Patrimonio di Franco nel mirino del governo socialista

francisco francoIn Europa c’è un governo che non si rassegna alla politica dei tweet. È il governo spagnolo del socialista Pedro Sánchez, arrivato alla Moncloa a giugno di quest’anno, dopo aver sfiduciato con una mozione in Parlamento il centrodestra di Mariano Rajoy.
Nonostante la debolezza del suo esecutivo, Sánchez ha dimostrato subito di non volersi accontentare di un po’ di propaganda elettorale per cercare di conquistare una vera maggioranza alle prossime politiche. Dopo aver aperto agli immigrati rifiutati da Salvini, ha deciso di affrontare subito una grande questione politica interna, quella della riconciliazione nazionale. Già, perché a quasi 80 anni dalla fine della guerra civile e dall’inizio della dittatura franchista, la Spagna non ha mai voluto sciogliere questo nodo. Con il risultato che il suo passato è ancora tabù, nonostante i 40 anni trascorsi dalla “transizione” democratica che fu concordata nel 1977 (dopo la morte di Francisco Franco) tra le forze politiche di destra e di sinistra.

Un intero Paese colpito da una specie di “amnesia collettiva” che ha portato alla rimozione della dittatura e degli orrori d’una guerra civile con più di un milione di morti. Una guerra in cui per tre lunghi anni (1936-1939) si consumò il primo, feroce, scontro armato tra fascismo e antifascismo.

Adesso Sánchez ha deciso di avviare la resa di quell’antico conto mai saldato. E, per prima cosa, ha deciso la rimozione dei resti di Franco dalla Valle dei Caduti. Un atto simbolico che sta dividendo l’opinione pubblica spagnola. Secondo un recente sondaggio, la maggioranza del Paese è favorevole all’esumazione del dittatore ma non è d’accordo sull’opportunità di farla adesso, perché ci sono problemi molto più importanti da affrontare e risolvere.

Ma il nuovo premier socialista che ha 45 anni, e quindi appartiene a una generazione politica che non ha ricordi personali della dittatura, non ha esitato ad affrontare il problema della memoria collettiva. E le prime reazioni sembrano dargli ragione. Gli scaffali delle librerie si stanno riempiendo di nuove opere sul franchismo, e sulla transizione politica negoziata tra franchisti e opposizione di sinistra.

Spingendo la Spagna a voltarsi indietro il governo Sánchez fa una grande operazione politica. La tesi di partenza è che il patto con gli eredi del dittatore avrebbe impedito sia di rendere giustizia a tante vittime innocenti della guerra civile sia di fare piena luce su quaranta anni di dittatura. Perché come scrisse lo storico Perez Ledesma «Dire che Franco era irresoluto nelle operazioni militari o molto prudente nella sostituzione dei ministri è solo a una parte della verità. C’è una cosa in cui non fu mai indeciso: firmare sentenze di morte…».

Naturalmente la resa dei conti avviata dalla Moncloa è stata subito contrastata dalla famiglia del dittatore. Ma i discendenti del “Generalissimo” adesso devono prepararsi a combattere un’altra battaglia, molto più dura: la salvaguardia del loro patrimonio miliardario.

A metà settembre, in Galizia, la regione di Franco, una forza politica della sinistra locale ha presentato a Madrid la proposta di una commissione per investigare sul patrimonio dei Franco. La richiesta è stata approvata dai deputati e il patrimonio del “caudilho” è finito nell’agenda politica del governo che adesso aprirà il confronto sulle richieste di restituzione all’uso pubblico di palazzi, opere d’arte e residenze, avanzate da alcune località spagnole.

Felice Saulino
SfogliaRoma

Piano Trump per il deficit: tagli a stipendi dei federali

corey stewart“Sono quasi sempre d’accordo con il presidente Trump, ma non in questo caso”. Queste le parole di Corey A. Stewart, candidato per il Senato in Virginia, in un’email al Washington Post. Stewart dissentiva dalla decisione del presidente americano di bloccare gli aumenti salariali ai dipendenti federali. L’inquilino della Casa Bianca aveva spiegato in un comunicato indirizzato a Paul Ryan, speaker della Camera, che “bisogna mettere il Paese in una strada fiscalmente sostenibile” e che gli aumenti non si possono giustificare considerando “l’emergenza nazionale”.

Stewart è uno dei più grandi sostenitori di Trump. Lo aveva persino difeso nei suoi momenti più bui come nel caso delle rivelazioni del notissimo video di Hollywood in cui si sentiva che l’allora candidato repubblicano poteva approfittare delle donne. Stewart era rimasto al fianco di Trump anche quando questi aveva detto che i neonazisti non erano poi tanto negativi perché in una dimostrazione a Charlottesville c’erano stati problemi “da ambedue le parti”.

La diversa presa di posizione di Stewart sui salari sembra ammirevole specialmente perché non rientra nell’ideologia repubblicana di difendere i lavoratori. Stewart però è tutt’altro che altruista. È candidato al Senato in Virginia e si trova in una situazione disastrosa essendo indietro di 23 punti, secondo un sondaggio. Ha poche speranze di sconfiggere il suo rivale democratico Tim Kaine, attuale senatore e noto anche per essere stato il vice di Hillary Clinton nel 2016. Il Virginia contiene quasi 200mila dei 2,1 milioni di dipendenti federali e quindi Stewart non poteva che prendere le loro difese per cercare di limitare i suoi danni politici.

Gli aumenti bloccati da Trump equivalgono a 2,1 percento e secondo il presidente ammonterebbero a 25 miliardi di dollari. Esclusi dal congelamento sono le forze armate. In realtà si tratta di solo 2 miliardi in un bilancio annuale di 4100 miliardi. Da rilevare anche che il numero di dipendenti federali non aumenta dal 1989 quando la popolazione statunitense era 246 milioni comparata a quella attuale di 320 milioni.

