Brexit, la possibilità del fallimento delle trattative

brexitIl governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, intervistato dalla BBC dopo l’aumento dei tassi, ha avvertito: “Anche se resta improbabile, ormai il rischio di un mancato accordo sulla Brexit con l’Unione europea è sgradevolmente elevato”. Uno scenario che il banchiere centrale giudica indesiderabile, quello di una mancata intesa che porterebbe alla cosiddetta “hard Brexit”. Commenti che hanno ulteriormente depresso la sterlina, caduta sotto la soglia psicologica di 1,30 dollari a 1,2982.

Eppure, la Banca d’Inghilterra ha deciso di alzare i tassi ai livelli massimi dai tempi della crisi finanziaria di un decennio fa, a dispetto dei diffusi timori relativo al tormentato e insidioso processo verso la Brexit e ai venti di guerra commerciale internazionale: il tasso di riferimento è stato incrementato di 25 punti base arrivando allo 0,75 per cento. Una decisione attesa, date le recenti dichiarazioni del governatore Mark Carney sui rischi di surriscaldamento dell’economia e di altre conseguenze negative in mancanza della prosecuzione di una manovra di normalizzazione dei tassi.

Nel novembre scorso la BoE aveva alzato i tassi per la prima volta da oltre dieci anni.

Molti economisti hanno contestato la necessità di procedere in questa fase a un irrigidimento della politica monetaria come una inutile assunzione di rischi. E non solo perché, a meno di otto mesi dalla Brexit, il governo di Theresa May e l’Unione Europea sono ancora lontani dall’aver concordato sullo status delle loro future relazioni economiche. A parte i possibili effetti deprimenti del crescente contrasto commerciale tra Usa e Cina sulla congiuntura globale, l’economia britannica ha rallentano nel complesso la sua crescita dopo il referendum del 2016 e di recente la crescita salariale, principale fattore inflazionistico interno, non ha dato segni di decisa accelerazione anche se la disoccupazione è ai minimi da oltre 40 anni. Gli operatori dei mercati finanziari hanno già largamente scontato la decisione, tanto che la manovra di irrigidimento potrebbe non bastare a rafforzare la sterlina (in calo da tre settimane sul dollaro) , specie se le dichiarazioni che il governatore Carney farà questo pomeriggio dovessero segnalare prudenza per il futuro.

Ieri la Federal Reserve non aveva fatto ulteriori ritocchi ai tassi americani, ma ha indicato di esser pronta a farlo eventualmente già da settembre alla luce della robustezza dell’economia statunitense. La Banca del Giappone l’altro ieri aveva invece confermato l’intenzione, pur con qualche aggiustamento, di mantenere i tassi ai correnti livelli estremamente bassi ancora per un estero periodo di tempo, confermandosi come la più ‘colomba’ tra le banche centrali.

Il rialzo dei tassi, può essere considerata una sfida del governatore della Banca d’Inghilterra indirizzata ai pessimisti sulla Brexit. Mark Carney ha affermato: “Con crescenti spinte inflazionistiche generate internamente e la prospettiva dell’emergere di un eccesso di domanda nell’economia, un modesto irrigidimento (della politica monetaria) è ora appropriato per ripristinare una inflazione verso il suo target del 2% e farla restare su quel livello”.

Di suo ha aggiunto una revisione al rialzo delle stime sulla crescita economica del Regno Unito nel 2019. Ossia l’anno in cui, dall’inizio del secondo trimestre, il Regno Unito lascerà l’Unione europea. La politica monetaria della BoE sarà in direzione di un irrigidimento limitato e graduale, ma se, dati i possibili esiti diversi dei negoziati sulla Brexit, le circostanze dovessero diventare avverse, Carney non ha escluso che i tassi possano anche essere limati.

La reazione degli investitori è stata modesta (neanche la sterlina ha avuto una spinta), anzitutto perché la misura di oggi era attesa e già scontata dai mercati. L’unica vera sorpresa è stata l’unanimità della decisione della Banca d’Inghilterra di alzare i tassi di 25 punti base allo 0,75%: molti si attendevano un paio di dissenzienti tra i membri del board. Invece tutti e nove hanno votato in favore di una politica monetaria leggermente più restrittiva, ritenuta necessaria per contenere le spinte inflazionistiche in un momento di occupazione ai massimi da 42 anni, con i salari in crescita superiore a quella dei prezzi. Così il tasso di riferimento è stato portato sopra il livello di 0,5% che è stato mantenuto per la maggior parte dello scorso decennio, salvo che per 15 mesi dopo il referendum sulla Brexit (quando fu tagliato).

L’attenzione si è dunque concentrata sulle indicazioni, ribadite in conferenza stampa dal governatore Carney, secondo cui la banca centrale della quinta economia del mondo non avrà fretta di procedere a ulteriori ritocchi. In effetti, molti analisti ritengono impensabile che ci siamo altri rialzi dei prossimi mesi, date le grandi incertezze che si profilano. Anzitutto, le incognite sul processo della Brexit, (che sarà formalizzata tra meno di otto mesi): la BoE riconosce che l’economia potrebbe essere influenzata in modo significativo dalla reazione di famiglie, imprese e mercati finanziari agli sviluppi di una Brexit su cui Londra e Bruxelles sono ancora distanti nel profilare le loro future relazioni commerciali. Poi ci sono i primi segnali secondo cui le politiche attuali o potenziali di tipo protezionistico stiano iniziando ad avere un impatto avverso sul commercio globale. In questo contesto, le proiezioni della BoE indicano che tra due anni l’inflazione dovrebbe attestarsi poco al di sopra del target, ossia al 2,09%. Le previsioni sui prezzi sono state leggermente alzate in connessione ai rincari dell’energia e al recente deprezzamento della della sterlina. Per quest’anno è stata confermata la stima di una crescita del Pil dell’1,4%, mentre nel 2019 dovrebbe salire all’1,8% (rispetto alla precedente stima dell’1,7%).

Ma, non tutti gli economisti inglesi sono d’accordo sulla valutazione di parte fatta da Mark Carney. La preoccupazione di Teresa May è che la Brexit sta perdendo consensi popolari ed nuovo referendum degli inglesi sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea potrebbe manifestare una volontà opposta rispetto all’ultimo referendum che ha diviso in due il Regno Unito.

