Go Beyond. Uil e Fondazioni puntano sugli esclusi: i giovani

Al via “Go Beyond” il percorso formativo suddiviso in dodici seminari organizzato dalla Fondazione Nenni, dalla Feps, pensatoio europeo progressista, dalla Uil e dal Forum dei Giovani. A presentare l’iniziativa Carlo Fiordaliso, vice-presidente della Nenni e Andrea Gattuso che si propone di contribuire alla formazione dei quadri politici e sindacali del futuro, di costruire una classe dirigente nuova in grado di impegnarsi nelle istituzioni politiche nazionali e locali, nelle organizzazioni non governative e nell’associazionismo.
Tra i presenti Massimo D’Alema, presidente Feps, che non ha mancato di attaccare la mancanza di politiche giovanili e una prospettiva governativa tutta concentrata sulla Finanza: “Non si è deciso di pubblicare i nomi di quei signori che hanno preso i soldi dal Monte dei Paschi di Siena, compreso il Partito di cui porto in tasca la tessera e la cosa mi induce a vergognarmi di averla”. Maria Pisani, portavoce del Forum dei Giovani, ha evidenziato e denunciato proprio la mancanza di ascolto verso giovani che vantano sempre più competenze ma carenza di prospettive lavorative e future.
Cesare Salvi, ex ministro del lavoro e consigliere di amministrazione della Fondazione Nenni ha presentato la formazione di Go Beyond che avverrà attraverso i grandi temi sociali, economici e istituzionali che caratterizzano il nostro presente, con l’intento, come indica il titolo dell’iniziativa, di andare avanti, di scoprire cosa c’è oltre la linea di un orizzonte sempre più confuso ma proprio per questo decisamente stimolante.


Giovani italiani, da non garantiti a esclusi

go beyonddi Antonio Maglie

Inaugurando Go Beyond, il corso di formazione organizzato dalla Uil, dalla Fondazione Pietro Nenni, dalla Feps e dal Forum dei giovani, Massimo D’Alema, al centro dell’interesse generale per le questioni che accompagnano il dibattito interno del Pd (“scissione o non scissione), ha sciorinato una serie di dati che illustrano la tragica condizione dei giovani italiani vittime di un paio di decenni di politiche contrarie ai loro interessi (prendiamo la cosa come un atto di contrizione dello stesso oratore che pure è stato presidente del consiglio seppur per un tempo non lunghissimo). La freddezza dei numeri può essere spietata ma da questa spietatezza, purtroppo non si può sfuggire. In Europa siamo tra gli ultimi a livello di tassi occupazionali, siamo ultimi nell’alta formazione (cioè la percentuale di laureati), siamo fanalino di coda tra i giovani sulla soglia dei trent’anni costretti a rimanere a casa per mancanza di lavoro (o sua inadeguatezza salariale) e di reddito.

Loro, i giovani, sono vittime di politiche per l’occupazione incentrate non sull’aumento degli investimenti e, quindi, dei posti di lavoro (in maniera stabile) ma su facilitazioni contributive e fiscali garantite agli imprenditori ai quali in sostanza è stato dato un riconoscimento non per il fatto di non aver investito in questi anni di crisi, ma di non averlo fatto nei dieci anni precedenti al fallimento di Lehman Brothers intenti com’erano a trasferire quote consistenti degli utili sulle rendite finanziarie (e, quindi, parassitarie); di riforme della scuola e dell’università, da quella della indimenticabile Gelmini alla Buona Scuola renziana che di buono ha solo l’aggettivo, che hanno avuto l’unico effetto di impoverire l’istituzione; di una politica formativa basata sulle mance elettorali (i famosi cinquecento euro) ma non su un rilancio e una valorizzazione reale del diritto allo studio; di una legislazione sul lavoro che ha solo tolto garanzie aggiungendo precarietà (esistenziale prima ancora che occupazionale); di scelte che hanno bloccato l’ascensore sociale inaridendo progressivamente il concetto di giustizia e coesione sociale.

Negli anni in cui esplodevano i contratti flessibili, si parlò di “non garantiti”. Ma ora la definizione veramente non è più sufficiente. D’altro canto siamo il Paese che meglio può essere rappresentato da una nota battuta di cabaret: quando tocchiamo il fondo, cominciamo a scavare. Abbiamo scavato, con impegno e straordinari risultati. Dalla generazione dei “non garantiti” siamo passati a quella degli “esclusi”.

Top & Flop.
Juve al Cuadrado, Parolo pesca il poker

I bianconeri superano 1-0 l’Inter grazie a un gran gol dell’esterno colombiano e ottengono il 28esimo successo consecutivo in casa. Goleade di Napoli (7-1 a Bologna con triplette di Hamsik e Mertens) e Lazio (6-2 al Pescara con quattro reti del centrocampista biancoceleste). Crisi Milan, sconfitto 1-0 a San Siro dalla Sampdoria, mentre il Palermo trova finalmente la prima gioia in casa (1-0 al Crotone). Vediamo i top & flop di questa giornata.

juan-cuadradoTOP – 3. Juan Cuadrado. Il centrocampista colombiano della Juventus ha aspettato il momento migliore per sbloccarsi: il suo primo gol in campionato è decisivo infatti per il successo della Vecchia Signora per 1-0 contro una buona Inter. I nerazzurri hanno confermato la loro crescita, è vero che Buffon è stato impegnato raramente ma va ricordato come potevano starci un paio di rigori non assegnati a Icardi e compagni. Normale, dunque, a fine partita il nervosismo del tecnico Pioli.

  1. Alejandro Gomez. Il “Papu” è stato ancora una volta il trascinatore dell’Atalanta. La sua doppietta nel 2-0 al Cagliari è valsa agli orobici l’aggancio al quinto posto in classifica all’Inter. Il sogno europeo continua per i lombardi e con un Gomez così parlare di Europa League non è assolutamente utopia.
  2. Marco Parolo. Non capita spesso vedere in Serie A un giocatore che mette a segno un poker di gol, soprattutto perché non ci sono i vari Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar. Stupisce che ci sia riuscito il centrocampista della Lazio, non certo un goleador, che fino ad ora aveva messo a segno appena una rete. Il 6-2 sul campo di un Pescara sempre più imbarazzante ha consentito ai biancocelesti di riprendersi il quarto posto.

FLOP – 3. Antonio Mirante. Il portiere del Bologna paga a nome di tutta la difesa la brutta sconfitta interna per 7-1 subita dal Napoli. Molte le sue colpe sul secondo gol di Insigne e sul 3-1 su punizione di Mertens. Oltre al danno, la beffa: infortunio muscolare con il rischio di stare fuori per qualche settimane. Una serata da dimenticare.

  1. Carlos Bacca. Come tutto il Milan, l’attaccante colombiano vive un momento decisamente negativo. Segna pochissimo, è assente nel gioco offensivo dei rossoneri, ma soprattutto si arrabbia quando viene sostituito. Quando oggettivamente il cambio con Lapadula era più che giusto date le zero occasioni nella gara persa 1-0 contro la Sampdoria. Per i ragazzi di Montella è crisi con tre sconfitte di fila e la zona europea che si sta pericolosamente allontanando.
  2. Iago Falque. L’attaccante del Torino ha preteso di battere il rigore in Empoli-Torino (finita 1-1) sradicando il pallone dalle mani di Belotti. Risultato? Tiro debole e penalty parato dal portiere dei toscani, Skorupski. C’è da giurarci che a fine gara il tecnico granata, Sinisa Mihajlovic, gliene abbia dette quattro nello spogliatoio e infatti, davanti alle telecamere, l’allenatore serbo ha dichiarato che i prossimi rigori li tirerà il “Gallo” Belotti. Maledetto egoismo.

