Morto Khalil Altoubat
un uomo di pace

khalilLe Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), l’Associazione Medici di Origine Straniera in Italia (AMSI) e il Movimento Internazionale “Uniti per Unire”, esprimono il loro dolore profondo per la scomparsa di Khalil Altoubat, consigliere politico del Presidente palestinese Abu Mazen, consigliere diplomatico di AMSI, Co-mai e Uniti per Unire, Vice Presidente dell’Unione Medica Euro Mediterranea-UMEM, membro del Consiglio per le relazioni con l’islam italiano del Ministero dell’Interno.

“La sua positività, la sua grande generosità e professionalità, che han sempre caratterizzato il suo operato, lasceranno in noi una traccia indelebile. Addio Khalil”, dichiara addolorato Foad Aodi, Presidente di AMSI, Co-mai e Uniti per Unire, dando a tutti comunicazione che sarà possibile salutare Khalil domani, 22 giugno, dalle ore 10.00 alle ore 11.30 alla camera mortuaria dell’Ospedale Gemelli, e dopo le 12.00 alla Grande Moschea di Roma. Successivamente il suo corpo sarà accompagnato in aeroporto per arrivare in Giordania, dove sarà sepolto.

Aodi ringrazia sinceramente, per le loro condoglianze in segno di affetto e di stima verso Khalil: il Ministro dell’Interno Marco Minniti; il capo gabinetto del Ministero dell’Interno, Mario Morconi; il Prefetto di Milano Luciana Lamorgese; il Vice Prefetto del Ministero dell’Interno, Dr. Maurizio Valiante, il Coordinatore del Consiglio per i Rapporti con l’Islam del Ministero dell’Interno, Prof. Paolo Naso, le ambasciate ,le comunità arabe e islamiche in Italia e i membri del Comitato #Cristianinmoschea. Un sincero ringraziamento è rivolto anche all’ambasciatrice di Palestina in Italia, Mai Al Kaila, a tutti i membri dell’Ambasciata e della Comunità palestinese in Italia e tutti gli amici comuni, italiani, arabi e di origine straniera che hanno trasmesso alle Co-mai i loro messaggi toccanti.
Chi scrive aveva conosciuto Khalil a gennaio scorso, durante la visita a Roma di Abu Mazen, esattamente all’inaugurazione, vicino San Pietro, dell’ Ambasciata palestinese preso la . Sede ( per la cui apertura, Altoubat s’era parecchio attivato, incontrando personalmente, in quei giorni, il Pontefice). Rimanendo colpito dalla sua carica di solare dinamismo: mai disgiunta, però, dalla consapevolezza dei gravi problemi che continuano ad attanagliare il Medio Oriente. Ciao, Khalil, ti auguriamo davvero d’ incontrare, di là, Nemer Ammad, Ytzhak Rabin, Hilarion Capucci, Shimon Peres,Yasser Arafat, Bettino Craxi, Giorgio La Pira: tutti gli uomini che hanno sinceramente creduto ( e combattuto) nella sfida per riportare pace e giustizia in Israele e Palestina.

Fabrizio Federici

Salgono i tassi USA.
Erano fermi dal 2006

Federal-ReserveIeri la Federal Reserve degli Stati Uniti d’America ha aumentato i tassi di interesse di un quarto di punto (+0,25%) passando dall’1% all’1,25%. La decisione di aumentare i tassi fermi dal 2006 era già attesa da tempo. Ma la decisione di prevedere altri tre aumenti nel corso del 2017 denota una diversa visione della politica economica rispetto a quella del Presidente Trump. Per la Banca Centrale americana il Paese sta andando nella direzione giusta. La Presidente, Janet Yellen, ha affermato: “Gli stimoli fiscali ovviamente non sono necessari per la piena occupazione”. In questo modo ha fatto sapere che il nuovo Presidente degli USA ha ereditato un’economia in buona salute e pertanto si dovrebbero evitare gli eccessi del passato come l’eliminazione delle regole imposte dopo la crisi del 2008 per evitare che si ripetesse. La Yellen ha ribadito che intende restare al suo posto fino alla scadenza del suo mandato nel 2018, motivando: “perché ho molto a cuore l’indipendenza della Fed”. Così ha lasciato a Trump di decidere se andare allo scontro oppure se aspettare fino al 2018 per rimodellarla. Trump durante la campagna elettorale ha accusato la Federal Reserve di appoggiare la sua rivale Hillary Clinton.

Dopo due giorni di discussione, la decisione della Fed di aumentare i tassi dello 0,25% è stata assunta all’unanimità perché la crescita continua, la disoccupazione è scesa al 4,6% e l’inflazione sta raggiungendo l’obiettivo del 2%. Rispetto alle previsioni di settembre scorso, qualcosa è stato cambiato dalla Federal Reserve. Anziché prevedere due aumenti dei tassi entro il 2017, adesso ne ha previsti tre. In proposito la Yellen ha detto: “Questa decisione è modesta e rappresenta una dimostrazione di fiducia nell’economia”.

Le politiche fiscali proposte da Donald Trump sono state discusse nella riunione della Fed e hanno inciso sulle posizioni di alcuni membri del Direttivo della Banca Centrale, anche se rimane una forte incertezza sulla politica economica della nuova Amministrazione. Per la Fed, le riduzioni fiscali, gli investimenti nelle infrastrutture e l’alleggerimento delle regole prospettate da Donald Trump, potrebbero surriscaldare l’economia. Di conseguenza la Fed si prepara a contenere gli eventuali effetti negativi che sono già stati intravisti a Wall Street con il boom del Dow Jones che ha quasi raggiunto quota 20.000.

