Pietro Mancini, leader
del socialismo calabro

Pietro_ManciniLa Calabria ha dato al movimento dei lavoratori tanti propagandisti e organizzatori, costruttori di una vasta rete di leghe e circoli che, per lungo tempo dalla fine dell’800, hanno contribuito a rendere più forte e incisiva l’azione rinnovatrice e modernizzatrice dei socialisti in quella regione e nel paese tutto.

Pietro Mancini è uno dei più noti. Nato a Malito, in quel di Cosenza, l’8 luglio del 1876, per tutti gli anni dell’infanzia e della prima giovinezza visse nel calore di una famiglia molto affiatata, benestante per i redditi di terre possedute e per l’attività professionale del capo, avvocato tra i più apprezzati della regione.

Compiuti gli studi primari e secondari nella sua provincia, passò all’Università di Roma, dove nel 1901 conseguì la laurea in Legge, alla quale aggiunse nel successivo anno la laurea in Lettere e Filosofia. A Cosenza si impegnò nella scuola, insegnando filosofia, e nei tribunali lavorando quale avvocato penalista.

Negli anni universitari era stato allievo di Antonio Labriola, il noto studioso e interprete del marxismo, che alimentò il suo desiderio di  sapere  e lo avviò alla prosecuzione degli studi per  una conoscenza approfondita del pensiero socialista. Di qui l’adesione al Partito socialista il passaggio fu rapido. Nel 1904 egli era già fra gli iscritti e si faceva notare per la vivacità della posizione tenuta in una formazione politica nella quale agivano allora le opposte spinte del riformismo turatiano, del rivoluzionarismo ferriano e del sindacalismo rivoluzionario di Arturo Labriola e Leone.

Nel 1905 diede vita a “La Parola socialista”, un foglio che da Cosenza irradiò la voce del PSI in una vasta area, battendosi in particolare per la soluzione di uno dei maggiori problemi della Calabria: il riscatto delle terre demaniali da gran tempo sfruttate senza limiti e controlli dai grossi proprietari.

Nel 1913, quand’era ormai figura largamente nota, Pietro Mancini entrò nel direttivo della Federazione regionale  del PSI in rappresentanza di un movimento che era notevolmente cresciuto. Con l’approssimarsi della Grande Guerra si pose però in contrasto con la grande maggioranza dei dirigenti socialisti, schierandosi tra gli interventisti di parte democratica. Di conseguenza nei primi anni del conflitto si trovò alquanto isolato tra i compagni di fede e in un vasto ambiente politico, fin quando la crisi di Caporetto e il riequilibrio delle posizioni nei confronti della “Patria in armi” all’interno del partito lo riportarono in primo piano nella sua regione.

Nel 1919 la ripresa della dialettica tra le formazioni politiche lo vide tra quanti sostenevano la non partecipazione alle elezioni, confuso con una componente della frazione comunista. Mutò però posizione in vista delle successive elezioni del 1921, e fu così uno dei due parlamentari socialisti (l’altro era F. Mastracchi) eletti dal proletariato calabro nonostante il clima di crescente violenza per l’imperversare dello squadrismo agrario.

In interventi puntualmente documentati denunziò allora dalla tribuna parlamentare le condizioni della sua regione, ancora abbandonata come tutto il Meridione, col latifondo in buona parte incolto, la fame di terra del proletariato, la triste necessità dell’emigrazione in terre lontane, e chiese l’attenzione degli uomini di governo sull’esigenza di un serio impegno perché cessasse finalmente l’arretratezza della regione attraverso il rinnovamento e la modernizzazione dell’agricoltura e il varo di  un vasto programma di lavori pubblici. Fu nel contempo attivissimo propagandista del socialismo, affrontando i pericoli dello scontro sempre più duro e insanguinato con i nazional-fascisti, che però nel 1924 non riuscirono a impedire la sua rielezione alla Camera. Come aveva fatto nella precedente legislatura, tornò a insistere nella difesa degli interessi della sua regione, ancora in attesa di una politica di vasti interventi rinnovatori, ma anche nella denunzia delle violenze con cui il fascismo distruggeva ciò che il proletariato  aveva saputo conquistare  a prezzo di dure lotte, e restituiva agli agrari il potere assoluto.

Il delitto Matteotti lo portò naturalmente tra gli “aventiniani”, anche se con scarso entusiasmo,  vedendo nella eterogeneità dei gruppi politici convergenti un impedimento alla libera e compiuta azione di contrasto del gruppo socialista al fascismo: una compresenza così varia non avrebbe permesso al PSI di esprimere  il proprio carattere classista.

Nel novembre del ’26 venne dichiarato decaduto dal seggio parlamentare. Successivamente venne arrestato e assegnato al confino, prima a Nuoro, poi a Gaeta, infine a Formia. Tornato  in libertà, venne sottoposto a una vigilanza soffocante, che cessò solo quando, nel luglio del ’43, il regime crollò. Alla fine di quell’anno su designazione dei gruppi antifascisti venne nominato prefetto di Cosenza, fin quando, nel ’44, entrò nel Governo Badoglio quale ministro senza portafoglio, e successivamente nel Governo Bonomi, nel quale resse il Ministero dei Lavori pubblici.

Nel 1945 entrò a far parte della Consulta e nel ’46 venne eletto deputato alla Camera e fece parte della Commissione dei 75 parlamentari cui venne affidato il compito di stendere lo schema della nuova Costituzione repubblicana. Nel 1948 passò dalla Camera a Palazzo Madama come senatore di diritto. Le sue condizioni fisiche generali, che negli ultimi tempi avevano cominciato a far preoccupare, si erano fortemente aggravate. Nel 1953 era ormai quasi cieco. Non ritenne perciò di ripresentarsi, lasciando il passo al figlio Giacomo, che proprio allora iniziava la sua lunga carriera politica. Non venne tuttavia dimenticato: in riconoscimento del suo preparazione e della sua esperienza venne infatti chiamato a far parte della Corte costituzionale quale giudice aggiunto. Morì nella sua città natale il 19 febbraio 1968.

