SpaceX verso il lancio.
Prove d’errore

Falcon-HeavyE’ molto probabile che il primo lancio sperimentale del gigantesco Falcon Heavy, previsto il prossimo autunno, si risolva in una spettacolare esplosione! L’ha detto Elon Musk durante la conferenza su ricerca e sviluppo della stazione spaziale internazionale – (ISSR&D) conference in Washington, D.C – lo scorso 19 Luglio. “Spero che avvenga abbastanza lontano dalla rampa di lancio in modo da non causare danni. Per essere onesto considererei perfino questa una vittoria” ha aggiunto.

E’ un aspetto del taglio industriale della nuova corsa allo spazio inaugurata da SpaceX dove lo sviluppo di sistemi innovativi segue i percorsi dell’implementazione con le necessarie prove d’errore. Se le prove non si possono completare a terra, allora vengono fatte in volo senza che ciò comporti giudizi di fallimento.

Nella nuova corsa allo spazio non esistono pezzi unici, come avveniva ai tempi del progetto Apollo.

Tutto è modulare. Il Falcon Heavy è composto da tre primi stadi del Falcon 9, con il vettore centrale modificato per sostenere la spinta triplicata, più il secondo stadio, modificato per il rientro a terra. Così ci dovranno essere quattro piattaforme di rientro con quattro teleguide contemporanee. Il risultato sarà la messa in orbita di un carico utile di 60 tonnellate con il consumo del solo carburante. “Però tutto cambia” – aggiunge Elon Musk. “Il carico cambia, l’aerodinamica cambia totalmente, le vibrazioni e l’acustica sono triplicate”.

Allora tanto vale concentrasi su lanci di prova pieni di checkpoint, con una telemetria molto sofisticata, in grado di restituire i dati di ogni dettaglio del comportamento del vettore e le cause esatte delle eventuali rotture. L’esperienza dello sviluppo del rientro del primo stadio insegna: un anno di esplosioni poi, finalmente, la serie ininterrotta di rientri andati a buon fine.

Daniele Leoni

Il modello Trump:
i campioni del nepotismo

trump-family“Il nepotismo è un fattore della vita”. Con queste parole Eric Trump spiegava il fatto che lui, il fratello Donald, e la sorella Ivanka hanno successo. Secondo il secondogenito di Trump bisogna però avere della capacità per restare in alto dato che il nepotismo solo apre le porte.

Il nepotismo nel mondo degli affari si accetta considerando il numero di aziende grandi e anche piccole in cui i figli e familiari vengono assunti e sistemati per ragioni di sangue. In politica però le cose sono diverse. Il presidente Trump non è il primo a dare incarichi importanti ai suoi parenti alla Casa Bianca. Nella storia americana altri lo hanno fatto. In tempi recenti si ricorda John F. Kennedy che diede l’incarico di procuratore generale al fratello Robert divenuto campione dei diritti civili. Ciononostante a causa del nepotismo messo in pratica da Kennedy una legge fu approvata nel 1967 che proibisce assumere familiari in incarichi governativi. Nel 1978 però la legge fu modificata esentando i ruoli di consulenza dal nepotismo. Ecco perché Trump ha potuto assumere il genero Jared Kushner e la figlia Ivanka dando loro incarichi di consulenza nei suoi riguardi.

Avere due membri della famiglia ai vertici della Casa Bianca rassicurerà Trump dato che gli garantisce fedeltà, qualità indispensabile per il 45esimo presidente. Un rapporto essenziale come ci dimostra la richiesta di fedeltà dell’attuale inquilino della Casa Bianca a James Comey, ex direttore della Fbi. Allo stesso tempo però la presenza di familiari può causare problemi. A cominciare dal fatto che l’unica ragione per i loro incarichi sia dovuta al rapporto familiare. Se non fosse stato per il nepotismo certamente Ivanka non sarebbe consigliere al presidente degli Stati Uniti. Jared da parte sua è stato messo a capo del neoistituito Office of American Innovation con ampli compiti interni ma anche esteri inclusa l’esplorazione di un trattato di pace fra Israele e la Palestina.

Né Jared né Ivanka hanno avuto esperienze governative venendo ambedue dal mondo degli affari. Una caratteristica con coltello a doppio taglio, da una parte positivo ma anche negativo. L’esperienza imprenditoriale può aiutare in incarichi governativi ma allo stesso tempo può essere dannosa dato che le mete sono diverse. Nel primo caso si tratta di fare profitti senza preoccuparsi veramente se qualcuno ne esce perdente. In politica i profitti sono il servizio agli elettori e tutti i contribuenti ne dovrebbero uscire vincenti.

Ma il problema principale con il mondo imprenditoriale è il continuo legame che intorbidisce le acque con i nuovi incarichi governativi. Nonostante il fatto che ambedue Kushner e Ivanka abbiano messo le loro aziende in un “trust” la separazione non è stata netta. Nel caso di Kushner è emersa la storia di affari con rappresentanti cinesi subito dopo l’elezione che hanno messo in dubbio il suo ruolo nell’amministrazione del suocero. Anche Ivanka ha avuto un episodio simile quando si è incontrata con il primo ministro giapponese mentre la sua azienda stava negoziando un affare con il governo nipponico.

