Marine Le Pen, fondi irregolari e revoca immunità

marine le penIl Front National finisce nella lente d’ingrandimento europeo. Il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha annunciato ieri che è stato formalmente avviato il processo di revoca dell’immunità parlamentare dell’eurodeputata nonché candidata all’Eliseo, Marine Le Pen, su richiesta della giustizia francese, per uso improprio di fondi pubblici. la motivazione è dovuta alle presunte irregolarità nella gestione dei fondi pubblici per il pagamento di collaboratori nel Parlamento Europeo.
Sono infatti quasi 5 i milioni che il Front National avrebbe versato ad alcuni suoi assistenti parlamentari che lavoravano per il partito ma utilizzando i fondi del Parlamento Europeo. La stima, che non è ancora definitiva e potrebbe ancora cambiare, è stata fatta da Bruxelles: al 21 aprile sarebbero 4.978.122 euro i soldi versati dal partito di Marine Le Pen tra il 2010 e il 2017, mentre nel settembre 2015 la cifra potenziale era 1,9 milioni.
Secondo alcuni la notizia potrebbe influire sui risultati delle prossime presidenziali d’Oltralpe. La commissione giuridica dell’Unione Europea preposta a valutare la richiesta di revoca dell’immunità, si riunirebbe, infatti, due giorni prima del ballottaggio tra Marine Le Pen ed Emmanuel Macron.

Co-mai: “Francia specchio della situazione europea”

macron“Ai musulmani, arabi e cittadini d’ origine straniera in Francia, in Italia e in tutta Europa lanciamo l’appello #UnionecontrolePen. Siamo con la democrazia, con la libertà e la buona convivenza in Francia. Siamo con Emmanuel Macron, con chi costruisce ponti e non muri, con chi porta speranza e non paura, con chi lavora per l’integrazione e non per la strumentalizzazione”.
Così Foad Aodi, medico fisiatra, Presidente delle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), della Confederazione internazionale UMEM- Unione Medica Euromediterranea, nonché Fondatore di #Cristianinmoschea, commenta la conclusione del primo turno delle presidenziali in Francia: il candidato indipendente di centro Emmanuel Macron primeggia sulla leader del Front National, Marine Le Pen. Sono elezioni, queste, aggiungiamo, segnate da un’ulteriore “Rivoluzione francese”: per la prima volta, infatti, al ballottaggio finale delle presidenziali d’ Oltralpe non parteciperà un candidato gollista, cioè del partito “founding father” della Quinta Repubblica (Francois Filon, esponente esattamente dei Repubblicani, cioè del gruppo, d’area appunto centrista-gollista, da cui proveniva Giscard d’Estaing, in questo primo turno ha raccolto solo il 19,91%); mentre la bocciatura anche del candidato socialista (che certo non partiva bene, data la scialba gestione quinquennale di Hollande, lontano anni luce da Francois Mitterrand) è indicativa del disgusto dell’opinione pubblica per i partiti tradizionali.
“Hanno vinto il coraggio, la libertà e la democrazia dei francesi”, chiarisce Aodi, sottolineando alcuni punti chiave della battaglia portata avanti da Co-mai e dalla Confederazione Internazionale e Interreligiosa #Cristianinmoschea: “Diciamo no al razzismo religioso e etnico di Le Pen; sì all’Europa, e no a cavalcare l’onda della paura e della strumentalizzazione che si abbatte sull’islam, sugli arabi e sull’immigrazione tutta. E invitiamo tutti – prosegue – musulmani, arabi, cittadini di origine straniera e italiani, a unirci ai francesi in questo momento delicato, che ci auguriamo segni una svolta democratica. Diciamo allora #uniamoci alla Francia :come abbiamo fatto, con grande successo, per #Musulmaninchiesa, il 31 luglio, e con #Cristianinmoschea, lo scorso 11 e 12 di settembre. Per essere #Uniticontroilpopulismo e #Uniticontroilterrorismo, in Europa e nel mondo. Proseguiamo così nel nostro lavoro, che punta a una legge europea per l’integrazione, sostenuti da tutti gli amici europei di ogni origine, cultura e religione, che facciano dell’unione una forza attiva per contrastare chi, dividendoci, alimenta la paura e favorisce la crescita del terrorismo”.

Aodi ricorda, inoltre, che, nell’agosto 2016 a Nizza, quando sono stati lanciati #Cristianinmoschea e UMEM, ha incontrato numerosi esponenti di Comunità e Associazioni arabe e musulmane, che già avevano esternato la loro preoccupazione per la crescita di “un populismo razzista nei confronti dell’islam e del mondo arabo, che rischia di fare confondere senza alcuna ragione gli arabi e i musulmani con i terroristi. Non ci stanchiamo di ripetere che l’unica soluzione contro il terrorismo è l’unione e un confronto costruttivo, basato sull’analisi comune dei motivi del fallimento del multiculturalismo “fai da te”, in Francia e in Europa”.

Proseguendo l’ “Offensiva del dialogo” avviata nell’ estate 2016, dinanzi all’incredibile sequenza d’attentati ad opera dell’integralismo islamico, la C.I.L.I- Italia, Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa, nata appunto dallo sviluppo di #Cristianinmoschea e presieduta da Aodi, ha inviato a Papa Francesco quella che, in sostanza, è una “lettera aperta”. Che riafferma la volontà di C.I.L.I- Italia, Co-mai e Movimento internazionale “Uniti per Unire” di proseguire non solo quest’ impegno per il dialogo interreligioso e interculturale, ma di farlo in stretta sintonia con la politica di pace di questo Pontefice. Le tre organizzazioni, unite anche nella persona del comune presidente, Aodi, hanno inoltre invitato ufficialmente Papa Francesco a incontrare – in occasione della sua visita pastorale a Cesena, prevista per il prossimo 1 ottobre – una loro delegazione, guidata dall’ Imam della moschea di Cesena, Soufi Mustapha, presidente del Congresso europeo degli Imam e dei Predicatori in Italia, membro del Segretariato generale di #Cristianinmoschea e coordinatore della stessa organizzazione per l’Emilia Romagna. Invito che dovrebbe culminare nella visita del Papa alla moschea di Cesena: per costruire insieme – sottolineano i firmatari della lettera – la “piramide del dialogo”, basata sui mattoni della comprensione tra fedi e culture diverse, contro qualsiasi forma di terrorismo integralista. La presenza del Papa in Emilia Romagna, osserviamo, avrà un particolare significato storico considerando la consistente presenza, in questa regione, di comunità musulmane, sin dai tempi di Federico II di Svevia (che, dati i suoi costruttivi rapporti col mondo arabo, potè inviare in queste terre un discreto numero di tecnici musulmani, esperti nella bonifica di aree paludose; d’origini arabe è stato, ad esempio, Otello Sarzi, mitico esponente della Resistenza emiliana, compagno dei fratelli Cervi).
“Purtroppo, ancora un’altra volta è a rischio la libertà personale e la buona convivenza tra musulmani e occidentali”, commenta ancora Aodi riferendosi alla Francia, dall’attentato di pochi giorni fa a Parigi all’ esito di questo primo turno delle presidenziali;; per questo motivo riteniamo tanto importante una risposta di Papa di Francesco, per stare accanto a tutti i musulmani che non c’entrano niente con il terrorismo cieco. Altrettanto importante è la visita di Sua Santità del 26 aprile in Egitto: lo accogliamo con le braccia aperte per essere uniti contro il terrorismo, contro la guerra alle religioni e la loro strumentalizzazione”.

