Half Marathon, una corsa
per la pace e il dialogo

mezza pace

Domenica 17 settembre si è svolta a Roma la ” Rome Half Marathon Via Pacis”, la manifestazione sportiva popolare, con partenza da Piazza San Pietro, decisa l’inverno scorso grazie a un accordo tra Pontificio Consiglio della Cultura e Giunta comunale, in collaborazione con la Fidal. Le parole chiave son state “Pace, Solidarietà, Inclusione, Partecipazione”: è stata una manifestazione aperta a tutti, comprendente la mezza maratona, ma anche la 5 chilometri, che ha voluto abbracciare, anche attraverso il percorso della “Via Pacis”, tutte le culture religiose”. S’ è trattato – come hanno ricordato sia Mons. Melchor Sanchez, direttore del dipartimento Cultura e Sport al Pontificio Consiglio della Cultura, che Rav Riccardo Di Segni, Rabbino capo di Roma – d’una maratona vòlta a favorire esplicitamente il dialogo interreligioso e interculturale: alla pari di altre celebri manifestazioni sportive romane (come anzitutto la “Corsa di Miguel”, in programma ogni anno a gennaio in memoria d’ un atleta e poeta argentino tra i piu’ fermi oppositori , a suo tempo, della dittatura militare di Videla).

Quest’aspetto essenziale della corsa era evidenziato anzitutto dal percorso; che, partendo da Via della Conciliazione, ha toccato luoghi di culto emblematici della Capitale, appartenenti a diverse confessioni e comunità religiose, come la Basilica di San Pietro, la Grande Moschea, la Sinagoga, altre chiese cristiane e luoghi religiosi. Hanno partecipato anche atleti appartenenti alla Comunità ebraica romana e alle varie Comunità musulmane della capitale (in rappresentanza anche delle moschee della Magliana e di Centocelle).
In campo maschile, la vittoria è andata al 25nne Eyob Faniel (1h.03:26), nato in Eritra ma dal 2004 in Italia (alle sue spalle, i kenyani Tiongik e Kurgat). In campo femminile,a Sara Berogiato (1h 15′: 37), seguì ta dalla kenyana Jeruto e dalla trentina Dal Ri). Presente anche la sindaca Virginia Raggi (che ha abilmente dribblato le domande sulle importanti occasioni perse da Roma con le prossime Olimpiadi).

“Abbiamo aderito con gioia, convinzione, speranza e spirito unitario a questa Mezza Maratona per la Pace”, dice il fondatore delle Co-mai, Comunità del Mondo Arabo in Italia, e dell’Associazione Medici d’ origine Straniera in Italia (AMSI), Foad Aodi: esprimendo la sua soddisfazione e speranza per un’ iniziativa come questa, “dove un’altra volta lo sport si dimostra uno strumento importante per unire, per costruire ponti tra le religioni e le culture” .”Inoltre”, continua Aodi, che è “Focal Point” per l’integrazione, in Italia, per l’ Alleanza tra le Civiltà (UNAOC, organismo ONU), “dobbiamo proseguire nel nostro impegno con le 4 parole d’ordine che han caratterizzato le nostre 1000 #FestedelDialogo in Italia e in Terra Santa, dal 01 sino all’ 11 settembre: “Dialogo, Conoscenza, Informazione, Pace. Coinvolgendo musulmani, ebrei, cristiani e laici come appunto per questa “Half Marathon”: facciamo partire la #MaratonadelDialogo, unendo le città dei Paesi euromediterranei e la Terra Santa”.

Hanno aderito alla maratona, oltre Amsi e Co-mai, anche il movimento internazionale Uniti per Unire ,la CILI, confederazione Internazionale Laica Interreligiosa, e l’ UMEM-Unione Medica Euromediterranea.

Fabrizio Federici

Donald Trump “sterza”
a sinistra?

Donald Trump

Donald Trump

“La stampa è stata incredibile”. Donald Trump non poteva contenere la sua gioia mentre spiegava a Nancy Pelosi, leader democratica alla Camera, i commenti positivi dei media sull’accordo di assistere le vittime dell’uragano Harvey e l’aumento del tetto al debito nazionale. Il 45esimo presidente aveva siglato l’accordo con Chuck Schumer, leader democratico al Senato e la stessa Pelosi, mettendo da parte Mitch McConnell e Paul Ryan, gli omologhi della maggioranza repubblicana nelle rispettive Camere.

Le discussioni per l’accordo erano avvenute alla Casa Bianca e Trump aveva ceduto alle richieste dei democratici abbandonando le posizioni dei leader repubblicani. Non c’era molto da discutere sull’assistenza alle vittime dell’uragano ma la tempistica dell’innalzamento al debito aveva suscitato notevoli divergenze. I repubblicani volevano 18 mesi per potere oltrepassare le elezioni di midterm e ottenere vantaggi politici. I democratici hanno pressato per un periodo breve e alla fine Trump li ha accontentati con un compromesso di tre mesi, favorevole a Pelosi e Schumer. Rivedendo la questione dell’innalzamento al debito in tre mesi permetterà ai democratici di negoziare da una posizione di forza con la possibile minaccia di chiudere le porte del governo per i servizi non essenziali.

Si tratta di una strategia usata con grande efficacia dai repubblicani in passato.  Ecco perché Paul Ryan aveva etichettato di “ridicola” e “vergognosa” l’idea di tre soli mesi per l’aumento del debito. Alla Casa Bianca, però, lo speaker ha dovuto ingoiare perché Trump voleva chiudere l’affare e ottenere una vittoria legislativa delle quali era affamatissimo. La fame di vittorie legislative era dovuta, come si sa, all’incompetenza dei legislatori repubblicani alla Camera ma soprattutto al Senato di revocare l’Obamacare, promessa fatta da Trump in campagna elettorale. Ambedue le Camere però hanno cercato di fare approvare il disegno di legge ottenendolo con un margine di pochi voti alla Camera ma poi al Senato McConnell non è riuscito a racimolare 51 voti nemmeno per una “skinny repeal” (revoca light).

Come spesso fa, Trump era andato su tutte le furie inviando non pochi tweet attaccando McConnell ed i repubblicani per avere promesso per sette anni la revoca di  Obamacare ed adesso con il controllo di ambedue le Camere e la Casa Bianca non ci erano riusciti. Logico dunque che Trump cerchi alleanze alternative con i democratici perché ha capito che per governare e ovviamente per ottenere consensi deve fare compromessi con il partito di minoranza. Il 45esimo presidente sa bene che con solo 52 senatori repubblicani, alcuni dei quali poco affidabili, i 48 democratici possono ostacolare l’agenda repubblicana se continuano a rimanere compatti.

L’alleanza con il partito di minoranza diviene dunque logica perché mette da parte l’ala destra del Partito Repubblicano del Freedom Caucus che ha poco interesse a governare. I repubblicani moderati e i democratici possono dunque offrire una strada verso un governo bipartisan che a Trump interessa perché gli permetterà di vincere. I compromessi con i democratici saranno necessari. Trump in un incontro di qualche giorno fa con i leader democratici ha discusso un piano per regolarizzare lo status dei “dreamers”, i giovani portati da bambini in America da immigrati non autorizzati. Questi giovani sono americani a tutti gli effetti eccetto per i documenti. Pelosi aveva chiesto a Trump di comunicare a questi individui che non corrono pericoli che l’attuale inquilino della Casa Bianca ha fatto immediatamente.

Le discussioni per un disegno di legge che metta in pratica la legalità della presenza in America di questi giovani sono avvenute ma nell’ambito di una riforma sull’immigrazione. Questa non includerebbe il famoso muro al confine con il Messico ma farebbe parte di una massiccia campagna di controlli sull’immigrazione. Pelosi è molto ottimista e crede che in poche settimane si potrebbe regolarizzare la situazione di questi giovani.

Le discussioni dirette fra Trump e i leader democratici hanno aumentato i sospetti che le promesse fatte in campagna elettorale non saranno mantenute. Le reazioni di Breitbart News, sito di notizie di ultra destra guidato da Steve Bannon, ex consigliere di Trump, erano prevedibili. Già si parla di “Amnesty Don” (Donald dell’amnistia) per la possibile regolarizzazione dei “dreamers”. Ann Coulter, la giornalista molto conservatrice e grande sostenitrice del 45esimo presidente, ha anche lei mostrato la sue delusione dicendo che adesso “tutti richiederanno l’impeachment” di Trump.

Altre voci conservatrici però come Sean Hannity della Fox News non toccano Trump direttamente ma addossano tutta la colpa ai leader repubblicani specialmente Mitch McConnell per il fatto che  Trump è stato costretto a trattare con i democratici.

