Brexit, ancora nessun accordo in vista

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Ancora una fumata nera sulla Brexit.. Al Vertice Ue al termine della cena dei capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles, la trattativa tra Unione europea e Regno Unito resta ferma al palo. I 27 annullano il vertice straordinario annunciato per novembre e si preparano allo scenario del ‘non accordo’.

I leader della Ue constatando che non sono stati fatti “sufficienti progressi” nelle trattative con il Regno Unito, hanno deciso di cancellare il Vertice straordinario del 17 e 18 novembre, fanno sapere in serata fonti Ue, ma “sono pronti a convocare un Consiglio europeo, se e quando il negoziatore dirà che sono stati fatti progressi decisivi”. “Per ora l’Ue a 27 non ha intenzione di organizzare un vertice straordinario a novembre”, ha aggiunto la stessa fonte. Durante la discussione a cena, i leader dei 27 hanno ribadito “la loro fiducia” in Michel Barnier come negoziatore e la loro “determinazione a restare uniti”. E hanno chiesto a Barnier di “continuare il suo sforzo per raggiungere un accordo sulla base delle linee guida” già adottate dall’Ue. “Non ci siamo ancora, serve molto più tempo”, aveva detto lo stesso Barnier subito dopo l’intervento di Theresa May all’inizio della cena.

Nel merito delle trattative, mentre il nodo continua a essere legato al cosiddetto ‘backstop’ sulla frontiera tra Irlanda e Irlanda del Nord su cui le parti restano distanti, il primo ministro britannico non avrebbe chiuso la porta alla possibilità di estendere di un anno il periodo di transizione. Secondo fonti di Bruxelles, May sarebbe pronta a accettare di allungare il periodo transitorio durante il quale il Regno Unito applicherà le regole Ue anche dopo la Brexit, oltre il 31 dicembre 2020. Durante il suo discorso questa sera agli altri capi di Stato e di governo dell’Ue, May ha detto che “il Regno Unito è pronto a considerare un’estensione del periodo transitorio”, hanno aggiunto le fonti Ue. La premier britannica – secondo un altra fonte – avrebbe anche chiesto ai leader Ue di aiutarla a trovare un accordo che possa essere approvato dal suo governo e dalla Camera dei Comuni, dove i suoi piani per la Brexit stanno incontrando una crescente resistenza. Un’apertura parzialmente confermata dal presidente del Parlamento europeo, Antonio tajani, secondo cui l’opzione è emersa nel dibattito anche se May sul punto ha avuto un atteggiamento ‘neutrale’.

Francia e Germania continuano a mostrare “fiducia” ma allo stesso tempo si preparano allo scenario ‘no-deal’, eventualità che il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk alla vigilia del vertice ha definito come “mai cosi’ probabile”. E che con il passare delle settimane si sta concretizzando. Anche l’olandese Mark Rutte ha detto di essere “cautamente ottimista”, aggiungendo che “Non ci aspettiamo e non ci auguriamo” un mancato accordo, ma “abbiamo chiesto alla Commissione di lavorare con maggiore vigore su uno scenario di no-deal”. La verità, sintetizza la presidente lituana Dalia Grybauskaite, “che non c’è ancora da parte di May una posizione chiara su cosa voglia la Gran Bretagna, Nel governo May “non c’e’ una posizione chiara o una proposta chiara, ci dicano cosa vogliano.

Amazon aumenta il salario minimo: resta qualche ombra

jeff bezos“Oggi voglio dare credito a chi lo merita”. Con queste parole Bernie Sanders, senatore dello Stato del Vermont, noto anche come candidato presidenziale nel 2016, ha voluto riconoscere l’annuncio di Jeff Bezos di aumentare il salario minimo per i dipendenti di Amazon. Come si sa, l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora è stato un cavallo di battaglia di Sanders.

Sanders aveva causato uno scontro mediatico con Bezos facendo notare che l’uomo più ricco al mondo (165 miliardi) impiega lavoratori che a volte qualificano per benefici governativi per i loro bassi salari. In pochissimo tempo Bezos ha considerato la situazione ed ha deciso di aumentare il salario a 15 dollari per tutti i suoi lavoratori. L’aumento si applica a tutti i 250mila lavoratori di Amazon ma anche i 100mila della catena di supermercati Wholefoods, proprietà di Bezos. Include anche i dipendenti britannici di Amazon che vedranno il salario minimo aumentare a 10,50 sterline nella zona di Londra e 9,50 in altre parti.

L’aumento inizierà il primo novembre del 2018 e avrà un impatto positivo per tutti coloro che guadagnano meno di 15 dollari al momento ma anche a coloro che verranno assunti a contratto determinato per la stagione delle feste che è alle porte. Si tratta di una vittoria per i lavoratori di Amazon ma anche per quelli di altre aziende. In effetti, 15 dollari l’ora raddoppia il minimo federale di 7,25 dollari. Questa cifra rimane bloccata dal 2008 anche se può persino scendere a 2,50 in 17 Stati nel caso in cui i lavoratori ricevano mance. L’altro effetto positivo dell’aumento di Amazon è l’immediatezza. Alcuni Stati e città americane negli ultimi anni hanno aumentato il salario minimo ma lo hanno fatto in maniera graduale e si arriverà a quindici dollari l’ora fra quattro o cinque anni. L’effetto dell’aumento di Amazon si sentirà subito.

