Sebastiano Bonfiglio Organizzatore e propagandista socialista vittima della mafia

Sebastiano Bonfiglio nacque il 23 settembre del 1879 a San Marco Valderice. Per le necessità della famiglia e secondo le abitudini del tempo, ancora ragazzo venne avviato a lavorare in una bottega di artigiano. Presto cominciò a guardare con crescente interesse al socialismo e alle organizzazioni che lo rappresentavano. Erano gli anni in cui anche nel trapanese  si costituivano i Fasci dei lavoratori di campagna e di città con un programma che superava  il vecchio mutualismo, ponendo a contadini, operai e intellettuali progressisti obiettivi molto più avanzati, tra cui la lotta di classe per la costruzione di una società libera dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Le letture, l’osservazione della realtà economica e politica del trapanese, la frequentazione dei lavoratori lo aiutarono a maturare, ponendo le condizioni perché egli divenisse punto di riferimento per quanti aspiravano a una società profondamente rinnovata.
Pur essendo ancora molto giovane, si trovò in primo piano a livello provinciale, e lavorò indefessamente alla riorganizzazione del movimento dei lavoratori, ancora sconvolto dalla repressione. Nel 1901 guidò i lavoratori che scioperavano per ottenere il miglioramento dei patti agrari, ancora gravemente spoliatori, costringendo i grandi proprietari terrieri ad accettare le condizioni loro imposte dalle organizzazioni  di categoria.
Il successo dell’azione sindacale accrebbe notevolmente la sua autorità nel trapanese, ponendolo tra i maggiori dirigenti assieme a Giacomo Montalto, Mariano Costa, Sebastiano Cammareri Scurti, Pietro Grammatico. Nel 1902 venne eletto segretario della federazione provinciale socialista, ma due anni dopo si trasferì a Milano, dove trovò lavoro in una fabbrica di mobili. Fu una esperienza estremamente fruttuosa: nel capoluogo lombardo potè infatti  conoscere e praticare alcuni dei massimi dirigenti del socialismo, tra i quali Filippo Turati e Costantino Lazzari, ma anche conoscere una realtà assolutamente diversa dalla isolana, che lo fece riflettere sulla struttura del partito e sulla opportunità di un suo rinnovamento per meglio rispondere alle  esigenze del tempo.

A Milano rimase per due anni. Successivamente, accogliendo l’invito di suoi parenti che da qualche tempo vivevano negli USA, decise di  emigrare in quel lontano paese, dove al lavoro quotidiano aggiunse l’impegno politico, organizzando la sezione socialista e una cooperativa di consumo che giovò molto alle famiglie degli emigranti abbattendo i costi dei generi più largamente consumati. Assunse anche la direzione de “ la Voce dei socialisti”, che veicolava  idee, critiche, proposte in relazione alla vita, non certo facile, dei tanti emigranti che nelle Americhe avevano trovato lavoro e libertà, ma in una società  fortemente  gravata dalle regole del capitalismo dovevano  difendersi dallo sfruttamento. Nel 1913 Bonfiglio rientrò  nella sua terra. A livello nazionale il momento era complesso: venendo dopo Crispi e Pelloux, sostenitori dell’autoritarismo e strumenti del recupero conservatore, Giolitti  aveva  favorito il ristabilimento di condizioni di relativa libertà, aveva  concesso il suffragio universale maschile, ma aveva promosso l’occupazione della Libia; il PSI si era rotto con l’espulsione dei “bissolatiani”, favorevoli a una più vasta collaborazione con radicali, repubblicani, liberaldemocratici. Bonfiglio  condannò la posizione degli espulsi, che in Sicilia  finivano addirittura per “andare oltre”, e con Nicola Barbato partecipò alla difesa della organizzazione socialista.  Successivamente capeggiò uno sciopero di contadini che nell’isola ebbe un discreto successo, ma venne arrestato e condannato  a cinque mesi di carcere. Tornato in libertà, si trovò di fronte alle nubi di guerra che gravavano sull’Europa e al forte contrasto tra neutralisti e interventisti che coinvolgeva anche diversi socialisti.

Egli si schierò subito contro la guerra in  generale e contro l’intervento dell’Italia in particolare. Richiamato alle armi, venne assegnato ai reparti della Sanità e inviato per le sue posizioni politiche in Libia, a Cirene, dove meritò la simpatia  della popolazione aprendo una scuola per i ragazzi. Con la fine della guerra  rientrò nel trapanese, dove riprese l’attività politica e sindacale ponendosi  nuovamente  alla testa delle organizzazioni che facevano capo al PSI e riorganizzando  Camere del lavoro, Leghe  contadine e Cooperative.

Nello scontro  tra comunisti, massimalisti e riformisti che prese ad agitare il movimento dei lavoratori, egli si collocò tra i massimalisti che facevano capo a Serrati, e nel  gennaio del ’21  non approvò la rottura operata dai comunisti su sollecitazione di Mosca. I congressisti  lo elessero allora membro della Direzione nazionale del PSI in rappresentanza dei socialisti siciliani.
Nel 1920 fu alla testa dei lavoratori  nelle due grandi battaglie che caratterizzarono allora la lotta socialista: quella per l’occupazione delle terre incolte, che nel trapanese ebbe momenti particolarmente forti nell’agro ericino, e quella per la conquista  di molti comuni, risultate  largamente vittoriose.  Il 3 ottobre 1920  anche Monte San Giuliano passò ai socialisti e Bonfiglio venne eletto sindaco in una amministrazione che avviò una serie di opere di grande interesse sociale,  tra cui strade e scuole. Si trattava di fatti che non potevano essere accettati dai grossi proprietari terrieri, da gran tempo adusi allo strapotere economico e politico. Essi provvidero perciò a colpire  il dirigente, considerato responsabile di quello che appariva un  rivolgimento del vecchio ordine, e  disposero perché la mafia al loro servizio lo colpisse  senza pietà.

Nella tarda serata del  10 giugno 1922, mentre  Sebastiano Bonfiglio rientrava a casa dopo avere partecipato a una riunione della Giunta municipale, dei sicari appostati dietro un muretto lo colpirono a morte. Una nuova vittima  si aggiungeva così ai tanti organizzatori e propagandisti che la mafia e gli “squadristi” nazional-fascisti avevano colpito a Salemi, Castelvetrano, Paceco, ecc. e  in diverse altre aree isolane.

Giuseppe Miccichè

Emilio Canevari, cooperatore
e politico di grande valore

Nacque a Pieve Porto Morone, in  quel di Pavia, il  21 gennaio del 1880. Il padre calzolaio e la madre maestra elementare si preoccuparono del suo avvenire avviandolo agli studi, che Emilio compì sino al conseguimento del diploma di geometra. Interessato alla politica, a 20 anni era tra i socialisti del suo paese, impegnato in una intensa attività di propagandista del grande ideale di “riscatto del lavoro”, ma anche tra lavoratori che si organizzavano in cooperative di produzione e lavoro, interessate alle affittanze agricole, in una visione di riformismo socialista che seppe poi conservare per tutta la vita.

Nel 1908 gli venne affidata la direzione del periodico socialista “Il Lavoratore friulano”. Successivamente ebbe incarichi politici a Verona, dove resse la segreteria della Federazione socialista, a Biella e a Pavia, dove fu segretario della Società Umanitaria. Sopravvenuta la Grande Guerra, cercò di limitare al massimo le sofferenze degli strati di popolazione economicamente più deboli, e superando schematiche preclusioni nei confronti degli organi governativi garantì i vettovagliamenti, impedendo nel contempo le tendenze alla speculazione.

Questa attività gli guadagnò una vasta popolarità. Nel 1919 fu candidato alla Camera nella circoscrizione di Pavia, e venne eletto con una buona messe di voti. L’anno dopo entrò nel consiglio comunale e contemporaneamente in quello provinciale. Nella  primavera del ’21 venne eletto nuovamente alla Camera.

In questo periodo avanzò la proposta di dar vita a una Federazione  dei consorzi e delle cooperative edili libera da ogni intermediazione. Di lì a poco, però, l’ascesa del fascismo al governo del paese impedì alle organizzazioni dei lavoratori di operare liberamente. Emigrò allora in Francia, dove curò l’amministrazione dell’Union des cooperatives, con la quale fu possibile garantire agli operai di origine italiana assistenza e lavoro.

Nel marzo del 1930 Canevari rientrò in Italia, ma venne arrestato e condannato a cinque anni, poi ridotti a due. Successivamente venne assegnato al confino di polizia a Rotonda. Rimesso in libertà, si trasferì a Sala Consilina, poi a Roma, dove rimase  per alcuni anni lavorando alle dipendenze di una ditta impegnata nel settore dell’edilizia.