Trump da parte sua si interessa ai successi legislativi ma soprattutto a ribaltare i sondaggi nazionali che lo danno in forte calo al di sotto del 40 percento. L’alleanza di convenienza con i democratici dunque non è ideologica ma basata sui propri bisogni. La svolta potrebbe unire i democratici e i repubblicani moderati aprendo a Trump le porte a successi legislativi non solo sull’immigrazione ma anche sulle infrastrutture e forse anche sulla riforma fiscale. Trump non è mai stato amatissimo dai leader repubblicani i quali lo hanno visto come uno strumento per fare approvare la loro agenda. Adesso sembra che siano i democratici a vederlo in questa luce. Se Trump accetta un’agenda con sfumature democratiche che rendano beneficio al Paese si potrebbe considerare un “eroe” per avere fatto rinascere lo spirito bipartisan che era scomparso per una dozzina di anni.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Le Feste del Dialogo
per le vittime del terrorismo

FOAD-6-300x200Bilancio positivo, quello delle FestedelDialogo, organizzate dal 1 all’11 settembre, in Italia e in Terra Santa, dalla Co-mai, Comunità del mondo Arabo in Italia, dal movimento internazionale e interprofessionale “Uniti per Unire” e dalla Confederazione Internazionale, Laica e Interreligiosa, Cristianinmoschea. In tutte le Regioni italiane, dal 1 all’11 settembre, si sono organizzati preghiere comuni, incontri, dibattiti pubblici, cene di fratellanza che hanno fortemente contribuito al dialogo tra musulmani, cristiani, ebrei, fedeli di altre religioni e laici, all’abbattimento dei muri dell’odio reciproco, del pregiudizio, e del terrorismo: con l’adesione di più di 2500 tra comunità islamiche, circoli culturali, associazioni, Università, sindacati. “Gran finale” a Roma, Reggio Emilia e Gerusalemme, il 10-11 settembre.

Nell’Urbe, dibattito denso di interrogativi ma anche di concrete proposte: organizzato dal Prof. Foad Aodi, presidente di Co-mai e Uniti per Unire, e fondatore di #Cristianinmoschea, dal Vescovo anglicano Luis Miguel Perea Castrillon, all’Istituto delle Suore Oblate del Sacro Cuore di Gesù in Via del Casaletto. “Teniamo presente- ha sottolineato il prof.Enrico Granara, ministro plenipotenziario del Ministero degli Esteri, coordinatore degli interventi di cooperazione nel Mediterraneo- anzitutto che il contesto istituzionale più adatto all’azione di tutte quelle realtà che vogliono sviluppare il dialogo nel Mediterraneo non può essere che quello dell’ Unione Euromediterranea.

Unico organismo sovranazionale, forte di 41 Paesi, che, con fondi di Bruxelles, si occupa concretamente di tutto il Mediterraneo”. “Con queste nostre iniziative “, ha precisato Foad Aodi, “Focal Point” per l’integrazione, in Italia, per l’ Alleanza delle civiltà (UnaOc), organismo ONU, “iniziate ufficialmente con #Musulmaninchiesa del 31 luglio 2016, pochi giorni dopo il tragico attentato di Nizza, e proseguite con la nascita della Confederazione #Cristianinmoschea, non vogliamo certo fare miracoli: ma combattere – sempre con le armi del dialogo, della conoscenza reciproca e della buona informazione – contro i fomentatori di odio, e le strumentalizzazioni politiche di problemi complessi, come anzitutto l’ immigrazione irregolare . Vogliamo far vedere le cose a chi non vuol vedere, far sì che l’ottuso cominci a ragionare; e con le #FestedelDialogo .diamo uno strumento per la miglior terapia delle “zone grigie”, anticamera del terrorismo.

Proprio oggi, 11 settembre, abbiamo voluto chiudere le #FestedelDialogo dedicando questa grande partecipazione al ricordo e alla commemorazione di tutte le vittime del terrorismo. Mentre lanciamo un appello per fermare qualsiasi discriminazione e qualsiasi massacro di etnie e religioni”. In stile “I want You”, diremmo, l’intervento del vescovo anglicano Luis Miguel Perea Castrillon, Vicepresidente di #Cristianinmoschea: “Ognuno di noi ha una qualche possibilità di partecipare a cambiare il mondo, ed è nostro dovere non lasciarla cadere. Indegnamente siamo chiamati tutti a trasformare questo pianeta col nostro impegno, partendo dal nostro vissuto quotidiano: e la forza del dialogo deve permeare la cultura, la politica, lo sport, ogni aspetto della realtà”. Sula stessa linea, l’algerino Kamel Belaitouche, segretario generale della Co-mai (“Ogni civiltà nella storia s’è sviluppata grazie al dialogo e all’interscambio con le altre, non con le chiusure nazionalistiche esaperate e ottuse”). Mentre l’ imam Salameh Ashour, responsabile del Dipartimento dialogo interreligioso della Co-mai, ha ricordato il principio fondamentale, comune a tutte e 3 le grandi religioni monoteistiche, dell’uguaglianza di base tra gli uomini.
Abdo Rad, sacerdote cattolico libanese, ha ricordato la radice di base comune a quasi tutte le religioni, cioè la credenza in Dio: e la natura delle varie religioni, di rami, in fondo, d’uno stesso albero. “Anche per questo, il dialogo è di per sè una festa”.

Sono intervenuti, inoltre, Kurosh Danesh, reponsabile CGIL per le Politiche dell’Immigrazione (in rappresentanza del Segretario generale, Susanna Camusso); Andrea Tasciotti, ambasciatore per l’ Italia di varie organizzazioni intergovernative; Suor Swjitha Xavier, delle Oblate del Sacro Cuore di Gesù, con esperienza di lavoro tra i musulmani nel suo Paese, l’ India, e in Guinea Bissau .”E’ importante, poi, investire nelle nuove generazioni , dando loro esempi positivi cui ispirarsi”, ha detto Manuela Trombetta, coordinatrice del Dipartimento Istruzione di Uniti per Unire, e autrice del Progetto “S.C.U.O.L.A.”, promosso da ASI e UNICEF per parlare di valori etici e solidarietà ai ragazzi tra gli 8 e i 13 anni; ” Le #FestedelDialogo sono uno di questi esempi, un momento in cui parlare di fratellanza e testimoniare il valore del rispetto reciproco, dell’amicizia e della conoscenza, prevenendo il germe del pregiudizio”.

Forte, da parte di Co-mai e Uniti per Unire, l’attenzione anche ad altri problemi internazionali: Perea Castrillon, d’origine colombiana, ha sottolineato l’importanza del processo di riconciliazione nazionale iniziato ultimamente in Colombia con la firma – dopo 53 anni di guerriglia – dell’accordo di pace tra il governo e i guerriglieri delle FARC ( accordo elogiato ultimamente da Papa Francesco nel suo viaggio nel Paese sudamericano). Mentre sempre la Co-mai ha partecipato l’11 settembre, insieme a rappresentanti delle comunità musulmane e delle comunità d’ origine straniera in Italia, al sit-in per lo stop al massacro della minoranza musulmana in Birmania organizzato davanti all’ambasciata birmana in Piazza dei Giochi Delfici.

Nelle Marche, infine, Mekri Abdel Kader, responsabile regionale di #Cristianinmoschea, ha organizzato a Fabriano un’altra Festa del Dialogo, cui han partecipato, tra gli altri, anche il sindaco Gabriele Santarelli, il vicesindaco Arcioni e Ahmid Bereksi, ambasciatore algerino in Italia, in Croazia e a Malta, e il Direttore della Caritas di Fabriano (“è stata una bellissima festa, con l’unione di tutto il pubblico su quest’idea del dialogo tra religioni e tra culture come base della vita sociale”). Mentre altri due eventi conclusivi delle #FestedelDialogo sono stati la Festa organizzata, a Reggio Emilia, da Sufi Mustapha, Presidente del Congresso Europeo degli Imam predicatori, e le iniziative varate, in Terra Santa, dalla scrittrice ebrea Shazarahel, Vicepresidente della Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa.

“Sono stata accolta con grande calore dalla preside e dalla vicepreside della scuola di Jajulia”, dice Shazarahel; “e abbiamo deciso insieme di dare il via ad incontri in cui bambini musulmani potranno scoprire il mondo ebraico, e bambini ebrei il mondo islamico, mettendo in valore tutto ciò che ci unisce. Questo, ad esempio, invitando un rabbino che parli dell’ebraismo ai giovani studenti musulmani, e facendo loro visitare una sinagoga. Tenteremo anche di fare l’inverso: lo scopo di queste iniziative è seminare nelle giovani generazioni il seme della bellezza che nasce dalla scoperta del mondo altrui, che arricchisce e completa il nostro”. Sempre l’11 settembre, anniversario del terribile attentato “spartiacque” del 2001 alle Torri Gemelle di New York, a Gerusalemme il rabbino Mordechai Chriqui, all’Istitutio “Rahman”, ha parlato su questi temi. Mentre Shazarahel ha annunciato il lancio dell’altra iniziativa di Co- mai e Uniti per Unire #Musulmaninsinagoga: iniziativa dalle straordinatrie potenzialità pacificatrici, in un’area come la Terra Santa, e che sarà presto organizzata, su proposta di Foad Aodi, sia là che in Italia.

