Le forze di Haftar riconquistano la mezzaluna

haftarIl generale Ahmed al-Mesmari, portavoce dell’Armata Nazionale Libica (ANL) guidata da Haftar, ha annunciato la riconquista della regione della Mezzaluna del petrolio, ma operazioni militari sono ancora in corso per combattere i gruppi rivali, che si sono rifugiati nel deserto a sud.

Questa nuova fase è iniziata il 14 giugno quando i gruppi armati diretti da Ibrahim Jadhran hanno attaccato due siti petroliferi in questa regione del nord-est libico, sotto il controllo dell’ANL.

Ibrahim Jadhran, la cui tribù Al-Magharba è storicamente insediata nella regione, comanda una milizia chiamata “Guardie delle installazioni petrolifere” (GIP). Egli è riuscito a bloccare le esportazioni da questa regione, riporta Jeune Afrique, per due anni prima di essere stato cacciato nel 2016 dall’ANL. Jadhran, secondo fonti vicine ad Haftar, avrebbe stretto un’alleanza con milizie islamiste e al suo fianco ci sarebbero più di 1.000 mercenari ciadiani.

L’ANL ha fatto sapere ieri di essere tornata in possesso dei terminali di Ras Lanouf e d’al-Sedra, due importanti porti da cui il petrolio libico viene portato all’estero. Più tardi però gli scontri sono scoppiati nella zona residenziale di Ras Lanouf, che comprende anche un aeroporto, una raffineria e un complesso petrolchimico.

Secondo l’ospedale D’Ajdabiya, a est della regione, l’ANL ha perso sedici uomini, mentre non è ancora stato possibile ottenere un bilancio dei morti dell’altra parte.

La Compagnia Nazionale del Petrolio (NOC) ha dichiarato che i combattimenti intorno ai terminali petroliferi di Ras Lanouf e al-Sedra hanno provocato perdite catastrofiche, sottolineando che la produzione da un milione di barili al giorno è scesa a 450.000. Un altro portavoce dell’ANL, Khalifa al-Abidi, ha fatto sapere Giovedì sera che le forze leali al maresciallo Haftar metteranno in sicurezza la zona per restituire le installazioni al NOC affinché possa riprendere la produzione e la riparazione dei danni il prima possibile.

Simone Sorrente

Pasta, un primato mondiale tutto italiano

pasta

L’Italia mantiene con fermezza e tenacia il primato mondiale della pasta. La pasta italiana è la migliore per qualità, ed è al primo posto per export essendo anche il primo produttore di grano duro, in Europa. Tutti questi primati sono supportati dal  trend del grano duro che si mantiene stabile rispetto alla precedente campagna con una produzione nazionale attesa di 4,2 milioni di tonnellate.

Lo sostiene l’Aidepi, l’associazione delle industrie del dolce e della pasta italiana aderente alla Confindustria, che ha effettuato una prima stima sulla campagna 2018-2019, nel periodo della mietitura, quando il grano giunto a maturazione viene raccolto dalla metà di giugno alla metà di luglio.

Numeri importanti nonostante si registri un calo della superficie coltivata a grano duro di 1,8%, che, in termini di ettari equivale a 1,28 milioni di ettari in meno, a causa di una frenata degli investimenti al Sud e nelle isole. Una produzione, quella italiana, che deve confrontarsi con la concorrenza estera sempre più aggressiva, a fronte di un aumento del 4,3%, (38,6 milioni di tonnellate) di frumento duro nel mondo, mentre in Europa si assiste ad un calo non trascurabile del 3,2% (9 milioni di tonnellate).

Intanto, se aumenta la domanda dell’industria nazionale di grano duro ‘pastificabile’ è pur vero che la produzione media annua copre solo il 70% del fabbisogno, di qui la necessità di importare dall’estero dal 30 al 40% di grano di qualità superiore. Francia, Australia, Stati Uniti e Canada sono le zone dove si producono i migliori grani che vengono miscelati con quelli nostrani, e tuttavia in questi ultimi anni si assiste a una progressiva riduzione delle importazioni.

Il grano duro made in Italy ha un valore storico, infatti la pasta italiana, realizzata con la semola di tale frumento attinge alla tradizione e per mantenere alti i suoi livelli qualitativi conta sull’esperienza del ‘saper fare’ dei pastai italiani che da generazioni se lo tramandano, capaci di selezionare e miscelare i grani più pregiati, italiani ed esteri. Una maestria che trova un importante punto di riferimento nella Legge della purezza della pasta varata nel 1967. Si tratta di una sorta di codice deontologico della pasta che sancisce le caratteristiche del prodotto e della materia prima utilizzata come la quantità di proteine e la sua tenuta al ‘dente’, dettando per così dire livelli di proteine non inferiori al 10,5%, anche se oggi, per soddisfare le richieste dei consumatori la percentuale è salita al 12-13%.

Inoltre le norme individuano il colore e la quantità di glutine nel frumento, caratteristiche necessarie per fare un buon prodotto in grado di mantenere le posizioni sul mercato mondiale. Dunque, la pasta italiana è l’unica che per legge deve contenere solo grano duro di qualità. Infatti, come spiegano Vincenzo e Francesco Divella, amministratori delegati dell’omonimo gruppo: “Più forte è la tenuta della rete proteica meno amido uscirà dalla pasta in cottura. Quando la semola è di ottima qualità e risponde ai parametri richiesti, le proteine a contatto con l’acqua creano il glutine, il ‘cemento’ che costituisce la struttura della pasta e ne trattiene l’amido”.

