Inps: lavoro in calo.
Numeri preoccupanti

Disoccupazione-giovaniL’Inps ha comunicato i dati sulla disoccupazione dello scorso mese di gennaio. I dati sono preoccupanti. Le richieste di indennità di disoccupazione presentate all’Inps nel mese di gennaio 2017 sono state complessivamente 162.714. Nel mese di dicembre 2016 le richieste presentate sono state 137.165. La differenza in aumento è stata di 25.609 domande pari ad un incremento percentuale del 18,5% rispetto al mese precedente. Nel gennaio 2016 le domande di disoccupazione sono state 150.001. Rispetto allo stesso mese dell’anno precedente l’aumento in valore assoluto è stato pari a 12.713 determinando un incremento percentuale pari all’8,5%.

L’Osservatorio dell’Inps sulla cassa integrazione fa notare che si tratta del primo mese senza incentivi dopo due anni di sgravi contributivi sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato. Per un nesso tra le due dinamiche saranno più significativi i dati sui licenziamenti di dicembre.
Sempre dai dati Inps emerge che il numero di ore di cassa integrazione autorizzate nel mese di febbraio 2017 è diminuito complessivamente del 41,9% rispetto allo stesso mese di un anno fa scendendo da 60,1 milioni di ore a 35,4 milioni di ore.

La riduzione è riconducibile al forte calo della cassa straordinaria (cigs), diminuita del 49,9% con una discesa da 43,1 milioni di ore a 21,6 milioni. Mentre, per gli interventi in deroga (cigd), con un decremento del 48,4% rispetto a febbraio 2016, le ore autorizzate sono scese da 7,1 milioni a 3,7 milioni. Sale, invece, la cassa integrazione ordinaria (cigo) con 10,2 milioni di ore autorizzate, il 3,2% in più rispetto a 9,8 milioni di ore di febbraio dell’anno scorso.

In particolare la variazione è stata di -5,7% nel settore industria e di +47,5% nel settore dell’edilizia. Le ore di cassa integrazione guadagni, rispetto a gennaio 2017, sono in aumento in tutte le tipologie di intervento. A febbraio 2017, le ore autorizzate di cassa ordinaria, sono aumentate del 29% rispetto al mese precedente. Per la cassa straordinaria l’incremento è stato del 13,2%, mentre per gli interventi in deroga si registra un incremento dello 0,7%.

I dati pubblicati dall’Inps sulle indennità di disoccupazione e sulla Cig, sono segnali che lasciano trasparire un quadro economico ancora in crisi con ripercussioni negative sulle risorse reddituali delle famiglie. La fase del disagio sociale in essere, tendenzialmente continuerebbe ad espandersi.

Salvatore Rondello

Martin McGuinness, dalla guerra alla pace

Britain's Queen Elizabeth II shakes hands with Deputy First Minister Martin McGuinness (L) during a private audience in Hillsborough Castle in north-west County Down, Northern Ireland, 23 June 2014 on the start of the Queen's three day visit in Northern Ireland (reissued 21 March 2017). According to media reports on 21 March 2017, Martin McGuinness died at age 66 at Altnagelvin Area Hospital in Derry, Northern Ireland.  ANSA/HARRISONS PHOTOGRAPHY / POOL