Questa mancanza di netta separazione fra affari e governo ovviamente include anche lo stesso Trump. Anche lui ha affidato le sue aziende ai suoi due figli maschi ma ovviamente quando loro intraprendono affari tutti sanno che il loro cognome è lo stesso del presidente degli Stati Uniti. Ovvi sospetti emergono troppo facilmente se i collaboratori, specialmente stranieri, si aspettano favori dal governo americano o almeno credono di poterli ottenere.

Gli incarichi poco chiari di Kushner e Ivanka producono situazioni poco rassicuranti anche per i membri del “cabinet” di Trump ed altri consiglieri alla Casa Bianca. Kushner, per esempio, a volte sembra oscurare il ruolo negli affari esteri del segretario di Stato Rex Tillerson. Inoltre forti battibecchi sono emersi fra Kushner e Steve Bannon, un altro consigliere importante di Trump. Ovviamente in queste situazioni gli avversari di Kushner sanno bene che il loro rivale è il genero del presidente e devono mitigare le loro azioni.

Ivanka, da parte sua, a volte sembra fare il ruolo di first lady che ovviamente spetta a Melania Trump. La figlia maggiore di Trump, a differenza del marito, concede interviste e riconosce il suo ruolo senza precedenti nella storia americana. Si crede che lei abbia, come il marito, idee moderate e vicine a quelle del Partito Democratico, un “peccato mortale” per Bannon ed altri ultraconservatori nei vertici della Casa Bianca. Ciononostante si sa poco dell’influenza di Ivanka sulle decisioni del padre anche perché come lei ha detto i consigli dati al presidente rimangono fra loro due. Si crede però che lei abbia influenzato la decisione di bombardare Assad in Siria per punire l’uso delle armi chimiche.

“Forse noi siamo qui per nepotismo, ma non siamo ancora qui per nepotismo” ha spiegato Eric Trump, difendendo se stesso ed il fratello Donald Junior in un’intervista nel 25esimo piano della Trump Tower. Avrà ragione ma nel loro mondo imprenditoriale suo padre fa le decisioni. Nel campo governativo ci sono leggi che mettono freni. Il cognato Jared ha aggiornato tre volte la domanda di nulla osta alla sicurezza per accedere alle informazioni classificate aggiungendovi cento nomi di contatti con russi che aveva omesso nella dichiarazione originale. Trump ha protetto il genero. Per quanto tempo potrà continuare a farlo? Robert Mueller, il procuratore speciale dell’inchiesta sul Russiagate, ci farà sapere. Forse il nepotismo ha i suoi limiti.

Domenico Maceri

Iran, 239 esecuzioni
nei primi sei mesi del 2017

IRAN+HUMAN+RIGHTSBen 239 esecuzioni in Iran nei primi sei mesi del 2017, un numero che in prospettiva non sembra molto lontano dalle 530 esecuzioni complessivamente registrate lo scorso anno. Dati impressionanti anche se ben inferiori alle circa 1000 persone messe a morte appena due anni fa. E’ quanto emerge da un rapporto pubblicato qualche giorno fa dall’organizzazione Iran Human Rights.

Tre aspetti colpiscono dell’analisi presentata dall’ong locale. Innanzitutto, la presenza di minorenni all’epoca del reato tra i ‘giustiziati’: tre già quest’anno e per uno di loro l’esecuzione è avvenuta per un reato di omicidio commesso 30 anni fa, quando era appena sedicenne.

Poi, vi è la sensibile differenza tra i dati ufficiali e quelli non ufficiali. Delle 239 esecuzioni registrate da Iran Human Rights, appena 45 sono state rese note dalle autorità iraniane. La gran parte, invece, ben 149, provengono da fonti non governative.

Infine, l’enorme incidenza dei reati legati all’uso e al traffico di droga nelle sentenze capitali. Il 54% delle esecuzioni del primo semestre di quest’anno (quindi, 129 su 239 persone messe a morte) sono condanne per reati di droga. E almeno cinquemila prigionieri accusati di tali reati sarebbero in attesa di ulteriori indagini. Un dato che evidentemente non è passato inosservato neppure ai membri del parlamento iraniano che hanno chiesto alla magistratura di bloccare le esecuzioni legate alla droga. Ma, almeno per il momento, la richiesta non avrebbe sortito reali effetti.

Massimo Persotti

Cambiamenti climatici, migrazioni e Terzo mondo

climate-changePresso la sala Zuccari del Senato (Palazzo Giustiniani), s’è tenuto il convegno internazionale sul tema “Politiche efficaci per evitare migrazioni climatiche di massa ed eradicare il debito dei Paesi poveri compensandolo con il loro credito climatico”: organizzato dal Consorzio mediterrae” (associazione no-profit che realizza progetti di rilievo sociale, ambientale e umanitario, già distintasi, nei mesi scorsi, per la difesa degli ulivi pugliesi) in collaborazione col Rotary Club, l’Inner Wheel (associazione femminile fortemente legata al Rotary) e l’ I.I.E.E., ente intergovernativo nato in Brasile.

