Guido Mazzali, una vita tra socialismo e stampa

Nacque  a Suzzara  il 22 aprile del 1895 in una famiglia dedita alla  dura fatica dei campi, che non potè permettergli di proseguire gli studi oltre il livello primario. Lavorò prima come garzone in una bottega di fabbro, poi come commesso e nuovamente come garzone in una tipografia, e sempre venne apprezzato per  l’intelligenza che mostrava. A 16 anni cominciò a lavorare presso la Banca Popolare di Suzzara, successivamente passò alla locale Cooperativa di produzione e consumo. L’esperienza quotidiana, le letture e la riflessione gli permisero di acquisire  una  preparazione  sempre più solida, che egli seppe arricchire non poco, fino ad eguagliare e superare tanti che, maggiormente favoriti  dalle  migliori condizioni economiche, erano ricchi di studi regolari.

In  quegli anni cominciò a frequentare la Federazione mantovana del Partito socialista e nel contempo a collaborare alla stampa locale di orientamento socialista, mostrando  preparazione e acume.  Nel 1915 la stima di tanti compagni lo portò a divenire segretario della Federazione giovanile socialista,  su posizioni fortemente pacifiste e internazionaliste. Quando le forze politiche allora prevalenti in Italia  manifestarono la volontà di impegnare il paese nella  grande guerra,  si distinse per  la forte opposizione. Nel 1917  venne  chiamato alle armi. Per le sue posizioni politiche venne allora degradato da ufficiale, vigilato e impedito fino alla cessazione delle ostilità di svolgere ogni attività politica. All’indomani della guerra venne eletto segretario della Federazione  provinciale socialista di Mantova, ma di lì a poco lasciò questo incarico per passare a Capri dove diresse la Camera del Lavoro e il periodico “Falce e Martello”. Quando la violenza dei fascisti cominciò a imperversare nel mantovano, fu costretto a lasciare Carpi e passò a Milano, dove lavorò nella redazione dell’ Avanti”. Per qualche anno visse nel capoluogo lombardo, conciliando il lavoro per l’Avanti! con la collaborazione  ad alcuni periodici  democratici  tra cui era la gobettiana “Rivoluzione liberale”. Alla fede socialista  egli univa una profonda eticità, che ricavava da idealità politiche e religiose diverse, e in particolare dal protestantesimo, che conosceva e studiava da tempo  con passione. Nel 1926  pubblicò “Espiazione socialista – appunti per una storia critica del socialismo italiano”, un lavoro  stampato dalla Società Libraria Lombarda, in cui poneva in evidenza vittorie e sconfitte, successi ed errori del  movimento socialista in Italia, quando esso aveva già alle spalle una lunga storia di vittorie e sconfitte, successi ed errori e soprattutto aveva compiuto le  particolari esperienze del dopoguerra.

Nei successivi anni aderì a un “gruppo d’azione socialista” che guardava con favore alla riunificazione di massimalisti e riformisti, sogno e obiettivo di non pochi, concretatosi poi nel 1930. Per alcuni anni lavorò nel campo della pubblicità  e  si fece apprezzare per le notevoli conoscenze che rivelava nel campo dell’organizzazione sociale del lavoro, fondò la rivista “Linea grafica” e anche una casa editrice. All’inizio della seconda guerra mondiale subì la sorte di tanti antifascisti: venne infatti arrestato e poi internato a Vasto – Istonio, in quel di Chieti, e potè riavere la libertà solo dopo il 25 luglio del ’43. Ripresa l’attività politica, contribuì con Lelio Basso,  Lucio Luzzatto, Corrado Bonfantini alla nascita del Movimento di Unità Proletaria, che  poi, assieme ad altri gruppi, confluì  nel Partito Socialista. Negli anni della Resistenza curò e controllò la stampa clandestina del  partito  nelle regioni del Nord,  e diresse l’ Avanti! clandestino, alla cui redazione lavorava personalmente con grande tenacia e continuo rischio. Dal ’45 entrò nella direzione del Partito,  e diresse l’edizione milanese dell’Avanti!. Chiamato a far parte dell’amministrazione comunale di Milano in qualità di assessore, tenne a lungo l’incarico, e fu anche capogruppo socialista.

Le sue qualità e anche la sua posizione  di autonomista  all’interno del partito  lo portarono alla segreteria della federazioni provinciale e della federazione regionale. Eletto deputato  alla Camera  nel  1948, venne  rieletto nel  1953  e nel 1958 e dal  febbraio del ’59 al marzo del ’60  fece parte del governo in qualità di sottosegretario alla stampa e informazione. Morì a Milano  il 24 dicembre 1960.