ANSA/HARRISONS PHOTOGRAPHY / POOL

Si è spento all’età di 66 anni, Martin McGuinness, l’uomo che ha accompagnato tutta la travagliata storia dell’Irlanda del Nord nel lungo e difficile processo di pace dopo i sanguinosi anni dei Troubles.  Il 66enne esponente del Sinn Fein, da poco si era anche dimesso da vice primo ministro nel governo di Belfast in aperto contrasto con il primo ministro unionista Arlene Foster.
“Il processo di pace in Irlanda del Nord non sarebbe stato possibile senza di lui”. Così Tony Blair saluta Martin McGuinness, l’ex comandante dell’Ira, protagonista dello storico “accordo del Venerdì Santo” tra governo britannico e governo irlandese che nel 1998 pose fine ai sanguinosi ‘Troubles’ in Ulster e fu dopo quella data che l’esponente del Sinn Fein diventò vice primo ministro.
McGuinness però è stato a lungo un terrorista a capo dell’Irish Republican Army, l’esercito clandestino repubblicano, ha guidato i cattolici nord-irlandesi durante una lunga parte dell’era dei Troubles, trent’anni di conflitto intestino che hanno provocato 3 mila morti, stragi, torture e immani sofferenze. Era lui il numero uno dell’Ira quando un attacco dell’organizzazione uccise lord Mountbatten, amatissimo zio del principe Carlo d’Inghilterra, e 18 soldati inglesi.
Nato nel 1950 a Londonderry, negli anni ’70 McGuinness era entrato a far parte dell’Ira. Due anni più tardi, era già vicecomandante della Derry Brigade, la brigata della città dove, il 30 gennaio, si consumerà il Bloody Sunday, quando i parà britannici aprirono il fuoco contro una folla di manifestanti inermi, uccidendone 13. Nel 1973 era stato condannato a sei mesi di prigione per possesso di esplosivi: “Abbiamo combattuto contro l’uccisione del nostro popolo, sono un membro dell’Ira e ne sono molto, molto orgoglioso”, sarà la sua rivendicazione durante il processo. McGuinness venne eletto al Parlamento nordirlandese di Stormont nell’82, nelle fila dello Sinn Fein, posto che non occuperà in virtù del principio astensionista del suo partito.
Eppure, da duro capo militare, ebbe la capacità di comprendere che il sogno dell’indipendenza o meglio della riunificazione dell’Irlanda poteva avvenire soltanto attraverso la pace, il dialogo e il tempo per ricucire le ferite reciproche. Con gli Accordi del Venerdì Santo del 1998, che hanno pacificato la regione, l’Ira iniziò a disarmarsi e venne creato un governo congiunto di protestanti e cattolici, ovvero di unionisti filo-britannici legati alla corona e repubblicani nazionalisti legati a Dublino, che dura tuttora.

L’Unione europea
secondo Enrico Letta

Enrico Letta‘Contro venti e maree’, è questo il titolo del nuovo libro di Enrico Letta, che esce oggi nelle librerie italiane, nello stesso mese in cui l’Unione europea festeggia i suoi sessant’anni, con l’anniversario dei Trattati di Roma.

“L’Europa è a un punto di svolta, il 2017 deve essere l’anno in cui si volterà pagina”, sostiene l’ex Presidente del Consiglio, ora rettore della scuola di affari internazionali di Sciences Po a Parigi, che ha scelto un luogo altamente simbolico, Strasburgo, capitale europea e città in cui ha trascorso l’infanzia, per lanciare il suo nuovo lavoro.

Ieri sera, davanti a un aula gremita della Biblioteca Nazionale e Universitaria di Strasburgo, Letta ha ripercorso la storia dell’Unione europea, identificando tre date chiave per il processo di integrazione. La prima, il 1957, con la firma dei Trattati di Roma e la nascita della Comunità economica europea. In quel momento, gli Stati europei guardavano a sé stessi, si percepivano, a ragione, come il centro del mondo e si ripromettevano di non farsi più la guerra tra di loro.

Secondo Letta, la seconda fase di vita dell’Unione è cominciata poi nel 1989, con la caduta del muro di Berlino. Gli allora Stati membri cominciarono a guardare fuori da sé, a est, a quella parte che avevano perso. Inizio così un periodo di grande allargamento. L’Europa non fu più solo simbolo di pace ma anche fonte di opportunità per i suoi cittadini. Basti pensare al programma Erasmus per i giovani, ai fondi strutturali per i sindaci dei paesi sottosviluppati o alla rinnovata libertà di cui potevano godere gli Stati dell’Est.

“Il 2016 è l’occasione per l’ennesima rottura – sostiene Letta – per l’inizio di una terza fase. Oggi l’Europa guarda al mondo. Un mondo che è completamente cambiato. Nel 1957, un abitante del mondo su sette era europeo. Tra vent’anni, lo sarà solo uno su venti”.

Ora più che mai, la demografia ha un impatto sulla competitività. “L’ultima rivoluzione industriale, quella digitale, non ha bisogno di un intermediario, può essere messa direttamente in atto dai cittadini”, fa notare Letta, che cita il caso della Cina, sottolineando come il fatto che un miliardo di cinesi possa applicare direttamente le tecnologie digitali moltiplichi a dismisura la forza economica del Paese.

Mentre prima la grandezza in termini demografici di un Paese non ne determinava necessariamente la forza, ora è sempre più così. “Tra dieci anni, tra i sette Paesi più importanti al mondo in termini economici non ce ne sarà nemmeno uno europeo, neanche la Germania”, continua l’ex Presidente del Consiglio, che ironicamente afferma: “I Paesi europei si dividono in due gruppi: quelli piccoli e quelli che non sanno ancora di essere piccoli”.

Proprio da questa consapevolezza nasce il titolo del libro, ‘Contro venti e maree’, ad indicare la volontà di contrastare tutte le forze che ancora negano l’importanza di vivere insieme in Europa.

