Usa, in Texas la prima esecuzione dell’anno

pena di morteLa prima esecuzione del 2017 negli Stati Uniti la firma il Texas, confermandosi uno degli stati più ‘forcaioli’. Ieri, Christopher Wilkins è stato messo a morte con una iniezione letale nella prigione di Huntsville, dove stava scontando la condanna per l’omicidio nel 2005 di due persone in una vendetta legata al traffico di droga.

Eppure, negli Stati Uniti la pena di morte sembrerebbe sempre più una pratica in declino e con sempre meno consenso. Lo dimostrano i dati. Un rapporto del Death Penalty Information Center (DPIC), organizzazione nonprofit di Washington, pubblicato prima delle festività natalizie, ha registrato nel 2016 un calo record nelle condanne capitali: ‘appena’ 30, il numero più basso da quando, nel 1972, la pena è stata reintrodotta. Scendono anche le esecuzioni, 20 lo scorso anno, uno dei numeri più bassi di sempre, non lontano dal minimo storico di 14 che risale al 1999. Come se non bastasse, solo cinque gli stati che sono ricorsi al ‘boia’ (Georgia, Texas, Alabama, Florida e Missouri), un numero così ridotto di stati non si è mai visto dal 1983 e per la prima volta in oltre 40 anni nessuno ha raggiunto la soglia delle 10 esecuzioni (il numero più alto, nove, si è registrato in Georgia).

Una collezione di record che trova diverse ragioni. “L’America è nel pieno di un cambiamento climatico sulla pena di morte” ha detto Robert Dunham, direttore esecutivo del DPIC e autore del rapporto. “Tra le preoccupazioni per l’innocenza, i costi, la discriminazione, l’alternativa dell’ergastolo e il modo discutibile in cui gli stati tentano di eseguire le sentenze, l’opinione pubblica ogni anno è sempre meno a suo agio con la pena di morte”. Lo dimostrano anche i più recenti sondaggi: quello del Pew Reserach Center dello scorso settembre ha registrato che il 49% degli americani è favorevole alla pena di morte, quasi la metà dell’80% che la sosteneva nel 1994. Neppure va dimenticato che la diminuzione delle esecuzioni va di pari passo con la carenza dei farmaci per i cocktail letali usati con il metodo dell’iniezione, dopo che le case farmaceutiche, soprattutto quelle che hanno sede in Europa, si sono mostrate sempre meno inclini al loro utilizzo per uccidere i condannati a morte. Ritardi, sospensioni delle esecuzioni, code di ricorsi e dispute arrivate fino alla Corte Suprema: una situazione che ha fatto lievitare i costi legali, già molto alti, del sistema pena di morte. A tal punto che, gli stati che la applicano hanno cominciato a riconsiderarne l’uso per questioni di budget.

Eppure, chi si batte per l’abolizione della pena capitale non dorme sonni tranquilli e molte speranze potrebbero essere svanite dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Durante la campagna elettorale, Trump ha infatti affermato che una delle sue prime azioni da presidente sarà quella di firmare “un ordine esecutivo” con cui ordinare la pena capitale per i processi a responsabili di omicidi di agenti di polizia. Se è difficile comprendere come un tale atto possa influenzare processi e condanne che avvengono a livello statale, resta il fatto che il clima intorno alle pena di morte potrebbe nuovamente cambiare. Un segnale si è avuto anche lo scorso 8 novembre quando in tre stati, i cittadini americani sono stati chiamati ad esprimersi su referendum riguardanti la pena capitale: Nebraska, Oklahoma e California. E non è andata come ci si augurava. In Nebraska, dove non ci sono esecuzioni capitali dal 1997, gli elettori hanno votato per la reintroduzione della pena di morte, che era stata sospesa nel 2015. In Oklahoma il voto ha confermato la legittimità della pratica. In California, dove circa il 25% dei detenuti americani si trova nel braccio della morte, è stata rifiutata la “Proposition 62”, la legge che avrebbe trasformato la pena capitale in carcere a vita.

Massimo Persotti

Le Repubbliche Baltiche sotto il segno dell’estrema destra

L’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (17^ puntata).

