Questione Palestinese.
Un passo verso il vuoto

Tra tutte le novità apportate dal neo presidente degli Stati Uniti, resta una costante in politica estera, la vicinanza e il supporto dello Stato di Israele. “Respingiamo le azioni unilaterali e ingiuste da parte dell’Onu contro Israele”.Ha affermato qualche giorno fa il presidente Usa Donald Trump in conferenza stampa alla Casa Bianca con il premier israeliano Benyamin Netanyahu. Il presidente degli Stati Uniti ha sottolineato “il legame indistruttibile con il caro alleato” Israele, che descrive come “simbolo di resilienza contro l’oppressione e di sopravvivenza di fronte al genocidio”.


trump netTrump e Netanyahu hanno fatto la conferenza stampa congiunta prima e non dopo il loro incontro. Importava, evidentemente, “dare la sensazione”, fare capire a chi non l’aveva ancora capito che si era agli inizi di una lunga amicizia; e che, cessate le incomprensioni e le inopportune interferenze ( parliamo, naturalmente, di quelle dell’era Obama) si sarebbe marciati fianco a fianco in tutti gli appuntamenti futuri.Così il governo israeliano potrà contare sull’appoggio americano in ogni sede e in ogni circostanza: voti all’Onu, aiuti militari, comprensione assoluta per le iniziative che riterrà di assumere in futuro: il che, per la verità, era avvenuto anche nel passato, fatte salve alcune, formali e, diciamo così, doverose prese di distanza in determinate occasioni ( nuovi insediamenti, esercizio eccessivo del diritto alla rappresaglia ).
Per altro verso né Trump poteva dare né, soprattutto, Netanyahu era intenzionato a ricevere assicurazioni specifiche in merito al “nuovo corso”della politica americana.
E quindi, almeno per ora, niente spostamento della ambasciata americana a Gerusalemme. Una “questione che per ora non si pone”( non lo si è detto ufficialmente ma lo si è fatto capire). Niente abbandono formale del mantra ufficiale dei “due popoli due stati, svillaneggiato durante e dopo la campagna elettorale ma ora ripreso anche se con manifesta mancanza di convinzione. Niente rimessa in discussione dell’accordo nucleare con l’Iran. Riconferma dell’inopportunità della costruzione di nuove colonie anche se con toni assai più sfumati di prima. e, a concludere il tutto, l’auspicio di una sollecita ripresa del negoziato tra le due parti.
Tutto questo, però, con una puntualizzazione aggiuntiva, sempre da parte americana: Washington rinuncia esplicitamente ad essere parte attiva di questo negoziato; per affidarne il corso alla responsabile iniziativa delle due parti. È il caso di dire “in cauda venenum”. Perché, senza l’impegno americano, il negoziato non ripartirà mai più. E perché, senza il negoziato, quell’evanescente castello di carte che è già di per se l’ipotesi dei due popoli due stati crollerà definitivamente al suolo.
Diciamo la verità; questa prospettiva era morta da tempo. Per il radicale e sempre crescente squilibrio nei rapporti di forza tra le controparti. E perchè, anche alla luce di questo, né gli israeliani né i palestinesi avevano la volontà politica e/o l’interesse oggettivo a chiudere una vertenza oramai secolare. Chiudere un accordo avrebbe significato, per i primi, sacrificare molte delle “conquiste”realizzate in questi ultimi cinquant’anni attraverso una serie di fatti compiuti in cambio di garanzie aggiuntive tutto sommato molto aleatorie in termini di sicurezza. E, per la seconda, accettare un accordo al ribasso, inaccettabile per il suo popolo.
E però questo castello di carte era pur sempre una barriera. Un segnale per Israele: “non potete andare oltre certi limiti”. Un speranza per l’Autorità palestinese: “siamo qui per garantire il vostro diritto ad avere uno stato”. A certificare e garantire l’uno e l’altra, gli americani ( l’Europa emette di tanto in tanto dei suoni che Israele ha da tempo deciso di non ascoltare ). Ora, questi stessi americani si chiamano fuori dalla vicenda. E’ il “fate voi; noi non intendiamo più interferire”. e allora la barriera è definitivamente crollata.
Inutile sottolineare, poi, che il “fate voi”, insomma la libertà di agire senza più ostacoli,riguarda il solo stato ebraico. Mentre la controparte palestinese perde quei pochi margini di manovra che ancora conservava. In linea di principio perché se l’Ap non è più l’embrione di un futuro stato non è più nulla; in linea di fatto perché i palestinesi non sono in grado di fermare la politica dei fatti compiuti né con l’invocazione dei loro diritti né promuovendo inutili e disastrose intifade.
Siamo, allora, al via libera all’annessione strisciante dei territori occupati, con l’annesso regime di apartheid: il governo di fatto dell’intera area dal Giordano al mare con i palestinesi confinati in una serie di bantustans non collegati territorialmente tra loro in cui esercitarsi nell’arte di un autogoverno limitato?
Lo lascerebbe pensare la recente risoluzione della Knesset che, a copertura degli insediamenti chiaramente illegali, sancisce il diritto di esproprio dei terreni appartenenti a privati palestinesi (naturalmente con la dovuta compensazione). Ma non siamo ancora arrivati a questo punto. Perché Israele è uno stato di diritto, dove la magistratura si appresta ad annullare un provvedimento chiaramente illegale. E perché lo stesso Netanyahu sa benissimo che la pratica dei fatti compiuti, per essere accettata deve essere svolta in modo non solo strisciante ma omeopatico.
Già stanno squillando, del resto, i primi campanelli d’allarme. Che vengono dagli stessi Stati uniti, dove una parte crescente e potenzialmente maggioritaria della comunità ebraica organizzata prende formalmente le distanze dall’asse Trump/Netanyahu. Ma anche dall’Ue, che ha riaffermato il suo totale impegno sulla formula due popoli due stati. E, infine, dalla Lega araba, che ha comunicato a chi di dovere che i suoi stessi legami con Washington rischiano di essere posti in pericolo in caso di voltafaccia americano sulla questione.
Rimarrà, allora, in piedi, la dottrina. Anche se i suoi sacerdoti sono oramai i primi a non crederci; e gli stessi “popoli”che ne sarebbero i destinatari sono sempre più scettici sulla possibilità di vederla applicata.
E rimarrà in piedi perché non ce ne sono altre. Non l’annessione pura e semplice. E men che meno lo Stato binazionale. Figurarsi poi le pulizie etniche.
Quello che però non potrà rimanere in piedi a lungo è la situazione attuale. Quella di uno status quo continuamente modificato, seppur in modo omeopatico, a danno dei palestinesi. E, allora, in attesa delle condizioni che consentano di far ripartire il negoziato con un maggior numero di protagonisti e con un maggior numero di incentivi a sostegno di un accordo, occorrerà misurarsi con l’oggi. Oggi, il leader del centro-destra-destra israeliano vuole solo guadagnare tempo riempiendo il vuoto totale di prospettive con una serie di concessioni alle frange oltranziste della sua coalizione.
È troppo chiedere, anzi esigere che lo guadagni rendendo la situazione attuale più tollerabile per la vita quotidiana di milioni e milioni di palestinesi? Perché, sapete com’è, si può nascondere sotto un tappeto la “questione palestinese”; ma gli interessati stanno sempre lì e nessuno potrà mai farli sparire.