Giuseppe Miccichè

Antonio Piccinini, assassinato per il Socialismo

antonio piccininiNacque a Reggio Emilia il 26 agosto del 1881. Era ancora ragazzo quando, inserendosi nel mondo del lavoro, cominciò a fare pratica in una tipografia e nel contempo a interessarsi di problemi e attività sindacale e politica. In quegli anni si facevano nascere camere del lavoro e cooperative per aiutare operai e contadini nella lotta finalizzata alla risoluzione dei problemi delle varie categorie lavoratrici sottoposte a sfruttamento, e si chiamavano le forze di progresso a difendere le libertà di organizzazione, di parola e di stampa che si riusciva a strappare alla classe dominante. In questo movimento, che coinvolgeva un crescente numero di lavoratori, Antonio Piccinini si inserì pienamente negli anni a cavallo tra l’800 e il ‘900, un periodo ricco di avvenimenti, tra cui la costituzione del Partito socialista e dei Fasci dei lavoratori, la reazione crispina, dirudiniana e pellouxiana, l’apertura liberale interpretata da Giolitti. Nel partito egli si schierò coi massimalisti, legato a una posizione unitaria che lo tenne fedele al PSI sia nel 1912, quando i bissolatiani vennero espulsi per le loro posizioni ritenute incompatibili con la linea ufficiale dei socialisti, sia nel ’21 quando i comunisti si scissero dal partito. La fiducia dei lavoratori e degli elettori lo chiamò alla segreteria della Federazione socialista di Reggio, ma anche a loro rappresentante in qualità di consigliere comunale e provinciale. Quando, tra la fine del ’20 e i primi del ’21, ebbe inizio la reazione squadristica, fu estremamente attivo nella difesa delle organizzazioni del partito e per questo subì violenze di ogni tipo e persecuzioni. Cosciente del fatto che nel momento in cui la reazione attraverso il fascismo si accingeva al grande passo, ogni rottura tra i lavoratori l’avrebbe favorito, nell’ottobre del ’22 non condivise l’espulsione dei riformisti al seguito di Matteotti, Turati, Treves, fattisi poi promotori della nascita del PSU. La sua tenacia nella lotta contro i nemici dei lavoratori, la sua fede profonda nel socialismo, nella libertà e nella giustizia richiamarono su di lui l’odio profondo dei reazione. Nel dicembre del ’23, a Bologna, mentre parlava a una riunione regionale del partito alla quale era intervenuto Pietro Nenni, venne arrestato. In vista delle elezioni politiche fissate per il 6 aprile del ’24 lo si volle candidato alla Camera per il collegio di Bologna, ma il 28 febbraio, a tarda ora, alcuni fascisti lo prelevarono dalla sua abitazione e lo assassinarono: concretando poi bestialmente il proprio odio, ne appesero il corpo a un gancio da macelleria, ne squarciarono il ventre e alla fine completarono l’orrendo crimine con diversi colpi di rivoltella. Il corpo di Piccinini venne poi gettato sotto un albero che fiancheggiava la linea ferrata. La Direzione del partito volle onorarlo e chiese ai lavoratori di votarlo come fosse ancora vivo. Incuranti delle intimidazioni e delle minacce, i socialisti gli dimostrarono la propria riconoscenza e il proprio affetto votandolo in massa e idealmente mandandolo come loro rappresentante alla Camera. Nel seggio gli subentrò Giovanni Bacci, elemento di primo piano nel partito, per il quale nel 1912 era stato direttore dell’Avanti! e nel 1921 segretario nazionale. Alla Camera il 29 maggio il Gruppo parlamentare socialista attraverso la parola di Bacci tentò di commemorare il martire, ma i fascisti lo impedirono. Lo stesso venne fatto per l’on. Gennari, il quale affermò in risposta: “Voi infrangerete cento volte a vostro libito, per affermazione politica di maggioranza, i limiti che oggi voi ci opponete. Non è questo un segno della vostra forza. La nostra forza, invece, consiste e permane in ciò: che il proletariato non dimentica nè dimenticherà – malgrado ogni divieto di commemorazioni ufficiali – nè Antonio Piccinini, nè alcun’altra vittima della reazione fascista”.

Il 30 maggio, prendendo la parola per quello che sarebbe stato il suo ultimo discorso, l’on. Matteotti ricordò che Piccinini aveva conosciuto “cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe stato per essere il destino suo all’indomani”. Quando, nell’ottobre di ‘25, ebbe luogo il processo a carico degli autori dell’assassinio, i giudici, ormai succubi del regime, li assolsero. Per tutto il “ventennio nero” l’uccisione di Piccinini non venne più ricordata. Solo nel dopoguerra quel processo venne annullato e nel maggio del ’50 se ne celebrò un altro, che portò alla condanna di un imputato, già deceduto, e all’assoluzione degli altri.

Giuseppe Miccichè

Michele Russo. Socialismo per il progresso della Sicilia

Nella lunga e ricca storia del socialismo in Sicilia Michele Russo è stato sicuramente una delle figure di maggiore rilievo per preparazione, tensione ideale, impegno nel campo della propaganda, della organizzazione, dell’ attività parlamentare.

Nato a Palermo l’8 gennaio 1924 in una famiglia di tradizioni liberali alla quale apparteneva lo zio Luigi Russo, uomo di cultura e letterato tra i più noti, cui si deve l’arricchimento della critica letteraria con opere di grande successo, compì gli studi primari e secondari nel capoluogo isolano. Aveva 19 anni quando, nel luglio del ’43, avvenne in Sicilia lo sbarco delle truppe anglo-americane. Dotato di una cultura fortemente influenzata dalle opere storiche e filosofiche di Benedetto Croce e Adolfo Omodeo, nel contempo sensibile al mondo del lavoro, si avvicinò subito a elementi azionisti, e in rappresentanza del Partito d’Azione fece parte del Comitato di Liberazione nazionale.

Successivamente, passato con altri azionisti al Partito Socialista, fu tra i promotori della Federterra, della cui segreteria fece parte assieme a Francesco Renda e Nicola Cipolla, come lui ventenni, e si impegnò con giovanile entusiasmo nell’attività sindacale, promuovendo gruppi destinati a costituire la rete di una organizzazione corposa ed estremamente vivace.

Conseguita la laurea in Filosofia, iniziò l’attività di insegnante di Storia e Filosofia nel liceo classico di Caltanissetta, poi in quello di Piazza Armerina, per fermarsi infine a Enna, dove costituì una propria famiglia e svolse gran parte della sua attività politica e sindacale. Dotato di grande umanità, di oratoria accattivante e di notevole capacità organizzativa, si fece presto apprezzare ai vari livelli.

La provincia era politicamente fertile e viva. Già all’indomani dell’Unità elementi repubblicani vi avevano sparso il seme del rinnovamento facendo non pochi proseliti. Sulla via da essi segnata si era mosso Napoleone Colaianni, il grande sociologo che aveva a lungo studiato la realtà isolana e meridionale presentando poi le proprie considerazioni in preziose opere nelle quali la monarchia, i baroni e il feudo venivano detti responsabili dell’arretratezza della Sicilia e del Meridione rispetto alle regioni del nord, e che servirono di base a molti socialisti isolani per intraprendere un impegno di lotta.

Nello scorcio dell’800 al filone repubblicano si era aggiunto quello socialista, per merito del quale presero corpo alcune cooperative agricole di grande importanza, come “La Madre Terra” organizzata e diretta con intelligenza e passione dal contadino Antonino Trovato, una delle figure più interessanti del proletariato isolano.

Alla caduta del fascismo il quadro politico era stato nuovamente occupato dai socialisti e dai repubblicani, ai quali si erano uniti i comunisti. I partiti della sinistra furono attivissimi nelle campagne, dove promossero forti lotte per la divisione dei prodotti e l’assegnazione delle terre incolte alle cooperative. Michele Russo fu con Pasquale Salomone e altri dirigenti socialisti in prima fila nel guidarli. Nel giugno del ’46 il Partito socialista ottenne il 13,5 % dei voti, e superò il PCI che ebbe invece il 9,1 %. Ai primi del ’47 lo sviluppo del partito e le lotte del lavoro vennero frenati dalla scissione socialdemocratica. Assieme agli altri dirigenti Michele Russo lavorò per rafforzare l’organizzazione, che permise di immergersi nelle lotte contadine, al cui termine giunse l’approvazione della legge per la riforma agraria. Sul piano elettorale i riflessi furono i 34.569 ottenuti dal Blocco del Popolo nell’aprile del ’47 con le 7.285 preferenze per il socialista Salomone, e i 28.808 voti ottenuti dal Fronte democratico nelle elezioni dell’aprile 1948. La prova elettorale giungeva a conclusione di una lenta opera di ridimensionamento delle forze di sinistra condotte dalla DC e dai partiti di centro-destra nel quadro della guerra fredda che allora divideva il mondo in due grandi blocchi e si rifletteva all’’interno dei vari paesi.