rigaI paesi baltici sono caratterizzati dalla presenza di diversi partiti di destra ed estrema destra.
Il principale partito della destra estone è il Partito Conservatore. Nato nel 2012 dalle ceneri di una destra in forte crisi, passata in pochi anni dal 13% al 2%, il Partito Conservatore è riuscito in poco tempo ad invertire la rotta ed a recuperare consensi, superando l’8% alle elezioni parlamentari del 2015 e tornando ad essere forza parlamentare.
Il Partito Conservatore estone rispecchia, su temi quali l’immigrazione, l’Unione Europea e i diritti civili, le posizioni degli altri partiti nazionalconservatori d’Europa, ma si batte anche per politiche proibizioniste che limitino l’utilizzo nella nazione di alcool e tabacchi.
A livello internazionale non è membro di alcuna alleanza, ciò nonostante veniva data per scontata una possibile alleanza con lo UKIP in caso di elezione di un proprio rappresentante al Parlamento Europeo nel 2014, vista la collaborazione e la vicinanza politica fra i due partiti. Gli ultimi sondaggi danno il Partito Conservatore fra il 10% e il 13%.
L’estrema destra, in Estonia, è rappresentata prevalentemente dal Partito per l’Indipendenza estone. La croce celtica posta al centro del simbolo del partito non lascia dubbi sulle posizioni neofasciste della formazione politica di estrema destra. Il partito, nato nel 1999, è sempre riuscito a raccogliere poche migliaia di voti alle elezioni nazionali. Alle elezioni europee del 2014 è riuscito a superare per la prima volta l’1% dei consensi, ripiombando però sotto lo 0,5% l’anno seguente.
La Lettonia da molti anni è governata da coalizioni di centrodestra, a volte supportate anche da piccoli partiti vicini al centrosinistra.
Uno dei principali alleati delle forze politiche di centrodestra è il partito nazionalconservatore Alleanza Nazionale, nato nel 2010 e dal 2011 forza di governo. In questi anni, esponenti del partito di destra si sono succeduti alla guida dei ministeri della cultura e della giustizia. L’attuale ministro della giustizia, Dzintars Rasnacs, a capo del ministero dal 2014, è riuscito spesso a far focalizzare l’attenzione su di sé, soprattutto per le sue posizioni radicali ed in particolare per le critiche alla Convenzione di Istanbul, e per la recente legge che vieta l’uso del niqab nei luoghi pubblici, legge ritenuta fondamentale dal partito della destra lettone nonostante la comunità musulmana in Lettonia sia composta da poche centinaia di persone.
Il partito della destra lettone è alleato dei Conservatori inglesi al Parlamento europeo nel gruppo dei Conservatori e Riformisti. Gli ultimi sondaggi danno Alleanza Nazionale attorno al 10%, mentre alle scorse elezioni la compagine nazionalconservatrice era riuscita a superare il 16%.
Ma lo stato baltico con la più ampia presenza di forze politiche di estrema destra è sicuramente la Lituania.
Il principale partito dell’estrema destra lituana è Ordine e Giustizia. Nato nel 2002, il partito incassa subito una grande vittoria. Lo storico leader, Rolandas Paskas, viene eletto Presidente della Repubblica, ma l’anno seguente verrà rimosso dall’incarico per aver elargito favori ad un sostenitore economico della sua campagna presidenziale. Un’altra grande vittoria del partito nazionalista è stata, nel 2007, l’elezione a sindaco della capitale Vilnius del proprio candidato Joanas Imbrasas.
Durante lo scorso decennio, il partito ha superato sempre il 10% alle elezioni nazionali, mentre in questo decennio il consenso del partito è sceso fino al 5,5% dello scorso ottobre. Alle elezioni europee invece il partito continua ad ottenere ottimi risultati. Fra i banchi del Parlamento Europeo siede con lo UKIP nel gruppo EFDD, che ha visto l’uscita del Movimento 5 stelle negli ultimi giorni.
L’estrema destra lituana annovera fra le proprie file anche l’Unione dei Nazionalisti lituani, storico alleato del Partito Conservatore estone, la Giovane Lituania e la Via del Coraggio, tutti in grado di raccogliere solo poche migliaia di voti alle scorse elezioni parlamentari.
In Lituania le ultime elezioni parlamentari si sono tenute lo scorso ottobre ed hanno visto la vittoria degli ecologisti del LVZS, che hanno dato vita ad un’alleanza di governo con i socialdemocratici, sotto la guida del primo ministro Saulius Skvernelis. In Lettonia le prossime elezioni dovrebbero tenersi nell’autunno del prossimo anno, gli ultimi sondaggi danno i Socialdemocratici in ampio vantaggio, attorno al 30%, mentre la coalizione di centrodestra sta vivendo una grandissima crisi di consenso. I cittadini estoni dovrebbero tornare alle urne nel 2019, e al momento in testa ai sondaggi vi sono i centristi del Kesk, guidati dall’attuale primo ministro Juri Ratas, sostenuto anche dal Partito Socialdemocratico estone e dall’IRL, partito del centrodestra estone membro del PPE.

Gianluca Baranelli

16 – I ‘Veri Finlandesi’, una destra antiliberista in crescita
15 – Svezia. Da ‘micropartito’ nazionalista al Parlamento
14 – Norvegia, destra al governo dopo 40 anni di opposizione
13 –  Danimarca. L’estrema destra dal volto ‘pulito’ di Carlsen
12 –  Destra nel ‘cuore’ Europa. L’Austria e i ‘secessionisti’
11-  Viaggio nella destra europa. L’Unione di Centro svizzera
10 – Lussemburgo Pil da redord. Lussemburgo senza sorprese
9 – Germania. Dalla ex RDT, i voti alla destra oltranzista
8 – La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders
7 – Belgio. Il terrorismo aiuta il radicalismo politico
6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
3 – Dal Bnp a Ukip, gli inglesi così civili così di destra
2 – Irlanda, il Fine Gael prepara il bis al governo
1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo

Putin nel mondo…
Nel bene e nel male

putinSecondo un sondaggio realizzato dall’Ispi, dall’Ipsos e da Rainews 24 alla fine del 2016, Vladimir Putin è l’uomo politico più influente del mondo, con una percentuale di indicazioni quattro volte superiore a quella di Donald Trump. Nello stesso periodo del 2015 era Barack Obama. Sempre nello stesso sondaggio, la Russia è al primo posto nell’elenco dei paesi che contano, superando Stati Uniti e Cina appaiate al secondo posto; mentre l’Europa è indicata da meno del 20% dei sondati (in questo caso erano possibili più indicazioni).
Umori populisti? Reazioni irrazionali? Tutt’altro. Anche perché, sugli altri quesiti del sondaggio, le risposte riflettono il più elementare buon senso (molte più preoccupazioni per la crisi economica che per il terrorismo; un atteggiamento sull’immigrazione che rifiuta sia il “facciamo entrare tutti” che il “non facciamo entrare nessuno”; Germania indicata ad un tempo come la maggiore risorsa e come il maggiore problema per il nostro paese e così via).
Ammirazione per l’uomo forte o magari per il suo regime? Non direi. Semmai, ammirazione per una persona e, per la proprietà transitiva, per un paese che hanno obbiettivi chiari, razionali e comprensibili e strategie visibili e concrete per realizzarli. In un universo di riferimento, tanto per capirci, che non hanno nulla a che vedere con gli schemi Bene/Male Amico/ Nemico radicati nell’immaginario collettivo americano.
E così, nell’anno di grazia 2016, Mosca ha potuto segnare a pieno titolo, nell’area mediorientale: il riconoscimento della priorità della lotta al jihadismo rispetto a quella della caduta di Assad, convertendo al suo punto di vista paesi come la Turchia e il futuro presidente della repubblica francese, al secolo François Fillon; il suo riconoscimento come naturale protettore dei cristiani d’oriente, sinora vittime collaterali di tutte le “crociate”scatenate dall’Occidente (dall’Iraq alla Libia alla stessa Siria); i contatti permanenti ristabiliti con Israele ed Egitto, Arabia saudita e regime di Tobruk; il reintegro del regime di Damasco come elemento ineliminabile nello scacchiere politico della regione; l’accordo umanitario, i cui garanti non sono stati ne l’Onu, ne gli Stati Uniti, nè l’Europa ma Russia, Turchia e Iran, che ha permesso l’uscita da Aleppo dei civili e delle milizie islamiche.
A fronte di tutto questo il bilancio dell’Occidente è zero carbonella: e, attenzione, non mi riferisco qui alle campagne militari. Del passato o del presente, con il loro esiti disatrosi (Iraq, Libia, Yemen); in corso, ma condotte, giustamente, con estrema cautela ( Isis, Mosul); o, infine, giustamente abortite (come l’intervento diretto dell’Occidente nel conflitto civile siriano). Ma ai progetti costruttivi mai arrivati a buon fine: intesa con il mondo islamico, insieme, democratico e moderato, risistemazione della Libia, reinserimento dell’Iran nell’ordine internazionale e, infine, accordo di pace tra israeliani e palestinesi (una perla, a questo riguardo, la dichiarazione del nuovo ambasciatore americano a Gerusalemme “capitale eterna di Israele”; ” i fautori dei due stati due popoli sono dei kapo’”.
Un totale fallimento. Riassumibile nel fatto che gli Stati uniti dell’ultimo Obama e del primo, e speriamo unico Trump vorrebbero disimpegnarsi dal disastro mediorientale ma non sono in grado di farlo, perchè non trovano luogotenenti locali disponibili a seguire le loro direttive. Israele va per conto suo ed è in una condizione di forza e di sicurezza senza precedenti, l’Arabia saudita sta impazzendo, la Turchia si sta sganciando dall’ancoraggio occidentale.
Perché tutto questo? Che cosa si è fatto e non si doveva fare; e cosa non è stato fatto di quello che si doveva fare?
Discutere di questo o di quello ci porterebbe lontano. E senza raggiungere opinioni condivise. Ma forse il difetto, anzi i difetti stanno nel manico. E cioè da una parte nel manicheismo ideologico americano; e dall’altra nel progressivo disimpegno europeo.
Il primo fenomeno ha radici molto antiche, al punto di diventare una seconda natura. Ed è e sarà sempre più al centro del dibattito, negli stessi Stati uniti: anche come effetto collaterale di una variante potenzialmente assai pericolosa, con l’avvento di Trump.
Il secondo, invece, rimane ancor oggi al centro di generiche lamentazioni: “l’Europa che non c’è” e via litaniando.
Pure un’Europa c’è eccome. Ed è quella che abbiamo costruito sull’onda delle illusioni del 1989 e dei principi di Maastricht. Nel primo caso, nel convincimento che, con la caduta del muro di Berlino, l’Europa potesse guidare ed ispirare non solo la ricostruzione liberaldemocratica dell’intero continente ma anche l’adeguamento progressivo al nostro modello dell’area mediterranea e mediorientale. E questo senza curarci minimamente di ridefinire, con gli Stati uniti le modalità, gli strumenti e le scelte politiche funzionali alla costruzione del nuovo ordine mondiale .Nel secondo caso, sostituendo l’economia alla politica come luogo della costruzione dell’Europa unita.
Il risultato, in Medio oriente come altrove, è stato di averne in campo molte; e cioè, appunto, nessuna.

Deutsche Bank e MPS:
le sorellastre europee

DeutscheBankCosa hanno in comune Monte Paschi di Siena e Deutsche Bank? Sicuramente la spregiudicatezza, gli alti rischi di tenuta e la eventualità di un salvataggio pubblico.