Fabrizio Federici

Il cuore piccolo di Trump e la revoca del DACA

daca“Affronteremo il DACA con cuore…perché, come sapete, amo questi ragazzi”. Con queste parole il presidente Donald Trump rispondeva nel mese di febbraio a una domanda sull’ordine esecutivo di Barack Obama di proteggere i “dreamers” (sognatori), giovani portati in America da immigrati irregolari. Il DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals) aveva protetto questi giovani da deportazione e gli aveva anche concesso un permesso di residenza temporaneo, continuare i loro studi, e vivere nell’unico Paese da loro conosciuto. In sintesi, Obama aveva riconosciuto che questi giovani sono a tutti gli effetti americani eccetto per i documenti.

Nella campagna elettorale Trump aveva detto che il DACA era illegale e lui lo avrebbe abrogato. Dopo otto mesi alla Casa Bianca il 45esimo presidente ha mantenuto la promessa. Dimostrando poco coraggio, Trump però non lo ha fatto personalmente, preferendo dare l’incarico a Jeff Sessions, procuratore generale, il quale non ha menzionato nulla del cuore tenero di Trump. Sessions in un certo senso era il portavoce appropriato per il compito considerando le sue aspre vedute sull’immigrazione. Il procuratore generale ha detto che il DACA era illegale e che il Dipartimento di Giustizia non lo poteva difendere giuridicamente. Sessions ha continuato spiegando che l’ordine esecutivo di Obama del 2012 aveva messo in pratica ciò che “il ramo legislativo del governo aveva rifiutato di fare”.

Sessions, da buon “portavoce” per Trump, ha anche dichiarato falsamente che il DACA ha “causato terribili conseguenze umane” negando posti di lavoro agli americani e che l’illegalità ha “messo a rischio il Paese con crimini, violenza e terrorismo”. Tutto falso perché la procedura per ottenere il DACA richiede severi controlli che includono una fedina penale pulita.

Gli 800.000 beneficiari del DACA sono amati non solo da Trump ma riconosciuti innocenti da quasi tutti gli americani sia di destra che di sinistra. Se i loro genitori hanno commesso un reato portandoli in America i figli restano innocenti. Il loro “reato” sarà stato di andare a scuola, studiare, lavorare, e con l’ordine esecutivo di Obama si sono avvicinati a sentirsi americani. Le uniche eccezioni a non riconoscere l’innocenza dei “dreamers” sono alcuni legislatori di ultra destra che non vedono nulla al di là della legge ignorando il contesto umano e politico.

Per quanto riguarda gli effetti economici negativi che Sessions discute la realtà lo smentisce. I “dreamers” sono giovani e la maggioranza di loro lavora e contribuisce alle casse del tesoro rinforzando il sistema sanitario di Medicare per gli anziani e le pensioni del Social Security. Lo hanno riconosciuto i leader dell’industria americana come Tim Cook (Apple), Mark Zuckerberg (Facebook), Meg Whitman (Hewlett-Packard), Mary Barr (General Motors) e Jeff Bezos (Amazon) i quali hanno scritto una lettera per proteggere i “dreamers”. Secondo la missiva l’eliminazione del DACA ridurrebbe il Pil americano di 460 miliardi di dollari facendo anche perdere 24 miliardi al Medicare e Social Security. In effetti i dreamers sono indispensabili all’economia.

Gli ex presidenti Bill Clinton e Barack Obama hanno anche loro alzato la voce a favore dei dreamers. Ma anche politici del Partito Repubblicano hanno dimostrato il loro supporto promettendo azione legislativa che in passato non era andata in porto. Il Bridge Act, un recente disegno di legge introdotto dai Senatori Lindsey Graham (repubblicano, South Carolina) e Dick Durbin (democratico, Illinois) permetterebbe a quegli individui che qualificano per DACA di continuare a vivere negli Stati Uniti per altri tre anni e creare il tempo necessario per una legge definitiva. L’identica legislazione è stata anche introdotta nella Camera Bassa.

La revoca del DACA darà sei mesi alla legislatura per risolvere la situazione dei “dreamers”. Sfortunatamente l’agenda legislativa è già abbondante. Bisogna approvare i fondi necessari per assistere le vittime dell’uragano Harvey in Texas e forse altri nel sud est del Paese. C’è poi da approvare la legge per aumentare il tetto del debito delle spese che scade a fine del corrente mese. Inoltre non bisogna dimenticare la riforma fiscale, gli investimenti sulle infrastrutture e la riforma sulla sanità che i repubblicani non hanno completamente abbandonato.

La riforma sulla sanità, però, continua a ricordarci che nonostante il controllo dei tre rami da parte dei repubblicani, Trump non riesce a concludere nulla dal punto di vista legislativo. Per quanto riguarda i “dreamers” il 45esimo presidente si è lavato le mani mandando la patata bollente alle Camere. Una sfida reiterata anche dalla portavoce Sarah Huckabee Sanders con una minaccia che riflette il presidente. La Sanders ha detto che la legislatura deve “approvare qualcosa sull’immigrazione” perché questo è il loro compito. Se non riescono a farlo “dovrebbero mettersi da parte affinché lo faccia qualcun altro”. Il presidente?

Trump da parte sua ha reiterato la minaccia alla legislatura dicendo che in caso di una loro mancata azione in sei mesi lui dovrà “rivisitare la questione”. Ripristinerebbe il DACA con un nuovo ordine esecutivo? Forse il cuore di Trump lo vorrebbe fare ma i continui sondaggi poco favorevoli e l’erosione della sua base ci suggeriscono il contrario. Trump si è lavato le mani del DACA consegnando il futuro dei dreamers al Congresso, dominato dallo stallo da una decina di anni. D’altra parte, il recentissimo voto al Senato e alla Camera per l’innalzamento del tetto al debito federale, in cui Trump ha aggirato i repubblicani alleandosi temporaneamente con i democratici, potrebbe dare speranze per altre leggi bipartisan incluso una legge sul DACA.

Domenico Maceri
 PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications

L’illusione Macron e la lezione francese

macron 2All’indomani della vittoria di Emmanuel Macron nelle ultime elezioni presidenziali francesi, tutti in casa nostra, da destra a sinistra, hanno inneggiato alla vittoria del bene contro il male, salvo in parte ricredersi, non appena il neopresidente si è insediato all’Eliseo.

Se si può capire l’entusiasmo degli establishment francese ed europei per lo scampato pericolo di vedere in parte ridimensionati i loro progetti, nel caso di una vittoria della destra autarchica e xenofoba, è difficile aprirsi alle ragioni con le quali, in Italia, molti tra coloro che vorrebbero il bene del Paese e dell’Europa hanno inneggiato al successo del movimento “En Marche” e del suo leader Macron.

“Siamo tutti francesi” è stato il grido di esultanza di molti politici nostrani, con un’inaspettata competizioni tra quelli che aspirano ad “incarnarne” il ruolo nel nostro Paese, dimentichi però del come il movimento “En Marche” è nato e della natura degli interessi dei quali Macron è portatore. Si è anche assistito all’assurda pretesa dell’ex capo del governo italiano, Matteo Renzi, di voler acquisire il nome del movimento francese, nella sua ridicola versione italiana di “Marciamo insieme”, sebbene, a differenza di Macron, liberale dichiarato, egli abbia sempre preteso d’essere di sinistra.

Il professore di politica europea all’University College di Londra, Philippe Marlière, ha affermato che Emmanuel Macron è come Silvio Berlusconi, nel senso la Francia nelle recenti elezioni presidenziali ha vissuto quello che in Italia è accaduto con l’avvento di Forza Italia e la conseguente “cancellazione” del vecchio sistema di potere, per aver perso, come in Francia, ogni credibilità presso gli elettori. Macron, come lo è stato Berlusconi, è lontano da posizioni socialdemocratiche; egli, infatti – a parere di Marlière – è un Tony Blair della “terza via”, mentre il suo modo di fare politica evoca quello di Matteo Renzi, in quanto, come lui, Macron ha preso il “meglio” da destra e da sinistra, senza alcuna onsiderazione delle ideologie tradizionali; l’unico aspetto che differenzia Renzi da Macron è il fatto che l’ex capo del governo italiano ha scelto di appartenere a un partito, mentre Macron, come Berlusconi, ha scelto di crearne uno nuovo, per ora solo nella forma di movimento.

Nella sua breve campagna elettorale, Macron, pur professandosi liberale, non ha mai detto cosa ciò oggi significhi per lui. Poiché il liberalismo – a parere di Marlière – non fa parte della tradizione francese, il liberale Macron dovrebbe derivare dal pensiero della sinistra i valori progressisti in campo sociale, rompendo con la tradizione della destra conservatrice e religiosa; mentre dovrebbe acquisire dal pensiero della destra alcuni valori economici. In conseguenza di ciò, egli, in realtà, non sarà né di sinistra, né di destra, per cui all’inizio della sua presidenza, prevedere quale sarà la sua futura azione politica interna costituisce un vero enigma.

Un altro dilemma è la previsione della sua politica estera, in particolare quella verso l’Europa; se dovesse aprirsi nei confronti delle aspirazioni dei francesi, egli dovrebbe tener conto del fatto che essi vogliono un’Europa che cerchi di recare beneficio alla gente normale, non alle élite; la gente normale cerca lavoro, protezione e pace e per rispondere a queste aspirazioni dei francesi Macron dovrà disattendere le pressioni della potente classe capitalistica francese che l’ha espresso, protesa a cercare un accordo con la Germania per realizzare un’Europa consona ai poteri forti che la stanno modellando in funzione della logica di funzionamento dell’economia globale.

