Altra tegola per Donald Trump: Paul Ryan lascia

Paul Ryan

“Qui ho compiuto molto di quello che mi ero proposto e i miei figli continuano a crescere”. Con queste parole Paul Ryan, annunciava che alla fine di questa legislazione lascerà il suo incarico di parlamentare e di speaker della Camera. Parlare della famiglia al momento di uscire dalla scena politica sembra essere divenuto quasi banale. Per quanto riguarda i risultati si tratta di una storia molto diversa.

Ryan fu eletto alla Camera per la prima volta nel 1998 all’età di 28 anni e rieletto ogni due anni, l’ultima delle quali nel 2016. Nel 2007 fu nominato presidente della potente Commissione del Bilancio alla Camera e nel 2012 fu scelto da Mitt Romney come suo vice nella corsa presidenziale, vinta alla fine da Barack Obama. Poi nel 2015, dopo le dimissioni di John Boehner, speaker della Camera, Ryan fu eletto a sostituirlo anche se lo fece con poco entusiasmo, accettando l’incarico per mettere fine alle “guerre” interne del Partito Repubblicano.

Ryan ci ha spiegato di essere soddisfatto del suo lavoro alla Camera ma un’analisi delle sue idee e piani ci chiarisce che è riuscito a fare ben poco di quello che si era proposto. Ryan era grande ammiratore di Ayn Rand, la scrittrice americana di origini russe, la quale sosteneva la virtù dell’egoismo etico rifiutando l’altruismo. Partendo da queso principio si capisce la filosofia politica di Ryan il quale ha sempre auspicato i tagli fiscali e di conseguenza la riduzione dei programmi sociali. Ryan crede che i poveri non vanno aiutati con programmi governativi perché tolgono l’incentivo per fare progressi economici e sociali. Ryan ha sempre voluto spingere per riformare il programma di Social Security e il Medicare privatizzandoli, preoccupandosi anche del deficit e del debito federale. L’insostenibilità di queste spese governative, secondo Ryan, doveva condurre a tagli costanti i quali sarebbero stati accompagnati da riforme ai programmi sociali, il metodo migliore per aiutare le classi povere.

I successi legislativi di Ryan sono però limitatissimi. Ha fallito persino con la revoca della tanto odiata Obamacare, la riforma sanitaria di Obama. Ryan da speaker, era riuscito a farla revocare alla Camera, ma appena il disegno di legge arrivò al Senato fu bocciato anche se con un margine risicato (51 no, 49 sì). Nonostante la maggioranza in ambedue le Camere e il controllo della Casa Bianca, Ryan e il suo partito hanno fatto poco per fare approvare le loro leggi. L’eccezione, come si ricorda, è stata la riforma fiscale del 2017 che ha tagliato le imposte principalmente a beneficio delle corporation e le classi abbienti. Il tanto odiato deficit di Ryan però è rimasto vivo diminuendo solo nell’amministrazione di Obama a 438 miliardi per il 2015. Nel 2016 è aumentato a 584 miliardi e nel 2017 a 666 miliardi. Aumenterà ancora nel 2018 a 800 miliardi e 1000 miliardi nel 2020. Il debito pubblico è anche aumentato a più di 20000 miliardi.  Per quanto riguarda il Social Security e il Medicare, Ryan non è riuscito a toccarli perché troppo popolari e il suo partito li ha considerati politicamente tossici. Un bilancio dunque che riflette poco dei successi citati da Ryan nel suo annuncio di lasciare la politica.

Il più grande demerito di Ryan però si trova nella sua debole difesa dei valori dell’establishment repubblicano messi da parte per l’arrivo del ciclone Donald Trump.  Durante la campagna elettorale del 2016 Ryan ha cercato, anche se debolmente, di prendere le distanze da alcune delle dichiarazioni più offensive del tycoon dicendo che non riflettono i valori del Partito Repubblicano. Dopo l’elezione, però, Ryan ha fatto quello che voleva il 45esimo presidente mettendo da parte le riforme tanto sognate sul Social Security e Medicare perché mancava il supporto della Casa Bianca. In effetti, Ryan è divenuto “soldato” di Trump riconoscendo la sconfitta dell’establishment repubblicano e accettando le vicissitudini dell’inquilino della Casa Bianca.

L’uscita di scena di Ryan si aggiunge a quelle di più di 40 altri parlamentari che non correranno per rielezione  nel mese di novembre. La rinuncia di Ryan è la più visibile e potrebbe incoraggiare altri a seguire il suo esempio. Si prevede una vittoria democratica alle elezioni di midterm a novembre e una susseguente conquista della maggioranza della Camera e forse anche del Senato. L’assenza di Ryan è stata interpretata da alcuni come una maniera di evitare la macchia del probabile tracollo e essere considerato responsabile  per la disfatta. Ciononostante, Ryan ha dato tutte le indicazioni che parteciperà alla campagna politica aiutando i candidati repubblicani, suscitando però seri dubbi sull’efficacia dei suoi contributi. I grossi donatori del Partito Repubblicano hanno già cominciato ad esprimere seri dubbi che i loro investimenti porteranno i frutti desiderati.

 Alcuni leader del Partito Repubblicano spingeranno però per le sue dimissioni anticipate da speaker perché da anatra zoppa potrebbe fare ben poco per aiutare i candidati repubblicani a esiti positivi alle urne. Inoltre l’uscita di scena dello speaker creerà un’altra contesa fra le due ali del Partito Repubblicano per la  sostituzione di Ryan. Una battaglia che i repubblicani avrebbero voluto risparmiarsi poiché intorbidisce le acque in un momento critico in cui si dovrebbero spendere tutte le energie a evitare la perdita della maggioranza alla Camera.

Appena sentito l’annuncio delle dimissioni di Ryan, Randy Price, il candidato democratico nel distretto dello speaker, ha dichiarato che la loro meta era di “revocare e rimpiazzare” il loro avversario. Price ha continuato dicendo che con le dimissioni “la revoca” è stata compiuta; rimane solo vincere a novembre e completare con la sostituzione.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Il Fmi alza le stime del Pil ma attenzione sul debito

FMI

Nel 2018 “alcuni paesi – come l’Italia o il Canada – dovrebbero mantenere una politica di bilancio neutrale, per poi riprendere il consolidamento nei prossimi anni”. Lo scrive l’Fmi nel Fiscal Monitor precisando che per il nostro paese “la priorità dovrebbe essere l’avvio di un consolidamento fiscale credibile e ambizioso per porre il debito su un solido percorso discendente”. La base di questo processo dovrebbe essere – aggiunge il fondo – “il taglio della spesa primaria corrente, ll sostegno alle fasce più deboli, l’aumento degli investimenti e la riduzione del carico fiscale sul lavoro, con un ampliamento della base imponibile e uno spostamento” verso la tassazione delle ricchezze e degli immobili e dei consumi.