 Dopo il 1940, entrata in guerra l’Italia in alleanza con la Germania di Hitler, prese contatto con vecchi esponenti  socialisti, secondo una tendenza che da allora cominciò a coinvolgere diversi elementi, e il 22 luglio del ’42, in una riunione clandestina con Giuseppe Romita, Olindo Vernocchi, Nicola Perrotti condivise la decisione di promuovere la ricostituzione del PSI, poi effettivamente avvenuta nel settembre dello stesso anno. Nell’aprile del ’43, trovandosi a Milano, venne arrestato, e potè tornare libero solo dopo il 25 luglio e la caduta del fascismo. Nelle nuove condizioni riprese l’attività politica, e il 23-24 agosto partecipò a un convegno con  Pertini, Buozzi, Lizzadri, Romita, Vassalli, Zagari e altri provenienti dal Piemonte, dalla Lombardia, dalla Liguria, dall’Emilia Romagna, dal Lazio e dalla Campania, nel quale si concordò la fusione col Movimento di Unità Proletaria, si ridiede ufficialmente vita al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e si lavorò alla definizione del suo programma e del suo indirizzo politico. Contribui anche alla rinascita del sindacato: in sostituzione del compagno di fede Bruno Buozzi, e operando assieme al comunista Di Vittorio e  al cattolico Grandi in rappresentanza del PSI, sottoscrisse  il patto per l’unità dei lavoratori socialisti, comunisti e cattolici nella CGIL. Successivamente venne eletto presidente della Lega delle cooperative. Nel gennaio del ’45 visitò alcune zone della Sicilia, scosse da violenti moti popolari, e ne trasse elementi per una critica all’attuazione dei Decreti Gullo sull’assegnazione delle terre incolte ai contadini organizzati in cooperative. Su designazione del partito fece parte del governo Bonomi in qualità di sottosegretario agli Interni e del governo De Gasperi in qualità di sottosegretario ai LL.PP. e all’Agricoltura. La ripresa dell’attività parlamentare lo portò dal 25 settembre del ’45 tra i componenti della Consulta nazionale e dal 2 giugno del ‘46 tra i deputati eletti all’Assemblea Costituente. Memore dello stretto rapporto avuto con il movimento cooperativo, promosse allora l’Unione parlamentare per la cooperazione e ottenne che lo Stato vigilasse sull’attività della organizzazione, come sempre di grande valore sociale. Confermato alla presidenza della Lega delle cooperative, si impegnò in una intensa attività, mantenendo l’importante organizzazione nella scia del riformismo che l’aveva vista nascere, ma dopo la scissione socialdemocratica del gennaio 1947, cui personalmente aderì, non riuscì a impedire le polemiche interne e le rotture nella organizzazione. Di questo approfittarono i comunisti che, in occasione del 2^ Congresso della Lega tenuto a Reggio Emilia il 15-17 aprile del ’47, disponendo della maggioranza, affidarono la presidenza nazionale a Giulio Cerreti, dando così inizio a una fase che interrompeva definitivamente la tradizione riformista della organizzazione. Nel ‘48 fu senatore di diritto e nel ’53  vice-presidente del gruppo parlamentare del PSLI (poi PSDI). Rimase sulla breccia per qualche anno ancora, dando come sempre tutto se stesso alla causa dei lavoratori e del socialismo democratico, poi la stanchezza ebbe il sopravvento e lo costrinse a ritirarsi del tutto a vita privata. Morì a Roma il 21 gennaio 1964.

Giuseppe Miccichè

Arturo Vella forte difensore dell’autonomia del PSI

Arturo_VellaNel primo trentennio del ‘900 fu uno dei più autorevoli  dirigenti nazionali del Partito socialista. Nacque a Caltagirone, grosso comune della Sicilia, da tempo noto per l’industria della ceramica in cui si è sempre distinto, il 12 febbraio del 1886. A 5 anni appena rimase orfano del padre, Sebastiano, piccolo industriale ceramista con famiglia numerosa, e a 11 anni venne inviato in un collegio romano, per continuarvi gli studi, conclusi poi in un Istituto tecnico.

Nella capitale si ambientò perfettamente ed entrò sempre più in contatto con i gruppi politicamente più vivaci in senso progressista, fin quando, ai primi del ‘900, costituì una Federazione di studenti secondari, che assieme al Circolo giovanile socialista si impegnò in una intensa attività di organizzazione, presto estesa alla Toscana e all’Emilia e capace di portare nelle sezioni e nei circoli un elevato numero di giovani. Fin da allora si distinse quale difensore della autonomia organizzativa dei gruppi giovanili nei confronti del PSI, ma entro una ferma “unità di dottrina”, e cioè con un forte  legame di natura ideologica col partito.

Nel congresso di Bologna del 1907 – su cui, come sull’intera  storia dei giovani socialisti hanno ampiamente scritto Gaetano Arfè nel 1973 e Renzo Martinelli nel 1976 –  fu tra i fondatori della FIGS aderente al PSI, e ne diresse l’organo di stampa “L’Avanguardia”, un foglio che si distinse per la vivacità e la ricchezza dei contenuti. Lavorò con grande entusiasmo  per la crescita della organizzazione, e dopo  la separazione dai sindacalisti rivoluzionari concorse in misura notevole alla sua crescita e alla ulteriore definizione dei suoi caratteri, impegnandola su posizioni antimilitariste, internazionaliste e anticlericali.

 Si collocò presto tra gli intransigenti e fu elemento di punta in una intensa e appassionata attività propagandistica, intervenne a numerosi convegni e congressi, scrisse frequentemente su “L’Avanguardia” e fu tra i redattori de “La Soffitta”, un quindicinale di orientamento socialista sorto nel maggio del  1911.

Relativamente al problema elettorale Vella era favorevole a una alleanza “vigile” coi gruppi di democrazia borghese, in attesa  di un irrobustimento del movimento operaio. Era però avverso a posizioni di cedimento, che  si rilevavano  qua e là, e conseguentemente fu tra quanti, nel Congresso di Reggio Emilia del 1912, sostennero l’espulsione dei “bissolatiani”, considerandone le idee involutive e pericolose per l’autonomia di classe dei lavoratori e l’identità socialista.

Subito dopo il congresso lasciò la direzione dell’organo di stampa della FIGS per assumere la carica di vice-segretario  del PSI. Lavorò allora in sintonia con Costantino Lazzari, cui i congressisti avevano affidato la segreteria del partito, distinguendosi nell’impegno volto a precisare i caratteri  del programma socialista e a limitare l’influenza di Mussolini nel partito e nella redazione dell’Avanti!, non rimanendo convinto dell’equivoco “rivoluzionarismo” espresso da costui.

In quegli anni lavorò a un programma di riorganizzazione del partito fondato sulle federazioni provinciali e regionali, in sostituzione delle vecchie federazioni di collegio. La situazione  non era però matura per simile riforma, sicchè egli incontrò ostacoli di varia natura che lo costrinsero a rinviare l’idea a tempi migliori.

All’inizio della Grande Guerra Vella sostenne la neutralità dell’Italia e con Lazzari propose la linea del “non aderire né sabotare” che il PSI fece propria, caratterizzandosi in modo netto nel panorama politico nazionale.

Nel maggio del 1916  venne richiamato alle armi e assegnato a un reggimento di fanteria di stanza a Trapani, poi a Siracusa, infine a Firenze. In questo periodo svolse una coraggiosa attività antimilitarista, sicchè il 7 febbraio del 1918 venne arrestato a Siracusa per disfattismo. Il 13 settembre successivo, durante il processo che si celebrava a Catania, pronunziò parole di fede profonda nell’idea che l’aveva conquistato fin dai più teneri anni. Dal banco degli imputati, incurante dei frequenti richiami dei giudici, difese con forza le ragioni che avevano spinto i socialisti a schierarsi nettamente contro la guerra, e concluse il suo intervento dichiarando: “Sereno e sicuro, oggi io affermo la mia fede di fronte a voi, con una fermezza spoglia di qualsiasi ostentazione provocatrice, ma consapevole della sua forza e della sua legittimità sul terreno del pensiero e su quello degli interessi anche nazionali…. Se condannato, tornerò sereno e forte nella mia cella etnea a riprendere lo studio e la prepararmi alle battaglie di domani, se assolto, rientrerò in caserma con la fronte alta come ne uscii con le catene, ma il mio pensiero lo conserverò per me, tutto per me”. La Corte lo condannò a cinque anni di reclusione per insubordinazione al Tribunale e subito dopo a sette anni  cumulativi con la prima condanna. Rimase in carcere per alcuni mesi: nel marzo del ’19 venne infatti amnistiato e potè tornare all’impegno nel partito, dove si occupò di problemi elettorali in vista del prossimo rinnovo della Camera eletta nel 1913. Prendendo posizione ben definita nel dibattito interno al partito, fu autorevole rappresentante dei massimalisti elezionisti, a nome dei quali intervenne al congresso di Bologna, dove riprese il concetto della “delittuosità” della guerra e fece rilevare la responsabilità dell’alta borghesia nell’averla voluta. Entrò quindi nel massimo organo di direzione del partito, da dove però uscì quando alla fine dell’anno, candidato alla Camera nel collegio di Bari per volontà della Direzione, venne eletto deputato.