Fabrizio Federici

Gentiloni da Trump per un sostegno sulla Libia

Il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni durante la trasmissione di Rai Tre 'In Mezz'ora', Roma 09 Novembre 2014. ANSA/ FABIO FRUSTACI

ANSA/ FABIO FRUSTACI

Il Mediterraneo prima di tutto, ma nello scacchiere geopolitico, visti anche gli sviluppi recenti di Mosca nel territorio libico, occorre la garanzia del gigante Usa. Lo sa bene l’ex ministro degli Esteri e attuale Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, che si appresta a incontrare il presidente americano, Donald Trump.
Gentiloni parla al think tank Center for strategic & international studies (Csis) di Washington, un intervento dal titolo “La sicurezza nel Mediterraneo come caposaldo della stabilità globale”. Il Presidente del Consiglio italiano ha sottolineato più volte che “la Libia rimane al top delle nostre priorità e il nostro Paese è impegnato nelle sfide delle crisi recenti, che dalla nostra visione corrispondono a una serie di priorità. Gestire in maniera efficace i flussi migratori, stabilizzare le aree di Medio Oriente e Africa, sradicare Daesh” ma “per affrontare questi temi, è fondamentale riaffermare il legame transatlantico”, ha insistito il premier italiano. Al centro dei rapporti transatlantici Gentiloni pone il Mediterraneo, proprio lì dove si scaricano le tensioni dei teatri di crisi, dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Siria alla Libia.
A un mese dal G7 di Taormina, in un momento di grande tensione internazionale, Paolo Gentiloni varca per la prima volta la soglia della Casa Bianca nell’era Trump. Il presidente del Consiglio è a Washington e domani sarà a Ottawa, dal primo ministro canadese Justin Trudeau. Al Presidente Trump Gentiloni ricorderà il nostro impegno militare nelle aree di crisi ma anche la capacità di dialogo, dalla Russia ai Paesi arabi e del Nord Africa.
Per stabilizzare il Mediterraneo è “assolutamente cruciale” che si rafforzi l’asse tra Italia e Usa anche oltre la crisi siriana. “È il momento di collaborare per sostenere il governo di Tripoli”, ad esempio, “anche per gestire i flussi migratori”, ha aggiunto il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni alla vigilia del suo incontro Usa col presidente Trump. “La Libia resta tra le nostre massime priorità”, e io “non credo che sia un’idea praticabile quella della divisione della Libia: porterebbe a maggiore instabilità”, mentre “mantenere una leadership congiunta di Italia e Usa” nel Mediterraneo “è non solo una occasione ma anche un obbligo politico, un dovere”. Sulla Libia infatti “esiste la preoccupazione che altre potenze la usino per dividerla, per motivi di confronto e supremazia, ma il Paese deve restare unito”. Il riferimento è all’Egitto o alla Russia, che per Gentiloni farebbero bene a lavorare per l’unità del Paese e per il successo degli sforzi italiani di stabilizzazione del governo di Serraj.
Per tentare di avere un supporto americano Gentiloni afferma anche che il raid missilistico deciso il 7 aprile scorso dal presidente americano Trump contro una base aerea siriana in risposta all’attacco chimico attribuito al presidente siriano Bashar Al-Assad, è stata la “cosa giusta da fare”. Tuttavia Gentiloni precisa che in quel territorio non serve una soluzione militare, ma una strategia politica.

Gb, via libera alle elezioni anticipate l’8 giugno

theresa-mayVia libera alle elezioni politiche anticipate in Gran Bretagna: la Camera dei Comuni ha approvato senza sorprese la mozione del governo Tory di Theresa May per la convocazione del voto il prossimo 8 giugno, superando il quorum richiesto dei due terzi. A favore, oltre ai Conservatori, hanno votato come annunciato dai loro leader, Jeremy Corbyn e Tim Farron, le opposizioni laburista e liberaldemocratica, mentre gli indipendentisti scozzesi dell’Snp si sono astenuti.

Secondo il conteggio annunciato di fronte allo speaker della Camera, John Bercow, i sì alla mozione sono stati 522, i no appena 13. La maggioranza qualificata prevista per raggiungere i due terzi dell’assemblea era di 432. Con questo atto la Gran Bretagna entra dunque in campagna elettorale per la terza volta in tre anni: dopo il voto politico del 2015, vinto dai Conservatori sotto l’allora leadership di David Cameron, e quello referendario del 2016, segnato dalla vittoria dei sostenitori della Brexit e le dimissioni dello stesso Cameron.

Il governo May, che aveva chiesto il ricorso alle urne con la motivazione ufficiale di volersi rafforzare al tavolo dei negoziati con Bruxelles per il divorzio dall’Ue, resta intanto in carica per l’ordinaria amministrazione. Mentre i maggiori partiti – i Conservatori di Theresa May, i Laburisti di Jeremy Corbyn, i Libdem di Tim Farron e gli indipendentisti scozzesi di Nicola Sturgeon in primo piano – si apprestano a presentare i rispettivi programmi e ‘manifesti’ elettorali.

“Questo primo ministro non è credibile”. E’ l’affondo lanciato in precdenza a Theresa May dal leader laburista Jeremy Corbyn all’inizio del Question Time alla Camera dei Comuni. Il capo dell’opposizione ha puntato il dito sul fatto che la premier si sia contraddetta annunciando la volontà di andare alle elezioni anticipate dopo che più volte aveva negato questa possibilità. Nel suo attacco Corbyn ha ricordato la serie di “promesse infrante” dei conservatori, che avrebbero contribuito alla crisi della sanità e aumentato il divario fra ricchi e poveri nel Regno Unito.

L’Occidente e l’ascesa globale del resto del mondo

Charles Kupchan

Charles Kupchan

Negli ultimi due secoli, gli Stati dotati di istituzioni politiche democratiche ed economiche orientate al mercato hanno dato forma al mondo moderno, contribuendo a creare il mito della superiorità dell’Occidente. Sostenuti dalle loro istituzioni, i principali Paesi occidentali (Inghilterra e Stati Uniti, in primis) sono stati gli artefici dell’ordine globale che, avviato nel corso del XIX secolo, ha raggiunto la sua apoteosi alla fine del secondi millennio, quando, con l’implosione dell’Unione Sovietica, la via occidentale (Western way) alla crescita ed allo sviluppo è sembrata ad alcuni storici ed opinionisti avere prevalso definitivamente su ogni altra forma organizzativa alternativa della vita politica ed economica dei popoli. Secondo il politologo americano Francis Fukuyama, il prevalere dei valori propri della democrazia liberale e del libero mercato segnava, addirittura, la “fine della storia”.

Tuttavia, a partire dalla fine del XX secolo, la supremazia dell’Occidente avrebbe iniziato ad avviarsi al tramonto; per cui è plausibile prevedere che molti altri Paesi, cresciuti all’ombra dell’egemonia occidentale, “assurgano al rango di potenze di primo piano”, aspirando conseguentemente, come già sta accadendo, ad esercitare a livello globale un’”influenza proporzionale al loro status”. Ciò è quanto sostiene Charles A. Kupchan (docente di Politica internazionale presso la più antica Università cattolica americana, la Gergetown University, con sede a Washington D.C.), autore del libro “Nessuno controlla il mondo. L’Occidente e l’ascesa del resto del mondo. La prossima svolta globale”.

