Pena di morte, le Filippine votano per il ritorno del boia

Tempi cupi per la pena di morte che sembra trovar nuovo vigore all’ombra dei nascenti populismi. Se l’ipotesi lanciata da Paul Nuttali, il successore di Farage alla guida dell’Ukip, di un referendum sulla reintroduzione della pena capitale nel Regno Unito appare più una boutade, diverso è il caso degli Usa dove i cittadini americani un mese fa oltre ad eleggere il proprio presidente hanno votato a favore del ripristino della pena capitale nello stato del Nebraska, hanno bocciato in California la sua abolizione chiedendo invece una riduzione dei tempi tra condanna ed esecuzione, infine in Oklahoma hanno confermato la legittimità della pratica.

Senza scomodarsi in analisi transoceaniche, anche alle porte della vecchia Europa si rianimano i sostenitori della pena capitale. Dopo il fallito colpo di stato del luglio scorso, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha più volte manifestato la volontà di reintrodurre l'”omicidio di Stato”. “Se il popolo vuole la pena capitale, la cosa va al parlamento. Se il parlamento dice sì, io sono pronto a firmare il provvedimento”, ha recentemente dichiarato.

Ma la minaccia più grave e imminente ai diritti umani arriva dalle Filippine dove il controverso presidente Rodrigo Duterte da quando è stato eletto, lo scorso mese di maggio, si è reso protagonista di una serie di inquietanti provvedimenti. Come la creazione di veri e propri “squadroni della morte” – in parte anche appartenenti alla polizia – che per combattere il narcotraffico in appena sei mesi si sarebbero resi responsabili di oltre 5mila omicidi, presunti sospettati uccisi senza processo, nè difesa.

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Rodrigo Duterte

Ma non basta. Duterte si è più volte espresso per il ritorno alla pena di morte per reati quali il traffico di droga, lo stupro, l’omicidio e il furto. Una volontà che potrebbe essere esaudita il prossimo 16 dicembre con il voto in Parlamento sul progetto di legge che reintroduce la pena capitale ad appena dieci anni dalla sua abolizione. Amnesty International ha lanciato un appello internazionale per cercare di convincere i legislatori a fermare il ritorno del boia. Duterte non si scompone e semmai mostra un volto umano: avrebbe suggerito lui stesso l’impiego del metodo dell’impiccagione rispetto al plotone di esecuzione perché viene ritenuto più umano oltre che più economico.

Massimo Persotti

Svezia. Da ‘micropartito’ nazionalista al Parlamento

L’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (15^ puntata).
akesson_szd5d050La principale forza politica della destra svedese è il partito dei Democratici svedesi.
Nato a fine degli anni 80, da membri fuoriusciti dai vari movimenti e partiti dell’estrema destra svedese, come forza neofascista, i Democratici svedesi sono stati per oltre un decennio un micropartito in grado di raccogliere solo poche migliaia di voti alle varie elezioni nazionali. Nel 1995 Mikael Jansson diventa leader del partito riuscendo a portarlo su posizioni più moderate. Nel 2000 il partito riesce per la prima volta a superare l’1% alle elezioni, e 10 anni più tardi, sotto la guida di Jimmie Åkesson, leader del partito dal 2005, riesce ad entrare per la prima volta al Parlamento svedese. Nel 2014 riesce ad eleggere due propri rappresentanti al Parlamento europeo, sfiorando il 10% dei consensi e pochi mesi più tardi il partito ottiene oltre 800.000 voti alle elezioni nazionali, diventando così la terza forza politica del Paese, dietro solo al Partito Socialdemocratico e al Partito Moderato. Al Parlamento riesce ad ottenere un settimo dei propri rappresentanti, costringendo i socialdemocratici a formare un governo di coalizione con i Verdi.
I Democratici svedesi sono al giorno d’oggi una forza politica nazionalista ed euroscettica. Oltre alla battaglia per l’uscita dall’Unione Europea, i Democratici svedesi si battono in particolare per eliminare ogni forma di privilegio agli abitanti della Lapponia svedese.
A livello internazionale i rapporti con la leader della principale alleanza d’estrema destra europea, Marine Le Pen, sono pessimi. La leader del Front National francese ha più volte criticato la scelta dei Democratici svedesi di non aderire all’alleanza da lei capeggiata e di aver preferito allearsi con lo UKIP di Nigel Farage e il Movimento 5 stelle nel gruppo Europa della Libertà e della Democrazia Diretta. In passato i due partiti erano stati alleati all’interno dell’Euronat, e sul modello di questa alleanza i Democratici Svedesi avevano fondato anche la Nord Nat, alleanza dei nazionalisti scandinavi, a cui aveva aderito fra gli altri anche il Partito dei patriottici finlandesi. Alle ultime elezioni presidenziali americane, il leader del partito Åkesson è stato l’unico segretario di partito in Svezia a dare il proprio sostegno a Donald Trump, mentre i leader dei partiti di centrodestra e centrosinistra hanno dato il proprio endorsement a Hillary Clinton.
La roccaforte del consenso dei Democratici Svedesi è nella provincia di Malmö, dove il partito supera il 20%, a differenza del Nord della Svezia, zona tradizionalmente a sinistra. Nella provincia di Malmö, vi sono movimenti e partiti di estrema destra che negli ultimi anni, soprattutto per il successo dei Democratici Svedesi, hanno visto una forte crisi di consensi, come il Partito della Scania, partito separatista di estrema destra.
I cittadini svedesi si recheranno alle urne per eleggere il nuovo Parlamento di Svezia nel 2018. Attualmente i sondaggi danno i socialdemocratici in vantaggio fra il 25% e al 27%, i moderati fra il 22% e il 23% e gli Svedesi Democratici attorno al 17%, mentre tutte le altre forze politiche viaggiano sotto al 10%.