La Yellen, con molta diplomazia, ha fatto una valutazione dell’economia statunitense che potrebbe scontrarsi con quella di Donald Trump. In proposito la Presidente della Fed ha detto: “Non voglio dare consigli al Governo. Gli stimoli fiscali non sono più necessari per favorire la piena occupazione, mentre le regole imposte dopo la crisi del 2008 hanno prodotto progressi che dovrebbero restare in vigore. Al massimo si potrebbe allentare la ‘Volcker Rule’ per le banche più piccole”.

In merito al rilancio dell’attività manifatturiera, per Janet Yellen, sarebbe utile concentrarsi sull’addestramento della forza lavoro verso mansioni più sostenibili nel futuro.

Il rialzo del tasso di interesse negli Stati Uniti, nel breve periodo potrebbe avere effetti di un irrobustimento del dollaro statunitense sulle altre monete. L’aumento del valore del dollaro potrebbe far aumentare la propensione degli Stati Uniti all’importazione, mentre potrebbe scoraggiare le esportazioni.

Salvatore Rondello

Pakistan, condannato a morte per un ‘post’ blasfemo

facebook1Se il dibattito più ricorrente di questi tempi riguardo i social media è come difendersi dalle ‘fake news’ ma anche dall’odio e dalle violenze della rete, in Pakistan proprio il mondo virtuale (ma non troppo) di Facebook potrebbe presto diventare il pretesto per un nuovo ma assai ben triste primato: la prima esecuzione per blasfemia sul web.

Accade in Pakistan dove la macchina della morte si è rimessa in moto nel dicembre 2014 dopo due anni di moratoria, all’indomani della strage alla scuola di Peshawar. E da quel momento, stare dietro al numero dei detenuti impiccati è stato un drammatico conteggio: oltre 320 nel 2015, almeno 87 nel 2016.

Ora però il Pakistan rischia di passare alla storia per la prima prima condanna a morte per un reato informatico. Un uomo, le cui generalità non sono note, sarebbe stato infatti giudicato colpevole per aver pubblicato un post ‘blasfemo’ su Facebook.

Come rivela Amnesty International, la condanna è stata emessa in nome del codice penale (che vieta l’uso di termini offensivi nei confronti del Sacro Profeta) e della legge anti-terrorismo (che punisce l’istigazione all’odio settario).

Un precedente analogo ci riporta a non molti mesi fa al caso di Raif Badawi, il blogger arabo condannato a dieci anni di carcere e 1.000 frustate per aver violato le norme del diritto informatico e aver “insultato le autorità religiose” attraverso il sito “Free Saudi Liberals”. Badawi nel corso del procedimento giudiziario ha anche rischiato la pena di morte.

Questa volta però la sorte dell’uomo pakistano potrebbe essere ben diversa e qualora venisse data esecuzione alla condanna si aprirebbe un terribile precedente capace di sotterrare, in Pakistan ma non solo, diritti fondamentali quali la libertà d’espressione e la libertà di pensiero, opinione, religione o credo. Il caso, per i più attenti, è solo la traduzione nella pratica dell’avviso lanciato neppure tre mesi fa dal Primo Ministro Nawaz Sharif che aveva ordinato di rimuovere i contenuti “blasfemi” su siti web e social media in Pakistan e di punire chi pubblica tale materiale. E la pena per la blasfemia è l’ergastolo o la condanna capitale.

Secondo il Centre for Research and Security Studies, think tank di Islamabad, 65 persone sono state messe a morte per accuse di blasfemia in Pakistan a partire dal 1990. Ma la prossima potrebbe davvero essere un caso senza precedenti che tira in ballo anche i grandi gestori della rete: può davvero passare sotto il silenzio e l’indifferenza di Zuckerberg e del suo staff l’essere accostati alla pena capitale e alla volontà di autorità politiche di soffocare anche con la morte dissenso e opinioni non allineate?

Massimo Persotti

Paesi africani senza acqua, scuola, cibo e… Pace

conferenza nazionale svoltasi a Genova con la cooperazione – ministero esteri Unhcr – ONG e Scuole superiori

È bene iniziare a comunicare – a ogni livello – i fenomeni globali nella loro interezza per non trovarci sommersi e impotenti. Non tutti sanno che diversi Paesi africani (Zimbabwe, Malawi, Zambia, Sudafrica, Etiopia, Mozambico) continuano ad essere colpiti, da terribili siccità provocate dai cambiamenti climatici. Mentre alcuni paesi hanno dichiarato lo stato di calamità. In un villaggio globale assuefatto, molte notizie ci arrivano solo dalle Organizzazioni umanitarie, le ONG che trasmettono dalle loro piattaforme un pezzo di mondo senza acqua in fuga da povertà e guerre. Sono conseguenze diffuse in diversi Paesi africani dove si perde gran parte del raccolto agricolo e dove i prezzi degli alimenti aumentano diventando inaccessibili. Corsi d’acqua asciutti, malnutrizione ed epidemie che colpiscono le già precarie popolazioni dell’Africa.

In Mozambico, scrive una organizzazione partner – che si occupa da oltre 30 anni di solidarietà internazionale, “il governo italiano è intervenuto con azioni d’emergenza volte a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, distribuendo alimenti e finanziando iniziative di sviluppo. Naturalmente anche molte Organizzazioni sono intervenute con i loro fondi privati. Se l’unione fa la forza le Ong locali si stanno prodigando nella distribuzione di alimenti (in particolare mais, componente principale della dieta locale) e materiale scolastico non solo ai minori sostenuti con programmi di sostegno distanza, ma anche e dove possibile, ad altri bambini in condizione di vulnerabilità, cercando di prevenire sull’area. Un forte impegno lo apportano i cooperanti della cooperazione internazionale nella riattivazione di pozzi per l’acqua, inaccessibili da tempo”.

