Knockin’ on Heaven’s door, Franco Piro

Sulle note della canzone cantata da Bob Dylan si è aperta a Bologna, oggi 20 marzo, un incontro di commemorazione di Franco Piro. Non una cosuccia piccola piccola. Una bella manifestazione, che da ricordo per molti di un amico, di un compagno socialista, con cariche di rappresentanza e governo e di un professore universitario si è trasformata in una rentrée socialista come non se ne vedevano da anni. Quando si parla di una persona che non c’è più, si finisce per tirare le somme di una vita. E che vita. Barricadiera, handicappata, di governo, di studio, di affetti. Difficile fare una sintesi. Proviamoci, con il sorriso intelligente, quello di Franco, che campeggiava sullo sfondo della sala.

Scomodo, eretico. Questi gli aggettivi più usati. Del Bue ha ricordato che spesso, quando si commemora qualcuno, si finisce per far fare più passerella ai vivi che l’hanno conosciuto che al morto. Un po’ si è corso questo rischio, ma essendo Franco, a giudizio degli intervenuti, un personaggio vulcanico, di un’intelligenza straordinaria e di una fumantina sincerità, qualità che lo portavano a essere scomodo, eretico, bastian contrario (diciamo un simpatico rompicoglioni) ecc..ecc.., il protagonismo dei ricordi personali è stato, tutto sommato, contenuto.

Casini. Non quelli piriani da giovane rivoluzionario, tra le file di PotOp, barricadiero con le stampelle pronte al lancio come Enrico Toti. Né quelli da giovane socialista (s’iscrisse prima alla FGSI, perché non tutto il PSI bolognese lo accolse subito a braccia aperte). Non quelli ideati a sostegno della Legge 104 o le grane piantate alla Commissione Finanze per averne almeno l’agibilità fisica. Qui si parla del Casini PierFerdi, che ha onorato l’assise socialista con la sua presenza e un suo intervento. Intervento che, al suo esordio, ha colato miele nelle orecchie dei militanti socialisti, partendo con uno sperticato elogio di quello che è stato il Partito Socialista Italiano. Si mastica un po’ amaro per quel “è stato”, ma, tant’è, bisogna accontentarsi. PierFerdi non ha tentennato e ha rivendicato le qualità di una classe politica straordinaria, quella della Prima Repubblica, paragonata a quelle che l’hanno seguita fino ai giorni nostri. Detto da lui, che ha condiviso la scena della cosiddetta Seconda Repubblica, Terza o non si sa, non è male. Data anche la caratura del personaggio, che ha ricoperto la terza carica dello Stato.

Legge 104, handicappato o disabile? Al giorno d’oggi siamo sfiziosi, esigenti, con l’uso dei termini. Si deve dire disabile. Poi, però, i disabili li puoi lasciare tranquillamente fuori della porta, perché l’ascensore non funziona. E’ accaduto oggi, al Comune di Bologna, dove si teneva la manifestazione. E dire che era programmata da tempo, non da ieri. Si sapeva che sarebbero intervenute persone disabili a ricordare con affetto e con forza uno che si era battuto per loro, che era uno di loro. Ci si è dovuti arrangiare e spostare la riunione al piano terra. Come accade ancora per le tante inadempienze nell’applicazione delle tutele degli handicappati. E dire che Franco aveva ricordato in un suo libro il luminoso esempio di Roosevelt che si era impegnato per trasformare gli handicappati da assistiti in contribuenti, da cittadini di serie B a cittadini di serie A, uguali a tutti gli altri. Piro è stato un martello pneumatico, una schiacciasassi sulla questione della disabilità, (sostegno, assistenza, lavoro, dignità). Giorgio Benvenuto ha ricordato quanto Piro avesse perorato il sostegno della Triplice sindacale per far passare leggi e provvedimenti che rendessero realmente i disabili cittadini contribuenti. Con una vita e una dignità pari agli altri. Non tutti lo sanno, ricordiamolo anche per questo.

Damnatio memoriae. La condanna della memoria. Nel diritto romano indicava la pena consistente nella cancellazione della memoria di una persona e nella distruzione di qualsiasi traccia che potesse tramandarla ai posteri, come se non fosse mai esistita.
È quella che rischia, in modo oramai evidente, il Partito Socialista Italiano. Basti considerare l’ostracismo DS, PD, Mdp. Vorrebbero impadronirsi del termine socialista, visto che al parlamento europeo c’è il Gruppo Socialista. Cui poterono accedere grazie all’ok di Craxi. Ma i socialisti proprio non li possono sopportare. Anche la stampa italiana e le tv (sia RAI che private) fanno a gara per non citare, non parlare, non ricordare. Resta un lumicino di speranza. L’ha acceso Martelli, ricordando le parole di rimpianto degli exManipulite sulla classe politica che hanno distrutto. La nebbia che ha avvolto la rievocazione del venticinquennale di Tangentopoli. Caro Claudio, prendo per buono il tuo spunto. Poi mi guardo intorno e mi sale un po’ il magone in gola. Qui ci sono tanti vecchi. Ma “l’IDEA CHE E’ IN ME NON MUORE,” Matteotti dixit. Dài , Franco, ovunque tu sia ora, lancia un po’ la tua stampella!!!

Isabella Ricevuto Ferrari

Il socialismo cristiano di Prampolini

Ricordi di vecchi compagni

Nell’aprile del 1959, in occasione del centenario della nascita di Camillo Prampolini, l’Avanti!, quotidiano del Psi, condusse una serie di interviste a vecchi socialisti reggiani che avevano conosciuto il vecchio maestro. Uno di loro, Alessandro Mazzoli, che era stato presidente della Deputazione provinciale prima del fascismo, ricordò che Prampolini, una volta, dopo un comizio a Gualtieri, comune della Bassa reggiana, concluse il suo discorso con un “Io vi benedico”. E quando lo stesso Mazzoli, assieme al padre della cooperazione Antonio Vergnanini, era esule in Svizzera, colpiti entrambi dai provvedimenti repressivi di Crispi, Prampolini li andava a trovare proprio il giorno di Natale “portando un’atmosfera cordiale”. Giovanni Catelani, che era stato assessore socialista nel Comune di Reggio negli anni dieci, disse che Prampolini era considerato “Il Dio dei poveri” e Beniamino Chinca, militante socialista di Sant’Ilario dichiarò: “Quando era alla Camera (Prampolini) andava a mangiare cogli operai nelle osterie. Ricordo l’effetto che provocò la sua Predica di Natale”. Meuccio Ruini, già deputato, senatore, ministro e per un breve periodo anche presidente del Senato, in una lettera del 1976 allo storico reggiano Giorgio Boccolari rileva: “Reggio era definita l’Arca santa del riformismo”. E su Critica sociale del 1907, molto tempo prima, aveva ricordato: “Reggio è un’oasi mistica ai pedi di un santone” e che “andare a Reggio significava andare nella Palestina del socialismo italiano”. Prampolini era dunque una figura religiosa, forse non si considerava un Gesù, aveva un senso del limite, ma certo un seguace di un nuovo vangelo, quello socialista, impegnato a diffonderlo in una realtà prevalentemente contadina. Con un linguaggio dunque semplice e diretto, che certo aveva desunto da quello cristiano, più che non dai testi del socialismo scientifico.

La Predica di Natale

La sua Predica di Natale è riassunta in un articolo che Prampolini scrisse su La Giustizia, periodico socialista che diverrà anche quotidiana, a partire dal 1904, diretta da Giovanni Zibordi. In quest’articolo Prampolini immagina che un predicatore socialista tenga un discorso, magari su un carro, dinnanzi a una Chiesa il giorno di Natale e arringhi i fedeli dimostrando loro essenzialmente due cose. La prima è che Cristo non voleva l’ingiustizia in questo mondo e che incitava a battersi per l’eguaglianza, la seconda è che la Chiesa non insegnava tutto questo, ma postulava l’etica della rassegnazione. La rassegnazione a fronte di un mondo in cui dominava la povertà, l’ingiustizia, la malattia (a Reggio su 25mila persone che abitavano in città il quaranta per cento viveva di accattonaggio, in lugubri tuguri malsani e infetti e nelle campagne si doveva lavorare venti ore al giorno per poter mangiare qualche fetta di polenta e per soffrire poi di pellagra), la rassegnazione non poteva a essere una ricetta cristiana. Soprattutto da parte di una Chiesa che continuava a stare dalla parte dei potenti e dei ricchi e a celebrare la sua dottrina solo attraverso riti e cerimonie che poco o nulla avevano a che fare con il più genuino messaggio cristiano. Naturalmente, è evidente, Prampolini piegava a sé il messaggio cristiano. O quanto meno ne traeva quel che poteva facilitarne la conseguenza. E cioè che i cristiani veri dovevano diventare socialisti.

L’anti predica di don Bedeschi

La Chiesa del tempo si mobilitò contro questo Cristo socialista. E don Ercole Bedeschi scrisse una vera propria anti-predica prampoliniana. Il prete reggiano, in un opuscolo edito all’uopo, descrisse i cinque errori fondamentali in cui Prampolini era incorso. Il primo consisteva nel ritenere Cristo un uomo e non il figlio di Dio, proprio come più tardi nella sua bella canzone ipotizzò De Andrè: “Non intendo cantare la gloria, né invocare la grazia e il perdono di chi penso non fu altri che uomo come Dio passato alla storia”. Il secondo era di aver contrapposto sul piano materiale i ricchi e i poveri ed esaltato la lotta di classe, il terzo era di aver negato il regno dei cieli e di aver considerato la felicità solo come bene materiale, il quarto era di aver negato valore ai riti cristiani e il quinto di avere voluto scambiare il regno di Dio col socialismo. Erano evidenti le semplificazioni e anche le alterazioni del massaggio cristiano compiute da Prampolini, ma era altresì vero che le contraddizioni della Chiesa del tempo, insensibile al tema della giustizia in una società così contrassegnata dalle disuguaglianze, erano ben superiori rispetto a quelle apportate dal messaggio prampoliniano. E risulta non casuale il ricorso proprio a Cristo e al messaggio essenziale, nonchè alla Chiesa delle origini, e anche alle persecuzioni dei primi cristiani, per giustificare la validità delle tesi socialiste, che per Prampolini altro non erano che la riproposizione degli obiettivi di amore per il prossimo, tipici del cristianesimo. Amare il prossimo, significava farsi anche carico dei problemi del prossimo, e dunque anche del bisogno di emancipazione e di giustizia, di alfabetizzazione e di lavoro, di cooperazione e di sviluppo, che nella società del tempo erano completamenti assenti. E i socialisti che lottavano per tutto questo erano perseguitati proprio come i cristiani delle origini, e incarcerati, se non mandati a morte al Colosseo. Quando don Bedeschi non riconosce validità al bisogno di corrispondere, seguendo l’insegnamento cristiano, ai bisogni materiali e li contrappone a una felicità astratta, non comprende il legame profondo che esisteva tra la necessità di liberare l’uomo dal bisogno e il processo di umanizzazione dell’intera società. L’uomo che viveva una vita animale, che non aveva di che cibarsi e di che vivere, non rimandava proprio, in nome dell’idea di “amare il prossimo come te stesso”, al bisogno di lottare per la giustizia? E una chiesa indifferente a tale bisogno e anzi schierata dalla parte dei ricchi e dei privilegiati c’entrava davvero qualcosa con il messaggio cristiano?

Prampolini scomunicato due volte

A questo don Bedeschi non risponde e non risponde nemmeno la Chiesa del tempo. Anzi. Prampolini, che aveva desunto il sentimento religioso dalla madre, cattolica, e che aveva frequentato le scuole private e avvertito l’influsso di un insegnante come don Gaetano Chierici, che fu anche direttore dei civici musei reggiani e patriota liberale, ne farà le spese. Prima fu scomunicato il suo giornale delle origini, quello Scamiciato, fondato nel 1882, che riassumeva nella redazione sia la tendenza anarchica sia quella socialista. E fu il vescovo Rocca a emettere la bolla di scomunica al giornale poco dopo l’inizio dell’avventura degli scamiciati. Ad essa così rispose, sul suo giornale, Prampolini “ Prete Rocca, ci vuol altro che scomuniche. Noi siamo più cristiani di voi, perchè Cristo fu più socialista che prete. Cristo è il popolano ribelle che tuona contro l’ingiusta oppressione dei ricchi e mostra l’ipocrisia dei preti”. Siamo nel 1882, quindici anni prima de “La predica di Natale”, che viene così autorevolmente anticipata nei contenuti. Poi la stessa scomunica fu emessa nei confronti della Giustizia, che prese piede a partire dal 1886 e che venne bandita nel 1901 dal vescovo Manicardi. In fondo la guerra della Chiesa verso il socialismo di Prampolini derivava proprio dal fatto che il leader socialista usava lo stesso linguaggio della Chiesa, e ne coniava le tecniche imitandone perfino l’organizzazione.

L’etica di Prampolini

Prampolini usava il comizio come una messa, il linguaggio era spesso intriso di parabole e di citazioni di Cristo, il giornale si contrapponeva a quelli cattolici (se la vecchia “Italia centrale” quotidiano monarchico reggiano, era per i redattori della “Giustizia” la nonna, l’ “Azione cattolica”, settimanale della Chiesa reggiana, era definita la zia) e in ogni parrocchia doveva esserci un sezione del partito. Per di più Prampolini si era permesso di fare una Predica di Natale sovrapponendosi alle prediche natalizie di tanti preti. Bestemmia vera e propria. Eppure il rapporto di Prampolini con l’etica cristiana era profondo. Egli aveva sempre mantenuto un sentimento di avversione per ogni forma di violenza. Aveva rifiutato di battersi in duello, dopo un duello, l’unico che aveva accettato da giovane, e che si era concluso con un leggero ferimento dell’avversario, nonostante le richieste dei padrini e le umiliazioni inferte a lui, sostenendo che “la ragione e il torto non possono essere affidate a un colpo di sciabola per il più delle volte inoffensivo”. Giustificazione razionale e illuminista, contraria a tutte le superstizioni del tempo. Il suo messaggio venne definito “la lotta senz’odio” e di questo si può trovar traccia già nella manchette di prima de “La Giustizia”, dove si propone una lotta non contro la classe dei ricchi ma per un riforma sociale che ponga le basi per una ricchezza collettiva. La sua non è lotta di classe, come sostiene erroneamente don Bedeschi, dunque, ma lotta senz’odio per una società di esseri liberi ed uguali. Questa idea della non violenza egli prospetterà anche di fronte al primo confitto bellico e alla rivoluzione di ottobre del 1917. E quando in Italia tutti si dividevano tra nazionalisti e rivoluzionari e la violenza degli uni e degli altri diverrà cultura di massa, Prampolini, al congresso provinciale del Psi del 1920, ricordò: “Quando si parla di rivoluzione, come quando si parla di guerra, e si vuol stimolare l’entusiasmo e lo spirito di sacrificio della folla, c’è l’abitudine di dire che bisogna essere disposti a dare il proprio sangue. Ma non si dice mai che bisogna essere disposti a dare ben di peggio: e cioè a versare i sangue degli altri, a diventare assassini. Non si dice che ciascuno di noi ha il diritto, almeno in certi limiti, di disporre della propria vita e di ammazzarsi o di farsi ammazzare a suo talento, nessuno invece ha lo stesso diritto con la vita altrui. Ed io al congresso dell’anno passato (quello di Bologna del 1919), volli ricordare a chi m’ascoltava questa verità antica, elementare, indiscutibile eppur tanto dimenticata. Volli ricordare che la vita dei nostri simili è sacra, che non si può uccidere un uomo mai per nessuna ragione, eccettuata quella della legittima difesa. E che perciò anche i partiti non devono ricorrere alle armi omicide della insurrezione e della guerra civile fuorchè nel caso estremo di una ineluttabile necessità, cioè quando sia loro assolutamente preclusa ogni altra strada per la difesa e il proprio sviluppo”.