Francesco Carci

Che Dio ci aiuti 4. I nuovi episodi tra cambiamenti
e conferme

Al via (dall’8 gennaio scorso) alla quarta stagione di “Che Dio ci aiuti”, i nuovi episodi vedono molte novità: non solo nuovi personaggi, ma anche cambiamenti per innovare e modernizzare la fiction. Dopo lo spostamento di location da Modena a Fabriano, era prevedibile che ci fosse un alternarsi di partenze e ritorni, di nuovi arrivi di protagonisti che si avvicendano per intrecciare ancor di più la vita abbastanza movimentata del “Convento degli Angeli” di suor Angela e suor Costanza. La fiction si apre con Guido (Lino Guanciale) ed Azzurra (Francesca Chillemi) che coronano il loro sogno d’amore e si sposano; poi lui si trasferisce con il piccolo Davide (Cesare Kristian Favoino) a Londra, mentre lei resterà ancora in Italia poiché impegnata (e decisa e determinata a portare avanti sino in fondo l’impegno preso) con i lavori sociali in una piccola casa per orfani. Anche Margherita (Miriam Dalmazio), Nina (Laura Glavan) e Rosa (Neva Leoni) lasciano l’Angolo Divino sempre per motivi di lavoro: la prima andrà a Bruxelles con Carlo (Andrés Gil), le altre rispettivamente in Africa e a Milano. Ma qui a Fabriano non si rimane di certo a corto di ospiti; anzi. Per quanti vanno via, altrettanti ne arrivano. Innanzitutto il personaggio di Guido viene “sostituito” da quello del suo amico e testimone di nozze Nicodemo detto Nico (Gianmarco Saurino): aspirante avvocato improntato e molto autodidatta, molto istintivo, abile e furbo e poco applicato alla studio, bullo redento e pentito; Monica (Diana Del Bufalo), nipote acquisita di Suor Angela, con il complesso del fisico e del dover essere sempre in linea, con il figlioccio adottivo che si ritrova a carico Edoardo (per tutti Edo, alias Christian Monaldi); Valentina (Arianna Montefiori), escort per scelta e sugar-baby, un po’ rassegnata e amareggiata, soccorsa e accolta; il giovane dottore Gabriele (Cristiano Caccamo); e poi Emma (Bianca Di Veroli), che si scoprirà essere la figlia che Azzurra ha avuto a 15 anni. Se le nuove puntate sono molto incentrate sul personaggio di Francesca Chillemi, più importanza è data anche a Suor Costanza (Valeria Fabrizi); quest’ultima assomiglia sempre più, cerca di imitare e sostituire l’incorreggibile suor Angela (Elena Sofia Ricci), vero punto di riferimento del Convento. Infatti è proprio quest’ultima a dare sempre più diffusamente e insistentemente il messaggio dell’insegnamento morale che si intende profondere; quest’ultimo è racchiuso sull’importanza del perdono, della dignità della persona umana e del suo rispetto, come lanciato ampiamente da Papa Francesco più volte. Soprattutto sull’essenzialità del non mollare mai e del perdono. In questo la nuova figura di Valentina è centrale, poiché diffonde il suo motto (che dà il titolo ad un episodio del 12 gennaio) di “colpire e non subire”; inoltre è grazie a lei che la fiction trova quella sfumatura di serie tv social e di attenzione a un modo di comunicare sempre più digitale: assolutamente non trascurabili i suoi hashtag divertenti su Twitter.

Dunque quasi più impegnata e moderna la fiction, non manca di regalare colpi di scena che potrebbero persino non essere ancora finiti in toto. Si insiste molto sul tema della maternità (cercata, voluta, rifiutata, amata, temuta, precoce o tardiva, di sangue o indiretta, forma di amore manifestato in vario modo e fonte di gioia o sofferenza); tanto che degli episodi la citano nel titolo (il primo dell’8 gennaio ovvero quello iniziale di “tutto su mia madre” e l’altro del 22 gennaio chiamato “di madre in figlia”), seppur vi sia una paternità velata. Vista come un’eredità preziosa ricevuta da difendere, essa ha a che fare e si ricollega con il proprio orgoglio e con il dover lottare con le proprie resistenze e paure interiori, quei “fantasmi” citati nella titolazione di un altro episodio del 29 gennaio. Azzurra è profondamente gelosa e protettiva nei confronti di Emma, anche se non intende e non riesce a confidarle chi è veramente. Se la giovane le assomiglia in maniera disarmante, anche Azzurra ricorda molto suor Angela: di animo nobile, dal cuore d’oro, seppur casinista, ha lo stesso brio e l’esuberanza, l’irruenza della suora, pronta sempre a soccorrere anche quando è lei che avrebbe bisogno d’aiuto, ma non osa domandare aiuto né perdono, ma chiede sempre scusa; fragile e forte allo stesso tempo, sembra una roccia, per poi crollare di fronte alla sensibilità delle sue emozioni che la fanno commuovere con poco. Entrambe dal passato tormentato, cercano il proprio riscatto dedicandosi con passione sincera all’altro. Chissà, magari potremmo scoprire che lei è la figlia di suor Angela, che compì quella rapina che le fu fatale per poter procurarsi soldi per poterla mantenere e che poi decise di darla in adozione (la famiglia nobile Leonardi), come lei abbandonò Emma. Di sicuro molte cose sono ancora da svelare. Nulla è impossibile per quanto improbabile all’Angolo Divino e poi madre è soprattutto chi cresce, più che chi concepisce, colei che dà insegnamenti preziosi e sinceri e consigli utili onesti e schietti. Intanto di certo non bisogna mai fuggire, ma affrontare i problemi e le difficoltà. Per questo Azzurra ritornerà dopo aver deciso di raggiungere Guido a Londra. Chissà, allora, forse potremmo vederlo ricomparire con Davide nel finale; oppure forse ritroveremo nell’ultima puntata tutti i personaggi che si sono assentati, come avvenuto per molte altre fiction quale “Un medico in famiglia”. Probabile che gli impegni in altri lavori di Lino Guanciale (non ultimo nella prossima fatica “La porta rossa” con Gabriella Pession, come del resto la Chillemi è apparsa anche in “Braccialetti rossi 3”) abbiano inciso su questa nuova impostazione data alla fiction. Tuttavia siamo convinti al 100% che la quarta serie non sarà l’ultima stagione di “Che Dio ci aiuti”. E la somiglianza forte fra suor Angela e Azzurra, oppure tra suor Costanza e suor Angela, non sono le sole. Azzurra e Valentina ricordano un po’ il contrasto derivante da un attrito che scaturisce dal fatto di essere molto simili fra Azzurra e la sorella Rosa. E in questo, infatti, con Monica e Valentina vengono riprese le personalità e i caratteri tipici di Nina, Margherita e Rosa appunto. Valentina ha quell’arroganza romantica, quell’altezzosità che diventa una semplice arma di difesa di Rosa e di Nina, come loro brusca per proteggersi dalla vergogna di se stessa e dei suoi trascorsi spesso. Giudicata come Rosa malamente, senza essere conosciuta veramente, verrà capita bene solamente da Gabriele. Monica ha la dolce fragilità di Margherita, che sogna il vero amore, rincorrendolo, ma avendone terribilmente paura, terrorizzata dall’idea di essere ancora una volta ferita nella dignità, nell’orgoglio, nella sua spontaneità che è quasi ingenuità, nella sensibilità di un animo generoso come quello di tutti gli altri personaggi in fondo. Insomma la regola sembra essere l’andare oltre le apparenze con e grazie alla fede, per sancire la vera legge fondamentale che domina e regola la vita, caotica ma pur sempre esaltante, dell’Angolo Divino. Divino significa trascendere, andare oltre, donarsi all’altro, per questo è associabile all’Amore di Dio e per altro, che sono un Dono di Dio appunto, con la D di Dignità della persona e del singolo individuo, da Difendere e proteggere per ritrovare quell’umanità che scalda i cuori e che commuove, che anima così profondamente e di cui è molto intriso il convento di suor Angela e suor Costanza: due madri per le loro ragazze e ragazzi. Sono loro, infatti, ad insegnare che la fede, la religione e Dio hanno bisogno dei loro tempi per palesarsi, come l’amore ha i suoi tempi che occorre rispettare: mai andare troppo di corsa. Spesso la vita concede quella seconda opportunità tanto ricercata a volte, “un’altra occasione” come titola un altro episodio (del 5 febbraio scorso). Da qui nasce quel cambiamento che permette di migliorarsi e di sentirsi più degni dell’affetto dell’altro, per non aver deluso, tradito la sua fiducia e i suoi sentimenti, quello spirito di sacrificio di essere cambiati con il cuore; questo, probabilmente, vuol dire il titolo “come si cambia” dell’episodio della puntata del 29 gennaio. Il fatto che la fiction vada in onda di domenica, infine, infonde ancor di più quell’aura di una religiosità terrena profusa dalla serie e da Papa Francesco stesso appunto. Sarebbe bello vedere apparire il Santo Pontefice in “Che Dio ci aiuti”, come già avvenuto in “Un medico in famiglia”. Del resto, analogia tra le due serie tv, anche qui dottori ed ospedali non mancano. Dunque non è vero che la fiction con protagonista principale Elena Sofia Ricci&co si ispiri soprattutto a Don Matteo (che l’ha introdotta e che ha lo stesso vizio dell’indagine e del ‘non farsi mai gli affari propri’, come si suole dire gergalmente, come a volte è troppo curiosa a fin di bene suor Angela). Di certo la religione non è distante dalla vita vera quotidiana, dai suoi problemi e il dialogo con Dio non è diverso da quello con un’altra persona. A volte non è facile capire la volontà divina come condividere le scelte e le decisioni dell’altro, ma occorre imparare ad accettarle e giustificarle perché tutto rientra in un disegno superiore che scrive il destino di ciascuno di noi spesso incognito: ed accade quello che non ci si aspetta e si diventa quello che non si sarebbe mai pensato di poter essere. Come sono cambiati prima Guido e poi Nico, dunque anche gli uomini sono importanti in questa fiction rosa al femminile, di femminismo, ma non femminista. Tutti qui hanno pari diritti e sono tutti uguali, figli di un Dio benevolo che li ama. E, dunque, in conclusione,…..”Che Dio ci aiuti” a trovare quell’umanità così vera in ogni uomo.