Lo sentiranno le aziende che in un modo o nell’altro fanno la concorrenza diretta o indiretta a Amazon. Se il salario minimo è 15 dollari e un lavoratore ha opzioni ovviamente sceglierebbe Amazon. Altre grosse aziende americane come Walmart e Target avevano già fatto qualche passo per aumentare il salario minimo a 15 dollari ma Amazon li ha “battuti” allo sprint. Adesso si vedrà se ci saranno reazioni specialmente considerando la forte concorrenza per i lavoratori data la disoccupazione attuale al di sotto del 4 percento. Con le assunzioni stagionali tipiche dell’autunno in preparazione delle vendite natalizie la concorrenza aumenterà a beneficio di quelli che cercano di entrare o rientrare nel mondo del lavoro.

L’impatto si ripercuoterà anche per i governi statali e locali i quali sentiranno pressione per aumentare il salario minimo. Nelle zone del Paese dominate da legislature democratiche il salario minimo è già stato aumentato ma anche in zone conservatrici si sentirà la pressione. Pressione addizionale avverrà anche dall’imminente annuncio di Amazon di costruire un altro centro di distribuzione che offrirà 50mila posti di lavoro. Le 20 zone finaliste sono dominate da amministrazioni democratiche ma l’effetto metterà pressione su altre aziende a reciprocare anche se probabilmente in maniera graduale.

L’aumento del salario farà anche piacere ai repubblicani a livello nazionale e locale i quali non si interessano al concetto di salario minimo lasciando alle aziende libertà di decidere quanto pagare. Comunque anche loro ci guadagnano politicamente affermando che il mercato libero funziona. Si sbagliano poiché la pressione politica e mediatica avrà certamente influito sulla decisione di Bezos. La sinistra, capitanata da Sanders e Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, ha mantenuto viva la discussione dell’importanza dell’aumento del salario minimo. Infatti, Sanders aveva introdotto un disegno di legge al Senato per aumentare le tasse alle aziende i cui lavoratori ricorrono ai benefici del welfare perché pagati pochissimo dalle loro aziende. Inoltre, la campagna mediatica che ha fatto notare il grande contrasto fra l’uomo più ricco al mondo e l’idea che una parte dei suoi dipendenti usano welfare aveva formato una macchia visibile a tutti. Bezos dunque è stato furbo ad agire ricevendo gli applausi persino da Sanders. Allo stesso tempo il padrone di Amazon ha ridotto la pressione dei lavoratori di creare sindacati.

Non tutti sorridono però all’annuncio dell’aumento del salario minimo. Bezos ha spiegato che nessuno dei suoi dipendenti perderà con l’aumento ma in realtà i bonus e le stock options dei dipendenti con più di due anni di esperienza verranno ridotte e eliminate. Non si sa esattamente quanto costerà a Amazon l’aumento del salario a 15 dollari l’ora ma è possibile che a farne le spese saranno i dipendenti longevi. Alcuni lavoratori guadagnavano 300 dollari al mese in bonus durante la stagione delle feste. Le possibile perdite delle stock options sono difficili da calcolare.

“Abbiamo ascoltato i nostri critici… e abbiamo deciso di agire” ha dichiarato Bezos spiegando l’aumento del salario minimo. “Siamo entusiasti del cambiamento e incoraggiamo i nostri concorrenti e altre grandi aziende a seguire il nostro esempio” ha continuato il padrone di Amazon. Una buona sfida per le aziende ma anche per il governo.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Giorno contro pena capitale, bracci della morte inumani

pena capitaleSakae Menda ha trascorso 34 anni nel braccio della morte in Giappone, prima di essere liberato. Il ricordo del periodo di prigionia è un incubo che mai potrà superare. “Non potevamo muoverci dentro le celle, costretti a restare seduti durante il giorno e a dormire la notte con una luce abbagliante accesa. Alcune volte alla settimana vengono concessi trenta minuti di esercizio fisico. Viene permesso un bagno di 15 minuti due volte a settimana, tre volte durante i mesi estivi. In cella, si è sottoposti a una sorveglianza 24 ore su 24 attraverso una telecamera posta sul soffitto per prevenire tentativi di suicidio, autolesionismo o fuga. Un prigioniero ha raccontato che alcune volte i detenuti hanno ricevuto una punizione (chobatsu). Una volta un prigioniero ha trascorso 2 mesi con le mani ammanettate costringendolo a mangiare come un animale”.

Non solo condannati a morte. Ma anche condannati a trattamenti disumani e degradanti. Sake Menda non è un caso isolato, sono molti i prigionieri, in ogni parte del mondo, costretti a sopportare condizioni carcerarie ogni oltre immaginazione.

“A prescindere dal crimine che possa aver commesso, nessuno dovrebbe essere costretto a subire condizioni inumane di detenzione. Invece, in molti casi, i condannati a morte sono tenuti in rigido isolamento, vengono privati delle cure mediche di cui necessitano e vivono nella costante ansia di un’imminente esecuzione”. Lo ha dichiarato Stephen Cockburn, vicedirettore del programma Temi globali di Amnesty International, in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte che ricorre oggi, 10 ottobre.