Contro la violenza sempre

Prampolini, in realtà, tali estremi limiti non ritenne mai varcati in Italia, neppure quando fu egli stesso incarcerato, nel 1899, per avere gettato in aria le urne parlamentari che avrebbero dovuto sancire la votazione delle leggi liberticide di Pelloux. E neppure quando il proletariato venne reso oggetto di strage a Milano dai cannoni di Bava Beccarsi e neppure prima ancora quando Francesco Crispi, a seguito dei fasci siciliani e dell’insurrezione in Lunigiana, mise il partito socialista fuori legge. E anche di fronte al primo fascismo egli continuava ad augurarsi che non si dovessero usare le armi e la forza e che si potesse pacificamente ritornare ai vecchi equilibri democratici. Tanto che nel settembre del 1943, alla riunione costitutiva del primo Cln i socialisti presenti Simonini e Lari, tentennarono in nome della vecchia “lotta senz’odio” addirittura a fronte della lotta contro il nazismo e il fascismo, lasciando di stucco addirittura Monsignor Simonelli che rappresentava la Chiesa. Si trattava di una interpretazione nemmeno letterale, e certo non politica, del vecchio messaggio di Prampolini, il quale aveva scritto che la violenza non andava praticata se non in termini difensivi. L’odio di Prampolini verso la violenza, la sua assoluta incompatibilità con essa si manifestò ancor meglio in un altro discorso di Prampolini che egli pronunciò dopo la scissione comunista di Livorno del gennaio del 1921. “Io non ho mai potuto considerare”, egli disse “senza orrore l’omicidio, con qualunque nome e motivo si mascheri o voglia giustificarsi. Tutti gli omicidiari, tutti i massacratori d’uomini, da Caino in giù, siano briganti o capitani o re o preti o tiranni o rivoluzionari, si chiamino Alessandro il Grande o Napoleone, Torquemada o Robespierre, a me fanno ugualmente ribrezzo. E già più volte ho dichiarato alle nostre assemblee che malgrado il mio spirito di disciplina al partito, non ammazzerei né mai consiglieri di ammazzare. Io credo che la vita dei nostri simili, appunto perché nostri simili, ci deve essere sacra come la nostra. E sono diventato socialista a circa vent’anni, cioè prima ancora di avere letto una sola parola di Marx e forse senza ancora conoscerne il nome, perché ero animato da questo profondo, irrefrenabile sentimento del rispetto dovuto alla personalità umana”. Può anche essere discutibile sul piano politico questa affermazione così netta e inequivocabile, ma resta anche in questo momento, e siamo nell’anno in cui più forte si avvertì in Italia il culto della rivoluzione bolscevica e della insurrezione violenta, la sua fede nella via pacifica e democratica, il suo orrore del sangue e anche delle conseguenze della violenza. Egli scrisse pagine di fuoco contro la dottrina della dittatura del proletariato che o era dittatura dei meno sui più ed era democraticamente inaccettabile, o era dittatura dei più (cioè dei proletari che erano ovunque la maggioranza) sui meno e non aveva proprio senso.

Gli attentati a Prampolini

Prampolini, l’uomo della lotta senz’odio, in due occasioni fu vittima di un tentativo di attentato. La prima volta accadde nel 1889, quando la vita politica di Prampolini era agli inizi (egli divenne deputato solo l’anno dopo), ma il leader socialista reggiano figurava già come uno dei più rigorosi e carismatici capi socialisti, che non accettavano, appunto, l’insurrezione e la violenza. E per questo dalla Francia, dove erano espatriati, si mossero due anarchici, Parmeggiani, sì proprio quello della locale Galleria, e Achille Vittorio Pini, un estremista anarchico lombardo. Volevano impartire una lezione ai riformisti traditori, e presero a pretesto la critica a un manifesto per la liberazione di Amilcare Cipriani per preparare un attentato a Celso Ceretti, socialista di Mirandola, e a Camillo Prampolini di Reggio. Ceretti venne ferito, ma Prampolini avrebbe dovuto morire. I due, che già avevano compiuto l’attentato di Mirandola, arrivarono sotto la sede de La Giustizia, ma fortunatamente un amico di Prampolini, che aveva saputo dell’attentato di Mirandola e della volontà omicida dei due anarchici, lo informò e lo fece scappare. Pini fu incarcerato in Francia e si sa che morì alla Cajenna, Parmeggiani invece fu libero e si diede alla bella vita, flirtando con belle donne e occupandosi di arte di artisti. Qualcuno ritiene che Parmeggiani fosse stato coperto dai servizi segreti italiani. Il secondo tentativo di violenza contro Prampolini risale all’aprile del 1921, quando i fascisti inseguirono Prampolini e Zibordi e spararono un colpo, probabilmente per intimidire Zibordi, che aveva svolto un’interrogazione parlamentare sulla situazione dell’ordine pubblico a Reggio e poi, poco dopo, quando le squadre fasciste incendiarono la tipografia de La Giustizia per vendicare il ferimento di un giovane fascista alla stazione della Reggio-Ciano, con Prampolini che affrontò i terroristi e disse loro “Prendetevi me, ma non distruggete questo giornale che rappresenta la classe dei lavoratori reggiani”.
L’idea di contrastare la violenza non lo aveva esentato dall’essere vittima egli stesso di violenze. Quel prendete me, non ricorda un altro insegnamento di carattere religioso, essere pronti ad offrire se stessi per i propri ideali?

Cristianesimo e anticlericalismo

Torniamo al tema del rapporto con la Chiesa. Che il conflitto sia stato duro è assolutamente vero ed è documentato. Che i socialisti, quando conquistarono il Comune di Reggio, abbiano sguainato la scimitarra dell’anticlericalismo più estremo, questo certo favorì l’esplosione di un conflitto aspro. Dopo l’elezione di Alberto Borciani nel dicembre del 1889, un sindaco che dopo pochi mesi volle anche diventare deputato (ma andavano a caccia di poltrone anche allora questi protagonisti della politica…) e si dovette dimettersi da sindaco pochi mesi dopo, vennero tolte le suore dall’ospedale di Reggio, eliminato il cappellano del cimitero e l’ora di religione nelle scuole elementari, che allora erano comunali, divenne facoltativa. Questo fece gridare al crucifige il mondo ecclesiastico reggiano che reagì costruendo col mondo commerciale e borghese un’alleanza, che poi porterà i socialisti in minoranza nel 1904. Ma il conflitto più pericoloso, la di là dell’anticlericalismo dell’amministrazione comunale, era proprio quell’agire sullo stesso terreno della Chiesa, con gli stessi metodi, ma con obiettivi più coerenti, creando così una concorrenza molto insidiosa. Tanto che due preti reggiani, tra il 1909 e il 1910, abbandonarono la Chiesa cattolica per scegliere quella socialista: don Rodrigo Levoni e don Rodolfo Magnani. I due preti, divennero militanti socialisti e iniziarono una predicazione anticlericale ad un livello non ancora raggiunto dai socialisti. Devo dire che la sfida alla Chiesa cattolica si manifestava anche nella vita privata dei dirigenti socialisti. Non è un caso che Camillo Prampolini si accompagnò per qualche anno con una giovane reggiana, Giulia Segala, che morì giovanissima e che gli lasciò la figlia Pierina, la quale poi visse sempre con il padre assieme alla sorella di lui, Lia Carola. E così avvenne anche per Andrea Costa, che si accompagnò con Anna Kuliscioff ed ebbe con lei la figlia Andreina e per Filippo Turati, che si accompagnò, in seguito, con la stessa Anna Kuliscioff, adottando Andreina. Erano insomma, queste, coppie di fatto, diremmo in gergo moderno. Mai sposate. Il rito del matrimonio veniva giudicato evidentemente incompatibile con la fede socialista. Come quei riti che i socialisti, e Prampolini in particolare, giudicavano in fondo decisamente fuorvianti rispetto allo stesso messaggio cristiano. Prampolini conosceva bene la Bibbia: l’aveva letta già quando, durante il servizio militare del 1879, era stato colpito dalla malaria a Foggia. Si era curato passando mesi a letto con la Bibbia tra le mani. E conosceva assai bene la vita e le opere di Gesù. Non ne parlava a vanvera. Era e rimase tutta la vita attratto dal messaggio e della vita di Cristo. L’idea degli uomini come fratelli, dell’amore per i più deboli, aveva anzi formato la sua idea del socialismo, che nulla aveva, in fondo, di puramente materiale, come erroneamente annota, nell’anti predica di Natale, don Bedeschi. Il suo socialismo era amore per l’uomo e per la sua dignità, ed era intriso di valori, anche nei metodi di lotta: bandita la violenza, si affidava alla costruzione di un mondo nuovo a partire dal territorio, con la cooperazione e la municipalizzazione.

I valori del riformismo reggiano

Quando i socialisti reggiani, nel 1901, aprono la prima farmacia municipale per la vendita dei farmaci ai poveri, quando vengono municipalizzati la luce e il gas, e perfino il pane (si aprirono un mulino, un forno e un pastificio comunali dopo un travagliato referendum che aveva visto, nel 1903, i commercianti privati schierati decisamente contro), quando si formarono le prime cooperative di consumo con prezzi di vendita più bassi ai soci e quando si aprirono le prime cooperative di lavoro, per offrire un’attività a chi non ce l’aveva, quando quelle stesse cooperative riuscirono addirittura a costruire una ferrovia, la Reggo-Ciano, inaugurata nel 1910 tra lo stupore dei socialisti di mezzo mondo, in molti dissero: questo socialismo non è socialismo. E’ solo una sorta di solidarismo cristiano. In effetti Prampolini non era né mai volle essere un socialista dottrinario, scientifico, e men che meno rivoluzionario. Quando, dopo la separazione dal Psi nell’ottobre del 1922, e la nascita del Psu a cui Prampolini aderì assieme a Turati, Treves e Matteotti, egli volle dire la sua sul nome del nuovo partito e propose di chiamarlo Partito socialista democratico, perchè era proprio il valore dell’accettazione della democrazia quello per lui distintivo dai comunisti e dai socialisti massimalisti, credo abbia dato un alta lezione di valori e non di mera sensibilità ai beni materiali e alla lotta di classe di stampo tradizionale. Il bene della democrazia era inseparabile nella sua predicazione da quello delle giustizia. Quando, al congresso costitutivo del 1892, il conflitto con gli anarchici si fece furente nella sala Sivori di Genova fu proprio Prampolini a chiedere agli anarchici di abbandonare la sala. E lo fece con queste parole: “Se noi dobbiamo battere due vie diverse, facciamolo da buoni amici. Voi percorrete la vostra, noi proseguiremo per la nostra. Lasciamoci senza rancori, perché rompere anche le nostre amicizie personali?”. Quando Camillo Berneri lasciò il partito per abbracciare il nuovo credo anarchico, Prampolini volle che il giovane dissidente tenesse una conferenza per spiegarne i motivi e lo salutò augurandosi che egli “restasse sempre nel socialismo”. Quando la polemica si fece forte, tra il 1904 e il 1905, contro lo schieramento avverso che a Reggio aveva ottenuto la maggioranza, non vennero mai meno da parte sua il rispetto e la stima per alcuni avversari, uno su tutti, Giuseppe Menada, il leader di quella che venne spregiativamente definita “La grande armata”, e con lui continuò a collaborare dalla presidenza della locale Cassa di Risparmio, e così in seguito, quando la polemica si fece intransigente nei confronti degli interventisti (ci sono lettere toccanti su questo argomento tra lui e Pietro Petrazzani che aveva perso un figlio in guerra) e poi quando la polemica interna dei comunisti e dei massimalisti si fece ruvida (verso di lui fu durissimo il giudizio di Antonio Gramsci che definì i riformisti reggiani “utili idioti”), non ci sono segni di mancanza di rispetto verso il contendente. La democrazia era tolleranza e rispetto delle idee altrui (che linguaggi diversi si potranno trovare nei dirigenti del Comintern e poi del Cominfom) come l’emancipazione era lo strumento per uscire dalla dimensione di sfruttamento e di oppressione in cui i poveri venivano tenuti. E quando i socialisti di Reggio puntarono sull’educazione e iniziarono a costruire le scuole comunali, poi gli asili in tutte le frazioni del comune di Reggio, e chiamarono un illustre pedagogo come il professor Giuseppe Soglia, che si distinse in Italia inventandosi la refezione scolastica, la previdenza, il doposcuola, credo si debba proprio parlare di un sistema a dimensione di uomo e per il riscatto dell’uomo. Per l’amore dell’uomo. A questo la Chiesa faceva fatica ad adeguarsi. Eppure doveva essere questo anche il terreno della Chiesa. Nacquero, anche a seguito e in risposta all’iniziativa riformista, movimenti, giornali, organizzazioni cattoliche, e solo a partire dal 1919 un partito cattolico popolare. Ma solo a partire dal primo dopoguerra la dimensione elettorale (il non expedit venne superato solo a partire dal 1913) e quella organizzativa dei cattolici in politica diverrà di massa. Proprio quando si avvertì forte l’emergere di un duplice nuovo mito, quello bolscevico e poi quello fascista.