Nel 1951 Michele Russo venne candidato all’Assemblea regionale in una lista ancora una volta promossa unitariamente dal PSI e dal PCI oltre che da gruppi repubblicani, e riuscì eletto con 16.372 preferenze su 37.058 voti di lista. Fu quella una legislatura di particolare importanza, perché diede inizio a una fase nuova della politica regionale destinata ad ulteriore evoluzione con il coinvolgimento del PSI.

Dai banchi dell’ Assemblea il parlamentare socialista richiamò l’attenzione delle forze politiche sui problemi dell’isola, e più in particolare sulla riforma agraria e sullo sviluppo delle attività industriali, e si batté perché venissero avviati a soluzione sì da liberare la Sicilia dalla sua condizione di arretratezza e da collocarla su un piano di sviluppo utilizzando le risorse locali che non mancavano.

Nel frattempo Michele Russo evidenziò l’immobilismo e l’infruttuosità della politica bloccarda e la necessità di porre il Partito socialista su un piano di “autonomia politica nella unità della classe”. La scelta dell’autonomia cominciava a farsi strada e a imporsi.

Nel 1955, superato definitivamente il periodo dei blocchi, egli venne ripresentato in liste di partito a Enna e Agrigento, e pur essendo stato non poco disturbato nell’elettorato dalla propaganda comunista ebbe 7.231 preferenze su 13.024 voti di lista nel primo collegio, venendo eletto, e 7.580 nell’altro. Dai banchi dell’ Assemblea regionale e nelle commissioni insistette nella battaglia in favore del progresso agricolo e industriale della Sicilia, evidenziando ancora una volta la profonda conoscenza dei problemi via via trattati, sì che venne riconosciuto dai vari gruppi come uno degli elementi di punta del Parlamento regionale.

Ripresentato nel 1959, ebbe 9.185 preferenze su 14.655 voti di lista. Nell’ottobre del 1962 la sua particolare competenza nelle questioni agricole lo portò a far parte del Governo regionale in qualità di Assessore supplente all’Agricoltura e Foreste, carica che onorò con una attività fortemente produttiva in favore della rinascita agricola isolana.

Nel 1963 tornò a sedere tra i banchi dell’ARS, avendo ottenuto nelle nuove elezioni 13.164 preferenze su 16.470 voti di lista.

Quando nel 1964 la corrente di sinistra, assunta una posizione molto critica nei confronti della linea seguita dal partito, diede vita al PSIUP, egli vi aderì, e continuò la sua attività con la competenza e la serietà che ormai lo distinguevano, confermandosi tra i parlamentari di spicco della regione.

Ripresentatosi agli elettori nel 1968, venne eletto con 9.892 preferenze su 16.453 voti di lista. La sua fedeltà al socialismo non aveva avuto mai tentennamenti. Quando perciò il PSIUP mostrò difficoltà a vivere e alla fine, considerata conclusa l’esperienza, si avviò allo scioglimento, egli rientrò nella vecchia casa socialista, accolto non solo localmente da manifestazioni di grande affetto e stima, e nel PSI rimase per gli anni seguenti.

Seguì con partecipazione le vicende ora liete ora tristi del partito, fino al 5 settembre del 2015, quando a 91 anni si spense a Palermo. Unanime fu allora il compianto per la scomparsa di un uomo retto, dal carattere aperto, disponibile, che aveva dedicato gran parte della propria vita ai lavoratori, difendendone i diritti con intelligenza e passione.

Giuseppe Miccichè

Giovanni Lerda, “educatore e propulsore di folle”

gevoltri02Nacque a Fenestrelle, in quel di Pinerolo, il 29 settembre 1853. A tredici anni, essendo rimasto orfano di padre, fu costretto a lasciare la scuola e a cercare lavoro. Venne assunto quale commesso in una libreria di Torino, poi quale impiegato nella Casa Editrice Bocca, dove si fece apprezzare sempre più e alla fine divenne direttore. L’ambiente torinese, come sempre ricco di cultura e fortemente stimolatore, lo fece avvicinare ai molti studiosi, scienziati, ecc. che ruotavano attorno alle Case Editrici, all’Università, ecc..
Attratto fortemente dalla scuola del Lombroso, ne approfondì il pensiero con particolare riferimento al noto antropologo e collaborò a riviste specialistiche con scritti molto interessanti. Sul piano politico egli si avvicinò al movimento operaio e socialista, che a Torino aveva già uno dei centri più vivaci, e alla Massoneria, e collaborò ad alcuni fogli di orientamento anarchico e socialista. Nel 1891 era con P. Schiaparelli tra i promotori di “Ventesimo secolo”, un foglio molto vivace, portavoce della Lega democratico-sociale, da cui nacque la sezione del Partito dei lavoratori. Nel ’92 venne presentato alle elezioni per il rinnovo della Camera dei deputati, ma non ebbe successo. Nel 1893 si trasferì a Genova, dove gestì una libreria di sua proprietà senza però smettere l’attività politica. Nel 1893 presentò la propria candidatura alla Camera per il collegio di Voltri, ma ancora una volta senza fortuna, come senza fortuna furono le successive candidature. Nel 1894 fondò “Era nuova”, col quale continuò a propagandare il socialismo. Partecipando ai vari congressi regionali e nazionali del Partito socialista entrò in contatto con i maggiori rappresentanti del movimento dei lavoratori. Nel ‘96 entrò negli organismi dirigenti regionali del partito e due anni dopo nel Comitato nazionale. Ricercato dalla polizia per i fatti di Milano del 1898, costati per la reazione della polizia e dei militari decine di morti e di feriti oltre che numerosi arresti, dovette emigrare per qualche tempo in Svizzera. Il crescente impegno politico, la collaborazione ai maggiori organi di stampa, la partecipazione a forti polemiche con alcuni rappresentanti del revisionismo lo fecero stimare ancor di più nel mondo socialista e progressista internazionale. All’interno del Partito socialista difese con estremo calore l’intransigentismo collaborando a “Il Socialismo” di Enrico Ferri, col quale si contrappose a Filippo Turati e ai riformisti. Nel 1911, divenuto leader riconosciuto di un folto gruppo di intransigenti indipendenti, promosse la rivista “La Soffitta”, che diresse con Costantino Lazzari.
Fu nettamente contrario alla impresa di Libia e approvò l’espulsione dei bissolatiani, che si erano dichiarati favorevoli alla scelta colonialista di Giolitti. Quando nel congresso nazionale di Reggio Emilia venne decisa l’incompatibilità tra l’adesione alla Massoneria e l’adesione al partito, preferì allontanarsi dai socialisti ufficiali, e confermò le dimissioni anche dopo che i congressisti le avevano respinte. Pienamente inserito nella Massoneria, fece parte della Giunta esecutiva del Grande Oriente d’Italia. Quando però si cominciò a parlare di un possibile intervento dell’Italia nella guerra contro gli Imperi centrali, si schierò tra i neutralisti. Nelle prime elezioni politiche del dopoguerra fu candidato alla Camera per conto della Unione Socialisti Indipendenti. La crescente avversione al massimalismo allora prevalente nel PSI, così come alla “agitazione senza costrutto” che sempre più caratterizzava il “biennio rosso”, lo avvicinò ai riformisti, fino a spingerlo nel ‘22 ad aderire al PSU. Il montare della reazione fascista lo espose alla sorveglianza della polizia e alla persecuzione degli squadristi. Con l’imposizione della dittatura e lo scioglimento dei partiti di opposizione non ebbe più alcuna possibilità di azione, sicchè lasciò Roma per rientrare a Torino. Sempre più insofferente del clima di oppressione imposto dal fascismo, pensava di fuggire all’estero e, come si pensa, stava già facendo i preparativi quando il 16 maggio del ’27 si spense. Di lui in una epigrafe di monumento si dice” Educatore e propulsore di folle”.

