Emidio e Ubaldo Lopardi una vita per il socialismo e i lavoratori

Tra i socialisti che nello scorcio dell’800 vissero le difficoltà di un Partito socialista impegnato da una parte a radicarsi nell’humus politico italiano, dall’altro a resistere alla marea reazionaria pilotata dai Crispi, dai Rudinì, dai Pelloux,  troviamo Emidio Lopardi. Nato a L’Aquila il 28  novembre del 1877, in una famiglia abbiente, Emidio compì gli studi primari e secondari rivelando una forte intelligenza, confermata nei successivi anni quando a Napoli frequentò i corsi universitari di Legge fino al conseguimento della laurea. Nel 1895, l’anno del congresso di Reggio Emilia tenuto dopo i provvedimenti repressivi che avevano  portato tra l’altro allo  scioglimento dei Fasci dei lavoratori e del Partito socialista, nato appena tre anni prima, decise di aderire ai gruppi che da qualche  tempo  si sforzavano di suscitare  volontà di impegno tra i lavoratrici. Apprezzato per le qualità di propagandista e di organizzatore rivelate, nel successivo anno era già tra i delegati al Congresso nazionale di Firenze, che  si proponeva di rilanciare l’azione del partito, pur nelle difficili condizioni del momento.

Rientrato nella città natale, si impegnò nella organizzazione dei contadini e  degli operai della sua terra e fu tra i promotori della ricostituzione del Circolo socialista dell’Aquila e in primo piano nella fondazione di circoli, leghe e gruppi, attraverso cui prendeva corpo un movimento discretamente articolato. Già nei suoi primi atti rivelò una forte convinzione, secondo cui le chiusure municipalistiche costituivano un pericolo mortale per un partito ancora fragile ed esposto ai tentativi di assorbimento delle formazioni personali, allora molto diffuse nel Meridione. Egli proponeva  la costituzione di un centro sovracomunale, capace di coordinare  le articolazioni del partito pur nel rispetto delle particolarità dei singoli luoghi. Impegnò a questo fine molte energie nella costruzione di una Federazione provinciale che fu di esempio ad altre.

Cercò anche di dare un indirizzo unico alle varie organizzazioni sulla base di alcuni punti fermi, tra i quali l’internazionalismo, che lega ai lavoratori nel mondo, il classismo e l’intransigenza, che distinguono e formano nei confronti delle altre forze politiche,  la moralità assoluta, che deve caratterizzare i socialisti a livello di quadri dirigenti e di base. Nel 1897, già abbastanza noto  e apprezzato nel partito e tra i lavoratori, entrò a far parte del Consiglio nazionale del PSI. Contemporaneamente lavorò per la nascita de “l’Avvenire”, un settimanale più tardi divenuto organo della Federazione, che amministrò con bravura  e su cui scriveva occupandosi del problemi locali e nazionali. Dal 1901, per 20 anni, fu consigliere comunale, nel  1907 venne eletto consigliere provinciale e nel 1912 deputato provinciale.

Presiedette inoltre il Consorzio delle cooperative nell’aquilano, rivelando notevoli capacità e lavorando per far sì che quegli strumenti concorressero fortemente  allo sviluppo economico delle realtà in cui nascevano. Dal 1919 al 1924 fu deputato per il collegio de L’Aquila, e  alla Camera svolse con serietà il mandato ricevuto dai lavoratori, mentre nel collegio difendeva in ogni modo le organizzazioni del proletariato, contro le quali si esercitava, insaziata, la furia distruggitrice delle “squadracce” in camicia nera. L’uccisione di Matteotti lo collocò naturalmente tra gli “aventiniani”, sicchè nel 1926 i fascisti lo dichiararono decaduto assieme ai compagni del PSI e del PSU, ai Popolari, ecc. Conobbe allora un doloroso periodo di persecuzioni, detenzione nelle carceri e privazioni, ma mon si piegò: come negli anni di Crispi e dei successori, seppe tener viva e salda la fede nel socialismo e nella libertà. Con la caduta del fascismo, nel luglio del ’43, fu nuovamente  al lavoro: i partiti del CLN  in riconoscimento dei suoi meriti e delle sue capacità lo vollero alla direzione della Prefettura de L’Aquila. In un momento particolarmente difficile per la  complessità  e la mole dei problemi da affrontare,  mentre  diveniva  sempre più vivace la dialettica tra i partiti e il sindacato, tenne quell’importante incarico con saggezza ed equilibrio, guadagnando  nuovi  motivi di ammirazione e stima. Nel giugno del ’46 i lavoratori lo elessero deputato all’ Assemblea Costituente, mentre nel ’48 fu senatore di diritto. Morì  a  L’Aquila il 1 ottobre del 1960.

Ne proseguì l’opera  in favore del socialismo il figlio Ubaldo, che, nato il 25 novembre del 1913 a L’Aquila, aveva percorso lo stesso cammino del padre, superando senza difficoltà i vari gradi di studi,  fino al conseguimento della laurea in Legge. Ubaldo aveva due passioni: quella per lo sport e quella per la politica. La prima venne riconosciuta e premiata con l’elezione, nel 1948, a presidente dell’Associazione sportiva aquilana, carica che tenne per un quadriennio e che gli venne  riconfermata dal 1964 al 1969. L’altra si tradusse  nella partecipazione  alla vita del Partito socialista fin dalla Liberazione, e  gli valse la conoscenza piena dei problemi e delle esigenze della terra aquilana. Profondamente convinto della  specificità inconfondibile del socialismo e del partito, suo concreto e più diretto rapprentante, sostenne posizioni autonomistiche nei confronti del PCI, pur  riconoscendo la comunanza di impegno delle forze di progresso “per il riscatto del lavoro”. Nel  gennaio del ’47 fu  tra  i promotori del PSLI, diversamente dal padre che non aveva abbandonato la vecchia casa, e nel ’48 e poi nel ’53 venne eletto  deputato. Però nel ’59, avendo il PSI abbandonato la posizione, visibilmente paralizzante, dell’unitarismo col PCI, ricollocandosi nella grande famiglia del socialismo democratico e autonomo, che prevaleva dovunque in Europa e nel mondo, assieme a Zagari, Matteo Matteotti, e altri, politici e sindacalisti, rientrò nella casa madre.

Nel ’68 fu per qualche mese senatore per subentro a Giuseppe Borrelli, appena defunto. Nel ’75 compì una nuova esperienza: venne infatti eletto sindaco dell’Aquila con una amministrazione di sinistra, e per la risoluzione dei problemi della città lavorò con la passione che lo distingueva e che lo assomigliava fortemente al padre. La morte lo colse a 67 anni, il 24  luglio  del 1980.

Giuseppe Miccichè

Nicola Barbato, indimenticato apostolo del socialismo

Nicola_BarbatoPiana degli Albanesi, nell’hinterland palermitano, a metà dell’800 era un piccolo comune di poche migliaia di anime, in gran parte braccianti agricoli di ascendenza schipetara, che da secoli sperimentavano la precarietà dell’occupazione, la vita stentata nei latifondi, lo sfruttamento dei proprietari col sottosalario, e la spietatezza dei campieri.

In questa realtà così povera e bisognosa di riscatto il 5 ottobre del 1856 nacque Nicola Barbato. Era ancora ragazzo quando perdette il padre, sicchè non ebbe una infanzia e una prima giovinezza facili. Iniziò gli studi nel Seminario greco-albanese, con difficoltà per le ristrettezze economiche della famiglia, ma seppe portarli a compimento con risultati brillanti fino all’Università, che frequentò a Palermo, dove si iscrisse ai corsi di Medicina.

Intelligente, curioso di sapere, venne subito coinvolto nell’ambiente culturale palermitano, allora vivacizzato dalle dottrine positivistiche ed evoluzionistiche attraverso docenti universitari, gruppi studenteschi e operai aderenti al socialismo e impegnati a promuovere conferenze e fogli di propaganda. Conseguita la laurea, lavorò presso l’Ospedale di Palermo, dove alla cura dei pazienti unì gli studi di psichiatria riferiti in particolare alla psicopatologia della paranoia, Fece anche le prime esperienze nel campo del giornalismo, collaborando tra l’altro a “L’Isola” del Colaianni. Nominato medico condotto nel paese natale, conobbe ancor più aderentemente la miseria di tanti e si trovò naturalmente tra quanti ai primi degli anni 90 si aggregavano nel movimento dei Fasci dei lavoratori. Nel marzo del 1893 promosse il Fascio di Piana dei Greci, che presto contò più di 2.000 aderenti, tra i quali c’era un folto gruppo di donne vivaci e combattive. Attivo anche nei comuni viciniori, Barbato divenne popolarissimo, e presto fu in primo piano tra i quadri dirigenti della provincia. Con parola semplice, calda di sentimento, animata da forte passione parlava ai lavoratori di socialismo, di giustizia e di libertà, e il suo messaggio di liberazione era sempre ascoltato religiosamente e suscitava volontà di lotta per una vita più umana e più giusta.

