Padel e beneficenza.
Il 28 maggio l’Italia
si tinge di rosa

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Roma, 22 maggio 2017 – Padel e Beneficienza. Questi gli ingredienti della prima edizione del ‘Padel Day 2017’, evento sportivo che unirà sport e solidarietà: domenica 28 maggio, in tutta Italia si giocherà – tutti in rosa – a Padel, lo sport del momento, per raccogliere fondi a favore dell’Airc, l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro. L’evento è organizzato dalle associazioni Padel Torino, La Paddle Mania, Padel4Fun e PadelNostro con il sostegno e il patrocinio di ASI – Associazioni Sportive e Sociali Italiane e del Comitato Paddle della Federazione Italiana Tennis.

Capofaro Malvasia & Resort – main sponsor – NaturalBOOM, PrenotaUnCampo e LMA Srl – partner – sono le realtà che hanno deciso di abbracciare la kermesse, condividendone il suo scopo sportivo e sociale. Continua a leggere

Moda 2017: dagli abiti agli accessori. La tendenza si fa metal

lame_07Lamè, metal, metallizzato: non importa come la si chiami, perché questa tendenza è tornata ad avvolgere tutte le componenti della moda 2017. Dagli abiti agli accessori, oggi qualsiasi elemento dell’outfit si fa metal: ed ecco che vestiti, cinture e borse vengono ricoperti di oro, argento o bronzo, in grado di regalare allo stile una componente di brillantezza e di design davvero unica al mondo. Il metallizzato è diventato un trend destinato a impazzare durante la primavera-estate 2017, dunque determinato a entrare di prepotenza nel mondo delle tendenze glamour e lusso. Vediamo di approfondire questa tendenza così affascinante.

Trend e brand: il Lamè piace ai marchi di moda

Come spesso avviene nella moda, sono le passerelle più importanti – e dunque gli stilisti più famosi – a lanciare una tendenza piuttosto che un’altra. Quando poi una tendenza mette tutti d’accordo, allora non c’è storia: sarà destinata a trasferirsi velocemente dalle suddette passerelle agli outfit delle donne. Questo è quanto sta accadendo al metallizzato, entrato di petto in alcune delle collezioni più importanti a livello internazionale: come ad esempio Gucci, Tod’s, Dolce & Gabbana, Jimmy Choo, Chloé, Valentino e Casadei. Di fatto, nessun big del settore è rimasto impassibile di fronte ai riflessi variopinti del Lamè.

Abiti e accessori metallizzati: quali sono i trend 2017?

Oro, argento e bronzo, uniti nel nome del fashion: il metallizzato conquisterà ogni angolo della moda 2017, partendo dagli abiti fino ad arrivare agli accessori. Ma quali sono le tendenze metal che andranno per la maggiore in questa primavera-estate? Innanzitutto le gonne a pieghe, come testimoniato dalla nuova collezione di Gucci, le tute e i pantaloni in lurex, brillanti, colorati e metallizzati, ideali per le uscite durante una serata elegante. Non resteranno impassibili al trend metal neanche le calzature, come ad esempio i sandali. Infine, anche le camicette in stile bon ton sono state contagiate da questo trend: colori caldi o freddi, ma sempre rigorosamente metal. Qualunque capo o accessorio lamé scegliate di indossare, potrete di sicuro trovare una grande varietà di stili e modelli sui grandi e-commerce di moda come yoox.com.

Tendenze metal: un gradito ritorno dagli anni ‘80

Le tendenze metal rappresentano una delle tante componenti che stanno tornando gloriosamente dagli anni ’80: anzi, per essere precisi, si tratta forse di una delle più importanti. E questo riguarda le diverse sfaccettature del metal: dall’oro al bronzo fuso, caldi e coprenti, fino ad arrivare all’argento, dai colori freddi propri dei lampi. Ma non si tratta di un semplice ritorno, considerando che stanno nascendo anche altre varianti, come il Lamè mercury e le fantasie metallizzate come il zebrato ed il medievale. Il tutto, come sempre, grazie all’intervento e alle intuizioni di stilisti di fama mondiale, come ad esempio Cristopher Kane, Balmain e Louis Vuitton. E voi, siete pronte per una primavera-estate puramente metal?