 Giuseppe Miccichè

Giuseppe Cavallera. Una vita
per il socialismo e i lavoratori sardi

La nascita e lo sviluppo del movimento socialista in Sardegna sono legati a un uomo del nord, Giuseppe Cavallera, che nell’isola fu a lungo interprete del bisogno di giustizia di larghi stati sociali, suscitatore di energie e guida di lavoratori in lotta per una vita migliore. Cavallera nacque a Villar San Costanzo, piccolo comune del Cuneese, il 2 gennaio del 1873, da genitori che nel lavoro dei campi traevano di che vivere. Per qualche tempo aiutò il padre, ma poi volle studiare, e per questo frequentò ( ma senza alcuna volontà di farsi prete) le classi ginnasiali del seminario di Cuneo. Successivamente, fruendo dell’aiuto di una zia, si iscrisse a Medicina nell’Università di Torino. Nel capoluogo piemontese entrò in contatto con i gruppi socialisti e più in particolare con il Circolo universitario, e nel 1894 aderì ufficialmente al Partito Socialista. Accogliendo l’invito dei dirigenti nazionali del tempo a portare la voce del socialismo in Sardegna, dove c’era tanto bisogno di propagandisti e organizzatori, decise di trasferirsi nell’isola. Inizialmente si fermò a Cagliari, dove avviò una intensa attività, che fruttò presto l’adesione di molti operai delle miniere, contadini, battellieri, e la nascita di diversi circoli, sì da formare una rete discretamente ampia. L’impegno politico non lo allontanò dagli studi di medicina, che portò a compimento nel 1897, anno in cui si laureò con una tesi su “La malaria e la sua profilassi”. La Sardegna aveva allora vaste aree infestate dall’anofele, e la malaria colpiva gravemente i lavoratori costretti a permanervi lungamente per guadagnarsi di che vivere. Fu questo uno dei tanti problemi di cui si discusse nel 1898, quando a Oristano si tenne il primo congresso regionale socialista, cui parteciparono i rappresentanti di un movimento ancora nascente, ma con buone prospettive di sviluppo. Cavallera venne allora eletto segretario del Comitato regionale e consigliere nazionale. Chiamato a Carloforte, Cavallera vi costituì la Lega tra battellieri e stivatori, ma la reazione del padronato e della polizia fu pronta, e la Lega venne sciolta. Egli pensò allora di salvare l’organizzazione, trasformandola in Società di previdenza e miglioramento tra battellieri, con annessa Società di previdenza e miglioramento tra giornalieri e pescatori e cassa sociale finalizzata al sostegno delle famiglie in caso di sciopero. Nel gennaio del 1900, tra contrasti e rotture tra i lavoratori, che in alcune zone non erano ancora sufficientemente maturi, iniziò uno sciopero che si protrasse per 118 giorni, e si concluse con un accordo che prevedeva aumenti salariali, e venne seguito da riduzioni dell’orario di lavoro e abbassamento del costo dei generi in vendita nelle cantine padronali. Era il primo successo conseguito dai lavoratori organizzati, ma esso costò a Cavallera e ad alcuni lavoratori fortemente impegnati l’arresto e la carcerazione per diversi mesi. Tornato in libertà, Cavallera fondò l’Associazione generale dei lavoratori, nella quale si organizzavano le preesistenti leghe dei battellieri, dei giornalieri e dei pescatori. Lavorò poi intensamente nel bacino minerario dell’iglesiente per animare le leghe, diede vita a cooperative che limitarono il potere delle cantine padronali, e nel 1903 costituì la Federazione regionale dei minatori. A questa attività di tipo sindacale accompagnò quella di tipo politico, lavorando per la crescita del Partito socialista, per la precisazione delle sue strutture organizzative e dei suoi obiettivi promuovendo congressi regionali partecipati e fruttuosi, tra i quali particolare importanza ebbe quello tenuto a Iglesias nel luglio del 1903. Nel 1904 lo si volle candidato alla Camera nel collegio di Dronero contro Giolitti, ma venne naturalmente sconfitto. Non erano comunque le cose politiche ad appassionarlo, ma quelle sindacali. Sempre in quell’anno ebbe inizio uno sciopero contro pratiche sfruttatrice promosse dalla direzione delle miniere: lo sciopero degenerò e a Buggerru si concluse con 4 morti e numerosi feriti. L’eccidio impressionò fortemente l’intero paese e venne seguito da uno sciopero generale in tutta Italia. Nel 1906 Cavallera venne eletto sindaco di Carloforte, ma presto scelse di fare il consigliere comunale sì da poter riprendere più liberamente l’attività di organizzatore e amministratore di cooperative. In quel periodo lanciò l’idea dell’acquisto di una goletta aragostiera per sottrarre i pescatori alla mediazione dei grossisti. Con fondi raccolti in accordo con la Cooperativa dei pescatori venne acquistato il battello e si diede inizio a una discreta attività. Nel 1909 Cavallera venne ripresentato candidato alla Camera nei collegi di Dronero e Iglesias, ma ancora una volta non ebbe successo. Non così nel 1913, quando, sia pure in ballottaggio, riuscì vittorioso a Iglesias. Era un fatto storico: per la prima volta i lavoratori sardi inviavano un loro rappresentante a Roma. Il successo elettorale diede una spinta alle organizzazioni socialiste, che nel ’14 conquistarono alcuni comuni tra cui Iglesias. Allo scoppio della prima guerra mondiale Cavallera, convinto della occasione che si offriva agli Italiani di completare l’unità territoriale del paese, fu tra gli interventisti democratici, e si arruolò come volontario, servendo quale capitano medico a Verona. Nel 1919 tornò alla Camera in rappresentanza del collegio di Cuneo, ma, non dimentico delle condizioni di vita dei lavoratori sardi, tra i quali era cresciuto sindacalmente e politicamente, si interessò dei loro problemi, e più in particolare della malaria, dell’analfabetismo, del sottosalario, e tornò varie volte nell’isola per prendere direttamente contatto coi lavoratori. La rottura nel Partito socialista operato dai comunisti non lo trovò consenziente, e infatti egli confermò la sua fedeltà al partito, convinto della necessità che i lavoratori rimanessero uniti, specie in un momento come quello, che vedeva le forze conservatrici muovere al recupero del loro potere. Con l’avvento del fascismo mantenne la famiglia dedicandosi interamente all’attività professionale. Caduto il fascismo venne nominato commissario dell’ONMI, ma fu attivo anche sul piano politico, militando sempre nel Partito Socialista. Candidato all‘Assemblea Costituente, non venne eletto. Due anni dopo, invece, entrò in Senato, ma quale rappresentante del collegio di Iglesias, dove i lavoratori, memori delle antiche lotte, lo avevano voluto loro candidato nella lista del FDP. Le sue condizioni fisiche, però, lo costrinsero ad una attività politica e parlamentare sempre più limitata. Non concluse infatti la legislatura. Morì a Roma il 22 giugno 1952, ma per sua espressa volontà venne sepolto a Carloforte, tra i lavoratori per il cui progresso aveva fortemente lottato negli anni della lontana giovinezza.

Giuseppe Miccichè

Tito Oro Nobili. Una vita esemplare animata
dall’ideale socialista

tito oro
Una fedeltà assoluta, un impegno coerente, una dedizione totale alla causa dei lavoratori e del socialismo: questo, in estrema sintesi, fu la vita politica di Tito Oro Nobili.

Nato a Magliano Sabina, piccolo comune allora facente parte della provincia di Perugia, il 23 marzo 1882, egli compì gli studi a Terni, poi, forte di un impiego che gli dava una certa sicurezza economica, frequentò i corsi di Legge  nell’Università di Roma, fino alla laurea conseguita nel 1904.

Appena quindicenne collaborò a “L’Unità operaia”, un foglio socialista discretamente diffuso nel reatino. Fu il primo passo  in un avvicinamento al socialismo, che si concluse nel 1902 con l’adesione ufficiale al Partito socialista. Subito prese posizione tra gli “intransigenti rivoluzionari” e si impegnò in una intensa attività, in sintonia con alcuni giovani, tra i quali era il siciliano  Lucio Schirò, destinato a una lunga milizia nel partito.

Nel 1907 presentò la propria candidatura al Consiglio provinciale, ma non venne eletto. Riuscì invece nel 1914, con una doppia elezione al Consiglio comunale di Terni e al Consiglio provinciale di Perugia.

Proprio allora si addensavano sull’Europa spesse nubi di guerra, foriere di morte e distruzioni. Quando anche l’Italia venne coinvolta nel conflitto ed ebbe inizio la mobilitazione, egli, essendo fortemente miope, evitò il richiamo alle armi. Svolse però una intensa attività  assistendo i civili, che soffrivano per le difficoltà economiche del momento, e in questo quadro mobilitò le organizzazioni dei lavoratori che seppero svolgere una rilevante opera di soccorso in favore degli strati popolari.

Tornato all’attività politica nel 1919, Tito Oro Nobili fu in primo piano nella propaganda e nella organizzazione delle strutture del PSI, e contribuì non poco alla sua crescita. Candidato alla Camera, ebbe un discreto numero di preferenze, che però non gli permisero di entrare alla Camera. Più fortunato fu invece nel 1920, quando venne eletto consigliere comunale e provinciale, fu per breve tempo sindaco di Terni e si fece   apprezzare per la politica fiscale della sua amministrazione, preoccupata di favorire con opportune esenzioni i redditi più bassi. Nel 1921 venne finalmente eletto deputato. Dalla tribuna parlamentare difese allora gli interessi della sua regione e più in particolare quelli degli operai della “Terni”, che costituiva una delle componenti più importanti dell’apparato industriale italiano.

L’inizio della reazione fascista lo vide  attivissimo nella difesa delle realizzazioni e delle conquiste dei lavoratori. All’interno del partito era schierato tra i massimalisti, dei quali divenne uno dei maggiori rappresentanti, giungendo nel 1923, dopo la nascita del PCdI e del PSU per opera rispettivamente  dei comunisti e dei riformisti, ad assumere la segreteria nazionale. Avverso fin dai primi atti alla richiesta di sottomissione alle direttive dell’Internazionale di Mosca, che prevedevano tra l’altro la fusione del PSI col PCdI e dunque la sua fine, guidò il partito su questa linea, ponendosi accanto a Pietro Nenni, Maria Giudice e altri, e salvandolo coi suoi caratteri distintivi.

Nell’aprile del 1924 fu candidato nella circoscrizione  comprendente l’Umbria e l’Abruzzo, e nonostante le terribili violenze fasciste e l’azione  partigiana della polizia venne eletto.

Nel particolare momento politico seguito all’assassinio di Matteotti, che a suo parere aveva trasformato il fascismo in “un’associazione a delinquere”, contribuì all’ Aventino e fece parte del Comitato delle opposizioni. Per la personale visione  dei problemi e dei doveri del momento avrebbe desiderato una opposizione che dal Parlamento si trasferisse nel paese per  coinvolgere e pilotare un movimento di popolo, ma l’Aventino era troppo composito e rimaneva sempre più inerte.

Nel corso del ’25 egli lasciò la segreteria  del PSI, che venne  affidata a Olindo Vernocchi, il quale guidò il partito verso l’uscita dall’alleanza delle opposizioni e la ripresa della libertà di movimento.

Nel novembre del 1926 venne dichiarato decaduto come tutti gli oppositori del regime, inviato al confino di polizia e  radiato per qualche tempo dall’albo degli avvocati. Più tardi venne riammesso all’esercizio della professione, ma subì ancora limitazioni che per diversi anni ne tormentarono la vita.

Nel marzo del ’43, nel corso di un bombardamento aereo gli morì la moglie, ed egli stesso venne ferito. Caduto il fascismo tornò all’attività politica nel PSI, fece parte della Consulta e nel giugno del ‘46 fu tra i Costituenti.

Quale parlamentare si mostrò particolarmente interessato a questioni riguardanti la magistratura, la gestione delle aziende, la libertà dei culti religiosi.

Nell’aprile del 1948 fu tra i senatori di diritto e com’era suo costume si mostrò attivo nei lavori delle commissioni di cui faceva parte, rivelando sempre forte impegno e  competenza.