L’Italia, leader mondiale della produzione della pasta, e’ anche un grande granaio. Da sola, la penisola rappresenta il 10% della produzione globale. Ma dove nasce il chicco di grano che diventerà la pasta migliore al mondo? Dalla Sicilia fino alle regioni più settentrionali, ecco la geografia italiana delle coltivazioni di grano duro.

In  Sicilia  la coltivazione di grano duro si estende su circa 320.000 ettari, prevalentemente nelle zone interne comprese tra Palermo, Enna e Caltanissetta. La varietà più diffusa è il Simeto seguita da Duilio, Ciccio, Mongibello e Arcangelo. Le produzioni oscillano tra 15-20 quintali per ettaro nelle zone più marginali e 60-70 nelle zone più vocate.

Anche in  Calabria  prevale il grano duro della varietà Simeto, con una produzione che si estende su una superficie complessiva di circa 35.000 ettari, dislocata in prevalenza nella provincia di Crotone.

Puglia, Basilicata, Campania e Molise  rappresentano il blocco più importante in Italia con circa 700.000 ettari coltivati a grano duro (circa 390.000 ettari in Puglia, 175.000 in Basilicata, 70.000 in Campania e 60.000 in Molise). La varietà più coltivata è il Simeto seguito da Ciccio, Duilio, Iride e Gargano. Le produzioni medie si aggirano sui 35 quintali per ettaro.

Nel  Lazio, Toscana e Sardegna  si coltivano complessivamente circa 272.000 ettari di grano duro, dei quali circa 62.000 nel Lazio, 115.000 in Toscana e 95.000 in Sardegna. Le varietà più coltivate sono: Duilio, Orobel, Iride e Colosseo. Le rese per ettaro raggiungono i 60 quintali nelle zone migliori della Toscana, con punte minime di 10 quintali per ettaro in Sardegna nelle annate particolarmente siccitose. Generalmente il grano in questo territorio viene coltivato in rotazione con altre colture.

Nel territorio compreso tra  Abruzzo, Marche e Umbria, il grano è coltivato su circa 159.000 ettari, 115.000 dei quali dislocati nelle Marche, 31.000 in Abruzzo e 13.000 in Umbria, su territori prevalentemente collinari. Le varietà più diffuse in Abruzzo sono Simeto, Duilio, Ofanto e Meridiano. Nelle Marche e in Umbria: Duilio, Svevo, Orobel, Iride, San Carlo, Rusticano e Claudio. Le produzioni oscillano tra 20-25 quintali per ettaro delle zone interne più svantaggiate e 50-60 quintali per ettaro delle zone più fertili.

L’Emilia-Romagna  è una delle regioni italiane più importanti per la produzione di grano, tanto da guadagnarsi in passato l’appellativo di ‘granaio d’Italia’. La superficie coltivata a grano duro è di circa 80.000 ettari, con una maggiore concentrazione nelle pianure centrali (Bologna in primis, poi Ferrara, Modena e Ravenna). Le varietà più coltivate di grano duro sono Orobel, Neodur e San Carlo. Le rese produttive sono piuttosto elevate, con una media di 65/70 quintali per ettaro con punte massime di oltre 90 quintali per ettaro in pianura.

Nel comprensorio  Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia e Piemonte, si coltivano poco più di 21.000 ettari di grano duro, (di cui 1.300 ettari in Friuli Venezia Giulia, 2.600 ettari in Veneto, 13.140 ettari in Lombardia e 3.860 ettari in Piemonte). Le varietà di grano duro più coltivate sono Neodur, Orobel e Normanno. Le medie produttive sono intorno a 50/55 quintali per ettaro, con massimi di 80 nelle zone più vocate (pianura tortonese e vogherese) e minimi di 35-40 quintali nelle zone collinari.

Un primato italiano, quello della pasta basato, oltre che sulla tradizione ed abilità dei maestri pastai, su una legge varata nei primi anni del centro-sinistra ed ancora valida dopo oltre cinquanta anni.

Saro

Trump attacca stampa e Trudeau ma assolve Kim

trudeau-trump“Lo faccio per screditare tutti voi e umiliarvi tutti in modo che quando scrivete storie negative su di me nessuno vi crederà”. Questa è stata la dichiarazione di Donald Trump a Leslie Stahl, storica giornalista del programma 60 Minutes della Cbs. La Stahl ha reso nota l’informazione in un’intervista concessa a Judy Woodruff, un’altra autorevole giornalista della Pbs, durante la cerimonia di un premio giornalistico all’Harvard Club di New York. La frase di Trump risale a un’intervista subito dopo la vittoria presidenziale del tycoon nel novembre del 2016.

La strategia di Trump era già nota anche agli osservatori casuali. Attaccare la stampa produce ottimi dividendi per la destra che vede i media pendenti a sinistra e quindi nemici da sconfiggere. Trump ne ha fatto un’arte mettendo in discussione le notizie dei giornali e media americani più autorevoli con effetti alla luce del giorno. Secondo un sondaggio, tre su quattro americani credono che gli organi di stampa riportano fake news. Un altro sondaggio ci informa che il 42 percento degli elettori repubblicani crede che anche le notizie vere, ma di contenuto negativo, fanno parte delle fake news. In sintesi, il 45esimo presidente ha fatto un “ottimo” lavoro a screditare i media.

