Gregorio Agnini, instancabile difensore degli oppressi

GregorioAgniniÈ certamente una delle figure più belle del vecchio socialismo, così ricco di passione e di fede e così attivo nel sollecitare l’avanzamento dei lavoratori. Nacque a Finale Emilia, in quel di Modena, il 27 settembre del 1856. Compiuto il corso degli studi con il conseguimento del diploma alla Scuola superiore di commercio di Genova, cominciò a lavorare nel settore industriale. Nel contempo rivelò un vivo interesse per l’organizzazione dei lavoratori agricoli, numerosissimi nella sua regione, e questo lo portò presto a impegnarsi nella propaganda e nella organizzazione dei lavoratori. Nel 1882 venne eletto nel Consiglio comunale di Finale e contemporaneamente nel Consiglio provinciale di Modena, dove si distinse per la viva attenzione ai problemi degli strati popolari. Nel 1886 fondò a Mirandola una associazione di braccianti, che registrò presto un vasto richiamo nella categoria dei lavoratori della campagna. Personalmente, però, di lì a un anno fece la prima esperienza di carcerato per avere difeso i lavoratori. A Modena fu presidente della Congregazione di Carità e della Federazione fra le Società dei lavoratori. La sua autorità crebbe contemporaneamente alla sua notorietà, sicchè nel marzo del 1890 i socialisti lo candidarono alla Camera nel collegio di Modena. Eletto, aderì al piccolo gruppo parlamentare socialista che allora faceva le sue prime esperienze di lotta in difesa dei lavoratori e della libertà, e svolse le funzioni di segretario. Nel ’92 fu a Genova tra i fondatori del Partito socialista. Interessato ai Fasci del lavoratori che stavano nascendo in Sicilia, tentò di prendere contatto con gli organizzatori isolani e portare una parola di solidarietà e di incitamento, e a questo fine nel 1893 con Camillo Prampolini si portò a Palermo, ma la polizia fu pronta a fermarli. Come parlamentare si impegnò attivamente a evidenziare alcuni seri problemi della bassa padana, e in particolare la necessità di opere di bonifica, di linee ferrate, di contributi alle cooperative per la realizzazione di lavori pubblici, di elevazione dei salari per i lavoratori subordinati, sfruttati coi lunghi orari di lavoro e con le basse mercedi. Entrato a far parte della Direzione nazionale del partito, si collocò tra i riformisti più moderati, e rinsaldò il suo legame coi lavoratori che tanto lo amavano, e che perciò lo rielessero alla Camera sconfiggendo avversari anche agguerriti. Collaborò frequentemente alla stampa socialista, ma non disdegnò i fogli borghesi, nel desiderio di estendere l’area di possibile fruizione del messaggio socialista in ordine ai vari problemi del paese. Di fronte alla partecipazione dell’Italia alla Grande Guerra, che capovolgeva improvvisamente vecchie alleanze e impegnava il paese in uno sforzo bellico che sarebbe costato 600.000 morti e milioni di feriti e mutilati, e svuotato le casse dello stato, egli assunse una posizione di netto rifiuto. Nel dopoguerra riprese l’attività politica e sindacale nella sua provincia, e nel 1920 venne eletto presidente del Consiglio provinciale di Modena. In un momento di forte radicalizzazione della lotta politica e sindacale, come fu quella immediatamente successiva alla guerra, la vita del partito risentiva molto del contrasto tra le frazioni dei massimalisti-rivoluzionari e dei riformisti in relazione soprattutto ai rapporti col comunismo che si affermava nella lontana Russia e tendeva a orientare con forza i gruppi operanti nei vari paesi. Riformista come in gioventù, egli rimase saldamente legato a una concezione che rifuggiva da ogni estremismo, essendo fermamente convinto della necessità di evitare al paese la reazione borghese e al tempo stesso la dittatura comunista. Per la decima volta, ancora nel 1924 venne eletto alla Camera, ma due anni dopo, avendo partecipato all’Aventino degli oppositori al fascismo, ormai emarginati e impediti di ogni sia pur minima attività politica, venne dichiarato decaduto dal mandato. Durante il ventennio visse appartato, ma fu sempre vigilato dalla polizia. La caduta del fascismo lo trovò novantenne ma sempre animato dall’ideale socialista. Il 25 settembre del ’45, insediatosi tra i componenti della Consulta nazionale, ne fu, in quanto decano, il primo presidente, e in quella veste disse parole pregne di fede nell’Italia rinnovata e libera dopo il tragico ventennio. Ricordati Matteotti, Gramsci e Amendola, i grandi Martiri del movimento proletario e antifascista, profondamente commosso disse: “Sì, mi sembra, consentitemi che lo dica, di sentir riecheggiare qui, alta e solenne, la loro voce, che indica a noi e a tutti gli italiani il sacrosanto dovere che incombe in questo momento, di dare ogni opera, di compiere ogni sforzo per rigenerare la nostra Patria e risollevare le sorti dell’Italia trascinata nel baratro dal fascismo e dalla monarchia!”. Era ancora a Roma quando pochi giorni dopo, il 6 ottobre, morì.

Giuseppe Miccichè

Matteo Gaudioso, uno studioso innamorato del socialismo

Quando faceva lezioni, nelle vecchie aule dell’Ateneo catanese, Matteo Gaudioso sembrava un uomo freddo, tutto preso dalla storia del Diritto, in cui era maestro. Quando invece  entrava a più diretto contatto e dialogava con gli studenti appariva diverso, caldo, affettuoso, partecipativo, ed era lui che aiutava gli interlocutori ad aprirsi, ad esprimere dubbi e a chiedere chiarimenti.

Così era, affettuoso, partecipativo, dialogante dentro il partito, nella Federazione provinciale del Partito Socialista, nelle visite alle sezioni, nei rapporti coi dirigenti e con la base,  insieme prestigioso docente universitario  e uomo politico estremamente sensibile e aperto alla vita dei lavoratori, dei giovani, fortemente inserito nella vita del Partito socialista.

Nato a Francofonte, la cittadina dei vasti e profumati aranceti, il  18 febbraio 1892, compì gli studi primari e secondari  distinguendosi per la netta preferenza delle discipline letterarie e storiche. Passato all’Università, dovette interrompere la frequenza dei corsi perché richiamato alle armi quando iniziò la Grande Guerra e venne aggregato nel corpo dei bersaglieri. Nel 1916, trovandosi in servizio nella zona della Carnia, venne ferito. Degente in ospedale, ultimò e diede alle stampe la sua prima opera, “Francofonte – ricerche e considerazioni storiche”,  nella quale ripercorreva la plurisecolare vita della città natale. Nel ’17 si trovò coinvolto nella ritirata di Caporetto: fatto prigioniero, venne trasferito in Germania e nei campi di raccolta  dei prigionieri rimase fino alla fine della guerra. Tornato nelle aule dell’Università di Palermo, riprese gli studi universitari e nel 1920 conseguì la laurea in Giurisprudenza. Si iscrisse quindi all’Università di Catania, dove seguì i corsi  di Lettere, interrotti nel 1922 per conseguire a Palermo il diploma di Paleografia e Dottrina archivistica presso quell’Archivio di Stato, sotto la guida del grande paleografo G.A. Garufi. Tornò quindi ai banchi universitari e nel 1925 conseguì la seconda laurea. Di lì a poco ebbe inizio la sua attività di insegnante in un Liceo, ma le sue passioni erano sempre la storia e la ricerca archivistica, e perciò fu lieto quando ottenne un impiego presso l’Archivio di Stato di  Catania, di cui nel ’31 divenne direttore.