La preoccupazione di Trump per il deficit sarebbe ragionevole eccetto per il fatto che emana odore di ipocrisia. Si ricorda che il 45esimo presidente l’anno scorso ha firmato una legge approvata dal suo partito che ha già peggiorato il deficit annuale e di conseguenza anche il debito federale. Solo nel mese di luglio 2018 il deficit è stato registrato a 77 miliardi di dollari, un aumento del 79 percento in comparazione a luglio del 2017. Il deficit è aumentato del 21 percento nei primi dieci mesi del 2018. Il Congressional Budget Office (CB0), l’agenzia federale non-partisan, ha calcolato che il deficit nel 2019 raggiungerà mille miliardi.

L’aumento del deficit è dovuto principalmente agli sgravi fiscali che hanno beneficiato in grandissima misura le classi abbienti considerando specialmente la riduzione delle imposte dal 35 al 21 percento alle corporation.

L’impatto della proposta di Trump dei tagli salariali sul deficit sarebbe minimo e riflette la mancanza di serietà fiscale non solo del 45esimo presidente ma anche del Partito Repubblicano. Si ricorda che il deficit e il debito nazionale sono temi di importanza per il Gop quando i democratici sono al potere. Adesso che i repubblicani controllano sia la Casa Bianca che le due Camere non si sente parlare di deficit. Il fatto che Trump abbia riaperto il discorso dovrebbe essere positivo ma in realtà è poco promettente.

Anche il congelamento degli aumenti non è cosa fatta perché la legislatura potrebbe agire per ripristinare gli aumenti. Il Senato infatti aveva votato un aumento dell’1,9 percento per i dipendenti federali. La Camera non si era pronunciata ma adesso la pressione sta aumentando per agire poiché anche i parlamentari più conservatori, oltre ai democratici, sono favorevoli al modesto aumento. David Brat, per esempio, parlamentare del Virginia, membro del Tea Party, l’estrema destra del Gop, ha dichiarato che bisogna affrontare aggressivamente il bilancio “ma l’eliminazione dell’aumento ai dipendenti federali all’ultimo minuto non è la strada giusta”.

Ha ragione. La presa di posizione di Trump consiste di una guerra ai dipendenti federali che servono i veterani, forniscono supporto alle forze armate, proteggono l’ambiente e aiutano le famiglie povere. Si calcola anche che un terzo di questi dipendenti federali sono persino veterani.

La ripresa economica iniziata con Barack Obama segue un percorso positivo ma i benefici continuano in grande misura ad andare ai benestanti. Gli sgravi fiscali approvati da Trump, non necessari per stimolare l’economia, erano semplicemente un “regalo” ai più ricchi che in realtà non ne avevano bisogno. L’idea di bloccare il modestissimo aumento ai dipendenti federali ci conferma che il 45esimo presidente è incapace di identificarsi con la classe media. In questo caso però il suo partito lo potrebbe bloccare se non altro per minimizzare le probabili perdite alle elezioni di midterm che sono quasi alle porte.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Brasile, tornano i generali. Alle elezioni senza Lula

lulaLe elezioni brasiliane del 7 ottobre prossimo avranno un grande assente: Inàcio Lula. Il tribunale gli ha appena impedito di presentarsi per un terzo mandato da presidente nelle file del PT, il Partito dei lavoratori, la formazione politica di sinistra che contribuì a fondare a febbraio del 1980, durante la dittatura militare.

Lula, che è in carcere dopo essere stato condannato per corruzione, non potrà partecipare nemmeno alla campagna elettorale a fianco di Fernando Haddad, l’ex sindaco di San Paolo schierato in fretta e furia dal “Partido dos trabalhadores” dopo l’ultimatum del Tribunale Supremo Elettorale, che l’11 settembre ha obbligato il PT a sostituire il suo candidato.

Ultimo atto di una durissima guerra con la magistratura che va avanti da aprile, cioè da quando l’ex presidente è finito nel carcere di Curitiba, in seguito a una condanna a 12 anni inflittagli in appello. L’accusa è quella di aver ricevuto tangenti per un milione di dollari dalla Petrobas (l’azienda energetica di Stato) e favori da parte di alcuni imprenditori privati (un appartamento al mare e la costruzione di un ranch).

Lula, che ha sempre respinto le accuse, ha subito presentato ricorso alla Corte Suprema per evitare la sospensione dei diritti politici prima dell’ultimo grado di giudizio. La sua richiesta è stata respinta, ma il PT lo ha schierato ugualmente alle presidenziali fissate per ottobre. Ne è nata una durissima battaglia legale contro “le sentenze politiche della magistratura” sostenuta da una serie di manifestazioni di piazza a favore dell’ex presidente. Fino all’ultimo “no” dei giudici del Tribunale elettorale che hanno votato quasi all’unanimità (6 a 1) costringendo il PT a cambiare cavallo.

Il risultato è che dopo più di 40 anni il Brasile vivrà la sua prima campagna elettorale senza Lula, che fu eletto in Parlamento nel 1986, a 41 anni, da leader dei metalmeccanici. E subito partecipò alla nuova Costituzione che nasceva per chiudere la tragedia della dittatura con l’inserimento di forti garanzie per i diritti dei lavoratori.