Roma, 4 agosto 2018

Salvatore Rondello

Francia. Stop definitivo ai cellulari a scuola

cellulare-a-scuolaIl Parlamento francese ha dato il via libera definitivo al divieto che entrerà in vigore a settembre, di usare il cellulare nelle scuole primarie e secondarie di primo grado e nelle scuole superiori fino ai 15 anni di età degli studenti. Canta vittoria il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron: “Impegno mantenuto”. Le scuole superiori avranno la possibilità, ma non l’obbligo, di adottare il divieto nei loro regolamenti interni.

La legge approvata oggi è una rivoluzione che cambierà le abitudini degli alunni francesi: il 93% dei ragazzi transalpini tra i 12 e i 17 anni possiede infatti un cellulare. Si tratta però di una rivoluzione a metà: l’utilizzo degli smartphone è in teoria già proibito in classe dal 2010 in seguito all’approvazione del Codice dell’educazione. Molte scuole però non avevano approvato i regolamenti propri interni che dovevano disciplinare lo stop e in diversi casi il divieto veniva aggirato. Ora l’uso sarà consenti solo ai docenti a meno di indicazioni differenti. Macron è già intervenuto a gamba tesa sui cellulari anche sul fronte del governo: in tutte le riunioni del Consiglio dei ministri è vietato portare con sé i telefonini, che devono essere lasciati su un apposito scaffale all’ingresso dell’Eliseo.

Trump e l’immigrazione: più politica che legalità

donald trump“Se non potete venire legalmente, non venite affatto”. Questo l’avvertimento del vicepresidente americano Mike Pence a coloro che cercano di entrare in America senza i documenti appropriati. Pence parlava in una conferenza stampa in Brasile dove si era recato per colloqui con il presidente Michel Temer.

La questione di legalità per coloro che entrano in America senza i documenti tipici necessari rimane dubbia perché se un individuo si presenta al confine richiedendo asilo non è automaticamente squalificato. La determinazione di permettere o vietare l’ingresso non spetta a Pence né agli agenti della polizia di frontiera ma bensì a un giudice che esamina il caso e poi emette la sentenza.

Il governo americano può interpretare le leggi e metterle in pratica usando una certa flessibilità sulle priorità delle risorse che inevitabilmente sono limitate. Alcuni reati ricevono attenzione immediata mentre altri prendono più tempo. Nel caso di coloro che entrano negli Stati Uniti senza documenti la legge americana li considera colpevoli di un “misdemeanor”, un’infrazione minore punibile con la deportazione. L’amministrazione di Donald Trump però ha deciso di interpretare la legge in maniera drastica con la sua pratica di tolleranza zero per coloro che vengono detenuti alla frontiera. In effetti, Trump ha trasformato l’infrazione in “felony”, un reato maggiore che richiede l’arresto, vedendo questi individui come meritevoli di carcere.

Questa interpretazione della legalità dell’amministrazione di Trump riflette la sua ideologia sull’immigrazione in generale. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha speso molte parole in campagna elettorale denigrando gli immigrati vedendoli in termini negativi, ignorando la storia americana come paese di immigrati. Nemmeno le sue esperienze e legami personali hanno influenzato la sua ideologia per apprezzare gli aspetti positivi dell’immigrazione. Si ricorda che il nonno e la madre del 45esimo presidente erano immigrati. La prima e la terza moglie, first lady Melania, sono anche loro nate all’estero.

Dal suo annuncio per la corsa alla presidenza con la dichiarazione sui messicani come criminali alle sue più recenti asserzioni espresse nel suo recente viaggio in Europa, si deduce chiaramente che il 45esimo presidente vede l’immigrazione come fonte di problemi. In un’intervista al Sun di Londra, Trump ha persino dichiarato che i migranti distruggono la cultura europea.

Non sorprende dunque la sua politica di tolleranza zero per bloccare immigrati che cercano di entrare dal confine col Messico. La sua politica di separare i bambini dai loro genitori però è stata vista dall’America come troppo lontana dai valori del paese. Dopo la bufera mediatica, il 45esimo presidente è stato costretto a fare marcia indietro con un ordine esecutivo mettendo fine alle separazioni dei bambini dai genitori senza però eliminare la tolleranza zero.

Per quanto riguarda la legalità della sua politica anche la giustizia lo ha costretto a fare marcia indietro. Un giudice di San Diego nel mese di giugno di questo anno ha dato un mese di tempo all’amministrazione Trump di riunificare le famiglie con bambini di cinque anni o meno. Solo 57 su 103 di questi bambini sono però stati riuniti con i loro genitori. In alcuni casi i genitori erano già stati deportati e i bambini sono rimasti in America in affido. Difficile sapere se adesso i bambini verranno deportati o si cercherà qualche altra sistemazione. Comunque sia, si può capire la tragica situazione di queste famiglie.

La politica della tolleranza zero doveva risolvere la questione degli arrivi ma i numeri ci dicono che l’impatto non è stato quello desiderato. Nel mese di giugno il numero di detenzioni al confine ha raggiunto 34.000 individui, un po’ meno del mese di maggio, ma la fluttuazione è tipica di altri anni.

La politica messa in pratica da Trump non ha risolto la questione degli arrivi poiché le cause fondamentali non sono state toccate. La situazione di crisi in America Centrale da dove proviene la stragrande maggioranza di questi migranti continua senza speranze di abbattimento. L’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mostrato nessun interesse per intervenire a risolvere il problema. Infatti, lo sta peggiorando. Trump ha annunciato la fine del programma TSP (Temporary Protected Status), iniziato nel 1990 che ha concesso residenza temporanea a individui provenienti da paesi afflitti da guerre civili o disastri naturali. Hanno beneficiato circa 400 mila individui, principalmente dell’America Centrale, ma anche del Nepal, Somalia e Sudan. L’idea era che una volta le condizioni sarebbero migliorate questi individui avrebbero fatto ritorno a casa loro. Il governo ha rinnovato il permesso di residenza per alcune centinaia di immigrati dalla Somalia ma nel caso degli altri paesi il rinnovo è stato negato.

La situazione in America Centrale non è migliorata affatto e questi individui, residenti in America da quasi trent’anni, con figli nati in questo paese, sarebbero costretti a ritornare alla stessa situazione dalla quale erano sfuggiti. Una denuncia è stata presentata e un giudice di Boston sta considerando il caso.