Malgrado le buone intenzioni dichiarate in campagna elettorale, Macron non avrebbe nulla di sinistra. Rossana Rossanda, ad esempio, in un tagliente giudizio espresso su “Huffington Post”, ha “stroncato” il neopresidente francese, affermando che è un uomo di centro-destra e che non ha nulla della cultura di sinistra, essendo totalmente allineato rispetto agli interessi dell’Europa di Bruxelles. Ma il giudizio più negativo sul neopresidente francese è quello espresso da Laurent Joffrin, direttore di “Liberation”, in “La rivoluzione centrista di Macron” (MicroMega, n. 5/2017). Joffrin afferma che, con Macron, il Paese che ha inventato la distinzione destra-sinistra, l’ha vista cancellazione nell’arco di un mese; aggiunge anche che, con l’elezione di Macron, “il Paese più politico del mondo ha votato contro la politica; il Paese che dileggiava le vecchie élite ricche e laureate ha messo al potere un’élite, sì, nuova ma sempre ricca e laureata; il Paese che disprezzava il centro ha premiato un partito al 100 per cento centrista; il Paese che guardava con sospetto al liberismo ha eletto il presedente più liberista degli ultimi lustri; il Pese che sceglieva presidenti provati da lunghe battaglie ha indicato un capo di Stato che solo due anni fa nessuno sapeva chi fosse, il più giovane che la Francia abbia conosciuto da Bonaparte in poi”. En Marche il movimento che intende imprimere una spinta riformatrice al paese, sarà in realtà lo “strumento di una rivoluzione”.

Secondo il direttore di “Liberation”, per descrivere l’esito dell’elezione di Macron ci si può infatti ispirare al filosofo della lotta di classe, Karl Marx: “minacciata da una rivolta elettorale che spingeva in avanti due partiti populisti sostenuti da una maggioranza di operai e contadini, la borghesia francese è riuscita a mantenere il potere rimpiazzando i suoi rappresentanti tradizionali con un personale interamente rinnovato ma altrettanto vicino ai suoi interessi”. Chi è realmente Macron?

Secondo Joffrin, Macron è frutto della meritocrazia tradizionale e deve le sue fortune politiche al fatto che Manuel Valls, a capo del governo della presidenza di François Hollande, lo aveva scelto come ministro dell’economia per la realizzazione delle sue idee socialiste. Sennonché, appena nominato, il neoministro ha dato segno di quali fossero le sue idee politiche, muovendosi subito autonomamente, “calpestando sfrontatamente i totem e i tabù della sinistra ortodossa”, mostrandosi “ostile alle 35 ore, alla tassa sul patrimonio, deciso a liberalizzare forzatamente i settori economici ai suoi occhi troppo regolamentati”; inoltre, operando al fine di fare “brillare la sua stella” all’interno di una classe di governo divenuta sempre più impopolare.

Facendo leva sul suo ambiente d’origine, la finanza, applicando i metodi del privato alla vita politica, come l’Italia aveva avuto modo di sperimentare dopo la “discesa in campo” di Berlusconi, Macron ha costituito – afferma Joffrin – “una task force di giovani ambiziosi devoti alla sua persona” che in qualche mese partendo da zero hanno costruito una rete nazionale di sostegno fatta di delusi della sinistra e della destra; egli si è collocato al centro di questa rete, attirando su di sé i favori elettorali dei moderati di destra e di sinistra, promettendo l’attuazione di un “progetto di modernizzazione insieme nuovo e prudente”, al fine di “raddrizzare il Paese”, combattendo i blocchi corporativistici, “un po’ alla maniera di un Blair o di un Clinton, o ancora di Matteo Renzi o Justin Trudeau, all’incrocio di liberismo economico e liberalismo culturale”.

Un anno prima delle elezioni, Macron, dimettendosi dal governo, ha lanciato il suo movimento e sfruttato lo spazio politico di centro-sinistra, liberato dalla rinuncia di Hollande a ricandidarsi, e scavalcando Manuel Valls, che si pensava destinato ad occupare la vecchia “nicchia progressista e realista”. Alla fine del 2016, lo scenario elettorale ha assunto una sua definitiva configurazione, con François Fillon schierato a destra e all’estrema destra Marine Le Pen; mentre a sinistra sono risultati schierati Valls e Macron e all’estrema sinistra Jean-Luc Mélanchon. A questo punto – nota Joffrin – si è passati da “Karl Marx ai fratelli Marx”.

Manuel Valls, dopo una campagna elettorale poco incisiva, è stato eliminato alle primarie della sinistra di governo da Benoît Hammon; Fillon è stato indebolito nella competizione elettorale da un “pasticcio” politico-finanziario di natura familiare; Mélanchon, pur salendo nei sondaggi e pur ricuperando i voti della sinistra “immune al fascino di En Marche”, è rimasto ai margini delle intenzioni di voto; Marine Le Pen, a parere di Joffrin, si è autoesclusa con una campagna elettorale condotta in modo fiacco. Alla fine Fillon è stato sconfitto; “Hamon schiacciato, Mèlanchon e Le Pen delusi. Al secondo turno Macron, che ha resistito vittoriosamente, nell’ultimo dibattito della campagna, agli attacchi maldestri di Marine Le Pen”, ha trionfato, con “più del 60 per cento dei voti. Vittoria un anno prima impensabile, raddoppiata dalla conferma delle elezioni legislative” che hanno dato a “En Marche” una maggioranza netta all’Assemblea.

Nella storia delle ultime elezioni presidenziali francesi hanno giocato un ruolo importante gli errori e le “giravolte” dei protagonisti; in ogni caso a parere del direttore di “Liberation”, occorre distinguere gli esiti degli errori individuali dallo scenario socio-politico che, pur avendoli in qualche modo “causati”, era esso stesso “in piena trasformazione”; l’evoluzione dello scenario, sia pure a posteriori, suggerisce alcune lezioni delle quali la sinistra socialdemocratica e riformista dovrà tener conto, se non vorrà essere totalmente rimossa dagli scenari politici del futuro.

La prima lezione da considerare è che, in Francia, e sicuramente non solo lì, i vecchi partiti, espressione dei tradizionali establishment, “erano molto più marci” di quanto si potesse pensare. Essi, infatti, con l’elezione di Macron, sono crollati, sin quasi a sparire, com’è capitato al partito socialista; ciò, perché “gli usi e costumi della classe politica, senza che ne fossero coscienti, sono diventati insopportabili agli elettori”; questi, scegliendo Macron per la presidenza della Repubblica, hanno condiviso la “sua idea di rinnovamento profondo delle pratiche politiche”. Resta da vedere come il neoeletto presidente metterà “in accordo i suoi principi con i suoi atti”.

Un’altra lezione, la più importante, che l’elezione di Macron rappresenta per la socialdemocrazia della Francia e per quella di altri Paesi dell’Europa, è espressa dal fatto che ciò che è accaduto in occasione delle elezioni presidenziali francesi costringe i partiti socialisti a vivere una crisi profonda. Questi, per evitare di finire come ricordo di “un glorioso passato”, devono ritrovare le loro basi intellettuali, modificare radicalmente il loro programma politico, rinnovare quadri e leader. E’ assai limitato il tempo che i partiti socialisti di Francia e degli altri Paesi europei hanno a disposizione per elaborare un programma ed una politica adatti al mondo di oggi.

In un mondo che continua “ad essere afflitto da ingiustizie sociali e dalla spoliazione dei cittadini a vantaggio delle feudalità economiche – conclude Joffrin – l’idea socialista conserva tutta la sua validità”, a patto però che si riesca ad immaginare “una società differente” e a definire “le tappe che possono condurci ad essa”. Questa è la speranza.

Questa speranza può “riscaldare i cuori” di chi ancora crede nella possibilità di realizzare una “società giusta”; a patto però che coloro che gestiscono ora i vecchi partiti socialisti respingano, sì, “la rottamazione delle esperienze” in pro del “trionfo del nuovismo”, ma si impegnino anche a privilegiare l’elaborazione di un progetto in luogo di una continua ricerca di possibili alleanze pur di rimanere nell’area di governo.

Gianfranco Sabattini

 

Co-mai: parola d’ordine l’offensiva del dialogo

dialogo religiosoDialogo, informazione, conoscenza, pace duratura. Queste le parole-chiave, anzi le “parole d’ ordine” dell'”offensiva del dialogo” che la Co-mai, comunità del mondo Arabo in Italia, il movimento internazionale Uniti per Unire e la Confederazione Internazionale, Laica e Interreligiosa, #Cristianinmoschea stanno lanciando in tutta Italia, e anche in Terrasanta , in questa prima decade del mese (1- 11 settembre). In 3 giorni (1-3 settembre), in tutta Italia ed in Terrasanta, più d’un milione e mezzo di persone, tra musulmani, cristiani,ebrei, fedeli di altre altre religioni e laici, hanno partecipato alla festa dell’Eid, e piu’ del 95% delle comunità arabe e musulmane, insieme a numerose associazioni e comunità italiane e di origine straniera, hanno aderito alle #FestedelDialogo, le iniziative di dialogo interreligioso e interculturale, organizzate anzitutto per la festa musulmana dell’ Eid (caduta, quest’anno, il 1 settembre), a favore della convivenza e contro il terrorismo.