Gianluca Baranelli

Gli articoli precedenti:

14 – Norvegia, destra al governo dopo 40 anni di opposizione
13 –  Danimarca. L’estrema destra dal volto ‘pulito’ di Carlsen
12 –  Destra nel ‘cuore’ Europa. L’Austria e i ‘secessionisti’
11-  Viaggio nella destra europa. L’Unione di Centro svizzera
10 – Lussemburgo Pil da redord. Lussemburgo senza sorprese
9 – Germania. Dalla ex RDT, i voti alla destra oltranzista
8 – La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders
7 – Belgio. Il terrorismo aiuta il radicalismo politico
6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
3 – Dal Bnp a Ukip, gli inglesi così civili così di destra
2 – Irlanda, il Fine Gael prepara il bis al governo
1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo

Amsi, i professionisti
della salute a Congresso

amsiI professionisti della salute, italiani e d’origine straniera, operanti in Italia fanno della sanità una chiave d’integrazione interna, e cooperazione internazionale tra Italia, Africa e Paesi Euro-mediterranei. Una realtà, questa, ormai ben consolidata, come confermano gli ultimi dati: più di 60 mila i professionisti della Sanità lavoranti da noi nel 2016, tra cui 18mila medici, 37mila infermieri, 3.500 fisioterapisti, 2000 farmacisti e 200 psicologi. Statistiche riportate in apertura del Congresso nazionale dell’AMSI, Associazione Medici d’origine Straniera in Italia: svoltosi a Roma presso la clinica “Ars Medica”, sul tema specifico “Il dolore neuropatico periferico-Diagnosi differenziale e trattamento”. In collaborazione con la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO), e col patrocinio del movimento internazionale “Uniti per unire”, della Co-mai, Comunità del Mondo Arabo in Italia, dell’azienda multinazionale BTL Italia (specializzata nella produzione di apparecchiature sanitarie), e dell’Università Anglo-cattolica “San Paolo Apostolo”.

“Siamo fieri di proseguire il lavoro a favore dell’integrazione, che ci ha portato a organizzare oltre 500 convegni in 16 anni”, ha dichiarato, in apertura, Foad Aodi, medico fisiatra, presidente di Amsi e consigliere della Fondazione Ordine dei Medici chirurghi e Odontoiatri di Roma. Annunciando, al tempo stesso, l’entrata in azione dell’UMEM, Unione Medica Euro-mediterranea (con Amsi e “Uniti per Unire” soci fondatori): realtà che già comprende federazioni,organismi professionali, istituzioni sanitarie e Università di 35 Paesi Euro-Mediterranei, nata l’estate scorsa, dopo i tragici attentati a Nizza e in altri Paesi, per rilanciare il dialogo interculturale e interreligioso partendo dalla cooperazione sanitaria.

Il nuovo esecutivo Amsi, eletto all’unanimità per il quarto mandato, è rafforzato da un’organigramma che include più di 500 delegati regionali e nazionali, professionisti della sanità (medici, Infermieri, fisioterapisti, odontoiatri, farmacisti, psicologi, podologi), provenienti da tutto il mondo: presidente, l’italo-palestinese Foad Aodi; vicepresidente, l’italo-siriano Jamal Abo A.; portavoce, il rumeno Petre Mihai Baleanu; tesoriere, l’italiano Francesco Bonelli; segretario generale, l’iraniano Kami Paknegad (Iran). Il saluto dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Roma é stato portato dal consigliere Ivo Pulcini.
Prima dello svolgimento del programma scientifico, con l’erogazione di crediti ECM ai professionisti della sanità presenti, son intervenuti Sandro Camagna e Antonio Forte, rappresentanti della BTL Italia: azienda il cui lavoro tende all’ internazionalizzazione dei prodotti sanitari e della cooperazione socio-sanitaria. Gianfranco Saturno, fisioterapista di Amsi e Uniti per Unire, ha annunciato la nuova collaborazione di Amsi con la “Rivista medica italiana”, per una corretta informazione sulla sanità. Fabio Massimo Abenavoli, coordinatore del dipartimento Cooperazione internazionale di Uniti per Unire e presidente dell’Ong “Emergenza Sorrisi – Doctors for Smiling Children Onlus”, è intervenuto in diretta dal Senegal, dov’è in corso – dopo l’ultima, svolta in Siria – una nuova missione in collaborazione con Amsi e UMEM: 5 medici volontari sono già a Dakar, per curare decine di bambini affetti da labio-plasticosi e malformazioni del volto.

È seguito il programma scientifico vero e proprio, con gli interventi dei professionisti delle diverse specializzazioni; e l’annuncio della prossima istituzione della facoltà di Scienze di Riabilitazione e Fisioterapia Interdisciplinari presso l’Università “Uni San Paolo”, facoltà di cui Aodi sarà Preside. “Ci auguriamo d’unire le nostre forze – ha detto Aodi – per creare con Uni San Paolo una realtà accademica unica in Italia: che rappresenti un incentivo alla scienza e alla ricerca, ma anche un contributo al dialogo e alla pace nel mondo, partendo dal campo della sanità. Mentre sul piano scientifico e operativo, da questo Congresso emergono la necessità di portare avanti la ricerca, definendo nuovi protocolli sia per fisiatri che per fisioterapisti; e l’urgenza di regolamentare meglio (sull’esempio di altri Paesi, come anzitutto gli USA) la professione dei fisioterapisti. Che oggi non possono più far a meno, anche loro, di un proprio Ordine professionale, e di adeguate assicurazioni per la copertura dei rischi legati alla professione, come già accade per i medici”.

