Gaspare Nicotri, una vita per il Socialismo e la Libertà

In una rapida panoramica sugli italo-americani impegnati nella politica apparsa nel lontano 1959 su “La Parola del Popolo” di Chicago, Domenico Saudino, accennando a Gaspare Nicotri, scriveva: ”anche lui avvocato, buon sociologo e buon propagandista; sempre focoso, sempre entusiasta del Socialismo, in cui egli vedeva come Garibaldi il Sole dell’Avvenire”. Poche parole, capaci tuttavia di riassumere ed evidenziare le qualità intellettuali e politiche di un siciliano che dagli anni della primissima giovinezza alla morte aveva saputo tener salda la propria fede nell’ideale socialista.
Nicotri nacque a Castellammare del Golfo il 25 maggio 1874. Conseguita a Palermo la laurea in Giurisprudenza, si avviò con successo alla professione forense. Al socialismo si avvicinò molto presto, a contatto di pescatori e braccianti agricoli gravati dal sottosalario e privi di ogni diritto, che costituivano l’ossatura sociale della città natale, di docenti come il Salvioli e lo Schiattarella, rappresentanti della scuola positivistica nel campo del diritto, dell’economia e della sociologia, e di colleghi orientati verso le dottrine progressiste, di politici radicali e socialisti.
All’inizio del nuovo secolo, nel clima di relativa libertà seguito all’avvento al governo di Giolitti, si inserì fortemente nell’attività politica e organizzativa, contribuendo col Montalto, il Cammareri Scurti e altri alla rinascita e allo sviluppo di un movimento di lavoratori che, investendo migliaia di ettari di terra, sotto la guida di Mariano Costa trovava nelle leghe contadine e nelle cooperative per le affittanze collettive la sua forma organizzativa e dava una connotazione particolare alla economia del trapanese.
Oltre che per la sua intensa attività politica, Nicotri in quegli anni si fece notare anche per le sue ricerche storiche, confluite in diverse opere, tra cui “Rivoluzioni e rivolte in Sicilia”,“Pasquale Calvi e il Risorgimento siciliano”, e altre, riguardanti la Sicilia, le rivolte a partire da Ducezio, Euno, ecc., il contributo dell’isola ai processi unitari, che rivelavano l’ incontenibile aspirazione alla libertà e alla giustizia del popolo siciliano.
L’inizio del secondo decennio del secolo apparve funestato, nel maggio del 1911, dalla uccisione per mano mafiosa di Lorenzo Panepinto, leader dei socialisti di Santo Stefano Quisquina, e cooperatore infaticabile, e nel ‘15 dalla uccisione di Bernardino Verro. I delitti erano un chiaro attacco al movimento contadino e socialista isolano, colti in un momento particolarmente difficile della loro vita per la rottura nel PSI, la nascita del PSRI, infine l’entrata in guerra dell’Italia contro gli Imperi centrali.
L’indebolimento del movimento popolare, le limitazioni imposte dai governanti, l’assenza di migliaia di giovani richiamati alle armi fermarono fino al 1919 il movimento progressista. Gaspare Nicotri tornò all’impegno politico nel ’19, quando fu candidato alla Camera nel collegio di Trapani.
Alla fine del ’20 con il Costa e altri contribuì fortemente alla lotta amministrativa, che si concluse con il successo dei socialisti a Monte San Giuliano, Paceco, Partanna, Mazara del Vallo, Castelvetrano, Santa Ninfa….
Sempre fermo nelle sue posizioni riformiste, fu nettamente avverso al verboso rivoluzionarismo emergente qua e là sull’onda delle impazienze post-belliche, e si collocò tra i primi e più fieri oppositori del comunismo, del quale rifiutava i principi base: la violenza rivoluzionaria, la dittatura del proletariato, la cieca dipendenza da Mosca.
Quando vennero alla ribalta i primi gruppi di fascisti, in simbiosi con la mafia più violenta al servizio degli agrari, si rese conto dell’estremo pericolo che il sistema democratico correva, e criticò il cedimento di molti del vecchio mondo “liberale”.
Nel maggio del ’21 sostenne le candidature, riuscite vittoriose, di Mariano Costa a Trapani e Domenico S. Cigna a Girgenti, mentre cresceva la violenza delle “squadracce” e divenivano frequenti le uccisioni e i ferimenti di quadri dirigenti, gli assalti alle sezioni e ai circoli dei lavoratori.
Nell’ottobre del ’22 fu tra quanti assieme a Matteotti, Turati, Treves diedero vita al PSU (Partito Socialista Italiano). Con lui era la maggioranza della base siciliana del vecchio partito e numerosi quadri, tra i quali Costa, Vacirca, i fratelli Napoli.
Nel 1924 accetto la candidatura alla Camera nella lista del PSU per la Sicilia, capeggiata da Turati, e nelle condizioni impossibili in cui si svolgeva la campagna elettorale raccolse 3.326 preferenze sui 14.736 voti di lista che permisero l’elezione dell’amato leader.
Durante la crisi seguita alla uccisione di Matteotti fu tra i più attivi nella denunzia degli assassini e dei mandanti. Nel capoluogo isolano lavorò con quanti rappresentavano le residue forze dell’opposizione al fascismo e cercavano di fermare l’azione sempre più soffocante delle forze reazionarie.
Quando il 5 aprile si tenne a Palermo una riunione delle opposizioni costituzionali con l’intervento di Alcide De Gasperi, Alberto Cianca, G. Colonna di Cesarò, G. Guarino Amella, Nicotri relazionò sulla politica liberticida del governo Mussolini, ormai scopertamente sostenuto dalla monarchia, dall’esercito e dalla chiesa. Di lì a poco, in occasione delle elezioni amministrative indette nel capoluogo isolano, concorse quale candidato della “Unione palermitana per la libertà” al tentativo di fermare la “lista nazionale” fatta di fascisti e trasformisti. I fascisti ricorsero a tutti gli strumenti di intimidazione e di corruzione, e la vittoria, con 26.428 voti contro 16.616, non potè che essere dei “nazionali”.
Diversi rappresentanti del vecchio mondo sconfitto, tra i quali Don Luigi Sturzo, Vincenzo Vacirca, Carlo Sforza, decisero allora di varcare l’Oceano per cercare rifugio in terre di libertà. Gaspare Nicotri ne seguì l’esempio. Approfittando di un invito a tenere un ciclo di conferenze negli USA, si imbarcò per quel lontano paese, dove esistevano folte colonie di immigrati. Tenne conferenze a New York, Chicago, Detroit, San Francisco e in altre grandi città, dove evidenziò l’anelito alla libertà e alla giustizia che nei secoli attraversava le vicende del popolo, e a Detroit fondò una Società di M.S. Alla fine decise di fermarsi stabilmente a New York.
Il Governo fascista provvide allora a farne scrivere il nome nella “rubrica di frontiera”, in aggiunta alle annotazioni comprese nella scheda del Casellario Politico Centrale.
Negli USA assieme all’attività di conferenziere Nicotri riprese quella dello storico e del sociologo. Collaborò con interviste e articoli alla stampa italo-americana, e firmò nuovi lavori di storia, arte, ecc., tra cui una “Storia della Sicilia nelle rivoluzioni e rivolte” e col figlio Franco “Freedom for Italy”. Quando scoppiò la nuova Guerra mondiale fu con Vincenzo Vacirca, Girolamo Valenti, Max Corvo e altri vicino all’ OSS (Office of Strategic Service) e, pieno di fiducia nella liberazione della sua terra dal fascismo, partecipò a riunioni preparatorie della Operazione Husky.
Si spense nel 1950, a 75 anni, compianto negli USA e in Sicilia da storici che avevano cominciato a ricostruire le vicende del movimento socialista, e dai vecchi lavoratori che ne ricordavano l’impegno appassionato per l’affermazione del socialismo e il riscatto dell’isola.
Grazie a loro e ad amministratori comunali non dimentichi delle glorie patrie, Castellammare del Golfo gli dedicò una Piazza.

Giuseppe Miccichè

Giancarlo Matteotti. “Acchiappa Nuvole”, ma lungimirante

“Sei stato un uomo schietto, semplice, onesto e buono. Riposa in pace, dormi il sonno dei giusti perché tu sei un uomo giusto”. A pronunziare queste parole, il 17 maggio 2006, era l’on. Pietro Amendola, in occasione dei funerali dell’on. Giancarlo Matteotti, deceduto a Roma due giorni prima e appena trasportato a Fratta Polesine per esservi sepolto nella tomba di famiglia.

Fin dalla più giovane età Amendola apparteneva al PCI, ma da tempo era legato a Giancarlo da una amicizia che la frequenza alla Camera per moltissimi anni aveva reso estremamente salda e profonda.

Ambedue erano nati nel 1918, Giancarlo il 19 maggio, primo dei tre figli nati dal matrimonio di Giacomo Matteotti con Velia Titta (sorella diletta del grande baritono Titta Ruffo), celebrato a Roma nel gennaio del 1916, Pietro il 26 ottobre.

Pochi anni dopo si erano trovati accomunati dalla sventura. A 6 anni nel ’24, Giancarlo aveva perduto il padre Giacomo, assassinato il 10 giugno dai fascisti alla Quartarella, Pietro aveva perduto il padre Giovanni, leader dell’Unione Nazionale e prestigiosa figura di liberale, il 6 aprile del ’26, per le lesioni riportate a Montecatini in una aggressione di fascisti.

Giancarlo compì gli studi in un istituto privato di Roma, diversamente dal fratello Matteo, che frequentò invece il Liceo “Mamiani”, e dalla sorella Isabella. Aveva 20 anni quando, il 5 giugno del ’38, Velia morì ad appena 48 anni.

Sullo scorcio del ’43, appena iniziata la Resistenza contro i nazifascisti a Roma, assieme al fratello prese posizione e fece parte dell’Esecutivo di “Bandiera rossa”, una organizzazione nella quale militavano giovani poi passati al Partito Socialista. Cadde però nelle mani dei Tedeschi, ma riuscì a fuggire e tornò all’impegno tra i partigiani. Nel ’45, dopo la sconfitta dei nazifascisti su tutto il territorio nazionale, aderì ufficialmente al Partito Socialista e concorse all’attività propagandistica e organizzativa con la forza e l’entusiasmo dei suoi giovani anni.

Nel ’46 pubblicò per la Casa Editrice Avanti! un libro, “Il volto economico della dittatura fascista”, che venne apprezzato allora e ancora oggi, a 70 anni dalla stampa, si scorre con profitto per la ricchezza dei dati su cui si fondava e per la validità della tesi sostenuta.

Giancarlo Matteotti individuava le origini del fascismo nel processo di formazione del sistema economico nazionale. Il fascismo, egli scriveva, era “un fenomeno di proporzioni vaste e profonde”, strettamente legato a una catena di cause, di fatti, di conseguenze” che costituivano “il passato storico del nostro paese” ed avevano a loro base l’economia.

Con dovizia di dati seguiva la nascita e lo sviluppo del capitalismo in Italia, la formazione del proletariato e l’inizio della lotta sociale, l’avvento della dittatura, il rapporto tra borghesia e fascismo, la complicità dello stato, il delitto Matteotti, la costruzione dello stato fascista, l’appoggio al capitale privato, l’autarchia, la guerra e le sue disastrose conseguenze.

Nel giugno di quello stesso anno venne eletto all’Assemblea Costituente nel collegio di Verona. Col fratello Matteo, già segretario nazionale della FGS e dal ’46 come lui deputato, fu abbastanza attivo e seguì disciplinatamente l’attività parlamentare.

Tra le correnti che nascevano nel partito per la diversa interpretazione dei fatti politici ed economici interni e internazionali e ne agitavano sempre più la vita egli si collocò al centro, diversamente dal fratello Matteo che invece militava tra gli autonomisti di “Iniziativa socialista”. Per questo nel gennaio del ’47 non seguì quanti diedero vita al PSLI, inizialmente su posizioni di autonomia dai blocchi che si costituivano attorno all’URSS e agli USA e sempre più si contrapponevano in conseguenza della “guerra fredda” allora in corso.

Nel ’48 venne rieletto, sempre nel collegio di Verona, per il Fronte Democratico Popolare. L’esperienza elettorale del PSI nelle liste del FDP col PCI risultò, come è noto, assolutamente negativa per il PSI, indebolito per i postumi della scissione ancora abbastanza vivi, e gravemente ridimensionato nella rappresentanza parlamentare per l’inevitabile prevalenza della forte organizzazione comunista.

Nei contrasti che subito dopo si determinarono ai vari livelli egli fu ancora una volta coi centristi, che assunsero la guida del partito affidandone la segretaria ad Alberto Iacometti, con Giancarlo vice e Riccardo Lombardi direttore dell’Avanti!.

La gestione del partito risultò non facile, per la forte opposizione della sinistra interna, la povertà finanziaria che metteva a rischio la sopravvivenza dei due organi di stampa ”Avanti!” e “Socialismo”, la particolare posizione – fuori dai due blocchi – tenuta in quei mesi.

Nel luglio del ’49 la sinistra riprese la guida del partito, che si pose come obiettivo il rilancio del PSI, ma si impegnò a raggiungerlo con durezza di metodi, specie nel Sud, mutuando dal PCI un modello di organizzazione fondato sull’apparato onnipresente e spesso soffocante, gli stretti legami con l’URSS, ecc. che andando oltre gli obiettivi postisi dalla sinistra finirono per dare al PSI una veste assolutamente diversa da quella tradizionale, e lo fecero apparire quasi subordinato al PCI.

Giancarlo Matteotti, sempre fermo all’idea dell’autonomia e della specificità del socialismo, respinse nettamente questa linea. Egli lavorava allora a un libro, “Capitalismo e comunismo”, frutto di un suo viaggio in URSS, che venne pubblicato nel gennaio del ’51 dalla Garzanti. Ampiamente documentato, il libro focalizzava i campi di deportazione, i Gulag, di cui si era avuta conoscenza nei precedenti anni per pubblicazioni della Yale University Press, muoveva forti critiche alle tendenze militaristiche e alle enormi spese militari dell’URSS, ma anche alle differenze nei salari praticate in quel paese, in netto contrasto con i tanto decantati principi del comunismo. Dalla documentazione e dalle considerazioni fatte nel libro emergeva che “l’URSS non era il paese del socialismo”.

La reazione dei comunisti e di una parte del PSI fu molto violenta. Giancarlo venne considerato un provocatore e il 16 febbraio gli venne comminata la sospensione dal partito per sei mesi. Nell’accusa a lui rivolta si affermava che il libro riportava dati tratti da fonti antisovietiche e che era “infarcito di tesi in aperto contrasto con la dottrina, la politica, la tradizione del partito nei confronti della rivoluzione e dello stato sovietico”.