Difese allora i contadini del Meridione che procedevano alla occupazione delle terre incolte e degli ex feudi, e denunziò con forza le violenze perpetrate in Sicilia e nelle Puglie ai danni dei lavoratori. Di fronte al montare della reazione nazional-fascista, specie in vista delle nuove elezioni politiche fissate per l’aprile del ’21, nel ’71 rievocate con le vicende del dopoguerra in Puglia da Simona Colarizi, si distinse per la fermezza e il coraggio, che suscitarono l’odio degli agrari e la persecuzione delle “squadracce”. Impegnato nella nuova campagna elettorale, venne ferito gravemente a Barletta. Riuscì comunque a essere rieletto.

Nei mesi che seguirono, pur essendo un sincero sostenitore della unità di classe e della convergenza di tutte le forze antifasciste nella lotta contro la reazione, apparve sempre più geloso difensore del Partito Socialista Italiano, della sua storia e dei suoi valori nei confronti del Partito Comunista e di qualunque altra forza politica.

Per questo alla fine del ’22 si schierò nettamente contro la fusione col PCd’I, richiesta dall’Internazionale di Mosca, che se accettata  avrebbe portato alla definitiva scomparsa  del Partito socialista. Sostenne il “Comitato di difesa socialista”, sorto proprio allora, e  subendo gli attacchi dei comunisti e della loro Internazionale lavorò con Nenni e altri per salvare il  partito. Contribuì in tal modo a salvare il PSI alla storia, ai lavoratori, alle lotte del progresso e della libertà.

Nel 1924, dopo avere  partecipato a una campagna elettorale divenuta infernale per le violenze senza limiti dei fascisti, venne rieletto alla Camera, ma in Sicilia, dove fu l’unico rappresentante del PSI. Dopo l’uccisione di Matteotti fu tra i più attivi animatori della “questione morale”, propose la costituzione di un Comitato dei partiti d’opposizione e fu favorevole alla secessione parlamentare, anche se mostrava di propendere per la lotta nel paese sì da dare un seguito concreto alla secessione. Successivamente si disse favorevole  al ritorno nell’aula di Montecitorio per tentare di neutralizzare l’azione di Mussolini.  Più tardi sostenne  la  partecipazione alle elezioni amministrative con liste espresse dai partiti più nettamente d’opposizione. Ormai però il fascismo procedeva in modo inarrestabile verso l’affermazione della dittatura.

 Con le leggi eccezionali del ’26 Arturo Vella seguì la sorte dei parlamentari d’opposizione dichiarati decaduti. Due anni dopo, bisognoso di lavoro, si trasferì a Caltagirone, per gestirvi una piccola fabbrica di ceramica ereditata dal fratello. Visse  da allora, per diversi anni, tra la città natale e Roma, conservando salda la fede negli ideali socialisti, ma, per la strettissima vigilanza della polizia, senza potere svolgere alcuna attività di opposizione.

All’inizio degli anni 40 si ammalò gravemente. Nel ’42, trovandosi a Roma, subì gli arresti, ma per mancanza di seri elementi di accusa e per le sue condizioni  di salute venne rimesso in libertà. Vinto dal male, morì nella capitale il 31 luglio del 1943, e se ne prese nota nella scheda del CPC ( b. 5341) intestata al suo nome. Dieci giorni prima in Sicilia era avvenuto lo sbarco delle truppe anglo-americane, a Roma cinque giorni prima Mussolini era stato arrestato. Iniziava così una nuova fase nella vita del paese. Vecchi e nuovi rappresentanti del Partito socialista stavano già riprendendo la lotta in nome degli ideali ai quali egli aveva dedicato gran parte della propria vita.

 Giuseppe Miccichè

Caporetto 100 anni dopo

Sono passati cent’anni dalla disfatta di Caporetto, con le truppe austro-tedesche che ruppero il fronte della II Armata dilagando in profondità nel territorio friulano e veneto e per capire i momenti cruciali della battaglia e cosa rimane oggi a distanza di un secolo, nella memoria degli italiani, abbiamo intervistato lo storico e accademico Leonardo Raito, autore di numerosi saggi sulla grande guerra.

Professore, cosa ci resta, di Caporetto, un secolo dopo?
Ci resta un nome che è una metafora di disfatta. Ci resta l’impressione che può creare una sconfitta. Ci resta la capacità degli italiani di rialzare la testa, di risollevarsi dopo una batosta, contando sullo spirito nazionale e sulla forza di un popolo. Non mi sembrano poche cose.

Se dovesse trovare un simbolo di quella disfatta, quale sceglierebbe?
Sceglierei il bollettino di Cadorna, scritto nel pomeriggio del 28 ottobre, quello senza correzioni del governo. Quel bollettino parla da solo: ci fa capire come fu condotta la guerra, lo scollamento tra esercito e mondo politico, l’incapacità di prevedere un qualcosa di scritto, una concezione elitaria del comando e della direzione della guerra che cozza in modo pauroso con le necessità di un esercito che era stato massacrato da due anni e mezzo di offensive con poco costrutto.

Cadorna solo colpevole quindi?
No, sarebbe ingeneroso pensarlo. Certo, Cadorna ebbe responsabilità nei metodi di guida dell’esercito, poco rispettosi nei confronti di un’enorme massa di soldati che al momento di difendersi ebbero un cedimento, anche morale, enorme. Ma Cadorna aveva dato disposizioni e ordini ben precisi, alla II Armata, di prepararsi per una difesa a oltranza da un attacco nemico. Qui emerge lo scarsissimo collegamento tra livelli di gerarchia: un Capello che comandava l’armata che si permetteva di discutere e sconvolgere gli ordini, un Badoglio che si muoveva come un corpo estraneo, reparti mal guidati, scarsa capacità di tenere il polso della situazione. I colpevoli furono molti uomini e molti fattori, come in parte stabilì una commissione di inchiesta. Non dimentichiamo però il valore degli avversari e la meticolosa preparazione dell’attacco, sostenuto dai gas asfissianti e condotto con la tecnica dell’infiltrazione, nuova e inaspettata.

Una commissione che, però, non colpì Badoglio.
E’ vero. Fino a Caporetto Badoglio era un alto ufficiale molto in auge. Aveva iniziato il conflitto come tenente colonnello ed era diventato generale di corpo d’armata. Massone, era comunque molto stimato e aveva avuto un ruolo preminente nella conquista del Sabotino. Forse la sua affiliazione fu fondamentale nell’essere salvaguardato dall’inchiesta, e così divenne, con Diaz, sottocapo di stato maggiore.

Ha nominato Diaz. Che ruolo ebbero, gli alleati, nella sua nomina?
In realtà gli alleati ebbero un ruolo fondamentale nella destituzione di Cadorna, che posero come fondamentale nel corso dei colloqui di Rapallo e di Peschiera. Subordinarono il sostegno francese e inglese e l’invio di rinforzi al fronte italiano con un cambio di comandante. Vero è che non indicarono un nome; infatti pare che Diaz sia stato proposto dal re in persona, che lo conosceva e aveva avuto una buona impressione di lui. Anche Alfieri, nuovo ministro della guerra, che aveva avuto scontri con Cadorna, considerava Diaz un buon generale, ma ne lodava soprattutto le capacità di mediare ed era certo che sarebbe stato accondiscendente verso una certa ingerenza del governo nelle vicende militari, cosa che con Cadorna sarebbe stata impensabile.

Si trattò di una scelta adeguata?
Assolutamente si. Diaz si dimostrò molto capace e paziente, un ottimo cucitore di rapporti. Seppe, con i suoi più stretti collaboratori, che erano Badoglio e Giardino, ricostruire un clima, ponendo maggiore attenzione alle condizioni di vita dei soldati. La resistenza sul Piave e sul Grappa fece il resto: il paese si rese conto che avrebbe saputo rovesciare le sorti del conflitto. E ci riuscì.