Anche se di dimensioni grandemente differenti, entrambe le banche sono un po’ il simbolo dei rispettivi sistemi bancari nazionali. MPS è la più longeva, la più antica banca al mondo, creata nel 1472, e oggi allo sbando. DB, fondata 146 anni fa,  è diventata  sinonimo e pilastro della capacità economica tedesca fino alla sua caduta nei gorghi della peggiore speculazione.

Nonostante queste pericolose somiglianze, i consiglieri economici della Merkel, come il suo ‘aiutante di campo’ Christopher Schmidt, stranamente sono molto preoccupati del futuro di MPS. Puntano il dito su una barca in difficoltà, ma non vedono, o non vogliono vedere,  la nave che rischia di andare a fondo.

Eppure recentemente Der Spiegel, il principale settimanale tedesco, ha pubblicato un lunghissimo articolo sulle attività della Deutsche Bank. E’ un vero e proprio dossier, veritiero, devastante, inevitabilmente spietato. Incomincia così: ”Cupidigia, provincialismo, codardia, comportamenti maniacali, egoismo, immaturità, falsità, incompetenza, debolezza, superbia, decadenza e arroganza”. Queste sono le pesanti parole usate per spiegare l’involuzione della DB, che emergono anche nelle migliaia di pagine dei documenti e delle interviste analizzati.

Il settimanale tedesco sottolinea che il collasso della prima banca tedesca è il risultato di decenni di fallimenti della sua leadership.  Nel periodo tra il 1994 e il 2012 si è perso completamento il controllo della banca fino a “saccheggiarne e derubarne la sua stessa anima”. Se una volta la DB era l’icona di rispettabilità e di solidità, oggi si è trasformata in una caricatura del “Lupo di Wall Street”.

“Deutsche Bank è broken” scrive Der Spiegel, sommersa da ben 7.800 denunce legali!

Nel 1994 DB aveva un bilancio di 573 miliardi di euro e circa 73.000 impiegati, di cui tre quarti in Germania. Già nel 2001 gli impiegati erano diventati 95.000, solo la metà in Germania.  Nel 2007 il bilancio era salito a 2.200 miliardi di euro e gli impiegati in Germania invece erano scesi ad un terzo del totale. Mentre nel 2015 il bilancio si ridusse a 1,600 miliardi di euro, gli impiegati salivano a 100.000, anche se  distribuiti in 70 Paesi del mondo.

Come si evince, nel processo internazionalizzazione la banca ha incominciato, purtroppo, ad imitare i comportamenti dirigenziali di stile anglo-americano. Ha completato la trasformazione da “più grande banca commerciale tedesca a banca di investimento anglo-americana”. Tanto che lo stesso l’Economist inglese a suo tempo la definì  “un gigantesco hedge fund”.

Con l’internazionalizzazione iniziò di fatto la fase degli eccessi, degli errori e delle malversazioni intenzionali, le cui ramificazioni legali ne stanno ancora divorando i bilanci. Si ricordi la spregiudicata scelta di operare nella speculazione in derivati finanziari di vario tipo, particolarmente in quelli legati ai mutui e alle ipoteche.

E’ importante notare che, se nel 1994 la maggior parte dei profitti della DB provenivano dai servizi bancari commerciali tradizionali, già nel 2007 era la cosiddetta ‘investment division’, cioè il dipartimento finanziario impegnato soprattutto in strumenti e operazioni ad alto rischio, che produceva ben 70% di tutti i profitti della banca.

E’ questo il periodo in cui i rapporti tra DB e MPS si sono fatti più stretti per via di una serie di derivati finanziari che la banca tedesca aveva concesso alla banca italiana per coprire dei buchi di bilancio. Derivati finanziari che si sono rivelati poi delle perdite pesanti per MPS. Perdite che sono andate ad ampliare i buchi e a generare altri derivati, come il famoso ‘Santorini’.

Naturalmente la DB, invece, ha fatto guadagni significativi sui derivati MPS.

Il problema è stato poi la convinzione dei grandi capi della DB di avere scoperto “il potere degli dei’ che li ha portati a trasformarla nella banca numero uno al mondo nel settore dei derivati finanziari, superando persino le grandi banche americane.

Nello stesso periodo è partita anche la corsa ai bonus dei dirigenti. Ancora nel 2015, anni dopo lo scoppio della grande crisi finanziaria che per la prima volta evidenziava la anomalia degli stratosferici stipendi dei manager, ben 756 alti funzionari della DB guadagnavano  oltre 1 milione di euro.

Ancora oggi la DB è rinchiusa in una sorta di “nicchia darwinista, un buffet self service per pochi, dove nessuno può essere incolpato”.

La crisi della DB è talmente profonda da convincere Der Spiegel che non si può in alcun caso escludere l’opzione più estrema, quella di un suo salvataggio pubblico da parte del governo tedesco. Con buona pace per le preoccupazioni di Berlino per una simile soluzione anche per MPS.

E’evidente che farsi le pulci tra sistemi bancari, in questo caso quello tedesco e quello italiano, aumenta il discredito verso l’intero mondo bancario, minando la stessa architettura europea.