Nel ’32 ottenne a Palermo il diploma della Scuola di Paleografia e Storia medievale. Cinque anni dopo conseguì  la libera docenza in Storia del Diritto italiano presso l’Università di Catania. I tempi, però, erano impossibili per chi amava la libertà, ed egli da tempo era animato da spirito liberale democratico. Guardato con crescente sospetto dalla polizia, nel 1941 venne trasferito a Firenze, dove lavorò presso il locale Archivio di Stato. Riprese le ricerche storiche, diede alle stampe un libro sul territorio di Lentini e un altro sulla schiavitù domestica in Sicilia al tempo della dominazione  normanna, che vennero recensiti con favore da alcuni periodici specialistici.

La caduta del fascismo e la Resistenza lo trovarono ancora in Toscana, dove, animato sempre da forti ideali di libertà,  si unì ai partigiani. Quando, con la sconfitta del nazifascismo, il paese venne restituito alla democrazia e alla libertà, rientrò nella sua isola e riprese il suo posto di libero docente nell’Università di Catania, estendendo l’insegnamento anche all’Ateneo messinese. Durante il periodo dello “scelbismo” venne guardato con scarsa simpatia per i suoi trascorsi di partigiano, e alla fine degli anni 40 subì un nuovo trasferimento con destinazione Venezia. Questa volta non volle  subire  il diktat:  rinunziò ad ogni incarico negli Archivi di Stato e si restituì alle ricerche e agli studi. Nel 1952 pubblicò un lavoro denso di  documentazione e di pensiero sulla “Natura giuridica delle autonomie cittadine nel Regnum Siciliae”. Si apriva intanto un nuovo campo di impegno: quello politico e di partito. Già da parecchi anni su posizioni socialiste, egli entrò attivamente nella militanza di partito, dando  logico  sbocco alle sue idee, scaturite oltre che dalla  osservazione della realtà meridionale anche dagli studi sulla storia del popolo siciliano e della sua aspirazione alla giustizia e alla libertà. Motivando il suo concreto impegno tra i lavoratori disse allora che intendeva esprimere una  “reazione ai secoli di oppressione e di sfruttamento delle classi popolare documentati negli archivi”.

La Federazione socialista di Catania viveva in quel periodo momenti difficili per contrasti tra le correnti interne al partito. Egli si diede allora interamente e con passione alla vita di partito, divenendo l’elemento di punta di un gruppo di giovani socialisti – Luigi Nicosia, Salvatore Miccichè, Nando Giambra, Maria Alessi (poi parlamentare), Lello Pappalardo, Cristoforo Montebello, Sebastiano Russo, che intendevano rinnovare e modernizzare le strutture del partito, facendolo partecipare più attivamente alle lotte per la riforma agraria e per una politica amministrativa equilibrata e di progresso sul piano fiscale, e più tardi divenuti  linfa vitale e rinnovatrice in diverse federazioni  isolane e nella CGIL.  Nel ’52  venne eletto consigliere comunale, nel 1953 deputato alla Camera dei deputati  nel collegio della Sicilia orientale (Catania, Messina, Enna, Siracusa, Ragusa) assieme all’on. Biagio Andò di Giarre, e venne riconfermato nel 1957. Conoscitore profondo delle vicende isolane, e interprete del bisogno di liberazione dal potere malavitoso avvertito dai conterranei, sostenne caldamente e insistentemente la necessità di costituire la Commissione parlamentare antimafia, cosa che alla fine trovò concreta realizzazione. Caldeggiò anche interventi nel settore della pubblica istruzione  e dei beni culturali.  Nella tarda età, pur non allontanandosi interamente dalla vita politica e di partito, riprese i suoi studi diletti e le sue ricerche, che confluirono in opere specifiche, tra cui  “La questione demaniale e la formazione urbanistica e sacra di Francofonte”, “La comunità ebraica di Catania tra il XIV e il XV secolo”. Come scrisse lo storico socialista Giarrizzo, con le precedenti opere esse costituiscono “un patrimonio imponente, la cui ricognizione può dare non  piccolo contributo alla affannosa, inquieta ricerca di identità di questa nostra terra, arrogante insieme e disperata”. Si spense a Catania il  27 dicembre del 1985.

Giuseppe Miccichè 

Ugo Guido Mondolfo, l’intelligenza al servizio del socialismo

Per molti anni  il nome di Ugo Guido Mondolfo  evocò “Critica Sociale”, la rivista che Turati aveva saputo collocare su un piano politico-culturale estremamente elevato facendola strumento di  elaborazione e di diffusione del socialismo riformista. Nato a  Sinigallia il 26 giugno del 1875 in una famiglia di ebrei discretamente agiata, Ugo Guido ebbe la possibilità di accedere agli studi superiori, che  seguì con risultati brillanti. Aveva appena diciassette anni quando si iscrisse all’Università di Firenze,  e ventuno quando  si laureò in Lettere. Mentre frequentava i corsi universitari assieme al fratello Rodolfo, futuro grande storico, entrò in contatto con alcuni giovani – Cesare Battisti, Gaetano Salvemini, Ernesta Bittanti –  destinati a lasciare un segno profondo nella storia del nostro paese.

Appena conseguita la laurea volle proseguire gli studi e a Siena frequentò i corsi di Legge sino al conseguimento, nel ‘99, della laurea.  Nel frattempo aveva però aderito al Partito socialista e collaborato ad alcuni fogli socialisti. Aveva inoltre assunto la direzione  de “La Riscossa” ed era divenuto uno dei più noti dirigenti e organizzatori  socialisti nel senese.

Presto si avviò all’insegnamento, prima a Cagliari, poi a Terni. Al tempo stesso iniziò la ricerca storica, con particolare riferimento  al feudalesimo e  al  mondo politico in età medievale. Si impegnò  anche  nella organizzazione degli insegnanti, fino a costituire la Federazione Nazionale Insegnanti Scuola Media, che dal 1907 lo ebbe suo presidente. Passato a Milano, aggiunse  all’insegnamento una intensa attività politica in qualità di propagandista, organizzatore, distinguendosi per le posizioni riformiste. Dal 1914 fu consigliere comunale e assessore nel capoluogo lombardo. Ai primi segni della guerra che allora si annunziava, si schierò in favore della neutralità dell’Italia, rifuggendo però da ogni  estremismo e solo preoccupandosi del destino del paese e del proletariato.  Per questo  venne guardato con scarsa simpatia  dai massimalisti, che nel 1920 lo esclusero  dalla candidatura al Consiglio comunale. Tornò in consiglio due anni dopo in rappresentanza del PSU appena costituito, ma come consigliere di minoranza avendo i fascio-liberal-popolari conquistato il comune, già roccaforte socialista. Attivissimo nella collaborazione a “Critica Sociale”, la rivista quindicinale diretta da Turati, che nel 1920 lo volle suo vice nella direzione, lo fu anche di “Quarto Stato”, la rivista fondata da Carlo Rosselli e Pietro Nenni, nella quale si iniziava la riflessione sulla complessa vicenda del socialismo.  Sciolti i partiti e i sindacati di opposizione e impedita ogni libera attività politica, visse insegnando fino al 1938, anno in cui per le leggi razziali venne allontanato dalla scuola. All’inizio della seconda guerra mondiale venne arrestato e per qualche tempo confinato in provincia di Pesaro. Tornato in libertà, espatriò in Svizzera, e rientrò in Italia solo a guerra finita. Reinseritosi nella vita del Partito socialista, tenendo come sempre  posizioni riformiste, promosse dal settembre del ’45 la ripresa delle pubblicazioni di “Critica Sociale”, che diresse assieme ad Antonio Greppi. Grazie al suo forte impegno, presto la rivista  si affermò, divenendo una delle più importanti espressioni della stampa socialista, vera palestra di idee grazie alla sua collaborazione unita a quella di Antonio Greppi, Antonio Valeri, Giuseppe Faravelli, Nino Mazzoni, Virgilio Dagnino e altri.