Alberto Benzoni

Tensione Grecia-Turchia.
E la Nato spaventa Putin

nave russiaSi respira aria tesa tra Paesi confinanti. La Grecia già in apprensione per la riunione di lunedì per cercare di trovare un nuovo compromesso con il Fondo Monetario Internazionale e con i ministri delle Finanze europei, ha rischiato un incidente diplomatico con la vicina Turchia. Una nave militare da pattugliamento turca ha aperto il fuoco questa mattina nell’area attorno all’isola greca di Farmakonisi, nell’Egeo orientale in una zona rivendicata dalla Turchia. Lo stato maggiore greco definisce “serio” l’incidente. La pattuglia turca ha lasciato la zona dopo l’intervento della fregata greca Nikiforos. Ieri le autorità di Ankara hanno emesso un servizio internazionale di avviso (Navtex) informando della volontà di condurre un’esercitazione militare nell’area ad est dell’isola di Farmakonisi. Da Atene, precisa però il ministero della Difesa, era stata negata l’autorizzazione a questa esercitazione, in quanto si sarebbe svolta nelle acque territoriali elleniche. L’unità navale greca Nikiforos è stata inviata prontamente nell’area fino a quando la nave turca ha abbandonato le acque territoriali della Grecia. Lo scorso 5 febbraio l’esercito greco si era detto preoccupato per una possibile mossa a sorpresa dalla marina turca nel Mar Egeo.
Dalla parte Atlantica nel frattempo cresce la tensione, mai sopita, con il Cremlino. Nonostante il continuo invito al dialogo da entrambe le parti, gli screzi non mancano. L’ultimo quello che ha fatto infuriare il Cremlino è stato l’annuncio da parte del segretario generale, Jens Stoltenberg dell’invio di navi da guerra nel mar Nero. Misure che secondo il segretario della Nato consentono “un’aumentata presenza navale nel Mar Nero per addestramento, esercitazioni e ‘situation awareness’ e una funzione di coordinamento della Forza navale stanziale per operare assieme alle altre forze alleate”. Il Mar Nero è un punto nevralgico e dolente per la Russia perché è diviso tra Stati membri dell’Alleanza, la Russia, l’Ucraina e nel bel mezzo ospita la penisola di Crimea che è il principale oggetto di discordia tra i due blocchi. La reazione non si è fatta attendere. “Il contenimento della Russia è ufficialmente la nuova missione della Nato, l’ampliamento ulteriore del blocco è indirizzato a questo scopo”, ha detto Putin sottolineando che questo atteggiamento già era “presente nel passato” ma ora la Nato “crede di aver trovato una motivazione più seria”. “Si sono accelerati i processi di dislocamento degli armamenti strategici e non fuori dai confini nazionali degli stati principali che fanno parte dell’Alleanza”, ha sottolineato Putin.
Ma i contrasti non si fermano nel territorio dell’Est Europa, anche sulla Libia si accelerano le divisioni. La Nato ha annunciato che aiuterà la Libia a organizzare le sue forze di difesa e sicurezza. Ieri infatti, a margine della riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza, il segretario generale Jens Stoltenberg ha annunciato la richiesta formale del premier libico Fayez al-Sarraj. Aiuto che colpirebbe in primis Haftar, spalleggiato dal Cairo e Mosca.
Anche sull’intermediazione di Trump nei rapporti con Putin sembrano scemare tutte le speranze. “Voglio ricordarvi che da mesi mettiamo in chiaro che non intendiamo indossare gli occhiali rosa e non abbiamo mai nutrito inutili illusioni. Quindi non abbiamo niente di cui essere delusi”. La risposta arriva dal portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, secondo cui “non c’è nulla di cui essere delusi”, innazitutto perchè a Mosca nessuno si è fatto illusioni anzitempo. E “tanto più che non ci sono ancora stati sostanziali contatti tra i due capi di Stato . E non è noto quando ci saranno, esattamente”.

