Infertilità: smog prima causa per uomini

“La dieta mediterranea associata alle tecniche di concepimento assistito, può aumentare la probabilità di ottenere una gravidanza”, dichiara Luca Gianaroli, Presidente SISMeR, Bologna

infertilitàGLI ULTIMI DATI – Le cause di infertilità non sono legate solo a fattori genetici o all’età, ma hanno grande rilevanza anche quelle di natura esterna: parliamo di alimentazione e inquinamento, di alcol e fumo. Ma i rischi sono molto alti anche a causa di particolari posizioni geografiche e di stili di vita e mestieri o attività esercitate.

Basti pensare che il numero degli spermatozoi presenti nel liquido seminale, negli ultimi 30 anni, si è dimezzato: questo pericoloso trend, destinato a peggiorare ulteriormente, è, nel 60% dei casi, causato dall’esposizione ad agenti inquinanti. Gli uomini vengono colpiti soprattutto delle polveri sottili, le cosiddette pm10. Le donne invece sono maggiormente soggette ad un abuso o ad un uso poco attento di alcuni farmaci, come l’ibuprofene, un noto antinfiammatorio. Ma ci sono anche elementi di tossicità, che interessano entrambi i sessi: ad esempio negli alimenti o nelle bevande possono essere presenti sostanze altrettanto dannose, apartire dalla stessa plastica che quotidianamente viene usata nel confezionamento.

L’APPUNTAMENTO – Molti di questi temi saranno trattati venerdì 23 e sabato 24 febbraio, presso la Leopolda a Firenze, in occasione del 1° Congresso Nazionale sulla Procreazione Medicalmente Assistita, organizzato dal Prof. Luca Mencaglia, Medico Specialista in Ginecologia e Ostetricia e Direttore Unità Operativa Complessa Centro PMA USL sud-est Toscana e Presidente della Fondazione PMA Italia. Tra i focus in programma, le regole italiane ed europee per la donazione di gameti e la diagnosi genetica preimpianto.

INQUINAMENTO E TEMPERATURE – Anche l’inquinamento gioca un ruolo fondamentale in termini di fertilità. La plastica delle bottiglie di acqua minerale, ad esempio, se lasciata al sole nei magazzini, rilascia sostanze che sono a base di estrogeni sintetici, minacciando quindi la fertilità maschile. Ci sono poi altri fattori già conosciuti, come fumo e alcol.

“Alcuni ambienti particolarmente sottoposti a inquinanti, come l’area di Pescia, dove sono presenti strutture che fanno uso di concimi e fertilizzanti, possono mettere a rischio la fertilità maschile – spiega il Prof. Luca Mencaglia, Medico Specialista in Ginecologia e Ostetricia e Direttore Unità Operativa Complessa Centro PMA USL sud-est Toscana – Qui è stato riscontrato che gli uomini hanno seri problemi legati alla fertilità”.

“Anche la geografia può condizionare la fertilità – aggiunge il Dr. Luca Gianaroli, Direttore Scientifico di S.I.S.Me.R. – Società Italiana Studi di Medicina della Riproduzione, con sede principale a Bologna – e non solo da un punto di vista di inquinamento. Ad esempio l’alta temperatura influisce negativamente, soprattutto nell’uomo, come accade nei Paesi Arabi. Per quanto riguarda l’Italia, invece, non ci sono aree geografiche più a rischio, ma emergono attività, stili di vita e professioni maggiormente interessati da queste problematiche. Tra i lavoratori più esposti ci sono per esempio i cuochi, spesso a contatto con fonti di calore, ma anche tutti quegli operai che lavorano presso le fonderie o quelli esposti a radiazioni”.

ALIMENTAZIONE E DIETA MEDITERRANEA – Occorre prestare attenzione all’alimentazione: una dieta sana può comportare un miglioramento in termini di fertilità, soprattutto nell’uomo. Anche nella donna la dieta ha un ruolo importante, ma non così rilevante rispetto all’età e ad alcune malattie. Occorre sottolineare che, nonostante quello che si legge spesso sul web, non ci sono alimenti “miracolosi” che stimolano la fertilità. Tuttavia, un’attenzione nei confronti del mangiar bene può comunque influenzarla positivamente.

“La famosa dieta mediterranea è sempre il regime alimentare migliore, se seguito in maniera equilibrata e bilanciata – spiega Luca Gianaroli – Secondo un recente studio le donne sottoposte a tecniche di concepimento assistito che seguono questa dieta, hanno maggiori possibilità di avere una gravidanza.. Ci sono alimenti che, in via indiretta, possono migliorare le performance della fertilità: dalle verdure ai broccoli, tutto ciò che è antiossidante permette migliori risultati in questo senso”.

L’ORGANIZZAZIONE – PMA Italia è la prima organizzazione di centri nazionali pubblici e privati nel campo della procreazione medicalmente assistita, nata con l’obiettivo di contribuire alla lotta contro la sterilità umana, promuovendo studi e ricerche e valorizzando il rapporto con i pazienti: è la Fondazione di Partecipazione PMA Italia. Un progetto innovativo volto a trasformare lo scenario della medicina della riproduzione nel nostro Paese a beneficio sia degli operatori che dei pazienti. Scopo principale della fondazione è divenire l’interlocutore di riferimento per tutti i Centri di PMA sia per gli aspetti tecnici che per quelli scientifici.

