Giovanni Lerda, “educatore e propulsore di folle”

gevoltri02Nacque a Fenestrelle, in quel di Pinerolo, il 29 settembre 1853. A tredici anni, essendo rimasto orfano di padre, fu costretto a lasciare la scuola e a cercare lavoro. Venne assunto quale commesso in una libreria di Torino, poi quale impiegato nella Casa Editrice Bocca, dove si fece apprezzare sempre più e alla fine divenne direttore. L’ambiente torinese, come sempre ricco di cultura e fortemente stimolatore, lo fece avvicinare ai molti studiosi, scienziati, ecc. che ruotavano attorno alle Case Editrici, all’Università, ecc..
Attratto fortemente dalla scuola del Lombroso, ne approfondì il pensiero con particolare riferimento al noto antropologo e collaborò a riviste specialistiche con scritti molto interessanti. Sul piano politico egli si avvicinò al movimento operaio e socialista, che a Torino aveva già uno dei centri più vivaci, e alla Massoneria, e collaborò ad alcuni fogli di orientamento anarchico e socialista. Nel 1891 era con P. Schiaparelli tra i promotori di “Ventesimo secolo”, un foglio molto vivace, portavoce della Lega democratico-sociale, da cui nacque la sezione del Partito dei lavoratori. Nel ’92 venne presentato alle elezioni per il rinnovo della Camera dei deputati, ma non ebbe successo. Nel 1893 si trasferì a Genova, dove gestì una libreria di sua proprietà senza però smettere l’attività politica. Nel 1893 presentò la propria candidatura alla Camera per il collegio di Voltri, ma ancora una volta senza fortuna, come senza fortuna furono le successive candidature. Nel 1894 fondò “Era nuova”, col quale continuò a propagandare il socialismo. Partecipando ai vari congressi regionali e nazionali del Partito socialista entrò in contatto con i maggiori rappresentanti del movimento dei lavoratori. Nel ‘96 entrò negli organismi dirigenti regionali del partito e due anni dopo nel Comitato nazionale. Ricercato dalla polizia per i fatti di Milano del 1898, costati per la reazione della polizia e dei militari decine di morti e di feriti oltre che numerosi arresti, dovette emigrare per qualche tempo in Svizzera. Il crescente impegno politico, la collaborazione ai maggiori organi di stampa, la partecipazione a forti polemiche con alcuni rappresentanti del revisionismo lo fecero stimare ancor di più nel mondo socialista e progressista internazionale. All’interno del Partito socialista difese con estremo calore l’intransigentismo collaborando a “Il Socialismo” di Enrico Ferri, col quale si contrappose a Filippo Turati e ai riformisti. Nel 1911, divenuto leader riconosciuto di un folto gruppo di intransigenti indipendenti, promosse la rivista “La Soffitta”, che diresse con Costantino Lazzari.
Fu nettamente contrario alla impresa di Libia e approvò l’espulsione dei bissolatiani, che si erano dichiarati favorevoli alla scelta colonialista di Giolitti. Quando nel congresso nazionale di Reggio Emilia venne decisa l’incompatibilità tra l’adesione alla Massoneria e l’adesione al partito, preferì allontanarsi dai socialisti ufficiali, e confermò le dimissioni anche dopo che i congressisti le avevano respinte. Pienamente inserito nella Massoneria, fece parte della Giunta esecutiva del Grande Oriente d’Italia. Quando però si cominciò a parlare di un possibile intervento dell’Italia nella guerra contro gli Imperi centrali, si schierò tra i neutralisti. Nelle prime elezioni politiche del dopoguerra fu candidato alla Camera per conto della Unione Socialisti Indipendenti. La crescente avversione al massimalismo allora prevalente nel PSI, così come alla “agitazione senza costrutto” che sempre più caratterizzava il “biennio rosso”, lo avvicinò ai riformisti, fino a spingerlo nel ‘22 ad aderire al PSU. Il montare della reazione fascista lo espose alla sorveglianza della polizia e alla persecuzione degli squadristi. Con l’imposizione della dittatura e lo scioglimento dei partiti di opposizione non ebbe più alcuna possibilità di azione, sicchè lasciò Roma per rientrare a Torino. Sempre più insofferente del clima di oppressione imposto dal fascismo, pensava di fuggire all’estero e, come si pensa, stava già facendo i preparativi quando il 16 maggio del ’27 si spense. Di lui in una epigrafe di monumento si dice” Educatore e propulsore di folle”.

Giuseppe Miccichè

Giacomo Brodolini: tutto per i lavoratori

Se Recanati è per i letterati il “natio borgo” di Giacomo Leopardi, per i politici è il paese natale di Giacomo Brodolini, uno dei socialisti più noti e dei più fedeli rappresentanti dei lavoratori. Brodolini vi nacque il 19 luglio del 1920. Completati nel 1939 gli studi secondari, potè solo iniziare la fase successiva degli studi nell‘Ateneo di Bologna perché chiamato alle armi. Quale militare, il suo impegno maggiore si ebbe nelle dure campagne di Grecia e di Albania, alle quali partecipò col grado di sottotenente di complemento.

Successivamente passò in Sardegna, dove conobbe alcuni antifascisti di chiaro orientamento liberal-socialista. Il passaggio a posizioni più nette fu rapido. Entrò infatti nel Partito d’Azione, formazione politica ufficialmente costituita nel  luglio del 1942, e al quale facevano inizialmente capo figure prestigiose della politica e della cultura come Emilio Lussu, Ferruccio Parri, Pasquale Schiano, Francesco De Martino, Adolfo Omodeo, Guido Calogero, Riccardo Lombardi. Il partito credeva fermamente nel legame indissolubile di Giustizia e Libertà e aveva un programma che prevedeva tra l’altro il decentramento amministrativo, la nazionalizzazione dei gruppi finanziari, la divisione della terra ai contadini uniti in cooperative, la federazione europea.

Gli Azionisti parteciparono alla lotta partigiana, e svolsero una intensa propaganda anche attraverso un loro foglio, “L’Italia libera”. Nel 1946 Brodolini conseguì la laurea in Lettere, discutendo una tesi su Gustavo Modena. Da tempo appassionato di storia del teatro e al tempo stesso interessato al legame di questo con le vicende del nostro Risorgimento, aveva scelto il notissimo attore e anche protagonista del nostro Risorgimento, che concepiva il teatro come strumento per risvegliare le menti e  “far pensare”. Nel giugno di quello stesso anno fu coi compagni di fede attivissimo nella campagna per il Referendum e la Costituente, che però fruttò al partito appena l’1,5 % e 7 seggi, a dimostrazione della sua scarsa penetrazione negli strati di elettorato popolare. Quando nel 1947 il Partito d’Azione si sciolse, egli assieme a Lombardi e altri della tendenza socialista aderì al PSI. Lavorò allora con passione nella CGIL: nel 1950  venne chiamato a reggere la segreteria della Federazione Lavoratori Edili e tosto fece parte del Comitato Direttivo della CGIL Nel 1953 venne eletto deputato alla Camera.