Giuseppe Miccichè

Giacomo Brodolini: tutto per i lavoratori

Se Recanati è per i letterati il “natio borgo” di Giacomo Leopardi, per i politici è il paese natale di Giacomo Brodolini, uno dei socialisti più noti e dei più fedeli rappresentanti dei lavoratori. Brodolini vi nacque il 19 luglio del 1920. Completati nel 1939 gli studi secondari, potè solo iniziare la fase successiva degli studi nell‘Ateneo di Bologna perché chiamato alle armi. Quale militare, il suo impegno maggiore si ebbe nelle dure campagne di Grecia e di Albania, alle quali partecipò col grado di sottotenente di complemento.

Successivamente passò in Sardegna, dove conobbe alcuni antifascisti di chiaro orientamento liberal-socialista. Il passaggio a posizioni più nette fu rapido. Entrò infatti nel Partito d’Azione, formazione politica ufficialmente costituita nel  luglio del 1942, e al quale facevano inizialmente capo figure prestigiose della politica e della cultura come Emilio Lussu, Ferruccio Parri, Pasquale Schiano, Francesco De Martino, Adolfo Omodeo, Guido Calogero, Riccardo Lombardi. Il partito credeva fermamente nel legame indissolubile di Giustizia e Libertà e aveva un programma che prevedeva tra l’altro il decentramento amministrativo, la nazionalizzazione dei gruppi finanziari, la divisione della terra ai contadini uniti in cooperative, la federazione europea.

Gli Azionisti parteciparono alla lotta partigiana, e svolsero una intensa propaganda anche attraverso un loro foglio, “L’Italia libera”. Nel 1946 Brodolini conseguì la laurea in Lettere, discutendo una tesi su Gustavo Modena. Da tempo appassionato di storia del teatro e al tempo stesso interessato al legame di questo con le vicende del nostro Risorgimento, aveva scelto il notissimo attore e anche protagonista del nostro Risorgimento, che concepiva il teatro come strumento per risvegliare le menti e  “far pensare”. Nel giugno di quello stesso anno fu coi compagni di fede attivissimo nella campagna per il Referendum e la Costituente, che però fruttò al partito appena l’1,5 % e 7 seggi, a dimostrazione della sua scarsa penetrazione negli strati di elettorato popolare. Quando nel 1947 il Partito d’Azione si sciolse, egli assieme a Lombardi e altri della tendenza socialista aderì al PSI. Lavorò allora con passione nella CGIL: nel 1950  venne chiamato a reggere la segreteria della Federazione Lavoratori Edili e tosto fece parte del Comitato Direttivo della CGIL Nel 1953 venne eletto deputato alla Camera.

Due anni dopo, in riconoscimento della sue capacità e della sua conoscenza dei problemi del paese, raggiunse la carica di vice-segretario nazionale della grande organizzazione sindacale per la componente socialista. Lasciò poi l’attività nel sindacato per passare a quella politica nel partito, e nel ’64 entrò nella segreteria De Martino in qualità di vice- segretario, carica che gli venne confermata anche nel 1968 durante la fusione tra PSI e PSDI. In quello stesso anno venne eletto al Senato. Nominato Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale, promosse una serie di leggi che riguardavano il superamento delle gabbie salariali e la riforma del sistema previdenziale. In quel periodo si fece sostenitore appassionato dello Statuto dei lavoratori, al quale lavorò con grande passione assieme al noto giuslavorista Gino Giugni.

Vissuto tra i lavoratori, volle rimanere sempre al loro fianco: simboli di questo attaccamento furono la notte di capodanno del 1969, che volle trascorrere assieme ai lavoratori della fabbrica Apollon in lotta per difendere il proprio posto di lavoro, e la presenza commossa tra i lavoratori di Avola che avevano perduto due loro compagni, caduti sotto il fuoco della polizia. Colpito da una grave forma di tumore, impegnò le forze residue perché giungesse a compimento l’iter dello Statuto dei diritti dei Lavoratori, al quale poi rimase giustamente legato il suo nome. Il 24 giugno del ’69 presentò in Parlamento il disegno di legge, ma non ebbe la gioia di vederlo approvato.

L’11 luglio del ’70 si spense in una clinica di Zurigo. Il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, gli conferì la Medaglia d’Oro al Valor Civile, motivandola con parole che del efunto sintetizzavano le eccezionali qualità di politico, di parlamentare e di sindacalista: “Esempio altissimo di tenace impegno politico, dedicava, con instancabile ed appassionata opera, ogni energia al conseguimento di una più alta giustizia sociale, dando prima come sindacalista, successivamente come parlamentare e, infine, come ministro per il lavoro e la previdenza sociale, notevolissimo apporto alla soluzione di gravi e complessi problemi interessanti il mondo del lavoro. Colpito da inesorabile male e pur conscio della imminenza della sua fine, offriva prove di somma virtù civica, continuando a svolgere, sino all’ultimo, con ferma determinazione e con immutato fervore, le funzioni del suo incarico ministeriale, in una suprema riaffermazione degli ideali che avevano costantemente ispirato la sua azione”. Per questo il suo ricordo è sempre vivo e resterà incancellabile nel cuore dei socialisti e dei lavoratori.