Nella desertificazione c’è tutta la gravità della situazione in cui si trovano diverse provincie africane. Un segnale dilagante se sommata alla secca nel bacino di Villiersdorp, a sud di Città del Capo, che raccoglie pochissima acqua e le risorse naturali con il razionamento idrico hanno poco di cui gioire. Queste siccità – ci scrivono alcune Ong – sono i peggiori eventi che potessero colpire l’area del bacino del Sudafrica, essendo la principale risorsa idrica della regione, con una capacità di acqua potabile ridotta al 20% di cui una parte inutilizzabile a causa della presenza di sabbie sottili. Anche in Ciad, Camerun, Niger, Nigeria e Sahel si registrano gravi carenze di acqua e cibo più la morte di bestiame – per il ridotto l’accesso all’acqua. Dove si sovrappongono teatri di conflitto civile con ambienti di matrice jihadista che devastano ciò che resta su intere zone della Nigeria. Crisi umanitarie sofferenti da decenni con forte insicurezza alimentare, diminuzione delle riserve d’acqua e di cibo in particolare nella regione del Lago Ciad e a nord del Mali. Non c’è bisogno di grandi osservatori per capire le ragioni di una grande mobilità di persone, spinte da privazioni, emergenze attorno ai paesi africani. Prima sfollati e poi braccati dagli estremisti – come in Nigeria- dove i miliziani di Boko Haram uccidono da dieci anni inneggiando un nuovo califfato. Scontri e attentati terroristici che di fatto sbarrano l’accesso anche agli aiuti umanitari. Gli eserciti di questi Paesi combattono i terroristi, avviliti da durissimi attacchi kamikaze che colpiscono sfollati anche nei campi profughi. Avvilente la terribile situazione del conflitto sud Sudanese dove il bene della popolazione non è al primo posto di chi “comanda”. Drammatica la situazione al ” varco “ d’entrata del Sahara – vittima di un’epidemia sanitaria molto grave. Ciad, Camerun, Niger e Nigeria stessa situazione. Nel bacino del lago Ciad vi sono già nove milioni di sfollati colpiti da grave insicurezza alimentare. Le frontiere di Ciad, Camerun, Niger e Nigeria, sono senza cibo e gran parte del bestiame morto. Questa crisi ha provocato circa 2,5 milioni di sfollati. Dopo la Siria è la situazione più grave registrata a livello mondiale, in più è quella che degenera poiché cresce velocemente. Coumba Sow Fao sostiene che in quest’area ostacolata da un difficile accesso ai media, le ONG devono fare un duro lavoro essendo molto elevata la presenza e il pericolo jihadista. I governi dei Paesi colpiti, Camerun, Ciad, Niger e Nigeria, sono mobilitati per rilanciare iniziative umanitarie con Fao e Pam. Consideriamo che i territori devastati dai conflitti sono colpiti anche dagli effetti del cambiamento climatico e dalla desertificazione.

È urgente che i governi finanzino progetti di sviluppo per l’agricoltura sostenibile, sicurezza alimentare e nutrizionale, rafforzando la resilienza delle comunità più colpite, visto che negli ultimi cinquant’anni il lago Ciad ha perso il 90 per cento della sua massa d’acqua. Il Ciad, è un paese senza sbocco sul mare nell’Africa centro-settentrionale, l’espansione del Sahara e la rivolta degli integralisti di Boko Haram mettono a rischio l’intero ecosistema del bacino del fiume che si trova al centro di fragile territorio. Un lago che ha un basso specchio d’acqua che si estende tra Ciad e Camerun si estendeva sino alla Nigeria e Niger. È un lago che si restringe sempre più, mentre cresce la popolazione che per vivere dipende dalle sue acque mentre la sabbia, aumenta, intere comunità si spostano per accedere alla riva del lago. Desertificazione siccità, deforestazione, cambiamenti climatici, risorse mal utilizzate non hanno bloccato negli ultimi 50 anni la riduzione – 90 per cento- del bacino del lago. Di fatto è un bacino che non è più in grado di alimentarsi mentre il deserto avanza e la fauna scompare sempre più popolazione usa l’acqua per lavare diffondendo malattie tra chi beve quell’acqua. In Nigeria a Maiduguri, dove si sono formate le cellule di Boko Haram, era un florido mercato commerciale di pescatori, contadini e commerci che producevano traffici con il vicino Ciad. La scomparsa di una grande parte di lago e dei traffici commerciali ha lasciato solo un sale minerale che l’acqua deposita nelle rive del lago, al soda. La popolazione ha raccolto e venduto questo sale, finché le rotte commerciali non si sono interrotte. Condizione indigenti restano in Somalia e Corno d’Africa mentre in Etiopia, la crisi colpisce milioni di persone con centinaia di scuole che hanno chiuso i battenti. “Conflict & Disaster Risk Reduction” è una interessante campagna della UE per la riduzione del rischio durante conflitti e calamità a favore di scuole studenti e insegnanti. Non solo supporta i bambini colpiti dalla violenza aiutandoli ad accedere a servizi per l’istruzione e alla protezione, ma sviluppa piani dettagliati con l’aiuto delle comunità, in modo tale che le scuole possano offrire ambienti di apprendimento anche più sicuri.

La natura complessa delle zone di crisi come Niger, Ciad, Camerun, Nigeria e altri Paesi accentua la vulnerabilità del sistema scolastico e in questa emergenza è fondamentale una risposta multidisciplinare basata sulle diverse competenze per affrontare con professionalità la protezione e l’istruzione dei bambini in territori offesi da conflitti e da vulnerabilità scolastica. I numeri sono alti oltre 1,3 milioni bambini sono sfollati a causa di questa crisi e oltre un migliaio di scuole sono chiuse – dice l’Unicef – con alta vulnerabilità nell’accesso alle scuole e nelle comunità circostanti dove le scuole sono oggetto non solo dic risi globale ma di attacchi con bombe o di assalti per rapire bambini. L’indifferenza e l’immobilismo dei “grandi della terra” non valutando gli effetti negativi di queste sovrapposizioni continuano ad essere i peggiori nemici della pace.