Nel 1946 venne eletto consigliere comunale e fece parte della prima amministrazione socialista capeggiata da  Greppi, rimasta  esempio di fattività e di capacità rinnovatrice e modernizzatrice. Partecipò con passione al travaglio del partito  e al confronto tra le correnti interne, che allora verteva principalmente sul problema della unità col Pci e sulla collaborazione con altri partiti. Quando nel gennaio del  ’47 si giunse alla scissione,  egli  aderì al PSLI e ne divenne consegretario. Nel 1948 venne eletto alla Camera dei deputati nella circoscrizione Milano – Pavia, ma alla fine del ’49, in polemica con la posizione accentuatamente atlantista  che il partito aveva assunto, confluì nella piccola formazione politica che nel frattempo era stata costituita da Giuseppe Romita. Nel ’51 la convergenza dei vari gruppi che si riconoscevano nella socialdemocrazia portò alla costituzione del PSDI, e U. G. Mondolfo, sempre fermo nelle sue posizioni di socialista riformista,  ritenne di dovervi aderire.  Presto però  assunse posizioni di critica, che nel ’53 lo portarono ad avversare l’accettazione della nuova legge elettorale, la cosiddetta “legge truffa”, e l’apparentamento con la DC, da lui considerate  negazioni della posizione autonoma del partito. Morì a Milano il  23 marzo  1958. “Critica Sociale” gli dedicò subito un ricco supplemento, cui seguirono sette anni dopo un volume di suoi Scritti, e nel ’71 “Una battaglia per il socialismo”.

Giuseppe Miccichè

Sebastiano Cammareri Scurti, fautore del rinnovamento agricolo in Sicilia

Sebastiano Cammareri Scurti“Tenace nel suo rapporto col PSI” scrisse di lui lo storico Giuseppe Carlo Marino, autore nel 1972 di un bel saggio (“Socialismo nel latifondo”) nel quale vengono acutamente rilevati l’importanza dell’opera svolta per lunghi anni dal Cammareri Scurti nel movimento contadino della Sicilia occidentale e il valore del suo meridionalismo, sotto ogni aspetto ancor oggi valido; “socialista senza aggettivi” lo disse all’indomani della sua morte “La Cooperazione siciliana”. Nei due giudizi veniva colto il carattere di quest’uomo, che rimase sempre fedele al Partito socialista e seppe indicare ai lavoratori e alle forze politiche l’intervento necessario ai fini del riscatto del Sud.

Sebastiano Cammareri Scurti nacque a Marsala il 27 marzo 1852. La cittadina faceva parte di un’area che nella viticoltura individuava la propria vocazione, ma che era circondata e soffocata dai latifondi.

Il giovane Sebastiano studiò agronomia, e conseguito il titolo specifico si dedicò con estrema serietà e passione all’esercizio della professione. La sua preparazione venne presto apprezzata: l’on. Abele Damiani, incaricato di guidare i commissari preposti all’inchiesta sulle condizioni della economia agricola che veniva condotta in Sicilia nel quadro della Inchiesta parlamentare diretta a livello nazionale da Stefano Iacini, lo volle quale segretario della Commissione. Cammareri Scurti fu attivissimo nella redazione delle relazioni poi confluite nel volume riguardante l’isola, e attraverso questo lavoro potè conoscere in modo approfondito le condizioni socio-economiche della Sicilia. Sulla base delle conoscenze acquisite osservando la realtà in cui operava, studiando le relazioni, entrando in rapporto con i rappresentanti del mondo economico e politico maturò una concezione che vedeva nel socialismo gradualista e nel cooperativismo gli strumenti per la liberazione e la crescita dell’isola.

Guardò con interesse e speranza al Movimento dei Fasci dei Lavoratori, anche se non svolse al loro interno una particolare attività. Nel ’96 per conto di “Critica sociale”, la rivista del socialismo gradualista che Turati pubblicava a Milano, diede alle stampe la prima parte di un ampio saggio sul problema agrario siciliano. Il saggio segnò la sua adesione al Partito socialista, che divenne ufficiale l’anno dopo con la fondazione della sezione marsalese del partito e la direzione dell’organo di stampa “Il Diritto alla vita”. A questi atti fece seguire la collaborazione a “Critica Sociale”, alla “Rivista Popolare” del Colaianni, e a vari fogli isolani, tra cui “La Battaglia”, che a Palermo era diretta da Alessandro Tasca di Cutò. Di estremo interesse furono i saggi “Socializziamo la terra!” apparso sulla rivista milanese, e “Il socialismo in Sicilia e la nazionalizzazione della terra” e “Il suffragio universale e la colonizzazione interna” pubblicati invece sulla rivista del Colaianni.

Approfondì lo studio della mafia, evidenziando la sua azione in favore dei gruppi di potere nel controllo degli strati popolari e nella manipolazione dell’elettorato, e insistette sulla necessità di espropriare i latifondi. Quale direttore della Società Cooperativa San Marco di Monte San Giuliano diede prova di grande capacità, facendo sì che divenisse modello per quanti intendevano combattere la grande proprietà e offrire ai siciliani un sicuro strumento di sviluppo e di modernizzazione delle terre coltivabili. Nel 1905 promosse “Monte”, poi divenuto “Terra Libera”, organo della Lega e della Cooperativa “San Marco”. Quattro anni dopo pubblicò la seconda parte del saggio sul problema agrario siciliano.

Divenuto figura prestigiosa nel mondo progressista, venne chiamato a far parte della Direzione nazionale del PSI in rappresentanza delle organizzazioni politiche ed economiche socialiste presenti nell’isola. Dopo l’uccisione di Lorenzo Panepinto, nel maggio del 1911, accettò di subentrargli nella direzione della Cooperativa di Santo Stefano Quisquina, e si sforzò di farla vivere sulla linea seguita dal cooperatore defunto. Convinto anticolonialista, avversò l’occupazione della Libia, che in quel periodo veniva esaltata dalla destra economica e politica perché permetteva di indebolire la pressione sociale in Italia, e ancora una volta indicò nello sviluppo delle cooperative la strada per sconfiggere il latifondo e dare lavoro al proletariato agricolo isolano. L’anno dopo non condivise le motivazioni di quanti, al seguito di Tasca di Cutò, De Felice, Macchi, Lo Piano, Toscano, ecc., tendevano al distacco dal partito, e diedero poi vita al PSRI, polemico nei confronti del settentrionalismo della Direzione del PSI, e rimase fedele al partito. Morì a Santo Stefano Quisquina il 13 agosto 1912.

Giuseppe Miccichè

Achille Corona, fedeltà assoluta al partito e ai lavoratori

Achille_Corona

Fu per diversi anni uno dei più noti dirigenti socialisti, fortemente impegnato nelle organizzazioni del partito e per  suo conto consigliere comunale, assessore, parlamentare e ministro. Nato a Roma il 30 luglio 1914, studiò fino al conseguimento della laurea in Legge.  Era ancora giovanissimo quando si  fece notare per la critica  rivolta al regime fascista, promotore di nuove guerre, di leggi liberticide e di alleanza innaturali e impopolari, e si avvicinò a noti antifascisti che, sfidando fermi ed arresti, svolgevano una discreta attività propagandistica.