L’azione dei gruppi di potere volta a contrastarlo non tardò. Il 12 maggio del ’93 egli venne arrestato con l’accusa, allora frequentemente usata, di odio tra le classi e associazione a delinquere, e nel successivo novembre venne condannato a 6 mesi di reclusione e a una forte pena pecuniaria Non ebbe perciò la possibilità di partecipare ai congressi dei Fasci e del Partito socialista tenuti a Palermo il 21 e 22 maggio, che portarono alla costituzione ufficiale del Movimento e del Partito nell’isola con regolari organi di direzione, ma i delegati non lo dimenticarono e lo elessero membro del Comitato centrale del Partito socialista. Come Rosario Garibaldi Bosco e altri, egli riteneva che l’organizzazione isolana del partito e dei Fasci dovesse considerarsi sezione di quella nazionale, coordinata ad esse; sulla linea di Turati e della “Critica sociale”, credeva nel gradualismo socialista e nella rivoluzione socialista quando le masse avessero raggiunto una piena coscienza.

Alle assise regionali fece seguito nelle varie province l’intensificazione dell’attività organizzativa, che produsse la costituzione di un vasto movimento nel cui programma si chiedevano aumenti salariali, il rinnovo migliorativo dei contratti agrari, l’alleggerimento del gravame fiscale in favore degli strati popolari.

La risposta del governo Crispi, interprete della volontà reazionaria delle forze politiche ed economiche dominanti, fu lo stato d’assedio, proclamato il 25 dicembre del ’93, lo scioglimento dei Fasci, l’arresto dei capi per cospirazione contro i poteri dello Stato e incitamento alla guerra civile.

Portato davanti al Tribunale militare, Barbato pronunziò una difesa che fu una accusa contro la classe dominante, ancor oggi considerata, per contenuto e passione, tra le cose più belle nella vicenda del socialismo italiano.

Affermò tra l’altro che la rivoluzione costituisce un fattore evolutivo dell’umanità e avviene quando la situazione economica e politica giunge a maturazione. Questo in Sicilia ancora mancava. In atto c’era un profondo disagio economico che accomunava contadini, operai, artigiani, piccoli proprietari coltivatori.

Ritenendo inutile difendersi dall’accusa che gli veniva rivolta, essendo nella logica della classe al potere condannare, concluse il suo intervento affidando alla storia il giudizio sul suo operato in difesa dei lavoratori e nel nome del socialismo, e augurandosi solo che nessuno dei socialisti chiedesse la grazia. “Voi dovete condannare: – disse – noi siamo gli elementi distruttori di istituzioni per voi sacre. Voi dovete condannare: è logico, umano. E io renderò sempre omaggio alla vostra lealtà. Ma diremo agli amici che son fuori: Non domandate grazia, non domandate amnistia. La civiltà socialista non deve cominciare con un atto di viltà. Noi chiediamo le condanne – non chiediamo pietà. Le vittime sono più utili alla causa santa di qualunque propaganda. Condannate!”.

Come molti dei suoi compagni, venne condannato a 12 anni di reclusione e a due anni di vigilanza speciale.

Nel maggio del 1895 i socialisti lo vollero candidato -protesta alla Camera in 30 collegi, tra cui Milano V e Cesena dove venne eletto, ma l’elezione fu annullata. Ripresentato e nuovamente eletto, in mancanza di opzione venne assegnato a Cesena, mentre a Milano gli subentrava Turati, che iniziava così la propria esperienza parlamentare.

Amnistiato nel marzo del ’96, Barbato si impegnò nella organizzazione del partito, rendendosi presente in diversi comuni anche lontani per tenere conferenze e riunioni orientative. Di lì a qualche mese era tra i volontari che si recavano nell’isola di Creta in occasione della guerra greco-turca. Al rientro tornò all’attività di propagandista tra i contadini che avevano ripreso la lotta, e la magistratura lo gratificò di un altro anno di reclusione.

Nel 1900 entrò nella Direzione nazionale del PSI; contemporaneamente venne eletto deputato del collegio di Corato di Puglia, e iniziò in quella regione, tanto simile alla sua terra natale, un rapporto destinato a consolidarsi attraverso l’attività propagandistica e organizzativa.

Sempre fedele alla concezione gradualista del socialismo, da lui confermata nel congresso di Imola del 1902, si oppose all’intransigentismo parolaio di Enrico Ferri, ma anche al riformismo “estensivo” che in diverse aree della sua isola portavano a transigenze incontrollate. Accogliendo l’invito che gli veniva da più parti, tenne conferenze in diverse città italiane, e poi a Basilea, Lugano, Londra, Cannes, Marsiglia, dovunque suscitando grande entusiasmo. Venuto in contrasto con la centrale di Milano del PSI, ma anche con i dirigenti socialisti della sua città natale, e al tempo stesso bisognoso di lavoro, nel 1904 emigrò negli USA, dove visse per alcuni anni, dedicandosi alla professione medica e svolgendo una feconda attività propagandistica e organizzativa in favore degli emigrati italiani.

Rientrato in patria, dimenticando ogni contrasto coi dirigenti locali e nazionali tornò a lavorare per il partito. Il PSI attraversava un momento non facile per lo scontro tra le correnti. Nel 1912 Barbato criticò i socialriformisti bissolatiani per la posizione assunta, che considerava di cedimento alla borghesia e di rottura del proletariato, e condivise il provvedimento di espulsione adottato dal Congresso di Reggio Emilia, pur sapendo che in Sicilia esso allontanava dal partito uomini come De Felice, Macchi, Montalto, Drago, Marchesano e gran parte delle leghe, dei circoli e delle cooperative. Divenuto il simbolo della linea ufficiale del PSI, lavorò per tenere uniti i gruppi superstiti, che assistette in ogni modo, e a Catania II si volle presentare la sua candidatura contro De Felice, anche se destinata a sicura sconfitta, come d’altra parte a Bivona, Palermo IV, Monreale e in tantissimi collegi della penisola.

Negli anni della Grande Guerra, coerente con la sua posizione di internazionalista e pacifista, Barbato fu assolutamente contrario al conflitto in generale e all’intervento dell’Italia, prevedendo l’inutile spargimento di sangue e le disastrose conseguenze politiche che avrebbe provocato. Ciò concorse a far sì che nelle nuove elezioni del 1919 venisse eletto con larga messe di voti deputato per il collegio di Bari.

Quando i comunisti, considerando “oggettivamente rivoluzionaria” la situazione post-bellica, lavorarono per “sovietizzare” il partito in vista del “grandioso evento” che avrebbe affermato la “dittatura del proletariato”, egli fu nettamente avverso, certo che quella scelta non avrebbe recato buoni frutti al proletariato.

Nel gennaio del ’21 si schierò con gli unitari per la continuità del vecchio partito, e di questa posizione diede testimonianza in un documento indirizzato al segretario Lazzari, nel quale dimostrava errate le analisi dei “bolscevichi” e si diceva assolutamente contrario al cambiamento di nome del PSI.

Fortemente debilitato per un tumore maligno che lo aveva costretto a ridurre di molto l’attività politica, morì a Milano due anni dopo, il 23 maggio del 1923, e il compianto, sincero, profondo, fu unanime: secondo un giudizio espresso anni prima da Alessandro Tasca di Cutò, era stato “la coscienza più pura e più giusta” che la politica avesse offerto.

Giuseppe Miccichè

Cesare Battisti. Il rimpianto per un’Italia che poteva esserci
e non ci fu

Il 12 luglio 1916 Cesare Battisti saliva sul patibolo asburgico nel castello del Buon Consiglio a Trento.Terminava così la vita operosa del fondatore del movimento socialista trentino, uomo di scienza, geografo, giornalista. Fin da giovanissimo si legò agli ideali risorgimentali e mazziniani che animavano le giovani generazioni cittadine trentine; ideali che al culmine del suo percorso umano trasferì nella scelta di farsi soldato per liberare le nazionalità oppresse dell’impero austro-ungarico.

L’appuntamento ci fa rammentare la posizione di Battisti e di altri sudditi d’Austria che si rivoltarono contro l’impero, con le parole della storica Maria Garbari: “Tutte le nazionalità costituenti l’Impero austroungarico – oltre ad austriaci e ungheresi, c’erano cechi, slovacchi, polacchi, ucraini, sloveni, croati e serbi, rumeni, italiani e ladini- stavano perdendo la speranza di poter tutelare la loro identità in uno Stato realmente federale. La guerra, anziché creare la solidarietà fra quei popoli, contribuì allo sfascio dei possedimenti asburgici. La lotta in difesa della propria nazionalità, combattuta magari con l’espatrio, la diserzione, il passaggio al campo opposto fu un tradimento? Ma allora l’intera Europa fu pullulata da traditori cechi, slovacchi, croati, polacchi, romeni, italiani…”. Anche il leader sudtirolese Silvius Magnago ha chiarito per tutti: “Cesare Battisti fu un uomo che sacrificò la vita per i suoi ideali e dunque è degno della stima anche di coloro che come gli austriaci lo condannarono a morte”. Dunque una personalità stimata, come Tomáš Masaryk, primo presidente della repubblica cecoslovacca nata il 14 novembre 1918, appena finito il conflitto: parlamentare a Vienna come Battisti, allo scoppio della guerra riparò esule in Italia, poi in Russia e negli Usa; fondò la legione cecoslovacca, che contò decine di migliaia di combattenti contro l’Austria-Ungheria, schierati anche sul fronte italiano.