Presidente del Brasile nel 2002, Lula guadagnò presto la fiducia dei mercati, che lo avevano accolto con preoccupazione, superando gli obiettivi posti dal Fondo monetario internazionale. Fu rieletto nel 2006 e affrontò la crisi globale del 2008 con un vasto piano d’investimenti pubblici. Il Brasile conobbe un momento di sviluppo. Lula, ormai popolarissimo tra la gente, era diventato il presidente che aveva migliorato le condizioni di vita di milioni di proletari. Nel 2010 il terzo mandato consecutivo non sarebbe stato il problema, ma era vietato dalla Costituzione. E così il leader del PT come presidente del Brasile scelse un suo ministro, l’economista Dilma Rousseff, poi destituita nel 2016 con l’accusa di aver manipolato il bilancio dello Stato per garantirsi la riconferma.

Si arriva così alle elezioni del 7 ottobre, le prime senza Lula. Con un gigantesco problema per il PT costretto a ripiegare su un candidato debole e poco conosciuto a livello nazionale come l’ex sindaco di San Paolo Haddad. I primi sondaggi lo danno sotto al 10 per cento. La verità è che, nonostante gli scandali e il carcere, Lula sembra ancora l’unico candidato in grado di far vincere la sinistra brasiliana. L’ultimo sondaggio sulle intenzioni di voto, pubblicato poco prima della rinuncia, gli assegnava il 35 per cento al primo turno. 13 punti sopra il candidato della destra, il generale in pensione Jair Bolsonaro.

Felice Saulino
SfogliaRoma

I valori di McCain e Trump: due Americhe

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“L’America di John McCain non ha bisogno di essere rifatta grande perché lo è sempre stata”. Queste le parole di Meghan McCain, figlia di John McCain, agli elogi funebri del senatore americano tenutosi alla National Cathedral di Washington. Solo poche ore dopo è arrivato il tweet di Donald Trump che in lettere maiuscole ripeteva “MAKE AMERICA GREAT AGAIN”.

Due frasi diverse che rappresentano due Americhe, quella di McCain e l’altra del 45esimo presidente.

L’America di John McCain era presente nella cattedrale di Washington e abbracciava tutto l’establishment politico americano incluso gli ex presidenti George W. Bush e Barack Obama. McCain, sapendo che era in fin di vita, alcuni mesi fa aveva chiesto ad ambedue di pronunciare elogi funebri al suo funerale. La scelta non è stata casuale rivelandoci la forza e il coraggio di McCain. Sia Bush che Obama lo avevano sconfitto in dure campagne politiche. Il primo per la nomination nel 2000 e il secondo nella corsa alla presidenza nel 2008. I rapporti bipartisan però per McCain erano più importanti dei risultati delle elezioni. Come ha detto Obama nel suo elogio, al di là delle differenze politiche, ambedue erano americani e formavano parte della stessa “squadra”. Obama e Bush hanno lodato McCain per il suo eroismo in Vietnam dove sofferse la prigionia nel cosiddetto Hanoi Hilton. Una volta che i Viet Cong si resero conto che era figlio di un ammiraglio americano gli offrirono la libertà mettendolo davanti alla fila dei prigionieri da liberare. McCain si rifiutò decidendo di aspettare il suo turno, decisione che gli costò ulteriori torture.

La scelta dei due ex presidenti e degli elogi funebri è stata strategica e mirava a mandare un messaggio all’attuale residente della Casa Bianca, un uomo i cui comportamenti McCain disdegnava. In uno dei suoi ultimi dissensi, McCain aveva aspramente criticato  il comportamento di Trump all’incontro con Vladimir Putin in Helsinki. Si ricorda che il presidente americano non riconobbe il lavoro dell’intelligence americana che aveva confermato l’interferenza russa nell’elezione del 2016. Trump dichiarò nella conferenza stampa che Putin gli aveva dato ragionamenti convincenti per l’innocenza russa.

McCain aveva capito che la nazione viene prima del partito e che bisogna sacrificare per il bene comune. Trump, invece, vede il suo bene personale come guida. Ce lo conferma anche il suo attacco più feroce a McCain  durante la campagna elettorale quando l’allora candidato alla nomination repubblicana mise in dubbio l’eroismo di McCain. Trump disse che a lui piacciono “quelli che non si fanno catturare” e che McCain non era un eroe. Una blasfemia ovviamente poiché tutti gli americani riconoscono i sacrifici e contributi di McCain al paese. Nel caso di Trump, non corse il pericolo di essere catturato perché non servì nelle forze armate americane. Non andò in Vietnam perché ottenne quattro rinvii e alla fine fu esentato per una lieve deformazione ai talloni.

L’incapacità di Trump di vedere in faccia la realtà e il suo uso di attacchi personali come arma politica colorano la sua America. Come ha detto Obama nel suo elogio a McCain “la politica attuale americana finge di essere coraggiosa ma infatti nasce dalla paura”. La frase non menziona Trump direttamente ma la stoccata è chiara e diretta all’attuale inquilino della Casa Bianca. Nella campagna politica per la presidenza e in quasi due anni di mandato Trump le spara grosse dicendo di esser coraggioso e grande difensore del paese con la sua politica di “America first”, prima gli americani.

I fatti importano poco nell’America di Trump. I fatti si possono ricreare per confermare il successo personale. E quando la logica presenta un panorama negativo gli attacchi si riversano sui messaggeri. I media che riportano la realtà sono attaccati di “fake news” e in tempi recentissimi di nemici del popolo. Un’espressione che  ci fa subito pensare a leader autoritari per cui Trump ha espresso ammirazione dimenticando che i loro valori si trovano diametralmente opposti a quelli americani incarnati da McCain.

La miopia di Trump pervade la sua politica, che a differenza di McCain, è guidata dalla sopravvivenza personale anche a costo di sbarazzarsi di principi etici e morali. Dalle bugie quasi quotidiane che il Washington Post ha calcolato a più di 4 mila in meno di due anni di mandato a pagamenti di pornostar per silenziarle, prima smentiti, ma poi confermati dai suoi collaboratori, alcuni dei quali stanno per andare in galera.