Nenni, che proprio allora nei suoi “Diari” definiva Giancarlo “acchiappa nuvole”, gliela comunicò, affermando che il libro costituiva “un falso che non merita(va) alcuna considerazione”.

In maggio Giancarlo Matteotti ritenne di non potere più oltre sostenere la posizione di un “mal tollerato” dal partito, e decise di aderire al PS(SIIS), più tardi divenuto PSDI. Nel’53 e ancora nel’58 venne rieletto alla Camera. Dal maggio del ’54 al gennaio del ’69 fece parte dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, dal febbraio del ’62 al giugno del ’63 fu Sottosegretario nel IV Governo Fanfani.

Versato nelle questioni economiche e finanziarie, fu vice-presidente in diverse commissioni parlamentari. Collaborò anche con la stampa del partito, “l’Umanità”, “Voce socialista”, ecc. Dal ’63 al ’74 fece parte del Consiglio di amministrazione dell’ENI.

Si allontanò poi dalla politica attiva e visse appartato, fino a quando una lunga malattia lo portò alla morte, che giunse mentre era ricoverato nella clinica “Annunziatella” di Roma.

La stampa diede notizia del decesso con parole semplici, che riflettevano la personalità dell’ex parlamentare. Oggi Giancarlo Matteotti riposa nella tomba di famiglia a Fratta Polesine assieme al padre e agli altri familiari. A lui, come al grande Padre, a Matteo, Isabella, Velia, va il pensiero, sempre grato e riconoscente, dei socialisti e dei lavoratori.

Giuseppe Miccichè

Chiudono le coop: Prampolini si rivolta nella tomba

Dopo la morte delle grandi cooperative Cmr, Coopsette, Orion e Unieco (70 milioni di prestiti sociali, 4800 soci coinvolti, 1480 dipendenti senza lavoro e trecento piccole imprese dell’indotto sul lastrico), da non dimenticare anche la liquidazione del Ccpl, é facile tornare col pensiero alle origini. Per chi ha studiato e scritto la storia del socialismo reggiano non é difficile riassumere i valori che stavano alla base della nascita e dello sviluppo del movimento cooperativo. Reggio Emilia divenne la provincia cooperativa già agli inizi del secolo scorso dopo che una prima esperienza aveva preso piede in città, quella del professor Contardo Vinsani, già nel 1880, e seguiva il felice sviluppo di quella, più uno spaccio per soci che una vera e propria cooperativa, che già prima aveva iniziato a insediarsi nella villa di Rivalta. Quando nel 1886 Vinsani fu costretto a lasciare Reggio, quella cooperativa fallì. E alcuni soci ci rimisero del loro.

Non é dunque vero che il fallimento delle cooperative sia un evento solo dei giorni nostri. Restano alcune differenze di non poco conto. Quella cooperativa era gestita per non creare utili, dunque senza il cosiddetto ristorno, o metodo inglese. Dunque aveva lo scopo di vendere i prodotti a minor costo per alleviare la popolazione indigente e nel contempo per sfidare il commercio privato che intendeva gradualmente sostituire. Impresa titanica, di segno politico, che le banche e la borghesia del tempo osteggiarono e che costrinsero alla resa. La funzione della cooperazione di consumo, cui seguirono le prime cooperative di lavoro, era dunque quella di creare un modello alternativo di società, modello che in qualche misura si rispecchiava nella vita dei suoi dirigenti. Umile, essenziale. E di sostituire il sistema privato, come disse il grande leader cooperativo Antonio Vergnanini al congresso del Psi del 1904.

Il mondo cambia e muta abitudini e costumi. Agli inizi degli anni ottanta il movimento cooperativo volle definirsi “un sistema di imprese”. Eppure tutti i vertici delle cooperative, compresi ovviamente i livelli associativi e federativi, erano decisi dai partiti. Laddove c’era un presidente comunista, ecco un vice socialista e viceversa. Poi entrarono, con qualche scarsa responsabilità, anche i repubblicani che in Romagna mantenevano una loro organizzazione distinta. Per tutti gli anni ottanta e fino all’eclissi del vecchio sistema politico la cooperazione, soprattutto quella di lavoro, ma anche quella dei servizi, si resse anche, o soprattutto, per gli appoggi dei partiti di riferimento, per gli appalti vinti, a volte addirittura pilotati, dalle amministrazioni locali. Questo più o meno ovunque in Italia.

A Reggio i partiti di sinistra non avevano bisogno di truccare gli appalti e le tangenti per questo non erano pratica corrente come altrove. Facevano tutto loro, le cooperative. Ad un dato momento anche il quadro dei concorrenti dipendeva da loro, che poi ricambiavano altrove. I partiti traevano il vantaggio dalle assunzioni politiche e da qualche finanziamento in occasione delle feste e delle elezioni. Negli anni novanta é cambiato il sistema. Finita la supremazia della politica sulla cooperazione si è fatto affidamento sulla esclusiva capacità manageriale dei suoi dirigenti.

La crisi economica, soprattutto quella edilizia, degli anni duemila, ha costretto le imprese cooperative a scelte d’indirizzo strategiche fondamentali. A Reggio Emilia le cooperative edili hanno fatto affidamento sull’inarrestabilità della crescita della popolazione. Reggio é il solo comune dell’Emilia-Romagna ad avere aumentato i suoi abitanti negli ultimi vent’anni, passando addirittura da 130mila a 172mila, con una forte presenza di immigrati e di popolazione proveniente dalla calabrese Cutro, quasi tutti impiegati nell’edilizia. Seguendo questo impulso alla crescita la Cmr ha compiuto l’errore dell’investimento di parco Terrachini con una previsione folle di 6mila nuovi appartamenti. Dal canto suo Orion ha bocciato come operazione anti economica quella del centro commerciale I Petali, lasciata fare ai privati, che si é rivelato il più grande affare degli ultimi decenni e si é impegnata senza garanzia nella costruzione di impianti per le Olimpiadi invernali di Torino. Misterioso abbaglio.

Non so il motivo dell’apertura di un grande cantiere di Coopsette sul Lago di Garda oggi in mano all’autorità giudiziaria, né il presupposto per investire su un’area di un milione di metri quadri tra Verona e Brescia per una fantomatica città dell’auto. Conosco il gigantismo di Unieco, con una sede faraonica e più grande di quella di un ministero. Questa cooperativa, la prima di produzione e lavoro, nata nel 1890, ha pensato bene in questi anni di continuare a investire sulla costruzioni. Resta il fatto che mentre Cmc di Ravenna diversificava i suoi investimenti puntando sull’estero e sulle infrastrutture, mentre Cmb di Carpi svoltava verso il sanitario (costruendo e gestendo) le nostre cooperative sono rimaste ferme. Sbattendo la testa contro il muro. E facendo la fine di decine di imprese medio-piccole esistenti sul territorio. Così nel ramo cooperativo sopravvivono nella provincia di Reggio solo Tecton e la cooperativa Cattolica, mentre nel ramo privato tra le poche tuttora esistenti sono la Gigli, la Cattolica, la Montanari e la Coesi. Tutto il resto é andato in fumo.

Sembra di rivivere la fase immediatamente seguente la chiusura delle Reggiane del 1951 che provocò una crisi occupazionale di dimensioni catastrofiche, oltre tutto drammaticamente accentuata dall’alluvione del Po. Ma due sono le differenze non di poco conto. La prima è che la responsabilità della crisi delle Reggiane non poteva essere attribuita al sistema politico ed economico reggiano. La seconda é che da quella crisi nacque un modello di sviluppo nuovo, fondato sulle piccole imprese che hanno fatto la ricchezza del nostro territorio. C’e qualcuno oggi che si sta occupando, anche dal punto di vista storico-culturale, di cosa sostituirà il vecchio modello cooperativo, col suo intreccio con un sistema di piccole aziende quasi tutte in crisi? Per il momento l’unica conseguenza é l’arricchimento di qualche centinaia di dirigenti e l’impoverimento dei soci e dei dipendenti. Il contrario dell’etica cooperativa delle origini, per tornare a Prampolini…

Mauro Del Bue

Leo Solari, tra autonomia socialista ed europeismo

solari_1Fra gli intellettuali che tra gli anni 30 e la fine della seconda Guerra Mondiale maturarono una coscienza antifascista e socialista, dando poi prove di forte carattere, di energica volontà, di capacità intellettuali e politiche, Leo Solari occupa un posto di rilievo.

Nacque a Genova il 14 giugno del 1919, ma dopo pochi anni la sua vita si svolse a Milano, dove studiò Legge e Scienze politiche conseguendo alla fine la laurea col massimo dei voti. Passò poi a Roma, dove rimase per tutta la vita.

Giovanissimo ancora si sentì attratto dalla politica e guardò sempre più criticamente al fascismo. L’adesione all’antifascismo e al socialismo giunse per autonoma maturazione, come egli stesso ebbe a ricordare nella tarda età, mentre a collocarlo in un orizzonte europeista determinante fu l’incontro con Eugenio Colorni, di lui più anziano di 10 anni e con una posizione ben definita circa la necessità di lottare per una Italia libera e democratica in una Europa unita come sicuro ancoraggio nel futuro.

Già prima del 25 luglio del ’43 Solari era politicamente impegnato con alcuni giovani che assieme a lui avevano costituito il MUP (Movimento di Unità proletaria), poi confluito nel PSI. All’inizio della Resistenza armata contro i nazifascisti lavorò per dare vita alle “Brigate Matteotti” con la passione di un giovane fortemente credente nella conquista della libertà. C’erano con lui Mario Zagari, Matteo Matteotti, Giuliano Vassalli, Bruno Conforto e altri. Venne però catturato dalle SS, e conobbe la durezza del carcere, ma riuscì ad evadere e tornò alla lotta con rinnovato impegno. Il 1° Maggio del ’44 con Matteotti diede vita alla FGS (Federazione Giovanile Socialista). Fu quindi direttore di “Rivoluzione Socialista”, attestato su posizioni di antifascismo fortemente connotato e alieno da compromessi. Fu anche direttore de “Il Compagno” e di “Tre frecce”, bollettino di informazione della FGS. Nel luglio del ’45 entrò a far parte della Direzione nazionale della FGS con Matteo Matteotti segretario. Con Zagari, Vassalli, Matteotti promosse la corrente di “Iniziativa socialista”, articolata nelle varie regioni col sostegno di giovani fortemente impegnati e con un organo quindicinale omonimo vivace e ricco di contenuto, diretto a Roma da Adolfo Annesi e a Milano da Corrado Bonfantini. La corrente, detta dei “Giovani turchi”, si impegnò fortemente per fare assumere al partito una linea di socialismo avanzato e di autonomia dal PCI pur senza rifiutarne la collaborazione nell’interesse della classe. La corrente, in sintonia con “Critica Sociale” di U.G. Mondolfo e G. Faravelli, sfidò le correnti massimaliste che allora facevano capo a Nenni e Basso.

Nel ’46 la vittoria della Repubblica, fortemente voluta dai socialisti, e la grande affermazione del Partito socialista furono due grandi momenti: da una parte mettevano definitivamente da parte un istituto ormai squalificato, dall’altra offrivano ai lavoratori un forte strumento per l’ulteriore avanzamento e la realizzazione di una politica di rinnovamento e di progresso. Sopravvenne però come fattore di divisione del mondo in due grandi blocchi contrapposti – l’orientale e l’occidentale – la “guerra fredda”, che proiettandosi rovinosamente sui vari paesi e sui partiti ne determinò la rottura. Una parte del PSI fece allora una scelta ideologica e si schierò con l’URSS. “Iniziativa socialista“ e “Critica sociale” respinsero questa scelta, e si giunse così alla scissione di Palazzo Barberini, da cui nacque il PSLI. Con Zagari, Matteotti, Vassalli,

Leo Solari aderì al nuovo soggetto politico e fece parte della sua Direzione nazionale. Nei successivi mesi, però, si mostrò alquanto deluso per lo scivolamento del partito verso posizioni che non condivideva, e dopo il ’48 ubbidì agli impulsi che portarono lui e altri – per usare parole sue – “a concentrare il proprio impegno politico, quando la partecipazione alla vita di partito divenne più deludente, nell’azione europeista”.

Nel ’57 tornò al suo impegno politico tra i vecchi compagni e l’anno successivo intervenne attivamente nel Congresso nazionale del PSDI. Nel ’59 si unì a Zagari, Matteotti, Vigorelli e altri nella costituzione del MUIS (Movimento Unitario di Iniziativa Socialista), che di lì a poco rientrò nel PSI, volendo evitare il protrarsi di divisioni e dispersioni non più giustificate dall’evoluzione del quadro politico.

Sempre più interessato alla unità del Continente, sostenne la Gauche Europeenne, tra i cui rappresentanti erano Mario Zagari, Francois Mitterand, Henri Spaak, Guy Mollet, e lavorò per il movimento omonimo, che tenne intensi e fruttuosi rapporti di collaborazione con i socialisti di Francia, Germania, Belgio, ecc. Profondamente convinto della necessità che i socialisti si confrontassero coi problemi del mondo d’oggi, in particolare l’ecologico, il creditizio, l’informatico, li studiò e approfondì con serietà, fu vice – presidente del Credito Italiano e di altri Enti, e collaborò con vari Ministeri (quello delle Partecipazioni statali in particolare) per questioni tecniche ed economiche.

Pur essendo fortemente impegnato nell’attività professionale, non trascurò la ricerca storica, politica, economica, cui si rivolse producendo numerosi saggi, dai quali unitamente alla serietà dello studioso emergono la chiarezza del prosatore e la profondità della fede.

Tra le sue opere – sempre di estremo interesse – sono molto note “La rivoluzione obbligata”, “I Giovani socialisti di Rivoluzione socialista – nel crocevia degli anni ‘40” e “Eugenio Colorni – Ieri e sempre” (col quale nel 1980 vinse il Premio Viareggio), e tra quelle di carattere tecnico – scientifico “Mass media e razionalizzazione del sistema”, di cui fu attento curatore e prefatore.

Ancora nel 2004, sempre fortemente legato all’idea e con la passione del ricercatore e saggista ancora viva, lavorava, come ebbe a confermarmi in una cordiale conversazione telefonica e nella dedica su una copia del libro su Colorni a me indirizzata “con la più viva cordialità”, a una revisione e riedizione delle opere che gli stavano più a cuore. Conservava ancora vivissimi i ricordi delle lotte giovanili, delle esperienze con Colorni, Zagari, Matteotti, ed aveva integra la fede nel progresso dei lavoratori.

Contro la volontà, che lo spingeva ancora a progettare nuove ricerche, revisioni e integrazioni, fecero però sentire il loro peso i molti anni che aveva vissuto. Ne aveva compiuti 90 quando, il 2 luglio del 2009, morì a Roma, compianto da molti, che l’avevano conosciuto come politico, giornalista, studioso di problemi sociali, e ne avevano sinceramente apprezzato la profonda intelligenza, la serietà di tutta una vita, la fede mai interrotta nel socialismo.

