Socialisti e comunisti. La storia all’opposto

Sembra che in Italia il muro di Berlino sia caduto all’incontrario. Anziché travolgere i comunisti, che pure nel novembre del 1989 decisero di cambiare nome, ha travolto i socialisti, che non ebbero l’avvertenza di comprendere che l’ottantanove italiano riguardava anche loro. Cosí anche nel giudizio sul passato un partito, che si é poi più volte rifondato e unificato fino a diventare Pd, ha salvato non già la tradizione socialista democratica che ha avuto ragione nella storia, ma la tradizione comunista che ha avuto torto. Nelle pareti delle sezioni del Pd campeggiano (e figurarsi adesso in quelle degli

Filippo Turati

Filippo Turati

scissionisti) i ritratti di Gramsci, di Berlinguer, di Nilde Iotti e in qualcuna anche quello di Togliatti. Qua e là inframmezzate dai volti di Moro e di La Pira per accontentare gli ex democristiani. Può anche essere che in taluni casi sia esposta una foto di Pertini, ricordato più come presidente degli italiani e come antifascista, che come socialista. Un’intera storia, quella che partendo da Turati arriva a Saragat, a Nenni, a Craxi, viene oggi ignorata o almeno offuscata. Spero che non si insegni questo a scuola. Che non si riprenda quel che ho ascoltato durante il recente referendum costituzionale, e cioè che nel 1946-48 la Costituzione fu una mirabile sintesi delle posizioni democristiane e comuniste, quando invece alla Costituente eletta il 2 giugno del 1946 i socialisti, col 20,6%, superavano i comunisti, fermi al 18,9%. Oppure che non si avvalli la tesi secondo la quale le uniche forze che combatterono il fascismo furono quella comunista e quella cattolica, come si é detto in tanti, troppi 25 aprile, dimenticando le brigate Matteotti, le nobili e tragiche figure di Rosselli, Buozzi e Colorni, il Centro interno di Morandi, il partito in esilio di Nenni, Tasca, Silone e Saragat. E negando ancora la verità della storia.

L’errore della scissione del 1921

Se nonostante tutto continuo a occuparmi di politica é per combattere questa deformazione. Per ribaltare questa errata convinzione. Lo faccio con ricerche, libri e dirigendo l’Avanti! in versione online. Si tratta della più vergognosa e inaccettabile ingiustizia subita da un popolo e da un’ideale. Dunque diamo una veloce scorsa a questa storia italiana, a questo conflitto a sinistra che diede un esito nel 1989, poi addirittura clamorosamente capovolto. Partiamo dal duro scontro del 1921 che a Livorno partorì la scissione voluta da Mosca e riconosciamo che questa non fu dovuta all’adesione al bolscevismo, che unificò il Psi già al congresso di Bologna nel 1919, con l’eccezione dei riformisti, ma alla supina accettazione da parte dei “comunisti puri” dei 21 punti di Mosca, tra i quali il cambio del nome da socialista a comunista e l’espulsione dei riformisti. Il Pcdi che si formò aveva intenzione di impiantare i soviet in Italia, di instaurare un regime simile a quello sovietico. Si proclamò la rivoluzione fino a che non arrivò il fascismo.

La posizione di Turati e la teoria del socialfascismo

Chi aveva ragione nel 1921-22 tra i riformisti e i comunisti? Umberto Terracini avrà l’onestà di riconoscere che aveva ragione Turati. Fu Turati, col suo mirabile discorso del 1920 “Rifare l’Italia”, a immaginare un governo progressista (con le elezioni del 1919 socialisti e popolari detenevano la maggioranza assoluta alla Camera). I massimalisti e i comunisti si opposero ovviamente a qualsiasi collaborazione e contaminazione. Così in Italia si aprirono le porte al fascismo, che i comunisti non consideravano un nemico peggiore del liberalismo. Addirittura, fino all’avvento di Hitler in Germania, nel 1933, i comunisti, sull’onda di una parola d’ordine lanciata dal Comintern, considerarono i socialisti “l’ala di sinistra della fascistizzazione” (teoria del socialfascismo).

I socialisti condannarono i processi di Mosca del 1938 e il patto Ribbetrop-Molotov del 1939. I comunisti no

Giuseppe_SaragatMosca, e quindi i comunisti italiani, seppero ravvedersi lanciando la politica dei fronti popolari. Ma ebbe o no ragione Nenni a condannare i processi di Mosca del 1938, al contrario di quel che fece Ercoli, cioé Togliatti, mentre il Psi di Tasca e Saragat seppe condannare Stalin dopo l’accordo nazista-sovietico del 1939 sulla divisione della Polonia e l’aggregazione all’Urss delle repubbliche baltiche, il patto Ribbentrop-Molotov, coi comunisti appiattiti sulle direttive impartite da Mosca, con l’unica eccezione di Terracini. Fino all’operazione Barbarossa del giugno del 1941 i comunisti consideravano equidistanti le parti in conflitto, cioè la democrazia e il nazi fascismo. Poi la svolta dopo l’invasione dell’Urss da parte degli eserciti tedeschi. Se questa non fosse avvenuta i comunisti avrebbero combattuto il nazifascismo? Domanda lecita. Certo la storia non la si fa coi se. Resta il fatto che il comportamento comunista, che diverrà anche eroico durante la resistenza, fu alquanto ambiguo tra l’agosto del 1939 e il giugno del 1941.

Il socialismo umanitario di Saragat contro il filo sovietismo di Togliatti

Già abbiamo approfondito il conflitto politico tra Saragat e Togliatti, con Nenni e il Psi ancora filo comunisti. Oggi tutti più o meno, eccetto Bertinotti e qualche tardo-comunista, ammettono che Saragat aveva ragione nel 1946 a contrapporsi al comunismo sovietico, allo stalinismo di cui era ancora imbevuta la maggior parte della sinistra italiana. Certo il suo Psli, poi Psdi, dovette fare i conti con la governabilità e il rapporto di collaborazione con la Dc fece perdere al partito il suo smalto autonomistico iniziale e quell’eresia libertaria che gli avevano dato i giovani di Iniziativa socialista. Resta il fatto che ispirarsi all’umanesimo socialista, vedasi una figura come Mondolfo, e non al leninismo, per di più in versione staliniana, fu giusto, opportuno, preveggente. Su questo non c’é discussione. Ma solo oggi.

Nenni e la condanna dell’invasione sovietica all’Ungheria del 1956 che Togliatti approvò

nenni-legge-lavantiQuando, a seguito del XX congresso del Pcus e delle clamorose rivelazioni di Kruscev sui crimini di Stalin, Nenni prese le distanze da Togliatti e mise il dito sulla piaga affermando che il problema non era l’uomo, ma il sistema e quando poi, nell’autunno, ancora Nenni condannò l’invasione sovietica in Ungheria, mentre Togliatti e il Pci furono dalla parte dei carri armati, la ragione da che parte stava? Anche su questo i post comunisti, decine d’anni dopo, ammettono l’errore e sostengono che aveva ragione Nenni. Allora, però, il Pci mise sotto sorveglianza politica un dirigente sindacale come Di Vittorio e costrinse Giolitti a rompere e assieme a molti uomini di cultura ad aderire al Psi, allora peraltro segnato da una lotta interna con la sinistra filo comunista, sorretta dal Pci e finanziata da Mosca, sinistra che nel 1964 darà vita a un nuovo partito, il Psiup, indebolendo così il primo governo di centro-sinistra e il processo di riunificazione socialista.

Quando il Psi diede vita al centro-sinistra il Pci si oppose

Quando, dopo i drammatici fatti del luglio del 1960, il Psi di Nenni, per appoggiare la formazione di un esecutivo alternativo alla destra, favorì, con un’astensione, la nascita del governo Fanfani, quello cosiddetto delle convergenze parallele, e poi del primo governo di centro-sinistra, ancora presieduto da Fanfani, che portò alla scuola media unica e alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, ma anche al piano casa e alla riforma agraria, il Pci iniziò un’opera tesa “a mietere nell’orto del vicino”, e quando si formò il primo governo organico di centro-sinistra, con la partecipazione diretta del Psi al governo presieduto da Moro e con Nenni alla vice presidenza, i comunisti appoggiarono direttamente la scissione del Psiup. Il centro-sinistra che ha portato all’Italia riforme strutturali, come lo statuto dei lavoratori, le regioni, l’abolizione della mezzadria, la riforma sanitaria con l’istituzione del servizio nazionale gratuito, ha avuto nel Pci, assieme alle destre, un avversario strenuo e spesso prevenuto.

Il Psi in prima fila sui diritti civili negli anni settanta, il Pci preoccupato

Quando in Italia si aprì la grande stagione delle lotte per i diritti civili, a cominciare da quella per il divorzio, i socialisti, assieme ai radicali, nonostante il condizionamento politico dovuto alla collaborazione di governo con la Dc, furono in prima fila. E’ a Loris Fortuna e al liberale Baslini che si deve la legge sul divorzio, mentre i comunisti si attardavano in preoccupazioni di retroguardia sul ruolo dei cattolici. Ricordiamo l’iniziativa della senatrice Carrettoni per evitare il referendum, poi vinto dalla cultura e dalla intransigenza laica. E quando, ancora Loris Fortuna, dopo le lotte radicali e socialiste, presentò la legge sull’aborto, ricordo bene le preoccupazioni comuniste, allora condite con la strategia del compromesso storico e i governi Andreotti. Poi il referendum vinto, con ancora più margine di quello sul divorzio, ha fatto piazza pulita di tante incertezze.

Berlinguer per il compromesso storico, il Psi per un’alternativa socialista europea

E quando il Pci lanciò il compromesso storico sostenendo, dopo il colpo di stato in Cile del settembre 1973, che col 51 per cento non si può governare i socialisti italiani risposero che col 51 per cento le forze socialiste democratiche governavano in mezza Europa e che la cosa che complicava la situazione della sinistra italiana era proprio la presenza del più forte partito comunista d’Occidente. Quando il Psi di Craxi intensificò i suoi rapporti coi partiti dell’eurosocialismo il Pci di Berlinguer oppose l’eurocomunismo, il comunismo mediterraneo ove, se si eccettuano quello dello stesso Berlinguer e il piccolo partito spagnolo di Santiago Carillo, non esistevano partiti comunisti autonomi da Mosca. Così Berlinguer fu costretto a elaborare la fumosa terza via, mettendo sullo stesso piano comunismo e socialdemocrazia e inventando un’isola che non c’é.

Il Psi per la salvezza di Moro, il Pci per la fermezza

Quando venne rapito Aldo Moro, nel marzo del 1978, si misurarono due posizioni. Quella del Pci di Berlinguer e della Dc di Zaccagnini e Andreotti era per l’intransigenza assoluta ben sapendo che in quel modo si sarebbe sacrificata la vita dell’ostaggio, invece quella del Psi, ma anche di Saragat, metteva al primo posto la necessità di salvare l’uomo. La verità é che la linea dell’intransigenza si abbinò alla più assoluta inefficienza degli apparati dello stato e troppe incongruenze assurde, involontarie o meno esse siano state, portarono all’uccisione del presidente della Dc, proprio l’uomo che aveva aperto la strada alla politica di unità nazionale. Questo forse per far dimenticare che per troppi anni si era lasciato prosperare quella propensione alla violenza nella sinistra italiana, giustificandola nell’immediato dopoguerra e considerandola, negli anni settanta, un appannaggio esclusivo della destra.

Il Pci contro il governo Craxi e per il referendum sulla scala mobile del 1985

Quando il Psi di Craxi nel 1978 volle approfondire l’inconciliabilità del leninismo col pluralismo, il Pci rispose sostenendo che si tentava una caricatura del comunismo, e quando nel 1979 si lanciò la grande riforma delle istituzioni, il Pci parlò di iniziativa sovrastrutturale. Il Pci bloccò nel 1978 l’elezione di Giolitti alla presidenza della Repubblica perché ex comunista, votò a favore di Pertini, ma assunse una posizione di estrema rigidità politica quando il presidente socialista Pertini diede il mandato di formare il governo al segretario del Psi. Il segretario del Pci definirà quello di Craxi un “governo pericoloso”. Così quando il governo varò il piano anti inflazione che in cambio del taglio di pochi punti di scala mobile avrebbe consentito un maggior recupero della capacità d’acquisto dei lavoratori, abbattendo il tasso inflattivo, Berlinguer scatenò il finimondo e con l’appoggio d una sola componente politica del sindacato chiese e ottenne il referendum abrogativo, che il Pci perse clamorosamente nel 1985, un anno dopo la morte del leader comunista.

Dopo l’89 Craxi propose l’unità socialista, Occhetto di “andare oltre”

Quando i socialisti, nel novembre del 1989, dopo la fine dei regimi comunisti e la caduta del muro di Berlino, proposero al Pci, e poi al nuovo partito che ne é derivato, l’unità socialista, il segretario del partito Achille Occhetto contrappose la sua proposta di “andare oltre” il socialismo democratico europeo. Al rifiuto dell’unità socialista si deve anche giustapporre la tendenza di Craxi a considerarla solo una prospettiva d’avvenire e di non rompere i rapporti con la Dc, sia in previsione di un ritorno alla presidenza del Consiglio dopo il 1992, sia per il timore che sarebbe stato il nuovo partito ad appoggiare ancora Andreotti, il quale già aveva elaborato la sua singolare teoria dei “due forni”. Resta il fatto che solo in Italia, dopo il 1989, gli ex comunisti non rientrarono nell’alveo socialista, come sarebbe stato giusto e logico, ma iniziarono un anomalo cammino che li avrebbe poi portati ad un connubbio con gli ex democristiani.

Il Psi appoggia l’intervento Onu in Iraq, il nuovo Pds si oppone, poi il governo D’Alema interviene con la Nato in Serbia

Nel gennaio del 1991 il Parlamento italiano approvò l’invio di una missione italiana nell’ambito del contingente Onu per la liberazione del Kuwait occupato dalle truppe irachene. Il Pds si oppose e organizzò manifestazioni pacifiste in mezza Italia. Anche i socialisti europei non potevano opporsi all’Onu e in prima fila si espose la Francia di Mitterand. Poi, durante i due anni del governo D’Alema, il partito, allora Diesse, approvò l’invio di aerei per bombardare la Serbia, anche se la missione non venne legittimata e disposta dall’Onu, ma solo dalla Nato.

Psi e Pds di fronte a Mani pulite.

L’avvento di Tangentopoli venne salutato dai post comunisti come un’opportunità politica. Lo scrive D’Alema che ammette che Mani pulite aprì il varco della gola in cui stava Craxi e la sua unità socialista. I post comunisti ebbero così la possibilità di sviluppare il loro percorso dall’identità comunista a quella socialista europea, senza l’intralcio e la cattiva coscienza del Psi. La fine del Psi, nel periodo 1992-94, che costituisce il risultato anche di errori politici di Craxi e del gruppo dirigente socialista nell’esame del post 1989, di valutazioni sbagliate sul rapporto tra politica e cittadini, il cui primo effetto fu l’affermazione nel nord della Lega, di sottovalutazioni, leggerezze e correità sul finanziamento alla politica, segnò tuttavia l’inizio dello stravolgimento della storia. Quasi cone s assieme alla fine del Psi fosse finita anche la storia socialista. Forse per pagare il prezzo non già dei suoi errori, ma delle sue ragioni. Anche sul giustizialismo, sull’uso del carcere per motivi di confessione, sull’ingerenza della magistratura nella politica, sul mito di Di Pietro, il partito che derivava dal Pci ha ammesso i suoi sbagli. Come quasi su tutto. Resta il fatto che chi ha sbagliato, rivedendosi anni dopo, pare abbia vinto il suo conflitto nella storia con chi ha avuto ragione prima. Che quest’ultima sia stata considerata agli occhi degli italiani non una gran virtù è chiaro, purtroppo. Peccato che ci sia ancora qualcuno che non si rassegna, convinto che tra qualche tempo questo “arrivare sempre dopo” venga considerato l’errore più grande.

Mauro Del Bue

Socialdemocratico? Da eresia di destra a eresia di sinistra

Non c’è nulla di più paradossale che sentirsi dare del socialdemocratico oggi quasi fosse diventato sinonimo di estremismo. E magari da quegli stessi che fino a un paio di decenni fa ti colpivano con la stessa scomunica come fosse un’accusa di tradimento degli ideali dell’ortodossia di sinistra. E’ possibile che lo stesso termine sia stato usato in modi così opposti e contrastanti tra loro? E’ possibile che quel che ieri era ritenuto “troppo di destra” sia oggi divenuto “troppo di sinistra”? E perché questa trasformazione o deformazione? Da quali analisi nuove, legittime o opportunistiche, è determinata?

Eduard Bernstein

Eduard Bernstein

All’origine di una parola
Andiamo intanto all’origine della parola. Come nasce e come si diffonde in Europa? All’inizio la socialdemocrazia, cioè l’inseparabilità del socialismo e della democrazia, fu il risultato del primo revisionismo marxista, che già si può riscontrare nell’ultimo Engels, quello della prefazione alla “Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” di Karl Marx, dove il teorico tedesco, nel 1895, alla luce della conquista del suffragio universale in taluni paesi, apriva la porta anche alla costruzione della società socialista per via democratica. Ma in fondo è tutto il socialismo pre marxista, da Saint Simon a Proudhon, che è impregnato di umanesimo e di democrazia. Anche per questo costoro saranno definiti dal filosofo di Treviri “utopisti”.  Ma è soprattutto una vera teoria socialdemocratica viene elaborata solo grazie al filosofo tedesco Eduard Bernstein che nel suo libro “I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia” , un insieme di saggi pubblicati nel 1899, contesta l’ineluttabilità della violenza e lancia un progetto di cambiamento sociale ed economico progressivo.