Secondo noi è giunto il momento in cui i consigli di amministrazione e i manager delle varie banche dissestate vengano sottoposti al rigoroso vaglio della magistratura, unitamente ai maggiori beneficiari dei capitali elargiti.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia  **economista

Ali Al Nimr, terzo compleanno in attesa dell’esecuzione

ali-al-nimrOggi compie 22 anni ma per lui nessuna torta nè candeline, non c’è motivo di festeggiare un compleanno che potrebbe essere l’ultimo. Ali Al Nimr è stato condannato a morte ed ha esaurito ogni possibilità di appello. Vuol dire che in qualsiasi momento può scattare la sua esecuzione, basta che il re decida di ratificare la sua condanna.

“Una volta, il compleanno di Ali era il giorno più gioioso dell’anno. Gli faceva piacere che cadesse poco prima di Natale. Lo celebravamo tutti insieme, in famiglia. Ora che Ali è lontano, è diventato il girono più difficile dell’anno”, scrive la madre Nasrah al-Ahmed, in un’accorata lettera pubblicata sul sito di Amnesty International.

Ali era stato arrestato quando aveva 17 anni, dopo aver preso parte ad alcune manifestazioni contro il governo. E’ stato condannato al termine di un processo farsa solo sulla base di una confessione estorta dopo torture e maltrattamenti. Da allora, Ali ha trascorso i suoi ultimi tre compleanni in una prigione dell’Arabia Saudita, in attesa dell’esecuzione.

“Non preoccuparti, mammina. Il prossimo compleanno sarà più bello!”, ha detto qualche giorno fa Ali alla madre. “Spero davvero che tu abbia ragione, Ali mio”, confida Nasrah al-Ahmed. Sapendo in cuor suo che le speranze di vederlo fuor di prigione sono ormai minime.

Leggi la lettera integrale di Nasrah al-Ahmed

Massimo Persotti

Tolti gli aiuti alla Grecia. Pittella: Vergognoso

tsipras-juncker“La decisione dell’Eurogruppo di ritirare le misure di alleggerimento del debito greco è vergognosa”. Lo ha detto senza mezze misure il capogruppo dei socialisti e democratici al parlamento europeo e candidato alla presidenza del Pe Gianni Pittella. Ma cosa è successo? Il governo greco, guidato da Alexis Tsipras, ha deciso di aumentare le spese per le pensioni e per l’accoglienza e l’Unione europea lo punisce ritirando le misure per l’alleggerimento del debito. Insomma un nuovo putiferio sui rapporti tra Atene e Bruxelles.

“Dietro questa decisione – ha continuato Pittella – c’è la mano malvagia di Schauble. E’ inaccettabile scambiare misure sociali eque e necessarie come il sostegno alle pensioni basse con la questione del debito”. “Il popolo greco ha già contribuito molto. La Grecia non ha bisogno di sanzioni, ma di investimenti. Siamo pronti a qualsiasi azione politica a sostegno del popolo greco”.

Insomma l’Eurogruppo ha ritirato le misure approvate lo scorso 5 dicembre per alleviare il carico di debito della Grecia e i creditori internazionali di Atene (Commissione Ue, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) “hanno concluso che le azioni del governo greco non appaiono in linea con i nostri accordi”, ha dichiarato il portavoce di Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, che ha precisato: “Non c’è unanimità nell’applicazione delle misure di breve termine sul debito”. La borsa di Atene ha reagito alla notizia con un ribasso del 3%. L’Eurogruppo aveva acconsentito a concedere alla Grecia, tra le altre cose, una parziale moratoria sugli interessi sul debito e l’allungamento delle scadenze di alcune categorie di obbligazioni.

Il primo ministro greco, Alexis Tsipras, tre giorni fa aveva annunciato un aumento complessivo di 1,6 milioni di euro delle pensioni più basse e uno sgravio fiscale per le isole più sotto pressione per l’afflusso di richiedenti asilo. “I creditori devono rispettare il popolo greco, che ha fatto sacrifici enormi nei sette anni passati in nome dell’Europa”, aveva affermato Tsipras presentando le misure, che ha inoltre dichiarato: “Non ho dubbi che ciò che stiamo facendo sia nel quadro dell’accordo”. Tsipras deve però fare i conti con le elezioni politiche che si svolgeranno l’anno prossimo in Germania e in Olanda, i due Paesi i cui elettorati hanno visto con ostilità maggiore il terzo prestito accordato alla Grecia, del valore di 86 miliardi di euro.