Corrado Oppedisano

Israele cede, più diritti
per i carcerati palestinesi

Dopo 41 giorni circa 1500 palestinesi di al-Fatah detenuti in Israele hanno interrotto sabato 27 maggio lo sciopero della fame che avevano cominciato assieme al loro leader Marwan Barghouti per protestare contro le condizioni di detenzione e le violazioni dei diritti umani cui sono sottoposti dal regime carcerario. I parlamentari italiani Locatelli e Manconi scrivono all’ambasciatore di Israele che nega ogni violazione dei diritti umani. Il Foglio pubblica solo la lettera dell’ambasciatore.


Dopo 41 giorni circa 1500 palestinesi di al-Fatah detenuti in Israele hanno interrotto sabato 27 maggio lo sciopero della fame che avevano cominciato assieme al loro leader Marwan Barghouti per protestare contro le condizioni di detenzione e le violazioni dei diritti umani cui sono sottoposti dal regime carcerario.
Lo hanno reso noto le stesse autorità israeliane dopo l’accordo raggiunto con l’Anp, l’Autorità Nazionale Palestinese, la mediazione della Croce Rossa internazionale e una consistente pressione internazionale cui pare si sia aggiunta perfino quella del neo presidente americano Donald Trump durante la sua visita in Israele.

Palestinesi in festa per la fine dello sciopero Marwan Barghouti

Palestinesi in festa per la fine dello sciopero inneggiano a Marwan Barghouti

Il comunicato delle autorità israeliane parla della concessione di una serie di “benefici di carattere umanitario” mentre l’agenzia di stampa palestinese InfoPal entra nel dettaglio ed elenca una serie di misure che dovrebbero alleggerire il regime di detenzione e rendere più frequenti le visite dei familiari ai loro congiunti. In particolare è stata in qualche misura corretta la situazione che si era creata con i palestinesi che erano stati arrestati e trasferiti nelle prigioni israeliane impedendo così di fatto, soprattutto per quelli di Gaza, contatti regolari con i loro congiunti per la difficoltà di ottenere il permesso di entrare in Israele.

Numerose organizzazioni umanitarie israeliane e internazionali si sono schierate a sostegno dello sciopero. In un comunicato Amnesty International ricorda che Israele “porta avanti da decenni politiche illegali e crudeli nei confronti dei palestinesi dei Territori occupati e di Gaza detenuti nelle prigioni israeliane, i quali in alcuni casi non vedono da anni i loro familiari”. Inoltre “trattenere nelle prigioni israeliane palestinesi arrestati nei Territori occupati costituisce una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Si tratta di una politica illegale e crudele nei confronti sia dei detenuti che delle loro famiglie, che spesso non possono incontrarsi per mesi e in alcuni casi per anni”.

Carcere israelianoSecondo l’Ong “Associazione dei prigionieri palestinesi”, 6500 prigionieri palestinesi sono attualmente detenuti in 17 prigioni e centri di detenzione gestiti dalle autorità israeliane, 16 dei quali all’interno di Israele. Tra i 6500 detenuti, le donne sono 57. I minori di 18 anni sono 300, tra cui 13 ragazze. Della popolazione carceraria fanno parte anche 13 componenti del Consiglio legislativo palestinese. Almeno 500 palestinesi si trovano in detenzione amministrativa senza accusa né processo, una prassi contraria al diritto internazionale.

Della questione in Italia si sono occupati anche Pia Locatelli e Luigi Manconi, rispettivamente presidentessa del Comitato diritti umani della Camera e presidente della commissione diritti umani del Senato, che hanno inviato una lettera all’ambasciatore israeliano in Italia.
”Ci è stato riferito – scrivono i due parlamentari – che in seguito a quest’azione di protesta non violenta sono state messe in atto una seria di azioni punitive che comprendono un inasprimento delle condizioni di isolamento, il divieto di incontrare i propri avvocati e perfino il sequestro del sale”.

Immediata la replica dell’ambasciatore Sachs che nella sua risposta ha negato categoricamente qualsiasi violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti palestinesi e ha respinto tutte le accuse. La lettera dell’ambasciatore è stata pubblicata oggi (30 maggio) da Il Foglio, senza però dare ai lettori alcune informazione circa le proteste e la lettera scritta dai parlamentari italiani.
Un modo davvero curioso di fare informazione, come se il giornale diretto da Cerasa fosse non un organo di informazione italiano, ma un bollettino dello Stato di Israele. Però ancora più sorprendente, al limite del ridicolo, è stato il non aver dato notizia della fine dello sciopero e dell’accoglimento – perlomeno parziale – delle richieste dei palestinesi, evidentemente per non smentire l’ambasciatore che avrebbe fatto una brutta figura dopo aver negato l’evidenza dei fatti.

D’altra parte dello sciopero si è parlato molto anche in Israele, dove i cittadini conoscono bene la situazione dei Territori e il comportamento delle autorità militari. Lo scrittore Abraham Yehoshua in un’intervista a “ il Fatto quotidiano” solo pochi giorni fa aveva affermato che “i detenuti palestinesi hanno ragione a scioperare perché sono discriminati e chiedono di poter godere degli stessi diritti di tutti gli altri carcerati, che sono peraltro i diritti sanciti da tutte le Convenzioni per i diritti umani”.