Due anni dopo, in riconoscimento della sue capacità e della sua conoscenza dei problemi del paese, raggiunse la carica di vice-segretario nazionale della grande organizzazione sindacale per la componente socialista. Lasciò poi l’attività nel sindacato per passare a quella politica nel partito, e nel ’64 entrò nella segreteria De Martino in qualità di vice- segretario, carica che gli venne confermata anche nel 1968 durante la fusione tra PSI e PSDI. In quello stesso anno venne eletto al Senato. Nominato Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale, promosse una serie di leggi che riguardavano il superamento delle gabbie salariali e la riforma del sistema previdenziale. In quel periodo si fece sostenitore appassionato dello Statuto dei lavoratori, al quale lavorò con grande passione assieme al noto giuslavorista Gino Giugni.

Vissuto tra i lavoratori, volle rimanere sempre al loro fianco: simboli di questo attaccamento furono la notte di capodanno del 1969, che volle trascorrere assieme ai lavoratori della fabbrica Apollon in lotta per difendere il proprio posto di lavoro, e la presenza commossa tra i lavoratori di Avola che avevano perduto due loro compagni, caduti sotto il fuoco della polizia. Colpito da una grave forma di tumore, impegnò le forze residue perché giungesse a compimento l’iter dello Statuto dei diritti dei Lavoratori, al quale poi rimase giustamente legato il suo nome. Il 24 giugno del ’69 presentò in Parlamento il disegno di legge, ma non ebbe la gioia di vederlo approvato.

L’11 luglio del ’70 si spense in una clinica di Zurigo. Il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, gli conferì la Medaglia d’Oro al Valor Civile, motivandola con parole che del efunto sintetizzavano le eccezionali qualità di politico, di parlamentare e di sindacalista: “Esempio altissimo di tenace impegno politico, dedicava, con instancabile ed appassionata opera, ogni energia al conseguimento di una più alta giustizia sociale, dando prima come sindacalista, successivamente come parlamentare e, infine, come ministro per il lavoro e la previdenza sociale, notevolissimo apporto alla soluzione di gravi e complessi problemi interessanti il mondo del lavoro. Colpito da inesorabile male e pur conscio della imminenza della sua fine, offriva prove di somma virtù civica, continuando a svolgere, sino all’ultimo, con ferma determinazione e con immutato fervore, le funzioni del suo incarico ministeriale, in una suprema riaffermazione degli ideali che avevano costantemente ispirato la sua azione”. Per questo il suo ricordo è sempre vivo e resterà incancellabile nel cuore dei socialisti e dei lavoratori.

Giuseppe Miccichè

Domenico Fioritto, organizzatore socialista in Capitanata

domenico fiorittoNacque il 3 agosto 1872 a Sannicandro Garganico in una famiglia che traeva una certa agiatezza da terre possedute nelle campagne circostanti. Superati i vari gradi di studi fino alla laurea in Legge, si diede all’avvocatura, ma rivelò un vivo interesse per la politica, nella quale si mosse inizialmente facendo parte di un gruppo animato da idee repubblicane. A partire dal 1894 si avvicinò al Partito socialista, che in Puglia, come in diverse altre regioni, cominciava a stendere la rete di piccole presenze, destinate a svilupparsi discretamente nei successivi anni. Nel 1897 fu tra i patrioti della Legione garibaldina che sull’esempio di Ricciotti Garibaldi, Amilcare Cipriani, Giuseppe De Felice Giuffrida e altri, in nome del diritto dei popoli alla libertà e all’indipendenza concorsero in Grecia alla lotta per sottrarre quella terra al dominio turco e renderla indipendente. Rientrato in Italia, si dedicò con maggiore energia all’organizzazione del movimento operaio e socialista in Capitanata, risvegliando le coscienze sopite per secoli di sottomissione e sfruttamento cui erano state assoggettate. All’alba del ‘900 era già tra i più noti organizzatori e dirigenti socialisti della regione e partecipava a congressi e convegni che aiutavano ad approfondire la piattaforma socialista. Nel 1902 fu tra gli organizzatori della Federazione dei contadini e della Camera dei lavoro provinciale. Come non pochi dei meridionali condivideva le posizioni di Enrico Ferri, sostenitore della intransigenza, e su questa posizione fece parte della direzione nazionale del partito. Preso di mira dagli agrari, che paventavano l’affermazione di idee e forze rinnovatrici, nel 1910 subì un attentato. Nel 1913 venne presentato nei collegi di Sannicandro Garganico e Foggia, ma raccolse un numero di voti insufficiente per l’elezione. Di lì a poco qualcuno lo accusò di appartenenza alla Massoneria, posizione che era stata dichiarata incompatibile per i socialisti. Egli allora, pur rigettando l’accusa, si allontanò dal partito. Per qualche anno rimase appartato. Durante la Grande Guerra tenne però con fermezza posizioni neutraliste. All’inizio del dopoguerra rientrò nel Partito, e venne eletto consigliere comunale e provinciale di Foggia, ma politicamente fu più attivo quando si trasferì a Roma. Nel partito si collocò tra i massimalisti, ma non condivise le posizioni dei comunisti e la scissione da cui nel gennaio del ’21 nacque il PCdI, e alla fine di quell’anno, tumultuoso come il precedente, riconosciuto tra i maggiori dirigenti nazionali del partito venne eletto segretario nazionale. Difese l’integrità organizzativa e politica del PSI respingendo con uguale forza le proposte di collaborazione con i partiti di borghesia democratica e di fusione con i comunisti, ma di fronte alla insistenza di alcuni massimalisti non ebbe la forza per resistere alle pressioni e rinunziò alla carica. Si ritirò quindi a vita privata e da allora per tutti gli anni della dittatura fascista visse facendo l’avvocato. La caduta del fascismo lo riportò tra i vecchi compagni, e con Eugenio Laricchiuta, Vito Maria Stampacchia e altri lavorò alla ricostituzione del partito. La fiducia e la stima di cui godeva furono allora determinanti nella sua elezione a presidente del Comitato di Liberazione di Foggia. Nel gennaio del 1944 era tra i delegati al congresso di Bari, dove condivise la richiesta di un governo al quale partecipassero i rappresentanti di tutte le formazioni politiche chiaramente democratiche. Venne poi nominato presidente della Amministrazione provinciale di Foggia, fece parte della Consulta nazionale, e il 2 giugno del ’46 venne eletto deputato all’Assemblea Costituente in rappresentanza della circoscrizione Bari-Foggia. Pur accusando stanchezza per il sommarsi degli anni, partecipò con interesse ed entusiasmo alle assise nazionali del partito, e venne eletto nel Consiglio comunale di Sannicandro Garganico, il piccolo comune dove aveva avuto i natali e dove si spense il 25 luglio del 1952.