Il solenne riconoscimento di Gorbaciov
La più bella dimostrazione dell’attualità di Bernstein è il solenne riconoscimento riservatogli da Gorbaciov, ultimo segretario del Pcus, che scrive: “Dovremmo pubblicamente riconoscere il grande errore fatto quando, come sostenitori dell’ideologia comunista, denunciammo la famosa massima di Eduard Bernstein “il movimento è tutto, il fine è nulla”. Lo chiamammo tradimento del socialismo; ma l’essenza dell’idea di Bernstein era che il socialismo non potrebbe essere compreso come sistema che nasce dall’inevitabile caduta del capitalismo, mentre – per converso – è proprio la graduale realizzazione del principio di eguaglianza e di autodeterminazione per il popolo che costituisce una società, un’economia e un paese”. Qui siamo già alla contrapposizione tra socialismo democratico e comunismo. Ma prima, appunto con Bernstein, il tema riguardava essenzialmente la correzione del marxismo.

Eppure c’erano partiti socialdemocratici e rivoluzionari. Il termine socialdemocratico,tuttavia, fino alla rivoluzione bolscevica venne usato, soprattutto in Germania, dal Partito dei socialisti, che cambiò il suo nome in Partito socialdemocratico (Spd) nel 1890, sotto l’influsso di August Bebel e Wilhelm Liebknecht, in stretto contatto col movimento sindacale, anche se già dagli anni sessanta esisteva un Partito socialdemocratico tedesco di stretta osservanza marxista. Nel Spd militava anche  Karl Kautsky (poi seguito dalla stessa Rosa Luxemburg) che capeggerà la corrente di sinistra contro le tesi revisioniste di Bernstein, ma anche contro il leninismo perché eretico rispetto alle impostazioni marxiste ortodosse. Anche lo stesso Lenin fu esponente di primo piano di una forza politica che si chiamava “Partito operaio socialdemocratico russo”, prima dell’offensiva rivoluzionaria e comunista, ed era stato protagonista delle due conferenze internazionali dei socialisti europei che si erano svolte nel 1915 e nel 1916 a Zimmerwald e a Khiental. Quando la parola non è consequentia rerum…

Il contrasto tra socialisti democratici e leninisti
Il più moderno significato della parola “socialdemocratico” deve essere riferito allo scontro con la nuova ideologia marxista-leninista del comunismo a seguito della affermazione della rivoluzione bolscevica del 1917 e della successiva formazione dei partiti comunisti nazionali e dell’Internazionale comunista, anche se il movimento socialista si divise in diversi tronconi, nei quali quello socialista democratico non era certo il solo a rimarcare differenze, in taluni casi solo di tattica, con il comunismo bolscevico. L’invasione del bolscevismo fu consistente ovunque, ma particolarmente in Germania, in Italia e in Francia. In Germania, il partito comunista della Luxemburg e di Karl Liebknecht non superò il 15 per cento dei voti nel primo dopoguerra, mentre l’Spd si aggiudicò la maggioranza e governò il paese, tuttavia l’influenza comunista si fece spazio tra i lavoratori e orientò i moti rivoluzionari armati in un paese messo in ginocchio dal trattato di Versailles. In Italia il Psi, con la sola eccezione della minoritaria corrente turatiana, aderì alla nuova internazionale di Mosca col congresso di Bologna del 1919 e non fu il leninismo la causa della scissione di due anni dopo, ma la mancata approvazione da parte dei massimalisti, allora “comunisti unitari”, di due clausole dei 21 punti di Mosca che si riferivano alla espulsione dei riformisti e al cambio del nome del partito, condizioni irrinunciabili per essere ammessi all’Internazionale comunista e che provocarono il distacco dei “comunisti puri”.

Lo sprezzante attacco di Gramsci a Prampolini

Camillo Prampolini

Camillo Prampolini

Tra loro, forse l’artefice principale assieme ad Amadeo Bordiga, fu Nicola Bombacci, che finirà fascista, impiccato assieme a Mussolini a piazzale Loreto mentre lo stesso Gramsci, dalle pagine del suo Ordine nuovo, si era esposto in una velenosa polemica coi riformisti e in particolare con Camillo Prampolini scrivendo: “Coi moralisti di Reggio Emilia (che avevano definito “moralmente ripugnante” il metodo leninista) é inutile continuare una discussione teorica; i moralisti di Reggio Emilia hanno sempre dimostrato di essere capaci di ragionamento quanto una vacca gravida, hanno dimostrato di partecipare della psicologia del mezzadro, del curato di campagna, del parassita di un arricchito di guerra; é inutile sperare che un barlume di intelligenza illumini la loro decorosa idiozia di Fra Galdino alla cerca delle noci per ingrassare la clientela elettorale…. Tra Lenin e Prampolini e Zibordi, che hanno dedicato la loro vita a procurare i favori dello stato borghese per le cooperative emiliane, favori che lo stato borghese concedeva strappando il pane di bocca agli ignoranti e sudici contadini di Sardegna, di Sicilia e dell’Italia meridionale, tra Lenin e gli scrittori della Giustizia che rimangono, per angusti fini personali, per mantenere una posizione politica conquistata salendo sulle spalle della classe operaia, in un partito che, nella grandissima maggioranza, ha dichiarato si far proprio il metodo bolscevico, tra Lenin e questi decorosi sinistri idioti chi é più ripugnante moralmente?”.

Le ingiurie di Togliatti a Turati

Filippo Turati

Filippo Turati

Anche in Francia i socialisti si divisero in due, mentre in Italia si divisero addirittura in tre, dopo l’espulsione dei riformisti a pochi giorni di distanza dalla marcia su Roma dell’ottobre del 1922. Serrati, che aveva rifiutato la loro cacciata nel 1921, la decretò l’anno dopo e quando Nenni si oppose alla unificazione col Pcdi, nel 1924, lascerà il partito per approdare lui solo con pochi amici nel partito comunista. In Francia la posizione comunista prevalse nella vecchia Sfio e venne fondato, nel 1920, il Partito comunista francese che, fino alla svolta di Epinay del nuovo Psf, sarà partito maggioritario nella sinistra d’Oltralpe. Negli anni venti si scagliò contro i socialisti l’infame arma del socialfascismo e quando morì il socialdemocratico Turati Togliatti lo accusò dei peggiori misfatti, scrivendo su Stato operaio nell’aprile del 1932 un articolo di fuoco che non può essere dimenticato: “Nella persona e nell’attività di Filippo Turati si sommano tutti gli elementi negativi, tutte le tare, tutti i difetti che sin dalle origini viziarono e corruppero il movimento socialista italiano, che lo condannarono al disastro, al fallimento, alla rovina. Per questo la sua vita può bene essere presa come simbolo e, come un simbolo, anche la sua fine. L’insegna sotto cui questa vita e questa fine possono essere poste è l’insegna del tradimento e del fallimento. Nella teoria Turati fu uno zero. Quel poco di marxismo contraffatto che si trova nei primi anni della Critica sociale non fu dovuto a lui. Dei vecchi capi riformisti egli fu il più lontano dal marxismo. Più ancora di Camillo Prampolini fu un retore sentimentale, tinto di scetticismo, e per questo, nelle apparenze, un ribelle. Le famose frasi lapidarie di Turati sono dei motti, delle banalità, delle cose senza senso alcuno. Organicamente egli era un controrivoluzionario, un nemico aperto della rivoluzione. Turati fu tra i più disonesti dei capi riformisti, perché fu tra i più corrotti dal parlamentarismo e dall’opportunismo. Serrati era unitario per uno sciocco sentimentalismo. Turati lo era per astuzia, per calcolo opportunista, allo scopo di potere continuare a penalizzare ogni azione dei rivoluzionari. La sua andata al Quirinale avviene con vent’anni di ritardo. La borghesia, per conto della quale egli aveva fatto il poliziotto, il crumiro e predicato viltà, non aveva più altro da dargli che il calcio dell’asino. Noi fummo e rimaniamo suoi acerrimi nemici, nemici di tutto ciò che il turatismo è stato, ha fatto, ha rappresentato”. Vergognoso.

Quando Prampolini propose che il partito si chiamasse socialista democratico
Questo dissidio durò fino all’avvento di Hitler al potere in Germania, quando, nel 1933, i comunisti ripiegarono sulla tattica dei fronti popolari. Ma in Italia era già nato, nel 1922, un Partito d’impronta più prettamente socialdemocratica. Era il Psu (Partito socialista unitario) di Turati, Treves, Prampolini e Giacomo Matteotti che ne divenne segretario. I riformisti furono i soli socialisti che compresero il pericolo fascista e Turati, già nel 1920 col suo mirabile discorso “Rifare l’Italia”, gettò le basi programmatiche per un governo coi popolari che la maggioranza del Psi respinse in preda com’era all’infatuazione leninista. Fu Prampolini il primo a riprendere il termine “socialdemocratico” quando nel 1923, in polemica sul tema della democrazia coi comunisti, propose proprio che il Psu cambiasse nome in Psdi (Partito socialista democratico italiano). Anche nel Psi, riunificato col Psu nel 1930 grazie alla nuova volontà unitaria del suo leader Pietro Nenni, si manifestarono tendenze più prettamente socialdemocratiche. Furono in particolare i due esponenti espulsi dal partito comunista, Angelo Tasca e Ignazio Silone, ad interpretarle. In entrambi era forte lo spirito anti stalinista, mentre più sfumato si rivelò in Pietro Nenni, che venne anche messo in minoranza e rischiò l’espulsione dal partito dopo il patto Ribbentrop-Molotov del 1939 a causa della sua testarda cocciutaggine a mantenere in vita il patto d’unità d’azione coi comunisti, nonostante l’alleanza coi nazisti, giustificata da tutto il vertice comunista italiano, con la sola eccezione di Umberto Terracini.

La figura di Giuseppe Saragat e la revisione di Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Un altro esponente che diede linfa al pensiero e all’azione socialdemocratica fu il giovane Giuseppe Saragat, molto influenzato dall’austro marxismo di Renner e Bauer, che conciliavano il marxismo e l’umanesimo democratico. E qui entriamo nel merito dell’accezione della socialdemocrazia in salsa italiana. Saragat fu infatti l’esponente di spicco del Partito socialista democratico italiano, che sorse, col nome di Psli (Partito socialista dei lavoratori italiani) nel gennaio del 1947 dopo la scissione del Psiup, che poi tornerà a chiamarsi Psi. Il patto d’unità d’azione coi comunisti, che lo stesso Saragat aveva sottoscritto, gli andava ormai stretto. Ma soprattutto il leader socialdemocratico vedeva nell’Unione sovietica di Stalin un nuovo totalitarismo, che metteva in contrasto col suo umanesimo socialista. Diranno più o meno tutti, di lui, che aveva ragione. In pochi, tuttavia, gliela daranno allora e negli anni successivi. La socialdemocrazia italiana, infatti, non riuscì a conquistare il peso delle altre socialdemocrazia europee: il particolare comunismo italiano, la resistenza di un Psi che nel 1956 si staccherà dai comunisti dopo l’invasione dell’Ungheria, la partecipazione del Psdi ai governi centristi, poi il fallimento della unificazione socialista del 1966, impediranno la costruzione di un’alternativa socialista e democratica, consolidando l’egemonia democristiana sul governo e quella comunista sull’opposizione ancora per decenni. Furono questi i limiti che forniranno ai comunisti italiani il pretesto per quell’accusa di “socialdemocratico” che venne lanciata a più riprese verso chi contestava il paradiso sovietico e l’ortodossia comunista?

La terza via di Berlinguer, né comunista, né socialdemocratica
Dopo la revisione berlingueriana e lo strappo dall’Urss anche il modello socialdemocratico europeo, al quale nella versione nordica e soprattutto svedese, ma anche tedesca ai tempi di Willy Brandt, i comunisti italiani guardavano con rispetto, non venne tuttavia mai preso ad esempio. Anzi, nella elaborazione della cosiddetta terza via, la socialdemocrazia fu equiparata al comunismo. Solo con il congresso di Firenze del 1986, con la segreteria Natta, il Pci si professò, superando l’eurocomunismo berligueriano, un partito della sinistra europea. E poi con la svolta di Occhetto del 1989 (il Pci fu l’ultimo partito europeo a cambiare nome) il partito chiese l’adesione all’Internazionale socialista. Per poi uscirne, però, nel 2007 alla fondazione del Partito democratico, e poi rientravi grazie alla segreteria Renzi.

Il Pd post socialdemocratico
Tuttavia il nuovo Pd, che assomma reduci comunisti e democristiani, non ha ma avvertito l’esigenza di definirsi socialista o socialdemocratico. Anzi, da un trascorso prevalentemente comunista, e più limitativamente democristiano, si è passati subito a un presente post socialdemocratico. Non nego la crisi della socialdemocrazia dovuta essenzialmente alle difficoltà nel processo redistributivo, funzionale a garantire il pieno funzionamento dello stato sociale, a fronte dei grandi temi del presente: la globalizzazione, la finanziarizzazzione, l’immigrazione. Resta il fatto che è l’insieme delle forze socialdemocratiche a porsi questi legittimi, opportuni interrogativi. Si ha invece l’impressione che il Pd prenda le distanze da questo mondo e voglia ragionare da solo, quasi a suggerirsi agli altri come modello. Questo per due ordini di motivi. Il primo riguarda la sua identità che deve rimanere anomala. Come anomala era la sinistra italiana del fattore K, così è tuttora la sinistra italiana del fattore D. Si può passare da comunisti a democratici senza diventare socialisti o socialdemocratici perché é più semplice giustificare la storia, perché é assai meglio dimostrare che nel conflitto a sinistra nessuno ha vinto. Men che meno gli avversari di sempre, appunto i socialisti democratici. Ma c’é un secondo motivo. Oggi il Pd rischia di perdere la bussola del socialismo democratico e liberale e di avventurarsi in un deserto dove la democrazia degli elettori può diventare un optional e la giustizia sociale un benefit per pochi. Per questo il gioco allo scavalco di un partito ancora diviso tra rottamatori senza identità e post comunisti è lo sport preferito. Per questi due motivi l’accusa di socialdemocratico che prima era un atto di condanna per eresia di destra, adesso è divenuta una pena da comminare per eresia di sinistra. I democratici preferiscono guardare veltronianamente all’America, anche se adesso c’é Trump. Il modello socialdemocratico é fallito, pensano. Dunque meglio puntare su Marchionne e Farinetti.

Attualità o superamento della socialdemocrazia
Il modello socialdemocratico deve essere rivisto, attraverso un’idea più di società solidale che di stato sociale. Eppure viviamo in un mondo in cui si allargano le forbici tra povertà e ricchezza, in cui il potere della finanza è incontrollato, in cui la democrazia é spesso solo formalmente riconosciuta e in cui la rivoluzione tecnologica impone una forte tensione all’educazione e alla conoscenza. Un mondo nuovo, non c’è dubbio, dove le etichette del passato vanno sempre più strette anche se forse mai come oggi una moderna e aggiornata identità socialista e democratica appare attuale, pregnante, urgente. Non si capisce perché l’accusa di socialdemocratico sia infatti l’unica che tiene. Sarà mica perché, almeno in Italia, qualcuno ne ha paura?

Mauro Del Bue

Il compagno Nino Buttitta

Con Nino ci incontravamo la sera al Bar del Viale in via Libertà, la Via Veneto dei socialisti palermitani negli anni sessanta e settanta. Il Bar del Viale, era il caffè vetrina della Palermo bene e si trovava a pochi metri dalla sede della Federazione del Partito.

La sera un gruppo di compagni prendeva posto attorno ad uno dei tavolini del bar, magari per consumare solo un caffè. Io preferivo, sia d’estate che d’inverno, il ‘pezzo’ di gelato al “giardinetto” (limone, fragola e canditi). Al Bar del Viale la politica diventava gossip e pettegolezzi, discorsi da caffè per dirla in breve. Per me era un modo per conoscere meglio e dal vivo l’animo dei compagni al di là degli schieramenti correntizi.

Con Nino, anche lui frequentatore del ‘Viale’, fraternizzammo subito. Per Lui era un’occasione per esternare la sua ironia, l’essere, prima di un docente universitario, il compagno di strada che è sempre stato. Io riconoscevo in lui lo spessore culturale, la sua disponibilità al dialogo. Lui, ritengo, intravedeva una persona con la quale poter dialogare e una voglia matta di apprendere e di mettersi in gioco. La sera, alla fine delle conversazioni politiche e non con i compagni, su per giù sempre le stesse, era già scontato che sarei stato io, e con grande piacere, ad accompagnarlo a casa. Nino non aveva mai guidato la macchina. Nel breve tragitto verso casa sua, a quei tempi avevo una cinquecento, cominciammo a conoscerci meglio. A conoscere i miei progetti, a parlare dei miei studi. Fu così che Nino mi seguì quel pomeriggio di fine agosto del millenovecentosessantotto a Piazza Politeama, per una Manifestazione che avevo organizzato contro l’invasione sovietica a Praga. Qualche mese prima ero stato il fondatore del Movimento Cecoslovacchia 68. Arrivati davanti al Palchetto della musica di Piazza Castelnuovo, invece dei compagni incazzati verso l’Unione Sovietica, trovammo una squadraccia di fascisti con gagliardetti e cartelloni contro il comunismo. Ci guardammo in faccia e dopo un minuto comunicammo al dirigente di servizio della Questura che per noi la manifestazione era chiusa.

Il sessantotto fu, anche, l’anno del Congresso del PSI – PSDI Unificati. Io, allora, ero affascinato dalle tesi del compagno Antonio Giolitti, autore del saggio “Un socialismo possibile”, edito da Einaudi. Il Partito al Congresso si presentò diviso in cinque mozioni: Riscossa e Unità Socialista di Francesco De Martino, Rinnovamento Socialista di Mario Tanassi, Autonomia Socialista di Mauro Ferri, Impegno Socialista di Antonio Giolitti, Sinistra Socialista di Riccardo Lombardi. Lo scontro tra ex PSI e ex PSDI era molto sentito. La corrente di Giolitti a Palermo aveva pochissimi sostenitori. Io mi facevo tre quattro congressi al giorno nella speranza di racimolare qualche voto per avere un minimo di rappresentanza nel Comitato Direttivo della Federazione. Si usava qualsiasi mezzo, lecito e meno lecito. Qualche giorno prima del Congresso della sezione di Bagheria Nino mi propose di fare il guastatore contro le correnti di Rinnovamento e di Autonomia. Lui era con Riscossa e Unità socialista che faceva capo in Sicilia a Lauricella e a Saladino a Palermo. In cambio mi promise 15 voti, utili per avere una delega per il Congresso Provinciale. Andai a Bagheria, parlai a più non posso per stancare i compagni da stuzzicare. Al momento delle votazioni la corrente di Impegno socialista non prese neanche un voto. Alla mia protesta (“ma comu finiu!?”) mi rispose che, accidenti, “chiddi ch’avianu a  vutari pi tia un venneru!”