Oltre a Magnago, era stato un altro illustre sudtirolese, lo storico Claus Gatterer, a far conoscere al mondo austro-tedesco un uomo lì conosciuto solo come “alto traditore”, con queste parole: “Gli ideali battistiani attingono a due fonti: il Risorgimento italiano e il socialismo d’Austria-Ungheria. In Battisti questi ideali si erano pienamente fusi. Rappresentavano le direttrici per una vita e un’opera di rara coerenza”.

Queste parole, per le fonti da cui provengono, hanno posto fine alle polemiche di chi non riconosce l’onore altrui. Non a caso Gatterer ha introdotto il suo libro su Battisti la citazione dello sferzante scrittore austriaco Karl Kraus: “Chi giudica farabutto il patriota dell’altrui patria, dev’essere un imbecille della propria”.

Piuttosto noi socialisti e democratici non vogliamo far dimenticare che nella tormenta epocale della prima guerra mondiale si trovarono due socialisti esemplari come Giacomo Matteotti e Cesare Battisti che tennero un comportamento discorde: pacifista intransigente l’uno, interventista democratico l’altro. Eppure, come riporta la ricerca dello storico Mirko Saltori, ci doveva essere una base comune per le due personalità: “il socialismo non era stato né per Battisti né per Matteotti un’etichetta o una superficiale infatuazione, bensì un impegno costante e rigoroso, e certo nella concezione della realtà e della politica dell’uno e dell’altro vi sarà stata una larga identità di vedute”. Una identità che avrebbe potuto portarli successivamente anche a revisione i punti di vista divergenti, e comunque a svolgere un comune lavoro utilissimo per il popolo: non fu loro possibile, perché le vite di questi due protagonisti furono entrambe spente da mani barbare. E’ questo sconforto che porta i sinceri democratici ad onorare sia la memoria di Matteotti, assassinato il 10 giugno 1924 dai fascisti, sia quella di Battisti, morto per capestro asburgico il 12 luglio di 101 anni orsono. E’ il rimpianto per un’Italia che poteva esserci e non ci fu.

Nicola Zoller
(segretario Psi del Trentino- Alto Adige)

Giovanni Bacci, operosità ed equilibrio di un dirigente socialista

E’ uno dei tanti che, dopo avere compiuto in giovane età esperienze politiche su posizioni radicali e successivamente  liberaldemocratiche, approdarono nell’area socialista, acquistandovi presto nella base e tra i dirigenti di più elevato livello. autorità e prestigio per molti meriti guadagnati in diversi campi

La sua giovinezza rientra pienamente nella seconda metà dell’800. Egli nacque infatti il 7 marzo del 1857 a  Belforte all’Isonzo. Aveva 25 anni quando, nel 1882, assunse la direzione della “Rivista di Ferrara”, 30 quando nel 1887 passò per qualche settimana al quotidiano “Mentana”, 32 quando assunse la direzione de “La Provincia di Mantova”. Erano fogli nei quali si esprimeva l’aspirazione a un liberalismo che, inizialmente alimentato dalle idealità risorgimentali e democratiche, si rivelava sempre più sensibili alla questione sociale, approssimandosi così all’idea che più chiaramente la interpretava e per la cui soluzione indicava gli strumenti, il socialismo. Nel 1903 aderì al Partito Socialista. Ricostituito dopo le persecuzioni di Crispi, Di Rudinì,  Pelloux, il partito era allora agitato  dal confronto tra riformisti e intransigenti. Bacci preferiva un socialismo di centro, non disponibile per il moderatismo collaborazionista né per l’estremismo incostruttivo..

Sempre impegnato nel giornalismo, non ne fu interamente  assorbito. Per scelta dei socialisti di Mantova e Ravenna venne infatti richiamato all’attività di amministratore e di organizzatore: i compagni di attività e di lotta lo vollero consigliere provinciale e anche segretario della Camera del Lavoro di Ravenna, incarichi che seppe tenere con intelligenza ed equilibrio, pur di fronte a problemi di non facile soluzione.

Il travaglio del partito sotto le opposte spinte dei riformisti e degli intransigenti rivoluzionari lo portarono ad assumere  prima la direzione  dell’Avanti! subentrando per alcuni mesi del 1912 a Claudio Treves, poi al dimissionario Mussolini nel 1914, anno in cui, in parallelo, iniziò una nuova esperienza essendo stato chiamato a far parte della Direzione nazionale del PSI.

Per tutti gli anni della Grande Guerra condivise la  posizione  del partito, pacifista e internazionalista, secondo la formula di Costantino Lazzari “non aderire né sabotare” attenuata patriotticamente  dopo Caporetto. Poi venne il dopoguerra. Con la sua stampa, i suoi parlamentari, le sue organizzazioni collaterali il partito si trovò ad affrontare una situazione caratterizzata dalle impetuose lotte dei lavoratori nelle campagne e nelle fabbriche e dalla conquista di migliaia di comuni, e poi dall’avanzata della reazione verso il pieno recupero del potere da parte degli agrari e degli industriali.

Nel novembre del ‘19 Bacci venne eletto alla Camera. Di conseguenza i suoi impegni divennero più vasti e articolati, giornalistici, politici, parlamentari, amministrativi. Quando a Livorno, nel gennaio del 1921, si aprirono i lavori del Congresso  nazionale del partito, i delegati lo chiamarono a dirigere il dibattito e il confronto sempre più aspro tra massimalisti, riformisti e comunisti, e quando poi i comunisti uscirono dal partito costituendo il PCd’I, lo vollero nuovo segretario del PSI in sostituzione di Egidio Gennari, dimissionario. Di fronte alla crescita della violenza degli squadristi nazional-fascisti sperò di poter evitare al paese e al proletariato spargimento di sangue innocente, e per questo in agosto firmò il Patto di pacificazione coi fascisti.

Nel successivo ottobre passò la segreteria del partito al pugliese Domenico Fioritto e riprese la normale attività giornalistica e parlamentare. Nel maggio del 1924 venne nuovamente eletto alla Camera e qui approvò toto cordel’appassionato atto di accusa di Matteotti contro i fascisti e Mussolini e contro il clima di terrore che aveva caratterizzato la precedente campagna elettorale. Aderì poi alla secessione dell’Aventino, e partecipò alle riunioni tenute dai parlamentari antifascisti, ma il 9 novembre del 1926 venne dichiarato decaduto con altri 122 deputati.

Non visse ancora a lungo. Morì infatti il 9 agosto del 1928. Cremato per sua espressa volontà, le sue ceneri vennero  conservate nel Cimitero Monumentale di Milano.

Giuseppe Miccichè

La storia socialista nel dopoguerra

Nel mio intervento a Bari sul 125esimo della fondazione del partito socialista, nell’ambito del confronto sulla fase repubblicana, ho tentato di tratteggiare tre fasi: la natura del partito che rinasce a cavallo della fine del fascismo, la svolta del 1956 coi progetti dell’unità socialista e del centro sinistra, i successi e la crisi del Psi di Craxi.

Il partito socialista che rinasce dopo la caduta del fascismo non é il Psi massimalista che si era frantumato nel 1924 tra l’adesione al Pcdi, in nome della terza internazionale, proclamata e praticata da Serrati e il diniego alla “liquidazione sottocosto” sostenuta da Pietro Nenni. Non é neanche il Psu riformista fondato nel 1922 dopo la sciagurata espulsione dal Psi di Turati, Treves, Matteotti e Prampolini a pochi giorni dalla marcia su Roma. Ma non é neanche il partito che a Parigi nacque dalla fusione dei due tronconi, con l’eccezione del gruppo di Angelica Balabanoff che uscì nel 1930 da sinistra per convertirsi poi all’autonomismo e uscire da destra a Palazzo Barberini. Il partito che rinasce é un partito che aggrega sostanzialmente tre gruppi: i vecchi socialisti in esilio, da Nenni e Saragat agli altri, i socialisti che già nel 1942 avevano rifondato a Roma il Psi, tra i quali Vernocchi, Lizzadri, Romita e il gruppo del Mup di Lelio Basso. Dalla fusione del Psi e del Mup nasce il Psiup nell’agosto del 1943.

Tutti e tre i gruppi erano concordi sull’unità d’azione coi comunisti. Nel corso di una intervista a Mondoperaio Lelio Basso ricordò che Nenni, mirabile coniatore di slogan politici, condensava due politiche in due ricordi. Quando proponeva l’unità coi comunisti ricorreva alla suggestione che a lui procurò la visione dei due cortei, socialista e comunista, che si incontravano a place de la Batille al grido di unitè unitè. Quando proclamava l’unificazione dei socialisti ricordava quel giorno a Parigi con Turati quando i due partiti socialisti nel 1930 si riunificarono. Saragat, rispetto a Nenni, proveniva dal partito di Turati e nel suo esilio si era imbattuto nell’austro marxismo, una visione umanitaria dell’elaborazione del filosofo di Treviri. Tuttavia anche Saragat aveva firmato con Nenni e Pertini il patto del 1943. In una parte del partito forte era la tendenza a ritenere superata la divisione tra socialisti e comunisti (molto sentita era l’eco delll’epopea sovietica, della gloriosa battaglia di Stalingrado, dell’eroica resistenza al nazismo). Nell’estate del 1945 al primo Consiglio nazionale del Psiup venne gettato improvvisamente sul tavolo il tema della fusione ed emersero subito le divisioni di fondo. Saragat, Silone, anche Pertini, si schierano per la permanenza del partito, Basso e Morandi, più il primo del secondo, non escludono il partito unico. Nenni rinvia il progetto a “una prospettiva d’avvenire”, per sposare un gergo più recente.