“Una festa, questa dell’ Eid”, precisa Alì Alessandro Pagliara, responsabile per le Relazioni istituzionali e gli eventi culturali della Comunità islamica d’ Italia (CIDI), “nota anche come “Festa del sacrificio”: a Bari, presso il centro culturale islamico di Via Cifarelli, il 1 settembre, per la preghiera comune c’è stato un afflusso di quasi 3.000 persone,di varie religioni ( tra cui, ad esempio, i rappresentanti dell’ AGeBEO, Associazione Genitori Bambini Emato-Oncologici), da tutto l’hinterland provinciale. Abbiamo avuto l’adesione del Vice Assessore comunale alla Cultura, Romano; e piena collaborazione da forze dell’ordine e vigili urbani”. “E’ stata”, aggiunge il Prof. Imam Sharif Lorenzini, presidente della CIDI e coordinatore regionale, per la Puglia, di #Cristianinmoschea, “un’ occasione importante per parlare dei problemi del nostro Paese, al di là di qualsiasi differenza di credo religioso: a maggior ragione nel momento in cui, da parte di forze politiche , stiamo assistendo, direi, a un vero e proprio tentativo di dividere il popolo italiano, facendo leva sull’onda emotiva degli eventi internazionali. Una manifestazione così è stata la migliore risposta da parte dei cittadini più volenterosi: a maggior ragione in una regione come la Puglia, da sempre “Porta d’ Oriente”, e “laboratorio” di sviluppo morale, culturale, economico basato proprio sull’interscambio tra popoli e religioni”.

A Napoli, sempre venerdì 1 settembre, più di 5.000 persone hanno condiviso la preghiera comune per l’ Eid nella centralissima Piazza Garibaldi: “ E’ stato un forte messaggio per l’integrazione e la pace”, rileva Amar Abdallah, presidente della Comunità Islamica di Napoli e Coordinatore regionale in Campania di #Cristianinmoschea; “alla presenza del Presidente del Consiglio Comunale, Alessandro Fuscito, delegato dal Sindaco, e con visibile contentezza della gente”. Mentre a Torino (dove già era in corso l’altra iniziativa “Moschee aperte”), riferisce Amir Yones, responsabile del Centro culturale “Mecca”, Coordinatore regionale delle Co-mai e di #Cristianinmoschea in Piemonte e (in stretto raccordo col Comune) del Coordinamento immigrati, “Circa 15.000 persone, tra cui molti italiani, spesso intere famiglie con bambini, han partecipato al momento di preghiera comune che il 1 settembre abbiamo organizzato al Parco comunale “Dora”: con interventi anche del vicesindaco Montanari e dell’Assessore regionale all’Integrazione, Monica Cerruti. Martedì 5 settembre, inoltre, al Centro “Mecca” di Via Botticelli, organizzeremo proprio #Cristianinmoschea: come importante momento di riflessione sui problemi di oggi, e segno di lotta contro violenze e terrore di qualsiasi genere”.

In Emilia-Romagna il 1 settembre”, precisa Sufi Mustapha, Presidente del Congresso Islamico europeo di Imam predicatori e Coordinatore Regionale di #Cristianinmoschea ,“la grande Moschea di Via Ravignana di Forli ha aperto le sue porte per una preghiera comune , e sabato 2, all’altra moschea di Via Bassetti, c’è stato un altro momento simile. Domenica 3 settembre, la grande Moschea è stata tutto il giorno aperta anche agli amici di tutte le religioni, mentre anche a Cesena c’è stata una festa con la partecipazione di molti cristiani. Lunedì 11 settembre, infine, anniversario del terribile attentato alle Torri gemelle, alla moschea “Assalam” di ReggioEmilia organizzeremo, tutto il giorno, la festa nazionale di chiusura delle #FestedelDialogo”. A Trieste, altra città storicamente crocevia di grandi rotte commerciali e culturali, tra Nord e Sud Europa, Occidente e Oriente (da Saba a Joyce, da Svevo a Magris), l’ Imam Nader Akkad, coordinatore regionale di #Cristianinmoschea nel Friuli-Venezia Giulia , ha celebrato la festa dell’ Eid con un grande incontro interreligioso presso il “Pala Trieste”: con la partecipazione anche del rabbino Rav Alessandro Meloni e di Don Ettore Malnati, delegato dell’ Arcivescovo e presidente del Centro “Studium Fidei” per il Dialogo.”Sono emersi – dice Akkad – stessi valori comuni fra le tre grandi religioni monoteiste, di fratellanza, amore e pace: condivisi anche dai rappresentanti delle altre Chiese, serba ortodossa, greco-ortodossa, luterana, valdese, avventista, buddhista, Baha’ I . Col saluto dell’assessore Carlo Grilli, per il Comune: nel segno dell’ autentico spirito di questa città, interreligiosa e tollerante”.

Anche nelle Marche e in Umbria, piena riuscita: “Al Centro culturale della “Misericordia” di Fabriano”, spiega il presidente Mekri Abed Kader, coordinatore regionale di “Cristianinmoschea”, centinaia di persone, tra cui vari cristiani, sono intervenute alla celebrazione del 1 settembre; mentre all’altro Centro islamico di Iesi, in pubblico abbiamo condannato il terrorismo e le strumentalizzazioni dell’ Islam, insieme al Vescovo e al Sindaco, ed anche ad Ancona ed Osimo le cose sono andate molto bene. Durante la settimana, poi, sempre a “La Misericordia” di Fabriano, organizzeremo appunto la Festa del Dialogo”. “A Perugia”, dice l’Imam Abd el Kader Mohd, presidente del Centro culturale islamico (“il piu’ vecchio d’Italia, abbiamo iniziato nel 1972!”), e nostro garante in Umbria, “la moschea il 1 settembre era colma, per la preghiera dell Eid: è seguito un pranzo con le famiglie dei fedeli delle varie religioni, ripetuto, domenica 3 settembre, specialmente con gli immigrati”.

A Roma, la moschea di Via Garau ad Ostia ha organizzato il 1 settembre un momento comune di preghiera con la popolazione al campo scout di Via delle Isole Salomone, ripetendolo poi alle 13,30 nel tempio stesso; e preghiere comuni si son svolte anche alla moschea “El Fath” di Via della Magliana e a quella di Laurentina. Mentre sono in corso i preparativi per l’importante evento #Musulmaninchiesa di domenica 10 settembre (ore 17.00) presso l’Istituto delle Suore Oblate del S.Cuore di Gesù a Via del Casaletto 128 , organizzato dal vescovo anglicano Perea Castrillon, vice presidente di #Cristianinmoschea. infine, hanno avuto luogo le celebrazioni dell’ Eid al Centro culturale di Segrate (Milano), con la partecipazione del coordinatore regionale in Lombardia di #Cristianinmoschea, Achour Hakim, membro di “Aiutasì”, Onlus dedita a varie forme di assistenza sociale e sanitaria.

Anche in Terrasanta, con numerose adesioni di imam ,associazioni, Comuni, e col Movimento “Women Wage Peace”, “Le Donne Costruttrici di Pace”, si sono organizzate varie iniziative. Il 1 Settembre, l’imam di Jaljulia ha unito i fedeli delle tre moschee in preghiera presso lo stadio della citta’, con piu’ di 3000 partecipanti; inoltre, sempre dalla Terrasanta, Akim Neserat ,Tesoriere Co-mai ,Bassem Jarban, Coordinatore regionale della Co-mai in Puglia, e Ihab Issa, Coordinatore regionale di #Cristianinmoschea in Veneto, riferiscono di numerose cene e preghiere comuni, nel segno delle #FestedelDialogo.
“Ringrazio fortemente tutti i nostri coordinatori regionali e provinciali sia in Italia che in Terra Santa ”, dichiara il Prof.Foad Aodi, Presidente di Co-mai e del movimento Uniti per Unire, e fondatore di #Cristianinmoschea: “ per l’ottima organizzazione, in questi 3 giorni, di tutti questi momenti di preghiera comune, aperti veramente a tutti i cittadini e a chiunque altro, sia nelle moschee che nei centri culturali, e anche nei luoghi pubblici e presso gli stadi ; cui son seguite, non dimentichiamo, migliaia di cene comuni, occasione preziosa per favorire la conoscenza reciproca musulmani-cristiani, eliminando rancori e pregiudizi. Proseguiamo la nostra missione, ormai mondiale, all’insegna del riformismo e del dialogo tra religioni e culture: per far sentire chi non vuole sentire, far vedere chi non vuole vedere, far conoscere la realtà a chi non vuole conoscere, informare chi vuole disinformare e non dedicare manco una riga alle buone pratiche ,far ragionare, col cuore e la mente, chi non vuol farlo e vuol costruire muri, virtuali e reali. Ai quali, invece”, conclude Aodi, che è “Focal Point” per l’integrazione in Italia per l’Alleanza delle Civiltà UNAoC, organismo ONU, ” sostituiamo ponti: per il dialogo, la conoscenza, l’ informazione e la pace duratura, nei Paesi euro mediterranei e africani. Ringraziamo tutti quanti, in questi giorni, hanno contribuito a organizzare queste #FestedelDialogo, in chiave sia di #Musulmaninchiesa che di#Cristianinmoschea; e tutti i giornalisti che appoggiano questa causa e credono nella vera libertà di espressione e nella buona informazione, scrivendo senza paura nè strumentalizzazioni con finalità politiche. Tutto questo, vale non solo in Italia, ma anche in Terrasanta: dove l’ 11 settembre (inizio ore 18.00), nella grande festa di chiusura delle #FestedelDialogo organizzata dalla scrittrice ebrea Shazarahel, vice presidente della Confederazione internazionale laica interreligiosa, e col Rabbino Rav Mordekhai Chriqui, presso l’Istituto “Ramhal” di Gerusalemme,
sarà lanciata l’ altra grande campagna #Musulmaninsingoga. Storica occasione di cambiamento, dopo decenni, per tutta questa terra”.