“La voce per Eco”: onlus
per la lotta al narcisismo

narcisismo
“La voce per Eco”. Questo il nome (chiaro il riferimento al mitico personaggio di Eco, la ninfa consumatasi d’amore non corrisposto per il bellissimo Narciso, e della quale sarebbe rimasta viva solo la voce) d’una nuova associazione, ONLUS. Che vuole appunto dar voce soprattutto a donne vittime di soggetti narcisisti: aiutandole a prendere anzitutto coscienza delle violenze subite, a recuperare l’autostima e a iniziare un nuovo percorso di vita. “Il tutto – spiega Marina Terlizzi, avvocato, nella conferenza di presentazione al pubblico, a Roma – organizzando incontri tematici sul narcisismo, cineforum e dibattiti, serate di teatro a fine terapeutico; e offrendo consulenze legali e psicologiche gratuite per affrontare situazioni d’abuso psicologico e fisico”.

“Purtroppo non si può far nulla per guarire un narcisista patologico – precisa Antonella Rutigliano, tra i fondatori dell’associazione – perché ad un soggetto così manca proprio, nel cervello, l’aspetto emozionale; cioè, esattamente gli mancano l’intelligenza emotiva, e anche l’intelligenza, diciamo, “di cuore” (c’è in lui, in sostanza, un’aridità di fondo: sembra
che questi individui abbiano l’amigdala, la parte del cervello che gestisce le emozioni, specialmente la paura, più corta degli altri ). Come può, una persona del genere, capire cosa significano le emozioni, e condividerle con gli altri, in un normale processo d’empatia? Si può fare qualcosa giusto per chi ha delle forme più lievi di narcisismo, e a volte, consapevole di questo, chiede lui stesso d’avviare una terapia per guarire”.

“Esistono poi vari tipi di narcisista”, spiega invece Roberta Sala,psicologa specializzata in ipnosi regressiva: “quello “soft”, lieve, quello patologico pericoloso, quello “Don Giovanni”, che in un rapporto affettivo tende immediatamente a fuggire non appena agganciata un’altra donna, ecc…Loro caratteristiche comuni sono, pur nell’ assoluta mancanza d’empatia (e nello stato caratteriale di totale immaturità, equivalente a quello d’un bambino di 3 anni), la capacità di fingere, di “recitare”, in sostanza, le varie emozioni. E il bisogno assoluto di gestire il potere in un rapporto, d’ esercitare il controllo sulla donna (il narcisista patologico, anzi, è attratto proprio dalle donne con un’alta autostima: appunto perché si diverte ad abbassargliela, avviando un rapporto perverso). Chiaramente esistono anche le
donne narcisiste: che a volte ricorrono a strumenti di manipolazione psicologica anche piu’ subdoli dell’ordinario”. “Attenzione, però”, sottolinea Cinzia Mammoliti, criminologa, tra i dirigenti della ONLUS: “il narcisista è senz’altro un manipolatore affettivo, però non tutti i manipolatori affettivi sono narcisisti. Ai livelli piu’ gravi, poi, il narcisista perverso finisce
col coincidere quasi con lo psicopatico vero e proprio, affetto da sadismo patologico e crudeltà mentale, e privo di senso di colpa”.

Sino a una trentina d’anni fa, nelle nostre Università non si parlava proprio di questa sindrome narcisistica della personalità: che non era stata ancora specificamente individuata, pur essendone già noti vari sintomi. Studiosi come Erich Fromm e altri s’erano soffermati sul quadro dell’individuo sadico, che nei circuiti della politica, poi, può trovare pericolose “autostrade” (vedi la celebre “Anatomia della distruttività umana” di Fromm, con le penetranti “patografie” di Hitler, Himmler, Stalin); e proprio sul terreno della politica, anche tra leader formalmente democratici, spesso troviamo inquietanti vicinanze tra narcisismo patologico e quadri clinici ancora peggiori. “Chiaramente – osserva ancora la Mammoliti – non esistono statistiche precise sulla diffusione di questo fenomeno nella popolazione (spesso, purtroppo, non ci sono denunce da parte delle vittime di questi
comportamenti; anche se , osserviamo, le cose ora dovrebbero iniziare a cambiare, con l’applicazione almeno della legge del 2009 contro lo stalking, N.d.R.)”. “La risposta della società ai narcisisti patologici, uomini o donne”, precisa Marina Terlizzi, “deve articolarsi, d’ora in poi, su una stretta collaborazione tra avvocati, psicologi e forze dell’ordine: appunto per questo vogliamo organizzare, con la nostra ONLUS, anche corsi di formazione specifica, su questi temi, appunto per legali, operatori sociali, medici e forze dell’ordine (le quali purtroppo, non per colpa loro, spesso non sono affatto preparate ad affrontare queste situazioni). Ma ci sono, già ora, segnali confortanti d’un cambiamento di prospettiva da parte degli operatori della giustizia: basti pensare alla recente condanna al pagamento d’una multa di 30.000 euro comminata, dal Tribunale di Roma, a una donna,
narcisista grave, che ai figli parlava regolarmente male del padre separato”.

Fabrizio Federici

Francia. Il crollo dell’illusione ulivista alla francese

French member of Parliament and candidate for the right-wing primaries ahead of France's 2017 presidential elections, Francois Fillon gestures as he delivers a speech following the first results of the primary's second round on November 27, 2016, at his campaign headquarters in Paris. France's conservatives held final run-off round of a primary battle on November 27 to determine who will be the right wing nominee for next year's presidential election. / AFP / Eric FEFERBERG (Photo credit should read ERIC FEFERBERG/AFP/Getty Images)

Francois Fillon

A cinque mesi data dall’appuntamento delle presidenziali le caselle delle destra sono già riempite. Con due varianti della destra: quella fondamentalista e quella radicale.
Fondamentalista Fillon: che ha stravinto (70% contro30% e con una partecipazione elettorale ancora maggiore di quella, altissima, del primo turno) il suo confronto con Juppè – centrista, europeista, fautore della grande coalizione con i socialisti – in nome di tutti i valori tradizionali delle varie anime della destra francese: sovranismo gollista (ivi compreso il recupero dei rapporti con la Russia e con i regimi laici e protettori dei cristiani in M.O.), privatismo giscardiano e, infine, ordine morale conservatore.