Negli anni del centenario della grande guerra, trova che si sia fatto abbastanza, nel paese, per ricordare?
Le iniziative sono state tante, e alcune davvero ben costruite e riuscite. Ho apprezzato la riscoperta di molte microstorie legate alla guerra, che dimostrano come il conflitto sia stata la prima grande guerra degli italiani. Degli italiani come popolo che completava il proprio processo di costruzione. Dovremmo rendercene bene conto, oggi che ci sono spinte disgregatrici in nome di un regionalismo che trovo fuori dal tempo.

Cosa consiglierebbe a chi vuole essere più informato su Caporetto?
Oggi direi in particolare l’omonimo volume di Nicola Labanca e il volume sui profughi di Daniele Ceschin, uscito per Laterza qualche anno fa. Sono due studi importanti. Il primo per le vicende militari, il secondo per capire le sofferenze di chi dovette abbandonare le proprie terre e i soprusi degli austro tedeschi anche nei confronti dei civili.

Redazione Avanti!

Pietro Mancini, leader
del socialismo calabro

Pietro_ManciniLa Calabria ha dato al movimento dei lavoratori tanti propagandisti e organizzatori, costruttori di una vasta rete di leghe e circoli che, per lungo tempo dalla fine dell’800, hanno contribuito a rendere più forte e incisiva l’azione rinnovatrice e modernizzatrice dei socialisti in quella regione e nel paese tutto.

Pietro Mancini è uno dei più noti. Nato a Malito, in quel di Cosenza, l’8 luglio del 1876, per tutti gli anni dell’infanzia e della prima giovinezza visse nel calore di una famiglia molto affiatata, benestante per i redditi di terre possedute e per l’attività professionale del capo, avvocato tra i più apprezzati della regione.

Compiuti gli studi primari e secondari nella sua provincia, passò all’Università di Roma, dove nel 1901 conseguì la laurea in Legge, alla quale aggiunse nel successivo anno la laurea in Lettere e Filosofia. A Cosenza si impegnò nella scuola, insegnando filosofia, e nei tribunali lavorando quale avvocato penalista.

Negli anni universitari era stato allievo di Antonio Labriola, il noto studioso e interprete del marxismo, che alimentò il suo desiderio di  sapere  e lo avviò alla prosecuzione degli studi per  una conoscenza approfondita del pensiero socialista. Di qui l’adesione al Partito socialista il passaggio fu rapido. Nel 1904 egli era già fra gli iscritti e si faceva notare per la vivacità della posizione tenuta in una formazione politica nella quale agivano allora le opposte spinte del riformismo turatiano, del rivoluzionarismo ferriano e del sindacalismo rivoluzionario di Arturo Labriola e Leone.

Nel 1905 diede vita a “La Parola socialista”, un foglio che da Cosenza irradiò la voce del PSI in una vasta area, battendosi in particolare per la soluzione di uno dei maggiori problemi della Calabria: il riscatto delle terre demaniali da gran tempo sfruttate senza limiti e controlli dai grossi proprietari.

Nel 1913, quand’era ormai figura largamente nota, Pietro Mancini entrò nel direttivo della Federazione regionale  del PSI in rappresentanza di un movimento che era notevolmente cresciuto. Con l’approssimarsi della Grande Guerra si pose però in contrasto con la grande maggioranza dei dirigenti socialisti, schierandosi tra gli interventisti di parte democratica. Di conseguenza nei primi anni del conflitto si trovò alquanto isolato tra i compagni di fede e in un vasto ambiente politico, fin quando la crisi di Caporetto e il riequilibrio delle posizioni nei confronti della “Patria in armi” all’interno del partito lo riportarono in primo piano nella sua regione.

Nel 1919 la ripresa della dialettica tra le formazioni politiche lo vide tra quanti sostenevano la non partecipazione alle elezioni, confuso con una componente della frazione comunista. Mutò però posizione in vista delle successive elezioni del 1921, e fu così uno dei due parlamentari socialisti (l’altro era F. Mastracchi) eletti dal proletariato calabro nonostante il clima di crescente violenza per l’imperversare dello squadrismo agrario.

In interventi puntualmente documentati denunziò allora dalla tribuna parlamentare le condizioni della sua regione, ancora abbandonata come tutto il Meridione, col latifondo in buona parte incolto, la fame di terra del proletariato, la triste necessità dell’emigrazione in terre lontane, e chiese l’attenzione degli uomini di governo sull’esigenza di un serio impegno perché cessasse finalmente l’arretratezza della regione attraverso il rinnovamento e la modernizzazione dell’agricoltura e il varo di  un vasto programma di lavori pubblici. Fu nel contempo attivissimo propagandista del socialismo, affrontando i pericoli dello scontro sempre più duro e insanguinato con i nazional-fascisti, che però nel 1924 non riuscirono a impedire la sua rielezione alla Camera. Come aveva fatto nella precedente legislatura, tornò a insistere nella difesa degli interessi della sua regione, ancora in attesa di una politica di vasti interventi rinnovatori, ma anche nella denunzia delle violenze con cui il fascismo distruggeva ciò che il proletariato  aveva saputo conquistare  a prezzo di dure lotte, e restituiva agli agrari il potere assoluto.

Il delitto Matteotti lo portò naturalmente tra gli “aventiniani”, anche se con scarso entusiasmo,  vedendo nella eterogeneità dei gruppi politici convergenti un impedimento alla libera e compiuta azione di contrasto del gruppo socialista al fascismo: una compresenza così varia non avrebbe permesso al PSI di esprimere  il proprio carattere classista.

Nel novembre del ’26 venne dichiarato decaduto dal seggio parlamentare. Successivamente venne arrestato e assegnato al confino, prima a Nuoro, poi a Gaeta, infine a Formia. Tornato  in libertà, venne sottoposto a una vigilanza soffocante, che cessò solo quando, nel luglio del ’43, il regime crollò. Alla fine di quell’anno su designazione dei gruppi antifascisti venne nominato prefetto di Cosenza, fin quando, nel ’44, entrò nel Governo Badoglio quale ministro senza portafoglio, e successivamente nel Governo Bonomi, nel quale resse il Ministero dei Lavori pubblici.

Nel 1945 entrò a far parte della Consulta e nel ’46 venne eletto deputato alla Camera e fece parte della Commissione dei 75 parlamentari cui venne affidato il compito di stendere lo schema della nuova Costituzione repubblicana. Nel 1948 passò dalla Camera a Palazzo Madama come senatore di diritto. Le sue condizioni fisiche generali, che negli ultimi tempi avevano cominciato a far preoccupare, si erano fortemente aggravate. Nel 1953 era ormai quasi cieco. Non ritenne perciò di ripresentarsi, lasciando il passo al figlio Giacomo, che proprio allora iniziava la sua lunga carriera politica. Non venne tuttavia dimenticato: in riconoscimento del suo preparazione e della sua esperienza venne infatti chiamato a far parte della Corte costituzionale quale giudice aggiunto. Morì nella sua città natale il 19 febbraio 1968.