Tema complesso: “che – ha spiegato in apertura l’ing. Roberto De Pascalis, Presidente del Consorzio – in questo convegno affrontiamo guardando soprattutto al rapporto tra migrazioni legate anche ai mutamenti climatici e debito del terzo Mondo”. Rapporto in che senso? “Oggi – ha proseguito De Pascalis – il peggioramento mondiale delle condizioni climatiche e ambientali (effetto serra, scioglimento dei ghiacciai, ecc…) può concorrere a incrementare l’emigrazione dal Sud verso il Nord del mondo: peggiorando la situazione che già vediamo in Italia e in altri Paesi d’accoglienza. Da qui l’idea – che lanciamo – da un lato di utilizzare finalmente gli ingenti fondi che l’ONU ha a disposizione per riparare ai cambiamenti climatici. Dall’altro, di proporre una rinegoziazione dei debiti dei Paesi poveri mediante la compensazione tra il loro “credito ecologico” (cioè la quantificazione dei danni ambientali e climatici che spesso han subito, per decenni, causa lo sviluppo forsennato di altri: caso tipico, il Burundi, rovinato a suo tempo dalle rapaci dominazioni tedesca e belga) e il loro debito . Questa e altre proposte concrete (che abbiamo già inoltrato a vari ministri, anzitutto a quello dell’ Interno) permetterebbero di varare una strategia d’ aiuto ai Paesi poveri (che abbiamo il dovere d’aiutare) rendendo in ultimo superflua l’emigrazione verso i Paesi più ricchi”.

“Nell’enciclica “Laudato si”, Papa Francesco – ha sottolineato il prof. Raffaele Coppola, avvocato della Santa Sede – si sofferma molto sui problemi ambientali, ma anche su quelli sociali: rilevando come il debito dei Paesi del Terzo mondo è divenuto ormai un inquietante mezzo di controllo politico del Sud del pianeta da parte del Nord. I gruppi piu’ o meno occulti di potere esoterico-finanziario, poi, peggiorano gravemente la situazione (oggi, oltre la metà del danaro circolante in tutto il mondo è in mano a soli 12 plutocrati!). Ma l’ Italia potrebbe giocare un ruolo rilevante nel cambiare questa situazione: se il Governo (con l’auspicabile appoggio della S. Sede) si decidesse a promuovere (come previsto proprio da una legge della Repubblica, la n.209 del 2000, “Misure per la riduzione del debito estero”) la richiesta, alla Corte Internazionale di Giustizia de L’ Aja, di pronunciarsi sulla legittimità delle attuali norme internazionali regolanti il debito del Terzo Mondo”.
Natalino Ventrella, amministratore delegato del Consorzio, richiamata l’attenzione sul pericolo (vedi “L’Osservatore Romano”, dicembre 2016) che, da qui al 2050, il surriscaldamento della terra produca 350 milioni di migranti, ha illustrato la proposta di realizzare, coi fondi per i cambiamenti climatici stanziari dalla Cop 21, la Conferenza ONU di Parigi dell’autunno 2015 (peraltro ancora priva di potere coercitivo verso gli Stati), una catena di villaggi produttivi standard sperimentali (VPSS), autosufficienti economicamente e dotati idricamente, nei Paesi più poveri del mondo (Burundi, Guinea Bissau, Uganda) . Coinvolgendo , gradualmente, le principali organizzazioni mondiali (FAO, Banca mondiale, FMI, BCE, ecc..), e puntando a realizzare, entro 60 anni, 12.000 villaggi sostenibili, dediti soprattutto ad agricoltura, zootecnia e attività connesse (versione moderna, diremmo, dei falansteri cari al socialista utopista Charles Fourier).

Lucio Barani, senatore membro di varie commissioni parlamentari, già sindaco di Aulla e Villfranca in Lunigiana ( Massa Carrara), ha evidenziato lo stato di grave impreparazione, sui questi temi, delle forze politiche e dello stesso apparato statale. L’ing. Francesco Palmisano, collaboratore del Consorzio Mediterrae, ha citato le proposte – per attuare gli obbiettivi previsti da Parigi 2015 – d’un Piano strategico nazionale per il contrasto dei cambiamenti climatici, e d’ una vera e propria “Task Force in Difesa del Clima e dell’ Ambiente”: che possa avvalersi , come previsto anche dalla relativa Direttiva Europea, dello  strumento militare, per applicare le scelte del Piano strategico.

Fabrizio Federici

Belgio: Corte di Strasburgo approva il divieto sul velo

veloLa Corte di Strasburgo ha avallato il divieto belga sull’uso del niqab (il velo delle donne islamiche che copre testa e corpo lasciando visibili solo gli occhi) ed ha decretato che la legge vigente in Belgio non viola la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In due sentenze il Tribunale Europeo dei Diritti Umani ha respinto altrettanti ricorsi di una cittadina belga e di una cittadina marocchina. Il primo ricorso era contro la legge del primo giugno 2011, che ha introdotto il divieto di indossare il niqab in tutti i luoghi pubblici. Il secondo ricorso impugnava un regolamento comunale del 2008 che imponeva lo stesso divieto. Secondo i giudici europei, la proibizione “può essere considerata proporzionata con il fine di garantire la convivenza e la socialità” oltre che tutelare “i diritti e le libertà delle donne”.