Radicale, Marine Le Pen. E con un programma mutuato dalla sinistra radicale (ivi compreso “libertè, egalitè, fraternitè”) ma innestato in una logica antisistema e anti immigrati, con forte accentuazione antiislamica.

E la sinistra? Per ora, non pervenuta. Hollande abbandonato da tutti, e persino da un primo ministro scelto espressamente da lui, per portare a termine in bellezza il quinquennato e per garantire, quanto meno, la sua ricandidatura. Al suo posto due candidati della destra socialista: l’uno, lo stesso Valls, nella variante giacobina; l’altro, l’ex ministro dell’economia Macron, in quella liberal-liberista. Nessuno dei due, per inciso, in grado di accedere al secondo turno. Tanto per non farci mancare nulla, medita di correre alle primarie anche un rappresentante della sinistra; ma con il non piccolo problema di trovare la strada sbarrata da un altro socialista di sinistra (ma uscito da tempo dal Psf), Mèlènchon già candidato nel 2012 e che, per il semplice fatto di avere avviato da tempo la sua campagna, dovrebbe far coinvolgere sul suo nome la maggior parte dell’elettorato di opposizione.
Un campo di rovine, dunque. E una scena tanto più impressionante se paragonata a quella che era davanti ai nostri occhi appena cinque anni fa.

Cinque anni fa c’era un “uomo solo al comando”( Sarkozy) irrimediabilmente impiombato dai suoi errori e dai suoi comportamenti; ad un punto tale da potere essere battuto da qualsiasi candidato appena appena “normale”. E c’era un candidato (peraltro scelto attraverso le primarie) che era la quintessenza della normalità: segretario del partito che l’aveva designato, mediatore verbale di infinite dispute interne. E questo candidato appariva (e sarebbe stato) in grado di vincere per il semplice fatto di non chiamarsi Sarkozy e di ottenere, a costo zero (leggi senza prendere particolari impegni programmatici) l’appoggio della sinistra radicale (dai verdi ai socialisti di sinistra ai comunisti) per il semplice fatto di averlo richiesto, pagandolo (se così si vuol dire) con la concessione di alcuni collegi sicuri e con l’applicazione della disciplina repubblicana al ballottaggio.

Così facendo, i socialisti francesi, avrebbero coronato, la primavera successiva, con la conquista della presidenza della repubblica, un percorso netto che gli aveva assicurato: la conquista di ventun regioni su ventidue, del senato, della grande maggioranza dei comuni e dei consigli cantonali.
Per la, diciamo così, sinistra italiana una rivelazione. Era il vedersi tracciata davanti agli occhi la via verso una sorta di “vincere facile”. Al posto di Sarkozy, Berlusconi; al posto di Hollande, Bersani; al posto del “pas d’ennemisi à gauche” “Italia bene comune”; e, infine e soprattutto, al posto di una campagna elettorale dove Hollande si era impegnato a dire il minimo possibile una campagna in cui Bersani avrebbe seguito la stessa linea di condotta. Una linea che non portò fortuna al buon Bersani; un approccio che ha portato al disastro Hollande e, con lui, il partito socialista francese.
Sull’entità, sulle ragioni e sulle conseguenze di questo disastro si avrà modo di ragionare tutti nei prossimi mesi.

Ma una cosa, fin d’ora è assolutamente certa: che oggi si sta consumando il definitivo crollo dell’illusione ulivista nella versione francese. Leggi della pretesa di poter conciliare tutto e il suo contrario: proclami ideologici e pratiche compromissorie; difesa di un modello sociale e cessioni di sovranità, unità delle sinistre e politiche socialmente regressive, rapporti con la propria base tradizionale ed èlitismo liberal, internazionalismo e politiche di potenza, aperture all’immigrazione e crociate anti Islam; e, infine, per dirla tutta, passioni e mediocrità.

Alberto Benzoni

Donne, nel mondo il 35% subisce violenza

E’ appena passato il 25 novembre, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Una violenza che segna quotidianamente il percorso di vita di tutte le donne del mondo, senza tenere conto della loro provenienza, della loro cultura, status sociale e religione.

scarpe-donneSulla stima dei recenti dati pubblicati dall’OMS, che si riferiscono a una ricerca effettuata su 141 casi in 81 Paesi, il 35% delle donne del mondo subisce una forma di violenza: nel 30% dei casi questa violenza è inflitta dai mariti e dai partner. Secondo i dati pubblicati dall’ Istat, anche in Italia 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale; quelle straniere nella loro vita hanno subìto violenza fisica o sessuale in misura simile alle italiane (31,3% e 31,5%). Da un più recente studio Istat, a crescere è anche il fenomeno dello stalking: in Italia il 21,5% delle donne in età compresa tra i 16 e 70 anni subisce comportamenti persecutori da parte di un ex partner, mentre lo stalking subito da altre persone è pari al 10,3%, per un totale di 229mila donne.
“La violenza contro le donne non ha colore”, dichiara la coordinatrice del Dipartimento donne delle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), Badia Rami, mediatrice culturale e operatrice presso uno sportello antiviolenza per le donne a Ladispoli – Cerveteri ( ASL RMF). “C’è bisogno di maggiore assistenza – prosegue – e soprattutto di maggiore informazione per le donne. Molte vittime in Italia non sanno dove recarsi quando subiscono abusi. Altre si vergognano di ammettere di avere bisogno di assistenza. Dobbiamo unire le forze e le competenze per non lasciarle sole!”.