L’inquilino della Casa Bianca usa la stessa strategia per screditare i suoi avversari incluso individui, alleati e istituzioni democratiche. Trump, per esempio, ha attaccato i vertici del dipartimento di giustizia e la Fbi che lui stesso ha nominato. Per delegittimare l’indagine del Russiagate che sta investigando l’interferenza russa sull’elezione americana del 2016, Trump ha minato la reputazione di quelli coinvolti a mettere luce sulla questione. Per Trump, non c’è stata nessuna collusione della sua campagna elettorale con i russi senza però offrire prove. Il 45esimo presidente non solo rifiuta la realtà obiettiva testimoniata dall’intelligence americana ma si ricrea la propria che cerca invano di renderla credibile.

Poco prima del vertice del G7 l’attuale inquilino della Casa Bianca ha bisticciato al telefono con Justin Trudeau, primo ministro del Canada, sulla questione dei dazi e la sicurezza nazionale. Il leader canadese aveva espresso il suo disappunto per i dazi imposti sull’acciaio e alluminio spiegando che il suo Paese ha una lunga tradizione di alleanza con gli Stati Uniti. Trump al telefono però ha ribattuto accusando i canadesi di avere bruciato Washington nella guerra del 1812. Solo un piccolo problema. Il Canada non esiste come Paese fino al 1867. I fatti importano poco per Trump che li ricrea per i suoi bisogni.

Al vertice del G7 Trump ha anche fatto arrabbiare gli altri leader rifiutandosi di firmare il documento finale, aumentando le distanze dagli alleati europei, il Canada e il Giappone. Il 45esimo presidente aveva lasciato il vertice un giorno prima della conclusione ma dal suo aereo ha mandato dei tweet in cui ha aumentato il volume accusando Trudeau di tradimento. Più aspra ancora la reazione del suo consigliere economico Peter Navarro il quale ha dichiarato in un’intervista che “c’è un posto speciale all’inferno” per i leader che tradiscono Trump.

Il 45esimo presidente ha continuato a crearsi la propria realtà nel suo incontro con il leader coreano Kim Jong-un nel vertice a Singapore. Come si ricorda, i due si erano insultati a vicenda solo pochi mesi fa con minacce reciproche suggerendo una situazione di crisi con possibilità disastrose. Il loro incontro però ha indicato un dietrofront totale. Trump ha caricato Kim di lodi classificandolo di “molto talentoso, onorevole, molto aperto” e di avere stabilito in pochissimo tempo “un eccellente rapporto”.

Trump dimentica che Kim ha abusato i suoi concittadini mettendo in carcere i suoi avversari politici, torturandone alcuni, facendo soffrire di fame il suo popolo per costruirsi le armi nucleari e riducendo il suo Paese all’estrema povertà. Non aveva nemmeno i soldi per pagare il conto dell’albergo al vertice che è stato coperto dal governo di Singapore. In sintesi, Trump ha “graziato” un fuorilegge isolato dal mondo per la sua condotta abominevole.

Dopo il brevissimo vertice Trump ha dichiarato che non c’è più nessun pericolo di conflitti nucleari nella Corea. Tutto basato sulle parole di Kim che in passato ha detto numerose bugie e non ha mai mantenuto le promesse fatte. Un portavoce del governo iraniano ha però sobriamente dichiarato che non si può avere fiducia su Trump perché “potrebbe stracciare un accordo” in brevissimo tempo come ha fatto con quello del nucleare con l’Iran.

Trump ha esultato dopo l’incontro con Kim ma ha ammesso in una conferenza stampa che forse il vertice non si rivelerà un grande successo e che forse “in sei mesi sarà costretto ad ammettere che si era sbagliato”. Poi, in un momento di rarissima sincerità, il 45esimo presidente ha detto che in tale eventualità non sa “se lo ammetterebbe, ma troverebbe una scusa”. La scusa consiste della sua nuova possibile realtà con la quale discrediterebbe qualcun altro.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Il Parlamento Ue l’istituzione europea più affidabile

parlamento-europeo

Secondo un sondaggio diffuso oggi dalla Commissione europea, il Parlamento europeo consolida la sua posizione come istituzione europea più affidabile. I risultati pubblicati oggi dalla Commissione europea, estratti dal sondaggio Eurobarometro della primavera 2018 sul livello di conoscenza del pubblico delle istituzioni dell’Ue, rivelano che il 50% degli intervistati ha dichiarato di fidarsi del Parlamento europeo. Si tratta di un aumento sostanziale di 5 punti rispetto all’autunno 2017, mentre il livello di sfiducia è diminuito del 3% rispetto allo stesso periodo.

Durante la legislatura, la fiducia nel Parlamento europeo, sempre secondo i risultati dell’Eurobarometro, è passata dal 34% di maggio 2014 al livello record attuale del 50%.

Il sondaggio indica inoltre che il 93% degli intervistati conosce il Parlamento europeo: è molto più di quello che si registra per le altre istituzioni e rappresenta un piccolo aumento rispetto all’ultimo Eurobarometro.

L’Unione europea, nel suo insieme, rimane anche più affidabile (42%) rispetto agli organi nazionali di governo (34%).

“Questo Parlamento – ha commentato il Presidente Antonio Tajani – sta lavorando per ridurre la distanza tra istituzioni europee e cittadini e sta facendo bene il suo lavoro. Ce lo dicono i cittadini stessi attraverso i risultati dell’Eurobarometro. Negli ultimi sei mesi la fiducia nel Parlamento europeo è passata dal 45% al 50%. Il Parlamento è in assoluto l’istituzione Ue più apprezzata.” “Voglio ringraziare i 751 parlamentari che compongono l’assemblea. Abbiamo dimostrato di saper essere protagonisti mettendo il Parlamento al centro del dibattito per cambiare l’Europa e renderla più efficace.”