Il Fondo sottolinea poi dal 2012 una traiettoria discendente dei deficit pubblici, con una riduzione media pari all’1,6% del Pil a partire dal 2012, soprattutto grazie alla riduzione della spesa per interessi in paesi come l’Italia, la Germania e la Francia. Tuttavia il Fondo evidenzia per il nostro paese un incremento della spesa pensionistica che, anche alla luce dell’invecchiamento della popolazione, dovrebbe spingere “la spesa pubblica a sostenere la crescita della forza lavoro attraverso un aumento dell’accesso all’apprendistato”.

Per quanto riguarda il Pil l’Fmi rivede al rialzo delle stime, ma una crescita più bassa rispetto gli altri paese dell’Unione europea di cui resta fanalino di coda. Secondo le nuove stime del Fondo monetario internazionale, che ha rivisto al rialzo la nostra crescita di un decimo rispetto l’ultima proiezione fornita a gennaio, l’economia italiana crescerà quest’anno di 1,5%, mantenendo lo stesso ritmo tenuto nel 2017.

L’istituzione di Washington non manca però di puntare il dito contro l’elevato rapporto/debito Pil dell’Italia (ma anche della Spagna) che, abbinato ad un trend demografico sfavorevole, richiede di migliorare l’avanzo primario strutturale per incanalare il debito su una traiettoria discendente.

Nell’aggiornamento del quadro previsionale per le varie economie mondiali contenuto all’interno del primo capitolo del World Economic Outlook, il Fmi ha confermato a 1,1% la previsione di crescita del Pil italiano nel 2019. Per quanto riguarda l’inflazione, a detta del Fmi, quest’anno dovrebbe attestarsi a 1,1% contro 1,2% dell’ultima previsione risalente ad ottobre, per poi accelerare lievemente a 1,3% l’anno prossimo.

Il tasso di disoccupazione dovrebbe scendere a 10,9% quest’anno (11,0% la stima di ottobre) e a 10,6% il prossimo.

Solo un breve cenno alla situazione di stallo politico creatasi dopo le elezioni di inizio marzo, che non hanno dato a nessuna forza politica o coalizione i numeri parlamentari per formare un governo. Il Fmi si limita infatti a inserire l’Italia nel gruppo di Paesi che include Brasile, Colombia e Messico, dove l’incertezza politica potrebbe mettere a rischio l’implementazione delle riforme, ma sull’outlook globale di medio termine pesano soprattutto le incertezze geopolitiche.

Siria, serve una forte iniziativa diplomatica

siria-bombardamenti

Quel che lascia più sconcertati, nell’apprendere le notizie sul raid anglo-franco-statunitense in Siria, non è tanto il pericolo d’ un’ estensione del conflitto coinvolgente le altre superpotenze (non è pensabile, infatti, che la Russia fosse completamente all’ oscuro delle intenzioni di Trump, data la fitta rete di contatti tra i due Paesi, oggi piu’ che mai legati da stretti rapporti d’ interesse). Ma è il ripetersi, puntuale come un orologio, d’ un copione già visto, nell’ ultimo (quasi) ventennio: dall’ Afghanistan all’ Iraq e alla Libia. Dall’11 settembre 2001 in poi, le varie amministrazioni USA, col sostegno più o meno convinto di Gran Bretagna e Francia, con l’alibi di promuovere la democrazia nel Terzo mondo hanno portato avanti piani palesemente imperialistici, a copertura di forti interessi economici, soprattutto delle grandi compagnie petrolifere e delle multinazionali.
Come già accadde con Gheddafi, così, oggi USA, Francia (che in Siria ha interessi sin dal tempo delle Crociate) e Regno Unito lanciano contro la Siria, in sostanza, un attacco militare con scelte puramente unilaterali, e senza aver minimamente interessato, prima, le Nazioni Unite. Unica nota positiva rispetto al 2011, è la non partecipazione italiana a quest’ennesima avventura (il premier Gentiloni ha detto chiaramente che l’Italia non concederà l’ uso delle basi sul suo territorio per azioni offensive contro la Siria).

Su quanto sta accadendo, registriamo anche la presa di posizione netta delle Co-mai, Comunita’ del Mondo Arabo in Italia. Che condannano “l’ennesimo attacco unilaterale degli Stati Uniti , della Francia e della Gran Bretagna, compiuto senza mai cercare prima soluzioni pacifiche, senza interessarsi prima ai diritti dei civili e dei numerosi feriti, che da settimane aspettano aiuto. Non vogliamo un’altro Iraq, non vogliamo un’altra Libia e un altro Afghanistan, dove le guerre hanno portato solo morti e disastri, e alibi ai movimenti terroristici. Non vogliamo attacchi militari unilaterali”, sottolinea il fondatore delle Co-mai, Foad Aodi: “chiediamo il coinvolgimento dell’Onu e l’ urgente verifica delle prove dell’ uso di armi chimiche in Siria, prove che sia gli Stati Uniti che la Francia han dichiarato di avere. Chiediamo anche una posizione netta dell’ Italia riguardo l’attacco unilaterale contro la Siria; e ringraziamo il Presidente del Consiglio Gentiloni e il sen. Matteo Salvini per la loro posizione netta e non ambigua .
In un momento in cui le diplomazie mondiali stavano vincendo la guerra contro il terrorismo, e il conflitto contro l’Isis è stato vinto sia in Siria che in Iraq, non comprendiamo le ragioni dell’attacco contro la Siria, visto che da anni nessuno ne parlava, né tantomeno nessuno se ne interessava”, prosegue Aodi , che aggiunge: “I medici locali aspettavano e chiedevano a noi aiuti ed un corridoio sanitario, invece da venerdì scorso hanno assistito ad un attacco missilistico, restando senza fiato, osservando tutta la popolazione impaurita che stava per le strade. Il mondo arabo e musulmano è molto deluso dalla posizione della Francia e di Macron, e non comprende questo comportamento, quello di dichiarare, prima, d’ essere in possesso delle prove dell’ uso di armi chimiche, e poi unirsi agli Stati Uniti contro un’altro Paese arabo, dopo la guerra di Sarkozy alla Libia, una guerra fallita in tutto. Mentre la scelta di Trump allontana ancor piu’ dagli USA il mondo arabo e musulmano.
Ormai sia l’Occidente che il Medio Oriente non credono all ‘ uso della forza contro i nostri Paesi. Si tratta di guerre eseguite solo per risolvere i problemi esistenti tra America e Russia: le quali, mostrando i muscoli l’una contro l’altra, utilizzano i conflitti per scopi solo economici, come è successo in Libia. Intanto, il bilancio dei morti, dopo il primo attacco di sabato 14 e alla base iraniana di Aleppo , è di 15 morti e 33 feriti; così ci hanno riferito i medici locali.
Seguiamo, con grande preoccupazione e angoscia per quest’ attacco alla Siria, i fatti e le loro possibili conseguenze: che possono scatenare addirittura un’ altra guerra, a livello mondiale e non solo euromediterraneo . Ci appelliamo quindi all’ Onu per fermare quest’ attacco, e il rischio d’ una terza guerra mondiale; e all’ Italia, per promuovere un’ adeguata iniziativa diplomatica per il ristabilimento della pace”, conclude Aodi, fondatore delle Co-mai e dell’ AMSI, Associazione Medici d’ origine Straniera in Italia: che è in contatto coi medici siriani su tutto il territorio siriano e all’estero.

