1985: l’ultimo referendum che spaccò l’Italia

Il 9 e 10 giugno del 1985 l’Italia andò alle urne per cancellare o confermare il decreto varato il 14 febbraio 1984 da Bettino Craxi che tagliava 4 punti (poi diventati tre) di scala mobile (il meccanismo che adeguava automaticamente i salari all’aumento del costo della vita). Quella vicenda è raccontata in un libro scritto da Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie e portato in libreria dalle Edizioni Bibliotheka in questi giorni caldi pre-referendari. Titolo: “Il divorzio di San Valentino. Così la scala mobile divise l’Italia”. Si tratta di una terza edizione arricchita con documenti inediti e una analisi dei flussi elettorali realizzata da Antonio Agosta. Quello che presentiamo è il capitolo (“la resa dei conti”) dedicato al referendum (riuscì a prevalere, a sorpresa, il “sì”), alle polemiche che lo accompagnarono e a un clima generale non molto diverso da quello che stiamo vivendo in questi giorni. In realtà il libro, prendendo spunto da quello che venne ribattezzato il decreto di San Valentino analizza un decennio, dal 1975 (anno in cui venne siglato l’accordo sul punto unico di contingenza) all’85 (l’anno del referendum) raccontando le vicende drammatiche non solo sindacali che caratterizzarono quel periodo difficile e i protagonisti che furono al centro di quegli avvenimenti, da Bettino Craxi a Enrico Berlinguer, da Ciriaco De Mita, a Giovanni Spadolini, da Luciano Lama a Pierre Carniti, da Vittorio Merloni a Luigi Lucchini, da Bruno Trentin a Sandro Pertini. Un racconto unico costruito, però, come la somma di tanti racconti legati da un unico “filo rosso”.

-di GIORGIO BENVENUTO e ANTONIO MAGLIE*-

(Blog Fondazione Nenni)

La prima sorpresa di quella giornata la regalarono gli industriali che prima di conoscere i risultati, decisero la disdetta della scala mobile. La seconda, forse anche spiazzando gli imprenditori, la regalarono le urne. Il decreto che aveva diviso l’Italia, creato enormi tensioni, spaccato a metà come una mela il sindacato, offerto ai terroristi la macabra motivazione per imbracciare nuovamente la mitraglietta Skorpion e scaricare un caricatore addosso a una vittima innocente, Ezio Tarantelli, era uscito intatto dalla verifica popolare, «più bello e più superbo che pria», avrebbe detto un Ettore Petrolini travestito da Nerone. Ma la sorpresa non era tanto (o non solo) nell’esito finale, ma per i modi in cui quell’esito si era manifestato. Il Nord, quello industriale, si era schierato per il mantenimento del decreto; il sud e le isole, con l’eccezione di Puglia, Abruzzo, Molise e Sicilia, per l’abrogazione. La sintesi migliore la offrì Carmelo Barbagallo, all’epoca segretario della camera sindacale di Palermo: «Ha votato contro la contingenza chi ce l’ha e a favore chi non ce l’ha».

Il voto fece venir meno tantissime certezze. La prima a cadere fu quella relativa alla partecipazione. Tutti immaginavano che quel provvedimento non avrebbe portato alle urne tanti elettori non avendo la questione quel carattere popolare e trasversale, dal punto di vista sociale, che avevano avuto altri due appuntamenti referendari, quelli sul divorzio del ‘74 e sull’aborto dell’81. Una bassa affluenza avrebbe potuto favorire i “promotori”, i sostenitori del “Sì”, cioè il Pci. I favorevoli al provvedimento, però, avrebbero potuto fare campagna a favore del non voto perché, di converso, l’obiettivo per il non raggiungimento del quorum, sarebbe stato a portata di mano. E la seconda ipotesi all’interno del “partito del No” rimase in piedi quasi sino alla vigilia del voto. Tanto è vero che ancora il 4 maggio, cioè trentanove giorni prima dell’apertura delle urne, avvenuta il 10 giugno del 1985, in occasione della prima manifestazione nazionale favorevole al mantenimento del decreto (vi parteciparono Franco Marini, Ottaviano Del Turco, Giorgio Benvenuto, i vice-segretari di Dc e Psi, Vincenzo Scotti e Claudio Martelli), la posizione a favore dell’invito ad «andare al mare» era ancora fortissima. La sosteneva in maniera estremamente convinta Pierre Carniti (e questo fu un motivo di contrasto tra lui e Benvenuto) e il presidente del Consiglio, Bettino Craxi (che poi attuerà la strategia nel referendum elettorale proposto da Mario Segni, rimediando una bruciante sconfitta che si trasformò nel segnale più evidente del suo definitivo declino).

Era accaduto, infatti, che Marco Pannella, all’epoca massimo stratega referendario, con due grandi successi alle spalle (ma anche qualche insuccesso), incontrando il premier, fosse riuscito a convincerlo che non vi erano altre strade per evitare una sconfitta che a tutti appariva scritta nella roccia con il bulino dell’antipatia popolare contro un provvedimento che, come si dice spesso oggi ma si diceva molto meno allora, «metteva le mani in tasca alla gente». In una lettera aperta del 10 aprile 1985 il leader radicale rendeva pubblica questa posizione invitando i partiti da un lato a «non sottovalutare il grave danno conseguente al tentativo di impedire la tenuta dei referendum regolarmente richiesti e convalidati dalla Corte Costituzionale con espedienti legislativi», dall’altro a prendere atto che «è assolutamente impossibile non vincere la prova referendaria facendo ricorso all’ipotesi – politica oltreché numerica prevista dall’art. 75 della Costituzione – del rifiuto del voto di oltre il 50% degli aventi diritto, mentre sarebbe pressoché impossibile vincerla percorrendo la strada del “no”. Infatti nel primo caso si tratta di aggiungere al massimo un 25 % (ma in realtà molto meno) di astensioni dal voto spontaneo. Nell’altro si tratta di rinunciare a fare pesare come disinteressate o ostili al referendum tutte le persone che non si recheranno a votare, per andare a confrontarsi, invece con la totalità di coloro che sono invece favorevoli».

Benvenuto (e anche Franco Marini), invece, la pensava diversamente e lo disse tanto a Craxi quanto a Carniti: «La sconfitta è quasi certa ma non possiamo pensare di vincere con l’astuzia». Non si trattava di un ingenuo moto di fiducia nei confronti della maturità dell’elettorato perché in quel momento i segnali erano tutti contrari. Era una questione di chiarezza: era stato fatto un negoziato, era stato raggiunto un accordo, quell’accordo aveva trovato forma in un decreto che aveva evitato in qualche maniera di dare un carattere ufficiale alla rottura sindacale (le firme su un pezzo di carta), bisognava comportarsi di conseguenza di fronte agli italiani, assumersi tutte le responsabilità che la vicenda imponeva.

Gli spazi erano più che ridotti, erano inesistenti. Almeno tali apparivano. Anche all’epoca i sondaggisti sbagliavano le previsioni un po’ come i meteorologi. A pochi giorni dal voto, nelle segreterie circolavano numeri che non lasciavano dubbi sull’esito della consultazione, in alcuni casi si parlava di un ottanta per cento a favore della cancellazione del decreto. Il settimanale “Panorama” pubblicò un significativo sondaggio il 31 marzo del 1985, cioè una settantina di giorni prima della consultazione. Lo aveva realizzato la Swg ponendo semplicissime domande a un campione di 1.561 cittadini rappresentativi della vasta e complessa realtà sociale italiana; il campione era stato testato alla metà del mese, cioè il 15, 16 e 17 marzo. Craxi, Carniti e Benvenuto potevano solo essere presi dallo sconforto. Il 50,2 per cento diceva che avrebbe votato per la cancellazione; appena il 10,1 per la conferma del decreto. In mezzo un 40 per cento di indecisi. Risultato in bilico? Per nulla visto che i sondaggisti sottolineavano che il divario tra favorevoli e contrari era tale che non poteva essere, a poco più di due mesi, ribaltato, anche perché non tutti gli indecisi avrebbero optato per la conferma del decreto, molti avrebbero deciso per la sua cancellazione. Ma l’analisi diceva anche altre cose che sembravano confortare i promotori del referendum.

Tanto per cominciare, i comunisti sembravano avere ragione: il 73,1 per cento degli operai erano contro il provvedimento di Craxi. Ma mica solo gli operai erano così compatti. Per un tratto di penna sul decreto erano anche il 60 per cento degli impiegati pubblici, il 59,4 per cento dei privati, il 58,6 per cento degli insegnanti e, addirittura, un 56,5 per cento dei lavoratori autonomi. Sembravano venir meno tutte le teorie sulla nuova stratificazione sociale, sui nuovi lavori, sull’appiattimento che penalizzava i portatori di maggiori competenze. Dal sondaggio emergeva, insomma, un’Italia ancora ferma all’operaio-massa, semmai avviata verso un lavoratore-massa. Tanto è vero che favorevoli all’abolizione del provvedimento craxiano si dichiarava il 63,3 per cento degli occupati nell’industria e il 57,9 degli occupati nel terziario. Immaginare che in queste condizioni dalle urne potesse uscire un risultato diverso della sconfessione di quel che a Palazzo Chigi era stato fatto il giorno di San Valentino, era molto più di una pia illusione, era come credere alla befana ben oltre la maggiore età.

Che le cose potessero andare solo in una maniera ne erano convinti a Botteghe Oscure. Achille Occhetto in interviste successive ha fornito l’immagine di un Alessandro Natta preoccupato, poco convinto, ma il clima che si respirava nel palazzone a due passi da Piazza Venezia era decisamente euforico. Lo ha descritto in maniera molto puntuale proprio Luciano Lama, in quella sua lunga intervista rilasciata a Giampaolo Pansa. Nelle riunioni il segretario della Cgil sosteneva spesso che il referendum poteva essere un «bagno di sangue», poteva risolversi in una clamorosa sconfitta con conseguenze incalcolabili sull’unità sindacale. Lo ripeteva per provare a raffreddare gli animi di chi, al contrario, sosteneva che «il referendum va fatto per molte ragioni, e anche per una in più, che tanto lo vinciamo! Io replicavo ai miei compagni: guardate che non è per niente sicuro che lo vinciamo. Può darsi che la maggioranza dei lavoratori dipendenti sia d’accordo con noi. Ma siccome il referendum non è tra i lavoratori dipendenti, bensì tra i cittadini della Repubblica Italiana, il rischio di perdere è molto forte, perché quelli interessati alla difesa della scala mobile sono una minoranza robusta, ma sempre una minoranza. Alla fine, la mia, è risultata una previsione persino troppo ottimistica. È successo che siamo andati peggio proprio nelle regioni dove il numero di lavoratori dipendenti è più alto».

Val la pena a questo punto, fare un flash back partendo, però, da un dato di quel referendum. A Milano, capitale dell’Italia industriale, secondo le raffigurazioni degli anni del boom economico, e, quindi, anche in un immaginario collettivo che spesso fatica ad adeguarsi ai fatti nuovi, il “sì” all’abolizione del decreto raccolse il 42,9 per cento dei voti; il “no” con il 57,1 per cento spazzò via molte illusioni, anche quelle più trinariciute che, ad esempio, erano venute drammaticamente allo scoperto il 21 novembre del 1984. Palcoscenico: piazza del Duomo. La Uil il 26 giugno aveva lanciato la campagna «Io pago le tasse e tu?» pubblicando un elenco di nomi dal quale risultava che commercianti e professionisti guadagnavano, secondo le dichiarazioni ufficiali dei redditi, meno dei loro dipendenti. Nonostante San Valentino, nonostante le polemiche e la difficoltà a ritrovare un punto di incontro sulla questione della contingenza e della riforma della struttura del salario, le confederazioni ebbero sul fisco un sussulto di unità. Il 15 novembre, poi, la Confindustria annunciò pure che non avrebbe pagato gli annosi decimali. Di lì la proclamazione di quattro ore di sciopero. A Giorgio Benvenuto venne affidato il compito di chiudere la manifestazione milanese, proprio sotto la “Madunina”.

Il segretario della Uil ebbe appena il tempo di cominciare a parlare e immediatamente dai settori della piazza occupati da Democrazia Proletaria, dalla Lega dei Comunisti Rivoluzionari e da Lotta Comunista, partì una violenta contestazione. Fischi, urla, poi lattine, bulloni, biglie d’acciaio. Carlo Tognoli, il sindaco di Milano, con prontezza di riflessi, evitò che una di queste biglie (avvolta in una palla di carta) colpisse Benvenuto. Molto peggio andò al segretario regionale della Uil, Loris Zaffra (un bullone in testa) e al segretario provinciale della stessa confederazione, Amedeo Giuliani (un oggetto nell’occhio sinistro). Deliranti le reazioni dei contestatori. Dp scrisse in una nota: «Di rilevante dimensione è stata la contestazione della piazza verso Giorgio Benvenuto, il cui ruolo nel famigerato accordo del 14 febbraio non è stato dimenticato da nessuno». I comunisti rivoluzionari, a loro volta, quasi riecheggiando certi volantini brigatisti, aggiunsero con orgoglio (anch’esso, evidentemente, rivoluzionario): «Rivendichiamo la partecipazione, peraltro insieme alla maggioranza della piazza, alla contestazione a Benvenuto». Tognoli parlò senza mezzi termini di «gruppi di provocatori bene e preventivamente organizzati». Chiese le scuse ufficiali ai comunisti locali ma la richiesta cadde nel vuoto. Il segretario della Uil, invece, in una conferenza stampa si limitò a dire: «Quanto è accaduto oggi non può essere strumentalizzato dagli oppositori del progetto Visentini, dai falchi della Confindustria e dalla Confcommercio… La contestazione era diretta contro l’accordo del 14 febbraio sulla scala mobile. Una intesa che sta dando i suoi frutti sul piano dell’abbassamento dell’inflazione e della ripresa dell’economia». Diverso, molto diverso rispetto a quello degli allievi di Mario Capanna, fu l’atteggiamento di Luciano Lama: «È assolutamente deplorevole che in una giornata costata tanto lavoro e tanta fatica alle forze unitarie del sindacato, sia stato impedito di parlare a un segretario nazionale… Chi si comporta così lavora per la causa opposta a quella per cui hanno manifestato oggi i lavoratori».

I risultati milanesi del referendum scardinarono probabilmente le certezze di quella minoranza rumorosa e aggressiva, dotata di buona mira ma di scarso intelletto: non erano i depositari di un sentire diffuso, avevano semplicemente confuso l’autoreferenzialità ottusa con la rappresentatività. La migliore risposta a certi abbagli politici e storici è forse nel pacato racconto di Lama: «Il vertice del Pci era convinto di vincere il referendum sulla scala mobile. E anche attraverso questa strada, pensava di riacquistare una forte influenza sulla politica nazionale. Se avessimo vinto il referendum, il Pci avrebbe potuto dire al governo Craxi, ai socialisti, alla Dc: vedete, voi avete preso delle decisioni, ma il vostro decisionismo non piace alla maggioranza degli italiani e questa maggioranza è schierata con il Pci. L’illusione della vittoria appannava anche i timori per l’unità sindacale. Si diceva ancora: Lama ha paura che si spacchi il sindacato, ma quando il referendum sarà vinto, anche la Cisl e la Uil dovranno tornare sui loro passi, capiranno che hanno preso una strada che le porta alla sconfitta».

Quello di piazza del Duomo, fu uno degli episodi che avvelenò la lunga marcia verso la catarsi del referendum. Non l’unico, purtroppo nemmeno il più tragico. Perché quelli erano ancora Anni di Piombo, anni in cui fra sparutissime minoranze albergava l’idea che si potesse mestare nel torbido delle problematiche sociali per realizzare un humus rivoluzionario. Logiche fuori dalla ragione e dentro una idea di “guerra di popolo” senza, però, il popolo, schierato, fortunatamente, da un’altra parte.

Ezio Tarantelli era un giovane e brillante economista, di idee e formazione culturale progressiste. Collaborava con Pierre Carniti, aveva ottimi rapporti con Walter Galbusera e Giorgio Benvenuto, votava comunista pur non condividendo tutte le posizioni di quel partito. Era perfettamente dentro quella Cisl fatta, in buona parte, di “cani sciolti” alla Carniti, gente che immaginava che dal sociale potesse nascere una sinistra di governo, senza compromessi, senza cedimenti ai “poteri forti”. Una sinistra che sapesse parlare di compatibilità e di politica dei redditi, di equità ma anche di profitto, di tutele per i più deboli ma anche di innovazione tecnologica, di orari di lavoro inseriti in una riorganizzazione strutturale. Alla questione della scala mobile aveva offerto una soluzione, quella poi adottata da Craxi (che il giorno dell’agguato mortale disse: «Uno degli economisti più aperti alla sfera del possibile, tra i meno faziosi. Dobbiamo purtroppo constatare che proprio questa sua scienza, questa sua intelligenza, questa sua generosità ne hanno segnato la condanna a morte»): la predeterminazione. E l’atteggiamento della Cgil lo aveva disorientato: «Il punto è che la Cgil ha difficoltà ad accettare non la centralizzazione della contrattazione, che dovrebbe essere normale per un sindacato marxista, ma la categoria dello scambio politico, almeno fino a quando, purtroppo a mio avviso, il Pci è all’opposizione. Ma questo è un errore fatale che toglie alla sinistra qualsiasi possibilità di intervenire per la trasformazione sociale del paese».

Aveva messo la sua conoscenza al servizio della politica e del sindacato ma guardava alle cose con atteggiamento distaccato: «Io vengo considerato il padre della proposta della predeterminazione ma ci tengo a dire che non ho alcuna intenzione di essere considerato il padre del decreto». Poi, però, aggiungeva: «Io non avrei certo desiderato che la mia proposta passasse per decreto. Ma in quale altro modo sarebbe potuta passare? Una parte importante della sinistra italiana, purtroppo, non solo ha combattuto il principio della predeterminazione, ma in tre anni di dibattito non è stata in grado di fornire un’alternativa degna di questo nome». Quel decreto lo difese, sino all’ultimo. Nella borsa che aveva accanto quando gli scaricarono addosso il caricatore della mitraglietta Skorpion centrandolo con diciassette proiettili fatali, aveva il documento che stava mettendo a punto insieme a Pietro Craveri e Gino Giugni. Qualche sera prima del terribile 27 marzo ne aveva parlato con Carniti e Benvenuto. Si era preoccupato di spiegare in quei pochi fogli gli effetti negativi che sarebbero potuti derivare a livello economico dalla cancellazione del decreto. Quel documento vide la luce esattamente una settimana dopo la sua uccisione. Il titolo era: «No al referendum, no nel referendum».

L’occhiello sottolineava: «Appello degli intellettuali». Si confidava ancora in un accordo che, trasformato in legge, potesse impedire l’apertura dei seggi. Ma nessuno scommetteva cifre cospicue su un simile esito. Nel documento si leggeva: «La sola proposizione del referendum ha già prodotto conseguenze gravi. Ha distolto le forze politiche e sociali dal proseguire l’azione economica positivamente avviata in seguito all’accordo del 22 gennaio del 1983 e al protocollo del 14 febbraio 1984, che hanno contribuito ad abbassare l’inflazione con il consenso di larga parte del movimento sindacale, garantendo al contempo la difesa del potere di acquisto dei lavoratori occupati e dei pensionati e che hanno favorito dopo anni di crisi, la ripresa dello sviluppo. Il confronto sul referendum ha già fatto perdere mesi preziosi, ostacolando la continuazione di quell’impegno sui più gravi problemi economici tuttora aperti: la lotta contro la disoccupazione; il consolidamento della ripresa e della produttività del nostro sistema economico; la tenuta ulteriore del potere d’acquisto, tramite il controllo dell’inflazione e della spesa pubblica; la continuazione della battaglia per un più equo sistema fiscale… Con essa (la campagna referendaria, n.d.a.) si possono indebolire le posizioni riformatrici, favorendo una demagogia populista basata su false promesse e senza sbocchi politici e facilitando, per la prima volta dopo tanti anni, il coagularsi delle forze conservatrici intorno a un progetto di pura e semplice stabilizzazione liberista.., Per il sindacato in particolare la proposizione del referendum in materia salariale ha segnato una espropriazione del proprio ruolo di soggetto contraente… Un prevalere del sì nel referendum, cioè un eventuale esito abrogativo, determinerebbe ancor più gravi conseguenze economiche, sociali e politiche, quali l’occasione data alla Confindustria per bloccare la contrattazione collettiva e per disdire la scala mobile; l’inevitabile accentuazione delle tensioni inflattive, che pregiudicherebbe il valore reale del risparmio delle famiglie e la difesa del potere d’acquisto, in particolare dei meno abbienti; il conseguente indebolimento della nostra moneta sul piano internazionale, con la prospettiva finora mai verificatasi di una caduta dei salari reali, l’inevitabile pregiudizio di una più efficace politica dell’occupazione, che è il problema nazionale più urgente, a partire dal Mezzogiorno». Quel documento venne sottoscritto da studiosi come Luciano Gallino, Carlo Dell’Aringa, Valerio Castronovo, Massimo Severo Giannini, Andrea Manzella, Federico Mancini, Luciano Cafagna, Francesco Alberoni.

Sull’Avanti! quattro giorni dopo l’agguato, Giorgio Benvenuto scrisse: «La nostra società non deve fermarsi, ma abbiamo il dovere morale e politico, tutti, di attenuare i toni di scontro, di tornare a ragionare… Non c’entra per nulla il ragionamento che mette in rapporto lotte sociali e azioni terroristiche. Sono due termini che non confinano: è assurdo pensare che ci sia una contiguità. Se questo è fuori discussione come ignorare però che, in particolare da un anno, l’aria nelle fabbriche è irrespirabile per colpa di un settarismo che impedisce ogni discussione… Eppure c’è chi soffia continuamente sul fuoco, nella sinistra, nei luoghi di lavoro e aggiunge danno a danno, contribuendo a incancrenire tensioni che finiscono con lo svilire anche manifestazioni unitarie su temi di grande valore come è successo a Milano e a Bari sul fisco… Perciò il problema dei guasti che un linguaggio settario e violento, una continua demonizzazione delle idee degli avversari, una rancorosa intolleranza stanno creando nelle fabbriche, nel sindacato, nel tessuto sociale del Paese va posto e subito. Può essere vero che il referendum sia solo un voto per il “sì” o per il “no”, come è stato detto, ma occorre vedere su cosa poggia questa vicenda referendaria: se essa si snodi lungo una tranquilla coscienza democratica o se, invece, essa approfondisca le lacerazioni sociali e riduca l’autonomia, la forza e la proposta del sindacato. Basta dunque con la storiella che col referendum possa risorgere un sindacato più forte e più libero… In questi ultimi cinque anni praticamente tutti i dirigenti sindacali sono stati fatti oggetto di atti di una preconcetta contestazione che nulla ha a che vedere con l’espressione di un legittimo dissenso… C’è un clima terribile nel movimento operaio italiano ed è umiliante osservare che quando Amendola lucidamente lo inchiodò alle sue prime avvisaglie fu isolato nel suo stesso partito… La nostra insistenza sul tema del linguaggio e dei comportamenti non va quindi travisata come un elemento di contrapposizione politica. Si compia una riflessione su questo fenomeno, per esempio interrogandosi su quanto tutto questo abbia nuociuto all’esperienza di un movimento operaio che gradatamente da forza di progresso generale della società, ha perso vitalità ed alleati importanti… intellettuali e forze vive del paese… Tarantelli è rimasto, lo abbiamo sostenuto in molti per dare un contributo di idee svincolato da calcoli di parte. Ora non c’è più, ma è giusto dire che non solo la sua lezione può continuare, ma che dobbiamo ridare alle parole il senso del rispetto reciproco».

Dirà Pierre Carniti, venticinque anni dopo, il 26 marzo del 2010, in occasione di un convegno internazionale su Ezio Tarantelli organizzato dalla “sua” facoltà di Economia e Commercio alla Sapienza: «Purtroppo un fatto, più precisamente un misfatto separa come un macigno da venticinque anni le nostre parole ed il suo silenzio. Per la sua morte non ci sono parole, tranne quelle che speravamo avrebbero pronunciato i giudici nei confronti degli assassini. O meglio, è accaduto tardivamente e solo parzialmente. Lasciando dolorosamente irrisolto il bisogno di verità e giustizia. Per quel che mi riguarda posso solo dire che ai sicari che hanno compiuto quel crimine orrendo non si potrà mai concedere la simulazione di un significato politico. Non si potrà mai stabilire una relazione – sia pure antagonistica – tra Tarantelli e chi lo ha trucidato. Anche per questo penso che la solitudine della sua morte vada tutelata. Perché sia ancora più chiaro che il più alto onore della vittima è quello di non poter venire mai accostato, neanche indirettamente, ai suoi carnefici».

Quel referendum fu lungo, troppo lungo. Durò un anno. Un anno di tensioni, in cui, come aveva scritto Tarantelli (con Giugni e Craveri) il mondo si era fermato. A volte rumorosamente, in maniera assordante. Come quando a Bari, Franco Marini subì la stessa sorte di Benvenuto a Milano: costretto a interrompere il suo intervento a causa dei tumulti esplosi in piazza in maniera certo non improvvisa né imprevedibile. Lo stesso giorno in cui la Corte Costituzionale decise che il referendum andava fatto. Era il 7 febbraio. Anni dopo, Franco Marini, in tono un po’ divertito (d’altro canto, il tempo stempera le tensioni e addolcisce i ricordi) ha raccontato quel che avvenne nel capoluogo pugliese. Ecco il suo ricordo: «Mentre stavo parlando a un certo punto spuntarono due, trecento persone che cominciarono a marciare verso il palco agitando la prima pagina di un giornale. “L’Unità”, infatti, era uscita con un titolo a caratteri cubitali: “Referendum”. Noi sindacalisti alle piazze un po’ agitate siamo abituati e poi a Bari la Cgil era forte ma lo era anche la Cisl. E così mi interruppi e dissi: “Se volete parlare di referendum, parliamone”. A quel punto la piazza cominciò a rumoreggiare. Io continuai a parlare con il commissario di Ps che doveva gestire l’ordine pubblico che mi diceva di chiudere perché la situazione stava diventando complicata. Continuai ma quando vidi volare giù dal palco un dirigente sindacale, decisi che era il momento di smettere». Ricordando quella fase di grandi lacerazioni, l’ex segretario generale della Cisl aggiunge: «Si è parlato di rottura eppure già cinque, sei mesi dopo San Valentino noi tornammo a fare accordi unitari. Nella Cisl, negli anni Settanta, ero tra quelli che non ritenevano possibile, a causa dei condizionamenti internazionali e nazionali, l’unità organica. Forse sbagliavo, ma la pensavo così. Quei condizionamenti, però, non ci sono più, la situazione dei lavoratori è diventata estremamente più difficile e fare il sindacalista adesso è più complicato, molto più complicato di allora perché nelle aziende ritrovi dipendenti con contratto a tempo indeterminato, a tempo determinato, a partita Iva, ti muovi insomma in una vera e propria giungla di tipologie contrattuali. Lo dico con grande sincerità: oggi l’unità io la farei».

Il 12 dicembre, la Corte di Cassazione aveva già detto che, dal suo punto di vista non esistevano impedimenti alla chiamata a raccolta del «popolo sovrano». Nei confronti del decreto erano state sollevate anche questioni di legittimità costituzionale dagli stessi promotori del referendum. Se una di quelle eccezioni fosse stata accolta, ufficializzando la tesi che gli effetti del provvedimento erano cessati il 31 luglio dell’84, i punti sarebbero stati immediatamente recuperati e il referendum sarebbe venuto meno.

In quella sentenza (la numero 35), adottata il 6 febbraio e pubblicata il 7 (a firma del presidente, Leopoldo Elia e del futuro presidente, Livio Paladin) si sosteneva che «stando così le cose non giova discutere se gli effetti giuridici del “taglio” si siano esauriti allo scadere del semestre febbraio-luglio 1984, lasciando perdurare i soli effetti economici… o se, viceversa, la ridotta operatività del meccanismo della scala mobile continui a ripresentarsi, in termini giuridicamente rilevanti sulle retribuzioni periodicamente dovute ai lavoratori subordinati. Qualunque sia la risposta, è infatti palese che non può essere la Corte a fornirla».