Fabrizio Federici

Ungheria chiede a Ue di pagare muro anti-migranti

Orban-e-junckerUna richiesta che ha sorpreso non poco l’Ue, il premier ungherese Viktor Orban ha inviato un conto di 400 milioni di euro per la costruzione di un muro che dovrebbe proteggere il confine dall’arrivo dei migranti. Ieri il viceministro ha annunciato di aver spedito il conto al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. L’Ungheria pretende 400 milioni di euro, e cioè la metà del costo dell’opera avviata nell’autunno del 2015 quando, in piena emergenza profughi, il leader di Fidesz pensò di risolvere la questione nel modo più drastico, mentre Angela Merkel apriva le porte della Germania e chiedeva solidarietà, attirandosi l’ostilità dei partner europei dell’est.
“Se parliamo di solidarietà europea, dobbiamo parlare anche di protezione delle frontiere – ha affermato Janos Lazar, Primo Ministro ungherese – e questa solidarietà va considerata in modo pragmatico. Di conseguenza l’Ue deve partecipare ai costi”. L’Ungheria ha invece sempre avversato la politica delle “quote”, che prevede una redistribuzione dei migranti aventi diritto, in arrivo nei paesi situati alle porte dell’Unione, in tutti gli stati membri.
Anche stavolta l’Ue ha risposto in modo tollerante e pacifico alle richieste magiare: “Analizzeremo le richieste”, ma “la Commissione europea sostiene la gestione delle frontiere esterne europee, ma non finanzia barriere”. Così un portavoce della Commissione Ue a chi chiede se Bruxelles pagherà il conto da 400 milioni di euro annunciato da Orban. “Ma non si dimentichi che la solidarietà è una strada a doppio senso. Tutti gli Stati devono essere pronti a contribuire. Non è un menu ‘à la carte’ in cui si sceglie la gestione delle frontiere, e si rifiuta quando occorre rispettare le decisioni sui ricollocamenti concordati”, ha concluso il portavoce.
Il muro ungherese, circa 170 km, ultimato a maggio, consiste in una doppia recinzione in ferro spinato, dotata di sensori per intercettare chi tentasse abusivamente di superarlo, costruita lungo il confine sud del Paese, alle frontiere con Serbia e Croazia, da dove provenivano i profughi.

Le feste del dialogo: Pace, conoscenza e informazione

islamSi chiamano #FestedelDialogo: sono un insieme di appuntamenti dedicati alla conoscenza, al dialogo, all’informazione e alla pace nel mondo, per contrastare con la forza dell’unione l’ignoranza, la paura, il pregiudizio e il terrorismo. Si svolgeranno in tutte le Regioni Italiane e in Terra Santa a partire dal 1 settembre, giorno della festa musulmana dell’Eid, sino all’11, presso moschee, chiese e centri culturali. L’iniziativa, che punta al coinvolgimento dei fedeli appartenenti alle diverse religioni, è lanciata dalle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), dal Movimento Internazionale “Uniti per Unire” e dalla Confederazione Internazionale #Cristianinmoschea. In seguito al successo degli eventi #Musulmaninchiesa e #Cristianinmoschea dell’ 11 e 12 Settembre 2016 ( giunti ora alla seconda edizione), e sempre con l’ obiettivo di costruire ponti di pace e favorire il dialogo tra culture e religioni diverse, guardando più alle cose che uniscono che a quelle che dividono.

Il 1 settembre, tutte le moschee italiane per la Festa dell’ Eid, dopo la preghiera della mattina, accoglieranno i visitatori di tutte le nazionalità e religioni. La Comunità islamica di Trieste condivide questa festività dalle ore 8.30 presso “Pala Trieste”, in V. Flavia n. 3; nella stessa giornata, a Napoli, alle ore 9.00 è condivisa la preghiera del mattino con i visitatori di tutte le fedi in Piazza Garibaldi, e a Bari, la preghiera del mattino diviene una preghiera comune presso il Centro Islamico di Puglia in V. Cifarelli 28. A Forlì la Grande Moschea sita in via Ravignana apre le porte per condividere la preghiera del mattino; a Roma, la Moschea di El Fath, in Via della Magliana 77, condivide questa festività con due preghiere (alle 8.00 e alle 9.00). Nel Lazio, la preghiera condivisa ci sarà anche per la Moschea Dar al Islam in V. dell’Esercito 58, alle ore 8.00, e per la Moschea di Ostia, con doppia preghiera, alle 8.00 e alle 9.00 in Via Isola Salomone; così come a Perugia, alle 8.30, il Centro Islamico di V. Carattoli 11/13 festeggia l’Eid all’insegna del dialogo.

La preghiera è condivisa anche al Centro Islamico Assalam di Corciano (Perugia), in V. Ponchielli 35; nelle Marche l’Eid a porte aperte è previsto anche per il Centro Culturale della Misericordia a Fabriano, in V. Cavallotti 84, a partire dalle 8.30, mentre il Centro Culturale Al Huda di Jesi lo festeggia presso la palestra Carbonari alle 9.00. La Moschea di Forlì, in V. Bassetti, il 2 settembre organizza un evento di preghiera comune a partire dalle 17.00, col coinvolgimento delle autorità; in Lombardia la Moschea aderisce festeggiando l’Eid con una preghiera condivisa presso la Moschea di Segrate (Milano), V. Cassanese 3, e con un pranzo dalle ore 12.00 presso Autasi Onlus in V. Alberto da Giussano 3, a Cinisello Balsamo (Milano).

Tra il 4 e il 5 settembre, poi, si svolgerà una serie di incontri dedicati al dialogo, organizzati dal Centro culturale “Mecca” di Torino; il 10 settembre è la volta di Roma, dove il Vescovo anglicano Luis Miguel Perea Castrillon, Vice Presidente della Confederazione #Cristianinmoschea, organizza con Foad Aodi, Presidente di Co-mai e Uniti per Unire, un incontro a porte aperte, con rappresentanti delle autorità e delle varie Comunità, presso l’ Istituto delle Suore Oblate del S.Cuore di Gesù, in V. del Casaletto 128 (ore 17.00). Nella stessa giornata, dalle 10.00 alle 15.00, a Fabriano, nelle Marche, si svolgeranno iniziative congiunte presso il Centro Culturale della Misericordia, in V. Cavallotti 84. In data 11 settembre, le iniziative si concluderanno con una festa presso la Moschea Assalam di Reggio Emilia, in V. Flavio Gioia 7/9, che durerà tutto il giorno, dalle 10.00 alle 20.00. Partecipano all’iniziativa anche Imam, moschee e centri culturali di altre Regioni, tra cui Lombardia, Lazio, Umbria, Campania e Sicilia.