“Dialogo e cooperazione. Siamo con Trudeau”

trudeauSe proseguono le polemiche legate al “muslim ban”, il provvedimento – voluto dal nuovo Presidente americano Trump – che ha incontrato l’opposizione dei giudici federali di diversi Stati, primo fra tutti quello di Seattle (Illinois), James Robart, che ne ha bloccato l’applicazione ripristinando oltre 60.000 visti revocati, il Canada continua a tendere la mano a migranti e rifugiati, “proseguendo la sua politica di accoglienza”.

L’ha ribadito a Trump il primo Ministro canadese Justin Trudeau, nel corso della conferenza svoltasi il 14 febbraio alla Casa Bianca: dove ad emergere, oltre alla reciproca volontà di rafforzare la cooperazione economica, è stata la posizione antitetica delle due parti in gioco, proprio nei confronti dell’immigrazione. Nella stessa occasione, infatti, Trump ha difeso la caccia agli immigrati ancora in corso nel Paese ad opera delle forze dell’ordine: che avrebbe portato, secondo la stampa, a oltre 600 arresti.

“Siamo con Trudeau e con tutti i Paesi che difendono la democrazia e la cittadinanza globale”, dichiara Foad Aodi, medico fisiatra, presidente delle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), del Movimento Internazionale “Uniti per Unire” e dell’Associazione Medici di Origine Straniera in Italia (AMSI). “La risposta ai muri costruiti nei confronti degli immigrati sta nello sviluppo di nuove realtà che dall’Italia diventino portatrici di dialogo interculturale e interreligioso, e di cooperazione socio-sanitaria”.

“Coi nostri movimenti abbiamo istituito la Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa (C.I.L.I.), denominata Cristianinmoschea”,  prosegue Aodi : “che unisce uomini e donne e numerose realtà delle varie religioni e laiche, per costruire ponti di dialogo e pace contro il terrorismo e le strumentalizzazioni del mondo arabo e musulmano. Adesso ci prepariamo a rendere operativa anche la Confederazione internazionale dell’Unione Medica Euromediterranea – UMEM, i cui membri provengono già da 50 Paesi Euromediterranei, per favorire l’internazionalizzazione della sanità, la ricerca e lo  scambio socio-sanitario: creando nuovi servizi e portando conoscenza in tutto il Mediterraneo. Questa è la nostra “ricetta”: coi tre  progetti congiunti “buona immigrazione”,  “buona sanità” e “Manifesto Co-mai per il dialogo e la legalità”. Già presentati alle istituzioni italiane a favore dell’integrazione, e per  contrastare certe politiche, prevalentemente di destra, che possono rallentare il processo d’ integrazione  a causa di strumentalizzazioni e dei crescenti pregiudizi”.

Al Presidente Trump, Aodi risponde anche riguardo la questione-Palestina: “Chiediamo due Stati e due popoli e una pace duratura in Medio Oriente”.”Siamo per costruire ponti, e non muri”, aggiunge, da parte sua, Khalil Altoubat, consigliere diplomatico di Co-mai e membro del Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano. “Uno di questi é il muro di Berlino, che non è servito a bloccare i tedeschi da est a ovest ed é crollato con la forza dei popoli e del dialogo, guidato da Sua Santità Giovanni Paolo II. Invitiamo il Presidente Trump a riflettere sul fatto, essenziale, che  il 5 per cento degli scienziati americani sono immigrati, e che l’immigrazione è una risorsa per tutti noi”.

“Donald Trump si isola da solo, giorno dopo giorno mette in pericolo i valori americani con disapprovazione dei cittadini”, aggiunge .Kamel Belaitouche, Presidente dell’Associazione nordafricani in Italia e Segretario Generale di Co-mai. “Tuttavia, ha avuto un No dalla UE, che ha deciso di continuare a prendersi cura dei rifugiati. La religione musulmana fa parte del tessuto sociale americano, e non è stata importata dai terroristi. Tutti gli esseri umani nascono uguali nella loro dignità”. E Fabio Massimo Abenavoli, medico, Coordinatore del Dipartimento Cooperazione  del Movimento Uniti per Unire: “Al posto dei muri investiamo nel favorire lo sviluppo socio- economico nei Paesi d’ origine di questi nostri fratelli, costretti a lasciare i loro Paesi per disperazione”.

“Il pregiudizio religioso ed etnico é stato sempre il concime per il terrorismo, che accresce l’odio nato da interesse personale  e politico”, osserva il Dr. Mohammed Khalili, presidente della Comunità Giordana in Italia ed  esponente di Co-mai. “Tutte le religioni ribadiscono il rispetto, l’amore e la pace fra i popoli”. Conclude il Segretario generale di AMSI, Dr. Kamran Paknegad: “Come riportato dalla stampa, in tutto il mondo il popolo protesta contro i decreti legge del Presidente  Trump, definiti anticostituzionali e razzisti.Tali provvedimenti vanno combattuti da tutte le forze democratiche:  noi di AMSI saremo in prima linea. L ‘America é stata costituita da immigrati, questo non va mai dimenticato. L’islamofobia diffusa non può portare a niente di buono, la discriminazione tra i popoli non è accettabile, in un mondo che deve essere unito per combattere il terrorismo cieco”.