Oggi i suoi libri e le sue carte, opportunamente inventariate, sono custodite per volontà della famiglia presso la Fondazione Nenni.

Giuseppe Miccichè

Knockin’ on Heaven’s door, Franco Piro

Sulle note della canzone cantata da Bob Dylan si è aperta a Bologna, oggi 20 marzo, un incontro di commemorazione di Franco Piro. Non una cosuccia piccola piccola. Una bella manifestazione, che da ricordo per molti di un amico, di un compagno socialista, con cariche di rappresentanza e governo e di un professore universitario si è trasformata in una rentrée socialista come non se ne vedevano da anni. Quando si parla di una persona che non c’è più, si finisce per tirare le somme di una vita. E che vita. Barricadiera, handicappata, di governo, di studio, di affetti. Difficile fare una sintesi. Proviamoci, con il sorriso intelligente, quello di Franco, che campeggiava sullo sfondo della sala.

Scomodo, eretico. Questi gli aggettivi più usati. Del Bue ha ricordato che spesso, quando si commemora qualcuno, si finisce per far fare più passerella ai vivi che l’hanno conosciuto che al morto. Un po’ si è corso questo rischio, ma essendo Franco, a giudizio degli intervenuti, un personaggio vulcanico, di un’intelligenza straordinaria e di una fumantina sincerità, qualità che lo portavano a essere scomodo, eretico, bastian contrario (diciamo un simpatico rompicoglioni) ecc..ecc.., il protagonismo dei ricordi personali è stato, tutto sommato, contenuto.

Casini. Non quelli piriani da giovane rivoluzionario, tra le file di PotOp, barricadiero con le stampelle pronte al lancio come Enrico Toti. Né quelli da giovane socialista (s’iscrisse prima alla FGSI, perché non tutto il PSI bolognese lo accolse subito a braccia aperte). Non quelli ideati a sostegno della Legge 104 o le grane piantate alla Commissione Finanze per averne almeno l’agibilità fisica. Qui si parla del Casini PierFerdi, che ha onorato l’assise socialista con la sua presenza e un suo intervento. Intervento che, al suo esordio, ha colato miele nelle orecchie dei militanti socialisti, partendo con uno sperticato elogio di quello che è stato il Partito Socialista Italiano. Si mastica un po’ amaro per quel “è stato”, ma, tant’è, bisogna accontentarsi. PierFerdi non ha tentennato e ha rivendicato le qualità di una classe politica straordinaria, quella della Prima Repubblica, paragonata a quelle che l’hanno seguita fino ai giorni nostri. Detto da lui, che ha condiviso la scena della cosiddetta Seconda Repubblica, Terza o non si sa, non è male. Data anche la caratura del personaggio, che ha ricoperto la terza carica dello Stato.

Legge 104, handicappato o disabile? Al giorno d’oggi siamo sfiziosi, esigenti, con l’uso dei termini. Si deve dire disabile. Poi, però, i disabili li puoi lasciare tranquillamente fuori della porta, perché l’ascensore non funziona. E’ accaduto oggi, al Comune di Bologna, dove si teneva la manifestazione. E dire che era programmata da tempo, non da ieri. Si sapeva che sarebbero intervenute persone disabili a ricordare con affetto e con forza uno che si era battuto per loro, che era uno di loro. Ci si è dovuti arrangiare e spostare la riunione al piano terra. Come accade ancora per le tante inadempienze nell’applicazione delle tutele degli handicappati. E dire che Franco aveva ricordato in un suo libro il luminoso esempio di Roosevelt che si era impegnato per trasformare gli handicappati da assistiti in contribuenti, da cittadini di serie B a cittadini di serie A, uguali a tutti gli altri. Piro è stato un martello pneumatico, una schiacciasassi sulla questione della disabilità, (sostegno, assistenza, lavoro, dignità). Giorgio Benvenuto ha ricordato quanto Piro avesse perorato il sostegno della Triplice sindacale per far passare leggi e provvedimenti che rendessero realmente i disabili cittadini contribuenti. Con una vita e una dignità pari agli altri. Non tutti lo sanno, ricordiamolo anche per questo.

Damnatio memoriae. La condanna della memoria. Nel diritto romano indicava la pena consistente nella cancellazione della memoria di una persona e nella distruzione di qualsiasi traccia che potesse tramandarla ai posteri, come se non fosse mai esistita.
È quella che rischia, in modo oramai evidente, il Partito Socialista Italiano. Basti considerare l’ostracismo DS, PD, Mdp. Vorrebbero impadronirsi del termine socialista, visto che al parlamento europeo c’è il Gruppo Socialista. Cui poterono accedere grazie all’ok di Craxi. Ma i socialisti proprio non li possono sopportare. Anche la stampa italiana e le tv (sia RAI che private) fanno a gara per non citare, non parlare, non ricordare. Resta un lumicino di speranza. L’ha acceso Martelli, ricordando le parole di rimpianto degli exManipulite sulla classe politica che hanno distrutto. La nebbia che ha avvolto la rievocazione del venticinquennale di Tangentopoli. Caro Claudio, prendo per buono il tuo spunto. Poi mi guardo intorno e mi sale un po’ il magone in gola. Qui ci sono tanti vecchi. Ma “l’IDEA CHE E’ IN ME NON MUORE,” Matteotti dixit. Dài , Franco, ovunque tu sia ora, lancia un po’ la tua stampella!!!

Isabella Ricevuto Ferrari

Il socialismo cristiano di Prampolini

Ricordi di vecchi compagni

Nell’aprile del 1959, in occasione del centenario della nascita di Camillo Prampolini, l’Avanti!, quotidiano del Psi, condusse una serie di interviste a vecchi socialisti reggiani che avevano conosciuto il vecchio maestro. Uno di loro, Alessandro Mazzoli, che era stato presidente della Deputazione provinciale prima del fascismo, ricordò che Prampolini, una volta, dopo un comizio a Gualtieri, comune della Bassa reggiana, concluse il suo discorso con un “Io vi benedico”. E quando lo stesso Mazzoli, assieme al padre della cooperazione Antonio Vergnanini, era esule in Svizzera, colpiti entrambi dai provvedimenti repressivi di Crispi, Prampolini li andava a trovare proprio il giorno di Natale “portando un’atmosfera cordiale”. Giovanni Catelani, che era stato assessore socialista nel Comune di Reggio negli anni dieci, disse che Prampolini era considerato “Il Dio dei poveri” e Beniamino Chinca, militante socialista di Sant’Ilario dichiarò: “Quando era alla Camera (Prampolini) andava a mangiare cogli operai nelle osterie. Ricordo l’effetto che provocò la sua Predica di Natale”. Meuccio Ruini, già deputato, senatore, ministro e per un breve periodo anche presidente del Senato, in una lettera del 1976 allo storico reggiano Giorgio Boccolari rileva: “Reggio era definita l’Arca santa del riformismo”. E su Critica sociale del 1907, molto tempo prima, aveva ricordato: “Reggio è un’oasi mistica ai pedi di un santone” e che “andare a Reggio significava andare nella Palestina del socialismo italiano”. Prampolini era dunque una figura religiosa, forse non si considerava un Gesù, aveva un senso del limite, ma certo un seguace di un nuovo vangelo, quello socialista, impegnato a diffonderlo in una realtà prevalentemente contadina. Con un linguaggio dunque semplice e diretto, che certo aveva desunto da quello cristiano, più che non dai testi del socialismo scientifico.

La Predica di Natale

La sua Predica di Natale è riassunta in un articolo che Prampolini scrisse su La Giustizia, periodico socialista che diverrà anche quotidiana, a partire dal 1904, diretta da Giovanni Zibordi. In quest’articolo Prampolini immagina che un predicatore socialista tenga un discorso, magari su un carro, dinnanzi a una Chiesa il giorno di Natale e arringhi i fedeli dimostrando loro essenzialmente due cose. La prima è che Cristo non voleva l’ingiustizia in questo mondo e che incitava a battersi per l’eguaglianza, la seconda è che la Chiesa non insegnava tutto questo, ma postulava l’etica della rassegnazione. La rassegnazione a fronte di un mondo in cui dominava la povertà, l’ingiustizia, la malattia (a Reggio su 25mila persone che abitavano in città il quaranta per cento viveva di accattonaggio, in lugubri tuguri malsani e infetti e nelle campagne si doveva lavorare venti ore al giorno per poter mangiare qualche fetta di polenta e per soffrire poi di pellagra), la rassegnazione non poteva a essere una ricetta cristiana. Soprattutto da parte di una Chiesa che continuava a stare dalla parte dei potenti e dei ricchi e a celebrare la sua dottrina solo attraverso riti e cerimonie che poco o nulla avevano a che fare con il più genuino messaggio cristiano. Naturalmente, è evidente, Prampolini piegava a sé il messaggio cristiano. O quanto meno ne traeva quel che poteva facilitarne la conseguenza. E cioè che i cristiani veri dovevano diventare socialisti.

L’anti predica di don Bedeschi

La Chiesa del tempo si mobilitò contro questo Cristo socialista. E don Ercole Bedeschi scrisse una vera propria anti-predica prampoliniana. Il prete reggiano, in un opuscolo edito all’uopo, descrisse i cinque errori fondamentali in cui Prampolini era incorso. Il primo consisteva nel ritenere Cristo un uomo e non il figlio di Dio, proprio come più tardi nella sua bella canzone ipotizzò De Andrè: “Non intendo cantare la gloria, né invocare la grazia e il perdono di chi penso non fu altri che uomo come Dio passato alla storia”. Il secondo era di aver contrapposto sul piano materiale i ricchi e i poveri ed esaltato la lotta di classe, il terzo era di aver negato il regno dei cieli e di aver considerato la felicità solo come bene materiale, il quarto era di aver negato valore ai riti cristiani e il quinto di avere voluto scambiare il regno di Dio col socialismo. Erano evidenti le semplificazioni e anche le alterazioni del massaggio cristiano compiute da Prampolini, ma era altresì vero che le contraddizioni della Chiesa del tempo, insensibile al tema della giustizia in una società così contrassegnata dalle disuguaglianze, erano ben superiori rispetto a quelle apportate dal messaggio prampoliniano. E risulta non casuale il ricorso proprio a Cristo e al messaggio essenziale, nonchè alla Chiesa delle origini, e anche alle persecuzioni dei primi cristiani, per giustificare la validità delle tesi socialiste, che per Prampolini altro non erano che la riproposizione degli obiettivi di amore per il prossimo, tipici del cristianesimo. Amare il prossimo, significava farsi anche carico dei problemi del prossimo, e dunque anche del bisogno di emancipazione e di giustizia, di alfabetizzazione e di lavoro, di cooperazione e di sviluppo, che nella società del tempo erano completamenti assenti. E i socialisti che lottavano per tutto questo erano perseguitati proprio come i cristiani delle origini, e incarcerati, se non mandati a morte al Colosseo. Quando don Bedeschi non riconosce validità al bisogno di corrispondere, seguendo l’insegnamento cristiano, ai bisogni materiali e li contrappone a una felicità astratta, non comprende il legame profondo che esisteva tra la necessità di liberare l’uomo dal bisogno e il processo di umanizzazione dell’intera società. L’uomo che viveva una vita animale, che non aveva di che cibarsi e di che vivere, non rimandava proprio, in nome dell’idea di “amare il prossimo come te stesso”, al bisogno di lottare per la giustizia? E una chiesa indifferente a tale bisogno e anzi schierata dalla parte dei ricchi e dei privilegiati c’entrava davvero qualcosa con il messaggio cristiano?

Prampolini scomunicato due volte

A questo don Bedeschi non risponde e non risponde nemmeno la Chiesa del tempo. Anzi. Prampolini, che aveva desunto il sentimento religioso dalla madre, cattolica, e che aveva frequentato le scuole private e avvertito l’influsso di un insegnante come don Gaetano Chierici, che fu anche direttore dei civici musei reggiani e patriota liberale, ne farà le spese. Prima fu scomunicato il suo giornale delle origini, quello Scamiciato, fondato nel 1882, che riassumeva nella redazione sia la tendenza anarchica sia quella socialista. E fu il vescovo Rocca a emettere la bolla di scomunica al giornale poco dopo l’inizio dell’avventura degli scamiciati. Ad essa così rispose, sul suo giornale, Prampolini “ Prete Rocca, ci vuol altro che scomuniche. Noi siamo più cristiani di voi, perchè Cristo fu più socialista che prete. Cristo è il popolano ribelle che tuona contro l’ingiusta oppressione dei ricchi e mostra l’ipocrisia dei preti”. Siamo nel 1882, quindici anni prima de “La predica di Natale”, che viene così autorevolmente anticipata nei contenuti. Poi la stessa scomunica fu emessa nei confronti della Giustizia, che prese piede a partire dal 1886 e che venne bandita nel 1901 dal vescovo Manicardi. In fondo la guerra della Chiesa verso il socialismo di Prampolini derivava proprio dal fatto che il leader socialista usava lo stesso linguaggio della Chiesa, e ne coniava le tecniche imitandone perfino l’organizzazione.

L’etica di Prampolini

Prampolini usava il comizio come una messa, il linguaggio era spesso intriso di parabole e di citazioni di Cristo, il giornale si contrapponeva a quelli cattolici (se la vecchia “Italia centrale” quotidiano monarchico reggiano, era per i redattori della “Giustizia” la nonna, l’ “Azione cattolica”, settimanale della Chiesa reggiana, era definita la zia) e in ogni parrocchia doveva esserci un sezione del partito. Per di più Prampolini si era permesso di fare una Predica di Natale sovrapponendosi alle prediche natalizie di tanti preti. Bestemmia vera e propria. Eppure il rapporto di Prampolini con l’etica cristiana era profondo. Egli aveva sempre mantenuto un sentimento di avversione per ogni forma di violenza. Aveva rifiutato di battersi in duello, dopo un duello, l’unico che aveva accettato da giovane, e che si era concluso con un leggero ferimento dell’avversario, nonostante le richieste dei padrini e le umiliazioni inferte a lui, sostenendo che “la ragione e il torto non possono essere affidate a un colpo di sciabola per il più delle volte inoffensivo”. Giustificazione razionale e illuminista, contraria a tutte le superstizioni del tempo. Il suo messaggio venne definito “la lotta senz’odio” e di questo si può trovar traccia già nella manchette di prima de “La Giustizia”, dove si propone una lotta non contro la classe dei ricchi ma per un riforma sociale che ponga le basi per una ricchezza collettiva. La sua non è lotta di classe, come sostiene erroneamente don Bedeschi, dunque, ma lotta senz’odio per una società di esseri liberi ed uguali. Questa idea della non violenza egli prospetterà anche di fronte al primo confitto bellico e alla rivoluzione di ottobre del 1917. E quando in Italia tutti si dividevano tra nazionalisti e rivoluzionari e la violenza degli uni e degli altri diverrà cultura di massa, Prampolini, al congresso provinciale del Psi del 1920, ricordò: “Quando si parla di rivoluzione, come quando si parla di guerra, e si vuol stimolare l’entusiasmo e lo spirito di sacrificio della folla, c’è l’abitudine di dire che bisogna essere disposti a dare il proprio sangue. Ma non si dice mai che bisogna essere disposti a dare ben di peggio: e cioè a versare i sangue degli altri, a diventare assassini. Non si dice che ciascuno di noi ha il diritto, almeno in certi limiti, di disporre della propria vita e di ammazzarsi o di farsi ammazzare a suo talento, nessuno invece ha lo stesso diritto con la vita altrui. Ed io al congresso dell’anno passato (quello di Bologna del 1919), volli ricordare a chi m’ascoltava questa verità antica, elementare, indiscutibile eppur tanto dimenticata. Volli ricordare che la vita dei nostri simili è sacra, che non si può uccidere un uomo mai per nessuna ragione, eccettuata quella della legittima difesa. E che perciò anche i partiti non devono ricorrere alle armi omicide della insurrezione e della guerra civile fuorchè nel caso estremo di una ineluttabile necessità, cioè quando sia loro assolutamente preclusa ogni altra strada per la difesa e il proprio sviluppo”.