La Consulta, insomma, preferì trasferire la questione agli elettori e lo fece motivando la sua decisione in questo modo: «Da un punto di vista formale è incontroverso che le misure di politica economica prefigurate nel decreto-legge n. 10 e quindi realizzate nel decreto-legge n. 70 non sono state puntualmente precisate dalla legge finanziaria 1984… né recepite dalla legge finanziaria del 1985». In sostanza, l’Avvocatura dello Stato aveva sostenuto che quei provvedimenti erano da considerare alla stregua di leggi di bilancio e, quindi, non sottoponibili al referendum. La Corte Costituzionale non accettò questa tesi e aggiunse: «Dal punto di vista sostanziale poi, le disposizioni in esame non riguardano in modo specifico la “manovra di bilancio”, né il fabbisogno della finanza pubblica, bensì hanno di mira… “il contenimento dell’inflazione nei limiti del tasso programmato per l’anno 1984, al fine di favorire la ripresa economica generale e mantenere il potere di acquisto delle retribuzioni”». Venne anche respinta un’altra obiezione e cioè che con il referendum si chiedeva agli elettori di esprimersi solo su un pezzo del provvedimento. Spiegava la Consulta: «Del pari, non ha pregio sul piano giuridico la tesi per cui la richiesta in esame sarebbe incongruamente formulata, e dunque dovrebbe venire dichiarata inammissibile per non aver coinvolto l’intero complesso dei provvedimenti adottati con il decreto-legge n. 70. Queste misure si differenziano profondamente, infatti, sia per i loro contenuti sia per i soggetti che vi sono interessati; sicché non si riscontra, nel presente caso, quella “contraddittorietà ed incoerenza abrogativa di alcune norme e la prevista permanenza di altre nello stesso contesto normativo”». Conclusione: «Si dichiara ammissibile la richiesta di referendum popolare per abrogazione dell’articolo unico della legge 12 giugno 1984, n. 219 (conversione in legge con modificazioni del decreto legge 17 aprile 1984, n. 70 contenente misure urgenti in materia di tariffe, di prezzi amministrati e di indennità di contingenza)… e dichiara legittima l’ ordinanza 7-12 dicembre 1984 dell’ufficio centrale per il referendum, costituito presso la Corte di Cassazione».

La sentenza della Consulta suscitò le perplessità di un giurista illustre come Norberto Bobbio che con un articolo su “La Stampa” del 14 aprile prendeva due piccioni con una fava nel senso che esprimeva il suo dissenso rispetto all’operato dei giudici ma anche rispetto all’atteggiamento di Marco Pannella che chiedeva di non far ricorso a “espedienti legislativi” per evitare la consultazione. Bobbio nel suo intervento sottolineava che «in un referendum la questione da risolvere non può essere posta ai votanti se non sotto forma di “aut aut” o di “sì” o di “no”. Un tale modo di porre la domanda può valere per le grandi questioni di principio, monarchia o repubblica, matrimonio o divorzio, liceità o illiceità dell’aborto, domani dell’eutanasia. Non vale o vale molto meno quando sono in gioco interessi economici contrapposti, che consentono anzi esigono in una democrazia pluralista che si fonda sull’equilibrio, se pure dinamico, delle parti in contrasto, soluzioni di compromesso». Una analisi che induceva a una conclusione: era stato «se non un errore, una decisione discutibile l’accoglimento della richiesta da parte della Corte Costituzionale, giacché in futuro qualsiasi categoria che si ritenga danneggiata da un provvedimento di politica economica potrà chiederne l’abrogazione». Conclusione: «Ora l’errore più grande sarebbe quello di non riuscire ad evitarlo (il referendum, n.d.a.), la decisione più discutibile quella di lasciarlo svolgere». L’articolo induceva Giorgio Benvenuto a scrivere a Bobbio una lettera personale il 22 aprile in cui manifestando il suo consenso alle analisi del grande giurista, affermava: «Ancora una volta il tuo pensiero esprime un coraggio intellettuale ed una chiarezza d’opinione che giustamente non può collocarsi all’interno di nessuna logica di parte». Ma concludeva, manifestando un certo scoramento per la piega che le cose stavano prendendo: «L’appuntamento referendario appare difficilmente eludibile e soluzioni sicuramente soggettive come quelle avanzate dai radicali non appaiono facilmente praticabili, anche perché occorre fare ogni sforzo fino all’ultimo per evitare il voto referendario. Per questo ti confermo la decisione della scelta compiuta da parte della Uil del “doppio no al referendum e nel referendum”, scelta confortata come saprai dalla adesione di decine di intellettuali all’appello promosso dai professori Craveri, Giugni e Treu anche a nome dello scomparso Ezio Tarantelli».

Ad ogni modo, sulla base di quella sentenza, il consiglio dei ministri il 3 aprile provvide a convocare il referendum per il 9-10 giugno, a metà strada tra le elezioni amministrative (12-13 maggio) e quelle presidenziali (il 24 giugno Francesco Cossiga subentrò a Sandro Pertini). In virtù delle decisioni della Consulta si provvide a stampare il quesito referendario che, si può presumere, nella cabina elettorale quasi nessuno si preoccupò di leggere anche perché scritto in stretto burocratese, lingua piuttosto misteriosa dal punto di vista dei canoni classici dell’italiano: la comprensione sarebbe risultata impossibile. La domanda diceva: «Volete voi l’abrogazione dell’articolo unico della legge 12 giugno 1984, n. 219 (pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 163 del 14 giugno 1984) che ha convertito in legge il decreto-legge 17 aprile 1984 n.70 (pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 107 del 17 aprile 1984) concernente misure urgenti in materia di tariffe, di prezzi amministrati e di indennità di contingenza, limitatamente al primo comma, nella parte che ha convertito in legge senza modificazioni l’art. 3 del decreto-legge suddetto che reca il seguente testo: “per il semestre febbraio-luglio” 1984 i punti di variazione della misura dell’indennità di contingenza e di indennità analoghe, per i lavoratori privati, e della indennità integrativa speciale di cui all’art. 3 del decreto legge 29 gennaio 1983, n.79, per i dipendenti pubblici, restano determinati in due dal 1 febbraio 1984 e non possono essere determinati in più di due dal 1 maggio 1984″, nonché al penultimo comma limitatamente a quelli di cui all’art. 3 di quest’ultimo decreto-legge, che reca il seguente testo: “Restano validi gli atti e i provvedimenti adottati e sono salvi gli effetti prodotti ed i rapporti giuridici sorti sulla base del decreto legge 15 febbraio 1984, n.10 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 47, del 16 febbraio 1984)“». Per un amante di cruciverba, un vero divertimento. In realtà, però, tutti sapevano di cosa si trattava: un taglio di quattro punti di contingenza.

Nell’anno intercorso tra il decreto e il referendum, qualche segnale positivo era arrivato dagli indicatori economici: al 31 dicembre del 1984 l’inflazione era scesa al 10,8 per cento con contemporanea crescita del Pil nella misura del 2,6 per cento. Restava, invece, altissimo il tasso di disoccupazione. Cosa che induceva Giorgio Benvenuto, il 25 marzo dell’85, a scrivere sull’Avanti!: «Quello che abbiamo alle spalle non è un anno sprecato. Tutt’altro: sono arrivati importanti risultati per la nostra economia… Ma per qualcuno rischia di essere un altro anno perduto. Lo è per i giovani, i disoccupati, i cassintegrati se la battaglia referendaria, sempre più imminente finirà per fare da carta assorbente nei confronti dell’occupazione… Non si condanni questo paese all’immobilismo per le prossime settimane. Ci sono molte cose da chiarire, molte di più da fare in fretta: tutti i provvedimenti per l’occupazione, innanzitutto, vera e propria questione morale per il Governo, il Parlamento, le forze sociali».

Ci sarebbe voluta un’intesa per aggirare l’ostacolo, cioè per evitare il referendum. Tutti dichiaravano il proprio impegno a trovarla ma alla fine non fu trovata. In realtà ci fu un gran fervore di incontri ufficiali e ufficiosi. E se Carniti aveva provato a convincere Berlinguer a ripensarci (con scarsi risultati), Benvenuto aveva contatti continui con Gerardo Chiaromonte, esponente di spicco dell’area liberal, per provare a indirizzare la storia verso un altro epilogo trovandosi sempre di fronte alla medesima risposta: a una sola condizione il Pci poteva retrocedere, ritiro del decreto e un negoziato che lo coinvolgesse e che poteva portare anche a un accordo «più generoso». Nel frattempo, agli inizi dell’85 la Confindustria proseguiva nel consolidamento della sua linea Maginot, cioè il rifiuto del pagamento dei decimali (confermato a marzo, poi, dalla Federmeccanica), nonostante gli inviti di Craxi a comportarsi diversamente. La ricerca di una intesa si fece frenetica: il 3 aprile Lama, Del Turco, Carniti, Marini, Benvenuto e Veronese in un incontro con il ministro del lavoro misero sul tavolo la proposta di semestralizzazione della scala mobile in cambio, però, di un impegno del governo su fisco e occupazione, e della Confindustria sul pagamento dei decimali. Il 20 maggio la Cgil rilanciò la sua proposta di mediazione (che non essendo equivalente dal punto di vista economico, non riusciva a coagulare la totalità dei consensi) cinque giorni dopo ci provò anche De Michelis beccandosi il rifiuto degli industriali ormai determinati ad andare alle urne perché, come vedremo nel prossimo capitolo, avevano una strategia, come dire, alternativa.

Il ministro del lavoro aveva pensato di mettere sul tavolo la semestralizzazione della scala mobile prevedendo una indicizzazione totale del sessanta per cento dei «salari minimi conglobati» o «quella equipollente in termini di copertura, di un minimo indicizzato al cento per cento di 615.000 lire sommato ad una indicizzazione del quindici per cento della parte residua rispetto ai minimi tabellari conglobati». Inoltre proponeva, nell’arco di vigenza contrattuale, la riduzione di due ore degli orari di lavoro. Una mediazione evidentemente poco affascinante non solo per gli industriali (che, per giunta, di riduzioni degli orari non volevano sentir parlare), ma anche per la Cgil che con una lettera a De Michelis del 26 maggio, firmata da Luciano Lama e Ottaviano Del Turco, chiuse di fatto le danze: «In ordine alla revisione del meccanismo della scala mobile, constatando le distanze che esistono fra le ultime posizioni manifestate dalla Cgil e l’ipotesi da Lei formulata, la delegazione della Cgil chiede al Governo se è in condizione di presentare nuove proposte e di riprendere il confronto nelle prossime ore».

Furono settimane e mesi di contatti, di proposte, di ipotesi. Ad esempio, quella di una legge concordata tra democristiani e comunisti che Benvenuto bocciò così sull’Espresso il 27 gennaio: «Un simile accordo tra i partiti comporterebbe l’emarginazione del sindacato. E oltretutto non capisco l’atteggiamento schizofrenico della Dc che con Goria invoca il rigore e con Scotti ipotizza modifiche sostanziali all’accordo anti-inflazione del 14 febbraio 1984». Contemporaneamente Felice Mortillaro, direttore generale della Federmeccanica (un “falco”, lo si definiva all’epoca) faceva sapere che gli industriali erano interessati solo a una soluzione che comportasse il sostanziale azzeramento della scala mobile: «Penso semplicemente che gli industriali e l’economia italiana non possono permettersi nessun aggravio del costo del lavoro. Una legge simile (quella ipotizzata da Dc e Pci, n.d.a.) sarebbe inaccettabile». Tutti incontravano tutti. Natta, segretario del Pci, incontrava Carniti il 18 febbraio, senza cavare un ragno dal buco. «Pensano a un negoziato che sconfessi sostanzialmente l’accordo del 14 febbraio e pensano, con accattivante candore, che questo negoziato si possa fare con la Cisl», dicevano gli uomini di Pierre Carniti che nelle riunioni sindacali ribadiva: «L’unità sindacale funziona se scontenta tutti i partiti». Qualche giorno prima, precisamente il 15 febbraio, sempre Natta aveva visto Benvenuto che alla fine diceva: «Natta mi è sembrato attento ai problemi che il referendum solleverebbe. Ha detto di apprezzare la posizione della Cgil e il tentativo della Uil di trovare una soluzione. Ha aggiunto che il Pci appoggerà un accordo sindacale». Poi aggiungeva: «Senza il Pci non si fa un governo di stampo socialdemocratico europeo. Allora perché scavare un solco tra i due partiti della sinistra storica?». Dall’altra parte, Lama vedeva Spadolini e illustrava a Ciriaco De Mita (il 6 febbraio) la proposta della Cgil per far ripartire il negoziato. Una proposta la lanciava anche Claudio Martelli: una parte del salario totalmente protetta dalla scala mobile, una seconda tutelata in misura decrescente con il crescere del reddito; restituzione dei quattro punti ma non in busta-paga bensì per finanziare un fondo per l’occupazione alimentato per un terzo dallo Stato, per un terzo dai lavoratori e per un terzo dalle imprese (una ipotesi che risentiva molto delle elaborazioni di Carniti). Anche i repubblicani cercavano una via d’uscita proponendo un salario con una fascia totalmente protetta ma una scala mobile che sarebbe scattata solo una volta all’anno. Alla fine fu più un esercizio di stile. Perché mancavano gli uomini giusti e i tempi altrettanto giusti per evitare il referendum. Enrico Berlinguer, che aveva l’autorevolezza per prendere una decisione coraggiosa, non c’era più. Nel frattempo, incombevano le elezioni amministrative che per Alessandro Natta erano il primo banco di prova da segretario.

Alla fine tutti accettarono una sfida che, a parole, nessuno voleva. L’accettò Natta, che pure nutriva qualche perplessità, ma sentiva intorno a sé l’ottimismo dei militanti, l’ottimismo di un partito che confidava di bissare il successo dell’anno prima all’Europee, sottovalutando l’effetto emotivo della scomparsa di un leader molto amato da chi votava per il Pci e molto stimato anche da chi non votava quel partito o, addirittura, lo avversava (diceva di lui Indro Montanelli, un giornalista che non ha mai coltivato simpatie di sinistra: «Uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre con una coscienza esigente, solitario di abitudini spontanee, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede»). La sfida l’accettò anche chi sembrava destinato a perderla. Perché alla fine Benvenuto vinse la sua battaglia convincendo i partiti favorevoli al “no” a puntare sulla scommessa delle urne e non sulle “scappatoie vacanziere”. Il 27 maggio, infatti, in un vertice decisero di marciare a ranghi (quasi) compatti verso il referendum.

Con qualche tentennamento e qualche colpo basso. Biagio Agnes, direttore generale della Rai, uomo di Ciriaco De Mita, ad esempio, impedì a Bettino Craxi di presentarsi alla tribuna elettorale che concludeva il ciclo tele-referendario per l’appello finale (consueto all’epoca). Il Presidente del Consiglio fece, però, una mossa a sorpresa che ebbe notevoli conseguenze sul voto: annunciò che si sarebbe dimesso se il decreto fosse stato cancellato, inducendo Alessandro Natta a escludere un simile automatismo. Doveva, insomma, restare al suo posto anche nel caso di sconfitta referendaria. Dal canto suo, Luciano Lama lasciò a una Cgil divisa, la libertà di coscienza. Aveva firmato per il referendum e la cosa era stata presa molto male dai suoi colleghi, Carniti e Benvenuto. Lui si è poi difeso così: «Firmando legittimavo sia i comunisti della Cgil per la firma, sia i socialisti della Cgil per l’ostilità alla firma, e per la propaganda contro il referendum. Firmando aprivo la strada a Ottaviano Del Turco e agli altri compagni socialisti che volevano esprimersi pubblicamente in modo contrario al mio. Se mi fossi astenuto dal firmare, loro sarebbero stati meno liberi di muoversi di come si son mossi contro il referendum». Ma i socialisti della Cgil avevano anche un’altra paura: cosa sarebbe accaduto all’interno della Confederazione se la cancellazione del decreto fosse passata? Quali spazi avrebbero avuto con un “garante” come Lama in uscita? Lama, però, si comportò da grande leader e aprì gli spazi televisivi anche a chi all’interno della Cgil dissentiva: «La Rai-Tv aveva invitato i segretari delle confederazioni, uno alla volta, perché esprimessero la loro opinione sul referendum. Io dissi: ci vado, in tivvù, soltanto se viene anche Del Turco».

I sondaggi, come abbiamo sottolineato inizialmente, non confortavano la speranza del “partito del No”. Quello di “Panorama” veniva commentato così da Giorgio Benvenuto, sullo stesso settimanale: «Il test fotografa lo stato del dibattito. La verità è che il Pci ha già da tempo iniziato una martellante campagna elettorale per il “Sì”, mentre finora noi, la Cisl e lo stesso governo siamo stati impegnati a evitare che il referendum si facesse. In definitiva, la campagna elettorale per il “No” deve ancora iniziare ed è abbastanza logico che il sondaggio registri questo ritardo». Il venerdì 7 giugno il “fronte del No” riuscì a organizzare una manifestazione in Piazza Navona: per dare un effetto di grande partecipazione venne invasa dai taxi che con il loro colore giallo “impastavano” in un magma indistinto i monumenti barocchi e le persone. Lo stato d’animo, però, rispetto al sondaggio di marzo era un po’ diverso. Alla base di questo cambiamento di umore, i risultati elettorali. I dati non sembravano confortare le scelte del Pci che perdeva colpi sia alle comunali che alle regionali: il 33,3 delle Europee si era trasformato (nei comuni con oltre cinquemila abitanti) in un misero 28,5 e alle regionali (statuto ordinario) nel 30,2; risaliva leggermente la Dc (dal 33 delle Europee al 34 delle comunali al 35 delle regionali); cresceva il Psi (dall’11,2 dell’anno prima, arrivava nelle comunali al 14,9 e nelle regionali al 13,3); arretrava il Pri che continuava a beneficiare solo parzialmente dell’effetto-Spadolini (4 per cento alla regionali, 4,8 alle comunali).

Numeri che aprirono all’interno del Pci un “processo” contro Lama: «C’era chi pensava che le elezioni amministrative le avevamo perse anche per gli errori miei alla Cgil, per gli errori del gruppo dirigente sindacale, per il mio dissenso troppo manifesto rispetto al referendum e, soprattutto, per il modo in cui avevo preso le distanze dall’ultima fase della segreteria Berlinguer».

Il 10 giugno, quando le urne vennero aperte, la sorpresa fu straordinaria, almeno quanto quella che il 12 maggio, contemporaneamente alle amministrative, si era prodotta sui campi di calcio con la vittoria dello scudetto da parte di una squadra di provincia, il Verona, ai danni della potentissima Juventus dell’Avvocato Agnelli (che poi in quello stesso mese visse il dramma dell’Heysel, la vittoria di una Coppa Campioni con trentanove morti ai bordi del campo, trentadue italiani). Fu tutto sorprendente. L’affluenza, ad esempio, notevolmente alta: 34.959.404 italiani su 44.904.290 (il 77,9 per cento); il risultato finale: 18.384.788 italiani, cioè il 53,3 per cento si era opposto alla cancellazione del decreto di San Valentino; 15.490.855, quindi il 45,7 aveva risposto positivamente all’invito a cancellare il provvedimento (le bianche e le nulle furono in tutto 1.113.761). Ma la sorpresa era anche nella scomposizione del dato: il “no” vinceva nelle regioni industriali (Lombardia, Liguria, Piemonte); il sì resisteva nelle roccaforti elettorali del Pci (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria). La regione che in massa votava per il mantenimento del decreto era il Trentino Alto Adige: 75 per cento; la città che in percentuale esprimeva il maggior numero di “no” era Bolzano, 82,1. Ma la conferma del decreto poteva contare su un buon dato regionale in Lombardia (61,3) e su un buon dato comunale a Milano (57,1). Il “sì” otteneva in Calabria (55,2) le stesse percentuali della Toscana, faceva il pieno a Siena (61,4). Con una circolare a tutte le strutture, Giorgio Benvenuto, però, «invitava a non fare trionfalismi». E aggiungeva: «Vogliamo mettere l’accento sul fatto che il dato referendario deve favorire una riflessione da parte di tutti… È necessario ridare spazio all’autonomia del movimento sindacale, dando nuove regole alla democrazia sindacale, in modo da recuperare il rapporto con i lavoratori, e rendere possibile la partecipazione reale alle scelte che il sindacato dovrà compiere». Luciano Lama con franchezza ha spiegato anni dopo che la sconfitta nel referendum non lo sorprese: «In qualche modo l’avevo previsto. M’è dispiaciuto perdere. Se l’avessimo vinto, il Pci avrebbe avuto in seguito meno difficoltà. Ma non sono sicuro neppure di questo. Sì, i risultati materiali del decreto sulla scala mobile sarebbero stati annullati. Però avremmo ristabilito con più lentezza e forse con maggiori problemi i rapporti unitari con la Cisl e la Uil».

* Dal libro di Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie: “Il divorzio di San Valentino. Così la scala mobile divise l’Italia”, con un saggio di Antonio Agosta: “Referendum, un’analisi”. Terza edizione. Bibliotheka Edizioni, 2016, pp 617, euro 35,00

99 anni fa la presa del Palazzo D’Inverno

palazzo-dinverno-2Il 7 novembre di novantanove ani fa, Vladimir Il’ic Ul’janov Lenin conquistava il Palazzo d’Inverno aprendo la strada a un sistema di potere (bolscevico) che con la stessa irrimediabile rapidità con cui era stato prodotto, settantaquattro anni dopo, nel 1991, tramontò facendo calare il sipario su quel corollario chiamato Guerra Fredda, confronto fra due Blocchi, tra due culture politiche, tra due visioni del mondo. Oggi, il Mausoleo sulla Piazza Rossa più che un luogo di culto, è una meta di turistica curiosità; la Rivoluzione di Ottobre è oggi una pagina di storia che non contiene più la promessa di una rivoluzione antropologica, un cambiamento che avrebbe dovuto portare alla sconfitta del capitalismo e al trionfo del socialismo; non è più l’annuncio di un contagio che, nei piani di Lenin, avrebbe dovuto coinvolgere se non tutto il mondo, almeno buona parte dell’Europa tanto da indurlo, nei giorni caldi del Biennio Rosso, a invitare gli italiani a fare piazza pulita dei riformisti perché in quel clima di forte contrapposizione sociale a suo parere erano visibili i segni di una condizione rivoluzionaria, dunque era più che mai necessario rompere gli indugi.
In realtà il capitalismo ha mostrato una straordinaria capacità di resistenza (e anche di adattamento) a quelle crisi che, secondo Marx, avrebbero dovuto mettere la parola fine a quel sistema economico favorendo l’inesorabile vittoria del proletariato. Da quelle crisi, il capitalismo non solo non si è fatto piegare, ma le ha anche utilizzate per rinnovarsi, per replicarsi, a volte migliorandosi, altre volte peggiorandosi (da qualche tempo siamo in quest’ultima fase e il problema più grave è dato dalla mancanza di risposte credibili e dall’assenza di una classe dirigente in grado di fornirle dopo averle elaborate in una coerente teoria). Un grande storico come Eric Hobsbawm ha sottolineato come da un punto di vista pratico, la Rivoluzione di Ottobre abbia provocato conseguenze ben più ampie di quelle che nel 1789 riuscì a produrre la rivoluzione francese, sottolineando come appena trenta, quaranta anni dopo la presa del Palazzo d’Inverno un terzo dell’umanità si trovò a vivere sotto sistemi che a quella vicenda iniziale si ispiravano, in molti casi adottando in toto il modello sovietico. Ma se le ripercussioni immediate sono state ampie, non altrettanto si può dire dell’eredità ideale che è stata ripudiata in maniera netta in primo luogo da coloro che più direttamente hanno vissuto o subito quell’esperienza e le varie fasi del suo degrado.
Quella Rivoluzione ha “ispirato” la costruzione di sistemi di potere, quella francese, invece, ha prodotto una contaminazione culturale che attraversando i secoli è giunta sino ai giorni nostri irrobustendo principi che sono ancora oggi alla base del nostro vivere in comunità. La prima ha retto settantaquattro anni senza lasciare eredi, la seconda molto meno ma è rinata puntualmente in tutti quegli stati che si sono organizzati seguendo principi di libertà. L’inno russo è uguale nella musica a quello sovietico ma è stato cambiato nel testo; la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nello stesso testo del 1789 apre la Costituzione Francese. Ciò non toglie che in qualche misura nella società (politica) russa attuale si ritrovino gli stessi collanti che consentirono a Lenin di conquistare il potere venendo accompagnato da un consenso ampio. Ad esempio, il patriottismo o, se vogliamo, il nazionalismo. Vladimir Il’ic lo utilizzò per tenere unita una società in disfacimento dopo la crisi e il crollo dello zarismo; Vladimir Putin fa più o meno la stessa cosa muovendo le leve dell’orgoglio e delle nostalgie di un Paese che stava scivolando verso l’irrilevanza dopo essere stato il protagonista, in veste di potenza concorrente, del confronto tra i due Blocchi. Ma a volte l’uso delle parole racconta, in maniera elementare, forse superficiale ma immediata, l’imbarazzo che si prova nei confronti di certi lasciti. Per fare riferimento all’ampiezza e alla graniticità assolutistica del potere dell’attuale padrone della Russia, si fa precedere il suo nome con la definizione di “zar”; certamente non con quella di “segretario del Pcus”.
Novantanove anni fa nessuno avrebbe immaginato che una società profondamente arretrata avrebbe potuto produrre la prima rivoluzione proletaria. Nemmeno Marx, sebbene negli ultimi anni della sua vita se lo sia augurato ma soprattutto per l’effetto contagio che avrebbe potuto scatenare negli stati confinanti con quell’immenso paese, la Germania in particolare. Non lo credeva nemmeno Lenin che solo pochi mesi prima della presa del Palazzo d’Inverno si chiedeva se avrebbe vissuto abbastanza per assistere al trionfo della sua rivoluzione. Né credeva che quella sua eredità sarebbe stata dispersa tanto lentamente attraversando trequarti di secolo tanto è vero che un paio di mesi dopo la vittoria si esaltava per il fatto che quel sistema era durato già molto di più della Comune di Parigi.
Ma se l’esito finale era in ampia misura inimmaginabile, l’esplosione di una rivoluzione sociale non era certo un evento imprevedibile. Lo zarismo era in crisi profonda e dopo essersi un po’ risollevato già nel 1905 sarebbe crollato se non avesse potuto contare sulla lealtà dell’esercito. Crollò dopo, quando gli entusiasmi iniziali per l’esplosione della prima Guerra Mondiale cominciarono a scemare un po’ in tutta Europa. A quel punto fu sufficiente che a una manifestazione di operaie l’8 marzo coincidesse con la serrata delle fabbriche metallurgiche Putilov per scatenare lo sciopero generale, con i cosacchi, fedelissimi dello zar, che si rifiutarono di sparare sulla folla finendo così per dare l’ultima picconata a un potere già moribondo.
Non era ancora la rivoluzione di Ottobre ma se nelle teorizzazioni di Marx in Russia mancavano le condizioni per una rivoluzione proletaria (una forte e robusta classe operaia), allo stesso modo erano assenti i “fondamentali” per una vera rivoluzione borghese. La conseguenza fu un governo transitorio estremamente debole e una miriade di consigli (soviet). Lenin in sostanza trasformò un sommovimento dai caratteri quasi anarchici, nella base per la trasformazione del potere in chiave bolscevica. Ci riuscì perché si dotò di uno strumento fondamentale (intorno al quale l’Urss ha continuato a ruotare sino alla sua dissoluzione): il partito (poche migliaia di militanti nella primavera del 1917, oltre 250 mila già in estate). E perché più di altri riusciva a cogliere quel che voleva la gente (ad esempio, in una società profondamente contadina la distribuzione della terra per favorire la nascita di aziende familiari).
La rapidità dell’ascesa fu pari alla rapidità della discesa; all’interno dei due fenomeni, una parentesi di settantaquattro anni. Gorbaciov avrebbe voluto cambiare il volto dell’Urss impugnando due armi: la perestrojka, cioè la riforma, e la glasnost, cioè la trasparenza. La prima presupponeva il superamento dell’economia di stato con il conseguente traghettamento verso un sistema misto che nessuno era in grado di definire, delineare nei contorni; il secondo il passaggio dal dominio del partito unico, fonte di tutto, a un quadro multipartitico. La conseguenza è stata quella illustrata da Hobsbawm nel suo libro “Il Secolo breve” (pag. 567): “Ciò che condusse l’Urss a gran velocità verso il precipizio fu la combinazione della glasnost, che equivaleva alla disintegrazione dell’autorità, con la perestrojka, che equivaleva alla distruzione dei vecchi meccanismi che facevano funzionare l’economia, senza la predisposizione di una alternativa; di conseguenza la perestrojka provocò il crollo del tenore di vita”. Finiva così la rivoluzione che si proponeva di regalare agli uomini una speranza e di proporre al mondo un’alternativa al capitalismo e che invece ha prodotto numerose tragedie. Ma questo non significa che si debba far finta che nulla sia avvenuto. Ecco perché vogliamo ricordare questa data, comunque storica, con la prefazione di un libro famosissimo: “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” di John Reed.