Comunque la vicenda ha anche avuto un importante risvolto politico interno allo Stato palestinese e forse anche in Israele.

Marwan Barghouti

Marwan Barghouti

La popolarità del 58enne Marwan Barghouti, leader della prima e seconda Intifada, in carcere da 15 anni per scontare cinque ergastoli in quanto ritenuto responsabile di alcuni fatti di sangue commessi dagli uomini di Tanzim, una forza paramilitare della resistenza palestinese, sotto il suo comando, è in continua ascesa. Contro di lui è schierata Hamas, l’organizzazione islamista che controlla Gaza, da sempre in rotta di collisione con Fatah, il principale movimento politico palestinese, laico e progressista, di cui era leader Yasser Arafat.
In un recente passato in Israele si è spesso parlato anche di un perdono presidenziale per liberare Barghouti; ne erano convinti Yossi Beilin e Shimon Peres, ma con la crescita politica della destra, dell’estrema destra e dei partiti religiosi ultraortodossi, che oggi controllano il governo di Nethanyau, della questione non si è più parlato. Ecco dunque che anche l’esito di questo sciopero della fame induce a pensare che forse si sta muovendo qualcosa sotto la crosta di ghiaccio di un’intransigenza irragionevole come non mai.

Declich. Crisi mediorientale e rebus saudita

Saudi_women-372x221Quando l’immaginario collettivo si volge a riflettere sul Medio Oriente è impossibile che possa evitare di considerare il peso e il ruolo giocato in quello scacchiere dall’Arabia Saudita; ovvero, da uno Stato nato e costruito, prescindendo dalle “intrusioni” interessate dei Paesi colonialisti occidentali, sulla base di un’interpretazione “radicale e conservatrice” della religione islamica. Secondo Lorenzo Declich, docente di Storia dell’Islam (“Un imperialismo minore: la paradossale parabola dell’Arabia Saudita”, in Limes n. 3/2017), nella costruzione dello Stato saudita, un ruolo fondamentale lo avrebbe anche avuto “il fattore etno-linguistico-tribale trasfigurato in un’identità nazionale non priva di derive nazionaliste”.
Fino al 1992, l’Arabia Saudita fino al 1992 non aveva una Costituzione; essa si identificava nel re, mentre la gestione amministrativa era affidata innanzitutto agli “ulama”, ossia ai dotti nelle scienze religiose, appartenenti al movimento di riforma religiosa wahhabita, sviluppatosi in seno alla comunità islamica sunnita nel corso del XVIII secolo e fondato da Muḥammad ibn ‘Abd al-Wahhāb. Il 1992 ha contrassegnato un momento storico importante per il Regno, maturato nel 1990 dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. A seguito dell’iniziativa di quest’ultimo, sul territorio saudita erano giunti consistenti contingenti di truppe americane, britanniche e francesi, la cui presenza era valsa a ferire “le frange più conservatrici dell’opinione pubblica saudita” (compreso Osama Bin Laden), che consideravano il proprio re come custode dei luoghi santi (La Mecca e Medina) e il territorio del proprio Paese come un “luogo intoccabile” dagli infedeli. Di fronte alla reazione dell’opinione pubblica conservatrice e al nuovo quadro creatosi con l’iniziativa di Saddam Hussein, la struttura statuale tradizionale saudita ha messo in evidenza il limite della sua impossibilità ad avvalersi delle relazioni internazionali, anche quando l’autonomia e la sicurezza del Regno fosse stata messa in pericolo.
Per rimuovere tale limite, nel 1992, re Fahd ha emanato una “legge fondamentale” che prefigura il sistema basilare di governo del Regno, come risulta dal sui primo articolo che recita: “Il Regno arabo saudita è uno Stato arabo islamico, sovrano, di religione islamica, la cui costituzione è il Libro di Dio Altissimo e la Sunna del suo Inviato, che la benedizione e la pace di Dio siano su di lui. La sua lingua è l’arabo e la sua capitale Riyad”.
In questo articolo – afferma Declich – “è sintetizzata la storia dell’Arabia Saudita e tutte le sue contraddizioni”. Esso afferma l’esistenza di una monarchia assoluta, la cui legittimazione deriva dal Corano e dalla Sunna, uno dei testi di riferimento del pensiero giuridico, etico e sociale che costituisce il codice di comportamento dell’intera comunità. Gli articoli della legge fondamentale successivi al primo completano il quadro istituzionale del Regno; essi regolano il “contratto di sudditanza”, nel senso che a fronte del giuramento dei cittadini d’essere fedeli al monarca, si contrappone il giuramento del monarca di farsi garante del canone religioso. La legge fondamentale non stabilisce, però, in che senso lo Stato è islamico, per cui l’Islam dell’Arabia Saudita è quello del re, il quale, storicamente, a parere di Declich, ha legato le sue fortune politiche alla nascita del movimento religioso wahhabita, ovvero al momento in cui, nel 1744, il movimento religioso è divenuto anche politico, allorché Muḥammad ibn ‘Abd al-Wahhāb e Muḥammad ibn Sa’ūd si sono alleati, “per formare il primo nucleo di potere attorno al quale, quasi due secoli dopo, è nato [nel 1932] l’attuale Regno dell’Arabia Saudita”.
Lungo tutto il processo di formazione del Regno, però, il movimento wahhabita è stato considerato eretico dai sunniti, perché ha sorretto e legittimato un’istanza tribale-religiosa a “vocazione egemonica” della tribù del fondatore della Dinastia saudita; questi, muovendo dalla regione Najd dell’Arabia centrale, usando principalmente – a parere di Declich – lo strumento della razzia, ha conquistato tutti gli altri territori dell’attuale Arabia Saudita. Qusto processo avrà termine nel 1932, con la proclamazione – afferma Declich – del Regno dell’Arabia Saudita e il passaggio da “un dominio di tipo locale [….] a una dimensione effettivamente nazionale”; perciò, a parere del docente di Storia dell’Islam, ad affermarsi con la costituzione del Regno nel 1932, non è stato l’elemento religioso, ma quello nazionale. La legge fondamentale del 1992 è quindi lo “specchio” di tutto il lungo processo costitutivo del Regno saudita.
Nella legge fondamentale, il wahhabismo si connota come un elemento fondativo del Regno; esso però è anche un suo elemento di fragilità: sia perché il riferimento alla religione non consente il superamento del vizio originario dello Stato Saudita, espresso dal fatto d’essere nato da una vocazione egemonica di una tribù di un dato territorio, fatta valere con la forza e la razzia; sia perché il wahhabismo, la religione del re, è elemento che divide i sudditi del Regno, la cui unione richiede che essi siano motivati dall’idea di essere “sauditi”. Non casualmente, perciò, in un momento di crisi dell’intera area mediorientale e di pericolo per quegli Stati che, come l’Arabia Saudita, soffrono dei motivi di divisione interna dovuti al loro processo di formazione, il Regno di re Salman è stato spinto ad istituire un grande Ministero dell’Educazione, al fine di promuovere l’approfondimento dell’identità nazionale dei sauditi.