Negli Stati Uniti, in particolare in Stati come la California o il Texas, l’isolamento è completo e i prigionieri restano bloccati nelle loro celle tutto il giorno, 22 ore al giorno. In Pakistan, chi è condannato a morte può camminare fuori solo per un’ora al giorno, mentre spesso sono assegnate loro aree apposite note come “celle della morte” dove “otto prigionieri sono costretti a condividere una cella di 8×10 piedi (2,4×3,0 metri)”. In Bielorussia, il clima di segretezza che circonda l’uso della pena di morte fa sì che le esecuzioni non siano note all’opinione pubblica e vengano portate a termine senza alcuna comunicazione preventiva ai prigionieri, alle loro famiglie o agli avvocati”.

“Il fatto che alcuni governi notifichino l’esecuzione ai prigionieri e ai loro familiari pochi giorni, se non addirittura pochi minuti prima, aggiunge crudeltà alla situazione”, ha dichiarato Cockburn.

Quest’anno, la Giornata mondiale contro la pena di morte, che mobilita in tutto il mondo organizzazioni e difensori dei diritti umani, accende i riflettori su un tema forse meno conosciuto della pena capitale. “Chiediamo che i prigionieri condannati a morte siano trattati con umanità e dignità e detenuti in condizioni rispettose delle norme e degli standard internazionali sui diritti umani”, spiega Amnesty International. E a cinque paesi in particolare (Bielorussia, Ghana, Giappone, Iran e Malaysia) si rivolge affinché i rispettivi governi pongano fine alle inumane condizioni detentive dei condannati a morte e assumano iniziative in favore dell’abolizione totale della pena capitale.

Brasile. Il vento populista soffia forte

Brasile-Bolsonaro

Jair Bolsonaro

Il vento populista soffia forte anche oltreoceano. Dopo Trump, il continente americano potrebbe presto avere un nuovo leader ultra conservatore. Jair Bolsonaro è infatti il vincitore ufficiale del primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane. Il capitano dell’esercito di estrema destra, che ha ottenuto il 46,27 per cento dei consensi, affronterà ora il ballottaggio da super favorito. Contro di lui Fernando Haddad del Partito dei Lavoratori. L’erede di Lula ha portato a casa solo il 28,95 per cento. La vittoria finale di Bolsonaro appare ormai scontata. Pure Salvini non si contiene ed esprime la sua gioia via social: “Anche in Brasile si cambia. Sinistra sconfitta e aria nuova! #gobolsonarogo”.

Uno degli stati più popolosi del mondo, dunque, sta per voltare pagina. Dopo le presidenze Lula e Dilma Roussef (fuori anche dal Senato), condizionate da scandali veri o presunti, ora pare che il Brasile abbia scelto Trumpinho come suo comandante in capo. Salvo un colpo di coda della sinistra, al momento improbabile, sarà Bolsonaro a guidare la nazione sudamericana che vanta 200 milioni di abitanti. Haddad, comunque, non si rassegna e spera nell’appoggio degli altri partiti moderati per raggiungere il rivale nei seggi. La strategia è quella della “resistenza democratica” perché “non possiamo gettare al vento 30 di conquiste civili della nostra democrazia”.

La sfida, però, appare assai proibitiva. Persino Ronaldinho, uno dei calciatori simbolo del Brasile popolare, ha scelto il candidato sovranista. “Per un Brasile migliore desidero la pace, la sicurezza e qualcuno che si ridia gioia. Ho scelto di vivere in Brasile e voglio un Brasile migliore per tutti” il tweet dell’ex attaccante del Milan. Il Pt ha resistito solo nel Nord Est del paese, negli stati più poveri, dove ha ottenuto circa il 60 per cento dei consensi. Per il resto i candidati che appoggiano Bolsonaro hanno dominato i seggi di tutti gli altri stati.

La sinistra paga, quindi, gli anni di governo dove non è riuscita a imprimere quel cambiamento sperato in uno dei paesi più complicati del mondo. Il coinvolgimento di Lula nel caso Petrobas, il suo arresto e gli scandali legati alla presidenza Roussef hanno affondato definitivamente il Pt, che aveva già cominciato a perdere consensi. Bolsonaro, invece, qualora venisse eletto, sarebbe il primo ex militare a tornare al comando del Brasile dopo la fine della dittatura.

In Sudamerica come in Europa, dunque, i partiti nazionalisti fanno il pieno di voti. A conferma di un trend che è oramai globale. Oggi il Brasile ha deciso (forse) di segnare il passo, decretando un cambiamento storico. Il resto del mondo per ora resta a guardare. In attesa della prossima vittoria populista…

F.G.

Trump e Kavanaugh: macchie sulla Corte Suprema

Trump Kavanaugh

“È mai svenuto dopo avere bevuto alcol?” Questa una delle domande della senatrice Amy Klobuchar (Democratica, Minnesota) a Brett Kavanaugh durante la sua seconda testimonianza alla Commissione Giudiziaria del Senato per la possibile conferma alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Kavanaugh, evidentemente adirato dalla domanda, ha ribattuto domandando se la senatrice era svenuta in un caso simile.

La Klobuchar, con tono molto pacato, ha pressato il possibile giudice della Corte Suprema ottenendo una risposta negativa. Dopo la pausa del pranzo il giudice Kavanaugh ha chiesto scusa alla senatrice avendo capito il suo sbaglio. Kavanaugh ha anche riconosciuto il suo sbaglio pochi giorni dopo in un suo intervento nelle pagine del Wall Street Journal, noto quotidiano che pende a destra. Nel suo intervento, Kavanaugh mette in risalto le sue qualifiche ma ammette che la sua testimonianza è stata colorata da troppa emotività e ha “detto cose che non avrebbe dovuto dire”.