L’aspra retorica di Trump sull’immigrazione è stata mantenuta in quasi due anni di mandato presidenziale. Le promesse però non si sono concretizzate. Il muro al confine sud del paese non è stato costruito ne tantomeno pagato dal Messico come aveva annunciato alla nausea nei suoi comizi. Poco importa. Il 45eismo presidente costruisce una sua realtà che presenta mediante i suoi tweet e anche nei suoi comizi. Ce lo conferma anche lui letteralmente. In un recente discorso davanti un gruppo di veterani l’attuale inquilino alla Casa Bianca ha consigliato ai suoi ascoltatori di non credere “ciò che vedono e leggono sulla sua amministrazione”. Una frase che ci rimanda al romanzo di George Orwell e le dittature in cui la verità la possiede solo il governo e la impone per ottenere il controllo totale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Londra chiude un occhio su pena di morte in Usa

pena di morte

Nessuna modifica della posizione di principio della Gran Bretagna contro la pena di morte e della politica generale nel caso di cittadini britannici estradati negli Stati Uniti. Ma nel caso di due jhadisti inglesi, le autorità londinesi fanno sapere ai colleghi americani che possono farne ciò che vogliono, anche metterli a morte.

Fa scalpore quanto rivelato dal quotidiano conservatore “Daily Telegraph” che avrebbe avuto accesso alla documentazione inviata all’Avvocato generale statunitense Jeff Sessions dal neo ministro dell’Interno britannico, Sajid Javid. I documenti riguardano Alexanda Kotey e El Shafee Elsheikh, entrambi di Londra, unici sopravvissuti della cellula dello Stato islamico in Iraq e Siria (Isis) nota come ‘Jihadi Beatles’ per il loro accento inglese. I due sono ritenuti responsabili dei rapimenti e delle esecuzioni a sangue freddo di tre cittadini statunitensi e di due britannici. I drammatici, terrificanti video delle esecuzioni furono ampiamente diffusi dai media di tutto il mondo.

I due sono stati catturati nei mesi scorsi dai miliziani curdi mentre tentavano di fuggire dalla Siria dopo la sconfitta dell’Isis e ora potrebbero finire nella contestata prigione statunitense di Guantanamo Bay dove potrebbero essere processati da una corte militare Usa col rischio di essere condannati a morte.

In una lettera, il ministro inglese Javid sembrerebbe rinunciare a chiedere garanzie perché i due non vengano condannati a morte, una questione di principio normalmente sollevata quando cittadini britannici vengono estradati in un paese in cui è in vigore la pena capitale. “Sono del parere che ci siano ragioni importanti per non richiedere assicurazioni sulla pena di morte in questo caso specifico, quindi non sarà chiesta alcuna garanzia”, ha scritto Javid secondo quanto riporta il Daily Telegraph.

Una vicenda imbarazzante che ha costretto l’esecutivo britannico a far fronte a una serie di interrogazioni alla Camera dei Comuni, dove la ministra ombra dell’Interno laburista, Diane Abbott, ha condannato l’accaduto come un cedimento sui diritti umani “ripugnante e vergognoso”. Diane Foley, sorella del primo ostaggio statunitense decapitato dall’Isis nel 2014, il giornalista James Foley, ha riferito alla Bbc di essere contraria alla condanna a morte dei due uomini. “Credo li renderebbe solo martiri per la loro distorta ideologia”, ha riferito all’emittente britannica.

“Rifiutando di chiedere garanzie su questo caso, il Ministro degli Interni sta lasciando la porta spalancata alle accuse di ipocrisia e doppi standard”, sostiene Amnesty International. E in effetti, la decisione del governo inglese sembrerebbe aprire proprio a un doppio binario sulla tutela dei diritti umani, per cui in alcuni casi, i più infamanti e terribili, si è disposti anche a venir meno a principi, convenzioni internazionali, impegni e battaglie abolizioniste. Ma i diritti umani non sono un’opzione à la carte, esercitabile quando è più comodo e prestigioso. Chiudere un occhio qua e là, scaricare le ‘cause’, abbandonare i diritti sono un drammatico segnale di quanto “i governi stiano vergognosamente facendo arretrare le lancette dell’orologio a scapito di decenni di conquiste per le quali si era lottato duramente”, come ha recentemente denunciato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

Intanto la madre di El Shafee Elsheikh ha promosso un’azione legale per impedire la condivisioni di informazioni tra i due governi senza che ci sia l’assicurazione degli USA che non verrà decretata la pena di morte. Il caso è stato sottoposto a un giudice britannico e la cooperazione sospesa in attesa di un responso. Si tratterebbe di “una pausa di breve durata” ma il governo britannico resta fiducioso di aver “agito nel pieno rispetto della legge”, ha fatto sapere un portavoce.

Massimo Persotti

La strategia di Trump: da America First a Russia First

trump putin

“Detto semplicemente, Trump è un traditore”. Questa la conclusione di Charles Blow, liberal editorialista del New York Times, il giorno prima della conferenza stampa di Donald Trump e Vladimir Putin a Helsinki. Thomas Friedman, editorialista centrista dello stesso quotidiano, ha anche lui accusato Trump di tradimento  subito dopo la conferenza stampa. Friedman è stato colpito specialmente dalla scelta di Trump di prendere la parte di Putin invece di credere all’intelligence americana.

Dopo la bufera provocata dalla sua performance a Helsinki il 45esimo presidente ha
annunciato che “ha completa fiducia nell’intelligence americana” e che crede “all’interferenza russa” nell’elezione del 2016. Trump ha continuato però sostenendo che non “c’è stata nessuna collusione” fra la sua campagna elettorale e i russi.

Trump non è solito fare marcia indietro. Lo ha fatto con la separazione dei bambini migranti al confine col Messico quando un’altra bufera mediatica lo ha costretto ad ammettere che lui aveva infatti il potere di porre fine alle separazioni. Il danno però in ambedue i casi è già visibile.

L’accusa di tradimento però è meno chiara. I due editorialisti del New York Times nei loro articoli presentano buone ragioni per spiegare la condotta del presidente che poco si addice a un difensore del proprio paese quando confrontato da un avversario come la Russia. La definizione di tradimento ci è spiegata dalla Sezione 3 dell’Articolo III della costituzione. “Il tradimento” consiste di impugnare “armi contro” gli Stati Uniti o di “avere fornito” aiuto e soccorso ai nemici. Ci chiarisce anche che solo il Congresso ha il potere di emettere una condanna di tradimento.