Giuseppe Miccichè

Domenico Fioritto, organizzatore socialista in Capitanata

domenico fiorittoNacque il 3 agosto 1872 a Sannicandro Garganico in una famiglia che traeva una certa agiatezza da terre possedute nelle campagne circostanti. Superati i vari gradi di studi fino alla laurea in Legge, si diede all’avvocatura, ma rivelò un vivo interesse per la politica, nella quale si mosse inizialmente facendo parte di un gruppo animato da idee repubblicane. A partire dal 1894 si avvicinò al Partito socialista, che in Puglia, come in diverse altre regioni, cominciava a stendere la rete di piccole presenze, destinate a svilupparsi discretamente nei successivi anni. Nel 1897 fu tra i patrioti della Legione garibaldina che sull’esempio di Ricciotti Garibaldi, Amilcare Cipriani, Giuseppe De Felice Giuffrida e altri, in nome del diritto dei popoli alla libertà e all’indipendenza concorsero in Grecia alla lotta per sottrarre quella terra al dominio turco e renderla indipendente. Rientrato in Italia, si dedicò con maggiore energia all’organizzazione del movimento operaio e socialista in Capitanata, risvegliando le coscienze sopite per secoli di sottomissione e sfruttamento cui erano state assoggettate. All’alba del ‘900 era già tra i più noti organizzatori e dirigenti socialisti della regione e partecipava a congressi e convegni che aiutavano ad approfondire la piattaforma socialista. Nel 1902 fu tra gli organizzatori della Federazione dei contadini e della Camera dei lavoro provinciale. Come non pochi dei meridionali condivideva le posizioni di Enrico Ferri, sostenitore della intransigenza, e su questa posizione fece parte della direzione nazionale del partito. Preso di mira dagli agrari, che paventavano l’affermazione di idee e forze rinnovatrici, nel 1910 subì un attentato. Nel 1913 venne presentato nei collegi di Sannicandro Garganico e Foggia, ma raccolse un numero di voti insufficiente per l’elezione. Di lì a poco qualcuno lo accusò di appartenenza alla Massoneria, posizione che era stata dichiarata incompatibile per i socialisti. Egli allora, pur rigettando l’accusa, si allontanò dal partito. Per qualche anno rimase appartato. Durante la Grande Guerra tenne però con fermezza posizioni neutraliste. All’inizio del dopoguerra rientrò nel Partito, e venne eletto consigliere comunale e provinciale di Foggia, ma politicamente fu più attivo quando si trasferì a Roma. Nel partito si collocò tra i massimalisti, ma non condivise le posizioni dei comunisti e la scissione da cui nel gennaio del ’21 nacque il PCdI, e alla fine di quell’anno, tumultuoso come il precedente, riconosciuto tra i maggiori dirigenti nazionali del partito venne eletto segretario nazionale. Difese l’integrità organizzativa e politica del PSI respingendo con uguale forza le proposte di collaborazione con i partiti di borghesia democratica e di fusione con i comunisti, ma di fronte alla insistenza di alcuni massimalisti non ebbe la forza per resistere alle pressioni e rinunziò alla carica. Si ritirò quindi a vita privata e da allora per tutti gli anni della dittatura fascista visse facendo l’avvocato. La caduta del fascismo lo riportò tra i vecchi compagni, e con Eugenio Laricchiuta, Vito Maria Stampacchia e altri lavorò alla ricostituzione del partito. La fiducia e la stima di cui godeva furono allora determinanti nella sua elezione a presidente del Comitato di Liberazione di Foggia. Nel gennaio del 1944 era tra i delegati al congresso di Bari, dove condivise la richiesta di un governo al quale partecipassero i rappresentanti di tutte le formazioni politiche chiaramente democratiche. Venne poi nominato presidente della Amministrazione provinciale di Foggia, fece parte della Consulta nazionale, e il 2 giugno del ’46 venne eletto deputato all’Assemblea Costituente in rappresentanza della circoscrizione Bari-Foggia. Pur accusando stanchezza per il sommarsi degli anni, partecipò con interesse ed entusiasmo alle assise nazionali del partito, e venne eletto nel Consiglio comunale di Sannicandro Garganico, il piccolo comune dove aveva avuto i natali e dove si spense il 25 luglio del 1952.