Conseguentemente, di fronte ai mutamenti che stanno avvenendo a livello globale, è logico chiedersi – come fa Kupchan – come cambierà il mondo, se le idee e le concezioni sulle istituzionali politiche ed economiche dei Paesi occidentali riusciranno a sopravvivere e se le potenze emergenti vorranno far valere un proprio approccio alla soluzione dei problemi attinenti la governance delle relazioni economiche internazionali. Si tratta di aspetti che vanno chiariti, perché – come afferma Kupchan – via via che ci si addentrerà nel XXI secolo, le risposte ai quesiti appena proposti “avranno un impatto fondamentale sulla natura del mondo che sta emergendo”.

Il politologo sostiene che “il mondo prossimo venturo non apparterrà a nessuno in modo esclusivo”, non solo perché la via occidentale sta perdendo gran parte dell’egemonia della quale ha goduto nel passato, ma anche per via del fatto che “ad essa non si sta sostituendo un nuovo baricentro o modello politico egemone”; per cui è dato prevedere che il mondo del futuro sarà “multipolare e allo stesso tempo politicamente plurale.”, nel senso che “sarà caratterizzato da un numero di potenze di primo piano, ciascuna dotata di una propria concezione di che cosa costituisca un ordine giusto e legittimo”. Pertanto, secondo kupchan, se si vorrà che la transizione al nuovo ordine “si svolga in modo pacifico, l’Occidente e il resto del mondo in ascesa dovranno non solo raggiungere un accordo su questioni di status e prestigio internazionale, ma anche stabilire un consenso sulle regole che definiscono il concetto di legittimità e governano il commercio, la guerra e la pace”. Kupchan formula un insieme di proposte, il cui intento è quello di individuare “i principi basilari cui fare riferimento” nella transizione verso il nuovo ordine globale, ma non prima di aver “esplorato” le cause e le conseguenze dell’emergenza del nuovo ordine mondiale,.

Di solito – afferma Kupchan – gli “accordi postbellici” hanno sempre dato luogo ad un nuovo ordine regolatore delle relazioni internazionali; ciò è accaduto: dopo la guerra dei trent’anni che, culminata con la pace di Vestfalia, è valsa a codificare il concetto di sovranità con riferimento al quale sono state regolate le relazioni tra gli Stati; dopo le guerre napoleoniche, allorché, a seguito del Congresso di Vienna, è stata inaugurata la prassi del “Concerto europeo”, con cui è stato creato un ordine cooperativo che ha preservato per molti anni la pace tra le grandi potenze europee; dopo la Grande guerra, allorché, con il Trattato di Versailles, è stata creata la Società delle Nazioni, attraverso la quale si sperava di prevenire i conflitti attraverso la negoziazione anziché l’equilibrio di potenza; infine, dopo la Seconda guerra mondiale, quando, con gli accordi di Dumbarton Oaks e Bretton Woods, è stata creata l’Organizzazione delle Nazioni Unite e una nuova struttura istituzionale internazionale per il governo dei rapporti finanziari ed economici tra gli Stati.

Diversamente dalle circostanze postbelliche descritte, la fine della Guerra fredda, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, è avvenuta nel rispetto della continuità degli accordi già esistenti, piuttosto che all’insegna del cambiamento, inducendo l’Occidente a convincersi, erroneamente, con la presunta “fine della storia”, che le istituzioni ed i valori occidentali, “usciti vincitori dal conflitto”, sarebbero stati sufficienti a consolidare nel mondo una “pace perpetua”. Con l’inizio del nuovo secolo, soprattutto a partire dagli attacchi terroristici dell’11 settembre del 2001 alle Torri gemelle di New York, tale compiacimento è andato in frantumi; ciò ha costretto l’Occidente, con in testa la potenza egemone rappresentata dagli Stati Uniti, a prendere coscienza del fatto che, in luogo dell’omogenea diffusione delle proprie istituzioni e dei propri valori, stava maturando una “svolta globale”, caratterizzata dalla “caotica diversità” intellettuale degli Stati costituenti il resto del mondo, i quali con la globalizzazione diffusasi dopo la fine della Guerra fredda, stavano scalando le gerarchie mondiali.

La svolta che si prospetta porrà fine alla supremazia dell’Occidente; ma il nuovo ordine mondiale non sarà egemonizzato da nessun’altra potenza o alleanza di Stati in alternativa agli USA. “Un mondo senza padroni – afferma Kupchan – mostrerà un notevole pluralismo: idee alternative sull’ordine internazionale e sull’ordinamento interno agli Stati rivaleggeranno e coesisteranno sulla scena globale”. Nella transizione, varrà la storia a farsi maestra, ricordando che in passato i “riassetti dell’equilibrio di potenza” sono sempre stati momenti pericolosi, spesso segnati da guerre distruttrici di vite e di risorse: salvo rare eccezioni (avvicendamento, all’inizio del XX secolo, tra Gran Bretagna ed USA come potenza egemone dell’Occidente, avvenuto in modo pressoché incontrastato, e avvento, alla fine dello stesso secolo, dell’egemonia globale degli USA, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica), i cambiamenti dell’ordine internazionale hanno sempre comportato guerre egemoniche, costate pesanti sacrifici per l’intera umanità.

Esiste perciò la probabilità che la prossima svolta globale sia segnata da “tensioni e rischi geopolitici”, per cui se l’Occidente e il resto del mondo in ascesa vorranno governare la transizione al nuovo ordine in modo pacifico, dovranno necessariamente collaborare tra loro, per definire le regole sulla cui base regolare le future relazioni internazionali. In particolare, l’Occidente “dovrà aprirsi alle diversità politiche esistenti, invece di persistere nella convinzione che la democrazia sia l’unica forma di governo legittima” e che il libero mercato sia l’unica condizione per promuovere la crescita e lo sviluppo materiali; ciò significa che l’Occidente deve porre termine alla denigrazione e all’ostracismo nei confronti dei regimi politici ed economici la cui collaborazione sia necessaria per costruire il nuovo ordine globale. L’Occidente e gli altri Paesi in ascesa devono perciò “giungere a una nuova e più inclusiva definizione di legittimità, se vogliono trovare un accordo sulle fondamenta ideologiche del nuovo mondo”.

In particolare, costruire le basi di un ordine internazionale più inclusivo dovrà implicare il riconoscimento che “non esiste una sola forma di governo responsabile”, nel senso che, né l’Occidente, né il resto del mondo in ascesa potranno pensare di avere il monopolio sulla “bontà” delle istituzioni politiche ed economiche in grado di consentire agli Stati di promuovere il benessere dei propri cittadini. Occorrerà che tutti gli attori internazionali, che partecipano alla costruzione del nuovo ordine globale, si conformino all’idea che le nuove regole sulle quali basare il nuovo ordine rispondano a “standard accettabili di governance responsabile”.