Il quadro politico interno e internazionale era allora fortemente agitato per il montare dello scontro tra i due grandi blocchi che dividevano il mondo. In Italia la vita politica subiva spinte che la sinistra considerava autoritarie, rivelate tra l’altro dall’uso frequente delle forze di polizia contro i lavoratori che lottavano per i propri diritti, dall’adesione acritica al blocco occidentale, dalle scelte economiche  in  senso moderato. Nel partito  – e nel parlamento di cui fece parte fino al ’51 – egli assunse posizioni critiche sempre più marcate, fin quando nel ’64 aderì al PSIUP. Morì a Roma l’8 febbraio 1967.

Giuseppe Miccichè

Antonio Vergnanini, una vita
tra sindacato e cooperative

vergnaniniNacque a Reggio Emilia il 16 maggio del 1861, in una famiglia che da tempo era bene avviata nel settore commerciale. Fece il percorso degli studi con discreti risultati fino al Liceo, poi si iscrisse  a Lettere presso l’Università di Bologna, ma non conseguì la laurea. E’ probabile che in questo senso abbiano inciso le difficoltà incontrate dal padre nella sua attività, sfociata nel fallimento. All’ inizio degli anni 90 prese contatto coi gruppi socialisti, già numerosi nella sua provincia, dove era già forte l’influsso del riformismo prampoliniano, profondamente umanitaria e volto a parlare alla mente e al cuore dei lavoratori. Collaborò inoltre alla stampa socialista, più in particolare a “La Giustizia” e “Lo Scamiciato”, fogli  vivaci, ricchi di contenuto e molto letti, e assunse la presidenza della Lega socialista di Reggio Emilia. In questo periodo  rivelò  un vivo interesse per il movimento cooperativo, che nella sua regione possedeva già corposità e articolazione di assoluto rilievo, avviando una collaborazione destinata a crescere negli anni con risultati estremamente positivi. Sempre più coinvolto nella vita del partito e delle leghe, partecipò ai congressi del PSI e  acquistò una crescente notorietà tra i quadri dirigenti e la base. Era allora in corso, partendo dalla Sicilia, l’azione repressiva promossa dal governo Crispi e finalizzata alla distruzione del movimento proletario nell’intero paese. Vergnanini venne condannato a due anni di domicilio coatto. Si rifugiò allora a Lugano e successivamente a Ginevra, dove prese contatto con gli emigrati e i rifugiati italiani di tendenza socialista, sfruttati nei posti di lavoro, ancora politicamente e sindacalmente disorganizzati, che gli affidarono la direzione de “L’Avvenire del lavoratore” e la segreteria della Unione Socialista di lingua italiana, una organizzazione con buone possibilità di sviluppo. Erano in corso tentativi di dare carattere più accentuatamente politico e forma di partito alla Unione. Vergnanini riteneva che si dovesse privilegiare il carattere economico dell’organizzazione, e per questo tentò di contrastare l’azione che proveniva dall’Italia. I suoi sforzi però non diedero i risultati sperati, essendo maggioritaria la posizione opposta. Nel congresso che l’organizzazione tenne nella primavera del 1900 egli rimase in minoranza, e la segreteria passò a Giacinto Menotti Serrati, che  lavorò per trasformare l’Unione in Partito Socialista Italiano in Svizzera. Si trasferì allora a Berna per guidarvi l’Ufficio di emigrazione, un organismo che allora svolgeva una importante funzione nel raccordo coi lavoratori ticinesi e d’Oltralpe.

All’alba del nuovo secolo era ancora attivo tra i lavoratori edili di Lugano. Rientrò quindi a Reggio Emilia, dove gli venne affidata la segreteria della Camera del Lavoro, appena nata in quella importante città. Per diversi anni si impegnò nel sindacato, profondendo nell’attività intelligenza, energia e passione, che gli vennero riconosciuti con l’elezione nel 1906 a componente del Consiglio direttivo della CGIL, e con la riconferma nel 1916. In quegli anni manifestò con maggiore nettezza la propria concezione, che vedeva nella Camera del Lavoro il centro coordinatore e propulsore di cooperative, affittanze e casse di previdenza, tutte strumenti di elevazione e  di organizzazione  dei lavoratori. Propose la costituzione di “demani collettivi”, da affidare alla gestione di produttori e consumatori con criteri cooperativistici in diversi settori, tra cui l’agricoltura, i lavori pubblici e le bonifiche. Era ancora alla guida della importante organizzazione reggina, quando si impegnò nella realizzazione del tratto ferroviario Ciano – Reggio, opera che, pienamente realizzata e poi affidata alla gestione delle stesse cooperative, procurò a lui e alle organizzazioni economiche e sindacali notorietà e apprezzamenti grandemente  positivi.

Nel 1913 venne chiamato alla segreteria della Federazione Sindacale delle Cooperative, che  nei precedenti anni era stata tenuta da Antonio Maffi, un organizzatore repubblicano proprio allora defunto. Alla guida dell’importante organismo diede ulteriori prova delle proprie capacità, rafforzandone le strutture e le articolazioni e gli strumenti di comunicazione, tra cui il periodico “La Cooperazione italiana”, organo centrale della Lega, che lo ebbe tra i collaboratori. Ormai dirigente noto anche fuori del mondo sindacale e cooperativo, venne ammesso nel 1914 tra i componenti della Direzione nazionale del Partito Socialista Italiano, allora agitato per i prodromi della guerra, lo scontro fra interventisti e neutralisti, la dissidenza mussoliniana, ecc. Nei confronti del conflitto si collocò tra gli oppositori, ma non rifiutò il proprio concorso volto ad alleviare le sofferenze  degli strati popolari, e a questo fine accettò di far parte della Commissione centrale per gli approvvigionamenti, promossa dal governo.  La ritirata di Caporetto lo collocò tra quanti nel PSI anteposero all’ideologia la necessità di difendere  il suolo  nazionale. Nel 1921 divenne membro del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Nazionale del Credito per la Cooperazione, e in tale posizione attraversò gli anni in cui il paese sperimentava la sconfitta del movimento dei lavoratori organizzati, delle cooperative e del sindacato di classe e l’avvento della dittatura  fascista.

Davanti alle violenze squadristiche, primo momento nel cammino della forze antisocialiste e antioperaie verso il recupero di un pieno potere, sperò di poter evitare che un ricco patrimonio di esperienze, alla cui costruzione aveva contribuito per gran parte della propria vita, andasse perduto. Trasfuse esperienze, idee e speranze in un libro, “Oggi e domani nel pensiero di un cooperatore”, ma dovette arrendersi di fronte al crescendo di violenze e delitti con cui si lastricava la strada verso l’affermazione della dittatura. Nel 1926 la Lega delle Cooperative subì la medesima sorte delle tante organizzazioni che i lavoratori avevano saputo creare nei precedenti anni, e per lui non rimasero che l’emarginazione e il ricordo di un tempo glorioso per varietà di realizzazioni e ampiezza di progresso. Morì a Roma l’11 aprile 1934.

 Giuseppe Miccichè

Emidio e Ubaldo Lopardi una vita per il socialismo e i lavoratori

Tra i socialisti che nello scorcio dell’800 vissero le difficoltà di un Partito socialista impegnato da una parte a radicarsi nell’humus politico italiano, dall’altro a resistere alla marea reazionaria pilotata dai Crispi, dai Rudinì, dai Pelloux,  troviamo Emidio Lopardi. Nato a L’Aquila il 28  novembre del 1877, in una famiglia abbiente, Emidio compì gli studi primari e secondari rivelando una forte intelligenza, confermata nei successivi anni quando a Napoli frequentò i corsi universitari di Legge fino al conseguimento della laurea. Nel 1895, l’anno del congresso di Reggio Emilia tenuto dopo i provvedimenti repressivi che avevano  portato tra l’altro allo  scioglimento dei Fasci dei lavoratori e del Partito socialista, nato appena tre anni prima, decise di aderire ai gruppi che da qualche  tempo  si sforzavano di suscitare  volontà di impegno tra i lavoratrici. Apprezzato per le qualità di propagandista e di organizzatore rivelate, nel successivo anno era già tra i delegati al Congresso nazionale di Firenze, che  si proponeva di rilanciare l’azione del partito, pur nelle difficili condizioni del momento.

Rientrato nella città natale, si impegnò nella organizzazione dei contadini e  degli operai della sua terra e fu tra i promotori della ricostituzione del Circolo socialista dell’Aquila e in primo piano nella fondazione di circoli, leghe e gruppi, attraverso cui prendeva corpo un movimento discretamente articolato. Già nei suoi primi atti rivelò una forte convinzione, secondo cui le chiusure municipalistiche costituivano un pericolo mortale per un partito ancora fragile ed esposto ai tentativi di assorbimento delle formazioni personali, allora molto diffuse nel Meridione. Egli proponeva  la costituzione di un centro sovracomunale, capace di coordinare  le articolazioni del partito pur nel rispetto delle particolarità dei singoli luoghi. Impegnò a questo fine molte energie nella costruzione di una Federazione provinciale che fu di esempio ad altre.