Fu invece una sera mentre guidavo verso casa sua che mi disse: “Perché domani non vieni a trovarmi in Istituto?”. Convinto e non convinto, essendo la Facoltà di Lettere e Filosofia una mia seconda patria, dopo Economia, l’indomani mattina mi presentai all’Istituto di Etnologia. C’erano un gruppo di suoi collaboratori e qualche allievo che il Professore seguiva per la tesi.  Quando rimanemmo soli prese uno dei cinque dattiloscritti che aveva sulla sua scrivania, consegnati quella mattina stessa dai laureandi, me lo porse e mi disse “portatelo a casa leggitelo e domani, quando mi verrai a prendere a casa alle otto di mattina, mi dirai cosa ne pensi.” Non mi diede il tempo di controreplicare, sia per l’affidamento inaspettato che per l’insolito appuntamento per l’indomani. L’idea però mi piacque. Avevo già avuto esperienze di collaborazione con l’Istituto di Sociologia di Roma, quella diretta dal professore Franco Ferrarotti, ero borsista al Ceses, il  Centro studi milanese diretto da Renato Mieli, avevo un ottimo rapporto con il mio maestro a Economia il professore di Geografia economica Bonasera. Decisi di provare. L’indomani mattina alle 8 in punto ero sotto casa sua. Da quel giorno e per circa tre anni, estate, inverno, festivi inclusi io e Nino fummo inseparabili.

La mattina andavamo in Facoltà, a volte, lasciavamo a scuola Ninuzzu e Emanuelino, i suoi figli. Dopo qualche mese cambiai macchina, più capiente e più potente. Il pomeriggio, dopo aver pranzato in trattoria, o consumato un panino con la milza o con le panelle al Papireto o alla Vucciria, andavamo in giro per le varie attività collaterali del Professore. La Libreria Flaccovio, la casa di Antonio Pasqualino, il Museo Pitrè, l’inaugurazione di una mostra o la presentazione di un libro. Io rivedevo le tesi dei laureandi, quelli di routine, “basta correggere gli errori di grammatica e di sintassi”, mi ripeteva Nino. Durante le sessioni d’esami stavo seduto accanto a lui a scrivere i verbali, a scrivere i voti nei libretti. Intanto apprendevo, apprendevo. Ogni suo ragionamento era, per me, un insegnamento. Gli feci scoprire anche una osteria con cucina, vicino al Capo, che io frequentavo con i miei amici. Un’osteria casalinga e alla buona, ma che per Nino fu una scoperta.  Questa Osteria nel giro di pochi mesi diventò un’attrazione per amici e conoscenti. Fu la fortuna delle tre sorelle che la gestivano.  Quando affittai, era il sogno di tutti i giovani di quel tempo, uno scantinato per motivi di studio e per altre attività ricreative, Nino lo volle personalizzare e, da ‘possibile garçonniere’, diventò il suo studio, il nostro studio. I pomeriggi studiavamo, leggevamo, ricevevamo. Venne arredato con mobili antichi, cassapanche acquistate al Mercato delle Pulci. Sì il Mercato delle Pulci, quasi giornalmente, dopo il lavoro in Facoltà, una puntatina allo storico Mercato dell’antico e dell’usato non poteva mancare. Al Mercato delle pulci il ‘professore’ era conosciuto da tutti i rigattieri e dai restauratori. Con loro si intratteneva, scherzava, ‘pattiava’ merce e prezzi. Io, con la sua consulenza, comprai un vecchio grammofono e dei lumi liberty. Lui cercava sponde di carretto, cassapanche, vasi e piatti di ceramica.

Una volta, presi dall’entusiasmo, ci fermammo a mangiare da Mimì al Papireto. Panino con le panelle e altre fritture. Fu al momento di pagare il conto che Nino si ricordò che era il compleanno di sua moglie e che eravamo attesi, io ero considerato ormai di famiglia, sulla spiaggia di Mondello per un bagno e poi andare a pranzo insieme da Totuccio. Naturalmente non confessammo che avevamo già pranzato e io, in piena digestione, mi tuffai a mare a conferma che eravamo digiuni. Per fortuna andò tutto bene e io pranzai, ancora una volta, con appettito.

Ricordo con grande piacere e commozione le domeniche passate nella villa dell’Aspra a casa di Ignazio. La domenica spesso andavamo a trovare suo padre nella villa di Aspra. Erano Domeniche meravigliose che ricorderò sempre. Ignazio e Nino si stuzzicavano e facevano finta di litigare. A Ignazio piaceva mangiare il peperoncino intero per poi urlare per il bruciore di gola. Partecipare ad un pranzo con Ignazio e Nino Buttitta era un privilegio al quale ho avuto il piacere di partecipare. Nino era alla sua ascesa verso i traguardi che sarebbero giunti dopo. Mi parlava della sua grande amicizia con Umberto Eco, dei primi approcci allo strutturalismo. Così ebbi modo di conoscere gli scritti  e il pensiero di Ferdinand de Saussure, Claude Lévi-Strauss, Roland Barthes, Algirdas Julien Greimas,  Lucio Lombardi Satriani. Io mi ostinavo a coniugare e confrontare lo strutturalismo con i canti del movimento operaio e della Resistenza. Era affascinato dalle ricerche dell’Istituto De Martino. La mia grande amicizia con Nino creò anche gelosie e invidie tra chi avrebbe voluto stare al mio posto. Ma non lo sapevo, lo scoprii dopo, anche perchè in quella collaborazione c’era una grande affinità di carattere, più dei miei interessi accademici.

Poi i miei interessi cominciarono a differenziarsi dalla routine della Facoltà di Lettere. Cominciai ad occuparmi di altro. Tanto quando avevo bisogno di lui sapevo che c’era, ed infatti c’era.

In queste righe ho voluto rappresentare un Nino Buttitta al di fuori degli schemi e dell’immagine ufficiale che si è conquistato negli anni.

Del resto tutti, amici e non amici, hanno rilasciato dichiarazioni e interviste per ricordare le doti di intellettuale, studioso, politico , grande siciliano. Alcuni, chiaramente non amici,  hanno usato la commemorazione, come ci ha ricordato, indignata, Elsa la sua infinita compagna di vita e di impegno culturale ed accademico, per autopromuoversi, per dire che erano stati amici. E magari non sapevano quanti figli avesse Nino.

Il compagno Nino Buttitta diventò prima il Segretario della Federazione di Palermo e poi del Comitato Regionale del Partito. Un incarico che accettò per passione civile, come impegno politico, come spirito di servizio verso il suo Partito, il Partito Socialista Italiano. Diventare prima Consigliere Comunale e poi Deputato Nazionale fu un atto dovuto e voluto da Bettino Craxi, che vedeva il lui l’uomo nuovo per il rilancio del Partito in Sicilia.

Ci vedevamo poco, ma sapevamo che c’eravamo e che ognuno poteva contare sull’altro. Una volta ci siamo visti e parlati al funerale del compagno Gaspare Butera. Mi disse “sai Marcello con la testa ragiono benissimo è il fisico che non m’accompagna più.” Una volta a Villa Niscemi, in occasione della presentazione di un libro di poesia di una mia cara amica, fu tanto contento di vedermi che si sedette accanto a me e, alla fine, accettò il mio passaggio verso casa sua. Si offrì di dare una mano a Roberto per risolvere alcuni problemi all’Università. “Affidalo e me mi disse”. Ma anche Roberto aveva fatto scelte diverse.

Nino mi voleva un mondo di bene, anche se forse non aveva condiviso alcune mie posizioni e alcune mie scelte. Ma non le discusse mai.

Marcello Sajeva

Buttitta, traccia indelebile di devozione alla libertà della ricerca

Partecipo commosso al rimpianto dei famigliari e di tutti coloro che hanno conosciuto stimato amato Nino Buttitta e dei tanti che hanno potuto apprezzare la sua opera di grande accademico e di esemplare dirigente socialista. Amico sincero e forte, Nino era tanto amabile nella convivialità quanto impetuoso nelle battaglie politiche del popolo siciliano.

L’ho avuto vicino in anni belli, difficili e indimenticabili e in ogni frangente ho potuto sperimentarne l’intelligenza e la probità. Letterato raffinato e antropologo innovatore Buttita è stato un intellettuale siciliano impegnato e senza complessi, un ricercatore ed un esploratore insaziabile delle nuove frontiere dischiuse dalle scienze sociali, un creativo animatore della fitta rete di relazioni culturali europee e internazionali che hanno illustrato Palermo e la sua università. Con la sua vita e la sua opera Nino Buttitta lascia un ricordo luminoso d’integrale umanesimo e una traccia indelebile di devozione alla libertà della ricerca.

Claudio Martelli

La scissione di Palazzo Barberini (terza e ultima parte)

Giuseppe_SaragatAlberto Simonini era un tipo tosto. Il deputato reggiano, già discepolo di Camillo Prampolini, sapeva che la scissione era un pericolo reale. Anzi, sapeva che la scissione era praticamente già decisa. Non dai suoi amici di “Critica sociale”, cioè dai vecchi riformisti D’Aragona, Mondolfo, Modigliani, Faravelli e dagli altri ex aderenti al Psu di Turati, ma da Saragat e dai giovani di “Iniziativa socialista”. Saragat s’era convinto della necessità della scissione già subito dopo le elezioni del novembre del 1946. Ricorda a tale proposito Mario Zagari, allora leader di “Iniziativa socialista”: “Ad un certo punto dell’autunno del 1946 (Saragat) giunse alla conclusione che, data quella che era la situazione italiana, valutata anche in base ai riflessi del più generale quadro internazionale, un partito socialdemocratico sarebbe stato, almeno per qualche decennio, una componente indispensabile del gioco politico” (1).

Ignazio Silone fa risalire la scelta di Saragat addirittura all’estate o forse alla primavera precedente (ma la vittoria socialista alla Costituente non avrebbe certo giustificato tale predisposizione). E precisa: “Al tentativo di Nenni e Basso di organizzare la loro corrente per conquistare quella maggioranza che a Firenze non erano riusciti ad ottenere, Saragat non oppose alcuna reazione. Il suo scopo preciso è infatti ormai quello di crearsi un partito tutto suo, che sia strumento docile per ogni manovra politica. Per questo, invece di prendere tempestivamente contatto con gli altri esponenti non della sinistra, con Pertini, con Romita, con me, o perfino con alcuni degli uomini più rappresentativi di “Critica sociale”, cerca l’accordo solo con alcuni dei giovani di “Iniziativa socialista”, anch’essi decisi a fare la scissione a tutti i costi” (2).

Naturalmente alla scissione guardavano con interesse sia i democristiani sia i comunisti, anche se con opposti, ma convergenti, obiettivi. De Gasperi, prima della partenza per l’America, aveva sollecitato Saragat “ad andare avanti sulla strada che aveva imboccata” (3), proprio per potere collaborare con un partito socialista autonomo dai comunisti nel momento in cui prendeva forma il suo progetto di espulsione dei comunisti dal governo. Togliatti, preoccupato per il risultato del 2 giugno, non poteva che favorire la divisione del Psiup, un partito che si era dimostrato in grado di limitare l’avanzata comunista. E per di più tendeva ad inserirsi con ogni mezzo nello scontro in atto nel partito socialista ai fini di favorire la tendenza che era in grado di garantire un rapporto di subordinazione nei confronti del Pci. Ma anche all’interno del Psiup c’era chi guardava con favore all’ipotesi della scissione. Lelio Basso, che aveva costruito una ferrea organizzazione interna, si dimostrò ostile a qualsiasi compromesso che oltretutto avrebbe comportato la sua rinuncia alla segreteria del partito, non potendo sopportare “che, dopo il successo ottenuto mobilitando la base socialista, la vittoria (…) venisse sottratta all’ultimo momento” (4).

Nenni, dal canto suo, assunse un atteggiamento di assoluta indifferenza rispetto al pericolo della scissione che continuava a ritenere probabile solo come “un distacco di rami secchi dalla pianta sana del socialismo” (5). Intanto, poco dopo Natale, giungeva a Roma un altro dei protagonisti del congresso e leader di “Iniziativa socialista”, e cioè Matteo Matteotti, figlio del grande martire. Recatosi da Saragat negli uffici dell’Assemblea costituente, egli si dichiarò ormai convinto che la scissione era inevitabile. Un tale giudizio venne subito condiviso da Saragat, il quale gli propose di scrivere una sorta di memoriale di denuncia per l’invalidazione del congresso, quasi a ricordare quello tragico del padre nei confronti delle elezioni del 1924. Matteotti si mise al lavoro e stese la relazione che avrebbe dovuto essere consegnata all’inizio del congresso.

Era evidente che con queste premesse più che una difficile pacificazione si sarebbe consumata la definitiva rottura. Eppure Simonini, quando si reca a Roma, è convinto ancora di potere combinare qualcosa. Quando il congresso del Psiup inizia alla città universitaria, la scissione era anche fisicamente già stata consumata. La maggioranza di “Iniziativa socialista” e la minoranza di “Critica sociale” erano già a Palazzo Barberini. Eppure tentativi furono messi in atto fino all’ultimo. E quello più significativo fu proprio promosso da Simonini. Simonini, appena arrivato a Roma, decise di prendere un’iniziativa per tentare in extremis di salvare l’unità del partito o almeno di arrivare a una soluzione che permettesse a molti degli esponenti della sua corrente (naturalmente lui compreso) di rimanere, depotenziando così la scissione di Saragat e della maggioranza  di “Iniziativa socialista”. Il leader reggiano non era solo. Anche Antonio Greppi, sindaco di Milano, gli stessi Mondolfo e D’Aragona, avevano appoggiato il suo tentativo.

Non appena giunto a Roma Simonini scrive subito a Pertini . “Caro Sandro, in ordine al noto problema io penso che molto difficile sia evitare la scissione. Mia opinione, strettamente personale, è che un tentativo si potrebbe fare in questo senso: fare approvare al congresso il rinvio a maggio o giugno, affidare il partito ad un comitato (che chiamerò di salute pubblica), accuratamente scelto; il nuovo congresso si tenga in una città dell’Alta Italia, il tesseramento sia fatto a cura dei comitati provinciali nominati con lo stesso criterio con cui si nominerà la direzione. Queste  a grandi linee le mie idee. Penso che sia l’unica via ancora aperta che ci possa permettere di ripartire da Roma con un partito unito” (6). Dal canto suo Pertini ricorda che Simonini, “che per quattro o cinque giorni è al centro di tutti gli incontri diretti ad arrestare il processo della scissione” (7), lo andò a trovare alla direzione dell’Avanti il 6 o il 7 gennaio. Simonini confidò a Pertini la sua disponibilità e quella di molti suoi compagni di corrente a restare nel partito, senza poter evitare del tutto la scissione (Saragat gli aveva confidato che se il suo tentativo di scissione fosse fallito si sarebbe ritirato dalla vita politica magari emigrando in Sud America).

L’unica cosa che Simonini, a nome dei suoi, chiedeva era che la segreteria non fosse affidata a Basso. L’ideale, per Simonini, era che il nuovo segretario fosse proprio lui, Pertini, che però non poteva assecondare l’iniziativa di Simonini se fosse stato sospettato di farlo “pro domo” sua. Pertini gli fece allora il nome di Morandi. Simonini volle a quel punto consultare i suoi, poi ritornò da Pertini alle 2 di notte, col loro consenso a patto che Pertini conservasse la direzione dell’Avanti. Pertini, allora, di prima mattina, si recò da Morandi al ministero dell’Industria e, dopo aver ricevuto il suo consenso, scrisse subito un biglietto a Nenni, invitandolo a presentare un documento firmato da loro due, con la proposta di Morandi segretario e l’invito all’unità del partito. Nenni si comportò in modo formalmente ineccepibile sottoponendo la proposta ai delegati della corrente maggioritaria, ma non cercò di forzare la situazione, com’era suo costume fare, e come aveva sempre fatto quando la proposta era da lui pienamente condivisa: così il tentativo svanì e Basso ebbe buon gioco ad obiettare che “non si poteva scavalcare all’ultimo momento il mandato della base” (8). Col sopravvento di Basso, assecondato da Nenni, svanì anche il tentativo di Simonini.

La scissione era cosa fatta e anche i vecchi di “Critica sociale”, compreso Simonini, si preparavano a condividerla. Matteo Matteotti lesse il memoriale per l’invalidazione del congresso documentando le irregolarità: a) l’assenteismo ai congressi di sezione e di federazione, l’irregolarità nel tesseramento e nelle votazioni b) le irregolarità e gli arbitri di procedura nei congressi di sezione e di federazione c) sistemi antidemocratici, interventi di forze esterne, coazioni fisiche e morali (9). Si trattava di una denuncia analitica e molto grave. Difficile in quel contesto pensare a un regolamento di conti “democratico”. Difficile però anche ritenere che senza quelle irregolarità denunciate il risultato congressuale sarebbe stato sostanzialmente diverso. Secondo Matteotti “manca ormai nel seno del partito socialista quella atmosfera democratica che rende possibile un’aperta espressione della volontà dei militanti (…), è stato spezzato quel patto di solidarietà e di libertà che è presupposto di ogni consorzio civile” (10).