In sostanza, questo divieto può essere considerato “necessario in una società democratica”. Il Tribunale ha continuato a seguire la propria giurisprudenza cominciata nel 2014 con il caso della Francia: divieto simile in circostanze simili. Le ricorrenti sono la cittadina belga Samia Belcacemi, 36 anni, e la cittadina marocchina Yamina Oussar, 44 anni, contro la legge del 2011 e la belga Fouzia Dakir che aveva impugnato il regolamento comunale. Belcacemi, residente nel quartiere di Schaerbeek a Bruxelles, era stata multata e aveva rischiato l’arresto. Ouassar, abitante a Liegi, aveva deciso di non uscire piu’ di casa da quando era entrata in vigore la legge. Nel ricorso, la marocchina aveva sottolineato come il divieto avesse “cambiato profondamente la vita sociale e privata”. Dakir, 40 anni e residente a Duson, indossa il velo integrale da quando aveva 16 anni e si opponeva al regolamento di tre municipalità: Pepinster, Dison e Verviers. In questo caso, però, il Tribunale di Strasburgo ha condannato il Belgio perché il Consiglio di Stato belga aveva applicato un “eccesso di formalismo” nel respingere il ricorso della donna e ha concesso per questo un indennizzo di 800 euro per costi legali.

Scheda. Velo islamico: la situazione legislativa nei Paesi europei

Il velo islamico integrale, di cui oggi la Corte europea dei diritti umani ha avallato il divieto
nello spazio pubblico in Belgio, è bandito o limitato in diversi Paesi europei.

GERMANIA: i deputati hanno adottato il 27 aprile 2017 una legge che vieta parzialmente il velo integrale, obbligando i pubblici ufficiali ad avere il volto completamente scoperto durante lo svolgimento delle loro funzioni e le persone il cui volto è dissimulato a scoprirlo in caso di verifica di identità. Il Bundesrat ha approvato a sua volta il testo il 12 maggio.

AUSTRIA: il governo di coalizione centrista ha annunciato il 9 giugno 2017 che il velo islamico integrale nei luoghi pubblici sarà vietato dal primo ottobre.

BELGIO: il velo integrale è bandito nello spazio pubblico da una legge del 2011. L’infrazione è punita con una multa e/o la carcerazione fino a sette giorni.

BULGARIA: il Parlamento ha adottato nel settembre 2016 una legge che vieta il velo integrale in pubblico tranne che per ragioni di salute o professionali.

DANIMARCA: il governo ha limitato nel gennaio 2010 il velo integrale nello spazio pubblico, senza vietarlo, lasciando alle scuole, all’amministrazione e alle imprese di fissare delle
regole.

FRANCIA: primo Paese europeo a vietare il velo integrale nello spazio pubblico, con una legge “che vieta la dissimulazione del volto nello spazio pubblico” promulgata nell’ottobre 2010 e applicata dall’aprile 2011. Convalidata dalla Corte europea dei diritti umani nel 2014, prevede per le infrazioni fino a 150 euro di multa.

ITALIA: Una legge del 1975 vieta di uscire con il volto coperto ma i tribunali hanno sistematicamente respinto le ordinanze municipali che si rifacevano a questa legge per vietare il velo integrale adducendo che il velo è il frutto più di una tradizione che di una volontà di nascondere la propria identità.

NORVEGIA: il governo ha presentato il le 12 giugno 2017 un progetto di legge che vieta il velo integrale nell’insegnamento nazionale, dall’asilo all’università.

PAESI BASSI: i deputati hanno votato nel novembre 2016 un disegno di legge che vieta il velo integrale in certi luoghi pubblici (scuole, ospedali, trasporti pubblici). Il progetto è in corso di esame al Senato.

REGNO UNITO: il ministero dell’Educazione ha pubblicato nel 2007 delle direttive che consentono ai direttori degli istituti scolastici di vietare il niqab. Nel servizio di salute pubblica, è a discrezione degli ospedali.

SVEZIA: gli istituti scolastici possono dal 2006 vietare il velo se nuoce alla comunicazione fra alunni e insegnanti, se è pericoloso (in un laboratorio, durante lo sport) o se viola le regole di igiene. In tutti gli altri casi è autorizzato.

SVIZZERA: il Consiglio nazionale, camera bassa del Parlamento, aveva approvato nel settembre 2016 il divieto del velo integrale, misura che è stata respinta dal Consiglio degli Stati (camera alta). Il divieto è oggetto di una iniziativa popolare federale per un referendum. Attualmente il velo integrale è vietato solo nel cantone di Tessin (Sud) dal luglio 2016.

SPAGNA: la Corte suprema ha annullato nel 2013 il divieto del velo integrale negli edifici pubblici deciso tre anni prima da delle città della Catalogna.

Immigrazione, serve
una legge europea

Lampedusa-sbarchi-immigrati“Non ci possiamo rassegnare all’idea dell’accoglienza dei migranti in un Paese solo. Dopo di che, che la cosa si potesse superare a Tallinn mi sembrava improbabile”. Così ha commentato il Premier Paolo Gentiloni a margine del G20 di Amburgo, rispondendo alle domande dei cronisti sul ‘no’ degli altri Paesi UE (ribadito appunto all’ ultimo vertice di Tallinn) all’ uso di porti europei per gli sbarchi dei migranti.