Antonio Maglie

Fondazione Nenni


“Io, fedele cronista di una rivoluzione”

di John Reed*
Questo libro è un brano di storia, di storia come io l’ho vissuta. Pretende solo di essere un racconto particolareggiato della Rivoluzione d’Ottobre, cioè di quelle giornate in cui i bolscevichi, alla testa degli operai e dei soldati di Russia, si impadronirono del potere dello Stato, e lo dettero ai Soviet.
Nel libro si parla soprattutto di Pietrogrado, che fu il centro, il cuore stesso della insurrezione. Ma il lettore deve ben rendersi conto che tutto ciò che avvenne a Pietrogrado si ripeté, pressappoco egualmente, con una intensità più o meno grande, e ad intervalli più o meno lunghi, in tutta la Russia.
In questo volume, il primo di una serie alla quale lavoro, sono obbligato a limitarmi ad una cronaca degli avvenimenti di cui sono stato testimone, ai quali ho assistito personalmente o che conosco da fonte sicura. Il racconto propriamente detto è preceduto da due capitoli che tracciano brevemente le origini e le cause della Rivoluzione d’Ottobre. So bene che questi due capitoli saranno di difficile lettura, ma essi sono essenziali per comprendere ciò che segue. ll lettore si porrà certamente numerose domande. Che cos’è il bolscevismo? In cosa consiste la forma del governo fondato dai bolscevichi? I bolscevichi erano favorevoli all’Assemblea Costituente
prima della Rivoluzione d’Ottobre; perché dunque la disciolsero poi, essi stessi, con la forza? E perché la borghesia, ostile all’Assemblea Costituente fino alla comparsa del pericolo bolscevico, assunse poi la difesa di questa stessa Assemblea? Tutte queste questioni non potevano trovare qui una risposta. In un altro volume: Da Kornilov a Brest-Litovsk, dove proseguo il racconto degli avvenimenti fino alla pace con la Germania, descrivo l’origine e la funzione delle varie organizzazioni rivoluzionarie, l’evoluzione del sentimento popolare, lo scioglimento dell’Assemblea Costituente, la struttura dello Stato sovietico, lo sviluppo e la conclusione dei negoziati di Brest-Litovsk.
Iniziando lo studio della insurrezione bolscevica, è necessario rendersi ben conto che la disorganizzazione della vita economica e dell’esercito russo, fine logica di un processo che risale al 1905, non cominciò il 25 Ottobre (7 Novembre) 1917, ma parecchi mesi prima. I reazionari, privi di ogni scrupolo, che dominavano la corte dello zar, avevano deliberatamente deciso di provocare una catastrofe per poter concludere una pace separata con la Germania. La mancanza di armi al fronte, che ebbe per conseguenza
la grande ritirata dell’estate 1915, la scarsezza dei viveri negli eserciti e nelle grandi città, la crisi della produzione e dei trasporti del 1916, tutto ciò faceva parte di un gigantesco piano di sabotaggio, la cui esecuzione fu frenata a tempo dalla Rivoluzione di Marzo.
Durante i primi mesi del nuovo regime, malgrado la confusione seguente a un grande movimento rivoluzionario, che liberava un popolo di 160 milioni di uomini, il popolo più oppresso del mondo intero, la situazione interna e la capacità di combattimento degli eserciti migliorarono, infatti, di molto.
Ma tale «luna di miele» durò poco tempo. Le classi possidenti volevano una rivoluzione esclusivamente politica che, strappando il potere allo zar, lo trasmettesse a loro. Esse volevano fare della Russia una repubblica costituzionale sul modello della Francia o degli Stati Uniti, o una monarchia costituzionale, come quella inglese. Le masse popolari volevano invece una vera democrazia nella città e nelle campagne.
William English Walling, nel suo libro Il messaggio della Russia, consacrato alla rivoluzione del 1905, descrive esattamente lo stato d’animo dei lavoratori russi che dovevano poi, quasi unanimemente, sostenere il bolscevismo:

I lavoratori comprendevano bene che, anche sotto un governo liberale, essi avrebbero
rischiato di continuare a morire di fame se il potere fosse rimasto ancora nelle mani di altre classi sociali.
L’operaio russo è rivoluzionario, ma non è né violento, né dogmatico, né stupido. Egli è
pronto alla lotta sulle barricate, ma ne ha studiato le regole e, caso unico fra i lavoratori del mondo intero, le ha imparate dalla pratica. È risoluto a condurre fino alla fine la lotta contro il suo oppressore, la classe capitalista. Non ignora che esistono ancora altre classi, ma esige che esse prendano nettamente posizione nel conflitto accanito che si avvicina.
I lavoratori russi riconoscevano tutti che le nostre istituzioni politiche [americane] sono preferibili alle loro, ma non desideravano affatto di passare da un dispositivo all’altro, [quello della classe capitalista]…
Se gli operai russi si sono fatti uccidere e sono stati impiccati a centinaia a Mosca, a Riga, a Odessa, se essi sono stati, a migliaia, imprigionati nelle galere russe ed esiliati nei deserti e nelle regioni artiche, non è per conquistare i privilegi discutibili degli operai dei Goldfilds e di Cripple-Creek…

Si sviluppò così in Russia, nel corso stesso di una guerra esterna, in seguito alla rivoluzione politica, la rivoluzione sociale che si concluse con il trionfo del bolscevismo.
A.J. Sack, direttore dell’Ufficio di informazioni russe per gli Stati Uniti, ed avversario del governo sovietico, ha scritto nel suo libro La nascita della democrazia russa:

I bolscevichi si costituirono in Consiglio dei ministri con Lenin, presidente, e Lev Trockij,
ministro degli affari esteri. Quasi subito dopo la rivoluzione di Marzo, la loro andata al potere era apparsa inevitabile. La storia dei bolscevichi dopo la rivoluzione è la storia della loro ascesa costante…

Gli stranieri, gli americani in particolare, insistono frequentemente sulla ignoranza dei lavoratori russi. È esatto che questi non possedevano l’esperienza politica dei popoli occidentali, ma erano notevolmente preparati nella organizzazione delle masse. Nel 1917 le cooperative di consumo, contavano più di 12 milioni di aderenti. Lo stesso sistema dei Soviet è un ammirabile esempio del loro genio organizzatore. Inoltre non vi è probabilmente sulla terra un altro popolo che conosca così bene la teoria del
socialismo e le sue applicazioni pratiche.
William English Walling scrive a questo proposito:

I lavoratori russi sanno, nella loro maggioranza, leggere e scrivere. La situazione
estremamente turbata nella quale si trovava il paese da molti anni, ha fatto sì che essi hanno avuto il vantaggio di avere per guide non solo i più intelligenti tra di loro, ma una grande parte degli intellettuali, egualmente rivoluzionari, che comunicarono loro il proprio ideale di rigenerazione politica e sociale della Russia…

Molti scrittori hanno giustificato la loro ostilità contro il governo sovietico con il pretesto che l’ultima fase della rivoluzione fu solamente una lotta di difesa degli elementi civili della società contro gli attacchi brutali dei bolscevichi. Furono invece proprio tali elementi, le classi possidenti, che, di fronte al potere crescente delle organizzazioni rivoluzionarie di massa, tentarono di distruggerle ad ogni costo e di sbarrare la strada alla rivoluzione. Per rovesciare il ministero Kerenskij e per annientare i Soviet esse disorganizzarono i trasporti, provocarono dei torbidi interni; per vincere i Consigli di fabbrica, chiusero le officine, fecero sparire combustibile e materie prime; per schiacciare i Comitati dell’esercito, ristabilirono la pena di morte e cercarono di provocare la disfatta militare.
Evidentemente esse gettavano così benzina, e della migliore, sul fuoco bolscevico. I bolscevichi risposero predicando la guerra di classe e proclamando la supremazia dei Soviet.
Tra questi due estremi, più o meno caldamente appoggiati da gruppi diversi, si trovavano i socialisti detti «moderati», che comprendevano i menscevichi, i socialisti-rivoluzionari ed alcune frazioni di minore importanza. Tutti questi partiti erano ugualmente attaccati dalle classi possidenti, ma la loro forza di resistenza era spezzata dalle loro teorie stesse.
I menscevichi ed i socialisti-rivoluzionari proclamavano che la Russia non
era matura per la rivoluzione sociale e che solo una rivoluzione politica era
possibile. Secondo loro le masse russe mancavano dell’educazione
necessaria per la presa del potere; ogni tentativo in tale senso non avrebbe
che provocato una reazione, la quale avrebbe facilitato ad un qualsiasi
avventuriero senza scrupoli la restaurazione del vecchio regime. Perciò
quando i socialisti «moderati» furono obbligati dalle circostanze a prendere
il potere, non osarono servirsene.
Essi credevano che la Russia dovesse passare, a sua volta, per le stesse
tappe politiche ed economiche dell’Europa Occidentale, per arrivare, infine,
contemporaneamente al resto del mondo, al paradiso socialista. Si
trovavano quindi d’accordo con le classi possidenti per fare della Russia
soprattutto uno Stato parlamentare – alquanto più perfezionato, tuttavia,
delle democrazie occidentali – ed insistettero, perciò, per la partecipazione
delle classi possidenti al potere. Di là ad una politica di sostegno, non vi era
che un passo. I socialisti «moderati» avevano bisogno della borghesia; ma
la borghesia non aveva bisogno dei socialisti «moderati». I ministri socialisti
furono obbligati a cedere, a poco a poco, sulla totalità del loro programma,
via via che la pressione delle classi possidenti aumentava.
E finalmente, quando i bolscevichi ebbero abbattuto tutto quel castello di
compromessi senza base, menscevichi e socialisti rivoluzionari si trovarono
nella lotta a fianco delle classi possidenti. Questo stesso fenomeno noi lo
vediamo oggi riprodursi, presso a poco, in tutti i paesi del mondo.
È ancora di moda, dopo un anno di esistenza del regime sovietico, parlare
della rivoluzione bolscevica come di una «avventura». Ebbene, se si deve
parlare di avventura, fu veramente tra le più meravigliose in cui si sia
impegnata l’umanità, l’avventura che aprì alle masse lavoratrici il terreno
della storia e che fece tutto dipendere ormai dalle loro vaste e naturali
aspirazioni. Ma aggiungiamo che era pronto, prima di novembre, l’apparato
per mezzo del quale le terre degli agrari potevano essere distribuite ai
contadini; che i Consigli di fabbrica ed i sindacati erano costituiti, per
realizzare il controllo operaio dell’industria, e che ogni città, ed ogni
villaggio, ogni distretto, ogni provincia, aveva i suoi Soviet di deputati
operai, soldati e contadini pronti ad assumere l’amministrazione locale.
Qualunque giudizio si dia del bolscevismo, è certo che la rivoluzione russa
è uno dei grandi avvenimenti della storia dell’umanità e che la conquista del
potere da parte dei bolscevichi è un fatto d’importanza mondiale. Come gli
storici si sforzano di ricostruire nei suoi più piccoli particolari la storia della
Comune di Parigi, così essi desiderano sapere ciò che è accaduto a
Pietrogrado nel novembre 1917, lo stato d’animo del popolo, la fisionomia
dei suoi capi, le loro parole, i loro atti. Ho scritto questo libro pensando ad
essi.
Durante la lotta le mie simpatie non erano neutre. Ma tracciando la storia
di quelle grandi giornate ho voluto considerare gli avvenimenti come un
cronista coscienzioso che si sforza di fissare la verità.

J.R.
New York, 1 gennaio 1919

Giacomo Mancini,
il meridionalista

Il Parlamento italiano ha dato alle stampe un libro che raccoglie i discorsi di Giacomo Mancini, deputato, ministro, sindaco di Cosenza e segretario nazionale del Psi negli anni ’70. Ma anzitutto è stato un grande meridionalista. Deputato dal 1948, Giacomo Mancini è stato l’artefice dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e dell’istituzione dell’Università di Calabria. Ma anzitutto, nel 1963, come ministro della Sanità rese obbligatoria la vaccinazione antipolio. Abbiamo colto l’occasione del riconoscimento postumo a Giacomo Mancini per parlare della cosiddetta questione meridionale. Sono lontani i tempi di Giustino Fortunato e di Gaetano Salvemini e di altri illustri meridionalisti. Il Sud è sempre più abbandonato a sé stesso. La marginalità del Sud, nel peso della nazione, è testimoniato non solo dall’uscita di scena di studiosi dei problemi del Mezzogiorno. Negli anni della prima Repubblica, l’Italia era diventata la quarta potenza mondiale in termini di Pil: la scena politica vedeva i parlamentari del Sud protagonisti della realtà italiana. Primi fra tutti Aldo Moro e Ugo La Malfa. E poi una lunga lista, da Emilio Colombo e Ciriaco De Mita, entrambi presidenti del Consiglio; da Francesco De Martino, Rino Formica, Claudio Signorile, ministri di primo piano. E poi Mannino e Lima in Sicilia, ed altri politici di alto livello sui quali non ci dilunghiamo. In questo momento, nel governo Renzi c’è solo Alfano, che non si può definire un meridionalista. Il ministro Alfano è da 15 anni al governo; avrebbe potuto portare almeno l’alta velocità in Calabria e Sicilia. Non è stato così; per andare in treno da Roma a Palermo si impiegano più di dieci ore. Dopo l’era dei milanesi caratterizzata dalla ventennale presenza di Silvio Berlusconi e Romano Prodi al governo, con Renzi siamo entrati nel ciclo dei fiorentini. Il Sud non esiste più in politica, così come non c’è una prospettiva in favore di quest’area importante della nazione. Non ci si rende conto che senza un piano di sviluppo per il Sud, anche il Nord è condannato alla non crescita, che contraddistingue l’andamento asfittico della nostra economia. La Germania è ritornata grande, finanziando la rinascita dell’ex Ddr (Repubblica democratica tedesca) rimasta fortemente arretrata, dopo 40anni di comunismo.

Roberto Fronzuti

La rivoluzione Ungherese e l’illuminazione socialista

rivoluzione-unghereseIl 23 ottobre cade l’anniversario della Rivoluzione ungherese del 1956, nota anche come insurrezione ungherese o semplicemente rivolta ungherese, una sollevazione armata di spirito anti sovietico scaturita nell’allora Ungheria socialista che durò dal 23 ottobre al 10 – 11 novembre 1956. Quell’anno in tutta l’Europa democratica – dove già c’erano state reazioni alle novità del ‘rapporto Kruscev’ e alla rivolta polacca – le ripercussioni della rivoluzione ungherese furono rilevanti, in particolare per il Partito Socialista Italiano, alleato del PCI dopo il 1934, quando Stalin autorizzò i ‘fronti popolari’, che prese subito le distanze dai sovietici e dai comunisti italiani. Fu il sangue dei lavoratori ungheresi ad aprire gli occhi a una buona parte dei socialisti.
Il merito di Nenni fu quello di imboccare senza esitazioni una strada di separazione dal PCI e dall’URSS, compito difficile per lui che era stato l’uomo dell’unità a sinistra in nome della classe operaia. Nenni fu il mentore di quella svolta, la politica ‘autonomista’: nessuna subordinazione e ‘socialismo nella democrazia’. Smitizzazione dell’Unione Sovietica e delle ‘democrazie popolari’ dell’Est europeo come ‘paradisi’ della classe lavoratrice, legittimazione dei socialisti italiani come interlocutori nella politica nazionale.


Storia contro ricordo

di Raffaele Tedesco

Il 23 di ottobre, cade l’anniversario della Rivoluzione Ungherese del 1956, in cui il popolo magiaro si sollevò contro l’oppressione dell’URSS comunista e dittatoriale. Molti giornali, come giusto che sia, ne danno menzione, raccontando ognuno quei momenti tragici. Sul Manifesto compare un articolo di Luciana Castellina, con il quale, la storica militante comunista, racconta come ha vissuto quei giorni convulsi. Era piuttosto giovane, allora, ed in quel giorno racconta che si trova in Belgio, per questioni politiche, in un contesto in cui imperava la Guerra Fredda, e si viveva su fragili equilibri contrapposti. E’ un racconto personale, il quale, come tutte le storie volte al passato, risentono della dimensione sfumata e nostalgica del tempo trascorso, quanto delle passioni vissute.

Ma la storia, come emette i suoi verdetti postumi, su cui riflettere, un tempo è stata presente; ed in quel presente c’era già chi aveva ragione, ed era dalla parte giusta, rispetto agli avvenimenti ungheresi e al comunismo. Delle ragioni, e di quella “parte giusta”, nel racconto della Castellina non c’è nulla. La tensione emotiva che traspare nell’articolo non porta a nessuna considerazione di tal fatta. Ella, alla fine, afferma:”….io non partecipai alla protesta (contro i carri armati ndr), pur con tutte le riserve sui regimi dell’est e sui giudizi minimizzanti che pur senza censurare le informazioni, furono emessi dal PCI. Non lo feci non per non rompere la disciplina, ma perché c’era appena stato il XX congresso e l’URSS con Kruscev sembrava stesse cambiando; quello che stava succedendo a Budapest si presentava come un colpo di coda della vecchia guardia stalinista….(per noi) la minaccia principale restava l’imperialismo occidentale”.Ma la sinistra non si comportò tutta allo stesso modo. Strappi importanti (soprattutto di intellettuali) ci furono anche nel PCI.

Di quel che succedeva realmente, e delle sue motivazioni, se ne discuteva in quei giorni tragici su tutti i giornali. Di cui, per sua ammissione, la Castellina non si fidava, perché borghesi. Il racconto è rinchiuso tutto all’interno della storia comunista e del suo pensiero dell’epoca. È una storia ferma, solo evocativa, e senza nessuna presa di coscienza. Di quelle scelte non pagarono solo innocenti, ma anche la sinistra italiana, la quale non poté mai assurgere a diventare maggioritaria come in tutte le democrazie occidentali.

E manca, ma c’è poco da meravigliarsi, la presa di coscienza di un inequivocabile dato storico: l’indubbia superiorità del socialismo su ogni tipo di comunismo. Compreso quello di stampo togliattiano che parlava di un “partito nuovo”. Eppure, è da sempre che nel socialismo si dibatteva su riformismo e rivoluzione. Su violenza e gradualità. E sul valore imprescindibile della libertà.Esperienze concrete ce n’erano. Come in Italia, ma non solo, il dibattito e lo scontro erano stati sempre forti.Il riformismo turatiano, quanto quello di Bernstein, lo sforzo di conciliare giustizia e libertà fatto dai fratelli Rosselli. L’austromarxismo, il quale ha tentato, con risultati importanti, di dare una nuova prospettiva al marxismo.

E poi, Treves, Calogero, Capitini, Spinelli, col suo progetto di federazione europea, Valiani, Pannunzio e tanti altri ancora. Nenni, in fondo l’unico rivoluzionario rimasto all’epoca in Italia (non dimentichiamo che partecipò alla Settimana Rossa del 1914), non ebbe esitazioni rispetto alla condanna dell’invasione sovietica. Rompendo, di conseguenza, l’unità d’azione con i comunisti. Senza dimenticare, in tutto ciò, la tragedia degli anarchici e dai militanti del POUM in Spagna, trucidati dai comunisti.La lotta dei socialisti, non certo scevra di limiti e contraddizioni, è stata la lotta contro il dogmatismo.

Di tutto ciò, oggi, nel 2016, non c’è alcuna traccia nei ricordi della Castellina. Eppure, anche lei, in ritardo, fu una dissidente del PCI; radiata, con i suoi compagni del Manifesto, da un partito che, ancora nel 1968, non scelse la libertà, ma la tirannide comunista. Bobbio, nel suo “Quale socialismo?”, affermava che “Una prima conseguenza dell’abuso del principio di autorità è sempre l’ottundimento dello spirito critico. Se una cosa l’ha detta Marx o è ricavabile da quel che ha detto Marx o un interprete autorizzato, la si prende per buona e non si va tanto per il sottile nel giudicarla e nel metterla al vaglio delle cose che succedono realmente”.

Mi si potrebbe obbiettare di scrivere critiche così severe su un articolo evocativo della comunista Castellina e, per giunta, pubblicato sul Manifesto. Ma se in Italia non si è mai arrivati, se non in maniera tardiva, incompleta e parziale, ad un riconoscimento del socialismo riformista e liberale come architrave della sinistra tutta, lo si deve anche a questi atteggiamenti; in cui il ricordo del passato appare puramente autocentrato quanto acritico. E se oggi, la stessa parola riformismo viene usata disinvoltamente dai politici dei più disparati colori, è probabile che il suo significato, e la sua valenza storica nel nostro paese, non sono stati debitamente puntellati e riconosciuti attraverso un’analisi critica e autocritica.

Politicamente, le conseguenze si vedono ancora oggi.

Raffaele Tedesco

Blog Fondazione Nenni

48 anni fa ci lasciava Aldo Capitini, promotore della ‘non violenza’

Oggi 19 ottobre 2016 a Viterbo presso il “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” è stato commemorato Aldo Capitini nell’anniversario della scomparsa avvenuta il 19 ottobre 1968.

aldo-capitiniAldo Capitini è stato l’apostolo della nonviolenza in Italia. Antifascista e promotore del liberalsocialismo, ideatore della marcia Perugia-Assisi, fondatore del Movimento Nonviolento, lascia un’eredità profonda e feconda nella vita culturale, morale e civile del nostro paese e dell’umanità.
Nel corso dell’incontro sono stati letti e commentati alcuni suoi scritti.
Nel ricordo e alla scuola di Aldo Capitini continuiamo nell’impegno contro la guerra e tutte le uccisioni, contro il razzismo e tutte le persecuzioni, contro il maschilismo e tutte le oppressioni; nell’impegno in difesa della vita, della dignità e dei diritti di tutti gli esseri umani; nell’impegno in difesa della biosfera casa comune dell’umanità che è una.

Peppe Sini

“Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo

Aldo Capitini è nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato, docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la nonviolenza e la pace. È morto a Perugia nel 1968. E’ stato il più grande pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia.
Tra le opere di Aldo Capitini: la miglior antologia degli scritti è ancora quella a cura di Giovanni Cacioppo e vari collaboratori, Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche’ integrale – ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell’epoca – bibliografia degli scritti di Capitini); ma notevole ed oggi imprescindibile è anche la recente antologia degli scritti a cura di Mario Martini, Le ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004, 2007; delle singole opere capitiniane sono state recentemente ripubblicate: Le tecniche della nonviolenza, Linea d’ombra, Milano 1989, Edizioni dell’asino, Roma 2009; Elementi di un’esperienza religiosa, Cappelli, Bologna 1990; Colloquio corale, L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2005; L’atto di educare, Armando Editore, Roma 2010; cfr. inoltre la raccolta di scritti autobiografici Opposizione e liberazione, Linea d’ombra, Milano 1991, L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2003; gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996; La religione dell’educazione, La Meridiana, Molfetta 2008; segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri, Edizioni Associate, Roma 1991. Presso la redazione di “Azione nonviolenta” (e-mail: azionenonviolenta@sis.it, sito: www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di Capitini non più reperibili in libreria (tra cui Il potere di tutti, 1969). Negli anni ’90 è iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Più recente è la pubblicazione di alcuni carteggi particolarmente rilevanti: Aldo Capitini, Walter Binni, Lettere 1931-1968, Carocci, Roma 2007; Aldo Capitini, Danilo Dolci, Lettere 1952-1968, Carocci, Roma 2008; Aldo Capitini, Guido Calogero, Lettere 1936-1968, Carocci, Roma 2009.

Tra le opere su Aldo Capitini: a) per la bibliografia: Fondazione Centro studi Aldo Capitini, Bibliografia di scritti su Aldo Capitini, a cura di Laura Zazzerini, Volumnia Editrice, Perugia 2007; Caterina Foppa Pedretti, Bibliografia primaria e secondaria di Aldo Capitini, Vita e Pensiero, Milano 2007; segnaliamo anche che la gia’ citata bibliografia essenziale degli scritti di Aldo Capitini pubblicati dal 1926 al 1973, a cura di Aldo Stella, pubblicata in Il messaggio di Aldo Capitini, cit., abbiamo recentemente ripubblicato ne “La domenica della nonviolenza” n. 392 del 9 ottobre 2016; b) per la critica e la documentazione: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione “Centro studi Aldo Capitini”, Elementi dell’esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico de “Il ponte”, anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta’ liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia 1999; Mario Martini (a cura di), Aldo Capitini libero religioso rivoluzionario nonviolento. Atti del Convegno, Comune di Perugia – Fondazione Aldo Capitini, Perugia 1999; Pietro Polito, L’eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; Gian Biagio Furiozzi (a cura di), Aldo Capitini tra socialismo e liberalismo, Franco Angeli, Milano 2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Cittadella, Assisi 2004; Massimo Pomi, Al servizio dell’impossibile. Un profilo pedagogico di Aldo Capitini, Rcs – La Nuova Italia, Milano-Firenze 2005; Andrea Tortoreto, La filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze 2005; Maurizio Cavicchi, Aldo Capitini. Un itinerario di vita e di pensiero, Lacaita, Manduria 2005; Marco Catarci, Il pensiero disarmato. La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino 2007; Alarico Mariani Marini, Eligio Resta, Marciare per la pace. Il mondo nonviolento di Aldo Capitini, Plus, Pisa 2007; Maura Caracciolo, Aldo Capitini e Giorgio La Pira. Profeti di pace sul sentiero di Isaia, Milella, Lecce 2008; Mario Martini, Franca Bolotti (a cura di), Capitini incontra i giovani, Morlacchi, Perugia 2009; Giuseppe Moscati (a cura di), Il pensiero e le opere di Aldo Capitini nella coscienza delle giovani generazioni, Levante, Bari 2010; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d’Orsi, Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; e Amoreno Martellini, Fiori nei cannoni. Nonviolenza e antimilitarismo nell’Italia del Novecento, Donzelli, Roma 2006; c) per una bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito citato ed i volumi bibliografici segnalati sopra.

52 anni fa il Nobel
a Martin Luther King

Era il 14 ottobre 1964 quando Martin Luther King riceveva il Premio Nobel per la pace. L’”uomo dalla faccia nera” fu premiato per il suo impegno per la lotta alla segregazione razziale. Combatté per i diritti civili e fu incarcerato nel 1963 per la partecipazione a una protesta non violenta. La lettera dalla prigione di Birmingham, che vi proponiamo è una risposta alla dichiarazione scritta da otto ecclesiastici il 12 aprile. I sacerdoti si auguravano che la battaglia contro la segregazione razziale si combattesse nelle strade e non nei tribunali. La lettera venne pubblicata il 12 giugno del 1963.