Con l’entrata in guerra  dell’Italia a fianco della Germania hitleriana, nel 1940, radicalizzò la propria posizione politica, e nel 1943 si schierò apertamente coi socialisti. Il 26 luglio, subito dopo l’arresto di Mussolini, si unì a un gruppo di patrioti, tra cui era Tullio Vecchietti, che nella tipografia dove in passato veniva stampato “Il Lavoro fascista” riuscirono a compilare e stampare un numero dell’Avanti! che poi diffusero in città.Successivamente  fece parte della redazione dell’organo socialista che venne ancora stampato anche quando i tedeschi occuparono la città. Per questa attività venne arrestato  e rinchiuso nelle carceri di Regina Coeli. Riacquistata la libertà dopo la liberazione di Roma da parte degli Alleati, partecipò alla costituzione del Movimento di Unità Proletaria, una formazione  quasi interamente di giovani, tra cui erano Leo Solari, Giuliano Vassalli, Tullio Vecchietti,  che si proponeva un rinnovamento profondo del Partito socialista alla luce dell’esperienza fatta soprattutto nel primo dopoguerra dal vecchio PSI e dal PSU. Nel ’45 il gruppo ritenne matura la situazione  per fondersi col  PSI, e nacque il PSIUP, (Partito Socialista di Unità Proletaria), che si accinse a  guidare  le forze progressiste nella ormai prossima battaglia per una Italia  nuova, repubblicana, democratica, sociale.

Circa la posizione del partito nello scacchiere nazionale, egli si espresse  per  l’unità dei due partiti della sinistra nell’azione, ma respinse l’idea della loro fusione in un partito unico che avrebbe  cancellato la specificità socialista. Nella primavera del successivo anno fu attivissimo nella propaganda per le elezioni amministrative e subito dopo per il Referendum istituzionale e la Costituente. Non lo fu meno nei successivi mesi, che videro il partito fortemente scosso dallo scontro  tra “autonomisti”  e “unitari” e avviato  alla scissione  dalla quale nacque  il PSLI.  Egli non approvò  la separazione, cosciente del fatto che, come la storia insegnava, ogni lacerazione produce indebolimento del corpo che la subisce. Il PSIUP, infatti, ridenominatosi PSI, perdette la forza che lo aveva  reso guida  della sinistra, venendo da allora scavalcato dal PCI.

Nell’ aprile del ’48  Corona iniziò una esperienza nuova. Costituitosi il Fronte Democratico Popolare  per la convergenza di PCI, PSI e Indipendenti,  egli venne  candidato alla Camera nelle Marche e fu tra gli eletti. Dopo il breve intervallo della Direzione centrista di Jacometti e Lombardi, avutasi dopo la sconfitta del Fronte e la forte perdita di parlamentari socialisti, entrò nella  nuova Direzione del partito, nella quale  resse con grande abilità  l’ Ufficio Enti locali e successivamente l’Ufficio Internazionale e dal ’51 l’Ufficio stampa e propaganda e l’Ufficio per i rapporti con i gruppi parlamentari, guadagnandosi una fiducia ancor più vasta a livello nazionale. Ripresentato per la Camera  nel 1953, 1958, 1963 e 1968, venne  sempre eletto con ampio suffragio. Nel 1956  fu  ad  Helsinki al Congresso dei partigiani della pace, nel quale con Lombardi e Fogliaresi  espresse  il disimpegno dei socialisti da una organizzazione che non mostrava più l’indipendenza di giudizio e di azione nei confronti della politica sovietica. Ai vari livelli se ne apprezzava la  preparazione e l’equilibrio, per cui veniva designato  per incarichi locali e nazionali. A partire dal 1951 fu consigliere comunale e anche assessore al Comune di Pesaro. Nel 1963 fu Ministro del Turismo,  successivamente dell’Ambiente e dello Spettacolo. In questi settori egli incise  fortemente: soprattutto nel mondo del teatro e di quello lirico più in particolare egli lasciò il segno della sua attività, tra l’altro promuovendo  nel ’67  una legge che favoriva in misura notevole l’attività musicale.  Per lunghi anni a fianco di Francesco De Martino, vi-segretario con Nenni e poi segretario,  ne condivise le idee e ne sostenne convintamente l’azione. Quando perciò all’interno del partito si costituì una nuova maggioranza e Bettino Craxi assunse la segreteria, egli lasciò gradualmente ogni carica e si ritrasse sempre più nell’ombra. Morì a Roma appena sessantacinquenne il 23 novembre 1979.

Giuseppe Micciché 

Andrea Lorenzetti: prigioniero dei nazisti, libero sempre

Dalle carceri di Milano al campo di transito di Fossoli e al lager di Mauthausen, si snoda dal marzo 1944 al maggio 1945 l’itinerario di speranze e di sofferenze di Andrea Lorenzetti.

Nato ad Ancona il 26 maggio 1907 da famiglia modesta (padre agente di commercio, madre casalinga), a sedici anni si diplomò ragioniere e cominciò a lavorare in banca ad Ancona.

Dopo qualche anno si trasferì a Milano al Crédit Commercial de France, finché nel 1934 entrò nello studio del banchiere Antonio Foglia, occupandosi di Borsa.

Nel 1937 fu promosso procuratore di Borsa.

Le prime notizie della sua attività politica risalgono all’autunno 1942, quando partecipò alle riunioni clandestine preparatorie alla rifondazione del Partito Socialista Italiano clandestino.

Subito dopo l’armistizio prese parte a una riunione presso lo studio di Antonio Foglia con i rappresentanti del costituendo CLN con l’obiettivo di prevenire l’occupazione tedesca di Milano.

Nel frattempo, l’ex.deputato socialista Domenico Viotto (Quinto Vicentino, 1887 – Milano, 1976), rientrato a Milano dal confino a Fabriano verso la fine del 1941, aveva affiancato Lelio Basso nella fondazione del “Movimento di unità proletaria”, organizzazione clandestina di opposizione antifascista che, nell’agosto del 1943 (dopo la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini), confluì, assieme ai militanti del PSI clandestino dell’Alta Italia e agli esponenti del PSI reduci dall’esilio in Francia, nel Partito Socialista di Unità Proletaria – PSIUP.

Viotto rappresentava il PSIUP nel CLN milanese, quando nel novembre 1943, in seguito a una vicenda personale che gli valse accuse di leggerezza cospirativa, dopo essere sfuggito per poco all’arresto, fu costretto a riparare in Svizzera.

Lo sostituì quale rappresentante del PSIUP nel CLN milanese Andrea Lorenzetti: questi il 3 gennaio 1944, su proposta del segretario Marcello Cirenei, venne nominato vice-segreterio del PSIUP per l’Alta Italia insieme all’avv. Ottaviano Pieraccini.

Inoltre, si occupò della redazione e diffusione dell’edizione milanese dell’Avanti! clandestino, di cui uscirono, nel periodo settembre 1943-maggio 1944, ben ventotto numeri, quasi uno la settimana.

Ricordò Marcello Cirenei: «L’Avanti! clandestino era regolarmente pubblicato: Lorenzetti si occupava della stampa e della ricezione e raccolta degli articoli: ne inviavano Guido Mazzali, e anche altri, tra i quali Ludovico d’Aragona, Lodovico Targetti, Giorgio Marzola.»