Il Prof. F. Aodi, fondatore di Co-mai e #Cristianinmoschea, e Focal Point per l’Integrazione in Italia per l’Alleanza delle Civiltà UNAoC , a conclusione della missione “Pace, dialogo, conoscenza e informazione in Terra Santa”, ha aperto presso il Comune di Taiba, davanti a una platea di 500 donne musulmane, ebree e cristiane, il Convegno dedicato alla pace e al Dialogo organizzato dal Movimento Women Wage Peace. “Ringrazio la stampa che ci ha seguito”, ha dichiarato, “ma ancora di più i rappresentanti di Women Wage Peace, che ci sostengono e hanno risposto positivamente al nostro appello. Siamo lusingati – prosegue – che in Terra Santa, la culla delle tre grandi religioni, venga portato avanti il messaggio delle #FestedelDialogo. Senza troppe parole vogliamo dimostrare che possiamo costruire insieme ponti di pace, contro l’ignoranza e contro l’odio religioso, e il terrorismo che miete vittime in Europa e in Medio Oriente. Sono fiero di questa onda popolare, al femminile, colorata da tutte le religioni, che parte da Gerusalemme e da Nazaret, muovendosi dal basso per costruire la pace in Terra Santa. Siamo tutti stanchi delle guerre e degli scontri: la politica deve cambiare agenda , a favore della pace”.
In Terra Santa, per il 1 settembre, numerose moschee, imam, rabbini, sindaci, giornalisti, intellettuali e associazioni aderiranno alle #Festedeldialogo. L’ Imam della città di Jajulia, Jaber Jaber, organizzerà una preghiera comune presso lo stadio, che unirà migliaia di fedeli delle tre moschee in loco; l’11 settembre, Shazarahel, Vice Presidente della Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa e Coordinatrice del Dipartimento #DonnedelDialogo di Uniti per Unire in Terra santa, insieme al Rabbino Rav Mordekhai Chriqui organizzerà (ore 18.00) una preghiera presso l’Istituto “Ramhal” di Gerusalemme, che sarà videoripresa e trasmessa in diretta su Facebook. In quest’ occasione sarà lanciato l’evento di portata storica – promosso da Foad Aodi – #Musulmaninsinagoga: la cui organizzazione è prevista nei prossimi mesi, e che unirà elementi di tutte le religioni, sulla base del principio che tutti i luoghi sono sacri e aperti a tutti, senza muri, ma con ponti di pace.

Oltre al Movimento Women Wage Peace, aderiscono alle #FestedelDialogo anche il Sindaco di Taiba (che propone d’ intensificare la collaborazione con Co-mai e Uniti per Unire), la Preside e la Vice Preside della scuola “Ajyal” di Jaljulia, rispettivamente Fidaa Aodi e Hala Aodi. Con questa scuola, Foad Aodi si propone di lavorare per intensificare lo scambio, attraverso la collaborazione “Scuola, istruzione, conoscenza e dialogo interreligioso”. Anche i giovani e gli studenti di scuole e Università saranno coinvolti per le #Festedeldialogo: la settimana prossima, Shazarahel visiterà appunto questa scuola, con l’obiettivo d’ organizzare eventi di sensibilizzazione rivolti ai giovani ebrei, musulmani e cristiani.
“Qui in questi giorni stanno avvenendo tanti piccoli-grandi miracoli, e proprio a partire “dal basso”, dichiara Shazarahel. “Il problema del conflitto – aggiunge – nasce dal fatto che, in effetti, si vive nel medesimo territorio e tuttavia non ci si conosce se non attraverso stereotipi e pregiudizi alimentati dalla propaganda politica. Bambini ebrei, musulmani e cristiani, non si sono mai potuti conoscere davvero. Si tratta di mondi chiusi ed ermetici, di vasi non-comunicanti. Se vogliamo risanare gli odi e le paure, dobbiamo fare in modo che le persone si incontrino e imparino a conoscersi”.

Fabrizio Federici

Elezioni tedesche e la vittoria scontata della Merkel

In Germania, questo Ferragosto ha segnato la fine delle vacanze estive, il momento del ritorno al lavoro e, in politica, l’inizio della più scontata e meno combattuta campagna elettorale di sempre: quelle che porteranno al quarto mandato di Angela Merkel.

merkelManca, infatti, poco più di un mese alle elezioni federali del 24 settembre ed il vantaggio della CDU di Angela Merkel rimane, ancora, incolmabile. Gli ultimi sondaggi danno l’Union – la tradizionale alleanza CDU-CSU che sostiene la Cancelliera – in una forbice di voto compresa fra 37 ed i 40 percento, staccata di oltre 12 punti dalla socialdemocratica SPD del rivale Martin Schulz, ferma fra il 22 ed il 25 percento.

Pur se nel campo socialdemocratico si spera, ancora, in una sorprendente rimonta dell’ultimo minuto sull’esempio dei Laburisti inglesi, la realtà tedesca non vede la presenza di elementi divisi come la Brexit o uno scenario futuro incerto e traballante. Al contrario, la Germania del 2017 vive un periodo di sostanziale benessere, baciato da una crescita economica costante sostenuta dall’export ed un mercato interno sempre più forte.

“Dobbiamo aver ben in testa che il momento è arrivato di lottare per il nostro futuro e destino come Europei”

— Angela Merkel

L’Europa al centro dell’attenzione. In questo scenario, non sono i problemi interni, peraltro tenuti sapientemente all’esterno dalla campagna elettorale dagli strateghi della CDU, a preoccupare l’elettorato. Per i tedeschi le sfide internazionali, siano queste il futuro dell’Europa, la maggior integrazione politica ed economica dell’Eurozona o il ruolo della Germania nel mondo di Trump, sono i veri punti centrali della campagna elettorale. Gli stessi temi, non a caso, scelti dalla Cancelliera ed i suoi consiglieri per la campagna elettorale forte della convinzione, professata pubblicamente come uno slogan, che, in fondo, le cose nella Germania di Angela Merkel vadano bene.

Nel complesso, un messaggio preciso e rassicurante,  proveniente da una governante e non da una politica in cerca di voti e per questo ritagliato magistralmente per rispondere alle priorità dell’elettorato tedesco, storicamente avverso al rischio e che al cambiamento preferisce la stabilità politica ed economica.

Il messaggio. In fondo, sembrano pensare la maggioranza dei tedeschi rispondendo favorevolmente alle dichiarazioni della propria Cancelliera, perché cambiare? Perché scegliere una strada diversa, magari rischiosa, con una figura, Schulz, che per quanto navigata a livello europeo ed internazionale, non può avere quella caratura propria di una leader che da 12 anni rappresenta la Germania nel mondo? Perché infine, scegliere un partito alternativo, quando Angela Merkel rappresenta, oltre alla Germania popolare, quella ecologista e sociale?

Dal suo canto, la SPD procede a tentoni, prosciugata nei propri temi sociali (matrimoni gay, ecologia, politiche del lavoro) dall’attivismo innovativo della Cancelliera, e impossibilitata ad attaccare l’operato di un governo di cui sono stati partner di minoranza per quattro anni. Un messaggio vincente, quindi, quello della Cancelliera, almeno da quello che dicono i sondaggi dove, al di là dei voti ai singoli partiti, il 52% degli elettori si è espresso a favore di un quarto mandato ad Angela Merkel.

L’esegesi di un successo. Il successo di Angela Merkel, non deriva solo dai 12 anni di governo, ma dall’esser riuscita a trasformare la CDU portandola dall´essere un partito popolar-conservatore di centro/centro-destra ad una vera forza politica multi-etnica e trasversale fra moderati e riformisti e capace di abbracciare ecologia e liberalismo, istanze sociali e protezione della famiglia, lavoro ed impresa. Tale processo iniziò con la proposta di uscita dal nucleare e l’abbraccio alla Green Economy portando il paese, nel corso di un decennio, ad aumentare la quota d’utilizzo delle energie rinnovabili al 30%.

Dall’ambiente, tema caldo ai Verdi, si è poi passati alla sicurezza sociale dei lavoratori con l’introduzione del salario minimo garantito, proposto dai socialdemocratici, ma varata dal governo Merkel, fino all’introduzione dei matrimoni fra esponenti dello stesso sesso (legge passata lasciando libertà di coscienza ai propri parlamentari). Tutto questo fino ad arrivare alla controversa apertura ai rifugiati che ha fatto impennare il numero dei richiedenti asilo in Germania (dai 200.000 del 2014 agli 800.000 del 2016), ma ha aperto il partito ad una serie di politici e candidati immigrati o figli di immigrati, fra cui Cemile Giousouf, la prima parlamentare della CDU, ovvero cristiano-democratico, di religione musulmana.

Il dubbio delle coalizioni. Di fronte ad una CDU versione pigliatutto, gli spazi per gli altri partiti sono ridotti, ed infatti la domanda più comune in Germania, non è chi, ma CON chi governerà Angela Merkel.

Per la Cancelliera ed il suo partito, la scelta più logica, e preferibile, sarebbe dar vita ad un governo con i liberali della FDP, esclusi nel 2013 dal Bundestag per non aver superato lo sbarramento del 5%, ed ora dati al 9%. Il problema, alla luce dei risultati odierni, è che a questa alleanza mancherebbe una chiara maggioranza in parlamento. L’alternativa, sarebbe un allargamento della coalizione ai Verdi,anch’essi dati attorno 9%. Questa coalizione sarebbe una novità nel panorama federale, ma già sperimentata, con diversi gradi di riuscita, a livello locale e regionale, oltre ad essere appoggiata da molti esponenti della CDU.

Lontano, ma sempre possibile, il ritorno alla Grande Coalizione Union-SPD, una possibilità concreta anche se estranea ai desideri delle leadership di entrambi i partiti. Da parte sua, rompendo con la tradizione elettorale tedesca, la Cancelliera, in un’intervista alla televisione Phoenix, non ha espresso un partner di governo designato, preferendo aspettare i risultati delle elezioni.

I programmi del futuro governo. Eppure, il tema della futura coalizione rimane importante, soprattutto nell’ottica europea. Ognuno dei quattro partiti papabili per il governo si è espresso, come la maggioranza dei tedeschi, per la prosecuzione del percorso di integrazione dell’Eurozona, ma con dei distinguo.