“L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque”. Cinquantadue anni fa il premio Nobel a Martin Luther King

di Blog Fondazione Nenni

Miei cari confratelli, mentre mi trovo relegato qui, nella prigione della città di Birmingham, mi è accaduto di leggere la vostra recente dichiarazione in cui le mie attuali iniziative sono definite “imprudenti e intempestive”. È raro che mi soffermi a rispondere alle critiche rivolte al mio lavoro e alle mie idee. Se volessi mandare una risposta a tutti i messaggi di critica che capitano sulla mia scrivania, i miei segretari dovrebbero dedicare quasi per intero la giornata a questa corrispondenza, e a me non resterebbe il tempo per il lavoro costruttivo. Ma poiché mi sembrate autenticamente animati da buone intenzioni, e proponete con sincerità le vostre critiche, voglio cercare di rispondere alla vostra dichiarazione in termini che mi auguro siano pacati e ragionevoli. Penso di dover dire perché mi trovo qui a Birmingham, dato che a quanto pare siete rimasti influenzati dal pregiudizio contro “gli estranei che si intromettono”. Ho l’onore di prestare servizio come presidente del Congresso dei dirigenti cristiani del Sud (Sclc), un organismo operante in tutti gli stati del Sud, con sede ad Atlanta in Georgia. Abbiamo circa ottantacinque affiliate in tutto il territorio meridionale degli Stati Uniti, una delle quali è il Movimento cristiano dell’Alabama per i diritti umani. Spesso mettiamo in comune con le nostre affiliate il personale e le risorse finanziarie e formative. Diversi mesi orsono la nostra filiale di Birmingham ci ha chiesto di tenerci pronti per impegnarci in un programma nonviolento di azione diretta, se ne fosse stata riconosciuta la necessità. Abbiamo acconsentito subito, e quando è stato il momento abbiamo tenuto fede alla nostra promessa. Perciò io, insieme a diversi miei collaboratori dell’associazione, sono qui perché sono stato invitato a venire qui. Sono qui perché qui mi lega la mia organizzazione.

Ma in senso più fondamentale, sono a Birmingham perché qui c’è l’ingiustizia. Così come i profeti dell’VIII secolo a. C. lasciavano i loro villaggi e portavano il loro “così dice il Signore” ben oltre i confini delle città in cui erano nati, e così come l’apostolo Paolo lasciò il suo villaggio di Tarso per portare il vangelo di Gesù Cristo negli angoli remoti del mondo grecoromano, allo stesso modo anch’io sono spinto a portare il vangelo della libertà oltre la mia città natale. Come Paolo, devo rispondere di continuo alla richiesta di aiuto che viene dalla Macedonia. Inoltre, sono consapevole del fatto che tutte le comunità e gli stati sono in reciproca correlazione. Non posso starmene con le mani in mano ad Atlanta, senza curarmi di quel che succede a Birmingham. L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque. Siamo presi in una rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire, avvolti da un’unica trama del destino. Qualunque cosa riguardi direttamente uno, riguarda in modo indiretto tutti. Non potremo mai più permetterci di vivere con l’idea ristretta e provinciale dell’”agitatore che viene da fuori”. Chiunque viva negli Stati Uniti, in qualunque località compresa nei suoi confini, non potrà mai essere considerato uno di fuori. Voi deplorate le manifestazioni che hanno luogo a Birmingham. Ma mi duole dire che la vostra dichiarazione non esprime analoga preoccupazione per le situazioni che hanno provocato le manifestazioni. Sono sicuro che nessuno di voi vorrebbe accontentarsi delle analisi sociali più superficiali, che si occupano soltanto degli effetti e non affrontano le cause. È deplorevole che a Birmingham abbiano luogo le manifestazioni, ma è ancor più deplorevole che in questa città la struttura di potere dei bianchi non abbia lasciato alla comunità nera nessun’altra scelta. 1 In una campagna nonviolenta ci sono quattro fasi fondamentali: la raccolta dei fatti per determinare se le ingiustizie ci sono; la trattativa; la purificazione di se stessi; l’azione diretta. A Birmingham siamo passati attraverso tutte queste fasi. Un fatto non si può negare: questa comunità è sprofondata nell’ingiustizia razziale. Birmingham è forse la città degli Stati Uniti dove il segregazionismo è applicato nel modo più totale. È noto a tutti che si sono registrati numerosi casi di atroci brutalità. Nei tribunali i neri hanno subito gravi e vistose ingiustizie. A Birmingham si sono avuti più attentati dinamitardi contro case e chiese di neri rimasti impuniti che in qualsiasi altra città americana. Ecco i fatti della dura e brutale realtà. A causa di questa situazione, i leader neri hanno cercato di trattare con le autorità locali. Ma queste ultime si sono sempre rifiutate di iniziare un negoziato in buona fede. Poi, lo scorso settembre si è presentata l’occasione di trattare con i capi del mondo economico di Birmingham. Durante questi colloqui, i commercianti avevano fatto alcune promesse: per esempio, di eliminare dagli esercizi pubblici le umilianti affissioni di carattere razziale. Basandosi su queste promesse, il reverendo Fred Shuttlesworth e i dirigenti del Movimento cristiano dell’Alabama per i diritti umani avevano accettato una moratoria di tutte le manifestazioni. Con il trascorrere delle settimane e dei mesi, ci siamo resi conto di essere vittime di un impegno non mantenuto: i pochi cartelli rimossi in seguito agli accordi presi venivano ripristinati; gli altri erano sempre rimasti al loro posto. Come era già accaduto tante volte in passato, le nostre speranze erano state abbattute, e su di noi pesava l’ombra di una profonda delusione. Non ci restava altra scelta che predisporci all’azione diretta, in cui avremmo offerto il nostro stesso corpo come mezzo per presentare la nostra causa davanti alla coscienza della comunità locale e nazionale. Consapevoli delle difficoltà del nostro compito, decidemmo di sottoporci a un processo di purificazione. Organizzammo una serie di gruppi di lavoro sulla nonviolenza, per chiedere più volte a noi stessi: “Sei in grado di ricevere colpi senza restituirli?”, “Sei in grado di sopportare la prova del carcere?”. Decidemmo di attuare il nostro programma di azione diretta nell’epoca della Pasqua, sapendo che, dopo quello natalizio, si tratta del periodo dell’anno in cui gli acquisti sono più numerosi. Sapevamo inoltre che l’azione diretta sarebbe stata affiancata da un forte programma di astensione dai consumi e ci sembrava che questo potesse essere il momento migliore per fare pressione sui commercianti in modo da provocare i cambiamenti richiesti. Poi pensammo che in marzo a Birmingham si sarebbe dovuto votare per eleggere il sindaco, e ci affrettammo a decidere di ritardare i nostri interventi fino al giorno dopo le elezioni. Quando si seppe che l’assessore alla pubblica sicurezza, Eugene “Bull” Connor, aveva accumulato abbastanza voti da partecipare al ballottaggio, ancora una volta rimandammo l’inizio delle attività al giorno dopo il ballottaggio stesso, per evitare che le nostre manifestazioni potessero essere strumentalizzate. Come molti altri, aspettavamo di assistere alla sconfitta di Connor, e per questo sopportavamo un rinvio dietro l’altro. Ma dopo aver dato il nostro contributo a questa necessità della cittadinanza di Birmingham, pensavamo che il nostro programma di azione diretta non potesse più essere rinviato. Potreste chiedere: “Perché optare per l’azione diretta? Perché i sit?in, i cortei e così via? Non è forse meglio percorrere la via del negoziato?”. Avete ragione di invocare la necessità della trattativa; anzi, è proprio questo il fine che si prefigge l’azione diretta. L’azione diretta nonviolenta cerca di creare una crisi così acuta, di suscitare una tensione così insopportabile, da costringere una comunità, che si è sempre rifiutata di trattare, ad affrontare la situazione. L’azione diretta nonviolenta cerca di accentuare gli aspetti drammatici del problema in modo tale che non si possa più ignorarlo. Potrà suonare piuttosto scandaloso che io consideri la creazione di uno stato di tensione un aspetto dell’attività di chi aderisce alla resistenza nonviolenta: ma devo confessare che la parola “tensione” non mi fa paura. Mi oppongo sempre con fermezza alla tensione violenta, ma esiste un genere di tensione costruttiva e nonviolenta che è necessaria per crescere. Come Socrate stimava necessario 2 creare una tensione nella mente, così che gli individui si liberassero dalla servitù dei miti e delle mezze verità, elevandosi fino al regno dell’analisi creativa e della disamina oggettiva, allo stesso modo dobbiamo comprendere la necessità che questi pungoli della nonviolenza riescano a creare nella società la tensione capace di aiutare gli uomini a sollevarsi dagli abissi tenebrosi del pregiudizio e del razzismo fino alle maestose altezze della comprensione e della fratellanza. Il nostro programma di azione diretta si propone di creare una situazione così satura di crisi da aprire inevitabilmente la strada al negoziato. Perciò nel vostro appello alla trattativa io concordo con voi. La nostra amata terra del Sud è rimasta troppo a lungo sprofondata in una palude, nel tragico tentativo di vivere nel monologo invece che nel dialogo. Nel vostro documento, un punto essenziale è che l’azione intrapresa a Birmingham da me e dai miei compagni è intempestiva. Alcuni chiedono: “Perché non avete lasciato alla nuova amministrazione cittadina il tempo di agire?”.

L’unica risposta che possa dare a questo interrogativo è che la nuova amministrazione di Birmingham dovrà essere pungolata quanto la precedente, prima che agisca. Sbaglia di grosso chi pensa che l’elezione a sindaco di Albert Boutwell porterà a Birmingham l’avvento dell’età messianica. Boutwell è una persona assai più garbata di Connor, ma entrambi sono fautori del regime segregazionista, volti alla conservazione dell’esistente. Io ho speranza che Boutwell possa essere così ragionevole da capire quanto sia futile contrastare con una resistenza massiccia l’abolizione del segregazionismo. Ma non potrà capirlo senza la pressione esercitata dai difensori dei diritti civili. Amici miei, devo dirvi che noi non abbiamo ottenuto un solo progresso in materia di diritti civili senza una decisa pressione esercitata con mezzi legali e nonviolenti. È deplorevole, ma è una realtà storica: è raro che i gruppi privilegiati rinuncino volontariamente ai loro privilegi. I singoli individui possono ricevere una illuminazione morale e rinunciare per propria iniziativa a una posizione ingiusta: ma, come ci ricorda Reinhold Niebuhr, i gruppi hanno la tendenza a essere più immorali dei singoli. Sappiamo per dolorosa esperienza che l’oppressore non concede mai la libertà per decisione spontanea: sono gli oppressi che devono esigere di ottenerla. Francamente, non mi è ancora accaduto di intraprendere una campagna di azione diretta che apparisse “tempestiva” agli occhi di quanti non hanno subito indebite sofferenze a causa del morbo segregazionista. Da anni sento dire la parola “Aspettate!”, che risuona all’orecchio di ogni nero con stridente familiarità. Questo “Aspettate” significa quasi sempre “Mai”. Noi dobbiamo arrivare a comprendere, insieme a uno dei nostri massimi giuristi, che “la giustizia ottenuta troppo tardi è giustizia negata”. Noi aspettiamo da oltre 340 anni di ottenere i nostri diritti sanciti dalla Costituzione e donati da Dio. Le nazioni asiatiche e africane si muovono con velocità supersonica verso l’indipendenza politica, mentre noi ancora ci trasciniamo, al passo di un calessino all’antica, per cercare di ottenere una tazza di caffè al banco delle tavole calde. Forse dire “Aspettate” è facile per chi non è mai stato ferito dalle frecce aguzze della segregazione. Ma se uno vede plebaglie inferocite lasciate libere di linciare vostra madre, vostro padre, di annegare i vostri fratelli e sorelle a piacimento; se vede poliziotti pieni d’odio insultare, prendere a calci e perfino uccidere i vostri fratelli e sorelle neri; se uno vede la stragrande maggioranza dei venti milioni di suoi fratelli neri che soffocano, in una gabbia di povertà a tenuta stagna, nel bel mezzo di una società opulenta; se uno sente che la lingua s’inceppa e le parole escono in un balbettio perché bisogna cercare di spiegare alla figlia di sei anni come mai non può andare al parco pubblico di divertimenti che la televisione ha appena finito di pubblicizzare, e si accorge che le vengono le lacrime agli occhi appena sente che la Città dei divertimenti è vietata ai bambini di colore, e vede minacciose nubi di inferiorità cominciare a formarsi nel suo piccolo cielo mentale, e la sua personalità cominciare a distorcersi nello sforzo di maturare un inconscio rancore verso i bianchi; se uno deve cercare di rispondere a un figlio di 3 cinque anni che chiede: “Papà, ma perché i bianchi trattano così male la gente di colore?”; se uno, quando fa un viaggio in macchina, si trova costretto una notte dopo l’altra a dormire in posizione disagiata, in un angolo dell’automobile, perché non lo accettano in nessun motel; se tutti i giorni, immancabilmente, uno vive incalzato da umilianti cartelli su cui sta scritto “bianchi” e “di colore”; se il suo nome di battesimo diventa “negraccio”, il secondo nome “ragazzo” (qualunque sia la sua età) e il cognome diventa “John”, e se per sua moglie o sua madre nessuno usa mai il titolo di cortesia di “signora Taldeitali”; se il fatto di essere un nero lo tormenta di giorno e l’ossessiona di notte, lo costringe a vivere sempre in punta di piedi, senza sapere che cosa può capitare da un momento all’altro, se lo fa sentire angustiato da ogni sorta di paure interiori e da ogni sorta di risentimento verso l’esterno; se uno non può mai smettere di lottare contro la corrosiva sensazione di “non essere nessuno”… se tutte queste cose accadessero a voi, capireste perché per noi è difficile aspettare. Arriva il momento in cui la coppa della sopportazione trabocca, e gli uomini non accettano più di sprofondare nell’abisso della disperazione. Spero, signori, che possiate comprendere la nostra legittima e inevitabile impazienza. Sembrate molto in ansia per la nostra dichiarazione di disponibilità a violare la legge. Si tratta senza dubbio di una preoccupazione legittima. Dal momento che con tanta diligenza noi insistiamo perché sia osservata la sentenza emanata nel 1954 dalla Corte suprema, in base alla quale il regime segregazionista è bandito dalle scuole pubbliche, potrebbe in effetti apparire un paradosso che noi stessi, consapevolmente, ci disponiamo a violare le leggi. Si potrebbe chiedere: “Come potete propugnare la violazione di alcune leggi e l’osservanza di altre?”. La risposta sta nel fatto che ci sono due tipi di leggi: giuste e ingiuste. Sarei il primo a invocare l’osservanza delle leggi giuste: abbiamo una responsabilità non soltanto legale, ma anche morale, che ci impone di obbedire alle leggi giuste. Di converso, abbiamo anche la responsabilità morale di disobbedire alle leggi ingiuste: io concordo con sant’Agostino nel ritenere che “una legge ingiusta non è legge”. Ora, qual è la differenza fra le une e le altre? Come si fa a stabilire se una legge sia giusta o ingiusta? Una legge giusta è un codice composto dall’uomo che corrisponde alla legge morale o alla legge di Dio. Una legge ingiusta è un codice in disarmonia con la legge morale. Per usare il linguaggio di san Tommaso d’Aquino: una legge ingiusta è una legge umana che non è radicata nella legge eterna e naturale. Una legge che eleva la personalità umana è giusta; una legge che degrada la personalità umana è ingiusta. Tutti gli statuti del segregazionismo sono ingiusti perché il regime segregazionista distorce l’anima e danneggia la personalità: al segregazionista conferisce un falso senso di superiorità, a chi è vittima della segregazione un falso senso di inferiorità. Per usare la terminologia del filosofo ebreo Martin Buber, il segregazionismo sostituisce al rapporto “Io?Tu” un rapporto “Io?Oggetto” (1), ossia finisce con il considerare le persone come cose. Quindi il segregazionismo non è soltanto privo di fondamento politico, economico, sociologico: è contrario alla morale e peccaminoso. Paul Tillich dice che il peccato è separazione. Il segregazionismo non è forse un’espressione esistenziale della tragica separazione dell’uomo, della sua orribile alienazione, della sua atroce peccaminosità?

Perciò io posso insistere perché si osservi la sentenza emanata dalla Corte suprema nel 1954, in quanto moralmente giusta; e posso insistere perché non si obbedisca alle ordinanze del regime segregazionista, in quanto moralmente ingiuste. Consideriamo un esempio più concreto di leggi giuste e ingiuste. È ingiusta la legge di cui un gruppo maggioritario per numero o per potenza impone l’osservanza a un gruppo minoritario, mentre esenta se stesso dalla stessa osservanza. Questa è la differenza fatta legge. Allo stesso modo, la legge giusta è quella che una maggioranza impone alla minoranza di osservare, essendo comunque disposta a osservarla a sua volta. Questa e l’uguaglianza fatta legge. Permettetemi di fornire un’altra spiegazione. Una legge è ingiusta se viene inflitta a una minoranza che, vedendosi negato il diritto di voto, non ha contribuito affatto alla formulazione o all’approvazione della legge. Chi può dire che il governo dell’Alabama, autore delle leggi 4 segregazioniste vigenti sul suo territorio, sia stato eletto democraticamente? In tutto l’Alabama si adotta ogni sorta di espediente surrettizio per impedire ai neri di essere registrati nelle liste elettorali, e in certe contee, dove pure i neri costituiscono la maggioranza della popolazione, neppure uno solo di loro è presente nelle liste. È possibile considerare conforme ai richiesti criteri democratici una legge promulgata in simili circostanze? Talvolta una legge è giusta in apparenza e ingiusta nell’applicazione. Per esempio, io sono stato arrestato con l’accusa di avere sfilato durante una manifestazione non autorizzata. Ebbene, non c’è niente di ingiusto in un’ordinanza che richiede un’autorizzazione per poter sfilare in un corteo: ma la stessa ordinanza diventa ingiusta quando è usata per conservare il regime segregazionista e per negare ai cittadini l’esercizio di un diritto sancito dal Primo Emendamento, quello di riunirsi e protestare in forma pacifica. Spero che riusciate a comprendere la distinzione che cerco di far notare. Non sono in nessun senso favorevole a chi elude o sfida la legge, come vorrebbe il segregazionista violento. Il risultato sarebbe l’anarchia. Chi infrange una legge ingiusta lo deve fare in modo aperto, con amore ed essendo quindi disposto ad accettare la pena corrispondente. La mia opinione è che l’individuo che infrange una legge perché la sua coscienza la ritiene ingiusta, ed è disposto ad accettare la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità circa la sua ingiustizia, manifesta in realtà il massimo rispetto per la legge. S’intende che una simile forma di disobbedienza civile non è affatto una novità. Ne esiste un esempio sublime nel rifiuto di Sidrac, Mesac e Abdenago di obbedire al comando di Nabucodonosor [cfr. Dn, 3], in nome di una legge morale più alta. E stata praticata in modo superbo dai primi cristiani, che erano disposti ad affrontare leoni famelici e lasciarsi fare a pezzi dal carnefice piuttosto che sottomettersi ad alcune leggi ingiuste dell’impero romano. Fino a un certo punto, la libertà di insegnamento di oggi è diventata una realtà grazie a Socrate, che praticò la disobbedienza civile. Nel nostro stesso paese, il “tè di Boston” (2) ha rappresentato un gesto di disobbedienza civile su vasta scala. Non dovremmo mai dimenticare che tutto quel che ha fatto Adolf Hitler in Germania era “legale”, e tutto quel che hanno fatto in Ungheria i combattenti per la libertà era “illegale”. Nella Germania di Hitler aiutare e confortare un ebreo era “illegale”. Eppure sono sicuro che, se fossi vissuto nella Germania di allora, avrei aiutato e confortato i miei fratelli ebrei. Se oggi vivessi in un paese comunista, dove certi principi cari alla fede cristiana sono banditi, propugnerei apertamente la disobbedienza alle leggi antireligiose di quel paese. Per onestà devo confessare due cose a voi, miei fratelli cristiani ed ebrei. In primo luogo, devo confessare che negli ultimi anni i bianchi di opinioni moderate mi hanno dato una grave delusione. Starei quasi per arrivare alla spiacevole conclusione che nel cammino dei neri verso la libertà l’ostacolo maggiore non è l’aderente al “White Citizens Council” [Consiglio dei cittadini bianchi], o l’affiliato del Ku Klux Klan, bensì il bianco moderato, che ha a cuore l’”ordine” più della giustizia; che preferisce la pace negativa, ossia l’assenza di tensioni, a una pace positiva, ossia la presenza della giustizia; che dice sempre: “Sono d’accordo con voi per quanto riguarda gli obiettivi che vi prefiggete, ma non posso essere d’accordo con i vostri metodi di azione diretta”; che crede, nel suo paternalismo, di poter essere lui a determinare le scadenze della libertà di un altro; che vive secondo un concetto mitico del tempo e continua a consigliare ai neri di attendere “un momento più propizio”.

La scarsa comprensione da parte di persone bendisposte è ben più frustrante dell’assoluta incomprensione mostrata da chi è maldisposto. L’accettazione tiepida sconcerta assai più del rifiuto secco. Io avevo sperato che i bianchi moderati comprendessero che la legge e l’ordine esistono allo scopo di fondare la giustizia, e quando falliscono questo obiettivo diventano dighe pericolosamente strutturate, ostruzioni lungo il flusso del progresso sociale. Avevo sperato che i bianchi moderati potessero comprendere come la tensione oggi presente negli stati del Sud sia un passaggio necessario nella transizione da una perniciosa pace negativa, in cui i neri accettavano passivamente 5 il loro ingiusto destino, a una pace sostanziale e positiva, in cui tutti gli uomini rispettino la dignità e il valore della persona umana. In effetti, noi che siamo impegnati nell’azione diretta non siamo i creatori della tensione: ci limitiamo a portare in superficie la tensione nascosta che già esiste; la portiamo alla luce, dove può essere vista e affrontata. Come un foruncolo che non potrebbe mai guarire se continua a rimanere coperto, e invece dev’essere esposto in tutta la sua bruttura all’azione di aria e luce, i medicamenti naturali: così, se vogliamo guarire l’ingiustizia, dobbiamo metterla a nudo, con tutte le tensioni che un simile svelamento crea, esponendola alla luce della coscienza umana, all’aria dell’opinione pubblica del paese. Nel vostro documento dichiarate che le nostre azioni sono da condannare perché, sebbene pacifiche, determinano lo scoppio della violenza. Ma una simile asserzione è davvero logica? Non è un pò come condannare l’uomo rapinato perché il fatto di possedere del denaro ha determinato l’azione malvagia della rapina? Non è un pò come condannare Socrate perché la sua indefettibile dedizione alla verità e le sue indagini filosofiche hanno determinato l’azione di una plebaglia mal consigliata, che ha finito con l’obbligarlo a bere la cicuta? Non è un pò come condannare Gesù perché l’unicità della sua coscienza di Dio e la sua incessante devozione a Dio hanno determinato l’azione malvagia della crocefissione? Dobbiamo deciderci a capire che, secondo quanto affermato dalle coerenti sentenze dei tribunali federali, non è giusto insistere perché un individuo smetta di adoperarsi per vedere rispettati i propri diritti costituzionali fondamentali, con la scusa che tale tentativo potrebbe provocare atti violenti. La società deve proteggere il rapinato e punire il rapinatore. Avevo sperato inoltre che i bianchi moderati respingessero la visione mitica del tempo per quanto riguarda la lotta per la libertà. Ho appena ricevuto una lettera da un fratello bianco che vive in Texas. Mi scrive: “Tutti i cristiani sanno che prima o poi ai popoli di colore sarà data la parità di diritti, ma può darsi che lei esageri nella sua ansia religiosa di accelerare i tempi. Il cristianesimo ha impiegato quasi duemila anni per arrivare dov’è oggi. La dottrina di Cristo richiede tempo per scendere sulla terra”. Questo atteggiamento nasce da una concezione tragicamente errata del tempo, dall’idea curiosa e irrazionale che lo scorrere del tempo abbia in se stesso l’immancabile dote di guarire ogni male. In realtà, il tempo è neutro: può essere usato in modo distruttivo oppure costruttivo. Io ho la sensazione sempre più forte che le persone malintenzionate abbiano saputo usare il tempo in modo assai più efficace, rispetto alle persone benintenzionate. Nella nostra generazione dovremo pentirci non soltanto per le parole e gli atti odiosi di cui sono responsabili i cattivi, ma anche per lo spaventoso silenzio dei buoni. Il progresso umano non viaggia sui binari dell’inevitabile: si produce grazie agli sforzi instancabili di uomini disposti a collaborare con Dio, e senza il loro duro lavoro il tempo stesso diventa un alleato delle forze della stagnazione sociale. Dobbiamo usare il tempo in modo creativo, sapendo che i tempi sono sempre maturi per fare quel che è giusto. È adesso il momento giusto per attuare nella realtà la promessa della democrazia, per trasformare la nostra elegia nazionale sospesa in un salmo creativo di fraternità. È adesso il momento giusto per sollevare la nostra politica nazionale dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale, fondandola sulla solida roccia della dignità umana. Voi definite estremiste le nostre iniziative a Birmingham. Sul momento sono rimasto piuttosto deluso che dei confratelli vedessero le mie azioni nonviolente come espressione di estremismo. Ho cominciato a riflettere sul fatto che all’interno della comunità nera mi trovo preso fra due forze opposte. Una è la forza dell’acquiescenza costituita in parte da neri che dopo lunghi anni di oppressione hanno perduto a tal punto il rispetto di sè e il sentimento di essere persone da arrivare a adattarsi al regime segregazionista; e in parte, da un ristretto numero di neri appartenenti alla classe media i quali, poiché posseggono una certa misura di sicurezza accademica ed economica e in certo modo traggono vantaggio dal segregazionismo, sono diventati insensibili ai problemi delle masse. L’altra forza è costituita dal rancore e dall’odio, e si avvicina pericolosamente all’idea di propugnare la violenza: si esprime nei diversi gruppi dei nazionalisti neri che stanno nascendo in tutto il paese, fra i quali il più vasto e celebre è il movimento musulmano di Elijah Muhammad. Si tratta di una 6 formazione alimentata dal senso di frustrazione che coglie i neri di fronte alla persistenza della discriminazione razziale, costituita da persone che hanno perduto la fede nell’America, hanno ripudiato del tutto il cristianesimo, e si sono persuase che l’uomo bianco è un “demonio” irrecuperabile. Io ho cercato una posizione a metà strada fra queste due forze: ho detto che non dobbiamo imitare nè il “non far niente” di chi si crogiola nell’autocompiacimento nè l’astio e la disperazione dei nazionalisti neri. Infatti esiste la via eccellente, quella dell’amore e della protesta nonviolenta. Sono grato a Dio per il fatto che grazie all’influenza della chiesa nera, la via della nonviolenza sia diventata parte integrante della nostra lotta. Se non fosse emersa questa filosofia, oggi, ne sono convinto, in molte strade del Sud il sangue scorrerebbe a fiumi. E inoltre sono convinto che se i nostri fratelli bianchi liquidano con gli epiteti di “mestatori” e “fomentatori di disordine” quanti di noi si dedicano all’azione diretta nonviolenta, e se rifiutano di appoggiare i nostri tentativi nonviolenti, milioni di neri saranno colti da frustrazione e disperazione, e cercheranno sollievo e sicurezza nelle ideologie dei nazionalisti neri: un esito che non mancherebbe di provocare uno spaventoso incubo razziale. I popoli oppressi non possono rimanere oppressi per sempre. Prima o poi l’anelito alla libertà si manifesta, e questo è accaduto ai neri americani. Qualcosa nel loro intimo ha ricordato loro che per nascita hanno diritto alla libertà, e qualcosa all’esterno ha ricordato loro che la libertà può essere ottenuta. Per vie consapevoli o inconsce, lo “spirito dell’epoca” ha toccato anche loro, e insieme ai fratelli neri dell’Africa e ai fratelli di pelle scura o gialla in Asia, in Sudamerica e nei Caraibi, i neri degli Stati Uniti si muovono con un senso di grande urgenza verso la terra promessa della giustizia razziale. Se riconosciamo questa spinta vitale che coinvolge l’intera comunità nera, capiremo subito perché si verificano le manifestazioni pubbliche. I neri hanno molti risentimenti repressi e frustrazioni latenti, ai quali devono dare libero sfogo. Perciò lasciateli sfilare in corteo; lasciateli andare in pellegrinaggi di preghiera fin sotto il municipio; lasciateli partire per i “viaggi della libertà”: e cercate di capire come mai devono fare queste cose. Se le loro emozioni represse non potranno esprimersi in forme nonviolente, cercheranno un’espressione violenta: e questa non è una minaccia, è una realtà storica. Perciò io non ho detto al mio popolo: “Sbarazzatevi della vostra insoddisfazione”. Ho cercato piuttosto di dire che questa insoddisfazione, normale e sana, può trovare modo di esprimersi in forme creative, con l’azione diretta nonviolenta. Ora una simile posizione viene definita estremista. Ma sebbene sul momento mi disturbasse essere messo nel novero degli estremisti, continuando a riflettere sull’argomento sono arrivato pian piano a ricavare una certa soddisfazione da questa etichetta. Gesù non era forse un estremista dell’amore? “Amate i vostri nemici, fate bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi calunniano e vi perseguitano” [Lc, 6, 27?28]. Amos non era forse un estremista della giustizia? “Il diritto abbia il suo corso come l’acqua, e la giustizia come un fiume perenne” [Am, 5, 24]. Paolo non era forse un estremista del vangelo cristiano? “Io porto nel mio corpo le impronte di Gesù” [Gal, 6, 171]. Martin Lutero non era forse un estremista? “Qui sto e non posso altrimenti, che Dio mi aiuti”. E John Bunyan: “Preferisco restare in prigione fino alla fine dei miei giorni piuttosto che fare scempio della mia coscienza”. E Abraham Lincoln: “Questa nazione non può sopravvivere schiava per metà e libera per metà”. E Thomas Jefferson: “Noi riteniamo queste verità essere evidenti di per sè: che tutti gli uomini sono creati uguali…”. Perciò non si tratta tanto di sapere se siamo estremisti o no, ma piuttosto quale tipo di estremisti siamo. Siamo estremisti dell’odio o dell’amore? Siamo estremisti nel difendere l’ingiustizia o nell’estendere l’ambito della giustizia? Nella drammatica scena del calvario ci sono tre uomini crocefissi. Non dobbiamo mai dimenticare che tutti e tre sono stati crocefissi per lo stesso delitto, un delitto di estremismo: due erano estremisti dell’immoralità, e quindi sono caduti al di sotto del loro 7 ambiente; il terzo, Gesù Cristo, era un estremista dell’amore, della verità, della bontà, e in virtù di questo si è innalzato al di sopra del suo ambiente. Forse gli stati del Sud, la nazione e il mondo hanno un estremo bisogno di estremisti creativi. Avevo sperato che i bianchi moderati comprendessero questo bisogno. Forse ho peccato per eccessivo ottimismo; forse pretendevo troppo. Forse mi sarei dovuto rendere conto che ben pochi appartenenti alla razza degli oppressori possono comprendere i gemiti profondi e gli aneliti appassionati di chi appartiene alla razza oppressa; e sono ancor più rari gli uomini dotati di un’ampiezza di vedute tale da capire che occorre sradicare l’ingiustizia con un’azione forte, persistente e determinata. Tuttavia provo gratitudine al pensiero che alcuni dei nostri fratelli bianchi del Sud hanno colto il senso di questa rivoluzione sociale e si sono impegnati per realizzarla. Sono ancora troppo pochi per numero, ma la loro qualità è grande. Alcuni ? come Ralph McGill, Lillian Smith, Harry Golden, James McBride Dabbs, Ann Braden e Sarah Patton Boyle ? hanno scritto sulla nostra lotta in modi eloquenti e profetici. Altri hanno marciato con noi in corteo lungo strade senza nome del Sud; si sono lasciati relegare in prigioni sudicie e infestate di scarafaggi, a patire gli insulti e la brutalità dei poliziotti che li considerano “sporchi amici dei musi neri”.

