Umberto Calosso,
tra cultura e socialismo

Umberto_Calosso

Umberto Calosso

Quando morì, il 10 agosto del 1959, Pietro Nenni, con la capacità di penetrazione psicologica, di giudizio  e di sintesi che lo distingueva, lo definì nel suo Diario “spirito acuto e bizzarro, scrittore elegante, uomo di larga cultura umanistica” e ne ricordò la partecipazione con “Giustizia e Libertà” e poi col Partito Socialista alla lotta antifascista e il contributo alla ricostruzione democratica. Tutto questo era stato effettivamente Umberto Calosso.

Nato a Belviglio d’Asti il 23 settembre  del 1895, compì i suoi primi studi a Torino, allievo del Convitto nazionale, dove rivelò una intelligenza  vivissima e penetrante. All’inizio della Grande Guerra venne riconosciuto non idoneo al servizio militare, ma egli, per omaggio alla memoria di Mario Tancredi, un suo carissimo amico caduto in combattimento, decise di arruolarsi volontario e vestì il grigioverde  compiendo il proprio dovere.

Nel ’18, tornato nel capoluogo piemontese,  prese contatto con la vita politica aderendo al Partito Socialista, nel quale si avvicinò al gruppo  di giovani che attorno a Gramsci, Pastore, e altri discutevano con vivacità  e acume la problematica socialista.  Nel contempo riprese gli studi  e si laureò in Storia e Filosofia col massimo dei voti e la lode discutendo con originali argomentazioni una tesi su “L’anarchia di Vittorio Alfieri”.

L’avvento del fascismo lo vide  subito su posizione di netto rifiuto assieme a Leonida Repaci, Zino Zini, Palmiro  Togliatti, Umberto Terracini e altri. Con lo pseudonimo di Mario Sarmati fu tra i collaboratori  de “L’Ordine nuovo”, il  settimanale fondato a Torino  da Gramsci il 1° maggio del 1919 con l’intento di stimolare il pensiero politico  e la cultura  interessandoli alla questione sociale, ai soviet, ai consigli di fabbrica e ai vari  “istituti della classe operaia” di cui si erano fatti sostenitori i rivoluzionari bolscevichi.

Il 30 ottobre  1922 con Gramsci, Leonetti, Pastore, Viglongo  rivelò grande coraggio  difendendo  il periodico contro una aggressione delle squadracce fasciste. Fu accusato di “detenzione di armi  e costituzione  di bande armate” e nell’aprile del ’23 subì un processo da cui, non diversamente dagli altri  imputati, uscì assolto.

Gli impegni politici e giornalistici non limitavano i suoi interessi letterari: attento dal periodo universitario all’opera del grande   scrittore e drammaturgo astigiano, volle  riprendere il lavoro compiuto per la tesi di laurea e nel ’24 diede alle stampe “L’anarchia di Vittorio Alfieri”, lavoro nel quale evidenziò uno dei caratteri salienti dell’arte  del suo grande conterraneo.

Iniziò poi  l’attività di insegnante nell’Istituto  tecnico di Alessandria, ma non riuscì a sopportare l’atmosfera sempre più soffocante imposta dalla dittatura e decise di emigrare in  Francia, poi in Inghilterra, per passare infine a Malta dove insegnò Letteratura italiana al St. Edward’s College.

Il più preciso definirsi del fascismo come  militarista e imperialista lo collocò tra i più irriducibili contro il regime mussoliniano.

Trovandosi in Spagna per un giro di conferenze si impegnò nella lotta armata contro il franchismo militando tra i  volontari di “Giustizia e Libertà” e con Mario  Angeloni, Carlo Rosselli, Aldo Garosci fu tra i combattenti impegnati  nella battaglia di Monte Pelato.

Quando prevalsero i franchisti e si impose la dittatura di Francisco Franco, tornò a Malta e da qui passò ad Alessandria d’Egitto, dove svolse una discreta attività giornalistica esprimendo idee sempre più nettamente socialiste. A Malta pubblicò “Colloqui col Manzoni”, un lavoro  che arricchì  la già vastissima letteratura sul grande scrittore e gli valse un giudizio positivo di Benedetto Croce.

Iniziatasi la seconda Guerra mondiale si trasferì a Londra, dove    pubblicò “The remaking  of  Italy” e con i fratelli Paolo e Piero Treves, Ruggero Orlando, Arnaldo Momigliano fu tra i più attivi nel promuovere l’Associazione “Libera Italia” e tra i propagandisti di “Radio Londra”, dalla quale rivolse accorati appelli al popolo italiano perché si liberasse  del fascismo.

Alla fine del 1944  rientrò in Italia, e fu attivissimo  sul piano politico e culturale. Lavorò con Nenni all’Avanti!, scrisse un’ampia e puntuale introduzione a una edizione di “Scritti attuali” di Piero Gobetti, il coraggioso intellettuale antifascista deceduto nel ’26, fu  propagandista del partito socialista, consultore nazionale e nel ’46 deputato alla Costituente.

Il giornalismo lo impegnò fortemente : fu infatti direttore del “Sempre Avanti!”, quotidiano socialista che si pubblicò a Torino dal 1945 al  1948 sotto la direzione di Alberto Iacometti. Nel gennaio del ’47 si schierò con gli autonomisti e aderì al PSLI,  e  con  Andreoni, Saragat e Vassalli  diresse “ L’Umanità”, organo  ufficiale del nuovo partito, e  con  Bonfantini  invece “Mondo Nuovo”, quotidiano  torinese del  PSLI.

Nel 1948-49, recuperando gli studi della sua giovinezza, volle ripubblicare  i “Colloqui col Manzoni” e “L’anarchia di Vittorio Alfieri”, che ancora una  volta furono  discussi  con vivo interesse dalla critica.

Riconfermandosi uomo di forti e larghi interessi oltre che politici anche letterari, culturali, scolastici, approfondì in quel periodo i problemi della scuola,  delle donne,  dell’obiezione di coscienza, e li portò all’attenzione  dei parlamentari ma anche di un  pubblico  più vasto, pubblicando tra l’altro nel 1953 “La riforma della scuola si può fare”, in cui auspicava l’obbligatorietà e la gratuità della frequenza  e riforme nell’insegnamento  e più in particolare di quello elementare e medio, che a suo parere  abbisognava di interventi urgenti e puntuali.

   Sempre acuto e a volte graffiante nei suoi giudizi,  alla Camera, sulla stampa e nel partito si distinse come forte polemista sino a essere considerato a volte “un caso”.

 Quale libero docente di Letteratura Italiana insegnò nel Magistero dell’Ateneo romano, ma ai primi del  ’52 venne  fortemente disturbato e impedito dai neofascisti nella realizzazione del suo corso.

Nel partito si mostrò per qualche tempo critico della linea politica allora seguita, ritenendola fortemente appiattita sulla DC, e se ne allontanò sempre più, fin quando  nel 1953 rientrò nel PSI.  Colpito da paralisi cerebrale e costretto alla immobilità, si spense  dopo una  lunga e dolorosa agonia.

 Un bel volume contenente gli Atti del convegno di studi  a lui dedicato nel 1979 ne ricostruì e ripropose il pensiero e l’opera con interessanti relazioni di  Garosci, Colarizzi, Sapegno, Vittorelli e altri.

Giuseppe Micciche’

Giuseppe Faravelli, per il riformismo socialista, sempre

Giuseppe Faravelli (a destra) insieme a Arturo Degrada

Nacque a Broni, piccolo comune dell’Oltrepò pavese, il 29 maggio del 1896, in una famiglia della media borghesia che gli trasmise gli ideali di patria, libertà, giustizia quali principali e insostituibili punti di riferimento e orientamento.

 Compì gli studi nel paese natale, poi a Voghera infine a Pavia, dove  si iscrisse a Lettere. L’inizio della Grande Guerra interruppe però l’esperienza universitaria e lo portò sul fronte, tra i genieri, col grado di sottotenente.  In territorio di guerra si comportò con onore, e durante la ritirata di Caporetto venne ferito, per cui meritò due medaglie.

Restituito nel ’18 alla  vita civile, riprese gli studi universitari, ma in una facoltà nuova, quella di Legge. Il nuovo impegno coincise con l’adesione  al Partito socialista attraverso un gruppo studentesco del quale facevano parte  F. Chinaglia, G. Bulferetti, E. Pennati, R. Veratti, giovani destinati a primeggiare nei campi della politica e della cultura. Distinguendosi dai suoi compagni, che in parte avevano seguito la strada del comunismo, egli guardò con interesse al riformismo socialista, di cui Turati era  il maggiore interprete.

Intelligenza, cultura, senso pratico fecero sì che venisse subito valorizzato con la nomina a segretario della Federazione socialista  e della Camera  Confederale del lavoro del pavese, direttore de “La Plebe”, consigliere comunale, infine componente della Giunta provinciale amministrativa di Pavia.