Se troppo spesso le vittime italiane e straniere sono impotenti dinnanzi agli stupri e alle aggressioni mentali o fisiche che subiscono, uno “scudo di forza” nella prevenzione della violenza è costituito dall’istruzione e dalla conoscenza. A questo proposito, Maria Amata Garito, Rettore dell’Università Telematica Internazionale “Uninettuno”, da anni impegnata in progetti di formazione e cooperazione internazionale che hanno permesso a migliaia di donne di alfabetizzarsi, studiare, laurearsi e qualificarsi professionalmente nel Nord e Sud del mondo, dichiara: “La fragilità dell’uomo odierno è una delle cause delle violenze fisiche e psicologiche sulle donne, che mai come in questo momento iniziano ad emergere come vere forze del cambiamento. Non ci sono delle soluzioni facili a questa fragilità psicologica dell’uomo contemporaneo, ma senz’altro un grande contributo lo forniscono la formazione e l’educazione al rispetto legato ai valori delle differenze di cultura e di genere, già dai primi anni di scolarizzazione”.

Habiba Manaa, coordinatrice del Dipartimento giovani e seconde generazioni delle Co-mai aggiunge: “Quando parliamo di violenza non dobbiamo pensare solo ad una violenza fisica, ma anche psicologica. Come giovane donna ritengo opportuno parlare di questo tema con altri giovani per sensibilizzarli. In futuro mi impegnerò a farlo anche con i miei figli e con i figli altrui. Mi auguro che le Autorità intensifichino la conoscenza delle leggi a favore dei diritti delle donne, migliorandone la tutela”.

L’aiuto alle donne è esteso anche alle immigrate e rifugiate, le quali, come dichiara Sohaila Madadifar, ginecologa presso gli Ambulatori dell’Associazione dei Medici d’ Origine Straniera in Italia (AMSI), necessitano con urgenza di attenzione, cura e assistenza: “È necessario intensificare i servizi a disposizione per l’ascolto e i servizi sanitari, per curare in modo interdisciplinare e inter-professionale le donne immigrate e rifugiate: che subiscono tutti i giorni violenza, nei viaggi che compiono quando lasciano i loro Paesi in modo irregolare. Purtroppo, spesso visitiamo queste donne – incluse le prostitute – solo quando sono alla loro quinta gravidanza: riscontrando che non hanno mai fatto una visita ginecologica o un’ecografia”.
“La violenza sulle donne è un atto infimo, che viene stigmatizzato dall’opinione pubblica”, conclude Martina Oddi, giornalista del movimento internazionale “Uniti per Unire”: “ma nonostante ciò, resta , purtroppo, un fenomeno estremamente diffuso. Nel caso delle donne migranti questa violenza è sistematica, incombe costantemente, durante i loro viaggi della speranza verso una vita migliore. È una violenza perpetuata senza alcuna possibilità di difesa da parte delle donne, che arriva sino alle estreme conseguenze”.
Proprio 2 giorni prima di questa Giornata internazionale del 25 novembre, era giunta la notizie della condanna a 20 anni di carcere per Paolo Pietropaolo, l’uomo di 40 anni che, lo scorso 1 febbraio, aveva fuoco alla sua ex compagna, la 38enne Carla Ilenia Caiazzo, incinta ( condanna, notiamo, anche superiore a quella richiesta dal Pm). Pietropaolo, interdetto per sempre dai pubblici uffici, dovrà pagare 325 mila euro complessivi di risarcimento a titolo di provvisionale alle parti civili: 250mila alla Caiazzo e 50mila alla bimba nata prematuramente subito dopo l’aggressione (mentre altri 25mila euro dovrà versare all’ associazione «La Forza delle donne», costituitasi parte civile nel giudizio). Mentre lo stesso giorno , il 23 novembre, la Cassazione aveva reso note le motivazioni della condanna, sempre a 20 anni di carcere, per Luca Varani, che nel 2013 aveva inviato due sicari albanesi a sfregiare con l’acido l’ex-compagna, l’avvocatessa Lucia Annibali (vicenda, quest’ultima, oggetto della fiction andata in onda, il giorno dopo, su RAI 1). Non possiamo che esprimere soddisfazione per queste scelte della Magistratura: però – proprio come per la lotta alla mafia e al terrorismo – la repressione non è certo sufficiente per eliminare veramente questa piaga sociale.Ci vuole una vera e propria “rivoluzione culturale” per l’uomo d’oggi, nel senso migliore del termine; mentre, aggiungiamo, anche le donne, tra le quali si riscontrano, in Italia e non solo, frequenti comportamenti da stalker, devono interrogarsi sullo stato attuale dei loro rapporti con l’altro sesso.

Fabrizio Federici

Norvegia, destra al governo dopo 40 anni di opposizione

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Erna Solberg

L’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (14^ puntata).

Il Partito Progressista norvegese, partito nazionalconservatore e liberista, e da diversi anni principale forza politica euroscettica della nazione, da tre anni è al governo alleato con i conservatori, partito dall’attuale primo ministro Erna Solberg. Nell’attuale governo Solberg i progressisti sono a capo di diversi importanti ministeri, come il Ministero delle Finanze, guidato da Siv Jensen, leader del Partito Progressista dal 2006, e il Ministero della Giustizia, guidato da Anders Anundsen, leader della giovanile del partito durante gli anni 90.

Il Partito Progressista nasce nei primi anni 70 come partito personale di Andres Lange, storica figura della destra norvegese, ma vedrà la svolta sotto la guida di Carl Hagen, a capo del partito dal 1978 al 2006, capace di portare il consenso del partito dall’1,9% del 1977 al 22,1% del 2005. Durante la guida Hagen il partito è sempre stato all’opposizione dei vari governi nazionali che si sono succeduti in Norvegia.