A differenza di molti loro fratelli e sorelle di vedute moderate, hanno compreso la spinta impellente di questo momento storico, hanno sentito la necessità del potente antidoto dell’ azione per combattere il male del segregazionismo. Dirò adesso della seconda grossa delusione che ho provato. Sono rimasto gravemente deluso dalla chiesa bianca e dalle sue gerarchie. Ci sono, s’intende, alcune eccezioni degne di nota. Non dimentico che ci sono state importanti occasioni in cui ognuno di voi ha preso posizione su questo problema. La elogio, reverendo Stallings, per l’atteggiamento cristiano che ha assunto la scorsa domenica, accogliendo i neri al culto da lei presieduto e quindi rifiutando il segregazionismo. Elogio le autorità cattoliche di questo stato per aver introdotto l’integrazione razziale nello Spring Hill College diversi anni orsono. Ma nonostante queste eccezioni degne di nota, devo in tutta onestà ripetere che la chiesa mi ha deluso. Non lo dico come certi critici distruttivi, che trovano sempre qualcosa da rimproverare alla chiesa. Lo dico come ministro del vangelo che ama la chiesa, che è stato allevato nel suo seno, sostenuto dalle sue benedizioni spirituali e che le resterà fedele per quanto si prolungherà il filo della vita. Alcuni anni fa, quando mi sono trovato scaraventato all’improvviso alla guida della protesta degli autobus a Montgomery, nell’Alabama, pensavo che la chiesa dei bianchi ci avrebbe sostenuto. Pensavo che i ministri del culto protestante, i sacerdoti cattolici, i rabbini del Sud sarebbero stati i nostri più forti alleati. Invece, alcuni si sono opposti a noi in modo diretto, rifiutando di comprendere il movimento per la libertà e descrivendo i suoi dirigenti sotto una luce inesatta; e fra gli altri, fin troppi si sono mostrati cauti piuttosto che coraggiosi, restando in silenzio dietro la sicurezza anestetizzante delle vetrate istoriate. A dispetto della disillusione subita, sono arrivato a Birmingham sperando che i capi religiosi bianchi di questa comunità avrebbero compreso la giustezza della nostra causa, e per una profonda esigenza morale si sarebbero posti come il canale attraverso il quale far giungere le nostre giuste lagnanze alla struttura del potere. Avevo sperato che tutti voi sapeste comprendere; ma sono stato ancora una volta deluso. Ho udito numerosi capi religiosi del Sud esortare i loro fedeli a conformarsi a una sentenza che abolisce il segregazionismo perché questa è la legge, ma avrei tanto desiderato sentire i ministri del culto bianchi dichiarare: “Obbedite a questo decreto perché l’integrazione è moralmente giusta, e perché i neri sono vostri fratelli”. Mentre ai neri venivano inflitte le più eclatanti ingiustizie, ho visto ecclesiastici bianchi restare in disparte a mormorare commenti devoti del tutto fuori tema, oppure banalità da bigotti. Mentre imperversava una battaglia poderosa per liberare la nostra nazione dall’ingiustizia economica e razziale, ho sentito molti ministri dire: “Sono problemi sociali, che non riguardano 8 davvero il vangelo”. E ho visto molte chiese dedicarsi a una religione del tutto ultramondana, che traccia una strana distinzione, estranea alla Bibbia, tra corpo e anima, tra sacro e laico. Ho viaggiato in lungo e in largo in Alabama, nel Mississippi e in tutti gli altri stati del Sud. Nelle afose giornate estive e nelle frizzanti mattinate autunnali ho guardato le bellissime chiese del Sud, con le loro alte guglie puntate verso il cielo. Ho osservato il profilo imponente degli edifici dove si attua l’educazione religiosa. Mi sono sorpreso più e più volte a pensare: “Di che genere sono le persone che pregano qui? Chi è il loro Dio? Dov’era la loro voce quando dalle labbra del governatore Barnett scaturivano parole di compromesso interlocutorio e di nullification (3)? Dov’erano, quando il governatore Wallace faceva risuonare una fanfara di sfida e di odio? Dov’erano le loro voci a sostegno quando uomini e donne neri, feriti e stanchi, hanno deciso di sollevarsi dalle buie segrete dell’autocompiacimento fino ai monti luminosi della protesta creativa?”. Sì, questi interrogativi sono ancora nella mia mente. Profondamente deluso, ho pianto per la negligenza della chiesa. Ma siate certi che le mie lacrime erano lacrime d’amore. Non può esserci una profonda delusione se non dove c’è un profondo amore. Sì, io amo la chiesa. Come potrei non amarla? Mi trovo in una situazione unica: sono il figlio, il nipote e il pronipote di pastori. Sì, vedo la chiesa come il corpo di Cristo. Ma, ahimè, di quanti sfregi e cicatrici abbiamo coperto questo corpo, per negligenza verso la società e per la paura di apparire non conformisti! C’è stato un tempo in cui la chiesa era molto potente: il tempo in cui i primi cristiani si rallegravano per essere considerati degni di soffrire per quello in cui credevano. Allora la chiesa non era un semplice termometro che misurava le idee e i principi dell’opinione pubblica: era un termostato, che trasformava il costume della società. Quando i primi cristiani entravano in una città, le autorità si allarmavano e subito cercavano di imprigionare i cristiani perché “disturbavano l’ordine pubblico” ed erano “agitatori venuti da fuori”.

Ma i cristiani non cedettero, convinti di essere “una colonia del cielo”, chiamati a obbedire a Dio e non agli uomini. Erano un piccolo numero, ma la loro dedizione era grande. Erano troppo inebriati di Dio per cedere a “intimidazioni spaventose”. Con il loro impegno e il loro esempio misero fine a mali antichi, come l’infanticidio e le lotte fra i gladiatori. Oggi la situazione è diversa. Troppo spesso la chiesa di oggi è una voce inefficace, debole, dal suono incerto. Troppo spesso è la prima a difendere lo status quo. Per lo più, la struttura di potere di una comunità non è affatto allarmata dalla presenza della chiesa, anzi è confortata dalla silenziosa – e spesso perfino stentorea – approvazione dello status quo da parte della chiesa stessa. Ma sulla chiesa incombe il giudizio di Dio, come non era mai accaduto prima. Se la chiesa di oggi non recupera lo spirito di sacrificio della comunità ecclesiale dei primi tempi, perderà la sua autenticità, renderà vana la fedeltà di milioni di aderenti, e sarà messa da parte come una associazione qualunque, priva di qualsiasi senso per il XX. secolo. Tutti i giorni incontro dei giovani in cui la delusione nei confronti della chiesa si è trasformata in vera e propria avversione. Forse sono ancora una volta troppo ottimista. Forse la religione organizzata è legata allo status quo da nodi talmente inestricabili da non essere in grado di salvare la nazione e il mondo intero? Forse devo rivolgere la mia fede alla chiesa interiore e spirituale, la chiesa all’interno della chiesa, come vera ecclesia e speranza del mondo. Ma anche qui, sono grato a Dio che nelle file della religione organizzata alcune anime nobili si siano liberate dalle catene paralizzanti del conformismo e si siano unite a noi per prendere parte attiva alla lotta per la libertà. Hanno lasciato la sicurezza delle loro congregazioni e insieme a noi hanno percorso le strade di Albany in Georgia. Hanno viaggiato per le autostrade del Sud nei tortuosi percorsi dei “viaggi della libertà”. Sì, sono andati in prigione con noi. Alcuni sono stati espulsi dalle loro chiese, hanno perduto il sostegno dei loro vescovi e confratelli ecclesiastici. Ma hanno agito sostenuti da una fede assoluta: che la giusta ragione, anche quando viene sconfitta, è più forte del male trionfante. La loro testimonianza è stata il sale dello spirito che in questi tempi tumultuosi ha preservato intatto il significato autentico del vangelo. Sono riusciti a scavare una galleria di speranza nella montagna tenebrosa della delusione. 9 Io spero che la chiesa nel suo insieme raccoglierà la sfida di quest’ora decisiva. Ma anche se la chiesa non dovesse venire in aiuto della giustizia, non dispero del futuro. Non ho timore circa l’esito della nostra lotta a Birmingham, anche se per ora le nostre motivazioni rimangono incomprese. Raggiungeremo il traguardo della libertà, a Birmingham e in tutta la nazione, perché la libertà è l’obiettivo dell’America. Per quanto maltrattati e vilipesi, il nostro destino è legato a quello dell’America. Prima che i pellegrini sbarcassero a Plymouth, noi eravamo qui. Prima che la penna di Jefferson vergasse le solenni parole della Dichiarazione d’indipendenza sulle pagine della storia, noi eravamo qui. Per oltre due secoli i nostri antenati hanno lavorato in questo paese senza ricevere compenso; hanno fatto del cotone una ricchezza; hanno costruito le case dei loro padroni mentre pativano macroscopiche ingiustizie e vergognose umiliazioni: e tuttavia, grazie a una inesauribile vitalità, hanno continuato a crescere e a svilupparsi. Se le crudeltà inaudite della schiavitù non sono riuscite a fermarci, l’opposizione con cui oggi abbiamo a che fare dovrà senza dubbio fallire. Noi conquisteremo la nostra libertà, perché nelle nostre reiterate richieste si incarnano il sacro retaggio della nostra nazione e l’eterna volontà di Dio. Prima di concludere mi sento in dovere di citare ancora un punto della vostra dichiarazione che ha suscitato in me un profondo turbamento: il caloroso elogio che rivolgete alla polizia di Birmingham per aver mantenuto “l’ordine” e “impedito atti di violenza”. Dubito che la vostra lode sarebbe stata altrettanto calorosa se aveste visto i cani della polizia affondare i denti nella carne di neri disarmati e nonviolenti. Dubito che avreste avuto tanta fretta nell’elogiare i poliziotti se aveste potuto osservare il modo sgradevole e disumano in cui trattano i neri qui nella prigione cittadina; se li aveste visti mentre prendevano a spintoni e insultavano anziane donne e ragazze nere; se li aveste visti prendere a schiaffi e a calci neri vecchi e giovani; se li aveste visti, com’è accaduto in due occasioni, mentre si rifiutavano di darci da mangiare perché volevamo cantare insieme la preghiera di ringraziamento per il nostro cibo. Nell’elogio della polizia di Birmingham non posso unirmi a voi. È vero che gli agenti hanno mostrato una certa disciplina nell’affrontare i manifestanti; in questo senso, in pubblico si sono comportati in modo abbastanza “nonviolento”.

Ma a quale scopo? Per continuare a proteggere il malvagio regime segregazionista. Negli ultimi anni ho sempre predicato che la nonviolenza esige di usare mezzi puri quanto gli obiettivi che ci si prefigge. Ho cercato di spiegare con chiarezza come sia sbagliato usare mezzi immorali per ottenere fini morali. Ma ora devo affermare che è altrettanto sbagliato, o forse è ancor più sbagliato, usare mezzi morali per difendere fini immorali. Forse Connor e i suoi poliziotti sono stati abbastanza “nonviolenti” in pubblico, come lo è stato ad Albany il capo Pritchett: ma gli uni e gli altri si sono serviti di un mezzo ineccepibile dal punto di vista morale, la non violenza, per difendere il fine immorale dell’ingiustizia razziale. Ricordo T. S. Eliot: “L’ultima tentazione è il più grande tradimento: compiere la retta azione per uno scopo sbagliato”. Avrei voluto vedervi lodare i neri che hanno partecipato ai sit-in e alle manifestazioni di Birmingham: per il loro sublime coraggio, per la disponibilità a soffrire, per la stupefacente disciplina dimostrata nonostante le forti provocazioni. Un giorno il Sud saprà riconoscere i suoi veri eroi. Saranno i James Meredith, dotati di quella nobile risolutezza che li rende capaci di affrontare lo scherno e l’ostilità di folle rabbiose e caratterizzati dalla dolorosa solitudine tipica della vita del pioniere. Saranno le vecchie donne nere, oppresse, maltrattate, personificate da quella settantaduenne di Montgomery, che facendo appello al senso della dignità, insieme al suo popolo decise di non salire più sugli autobus sottoposti al regime segregazionista, e a chi le domandava se fosse stanca dette una risposta tanto sgrammaticata quanto profonda: “Ho i piedi che non me li sento più, ma ho l’anima in pace”. Saranno gli studenti del liceo e del college, i giovani predicatori del vangelo e uno stuolo di loro confratelli più anziani: tutti, con coraggio e senza usare la violenza, pronti a sedersi al banco delle tavole calde, e disposti ad andare in prigione per il rispetto della propria coscienza. Un giorno il Sud saprà che quando questi figli di Dio diseredati si sono seduti al banco di una tavola calda, in realtà si stavano schierando a favore della parte migliore del sogno 10 americano, a favore dei valori più sacri del nostro retaggio giudaico-cristiano, e così facendo riportavano la nostra nazione ad attingere ai grandi pozzi della democrazia, scavati dai padri fondatori degli Stati Uniti quando avevano formulato la Costituzione e la Dichiarazione di indipendenza. Non avevo mai scritto una lettera tanto lunga. Temo che sia davvero troppo lunga per il vostro tempo prezioso. Posso assicurarvi che sarebbe stata assai più breve se avessi potuto scriverla seduto a una comoda scrivania, ma che cosa resta da fare, a chi si trova nell’angusta cella di una prigione, se non scrivere lunghe lettere, dedicarsi a lunghe riflessioni e pregare a lungo?

Se in questa lettera ho detto qualcosa che dipinge la verità in colori troppo accesi e indica impazienza irragionevole, vi prego di perdonarmi. Se ho detto qualcosa che dipinge la verità in colori troppo smorti e indica che la mia capacità di pazientare mi permette di accettare qualcosa di meno della fraternità, prego Dio di perdonarmi. Spero che la mia lettera vi trovi forti nella fede. Spero inoltre che presto le circostanze mi permettano di incontrarvi , non come fautore dell’integrazione o dirigente del movimento per i diritti civili, ma come collega nel ministero religioso e fratello in Cristo. E tutti insieme speriamo che le nere nubi del pregiudizio razziale si diradino presto, e la fitta nebbia del malinteso si allontani dalle nostre comunità sommerse dalla paura, e che in un domani non troppo lontano le stelle luminose dell’amore e della fraternità risplendano sulla nostra grande nazione in tutta la loro sfavillante bellezza.

Vostro per la causa della pace e della fraternità,

Martin Luther King junior

di Martin Luther King, lettera dal carcere di Birmingham del 16 aprile 1963

Sigonella. Avere ragione… trent’anni dopo

sigonel-255x180Più di trent’anni fa, Sigonella. Per i politici e gli opinionisti dell’epoca, un episodio, apprezzato dagli, allora, cultori dell’antiamericanismo e deprecato dagli atlantisti senza se e senza ma. Per i fondatori della seconda repubblica e per i loro ispiratori una essenziale prova a carico in un processo in cui la sorte dell’imputato era segnata in partenza.
La sua colpa inespiabile? L’aver contravvenuto alle regole non scritte che reggevano, da gran tempo, la politica internazionale del nostro paese, rendendo esplicito ciò che era stato sino ad allora praticato sotto traccia e motivando sino in fondo ciò che sino ad allora era stato sottaciuto.
I leader democristiani, dopo la fine dell’esperienza degasperiana, avevano e avrebbero cavalcato con destrezza una politica estera sostanzialmente bipartisan, trovando le adeguate mediazioni tra atlantici e neutralisti come tra cultori dell’europeismo e seguaci della nostra specificità mediterranea: un atlantismo difensivo e geograficamente delimitato; e, accanto a questo, una autonomia di movimento nell’ex Mare nostrum, che integrasse, senza contraddirla apertamente, la strategia occidentale nell’area. E, soprattutto,niente richiamo aperto ai nostri interessi nazionali: tema che era rimasto sostanzialmente tabù dopo i disastri della politica di potenza e di aggressione del fascismo.
Craxi sarà allora il primo e anche l’ultimo capo di governo- della prima come della seconda repubblica a rompere questo come gli altri tabù: nelle sue iniziative così come nelle loro motivazioni. Si comincia con gli euromissili, sfidando i non possumus di un pacifismo a senso unico. Si continua con l’Atto unico, con l’Italia in prima fila nel processo di integrazione. Ci si presenta in Libano all’insegna di una linea di mediazione tra i protagonisti della guerra civile ben diversa da quella degli americani e dei francesi. Si pratica il dialogo con i paesi dell’Est, ma si offre il proprio pieno appoggio ai movimenti del dissenso. E, infine, ci si dedica con particolare energia alla ricerca di una soluzione soluzione concordata della questione tra arabi e israeliani ma con un particolare impegno a sostegno dei diritti del partner più debole. E si rivendica, in tutti questi fronti, la difesa degli interessi del paese come stella polare delle proprie scelte.
Su tutti questi fronti la storia avrebbe confermato le intuizioni del leader socialista; talvolta nel senso- come nella vicenda degli euromissili che la conclusione della vicenda avrebbe corrisposto alle sue attese. Nella stragrande maggioranza dei casi perché l’adozione di strategie alternative alle sue avrebbe portato al disastro
Così a livello europeo, la linea dell’europeismo senza se e senza nei cui confronti Craxi nutriva istintive riserve sarebbe stata alla fonte delle nostre molteplici difficoltà.
Così il non aver sostenuto a sufficienza le forze del dissenso ha reso, anni dopo, più clamoroso e totale il successivo crollo del sistema sovietico. Così l’incardinarsi della politica europea nell’area mediterranea e mediorientale lungo gli schemi del Bene e del male e dell’Amico/Nemico e delle conseguenti guerre democratiche ha portato al disastro attuale.
Così, infine, l’approccio craxiano alla soluzione del conflitto israeliano-palestinese- un accordo tra le parti con la presenza/garanzia di uno stato arabo, nella fattispecie l Giordania- rifiutato allora da israeliani e arabi e appoggiato mollemente dall’amministrazione Usa,rimane, a trent’anni data, l’approccio più razionale e condivisibile.
Tutto questo, naturalmente, appartiene al senno del poi. E al tempo presente. Perché nel suo tempo l’aver ragione contro tanti altri, di sinistra e, più spesso, di destra e, ancor più rivendicarla con lucida intransigenza, non gli fu assolutamente perdonato. Così come non gli fu perdonato, nel caso specifico di Sigonella non solo e non tanto lo sgarbo nei confronti di Reagan e delle sua Delta forces ma il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese ivi compreso quello all’uso della violenza. Riconoscimento, non apologia. Ma tanto bastò per iscriverlo sul libro nero.
Ricordare Sigonella è perciò per noi un dovere intellettuale e morale. È il fare propria la figura di un leader. di un uomo che praticò con inflessibile rigore, la pratica del revisionismo e cioè della continua rimessa in discussione delle concezioni e della pratiche ereditate dal passato. Una vocazione che, a ben vedere accompagna e segna di se il percorso del socialismo.

Alberto Benzoni

Guterres: Nenni, europeista
e internazionalista

Compagne e compagni, per me è un grande onore e una grande soddisfazione essere qui con voi per esprimere la mia profonda ammirazione per Pietro Nenni che è un punto di riferimento centrale e importante del socialismo democratico del ventesimo secolo, in Europa e nel Mondo …

Antonio Guterres parla ai socialisti dal palco della manifestazione in ricordo di Pietro Nenni organizzata dallo Sdi nel dicembre 2004 (pagina Avanti! della domenica)

Antonio Guterres parla ai socialisti dal palco della manifestazione in ricordo di Pietro Nenni organizzata dallo Sdi nel dicembre 2004 (pagina Avanti! della domenica pdf)

 

Il 1992 socialista, diario di Mauro Del Bue

Dopo la fine
quinta e ultima puntata

Benvenuto-Nenni

Benvenuto segretario,
via del Corso vuota

Inutile nasconderlo, il Psi non c’era più. Era stato smantellato e per alcuni aspetti si era smontato da solo. Scrutando un mondo che era già svanito. Cercai di confidarlo al gruppo dirigente provinciale che mi guardava stordito, come se questa fosse solo una mia impressione o addirittura un mio malcelato desiderio. Martelli era finito nel gruppo radicale, Craxi rifugiato al Rafael, tra le monetine lanciate da centinaia di fanatici dopo un comizio di Occhetto. Una gran parte dei nostri parlamentari era inquisita, la  Lega dilagava al nord (mentre dalla frequenze della Rai Santoro incitava alla rivolta) e ovunque i nostri consensi erano ridotti al lumicino, sbriciolati dall’avanzata congiunta della Lega e del pool Mani pulite.

La notizia dell’avviso di garanzia a Martelli l’avevo appresa mentre ero a pranzo con Umberto Bonafini, direttore della Gazzetta di Reggio, nel ristorante “da Fortunato”. Bonafini era a Roma per seguire da vicino l’assemblea nazionale socialista convocata per il giorno dopo. La notizia mi stordì come un pugno nello stomaco e avvertii netta la sensazione che anche l’ultima speranza fosse stata infranta. Mi venne spontaneo commentare: “Non so cosa dire. A questo punto il segretario del Psi lo scelgano direttamente i giudici” (1). Mi precipitai in Transatlantico e incontrai subito Raffaelli, Tempestini, Abruzzese, poi insieme, con Di Donato, ci precipitammo in via Arenula al ministero. Martelli si era già dimesso da ministro e si era autosospeso dal Psi. La cosa ci aveva presi alla provvista. Là c’era anche Bruno Pellegrino per giustificarne le scelte. Claudio ci disse che sul conto protezione aveva semplicemente passato un biglietto e che il Psi allora era soffocato dai debiti e senza soldi e aveva accolto l’invito di Craxi. Di cosa era accusato? Non capivamo le ragioni di un abbandono traumatico della nave, con noi che continuavamo a remare con così tanta fatica, sudati, stremati, verso un approdo incerto. Ci sfuggiva quell’esigenza di abbandonare addirittura il Psi, lasciandoci soli. Alcuni craxiani ortodossi ironizzarono sull’onore che Martelli avrebbe dovuto ridare ai socialisti. Era però evidente che qualsiasi fosse stata la scelta di Martelli il Psi non c’era più. Potevamo prenderne atto.

Dovevamo tuttavia scegliere una linea per l’indomani all’Assemblea nazionale. Ci trovammo improvvisamente orfani e nella assoluta necessità di inventarci un candidato. Tra il candidato della maggioranza, Giorgio Benvenuto (era stato lanciato da Formica con l’appoggio di Signorile e accettato da Craxi), e Valdo Spini, scegliemmo quest’ultimo.

Nell’atrio dell’hotel, prima che iniziasse l’assemblea, mi imbatto in Bobo Craxi che mi abbraccia forte e mi confida che un Psi senza Craxi e Martelli non è più il nostro. Io ricambio e ci scappa da piangere tra le sciarpe che si srotolano dai paltò. E con gli occhi umidi affrontiamo insieme i primi passi dell’assemblea aperta da una relazione di Craxi, tutta tesa a dimostrare che quel che stava avvenendo era un ignobile attacco della magistratura al Psi, un colpo di stato violento, e ricordando anche le vittime, da Moroni ad Amorese a Balzamo. Non un accenno di autocritica, però, non una sola ammissione di errori compiuti. Craxi, come sempre, era molto coerente con la sua impostazione originaria. Manichea. E quando volle incontrare gli ex martelliani in una stanza dell’hotel, lo trovammo anche sfinito e senza voce che gli usciva solo per chiederci: “Chi volete segretario?” (2). Manca gli rispose che avremmo preferito Spini e lui ne prese atto. Si votò e vinse Benvenuto con 307 voti (il 58%) contro i 223 a Spini (il 42%). Si apriva un’altra fase. Ma era già dopo la fine.