Conseguita  la laurea in Legge con una tesi su Vincenzo Cuoco, vinse un concorso  indetto dal comune di Milano. Si trasferì perciò nel capoluogo lombardo, che da allora divenne la sua seconda patria.

 Sempre attivo sul piano politico, nell’ottobre del ’22  aderì al Partito Socialista Unitario con Turati, Matteotti, Treves, collaborò a “La Giustizia” e a “Battaglie sindacali” e fu vice direttore de “La Libertà”, il vivace quindicinale dei giovani socialisti unitari. Dopo l’uccisione di Matteotti si impegnò con crescente ardore nel partito e nel sindacato e  fu tra gli organizzatori del congresso delle opposizioni che nel dicembre del ’24 riunì a Milano i rappresentanti delle forze superstiti dell’antifascismo.

 Dopo il ’26 e l’entrata in vigore delle leggi eccezionali, nella sua qualità di dipendente del comune di Milano aiutò in vari modi gli antifascisti che cercavano di espatriare verso la Francia e la Svizzera,

Tentò anche di dare vita a un gruppo clandestino, ma presto venne scoperto, denunziato e sottoposto a  un attento controllo. Faravelli non desistette dall’azione intrapresa. Operando  sempre più strettamente a fianco di elementi di “Giustizia e Libertà”, tenne contatti con antifascisti che ritenevano ancora possibile la caduta del fascismo.

In contrasto però con simili considerazioni e speranze sul destino del fascismo, il regime mussoliniano si consolidava.  Faravelli ne prese atto, e decise di espatriare. Si rifugiò prima in Svizzera, poi in Francia, nuovamente in Svizzera, e a Lugano fece parte del comitato nel quale elementi socialisti peravano assieme agli azionisti di GL. coordinando  l’azione clandestina antifascista da svolgere in Italia.

Continuava intanto a collaborare a vari fogli dell’emigrazione, quali “Nuovo  Avanti!”, “La Libertà”, “L’Avvenire dei lavoratori”, “Libera stampa”.

L’avvento della politica di unità d’azione tra i vari gruppi dell’antifascismo lo vide  assolutamente avverso  alla adesione dei comunisti. Questa posizione,  trasferita nel seno del Partito socialista, motivò duri scontri con la corrente unitaria che allora faceva capo a Nenni e sosteneva  con forza il patto di unità d’azione  tra  il PSI e  il PCd’I . Fermo nelle sue idee, che lo portavano a rilevare  e denunziare il carattere antidemocratico del comunismo, Faravelli continuò a sostenere “la collaborazione nella autonomia dei socialisti”.

Tornato nella capitale francese, fu attivissimo nella propaganda antifascista, collaborando a Radio Parigi  ma tenendo sempre viva la polemica contro i sostenitori della politica di collaborazione coi comunisti.

Il Patto Ribbentrop – Molotov,  sottoscritto  nell’agosto del ’39,  gli fornì l’occasione per chiedere la rottura dell’alleanza, ma  l’inizio della seconda Guerra mondiale, la nascita della coalizione  antifascista comprendente  i paesi dell’Occidente e l’URSS, l’invasione della Francia da parte delle truppe germaniche modificarono il quadro al quale si riferiva. Faravelli venne rinchiuso nel campo di concentramento di Vernet  e rischiò la consegna alla polizia fascista. Rimesso in  libertà e poi nuovamente arrestato,  venne  consegnato ai fascisti e condannato a 30 anni di reclusione per l’intensa attività fino allora svolta. Nel settembre del ’44 riuscì però ad evadere e a  rifugiarsi  in Svizzera. Pochi mesi dopo, sconfitti i nazifascisti, rientrò in Italia e riprese l’attività politica  per conto del Partito socialista. In perfetta sintonia con Ugo Guido Mondolfo e altri lavorò per la rinascita di “Critica sociale”, la gloriosa rivista di Turati, che pochi mesi dopo  potè tornare a svolgere la sua funzione di portavoce del riformismo socialista.

Chiamato a far parte della direzione del partito, non discostandosi dalle sue vecchie idee si oppose alla prosecuzione della politica di unità coi comunisti e al rinnovato “patto di unità d’azione” tra i due partiti.

La scissione e la nascita del PSLI sulle posizioni da lui auspicate lo videro in primo piano, assieme  ai vecchi compagni di corrente e ai giovani di “Iniziativa socialista”, quale componente della segreteria e condirettore, poi direttore,  de  “L’Umanità” . La posizione  “atlantista”  sempre più visibilmente impressa al partito da Saragat  e la proposta di adesione al Patto Atlantico lo spinsero però al dissenso, e con non pochi dei vecchi compagni di lotta aderì al PSU, unendosi a Romita, poi al PSDI  nel quale si realizzava l’unificazione dei  vecchi tronconi socialdemocratici.

Fu consigliere comunale e assessore a Milano, e lavorò con passione  per “Critica sociale”, specie  dopo la morte di Mondolfo  che l’aveva diretta dalla rinascita. Sempre convinto della bontà delle sue idee, lavorò ancora per l’unificazione di tutti i socialisti su posizioni riformiste  e per questo ritenne di dover aderire al MUIS con Zagari, Matteotti e Vigorelli, assieme ai quali nel ’59 rientrò nel PSI, che intanto aveva  intrapreso  il suo cammino  sulla strada della autonomia socialista.

Sostenne a questo punto la fusione tra il PSI e il PSDI,  ma rimase nel primo quando si verificò la nuova rottura e i socialdemocratici operarono una nuova scissione  ricostituendo il loro partito.  Il 15 giugno del 1974 un enfisema polmonare pose fine alla sua vita  travagliata e tuttavia sempre animata da una fede incrollabile nel socialismo e nella democrazia.

Giuseppe Miccichè

Ezio Vigorelli  esempio di fattività e di fede nel progresso sociale

Nell’immediato secondo dopoguerra Ezio Vigorelli fu uno dei più noti e attivi parlamentari e uomini di governo di parte socialista. Nato a Lecco il 17 agosto del 1892, compì il corso degli studi fino alla laurea in Legge.

Nel 1915, iniziata la guerra contro gli Imperi centrali, vestì il grigio verde in qualità di ufficiale di complemento. Sul Carso diede ripetute prove di coraggio e abnegazione. Durante un assalto venne ferito in modo e rimase invalido, ma non volle allontanarsi dal fronte, e infatti di lì a poco fu nuovamente tra i commilitoni, meritando due medaglie.

Con la fine della guerra, restituito alla vita civile, venne attratto dalla politica. Profondamente legato al mondo dei lavoratori, ma avverso alle posizioni “rivoluzionarie” di tipo leninista, “soviettista”, a suo giudizio assolutamente  prive di prospettive che non fossero l’isolamento e la sconfitta del movimento dei lavoratori, aderì al Partito socialista collocandosi nella componente riformista, rappresentata a livello nazionale da Turati, Modigliani, Matteotti, Treves……

In riconoscimento delle sue qualità intellettuali e della sua volontà d’impegno, venne subito valorizzato con l’elezione nel Consiglio comunale  di Milano a sostegno della amministrazione socialista, e si distinse nel seguire i lavori del civico  consesso,  che  però fu  vittima della sopraffazione fascista fino al commissariamento del comune.

L’assassinio di Matteotti, nel ’24, lo confermò nelle posizioni di intransigente antifascismo per la difesa della democrazia e della libertà. Fu allora tra i fondatori di “Italia libera”, l’organizzazione che, articolandosi  nel paese, ebbe l’adesione di  numerosi ex combattenti,  impegnati  a  opporre  un argine  all’avanzata reazionaria.

Non poche volte subì l’aggressione di “squadristi” accecati dalla rabbia contro chiunque si opponesse al fascismo ormai trionfante, e tuttavia la sua fede nella libertà rimase integra e forte.  Nei successivi anni, affermatasi ormai la dittatura, venne sottoposto a vigilanza speciale, e ogni suo atto o parola venne attentamente controllato. Per due volte subì l’arresto e la detenzione a San Vittore e la sua vita venne costretta a limitazioni di ogni sorta.

La seconda guerra mondiale lo vide naturalmente  critico della alleanza con la Germania hitleriana e degli obiettivi di dominio e di aggressione, contro cui si ponevano il suo pacifismo, il suo internazionalismo e il suo grande amore per la libertà.

Quando sullo scorcio del ’43 si costituì sotto la protezione della Germania di Hitler la repubblica di Salò, egli venne ricercato dalla polizia perché sospettato di svolgere attività di opposizione assieme ai figli Adolfo e  Bruno, di cui era nota l’avversione al regime. Trovò allora rifugio in Svizzera, da anni “aperta” agli antifascisti, ricercati o attivi nella lotta contro il regime mussoliniano.

Decisi a partecipare direttamente alla resistenza partigiana, che intanto stava organizzandosi nelle regioni del centro-nord del paese, i due giovani si impegnarono nelle azioni armate, ma nel giugno del ’44, svolgendosi una retata condotta dalle “bande nere”, caddero in combattimento. Non vinto dal dolore, naturalmente immenso, Ezio Vigorelli si impegnò per la nascita e l’organizzazione della repubblica dell’Ossola, nella quale svolse le funzioni di consulente legale.