Pertini non si rassegnò e decise di gettarsi a capofitto, com’era nella sua indole, nella baraonda congressuale recandosi personalmente a Palazzo Barberini per un disperato estremo tentativo. Quando arrivò venne accolto da un grido di vittoria, “Sandro, Sandro”, coi delegati scissionisti tutti in piedi, convinti che anche Pertini si fosse unito a loro. Ma quando egli volle manifestare il suo proposito unitario, Saragat gli rispose ringraziandolo, ma dichiarando che ormai la scissione era stata consumata. Simonini, invece, aveva parlato alla Città universitaria invitando i seguaci di Nenni e Basso a non rompere i ponti, a “non spezzare le possibilità, se ve ne sono ancora, e lo dico io”, proseguì, “che ho l’onestà di dirvi che spiritualmente sono alla sala Borromini anche se fisicamente sono qui” (11). Saragat volle parlare alla Città universitaria e svolse una dura requisitoria contro Nenni e poi con un gruppo di delegati se n’andò raggiungendo gli altri a Palazzo Barberini e annunciando la costituzione del nuovo partito: il Psli (Partito socialista dei lavoratori italiani) dopo che, su proposta di Olindo Vernocchi, il Psiup tornò a chiamarsi Psi per il timore che gli scissionisti si impadronissero del vecchio nome del partito.

Il Psi elesse Lelio Basso segretario e Pietro Nenni direttore dell’Avanti, mentre il Psli si diede una segreteria collegiale, nella quale entrò anche Simonini, in attesa di incoronare Giuseppe Saragat, che intanto si dimise, con un atto di elevato valore simbolico, dalla presidenza della Costituente. All’alba del nuovo anno il socialismo italiano si trovò, così, diviso in due partiti, come nel 1922, quando i massimalisti del Psi vollero espellere i riformisti del Psu. Allora la divisione non avvenne a causa di una consapevole scissione, ma per un provvedimento disciplinare imposto da Mosca. Ora, invece, una parte del partito aveva deliberatamente deciso di andarsene e l’altra parte non aveva fatto nulla per evitarlo. Anzi, Nenni, nelle sue conclusioni, volle affermare che la scissione non era da collegare a quelle deleterie del 1921 (scissione dei comunisti) e del 1922 (espulsione dei riformisti), ma a quelle del 1892 (divisione dagli anarchici), del 1908 (separazione dei sindacalisti rivoluzionari), del 1912 (espulsione di Bissolati e degli altri riformisti di destra, proprio da parte di Mussolini).

In sostanza la scissione di Saragat era “non una sconfitta, ma una vittoria del socialismo” (12). Eppure dal vecchio partito si staccò una parte consistente del gruppo parlamentare (e questo poteva far supporre che la vera analogia fosse proprio quella con la costituzione del Psu turatiano nel 1922), e cioè 52 deputati su 115 (il 45%), e sette componenti della vecchia Direzione su 15 eletti a Firenze. Il dato degli iscritti è invece meno confortante per gli scissionisti. Basandoci su quelli finali del congresso della Città universitaria si può registrare che su 923mila voti rappresentati al congresso 237mila non parteciparono alla votazione finale (il 25%). Questi delegati non avevano però ricevuto generalmente alcun mandato sulla scissione ed è da presumere dunque che l’incidenza alla base fosse anche minore. L’anno successivo il Psli denunciò 200mila iscritti, ma il Psi avrebbe, secondo i dati ufficiali, addirittura aumentato i suoi. Parliamo di iscritti, non certo di voti che, col Fronte popolare del 18 aprile dell’anno seguente, andranno dispersi a tutto vantaggio della rappresentanza comunista.

L’esito della separazione socialista dal punto di vista elettorale sarà deleterio e i comunisti diverranno il primo partito della sinistra rimanendo al comando fino alla fine del Pci. La scissione, che pure fu pienamente giustificata sul piano politico per l’evidente e imbarazzante subalternità della maggioranza dei socialisti al comunismo e ai comunisti, tuttavia determinò una situazione sfavorevole per entrambi i partiti. Il Psi finirà per essere assorbito, anche a causa della mancanza di forze autonomistiche al suo interno in grado di condizionarne le scelte, dalla nuova politica frontista e poi da un filo comunismo oltranzista dal quale inizierà a liberarsi solo a partire dal 1956, il Psli (che nel 1952 diverrà Psdi con l’ingresso di Romita e del suo Psu) dovrà presto rinnegare una delle sue componenti originarie, quella dell’opposizione governativa, e finirà per divenire una componente di un governo moderato negli anni della guerra fredda.

Il partito socialdemocratico sarà certamente utile, anzi in taluni frangenti anche determinante, per assicurare all’Italia una democrazia più matura e per sventare i pericoli quarantotteschi, ma non riuscirà mai a sfondare e a divenire una forza paragonabile a quella delle socialdemocrazie europee. In generale la divisione del partito, determinata dal filocomunismo del gruppo dirigente del Psiup, partorì una sfiducia nell’elettorato che il 2 giugno aveva premiato i socialisti e non i comunisti, e finirà per essere utile proprio a questi ultimi perché funzionale a costruire, e poi a mantenere, la loro egemonia sulla sinistra italiana.

Note

1)      A. Gambino, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Bari 1975, p. 285.

2)      Ibidem.

3)      Ibidem.

4)      Ibidem.

5)      La frase di Nenni pronunciata il giorno di Natale del 1946 davanti alle sezioni socialiste di Monterotondo è la seguente: “Se ci sono nel partiti rami secchi, questi cadranno, se ci sono delle foglie morte il vento di gennaio se le porterà via”. In A. Gambino, Storia del dopoguerra…, cit, p. 285.

6)      G. Averardi, I socialisti democratici da Palazzo Barberini alla Costituente socialista, Roma 1971, p. 39.

7)      A. Gambino, Storia del dopoguerra…, cit, p. 288.

8)       Ibidem, p. 289.

9)      Il memoriale di denuncia di Matteotti è interamente pubblicato su G. Averardi, I socialisti democratici…, cit, p. 39.

10)   Ibidem.

11)   A. Simonini, Non spezzare completamente i ponti, in Avanti, 11 gennaio 1947.

12)    Una sola scissione sarebbe fatale, quella nelle officine e nei campi, in Avanti, 14 gennaio 1947.

Prima parte

Seconda parte

Carlo Rosselli: elogio di un eretico socialista liberale

carlo_rosselliVenerdì 13 gennaio 2017 alle 17 presso la biblioteca della Fondazione Museo storico del Trentino in via Torre d’Augusto a Trento verrà presentato il libro “Carlo e Nello Rosselli, testimoni di Giustizia e Libertà” curato dall’on. Valdo Spini. L’appuntamento mi spinge a proporre una riflessione sull’opera più nota di Carlo Rosselli “Socialismo liberale”, provando a rendere effettivamente un po’ di “giustizia” ad un filone di pensiero bistrattato nel passato e ignorato nel presente, benché rappresenti quanto di più genuino e ancora vitale sia stato prodotto per una sinistra democratica di marca europea.

Mentre i giovani comunisti italiani della mia generazione crescevano alla lettura di breviari che consideravano i socialisti riformisti alla stregua di agenti dei “piani imperialisti della borghesia”, pronti a “corrompere l’energia rivoluzionaria del movimento operaio” (cfr. “Almanacco comunista” del 1971), veniva pubblicato per la prima volta in versione originale il saggio di Carlo Rosselli “Socialismo liberale” (Einaudi, 1973). Scritto nel 1928-29 al confino di Lipari dove l’autore era relegato dal regime fascista, ne era stata data una versione incompleta e riscritta con una edizione francese del 1930, seguita da una introvabile ristampa italiana a cura di Aldo Garosci nel 1945. Solo nel 1973, dunque, gli Italiani poterono accedere al testo completo dell’opera rosselliana. Perché così tardi? Probabilmente per l’ostilità della intelligencija cosiddetta “progressista”, memore delle ferali parole con cui Palmiro Togliatti aveva stroncato l’edizione francese definendola un “magro libello antisocialista, e niente più”, accomunandolo grevemente a “una gran parte della letteratura politica fascista”!

Peraltro anche tra i socialisti italiani di matrice marxista, le idee di Rosselli all’inizio non trovarono asilo felice. Fu solo nella nuova stagione del socialismo riformista e autonomista inaugurata tra gli anni ’70 e ’80 – su cui si è poi tentato di gettare una ingiusta e generalizzata damnatio memoriae – che Rosselli assume una posizione centrale, tanto che le pubblicazioni per il 90° di fondazione del Psi nel 1982 assegnano a quest’uomo di pensiero e d’azione il ruolo di padre fondatore.

Intanto chi è Rosselli? Così egli stesso risponde: “Sono un socialista. Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolar nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista che non si liquida né con la critica dei vecchi programmi, né col ricordo della sconfitta, né col richiamo alle responsabilità del passato, né con le polemiche sulla guerra combattuta. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina…”.

Cosa ha capito di tanto straordinario per essere messo in sordina dai dogmatici? Egli ha capito che è il liberalismo e non il marxismo che offre maggiori garanzie per il raggiungimento degli ideali socialisti. E’ solo attraverso il metodo liberale – cioè nel rispetto delle idee degli altri – che può procedere l’azione socialista. Egli scriverà efficacemente nell’appendice ‘I miei conti col marxismo’: “La libertà, presupposto della vita morale così del singolo come della collettività, è il più efficace mezzo e l’ultimo fine del socialismo”.

Si capirà che presso gli ambienti italiani di derivazione “terzinternazionalista” affermare che “tra socialismo e marxismo non v’è parentela necessaria” e che anzi “la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista”, diventava una bestemmia inaccettabile, come lo era anche semplicemente il mite proposito laico di evitare alla sinistra almeno l’imposizione di “una unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale”.

Agli albori degli anni Duemila, si è visto come questo eretico socialista liberale abbia avuto ragione sulle miserie intellettuali e pratiche dei sacerdoti dell’ortodossia. Egli in Italia resta uno dei pochi anticipatori delle verità che via via il XX secolo acquisirà tardivamente come tali solo dinanzi alle immani sventure totalitarie subite.

Rosselli è il nostro Eduard Bernstein, l’indomito socialdemocratico berlinese (1850 – 1932) che si batté per far capire che “non esiste idea liberale che non appartenga anche al contenuto ideale del socialismo”. Ribadendo che l’ordinamento liberal-democratico non è l’inerte involucro del potere capitalista ma ha una potenzialità universale in cui tutti possono muoversi per far valere le proprie ragioni, per progredire, per riequilibrare il potere degli altri, Bernstein intuisce la necessità della dissociazione tra marxismo e socialismo. E’ il primo dei revisionisti, ed anche il più denigrato. Lascia, a differenza dei suoi detrattori, un insegnamento ed un messaggio di straordinaria modernità.

Rosselli troverà in Karl Popper – alfiere della “società aperta” contro le “false profezie” del marxismo – l’ideale interlocutore che proseguirà nell’opera di “mostrare che il ruolo del pensiero è quello di realizzare delle rivoluzioni per mezzo di dibattiti critici, piuttosto che per mezzo della violenza e della guerra”.

Rosselli è l’antesignano di John E. Roemer, il pensatore americano che nel 1994 ha pubblicato “A future for Socialism”. Questo autore è un “socialista orwelliano”, in nome di chi, sostenendo un ideale di socialismo anti-autoritario (cfr. George Orwell, “La fattoria degli animali” e “1984”), di quello totalitario ha saputo denunciare tutti i pericoli. E viene a proporre “un socialismo dal forte sapore liberale, basato sulle ragioni del fallimento delle economie statalizzate, che è bene siano fallite perché con esse sono falliti dei regimi tirannici”. Con Roemer prosegue sul piano ideale verso il XXI secolo l’opera di Rosselli, per un socialismo che ponga sull’educazione e sulla formazione intellettuale e professionale, le basi per allargare ai “segmenti sociali più svantaggiati” le opportunità di accesso alla vita civile ed al lavoro.

Istanze liberali e socialiste di giustizia e libertà si fondono ancora in questi pensatori, i quali si ostinano a “non ritenere disparati e inconciliabili l’ideale della libertà politica e quello della giustizia sociale”. Per questi valori Rosselli visse e morì. Dopo la guerra di Spagna – combattuta insieme all’amico e compagno Pietro Nenni, col quale aveva fondato nel 1926 la rivista “Quarto Stato” – Carlo Rosselli cadde in terra di Francia nel 1937, assassinato dai sicari lì inviati dal regime fascista. Fu ucciso una seconda volta dalla propaganda d’opposto segno, ma di pari settarismo. Oggi continua a rinascere e vivere nelle menti e nei cuori di chi coltiva un’idea liberale di progresso e civiltà.

Nicola Zoller

Auguri Anna Kuliscioff,
dottora dei poveri

Era il 9 gennaio 1855 quando nacque Anna Kuliscioff, da una ricca famiglia di mercanti ebrei a Moskaja. Si trasferì nel 1871 a Zurigo per studiare poiché in Russia non era consentito l’accesso all’università alle donne. Il suo animo rivoluzionario si vide fin dalla giovane età. Nel 1873, fu ordinato agli studenti russi di abbandonare l’università di Zurigo perché le giovani russe si recavano all’estero non per assecondare il demone degli studi, ma per abbandonarsi agli “impulsi del libero amore”, proprio in quell’occasione Anna in un gesto provocatorio strappò il libretto degli esami.

Tornata in Russia si avvicinò ad Andrea Costa, con il quale ebbe una relazione, si trasferirono a Parigi per collaborare all’Internazionale di Kropotkin. Si susseguirono anni difficili, anni di repressione durissima, che li vide entrambi al centro di processi e arresti. Quando il rapporto arrivò al capolinea per la gelosia di lui Anna rispondeva «Io alla fine vedo una cosa: agli uomini come sempre è permesso tutto, la donna deve essere di loro proprietà. La frase è vecchia, banale, ma ha le sue ragioni d’essere e l’avrà chissà per quanto tempo ancora». Un pensiero innovativo per il tempo. Con Andrea Costa ebbe una figlia con cui si trasferì prima a Napoli, poi a Torino e a Padova. Infine a Milano dove, dopo aver terminato gli studi di medicina, si dedicò alla cura delle persone più povere, guadagnandosi il soprannome di “dottora dei poveri”.

È proprio a Milano che raggiunse il culmine della formazione. Viene a contatto con personalità di spicco del panorama italiano. La passione e l’amore per l’impegno politico si resero sempre più chiari nell’intervento “Il Monopolio dell’uomo” del 1890 al Circolo filologico di Milano. Un intervento illuminante che analizza la questione femminile in modo chiaro e profondo. Una sferzata al maschilismo, alla mentalità chiusa e alla anormalità di secoli di dominio dell’uomo sulla donna.

“Se l’inferiorità della donna nasce dai privilegi maschili, superarla risulta certo assai difficile perché il predominio dell’uomo esce come consacrato da schemi sociali giuridici e politici che affondano le loro radici nella notte dei tempi e che da qui, sull’onda lunga della storia, giunge fino ai moderni a rinsaldare la catena della subordinazione femminile.”

La principale protagonista del femminismo italiano nel 1885 trasformò il salotto di casa nella redazione di “Critica sociale”, la rivista del socialismo riformista italiano, che Anna diresse insieme a Filippo Turati, a cui era legata sentimentalmente, fino al 1891. L’anno successivo la giovane Anna fu tra i fondatori del Partito dei Lavoratori Italiani, che nel 1895 assumerà il nome definitivo di Partito Socialista Italiano. Partito all’interno del quale Anna elaborò un testo di legge per la tutela del lavoro minorile e femminile che, presentata al Parlamento dal PSI, venne approvata nel 1902 come legge Carcano, n 242. Una vittoria, per l’epoca, nella tutela di donne e bambini. Veniva fissato a 12 anni il limite di età per l’ammissione al lavoro dei fanciulli, per alcuni lavori il limite diventò di 15 anni. Per quanto riguarda le donne la legge fissava un massimo di 12 ore di lavoro giornaliere, con una pausa di due ore, e vietava per le donne minorenni il lavoro notturno.

Fu introdotto per la prima volta il congedo di maternità, che consisteva alle donne in un riposo obbligatorio di quattro settimane dopo il parto. Alle neo mamme venne permesso per la prima volta l’allattamento, o in una “camera d’allattamento” dello stabilimento, che divenne obbligatoria in presenza di cinquanta operaie, o con l’uscita dal posto di lavoro nei modi e tempi definiti da un regolamento interno.

Proprio grazie a “Critica Sociale” e al Partito Socialista Italiano Anna Kuliscioff riuscì a portare avanti la sua più grande battaglia: il suffragio universale, della quale fu valido alleato Gaetano Salvemini.

Erano i primi anni del Novecento e il dibattito era se estendere il voto ai cittadini maschi analfabeti. Delle donne nessuna menzione. Anna Kuliscioff chiedeva il diritto di voto per le donne, non solo per le donne appartenenti a determinate categorie sociali perché: «Direte, nella propaganda, che agli analfabeti spettano i diritti politici perché sono anch’essi produttori. Forse le donne non sono operaie, contadine, impiegate, ogni giorno più numerose? Non equivale, almeno, al servizio militare, la funzione e il sacrificio materno, che dà i figli all’esercito e all’officina? Le imposte, i dazi di consumo forse son pagati dai soli maschi? Quali degli argomenti, che valgono pel suffragio maschile, non potrebbero invocarsi per il suffragio femminile?», queste le sue parole.

Nel 1912 arriva la sconfitta. Il governo Giolitti approva una legge che concede il voto a tutti gli uomini alfabeti che abbiano compiuto i ventuno anni di età, e a tutti i maschi analfabeti che abbiano raggiunto i trent’anni. Fu così che il 7 gennaio del 1912 fonda la rivista bimestrale “La Difesa delle Lavoratrici”, che dirigerà fino al 1914 insieme a Carlotta Clerici, Linda Malnati e Angelica Balabanoff.

Morì nel 1925 e Pietro Nenni la ricordò così: “I funerali erano stati un’apoteosi per lei e per il sopravvissuto suo compagno. Ma, ai fascisti, anche l’omaggio reso a una donna insigne per sapere, preclara per carattere, da tutti stimata per la bontà senza pari, era riuscito intollerabile. Sui gradini stessi del Monumentale, mentre a mò di saluto io gridavo “Viva il socialismo!”, fummo aggrediti. Attorno alla bara, attorno alle corone e ai nastri, ci fu una zuffa breve e feroce dalla quale parecchi uscimmo sanguinanti e pesti. Ed era triste pensare che ciò avvenne in un cimitero e davanti alla salma di una donna che, con tutta la sua anima, con tutta la sua intelligenza aveva auspicato pace, giustizia e fraternità”.