“Un passo dal cielo 4”
e l’ombra di Don Matteo.
Le fiction in parallelo

cielo 4 don matteoA legare “Un passo dal cielo” (di cui stanno andando in onda gli episodi della quarta stagione) e “Don Matteo” non è solo la presenza di Terence Hill, che ha recitato in entrambe le fiction (ricoprendo nel secondo il ruolo del noto parroco e nel primo vestendo i panni del capo della Guardia Forestale Pietro Thieme). Come noto l’attore ha lasciato il posto in “Un passo dal cielo 4” a Daniele Liotti, che interpreta il nuovo comandante Francesco Neri.

Diverse sono, infatti, le analogie tra questi due prodotti per Rai Uno; somigliante soprattutto lo spirito che unisce toni comici, romantici, più drammatici e seriosi con sfumature di giallo, fondendo realismo e divertimento con la giusta leggerezza di un’ironia mai banale né fuori luogo. Ciò potrebbe essere di buon auspicio per “Un passo dal cielo 4” per arrivare alla decima serie come “Don Matteo”. Innanzitutto, a proposito di parallelismi, entrambi scelgono una location abbastanza contenuta, raccolta e confidenziale per fornire un’atmosfera anche amichevole ed intima seppur intrisa di mistero, per un clima famigliare che favorisca l’intreccio, l’intrigarsi della trama e, soprattutto, l’ingarbugliarsi delle relazioni tra i personaggi, anch’essi molto speculari. Così, pertanto, alla piccola e amata Gubbio, con la sua collettività in cui ci si conosce tutti perfettamente, corrisponde l’altrettanto surreale comunità di San Candido, in Trentino-Alto Adige, che con le sue montagne suggerisce un’aura di luogo ameno quasi. Al capitano Giulio Tommasi (Simone Montedoro) di “Don Matteo 10”, poi, fa eco Vincenzo Nappi (Enrico Ianniello), come lui diviso a metà tra l’attrazione fatale per due donne antipodiche dai caratteri, dai fisici e dalle personalità opposte: la mora seducente e sua moglie Eva Fernández (Rocío Muñoz Morales, simpatica, divertente e ironica nella sua interpretazione disinvolta) e la bionda carismatica, esuberante e briosa, la disinibita e incosciente a tratti Cristina (la bella e sorridente Alice Torriani); un po’ pasticciona, ma sincera, quest’ultima combina guai in buona fede; ricorda dunque la Lia (Rosalia “Lia” Cecchini, alias la dolce, tenera e solare Nadir Caselli) di “Don Matteo 10”. L’altra, invece, più Bianca (Giorgia Surina), l’intrigante collega del capitano Tommasi, che non sembra dedicarle tutte le attenzioni che lei si aspetterebbe: interessata a lui ha, al contrario, su di sé gli occhi di tutti gli altri uomini; è al contempo un po’ invidiosa e gelosa della più ingenua Lia, di cui cerca di vendicarsi con eleganza.

Seppur non vi sia una corrispondenza perfetta poiché Eva (Rocìo) è la moglie di Vincenzo, mentre Bianca non lo è di Tommasi; e seppur il suo cinismo si ritrovi più nella svelta Cristina (Alice Torriani), la cui mente acuta e diabolica disegna, pianifica e trama tranelli a favore di Vincenzo, tuttavia è proprio Cristina ad avere quell’attitudine un po’ casinista di Lia. Inoltre le due trilogie di figure di entrambe le fiction, nonostante ordini e tipologie mescolati, invertiti e non perfettamente coincidenti come abbiamo visto, sono accomunate dalla presenza di un’altra figura: quella delle mamme di Giulio e Vincenzo (interpretate brillantemente rispettivamente da Simona Marchini e Anita Zagaria), che pendono per un’altra donna piuttosto che quella che è al fianco del loro figlio. Ma anche nelle caserme si respira la stessa aria: Tommasi e Nappi fanno tutto il possibile per riportare all’ordine, con sforzi spesso vani ed estenuanti che li sfiancano per la loro ricerca di credibilità, impegno e serietà non sempre messi in campo dai loro uomini; ma questa è l’arma vincente per portare comicità. Al loro fianco vi sono i più “pasticcioni” involontariamente: il maresciallo Nino Cecchini (Nino Frassica) in “Don Matteo” e l’equivalente Huber Fabricetti (alias Gianmarco Pozzoli) in “Un passo dal cielo”. Entrambi si fondano su un messaggio morale ben definito e individuabile, ribadito spesso con forza: dal parroco in “Don Matteo” appunto, dalla giovane etologa Emma Giorgi (alias Pilar Fogliati) in “Un passo dal cielo”; dalle frasi del Vangelo e delle Sacre Scritture si passa a quelle filosofico-letterarie di personalità di spicco della storia della cultura italiana e internazionale. La religione, infatti, è più peculiare in “Don Matteo” rispetto a “Un passo dal cielo”, dove c’è una fede nuova, più di stampo ateistico e filosofico che cristiano-cattolico: quello della comunità del Maestro Albert Kroess (un enigmatico leader spirituale).