Ritornata la pace, mentre a Milano nasceva una amministrazione, rivelatasi grandemente fattiva, presieduta dall’avv. Greppi, fu prima commissario e successivamente presidente dell’ECA per designazione del CLN, ma anche consigliere comunale. In tale veste, durante uno dei momenti più difficili per la disoccupazione e la miseria largamente diffusi, gli impegni di ricostruzione, ecc., svolse una frenetica attività e compì esperienze da cui trasse idee per nuovi e più elevati incarichi, divenendo modello per tanti altri amministratori.

Nel giugno del ’46 venne eletto all’Assemblea Costituente nelle liste del Partito socialista. Attivo nella vita di partito, partecipò con vivo interesse e grande passione al dibattito politico e al confronto tra le diverse posizioni che agitavano il partito nel momento in cui la “guerra fredda” con la sempre più marcata divisione del mondo in due grandi blocchi, si rifletteva nella vita delle varie formazioni rendendola travagliata.

Nel contrasto tra “unitari” (non pochi dei quali provenienti dai gruppi “fusionisti” del ‘44-45) e autonomisti, non ebbe dubbi: si schierò per l’autonomia del partito, e dunque per una linea capace di sottrarre i socialisti da ogni subordinazione, e fu tra i 54 parlamentari che nel gennaio del ’47 aderirono al PSLI.

Nel 1948, entrato il nuovo partito nel Governo De Gasperi, divenne Sottosegretario alle pensioni di guerra. In questo periodo pubblicò “L’offensiva contro la miseria. Idee e esperienze per un piano di sicurezza sociale”, in cui esponeva alcune sue idee e proposte su interventi possibili nella realtà italiana nel fine di alleviare le condizioni di vita degli strati sociali più deboli e indifesi, i mutilati, gli inabili al lavoro, i bisognosi.

Varie volte rieletto alla Camera, fu presidente della Commissione  parlamentare d’inchiesta sulla miseria, e dal 1954 al 1959 Ministro del  lavoro e della Previdenza sociale.

Per le sue idee e la sua particolare attività relativamente all’intervento atto a garantire il sostentamento e il diritto al lavoro per tutti meritò allora da Giorgio La Pira e poi da tanti altri la definizione di “Beveridge italiano”, per la somiglianza col noto economista britannico, già direttore della Lonfon School  of Economics e nel 1942 autore di un Piano per le Assicurazioni sociali e  i Servizi connessi, cui tra il 1945 e il 1951 si era ispirato il Governo laburista col suo National Health Service.

L’impegno  alla Camera e nel governo  non  diminuiva la sua attenzione  alla vita del partito nel quale militava, che intanto si era ridenominato PSDI: dissentiva sempre più dalle posizioni in politica estera, dai rapporti con la DC, ecc., volute dal gruppo dirigente, e per questo alla fine si unì a Mario Zagari, Matteo Matteotti e altri, coi quali costituì il  MUIS e nel ’59 rientrò nel PSI. Nel successivo anno venne riletto alla Camera.

Mai dimentico dei problemi del capoluogo lombardo, dedicò alla loro soluzione buona parte delle sue energie, sedendo ancora nel Consiglio comunale e presiedendo la Metropolitana, che curò con forte volontà nel fine di adeguarne la costruzione alle crescenti esigenze della cittadinanza.

Non ebbe però la fortuna di partecipare alla  inaugurazione della prima linea: come poi fu scritto in una lapide apposta nel Metrò Duomo, egli premorì all’importante evento il 26 ottobre del 1964.

In città come in tanti altri luoghi rimasero vivi i segni della sua fattività e della sua fede nel progresso sociale, cose tutte che assieme all’attività parlamentare e ministeriale gli fecero meritare un posto di primo piano nella storia del socialismo democratico.

 Giuseppe Miccichè

Quando Moro scrisse a Craxi: “Salvami”

Quando Moro scrisse a Craxi: “Salvami” (articolo pubblicato dal Blog della Fondazione Pietro Nenni il  9 maggio 2016)

Aldo_Moro_brSono passati trentotto anni e il ricordo è andato via via stemperandosi perché l’oblio accompagnato dal ricambio generazionale, alla fine avvolge anche gli avvenimenti più drammatici facendoli apparire distanti, quasi archiviati. Erano le 12,30 del 9 maggio 1978 quando Valerio Morucci telefonò a un collaboratore di Aldo Moro per comunicargli che la famiglia del leader democristiano avrebbe potuto recuperare il corpo in via Caetani a Roma, una strada breve e stretta, a due passi da piazza di Torre Argentina, quasi equidistante tra la sede del Pci in via delle Botteghe Oscure e quella della Dc in Piazza del Gesù. Il dramma si concludeva nella maniera da molti temuta. Era cominciato la mattina del 16 marzo in via Fani quando quella che venne definita “la geometrica potenza di fuoco” del commando delle Brigate Rosse composto da undici persone si dispiegò massacrando la scorta di Moro (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrando l’uomo politico impegnato in quei mesi a traghettare nell’area del governo il Partito Comunista. In quei quasi due mesi, l’Italia si divise. Si divise soprattutto la politica: da un lato coloro che sostenevano l’impossibilità di una qualsiasi trattativa con le Br, un fronte guidato dal Pci a cui si aggregava, pur tra molti tormenti, la Dc; dall’altro chi cercava uno sbocco negoziale in grado di salvare la vita di Moro. Questo secondo “partito” era guidato dal Psi e da Bettino Craxi. Dalla cosiddetta “prigione del popolo” il leader democristiano scrisse numerose lettere. Nel 2008 lo storico e attuale parlamentare del Pd, Miguel Gotor, li raccolse in un volume edito da Einaudi dal titolo: “Lettere dalla prigionia”. La loro lettura spiega più di mille racconti o ricostruzioni la tensione di quelle settimane, soprattutto aiutano a capire lo stato d’animo di un uomo costretto a una prova terribile, vittima di un destino spietato. Per ricordare quella data abbiamo deciso di riproporne una: Moro la scrisse, secondo le ricerche di Gotor, il 12 aprile. Venne però recapitata soltanto il 29 aprile. Il destinatario era il segretario del Psi, Bettino Craxi

Caro Craxi, *
poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo Partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare ed anzi accentuare la tua importante iniziativa. È da mettere in chiaro che non si tratta d’inviti rivolti agli altri a compiere atti di umanità, inviti del tutto inutili, ma di dar luogo con la dovuta urgenza ad una seria ed equilibrata trattativa per lo scambio di prigionieri politici. Ho l’impressione che questo o non si sia capito o si abbia l’aria di non capirlo. La realtà è però questa, urgente, con un respiro minimo. Ogni ora che passa potrebbe renderla vana ed allora / io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile nell’unica direzione giusta che non è quella della declamazione. Anche la D.C. sembra non capire, Ti sarei grato se glielo spiegassi anche tu con l’urgenza che si richiede. Credi, non c’è un minuto da perdere. E io spero che o al San Rafael o al Partito questo mio scritto ti trovi. Mi pare tutto un po’ assurdo, ma quel che conta non è spiegare, ma se si può fare qualcosa, di farlo. Grazie infinite ed affettuosi saluti

tuo
Aldo Moro

*Aldo Moro (a cura di Miguel Gotor): Lettere dalla prigionia, Einaudi, 2008, euro 13,50