In questo modo sarà possibile rispettare le scelte politiche ed economiche interne di ogni Stato, in quanto “espressione di insindacabili criteri nazionali, oltre che il riflesso dell’intrinseca varietà della vita politica”; inoltre, diverrà possibile estendere gli stessi standard alla conduzione della politica estera, nel senso che, per meritare una “buona reputazione internazionale”, i singoli Stati partecipanti alla costruzione del nuovo ordine globale dovranno salvaguardare, oltre al benessere dei propri cittadini, anche quello degli altri Paesi. La disponibilità di tutti gli attori internazionali ad abbracciare una concezione, fondata su una governance più responsabile, quindi più inclusiva di legittimità, rispetto a quella unicamente giustificata sulla base della democrazia e del libero mercato, allargherà “di sicuro – afferma Kupchan – il novero delle nazioni pronte a ergersi contro i regimi che predano i propri cittadini e minacciano la comunità internazionale”.

La condivisione di una governance responsabile non violerebbe, a parere dello stesso Kupchan, i valori tradizionali dell’Occidente, in quanto la sua accettazione sarebbe giustificata proprio sulla base dell’esperienza storica occidentale: compromesso, tolleranza e pluralismo ideologico sono stati infatti “vitali per l’ascesa dell’Occidente, nel corso della quale regimi diversi hanno convissuto, spesso nel rispetto di ogni scelta politica, religiosa e ideologica. L’Occidente ha per lungo tempo celebrato il proprio pluralismo interno e se ne è avvantaggiato”; esso, perciò non dovrebbe oggi trovare alcuna difficoltà nell’”optare per lo stesso approccio pluralista anche nei confronti del resto del mondo”, quindi riconoscere ed accettare la diversità che caratterizza l’esperienza umana, per trasformarla “in una virtù anziché in un vizio, in una fonte di idee nuove e ibride anziché in odio e paura”.

La realizzazione di una governance responsabile non sarà incompatibile con il ricupero del ruolo, in parte affievolito dalla globalizzazione, dello Stato-nazione, inteso tra l’altro, non solo come baluardo contro le minacce esterne che rendono insicura la vita all’interno di ogni Stato, ma anche come mezzo per limitare il principio del libero scambio e quello della libertà assoluta dei mercati finanziari; ciò al fine di evitare gli esiti negativi della delocalizzazione delle attività produttive, causata dall’allargamento della globalizzazione.

In conclusione, se vorranno costruire un nuovo ordine mondiale stabile e più equo, l’Occidente ed i Paesi emergenti del resto del mondo dovranno cercare un accordo circa la necessità che la governance reposnsabile sia esercitata secondo standard minimi, che implichino sanzioni economiche e ritorsive solo contro quegli Stati le cui istituzioni politiche ed economiche funzionino a vantaggio esclusivo di ristretti gruppi sociali ed a danno della maggioranza della loro popolazione. In ogni caso, quegli standard minimi dovranno implicare la conservazione di un determinato livello di sovranità nazionale per tutti gli Stati che partecipano alla costruzione del nuovo ordine globale.

L’analisi convincente di Kupchan circa i pericoli cui sono esposti, sia l’Occidente che la totalità degli Stati emergenti del resto del mondo, pur convincente, in quanto basata su ciò che l’esperienza storica ha lasciato in eredità del mondo moderno, accusa tuttavia una “caduta” in fatto di credibilità; ciò perché Kupchan, preoccupato dell’eccessivo indebitamento del suo Paese, auspica che gli USA, equilibrando sul fronte interno gli impegni internazionali con le risorse disponibili, riescano ad assicurarsi la possibilità di poter incidere, più di chiunque altro, sulla svolta globale in atto, pur in presenza di uno scenario mondiale multipare, pur in presenza di uno scenario mondiale multipolare. E’ il caso di affermare che Kupchan, pur di fronte all’inevitabile formazione di un mondo multipolare, sembra prevalentemente preoccupato che gli USA, anche se ridimensionati dall’ascesa di molti Paesi del resto del mondo a protagonisti globali, perdano la capacità di continuare, per il tempo a venire, ad egemonizzare il mondo. Se così sarà, non dovrebbe esserci visibilità ed autonoma capacità di decisione per gli altri Paesi; il futuro del mondo sarebbe perciò già segnato dal suo recente passato. Si possono pertanto accettare le proposte avanzate da Kupchan per il governo del nuovo ordine mondiale che verrà, ma non condividere i suoi auspici.

Gianfranco Sabattini

TAP, una storia lunga
quattromila chilometri

TAPIl progetto internazionale TAP (Trans Adriatic Pipeline) è parte di un progetto più grande che comprende diversi Paesi, tra cui la Turchia.

Come nasce questo progetto e chi sono gli attori?

Nel 2003, su iniziativa della Elektrizitäts-Gesellschaft Laufenburg (EGL), ora denominata Axpo, società attiva soprattutto nel trading di elettricità, gas e prodotti finanziari energetici, iniziò un lungo studio di fattibilità che si concluse nel 2006 con parere positivo circa la realizzabilità tecnica, economica e ambientale di un grande gasdotto.

Il 28 giugno 2013 il Consorzio Shah Deniz II ha selezionato TAP come progetto vincente per il trasporto del gas dell’Azerbaigian in Italia e in Europa, preferendolo al progetto concorrente Nabucco West. Il 19 settembre 2013 Enel, Hera, Shell, E.ON, Gas Natural Fenosa, Gdf Suez, Axpo, Bulgargaz e Depa hanno firmato a Baku con il Consorzio Shah Deniz II i contratti di fornitura per la più importante vendita nella storia del gas (stima: 130 miliardi di Euro).

Il 17 dicembre 2013, il Consorzio Shah Deniz II ha annunciato la Decisione Finale di investimento per sviluppare il giacimento di Shah Deniz II e gli azionisti di TAP hanno confermato la Risoluzione a costruire per lo sviluppo e la realizzazione del progetto Trans Adriatic Pipeline.

Il 1º dicembre 2015 Snam S.p.A. ha sottoscritto con Statoil un accordo di esclusiva per l’acquisto della quota del 20% nella Trans Adriatic Pipeline.

Il 17 dicembre 2015 Snam ha perfezionato l’acquisizione della quota del 20% detenuta da Statoil Holding Netherlands B.V. nella Trans Adriatic Pipeline AG, al prezzo di 130 milioni di Euro.

Snam (Società Nazionale Metanodotti) è una società con sede centrale a San Donato Milanese. Nel 2015 ha fatturato 3.649 milioni di euro con un utile netto di 1.209 milioni di euro.

Statoil era un’azienda petrolifera norvegese istituita nel 1972. E’ stata la maggiore compagnia del paese ed occupa circa 25.000 persone. Nonostante la Statoil fosse quotata nel listino della borsa di Oslo e della borsa di New York, lo stato norvegese ne manteneva la maggioranza con una quota pari al 70,9%. Il 18 dicembre 2006 Statoil rivelò una proposta di fusione con la divisione del gas e petrolio della Norsk Hydro, un conglomerato norvegese. La fusione è stata attuata e ora questa compagnia petrolifera è la più grande al mondo tra quelle che hanno giacimenti in mare aperto.

Guardiamo la parte anatolica del progetto

Esattamente come succede nel lato TAP del grande progetto di gasdotto, nascono e crescono anche dal lato TANAP (Trans-Anatolian gas pipeline) una serie di collaborazioni e partnership tra le aziende energetiche.