 Giuseppe Miccichè

Giuseppe Cavallera. Una vita
per il socialismo e i lavoratori sardi

La nascita e lo sviluppo del movimento socialista in Sardegna sono legati a un uomo del nord, Giuseppe Cavallera, che nell’isola fu a lungo interprete del bisogno di giustizia di larghi stati sociali, suscitatore di energie e guida di lavoratori in lotta per una vita migliore. Cavallera nacque a Villar San Costanzo, piccolo comune del Cuneese, il 2 gennaio del 1873, da genitori che nel lavoro dei campi traevano di che vivere. Per qualche tempo aiutò il padre, ma poi volle studiare, e per questo frequentò ( ma senza alcuna volontà di farsi prete) le classi ginnasiali del seminario di Cuneo. Successivamente, fruendo dell’aiuto di una zia, si iscrisse a Medicina nell’Università di Torino. Nel capoluogo piemontese entrò in contatto con i gruppi socialisti e più in particolare con il Circolo universitario, e nel 1894 aderì ufficialmente al Partito Socialista. Accogliendo l’invito dei dirigenti nazionali del tempo a portare la voce del socialismo in Sardegna, dove c’era tanto bisogno di propagandisti e organizzatori, decise di trasferirsi nell’isola. Inizialmente si fermò a Cagliari, dove avviò una intensa attività, che fruttò presto l’adesione di molti operai delle miniere, contadini, battellieri, e la nascita di diversi circoli, sì da formare una rete discretamente ampia. L’impegno politico non lo allontanò dagli studi di medicina, che portò a compimento nel 1897, anno in cui si laureò con una tesi su “La malaria e la sua profilassi”. La Sardegna aveva allora vaste aree infestate dall’anofele, e la malaria colpiva gravemente i lavoratori costretti a permanervi lungamente per guadagnarsi di che vivere. Fu questo uno dei tanti problemi di cui si discusse nel 1898, quando a Oristano si tenne il primo congresso regionale socialista, cui parteciparono i rappresentanti di un movimento ancora nascente, ma con buone prospettive di sviluppo. Cavallera venne allora eletto segretario del Comitato regionale e consigliere nazionale. Chiamato a Carloforte, Cavallera vi costituì la Lega tra battellieri e stivatori, ma la reazione del padronato e della polizia fu pronta, e la Lega venne sciolta. Egli pensò allora di salvare l’organizzazione, trasformandola in Società di previdenza e miglioramento tra battellieri, con annessa Società di previdenza e miglioramento tra giornalieri e pescatori e cassa sociale finalizzata al sostegno delle famiglie in caso di sciopero. Nel gennaio del 1900, tra contrasti e rotture tra i lavoratori, che in alcune zone non erano ancora sufficientemente maturi, iniziò uno sciopero che si protrasse per 118 giorni, e si concluse con un accordo che prevedeva aumenti salariali, e venne seguito da riduzioni dell’orario di lavoro e abbassamento del costo dei generi in vendita nelle cantine padronali. Era il primo successo conseguito dai lavoratori organizzati, ma esso costò a Cavallera e ad alcuni lavoratori fortemente impegnati l’arresto e la carcerazione per diversi mesi. Tornato in libertà, Cavallera fondò l’Associazione generale dei lavoratori, nella quale si organizzavano le preesistenti leghe dei battellieri, dei giornalieri e dei pescatori. Lavorò poi intensamente nel bacino minerario dell’iglesiente per animare le leghe, diede vita a cooperative che limitarono il potere delle cantine padronali, e nel 1903 costituì la Federazione regionale dei minatori. A questa attività di tipo sindacale accompagnò quella di tipo politico, lavorando per la crescita del Partito socialista, per la precisazione delle sue strutture organizzative e dei suoi obiettivi promuovendo congressi regionali partecipati e fruttuosi, tra i quali particolare importanza ebbe quello tenuto a Iglesias nel luglio del 1903. Nel 1904 lo si volle candidato alla Camera nel collegio di Dronero contro Giolitti, ma venne naturalmente sconfitto. Non erano comunque le cose politiche ad appassionarlo, ma quelle sindacali. Sempre in quell’anno ebbe inizio uno sciopero contro pratiche sfruttatrice promosse dalla direzione delle miniere: lo sciopero degenerò e a Buggerru si concluse con 4 morti e numerosi feriti. L’eccidio impressionò fortemente l’intero paese e venne seguito da uno sciopero generale in tutta Italia. Nel 1906 Cavallera venne eletto sindaco di Carloforte, ma presto scelse di fare il consigliere comunale sì da poter riprendere più liberamente l’attività di organizzatore e amministratore di cooperative. In quel periodo lanciò l’idea dell’acquisto di una goletta aragostiera per sottrarre i pescatori alla mediazione dei grossisti. Con fondi raccolti in accordo con la Cooperativa dei pescatori venne acquistato il battello e si diede inizio a una discreta attività. Nel 1909 Cavallera venne ripresentato candidato alla Camera nei collegi di Dronero e Iglesias, ma ancora una volta non ebbe successo. Non così nel 1913, quando, sia pure in ballottaggio, riuscì vittorioso a Iglesias. Era un fatto storico: per la prima volta i lavoratori sardi inviavano un loro rappresentante a Roma. Il successo elettorale diede una spinta alle organizzazioni socialiste, che nel ’14 conquistarono alcuni comuni tra cui Iglesias. Allo scoppio della prima guerra mondiale Cavallera, convinto della occasione che si offriva agli Italiani di completare l’unità territoriale del paese, fu tra gli interventisti democratici, e si arruolò come volontario, servendo quale capitano medico a Verona. Nel 1919 tornò alla Camera in rappresentanza del collegio di Cuneo, ma, non dimentico delle condizioni di vita dei lavoratori sardi, tra i quali era cresciuto sindacalmente e politicamente, si interessò dei loro problemi, e più in particolare della malaria, dell’analfabetismo, del sottosalario, e tornò varie volte nell’isola per prendere direttamente contatto coi lavoratori. La rottura nel Partito socialista operato dai comunisti non lo trovò consenziente, e infatti egli confermò la sua fedeltà al partito, convinto della necessità che i lavoratori rimanessero uniti, specie in un momento come quello, che vedeva le forze conservatrici muovere al recupero del loro potere. Con l’avvento del fascismo mantenne la famiglia dedicandosi interamente all’attività professionale. Caduto il fascismo venne nominato commissario dell’ONMI, ma fu attivo anche sul piano politico, militando sempre nel Partito Socialista. Candidato all‘Assemblea Costituente, non venne eletto. Due anni dopo, invece, entrò in Senato, ma quale rappresentante del collegio di Iglesias, dove i lavoratori, memori delle antiche lotte, lo avevano voluto loro candidato nella lista del FDP. Le sue condizioni fisiche, però, lo costrinsero ad una attività politica e parlamentare sempre più limitata. Non concluse infatti la legislatura. Morì a Roma il 22 giugno 1952, ma per sua espressa volontà venne sepolto a Carloforte, tra i lavoratori per il cui progresso aveva fortemente lottato negli anni della lontana giovinezza.

Giuseppe Miccichè

Tito Oro Nobili. Una vita esemplare animata
dall’ideale socialista

tito oro
Una fedeltà assoluta, un impegno coerente, una dedizione totale alla causa dei lavoratori e del socialismo: questo, in estrema sintesi, fu la vita politica di Tito Oro Nobili.

Nato a Magliano Sabina, piccolo comune allora facente parte della provincia di Perugia, il 23 marzo 1882, egli compì gli studi a Terni, poi, forte di un impiego che gli dava una certa sicurezza economica, frequentò i corsi di Legge  nell’Università di Roma, fino alla laurea conseguita nel 1904.

Appena quindicenne collaborò a “L’Unità operaia”, un foglio socialista discretamente diffuso nel reatino. Fu il primo passo  in un avvicinamento al socialismo, che si concluse nel 1902 con l’adesione ufficiale al Partito socialista. Subito prese posizione tra gli “intransigenti rivoluzionari” e si impegnò in una intensa attività, in sintonia con alcuni giovani, tra i quali era il siciliano  Lucio Schirò, destinato a una lunga milizia nel partito.

Nel 1907 presentò la propria candidatura al Consiglio provinciale, ma non venne eletto. Riuscì invece nel 1914, con una doppia elezione al Consiglio comunale di Terni e al Consiglio provinciale di Perugia.

Proprio allora si addensavano sull’Europa spesse nubi di guerra, foriere di morte e distruzioni. Quando anche l’Italia venne coinvolta nel conflitto ed ebbe inizio la mobilitazione, egli, essendo fortemente miope, evitò il richiamo alle armi. Svolse però una intensa attività  assistendo i civili, che soffrivano per le difficoltà economiche del momento, e in questo quadro mobilitò le organizzazioni dei lavoratori che seppero svolgere una rilevante opera di soccorso in favore degli strati popolari.

Tornato all’attività politica nel 1919, Tito Oro Nobili fu in primo piano nella propaganda e nella organizzazione delle strutture del PSI, e contribuì non poco alla sua crescita. Candidato alla Camera, ebbe un discreto numero di preferenze, che però non gli permisero di entrare alla Camera. Più fortunato fu invece nel 1920, quando venne eletto consigliere comunale e provinciale, fu per breve tempo sindaco di Terni e si fece   apprezzare per la politica fiscale della sua amministrazione, preoccupata di favorire con opportune esenzioni i redditi più bassi. Nel 1921 venne finalmente eletto deputato. Dalla tribuna parlamentare difese allora gli interessi della sua regione e più in particolare quelli degli operai della “Terni”, che costituiva una delle componenti più importanti dell’apparato industriale italiano.