Durante l’attuale governo Solberg, il Partito Progressista si è fatto promotore della legge che introduce la possibilità dei medici di dichiararsi medici obiettori e non praticare l’interruzione di gravidanza. La percentuale di medici obiettori ad oggi in Norvegia si aggira attorno al 10%. Inoltre, l’amministrazione Solberg ha in questi anni riformato la sanità norvegese, introducendo norme che favoriscono l’utilizzo delle cliniche private, e la legislazione sul lavoro, agevolando l’utilizzo di contratti a tempo determinato che possono essere interrotti in qualsiasi momento dal datore di lavoro.

Il partito della destra norvegese non è membro di nessuna alleanza internazionale. Per molti anni ha intrapreso una forte collaborazione con il Partito Progressista danese, forza liberista da cui la destra norvegese ha tratto ispirazione. Durante gli ultimi anni della guida Hagen il partito ha intrapreso una serie di collaborazioni con il movimento dell’olandese Pim Fortuyn, con il francese Front National e con le forze di estrema destra alleate del partito di Le Pen. Durante la guida Siv Jensen, il partito si sposta su posizioni più moderate e non intraprende relazioni significative con esponenti dell’estrema destra europea. Alle recenti elezioni americane il partito ha sostenuto la candidatura di Donald Trump. Alle elezioni primarie una corrente vicina all’ex leader Hagen ha sostenuto la candidatura di Jeb Bush, il vicepresidente del Parlamento, Kenneth Svendsen, ha dato il proprio sostegno alla candidatura di Ted Cruz, mentre un’ampia delegazione di parlamentari del partito ha dato il proprio endorsement a Marco Rubio.

Molti micropartiti dell’estrema destra norvegese hanno cessato di esistere negli anni 90, mentre altri come il NasjonalAlliansen e il NorgesPatriotene, hanno cessato di esistere alla fine del decennio scorso. Al momento la maggiore forza politica di estrema destra è quella dei Democratici norvegesi, attivi quasi solamente nelle provincie di Kristiansad e Bregen, città dello storico leader ed ex parlamentare del Partito Progressista, Vidar Kleppe, dove sono riusciti a eleggere qualche proprio rappresentante nei consigli locali.

L’autore della strage del 22 luglio 2011, Anders Breivik, che causò la morte di 77 persone, tra cui 69 ragazzi dell’associazione giovanile del Partito Laburista norvegese, fu iscritto al Partito Progressista fino al 2006, dopodiché intraprese rapporti di collaborazione solo con organizzazioni di altre nazioni, ed in particolare con il movimento neonazista English Defence League.

I cittadini norvegesi si recheranno alle urne per eleggere il nuovo Parlamento il prossimo settembre. I laburisti, che avevano ottenuto il 30,8% alle scorse elezioni, rimangono saldamente la prima forza politica della Norvegia, dati dai sondaggi delle ultime settimane fra il 36% e il 38%. Perdono consenso invece le due forze di governo. I conservatori, che nel 2013 avevano sfiorato il 27%, ora viaggiano fra il 22% e il 24%, mentre il Partito Progressista, al 16,3% tre anni fa, viene ora dato fra il 10% e il 14%. Gli euroscettici di centro, alleati di governo dei laburisti fra il 2005 e il 2013, viaggiano fra il 6% e l’8%, mentre tutte le altre formazioni vengono date dagli ultimi sondaggi sotto al 5%.

Gianluca Baranelli

Gli articoli precedenti:

13 –  Danimarca. L’estrema destra dal volto ‘pulito’ di Carlsen
12 –  Destra nel ‘cuore’ Europa. L’Austria e i ‘secessionisti’
11-  Viaggio nella destra europa. L’Unione di Centro svizzera
10 – Lussemburgo Pil da redord. Lussemburgo senza sorprese
9 – Germania. Dalla ex RDT, i voti alla destra oltranzista
8 – La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders
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6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
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1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo

Una moneta virtuale
per la Svezia

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La Svezia, leader per i pagamenti digitali, sta per fare un passo innovatore nel sistema finanziario. Diventerebbe il primo paese al mondo a dotarsi di una e-currency, cioè di una valuta virtuale garantita, coperta e gestita dalla Riksbank (la banca centrale della Svezia). Lo ha dichiarato Cecilia Skingsley, numero due dell’Istituto d’emissione del regno, manifestando piani concreti.

Esistono già i Bitcoin o le monete complementari come quella locale di Barcellona. L’introduzione di una e-currency garantita da una Banca Centrale ha un significato ed una importanza dirompente. Anche perché non si tratta di un piccolo paese esotico, possibilmente considerato paradiso fiscale e sede di società presenti con solo cassette delle poste. La Svezia è una tra le potenze industriali più avanzate al mondo, un paese che vanta una crescita media attorno al 4% con alti redditi medi pro-capite nonostante il pesante prelievo fiscale. Il welfare ed il servizio sanitario sono tra i migliori al mondo. L’occupazione è alta ed i conti sovrani sono in ordine. Il debito pubblico, tra i più bassi al mondo, è attorno al 40% del PIL, cioè molto più basso di quello tedesco.

Il 50% del prodotto interno lordo deriva dall’export di manufatti industriali e tecnologici d’eccellenza, dai jet bisonici agli aerei-radar, dall’elettronica avanzata ai servizi Skype e Spotify. Nel regolare le transazioni del commercio internazionale, la corona virtuale potrebbe diventare una realtà quasi quotidiana, se si concretizzeranno i piani in fase di elaborazione avanzata.