Fabrizio Federici

Con Trump torna indietro anche la questione bancaria

trump yA meno di due settimane dalla sua nomina, con un sorprendente “Executive Order On Core Principles for Regulating the United States Financial System”, il presidente Donald Trump ha cancellato la riforma di Wall Street e del mercato finanziario americano conosciuta come “Dodd-Frank Act”.
Le grandi banche “too big to fail” potranno da oggi tornare ad operare come prima delle crisi globale del 2008, senza restrizioni, senza regole e senza controlli più stringenti.
Questa decisione potrebbe avere delle ripercussioni pericolose e devastanti sul fronte economico e finanziario internazionale, soprattutto in Europa.
La Dodd-Frank, voluta da Obama dopo il fallimento della Lehman Brothers, avrebbe dovuto mettere dei freni alle operazioni finanziarie più rischiose. Tra le restrizioni previste c’era quella specifica di mantenere le operazioni speculative entro un limite percentuale delle loro attività. Erano previsti inoltre maggiori controlli per le banche con 50 miliardi di dollari di capitale che venivano considerate di “rischio sistemico”.
Pur non essendo una legge perfetta essa era stata, anche se parziale, una risposta alla crisi.
Come prevedibile, dopo la sua introduzione, il sistema bancario americano ha operato in modo sistematico e continuo per neutralizzarla.
Adesso, con un colpo di penna, Trump, che già in passato l’aveva definita “un disastro che ha danneggiato lo spirito imprenditoriale americano”, la abroga!
Lo abbiamo scritto qualche settimana fa quando Trump indicò Steve Mnuchin come suo ministro delle Tesoro. Ci sembrò che l’arrivo nell’Amministrazione di ex grandi banchieri avrebbe potuto significare una sicura involuzione a favore dei mercati finanziari.
Mnuchin è stato a capo della Goldman Sachs, una della banche più aggressive nel mondo della finanza. Non solo, nella nuova Amministrazione sono stati imbarcati altri grandi banchieri, tra questi Gary Cohn, ex Goldman Sachs, come direttore del Consiglio economico della Casa Bianca, e Wilbur Ross, ex capo della filiale americana della banca Rothschild, come capo del Dipartimento del Commercio.
La decisione di Trump è arrivata dopo il primo incontro del cosiddetto “Strategic and Policy Forum”, che è il suo gruppo di consiglieri privati, tra i quali Jamie Dimon, capo della JP Morgan e Gary Cohn. Quest’ultimo più volte ha dichiarato che le banche americane continueranno ad avere una posizione dominate nei mercati finanziari internazionali “fintanto che non ci escludiamo noi stessi attraverso un sovraccarico di regole”.
In altre parole si ritorna, purtroppo, al leit motiv secondo cui i mercati si autoregolamentano meglio senza interferenze e direttive del governo.
Al termine dell’incontro Trump ha addirittura dichiarato che “ non c’è persona migliore di Jamie Dimon per parlarmi della Dodd-Frank e delle regole del settore bancario”, mostrando un entusiasmo in verità degno di migliore causa.
Intanto l’ordinanza esecutiva impegna il Segretario del Tesoro, che dovrebbe appunto essere Steve Mnuchin nel caso ottenga l’approvazione del Congresso, a preparare entro 4 mesi un rapporto per una nuova regolamentazione del sistema finanziario. Si è ingenui chiedersi chi saranno i veri beneficiari di tali proposte?
Contemporaneamente è stato firmato un altro memorandum presidenziale soppressivo della regola secondo cui i consulenti devono anteporre l’interesse dei loro clienti a qualsiasi altra considerazione. Secondo Trump va invece rafforzato il principio secondo cui i cittadini devono liberamente fare le loro scelte finanziarie. Non è una cosa da poco. Infatti, in questo modo se un risparmiatore accetta di comprare un titolo ad alto rischio, anche senza capire bene i termini dell’operazione, non potrà in seguito lamentarsi delle eventuali perdite
Non è un caso che la stampa finanziaria di Wall Street abbia salutato le citate decisioni come una coraggiosa scelta di ritorno ad una accentuata deregulation.
Tali decisioni non possono non suscitare diffuse preoccupazioni in quanti continuano a ritenere che l’economia reale debba essere centrale e tutelata rispetto alle attività speculative.
Perciò le dichiarazioni di Trump, circa una nuova legge Glass-Steagall relativa alla separazione delle attività bancarie, suonano false o come delle mere battute elettorali. C’è da sperare che la proposta di legge per reintrodurre la Glass-Steagall, presentata al Congresso da un gruppo bipartisan appena prima dell’emissione dell’ordine esecutivo, venga discussa e approvata.
È ancora presto per dare un giudizio definitivo sull’Amministrazione Trump, ma questi segnali sicuramente non depongono bene.

Mario Lettieri             e                      Paolo Raimondi

già sottosegretario all’Economia           economista

 

Agropirateria: i disastri
della contraffazione

contraffazione-alimentareMolti prodotti dell’agroalimentare e fiore all’occhiello della nostra economia sono da sempre oggetto di falsificazioni da parte di “personaggi” privi di onestà e alla continua ricerca di facili guadagni sulla pelle dei consumatori…

La contraffazione alimentare causa dei veri disastri al nostro Paese, ai consumatori e ai produttori che operano con professionalità. La lotta all’agropirateria non ha sosta, anzi, si intensifica diventando sempre più capillare ed efficace. I dati diffusi dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali riguardanti il 2016 rappresentano le nostre istituzioni e le forze dell’ordine in sinergia per reprimere un fenomeno spregevole, che nonostante l’impegno profuso non dà però cenno di diminuzione. Ma, oltre ogni rassicurante performance di cifre e di dati è importante denunciare che l’agropirateria è un “virus” ambiguo e reattivo, che si propaga metodicamente e verso il quale occorre una terapia sistemica! E se da un lato le battaglie vinte sono non indifferenti – “la guerra” in sé procede ed è combattuta ogni giorno! Una tenzone non semplice da osteggiare, anche perché in ballo ci sono un mucchio di soldi, e le troppe-tante organizzazioni dedite al malaffare lo sanno e son disposte a tutto pur di far cassa!