“C’è chi, come Marine Le Pen in Francia, dice che quindici anni fa si stava meglio, che bisogna tornare indietro – continua Letta – La verità è che negli ultimi quindici anni, il processo di globalizzazione ha subito un’accelerazione tale da rafforzare i Paesi che hanno dimensioni maggiori delle nostre. Per questo è solo restando unita che l’Unione potrà mantenere la sua influenza”.

Letta ricorda che negli anni Ottanta, l’Europa intratteneva pochissime relazioni commerciali con il resto del mondo. Diversamente da oggi, non acquistavamo merci giapponesi, cinesi, nordcoreane e vietnamite.

“La vera frattura in Europa è tra la gente cosmopolita e chi, invece, non può permettersi di studiare o viaggiare e godere di tutti i vantaggi del progetto di integrazione – insiste Letta – Per questo, progetti come l’Erasmus non devono essere riservati a chi ha l’opportunità di fare l’università, ma devono essere aperti a tutti i giovani. Servono soluzioni che facciano riscoprire ai cittadini l’utilità del progetto europeo”.

“Il mondo deve essere il nostro universo di referenza. Viviamo ormai tutti connessi e sappiano cosa succede altrove. Dobbiamo comparare quello che vogliamo con quello che vuole il resto del mondo. In tal senso abbiamo una grande responsabilità – riconosce l’ex Presidente del Consiglio – Abbiamo dei valori che possiamo continuare a difendere solo se manterremo intatta la nostra influenza. Se l’Unione va a pezzi, nessun Paese europeo potrà dire la sua nelle discussioni sull’ambiente, sulla parità tra uomo e donna, sui diritti dei lavoratori o sulla laicità dello stato. Ci toccherà ascoltare e subire passivamente le decisioni dei grandi del mondo”.

Letta non risparmia le critiche per la classe politica al potere nel mondo occidentale, accusandola di usare lo spettro del populismo per sbarazzarsi delle proprie responsabilità. “La Brexit è colpa di Cameron, che per vincere le elezioni ha promesso il referendum. Trump ha vinto perché i Democratici si sono ostinati a imporre la dinastia Clinton al popolo americano. E lo stesso vale per il referendum in Italia: la vittoria del ‘no’ non è colpa dei cosiddetti populisti”.

“Il futuro è combattere per i nostri valori, perché questi non sono applicati automaticamente nel resto del mondo – questo il messaggio con cui Letta ha concluso il suo intervento a Strasburgo – Nel 2017 dobbiamo pensare al futuro per i nostri giovani. Non difendo l’Europa di oggi, troppo timida e piena di compromessi. Mi batto per l’Europa dei nostri figli e dei nostri nipoti”.

Usa e infrastrutture: nessun modello d’investimento

InfrastruttureAncora non si conosce il vero orientamento del presidente Trump per i settori dell’economia reale degli Usa.
Cancellando le poche regole introdotte a suo tempo dal presidente Obama per contenere le spinte speculative, le sue decisioni riguardanti il mondo bancario e finanziario hanno deluso quanti si aspettavano i cambiamenti promessi in campagna elettorale.
Dubbi e perplessità sorgono anche per quanto riguarda il finanziamento del vasto programma infrastrutturale annunciato, che prevede ben 1.000 miliardi di dollari di investimento.
Si farà ricorso ad obbligazioni e a fondi pubblici mirati a specifici progetti a beneficio degli utenti, oppure verranno messi in campo dei partenariati pubblico-privati (PPP) in cui si garantiscono maggiori privilegi alla parte privata?
Potrebbe sembrare una domanda secondaria ma non lo è per niente.
Se il governo si farà carico dell’intero investimento, lo Stato evidentemente si aspetterà di essere ripagato attraverso una maggiore efficienza dei settori produttivi e dai tributi fiscali derivanti dall’aumento dei redditi e dei consumi. Se si privilegiano i partenariati, gli investitori privati incasseranno le tariffe pagate dai consumatori e, forse, giovandosi anche di una rilevante garanzia pubblica.
In Italia si conosce bene la differenza in quanto negli anni, si è, purtroppo, in gran parte privatizzata la distribuzione dell’acqua, che da bene pubblico è sempre più diventato un servizio gestito da privati. Lo stesso avviene per la gestione delle autostrade che hanno portato ricchi introiti ai privati a fronte di scarsi investimenti e di insufficienti manutenzioni della rete.
Lungi da noi l’intento di criminalizzare il modello dei partenariati. Al contrario, esso può essere uno strumento molto valido se ben utilizzato e ben controllato. Occorre però riconoscere che non è il toccasana alternativo per tutti gli investimenti pubblici.
Negli Stati Uniti si stima che la componente privata degli investimenti nei servizi di interesse pubblico produce su base decennale in media un profitto annuo tra l’8 e il 18%.
Sono soprattutto i fondi di “private equity”, controllati dalle banche, ad operare in questi settori. Molte città americane, come è noto, in passato hanno “delegato” ai privati la gestione di molti servizi pubblici.
In una situazione di tassi di interesse zero, le banche e i fondi finanziari scalpitano per investire nei progetti infrastrutturali e in certi servizi pubblici. Ecco perché il programma di Trump suscita grandi consensi da parte del sistema bancario.
Indubbiamente la materia è complessa e ha notevoli riverberi. È noto, per esempio, che ogni investimento pubblico nelle infrastrutture genera un aumento del valore di mercato dei terreni e degli immobili già esistenti nella zona, generando effetti perversi nell’aumento dei prezzi delle case e degli affitti.
Si ricordi che Trump è un immobiliarista che ha accumulato le sue ricchezze in questo settore. Perciò non vorremmo che in futuro gli Usa diventassero un gigantesco fondo di investimento immobiliare.
Comunque speriamo che il presidente americano ci sorprenda positivamente e fughi con le sue scelte le non poche perplessità circolanti sulla natura del suo governo.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Yazidi, il genocidio dimenticato