Contro la violenza sempre

Prampolini, in realtà, tali estremi limiti non ritenne mai varcati in Italia, neppure quando fu egli stesso incarcerato, nel 1899, per avere gettato in aria le urne parlamentari che avrebbero dovuto sancire la votazione delle leggi liberticide di Pelloux. E neppure quando il proletariato venne reso oggetto di strage a Milano dai cannoni di Bava Beccarsi e neppure prima ancora quando Francesco Crispi, a seguito dei fasci siciliani e dell’insurrezione in Lunigiana, mise il partito socialista fuori legge. E anche di fronte al primo fascismo egli continuava ad augurarsi che non si dovessero usare le armi e la forza e che si potesse pacificamente ritornare ai vecchi equilibri democratici. Tanto che nel settembre del 1943, alla riunione costitutiva del primo Cln i socialisti presenti Simonini e Lari, tentennarono in nome della vecchia “lotta senz’odio” addirittura a fronte della lotta contro il nazismo e il fascismo, lasciando di stucco addirittura Monsignor Simonelli che rappresentava la Chiesa. Si trattava di una interpretazione nemmeno letterale, e certo non politica, del vecchio messaggio di Prampolini, il quale aveva scritto che la violenza non andava praticata se non in termini difensivi. L’odio di Prampolini verso la violenza, la sua assoluta incompatibilità con essa si manifestò ancor meglio in un altro discorso di Prampolini che egli pronunciò dopo la scissione comunista di Livorno del gennaio del 1921. “Io non ho mai potuto considerare”, egli disse “senza orrore l’omicidio, con qualunque nome e motivo si mascheri o voglia giustificarsi. Tutti gli omicidiari, tutti i massacratori d’uomini, da Caino in giù, siano briganti o capitani o re o preti o tiranni o rivoluzionari, si chiamino Alessandro il Grande o Napoleone, Torquemada o Robespierre, a me fanno ugualmente ribrezzo. E già più volte ho dichiarato alle nostre assemblee che malgrado il mio spirito di disciplina al partito, non ammazzerei né mai consiglieri di ammazzare. Io credo che la vita dei nostri simili, appunto perché nostri simili, ci deve essere sacra come la nostra. E sono diventato socialista a circa vent’anni, cioè prima ancora di avere letto una sola parola di Marx e forse senza ancora conoscerne il nome, perché ero animato da questo profondo, irrefrenabile sentimento del rispetto dovuto alla personalità umana”. Può anche essere discutibile sul piano politico questa affermazione così netta e inequivocabile, ma resta anche in questo momento, e siamo nell’anno in cui più forte si avvertì in Italia il culto della rivoluzione bolscevica e della insurrezione violenta, la sua fede nella via pacifica e democratica, il suo orrore del sangue e anche delle conseguenze della violenza. Egli scrisse pagine di fuoco contro la dottrina della dittatura del proletariato che o era dittatura dei meno sui più ed era democraticamente inaccettabile, o era dittatura dei più (cioè dei proletari che erano ovunque la maggioranza) sui meno e non aveva proprio senso.

Gli attentati a Prampolini

Prampolini, l’uomo della lotta senz’odio, in due occasioni fu vittima di un tentativo di attentato. La prima volta accadde nel 1889, quando la vita politica di Prampolini era agli inizi (egli divenne deputato solo l’anno dopo), ma il leader socialista reggiano figurava già come uno dei più rigorosi e carismatici capi socialisti, che non accettavano, appunto, l’insurrezione e la violenza. E per questo dalla Francia, dove erano espatriati, si mossero due anarchici, Parmeggiani, sì proprio quello della locale Galleria, e Achille Vittorio Pini, un estremista anarchico lombardo. Volevano impartire una lezione ai riformisti traditori, e presero a pretesto la critica a un manifesto per la liberazione di Amilcare Cipriani per preparare un attentato a Celso Ceretti, socialista di Mirandola, e a Camillo Prampolini di Reggio. Ceretti venne ferito, ma Prampolini avrebbe dovuto morire. I due, che già avevano compiuto l’attentato di Mirandola, arrivarono sotto la sede de La Giustizia, ma fortunatamente un amico di Prampolini, che aveva saputo dell’attentato di Mirandola e della volontà omicida dei due anarchici, lo informò e lo fece scappare. Pini fu incarcerato in Francia e si sa che morì alla Cajenna, Parmeggiani invece fu libero e si diede alla bella vita, flirtando con belle donne e occupandosi di arte di artisti. Qualcuno ritiene che Parmeggiani fosse stato coperto dai servizi segreti italiani. Il secondo tentativo di violenza contro Prampolini risale all’aprile del 1921, quando i fascisti inseguirono Prampolini e Zibordi e spararono un colpo, probabilmente per intimidire Zibordi, che aveva svolto un’interrogazione parlamentare sulla situazione dell’ordine pubblico a Reggio e poi, poco dopo, quando le squadre fasciste incendiarono la tipografia de La Giustizia per vendicare il ferimento di un giovane fascista alla stazione della Reggio-Ciano, con Prampolini che affrontò i terroristi e disse loro “Prendetevi me, ma non distruggete questo giornale che rappresenta la classe dei lavoratori reggiani”.
L’idea di contrastare la violenza non lo aveva esentato dall’essere vittima egli stesso di violenze. Quel prendete me, non ricorda un altro insegnamento di carattere religioso, essere pronti ad offrire se stessi per i propri ideali?

Cristianesimo e anticlericalismo

Torniamo al tema del rapporto con la Chiesa. Che il conflitto sia stato duro è assolutamente vero ed è documentato. Che i socialisti, quando conquistarono il Comune di Reggio, abbiano sguainato la scimitarra dell’anticlericalismo più estremo, questo certo favorì l’esplosione di un conflitto aspro. Dopo l’elezione di Alberto Borciani nel dicembre del 1889, un sindaco che dopo pochi mesi volle anche diventare deputato (ma andavano a caccia di poltrone anche allora questi protagonisti della politica…) e si dovette dimettersi da sindaco pochi mesi dopo, vennero tolte le suore dall’ospedale di Reggio, eliminato il cappellano del cimitero e l’ora di religione nelle scuole elementari, che allora erano comunali, divenne facoltativa. Questo fece gridare al crucifige il mondo ecclesiastico reggiano che reagì costruendo col mondo commerciale e borghese un’alleanza, che poi porterà i socialisti in minoranza nel 1904. Ma il conflitto più pericoloso, la di là dell’anticlericalismo dell’amministrazione comunale, era proprio quell’agire sullo stesso terreno della Chiesa, con gli stessi metodi, ma con obiettivi più coerenti, creando così una concorrenza molto insidiosa. Tanto che due preti reggiani, tra il 1909 e il 1910, abbandonarono la Chiesa cattolica per scegliere quella socialista: don Rodrigo Levoni e don Rodolfo Magnani. I due preti, divennero militanti socialisti e iniziarono una predicazione anticlericale ad un livello non ancora raggiunto dai socialisti. Devo dire che la sfida alla Chiesa cattolica si manifestava anche nella vita privata dei dirigenti socialisti. Non è un caso che Camillo Prampolini si accompagnò per qualche anno con una giovane reggiana, Giulia Segala, che morì giovanissima e che gli lasciò la figlia Pierina, la quale poi visse sempre con il padre assieme alla sorella di lui, Lia Carola. E così avvenne anche per Andrea Costa, che si accompagnò con Anna Kuliscioff ed ebbe con lei la figlia Andreina e per Filippo Turati, che si accompagnò, in seguito, con la stessa Anna Kuliscioff, adottando Andreina. Erano insomma, queste, coppie di fatto, diremmo in gergo moderno. Mai sposate. Il rito del matrimonio veniva giudicato evidentemente incompatibile con la fede socialista. Come quei riti che i socialisti, e Prampolini in particolare, giudicavano in fondo decisamente fuorvianti rispetto allo stesso messaggio cristiano. Prampolini conosceva bene la Bibbia: l’aveva letta già quando, durante il servizio militare del 1879, era stato colpito dalla malaria a Foggia. Si era curato passando mesi a letto con la Bibbia tra le mani. E conosceva assai bene la vita e le opere di Gesù. Non ne parlava a vanvera. Era e rimase tutta la vita attratto dal messaggio e della vita di Cristo. L’idea degli uomini come fratelli, dell’amore per i più deboli, aveva anzi formato la sua idea del socialismo, che nulla aveva, in fondo, di puramente materiale, come erroneamente annota, nell’anti predica di Natale, don Bedeschi. Il suo socialismo era amore per l’uomo e per la sua dignità, ed era intriso di valori, anche nei metodi di lotta: bandita la violenza, si affidava alla costruzione di un mondo nuovo a partire dal territorio, con la cooperazione e la municipalizzazione.

I valori del riformismo reggiano

Quando i socialisti reggiani, nel 1901, aprono la prima farmacia municipale per la vendita dei farmaci ai poveri, quando vengono municipalizzati la luce e il gas, e perfino il pane (si aprirono un mulino, un forno e un pastificio comunali dopo un travagliato referendum che aveva visto, nel 1903, i commercianti privati schierati decisamente contro), quando si formarono le prime cooperative di consumo con prezzi di vendita più bassi ai soci e quando si aprirono le prime cooperative di lavoro, per offrire un’attività a chi non ce l’aveva, quando quelle stesse cooperative riuscirono addirittura a costruire una ferrovia, la Reggo-Ciano, inaugurata nel 1910 tra lo stupore dei socialisti di mezzo mondo, in molti dissero: questo socialismo non è socialismo. E’ solo una sorta di solidarismo cristiano. In effetti Prampolini non era né mai volle essere un socialista dottrinario, scientifico, e men che meno rivoluzionario. Quando, dopo la separazione dal Psi nell’ottobre del 1922, e la nascita del Psu a cui Prampolini aderì assieme a Turati, Treves e Matteotti, egli volle dire la sua sul nome del nuovo partito e propose di chiamarlo Partito socialista democratico, perchè era proprio il valore dell’accettazione della democrazia quello per lui distintivo dai comunisti e dai socialisti massimalisti, credo abbia dato un alta lezione di valori e non di mera sensibilità ai beni materiali e alla lotta di classe di stampo tradizionale. Il bene della democrazia era inseparabile nella sua predicazione da quello delle giustizia. Quando, al congresso costitutivo del 1892, il conflitto con gli anarchici si fece furente nella sala Sivori di Genova fu proprio Prampolini a chiedere agli anarchici di abbandonare la sala. E lo fece con queste parole: “Se noi dobbiamo battere due vie diverse, facciamolo da buoni amici. Voi percorrete la vostra, noi proseguiremo per la nostra. Lasciamoci senza rancori, perché rompere anche le nostre amicizie personali?”. Quando Camillo Berneri lasciò il partito per abbracciare il nuovo credo anarchico, Prampolini volle che il giovane dissidente tenesse una conferenza per spiegarne i motivi e lo salutò augurandosi che egli “restasse sempre nel socialismo”. Quando la polemica si fece forte, tra il 1904 e il 1905, contro lo schieramento avverso che a Reggio aveva ottenuto la maggioranza, non vennero mai meno da parte sua il rispetto e la stima per alcuni avversari, uno su tutti, Giuseppe Menada, il leader di quella che venne spregiativamente definita “La grande armata”, e con lui continuò a collaborare dalla presidenza della locale Cassa di Risparmio, e così in seguito, quando la polemica si fece intransigente nei confronti degli interventisti (ci sono lettere toccanti su questo argomento tra lui e Pietro Petrazzani che aveva perso un figlio in guerra) e poi quando la polemica interna dei comunisti e dei massimalisti si fece ruvida (verso di lui fu durissimo il giudizio di Antonio Gramsci che definì i riformisti reggiani “utili idioti”), non ci sono segni di mancanza di rispetto verso il contendente. La democrazia era tolleranza e rispetto delle idee altrui (che linguaggi diversi si potranno trovare nei dirigenti del Comintern e poi del Cominfom) come l’emancipazione era lo strumento per uscire dalla dimensione di sfruttamento e di oppressione in cui i poveri venivano tenuti. E quando i socialisti di Reggio puntarono sull’educazione e iniziarono a costruire le scuole comunali, poi gli asili in tutte le frazioni del comune di Reggio, e chiamarono un illustre pedagogo come il professor Giuseppe Soglia, che si distinse in Italia inventandosi la refezione scolastica, la previdenza, il doposcuola, credo si debba proprio parlare di un sistema a dimensione di uomo e per il riscatto dell’uomo. Per l’amore dell’uomo. A questo la Chiesa faceva fatica ad adeguarsi. Eppure doveva essere questo anche il terreno della Chiesa. Nacquero, anche a seguito e in risposta all’iniziativa riformista, movimenti, giornali, organizzazioni cattoliche, e solo a partire dal 1919 un partito cattolico popolare. Ma solo a partire dal primo dopoguerra la dimensione elettorale (il non expedit venne superato solo a partire dal 1913) e quella organizzativa dei cattolici in politica diverrà di massa. Proprio quando si avvertì forte l’emergere di un duplice nuovo mito, quello bolscevico e poi quello fascista.