Giuseppe Miccichè

Pietro Grammatico, tra socialismo e cooperativismo

Pietro_grammaticoNacque a Trapani l’11 luglio 1885 in una famiglia di contadini che dal lavoro dei campi aveva sempre tratto di che vivere. Trasferitasi questa a Paceco per motivi di lavoro, egli, piccolo ancora, li seguì, e nel nuovo ambiente compì gli studi primari. Dovendo poi passare alle scuole commerciali fu costretto a iscriversi in un istituto che aveva sede a Trapani. Nella vivace città marinara era stato attivo, negli anni 60 e 70 dell’800, un gruppo di Internazionalisti che facevano capo a Francesco Sceusa, Vincenzo Curatolo, Giovanni Cassisa e altri, promotori de “Lo Scarafaggio”, efficace foglio di propaganda, molto presenti tra gli operai e i portuali del trapanese, che risvegliarono politicamente preoccupando fortemente la polizia. Era poi sopravvenuta l’attività di Giacomo Montalto, che nel socialismo e nel cooperativismo aveva individuato gli strumenti per condurre i lavoratori tutti alla elevazione politica ed economica. Avvicinatosi a quei pionieri, cui si era più recentemente unito il contadino Giacomo Spadola, approfondì le sue conoscenze e la sua cultura, e si impegnò concretamente contribuendo nel 1901 alla nascita della Società Agricola Cooperativa di Paceco, destinata a lunga vita. Il suo impegno crebbe nei successivi anni, mentre altri propagandisti e organizzatori svolgevano una forte azione di risveglio che avrebbe dato alla provincia di Trapani uno dei movimenti cooperativi più estesi e corposi non solo dell’isola ma dell’intero paese, collocandola a livello dell’Emila-Romagna e della Toscana, regioni molto avanzate in questo settore. Nel 1911 a Paceco nasceva la Cassa Agraria di Prestiti “Drago di Ferro”, promossa da elementi di orientamento radical- democratico. Quattro anni dopo a loro volta i socialisti al seguito di Pietro Grammatico diedero vita alla Cassa Agraria “Libertà” successivamente ribattezzata “Cassa Rurale ed Artigiana”. Scoppiata la Grande Guerra, Grammatico venne richiamato alle armi e inviato al fronte, tra gli artiglieri, in prima linea, dove partecipò a scontri sanguinosi. Restituito alla vita civile, tornò a impegnarsi con rinnovata passione nell’attività di partito e nelle cooperative, qualificandosi come uno dei più autorevoli dirigenti. Eletto segretario provinciale del PSI, profuse grandi energie ai fini di un rafforzamento della rete organizzativa. Nelle elezioni del 1920 guidò i socialisti alla conquista di diversi comuni ed egli stesso venne letto sindaco di Paceco e consigliere provinciale. La reazione fascista, che in quegli anni compiva i suoi primi passi caratterizzandosi per la distruzione di un ricco patrimonio di leghe, cooperative, ecc. riportò al potere i proprietari terrieri e i grossi borghesi, allontanando i rappresentanti diretti dei lavoratori dalle cariche pubbliche. Grammatico lavorò da allora per molti anni in qualità di segretario della Cassa Rurale ed Artigiana. Nel 1946 venne rieletto sindaco, carica che mantenne fino al 1959 con ottimi risultati, visibili nei miglioramenti apportati dalla sua amministrazione al paese, rinnovando e potenziando i pubblici servizi e preoccupandosi di garantire un fisco rapportato alla effettiva possibilità degli amministrati. Presentato subito dopo per la Camera, conseguì 7.318 voti di preferenza ma non venne eletto. Ripresentato nel 1948 tra i candidati alla Camera per il Fronte Democratico Popolare, nel quale convergevano il PCI, il PSI e gruppi minori da tempo impegnati contro le forze conservatrici, venne eletto per subentro a Pietro Nenni, capolista che aveva optato per altro collegio. Iniziò così una attività che ancora una volta tese a giovare alla crescita della sua provincia e dei lavoratori. Quattro anni dopo venne presentato per il Senato nel collegio di Trapani-Marsala e alla Camera nel collegio della Sicilia occidentale, e in ambedue riuscì eletto, ma preferì optare per il Senato. Entrato a far parte della Commissione Agricoltura ed Alimentazione, in linea con i suoi interessi e le sue esperienze nel campo politico, sindacale e amministrativo, lavorò attivamente per l’esame e la soluzione di importanti problemi interessanti uno strato sociale molto vasto. Nel 1958 venne nuovamente candidato alla Camera e ancora una volta venne eletto, mentre il collegio di Trapani- Marsala aveva come rappresentate il dott. Simone Gatto, uomo di scienza e dirigente politico molto stimato, che iniziava allora una interessante esperienza di parlamentare socialista. Morì a Paceco il 3 ottobre del 1967 lasciando un bel ricordo di intelligente e appassionato realizzatore.

Giuseppe Miccichè

Cesare Battisti: il rimpianto per un’Italia che poteva esserci e non ci fu 

Nel luglio 1916 Cesare Battisti veniva catturato dagli austriaci sul monte Corno, sopra Rovereto tra la Vallarsa e Trambileno, e due giorni dopo saliva sul patibolo asburgico nel castello del Buon Consiglio a Trento. La ricorrenza del fatto vede tutti gli anni i socialisti roveretani e trentini partecipare all’incontro promosso dagli Alpini dell’ANA, salendo sul Corno “Battisti” la seconda domenica di luglio, per ricordare con questo “pellegrinaggio alpestre” il sacrificio dell’irredentista democratico, che fu un pensatore e un dirigente socialista di livello europeo. Quest’anno l’appuntamento è per domenica 8 luglio 2018, partendo per il Monte Corno Battisti alle ore 8 da piazza Podestà di fronte al Municipio di Rovereto.

L’appuntamento ci fa rammentare la posizione di Battisti e di altri sudditi d’Austria che si rivoltarono contro l’Impero, con le parole della storica Maria Garbari: “Tutte le nazionalità costituenti l’impero austroungarico – oltre ad austriaci e ungheresi, c’erano cechi, slovacchi, polacchi, ucraini, sloveni, croati e serbi, rumeni, italiani e ladini- stavano perdendo la speranza di poter tutelare la loro identità in uno Stato realmente federale. La guerra, anziché creare la solidarietà fra quei popoli, contribuì allo sfascio dei possedimenti asburgici. La lotta in difesa della propria nazionalità, combattuta magari con l’espatrio, la diserzione, il passaggio al campo opposto fu un tradimento? Ma allora l’intera Europa pullulava di traditori cechi, slovacchi, croati, polacchi, romeni, italiani…”. Anche il leader sudtirolese Silvius Magnago ha chiarito per tutti: “Cesare Battisti fu un uomo che sacrificò la vita per i suoi ideali e dunque è degno della stima anche di coloro che come gli austriaci lo condannarono a morte”. Dunque una personalità stimata, come Tomáš Masaryk, primo presidente della repubblica cecoslovacca nata il 14 novembre 1918, appena finito il conflitto: parlamentare a Vienna come Battisti, allo scoppio della guerra riparò esule in Italia, poi in Russia e negli Usa; fondò la legione cecoslovacca, che contò decine di migliaia di combattenti contro l’Austria-Ungheria, schierati anche sul fronte italiano.

Oltre a Magnago, era stato un altro illustre sudtirolese, lo storico Claus Gatterer, a far conoscere al mondo austro-tedesco un uomo lì conosciuto solo come “alto traditore”, con queste parole: “Gli ideali battistiani attingono a due fonti: il Risorgimento italiano e il socialismo d’Austria-Ungheria. In Battisti questi ideali si erano pienamente fusi. Rappresentavano le direttrici per una vita e un’opera di rara coerenza”.

Queste parole, per le fonti da cui provengono, hanno posto fine alle polemiche di chi non riconosce l’onore altrui. Non a caso Gatterer ha introdotto il suo libro su Battisti la citazione dello sferzante scrittore austriaco Karl Kraus: “Chi giudica farabutto il patriota dell’altrui patria, dev’essere un imbecille della propria”.