Se un paio di parallelismi (di una formula vincente rivisitata e riutilizzata che sicuramente funziona e permette di dare un prodotto altamente fruibile) sono ancora riscontrabili, non meno lo saranno delle differenze tipiche. Il triangolo in “Don Matteo 10” tra Laura (Laura Glavan) con sua figlia, Tomàs (Andrés Gil) e Sabrina (Dalila Pasquariello), ricorda molto quello di Tommaso (Tommaso Ramenghi), Natasha ((interpretata da Caterina Shulha) con il piccolo Evgenij (e il suo vero padre che ritorna) e la moglie di Tommaso (di cui Natasha è l’amante). Se poi in “Don Matteo 10” era forte la presenza della scomparsa Patrizia Cecchini (Pamela Saino), in “Un passo dal cielo 4” c’è quella “viva” della ex moglie di Francesco Neri (Daniele Liotti) ovvero Livia (Daniela Virgilio), che lui ritenga faccia parte ormai del suo passato, ma che cerca comunque di riavvicinare (anche se Kroess la tiene ben lontana da lui). E poi evidente l’analogia tra Don Matteo e Neri, entrambi “investigatori” improntati, ma attenti e perspicaci.

Due gli stratagemmi inediti utilizzati per i 20 nuovi episodi della quarta serie da “Un passo dal cielo” rispetto a “Don Matteo 10”. Innanzitutto il fatto che la verità sui casi in cui si indaga, man mano che si scopre, ci viene rivelata con gli occhi di Francesco, che rivede la possibile scena realmente accaduta, quasi diventandone protagonista con immagini in sovrapposizione leggermente oscurate e non con il classico flashback come in “Don Matteo”. Poi si è dato un tocco di originalità, brio, modernità introducendo nel cast anche Fedez che interpreta esattamente se stesso. Questo forse è stato utile anche per mettere a suo agio nella recitazione Rocìo, molto conforme alla parte assegnatale.

Australian Open: appuntamento con la storia di Roger Federer

roger federerIl 2016 aveva visto un continuo rincorrersi di Andy Murray e Novak Djokovic per la lotta al primo posto, con quest’ultimo spodestato dall’altro proprio nel finale di stagione. Nel 2017, invece, il primo Major annuale vede il colpo di scena del ritorno di due numeri uno. Ad aggiudicarsi gli Australian Open sono, infatti, Roger Federer (partito da testa di serie n. 17) e Serena Williams che torna ad essere la regina del ranking femminile (dopo la finale vinta con un doppio 6/4 sulla sorella Venus, dopo ben 14 anni: non accadeva dal lontano 2009 quando le due si scontrarono a Wimbledon).
Tuttavia è stato soprattutto il tabellone maschile a regalare più emozioni in Australia. Prima l’uscita di scena ai primi turni, inaspettata, di Nole e dopo quella successiva di Murray. Poi la finale che tutti desideravano, ma che forse pochi si aspettavano o su cui erano pronti a scommettere: nessuno avrebbe mai potuto credere che a contendersi il titolo sarebbero stati lo spagnolo Rafael Nadal e lo svizzero Roger Federer. Ma, del resto, nel tempio del talento e nell’olimpo dei campioni non potevano mancare (e ritornare) due nomi come i loro. Sono stati necessari cinque set per decretare il vincitore: l’elvetico si è imposto per 6/4 3/6 6/1 3/6 6/3, ma entrambi i tennisti hanno dato sfoggio di un tennis esemplare di altissima qualità. Quasi una premunizione, ben presto la finale si è trasformata anche in una guerra di sponsor tra due dei principali brand che sostengono lo Slam e rappresentati dai due atleti: la Kia da Rafa e la Rolex da Roger appunto. Se la ditta automobilista cita nello slogan “the power to surprise”, ovvero “nato per stupire”, “il potere di stupire letteralmente”, la testa di serie n. 9 ha saputo sorprendere l’avversario proprio nel quarto set, quando tutto sembrava concluso: lectio magistralis nel terzo set del tennista di Basilea quando mette a segno un 6/1 senza possibilità di replica da parte di un Nadal in difficoltà; eppure sempre lì: quando Federer si è un attimo rilassato, ha concesso qualche errore gratuito in più, subito ne ha approfittato per portare il match al quinto e decisivo set. Un campione come lo svizzero, però, non poteva mancare l’appuntamento con la gloria di chi ha fame di vittoria. Se il marchio che promuove (l’orologio svizzero Rolex appunto) ha come motto il fatto di aderire alla campagna pubblicitaria e promozionale degli Australian Open raccontando non solo il tennis, ma la storia stessa, Federer ha davvero contribuito a scriverla e a riempirne una nuova pagina memorabile fatta di lavoro, umiltà, sacrificio, problemi, ma anche voglia di riscatto e di ritornare ad essere il n. 1 di sempre, con la modestia e la signorilità che lo hanno sempre contraddistinto. Con l’eleganza e la precisione di un orologio svizzero stesso appunto, con puntualità è tornato e ha risposto alla chiamata dell’appello rivolto ai pochi che hanno la sua maestria: i fan e il tennis ne avevano bisogno perché Federer non è uno che ama stare in copertina, darsi delle arie, in campo è sempre compito, ma ha una lucidità tattica, una freddezza di visione di gioco, una calma e una tranquillità con cui esegue i colpi più eccellenti ed eccezionali con la massima facilità, una concentrazione che non gli fanno mai perdere il controllo, una forza di volontà che lo fa restare sempre in partita, come del resto è sempre nel match Nadal. Ed è per questo che sono loro che meglio descrivono lo spirito degli Australian Open.

Presentatisi questi ultimi con un nuovo logo, Ʌ O, potrebbero essere le iniziale di Absolute Order, ovvero il rigore di schema tattico e di esecuzione che ci vuole per vincere in un torneo particolare come questo Slam e su una superficie veloce ed insidiosa come il cemento di Melbourne. Oppure, se si leggono le due lettere capovolte (VO), the Value of Order: il valore e l’importanza dell’impostazione (con ordine appunto) di una partita; preparare un match al meglio, studiare ogni minimo dettaglio è quanto mai indispensabile qui in Australia e i due campioni lo sapevano bene e nessuno meglio di loro poteva farlo al top del livello. E se si parla di “ordine”, precisione, rigore, Federer è davvero uno dei pochi che può ben venir associato a ragione a questo termine. Ma non è solo per il nuovo logo che il primo Grand Slam dell’anno si è presentato con un nuovo look: una sorta di restyling in nome del prestigio ormai riscosso, ben visibile dai moderni e tecnologici ombrelloni per proteggere gli atleti dal sole ai cambi campo. Alle spalle dei tennisti ad ogni pausa abbiamo visto sollevarsi questa sorta di ombrelloni enormi (a ricordare quasi dei tetti di gazebo) rigidi, ma non fissi, reclinabili in modo da poter essere sollevati ed abbassati agevolmente all’occorrenza.