Il suddetto cesso e la bandiera dei pirati. Due volti e l’immaginario

fortino pirati civitavecchiaUn fortino tirato su con i materiali portati dal mare. In alto, a sventolare orgogliosa, la Jolly Rogers. Dentro la rocca improvvisata attempati pirati che giocano a carte, passano il tempo, sognano la giovinezza in una città, Civitavecchia, rovinata da un punto di vista ambientale: essa ha visto un’ampia e selvaggia cementificazione, convive con due centrali Enel, il centro chimico dell’esercito, ed il primo porto passeggeri del Mediterraneo che con le ciminiere che restano accese per produrre l’elettricità necessaria alle navi da crociera, vere e proprie città galleggianti, affumica tutto il centro cittadino. Ed ancora amianto e polveri di cemento, simboli del vecchio (e mai realizzato) sogno industrialista degli anni settanta.

Su tutto un’incidenza tumorale molto al di sopra della media nazionale.

Il fortino dei pirati poteva essere il luogo del sogno e dell’utopia. Di certo non faceva male a nessuno. Non l’ha pensata così la polizia municipale che, in quattro e quattr’otto, ha fatto sbaraccare bucanieri e fortezza. Eccesso di razionalismo? Forse quei quattro tronchi minavano l’estetica dell’orizzonte? Erano privi di autorizzazione paesaggistica? Di certo gli anziani che giocavano ai pirati si sono ritrovati citati in giudizio ed hanno dovuto ricorrere all’assistenza di un legale. Qualche giorno dopo lo sgombero fa la propria comparsa, a pochi metri dal luogo in cui sventolava la bandiera della fratellanza, un cesso. Un WC chimico probabilmente portato lì dal mare. Per giorni e giorni il “suddetto cesso”, ribattezzato così dalla stampa locale, ha fatto bella mostra di sé sul bagnasciuga. Ma nessuno ha gridato allo scandalo. La domanda è semplice: perché il luogo dell’utopia va sradicato ed un maleodorante cesso deve essere lasciato lì, quasi a simbolo della città?

Gli eventi, realmente accaduti, hanno dato luogo ad un dibattito letterario, che è stato chiuso in volume dall’associazione Spartaco. Titolo del libro “Il suddetto cesso e la bandiera dei pirati”, con scritti di Cristian Bufi, Ernesto Berretti ed Eros Mammoliti. Prefazione di Mario Michele Pascale e postfazione di Massimo Piermarini. Gli autori sviluppano narrazioni a partire dai due fatti di cronaca, cercando le risposte che la cronaca giornalistica non è stata in grado di dare. L’occasione è stata ghiotta per un’analisi del tessuto sociale della città laziale. Ma guai a considerare Civitavecchia come eccezione: in tutta Italia può nascondersi un “suddetto cesso” ed ogni nostro campanile può usare violenza al sogno. Certo è che la cittadina del litorale tirrenico vive un periodo di forte depressione, economica e sociale, cui, dopo la vittoria dei cinque stelle alle recenti comunali, si è aggiunta una forte brutalizzazione della vita politica e civile. Ma questo ha reso gli autori ancora più accaniti: con precisione chirurgica essi hanno vivisezionato, attraverso le loro narrazioni, la viva e cruda realtà di Civitavecchia, che è anche la realtà del nostro mondo.

Di più non diciamo, lasciando al lettore il gusto della scoperta del testo.

Ernesto Berretti, Cristian Bufi, Eros Mammoliti
Il suddetto cesso e la bandiera dei pirati
Ass. Spartaco, Factory, 2017
Euro 10