Trump e la folle corsa del debito americano

trump-delirio“Se eravate contrari ai deficit del presidente Obama e adesso favorite quelli repubblicani, non si tratta dunque della definizione classica d’ipocrisia?” Così Rand Paul, senatore repubblicano del Kentucky, nel suo futile tentativo di bloccare il voto al Senato per impedire un nuovo shutdown che aumenterebbe il deficit di almeno mille miliardi. I colleghi di  Paul con l’aiuto dei democratici hanno però votato a favore (71 sì, 28 no) della proposta che non ha evitato lo shutdown durato però solo poche ore senza che nessuno se ne accorgesse. La  Camera bassa lo ha anche approvato (240 sì, 186 no) e Donald Trump ha subito firmato la legge che spenderà 165 miliardi in più per le forze militari e altri 130 per programmi sociali. La misura alzerà il tetto delle spese e non si avranno altri voti per shutdown fino al 2019 aumentando però il deficit annuale a più di mille miliardi.

Queste spese si aggiungono a quelle della riforma fiscale approvata dai repubblicani il mese di dicembre del 2017 che aumenterà il debito federale di 1500 miliardi in dieci anni. Il debito totale americano si aggira adesso sui 20 mila miliardi. Non basta però per Trump il quale nella sua proposta di bilancio per il 2019  vorrebbe spendere ancora di più aumentando il deficit annuale a quasi mille miliardi senza nemmeno promettere di fare quadrare il bilancio nei prossimi dieci anni come aveva detto in passato.

La proposta di bilancio del presidente consiste di priorità della Casa Bianca che tipicamente il Congresso non approverà. Ci dice però molto sulle aspirazioni fiscali del presidente poiché oltre agli aumenti di spesa per la difesa includerebbe anche tagli ai servizi sociali incluso il Social Security, il Medicare, e il Medicaid. In sintesi, i debiti ad infinitum ci confermano quello che Trump aveva sostenuto da imprenditore quando disse che “era il re dei debiti” perché investiva i soldi delle banche per fare business.

Le spese del governo che causano deficit si considerano plausibili quando l’economia soffre e ha bisogno di stimoli, come affermava l’economista John Keynes. Lo ha fatto Barack Obama nel 2009 quando gli Stati Uniti si trovavano in una profonda crisi economica inferiore solo a quella della grande depressione degli anni trenta. Al momento però con la disoccupazione al 4,1 percento, considerata da molti economisti come occupazione piena, bisognerebbe invece usare le risorse per ridurre il debito nazionale. È questo che dicevano in passato i repubblicani quando i deficit preoccupavano. Paul Ryan, speaker della Camera, e Mitch McConnell, presidente del Senato, avevano spesso tuonato contro i deficit durante la presidenza di Obama. Adesso sono muti. Questo loro silenzio ha avuto un effetto anche sugli elettori i quali non lo includono nelle prime dieci priorità. Continua però a preoccupare una minoranza repubblicana al Senato e alla Camera. Alcuni senatori come Paul hanno alzato la voce contro i deficit e i parlamentari di ultra destra del Freedom Caucus hanno anche loro espresso la loro preoccupazione.

Di questi tempi avrebbero tutte le ragioni per essere preoccupati. Nel 2016 i costi per coprire i prestiti governativi hanno raggiunto 284 miliardi di dollari, cifra inferiore solo alle spese per la difesa. Nel 2017 il 69 percento delle spese federali è andato per coprire gli interessi e i programmi sociali come Social Security, Medicare e Medicaid. Questa pressione fiscale continuerà e a partire dal 2027 il  69 percento si convertirà al 77 percento lasciando il 23 percento per il resto.

È difficile determinare quanto debito si possa sostenere ma questa pressione al bilancio alla fine comincerà ad avere un impatto negativo all’economia poiché i prestiti del governo lasceranno poco spazio alle aziende per ottenere i fondi necessari per i loro bisogni. Paul Ryan però ha già cominciato a trovare la soluzione per ridurre il debito federale. In un’intervista radiofonica ha dichiarato che bisogna effettuare una riforma ai servizi sociali come le pensioni e la sanità che lui interpreta come tagli già auspicati in parecchie situazioni.

Trump nella sua proposta di bilancio lo ha già suggerito con i suoi tagli ai programmi per i poveri e gli anziani. Dopo avere regalato miliardi di dollari ai benestanti con la riforma fiscale del 2017 qualcuno dovrà alla fine pagare. La classe media e i poveri verranno colpiti a meno che i democratici non mostreranno più coraggio di quello visto fino ad ora. La tragica situazione dei “dreamers”, che i democratici avevano usato come perno causando lo shutdown di tre giorni nel mese di gennaio, gli ha fatto ottenere dai repubblicani una promessa di risolvere la problematica  ma fino ad oggi non ha prodotto  risultati. Ovviamente, i democratici sono in minoranza in ambedue le Camere e la loro forza di opposizione ha limiti notevoli. Forse si dovrà aspettare alle elezioni di midterm per vedere se il Paese è pronto a dare la maggioranza legislativa al Partito Democratico?

Domenico Maceri
PhD, University of California

La socialista Merlin,  contro il fascismo e le “case chiuse”

merlinpIl 20 febbraio ricorrono i 60 anni dell’approvazione della cosiddetta “Legge Merlin”, pubblicata “nella Gazzetta Ufficiale” del

4 marzo 1958 come provvedimento legislativo per abolire le case di tolleranza e regolamentare i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. Per l’occasione è ripubblicato il volume La senatrice. Lina Merlin, un “pensiero operante” (Marsilio, Venezia 2017, pp. 204) con la curatela di Anna Maria Zanetti e Lucia Danesin, oltre alle Lettere dalle case chiuse indirizzate alla Merlin, già pubblicate dalle Edizioni Avanti! E ora riproposte come Reprint dalla Fondazione Anna Kuliscioff.