La definizione di tradimento scritta dai padri fondatori non poteva immaginare i cyber attacchi subiti dagli Stati Uniti dalla Russia che l’intelligence americana ha determinato veritieri. Trump, però, dopo l’elezione e durante il suo mandato fino ad ora, non ha voluto riconoscerli. Alla conferenza stampa ha detto che si tratta di una caccia alle streghe e che crede alle asserzioni di Putin considerando la vigorosa difesa di innocenza del leader russo.

Non è la prima volta che Trump vede le cose a modo suo senza fondamenta di verità. I fatti parlano chiaro. L’inchiesta di Robert Mueller, il procuratore speciale nominato da Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha già incriminato 32 individui, fra collaboratori di Trump e cittadini russi.  Cinque di questi individui hanno già dichiarato la loro colpevolezza. L’ex manager della sua campagna elettorale Paul Manafort, accusato di cospirazione contro gli Stati Uniti, riciclaggio di denaro e falsa testimonianza, è in carcere in attesa dell’inizio del suo processo. L’interferenza russa sull’elezione c’è stata anche se fino ad oggi non vi è stata nessuna dimostrazione di collusione della campagna di Trump con i russi.

Trump, però, come rilevano anche i due editorialisti del New York Times, ha fatto di tutto per bloccare l’inchiesta di Russiagate, attaccando l’intero dipartimento di giustizia i cui vertici sono stati nominati proprio dal 45esimo presidente. Trump non dimostra fiducia nei propri collaboratori e subordinati. Il fatto che non riesce a capire l’importanza del pericolo dell’interferenza russa sull’elezione del 2016 non può che creare preoccupazione perché il compito del presidente è di difendere il paese. Se i russi si rendono conto di averla fatta franca nel 2016, continueranno a ripetere le loro malefatte nell’elezione di midterm e in future elezioni.

La strategia di Putin ha funzionato a meraviglia nell’ultima elezione presidenziale poiché ha causato confusione e messo in dubbio il sistema democratico. Il fatto che Trump non prenda in serio il pericolo delle minacce di cyber attacchi rappresenta un problema non solo per l’unica superpotenza ma anche per altre democrazie nel resto del mondo. Se il presidente della nazione più potente al mondo non riesce a bloccare Putin, che speranza possono avere le democrazie europee e quelle di altre parti al mondo? I comportamenti di Trump non coincideranno con la classificazione di tradimento ma ci dicono che quando il presidente parla di America first le sue parole suonano completamente false.

Trump ha attaccato quasi tutti i suoi avversari e a ha anche classificato paesi membri della Nato come nemici dell’America. Putin, però, è sempre stato destinatario di parole dolci di Trump. Non si sa perché. L’inchiesta di Mueller ci potrebbe fornire la risposta. Il Congresso americano farebbe bene ad approvare una legge per proteggere il procuratore speciale affinché completi il suo lavoro.

Ma anche se Mueller troverà la proverbiale pistola fumante, punire Trump richiederà azione della legislatura per procedere all’impeachment. Fino al momento però l’establishment repubblicano ha solo alzato la voce per condannare i comportamenti e le azioni poco presidenziali di Trump. Lo hanno fatto anche per la sua performance  a Helsinki continuando però a non agire per arginare i comportamenti inaccettabili del presidente anche quando rasentano possibili illegalità. La difesa repubblicana di Trump potrebbe sfumare dopo le elezioni di novembre. I democratici sono avanti di 10 punti (47 vs. 37 percento), secondo un sondaggio del Washington Post-Schar e potrebbero conquistare ambedue le Camere. Solo allora Trump dovrà preoccuparsi seriamente.

Domenico Maceri

Stupro di Pamplona. Sanchez vuole cambiare la legge

stupro pamplona

Dopo l’aberrante episodio dello stupro di Pamplona, in Spagna sta per essere introdotta una nuova legge. La decisione presa dal governo socialista di Sanchez arriva in risposta a un caso di stupro di gruppo che ha fatto molto scalpore, determinando un’ondata di proteste molto forte. La nuova norma prevede il consenso esplicito: se una donna non dice espressamente sì al rapporto sessuale si tratta di violenza.

L’episodio risale al 2016 e ha sollevato proteste in tutta la Spagna per la decisione del tribunale di Navarra di concedere la libertà provvisoria su cauzione di seimila euro ciascuno ai cinque giovani andalusi condannati in primo grado a 9 anni di carcere per lo stupro di gruppo di una ragazza di 18 anni. Il fatto, nel 2016 appunto, è accaduto durante le feste di San Fermino a Pamplona. La sentenza, trasmessa lo scorso aprile anche in diretta tv, ha condannato i giovani anche a cinque anni di libertà vigilata e a 10 mila euro di danni ciascuno da risarcire alla vittima.

Nella giurisprudenza spagnola al momento vi è differenza tra l’abuso sessuale e lo stupro. Si parla di stupro solo nel caso in cui vi sia violenza o intimidazione. Il governo Sanchez vuole invece ribaltare questa concezione, introducendo il principio secondo il quale “sì” significa “sì” e che tutto il resto, incluso il silenzio, significa “no”. In altre parole, il consenso deve essere espresso in modo chiaro. Un rapporto sessuale senza un consenso esplicito sarà quindi considerato stupro.

“Se una donna non dice espressamente sì, tutto il resto è no”, ha spiegato la vice premier spagnola, Carmen Calvo. “È così che la sua autonomia viene preservata, insieme alla sua libertà e al rispetto per la sua persona e la sua sessualità”. La proposta segue il modello tedesco e svedese, recentemente adottato, secondo cui il rapporto sessuale, se il consenso non è chiaramente espresso, viene considerato violenza.

La professoressa di diritto dell’università di A Coruña, Patricia Faraldo Cabana, che ha collaborato alla redazione della legge, ha affermato che la proposta comprende il consenso non solo come qualcosa di verbale ma anche tacito, espresso con il linguaggio del corpo. “Può ancora essere stupro anche se la vittima non resiste”, ha detto. “Se è nuda, partecipa attivamente e si diverte, c’è ovviamente il consenso. Se piange, è inerte come una bambola gonfiabile e chiaramente non si sta divertendo, allora non c’è”.

In Spagna l’età del consenso è fissato a 16 anni. L’età del consenso è l’età minima in cui un individuo è considerato “abbastanza adulto” da consentire la partecipazione all’attività sessuale. I minori di 16 anni non sono considerati legalmente in grado di acconsentire all’attività sessuale, e tale attività può comportare un’azione legale per stupro.

Secondo la nuova legge, i pubblici ministeri non devono più avere prove di violenza, minacce o sfruttamento della vulnerabilità di una vittima per ottenere una condanna per stupro.