Del resto, per “spargere il sale” sulle frodi alimentari ci vorrebbe una provvidenziale bacchetta magica! In ogni caso le autorità non si perdono d’animo. È importante, infatti, non “mollare la presa” – sia per tutelare i consumatori che i produttori – nel concreto coraggiosamente in prima linea con le loro aziende. Oltre a sgominare clan e associazioni dedite alle più impensabili falsificazioni, bisogna dotare i consumatori di tutte quelle competenze atte a riconoscere i prodotti alimentari mendaci. A tal proposito l’informazione gioca un ruolo chiave – unitamente alle istruzioni per tenersi alla larga dai pericoli che serpeggiano nel mare magnum delle attività fraudolente. Rischi pesanti, poiché un prodotto taroccato che cerca di emulare l’originale è spesso manipolato in habitat insalubri ed è quindi un’insidia sibillina per la salute! D’altro canto è intuibile che “un fruitore” informato attuerà in primis un servizio pro domo sua, poi un proficuo passaparola – in più un aiuto nei confronti delle attività di categoria, che nei loro marchi investono ricerca e capitale!

Da tener conto, che la crisi economica globale ha permesso all’agropirateria di affondare le radici in una realtà che proprio il gap finanziario ha reso più fragile. Si tratta realmente di un’emorragia copiosa e affatto semplice da tamponare –, che fa eco a un comprensibile senso di frustrazione “assaporato” da chi ogni giorno produce alimenti all’insegna della qualità. Ma quali sono i prodotti più contraffatti – semmai si potesse stilare una sorta di blacklist? Purtroppo, le “attività” illecite su questo versante non fanno sconti a nessuno – quindi formaggi, insaccati, salumi, vini, aceti, oli, pasta, riso, conserve di pomodoro e i vari derivati del latte. L’obiettivo dei predoni agroalimentari è lucrare, arricchirsi cinicamente innescando – come conseguenza tout court – smisurati danni economici sia in Italia che all’estero sino all’inevitabile decadimento d’immagine del prodotto autentico!

Facendo due conti, per chi delinque, si tratta di un volume di affari che frutta parecchi milioni di euro – cifre incredibili e soprattutto… esentasse! E il consumatore, e vale a dire colui che di buon mattino va a fare la spesa al mercato è il primo che dovrebbe indignarsi davanti a questo sudiciume, e nel suo piccolo – dopo l’inziale disgusto – operare affinché il falso finisca al macero prima che sulle tavole, ad esempio, segnalando all’autorità competente merce o alimenti visibilmente sospetti. Tradotto – accertato che le istituzioni svolgono il loro lavoro incessantemente – chi consuma è chiamato in causa a dar una mano, in quanto oltraggiato dai malfattori! Obiettivamente la lotta alle frodi è collegiale e impostata su vasta scala – impiegando provvedimenti, misure precauzionali, l’applicazione dell’etichettatura obbligatoria (che tutela i consumatori fino alla distribuzione), e il riconoscimento a livello comunitario dei prodotti a denominazione di origine (DOP, IGP, STG e DOC per i vini). E ciò, come detto in precedenza, va benissimo ma è determinate mettere in atto un “gioco di squadra” tra produttori e l’anello finale della filiera, cioè il consumatore – perché il fine è univoco e viaggia sotto il vessillo della correttezza e dell’onestà.

Ogni anno l’Italia perde una valanga di soldi a causa dell’agropirateria internazionale, che nel concreto genera un business di proporzioni inaudite e una perniciosa economia illegale parallela. E tutto ciò perché il Made in Italy è icona di prestigio a livello mondiale – per cui i nostri marchi più rappresentavi sono quelli più bersagliati dagli imbroglioni, che senza esitazioni mettono sul mercato i cloni dei brand originali! Bisogna correre ai ripari investendo in prevenzione intelligente, e allo stesso tempo auspicando tolleranza zero verso chi infrange la legge! Prevenire – si diceva poc’anzi – ma come? Certamente con l’ausilio dell’informazione e non soltanto quella di nicchia ma altresì quella diffusa – in quanto una comunicazione tempestiva e aggiornata è decisiva nella lotta alla contraffazione. È poi utile che tutte le misure economiche, legislative, tecniche e di formazione siano a messe a disposizione per debellare questa sorta di “metastasi” che svilisce una sponda (n.d.r. agroalimentare) sostanziale per il nostro futuro. Lasciando che sul mercato imperversino prodotti falsificati privi di ogni tracciabilità, si compromette un bacino produttivo che è una risorsa inestimabile con molteplici opportunità di crescita e di sviluppo – primo su tutti il lavoro – ovunque sempre più in calo e tratteggiato dalle torbide sfumature della precarietà.