I ‘Veri Finlandesi’, una destra antiliberista in crescita

L’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (16^ puntata).
La destra finlandese, dalla primavera dello scorso anno, è forza di governo.
timo-soiniJuha Sipila, leader del Partito di Centro e attuale primo ministro, dopo aver vinto le ultime elezioni parlamentari, ha deciso di dar vita ad un’alleanza di governo con il KOK, alleanza dei partiti di centrodestra, e i Veri Finlandesi, partito di destra con cui i centristi hanno condiviso i banchi dell’opposizione durante i governi presieduti dal falco Jyrki Katainen e da Alexander Stubb, entrambi membri del KOK ma sostenuti anche dai partiti cristiandemocratici e da quelli del centrosinistra.
Una svolta per i Veri Finlandesi, che dal 1995, anno della fondazione del partito, erano rimasti sempre all’opposizione.
I Veri Finlandesi nascono dalle ceneri della destra finlandese, che, dopo aver ottenuto ottimi risultati elettorali negli anni 70 e 80, ed esser stata forza di governo fra il 1983 e il 1991, ha visto una profonda crisi durante i primi anni 90.
Il partito entra in Parlamento già nel 1999, ma la svolta si ha dieci anni più tardi, quando alle elezioni europee i Veri Finlandesi sfiorano il 10% e riescono per la prima volta ad eleggere un proprio rappresentante al Parlamento di Bruxelles, Timo Soini, leader del partito dal 1997. Soini decide di allearsi con gli inglesi dello Ukip e l’italiana Lega Nord nel gruppo dell’Europa delle Libertà e della Democrazia. Nel 2014, con il Partito Popolare Danese, il partito dei Veri Finlandesi abbandona il gruppo dell’EFD ed entra in quello dei Conservatori e Riformisti.
Nel 2011, alle elezioni nazionali, il partito sfiora il 20%, diventando la terza forza politica della Finlandia e la principale forza di opposizione, con un quinto dei seggi del Parlamento. È stata l’unica forza politica a raccogliere più consensi rispetto alla tornata precedente, passando dal 4% al 19,1%.
Nel 2012, alle elezioni presidenziali, Soini è candidato per la seconda volta alla Presidenza della Finlandia. Il ruolo, che dal 1982 era ricoperto da esponenti del Partito Socialdemocratico, torna nelle mani di un esponente del centrodestra, Sauli Niinistö. Il candidato della destra ha però sfiorato il 10% dei consensi, diventando il quarto candidato più votato e superando per la prima volta il candidato del Partito Socialdemocratico, Paavo Lipponen, già primo ministro.
Alle elezioni parlamentari del 2015 il partito perde circa un punto percentuale, ma diventa la seconda forza del Paese e per la prima volta forza di governo. Il leader Soini diviene vicepresidente del Consiglio e ministro degli affari esteri, mentre altri esponenti del partito ottengono la guida dei ministeri della difesa, della giustizia e della sanità.
I Veri Finlandesi sono una forza politica nazionalista ed euroscettica, al centro del loro programma c’è il sostegno al nucleare e l’attuazione di una serie di politiche economiche antiliberiste. Il partito si oppone al matrimonio omosessuale, alle adozioni gay e vuole limitare fortemente l’immigrazione nel Paese. I Veri Finlandesi hanno sempre avuto idee idee molto distanti in materia di economia e relazioni internazionali, specie sull’uscita dall’Unione Europea e sull’adesione della Finlandia alla NATO, da quelle del suo attuale alleato di governo, l’alleanza di centrodestra del KOK. I Veri Finlandesi sono fra i principali sostenitori della rimozione delle sanzioni alla Russia, per la compagine di destra infatti, l’export con la nazione confinante potrebbe rivitalizzare l’economia finlandese, in recessione soprattutto dopo la crisi della Nokia.
I cittadini finlandesi si recheranno alle urne la prossima primavera, per le elezioni locali, che nelle ultime due tornate hanno visto la vittoria dell’alleanza di centrodestra del KOK. Le prossime elezioni parlamentari si terranno invece nel 2019. Al momento in testa ai sondaggi c’è il Partito Socialdemocratico, che viaggia sopra al 21%, seguito dal partito del primo ministro Sipila, dato al 20%. Il KOK si aggira attorno al 18%, mentre i Veri Finlandesi stanno vivendo una profonda crisi di consensi e vengono dati sotto al 10%, superati anche dai Verdi, fra il 12% e il 14%, percentuali mai viste in passato dalla compagine ecologista. Nel 2018 si terranno invece le prossime elezioni presidenziali e il leader dei Veri Finlandesi, Timo Soini, ha annunciato che non si ricandiderà per la terza volta.

Gianluca Baranelli

15 – Svezia. Da ‘micropartito’ nazionalista al Parlamento
14 – Norvegia, destra al governo dopo 40 anni di opposizione
13 –  Danimarca. L’estrema destra dal volto ‘pulito’ di Carlsen
12 –  Destra nel ‘cuore’ Europa. L’Austria e i ‘secessionisti’
11-  Viaggio nella destra europa. L’Unione di Centro svizzera
10 – Lussemburgo Pil da redord. Lussemburgo senza sorprese
9 – Germania. Dalla ex RDT, i voti alla destra oltranzista
8 – La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders
7 – Belgio. Il terrorismo aiuta il radicalismo politico
6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
3 – Dal Bnp a Ukip, gli inglesi così civili così di destra
2 – Irlanda, il Fine Gael prepara il bis al governo
1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo

Pena di morte, le Filippine votano per il ritorno del boia

Tempi cupi per la pena di morte che sembra trovar nuovo vigore all’ombra dei nascenti populismi. Se l’ipotesi lanciata da Paul Nuttali, il successore di Farage alla guida dell’Ukip, di un referendum sulla reintroduzione della pena capitale nel Regno Unito appare più una boutade, diverso è il caso degli Usa dove i cittadini americani un mese fa oltre ad eleggere il proprio presidente hanno votato a favore del ripristino della pena capitale nello stato del Nebraska, hanno bocciato in California la sua abolizione chiedendo invece una riduzione dei tempi tra condanna ed esecuzione, infine in Oklahoma hanno confermato la legittimità della pratica.