Tuttavia il partito dell’immediato dopoguerra ritrova la sua unità sul tema della Costituente. I socialisti si tennero fuori dal secondo governo Bonomi che aveva ignorato la pregiudiziale repubblicana. E anche dopo la scissione del 1947 si distinsero sul tema della laicità i socialisti votando contro articolo 7 della Costituzione. Entrambe le scelte avvennero in aperto conflitto coi comunisti, che con la svolta di Salerno di Togliatti avevano legittimato la monarchia su ordine di Stalin e votando l’articolo sette pensavano di evitare rotture nel rapporto con la Dc. In realtà io trovo che l’una e l’altra siano state in una certa misura scelte naturali e compatibili con una identità storicamente insensibile al tema istituzionale e alla laicità dello stato. Queste scelte arretrate, sui temi della riforma istituzionale e più ancora sulle leggi di laicità, si manifesteranno anche in epoche più recenti.

Io non voglio emarginare dal ricordo figure come Morandi e Basso, che non rappresentano la mia storia, che certo non sono mai stati miei punti di riferimento. Ma che hanno segnato la vicenda del Psi per oltre un decennio con la presenza di due personalità di forte impatto culturale. Resto tuttavia convinto che durante l’epoca degli anni quaranta, la personalità di spicco, la più profetica, sia stata quella di Giuseppe Saragat, il primo a sinistra che s’accorse del carattere totalitario del sistema sovietico. Oggi tutti o quasi tutti lo riconoscono. Per anni la definizione di socialdemocratico era sinonimo di tradimento, un’ingiuria che in molti hanno dovuto sopportare. Oggi siamo al paradosso che socialdemocratico è diventato un aggettivo per denotare caratteristiche eccessivamente spostate a sinistra, quando non superate dalla storia recente. Insomma mai una volta che comunisti, post comunisti, neo democratici si siano incrociati con la socialdemocrazia. Un destino fatale…
Così é nella sinistra italiana dove per non riconoscere i torti di ieri si spazzano via anche le ragioni. Cioè semplicemente si cancella il passato. Così spesso ormai anche la storia viene messa da parte, e manipolata, quando non anche ignorata.

Il punto d’approdo verso l’autonomismo di Nenni é il 1956. Dai primi anni cinquanta già il leader socialista parla di apertura a sinistra. In molti vociferano di operazione Nenni. A Torino nel congresso del 1955 il tema é il dialogo coi cattolici. Ma fino al 1956 l’iniziativa era subordinata al mantenimento di un rapporto di stretta collaborazione coi comunisti, i quali assecondavano i movimenti di Nenni. In qualche misura li sollecitavano. Ma Nenni non poteva sfondare se non rompeva l’unità d’azione. L’Ungheria fu la sua grande occasione. Prima c’era stato il ventesimo congresso del Pcus e la denuncia da parte di Kruscev dei crimini di Stalin. Nenni osservò già allora, nei primi mesi del 1956, che la denuncia al culto della personalità per essere credibile avrebbe dovuto investire il sistema. Poi nell’ottobre i socialisti furono a fianco degli insorti ungheresi, mentre Togliatti e il Pci appoggiarono i carrarmati. Ne nacque una divaricazione insanabile, che segnó anche la vita interna del Psi. Morandi era morto l’anno prima. I cosiddetti morandiani, che detenevano la maggioranza dell’apparato, si opposero alla revisione e in particolare all’idea di una unificazione col Psdi di Saragat che era stata ipotizzata dopo l’incontro di Pralognan dell’estate tra Nenni e Saragat. Al congresso di Venezia del 1957 Nenni fu maggioranza sulla linea politica, ma minoranza negli organi di partito, per una scelta alquanto imprudente di porre in votazione un’unica mozione e di votare unitariamente da parte dei delegati anche il nuovo Comitato centrale.

Con l’Ungheria si apre il lungo capitolo dei riconoscimenti postumi dei comunisti sulle ragioni del Psi. I comunisti arrivarono sempre con decenni di ritardo. Già Terracini aveva ammesso nei primi anni settanta che nel 1921 aveva ragione Turati, poi tutto il gruppo dirigente del Pci berlingueriano riconobbe che Nenni e non Togliatti aveva ragione nel 1956. Negli anni novanta Veltroni volle riconoscere, il paragone col governo dell’Ulivo era ingeneroso, che il primo centro-sinistra aveva carattere di grande novità. I figli di Togliatti e più ancora quelli di Berlinguer hanno recentemente sconfessato anche le scelte del referendum del 1985 e della scelta di contrastare l’azione militare Onu del 1991. Potrei continuare nell’elenco. Dei riconoscimenti alla memoria nella memoria cancellata son piene le fosse.

Mi soffermo sul carattere profondamente innovativo del centro-sinistra, che aveva il compito, nell’elaborazione molto avanzata e forse financo un tantino utopistica di Riccardo Lombardi, che presiedeva il comitato del programma socialista, di passare da un’economia capitalistica a un’economia di piano. Il tema di fondo era governare le grandi trasformazioni dell’Italia industriale, la sua modernizzazione in chiave riformista. I due governi Fanfani, resi possibile dall’astensione socialista, furono forse i più innovativi con provvedimenti come la nazionalizzazione dell’energia elettrica, l’introduzione della scuola media unica, la riforma agraria. Poi il centro-sinistra organico a partire dal gennaio del 1964 e la contestuale scissione della sinistra filocomunista di Vecchietti e Valori che fondarono il Psiup, indi il percorso che dopo la presidenza Saragat portò alla unificazione socialista del 1966, al parziale insuccesso del 1968, alla nuova scissione del 1969, i socialisti sono protagonisti, mancando però di peso eletorale adeguato, della vita politica italiana. Al governo di centro-sinistra vanno attributi anche altre grandi riforme quali lo statuto dei lavoratori, la riforma sanitaria fino all’istituzione del servizio sanitario nazionale, le regioni.

La fase di Craxi, anticipata dalle meravigliose conquiste sui diritti civili a cominciare dal divorzio e dal voto ai diciottenni, oltre che dal riconoscimento dell’obiezione di coscienza e poi dalla legge sull’aborto, rappresenta il tempo del nostro impegno. Inutile ricordare da dove si partiva. E cioè da quel “mai più al governo senza i comunisti” del 1976 che ci portò sotto le due cifre alle elezioni di quell’anno e in una condizione di gregariato nei confronti del Pci di Berlinguer, uscito trionfante dalle urne. Il Psi pareva solo un reperto archeologico. Asor Rosa propose di fare del Pci il partito che abbracciava insieme Lenin a Turati. Arrivammo alla nostra più completa autonomia, al progetto socialista di Torino 1978, durante gli anni del terrorismo sul caso Moro elaborammo una linea diversa dal fronte della fermezza e della rassegnazione, riuscimmo nell’intento di eleggere un socialista, Sandro Pertini, alla presidenza della Repubblica, poi il progetto di Rimini, i bisogni e i meriti di Martelli, fino alla presidenza del Consiglio di Craxi, a Sigonella, alla scala mobile e al referendum vinto. Quante battaglie, i missili a Comiso, l’anticipazione della grande riforma, il saggio su Proudhon, la formazione di un apparato autonomista, di giovani preparati e appassionati che mancò alla svolta di Pietro Nenni ove all’iniziativa autonoma del partito faceva da contrappeso un apparato filo comunista. Spesso questa fase, in particolare quella segnata dalla presidenza Craxi, viene individuata come quella che ha permesso un alto incremento del debito pubblico. Voglio solo notare che la lotta all’inflazione fu vinta passando dal 16 al 4 per cento e con essa quella a un terrorismo che pareva eterno mentre il debito in rapporto al Pil si fermò sotto il 90 per cento contro il 133 attuale.

Poi l’89 e il nostro reflusso. L’incapacità di capire che un mondo era finito. Che lo stesso sistema italiano, che del dopoguerra era figlio, era al tramonto. Il crollo del muro e la fine del Pci, l’affermazione della Lega nel 1990, i referendum Segni, con quello sulla preferenza unica vinto già nel 1991, furono tutti fenomeni che il gruppo dirigente del
Psi non seppe leggere. Arrivò la sconfitta del 1992, prima della rivoluzione giudiziaria che ci aggredì e che segnò la nostra eclissi e con essa quella di tutti i partiti storici italiani.