“Sono profondamente turbato dall’attuale situazione mondiale, in cui, nonostante gli strumenti a disposizione della comunità internazionale, si fatica a concordare un’azione comune in favore della pace in Siria e in altre regioni del mondo”, ha detto inoltre Papa Francesco nelle sue visite, in varie zone di Roma, di domenica 15 aprile. “Mentre prego per la pace, e invito tutte le persone di buona volontà a continuare a fare altrettanto, mi appello nuovamente a tutti i responsabili politici, perché prevalgano la giustizia e la pace”.

Fabrizio Federici

 

Ricerca, firmato accordo tra Amsi, Umem e Unicamillus

ricerca-scientifica-laboratorio

La sanità come strumento di cooperazione che favorisce la conoscenza tra i popoli, le culture e le religioni: con questa premessa l’Associazione Medici di Origine Straniera in Italia (AMSI), la Confederazione Internazionale Unione Medica Euro-mediterranea- UMEM, le Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e il Movimento Internazionale “Uniti per Unire” con le realtà aderenti, hanno siglato un protocollo d’ intesa con l’Università “UNICAMILLUS” di Roma, Saint Camillus International University of Health Sciences. Un accordo che nasce spontaneamente sia dal lungo impegno sostenuto da AMSI, Uniti per Unire ed UMEM a favore dell’integrazione dei professionisti della sanità d’ origine straniera in Italia e del dialogo interculturale, che dall’attività di formazione e ricerca condotta da “Unicamillus” attraverso i suoi corsi di laurea medico-scientifici, aperti a studenti comunitari e non, e disponibili in lingua inglese (Medicina e Chirurgia; Fisioterapia; Ostetricia; Scienze Infermieristiche; Tecniche di Laboratorio Biomedico; Tecniche di Radiologia Medica per Immagini e Radioterapia).
Tra i principali punti dell’accordo, siglato da Foad Aodi, medico fisiatra, Fondatore di AMSI e UMEM e Presidente di Uniti per Unire, e Gianni Profita, Rettore di Unicamillus: promuovere l’attività congiunta e l’offerta formativa dell’Ateneo nei Paesi arabi, africani, euromediterranei e sudamericani; incoraggiare la ricerca scientifica sulle patologie più emergenti, anche attraverso insegnamenti innovativi, col coinvolgimento di medici di Amsi e Uniti per Unire; sostenere la cooperazione internazionale; favorire lo scambio socio-sanitario, i gemellaggi, gli stage e l’uso della telemedicina; sviluppare la progettazione e l’ erogazione di corsi e conferenze per l’aggiornamento professionale.
“È un accordo molto importante, che rafforza la nostra missione per la costruzione di ponti di dialogo interculturale e interreligioso tra l’Italia e i nostri Paesi d’ origine”, dichiara il Prof. Foad Aodi. “In questo modo – aggiunge – viene valorizzata la medicina come strumento di cooperazione internazionale, di dialogo e conoscenza tra i popoli. Ringraziamo l’Università Unicamillus per la grande sensibilità dimostrataci, e per il suo contributo significativo per la formazione di tanti studenti del mondo”.

“Unicamillus – aggiunge il rettore Profita – ha anche l’ambiziosa missione di portare la sanità al centro del dialogo tra le nazioni. In questo senso, la sua attività accademica appare simbiotica con quella, estremamente meritoria, dei membri di AMSI, UMEM e Uniti per Unire. La salute non ha colore politico e ancora meno colore della pelle. E’ un valore assoluto, per il quale il Nord e il Sud del mondo devono impegnarsi senza sosta. L’accordo firmato insieme al Prof. Aodi, quindi, non solo era, per l’Università, ineludibile, ma direi quasi inevitabile.”

Fabrizio Federici

Donald Trump militarizza il confine col Messico

muro-messico“Non ho nessuna intenzione di permettere alla guardia nazionale dell’Oregon di essere usata come distrazione dai problemi di Washington”. Con queste parole, Kate Brown, democratica, governatrice dell’Oregon, si è rifiutata di accedere alla richiesta di Donald Trump vedendola come un tentativo di “militarizzare il confine col Messico”.  Susana Martinez, Greg Abbott e Doug Ducey, tutti repubblicani,  rispettivi governatori del New Mexico, Texas e Arizona, hanno invece accettato la richiesta di Donald Trump per mantenere la sicurezza al confine. Brian Sandoval, il governatore repubblicano del Nevada, invece si è dichiarato contrario. lI governatore della California, Jerry Brown, democratico, non si è ancora pronunciato ma il silenzio ci fa intendere che si opporrebbe anche lui.

Dopo avere visto alla Fox News una storia  su una carovana di migranti dell’America Centrale che era entrata nel Messico e si stava muovendo verso gli Stati Uniti, Trump ha deciso che bisognava agire per fermarli. Il 45esimo presidente è ritornato a premere su uno dei temi di campagna elettorale, parlando di invasione di immigrati e dell’importanza di fermarli per controllare le frontiere. Alcuni analisti, come Ann Coulter, grande sostenitrice di Trump, in un’intervista al New York Times, ha fatto notare che durante la campagna elettorale Trump aveva ripetuto ad nauseam la costruzione del muro al confine col Messico ma non è riuscito a mantenere la promessa. La “crisi” alla frontiera va vista dunque in questa luce di soddisfare i bisogni della base del presidente.