Senza scomodarsi in analisi transoceaniche, anche alle porte della vecchia Europa si rianimano i sostenitori della pena capitale. Dopo il fallito colpo di stato del luglio scorso, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha più volte manifestato la volontà di reintrodurre l'”omicidio di Stato”. “Se il popolo vuole la pena capitale, la cosa va al parlamento. Se il parlamento dice sì, io sono pronto a firmare il provvedimento”, ha recentemente dichiarato.

Ma la minaccia più grave e imminente ai diritti umani arriva dalle Filippine dove il controverso presidente Rodrigo Duterte da quando è stato eletto, lo scorso mese di maggio, si è reso protagonista di una serie di inquietanti provvedimenti. Come la creazione di veri e propri “squadroni della morte” – in parte anche appartenenti alla polizia – che per combattere il narcotraffico in appena sei mesi si sarebbero resi responsabili di oltre 5mila omicidi, presunti sospettati uccisi senza processo, nè difesa.

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Rodrigo Duterte

Ma non basta. Duterte si è più volte espresso per il ritorno alla pena di morte per reati quali il traffico di droga, lo stupro, l’omicidio e il furto. Una volontà che potrebbe essere esaudita il prossimo 16 dicembre con il voto in Parlamento sul progetto di legge che reintroduce la pena capitale ad appena dieci anni dalla sua abolizione. Amnesty International ha lanciato un appello internazionale per cercare di convincere i legislatori a fermare il ritorno del boia. Duterte non si scompone e semmai mostra un volto umano: avrebbe suggerito lui stesso l’impiego del metodo dell’impiccagione rispetto al plotone di esecuzione perché viene ritenuto più umano oltre che più economico.

Massimo Persotti

Svezia. Da ‘micropartito’ nazionalista al Parlamento

L’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (15^ puntata).
akesson_szd5d050La principale forza politica della destra svedese è il partito dei Democratici svedesi.
Nato a fine degli anni 80, da membri fuoriusciti dai vari movimenti e partiti dell’estrema destra svedese, come forza neofascista, i Democratici svedesi sono stati per oltre un decennio un micropartito in grado di raccogliere solo poche migliaia di voti alle varie elezioni nazionali. Nel 1995 Mikael Jansson diventa leader del partito riuscendo a portarlo su posizioni più moderate. Nel 2000 il partito riesce per la prima volta a superare l’1% alle elezioni, e 10 anni più tardi, sotto la guida di Jimmie Åkesson, leader del partito dal 2005, riesce ad entrare per la prima volta al Parlamento svedese. Nel 2014 riesce ad eleggere due propri rappresentanti al Parlamento europeo, sfiorando il 10% dei consensi e pochi mesi più tardi il partito ottiene oltre 800.000 voti alle elezioni nazionali, diventando così la terza forza politica del Paese, dietro solo al Partito Socialdemocratico e al Partito Moderato. Al Parlamento riesce ad ottenere un settimo dei propri rappresentanti, costringendo i socialdemocratici a formare un governo di coalizione con i Verdi.
I Democratici svedesi sono al giorno d’oggi una forza politica nazionalista ed euroscettica. Oltre alla battaglia per l’uscita dall’Unione Europea, i Democratici svedesi si battono in particolare per eliminare ogni forma di privilegio agli abitanti della Lapponia svedese.
A livello internazionale i rapporti con la leader della principale alleanza d’estrema destra europea, Marine Le Pen, sono pessimi. La leader del Front National francese ha più volte criticato la scelta dei Democratici svedesi di non aderire all’alleanza da lei capeggiata e di aver preferito allearsi con lo UKIP di Nigel Farage e il Movimento 5 stelle nel gruppo Europa della Libertà e della Democrazia Diretta. In passato i due partiti erano stati alleati all’interno dell’Euronat, e sul modello di questa alleanza i Democratici Svedesi avevano fondato anche la Nord Nat, alleanza dei nazionalisti scandinavi, a cui aveva aderito fra gli altri anche il Partito dei patriottici finlandesi. Alle ultime elezioni presidenziali americane, il leader del partito Åkesson è stato l’unico segretario di partito in Svezia a dare il proprio sostegno a Donald Trump, mentre i leader dei partiti di centrodestra e centrosinistra hanno dato il proprio endorsement a Hillary Clinton.
La roccaforte del consenso dei Democratici Svedesi è nella provincia di Malmö, dove il partito supera il 20%, a differenza del Nord della Svezia, zona tradizionalmente a sinistra. Nella provincia di Malmö, vi sono movimenti e partiti di estrema destra che negli ultimi anni, soprattutto per il successo dei Democratici Svedesi, hanno visto una forte crisi di consensi, come il Partito della Scania, partito separatista di estrema destra.
I cittadini svedesi si recheranno alle urne per eleggere il nuovo Parlamento di Svezia nel 2018. Attualmente i sondaggi danno i socialdemocratici in vantaggio fra il 25% e al 27%, i moderati fra il 22% e il 23% e gli Svedesi Democratici attorno al 17%, mentre tutte le altre forze politiche viaggiano sotto al 10%.

