma in caso contrario ha già un piano di costruire una “città di tendopoli” lungo il confine dove i migranti verrebbero tenuti mentre attenderebbero l’esito della loro richiesta di asilo.

Le parole e le azioni di Trump faranno piacere alla sua base perché agisce da duro anche se alcuni hanno già capitolo che si tratta solo di retorica. La costruzione del muro alla frontiera, ripetuto fino alla nausea durante la campagna elettorale che il Messico avrebbe dovuto pagare, non viene più menzionato perché richiama il suo fallimento di risolvere il nodo dell’immigrazione con le risposte semplicistiche.

I democratici sono rimasti lontani dal tema durante la campagna elettorale appena conclusosi. Non esistono risposte facili e immediate per risolvere la disperata situazione di migranti in nessuna parte del mondo. Bisogna andare alle radici. Matteo Salvini, attuale ministro degli Interni in Italia, nel suo slogan di aiutarli a casa loro, non ha tutti i torti, anche se lui ha fatto poco per risolvere la triste situazione dei migranti che spesso perdono la vita mentre cercano di sbarcare in Italia.

L’idea di risolvere i problemi a casa loro non è però errata. Trump non la menziona e infatti continua a minacciare che se i governi centroamericani non impediscono la partenza di queste carovane taglierà loro gli aiuti finanziari che l’America elargisce al Guatemala, El Salvador e Honduras. Questa azione aggraverebbe la situazione e aumenterebbe il numero di profughi.

Si tratta proprio del contrario. Se Trump volesse davvero risolvere la triste situazione in America Centrale dovrebbe inviare più fondi per migliorare l’economia in questi Paesi. Il 45esimo presidente però rimane un isolazionista, preoccupandosi solo dei problemi in casa sua, senza capire che nel mondo moderno molti dei problemi hanno matrice e ripercussioni globali.

I democratici e la sinistra in generale lo capiscono ma anche loro non hanno trovato risposte efficaci. Ecco perché il populismo che vuole chiudere le frontiere miete successi politici in Europa. La risposta facile e immediata offerta dal populismo non è efficace ma dà un minimo di soddisfazione temporanea.

Nella sua retorica allarmistica Trump ha persino assegnato la colpa ai democratici che secondo lui sono responsabili delle deboli leggi americane sull’immigrazione. Dimentica ovviamente che per i suoi primi due anni di mandato lui e il suo partito hanno controllato il potere legislativo e esecutivo. Avrebbero potuto modificare le leggi ma non lo hanno fatto. Con il controllo democratico della Camera a iniziare dal mese di gennaio 2019 si troveranno queste soluzioni legislative più facilmente?

Domenico Maceri

Trump, i midterm sono io. Un referendum sul presidente

trump dazi“In un certo senso io sono nella scheda elettorale”. Queste le parole di Donald Trump in una chiamata telefonica a 200mila sostenitori una settimana prima delle elezioni di midterm. Il 45esimo presidente non era ufficialmente candidato ma con le sue azioni e parole ha fatto molto per intromettersi nell’elezione cercando una disperata conferma sul suo mandato.

La conquista democratica della Camera come pure di una mezza dozzina di nuovi governatori democratici rappresentano un rifiuto di Trump nonostante il fatto che i repubblicani abbiano mantenuto e persino ampliato la loro maggioranza al Senato. Il 45esimo presidente non ha però riconosciuto la sconfitta esaltando l’esito elettorale come una grande vittoria, riflettendo la sua fantasiosa capacità di deformare o inventare la realtà.

È tipico che nelle elezioni di metà mandato il presidente in carica perda consensi. Era successo anche a Barack Obama nel 2010. In generale, dopo due anni di presidenza, gli inquilini alla Casa Bianca spendono una buona parte del loro capitale politico e gli elettori li “puniscono”. Nel caso di Obama l’approvazione della riforma sanitaria, Obamacare, rappresentò questa spesa politica. I repubblicani sono stati molto efficaci a demonizzare la riforma e hanno ottenuto ottimi risultati alle elezioni del 2010.

Nel caso di Trump qualcosa di simile è successo ma in questo caso brucia di più perché le dinamiche hanno trasformato le elezioni in un referendum sul presidente in carica. Il 45esimo presidente avrebbe potuto seguire l’esempio di Obama nelle elezioni del 2010 rimanendo a bordo campo. Trump, da egocentrico qual è, ha deciso di sottomettersi alla prova. Infatti, 2 terzi degli elettori, nel bene e nel male, hanno indicato il 45esimo presidente come la ragione principale per recarsi alle urne in massa. Centodieci milioni di americani hanno votato, ossia il 47 percento aventi diritto, cifra apparentemente bassa, ma in realtà molto più alta delle altre elezioni di metà mandato (52 percento democratici, 46 percento repubblicani, 2 percento altri). Per raggiungere un livello simile bisogna ritornare alle elezioni di metà mandato del 1966.

L’insistenza di Trump di partecipare attivamente alle elezioni di midterm, credendo di potere fare la differenza, si è aggiunta alla strategia sbagliata di non ricalcare l’economia rosea, scegliendo invece di rimanere nella sua campagna di odio e anti-immigranti. Nelle due settimane prima delle elezioni il 45esimo presidente ha fatto più di una dozzina di rally inveendo contro l’immigrazione illegale. In particolar modo l’attuale inquilino della Casa Bianca ha tuonato contro la minaccia “dell’invasione” della carovana di migranti dell’America centrale che si sta dirigendo verso gli Stati Uniti. Per contrastarla Trump ha deciso di mandare più di diecimila soldati al confine per impedire loro di entrare nel Paese.