L’esilio a Milano, il testamento e il funerale

Prampolini se ne andò da Reggio scegliendo Milano nel maggio del 1926. In molti scrissero che lo aveva fatto per difendere la sua incolumità, egli stesso disse che, invece, non temeva per la sua incolumità personale, anche perchè a Reggio gli stessi fascisti, a parte gli episodi richiamati, non ebbero mai l’ardire di insolentirlo o minacciarlo, ma piuttosto per l’incolumità di quanti gli erano rimasti fedeli. L’avvocato Giaroli, che di Prampolini era parente, azzardò una tesi originale. Prampolini se ne sarebbe andato da Reggio perchè si sentiva abbandonato dai sui compagni. In effetti il travaso di socialisti al nuovo mito fascista era stato davvero notevole. Quando Rossoni viene e ad inaugurare il congresso della cooperazione fascista afferma proprio: “Voi che siete stati socialisti”. A sancire un filo di continuità tra la vecchia base socialista reggiana e la nuova fascista. E Prampolini aveva avvertito questo suo isolamento. Isolamento anche da molti vecchi amici, quali Petrazzani, che divenne primo sindaco fascista di Reggio, Borettini, che fu podestà dopo Menada, o quel Baruch, lo strillone-tenore de La Giustizia che nel 1914 s’era messo a strilloneggiare per Il Popolo d’Italia di Mussolini. Prampolini era attorniato dalla sua famiglia e dai suoi amici più cari. Ma perché doveva rimanere a Reggio, se la sua attività era circondata da scetticismo e da indifferenza, se non da ostilità? Non c’è niente di peggio per un uomo politico che sentirsi solo. E oltre tutto Prampolini, come gli altri dirigenti socialisti, doveva lavorare per vivere. Accettò dunque di fare l’impiegato in un negozio di mobili antichi creato a Milano dall’ex deputato socialista modenese Nino Mazzoni. Venne poi aggredito da quel male, il cancro alla bocca, che lo porterà a morte il 30 luglio del 1930. Egli voleva lasciarci quel testamento che appare davvero in tutta la sua dimensione stoica e anche cristiana. “La mia salma, non vestita, ma soltanto avvolta in un lenzuolo, sia trasportata al cimitero in forma civile, senza fiori, non seguita dai miei familiari. Né al cimitero, né altrove, nessuna lapide, nessun segno che mi ricordi”. E Giovanni Zibordi, che volle improvvisare un saluto tra le lacrime ai pochi convenuti (nessun giornale comunicò la morte di Prampolini e ai funerali del fascista Porcu, in quello stesso giorno, convennero a Milano centomila persone, la società civile…), volle dire: “Non disponetevi per sentire un discorso. Voglio e devo soltanto dirvi che questa forma di funerale fu tassativamente prescritta da lui. Non vi ringrazio di essere intervenuti, perchè siete voi che dovete ringraziare la sorte che vi ha concesso questo privilegio. Il caso e la fortuna di avere saputo vi ha qui raccolti. Non furono fatti né inviti né preferenze. Voi foste favoriti dalla sorte in questo onore, di cui vi ricorderete tutta la vita, di avere condotto al sepolcro Camillo Prampolini”.

Mauro Del Bue

Il compagno Eugenio Bozzello
e i suoi 70 anni di tessera socialista

Una vita intensa e coerente, sia in politica che nelle istituzioni. Non bastano queste parole per descrivere Eugenio Bozzello Verole, più volte senatore della Repubblica, oltre che padre della sinistra canavesana. Per oltre cinquant’anni non ha mai smesso di lavorare per la sua amata città, per la sua terra e per il Bel Paese. Un impegno costante e duraturo, premiato con incarichi prestigiosi. E’ stato per dieci anni presidente del comitato di Ivrea della Croce Rossa Italiana, presidente dell’Unione  sportiva calcio Castellamonte, vice presidente regionale del Piemonte e nazionale dell’associazione nazionale bande musicali (Anbima), sindaco del parco nazionale Gran Paradiso dal 1970 al 1980, consigliere provinciale dal 1970 al 1980, assumendo la responsabilità di assessore allo sviluppo sociale, al lavoro, ai trasporti e alla viabilità. E’ stato consigliere comunale della città della Ceramica e per ben tre volte ha indossato la fascia tricolore di primo cittadino castellamontese. In questi anni è stato insignito di numerosi illustri riconoscimenti: 1971 Cavaliere della Repubblica, 1976 Cavaliere Ufficiale, 1992 Grand’ufficiale al merito della Repubblica Italiana, 2003 Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana, insignito dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi. Della sua prolifica attività parlamentare, invece, si possono citare alcuni disegni di legge a sua firma, come primo firmatario e cofirmatario, come: la legge a favore delle piccole e medie imprese, i riconoscimenti ai donatori del sangue, la legge quadro sul volontariato e la legge sugli obiettori di coscienza. Un vero leader al servizio del cittadino. “Ho iniziato nel 1944 come staffetta partigiana – racconta Bozzello nel libro Da Mirafiori a palazzo Madama – portando un messaggio che annunciava un rastrellamento in Valle Sacra al comandante Piero Falsetti del gruppo Sale e Peppino Sclaverano del gruppo Villa. Quel messaggio, portato da un ragazzo di appena 16 anni, salvò la vita a molti partigiani. Finita la guerra, sono stato assunto in Fiat come allievo e poi come modellatore del legno. La mia attività è iniziata nella fabbrica, in qualità di segretario del Nas – nucleo aziendale socialista. Nel Partito Socialista la mia iscrizione avvenne nel 1947. Questa battaglio l’ho affrontata con spirito di servizio; per me la politica era ed è rimasta una missione. Essere utile, lavorare per risolvere i problemi”. Interprete della sua gente e della sua terra: “L’attività politica – chiosa nel suo libro Bozzello – non è un lavoro solitario. Dal confronto di idee e di esperienze derivano talvolta spunti e suggerimenti importanti per la soluzione di questioni ancora in sospeso. In Canavese bisogna essere coscienti che, senza il coinvolgimento di tutto il territorio, non risolveremo nulla, non solo per quanto riguarda il turismo, ma anche a livello produttivo e industriale. E’ necessario promuovere lo sviluppo su tutto la zona, uscendo dagli interessi campanilistici e non pensando che ogni sindaco possa risolvere i problemi canavesani da solo. Bisogna impegnarsi tutti insieme per ridisegnare il Canavese”.

“E’ stato operaio ed è cresciuto nel lavoro. E’ vissuto nell’impegno al servizio della collettività. In questo impegno è stata sempre presente la cultura del Canavese, che lui ha custodito, valorizzato, reso fruibile agli altri attraverso le mille iniziative che ha preso come assessore provinciale, come sindaco della città di Castellamonte  e come senatore della Repubblica. E in queste iniziative ha manifestato appieno le doti migliori dei suoi conterranei”. E’ la testimonianza di Giuliano Amato (politico, giurista e accademico italiano, presidente del Consiglio dei ministri dal 1992 al 1993 e dal 2000 al 2001, giudice costituzionale dal 2013) su Eugenio Bozzello Verole. E’ il modo migliore per descrivere il lungo percorso compiuto dall’ex primo cittadino castellamontese, che quest’anno taglierà il prestigioso traguardo di 70 anni di vita politica e militanza nel Partito Socialista italiano, a cui è sempre rimasto fedele nonostante le alterne vicende del PSI. Passione, interesse, dedizione, impegno, soprattutto sulle tematiche del lavoro e della difesa dei lavoratori, sono i tratti distintivi di una carriera nell’amministrazione della “cosa pubblica” iniziata nel lontano 1947. Nato a Castellamonte il 30 agosto del 1928, la storia di Eugenio Bozzello si intreccia inevitabilmente con quella di oltre cinquant’anni del nostro territorio. Testimone di un’epoca così vicina eppure così lontana. L’immediato dopoguerra tra povertà e speranze, gli studi al Liceo Artistico Felice Faccio e poi la fabbrica. Anche un viaggio di mille miglia inizia sempre con un primo, piccolo e singolo passo. Il 5 febbraio 1946 Eugenio Bozzello entra alla Fiat come allievo. Erano anni difficili, di lotta vera e di grandi battaglie ideologiche. In questo clima inizia il suo impegno sindacale e politico. E’ l’avvio di una straordinaria avventura: da Mirafiori a palazzo Madama, passando per l’elezione in Provincia nel 1970 con l’incarico di assessore allo sviluppo sociale. Ricordi che Bozzello ha messo nero su bianco in un suggestivo volume autobiografico: “Nel 1976, la prima volta che mi hanno candidato, abbiamo perso un quoziente; eravamo tre senatori e siamo andati a due. Poi venne la successiva tornata nel 1979 e fui eletto come primo del Piemonte. Significava che avevamo lavorato bene. Siamo passati da essere “il primo escluso” a diventare il “primo eletto”. Devo dire che è stata una grande soddisfazione. Si coronava un sogno dopo tanti sacrifici. Perché far politica sono veramente sacrifici. Pensavi alle lotte sindacali o allo scambio di battute avuto con Umberto Agnelli, quando prima di prendere responsabilità nell’azienda, fece un giro a vedere tutte le aree di produzione, di cui il nostro reparto era il simbolo. Attorno al mio banco, Agnelli era venuto cinque, sei volte in una settimana di visite. Un giorno mi chiese cosa volessi fare da grande e io gli risposi: “Il mestiere di suo nonno”. Quando sono stato eletto senatore della Repubblica mi ha mandato un messaggio “Congratulazioni, hai raggiunto l’obiettivo di mio nonno””. Con grinta e slancio rivestì con ottimi risultati il ruolo di senatore nella ottava, nona e decima legislatura della Repubblica. E’ stato anche Questore del senato dal 19 luglio 1983 al 1 luglio 1987, che – spiega Bozzello – “è un po’ l’amministratore delegato dell’ “azienda” Senato, dato che si occupa del personale, dei parlamentari, del bilancio, dell’etica, dei viaggi; tutto passava al vaglio e alla autorizzazione dei questori che sono tre, In quella legislatura abbiamo costituito il collegio dei Questori”.

In Italia abolita la parola “socialista”

Perché nessuno vuole essere socialista?

GIOVANI-Socialismo-INTTranne da noi, piccolo partito semiclandestino, tuttora in vita col nome di Psi, il termine socialista in Italia pare sia stato abolito. Il partito che, grazie a Matteo Renzi e non a Bersani e D’Alema, è entrato a pieno titolo nel Pes, Partito socialista europeo, si chiama Pd, come il partito americano, caso unico nell’Europa alla quale pur si vuole appartenere. Gli scissionisti, che parevano orientati ad accogliere l’invito del governatore della Toscana Enrico Rossi a qualificarsi come Democratici e socialisti, la sigla avrebbe fatto oltretutto Diesse, hanno preferito abbinare al termine di democratici quello più vago di progressisti, la sigla fa Dp, che non è solo il contrario di Pd, ma il vecchio nome di un minuscolo partito di estrema sinistra, più specificatamente proletario che indefinitamente progressista. Parte di costoro discendono dalla vendoliana Sel, che affratellava la parola sinistra con quella encomiabile di libertà. Cosa c’è di più tradizionale e conforme della storia del socialismo democratico al valore di libertà, sempre contrapposto a quello di comunismo, appunto illiberale? Niente da fare. Pochi giorni fa è nata Sinistra italiana. Anch’essa desocialistizzata. E prima il movimento Possibile di Civati, che ha importato in Italia l’esatta denominazione di quello spagnolo di Iglesias. Meglio dunque rifarsi a modelli di altre nazioni. Fino a qualche decennio orsono, invece, il termine socialista era perfino abusato. C’era il Psi, ma anche il Psdi, e per una fase il Psiup, e anche il Mas (Movimento autonomo socialista). Quando Valdo Magnani, nel 1951, uscì dal Pci fondò l’Unione dei socialisti, non l’unione dei democratici e dei progressisti. Andiamo a cercare di capire i motivi o il motivo del completo abbandono del termine socialista, prima approfondendo quel che questa qualificazione ha significato nella storia italiana.

Il socialismo delle origini

I pionieri del socialismo erano coloro che Marx ed Engels definirono poi utopisti, perchè lontani dal loro socialismo scientifico. Non avevano la chiave magica per scardinare il sistema capitalistico intuendone le presunte e inesorabili contraddizioni. Avevano una ricetta pratica, oltre che etica, di trasformazione della società, anche sperimentandola concretamente. Pensiamo a Owen che fondò la sua comunità nell’Indiana, a Fourier e al suo Falansterio, ma anche a Saint Simon e al suo socialismo cristiano, con tanto di fedeli.
Costoro avversavano, già nei primi anni dell’Ottocento, un capitalismo appena nato che produceva palesi e insopportabili sfruttamenti degli uomini, delle donne e perfino dei bambini. La rivolta etica si trasformava in bisogno di risposta esemplare, in elaborazione di un modello alternativo di società, generalmente fondata su principi di equità e di umanitarismo. In questo senso, a mio parere, il loro socialismo risulta assai meno utopistico di quello di Marx che è stato erroneamente sperimentato in varie forme, generalmente abbinato al leninismo e sfociato in dittature di stampo partitico e militare, oggi praticamente estinto ovunque, con poche e paradossali eccezioni. E una sorta di continuazione del cosiddetto socialismo utopistico, perché avvertiva lo stesso bisogno di sperimentazione immediata, non fu il socialismo riformista, che praticò la nascita e lo sviluppo di sistemi locali fondati sull’associazionismo e il municipalismo, e che resta l’unico socialismo ancora vivo?

Socialismo e comunismo secondo Marx

Secondo Karl Kautsky, il più esposto dei marxisti ortodossi, Lenin aveva tradito Marx. Quest’ultimo pensava a una rivoluzione come atto finale dell’evoluzione del capitalismo, anzi come suo atto inevitabile. Il capitalismo portava in sé i germi della sua fine. Era un sistema suicida. Lenin la rivoluzione l’aveva fatta in un sistema arcaico, rurale, solo approfittando dei militari ancora impegnati in guerra e dei contadini sfruttati dal regime sanguinario degli zar. Marx in verità aveva pensato a una rivoluzione che nascesse dalle contraddizioni interne al sistema capitalistico, in particolare sulle crisi cicliche dovute alla sovrapproduzione rispetto alla necessità dei consumi e alla incapacità di sopravvivenza dei ceti medi, che si sarebbero via via proletarizzati. Lasciamo perdere la profezia, che non si é avverata, anche perché Marx non ha tenuto presente il ruolo dello stato nell’economia, cioè il sopravvento del capitalismo moderno, non più ispirato al liberismo selvaggio, ma regolamentato e orientato politicamente. Anche il concetto di proprietà dei mezzi di produzione oggi è assai più labile, con il ruolo sempre più attivo e presente del sistema finanziario. La conciliabilità del moderno capitalismo con la democrazia (lo stesso Engels ne parlò nella prefazione alle libro scritto con Marx sulle lotte di classe in Francia dopo il 1948, fornendo, con l’introduzione del suffragio universale, una ricetta diversa dalla rivoluzione violenta) non veniva allora pronosticata. Restava nei due, nella loro teorie, che pure hanno animato e sorretto la politica della fine dell’Ottocento e di quasi tutto il Novecento, una distinzione assolutamente formale tra socialismo e comunismo, oltre che un ripudio del socialismo romantico, antiscientifico e per questo utopistico. Il socialismo era il sistema inaugurato dopo la rivoluzione attraverso la socializzazione dei mezzi di produzione e il necessario e transitorio governo assoluto del proletariato (la sua dittatura), il comunismo era la parte ultima del processo rivoluzionario, quello in cui sarebbe stato abolito anche il denaro. Una sorta di Eden, che avrebbe consentito agli uomini di vivere liberi e uguali. Da un certo punto di vista il comunismo era perfino la liberazione di quei vincoli un po’ tirannici, anche se transitori, del sistema socialista. Il contrario del significato delle successive definizioni.