Se la Spagna approverà la legislazione proposta, entrerà a far parte della minoranza di paesi europei che riconoscono il sesso senza consenso come stupro, seguendo le orme di della Svezia, del Regno Unito, dell’Irlanda, della Germania, dell’Islanda, del Belgio, di Cipro e del Lussemburgo.

La Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa del 2014 definisce lo stupro come assenza di consenso, affermando che “il consenso deve essere dato volontariamente” e richiede che tutti i firmatari includano leggi che definiscono lo stupro in quanto tale. Mentre 32 paesi hanno ratificato la Convenzione di Istanbul, solo poche nazioni europee hanno cambiato le loro definizioni legali di stupro.

FEPS: un workshop per i partiti progressisti

Migranti-Consiglio UELa Fondazione Pietro Nenni, venerdì 13 luglio, ha ospitato il workshop a porte chiuse organizzato dalla FEPS (Foundation for European Progressive Studies) in collaborazione con le fondazioni Friedrich-Ebert-Stiftung, Fondation Jean Jaurès e Policy Solutions.

La FEPS è un think tank europeo di ispirazione progressista che si occupa di creare delle connessioni tra la società civile democratica e i progetti europei.

“European public opinions and migration: The political backlash” è stato il titolo del tavolo di lavoro internazionale, volto a riflettere sul tema delle migrazioni rispetto all’opinione pubblica in Europa. L’obiettivo di questo incontro, seguito ad un primo workshop a Budapest, è quello di produrre delle analisi che possano essere d’aiuto a politici e policy-maker in vista delle prossime elezioni europee.

Il tema delle migrazioni, come è emerso dall’ultimo Consiglio Europeo, è oggi al centro del dibattito politico e le opinioni dei cittadini a riguardo influenzano il voto.

Per questo studiosi provenienti da sette paesi europei (Austria, Ungheria, Svezia, Italia, Regno Unito, Francia e Germania), stanno lavorando a delle ricerche a partire dai dati relativi alle migrazioni nel proprio paese, alle percezioni dell’opinione pubblica e alla volatilità elettorale nell’ultimo periodo per poi interpretare i numeri ed elaborare delle raccomandazioni direttamente rivolte ai politici.

Uno studio dunque volto ad uscire dall’accademia per avere un impatto pratico sulla realtà europea di questi mesi e collocato opportunamente- dice il presidente della Fondazione Nenni Giorgio Benvenuto- in una fase in cui ci sono scadenze importanti.

Se i dati sono stati i protagonisti dell’incontro, un aspetto che è emerso con forza è stata la forte discrepanza tra quelli reali e quelli relativi alle percezioni. Il caso italiano è emblematico in questo senso. La nostra popolazione, infatti, crede che ci siano circa quattro volte gli stranieri che ci sono realmente. Rispetto a questa problematica, il collegamento con il linguaggio populista che ormai permea una parte della politica è stato inevitabile. Il professore Nicola Piepoli, direttore dell’omonimo istituto di sondaggi, ha sottolineato che viviamo in un’epoca in cui la parola crea la realtà. E la narrativa utilizzata dai così detti populisti è facile, semplicistica- aggiunge la studiosa Sarah Kyambi. Per questo, le forze progressiste europee devono rispondere con una narrativa altrettanto forte, che però parta dalla realtà.

Maria Cristina Molfetta, responsabile per il settore della ricerca ed educazione sul diritto di asilo presso la fondazione Migrantes, ha introdotto il tema dell’apparato di valori di solidarietà e umanità rispetto ai quali l’Unione Europea dovrebbe agire, ma che sono messi in discussione dagli interessi degli stati membri legati a business di morte, come quello del traffico di armi. È a questi valori, definiti da alcuni come “buonisti”, che bisogna appellarsi con fierezza per risanare i legami deteriorati all’interno della società civile, che hanno portato ad innalzare muri rispetto al “diverso”.

Ma a chi è che ci si deve rivolgere affinché tali muri vengano abbassati?

Antonella Napolitano, responsabile della comunicazione per Open Migration, organizzazione che si occupa di fornire dati reali sulle migrazioni e coordinare le ONG che operano in questo settore, risponde mettendo in luce il fatto che non ci si deve rivolgere a chi ha posizioni di estrema chiusura, ma bisogna considerare il fatto che una fetta della popolazione possa avere delle incertezze riguardo al fenomeno migratorio nei suoi aspetti economici e sociali, riguardo per esempio la sicurezza, che meritano una risposta esaustiva.

Non si può negare, in ogni caso, che il fenomeno migratorio stia creando delle fratture all’interno della società-problematizza così il dibattito il professor Luigi Troiani della Fondazione Nenni. Questo, quando si ragiona in termini politici, deve essere tenuto presente. Perché il politico non può non considerare quello che nel breve periodo può portargli dei voti.

Per concludere, tornando alle parole del presidente Benvenuto, per uscire da questa situazione di incertezza bisogna cogliere l’opportunità per formulare delle proposte innovative. Se qualcosa di positivo è emerso rispetto alla radicalizzazione del linguaggio di odio che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi, ha detto ancora Molfetta, è che mentre negli anni passati si è giocato a carte coperte, con delle politiche migratorie dannose ma non apertamente ostili, almeno adesso è tutto alla luce del sole. Questo permette anche alle opposizioni di emergere.

Giulia Clarizia
(Fondazione Nenni)

Catalogna: prove di dialogo con il Governo spagnolo

Pedro SanchezIl 9 luglio a Madrid, presso il Palazzo della Moncloa si è tenuto il primo incontro tra il premier socialista Pedro Sanchez e il governatore della Catalogna Quim Torra. Durante la riunione, durata oltre due ore, i leader hanno concordato di “ristabilire” le relazioni tra la regione autonoma e il governo centrale, totalmente interrotte con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola.

Questa norma costituzionale si può attivare quando una Comunità Autonoma non adempia agli obblighi costituzionali e legali, tra cui la garanzia di unità del Paese.

Come si può ben immaginare, trattandosi di uno strumento legislativo delicato e anche asimmetrico, la sua attuazione dovrebbe presupporre un’estrema prudenza politica e un’attenta analisi operativa, poichè lo Stato assume su di sé il massimo livello della forza coercitiva a discapito della Comunità Autonoma.