L’inizio della reazione fascista lo vide  attivissimo nella difesa delle realizzazioni e delle conquiste dei lavoratori. All’interno del partito era schierato tra i massimalisti, dei quali divenne uno dei maggiori rappresentanti, giungendo nel 1923, dopo la nascita del PCdI e del PSU per opera rispettivamente  dei comunisti e dei riformisti, ad assumere la segreteria nazionale. Avverso fin dai primi atti alla richiesta di sottomissione alle direttive dell’Internazionale di Mosca, che prevedevano tra l’altro la fusione del PSI col PCdI e dunque la sua fine, guidò il partito su questa linea, ponendosi accanto a Pietro Nenni, Maria Giudice e altri, e salvandolo coi suoi caratteri distintivi.

Nell’aprile del 1924 fu candidato nella circoscrizione  comprendente l’Umbria e l’Abruzzo, e nonostante le terribili violenze fasciste e l’azione  partigiana della polizia venne eletto.

Nel particolare momento politico seguito all’assassinio di Matteotti, che a suo parere aveva trasformato il fascismo in “un’associazione a delinquere”, contribuì all’ Aventino e fece parte del Comitato delle opposizioni. Per la personale visione  dei problemi e dei doveri del momento avrebbe desiderato una opposizione che dal Parlamento si trasferisse nel paese per  coinvolgere e pilotare un movimento di popolo, ma l’Aventino era troppo composito e rimaneva sempre più inerte.

Nel corso del ’25 egli lasciò la segreteria  del PSI, che venne  affidata a Olindo Vernocchi, il quale guidò il partito verso l’uscita dall’alleanza delle opposizioni e la ripresa della libertà di movimento.

Nel novembre del 1926 venne dichiarato decaduto come tutti gli oppositori del regime, inviato al confino di polizia e  radiato per qualche tempo dall’albo degli avvocati. Più tardi venne riammesso all’esercizio della professione, ma subì ancora limitazioni che per diversi anni ne tormentarono la vita.

Nel marzo del ’43, nel corso di un bombardamento aereo gli morì la moglie, ed egli stesso venne ferito. Caduto il fascismo tornò all’attività politica nel PSI, fece parte della Consulta e nel giugno del ‘46 fu tra i Costituenti.

Quale parlamentare si mostrò particolarmente interessato a questioni riguardanti la magistratura, la gestione delle aziende, la libertà dei culti religiosi.

Nell’aprile del 1948 fu tra i senatori di diritto e com’era suo costume si mostrò attivo nei lavori delle commissioni di cui faceva parte, rivelando sempre forte impegno e  competenza.

Il quadro politico interno e internazionale era allora fortemente agitato per il montare dello scontro tra i due grandi blocchi che dividevano il mondo. In Italia la vita politica subiva spinte che la sinistra considerava autoritarie, rivelate tra l’altro dall’uso frequente delle forze di polizia contro i lavoratori che lottavano per i propri diritti, dall’adesione acritica al blocco occidentale, dalle scelte economiche  in  senso moderato. Nel partito  – e nel parlamento di cui fece parte fino al ’51 – egli assunse posizioni critiche sempre più marcate, fin quando nel ’64 aderì al PSIUP. Morì a Roma l’8 febbraio 1967.

Giuseppe Miccichè

Antonio Vergnanini, una vita
tra sindacato e cooperative

vergnaniniNacque a Reggio Emilia il 16 maggio del 1861, in una famiglia che da tempo era bene avviata nel settore commerciale. Fece il percorso degli studi con discreti risultati fino al Liceo, poi si iscrisse  a Lettere presso l’Università di Bologna, ma non conseguì la laurea. E’ probabile che in questo senso abbiano inciso le difficoltà incontrate dal padre nella sua attività, sfociata nel fallimento. All’ inizio degli anni 90 prese contatto coi gruppi socialisti, già numerosi nella sua provincia, dove era già forte l’influsso del riformismo prampoliniano, profondamente umanitaria e volto a parlare alla mente e al cuore dei lavoratori. Collaborò inoltre alla stampa socialista, più in particolare a “La Giustizia” e “Lo Scamiciato”, fogli  vivaci, ricchi di contenuto e molto letti, e assunse la presidenza della Lega socialista di Reggio Emilia. In questo periodo  rivelò  un vivo interesse per il movimento cooperativo, che nella sua regione possedeva già corposità e articolazione di assoluto rilievo, avviando una collaborazione destinata a crescere negli anni con risultati estremamente positivi. Sempre più coinvolto nella vita del partito e delle leghe, partecipò ai congressi del PSI e  acquistò una crescente notorietà tra i quadri dirigenti e la base. Era allora in corso, partendo dalla Sicilia, l’azione repressiva promossa dal governo Crispi e finalizzata alla distruzione del movimento proletario nell’intero paese. Vergnanini venne condannato a due anni di domicilio coatto. Si rifugiò allora a Lugano e successivamente a Ginevra, dove prese contatto con gli emigrati e i rifugiati italiani di tendenza socialista, sfruttati nei posti di lavoro, ancora politicamente e sindacalmente disorganizzati, che gli affidarono la direzione de “L’Avvenire del lavoratore” e la segreteria della Unione Socialista di lingua italiana, una organizzazione con buone possibilità di sviluppo. Erano in corso tentativi di dare carattere più accentuatamente politico e forma di partito alla Unione. Vergnanini riteneva che si dovesse privilegiare il carattere economico dell’organizzazione, e per questo tentò di contrastare l’azione che proveniva dall’Italia. I suoi sforzi però non diedero i risultati sperati, essendo maggioritaria la posizione opposta. Nel congresso che l’organizzazione tenne nella primavera del 1900 egli rimase in minoranza, e la segreteria passò a Giacinto Menotti Serrati, che  lavorò per trasformare l’Unione in Partito Socialista Italiano in Svizzera. Si trasferì allora a Berna per guidarvi l’Ufficio di emigrazione, un organismo che allora svolgeva una importante funzione nel raccordo coi lavoratori ticinesi e d’Oltralpe.

All’alba del nuovo secolo era ancora attivo tra i lavoratori edili di Lugano. Rientrò quindi a Reggio Emilia, dove gli venne affidata la segreteria della Camera del Lavoro, appena nata in quella importante città. Per diversi anni si impegnò nel sindacato, profondendo nell’attività intelligenza, energia e passione, che gli vennero riconosciuti con l’elezione nel 1906 a componente del Consiglio direttivo della CGIL, e con la riconferma nel 1916. In quegli anni manifestò con maggiore nettezza la propria concezione, che vedeva nella Camera del Lavoro il centro coordinatore e propulsore di cooperative, affittanze e casse di previdenza, tutte strumenti di elevazione e  di organizzazione  dei lavoratori. Propose la costituzione di “demani collettivi”, da affidare alla gestione di produttori e consumatori con criteri cooperativistici in diversi settori, tra cui l’agricoltura, i lavori pubblici e le bonifiche. Era ancora alla guida della importante organizzazione reggina, quando si impegnò nella realizzazione del tratto ferroviario Ciano – Reggio, opera che, pienamente realizzata e poi affidata alla gestione delle stesse cooperative, procurò a lui e alle organizzazioni economiche e sindacali notorietà e apprezzamenti grandemente  positivi.

Nel 1913 venne chiamato alla segreteria della Federazione Sindacale delle Cooperative, che  nei precedenti anni era stata tenuta da Antonio Maffi, un organizzatore repubblicano proprio allora defunto. Alla guida dell’importante organismo diede ulteriori prova delle proprie capacità, rafforzandone le strutture e le articolazioni e gli strumenti di comunicazione, tra cui il periodico “La Cooperazione italiana”, organo centrale della Lega, che lo ebbe tra i collaboratori. Ormai dirigente noto anche fuori del mondo sindacale e cooperativo, venne ammesso nel 1914 tra i componenti della Direzione nazionale del Partito Socialista Italiano, allora agitato per i prodromi della guerra, lo scontro fra interventisti e neutralisti, la dissidenza mussoliniana, ecc. Nei confronti del conflitto si collocò tra gli oppositori, ma non rifiutò il proprio concorso volto ad alleviare le sofferenze  degli strati popolari, e a questo fine accettò di far parte della Commissione centrale per gli approvvigionamenti, promossa dal governo.  La ritirata di Caporetto lo collocò tra quanti nel PSI anteposero all’ideologia la necessità di difendere  il suolo  nazionale. Nel 1921 divenne membro del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Nazionale del Credito per la Cooperazione, e in tale posizione attraversò gli anni in cui il paese sperimentava la sconfitta del movimento dei lavoratori organizzati, delle cooperative e del sindacato di classe e l’avvento della dittatura  fascista.