La reazione inappropriata di Kavanaugh con la senatrice Klobuchar non è stata l’unica asserzione fuori posto. Nel suo discorso di introduzione, il giudice Kavanaugh aveva fatto dichiarazioni che non si addicono alla personalità e temperamento di un giudice né tantomeno di un possibile giudice della Corte Suprema. Kavanaugh aveva dichiarato che nelle ultime due settimane era stato vittima di un “un assassinio politico”,  “alimentato  da rabbia per la vittoria di Trump nel 2016”,  “ con milioni di dollari spesi dalla sinistra per ottenere la vendetta dei Clinton”. Per Kavanaugh la colpa era tutta dei membri democratici della Commissione Giudiziaria al Senato.

Si tratta di dichiarazioni completamente estranee al tenore giudiziario ricordandoci in effetti i toni di una campagna politica. La reazione politica di Kavanaugh è stata spiegata dai suoi sostenitori come sdegno giustificato, considerando le accuse di molestie sessuali nei suoi confronti venute a galla, secondo lui, all’ultimo minuto per silurare la sua candidatura. Comunque sia, la reazione di Kavanaugh non ha riflesso la personalità necessaria per servire nella Corte Suprema che negli ultimi venti anni è divenuta sempre più dominata dalla politica, allontanandosi dalla giustizia che dovrebbe essere imparziale e basata sulle leggi.

Si sa ovviamente che il legame fra politica e sistema giudiziario esiste. I giudici della Corte Suprema vengono nominati dal presidente in carica in buona parte per ideologia politica. Donald Trump nella sua campagna del 2015-16 aveva promesso  che se eletto avrebbe nominato giudici conservatori. Infatti le sue due nomine sono giudici che tendono a destra. Ma la nomina di Neil Gorsuch (confermato l’anno scorso) e quella di Kavanaugh ci ricordano altre colorate da politica e polemiche come  quella clamorosa di Clarence Thomas del 1991. Si ricorda che Thomas, nonostante le accuse di molestie sessuali  di Anita Hill, fu alla fine confermato. Una conferma che rappresenta in un certo modo una macchia nella solennità della Corte Suprema. Alla quale bisogna aggiungere la macchia rappresentata da Gorsuch che è riuscito ad approdare alla Corte per il fatto che i senatori repubblicani, che controllano la Camera Alta, si rifiutarono di prendere in considerazione Merrick Garland che l’allora presidente Barack Obama aveva nominato per rimpiazzare Antonin Scalia. In effetti, i repubblicani, con la loro ostruzione, crearono il posto per Gorsuch.

Quando i senatori repubblicani adesso accusano i loro colleghi democratici di ostruzione non hanno tutti i torti perché fanno il lavoro di opposizione. Ma i “maestri” dell’opposizione sono proprio loro, i repubblicani. Avevano iniziato con la presidenza  di Obama rifiutandosi di confermare un folto numero di giudici alle Corti federali nominati da Obama. Poi, per ottenere più potere, hanno ridotto la voce della minoranza eliminando la procedura del filibuster che richiedeva 60 voti per procedere ai voti della conferma dei giudici. In passato, questa tradizione del Senato spingeva i presidenti a nominare giudici meno estremisti sapendo che la conferma richiedeva voti del partito di minoranza. In sintesi, la tossicità politica di Washington con l’aspra opposizione a Obama, è stata riversata anche sulla Corte Suprema.

Non sorprendono dunque tutti i battibecchi evidenti nella conferma di Kavanaugh. In questo caso però la posta è troppo alta. Una conferma di Kavanaugh significherebbe la netta maggioranza conservatrice in seno alla Corte Suprema con buone possibilità di future decisioni che potrebbero influenzare la politica americana per un cinquantennio. A cominciare dalla legge sull’aborto ma anche su tanti altri temi sociali per i quali Kavanaugh con il suo attacco politico si è dimostrato chiaramente  poco capace di obiettività. Il professor Laurence Tribe, eminente professore di diritto costituzionale alla Harvard, basandosi sugli attacchi di Kavanaugh, ha rilevato una serie di temi sui quali Kavanaugh dovrebbe ricusarsi perché li ha descritti come suoi avversari implacabili. Il professor Tribe include fra questi casi di molestie sessuali, i democratici, i gruppi liberal ecc. Ricusarsi da casi che toccano questi temi non sarebbe legalmente obbligatorio ma lo sarebbe dal punto di vista etico.

Al momento di scrivere queste righe siamo informati che il Senato ha approvato la mozione procedurale con 51 voti favorevoli e 49 contrari. Il voto finale non dovrebbe essere diverso anche se qualche remota possibilità di ribaltarlo potrebbe esistere. Non si sa con completa certezza l’esito finale ma sappiamo però che la probabile conferma di Kavanaugh ha già aggiunto altre macchie che riducono la legittimità della Corte Suprema.