Tuttavia gli Australian Open non sono (e non lo sono stati neppure stavolta) solo fashion, tecnologia, modernità, innovazione, sponsor e pubblicità. Sono un turbinio di emozioni e sensazioni forti e contrastanti: abbiamo visto Venus saltare di gioia dopo la vittoria in semifinale per una contentezza irrefrenabile e incontrollabile. E poi le lacrime incontenibile di Mirjana Lucic-Baroni per essere arrivata in semifinale (dove avrebbe in seguito incassato un 6/2 6/1 da Serena), dopo un passato tormentato e tutte le difficoltà che ha dovuto affrontare la croata. Ma il suo ritorno, così come quello di Venus, non sono le sole cose da segnalare nel femminile in questi Australian Open 2017. Altre due tenniste hanno dimostrato di dover essere tenute particolarmente d’occhio: l’americana Coco Vandeweghe (che prima si sbarazza della spagnola Garbine Muguruza per 6/4 6/0 e poi va a perdere in semifinale al terzo set per 7/6 2/6 3/6 contro la maggiore delle sorelle Williams; le manca solamente di prendere più confidenza con i match decisivi più importanti e fondamentali per abituarsi meglio a giocare bene turni come una semifinale o una finale, che spesso perde per un attimo di troppa emozione). E poi soprattutto la britannica Johanna Konta: dopo aver vinto il torneo di Sydney nella sua città natia (battendo la polacca Agnieszka Radwańska per 6-4, 6-2 e giocando in maniera memorabile), qui agli Australian Open è giunta fino ai quarti dove ha perso dalla futura neo n. 1 con il punteggio di 6/2 6/3.

Nel maschile, invece, da registrare come, ad affiancare Federer e Nadal, vi siano altri due campioni: lo svizzero Stan Wwarinka, un po’ sottotono forse per un problema al ginocchio, ma che ha comunque saputo regalare una semifinale al quinto set contro il suo connazionale, conclusasi per 7/5 6/3 1/6 4/6 6/3 a favore di Roger, ma con la testa di serie n. 4 che ha dovuto vedersela con un Federer a tratti ingiocabile. E poi forse la vera sorpresa degli Australian Open: il bulgaro Grigor Dimitrov, che si è arreso a Nadal perdendo con onore al quinto (avrebbe meritato la vittoria se non avesse sciupato troppe occasioni e palle break, tra cui match point): 6/3 5/7 7/6 6/7 6/4 il punteggio; una partita equilibratissima, sancita dai numerosi tie brek che si sono dovuti giocare e dai continui break e contro break (soprattutto nel secondo set) dei due ai turni di servizio. Buon torneo anche del giapponese Kei Nishikori, che ha giocato comunque un ottimo tennis proprio contro Federer perdendo al quinto (per 6/7 6/4 6/1 4/6 6/3); è uscito al quarto turno come l’azzurro Andreas Seppi: l’italiano si è arreso con onore solo dopo tre tie break a Wawrinka; infine bene anche Milos Raonic: il canadese è stato fermato ai quarti da Nadal per 6/4 7/6 6/4. Continua il momento positivo nel doppio femminile di Safarova e Mattek-Sands, che vincono il titolo al terzo set con una danza finale che è stata un cerimoniale di esultanza. Nel doppio maschile perdono, al contrario, i fratelli Bryan in due set (con un doppio 7/5 da parte di Peers e Kontinen).

Barbara Conti

Storie come favole, come i danesi salvarono i loro ebrei dai nazisti

re cristianoLa storia degli ebrei danesi è una di quelle storie che, tra le tante tragedie, spicca per il suo lieto fine. Essa dimostra come le cose non succedono per caso, succedono per scelte compiute più o meno consapevolmente. Nulla nella storia è infatti inevitabile e necessario. Tuttavia è raro che le scelte dell’uomo, animale sociale, siano prese in completa autonomia. Sono influenzate dal contesto sociale sia nel male sia, come nel caso della storia che stiamo per raccontare, nel bene.

La Danimarca era stata invasa militarmente nel 1940, senza neanche tentare una difesa che sarebbe stata controproducente. Divenne allora il “protettorato modello”, uno stato considerato in armonia con l’occupazione nazista, disposto a collaborare e ricevendo in cambio il rispetto per la propria identità nazionale. Il sostegno della Danimarca era fondamentale per la guerra dei nazisti. Da lì infatti arrivavano molti prodotti alimentari come la carne e il latte. Il problema, per i gerarchi, era che la monarchia danese, spalleggiata dal suo governo, si era sempre categoricamente rifiutata di inserire le leggi razziali nella loro legislazione. E nel 1943, la cosa iniziava a non essere più tanto gradita.

Nel 1942, dopo la cosiddetta “crisi dei telegrammi”, quando il re Cristiano X rispose ad un lungo messaggio di Hitler con uno striminzito ringraziamento scatenando la furia del Fürer, venne inviato come nuovo plenipotenziario il generale Werner Best, ex membro della Gestapo, prima impegnato in Francia per il governo di Vichy, poi trasferito a Copenaghen per occuparsi dell’amministrazione del paese.

Best era un nazista convinto. È sua la metafora medica del nazista che deve estirpare dalla società gli agenti patologici come gli ebrei e i comunisti. In Danimarca però, sapeva che le cose erano diverse e che la deportazione degli ebrei non sarebbe potuta essere imposta senza gravi conseguenze. Perdere il “protettorato modello” significava perdere importanti rifornimenti. Best in breve tempo imparò a conoscere la popolazione danese, i suoi politici, la sua cultura.

Nell’agosto del 1943 tuttavia, una rivolta della resistenza danese diede ai nazisti il pretesto per introdurre la legge marziale nel paese ed imporre un governo più compiacente, mettendo il re nella condizione di non poter fare nulla. Quello, era il momento per avviare la deportazione, e a suggerirlo è Best, come emerge da un telegramma datato 8 settembre 1943 rivolto al ministro degli esteri di Hitler.

È a questo punto che la storia prende una piega sensazionale. Gli storici non concordano su quale sia stata la scintilla che ha fatto partire il passaparola, se la volontà dello stesso Best o la rabbia di uno dei suoi amici e consiglieri Georg Duckwitz, attendente navale presso l’ambasciata tedesca molto inserito nella società danese e contrario alla deportazione degli ebrei. Fatto sta che iniziò l’operazione di salvataggio che avrebbe messo al sicuro la vita ai più di 7300 ebrei danesi. Il piano era quello di avvisarli che la retata avrebbe avuto luogo il primo ottobre, e quindi dargli la possibilità di nascondersi e fuggire in Svezia passando per lo stretto di Oresund. Determinante fu la posizione della Svezia, che si dimostrò aperta ad accogliere i fuggitivi danesi, contrariamente a quanto era accaduto in precedenza con i francesi. Qualche mese prima infatti, era saltato un accordo che la Svezia, paese neutrale, aveva preso con la Germania e quindi fu possibile per il governo socialdemocratico di Hansson aprire le porte a coloro che erano in pericolo.