Nel 2016, il vice principe ereditario Mohammad bin Salmān Āl Sa’ud ha presentato il piano “Vision 2030”, che prevede riforme miranti a modernizzare l’economia e la società del Regno; l’intento del piano è quello di rivoluzionare il modello tradizionale dell’economia del Paese, perché si emancipi completamente dal petrolio come fonte di crescita e sviluppo, trasformando così, nella previsione di un futuro esaurimento dei pozzi, la “rendita petrolifera” in “rendita patrimoniale”. Descritto da molti osservatori delle cose mediorientali come la maggior riforma del Regno, vengono tuttavia avanzati seri dubbi sulla possibilità che il piano possa decollare e cambiare il prevalente ethos sociale dell’Arabia Saudita. Ciò è riconducibile in sostanza alla storia di questo Stato, vissuta dopo la proclamazione del Regno nel 1932, e caratterizzata dalla crescente influenza esercitata dagli Stati Uniti sulla politica interna, a scapito delle vecchie potenze coloniali, quali l’Inghilterra e la Francia.
A un anno dalla proclamazione del Regno, il re ‘Abd al-‘Azīz ibn ‘Abd al-Rahmān b. Faysal Al Sa’ ūd, primo sovrano, ha accordato alla Standard Oil Company of California (Socal) una concessione sessantennale per l’esplorazione e lo sfruttamento del petrolio in una provincia dello Stato. Negli anni Trenta sono stati scoperti i primi pozzi e sono iniziate le prime esportazioni di petrolio; nel 1944, la California-Arabian Standard Oil Company, sussidiaria della Socal, è diventata l’Arabian-American Oil Company (Aramco), la quale, nel 1950, è stata costretta dal sovrano saudita a dividere i profitti al 50%. Dopo la nascita dell’Opec, nell’arco temporale 1960-1980, segnato dalla sganciamento del dollaro dall’oro, dalla fine dei cambi fissi, dalla guerra del Kippur e dalla crisi petrolifera mondiale, i sauditi hanno acquisito definitivamente l’Aramco, trasformata nel 1988 nella Saudi Arabian Oil Compact (Saudi Arammo).
Lo sviluppo storico-economico che ha avuto inizio con la nascita dell’economia petrolifera della quale l’Arabia Saudita è stata beneficiaria – afferma Declich – è stato il “flusso di cassa” che il re e la sua corte si sono trovati a dover gestire. Nei primi decenni, il Regno ha disposto di un’enorme quantità di denaro, “dilapidata” in forme di consumo vistoso e di prestigio; in seguito, gli enormi surplus commerciali sauditi, espressi in dollari, sono divenuti un “fattore strutturale” di un’economia mondiale dominata dai mercati finanziari, di cui l’Arabia Saudita ha colto i frutti, allargando la sua ricchezza patrimoniale in gran parte del mondo economico occidentale e promuovendo al proprio interno una “globalizzata” classe di operatori presenti nei comparti del commercio e delle costruzioni. In questo contesto, uno degli esiti del processo storico-economico, iniziato con la crescente affermazione dell’importanza della risorsa petrolifera, è stata la percezione, da parte del reame, della necessità di potenziare, a propria tutela, l’elemento nazionale; soprattutto in un momento come quello attuale, in cui le ambizioni geopolitiche di molti Stati mediorientali e la rivalità dell’Iran rappresentano una seria minaccia per la sopravvivenza del Regno saudita.
Il vizio genetico costitutivo, espresso dal fatto che il Regno sia nato da una vocazione egemonica di una tribù, fatta valere con la forza e la razzia e col supporto della confessione islamica, secondo l’interpretazione del movimento wahhabita, non da tutti i sunniti condivisa, è la fonte di debolezza della politica saudita volta a potenziare l’elemento nazionale; il vizio genetico, perciò, è anche la causa del perché, malgrado le dichiarazioni ufficiali, non sia credibile l’impegno dell’Arabia Saudita a risolvere la complessa situazione mediorientale.
Infatti, malgrado l’adozione dell’ambizioso piano “Vision 2030”, la sua attuazione non può non scontare la realtà prevalente. Secondo molti osservatori perché il piano abbia qualche possibilità di successo e possano essere realizzate le profonde trasformazioni economiche e sociali previste, in modo efficiente e in tempi realistici, dovrebbe essere rinegoziato il “contratto di sudditanza”; ma questo, come è facile prevedere, non mancherebbe di provocare contrapposizioni tra le varie scuole interpretative dell’Islam, con conseguenze che si tradurrebbero nella difficoltà di attuare il piano riformatore, attraverso una chiara “strategia comunicativa”, soprattutto verso gli stranieri, onde rimuovere il pregiudizio che li espone, in quanto infedeli, al rischio d’essere accusati di violare la sacralità del suolo islamico.
In particolare, l’attuazione di “Vision 2030” richiederebbe la soluzione di due macroproblemi creatisi nel tempo con la gestione dell’economia del petrolio: il primo è costituito dal fatto che, nella conduzione della propria attività di sfruttamento della risorsa petrolifera, l’Aramco ha per lo più utilizzato tecnici stranieri, la cui presenza ha impedito la formazione di tecnici locali; il secondo macroproblema, connesso al precedente, è invece rappresentato dal fatto che, per la formazione del personale qualificato indigeno, il governo saudita dovrà promuovere la formazione professionale in ambiti scientifici e tecnologici, con inevitabili difficoltà, per via del fatto che l’istruzione è profondamente influenzata dai movimenti religiosi.
In conclusione, sarà vero che, come afferma Declich, con la costituzione del Regno saudita nel 1932, a prevalere sull’elemento religioso sia stato quello nazionale; però, non è meno vero che l’elemento religioso continui a rendere opaca la politica dello Stato saudita: non solo perché ritarda e ostacola l’attuazione di qualsiasi piano volto alla sua modernizzazione, ma anche, e soprattutto, perché l’Arabia Saudita non riesce ad affrancarsi dal sospetto che la sua politica, anziché essere orientata a sconfiggere le forze che destabilizzano il Medio Oriente, fondi sull’elemento religioso, più che su quello nazionale, le necessarie motivazioni geopolitiche per aspirare a divenire una potenza regionale.