Tenace oppositrice del fascismo, Angelina (Lina) Merlino (Pozzonuovo, 15 ottobre 1887 – Padova, 16 agosto 1979), è ricordata soprattutto per la legge contro le case di tolleranza, ma la sua attività fu molto vasta per la sua lunga militanza socialista. Iscrittasi nel 1919 al Partito socialista italiano, ella collaborò ai periodici “L’Eco dei Lavoratori” e “La Difesa delle lavoratrici” con articoli sulla questione femminile e sulla prostituzione. Negli anni 1921-22 denunciò le violenze fasciste nel Padovano per essere poi allontanata dall’insegnamento di maestra elementare per il suo rifiuto di prestare giuramento al regime. Il 24 novembre 1926 fu condannata dal Tribunale speciale a cinque anni di confino, che scontò in varie località della Sardegna. Ottenuta una riduzione della pena, nel 1929 ritornò a Padova, ma l’anno successivo si trasferì a Milano, dove visse grazie alle elezioni private di francese. Durante il soggiorno milanese, conobbe l’ex deputato socialista polesano Dante Galliani, che sposò nel 1933, ma – nonostante la perdita del marito tre anni dopo – ella continuò la sua attività antifascista.

Dopo l’8 settembre 1943, Lina Merlin partecipò alla guerra di liberazione come rappresentante del Psi nei cosiddetti “Gruppi di difesa della donna, collaborando attivamente con Ada Gobetti e Laura Conti nell’acquisizione di fondi e vestiario per i partigiani. Dopo la liberazione fu la le fondatrici dell’Unione Donne Italiane (UDI) e fece parte della Direzione del Partito socialista. Durante i lavori della Costituente, la Merlin intervenne più volte sulla questione della rappresentanza e sulla parità di genere, contribuendo alla stesura della prima parte dell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Consigliere di Chioggia dal 1951 al 1955, Lina Merlin si impegnò a favore delle popolazioni del Polesine, specialmente dopo la disastrosa alluvione del 1951, su cui pronunciò un interessante discorso al Senato, edito nello stesso anno con il titolo Il dono del Po (Roma 1951), sottolineando la necessità della bonifica integrale del territorio. Proprio nella veste di senatrice, eletta nel 1948, ella cominciò la lotta per regolamentare la prostituzione: del 12 ottobre ’49 è il primo discorso per l’abolizione delle “case chiuse” in una instancabile attività che sfociò nella sua proposta di legge.

La battaglia parlamentare, condotta poi alla Camera per la sua elezione a deputato il 25 maggio 1958, sollevò durante il dibattito aspre polemiche che, già ricordate nel volume La legge del desiderio. Il progetto Merlin e l’Italia degli anni Cinquanta (Carocci, Roma 2006), di Sandro Bellassai, sono riprese da Giovanni De Luna nel suo articolo apparso su “La Stampa” del 13 febbraio. Egli rileva infatti come dalla lettura degli atti si coglie un senso di disorientamento per l’accento quasi ossessivo posto dai deputati sui “risvolti medico-sanitari del fenomeno”. Alcuni deputati intervengono con previsioni e statistiche sulle malattie veneree “nel tentativo di calcolare le probabilità di infezione”, mentre altri si abbandonano a bizzarri calcoli “sul rapporto esistente tra il numero dei coiti quotidianamente sostenibili da una prostituta e quello dei potenziali contagi”. Le diverse posizioni riguardano la prostituzione “regolamentata” rispetto a quella “libera” in uno schieramento politico non sempre omogeneo e incentrato in una visione antiquata del fenomeno e non statistiche “scientificamente rilevate”.

La legge contro le “case chiuse”, che prese il nome della Merlin, entrò in vigore il 20 settembre 1958 con la chiusura dei bordelli e la conclusione dell’inferiorità civile della prostituta. Essa previde la direzione dei mutamenti in atto nella società italiana, spazzando via molti stereotipi e luoghi comuni. E dal settembre di quell’anno i lupanari saranno trasformati in patronati per l’assistenza alle ex prostitute. Si rivelarono un fallimento, ma la legge avvio un processo di liberazione femminile nell’abolizione dello sfruttamento gestito dallo Stato.

Abbandonata la politica attiva, Lina Merlin tornò nel 1974 alla ribalta durante la discussione sull’indissolubilità del matrimonio come membro del Comitato nazionale per il referendum sul divorzio. Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati alle sue memorie per la stesura di un un libro, che vide la luce dieci anni dopo la sua morte avvenuta nel 1979.

Spd. Sulla grande coalizione la parola alla base

SPD-coalizione

Una volta raggiunto l’accordo fra i conservatori di Angela Merkel e i socialdemocratici per una nuova Grosse Koalition, in Germania l’ultima parola spetta alla base della Spd. I 463.723 militanti che risultavano iscritti al partito il 6 febbraio potranno votare per dire sì o no all’intesa: si tratta di persone di almeno 14 anni, non necessariamente originarie della Germania.

La consultazione interna si terrà dal 20 febbraio al 2 marzo, il voto sarà espresso via posta e un risultato dovrebbe essere annunciato il 4 marzo. Difficile prevedere l’esito: nonostante la direzione del partito si sia schierata apertamente a favore dell’accordo, e nonostante le concessioni importanti da Merkel alla Spd, si preannuncia un risultato combattuto. A gennaio i circa 640 delegati della Spd, cioè i quadri del partito, avevano già fatto emergere le loro divisioni approvando solo con il 56% l’apertura dei negoziati per un nuovo governo di Grosse Koalition, o ‘GroKo’ come la chiamano i media. Uno schiaffo per il leader Spd Martin Schulz, il quale mercoledì ha annunciato che lascerà la presidenza del partito e mira a ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri nel nuovo esecutivo.