Piuttosto noi socialisti e democratici non vogliamo far dimenticare che nella tormenta epocale della prima guerra mondiale si trovarono due socialisti esemplari come Giacomo Matteotti e Cesare Battisti che tennero un comportamento discorde: pacifista intransigente l’uno, interventista democratico l’altro. Eppure, come riporta la ricerca dello storico Mirko Saltori, ci doveva essere una base comune per le due personalità: “il socialismo non era stato né per Battisti né per Matteotti un’etichetta o una superficiale infatuazione, bensì un impegno costante e rigoroso, e certo nella concezione della realtà e della politica dell’uno e dell’altro vi sarà stata una larga identità di vedute”. Una identità che avrebbe potuto portarli successivamente anche a revisione i punti di vista divergenti, e comunque a svolgere un comune lavoro utilissimo per il popolo: non fu loro possibile, perché le vite di questi due protagonisti furono entrambe spente da mani barbare. E’ questo sconforto che porta i sinceri democratici ad onorare sia la memoria di Matteotti, assassinato il 10 giugno 1924 dai fascisti, sia quella di Battisti, morto per capestro asburgico il 12 luglio di cent’anni fa. E’ il rimpianto per un’Italia che poteva esserci e non ci fu.

Nicola Zoller

Segretario regionale Psi del Trentino-Alto Adige

Giuseppe Romita, una vita per la repubblica e i lavoratori

Giuseppe_Romita_2Nacque a Tortona, piccolo comune piemontese, il 7 gennaio del 1887 in una famiglia di contadini che a prezzo di enormi sacrifici lo fecero studiare permettendogli di conseguire il diploma di geometra. Dotato di viva intelligenza e con forti aspirazioni, volle continuare gli studi e si iscrisse al Politecnico di Torino, dove frequentò i corsi di Ingegneria aiutandosi economicamente con il frutto delle lezioni che dava privatamente.

Fin dai più giovani anni si sentì attratto dalle idee socialiste, e nel 1903 aderì al PSI, iscrivendosi al gruppo giovanile della sezione socialista di Alessandria e successivamente a quella di Torino. In questo periodo fu corrispondente de “L’Avanguardia”, organo centrale della Federazione Giovanile Socialista , l’organizzazione costituita nel settembre del 1903 a Firenze con l’adesione dei vari gruppi già operanti in alcune regioni, ed ebbe così modo di farsi conoscere e apprezzare fino a meritare l’ingresso nel Consiglio nazionale. Nel 1911, a 24 anni, già abbastanza noto tra i lavoratori organizzati sia nel partito che nel sindacato, venne eletto segretario della sezione socialista di Torino. Qualche anno dopo raggiunse due importanti traguardi nella sua vita: conseguì infatti la laurea in ingegneria e venne eletto nei consigli comunali della città natale e di Torino.

L’entrata in guerra dell’ Italia contro gli Imperi centrali lo collocò tra i più decisi oppositori: tenne infatti viva tra i socialisti del capoluogo piemontese la fiamma della pace e della libertà, e partecipò nell’agosto del ’17 ai moti del pane con Maria Giudice e altri, per cui fu arrestato e per alcuni mesi tenuto in carcere.

Con l’inizio del dopoguerra si immerse nuovamente nella lotta politica e nel ’19 venne eletto deputato alla Camera. Attivissimo tra i lavoratori, partecipò all’occupazione delle fabbriche, fatto di grande rilievo a livello nazionale in un periodo di lotte aspre e coinvolgenti dei lavoratori e particolarmente importante in una città a forte sviluppo industriale com’era Torino. In quella occasione ebbe modo di porre al servizio degli operai le proprie competenze di tecnico e le proprie capacità di dirigente, e concorse a dimostrare, contro la propaganda denigratoria dei conservatori, che i lavoratori erano in grado di garantire la prosecuzione dell’attività produttiva.

Nel gennaio del ’21 non condivise le motivazioni addotte dai comunisti in favore della scissione nel PSI che diede vita al PCd’I, e riconfermò la propria fedeltà al partito. Nel successivo aprile venne presentato candidato alla Camera e fu tra gli eletti. Nell’ottobre del ’22, sempre animato da spirito unitario, cercò di impedire la nuova rottura nel partito con la nascita del PSU, ma i suoi sforzi non ebbero successo. L’anno dopo, fortemente convinto della inconciliabilità di socialismo e comunismo, con Nenni, la Giudice e altri si oppose alla proposta di fusione del PSI e del PCd’I avanzata dall’Internazionale di Mosca. Nel 1924 venne nuovamente eletto alla Camera. Dopo l’assassinio di Matteotti aderì alla secessione dell’Aventino, e fu tra i più attivi oppositori del regime nascente, sicchè il 6 novembre del ’26 venne dichiarato decaduto dal mandato parlamentare. Arrestato pochi giorni dopo e condannato a cinque anni di confino, venne inviato a Pantelleria, successivamente a Ustica, e ancora a Palermo e infine a Ponza. Riacquistò la libertà due anni dopo, ma venne escluso dall’albo degli ingegneri, sicchè per vivere dovette accettare lavori di vario tipo. Tornato a Torino, si impegnò per fare rinascere il Partito socialista, ma nel ’30 subì un nuovo arresto e l’invio al confino a Veroli. Nel ’33, cessata la detenzione, fissò la propria dimora a Roma, dove si dedicò a diversi lavori per mantenere la famiglia.

Nel ’42 con Olindo Vernocchi, Nicola Perrotti, Oreste Lizzadri e altri lavorò per la ricostituzione del partito, che di lì a poco, con la confluenza di vari gruppi, assunse il nome di PSIUP. Dopo la caduta del fascismo, con Nenni fece parte del gruppo dirigente centrale del CLN in rappresentanza dei socialisti. Dal giugno del ’45 entrò in successivi governi sempre con incarichi di grande rilievo, e nelle elezioni politiche per l’Assemblea Costituente e nel contemporaneo referendum su Repubblica o Monarchia del 2 giugno 1946, come Ministro degli interni, si impegnò con straordinaria passione nello sforzo per dare al paese una nuova forma istituzionale e un parlamento aperto al rinnovamento e al progresso. Monarchici e conservatori gli rivolsero forti critiche, che il tempo ha dimostrato assolutamente ingiustificate.

Storici e politici di ogni tendenza concordano da tempo nell’affermare che assieme a Nenni egli fu grande artefice dell’avvento della Repubblica: se Nenni diede la passione al Partito socialista e alle forze progressiste con lo slogan “O la repubblica o il caos”, egli profuse straordinarie energie perché l’Italia mutasse le strutture statuali e si avviasse decisamente verso un avvenire di giustizia, di libertà e di pace.