“In particolare, sull’immigrazione che, come conferma l’Eurobarometro, è in cima alle preoccupazioni dei nostri cittadini, abbiamo contribuito a dare riposte europee. Già a novembre abbiamo adottato un testo di riforma del sistema dell’asilo, compreso il regolamento di Dublino, che concilia fermezza e solidarietà. Abbiamo anche proposto una strategia di breve, medio e lungo termine per fermare le partenze dall’Africa. Il Consiglio non può più rimandare la riforma dell’asilo e deve prendere coscienza che sul governo dell’immigrazione è in gioco il futuro stesso della nostra Unione.”

Nato-Italia. Dietro la facciata restano i nodi al pettine

Visit by the NATO Secretary General to Italy

Un giro di orizzonte molto interessante, un incontro “eccellente”. Queste le parole del Segretario Generale della Nato dopo il faccia a faccia con il nuovo Premier italiano, Giuseppe Conte.

La visita di due giorni in Italia di Jens Stoltenberg, domenica e lunedì appena trascorsi, ha così registrato il primo contatto diretto tra Bruxelles ed i massimi esponenti del nuovo esecutivo M5S-Lega, che diverse preoccupazioni, specie per estemporanee sortite di alcuni dirigenti politici in campagna elettorale, aveva, non soltanto sotterraneamente, suscitato nel quartier generale di Bruxelles, come anche oltreoceano.

A Palazzo Chigi, nelle dichiarazioni alla stampa, si sono, invece, ascoltati molti, reciproci complimenti. Dal Segretario della Nato a Conte per l’alto incarico ricevuto, e per essere stato rassicurato sulla conferma da parte italiana del significativo ruolo di Roma nell’Alleanza Atlantica, con soprattutto la riaffermazione degli obblighi assunti.

Dal Presidente del Consiglio a Stoltenberg per l’attenzione ed il riconoscimento da parte Nato della professionalità dei nostri militari protagonisti nei diversi teatri e missioni, specie in Kosovo, così come per l’impegno di Roma, in via di puntualizzazione, ad adeguare il contributo finanziario all’organizzazione. Una sollecitazione, quest’ultima, peraltro giunta nuovamente ed in forma frizzante quanto ruvida, via Twitter e non solo, dopo il burrascoso G-7 canadese, a tutti i 28 alleati dal Presidente statunitense, Donald Trump.

Nelle dichiarazioni alla stampa, però, emergeva naturalmente una serie di sottotesti, ben oltre la riaffermazione di una efficace difesa alleata rispetto alle minacce globali del terrorismo internazionale e l’auspicio concorde che l’’hub’ regionale Nato per il Fronte Sud, il JFC di Napoli, possa essere pienamente operativo prima del prossimo vertice dell’Alleanza, fissato l’11-12 luglio nella nuova sede brussellese.

In effetti, le questioni reali da affrontare tra le due parti, verificando il grado di comprensione ed eventuali dissensi, erano sostanzialmente tre: la questione di un eventuale disimpegno italiano dall’Afghanistan, così come adombrato in vari momenti pre-elettorali da alcuni militanti grillini di alto rango (una poco chiara “revisione” di ‘Resolute Support’, ma anche della nostra presenza in Iraq).

In secondo luogo, la ripetuta richiesta di Lega e Cinque stelle di una riduzione, più o meno selettiva fino al superamento, delle sanzioni imposte alla Federazione Russa – esplicitata in modo soft nelle dichiarazioni programmatiche in Parlamento del Premier Conte, ma ben più nettamente nel ‘Contratto di governo’ tra i due partner governativi.

Ancora, la esigenza di porre la massima attenzione al bacino del Mediterraneo, con l’auspicio pressante – a quanto si registra – del nuovo governo giallo-verde di una piena assunzione di responsabilità ed un più alto grado di cooperazione tra Nato ed Unione europea, in direzione della lotta al traffico di esseri umani e, dunque, di solidarietà e supporto alle difficoltà di Roma nel dissuadere al massimo l’attività migratoria, specie nei mesi estivi, dal Nord Africa verso le coste italiane.

Stoltenberg ha mostrato apertura e disponibilità sui temi proposti, ma riguardo i rapporti Nato-Mosca, deterioratisi grandemente a partire dalla vicenda dello status della Crimea del 2014, ha puntualizzato di voler sempre operare in direzione dell’approccio stabilito a suo tempo. Quindi, dosando opportunamente la doppia chiave comune per riaprire ed intensificare il dialogo con il Cremlino, ricordata ed apprezzata anche dal Presidente del Consiglio italiano: rigore e “fermezza” nella difesa dei principii essenziali degli standard democratici non rispettati – secondo gli alleati occidentali – da Mosca, e contemporanea apertura di tutti i canali di comunicazione e dialogo per migliorare le relazioni bilaterali (e segnatamente quelle commerciali – e della “società civile” per Conte – a cui i due alleati del governo di Roma tengono molto) e multilaterali dei 29 con la Russia.

Il Segretario Generale della Nato, nel suo giro di colloqui nella Penisola, si era incontrato con il nuovo titolare degli Esteri, il tecnico ben conosciuto a livello internazionale e già agli Affari Europei con il governo Monti, Enzo Moavero Milanesi, e dopo il vertice con Conte, a Via XX Settembre, con la neo Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta ed il Capo di Stato Maggiore, Generale Claudio Graziano, ed i vertici militari, peraltro già visti in ‘prima assoluta’ alla Ministeriale dell’Alleanza dello scorso venerdì 8, in Belgio. Per comprendere quali tra le issues particolarmente care al nuovo esecutivo di Roma avranno un concreto seguito, al momento, bisognerà soltanto attendere la riunione di luglio dei Capi di Stato e di Governo della Nato.