Il leader dei giovani Spd contro la Groko
Il leader dei giovani della Spd, Kevin Künhert, è diventato il portabandiera dei socialdemocratici contrari a una riedizione della GroKo. Recentemente ha lanciato una campagna di adesione alla Spd con l’unico obiettivo di attirare dei membri ostili a un’alleanza con la destra, e in poche settimane il partito ha ottenuto circa 25mila nuove iscrizioni.

Se base spd dice sì
Se la base della Spd voterà sì alla nuova Grosse Koalition, Angela Merkel nel mese di marzo dovrà essere eletta cancelliera dal Bundestag per un quarto mandato. In questa eventualità, la sua candidatura verrà presentata formalmente dal presidente Frank-Walter Steinmeier e dovrà ottenere il sostegno della maggioranza assoluta dei parlamentari. A quel punto il capo dello Stato dovrà nominare i ministri su proposta della cancelliera. L’esecutivo, dunque, potrebbe essere in funzione già nella seconda metà di marzo, cioè circa sei mesi dopo le legislative, un record. Il quarto mandato di Merkel dovrebbe terminare, di norma, nell’autunno del 2021.

Se base Spd dice no
Se la base della Spd votasse invece no all’accordo per una nuova Grosse Koalition, la Germania cadrebbe in una situazione politica inedita e difficile: o un governo di minoranza, sempre a guida Merkel, oppure il ritorno alle urne. In questa eventualità gli scenari sono regolati dall’articolo 63 della Costituzione tedesca.

L’articolo 63 della costituzione
La Carta prevede che il capo dello Stato proponga ai deputati un candidato alla cancelleria, che nel caso preciso sarà con ogni probabilità Angela Merkel dal momento che i conservatori sono arrivati in testa alle legislative: se Merkel dovesse fallire nel tentativo di raccogliere una maggioranza assoluta al Bundestag un secondo voto si potrà tenere nei 14 giorni successivi; in caso di nuovo fallimento, in un terzo voto le sarà sufficiente la maggioranza semplice per essere eletta. A quel punto Steinmeier avrà sette giorni di tempo per decidere se nominare Merkel cancelliera per guidare un governo di minoranza. In caso contrario, può sciogliere il Bundestag e indire nuove elezioni.Nei fatti sarebbe Merkel a decidere quali dei due scenari preferisce, cioè se il governo di minoranza o il ritorno alle urne. Ma dal momento che la cancelliera ha detto che non intende governare senza una maggioranza chiara, la dissoluzione del Parlamento sembra l’opzione più probabile in caso in cui la Grosse Koalition dovesse saltare. Nuove elezioni si dovrebbero allora celebrare nei 60 giorni successivi.

Donald Trump sotto assedio lancia la sua sfida alla Fbi

fbi“Quando uno attacca gli agenti della Fbi perché è sotto indagine criminale, sta perdendo”. Così Sarah Huckabee Sanders nel mese di novembre del 2016 pochi giorni prima dell’elezione presidenziale.  Sanders, l’attuale portavoce della Casa Bianca, era allora consigliera di Trump per le comunicazioni e con le sue parole mirava a colpire Hillary Clinton la quale aveva tutte le ragioni per dissentire dalla Fbi. Si ricorda che due settimane prima dell’elezione la Fbi aveva riaperto l’inchiesta sulle e-mail e subito dopo aveva annunciato che nulla di nuovo era stato riscontrato per rinviare a giudizio la candidata democratica. Il danno politico però era stato fatto dato che riaprì la ferita politica della Clinton ricordando agli elettori i dubbi sulla condotta della candidata democratica.

Attaccare la Fbi adesso per Trump è però completamente lecito. La nuova scusa è stata offerta all’attuale inquilino della Casa Bianca dal memo diffuso da Devin Nunes, presidente della  Commissione intelligence alla Camera. Le quattro pagine del memo suggeriscono che la Fbi ha agito in modo parziale per favorire i democratici aprendo l’inchiesta sul Russiagate. Trump aveva la scelta di declassificare il memo o mantenerlo segreto ma ha deciso di permettere la diffusione.

Il 45esimo presidente ha reagito dichiarando che il memo lo scagiona completamente dall’inchiesta perché, secondo lui, basata sul dossier di Christopher Steele, che era stato pagato in parte dai democratici per le ricerche su Trump. L’inquilino della Casa Bianca ha usato il memo per dimostrare, nella sua mente, che la “leadership della Fbi e gli investigatori del Dipartimento di Giustizia hanno politicizzato le procedure” per favorire i democratici a scapito dei repubblicani.

La diffusione del memo è stata opposta dai membri del Partito Democratico nella Commissione presieduta da Nunes ma anche dal direttore della Fbi, Christopher Wray come pure da Rod Rosenstein, vice procuratore generale. I democratici  volevano bloccare il memo perché non rifletteva obiettivamente le informazioni ricevute ma si concentrava su parti favorevoli ai repubblicani. L’opposizione di Wray e Rosenstein si doveva a possibili ripercussioni perché rivelava metodi di investigazione usati dalla Fbi e Cia. Trump però ha deciso per la diffusione.

I contenuti del memo però non si sono rivelati veridici sullo scagionamento di Trump perché l’inchiesta del Russiagate era già cominciata dalla Fbi con individui legati alla campagna di Trump prima della pubblicazione del dossier di Steele. Ciononostante la diffusione del memo ha dato un pugno nell’occhio alla Fbi. La Fbi Agents Association ha reagito con un annuncio difendendo gli agenti che  “non saranno mai distratti da considerazioni politiche” nello svolgimento del loro lavoro. Ad aumentare la polemica del memo va aggiunto il fatto che la replica della minoranza democratica non è stata  inizialmente approvata dalla Commissione intelligence per diffusione. Non si sa se Trump darà l’OK finale per la diffusione.