Giuseppe Miccichè

Pietro Grammatico, tra socialismo e cooperativismo

Pietro_grammaticoNacque a Trapani l’11 luglio 1885 in una famiglia di contadini che dal lavoro dei campi aveva sempre tratto di che vivere. Trasferitasi questa a Paceco per motivi di lavoro, egli, piccolo ancora, li seguì, e nel nuovo ambiente compì gli studi primari. Dovendo poi passare alle scuole commerciali fu costretto a iscriversi in un istituto che aveva sede a Trapani. Nella vivace città marinara era stato attivo, negli anni 60 e 70 dell’800, un gruppo di Internazionalisti che facevano capo a Francesco Sceusa, Vincenzo Curatolo, Giovanni Cassisa e altri, promotori de “Lo Scarafaggio”, efficace foglio di propaganda, molto presenti tra gli operai e i portuali del trapanese, che risvegliarono politicamente preoccupando fortemente la polizia. Era poi sopravvenuta l’attività di Giacomo Montalto, che nel socialismo e nel cooperativismo aveva individuato gli strumenti per condurre i lavoratori tutti alla elevazione politica ed economica. Avvicinatosi a quei pionieri, cui si era più recentemente unito il contadino Giacomo Spadola, approfondì le sue conoscenze e la sua cultura, e si impegnò concretamente contribuendo nel 1901 alla nascita della Società Agricola Cooperativa di Paceco, destinata a lunga vita. Il suo impegno crebbe nei successivi anni, mentre altri propagandisti e organizzatori svolgevano una forte azione di risveglio che avrebbe dato alla provincia di Trapani uno dei movimenti cooperativi più estesi e corposi non solo dell’isola ma dell’intero paese, collocandola a livello dell’Emila-Romagna e della Toscana, regioni molto avanzate in questo settore. Nel 1911 a Paceco nasceva la Cassa Agraria di Prestiti “Drago di Ferro”, promossa da elementi di orientamento radical- democratico. Quattro anni dopo a loro volta i socialisti al seguito di Pietro Grammatico diedero vita alla Cassa Agraria “Libertà” successivamente ribattezzata “Cassa Rurale ed Artigiana”. Scoppiata la Grande Guerra, Grammatico venne richiamato alle armi e inviato al fronte, tra gli artiglieri, in prima linea, dove partecipò a scontri sanguinosi. Restituito alla vita civile, tornò a impegnarsi con rinnovata passione nell’attività di partito e nelle cooperative, qualificandosi come uno dei più autorevoli dirigenti. Eletto segretario provinciale del PSI, profuse grandi energie ai fini di un rafforzamento della rete organizzativa. Nelle elezioni del 1920 guidò i socialisti alla conquista di diversi comuni ed egli stesso venne letto sindaco di Paceco e consigliere provinciale. La reazione fascista, che in quegli anni compiva i suoi primi passi caratterizzandosi per la distruzione di un ricco patrimonio di leghe, cooperative, ecc. riportò al potere i proprietari terrieri e i grossi borghesi, allontanando i rappresentanti diretti dei lavoratori dalle cariche pubbliche. Grammatico lavorò da allora per molti anni in qualità di segretario della Cassa Rurale ed Artigiana. Nel 1946 venne rieletto sindaco, carica che mantenne fino al 1959 con ottimi risultati, visibili nei miglioramenti apportati dalla sua amministrazione al paese, rinnovando e potenziando i pubblici servizi e preoccupandosi di garantire un fisco rapportato alla effettiva possibilità degli amministrati. Presentato subito dopo per la Camera, conseguì 7.318 voti di preferenza ma non venne eletto. Ripresentato nel 1948 tra i candidati alla Camera per il Fronte Democratico Popolare, nel quale convergevano il PCI, il PSI e gruppi minori da tempo impegnati contro le forze conservatrici, venne eletto per subentro a Pietro Nenni, capolista che aveva optato per altro collegio. Iniziò così una attività che ancora una volta tese a giovare alla crescita della sua provincia e dei lavoratori. Quattro anni dopo venne presentato per il Senato nel collegio di Trapani-Marsala e alla Camera nel collegio della Sicilia occidentale, e in ambedue riuscì eletto, ma preferì optare per il Senato. Entrato a far parte della Commissione Agricoltura ed Alimentazione, in linea con i suoi interessi e le sue esperienze nel campo politico, sindacale e amministrativo, lavorò attivamente per l’esame e la soluzione di importanti problemi interessanti uno strato sociale molto vasto. Nel 1958 venne nuovamente candidato alla Camera e ancora una volta venne eletto, mentre il collegio di Trapani- Marsala aveva come rappresentate il dott. Simone Gatto, uomo di scienza e dirigente politico molto stimato, che iniziava allora una interessante esperienza di parlamentare socialista. Morì a Paceco il 3 ottobre del 1967 lasciando un bel ricordo di intelligente e appassionato realizzatore.

Giuseppe Miccichè

Cesare Battisti: il rimpianto per un’Italia che poteva esserci e non ci fu 

Nel luglio 1916 Cesare Battisti veniva catturato dagli austriaci sul monte Corno, sopra Rovereto tra la Vallarsa e Trambileno, e due giorni dopo saliva sul patibolo asburgico nel castello del Buon Consiglio a Trento. La ricorrenza del fatto vede tutti gli anni i socialisti roveretani e trentini partecipare all’incontro promosso dagli Alpini dell’ANA, salendo sul Corno “Battisti” la seconda domenica di luglio, per ricordare con questo “pellegrinaggio alpestre” il sacrificio dell’irredentista democratico, che fu un pensatore e un dirigente socialista di livello europeo. Quest’anno l’appuntamento è per domenica 8 luglio 2018, partendo per il Monte Corno Battisti alle ore 8 da piazza Podestà di fronte al Municipio di Rovereto.