Cercò anche di dare un indirizzo unico alle varie organizzazioni sulla base di alcuni punti fermi, tra i quali l’internazionalismo, che lega ai lavoratori nel mondo, il classismo e l’intransigenza, che distinguono e formano nei confronti delle altre forze politiche,  la moralità assoluta, che deve caratterizzare i socialisti a livello di quadri dirigenti e di base. Nel 1897, già abbastanza noto  e apprezzato nel partito e tra i lavoratori, entrò a far parte del Consiglio nazionale del PSI. Contemporaneamente lavorò per la nascita de “l’Avvenire”, un settimanale più tardi divenuto organo della Federazione, che amministrò con bravura  e su cui scriveva occupandosi del problemi locali e nazionali. Dal 1901, per 20 anni, fu consigliere comunale, nel  1907 venne eletto consigliere provinciale e nel 1912 deputato provinciale.

Presiedette inoltre il Consorzio delle cooperative nell’aquilano, rivelando notevoli capacità e lavorando per far sì che quegli strumenti concorressero fortemente  allo sviluppo economico delle realtà in cui nascevano. Dal 1919 al 1924 fu deputato per il collegio de L’Aquila, e  alla Camera svolse con serietà il mandato ricevuto dai lavoratori, mentre nel collegio difendeva in ogni modo le organizzazioni del proletariato, contro le quali si esercitava, insaziata, la furia distruggitrice delle “squadracce” in camicia nera. L’uccisione di Matteotti lo collocò naturalmente tra gli “aventiniani”, sicchè nel 1926 i fascisti lo dichiararono decaduto assieme ai compagni del PSI e del PSU, ai Popolari, ecc. Conobbe allora un doloroso periodo di persecuzioni, detenzione nelle carceri e privazioni, ma mon si piegò: come negli anni di Crispi e dei successori, seppe tener viva e salda la fede nel socialismo e nella libertà. Con la caduta del fascismo, nel luglio del ’43, fu nuovamente  al lavoro: i partiti del CLN  in riconoscimento dei suoi meriti e delle sue capacità lo vollero alla direzione della Prefettura de L’Aquila. In un momento particolarmente difficile per la  complessità  e la mole dei problemi da affrontare,  mentre  diveniva  sempre più vivace la dialettica tra i partiti e il sindacato, tenne quell’importante incarico con saggezza ed equilibrio, guadagnando  nuovi  motivi di ammirazione e stima. Nel giugno del ’46 i lavoratori lo elessero deputato all’ Assemblea Costituente, mentre nel ’48 fu senatore di diritto. Morì  a  L’Aquila il 1 ottobre del 1960.

Ne proseguì l’opera  in favore del socialismo il figlio Ubaldo, che, nato il 25 novembre del 1913 a L’Aquila, aveva percorso lo stesso cammino del padre, superando senza difficoltà i vari gradi di studi,  fino al conseguimento della laurea in Legge. Ubaldo aveva due passioni: quella per lo sport e quella per la politica. La prima venne riconosciuta e premiata con l’elezione, nel 1948, a presidente dell’Associazione sportiva aquilana, carica che tenne per un quadriennio e che gli venne  riconfermata dal 1964 al 1969. L’altra si tradusse  nella partecipazione  alla vita del Partito socialista fin dalla Liberazione, e  gli valse la conoscenza piena dei problemi e delle esigenze della terra aquilana. Profondamente convinto della  specificità inconfondibile del socialismo e del partito, suo concreto e più diretto rapprentante, sostenne posizioni autonomistiche nei confronti del PCI, pur  riconoscendo la comunanza di impegno delle forze di progresso “per il riscatto del lavoro”. Nel  gennaio del ’47 fu  tra  i promotori del PSLI, diversamente dal padre che non aveva abbandonato la vecchia casa, e nel ’48 e poi nel ’53 venne eletto  deputato. Però nel ’59, avendo il PSI abbandonato la posizione, visibilmente paralizzante, dell’unitarismo col PCI, ricollocandosi nella grande famiglia del socialismo democratico e autonomo, che prevaleva dovunque in Europa e nel mondo, assieme a Zagari, Matteo Matteotti, e altri, politici e sindacalisti, rientrò nella casa madre.

Nel ’68 fu per qualche mese senatore per subentro a Giuseppe Borrelli, appena defunto. Nel ’75 compì una nuova esperienza: venne infatti eletto sindaco dell’Aquila con una amministrazione di sinistra, e per la risoluzione dei problemi della città lavorò con la passione che lo distingueva e che lo assomigliava fortemente al padre. La morte lo colse a 67 anni, il 24  luglio  del 1980.

Giuseppe Miccichè

Nicola Barbato, indimenticato apostolo del socialismo

Nicola_BarbatoPiana degli Albanesi, nell’hinterland palermitano, a metà dell’800 era un piccolo comune di poche migliaia di anime, in gran parte braccianti agricoli di ascendenza schipetara, che da secoli sperimentavano la precarietà dell’occupazione, la vita stentata nei latifondi, lo sfruttamento dei proprietari col sottosalario, e la spietatezza dei campieri.

In questa realtà così povera e bisognosa di riscatto il 5 ottobre del 1856 nacque Nicola Barbato. Era ancora ragazzo quando perdette il padre, sicchè non ebbe una infanzia e una prima giovinezza facili. Iniziò gli studi nel Seminario greco-albanese, con difficoltà per le ristrettezze economiche della famiglia, ma seppe portarli a compimento con risultati brillanti fino all’Università, che frequentò a Palermo, dove si iscrisse ai corsi di Medicina.

Intelligente, curioso di sapere, venne subito coinvolto nell’ambiente culturale palermitano, allora vivacizzato dalle dottrine positivistiche ed evoluzionistiche attraverso docenti universitari, gruppi studenteschi e operai aderenti al socialismo e impegnati a promuovere conferenze e fogli di propaganda. Conseguita la laurea, lavorò presso l’Ospedale di Palermo, dove alla cura dei pazienti unì gli studi di psichiatria riferiti in particolare alla psicopatologia della paranoia, Fece anche le prime esperienze nel campo del giornalismo, collaborando tra l’altro a “L’Isola” del Colaianni. Nominato medico condotto nel paese natale, conobbe ancor più aderentemente la miseria di tanti e si trovò naturalmente tra quanti ai primi degli anni 90 si aggregavano nel movimento dei Fasci dei lavoratori. Nel marzo del 1893 promosse il Fascio di Piana dei Greci, che presto contò più di 2.000 aderenti, tra i quali c’era un folto gruppo di donne vivaci e combattive. Attivo anche nei comuni viciniori, Barbato divenne popolarissimo, e presto fu in primo piano tra i quadri dirigenti della provincia. Con parola semplice, calda di sentimento, animata da forte passione parlava ai lavoratori di socialismo, di giustizia e di libertà, e il suo messaggio di liberazione era sempre ascoltato religiosamente e suscitava volontà di lotta per una vita più umana e più giusta.

L’azione dei gruppi di potere volta a contrastarlo non tardò. Il 12 maggio del ’93 egli venne arrestato con l’accusa, allora frequentemente usata, di odio tra le classi e associazione a delinquere, e nel successivo novembre venne condannato a 6 mesi di reclusione e a una forte pena pecuniaria Non ebbe perciò la possibilità di partecipare ai congressi dei Fasci e del Partito socialista tenuti a Palermo il 21 e 22 maggio, che portarono alla costituzione ufficiale del Movimento e del Partito nell’isola con regolari organi di direzione, ma i delegati non lo dimenticarono e lo elessero membro del Comitato centrale del Partito socialista. Come Rosario Garibaldi Bosco e altri, egli riteneva che l’organizzazione isolana del partito e dei Fasci dovesse considerarsi sezione di quella nazionale, coordinata ad esse; sulla linea di Turati e della “Critica sociale”, credeva nel gradualismo socialista e nella rivoluzione socialista quando le masse avessero raggiunto una piena coscienza.

Alle assise regionali fece seguito nelle varie province l’intensificazione dell’attività organizzativa, che produsse la costituzione di un vasto movimento nel cui programma si chiedevano aumenti salariali, il rinnovo migliorativo dei contratti agrari, l’alleggerimento del gravame fiscale in favore degli strati popolari.

La risposta del governo Crispi, interprete della volontà reazionaria delle forze politiche ed economiche dominanti, fu lo stato d’assedio, proclamato il 25 dicembre del ’93, lo scioglimento dei Fasci, l’arresto dei capi per cospirazione contro i poteri dello Stato e incitamento alla guerra civile.

Portato davanti al Tribunale militare, Barbato pronunziò una difesa che fu una accusa contro la classe dominante, ancor oggi considerata, per contenuto e passione, tra le cose più belle nella vicenda del socialismo italiano.

Affermò tra l’altro che la rivoluzione costituisce un fattore evolutivo dell’umanità e avviene quando la situazione economica e politica giunge a maturazione. Questo in Sicilia ancora mancava. In atto c’era un profondo disagio economico che accomunava contadini, operai, artigiani, piccoli proprietari coltivatori.