Le varie correnti del socialismo italiano

Nel pensiero e nell’azione socialista le divisioni sono state all’ordine del giorno. Prima della nascita del partito già erano esplosi quelli tra la corrente anarchica e quella socialista, alla quale aderì nel 1879 Andrea Costa, primo socialista alla Camera con le elezioni del 1882. Si trascinò la polemica fino al congresso di Genova in cui anarchici e operaisti fondarono un loro partito contrapposto a quello socialista. Si animò il contrasto tra riformisti e sindacalisti rivoluzionari tra il 1904 e il 1907, con questi ultimi che fondarono un loro movimento e un loro sindacato, si sviluppò poi un profondo dissenso coi rivoluzionari che nel 1912 presero la maggioranza del partito, poi tra interventisti e pacifisti nel 1914, poi, ancora, tra comunisti e socialisti, dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, tra massimalisti o comunisti unitari e comunisti puri nel 1921, con questi ultimi che fondarono a Livorno il Pcdi. Poi, ancora, tra massimalisti e riformisti nel 1922, con questi secondi, espulsi dai primi, che fondarono il Psu. Anche nei partiti socialisti in esilio vi furono novità. Psi e Psu, poi divenuto Psli e Psuli, si unificarono a Parigi nel 1930. Poi, dopo la scissione del Psiup, nato dall’unificazione del Psi col Mup di Lelio Basso, del gennaio del 1947, si formò il Psli di Giuseppe Saragat, che poi nel 1951, dopo l’unificazione col Psu di Romita, acquisirà il nome di Psdi. Nel gennaio del 1963 dal Psi si distaccò la corrente filo comunista che contrastò la svolta autonomista di Nenni e la formazione del primo governo di centro-sinistra fondando il Psiup. Nel 1966 il Psi di Nenni e il Psdi di Saragat si unificarono per dividersi ancora nel 1969. Poi la storia ultima, dal 1976 al 1993, quella del Psi di Craxi, che rilanciò il socialismo riformista, collegandola al liberalismo e al patriottismo. Una storia di conflitti, di polemiche, di divisioni, ma che rappresentavano i contrasti di un secolo e mezzo, non artifici retorici.

Quello che ha fatto diversi socialisti e comunisti

La parola socialista è stata, pur con tutte le distinzioni prima richiamate, contrapposta a quella di comunista dopo la rivoluzione bolscevica del 1917. Quando i bolscevichi fondarono la Terza internazionale ordinarono ai comunisti di tutto il mondo di lasciare i partiti socialisti o, come avvenne in Francia, e come stava avvenendo in Italia, poi la scelta fu bloccata dai massimalisti, di cambiare il nome dei partiti socialisti in partiti comunisti e di espellere i riformisti. In Italia il Psi di Serrati decise solo nel 1922, a pochi giorni dalla marcia su Roma, di cacciare i riformisti dal Psi (parliamo di Turati, Treves, Prampolini, Matteotti, Modigliani) che fondarono immediatamente il Psu. I comunisti demonizzarono subito il termine socialista, a tal punto da accogliere ovunque la sciagurata teoria del socialfascismo, cioè l’equiparazione dei socialisti e dei fascisti, che durò fino all’ascesa al potere di Hitler, nel 1933, quando dal Comintern venne sostituita con il lancio della direttiva dei fronti popolari. Questa equiparazione diventerà poi equivalenza tra democrazia e nazifascismo durante i due anni che separarono il patto Hitler-Stalin del 1939, che aprì le porte all’indifferenza tra sistemi capitalistici, sia di ordine liberale che totalitaria, e l’inizio dell’operazione Barbarossa, del giugno 1941. Nell’immediato dopoguerra il Psi si confuse col Pci, mentre il Psli, poi Psdi, entrò a fare parte dell’Internazionale socialista, o socialdemocratica, come i comunisti spregiativamente la consideravano, e il Psi fu componente dell’Internazionale solo con l’unificazione socialista del 1966, per non uscirne più. Quando il comunismo, nel 1989, crollò in tutta Europa, e con esso anche il muro di Berlino, il Pci fu l’ultimo partito europeo a decidere di cambiare nome. Lo fece, attraverso due congressi, ma rifiutando il nome di socialista e l’unità socialista proposta da Craxi, fondando prima il Pds e poi i Ds, e infine confluendo, assieme alla Margherita, il partito che proveniva soprattutto dalla vecchia Dc, nel nuovo Pd. Il Partito democratico non aderì, contrariamente al Pds-Ds, al Partito socialista europeo e all’Internazionale socialista, per obiezioni che provenivano in massima parte dagli esponenti della Margherita ma che trovavano terreno fertile nell’impostazione post o asocialista di Walter Veltroni. Quest’ultimo ha confessato, pur essendo stato dirigente del Pci, di non essere mai stato comunista e ha by passato la storia del socialismo italiano per approdare direttamente al modello americano.

Il socialismo riformista e liberale di Craxi

È ovvio che il nome socialista in Italia abbia un inequivocabile referente nello storia più recente del Psi e nella figura di Bettino Craxi. Già nei primi anni settanta si era fatta strada una visione diversa tra socialisti e comunisti sul tema dei diritti civili e l’approvazione della legge sul divorzio portava il nome di un socialista e di un liberale, cosi come la legge sull’aborto aveva visto in prima fila i socialisti e in posizione di retroguardia i comunisti, che già con l’approvazione dell’articolo 7 della Costituzione, che vi includeva i patti lateranensi, avevano manifestato maggiore propensione al compromesso. Difficile, anzi impossibile, dissociare la qualifica di socialista con l’esperienza del Psi della fase 1976-1993. Cioè dall’inizio del nuovo corso socialista fino alla fine del Psi. Di questa fase occorre distinguere tre capitoli. Il primo consiste nell’elaborazione di una piattaforma teorica, programmatica, politica autonoma del riformismo socialista, i cui dati salienti sono stati convegni, conferenze, congressi, saggi e libri sull’inconciliabilità del pluralismo col leninismo, sul nesso tra pluralismo politico e pluralismo economico, il progetto socialista del 1978 (Congresso di Rimini), l’intuizione della grande riforma delle istituzioni (1979), l’acquisizione del riformismo e del socialismo tricolore (Congresso di Palermo 1981), il rapporto tra meriti e bisogni (Conferenza programmatica di Rimini del 1982), il lib-lab (il socialismo liberale degli anni ottanta). In questa fase il Psi si diede una sua precisa collocazione internazionale a braccetto con i partiti socialisti e socialdemocratici europei (l’eurosocialismo) in particolare accentuando le relazioni con il Psoe di Felipe Gonzales, il Psp di Mario Soares, il Psf di Francois Mitterand e l’Spd di Willy Brandt, si intestò il progetto dell’autonomia del popolo palestinese conciliata con la pace e la sicurezza di Israele.
Il secondo capitolo riguarda gli anni della presidenza socialista del Consiglio (dal 1983 al 1987). In questa fase l’attività del Psi si intrecciò strettamente con quella del governo, sui temi della lotta all’inflazione, col decreto di San Valentino che il Pci demonizzò fino a promuovere il referendum abrogativo, perso nel 1985, inflazione poi effettivamente ridotta dal 16 al 6 per cento, sulla profonda revisione del Concordato con il superamento della religione di stato e dell’obbligatorietà dell’ora di religione nelle scuole, su una politica estera responsabile, autonoma, coraggiosa, come provano, da un lato, l’accettazione dell’installazione a Comiso dei missili americani e dall’altro la condanna dei bombardamenti statunitensi su Tripoli e Bengasi, nonché il comportamento assunto sulla vicenda dell’Achille Lauro e a Sigonella, che rispecchiava la posizione del Psi assunta già al tempo del rapimento Moro coniugandola con la orgogliosa difesa dell’indipendenza nazionale. Contemporaneamente il Psi promosse i referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, l’abolizione della commissione inquirente e contro le centrali nucleari. Il terzo capitolo riguarda l’ultima fase, quella meno creativa, più rassegnata e di attesa al ritorno della seconda. E’ la fase dei grandi mutamenti internazionali, dei referendum che segnalano un profondo distacco tra paese e istituzioni, del cambiamento di sistema politico con la fine del Pci e l’esplosione della Lega e poi della questione giudiziaria che costituisce l’ultimo anello della grande esplosione del 1992-1994 del sistema politico. In questa fase il Psi mostrò crepe, incertezze, dissonanze.

Perché il rifiuto. Superamento o condanna?

Alla conclusione di quel che si continua a denominare erroneamente Prima repubblica, visto che non ne esiste una seconda, ma solo un sistema politico profondamente mutato, non sopravvive, caso solo italiano, un solo partito che si definisca socialista, con l’unica eccezione del piccolo e resistente Psi. Solo in Italia, d’altronde, la fine del comunismo e gli eventi ad esso direttamente collegati (compresa Tangentopoli) hanno partorito la fine di tutti i partiti e non solo di quello comunista. Dal 1994 esiste anzi solo in Italia un partito di grandi dimensioni che alla storia comunista italiana continua a far riferimento. Questo dipende in parte dal fatto che solo in Italia esisteva un partito comunista di massa, popolare, progressivamente resosi indipendente da Mosca. Dall’altro dal suo sostanziale mancato coinvolgimento nelle indagini della magistratura nel biennio 1992-1994. Dal 1994 tale partito, con l’eccezione della prima fase del Partito democratico, é entrato a far parte del Partito socialista europeo, mostrandosi anche lessicalmente contraddittorio. La sua definizione di socialista si esaurisce ai patri confini, dove la carta d’identità diviene vagamente democratica, ma il suo passato, né socialista, né democratico, continua ad essere comunista come il suo giornale e il nome delle sue feste. Quasi a considerare Tangentopoli e gli errori del Psi la partita di ritorno dell’ottantanove, quando pareva che l’unico partito italiano a dover finire sotto i calcinacci del muro fosse il Pci, i post comunisti considerano chiuso definitivamente a loro vantaggio il conflitto storico coi socialisti. Non solo essi non hanno accettato di diventare socialisti dopo la fine del comunismo e del Pci, come sarebbe stato giusto e logico, ma hanno preferito unificarsi con componenti di Democrazia cristiana e di mondo cattolico, finendo poi per diventarne subalterni. Una nemesi? Resta il fatto che nella sinistra italiana il termine socialista è stato espunto, forse abolito per sempre. Dubito che si tratti di una casualità. Non si vuole far rinascere col nome anche la cosa. Quella che noi abbiamo coerentemente rappresentato.

Socialisti e comunisti. La storia all’opposto

Sembra che in Italia il muro di Berlino sia caduto all’incontrario. Anziché travolgere i comunisti, che pure nel novembre del 1989 decisero di cambiare nome, ha travolto i socialisti, che non ebbero l’avvertenza di comprendere che l’ottantanove italiano riguardava anche loro. Cosí anche nel giudizio sul passato un partito, che si é poi più volte rifondato e unificato fino a diventare Pd, ha salvato non già la tradizione socialista democratica che ha avuto ragione nella storia, ma la tradizione comunista che ha avuto torto. Nelle pareti delle sezioni del Pd campeggiano (e figurarsi adesso in quelle degli

Filippo Turati

Filippo Turati

scissionisti) i ritratti di Gramsci, di Berlinguer, di Nilde Iotti e in qualcuna anche quello di Togliatti. Qua e là inframmezzate dai volti di Moro e di La Pira per accontentare gli ex democristiani. Può anche essere che in taluni casi sia esposta una foto di Pertini, ricordato più come presidente degli italiani e come antifascista, che come socialista. Un’intera storia, quella che partendo da Turati arriva a Saragat, a Nenni, a Craxi, viene oggi ignorata o almeno offuscata. Spero che non si insegni questo a scuola. Che non si riprenda quel che ho ascoltato durante il recente referendum costituzionale, e cioè che nel 1946-48 la Costituzione fu una mirabile sintesi delle posizioni democristiane e comuniste, quando invece alla Costituente eletta il 2 giugno del 1946 i socialisti, col 20,6%, superavano i comunisti, fermi al 18,9%. Oppure che non si avvalli la tesi secondo la quale le uniche forze che combatterono il fascismo furono quella comunista e quella cattolica, come si é detto in tanti, troppi 25 aprile, dimenticando le brigate Matteotti, le nobili e tragiche figure di Rosselli, Buozzi e Colorni, il Centro interno di Morandi, il partito in esilio di Nenni, Tasca, Silone e Saragat. E negando ancora la verità della storia.

L’errore della scissione del 1921

Se nonostante tutto continuo a occuparmi di politica é per combattere questa deformazione. Per ribaltare questa errata convinzione. Lo faccio con ricerche, libri e dirigendo l’Avanti! in versione online. Si tratta della più vergognosa e inaccettabile ingiustizia subita da un popolo e da un’ideale. Dunque diamo una veloce scorsa a questa storia italiana, a questo conflitto a sinistra che diede un esito nel 1989, poi addirittura clamorosamente capovolto. Partiamo dal duro scontro del 1921 che a Livorno partorì la scissione voluta da Mosca e riconosciamo che questa non fu dovuta all’adesione al bolscevismo, che unificò il Psi già al congresso di Bologna nel 1919, con l’eccezione dei riformisti, ma alla supina accettazione da parte dei “comunisti puri” dei 21 punti di Mosca, tra i quali il cambio del nome da socialista a comunista e l’espulsione dei riformisti. Il Pcdi che si formò aveva intenzione di impiantare i soviet in Italia, di instaurare un regime simile a quello sovietico. Si proclamò la rivoluzione fino a che non arrivò il fascismo.

La posizione di Turati e la teoria del socialfascismo

Chi aveva ragione nel 1921-22 tra i riformisti e i comunisti? Umberto Terracini avrà l’onestà di riconoscere che aveva ragione Turati. Fu Turati, col suo mirabile discorso del 1920 “Rifare l’Italia”, a immaginare un governo progressista (con le elezioni del 1919 socialisti e popolari detenevano la maggioranza assoluta alla Camera). I massimalisti e i comunisti si opposero ovviamente a qualsiasi collaborazione e contaminazione. Così in Italia si aprirono le porte al fascismo, che i comunisti non consideravano un nemico peggiore del liberalismo. Addirittura, fino all’avvento di Hitler in Germania, nel 1933, i comunisti, sull’onda di una parola d’ordine lanciata dal Comintern, considerarono i socialisti “l’ala di sinistra della fascistizzazione” (teoria del socialfascismo).

I socialisti condannarono i processi di Mosca del 1938 e il patto Ribbetrop-Molotov del 1939. I comunisti no

Giuseppe_SaragatMosca, e quindi i comunisti italiani, seppero ravvedersi lanciando la politica dei fronti popolari. Ma ebbe o no ragione Nenni a condannare i processi di Mosca del 1938, al contrario di quel che fece Ercoli, cioé Togliatti, mentre il Psi di Tasca e Saragat seppe condannare Stalin dopo l’accordo nazista-sovietico del 1939 sulla divisione della Polonia e l’aggregazione all’Urss delle repubbliche baltiche, il patto Ribbentrop-Molotov, coi comunisti appiattiti sulle direttive impartite da Mosca, con l’unica eccezione di Terracini. Fino all’operazione Barbarossa del giugno del 1941 i comunisti consideravano equidistanti le parti in conflitto, cioè la democrazia e il nazi fascismo. Poi la svolta dopo l’invasione dell’Urss da parte degli eserciti tedeschi. Se questa non fosse avvenuta i comunisti avrebbero combattuto il nazifascismo? Domanda lecita. Certo la storia non la si fa coi se. Resta il fatto che il comportamento comunista, che diverrà anche eroico durante la resistenza, fu alquanto ambiguo tra l’agosto del 1939 e il giugno del 1941.