Trump, infatti, ha implicitamente riconosciuto questa situazione quando ha minacciato di non firmare la manovra del bilancio perché non includeva i fondi per il muro al confine. Un’altra riserva di Trump sulla legge era la mancata inclusione di risolvere la questione del Daca, l’ordine esecutivo di Barack Obama che protegge temporaneamente i giovani portati in America dai loro genitori senza documenti. Dopo avere addossato la colpa ai democratici, Trump ha alla fine firmato la legge perché, secondo lui, migliorava il bilancio delle forze armate.

Trump, considerandosi grande negoziatore, avrebbe potuto intervenire e affrontare questi punti ma non lo ha fatto, rimanendo in disparte. Dopo ha però espresso le sue forti delusioni su Paul Ryan, speaker della Camera, e Mitch McConnell, presidente del Senato. La manovra fiscale di 1300 miliardi di dollari  include però 1,6 miliardi per barriere al confine che equivalgono a delle briciole considerando i 25 miliardi che la Casa Bianca aveva richiesto. Se il muro e la soluzione al Daca fossero stati temi importanti, Trump avrebbe potuto spingere di più per ottenerli.

La carovana di un migliaio di migranti che sfuggono dalla violenza dell’Honduras e altri Paesi centroamericani però ha offerto al 45esimo presidente la scusa per agire. In una lunga serie di tweet velenosi, tipici del suo stile senza filtri, Trump ha accusato le inefficienti leggi americane che impediscono alla polizia di frontiera di compiere il loro lavoro a causa dei “deboli democratici”. L’inquilino della Casa Bianca ha mostrato la sua frustrazione minacciando la fine del Daca e di togliere i contributi americani all’Honduras. Trump ha anche accusato il Messico di dare il via libero ai profughi per raggiungere gli Stati Uniti minacciando anche di eliminare il Nafta.

Quando Trump non riesce a compiere qualcosa ritorna alla strategia accusatoria della campagna elettorale usando lo stesso linguaggio che tanto fa piacere ai suoi sostenitori, la cui visione del mondo è parente molto distante dalla realtà obiettiva. Il migliaio di profughi entrati in Messico consiste di 300 bambini, 400 donne e il resto uomini, maggiormente dell’Honduras, che sfuggono da un Paese pieno di corruzione, violenza politica e numerosissimi omicidi. I migranti viaggiano insieme per ragioni di sicurezza e proteggersi da stupri e altri pericoli, secondo un cronista del New York Times che ha visitato il complesso sportivo in Messico in cui i profughi si sono fermati. Non cercano la protezione del Daca, come ha indicato Trump in suo tweet, programma che copre giovani residenti  negli Stati Uniti dal 2007.

Il Messico ha già deportato 400 di questi individui della carovana e sta negoziando con i rimanenti per vedere se qualificano per lo status di rifugiati in Messico o negli Stati Uniti. In alcuni casi, funzionari messicani hanno distribuito permessi di transito validi per 20 giorni, dando tempo per lasciare il Paese o fare domanda di asilo politico in Messico. Altri stanno consultando con avvocati in Messico per cercare di determinare se i loro casi specifici sarebbero validi per status di rifugiati in America o scegliere di rimanere in Messico. Gli organizzatori della carovana, un evento annuale durante le feste di Pasqua, intendono attirare attenzione sulla triste situazione dei profughi. Si tratta dunque di un problema umanitario invece di un pericolo di sicurezza.

Trump ha però attaccato questi vulnerabili individui aggiungendo 4mila membri della guardia nazionale ai 20mila poliziotti della frontiera. Lo ha spiegato come un “muro” umano finché si costruirà quello che lui ha promesso in campagna elettorale. I numeri però non giustificano questa militarizzazione della frontiera. Gli arresti al confine infatti sono scesi da 700mila nel 2008 a 400mila nel 2016 durante la presidenza di Obama. Nel 2017 il numero di individui fermati è sceso a 300mila, il più basso in 46 anni.

Si potrà capire la frustrazione di un presidente americano dalla complessità del problema migratorio. Obama, con una legislatura repubblicana intransigente, cercò di fare il possibile per migliorare la situazione con il suo ordine esecutivo sul Daca. Trump, partendo da una visione fasulla della realtà, ha parlato di chiudere la frontiera con un muro per bloccare le entrate, rifugiandosi nel suo slogan di “America first” e al diavolo il resto del mondo. Una migliore strategia sarebbe invece di aiutare gli honduregni a risolvere la critica situazione del loro Paese offrendogli alternative a casa loro invece di sentirsi costretti a intraprendere un lungo e pericoloso viaggio come soluzione.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Siria. L’opinione pubblica manipolata per la guerra

TOPSHOT-SYRIA-CONFLICT-KURDS-TURKEY

Il 18 marzo le Forze Armate Turche (TSK) della Repubblica di Turchia insieme alle forze armate dell’Esercito Libero Siriano (FSA) sono entrate nel centro di Afrin in Siria.
Dopo circa due mesi di scontri con i membri dell’Unità di Protezione Popolare (YPG-J) il governo al potere in Turchia ha ottenuto ciò che voleva. L’obiettivo dell’operazione era quello di “liberare la città dai terroristi”, anche perché le forze YPG e YPJ e la loro espressione partitica PYD sono state definite da parte del governo AKP (Partito dello Sviluppo e della Giustizia) come delle “organizzazioni terroristiche”.

In realtà non è stato soltanto il partito al governo da più di 15 anni ad adottare una definizione del genere. L’operazione è stata difesa da una buona parte della cittadinanza, oppure è stato fatto di tutto perché fosse così.

In questa seconda parte del mio approfondimento parlerò dei mezzi e dei metodi utilizzati dal governo per giustificare questa operazione.  In primis i media, ma non soltanto, si sono messi a disposizione del governo. Insieme analizzeremo come la scuola pubblica, lo sport ed il mondo degli artisti sono stati utilizzati per creare un’opinione pubblica a favore della guerra.