L’invasione dei migranti non è stata vista tale da nessuno eccetto la base dei seguaci di Trump. Persino un commentatore della Fox News, la rete televisiva amica di Trump, ha detto che non c’è nessuna invasione. Il 45esimo presidente ha però cercato di costruire un castello di sabbia accusando i democratici di volere fare entrare i criminali nel Paese senza però offrire alcuna prova. Nel fuoco della campagna le falsità di Trump sono aumentate notevolmente. Il Washington Post ha calcolato che Trump ha già detto più di 6mila asserzioni false o fuorvianti.

Trump ha bisogno di nutrirsi dell’amore dei suoi sostenitori ma ha anche una grande fede nel suo intuito politico che lo ha portato alla Casa Bianca. Lo speaker della Camera, Paul Ryan, gli aveva telefonato suggerendo di abbassare i toni sull’immigrazione e concentrarsi sull’economia in ascesa come cuore della campagna politica. Trump però ha deciso che la strada giusta per proteggere le maggioranze al Senato e alla Camera si trovava nella mobilitazione della sua base la quale richiede il solito Trump battagliero.

Ha sbagliato in parte perché l’America continua a cambiare. Il 41 percento è già formato da membri di gruppi minoritari. Inoltre, le donne bianche istruite nelle periferie del Paese hanno cominciato ad abbandonare Trump e il Partito Repubblicano. Continuare a vedere le vittorie politiche basandosi sul numero sempre in riduzione dei bianchi, soprattutto i maschi, non promette futuri risultati politici positivi.

Il giorno dopo l’elezione Trump ha usato parole dolci verso i democratici offrendosi pronto a negoziare, congratulandosi con Nancy Pelosi, la probabile speaker della Camera a cominciare da gennaio 2019. Ciononostante nella conferenza stampa il giorno dopo le elezioni ha chiaramente dato l’impressione di non avere abbandonato il tono battagliero che ha indirizzato ai cronisti accusandoli di domande improprie. In particolar modo ha etichettato di razzista una domanda rivoltagli da Yamiche Alcindor della Pbs e ha attaccato Jim Acosta della Cnn, definendolo “una persona terribile” dopo un scontro verbale. Per punirlo Trump gli ha fatto togliere l’accesso alla Casa Bianca. Gli scontri con i media sono all’ordine del giorno per Trump.

Ciononostante l’azione più chiara di essere stato ferito dall’elezione consiste del licenziamento di Jeff Sessions, il ministro della giustizia, il quale si era ricusato dall’inchiesta di Russiagate. Il 45esimo presidente aveva interpretato quest’azione di Sessions come debole per non averlo protetto dal pericolo rappresentato dal procuratore speciale Robert Mueller. Il sostituto di Sessions avrebbe dovuto essere Rod Rosenstein, l’attuale vice al ministero di giustizia. Trump però ha deciso di nominare un ministro nuovo temporaneo. Il nuovo ministro è Matthew Whitaker, il quale ha in passato messo in dubbio l’inchiesta di Mueller che dovrebbe concludersi in tempi non lontani. La nomina di Whitaker, però, è stata interpretata da alcuni costituzionalisti come illegale persino da Andrew Napolitano, opinionista legale alla Fox News, perché bypassa l’obbligata conferma del Senato. Poco importa per Trump. Mettendo un uomo di fiducia alla leadership della giustizia chiarisce che le commissioni alla Camera, finora protettrici di Trump, finiranno con la conquista democratica della Camera.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Asia Bibi assolta, ora va assicurata protezione

asia bibi

Un verdetto storico, inatteso e importante anche per affermare il principio della tolleranza religiosa. L’assoluzione disposta oggi dalla Corte Suprema del Pakistan nei confronti di Asia Bibi ha un significato profondo. La donna cristiana era stata condannata a morte nel 2010 per blasfemia e ha rischiato l’esecuzione sulla base di prove infondate.

“La vicenda di Asia Bibi è stata usata per aizzare folle violente di facinorosi, per giustificare l’assassinio di due alti rappresentanti delle istituzioni nel 2011 e per intimidire fino alla sottomissione lo stato pachistano”, come ha ricordato Omar Waraich, vicedirettore di Amnesty International per l’Asia meridionale.

E’ quindi naturale il senso di liberazione e di gioia che accompagna tutti i commenti che in queste ore si stanno rapidamente moltiplicando, la copertina che la vicenda sta ottenendo nei notiziari in tutto il mondo, la scelta di festeggiare questo evento così simbolico come a Venezia dove il prossimo 20 novembre il Canal Grande di Venezia e numerosi altri luoghi simbolo della città saranno illuminati di rosso.

“E’ assolta da tutte le accuse”, ha detto il giudice Saqib Nisar leggendo stamane il verdetto, “è libera di andare immediatamente”.

Ma ora comincia la parte più complicata. Non è un caso che, immediatamente, manifestazioni di protesta sono esplose in tutto il Pakistan dopo la sentenza della Corte, tanto da dover indurre il Primo ministro pachistano, Imran Khan, a lanciare un appello alla calma e a rispettare il verdetto. “Assicurate la protezione di Asia Bibi”, è l’esortazione che arriva alle autorità pakistane e Amnesty International ricorda come negli ultimi anni persone assolte dal “reato” di blasfemia hanno dovuto cercare riparo all’estero.

Per saperne di più:

Massimo Persotti