Gianfranco Sabattini

Anni di centenario
riscoprire la grande guerra

grande guerraAnni di centenario e anni di celebrazioni in Italia, di ricordo della tragica epopea della prima guerra mondiale. Se ne approfitta per organizzare iniziative, viaggi, per promuovere turismo culturale, per pubblicare volumi, a volte di grande interesse, a volte su argomentazioni trite e ritrite che poco o nulla di nuovo hanno da dire. Ho avuto il piacere e l’onore di partecipare, per lavoro, a moltissime di queste iniziative ma devo dire che difficilmente pareggiabile è stato il seminario internazionale organizzato a Casa Saffi a Forlì da Clio-Net, l’associazione in rete di storici, in larga parte emiliano marchigiani, che ha offerto, il 19 maggio scorso, una giornata di approfondimento davvero di rilievo, con relatori tra i più qualificati sull’argomento e giovani ricercatori che hanno portato nuova luce sui filoni di indagine più interessanti relativi al conflitto 1914-18.

Ad aprire i lavori è stato il coordinatore scientifico del convegno Carlo De Maria, docente universitario e direttore dell’Istituto storico di Forlì – Cesena, che ha inteso offrire un inquadramento di un conflitto che si è contraddistinto come confitto industriale e moderno, evidenziando le trasformazioni connesse all’esperienza tragica della vita di trincea, dalla nazionalizzazione delle masse alla massificazione della politica, stagioni aperte dall’introduzione del suffragio universale maschile. La grande guerra è stata la cesoia storica che ha segnato la fine dell’ottocento, che ha aperto la stagione dei totalitarismi, che ha evidenziato l’inadeguatezza del vecchio stato liberale nel preservare gli istituti democratici. Nelle varie sessioni del seminario sono stati toccati moltissimi temi, dai movimenti politici, con Luca Gorgolini (anch’egli coordinatore scientifico dell’iniziativa) che ha toccato l’esperienza della federazione giovanile socialista, Alessandro Luporini quella degli anarchici, Laura Orlandini dei cattolici e Alberto Ferraboschi il caso di alcuni intellettuali, fino all’arte, e in questo contesto è spiccata la splendida relazione di Maria Elena Versari, docente negli Stati Uniti, sul futurismo. Si è poi parlato di guerra industriale, di guerra chimica, si sono toccati temi come il combattentismo, il fronte interno, l’economia di guerra, il tutto con relazioni qualificate che hanno evidenziato anche lo stato della storiografia italiana e internazionale contemporanea, con la massima attenzione alle fonti. Il quadro emerso a Forlì è stato sicuramente delineato in modo chiaro e rigoroso, evidenziando come il mondo accademico e il mondo della ricerca italiana hanno ancora molto da dare allo studio del primo conflitto. C’è da attendere con grande impazienza la pubblicazione degli atti, che dovrebbe avvenire entro fine anno per Unicopli. Si tratterà senza dubbio di uno dei libri più nuovi e accattivanti di questi anni del centenario.