Blog Fondazione Nenni

Luigi Roversi, il sindaco dimenticato

Il sindaco di Reggio Emilia Luigi Roversi muore, dopo alcuni giorni di agonia, a causa di una bronco polmonite, il 16 febbraio del 1917. Gli succede, nelle vesti di pro sindaco, Giorgio Palazzi, che apre la seduta del Consiglio comunale, domenica 3 marzo, con spirito religioso: “Vi ho raccolto qui quasi a compiere un sacro rito, quasi a respirare, in quest’ora angosciosa, qui, dove per tanti anni egli diresse i nostri lavori e contenne in un’atmosfera di elevata serenità i nostri dibattiti”. Giovanni Zibordi porta “il pianto di Camillo Prampolini cui le cure parlamentari e la malcerta salute impedirono di essere qui” e ricorda poi il motivo fondamentale della vita di Roversi che si può rintracciare anche nell’origine della sua morte. “Coi bimbi, tra i bimbi, egli così serio di solito, si trasfigurava, alle loro voci infantili pareva ridiventare fanciullo. Ma quando, in quel lungo, rigido inverno del 1917 il gelo stringeva più crudo le case dei poveri e scarseggiava la legna ed egli si faceva più pensoso ed insonne, quasi sentisse nella notte il pianto dei bambini che non potevano dormire pel freddo, affrontò già malato, gli strapazzi di un disagiato viaggio in montagna e ne tornò affranto e si mise a letto e dopo pochi giorni morì”. Se ne va con Roversi un pezzo di socialismo reggiano, quello amministrativo e municipalistico che con lui sindaco prese piede nel 1902. Sono quattro i settori in cui la Giunta Roversi si caratterizzò: 1) Innanzitutto quello della scuola e dell’assistenza. Una scuola pubblica, laica e solidale. Un anno dopo la sua elezione a sindaco venne chiamato a Reggio Giuseppe Soglia, che seppe contribuire ad estendere anche alle frazioni il servizio scolastico, portandovi l’assistenza mutualistica, vennero poi stanziati fondi per la colonia scolastica, istituito il medico scolastico e aumentati gli stipendi ai maestri, mentre sul versante sanitario venne accollata al Comune l’assistenza ai poveri 2) La continuazione della politica delle municipalizzazioni, ma senza l’idea, che in qualche misura s’era affacciata nelle precedenti amministrazioni, di una sfida col commercio borghese, senza cioè uno spirito ideologico da crociata. Dopo quelle precedenti si procedette alla cosiddetta municipalizzazione del pane con l’acquisto di un mulino, di un forno e di un pastificio e si municipalizzò anche l’acquedotto, che pareva l’operazione più complicata a causa dell’intrigata vicenda dell’acquedotto Levi 3) Lo sviluppo della cultura e dei teatri e in particolare l’assunzione in proprietà e in gestione del Politeama Ariosto, la concessione ai privati della gestione del teatro Municipale, ma senza doti, come avveniva durante le amministrazioni moderate, l’apertura, prima, dell’Università popolare e poi della Biblioteca popolare. 4) Lo sviluppo dei servizi viari, abitativi e delle infrastrutture con la costruzione della ferrovia Reggio-Ciano, la sistemazione della viabilità cittadina, la ripavimentazione della via Emilia, la sistemazione di piazza Cavour, la costruzione del prime case popolari. Un lavoro che certo non poteva interrompersi dopo la sua morte. Roversi verrà ricordato proprio attraverso una colonia, un servizio a quei bambini per i quali aveva pianto e sofferto secondo Zibordi, e s’era ammalato ed era addirittura morto. Non sappiamo quanto ci fosse di retorico e di immaginifico in quella parola di Zibordi, ma certamente la sensibilità di Roversi verso i bambini dovette essere la molla che spinse i suoi successori a orientare la ricerca di un suo ricordo proprio nel campo dell’assistenza ai bambini. Proprio nel 1916, il sindaco Roversi, ormai specializzato in questa funzione, alla quale si era appassionato sinceramente, aveva affittato la casa Berretti, vicino a Carpineti, e qui ebbe sede la colonia scolastica fino al 1918, cioè un anno dopo la sua dipartita. Il pro sindaco Giorgio Palazzi comprerà poi, nel 1918, il castello di Guiglia, che era stato messo improvvisamente in vendita nel modenese, e vi ubicherà la colonia intestandola a Roversi. Ricercando nella vita di Roversi troviamo ch’egli era stato eletto sindaco nel novembre del 1902, dopo la breve esperienza del pittore Gaetano Chierici, che nel 1900 era succeduto ad Alberto Borciani, il primo sindaco socialista di Reggio, eletto a seguito della vittoria alle elezioni amministrative del dicembre del 1899 e poi divenuto, pochi mesi dopo, deputato (fu il primo firmatario, assieme al parmigiano Berenini, di una proposta di legge per introdurre il divorzio). Roversi divenne consigliere comunale a Reggio proprio a seguito delle elezioni del 1899, poi assessore delle giunte Borciani e Chierici, ma egli era già stato sindacalista e cooperatore. Col fratello Domenico aveva infatti fondato la “Società generale cooperativa e di mutuo soccorso tra muratori e braccianti di terra” nel 1884, che fu la prima nel settore della produzione e lavoro e seguiva di quattro anni la Cooperativa di consumo di Contardo Vinsani. Suo primo lavoro fu l’ottenimento da parte dell’amministrazione monarchico-liberale di Reggio dell’abbattimento di un tratto delle mura cittadine. Nel 1901 Roversi è contabile della neonata Camera del lavoro, con Arturo Bellelli e poi Antonio Vergnanini al suo vertice, l’anno dopo è anche consigliere provinciale e lo resterà ancora a seguito di tutte le successive elezioni. Nel 1905 il Psi dovette cedere il passo all’Associazione del Bene economico, ispirata da Giuseppe Menada e definita dai socialisti, spregiativamente, Grande armata, come quella napoleonica in terra di Russia che, dopo la vittoria elettorale, non fu in grado di amministrare il Comune, durò solo due anni, alzò le mani e alle elezioni del 1907 non si presentò neppure alla votazione, arrendendosi al solitario successo della lista socialista e alla successiva rielezione a sindaco di Roversi. A proposito delle sfide sull’educazione che impegnarono la Giunta Roversi già a partire dal 1902, ma che si intensificarono dopo la riconquista socialista del Comune a partire dal 1907, occorre ricordare gli orientamenti generali a cui la sua amministrazione si ispirò proprio grazie al contributo essenziale di Soglia, uno dei tanti maestri romagnoli chiamati a Reggio dai sindaci socialisti (gli altri, in comuni della provincia, furono Monducci, Bombacci, lo stesso Mussolini a Pieve Saliceto di Gualtieri). Per Soglia la scuola (quelle elementari erano allora nelle competenze dei Comuni) diventa un’organizzazione della vita del bambino, soprattutto di quello povero. Il suo diventa un sistema educativo. L’obiettivo non era solo quello di creare scuole, ma scolari, appunto. Così il laboratorio reggiano, che aveva conosciuto le realizzazioni davvero rivoluzionarie di inizio secolo (le già citate municipalizzazioni, oltre alla completa laicità nelle scuole e nella sanità) diviene, proprio a partire da quell’anno, un laboratorio scolastico. Tra il 1911 e il 1912 il Comune lancia il piano per la costruzione delle scuole nelle ville comunali. Nel 1911 si dà il via alla costruzione delle scuole elementari a Sesso, Rivalta, Bagno, Gaida, Marmirolo, Cella e Coviolo. Nel 1912 vengono finanziate le scuole a San Maurizio, San Prospero, San Bartolomeo e Prato Fontana. Alla scuola si affiancano le cosiddette istituzioni sussidiarie (l’asilo infantile, i ricreatori educativi, le colonie alpine) e si dà inizio a una grande battaglia per l’apertura in città di una scuola professionale pubblica. Siccome il bambino andava seguito anche in età pre scolare, viene fondato nel 1912 il primo asilo comunale tra Villa Gaida e Cella, dove avevano fatto capolino alcuni laboratori con presenza di lavoro femminile. Durante la guerra, a partire dal 1915, vennero poi progettati asili in tutte le ville comunali, con la sola esclusione di Canali, ove funzionava l’asilo creato e finanziato dal barone Raimondo Franchetti. Già da 1902 era stato creato dall’amministrazione socialista un ricreatorio e doposcuola laico, che succedeva a quello affidato alla Chiesa, ma proprio dal 1911 fu lanciato il ricreatorio femminile all’interno del rione scolastico Edmondo De Amicis, in via Guasco. Infine il Patronato scolastico, istituito da una legge dello Stato nel 1911 e il cui statuto fu approvato a Reggio il 27 settembre del 1912, ma che già esisteva in altra forma a partire dal 1904 ed era teso alla concessione gratuita dei libri di testo, della cancelleria e delle istituzioni para scolastiche, e perfino della refezione (sulla refezione gratuita si ricorda un impagabile intervento dello stesso Prampolini al congresso socialista, che sollecitò l’allora sindaco Borciani, nel 1900, ad intervenire senza indugi in tal senso). A seguito delle elezioni comunali del 1910 fu lo stesso Roversi a invitare Camillo Prampolini, lui sempre eletto deputato anche se spesso recalcitrante, ad assumere l’assessorato all’Istruzione (con deleghe alle biblioteche e ai musei), proprio per la centralità che la questione educativa aveva assunto nella sua amministrazione. Da rilevare che se Reggio ha assunto nel secondo dopoguerra una funzione di rilievo internazionale nel settore dei servizi all’infanzia e ai bambini, questo, oltre alla raffinata intelligenza di Loris Malaguzzi e alle amministrazioni comunali del tempo che vi hanno investito risorse, si deve alla semina di uomini come Roversi e Soglia. Il modello, per attecchire, aveva bisogno di un terreno propizio e questo è stato creato, quasi mai lo si ricorda, dalle amministrazioni socialiste d’inizio Novecento, con la fondazione e diffusione del sistema non solo in età scolastica, ma anche prescolastica. Luigi Roversi, che veniva amichevolmente chiamato “Al sgnour Gigi”, è stato sicuramente il sindaco più importante (per realizzazioni, significato politico, generosità, spirito di sacrificio e, parafrasando Zibordi, morte sul campo di battaglia, assumendo dunque una immagine da eroe tragico) della storia di Reggio Emilia. Una personalità del genere meriterebbe ben altro riconoscimento dalla sua città. Prendo atto con molta amarezza che il centenario della sua scomparsa (il cinquantenario è stato ricordato dall’allora sindaco Renzo Bonazzi nel 1967) è stato completamente ignorato da tutte le autorità locali. Solo un servizio di Telereggio ha fatto eccezione nel più assordante e complice silenzio generale.