In effetti, con la diffusione del memo, i repubblicani hanno cercato di infangare la reputazione della Fbi e del Dipartimento di giustizia. È paradossale che i vertici di queste agenzie sono individui nominati da Trump. Il 45esimo presidente però non è avverso ad attaccare anche i suoi subordinati pubblicamente. Lo ha fatto con Jeff Sessions che lui stesso ha nominato a procuratore generale rimproverandolo pubblicamente per essersi ricusato dal Russiagate. Lo ha fatto anche con il vice procuratore generale, Rod Rosenstein, anche lui nominato dal 45esimo presidente. Rosenstein ha nominato Robert Mueller a procuratore speciale per investigare l’interferenza russa sull’elezione americana del 2016 deludendo ovviamente l’attuale presidente.

Trump ha spesso diretto i suoi tweet velenosi non solo contro individui ai vertici del dipartimento di giustizia ma anche a tutta la Fbi dichiarandola “a pezzi” nel mese di dicembre del 2017. In effetti, Trump è rimasto insoddisfatto delle sue nomine perché non lo obbediscono credendo di possedere il Dipartimento di giustizia. In un’intervista ha persino dichiarato che da presidente ha “l’assoluto diritto” di fare quello che vuole con il “suo” Dipartimento di giustizia.

Gli attacchi di Trump alla Fbi hanno suscitato l’idea che lui abbia intenzione di licenziare i vertici dell’agenzia che stanno cooperando e sostenendo le indagini di Robert Mueller sul Russiagate. Il New York Times, infatti, ha persino annunciato che il 45esimo presidente aveva considerato seriamente di licenziare Mueller nel mese di giugno del 2017  ma non lo ha fatto per le proteste di Donald McGahn, legale della Casa Bianca, il quale avrebbe persino minacciato di dimettersi.

Ma gli attacchi alla Fbi e al Dipartimento di giustizia continuano a creare dubbi per gli americani a non credere alle istituzioni. Un sondaggio dell’agenzia Axios ci dice che solo il 38 percento dell’elettorato repubblicano ha una visione favorevole della Fbi mentre quella dei democratici raggiunge il 64 percento. Gli attacchi di Trump inoltre cercano di ricalcare che l’inchiesta del Russiagate ha poco a che fare con le leggi ma con la politica. Va ricordato che da presidente Trump può essere giudicato dalla legislatura mediante l’impeachment che  potrebbe avvenire con l’inchiesta di Mueller. Ciononostante la maggioranza repubblicana nelle due Camere non rappresenterebbe un pericolo per il 45esimo presidente. Il problema per Trump però è che attaccare la Fbi storicamente non è una buon’idea. Richard Nixon ne ha subito le conseguenze. L’inchiesta del Watergate venne a galla principalmente a causa delle informazioni fornite a Bob Woodward e Carl Bernstein,  giornalisti del Washington Post, dalla gola profonda. Si seppe nel 2005 che la gola profonda era Mark Felt, vice direttore della Fbi fra il  1972 e il 1973.

Domenico Maceri,
PhD, University of California

Germania, trovato accordo. Ora parola alla base Spd

Merkel-Schulz

Con l’accordo di oggi si apre in Germania una nuova fase nell’estenuante percorso verso la formazione di un futuro governo che, se vedrà la luce, lo farà a cinque mesi abbondanti dal voto del 24 settembre scorso. Per tornare una quarta volta alla Cancelleria alla guida di una (terza) Grande Coalizione, Angela Merkel deve fare qualcosa di molto difficile per la donna più potente del mondo: mettersi alla finestra ed aspettare. La palla adesso infatti passa nel campo socialdemocratico: la “base” Spd, 463.723 iscritti, è chiamata ad approvare o bocciare i termini del laborioso accordo (lungo 177 pagine) raggiunto oggi al termine di una maratona negoziale di 24 ore. Una consultazione postale che durerà circa tre settimane e il cui risultato sarà reso noto nel weekend 3-4 marzo.

“Nel contratto di coalizione si riconosce la mano dei socialdemocratici” ha detto Martin Schulz, lodando i risultati delle trattative . “Con questo contratto di coalizione si ha un cambio di direzione nelle politiche europee”. Ha aggiunto Schulz, affermando di voler ringraziare Angela Merkel e Horst Seehofer dopo le trattative su questo argomento. Schluz ha parlato di un “nuovo inizio per l’Europa” – concetto che apre il contratto di coalizione – e di “nuove dinamiche per la Germania”, citando anche la stretta collaborazione con Emmanuel Macron. Martin Schulz ha respinto le domande sul suo futuro personale nell’Spd e nel governo di Grosse Koalition, affermando che queste questioni si affronteranno all’interno del partito. Secondo la Suddeutsche Zeitung, Schulz rinuncerebbe alla guida dei socialdemocratici, facendo posto ad Andrea Nahles, ed entrerebbe nell’esecutivo come ministro degli Esteri. Indiscrezione confermata poco dopo dallo stesso Schulz che sul futuro passo indietro rispetto alla presidenza dell’Spd, ha affermato: “Ho cercato di dare forza e coraggio al partito. Ma non posso soddisfare le aspettative nei miei confronti rispetto al rinnovamento del partito”. Per Schulz, Nahles, in quanto più giovane e anche come donna, potrà guidare meglio il rinnovamento.