Tuttavia, le vicende degli scorsi mesi hanno ampiamente superato il livello di allerta: l’indizione e lo svolgimento del referendum indipendentista in Catalogna, il primo ottobre 2017, hanno comportato un grave cortocircuito istituzionale e uno scontro tra i poteri dello Stato; la successiva violenta repressione delle forze dell’ordine nella giornata elettorale; la messa in stato d’accusa dei rappresentanti istituzionali catalani; il mandato di arresto europeo per l’allora presidente della Generalitat Puigdemont; le recenti elezioni in Catalogna e la nuova vittoria del fronte indipendentista.

Anche il governo centrale ha vissuto un rivolgimento, con l’approvazione della mozione di sfiducia al governo Rajoy, da parte del Congresso dei deputati e, come previsto dalla Carta costituzionale iberica, l’elezione di Pedro Sanchez, leader del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) a nuovo Capo del Governo.

Pedro Sanchez, osteggiato dal gruppo dirigente storico (come la governatrice dell’Andalusia, Susana Diaz, sua sfidante alle ultime primarie del dicembre 2016), è tornato a guidare il Partito con il consenso della base socialista che gli ha riconosciuto coerenza nel contrastare il governo del Partido Popular e la scelta operata dal partito socialista di concedere “un’astensione benevola” al governo Rajoy, atto a cui rispose dimettendosi da segretario nazionale.

Tornando all’oggi, il nuovo esecutivo è un monocolore socialista, un governo di minoranza retto in Parlamento dall’appoggio esterno di Podemos e degli indipendentisti e nazionalisti catalani e baschi.

Pedro Sánchez è consapevole che la questione catalana sia la sfida più grande del suo mandato e un tema sensibile che può portare alla fine anticipata della legislatura. Per affrontare il problema, il Presidente del Governo è fiducioso che la nuova strategia del dialogo e della distensione possano portare al “disarmo” politico dei separatisti radicali che puntano ad una nuova escalation di tensione.

Il governo socialista confida nel fatto che non prevarrà nel movimento indipendentista la linea dura del secessionismo, rappresentata dal “fuggitivo” Carles Puigdemont e dal nuovo presidente della Generalitat, Quim Torra (“il circolo di Berlino”).

Tuttavia, durante l’incontro di ieri, Sánchez e Torra hanno condiviso la necessità di riattivare la Commissione bilaterale Stato-Generalitat, prevista dallo statuto della Catalogna ma non più convocata dal luglio del 2011.

Hanno concordato, inoltre, l’urgenza di ripristinare canali di dialogo tra i due soggetti istituzionali, fissando un nuovo incontro a Barcellona che probabilmente si terrà in autunno.

La mossa compiuta dall’esecutivo socialista può aprire una nuova stagione nei rapporti tra il governo centrale e le diverse autonomie di cui si compone lo Stato Spagnolo.

Sembrano superate le rigidità del governo conservatore di Rajoy che in nome dell’unità nazionale ha preferito utilizzare la ragione della forza rispetto al dialogo. In questa maniera ha ottenuto l’effetto contrario, rafforzando il consenso dei settori più radicali dell’indipendentismo catalano.

All’opposto, il tentativo di Sanchez si poggia sulla necessità di dialogare con le forze più moderate, in modo da raggiungere un accordo che dia maggiore autonomia alla Catalogna ma all’interno di un quadro di rinnovata unità nazionale.

In altre parole, la soluzione che Sanchez propone, con l’intento di scoraggiare la rivendicazione all’indipendenza della Catalogna è una riforma della Costituzione in senso plurinazionale.

La Spagna è una “nazione di nazioni” composta da Comunità autonome e governo centrale, in linea con lo spirito della Costituzione del 1979 con la quale si è inteso disegnare un ordinamento di tipo regionale, tendente al federalismo, in opposizione al centralismo che aveva caratterizzato il periodo della dittatura franchista.

Come Zapatero, anche il PSOE di Sánchez vede nella ridefinizione del consenso costituzionale in materia territoriale, l’opzione politica più efficace per costruire una nuova egemonia socialista insieme ad alcuni partiti della sinistra radicale, come Podemos, e con l’apporto dei nazionalisti.

Il nuovo stile del PSOE dà ossigeno alla direzione di CER o PDeCAT, indipendentisti catalani pragmatici, che vogliono riprendere il dialogo con il Governo per chiudere le ferite politiche e riparare le fratture sociali.

Da questi settori si fa notare come nonostante “i gesti e le minacce” di Torra, che come detto rappresenta l’ala più radicale, nessuno dei leader separatisti abbia infranto la legge. Anzi, il presidente del Parlamento catalano, Roger Torrent, ha messo in chiaro che non violeranno nuovamente la legge. Sperano, inoltre, che l’attivazione delle commissioni bilaterali tra lo Stato e il Governo consentano una normalizzazione delle relazioni. Tutto questo avviene mentre proseguono i processi alle massime cariche catalane responsabili dei passaggi che hanno comportato l’attivazione dell’art.155 Cost.

Di contro, dal governo spagnolo spiegano che il Presidente manterrà un atteggiamento di ascolto e dialogo, senza offrire al momento netti cambi di rotta sostanziali. Questo atteggiamento prudente si spiega con la necessità di verificare le reali intenzioni del governo catalano: non è chiaro se le sfide quotidiane lanciate da Torra siano una strategia di comunicazione per il proprio elettorato o nascondano la volontà di proseguire sulla strada dell’indipendenza.

Di fatto, Pedro Sánchez tiene aperti tutti gli scenari prima di una possibile evoluzione negativa del processo. Fonti del governo assicurano che se la Generalitat dovesse andare alla prova di forza, allora ci si richiamerà allo stato di diritto, come avvenuto nel 2017. È evidente come tale scenario sia il peggiore anche perché potrebbe determinare la caduta dell’esecutivo.

Per questo motivi continuerà il dialogo e si proporrà un rafforzamento delle Comunità Autonome. In questo senso, vanno lette le recenti nomine della catalana Meritxell Batet come ministro della Politica Territoriale e Funzione Pubblica e della basca, Isabel Celaá come portavoce del Consiglio dei ministri e Ministro dell’Istruzione.

Paolo D’Aleo

Camporini, in politica estera nulla di nuovo

Vincenzo-Camporini

Trascorse pochissime settimane dalla entrata in carica del nuovo governo italiano giallo-verde e dopo la Ministeriale dell’Alleanza Atlantica dell’inizio del mese scorso, ed il successivo lunedì 9 in cui si è svolta la visita in Italia del Segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg, possono essere messi in evidenza alcuni punti in un settore cruciale dell’azione dellesecutivo.