L’esilio a Milano, il testamento e il funerale

Prampolini se ne andò da Reggio scegliendo Milano nel maggio del 1926. In molti scrissero che lo aveva fatto per difendere la sua incolumità, egli stesso disse che, invece, non temeva per la sua incolumità personale, anche perchè a Reggio gli stessi fascisti, a parte gli episodi richiamati, non ebbero mai l’ardire di insolentirlo o minacciarlo, ma piuttosto per l’incolumità di quanti gli erano rimasti fedeli. L’avvocato Giaroli, che di Prampolini era parente, azzardò una tesi originale. Prampolini se ne sarebbe andato da Reggio perchè si sentiva abbandonato dai sui compagni. In effetti il travaso di socialisti al nuovo mito fascista era stato davvero notevole. Quando Rossoni viene e ad inaugurare il congresso della cooperazione fascista afferma proprio: “Voi che siete stati socialisti”. A sancire un filo di continuità tra la vecchia base socialista reggiana e la nuova fascista. E Prampolini aveva avvertito questo suo isolamento. Isolamento anche da molti vecchi amici, quali Petrazzani, che divenne primo sindaco fascista di Reggio, Borettini, che fu podestà dopo Menada, o quel Baruch, lo strillone-tenore de La Giustizia che nel 1914 s’era messo a strilloneggiare per Il Popolo d’Italia di Mussolini. Prampolini era attorniato dalla sua famiglia e dai suoi amici più cari. Ma perché doveva rimanere a Reggio, se la sua attività era circondata da scetticismo e da indifferenza, se non da ostilità? Non c’è niente di peggio per un uomo politico che sentirsi solo. E oltre tutto Prampolini, come gli altri dirigenti socialisti, doveva lavorare per vivere. Accettò dunque di fare l’impiegato in un negozio di mobili antichi creato a Milano dall’ex deputato socialista modenese Nino Mazzoni. Venne poi aggredito da quel male, il cancro alla bocca, che lo porterà a morte il 30 luglio del 1930. Egli voleva lasciarci quel testamento che appare davvero in tutta la sua dimensione stoica e anche cristiana. “La mia salma, non vestita, ma soltanto avvolta in un lenzuolo, sia trasportata al cimitero in forma civile, senza fiori, non seguita dai miei familiari. Né al cimitero, né altrove, nessuna lapide, nessun segno che mi ricordi”. E Giovanni Zibordi, che volle improvvisare un saluto tra le lacrime ai pochi convenuti (nessun giornale comunicò la morte di Prampolini e ai funerali del fascista Porcu, in quello stesso giorno, convennero a Milano centomila persone, la società civile…), volle dire: “Non disponetevi per sentire un discorso. Voglio e devo soltanto dirvi che questa forma di funerale fu tassativamente prescritta da lui. Non vi ringrazio di essere intervenuti, perchè siete voi che dovete ringraziare la sorte che vi ha concesso questo privilegio. Il caso e la fortuna di avere saputo vi ha qui raccolti. Non furono fatti né inviti né preferenze. Voi foste favoriti dalla sorte in questo onore, di cui vi ricorderete tutta la vita, di avere condotto al sepolcro Camillo Prampolini”.

Mauro Del Bue

Il compagno Eugenio Bozzello
e i suoi 70 anni di tessera socialista

Una vita intensa e coerente, sia in politica che nelle istituzioni. Non bastano queste parole per descrivere Eugenio Bozzello Verole, più volte senatore della Repubblica, oltre che padre della sinistra canavesana. Per oltre cinquant’anni non ha mai smesso di lavorare per la sua amata città, per la sua terra e per il Bel Paese. Un impegno costante e duraturo, premiato con incarichi prestigiosi. E’ stato per dieci anni presidente del comitato di Ivrea della Croce Rossa Italiana, presidente dell’Unione  sportiva calcio Castellamonte, vice presidente regionale del Piemonte e nazionale dell’associazione nazionale bande musicali (Anbima), sindaco del parco nazionale Gran Paradiso dal 1970 al 1980, consigliere provinciale dal 1970 al 1980, assumendo la responsabilità di assessore allo sviluppo sociale, al lavoro, ai trasporti e alla viabilità. E’ stato consigliere comunale della città della Ceramica e per ben tre volte ha indossato la fascia tricolore di primo cittadino castellamontese. In questi anni è stato insignito di numerosi illustri riconoscimenti: 1971 Cavaliere della Repubblica, 1976 Cavaliere Ufficiale, 1992 Grand’ufficiale al merito della Repubblica Italiana, 2003 Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana, insignito dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi. Della sua prolifica attività parlamentare, invece, si possono citare alcuni disegni di legge a sua firma, come primo firmatario e cofirmatario, come: la legge a favore delle piccole e medie imprese, i riconoscimenti ai donatori del sangue, la legge quadro sul volontariato e la legge sugli obiettori di coscienza. Un vero leader al servizio del cittadino. “Ho iniziato nel 1944 come staffetta partigiana – racconta Bozzello nel libro Da Mirafiori a palazzo Madama – portando un messaggio che annunciava un rastrellamento in Valle Sacra al comandante Piero Falsetti del gruppo Sale e Peppino Sclaverano del gruppo Villa. Quel messaggio, portato da un ragazzo di appena 16 anni, salvò la vita a molti partigiani. Finita la guerra, sono stato assunto in Fiat come allievo e poi come modellatore del legno. La mia attività è iniziata nella fabbrica, in qualità di segretario del Nas – nucleo aziendale socialista. Nel Partito Socialista la mia iscrizione avvenne nel 1947. Questa battaglio l’ho affrontata con spirito di servizio; per me la politica era ed è rimasta una missione. Essere utile, lavorare per risolvere i problemi”. Interprete della sua gente e della sua terra: “L’attività politica – chiosa nel suo libro Bozzello – non è un lavoro solitario. Dal confronto di idee e di esperienze derivano talvolta spunti e suggerimenti importanti per la soluzione di questioni ancora in sospeso. In Canavese bisogna essere coscienti che, senza il coinvolgimento di tutto il territorio, non risolveremo nulla, non solo per quanto riguarda il turismo, ma anche a livello produttivo e industriale. E’ necessario promuovere lo sviluppo su tutto la zona, uscendo dagli interessi campanilistici e non pensando che ogni sindaco possa risolvere i problemi canavesani da solo. Bisogna impegnarsi tutti insieme per ridisegnare il Canavese”.

“E’ stato operaio ed è cresciuto nel lavoro. E’ vissuto nell’impegno al servizio della collettività. In questo impegno è stata sempre presente la cultura del Canavese, che lui ha custodito, valorizzato, reso fruibile agli altri attraverso le mille iniziative che ha preso come assessore provinciale, come sindaco della città di Castellamonte  e come senatore della Repubblica. E in queste iniziative ha manifestato appieno le doti migliori dei suoi conterranei”. E’ la testimonianza di Giuliano Amato (politico, giurista e accademico italiano, presidente del Consiglio dei ministri dal 1992 al 1993 e dal 2000 al 2001, giudice costituzionale dal 2013) su Eugenio Bozzello Verole. E’ il modo migliore per descrivere il lungo percorso compiuto dall’ex primo cittadino castellamontese, che quest’anno taglierà il prestigioso traguardo di 70 anni di vita politica e militanza nel Partito Socialista italiano, a cui è sempre rimasto fedele nonostante le alterne vicende del PSI. Passione, interesse, dedizione, impegno, soprattutto sulle tematiche del lavoro e della difesa dei lavoratori, sono i tratti distintivi di una carriera nell’amministrazione della “cosa pubblica” iniziata nel lontano 1947. Nato a Castellamonte il 30 agosto del 1928, la storia di Eugenio Bozzello si intreccia inevitabilmente con quella di oltre cinquant’anni del nostro territorio. Testimone di un’epoca così vicina eppure così lontana. L’immediato dopoguerra tra povertà e speranze, gli studi al Liceo Artistico Felice Faccio e poi la fabbrica. Anche un viaggio di mille miglia inizia sempre con un primo, piccolo e singolo passo. Il 5 febbraio 1946 Eugenio Bozzello entra alla Fiat come allievo. Erano anni difficili, di lotta vera e di grandi battaglie ideologiche. In questo clima inizia il suo impegno sindacale e politico. E’ l’avvio di una straordinaria avventura: da Mirafiori a palazzo Madama, passando per l’elezione in Provincia nel 1970 con l’incarico di assessore allo sviluppo sociale. Ricordi che Bozzello ha messo nero su bianco in un suggestivo volume autobiografico: “Nel 1976, la prima volta che mi hanno candidato, abbiamo perso un quoziente; eravamo tre senatori e siamo andati a due. Poi venne la successiva tornata nel 1979 e fui eletto come primo del Piemonte. Significava che avevamo lavorato bene. Siamo passati da essere “il primo escluso” a diventare il “primo eletto”. Devo dire che è stata una grande soddisfazione. Si coronava un sogno dopo tanti sacrifici. Perché far politica sono veramente sacrifici. Pensavi alle lotte sindacali o allo scambio di battute avuto con Umberto Agnelli, quando prima di prendere responsabilità nell’azienda, fece un giro a vedere tutte le aree di produzione, di cui il nostro reparto era il simbolo. Attorno al mio banco, Agnelli era venuto cinque, sei volte in una settimana di visite. Un giorno mi chiese cosa volessi fare da grande e io gli risposi: “Il mestiere di suo nonno”. Quando sono stato eletto senatore della Repubblica mi ha mandato un messaggio “Congratulazioni, hai raggiunto l’obiettivo di mio nonno””. Con grinta e slancio rivestì con ottimi risultati il ruolo di senatore nella ottava, nona e decima legislatura della Repubblica. E’ stato anche Questore del senato dal 19 luglio 1983 al 1 luglio 1987, che – spiega Bozzello – “è un po’ l’amministratore delegato dell’ “azienda” Senato, dato che si occupa del personale, dei parlamentari, del bilancio, dell’etica, dei viaggi; tutto passava al vaglio e alla autorizzazione dei questori che sono tre, In quella legislatura abbiamo costituito il collegio dei Questori”.

In Italia abolita la parola “socialista”

Perché nessuno vuole essere socialista?

GIOVANI-Socialismo-INTTranne da noi, piccolo partito semiclandestino, tuttora in vita col nome di Psi, il termine socialista in Italia pare sia stato abolito. Il partito che, grazie a Matteo Renzi e non a Bersani e D’Alema, è entrato a pieno titolo nel Pes, Partito socialista europeo, si chiama Pd, come il partito americano, caso unico nell’Europa alla quale pur si vuole appartenere. Gli scissionisti, che parevano orientati ad accogliere l’invito del governatore della Toscana Enrico Rossi a qualificarsi come Democratici e socialisti, la sigla avrebbe fatto oltretutto Diesse, hanno preferito abbinare al termine di democratici quello più vago di progressisti, la sigla fa Dp, che non è solo il contrario di Pd, ma il vecchio nome di un minuscolo partito di estrema sinistra, più specificatamente proletario che indefinitamente progressista. Parte di costoro discendono dalla vendoliana Sel, che affratellava la parola sinistra con quella encomiabile di libertà. Cosa c’è di più tradizionale e conforme della storia del socialismo democratico al valore di libertà, sempre contrapposto a quello di comunismo, appunto illiberale? Niente da fare. Pochi giorni fa è nata Sinistra italiana. Anch’essa desocialistizzata. E prima il movimento Possibile di Civati, che ha importato in Italia l’esatta denominazione di quello spagnolo di Iglesias. Meglio dunque rifarsi a modelli di altre nazioni. Fino a qualche decennio orsono, invece, il termine socialista era perfino abusato. C’era il Psi, ma anche il Psdi, e per una fase il Psiup, e anche il Mas (Movimento autonomo socialista). Quando Valdo Magnani, nel 1951, uscì dal Pci fondò l’Unione dei socialisti, non l’unione dei democratici e dei progressisti. Andiamo a cercare di capire i motivi o il motivo del completo abbandono del termine socialista, prima approfondendo quel che questa qualificazione ha significato nella storia italiana.

Il socialismo delle origini

I pionieri del socialismo erano coloro che Marx ed Engels definirono poi utopisti, perchè lontani dal loro socialismo scientifico. Non avevano la chiave magica per scardinare il sistema capitalistico intuendone le presunte e inesorabili contraddizioni. Avevano una ricetta pratica, oltre che etica, di trasformazione della società, anche sperimentandola concretamente. Pensiamo a Owen che fondò la sua comunità nell’Indiana, a Fourier e al suo Falansterio, ma anche a Saint Simon e al suo socialismo cristiano, con tanto di fedeli.
Costoro avversavano, già nei primi anni dell’Ottocento, un capitalismo appena nato che produceva palesi e insopportabili sfruttamenti degli uomini, delle donne e perfino dei bambini. La rivolta etica si trasformava in bisogno di risposta esemplare, in elaborazione di un modello alternativo di società, generalmente fondata su principi di equità e di umanitarismo. In questo senso, a mio parere, il loro socialismo risulta assai meno utopistico di quello di Marx che è stato erroneamente sperimentato in varie forme, generalmente abbinato al leninismo e sfociato in dittature di stampo partitico e militare, oggi praticamente estinto ovunque, con poche e paradossali eccezioni. E una sorta di continuazione del cosiddetto socialismo utopistico, perché avvertiva lo stesso bisogno di sperimentazione immediata, non fu il socialismo riformista, che praticò la nascita e lo sviluppo di sistemi locali fondati sull’associazionismo e il municipalismo, e che resta l’unico socialismo ancora vivo?

Socialismo e comunismo secondo Marx

Secondo Karl Kautsky, il più esposto dei marxisti ortodossi, Lenin aveva tradito Marx. Quest’ultimo pensava a una rivoluzione come atto finale dell’evoluzione del capitalismo, anzi come suo atto inevitabile. Il capitalismo portava in sé i germi della sua fine. Era un sistema suicida. Lenin la rivoluzione l’aveva fatta in un sistema arcaico, rurale, solo approfittando dei militari ancora impegnati in guerra e dei contadini sfruttati dal regime sanguinario degli zar. Marx in verità aveva pensato a una rivoluzione che nascesse dalle contraddizioni interne al sistema capitalistico, in particolare sulle crisi cicliche dovute alla sovrapproduzione rispetto alla necessità dei consumi e alla incapacità di sopravvivenza dei ceti medi, che si sarebbero via via proletarizzati. Lasciamo perdere la profezia, che non si é avverata, anche perché Marx non ha tenuto presente il ruolo dello stato nell’economia, cioè il sopravvento del capitalismo moderno, non più ispirato al liberismo selvaggio, ma regolamentato e orientato politicamente. Anche il concetto di proprietà dei mezzi di produzione oggi è assai più labile, con il ruolo sempre più attivo e presente del sistema finanziario. La conciliabilità del moderno capitalismo con la democrazia (lo stesso Engels ne parlò nella prefazione alle libro scritto con Marx sulle lotte di classe in Francia dopo il 1948, fornendo, con l’introduzione del suffragio universale, una ricetta diversa dalla rivoluzione violenta) non veniva allora pronosticata. Restava nei due, nella loro teorie, che pure hanno animato e sorretto la politica della fine dell’Ottocento e di quasi tutto il Novecento, una distinzione assolutamente formale tra socialismo e comunismo, oltre che un ripudio del socialismo romantico, antiscientifico e per questo utopistico. Il socialismo era il sistema inaugurato dopo la rivoluzione attraverso la socializzazione dei mezzi di produzione e il necessario e transitorio governo assoluto del proletariato (la sua dittatura), il comunismo era la parte ultima del processo rivoluzionario, quello in cui sarebbe stato abolito anche il denaro. Una sorta di Eden, che avrebbe consentito agli uomini di vivere liberi e uguali. Da un certo punto di vista il comunismo era perfino la liberazione di quei vincoli un po’ tirannici, anche se transitori, del sistema socialista. Il contrario del significato delle successive definizioni.