Mauro Del Bue

Gaspare Nicotri, una vita per il Socialismo e la Libertà

In una rapida panoramica sugli italo-americani impegnati nella politica apparsa nel lontano 1959 su “La Parola del Popolo” di Chicago, Domenico Saudino, accennando a Gaspare Nicotri, scriveva: ”anche lui avvocato, buon sociologo e buon propagandista; sempre focoso, sempre entusiasta del Socialismo, in cui egli vedeva come Garibaldi il Sole dell’Avvenire”. Poche parole, capaci tuttavia di riassumere ed evidenziare le qualità intellettuali e politiche di un siciliano che dagli anni della primissima giovinezza alla morte aveva saputo tener salda la propria fede nell’ideale socialista.
Nicotri nacque a Castellammare del Golfo il 25 maggio 1874. Conseguita a Palermo la laurea in Giurisprudenza, si avviò con successo alla professione forense. Al socialismo si avvicinò molto presto, a contatto di pescatori e braccianti agricoli gravati dal sottosalario e privi di ogni diritto, che costituivano l’ossatura sociale della città natale, di docenti come il Salvioli e lo Schiattarella, rappresentanti della scuola positivistica nel campo del diritto, dell’economia e della sociologia, e di colleghi orientati verso le dottrine progressiste, di politici radicali e socialisti.
All’inizio del nuovo secolo, nel clima di relativa libertà seguito all’avvento al governo di Giolitti, si inserì fortemente nell’attività politica e organizzativa, contribuendo col Montalto, il Cammareri Scurti e altri alla rinascita e allo sviluppo di un movimento di lavoratori che, investendo migliaia di ettari di terra, sotto la guida di Mariano Costa trovava nelle leghe contadine e nelle cooperative per le affittanze collettive la sua forma organizzativa e dava una connotazione particolare alla economia del trapanese.
Oltre che per la sua intensa attività politica, Nicotri in quegli anni si fece notare anche per le sue ricerche storiche, confluite in diverse opere, tra cui “Rivoluzioni e rivolte in Sicilia”,“Pasquale Calvi e il Risorgimento siciliano”, e altre, riguardanti la Sicilia, le rivolte a partire da Ducezio, Euno, ecc., il contributo dell’isola ai processi unitari, che rivelavano l’ incontenibile aspirazione alla libertà e alla giustizia del popolo siciliano.
L’inizio del secondo decennio del secolo apparve funestato, nel maggio del 1911, dalla uccisione per mano mafiosa di Lorenzo Panepinto, leader dei socialisti di Santo Stefano Quisquina, e cooperatore infaticabile, e nel ‘15 dalla uccisione di Bernardino Verro. I delitti erano un chiaro attacco al movimento contadino e socialista isolano, colti in un momento particolarmente difficile della loro vita per la rottura nel PSI, la nascita del PSRI, infine l’entrata in guerra dell’Italia contro gli Imperi centrali.
L’indebolimento del movimento popolare, le limitazioni imposte dai governanti, l’assenza di migliaia di giovani richiamati alle armi fermarono fino al 1919 il movimento progressista. Gaspare Nicotri tornò all’impegno politico nel ’19, quando fu candidato alla Camera nel collegio di Trapani.
Alla fine del ’20 con il Costa e altri contribuì fortemente alla lotta amministrativa, che si concluse con il successo dei socialisti a Monte San Giuliano, Paceco, Partanna, Mazara del Vallo, Castelvetrano, Santa Ninfa….
Sempre fermo nelle sue posizioni riformiste, fu nettamente avverso al verboso rivoluzionarismo emergente qua e là sull’onda delle impazienze post-belliche, e si collocò tra i primi e più fieri oppositori del comunismo, del quale rifiutava i principi base: la violenza rivoluzionaria, la dittatura del proletariato, la cieca dipendenza da Mosca.
Quando vennero alla ribalta i primi gruppi di fascisti, in simbiosi con la mafia più violenta al servizio degli agrari, si rese conto dell’estremo pericolo che il sistema democratico correva, e criticò il cedimento di molti del vecchio mondo “liberale”.
Nel maggio del ’21 sostenne le candidature, riuscite vittoriose, di Mariano Costa a Trapani e Domenico S. Cigna a Girgenti, mentre cresceva la violenza delle “squadracce” e divenivano frequenti le uccisioni e i ferimenti di quadri dirigenti, gli assalti alle sezioni e ai circoli dei lavoratori.
Nell’ottobre del ’22 fu tra quanti assieme a Matteotti, Turati, Treves diedero vita al PSU (Partito Socialista Italiano). Con lui era la maggioranza della base siciliana del vecchio partito e numerosi quadri, tra i quali Costa, Vacirca, i fratelli Napoli.
Nel 1924 accetto la candidatura alla Camera nella lista del PSU per la Sicilia, capeggiata da Turati, e nelle condizioni impossibili in cui si svolgeva la campagna elettorale raccolse 3.326 preferenze sui 14.736 voti di lista che permisero l’elezione dell’amato leader.
Durante la crisi seguita alla uccisione di Matteotti fu tra i più attivi nella denunzia degli assassini e dei mandanti. Nel capoluogo isolano lavorò con quanti rappresentavano le residue forze dell’opposizione al fascismo e cercavano di fermare l’azione sempre più soffocante delle forze reazionarie.
Quando il 5 aprile si tenne a Palermo una riunione delle opposizioni costituzionali con l’intervento di Alcide De Gasperi, Alberto Cianca, G. Colonna di Cesarò, G. Guarino Amella, Nicotri relazionò sulla politica liberticida del governo Mussolini, ormai scopertamente sostenuto dalla monarchia, dall’esercito e dalla chiesa. Di lì a poco, in occasione delle elezioni amministrative indette nel capoluogo isolano, concorse quale candidato della “Unione palermitana per la libertà” al tentativo di fermare la “lista nazionale” fatta di fascisti e trasformisti. I fascisti ricorsero a tutti gli strumenti di intimidazione e di corruzione, e la vittoria, con 26.428 voti contro 16.616, non potè che essere dei “nazionali”.
Diversi rappresentanti del vecchio mondo sconfitto, tra i quali Don Luigi Sturzo, Vincenzo Vacirca, Carlo Sforza, decisero allora di varcare l’Oceano per cercare rifugio in terre di libertà. Gaspare Nicotri ne seguì l’esempio. Approfittando di un invito a tenere un ciclo di conferenze negli USA, si imbarcò per quel lontano paese, dove esistevano folte colonie di immigrati. Tenne conferenze a New York, Chicago, Detroit, San Francisco e in altre grandi città, dove evidenziò l’anelito alla libertà e alla giustizia che nei secoli attraversava le vicende del popolo, e a Detroit fondò una Società di M.S. Alla fine decise di fermarsi stabilmente a New York.
Il Governo fascista provvide allora a farne scrivere il nome nella “rubrica di frontiera”, in aggiunta alle annotazioni comprese nella scheda del Casellario Politico Centrale.
Negli USA assieme all’attività di conferenziere Nicotri riprese quella dello storico e del sociologo. Collaborò con interviste e articoli alla stampa italo-americana, e firmò nuovi lavori di storia, arte, ecc., tra cui una “Storia della Sicilia nelle rivoluzioni e rivolte” e col figlio Franco “Freedom for Italy”. Quando scoppiò la nuova Guerra mondiale fu con Vincenzo Vacirca, Girolamo Valenti, Max Corvo e altri vicino all’ OSS (Office of Strategic Service) e, pieno di fiducia nella liberazione della sua terra dal fascismo, partecipò a riunioni preparatorie della Operazione Husky.
Si spense nel 1950, a 75 anni, compianto negli USA e in Sicilia da storici che avevano cominciato a ricostruire le vicende del movimento socialista, e dai vecchi lavoratori che ne ricordavano l’impegno appassionato per l’affermazione del socialismo e il riscatto dell’isola.
Grazie a loro e ad amministratori comunali non dimentichi delle glorie patrie, Castellammare del Golfo gli dedicò una Piazza.

Giuseppe Miccichè

Giancarlo Matteotti. “Acchiappa Nuvole”, ma lungimirante

“Sei stato un uomo schietto, semplice, onesto e buono. Riposa in pace, dormi il sonno dei giusti perché tu sei un uomo giusto”. A pronunziare queste parole, il 17 maggio 2006, era l’on. Pietro Amendola, in occasione dei funerali dell’on. Giancarlo Matteotti, deceduto a Roma due giorni prima e appena trasportato a Fratta Polesine per esservi sepolto nella tomba di famiglia.