In Svezia, la transizione dal cash al no-cash è un cambiamento diventato realtà prima che altrove. In una economia così solida ed in crescita dove nulla sfugge alla tributaria (sia che i pagamenti avvengono in contanti, con assegni, con carta di credito o bonifico bancario) l’utilizzo del denaro contante in circolazione oggi raggiunge scarsamente l’1,5% del PIL mentre nel 1950 raggiungeva il 10% del PIL ed anche allora rappresentava un valore tra i più bassi al mondo. Le banche sempre più frequentemente evitano o rifiutano le operazioni in contanti. Nei negozi e negli esercizi commerciali è sempre più raro l’utilizzo di casse o registratori di cassa progettati per l’uso del contante. Diversi negozi hanno abolito i pagamenti in contanti e persino i taxi preferiscono i pagamenti con la “plastic money” (carte di credito o di debito).

Il numero due della Riksbank, Cecilia Skingsley ha spiegato : “La Svezia è all’avanguardia, non dobbiamo imitare l’esempio di nessun altro paese perché nessun altro paese sta lasciando l’uso di banconote e monete così velocemente come noi. Vogliamo anche aiutare i molti cittadini desiderosi di dire addio al contante, ma per ragioni differenti non vogliono o non possono avere un accesso diretto ai sistemi di transizione elettronica che per le banche sono normali”. Dal novembre 2016, in Svezia è iniziato il lungo addio al contante. Gli esperti della Riksbank stanno lavorando per risolvere i problemi tecnici, legali e di sicurezza. Entro due anni potrebbe essere introdotta la e-currency.

La Svezia, governata lungamente dalla socialdemocrazia, pensa al futuro ed alla società futura. Nel suo governo, unico caso al mondo, esiste il “Ministero del Futuro” .

Un futuro dove non ci saranno più rapine a mano armata nelle banche, nei supermercati o ai furgoni portavalori, ma in cui bisognerà stare molto attenti ai pirati informatici.

Salvatore Rondello

Steinmeier, il futuro presidente tedesco

steinmeierFrank Walter Steinmeier, attuale Ministro degli Esteri tedesco e politico di lungo corso della SPD, sarà il prossimo presidente della Germania. Succederà il 12 Febbraio 2017 a Joachim Gauck, e sarà il terzo presidente socialdemocratico della Repubblica Federale, dopo Heinemann e Rau.

Nonostante i poteri del Presidente della Repubblica in Germania siano meramente rappresentativi, la nomina di Steinmeier da parte della coalizione di governo CDU, CSU e SPD, è un’enorme vittoria per i socialdemocratici tedeschi. Allo stesso certifica ulteriormente le tensioni esistenti fra la CDU e il suo partner Bavarese, la CSU, una partnership storica la cui crisi rischia di mettere in crisi un quarto mandato consecutivo come Cancelliere di Angela Merkel.

Sin da Giugno, l’attuale Presidente Federale Gauck aveva espresso la sua non disponibilità per un secondo mandato. La decisione era già nell’aria dai tempi della sua elezione nel 2012, ma, nonostante questo, non è stato possibile per la CDU di Angela Merkel trovare un candidato di Centrodestra che potesse essere eletto entro il secondo scrutinio.

Questa è infatti, nell’equilibrio politico del governo tedesco la scadenza chiave. Le forze di Centrodestra, CDU, CSU e FDP, non sono infatti in grado di esprimere una maggioranza valida per un elezione diretta nei primi due scrutini. Questo avrebbe lasciato alla SPD, insieme ai Verdi e alla Linke, la possibilità di eleggere il proprio candidato al terzo turno, quando i loro voti congiunti, sarebbero bastati per la nomina del presidente. Per evitare una sconfitta di immagine era necessario per la Cancelliera, trovare un candidato capace di catalizzare i proprio voti ed attirare quelli di un quarto partner. Nei desiderata di Merkel, quest’ultimo dovevano essere i Verdi, da cui la candidatura dell’attuale Governatore verde del Baden-Württemberg, Kretschmann.

Qui è entrato in gioco il veto della CSU, motivati dalla prossima campagna elettorale per il rinnovo del parlamento e del governo della Baviera. Nella prossima tornata elettorale, infatti, la CSU dell’attuale governatore Seehofer, rischia di perdere, a causa della crescita dell’estrema destra della AfD, la maggioranza assoluta, cosa che la costringe a cercare un’alleanza con i liberali di FDP contro la possibile coalizione Rosso-Rosso-Verde, ovvero SPD, Linke – la sinistra – e i Verdi. L’elezione di Kretschmann, figura principale dei Verdi, a presidente federale con i voti della CSU, sarebbe stato uno smacco incredibile per Seehofer, da qui il veto.

La caduta di Kretschmann, e il rifiuto dell’attuale presidente del Parlamento Lammert, ha lasciato spazio a quello che è stato un vero e proprio blitz del Segretario della SPD e Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel: la candidatura, appunto di Steinmeier. Rifiutare la candidatura dell’attuale Ministro degli Esteri in carica, nonché vice della stessa Angela Merkel nel biennio 2007-2009, avrebbe prolungato lo stallo ben oltre la scadenza del mandato di Gauck e troppo a ridosso della campagna per le elezioni federali del 2007.

Così si è scritta un’ulteriore pagina della crescente divisione fra CDU e CSU. Anche in questo caso, come per quelle sulle politiche a favore dei rifugiati, sulle fonti rinnovabili e famiglia, tale rottura è venuta per ragioni elettorali interne alla Baviera. Proprio nel Land che da sempre garantisce al Centrodestra una strada agevolata per il governo, continuano ad arrivare stoccate e problemi per Angela Merkel. Dal canto suo la Cancelliera è riuscita a contenere i danni, Steinmeier diviene il candidato ufficiale del Governo e non più delle sinistre. Allo stesso tempo, Merkel è riuscita ad strappare il consenso anche dalle frange più conservatrici della CDU, anche esse “ribelli” da qualche mese a questa parte, le quali potevano ostacolare il voto in Parlamento del candidato socialdemocratico e consegnare Merkel ad una crisi di governo.