Meghan McCain, nel suo elogio ha detto che la scomparsa del padre significa “la morte della grandezza americana, di quella vera… non  quella di individui che hanno vissuto una vita di conforti e privilegi mentre lui soffriva e serviva”. Non menziona Trump, ma la stoccata, è chiarissima.

Nel suo messaggio di addio McCain ha reiterato la “fede negli americani” esortandoci a non “disperare per i problemi attuali ma di credere sempre nella promessa e grandezza dell’America”. Un messaggio positivo che mentre l’America perdeva un pezzo importante ci ricorda che il Paese è molto  più grande  e non dipende da un singolo individuo. McCain sapeva benissimo che, nonostante la sua grandezza, l’America non ha ancora raggiunto il punto più alto ma la fede negli ideali vi ci condurranno un giorno.

Domenico Maceri

La Cina parte per la conquista dell’Africa

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La Cina nei prossimi tre anni porterà a termine otto iniziative con i paesi africani promettendo 60 mld dollari, per finanziare lo sviluppo. Il progetto “Comunità Cina e Africa destino condiviso” ha lo scopo di creare una sorta di nuova “Via della seta” per mare e terra, progetto già annunciato cinque anni fa dal presidente cinese Xi Jinping, che rilancia l’ iniziativa, “senza nessun fine politico”,affermando inoltre la sua opposizione a “protezionismo e unilateralismo”. Aprendo a Pechino i lavori della due giorni del “Forum on China-Africa Cooperation” (Focac), il presidente Xi Jinping ha promesso 60 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti per lo sviluppo. Lo scopo è di accelerare la costruzione della “One Belt, One Road initiative”, la nuova via della Seta via mare e via terra annunciata cinque anni fa dallo stesso Xi. Le risorse vanno ad aggiungersi ai 60 miliardi offerti nel 2015, utilizzati in progetti oggetto di crescenti critiche per la onerosità a carico dei Paesi cosiddetti “beneficiari”. Xi, parlando nella Grande sala del popolo, ha sollecitato la definizione della responsabilità congiunta e della cooperazione “win-win”, di mutuo beneficio, tra la Cina e l’Africa rinnovando i suoi giudizi di opposizione a “protezionismo e unilateralismo”.

La Cina vuole anche dare vita a un fondo “China-Africa” per la pace e la cooperazione sulla sicurezza con gli sforzi congiunti per le iniziative di peacekeeping e il mantenimento della pace. I 60 miliardi annunciati da Xi si suddividono principalmente in 15 miliardi dedicati agli aiuti, ai prestiti senza interessi e ai finanziamenti agevolati; in una linea di credito da 20 miliardi: in 10 miliardi di fondi speciali del fondo per lo sviluppo “China-Africa”; in fondi speciali da 5 miliardi, infine, per l’import dall’Africa. In più, le compagnie cinesi saranno incoraggiate a investire non meno di 10 miliardi nel triennio. Per i Paesi meno sviluppati, pesantemente indebitati, senza sbocchi sul mare e le piccole isole/Stato in via di sviluppo con relazioni diplomatiche con la Cina, Pechino ha offerto l’esenzione eccezionale dagli interessi sui debiti a partire da fine 2018.

La Cina dal 2009 è diventata il primo partner commerciale degli africani, 170 miliardi di dollari di interscambio nel 2018. Ma sbilanciato, con una ventina di miliardi di surplus sul fronte cinese. Per esempio, materie prime africane in cambio di prodotti finiti dell’industria cinese, compreso il vestiario iper economico che si è fatto conoscere in tutto il mondo. Tutto made in China. E poi c’è il problema del debito. È vero che i cinesi stanno costruendo le infrastrutture, come la ferrovia per l’Etiopia, ma il debito sta diventando una montagna dalla quale sarà difficile scendere per gli africani, avvertono gli studi di sostenibilità occidentali. Però, in un’intervista alla Xinhua, il presidente Paul Kagame del Ruanda, che presiede anche l’Unione Africana, sostiene che la formula “trappola del debito” è un tentativo occidentale per scoraggiare la relazione sino-africana. “Un’altra prospettiva del problema è che chi critica la Cina per il nostro debito, dà troppo poco”. La stampa cinese scrive che i dubbi occidentali sono un tentativo di contenere l’ascesa della Cina.

Redazione Avanti!

Lo spagnolo di Rick Scott e le sue teorie sull’immigrazione

Florida Governor Rick Scott listens during a meeting with law enforcement, mental health, and education officials about how to prevent future tragedies in the wake of last week's mass shooting at Marjory Stoneman Douglas High School, at the Capitol in Tallahassee, Florida, U.S., February 20, 2018. REUTERS/Colin Hackley - RC193DF3FE40