yazidiGli yazidi, minoranza religiosa che vive prevalentemente nel nord dell’Iraq al confine con la Siria, sono stati vittime di uno dei peggiori crimini perpetrati da Daesh. Tutto è iniziato con la conquista di Sinjar il 3 agosto 2014. Un genocidio denunciato anche dall’Onu. Rischiano la vita 400mila persone che vivono tra Siria e Iraq e che praticano un culto religioso né cristiano né islamico e vero i quali i soprusi dell’Isis sono costanti. .
Gli Yazidi sono una comunità millenaria. Migliaia di loro che non sono riusciti a fuggire all’avanzata dello Stato Islamico in Iraq nell’estate del 2014 sono stati catturati. Molti di quelli che sono fuggiti hanno scelto un esilio definitivo in Europa o negli Stati Uniti, ma la maggior parte ha cercato rifugio nel Kurdistan iracheno, accolti in numerosi campi profughi.

Pia Locatelli, presidente del gruppo dei Socialisti alla Camera, è intervenuta sulla questione nel corso del Question Time con il Ministro Alfano, chiedendo l’impegno del governo per il riconoscimento del genocidio. “Il 27 settembre scorso questa Camera – ha detto Pia Locatelli – ha approvato due mozioni che impegnavano il Governo a promuovere, nelle competenti sedi internazionali, ogni iniziativa per il riconoscimento del genocidio yazida e per assicurare i responsabili di questi crimini alla giurisdizione della Corte penale internazionale. Gli yazidi, come sappiamo perché ne abbiamo parlato in quest’Aula, sono un’etnia antichissima, linguisticamente di ceppo curdo, la cui identità è definita dalla professione di una fede preislamica. Nell’agosto 2014, quando Daesh prese il sopravvento nella regione al confine tra Siria ed Iraq, la popolazione yazida, che vive per lo più nella regione e nella provincia di Sinjar, ha subito persecuzioni, violenze e massacri: migliaia di uomini e donne massacrati, migliaia di donne e ragazzi yazidi ridotti in schiavitù. Chiaramente – ha concluso – non potevamo rimanere inerti e inattivi e, di fronte a questa tragedia, abbiamo chiesto al Governo di impegnarsi per il riconoscimento del genocidio e per assicurare i responsabili di questi odiosi crimini alla Corte penale internazionale. Sono passati 160 giorni; chiediamo di sapere che cosa il Governo abbia fatto nel frattempo”.

Migranti: Ue, accelerare rimpatri o rischio sanzioni

Migranti-Consiglio UEAnche se i flussi di migranti in arrivo sulle coste del Mediterraneo orientale sono diminuite per effetto dell’accordo Ue-Turchia, “l’Italia e la Grecia restano sotto pressione”. I paesi europei quindi “accelerino i rimpatri”, pena le sanzioni. Il monito è arrivato oggi dal  commissario Ue per gli Affari interni e l’immigrazione, Dimitris Avramopoulos, che a Bruxelles ha illustrato i tre rapporti sull’avanzamento delle politiche Ue di gestione dell’immigrazione, in vista del vertice della prossima settimana. Avramopoulos ha richiamato i paesi a completare lo schema di ricollocamento di 160 mila profughi da Italia e Grecia. “E’ possibile – ha detto – ci vuole solo la volontà politica dei paesi. Ieri ho mandato una lettera a tutti i governi chiedendo di accelerare: il meccanismo finisce a settembre, ma il loro impegno non finisce e se non sarà rispettato dovranno pagare il conto”.