Fin dalla più giovane età Amendola apparteneva al PCI, ma da tempo era legato a Giancarlo da una amicizia che la frequenza alla Camera per moltissimi anni aveva reso estremamente salda e profonda.

Ambedue erano nati nel 1918, Giancarlo il 19 maggio, primo dei tre figli nati dal matrimonio di Giacomo Matteotti con Velia Titta (sorella diletta del grande baritono Titta Ruffo), celebrato a Roma nel gennaio del 1916, Pietro il 26 ottobre.

Pochi anni dopo si erano trovati accomunati dalla sventura. A 6 anni nel ’24, Giancarlo aveva perduto il padre Giacomo, assassinato il 10 giugno dai fascisti alla Quartarella, Pietro aveva perduto il padre Giovanni, leader dell’Unione Nazionale e prestigiosa figura di liberale, il 6 aprile del ’26, per le lesioni riportate a Montecatini in una aggressione di fascisti.

Giancarlo compì gli studi in un istituto privato di Roma, diversamente dal fratello Matteo, che frequentò invece il Liceo “Mamiani”, e dalla sorella Isabella. Aveva 20 anni quando, il 5 giugno del ’38, Velia morì ad appena 48 anni.

Sullo scorcio del ’43, appena iniziata la Resistenza contro i nazifascisti a Roma, assieme al fratello prese posizione e fece parte dell’Esecutivo di “Bandiera rossa”, una organizzazione nella quale militavano giovani poi passati al Partito Socialista. Cadde però nelle mani dei Tedeschi, ma riuscì a fuggire e tornò all’impegno tra i partigiani. Nel ’45, dopo la sconfitta dei nazifascisti su tutto il territorio nazionale, aderì ufficialmente al Partito Socialista e concorse all’attività propagandistica e organizzativa con la forza e l’entusiasmo dei suoi giovani anni.

Nel ’46 pubblicò per la Casa Editrice Avanti! un libro, “Il volto economico della dittatura fascista”, che venne apprezzato allora e ancora oggi, a 70 anni dalla stampa, si scorre con profitto per la ricchezza dei dati su cui si fondava e per la validità della tesi sostenuta.

Giancarlo Matteotti individuava le origini del fascismo nel processo di formazione del sistema economico nazionale. Il fascismo, egli scriveva, era “un fenomeno di proporzioni vaste e profonde”, strettamente legato a una catena di cause, di fatti, di conseguenze” che costituivano “il passato storico del nostro paese” ed avevano a loro base l’economia.

Con dovizia di dati seguiva la nascita e lo sviluppo del capitalismo in Italia, la formazione del proletariato e l’inizio della lotta sociale, l’avvento della dittatura, il rapporto tra borghesia e fascismo, la complicità dello stato, il delitto Matteotti, la costruzione dello stato fascista, l’appoggio al capitale privato, l’autarchia, la guerra e le sue disastrose conseguenze.

Nel giugno di quello stesso anno venne eletto all’Assemblea Costituente nel collegio di Verona. Col fratello Matteo, già segretario nazionale della FGS e dal ’46 come lui deputato, fu abbastanza attivo e seguì disciplinatamente l’attività parlamentare.

Tra le correnti che nascevano nel partito per la diversa interpretazione dei fatti politici ed economici interni e internazionali e ne agitavano sempre più la vita egli si collocò al centro, diversamente dal fratello Matteo che invece militava tra gli autonomisti di “Iniziativa socialista”. Per questo nel gennaio del ’47 non seguì quanti diedero vita al PSLI, inizialmente su posizioni di autonomia dai blocchi che si costituivano attorno all’URSS e agli USA e sempre più si contrapponevano in conseguenza della “guerra fredda” allora in corso.

Nel ’48 venne rieletto, sempre nel collegio di Verona, per il Fronte Democratico Popolare. L’esperienza elettorale del PSI nelle liste del FDP col PCI risultò, come è noto, assolutamente negativa per il PSI, indebolito per i postumi della scissione ancora abbastanza vivi, e gravemente ridimensionato nella rappresentanza parlamentare per l’inevitabile prevalenza della forte organizzazione comunista.

Nei contrasti che subito dopo si determinarono ai vari livelli egli fu ancora una volta coi centristi, che assunsero la guida del partito affidandone la segretaria ad Alberto Iacometti, con Giancarlo vice e Riccardo Lombardi direttore dell’Avanti!.

La gestione del partito risultò non facile, per la forte opposizione della sinistra interna, la povertà finanziaria che metteva a rischio la sopravvivenza dei due organi di stampa ”Avanti!” e “Socialismo”, la particolare posizione – fuori dai due blocchi – tenuta in quei mesi.

Nel luglio del ’49 la sinistra riprese la guida del partito, che si pose come obiettivo il rilancio del PSI, ma si impegnò a raggiungerlo con durezza di metodi, specie nel Sud, mutuando dal PCI un modello di organizzazione fondato sull’apparato onnipresente e spesso soffocante, gli stretti legami con l’URSS, ecc. che andando oltre gli obiettivi postisi dalla sinistra finirono per dare al PSI una veste assolutamente diversa da quella tradizionale, e lo fecero apparire quasi subordinato al PCI.

Giancarlo Matteotti, sempre fermo all’idea dell’autonomia e della specificità del socialismo, respinse nettamente questa linea. Egli lavorava allora a un libro, “Capitalismo e comunismo”, frutto di un suo viaggio in URSS, che venne pubblicato nel gennaio del ’51 dalla Garzanti. Ampiamente documentato, il libro focalizzava i campi di deportazione, i Gulag, di cui si era avuta conoscenza nei precedenti anni per pubblicazioni della Yale University Press, muoveva forti critiche alle tendenze militaristiche e alle enormi spese militari dell’URSS, ma anche alle differenze nei salari praticate in quel paese, in netto contrasto con i tanto decantati principi del comunismo. Dalla documentazione e dalle considerazioni fatte nel libro emergeva che “l’URSS non era il paese del socialismo”.

La reazione dei comunisti e di una parte del PSI fu molto violenta. Giancarlo venne considerato un provocatore e il 16 febbraio gli venne comminata la sospensione dal partito per sei mesi. Nell’accusa a lui rivolta si affermava che il libro riportava dati tratti da fonti antisovietiche e che era “infarcito di tesi in aperto contrasto con la dottrina, la politica, la tradizione del partito nei confronti della rivoluzione e dello stato sovietico”.

Nenni, che proprio allora nei suoi “Diari” definiva Giancarlo “acchiappa nuvole”, gliela comunicò, affermando che il libro costituiva “un falso che non merita(va) alcuna considerazione”.

In maggio Giancarlo Matteotti ritenne di non potere più oltre sostenere la posizione di un “mal tollerato” dal partito, e decise di aderire al PS(SIIS), più tardi divenuto PSDI. Nel’53 e ancora nel’58 venne rieletto alla Camera. Dal maggio del ’54 al gennaio del ’69 fece parte dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, dal febbraio del ’62 al giugno del ’63 fu Sottosegretario nel IV Governo Fanfani.

Versato nelle questioni economiche e finanziarie, fu vice-presidente in diverse commissioni parlamentari. Collaborò anche con la stampa del partito, “l’Umanità”, “Voce socialista”, ecc. Dal ’63 al ’74 fece parte del Consiglio di amministrazione dell’ENI.

Si allontanò poi dalla politica attiva e visse appartato, fino a quando una lunga malattia lo portò alla morte, che giunse mentre era ricoverato nella clinica “Annunziatella” di Roma.

La stampa diede notizia del decesso con parole semplici, che riflettevano la personalità dell’ex parlamentare. Oggi Giancarlo Matteotti riposa nella tomba di famiglia a Fratta Polesine assieme al padre e agli altri familiari. A lui, come al grande Padre, a Matteo, Isabella, Velia, va il pensiero, sempre grato e riconoscente, dei socialisti e dei lavoratori.

Giuseppe Miccichè

Chiudono le coop: Prampolini si rivolta nella tomba

Dopo la morte delle grandi cooperative Cmr, Coopsette, Orion e Unieco (70 milioni di prestiti sociali, 4800 soci coinvolti, 1480 dipendenti senza lavoro e trecento piccole imprese dell’indotto sul lastrico), da non dimenticare anche la liquidazione del Ccpl, é facile tornare col pensiero alle origini. Per chi ha studiato e scritto la storia del socialismo reggiano non é difficile riassumere i valori che stavano alla base della nascita e dello sviluppo del movimento cooperativo. Reggio Emilia divenne la provincia cooperativa già agli inizi del secolo scorso dopo che una prima esperienza aveva preso piede in città, quella del professor Contardo Vinsani, già nel 1880, e seguiva il felice sviluppo di quella, più uno spaccio per soci che una vera e propria cooperativa, che già prima aveva iniziato a insediarsi nella villa di Rivalta. Quando nel 1886 Vinsani fu costretto a lasciare Reggio, quella cooperativa fallì. E alcuni soci ci rimisero del loro.