Florida Governor Rick Scott REUTERS/Colin Hackley – RC193DF3FE40

“Questo è un paese in cui si parla inglese, non spagnolo”. Donald Trump ammonì con queste parole Jeb Bush e Marco Rubio, due dei suoi rivali nelle primarie repubblicane del 2015, che stavano conducendo una campagna in due lingue. Trump sconfisse entrambi e alla fine è stato eletto presidente.
Rick Scott, governatore della Florida, un alleato di Trump, non è d’accordo. Ha usato la sua limitata conoscenza dello spagnolo per corteggiare gli elettori latinos mentre faceva la campagna per governatore e continua a farlo mentre cerca di spodestare Bob Nelson dal suo seggio al Senato degli Stati Uniti.
Usare la lingua spagnola per ottenere un vantaggio rispetto ai concorrenti politici non è atipico. Persino alcuni democratici lo fanno anche se tradizionalmente sono preferiti dagli elettori latinos. Nell’elezione del 2016, il candidato alla vicepresidenza Tim Kaine si è servito dello spagnolo, ma con scarso successo. George W. Bush, invece, nelle elezioni presidenziali del 2000 e del 2004, usò la sua limitata conoscenza dello spagnolo con risultati molto positivi. Bush vinse circa il 40% del voto latino, ottimo risultato per un repubblicano e molto meglio del 28% di Donald Trump nel 2016 e il 27% di Mitt Romney nel 2012.
Corteggiare gli elettori latinos usando la lingua spagnola non si traduce necessariamente in successo alle urne. Ciononostante, Scott è intelligente nel fare il tentativo, poiché gli elettori latinos lo vedono con occhi favorevoli. La lingua può essere utile al livello emotivo in politica come in qualsiasi situazione. Esattamente come il paziente si sente un po’ meglio dopo aver sentito il medico dire un semplice “buenos días”, gli elettori apprezzano il fatto che un politico comunichi nella loro lingua. Tuttavia, dato che la maggior parte degli elettori latinos capisce l’inglese, l’uso dello spagnolo non significa necessariamente comunicare idee sostanziali, ma piuttosto raggiungerli al livello emotivo. Anche gli elettori latinos che non conoscono molto bene lo spagnolo lo apprezzano poiché alcuni dei loro amici o familiari potrebbero non essere completamente fluenti in inglese. Quando Scott lotta con lo spagnolo, si identifica con chiunque abbia difficoltà a imparare l’inglese o in altri aspetti della vita.
Tuttavia, usare lo spagnolo vuoto di idee e politiche sostanziali vantaggiose per gli elettori latinos può facilmente divenire ruffianeria. Scott sembra essere sinceramente interessato agli elettori latinos come dimostrano alcune sue recenti opinioni moderate sull’immigrazione. Favorisce, ad esempio, un disegno di legge che darebbe un iter alla cittadinanza ai beneficiari del DACA, individui portati negli Stati Uniti come minori. Si è dichiarato anche contrario alla politica di separazione dei bambini al confine, etichettandola di “orribile”, dichiarando anche che la Florida è uno “stato di immigrazione”, come si può vedere dalla moltitudine di lingue parlate nel Sunshine State.
Inoltre, Scott ha compiuto sforzi per aiutare i portoricani che si sono trasferiti in Florida dopo che l’uragano Maria ha colpito l’isola nel 2017. A differenza dell’amministrazione Trump, che ha fatto ben poco per fornire assistenza, Scott ha visitato Puerto Rico diverse volte e ha fatto sforzi per accogliere le vittime, rendendo più facile il loro trasferimento in Florida. I sondaggi sembrano confermare i suoi sforzi. Il 70% dei portoricani in Florida ha una visione negativa di Trump mentre il 76% vede Scott favorevolmente, cifra più alta di quella del senatore Nelson, il suo avversario democratico a novembre. La corsa al Senato è serrata e la posizione moderata di Scott sull’immigrazione e il suo corteggiamento dei latinos in Florida, incluso il suo uso dello spagnolo, potrebbero diventare indispensabili.
L’uso dello spagnolo da parte di Scott e le sue opinioni sull’immigrazione lo mettono in contrasto con la dura retorica di Donald Trump e le azioni sull’immigrazione e i latinos in particolare. Paradossalmente, Scott si identificava con queste posizioni non molto tempo fa. Quando era in corsa per il suo primo mandato da governatore nel 2010, infatti, era un forte sostenitore delle dure leggi sull’immigrazione simili a quelle approvate in quel periodo in Arizona, che avevano colpito duramente gli immigrati. Inoltre, si è opposto agli sforzi per ampliare il Medicaid, un programma a beneficio dei poveri, che naturalmente include molti latinos.
Il “nuovo” approccio di Scott verso i latinos e le opinioni moderate sull’immigrazione consistono dunque solamente di un espediente politico? Può darsi. Mentre conduce la campagna per il Senato degli Stati Uniti, Scott sta attaccando Nelson per essere debole sull’immigrazione, etichettando l’opposizione dei democratici come sostenitori delle frontiere aperte. Scott ripete il linguaggio e la retorica di Trump mentre cerca di fare appello a tutti i floridiani, e in particolare agli elettori del GOP.
Le elezioni in Florida sono spesso determinate da lievi margini e le nuove moderate posizioni di Scott sull’immigrazione e il suo uso dello spagnolo potrebbero aiutarlo a prevalere a novembre. Ciononostante, gli elettori latinos dovrebbero essere cauti, in particolare quando Scott incolpa Nelson per non aver fatto nulla per risolvere la questione dell’immigrazione a Washington. Bisogna ricordare che il GOP controlla ambedue le due camere legislative e la Casa Bianca. Quindi sono loro che non hanno fatto nulla per risolvere la situazione dell’immigrazione. Il voto per la sostituzione di un senatore democratico con uno repubblicano farà la differenza?
“Tutta la politica è locale”, dichiarò l’ex presidente della Camera Tip O’Neill, Jr., democratico del Massachusetts anni fa. È vero, ma l’appartenenza ad un partito fa molta differenza, in particolare al Senato di questi giorni dove un seggio o due potrebbero determinare la maggioranza della Camera alta, con ripercussioni significative che vanno ben oltre l’uso dello spagnolo e dell’immigrazione. Votare per i candidati dimenticando il partito a cui appartengono alla fine potrebbe rivelarsi imprudente.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Nafta, Trump butta gli accordi nel cestino