In tutto questo ed in vista delle elezioni federali del 2017, la SPD mette a segno un’importante vittoria d’immagine, necessaria per avere una possibilità di eleggere il primo Cancelliere Socialdemocratico dai tempi di Schröder.

Danimarca. L’estrema destra dal volto ‘pulito’ di Carlsen

L’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (13^ puntata).

In Danimarca la principale forza politica di destra è il Dansk Folkeparti, il Partito Popolare Danese.

daniel-carlsen-vaelgermodeNato nel 1995 come scissione del Partito Progressista danese, forza politica nazionalconservatrice e liberista nata nei primi anni 70 che ha visto una profonda crisi negli anni 90 e 2000, il Partito Popolare riesce da subito a diventare la principale formazione della destra danese, ottenendo già nel 1998 più del triplo dei voti dei progressisti danesi. I popolari iniziano un dialogo con il centrodestra che il Partito Progressista aveva negato per decenni e propongono da subito una linea meno liberista, continuando però a portare avanti le ideologie nazionaliste, euroscettiche e conservatrici, baluardo della dei progressisti della destra danese.

Nel 2001 i popolari superano per la prima volta il 10%, grazie ad oltre 400.000 voti, e cominciano la collaborazione con le varie forze politiche del centrodestra danese, in particolare con i liberali del Venstre, membri dell’ALDE, e i conservatori, membri del PPE. Dal 2001 al 2011, il Partito Popolare Danese darà il proprio sostegno esterno ai tre governi guidati dall’ex leader del partito liberale ed ex segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, e al primo governo guidato da Lars Løkke Rasmussen, anche lui proveniente dalla compagine liberale.

La svolta per il Partito Popolare si ha durante il periodo di opposizione ai governi socialdemocratici guidati da Helle Thorning-Schmidt. Alle elezioni europee del 2014, grazie ad oltre 600.000 voti, i popolari diventano il primo partito danese, con oltre il 26% dei voti nazionali ed uno scarto con la compagine socialdemocratica di oltre 7 punti. L’anno successivo, alle elezioni nazionali, i popolari ottengono quasi 750.000 voti e superano il 21%, 4 punti in meno rispetto ai socialdemocratici. Nonostante aver ottenuto tre seggi in Parlamento ed oltre 50.000 voti in più dei liberali del Venstre, i popolari sostengono un governo di minoranza formato da quest’ultimi, che vede il ritorno di Lars Løkke Rasmussen alla guida del Paese. L’importante peso del Partito Popolare Danese però si fa notare e il governo liberale mostra posizioni molto differenti da quelle degli altri governi guidati da membri dell’ALDE. La famosa legge che prevede la confisca dei beni superiori alle 10.000 corone per i richiedenti asilo è sicuramente un grande vanto per la compagine della destra danese, così come le nuove norme che rendono più complicato il ricongiungimento familiare per i rifugiati.

Gli ultimi sondaggi vedono però una crisi di consensi per il partito della destra danese che viaggerebbe fra il 16% e il 18%, dietro anche ai liberali che vengono dati leggermente sotto il 20%. Va meglio ai socialdemocratici, dati dagli ultimi sondaggi fra il 26% e il 28%.

Al Parlamento europeo i popolari siedono fra i banchi del Gruppo dei Conservatori e Riformisti, assieme ai Conservatori inglesi e alla destra polacca, al governo del Paese dallo scorso anno, ma non fanno parte di nessuna alleanza o partito europeo. In passato hanno fatto parte del Movimento per un’Europa libera e democratica, con l’italiana Lega Nord e le principali compagini di destra di Finlandia, Slovacchia e Bulgaria.

Protagonista dell’estrema destra danese è il Danskeners Parti, il Partito Danese, nato nel 2011 da una scissione dal Movimento Nazionalsocialista Danese. Il Partito Danese, guidato dal giovane Daniel Carlsen, appena ventunenne nell’anno della fondazione del partito, è riuscito a dare un’immagine molto più pulita di sé rispetto al Movimento Nazionalsocialista, sostituendo le svastiche con i principali simboli nazionali, ma mantenendo una stretta collaborazione con le altre estreme destre europee, in particolare con la greca Alba Dorata e l’italiana Forza Nuova. Fra i principali obbiettivi del Partito il rimpatrio di tutti i non occidentali per preservare l’identità del popolo danese.

Il partito non è riuscito a presentarsi alle ultime elezioni nazionali ed europee, un sondaggio dello scorso agosto ha però rilevato che il 3,4% degli elettori danesi voterebbe la compagine di estrema destra, che riuscirebbe addirittura a superare il 5% nella regione di Copenaghen.
I cittadini danesi si recheranno alle urne fra circa un anno per eleggere le nuove amministrazioni locali, mentre le prossime elezioni parlamentari sono previste per il 2019.

Gianluca Baranelli

12 – Destra nel ‘cuore’ Europa. L’Austria e i ‘secessionisti’
11 – Viaggio nella destra europa. L’Unione di Centro svizzera
10 – Lussemburgo Pil da redord. Lussemburgo senza sorprese
9 – Germania. Dalla ex RDT, i voti alla destra oltranzista
8 – La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders
7 – Belgio. Il terrorismo aiuta il radicalismo politico
6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
3 – Dal Bnp a Ukip, gli inglesi così civili così di destra
2 – Irlanda, il Fine Gael prepara il bis al governo
1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo