Progetto IperPianalto, alla GAM la proiezione sonora di Attila Faravelli

01. Attila FaravelliProsegue nel mese di aprile, la serie di interventi del progetto IperPianalto, ideato dagli artisti Caretto/Spagna per l’edizione 2017-2018 del programma di formazione per artisti organizzato dalla GAM e dalla Fondazione Spinola Banna per l’Arte, promosso e realizzato grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo.

Caretto/Spagna hanno invitato il sound artist Attila Faravelli ad esplorare l’ambiente sonoro del Pianalto di Poirino ed entrare in relazione con la vasta collezione di strumenti, oggetti e documenti raccolti presso il Museo Civico del Paesaggio Sonoro di Riva presso Chieri, museo che nasce per valorizzare lo straordinario percorso di ricerca condotto dal musicista e musicologo Domenico Torta e alcuni studiosi, sui suoni, i rumori e le melodie che hanno caratterizzato il paesaggio locale, dalla cultura contadina sino alla contemporaneità.

“A volte qualcuno mi accusa, non è possibile, tu metti sempre Riva di fronte al mondo, sembra che il mondo sia nato a Riva. Questo sicuramente no, ma mi piace pensare che quando è stato tracciato il mondo la punta del compasso fosse appoggiata qui. Ma non perché ci sia chissà che cosa, qui non c’è niente che non sia in ogni luogo”. Domenico Torta

“Il termine maroda indicava, nella società contadina piemontese, una forma accettata di furto di frutta e ortaggi in piccola quantità. Il lavoro che presenterò tratta, come se fossero un’unica emanazione sonora, Domenico Torta, direttore del Museo del Paesaggio Sonoro di Riva di Chieri, i suoni degli strumenti presenti nel museo suonati da Torta stesso e altri suoni incontrati per caso nel Pianalto, in assenza di Domenico, ma con le sue parole ancora scolpite nelle orecchie da una veemenza oratoria impressionante. La questione che cerco di indagare attraverso questi materiali audio è se sia possibile che il modo, da Domenico stesso definito maniacale, di andare a fondo in una tradizione di suoni e musica della cultura contadina, ideati e prodotti in un fazzoletto di terra di pochissimi chilometri quadrati, invece che avere la funzione di tracciare un cosiddetto paesaggio sonoro, dunque di circoscrivere e definire la serie di usanze sonore di un territorio, non crei invece una specie di vortice, una emanazione traboccante ed incontenibile di entusiasmo che affonda come la punta di un compasso in una mappa e crea un senso di vertigine, dove c’era solo la bi-dimensionalità rassicurante della carta”. Attila Faravelli, aprile 2018

Maroda di Attila Faravelli, costituisce il quarto evento del progetto IperPianalto che si svolge alla GAM, esito di un’esperienza estetica a contatto con la dimensione sonora dell’Altopiano di Poirino, nuova tappa di un percorso di conoscenza che procede dal sottosuolo verso l’alto, risalendo gli strati della successione geologica, e che ha visto avvicendarsi, da gennaio 2018, il geomorfologo Marco Giardino, l’agronomo Giorgio Quaglio, gli agricoltori sperimentali Cristina Sala – Luigi Manenti e l’antropologo inglese Tim Ingold.

Giovedì 26 aprile 2018 ore 18.00

GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea

Via Magenta 31, Torino

Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Attila Faravelli (Milano, 1975) approccia il suono in termini di fenomeno materiale e relazionale. Con la sua pratica esplora i nessi che intercorrono tra suono, spazio e corpo. Il suo lavoro in solo è pubblicato da Senufo Editions e Die Schachtel e, in duo con Andrea Belfi (Tumble) su Die Schachtel, con Nicola Ratti per Boring Machines e su Presto!? insieme all’artista visivo Nicola Martini. Con Angelica Castello, Mario De Vega, Burkhard Stangl (SQID) su Mikroton Recording. Con Enrico Malatesta e Nicola Ratti ha dato vita al trio Tilde. Ha presentato il suo lavoro in varie istituzioni universitarie e artistiche in Europa, USA, Cina e Sud Corea. Nel 2010 ha partecipato alla 12ma Biennale Internazionale di Architettura di Venezia. Nel 2012 è stato il curatore italiano per il progetto Sounds of Europe. Ha curato il suono per progetti di Armin Linke (Expo2015) e Rossella Biscotti. Ha realizzato le musiche per progetti teatrali di Teatro Valdoca, Mariangela Gualtieri ed Orthographe. È fondatore e curatore di Aural Tools, una serie di multipli-oggetti sonori che documentano i processi stessi di produzione sonora da parte di musicisti selezionati.

MillenniuMExpo: auto, moto e ricambi d’epoca. A Capannelle la 32° edizione

Moto Capannelle copertoRitorna MillenniuMExpo, la storica e tanto attesa Mostrascambio di auto, moto e ricambi d’epoca del Centro-sud Italia. Nata nel 1999, è l’appuntamento d’eccellenza per ricambisti di auto e moto d’epoca, restauratori, modellisti, collezionisti di veicoli storici, vintage, instant classic e raduni club.

Nell’immenso Ippodromo Capannelle, con oltre 600 piazzole e 400 espositori, la 32° edizione di MillenniuMExpo accenderà i motori sabato 28 edomenica 29 aprile 2018. Tema centrale di quest’anno sarà il 3° Concorso di Eleganza (denominato Capannelle) in programma per la mattinata di sabato 28 aprile. L’evento è riservato a 40 auto d’epoca, costruite tra gli anni ‘20 e ‘70, che sfileranno nell’ippodromo per essere valutate da una giuria composta da esperti del settore. Il concorso prevede premi alla vettura d’epoca secondo i seguenti criteri: la più elegante (Best of show), nello stato più originale; la più simpatica (pubblico) e la più popolare (pubblico).

Non mancheranno al MillenniuMExpo le Ferrari del Club Appia Antica ex Little Tony e le rassegne storiche legate agli anniversari di modelli e marchi, che sveleremo prossimamente.

La manifestazione, che deriva soprattutto da oltre 50 anni di passione per il collezionismo di Sergio, papà dell’organizzatore, ha come Sponsor Major BPER BANCA e media partner Radio Ti Ricordi ed Epocauto.

capanelle

Torneo di Miami 2018: vittoria di talenti ormai ‘cresciuti’

vincitori-miami-2018-696x338Come ogni anno, dopo il torneo di Indian Wells segue l’importante Master 1000 di Miami. E quest’anno l’America incorona due suoi campioni sempre più emergenti. Davvero “cresciuti” per dirla con il termine usato dal vincitore della sezione Atp: John Isner, quasi 33 anni, vero battitore di aces da record, tanto da chiudere il match (al terzo set) sul game decisivo (con un break di vantaggio strappato all’avversario) con un ace centrale, che faceva seguito ad altri due (sempre nello stesso game) oltre a un dritto vincente eccezionale. Un sogno per lui vincere in casa, in terra americana, il suo primo Master 1000 in carriera; su un avversario durissimo e ritrovato come Alexander Zverev. Isner ha vinto eliminando sia Cilic che niente di meno che Juan Martin Del Potro, campione uscente del precedente torneo di Indian Wells, in semifinale per 6/1 7/6(2). Evidenti le sue lacrime di commozione per il traguardo raggiunto nel finale, mentre in panchina quelle di amarezza, dispiacere, delusione, sofferenza, rancore, rabbia di Alexander Zverev (che ha rotto malamente una racchetta proprio dopo aver concesso il break fondamentale che ha portato Isner a servire per il match sul 5-4). Ma simpatica la dedica che John ha riportato sulla telecamera che lo inquadrava, scrivendo “he is risen”, “lui è cresciuto”: a chi si rivolgeva, a se stesso o all’avversario? Non c’è che dire che il livello di tennis di entrambi è stato altissimo e i successi collezionati dai due sempre più continui; due tennisti solidi e campioni di tecnica. Del resto ormai questa è l’ennesima dimostrazione anche da parte del tedesco di essere entrato a pieno regime nella top ten dei “grandi”, in grado di competere con i primi cinque più forti al mondo (solamente dopo Nadal, Federer e Cilic), seguito a poca distanza da Dimitrov. Ha surclassato ormai i giovani coetanei o vicini di età; come Coric e Pablo Carreno Busta, che ha sconfitto rispettivamente nei quarti (con un doppio 6/4, e lo stesso punteggio ha rifilato a Kyrgios negli ottavi; l’australiano aveva eliminato il nostro Fabio Fognini con un doppio 6/3 ai sedicesimi) e in semifinale (per 7/6 6/2). Oltre a questi, nei sedicesimi, il tedesco e testa di serie n. 4 del tabellone era venuto a capo di un duro match contro Ferrer, vinto al terzo set (per 2/6 6/2 6/4). Per lui comunque raggiungere di nuovo una finale con ottimi risultati, dopo un momento di appannamento, è sicuramente un segnale positivo.
Ma le gioie per i tifosi americani non sono finite qui, perché nel femminile si impone un’altra statunitense come Sloane Stephens, che torna a conquistare un torneo dopo la vittoria lo scorso settembre agli Us Open (sull’altra connazionale Madison Keys per 673 6/0). Nuova n. 9 al mondo, ha saputo riconfermare l’importante obiettivo raggiunto, dando prova e dimostrazione di un grande autocontrollo, non solo e non tanto per la preferenza per una superficie quale il cemento, quanto per la capacità di giocare davanti al pubblico di casa che si fa sentire eccome. Nel match di Isner più volte ha esultato e lo ha esortato, così come il campione americano lo ha incitato a supportarlo. Lo stesso ha fatto, a sua volta, anche Zverev, replicando persino gli stessi punti. Nel femminile non era facile mantenere la concentrazione contro un’avversaria come la Ostapenko, vogliosa anche lei di far vedere che l’exploit al Roland Garros non era solo una parentesi. Ma la Stephens ha dimostrato più intelligenza tattica. Inoltre, curiosità, sugli spalti ad assistere c’erano due Miss Florida; una bianca con i capelli ricci lunghi e biondi, l’altra di colore e mora: esattamente come Ostapenko e Stephens. Così come il torneo di Miami ha visto trionfare un tennista bianco e una tennista di colore. Sloane, tra l’altro, sembra destinata a voler rincorrere l’esempio tracciato all’epoca dalle sorelle Williams: e per gli Usa lei potrebbe essere a pieno regime un’atleta da Federation Cup. Per quanto riguarda la replica del duo delle Williams, potrebbe chiedere aiuto a un’altra giovane di colore, seppure nipponica: la giapponese Osaka, che ha fatto faville nonostante la giovane età, tanto da vincere agevolmente il primo turno anche al Wta di Charleston battendo nettamente l’americana Jennifer Brady con un doppio 6/4. Quello che stupisce di lei è la capacità di rimonta nel match, sotto nel punteggio, con un gioco tutto in anticipo sui tempi dell’avversaria, e in accelerata coi fondamentali. Così come ha sovvertito i pronostici di inizio match Sloane Stephens, a partire dalla finale. Stava perdendo dalla Ostapenko, eppure ha rimontato ed è andata a vincere in un duro tie-break nel primo set dominandolo per 7 punti a 5, giocando in maniera esemplare i punti decisivi. Infine ha dilagato ed è stata protagonista assoluta del secondo set, strapazzando per 6/1 la Ostapenko. Molto è dipeso dalla lettone, che ha fatto più colpi vincenti rispetto alla Stephens, ma il doppio degli errori gratuiti; inoltre non ha servito in maniera brillante, mentre Sloane ha avuto buone percentuali sia (soprattutto) di prima che di seconda. Sicuramente ammirevole l’impegno e lo sforzo di Jelena di fare sempre lei il punto, di costruirselo e di cercare di chiuderlo, ma meno buona una presa di rischio così alta, che l’ha portata a perdere il controllo dei colpi. Ma si conosce il suo carattere ostinato, determinata, gioca sempre per il tutto per tutto, al massimo, senza mai risparmiarsi. Lodevole la sua semifinale contro un’altra giovane americana emergente molto interessante (con buoni fondamentali e un gioco aggressivo valido e solido) come Danielle Collins, che ha battuto per 7/6(1) 6/3, Collins che tra l’altro ai quarti aveva eliminato proprio Venus Williams con il punteggio di 6/2 6/3. Sia Ostapenko che Collins hanno dimostrato di essere due tenniste in grado di costruirsi il gioco e dettare lo schema tattico, senza paura di tirare i colpi, anzi prendendosi rischi molto elevati. E proprio la Collins, insieme alla Stephens, potrebbero rappresentare le due nuove miss Florida del tennis. Di Sloane rimarrà impressa sicuramente la semifinale contro un’altra tennista ritrovata che forse meritava di più: la bielorussa Viktoryja Azarenka, reduce da un momento difficile (dopo l’assenza per gravidanza, la contesa del figlio con il compagno, il duro ritorno soprattutto a causa di una condizione fisica non al top in cui è apparsa molto dimagrita). Nella semifinale contro Vika era sotto di un set e la bielorussa, che mostrava un’ottima qualità di tennis, era in vantaggio 2 a 0 anche nel secondo. Poi la rimonta dell’americana sino al 3 a 2 e, da quel momento, ha preso sempre più campo fino ad impartirle un netto 6/2 6/1. Nel terzo set la Azarenka non ce la fa più, lotta tanto, ma non riesce a correre per un problema alla caviglia, o forse per la stanchezza di un match duro in cui ha speso tanto; ha tentato in tutti i modi di essere aggressiva, ma forse il forte vento le ha giocato contro. Ma la sua vittoria personale, come il suo nome, è scritta nelle sue scarpe: Leo, il nome del figlio, quello per cui lottare e combattere e continuare a giocare. Sempre, per rialzarsi dopo ogni sconfitta bruciante. Tuttavia di questo torneo resterà l’incetta di avversarie ‘nobili’ che ha battuto: la Bellis (per 6/3 6/0), la Keys per ritiro (sul 7/6 2/0 in suo favore), la Sevastova al terzo set in rimonta dopo aver perso il primo, la Radwanska con un doppio 6/2, la Pliskova per 7/5 6/3. Continua il periodo no di Radwanska e Karolina Pliskova.
La finale femminile. Si incomincia con i primi quattro games che sono una serie di break e contro break alternati. Fino al 2-2, dunque, totale equilibrio. Poi sul 4-3 c’è un altro break della Stephens, ma nel momento di andare a servire si fa strappare di nuovo la battuta e non è 5-3; non chiude e si arriverà sino al 5-5, poi di nuovo break di Sloane che, però, fallisce di nuovo l’occasione (forse per l’emozione). Si giunge a un meritato tie-break che, però, la Ostapenko gioca malissimo. La lettone cambia anche racchetta con una tensione di corda diversa, forse per trovare più sensibilità di palla, ma nemmeno questo basta ad impedirle di commettere il doppio degli errori gratuiti non forzati rispetto ai suoi vincenti, rispettivamente 48 a 25. Complice anche la percentuale bassa al servizio. Più aggressiva la Ostapenko cerca il vincente, ma rischia troppo e sbaglia, perdendo il controllo dei colpi; mentre Sloane vince di rimessa, con un gioco più contenitivo, di difesa, in sicurezza o almeno finché non trova fiducia e attacca. Jelena spreca tante energie e corre parecchio, in campo è molto generosa, non si risparmia. Del resto già in precedenza (con la Azarenka stessa) abbiamo visto la Stephens in difficoltà nel primo set e poi recuperare sempre meglio pian paino, fino a ‘sciogliersi’ del tutto. Forse la tensione di giocare in casa e in un torneo importante. Sloane, infatti, dopo il 7/6 del primo set, dilaga nel secondo set e fa doppio break alla Ostapenko: prima sul 2-1 e si porta 3-1 e poi 4-1 con il proprio servizio, e dopo sul 4-1 che la conduce sul 5-1 e a servire per il match; stavolta non fallisce l’occasione e con molto sangue freddo chiude la partita tenendo la battuta a 0.
Del resto altre volte nel tennis femminile abbiamo visto tenniste vincere puntando sull’errore dell’avversaria, o almeno cercando di far sbagliare molto l’altra atleta e tentando di mandarle fuori palla, con un gioco senza rischiare troppo. Era accaduto alla Sharapova contro la Niculescu al Wta di Doha, quando la rumena si è imposta sulla russa al terzo set, in rimonta dopo essere stata sotto di uno, con il punteggio di 4/6 6/4 6/3 mandando in confusione la siberiana e stracciandola con palle corte e smorzate velenosissime. Lo stesso fece la Kasatkina ad Indian Wells contro Venus Williams in semifinale (vinta dalla prima per 4/6 6/4 7/5) : l’americana l’ha persa per un soffio, devastata dalle continue corse laterali e a rete di un’avversaria che respingeva e prendeva tutto, che la costringeva a rischiare e spingere sui colpi per chiudere, non trovando più le righe nel finale per evidente stanchezza e appannamento fisico. La Kasatkina ha aspettato il momento giusto, l’ha lasciata sfogare e l’ha logorata, per poi mordere e attaccare lei per mettere a segno vincenti favolosi. Questo dimostra che occorre saper alternare il gioco difensivo a quello offensivo e non tenere sempre lo stesso ritmo. Questa una cosa che ha migliorato lo stesso Alexander Zverev, ma che deve incrementare per essere ancor più vincente: non giocare solamente in pressione sull’avversario, ma contenere anche a fasi alternate. Questo anche quello che manca un po’ ancora a Denis Shapovalov, che comunque è già a un buon livello, seppure non si ancora esploso del tutto. La capacità di mandare fuori palla l’avversario/a cambiando continuamente ritmo e tipo di colpo, così che vada fuori giri appena prova a spingere i colpi su palle prive di peso, puntando anche sul back e sui tiri lobati o lavorati (specie al servizio). Questo fa perdere sensibilità di palla e regala molti errori gratuiti non forzati appunto.
La finale maschile. Isner vince su Alexander Zverev per 6/7(4) 6/4 6/4. Il tedesco gioca bene il tie break del primo set, poi la partita continua in equilibrio e in parità fino al 4-4 nel secondo set in cui regala il 5/4: Zverev commette un errore di dritto clamoroso. Isner attacca e chiude con un dritto in avanzamento, dopo che il tedesco aveva avuto due colpi del contro break, si procura il vantaggio decisivo: un attacco col dritto straordinario e uno scambio che gli regala il più bel punto del match, passando Zverev a rete col dritto lungolinea, dopo averlo costretto al recupero due volte anche venendo in avanti con palle corte sotto il net, non solo facendolo correre lateralmente tanto; ma Zverev non ci sta e ricambia il punto alla stessa maniera, ma il servizio di Isner è troppo forte e chiude 6/4; così sarà anche nel terzo set quando regala il break sul 4-4 e suo servizio, portando alla battuta Isner sul 5/4 con un errore per cui il tedesco rompe la racchetta molto arrabbiato, che tira al pubblico. Più controllo e maturità dell’americano, ma uno Zverev davvero molto cresciuto.

Il centro gravità permanente per capire Franco Battiato

franco battiatoRadio Rock 106.6 spalanca le porte della sua sede per accogliere un evento-tributo ad una delle personalità più articolate e affascinanti della musica italiana: Franco Battiato. Venerdì 13 aprile alle ore 21:00, direttamente nell’open space dell’emittente romana, i filosofi Maura Gancitano ed Andrea Colamedici di Tlon tracceranno tutte le vie percorribili per la comprensione del pittoresco mondo del cantautore siciliano. Da qui il titolo della conferenza: “Capire Battiato – Il Maestro Svelato”.

Che cos’è il centro di gravità permanente? Chi frequenta il Caffè de la Paix? Chi vuole vedere danzare? E io avrò cura di chi? Saranno queste – e molte altre – le domande a cui si tenterà di dare una risposta, avventurandosi tra le vette più belle della musica italiana e della filosofia universale. Per l’occasione Gancitano e Colamedici saranno accompagnati dalla voce e dalla chitarra di Roberto Scippa, che interpreterà alcuni brani fondamentali.

Ingresso: €10 (inclusivo di degustazione a cura di Magnolia Eventi). Prenotazione obbligatoria a http://tlon.it/battiato/ o scrivendo ad info@tlon.it. Radio Rock è in Via Rodolfo Gabrielli di Montevecchio 4/6, Roma (zona Portonaccio).

Magnus, l’inquieto e instancabile viandante del fumetto

000 FOTO DI MAGNUSMagnus (Roberto Raviola, Bologna, 31 maggio 1939 – Imola, 5 febbraio 1996) è stato uno dei più eclettici e famosi disegnatori italiani del Dopoguerra. La sua fama ha superato i confini nazionali e le sue opere hanno conquistato lettori in tutto il mondo. E’ stato l’eterno scontento, l’inquieto esploratore di quel labirinto narrativo che è il fumetto. Un instancabile viandante sempre alla ricerca di nuove storie da raccontare e di nuovi modi per farlo.

Grazie al suo tratto inconfondibile e alle sue capacità narrative può essere considerato uno degli innovatori del fumetto italiano, uno dei pochi autori che partendo dalla sintesi grafica del fumetto popolare è arrivato a una produzione matura, colta e raffinata, quasi aristocratica, capace di trasmettere grandi emozioni ai lettori, e non è obbligatorio che debbano essere sempre piacevoli.

00 COPERTINA SAGGIO SU MAGNUSLa produzione di Magnus è stata talmente vasta che, dopo aver già scritto del suo Texone, in questa piccola biografia ci limiteremo a citarne le opere migliori, mediando tra il giudizio della critica e le nostre preferenze.

Dopo il liceo artistico e la laurea in scenografia all’Accademia di Belle Arti, nel 1961, Magnus insegna disegno, realizza scenografie teatrali, si occupa di grafica pubblicitaria, illustra racconti per ragazzi e trova anche il tempo per dedicarsi alla militanza di sinistra. Usa due alias: Robert Patterson e Bob la Volpe, con il quale si è citato, anche se in inglese, nel primo numero di Satanik.

Al termine di un affresco sui muri di un’osteria sceglie, infine, lo pseudonimo di Magnus . Il nome è l’abbreviazione del moto goliardico “magnus pictor fecit” (questo lavoro è stato realizzato da un grande pittore).

Alla fine del 1963 è a Milano dove, all’Editoriale Corno, conosce Luciano Secchi, alias Esselle, soggettista e sceneggiatore con già all’attivo vari personaggi, fra cui Maschera Nera, che è proprio alla ricerca di un nuovo disegnatore, anzi del disegnatore per eccellenza, quello capace di rappresentare il nuovo stile di raccontare che sta elaborando.

Così, con l’uscita di Kriminal e Satanik (agosto e dicembre 1964), nasce la coppia d’oro del fumetto italiano: Magnus&Bunker, cioè Roberto Raviola e Luciano Secchi, che, sulla scia di Diabolik (inventato nel 1962 dalle sorelle Angela e Luciana Giussani), lancia il genere del fumetto nero.

Un nuovo modo di raccontare, perché fin da subito il magnifico duo marca il proprio territorio narrativo. Diciamo che Diabolik sta al mystery inglese come Kriminal sta all’hardboiled statunitense, alla scuola dei duri. In Diabolik c’è una realtà fittizia, che riporta alle efferatezze letterarie di Fantomas, criminale dai mille trucchi e mille travestimenti creato nel 1911 da Pierre Souvestre e Marcel Allain. Avete presente quel piglio aristocratico di “C’è un cadavere in biblioteca, Milord. Ma tutto sarà a posto per l’ora del tè”? Ecco in Kriminal, prima, e in Satanik, dopo, non c’è. Max Bunker ha uno stile asciutto, per niente consolatorio, nel suo universo narrativo non c’è spazio per speranza e redenzione ma solo per violenza e brutalità che vengono rappresentate senza sotterfugi e come specchio della normalità in cui vive il lettore. Un mondo sgradevole, brutto, sporco e cattivo, corrotto e privo di scrupoli, dove il più accettabile, alla fine, sembra proprio Kriminal.

01 KRIMINALInoltre, Bunker aggiunge una buona dose di nitroglicerina narrativa a una formula già esplosiva: le donne, non più quelle che svengono a ogni piè sospinto ma vive, reali: madri, figlie, amanti, ricche, di buona famiglia e quasi sempre sfrontatamente mignotte e a caccia di sesso. Con Kriminal, Bunker dice il suo personale basta alle storie per bambini, e ai personaggi consolatori, e apre un nuova stagione per il fumetto italiano con trame e personaggi dichiaratamente per adulti e colpendo allo stomaco il perbenismo dell’epoca.

I disegni di Magnus, da parte loro, innescano il detonatore perché due sono le caratteristiche che gli danno una fama immediata e duratura: lo splendido bilanciamento del nero e un grande piacere nel disegnare belle donne in biancheria intima o nude, dando una incontenibile carica erotica anche alle ombre.

Kriminal è Anthony Logan, un ex acrobata da circo il cui padre è stato rovinato e costretto al suicidio da soci imbroglioni. Anche la madre e la sorella fanno una brutta fine e lui finisce in riformatorio. Il Re del delitto inizia la sua carriera vendicandosi dei torti subiti. Particolare è il suo costume di scena: un’aderente tuta gialla con stampato in nero il disegno di uno scheletro, e un teschio a coprirne il volto.

02 SATANIKSatanik è Marny Bannister, famosa scienziata con il viso sfigurato da una brutta voglia. Quindi tre volte peccatrice: donna, brutta e intelligente. Grazie a una formula alchemica, quasi un dottor Jekyll e mister Hyde in gonnella, diventa Satanik, una rossa esplosiva che decide di avere tutto e subito: sesso, soldi, successo. E che non si ferma davanti a niente. Ricordiamo sempre con piacere l’episodio in cui la pozione viene sostituita da un laser: in caricatura vi appaiono anche quelle che sembrano le rivali storiche della Corno, cioè le due sorelle Giussani creatrici di Diabolik.

Per Kriminal e Satanik è subito boom non solo nelle edicole, un accidente di boom che fa saltare in aria tutta l’Italia benpensante e perbenista che coglie l’occasione per addossare ai due personaggi (autori ed editore compresi) le colpe di tutti i casini dell’epoca, dall’aumento della criminalità all’incitamento alla prostituzione, come se la professione più antica del mondo avesse bisogno di promoter. Per non parlare poi delle turbative alla moralità dei giovani adolescenti che scappano a frotte dall’azione cattolica per acquistare e leggere di nascosto quei “fotoromanzacci” neri. Interventi di critici e moralisti che non conoscevano neanche l’oggetto del contendere, Satanik da rossa fatale diventa “Un uomo che ama circondarsi di donne belle e perverse”, e la differenza fra i generi narrativi.

Sono anni calienti, la magistratura fa sentire i suoi strali, la censura non ne parliamo, e i due personaggi sono costretti ad adeguarsi. Obbligati a una sorta di castrazione editoriale perdono via, via la dirompente carica iniziale. Abbandonati anche da Magnus, dopo un lungo trascinarsi terminano le loro avventure nel novembre 1974. Ma occupano ancora oggi un posto speciale nel cuore e nella mente dei loro tanti lettori e perché no?, anche nella storia del costume.

In breve tempo il magnifico duo produce Dennis Cobb Agente SS 018, nel 1965 e Gesebel, piratessa spaziale, nel 1966. Due anni dopo cambiano genere e realizzano Maxmagnus per la rivista Eureka. Un mix tra il comico, il grottesco, la caricatura e la satira politica e di costume che raggiunge il suo apice nel 1969 con un altro grande successo: Alan Ford, che racconta le avventure del Gruppo TNT, una banda di morti di fame nel ruolo di agenti segreti.

03 ALAN FORD

Nel dicembre 1973 Magnus abbandona Bunker e inizia a disegnare per le varie case editrici di Renzo Barbieri, leader dei fumetti per adulti. Pubblica una serie di storie a sfondo erotico, su testi non suoi: “Mezzanotte di morte”, “Dieci cavalieri e un mago”, “Quella sera al collegio femminile” , “Il teschio vivente” e “Vendetta Macumba”.

Magnus approfitta dell’occasione per vendicarsi dei censori e dei bacchettoni che negli anni Sessanta lo hanno tanto perseguitato, disegnando il primo pene del fumetto italiano. Lo fa nella storia “Mezzanotte di morte” con nudi integrali maschili e femminili durante rapporti sessuali espliciti, prima con un trio omosessuale, due neri e un bianco, e poi con due più prosaici amanti di sesso opposto. Immagini tanto scabrose che non sempre le tavole saranno ristampate nelle successive edizioni.

Nel luglio 1975 esordisce “Lo Sconosciuto”, protagonista Unknow (aggiungendo una enne, significa sconosciuto in inglese), un mercenario stanco e segnato dalle vicissitudini della vita ma ancora capace di lottare come un leone. In queste storie, di cui realizza anche i testi, Magnus ha raggiunto uno stile maturo e rigoroso e i racconti hanno un ritmo essenziale, mozzafiato, da action movie trasferito su carta, un modo di raccontare ancora oggi rivoluzionario per il fumetto italiano.

05 LO SCONOSCIUTOCon “Lo Sconosciuto” Magnus dà il meglio sé, tanto che viene considerata la sua opera seriale migliore. In copertina e nella vignetta finale della prima storia, “Poche ore all’alba”, c’è un esagramma dell’I Ching che significa Il viandante, quasi a testimoniare la sua perenne ansia di ricerca di nuove storie e di nuovi modi per raccontarle. Nel numero tre, “Morte a Roma”, varca un altro confine e disegna una donna stuprata da due uomini.

La serie chiude dopo sei albi, con la presunta morte di Unknow, e riprenderà anni dopo, anche se in diverso formato e in maniera discontinua. L’ultima storia, “Nel frattempo”, è apparsa nel marzo 1996 su Comix, proprio pochi giorni dopo la morte di Magnus.

07 LA COMPAGNIA DELLA FORCANell’aprile del 1977 debutta “La Compagnia della Forca”, realizzata con Giovanni Romanini, suo collaboratore sin dagli anni Sessanta. Storie con un segno caricaturale e una carica umoristica che ricordano Alan Ford, ambientate in un medioevo fantasy che fa da sfondo alle (dis)avventure di una compagnia di mercenari.

Ispirandosi a “Storia in riva all’acqua”, romanzo cinese del XV secolo di Luo Guanzhong e Shi Nai’an, nel 1978 inizia il ciclo de “I Briganti”, storia di un popolo che si ribella alla tirannia. Mantiene la struttura del racconto medievale ma lo ambienta in un futuro con tecnologia e viaggi spaziali. Ne realizza diversi capitoli, ma la serie resterà incompiuta. Agli ambienti della Cina del XII secolo, Magnus aggiunge citazioni del Novecento, dalla fantascienza del Flash Gordon di Alex Raymond a Robin Hood e a Mao. Il risultato è un fumetto d’avventura molto colto e raffinato con un contenuto politico di sinistra attuale ancora oggi.

08 I BRIGANTI

Nel 1981 è l’ora di “Necron”, un fumetto estremo, provocatorio e ancora una volta rivoluzionario, scritto da Ilaria Volpe. Racconti neri, gotici e necrofili quanto basta per dare brividi d’acciaio ai lettori. Riprendendo il mito di Frankenstein e citandosi da Satanik, crea Frieda Boher, scienziata che utilizza pezzi di cadaveri per costruire il mostro superdotato che dà il nome alla serie. La scienziata ha bisogno di un toy boy siffatto perché incapace di avere rapporti sessuali con i vivi. Troviamo un nuovo Magnus, con un tratto pulito e lineare, tarato su misura questa serie porno/splatter.

Raggiunge il successo mondiale nel 1983 con “Le 110 Pillole”, tratto da “Chin P’ing Mei” (Fiore di prugno nell’ampolla d’oro), romanzo erotico cinese del XVI secolo, dove dà sfoggio della sua raffinata capacità di interpretare l’erotismo del lontano Oriente.

Il saggio “110 Pillole Storyboard”, 2000, edizioni ReM, numero 2 della collana “Signore e signori ecco a voi”, a cura di Graziano Origa, racconta come è nato questo grande capolavoro di Magnus.

Nell’ottobre 1987 appare il primo episodio di “Le femmine incantate “, da “I racconti fantastici di Liao” di P’u Sung-LIng, 1766. Sette storie brevi che esaltano diversi aspetti della femminilità, dall’erotismo all’horror, e dove sfondi, paesaggi e personaggi sembrano quasi cesellati, tanto curati da rasentare la perfezione.

Con “Le femmine incantate” la tecnica di Magnus è a un livello straordinario. Non è quello degli esordi, non è più quello scatenato nel e per il sesso, è un narratore che ha raggiunto il vertice della sua arte. Purtroppo la pubblicazione in formato ridotto non consente di apprezzarne tutti i dettagli e solo l’edizione in volume di grande formato, cm. 30×40, pubblicata da Granata Press nel 1990, gli renderà giustizia.

Perde la sua battaglia con un tumore al fegato il 5 febbraio 1996 e viene trovato morto sul pavimento del bagno della Locanda del Gallo a Castel del Rio. Poco prima di morire termina “La valle del terrore”, storia per il Texone dove, come suo solito, si era ritratto tra i personaggi e dove, nell’ultima vignetta, si congeda dai lettori.

Tex cavalca dando le spalle ai lettori e saluta con un cenno della mano, mentre Kit Carson si volta e agita il cappello. Dalla sinistra della vignetta, nella parte bassa, in primo piano ma quasi confuso sullo sfondo, gli risponde, a sua volta agitando il cappello, un Magnus in caricatura, bassottino, nasone, pelato, e con il suo sguardo penetrante sempre alla ricerca di nuove storie da raccontare.

12 TEXONE

DGAAP e MiBACT danno il via a Cineperiferie, bando da 200mila euro

Cultura-al-via-Cineperiferie-al-Mibact-bando-di-200mila-euroLa Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane (DGAAP), diretta da Federica Galloni, e la Direzione Generale Cinema (DGC) diretta da Nicola Borrelli, del MiBACT, lanciano il bando “CINEPERIFERIE”. L’iniziativa è volta al finanziamento di progetti culturali che contribuiscano alla conoscenza dei paesaggi periferici italiani per valorizzarne le culture e coinvolgere le comunità locali.
Sono due le tipologie di attività destinatarie del finanziamento: la realizzazione di rassegne cinematografiche nelle aree caratterizzate da situazioni di marginalità economica e sociale sui temi della periferia, con il coinvolgimento della comunità residente; e la produzione di cortometraggi a carattere documentaristico.
Per la sezione rassegne, possono partecipare al bando enti pubblici e privati senza scopo di lucro, università, fondazioni, comitati e associazioni culturali e di categoria mentre, per la sezione cortometraggi, sono ammessi organismi professionali del settore cinematografico e audiovisivo.
Le risorse messe a disposizione dalla DGAAP e dalla DGC ammontano a 200mila euro, per un massimo di 15mila euro per ogni progetto di rassegna e 25mila euro per la realizzazione di cortometraggi, entrambe le tipologie finanziabili fino all’80% del budget totale.
L’iniziativa mira a stimolare una riflessione sui paesaggi periferici italiani, intesi come territori che vivono situazioni di fragilità sociale, economica e difficile accessibilità a servizi e infrastrutture. Il fine è conoscere e ripensare il ruolo delle periferie, rivelandone le specifiche identità e le potenzialità.
“Con ‘CINEPERIFERIE’ – spiega il Direttore Federica Galloni – la DGAAP conferma il proprio impegno per il sostegno e la valorizzazione del talento degli artisti italiani, al fine di favorire lo sviluppo e l’affermazione delle capacità creative del Paese. Al tempo stesso si intende promuovere la partecipazione e la fruizione culturale da parte di tutta la popolazione, soprattutto di chi ha meno opportunità e vive nei territori periferici”.
“Il cinema – afferma Nicola Borrelli, Direttore DGC – da sempre racconta ogni tipo di realtà, la ingrandisce sul grande schermo, la offre allo sguardo degli spettatori che hanno così la possibilità di scoprire e conoscere le sfumature della società del nostro tempo. Le periferie urbane giocano un ruolo fondamentale nella geografia culturale di ogni città e, a questo scopo, le due Direzioni Generali hanno deciso di cooperare per incentivare la produzione e la diffusione della materia cinematografica in luoghi così determinanti e cruciali per lo sviluppo di una società pienamente inclusiva”.

Per partecipare al bando è necessario registrarsi sul sito www.doc.beniculturali.it entro le 12 del 18 maggio 2018.

Pena di morte per fermare la droga. Gli Usa come Singapore

pena di morte“Se non usiamo le maniere forti contro i trafficanti, non otterremo niente. E le maniere forti comprendono la pena di morte”. Trump lancia la crociata contro quella che definisce “l’epidemia di oppiacei” proponendo ufficialmente nel suo piano di lotta contro questa emergenza, Stop Opiud Abuse, anche la condanna più dura. “Dobbiamo cambiare le leggi, e stiamo lavorandoci ora”, ha spiegato, smentendo Andrew Bremberg, direttore della politica interna della Casa Bianca, il quale aveva anticipato che non si sarebbe fatto ricorso a nuove leggi ma a quelle già esistenti, che consentono la pena di morte a livello federale per le morti causate da overdose, anche se alcuni esperti la considerano incostituzionale. “Gli Usa devono essere duri contro la droga e la durezza include la pena di morte”, ha ammonito il tycoon, lasciando al dipartimento di Giustizia il compito di indicare i casi per i quali applicare le nuove misure.

L’annuncio fatto lunedì scorso a Manchester, New Hampshire, in uno degli Stati americani più colpiti da questa piaga, in realtà non è una novità assoluta. Già il 26 febbraio, Trump avrebbe espresso la volontà di estendere la pena capitale per i spacciatori di droga, come rivelato da Axios. Volontà poi resa pubblica l’11 marzo quando ha scaldato per la prima volta con questa proposta la folla di un comizio elettorale evocando modelli come Cina e Singapore che, sostiene il presidente americano, hanno meno problemi con la tossicodipendenza per la durezza con cui puniscono gli spacciatori.

Durante e dopo la campagna presidenziale del 2016, del resto, Trump aveva elogiato pubblicamente il presidente filippino Rodrigo Duterte per la sua sanguinosa guerra al narcotraffico, che nel corso degli ultimi anni ha causato migliaia di vittime, pur godendo di un forte sostegno da parte dell’opinione pubblica di quel paese. Anche le drastiche misure in vigore a Singapore contro il traffico di droga sono oggetto di periodiche denunce da parte delle organizzazioni per i diritti umani, secondo cui alle persone accusate di essere trafficanti è negato un processo equo e trasparente. Ed Amnesty International sostiene che gran parte dei condannati a morte per reati di droga sono in realtà piccoli spacciatori costretti a mettersi al servizio dei narcotrafficanti.

Secondo un rapporto dell’organizzazione con sede a Londra, nonostante la riforma introdotte nel 2013, la pena di morte per reati di droga resta una sanzione obbligatoria e il potere di stabilire la vita o la morte di un condannato è lasciato nelle mani del pubblico ministero: se l’imputato fornisce collaborazione alle indagini, ottiene un ‘certificato’ che può evitargli l’impiccagione, altrimenti il giudice sarà tenuto a comminare la pena capitale. Su 51 casi esaminati da Amnesty, in 34 l’imputato è stato condannato a morte perché non aveva ottenuto lo speciale ‘certificato’.

Ma a Trump queste cifre e le preoccupazioni delle organizzazioni interessano poco ed è più incline alle rassicurazioni che gli arrivano dalle autorità della città-Stato. “Quando ho chiesto al primo ministro se avessero un problema con la droga, lui ha risposto: ‘No. Pena di morte'”, ha dichiarato.

Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Iran, Kuwait, Laos, Malesia, Singapore, Sri Lanka, Thailandia e Vietnam: sono alcuni dei paesi che infliggono la pena di morte per reati connessi alla droga. Una ‘non rispettabile’ compagnia, in tema di diritti umani, a cui gli Usa si ritroverebbero accostati. “Non dobbiamo seguire l’esempio di altri paesi, come Singapore, in cui le durissime norme anti-droga non solo non incidono sui danni provocati dalla droga ma violano anche norme e standard del diritto internazionale”, ammonisce Kristina Roth, direttrice del Programma Giustizia penale di Amnesty International Usa.

E proprio da Singapore, qualche giorno fa, è arrivata la notizia della seconda esecuzione del 2018. Hishamrudin Mohd, 56 anni, condannato a morte dall’Alta Corte il 2 febbraio 2016 per traffico di diamorfina, è stato impiccato nel Complesso della Prigione di Changi. Nemmeno una settimana prima, il 9 marzo, era stato messo a morte un cittadino del Ghana, sempre per reati connessi al traffico di droga.

Un muro dedicato alle vittime di mafia a “La Tela” di Rescaldina

Mercoledì 21 marzo gli alunni di seconda media di Rescaldina (MI) celebrano la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. Iniziativa promossa da La Tela in collaborazione con il Comune e le scuole cittadine

5295_locandina21MARZOLa Tela di Rescaldina (MI) celebra la 23esima “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” con i ragazzi delle scuole secondarie di primo grado: mercoledì 21 marzo oltre 120 ragazzi di seconda media scriveranno i nomi delle 950 vittime di mafia sui muri dell’osteria del “buon essere”, un luogo simbolo della lotta alle mafie, che sorge in uno stabile sottratto alla criminalità organizzata. L’iniziativa, organizzata da La Tela in collaborazione con l’amministrazione comunale, Libera, Avviso Pubblico e le scuole cittadine, fa seguito alla manifestazione dell’anno scorso quando, sempre in occasione del 21 marzo, i ragazzi delle medie furono chiamati a realizzare un murales.

«Paolo Borsellino ha detto che “la lotta alla mafia non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che arrivi a coinvolgere tutti, specialmente le giovani generazioni. Solo loro le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. E noi abbiamo voluto fare nostre le sue parole rivolgendoci ai giovani», premette Giovanni Arzuffi portavoce della cooperativa Arcadia che insieme con altre associazioni gestisce La Tela. «L’idea da cui siamo partiti è quella del colore; il colore come strumento per combattere il bianco dell’omertà. Ai ragazzi di seconda media mettiamo a disposizione circa 70 mq di muro bianco dove andare a scrivere con pennarelli colorati uno per uno tutti i nomi delle 950 vittime di mafia. Un piccolo gesto che non solamente va a rafforzare l’impegno sociale de La Tela e a ricordare dove e perché è nata; ma soprattutto una testimonianza che rimarrà in futuro e che speriamo aiuti i giovani a reagire davanti ad ogni atteggiamento e comportamento mafioso». Aggiunge: «Andremo a realizzare una sorta di “muro della memoria” quale segno di un impegno concreto che parte proprio dalle giovani generazioni per costruire un futuro migliore».

All’iniziativa hanno aderito oltre 120 alunni di seconda media dei plessi “Ottolini” di Rescaldina e “Raimondi” di Rescalda. Il programma prevede alle 10 l’arrivo del primo gruppo di studenti delle scuole di Rescalda. Mentre alcuni leggeranno i nomi delle vittime, gli altri si alterneranno nel comporre il murales di nomi. Alle 14.30 arriveranno le classi del plesso di Rescaldina: ripeteranno la lettura dei nomi e completeranno il muro con tutti i 950 nomi.

La Tela è un bene sequestrato alla criminalità organizzata, affidato al Comune di Rescaldina e gestito dalla Cooperativa ARCADIA insieme con altre associazioni del territorio. È diventato ristorante e centro di aggregazione e di promozione sociale e culturale.

Contro Manifesta. Quando Palermo aveva una vita artistica vera

maglietta-bianca - Copia - Copia (2) - Copia“Si pensi ai tanti curatori che collaborano a riviste, a giornali, a siti web o curano importanti mostre. Sovente sono dilettanti di rara incultura, sprovvisti di specifiche conoscenze, che però rivendicano il diritto di parlare e di scrivere sulle esperienze artistiche di oggi. […]
Animati dal desiderio di curvarsi sugli eventi della cronaca, questi turisti della critica rischiano di confondere il sapere con l’informazione. Sudditi nei confronti dell’establishment, sensibili alle richieste del mercato, aggiornati, cosmopoliti, mondani, abili nell’assecondare i flussi delle mode, impegnati nell’aderire all’attualità, sprovvisti di conoscenze storico-filologiche, attratti esclusivamente dallo choc trasmesso da opere, da performance e da installazioni, appaiono incapaci di promuovere indirizzi e cambiamenti linguistici. Ma si rivelano soprattutto incapaci di elaborare un pensiero forte.”

CONTRO LE MOSTRE, di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione (Einaudi 2017)

“Gli unici momenti in cui ho visto una vera ribellione sono stati gli anni Cinquanta, Sessanta e l’inizio dei Settanta. Il resto potete tenervelo. I ragazzi di oggi assomigliano molto di più a quei genitori a cui, una volta, cercavamo di opporci!… Noi abbiamo cresciuto una generazione di agenti immobiliari, una stirpe di maledetti contabili”

LEMMY KILMISTER Motörhead.

Circa dieci anni fa, esisteva una Palermo artistica, vera, persino avanguardistica, ne sono stato testimone, le mostre si facevono, in meno gallerie, ed in spazi alternativi letteralmente inventati, c’erano premi d’arte, non pilotati, ed una competizione sana, qualche piccolo borghese comprava, e si dimostrava grande borghese quantomeno nell’acquisto coraggioso di opere di artisti autoctoni semi sconosciuti, era una Palermo buia secondo la narrazione di certa sinistra, dove la destra dominava, opprimeva con mostre di un sistema sempre becero, operatori culturali? Ne resistevano pochi tutti milanesi. Curatori? Tutti lecchini e bla bla bla, luoghi comuni, come se piovesse, erano gli anni del sindaco Diego Cammarata, anni tormentati per la ex capitale arabo-normanna, anni di immondizia per strada, di scandali a striscia la notizia, secondo la narrazione ufficiosa, ricordo le difficoltà, che si incontravano per fare una mostra, la gente ti domandava: “ma sei un artista normale o contemporaneo?” Io ridevo e continuavo il mio percorso di formazione, conoscevo gli artisti della città, li ammiravo alcuni, li studiavo, frequentavo l’accademia, i cantieri culturali della zisa erano un posto lugubre pieno di pantegane, dove potevi rubare qualche pezzo di lamiera o di eternit, o materiale strano, per dipingerci se eri in fregola avanguardista, non erano la sede distaccata dell’accademia, ed il polo culturale che vuole essere e non è. I nomi degli artisti palermitani giravano per l’Italia, qualcuno finiva pure alla biennale. Oggi le cose sono cambiate, ho l’età in cui mi sono liberato dai vestitini che la società ha cercato di mettermi addosso, e sono abbastanza lucido per dire senza neanche vederla che Manifesta 2018 la biennale d’arte itinerante, format olandese, come il grande fratello, approdata in città grazie ad una astuta manovra padronale, come direbbe Paolo Villaggio, è una cagata pazzesca, è una cagata stucchevole il video di presentazione allo Zen, in stile terzomondista, è una cagata il concept del giardino planetario figlio di tutte le diversità, è una cagata la lista degli artisti, e quasi certamente saranno una cagata le opere, in mostra. Manifesta la biennale che è venuta a venderci il suo brand, è il classico sistemino un po’ datato, per dire la verità, che viene a distruggere le ultime forme di vita artistiche autoctone, regalando atarassia, a Palermo, le annienta con l’arte più ipocrita, quella politica, il concept è sui migranti ovviamente, cattivista fino al punto di lucrare sulle tragedie di questa gente, quanto un Salvini alle prime armi. Poi chiedi ai partecipanti ed agli spazi di Manifesta Collateral, la grande mostra collaterale di Manifesta diffusa per i vari spazi della città, ed il nulla ti si paventa davanti, tutti ad aspettarsi finanziamenti, che non sono mai arrivati, tutti indecisi anche se nel programma compaiono, se all’ultimo minuto ci saranno o meno, si viaggia in una vaghezza disarmante, per non parlare degli eventi di presentazione di Manifesta, trutti disertati dai cittadini palermitani, una riunione di condominio di addetti ai lavori cittadini, poche le realtà coinvolte e tutte facenti parte della borghesia “colta” della città. Eppure gli spazi d’arte proliferano in città quasi come un bubbone, chi può apre una gallery, chi non può affitta ad una popup art gallery, di prestigio o anche cialtrona, chi ha uno scantinato si affretta a fare esporre il figlio, il nipote, l’amico, l’amante, e chi più ne ha più ne metta, perché ci sarà Manifesta, non si sa mai, si venda qual cosa, ci veda il curatore o il gallerista giusto, e boomm, non come Falcone e Borsellino, il booom giusto. Ma cose è Manifesta, una fiera d’arte? Un operazione politico-culturale? Un segmento parte di una grande speculazione culturale sulla città? Cibo spazzatura per le menti avvedute del turista “In” quello che di solito spende di meno? Uno stratagemma di incontro per radical chic di tutta Europa? Una festa per hipster? La scusa per le vacanze “intelligenti” a Palermo? Una manovra di marketing per AirBnB? Dove è la gloria che ci avevate promesso? Il riscatto culturale del Sud, la nuova Sicilia progressista, che la sa più lunga di tutti! Quella sole e mare che deve campare solo col turismo e la cultura? Dove è il liberty Palermitano promesso? Dove è?

22enne morto di fame. Sindaco di Pozzallo: “Tornati ai campi lager”

migrantiÈ morto di fame un migrante eritreo arrivato ieri a Pozzallo, a bordo della nave della organizzazione non governativa spagnola Proactiva Open Arms. Segen, questo il suo nome, era stato ricoverato ieri mattina dopo il suo arrivo all’ospedale Maggiore di Modica, ma non c’è stato nulla da fare.
Ha fatto però in tempo a raccontare come aveva vissuto prima di riuscire a salire su quel gommone e ad assaporare per poche ore la salvezza: 19 mesi bloccato nell’inferno della Libia, in uno di quei centri di detenzione che assomigliano tanto a lager, con poco cibo e tante botte.
“Una pena enorme – dice il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna – Ieri abbiamo assistito a uno sbarco tragico, abbiamo visto una situazione impressionante di denutrizione non solo nel ragazzo che purtroppo non ce l’ha fatta, ma anche nei suoi compagni di viaggio. Erano tutti pelle e ossa, sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti. Gente disperata, malnutrita: è stato terribile. Cinquantotto dei migranti approdati presentavano casi di scabbia e sono già in cura, ma quello che davvero ha lasciato a bocca aperta erano le loro condizioni fisiche: scheletri, uomini, donne e bambini senza un filo di adipe, solo un mucchio di ossa”.