Ma ancora più incredibile fu l’atteggiamento della popolazione danese. Non solo i politici, i membri della resistenza e i leader della comunità ebraica contribuirono a diffondere il passaparola, ma cittadini rimasti alla storia senza un nome e senza un volto camminavano per strada e passavano furtivamente le chiavi delle loro case agli ebrei che sapevano essere in cerca di rifugio.

Non mancò chi cercò di arricchirsi. Il passaggio sui mercantili che sarebbero approdati in Svezia aveva un prezzo spesso ben alto e, come oggi accade con gli scafisti, molte famiglie spesero tutto quello che avevano nella speranza di avere salva la vita, e, fortunatamente, così fu per molti.

Quando i nazisti si resero conto della fuga di notizie inviarono pattuglie a controllare i porti e il traffico navale. La cosa sensazionale è che molti chiusero un occhio, probabilmente su richiesta dello stesso Best. Fa scalpore anche che il comandante supremo delle forze tedesche in Danimarca, il generale Von Hannecken, fin da subito rifiutò di inviare i suoi uomini per collaborare alla retata degli ebrei.

Sebbene molti passaggi della vicenda non siano ancora oggi chiari, anche considerando che molte testimonianze risalgono a processi successivi e dunque non è facile capire dove sia la verità, è indubbio che nel caso della Danimarca le scelte dei singoli hanno fatto la differenza.

Giulia Clarizia

Blog Fondazione Nenni

La lezione della Shoah, salviamo i bambini dai ghetti di oggi

bambini romRicorre il 27 gennaio il giorno in cui viene ricordata la tragedia della shoah, vorrei porre attenzione sui minori: inizio trascrivendo il testo del Salmo 23, le maestre ebree facevano cantare ai bambini: “Anche se andassi per le valli più buie di nulla avrei paura perché tu sei al mio fianco se tu sei al mio fianco il tuo bastone, il tuo bastone mi dà sicurezza”. In tutto, si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai nazisti. Più di un milione erano ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom, polacchi e sovietici, e bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali.
​Il loro destino era di venire uccisi al loro arrivo o subito dopo la nascita, o destinati al lavoro forzato o usati per esperimenti medici
Voglio ricordare un episodio vissuto in prima persona in occasione di un viaggio organizzato, circa 15 anni fa, dalla comunità ebraica di Parigi per visitare il campo di Auschwitz. Una guida del luogo ci spiegava che non esistevano bambini nel campo. Ma un nostro accompagnatore, salendo le scale in fretta e con affanno, gridò: ”Non dategli retta, io c’ero ed una sera all’imbrunire assistetti ad una scena che vi prego di riportare ai vostri figli. Ero nella baracca quando ad un certo punto vidi come una processione di tanti bambini, tutti in fila, che venivano accompagnati ai forni. Ecco perché i bambini piccoli non erano nei campi, venivano eliminati subito perché improduttivi!”.
​​Anche i bambini non ebrei non vennero risparmiati, come, ad esempio, i bambini Rom (Zingari) uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz. Le autorità tedesche confinarono anche altri bambini nei campi di transito, costringendoli a vivere in condizioni spaventose.
​Ma nonostante ciò, molti bambini trovarono il modo di sopravvivere Ad esempio, alcuni di loro contrabbandarono il cibo all’interno dei ghetti. A tale ultimo riguardo posso riportare qui la testimonianza di una mia vicina di casa a Tel Aviv, che mi raccontò come, internata all’età di 12 anni, salvava se stessa ed il fratellino perché parlava le lingue facendo da interprete ai nazisti e… rubava, rubava, rubava tutto il cibo che poteva….
Finita la Seconda Guerra si cominciò a cercare in tutta Europa i bambini dispersi. Migliaia di orfani si trovavano nei campi profughi, molti bambini ebrei sopravvissuti erano fuggiti e si erano diretti verso Yishuv, la zona d’insediamento ebraico e poi nello Stato di Israele, dopo la sua costituzione nel 1948.
​Si stima che i nazisti abbiano assassinato complessivamente circa 2 milioni di bambini, tra ebrei, zingari e slavi.
​​Su di loro furono esercitate violenze inaudite e inenarrabili. Nei lager molti furono i medici delle SS che condussero crudeli ed infami esperimenti sui bambini prigionieri per poter dimostrare scientificamente la superiorità della “razza ariana”e, una volta scoperti i meccanismi della gemellarità, incrementare con nascite gemellari la consistenza della popolazione tedesca ariana.
​Se le povere vittime non morivano durante gli esperimenti, si provvedeva a farle sopprimere con una puntura di fenolo al cuore.
​​Questi sono i bambini che ricordiamo oggi, questi sono i bambini per i quali piangiamo, questi sono i bambini che ci fanno ancora e sempre dire “MAI PIU'”
​Ma qualcosa dobbiamo fare per questi bambini. L’unico modo che ci resta come esseri umani per onorarli è ricordare la situazione dei tanti bambini per cui qualcosa possiamo e dobbiamo ancora fare.
​Non parlo dei bambini siriani o africani, ma parlo di quelli che sono qui, nel nostro Paese.
​Mai sentito parlare del ghetto dei bulgari di Foggia, ove i bambini vivono tra sporcizia, e rifiuti senza abiti adeguati per l’inverno? ​
Nel ghetto, in questo momento, vivono circa 100 persone e, tra queste, vi sono 37 bambini. Le condizioni igieniche in cui stanno vivendo sono pessime. Non ci sono bagni, ma latrine poste accanto a vere e proprie discariche a cielo aperto. Abbiamo riscontrato la presenza di escrementi anche lungo la via principale che attraversa il ghetto”, “Tutto intorno è un pantano di fango, rifiuti di ogni genere anche tossici, baracche messe su alla meno peggio, con legno e materiali di ogni tipo”.
​“Sappiamo che la situazione, che oggi è già drammatica, è destinata a peggiorare già da marzo, quando nel campo torneranno molti dei nuclei familiari che arrivano in Capitanata in prossimità dell’inizio dei lavori agricoli stagionali. Per questo motivo è fondamentale intervenire subito. I bambini versano in condizioni pietose: sono sporchi, scalzi, indossano abiti che non possono proteggerli dal freddo. I bambini del ghetto giocano tra fango e rifiuti, nessuno di loro è scolarizzato e hanno tutti serie difficoltà a comprendere e a parlare la lingua italiana. Ad oggi, sono soltanto i volontari a recarsi nel ghetto per fornire qualunque tipo di assistenza. Non si può pensare di nascondere sotto il tappeto dell’indifferenza situazioni come quella del ghetto dei bulgari”.
​Ritengo di dover segnalare un altro problema di non poco conto, che dovrebbe mobilitarci tutti ma veramente tutti.
​Nei primi 8 mesi del 2016 in Italia sono arrivati – attraverso il Mediterraneo – 16.800 minori non accompagnati. Si prevede che per la fine dell’anno il numero dei minori non accompagnati salirà a 20mila. (ricerca Ismu, Istituto per lo Studio della Multietnicità).
​”Ogni giorno in Italia ventotto minori non accompagnati scompaiono. Il sistema d’accoglienza è inefficace, non fornisce supporto necessario”. Così denuncia il documento “Grandi speranze alla deriva”, che afferma come, nei primi sei mesi del 2016, si siano perse le tracce di 5.222 minori, in maggioranza “scappati dai centri di accoglienza”.
​Ragazzi che diventano così invisibili, uscendo dai radar della legge e diventando conseguentemente ancor più esposti a fenomeni di violenza e sfruttamento.
​La maggior parte dei bambini che arrivano da soli via mare sulle coste italiane, provengono da Egitto, Gambia, Eritrea, Nigeria e Somalia. Fuggono da situazioni di guerra, insicurezza e povertà
Che fine hanno fatto i bambini migranti? La domanda è d’obbligo di fronte a un numero sconvolgente: almeno diecimila minorenni arrivati in Europa da soli sono scomparsi. Eclissati, volatilizzati. Di loro non si hanno più notizie e in questi casi l’elemento di per sé porta a pensare a situazioni di pericolo e di illegalità. Giovani vite finite nelle mani dei mercanti di esseri umani o delle organizzazioni criminali che fanno affari con la prostituzione minorile? ​
​“Se siano registrati o meno, stiamo parlando di circa 270.000 bambini. Non tutti sono soli, ma sappiamo che tanti di loro potrebbero esserlo”, ha spiegato Brian Donald, funzionario di Europol che ha poi lanciato l’allarme su quella che ha definito “una sofisticata ‘infrastruttura criminale’ europea che prende di mira i migranti. “Non è assurdo dire che stiamo cercando 10 mila e più bambini. Non tutti sono sfruttati dai criminali; alcuni potrebbero essersi riuniti a familiari. Solo non sappiamo dove siano, cosa stiano facendo e con chi siano”.
​La preoccupazione è che i minorenni arrivati in Europa possano essere finiti nelle maglie della rete di criminali che li sfruttano, anche sessualmente.​A livello europeo esisterebbe una sofisticata rete criminale che sta prendendo di mira proprio i migranti in arrivo dall’Africa o dal Medio Oriente, e in particolare proprio gli adolescenti e i ragazzi giovanissimi .
​In conclusione, dunque, interessarci e risolvere questi problemi è un modo dignitoso di rendere vivo il ricordo di quei tanti bambini massacrati nei campi di concentramento!