Domenico Maceri

Patrimonio di Franco nel mirino del governo socialista

francisco francoIn Europa c’è un governo che non si rassegna alla politica dei tweet. È il governo spagnolo del socialista Pedro Sánchez, arrivato alla Moncloa a giugno di quest’anno, dopo aver sfiduciato con una mozione in Parlamento il centrodestra di Mariano Rajoy.
Nonostante la debolezza del suo esecutivo, Sánchez ha dimostrato subito di non volersi accontentare di un po’ di propaganda elettorale per cercare di conquistare una vera maggioranza alle prossime politiche. Dopo aver aperto agli immigrati rifiutati da Salvini, ha deciso di affrontare subito una grande questione politica interna, quella della riconciliazione nazionale. Già, perché a quasi 80 anni dalla fine della guerra civile e dall’inizio della dittatura franchista, la Spagna non ha mai voluto sciogliere questo nodo. Con il risultato che il suo passato è ancora tabù, nonostante i 40 anni trascorsi dalla “transizione” democratica che fu concordata nel 1977 (dopo la morte di Francisco Franco) tra le forze politiche di destra e di sinistra.

Un intero Paese colpito da una specie di “amnesia collettiva” che ha portato alla rimozione della dittatura e degli orrori d’una guerra civile con più di un milione di morti. Una guerra in cui per tre lunghi anni (1936-1939) si consumò il primo, feroce, scontro armato tra fascismo e antifascismo.

Adesso Sánchez ha deciso di avviare la resa di quell’antico conto mai saldato. E, per prima cosa, ha deciso la rimozione dei resti di Franco dalla Valle dei Caduti. Un atto simbolico che sta dividendo l’opinione pubblica spagnola. Secondo un recente sondaggio, la maggioranza del Paese è favorevole all’esumazione del dittatore ma non è d’accordo sull’opportunità di farla adesso, perché ci sono problemi molto più importanti da affrontare e risolvere.

Ma il nuovo premier socialista che ha 45 anni, e quindi appartiene a una generazione politica che non ha ricordi personali della dittatura, non ha esitato ad affrontare il problema della memoria collettiva. E le prime reazioni sembrano dargli ragione. Gli scaffali delle librerie si stanno riempiendo di nuove opere sul franchismo, e sulla transizione politica negoziata tra franchisti e opposizione di sinistra.

Spingendo la Spagna a voltarsi indietro il governo Sánchez fa una grande operazione politica. La tesi di partenza è che il patto con gli eredi del dittatore avrebbe impedito sia di rendere giustizia a tante vittime innocenti della guerra civile sia di fare piena luce su quaranta anni di dittatura. Perché come scrisse lo storico Perez Ledesma «Dire che Franco era irresoluto nelle operazioni militari o molto prudente nella sostituzione dei ministri è solo a una parte della verità. C’è una cosa in cui non fu mai indeciso: firmare sentenze di morte…».

Naturalmente la resa dei conti avviata dalla Moncloa è stata subito contrastata dalla famiglia del dittatore. Ma i discendenti del “Generalissimo” adesso devono prepararsi a combattere un’altra battaglia, molto più dura: la salvaguardia del loro patrimonio miliardario.

A metà settembre, in Galizia, la regione di Franco, una forza politica della sinistra locale ha presentato a Madrid la proposta di una commissione per investigare sul patrimonio dei Franco. La richiesta è stata approvata dai deputati e il patrimonio del “caudilho” è finito nell’agenda politica del governo che adesso aprirà il confronto sulle richieste di restituzione all’uso pubblico di palazzi, opere d’arte e residenze, avanzate da alcune località spagnole.

Felice Saulino
SfogliaRoma

Piano Trump per il deficit: tagli a stipendi dei federali

corey stewart“Sono quasi sempre d’accordo con il presidente Trump, ma non in questo caso”. Queste le parole di Corey A. Stewart, candidato per il Senato in Virginia, in un’email al Washington Post. Stewart dissentiva dalla decisione del presidente americano di bloccare gli aumenti salariali ai dipendenti federali. L’inquilino della Casa Bianca aveva spiegato in un comunicato indirizzato a Paul Ryan, speaker della Camera, che “bisogna mettere il Paese in una strada fiscalmente sostenibile” e che gli aumenti non si possono giustificare considerando “l’emergenza nazionale”.

Stewart è uno dei più grandi sostenitori di Trump. Lo aveva persino difeso nei suoi momenti più bui come nel caso delle rivelazioni del notissimo video di Hollywood in cui si sentiva che l’allora candidato repubblicano poteva approfittare delle donne. Stewart era rimasto al fianco di Trump anche quando questi aveva detto che i neonazisti non erano poi tanto negativi perché in una dimostrazione a Charlottesville c’erano stati problemi “da ambedue le parti”.

La diversa presa di posizione di Stewart sui salari sembra ammirevole specialmente perché non rientra nell’ideologia repubblicana di difendere i lavoratori. Stewart però è tutt’altro che altruista. È candidato al Senato in Virginia e si trova in una situazione disastrosa essendo indietro di 23 punti, secondo un sondaggio. Ha poche speranze di sconfiggere il suo rivale democratico Tim Kaine, attuale senatore e noto anche per essere stato il vice di Hillary Clinton nel 2016. Il Virginia contiene quasi 200mila dei 2,1 milioni di dipendenti federali e quindi Stewart non poteva che prendere le loro difese per cercare di limitare i suoi danni politici.