Neanche un mese dopo l’inizio dell’intervento militare, un gruppo di artisti ha deciso di andare nella città di Hatay, al confine siriano, per dimostrare solidarietà ai soldati. Yavuz Bingöl, Tamer Karadağlı, Erhan Yazıcıoğlu, Erhan Güleryüz, Mustafa Ceceli e Zuhal Yalçın sono i primi nomi che saltano all’occhio. Il titolo dell’iniziativa era “Gli artisti insieme ai soldati”. Alla conferenza stampa, il 15 febbraio, era presente anche il vice presidente generale dell’AKP, Harun Karacan. Dopo l’incontro con la stampa i partecipanti sono andati in una caserma militare per incontrare i soldati e farsi delle fotografie. Tra i promotori dell’iniziativa c’era anche il cantante Erhan Güleryüz, l’ex solista del gruppo musicale Ayna. Güleryüz ha detto nel suo intervento: “Siamo qui per dire ai nostri soldati che gli 80 milioni di cittadini sono con loro”.

Pochi giorni dopo, il 23 febbraio, con un’iniziativa lanciata su internet da una serie di artisti, sono stati mandati numerosi messaggi di solidarietà ai soldati in missione. Mentre il famoso cantante di musica arabesca, Ibrahim Tatlises, definiva i soldati come degli “eroi”, la famosa attrice Hulya Koçyigit scriveva così: “ogni giorno prego perché i soldati ritornino sani e salvi a casa” e la famosa cantante Sibel Can scriveva queste parole per mostrare il suo sostegno: “Allah aiuti i nostri soldati”.

Forse il peggio è arrivato quando l’operazione si è conclusa. Il primo aprile un gruppo di artisti, insieme al Capo dello Stato Maggiore e al Presidente della Repubblica, si sono trovati in una caserma militare nella città di Hatay. Il cantante Ahmet Şafak ha descritto così il motivo della sua presenza in quel luogo: “Siamo qui accanto ai nostri figli. Abbiamo dimostrato che teniamo all’unità del nostro Stato e riteniamo che sia implacabile l’unità della nostra nazione turca”. Questa iniziativa è stata criticata duramente dai partiti all’opposizione (CHP e HDP) soprattutto per via delle canzoni patriottiche cantate dai cantanti con l’ausilio degli strumenti musicali in caserma. Il leader del Partito Popolare e Repubblicano, Kemal Kiliçdaroglu, ha trovato scorretto questo gesto allegro fatto in un contesto di morte. All’incontro erano presenti anche alcuni sportivi.

Con questi gesti “simbolici” il mondo artistico ha contribuito alla costruzione dell’immagine dell’operazione come se fosse una guerra d’indipendenza.

Il secondo campo, a livello nazionale e popolare, in cui si è cercato di legittimare e normalizzare la guerra, è stato il mondo dello sport.

Il primo marzo un gruppo di sportivi, insieme a un gruppo di artisti e numerosi parlamentari e dirigenti locali dell’AKP, sono andati nella città di Kilis per incontrare i soldati. Il 7 febbraio la società sportiva Aski Spor insieme ad alcuni atleti olimpici, ha lanciato un video messaggio in cui venivano pronunciate queste parole: “Sono nostre queste terre che abbiamo conquistato lottando nel 1071. E’ nostra questa patria”. Pochi giorni dopo l’inizio dell’operazione militare sono arrivate le prime notizie sulla morte dei soldati. Così la Federazione Turca Calcio (TFF) ha deciso di dedicare un minuto di silenzio prima di ogni partita “per commemorare i nostri martiri”. Ovviamente nelle tribune non mancava lo storico slogan patriottico “I martiri non muoiono, la patria non si spacca”. Nelle tribune non c’erano soltanto queste frasi ma c’erano anche dei momenti di grande coreografia. Prima della partita di calcio tra Konyaspor e Galatasaray, i tifosi della squadra anatolica hanno occupato una sezione intera scrivendo “Afrin” ed hanno alzato dei cartelli con scritto “Turchia”; in sottofondo non mancava un inno militare ottomano.

Il 15 marzo, alla luce dell’anniversario della vittoria militare dei Dardanelli del 1915, nelle tribune dello stadio appartenente alla squadra calcistica di Istanbul Basaksehir, si è vista sorgere la mappa rossa della Turchia con la bandiera disegnata sopra, i soldati con le divise dell’epoca ed in un angolo un soldato moderno che alzava la bandiera turca. Al centro di questo poster gigantesco c’erano alcuni giocatori della squadra che facevano il saluto militare. Sotto invece si leggeva questa frase: “Anche oggi, come il 18 marzo 1915, vinceranno i credenti, non quelli che sono in maggior numero”.

Ormai si parlava dell’operazione “Ramoscello d’ulivo” come di un intervento totalmente corretto e legittimo. Nei messaggi dei membri del governo, degli artisti e del mondo sportivo si leggevano soltanto parole nazionaliste e patriottiche. Si parlava di “conquistare” un territorio che per alcuni, in realtà, “era già nostro”. Non c’era spazio per avere dubbi sulla legittimità della guerra. Per chi avesse avuto qualche dubbio, invece, erano aperte le porte dei centri di detenzione. Di questo parlerò nel prossimo pezzo.

Come già detto, anche il mondo della musica ha sostenuto questa operazione militare. Il gruppo rap Geeflow ha lanciato il suo video su internet a favore dell’operazione. Il 24 febbraio è uscito il pezzo col titolo “Ramoscello d’ulivo”. Alcuni versi della canzone recitano: “Se ci sacrifichiamo, possiamo accedere al paradiso, se versiamo il nostro sangue, la patria diventa nostra”. Nel video ovviamente non mancano le immagini dei soldati e degli scontri, anche se non in modo netto e chiaro. Anche il rapper Yunus Akpunar si è dedicato a questa missione ed ha usato anche lui il nome dell’operazione come titolo del suo pezzo. In questo caso si vede il cantante allacciare i suoi anfibi e portare una casacca militare mentre canta la canzone. Alcuni versi del pezzo dicono: “Ci sono diversi terroristi nascosti tra di noi, facciamoci attenzione. Ci sono tanti traditori che vorrebbero dividere il nostro paese. Facciamoci attenzione e non dimentichiamoci dei nostri antenati”. In alcune immagini del video si vede il cantante sventolare la bandiera turca con una mano mentre con l’altra tiene una pistola grigia.

Un altro pezzo musicale invece è di Idris Altuner. Stavolta si tratta di un lavoro diverso. Mentre i pezzi rap sono tanti, Altuner decide di fare un pezzo tradizionale utilizzando gli strumenti e le melodie dell’orchestra militare ottomana, Mehter. Si tratta di un video professionale di alta qualità. Il cantante è vestito con dei costumi antichi e tradizionali. Durante il video si vedono i musicisti dell’orchestra Mehter. Nel pezzo in cui si vede il cantante andare su un cavallo in Cappadocia, Altuner pronuncia queste parole: “La vittoria si espanda da Afrin a Mimbic, tremino le montagne con il rumore degli anfibi del Turco”.
Forse la parte più aggressiva, per via dei suoi protagonisti, di tutta questa campagna di propaganda della guerra è quella del mondo della scuola.