Il 26 dicembre del 2011 è stato firmato il primo accordo tra Turchia e Azerbaijan su questo progetto. Il 17 marzo del 2015 sono stati poi inaugurati i primi lavori di costruzione nella città di Kars in Turchia. Erano presenti i Presidenti delle Repubbliche di Turchia, Georgia ed Azerbaijan. TANAP attraversa dall’est all’ovest tutta la Turchia, passando sui territori di ben 20 città. Questa parte di progetto si concluderà nel 2018 e avrà un costo di circa 7 miliardi di euro.

Nella parte turca di questo progetto transnazionale sono coinvolte 9 aziende: 7 di queste sono turche, mentre 2 sono straniere. Tra quelle turche salta all’occhio un nome famoso e particolare: Limak. Insieme all’azienda indiana Punj Lloyd hanno vinto il bando per costruire la quarta parte del gasdotto che attraverserà la Turchia: stiamo parlando del tratto che inizia nella città di Eskisehir e finisce in località Ipsala, al confine con la Grecia.

Chi è Limak?

Limak è un’azienda edile che nasce nel 1976. Oltre che del settore edile si occupa anche di turismo, energia, infrastruttura, aeroporti e gestione portuale. Secondo la rivista Engineering News Record, nel 2012 risultava la numero 181 tra le aziende più grandi del mondo. Il suo proprietario, Nihat Ozdemir, secondo la rivista Forbes nel mese di giugno 2016 possedeva un’azienda con un fatturato che superava i 3 miliardi di euro.

Tra i lavori pubblici che realizza l’azienda ci sono: l’aeroporto Sabiha Gokcen di Istanbul, la metropolitana Tandogan-Kecioren di Ankara, l’aeroporto di Pristina in Albania, 7 centrali idroelettriche in Turchia ed 8 alberghi di lusso tra Turchia e Cipro, il rinnovo di una parte dell’aeroporto del Cairo in Egitto, l’aeroporto di Yuzhny in Russia, la costruzione del nuovo terminal dell’aeroporto internazionale del Kuwait e la stazione ferroviaria ad alta velocità di Ankara. Limak Holding è anche una delle cinque aziende che stanno costruendo il terzo aeroporto di Istanbul insieme a Cengiz, Mapa, Limak, Kolin e Kalyon.

Analizziamo le opere in costruzione del Limak

Il terzo aeroporto sorge nel cuore della foresta più grande di Istanbul, che comprende tre laghi grandi, fonte di circa il 25% dell’acqua potabile di Istanbul. Oltre a questi tre, saranno prosciugati 70 laghetti e 3 insenature. La zona del cantiere è anche una fonte di guadagno, dato che quasi il 6% di questo territorio è agricolo e coltivato. A causa della distruzione di questa foresta scomparirà una grande zona che fa da casa a circa 70 specie animali. Infine nelle foreste settentrionali di Istanbul saranno tagliati 657.950 alberi, e ne saranno spostati 1.855.391 dei 2.513.341 esistenti.

Esattamente come tante altre opere pubbliche, anche questa sarà realizzata con la logica costruisci-gestisci-cedi. Ossia le aziende costruttrici realizzano l’opera con il loro investimento, la gestiscono per un certo numero di anni e poi la cedono allo Stato. Per la costruzione di tutte queste opere spesso le aziende non hanno abbastanza capitale, dunque prendono dei soldi in prestito dalle banche private con la garanzia dello Stato, oppure direttamente dalle banche statali. Affinché le aziende abbiano una garanzia sul rientro delle spese iniziali durante il periodo di gestione, lo Stato assicura un incasso economico attraverso un contratto. Solo per il terzo aeroporto di Istanbul sono previsti 150 milioni di passeggeri all’anno, mentre l’aeroporto più grande del mondo – ovvero quello di Atlanta – vede viaggiare 95 milioni di passeggeri all’anno. La promessa per il momento parrebbe al di sopra dei numeri realizzabili. Per concludere, come si può vedere sul sito del progetto, non si tratta soltanto di un aeroporto ma di una cittadella con ospedali, residence, centri commerciali, alberghi e porti marittimi. Si tratta di un progetto di cementificazione, più che di trasporto.

Guardiamo da vicino i partner dI Limak

Tra i collaboratori dI Limak per la costruzione del terzo aeroporto ci sono Kalyon, proprietario di un grosso gruppo di media, ossia Turkuvaz Medya, che possiede 4 canali televisivi (Atv, aHaber, Yeni Asir Tv, Minika), 2 canali radiofonici, 4 quotidiani nazionail (Sabah, Takvim, Yeni Asır, Pas Fotomaç), 11 riviste nazionali e 2 portali di notizie. Kalyon è un’altra realtà cresciuta con importanti appalti pubblici negli anni del governo AKP, come la costruzione del Palazzo di Giustizia di Istanbul, la linea bus Metrobus, lo stadio olimpico di Basaksehir, il terzo aeroporto di Istanbul e il famoso progetto di riqualificazione urbanistica che avrebbe coinvolto il Parco Gezi. Si tratta di grandi lavori di cementificazione criticati per il loro impatto ambientale. A tutto ciò si aggiunge l’evidente rapporto d’amicizia con il mondo politico: l’attuale Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, nel 2014 ha fatto da testimone di nozze al figlio del proprietario del gruppo. Inoltre il fondatore storico del gruppo, Hasan Kalyoncu, mancato nel 2008, è stato uno dei personaggi più illustri del movimento conservatore Milli Gorus, che ha dato vita alle esperienze di partito Refah, Saadet ed AKP.

La Turkuaz Medya, appartenente al gruppo Kalyon, ha come vice amministratore delegato Serhat Albayrak, figlio della famiglia Albayrak, rappresentante di un altro gruppo imprenditoriale celebre in Turchia. Albayrak è dal 2008 membro del consiglio d’amministrazione del gruppo Calik Holding. Nello stesso gruppo, dal 1999 al 2013, ha lavorato in veste di presidente generale della società un altro membro della famiglia Albayrak: stiamo parlando di Berat Albayrak, l’attuale Ministro dell’Energia, fratello di Serhat e genero dell’attuale Presidente della Repubblica. Inoltre, Berat Albayrak scrive dal 2013 per il quotidiano nazionale Sabah, che prima apparteneva al gruppo Calik ed ora appartiene al gruppo Kalyon-Turkuaz.

I mezzi di comunicazione di massa di questo gruppo sono famosi per la loro fedelissima linea editoriale alle politiche sociali ed economiche dell’AKP, il partito che governa il paese da più di 15 anni. Nel 2016 il canale televisivo aHaber si è impegnato mediaticamente – disinformando – per sostenere il governo nella rimozione dell’immunità parlamentare a tutti i parlamentari del partito HDP. I due quotidiani nazionali Sabah e Takvim avevano invece aiutato a diffondere una notizia falsa, resa pubblica all’epoca dall’ex primo ministro (l’attuale presidente della repubblica) durante la rivolta del Parco Gezi nel 2013. Si tratta di un’azione di molestia, mai accaduta in realtà, subita da una donna velata con i suoi bambini. Secondo questi quotidiani e l’ex primo ministro i molestatori erano circa 50 manifestanti maschi, a petto nudo e con guanti di pelle. Alcuni mesi dopo gli ex giornalisti di questi quotidiani hanno ammesso che era stata tutta una messa in scena creata ad hoc su richiesta di alcuni rappresentanti del potere politico.