L’appuntamento ci fa rammentare la posizione di Battisti e di altri sudditi d’Austria che si rivoltarono contro l’Impero, con le parole della storica Maria Garbari: “Tutte le nazionalità costituenti l’impero austroungarico – oltre ad austriaci e ungheresi, c’erano cechi, slovacchi, polacchi, ucraini, sloveni, croati e serbi, rumeni, italiani e ladini- stavano perdendo la speranza di poter tutelare la loro identità in uno Stato realmente federale. La guerra, anziché creare la solidarietà fra quei popoli, contribuì allo sfascio dei possedimenti asburgici. La lotta in difesa della propria nazionalità, combattuta magari con l’espatrio, la diserzione, il passaggio al campo opposto fu un tradimento? Ma allora l’intera Europa pullulava di traditori cechi, slovacchi, croati, polacchi, romeni, italiani…”. Anche il leader sudtirolese Silvius Magnago ha chiarito per tutti: “Cesare Battisti fu un uomo che sacrificò la vita per i suoi ideali e dunque è degno della stima anche di coloro che come gli austriaci lo condannarono a morte”. Dunque una personalità stimata, come Tomáš Masaryk, primo presidente della repubblica cecoslovacca nata il 14 novembre 1918, appena finito il conflitto: parlamentare a Vienna come Battisti, allo scoppio della guerra riparò esule in Italia, poi in Russia e negli Usa; fondò la legione cecoslovacca, che contò decine di migliaia di combattenti contro l’Austria-Ungheria, schierati anche sul fronte italiano.

Oltre a Magnago, era stato un altro illustre sudtirolese, lo storico Claus Gatterer, a far conoscere al mondo austro-tedesco un uomo lì conosciuto solo come “alto traditore”, con queste parole: “Gli ideali battistiani attingono a due fonti: il Risorgimento italiano e il socialismo d’Austria-Ungheria. In Battisti questi ideali si erano pienamente fusi. Rappresentavano le direttrici per una vita e un’opera di rara coerenza”.

Queste parole, per le fonti da cui provengono, hanno posto fine alle polemiche di chi non riconosce l’onore altrui. Non a caso Gatterer ha introdotto il suo libro su Battisti la citazione dello sferzante scrittore austriaco Karl Kraus: “Chi giudica farabutto il patriota dell’altrui patria, dev’essere un imbecille della propria”.

Piuttosto noi socialisti e democratici non vogliamo far dimenticare che nella tormenta epocale della prima guerra mondiale si trovarono due socialisti esemplari come Giacomo Matteotti e Cesare Battisti che tennero un comportamento discorde: pacifista intransigente l’uno, interventista democratico l’altro. Eppure, come riporta la ricerca dello storico Mirko Saltori, ci doveva essere una base comune per le due personalità: “il socialismo non era stato né per Battisti né per Matteotti un’etichetta o una superficiale infatuazione, bensì un impegno costante e rigoroso, e certo nella concezione della realtà e della politica dell’uno e dell’altro vi sarà stata una larga identità di vedute”. Una identità che avrebbe potuto portarli successivamente anche a revisione i punti di vista divergenti, e comunque a svolgere un comune lavoro utilissimo per il popolo: non fu loro possibile, perché le vite di questi due protagonisti furono entrambe spente da mani barbare. E’ questo sconforto che porta i sinceri democratici ad onorare sia la memoria di Matteotti, assassinato il 10 giugno 1924 dai fascisti, sia quella di Battisti, morto per capestro asburgico il 12 luglio di cent’anni fa. E’ il rimpianto per un’Italia che poteva esserci e non ci fu.

Nicola Zoller

Segretario regionale Psi del Trentino-Alto Adige

Giuseppe Romita, una vita per la repubblica e i lavoratori

Giuseppe_Romita_2Nacque a Tortona, piccolo comune piemontese, il 7 gennaio del 1887 in una famiglia di contadini che a prezzo di enormi sacrifici lo fecero studiare permettendogli di conseguire il diploma di geometra. Dotato di viva intelligenza e con forti aspirazioni, volle continuare gli studi e si iscrisse al Politecnico di Torino, dove frequentò i corsi di Ingegneria aiutandosi economicamente con il frutto delle lezioni che dava privatamente.

Fin dai più giovani anni si sentì attratto dalle idee socialiste, e nel 1903 aderì al PSI, iscrivendosi al gruppo giovanile della sezione socialista di Alessandria e successivamente a quella di Torino. In questo periodo fu corrispondente de “L’Avanguardia”, organo centrale della Federazione Giovanile Socialista , l’organizzazione costituita nel settembre del 1903 a Firenze con l’adesione dei vari gruppi già operanti in alcune regioni, ed ebbe così modo di farsi conoscere e apprezzare fino a meritare l’ingresso nel Consiglio nazionale. Nel 1911, a 24 anni, già abbastanza noto tra i lavoratori organizzati sia nel partito che nel sindacato, venne eletto segretario della sezione socialista di Torino. Qualche anno dopo raggiunse due importanti traguardi nella sua vita: conseguì infatti la laurea in ingegneria e venne eletto nei consigli comunali della città natale e di Torino.

L’entrata in guerra dell’ Italia contro gli Imperi centrali lo collocò tra i più decisi oppositori: tenne infatti viva tra i socialisti del capoluogo piemontese la fiamma della pace e della libertà, e partecipò nell’agosto del ’17 ai moti del pane con Maria Giudice e altri, per cui fu arrestato e per alcuni mesi tenuto in carcere.

Con l’inizio del dopoguerra si immerse nuovamente nella lotta politica e nel ’19 venne eletto deputato alla Camera. Attivissimo tra i lavoratori, partecipò all’occupazione delle fabbriche, fatto di grande rilievo a livello nazionale in un periodo di lotte aspre e coinvolgenti dei lavoratori e particolarmente importante in una città a forte sviluppo industriale com’era Torino. In quella occasione ebbe modo di porre al servizio degli operai le proprie competenze di tecnico e le proprie capacità di dirigente, e concorse a dimostrare, contro la propaganda denigratoria dei conservatori, che i lavoratori erano in grado di garantire la prosecuzione dell’attività produttiva.