Trump e i “dreamers” come merce di scambio

Attorney General-designate, Sen. Jeff Sessions, R-Ala. listens at left as Sen. Susan Collins, R-Maine introduces him on Capitol Hill in Washington, Tuesday, Jan. 10, 2017, at Sessions confirmation hearing before the Senate Judiciary Committee's confirmation hearing.  (AP Photo/Andrew Harnik)

AP Photo/Andrew Harnik

“Credo che le due cose principali da affrontare siano la protezione dei ‘dreamers’ e la sicurezza al confine”. Susan Collins, senatrice repubblicana del Maine, chiariva così le sue priorità sulla riforma migratoria contrastandole con la posizione di Donald Trump che lei vede come “importante ma troppo complicata”.

Trump, accusato di essere rimasto a bordo campo durante le negoziazioni per risolvere la questione dello shutdown durato dal 20 al 22 gennaio, ha preso l’iniziativa sulla riforma migratoria per tentare di risolvere la situazione dei “dreamers”, i giovani portati illegalmente da bambini negli Stati Uniti dai loro genitori e cresciuti in America. Barack Obama li aveva protetti con il suo ordine esecutivo Deferred Action for Childhood Arrivals (Daca) che Trump ha però revocato nel settembre del 2017.

La proposta di Trump, contenuta in una pagina di testo, proteggerebbe i “dreamers” offrendogli permanenza e cittadinanza americana dopo un periodo di almeno 10 anni. Il 45esimo presidente includerebbe non solo i “dreamers” che hanno fatto la domanda per la protezione mediante il Daca ma anche quelli che sono rimasti anonimi raggiungendo un totale di 1,8 milioni di beneficiari. La proposta include però pillole velenose come la richiesta di 25 miliardi di dollari per la costruzione del muro alla frontiera col Messico, tagli all’immigrazione legale, l’eliminazione della lotteria che offre cartellini verdi a 50 mila potenziali immigranti, e la riduzione del diritto dei cittadini di portare i loro genitori e famigliari negli Stati Uniti. La proposta ridurrebbe l’immigrazione legale di 22 milioni di individui nei prossimi 5 decenni, ossia un taglio del 44 percento.

La reazione della destra era prevedibile con parecchie voci che hanno già etichettato la proposta di amnistia come ha commentato il sito di notizie ultra conservatore Breitbart, che era stato sotto la direzione di Steve Bannon, ex consigliere di Trump, licenziato nel mese di agosto del 2017. Il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz ha anche lui espresso la sua opposizione dicendo che sarebbe uno sbaglio approvare una legge che desse “amnistia e una strada alla cittadinanza a coloro che sono nel Paese illegalmente”. I membri del Freedom Caucus, gruppo di parlamentari di ultra destra, hanno anche loro etichettato la proposta come amnistia massiva per i “dreamers”.

Anche la sinistra ha reagito negativamente. Frank Sharry, direttore esecutivo di America’s Voice, un gruppo che sostiene gli immigrati, ha detto che Trump sta approfittando della disperazione della sinistra di salvare i “dreamers” per mettere in pratica la maggior parte della sua agenda migratoria con alcune briciole per i “dreamers”. La American Civil Liberties Union è stata più dura etichettando la proposta di Trump come “odiosa e xenofobica”. Anche contrari la senatrice democratica della California Dianne Feinstein e il senatore Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, vedendo la proposta come contraria ai valori americani sull’immigrazione.

La proposta di Trump è piaciuta ai senatori repubblicani James Lankford (Oklahoma) e Mike Rounds (South Dakota) i quali la hanno descritta come un “passo positivo” anche se “la strada è lunga” per raggiugnere un accordo. Paul Ryan, speaker della Camera, non si è pronunciato ma il suo portavoce ha dichiarato che le “idee della proposta alla fine aiuteranno a raggiungere una soluzione bilanciata”. Più rosei i commenti di Tom Cotton, senatore repubblicano dell’Arkansas, il quale ha caratterizzato la proposta di “generosa e umana”.

La senatrice Collins ha però centrato il problema della proposta di Trump quando la ha definito troppo complicata. Il 45esimo presidente ha cercato di offrire una soluzione che risente di priorità ultra conservatrici ma allo stesso tempo tenta di risolvere molti problemi che la porterebbero al fallimento. Uno sforzo simile di affrontare la questione intera dell’immigrazione era stato tentato dal Senato nel 2013 approvando un disegno di legge bipartisan (68 sì, 32 no). Il disegno di legge non fu considerato alla Camera perché l’allora speaker John Boehner non diede ai parlamentari l’opportunità di votare dato che la maggioranza repubblicana era contraria. La Collins ricorderà molto bene il caso perché lei era uno dei quattordici senatori repubblicani a votare sì. Un disegno di legge complesso anche se approvato dal Senato avrebbe nuovamente poche possibilità di successo alla Camera bassa. Ryan ha già indicato che da speaker non permetterebbe un voto se la maggioranza dei parlamentari repubblicani fosse contraria.

La Collins conosce molto bene la situazione e lei spingerà per un disegno di legge limitato a risolvere la situazione dei “dreamers” prima dell’otto febbraio quando la legislatura dovrà votare per evitare un altro shutdown. Nel frattempo i “dreamers” continueranno a sognare di potere vivere permanentemente nell’unico Paese che conoscono. Il fatto che Trump abbia detto che loro non si devono preoccupare non è visto affatto come rassicurante per farli dormire tranquillamente.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications

Iran, il drammatico destino della pena di morte

Mideast Iran Forgiven Killer

“Chi si occupa di diritti umani in Iran sa bene che a una buona notizia ne segue una pessima”, si legge in un tweet delle scorse ore di Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International. Il mese di gennaio lo dimostra e intorno alle storie di Amirhossein Pourjafar, Sadegh Larijani, Ahmadreza Djalali e Ali Kazemi, dagli epiloghi così diversi, ruota il drammatico destino della pena di morte in Iran.