Le varie correnti del socialismo italiano

Nel pensiero e nell’azione socialista le divisioni sono state all’ordine del giorno. Prima della nascita del partito già erano esplosi quelli tra la corrente anarchica e quella socialista, alla quale aderì nel 1879 Andrea Costa, primo socialista alla Camera con le elezioni del 1882. Si trascinò la polemica fino al congresso di Genova in cui anarchici e operaisti fondarono un loro partito contrapposto a quello socialista. Si animò il contrasto tra riformisti e sindacalisti rivoluzionari tra il 1904 e il 1907, con questi ultimi che fondarono un loro movimento e un loro sindacato, si sviluppò poi un profondo dissenso coi rivoluzionari che nel 1912 presero la maggioranza del partito, poi tra interventisti e pacifisti nel 1914, poi, ancora, tra comunisti e socialisti, dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, tra massimalisti o comunisti unitari e comunisti puri nel 1921, con questi ultimi che fondarono a Livorno il Pcdi. Poi, ancora, tra massimalisti e riformisti nel 1922, con questi secondi, espulsi dai primi, che fondarono il Psu. Anche nei partiti socialisti in esilio vi furono novità. Psi e Psu, poi divenuto Psli e Psuli, si unificarono a Parigi nel 1930. Poi, dopo la scissione del Psiup, nato dall’unificazione del Psi col Mup di Lelio Basso, del gennaio del 1947, si formò il Psli di Giuseppe Saragat, che poi nel 1951, dopo l’unificazione col Psu di Romita, acquisirà il nome di Psdi. Nel gennaio del 1963 dal Psi si distaccò la corrente filo comunista che contrastò la svolta autonomista di Nenni e la formazione del primo governo di centro-sinistra fondando il Psiup. Nel 1966 il Psi di Nenni e il Psdi di Saragat si unificarono per dividersi ancora nel 1969. Poi la storia ultima, dal 1976 al 1993, quella del Psi di Craxi, che rilanciò il socialismo riformista, collegandola al liberalismo e al patriottismo. Una storia di conflitti, di polemiche, di divisioni, ma che rappresentavano i contrasti di un secolo e mezzo, non artifici retorici.

Quello che ha fatto diversi socialisti e comunisti

La parola socialista è stata, pur con tutte le distinzioni prima richiamate, contrapposta a quella di comunista dopo la rivoluzione bolscevica del 1917. Quando i bolscevichi fondarono la Terza internazionale ordinarono ai comunisti di tutto il mondo di lasciare i partiti socialisti o, come avvenne in Francia, e come stava avvenendo in Italia, poi la scelta fu bloccata dai massimalisti, di cambiare il nome dei partiti socialisti in partiti comunisti e di espellere i riformisti. In Italia il Psi di Serrati decise solo nel 1922, a pochi giorni dalla marcia su Roma, di cacciare i riformisti dal Psi (parliamo di Turati, Treves, Prampolini, Matteotti, Modigliani) che fondarono immediatamente il Psu. I comunisti demonizzarono subito il termine socialista, a tal punto da accogliere ovunque la sciagurata teoria del socialfascismo, cioè l’equiparazione dei socialisti e dei fascisti, che durò fino all’ascesa al potere di Hitler, nel 1933, quando dal Comintern venne sostituita con il lancio della direttiva dei fronti popolari. Questa equiparazione diventerà poi equivalenza tra democrazia e nazifascismo durante i due anni che separarono il patto Hitler-Stalin del 1939, che aprì le porte all’indifferenza tra sistemi capitalistici, sia di ordine liberale che totalitaria, e l’inizio dell’operazione Barbarossa, del giugno 1941. Nell’immediato dopoguerra il Psi si confuse col Pci, mentre il Psli, poi Psdi, entrò a fare parte dell’Internazionale socialista, o socialdemocratica, come i comunisti spregiativamente la consideravano, e il Psi fu componente dell’Internazionale solo con l’unificazione socialista del 1966, per non uscirne più. Quando il comunismo, nel 1989, crollò in tutta Europa, e con esso anche il muro di Berlino, il Pci fu l’ultimo partito europeo a decidere di cambiare nome. Lo fece, attraverso due congressi, ma rifiutando il nome di socialista e l’unità socialista proposta da Craxi, fondando prima il Pds e poi i Ds, e infine confluendo, assieme alla Margherita, il partito che proveniva soprattutto dalla vecchia Dc, nel nuovo Pd. Il Partito democratico non aderì, contrariamente al Pds-Ds, al Partito socialista europeo e all’Internazionale socialista, per obiezioni che provenivano in massima parte dagli esponenti della Margherita ma che trovavano terreno fertile nell’impostazione post o asocialista di Walter Veltroni. Quest’ultimo ha confessato, pur essendo stato dirigente del Pci, di non essere mai stato comunista e ha by passato la storia del socialismo italiano per approdare direttamente al modello americano.

Il socialismo riformista e liberale di Craxi

È ovvio che il nome socialista in Italia abbia un inequivocabile referente nello storia più recente del Psi e nella figura di Bettino Craxi. Già nei primi anni settanta si era fatta strada una visione diversa tra socialisti e comunisti sul tema dei diritti civili e l’approvazione della legge sul divorzio portava il nome di un socialista e di un liberale, cosi come la legge sull’aborto aveva visto in prima fila i socialisti e in posizione di retroguardia i comunisti, che già con l’approvazione dell’articolo 7 della Costituzione, che vi includeva i patti lateranensi, avevano manifestato maggiore propensione al compromesso. Difficile, anzi impossibile, dissociare la qualifica di socialista con l’esperienza del Psi della fase 1976-1993. Cioè dall’inizio del nuovo corso socialista fino alla fine del Psi. Di questa fase occorre distinguere tre capitoli. Il primo consiste nell’elaborazione di una piattaforma teorica, programmatica, politica autonoma del riformismo socialista, i cui dati salienti sono stati convegni, conferenze, congressi, saggi e libri sull’inconciliabilità del pluralismo col leninismo, sul nesso tra pluralismo politico e pluralismo economico, il progetto socialista del 1978 (Congresso di Rimini), l’intuizione della grande riforma delle istituzioni (1979), l’acquisizione del riformismo e del socialismo tricolore (Congresso di Palermo 1981), il rapporto tra meriti e bisogni (Conferenza programmatica di Rimini del 1982), il lib-lab (il socialismo liberale degli anni ottanta). In questa fase il Psi si diede una sua precisa collocazione internazionale a braccetto con i partiti socialisti e socialdemocratici europei (l’eurosocialismo) in particolare accentuando le relazioni con il Psoe di Felipe Gonzales, il Psp di Mario Soares, il Psf di Francois Mitterand e l’Spd di Willy Brandt, si intestò il progetto dell’autonomia del popolo palestinese conciliata con la pace e la sicurezza di Israele.
Il secondo capitolo riguarda gli anni della presidenza socialista del Consiglio (dal 1983 al 1987). In questa fase l’attività del Psi si intrecciò strettamente con quella del governo, sui temi della lotta all’inflazione, col decreto di San Valentino che il Pci demonizzò fino a promuovere il referendum abrogativo, perso nel 1985, inflazione poi effettivamente ridotta dal 16 al 6 per cento, sulla profonda revisione del Concordato con il superamento della religione di stato e dell’obbligatorietà dell’ora di religione nelle scuole, su una politica estera responsabile, autonoma, coraggiosa, come provano, da un lato, l’accettazione dell’installazione a Comiso dei missili americani e dall’altro la condanna dei bombardamenti statunitensi su Tripoli e Bengasi, nonché il comportamento assunto sulla vicenda dell’Achille Lauro e a Sigonella, che rispecchiava la posizione del Psi assunta già al tempo del rapimento Moro coniugandola con la orgogliosa difesa dell’indipendenza nazionale. Contemporaneamente il Psi promosse i referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, l’abolizione della commissione inquirente e contro le centrali nucleari. Il terzo capitolo riguarda l’ultima fase, quella meno creativa, più rassegnata e di attesa al ritorno della seconda. E’ la fase dei grandi mutamenti internazionali, dei referendum che segnalano un profondo distacco tra paese e istituzioni, del cambiamento di sistema politico con la fine del Pci e l’esplosione della Lega e poi della questione giudiziaria che costituisce l’ultimo anello della grande esplosione del 1992-1994 del sistema politico. In questa fase il Psi mostrò crepe, incertezze, dissonanze.

Perché il rifiuto. Superamento o condanna?

Alla conclusione di quel che si continua a denominare erroneamente Prima repubblica, visto che non ne esiste una seconda, ma solo un sistema politico profondamente mutato, non sopravvive, caso solo italiano, un solo partito che si definisca socialista, con l’unica eccezione del piccolo e resistente Psi. Solo in Italia, d’altronde, la fine del comunismo e gli eventi ad esso direttamente collegati (compresa Tangentopoli) hanno partorito la fine di tutti i partiti e non solo di quello comunista. Dal 1994 esiste anzi solo in Italia un partito di grandi dimensioni che alla storia comunista italiana continua a far riferimento. Questo dipende in parte dal fatto che solo in Italia esisteva un partito comunista di massa, popolare, progressivamente resosi indipendente da Mosca. Dall’altro dal suo sostanziale mancato coinvolgimento nelle indagini della magistratura nel biennio 1992-1994. Dal 1994 tale partito, con l’eccezione della prima fase del Partito democratico, é entrato a far parte del Partito socialista europeo, mostrandosi anche lessicalmente contraddittorio. La sua definizione di socialista si esaurisce ai patri confini, dove la carta d’identità diviene vagamente democratica, ma il suo passato, né socialista, né democratico, continua ad essere comunista come il suo giornale e il nome delle sue feste. Quasi a considerare Tangentopoli e gli errori del Psi la partita di ritorno dell’ottantanove, quando pareva che l’unico partito italiano a dover finire sotto i calcinacci del muro fosse il Pci, i post comunisti considerano chiuso definitivamente a loro vantaggio il conflitto storico coi socialisti. Non solo essi non hanno accettato di diventare socialisti dopo la fine del comunismo e del Pci, come sarebbe stato giusto e logico, ma hanno preferito unificarsi con componenti di Democrazia cristiana e di mondo cattolico, finendo poi per diventarne subalterni. Una nemesi? Resta il fatto che nella sinistra italiana il termine socialista è stato espunto, forse abolito per sempre. Dubito che si tratti di una casualità. Non si vuole far rinascere col nome anche la cosa. Quella che noi abbiamo coerentemente rappresentato.

Socialisti e comunisti. La storia all’opposto

Sembra che in Italia il muro di Berlino sia caduto all’incontrario. Anziché travolgere i comunisti, che pure nel novembre del 1989 decisero di cambiare nome, ha travolto i socialisti, che non ebbero l’avvertenza di comprendere che l’ottantanove italiano riguardava anche loro. Cosí anche nel giudizio sul passato un partito, che si é poi più volte rifondato e unificato fino a diventare Pd, ha salvato non già la tradizione socialista democratica che ha avuto ragione nella storia, ma la tradizione comunista che ha avuto torto. Nelle pareti delle sezioni del Pd campeggiano (e figurarsi adesso in quelle degli

Filippo Turati

Filippo Turati

scissionisti) i ritratti di Gramsci, di Berlinguer, di Nilde Iotti e in qualcuna anche quello di Togliatti. Qua e là inframmezzate dai volti di Moro e di La Pira per accontentare gli ex democristiani. Può anche essere che in taluni casi sia esposta una foto di Pertini, ricordato più come presidente degli italiani e come antifascista, che come socialista. Un’intera storia, quella che partendo da Turati arriva a Saragat, a Nenni, a Craxi, viene oggi ignorata o almeno offuscata. Spero che non si insegni questo a scuola. Che non si riprenda quel che ho ascoltato durante il recente referendum costituzionale, e cioè che nel 1946-48 la Costituzione fu una mirabile sintesi delle posizioni democristiane e comuniste, quando invece alla Costituente eletta il 2 giugno del 1946 i socialisti, col 20,6%, superavano i comunisti, fermi al 18,9%. Oppure che non si avvalli la tesi secondo la quale le uniche forze che combatterono il fascismo furono quella comunista e quella cattolica, come si é detto in tanti, troppi 25 aprile, dimenticando le brigate Matteotti, le nobili e tragiche figure di Rosselli, Buozzi e Colorni, il Centro interno di Morandi, il partito in esilio di Nenni, Tasca, Silone e Saragat. E negando ancora la verità della storia.

L’errore della scissione del 1921

Se nonostante tutto continuo a occuparmi di politica é per combattere questa deformazione. Per ribaltare questa errata convinzione. Lo faccio con ricerche, libri e dirigendo l’Avanti! in versione online. Si tratta della più vergognosa e inaccettabile ingiustizia subita da un popolo e da un’ideale. Dunque diamo una veloce scorsa a questa storia italiana, a questo conflitto a sinistra che diede un esito nel 1989, poi addirittura clamorosamente capovolto. Partiamo dal duro scontro del 1921 che a Livorno partorì la scissione voluta da Mosca e riconosciamo che questa non fu dovuta all’adesione al bolscevismo, che unificò il Psi già al congresso di Bologna nel 1919, con l’eccezione dei riformisti, ma alla supina accettazione da parte dei “comunisti puri” dei 21 punti di Mosca, tra i quali il cambio del nome da socialista a comunista e l’espulsione dei riformisti. Il Pcdi che si formò aveva intenzione di impiantare i soviet in Italia, di instaurare un regime simile a quello sovietico. Si proclamò la rivoluzione fino a che non arrivò il fascismo.