“La Grecia e l’Italia hanno fatto sforzi importanti per migliorare la loro capacità e organizzare le loro procedure per rendere possibile il ricollocamento dei rifugiati” si legge anche nella lettera del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, sempre in vista del vertice. “Ora – ha scritto ancora Juncker – tocca agli altri Stati dar seguito ai loro obblighi, anche in questa parte della più ampia politica dell’immigrazione.

La Commissione utilizzerà tutti gli strumenti a sua disposizione per assicurare che gli impegni siano onorati”. Dei 160mila rifugiati da ricollocare in Europa entro il prossimo settembre da Italia e Grecia, solo poco più di 13mila hanno trovato un paese di accoglienza. Quindi, perchè le azioni dell’Unione europea per gestire la crisi migratoria siano credibili, serve che “si costruisca la fiducia reciproca e sia possibile agire collettivamente quando uno stato è esposto a un alto livello di pressione migratoria”.

“Più riusciamo a lavorare efficacemente con i paesi terzi a un’agenda comune per affrontare all’origine le cause dell’immigrazione più grande sarà lo spazio per assicurare un sistema equo ed efficace di gestione dell’asilo e dell’immigrazione qui in Europa” ha aggiunto il presidente della Commissione.

Secondo le stime di Bruxelles in Europa sarebbe presente un milione di migranti irregolari da rimpatriare verso i paesi di origine o transito. Una stima basata sul numero di arrivi, circa 2 milioni, e il tasso di riconoscimento delle richieste di asilo che è attorno al 50%.  Il Paese che dovrebbe realizzare il maggior numero di rimpatri è la Germania, anche se ci sono dei limiti per effettuarli verso Siria e Iraq. Anche l’Italia è chiamata a giocare un ruolo importante nei rimpatri di migranti irregolari.

Intanto, grazie a un accordo tra la Cei e il Governo Italiano dal 7 marzo arriveranno in Italia 41 persone, tra le quali molte con gravi problemi di salute, provenienti dai campi profughi della Giordania. Si tratta di sette famiglie di cittadini siriani, il cui trasferimento è stato reso possibile dall’ambasciata italiana in Giordania e dalla Nunziatura apostolica, che hanno lavorato in stretta sinergia con Caritas Italiana, Unhcr e Iom. I primi due nuclei familiari arriveranno in Italia il 7 marzo all’aeroporto di Bari.

Oggi il premier Paolo Gentiloni ha incontrato il suo omologo Joseph Muscat con cui ha affrontato il problema migranti: “Abbiamo raggiunto dei risultati insieme – ha detto il premier ricordando il Consiglio informale di Malta circa un  mese fa “nel quale l’Ue ha manifestato il pieno appoggio all’intesa tra Italia e Libia”. “Investiremo su questo punto anche nei prossimi giorni – ha aggiunto Gentiloni – rafforzando ulteriormente le capacità della Guardia costiera libica. Nessuno si aspetti miracoli nel giro di poche settimane perché sarebbe un’illusione. Ma noi siamo confortati dal fatto che l’Ue ci sostiene”.

Legge elettorale e sistema politico: il caso francese

francia elezioniL’uninominale a due turni, in vigore in Francia da tempo immemorabile (salvo parentesi, più o meno prolungate, come il proporzionale della IV Repubblica) è stato, almeno sino ad oggi, un sistema feroce ma razionale.

Feroce, perché premia, oltre ogni limite, la “coalizzabilità” (e cioè la possibilità di essere inserito in un sistema di alleanze) rispetto alla rappresentatività. Così, nelle ultime politiche, il Pcf, con il 2.5% dei voti ha circa venti deputati; mentre il Fronte Nazionale, con meno del 20% ne ha uno o due.
Razionale per almeno due ragioni: la principale è la felice combinazione tra pluripartitismo e bipolarismo. Al primo turno (alle presidenziali e , successivamente, alle elezioni per la Camera dei deputati, si confrontano, nel centro-destra come nel centro-sinistra, diversi candidati, portatori di diverse opzioni politiche. Al secondo, le due famiglie si compattano, contro l’avversario comune. Per altro verso, il doppio turno (al contrario del Mattarellum, tanto caro ai Pd di ogni ordine e grado), offre, come dire, ampie possibilità ai candidati con radicamento locale: se finora lo stesso Pcf ha mantenuto una sua rappresentanza a Palazzo Borbone è stato per la qualità dei suoi amministratori locali.