Fu uno degli organizzatori del grande sciopero del 1° marzo 1944, che paralizzò la produzione industriale delle fabbriche milanesi per un’intera settimana.

Ha ricordato Marcello Cirenei: «Lo sciopero generale riuscì una impressionante e davvero imponente dimostrazione della volontà e potenza delle masse lavoratrici — compresi gli intellettuali — di abbattere il nazifascismo e di conquistare la libertà. Il partito Socialista ha avuto nella preparazione e nella esecuzione dello sciopero una parte essenziale, in fraterna e intima collaborazione con il partito Comunista».

Il New York Times del 9 marzo 1944 scrisse: «In fatto di dimostrazioni di masse non è avvenuto niente nell’Europa occupata che si possa paragonare con la rivolta degli operai italiani. E’ il punto culminante di una campagna di sabotaggio, di scioperi locali e di guerriglie, che ha avuto meno pubblicità del movimento di resistenza francese perché l’Italia del nord è stata più tagliata fuori dal mondo esteriore. Ma è una prova impressionante che gli italiani, disarmati come sono e sottoposti a una doppia schiavitù combattono con coraggio e audacia quando hanno una causa per la quale combattere…».

La dura repressione seguita allo sciopero e probabilmente anche qualche spiata provocarono la cattura di quasi tutto il gruppo dirigente del PSIUP milanese clandestino.

Il 10 marzo 1944 Lorenzetti venne arrestato. Riferì Cirenei: «… per caso fortuito e fortunato, mentre mi avviavo per Via Borgonuovo, al quartiere generale del partito, mi imbattei in Lorenzetti, condotto da due agenti in borghese, e ad un suo cenno del capo, riuscii a comprendere ed a sottrarmi, successivamente constatando che il nostro quartiere generale di Via Borgonuovo 5 era occupato dalle SS …».

Vennero arrestati anche il tesoriere del partito, avv. Antonio De Giorgi (presso il cui studio di via Brorgonuovo 5 si tenevano le riunioni del PSIUP clandestino), Ottaviano Pieraccini, il sindacalista Umberto Recalcati, Riccardo Ronzoni, Aldo Valcarenghi, e a Torino, Filippo Acciarini e Alfonso Ogliaro. Finirono tutti nel lager austriaco di Mauthausen, da cui il solo Valcarenghi fece ritorno.

Dopo l’arresto, Lorenzetti fu tradotto nel carcere di San Vittore, dove restò in isolamento fino al 27 aprile 1944.

Fu poi inviato al campo di concentramento di Fossoli, vicino Carpi (Mo); il 21 luglio fu trasferito al lager di Bolzano. Ai primi di agosto (presumibilmente il 5, con il trasporto n. 73) fu deportato al lager di Mauthausen, in Austria. Smistato in uno dei peggiori sottocampi di Mauthausen, il Gusen III, Andrea riuscì a resistere fino alla liberazione del campo da parte delle truppe americane, il 5 maggio 1945.

Provato fisicamente dalle difficili condizioni di prigionia, venne ricoverato in ospedale, dove morì, in una data tra il 15 e il 17 maggio 1945. Prossimo alla fine, dettò al compagno di prigionia e collega operatore di borsa Aldo Ravelli (1912-1995), il suo testamento spirituale, che poi Ravelli consegnò ai famigliari. In esso Lorenzetti affermò: “… Prego i miei di perdonarmi il dolore che arreco loro. Non mi pento di quello che ho fatto; malgrado tutto quello che ho sofferto, sarei pronto a ricominciare, perciò non mi compiango. Penso a tutti, vi abbraccio”.

L’Avanti! del 25 dicembre 1946 ne riportò una commemorazione postuma.

Il 20 marzo 1949, su proposta di Antonio Foglia, gli venne intitolato l’Istituto di Studi sulle Borse Valori dell’Università Bocconi di Milano, presso il quale venne apposta una lapide commemorativa.

Il 22 marzo 2017 la “Fondazione Memoria della Deportazione” ha acquisito la donazione, da parte del figlio Guido, del Fondo archivistico di Andrea Lorenzetti.

Esso consiste nella corrispondenza da lui inviata ai famigliari dal carcere di San Vittore di Milano e dal campo di concentramento di Fossoli, in ritagli a stampa successivi alla morte, in documenti diversi attestanti il decesso e la qualifica partigiana, documenti che si inscrivono nell’arco cronologico 1944-1964.

Con questi documenti il figlio Guido ha realizzato un volume di memorie dal significativo titolo “Andrea Lorenzetti: prigioniero dei nazisti, libero sempre. Lettere da San Vittore e da Fossoli. Marzo- luglio 1944”.

Il libro è stato presentato dall’autore venerdì 16 febbraio ad Ancona, la città natale di Lorenzetti, presso la sala Ricci del Consiglio regionale delle Marche, nella cui Biblioteca è stata inaugurata una mostra che rimarrà visitabile fino al 23 febbraio 2018.

L’iniziativa è stata curata dall’ANPI di Ancona, in collaborazione con la Fondazione Memoria della Deportazione, l’Istituto Gramsci, la Fondazione Nenni ed il Circolo “Pietro Nenni” di Ancona, con il patrocinio dell’Assemblea Legislativa delle Marche e del Comune di Ancona.

Il direttore dell’Avanti! on line, on. Mauro Del Bue, ha inviato al convegno il seguente messaggio: «“Ci sono dei momenti nella vita che dentro di noi la coscienza chiama e dice ‘questo è il tuo dovere’ e non ci si può sottrarre senza perdere la stima di noi stessi”. In queste parole indirizzate da Andrea Lorenzetti ai suoi cari dal carcere milanese di San Vittore sono ben rappresentati il carattere, la forza di volontà e la lucida accettazione delle terribili conseguenze della sua scelta di combattere, assieme ai suoi compagni del partito socialista clandestino, il nazifascismo. Un giovane uomo morto a meno di trentott’anni per le fatiche e i maltrattamenti nel lager dove si perseguiva lo sterminio tramite il lavoro. Un socialista impegnato nella lotta per la libertà che trovò nel suo giornale uno degli strumenti più validi per condurre la sua battaglia. Il suo esempio deve guidarci nel continuare a far sentire ogni giorno la voce libera dell’Avanti! e del socialismo».