La posizione di Turati e la teoria del socialfascismo

Chi aveva ragione nel 1921-22 tra i riformisti e i comunisti? Umberto Terracini avrà l’onestà di riconoscere che aveva ragione Turati. Fu Turati, col suo mirabile discorso del 1920 “Rifare l’Italia”, a immaginare un governo progressista (con le elezioni del 1919 socialisti e popolari detenevano la maggioranza assoluta alla Camera). I massimalisti e i comunisti si opposero ovviamente a qualsiasi collaborazione e contaminazione. Così in Italia si aprirono le porte al fascismo, che i comunisti non consideravano un nemico peggiore del liberalismo. Addirittura, fino all’avvento di Hitler in Germania, nel 1933, i comunisti, sull’onda di una parola d’ordine lanciata dal Comintern, considerarono i socialisti “l’ala di sinistra della fascistizzazione” (teoria del socialfascismo).

I socialisti condannarono i processi di Mosca del 1938 e il patto Ribbetrop-Molotov del 1939. I comunisti no

Giuseppe_SaragatMosca, e quindi i comunisti italiani, seppero ravvedersi lanciando la politica dei fronti popolari. Ma ebbe o no ragione Nenni a condannare i processi di Mosca del 1938, al contrario di quel che fece Ercoli, cioé Togliatti, mentre il Psi di Tasca e Saragat seppe condannare Stalin dopo l’accordo nazista-sovietico del 1939 sulla divisione della Polonia e l’aggregazione all’Urss delle repubbliche baltiche, il patto Ribbentrop-Molotov, coi comunisti appiattiti sulle direttive impartite da Mosca, con l’unica eccezione di Terracini. Fino all’operazione Barbarossa del giugno del 1941 i comunisti consideravano equidistanti le parti in conflitto, cioè la democrazia e il nazi fascismo. Poi la svolta dopo l’invasione dell’Urss da parte degli eserciti tedeschi. Se questa non fosse avvenuta i comunisti avrebbero combattuto il nazifascismo? Domanda lecita. Certo la storia non la si fa coi se. Resta il fatto che il comportamento comunista, che diverrà anche eroico durante la resistenza, fu alquanto ambiguo tra l’agosto del 1939 e il giugno del 1941.

Il socialismo umanitario di Saragat contro il filo sovietismo di Togliatti

Già abbiamo approfondito il conflitto politico tra Saragat e Togliatti, con Nenni e il Psi ancora filo comunisti. Oggi tutti più o meno, eccetto Bertinotti e qualche tardo-comunista, ammettono che Saragat aveva ragione nel 1946 a contrapporsi al comunismo sovietico, allo stalinismo di cui era ancora imbevuta la maggior parte della sinistra italiana. Certo il suo Psli, poi Psdi, dovette fare i conti con la governabilità e il rapporto di collaborazione con la Dc fece perdere al partito il suo smalto autonomistico iniziale e quell’eresia libertaria che gli avevano dato i giovani di Iniziativa socialista. Resta il fatto che ispirarsi all’umanesimo socialista, vedasi una figura come Mondolfo, e non al leninismo, per di più in versione staliniana, fu giusto, opportuno, preveggente. Su questo non c’é discussione. Ma solo oggi.

Nenni e la condanna dell’invasione sovietica all’Ungheria del 1956 che Togliatti approvò

nenni-legge-lavantiQuando, a seguito del XX congresso del Pcus e delle clamorose rivelazioni di Kruscev sui crimini di Stalin, Nenni prese le distanze da Togliatti e mise il dito sulla piaga affermando che il problema non era l’uomo, ma il sistema e quando poi, nell’autunno, ancora Nenni condannò l’invasione sovietica in Ungheria, mentre Togliatti e il Pci furono dalla parte dei carri armati, la ragione da che parte stava? Anche su questo i post comunisti, decine d’anni dopo, ammettono l’errore e sostengono che aveva ragione Nenni. Allora, però, il Pci mise sotto sorveglianza politica un dirigente sindacale come Di Vittorio e costrinse Giolitti a rompere e assieme a molti uomini di cultura ad aderire al Psi, allora peraltro segnato da una lotta interna con la sinistra filo comunista, sorretta dal Pci e finanziata da Mosca, sinistra che nel 1964 darà vita a un nuovo partito, il Psiup, indebolendo così il primo governo di centro-sinistra e il processo di riunificazione socialista.

Quando il Psi diede vita al centro-sinistra il Pci si oppose

Quando, dopo i drammatici fatti del luglio del 1960, il Psi di Nenni, per appoggiare la formazione di un esecutivo alternativo alla destra, favorì, con un’astensione, la nascita del governo Fanfani, quello cosiddetto delle convergenze parallele, e poi del primo governo di centro-sinistra, ancora presieduto da Fanfani, che portò alla scuola media unica e alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, ma anche al piano casa e alla riforma agraria, il Pci iniziò un’opera tesa “a mietere nell’orto del vicino”, e quando si formò il primo governo organico di centro-sinistra, con la partecipazione diretta del Psi al governo presieduto da Moro e con Nenni alla vice presidenza, i comunisti appoggiarono direttamente la scissione del Psiup. Il centro-sinistra che ha portato all’Italia riforme strutturali, come lo statuto dei lavoratori, le regioni, l’abolizione della mezzadria, la riforma sanitaria con l’istituzione del servizio nazionale gratuito, ha avuto nel Pci, assieme alle destre, un avversario strenuo e spesso prevenuto.

Il Psi in prima fila sui diritti civili negli anni settanta, il Pci preoccupato

Quando in Italia si aprì la grande stagione delle lotte per i diritti civili, a cominciare da quella per il divorzio, i socialisti, assieme ai radicali, nonostante il condizionamento politico dovuto alla collaborazione di governo con la Dc, furono in prima fila. E’ a Loris Fortuna e al liberale Baslini che si deve la legge sul divorzio, mentre i comunisti si attardavano in preoccupazioni di retroguardia sul ruolo dei cattolici. Ricordiamo l’iniziativa della senatrice Carrettoni per evitare il referendum, poi vinto dalla cultura e dalla intransigenza laica. E quando, ancora Loris Fortuna, dopo le lotte radicali e socialiste, presentò la legge sull’aborto, ricordo bene le preoccupazioni comuniste, allora condite con la strategia del compromesso storico e i governi Andreotti. Poi il referendum vinto, con ancora più margine di quello sul divorzio, ha fatto piazza pulita di tante incertezze.

Berlinguer per il compromesso storico, il Psi per un’alternativa socialista europea

E quando il Pci lanciò il compromesso storico sostenendo, dopo il colpo di stato in Cile del settembre 1973, che col 51 per cento non si può governare i socialisti italiani risposero che col 51 per cento le forze socialiste democratiche governavano in mezza Europa e che la cosa che complicava la situazione della sinistra italiana era proprio la presenza del più forte partito comunista d’Occidente. Quando il Psi di Craxi intensificò i suoi rapporti coi partiti dell’eurosocialismo il Pci di Berlinguer oppose l’eurocomunismo, il comunismo mediterraneo ove, se si eccettuano quello dello stesso Berlinguer e il piccolo partito spagnolo di Santiago Carillo, non esistevano partiti comunisti autonomi da Mosca. Così Berlinguer fu costretto a elaborare la fumosa terza via, mettendo sullo stesso piano comunismo e socialdemocrazia e inventando un’isola che non c’é.

Il Psi per la salvezza di Moro, il Pci per la fermezza

Quando venne rapito Aldo Moro, nel marzo del 1978, si misurarono due posizioni. Quella del Pci di Berlinguer e della Dc di Zaccagnini e Andreotti era per l’intransigenza assoluta ben sapendo che in quel modo si sarebbe sacrificata la vita dell’ostaggio, invece quella del Psi, ma anche di Saragat, metteva al primo posto la necessità di salvare l’uomo. La verità é che la linea dell’intransigenza si abbinò alla più assoluta inefficienza degli apparati dello stato e troppe incongruenze assurde, involontarie o meno esse siano state, portarono all’uccisione del presidente della Dc, proprio l’uomo che aveva aperto la strada alla politica di unità nazionale. Questo forse per far dimenticare che per troppi anni si era lasciato prosperare quella propensione alla violenza nella sinistra italiana, giustificandola nell’immediato dopoguerra e considerandola, negli anni settanta, un appannaggio esclusivo della destra.

Il Pci contro il governo Craxi e per il referendum sulla scala mobile del 1985

Quando il Psi di Craxi nel 1978 volle approfondire l’inconciliabilità del leninismo col pluralismo, il Pci rispose sostenendo che si tentava una caricatura del comunismo, e quando nel 1979 si lanciò la grande riforma delle istituzioni, il Pci parlò di iniziativa sovrastrutturale. Il Pci bloccò nel 1978 l’elezione di Giolitti alla presidenza della Repubblica perché ex comunista, votò a favore di Pertini, ma assunse una posizione di estrema rigidità politica quando il presidente socialista Pertini diede il mandato di formare il governo al segretario del Psi. Il segretario del Pci definirà quello di Craxi un “governo pericoloso”. Così quando il governo varò il piano anti inflazione che in cambio del taglio di pochi punti di scala mobile avrebbe consentito un maggior recupero della capacità d’acquisto dei lavoratori, abbattendo il tasso inflattivo, Berlinguer scatenò il finimondo e con l’appoggio d una sola componente politica del sindacato chiese e ottenne il referendum abrogativo, che il Pci perse clamorosamente nel 1985, un anno dopo la morte del leader comunista.

Dopo l’89 Craxi propose l’unità socialista, Occhetto di “andare oltre”

Quando i socialisti, nel novembre del 1989, dopo la fine dei regimi comunisti e la caduta del muro di Berlino, proposero al Pci, e poi al nuovo partito che ne é derivato, l’unità socialista, il segretario del partito Achille Occhetto contrappose la sua proposta di “andare oltre” il socialismo democratico europeo. Al rifiuto dell’unità socialista si deve anche giustapporre la tendenza di Craxi a considerarla solo una prospettiva d’avvenire e di non rompere i rapporti con la Dc, sia in previsione di un ritorno alla presidenza del Consiglio dopo il 1992, sia per il timore che sarebbe stato il nuovo partito ad appoggiare ancora Andreotti, il quale già aveva elaborato la sua singolare teoria dei “due forni”. Resta il fatto che solo in Italia, dopo il 1989, gli ex comunisti non rientrarono nell’alveo socialista, come sarebbe stato giusto e logico, ma iniziarono un anomalo cammino che li avrebbe poi portati ad un connubbio con gli ex democristiani.

Il Psi appoggia l’intervento Onu in Iraq, il nuovo Pds si oppone, poi il governo D’Alema interviene con la Nato in Serbia

Nel gennaio del 1991 il Parlamento italiano approvò l’invio di una missione italiana nell’ambito del contingente Onu per la liberazione del Kuwait occupato dalle truppe irachene. Il Pds si oppose e organizzò manifestazioni pacifiste in mezza Italia. Anche i socialisti europei non potevano opporsi all’Onu e in prima fila si espose la Francia di Mitterand. Poi, durante i due anni del governo D’Alema, il partito, allora Diesse, approvò l’invio di aerei per bombardare la Serbia, anche se la missione non venne legittimata e disposta dall’Onu, ma solo dalla Nato.

Psi e Pds di fronte a Mani pulite.

L’avvento di Tangentopoli venne salutato dai post comunisti come un’opportunità politica. Lo scrive D’Alema che ammette che Mani pulite aprì il varco della gola in cui stava Craxi e la sua unità socialista. I post comunisti ebbero così la possibilità di sviluppare il loro percorso dall’identità comunista a quella socialista europea, senza l’intralcio e la cattiva coscienza del Psi. La fine del Psi, nel periodo 1992-94, che costituisce il risultato anche di errori politici di Craxi e del gruppo dirigente socialista nell’esame del post 1989, di valutazioni sbagliate sul rapporto tra politica e cittadini, il cui primo effetto fu l’affermazione nel nord della Lega, di sottovalutazioni, leggerezze e correità sul finanziamento alla politica, segnò tuttavia l’inizio dello stravolgimento della storia. Quasi cone s assieme alla fine del Psi fosse finita anche la storia socialista. Forse per pagare il prezzo non già dei suoi errori, ma delle sue ragioni. Anche sul giustizialismo, sull’uso del carcere per motivi di confessione, sull’ingerenza della magistratura nella politica, sul mito di Di Pietro, il partito che derivava dal Pci ha ammesso i suoi sbagli. Come quasi su tutto. Resta il fatto che chi ha sbagliato, rivedendosi anni dopo, pare abbia vinto il suo conflitto nella storia con chi ha avuto ragione prima. Che quest’ultima sia stata considerata agli occhi degli italiani non una gran virtù è chiaro, purtroppo. Peccato che ci sia ancora qualcuno che non si rassegna, convinto che tra qualche tempo questo “arrivare sempre dopo” venga considerato l’errore più grande.

Mauro Del Bue

Socialdemocratico? Da eresia di destra a eresia di sinistra

Non c’è nulla di più paradossale che sentirsi dare del socialdemocratico oggi quasi fosse diventato sinonimo di estremismo. E magari da quegli stessi che fino a un paio di decenni fa ti colpivano con la stessa scomunica come fosse un’accusa di tradimento degli ideali dell’ortodossia di sinistra. E’ possibile che lo stesso termine sia stato usato in modi così opposti e contrastanti tra loro? E’ possibile che quel che ieri era ritenuto “troppo di destra” sia oggi divenuto “troppo di sinistra”? E perché questa trasformazione o deformazione? Da quali analisi nuove, legittime o opportunistiche, è determinata?

Eduard Bernstein

Eduard Bernstein

All’origine di una parola
Andiamo intanto all’origine della parola. Come nasce e come si diffonde in Europa? All’inizio la socialdemocrazia, cioè l’inseparabilità del socialismo e della democrazia, fu il risultato del primo revisionismo marxista, che già si può riscontrare nell’ultimo Engels, quello della prefazione alla “Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” di Karl Marx, dove il teorico tedesco, nel 1895, alla luce della conquista del suffragio universale in taluni paesi, apriva la porta anche alla costruzione della società socialista per via democratica. Ma in fondo è tutto il socialismo pre marxista, da Saint Simon a Proudhon, che è impregnato di umanesimo e di democrazia. Anche per questo costoro saranno definiti dal filosofo di Treviri “utopisti”.  Ma è soprattutto una vera teoria socialdemocratica viene elaborata solo grazie al filosofo tedesco Eduard Bernstein che nel suo libro “I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia” , un insieme di saggi pubblicati nel 1899, contesta l’ineluttabilità della violenza e lancia un progetto di cambiamento sociale ed economico progressivo.