In particolare, i rapporti tra lItalia e la Nato. Qui, dopo aver assistito ad una campagna elettorale frizzante ma aspra, con dichiarazioni anche sorprendenti ed azzardate da parte di alcuni esponenti della nuova coalizione riguardo la politica estera e di difesa del nostro Paese, questa appare, invece, essere in piena continuità con i precedenti e tradizionali orientamenti.

Riesaminando l’incontro, definito eccellente, tra Conte e il Segretario Generale Nato, anzi svoltosi in un clima di grande amicalità reciproca, in realtà, accanto ad una evidente continuità erano emersi dei sottotesti ed echi della battaglia per le Politiche: ad esempio il ventilato disimpegno dalla missione ‘Resolute Support’ in Afghanistan e anche dall’Iraq; la revisione dei rapporti o quantomeno la riduzione delle sanzioni alla Federazione Russa; la richiesta di un maggiore impegno sul fronte Sud del Mediterraneo e più intensi rapporti Nato-Ue, in funzione di sostegno alle azioni più risolute anti-tratta umana del nuovo esecutivo italiano.

Ne abbiamo parlato con il Generale Vincenzo Camporini, Vice Presidente dello IAI, l’Istituto Affari Internazionali, e già Capo di Stato Maggiore della Difesa.

Quale la sua valutazione di questi primi passi, Generale Camporini?
Partendo dai questi primi contatti tra nuovo governo e Nato sottolineo che, nei giorni della visita di Stoltenberg in Italia, mi trovavo all’estero ma ho letto alcuni resoconti giornalistici, da cui posso dire di essere rimasto piacevolmente sorpreso, perché ho riscontrato una assoluta continuità nelle politiche seguite fin qui nei confronti dell’Alleanza Atlantica con la conferma degli impegni assunti. La disponibilità italiana rimane inalterata e non sono stati sollevati particolari contenziosi. La stessa questione dei rapporti con la Russia è rimasta la consueta: il rigetto delle azioni compiute da Mosca nel recente passato, in Ucraina ma non solo, e contemporaneamente la volontà di dialogo per ritrovare un punto di intesa. Mi pare che Stoltenberg sia ripartito da Roma soddisfatto. Mi sembra che nulla di quel che veniva paventato, vista la campagna elettorale e quel che era scritto nel programma di governo, è stato delineato in modo tale da dispiacere e all’ospite e alla Nato.

Quindi una sostanziale conferma della politica estera italiana, tranne qualche accenno riguardo la questione dei rapporti con la Russia con la doppia chiave: fermezza nei principi e rispetto degli standard democratici, ma dialogo in tutti i settori?
Sì, anche perché il rapporto con la Russia deve essere sicuramente rimesso sui binari. Il comportamento del Presidente Putin nei confronti dell’Ucraina oggettivamente non può essere accettato. Si potrebbe discutere a lungo su quello che è accaduto e sta accadendo nel Donbass e l’attribuzione delle responsabilità all’uno o all’altro, però è un dato di fatto che se c’è una resistenza in quell’area, se è in atto una guerra civile, è anche perché ci sono alcuni attori che godono – diciamo – come minimo delle simpatie di Mosca. Qualcosa di non accettabile.

Ricordiamo, infatti, il punto di scontro fondamentale avvenuto nel 2014, con l’annessione ed il successivo referendum sullo status della Crimea…
Sì, certo, ed è chiaro, peraltro, che il rapporto con la Russia è da ripristinare e recuperare. Le sfide che aspettano nel futuro il mondo occidentale, con le spinte che vengono dal Sud con le migrazioni, o l’attivismo cinese, o altri elementi ancora, non possono essere affrontate se non c’è un rapporto di collaborazione tra Russia e Occidente, cosa che è nell’interesse di entrambi. E non è in questo che qualcuno ci guadagna di più ed altri meno. La Russia da sola è destinata a soccombere e l’Europa da sola non conta più nulla.

Erano state messe in evidenza l’esigenza e la speranza che nei prossimi giorni, prima del vertice Nato dei Capi di stato e di Governo, di Bruxelles dell’11-12 luglio fosse pronto il cosiddetto hub di Napoli. Una attenzione – a quanto è sembrato – molto sollecitata sia dall’M5S che dalla Lega, unitamente ad una maggiore e più intensa cooperazione tra Nato e Unione Europea, che dovrebbe rappresentare un simbolico impegno e supporto alla linea del governo italiano per una intensificazione della lotta alla tratta di esseri umani. Si tratta di una attenzione al Mediterraneo molto più marcata, più ‘Mediterraneocentrica’, diremmo. Lei che ne pensa?
Bene, anche qui direi: nulla di nuovo. Se andiamo a vedere il documento conclusivo, il comunicato finale del vertice di Varsavia si parla di una Nato che deve essere pronta a operare a 360°, non soltanto verso l’Est, ma anche verso il Sud e con un controllo attivo di quello che accade nell’Atlantico, elemento chiave nella strategia dell’Alleanza. Per quanto concerne l’attenzione verso il Sud, la costituzione di questo ente nuovo con il comando di Lago Patria, presso Napoli, era già stato sollecitato in modo molto determinato dall’Italia, anche dal governo precedente. Questo hub ha il compito di stimolare e monitorare la collaborazione con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Ripeto, è una politica che è in atto da tempo, in cui – se vogliamo – ci sono veramente solo delle sfumature, perché la Nato ha preso atto di questa esigenza. Alcuni paesi la avvertono con meno intensità, come i paesi del Nord-Est, così come noi avvertiamo, invece, con minore preoccupazione il rafforzamento della Nato verso quell’area.

Soprattutto alla zona dei paesi Baltici, che sono particolarmente sensibili alla presenza confinante…
Nel passato abbiamo dato prove di attenzione e disponibilità, schierando anche le nostre forze e partecipando per due volte al pattugliamento dei cieli nel Baltico con i nostri velivoli da combattimento. Per cui possiamo dire che c’è una continuità tra passato e presente che tranquillizza, per certi versi. Mi auguro che questa continuità non sia soltanto nelle parole dei colloqui in cui si cerca di non dispiacere l’interlocutore.