Dilaga Tangentopoli, si sfascia il Psi

In un pranzo con Martelli, alla solita “Antica pesa”, vicino a casa sua, mi scappò un rimprovero a Manca e agli altri di eccessivo filo pidiessismo. Non sopportavo che si passasse da una posizione favorevole a rilanciare un’autonoma impostazione socialista a una semplice rincorsa verso un altro partito. E così Manca, al momento dell’elezione della segreteria, mi preferì Mauro Sanguineti, oltre a Raffaelli. Mi pareva francamente uno sgarbo grave. Dovevo pagare la mia amicizia con Martelli? E così, grazie a Mario Raffaelli, si pretese anche il mio ingresso in accordo con Benvenuto e divenni membro della segreteria nazionale.

Giuseppe Alfano, corrispondente de “La Sicilia”, viene intanto ucciso dalla mafia e il boss dei boss Salvatore Riina è arrestato dopo 24 anni di latitanza. La rivoluzione giudiziaria pareva così quasi intrecciarsi con la lotta alla mafia che iniziava a dare buoni frutti (ma li aveva già dati con le leggi di Martelli).

La nuova segreteria (di dieci membri) del Psi, presidente del quale era stato eletto Gino Giugni, era composta di molti giovani (oltre a me Raffaelli e Sanguineti, di origine martelliana, da Nencini, Caldoro, Garesio, Marica Cirone Di Marco) oltre che dal bolognese Paolo Babbini e dal piemontese Felice Borgoglio, dall’ex sindacalista della Uil Enzo Mattina, una sorta di portavoce di Benvenuto, e da Giuliano Cazzola, ex Cgil, per bilanciarlo, e iniziò il suo lavoro tra le macerie. Senza soldi, devastati da debiti, l’Avanti rischiava la chiusura immediata e i dipendenti della Direzione non percepivano lo stipendio. La sede di via del Corso sembrava un’ambasciata dopo un colpo di stato con dipendenti che uscivano con in mano un telefono, una scatola di penne, un quadro, un mobiletto. Si poteva combinare qualcosa in quelle condizioni? Benvenuto aveva addirittura preteso una stanza diversa da quella di Craxi, quasi per segnare una discontinuità o per evitare una contaminazione. Credeva ai fantasmi. Enzo Mattina non disdegnava accuse velenose ai vecchi dirigenti. Anche Spini e Giugni non andavano per il sottile, mentre il leghista Orsenigo agitava il cappio alla Camera e il superpacifico Ugo Intini veniva aggredito nei pressi di via del Corso dai fascisti. Gianfranco Miglio sentenzia: “E’ meglio un innocente in galera che un colpevole fuori” (3). L’antitesi della cultura liberale dilaga.

Intanto anche negli altri partiti era scoppiata la rivoluzione. Altissimo e La Malfa, raggiunti da provvedimenti giudiziari, erano stati costretti alle dimissioni, mentre a Reggio Emilia l’intero vertice della cooperativa Giglio aveva fatto le valigie per la situazione dell’azienda, commissariata dalla Lega, (la Giglio a febbraio venne venduta a Tanzi). Giorgio Marocchi, direttore commerciale di Coopsette, era stato arrestato e liberato, tre dirigenti di Orion (Corrado Canepari, Gianfranco Fantini, Alessandro Preziuso) erano stati invece arrestati e detenuti per giorni a Verona e l’imprenditore Gianfranco Fagioli fermato a Milano (resterà in carcere per intere settimane). Fagioli mi confesserà che Di Pietro lo minacciava di tenerlo dentro per mesi se non gli avesse fornito nomi di politici della sua zona. Lo ricordo cogli occhi stralunati in via della Stelletta vicino alla Camera. Come dire: io non ho ammesso cose non vere per ottenere la libertà, ma voi che fate? Così anche il sistema cooperativo, e sia pure in parte l’industria reggiana, vengono investiti dall’onda giudiziaria. Ma solo per fatti avvenuti altrove e per indagini di altre procure. Quelle emiliane erano ferme e la cosa è quanto meno sospetta.

Anche la situazione del Psi locale è fuori controllo. Nelle sedute dei vari organi e soprattutto nelle diverse assemblee che si svolgono in quelle settimane si mostrano tre ordini di comportamento. Il primo è quello, ormai generalizzato, della base socialista che chiede la testa di tutti, che ritiene che solo un rito di purificazione collettiva possa salvare il partito. Nelle assemblee risulta perfino difficile parlare. Nessuno ascolta, tutti vogliono dire la loro, ma con invettive e non ragionamenti. L’eccitazione è al culmine. La colpa della crisi del partito sarebbe solo di un gruppo dirigente corrotto. Di politica non si parla più. Un socialista mi venne a trovare in quei giorni e mi strappò le tessere del Psi in faccia dicendo che si vergognava. Poi però mi prese da parte perché la figlia doveva presentarsi a un concorso pubblico all’Usl di Reggio. Non mancava un alto tasso di ipocrisia. Si viaggiava all’insegna del nuovo che avanza, del dipietrismo dilagante che aveva contagiato anche il Psi. Altro che difesa di Craxi, altro che lotta al giustizialismo e al pool Mani pulite. Allora non c’era nessuno che sostenesse questa posizione. Tutti gridavano contro tutti e in nome della questione morale. Così mi trovai, proprio io che avevo contestato politicamente Craxi, a sostenere una battaglia contro il dipietrismo con dichiarazioni pubbliche che mi procurarono anche molte critiche interne. Non sopportavo quel mito artefatto, quell’idea del Torquemada meneghino dalla sciabola purificatrice. Non sopportavo quell’uso indiscriminato del carcere preventivo chiaramente illegittimo per forzare le ammissioni di colpa degli indagati. Eravamo ancora uno stato di diritto? Allora era davvero difficile sostenere posizioni simili sulla stampa. Si rischiavano scomuniche immediate. Anche perché emergeranno fatti davvero sconcertanti come quelli che riguardavano De Lorenzo, Poggiolini, la malasanità, le sue sostanziose tangenti.

La seconda posizione era interpretata da chi individuava quella circostanza drammatica come l’occasione per emergere. I profittatori, coloro che solo dalle macerie che avessero inglobato un intero gruppo dirigente pensavano di costruire il loro futuro politico. Si cominciò a parlare di questioni che con la vicenda della fine del Psi non avevano nulla a che fare: il numero dei mandati parlamentari (a Reggio qualcuno propose fossero solo due perché ero al secondo), la regionalizzazione del partito (Franco Gherardi, segretario regionale del Psi, propose di chiamarci User, Unione dei socialisti dell’Emilia-Romagna, e Franco Piro gli rivolse una sommessa preghiera: “Non voglio morire nell’User” (4)). Altri ancora fondavano gruppi quali “Resistere per esistere” (ma se ne andranno senza fare alcuna resistenza nei democratici di sinistra con Valdo Spini), altri ancora proclameranno che il Psi non sarebbe finito mai e saranno i primi ad aderire a Forza Italia, altri infine chiederanno un tesseramento con esclusione di coloro che fossero solo sospettati di una vita irregolare. Come in una setta religiosa. O in un vecchio partito comunista clandestino. Eravamo sotto assedio, e questa era la terza posizione, e qualcuno tentò di salvare se stesso portandosi anche un gruppo di amici, per traghettarli di là, come si diceva allora. Cioè nella nuova stagione politica che sarebbe nata dopo le elezioni anticipate e con le nuove regole elettorali. Questo forse fu l’errore a cui andai incontro anch’io. Forse dovevamo evitare anche solo il tentativo e lasciarci affogare in silenzio.

Mi trovai dunque tra i pochi che sulla questione giudiziaria difendevano Craxi dall’aggressione di Mani pulite. Proprio io che ero stato il primo a contestarlo sulla linea politica dopo l’aprile del 1992, ma in realtà già dal 1989. Mi sembrava impossibile poter resistere politicamente accettando l’idea che Craxi fosse stato un malfattore. Dino Felisetti, il mio predecessore alla Camera, aveva assunto invece una posizione opposta: difendeva Craxi sul piano politico e lo condannava sul piano morale. E scrisse: “Craxi è una figura impresentabile sia sul piano morale che su quello dell’immagine” (5). Dino era più propenso a salvaguardare l’immagine della vecchia tradizione socialista, magari rifacendosi direttamente a Prampolini. Intanto ci piovevano addosso nuove accuse e nuove indagini. E le indagini toccheranno anche il mio amico Mario Raffaelli, raggiunto da un avviso di garanzia su vicende di cooperazione al terzo Mondo, quand’era sottosegretario agli Esteri. Mario era l’amico più caro, quello con cui trascorrevo la gran parte della giornata a Roma. Anche lui si dimetterà immediatamente dagli organi di partito. Si sfilerà in silenzio.

Penso intanto di fare cosa giusta dimettendomi anch’io da consigliere comunale (non aveva più senso mantenere doppi incarichi) e al mio posto subentrò Niger Ficarelli, poi, a marzo, viene arrestato Primo Greganti e si apre, sembra almeno, anche il capitolo dei finanziamenti al Pci. La vicenda Greganti è quanto di più ipocrita possa essere stato concepito. Greganti si autoaccuserà per aver fatto operazioni pro domo sua. E nel contempo diverrà una sorta di idolo del suo partito. Nelle feste dell’Unità distribuiranno anche le magliette con scritto “Viva Greganti”. Delle due l’una. O Greganti era un faccendiere che lucrava per sé e allora non si capisce perché sia stato trasformato in un eroe. O si faceva carico di reati non suoi e allora era colpevole il suo partito. Anche una tangente di un miliardo, portata alla sede delle Botteghe oscure, rimarrà oscura, perché nessuno pare l’avesse intascata senza che sia tornata indietro.

Tra gli arrestati della prima Primavera anche il guastallese Gabriele Cagliari, già presidente dell’Eni, mentre Giulio Andreotti è raggiunto da avviso per concorso in associazione mafiosa (aveva baciato o no Totò Riina?….)

A Reggio Emilia si apre la polemica sulla casa del procuratore Elio Bevilacqua, pagata dal Comune e si intensificano le offensive contro dirigenti e dipendenti delle cooperative e privati da parte del Pool Mani pulite. Anche la Giza (Gibertoni e Giovanardi) è in liquidazione e i primi di aprile arriva puntuale anche l’avviso di garanzia per Forlani, mentre il referendum sulla legge elettorale ha un esito scontato e si trasforma in una condanna della Prima repubblica con Mario Segni sul banco dell’accusa. Archiviato il proporzionale si passa all’uninominale maggioritario anche se il Parlamento dovrà dire la sua. Ma ci riuscirà? Alla fine preferirà fotografare l’esito del referendum. Intanto Craxi riprende a salutarmi e mi prende a braccetto in Transatlantico. Era da mesi che non succedeva. Craxi sapeva essere anche amabile. Era un uomo politico tanto navigato da non dare peso più di tanto alle parole, quanto alla sostanza. In effetti senza Martelli, e con un gruppo di sopravvissuti capeggiato da Enrico Manca, non mi trovavo per niente a mio agio. Con Craxi avevo trascorso una vita. Era stato il mio leader prima ancora che divenisse segretario del partito, quando ancora ero nella federazione giovanile. D’accordo, continuavo a pensare che non avesse previsto le conseguenze del 1989, e non era rilievo da poco. Ma adesso viveva in uno stato drammatico, sommerso da continui avvisi di garanzia. Perché fargli venire meno il mio appoggio e la mia solidarietà? Così fu il 29 aprile, quando votammo sulle richieste di autorizzazione a procedere contro di lui alla Camera. La votazione avvenne in modo segreto e avrei potuto confessare, come fecero altri socialisti, che avevo votato in modo diverso. Invece dichiarai alla stampa locale che avevo votato contro alcune autorizzazioni (in totale le richieste erano sei e in realtà votai contro a tutte) e scoppiò il finimondo. Compresi che avevo firmato la mia condanna a morte politica. Del discorso di Craxi resterà per decenni impresso nella memoria quel passo che riguardava la richiesta di ammissione di correità collettiva. A proposito del finanziamento illecito disse che se c’era qualcuno disposto a giurare di non avervi mai fatto ricorso, doveva alzarsi, dire lo giuro e presto o tardi si sarebbe rivelato spergiuro. Ma nessuno si alzò. Una silenziosa ammissione di correità generale.

La Camera vota contro l’autorizzazione a procedere su Craxi. Del Turco segretario

Il governo Ciampi, che era appena stato costituito, dopo le mancate autorizzazioni a procedere, si trovò in crisi. I ministri del Pds, dei Verdi e del Pri si dimisero immediatamente. Me lo preannunciò Petruccioli subito dopo il voto, appena fuori da Montecitorio. La sera mi recai al Rafael (arrivò anche Berlusconi), con mio figlio Ferruccio, e non si respirava aria di festa. Craxi, che mi abbracciò, mi lesse la dichiarazione del “presidente del Cln Alta Italia Francesco Saverio Borrelli” (6), come lo definì. Era solo stato conquistato qualche giorno di più. Di lì a poco verrà abolita anche l’autorizzazione a procedere. Il Parlamento era sotto schiaffo e chi comandava era il Pool di Milano col sostegno del presidente Oscar Luigi Scalfaro, che di lì poco verrà investito dal ciclone delle tangenti Sisde e risponderà con un insolito j’accuse. Intanto il furore popolare aveva raggiunto l’apice, Di Pietro era diventato il leader del 90% degli italiani, centinaia di parlamentari erano inquisiti e altre centinaia di politici e pubblici amministratori erano finiti in carcere. E c’è anche la gogna politica. Dopo il comizio di Occhetto in piazza Navona si radunano alcune centinaia di manifestanti dinnanzi al Rafael, il 30 aprile, circondando l’hotel, e all’uscita di Craxi si esercitano al vergognoso tiro delle monetine. Le immagini saranno il simbolo dell’aggressività del giustizialismo di sinistra.

Intanto il Pds reggiano approva la vendita di palazzo Masdoni, il vecchio Cremlino, e finisce un’epoca anche per chi non è direttamente investito da Tangentopoli (guarda caso l’ex Pci vendeva il suo prezioso immobile dopo l’esplosione del fenomeno dei finanziamenti illeciti) e nel comune di Reggio si elegge una nuova giunta (ci sono solo tre socialisti e cinque comunisti, più il sindaco). E’ l’inizio del nostro ridimensionamento nel potere locale e precede il turno elettorale. Sarà generalizzato e toccherà dapprima gli enti pubblici (si comincia con la sostituzione di Nicola Fangareggi da presidente del Centro della danza, poi con Giacomo Borghi dal vertice dell’Usl, poi si allargherà alla cooperazione e Niger Ficarelli non sarà più presidente della Lega provinciale, avvicendato dal comunista William Colli dal novembre del 1993, e il mio amico Fabrizio Montanari verrà sostituito dall’esecutivo della Banca popolare, ex banca delle cooperative), poi si estende agli organismi di massa (nella Cna, nell’Api, nella Confcoltivatori, nella Confesercenti, i socialisti escono dai vertici). Resistono, ma ancora per poco, Bertani e Prampolini nell’esecutivo della Provincia. Anche il presidente della Regione Enrico Boselli deve cedere di lì a poco il passo a Pierluigi Bersani, suo vice. Parlo di pulizia etnica che peraltro è appena agli inizi. E un po’ ce la facciamo anche da soli. Dopo il voto su Craxi della Camera se ne vanno dal partito Carlo Ripa di Meana, Roberto Cassola e Giorgio Ruffolo, mentre Giuliano Amato parla di un certo “Eta beta” come del partito ideale, una grande testa e un corpo esilissimo. Aveva unna vaga somiglianza proprio con lui. Poco dopo Antonio Fazio è il nuovo governatore della Banca d’Italia, viene arrestato Renato Pollini, già amministratore del Pci, e anche il presidente dell’Iri Renato Nobili finisce dietro le sbarre. Al suo posto torna Romano Prodi. E poco dopo si verifica l’esplosione di un’autobomba a Roma (obiettivo Maurizio Costanzo) e ci sono 21 feriti. Giorgio Benvenuto getta la spugna e si dimette da segretario del Psi (era stato eletto a febbraio). Mi chiede solidarietà e mi dimetto anch’io. Al suo posto tenta Del Turco, con Boselli vice. Sempre a maggio a Firenze, presso la galleria degli Uffizi, esplode un’altra bomba. Un’intera famiglia di quattro persone è distrutta, la galleria danneggiata e adesso Andreotti viene indagato anche per l’omicidio di Mino Pecorelli. Mafioso e assassino? Ma se fosse davvero così andrebbe riscritta la storia d’Italia e magari rivalutate le Bierre, allora. Ci se ne rende conto? Su Craxi si indagava a trecentosessanta gradi. E più tardi rimbalzerà sulle cronache, oltre l’esistenza dei conti di Larini, anche la sussistenza di quelli di Tradati, che saranno poi affidati alla contessa Francesca Vacca Agusta e a Maurizio Raggio, fuggiti poi in Messico. Sconsolato mi raggiungerà l’amaro commento di un riformista del Pds: “Avevamo puntato sui socialisti, ma siamo finiti tra conti e contesse” (7). Quando si verrà a conoscenza dell’esistenza della tangente Enimont (si parlava di 100 miliardi), invocata dal quotidiano “La Repubblica”, si conosceranno anche le quantità di denaro suddivise tra i singoli esponenti politici, e tra loro saranno coinvolti anche i massimi vertici del Psi, ma anche delle quote destinate ad altri interlocutori, perfino ai giornalisti. Tutto sembrerà indifendibile. Tangentopoli era l’onda che tutto travolgeva con la sua forza d’urto progressiva e incessante. Non conosceva ostacoli, deviazioni, attenuazioni. I decreti di depenalizzazione tentati dal governo (vedasi l’iter di quello di Conso e più avanti di quello di Biondi) venivano immediatamente ritirati o invalidati dal presidente della Repubblica, mentre i voti parlamentari, come quelli su Craxi, erano subito vanificati da procedure successive.

Intanto alle elezioni parziali del 6 giugno il Psi esce a pezzi. E’ al 3,6%, con il 18,8% della Dc, l’11,6% del Pds, il 15,3% della Lega che al Nord è al 30%. Siamo già al dopo Psi e in tanti fanno finta di non accorgersene. Martinazzoli annuncia lo scioglimento della Dc, che s’avvia a divenire Partito popolare, annunciando una propensione e una velocità del cambiamento che supera di gran lunga la nostra e mentre esplode lo scandalo della sanità e viene arrestato l’ex ministro De Lorenzo, finisce in gattabuia anche il reggiano Nino Tagliavini, presidente della coop Unieco. Denuncerà le responsabilità del vertice del Pci e verrà rinviato a processo lui solo. Poi, poco prima dello svolgimento della conferenza del nuovo Psi di Del Turco all’Ergife, si uccide in carcere Gabriele Cagliari e Gianfranco Miglio se ne esce con quelle orrende parole sulle gocce di sangue che sarebbero necessarie per fare avanzare la rivoluzione. Lo definisco “un nipotino di Goebbels” (8). Tutti sembravano esaltati dalla rivoluzione giudiziaria, quasi in preda a una furia iconoclasta, e chi poneva solo delle riserve, o anche opponeva critiche sulla metodologia adottata e sui fini politici della magistratura, veniva zittito, sospettato e anche criminalizzato. Questo atteggiamento giustizialista era ormai trasversale, toccava destra e sinistra, giornali ritenuti moderati come quelli più estremisti, televisioni di Stato e private, radio e movimenti che fiorivano allora come i funghi sull’onda del rinnovamento della politica. Si presentavano nuove facce con vecchissimi metodi e con la sola ambizione di sostituire quelli che c’erano. Quel che mi amareggiava era quel rinnegare senza rinnovare che pareva animare la logica del Psi a livello nazionale e a livello locale. Quel gettare dalla finestra tutto quello che era avvenuto e non produrre alcun vistoso cambiamento politico e d’immagine. Così era suicidio.

Eravamo come bloccati da un mare in tempesta nel quale tentavamo di restare a galla senza muoverci. C’era chi intendeva opporsi al mare e chi si gettava in favore di onda per cavalcarla. Mi sembravano entrambe posizioni sbagliate e controproducenti. Anch’io commisi l’errore di accettare nuove sfide politiche. Da “Rinascita socialista” all’Unione socialista per il polo progressista”, movimenti interni-esterni al Psi che davano l’impressione di aggiungere confusione a confusione, partorite dalla creatività non sempre razionale di Enrico Manca. Ma accettai di restare nella segreteria del Psi con Del Turco, contrariamente agli altri ex martelliani.

Il 20 luglio arriva un timido segnale di vita del Psi. E’ la conferenza convocata all’Ergife di Roma e partecipata da 1.200 dirigenti socialisti giunti da mezza Italia. Del Turco lancia la sua sfida di resistenza, fornisce indicazioni e avanza proposte interessanti e condivisibili. Parla di accordi con i radicali e il Psdi, ma anche con Segni che potrebbe diventare il leader di un polo antileghista. Ma il clima che si crea è malsano. Bobo Craxi viene insultato all’ingresso della sala e Luca Josi, che aveva costituito i comitati Craxi, insulta Del Turco perché non aveva esposto il simbolo del Psi dietro il palco. L’aria si era fatta irrespirabile.

La sinistra vince alle amministrative, la Lega al nord al 30%

Tre giorni dopo si suicida Raul Gardini, dopo l’inchiesta su Montedison che lo aveva invischiato. Un’altra morte violenta, mentre ai funerali di Cagliari, che si svolgono a Guastalla, partono addirittura fischi. Scrivo “Pietà l’è morta” e invio un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia per il comportamento del magistrato De Pasquale. Cagliari se n’era andato dopo quattro mesi di illegale detenzione preventiva. Non poteva più reiterare il reato, non poteva certo fuggire, né manomettere le prove. Venne tenuto in carcere dopo numerose promesse di rilascio. E siccome non io, ma la stampa dell’epoca, aveva sottolineato che il magistrato De Pasquale aveva promesso al detenuto di firmare la sua scarcerazione, ma alla fine non l’aveva fatto preferendo andare al mare, ne rimasi sconvolto. E decisi di presentare un’interrogazione parlamentare. Naturalmente senza risposta. Allora un socialista non ne aveva neppure diritto. Poteva al massimo piangere un compagno che s’era soffocato con una borsina di plastica al collo. E accettare anche i fischi al suo funerale, senza poter fiatare.

Poi la strage a Milano con autobombe che provocano cinque morti e a Roma ancora bombe e 22 feriti. Tra il tentativo di strage di Roma del Natale, la strage di Firenze del maggio e questi nuovi sanguinosi attentati c’è un filo conduttore. Nella catena ci sono altri tentativi non riusciti, compreso uno allo stadio Olimpico. Si tratta dell’offensiva mafiosa fuori dalla Sicilia ordinata da Totò Riina per arrivare a un compromesso tra lo Stato e la mafia. D’altronde rivelazioni recenti sul cosiddetto “papello”, l’ipotesi di trattativa tra Sisde e corleonesi, confermerebbero la motivazione di questi atti di sangue. Magistrati del Pool e Lega in prima fila chiedono invece pulizia e giustizia, come se esistesse qualche rapporto tra le stragi e Tangentopoli.

L’estate volge al termine e anche il segretario amministrativo del Pds Marcello Stefanini viene indagato, mentre la mia Reggiana debutta in serie A a San Siro con l’Inter. Ma anche allo stadio c’è chi se la prende con Craxi. Succederà tre volte, mi trovai minacciato da un energumeno e una volta da un ragazzino che, accompagnato dalla madre mi urlò “ladro”.

Una buona notizia a settembre: intesa storica tra Rabin e Arafat a Camp David che si riconoscono reciprocamente. Ai palestinesi Gerico e Gaza. Poco dopo il prefetto Riccardo Malpica svela i fondi neri al Sisde e i soldi che erano stati messi a disposizione dei vari ministri dell’Interno, compreso Scalfaro. Il giallo si tinge di rosa ai vertici dell’esercito. Il generale Monticone si dimette dopo i piccanti racconti di Donatella De Rosa, che poco dopo diventa anche una star televisiva.

Muore a 73 anni il grande Federico Fellini, mentre chiedo la grazia per il terrorista rosso Prospero Gallinari che vado a trovare a Rebibbia, perché in condizione di salute gravissime. Prendo contatto anche con l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Cossiga lo incontro alla presentazione del libro dell’amico Gianni Cervetti “L’oro di Mosca” (9), col quale il parlamentare pidiessino racconta la verità sui fondi che arrivavano al Pci fino al 1976. Poi si cena insieme e Cossiga mi sollecita la necessità di fare qualcosa per Gallinari. Lui è convinto che si debba chiudere questa pagina degli anni di piombo che ha tormentato una fetta numerosa e non trascurabile di una generazione di giovani. E’ tormentato da questa esigenza, che rilancia continuamente come se volesse giustificare anche il comportamento di chi stava dall’altra parte della barricata. Lo capisco. E infatti una vera e propria guerra civile in Italia c’è stata e si è conclusa. Questi giovani hanno ammazzato e portato nel lutto e nella disperazione tante famiglie. Ma hanno pagato rovinandosi la vita. Si può fare qualcosa? Quando mi precipito con Marco Scarpati nel carcere di Rebibbia e mi imbatto in questi miei coetanei, mi sembra di trovarmi con persone civili, con vecchi amici. Loro hanno volti miti e parole sensate, sembrano bravi ragazzi. Mi viene in mente che hanno sparato e ucciso anche a freddo. Gallinari mi parla anche di calcio, si ricorda di Calloni, del Mirabello coi tubolari, di piazza del Monte dove finivano i cortei. Il suo compagno mi prende per il braccio e mi sussurra all’orecchio: “Fate qualcosa, sta morendo” (10). Gallinari otterrà poi la semilibertà. Morirà nel 2012.

Sarà per il mio rispetto delle prerogative parlamentari, ma soprattutto per la consapevolezza che il carcere preventivo usato in questo modo è illegale, ma proprio non me la sento di votare per l’arresto di De Lorenzo, che deve essere inquisito e processato come tutti. Così anche il voto su De Lorenzo (io e Pierluigi Castagnetti, che votiamo contro l’arresto, siamo accusati speciali) diviene una nuova fonte di polemiche e di accuse.

Quando poi Tangentopoli si trasforma in spettacolo televisivo, e cioè da fine settembre col processo Cusani, si ha netta l’impressione che i veri protagonisti, gli eroi della nostro psicodramma, siano proprio loro, Di Pietro in primis, i giudici milanesi con lui, che entrano nelle nostre case, come un “grande fratello” del futuro. E  a proposito dei fondi Sisde, Scalfaro esclama in diretta televisiva: “Io non ci sto” (11) e si difende attaccando. Solo lui, tra i ministri degli Interni, non avrebbe intascato i 100 milioni periodici del Sisde. Ormai il Parlamento è senza più legittimazione popolare, solo Pannella lo difende convocando i deputati alla mattina alle sette, immettendo nella sua iniziativa, come sua consuetudine, anche un elemento di sadismo. Anche De Benedetti è arrestato, ma solo per un giorno, mentre Giovanni Brusca, che azionò l’esplosivo a Capaci, viene fermato davvero.

Intanto alle elezioni di Milano, Roma, Napoli, Palermo, Genova, Venezia la sinistra vince ovunque quasi contro nessuno. A Roma si va al ballottaggio tra Rutelli e Fini e Berlusconi scende in campo con una dichiarazione a favore di Fini. Sta meditando se entrare nel gioco politico mentre tenta, invano, di convincere Martinazzoli e Segni ad allearsi con Bossi.

Il Psi nel polo progressista

All’assemblea del Psi c’è anche Craxi, il 16 dicembre. E chiede la parola, proprio mentre io presiedo (e lo cosa mi colpisce oltremodo) per contestare la richiesta di Del Turco dei pieni poteri. “Chi è, San Giuseppe?” (12), esclama. Alla fine Del Turco ottiene il 58% dei voti, ai craxiani solo il 42%. Cambia il simbolo (via il garofano e al suo posto la rosa del socialismo europeo) e il Psi si colloca nell’area progressista, visto che le elezioni col nuovo sistema maggioritario incombono. Craxi ottiene ben altro successo al processo Cusani, dov’è interrogato. Se la cava come un leader vero, rispondendo a tono alle domande di un Di Pietro in estrema difficoltà e piuttosto impacciato. Anche oggi si può registrare la logica e coerente impostazione delle sue risposte che sconfinano a  volte nell’ironica presa in giro. Quell’interrogatorio era stato preceduto da alcuni incontri tra lo stesso Craxi e Di Pietro sul tema del finanziamento alla politica.