Pur tuttavia mi sembra di una violenza senza pari la nostra cancellazione dalla storia, che ormai si protrae nei libri, negli articoli, nei telegiornali, nelle battute di molti politici di oggi. Lasciamo stare Di Maio, la cui ignoranza é pari all’inusitata ambizione di conquistare la presidenza del Consiglio. Parla di Berlinguer, la Dc e Almirante e noi lo ringraziamo per non essere considerati padri di tanta supponente incompetenza. Quanti padri… Già Veltroni con Kennedy, Mandela, o Renzi con La Pira, perfino Pisapia che cita Vittorio Foa che finì nel Psiup, o lo stesso Rossi che si ispira a Berlinguer anche se parla di socialismo, costruiscono un Pantheon che ci esclude. A proposito di Rossi pare che appena ha proposto di chiamare il nuovo movimento anche col nome di socialista sia finito in minoranza. De Gasperi, fieramente anticomunista é entrato da tempo, lo sdoganò per primo Occhetto, tra i padri nobili della sinistra, così come don Milani che nulla aveva a che fare col cattocomunismo, anche se Lettere a una professoressa, divenne il vangelo del 68, viene trattato alla stregua di un prete rosso scuro. Recentemente anche Falcone, martire della mafia, ma oggetto di clamorose scomuniche e persecuzioni dei magistrati comunisti, é stato eletto padre nobile della sinistra, disconoscendo il ruolo di difesa svolto dal ministro Martelli che lo sottrasse alle infide e gelose grinfie degli ermellini palermitani e dai ruvidi attacchi di Leoluca Orlando.

Storia e politica sono distinte mai come oggi. Prendiamone atto e non pensiamo di conquistare consensi attraverso la storia. Dobbiamo pretendere dalla politica però di non distorcere la storia, di non piegarla al proprio interesse. Di rispettare la meravigliosa storia del socialismo riformista e liberale, le uniche due versioni del socialismo ancora attuali. Le uniche due versioni del socialismo che salvano la sua storia dalle contaminazioni, deturpazioni, alterazioni che hanno gettato acqua infetta in quel vasto fiume che Turati paragonava al socialismo. E di non violentare la storia del Psi. Un nostro autorevole e oggi anziano dirigente di Bari, con l’erre roteante, mi disse durante Tangentopoli: “Fra un po ci chiederanno di vergognarci non già dei nostri errori, ma delle nostre ragioni”. Mi sembra che questo sia avvenuto. Da venticinque anni manca l’erede del Psi nella seconda repubblica. Dc e Pci ne hanno avuti più d’uno. E se manteniamo ancora in vita questa organizzazione di socialisti non è perché pensiamo di rifare un partito che, come Dc e Pci, non esiste più dal 1993. Ma perché da nessuno dei partiti di oggi ci sentiamo rappresentati. Pare siano tutti alberi senza radici o con radici altrui, anche il Pd che pure é socialista, ma solo in Europa. Siam fiigli della storia più antica, ma senza eredi. Una sorta di incapacità di procreare. Ma la nostra sterilità é un dramma non solo per noi. Senza le nostre radici molti alberi stanno crollando e non basterà una superficiale manutenzione per farli rifiorire. Eppure in Europa, penso alla vicina Francia, emergono nuove e interessanti tendenze. Io vorrei che noi per quel poco che possiamo fare potessimo contribuire alla nascita di una nuovo progetto politico, che sappia distinguere il rispetto della storia e contemporaneamente il più ardito e innovativo progetto di futuro.

Personalmente non credo che questo progetto possa partire da una sinistra che vuol tornare al passato, alla sua meravigliosa e insostituibile funzione di opposizione, alle sue stravecchie parole d’ordine del giù le mani, alla sua purezza ideologica che sulle riforme sociali e istituzionali la rende conservatrice. Personalmente non attendo Pisapia né come l’oracolo di Delfo né come la Cassandra di turno. Penso alla sinistra riformista, o meglio al nuovo riformismo al quale manca ancora forse un contenitore politico con un Pd in crisi di identità e forse anche di guida. Che la classe politica oggi manchi di un riconoscimento di base, di un territorio, lo provano le recenti elezioni. Renzi ha perso a Rignano come Bersani ha perso a Bettola, come Orlando ha perso a La Spezia e Guerini a Lodi, mentre il mio amico Delrio ha perso a Campegine, il comune piû rosso d’Italia, e il governatore dell’Emilia-Romagna, eletto col 37 per cento dei votanti, ha perso sei ballottaggi su sei. L’impressione é che siano stati sfondati tutti gli zoccoli. E in particolare che sui temi della sicurezza e dell’immigrazione il popolo italiano stia sposando altre ricette. Rischiamo di non capire più i problemi di fondo degli italiani. Noi non possiamo risolverli mettendo a disposizione la nostra storia e la nostra debolezza elettorale. Dobbiamo invitare gli altri a comprenderli e ad affrontarli. Per evitare che vincano populisti e demagoghi, improvvisati dottori che rappresentano la malattia. Perché il rischio non é quello di far finire la storia socialista o la storia tout court come vaticinò un filosofo giapponese dopo la fine del comunismo. Il rischio é che il mondo nuovo, parafrasando all’incontrario l’ottimistica previsione del leopardiano venditore di Almanacchi, sia assai peggiore del mondo di ieri.

Mauro Del Bue

Olindo Vernocchi, 
con il partito sempre

Olindo_vernocchiIn tutte le storie del movimento socialista italiano il suo nome è presente, col ricordo della intensità della fede, della serietà e coerenza dell’impegno, del legame fortissimo con i lavoratori che ne caratterizzarono la vita. Olindo Vernocchi nacque a Forlimpopoli il 12 aprile 1888. Il padre era medico condotto, ma Olindo non ne seguì le orme. Compiuti gli studi primari e secondari, volle imboccare una strada diversa, iscrivendosi a Legge presso l’Università di Bologna. Presto, però, al Diritto il giovane associò la politica, e più in particolare quella di ispirazione socialista. Dotato di buona capacità oratoria, venne indirizzato dai gruppi socialisti del forlivese alla propaganda, che svolse con passione, guadagnandosi una crescente notorietà e vaste simpatie. Sbocco naturale di questa attività fu il passaggio all’impegno amministrativo che avvenne nel 1910, quando lo si volle consigliere comunale nella città natale. Olindo partecipò al congresso nazionale del PSI che si tenne ad Ancona e fu successivamente impegnato negli scioperi della cosiddetta “settimana rossa”. Di lì a poco assunse la direzione de “La Lotta di classe”, vivace portavoce dei socialisti del forlivese..Presto però l’inizio della Grande Guerra lo portò lontano dalle redazioni e dalle tipografie, come pure dall’attività politica. Vestì infatti il grigioverde, ma in considerazione della sua posizione politica venne inviato a prestare servizio in Sicilia, ad Agrigento, presso l’ufficio di maggiorità del X reggimento fanteria.

Nella città dei templi con la dovuta attenzione collaborò coi socialisti del PSI che lavoravano per dare una solida organizzazione alla locale sezione del partito e alla Camera del lavoro e limitare la presenza dei socialriformisti del PSRI. Che localmente avevano un certo seguito.  Nel giugno del ’19 venne congedato. Passò allora a Roma, dove  lavorò nella redazione dell’Avanti!, ma anche nella organizzazione del partito. Il ritorno della pace aveva rimesso in moto il quadro politico e il partito socialista cresceva rapidamente e si affermava come pilota di vaste forze rinnovatrici nel paese e nel parlamento, ma i vecchi partiti moderati si mostravano incapaci di risolvere i tanti problemi che la società presentava e la reazione preparava una sua risposta attraverso le squadracce fasciste. All’interno del PSI, dove lo scontro tra le correnti diveniva sempre più duro e foriero di scissioni e conseguente indebolimento, Vernocchi si schierò con gli unitari, e nel congresso di Livorno del  gennaio  1921- da cui nacque il PCd’I – e  in quello di Roma dell’ottobre 1922 –  da cui nacque invece il PSU – fu con quanti non intendevano rinunziare ai caratteri storici del socialismo italiano. L’avvento del fascismo e la sconfitta delle forze di progresso lo convinsero della necessità che la sinistra costituisse un fronte unico  e per questo, in vista delle elezioni del ’24, propose la presentazione di una lista di convergenza dei vari gruppi da contrapporre alla “lista nazionale” promossa dai fascisti.

Non venne però ascoltato. Chiamato alla direzione dell’Avanti! con Nenni e  Momigliano, sostenne la linea di forte opposizione e di resistenza al nascente regime, di cui denunziò violenze e crimini. Quando nell’aprile del ’25 Tito Oro Nobili si dimise da segretario del partito, gli subentrò nella carica, e difese l’individualità del partito nei confronti dei comunisti e dei socialdemocratici, lavorando per dare al PSI  una organizzazione adatta alla mutata situazione assieme a una certa libertà di movimento all’interno di ciò che rimaneva  dello schieramento di sinistra. Nello scorcio del ’26, entrate in vigore le leggi  eccezionali e sciolti per conseguenza i partiti antifascisti, i quadri più attivi vennero arrestati o sottoposti alla vigilanza della polizia. Olindo Vernocchi  lavorò allora alle dipendenze della compagnia di assicurazione Phoenix e successivamente de La Fondiaria, senza  perdere la speranza  nel ritorno della libertà. Pur essendo sempre vigilato dalla polizia, si sforzò di tenere vivi i rapporti con vecchi e nuovi oppositori del regime, che come lui criticavano duramente la politica guerrafondaia di Mussolini.