Nel gennaio del ’21 non condivise le motivazioni addotte dai comunisti in favore della scissione nel PSI che diede vita al PCd’I, e riconfermò la propria fedeltà al partito. Nel successivo aprile venne presentato candidato alla Camera e fu tra gli eletti. Nell’ottobre del ’22, sempre animato da spirito unitario, cercò di impedire la nuova rottura nel partito con la nascita del PSU, ma i suoi sforzi non ebbero successo. L’anno dopo, fortemente convinto della inconciliabilità di socialismo e comunismo, con Nenni, la Giudice e altri si oppose alla proposta di fusione del PSI e del PCd’I avanzata dall’Internazionale di Mosca. Nel 1924 venne nuovamente eletto alla Camera. Dopo l’assassinio di Matteotti aderì alla secessione dell’Aventino, e fu tra i più attivi oppositori del regime nascente, sicchè il 6 novembre del ’26 venne dichiarato decaduto dal mandato parlamentare. Arrestato pochi giorni dopo e condannato a cinque anni di confino, venne inviato a Pantelleria, successivamente a Ustica, e ancora a Palermo e infine a Ponza. Riacquistò la libertà due anni dopo, ma venne escluso dall’albo degli ingegneri, sicchè per vivere dovette accettare lavori di vario tipo. Tornato a Torino, si impegnò per fare rinascere il Partito socialista, ma nel ’30 subì un nuovo arresto e l’invio al confino a Veroli. Nel ’33, cessata la detenzione, fissò la propria dimora a Roma, dove si dedicò a diversi lavori per mantenere la famiglia.

Nel ’42 con Olindo Vernocchi, Nicola Perrotti, Oreste Lizzadri e altri lavorò per la ricostituzione del partito, che di lì a poco, con la confluenza di vari gruppi, assunse il nome di PSIUP. Dopo la caduta del fascismo, con Nenni fece parte del gruppo dirigente centrale del CLN in rappresentanza dei socialisti. Dal giugno del ’45 entrò in successivi governi sempre con incarichi di grande rilievo, e nelle elezioni politiche per l’Assemblea Costituente e nel contemporaneo referendum su Repubblica o Monarchia del 2 giugno 1946, come Ministro degli interni, si impegnò con straordinaria passione nello sforzo per dare al paese una nuova forma istituzionale e un parlamento aperto al rinnovamento e al progresso. Monarchici e conservatori gli rivolsero forti critiche, che il tempo ha dimostrato assolutamente ingiustificate.

Storici e politici di ogni tendenza concordano da tempo nell’affermare che assieme a Nenni egli fu grande artefice dell’avvento della Repubblica: se Nenni diede la passione al Partito socialista e alle forze progressiste con lo slogan “O la repubblica o il caos”, egli profuse straordinarie energie perché l’Italia mutasse le strutture statuali e si avviasse decisamente verso un avvenire di giustizia, di libertà e di pace.

Sempre autonomista, non approvò mai le proposte di fusione col PCI e nemmeno la politica frontista, desiderando che il partito si distinguesse da ogni altra organizzazione, anche di classe, considerata non pienamente democratica. Quando perciò ritenne che i legami tra i due partiti rischiavano di divenire soffocanti per il Partito Socialista e a lungo andare avrebbero finito per snaturarlo e distruggerlo, assunse posizioni di critica: attorno alla rivista “Panorama”, pubblicata dal gennaio dl ’49, e a un pugno di autonomisti, politici e sindacalisti, tra cui Viglianesi, Carmagnola, Luisetti, nel dicembre del ’49 diede vita al PSU, che nel maggio del ’51 si fuse con il PSLI nel PSDI. Successivamente, preoccupato di impedire una deriva autoritaria e conservatrice del paese, sotto la spinta della guerra fredda, di cui individuava i pericoli, perorò il ritorno nel governo con la DC. Fu allora Ministro dei Lavori Pubblici, ciò che gli permise di dare il via alla realizzazione di un piano che prevedeva la modernizzazione del paese.

Egli sognava una Italia che, libera dalle vecchie chiusure e dalle vecchie limitazioni, si collocasse finalmente a più alti ed avanzati livelli di sviluppo. Promosse perciò lo sviluppo della rete stradale nel paese, avviò la costruzione della “Strada del Sole”, di acquedotti, e inoltre un vasto piano di ampliamento dell’edilizia popolare. Si impegnò ancora nella vita del partito perorando l’unità di tutti i socialisti, ma non vide concretarsi il suo sogno. Morì infatti a Roma il 15 marzo del 1958 per un attacco cardiaco. Unanime fu allora il compianto delle forze politiche, che ne riconobbero la grande passione, la fede sincera e profonda nell’ideale socialista, la moralità assoluta, la capacità realizzatrice.