L’ayatollah Sadegh Larijani è il capo della magistratura. Lui, pochi giorni fa ha restituito la speranza di evitare la forca a migliaia di iraniani condannati a morte per reati di droga. Sospensione delle esecuzioni e riesame dei casi che potrebbe portare a una riduzione delle condanne a pene detentive prolungate. Effetto della legge votata dal parlamento lo scorso mese di agosto che ammorbidisce la strategia di Teheran nella lotta al traffico e al consumo di stupefacenti. Sarebbero oltre 5mila i detenuti nei bracci della morte interessati dal provvedimento applicato in modo retroattivo. Non solo. Questa decisione potrebbe avere un impatto importante anche nei prossimi mesi, visti i drammatici numeri delle esecuzioni in Iran degli ultimi anni. Dal 1988, secondo fonti giudiziarie iraniane, le condanne a morte eseguite per reati di droga sono state circa 10mila, circa tremila dal 2010 al 2016, secondo Iran Human Rights.

Ahmadreza Djalali è il medico e ricercatore iraniano arrestato nel 2016 e condannato alla pena capitale. Per lui è arrivata una inattesa sospensione della condanna a morte da parte delle autorità di Teheran, dopo che non molti giorni fa si era paventata persino l’imminente esecuzione. Saman Naseem, un giovane iraniano di etnia curda, condannato a morte per un omicidio commesso a 17 anni. Il 25 gennaio ha ottenuto dalla Corte d’Appello di Urmia l’annullamento della condanna, sostituita con una pena detentiva di cinque anni.

E Ali Kazemi. Il 22enne iraniano messo a morte il 30 gennaio scorso dopo essere stato condannato per un omicidio commesso quando aveva solo 15 anni. “Portando a termine questa esecuzione illegale, l’Iran ha reso manifesto che desidera mantenere la vergognosa reputazione di paese leader al mondo per le esecuzioni di minorenni al momento del reato”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, direttrice di Amnesty International per il Medioriente e l’Africa del Nord. L’esecuzione di Ali Kazemi ha avuto luogo nella provincia di Busher dopo essere stata annunciata, poi smentita, infine portata a termine senza avvisare né familiari né l’avvocato. Ancora un adolescente, uno dei tanti, quattro nel 2017, 87 tra il 2005 e il 2018, già due quest’anno. Prima di Kazemi, era stata la volta di Amirhossein Pourjafar, messo a morte il 4 gennaio, anche lui minorenne all’epoca del reato.

“Siamo di fronte a un attacco frontale ai diritti dei minori, tutelati dal diritto internazionale che vieta in ogni circostanza l’uso della pena di morte nei confronti di minorenni al momento del reato”, afferma Magdalena Mughrabi che invita il capo del potere giudiziario a “intervenire immediatamente” per “ istituire una moratoria ufficiale sulle esecuzioni dei rei minorenni. E il Parlamento di Teheran deve riformare il codice penale per proibire l’uso della pena di morte dei minorenni al momento del reato”.

Massimo Persotti

Cavie umane per i diesel: cade la prima testa

dieselgateCade la prima testa dopo il caso dei test su animali e essere umani che sta travolgendo l’industria dell’auto tedesca. Volkswagen, riferisce il colosso di Wolfsburg, ha sospeso Thomas Steg, responsabile del Gruppo per la sostenibilità e le relazioni esterne, dal suo incarico, fino a che sarà fatta piena chiarezza. “Steg si è assunto la piena responsabilità, e io lo rispetto”, ha affermato il ceo Mathias Mueller, secondo il comunicato di Vw che dà notizia della decisione.

Il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas dopo il nuovo scandalo nel settore automobilistico tedesco si dice scioccato “come chiunque altro dalle notizie” sull’utilizzo di cavie umane ed animali per i test auto, ora “spetta alle autorità nazionali affrontare la questione”. La Commissione, continua Schinas, prende “atto della volontà delle autorità tedesche di indagare sulla questione e speriamo che lo facciano”, ha aggiunto, sottolineando che la vicenda “richiede un’azione urgente”

Una vicenda aberrante che per Angelo Bonelli e Luana Zanella, candidati della Lista Insieme “è un orrore ed un insulto alla vita sia umana che animale. Condividiamo la posizione della Cancelliera Merkel e ci uniamo a lei nel ribadire con forza che le sperimentazioni su persone e animali perpetrate dalle case automobilistiche non trovano nessuna giustificazione né scientifica né etica e che sono da condannare senza indugio. Le immagini evocate da questa notizia ci riportano indietro agli orrori perpetrati da esperimenti inumani e folli del passato, non bisogna più permettere che ci siano accadimenti di tale gravità”. “Siamo davanti all’urgenza di dover pensare a meccanismi per una repressione rigorosa di queste sperimentazioni, ma soprattutto è doveroso che vengano effettuati controlli preventivi nelle aziende per impedire il verificarsi di situazioni abominevoli come quella in Germania.” “Oltre tutto per avere prova della tossicità dei gas di scarico non serve la sperimentazione brutale sugli esseri viventi – concludono Bonelli e Zanella – perché i dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente ci dicono che solo in Italia muoiono più di 80.000 persone a causa dello smog. È necessaria invece la messa al bando dei combustibili fossili e che l’industria automobilistica venga indirizzata al più presto sulla via passare al motore elettrico entro il 2035”.