naftaDonald Trump  ha annunciato l’intesa con il Messico per un nuovo accordo commerciale destinato ad aprire una nuova fase nei rapporti tra i due Paesi. Trump dallo studio ovale della Casa Bianca ha dichiarato: “E’ un gran giorno per il commercio. Lo chiameremo Accordo commerciale Usa-Messico. E’ un’intesa incredibile per entrambi i Paesi. Toglieremo il nome Nafta, che ha una connotazione negativa perché gli Stati Uniti sono stati penalizzati dal Nafta. Questo accordo è davvero speciale per entrambi i Paesi”. Poi, rivogendosi al presidente uscente, il messicano Pena Nieto, Trump ha detto: “Abbiamo lavorato sodo con i vostri rappresentanti, i nostri team sono andati d’accordo e abbiamo raggiunto qualcosa di cui si parlerà a lungo. All’inizio, qualcuno pensava che non fosse nemmeno possibile arrivare al traguardo per la complessità della materia. Il superamento del Nafta comporta anche la revisione dei rapporti commerciali con il Canada. Vedremo se il Canada farà parte dell’accordo”.

Trump non esclude l’ipotesi di un’intesa separata con i vicini del nord. In proposito, il presidente degli USA, ha ribadito: “Le negoziazioni cominceranno presto, chiamerò il primo ministro. Con il Canada, la cosa più semplice che possiamo fare è imporre tariffe sulle loro auto…”.

Donald Trump mette in atto la strategia politica propagandata nella campagna elettorale: ‘Usa first’. Sta facendo pratica del ‘dividi et impera’ di latina memoria con tutti gli alleati. Non più accordi di gruppo ma solo intese bilaterali, salvo poi a non mantenerli. Dalla logica politica dell’attuale amministrazione Trump, sicuramente gli USA otterranno dei vantaggi a scapito dei principi di uguaglianza e libertà dei popoli. Quindi gli Usa difficilmente in futuro potranno essere considerati come un paese amico pronto ad intervenire generosamente in aiuto degli alleati in difficoltà, ma più semplicemente come una nazione che fa pesare la sua potenza militare ed economica per sfruttare gli alleati. La politica internazionale degli Usa, dunque, in questo momento storico, sta sempre più privilegiando gli interessi delle nazioni a scapito dei diritti dell’umanità che popola il nostro pianeta.

S.R.

Brennan e Mueller: grossi grattacapi per Trump

trump-delirio“Considererei un onore se lei revocasse anche il mio nullaosta per la sicurezza”. Così scriveva William H. McRaven nelle pagine del Washington Post esprimendo un notevole disappunto per la revoca del nullaosta di sicurezza a John Brennan. McRaven era stato ammiraglio della marina americana e comandante delle forze speciali che eliminarono Osama bin Laden nel 2011. Donald Trump ha voluto punire Brennan per essere stato uno degli individui chiave che ha scatenato l’inchiesta del Russiagate ma anche per i suoi critici commenti sull’operato del 45esimo presidente.

Si ricorda che Brennan, dopo l’incontro fra Trump e Vladimir Putin a Helsinki del 16 luglio, aveva accusato il presidente americano di tradimento per avere preso la parte del leader russo invece di sostenere i gruppi di intelligence americana che hanno determinato l’interferenza russa nell’elezione americana del 2016. Il giorno dopo Trump si è reso conto di avere sbagliato e ha spiegato che si era trattato di una svista linguistica.

Poco credibile ovviamente perché il 45esimo presidente non ha mai digerito la tesi dell’interferenza russa vedendo questa possibilità come macchia alla sua vittoria del 2016 ma anche alla possibile trasparenza sui suoi rapporti finanziari con oligarchi russi. Punire Brennan togliendogli il nullaosta di sicurezza non avrà un grande impatto sulla vita personale o pubblica dell’ex direttore della Cia ma riconferma la rottura fra Trump e il mondo dell’intelligence.

I nullaosta sulla sicurezza vengono mantenuti da ex membri dell’intelligence per varie ragioni. Non è raro che questi individui vengano richiamati o consultati dai membri di un nuovo governo per assistenza e chiarezza su temi di vitale importanza. In queste consultazioni gli ex funzionari spesso vengono aggiornati su informazioni confidenziali che richiedono il nullaosta. Senza questa capacità di fare uso della saggezza, accumulata in anni di servizio, ne soffre il Paese.

In tempi passati queste transizioni avvenivano di routine e gli ex funzionari del mondo dell’intelligence rimanevano in grande misura nell’anonimato. Il caso di Brennan è diverso per il fatto che Trump non ha accettato con fatti e parole le conclusioni del mondo dell’intelligence sull’interferenza russa nell’elezione.

Le parole sono evidenti nei suoi innumerevoli tweet in cui attacca a destra e manca non solo l’inchiesta di Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate, ma difatti tutte le agenzie di intelligence. Questa campagna contro l’intelligence è iniziata con il licenziamento di James Comey, direttore della Fbi dopo il rifiuto di questi di mettere da parte le inchieste su Michael Flynn, il consigliere della sicurezza nazionale, licenziato da Trump dopo poche settimane di lavoro. Dopo avere messo Comey da parte, il 45esimo presidente ha licenziato 25 individui della Fbi e del dipartimento di giustizia, incluso Andrew McCabe, numero 2 alla Fbi, e Sally Yates, vice procuratore generale.