“Accogliamo positivamente la retromarcia dell’ Austria sullo schieramento del suo esercito, “antiimmigrazione”, al confine con l’Italia”, commenta Foad Aodi, Fondatore del Movimento Internazionale Uniti per Unire, presidente di AMSI, Associazione Medici d’origine Straniera in Italia, nonché “Focal Point” per l’integrazione in Italia per l’ Alleanza delle Civiltà (UNAoC), organismo ONU. “Ma, concordando in questo col Premier Gentiloni, vogliamo ricordare che l’Italia, da anni, sul terreno immigrazione sta facendo uno sforzo eccezionale; e sappiamo che questo problema non può essere affrontato efficacemente senza una vera politica sovranazionale della UE. Ci vuole un’apposita legge europea sull’immigrazione: che fissi criteri precisi per passare dal caos attuale a una politica d’immigrazione programmata, e concordata coi Paesi “di partenza” mediante una serie d’accordi bilaterali internazionali ( si tratterebbe, aggiungiamo, anche di riprendere in sostanza, pur in un quadro generale molto mutato da allora, i lati migliori della “Legge Martelli” di fine anni ’80, N.d.R.) . Come proponiamo ormai dal 2000, coi nostri progetti “Buona Immigrazione” e “Buona Sanità”.

Al tempo stesso, diciamo no alle strumentalizzazioni politiche del problema immigrazione, fatte da partiti come da Governi. L’immigrazione, insomma, va affrontata sempre con due marce: quella dell’integrazione e quella della sicurezza collettiva. E tra partenze, arrivi e discussioni sullo “Ius Soli”, noi preferiamo che la diplomazia mondiale possa creare progetti per lo sviluppo, per l’occupazione e per risolvere tutti i conflitti in atto ( è di ieri la notizia che le forze irachene, sostenute dai raid aerei sotto comando americano, hanno finalmente liberato Mosul; mentre nel sudovest della Siria è scattata la tregua concordata, ai margini del G-20 di Amburgo, tra Putin e Trump, N.d.R.): così da impedire fughe di massa e fuga dei cervelli, che sono costretti a lasciare i loro Paesi”, conclude Aodi. Invitando tutti gli intellettuali, professionisti, lavoratori (italiani e d’origine straniera ), comunità, associazioni, sindacati ad impegnarsi di più in politica: “E a rafforzare la voce del nostro movimento internazionale, per il dialogo interculturale e interreligioso, “Uniti per Unire”; anche nell’ambito politico e sociale, ed è ora che noi #SCENDIAMOINCAMPO”.

Proprio nell’ottica di promuovere una buona e concreta cooperazione economica, a favore anche del dialogo interculturale e interreligioso, s’è svolta ultimamente, infatti, presso la sede dell’ Istituto Italiano di Cultura alla nostra Ambasciata di Tunisi, una tavola rotonda sulla crisi del dialogo intermediterraneo, in particolare tra i Paesi della sponda nord e quelli della sponda sud. Il convegno è stato organizzato dall’Associazione OMeGA di Roma nell’ambito del progetto (patrocinato da AMSI, Unione Medica Euromediterranea-UMEM, Comunità del mondo Arabo in italia- Co-mai, movimento Uniti per Unire, Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa #CRISTIANINMOSCHEA ) “Rotte Mediterranee”: partito da Cagliari il 2 luglio, e vòlto a rivitalizzare le antiche rotte del Mediterraneo (prima fra tutte, la Rotta del Corallo, percorsa da pescatori e mercanti di corallo tra Italia del sud e Tunisia), come direttrici di dialogo e cooperazione. In apertura, il presidente di OMeGA, ammiraglio Enrico La Rosa, ha sottolineato l’importanza di riattivare il dialogo intermediterraneo anche per restituire questo mare ai popoli che lo abitano, limitando l’influenza delle grandi potenze. Qualificati relatori italiani e tunisini- come Germano Dottori (LUISS), storico e analista geopolitico, e Mohammed Fantar (Università di Tunisi), scrittore e incaricato del Governo per il dialogo interculturale e interreligioso- si son soffermati, tra l’altro, sulla necessità d’una politica culturale che punti anzitutto a render di nuovo consapevoli le popolazioni mediterranee della propria storia, fatta (dall’Impero romano alla dominazione musulmana) di grandi momenti d’unità culturale, linguistica, amministrativa.

Fabrizio Federici

Usa, esecuzione in Virginia
di un malato mentale

virginia esecuzione

A nulla è servita una campagna mondiale e i tanti appelli per riconoscergli i suoi problemi mentali. Nella scorsa notte italiana, William Morva è stato messo a morte nel centro correttivo di Greensville a Jarratt. Terry McAuliffe, il governatore democratico, non ha ceduto nonostante le pressioni di attivisti, avvocati, legislatori, esperti delle Nazioni Unite, tutti concordi nel sostenere che i crimini dell’uomo erano il risultato di una grave malattia mentale che gli ha reso impossibile distinguere tra illusioni e realtà. Morva era stato riconosciuto colpevole degli omicidi nel 2006 di un vigilante di un ospedale e di un vicesceriffo.