Il socialismo umanitario di Saragat contro il filo sovietismo di Togliatti

Già abbiamo approfondito il conflitto politico tra Saragat e Togliatti, con Nenni e il Psi ancora filo comunisti. Oggi tutti più o meno, eccetto Bertinotti e qualche tardo-comunista, ammettono che Saragat aveva ragione nel 1946 a contrapporsi al comunismo sovietico, allo stalinismo di cui era ancora imbevuta la maggior parte della sinistra italiana. Certo il suo Psli, poi Psdi, dovette fare i conti con la governabilità e il rapporto di collaborazione con la Dc fece perdere al partito il suo smalto autonomistico iniziale e quell’eresia libertaria che gli avevano dato i giovani di Iniziativa socialista. Resta il fatto che ispirarsi all’umanesimo socialista, vedasi una figura come Mondolfo, e non al leninismo, per di più in versione staliniana, fu giusto, opportuno, preveggente. Su questo non c’é discussione. Ma solo oggi.

Nenni e la condanna dell’invasione sovietica all’Ungheria del 1956 che Togliatti approvò

nenni-legge-lavantiQuando, a seguito del XX congresso del Pcus e delle clamorose rivelazioni di Kruscev sui crimini di Stalin, Nenni prese le distanze da Togliatti e mise il dito sulla piaga affermando che il problema non era l’uomo, ma il sistema e quando poi, nell’autunno, ancora Nenni condannò l’invasione sovietica in Ungheria, mentre Togliatti e il Pci furono dalla parte dei carri armati, la ragione da che parte stava? Anche su questo i post comunisti, decine d’anni dopo, ammettono l’errore e sostengono che aveva ragione Nenni. Allora, però, il Pci mise sotto sorveglianza politica un dirigente sindacale come Di Vittorio e costrinse Giolitti a rompere e assieme a molti uomini di cultura ad aderire al Psi, allora peraltro segnato da una lotta interna con la sinistra filo comunista, sorretta dal Pci e finanziata da Mosca, sinistra che nel 1964 darà vita a un nuovo partito, il Psiup, indebolendo così il primo governo di centro-sinistra e il processo di riunificazione socialista.

Quando il Psi diede vita al centro-sinistra il Pci si oppose

Quando, dopo i drammatici fatti del luglio del 1960, il Psi di Nenni, per appoggiare la formazione di un esecutivo alternativo alla destra, favorì, con un’astensione, la nascita del governo Fanfani, quello cosiddetto delle convergenze parallele, e poi del primo governo di centro-sinistra, ancora presieduto da Fanfani, che portò alla scuola media unica e alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, ma anche al piano casa e alla riforma agraria, il Pci iniziò un’opera tesa “a mietere nell’orto del vicino”, e quando si formò il primo governo organico di centro-sinistra, con la partecipazione diretta del Psi al governo presieduto da Moro e con Nenni alla vice presidenza, i comunisti appoggiarono direttamente la scissione del Psiup. Il centro-sinistra che ha portato all’Italia riforme strutturali, come lo statuto dei lavoratori, le regioni, l’abolizione della mezzadria, la riforma sanitaria con l’istituzione del servizio nazionale gratuito, ha avuto nel Pci, assieme alle destre, un avversario strenuo e spesso prevenuto.

Il Psi in prima fila sui diritti civili negli anni settanta, il Pci preoccupato

Quando in Italia si aprì la grande stagione delle lotte per i diritti civili, a cominciare da quella per il divorzio, i socialisti, assieme ai radicali, nonostante il condizionamento politico dovuto alla collaborazione di governo con la Dc, furono in prima fila. E’ a Loris Fortuna e al liberale Baslini che si deve la legge sul divorzio, mentre i comunisti si attardavano in preoccupazioni di retroguardia sul ruolo dei cattolici. Ricordiamo l’iniziativa della senatrice Carrettoni per evitare il referendum, poi vinto dalla cultura e dalla intransigenza laica. E quando, ancora Loris Fortuna, dopo le lotte radicali e socialiste, presentò la legge sull’aborto, ricordo bene le preoccupazioni comuniste, allora condite con la strategia del compromesso storico e i governi Andreotti. Poi il referendum vinto, con ancora più margine di quello sul divorzio, ha fatto piazza pulita di tante incertezze.

Berlinguer per il compromesso storico, il Psi per un’alternativa socialista europea

E quando il Pci lanciò il compromesso storico sostenendo, dopo il colpo di stato in Cile del settembre 1973, che col 51 per cento non si può governare i socialisti italiani risposero che col 51 per cento le forze socialiste democratiche governavano in mezza Europa e che la cosa che complicava la situazione della sinistra italiana era proprio la presenza del più forte partito comunista d’Occidente. Quando il Psi di Craxi intensificò i suoi rapporti coi partiti dell’eurosocialismo il Pci di Berlinguer oppose l’eurocomunismo, il comunismo mediterraneo ove, se si eccettuano quello dello stesso Berlinguer e il piccolo partito spagnolo di Santiago Carillo, non esistevano partiti comunisti autonomi da Mosca. Così Berlinguer fu costretto a elaborare la fumosa terza via, mettendo sullo stesso piano comunismo e socialdemocrazia e inventando un’isola che non c’é.

Il Psi per la salvezza di Moro, il Pci per la fermezza

Quando venne rapito Aldo Moro, nel marzo del 1978, si misurarono due posizioni. Quella del Pci di Berlinguer e della Dc di Zaccagnini e Andreotti era per l’intransigenza assoluta ben sapendo che in quel modo si sarebbe sacrificata la vita dell’ostaggio, invece quella del Psi, ma anche di Saragat, metteva al primo posto la necessità di salvare l’uomo. La verità é che la linea dell’intransigenza si abbinò alla più assoluta inefficienza degli apparati dello stato e troppe incongruenze assurde, involontarie o meno esse siano state, portarono all’uccisione del presidente della Dc, proprio l’uomo che aveva aperto la strada alla politica di unità nazionale. Questo forse per far dimenticare che per troppi anni si era lasciato prosperare quella propensione alla violenza nella sinistra italiana, giustificandola nell’immediato dopoguerra e considerandola, negli anni settanta, un appannaggio esclusivo della destra.

Il Pci contro il governo Craxi e per il referendum sulla scala mobile del 1985

Quando il Psi di Craxi nel 1978 volle approfondire l’inconciliabilità del leninismo col pluralismo, il Pci rispose sostenendo che si tentava una caricatura del comunismo, e quando nel 1979 si lanciò la grande riforma delle istituzioni, il Pci parlò di iniziativa sovrastrutturale. Il Pci bloccò nel 1978 l’elezione di Giolitti alla presidenza della Repubblica perché ex comunista, votò a favore di Pertini, ma assunse una posizione di estrema rigidità politica quando il presidente socialista Pertini diede il mandato di formare il governo al segretario del Psi. Il segretario del Pci definirà quello di Craxi un “governo pericoloso”. Così quando il governo varò il piano anti inflazione che in cambio del taglio di pochi punti di scala mobile avrebbe consentito un maggior recupero della capacità d’acquisto dei lavoratori, abbattendo il tasso inflattivo, Berlinguer scatenò il finimondo e con l’appoggio d una sola componente politica del sindacato chiese e ottenne il referendum abrogativo, che il Pci perse clamorosamente nel 1985, un anno dopo la morte del leader comunista.

Dopo l’89 Craxi propose l’unità socialista, Occhetto di “andare oltre”

Quando i socialisti, nel novembre del 1989, dopo la fine dei regimi comunisti e la caduta del muro di Berlino, proposero al Pci, e poi al nuovo partito che ne é derivato, l’unità socialista, il segretario del partito Achille Occhetto contrappose la sua proposta di “andare oltre” il socialismo democratico europeo. Al rifiuto dell’unità socialista si deve anche giustapporre la tendenza di Craxi a considerarla solo una prospettiva d’avvenire e di non rompere i rapporti con la Dc, sia in previsione di un ritorno alla presidenza del Consiglio dopo il 1992, sia per il timore che sarebbe stato il nuovo partito ad appoggiare ancora Andreotti, il quale già aveva elaborato la sua singolare teoria dei “due forni”. Resta il fatto che solo in Italia, dopo il 1989, gli ex comunisti non rientrarono nell’alveo socialista, come sarebbe stato giusto e logico, ma iniziarono un anomalo cammino che li avrebbe poi portati ad un connubbio con gli ex democristiani.

Il Psi appoggia l’intervento Onu in Iraq, il nuovo Pds si oppone, poi il governo D’Alema interviene con la Nato in Serbia

Nel gennaio del 1991 il Parlamento italiano approvò l’invio di una missione italiana nell’ambito del contingente Onu per la liberazione del Kuwait occupato dalle truppe irachene. Il Pds si oppose e organizzò manifestazioni pacifiste in mezza Italia. Anche i socialisti europei non potevano opporsi all’Onu e in prima fila si espose la Francia di Mitterand. Poi, durante i due anni del governo D’Alema, il partito, allora Diesse, approvò l’invio di aerei per bombardare la Serbia, anche se la missione non venne legittimata e disposta dall’Onu, ma solo dalla Nato.

Psi e Pds di fronte a Mani pulite.

L’avvento di Tangentopoli venne salutato dai post comunisti come un’opportunità politica. Lo scrive D’Alema che ammette che Mani pulite aprì il varco della gola in cui stava Craxi e la sua unità socialista. I post comunisti ebbero così la possibilità di sviluppare il loro percorso dall’identità comunista a quella socialista europea, senza l’intralcio e la cattiva coscienza del Psi. La fine del Psi, nel periodo 1992-94, che costituisce il risultato anche di errori politici di Craxi e del gruppo dirigente socialista nell’esame del post 1989, di valutazioni sbagliate sul rapporto tra politica e cittadini, il cui primo effetto fu l’affermazione nel nord della Lega, di sottovalutazioni, leggerezze e correità sul finanziamento alla politica, segnò tuttavia l’inizio dello stravolgimento della storia. Quasi cone s assieme alla fine del Psi fosse finita anche la storia socialista. Forse per pagare il prezzo non già dei suoi errori, ma delle sue ragioni. Anche sul giustizialismo, sull’uso del carcere per motivi di confessione, sull’ingerenza della magistratura nella politica, sul mito di Di Pietro, il partito che derivava dal Pci ha ammesso i suoi sbagli. Come quasi su tutto. Resta il fatto che chi ha sbagliato, rivedendosi anni dopo, pare abbia vinto il suo conflitto nella storia con chi ha avuto ragione prima. Che quest’ultima sia stata considerata agli occhi degli italiani non una gran virtù è chiaro, purtroppo. Peccato che ci sia ancora qualcuno che non si rassegna, convinto che tra qualche tempo questo “arrivare sempre dopo” venga considerato l’errore più grande.

Mauro Del Bue

Socialdemocratico? Da eresia di destra a eresia di sinistra

Non c’è nulla di più paradossale che sentirsi dare del socialdemocratico oggi quasi fosse diventato sinonimo di estremismo. E magari da quegli stessi che fino a un paio di decenni fa ti colpivano con la stessa scomunica come fosse un’accusa di tradimento degli ideali dell’ortodossia di sinistra. E’ possibile che lo stesso termine sia stato usato in modi così opposti e contrastanti tra loro? E’ possibile che quel che ieri era ritenuto “troppo di destra” sia oggi divenuto “troppo di sinistra”? E perché questa trasformazione o deformazione? Da quali analisi nuove, legittime o opportunistiche, è determinata?

Eduard Bernstein

Eduard Bernstein

All’origine di una parola
Andiamo intanto all’origine della parola. Come nasce e come si diffonde in Europa? All’inizio la socialdemocrazia, cioè l’inseparabilità del socialismo e della democrazia, fu il risultato del primo revisionismo marxista, che già si può riscontrare nell’ultimo Engels, quello della prefazione alla “Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” di Karl Marx, dove il teorico tedesco, nel 1895, alla luce della conquista del suffragio universale in taluni paesi, apriva la porta anche alla costruzione della società socialista per via democratica. Ma in fondo è tutto il socialismo pre marxista, da Saint Simon a Proudhon, che è impregnato di umanesimo e di democrazia. Anche per questo costoro saranno definiti dal filosofo di Treviri “utopisti”.  Ma è soprattutto una vera teoria socialdemocratica viene elaborata solo grazie al filosofo tedesco Eduard Bernstein che nel suo libro “I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia” , un insieme di saggi pubblicati nel 1899, contesta l’ineluttabilità della violenza e lancia un progetto di cambiamento sociale ed economico progressivo.

Il solenne riconoscimento di Gorbaciov
La più bella dimostrazione dell’attualità di Bernstein è il solenne riconoscimento riservatogli da Gorbaciov, ultimo segretario del Pcus, che scrive: “Dovremmo pubblicamente riconoscere il grande errore fatto quando, come sostenitori dell’ideologia comunista, denunciammo la famosa massima di Eduard Bernstein “il movimento è tutto, il fine è nulla”. Lo chiamammo tradimento del socialismo; ma l’essenza dell’idea di Bernstein era che il socialismo non potrebbe essere compreso come sistema che nasce dall’inevitabile caduta del capitalismo, mentre – per converso – è proprio la graduale realizzazione del principio di eguaglianza e di autodeterminazione per il popolo che costituisce una società, un’economia e un paese”. Qui siamo già alla contrapposizione tra socialismo democratico e comunismo. Ma prima, appunto con Bernstein, il tema riguardava essenzialmente la correzione del marxismo.

Eppure c’erano partiti socialdemocratici e rivoluzionari. Il termine socialdemocratico,tuttavia, fino alla rivoluzione bolscevica venne usato, soprattutto in Germania, dal Partito dei socialisti, che cambiò il suo nome in Partito socialdemocratico (Spd) nel 1890, sotto l’influsso di August Bebel e Wilhelm Liebknecht, in stretto contatto col movimento sindacale, anche se già dagli anni sessanta esisteva un Partito socialdemocratico tedesco di stretta osservanza marxista. Nel Spd militava anche  Karl Kautsky (poi seguito dalla stessa Rosa Luxemburg) che capeggerà la corrente di sinistra contro le tesi revisioniste di Bernstein, ma anche contro il leninismo perché eretico rispetto alle impostazioni marxiste ortodosse. Anche lo stesso Lenin fu esponente di primo piano di una forza politica che si chiamava “Partito operaio socialdemocratico russo”, prima dell’offensiva rivoluzionaria e comunista, ed era stato protagonista delle due conferenze internazionali dei socialisti europei che si erano svolte nel 1915 e nel 1916 a Zimmerwald e a Khiental. Quando la parola non è consequentia rerum…

Il contrasto tra socialisti democratici e leninisti
Il più moderno significato della parola “socialdemocratico” deve essere riferito allo scontro con la nuova ideologia marxista-leninista del comunismo a seguito della affermazione della rivoluzione bolscevica del 1917 e della successiva formazione dei partiti comunisti nazionali e dell’Internazionale comunista, anche se il movimento socialista si divise in diversi tronconi, nei quali quello socialista democratico non era certo il solo a rimarcare differenze, in taluni casi solo di tattica, con il comunismo bolscevico. L’invasione del bolscevismo fu consistente ovunque, ma particolarmente in Germania, in Italia e in Francia. In Germania, il partito comunista della Luxemburg e di Karl Liebknecht non superò il 15 per cento dei voti nel primo dopoguerra, mentre l’Spd si aggiudicò la maggioranza e governò il paese, tuttavia l’influenza comunista si fece spazio tra i lavoratori e orientò i moti rivoluzionari armati in un paese messo in ginocchio dal trattato di Versailles. In Italia il Psi, con la sola eccezione della minoritaria corrente turatiana, aderì alla nuova internazionale di Mosca col congresso di Bologna del 1919 e non fu il leninismo la causa della scissione di due anni dopo, ma la mancata approvazione da parte dei massimalisti, allora “comunisti unitari”, di due clausole dei 21 punti di Mosca che si riferivano alla espulsione dei riformisti e al cambio del nome del partito, condizioni irrinunciabili per essere ammessi all’Internazionale comunista e che provocarono il distacco dei “comunisti puri”.