Davanti alle violenze squadristiche, primo momento nel cammino della forze antisocialiste e antioperaie verso il recupero di un pieno potere, sperò di poter evitare che un ricco patrimonio di esperienze, alla cui costruzione aveva contribuito per gran parte della propria vita, andasse perduto. Trasfuse esperienze, idee e speranze in un libro, “Oggi e domani nel pensiero di un cooperatore”, ma dovette arrendersi di fronte al crescendo di violenze e delitti con cui si lastricava la strada verso l’affermazione della dittatura. Nel 1926 la Lega delle Cooperative subì la medesima sorte delle tante organizzazioni che i lavoratori avevano saputo creare nei precedenti anni, e per lui non rimasero che l’emarginazione e il ricordo di un tempo glorioso per varietà di realizzazioni e ampiezza di progresso. Morì a Roma l’11 aprile 1934.

 Giuseppe Miccichè

Emidio e Ubaldo Lopardi una vita per il socialismo e i lavoratori

Tra i socialisti che nello scorcio dell’800 vissero le difficoltà di un Partito socialista impegnato da una parte a radicarsi nell’humus politico italiano, dall’altro a resistere alla marea reazionaria pilotata dai Crispi, dai Rudinì, dai Pelloux,  troviamo Emidio Lopardi. Nato a L’Aquila il 28  novembre del 1877, in una famiglia abbiente, Emidio compì gli studi primari e secondari rivelando una forte intelligenza, confermata nei successivi anni quando a Napoli frequentò i corsi universitari di Legge fino al conseguimento della laurea. Nel 1895, l’anno del congresso di Reggio Emilia tenuto dopo i provvedimenti repressivi che avevano  portato tra l’altro allo  scioglimento dei Fasci dei lavoratori e del Partito socialista, nato appena tre anni prima, decise di aderire ai gruppi che da qualche  tempo  si sforzavano di suscitare  volontà di impegno tra i lavoratrici. Apprezzato per le qualità di propagandista e di organizzatore rivelate, nel successivo anno era già tra i delegati al Congresso nazionale di Firenze, che  si proponeva di rilanciare l’azione del partito, pur nelle difficili condizioni del momento.

Rientrato nella città natale, si impegnò nella organizzazione dei contadini e  degli operai della sua terra e fu tra i promotori della ricostituzione del Circolo socialista dell’Aquila e in primo piano nella fondazione di circoli, leghe e gruppi, attraverso cui prendeva corpo un movimento discretamente articolato. Già nei suoi primi atti rivelò una forte convinzione, secondo cui le chiusure municipalistiche costituivano un pericolo mortale per un partito ancora fragile ed esposto ai tentativi di assorbimento delle formazioni personali, allora molto diffuse nel Meridione. Egli proponeva  la costituzione di un centro sovracomunale, capace di coordinare  le articolazioni del partito pur nel rispetto delle particolarità dei singoli luoghi. Impegnò a questo fine molte energie nella costruzione di una Federazione provinciale che fu di esempio ad altre.

Cercò anche di dare un indirizzo unico alle varie organizzazioni sulla base di alcuni punti fermi, tra i quali l’internazionalismo, che lega ai lavoratori nel mondo, il classismo e l’intransigenza, che distinguono e formano nei confronti delle altre forze politiche,  la moralità assoluta, che deve caratterizzare i socialisti a livello di quadri dirigenti e di base. Nel 1897, già abbastanza noto  e apprezzato nel partito e tra i lavoratori, entrò a far parte del Consiglio nazionale del PSI. Contemporaneamente lavorò per la nascita de “l’Avvenire”, un settimanale più tardi divenuto organo della Federazione, che amministrò con bravura  e su cui scriveva occupandosi del problemi locali e nazionali. Dal 1901, per 20 anni, fu consigliere comunale, nel  1907 venne eletto consigliere provinciale e nel 1912 deputato provinciale.

Presiedette inoltre il Consorzio delle cooperative nell’aquilano, rivelando notevoli capacità e lavorando per far sì che quegli strumenti concorressero fortemente  allo sviluppo economico delle realtà in cui nascevano. Dal 1919 al 1924 fu deputato per il collegio de L’Aquila, e  alla Camera svolse con serietà il mandato ricevuto dai lavoratori, mentre nel collegio difendeva in ogni modo le organizzazioni del proletariato, contro le quali si esercitava, insaziata, la furia distruggitrice delle “squadracce” in camicia nera. L’uccisione di Matteotti lo collocò naturalmente tra gli “aventiniani”, sicchè nel 1926 i fascisti lo dichiararono decaduto assieme ai compagni del PSI e del PSU, ai Popolari, ecc. Conobbe allora un doloroso periodo di persecuzioni, detenzione nelle carceri e privazioni, ma mon si piegò: come negli anni di Crispi e dei successori, seppe tener viva e salda la fede nel socialismo e nella libertà. Con la caduta del fascismo, nel luglio del ’43, fu nuovamente  al lavoro: i partiti del CLN  in riconoscimento dei suoi meriti e delle sue capacità lo vollero alla direzione della Prefettura de L’Aquila. In un momento particolarmente difficile per la  complessità  e la mole dei problemi da affrontare,  mentre  diveniva  sempre più vivace la dialettica tra i partiti e il sindacato, tenne quell’importante incarico con saggezza ed equilibrio, guadagnando  nuovi  motivi di ammirazione e stima. Nel giugno del ’46 i lavoratori lo elessero deputato all’ Assemblea Costituente, mentre nel ’48 fu senatore di diritto. Morì  a  L’Aquila il 1 ottobre del 1960.

Ne proseguì l’opera  in favore del socialismo il figlio Ubaldo, che, nato il 25 novembre del 1913 a L’Aquila, aveva percorso lo stesso cammino del padre, superando senza difficoltà i vari gradi di studi,  fino al conseguimento della laurea in Legge. Ubaldo aveva due passioni: quella per lo sport e quella per la politica. La prima venne riconosciuta e premiata con l’elezione, nel 1948, a presidente dell’Associazione sportiva aquilana, carica che tenne per un quadriennio e che gli venne  riconfermata dal 1964 al 1969. L’altra si tradusse  nella partecipazione  alla vita del Partito socialista fin dalla Liberazione, e  gli valse la conoscenza piena dei problemi e delle esigenze della terra aquilana. Profondamente convinto della  specificità inconfondibile del socialismo e del partito, suo concreto e più diretto rapprentante, sostenne posizioni autonomistiche nei confronti del PCI, pur  riconoscendo la comunanza di impegno delle forze di progresso “per il riscatto del lavoro”. Nel  gennaio del ’47 fu  tra  i promotori del PSLI, diversamente dal padre che non aveva abbandonato la vecchia casa, e nel ’48 e poi nel ’53 venne eletto  deputato. Però nel ’59, avendo il PSI abbandonato la posizione, visibilmente paralizzante, dell’unitarismo col PCI, ricollocandosi nella grande famiglia del socialismo democratico e autonomo, che prevaleva dovunque in Europa e nel mondo, assieme a Zagari, Matteo Matteotti, e altri, politici e sindacalisti, rientrò nella casa madre.

Nel ’68 fu per qualche mese senatore per subentro a Giuseppe Borrelli, appena defunto. Nel ’75 compì una nuova esperienza: venne infatti eletto sindaco dell’Aquila con una amministrazione di sinistra, e per la risoluzione dei problemi della città lavorò con la passione che lo distingueva e che lo assomigliava fortemente al padre. La morte lo colse a 67 anni, il 24  luglio  del 1980.

Giuseppe Miccichè

Nicola Barbato, indimenticato apostolo del socialismo

Nicola_BarbatoPiana degli Albanesi, nell’hinterland palermitano, a metà dell’800 era un piccolo comune di poche migliaia di anime, in gran parte braccianti agricoli di ascendenza schipetara, che da secoli sperimentavano la precarietà dell’occupazione, la vita stentata nei latifondi, lo sfruttamento dei proprietari col sottosalario, e la spietatezza dei campieri.

In questa realtà così povera e bisognosa di riscatto il 5 ottobre del 1856 nacque Nicola Barbato. Era ancora ragazzo quando perdette il padre, sicchè non ebbe una infanzia e una prima giovinezza facili. Iniziò gli studi nel Seminario greco-albanese, con difficoltà per le ristrettezze economiche della famiglia, ma seppe portarli a compimento con risultati brillanti fino all’Università, che frequentò a Palermo, dove si iscrisse ai corsi di Medicina.