Negli Usa, la pena di morte per le persone con ritardo mentale è stata messa al bando nel 2002 dalla Corte Suprema, ma resta applicabile per chi è invece affetto da malattia mentale. “Pur non equivalendosi ritardo mentale e malattia mentale – spiega Susan Lee, di Amnesty International, in un rapporto  pubblicato lo scorso anno dall’organizzazione per i diritti umani – i sintomi possono produrre conseguenze simili. Infatti, una persona affetta da malattia mentale e in preda al delirio può avere pensieri privi di logica e agire d’impulso. C’è quindi una profonda incoerenza tra l’escludere la pena di morte per persone con ritardo mentale e lasciarla in vigore per quelle con malattia mentale”.

Secondo la National Mental Health Association, i condannati con malattie mentali chiusi nei bracci della morte costituiscono dal 5 al 10% del totale dei 3.400 prigionieri in attesa di esecuzione. Col rischio che possa crescere sensibilmente il già drammatico numero di almeno cento prigionieri affetti da gravi forme di malattie mentali messi a morte dal 1977, in pratica quasi il 10% del totale delle esecuzioni nel Paese.

Neppure una settimana fa, gli abolizionisti avevano festeggiato la Mongolia diventato il 105esimo paese ad aver cancellato completamente la pena capitale dopo l’entrata in vigore, il 1 luglio, del nuovo codice penale.

Venezuela, militanti chavisti assaltano il Parlamento

venezuela

Saranno puniti i responsabili delle “barbarie” commesse al Parlamento, teatro ieri di un violento assalto e sequestro da parte di un gruppo di sostenitori del presidente contestato, Nicolas Maduro. Il monito arriva dal presidente del Tribunale Supremo di Giustizia venezuelano, Maikel Moreno, che denuncia “atti di violenza utilizzati come arma politica, che favoriscono solo chi ha interessi antidemocratici”. In un comunicato ufficiale Moreno assicura ai venezuelani che “i tribunali della repubblica puniranno severamente atti del genere”, sottolineando che “il futuro del paese non sarà tra le mani dei violenti: abbiamo la responsabilità di opporci all’idea sistematica di quanti utilizzano l’aggressione e l’indebolimento dei diritti fondamentali come arma di protesta”. Il massimo responsabile del potere giudiziario ha insistito sulla “necessita’ di un dialogo e di allacciare canali di contatto in grado di contenere la violenza”.

Ieri il Parlamento, controllato dall’opposizione, è stato invaso da un centinaio di manifestanti favorevoli a Maduro, che per nove ore hanno sequestrato deputati, lavoratori e giornalisti, 350 persone in tutto secondo fonti locali. Violenze fisiche e verbali da parte dei manifestanti che hanno ferito una ventina di persone, di cui sette parlamentari.

A Caracas la tensione rimane alta dopo l’assalto di ieri, verificatosi nel giorno in cui il Parlamento riunito in sessione ha varato la convocazione di un referendum popolare per il prossimo 16 luglio. I venezuelani dovrebbero essere chiamati a pronunciarsi sulla sorte dell’Assemblea Nazionale Costituente, voluta dal governo Maduro per stilare una nuova legge fondamentale, che dovrebbe essere eletta il 30 luglio. Un referendum che si presenta come un vero e proprio plebiscito sulla persona di Maduro. Inoltre il 5 luglio, come ogni anno, il Parlamento commemorava l’indipendenza del Venezuela dalla Spagna, risalente al 1811. I manifestanti hanno invece giustificato la loro azione come reazione ai “blocchi delle strade” firmati dall’opposizione dal mese di aprile.

“Non sono e non sarò in alcun modo complice di fatti violenti (?) Condanno questo attacco e decreto formalmente l’apertura di un’inchiesta per fare giustizia” ha dichiarato il presidente Maduro, eletto nel 2013, durante la commemorazione ufficiale, civile e militare, dell’indipendenza nazionale. L’opposizione antichavista ritiene invece le forze governative responsabili per l’assalto e puntano il dito sulla Guardia Nazionale Bolivariana (Gnb) per non aver bloccato l’accesso dei manifestanti all’interno della sede del Parlamento. Pur condannando “atti barbari inaccettabili”, il ministro della Difesa, Vladimir Padrino è tornato ad accusare l’opposizione di aver commesso atti “terroristici, tra cui linciaggi, blocco di vie pubbliche, istigazione alla ribellione” nella repressione delle proteste. Da tre mesi il Venezuela, in piena crisi economica, è il teatro di una grave crisi politica scaturita dal braccio di ferro istituzionale tra il potere esecutivo e legislativo. Vincitrice delle elezioni legislative del dicembre 2015, l’opposizione maggioritaria in Parlamento accusa il governo Maduro di convertire il paese in una ditattura. L’esecutivo del presidente chavista bolla gli ‘avversari’ di “golpisti”. Finora nelle proteste di piazza hanno perso la vita almeno 91 persone.