Ilda Sangalli Riedmiller

Appello di Libera, Legambiente e sindacati per leggi contro le mafie

mafiaApprovare rapidamente leggi per rafforzare la prevenzione e il contrasto alle mafie e alla corruzione. Avviso Pubblico, Libera, Legambiente e i sindacati rivolgono un Appello al Governo e al Parlamento.
Approvare le misure riguardanti gli amministratori locali minacciati e intimiditi, le modifiche alla normativa in materia di beni e aziende confiscate alle mafie, la riforma della prescrizione dei processi, le misure di contrasto alla criminalità nel settore del gioco d’azzardo e quelle a favore dei testimoni di giustizia, e riconoscere ufficialmente il 21 marzo come Giornata nazionale della memoria in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
Sono queste le richieste dell’Appello, sottoscritto dalle associazioni Avviso Pubblico, Libera, Legambiente e da tutti i sindacati (Cgil, Cisl e Uil), e inviato ai capigruppo di Camera e Senato delle varie forze politiche, ai Presidenti del Senato e della Camera, al Presidente della Repubblica e ai presidenti delle Commissioni Antimafia, Giustizia e Affari costituzionali.
Si tratta di progetti di legge per molti dei quali l’iter è già in uno stato avanzato di discussione e in attesa di approvazione.
Con l’approssimarsi della fine della legislatura, approvare questi provvedimenti sarebbe un modo concreto per rafforzare la prevenzione e il contrasto alle mafie e alla corruzione nonché una via per accrescere la credibilità delle istituzioni verso i cittadini.
Si eviterebbe di disperdere inoltre l’importante lavoro svolto durante questa legislatura dalle Camere e dal Senato, proprio mentre assistiamo ad un’aumentata e pericolosa pervasività e presenza dei mafiosi e dei corrotti nella vita politica ed economica del Paese, con danni ingenti per la democrazia e lo sviluppo dell’Italia.
Avviso Pubblico, Libera, Legambiente e i sindacati si rendono disponibili ad ogni forma di collaborazione possibile con altre associazioni e realtà, lasciando aperta la possibilità di sostenere e sottoscrivere l’Appello a tutti coloro che hanno a cuore il raggiungimento di questi obiettivi.
In questa legislatura il Parlamento ha approvato alcuni importanti provvedimenti di legge in materia di prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata e mafiosa e alla corruzione. Tra questi, ricordiamo quelli sullo scambio elettorale politico-mafioso, sulla corruzione e falso in bilancio, sui reati ambientali, sul caporalato e sul nuovo codice dei contratti e degli appalti, nonché alcuni decreti attuativi di atti normativi europei in materia. Tuttavia, non possiamo non evidenziare che alcune di queste riforme sono ancora incomplete. Inoltre, sono in attesa di approvazione altri importanti progetti di legge per molti dei quali l’iter è già in uno stato avanzato. Con la possibile fine anticipata della legislatura, vi è il rischio concreto che tutto questo importante lavoro possa essere disperso, mentre assistiamo ad un’aumentata e pericolosa pervasività e presenza dei mafiosi e dei corrotti nella vita politica ed economica del Paese, con danni ingenti per la democrazia e lo sviluppo dell’Italia.
Al fine di evitare questa situazione riteniamo importante che, prima dell’indizione delle prossime elezioni politiche, il Parlamento approvi in via definitiva alcuni importanti provvedimenti, tra i quali:

• le misure riguardanti gli amministratori locali minacciati ed intimiditi (AC 3891, Disposizioni in materia di contrasto al fenomeno delle intimidazioni ai danni degli amministratori locali);
• il riconoscimento ufficiale del 21 marzo come Giornata nazionale della memoria in ricordo delle vittime delle mafie (AC 3683, Istituzione della Giornata della memoria e dell’impegno per le vittime delle mafie);
• le modifiche alla normativa in materia di beni e aziende confiscate alle mafie, stralciando eventualmente questa parte dal complesso disegno di riforma del codice antimafia (AS 2134 e abbinati. Modifiche al codice antimafia, al codice penale e al codice di procedura penale. Delega al governo per la tutela del lavoro nelle aziende sequestrate e confiscate);
• la riforma della prescrizione dei processi (AS 2067, Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale per il rafforzamento delle garanzie difensive e la durata ragionevole dei processi nonché all’ordinamento penitenziario per l’effettività rieducativa della pena);
• le misure di contrasto della criminalità nel settore del gioco d’azzardo, secondo le proposte elaborate dalla Commissione antimafia (Doc. XXIII, n. 18);
• le misure a favore dei testimoni di giustizia, secondo le proposte contenute nelle Disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia (AC 3500).

Confidiamo che questo appello venga accolto rapidamente da tutte le forze politiche presenti in Parlamento e nel Governo e sia così possibile approvare prima della fine della legislatura i provvedimenti sopra citati. Sarebbe questo un modo concreto per rafforzare la prevenzione e il contrasto alle mafie e alla corruzione nonché una via per accrescere la credibilità delle istituzioni verso i cittadini.
Le associazioni e le altre realtà proponenti e firmatarie di questo appello si rendono fin da ora disponibili ad ogni forma di collaborazione possibile, finalizzata al raggiungimento degli obiettivi sopra esposti.