Intelligente, curioso di sapere, venne subito coinvolto nell’ambiente culturale palermitano, allora vivacizzato dalle dottrine positivistiche ed evoluzionistiche attraverso docenti universitari, gruppi studenteschi e operai aderenti al socialismo e impegnati a promuovere conferenze e fogli di propaganda. Conseguita la laurea, lavorò presso l’Ospedale di Palermo, dove alla cura dei pazienti unì gli studi di psichiatria riferiti in particolare alla psicopatologia della paranoia, Fece anche le prime esperienze nel campo del giornalismo, collaborando tra l’altro a “L’Isola” del Colaianni. Nominato medico condotto nel paese natale, conobbe ancor più aderentemente la miseria di tanti e si trovò naturalmente tra quanti ai primi degli anni 90 si aggregavano nel movimento dei Fasci dei lavoratori. Nel marzo del 1893 promosse il Fascio di Piana dei Greci, che presto contò più di 2.000 aderenti, tra i quali c’era un folto gruppo di donne vivaci e combattive. Attivo anche nei comuni viciniori, Barbato divenne popolarissimo, e presto fu in primo piano tra i quadri dirigenti della provincia. Con parola semplice, calda di sentimento, animata da forte passione parlava ai lavoratori di socialismo, di giustizia e di libertà, e il suo messaggio di liberazione era sempre ascoltato religiosamente e suscitava volontà di lotta per una vita più umana e più giusta.

L’azione dei gruppi di potere volta a contrastarlo non tardò. Il 12 maggio del ’93 egli venne arrestato con l’accusa, allora frequentemente usata, di odio tra le classi e associazione a delinquere, e nel successivo novembre venne condannato a 6 mesi di reclusione e a una forte pena pecuniaria Non ebbe perciò la possibilità di partecipare ai congressi dei Fasci e del Partito socialista tenuti a Palermo il 21 e 22 maggio, che portarono alla costituzione ufficiale del Movimento e del Partito nell’isola con regolari organi di direzione, ma i delegati non lo dimenticarono e lo elessero membro del Comitato centrale del Partito socialista. Come Rosario Garibaldi Bosco e altri, egli riteneva che l’organizzazione isolana del partito e dei Fasci dovesse considerarsi sezione di quella nazionale, coordinata ad esse; sulla linea di Turati e della “Critica sociale”, credeva nel gradualismo socialista e nella rivoluzione socialista quando le masse avessero raggiunto una piena coscienza.

Alle assise regionali fece seguito nelle varie province l’intensificazione dell’attività organizzativa, che produsse la costituzione di un vasto movimento nel cui programma si chiedevano aumenti salariali, il rinnovo migliorativo dei contratti agrari, l’alleggerimento del gravame fiscale in favore degli strati popolari.

La risposta del governo Crispi, interprete della volontà reazionaria delle forze politiche ed economiche dominanti, fu lo stato d’assedio, proclamato il 25 dicembre del ’93, lo scioglimento dei Fasci, l’arresto dei capi per cospirazione contro i poteri dello Stato e incitamento alla guerra civile.

Portato davanti al Tribunale militare, Barbato pronunziò una difesa che fu una accusa contro la classe dominante, ancor oggi considerata, per contenuto e passione, tra le cose più belle nella vicenda del socialismo italiano.

Affermò tra l’altro che la rivoluzione costituisce un fattore evolutivo dell’umanità e avviene quando la situazione economica e politica giunge a maturazione. Questo in Sicilia ancora mancava. In atto c’era un profondo disagio economico che accomunava contadini, operai, artigiani, piccoli proprietari coltivatori.

Ritenendo inutile difendersi dall’accusa che gli veniva rivolta, essendo nella logica della classe al potere condannare, concluse il suo intervento affidando alla storia il giudizio sul suo operato in difesa dei lavoratori e nel nome del socialismo, e augurandosi solo che nessuno dei socialisti chiedesse la grazia. “Voi dovete condannare: – disse – noi siamo gli elementi distruttori di istituzioni per voi sacre. Voi dovete condannare: è logico, umano. E io renderò sempre omaggio alla vostra lealtà. Ma diremo agli amici che son fuori: Non domandate grazia, non domandate amnistia. La civiltà socialista non deve cominciare con un atto di viltà. Noi chiediamo le condanne – non chiediamo pietà. Le vittime sono più utili alla causa santa di qualunque propaganda. Condannate!”.

Come molti dei suoi compagni, venne condannato a 12 anni di reclusione e a due anni di vigilanza speciale.

Nel maggio del 1895 i socialisti lo vollero candidato -protesta alla Camera in 30 collegi, tra cui Milano V e Cesena dove venne eletto, ma l’elezione fu annullata. Ripresentato e nuovamente eletto, in mancanza di opzione venne assegnato a Cesena, mentre a Milano gli subentrava Turati, che iniziava così la propria esperienza parlamentare.

Amnistiato nel marzo del ’96, Barbato si impegnò nella organizzazione del partito, rendendosi presente in diversi comuni anche lontani per tenere conferenze e riunioni orientative. Di lì a qualche mese era tra i volontari che si recavano nell’isola di Creta in occasione della guerra greco-turca. Al rientro tornò all’attività di propagandista tra i contadini che avevano ripreso la lotta, e la magistratura lo gratificò di un altro anno di reclusione.

Nel 1900 entrò nella Direzione nazionale del PSI; contemporaneamente venne eletto deputato del collegio di Corato di Puglia, e iniziò in quella regione, tanto simile alla sua terra natale, un rapporto destinato a consolidarsi attraverso l’attività propagandistica e organizzativa.

Sempre fedele alla concezione gradualista del socialismo, da lui confermata nel congresso di Imola del 1902, si oppose all’intransigentismo parolaio di Enrico Ferri, ma anche al riformismo “estensivo” che in diverse aree della sua isola portavano a transigenze incontrollate. Accogliendo l’invito che gli veniva da più parti, tenne conferenze in diverse città italiane, e poi a Basilea, Lugano, Londra, Cannes, Marsiglia, dovunque suscitando grande entusiasmo. Venuto in contrasto con la centrale di Milano del PSI, ma anche con i dirigenti socialisti della sua città natale, e al tempo stesso bisognoso di lavoro, nel 1904 emigrò negli USA, dove visse per alcuni anni, dedicandosi alla professione medica e svolgendo una feconda attività propagandistica e organizzativa in favore degli emigrati italiani.

Rientrato in patria, dimenticando ogni contrasto coi dirigenti locali e nazionali tornò a lavorare per il partito. Il PSI attraversava un momento non facile per lo scontro tra le correnti. Nel 1912 Barbato criticò i socialriformisti bissolatiani per la posizione assunta, che considerava di cedimento alla borghesia e di rottura del proletariato, e condivise il provvedimento di espulsione adottato dal Congresso di Reggio Emilia, pur sapendo che in Sicilia esso allontanava dal partito uomini come De Felice, Macchi, Montalto, Drago, Marchesano e gran parte delle leghe, dei circoli e delle cooperative. Divenuto il simbolo della linea ufficiale del PSI, lavorò per tenere uniti i gruppi superstiti, che assistette in ogni modo, e a Catania II si volle presentare la sua candidatura contro De Felice, anche se destinata a sicura sconfitta, come d’altra parte a Bivona, Palermo IV, Monreale e in tantissimi collegi della penisola.

Negli anni della Grande Guerra, coerente con la sua posizione di internazionalista e pacifista, Barbato fu assolutamente contrario al conflitto in generale e all’intervento dell’Italia, prevedendo l’inutile spargimento di sangue e le disastrose conseguenze politiche che avrebbe provocato. Ciò concorse a far sì che nelle nuove elezioni del 1919 venisse eletto con larga messe di voti deputato per il collegio di Bari.

Quando i comunisti, considerando “oggettivamente rivoluzionaria” la situazione post-bellica, lavorarono per “sovietizzare” il partito in vista del “grandioso evento” che avrebbe affermato la “dittatura del proletariato”, egli fu nettamente avverso, certo che quella scelta non avrebbe recato buoni frutti al proletariato.

Nel gennaio del ’21 si schierò con gli unitari per la continuità del vecchio partito, e di questa posizione diede testimonianza in un documento indirizzato al segretario Lazzari, nel quale dimostrava errate le analisi dei “bolscevichi” e si diceva assolutamente contrario al cambiamento di nome del PSI.

Fortemente debilitato per un tumore maligno che lo aveva costretto a ridurre di molto l’attività politica, morì a Milano due anni dopo, il 23 maggio del 1923, e il compianto, sincero, profondo, fu unanime: secondo un giudizio espresso anni prima da Alessandro Tasca di Cutò, era stato “la coscienza più pura e più giusta” che la politica avesse offerto.

Giuseppe Miccichè