Anche la Lega viene investita da Tangentopoli per i duecento milioni consegnati al “pirla Patelli” e per il 29 gennaio è fissata la Costituente socialista all’Eur che a questo punto è riservata solo alla maggioranza del Psi che intende collocarsi nell’area progressista. Quelle vacanze natalizie sono solo un momento per riordinare idee e per affrontare un 1994 che sarebbe stato ancora peggiore. Anzi definitivamente letale per il partito. Stona maledettamente quell’aggressione verbale a Ugo Intini, che si presenta in platea col suo pacifico e orgoglioso trend da socialista autonomista.

Tutto cambia attorno a noi. Non esiste più la Dc e nasce il Partito popolare, ma Casini fonda il Ccd, Fini, dal canto suo, lancia Alleanza nazionale e Fausto Bertinotti è segretario di Rifondazione comunista.

Poi la discesa in campo di Berlusconi col video diffuso in tivù. “L’Italia è il paese che amo” (13). D’Alema mi confessa che è una sorta di nuovo fascismo, sia pur in giacca e cravatta, anche se riconosce che i progressisti da soli non ce la faranno a governare il Paese e che serve un’intesa col centro di Martinazzoli e Segni (e anche Giuliano Amato). In quei mesi frequento spesso, oltre a Gianni Cervetti, che risulta poi anche lui inquisito per vicende milanesi (e non difeso dal suo partito), il deputato pidiessino parmigiano Renato Grilli e quello mantovano Massimo Chiaventi. Si cena insieme, si ride insieme (quando si può). Anche loro sono sotto torchio nel loro partito (come lo è Bertolini a Reggio) per la loro collocazione riformista e filo socialista. Rischiano di non essere ricandidati e non lo saranno. Non solo non vogliono i dirigenti socialisti, ma nemmeno i loro amici. E a proposito delle candidature succede di tutto. Vengono istituiti i tavoli progressisti, che fungono da giurie rivoluzionarie, con impietosi commissari pronti alla decapitazione e tricoteuses che urlano contro i politici di professione, soprattutto se socialisti. Apprendo su “La Repubblica” che i Verdi non mi vogliono candidare perché sarei favorevole alla variante di valico (da Bologna a Firenze), della quale non ho mai parlato. Boselli non può essere candidato secondo l’editto emesso dal segretario del Pds di Bologna perché è stato con Craxi fino al febbraio del 1993, il povero Albertini è sotto processo politico a Ferrara (alla fine sarà l’unico risparmiato in Emilia-Romagna), Franco Piro tenta di presentare una lista al Senato in Calabria, fuori Babbini, Ferrarini, Fabbri, Covatta. In Emilia Romagna il tavolo regionale, dove si era recato il segretario del Psi per proporre le candidature di Boselli, mia e di Albertini, boccia tutti e tre i candidati e candida proprio lui, che se ne esce affermando: “Se è per salvare il partito…” (14). Il segretario regionale Gherardi viene immediatamente commissariato dal segretario nazionale del Psi che poi, non trovando di meglio, si candida lui stesso a Bologna, mentre Boselli viene dirottato in provincia di Siena. E succede di tutto, succede anche a Reggio, e chi si reca al tavolo si esime dal sostenermi, anzi sostiene di non avermi neanche mai conosciuto. Insomma tolgo il disturbo quasi volentieri scrivendo una lettera di rinuncia a qualsiasi candidatura a Reggio, Bologna, altrove. In un collegio della provincia di Reggio viene presentato Fausto Vigevani, un socialista di sinistra della Cgil che approderà subito al Pds, come diversi di quei 15 deputati e 12 senatori socialisti eletti nei collegi uninominali e scelti generalmente dagli altri. La cosa che emergeva in assoluta chiarezza era la scelta dei Progressisti, e in particolare del Pds, di dare il colpo finale al Psi eliminando tutti i candidati che avessero un qualche livello di rappresentatività. Il caso che si presentò a Reggio ha dell’incredibile. Si poteva preservare una sorta di modello reggiano di socialismo (nessuno era invischiato in indagini giudiziarie) e per di più nella stragrande maggioranza dei comuni i socialisti amministravano con gli ex comunisti e così negli enti di secondo grado e negli altri organismi sociali ed economici. Si usò invece anche da noi un di più di giustizialismo politico, come se quell’occasione fosse la partita di ritorno del 1989: l’evoluzione del Pci che poteva uscire dalla stretta gola dell’unità socialista eliminando i socialisti. L’opportunità s’era materializzata. Il Psi era già finito, d’accordo, ma laddove ne restava qualche énclave, anche questa doveva essere sgominata, per evitare pericolosi colpi di coda. Bisognava seminarci sopra il sale, come dirà poco dopo il procuratore capo di Milano a proposito delle azioni di Mani pulite. E così fu.

Il dopo Psi

Il risultato del Psi con la rosa, collocato nell’alleanza progressista, è un disastro: solo il 2,1%. Il Psi è finito anche elettoralmente. E inizia una lunga storia di tentativi anche generosi, per riannodare le fila. Nessuno dei quali andrà a buon fine. Nel novembre del 1994 viene ufficialmente sciolto il vecchio Psi e nasce il Si con Enrico Boselli segretario, contemporaneamente sorgono il Psri con Fabrizio Cicchitto ed Enrico Manca e i Liberalsocialisti di Ugo Intini e Margherita Boniver. Il grosso dell’elettorato socialista preferisce Berlusconi e in tanti si schierano in prima fila con lui aderendo al nuovo partito di Forza Italia, che per il momento, però, non candida i vecchi deputati del Psi tranne il solo Maurizio Sacconi, senza neppure eleggerlo. Berlusconi vince le elezioni e governa fino al dicembre, poi è sostituito, dopo la crisi aperta da Bossi, da Lamberto Dini che nel 1996 porta il Paese a nuove elezioni, vinte dall’Ulivo di Prodi. In quella circostanza Intini vuole presentare una lista socialista per il Senato senza il consenso di Craxi, che ottiene qualche manciata di voti e nessun eletto. Intanto mi ritraggo dalla politica attiva per due anni. Non aderisco al Si e faccio dell’altro. Devo guadagnarmi uno stipendio per vivere perché sono troppo giovane per ottenere il vitalizio. Rientro in Provincia dove dirigo l’ufficio stampa per un anno, poi mi dedico alle televisioni, programmando e presentando cicli di musica lirica e di storia, scrivo alcuni libri, collaboro con testate giornalistiche, appronto testi per documentari. Rientro con Claudio Martelli e la sua associazione “Società aperta” solo nel 1997 (a Reggio, con Dino Felisetti, avevamo da poco costituito la Federazione dei socialisti reggiani, anche assieme al Si di Enzo Musi e Nando Odescalchi, dopo una festa al Parco Pertini che rimase in quegli anni l’unico centro di aggregazione socialista della provincia). Poi nel 1998 aderiamo tutti al nuovo Sdi, con Martelli, Intini, Boselli, Schietroma. Il partito si formò a Fiuggi nella primavera del 1998 e alle elezioni europee del 1999 presentò anche Martelli, che venne eletto nelle circoscrizione del Centro, e Bobo Craxi, col consenso di Bettino, che non venne invece eletto al Sud. Conseguì un deludente 2,1%, come il Psi di Del Turco nel 1994. E nel successivo congresso che si svolse l’anno seguente, sempre a Fiuggi, il vecchio Si si mostrò maggioritario ed egemone. La morte di Bettino Craxi, nel gennaio del 2000, rimise in moto un nuovo processo di aggregazione socialista. Il Ps di De  Michelis, la Lega dei socialisti di Bobo Craxi e Claudio Martelli (che si era recato ad Hammamet per i funerali, anch’io ero stato laggiù due volte,  dopo aver ripreso i contatti con Craxi poco prima della sua morte), Stefania Craxi, che poi si sfilerà, fondarono l’anno dopo il Nuovo Psi, che intendeva contrarre un patto elettorale, sia pur transitorio, con la Casa delle libertà, ritenendo l’area ulivista ancora giustizialista e non potabile e tentando, con la presentazione di un simbolo sul proporzionale, di sottrarre qualche punto a Forza Italia, dove s’erano rifugiati in quantità cospicua i voti socialisti. Il Nuovo Psi andò incontro a nuovi ostacoli, a veti imprevisti e insopportabili. De Michelis e Martelli vennero stoppati dallo stesso Berlusconi e il partito, così dimezzato ed umiliato, non ottenne più dell’1% alle elezioni del 2001, senza soldi, senza candidati rappresentativi, senza altro che non fosse la passione di qualche decina di migliaia di orgogliosi aderenti. Andarono assai meglio le elezioni europee del 2004 con il Nuovo Psi che ottenne il 2,1% (sempre lo stesso risultato, che condanna, però…). A Strasburgo finirono Gianni De Michelis e Alessandro Battilocchio. Lo Sdi s’era presentato con la lista “Uniti nell’Ulivo” (assieme ai Ds e alla Margherita). Anche a seguito di quel risultato, e soprattutto dopo la sconfitta della Casa delle libertà alle regionali del 2005, Stefano Caldoro divenne ministro, io sottosegretario, assieme a Nanni Ricevuto. Poi le elezioni del 2006, dopo nuove scissioni e separazioni e col Nuovo Psi ridotto al lumicino dopo un’inutile nuova mini scissione e nella necessità di presentare una lista assieme alla Dc di Rotondi. La lista elesse quattro parlamentari (due socialisti) e altri sei sotto il simbolo di Forza Italia (due socialisti, Chiara Moroni e Nanni Ricevuto, che poi aderirono subito al partito che li aveva candidati). Venni eletto anch’io nel collegio di “Piemonte due”, assieme a Lucio Barani in Toscana, e la cosa mi riempì di soddisfazione perché ero l’unico parlamentare socialista che rientrava alla Camera dopo dodici anni con lo stesso simbolo, il garofano rosso, col quale ne era uscito. La Rosa nel pugno, ottima soluzione elettorale, ma anche politica, nella quale si era collocato lo Sdi di Boselli, alleato coi radicali, otteneva il 2,7%. Un po’ meno di quel che aveva previsto. Ma riuscì a formare un gruppo autonomo alla Camera (anche il Nuovo Psi-Dc venne riconosciuto come tale), mentre al Senato la sua assenza sarà determinante nella caduta di Prodi dopo due anni. Poi l’adesione alla Costituente socialista da parte della supposta maggioranza del Nuovo Psi del quale ero divenuto segretario nazionale (si chiamava allora solo Partito socialista e aveva il garofano come simbolo) e la mia iscrizione al gruppo parlamentare della Rosa nel pugno, mentre Lucio Barani e Stefano Caldoro preferirono entrare nel nuovo Pdl. Sapevamo che era una sfida difficile. Per quanto mi riguarda avevo raccomandato a Boselli di svolgere non una costituente socialista, ma una costituente liberalsocialista che preservasse la Rosa nel pugno, che invece i socialisti dello Sdi vollero mandare in frantumi anche come gruppo parlamentare. La suggestione che Angius, Spini e gli altri che provenivano dai Ds, e che avevano invece imposto una costituente solo socialista, potessero fare la differenza, si rivelò sbagliata. E così alle elezioni del 2008 il Partito socialista, uscito dal cantiere della Costituente, andò incontro a un nuovo disastro collocandosi addirittura sotto l’1%. Il risultato era anche figlio della scelta del segretario del Pd Veltroni che aveva preferito apparentare Di Pietro al Partito socialista, una nuova inaccettabile umiliazione. Il resto è cronaca. Dopo quasi vent’anni di attraversata nel deserto senza arrivare all’approdo, dopo un lungo viaggio, a volte contraddittorio e anche frammentario, dominato, a seconda del periodo, dalla priorità di preservare qualche manciata di parlamentari o da quella di affermare un’identità perduta, si deve prendere atto che la nostra sfida si è scontrata con ostacoli insormontabili, oltre che con errori personali neppure decisivi. Ci ha tagliato la strada una dose alta di prevenzione nei confronti dei socialisti che non è ancora scomparsa, neppure vent’anni dopo, la mancanza di un vero leader dopo Craxi e Martelli, capace di parlare anche al cuore dei socialisti e non solo alla loro testa, ma soprattutto un sistema elettorale che alimenta un quadro politico non identitario, fondato sulla contrapposizione di coalizioni di partiti il cui unico comun denominatore è quello di puntare a vincere. In questo sistema era difficile, anzi impossibile, che potesse rinascere in termini sufficientemente accettabili proprio l’identità socialista, e non quella liberale, democristiana, comunista, che pure restano fortemente compresse o almeno disarticolate e frantumate in diversi corpi politici. Adesso che la cosiddetta seconda Repubblica, mai nata, pare alla fine, che finalmente si redige il bilancio di fallimento di questo quarto di secolo davvero disastroso per l’Italia, che ha aumentato il suo debito pubblico, non ha prodotto crescita, ha dilatato l’area della disoccupazione e del precariato giovanile, ha fortemente indebolito la democrazia, creando un Parlamento di nominati, consigli regionali anch’essi in parte bloccati grazie ai cosiddetti listini, ha concepito giunte regionali, provinciali e comunali designate dai presidenti e dai sindaci e non elette dai consigli, ha creato consigli senza alcun potere, che sono indotti a dimettersi qualora il solo sindaco o presidente sia costretto a lasciare, adesso che si pensa di abolire le province e le circoscrizioni perché costano troppo e si vuole  adottare un modello istituzionale puntando solo sul minor costo e non anche sulla maggiore partecipazione, adesso che fine farà la democrazia italiana? E legare il rilancio della democrazia al rilancio della politica e a quello della politica il rilancio di identità storiche che sono presenti e vive in tutti i paesi europei tranne in Italia, è ancora impossibile? Diciamo la verità: di tutto c’è bisogno in Italia meno che di un impossibile ritorno al passato. I tanti nuovi problemi, la globalizzazione e le sue conseguenze, la rivoluzione tecnologica, informatica, telematica, la velocità dei processi formativi e informativi, proiettano nuove problematiche che i partiti del passato non avevano neppure immaginato. La partitocrazia che noi abbiamo conosciuto è davvero finita per sempre, con i costi impazziti, sedi faraoniche, tesseramenti sovietici, lentezze burocratiche, abusive occupazioni delle istituzioni (che peraltro sono tutt’ora, anzi ora più che mai, occupate). Il sistema italiano, e non quello europeo, è entrato in crisi e poi andato in default anche perché, in questo, era davvero anomalo. Quel che non può essersi esaurita è la passione per la politica, quella alta, quella basata sul confronto e l’affermazione di valori e di progetti di società. E’ questo, non la partitocrazia, che manca oggi all’Italia. In questo senso devono rinascere le identità, a mio avviso riagganciate e non slegate alla storia del Novecento italiano e al presente dell’Europa. Perché i partiti senza storia non hanno la possibilità di suscitare emozione, coinvolgimento, spirito di militanza. E quella socialista, riformista, liberale potrebbe produrre ancora un futuro migliore. E poi perché oggi più che mai si rivela indispensabile costruire l’Europa politica e non solo quella dell’euro, delle banche e dei mercati e nell’Europa di domani si dovranno unire in grandi famiglie, compresa naturalmente quella socialista, laburista, socialdemocratica, anche i partiti italiani. Inutile ricordare che la crisi delle identità politiche investe anche questi partiti e che i populismi, frutto dell’austerity, della immigrazione, del terrorismo, i tre fenomeni che ci hanno colpito nel corso di questo venticinquennio, sono ovunque all’attacco. Anche storia del socialismo reggiano, una storia di un avamposto di provincia, ma sempre collegata ai grandi fatti nazionali e internazionali, una storia che vi ha anche inciso con modelli, idee, suggerimenti, personalità, pensiamo alla figura di Camillo Prampolini, al suo socialismo evangelico e pragmatico, ha forse ancora qualcosa da insegnare e non penso che debba rimanere senza eredi, al pari di quella nazionale. E non è per amore di campanilismo che azzardo di affermare: anche di più. Ma la cosa assurda è che ora, tranne noi, piccolo partito di profughi in perenne attesa di qualche improvviso naufragio capace di condurci in un’isola felice, questa storia non ha eredi. Ma solo vaghi e contraddittori pretendenti. E rischia, ogni giorno che passa, di essere addirittura cancellata. La storia la scrivono i vincitori e i socialisti italiani, che hanno visto giusto dal 1956 in poi, sono paradossalmente risultati sconfitti. Resta un buco nello stomaco per chi è obbligato oggi a osservare il recupero delle storie comunista e democristiana, loro sì soprattutto incastrate nel corpo del nuovo Pd. Oggi sono state riprese e rilanciate le vecchie testate e l’Unità e le sue feste la fanno da padrone in tutta Italia, mentre Berlinguer assurge a punto di riferimento ideale al pari di Aldo Moro. Così, mentre ai leader del Pci e della Dc sono intestate vie e piazze, al leader del Psi, tranne casi isolati, è negato anche l’onore. Ma anche il filone riformista, da Turati, a Rosselli, a Saragat a Nenni viene oggi generalmente oscurato. E solo Sandro Pertini ottiene generali riconoscimenti in quanto antifascista e poi presidente degli italiani, più che non come dirigente socialista. Intendiamoci. Nessuno pensa oggi alla rinascita del vecchio Psi, ma se Pci e Dc oggi hanno eredi nella cosiddetta seconda repubblica, quel che è mancato è l’erede del Psi. Un nucleo politico in cui preservare e valorizzare una tradizione e capace di elaborare nuovi progetti per il futuro. Non c’è una casa oggi, al di fuori del nostro piccolo appartamento, per i socialisti italiani. Non c’è. E questa domanda del 2016 rimanda a quella di 25 anni fa: dobbiamo rassegnarci?

Note
1)    Non resta che Spini, in il Resto del Carlino,12 febbraio 1993.
2)    Ricordo dell’autore.
3)    M. Del Bue, Democrazia e violenza, in Avanti,3 aprile 1993.
4)    Ricordo dell’autore.
5)    Del Turco vince e annulla il congresso, in Gazzetta di Reggio, 22 luglio 1993.
6)    Ricordo dell’autore.
7)    Ibidem.
8)    M. Del Bue, Non uccidete i diritti umani, in Gazzetta di Reggio, 22 luglio 1993.
9)    G. Cervetti, L’oro di Mosca, Milano 1993.
10)  Ricordo dell’autore.
11) Si tratta della dichiarazione in diretta a televisioni unificate del presidente della Repubblica del 3 marzo 1993.

12) Ricordo dell’autore.

13) Berlusconi registra il 26 gennaio 1994 il suo discorso col quale annuncia la sua discesa in campo.

14) Ricordo dell’autore.

Il 1992 socialista diario di Mauro Del Bue

Il Crollo
quarta puntata

craxi-e-amato

Il complotto e la rivoluzione fallita
Mentre anche a Reggio avevo lanciato (per tutta l’Emilia-Romagna) l’idea di un laboratorio comune tra Psi e Pds alla luce di una consolidata tradizione comune e per questo venni duramente redarguito da qualche dirigente provinciale del mio partito, a Roma sostenni l’iniziativa di “Sinistra di governo” composta dai riformisti del Pds, ma anche da Claudio Petruccioli e Massimo Luciano Salvadori e da Signorile, Formica, Manca, Aniasi, Raffaelli, Spini, en attendant Martelli. Anzi mi trovai stretto tra l’attesa di Martelli, col quale parlavo ogni giorno, e le pressioni di Manca e Formica.

Votiamo convinti a favore di Giorgio Napolitano che sostituisce Scalfaro alla presidenza della Camera e nel Psi nasce un’area critica nei confronti dell’immobilismo di Craxi, anche se forse nacque nel momento sbagliato. Era difficile che una posizione critica nei confronti di Craxi potesse sorgere prima delle elezioni. Nessuno aveva il coraggio di rischiare la candidatura. Bisognava tuttavia farla nascere nel 1989. Dopo le elezioni la contestazione affiorò quando era tardi e mentre il Psi, e Craxi in particolare, erano oggetti di una forte incursione politico-giudiziaria. Tale contestazione finì tuttavia proprio nel momento in cui Craxi venne raggiunto dal primo avviso di garanzia. Dunque durò praticamente dall’estate al dicembre del 1992.

Non capivo perché Craxi non si fosse dimesso. Perché non avesse lui stesso favorito il rinnovamento. Perché non avesse accettato la presidenza del partito con Martelli segretario. Una soluzione che avrebbe dato l’immagine di un partito capace di rinnovarsi e di mantenere la sua unità. In fondo sedici anni non erano pochi. Mai nessuno nel Psi aveva saputo resistere tanto, neppure Nenni. Perché, dopo un mezzo insuccesso elettorale e mentre il mondo intorno a noi cambiava così velocemente, Craxi non sentiva l’esigenza di lanciare una nuova sfida affidandosi un altro compito? C’era la questione della presidenza del Consiglio e va bene. Ma una volta nominato Amato perché Craxi non aveva favorito il rinnovamento? In fondo avevo pensato a Craxi come a un generale della vittoria e mi era difficile vederlo nel ruolo di colui che si difende a stento, senza argomenti, con un Psi ormai all’angolo. Pensavo francamente che avrebbe anticipato lui il suo tramonto. Mi ero sbagliato. Era difficile, maledettamente complicato, iniziare una lotta interna contro Craxi. Non era neppure giusto per tutto quello che il nostro leader aveva rappresentato per noi, per la nostra vita, per i nostri successi, per la soddisfazione delle nostre ambizioni.

Eppure Craxi, che era stato il valore aggiunto del Psi per tanti anni, non poteva diventare un problema, trasformarsi da colui che aveva rilanciato un partito che sembrava morto nel 1976 a colui che adesso contribuiva al suo inesorabile declino. E non accorgersene, non volersene accorgere, era anche peggio. Personalmente ero quotidianamente investito da una duplice esigenza, che diventava contrasto insanabile, anche di coscienza. Come preservare Craxi e la lealtà doverosa verso di lui e come contribuire a rinnovare un partito che non aveva colto il senso del cambiamento epocale che avevamo vissuto negli ultimi tre anni, e che sentivamo appesantito, privo di idee e che rischiava di finire all’angolo del gioco politico. Anzi mi ero convinto, e lo dichiarai in più occasioni, che il Psi stava finendo da solo senza un immediato e anche traumatico processo di rinnovamento, non solo di uomini, ma di idee, di linea politica, di programmi. E a chi mi diceva che bisognava restare uniti se no il Psi rischiava di finire, ribattevo che il Psi rischiava di finire davvero se non si rinnovava. Voleva l’unità socialista e continuava a governare insieme alla Dc, voleva la grande riforma e aveva assegnato ad altri il timone del cambiamento istituzionale, voleva il rinnovamento della politica e non riusciva a rinnovare se stesso. Sbatteva la testa contro il muro e continuava ad incolpare il muro. Per molti di noi questo contrasto diventava un dramma e certo per me lo fu. E l’incertezza di Martelli, il suo timido e spesso compresso dissenso che non si trasformava ancora in un vero e proprio conflitto politico aperto, lo testimoniava.

Tutto mi sembrava tremendamente appesantito, invecchiato, ammuffito. I deputati del Psi che si stringevano ancora acriticamente attorno a Craxi come a un timoniere infallibile senza avvertire che stava affondando la nave, lo stesso Craxi che non sopportava il dissenso interno e cercava di soffocarlo in ogni modo e non si accorgeva che stava soffocando lui e tutto il Psi. Forse nessuno mostrò allora la lucidità necessaria. Nessuno capì il dramma incipiente. Ma anche se qualcuno avesse intuito quel che stava preparandosi, credo che sarebbe cambiato molto poco. E anche se non ci fosse stato dissenso interno non sarebbe cambiato assolutamente nulla. Il destino era già segnato. E forse anch’io sbagliai, noi tutti che assumemmo quell’iniziativa di lotta interna, a pensare che il partito si potesse ancora salvare.

La magistratura aveva dichiarato guerra con l’appoggio del sistema dell’informazione e col consenso (indotto o no poco importa) della stragrande maggioranza del popolo italiano.

Fu complotto? Fu anche complotto. Come spiegare innanzitutto l’improvviso cambiamento di linea della magistratura nei confronti della politica? Prima assolutamente passiva e accondiscendente e poi aggressiva e demolitrice. E come spiegare la linea d’intervento giudiziario che piano piano si rivelò assolutamente a senso unico contro i partiti di governo evitando completamente di intralciare quelli di opposizione, sfiorandoli appena? D’altronde la stessa natura di un pool che dava indicazioni o veri propri ordini alle procure di mezza Italia era di per sé un fatto politico, una fonte di iniziativa e di coordinamento, che implicava discussioni su comportamenti e linee di intervento. Un partito-pool, nel quale come confessò candidamente Gerardo D’Ambrosio, c’era anche una destra, Tiziana Parenti, oltre che evidentemente un centro e una sinistra. Fu anche complotto, ma non solo.

Fu anche rivoluzione. Cioè la posizione assunta dalla magistratura rispecchiava un’ansia autentica di cambiamento che da qualche anno ormai s’era affacciata nel ventre del Paese a seguito della caduta del comunismo che aveva azzerato non solo i vecchi contrasti, ma anche le tradizionali adesioni. E assieme alla caduta dei muri e dei veti s’era affacciata anche un’esigenza reale di carattere economico da parte dei ceti produttivi del Nord che non sopportavano più, assieme al peso di un fisco che si faceva sempre più pesante, anche l’idea di uno Stato spendaccione e di un sistema politico in larga parte da mantenere. Fu anche rivoluzione, anche se, secondo me (e credo ormai secondo tutti) fu rivoluzione fallita, completamente fallita, perché non ci sarà questione sulla quale la cosiddetta seconda repubblica nata da Tangentopoli potrà essere giudicata migliore della prima. Fu ad un tempo complotto e rivoluzione fallita. Ma fu anche, per i più, la scoperta di un sistema corruttivo che andava oltre le previsioni e che spesso mischiava la ragion politica con la ragion personale. Così ad ogni rivelazione scattava l’indignazione e l’irritazione per una politica corrotta. L’operazione non riuscirà, a tal punto che da quel bisogno anche autentico di cambiamento e di moralizzazione germoglierà una politica assai peggiore, una morale ancor più mortificante e una democrazia ben più monocratica. A tal punto che l’opinione pubblica oggi, e son passati  venticinque anni dall’esplosione di Tangentopoli, assume nei confronti del sistema politico una posizione ancor più negativa e aggressiva di quella che non assunse allora.

Amato presidente del Consiglio, i corsivi di Craxi
Tornando ad allora pensai che qualcosa bisognasse fare. E per quanto mi riguarda presentai, tra giugno e luglio, due proposte di legge. Una sulla riforma dei partiti e sul loro finanziamento (statuti obbligatori, incompatibilità, obbligo di rappresentanza delle minoranze, divieto per i segretari amministrativi di avere incarichi elettivi, distacco non retribuito per i dipendenti pubblici eletti, possibilità di donazioni ai partiti deducibili, limite di 100 milioni delle spese elettorali e altro), l’altra sugli appalti (istituzione di un organo centrale di controllo e di indirizzo sui grandi appalti, limitazione alle trattative private, commissioni composte mediante sorteggio e altro ancora).

Mentre di tutto questo si parlava Giuliano Amato è presidente del Consiglio. Craxi aveva affidato a Scalfaro un tris di nomi (Amato, De Michelis e Martelli) precisando che i designati non erano solo in ordine alfabetico. Martelli era accusato di avere sponsorizzato la sua candidatura assieme a Vincenzo Scotti (come suo vice) dal presidente della Repubblica, anche se gli interessati hanno sempre smentito.