Il 22 luglio del 1942 partecipò con Lizzadri, Romita, Canevari e altri alla riunione nella quale di decise la rifondazione del Partito socialista. Successivamente coi rifondatori intensificò i contatti con i vecchi compagni delle varie regioni, facendo sì che nascessero  gruppi socialisti attivi nella diffusione di stampa clandestina. Pochi mesi dopo la situazione precipitò. L’arresto di Mussolini, il 25 luglio del ’43, poi la firma dell’armistizio, il 9 settembre, e l’inizio della Resistenza armata contro i nazifascisti, segnarono l’inizio di una fase nuova della lotta politica. Vernocchi fece parte della Direzione nazionale del partito e lavorò per articolare l’organizzazione socialista nell’ Italia liberata. La fine della guerra con la sconfitta dei nazifascisti lo vide tra i dirigenti più impegnati, avendo come obiettivo l’unità sindacale, il rafforzamento del partito e l’Assemblea Costituente.

Il 2 giugno del 1946 venne eletto alla Camera nel Collegio Unico Nazionale, nel gennaio del ’47, sempre su posizioni unitarie,  contrastò la scissione socialdemocratica, che portò alla nascita del PSLI  indebolendo  seriamente il PSI nei confronti del PCI e della DC, come evidenziarono le successive elezioni del ’48. Da qualche tempo  presidente del consiglio di amministrazione dell’ Istituto Luce, ne accompagnò la trasformazione e ne promosse la nuova produzione finalizzata con spirito  rinnovato a una puntuale informazione dei principali avvenimenti del momento. Sempre legato al partito, del quale seguiva con fede immutata la politica, Olindo Vernocchi prese parte al congresso tenuto a Roma nel gennaio del ’48. Fu quello l’ultimo suo atto politico. Due mesi dopo, il 9 marzo, cessò di vivere. Ai funerali, tenuti con la partecipazione di una folla strabocchevole di compagni e lavoratori, intervennero tra gli altri Nenni, Basso, Lizzadri e Pieraccini.

Giuseppe Miccichè

Umberto Calosso,
tra cultura e socialismo

Umberto_Calosso

Umberto Calosso

Quando morì, il 10 agosto del 1959, Pietro Nenni, con la capacità di penetrazione psicologica, di giudizio  e di sintesi che lo distingueva, lo definì nel suo Diario “spirito acuto e bizzarro, scrittore elegante, uomo di larga cultura umanistica” e ne ricordò la partecipazione con “Giustizia e Libertà” e poi col Partito Socialista alla lotta antifascista e il contributo alla ricostruzione democratica. Tutto questo era stato effettivamente Umberto Calosso.

Nato a Belviglio d’Asti il 23 settembre  del 1895, compì i suoi primi studi a Torino, allievo del Convitto nazionale, dove rivelò una intelligenza  vivissima e penetrante. All’inizio della Grande Guerra venne riconosciuto non idoneo al servizio militare, ma egli, per omaggio alla memoria di Mario Tancredi, un suo carissimo amico caduto in combattimento, decise di arruolarsi volontario e vestì il grigioverde  compiendo il proprio dovere.

Nel ’18, tornato nel capoluogo piemontese,  prese contatto con la vita politica aderendo al Partito Socialista, nel quale si avvicinò al gruppo  di giovani che attorno a Gramsci, Pastore, e altri discutevano con vivacità  e acume la problematica socialista.  Nel contempo riprese gli studi  e si laureò in Storia e Filosofia col massimo dei voti e la lode discutendo con originali argomentazioni una tesi su “L’anarchia di Vittorio Alfieri”.

L’avvento del fascismo lo vide  subito su posizione di netto rifiuto assieme a Leonida Repaci, Zino Zini, Palmiro  Togliatti, Umberto Terracini e altri. Con lo pseudonimo di Mario Sarmati fu tra i collaboratori  de “L’Ordine nuovo”, il  settimanale fondato a Torino  da Gramsci il 1° maggio del 1919 con l’intento di stimolare il pensiero politico  e la cultura  interessandoli alla questione sociale, ai soviet, ai consigli di fabbrica e ai vari  “istituti della classe operaia” di cui si erano fatti sostenitori i rivoluzionari bolscevichi.

Il 30 ottobre  1922 con Gramsci, Leonetti, Pastore, Viglongo  rivelò grande coraggio  difendendo  il periodico contro una aggressione delle squadracce fasciste. Fu accusato di “detenzione di armi  e costituzione  di bande armate” e nell’aprile del ’23 subì un processo da cui, non diversamente dagli altri  imputati, uscì assolto.

Gli impegni politici e giornalistici non limitavano i suoi interessi letterari: attento dal periodo universitario all’opera del grande   scrittore e drammaturgo astigiano, volle  riprendere il lavoro compiuto per la tesi di laurea e nel ’24 diede alle stampe “L’anarchia di Vittorio Alfieri”, lavoro nel quale evidenziò uno dei caratteri salienti dell’arte  del suo grande conterraneo.

Iniziò poi  l’attività di insegnante nell’Istituto  tecnico di Alessandria, ma non riuscì a sopportare l’atmosfera sempre più soffocante imposta dalla dittatura e decise di emigrare in  Francia, poi in Inghilterra, per passare infine a Malta dove insegnò Letteratura italiana al St. Edward’s College.

Il più preciso definirsi del fascismo come  militarista e imperialista lo collocò tra i più irriducibili contro il regime mussoliniano.

Trovandosi in Spagna per un giro di conferenze si impegnò nella lotta armata contro il franchismo militando tra i  volontari di “Giustizia e Libertà” e con Mario  Angeloni, Carlo Rosselli, Aldo Garosci fu tra i combattenti impegnati  nella battaglia di Monte Pelato.

Quando prevalsero i franchisti e si impose la dittatura di Francisco Franco, tornò a Malta e da qui passò ad Alessandria d’Egitto, dove svolse una discreta attività giornalistica esprimendo idee sempre più nettamente socialiste. A Malta pubblicò “Colloqui col Manzoni”, un lavoro  che arricchì  la già vastissima letteratura sul grande scrittore e gli valse un giudizio positivo di Benedetto Croce.

Iniziatasi la seconda Guerra mondiale si trasferì a Londra, dove    pubblicò “The remaking  of  Italy” e con i fratelli Paolo e Piero Treves, Ruggero Orlando, Arnaldo Momigliano fu tra i più attivi nel promuovere l’Associazione “Libera Italia” e tra i propagandisti di “Radio Londra”, dalla quale rivolse accorati appelli al popolo italiano perché si liberasse  del fascismo.

Alla fine del 1944  rientrò in Italia, e fu attivissimo  sul piano politico e culturale. Lavorò con Nenni all’Avanti!, scrisse un’ampia e puntuale introduzione a una edizione di “Scritti attuali” di Piero Gobetti, il coraggioso intellettuale antifascista deceduto nel ’26, fu  propagandista del partito socialista, consultore nazionale e nel ’46 deputato alla Costituente.

Il giornalismo lo impegnò fortemente : fu infatti direttore del “Sempre Avanti!”, quotidiano socialista che si pubblicò a Torino dal 1945 al  1948 sotto la direzione di Alberto Iacometti. Nel gennaio del ’47 si schierò con gli autonomisti e aderì al PSLI,  e  con  Andreoni, Saragat e Vassalli  diresse “ L’Umanità”, organo  ufficiale del nuovo partito, e  con  Bonfantini  invece “Mondo Nuovo”, quotidiano  torinese del  PSLI.

Nel 1948-49, recuperando gli studi della sua giovinezza, volle ripubblicare  i “Colloqui col Manzoni” e “L’anarchia di Vittorio Alfieri”, che ancora una  volta furono  discussi  con vivo interesse dalla critica.

Riconfermandosi uomo di forti e larghi interessi oltre che politici anche letterari, culturali, scolastici, approfondì in quel periodo i problemi della scuola,  delle donne,  dell’obiezione di coscienza, e li portò all’attenzione  dei parlamentari ma anche di un  pubblico  più vasto, pubblicando tra l’altro nel 1953 “La riforma della scuola si può fare”, in cui auspicava l’obbligatorietà e la gratuità della frequenza  e riforme nell’insegnamento  e più in particolare di quello elementare e medio, che a suo parere  abbisognava di interventi urgenti e puntuali.

   Sempre acuto e a volte graffiante nei suoi giudizi,  alla Camera, sulla stampa e nel partito si distinse come forte polemista sino a essere considerato a volte “un caso”.

 Quale libero docente di Letteratura Italiana insegnò nel Magistero dell’Ateneo romano, ma ai primi del  ’52 venne  fortemente disturbato e impedito dai neofascisti nella realizzazione del suo corso.

Nel partito si mostrò per qualche tempo critico della linea politica allora seguita, ritenendola fortemente appiattita sulla DC, e se ne allontanò sempre più, fin quando  nel 1953 rientrò nel PSI.  Colpito da paralisi cerebrale e costretto alla immobilità, si spense  dopo una  lunga e dolorosa agonia.