Gli aumenti bloccati da Trump equivalgono a 2,1 percento e secondo il presidente ammonterebbero a 25 miliardi di dollari. Esclusi dal congelamento sono le forze armate. In realtà si tratta di solo 2 miliardi in un bilancio annuale di 4100 miliardi. Da rilevare anche che il numero di dipendenti federali non aumenta dal 1989 quando la popolazione statunitense era 246 milioni comparata a quella attuale di 320 milioni.

La preoccupazione di Trump per il deficit sarebbe ragionevole eccetto per il fatto che emana odore di ipocrisia. Si ricorda che il 45esimo presidente l’anno scorso ha firmato una legge approvata dal suo partito che ha già peggiorato il deficit annuale e di conseguenza anche il debito federale. Solo nel mese di luglio 2018 il deficit è stato registrato a 77 miliardi di dollari, un aumento del 79 percento in comparazione a luglio del 2017. Il deficit è aumentato del 21 percento nei primi dieci mesi del 2018. Il Congressional Budget Office (CB0), l’agenzia federale non-partisan, ha calcolato che il deficit nel 2019 raggiungerà mille miliardi.

L’aumento del deficit è dovuto principalmente agli sgravi fiscali che hanno beneficiato in grandissima misura le classi abbienti considerando specialmente la riduzione delle imposte dal 35 al 21 percento alle corporation.

L’impatto della proposta di Trump dei tagli salariali sul deficit sarebbe minimo e riflette la mancanza di serietà fiscale non solo del 45esimo presidente ma anche del Partito Repubblicano. Si ricorda che il deficit e il debito nazionale sono temi di importanza per il Gop quando i democratici sono al potere. Adesso che i repubblicani controllano sia la Casa Bianca che le due Camere non si sente parlare di deficit. Il fatto che Trump abbia riaperto il discorso dovrebbe essere positivo ma in realtà è poco promettente.

Anche il congelamento degli aumenti non è cosa fatta perché la legislatura potrebbe agire per ripristinare gli aumenti. Il Senato infatti aveva votato un aumento dell’1,9 percento per i dipendenti federali. La Camera non si era pronunciata ma adesso la pressione sta aumentando per agire poiché anche i parlamentari più conservatori, oltre ai democratici, sono favorevoli al modesto aumento. David Brat, per esempio, parlamentare del Virginia, membro del Tea Party, l’estrema destra del Gop, ha dichiarato che bisogna affrontare aggressivamente il bilancio “ma l’eliminazione dell’aumento ai dipendenti federali all’ultimo minuto non è la strada giusta”.

Ha ragione. La presa di posizione di Trump consiste di una guerra ai dipendenti federali che servono i veterani, forniscono supporto alle forze armate, proteggono l’ambiente e aiutano le famiglie povere. Si calcola anche che un terzo di questi dipendenti federali sono persino veterani.

La ripresa economica iniziata con Barack Obama segue un percorso positivo ma i benefici continuano in grande misura ad andare ai benestanti. Gli sgravi fiscali approvati da Trump, non necessari per stimolare l’economia, erano semplicemente un “regalo” ai più ricchi che in realtà non ne avevano bisogno. L’idea di bloccare il modestissimo aumento ai dipendenti federali ci conferma che il 45esimo presidente è incapace di identificarsi con la classe media. In questo caso però il suo partito lo potrebbe bloccare se non altro per minimizzare le probabili perdite alle elezioni di midterm che sono quasi alle porte.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Brasile, tornano i generali. Alle elezioni senza Lula

lulaLe elezioni brasiliane del 7 ottobre prossimo avranno un grande assente: Inàcio Lula. Il tribunale gli ha appena impedito di presentarsi per un terzo mandato da presidente nelle file del PT, il Partito dei lavoratori, la formazione politica di sinistra che contribuì a fondare a febbraio del 1980, durante la dittatura militare.

Lula, che è in carcere dopo essere stato condannato per corruzione, non potrà partecipare nemmeno alla campagna elettorale a fianco di Fernando Haddad, l’ex sindaco di San Paolo schierato in fretta e furia dal “Partido dos trabalhadores” dopo l’ultimatum del Tribunale Supremo Elettorale, che l’11 settembre ha obbligato il PT a sostituire il suo candidato.

Ultimo atto di una durissima guerra con la magistratura che va avanti da aprile, cioè da quando l’ex presidente è finito nel carcere di Curitiba, in seguito a una condanna a 12 anni inflittagli in appello. L’accusa è quella di aver ricevuto tangenti per un milione di dollari dalla Petrobas (l’azienda energetica di Stato) e favori da parte di alcuni imprenditori privati (un appartamento al mare e la costruzione di un ranch).

Lula, che ha sempre respinto le accuse, ha subito presentato ricorso alla Corte Suprema per evitare la sospensione dei diritti politici prima dell’ultimo grado di giudizio. La sua richiesta è stata respinta, ma il PT lo ha schierato ugualmente alle presidenziali fissate per ottobre. Ne è nata una durissima battaglia legale contro “le sentenze politiche della magistratura” sostenuta da una serie di manifestazioni di piazza a favore dell’ex presidente. Fino all’ultimo “no” dei giudici del Tribunale elettorale che hanno votato quasi all’unanimità (6 a 1) costringendo il PT a cambiare cavallo.