Alfonso Maria Capriolo

Angelo Corsi, socialista che difese i minatori sardi

Tra gli uomini più rappresentativi del socialismo sardo Angelo Corsi occupa con Giuseppe Cavallera, Claudio de Martis, Giuseppe Fasola, Cesare Loi un posto di primo piano per l’impegno nell’attività propagandistica e organizzativa e per la difesa dei minatori e della economia di quell’isola. Nacque a Capestrano, in provincia dell’Aquila, il 6 ottobre del 1889. Aveva appena 16 anni quando si trasferì in Sardegna, ad Iglesias, centro minerario di primaria importanza, che dava carbone, piombo, zinco, sotto il controllo di imprenditori stranieri. Compì gli studi universitari a Firenze, dove seguì i corsi di scienze sociali, e conobbe alcuni degli uomini di cultura più impegnati nel campo progressista, tra i quali in particolare Gaetano Salvemini, che gli comunicò la fede nella redenzione del Meridione. Sotto le suggestioni dei suoi maestri e della problematica meridionalistica prese a considerare con particolare interesse la situazione in cui versava l’Iglesiente, come facevano già alcuni propagandisti di orientamento socialista, decisi a sottrarre quell’importante bacino minerario agli industriali stranieri, che sottraevano ricchezze alla Sardegna e nel contempo sfruttavano pesantemente migliaia di lavoratori. Lo sfruttamento dei lavoratori veniva allora esercitato in tutta l’isola, provocando forti agitazioni, come nel 1906 quando una serie di moti agitò vaste aree isolane, provocando la reazione del padronato, in difesa del quale le forze dell’ordine intervennero provocando diversi morti e feriti. Fu in quegli anni che Angelo Corsi, pieno di entusiasmo e di fede nel riscatto del lavoro, aderì al socialismo e partecipò all’attività propagandistica che veniva svolta da qualche tempo in diverse aree isolane e portavano molti operai, contadini, lavoratori del mare a organizzarsi nel PSI e nel sindacato. Nel 1913 venne eletto consigliere comunale a Iglesias e poi sindaco, l’anno dopo consigliere provinciale. Amministrare allora non fu cosa facile: mancavano i fondi , esauriti per il malgoverno delle città, e la situazione generale diveniva sempre più difficile per l’incombere e poi per l’inizio della Grande Guerra. I sindaci socialisti elaborarono allora un piano di attività e di interventi che mirava ad alleviare le difficoltà in cui versavano gli strati popolari e le famiglie dei combattenti. Fu questa una attività che gli procurò larga notorietà nel partito, sicchè la Direzione lo nominò responsabile politico per la provincia di Cagliari. Nel dibattito tra le correnti e nelle lotte in favore degli lavoratori egli mostrò sempre di aderire al riformismo. All’indomani della guerra elaborò alcune idee, che propose in uno scritto nel quale chiedeva il decentramento regionale, il potenziamento delle funzioni dei comuni, e respingeva le posizioni separatiste. Montava già la polemica politica e si radicalizzavano le posizioni tra i lavoratori, che manifestavano contro l’insostenibilità delle loro condizioni di vita e chiedevano riforme (nel maggio del 1920 a Iglesias ci fu uno scontro di dimostranti con la polizia, che provocò sette morti e numerosi feriti). Nel partito era in corso lo scontro tra massimalisti rivoluzionari e riformisti, ed egli si trovò in difficoltà e quasi sempre in minoranza. Tuttavia nelle elezioni del 1921 venne eletto deputato alla Camera per il collegio di Cagliari. Dovette allora muoversi in una situazione che diveniva sempre più difficile per il montare della marea reazionaria e l’azione delle squadracce. Questa situazione si aggravò ulteriormente dopo la marcia su Roma, e in particolare nel 1924, durante la campagna elettorale per il rinnovo della Camera, nella quale, impedita in ogni modo l’attività delle minoranze politiche, non venne rieletto. Nel 1925 venne arrestato e di lì a poco assegnato al confino per cinque anni, poi commutati in ammonizione per due anni. Alla caduta del fascismo riprese il suo posto nel partito, partecipò ai primi congressi dell’antifascismo meridionale e fece parte delle Consulte regionale e nazionale. Fu anche sottosegretario alla Marina mercantile nei governi presieduti da Ivanoe Bonomi, poi da Ferruccio Parri, infine da Alcide De Gasperi, che nel suo secondo ministero lo volle sottosegretario agli Interni. Il 2 giugno del ’46 venne eletto deputato alla Costituente. Co-protagonista del dibattito interno al Partito socialista, seriamente travagliato per lo stretto rapporto col Partito comunista, nel gennaio del ’47 aderì alla scissione socialdemocratica che diede vita al PSLI, di cui in Sardegna fu naturalmente il massimo rappresentante. Venne poi rieletto alla Camera nell’aprile del ’48 in rappresentanza delle liste di US (PSLI e gruppi diversi), ma si dimise per assumere la presidenza del Comitato del Fondo per il finanziamento dell’industria meccanica e poi dell’INPS (Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale. Lavorò ancora per diversi anni fuori dal Parlamento, distinguendosi per capacità e dedizione, fino alla morte, che avvenne a Roma il 16 dicembre del 1966.

Giuseppe Miccichè

Nicola Capria, una vita per il riscatto delle popolazioni meridionali

Nacque a  San Ferdinando di Rosarno, piccolo comune calabro sul Golfo di Gioia Tauro, il 6 novembre del 1932, ed ivi trascorse gli anni dell’infanzia. Si trasferì poi a Messina, dove compì interamente il corso degli studi, fino al conseguimento della laurea in Legge. Giovanissimo ancora, aderì al PSI. Nella città del Faro il socialismo aveva svolto già dalla fine dell’800 una positiva azione di risveglio degli strati popolari, grazie all’impegno di uomini di forte tempra come Francesco Lo Sardo, Nicola Petrina, Giovanni Noè, la cui lotta si era principalmente indirizzata contro una classe dirigente fortemente conservatrice e maestra di trasformismo. Il Psi aveva articolato la propria presenza in diversi comuni, organizzando contadini e artigiani, e nel capoluogo anche un buon numero di marittimi, e diffondendo il proprio messaggio attraverso le pagine de “Il Riscatto”. La città e l’entroterra avevano dato all’antifascismo figure adamantine e di grande fede nella libertà e nel progresso, la cui espressione massima era stato il martirio di Lo Sardo. Su questo solco si era incamminato il partito a partire dal ’43, riprendendo l’attività propagandistica e organizzativa. Capria a norma di Statuto fece prima parte della FGS, poi entrò nel partito, tra gli adulti. I dirigenti compresero subito le sue doti: era un giovane vivace, intelligente, colto, e per questo lo valorizzarono designandolo a posti di responsabilità. Capria fu infatti segretario di sezione, consigliere comunale e poi capogruppo, e lavorò con Vincenzo Gatto, Gaetano Franchina e altri, contribuendo alla nascita di nuove sezioni e alla crescita degli iscritti. Sposò intanto Gabriella Molè, docente di lingua cinese antica nell’Università di Roma e sinologa illustre, figlia del prof. Enrico Molè, uomo politico e di governo nel primo e nel secondo dopoguerra. Nel 1967 il partito e l’elettorato gli dimostrarono forte legame e stima, eleggendolo deputato all’ARS. La sua presenza all’Assemblea lasciò importanti segni, sicchè il partito lo ripresentò nelle successive elezioni  eleggendolo con larga messe di voti. Nel 1971 venne eletto  Assessore regionale all’Industria e  nel successivo anno vice-presidente della Regione.

La sua  azione risultò in quegli anni largamente positiva: tra l’altro egli concluse un accordo con l’Algeria per la costruzione del gasdotto che da quella terra africana avrebbe portato il metano in Sicilia e un accordo con l’ URSS per la costruzione del gasdotto, di cui, essendo ancora in carica, vide realizzata la prima parte. Nel 1974 venne eletto segretario regionale del PSI. Due anni dopo fu tra i principali sostenitori della cosiddetta svolta del Midas, per la quale Bettino Craxi assunse la guida del partito subentrando a Francesco De Martino, e il partito, rinnovandosi profondamente, si collocò vie più sulla strada della collaborazione con la DC con l’obiettivo, difficile da raggiungere e poi non raggiunto, della supremazia nella sinistra.