Il 4 marzo, nella città di Bursa, gli studenti del Liceo Gursu Yildiz, si sono riuniti nel cortile della scuola per scrivere con i loro corpi la parola “Afrin” mentre li riprendeva un drone. Come sottofondo del video c’è una canzone militare ottomana. Nella città di Karabuk, sulla costa del Mar Nero occidentale, presso il Liceo Cumhuriyet un gruppo di studenti è sceso nel cortile per fare un’azione simile. Nel loro caso il lavoro svolto era più sofisticato. Mentre alcuni studenti scrivevano, con i loro corpi, “Ramoscello d’ulivo”, altri sventolavano una grande bandiera turca ed un altro gruppo con vestiti militari leggeva “il giuramento del commando”. Ovviamente anche in questo caso tutto è stato ripreso da un drone e nel video si sente una canzone militare ottomana.

In altri casi invece, oltre alla coreografia all’aperto, sono state fatte delle preghiere collettive di solidarietà con i soldati in missione. Proprio come nel caso della Scuola Femminile per gli Imam della città di Manisa, vicina alla costa dell’Egeo, dove 130 studentesse prima hanno scritto “Ramoscello d’ulivo” con i loro corpi, poi sotto la direzione del preside hanno letto delle preghiere.

Un altro caso di preghiera collettiva invece è stato fatto nella scuola elementare di Birikim Okullari di Istanbul. Stavolta la rappresentazione si è svolta all’interno, su un palco. Un gruppo di bambini che hanno, molto probabilmente, meno di 10 anni, si sono uniti con i palmi rivolti verso il cielo. Al centro un bambino prega per il bene della nazione e dei soldati ad Afrin e in sottofondo si sentono gli altri dire “Amen” in modo collettivo. Il video realizzato con gli studenti delle elementari si conclude con un pezzo ripreso all’aperto in cui si vedono decine di bambini sventolare una grande bandiera turca gridando: “I martiri non muoiono, la patria non si spacca”.

L’operazione militare “Ramoscello d’ulivo” è stata un elemento di grande dimostrazione di potere del governo ed è stata utilizzata anche per rafforzare i sentimenti nazionalistici già presenti nel tessuto sociale e storico del Paese. In realtà il governo AKP non ha fatto nulla di nuovo. In Turchia il terreno è molto fertile per le politiche nazionaliste e religiose, la sua storia è piena di periodi del genere. Il sentimento/l’orgoglio nazionalista ha radici molto profonde nella storia dei cittadini ed è il frutto di una serie di politiche nel mondo dell’istruzione, dell’arte, dello sport e non solo.

Dove non è stato possibile ottenere il sostegno popolare a favore dell’operazione militare, il governo, insieme al sistema giudiziario e alle forze dell’ordine, ha attivato il meccanismo della repressione e della censura. Questo sarà il tema del prossimo pezzo di questa serie.

Murat Cinar

Pressenza

Il “trio” interessato alla politica siriana

rouhani putin erdoganNonostante le prove per calare la pressione in Siria, è improbabile che la guerra si avvicini alla fine semplicemente perché Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdogan e Hassan Rouhani si incontreranno ad Ankara questa settimana. Sembra che ci sia molto da discutere, anche perché la lista dei leader nominati rappresenta le tre più grandi forze militari straniere (Russia, Turchia e Iran) che operano attualmente in Siria, escludendo gli Stati Uniti, il cui capo, Donald Trump, la settimana scorsa, ha annunciato che l’America presto lascerà che gli altri si prendano cura della Siria. La prospettiva di Russia, Turchia e Iran concorda su come dovrebbe apparire un nuovo status quo in Siria, che nel migliore dei casi, è una soluzione provvisoria a breve termine. Ciò ovviamente trascura le cause sottostanti e irrisolte della guerra. La premessa accettata di questa soluzione trilaterale è che Iran e Russia sono contenti che il regime abbia pieno accesso alla costa e un chiaro canale fino alla capitale irachena Baghdad – attraverso il quale Teheran possa, passo dopo passo, tormentare Israele e dominare la regione. Dopodiché Mosca può mantenere una base aerea sul Mediterraneo.

Invece la Turchia è contenta che i suoi delegati controllino l’area ad ovest dei fiumi dell’Eufrate insieme a Idlib (città della Siria nord-occidentale, vicino al confine con la Turchia) e forniscano uno spazio ai militanti sunniti per creare le proprie comunità in cui potrebbero rientrare milioni di profughi siriani attualmente esistenti in Turchia. È a Idlib che i ribelli sunniti siriani di Ghouta, Aleppo e altrove, sono fuggiti insieme a decine di migliaia di civili.

In sostanza, questo presunto accordo trilaterale non riesce a gestire le questioni demografiche e settarie, che sono le cause della guerra.
I sunniti siriani si sono ribellati a un regime prevalentemente sciita nel 2012. Questi sunniti non hanno ancora una rappresentazione adeguata o una patria funzionale. Sono posizionati in una piccola parte del nord-ovest e fuori dai confini siriani in Turchia e Giordania, con molti anche il Libano. Mantenere questa popolazione svantaggiata nelle tende e nelle pianure rurali di Idlib non ridurrà l’influenza degli estremisti tra di loro, ma anzi – la amplificherà.

Magda Lekiashvili
Blog Fondazione Nenni

Trump e il censimento come arma politica

BOSTON - MAY 22: Secretary of State William Galvin gestures outside of the Massachusetts Archives Building in Boston, May 22, 2013. (Photo by Jessica Rinaldi for The Boston Globe via Getty Images)

BOSTON – MAY 22: Secretary of State William Galvin gestures outside of the Massachusetts Archives Building in Boston, May 22, 2013. (Photo by Jessica Rinaldi for The Boston Globe via Getty Images)

“Si tratta di un ovvio tentativo dell’amministrazione Trump di spaventare i gruppi minoritari da essere contanti”. Con queste parole il Segretario di Stato del Massachusetts William Galvin spiegava la decisione della Casa Bianca di includere una domanda sulla cittadinanza nel questionario del censimento che si svolgerà nel 2020.