Il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, ha condannato l’attacco. In un breve messaggio su Twitter, Tajani ha definito l’Assemblea Nazionale venezuelana “un simbolo della democrazia”, e ha aggiunto che “il Parlamento Europeo chiede elezioni subito” per risolvere la grave crisi politica nel paese sudamericano.

“Quello che sta avvenendo in Venezuela – ha aggiunto Fabrizio Cicchitto – è di una gravità straordinaria. E’ evidente che da parte di Maduro c’è un attacco al Parlamento nel quadro di una operazione golpista che intende annullare con la violenza l’orientamento della larga maggioranza dei venezuelani”.

Anche i governi di Colombia, Messico, Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay, Perù e Cile hanno condannato quello che l’ambasciatore britannico a Caracas, John Saville, ha definito “il grottesco attacco” lanciato oggi da militanti chavisti contro il Parlamento venezuelano. I quattro membri fondatori del Mercosur – Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay – hanno diffuso da Montevideo un comunicato congiunto nel quale sottolineano che “questi fatti, preceduti da un intervento di alte autorità del Potere Esecutivo, senza l’accordo delle autorità legislative, costituiscono una prevaricazione dell’Esecutivo su un altro potere dello Stato, inammissibile nel quadro delle istituzioni democratiche”. Juan Manuel Santos, presidente colombiano e Nobel per la pace, ha respinto l’assalto al Parlamento di Caracas, sottolineando che è necessaria “una soluzione negoziata e pacifica”. “La crisi umanitaria e politica in Venezuela deve essere superata rispettando i diritti umani e le istituzioni democratiche”, ha commentato il suo collega peruviano, Pedro Pablo Kuczynski. Il ministero degli Esteri messicano ha diffuso una dichiarazione nella quale ha affermato che “la polarizzazione in Venezuela non può continuare, e la violenza non può diventare un ricorso quotidiano”.

OMeGA. LA regata per la pace nel Mediterraneo

omegaS’è svolto, presso l’ ex- Manifattura Tabacchi di Cagliari, il convegno illustrativo di “Lungo le rotte del corallo”, parte essenziale del progetto “Rotte Mediterranee”: organizzato dall’Associazione “OMeGA”, Osservatorio Mediterraneo di Geopolitica e Antropologia ,col supporto della Fondazione di Sardegna e dei circoli cagliaritani “Yachting Club Caralis” e “Ichnusa”. “Lungo le rotte…”, ricordiamo, ha il patrocinio dell’Istituto nazionale per il Commercio Estero, delle Ambasciate tunisina e algerina in Italia e, in varie forme, di molte altre istituzioni, pubbliche e private: Associazione dei Medici di origine Straniera in Italia (AMSI),Unione Medica Euromediterranea (UMEM), Associazione Uniti per Unire, Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), Unione delle Università del Mediterraneo (Unimed), ecc…

Questo primo anno del progetto “Rotte Mediterranee” ha come titolo appunto “Lungo le rotte del Corallo”: rotta antica tra le direttrici che attraversavano il Mediterraneo, frequentata per millenni, rotta essenziale di scambio tra i banchi di corallo e gli opifici della Sardegna e i mercati di sbocco della Tunisia.
Dopo i tre convegni preparatori di Roma dell’inverno e primavera scorsi, a Cagliari OMeGA e i suoi partner si son soffermati su alcune delle eccellenze agroalimentari della Sardegna, sottolineandone la valenza anche come volani di sviluppo economico per tutta la sponda sud del Mediterraneo.

In apertura, l’ammiraglio Enrico La Rosa, Presidente di OMeGA, ha illustrato motivazioni e obiettivi del progetto “Rotte Mediterranee”: sottolineandone, in particolare, la natura di contributo alla ripresa d’ un dialogo intermediterraneo, che attualmente versa in una crisi profonda. In un Mediterraneo che, in un certo senso, sembra tornato ai tempi delle ultime Crociate, cioè terreno di scontro tra le superpotenze dove i motivi religiosi e culturali fan semplicemente da alibi a interessi chiaramente imperialistici, e dove le “Primavere arabe” segnano quasi tutte il passo, “Che fare?”.

“Siamo fieri di essere europei”, sottolinea il Presidente di Omega, “l’Europa ci è costata tante guerre e tanto sangue; ma ci ha dato anche i fondamenti del pensiero liberale e dell’organizzazione democratica degli Stati…Ma in Mediterraneo si continua a morire, anche più di prima, anche senza guerre. OMeGA allora è convinta che vada tentata la formazione d’ una Comunità mediterranea, coesa ed autogovernata. Non rinneghiamo l’Europa, cui siamo fieri di appartenere, ma questo progetto va condotto al di fuori dell’egida euro-americano-sino-russa. Questo il quadro strategico del nostro pensiero: il viaggio di OMeGA da Cagliari alla Tunisia, nel Maghreb, dal 3 sino alla prima decade di luglio, è un primo passo in questa direzione: come tentativo di promuovere la nascita di movimenti d’opinione favorevoli a forme di colloquio permanente tra i Paesi del Mediterraneo, onde permettere la crescita di autocoscienza e autogoverno in tutta la regione”.