Il sogno di Anna Kuliscioff si avverò molti anni dopo, nel 1946, dopo vent’anni di fascismo e dopo la seconda guerra mondiale. Il sogno di una donna definita da Antonio Labriola come “l’unico uomo del socialismo italiano”.

E a tanti anni dalla sua morte le sue parole suonano ancora un monito attuale: “Mi auguro, per il trionfo della causa del mio sesso, solo un po’ più di solidarietà fra le donne. Allora forse si avvererà la profezia del più grande scrittore del nostro secolo – Victor Hugo – che presagì alla donna quello che Gladstone presagì all’operaio: che cioè il secolo XX sarà il secolo della donna”.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

1985: l’ultimo referendum che spaccò l’Italia

Il 9 e 10 giugno del 1985 l’Italia andò alle urne per cancellare o confermare il decreto varato il 14 febbraio 1984 da Bettino Craxi che tagliava 4 punti (poi diventati tre) di scala mobile (il meccanismo che adeguava automaticamente i salari all’aumento del costo della vita). Quella vicenda è raccontata in un libro scritto da Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie e portato in libreria dalle Edizioni Bibliotheka in questi giorni caldi pre-referendari. Titolo: “Il divorzio di San Valentino. Così la scala mobile divise l’Italia”. Si tratta di una terza edizione arricchita con documenti inediti e una analisi dei flussi elettorali realizzata da Antonio Agosta. Quello che presentiamo è il capitolo (“la resa dei conti”) dedicato al referendum (riuscì a prevalere, a sorpresa, il “sì”), alle polemiche che lo accompagnarono e a un clima generale non molto diverso da quello che stiamo vivendo in questi giorni. In realtà il libro, prendendo spunto da quello che venne ribattezzato il decreto di San Valentino analizza un decennio, dal 1975 (anno in cui venne siglato l’accordo sul punto unico di contingenza) all’85 (l’anno del referendum) raccontando le vicende drammatiche non solo sindacali che caratterizzarono quel periodo difficile e i protagonisti che furono al centro di quegli avvenimenti, da Bettino Craxi a Enrico Berlinguer, da Ciriaco De Mita, a Giovanni Spadolini, da Luciano Lama a Pierre Carniti, da Vittorio Merloni a Luigi Lucchini, da Bruno Trentin a Sandro Pertini. Un racconto unico costruito, però, come la somma di tanti racconti legati da un unico “filo rosso”.

-di GIORGIO BENVENUTO e ANTONIO MAGLIE*-

(Blog Fondazione Nenni)

La prima sorpresa di quella giornata la regalarono gli industriali che prima di conoscere i risultati, decisero la disdetta della scala mobile. La seconda, forse anche spiazzando gli imprenditori, la regalarono le urne. Il decreto che aveva diviso l’Italia, creato enormi tensioni, spaccato a metà come una mela il sindacato, offerto ai terroristi la macabra motivazione per imbracciare nuovamente la mitraglietta Skorpion e scaricare un caricatore addosso a una vittima innocente, Ezio Tarantelli, era uscito intatto dalla verifica popolare, «più bello e più superbo che pria», avrebbe detto un Ettore Petrolini travestito da Nerone. Ma la sorpresa non era tanto (o non solo) nell’esito finale, ma per i modi in cui quell’esito si era manifestato. Il Nord, quello industriale, si era schierato per il mantenimento del decreto; il sud e le isole, con l’eccezione di Puglia, Abruzzo, Molise e Sicilia, per l’abrogazione. La sintesi migliore la offrì Carmelo Barbagallo, all’epoca segretario della camera sindacale di Palermo: «Ha votato contro la contingenza chi ce l’ha e a favore chi non ce l’ha».

Il voto fece venir meno tantissime certezze. La prima a cadere fu quella relativa alla partecipazione. Tutti immaginavano che quel provvedimento non avrebbe portato alle urne tanti elettori non avendo la questione quel carattere popolare e trasversale, dal punto di vista sociale, che avevano avuto altri due appuntamenti referendari, quelli sul divorzio del ‘74 e sull’aborto dell’81. Una bassa affluenza avrebbe potuto favorire i “promotori”, i sostenitori del “Sì”, cioè il Pci. I favorevoli al provvedimento, però, avrebbero potuto fare campagna a favore del non voto perché, di converso, l’obiettivo per il non raggiungimento del quorum, sarebbe stato a portata di mano. E la seconda ipotesi all’interno del “partito del No” rimase in piedi quasi sino alla vigilia del voto. Tanto è vero che ancora il 4 maggio, cioè trentanove giorni prima dell’apertura delle urne, avvenuta il 10 giugno del 1985, in occasione della prima manifestazione nazionale favorevole al mantenimento del decreto (vi parteciparono Franco Marini, Ottaviano Del Turco, Giorgio Benvenuto, i vice-segretari di Dc e Psi, Vincenzo Scotti e Claudio Martelli), la posizione a favore dell’invito ad «andare al mare» era ancora fortissima. La sosteneva in maniera estremamente convinta Pierre Carniti (e questo fu un motivo di contrasto tra lui e Benvenuto) e il presidente del Consiglio, Bettino Craxi (che poi attuerà la strategia nel referendum elettorale proposto da Mario Segni, rimediando una bruciante sconfitta che si trasformò nel segnale più evidente del suo definitivo declino).

Era accaduto, infatti, che Marco Pannella, all’epoca massimo stratega referendario, con due grandi successi alle spalle (ma anche qualche insuccesso), incontrando il premier, fosse riuscito a convincerlo che non vi erano altre strade per evitare una sconfitta che a tutti appariva scritta nella roccia con il bulino dell’antipatia popolare contro un provvedimento che, come si dice spesso oggi ma si diceva molto meno allora, «metteva le mani in tasca alla gente». In una lettera aperta del 10 aprile 1985 il leader radicale rendeva pubblica questa posizione invitando i partiti da un lato a «non sottovalutare il grave danno conseguente al tentativo di impedire la tenuta dei referendum regolarmente richiesti e convalidati dalla Corte Costituzionale con espedienti legislativi», dall’altro a prendere atto che «è assolutamente impossibile non vincere la prova referendaria facendo ricorso all’ipotesi – politica oltreché numerica prevista dall’art. 75 della Costituzione – del rifiuto del voto di oltre il 50% degli aventi diritto, mentre sarebbe pressoché impossibile vincerla percorrendo la strada del “no”. Infatti nel primo caso si tratta di aggiungere al massimo un 25 % (ma in realtà molto meno) di astensioni dal voto spontaneo. Nell’altro si tratta di rinunciare a fare pesare come disinteressate o ostili al referendum tutte le persone che non si recheranno a votare, per andare a confrontarsi, invece con la totalità di coloro che sono invece favorevoli».

Benvenuto (e anche Franco Marini), invece, la pensava diversamente e lo disse tanto a Craxi quanto a Carniti: «La sconfitta è quasi certa ma non possiamo pensare di vincere con l’astuzia». Non si trattava di un ingenuo moto di fiducia nei confronti della maturità dell’elettorato perché in quel momento i segnali erano tutti contrari. Era una questione di chiarezza: era stato fatto un negoziato, era stato raggiunto un accordo, quell’accordo aveva trovato forma in un decreto che aveva evitato in qualche maniera di dare un carattere ufficiale alla rottura sindacale (le firme su un pezzo di carta), bisognava comportarsi di conseguenza di fronte agli italiani, assumersi tutte le responsabilità che la vicenda imponeva.

Gli spazi erano più che ridotti, erano inesistenti. Almeno tali apparivano. Anche all’epoca i sondaggisti sbagliavano le previsioni un po’ come i meteorologi. A pochi giorni dal voto, nelle segreterie circolavano numeri che non lasciavano dubbi sull’esito della consultazione, in alcuni casi si parlava di un ottanta per cento a favore della cancellazione del decreto. Il settimanale “Panorama” pubblicò un significativo sondaggio il 31 marzo del 1985, cioè una settantina di giorni prima della consultazione. Lo aveva realizzato la Swg ponendo semplicissime domande a un campione di 1.561 cittadini rappresentativi della vasta e complessa realtà sociale italiana; il campione era stato testato alla metà del mese, cioè il 15, 16 e 17 marzo. Craxi, Carniti e Benvenuto potevano solo essere presi dallo sconforto. Il 50,2 per cento diceva che avrebbe votato per la cancellazione; appena il 10,1 per la conferma del decreto. In mezzo un 40 per cento di indecisi. Risultato in bilico? Per nulla visto che i sondaggisti sottolineavano che il divario tra favorevoli e contrari era tale che non poteva essere, a poco più di due mesi, ribaltato, anche perché non tutti gli indecisi avrebbero optato per la conferma del decreto, molti avrebbero deciso per la sua cancellazione. Ma l’analisi diceva anche altre cose che sembravano confortare i promotori del referendum.

Tanto per cominciare, i comunisti sembravano avere ragione: il 73,1 per cento degli operai erano contro il provvedimento di Craxi. Ma mica solo gli operai erano così compatti. Per un tratto di penna sul decreto erano anche il 60 per cento degli impiegati pubblici, il 59,4 per cento dei privati, il 58,6 per cento degli insegnanti e, addirittura, un 56,5 per cento dei lavoratori autonomi. Sembravano venir meno tutte le teorie sulla nuova stratificazione sociale, sui nuovi lavori, sull’appiattimento che penalizzava i portatori di maggiori competenze. Dal sondaggio emergeva, insomma, un’Italia ancora ferma all’operaio-massa, semmai avviata verso un lavoratore-massa. Tanto è vero che favorevoli all’abolizione del provvedimento craxiano si dichiarava il 63,3 per cento degli occupati nell’industria e il 57,9 degli occupati nel terziario. Immaginare che in queste condizioni dalle urne potesse uscire un risultato diverso della sconfessione di quel che a Palazzo Chigi era stato fatto il giorno di San Valentino, era molto più di una pia illusione, era come credere alla befana ben oltre la maggiore età.

Che le cose potessero andare solo in una maniera ne erano convinti a Botteghe Oscure. Achille Occhetto in interviste successive ha fornito l’immagine di un Alessandro Natta preoccupato, poco convinto, ma il clima che si respirava nel palazzone a due passi da Piazza Venezia era decisamente euforico. Lo ha descritto in maniera molto puntuale proprio Luciano Lama, in quella sua lunga intervista rilasciata a Giampaolo Pansa. Nelle riunioni il segretario della Cgil sosteneva spesso che il referendum poteva essere un «bagno di sangue», poteva risolversi in una clamorosa sconfitta con conseguenze incalcolabili sull’unità sindacale. Lo ripeteva per provare a raffreddare gli animi di chi, al contrario, sosteneva che «il referendum va fatto per molte ragioni, e anche per una in più, che tanto lo vinciamo! Io replicavo ai miei compagni: guardate che non è per niente sicuro che lo vinciamo. Può darsi che la maggioranza dei lavoratori dipendenti sia d’accordo con noi. Ma siccome il referendum non è tra i lavoratori dipendenti, bensì tra i cittadini della Repubblica Italiana, il rischio di perdere è molto forte, perché quelli interessati alla difesa della scala mobile sono una minoranza robusta, ma sempre una minoranza. Alla fine, la mia, è risultata una previsione persino troppo ottimistica. È successo che siamo andati peggio proprio nelle regioni dove il numero di lavoratori dipendenti è più alto».

Val la pena a questo punto, fare un flash back partendo, però, da un dato di quel referendum. A Milano, capitale dell’Italia industriale, secondo le raffigurazioni degli anni del boom economico, e, quindi, anche in un immaginario collettivo che spesso fatica ad adeguarsi ai fatti nuovi, il “sì” all’abolizione del decreto raccolse il 42,9 per cento dei voti; il “no” con il 57,1 per cento spazzò via molte illusioni, anche quelle più trinariciute che, ad esempio, erano venute drammaticamente allo scoperto il 21 novembre del 1984. Palcoscenico: piazza del Duomo. La Uil il 26 giugno aveva lanciato la campagna «Io pago le tasse e tu?» pubblicando un elenco di nomi dal quale risultava che commercianti e professionisti guadagnavano, secondo le dichiarazioni ufficiali dei redditi, meno dei loro dipendenti. Nonostante San Valentino, nonostante le polemiche e la difficoltà a ritrovare un punto di incontro sulla questione della contingenza e della riforma della struttura del salario, le confederazioni ebbero sul fisco un sussulto di unità. Il 15 novembre, poi, la Confindustria annunciò pure che non avrebbe pagato gli annosi decimali. Di lì la proclamazione di quattro ore di sciopero. A Giorgio Benvenuto venne affidato il compito di chiudere la manifestazione milanese, proprio sotto la “Madunina”.

Il segretario della Uil ebbe appena il tempo di cominciare a parlare e immediatamente dai settori della piazza occupati da Democrazia Proletaria, dalla Lega dei Comunisti Rivoluzionari e da Lotta Comunista, partì una violenta contestazione. Fischi, urla, poi lattine, bulloni, biglie d’acciaio. Carlo Tognoli, il sindaco di Milano, con prontezza di riflessi, evitò che una di queste biglie (avvolta in una palla di carta) colpisse Benvenuto. Molto peggio andò al segretario regionale della Uil, Loris Zaffra (un bullone in testa) e al segretario provinciale della stessa confederazione, Amedeo Giuliani (un oggetto nell’occhio sinistro). Deliranti le reazioni dei contestatori. Dp scrisse in una nota: «Di rilevante dimensione è stata la contestazione della piazza verso Giorgio Benvenuto, il cui ruolo nel famigerato accordo del 14 febbraio non è stato dimenticato da nessuno». I comunisti rivoluzionari, a loro volta, quasi riecheggiando certi volantini brigatisti, aggiunsero con orgoglio (anch’esso, evidentemente, rivoluzionario): «Rivendichiamo la partecipazione, peraltro insieme alla maggioranza della piazza, alla contestazione a Benvenuto». Tognoli parlò senza mezzi termini di «gruppi di provocatori bene e preventivamente organizzati». Chiese le scuse ufficiali ai comunisti locali ma la richiesta cadde nel vuoto. Il segretario della Uil, invece, in una conferenza stampa si limitò a dire: «Quanto è accaduto oggi non può essere strumentalizzato dagli oppositori del progetto Visentini, dai falchi della Confindustria e dalla Confcommercio… La contestazione era diretta contro l’accordo del 14 febbraio sulla scala mobile. Una intesa che sta dando i suoi frutti sul piano dell’abbassamento dell’inflazione e della ripresa dell’economia». Diverso, molto diverso rispetto a quello degli allievi di Mario Capanna, fu l’atteggiamento di Luciano Lama: «È assolutamente deplorevole che in una giornata costata tanto lavoro e tanta fatica alle forze unitarie del sindacato, sia stato impedito di parlare a un segretario nazionale… Chi si comporta così lavora per la causa opposta a quella per cui hanno manifestato oggi i lavoratori».

I risultati milanesi del referendum scardinarono probabilmente le certezze di quella minoranza rumorosa e aggressiva, dotata di buona mira ma di scarso intelletto: non erano i depositari di un sentire diffuso, avevano semplicemente confuso l’autoreferenzialità ottusa con la rappresentatività. La migliore risposta a certi abbagli politici e storici è forse nel pacato racconto di Lama: «Il vertice del Pci era convinto di vincere il referendum sulla scala mobile. E anche attraverso questa strada, pensava di riacquistare una forte influenza sulla politica nazionale. Se avessimo vinto il referendum, il Pci avrebbe potuto dire al governo Craxi, ai socialisti, alla Dc: vedete, voi avete preso delle decisioni, ma il vostro decisionismo non piace alla maggioranza degli italiani e questa maggioranza è schierata con il Pci. L’illusione della vittoria appannava anche i timori per l’unità sindacale. Si diceva ancora: Lama ha paura che si spacchi il sindacato, ma quando il referendum sarà vinto, anche la Cisl e la Uil dovranno tornare sui loro passi, capiranno che hanno preso una strada che le porta alla sconfitta».

Quello di piazza del Duomo, fu uno degli episodi che avvelenò la lunga marcia verso la catarsi del referendum. Non l’unico, purtroppo nemmeno il più tragico. Perché quelli erano ancora Anni di Piombo, anni in cui fra sparutissime minoranze albergava l’idea che si potesse mestare nel torbido delle problematiche sociali per realizzare un humus rivoluzionario. Logiche fuori dalla ragione e dentro una idea di “guerra di popolo” senza, però, il popolo, schierato, fortunatamente, da un’altra parte.

Ezio Tarantelli era un giovane e brillante economista, di idee e formazione culturale progressiste. Collaborava con Pierre Carniti, aveva ottimi rapporti con Walter Galbusera e Giorgio Benvenuto, votava comunista pur non condividendo tutte le posizioni di quel partito. Era perfettamente dentro quella Cisl fatta, in buona parte, di “cani sciolti” alla Carniti, gente che immaginava che dal sociale potesse nascere una sinistra di governo, senza compromessi, senza cedimenti ai “poteri forti”. Una sinistra che sapesse parlare di compatibilità e di politica dei redditi, di equità ma anche di profitto, di tutele per i più deboli ma anche di innovazione tecnologica, di orari di lavoro inseriti in una riorganizzazione strutturale. Alla questione della scala mobile aveva offerto una soluzione, quella poi adottata da Craxi (che il giorno dell’agguato mortale disse: «Uno degli economisti più aperti alla sfera del possibile, tra i meno faziosi. Dobbiamo purtroppo constatare che proprio questa sua scienza, questa sua intelligenza, questa sua generosità ne hanno segnato la condanna a morte»): la predeterminazione. E l’atteggiamento della Cgil lo aveva disorientato: «Il punto è che la Cgil ha difficoltà ad accettare non la centralizzazione della contrattazione, che dovrebbe essere normale per un sindacato marxista, ma la categoria dello scambio politico, almeno fino a quando, purtroppo a mio avviso, il Pci è all’opposizione. Ma questo è un errore fatale che toglie alla sinistra qualsiasi possibilità di intervenire per la trasformazione sociale del paese».