Lo sprezzante attacco di Gramsci a Prampolini

Camillo Prampolini

Camillo Prampolini

Tra loro, forse l’artefice principale assieme ad Amadeo Bordiga, fu Nicola Bombacci, che finirà fascista, impiccato assieme a Mussolini a piazzale Loreto mentre lo stesso Gramsci, dalle pagine del suo Ordine nuovo, si era esposto in una velenosa polemica coi riformisti e in particolare con Camillo Prampolini scrivendo: “Coi moralisti di Reggio Emilia (che avevano definito “moralmente ripugnante” il metodo leninista) é inutile continuare una discussione teorica; i moralisti di Reggio Emilia hanno sempre dimostrato di essere capaci di ragionamento quanto una vacca gravida, hanno dimostrato di partecipare della psicologia del mezzadro, del curato di campagna, del parassita di un arricchito di guerra; é inutile sperare che un barlume di intelligenza illumini la loro decorosa idiozia di Fra Galdino alla cerca delle noci per ingrassare la clientela elettorale…. Tra Lenin e Prampolini e Zibordi, che hanno dedicato la loro vita a procurare i favori dello stato borghese per le cooperative emiliane, favori che lo stato borghese concedeva strappando il pane di bocca agli ignoranti e sudici contadini di Sardegna, di Sicilia e dell’Italia meridionale, tra Lenin e gli scrittori della Giustizia che rimangono, per angusti fini personali, per mantenere una posizione politica conquistata salendo sulle spalle della classe operaia, in un partito che, nella grandissima maggioranza, ha dichiarato si far proprio il metodo bolscevico, tra Lenin e questi decorosi sinistri idioti chi é più ripugnante moralmente?”.

Le ingiurie di Togliatti a Turati

Filippo Turati

Filippo Turati

Anche in Francia i socialisti si divisero in due, mentre in Italia si divisero addirittura in tre, dopo l’espulsione dei riformisti a pochi giorni di distanza dalla marcia su Roma dell’ottobre del 1922. Serrati, che aveva rifiutato la loro cacciata nel 1921, la decretò l’anno dopo e quando Nenni si oppose alla unificazione col Pcdi, nel 1924, lascerà il partito per approdare lui solo con pochi amici nel partito comunista. In Francia la posizione comunista prevalse nella vecchia Sfio e venne fondato, nel 1920, il Partito comunista francese che, fino alla svolta di Epinay del nuovo Psf, sarà partito maggioritario nella sinistra d’Oltralpe. Negli anni venti si scagliò contro i socialisti l’infame arma del socialfascismo e quando morì il socialdemocratico Turati Togliatti lo accusò dei peggiori misfatti, scrivendo su Stato operaio nell’aprile del 1932 un articolo di fuoco che non può essere dimenticato: “Nella persona e nell’attività di Filippo Turati si sommano tutti gli elementi negativi, tutte le tare, tutti i difetti che sin dalle origini viziarono e corruppero il movimento socialista italiano, che lo condannarono al disastro, al fallimento, alla rovina. Per questo la sua vita può bene essere presa come simbolo e, come un simbolo, anche la sua fine. L’insegna sotto cui questa vita e questa fine possono essere poste è l’insegna del tradimento e del fallimento. Nella teoria Turati fu uno zero. Quel poco di marxismo contraffatto che si trova nei primi anni della Critica sociale non fu dovuto a lui. Dei vecchi capi riformisti egli fu il più lontano dal marxismo. Più ancora di Camillo Prampolini fu un retore sentimentale, tinto di scetticismo, e per questo, nelle apparenze, un ribelle. Le famose frasi lapidarie di Turati sono dei motti, delle banalità, delle cose senza senso alcuno. Organicamente egli era un controrivoluzionario, un nemico aperto della rivoluzione. Turati fu tra i più disonesti dei capi riformisti, perché fu tra i più corrotti dal parlamentarismo e dall’opportunismo. Serrati era unitario per uno sciocco sentimentalismo. Turati lo era per astuzia, per calcolo opportunista, allo scopo di potere continuare a penalizzare ogni azione dei rivoluzionari. La sua andata al Quirinale avviene con vent’anni di ritardo. La borghesia, per conto della quale egli aveva fatto il poliziotto, il crumiro e predicato viltà, non aveva più altro da dargli che il calcio dell’asino. Noi fummo e rimaniamo suoi acerrimi nemici, nemici di tutto ciò che il turatismo è stato, ha fatto, ha rappresentato”. Vergognoso.

Quando Prampolini propose che il partito si chiamasse socialista democratico
Questo dissidio durò fino all’avvento di Hitler al potere in Germania, quando, nel 1933, i comunisti ripiegarono sulla tattica dei fronti popolari. Ma in Italia era già nato, nel 1922, un Partito d’impronta più prettamente socialdemocratica. Era il Psu (Partito socialista unitario) di Turati, Treves, Prampolini e Giacomo Matteotti che ne divenne segretario. I riformisti furono i soli socialisti che compresero il pericolo fascista e Turati, già nel 1920 col suo mirabile discorso “Rifare l’Italia”, gettò le basi programmatiche per un governo coi popolari che la maggioranza del Psi respinse in preda com’era all’infatuazione leninista. Fu Prampolini il primo a riprendere il termine “socialdemocratico” quando nel 1923, in polemica sul tema della democrazia coi comunisti, propose proprio che il Psu cambiasse nome in Psdi (Partito socialista democratico italiano). Anche nel Psi, riunificato col Psu nel 1930 grazie alla nuova volontà unitaria del suo leader Pietro Nenni, si manifestarono tendenze più prettamente socialdemocratiche. Furono in particolare i due esponenti espulsi dal partito comunista, Angelo Tasca e Ignazio Silone, ad interpretarle. In entrambi era forte lo spirito anti stalinista, mentre più sfumato si rivelò in Pietro Nenni, che venne anche messo in minoranza e rischiò l’espulsione dal partito dopo il patto Ribbentrop-Molotov del 1939 a causa della sua testarda cocciutaggine a mantenere in vita il patto d’unità d’azione coi comunisti, nonostante l’alleanza coi nazisti, giustificata da tutto il vertice comunista italiano, con la sola eccezione di Umberto Terracini.

La figura di Giuseppe Saragat e la revisione di Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Un altro esponente che diede linfa al pensiero e all’azione socialdemocratica fu il giovane Giuseppe Saragat, molto influenzato dall’austro marxismo di Renner e Bauer, che conciliavano il marxismo e l’umanesimo democratico. E qui entriamo nel merito dell’accezione della socialdemocrazia in salsa italiana. Saragat fu infatti l’esponente di spicco del Partito socialista democratico italiano, che sorse, col nome di Psli (Partito socialista dei lavoratori italiani) nel gennaio del 1947 dopo la scissione del Psiup, che poi tornerà a chiamarsi Psi. Il patto d’unità d’azione coi comunisti, che lo stesso Saragat aveva sottoscritto, gli andava ormai stretto. Ma soprattutto il leader socialdemocratico vedeva nell’Unione sovietica di Stalin un nuovo totalitarismo, che metteva in contrasto col suo umanesimo socialista. Diranno più o meno tutti, di lui, che aveva ragione. In pochi, tuttavia, gliela daranno allora e negli anni successivi. La socialdemocrazia italiana, infatti, non riuscì a conquistare il peso delle altre socialdemocrazia europee: il particolare comunismo italiano, la resistenza di un Psi che nel 1956 si staccherà dai comunisti dopo l’invasione dell’Ungheria, la partecipazione del Psdi ai governi centristi, poi il fallimento della unificazione socialista del 1966, impediranno la costruzione di un’alternativa socialista e democratica, consolidando l’egemonia democristiana sul governo e quella comunista sull’opposizione ancora per decenni. Furono questi i limiti che forniranno ai comunisti italiani il pretesto per quell’accusa di “socialdemocratico” che venne lanciata a più riprese verso chi contestava il paradiso sovietico e l’ortodossia comunista?

La terza via di Berlinguer, né comunista, né socialdemocratica
Dopo la revisione berlingueriana e lo strappo dall’Urss anche il modello socialdemocratico europeo, al quale nella versione nordica e soprattutto svedese, ma anche tedesca ai tempi di Willy Brandt, i comunisti italiani guardavano con rispetto, non venne tuttavia mai preso ad esempio. Anzi, nella elaborazione della cosiddetta terza via, la socialdemocrazia fu equiparata al comunismo. Solo con il congresso di Firenze del 1986, con la segreteria Natta, il Pci si professò, superando l’eurocomunismo berligueriano, un partito della sinistra europea. E poi con la svolta di Occhetto del 1989 (il Pci fu l’ultimo partito europeo a cambiare nome) il partito chiese l’adesione all’Internazionale socialista. Per poi uscirne, però, nel 2007 alla fondazione del Partito democratico, e poi rientravi grazie alla segreteria Renzi.

Il Pd post socialdemocratico
Tuttavia il nuovo Pd, che assomma reduci comunisti e democristiani, non ha ma avvertito l’esigenza di definirsi socialista o socialdemocratico. Anzi, da un trascorso prevalentemente comunista, e più limitativamente democristiano, si è passati subito a un presente post socialdemocratico. Non nego la crisi della socialdemocrazia dovuta essenzialmente alle difficoltà nel processo redistributivo, funzionale a garantire il pieno funzionamento dello stato sociale, a fronte dei grandi temi del presente: la globalizzazione, la finanziarizzazzione, l’immigrazione. Resta il fatto che è l’insieme delle forze socialdemocratiche a porsi questi legittimi, opportuni interrogativi. Si ha invece l’impressione che il Pd prenda le distanze da questo mondo e voglia ragionare da solo, quasi a suggerirsi agli altri come modello. Questo per due ordini di motivi. Il primo riguarda la sua identità che deve rimanere anomala. Come anomala era la sinistra italiana del fattore K, così è tuttora la sinistra italiana del fattore D. Si può passare da comunisti a democratici senza diventare socialisti o socialdemocratici perché é più semplice giustificare la storia, perché é assai meglio dimostrare che nel conflitto a sinistra nessuno ha vinto. Men che meno gli avversari di sempre, appunto i socialisti democratici. Ma c’é un secondo motivo. Oggi il Pd rischia di perdere la bussola del socialismo democratico e liberale e di avventurarsi in un deserto dove la democrazia degli elettori può diventare un optional e la giustizia sociale un benefit per pochi. Per questo il gioco allo scavalco di un partito ancora diviso tra rottamatori senza identità e post comunisti è lo sport preferito. Per questi due motivi l’accusa di socialdemocratico che prima era un atto di condanna per eresia di destra, adesso è divenuta una pena da comminare per eresia di sinistra. I democratici preferiscono guardare veltronianamente all’America, anche se adesso c’é Trump. Il modello socialdemocratico é fallito, pensano. Dunque meglio puntare su Marchionne e Farinetti.

Attualità o superamento della socialdemocrazia
Il modello socialdemocratico deve essere rivisto, attraverso un’idea più di società solidale che di stato sociale. Eppure viviamo in un mondo in cui si allargano le forbici tra povertà e ricchezza, in cui il potere della finanza è incontrollato, in cui la democrazia é spesso solo formalmente riconosciuta e in cui la rivoluzione tecnologica impone una forte tensione all’educazione e alla conoscenza. Un mondo nuovo, non c’è dubbio, dove le etichette del passato vanno sempre più strette anche se forse mai come oggi una moderna e aggiornata identità socialista e democratica appare attuale, pregnante, urgente. Non si capisce perché l’accusa di socialdemocratico sia infatti l’unica che tiene. Sarà mica perché, almeno in Italia, qualcuno ne ha paura?

Mauro Del Bue

Il compagno Nino Buttitta

Con Nino ci incontravamo la sera al Bar del Viale in via Libertà, la Via Veneto dei socialisti palermitani negli anni sessanta e settanta. Il Bar del Viale, era il caffè vetrina della Palermo bene e si trovava a pochi metri dalla sede della Federazione del Partito.

La sera un gruppo di compagni prendeva posto attorno ad uno dei tavolini del bar, magari per consumare solo un caffè. Io preferivo, sia d’estate che d’inverno, il ‘pezzo’ di gelato al “giardinetto” (limone, fragola e canditi). Al Bar del Viale la politica diventava gossip e pettegolezzi, discorsi da caffè per dirla in breve. Per me era un modo per conoscere meglio e dal vivo l’animo dei compagni al di là degli schieramenti correntizi.

Con Nino, anche lui frequentatore del ‘Viale’, fraternizzammo subito. Per Lui era un’occasione per esternare la sua ironia, l’essere, prima di un docente universitario, il compagno di strada che è sempre stato. Io riconoscevo in lui lo spessore culturale, la sua disponibilità al dialogo. Lui, ritengo, intravedeva una persona con la quale poter dialogare e una voglia matta di apprendere e di mettersi in gioco. La sera, alla fine delle conversazioni politiche e non con i compagni, su per giù sempre le stesse, era già scontato che sarei stato io, e con grande piacere, ad accompagnarlo a casa. Nino non aveva mai guidato la macchina. Nel breve tragitto verso casa sua, a quei tempi avevo una cinquecento, cominciammo a conoscerci meglio. A conoscere i miei progetti, a parlare dei miei studi. Fu così che Nino mi seguì quel pomeriggio di fine agosto del millenovecentosessantotto a Piazza Politeama, per una Manifestazione che avevo organizzato contro l’invasione sovietica a Praga. Qualche mese prima ero stato il fondatore del Movimento Cecoslovacchia 68. Arrivati davanti al Palchetto della musica di Piazza Castelnuovo, invece dei compagni incazzati verso l’Unione Sovietica, trovammo una squadraccia di fascisti con gagliardetti e cartelloni contro il comunismo. Ci guardammo in faccia e dopo un minuto comunicammo al dirigente di servizio della Questura che per noi la manifestazione era chiusa.

Il sessantotto fu, anche, l’anno del Congresso del PSI – PSDI Unificati. Io, allora, ero affascinato dalle tesi del compagno Antonio Giolitti, autore del saggio “Un socialismo possibile”, edito da Einaudi. Il Partito al Congresso si presentò diviso in cinque mozioni: Riscossa e Unità Socialista di Francesco De Martino, Rinnovamento Socialista di Mario Tanassi, Autonomia Socialista di Mauro Ferri, Impegno Socialista di Antonio Giolitti, Sinistra Socialista di Riccardo Lombardi. Lo scontro tra ex PSI e ex PSDI era molto sentito. La corrente di Giolitti a Palermo aveva pochissimi sostenitori. Io mi facevo tre quattro congressi al giorno nella speranza di racimolare qualche voto per avere un minimo di rappresentanza nel Comitato Direttivo della Federazione. Si usava qualsiasi mezzo, lecito e meno lecito. Qualche giorno prima del Congresso della sezione di Bagheria Nino mi propose di fare il guastatore contro le correnti di Rinnovamento e di Autonomia. Lui era con Riscossa e Unità socialista che faceva capo in Sicilia a Lauricella e a Saladino a Palermo. In cambio mi promise 15 voti, utili per avere una delega per il Congresso Provinciale. Andai a Bagheria, parlai a più non posso per stancare i compagni da stuzzicare. Al momento delle votazioni la corrente di Impegno socialista non prese neanche un voto. Alla mia protesta (“ma comu finiu!?”) mi rispose che, accidenti, “chiddi ch’avianu a  vutari pi tia un venneru!”