Gianluca Baranelli

Gli articoli precedenti:

14 – Norvegia, destra al governo dopo 40 anni di opposizione
13 –  Danimarca. L’estrema destra dal volto ‘pulito’ di Carlsen
12 –  Destra nel ‘cuore’ Europa. L’Austria e i ‘secessionisti’
11-  Viaggio nella destra europa. L’Unione di Centro svizzera
10 – Lussemburgo Pil da redord. Lussemburgo senza sorprese
9 – Germania. Dalla ex RDT, i voti alla destra oltranzista
8 – La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders
7 – Belgio. Il terrorismo aiuta il radicalismo politico
6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
3 – Dal Bnp a Ukip, gli inglesi così civili così di destra
2 – Irlanda, il Fine Gael prepara il bis al governo
1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo

Amsi, i professionisti
della salute a Congresso

amsiI professionisti della salute, italiani e d’origine straniera, operanti in Italia fanno della sanità una chiave d’integrazione interna, e cooperazione internazionale tra Italia, Africa e Paesi Euro-mediterranei. Una realtà, questa, ormai ben consolidata, come confermano gli ultimi dati: più di 60 mila i professionisti della Sanità lavoranti da noi nel 2016, tra cui 18mila medici, 37mila infermieri, 3.500 fisioterapisti, 2000 farmacisti e 200 psicologi. Statistiche riportate in apertura del Congresso nazionale dell’AMSI, Associazione Medici d’origine Straniera in Italia: svoltosi a Roma presso la clinica “Ars Medica”, sul tema specifico “Il dolore neuropatico periferico-Diagnosi differenziale e trattamento”. In collaborazione con la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO), e col patrocinio del movimento internazionale “Uniti per unire”, della Co-mai, Comunità del Mondo Arabo in Italia, dell’azienda multinazionale BTL Italia (specializzata nella produzione di apparecchiature sanitarie), e dell’Università Anglo-cattolica “San Paolo Apostolo”.

“Siamo fieri di proseguire il lavoro a favore dell’integrazione, che ci ha portato a organizzare oltre 500 convegni in 16 anni”, ha dichiarato, in apertura, Foad Aodi, medico fisiatra, presidente di Amsi e consigliere della Fondazione Ordine dei Medici chirurghi e Odontoiatri di Roma. Annunciando, al tempo stesso, l’entrata in azione dell’UMEM, Unione Medica Euro-mediterranea (con Amsi e “Uniti per Unire” soci fondatori): realtà che già comprende federazioni,organismi professionali, istituzioni sanitarie e Università di 35 Paesi Euro-Mediterranei, nata l’estate scorsa, dopo i tragici attentati a Nizza e in altri Paesi, per rilanciare il dialogo interculturale e interreligioso partendo dalla cooperazione sanitaria.

Il nuovo esecutivo Amsi, eletto all’unanimità per il quarto mandato, è rafforzato da un’organigramma che include più di 500 delegati regionali e nazionali, professionisti della sanità (medici, Infermieri, fisioterapisti, odontoiatri, farmacisti, psicologi, podologi), provenienti da tutto il mondo: presidente, l’italo-palestinese Foad Aodi; vicepresidente, l’italo-siriano Jamal Abo A.; portavoce, il rumeno Petre Mihai Baleanu; tesoriere, l’italiano Francesco Bonelli; segretario generale, l’iraniano Kami Paknegad (Iran). Il saluto dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Roma é stato portato dal consigliere Ivo Pulcini.
Prima dello svolgimento del programma scientifico, con l’erogazione di crediti ECM ai professionisti della sanità presenti, son intervenuti Sandro Camagna e Antonio Forte, rappresentanti della BTL Italia: azienda il cui lavoro tende all’ internazionalizzazione dei prodotti sanitari e della cooperazione socio-sanitaria. Gianfranco Saturno, fisioterapista di Amsi e Uniti per Unire, ha annunciato la nuova collaborazione di Amsi con la “Rivista medica italiana”, per una corretta informazione sulla sanità. Fabio Massimo Abenavoli, coordinatore del dipartimento Cooperazione internazionale di Uniti per Unire e presidente dell’Ong “Emergenza Sorrisi – Doctors for Smiling Children Onlus”, è intervenuto in diretta dal Senegal, dov’è in corso – dopo l’ultima, svolta in Siria – una nuova missione in collaborazione con Amsi e UMEM: 5 medici volontari sono già a Dakar, per curare decine di bambini affetti da labio-plasticosi e malformazioni del volto.

È seguito il programma scientifico vero e proprio, con gli interventi dei professionisti delle diverse specializzazioni; e l’annuncio della prossima istituzione della facoltà di Scienze di Riabilitazione e Fisioterapia Interdisciplinari presso l’Università “Uni San Paolo”, facoltà di cui Aodi sarà Preside. “Ci auguriamo d’unire le nostre forze – ha detto Aodi – per creare con Uni San Paolo una realtà accademica unica in Italia: che rappresenti un incentivo alla scienza e alla ricerca, ma anche un contributo al dialogo e alla pace nel mondo, partendo dal campo della sanità. Mentre sul piano scientifico e operativo, da questo Congresso emergono la necessità di portare avanti la ricerca, definendo nuovi protocolli sia per fisiatri che per fisioterapisti; e l’urgenza di regolamentare meglio (sull’esempio di altri Paesi, come anzitutto gli USA) la professione dei fisioterapisti. Che oggi non possono più far a meno, anche loro, di un proprio Ordine professionale, e di adeguate assicurazioni per la copertura dei rischi legati alla professione, come già accade per i medici”.