Non é dunque vero che il fallimento delle cooperative sia un evento solo dei giorni nostri. Restano alcune differenze di non poco conto. Quella cooperativa era gestita per non creare utili, dunque senza il cosiddetto ristorno, o metodo inglese. Dunque aveva lo scopo di vendere i prodotti a minor costo per alleviare la popolazione indigente e nel contempo per sfidare il commercio privato che intendeva gradualmente sostituire. Impresa titanica, di segno politico, che le banche e la borghesia del tempo osteggiarono e che costrinsero alla resa. La funzione della cooperazione di consumo, cui seguirono le prime cooperative di lavoro, era dunque quella di creare un modello alternativo di società, modello che in qualche misura si rispecchiava nella vita dei suoi dirigenti. Umile, essenziale. E di sostituire il sistema privato, come disse il grande leader cooperativo Antonio Vergnanini al congresso del Psi del 1904.

Il mondo cambia e muta abitudini e costumi. Agli inizi degli anni ottanta il movimento cooperativo volle definirsi “un sistema di imprese”. Eppure tutti i vertici delle cooperative, compresi ovviamente i livelli associativi e federativi, erano decisi dai partiti. Laddove c’era un presidente comunista, ecco un vice socialista e viceversa. Poi entrarono, con qualche scarsa responsabilità, anche i repubblicani che in Romagna mantenevano una loro organizzazione distinta. Per tutti gli anni ottanta e fino all’eclissi del vecchio sistema politico la cooperazione, soprattutto quella di lavoro, ma anche quella dei servizi, si resse anche, o soprattutto, per gli appoggi dei partiti di riferimento, per gli appalti vinti, a volte addirittura pilotati, dalle amministrazioni locali. Questo più o meno ovunque in Italia.

A Reggio i partiti di sinistra non avevano bisogno di truccare gli appalti e le tangenti per questo non erano pratica corrente come altrove. Facevano tutto loro, le cooperative. Ad un dato momento anche il quadro dei concorrenti dipendeva da loro, che poi ricambiavano altrove. I partiti traevano il vantaggio dalle assunzioni politiche e da qualche finanziamento in occasione delle feste e delle elezioni. Negli anni novanta é cambiato il sistema. Finita la supremazia della politica sulla cooperazione si è fatto affidamento sulla esclusiva capacità manageriale dei suoi dirigenti.

La crisi economica, soprattutto quella edilizia, degli anni duemila, ha costretto le imprese cooperative a scelte d’indirizzo strategiche fondamentali. A Reggio Emilia le cooperative edili hanno fatto affidamento sull’inarrestabilità della crescita della popolazione. Reggio é il solo comune dell’Emilia-Romagna ad avere aumentato i suoi abitanti negli ultimi vent’anni, passando addirittura da 130mila a 172mila, con una forte presenza di immigrati e di popolazione proveniente dalla calabrese Cutro, quasi tutti impiegati nell’edilizia. Seguendo questo impulso alla crescita la Cmr ha compiuto l’errore dell’investimento di parco Terrachini con una previsione folle di 6mila nuovi appartamenti. Dal canto suo Orion ha bocciato come operazione anti economica quella del centro commerciale I Petali, lasciata fare ai privati, che si é rivelato il più grande affare degli ultimi decenni e si é impegnata senza garanzia nella costruzione di impianti per le Olimpiadi invernali di Torino. Misterioso abbaglio.

Non so il motivo dell’apertura di un grande cantiere di Coopsette sul Lago di Garda oggi in mano all’autorità giudiziaria, né il presupposto per investire su un’area di un milione di metri quadri tra Verona e Brescia per una fantomatica città dell’auto. Conosco il gigantismo di Unieco, con una sede faraonica e più grande di quella di un ministero. Questa cooperativa, la prima di produzione e lavoro, nata nel 1890, ha pensato bene in questi anni di continuare a investire sulla costruzioni. Resta il fatto che mentre Cmc di Ravenna diversificava i suoi investimenti puntando sull’estero e sulle infrastrutture, mentre Cmb di Carpi svoltava verso il sanitario (costruendo e gestendo) le nostre cooperative sono rimaste ferme. Sbattendo la testa contro il muro. E facendo la fine di decine di imprese medio-piccole esistenti sul territorio. Così nel ramo cooperativo sopravvivono nella provincia di Reggio solo Tecton e la cooperativa Cattolica, mentre nel ramo privato tra le poche tuttora esistenti sono la Gigli, la Cattolica, la Montanari e la Coesi. Tutto il resto é andato in fumo.

Sembra di rivivere la fase immediatamente seguente la chiusura delle Reggiane del 1951 che provocò una crisi occupazionale di dimensioni catastrofiche, oltre tutto drammaticamente accentuata dall’alluvione del Po. Ma due sono le differenze non di poco conto. La prima è che la responsabilità della crisi delle Reggiane non poteva essere attribuita al sistema politico ed economico reggiano. La seconda é che da quella crisi nacque un modello di sviluppo nuovo, fondato sulle piccole imprese che hanno fatto la ricchezza del nostro territorio. C’e qualcuno oggi che si sta occupando, anche dal punto di vista storico-culturale, di cosa sostituirà il vecchio modello cooperativo, col suo intreccio con un sistema di piccole aziende quasi tutte in crisi? Per il momento l’unica conseguenza é l’arricchimento di qualche centinaia di dirigenti e l’impoverimento dei soci e dei dipendenti. Il contrario dell’etica cooperativa delle origini, per tornare a Prampolini…

Mauro Del Bue

Leo Solari, tra autonomia socialista ed europeismo

solari_1Fra gli intellettuali che tra gli anni 30 e la fine della seconda Guerra Mondiale maturarono una coscienza antifascista e socialista, dando poi prove di forte carattere, di energica volontà, di capacità intellettuali e politiche, Leo Solari occupa un posto di rilievo.

Nacque a Genova il 14 giugno del 1919, ma dopo pochi anni la sua vita si svolse a Milano, dove studiò Legge e Scienze politiche conseguendo alla fine la laurea col massimo dei voti. Passò poi a Roma, dove rimase per tutta la vita.

Giovanissimo ancora si sentì attratto dalla politica e guardò sempre più criticamente al fascismo. L’adesione all’antifascismo e al socialismo giunse per autonoma maturazione, come egli stesso ebbe a ricordare nella tarda età, mentre a collocarlo in un orizzonte europeista determinante fu l’incontro con Eugenio Colorni, di lui più anziano di 10 anni e con una posizione ben definita circa la necessità di lottare per una Italia libera e democratica in una Europa unita come sicuro ancoraggio nel futuro.

Già prima del 25 luglio del ’43 Solari era politicamente impegnato con alcuni giovani che assieme a lui avevano costituito il MUP (Movimento di Unità proletaria), poi confluito nel PSI. All’inizio della Resistenza armata contro i nazifascisti lavorò per dare vita alle “Brigate Matteotti” con la passione di un giovane fortemente credente nella conquista della libertà. C’erano con lui Mario Zagari, Matteo Matteotti, Giuliano Vassalli, Bruno Conforto e altri. Venne però catturato dalle SS, e conobbe la durezza del carcere, ma riuscì ad evadere e tornò alla lotta con rinnovato impegno. Il 1° Maggio del ’44 con Matteotti diede vita alla FGS (Federazione Giovanile Socialista). Fu quindi direttore di “Rivoluzione Socialista”, attestato su posizioni di antifascismo fortemente connotato e alieno da compromessi. Fu anche direttore de “Il Compagno” e di “Tre frecce”, bollettino di informazione della FGS. Nel luglio del ’45 entrò a far parte della Direzione nazionale della FGS con Matteo Matteotti segretario. Con Zagari, Vassalli, Matteotti promosse la corrente di “Iniziativa socialista”, articolata nelle varie regioni col sostegno di giovani fortemente impegnati e con un organo quindicinale omonimo vivace e ricco di contenuto, diretto a Roma da Adolfo Annesi e a Milano da Corrado Bonfantini. La corrente, detta dei “Giovani turchi”, si impegnò fortemente per fare assumere al partito una linea di socialismo avanzato e di autonomia dal PCI pur senza rifiutarne la collaborazione nell’interesse della classe. La corrente, in sintonia con “Critica Sociale” di U.G. Mondolfo e G. Faravelli, sfidò le correnti massimaliste che allora facevano capo a Nenni e Basso.