Da quel momento la sua attività si trasferì a livello nazionale. Eletto nel 1978 componente della Direzione nazionale del partito, lasciò l’ARS non senza avere prima ottenuto l’approvazione della legge sul turismo, che prevedeva tra l’altro la edificabilità lungo le coste solo oltre i 150 metri dalla battigia. Si dimise anche dalla carica di segretario regionale del PSI, e da allora svolse  interamente la propria attività a Roma. Deputato nazionale  dalla  VII alla XI Legislatura, fu Ministro per il Turismo, poi Ministro per la Cassa per il Mezzogiorno, Ministro per il Commercio estero e successivamente Ministro per la Protezione civile. Furono anni densi di impegni ed estremamente fruttuosi. Nel 1985, in qualità di Ministro per il Commercio estero, promosse un accordo con il Governo cinese per la costruzione in quel paese di  una fabbrica di veicoli leggeri della IVECO. In quegli anni, però, il mondo politico cominciò a essere scosso  da “mani pulite”, nella quale si esprimeva la questione morale relativa al mondo politico, per i tanti episodi di corruzione di cui erano protagonisti uomini di governo e parlamentari, appartenenti ai partiti di governo, e inoltre uomini d’affari.

Anche Nicola Capria incappò nella rete di inchieste, sospetti, processi. Nel gennaio del ’94, l’anno nel quale la questione morale fu centralissima nella vita nazionale e si estese investendo anche alcuni rappresentanti del PSI, egli venne  raggiunto da un “avviso di garanzia” per “concorso esterno in associazione mafiosa” in relazione alla vicenda Sirap. Dal processo emerse però la sua estraneità ai fatti in questione, di conseguenza egli venne assolto con formula piena. Capria era rimasto però colpito per l’accanimento della stampa, la facilità dei giudizi espressi con superficialità estrema, l’atmosfera che ormai si respirava anche all’interno del partito. Profondamente turbato, decise perciò di abbandonare completamente la vita politica, e tenne ferma questa decisione, resistendo alle molte sollecitazione di segno contrario, fino alla morte, avvenuta  il 31 gennaio del 2009. Esprimendo con parole semplici e con viva commozione i sentimenti dei socialisti, che erano anche di una vastissima area pollitica, Giovanni Palillo, allora segretario regionale del PSI, affermò: ”E’ morto un uomo giusto, un socialista, un uomo che ha dedicato tutta la vita al riscatto delle popolazioni meridionali. I socialisti siciliani lo ricorderanno sempre come politico di grande spessore umano….”.

 Giuseppe Miccichè

Francesco Zanardi, il “sindaco del pane”

Nelle storie del socialismo il suo nome è di solito accompagnato da “il sindaco del pane”, parole che ne qualificano l’impegno di amministratore tutto dedito alla causa del popolo.

Francesco Zanardi nacque a Poggio Rusco, in quel di Mantova, il  6 gennaio del 1873. Compiuti gli studi primari nel paese natale e quelli secondari a Mantova, frequentò i corsi di Chimica e Farmacia presso l’Università di  Bologna, conseguendo nel 1894 il diploma in farmacia e quattro anni dopo la laurea in  chimica e farmacia.

 Era ancora studente quando decise di aderire al Partito Socialista, del quale condivideva da qualche tempo i principi ispiratori e il programma.  Il paese attraversava allora uno dei momenti più difficili della sua storia: l’economia era ancora fortemente provata da una crisi le cui conseguenze gravavano massimamente sugli strati popolari, i governi, animati da spirito autoritario, ricorrevano a misure di polizia per fermare le agitazioni popolari, e il Partito socialista appena costituito subiva continue persecuzioni che colpivano con denunzie, arresti e destinazione al carcere o al confino i suoi uomini più rappresentativi.

Anche in Emilia non mancarono le persecuzioni: leghe e circoli vennero sciolti, tra i dirigenti Zanardi fu  arrestato e  condannato al confino, ma venne poi assolto.

 Sensibile ai problemi della povera gente, Zanardi si accostò ancor di  più al Partito socialista e si impegnò con straordinaria passione nella vita politica. La serietà del suo lavoro, la passione che traspariva dai suoi atti  lo resero presto estremamente  popolare e gli fecero meritare molte simpatie tra i lavoratori di Poggio Rusco, che nell’ottobre del 1901 lo vollero loro sindaco.

 Nel 1902, per le possibilità che la legge allora in vigore offriva, fu anche consigliere comunale e due anni dopo assessore all’igiene a Bologna, Vicepresidente dell’Amministrazione provinciale di Mantova e consigliere comunale a Magnacavallo. Dal 1908 ( e fino al 1921) fece parte del Consiglio provinciale di  Bologna.

Nel 1914 i socialisti conquistarono la maggioranza a Bologna e il 15 luglio lo elessero sindaco della grande città. Il programma  presentato alla cittadinanza poneva l’accento sulla sicurezza di vita e di istruzione  per gli strati popolari, a segnare la volontà di rompere con un passato fatti di indifferenza per le condizioni di vita di migliaia e migliaia di bolognesi. Col concorso dei consiglieri di maggioranza, artigiani, operai, sindacalisti, piccoli commercianti, lavoratori della sanità, professionisti, ecc. in rappresentanti di diverse categorie sociali, Zanardi si impegnò nella realizzazione di una politica nuova, tendente tra l’altro a liberare il popolo dal fiscalismo borghese, attraverso una tassazione più equa, ad agevolare la frequenza scolastica, a calmierare i prezzi dei generi di maggiore consumo. ad attivare i servizi di igiene pubblica, ad assicurare l’assistenza nelle malattie.

L’inizio della Grande guerra lo vide nettamente avverso alla partecipazione dell’Italia, per cui venne preso di mira dalla polizia e  limitato al massimo nella sua attività politica. Quando poi l’intervento venne deciso, fece ogni sforzo per alleviare le sofferenze della popolazione. A questo fine istituì l’Ente Autonomo di Consumo, sì da garantire l’approvvigionamento del pane, e acquistò due piroscafi per il trasporto di carbone necessario per il funzionamento degli impianti del gas per la cittadinanza.

Fu nel complesso un impegno veramente grande, in linea con lo spirito e i principi caratterizzanti il municipalismo socialista, che gli guadagnò la pubblica riconoscenza e lo fece  divenire  una figura simbolo nel panorama politico del tempo: “il sindaco del pane”.

Il suo impegno di sindaco si interruppe quando,  il 16 novembre del ’19, venne eletto deputato alla Camera nel collegio di Bologna. Ritenne allora di doversi dimettere per dedicarsi interamente all’attività parlamentare. L’impegno a più alto livello non gli fece dimenticare i  lavoratori che lo avevano tanto amato, e infatti  ne difese gli interessi con la passione che lo distingueva.

Alla vigilia delle nuove elezioni amministrative, fissate per il novembre del 1920, si trovò coinvolto in un tragico episodio di violenza: al termine di un suo comizio numerosi manifestanti tentarono di assaltare il carcere, e nello scontro a fuoco che ne seguì con le guardie caddero colpiti a morte quattro degli assalitori e  due guardie.

Col montare delle violenze fasciste venne fatto segno a minacce,  insulti e anche aggressioni fisiche, nelle quali gli squadristi  sfogavano l’odio contro un fedele e solerte rappresentante dei lavoratori.

Senza perdersi d’animo, insistette nel suo lavoro politico e nell’azione propagandistica, sfidando quotidianamente la violenza, e venne rieletto deputato nel 1921. Costretto però ad allontanarsi dalla città, si trasferì a Roma. Nella capitale visse anni di dolore per la morte del figlio ventiduenne Libero, già gravemente malato e vittima della violenza fascista.