La domanda di cittadinanza nel censimento americano fu usata molti anni fa, ma da 70 anni era caduta in disuso per svolgere un conteggio accurato senza intimorire nessuno. La seconda sezione dell’articolo uno della costituzione americana richiede una completa enumerazione della gente onde stabilire con precisione il numero di seggi al Congresso che spettano ai differenti Stati. Gli Stati che subiscono cambiamenti demografici in ascesa possono ottenere più seggi secondo il censimento decennale mentre altri Stati possono perderne. I seggi non sono basati sul numero di individui in possesso di cittadinanza ma sul numero totale di residenti che includono anche immigrati autorizzati e irregolari senza riguardo di diritto al voto. L’idea è che tutti i residenti, eleggibili al voto o no per ragioni di età o cittadinanza, fanno parte del Paese e hanno diritto a essere rappresentati al Congresso. Un diritto legale confermato anche dalla Corte Suprema in una decisione del 2016 secondo cui i funzionari eletti devono “servire tutti i residenti, non solo quelli eleggibili al voto o registrati per votare”.

L’inclusione della domanda di cittadinanza ha causato serie preoccupazioni perché si crede che creerà costernazione nelle comunità con molti immigrati. Si prevede un conteggio incompleto che apporterà seri danni agli Stati con forti popolazioni di immigrati. Si sapeva già che anche con il sistema precedente l’enumerazione non era mai completa specialmente nelle comunità abitate da poveri e immigrati. Secondo uno studio, infatti, nel censimento del 2010 il 2,1 percento degli afro-americani e l’uno percento degli ispanici non sono stati contati. Con il clima antagonistico verso gli immigrati dell’amministrazione Trump, sia regolari ma anche no, la cooperazione con le autorità per fornire informazioni causa più tensione. I questionari del censimento sono inviati con la posta ma in caso di mancata risposta vengono seguiti da visite alle residenze private. Nelle famiglie miste con alcuni cittadini ed altri senza cittadinanza o senza permesso di residenza legale emergerebbero preoccupazioni temendo che le informazioni fornite potrebbero condurre alla deportazione. La domanda sulla cittadinanza ridurrà il numero di risposte e quindi si andrà a finire con un’enumerazione incompleta.

Non sorprende dunque che una dozzina di Stati abbiano già denunciato il governo federale. La California in primis ma anche altri Stati liberal con notevoli gruppi di residenti immigrati come New York,

Massachusetts, New Jersey, Connecticut, Illinois e Washington si sono uniti in una denuncia multi-statale. La denuncia si basa sul principio costituzionale che richiede un’enumerazione completa di tutti i residenti ma ovviamente anche su altri motivi. La California, per esempio, potrebbe perdere un seggio al Congresso in caso di riduzione di partecipazione al censimento. Inoltre il numero di residenti rivelati dal censimento contribuisce alla revisione dei distretti congressuali. Si tratta anche di una questione di fondi poiché il governo federale contribuisce denaro agli Stati secondo il numero dei residenti. I risultati del censimento determinano anche contributi alle scuole, cliniche, e un numero importante di studi che alla fine determineranno la politica e leggi federali.

L’inclusione della domanda di cittadinanza ha diviso i due maggiori partiti. I democratici si sono schierati contro temendo ripercussioni negative per il loro partito ma anche per questione di giustizia. Altri gruppi di tendenze liberal ma alcuni non-partisan come la NAACP, l’AARP, la League of Women Voters, l’Education Fund e la Mexican American Defense Fund hanno dichiarato la loro opposizione. Il fatto che 6 degli ex direttori del Census Bureau, l’agenzia del censimento, alcuni democratici ma anche repubblicani si sono opposti, ci conferma che l’inclusione della domanda sulla cittadinanza causerebbe problemi.

La leadership del Partito Repubblicano ha invece applaudito la decisione dell’amministrazione Trump anche se un’enumerazione incompleta avrebbe anche effetti negativi su alcuni red states, Stati con maggioranze repubblicane. Il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas, per esempio, favorisce l’inclusione della domanda nonostante il fatto che il suo Stato potrebbe perdere tre seggi al Congresso con un censimento incompleto. Perderebbero fondi e rappresentanza adeguata anche zone con maggioranze repubblicane in parecchie metropoli come Houston, Dallas e Austin (Texas) ma anche Atlanta (Georgia), Miami, Orlando (Florida) e Phoenix (Arizona) con forti presenze di immigrati.

Tutto sommato, i repubblicani ci guadagnerebbero dal punto di vista politico poiché il cambiamento tenderebbe a rafforzare il valore e il potere dei bianchi che hanno in grande misura supportato Trump e il suo partito. Kris Kobach, il Segretario dello Stato del Kansas, repubblicano, ha lodato la decisione del cambiamento del censimento descrivendola come una vittoria storica per il presidente Trump. Al momento il sistema giudiziario dovrà decidere sulla legalità del cambiamento. In caso di approvazione le ripercussioni durerebbero per altri dieci anni e forse anche di più mandando un messaggio che i poveri e gli immigrati non devono assolutamente essere contati perché dopo tutto non contano niente.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Russiagate e comportamenti poco innocenti di Trump

putin trump“Quando sei innocente….comportati come tale”. Questa la risposta del parlamentare repubblicano della South Carolina Trent Gowdy a una domanda nel programma “Fox News Sunday” mentre rispondeva ai frequenti attacchi di Donald Trump al procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller. Gowdy ha continuato spiegando che se uno non “ha fatto nulla di male vorrebbe che l’inchiesta fosse completata al più presto possibile”.

Gowdy si sbagliava sui ripetuti attacchi a Mueller. Infatti, solo di recente Trump ha iniziato a dirigersi direttamente al procuratore speciale con i suoi tweet velenosi. Il 45esimo presidente però ha condotto una campagna costante contro il Russiagate cercando di ostacolarla con tutti i suoi mezzi. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha sempre sostenuto che l’inchiesta del Russiagate non è altro che una caccia alle streghe e non doveva mai essere stata intrapresa. Trump non ha mai accettato l’idea dell’interferenza russa nelle elezioni del 2016 vedendo in questo riconoscimento un’ombra sulla sua legittima vittoria. Tutto semplice per lui. Ha vinto, punto e basta. Il fatto che diciassette agenzie di intelligence americane hanno dichiarato che vi è stata interferenza russa nell’elezione americana con possibili ripetizioni in future elezioni non sembra interessare il 45esimo presidente.