La FDP è una tradizionale fautrice dell’Austerity ed interessata a limitare le possibilità di salvataggio delle economie in crisi da parte della Banca Centrale. Diversa la posizione della SPD, la quale, pur sottolineando la necessità di rispettare i parametri europei, manifesta, sul tema, una maggior elasticità.

“La definizione di un accordo [con la Libia per porre un’argine al flusso incontrollato di immigrati] è ancora nelle sue fasi iniziali, ma la speranza è che sviluppo come sulla falsariga dell’accordo raggiunto con la Turchia.”

— Angela Merkel alle Nazioni Uniti sulla crisi dei rifugiati

Discorso simile sulle politiche sull’immigrazione, un tema su cui, ancora recentemente la Cancelliera si è espressa puntando il dito verso la Libia e la necessità di risolvere l’emergenza umanitaria là in atto a fianco dell’Italia. L’attuale dirigenza della FDP, a caccia dell’elettorato di destra, è più propensa ad una riduzione degli arrivi ed una politica più aggressiva nei confronti del controllo dei flussi internazionali. Opinione diversa hanno invece i Verdi, paladini della società multi-culturale, e la SPD.

Chiunque vinca la possibilità di essere il o i partner del prossimo governo, la Germania inizia la campagna elettorale con una quasi-certezza: il quarto mandato di Angela Merkel.

Pubblicato dall’autore su: il Caffè e l’Opinione

Nuovi Orizzonti per lo Spazio, nuovi benefici per la scienza

Foto: Illustrazione artistica dell’oggetto 2014MU69 nella fascia di Kuiper, il prossimo obiettivo di flyby per la missione New Horizons della NASA. Questa immagine binaria è il risultato delle osservazioni realizzate in Argentina nel luglio 2017 quando MU69 passava davanti a una stella. Gli scienziati teorizzano che MU69 potrebbe essere un corpo con un grande porzione sporgente o due corpi che si trovano vicini tra loro fino a toccarsi. Credit: NASA / JHUAPL / SWR / Alex Parker

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Illustrazione artistica dell’oggetto 2014MU69 nella fascia di Kuiper, il prossimo obiettivo di flyby per la missione New Horizons della NASA. Questa immagine binaria è il risultato delle osservazioni realizzate in Argentina nel luglio 2017 quando MU69 passava davanti a una stella. Gli scienziati teorizzano che MU69 potrebbe essere un corpo con un grande porzione sporgente o due corpi che si trovano vicini tra loro fino a toccarsi.
Credit: NASA / JHUAPL / SWR / Alex Parker

L’Agenzia Spaziale Italiana è disponibile a lavorare a tecnologie robotiche per portare un asteroide nello spazio più vicino alla Terra, per  studiarlo meglio: lo si dovrebbe andare a prendere oltre l’orbita lunare. Lo hanno scritto, in un documento, Marco Tantardini ed Enrico Flamini (ASI) per proporre la nostra partecipazione alla fase del Robotic Asteroid Redirect Mission (ARM) della NASA.  Gli  italiani, già protagonisti di voli spaziali con equipaggio, diventerebbero primi attori di attività nello spazio più profondo, intensificando l’impegno come mai prima d’ora. La proposta dovrebbe portare anche benefici per la scienza sulla terraferma. Il documento è stato pubblicato nella rivista The European Physical Journal Plus (2017).

 “Un veicolo spaziale robotico dovrebbe essere in grado di accostarsi a un asteroide, analizzarlo dettagliatamente, catturalo e ridirigerlo verso un’orbita finale stabile vicina alla Terra, più facile per gli astronauti da raggiungere”. Per gli astronauti o per ulteriori bracci e mani meccaniche direttamente comandati da operatori umani, senza dover scontare il gap delle telecomunicazioni dovuto alla velocità delle onde elettromagnetiche nel vuoto, velocità che non è infinita.

Quanto sia penalizzante questo gap lo si constata tutti i giorni nelle attività marziane dei rover Curiosity e Opportunity, dove immagini e dati di ciò che avviene nella superficie del pianeta rosso ci arrivano con un ritardo fino a venti minuti, in dipendenza della distanza fra la Terra e Marte, che varia al variare delle rispettive posizioni nelle orbite che i due pianeti percorrono attorno al Sole.

 Diceva Paolo Bellutta, pioniere della NASA nella teleguida dei rover su Marte, quando Curiosity iniziò le escursioni: “Quello che noi facciamo è analizzare la telemetria che il veicolo ci comunica ossia quello che Curiosity  percepisce intorno a sé. Dopodiché determiniamo quali sono gli obiettivi scientifici della giornata, calcoliamo quanta energia abbiamo a disposizione, quanti dati possiamo conservare nella memoria del veicolo e quanti ne possiamo restituire. In base a tutto ciò decidiamo le attività giornaliere. Quindi prepariamo una lista di comandi che vengono mandati in un colpo solo al veicolo, che li riceve nella notte marziana e li esegue solo successivamente, di giorno. Molti sono comandi diretti, ad esempio dove puntare la telecamera, altri sono autonomi: gli diciamo ad esempio di spostarsi autonomamente in un certo posto evitando gli ostacoli. Lui valuta parametri come lo slittamento delle ruote: se è superiore a un certo valore un nostro precedente imput gli ordina di fermarsi in attesa di decidere quale altra strada seguire. Noi non siamo lì e non riusciamo a bloccarlo se si mettesse nei pasticci. Non deve ficcarsi in situazioni irrisolvibili, così gli ordiniamo cose come: – fermati se trovi pendii troppo scoscesi o ostacoli troppo grossi! -”.

 Se poi la sonda è ai limiti esterni del Sistema Solare, oltre l’orbita di Plutone, come è ora New Horizons diretta all’appuntamento con l’asteroide 2014MU69, il ritardo nella ricezione dei dati supera le sei ore. New Horizons, la sonda robotica con parti importanti di tecnologia italiana, continua a far lavorare stuoli di ricercatori e a stupire per le novità che ci ha rivelato e che ci rivelerà nell’epilogo della sua missione. Ci ha mostrato il vero volto di Plutone con i suoi panorami pieni di colori a -200°C, rafforzando il dubbio che la vita probabilmente non sia solo quella basata su ossigeno e acqua liquida. Un altro robot al suo epilogo, la sonda Cassini con la nostra Agenzia Spaziale protagonista, ci ha confermato che il cianuro, per noi potentissimo veleno, è forse essenziale per l’ipotetica biologia di Titano a temperature criogeniche (Carbon Chain Anions and the Growth of Complex Organic Molecules in Titan’s Ionosphere – http://iopscience.iop.org/article/10.3847/2041-8213/aa7851/pdf ). Cassini, si prepara a tuffarsi e a incenerirsi nella densa atmosfera di Saturno il prossimo Settembre dopo vent’anni dal lancio. Si autodistruggerà per fornire importanti informazioni sull’atmosfera di Saturno ma anche per evitare che il plutonio in esaurimento, che è servito per alimentare la sonda, possa in un futuro anche molto remoto rischiare di contaminare quella ipotetica biologia che ci è stata rivelata (https://www.washingtonpost.com/news/speaking-of-science/wp/2017/08/08/this-weird-moon-of-saturn-has-some-essential-ingredients-for-life ).

New Horizons incontrerà , il giorno di capodanno 2019, l’asteroide 2104MU69 che, a seguito delle osservazioni telescopiche per mezzo dell’occultamento di un’anonima stellina lo scorso mese di Luglio, sembra essere doppio, comunque composto di almeno due parti del diametro, ciascuna, attorno ai 15 – 20 chilometri (http://www.avantionline.it/2017/06/new-horizons-oltre-i-limiti-dellantroposfera). Potrebbe essere uno dei pezzi incontaminati di quei planetesimi  che, cinque miliardi anni fa, si aggregarono per formare i pianeti del nostro Sistema Solare.

 Gradi novità quindi anche nello spazio cosmico prossimo al nostro Sole, eppure così lontano e difficile da raggiungere. O meglio: grandi novità nella nostra percezione e nella nostra conoscenza che, di anno in anno, scompiglia ipotesi precedenti e convincimenti che sembravano consolidati. Sono novità che dimostrano quanto sia vitale continuare ad investire per conoscere sempre meglio le origini del nostro pianeta, i suoi equilibri delicati e mutevoli anche per effetto della nostra presenza sempre più numerosa. La terra è il pianeta che fu la culla della nostra intelligenza. Una intelligenza consapevole dei rischi che corre l’uomo se vengono posti limiti alla sua possibilità di crescere, consapevole anche di quanto smisurato e pieno di risorse sia lo spazio esterno. Fortunatamente oggi la tecnologia spaziale si è riscattata dal dominio militare, ha potenziato le finalità scientifiche e interessa sempre di più l’industria e l’economia. Saranno l’industria e l’economia,  cioè il mercato, che la lanceranno verso nuovi orizzonti, come sempre è avvenuto nella storia.

Daniele Leoni