Ma anche i sistemi più razionali e collaudati nel tempo possono entrare in crisi. Come sta avvenendo oggi. Ed è allora sulle cause strutturali, sulle manifestazioni presenti e sui possibili esiti di questa crisi che dobbiamo cominciare a ragionare.
A venire meno per primo è il confronto tra le linee proprio del primo turno. Crolla, per prima, la competizione a sinistra: con la scomparsa del Pcf e la frammentazione della sinistra plurale. A quel punto, il partito dominante, leggi il Psf, non ha più alcun bisogno di confrontarsi con gli altri: si tratta sul numero di seggi da concedere a questo o a quello; sicuri di poterne comunque ottenere il concorso al secondo turno in base al principio del “voto utile”. Quasi contemporaneamente, però, l’emergere del Fronte nazionale spegne il fecondo confronto tra gollisti, conservatori e liberisti in atto da sempre nel centro-destra. Un confronto che si esaurisce con le primarie; e poi tutti insieme, per occupare uno dei due posti necessari per accedere al ballottaggio.

Con la presidenza Hollande, poi, viene meno la contrapposizione sinistra-destra che, da secoli aveva caratterizzato il sistema. Per anni i socialisti avevano potuto mascherare la flagrante contraddizione tra la purezza del loro discorso ideologico e la loro pratica compromissoria come tra il mito del “modello francese”e la subalternità rispetto al contesto internazionale ed europeo. Con la crisi economica e l’avvento di una nuova destra insieme sociale e sovranista, l’impalcatura crolla.

Tutto ciò ci riconduce alla situazione attuale. In cui, per la prima volta nella storia della Francia moderna, il confronto, al secondo turno, non sarà più tra sinistra e destra ma tra liberisti e sovranisti; tra Macron (una specie di Renzi più acculturato e suadente) e Marine Le Pen. Un confronto in cui la sinistra, spaccata in due tra due candidati oltretutto “di sinistra”- Hamon e Mèlenchon, non arriverà, quasi sicuramente, al ballottaggio e rischia di avere una presenza marginale nel prossimo parlamento ( a meno che i due rivali di oggi trovino miracolosamente un’intesa sulle candidature).

E, guardando all’immediato futuro, un confronto in cui né la Le Pen né Macron risulteranno in definitiva vincitori. La Le Pen perché scatterà automaticamente contro di lei l’unione sacra in difesa della repubblica. Macron, perché il suo approccio liberista-populista è condiviso da circa un quarto dell’elettorato francese; con la conseguenza di risultare fortemente minoritario nel prossimo parlamento.
E dunque un presidente di un colore e un parlamento di colore diverso. Non accadeva dal 1995; ma allora la cosa dette luogo ad una proficua collaborazione tra Chirac e Jospin.
Oggi, invece, tutto appare confuso e incerto. Comprese naturalmente le nostre previsioni…

Alberto Benzoni

Il ciclone Trump continua
a sorprendere il mondo

trumpIl presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, durante il suo primo discorso al Paese ha esposto i suoi punti chiave: ampia revisione della riforma dell’immigrazione “per dare lavoro agli americani”, un aumento dei salari, norme per investimenti da mille miliardi di dollari e soprattutto la revisione della riforma sanitaria conosciuta come Obamacare. “Quello oggi stiamo testimoniando e il rinnovo dello spirito americano. I nostri alleati sapranno che l’America è ancora una volta pronta a guidare il mondo, tutte le nazioni del mondo, amici o nemici capiranno che l’America è forte, l’America è orgogliosa, l’America è libera”, ha dichiarato il numero uno della Casa Bianca, iniziando il discorso con una condanna all’antisemitismo e di ogni forma di intolleranza.

Da quando il neo presidente Trump è stato eletto ha dimostrato il suo carattere arcigno. Vediamo nello specifico i punti chiave dell’Obamacare: l’obiettivo della riforma era quello di aumentare la qualità ed affidabilità delle coperture assicurative abbassare la percentuale di popolazione non assicurata, ridurre i costi della sanità sia per le persone che per il governo. La previsione era quella di arrivare a 32 milioni in più di persone tutelate da una polizza sanitaria (e i dati sui risultati della riforma sembrano attualmente confortanti), diminuendo i casi di collasso finanziario delle famiglie americane dovuti alla necessità di cure mediche -eventualità drammaticamente frequente negli USA- con una diminuzione della spesa pubblica destinata alla sanità.