Fu invece una sera mentre guidavo verso casa sua che mi disse: “Perché domani non vieni a trovarmi in Istituto?”. Convinto e non convinto, essendo la Facoltà di Lettere e Filosofia una mia seconda patria, dopo Economia, l’indomani mattina mi presentai all’Istituto di Etnologia. C’erano un gruppo di suoi collaboratori e qualche allievo che il Professore seguiva per la tesi.  Quando rimanemmo soli prese uno dei cinque dattiloscritti che aveva sulla sua scrivania, consegnati quella mattina stessa dai laureandi, me lo porse e mi disse “portatelo a casa leggitelo e domani, quando mi verrai a prendere a casa alle otto di mattina, mi dirai cosa ne pensi.” Non mi diede il tempo di controreplicare, sia per l’affidamento inaspettato che per l’insolito appuntamento per l’indomani. L’idea però mi piacque. Avevo già avuto esperienze di collaborazione con l’Istituto di Sociologia di Roma, quella diretta dal professore Franco Ferrarotti, ero borsista al Ceses, il  Centro studi milanese diretto da Renato Mieli, avevo un ottimo rapporto con il mio maestro a Economia il professore di Geografia economica Bonasera. Decisi di provare. L’indomani mattina alle 8 in punto ero sotto casa sua. Da quel giorno e per circa tre anni, estate, inverno, festivi inclusi io e Nino fummo inseparabili.

La mattina andavamo in Facoltà, a volte, lasciavamo a scuola Ninuzzu e Emanuelino, i suoi figli. Dopo qualche mese cambiai macchina, più capiente e più potente. Il pomeriggio, dopo aver pranzato in trattoria, o consumato un panino con la milza o con le panelle al Papireto o alla Vucciria, andavamo in giro per le varie attività collaterali del Professore. La Libreria Flaccovio, la casa di Antonio Pasqualino, il Museo Pitrè, l’inaugurazione di una mostra o la presentazione di un libro. Io rivedevo le tesi dei laureandi, quelli di routine, “basta correggere gli errori di grammatica e di sintassi”, mi ripeteva Nino. Durante le sessioni d’esami stavo seduto accanto a lui a scrivere i verbali, a scrivere i voti nei libretti. Intanto apprendevo, apprendevo. Ogni suo ragionamento era, per me, un insegnamento. Gli feci scoprire anche una osteria con cucina, vicino al Capo, che io frequentavo con i miei amici. Un’osteria casalinga e alla buona, ma che per Nino fu una scoperta.  Questa Osteria nel giro di pochi mesi diventò un’attrazione per amici e conoscenti. Fu la fortuna delle tre sorelle che la gestivano.  Quando affittai, era il sogno di tutti i giovani di quel tempo, uno scantinato per motivi di studio e per altre attività ricreative, Nino lo volle personalizzare e, da ‘possibile garçonniere’, diventò il suo studio, il nostro studio. I pomeriggi studiavamo, leggevamo, ricevevamo. Venne arredato con mobili antichi, cassapanche acquistate al Mercato delle Pulci. Sì il Mercato delle Pulci, quasi giornalmente, dopo il lavoro in Facoltà, una puntatina allo storico Mercato dell’antico e dell’usato non poteva mancare. Al Mercato delle pulci il ‘professore’ era conosciuto da tutti i rigattieri e dai restauratori. Con loro si intratteneva, scherzava, ‘pattiava’ merce e prezzi. Io, con la sua consulenza, comprai un vecchio grammofono e dei lumi liberty. Lui cercava sponde di carretto, cassapanche, vasi e piatti di ceramica.

Una volta, presi dall’entusiasmo, ci fermammo a mangiare da Mimì al Papireto. Panino con le panelle e altre fritture. Fu al momento di pagare il conto che Nino si ricordò che era il compleanno di sua moglie e che eravamo attesi, io ero considerato ormai di famiglia, sulla spiaggia di Mondello per un bagno e poi andare a pranzo insieme da Totuccio. Naturalmente non confessammo che avevamo già pranzato e io, in piena digestione, mi tuffai a mare a conferma che eravamo digiuni. Per fortuna andò tutto bene e io pranzai, ancora una volta, con appettito.

Ricordo con grande piacere e commozione le domeniche passate nella villa dell’Aspra a casa di Ignazio. La domenica spesso andavamo a trovare suo padre nella villa di Aspra. Erano Domeniche meravigliose che ricorderò sempre. Ignazio e Nino si stuzzicavano e facevano finta di litigare. A Ignazio piaceva mangiare il peperoncino intero per poi urlare per il bruciore di gola. Partecipare ad un pranzo con Ignazio e Nino Buttitta era un privilegio al quale ho avuto il piacere di partecipare. Nino era alla sua ascesa verso i traguardi che sarebbero giunti dopo. Mi parlava della sua grande amicizia con Umberto Eco, dei primi approcci allo strutturalismo. Così ebbi modo di conoscere gli scritti  e il pensiero di Ferdinand de Saussure, Claude Lévi-Strauss, Roland Barthes, Algirdas Julien Greimas,  Lucio Lombardi Satriani. Io mi ostinavo a coniugare e confrontare lo strutturalismo con i canti del movimento operaio e della Resistenza. Era affascinato dalle ricerche dell’Istituto De Martino. La mia grande amicizia con Nino creò anche gelosie e invidie tra chi avrebbe voluto stare al mio posto. Ma non lo sapevo, lo scoprii dopo, anche perchè in quella collaborazione c’era una grande affinità di carattere, più dei miei interessi accademici.

Poi i miei interessi cominciarono a differenziarsi dalla routine della Facoltà di Lettere. Cominciai ad occuparmi di altro. Tanto quando avevo bisogno di lui sapevo che c’era, ed infatti c’era.

In queste righe ho voluto rappresentare un Nino Buttitta al di fuori degli schemi e dell’immagine ufficiale che si è conquistato negli anni.

Del resto tutti, amici e non amici, hanno rilasciato dichiarazioni e interviste per ricordare le doti di intellettuale, studioso, politico , grande siciliano. Alcuni, chiaramente non amici,  hanno usato la commemorazione, come ci ha ricordato, indignata, Elsa la sua infinita compagna di vita e di impegno culturale ed accademico, per autopromuoversi, per dire che erano stati amici. E magari non sapevano quanti figli avesse Nino.

Il compagno Nino Buttitta diventò prima il Segretario della Federazione di Palermo e poi del Comitato Regionale del Partito. Un incarico che accettò per passione civile, come impegno politico, come spirito di servizio verso il suo Partito, il Partito Socialista Italiano. Diventare prima Consigliere Comunale e poi Deputato Nazionale fu un atto dovuto e voluto da Bettino Craxi, che vedeva il lui l’uomo nuovo per il rilancio del Partito in Sicilia.

Ci vedevamo poco, ma sapevamo che c’eravamo e che ognuno poteva contare sull’altro. Una volta ci siamo visti e parlati al funerale del compagno Gaspare Butera. Mi disse “sai Marcello con la testa ragiono benissimo è il fisico che non m’accompagna più.” Una volta a Villa Niscemi, in occasione della presentazione di un libro di poesia di una mia cara amica, fu tanto contento di vedermi che si sedette accanto a me e, alla fine, accettò il mio passaggio verso casa sua. Si offrì di dare una mano a Roberto per risolvere alcuni problemi all’Università. “Affidalo e me mi disse”. Ma anche Roberto aveva fatto scelte diverse.

Nino mi voleva un mondo di bene, anche se forse non aveva condiviso alcune mie posizioni e alcune mie scelte. Ma non le discusse mai.

Marcello Sajeva

Buttitta, traccia indelebile di devozione alla libertà della ricerca

Partecipo commosso al rimpianto dei famigliari e di tutti coloro che hanno conosciuto stimato amato Nino Buttitta e dei tanti che hanno potuto apprezzare la sua opera di grande accademico e di esemplare dirigente socialista. Amico sincero e forte, Nino era tanto amabile nella convivialità quanto impetuoso nelle battaglie politiche del popolo siciliano.

L’ho avuto vicino in anni belli, difficili e indimenticabili e in ogni frangente ho potuto sperimentarne l’intelligenza e la probità. Letterato raffinato e antropologo innovatore Buttita è stato un intellettuale siciliano impegnato e senza complessi, un ricercatore ed un esploratore insaziabile delle nuove frontiere dischiuse dalle scienze sociali, un creativo animatore della fitta rete di relazioni culturali europee e internazionali che hanno illustrato Palermo e la sua università. Con la sua vita e la sua opera Nino Buttitta lascia un ricordo luminoso d’integrale umanesimo e una traccia indelebile di devozione alla libertà della ricerca.

Claudio Martelli

La scissione di Palazzo Barberini (terza e ultima parte)

Giuseppe_SaragatAlberto Simonini era un tipo tosto. Il deputato reggiano, già discepolo di Camillo Prampolini, sapeva che la scissione era un pericolo reale. Anzi, sapeva che la scissione era praticamente già decisa. Non dai suoi amici di “Critica sociale”, cioè dai vecchi riformisti D’Aragona, Mondolfo, Modigliani, Faravelli e dagli altri ex aderenti al Psu di Turati, ma da Saragat e dai giovani di “Iniziativa socialista”. Saragat s’era convinto della necessità della scissione già subito dopo le elezioni del novembre del 1946. Ricorda a tale proposito Mario Zagari, allora leader di “Iniziativa socialista”: “Ad un certo punto dell’autunno del 1946 (Saragat) giunse alla conclusione che, data quella che era la situazione italiana, valutata anche in base ai riflessi del più generale quadro internazionale, un partito socialdemocratico sarebbe stato, almeno per qualche decennio, una componente indispensabile del gioco politico” (1).

Ignazio Silone fa risalire la scelta di Saragat addirittura all’estate o forse alla primavera precedente (ma la vittoria socialista alla Costituente non avrebbe certo giustificato tale predisposizione). E precisa: “Al tentativo di Nenni e Basso di organizzare la loro corrente per conquistare quella maggioranza che a Firenze non erano riusciti ad ottenere, Saragat non oppose alcuna reazione. Il suo scopo preciso è infatti ormai quello di crearsi un partito tutto suo, che sia strumento docile per ogni manovra politica. Per questo, invece di prendere tempestivamente contatto con gli altri esponenti non della sinistra, con Pertini, con Romita, con me, o perfino con alcuni degli uomini più rappresentativi di “Critica sociale”, cerca l’accordo solo con alcuni dei giovani di “Iniziativa socialista”, anch’essi decisi a fare la scissione a tutti i costi” (2).

Naturalmente alla scissione guardavano con interesse sia i democristiani sia i comunisti, anche se con opposti, ma convergenti, obiettivi. De Gasperi, prima della partenza per l’America, aveva sollecitato Saragat “ad andare avanti sulla strada che aveva imboccata” (3), proprio per potere collaborare con un partito socialista autonomo dai comunisti nel momento in cui prendeva forma il suo progetto di espulsione dei comunisti dal governo. Togliatti, preoccupato per il risultato del 2 giugno, non poteva che favorire la divisione del Psiup, un partito che si era dimostrato in grado di limitare l’avanzata comunista. E per di più tendeva ad inserirsi con ogni mezzo nello scontro in atto nel partito socialista ai fini di favorire la tendenza che era in grado di garantire un rapporto di subordinazione nei confronti del Pci. Ma anche all’interno del Psiup c’era chi guardava con favore all’ipotesi della scissione. Lelio Basso, che aveva costruito una ferrea organizzazione interna, si dimostrò ostile a qualsiasi compromesso che oltretutto avrebbe comportato la sua rinuncia alla segreteria del partito, non potendo sopportare “che, dopo il successo ottenuto mobilitando la base socialista, la vittoria (…) venisse sottratta all’ultimo momento” (4).

Nenni, dal canto suo, assunse un atteggiamento di assoluta indifferenza rispetto al pericolo della scissione che continuava a ritenere probabile solo come “un distacco di rami secchi dalla pianta sana del socialismo” (5). Intanto, poco dopo Natale, giungeva a Roma un altro dei protagonisti del congresso e leader di “Iniziativa socialista”, e cioè Matteo Matteotti, figlio del grande martire. Recatosi da Saragat negli uffici dell’Assemblea costituente, egli si dichiarò ormai convinto che la scissione era inevitabile. Un tale giudizio venne subito condiviso da Saragat, il quale gli propose di scrivere una sorta di memoriale di denuncia per l’invalidazione del congresso, quasi a ricordare quello tragico del padre nei confronti delle elezioni del 1924. Matteotti si mise al lavoro e stese la relazione che avrebbe dovuto essere consegnata all’inizio del congresso.

Era evidente che con queste premesse più che una difficile pacificazione si sarebbe consumata la definitiva rottura. Eppure Simonini, quando si reca a Roma, è convinto ancora di potere combinare qualcosa. Quando il congresso del Psiup inizia alla città universitaria, la scissione era anche fisicamente già stata consumata. La maggioranza di “Iniziativa socialista” e la minoranza di “Critica sociale” erano già a Palazzo Barberini. Eppure tentativi furono messi in atto fino all’ultimo. E quello più significativo fu proprio promosso da Simonini. Simonini, appena arrivato a Roma, decise di prendere un’iniziativa per tentare in extremis di salvare l’unità del partito o almeno di arrivare a una soluzione che permettesse a molti degli esponenti della sua corrente (naturalmente lui compreso) di rimanere, depotenziando così la scissione di Saragat e della maggioranza  di “Iniziativa socialista”. Il leader reggiano non era solo. Anche Antonio Greppi, sindaco di Milano, gli stessi Mondolfo e D’Aragona, avevano appoggiato il suo tentativo.

Non appena giunto a Roma Simonini scrive subito a Pertini . “Caro Sandro, in ordine al noto problema io penso che molto difficile sia evitare la scissione. Mia opinione, strettamente personale, è che un tentativo si potrebbe fare in questo senso: fare approvare al congresso il rinvio a maggio o giugno, affidare il partito ad un comitato (che chiamerò di salute pubblica), accuratamente scelto; il nuovo congresso si tenga in una città dell’Alta Italia, il tesseramento sia fatto a cura dei comitati provinciali nominati con lo stesso criterio con cui si nominerà la direzione. Queste  a grandi linee le mie idee. Penso che sia l’unica via ancora aperta che ci possa permettere di ripartire da Roma con un partito unito” (6). Dal canto suo Pertini ricorda che Simonini, “che per quattro o cinque giorni è al centro di tutti gli incontri diretti ad arrestare il processo della scissione” (7), lo andò a trovare alla direzione dell’Avanti il 6 o il 7 gennaio. Simonini confidò a Pertini la sua disponibilità e quella di molti suoi compagni di corrente a restare nel partito, senza poter evitare del tutto la scissione (Saragat gli aveva confidato che se il suo tentativo di scissione fosse fallito si sarebbe ritirato dalla vita politica magari emigrando in Sud America).