Amato è presidente del Consiglio di un quadripartito (Dc-Psi-Psdi-Pli), con Pri, Pds, Verdi e Msi all’opposizione. Martelli resta alla Giustizia, Franco Reviglio è al Bilancio, Carmelo Conte alle Aree urbane, Carlo Ripa di Meana all’Ambiente, Margherita Boniver al Turismo e spettacolo. L’indipendente Alberto Ronchey, su segnalazione del Psi, è ai Beni culturali. Per il Psdi Ferdinando Facchiano è alla Protezione civile e Maurizio Pagani alle Poste.

La Cecoslovacchia si divide in due e anche il Psi ci prova. Craxi lancia un breve documento per raccogliere le firme dei parlamentari. Vuole sapere quanti stanno con lui. Formica si oppone e non lo firma e neppure Manca e Signorile. Anch’io mi rifiuto di farlo. Sto con Craxi per ciò che riguarda gli attacchi ingiusti della magistratura e di firme, precisai, su questa questione gliene avrei regalate due, ma non sto con Craxi quando pretende di iniziare un confronto politico interno con una firma. Le firme alla fine saranno 125 su 153.

Il 3 luglio Craxi vuole parlare alla Camera sul tema del finanziamento irregolare e illegale ai partiti. Lo fa con un certo puntiglio e afferma: “Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale” (1). La Lega applaude ironicamente, ma anche in assenso all’affermazione ritenuta dall’oratore paradossale.

Anche Gianni De Michelis viene raggiunto da un avviso di garanzia, mentre viene arrestato Salvatore Ligresti, inquisiti l’ex vice segretario Dc Silvio Lega e il deputato Bruno Tabacci. Ormai in aula non si parla e non si vota su altro. Le richieste di autorizzazione a procedere non si contano. C’è anche chi vuole procedere contro alcuni deputati per voto di scambio, un reato che in campagna elettorale risulta difficile non aver commesso. E in prima fila s’avanzano nuovi personaggi. Non solo Orlando e Dalla Chiesa, ma anche il giovane napoletano Pecoraro Scanio e il siciliano Rino Piscitello. Tutti votati alla guerra santa contro i deputati inquisiti e inquisibili. Alla categoria degli inquisibili appartenevamo tutti. Più tardi anch’io sarò definito da un giornale locale come un deputato socialista “uscito, per ora, pulito dalla tempesta di Tangentopoli“ (2). Con quel “per ora” appiccicatomi addosso come un destino inesorabile che attendeva tutti i socialisti, dunque anche me.

La Lega prepara il suo cappio. Nella annuale festa di Cuore, che si svolge a Montecchio, i cinquemila ritmano “chi non salta socialista è” (3). Nello stesso giorno però l’associazione riformista Valdo Magnani riunisce i pidiessini e i socialisti e tra loro ci sono Luciano Guerzoni, Massimo Luciano Salvadori e Rino Formica. Oltre a Vincenzo Bertolini partecipano anche Ivanna Rossi e Otello Montanari (4). E c’è anche il segretario del Pds Lino Zanichelli.

A Palermo, dopo Falcone, viene assassinato anche Paolo Borsellino assieme a cinque agenti di scorta. Si apre un cratere nel cuore della città e attorno curiosi e nuovi, e anche improvvisati, adepti della guerra alla mafia. Ormai non c’è più distinzione. La lotta alla mafia e alla corruzione politica sono tutt’uno. Craxi cerca di sfidare il mondo e alla Direzione di inizio agosto nomina De Michelis, appena raggiunto da avviso di garanzia, vice segretario del partito e compone una segreteria con soli uomini fidati. In tanti pensano che la mia esclusione sia un esplicito fendente a Martelli. Me lo confessano i giornalisti Minzolini, Maria Teresa Meli e Aldo Cazzullo poco dopo. La verità è che nessuno mi aveva proposto di entrare in segreteria. Nel mio intervento avevo peraltro esplicitamente dichiarato la mia “sentita solidarietà al segretario del partito, per la campagna aggressiva e ingiusta a cui è stato sottoposto” (5). E anche il pieno sostegno al presidente del Consiglio. Avevo poi toccato la questione della legge elettorale sostenendo: “Il vecchio sistema sta crollando perché dopo il 1989 non ha più giustificazioni politiche. E’ saltata la dialettica fondata sul contrasto comunismo-anticomunismo. Quella fondata sul contrasto tra riformisti e conservatori tarda a nascere per egoismo e cecità. La legge elettorale è uno strumento, ma anche un stimolo e un incentivo per favorire processi di aggregazione” (6). Il 18 agosto, poi, in occasione del centenario (il Partito dei lavoratori venne fondato a Genova nelle giornate di ferragosto del 1892), la “Gazzetta di Reggio” volle pubblicare un mio lungo articolo per ricordare il congresso fondativo.

E mentre ci godiamo (per modo di dire, vista la situazione del partito) le vacanze, arrivano i corsivi di Craxi su Di Pietro pubblicati dall’Avanti, quel che Formica definirà il poker. Per quanto mi riguarda “manifesto le mie riserve e una viva preoccupazione” (7) se le prove contro Di Pietro son quelle esposte dai corsivi. Mi sento fortemente preoccupato per il futuro del partito, che vedo dissolversi sotto i nostri occhi, brancolare nel buio, reagire in modo sbagliato all’offensiva della magistratura. Senza perizia, senza buon senso, con crociate stile armata Brancaleone. Non si può andare alla guerra con le cerbottane. Bisognerebbe separare il marcio che c’è nella politica dal buono, e questo anche nel Psi. Non si può difendere tutto. E difendendo tutto si rischia di gettare a mare tutto. Nel Psi, anche a Reggio, succede. Da un lato alcuni difendono a spada tratta Craxi, dall’altro c’è anche chi si schiera addirittura dalla parte di Di Pietro come il vice segretario Marcello Stecco che propone una marcia in suo favore e il segretario dei giovani socialisti Davide Vasconi che fa pubblicare un manifesto favorevole al piemme milanese. Alcuni socialisti doc (Dino Felisetti, Sergio Masini, Angiolino Brozzi e William Reverberi) promuovono la cosiddetta “marcia degli onesti”, che si trasforma in una manifestazione da tenere al parco Pertini di Cavriago. A livello nazionale Ruffolo sostiene che è una brutta pagina per il Psi e Signorile vede il partito “chiuso in un angolo come un pugile suonato” (8).

Con Martelli e Rinnovamento
Martelli é negli Usa, mentre da Roma chiedo di svolgere un congresso straordinario, e afferma che parlerà quando tornerà in Italia. Poi, come un fulmine in un cielo in tempesta, leggo sui giornali il disperato, tragico gesto di Sergio Moroni che si toglie la vita sparandosi alla gola, dopo l’inizio di procedimenti giudiziari nei suoi confronti e dopo che s’era sentito isolato e attaccato anche dai compagni di partito. Piango un amico oltre che un compagno. Aveva condiviso con me il commissariamento lombardo. Avevamo una comune visione di molte cose. Anche lui era stato sospettato di non essere un ortodosso. Vigilato a vista.

Il suo gesto pone il problema della crudeltà delle indagini che diventano una condanna preventiva per l’opinione pubblica e anche per i giornali. E nei commenti di qualcuno, anche di un magistrato del pool, la crudeltà diventa insopportabile cinismo. Arriva subito dopo la discesa in campo di Martelli con la sua intervista a Panorama, che diventa una specie di manifesto per il rinnovamento e la salvezza del Psi. Scrive la giornalista Luisa Gabbi sulla “Gazzetta di Reggio”: “Ci si potrebbe quasi chiedere se è Del Bue che sta con Martelli o se è Martelli che sta con Del Bue” (9), visto che alcune posizioni erano state anticipate da me, mentre Martelli era ancora silenzioso. La linea politica di Martelli è di unire la sinistra socialista e anche le forze democratiche di tradizione liberaldemocratica e ambientalista, di portarsi in prima fila sulla battaglia delle riforme istituzionali ed elettorali, di realizzare una grande autoriforma del partito, perché bisogna “ridare l’onore ai socialisti”. Commentai: “Spero che ci riesca” (10). Perché i socialisti tutti, i semplici militanti erano i più ingiustamente offesi, si sentivano al centro di una campagna di criminalizzazione che durerà  anni. La peggiore delle vergogne subite nella loro lunga vita. E’ una prospettiva che attrae e convince e a Reggio la stragrande maggioranza del comitato direttivo è con noi. Ma è tempo di festa, anche se è una festa triste, di confronto politico serrato, di poca musica, con pochi balli e cori e sorrisi al lambrusco. A Cavriago si svolge per la prima volta la kermesse socialista con una serie di dibattiti impegnativi (saranno della partita anche Marco Pannella, Enzo Bettiza, Carlo Ripa di Meana, Ottaviano Del Turco, Enrico Manca). E il tutto si conclude con la manifestazione indetta dai cosiddetti “socialisti onesti”, definizione che a me non piaceva perché nessuno aveva il diritto di considerare gli altri disonesti. Vi partecipo con la convinzione di portare il discorso sulla politica. Concludendo la manifestazione, a cui partecipano oltre seicento socialisti non solo reggiani e che viene seguita dalla stampa nazionale, sostengo: “Non possiamo accettare la criminalizzazione di Craxi, le lezioni, che provengono da ogni parte, di cannibali interessati. Allo stesso tempo non possiamo arroccarci a difesa di una cittadella che prima o poi verrebbe espugnata” (11). A mio giudizio dovevamo riconoscere le nostre colpe (quella di non aver eliminato mascalzoni e ladri e di essere diventati agli occhi della pubblica opinione il partito della conservazione). Dovevamo ricollocare il Psi sul versante del rinnovamento. La fantasia, la cultura, la versatilità di Martelli erano indispensabili. Lo registravo ogni volta che Claudio si presentava in un dibattito pubblico o in una trasmissione tivù. Poteva essere lui il nuovo leader della sinistra socialista e democratica, non del solo Psi. Nel Psi iniziammo a organizzarci. All’inizio erano due i gruppi che si rifacevano a Martelli, uno diciamo così, dei giovani, con me, Raffaelli, Tempestini, poi Abruzzese, Salerno, Sanguineti, quasi tutti quarantenni. Poi c’era un secondo gruppo formato dai più anziani Formica, Manca, Dell’Unto, Signorile, che portava con sé l’intera sinistra. Più avanti si aggregheranno anche Giulio Di Donato, allora vice segretario del Psi, Angelo Tiraboschi e Nicola Capria.

Tutti a Genova. Alla prima iniziativa che promuovemmo il 12 settembre nel capoluogo ligure per celebrare il centenario del Psi, in un teatro gremito all’inverosimile, c’erano anche Ottaviano Del Turco, Carlo Ripa di Mena, unico ministro, Gianni Baget Bozzo, Giacomo Mancini, schierato allora su posizioni un po’ troppo anti craxiane, e perfino Gianfranco Funari. Intanto il Psi toglieva il veto al Pds sull’ingresso nell’Internazionale socialista. L’idea di De Michelis, secondo il quale l’operazione avrebbe poi fruttato un atteggiamento diverso del Pds sulla vicenda di Mani pulite, non diede i risultati sperati. Anzi li diede solo per pochi giorni poi, con l’intensificarsi delle operazioni giudiziarie, anche il Pds ritornò alla sua linea giustizialista. Martelli volle riprendere nel suo discorso la battuta che mi aveva riservato Giusy La Ganga, a proposito di una zanzara che punge l’elefante (io ero la zanzara) e disse: “Chi vuole continuare a fare l’elefante e definisce un compagno che discute una zanzara, deve sapere che le zanzare si moltiplicheranno tanto da rendere impossibile la prepotenza a qualunque elefante” (12). La Ganga mi diede occasione di commentare: “Venendo da Reggio Emilia temevo che Giusy mi chiamasse pidocchio” (13). La seconda iniziativa fu svolta a Mantova, nel collegio elettorale di Martelli, e si articolò in un comune comizio, in nome dell’unità socialista, del segretario del Pds Occhetto, di Martelli per il Psi e di Carlo Vizzini, segretario del Psdi, in occasione delle elezioni anticipate che si dovevano svolgere per la Provincia. Mantova era un feudo socialista da sempre. Il sindaco di Mantova era socialista e Gianni Usvardi, il senatore nenniano e autonomista da un trentennio, ci accolse in federazione con affetto e solidarietà politica. Al comizio partecipò una folla numerosa di cittadini e gli applausi per noi furono tanti. A cena, Claudio festeggiava i suoi quarantanove anni, incontrammo anche Gad Lerner. Alla fine, però, il risultato fu assai magro. Il Psi dimezzò i voti raggranellando solo poco più del 7%, e così il Psdi che quasi sparì. Il Pds confermò a stento i voti delle politiche. La Lega divenne il primo partito conquistando il 34% dei consensi. Era la dimostrazione che il partito, nel Nord, stava morendo, come Desdemona, che venne soffocata da Otello, interpretato dal grande Placido Domingo, al teatro Municipale di Reggio.

Nel direttivo del Psi reggiano il documento favorevole a Martelli ottiene una maggioranza piuttosto netta e viene votato anche dal segretario Germano Artioli, più tiepido di me sulla linea, ma non da Odescalchi e Innocenti che invece si erano schierati a favore di Craxi (come anche Dino Felisetti), né da Marcello Stecco, perché il documento, a suo giudizio, non era abbastanza anti craxiano.

 Dopo Moroni, muore Balzamo
L’ottobre del Psi non sarà come quello russo, ma le divisioni vennero ancora più allo scoperto con l’esplicita richiesta che formulammo di un congresso anticipato a dicembre, che sancisse il cambio del segretario. Intanto Mino Martinazzoli è segretario della Dc dopo le dimissioni di Forlani, e anche questo porta a ritenere non fosse poi sacrilego pretendere analogo avvicendamento in casa nostra.

Il sindacato, intanto, proclama lo sciopero generale contro la finanziaria del governo Amato, che prevede tagli per 90mila miliardi, la più esosa che sia mai stata adottata fino ad allora.

Muore per un infarto Vincenzo Balzamo, segretario amministrativo del Psi, raggiunto da provvedimenti giudiziari. E dopo Moroni anche questa pare una morte troppo violenta. Balzamo era persona gentile e affettuosa. Lo avevano visto recentemente nervoso, preoccupato, disorientato. E’ un altro duro colpo da digerire.

Come procedere con la nostra iniziativa salvaguardando, da un lato, l’affetto e la solidarietà umana nei confronti di tutti i compagni e dall’altro non vanificando un’urgente azione di rinnovamento che potesse tentare di salvare il partito? A fronte di questi e di altri episodi il tema diveniva sempre più impellente e anche angosciante. Non c’era giorno senza che dal cantiere giudiziario milanese venissero sfornate nuove indagini e nuovi inquisiti. Dalle agenzie dei computer di Montecitorio, dove restavamo per ore inchiodati, venivano irradiate continue richieste di decimazione, perché a un avviso di garanzia corrispondeva quasi sempre una dimissione immediata.

Per segnare il nuovo che avanza viene intanto fondata a Roma “Alleanza democratica” con Adornato, Ajala, Bordon. E’ il primo partito astorico dopo la Lega. A me viene in mente che è il momento di stringere i rapporti ad personam coi socialisti di Reggio e li invito tutti i lunedì alle sei di sera in federazione alla sala Prampolini per incontri settimanali. Partecipano in tanti, mi pongono domande, mi incalzano, in molti non comprendono ancora la nostra drammatica situazione. E in tanti si trovano anche a Scandiano per partecipare al funerale di Ivan Medici, già segretario del Psu e vice sindaco di Reggio, da anni colpito da un grave e invalidante malattia. Ivan aveva solo 52 anni. Anche suo padre, il vecchio socialista autonomista Arturo, che avevo conosciuto da ragazzo, era morto per lo stesso male.

Il 30 ottobre in Direzione presentiamo un documento con 23 firme (tra le altre anche Capria, Tamburrano, Tiraboschi, Di Donato oltre a quelle diciamo storiche) su 73 membri. Ma alla fine si decide di spostare il confronto all’Assemblea nazionale del 20 novembre, chiedendo le dimissioni della segreteria e della direzione per quell’occasione, visto che si sarebbe dovuto convocare un congresso. All’accusa che mi veniva rivolta da qualcuno anche a Reggio di avere in testa di abolire il Psi per un nuovo soggetto radical-laico-social-democratico volli ribattere: “Semmai chi rischia di abolire il Psi è chi lo sta portando verso il suo graduale, inesorabile declino” (14). Intanto Craxi, dal suo cilindro e in chiara sfida anti Martelli, lancia Giuliano Amato come suo successore, anche se non si sa quando, e Martelli reagisce: “Nel Psi non ci sono dinastie” (15). La verità è che Amato era presidente del Consiglio e di guidare un Psi in queste condizioni non ne aveva alcuna voglia.

Bill Clinton è presidente in Usa, dove il rinnovamento è di casa, e a Perugia inizia finalmente il processo di revisione per Germano Nicolini, il Diavolo, ingiustamente condannato per il delitto di don Pessina e un piccolo merito lo sento mio. Il 20 novembre Claudio Martelli parla al teatro Ariosto. Arriviamo insieme nel teatro stracolmo, con vessilli socialisti esposti ovunque, ma questa volta, contrariamente a marzo, siamo accolti senza fragorosi applausi e particolari entusiasmi. D’altronde i socialisti sono preoccupati e tutt’altro che allegri. E’ una serata di confessioni, di spiegazioni, di assicurazioni. Martelli viene presentato da Artioli (in sala c’è anche il sindaco di Reggio Antonella Spaggiari e alla presidenza sale anche l’on. Franco Piro). Parlo anch’io che ricordo come in quello stesso teatro si fosse svolto il secondo congresso del partito, nel 1893, che prese per la prima volta il nome di socialista. Martelli volle convincere i socialisti che Craxi sbagliava dal 1987, da quando rientrò al partito dopo la fase della presidenza del Consiglio, rivedendo le convinzioni e i propositi del nuovo corso socialista del Midas. Bisognava dunque passare alla “seconda fase di quello stesso nuovo corso” (16) e costruire l’unità socialista, ma anche l’intesa con La Malfa, Pannella e con gli ambientalisti riformisti per un’unità democratica più vasta. Lo strumento sarebbe l’uninominale maggioritario. Commenta entusiasta il direttore della “Gazzetta di Reggio” Umberto Bonafini: “Martelli, in quanto propugnatore di una grande alleanza unitaria di sinistra trova in Piero Gobetti e in Carlo Rosselli i suoi grandi mentori” (17). Quella grande assemblea di socialisti all’Ariosto non mi aveva convinto. Forse i socialisti reggiani erano ancora più preoccupati di noi. Regnava una sorta di scetticismo e una larvata tendenza a colpevolizzare un po’ tutti, compreso Martelli, compreso me, e non ce n’eravamo accorti. O forse era dura per loro accettare quelle critiche a Craxi e quella sorta di ventesimo congresso socialista con l’elenco degli errori passati. Resta il fatto che s’avvertiva aria di generale delusione e di profonda amarezza.

Ben diversa l’aria che si respirava al cinema Belsito, un teatrino che il Psi aveva acquistato per svolgervi le sua manifestazioni e le assemblee nazionali. Lì ho un ricordo nitido del modo con cui venne accolto il mio discorso. Cercai di dimostrare che i veri craxiani eravamo noi, eravamo noi i continuatori della linea del nuovo corso, volta a rinnovare profondamente, politicamente e culturalmente la sinistra italiana, che eravamo noi gli eurosocialisti, noi che volevamo ancora produrre una grande riforma delle istituzioni, noi che volevamo provare a costruire il mondo nuovo che era nato dopo l’89. E che Craxi, invece, s’era trasformato in una sorta di custode dell’esistente. Fui accolto con simpatia, e Rino Formica s’alzò di scatto per abbracciarmi e mormorarmi qualcosa in pugliese stretto. Anche Martelli si complimentò, più signorilmente. E perfino Giacomo Mancini, che mi telefonerà per invitarmi a Catanzaro perché ai compagni calabresi era piaciuto il mio discorso, volle stringermi la mano. Tamburrano mi confiderà poi che Giuliana Nenni, figlia di Pietro, si era convinta a votare la nostra mozione anche per quel che avevo detto. Martelli parlò di valori e di temi generali. Si mantenne, illustrando la sua proposta politica ed elettorale già descritta, al di sopra delle polemiche spicciole e alle fine, nonostante un tentativo di mediazione di Giuliano Amato, che sulla questione della legge elettorale sostenne che non ci si poteva dividere tra chi proponeva un maggioritario con correzione proporzionale e chi auspicava un proporzionale con correzione maggioritaria, si finì ai voti. La mozione nostra conseguì il 33% dei voti, contro il 63% della mozione Craxi. Anche Valdo Spini volle presentare una sua posizione ottenendo il 4%. Dei reggiani io e Lidia Greci votammo il documento Martelli e invece Amadei (che dovette accogliere le indicazioni del gruppo dell’ex Uds) votò la mozione Craxi, mentre Nando Odescalchi non partecipò al voto. Venerio Cattani, che pure proveniva dallo stesso gruppo di Amadei, votò per la mozione di Martelli. E la cosa mi fece enormemente piacere visto che non solo eravamo uniti da vincoli di antica amicizia, ma anche, sia pur lontani, parenti. Ci ritrovammo così in tanti del vecchio gruppo autonomista schierati con Claudio. Oltre allo stesso Martelli anche Rino Formica, Venerio Cattani, Giuliana Nenni, Carlo Ripa di Meana. E poi Giulio Tremonti, che non era presente, ma aveva dichiarato a Martelli la sua disponibilità a dare una mano al gruppo.

Il Psi al lumicino e Craxi inquisito
Poco dopo una sorta di colpo di grazia. Alle elezioni amministrative parziali del 13 e 14 dicembre il Psi precipita. A Monza dal 17% è ridotto al 5% , a Varese al 4%, anche nel Sud, dove la Lega non c’è, i socialisti sono duramente puniti. Il portavoce di Craxi si lascia sfuggire: “Gli elettori sembrano impazziti” (18), mentre anch’io commento: “Tentiamo di impedire un processo di liquidazione che è già in corso” (19) e il giorno dopo il Pool Mani pulite di Milano invia il primo avviso di garanzia a Craxi, per corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Alla riunione della Direzione, convocata l’indomani, si concorda che il congresso non serva più. Non c’è tempo. Occorre pensare subito a un nuovo gruppo dirigente. Ma il primo sentimento è quello della solidarietà al segretario. E la riunione della Direzione si conclude all’unanimità. Anche Giuliano Amato parla di responsabilità collettive, Martelli afferma che “non è tempo di polemiche e di lacerazioni, che il Psi è colpito da una crisi gravissima che esige da tutti il massimo senso di responsabilità” (20). Anch’io dichiaro che “a Craxi va espressa solidarietà sincera in una situazione difficile e dolorosa. Al gruppo dirigente del partito va chiesto uno sforzo di unità e di rinnovamento” (21). In quel fine anno iniziano a rivedersi Craxi e Martelli per trovare una soluzione di comune accordo. Si svolgono almeno due incontri nel gennaio del 1993, me lo rivela Martelli, e in uno di questi è Bettino a formulare a Claudio la proposta della segreteria con lui stesso presidente e due vice, due giovani, Nencini e Del Bue. Non se ne farà nulla.

A Reggio sono l’unico esponente politico che prende apertamente le difese del riformista pidiessino Vincenzo Bertolini che viene messo sotto processo come vice presidente regionale della Lega coop da un gruppo di cooperatori evidentemente per le sue scelte politiche a favore dell’intesa col Psi. E aggiungo che “per fugare ogni ombra su ragioni esclusivamente politiche, sarebbe opportuno che a Bertolini venisse manifestata con chiarezza la piena solidarietà” (22). Ma i dirigenti del suo partito tacciono. Poi convochiamo un’assemblea alla sala della Federcoop per discutere con gli iscritti. E in quell’occasione si tocca con mano che “Mani pulite” ha fatto breccia. Il problema non è più la politica, ma la morale. E i dirigenti sono tutti responsabili. Solo la base ha ragione. E’ la base che è stata umiliata. Cerco di dimostrare la bontà delle nostre intuizioni, delle nostre posizioni, delle idee per il futuro. Mi ascoltano in silenzio. E alcuni ne approfittano. Perché in questo tragico contesto nascono anche i profittatori della questione morale, coloro che tentano di emergere adesso perché prima non ci erano riusciti. E allora ecco una nuova schiera di aspiranti dirigenti che s’avanza nella melma per proclamare che occorre una fucilazione di massa, la più larga possibile (per far sì che essi possano finalmente sostituirsi). Che nessuno può tirarsi fuori da quanto è avvenuto e sta avvenendo, che molte teste devono finire dentro il cesto. E’ molto pericolosa questa idea secondo la quale saremmo tutti uguali. Non ci sarebbero colpevoli e innocenti, ladri e persone perbene, chi ha previsto il crollo dopo l’89 e chi invece non l’ha neanche avvertito e ci ha dormito su. Non c’è più differenza. Una sorta di antipolitica d’accatto si staglia e s’allarga, intaccando il corpo o quel che resta del corpo del partito. Non c’è neppure differenza tra il Psi nazionale e quello locale. Che importa se da noi non ci sono socialisti arrestati e nemmeno indagati, non importa. Perché anche noi, secondo costoro, abbiamo sbagliato a selezionare i dirigenti, anche noi abbiamo troppi incarichi, anche noi abbiamo una nomenclatura. Anche noi. Dobbiamo confessare anche gli errori che non abbiamo compiuto. Sembriamo talmente colpiti da doverci dichiarare colpevoli anche se nessuno ce l’ha richiesto. Ci muoviamo contro di noi con un’alta dose di masochismo inconsapevole e di sadismo evidente. Anche se nessun tribunale lo ha fatto. Quasi per farci del male e scaricarci la coscienza. E non è ancora finita. Solo dopo l’avviso di garanzia a Martelli del febbraio del 1993, il giorno prima dell’assemblea nazionale che avrebbe dovuto lanciare la sua candidatura alla segreteria del partito (dopo il ritorno di Silvano Larini in Italia e le sue rivelazioni sul conto protezione), la marea dilagherà.

Note
1) S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna dell’ago, Craxi, il Partito socialista, la crisi della Repubblica, Bologna 2005.

2)   G. Franzini, Nilde Iotti e Mauro Del Bue, così lontani, così vicini, in La Voce di Reggio, 29 luglio 1992.

3)   Una sera d’estate sognando l’unità, in il Resto del Carlino, 29 luglio 1992.

4)   Basta liti, c’è voglia di una sinistra più unita, in il Resto del Carlino, 29 luglio 1992.

5)   I lavori in Direzione, in Avanti, 8 agosto 1992.

6)   Ibidem.

7)   La via Crucis del Psi, in il Resto del Carlino, 30 agosto 1992.

8)   Quirinale, Amato a rapporto da Scalfaro, in La Stampa, 1 settembre 1992.

9)   L. Gabbi, Vediamo chi ci sta, in Gazzetta di Reggio, 6 settembre 1992.

10)  Ricordo dell’autore.

11)  Il raduno dei socialisti onesti che intendono ripulire il partito, in Corriere della sera, 7 settembre 1992.

12)  Voglio salvare questo Psi in agonia, in La Stampa, 13 settembre 1992.

13)  Io la zanzara del Psi, in Gazzetta di Reggio, 15 settembre 1992.

14)  Troppo indipendente, in Gazzetta di Reggio,1 novembre 1992.

15)  Martelli: nel Psi non ci sono dinastie, in La Stampa, 8 novembre 1992.

16)  Martelli: siamo la memoria di Craxi, in il Resto del Carlino, 21 novembre 1992.

17)  U. Bonafini, Tra Gobetti e Martelli, in Gazzetta di Reggio, 21 novembre 1992.

18)  S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna dell’ago, cit, p. 277.

19)  Crollo annunciato, in Gazzetta di Reggio, 15 dicembre 1992.

20)  L. Fenderico, Il Partito solidale con Craxi, in Avanti, 16 dicembre 1992.

21)  Ibidem.

22)  Il siluro, poi il silenzio, in Gazzetta di Reggio, 10 dicembre 1992.

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