Tutto questo poteva essere possibile solo attraverso l’applicazione di 5 punti fondamentali. In parole povere è una soluzione sanitaria non compatibile ai piani di Trump. Gli Stati Uniti devono prepararsi ad un cambiamento radicale. Oltre alla riforma sanitaria, dovrebbe esserci anche quella della giustizia.

La Nuova Via della Seta,
una sfida per l’Italia

via della setaLa Via della Seta è nel dna dell’Italia. Non è un caso che furono italiani, in particolare Marco Polo e il padre gesuita Matteo Ricci, a far conoscere la Cina in un’Europa che coniugava il localismo con le ambizioni colonialiste.
Con la recente visita del presidente Sergio Mattarella l’Italia e la Cina si impegnano a promuovere una cooperazione a tutto campo, a cominciare dalla fattiva partecipazione alla realizzazione del grande progetto infrastrutturale “One Belt One Road” (OBOR), cioè la Nuova Via della Seta, sia terrestre che marittima.
Le ricadute in campo industriale, tecnologico, occupazionale e, evidentemente, anche geopolitico potrebbero essere veramente rilevanti per il nostro Paese.
Per cominciare, la delegazione imprenditoriale italiana ritorna con un carnet di accordi economici per oltre 5 miliardi di euro nei settori più disparati, dall’agroalimentare all’esplorazione dello spazio, dai trasporti alle nuove tecnologie, dalla ricerca alla cultura.
Ma è proprio il progetto OBOR a rappresentare la grande sfida soprattutto per l’Italia, che, come ha ribadito il presidente Cinese Xi Jinping, “offre vantaggi imparagonabili quale porta tra Oriente e Occidente”. L’OBOR prevede la costruzione di una serie impressionante di infrastrutture, tra ferrovie, autostrade, porti e snodi logistici.
Le sfide per l’Italia sono anzitutto poste al “sistema Paese”, visto che spesso le individualità non mancano. Il governo italiano e le relative istituzioni dovrebbero muoversi in modo organico e strutturato sui mercati internazionali.
Le visite istituzionali “apripista” sono essenziali, ma il vero “sistema Paese” lo si vede dopo, quando, nel tempo, deve mettere in campo in modo efficace, continuo e non burocratico le varie strutture di sostegno agli investimenti, al credito, all’export, ecc.
Lo stato italiano, in verità, ha già un ventaglio completo di enti mirati a questi servizi, ma troppo spesso i nostri imprenditori si lamentano della loro inefficacia, tanto da preferire a volte che non si intromettano nel business perché creerebbero più impicci e ritardi che aiuti.
La nostra forza sta nelle Pmi, soprattutto quelle dell’alta e della nuova tecnologia. Agevolare e sostenere la formazione di reti di imprese, che sappiano muoversi in modo efficace nei mercati internazionali, dovrebbe essere l’impegno principale e costante. In questo campo, noi riteniamo che il modus operandi della Germania sia quello vincente. Le industrie tedesche, grandi e piccole, si muovono costantemente nel mondo per sottoscrivere importanti contratti, sempre affiancate dal governo e dalla banca nazionale di sviluppo KFW, che è l’equivalente della nostra Cassa Depositi e Prestiti.
Non si dimentichi che partecipare alla realizzazione delle Nuove Vie della Seta significa essere coinvolti in un progetto epocale, straordinario, di corridoi di trasporto, di sviluppo e di urbanizzazione che richiedono la capacità di lavorare in settori complessi e multifunzionali. Infatti esse coinvolgeranno direttamente numerosi Paesi con un mercato vastissimo, prevedendo una crescita della classe media di ben tre miliardi di persone entro il 2050 e un aumento del commercio mondiale di ben 2.500 miliardi di dollari in dieci anni.
Il corridoio marittimo collegherà la Cina con l’Europa passando attraverso il rinnovato Canale di Suez. Perciò il Pireo dovrebbe diventare un importante hub logistico. Ma l’aspetto più importante verterà intorno al ruolo di cerniera giocato dal Mediterraneo. Al riguardo il nostro Mezzogiorno, con i suoi porti e attraverso lo sviluppo delle autostrade del mare, potrebbe davvero diventare lo snodo dei collegamenti verso il nord dell’Europa e, sotto molti aspetti anche più rilevanti, verso l’intero continente africano.
Si tenga presente anche il fatto che la Cina da tempo sta lavorando per connettere il citato OBOR con il corridoio infrastrutturale russo, il TransEurasian Belt of Development, conosciuto come “Progetto Razvitie”, che collega l’Europa con Mosca fino al porto strategico di Vladivostok sull’Oceano Pacifico. Infatti, la città russa di Kazan sta diventando lo snodo centrale di collegamento tra i due corridoi.
Questi progetti intercontinentali di sviluppo infrastrutturale richiedono ovviamente grandi linee di credito e notevoli finanziamenti. La Cina, di conseguenza, ha già creato l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), a cui anche l’Italia e altri 50 Paesi hanno aderito. Questa banca sarà essenziale per i necessari finanziamenti ma, speriamo, potrebbe diventare promotrice di nuove forme di finanza produttiva e non speculativa.
È certo che il legame tra un differente sistema bancario e finanziario e lo sviluppo reale dell’economia potrebbe gettare le basi per un nuovo e più equo sistema finanziario e monetario internazionale.
In definitiva, anche per gli stretti legami storici, culturali e “di simpatia” tra Cina e Italia, il nostro Paese potrebbe diventare l’attore privilegiato nei rapporti tra Cina ed Europa. È una prospettiva strategica quanto entusiasmante.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Dopo la Brexit Scozia tentata
da un secondo referendum