Nel ’46 la vittoria della Repubblica, fortemente voluta dai socialisti, e la grande affermazione del Partito socialista furono due grandi momenti: da una parte mettevano definitivamente da parte un istituto ormai squalificato, dall’altra offrivano ai lavoratori un forte strumento per l’ulteriore avanzamento e la realizzazione di una politica di rinnovamento e di progresso. Sopravvenne però come fattore di divisione del mondo in due grandi blocchi contrapposti – l’orientale e l’occidentale – la “guerra fredda”, che proiettandosi rovinosamente sui vari paesi e sui partiti ne determinò la rottura. Una parte del PSI fece allora una scelta ideologica e si schierò con l’URSS. “Iniziativa socialista“ e “Critica sociale” respinsero questa scelta, e si giunse così alla scissione di Palazzo Barberini, da cui nacque il PSLI. Con Zagari, Matteotti, Vassalli,

Leo Solari aderì al nuovo soggetto politico e fece parte della sua Direzione nazionale. Nei successivi mesi, però, si mostrò alquanto deluso per lo scivolamento del partito verso posizioni che non condivideva, e dopo il ’48 ubbidì agli impulsi che portarono lui e altri – per usare parole sue – “a concentrare il proprio impegno politico, quando la partecipazione alla vita di partito divenne più deludente, nell’azione europeista”.

Nel ’57 tornò al suo impegno politico tra i vecchi compagni e l’anno successivo intervenne attivamente nel Congresso nazionale del PSDI. Nel ’59 si unì a Zagari, Matteotti, Vigorelli e altri nella costituzione del MUIS (Movimento Unitario di Iniziativa Socialista), che di lì a poco rientrò nel PSI, volendo evitare il protrarsi di divisioni e dispersioni non più giustificate dall’evoluzione del quadro politico.

Sempre più interessato alla unità del Continente, sostenne la Gauche Europeenne, tra i cui rappresentanti erano Mario Zagari, Francois Mitterand, Henri Spaak, Guy Mollet, e lavorò per il movimento omonimo, che tenne intensi e fruttuosi rapporti di collaborazione con i socialisti di Francia, Germania, Belgio, ecc. Profondamente convinto della necessità che i socialisti si confrontassero coi problemi del mondo d’oggi, in particolare l’ecologico, il creditizio, l’informatico, li studiò e approfondì con serietà, fu vice – presidente del Credito Italiano e di altri Enti, e collaborò con vari Ministeri (quello delle Partecipazioni statali in particolare) per questioni tecniche ed economiche.

Pur essendo fortemente impegnato nell’attività professionale, non trascurò la ricerca storica, politica, economica, cui si rivolse producendo numerosi saggi, dai quali unitamente alla serietà dello studioso emergono la chiarezza del prosatore e la profondità della fede.

Tra le sue opere – sempre di estremo interesse – sono molto note “La rivoluzione obbligata”, “I Giovani socialisti di Rivoluzione socialista – nel crocevia degli anni ‘40” e “Eugenio Colorni – Ieri e sempre” (col quale nel 1980 vinse il Premio Viareggio), e tra quelle di carattere tecnico – scientifico “Mass media e razionalizzazione del sistema”, di cui fu attento curatore e prefatore.

Ancora nel 2004, sempre fortemente legato all’idea e con la passione del ricercatore e saggista ancora viva, lavorava, come ebbe a confermarmi in una cordiale conversazione telefonica e nella dedica su una copia del libro su Colorni a me indirizzata “con la più viva cordialità”, a una revisione e riedizione delle opere che gli stavano più a cuore. Conservava ancora vivissimi i ricordi delle lotte giovanili, delle esperienze con Colorni, Zagari, Matteotti, ed aveva integra la fede nel progresso dei lavoratori.

Contro la volontà, che lo spingeva ancora a progettare nuove ricerche, revisioni e integrazioni, fecero però sentire il loro peso i molti anni che aveva vissuto. Ne aveva compiuti 90 quando, il 2 luglio del 2009, morì a Roma, compianto da molti, che l’avevano conosciuto come politico, giornalista, studioso di problemi sociali, e ne avevano sinceramente apprezzato la profonda intelligenza, la serietà di tutta una vita, la fede mai interrotta nel socialismo.

Oggi i suoi libri e le sue carte, opportunamente inventariate, sono custodite per volontà della famiglia presso la Fondazione Nenni.

Giuseppe Miccichè

Knockin’ on Heaven’s door, Franco Piro

Sulle note della canzone cantata da Bob Dylan si è aperta a Bologna, oggi 20 marzo, un incontro di commemorazione di Franco Piro. Non una cosuccia piccola piccola. Una bella manifestazione, che da ricordo per molti di un amico, di un compagno socialista, con cariche di rappresentanza e governo e di un professore universitario si è trasformata in una rentrée socialista come non se ne vedevano da anni. Quando si parla di una persona che non c’è più, si finisce per tirare le somme di una vita. E che vita. Barricadiera, handicappata, di governo, di studio, di affetti. Difficile fare una sintesi. Proviamoci, con il sorriso intelligente, quello di Franco, che campeggiava sullo sfondo della sala.

Scomodo, eretico. Questi gli aggettivi più usati. Del Bue ha ricordato che spesso, quando si commemora qualcuno, si finisce per far fare più passerella ai vivi che l’hanno conosciuto che al morto. Un po’ si è corso questo rischio, ma essendo Franco, a giudizio degli intervenuti, un personaggio vulcanico, di un’intelligenza straordinaria e di una fumantina sincerità, qualità che lo portavano a essere scomodo, eretico, bastian contrario (diciamo un simpatico rompicoglioni) ecc..ecc.., il protagonismo dei ricordi personali è stato, tutto sommato, contenuto.

Casini. Non quelli piriani da giovane rivoluzionario, tra le file di PotOp, barricadiero con le stampelle pronte al lancio come Enrico Toti. Né quelli da giovane socialista (s’iscrisse prima alla FGSI, perché non tutto il PSI bolognese lo accolse subito a braccia aperte). Non quelli ideati a sostegno della Legge 104 o le grane piantate alla Commissione Finanze per averne almeno l’agibilità fisica. Qui si parla del Casini PierFerdi, che ha onorato l’assise socialista con la sua presenza e un suo intervento. Intervento che, al suo esordio, ha colato miele nelle orecchie dei militanti socialisti, partendo con uno sperticato elogio di quello che è stato il Partito Socialista Italiano. Si mastica un po’ amaro per quel “è stato”, ma, tant’è, bisogna accontentarsi. PierFerdi non ha tentennato e ha rivendicato le qualità di una classe politica straordinaria, quella della Prima Repubblica, paragonata a quelle che l’hanno seguita fino ai giorni nostri. Detto da lui, che ha condiviso la scena della cosiddetta Seconda Repubblica, Terza o non si sa, non è male. Data anche la caratura del personaggio, che ha ricoperto la terza carica dello Stato.

Legge 104, handicappato o disabile? Al giorno d’oggi siamo sfiziosi, esigenti, con l’uso dei termini. Si deve dire disabile. Poi, però, i disabili li puoi lasciare tranquillamente fuori della porta, perché l’ascensore non funziona. E’ accaduto oggi, al Comune di Bologna, dove si teneva la manifestazione. E dire che era programmata da tempo, non da ieri. Si sapeva che sarebbero intervenute persone disabili a ricordare con affetto e con forza uno che si era battuto per loro, che era uno di loro. Ci si è dovuti arrangiare e spostare la riunione al piano terra. Come accade ancora per le tante inadempienze nell’applicazione delle tutele degli handicappati. E dire che Franco aveva ricordato in un suo libro il luminoso esempio di Roosevelt che si era impegnato per trasformare gli handicappati da assistiti in contribuenti, da cittadini di serie B a cittadini di serie A, uguali a tutti gli altri. Piro è stato un martello pneumatico, una schiacciasassi sulla questione della disabilità, (sostegno, assistenza, lavoro, dignità). Giorgio Benvenuto ha ricordato quanto Piro avesse perorato il sostegno della Triplice sindacale per far passare leggi e provvedimenti che rendessero realmente i disabili cittadini contribuenti. Con una vita e una dignità pari agli altri. Non tutti lo sanno, ricordiamolo anche per questo.

Damnatio memoriae. La condanna della memoria. Nel diritto romano indicava la pena consistente nella cancellazione della memoria di una persona e nella distruzione di qualsiasi traccia che potesse tramandarla ai posteri, come se non fosse mai esistita.
È quella che rischia, in modo oramai evidente, il Partito Socialista Italiano. Basti considerare l’ostracismo DS, PD, Mdp. Vorrebbero impadronirsi del termine socialista, visto che al parlamento europeo c’è il Gruppo Socialista. Cui poterono accedere grazie all’ok di Craxi. Ma i socialisti proprio non li possono sopportare. Anche la stampa italiana e le tv (sia RAI che private) fanno a gara per non citare, non parlare, non ricordare. Resta un lumicino di speranza. L’ha acceso Martelli, ricordando le parole di rimpianto degli exManipulite sulla classe politica che hanno distrutto. La nebbia che ha avvolto la rievocazione del venticinquennale di Tangentopoli. Caro Claudio, prendo per buono il tuo spunto. Poi mi guardo intorno e mi sale un po’ il magone in gola. Qui ci sono tanti vecchi. Ma “l’IDEA CHE E’ IN ME NON MUORE,” Matteotti dixit. Dài , Franco, ovunque tu sia ora, lancia un po’ la tua stampella!!!

Isabella Ricevuto Ferrari