Ritenendo inutile difendersi dall’accusa che gli veniva rivolta, essendo nella logica della classe al potere condannare, concluse il suo intervento affidando alla storia il giudizio sul suo operato in difesa dei lavoratori e nel nome del socialismo, e augurandosi solo che nessuno dei socialisti chiedesse la grazia. “Voi dovete condannare: – disse – noi siamo gli elementi distruttori di istituzioni per voi sacre. Voi dovete condannare: è logico, umano. E io renderò sempre omaggio alla vostra lealtà. Ma diremo agli amici che son fuori: Non domandate grazia, non domandate amnistia. La civiltà socialista non deve cominciare con un atto di viltà. Noi chiediamo le condanne – non chiediamo pietà. Le vittime sono più utili alla causa santa di qualunque propaganda. Condannate!”.

Come molti dei suoi compagni, venne condannato a 12 anni di reclusione e a due anni di vigilanza speciale.

Nel maggio del 1895 i socialisti lo vollero candidato -protesta alla Camera in 30 collegi, tra cui Milano V e Cesena dove venne eletto, ma l’elezione fu annullata. Ripresentato e nuovamente eletto, in mancanza di opzione venne assegnato a Cesena, mentre a Milano gli subentrava Turati, che iniziava così la propria esperienza parlamentare.

Amnistiato nel marzo del ’96, Barbato si impegnò nella organizzazione del partito, rendendosi presente in diversi comuni anche lontani per tenere conferenze e riunioni orientative. Di lì a qualche mese era tra i volontari che si recavano nell’isola di Creta in occasione della guerra greco-turca. Al rientro tornò all’attività di propagandista tra i contadini che avevano ripreso la lotta, e la magistratura lo gratificò di un altro anno di reclusione.

Nel 1900 entrò nella Direzione nazionale del PSI; contemporaneamente venne eletto deputato del collegio di Corato di Puglia, e iniziò in quella regione, tanto simile alla sua terra natale, un rapporto destinato a consolidarsi attraverso l’attività propagandistica e organizzativa.

Sempre fedele alla concezione gradualista del socialismo, da lui confermata nel congresso di Imola del 1902, si oppose all’intransigentismo parolaio di Enrico Ferri, ma anche al riformismo “estensivo” che in diverse aree della sua isola portavano a transigenze incontrollate. Accogliendo l’invito che gli veniva da più parti, tenne conferenze in diverse città italiane, e poi a Basilea, Lugano, Londra, Cannes, Marsiglia, dovunque suscitando grande entusiasmo. Venuto in contrasto con la centrale di Milano del PSI, ma anche con i dirigenti socialisti della sua città natale, e al tempo stesso bisognoso di lavoro, nel 1904 emigrò negli USA, dove visse per alcuni anni, dedicandosi alla professione medica e svolgendo una feconda attività propagandistica e organizzativa in favore degli emigrati italiani.

Rientrato in patria, dimenticando ogni contrasto coi dirigenti locali e nazionali tornò a lavorare per il partito. Il PSI attraversava un momento non facile per lo scontro tra le correnti. Nel 1912 Barbato criticò i socialriformisti bissolatiani per la posizione assunta, che considerava di cedimento alla borghesia e di rottura del proletariato, e condivise il provvedimento di espulsione adottato dal Congresso di Reggio Emilia, pur sapendo che in Sicilia esso allontanava dal partito uomini come De Felice, Macchi, Montalto, Drago, Marchesano e gran parte delle leghe, dei circoli e delle cooperative. Divenuto il simbolo della linea ufficiale del PSI, lavorò per tenere uniti i gruppi superstiti, che assistette in ogni modo, e a Catania II si volle presentare la sua candidatura contro De Felice, anche se destinata a sicura sconfitta, come d’altra parte a Bivona, Palermo IV, Monreale e in tantissimi collegi della penisola.

Negli anni della Grande Guerra, coerente con la sua posizione di internazionalista e pacifista, Barbato fu assolutamente contrario al conflitto in generale e all’intervento dell’Italia, prevedendo l’inutile spargimento di sangue e le disastrose conseguenze politiche che avrebbe provocato. Ciò concorse a far sì che nelle nuove elezioni del 1919 venisse eletto con larga messe di voti deputato per il collegio di Bari.

Quando i comunisti, considerando “oggettivamente rivoluzionaria” la situazione post-bellica, lavorarono per “sovietizzare” il partito in vista del “grandioso evento” che avrebbe affermato la “dittatura del proletariato”, egli fu nettamente avverso, certo che quella scelta non avrebbe recato buoni frutti al proletariato.

Nel gennaio del ’21 si schierò con gli unitari per la continuità del vecchio partito, e di questa posizione diede testimonianza in un documento indirizzato al segretario Lazzari, nel quale dimostrava errate le analisi dei “bolscevichi” e si diceva assolutamente contrario al cambiamento di nome del PSI.

Fortemente debilitato per un tumore maligno che lo aveva costretto a ridurre di molto l’attività politica, morì a Milano due anni dopo, il 23 maggio del 1923, e il compianto, sincero, profondo, fu unanime: secondo un giudizio espresso anni prima da Alessandro Tasca di Cutò, era stato “la coscienza più pura e più giusta” che la politica avesse offerto.

Giuseppe Miccichè

Cesare Battisti. Il rimpianto per un’Italia che poteva esserci
e non ci fu

Il 12 luglio 1916 Cesare Battisti saliva sul patibolo asburgico nel castello del Buon Consiglio a Trento.Terminava così la vita operosa del fondatore del movimento socialista trentino, uomo di scienza, geografo, giornalista. Fin da giovanissimo si legò agli ideali risorgimentali e mazziniani che animavano le giovani generazioni cittadine trentine; ideali che al culmine del suo percorso umano trasferì nella scelta di farsi soldato per liberare le nazionalità oppresse dell’impero austro-ungarico.

L’appuntamento ci fa rammentare la posizione di Battisti e di altri sudditi d’Austria che si rivoltarono contro l’impero, con le parole della storica Maria Garbari: “Tutte le nazionalità costituenti l’Impero austroungarico – oltre ad austriaci e ungheresi, c’erano cechi, slovacchi, polacchi, ucraini, sloveni, croati e serbi, rumeni, italiani e ladini- stavano perdendo la speranza di poter tutelare la loro identità in uno Stato realmente federale. La guerra, anziché creare la solidarietà fra quei popoli, contribuì allo sfascio dei possedimenti asburgici. La lotta in difesa della propria nazionalità, combattuta magari con l’espatrio, la diserzione, il passaggio al campo opposto fu un tradimento? Ma allora l’intera Europa fu pullulata da traditori cechi, slovacchi, croati, polacchi, romeni, italiani…”. Anche il leader sudtirolese Silvius Magnago ha chiarito per tutti: “Cesare Battisti fu un uomo che sacrificò la vita per i suoi ideali e dunque è degno della stima anche di coloro che come gli austriaci lo condannarono a morte”. Dunque una personalità stimata, come Tomáš Masaryk, primo presidente della repubblica cecoslovacca nata il 14 novembre 1918, appena finito il conflitto: parlamentare a Vienna come Battisti, allo scoppio della guerra riparò esule in Italia, poi in Russia e negli Usa; fondò la legione cecoslovacca, che contò decine di migliaia di combattenti contro l’Austria-Ungheria, schierati anche sul fronte italiano.

Oltre a Magnago, era stato un altro illustre sudtirolese, lo storico Claus Gatterer, a far conoscere al mondo austro-tedesco un uomo lì conosciuto solo come “alto traditore”, con queste parole: “Gli ideali battistiani attingono a due fonti: il Risorgimento italiano e il socialismo d’Austria-Ungheria. In Battisti questi ideali si erano pienamente fusi. Rappresentavano le direttrici per una vita e un’opera di rara coerenza”.

Queste parole, per le fonti da cui provengono, hanno posto fine alle polemiche di chi non riconosce l’onore altrui. Non a caso Gatterer ha introdotto il suo libro su Battisti la citazione dello sferzante scrittore austriaco Karl Kraus: “Chi giudica farabutto il patriota dell’altrui patria, dev’essere un imbecille della propria”.

Piuttosto noi socialisti e democratici non vogliamo far dimenticare che nella tormenta epocale della prima guerra mondiale si trovarono due socialisti esemplari come Giacomo Matteotti e Cesare Battisti che tennero un comportamento discorde: pacifista intransigente l’uno, interventista democratico l’altro. Eppure, come riporta la ricerca dello storico Mirko Saltori, ci doveva essere una base comune per le due personalità: “il socialismo non era stato né per Battisti né per Matteotti un’etichetta o una superficiale infatuazione, bensì un impegno costante e rigoroso, e certo nella concezione della realtà e della politica dell’uno e dell’altro vi sarà stata una larga identità di vedute”. Una identità che avrebbe potuto portarli successivamente anche a revisione i punti di vista divergenti, e comunque a svolgere un comune lavoro utilissimo per il popolo: non fu loro possibile, perché le vite di questi due protagonisti furono entrambe spente da mani barbare. E’ questo sconforto che porta i sinceri democratici ad onorare sia la memoria di Matteotti, assassinato il 10 giugno 1924 dai fascisti, sia quella di Battisti, morto per capestro asburgico il 12 luglio di 101 anni orsono. E’ il rimpianto per un’Italia che poteva esserci e non ci fu.