Giuseppe Miccichè

Biagio Andò, l’impegno del giovane di Giarre per un socialismo innovativo

biagio andòA Giarre, uno dei comuni più grossi e attivi della provincia etnea, c’è un rione, che i residenti indicano come “u chianu a fera”. È una piazza di forma triangolare, intitolata a Biagio Andò, personaggio a tutti noto per il forte legame con la storia locale. Fu infatti in questo comune che Biagio Andò nacque il 27 settembre del 1915. Appena sedicenne entrò nel mondo del lavoro impiegandosi in una officina idroelettrica, dove si fece apprezzare per la serietà, l’intelligenza e il forte impegno, doti che lo accompagnarono poi e lo distinsero nei vari momenti della vita, e più in particolare nel corso degli studi e nella vita politica. Laureatosi in Matematica e Fisica, cominciò a insegnare con successo nelle scuole secondarie. Il mondo della scuola non riuscì però a colmare la sua vita. Biagio Andò era naturalmente portato a guardare con simpatia ai lavoratori, sicché, quando, nel luglio del ’43, avvenne l’invasione dell’isola da parte degli Alleati e il fascismo cadde, almeno nell’Italia meridionale e insulare, egli aderì al Partito Socialista, che dalla seconda metà dell’800 li rappresentava e ne era il difensore contro ogni oppressione e ingiustizia. Nel catanese il movimento progressista e il socialismo avevano una lunga storia, ricca di fatti esaltanti e di nomi illustri. Tra l’800 e i primi del ‘900 Mario Rapisardi era stato cantore appassionato del mondo dei lavoratori e della loro sete di giustizia e di libertà. La spinta al riscatto dei lavoratori di campagna e di città aveva trovato dei punti fermi nei De Felice, nei Macchi, nei Sapienza, nei Castiglione. Spesso però si era dovuta lamentare una vivacità interna per scontri di correnti e di uomini, che molti consideravano eccessiva, e tale da assorbire non poche energie finendo per limitare le possibilità di ulteriore espansione offerte da una realtà economica e politica abbastanza fertile. Subito dopo la caduta del fascismo la medesima situazione si era ripresentata, con il ritorno in campo di alcuni dei vecchi protagonisti, cui presto si erano aggiunti elementi nuovi, limitando ancora una volta le possibilità di espansione in una realtà che rimaneva fertile. Biagio Andò non volle mai partecipare a queste lotte. Egli infatti se ne tenne lontano, e si impegnò invece nell’attività propagandistica e organizzativa, che nella sua città e nelle aree circostanti produsse in breve una rete di sezioni capaci di pilotare i lavoratori nelle lotte per una economia agricola fortemente rinnovata. Anche la sezione di Giarre raccolse un elevato numero di iscritti divenendo punto di riferimento di una rilevante forza elettorale, e fu su questa base che il partito poté affrontare le elezioni amministrative e quelle politiche del ’46 con la certezza del successo. Che infatti non mancò, portando Andò alla guida del comune con una amministrazione socialista presto caratterizzatasi grazie a una politica fortemente innovativa realizzata in diversi settori e più in particolare in quello fiscale, attraverso la fedele applicazione del criterio della progressività. Stimato tra i dirigenti etnei, nel 1953 venne riconosciuto meritevole di essere presentato per la Camera dei deputati nel vasto collegio comprendente le province di Catania, Messina, Enna, Siracusa e Ragusa, e alla fine di una campagna elettorale caratterizzata dalla applicazione della famosa “legge truffa” risultò eletto. Ripresentato nel 1958, Biagio Andò venne considerato meritevole di un secondo mandato. Si distinse sempre per il forte impegno nell’attività parlamentare: serio, equilibrato, riflessivo, si fece apprezzare dai compagni di partito e meritò la stima e l’apprezzamento dei colleghi degli altri gruppi per la preparazione e l’acume rivelati nell’affrontare importanti problemi. Gli Atti parlamentari e la stampa coeva ricordano ci danno sufficienti notizie sul suo contributo alla elaborazione e alla discussione di importanti proposte di legge: particolarmente noti sono il suo impegno, teso tra l’altro a favorire l’accesso dei diplomati alle facoltà universitarie di indirizzo scientifico, ma anche gli interventi nella discussione sui bilanci delle finanze e del tesoro. Purtroppo la sua vita fu breve. Biagio Andò morì infatti quarantacinquenne, il 6 giugno 1961, nella città che gli aveva dato i natali e che aveva tanto amato. Lo stupore e il dolore per una perdita così improvvisa furono grandi, e molti li espressero in sede parlamentare e locale con parole significative, che mettevano in evidenza il carattere di questo uomo, tutto dedito alla famiglia, alla scuola, al partito e ai lavoratori. Ne ereditò la fede nella giustizia e nella libertà e il legame coi lavoratori, la vasta preparazione e il forte impegno il figlio Salvo, parlamentare del PSI in quattro legislature a partire dal 1979, capogruppo, nel 1992 ministro della Difesa, e oggi positivamente attivo sul piano scientifico e politico.

Giuseppe Miccichè

Gregorio Agnini, instancabile difensore degli oppressi

GregorioAgniniÈ certamente una delle figure più belle del vecchio socialismo, così ricco di passione e di fede e così attivo nel sollecitare l’avanzamento dei lavoratori. Nacque a Finale Emilia, in quel di Modena, il 27 settembre del 1856. Compiuto il corso degli studi con il conseguimento del diploma alla Scuola superiore di commercio di Genova, cominciò a lavorare nel settore industriale. Nel contempo rivelò un vivo interesse per l’organizzazione dei lavoratori agricoli, numerosissimi nella sua regione, e questo lo portò presto a impegnarsi nella propaganda e nella organizzazione dei lavoratori. Nel 1882 venne eletto nel Consiglio comunale di Finale e contemporaneamente nel Consiglio provinciale di Modena, dove si distinse per la viva attenzione ai problemi degli strati popolari. Nel 1886 fondò a Mirandola una associazione di braccianti, che registrò presto un vasto richiamo nella categoria dei lavoratori della campagna. Personalmente, però, di lì a un anno fece la prima esperienza di carcerato per avere difeso i lavoratori. A Modena fu presidente della Congregazione di Carità e della Federazione fra le Società dei lavoratori. La sua autorità crebbe contemporaneamente alla sua notorietà, sicchè nel marzo del 1890 i socialisti lo candidarono alla Camera nel collegio di Modena. Eletto, aderì al piccolo gruppo parlamentare socialista che allora faceva le sue prime esperienze di lotta in difesa dei lavoratori e della libertà, e svolse le funzioni di segretario. Nel ’92 fu a Genova tra i fondatori del Partito socialista. Interessato ai Fasci del lavoratori che stavano nascendo in Sicilia, tentò di prendere contatto con gli organizzatori isolani e portare una parola di solidarietà e di incitamento, e a questo fine nel 1893 con Camillo Prampolini si portò a Palermo, ma la polizia fu pronta a fermarli. Come parlamentare si impegnò attivamente a evidenziare alcuni seri problemi della bassa padana, e in particolare la necessità di opere di bonifica, di linee ferrate, di contributi alle cooperative per la realizzazione di lavori pubblici, di elevazione dei salari per i lavoratori subordinati, sfruttati coi lunghi orari di lavoro e con le basse mercedi. Entrato a far parte della Direzione nazionale del partito, si collocò tra i riformisti più moderati, e rinsaldò il suo legame coi lavoratori che tanto lo amavano, e che perciò lo rielessero alla Camera sconfiggendo avversari anche agguerriti. Collaborò frequentemente alla stampa socialista, ma non disdegnò i fogli borghesi, nel desiderio di estendere l’area di possibile fruizione del messaggio socialista in ordine ai vari problemi del paese. Di fronte alla partecipazione dell’Italia alla Grande Guerra, che capovolgeva improvvisamente vecchie alleanze e impegnava il paese in uno sforzo bellico che sarebbe costato 600.000 morti e milioni di feriti e mutilati, e svuotato le casse dello stato, egli assunse una posizione di netto rifiuto. Nel dopoguerra riprese l’attività politica e sindacale nella sua provincia, e nel 1920 venne eletto presidente del Consiglio provinciale di Modena. In un momento di forte radicalizzazione della lotta politica e sindacale, come fu quella immediatamente successiva alla guerra, la vita del partito risentiva molto del contrasto tra le frazioni dei massimalisti-rivoluzionari e dei riformisti in relazione soprattutto ai rapporti col comunismo che si affermava nella lontana Russia e tendeva a orientare con forza i gruppi operanti nei vari paesi. Riformista come in gioventù, egli rimase saldamente legato a una concezione che rifuggiva da ogni estremismo, essendo fermamente convinto della necessità di evitare al paese la reazione borghese e al tempo stesso la dittatura comunista. Per la decima volta, ancora nel 1924 venne eletto alla Camera, ma due anni dopo, avendo partecipato all’Aventino degli oppositori al fascismo, ormai emarginati e impediti di ogni sia pur minima attività politica, venne dichiarato decaduto dal mandato. Durante il ventennio visse appartato, ma fu sempre vigilato dalla polizia. La caduta del fascismo lo trovò novantenne ma sempre animato dall’ideale socialista. Il 25 settembre del ’45, insediatosi tra i componenti della Consulta nazionale, ne fu, in quanto decano, il primo presidente, e in quella veste disse parole pregne di fede nell’Italia rinnovata e libera dopo il tragico ventennio. Ricordati Matteotti, Gramsci e Amendola, i grandi Martiri del movimento proletario e antifascista, profondamente commosso disse: “Sì, mi sembra, consentitemi che lo dica, di sentir riecheggiare qui, alta e solenne, la loro voce, che indica a noi e a tutti gli italiani il sacrosanto dovere che incombe in questo momento, di dare ogni opera, di compiere ogni sforzo per rigenerare la nostra Patria e risollevare le sorti dell’Italia trascinata nel baratro dal fascismo e dalla monarchia!”. Era ancora a Roma quando pochi giorni dopo, il 6 ottobre, morì.