 Un bel volume contenente gli Atti del convegno di studi  a lui dedicato nel 1979 ne ricostruì e ripropose il pensiero e l’opera con interessanti relazioni di  Garosci, Colarizzi, Sapegno, Vittorelli e altri.

Giuseppe Micciche’

Giuseppe Faravelli, per il riformismo socialista, sempre

Giuseppe Faravelli (a destra) insieme a Arturo Degrada

Nacque a Broni, piccolo comune dell’Oltrepò pavese, il 29 maggio del 1896, in una famiglia della media borghesia che gli trasmise gli ideali di patria, libertà, giustizia quali principali e insostituibili punti di riferimento e orientamento.

 Compì gli studi nel paese natale, poi a Voghera infine a Pavia, dove  si iscrisse a Lettere. L’inizio della Grande Guerra interruppe però l’esperienza universitaria e lo portò sul fronte, tra i genieri, col grado di sottotenente.  In territorio di guerra si comportò con onore, e durante la ritirata di Caporetto venne ferito, per cui meritò due medaglie.

Restituito nel ’18 alla  vita civile, riprese gli studi universitari, ma in una facoltà nuova, quella di Legge. Il nuovo impegno coincise con l’adesione  al Partito socialista attraverso un gruppo studentesco del quale facevano parte  F. Chinaglia, G. Bulferetti, E. Pennati, R. Veratti, giovani destinati a primeggiare nei campi della politica e della cultura. Distinguendosi dai suoi compagni, che in parte avevano seguito la strada del comunismo, egli guardò con interesse al riformismo socialista, di cui Turati era  il maggiore interprete.

Intelligenza, cultura, senso pratico fecero sì che venisse subito valorizzato con la nomina a segretario della Federazione socialista  e della Camera  Confederale del lavoro del pavese, direttore de “La Plebe”, consigliere comunale, infine componente della Giunta provinciale amministrativa di Pavia.

Conseguita  la laurea in Legge con una tesi su Vincenzo Cuoco, vinse un concorso  indetto dal comune di Milano. Si trasferì perciò nel capoluogo lombardo, che da allora divenne la sua seconda patria.

 Sempre attivo sul piano politico, nell’ottobre del ’22  aderì al Partito Socialista Unitario con Turati, Matteotti, Treves, collaborò a “La Giustizia” e a “Battaglie sindacali” e fu vice direttore de “La Libertà”, il vivace quindicinale dei giovani socialisti unitari. Dopo l’uccisione di Matteotti si impegnò con crescente ardore nel partito e nel sindacato e  fu tra gli organizzatori del congresso delle opposizioni che nel dicembre del ’24 riunì a Milano i rappresentanti delle forze superstiti dell’antifascismo.

 Dopo il ’26 e l’entrata in vigore delle leggi eccezionali, nella sua qualità di dipendente del comune di Milano aiutò in vari modi gli antifascisti che cercavano di espatriare verso la Francia e la Svizzera,

Tentò anche di dare vita a un gruppo clandestino, ma presto venne scoperto, denunziato e sottoposto a  un attento controllo. Faravelli non desistette dall’azione intrapresa. Operando  sempre più strettamente a fianco di elementi di “Giustizia e Libertà”, tenne contatti con antifascisti che ritenevano ancora possibile la caduta del fascismo.

In contrasto però con simili considerazioni e speranze sul destino del fascismo, il regime mussoliniano si consolidava.  Faravelli ne prese atto, e decise di espatriare. Si rifugiò prima in Svizzera, poi in Francia, nuovamente in Svizzera, e a Lugano fece parte del comitato nel quale elementi socialisti peravano assieme agli azionisti di GL. coordinando  l’azione clandestina antifascista da svolgere in Italia.

Continuava intanto a collaborare a vari fogli dell’emigrazione, quali “Nuovo  Avanti!”, “La Libertà”, “L’Avvenire dei lavoratori”, “Libera stampa”.

L’avvento della politica di unità d’azione tra i vari gruppi dell’antifascismo lo vide  assolutamente avverso  alla adesione dei comunisti. Questa posizione,  trasferita nel seno del Partito socialista, motivò duri scontri con la corrente unitaria che allora faceva capo a Nenni e sosteneva  con forza il patto di unità d’azione  tra  il PSI e  il PCd’I . Fermo nelle sue idee, che lo portavano a rilevare  e denunziare il carattere antidemocratico del comunismo, Faravelli continuò a sostenere “la collaborazione nella autonomia dei socialisti”.

Tornato nella capitale francese, fu attivissimo nella propaganda antifascista, collaborando a Radio Parigi  ma tenendo sempre viva la polemica contro i sostenitori della politica di collaborazione coi comunisti.

Il Patto Ribbentrop – Molotov,  sottoscritto  nell’agosto del ’39,  gli fornì l’occasione per chiedere la rottura dell’alleanza, ma  l’inizio della seconda Guerra mondiale, la nascita della coalizione  antifascista comprendente  i paesi dell’Occidente e l’URSS, l’invasione della Francia da parte delle truppe germaniche modificarono il quadro al quale si riferiva. Faravelli venne rinchiuso nel campo di concentramento di Vernet  e rischiò la consegna alla polizia fascista. Rimesso in  libertà e poi nuovamente arrestato,  venne  consegnato ai fascisti e condannato a 30 anni di reclusione per l’intensa attività fino allora svolta. Nel settembre del ’44 riuscì però ad evadere e a  rifugiarsi  in Svizzera. Pochi mesi dopo, sconfitti i nazifascisti, rientrò in Italia e riprese l’attività politica  per conto del Partito socialista. In perfetta sintonia con Ugo Guido Mondolfo e altri lavorò per la rinascita di “Critica sociale”, la gloriosa rivista di Turati, che pochi mesi dopo  potè tornare a svolgere la sua funzione di portavoce del riformismo socialista.

Chiamato a far parte della direzione del partito, non discostandosi dalle sue vecchie idee si oppose alla prosecuzione della politica di unità coi comunisti e al rinnovato “patto di unità d’azione” tra i due partiti.

La scissione e la nascita del PSLI sulle posizioni da lui auspicate lo videro in primo piano, assieme  ai vecchi compagni di corrente e ai giovani di “Iniziativa socialista”, quale componente della segreteria e condirettore, poi direttore,  de  “L’Umanità” . La posizione  “atlantista”  sempre più visibilmente impressa al partito da Saragat  e la proposta di adesione al Patto Atlantico lo spinsero però al dissenso, e con non pochi dei vecchi compagni di lotta aderì al PSU, unendosi a Romita, poi al PSDI  nel quale si realizzava l’unificazione dei  vecchi tronconi socialdemocratici.

Fu consigliere comunale e assessore a Milano, e lavorò con passione  per “Critica sociale”, specie  dopo la morte di Mondolfo  che l’aveva diretta dalla rinascita. Sempre convinto della bontà delle sue idee, lavorò ancora per l’unificazione di tutti i socialisti su posizioni riformiste  e per questo ritenne di dover aderire al MUIS con Zagari, Matteotti e Vigorelli, assieme ai quali nel ’59 rientrò nel PSI, che intanto aveva  intrapreso  il suo cammino  sulla strada della autonomia socialista.

Sostenne a questo punto la fusione tra il PSI e il PSDI,  ma rimase nel primo quando si verificò la nuova rottura e i socialdemocratici operarono una nuova scissione  ricostituendo il loro partito.  Il 15 giugno del 1974 un enfisema polmonare pose fine alla sua vita  travagliata e tuttavia sempre animata da una fede incrollabile nel socialismo e nella democrazia.

Giuseppe Miccichè

Ezio Vigorelli  esempio di fattività e di fede nel progresso sociale

Nell’immediato secondo dopoguerra Ezio Vigorelli fu uno dei più noti e attivi parlamentari e uomini di governo di parte socialista. Nato a Lecco il 17 agosto del 1892, compì il corso degli studi fino alla laurea in Legge.

Nel 1915, iniziata la guerra contro gli Imperi centrali, vestì il grigio verde in qualità di ufficiale di complemento. Sul Carso diede ripetute prove di coraggio e abnegazione. Durante un assalto venne ferito in modo e rimase invalido, ma non volle allontanarsi dal fronte, e infatti di lì a poco fu nuovamente tra i commilitoni, meritando due medaglie.

Con la fine della guerra, restituito alla vita civile, venne attratto dalla politica. Profondamente legato al mondo dei lavoratori, ma avverso alle posizioni “rivoluzionarie” di tipo leninista, “soviettista”, a suo giudizio assolutamente  prive di prospettive che non fossero l’isolamento e la sconfitta del movimento dei lavoratori, aderì al Partito socialista collocandosi nella componente riformista, rappresentata a livello nazionale da Turati, Modigliani, Matteotti, Treves……

In riconoscimento delle sue qualità intellettuali e della sua volontà d’impegno, venne subito valorizzato con l’elezione nel Consiglio comunale  di Milano a sostegno della amministrazione socialista, e si distinse nel seguire i lavori del civico  consesso,  che  però fu  vittima della sopraffazione fascista fino al commissariamento del comune.