Roberto Pagano

Serbia e Kosovo e la ricerca della «normalizzazione»

Kosovo_VPLESCH-1Si moltiplicano gli interventi a mezzo stampa e le prese di posizione, degli attori locali e della diplomazia internazionale, in relazione ad una possibile soluzione diplomatica nella annosa controversia che oppone la Serbia alle autorità dell’autogoverno del Kosovo. E, come sempre, di pari passo con l’aumento della attenzione e della tensione nella regione, crescono la tensione e l’attenzione nel suo luogo-sentinella per eccellenza, la Città di Mitrovica, nel Kosovo settentrionale, luogo dove più marcata e persistente è la contraddizione, che qui si esprime persino nella forma di una vera e propria separazione fisica, tra i Serbi che abitano la parte settentrionale della Municipalità, Kosovska Mitrovica, e gli Albanesi che abitano, a stragrande maggioranza, la parte meridionale, Mitrovicë, separati dal corso del fiume Ibar, la cui linea di demarcazione è finita per assurgere a confine di fatto tra le due realtà e il cui Ponte Centrale sempre più finisce, dall’essere simbolo di unione e di connessione, con il diventare teatro della separazione tra i due.

Dopo avere lanciato, lo scorso anno, un “dialogo nazionale” sulla questione e le prospettive del Kosovo, la provincia meridionale della Serbia, in base a quanto previsto dalla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (1999), su cui tuttavia la Serbia non esercita più alcun controllo o amministrazione, e che ha proclamato unilateralmente la propria indipendenza nel febbraio del 2008, ormai dieci anni fa, il presidente serbo, Alexander Vučić, in una recente intervista al quotidiano Večernje Novosti, ha dichiarato che «è nell’interesse della Serbia giungere ad un accordo con gli Albanesi del Kosovo a prescindere dall’eventuale ingresso della Serbia nella Unione Europea». Aggiungendo, tuttavia, e significativamente, che «laddove un tale accordo dovesse essere firmato, le porte dell’Unione Europea per la Serbia non sarebbero aperte a metà, ma completamente». Sebbene nella strategia delineata dall’Unione Europea per i Balcani Occidentali venga ipotizzata una data, al 2025, per “orientare” l’adesione della Serbia alla Unione Europea, un percorso specifico e un impegno concreto ancora non esistono, e non pochi sono gli ostacoli e le resistenze a tale riguardo.

Da una parte, secondo quanto riportato dagli organi di stampa, le potenze occidentali, tuttora presenti in Kosovo nelle diverse missioni internazionali per preservarne la sicurezza (NATO KFOR) e tutelare un fragile stato di diritto (UE EULEX), hanno avanzato una proposta contenente i principi che Belgrado dovrebbe seguire nella discussione sulla risoluzione della controversia kosovara. Dall’altro, la presidentessa del governo serbo, Ana Brnabić, quasi negli stessi giorni, ha confermato che la risoluzione della controversia dovrà prevedere e comportare, da ambo le parti, il raggiungimento di un compromesso, reciprocamente accettabile, e che, in ogni caso, non è sul tavolo l’opzione che la Serbia riconosca l’indipendenza del Kosovo. Si starebbe ragionando, cioè, riattivando il confronto diplomatico mediato dalla Unione Europea, con ogni probabilità nel corso del mese di giugno, su un «accordo di compromesso giuridicamente vincolante» che possa contenere tanto il riconoscimento della statualità quanto il non riconoscimento della indipendenza. E’ stato avanzato, da qualche analista, il riferimento alla Irlanda del Nord; da altre parti si è rispolverato invece il Piano Athisaari, pur assai controverso.

Facile immaginare come tutte le questioni precipitino su uno dei terminali più sensibili della vicenda, Mitrovica. Sebbene i lavori di riqualificazione del Ponte Centrale siano ormai prossimi alla conclusione, non si intravede all’orizzonte la sua riapertura. Il Sindaco di Kosovska Mitrovica ha chiesto, per la definitiva normalizzazione del passaggio sul ponte, la revisione dei confini amministrativi della Municipalità. Ad esempio, uno dei quartieri misti a Nord dell’Ibar, Suhodoll/Suvi Do, è ancora nella giurisdizione amministrativa della Municipalità a Sud. Il Sindaco di quest’ultima ha ricordato che i confini amministrativi non possono essere cambiati. Torna, a più riprese, la più volte evocata immagine del «Vaso di Pandora». Il vasto e controverso immaginario della divisione e del confine continua ancora ad esercitare tutto il suo peso ed ancora sembrano, purtroppo, essere lontani i tempi per una pace piena, giusta e sostenibile, nella regione.

Gianmarco Pisa
Pressenza

La politica inefficace di Trump sull’immigrazione

hewitt“Non si dovrebbero separare i bambini dai loro genitori…è traumatico e terrificante per i bambini”. Così il conduttore radiofonico conservatore Hugh Hewitt mentre cercava di fare vedere le conseguenze del nuovo provvedimento usato al confine col Messico a Jeff Sessions, il procuratore generale degli Stati Uniti. Sessions aveva annunciato la direttiva come parte della tolleranza zero per limitare il numero dei migranti che cercano di entrare negli Stati Uniti. Sessions ha spiegato che coloro i quali entrano in America senza permesso legale hanno commesso un reato e quindi vanno arrestati e esattamente come in altri casi criminali i figli vengono separati dai genitori.