Trump ha anche dimostrato il suo disappunto su Jeff Sessions, procuratore generale, e Rod Rosenstein, vice procuratore generale, nominati proprio dal presidente stesso. Nel caso del primo lo ha deriso e offeso pubblicamente e in uno dei tanti tweet ha anche suggerito che Sessions dovrebbe mettere fine all’inchiesta di Russiagate. Il vero responsabile dell’inizio dell’inchiesta sull’interferenza russa sull’elezione americana è però Rosenstein poiché Sessions si era ricusato considerando il suo conflitto per avere partecipato alla campagna elettorale di Trump.

La revoca del nullaosta di Brennan non è dunque una distrazione come molti analisti hanno suggerito. Si tratta di un altro attacco all’intelligence per cercare in tutti i modi di minare direttamente e indirettamente l’inchiesta di Mueller ma allo stesso tempo cercare di sminuire le conseguenze, con poco successo, come ci dimostrano alcuni recentissimi eventi.

Don McGahn, l’avvocato della Casa Bianca sta collaborando con Mueller sul Russiagate da nove mesi e ha parlato con gli investigatori almeno tre volte per un totale di 30 ore. Paul Manafort, il manager della campagna politica di Trump per quattro mesi, è appena stato condannato su otto capi di accusa per frode fiscale. Michael Cohen, ex legale di Trump, si è dichiarato colpevole su 8 capi di accusa, incluso uno sulla violazione della legge elettorale per un candidato politico (non specificato ma facile da identificare). Il pericolo di ulteriori informazioni che questi tre individui potrebbero fornire a Mueller non è da sottovalutare anche se l’inchiesta include molte altre testimonianze che potrebbero incastrare il presidente.

La revoca del nullaosta a Brennan si riallaccia dunque al Russiagate che preoccupa l’attuale inquilino della Casa Bianca. Ciononostante l’azione contro Brennan va oltre la sua persona minacciando altri individui ma creando allo stesso tempo incertezza per tutti i 4 milioni di funzionari che lo posseggono e che potrebbero perderlo se il presidente lo decide. Per molti di questi individui si tratta di estrema necessità poiché senza il nullaosta perderebbero il loro posto di lavoro. Inoltre c’è da considerare anche l’effetto negativo per futuri individui che vogliano lavorare nel mondo dell’intelligence.

Questo clima di incertezza dovuto all’attacco a Brennan ha colpito tutto il mondo dell’intelligence. Ecco perché più di trecento ex membri dell’intelligence che hanno servito con presidenti repubblicani e democratici hanno firmato una lettera di supporto a Brennan. La lista è formata da ex membri di sicurezza e intelligence e include i 15 ex capi della Cia di tutte le presidenze da Ronald Reagan a Barack Obama. La ha firmato persino William H. Webster, 95enne, ex direttore della Fbi e Cia in amministrazioni democratiche e repubblicane. I firmatari non sono necessariamente d’accordo con le idee politiche espresse da Brennan ma rivendicano il diritto alla libertà di espressione per tutti.

Un diritto messo in pratica da McRaven nel suo pezzo sul Washington Post. L’ex ammiraglio sperava che dopo l’elezione Trump diventasse il presidente di cui il paese ha bisogno. McRaven definisce questo presidente come uno che mette il bene degli altri prima di se stesso servendo da modello per tutti. Trump, secondo McRaven, ci ha “imbarazzati” davanti agli occhi dei bambini, e umiliati nel mondo. Ma la cosa peggiore è che ha “diviso la nazione”.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Maduro moltiplica 34 volte il salario minimo

Venezuelan President Maduro arrives at a military parade to commemorate the first anniversary of the death of Venezuela's late president Chavez in CaracasMaduro non sa più cosa inventarsi pur di restare al potere in Venezuela. In un discorso televisivo in cui ha illustrato la riforma monetaria che farà entrare in circolazione da lunedì una nuova moneta che sarà ancorata al Petro, la criptomoneta creata dal governo venezuelano all’inizio dell’anno che gli Stati Uniti hanno vietato per le operazioni finanziarie, Nicola Maduro ha detto: “Voglio che il Paese si riprenda ed ho la formula, fidatemi di me. Il petro sarà il meccanismo di ancoraggio per ottenere l’equilibrio valutario della moneta, del salario e del prezzo”.

Il presidente venezuelano ha varato questa misura nel mezzo di una spirale inflazionaria che secondo il Fondo Monetario quest’anno potrà raggiungere il milione per cento. Con la conversione l’attuale moneta venezuelana, il Bolivar fuerte, perderà cinque zeri diventando Bolivar soberano. Un Petro avrà il valore di 3600 Bolivar nuovi.

Insieme alla riforma monetaria, Maduro ha annunciato un nuovo aumento del salario minimo del 3000 per cento, vale a dire che sarà moltiplicato 34 volte, senza però precisare quando entrerà in vigore questo aumento che sarebbe il quinto dell’anno.

Rivolgendosi agli imprenditori privati che accusa di condurre una guerra economica contro il popolo venezuelano, Maduro ha aggiunto: “Voi avete dollarizzato i prezzi, io petrolizzo i salari”.

Vietata dagli Stati Uniti, la moneta virtuale agganciata alle riserve petrolifere venezuelane viene considerata una finzione dagli analisti economici. Che considerano anche la formula presentata ieri da Maduro per uscire dalla crisi destinata ad aumentare ulteriormente l’iperinflazione.

Il Venezuela di Maduro è un classico esempio dei disastri prodotti nei Paesi governati dai populismi dittatoriali. Purtroppo, anche l’Italia sembra avviarsi pericolosamente verso derive giustizialiste con un Governo che anziché pensare a governare sembrerebbe volersi sostituire alla magistratura.

S.R.