Trump ha infatti cercato di dimostrare che non vi è stata interferenza citando due conferme personali di Vladimir Putin. Putin, come si sa, è un ex agente della KGB e dunque le sue parole sarebbero dubbiose. Il presidente americano però pone più fiducia in queste asserzioni del leader russo che in quelle delle agenzie di intelligence americane. Partendo da questa posizione il 45esimo presidente ha fatto del suo meglio per bloccare le indagini di Mueller. A cominciare dal licenziamento di James Comey, direttore della Fbi. Trump ha poi fatto una campagna velenosa contro il procuratore generale Jeff Sessions, da lui nominato, per essersi ricusato dalle indagini del Russiagate per conflitti di interesse, forzando la mano del suo vice, Rod Rosenstein, a dare l’incarico di procuratore speciale a Mueller. Trump ha persino celebrato il licenziamento di Andrew McCabe, numero due alla Fbi, perché questi aveva mantenuto fedeltà al suo ex capo Comey.

Gli attacchi di Trump alle indagini del Russiagate sono stati costanti suggerendo che qualcosa non quadra con la visione della realtà del presidente. Quattro dei collaboratori di Trump si sono già dichiarati colpevoli di avere mentito al procuratore speciale il quale ha anche incriminato 13 cittadini russi. Inoltre, Mueller ha citato in giudizio l’organizzazione Trump per l’accesso ai suoi documenti infrangendo la “linea rossa” che il 45esimo presidente aveva stabilito come insuperabile.

Trump continua a spingere per la fine delle indagini del Russiagate ma allo stesso tempo si sta preparando dal punto di vista legale. La sua squadra di avvocati però riflette la confusione della politica alla Casa Bianca. Il leader dei suoi avvocati, John Dowd, si è dimesso, apparentemente non potendone più della mancanza di cooperazione del suo cliente che continuava a ignorare i suoi consigli legali. Theodore Olson, stella nel campo legale per avere difeso con successo George W. Bush nel 2000, si è anche rifiutato di rappresentare Trump. L’ultimo legale che avrebbe dovuto aggiungersi alla “squadra” legale di Trump (Ty Cobb e Jay Sekulow) è Joseph diGenova il quale però non ha potuto accettare l’incarico per conflitti di interesse. Altri avvocati di primo rango non hanno accettato gli inviti in parte per i comportamenti poco ortodossi di Trump come cliente ma anche per il caos della Casa Bianca dove i licenziamenti sono all’ordine del giorno.

Il fatto che Mueller continui le sue indagini e si sia avvicinato agli affari di Trump con interessi economici russi ha creato un clima di pericolo per il presidente. Alcuni analisti hanno già espresso il concetto che il 45esimo presidente potrebbe licenziare Mueller. Il comportamento caotico e volubile di Trump ha già creato questa preoccupazione nelle file dei leader democratici, alcuni dei quali hanno espresso l’importanza di proteggere Mueller mediante una legge. I colleghi repubblicani però non ne vogliono sapere credendo che il presidente non farebbe una cosa del genere come fece invece Richard Nixon nel 1973. Nel suo tentativo di proteggersi, l’allora presidente ordinò il procuratore generale Elliot Richardson e il suo vice William Richardson di licenziare Archibald Cox, il procuratore speciale per lo scandalo di Watergate. Il rifiuto di questi due spinse Nixon a licenziarli e nominare Robert Bork, il quale eventualmente licenziò Cox.

Si teme che Trump potrebbe ripetere l’esempio di Nixon per cercare di proteggersi, una prospettiva non probabile per alcuni leader dell’establishment repubblicano come Lindsey Graham e John Cornyn. Cornyn, senatore repubblicano del Texas e numero due al Senato, ha detto che licenziare Mueller sarebbe un’idea “stupidissima” per il presidente. Graham, senatore repubblicano della South Carolina, vede un licenziamento di Mueller come il primo passo a una crisi costituzionale che porterebbe all’impeachment.

Considerando la grandissima capacità di Trump di licenziare i suoi collaboratori l’idea di mettere da parte Mueller non è un’ipotesi impensabile. I legami di Trump con la Russia sono poco noti ma i comportamenti di Trump stupiscono anche l’osservatore più casuale. Il 45esimo presidente ha avuto parole dure per quasi tutti a livello nazionale e anche internazionale eccetto per Putin e la Russia. John Brennan, l’ex direttore della Cia, è stato chiaro quando ha detto in un’intervista che i russi hanno avuto molte esperienze con Trump “e forse sono in possesso di informazioni compromettenti”. Quest’idea spiegherebbe i comportamenti di Trump verso la Russia e la sua antipatia per le indagini di Mueller. Comunque sia, sapremo tutto solo alla fine delle indagini del Russiagate. I comportamenti di Trump però non riflettono un individuo pieno di innocenza.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Turchia: gruppo pro-Erdogan compra media opposizione

Erdogan-terrorismoLa holding del magnate turco Aydin Dogan avrebbe concluso un accordo per la vendita di alcuni tra i principali media di opposizione in Turchia, tra cui Hurriyet e la Cnn turca, a un gruppo di imprenditori vicini al presidente Recep Tayyip Erdogan per 1,25 miliardi di dollari. La notizia viene riportata dal sito indipendente T24. Un’operazione che renderebbe ancora più limitata la libertà di espressione e di dissenso in Turchia dove, dopo il fallito golpe di due anni fa, il pugno di Erdogan si è già abbattuto con forza sui media e la libera informazione con migliaia di giornalisti arrestai e diverse testate giornalistiche chiuse.

Tra i media oggetto della cessione, ci sarebbero i quotidiani laici Hurriyet e Posta, tra i più venduti nel Paese, quello sportivo Fanatik, anch’esso molto diffuso, nonché le tv Cnn turca e Kanal D. A guidare la cordata di acquirenti sarebbe la holding che fa capo a Yildirim Demiroren, ex proprietario della squadra di calcio del Besiktas e attuale presidente della Federazione calcistica turca, che nel 2011 aveva già assunto il controllo dei quotidiani di opposizione Milliyet e Vatan, che hanno da allora cambiato la propria linea editoriale. Se confermata ufficialmente, la notizia segnerebbe un’ulteriore fortissima concentrazione di potere mediatico nelle mani di gruppi pro-Erdogan.

Dopo la notizia della vendita le azioni della holding Dogan hanno avuto un vero e proprio boom con un balzo in avanti che è arrivato fino al 17%, mentre quelle del gruppo editoriale, Hurriyet Gazetecilik, fino al 19%. Secondo media locali, l’accordo – il cui annuncio ufficiale è atteso in a breve – è stato confermato anche da un dirigente del gruppo acquirente, che farebbe capo al magnate Yildirim Demiroren.