scoziaIl governo scozzese potrebbe richiedere un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia quando la premier britannica, Theresa May, attiverà il processo di Brexit a marzo. Lo rende noto il Times citando fonti del governo britannico che non hanno nascosto le preoccupazioni di Londra sul fatto che la premier scozzese, Nicola Sturgeon, possa utilizzare l’avvio del processo di uscita dall’Ue per chiedere un altro voto sul futuro della Scozia. Il primo referendum sull’indipendenza si è tenuto nel settembre del 2014: al tempo aveva vinto il ‘no’.

Secondo quanto spiega il quotidiano, May potrebbe rifiutare questa richiesta con la motivazione che andrebbe a creare una crisi costituzionale. Il timore di Londra è che Sturgeon possa utilizzare l’attivazione del cosiddetto articolo 50 del Trattato di Lisbona per chiedere formalmente un secondo voto, dopo gli avvertimenti in questo senso da parte della premier scozzese che ha più volte ribadito come la Scozia non voglia abbandonare il mercato unico. May, tuttavia, ha già confermato l’intenzione di staccare il Regno Unito dal mercato europeo in modo da poter controllare l’immigrazione nel Paese.

Una possibilità che viene però esclusa da Londra. La premier britannica Theresa May ha infatti una posizione chiara: non ci dovrebbe essere nessun secondo referendum sull’indipendenza della Scozia. Lo ha detto un  portavoce di Downing Street, Greg Swift, secondo quanto riporta Bloomberg.

Nel referendum del 2014 gli scozzesi respinsero con un margine di 10 punti l’opzione dell’indipendenza dal Regno Unito, ma la questione è riemersa a seguito del referendum dello scorso giugno in cui i britannici hanno votato a favore dell’uscita dall’Unione europea, dal momento che in quell’occasione gli scozzesi hanno votato per rimanere nel blocco. “La decisione di rimanere nel Regno Unito è stata presa dal popolo scozzese nel 2014 e tutte i segnali al momento indicano che le persone in Scozia non vogliono un altro referendum”, ha detto ancora il portavoce.

La Camera dei Comuni, dove May dispone di una stretta maggioranza, ha approvato la legge sulla Brexit senza modifiche, grazie al sì di una buona parte dei deputati laburisti, che hanno obbedito all’ordine di scuderia del leader Jeremy Corbyn. Se i Lord approveranno il testo senza emendamenti questo sarà inviato, dopo un’ultima lettura il 7 marzo, alla firma della Regina Elisabetta II. Se invece ci saranno modifiche, il testo rimbalzerà da una camera all’altra, scombinando i piani di May.

Dick Newby, leader dei liberaldemocratici alla camera alta di Westminster, ha detto che i Lord  vogliono proteggere i diritti dei cittadini Ue che vivono nel Regno. C’è “una volontà preponderante di fare al cosa giusta e garantire che i cittadini Ue abbiano il diritto di restare” ha detto al Guardian. Ma May ha sollecitato i Lord a non ritardare il testo. “Ci saranno dibattiti ed esami alla Camera dei Lord, ma non voglio vedere ostacoli alla volontà del popolo britannico… che è che realizziamo la Brexit” ha detto. All’inizio del dibattito lunedì scorso, la laburista Angela Smith ha detto che i Lord non devono “consegnare un assegno in bianco al governo” e che non si faranno intimidire da deputati che hanno proposto di abolire al camera alta.