Dal 1924 si appartò dalla vita politica dedicandosi a una azienda da lui precedentemente avviata. Venne tuttavia sorvegliato dalla polizia in misura sempre più soffocante e frequentemente minacciato e diffidato. Nel  febbraio del 1938 subì l’arresto, seguito  dall’assegnazione al confino per cinque anni  a Cava dei Tirreni,  poi a  Sant’Antonio di  Porto Mantovano, infine nella sua  città natale.

Alla caduta dl fascismo tornò a militare nel Partito Socialista, e nel giugno del ’46 venne eletto alla Costituente con una imponente messe di voti, coi quali il popolo che lo aveva sempre amato volle riconfermargli i propri sentimenti. Nel 1947 aderì al neonato PSLI e nel 1948 fu tra i senatori di diritto.

Morì a Bologna  il 18 ottobre del 1954. La sua  scomparsa suscitò un profondo, sentito dolore tra quanti  ne avevano conosciuto e apprezzato la dirittura morale, la fede profonda nel socialismo, il  legame di tutta una vita coi lavoratori.

Giuseppe Miccichè

Sebastiano Bonfiglio Organizzatore e propagandista socialista vittima della mafia

Sebastiano Bonfiglio nacque il 23 settembre del 1879 a San Marco Valderice. Per le necessità della famiglia e secondo le abitudini del tempo, ancora ragazzo venne avviato a lavorare in una bottega di artigiano. Presto cominciò a guardare con crescente interesse al socialismo e alle organizzazioni che lo rappresentavano. Erano gli anni in cui anche nel trapanese  si costituivano i Fasci dei lavoratori di campagna e di città con un programma che superava  il vecchio mutualismo, ponendo a contadini, operai e intellettuali progressisti obiettivi molto più avanzati, tra cui la lotta di classe per la costruzione di una società libera dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Le letture, l’osservazione della realtà economica e politica del trapanese, la frequentazione dei lavoratori lo aiutarono a maturare, ponendo le condizioni perché egli divenisse punto di riferimento per quanti aspiravano a una società profondamente rinnovata.
Pur essendo ancora molto giovane, si trovò in primo piano a livello provinciale, e lavorò indefessamente alla riorganizzazione del movimento dei lavoratori, ancora sconvolto dalla repressione. Nel 1901 guidò i lavoratori che scioperavano per ottenere il miglioramento dei patti agrari, ancora gravemente spoliatori, costringendo i grandi proprietari terrieri ad accettare le condizioni loro imposte dalle organizzazioni  di categoria.
Il successo dell’azione sindacale accrebbe notevolmente la sua autorità nel trapanese, ponendolo tra i maggiori dirigenti assieme a Giacomo Montalto, Mariano Costa, Sebastiano Cammareri Scurti, Pietro Grammatico. Nel 1902 venne eletto segretario della federazione provinciale socialista, ma due anni dopo si trasferì a Milano, dove trovò lavoro in una fabbrica di mobili. Fu una esperienza estremamente fruttuosa: nel capoluogo lombardo potè infatti  conoscere e praticare alcuni dei massimi dirigenti del socialismo, tra i quali Filippo Turati e Costantino Lazzari, ma anche conoscere una realtà assolutamente diversa dalla isolana, che lo fece riflettere sulla struttura del partito e sulla opportunità di un suo rinnovamento per meglio rispondere alle  esigenze del tempo.

A Milano rimase per due anni. Successivamente, accogliendo l’invito di suoi parenti che da qualche tempo vivevano negli USA, decise di  emigrare in quel lontano paese, dove al lavoro quotidiano aggiunse l’impegno politico, organizzando la sezione socialista e una cooperativa di consumo che giovò molto alle famiglie degli emigranti abbattendo i costi dei generi più largamente consumati. Assunse anche la direzione de “ la Voce dei socialisti”, che veicolava  idee, critiche, proposte in relazione alla vita, non certo facile, dei tanti emigranti che nelle Americhe avevano trovato lavoro e libertà, ma in una società  fortemente  gravata dalle regole del capitalismo dovevano  difendersi dallo sfruttamento. Nel 1913 Bonfiglio rientrò  nella sua terra. A livello nazionale il momento era complesso: venendo dopo Crispi e Pelloux, sostenitori dell’autoritarismo e strumenti del recupero conservatore, Giolitti  aveva  favorito il ristabilimento di condizioni di relativa libertà, aveva  concesso il suffragio universale maschile, ma aveva promosso l’occupazione della Libia; il PSI si era rotto con l’espulsione dei “bissolatiani”, favorevoli a una più vasta collaborazione con radicali, repubblicani, liberaldemocratici. Bonfiglio  condannò la posizione degli espulsi, che in Sicilia  finivano addirittura per “andare oltre”, e con Nicola Barbato partecipò alla difesa della organizzazione socialista.  Successivamente capeggiò uno sciopero di contadini che nell’isola ebbe un discreto successo, ma venne arrestato e condannato  a cinque mesi di carcere. Tornato in libertà, si trovò di fronte alle nubi di guerra che gravavano sull’Europa e al forte contrasto tra neutralisti e interventisti che coinvolgeva anche diversi socialisti.

Egli si schierò subito contro la guerra in  generale e contro l’intervento dell’Italia in particolare. Richiamato alle armi, venne assegnato ai reparti della Sanità e inviato per le sue posizioni politiche in Libia, a Cirene, dove meritò la simpatia  della popolazione aprendo una scuola per i ragazzi. Con la fine della guerra  rientrò nel trapanese, dove riprese l’attività politica e sindacale ponendosi  nuovamente  alla testa delle organizzazioni che facevano capo al PSI e riorganizzando  Camere del lavoro, Leghe  contadine e Cooperative.

Nello scontro  tra comunisti, massimalisti e riformisti che prese ad agitare il movimento dei lavoratori, egli si collocò tra i massimalisti che facevano capo a Serrati, e nel  gennaio del ’21  non approvò la rottura operata dai comunisti su sollecitazione di Mosca. I congressisti  lo elessero allora membro della Direzione nazionale del PSI in rappresentanza dei socialisti siciliani.
Nel 1920 fu alla testa dei lavoratori  nelle due grandi battaglie che caratterizzarono allora la lotta socialista: quella per l’occupazione delle terre incolte, che nel trapanese ebbe momenti particolarmente forti nell’agro ericino, e quella per la conquista  di molti comuni, risultate  largamente vittoriose.  Il 3 ottobre 1920  anche Monte San Giuliano passò ai socialisti e Bonfiglio venne eletto sindaco in una amministrazione che avviò una serie di opere di grande interesse sociale,  tra cui strade e scuole. Si trattava di fatti che non potevano essere accettati dai grossi proprietari terrieri, da gran tempo adusi allo strapotere economico e politico. Essi provvidero perciò a colpire  il dirigente, considerato responsabile di quello che appariva un  rivolgimento del vecchio ordine, e  disposero perché la mafia al loro servizio lo colpisse  senza pietà.

Nella tarda serata del  10 giugno 1922, mentre  Sebastiano Bonfiglio rientrava a casa dopo avere partecipato a una riunione della Giunta municipale, dei sicari appostati dietro un muretto lo colpirono a morte. Una nuova vittima  si aggiungeva così ai tanti organizzatori e propagandisti che la mafia e gli “squadristi” nazional-fascisti avevano colpito a Salemi, Castelvetrano, Paceco, ecc. e  in diverse altre aree isolane.

Giuseppe Miccichè