Trump e i media: da fake news a nemici del popolo?

donald-trump“Non ritengo che i media siano i nemici del popolo”. Questa l’affermazione di Ivanka Trump, figlia del presidente, in una recente intervista. Era questa l’affermazione che Jim Acosta, noto giornalista della Cnn, aveva cercato di strappare a Sarah Huckabee Sanders, portavoce di Trump, in una conferenza stampa alla Casa Bianca senza però riuscirvi. Acosta abbandonò la sala protestando la mancata conferma della Sanders.

La Sanders ha fatto il suo dovere di fedele portavoce al suo capo il quale poco dopo in uno dei suoi tweet ha reiterato di nuovo che “le fake news sono i nemici del popolo”. Il 45esimo presidente commentava

l’incontro tenuto con A.G. Sulzberger e James Bennet, il primo, editore del New York Times, e il secondo il direttore della sezione editoriali del giornale. I due giornalisti avevano avvertito il presidente che “il suo linguaggio non era solo divisivo ma sta divenendo sempre più pericoloso”. Avevano anche sottolineato che riferirsi ai media come “nemici del popolo” continua ad “ampliare le minacce ai giornalisti e condurrà alla violenza”.

Non era la prima volta che Trump attaccava i media come fake news né come nemici del popolo, un’espressione usata da leader di regimi autoritari per silenziare i loro avversari. L’espressione non è nuova. La si trova anche nell’opera drammatica Coriolano di Shakespeare. In tempi moderni, leader autoritari storici sia di destra che di sinistra, da Stalin a Mao ma anche da propagandisti nazisti, la hanno usato per denigrare e annientare i loro nemici politici, assassinarli e persino sfociare in epurazioni.

Trump attacca i media come fake news, aumentando il volume con l’espressione di nemici del popolo, echeggiando la politica di paesi autoritari moderni. Si ricorda che Trump ha sempre avuto parole di approvazione per Vladimir Putin ma anche per altri come Kim Jong-un. In quest’ultimo caso, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha espresso ammirazione per il fatto che il leader coreano a 28 anni ha assunto il potere di una nazione, ignorando però le malefatte di Kim.

A differenza di altri presidenti americani che spesso parlano di democrazia e di valori democratici non solo per gli americani ma anche come modello per il resto del mondo, Trump rimane silenzioso su questo tema. Il suo comportamento con i giornalisti era abominevole durante la campagna elettorale ed è infatti peggiorato durante i quasi due anni di mandato. Trump non esita ad additare giornalisti che non gli piacciono come Acosta al quale ha rifiutato di rispondere ad una domanda nella recente conferenza stampa di Londra con Theresa May. Trump ha identificato Acosta come parte della Cnn che considera fake news e quindi lo ha saltato accettando però di rispondere a John Roberts della Fox News, considerata da non pochi come vera fake news.

Per il presidente di un paese democratico come gli Stati Uniti malmenare verbalmente un cronista in pubblico non fa altro che incoraggiare altri leader autoritari a maltrattare i media dei loro paesi dove non è raro che i giornalisti subiscano anche conseguenze che li fanno andare a finire in carcere e a volte anche peggio. Il comportamento autoritario di Trump non fa altro che legittimare leader autoritari in altre parti del mondo dove i media non sono protetti dal primo emendamento americano che sancisce la libertà di stampa. In effetti, il comportamento di Trump dimostra disprezzo non solo per i giornalisti ma anche per la costituzione americana.

La protezione della costituzione alla libertà di stampa però non offre completa protezione ai giornalisti in America. Acosta, per esempio, deve fare uso di guardie del corpo quando svolge il suo lavoro di giornalista a uno dei tanti rally di Trump, dove non è raro che il 45esimo presidente denigri i media. Trump non ha mai detto ai suoi sostenitori di attaccare fisicamente i giornalisti ma le sue parole focose potrebbero essere interpretate in tale senso da alcuni scapestrati. Di fatti, minacce di individui che si dichiarano sostenitori di Trump sono state ricevute da non pochi giornalisti.

Bret Stephens, editorialista del New York Times, in un recente articolo, parla di minacce ricevute al telefono da uno di questi individui nel mese di maggio del 2018. Quattro settimane dopo, cinque giornalisti del Capital Gazette di Annapolis, Maryland, sono stati uccisi. Non sembra di esserci stato movente politico ma ovviamente gli incitamenti di Trump che caratterizzano i media come nemici del popolo potrebbero condurre a simili tragedie.

L’attacco di Trump ai media però non è necessariamente diretto agli individui ma fa parte della sua politica di demolire la verità che è il suo vero nemico. Si tratta di attacchi che mirano a creare un’altra realtà, una realtà che esce dalla sua bocca. In un recente comizio Trump ha infatti consigliato ai suoi fedelissimi di non credere a ciò che loro vedono scritto o riportato dai media.

L’assenza di fiducia e l’inevitabile mancanza di collaborazione con i media per Trump non è un problema perché di questi giorni si possono bypassare i giornalisti, comunicando direttamente con gli elettori. Trump ha più di 50 milioni di seguaci nel suo account di Twitter, la metà di quelli di Barack Obama, ma ne fa ottimo uso. I suoi messaggi su Twitter e quelli espressi ai suoi comizi includono però frequentemente affermazioni false o ingannevoli. Il Washington Post ci informa che negli ultimi tempi la frequenza delle bugie e le affermazioni ingannevoli di Trump sono aumentate a 16 al giorno. Nei suoi 600 giorni di presidenza Trump ha affermato il falso più di 4300 volte. Lui è infatti il più prolifico propagandista di fake news con il suo twitter account al quale vi aggiunge i frequenti comizi. I giornalisti non sono i nemici del popolo né della verità. Quando il 45esimo presidente attacca i media di fake news dovrebbe guardarsi allo specchio.

Domenico Maceri