Il solenne riconoscimento di Gorbaciov
La più bella dimostrazione dell’attualità di Bernstein è il solenne riconoscimento riservatogli da Gorbaciov, ultimo segretario del Pcus, che scrive: “Dovremmo pubblicamente riconoscere il grande errore fatto quando, come sostenitori dell’ideologia comunista, denunciammo la famosa massima di Eduard Bernstein “il movimento è tutto, il fine è nulla”. Lo chiamammo tradimento del socialismo; ma l’essenza dell’idea di Bernstein era che il socialismo non potrebbe essere compreso come sistema che nasce dall’inevitabile caduta del capitalismo, mentre – per converso – è proprio la graduale realizzazione del principio di eguaglianza e di autodeterminazione per il popolo che costituisce una società, un’economia e un paese”. Qui siamo già alla contrapposizione tra socialismo democratico e comunismo. Ma prima, appunto con Bernstein, il tema riguardava essenzialmente la correzione del marxismo.

Eppure c’erano partiti socialdemocratici e rivoluzionari. Il termine socialdemocratico,tuttavia, fino alla rivoluzione bolscevica venne usato, soprattutto in Germania, dal Partito dei socialisti, che cambiò il suo nome in Partito socialdemocratico (Spd) nel 1890, sotto l’influsso di August Bebel e Wilhelm Liebknecht, in stretto contatto col movimento sindacale, anche se già dagli anni sessanta esisteva un Partito socialdemocratico tedesco di stretta osservanza marxista. Nel Spd militava anche  Karl Kautsky (poi seguito dalla stessa Rosa Luxemburg) che capeggerà la corrente di sinistra contro le tesi revisioniste di Bernstein, ma anche contro il leninismo perché eretico rispetto alle impostazioni marxiste ortodosse. Anche lo stesso Lenin fu esponente di primo piano di una forza politica che si chiamava “Partito operaio socialdemocratico russo”, prima dell’offensiva rivoluzionaria e comunista, ed era stato protagonista delle due conferenze internazionali dei socialisti europei che si erano svolte nel 1915 e nel 1916 a Zimmerwald e a Khiental. Quando la parola non è consequentia rerum…

Il contrasto tra socialisti democratici e leninisti
Il più moderno significato della parola “socialdemocratico” deve essere riferito allo scontro con la nuova ideologia marxista-leninista del comunismo a seguito della affermazione della rivoluzione bolscevica del 1917 e della successiva formazione dei partiti comunisti nazionali e dell’Internazionale comunista, anche se il movimento socialista si divise in diversi tronconi, nei quali quello socialista democratico non era certo il solo a rimarcare differenze, in taluni casi solo di tattica, con il comunismo bolscevico. L’invasione del bolscevismo fu consistente ovunque, ma particolarmente in Germania, in Italia e in Francia. In Germania, il partito comunista della Luxemburg e di Karl Liebknecht non superò il 15 per cento dei voti nel primo dopoguerra, mentre l’Spd si aggiudicò la maggioranza e governò il paese, tuttavia l’influenza comunista si fece spazio tra i lavoratori e orientò i moti rivoluzionari armati in un paese messo in ginocchio dal trattato di Versailles. In Italia il Psi, con la sola eccezione della minoritaria corrente turatiana, aderì alla nuova internazionale di Mosca col congresso di Bologna del 1919 e non fu il leninismo la causa della scissione di due anni dopo, ma la mancata approvazione da parte dei massimalisti, allora “comunisti unitari”, di due clausole dei 21 punti di Mosca che si riferivano alla espulsione dei riformisti e al cambio del nome del partito, condizioni irrinunciabili per essere ammessi all’Internazionale comunista e che provocarono il distacco dei “comunisti puri”.

Lo sprezzante attacco di Gramsci a Prampolini

Camillo Prampolini

Camillo Prampolini

Tra loro, forse l’artefice principale assieme ad Amadeo Bordiga, fu Nicola Bombacci, che finirà fascista, impiccato assieme a Mussolini a piazzale Loreto mentre lo stesso Gramsci, dalle pagine del suo Ordine nuovo, si era esposto in una velenosa polemica coi riformisti e in particolare con Camillo Prampolini scrivendo: “Coi moralisti di Reggio Emilia (che avevano definito “moralmente ripugnante” il metodo leninista) é inutile continuare una discussione teorica; i moralisti di Reggio Emilia hanno sempre dimostrato di essere capaci di ragionamento quanto una vacca gravida, hanno dimostrato di partecipare della psicologia del mezzadro, del curato di campagna, del parassita di un arricchito di guerra; é inutile sperare che un barlume di intelligenza illumini la loro decorosa idiozia di Fra Galdino alla cerca delle noci per ingrassare la clientela elettorale…. Tra Lenin e Prampolini e Zibordi, che hanno dedicato la loro vita a procurare i favori dello stato borghese per le cooperative emiliane, favori che lo stato borghese concedeva strappando il pane di bocca agli ignoranti e sudici contadini di Sardegna, di Sicilia e dell’Italia meridionale, tra Lenin e gli scrittori della Giustizia che rimangono, per angusti fini personali, per mantenere una posizione politica conquistata salendo sulle spalle della classe operaia, in un partito che, nella grandissima maggioranza, ha dichiarato si far proprio il metodo bolscevico, tra Lenin e questi decorosi sinistri idioti chi é più ripugnante moralmente?”.

Le ingiurie di Togliatti a Turati

Filippo Turati

Filippo Turati

Anche in Francia i socialisti si divisero in due, mentre in Italia si divisero addirittura in tre, dopo l’espulsione dei riformisti a pochi giorni di distanza dalla marcia su Roma dell’ottobre del 1922. Serrati, che aveva rifiutato la loro cacciata nel 1921, la decretò l’anno dopo e quando Nenni si oppose alla unificazione col Pcdi, nel 1924, lascerà il partito per approdare lui solo con pochi amici nel partito comunista. In Francia la posizione comunista prevalse nella vecchia Sfio e venne fondato, nel 1920, il Partito comunista francese che, fino alla svolta di Epinay del nuovo Psf, sarà partito maggioritario nella sinistra d’Oltralpe. Negli anni venti si scagliò contro i socialisti l’infame arma del socialfascismo e quando morì il socialdemocratico Turati Togliatti lo accusò dei peggiori misfatti, scrivendo su Stato operaio nell’aprile del 1932 un articolo di fuoco che non può essere dimenticato: “Nella persona e nell’attività di Filippo Turati si sommano tutti gli elementi negativi, tutte le tare, tutti i difetti che sin dalle origini viziarono e corruppero il movimento socialista italiano, che lo condannarono al disastro, al fallimento, alla rovina. Per questo la sua vita può bene essere presa come simbolo e, come un simbolo, anche la sua fine. L’insegna sotto cui questa vita e questa fine possono essere poste è l’insegna del tradimento e del fallimento. Nella teoria Turati fu uno zero. Quel poco di marxismo contraffatto che si trova nei primi anni della Critica sociale non fu dovuto a lui. Dei vecchi capi riformisti egli fu il più lontano dal marxismo. Più ancora di Camillo Prampolini fu un retore sentimentale, tinto di scetticismo, e per questo, nelle apparenze, un ribelle. Le famose frasi lapidarie di Turati sono dei motti, delle banalità, delle cose senza senso alcuno. Organicamente egli era un controrivoluzionario, un nemico aperto della rivoluzione. Turati fu tra i più disonesti dei capi riformisti, perché fu tra i più corrotti dal parlamentarismo e dall’opportunismo. Serrati era unitario per uno sciocco sentimentalismo. Turati lo era per astuzia, per calcolo opportunista, allo scopo di potere continuare a penalizzare ogni azione dei rivoluzionari. La sua andata al Quirinale avviene con vent’anni di ritardo. La borghesia, per conto della quale egli aveva fatto il poliziotto, il crumiro e predicato viltà, non aveva più altro da dargli che il calcio dell’asino. Noi fummo e rimaniamo suoi acerrimi nemici, nemici di tutto ciò che il turatismo è stato, ha fatto, ha rappresentato”. Vergognoso.

Quando Prampolini propose che il partito si chiamasse socialista democratico
Questo dissidio durò fino all’avvento di Hitler al potere in Germania, quando, nel 1933, i comunisti ripiegarono sulla tattica dei fronti popolari. Ma in Italia era già nato, nel 1922, un Partito d’impronta più prettamente socialdemocratica. Era il Psu (Partito socialista unitario) di Turati, Treves, Prampolini e Giacomo Matteotti che ne divenne segretario. I riformisti furono i soli socialisti che compresero il pericolo fascista e Turati, già nel 1920 col suo mirabile discorso “Rifare l’Italia”, gettò le basi programmatiche per un governo coi popolari che la maggioranza del Psi respinse in preda com’era all’infatuazione leninista. Fu Prampolini il primo a riprendere il termine “socialdemocratico” quando nel 1923, in polemica sul tema della democrazia coi comunisti, propose proprio che il Psu cambiasse nome in Psdi (Partito socialista democratico italiano). Anche nel Psi, riunificato col Psu nel 1930 grazie alla nuova volontà unitaria del suo leader Pietro Nenni, si manifestarono tendenze più prettamente socialdemocratiche. Furono in particolare i due esponenti espulsi dal partito comunista, Angelo Tasca e Ignazio Silone, ad interpretarle. In entrambi era forte lo spirito anti stalinista, mentre più sfumato si rivelò in Pietro Nenni, che venne anche messo in minoranza e rischiò l’espulsione dal partito dopo il patto Ribbentrop-Molotov del 1939 a causa della sua testarda cocciutaggine a mantenere in vita il patto d’unità d’azione coi comunisti, nonostante l’alleanza coi nazisti, giustificata da tutto il vertice comunista italiano, con la sola eccezione di Umberto Terracini.

La figura di Giuseppe Saragat e la revisione di Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Un altro esponente che diede linfa al pensiero e all’azione socialdemocratica fu il giovane Giuseppe Saragat, molto influenzato dall’austro marxismo di Renner e Bauer, che conciliavano il marxismo e l’umanesimo democratico. E qui entriamo nel merito dell’accezione della socialdemocrazia in salsa italiana. Saragat fu infatti l’esponente di spicco del Partito socialista democratico italiano, che sorse, col nome di Psli (Partito socialista dei lavoratori italiani) nel gennaio del 1947 dopo la scissione del Psiup, che poi tornerà a chiamarsi Psi. Il patto d’unità d’azione coi comunisti, che lo stesso Saragat aveva sottoscritto, gli andava ormai stretto. Ma soprattutto il leader socialdemocratico vedeva nell’Unione sovietica di Stalin un nuovo totalitarismo, che metteva in contrasto col suo umanesimo socialista. Diranno più o meno tutti, di lui, che aveva ragione. In pochi, tuttavia, gliela daranno allora e negli anni successivi. La socialdemocrazia italiana, infatti, non riuscì a conquistare il peso delle altre socialdemocrazia europee: il particolare comunismo italiano, la resistenza di un Psi che nel 1956 si staccherà dai comunisti dopo l’invasione dell’Ungheria, la partecipazione del Psdi ai governi centristi, poi il fallimento della unificazione socialista del 1966, impediranno la costruzione di un’alternativa socialista e democratica, consolidando l’egemonia democristiana sul governo e quella comunista sull’opposizione ancora per decenni. Furono questi i limiti che forniranno ai comunisti italiani il pretesto per quell’accusa di “socialdemocratico” che venne lanciata a più riprese verso chi contestava il paradiso sovietico e l’ortodossia comunista?

La terza via di Berlinguer, né comunista, né socialdemocratica
Dopo la revisione berlingueriana e lo strappo dall’Urss anche il modello socialdemocratico europeo, al quale nella versione nordica e soprattutto svedese, ma anche tedesca ai tempi di Willy Brandt, i comunisti italiani guardavano con rispetto, non venne tuttavia mai preso ad esempio. Anzi, nella elaborazione della cosiddetta terza via, la socialdemocrazia fu equiparata al comunismo. Solo con il congresso di Firenze del 1986, con la segreteria Natta, il Pci si professò, superando l’eurocomunismo berligueriano, un partito della sinistra europea. E poi con la svolta di Occhetto del 1989 (il Pci fu l’ultimo partito europeo a cambiare nome) il partito chiese l’adesione all’Internazionale socialista. Per poi uscirne, però, nel 2007 alla fondazione del Partito democratico, e poi rientravi grazie alla segreteria Renzi.

Il Pd post socialdemocratico
Tuttavia il nuovo Pd, che assomma reduci comunisti e democristiani, non ha ma avvertito l’esigenza di definirsi socialista o socialdemocratico. Anzi, da un trascorso prevalentemente comunista, e più limitativamente democristiano, si è passati subito a un presente post socialdemocratico. Non nego la crisi della socialdemocrazia dovuta essenzialmente alle difficoltà nel processo redistributivo, funzionale a garantire il pieno funzionamento dello stato sociale, a fronte dei grandi temi del presente: la globalizzazione, la finanziarizzazzione, l’immigrazione. Resta il fatto che è l’insieme delle forze socialdemocratiche a porsi questi legittimi, opportuni interrogativi. Si ha invece l’impressione che il Pd prenda le distanze da questo mondo e voglia ragionare da solo, quasi a suggerirsi agli altri come modello. Questo per due ordini di motivi. Il primo riguarda la sua identità che deve rimanere anomala. Come anomala era la sinistra italiana del fattore K, così è tuttora la sinistra italiana del fattore D. Si può passare da comunisti a democratici senza diventare socialisti o socialdemocratici perché é più semplice giustificare la storia, perché é assai meglio dimostrare che nel conflitto a sinistra nessuno ha vinto. Men che meno gli avversari di sempre, appunto i socialisti democratici. Ma c’é un secondo motivo. Oggi il Pd rischia di perdere la bussola del socialismo democratico e liberale e di avventurarsi in un deserto dove la democrazia degli elettori può diventare un optional e la giustizia sociale un benefit per pochi. Per questo il gioco allo scavalco di un partito ancora diviso tra rottamatori senza identità e post comunisti è lo sport preferito. Per questi due motivi l’accusa di socialdemocratico che prima era un atto di condanna per eresia di destra, adesso è divenuta una pena da comminare per eresia di sinistra. I democratici preferiscono guardare veltronianamente all’America, anche se adesso c’é Trump. Il modello socialdemocratico é fallito, pensano. Dunque meglio puntare su Marchionne e Farinetti.

Attualità o superamento della socialdemocrazia
Il modello socialdemocratico deve essere rivisto, attraverso un’idea più di società solidale che di stato sociale. Eppure viviamo in un mondo in cui si allargano le forbici tra povertà e ricchezza, in cui il potere della finanza è incontrollato, in cui la democrazia é spesso solo formalmente riconosciuta e in cui la rivoluzione tecnologica impone una forte tensione all’educazione e alla conoscenza. Un mondo nuovo, non c’è dubbio, dove le etichette del passato vanno sempre più strette anche se forse mai come oggi una moderna e aggiornata identità socialista e democratica appare attuale, pregnante, urgente. Non si capisce perché l’accusa di socialdemocratico sia infatti l’unica che tiene. Sarà mica perché, almeno in Italia, qualcuno ne ha paura?

Mauro Del Bue