Stefano Buso

La Romania scende in piazza come nel 1989

Romania_Politics_Protest-638x300-580x272In questi ultimi giorni in Romania sta avvenendo quello che i cronisti definiscono la più imponente manifestazione di protesta contro un governo dai tempi della rivoluzione del 1989. Quasi 300 mila persone stanno manifestando in queste ore a Bucarest e in altre città della Romania per protestare contro il governo di Sorin Grindeanu accusato di varare misure che vanificano la lotta alla corruzione dilagante nel Paese. Nella sola capitale Bucarest a scendere in piazza per il terzo giorno consecutivo sono stati in 80 mila, secondo stime della polizia. Nella capitale si sono registrati sporadici scontri e tafferugli tra dimostranti e polizia con un bilancio di almeno cinque feriti e una sessantina di arresti.
“I ladri lavorano la notte” si urla nei cortei, infatti la sera del 31 gennaio, il governo aveva infatti adottato una legge, emanata due giorni fa con decreto d’urgenza che depenalizza i reati di corruzione, uno dei problemi endemici della Romania, ponendo il limite di 44.000 euro al di sotto del quale il reato d’abuso di potere non si applica. Grazie a questo decreto il capo del partito socialdemocratico eviterebbe un processo per le accuse di aver creato posti di lavoro fittizi. Sorin Grindeanu ha cercato di giustificarsi, dicendo che pensava solo a ridurre il numero di detenuti nelle carceri, un’affermazione che sembra una scusa tanto che in un comunicato congiunto il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il vicepresidente Frans Timmermans hanno espresso “viva preoccupazione” per quanto sta accadendo. Sei Paesi, tra cui Germania e Stati Uniti, hanno avvertito Bucarest che la misura minerebbe “la reputazione internazionale della Romania” e “la sua posizione nella Ue e nella Nato”. “Non capisco da cosa siano irritati i manifestanti”, è stato invece il commento di Grindeanu. Il ministro dello Sviluppo Economico, Florin Jianu, ha invece annunciato le sue dimissioni. “Non posso raccontare a mio figlio che sono stato un codardo e ho votato una cosa nella quale non credevo”.
Ad appena un mese dall’insediamento il nuovo esecutivo emette un decreto che depenalizza i casi di corruzione e tra i primi beneficiari del provvedimento c’è il leader dei socialdemocratici, Liviu Dragnea, sotto processo per un abuso di potere che ha arrecato allo Stato una perdita da 24 mila euro. “Non c’è nulla di segreto, illegale o immorale”, ha scritto su Facebook il ministro della Giustizia, Florin Iordache, poi autosospesosi.
Furono sempre scandali politici che innescarono le violente proteste iniziate nel 2012 e conclusesi con una vera e propria ‘Tangentopoli’ rumena che vide finire dietro le sbarre ministri, parlamentari, uomini d’affari e magistrati. E molte di queste persone potrebbero tornare presto in libertà proprio grazie al decreto del governo.

Polonia, roccaforte
della destra in Europa

SzydloL’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (18^ puntata).

La Polonia è sicuramente uno dei paesi dell’Unione Europea dove la destra riesce ad avere più successo. Alle ultime elezioni parlamentari le varie forze politiche della destra e dell’estrema destra polacca sono riuscite a raccogliere oltre il 50% dei voti.

Le ultime elezioni nazionali del 2015 hanno sancito l’esclusione dal Parlamento di tutte le forze politiche di sinistra, in grado di raccogliere complessivamente circa l’11% del consenso nazionale. La guida del Paese, da oltre un decennio, vede succedersi esponenti di Piattaforma Civica, partito membro del Partito Popolare Europeo, e di Diritto e Giustizia, membro del gruppo dei Conservatori e Riformisti.

Piattaforma Civica, partito del centrodestra polacco, è riuscita ad essere la prima forza politica della nazione nel 2007 e nel 2011, ed a governare il Paese grazie all’alleanza con il Partito Popolare, anch’esso membro del PPE, fino al 2015. Figura chiave del partito è Donald Tusk, attuale Presidente del Consiglio Europeo, primo ministro della Polonia per 7 anni e alla guida della formazione politica di centrodestra per oltre un decennio. A succedere a Tusk, alla guida della Polonia, Ewa Kopacz, che è riuscita in pochi mesi a far perdere molto consenso al partito, portandolo dal 39% del 2011 al 24% del 2015, quando la formazione di centrodestra è stata sconfitta da Diritto e Giustizia.

destra poloniaDiritto e Giustizia è invece la principale formazione della destra polacca. Partito nazionalista ed euroscettico, fra il 2005 e il 2007 è riuscito ad imporsi per la prima volta alla guida della nazione, grazie ad un’alleanza con altre forze politiche della destra polacca, che hanno perso tutto il proprio consenso negli anni successivi all’esperienza di governo. Alle scorse elezioni i nazionalisti vincono e tornano a governare il paese, dopo essere riusciti a trionfare anche alle elezioni presidenziali con il proprio candidato Andrzej Duda. Il partito è la prima forza politica, nella nuova era democratica della nazione, a riuscire a dar vita ad un governo monocolore, guidato da Beata Szydlo, grazie al 37,6% dei voti, e soprattutto grazie agli oltre 13 punti di distacco da Piattaforma Civica. Negli ultimi mesi si sono tenute diverse manifestazioni di piazza contro il governo, che vorrebbe portare modifiche sostanziali alla Costituzione del Paese e limitarne la libertà di stampa.

Le roccaforti del partito nazionalista sono il sud della Polonia, in particolare i territori limitrofi la città di Cracovia, e l’est, soprattutto i territori al confine con la Bielorussia. Piattaforma Civica invece continua ad essere la prima formazione politica nel Nord-ovest e nei distretti che affacciano sul Mar Baltico.

Nel Parlamento polacco anche il Kukiz 15, movimento politico populista e nazionalista che gira attorno la figura del cantante Pawel Kukiz. Il cantante polacco, dopo aver ottenuto oltre il 20% alle elezioni presidenziali del maggio 2015, è riuscito ad entrare al Parlamento nazionale assieme ad altri 41 rappresentanti della sua formazione politica, grazie all’8,8% dei voti raccolti alle ultime elezioni. Kukiz aveva annunciato la piena disponibilità del suo movimento ad un’alleanza con Diritto e Giustizia, nel caso in cui questo non fosse riuscito ad appropriarsi del 50% dei seggi del Parlamento.