Roberto Pagano

La marcia indietro di Trump sulla tolleranza zero

donald trump

“Stiamo cambiando da bambini in gabbia a famiglie intere ingabbiate”. Questa la reazione di Cory Smith, leader di Kids in Needs, un gruppo dedicato alla difesa dei diritti di bambini.  Smith commentava l’ordine esecutivo di Donald Trump che mette fine alla separazione dei bambini dai loro genitori, detenuti mentre  cercano di entrare negli Stati Uniti.

Smith ha ragione che la marcia indietro del 45esimo presidente sulla tragica situazione dei bambini rappresenta semplicemente un lieve miglioramento. Ciononostante ci rivela la completa falsità della politica di Trump basata su una realtà inventata dalla America first che si confronta con la complessa questione dell’immigrazione.

Arrabbiato con i numeri crescenti di entrate non autorizzate dal confine col Messico, Trump ha deciso di mettere in atto una tolleranza zero. La nuova politica ha decretato che chiunque entri illegalmente negli Usa è reo di “felony”, un reato maggiore, invece del tradizionale “misdemeanor”, reato minore punibile solo di deportazione. Una volta iniziata la tolleranza zero la gente entrata nel Paese richiedente asilo è stata dichiarata criminale e quindi meritevole di carcere. Come tutti gli altri criminali i migranti hanno subito la separazione dei loro bambini dalle loro braccia per andare a finire affidati al Department of Homeland Security. Dall’inizio della pratica di tolleranza zero 2300 minori sono stati separati dai genitori che secondo la legge, dopo una detenzione massima di 20 giorni, devono essere affidati alla cura di famiglie.

L’implementazione del programma tolleranza zero ha colto il governo impreparato a fare fronte alla situazione delle famiglie ma anche a quella politica. Trump aveva dichiarato che la legge, secondo lui approvata dai democratici, gli legava le mani. Inventare che un partito approvi le leggi è una delle tante fake news di Trump. Le leggi le approva il governo senza nessuna etichetta di partito. Ma al di là di questa falsa asserzione quella ancora più falsa era che solo il Congresso poteva cambiare la politica di separazione dei bambini dai loro genitori.

Chuck Schumer, il leader della minoranza democratica al Senato, aveva invece detto che la tolleranza zero e la conseguente separazione dei bambini dai loro genitori entravano nei poteri del presidente. Si poteva risolvere con una semplice telefonata presidenziale.  Alla fine, Trump, sconfitto dall’ottimo lavoro dei mezzi di comunicazione, ciò che lui chiama le fake news, si è dovuto arrendere. L’audio e i video strazianti dei bambini  che piangono inconsolabilmente ha costretto l’America a reagire.

Persino la first lady Melania Trump ha parlato contro la tolleranza zero dicendo che si devono rispettare le leggi ma bisogna farlo “con il cuore”. Le quattro ex first lady viventi hanno anche loro aggiunto le voci e il 45esimo presidente ha fatto quel che rarissimamente fa. Ha fatto marcia indietro. Avrebbe potuto risolvere il tutto con una telefonata oppure uno dei suoi tweet che tanto gli piacciono, ma ha deciso di usare un ordine esecutivo per porre fine alla separazione dei bambini dai loro genitori.

Trump ha capito di avere capitolato ma si è subito ripreso per tornare alla campagna elettorale anti-immigrati. Due giorni dopo avere firmato l’ordine esecutivo per non separare i bambini dai loro genitori, il 45esimo presidente ha invitato alla Casa Bianca un gruppo di familiari che hanno perso un loro caro per causa di reati commessi da immigrati non autorizzati. Il messaggio è chiaro. Le uniche vittime sono americane e l’immigrazione irregolare rappresenta un pericolo alla sicurezza.

I fatti però ci dicono però che gli immigrati, autorizzati o no, commettono meno reati degli americani nati negli Usa. Uno studio del Cato Institute, organo conservatore  fondato dalla Charles Koch Foundation, ha analizzato  i reati commessi nello Stato del Texas e ha scoperto che il tasso di condanne nel 2015 per gli immigrati era inferiore dell’ottantacinque percento in comparazione agli americani nativi. Un altro studio condotto da Michael Light (University of Wisconsin) e Ty Miller (Purdue University) ha scoperto che le zone con immigrati non autorizzati hanno meno crimini. Il senso comune ce lo confermerebbe. Gli immigrati, autorizzati e no, hanno paura di commettere reati sapendo molto bene che potrebbero anche condurre alla deportazione.

L’amministrazione di Trump non ha solo dimostrato poco cuore con la sua tolleranza zero ma ha anche reso manifesta la mancanza di preparazione nelle sue politiche. Il Dipartimento di Giustizia e quello della Homeland Security non hanno previsto le conseguenze della tolleranza zero e gli effetti sulle famiglie. Al momento di scrivere queste righe siamo informati che dopo la denuncia dell’American Civil Liberties Union un giudice della California ha ordinato la ricongiunzione delle famiglie di immigrati entro 30 giorni. Nel caso di bambini al di sotto di 5 anni l’ordine esecutivo di Trump dovrà essere messo in pratica entro 14 giorni.

I flussi migratori non sono un problema americano poiché esiste in molte altre parti del mondo. Trump e gli altri populisti hanno risposte facili al dilemma rivelando che non hanno né studiato la situazione né l’hanno capita. In America molti dei migranti vengono dal Guatemala, El Salvador e Honduras, paesi con un tasso molto alto di criminalità dove la gente rischia la vita quotidianamente. La giornalista Sonia Nazario, vincitrice di un Premio Pulitzer, ha accompagnato uno di questi giovani migranti nel suo viaggio agli Stati Uniti  descrivendolo attentamente in un libro. Il loro viaggio agli Stati Uniti non è affatto “una passeggiata a Central Park” come lo ha descritto Trump. Il sessanta percento delle donne che intraprendono l’odissea sono stuprate. Subiscono altri crimini e poi una volta arrivati alla frontiera, la fine dell’odissea, vengono separati dai loro bambini e messi in gabbie separate.

Le soluzioni ai problemi dell’immigrazione esistono ma vanno al di là dei semplici slogan populisti. Il presidente statunitense però si interessa poco alle soluzioni. Dopo avere dichiarato che firmerebbe qualunque disegno di legge sull’immigrazione che sarà approvato dalla legislatura ha cambiato idea. Nella sua ultima dichiarazione ha consigliato  alla legislatura di lasciare perdere e rimandare tutto a dopo le elezioni di midterm. Trump non ha nessuna intenzione di governare. Meglio la campagna politica costante che gli produce di più e mantiene la completa fedeltà della sua base.

Domenico Maceri