L’assassinio di Matteotti, nel ’24, lo confermò nelle posizioni di intransigente antifascismo per la difesa della democrazia e della libertà. Fu allora tra i fondatori di “Italia libera”, l’organizzazione che, articolandosi  nel paese, ebbe l’adesione di  numerosi ex combattenti,  impegnati  a  opporre  un argine  all’avanzata reazionaria.

Non poche volte subì l’aggressione di “squadristi” accecati dalla rabbia contro chiunque si opponesse al fascismo ormai trionfante, e tuttavia la sua fede nella libertà rimase integra e forte.  Nei successivi anni, affermatasi ormai la dittatura, venne sottoposto a vigilanza speciale, e ogni suo atto o parola venne attentamente controllato. Per due volte subì l’arresto e la detenzione a San Vittore e la sua vita venne costretta a limitazioni di ogni sorta.

La seconda guerra mondiale lo vide naturalmente  critico della alleanza con la Germania hitleriana e degli obiettivi di dominio e di aggressione, contro cui si ponevano il suo pacifismo, il suo internazionalismo e il suo grande amore per la libertà.

Quando sullo scorcio del ’43 si costituì sotto la protezione della Germania di Hitler la repubblica di Salò, egli venne ricercato dalla polizia perché sospettato di svolgere attività di opposizione assieme ai figli Adolfo e  Bruno, di cui era nota l’avversione al regime. Trovò allora rifugio in Svizzera, da anni “aperta” agli antifascisti, ricercati o attivi nella lotta contro il regime mussoliniano.

Decisi a partecipare direttamente alla resistenza partigiana, che intanto stava organizzandosi nelle regioni del centro-nord del paese, i due giovani si impegnarono nelle azioni armate, ma nel giugno del ’44, svolgendosi una retata condotta dalle “bande nere”, caddero in combattimento. Non vinto dal dolore, naturalmente immenso, Ezio Vigorelli si impegnò per la nascita e l’organizzazione della repubblica dell’Ossola, nella quale svolse le funzioni di consulente legale.

Ritornata la pace, mentre a Milano nasceva una amministrazione, rivelatasi grandemente fattiva, presieduta dall’avv. Greppi, fu prima commissario e successivamente presidente dell’ECA per designazione del CLN, ma anche consigliere comunale. In tale veste, durante uno dei momenti più difficili per la disoccupazione e la miseria largamente diffusi, gli impegni di ricostruzione, ecc., svolse una frenetica attività e compì esperienze da cui trasse idee per nuovi e più elevati incarichi, divenendo modello per tanti altri amministratori.

Nel giugno del ’46 venne eletto all’Assemblea Costituente nelle liste del Partito socialista. Attivo nella vita di partito, partecipò con vivo interesse e grande passione al dibattito politico e al confronto tra le diverse posizioni che agitavano il partito nel momento in cui la “guerra fredda” con la sempre più marcata divisione del mondo in due grandi blocchi, si rifletteva nella vita delle varie formazioni rendendola travagliata.

Nel contrasto tra “unitari” (non pochi dei quali provenienti dai gruppi “fusionisti” del ‘44-45) e autonomisti, non ebbe dubbi: si schierò per l’autonomia del partito, e dunque per una linea capace di sottrarre i socialisti da ogni subordinazione, e fu tra i 54 parlamentari che nel gennaio del ’47 aderirono al PSLI.

Nel 1948, entrato il nuovo partito nel Governo De Gasperi, divenne Sottosegretario alle pensioni di guerra. In questo periodo pubblicò “L’offensiva contro la miseria. Idee e esperienze per un piano di sicurezza sociale”, in cui esponeva alcune sue idee e proposte su interventi possibili nella realtà italiana nel fine di alleviare le condizioni di vita degli strati sociali più deboli e indifesi, i mutilati, gli inabili al lavoro, i bisognosi.

Varie volte rieletto alla Camera, fu presidente della Commissione  parlamentare d’inchiesta sulla miseria, e dal 1954 al 1959 Ministro del  lavoro e della Previdenza sociale.

Per le sue idee e la sua particolare attività relativamente all’intervento atto a garantire il sostentamento e il diritto al lavoro per tutti meritò allora da Giorgio La Pira e poi da tanti altri la definizione di “Beveridge italiano”, per la somiglianza col noto economista britannico, già direttore della Lonfon School  of Economics e nel 1942 autore di un Piano per le Assicurazioni sociali e  i Servizi connessi, cui tra il 1945 e il 1951 si era ispirato il Governo laburista col suo National Health Service.

L’impegno  alla Camera e nel governo  non  diminuiva la sua attenzione  alla vita del partito nel quale militava, che intanto si era ridenominato PSDI: dissentiva sempre più dalle posizioni in politica estera, dai rapporti con la DC, ecc., volute dal gruppo dirigente, e per questo alla fine si unì a Mario Zagari, Matteo Matteotti e altri, coi quali costituì il  MUIS e nel ’59 rientrò nel PSI. Nel successivo anno venne riletto alla Camera.

Mai dimentico dei problemi del capoluogo lombardo, dedicò alla loro soluzione buona parte delle sue energie, sedendo ancora nel Consiglio comunale e presiedendo la Metropolitana, che curò con forte volontà nel fine di adeguarne la costruzione alle crescenti esigenze della cittadinanza.

Non ebbe però la fortuna di partecipare alla  inaugurazione della prima linea: come poi fu scritto in una lapide apposta nel Metrò Duomo, egli premorì all’importante evento il 26 ottobre del 1964.

In città come in tanti altri luoghi rimasero vivi i segni della sua fattività e della sua fede nel progresso sociale, cose tutte che assieme all’attività parlamentare e ministeriale gli fecero meritare un posto di primo piano nella storia del socialismo democratico.

 Giuseppe Miccichè

Quando Moro scrisse a Craxi: “Salvami”

Quando Moro scrisse a Craxi: “Salvami” (articolo pubblicato dal Blog della Fondazione Pietro Nenni il  9 maggio 2016)

Aldo_Moro_brSono passati trentotto anni e il ricordo è andato via via stemperandosi perché l’oblio accompagnato dal ricambio generazionale, alla fine avvolge anche gli avvenimenti più drammatici facendoli apparire distanti, quasi archiviati. Erano le 12,30 del 9 maggio 1978 quando Valerio Morucci telefonò a un collaboratore di Aldo Moro per comunicargli che la famiglia del leader democristiano avrebbe potuto recuperare il corpo in via Caetani a Roma, una strada breve e stretta, a due passi da piazza di Torre Argentina, quasi equidistante tra la sede del Pci in via delle Botteghe Oscure e quella della Dc in Piazza del Gesù. Il dramma si concludeva nella maniera da molti temuta. Era cominciato la mattina del 16 marzo in via Fani quando quella che venne definita “la geometrica potenza di fuoco” del commando delle Brigate Rosse composto da undici persone si dispiegò massacrando la scorta di Moro (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrando l’uomo politico impegnato in quei mesi a traghettare nell’area del governo il Partito Comunista. In quei quasi due mesi, l’Italia si divise. Si divise soprattutto la politica: da un lato coloro che sostenevano l’impossibilità di una qualsiasi trattativa con le Br, un fronte guidato dal Pci a cui si aggregava, pur tra molti tormenti, la Dc; dall’altro chi cercava uno sbocco negoziale in grado di salvare la vita di Moro. Questo secondo “partito” era guidato dal Psi e da Bettino Craxi. Dalla cosiddetta “prigione del popolo” il leader democristiano scrisse numerose lettere. Nel 2008 lo storico e attuale parlamentare del Pd, Miguel Gotor, li raccolse in un volume edito da Einaudi dal titolo: “Lettere dalla prigionia”. La loro lettura spiega più di mille racconti o ricostruzioni la tensione di quelle settimane, soprattutto aiutano a capire lo stato d’animo di un uomo costretto a una prova terribile, vittima di un destino spietato. Per ricordare quella data abbiamo deciso di riproporne una: Moro la scrisse, secondo le ricerche di Gotor, il 12 aprile. Venne però recapitata soltanto il 29 aprile. Il destinatario era il segretario del Psi, Bettino Craxi

Caro Craxi, *
poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo Partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare ed anzi accentuare la tua importante iniziativa. È da mettere in chiaro che non si tratta d’inviti rivolti agli altri a compiere atti di umanità, inviti del tutto inutili, ma di dar luogo con la dovuta urgenza ad una seria ed equilibrata trattativa per lo scambio di prigionieri politici. Ho l’impressione che questo o non si sia capito o si abbia l’aria di non capirlo. La realtà è però questa, urgente, con un respiro minimo. Ogni ora che passa potrebbe renderla vana ed allora / io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile nell’unica direzione giusta che non è quella della declamazione. Anche la D.C. sembra non capire, Ti sarei grato se glielo spiegassi anche tu con l’urgenza che si richiede. Credi, non c’è un minuto da perdere. E io spero che o al San Rafael o al Partito questo mio scritto ti trovi. Mi pare tutto un po’ assurdo, ma quel che conta non è spiegare, ma se si può fare qualcosa, di farlo. Grazie infinite ed affettuosi saluti

tuo
Aldo Moro

*Aldo Moro (a cura di Miguel Gotor): Lettere dalla prigionia, Einaudi, 2008, euro 13,50

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