Fuori dal Parlamento per qualche migliaia di voti il Korwin, partito euroscettico e populista che gira attorno la figura di Janusz Korwin, parlamentare europeo, già fondatore del Congresso della Nuova Destra. Un esponente del Korwin è alleato dello Ukip e del Movimento 5 stelle al Parlamento Europeo, mentre il leader del partito non è membro di alcun gruppo.

Le prossime elezioni parlamentari in Polonia, dovrebbero tenersi nell’autunno del 2019. Il partito del primo ministro Beata Szydlo viaggia ora sotto al 35%, mentre Piattaforma Civica è in profonda crisi e il suo consenso al momento si aggira fra il 15% e il 16%. Cresce il partito liberale Nowocszena, dato ora attorno al 15%, mentre il Kukiz 15 e gli altri partiti viaggiano stabili sulle percentuali delle scorse elezioni.

Gianluca Baranelli

17 – Le Repubbliche Baltiche sotto il segno dell’estrema destra
16 – I ‘Veri Finlandesi’, una destra antiliberista in crescita
15 – Svezia. Da ‘micropartito’ nazionalista al Parlamento
14 – Norvegia, destra al governo dopo 40 anni di opposizione
13 –  Danimarca. L’estrema destra dal volto ‘pulito’ di Carlsen
12 –  Destra nel ‘cuore’ Europa. L’Austria e i ‘secessionisti’
11-  Viaggio nella destra europa. L’Unione di Centro svizzera
10 – Lussemburgo Pil da redord. Lussemburgo senza sorprese
9 – Germania. Dalla ex RDT, i voti alla destra oltranzista
8 – La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders
7 – Belgio. Il terrorismo aiuta il radicalismo politico
6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
3 – Dal Bnp a Ukip, gli inglesi così civili così di destra
2 – Irlanda, il Fine Gael prepara il bis al governo
1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo

La sfida cinese di Trump, la Trans Pacific Partnership

trump_cinaLa decisione di Trump di abbandonare la Trans Pacific Partnership (TPP) è, per una serie di ragioni, un brutto segnale.
In primo luogo, è una prima significativa prova del fatto che il cuore del sistema economico internazionale si sta chiudendo. Confermando così che in tempi di crisi è davvero difficile passare dal libero commercio (“free trade”) al commercio equo (“fair trade”), mentre è semplicissimo precipitare nel protezionismo.
L’Inghilterra fece lo stesso negli anni Trenta, ponendo così fine alla Pax Britannica. Quando, infatti, il centro dell’ordine internazionale si chiude, gli altri attori per reazione fanno altrettanto. Negli anni Trenta l’ordine internazionale si frantumò in una serie di blocchi commerciali, che, guidati dal protezionismo economico e dal nazionalismo politico, iniziarono a cozzare l’uno contro l’altro. Da quell’attrito si generò la seconda guerra mondiale. La politica estera americana del dopoguerra ha avuto come obiettivo quello di aprire quei blocchi e creare un ordine internazionale interrelato dai commerci e dal dialogo istituzionalizzato. È paradossale che oggi la più grave minaccia a quell’ordine liberal-democratico internazionale venga dal cuore stesso del sistema politico americano: dalla Casa Bianca.
L’altro elemento, che è forse ancora più grave, è che la decisione di abbandonare il TPP appare sconclusionata e contraddittoria.
Trump ha giustamente criticato la Cina da un punto di vista politico, puntando il dito sulla questione di Taiwan, denunciando l’ambiguità della politica cinese sulla Corea del Nord (se Pyongyang dipende dal punto di vista energetico ed alimentare totalmente dalla Cina, allora perché Pechino non blocca il programma nucleare?) e c’è da scommettere che alla prima occasione utile soffierà sul fuoco della questione di Hong Kong (che Pechino sta lentamente fagocitando).
Ma se si vogliono frenare le ambizioni egemoniche cinesi in Asia, poi non si può distruggere il TPP.
Ciò che forse sfugge a Trump e al suo staff è che il TPP è un progetto politico, prima ancora che economico.
La Cina, infatti, negli ultimi anni ha adottato un nuovo approccio a livello regionale, vale a dire usare il proprio immenso mercato interno per attrarre e legare a sé i paesi della regione.
In breve, ai paesi dell’area Pechino garantisce il libero accesso delle loro merci al mercato interno cinese (e quindi per loro una potenzialmente illimitata crescita economica), ma in cambio chiede l’accettazione della leadership politica cinese. Del resto è questo il senso della cosiddetta “Two Silk Road Strategy”, ed è questo il senso della Asian International Investment Bank (AIIB) voluta da Pechino per finanziare le infrastrutture di questo nuovo ordine regionale. Il messaggio cinese ai paesi dell’area è chiaro: “se non vuoi morire di fame, devi diventare mio suddito”.
Dunque, Pechino usa il proprio mercato interno per ricreare quello stesso ordine sinocentrico creato dall’Impero cinese e che ha avuto fine a partire dalla prima Guerra dell’Oppio (1839-1842).
Per bloccare questa strategia Obama ha imposto una mutazione alla trentennale politica di Washington nei confronti della Cina, fatta di “containment” politico ed “engagement” economico.
Dalla Trans Pacific Partnership è, infatti, esclusa la Cina, il che significa che Obama è passato dall’ “engagement” al “containment” anche in ambito economico.
Infatti, il TPP, aprendo il mercato americano alle merci dei paesi dell’area, offriva una alternativa economica a quei paesi che non intendevano diventare sudditi politici di Pechino, sottraendoli così al ricatto cinese.
Nel momento in cui Trump abbandona il TPP, chiude ogni possibilità che i paesi dell’area possano sottrarsi all’egemonia politica cinese, in questo modo non fa che favorire la Cina nella costruzione del suo ordine sinocentrico, dal quale gli Stati Uniti sono esclusi.
Ecco perché l’uscita degli USA dal TPP è una mossa sconclusionata e contraddittoria: da una parte Trump dichiara di voler contrastare le ambizioni cinesi, dall’altra favorisce, come nessun altro, quelle stesse ambizioni egemoniche.
Superficialità, contraddittorietà, confusione, improvvisazione: è questa la cifra – come ai tempi di Cleone il conciapelli – del populismo al potere? Mala tempora.