Il risultato è che dopo più di 40 anni il Brasile vivrà la sua prima campagna elettorale senza Lula, che fu eletto in Parlamento nel 1986, a 41 anni, da leader dei metalmeccanici. E subito partecipò alla nuova Costituzione che nasceva per chiudere la tragedia della dittatura con l’inserimento di forti garanzie per i diritti dei lavoratori.

Presidente del Brasile nel 2002, Lula guadagnò presto la fiducia dei mercati, che lo avevano accolto con preoccupazione, superando gli obiettivi posti dal Fondo monetario internazionale. Fu rieletto nel 2006 e affrontò la crisi globale del 2008 con un vasto piano d’investimenti pubblici. Il Brasile conobbe un momento di sviluppo. Lula, ormai popolarissimo tra la gente, era diventato il presidente che aveva migliorato le condizioni di vita di milioni di proletari. Nel 2010 il terzo mandato consecutivo non sarebbe stato il problema, ma era vietato dalla Costituzione. E così il leader del PT come presidente del Brasile scelse un suo ministro, l’economista Dilma Rousseff, poi destituita nel 2016 con l’accusa di aver manipolato il bilancio dello Stato per garantirsi la riconferma.

Si arriva così alle elezioni del 7 ottobre, le prime senza Lula. Con un gigantesco problema per il PT costretto a ripiegare su un candidato debole e poco conosciuto a livello nazionale come l’ex sindaco di San Paolo Haddad. I primi sondaggi lo danno sotto al 10 per cento. La verità è che, nonostante gli scandali e il carcere, Lula sembra ancora l’unico candidato in grado di far vincere la sinistra brasiliana. L’ultimo sondaggio sulle intenzioni di voto, pubblicato poco prima della rinuncia, gli assegnava il 35 per cento al primo turno. 13 punti sopra il candidato della destra, il generale in pensione Jair Bolsonaro.

Felice Saulino
SfogliaRoma

I valori di McCain e Trump: due Americhe

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“L’America di John McCain non ha bisogno di essere rifatta grande perché lo è sempre stata”. Queste le parole di Meghan McCain, figlia di John McCain, agli elogi funebri del senatore americano tenutosi alla National Cathedral di Washington. Solo poche ore dopo è arrivato il tweet di Donald Trump che in lettere maiuscole ripeteva “MAKE AMERICA GREAT AGAIN”.

Due frasi diverse che rappresentano due Americhe, quella di McCain e l’altra del 45esimo presidente.

L’America di John McCain era presente nella cattedrale di Washington e abbracciava tutto l’establishment politico americano incluso gli ex presidenti George W. Bush e Barack Obama. McCain, sapendo che era in fin di vita, alcuni mesi fa aveva chiesto ad ambedue di pronunciare elogi funebri al suo funerale. La scelta non è stata casuale rivelandoci la forza e il coraggio di McCain. Sia Bush che Obama lo avevano sconfitto in dure campagne politiche. Il primo per la nomination nel 2000 e il secondo nella corsa alla presidenza nel 2008. I rapporti bipartisan però per McCain erano più importanti dei risultati delle elezioni. Come ha detto Obama nel suo elogio, al di là delle differenze politiche, ambedue erano americani e formavano parte della stessa “squadra”. Obama e Bush hanno lodato McCain per il suo eroismo in Vietnam dove sofferse la prigionia nel cosiddetto Hanoi Hilton. Una volta che i Viet Cong si resero conto che era figlio di un ammiraglio americano gli offrirono la libertà mettendolo davanti alla fila dei prigionieri da liberare. McCain si rifiutò decidendo di aspettare il suo turno, decisione che gli costò ulteriori torture.

La scelta dei due ex presidenti e degli elogi funebri è stata strategica e mirava a mandare un messaggio all’attuale residente della Casa Bianca, un uomo i cui comportamenti McCain disdegnava. In uno dei suoi ultimi dissensi, McCain aveva aspramente criticato  il comportamento di Trump all’incontro con Vladimir Putin in Helsinki. Si ricorda che il presidente americano non riconobbe il lavoro dell’intelligence americana che aveva confermato l’interferenza russa nell’elezione del 2016. Trump dichiarò nella conferenza stampa che Putin gli aveva dato ragionamenti convincenti per l’innocenza russa.

McCain aveva capito che la nazione viene prima del partito e che bisogna sacrificare per il bene comune. Trump, invece, vede il suo bene personale come guida. Ce lo conferma anche il suo attacco più feroce a McCain  durante la campagna elettorale quando l’allora candidato alla nomination repubblicana mise in dubbio l’eroismo di McCain. Trump disse che a lui piacciono “quelli che non si fanno catturare” e che McCain non era un eroe. Una blasfemia ovviamente poiché tutti gli americani riconoscono i sacrifici e contributi di McCain al paese. Nel caso di Trump, non corse il pericolo di essere catturato perché non servì nelle forze armate americane. Non andò in Vietnam perché ottenne quattro rinvii e alla fine fu esentato per una lieve deformazione ai talloni.

L’incapacità di Trump di vedere in faccia la realtà e il suo uso di attacchi personali come arma politica colorano la sua America. Come ha detto Obama nel suo elogio a McCain “la politica attuale americana finge di essere coraggiosa ma infatti nasce dalla paura”. La frase non menziona Trump direttamente ma la stoccata è chiara e diretta all’attuale inquilino della Casa Bianca. Nella campagna politica per la presidenza e in quasi due anni di mandato Trump le spara grosse dicendo di esser coraggioso e grande difensore del paese con la sua politica di “America first”, prima gli americani.