Nicola Zoller
(segretario Psi del Trentino- Alto Adige)

Giovanni Bacci, operosità ed equilibrio di un dirigente socialista

E’ uno dei tanti che, dopo avere compiuto in giovane età esperienze politiche su posizioni radicali e successivamente  liberaldemocratiche, approdarono nell’area socialista, acquistandovi presto nella base e tra i dirigenti di più elevato livello. autorità e prestigio per molti meriti guadagnati in diversi campi

La sua giovinezza rientra pienamente nella seconda metà dell’800. Egli nacque infatti il 7 marzo del 1857 a  Belforte all’Isonzo. Aveva 25 anni quando, nel 1882, assunse la direzione della “Rivista di Ferrara”, 30 quando nel 1887 passò per qualche settimana al quotidiano “Mentana”, 32 quando assunse la direzione de “La Provincia di Mantova”. Erano fogli nei quali si esprimeva l’aspirazione a un liberalismo che, inizialmente alimentato dalle idealità risorgimentali e democratiche, si rivelava sempre più sensibili alla questione sociale, approssimandosi così all’idea che più chiaramente la interpretava e per la cui soluzione indicava gli strumenti, il socialismo. Nel 1903 aderì al Partito Socialista. Ricostituito dopo le persecuzioni di Crispi, Di Rudinì,  Pelloux, il partito era allora agitato  dal confronto tra riformisti e intransigenti. Bacci preferiva un socialismo di centro, non disponibile per il moderatismo collaborazionista né per l’estremismo incostruttivo..

Sempre impegnato nel giornalismo, non ne fu interamente  assorbito. Per scelta dei socialisti di Mantova e Ravenna venne infatti richiamato all’attività di amministratore e di organizzatore: i compagni di attività e di lotta lo vollero consigliere provinciale e anche segretario della Camera del Lavoro di Ravenna, incarichi che seppe tenere con intelligenza ed equilibrio, pur di fronte a problemi di non facile soluzione.

Il travaglio del partito sotto le opposte spinte dei riformisti e degli intransigenti rivoluzionari lo portarono ad assumere  prima la direzione  dell’Avanti! subentrando per alcuni mesi del 1912 a Claudio Treves, poi al dimissionario Mussolini nel 1914, anno in cui, in parallelo, iniziò una nuova esperienza essendo stato chiamato a far parte della Direzione nazionale del PSI.

Per tutti gli anni della Grande Guerra condivise la  posizione  del partito, pacifista e internazionalista, secondo la formula di Costantino Lazzari “non aderire né sabotare” attenuata patriotticamente  dopo Caporetto. Poi venne il dopoguerra. Con la sua stampa, i suoi parlamentari, le sue organizzazioni collaterali il partito si trovò ad affrontare una situazione caratterizzata dalle impetuose lotte dei lavoratori nelle campagne e nelle fabbriche e dalla conquista di migliaia di comuni, e poi dall’avanzata della reazione verso il pieno recupero del potere da parte degli agrari e degli industriali.

Nel novembre del ‘19 Bacci venne eletto alla Camera. Di conseguenza i suoi impegni divennero più vasti e articolati, giornalistici, politici, parlamentari, amministrativi. Quando a Livorno, nel gennaio del 1921, si aprirono i lavori del Congresso  nazionale del partito, i delegati lo chiamarono a dirigere il dibattito e il confronto sempre più aspro tra massimalisti, riformisti e comunisti, e quando poi i comunisti uscirono dal partito costituendo il PCd’I, lo vollero nuovo segretario del PSI in sostituzione di Egidio Gennari, dimissionario. Di fronte alla crescita della violenza degli squadristi nazional-fascisti sperò di poter evitare al paese e al proletariato spargimento di sangue innocente, e per questo in agosto firmò il Patto di pacificazione coi fascisti.

Nel successivo ottobre passò la segreteria del partito al pugliese Domenico Fioritto e riprese la normale attività giornalistica e parlamentare. Nel maggio del 1924 venne nuovamente eletto alla Camera e qui approvò toto cordel’appassionato atto di accusa di Matteotti contro i fascisti e Mussolini e contro il clima di terrore che aveva caratterizzato la precedente campagna elettorale. Aderì poi alla secessione dell’Aventino, e partecipò alle riunioni tenute dai parlamentari antifascisti, ma il 9 novembre del 1926 venne dichiarato decaduto con altri 122 deputati.

Non visse ancora a lungo. Morì infatti il 9 agosto del 1928. Cremato per sua espressa volontà, le sue ceneri vennero  conservate nel Cimitero Monumentale di Milano.

Giuseppe Miccichè

La storia socialista nel dopoguerra

Nel mio intervento a Bari sul 125esimo della fondazione del partito socialista, nell’ambito del confronto sulla fase repubblicana, ho tentato di tratteggiare tre fasi: la natura del partito che rinasce a cavallo della fine del fascismo, la svolta del 1956 coi progetti dell’unità socialista e del centro sinistra, i successi e la crisi del Psi di Craxi.

Il partito socialista che rinasce dopo la caduta del fascismo non é il Psi massimalista che si era frantumato nel 1924 tra l’adesione al Pcdi, in nome della terza internazionale, proclamata e praticata da Serrati e il diniego alla “liquidazione sottocosto” sostenuta da Pietro Nenni. Non é neanche il Psu riformista fondato nel 1922 dopo la sciagurata espulsione dal Psi di Turati, Treves, Matteotti e Prampolini a pochi giorni dalla marcia su Roma. Ma non é neanche il partito che a Parigi nacque dalla fusione dei due tronconi, con l’eccezione del gruppo di Angelica Balabanoff che uscì nel 1930 da sinistra per convertirsi poi all’autonomismo e uscire da destra a Palazzo Barberini. Il partito che rinasce é un partito che aggrega sostanzialmente tre gruppi: i vecchi socialisti in esilio, da Nenni e Saragat agli altri, i socialisti che già nel 1942 avevano rifondato a Roma il Psi, tra i quali Vernocchi, Lizzadri, Romita e il gruppo del Mup di Lelio Basso. Dalla fusione del Psi e del Mup nasce il Psiup nell’agosto del 1943.

Tutti e tre i gruppi erano concordi sull’unità d’azione coi comunisti. Nel corso di una intervista a Mondoperaio Lelio Basso ricordò che Nenni, mirabile coniatore di slogan politici, condensava due politiche in due ricordi. Quando proponeva l’unità coi comunisti ricorreva alla suggestione che a lui procurò la visione dei due cortei, socialista e comunista, che si incontravano a place de la Batille al grido di unitè unitè. Quando proclamava l’unificazione dei socialisti ricordava quel giorno a Parigi con Turati quando i due partiti socialisti nel 1930 si riunificarono. Saragat, rispetto a Nenni, proveniva dal partito di Turati e nel suo esilio si era imbattuto nell’austro marxismo, una visione umanitaria dell’elaborazione del filosofo di Treviri. Tuttavia anche Saragat aveva firmato con Nenni e Pertini il patto del 1943. In una parte del partito forte era la tendenza a ritenere superata la divisione tra socialisti e comunisti (molto sentita era l’eco delll’epopea sovietica, della gloriosa battaglia di Stalingrado, dell’eroica resistenza al nazismo). Nell’estate del 1945 al primo Consiglio nazionale del Psiup venne gettato improvvisamente sul tavolo il tema della fusione ed emersero subito le divisioni di fondo. Saragat, Silone, anche Pertini, si schierano per la permanenza del partito, Basso e Morandi, più il primo del secondo, non escludono il partito unico. Nenni rinvia il progetto a “una prospettiva d’avvenire”, per sposare un gergo più recente.

Tuttavia il partito dell’immediato dopoguerra ritrova la sua unità sul tema della Costituente. I socialisti si tennero fuori dal secondo governo Bonomi che aveva ignorato la pregiudiziale repubblicana. E anche dopo la scissione del 1947 si distinsero sul tema della laicità i socialisti votando contro articolo 7 della Costituzione. Entrambe le scelte avvennero in aperto conflitto coi comunisti, che con la svolta di Salerno di Togliatti avevano legittimato la monarchia su ordine di Stalin e votando l’articolo sette pensavano di evitare rotture nel rapporto con la Dc. In realtà io trovo che l’una e l’altra siano state in una certa misura scelte naturali e compatibili con una identità storicamente insensibile al tema istituzionale e alla laicità dello stato. Queste scelte arretrate, sui temi della riforma istituzionale e più ancora sulle leggi di laicità, si manifesteranno anche in epoche più recenti.

Io non voglio emarginare dal ricordo figure come Morandi e Basso, che non rappresentano la mia storia, che certo non sono mai stati miei punti di riferimento. Ma che hanno segnato la vicenda del Psi per oltre un decennio con la presenza di due personalità di forte impatto culturale. Resto tuttavia convinto che durante l’epoca degli anni quaranta, la personalità di spicco, la più profetica, sia stata quella di Giuseppe Saragat, il primo a sinistra che s’accorse del carattere totalitario del sistema sovietico. Oggi tutti o quasi tutti lo riconoscono. Per anni la definizione di socialdemocratico era sinonimo di tradimento, un’ingiuria che in molti hanno dovuto sopportare. Oggi siamo al paradosso che socialdemocratico è diventato un aggettivo per denotare caratteristiche eccessivamente spostate a sinistra, quando non superate dalla storia recente. Insomma mai una volta che comunisti, post comunisti, neo democratici si siano incrociati con la socialdemocrazia. Un destino fatale…
Così é nella sinistra italiana dove per non riconoscere i torti di ieri si spazzano via anche le ragioni. Cioè semplicemente si cancella il passato. Così spesso ormai anche la storia viene messa da parte, e manipolata, quando non anche ignorata.