Avviso Pubblico, Libera, Legambiente, Cgil, Cisl, Uil

Sfregiata con acido, ruolo dei medici nel prevenire violenza e stalking

stalkingIl nuovo drammatico episodio dell’ex miss Emilia Romagna sfregiata con l’acido dal compagno accende nuovamente l’attenzione sul preoccupante fenomeno della violenza sulle donne. Dopo un 2016 che ha visto salire a 117 gli episodi di femminicidio e registrare 3,5 milioni di vittime di stalking (fonte ISTAT) assume sempre maggiore importanza il lavoro di prevenzione che possono fare i medici. Come? Individuando sintomi e segnali di stati patologici che possono sfociare in feroci atti di violenza. Questo emerge dal corso ECM per medici tenuto dal il professor Vincenzo Mastronardi, psichiatra e criminologo clinico, titolare della cattedra di Psicopatologia Forense presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Roma “La Sapienza”. Il corso FAD del provider ECM 2506 Sanità in-Formazione in partnership con Consulcesi Club dal titolo “Disturbo dissociativo dell’identità e situazioni di rischio” è abbinato al Film Formazione “Echoes”. Si tratta di un cortometraggio vincitore di numerosi premi in prestigiose rassegne internazionali, incentrato proprio sul drammatico tema della violenza sulle donne.

Un uomo afflitto da un disturbo di personalità si trova a dialogare con il suo alter-ego allo specchio per cercare di ricostruire l’omicidio della sua fidanzata misteriosamente assassinata. In questo duello tra le sue due personalità emergono ricordi, in forma di flashback, sepolti nel suo inconscio che lentamente vanno a svelare la vicenda in un crescendo emotivo e di tensione. È questa la trama del Film Formazione “Echoes”, cortometraggio diretto da Andrea La Mendola e già vincitore di numerosi premi in prestigiose rassegne internazionali come il “Santa Monica Film Festival” e i “Los Angeles Movie Awards”. La pellicola è online sul sito www.corsi-ecm-fad.it, messo a disposizione dal provider ECM 2506 Sanità in-Formazione, in partnership con Consulcelsi Club. Il cortometraggio è collegato al corso FAD (Formazione a Distanza) destinato al personale medico dal titolo “Disturbo dissociativo dell’identità e situazioni di rischio”.

Dopo l’ultimo episodio di Rimini, dove l’ex Miss Romagna è stata sfregiata con l’acido dal compagno, e in un contesto che vede l’Italia protagonista di un’autentica strage di donne (116 casi di femminicidio solo nel 2016), dove il fenomeno dello stalking ha assunto dimensioni da vero e proprio allarme sociale (3,5 milioni di vittime secondo l’ISTAT), il corso non solo aiuta i medici a diagnosticare efficacemente la complessa casistica dei disturbi dissociativi, ma ribadisce il ruolo strategico dei camici bianchi nell’individuare e prevenire sintomi e segnali di un pericoloso stato patologico che può sfociare in feroci atti di violenza.

Leucemia: due Film Formazione raccontano il viaggio verso la diagnosi

bambino-ospedaleLa Leucemia Mieloide Acuta e la Leucemia Linfoblastica Acuta sono due forme di una patologia per la quale l’Italia vanta il triste primato per tasso di incidenza nei Paesi occidentali
Se la forma mieloide acuta colpisce soprattutto gli adulti, la Leucemia Linfoblastica Acuta rappresenta l’80% delle leucemie dei bambini, con 3mila nuovi casi ogni anno negli Usa e 5mila in Europa

Online “Luce Mia” e “Il Cappellino”, due pellicole che descrivono la battaglia contro questa malattia, attraverso gli occhi di chi l’ha vissuta in prima persona: il regista di “Luce Mia”, Lucio Viglierchio, ha affrontato il calvario della leucemia e ne ha voluto fare un film

Leucemia: una diagnosi che fa paura, perché annuncia un difficile percorso terapeutico, aggravato dalla consapevolezza di essere affetti da una patologia ad alto rischio, con il costante timore di non riuscire a sconfiggerla. L’Italia, dal canto suo, vanta il triste primato tra i Paesi occidentali per incidenza delle leucemie, con circa 15 nuovi casi l’anno ogni 100mila abitanti, ed è la forma di tumore più diffusa in età infantile. Spesso, però, le patologie leucemiche possono avere pochi sintomi o addirittura essere asintomatiche per lungo tempo: per questo è necessario offrire ai pazienti un approccio diagnostico di alta specialità. A questo scopo, il provider ECM 2506 Sanità in-Formazione ha voluto realizzare due video-corsi FAD (Formazione a Distanza) destinati al personale sanitario, già online sulla piattaforma Consulcesi Club: “Un viaggio nella diagnosi della leucemia linfoide acuta” e “Leucemia mieloide acuta: viaggio di un prelievo ematico”.

Oltre all’accuratezza scientifica dei corsi, garantita dal prestigio accademico del dottor Mauro Nanni del Dipartimento di biotecnologie cellulari ed ematologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, Sanità in-Formazione ha scelto di offrire uno sguardo sulle condizioni di chi combatte ogni giorno contro la leucemia. Lo ha fatto attraverso due film emozionanti: “Luce Mia” di Lucio Viglierchio, presentato al “Torino Film Festival”, e “Il Cappellino” di Giuseppe Marco Albano, finalista al “Giffoni Film Festival” e candidato ai “Globi d’oro 2009” come miglior cortometraggio italiano.

“Luce mia” nasce dalla dolorosa storia personale del regista, cui fu diagnosticata la Leucemia Mieloide Acuta. Dopo tre cicli di chemioterapia e mesi di cure, è voluto tornare nell’ospedale della sua degenza per raccontare il calvario di Sabrina, in lotta contro il suo stesso male. Purtroppo lei non ce l’ha fatta: il film è la storia di quell’esperienza.

“Il Cappellino”, invece, affronta il delicato tema delle patologie oncologiche infantili, lanciando un messaggio di speranza: una bambina, seppur colpita dalla crudeltà della malattia, può comunque sperare di tornare alla normalità (le passeggiate, la scuola, gli amici), senza i suoi capelli ma con un grazioso cappello rosso.

I nuovi titoli, disponibili sul sito www.corsi-ecm-fad.it, si aggiungono a una lista di produzioni che hanno già riscosso enorme successo tra i camici bianchi grazie a film selezionati in prestigiosi festival cinematografici, contribuendo a rendere Sanità in-Formazione il primo provider ECM FAD in Italia, come ha di recente decretato il prestigioso Annuario della Sanità con la sua classifica “THE BEST PROVIDER 2015 ECM”. Tra i titoli di maggior rilievo ci sono “No Limits”, diretto dal regista Christian Marazziti e interpretato da Gianluca Spinello e Sara Zanier, sul profilo clinico e psicologico delle disabilità motorie e sulla relativa riabilitazione; “e-bola” sempre di Christian Marazziti, realizzato in collaborazione con l’Istituto nazionale per le malattie infettive “Spallanzani” di Roma e proiettato in occasione del Festival del Cinema di Roma; “Like a Butterfly”, dedicato al carcinoma polmonare e interpretato dalla star internazionale Ed Asner; “Game Over” che tratta il delicato tema della ludopatia e delle nuove dipendenze; “Cardiopathos” sull’uso del defibrillatore in caso di arresto cardiaco (BLSD) e sulle più recenti prassi in materia di disostruzione in caso di soffocamento; “Scacco Pazzo”, cortometraggio diretto e interpretato da Alessandro Haber sul tema della schizofrenia. Prossima l’uscita di un docufilm sulla formazione dei medici in prima linea nell’accoglienza ai migranti, con approfondimenti relativi a ipotermia, disidratazione, scabbia e le terribili ustioni chimiche causate dagli sversamenti di benzina sui gommoni.