Alberto Osti Guerrazzi, segretario di OMeGA, s’è soffermato sull’importanza culturale, sociale ed economica dell’olivo e dell’olio di oliva nella storia del Mediterraneo. Guido Sanna, gastroenterologo, Presidente del “Sailing Club” Cagliari, ha commentato quest’intervento dal punto di vista d’un medico, evidenziando il valore nutrizionale e curativo ( anche in alcune forme di tumori) dell’olio d’ oliva.
Il Dr. Fulvio Salati è intervenuto sullo stato attuale dell’acquacultura in Sardegna, purtroppo decisamente insoddisfacente.. Il dr. Caristu, Presidente del Consorzio regionale Pecorino Romano ( nome legato al fatto che, nell’ 800, molti produttori laziali di pecorino si trasferirono in Sardegna, dove trovarono maggiori pascoli e ovini), ha illustrato l’ attuale situazione della produzione e dell’export di questo formaggio (67% della produzione esportato negli USA). Aspetti negativi, i nuovi trattati commerciali (come il CETA, recentemente concluso tra UE e Canada, e il TTIP UE-USA, temporaneamente accantonato, N.d.R.), che renderebbero difficile difendere le nostre eccellenze dalle imitazioni. S’è parlato, infine, di bottarga di muggine, altra storica eccellenza alimentare sarda.

Il Presidente La Rosa, in conclusione, ha esortato gli intervenuti (ringraziandoli per la loro partecipazione) a promuovere il piu’ possibile sinergie e coproduzioni coi nostri vicini tunisini. Appunto a Tunisi si concluderanno “Le Rotte del Corallo”: col convegno di giovedì 6 luglio alla sede dell’ Istituto Italiano di Cultura, sul tema “Il dialogo inter-mediterraneo: attuale paralisi e possibilità di rilancio”.Si confronteranno studiosi e analisti di alto livello culturale, italiani e tunisini, docenti di alcuni tra i più prestigiosi Atenei dei due Paesi: Germano Dottori, docente Luiss e analista per il periodico “Limes”, Mohammed Hassine Fantar, professore universitario emerito, Marco Lombardi, docente Università Cattolica di Milano e Itstime, Mohamed Menzli, giornalista della Radio tunisina, e altri.

Fabrizio Federici

Trump: torna (in parte)
il bando ai musulmani

donald-trumpLa Corte Suprema ha deciso che esaminerà il bando sui musulmani dell’amministrazione Trump. Intanto ha deciso che possono rientrare in vigore alcune parti del provvedimento che vieta l’ingresso negli Usa ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana. La decisione comporta che il governo di Trump potrà negare l’ingresso nel Paese di persone che non hanno familiari sul territorio Usa o che non abbiano già trattato un entrata a fini lavorativi. È una vittoria per il presidente Usa, secondo il quale il bando è necessario per la tutela della sicurezza nazionale. Il bando contro gli immigrati era stato bloccato da alcuni giudici federali e il presidente si era rivolto alla Corte Suprema.

Ovviamente la Corte Suprema potrà decidere di bocciare il provvedimento. Per questo alcune parti del provvedimento rientrano in vigore fino a quando la Corte deciderà sulla legalità complessiva delle misure. Il “travel ban” era stato introdotto con un ordine esecutivo (che entra immediatamente in vigore) e riguardava le persone provenienti da Sudan, Siria, Iran, Libia, Somalia e Yemen e sospendeva per 120 giorni anche il programma di accoglienza dei rifugiati. Era stato molto contestato subito dopo la sua introduzione, e poi bloccato da due tribunali federali che lo avevano giudicato discriminatorio. La sentenza della Corte Suprema, che non sarà appellabile, risolverà la questione una volta per tutte. Secondo l’amministrazione Trump, questa norma temporanea doveva servire a rimettere in sesto gli apparati di sicurezza del paese; molti però avevano giudicato la norma discriminatoria, per l’apparente arbitrarietà con cui erano stati scelti i paesi in questione, per via di una precedente versione del decreto ancora più dura (anche questa bocciata dai tribunali federali) e per le cose dette da Donald Trump in campagna elettorale, per esempio la promessa di bloccare del tutto gli ingressi nel paese di persone musulmane.

In attesa della sentenza il “travel ban” tornerà in vigore per tutti i cittadini che provengono da quei sei paesi salvo – ha specificato la Corte – per quelli che possono dimostrare di avere una “legittima relazione” con una persona o con una società o istituzione negli Stati Uniti, per esempio un familiare o un’università o un datore di lavoro. Questi potranno continuare a entrare, seguendo le regole pre-esistenti per ottenere un visto o una carta verde; gli altri invece non potranno entrare nel paese.

Ora la Corte dovrà decidere, in sostanza, se la decisione di sospendere gli ingressi da questi sei paesi è in contrasto con quanto stabilisce il Primo Emendamento della Costituzione americana sulla libertà religiosa: cioè se costituisce una discriminazione su base religiosa. Apparentemente l’ordine esecutivo non lo fa, visto che la grandissima parte delle persone musulmane di tutto il mondo non è interessata dal divieto, ma i tribunali federali hanno usato la dura retorica anti-musulmana di Trump per sostenere che le motivazioni dell’introduzione del divieto fossero discriminatorie.