Il punto d’approdo verso l’autonomismo di Nenni é il 1956. Dai primi anni cinquanta già il leader socialista parla di apertura a sinistra. In molti vociferano di operazione Nenni. A Torino nel congresso del 1955 il tema é il dialogo coi cattolici. Ma fino al 1956 l’iniziativa era subordinata al mantenimento di un rapporto di stretta collaborazione coi comunisti, i quali assecondavano i movimenti di Nenni. In qualche misura li sollecitavano. Ma Nenni non poteva sfondare se non rompeva l’unità d’azione. L’Ungheria fu la sua grande occasione. Prima c’era stato il ventesimo congresso del Pcus e la denuncia da parte di Kruscev dei crimini di Stalin. Nenni osservò già allora, nei primi mesi del 1956, che la denuncia al culto della personalità per essere credibile avrebbe dovuto investire il sistema. Poi nell’ottobre i socialisti furono a fianco degli insorti ungheresi, mentre Togliatti e il Pci appoggiarono i carrarmati. Ne nacque una divaricazione insanabile, che segnó anche la vita interna del Psi. Morandi era morto l’anno prima. I cosiddetti morandiani, che detenevano la maggioranza dell’apparato, si opposero alla revisione e in particolare all’idea di una unificazione col Psdi di Saragat che era stata ipotizzata dopo l’incontro di Pralognan dell’estate tra Nenni e Saragat. Al congresso di Venezia del 1957 Nenni fu maggioranza sulla linea politica, ma minoranza negli organi di partito, per una scelta alquanto imprudente di porre in votazione un’unica mozione e di votare unitariamente da parte dei delegati anche il nuovo Comitato centrale.

Con l’Ungheria si apre il lungo capitolo dei riconoscimenti postumi dei comunisti sulle ragioni del Psi. I comunisti arrivarono sempre con decenni di ritardo. Già Terracini aveva ammesso nei primi anni settanta che nel 1921 aveva ragione Turati, poi tutto il gruppo dirigente del Pci berlingueriano riconobbe che Nenni e non Togliatti aveva ragione nel 1956. Negli anni novanta Veltroni volle riconoscere, il paragone col governo dell’Ulivo era ingeneroso, che il primo centro-sinistra aveva carattere di grande novità. I figli di Togliatti e più ancora quelli di Berlinguer hanno recentemente sconfessato anche le scelte del referendum del 1985 e della scelta di contrastare l’azione militare Onu del 1991. Potrei continuare nell’elenco. Dei riconoscimenti alla memoria nella memoria cancellata son piene le fosse.

Mi soffermo sul carattere profondamente innovativo del centro-sinistra, che aveva il compito, nell’elaborazione molto avanzata e forse financo un tantino utopistica di Riccardo Lombardi, che presiedeva il comitato del programma socialista, di passare da un’economia capitalistica a un’economia di piano. Il tema di fondo era governare le grandi trasformazioni dell’Italia industriale, la sua modernizzazione in chiave riformista. I due governi Fanfani, resi possibile dall’astensione socialista, furono forse i più innovativi con provvedimenti come la nazionalizzazione dell’energia elettrica, l’introduzione della scuola media unica, la riforma agraria. Poi il centro-sinistra organico a partire dal gennaio del 1964 e la contestuale scissione della sinistra filocomunista di Vecchietti e Valori che fondarono il Psiup, indi il percorso che dopo la presidenza Saragat portò alla unificazione socialista del 1966, al parziale insuccesso del 1968, alla nuova scissione del 1969, i socialisti sono protagonisti, mancando però di peso eletorale adeguato, della vita politica italiana. Al governo di centro-sinistra vanno attributi anche altre grandi riforme quali lo statuto dei lavoratori, la riforma sanitaria fino all’istituzione del servizio sanitario nazionale, le regioni.

La fase di Craxi, anticipata dalle meravigliose conquiste sui diritti civili a cominciare dal divorzio e dal voto ai diciottenni, oltre che dal riconoscimento dell’obiezione di coscienza e poi dalla legge sull’aborto, rappresenta il tempo del nostro impegno. Inutile ricordare da dove si partiva. E cioè da quel “mai più al governo senza i comunisti” del 1976 che ci portò sotto le due cifre alle elezioni di quell’anno e in una condizione di gregariato nei confronti del Pci di Berlinguer, uscito trionfante dalle urne. Il Psi pareva solo un reperto archeologico. Asor Rosa propose di fare del Pci il partito che abbracciava insieme Lenin a Turati. Arrivammo alla nostra più completa autonomia, al progetto socialista di Torino 1978, durante gli anni del terrorismo sul caso Moro elaborammo una linea diversa dal fronte della fermezza e della rassegnazione, riuscimmo nell’intento di eleggere un socialista, Sandro Pertini, alla presidenza della Repubblica, poi il progetto di Rimini, i bisogni e i meriti di Martelli, fino alla presidenza del Consiglio di Craxi, a Sigonella, alla scala mobile e al referendum vinto. Quante battaglie, i missili a Comiso, l’anticipazione della grande riforma, il saggio su Proudhon, la formazione di un apparato autonomista, di giovani preparati e appassionati che mancò alla svolta di Pietro Nenni ove all’iniziativa autonoma del partito faceva da contrappeso un apparato filo comunista. Spesso questa fase, in particolare quella segnata dalla presidenza Craxi, viene individuata come quella che ha permesso un alto incremento del debito pubblico. Voglio solo notare che la lotta all’inflazione fu vinta passando dal 16 al 4 per cento e con essa quella a un terrorismo che pareva eterno mentre il debito in rapporto al Pil si fermò sotto il 90 per cento contro il 133 attuale.

Poi l’89 e il nostro reflusso. L’incapacità di capire che un mondo era finito. Che lo stesso sistema italiano, che del dopoguerra era figlio, era al tramonto. Il crollo del muro e la fine del Pci, l’affermazione della Lega nel 1990, i referendum Segni, con quello sulla preferenza unica vinto già nel 1991, furono tutti fenomeni che il gruppo dirigente del
Psi non seppe leggere. Arrivò la sconfitta del 1992, prima della rivoluzione giudiziaria che ci aggredì e che segnò la nostra eclissi e con essa quella di tutti i partiti storici italiani.

Pur tuttavia mi sembra di una violenza senza pari la nostra cancellazione dalla storia, che ormai si protrae nei libri, negli articoli, nei telegiornali, nelle battute di molti politici di oggi. Lasciamo stare Di Maio, la cui ignoranza é pari all’inusitata ambizione di conquistare la presidenza del Consiglio. Parla di Berlinguer, la Dc e Almirante e noi lo ringraziamo per non essere considerati padri di tanta supponente incompetenza. Quanti padri… Già Veltroni con Kennedy, Mandela, o Renzi con La Pira, perfino Pisapia che cita Vittorio Foa che finì nel Psiup, o lo stesso Rossi che si ispira a Berlinguer anche se parla di socialismo, costruiscono un Pantheon che ci esclude. A proposito di Rossi pare che appena ha proposto di chiamare il nuovo movimento anche col nome di socialista sia finito in minoranza. De Gasperi, fieramente anticomunista é entrato da tempo, lo sdoganò per primo Occhetto, tra i padri nobili della sinistra, così come don Milani che nulla aveva a che fare col cattocomunismo, anche se Lettere a una professoressa, divenne il vangelo del 68, viene trattato alla stregua di un prete rosso scuro. Recentemente anche Falcone, martire della mafia, ma oggetto di clamorose scomuniche e persecuzioni dei magistrati comunisti, é stato eletto padre nobile della sinistra, disconoscendo il ruolo di difesa svolto dal ministro Martelli che lo sottrasse alle infide e gelose grinfie degli ermellini palermitani e dai ruvidi attacchi di Leoluca Orlando.