Nunziante Mastrolia

Le Case della Salute, obiettivo mancato nel Lazio

casa della saluteContinua la polemica sulle Case di Salute. Dopo il caso sollevato in Emilia Romagna dal sindacato, ora le critiche sulla mancanza di Case di Salute arriva nel Lazio.
I sindacati infatti lamentavano il fatto che le Case della Salute siano importanti e che quindi devono essere sviluppate in tutta la Regione Emilia Romagna: “Quelle realizzate fino ad ora coprono circa il 45 % della popolazione di riferimento – si leggeva nel comunicato – e quindi CGIL -CISL -UIL credono che si debba procedere celermente per la piena realizzazione di quelle programmate e per far si che tutti i cittadini della nostra regione possano avere punti intermedi territoriali a cui accedere invece di andare verso le strutture ospedaliere e i pronti soccorso quando non è necessario”.

La stessa mancanza di realizzazione delle strutture territoriali adeguate è stata evidenziata anche nella Regione Lazio: nel 2016 ad esempio solo 9 delle 48 “Case della Salute” annunciate nel 2013 dalla Regione hanno aperto i battenti, nel 2017 qualcosa si muove, ma la quota è ancora bassa: appena 12 su 48. I “Programmi Operativi 2013–2015” avevano fissato «l’obiettivo di attivare una Casa della Salute presso ciascun distretto» e di «attivare nell’area romana 5 case della salute entro il 31.12.2014».
“Se dovessimo giudicare l’azione della giunta Zingaretti sulla sanità, o meglio, sulla medicina territoriale – cavallo di battaglia del governatore – non avremmo esitazioni a decretarne una sonora bocciatura. Le Case della salute che dovevano essere uno dei ‘pilastri’ del settore, dimostrano a pieno titolo quanto inconsistenti siano gli annunci di parte regionale”. Lo dichiara il presidente di AssoTutela Michel Emi Maritato che insiste: “Nel 2013 ne furono promesse 48, a tutt’oggi ne abbiamo 12 in tutto il Lazio e una soltanto a Roma. Per giunta, quelle esistenti mancano delle linee guida che individuano le modalità di accesso ai servizi. Per non parlare dei fondi investiti: soltanto per la cartellonistica ci sono costate 48 mila euro al momento dell’inaugurazione delle prime quattro. Si tratta di 12mila euro per ogni presidio o si intendeva lo stanziamento per tutte? E ancora, ci chiediamo se, oltre ai 4 milioni di finanziamento totale destinati all’uopo nel 2014 dalla giunta regionale ci siano stati altri impegni economici. Ad esempio, la retribuzione dei medici di medicina generale è costituita da fondi aggiuntivi o le loro prestazioni nelle Case sono dovute contrattualmente, come avviene in altre regioni? Attendiamo risposte immediate da Zingaretti perché si tratta di risorse e, ancora più importante, della tutela della salute di tutti i cittadini”, chiosa Maritato.

Francia, da Benoit Hamon
schiaffo a Manuel Valls

Manuel-Valls-Francia-HollandeSchiaffo a Manuel Valls. L’ex capo di governo francese, in lizza per correre alle prossime Presidenziali è stato superato dal suo avversario Benoit Hamon, sconfitto di circa quattro punti percentuali (31% contro 35%)

Ieri, le primarie dei socialisti francesi hanno quindi incoronato il frondista di sinistra, un outsider critico nei confronti delle posizioni assunte dal presidente Hollande e dallo stesso governo di Valls, specie riguardo alla Loi Travail, il Jobs Act francese.

Alta la partecipazione popolare, di poco inferiore ai 2 milioni di elettori. Non bene quanto le primarie dei Républicains né quanto quelle che incoronarono Hollande sei anni fa, ma nemmeno il tracollo annunciato nel quale si voleva far versare il Parti Socialiste.

Proprio Hollande è stato invece il grande assente. In visita ufficiale in Cile, il presidente francese ha voluto ostentare il suo mancato voto, quasi a dissociarsi dalle bagarre interne – forse stizzito per essere diventato, non senza colpe, il capo di stato transalpino meno popolare della storia.

Il ballottaggio, domenica prossima, sarà dunque un duello tra Valls e Hamon, tra una sinistra moderata e una tendenzialmente più radicale, tra un socialista liberale e il fautore del reddito di cittadinanza.

Valls si auspica che il voto della prossima domenica possa essere un momento storico di pacificazione, nel quale tutte le differenze possano essere da parte per correre insieme, senza fingere di non sapere che la sua fazione potrebbe essere destinata ad un lungo periodo d’isolamento all’interno del partito. A conferma di tutto ciò, anche la presa di posizione del terzo contendente, Arnaud Montebourg, che si è già schierato con Hamon e sembra ormai spianargli la strada verso la corsa all’Eliseo.

Giuseppe Guarino