Sempre autonomista, non approvò mai le proposte di fusione col PCI e nemmeno la politica frontista, desiderando che il partito si distinguesse da ogni altra organizzazione, anche di classe, considerata non pienamente democratica. Quando perciò ritenne che i legami tra i due partiti rischiavano di divenire soffocanti per il Partito Socialista e a lungo andare avrebbero finito per snaturarlo e distruggerlo, assunse posizioni di critica: attorno alla rivista “Panorama”, pubblicata dal gennaio dl ’49, e a un pugno di autonomisti, politici e sindacalisti, tra cui Viglianesi, Carmagnola, Luisetti, nel dicembre del ’49 diede vita al PSU, che nel maggio del ’51 si fuse con il PSLI nel PSDI. Successivamente, preoccupato di impedire una deriva autoritaria e conservatrice del paese, sotto la spinta della guerra fredda, di cui individuava i pericoli, perorò il ritorno nel governo con la DC. Fu allora Ministro dei Lavori Pubblici, ciò che gli permise di dare il via alla realizzazione di un piano che prevedeva la modernizzazione del paese.

Egli sognava una Italia che, libera dalle vecchie chiusure e dalle vecchie limitazioni, si collocasse finalmente a più alti ed avanzati livelli di sviluppo. Promosse perciò lo sviluppo della rete stradale nel paese, avviò la costruzione della “Strada del Sole”, di acquedotti, e inoltre un vasto piano di ampliamento dell’edilizia popolare. Si impegnò ancora nella vita del partito perorando l’unità di tutti i socialisti, ma non vide concretarsi il suo sogno. Morì infatti a Roma il 15 marzo del 1958 per un attacco cardiaco. Unanime fu allora il compianto delle forze politiche, che ne riconobbero la grande passione, la fede sincera e profonda nell’ideale socialista, la moralità assoluta, la capacità realizzatrice.

Giuseppe Miccichè

Biagio Andò, l’impegno del giovane di Giarre per un socialismo innovativo

biagio andòA Giarre, uno dei comuni più grossi e attivi della provincia etnea, c’è un rione, che i residenti indicano come “u chianu a fera”. È una piazza di forma triangolare, intitolata a Biagio Andò, personaggio a tutti noto per il forte legame con la storia locale. Fu infatti in questo comune che Biagio Andò nacque il 27 settembre del 1915. Appena sedicenne entrò nel mondo del lavoro impiegandosi in una officina idroelettrica, dove si fece apprezzare per la serietà, l’intelligenza e il forte impegno, doti che lo accompagnarono poi e lo distinsero nei vari momenti della vita, e più in particolare nel corso degli studi e nella vita politica. Laureatosi in Matematica e Fisica, cominciò a insegnare con successo nelle scuole secondarie. Il mondo della scuola non riuscì però a colmare la sua vita. Biagio Andò era naturalmente portato a guardare con simpatia ai lavoratori, sicché, quando, nel luglio del ’43, avvenne l’invasione dell’isola da parte degli Alleati e il fascismo cadde, almeno nell’Italia meridionale e insulare, egli aderì al Partito Socialista, che dalla seconda metà dell’800 li rappresentava e ne era il difensore contro ogni oppressione e ingiustizia. Nel catanese il movimento progressista e il socialismo avevano una lunga storia, ricca di fatti esaltanti e di nomi illustri. Tra l’800 e i primi del ‘900 Mario Rapisardi era stato cantore appassionato del mondo dei lavoratori e della loro sete di giustizia e di libertà. La spinta al riscatto dei lavoratori di campagna e di città aveva trovato dei punti fermi nei De Felice, nei Macchi, nei Sapienza, nei Castiglione. Spesso però si era dovuta lamentare una vivacità interna per scontri di correnti e di uomini, che molti consideravano eccessiva, e tale da assorbire non poche energie finendo per limitare le possibilità di ulteriore espansione offerte da una realtà economica e politica abbastanza fertile. Subito dopo la caduta del fascismo la medesima situazione si era ripresentata, con il ritorno in campo di alcuni dei vecchi protagonisti, cui presto si erano aggiunti elementi nuovi, limitando ancora una volta le possibilità di espansione in una realtà che rimaneva fertile. Biagio Andò non volle mai partecipare a queste lotte. Egli infatti se ne tenne lontano, e si impegnò invece nell’attività propagandistica e organizzativa, che nella sua città e nelle aree circostanti produsse in breve una rete di sezioni capaci di pilotare i lavoratori nelle lotte per una economia agricola fortemente rinnovata. Anche la sezione di Giarre raccolse un elevato numero di iscritti divenendo punto di riferimento di una rilevante forza elettorale, e fu su questa base che il partito poté affrontare le elezioni amministrative e quelle politiche del ’46 con la certezza del successo. Che infatti non mancò, portando Andò alla guida del comune con una amministrazione socialista presto caratterizzatasi grazie a una politica fortemente innovativa realizzata in diversi settori e più in particolare in quello fiscale, attraverso la fedele applicazione del criterio della progressività. Stimato tra i dirigenti etnei, nel 1953 venne riconosciuto meritevole di essere presentato per la Camera dei deputati nel vasto collegio comprendente le province di Catania, Messina, Enna, Siracusa e Ragusa, e alla fine di una campagna elettorale caratterizzata dalla applicazione della famosa “legge truffa” risultò eletto. Ripresentato nel 1958, Biagio Andò venne considerato meritevole di un secondo mandato. Si distinse sempre per il forte impegno nell’attività parlamentare: serio, equilibrato, riflessivo, si fece apprezzare dai compagni di partito e meritò la stima e l’apprezzamento dei colleghi degli altri gruppi per la preparazione e l’acume rivelati nell’affrontare importanti problemi. Gli Atti parlamentari e la stampa coeva ricordano ci danno sufficienti notizie sul suo contributo alla elaborazione e alla discussione di importanti proposte di legge: particolarmente noti sono il suo impegno, teso tra l’altro a favorire l’accesso dei diplomati alle facoltà universitarie di indirizzo scientifico, ma anche gli interventi nella discussione sui bilanci delle finanze e del tesoro. Purtroppo la sua vita fu breve. Biagio Andò morì infatti quarantacinquenne, il 6 giugno 1961, nella città che gli aveva dato i natali e che aveva tanto amato. Lo stupore e il dolore per una perdita così improvvisa furono grandi, e molti li espressero in sede parlamentare e locale con parole significative, che mettevano in evidenza il carattere di questo uomo, tutto dedito alla famiglia, alla scuola, al partito e ai lavoratori. Ne ereditò la fede nella giustizia e nella libertà e il legame coi lavoratori, la vasta preparazione e il forte impegno il figlio Salvo, parlamentare del PSI in quattro legislature a partire dal 1979, capogruppo, nel 1992 ministro della Difesa, e oggi positivamente attivo sul piano scientifico e politico.

Giuseppe Miccichè