Giuseppe Miccichè

Matteo Gaudioso, uno studioso innamorato del socialismo

Quando faceva lezioni, nelle vecchie aule dell’Ateneo catanese, Matteo Gaudioso sembrava un uomo freddo, tutto preso dalla storia del Diritto, in cui era maestro. Quando invece  entrava a più diretto contatto e dialogava con gli studenti appariva diverso, caldo, affettuoso, partecipativo, ed era lui che aiutava gli interlocutori ad aprirsi, ad esprimere dubbi e a chiedere chiarimenti.

Così era, affettuoso, partecipativo, dialogante dentro il partito, nella Federazione provinciale del Partito Socialista, nelle visite alle sezioni, nei rapporti coi dirigenti e con la base,  insieme prestigioso docente universitario  e uomo politico estremamente sensibile e aperto alla vita dei lavoratori, dei giovani, fortemente inserito nella vita del Partito socialista.

Nato a Francofonte, la cittadina dei vasti e profumati aranceti, il  18 febbraio 1892, compì gli studi primari e secondari  distinguendosi per la netta preferenza delle discipline letterarie e storiche. Passato all’Università, dovette interrompere la frequenza dei corsi perché richiamato alle armi quando iniziò la Grande Guerra e venne aggregato nel corpo dei bersaglieri. Nel 1916, trovandosi in servizio nella zona della Carnia, venne ferito. Degente in ospedale, ultimò e diede alle stampe la sua prima opera, “Francofonte – ricerche e considerazioni storiche”,  nella quale ripercorreva la plurisecolare vita della città natale. Nel ’17 si trovò coinvolto nella ritirata di Caporetto: fatto prigioniero, venne trasferito in Germania e nei campi di raccolta  dei prigionieri rimase fino alla fine della guerra. Tornato nelle aule dell’Università di Palermo, riprese gli studi universitari e nel 1920 conseguì la laurea in Giurisprudenza. Si iscrisse quindi all’Università di Catania, dove seguì i corsi  di Lettere, interrotti nel 1922 per conseguire a Palermo il diploma di Paleografia e Dottrina archivistica presso quell’Archivio di Stato, sotto la guida del grande paleografo G.A. Garufi. Tornò quindi ai banchi universitari e nel 1925 conseguì la seconda laurea. Di lì a poco ebbe inizio la sua attività di insegnante in un Liceo, ma le sue passioni erano sempre la storia e la ricerca archivistica, e perciò fu lieto quando ottenne un impiego presso l’Archivio di Stato di  Catania, di cui nel ’31 divenne direttore.

Nel ’32 ottenne a Palermo il diploma della Scuola di Paleografia e Storia medievale. Cinque anni dopo conseguì  la libera docenza in Storia del Diritto italiano presso l’Università di Catania. I tempi, però, erano impossibili per chi amava la libertà, ed egli da tempo era animato da spirito liberale democratico. Guardato con crescente sospetto dalla polizia, nel 1941 venne trasferito a Firenze, dove lavorò presso il locale Archivio di Stato. Riprese le ricerche storiche, diede alle stampe un libro sul territorio di Lentini e un altro sulla schiavitù domestica in Sicilia al tempo della dominazione  normanna, che vennero recensiti con favore da alcuni periodici specialistici.

La caduta del fascismo e la Resistenza lo trovarono ancora in Toscana, dove, animato sempre da forti ideali di libertà,  si unì ai partigiani. Quando, con la sconfitta del nazifascismo, il paese venne restituito alla democrazia e alla libertà, rientrò nella sua isola e riprese il suo posto di libero docente nell’Università di Catania, estendendo l’insegnamento anche all’Ateneo messinese. Durante il periodo dello “scelbismo” venne guardato con scarsa simpatia per i suoi trascorsi di partigiano, e alla fine degli anni 40 subì un nuovo trasferimento con destinazione Venezia. Questa volta non volle  subire  il diktat:  rinunziò ad ogni incarico negli Archivi di Stato e si restituì alle ricerche e agli studi. Nel 1952 pubblicò un lavoro denso di  documentazione e di pensiero sulla “Natura giuridica delle autonomie cittadine nel Regnum Siciliae”. Si apriva intanto un nuovo campo di impegno: quello politico e di partito. Già da parecchi anni su posizioni socialiste, egli entrò attivamente nella militanza di partito, dando  logico  sbocco alle sue idee, scaturite oltre che dalla  osservazione della realtà meridionale anche dagli studi sulla storia del popolo siciliano e della sua aspirazione alla giustizia e alla libertà. Motivando il suo concreto impegno tra i lavoratori disse allora che intendeva esprimere una  “reazione ai secoli di oppressione e di sfruttamento delle classi popolare documentati negli archivi”.