Limak nei suoi affari coopera spesso con un’altra azienda: la Cengiz Insaat. Il proprietario dell’azienda si chiama Mehmet Cengiz, coinvolto nelle operazioni anti-corruzione del 2014 (operazioni successivamente definite come un tentativo di colpo di stato dal governo). Quest’azienda è diventata famosa anche a livello internazionale per gli scontri con una determinata resistenza popolare a Cerattepe nei pressi della città di Artvin, nel nord della Turchia. Cengiz Insaat, nonostante numerose relazioni avverse, con il sostegno del governo voleva costruire una struttura mineraria all’interno di una riserva naturale dove, nel 1998, il governo locale aveva fermato i primissimi lavori specificando come la zona fosse ad altissimo rischio di frana. Nonostante 250 giorni di presidio, numerose manifestazioni locali e nazionali, un incontro con l’ex primo ministro ed un lungo percorso legale, l’azienda aveva avviato i primi lavori con l’ausilio della gendarmeria e della polizia, che ha caricato e arrestato i manifestanti/contadini locali. Gli stessi contadini che successivamente sono stati definiti “piccoli manifestanti come quelli del Parco Gezi” dall’attuale presidente della Repubblica.

La pagella nera di Limak

Il proprietario dell’azienda che contribuirà alla realizzazione del Tanap, Nihat Ozdemir, nel 2014 (nell’ambito delle maxi inchiesta anti-corruzione) è stato accusato di aver contribuito all’acquisto del quotidiano nazionale Sabah e del canale televisivo Atv mettendo nelle tasche di Turkuaz Medya 100 milioni di Euro. Secondo i giudici è stata costruita una sorta di cassa virtuale tra alcuni imprenditori: questi si aiutavano a vicenda per monopolizzare i media in Turchia, con l’obiettivo di controllare l’informazione così da eliminare eventuali critiche ai progetti. Secondo i giudici, numerosi ministri e parlamentari del partito al governo erano coinvolti in questa rete. Successivamente Ozdemir ha ammesso di aver dato questi soldi, ma in prestito. Questa versione di Ozdemir è stata assunta e difesa anche da parte dell’ex primo ministro, anch’egli accusato di corruzione.

In questi giorni Nihat Ozdemir appare in televisione con dichiarazioni a favore del referendum costituzionale in arrivo. Secondo Ozdemir, il passaggio al sistema presidenziale, attraverso l’approvazione di questo referendum, aiuterebbe la realizzazione dei progetti economici governativi. Ozdemir sottolinea come la rivolta del Parco Gezi abbia rallentato il raggiungimento di questi obiettivi. Secondo il noto imprenditore l’unica soluzione è quella di sostenere le linee politiche ed economiche del governo.

Limak Holding nei primi mesi del 2017 ha vinto l’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto dei Dardanelli. Si tratta di un altro progetto che ha subito pesanti critiche. Secondo un’analisi pubblicata dal portale di notizie T24 nel 2014, questo lavoro triplicherebbe la popolazione nella zona interessata, tanto da porre le basi di una speculazione edile finalizzata all’aumento dei prezzi delle case. Inoltre potrebbero aumentare le costruzioni di alberghi, villaggi turistici e impianti industriali lungo tutta la costa. Infatti, con l’appalto del ponte è stato dato il permesso di costruire in alcune zone prima protette perché riserve naturali. Secondo il Presidente della Camera degi Ingegneri Urbanistici di Bursa, Hakan Karademir, si tratterebbe di una devastazione ambientale.

Quindi…

Questa è una storia lunga di circa 4 mila chilometri. Un progetto che devasta l’ambiente da Lecce a Baku passando dalla Turchia. Questa è un’opera che rappresenta la cultura della progettistica che cerca di fare affari a tutti i costi. Qui si parla di una decisione che in realtà unisce gli ulivi di Lecce con gli abeti ed i faggi di Cerattepe. Questa è un’occasione affinché i paesi non si uniscano soltanto per ospitare un lungo tubo che porta gas da una parte all’altra, ma si uniscano nella stessa lotta per difendere gli esseri viventi, le risorse naturali e l’ambiente. Il futuro.