Sessions si sbaglia che chiunque entri negli Stati Uniti senza documenti sia necessariamente un criminale. Alcuni lo fanno alla ricerca di asilo politico e bisogna dunque determinare la ragione per l’apparente trasgressione. Chiedere asilo politico è un diritto universale. Condannare tutti senza sapere i dettagli non è consistente con la legge americana la quale sostiene innocenza fino a prova contraria. Ciononostante, da quando Donald Trump è alla Casa Bianca, l’Immigration e Customs Enforcement (Ice), l’agenzia incaricata dell’immigrazione, ha condotto una politica aspra con deportazioni che a volte hanno sconvolto famiglie residenti in America da molti anni.

La separazione dei figli da nuovi arrivati alla frontiera è il più recente provvedimento usato come deterrente per ridurre le entrate di gente disperata che spesso fugge alla situazione tragica dell’America Centrale ma anche di altri Paesi costretti a rischiare la vita alla ricerca di un futuro migliore.

La linea dura dell’amministrazione Trump sull’immigrazione però non sta funzionando né dal punto di visto pratico né morale. La separazione dei figli dai genitori, che Sessions condanna prima che vengano giudicati, contrasta con l’idealismo degli Stati Uniti come una nazione di immigrati. Un’idea che l’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mai usato nella campagna politica né con la sua amministrazione. La questione degli immigrati per Trump consiste di fermarli tutti perché rappresentano un pericolo per la sicurezza. Difficile capire come gente che sfugge alle guerra e alle gang di narcotrafficanti del’America Centrale possa causare pericoli per gli americani.

La American Civil Right Union (ACLU) ha denunciato il governo americano accusando l’amministrazione Trump di mettere in carcere individui innocenti che cercano asilo politico. Nel frattempo continuano le separazioni dei figli dai genitori con effetti persino imbarazzanti. Quando i figli sono separati dai migranti vengono consegnati a funzionari del Dipartimento Health e Human Services (HSS) che li detiene in centri inadeguati, spesso senza riscaldamento, in media una trentina di giorni. Alla fine verranno dati in affido a delle famiglie che possono prendersene cura. Recentemente si è saputo che 1550 di questi giovani sono scomparsi e il governo non sa dove saranno andati a finire. Alcuni saranno scappati di casa ma altri non hanno risposto alle richieste di informazioni fatte dal HSS. Un pugno nell’occhio all’amministrazione Trump incapace di gestire i figli dei migranti i cui genitori sono stati arrestati come criminali comuni.

La linea dura di Trump con gli immigrati non funziona nemmeno dal punto di vista pratico. L’uso della Guardia Nazionale di parecchi Stati al confine col Messico non ha ottenuto i risultati sperati dall’attuale inquilino della Casa Bianca. Negli ultimi tre mesi il numero di arresti alla frontiera è aumentato a 50 mila, 3 volte le cifre del 2017. Il 45esimo presidente non è dunque affatto contento con Kirstjen Michele Nielsen, il segretario della Homeland Security che include l’Ice, la quale ha considerato dimettersi a causa dei rimproveri in pubblico ricevuti dal suo capo.

Come spesso fa, l’attuale inquilino della Casa Bianca, non accetta responsabilità e cerca di assegnare la colpa ad altri. In un suo tweet Trump ha accusato i democratici delle pessime leggi che causano l’insicurezza alla frontiera. Dimentica ovviamente che lui è il presidente e che il suo partito controlla ambedue le Camere. Se si tratta di cambiare le leggi dovrebbe dunque avere tutte le armi necessarie per farlo. Trump però non ha fatto nulla per migliorare la questione dell’immigrazione usandola invece per creare insicurezza sostenendo che gli Stati Uniti sono sotto assedio dal di fuori.

L’altra sua soluzione ripetuta ad nauseam durante la campagna elettorale è l’idea della costruzione del famoso muro al confine col Messico. I legislatori repubblicani però non lo vedono come soluzione e non hanno stanziato i fondi necessari. Ma anche se il muro fosse costruito non risolverebbe il problema che ha radici molto profonde al di fuori degli Stati Uniti. Inoltre non risolverebbe la questione di tutti gli immigrati irregolari poiché il 40 percento viene in aereo con visto di studente o di turista e poi decide di rimanere negli Stati Uniti. Ma questi “criminali” sono in linee generali europei o canadesi, invisibili all’ottica di Trump.

L’immigrazione nella storia americana è sempre stata una questione spinosissima. Durante l’amministrazione di Barack Obama ci sono stati degli sforzi per risolvere almeno in parte e temporaneamente la questione. Ciononostante, Obama, Democratico, con due Camere controllate dai Repubblicani, fece poco progresso. Trump ha usato la paura creata dalla cosiddetta “invasione” degli emigranti mescolandola al terrorismo ottenendo consensi alle urne come sta avvenendo anche in Europa con i politici populisti. Non ha però fatto nulla per risolvere la triste situazione delle forze politiche e economiche che costringono la gente dell’America Centrale e del Messico ad abbandonare i loro Paesi. Ciò richiederebbe una politica internazionale diametralmente opposta all’egoismo dell’America First auspicata da Trump.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Oceani, un mare di plastica. Guterres: “Agire in fretta”

plastica oceani

“Un pianeta sano è essenziale per un futuro prospero e pacifico. Abbiamo tutti un ruolo da svolgere nel proteggere la nostra unica casa”. Lo scrive il segretario generale nell’Onu, Antonio Guterres, in un messaggio in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente. E se “può essere difficile sapere cosa fare o da dove cominciare”, Guterres sottolinea che “questa Giornata mondiale dell’ambiente ha una sola richiesta”: “Combattere l’inquinamento causato dalla plastica”. “Il nostro mondo – evidenzia il segretario generale dell’Onu – è sommerso da rifiuti plastici dannosi. Ogni anno, oltre 8 milioni di tonnellate finiscono negli oceani”.