Aveva messo la sua conoscenza al servizio della politica e del sindacato ma guardava alle cose con atteggiamento distaccato: «Io vengo considerato il padre della proposta della predeterminazione ma ci tengo a dire che non ho alcuna intenzione di essere considerato il padre del decreto». Poi, però, aggiungeva: «Io non avrei certo desiderato che la mia proposta passasse per decreto. Ma in quale altro modo sarebbe potuta passare? Una parte importante della sinistra italiana, purtroppo, non solo ha combattuto il principio della predeterminazione, ma in tre anni di dibattito non è stata in grado di fornire un’alternativa degna di questo nome». Quel decreto lo difese, sino all’ultimo. Nella borsa che aveva accanto quando gli scaricarono addosso il caricatore della mitraglietta Skorpion centrandolo con diciassette proiettili fatali, aveva il documento che stava mettendo a punto insieme a Pietro Craveri e Gino Giugni. Qualche sera prima del terribile 27 marzo ne aveva parlato con Carniti e Benvenuto. Si era preoccupato di spiegare in quei pochi fogli gli effetti negativi che sarebbero potuti derivare a livello economico dalla cancellazione del decreto. Quel documento vide la luce esattamente una settimana dopo la sua uccisione. Il titolo era: «No al referendum, no nel referendum».

L’occhiello sottolineava: «Appello degli intellettuali». Si confidava ancora in un accordo che, trasformato in legge, potesse impedire l’apertura dei seggi. Ma nessuno scommetteva cifre cospicue su un simile esito. Nel documento si leggeva: «La sola proposizione del referendum ha già prodotto conseguenze gravi. Ha distolto le forze politiche e sociali dal proseguire l’azione economica positivamente avviata in seguito all’accordo del 22 gennaio del 1983 e al protocollo del 14 febbraio 1984, che hanno contribuito ad abbassare l’inflazione con il consenso di larga parte del movimento sindacale, garantendo al contempo la difesa del potere di acquisto dei lavoratori occupati e dei pensionati e che hanno favorito dopo anni di crisi, la ripresa dello sviluppo. Il confronto sul referendum ha già fatto perdere mesi preziosi, ostacolando la continuazione di quell’impegno sui più gravi problemi economici tuttora aperti: la lotta contro la disoccupazione; il consolidamento della ripresa e della produttività del nostro sistema economico; la tenuta ulteriore del potere d’acquisto, tramite il controllo dell’inflazione e della spesa pubblica; la continuazione della battaglia per un più equo sistema fiscale… Con essa (la campagna referendaria, n.d.a.) si possono indebolire le posizioni riformatrici, favorendo una demagogia populista basata su false promesse e senza sbocchi politici e facilitando, per la prima volta dopo tanti anni, il coagularsi delle forze conservatrici intorno a un progetto di pura e semplice stabilizzazione liberista.., Per il sindacato in particolare la proposizione del referendum in materia salariale ha segnato una espropriazione del proprio ruolo di soggetto contraente… Un prevalere del sì nel referendum, cioè un eventuale esito abrogativo, determinerebbe ancor più gravi conseguenze economiche, sociali e politiche, quali l’occasione data alla Confindustria per bloccare la contrattazione collettiva e per disdire la scala mobile; l’inevitabile accentuazione delle tensioni inflattive, che pregiudicherebbe il valore reale del risparmio delle famiglie e la difesa del potere d’acquisto, in particolare dei meno abbienti; il conseguente indebolimento della nostra moneta sul piano internazionale, con la prospettiva finora mai verificatasi di una caduta dei salari reali, l’inevitabile pregiudizio di una più efficace politica dell’occupazione, che è il problema nazionale più urgente, a partire dal Mezzogiorno». Quel documento venne sottoscritto da studiosi come Luciano Gallino, Carlo Dell’Aringa, Valerio Castronovo, Massimo Severo Giannini, Andrea Manzella, Federico Mancini, Luciano Cafagna, Francesco Alberoni.

Sull’Avanti! quattro giorni dopo l’agguato, Giorgio Benvenuto scrisse: «La nostra società non deve fermarsi, ma abbiamo il dovere morale e politico, tutti, di attenuare i toni di scontro, di tornare a ragionare… Non c’entra per nulla il ragionamento che mette in rapporto lotte sociali e azioni terroristiche. Sono due termini che non confinano: è assurdo pensare che ci sia una contiguità. Se questo è fuori discussione come ignorare però che, in particolare da un anno, l’aria nelle fabbriche è irrespirabile per colpa di un settarismo che impedisce ogni discussione… Eppure c’è chi soffia continuamente sul fuoco, nella sinistra, nei luoghi di lavoro e aggiunge danno a danno, contribuendo a incancrenire tensioni che finiscono con lo svilire anche manifestazioni unitarie su temi di grande valore come è successo a Milano e a Bari sul fisco… Perciò il problema dei guasti che un linguaggio settario e violento, una continua demonizzazione delle idee degli avversari, una rancorosa intolleranza stanno creando nelle fabbriche, nel sindacato, nel tessuto sociale del Paese va posto e subito. Può essere vero che il referendum sia solo un voto per il “sì” o per il “no”, come è stato detto, ma occorre vedere su cosa poggia questa vicenda referendaria: se essa si snodi lungo una tranquilla coscienza democratica o se, invece, essa approfondisca le lacerazioni sociali e riduca l’autonomia, la forza e la proposta del sindacato. Basta dunque con la storiella che col referendum possa risorgere un sindacato più forte e più libero… In questi ultimi cinque anni praticamente tutti i dirigenti sindacali sono stati fatti oggetto di atti di una preconcetta contestazione che nulla ha a che vedere con l’espressione di un legittimo dissenso… C’è un clima terribile nel movimento operaio italiano ed è umiliante osservare che quando Amendola lucidamente lo inchiodò alle sue prime avvisaglie fu isolato nel suo stesso partito… La nostra insistenza sul tema del linguaggio e dei comportamenti non va quindi travisata come un elemento di contrapposizione politica. Si compia una riflessione su questo fenomeno, per esempio interrogandosi su quanto tutto questo abbia nuociuto all’esperienza di un movimento operaio che gradatamente da forza di progresso generale della società, ha perso vitalità ed alleati importanti… intellettuali e forze vive del paese… Tarantelli è rimasto, lo abbiamo sostenuto in molti per dare un contributo di idee svincolato da calcoli di parte. Ora non c’è più, ma è giusto dire che non solo la sua lezione può continuare, ma che dobbiamo ridare alle parole il senso del rispetto reciproco».

Dirà Pierre Carniti, venticinque anni dopo, il 26 marzo del 2010, in occasione di un convegno internazionale su Ezio Tarantelli organizzato dalla “sua” facoltà di Economia e Commercio alla Sapienza: «Purtroppo un fatto, più precisamente un misfatto separa come un macigno da venticinque anni le nostre parole ed il suo silenzio. Per la sua morte non ci sono parole, tranne quelle che speravamo avrebbero pronunciato i giudici nei confronti degli assassini. O meglio, è accaduto tardivamente e solo parzialmente. Lasciando dolorosamente irrisolto il bisogno di verità e giustizia. Per quel che mi riguarda posso solo dire che ai sicari che hanno compiuto quel crimine orrendo non si potrà mai concedere la simulazione di un significato politico. Non si potrà mai stabilire una relazione – sia pure antagonistica – tra Tarantelli e chi lo ha trucidato. Anche per questo penso che la solitudine della sua morte vada tutelata. Perché sia ancora più chiaro che il più alto onore della vittima è quello di non poter venire mai accostato, neanche indirettamente, ai suoi carnefici».

Quel referendum fu lungo, troppo lungo. Durò un anno. Un anno di tensioni, in cui, come aveva scritto Tarantelli (con Giugni e Craveri) il mondo si era fermato. A volte rumorosamente, in maniera assordante. Come quando a Bari, Franco Marini subì la stessa sorte di Benvenuto a Milano: costretto a interrompere il suo intervento a causa dei tumulti esplosi in piazza in maniera certo non improvvisa né imprevedibile. Lo stesso giorno in cui la Corte Costituzionale decise che il referendum andava fatto. Era il 7 febbraio. Anni dopo, Franco Marini, in tono un po’ divertito (d’altro canto, il tempo stempera le tensioni e addolcisce i ricordi) ha raccontato quel che avvenne nel capoluogo pugliese. Ecco il suo ricordo: «Mentre stavo parlando a un certo punto spuntarono due, trecento persone che cominciarono a marciare verso il palco agitando la prima pagina di un giornale. “L’Unità”, infatti, era uscita con un titolo a caratteri cubitali: “Referendum”. Noi sindacalisti alle piazze un po’ agitate siamo abituati e poi a Bari la Cgil era forte ma lo era anche la Cisl. E così mi interruppi e dissi: “Se volete parlare di referendum, parliamone”. A quel punto la piazza cominciò a rumoreggiare. Io continuai a parlare con il commissario di Ps che doveva gestire l’ordine pubblico che mi diceva di chiudere perché la situazione stava diventando complicata. Continuai ma quando vidi volare giù dal palco un dirigente sindacale, decisi che era il momento di smettere». Ricordando quella fase di grandi lacerazioni, l’ex segretario generale della Cisl aggiunge: «Si è parlato di rottura eppure già cinque, sei mesi dopo San Valentino noi tornammo a fare accordi unitari. Nella Cisl, negli anni Settanta, ero tra quelli che non ritenevano possibile, a causa dei condizionamenti internazionali e nazionali, l’unità organica. Forse sbagliavo, ma la pensavo così. Quei condizionamenti, però, non ci sono più, la situazione dei lavoratori è diventata estremamente più difficile e fare il sindacalista adesso è più complicato, molto più complicato di allora perché nelle aziende ritrovi dipendenti con contratto a tempo indeterminato, a tempo determinato, a partita Iva, ti muovi insomma in una vera e propria giungla di tipologie contrattuali. Lo dico con grande sincerità: oggi l’unità io la farei».

Il 12 dicembre, la Corte di Cassazione aveva già detto che, dal suo punto di vista non esistevano impedimenti alla chiamata a raccolta del «popolo sovrano». Nei confronti del decreto erano state sollevate anche questioni di legittimità costituzionale dagli stessi promotori del referendum. Se una di quelle eccezioni fosse stata accolta, ufficializzando la tesi che gli effetti del provvedimento erano cessati il 31 luglio dell’84, i punti sarebbero stati immediatamente recuperati e il referendum sarebbe venuto meno.

In quella sentenza (la numero 35), adottata il 6 febbraio e pubblicata il 7 (a firma del presidente, Leopoldo Elia e del futuro presidente, Livio Paladin) si sosteneva che «stando così le cose non giova discutere se gli effetti giuridici del “taglio” si siano esauriti allo scadere del semestre febbraio-luglio 1984, lasciando perdurare i soli effetti economici… o se, viceversa, la ridotta operatività del meccanismo della scala mobile continui a ripresentarsi, in termini giuridicamente rilevanti sulle retribuzioni periodicamente dovute ai lavoratori subordinati. Qualunque sia la risposta, è infatti palese che non può essere la Corte a fornirla».

La Consulta, insomma, preferì trasferire la questione agli elettori e lo fece motivando la sua decisione in questo modo: «Da un punto di vista formale è incontroverso che le misure di politica economica prefigurate nel decreto-legge n. 10 e quindi realizzate nel decreto-legge n. 70 non sono state puntualmente precisate dalla legge finanziaria 1984… né recepite dalla legge finanziaria del 1985». In sostanza, l’Avvocatura dello Stato aveva sostenuto che quei provvedimenti erano da considerare alla stregua di leggi di bilancio e, quindi, non sottoponibili al referendum. La Corte Costituzionale non accettò questa tesi e aggiunse: «Dal punto di vista sostanziale poi, le disposizioni in esame non riguardano in modo specifico la “manovra di bilancio”, né il fabbisogno della finanza pubblica, bensì hanno di mira… “il contenimento dell’inflazione nei limiti del tasso programmato per l’anno 1984, al fine di favorire la ripresa economica generale e mantenere il potere di acquisto delle retribuzioni”». Venne anche respinta un’altra obiezione e cioè che con il referendum si chiedeva agli elettori di esprimersi solo su un pezzo del provvedimento. Spiegava la Consulta: «Del pari, non ha pregio sul piano giuridico la tesi per cui la richiesta in esame sarebbe incongruamente formulata, e dunque dovrebbe venire dichiarata inammissibile per non aver coinvolto l’intero complesso dei provvedimenti adottati con il decreto-legge n. 70. Queste misure si differenziano profondamente, infatti, sia per i loro contenuti sia per i soggetti che vi sono interessati; sicché non si riscontra, nel presente caso, quella “contraddittorietà ed incoerenza abrogativa di alcune norme e la prevista permanenza di altre nello stesso contesto normativo”». Conclusione: «Si dichiara ammissibile la richiesta di referendum popolare per abrogazione dell’articolo unico della legge 12 giugno 1984, n. 219 (conversione in legge con modificazioni del decreto legge 17 aprile 1984, n. 70 contenente misure urgenti in materia di tariffe, di prezzi amministrati e di indennità di contingenza)… e dichiara legittima l’ ordinanza 7-12 dicembre 1984 dell’ufficio centrale per il referendum, costituito presso la Corte di Cassazione».

La sentenza della Consulta suscitò le perplessità di un giurista illustre come Norberto Bobbio che con un articolo su “La Stampa” del 14 aprile prendeva due piccioni con una fava nel senso che esprimeva il suo dissenso rispetto all’operato dei giudici ma anche rispetto all’atteggiamento di Marco Pannella che chiedeva di non far ricorso a “espedienti legislativi” per evitare la consultazione. Bobbio nel suo intervento sottolineava che «in un referendum la questione da risolvere non può essere posta ai votanti se non sotto forma di “aut aut” o di “sì” o di “no”. Un tale modo di porre la domanda può valere per le grandi questioni di principio, monarchia o repubblica, matrimonio o divorzio, liceità o illiceità dell’aborto, domani dell’eutanasia. Non vale o vale molto meno quando sono in gioco interessi economici contrapposti, che consentono anzi esigono in una democrazia pluralista che si fonda sull’equilibrio, se pure dinamico, delle parti in contrasto, soluzioni di compromesso». Una analisi che induceva a una conclusione: era stato «se non un errore, una decisione discutibile l’accoglimento della richiesta da parte della Corte Costituzionale, giacché in futuro qualsiasi categoria che si ritenga danneggiata da un provvedimento di politica economica potrà chiederne l’abrogazione». Conclusione: «Ora l’errore più grande sarebbe quello di non riuscire ad evitarlo (il referendum, n.d.a.), la decisione più discutibile quella di lasciarlo svolgere». L’articolo induceva Giorgio Benvenuto a scrivere a Bobbio una lettera personale il 22 aprile in cui manifestando il suo consenso alle analisi del grande giurista, affermava: «Ancora una volta il tuo pensiero esprime un coraggio intellettuale ed una chiarezza d’opinione che giustamente non può collocarsi all’interno di nessuna logica di parte». Ma concludeva, manifestando un certo scoramento per la piega che le cose stavano prendendo: «L’appuntamento referendario appare difficilmente eludibile e soluzioni sicuramente soggettive come quelle avanzate dai radicali non appaiono facilmente praticabili, anche perché occorre fare ogni sforzo fino all’ultimo per evitare il voto referendario. Per questo ti confermo la decisione della scelta compiuta da parte della Uil del “doppio no al referendum e nel referendum”, scelta confortata come saprai dalla adesione di decine di intellettuali all’appello promosso dai professori Craveri, Giugni e Treu anche a nome dello scomparso Ezio Tarantelli».

Ad ogni modo, sulla base di quella sentenza, il consiglio dei ministri il 3 aprile provvide a convocare il referendum per il 9-10 giugno, a metà strada tra le elezioni amministrative (12-13 maggio) e quelle presidenziali (il 24 giugno Francesco Cossiga subentrò a Sandro Pertini). In virtù delle decisioni della Consulta si provvide a stampare il quesito referendario che, si può presumere, nella cabina elettorale quasi nessuno si preoccupò di leggere anche perché scritto in stretto burocratese, lingua piuttosto misteriosa dal punto di vista dei canoni classici dell’italiano: la comprensione sarebbe risultata impossibile. La domanda diceva: «Volete voi l’abrogazione dell’articolo unico della legge 12 giugno 1984, n. 219 (pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 163 del 14 giugno 1984) che ha convertito in legge il decreto-legge 17 aprile 1984 n.70 (pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 107 del 17 aprile 1984) concernente misure urgenti in materia di tariffe, di prezzi amministrati e di indennità di contingenza, limitatamente al primo comma, nella parte che ha convertito in legge senza modificazioni l’art. 3 del decreto-legge suddetto che reca il seguente testo: “per il semestre febbraio-luglio” 1984 i punti di variazione della misura dell’indennità di contingenza e di indennità analoghe, per i lavoratori privati, e della indennità integrativa speciale di cui all’art. 3 del decreto legge 29 gennaio 1983, n.79, per i dipendenti pubblici, restano determinati in due dal 1 febbraio 1984 e non possono essere determinati in più di due dal 1 maggio 1984″, nonché al penultimo comma limitatamente a quelli di cui all’art. 3 di quest’ultimo decreto-legge, che reca il seguente testo: “Restano validi gli atti e i provvedimenti adottati e sono salvi gli effetti prodotti ed i rapporti giuridici sorti sulla base del decreto legge 15 febbraio 1984, n.10 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 47, del 16 febbraio 1984)“». Per un amante di cruciverba, un vero divertimento. In realtà, però, tutti sapevano di cosa si trattava: un taglio di quattro punti di contingenza.