Pressenza

Habermas. Populismo e crisi della democrazia

democraziaIl numero 2/2017 di ”Micromega” ospita una sezione interessante, dedicata ai problemi della crisi della democrazia nei Paesi di antica tradizione liberale, individuando nell’ascesa del populismo di destra la causa dell’inadeguata azione di contenimento dei partiti coi quali, sino ad anni recenti, era avvenuta la polarizzazione politica che consentiva di distinguere un’”agenda politica progressista da una conservatrice”. La sezione include un’intervista a Jürgen Habermas, dal titolo “La risposta democratica al populismo di destra”, nella quale il filosofo critica l’incapacità dei partiti democratici per l’inadeguatezza della loro risposta alle sfide populiste.
Quando, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il politologo americano Francis Fukuyama lanciò l’idea di una presunta “fine della storia”, quasi che il mondo si fosse assolutizzato nella democrazia e nell’economia di mercato, egli in realtà – afferma Habermas – “dava espressione al miope trionfalismo di élite occidentali che si affidavano alla fede liberale dell’armonia prestabilita tra democrazia ed economia di mercato”, dimenticando che questi due elementi, pur plasmando “la dinamica della “modernizzazione sociale, sono connessi a imperativi funzionali che tendono continuamente ad entrare in conflitto”.
Gli “imperativi funzionali” dei quali parla Habermas evocano l’organizzazione del sistema sociale secondo la prospettiva del sociologo americano Talcott Parsons, secondo il quale ogni società, per conservarsi, deve dare soluzioni condivise a quattro fondamentali problemi: adattatività, perseguimento dei fini sociali, integrazione e mantenimento dei valori latenti condivisi.
Il problema dell’adattatività risponde alla necessità di estrarre dall’ambiente sufficienti risorse per distribuirle nel sistema attraverso le istituzioni economiche; il perseguimento dei fini condivisi da coloro che compongono il sistema sociale è garantito dalle istituzioni politiche, che devono essere in grado di mobilitarne le energie; il bisogno di integrazione risponde alla necessità di tenere uniti i membri della società e di coordinarne le azioni, evitando instabilità e disordine, compito svolto dal sistema giuridico che deve controllare il rispetto delle regole e sanzionare i comportamenti devianti; i valori latenti condivisi corrispondono a quella parte del funzionamento del sistema sociale che dipende dal mondo interiore degli individui, alla cui gestione provvedono istituzioni sociali, quali la famiglia, la scuola, le organizzazioni religiose e le associazioni in genere.
Secondo la prospettiva dell’organizzazione funzionale del sistema sociale, la società è concepita come un insieme di parti interconnesse tra di loro; nessuna di esse può essere intesa isolata dalle altre, ma solamente nel contesto complessivo. Le relazioni che intercorrono tra le parti della società sono di “tipo funzionale”, in quanto ogni elemento svolge un particolare ruolo che, unito a tutti gli altri, concorre a creare e mantenere funzionante l’apparato che costituisce la società. Per il funzionalismo, esiste uno stato di equilibrio nella società, che ricorre quando ogni parte svolge correttamente il proprio compito.
Gli imperativi funzionali, a parere di Habermas, hanno potuto garantire questo equilibrio nelle società capitalistiche, nella misura in cui ai vantaggi della crescita economica ha partecipato l’intera popolazione; partecipazione che veniva accettata, anche se solo in parte, in quanto considerata “socialmente equa”. Dal punto di vista storico – afferma Habermas – questo tipo di distribuzione dei risultati della crescita, “che solo può giustificare il nome di ‘democrazia capitalistica’, è stato più l’eccezione che la regola”, per cui, proprio per questo, l’affermazione di Fukuyama, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, circa la presunta “fine della storia”, non poteva che essere un’illusione.
Oggi, a seguito della diffusione delle disuguaglianze tra gli Stati e di quelle tra i diversi gruppi sociali all’interno di ciascuno do essi, per effetto dell’allargamento e dell’approfondimento della globalizzazione, si è in presenza di un disordine generalizzato, sia nelle relazioni internazionali, che nelle relazioni tra i diversi gruppi sociali presenti nei singoli Stati. Ciò sta determinando una reazione all’integrazione delle economie nazionali nel mercato globale, attraverso l’elemento unificante del nazionalismo che, però, contrariamente all’opinione di molti analisti, non sta assumendo “una tendenza unitaria” verso forme di autoritarismo.
Si tratta di reazioni nazionalistiche che si verificano e si rafforzano negli strati sociali che non hanno tratto alcun beneficio dalla crescita delle economie nazionali, dal momento che il tanto promesso effetto “trickle-down” (cioè l’effetto che si suppone connesso all’attuazione di una politica economica favorevole ai percettori dei livelli di reddito più alti che, promuovendo la crescita, si vorrebbe favorevole anche ai percettori dei livelli di reddito più bassi) non si è verificato. Il nazionalismo, tuttavia, ha dato origine, nella forma dei movimenti populisti, a un ritorno delle forze politiche di destra, sino al punto che una parte delle forze di sinistra si professa a favore di un populismo di sinistra solo come reazione al populismo di destra. Habermas si chiede come sia stato possibile “giungere a una situazione nella quale il populismo di destra sottrae alla sinistra i suoi stessi temi”.
Il filosofo tedesco non ha dubbi nel formulare la risposta all’interrogativo. Come starebbe a dimostrare l’uscita del Regno Unito dall’Europa, i conservatori del partito di Theresa May hanno inteso “sgonfiare l’ondata del populismo di destra schierandosi dalla parte di uno ‘Stato forte’, interventista, che lotti contro la marginalizzazione della popolazione ‘rimasta indietro’ e la crescente divisione della società”. La politica dei conservatori inglesi, rende chiaro perché oggi – afferma Habermas – il populismo di destra riesce a mobilitare gli insoddisfatti e gli svantaggiati nella falsa direzione dell’isolamento nazionale”.
Habermas ritiene che ciò avvenga perché i partiti di sinistra “non vogliono porsi alla guida di una lotta decisa contro la disuguaglianza sociale, che faccia leva su forme di coordinamento internazionale capaci di addomesticare i mercati non regolati”. L’unica alternativa alla quale i partiti di sinistra potrebbero ricorrere dovrebbe consistere in un loro impegno a cercare di porre in parte rimedio alla perdita di ogni ruolo e funzione dello Stato nazionale, attraverso però “una cooperazione internazionale capace di dare una forma politica socialmente accettabile alla globalizzazione economica”.
Per raggiungere questo scopo, però, a parere del filosofo, non bastano i Trattati vigenti; occorrerebbe anche che le forze di sinistra fossero disposte ad impegnarsi per una modificazione delle istituzioni europee, al fine di renderle compatibili con la realizzazione di una più equa e condivisibile distribuzione dei vantaggi offerti dall’Unione, solo sulla base di un ancoramento delle sue istituzioni a “una cooperazione sopranazionale legittimata democraticamente”. L’Unione politica dell’Europa comunitaria mirava, prima degli anni Settanta, proprio a questo; ma successivamente questo obiettivo è stato frustrato dalle molte contrarietà che il processo di internazionalizzazione delle economie nazionali, con le sue crescenti conseguenze negative, ha fatto nascere nei partiti della sinistra, contrarietà che si sono espresse attraverso una netta propensione a supportare “processi di formazione della volontà politica su scala nazionale”.
In particolare, sono stati i partiti socialdemocratici dei Paesi europei ad orientare la loro azione in senso neoliberista, alla quale si sono conformati i singoli sistemi economici che si stavano integrando a livello globale; ciò perché, quei partiti hanno valutato, sbagliando, che fosse possibile conservarsi al governo dei loro Paesi “solo adeguandosi al corso neoliberista”; per questo motivo, i partiti socialdemocratici hanno finito col perdere ogni possibilità di ostacolare i crescenti squilibri sociali che, nel tempo, sono cresciuti; il prezzo politico che sono stati chiamati a pagare, per il declino economico e sociale di crescenti quote della popolazione, è stato così alto che “la reazione a questo stato di cose si è incanalata verso destra”, per via del fatto che, mancando una prospettiva politica credibile, essa (la reazione) non poteva che prendere la via della “mera espressione del disagio”.
Secondo Habermas, nell’ambito della politica interna di singoli Paesi, il confronto con le forze espresse dai movimenti populisti “ha preso una direzione sbagliata”, in quanto i partiti della tradizione socialdemocratica si sono aperti alle ragioni dell’intero arco della protesta, senza che fosse fatta una distinzione tra populismo di destra e populismo di sinistra. A tal fine, sarebbe stato necessario che i vecchi partiti socialdemocratici avessero avuto la volontà di “aprire un fronte di lotta totalmente diverso”, attraverso la messa a fuoco del problema della protesta vista da sinistra; fatto, quest’ultimo, che avrebbe consentito alle forze di sinistra di stabilire in che modo fosse possibile “riottenere potere di azione politica nei confronti delle forze distruttive di una globalizzazione capitalistica scatenata”.
La scena politica è stata invece dominata – afferma Habermas – “da un grigiore privo di sfumature”, in cui, per ammansire la globalizzazione sfrenata, è mancata la possibilità di formulare un programma politico orientato ad un governo dei “processi economici e tecnologici della società mondiale” diverso e distinto da quello attuato, di stampo neoliberista, fondato sull’”abdicazione della politica nei confronti del potere repressivo delle banche e dei mercati non regolati”. In altri termini, per realizzare un’effettiva politica di sinistra, sarebbe stato necessario “rendere di nuovo riconoscibili le opposizioni politiche, nonché la contrapposizione tra cosmopolitismo di sinistra – ‘liberale’ in senso culturale e politico – e il tanfo etnonazionalistico della critica di destra della globalizzazione”.
A parere di Habermas, quindi, all’interno dei Paesi nei quali si è espansa la protesta populista, l’attività politica dovrebbe tornare a caratterizzarsi in termini di contrapposizioni reali su programmi alternativi riguardo al come governare l’internazionalizzazione dei processi economici e tecnologici. Tra l’altro, in questo modo, e solo in questo modo, i partiti democratici potrebbero ricuperare un modo efficace per erigere un autentico baluardo contro quei programmi populisti che, attraverso un acceso nazionalismo, sostengono la validità di una politica che miri al ricupero degli antichi Stati nazionali, per meglio assicurare l’appropriazione dei vantaggi della globalizzazione neoliberista alle singole comunità nazionali; queste manifestazioni sono di solito espresse da un “brodo di coltura di nuove forme di fascismo”, qual è, ad esempio, in Germania, Alternative für Deutschland, che da posizioni euroscettiche sta mietendo consensi presso l’elettorato del partito della Cancelliera Angela Merkel.
Anche per sconfiggere quest’ultima pericolosa deriva populista, secondo Habermas, il ricupero della visibilità delle opposizioni all’interno dei singoli Paesi deve procedere di pari passo con una decisa transnazionalizzazione della democrazia, che i Paesi europei possono realizzare solo rilanciando il processo di unificazione politica dell’Unione, com’è stato auspicato in occasione della recente celebrazione dei sessant’anni dei Trattati europei; la loro effettiva attuazione è infatti il presupposto, non solo per rimuovere i postumi della Grande Recessione e affievolire gli esiti negativi della globalizzazione, ma anche per opporsi alla riemersione dalla storia di “vecchi fantasmi”.