La Federazione socialista di Catania viveva in quel periodo momenti difficili per contrasti tra le correnti interne al partito. Egli si diede allora interamente e con passione alla vita di partito, divenendo l’elemento di punta di un gruppo di giovani socialisti – Luigi Nicosia, Salvatore Miccichè, Nando Giambra, Maria Alessi (poi parlamentare), Lello Pappalardo, Cristoforo Montebello, Sebastiano Russo, che intendevano rinnovare e modernizzare le strutture del partito, facendolo partecipare più attivamente alle lotte per la riforma agraria e per una politica amministrativa equilibrata e di progresso sul piano fiscale, e più tardi divenuti  linfa vitale e rinnovatrice in diverse federazioni  isolane e nella CGIL.  Nel ’52  venne eletto consigliere comunale, nel 1953 deputato alla Camera dei deputati  nel collegio della Sicilia orientale (Catania, Messina, Enna, Siracusa, Ragusa) assieme all’on. Biagio Andò di Giarre, e venne riconfermato nel 1957. Conoscitore profondo delle vicende isolane, e interprete del bisogno di liberazione dal potere malavitoso avvertito dai conterranei, sostenne caldamente e insistentemente la necessità di costituire la Commissione parlamentare antimafia, cosa che alla fine trovò concreta realizzazione. Caldeggiò anche interventi nel settore della pubblica istruzione  e dei beni culturali.  Nella tarda età, pur non allontanandosi interamente dalla vita politica e di partito, riprese i suoi studi diletti e le sue ricerche, che confluirono in opere specifiche, tra cui  “La questione demaniale e la formazione urbanistica e sacra di Francofonte”, “La comunità ebraica di Catania tra il XIV e il XV secolo”. Come scrisse lo storico socialista Giarrizzo, con le precedenti opere esse costituiscono “un patrimonio imponente, la cui ricognizione può dare non  piccolo contributo alla affannosa, inquieta ricerca di identità di questa nostra terra, arrogante insieme e disperata”. Si spense a Catania il  27 dicembre del 1985.

Giuseppe Miccichè 

Ugo Guido Mondolfo, l’intelligenza al servizio del socialismo

Per molti anni  il nome di Ugo Guido Mondolfo  evocò “Critica Sociale”, la rivista che Turati aveva saputo collocare su un piano politico-culturale estremamente elevato facendola strumento di  elaborazione e di diffusione del socialismo riformista. Nato a  Sinigallia il 26 giugno del 1875 in una famiglia di ebrei discretamente agiata, Ugo Guido ebbe la possibilità di accedere agli studi superiori, che  seguì con risultati brillanti. Aveva appena diciassette anni quando si iscrisse all’Università di Firenze,  e ventuno quando  si laureò in Lettere. Mentre frequentava i corsi universitari assieme al fratello Rodolfo, futuro grande storico, entrò in contatto con alcuni giovani – Cesare Battisti, Gaetano Salvemini, Ernesta Bittanti –  destinati a lasciare un segno profondo nella storia del nostro paese.

Appena conseguita la laurea volle proseguire gli studi e a Siena frequentò i corsi di Legge sino al conseguimento, nel ‘99, della laurea.  Nel frattempo aveva però aderito al Partito socialista e collaborato ad alcuni fogli socialisti. Aveva inoltre assunto la direzione  de “La Riscossa” ed era divenuto uno dei più noti dirigenti e organizzatori  socialisti nel senese.

Presto si avviò all’insegnamento, prima a Cagliari, poi a Terni. Al tempo stesso iniziò la ricerca storica, con particolare riferimento  al feudalesimo e  al  mondo politico in età medievale. Si impegnò  anche  nella organizzazione degli insegnanti, fino a costituire la Federazione Nazionale Insegnanti Scuola Media, che dal 1907 lo ebbe suo presidente. Passato a Milano, aggiunse  all’insegnamento una intensa attività politica in qualità di propagandista, organizzatore, distinguendosi per le posizioni riformiste. Dal 1914 fu consigliere comunale e assessore nel capoluogo lombardo. Ai primi segni della guerra che allora si annunziava, si schierò in favore della neutralità dell’Italia, rifuggendo però da ogni  estremismo e solo preoccupandosi del destino del paese e del proletariato.  Per questo  venne guardato con scarsa simpatia  dai massimalisti, che nel 1920 lo esclusero  dalla candidatura al Consiglio comunale. Tornò in consiglio due anni dopo in rappresentanza del PSU appena costituito, ma come consigliere di minoranza avendo i fascio-liberal-popolari conquistato il comune, già roccaforte socialista. Attivissimo nella collaborazione a “Critica Sociale”, la rivista quindicinale diretta da Turati, che nel 1920 lo volle suo vice nella direzione, lo fu anche di “Quarto Stato”, la rivista fondata da Carlo Rosselli e Pietro Nenni, nella quale si iniziava la riflessione sulla complessa vicenda del socialismo.  Sciolti i partiti e i sindacati di opposizione e impedita ogni libera attività politica, visse insegnando fino al 1938, anno in cui per le leggi razziali venne allontanato dalla scuola. All’inizio della seconda guerra mondiale venne arrestato e per qualche tempo confinato in provincia di Pesaro. Tornato in libertà, espatriò in Svizzera, e rientrò in Italia solo a guerra finita. Reinseritosi nella vita del Partito socialista, tenendo come sempre  posizioni riformiste, promosse dal settembre del ’45 la ripresa delle pubblicazioni di “Critica Sociale”, che diresse assieme ad Antonio Greppi. Grazie al suo forte impegno, presto la rivista  si affermò, divenendo una delle più importanti espressioni della stampa socialista, vera palestra di idee grazie alla sua collaborazione unita a quella di Antonio Greppi, Antonio Valeri, Giuseppe Faravelli, Nino Mazzoni, Virgilio Dagnino e altri.

Nel 1946 venne eletto consigliere comunale e fece parte della prima amministrazione socialista capeggiata da  Greppi, rimasta  esempio di fattività e di capacità rinnovatrice e modernizzatrice. Partecipò con passione al travaglio del partito  e al confronto tra le correnti interne, che allora verteva principalmente sul problema della unità col Pci e sulla collaborazione con altri partiti. Quando nel gennaio del  ’47 si giunse alla scissione,  egli  aderì al PSLI e ne divenne consegretario. Nel 1948 venne eletto alla Camera dei deputati nella circoscrizione Milano – Pavia, ma alla fine del ’49, in polemica con la posizione accentuatamente atlantista  che il partito aveva assunto, confluì nella piccola formazione politica che nel frattempo era stata costituita da Giuseppe Romita. Nel ’51 la convergenza dei vari gruppi che si riconoscevano nella socialdemocrazia portò alla costituzione del PSDI, e U. G. Mondolfo, sempre fermo nelle sue posizioni di socialista riformista,  ritenne di dovervi aderire.  Presto però  assunse posizioni di critica, che nel ’53 lo portarono ad avversare l’accettazione della nuova legge elettorale, la cosiddetta “legge truffa”, e l’apparentamento con la DC, da lui considerate  negazioni della posizione autonoma del partito. Morì a Milano il  23 marzo  1958. “Critica Sociale” gli dedicò subito un ricco supplemento, cui seguirono sette anni dopo un volume di suoi Scritti, e nel ’71 “Una battaglia per il socialismo”.

Giuseppe Miccichè