Nell’anno intercorso tra il decreto e il referendum, qualche segnale positivo era arrivato dagli indicatori economici: al 31 dicembre del 1984 l’inflazione era scesa al 10,8 per cento con contemporanea crescita del Pil nella misura del 2,6 per cento. Restava, invece, altissimo il tasso di disoccupazione. Cosa che induceva Giorgio Benvenuto, il 25 marzo dell’85, a scrivere sull’Avanti!: «Quello che abbiamo alle spalle non è un anno sprecato. Tutt’altro: sono arrivati importanti risultati per la nostra economia… Ma per qualcuno rischia di essere un altro anno perduto. Lo è per i giovani, i disoccupati, i cassintegrati se la battaglia referendaria, sempre più imminente finirà per fare da carta assorbente nei confronti dell’occupazione… Non si condanni questo paese all’immobilismo per le prossime settimane. Ci sono molte cose da chiarire, molte di più da fare in fretta: tutti i provvedimenti per l’occupazione, innanzitutto, vera e propria questione morale per il Governo, il Parlamento, le forze sociali».

Ci sarebbe voluta un’intesa per aggirare l’ostacolo, cioè per evitare il referendum. Tutti dichiaravano il proprio impegno a trovarla ma alla fine non fu trovata. In realtà ci fu un gran fervore di incontri ufficiali e ufficiosi. E se Carniti aveva provato a convincere Berlinguer a ripensarci (con scarsi risultati), Benvenuto aveva contatti continui con Gerardo Chiaromonte, esponente di spicco dell’area liberal, per provare a indirizzare la storia verso un altro epilogo trovandosi sempre di fronte alla medesima risposta: a una sola condizione il Pci poteva retrocedere, ritiro del decreto e un negoziato che lo coinvolgesse e che poteva portare anche a un accordo «più generoso». Nel frattempo, agli inizi dell’85 la Confindustria proseguiva nel consolidamento della sua linea Maginot, cioè il rifiuto del pagamento dei decimali (confermato a marzo, poi, dalla Federmeccanica), nonostante gli inviti di Craxi a comportarsi diversamente. La ricerca di una intesa si fece frenetica: il 3 aprile Lama, Del Turco, Carniti, Marini, Benvenuto e Veronese in un incontro con il ministro del lavoro misero sul tavolo la proposta di semestralizzazione della scala mobile in cambio, però, di un impegno del governo su fisco e occupazione, e della Confindustria sul pagamento dei decimali. Il 20 maggio la Cgil rilanciò la sua proposta di mediazione (che non essendo equivalente dal punto di vista economico, non riusciva a coagulare la totalità dei consensi) cinque giorni dopo ci provò anche De Michelis beccandosi il rifiuto degli industriali ormai determinati ad andare alle urne perché, come vedremo nel prossimo capitolo, avevano una strategia, come dire, alternativa.

Il ministro del lavoro aveva pensato di mettere sul tavolo la semestralizzazione della scala mobile prevedendo una indicizzazione totale del sessanta per cento dei «salari minimi conglobati» o «quella equipollente in termini di copertura, di un minimo indicizzato al cento per cento di 615.000 lire sommato ad una indicizzazione del quindici per cento della parte residua rispetto ai minimi tabellari conglobati». Inoltre proponeva, nell’arco di vigenza contrattuale, la riduzione di due ore degli orari di lavoro. Una mediazione evidentemente poco affascinante non solo per gli industriali (che, per giunta, di riduzioni degli orari non volevano sentir parlare), ma anche per la Cgil che con una lettera a De Michelis del 26 maggio, firmata da Luciano Lama e Ottaviano Del Turco, chiuse di fatto le danze: «In ordine alla revisione del meccanismo della scala mobile, constatando le distanze che esistono fra le ultime posizioni manifestate dalla Cgil e l’ipotesi da Lei formulata, la delegazione della Cgil chiede al Governo se è in condizione di presentare nuove proposte e di riprendere il confronto nelle prossime ore».

Furono settimane e mesi di contatti, di proposte, di ipotesi. Ad esempio, quella di una legge concordata tra democristiani e comunisti che Benvenuto bocciò così sull’Espresso il 27 gennaio: «Un simile accordo tra i partiti comporterebbe l’emarginazione del sindacato. E oltretutto non capisco l’atteggiamento schizofrenico della Dc che con Goria invoca il rigore e con Scotti ipotizza modifiche sostanziali all’accordo anti-inflazione del 14 febbraio 1984». Contemporaneamente Felice Mortillaro, direttore generale della Federmeccanica (un “falco”, lo si definiva all’epoca) faceva sapere che gli industriali erano interessati solo a una soluzione che comportasse il sostanziale azzeramento della scala mobile: «Penso semplicemente che gli industriali e l’economia italiana non possono permettersi nessun aggravio del costo del lavoro. Una legge simile (quella ipotizzata da Dc e Pci, n.d.a.) sarebbe inaccettabile». Tutti incontravano tutti. Natta, segretario del Pci, incontrava Carniti il 18 febbraio, senza cavare un ragno dal buco. «Pensano a un negoziato che sconfessi sostanzialmente l’accordo del 14 febbraio e pensano, con accattivante candore, che questo negoziato si possa fare con la Cisl», dicevano gli uomini di Pierre Carniti che nelle riunioni sindacali ribadiva: «L’unità sindacale funziona se scontenta tutti i partiti». Qualche giorno prima, precisamente il 15 febbraio, sempre Natta aveva visto Benvenuto che alla fine diceva: «Natta mi è sembrato attento ai problemi che il referendum solleverebbe. Ha detto di apprezzare la posizione della Cgil e il tentativo della Uil di trovare una soluzione. Ha aggiunto che il Pci appoggerà un accordo sindacale». Poi aggiungeva: «Senza il Pci non si fa un governo di stampo socialdemocratico europeo. Allora perché scavare un solco tra i due partiti della sinistra storica?». Dall’altra parte, Lama vedeva Spadolini e illustrava a Ciriaco De Mita (il 6 febbraio) la proposta della Cgil per far ripartire il negoziato. Una proposta la lanciava anche Claudio Martelli: una parte del salario totalmente protetta dalla scala mobile, una seconda tutelata in misura decrescente con il crescere del reddito; restituzione dei quattro punti ma non in busta-paga bensì per finanziare un fondo per l’occupazione alimentato per un terzo dallo Stato, per un terzo dai lavoratori e per un terzo dalle imprese (una ipotesi che risentiva molto delle elaborazioni di Carniti). Anche i repubblicani cercavano una via d’uscita proponendo un salario con una fascia totalmente protetta ma una scala mobile che sarebbe scattata solo una volta all’anno. Alla fine fu più un esercizio di stile. Perché mancavano gli uomini giusti e i tempi altrettanto giusti per evitare il referendum. Enrico Berlinguer, che aveva l’autorevolezza per prendere una decisione coraggiosa, non c’era più. Nel frattempo, incombevano le elezioni amministrative che per Alessandro Natta erano il primo banco di prova da segretario.

Alla fine tutti accettarono una sfida che, a parole, nessuno voleva. L’accettò Natta, che pure nutriva qualche perplessità, ma sentiva intorno a sé l’ottimismo dei militanti, l’ottimismo di un partito che confidava di bissare il successo dell’anno prima all’Europee, sottovalutando l’effetto emotivo della scomparsa di un leader molto amato da chi votava per il Pci e molto stimato anche da chi non votava quel partito o, addirittura, lo avversava (diceva di lui Indro Montanelli, un giornalista che non ha mai coltivato simpatie di sinistra: «Uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre con una coscienza esigente, solitario di abitudini spontanee, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede»). La sfida l’accettò anche chi sembrava destinato a perderla. Perché alla fine Benvenuto vinse la sua battaglia convincendo i partiti favorevoli al “no” a puntare sulla scommessa delle urne e non sulle “scappatoie vacanziere”. Il 27 maggio, infatti, in un vertice decisero di marciare a ranghi (quasi) compatti verso il referendum.

Con qualche tentennamento e qualche colpo basso. Biagio Agnes, direttore generale della Rai, uomo di Ciriaco De Mita, ad esempio, impedì a Bettino Craxi di presentarsi alla tribuna elettorale che concludeva il ciclo tele-referendario per l’appello finale (consueto all’epoca). Il Presidente del Consiglio fece, però, una mossa a sorpresa che ebbe notevoli conseguenze sul voto: annunciò che si sarebbe dimesso se il decreto fosse stato cancellato, inducendo Alessandro Natta a escludere un simile automatismo. Doveva, insomma, restare al suo posto anche nel caso di sconfitta referendaria. Dal canto suo, Luciano Lama lasciò a una Cgil divisa, la libertà di coscienza. Aveva firmato per il referendum e la cosa era stata presa molto male dai suoi colleghi, Carniti e Benvenuto. Lui si è poi difeso così: «Firmando legittimavo sia i comunisti della Cgil per la firma, sia i socialisti della Cgil per l’ostilità alla firma, e per la propaganda contro il referendum. Firmando aprivo la strada a Ottaviano Del Turco e agli altri compagni socialisti che volevano esprimersi pubblicamente in modo contrario al mio. Se mi fossi astenuto dal firmare, loro sarebbero stati meno liberi di muoversi di come si son mossi contro il referendum». Ma i socialisti della Cgil avevano anche un’altra paura: cosa sarebbe accaduto all’interno della Confederazione se la cancellazione del decreto fosse passata? Quali spazi avrebbero avuto con un “garante” come Lama in uscita? Lama, però, si comportò da grande leader e aprì gli spazi televisivi anche a chi all’interno della Cgil dissentiva: «La Rai-Tv aveva invitato i segretari delle confederazioni, uno alla volta, perché esprimessero la loro opinione sul referendum. Io dissi: ci vado, in tivvù, soltanto se viene anche Del Turco».

I sondaggi, come abbiamo sottolineato inizialmente, non confortavano la speranza del “partito del No”. Quello di “Panorama” veniva commentato così da Giorgio Benvenuto, sullo stesso settimanale: «Il test fotografa lo stato del dibattito. La verità è che il Pci ha già da tempo iniziato una martellante campagna elettorale per il “Sì”, mentre finora noi, la Cisl e lo stesso governo siamo stati impegnati a evitare che il referendum si facesse. In definitiva, la campagna elettorale per il “No” deve ancora iniziare ed è abbastanza logico che il sondaggio registri questo ritardo». Il venerdì 7 giugno il “fronte del No” riuscì a organizzare una manifestazione in Piazza Navona: per dare un effetto di grande partecipazione venne invasa dai taxi che con il loro colore giallo “impastavano” in un magma indistinto i monumenti barocchi e le persone. Lo stato d’animo, però, rispetto al sondaggio di marzo era un po’ diverso. Alla base di questo cambiamento di umore, i risultati elettorali. I dati non sembravano confortare le scelte del Pci che perdeva colpi sia alle comunali che alle regionali: il 33,3 delle Europee si era trasformato (nei comuni con oltre cinquemila abitanti) in un misero 28,5 e alle regionali (statuto ordinario) nel 30,2; risaliva leggermente la Dc (dal 33 delle Europee al 34 delle comunali al 35 delle regionali); cresceva il Psi (dall’11,2 dell’anno prima, arrivava nelle comunali al 14,9 e nelle regionali al 13,3); arretrava il Pri che continuava a beneficiare solo parzialmente dell’effetto-Spadolini (4 per cento alla regionali, 4,8 alle comunali).

Numeri che aprirono all’interno del Pci un “processo” contro Lama: «C’era chi pensava che le elezioni amministrative le avevamo perse anche per gli errori miei alla Cgil, per gli errori del gruppo dirigente sindacale, per il mio dissenso troppo manifesto rispetto al referendum e, soprattutto, per il modo in cui avevo preso le distanze dall’ultima fase della segreteria Berlinguer».

Il 10 giugno, quando le urne vennero aperte, la sorpresa fu straordinaria, almeno quanto quella che il 12 maggio, contemporaneamente alle amministrative, si era prodotta sui campi di calcio con la vittoria dello scudetto da parte di una squadra di provincia, il Verona, ai danni della potentissima Juventus dell’Avvocato Agnelli (che poi in quello stesso mese visse il dramma dell’Heysel, la vittoria di una Coppa Campioni con trentanove morti ai bordi del campo, trentadue italiani). Fu tutto sorprendente. L’affluenza, ad esempio, notevolmente alta: 34.959.404 italiani su 44.904.290 (il 77,9 per cento); il risultato finale: 18.384.788 italiani, cioè il 53,3 per cento si era opposto alla cancellazione del decreto di San Valentino; 15.490.855, quindi il 45,7 aveva risposto positivamente all’invito a cancellare il provvedimento (le bianche e le nulle furono in tutto 1.113.761). Ma la sorpresa era anche nella scomposizione del dato: il “no” vinceva nelle regioni industriali (Lombardia, Liguria, Piemonte); il sì resisteva nelle roccaforti elettorali del Pci (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria). La regione che in massa votava per il mantenimento del decreto era il Trentino Alto Adige: 75 per cento; la città che in percentuale esprimeva il maggior numero di “no” era Bolzano, 82,1. Ma la conferma del decreto poteva contare su un buon dato regionale in Lombardia (61,3) e su un buon dato comunale a Milano (57,1). Il “sì” otteneva in Calabria (55,2) le stesse percentuali della Toscana, faceva il pieno a Siena (61,4). Con una circolare a tutte le strutture, Giorgio Benvenuto, però, «invitava a non fare trionfalismi». E aggiungeva: «Vogliamo mettere l’accento sul fatto che il dato referendario deve favorire una riflessione da parte di tutti… È necessario ridare spazio all’autonomia del movimento sindacale, dando nuove regole alla democrazia sindacale, in modo da recuperare il rapporto con i lavoratori, e rendere possibile la partecipazione reale alle scelte che il sindacato dovrà compiere». Luciano Lama con franchezza ha spiegato anni dopo che la sconfitta nel referendum non lo sorprese: «In qualche modo l’avevo previsto. M’è dispiaciuto perdere. Se l’avessimo vinto, il Pci avrebbe avuto in seguito meno difficoltà. Ma non sono sicuro neppure di questo. Sì, i risultati materiali del decreto sulla scala mobile sarebbero stati annullati. Però avremmo ristabilito con più lentezza e forse con maggiori problemi i rapporti unitari con la Cisl e la Uil».

* Dal libro di Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie: “Il divorzio di San Valentino. Così la scala mobile divise l’Italia”, con un saggio di Antonio Agosta: “Referendum, un’analisi”. Terza edizione. Bibliotheka Edizioni, 2016, pp 617, euro 35,00