Leonardo Raito

Brasile, l’assalto ai ministeri e l’ira contro Temer

brasilia 2Dietrofront del presidente brasiliano che ha revocato il decreto con il quale veniva autorizzato l’uso dell’esercito per difendere gli edifici pubblici a Brasilia contro le violenti proteste anti-governative scoppiate nella capitale federale, dopo le accuse dell’opposizione, l’opinione pubblica contro e una popolazione inferocita in piazza. Sul varo del decreto ci sono state anche un rimpallo di responsabilità: Temer aveva fatto sapere che l’aveva sollecitato il sindaco di Brasilia, che però ha fatto sapere aveva detto di essersi solo consultato con il Capo dello Stato e aveva a sua volta giudicato “eccessiva” la misura. Temer a sua volta aveva scaricato tutto sul ministro della Difesa in una girandola di accuse e controaccuse.
Tutto è iniziato dopo che ieri Brasilia dopo l’imponente manifestazione contro il governo Temer, iniziata in maniera pacifica e alla quale avrebbero partecipato 200 mila persone, si è trasformata in una violenta battaglia tra 200 mila manifestanti e 5 mila poliziotti e con almeno 5 persone colpite da armi da fuoco. Scontri che hanno provocato un morto, 49 feriti e 7 arrestati. Il presidente del Brasile, vista l’insufficienza delle risorse di polizia, ha deciso di utilizzare, sulla base dell’articolo 142 della Costituzione federale, i “membri delle forze armate”, come spiegato in un comunicato della Segreteria di comunicazione sociale. Da qui, il dispiegamento di 1.300 soldati e 200 fucilieri navali nelle strade della capitale brasiliana.
Secondo i media e alcune testimonianze proprio la notizia dell’esercito ha aizzato la folla già furibonda con il presidente per gli ultimi scandali. Così molti manifestanti sono andati nella zona dove ci sono i ministeri e il Congresso e divisi in gruppi sono entrati e hanno devastato gli interni, in alcuni di questi hanno anche appiccato degli incendi. Persino la cattedrale è andata a fuoco ma con danni contenuti.
Secondo il giornale “Folha de Sao Paulo” i dimostranti, che chiedevano le dimissioni del presidente Michel Temer, hanno dato fuoco alla sede del dicastero dell’agricoltura e assaltato edifici dei ministeri della pianificazione, della sanità, della finanza, della cultura, del lavoro e della scienza.
Dopo la richiesta di impeachment, la coalizione governativa rischia di sfaldarsi, in particolare sulle due grandi riforme proposte dall’esecutivo conservatore sul lavoro – con un aumento delle ore di occupazione e una riduzione dei poteri dei sindacati – e sulle pensioni.

Il pasticciaccio delle province abolite per finta

provinceromaDovevano essere abolite, invece sono ancora lì, in stato comatoso, svuotate di danari ma non di funzioni. La situazione degli enti province è davvero paradossale, ma rappresenta in modo emblematico un certo modo di intendere il riformismo pasticciato all’italiana. Intanto, alle province è rimasta la competenza su strade e scuole secondarie, e senza risorse non si fanno asfalti, non si installano guard rail, non si sfalcia l’erba sui cigli, non si fa manutenzione ai ponti. Quanto alle scuole, la situazione pare ancora più drammatica: manutenzioni, bonifiche di tetti in amianto, norme antisismiche, sicurezza e ristrutturazioni di edifici al servizio di milioni di giovani non possono essere garantiti con la dovuta attenzione.

In una recente protesta romana, l’UPI (Unione Province Italiane), ha evidenziato questo stato di fatto che rende tragica l’attività di amministratori volontari, eletti come in un ente di secondo grado dai colleghi sindaci e consiglieri comunali del territorio dalla provincia. Anche su questo passaggio, mi permetto un inciso. Oggi un presidente della provincia, che è un sindaco di un comune, deve svolgere un compito di altissima responsabilità senza neanche avere un rimborso per pagarsi un’assicurazione. È davvero una cosa triste. Nella capitale e negli ambienti parlamentari, il tema delle amministrazioni provinciali pare essere uscito dai radar e dagli interessi delle commissioni e dei gruppi: semplicemente non se ne occupa più nessuno. E tutto resta nel pantano. Resta nel pantano la politica, restano nel pantano funzioni non esercitabili senza risorse, restano nel pantano alcune migliaia di dipendenti dal presente incerto, che restano lì, a prendere lo stipendio senza sapere cosa e come debbano fare, senza una prospettiva di futuro certo o chiaro. In questo vuoto tragico, mi aspetterei un gesto di grande responsabilità da parte del presidente Mattarella: da garante della costituzione qual è, invii un messaggio alle camere e impegni i parlamentari a partorire un progetto che possa rifinanziare le funzioni fondamentali delle province. La politica italiana faccia una cosa seria: o si aboliscano definitivamente o si ridia dignità a questi enti locali risuscitati, anche se menomati.

Leonardo Raito

Sanchez torna a dirigere il Psoe, ma la sfida è ora

spagna sanchezSanchez la spunta. Il vecchio segretario, colui che si era guadagnato l’inimicizia del PSOE per via della sua ostinazione nel voler cercare un’alternativa ad ogni ipotesi di governo con Rajoy ed il Partito Popolare, è tornato al suo posto in vetta al partito.
Il suo merito è quello di aver messo la base al primo posto, avviando una campagna elettorale senza precedenti che lo ha portato a girare tutto il paese dopo essersi dimesso dal Parlamento in seguito alla sua opposizione a larghe intese e, come poi effettivamente accaduto, a governi di minoranza. Le primarie lo hanno incoronato con il 49% dei consensi contro il 40% della sua principale avversaria, la presidente andalusa Susana Diaz, e il 10% del basco Patxi Lopez.
Sconfitti invece i “baroni”, ossia lo stesso establishment del partito che lo aveva costretto alle dimissioni in seguito alle sue scelte politiche. Tutti (o quasi) avevano puntato ferocemente sulla Diaz, data per favorita alla vigilia.
Adesso molti i timori sulla tenuta del governo. Il partito svolta nuovamente a sinistra – ma con la dichiarata volontà di non rincorrere Podemos – e per il futuro molti commentatori profilano lo spettro dell’instabilità politica. Sanchez sta subito stemperando i toni, dichiarando di voler ricomporre le relazioni con i “baroni”, in attesa del congresso di metà giugno.
Le sfide sono appena all’inizio, a cominciare dalla mozione di sfiducia mossa da Podemos e che il partito di Iglesias promette di ritirare nel caso il PSOE passi all’opposizione presentandone una propria.

Giuseppe Guarino