Usa. I democratici cedono sullo shutdown

WASHINGTON, DC - JANUARY 22 : Senate Minority Leader Chuck Schumer (D-NY) leaves a meeting with Senate Democrats on Capitol Hill, January 22, 2018 in Washington, DC. Lawmakers are continuing to seek a deal to end the government shutdown, now in day three.   Drew Angerer/Getty Images/AFP == FOR NEWSPAPERS, INTERNET, TELCOS & TELEVISION USE ONLY ==

Drew Angerer/Getty Images/AFP

Quando si parlerà dello shutdown, si parlerà di chi era il presidente dell’epoca”. Così Donald Trump in un’intervista del 2013 alla Fox News per commentare lo shutdown durante la presidenza di Barack Obama. Sul recente shutdown però il 45esimo presidente ha detto che la colpa è tutta “dei democratici”. La volubilità di Trump è notissima e quindi non sorprende che lui rifiuti le sue responsabilità.

Lo shutdown di Trump è durato solo tre giorni perché un gruppo bipartisan di senatori moderati è riuscito a stabilire un consenso che alla fine è stato accettato dalla leadership repubblicana e democratica. I voti tempestivi nelle due Camere e la firma di Trump hanno riaperto le porte del governo delle funzioni non essenziali ma un altro shutdown potrebbe ripetersi fra breve.

L’accordo siglato ed accettato dai democratici non era molto diverso dalla proposta rifiutata pochi giorni fa eccetto per il fatto che si dovrà ripetere tutto fra tre settimane invece di quattro. L’altro punto importante per i democratici è stata la promessa di Mitch McConnell, presidente del Senato, di aprire la strada a una discussione e un susseguente voto per risolvere la questione del Daca, che protegge i giovani portati in America clandestinamente dai loro genitori, cresciuti qui ed in effetti cittadini senza documenti.

Il presidente Barack Obama li aveva protetti con il suo ordine esecutivo ma Donald Trump lo aveva revocato nel settembre scorso chiedendo alla legislatura di risolvere il dilemma in modo permanente. Le priorità dei legislatori repubblicani durante il primo anno di presidenza di Trump, come si ricorda, sono state però il tentativo fallito di revocare Obamacare e la riforma fiscale firmata dal presidente. La questione dei “Dreamers” era stata messa da parte.

I repubblicani avevano agito in ambedue i casi senza l’aiuto dei repubblicani. Per aumentare il tetto delle spese ed evitare lo shutdown hanno però inciampato sul filibuster al Senato che richiede 60 dei cento voti presenti. I democratici hanno inizialmente votato contro ma poi hanno cambiato idea. Una buona strategia per Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, per parecchie ragioni. Fra tre settimane avranno un’altra chance per mettere pressione sui repubblicani. Schumer ha inoltre considerato la situazione precaria di parecchi candidati democratici che dovranno correre per la rielezione quest’anno in aree del Paese vinte da Trump. Quindi spingere troppo sullo shutdown avrebbe potuto fornire munizioni ai candidati repubblicani.

Il 45esimo presidente ha cercato di sintetizzare le ragioni dello shutdown come responsabilità dell’opposizione contrastando gli immigrati illegali e i cittadini americani. Questi immigrati sono ovviamente i “dreamers” i quali sono nel Paese illegalmente ma non per colpa loro. Gli americani hanno capito la loro situazione e quasi l’80 percento crede che il loro status dovrebbe essere regolarizzato. Non sorprende dunque che i primi sondaggi sullo shutdown abbiano assegnato la colpa a Trump e al suo partito considerando la maggioranza repubblicana delle due Camere e il controllo della Casa Bianca.

Schumer però ha capito che votando per porre fine allo shutdown gli darà tre settimane per mettere pressione sui repubblicani a negoziare e raggiugnere un accordo per la sanatoria dei “dreamers”. In teoria dovrebbe essere facile considerando le parole “dolci” di Trump su questi giovani che sono già integrati nella società americana e conoscono poco o niente del Paese di origine dei loro genitori. L’ordine esecutivo di Obama gli ha permesso di lavorare e studiare liberamente. Alcuni di loro sono divenuti insegnanti, infermieri, poliziotti e altri si sono persino arruolati nelle forze armate americane. Alcuni sono divenuti genitori di figli nati in America e dunque cittadini statunitensi a tutti gli effetti. Hanno tutte le carte in regola eccetto per la mancanza di documenti permanenti.

Manterrà McConnell la sua promessa per aprire la strada alla regolarizzazione dello status dei “dreamers”? L’ala sinistra del Partito Democratico crede di no ed ecco perché parecchi senatori hanno votato contro la riapertura del governo. C’è poi da ricordare che anche se il Senato raggiunge un accordo il disegno di legge dovrà poi passare alla Camera dove lo attenderebbe un futuro incerto. Paul Ryan, speaker della Camera, non ha fatto la stessa promessa di McConnell. Bisogna ricordare inoltre che nel 2013 il Senato aveva approvato una legge per regolarizzare lo status dei “dreamers” e fornire un percorso di integrazione agli 11 milioni di immigrati non autorizzati. La Camera però non si pronunciò al riguardo e il disegno di legge fu abbandonato. Si ripeterebbe questa situazione nel 2018? È possibile, ma Schumer ha scommesso per un esito diverso.

Ovviamente gli rimane la possibilità di causare un altro shutdown in tre settimane in caso di mancanza di successo. Il voto bipartisan però di riaprire le porte del governo potrebbe essere di buon auspicio per la cooperazione fra i due partiti di lavorare insieme per il bene del Paese. Potrebbe anche fornire a Trump un’opportunità per cominciare a governare in modo bipartisan. I suoi guai però vanno al di là dei rapporti con i democratici. Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate, ha già indicato che vuole interrogare il 45esimo presidente per chiarire il licenziamento di Michael Flynn e James Comey. L’ombra della possibile collusione russa sull’elezione del 2016 continua a ingombrare la Casa Bianca.

Domenico Maceri,
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.