“Le microplastiche nei mari già superano le stelle nella nostra galassia”, prosegue Guterres, osservando come “dalle isole remote all’Artico, non rimane nessun luogo intatto”. “Se le tendenze attuali continuano – avverte – entro il 2050 i nostri oceani avranno più plastica che pesci”. “Il messaggio della Giornata mondiale dell’ambiente, è semplice: rifiutare la plastica monouso. Rifiuta quello che non puoi riutilizzare”, ammonisce Guterres. “Insieme, possiamo tracciare un percorso verso un mondo più pulito e più verde”.

Con il ricorrere della Giornata mondiale degli oceani, l’8 giugno, si ripete l’allarme sull’inquinamento. Allarme a cui risponde una mobilitazione che dalle coste africane a quelle asiatiche, passando per Europa, Americhe e Oceania vede scendere in campo migliaia di volontari per pulire i litorali del Pianeta. E l’invito a darsi da fare, ora e tutti i giorni, arriva direttamente dalle Nazioni Unite: oltre 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici entrano ogni anno nei nostri oceani e uccidono centomila animali marini. “Se non cambiamo rotta, presto in mare potrebbe esserci più plastica che pesci. Dobbiamo lavorare individualmente e collettivamente per evitare questa tragedia”, ha detto ancora il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.

“La plastica soffoca corsi d’acqua, danneggia le comunità che dipendono dalla pesca e dal turismo, uccide tartarughe e uccelli, balene e delfini, si fa strada nelle zone più remote della Terra e lungo tutta la catena alimentare”, avverte Guterres, che chiama ciascuno a “fare la propria parte” evitando la plastica monouso e dando una mano a ripulire.

In Italia l’Ufficio regionale Unesco per la scienza e la cultura in Europa, con sede a Venezia, ha organizzato un evento che vedrà i volontari impegnati a ripulire laguna e canali. Pescara, Reggio Calabria, Oristano e Palermo sono invece alcune delle città in cui nel weekend si puliranno i litorali insieme al Wwf, che con l’iniziativa “Spiagge Plastic Free” organizza appuntamenti in tutto il mese di giugno. Ma in spiaggia c’è solo una frazione del problema. Mentre la Ong Oceana lancia l’allarme sui rifiuti di plastica in acque profonde anche nel Mediterraneo, Legambiente con l’università di Siena dimostra in uno studio che la plastica galleggiante in mare fa da ricettacolo di sostanze tossiche. Contaminanti, come il mercurio, che rischiano di entrare nella catena alimentare.

Carniti, il coraggio di affrontare il futuro

carniti lama benvenutoLama, Carniti, Benvenuto. Una volta non si diceva Cgil, Cisl, Uil ma Lama, Carniti e Benvenuto. I tre nomi erano sinonimo e simbolo di sindacato: unito, forte, autorevole, vincente. A Roma, nel perimetro di poche centinaia di metri c’era la sede della Cgil in corso d’Italia, della Cisl in via Po, della Uil in via Lucullo e della Federazione unitaria in via Sicilia (presto scomparsa): sull’onda dell’Autunno caldo del 1969 era un intrecciarsi continuo di incontri e di discussioni su come rinnovare la contrattazione e come cambiare la società italiana.

Era il progetto del “sindacato soggetto politico” che discuteva con il governo anche di politica industriale, fisco, sanità, pensioni, casa, sviluppo urbanistico. I metalmeccanici erano la punta di diamante di quella politica innovativa ed unitaria: in corso Trieste per primi avevano dato vita alla mitica Flm, la federazione unitaria dei lavoratori meccanici, combattiva ed attenta alla tutela dei lavoratori e del lavoro.

Sembra una storia di un secolo fa, invece risale agli anni Settanta-Ottanta. Pierre Carniti fu uno dei principali protagonisti di quella straordinaria stagione del sindacato riformista e con i piedi ben piantati al Nord e nelle fabbriche, oltre che negli uffici pubblici e nelle campagne. Oggi, invece, le confederazioni sindacali sono delle organizzazioni sbiadite, deboli, frammentate. Domina la sfiducia, solo i partiti (in particolare quelli tradizionali) stanno molto peggio in quanto a credibilità.

Pierre Carniti, dopo Luciano Lama, se ne è andato. È morto a Roma il 5 giugno all’età di 81 anni, una vita tutta sulle barricate. I funerali si sono svolti il 7 giugno presso la chiesa di Santa Teresa D’Avila (corso d’Italia n.37).

Carniti aveva un fisico esile ma di acciaio, un carattere schivo ma profondo. Non visse in tempi facili. Prima, dal 1970, fu segretario della Fim, la federazione dei metalmeccanici della Cisl, poi dal 1979 al 1985, fu al timone del sindacato cattolico, come si chiamava un tempo. Era un cattolico non democristiano, antifascista e di sinistra, un operaista e riformista radicale.

In quegli anni l’Italia stava vivendo una travagliata stagione di grandi trasformazioni sociali ed economiche, nelle università e nelle fabbriche la contestazione studentesca del 1968 e quella operaia del 1969 avevano dovuto fare i conti anche con i frutti avvelenati del terrorismo. Le Brigate rosse uccidevano e gambizzavano sindacalisti, imprenditori, poliziotti, magistrati, giornalisti. Nel 1978 assassinarono Aldo Moro e massacrarono la sua scorta.

Il lavoro dei sindacalisti era difficile, i dirigenti sindacali erano nel mirino perché erano considerati dalle Br uno dei motori del sistema capitalista italiano da cancellare. Nel mirino c’erano soprattutto i sindacalisti riformisti come Pierre Carniti, ostili al massimalismo e all’antagonismo. Era impegnato a difendere i lavoratori e a cambiare la società, a modernizzarla nel segno della solidarietà, dell’uguaglianza e della libertà. Carniti non ebbe paura, non aveva timore né dei terroristi né di costruire il futuro abbattendo anche dei consolidati ed intoccabili tabù.

Da segretario della Fim combattette per diffondere ed ampliare la contrattazione articolata ed aziendale accanto a quella nazionale. Da segretario della Cisl lottò per conquistare la concertazione sociale tra sindacato, Confindustria e governo. La sua bussola era il coraggio di affrontare il futuro, l’obiettivo era di modernizzare e di rendere più giusta la società italiana.

Sostenne e lottò con convinzione per il patto anti inflazione, toccò e ruppe il tabù della scala mobile. Non si tirò indietro davanti a forti sfide. Appoggiò nel 1984 l’accordo con il governo Craxi per cambiare i meccanismi retributivi, tariffari e fiscali. La tesi era semplice: il primo nemico dei lavoratori e dei pensionati è l’inflazione che erode i salari e danneggia l’occupazione, mandando fuori mercato le aziende. E allora l’inflazione era una emergenza, marciava a due cifre. Non a caso l’inventore della politica dello scambio sociale e della predeterminazione degli scatti della scala mobile fu Ezio Tarantelli, geniale economista, grande riformista, capo del centro studi della Cisl voluto da Carniti. Tarantelli pagò con la vita: per le sue idee riformiste fu ucciso nel 1985 dalle Br all’Università di Roma, dopo una lezione.

Ma il patto anti inflazione passò nonostante tutte le difficoltà. Fu siglato dalla Cisl, dalla Uil e dai socialisti della Cgil (si oppose la maggioranza comunista della confederazione). Nel 1985 il no al referendum abrogativo voluto da Berlinguer contro l’intesa tra il governo Craxi e i sindacati vinse soprattutto per la sua determinazione (il segretario socialista e presidente del Consiglio si batté con forza per l’”accordo di San Valentino” e contro il referendum, mentre il segretario della Dc De Mita fu molto tiepido). Fu un successo. L’inflazione galoppante fu sconfitta, il potere d’acquisto dei salari aumentò, crebbe l’occupazione e la competitività delle aziende italiane.

Immediatamente dopo Carniti lasciò la guida della Cisl, ma restò la sua impronta di riformista coraggioso. Assieme a Lama, Benvenuto e a Del Turco fece di tutto per ricomporre l’unità del sindacato e ci riuscì, anche se le difficoltà non furono poche. Nei congressi, nei comizi e nelle riunioni ripeteva: «L’unità e l’autonomia sono la discriminante della Cisl». Allo slogan di «contarsi per dividersi» contrapponeva quello di «unirsi per contare».

Da senatore ed eurodeputato del Psi e poi dei Ds fece di tutto per unire la sinistra divisa e frammentata in mille pezzi diversi. Fondò i Cristiano Sociali. Ma quello sforzo unitario, purtroppo, ebbe ben poco successo.

R.Ru.
(Sfogliaroma)

Brexit, scenario da Apocalisse per il Regno Unito

brexitNon usa mezze parole il Sunday Times quando parla di scenario da Apocalisse definendo il rischio che corre la Gran Bretagna alle prese con la Brexit. Il governo, aggiunge il quotidiano sta pianificando, sin d’ora, tutte le azioni necessarie per affrontarlo. Questo, almeno, è quello che prevede Londra nel caso in cui il 29 marzo prossimo il Regno Unito dovesse uscire dall’Ue senza un accordo. Secondo un piano messo a punto da alti funzionari del governo per il ministro per la Brexit David Davis – riporta ancora il Sunday Times – entro due settimane da quella data nel Paese ci sarà una carenza di medicine, di carburante e di cibo. E il governo ha già cominciato a lavorare a interventi di emergenza che prevedono un collasso del porto di Dover già dal “primo giorno”.

Il mese scorso, rivela il domenicale, funzionari del ministero di Davis, insieme ai loro colleghi alla Sanità e ai Trasporti, hanno preparato tre scenari per una Brexit senza accordo: il primo riflette una situazione definita ‘mite’, il secondo una situazione ‘seria’ ed il terzo è stato soprannominato da ‘Apocalisse’ (‘Armageddon’).

“Nel secondo scenario, quindi neanche il peggiore, il porto di Dover collassa il primo giorno – ha detto una fonte anonima citata dal domenicale – I supermercati in Cornovaglia e Scozia finiranno il cibo entro un paio di giorni e gli ospedali esauriranno i medicinali entro due settimane”. In questo scenario, prosegue il giornale, il governo sarebbe costretto a organizzare voli charter, oppure a usare aerei della Raf, per portare generi alimentari e medicine negli angoli più lontani del Regno. “Bisognerà fare arrivare le medicine nel Paese per via aerea – ha proseguito la fonte e alla fine della seconda settimana finirà anche la benzina”.