Gianfranco Sabattini

Eta riconsegna le armi. Finisce la guerra dei ‘baschi’

eta 2L’Eta, il gruppo separatista basco in Spagna, consegnerà ai rappresentanti della società civile del Paese Basco tutte le sue armi ed esplosivi domani sabato 8 aprile diventando “una organizzazione disarmata”.
Nella lettera, composta da soli cinque punti e datata 7 aprile, l’Eta ha assicurato che le armi e gli esplosivi che possedeva sono già “nelle mani della società civile basca” e dice che il processo di disarmo sarà completato sabato 8, cioè domani.

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In questi giorni i commandos stanno ultimando la consegna delle armi indicando la localizzazione dei famosi “zulos” – i depositi segreti di armamenti, soprattutto in Francia – alla polizia. I terroristi baschi faranno trovare 55 armi corte, 2.500 chili di eslosivo e materiale di varia natura per confezionare gli ordigni contenuti in 45 grandi contenitori.
L’Eta avverte anche che potrebbero verificarsi degli attacchi da parte “dei nemici della pace”, di chi cioè è contrario a questa iniziativa.
In realtà il gruppo terroristico già nel 2011 aveva dichiarato un cessate il fuoco, ma non aveva consegnato le armi. Nella lettera però si dice anche che il “processo non è completato” e questo può fare riferimento al desiderio di ottenere in futuro delle concessioni. In cambio della scomparsa dell’Eta, il governo è disposto a concedere alcuni benefici di pena ai terroristi in carcere, circa 400. Come, ad esempio, quello di scontare la condanna in prigioni vicine alle famiglie.
Nella lettera, avuta in esclusiva dalla BBC, si parla anche di “una strada dura e difficile” e si accusano i governi di Spagna e Francia che hanno continuato a scegliere un’opposizione poliziesca e a difendere la storia in base a uno schema di “vincitori e vinti”. Il gruppo non fa comunque riferimento a un possibile scioglimento: “Abbiamo preso le armi per il popolo basco e ora le lasciamo nelle loro mani”.
Euskadi Ta Askatasuna (in spagnolo País Vasco y Libertad, “Paese Basco e Libertà”) è considerata un’organizzazione terroristica dall’Unione Europea e da diversi stati, tra cui gli Stati Uniti d’America. Fondata da militanti espulsi dal Partito nazionalista basco nel 1958, ha abbracciato la lotta armata contro la dittatura di Francisco Franco.
D’ispirazione marxista-leninista, l’Eta con lo scopo dell’indipendenza politica dei baschi, si accostò alla lotta armata verso la metà degli anni Sessanta e, secondo i dati forniti dal ministero dell’Interno spagnolo, è responsabile dell’uccisione di 825 persone. Per finanziare la propria attività l’Eta praticava una “tassa rivoluzionaria”, imposta sotto minaccia di morte a molti imprenditori e professionisti baschi.

Paura a San Pietroburgo. Esplosioni in un palazzo

san pietroburgo palazzoDue esplosioni a San Pietroburgo hanno fatto rinascere il terrore del terrorismo, ma si tratterebbe di una fuga di gas causata da un uomo che stava svolgendo riparazioni in un appartamento. Le esplosioni hanno danneggiato un palazzo di Solidarnosti Prospekt, a San Pietroburgo, e per fortuna non ci sono feriti. Lo dice un portavoce del ministero delle Emergenze citato da Interfax. L’edificio poi è a 700 metri da quello in cui stamattina i servizi di sicurezza russi hanno arrestato tre uomini con il sospetto di legami con il presunto terrorista dell’attentato alla metropolitana della città.
Nel frattempo a Mosca migliaia persone in centro hanno manifestato per ricordare le vittime dell’attentato a San Pietroburgo.
san pietroburgo corteo
Intanto arrivano nuovi sviluppi sulle indagini nell’attentato nella metropolitana di San Pietroburgo, in Russia, avvenuto il 3 aprile. Gli investigatori stanno esaminando la versione secondo cui Akbarzhon Jalilov, il presunto autore dell’attentato alla metro di San Pietroburgo, non intendeva farsi esplodere ma al contrario è stato ridotto a bomba ambulante dai suoi complici, “kamikaze a sua insaputa”. Lo riporta Interfax che cita una fonte vicina alle indagini. “Molti indizi indicano che avrebbe dovuto solo piazzare gli ordigni, innescati poi da una telefonata”, spiega l’Agenzia russa.
Il piano dei criminali prevedeva che Jalilov piazzasse una bomba alla stazione che sarebbe poi dovuta esplodere dopo quella del vagone. L’idea era che dopo l’esplosione nel treno i passeggeri sarebbero sprofondati nel panico e questo avrebbe aumentato il numero delle vittime.

Arkansas, record esecuzioni:
otto in dieci giorni

condanna-a-morteOtto esecuzioni in 10 giorni, il 30% di quante ne ha collezionate in 40 anni. Lo stato dell’Arkansas si prepara a vivere un mese di aprile senza precedenti nella storia della pena di morte negli Usa. Colpa dei farmaci utilizzati per iniettare nelle vene dei condannati il famigerato cocktail mortale. Quelli disponibili sono in scadenza, reperirne altri è sempre più complicato da quando la loro esportazione negli Stati Uniti è stata vietata dai paesi europei contrari alla pena capitale.

Via dunque alla giostra delle esecuzioni che il governatore Asa Hutchinson, repubblicano, ha deciso di aprire subito dopo Pasqua, tra il 17 e il 27 aprile. Otto uomini, quattro afroamericani e quattro bianchi, condannati per omicidi commessi tra il 1989 e il 1999. Due esecuzioni in quattro date diverse, tutto in appena dieci giorni. Mai un precedente del genere negli Usa: ci andò vicino il Texas che ne eseguì ben 16 ma nell’arco di due mesi, tra maggio e giugno 1997.

In Arkansas, tra ricorsi legali e farmaci sempre più scarsi, non si registrava una esecuzione dal 2005. Prima di allora, lo stato americano aveva messo a morte 27 persone da quando, nel 1976, la Corte Suprema americana aveva reintrodotto la pena di morte.

Le associazioni per la difesa dei diritti civili sperano ancora di cambiare il corso degli eventi. «Ognuno di questi detenuti ha dei diritti – afferma l’American Civil Liberties Union – e ogni esecuzione è un processo che va pianificato e gestito nei dettagli caso per caso. E questo, sulla base di una programmazione così stringente, è impossibile». E la Comunità di Sant’Egidio ha lanciato un appello online per fermare le otto esecuzioni.

Massimo Persotti