I fatti importano poco nell’America di Trump. I fatti si possono ricreare per confermare il successo personale. E quando la logica presenta un panorama negativo gli attacchi si riversano sui messaggeri. I media che riportano la realtà sono attaccati di “fake news” e in tempi recentissimi di nemici del popolo. Un’espressione che  ci fa subito pensare a leader autoritari per cui Trump ha espresso ammirazione dimenticando che i loro valori si trovano diametralmente opposti a quelli americani incarnati da McCain.

La miopia di Trump pervade la sua politica, che a differenza di McCain, è guidata dalla sopravvivenza personale anche a costo di sbarazzarsi di principi etici e morali. Dalle bugie quasi quotidiane che il Washington Post ha calcolato a più di 4 mila in meno di due anni di mandato a pagamenti di pornostar per silenziarle, prima smentiti, ma poi confermati dai suoi collaboratori, alcuni dei quali stanno per andare in galera.

Meghan McCain, nel suo elogio ha detto che la scomparsa del padre significa “la morte della grandezza americana, di quella vera… non  quella di individui che hanno vissuto una vita di conforti e privilegi mentre lui soffriva e serviva”. Non menziona Trump, ma la stoccata, è chiarissima.

Nel suo messaggio di addio McCain ha reiterato la “fede negli americani” esortandoci a non “disperare per i problemi attuali ma di credere sempre nella promessa e grandezza dell’America”. Un messaggio positivo che mentre l’America perdeva un pezzo importante ci ricorda che il Paese è molto  più grande  e non dipende da un singolo individuo. McCain sapeva benissimo che, nonostante la sua grandezza, l’America non ha ancora raggiunto il punto più alto ma la fede negli ideali vi ci condurranno un giorno.

Domenico Maceri

La Cina parte per la conquista dell’Africa

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La Cina nei prossimi tre anni porterà a termine otto iniziative con i paesi africani promettendo 60 mld dollari, per finanziare lo sviluppo. Il progetto “Comunità Cina e Africa destino condiviso” ha lo scopo di creare una sorta di nuova “Via della seta” per mare e terra, progetto già annunciato cinque anni fa dal presidente cinese Xi Jinping, che rilancia l’ iniziativa, “senza nessun fine politico”,affermando inoltre la sua opposizione a “protezionismo e unilateralismo”. Aprendo a Pechino i lavori della due giorni del “Forum on China-Africa Cooperation” (Focac), il presidente Xi Jinping ha promesso 60 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti per lo sviluppo. Lo scopo è di accelerare la costruzione della “One Belt, One Road initiative”, la nuova via della Seta via mare e via terra annunciata cinque anni fa dallo stesso Xi. Le risorse vanno ad aggiungersi ai 60 miliardi offerti nel 2015, utilizzati in progetti oggetto di crescenti critiche per la onerosità a carico dei Paesi cosiddetti “beneficiari”. Xi, parlando nella Grande sala del popolo, ha sollecitato la definizione della responsabilità congiunta e della cooperazione “win-win”, di mutuo beneficio, tra la Cina e l’Africa rinnovando i suoi giudizi di opposizione a “protezionismo e unilateralismo”.

La Cina vuole anche dare vita a un fondo “China-Africa” per la pace e la cooperazione sulla sicurezza con gli sforzi congiunti per le iniziative di peacekeeping e il mantenimento della pace. I 60 miliardi annunciati da Xi si suddividono principalmente in 15 miliardi dedicati agli aiuti, ai prestiti senza interessi e ai finanziamenti agevolati; in una linea di credito da 20 miliardi: in 10 miliardi di fondi speciali del fondo per lo sviluppo “China-Africa”; in fondi speciali da 5 miliardi, infine, per l’import dall’Africa. In più, le compagnie cinesi saranno incoraggiate a investire non meno di 10 miliardi nel triennio. Per i Paesi meno sviluppati, pesantemente indebitati, senza sbocchi sul mare e le piccole isole/Stato in via di sviluppo con relazioni diplomatiche con la Cina, Pechino ha offerto l’esenzione eccezionale dagli interessi sui debiti a partire da fine 2018.

La Cina dal 2009 è diventata il primo partner commerciale degli africani, 170 miliardi di dollari di interscambio nel 2018. Ma sbilanciato, con una ventina di miliardi di surplus sul fronte cinese. Per esempio, materie prime africane in cambio di prodotti finiti dell’industria cinese, compreso il vestiario iper economico che si è fatto conoscere in tutto il mondo. Tutto made in China. E poi c’è il problema del debito. È vero che i cinesi stanno costruendo le infrastrutture, come la ferrovia per l’Etiopia, ma il debito sta diventando una montagna dalla quale sarà difficile scendere per gli africani, avvertono gli studi di sostenibilità occidentali. Però, in un’intervista alla Xinhua, il presidente Paul Kagame del Ruanda, che presiede anche l’Unione Africana, sostiene che la formula “trappola del debito” è un tentativo occidentale per scoraggiare la relazione sino-africana. “Un’altra prospettiva del problema è che chi critica la Cina per il nostro debito, dà troppo poco”. La stampa cinese scrive che i dubbi occidentali sono un tentativo di contenere l’ascesa della Cina.

Redazione Avanti!