L’unica cosa che Simonini, a nome dei suoi, chiedeva era che la segreteria non fosse affidata a Basso. L’ideale, per Simonini, era che il nuovo segretario fosse proprio lui, Pertini, che però non poteva assecondare l’iniziativa di Simonini se fosse stato sospettato di farlo “pro domo” sua. Pertini gli fece allora il nome di Morandi. Simonini volle a quel punto consultare i suoi, poi ritornò da Pertini alle 2 di notte, col loro consenso a patto che Pertini conservasse la direzione dell’Avanti. Pertini, allora, di prima mattina, si recò da Morandi al ministero dell’Industria e, dopo aver ricevuto il suo consenso, scrisse subito un biglietto a Nenni, invitandolo a presentare un documento firmato da loro due, con la proposta di Morandi segretario e l’invito all’unità del partito. Nenni si comportò in modo formalmente ineccepibile sottoponendo la proposta ai delegati della corrente maggioritaria, ma non cercò di forzare la situazione, com’era suo costume fare, e come aveva sempre fatto quando la proposta era da lui pienamente condivisa: così il tentativo svanì e Basso ebbe buon gioco ad obiettare che “non si poteva scavalcare all’ultimo momento il mandato della base” (8). Col sopravvento di Basso, assecondato da Nenni, svanì anche il tentativo di Simonini.

La scissione era cosa fatta e anche i vecchi di “Critica sociale”, compreso Simonini, si preparavano a condividerla. Matteo Matteotti lesse il memoriale per l’invalidazione del congresso documentando le irregolarità: a) l’assenteismo ai congressi di sezione e di federazione, l’irregolarità nel tesseramento e nelle votazioni b) le irregolarità e gli arbitri di procedura nei congressi di sezione e di federazione c) sistemi antidemocratici, interventi di forze esterne, coazioni fisiche e morali (9). Si trattava di una denuncia analitica e molto grave. Difficile in quel contesto pensare a un regolamento di conti “democratico”. Difficile però anche ritenere che senza quelle irregolarità denunciate il risultato congressuale sarebbe stato sostanzialmente diverso. Secondo Matteotti “manca ormai nel seno del partito socialista quella atmosfera democratica che rende possibile un’aperta espressione della volontà dei militanti (…), è stato spezzato quel patto di solidarietà e di libertà che è presupposto di ogni consorzio civile” (10).

Pertini non si rassegnò e decise di gettarsi a capofitto, com’era nella sua indole, nella baraonda congressuale recandosi personalmente a Palazzo Barberini per un disperato estremo tentativo. Quando arrivò venne accolto da un grido di vittoria, “Sandro, Sandro”, coi delegati scissionisti tutti in piedi, convinti che anche Pertini si fosse unito a loro. Ma quando egli volle manifestare il suo proposito unitario, Saragat gli rispose ringraziandolo, ma dichiarando che ormai la scissione era stata consumata. Simonini, invece, aveva parlato alla Città universitaria invitando i seguaci di Nenni e Basso a non rompere i ponti, a “non spezzare le possibilità, se ve ne sono ancora, e lo dico io”, proseguì, “che ho l’onestà di dirvi che spiritualmente sono alla sala Borromini anche se fisicamente sono qui” (11). Saragat volle parlare alla Città universitaria e svolse una dura requisitoria contro Nenni e poi con un gruppo di delegati se n’andò raggiungendo gli altri a Palazzo Barberini e annunciando la costituzione del nuovo partito: il Psli (Partito socialista dei lavoratori italiani) dopo che, su proposta di Olindo Vernocchi, il Psiup tornò a chiamarsi Psi per il timore che gli scissionisti si impadronissero del vecchio nome del partito.

Il Psi elesse Lelio Basso segretario e Pietro Nenni direttore dell’Avanti, mentre il Psli si diede una segreteria collegiale, nella quale entrò anche Simonini, in attesa di incoronare Giuseppe Saragat, che intanto si dimise, con un atto di elevato valore simbolico, dalla presidenza della Costituente. All’alba del nuovo anno il socialismo italiano si trovò, così, diviso in due partiti, come nel 1922, quando i massimalisti del Psi vollero espellere i riformisti del Psu. Allora la divisione non avvenne a causa di una consapevole scissione, ma per un provvedimento disciplinare imposto da Mosca. Ora, invece, una parte del partito aveva deliberatamente deciso di andarsene e l’altra parte non aveva fatto nulla per evitarlo. Anzi, Nenni, nelle sue conclusioni, volle affermare che la scissione non era da collegare a quelle deleterie del 1921 (scissione dei comunisti) e del 1922 (espulsione dei riformisti), ma a quelle del 1892 (divisione dagli anarchici), del 1908 (separazione dei sindacalisti rivoluzionari), del 1912 (espulsione di Bissolati e degli altri riformisti di destra, proprio da parte di Mussolini).

In sostanza la scissione di Saragat era “non una sconfitta, ma una vittoria del socialismo” (12). Eppure dal vecchio partito si staccò una parte consistente del gruppo parlamentare (e questo poteva far supporre che la vera analogia fosse proprio quella con la costituzione del Psu turatiano nel 1922), e cioè 52 deputati su 115 (il 45%), e sette componenti della vecchia Direzione su 15 eletti a Firenze. Il dato degli iscritti è invece meno confortante per gli scissionisti. Basandoci su quelli finali del congresso della Città universitaria si può registrare che su 923mila voti rappresentati al congresso 237mila non parteciparono alla votazione finale (il 25%). Questi delegati non avevano però ricevuto generalmente alcun mandato sulla scissione ed è da presumere dunque che l’incidenza alla base fosse anche minore. L’anno successivo il Psli denunciò 200mila iscritti, ma il Psi avrebbe, secondo i dati ufficiali, addirittura aumentato i suoi. Parliamo di iscritti, non certo di voti che, col Fronte popolare del 18 aprile dell’anno seguente, andranno dispersi a tutto vantaggio della rappresentanza comunista.

L’esito della separazione socialista dal punto di vista elettorale sarà deleterio e i comunisti diverranno il primo partito della sinistra rimanendo al comando fino alla fine del Pci. La scissione, che pure fu pienamente giustificata sul piano politico per l’evidente e imbarazzante subalternità della maggioranza dei socialisti al comunismo e ai comunisti, tuttavia determinò una situazione sfavorevole per entrambi i partiti. Il Psi finirà per essere assorbito, anche a causa della mancanza di forze autonomistiche al suo interno in grado di condizionarne le scelte, dalla nuova politica frontista e poi da un filo comunismo oltranzista dal quale inizierà a liberarsi solo a partire dal 1956, il Psli (che nel 1952 diverrà Psdi con l’ingresso di Romita e del suo Psu) dovrà presto rinnegare una delle sue componenti originarie, quella dell’opposizione governativa, e finirà per divenire una componente di un governo moderato negli anni della guerra fredda.

Il partito socialdemocratico sarà certamente utile, anzi in taluni frangenti anche determinante, per assicurare all’Italia una democrazia più matura e per sventare i pericoli quarantotteschi, ma non riuscirà mai a sfondare e a divenire una forza paragonabile a quella delle socialdemocrazie europee. In generale la divisione del partito, determinata dal filocomunismo del gruppo dirigente del Psiup, partorì una sfiducia nell’elettorato che il 2 giugno aveva premiato i socialisti e non i comunisti, e finirà per essere utile proprio a questi ultimi perché funzionale a costruire, e poi a mantenere, la loro egemonia sulla sinistra italiana.

Note

1)      A. Gambino, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Bari 1975, p. 285.

2)      Ibidem.

3)      Ibidem.

4)      Ibidem.

5)      La frase di Nenni pronunciata il giorno di Natale del 1946 davanti alle sezioni socialiste di Monterotondo è la seguente: “Se ci sono nel partiti rami secchi, questi cadranno, se ci sono delle foglie morte il vento di gennaio se le porterà via”. In A. Gambino, Storia del dopoguerra…, cit, p. 285.

6)      G. Averardi, I socialisti democratici da Palazzo Barberini alla Costituente socialista, Roma 1971, p. 39.

7)      A. Gambino, Storia del dopoguerra…, cit, p. 288.

8)       Ibidem, p. 289.

9)      Il memoriale di denuncia di Matteotti è interamente pubblicato su G. Averardi, I socialisti democratici…, cit, p. 39.

10)   Ibidem.

11)   A. Simonini, Non spezzare completamente i ponti, in Avanti, 11 gennaio 1947.

12)    Una sola scissione sarebbe fatale, quella nelle officine e nei campi, in Avanti, 14 gennaio 1947.

Prima parte

Seconda parte

Carlo Rosselli: elogio di un eretico socialista liberale

carlo_rosselliVenerdì 13 gennaio 2017 alle 17 presso la biblioteca della Fondazione Museo storico del Trentino in via Torre d’Augusto a Trento verrà presentato il libro “Carlo e Nello Rosselli, testimoni di Giustizia e Libertà” curato dall’on. Valdo Spini. L’appuntamento mi spinge a proporre una riflessione sull’opera più nota di Carlo Rosselli “Socialismo liberale”, provando a rendere effettivamente un po’ di “giustizia” ad un filone di pensiero bistrattato nel passato e ignorato nel presente, benché rappresenti quanto di più genuino e ancora vitale sia stato prodotto per una sinistra democratica di marca europea.

Mentre i giovani comunisti italiani della mia generazione crescevano alla lettura di breviari che consideravano i socialisti riformisti alla stregua di agenti dei “piani imperialisti della borghesia”, pronti a “corrompere l’energia rivoluzionaria del movimento operaio” (cfr. “Almanacco comunista” del 1971), veniva pubblicato per la prima volta in versione originale il saggio di Carlo Rosselli “Socialismo liberale” (Einaudi, 1973). Scritto nel 1928-29 al confino di Lipari dove l’autore era relegato dal regime fascista, ne era stata data una versione incompleta e riscritta con una edizione francese del 1930, seguita da una introvabile ristampa italiana a cura di Aldo Garosci nel 1945. Solo nel 1973, dunque, gli Italiani poterono accedere al testo completo dell’opera rosselliana. Perché così tardi? Probabilmente per l’ostilità della intelligencija cosiddetta “progressista”, memore delle ferali parole con cui Palmiro Togliatti aveva stroncato l’edizione francese definendola un “magro libello antisocialista, e niente più”, accomunandolo grevemente a “una gran parte della letteratura politica fascista”!

Peraltro anche tra i socialisti italiani di matrice marxista, le idee di Rosselli all’inizio non trovarono asilo felice. Fu solo nella nuova stagione del socialismo riformista e autonomista inaugurata tra gli anni ’70 e ’80 – su cui si è poi tentato di gettare una ingiusta e generalizzata damnatio memoriae – che Rosselli assume una posizione centrale, tanto che le pubblicazioni per il 90° di fondazione del Psi nel 1982 assegnano a quest’uomo di pensiero e d’azione il ruolo di padre fondatore.

Intanto chi è Rosselli? Così egli stesso risponde: “Sono un socialista. Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolar nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista che non si liquida né con la critica dei vecchi programmi, né col ricordo della sconfitta, né col richiamo alle responsabilità del passato, né con le polemiche sulla guerra combattuta. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina…”.

Cosa ha capito di tanto straordinario per essere messo in sordina dai dogmatici? Egli ha capito che è il liberalismo e non il marxismo che offre maggiori garanzie per il raggiungimento degli ideali socialisti. E’ solo attraverso il metodo liberale – cioè nel rispetto delle idee degli altri – che può procedere l’azione socialista. Egli scriverà efficacemente nell’appendice ‘I miei conti col marxismo’: “La libertà, presupposto della vita morale così del singolo come della collettività, è il più efficace mezzo e l’ultimo fine del socialismo”.

Si capirà che presso gli ambienti italiani di derivazione “terzinternazionalista” affermare che “tra socialismo e marxismo non v’è parentela necessaria” e che anzi “la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista”, diventava una bestemmia inaccettabile, come lo era anche semplicemente il mite proposito laico di evitare alla sinistra almeno l’imposizione di “una unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale”.

Agli albori degli anni Duemila, si è visto come questo eretico socialista liberale abbia avuto ragione sulle miserie intellettuali e pratiche dei sacerdoti dell’ortodossia. Egli in Italia resta uno dei pochi anticipatori delle verità che via via il XX secolo acquisirà tardivamente come tali solo dinanzi alle immani sventure totalitarie subite.

Rosselli è il nostro Eduard Bernstein, l’indomito socialdemocratico berlinese (1850 – 1932) che si batté per far capire che “non esiste idea liberale che non appartenga anche al contenuto ideale del socialismo”. Ribadendo che l’ordinamento liberal-democratico non è l’inerte involucro del potere capitalista ma ha una potenzialità universale in cui tutti possono muoversi per far valere le proprie ragioni, per progredire, per riequilibrare il potere degli altri, Bernstein intuisce la necessità della dissociazione tra marxismo e socialismo. E’ il primo dei revisionisti, ed anche il più denigrato. Lascia, a differenza dei suoi detrattori, un insegnamento ed un messaggio di straordinaria modernità.

Rosselli troverà in Karl Popper – alfiere della “società aperta” contro le “false profezie” del marxismo – l’ideale interlocutore che proseguirà nell’opera di “mostrare che il ruolo del pensiero è quello di realizzare delle rivoluzioni per mezzo di dibattiti critici, piuttosto che per mezzo della violenza e della guerra”.

Rosselli è l’antesignano di John E. Roemer, il pensatore americano che nel 1994 ha pubblicato “A future for Socialism”. Questo autore è un “socialista orwelliano”, in nome di chi, sostenendo un ideale di socialismo anti-autoritario (cfr. George Orwell, “La fattoria degli animali” e “1984”), di quello totalitario ha saputo denunciare tutti i pericoli. E viene a proporre “un socialismo dal forte sapore liberale, basato sulle ragioni del fallimento delle economie statalizzate, che è bene siano fallite perché con esse sono falliti dei regimi tirannici”. Con Roemer prosegue sul piano ideale verso il XXI secolo l’opera di Rosselli, per un socialismo che ponga sull’educazione e sulla formazione intellettuale e professionale, le basi per allargare ai “segmenti sociali più svantaggiati” le opportunità di accesso alla vita civile ed al lavoro.

Istanze liberali e socialiste di giustizia e libertà si fondono ancora in questi pensatori, i quali si ostinano a “non ritenere disparati e inconciliabili l’ideale della libertà politica e quello della giustizia sociale”. Per questi valori Rosselli visse e morì. Dopo la guerra di Spagna – combattuta insieme all’amico e compagno Pietro Nenni, col quale aveva fondato nel 1926 la rivista “Quarto Stato” – Carlo Rosselli cadde in terra di Francia nel 1937, assassinato dai sicari lì inviati dal regime fascista. Fu ucciso una seconda volta dalla propaganda d’opposto segno, ma di pari settarismo. Oggi continua a rinascere e vivere nelle menti e nei cuori di chi coltiva un’idea liberale di progresso e civiltà.

Nicola Zoller