99 anni fa la presa del Palazzo D’Inverno

palazzo-dinverno-2Il 7 novembre di novantanove ani fa, Vladimir Il’ic Ul’janov Lenin conquistava il Palazzo d’Inverno aprendo la strada a un sistema di potere (bolscevico) che con la stessa irrimediabile rapidità con cui era stato prodotto, settantaquattro anni dopo, nel 1991, tramontò facendo calare il sipario su quel corollario chiamato Guerra Fredda, confronto fra due Blocchi, tra due culture politiche, tra due visioni del mondo. Oggi, il Mausoleo sulla Piazza Rossa più che un luogo di culto, è una meta di turistica curiosità; la Rivoluzione di Ottobre è oggi una pagina di storia che non contiene più la promessa di una rivoluzione antropologica, un cambiamento che avrebbe dovuto portare alla sconfitta del capitalismo e al trionfo del socialismo; non è più l’annuncio di un contagio che, nei piani di Lenin, avrebbe dovuto coinvolgere se non tutto il mondo, almeno buona parte dell’Europa tanto da indurlo, nei giorni caldi del Biennio Rosso, a invitare gli italiani a fare piazza pulita dei riformisti perché in quel clima di forte contrapposizione sociale a suo parere erano visibili i segni di una condizione rivoluzionaria, dunque era più che mai necessario rompere gli indugi.
In realtà il capitalismo ha mostrato una straordinaria capacità di resistenza (e anche di adattamento) a quelle crisi che, secondo Marx, avrebbero dovuto mettere la parola fine a quel sistema economico favorendo l’inesorabile vittoria del proletariato. Da quelle crisi, il capitalismo non solo non si è fatto piegare, ma le ha anche utilizzate per rinnovarsi, per replicarsi, a volte migliorandosi, altre volte peggiorandosi (da qualche tempo siamo in quest’ultima fase e il problema più grave è dato dalla mancanza di risposte credibili e dall’assenza di una classe dirigente in grado di fornirle dopo averle elaborate in una coerente teoria). Un grande storico come Eric Hobsbawm ha sottolineato come da un punto di vista pratico, la Rivoluzione di Ottobre abbia provocato conseguenze ben più ampie di quelle che nel 1789 riuscì a produrre la rivoluzione francese, sottolineando come appena trenta, quaranta anni dopo la presa del Palazzo d’Inverno un terzo dell’umanità si trovò a vivere sotto sistemi che a quella vicenda iniziale si ispiravano, in molti casi adottando in toto il modello sovietico. Ma se le ripercussioni immediate sono state ampie, non altrettanto si può dire dell’eredità ideale che è stata ripudiata in maniera netta in primo luogo da coloro che più direttamente hanno vissuto o subito quell’esperienza e le varie fasi del suo degrado.
Quella Rivoluzione ha “ispirato” la costruzione di sistemi di potere, quella francese, invece, ha prodotto una contaminazione culturale che attraversando i secoli è giunta sino ai giorni nostri irrobustendo principi che sono ancora oggi alla base del nostro vivere in comunità. La prima ha retto settantaquattro anni senza lasciare eredi, la seconda molto meno ma è rinata puntualmente in tutti quegli stati che si sono organizzati seguendo principi di libertà. L’inno russo è uguale nella musica a quello sovietico ma è stato cambiato nel testo; la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nello stesso testo del 1789 apre la Costituzione Francese. Ciò non toglie che in qualche misura nella società (politica) russa attuale si ritrovino gli stessi collanti che consentirono a Lenin di conquistare il potere venendo accompagnato da un consenso ampio. Ad esempio, il patriottismo o, se vogliamo, il nazionalismo. Vladimir Il’ic lo utilizzò per tenere unita una società in disfacimento dopo la crisi e il crollo dello zarismo; Vladimir Putin fa più o meno la stessa cosa muovendo le leve dell’orgoglio e delle nostalgie di un Paese che stava scivolando verso l’irrilevanza dopo essere stato il protagonista, in veste di potenza concorrente, del confronto tra i due Blocchi. Ma a volte l’uso delle parole racconta, in maniera elementare, forse superficiale ma immediata, l’imbarazzo che si prova nei confronti di certi lasciti. Per fare riferimento all’ampiezza e alla graniticità assolutistica del potere dell’attuale padrone della Russia, si fa precedere il suo nome con la definizione di “zar”; certamente non con quella di “segretario del Pcus”.
Novantanove anni fa nessuno avrebbe immaginato che una società profondamente arretrata avrebbe potuto produrre la prima rivoluzione proletaria. Nemmeno Marx, sebbene negli ultimi anni della sua vita se lo sia augurato ma soprattutto per l’effetto contagio che avrebbe potuto scatenare negli stati confinanti con quell’immenso paese, la Germania in particolare. Non lo credeva nemmeno Lenin che solo pochi mesi prima della presa del Palazzo d’Inverno si chiedeva se avrebbe vissuto abbastanza per assistere al trionfo della sua rivoluzione. Né credeva che quella sua eredità sarebbe stata dispersa tanto lentamente attraversando trequarti di secolo tanto è vero che un paio di mesi dopo la vittoria si esaltava per il fatto che quel sistema era durato già molto di più della Comune di Parigi.
Ma se l’esito finale era in ampia misura inimmaginabile, l’esplosione di una rivoluzione sociale non era certo un evento imprevedibile. Lo zarismo era in crisi profonda e dopo essersi un po’ risollevato già nel 1905 sarebbe crollato se non avesse potuto contare sulla lealtà dell’esercito. Crollò dopo, quando gli entusiasmi iniziali per l’esplosione della prima Guerra Mondiale cominciarono a scemare un po’ in tutta Europa. A quel punto fu sufficiente che a una manifestazione di operaie l’8 marzo coincidesse con la serrata delle fabbriche metallurgiche Putilov per scatenare lo sciopero generale, con i cosacchi, fedelissimi dello zar, che si rifiutarono di sparare sulla folla finendo così per dare l’ultima picconata a un potere già moribondo.
Non era ancora la rivoluzione di Ottobre ma se nelle teorizzazioni di Marx in Russia mancavano le condizioni per una rivoluzione proletaria (una forte e robusta classe operaia), allo stesso modo erano assenti i “fondamentali” per una vera rivoluzione borghese. La conseguenza fu un governo transitorio estremamente debole e una miriade di consigli (soviet). Lenin in sostanza trasformò un sommovimento dai caratteri quasi anarchici, nella base per la trasformazione del potere in chiave bolscevica. Ci riuscì perché si dotò di uno strumento fondamentale (intorno al quale l’Urss ha continuato a ruotare sino alla sua dissoluzione): il partito (poche migliaia di militanti nella primavera del 1917, oltre 250 mila già in estate). E perché più di altri riusciva a cogliere quel che voleva la gente (ad esempio, in una società profondamente contadina la distribuzione della terra per favorire la nascita di aziende familiari).
La rapidità dell’ascesa fu pari alla rapidità della discesa; all’interno dei due fenomeni, una parentesi di settantaquattro anni. Gorbaciov avrebbe voluto cambiare il volto dell’Urss impugnando due armi: la perestrojka, cioè la riforma, e la glasnost, cioè la trasparenza. La prima presupponeva il superamento dell’economia di stato con il conseguente traghettamento verso un sistema misto che nessuno era in grado di definire, delineare nei contorni; il secondo il passaggio dal dominio del partito unico, fonte di tutto, a un quadro multipartitico. La conseguenza è stata quella illustrata da Hobsbawm nel suo libro “Il Secolo breve” (pag. 567): “Ciò che condusse l’Urss a gran velocità verso il precipizio fu la combinazione della glasnost, che equivaleva alla disintegrazione dell’autorità, con la perestrojka, che equivaleva alla distruzione dei vecchi meccanismi che facevano funzionare l’economia, senza la predisposizione di una alternativa; di conseguenza la perestrojka provocò il crollo del tenore di vita”. Finiva così la rivoluzione che si proponeva di regalare agli uomini una speranza e di proporre al mondo un’alternativa al capitalismo e che invece ha prodotto numerose tragedie. Ma questo non significa che si debba far finta che nulla sia avvenuto. Ecco perché vogliamo ricordare questa data, comunque storica, con la prefazione di un libro famosissimo: “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” di John Reed.

Antonio Maglie

Fondazione Nenni


“Io, fedele cronista di una rivoluzione”

di John Reed*
Questo libro è un brano di storia, di storia come io l’ho vissuta. Pretende solo di essere un racconto particolareggiato della Rivoluzione d’Ottobre, cioè di quelle giornate in cui i bolscevichi, alla testa degli operai e dei soldati di Russia, si impadronirono del potere dello Stato, e lo dettero ai Soviet.
Nel libro si parla soprattutto di Pietrogrado, che fu il centro, il cuore stesso della insurrezione. Ma il lettore deve ben rendersi conto che tutto ciò che avvenne a Pietrogrado si ripeté, pressappoco egualmente, con una intensità più o meno grande, e ad intervalli più o meno lunghi, in tutta la Russia.
In questo volume, il primo di una serie alla quale lavoro, sono obbligato a limitarmi ad una cronaca degli avvenimenti di cui sono stato testimone, ai quali ho assistito personalmente o che conosco da fonte sicura. Il racconto propriamente detto è preceduto da due capitoli che tracciano brevemente le origini e le cause della Rivoluzione d’Ottobre. So bene che questi due capitoli saranno di difficile lettura, ma essi sono essenziali per comprendere ciò che segue. ll lettore si porrà certamente numerose domande. Che cos’è il bolscevismo? In cosa consiste la forma del governo fondato dai bolscevichi? I bolscevichi erano favorevoli all’Assemblea Costituente
prima della Rivoluzione d’Ottobre; perché dunque la disciolsero poi, essi stessi, con la forza? E perché la borghesia, ostile all’Assemblea Costituente fino alla comparsa del pericolo bolscevico, assunse poi la difesa di questa stessa Assemblea? Tutte queste questioni non potevano trovare qui una risposta. In un altro volume: Da Kornilov a Brest-Litovsk, dove proseguo il racconto degli avvenimenti fino alla pace con la Germania, descrivo l’origine e la funzione delle varie organizzazioni rivoluzionarie, l’evoluzione del sentimento popolare, lo scioglimento dell’Assemblea Costituente, la struttura dello Stato sovietico, lo sviluppo e la conclusione dei negoziati di Brest-Litovsk.
Iniziando lo studio della insurrezione bolscevica, è necessario rendersi ben conto che la disorganizzazione della vita economica e dell’esercito russo, fine logica di un processo che risale al 1905, non cominciò il 25 Ottobre (7 Novembre) 1917, ma parecchi mesi prima. I reazionari, privi di ogni scrupolo, che dominavano la corte dello zar, avevano deliberatamente deciso di provocare una catastrofe per poter concludere una pace separata con la Germania. La mancanza di armi al fronte, che ebbe per conseguenza
la grande ritirata dell’estate 1915, la scarsezza dei viveri negli eserciti e nelle grandi città, la crisi della produzione e dei trasporti del 1916, tutto ciò faceva parte di un gigantesco piano di sabotaggio, la cui esecuzione fu frenata a tempo dalla Rivoluzione di Marzo.
Durante i primi mesi del nuovo regime, malgrado la confusione seguente a un grande movimento rivoluzionario, che liberava un popolo di 160 milioni di uomini, il popolo più oppresso del mondo intero, la situazione interna e la capacità di combattimento degli eserciti migliorarono, infatti, di molto.
Ma tale «luna di miele» durò poco tempo. Le classi possidenti volevano una rivoluzione esclusivamente politica che, strappando il potere allo zar, lo trasmettesse a loro. Esse volevano fare della Russia una repubblica costituzionale sul modello della Francia o degli Stati Uniti, o una monarchia costituzionale, come quella inglese. Le masse popolari volevano invece una vera democrazia nella città e nelle campagne.
William English Walling, nel suo libro Il messaggio della Russia, consacrato alla rivoluzione del 1905, descrive esattamente lo stato d’animo dei lavoratori russi che dovevano poi, quasi unanimemente, sostenere il bolscevismo:

I lavoratori comprendevano bene che, anche sotto un governo liberale, essi avrebbero
rischiato di continuare a morire di fame se il potere fosse rimasto ancora nelle mani di altre classi sociali.
L’operaio russo è rivoluzionario, ma non è né violento, né dogmatico, né stupido. Egli è
pronto alla lotta sulle barricate, ma ne ha studiato le regole e, caso unico fra i lavoratori del mondo intero, le ha imparate dalla pratica. È risoluto a condurre fino alla fine la lotta contro il suo oppressore, la classe capitalista. Non ignora che esistono ancora altre classi, ma esige che esse prendano nettamente posizione nel conflitto accanito che si avvicina.
I lavoratori russi riconoscevano tutti che le nostre istituzioni politiche [americane] sono preferibili alle loro, ma non desideravano affatto di passare da un dispositivo all’altro, [quello della classe capitalista]…
Se gli operai russi si sono fatti uccidere e sono stati impiccati a centinaia a Mosca, a Riga, a Odessa, se essi sono stati, a migliaia, imprigionati nelle galere russe ed esiliati nei deserti e nelle regioni artiche, non è per conquistare i privilegi discutibili degli operai dei Goldfilds e di Cripple-Creek…

Si sviluppò così in Russia, nel corso stesso di una guerra esterna, in seguito alla rivoluzione politica, la rivoluzione sociale che si concluse con il trionfo del bolscevismo.
A.J. Sack, direttore dell’Ufficio di informazioni russe per gli Stati Uniti, ed avversario del governo sovietico, ha scritto nel suo libro La nascita della democrazia russa:

I bolscevichi si costituirono in Consiglio dei ministri con Lenin, presidente, e Lev Trockij,
ministro degli affari esteri. Quasi subito dopo la rivoluzione di Marzo, la loro andata al potere era apparsa inevitabile. La storia dei bolscevichi dopo la rivoluzione è la storia della loro ascesa costante…

Gli stranieri, gli americani in particolare, insistono frequentemente sulla ignoranza dei lavoratori russi. È esatto che questi non possedevano l’esperienza politica dei popoli occidentali, ma erano notevolmente preparati nella organizzazione delle masse. Nel 1917 le cooperative di consumo, contavano più di 12 milioni di aderenti. Lo stesso sistema dei Soviet è un ammirabile esempio del loro genio organizzatore. Inoltre non vi è probabilmente sulla terra un altro popolo che conosca così bene la teoria del
socialismo e le sue applicazioni pratiche.
William English Walling scrive a questo proposito:

I lavoratori russi sanno, nella loro maggioranza, leggere e scrivere. La situazione
estremamente turbata nella quale si trovava il paese da molti anni, ha fatto sì che essi hanno avuto il vantaggio di avere per guide non solo i più intelligenti tra di loro, ma una grande parte degli intellettuali, egualmente rivoluzionari, che comunicarono loro il proprio ideale di rigenerazione politica e sociale della Russia…

Molti scrittori hanno giustificato la loro ostilità contro il governo sovietico con il pretesto che l’ultima fase della rivoluzione fu solamente una lotta di difesa degli elementi civili della società contro gli attacchi brutali dei bolscevichi. Furono invece proprio tali elementi, le classi possidenti, che, di fronte al potere crescente delle organizzazioni rivoluzionarie di massa, tentarono di distruggerle ad ogni costo e di sbarrare la strada alla rivoluzione. Per rovesciare il ministero Kerenskij e per annientare i Soviet esse disorganizzarono i trasporti, provocarono dei torbidi interni; per vincere i Consigli di fabbrica, chiusero le officine, fecero sparire combustibile e materie prime; per schiacciare i Comitati dell’esercito, ristabilirono la pena di morte e cercarono di provocare la disfatta militare.
Evidentemente esse gettavano così benzina, e della migliore, sul fuoco bolscevico. I bolscevichi risposero predicando la guerra di classe e proclamando la supremazia dei Soviet.
Tra questi due estremi, più o meno caldamente appoggiati da gruppi diversi, si trovavano i socialisti detti «moderati», che comprendevano i menscevichi, i socialisti-rivoluzionari ed alcune frazioni di minore importanza. Tutti questi partiti erano ugualmente attaccati dalle classi possidenti, ma la loro forza di resistenza era spezzata dalle loro teorie stesse.
I menscevichi ed i socialisti-rivoluzionari proclamavano che la Russia non
era matura per la rivoluzione sociale e che solo una rivoluzione politica era
possibile. Secondo loro le masse russe mancavano dell’educazione
necessaria per la presa del potere; ogni tentativo in tale senso non avrebbe
che provocato una reazione, la quale avrebbe facilitato ad un qualsiasi
avventuriero senza scrupoli la restaurazione del vecchio regime. Perciò
quando i socialisti «moderati» furono obbligati dalle circostanze a prendere
il potere, non osarono servirsene.
Essi credevano che la Russia dovesse passare, a sua volta, per le stesse
tappe politiche ed economiche dell’Europa Occidentale, per arrivare, infine,
contemporaneamente al resto del mondo, al paradiso socialista. Si
trovavano quindi d’accordo con le classi possidenti per fare della Russia
soprattutto uno Stato parlamentare – alquanto più perfezionato, tuttavia,
delle democrazie occidentali – ed insistettero, perciò, per la partecipazione
delle classi possidenti al potere. Di là ad una politica di sostegno, non vi era
che un passo. I socialisti «moderati» avevano bisogno della borghesia; ma
la borghesia non aveva bisogno dei socialisti «moderati». I ministri socialisti
furono obbligati a cedere, a poco a poco, sulla totalità del loro programma,
via via che la pressione delle classi possidenti aumentava.
E finalmente, quando i bolscevichi ebbero abbattuto tutto quel castello di
compromessi senza base, menscevichi e socialisti rivoluzionari si trovarono
nella lotta a fianco delle classi possidenti. Questo stesso fenomeno noi lo
vediamo oggi riprodursi, presso a poco, in tutti i paesi del mondo.
È ancora di moda, dopo un anno di esistenza del regime sovietico, parlare
della rivoluzione bolscevica come di una «avventura». Ebbene, se si deve
parlare di avventura, fu veramente tra le più meravigliose in cui si sia
impegnata l’umanità, l’avventura che aprì alle masse lavoratrici il terreno
della storia e che fece tutto dipendere ormai dalle loro vaste e naturali
aspirazioni. Ma aggiungiamo che era pronto, prima di novembre, l’apparato
per mezzo del quale le terre degli agrari potevano essere distribuite ai
contadini; che i Consigli di fabbrica ed i sindacati erano costituiti, per
realizzare il controllo operaio dell’industria, e che ogni città, ed ogni
villaggio, ogni distretto, ogni provincia, aveva i suoi Soviet di deputati
operai, soldati e contadini pronti ad assumere l’amministrazione locale.
Qualunque giudizio si dia del bolscevismo, è certo che la rivoluzione russa
è uno dei grandi avvenimenti della storia dell’umanità e che la conquista del
potere da parte dei bolscevichi è un fatto d’importanza mondiale. Come gli
storici si sforzano di ricostruire nei suoi più piccoli particolari la storia della
Comune di Parigi, così essi desiderano sapere ciò che è accaduto a
Pietrogrado nel novembre 1917, lo stato d’animo del popolo, la fisionomia
dei suoi capi, le loro parole, i loro atti. Ho scritto questo libro pensando ad
essi.
Durante la lotta le mie simpatie non erano neutre. Ma tracciando la storia
di quelle grandi giornate ho voluto considerare gli avvenimenti come un
cronista coscienzioso che si sforza di fissare la verità.

J.R.
New York, 1 gennaio 1919

Giacomo Mancini,
il meridionalista

Il Parlamento italiano ha dato alle stampe un libro che raccoglie i discorsi di Giacomo Mancini, deputato, ministro, sindaco di Cosenza e segretario nazionale del Psi negli anni ’70. Ma anzitutto è stato un grande meridionalista. Deputato dal 1948, Giacomo Mancini è stato l’artefice dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e dell’istituzione dell’Università di Calabria. Ma anzitutto, nel 1963, come ministro della Sanità rese obbligatoria la vaccinazione antipolio. Abbiamo colto l’occasione del riconoscimento postumo a Giacomo Mancini per parlare della cosiddetta questione meridionale. Sono lontani i tempi di Giustino Fortunato e di Gaetano Salvemini e di altri illustri meridionalisti. Il Sud è sempre più abbandonato a sé stesso. La marginalità del Sud, nel peso della nazione, è testimoniato non solo dall’uscita di scena di studiosi dei problemi del Mezzogiorno. Negli anni della prima Repubblica, l’Italia era diventata la quarta potenza mondiale in termini di Pil: la scena politica vedeva i parlamentari del Sud protagonisti della realtà italiana. Primi fra tutti Aldo Moro e Ugo La Malfa. E poi una lunga lista, da Emilio Colombo e Ciriaco De Mita, entrambi presidenti del Consiglio; da Francesco De Martino, Rino Formica, Claudio Signorile, ministri di primo piano. E poi Mannino e Lima in Sicilia, ed altri politici di alto livello sui quali non ci dilunghiamo. In questo momento, nel governo Renzi c’è solo Alfano, che non si può definire un meridionalista. Il ministro Alfano è da 15 anni al governo; avrebbe potuto portare almeno l’alta velocità in Calabria e Sicilia. Non è stato così; per andare in treno da Roma a Palermo si impiegano più di dieci ore. Dopo l’era dei milanesi caratterizzata dalla ventennale presenza di Silvio Berlusconi e Romano Prodi al governo, con Renzi siamo entrati nel ciclo dei fiorentini. Il Sud non esiste più in politica, così come non c’è una prospettiva in favore di quest’area importante della nazione. Non ci si rende conto che senza un piano di sviluppo per il Sud, anche il Nord è condannato alla non crescita, che contraddistingue l’andamento asfittico della nostra economia. La Germania è ritornata grande, finanziando la rinascita dell’ex Ddr (Repubblica democratica tedesca) rimasta fortemente arretrata, dopo 40anni di comunismo.

Roberto Fronzuti