Storia e politica sono distinte mai come oggi. Prendiamone atto e non pensiamo di conquistare consensi attraverso la storia. Dobbiamo pretendere dalla politica però di non distorcere la storia, di non piegarla al proprio interesse. Di rispettare la meravigliosa storia del socialismo riformista e liberale, le uniche due versioni del socialismo ancora attuali. Le uniche due versioni del socialismo che salvano la sua storia dalle contaminazioni, deturpazioni, alterazioni che hanno gettato acqua infetta in quel vasto fiume che Turati paragonava al socialismo. E di non violentare la storia del Psi. Un nostro autorevole e oggi anziano dirigente di Bari, con l’erre roteante, mi disse durante Tangentopoli: “Fra un po ci chiederanno di vergognarci non già dei nostri errori, ma delle nostre ragioni”. Mi sembra che questo sia avvenuto. Da venticinque anni manca l’erede del Psi nella seconda repubblica. Dc e Pci ne hanno avuti più d’uno. E se manteniamo ancora in vita questa organizzazione di socialisti non è perché pensiamo di rifare un partito che, come Dc e Pci, non esiste più dal 1993. Ma perché da nessuno dei partiti di oggi ci sentiamo rappresentati. Pare siano tutti alberi senza radici o con radici altrui, anche il Pd che pure é socialista, ma solo in Europa. Siam fiigli della storia più antica, ma senza eredi. Una sorta di incapacità di procreare. Ma la nostra sterilità é un dramma non solo per noi. Senza le nostre radici molti alberi stanno crollando e non basterà una superficiale manutenzione per farli rifiorire. Eppure in Europa, penso alla vicina Francia, emergono nuove e interessanti tendenze. Io vorrei che noi per quel poco che possiamo fare potessimo contribuire alla nascita di una nuovo progetto politico, che sappia distinguere il rispetto della storia e contemporaneamente il più ardito e innovativo progetto di futuro.

Personalmente non credo che questo progetto possa partire da una sinistra che vuol tornare al passato, alla sua meravigliosa e insostituibile funzione di opposizione, alle sue stravecchie parole d’ordine del giù le mani, alla sua purezza ideologica che sulle riforme sociali e istituzionali la rende conservatrice. Personalmente non attendo Pisapia né come l’oracolo di Delfo né come la Cassandra di turno. Penso alla sinistra riformista, o meglio al nuovo riformismo al quale manca ancora forse un contenitore politico con un Pd in crisi di identità e forse anche di guida. Che la classe politica oggi manchi di un riconoscimento di base, di un territorio, lo provano le recenti elezioni. Renzi ha perso a Rignano come Bersani ha perso a Bettola, come Orlando ha perso a La Spezia e Guerini a Lodi, mentre il mio amico Delrio ha perso a Campegine, il comune piû rosso d’Italia, e il governatore dell’Emilia-Romagna, eletto col 37 per cento dei votanti, ha perso sei ballottaggi su sei. L’impressione é che siano stati sfondati tutti gli zoccoli. E in particolare che sui temi della sicurezza e dell’immigrazione il popolo italiano stia sposando altre ricette. Rischiamo di non capire più i problemi di fondo degli italiani. Noi non possiamo risolverli mettendo a disposizione la nostra storia e la nostra debolezza elettorale. Dobbiamo invitare gli altri a comprenderli e ad affrontarli. Per evitare che vincano populisti e demagoghi, improvvisati dottori che rappresentano la malattia. Perché il rischio non é quello di far finire la storia socialista o la storia tout court come vaticinò un filosofo giapponese dopo la fine del comunismo. Il rischio é che il mondo nuovo, parafrasando all’incontrario l’ottimistica previsione del leopardiano venditore di Almanacchi, sia assai peggiore del mondo di ieri.

Mauro Del Bue

Olindo Vernocchi, 
con il partito sempre

Olindo_vernocchiIn tutte le storie del movimento socialista italiano il suo nome è presente, col ricordo della intensità della fede, della serietà e coerenza dell’impegno, del legame fortissimo con i lavoratori che ne caratterizzarono la vita. Olindo Vernocchi nacque a Forlimpopoli il 12 aprile 1888. Il padre era medico condotto, ma Olindo non ne seguì le orme. Compiuti gli studi primari e secondari, volle imboccare una strada diversa, iscrivendosi a Legge presso l’Università di Bologna. Presto, però, al Diritto il giovane associò la politica, e più in particolare quella di ispirazione socialista. Dotato di buona capacità oratoria, venne indirizzato dai gruppi socialisti del forlivese alla propaganda, che svolse con passione, guadagnandosi una crescente notorietà e vaste simpatie. Sbocco naturale di questa attività fu il passaggio all’impegno amministrativo che avvenne nel 1910, quando lo si volle consigliere comunale nella città natale. Olindo partecipò al congresso nazionale del PSI che si tenne ad Ancona e fu successivamente impegnato negli scioperi della cosiddetta “settimana rossa”. Di lì a poco assunse la direzione de “La Lotta di classe”, vivace portavoce dei socialisti del forlivese..Presto però l’inizio della Grande Guerra lo portò lontano dalle redazioni e dalle tipografie, come pure dall’attività politica. Vestì infatti il grigioverde, ma in considerazione della sua posizione politica venne inviato a prestare servizio in Sicilia, ad Agrigento, presso l’ufficio di maggiorità del X reggimento fanteria.

Nella città dei templi con la dovuta attenzione collaborò coi socialisti del PSI che lavoravano per dare una solida organizzazione alla locale sezione del partito e alla Camera del lavoro e limitare la presenza dei socialriformisti del PSRI. Che localmente avevano un certo seguito.  Nel giugno del ’19 venne congedato. Passò allora a Roma, dove  lavorò nella redazione dell’Avanti!, ma anche nella organizzazione del partito. Il ritorno della pace aveva rimesso in moto il quadro politico e il partito socialista cresceva rapidamente e si affermava come pilota di vaste forze rinnovatrici nel paese e nel parlamento, ma i vecchi partiti moderati si mostravano incapaci di risolvere i tanti problemi che la società presentava e la reazione preparava una sua risposta attraverso le squadracce fasciste. All’interno del PSI, dove lo scontro tra le correnti diveniva sempre più duro e foriero di scissioni e conseguente indebolimento, Vernocchi si schierò con gli unitari, e nel congresso di Livorno del  gennaio  1921- da cui nacque il PCd’I – e  in quello di Roma dell’ottobre 1922 –  da cui nacque invece il PSU – fu con quanti non intendevano rinunziare ai caratteri storici del socialismo italiano. L’avvento del fascismo e la sconfitta delle forze di progresso lo convinsero della necessità che la sinistra costituisse un fronte unico  e per questo, in vista delle elezioni del ’24, propose la presentazione di una lista di convergenza dei vari gruppi da contrapporre alla “lista nazionale” promossa dai fascisti.

Non venne però ascoltato. Chiamato alla direzione dell’Avanti! con Nenni e  Momigliano, sostenne la linea di forte opposizione e di resistenza al nascente regime, di cui denunziò violenze e crimini. Quando nell’aprile del ’25 Tito Oro Nobili si dimise da segretario del partito, gli subentrò nella carica, e difese l’individualità del partito nei confronti dei comunisti e dei socialdemocratici, lavorando per dare al PSI  una organizzazione adatta alla mutata situazione assieme a una certa libertà di movimento all’interno di ciò che rimaneva  dello schieramento di sinistra. Nello scorcio del ’26, entrate in vigore le leggi  eccezionali e sciolti per conseguenza i partiti antifascisti, i quadri più attivi vennero arrestati o sottoposti alla vigilanza della polizia. Olindo Vernocchi  lavorò allora alle dipendenze della compagnia di assicurazione Phoenix e successivamente de La Fondiaria, senza  perdere la speranza  nel ritorno della libertà. Pur essendo sempre vigilato dalla polizia, si sforzò di tenere vivi i rapporti con vecchi e nuovi oppositori del regime, che come lui criticavano duramente la politica guerrafondaia di Mussolini.

Il 22 luglio del 1942 partecipò con Lizzadri, Romita, Canevari e altri alla riunione nella quale di decise la rifondazione del Partito socialista. Successivamente coi rifondatori intensificò i contatti con i vecchi compagni delle varie regioni, facendo sì che nascessero  gruppi socialisti attivi nella diffusione di stampa clandestina. Pochi mesi dopo la situazione precipitò. L’arresto di Mussolini, il 25 luglio del ’43, poi la firma dell’armistizio, il 9 settembre, e l’inizio della Resistenza armata contro i nazifascisti, segnarono l’inizio di una fase nuova della lotta politica. Vernocchi fece parte della Direzione nazionale del partito e lavorò per articolare l’organizzazione socialista nell’ Italia liberata. La fine della guerra con la sconfitta dei nazifascisti lo vide tra i dirigenti più impegnati, avendo come obiettivo l’unità sindacale, il rafforzamento del partito e l’Assemblea Costituente.

Il 2 giugno del 1946 venne eletto alla Camera nel Collegio Unico Nazionale, nel gennaio del ’47, sempre su posizioni unitarie,  contrastò la scissione socialdemocratica, che portò alla nascita del PSLI  indebolendo  seriamente il PSI nei confronti del PCI e della DC, come evidenziarono le successive elezioni del ’48. Da qualche tempo  presidente del consiglio di amministrazione dell’ Istituto Luce, ne accompagnò la trasformazione e ne promosse la nuova produzione finalizzata con spirito  rinnovato a una puntuale informazione dei principali avvenimenti del momento. Sempre legato al partito, del quale seguiva con fede immutata la politica, Olindo Vernocchi prese parte al congresso tenuto a Roma nel gennaio del ’48. Fu quello l’ultimo suo atto politico. Due mesi dopo, il 9 marzo, cessò di vivere. Ai funerali, tenuti con la partecipazione di una folla strabocchevole di compagni e lavoratori, intervennero tra gli altri Nenni, Basso, Lizzadri e Pieraccini.

Giuseppe Miccichè