“Ballando con le stelle”. 12 no limits. I concorrenti si ‘aprono’ al pubblico

Veera-Kinnunen-e-Oney-TapiaAlla dodicesima edizione di “Ballando con le stelle” ha trionfato l’inno alla vita di Oney Tapia. Non ha vinto per perbenismo, buonismo, pietismo o ipocrisia, ma perché ha talento vero e perché ha lasciato un messaggio positivo. Come ha ben evidenziato Fabio Canino durante la trasmissione: “qui resta chi sa ballare” e ha talento appunto. Il concorrente de L’Avana ha la musica e la danza nel sangue, si muove bene ed è sciolto. “Quando ballo mi sento libero” e “per ballare devo sentire” -ha affermato-, quasi a significare che si deve emozionare e far emozionare. In più è non vedente per un incidente che dal 2011 gli ha fatto perdere la vista. Se a tutto questo aggiungiamo che ha promosso un continuo inno alla vita, facile ottenere la vittoria finale. Con il finalista judoka Fabio Basile, campione di sportività da vero atleta, hanno offerto uno spettacolo straordinari; “non importa chi vince, facciamo un vero spettacolo”, era stato infatti l’invito che l’olimpionico aveva rivolto al futuro conquistatore della coppa più prestigiosa. Tanta emozione e tanta psicologia in quest’ultima edizione del programma presentato da Milly Carlucci e Paolo Belli. Anche grazie alla presenza della criminologa (e un po’ psicologa) Roberta Bruzzone nei panni di opinionista. I concorrenti si sono raccontati con sincerità, aprendosi molto.
In primis Antonio Palmese. Alto un metro e novanta, è quello che è “cresciuto” di più artisticamente; non era facile muoversi con agilità e disinvoltura con la sua statura elevata, invece è stato sciolto. Forse avrebbe meritato di più.
Del resto alto era anche Oney. Ha avuto autoironia, si è cimentato in tante discipline ed ha convinto. Ha mostrato bravura e simpatia e tanta umanità. Soprattutto per il suo inno alla vita lo ribadiamo. É iniziato con la salsa in “Vivir mi vida”; è continuato con il charleston in “Get Lucky”; per poi proseguire con il
freestyle lento sulle note di “Che sia benedetta”. Per non citare il valzer in “Eppure sentire”, che gli ha regalato l’en plein del punteggio: 50, il massimo, 10 da ogni giurato per una sorta di standing ovation che è un inchino di fronte a chi sa ancora regalarsi e donare gioia, allegria, si ritiene fortunato nonostante tutto. Successi segnati sempre in coppia con Veera Kinnunen.
Il motto di Oney é: “Ricorda che un sorriso é il test più prezioso….trasmettere passione, allegria e amore é il miglior modo per farsi ricordare”. Questo racchiude in sé la dolcezza e la tenerezza del nome del campione cubano (se si aggiunge una ‘h’ in inglese diventa ‘honey’, che significa ‘miele’), alla profondità dell’attinenza alla realtà senza pessimismo, vittimismo, catastrofismo o auto-commiserazione di Veera, che rimanda alla vita vera. Splendidi anche nel merengue, sono stati premiati per la semplicità con cui hanno reso tutto facile seppure non lo fosse. Il premio alla passione per questo atleta paraolimpico, versione al maschile di Beatrice Vio, tutto sorriso e solarità, uno sprizzo di vivacità che ha ravvivato la trasmissione.
Altri importanti premi, però, sono stati assegnati nel finale del programma, che ha quasi voluto dare una nuova immagine di sé. Non contano solamente la tecnica e il talento, ma anche le emozioni, che vengono gratificate più di tutto il resto. Il classico e storico premio Aiello è andato a Sara Di Vaira e Martin Castrogiovanni. Ma, accanto a questo più tradizionale, è stato istituito quello denominato “emozione”, attribuito a Xenya per l’incontro con il fratello, che ha fatto commuovere giurati e pubblico. Infine, premio speciale della giuria a Simone Montedoro e Alessandra Tripoli.
Insomma molti i concorrenti che si sono messi in mostra e fatti notare per qualità più umane e non prettamente artistiche. Ma Oney Tapia avrebbe probabilmente vinto per la semplicità, genuinità, spontaneità, naturalezza, modestia e umiltà con cui si è posto. Per istintività con cui si faceva guidare dalla musica e da Veera. Per la disinvoltura del suo corpo in movimento, ma anche con cui ha saputo sostenere la compagna di ballo. E non perché è cieco, semmai quello è stato per lui un valore aggiunto (e non più un limite), che non ha potuto che fargli onore. Così come fa piacere che Xenya sia stata apprezzata per gli attimi di delicata sensibilità che ha saputo portare e non solo per la bellezza fisica, avvenenza che tra l’altro nessuno le nega. Abbiamo voluto ribadire i meriti e il giusto riconoscimento alla fatica di Tapia per mettere a tacere ogni polemica strumentale che possa essere sollevata (ma non crediamo assolutamente sia e sarà questo il caso), come spesso nascono dopo ogni finale di gara in cui i vincitori sembrano sempre aver ‘rubato’ quasi qualcosa. La conquista della coppa da parte di Oney probabilmente ha messo tutti d’accordo perché è un invito ad andare oltre i propri limiti e superare gli ostacoli senza lasciarsi scoraggiare. Non a caso Tapia ha dedicato la sua vittoria a tutti gli atleti disabili, ovvero diversamente abili e non persone con handicap impossibilitate in certi ambiti, ma che anzi possono fare tutto. E questo vale a vari livelli: non si può ballare se si è troppo alti (e invece Palmese lo ha fatto egregiamente); oppure se si è più robusti fisicamente (come il giocatore di rugby Martin Castrogiovanni che, al contrario, ha riscosso successo e ottenuto un alto indice di gradimento tra il pubblico).

Barbara Conti

Media Art Festival. I vincitori dell’ultima edizione al MAXXI

Si è conclusa la cerimonia di premiazione del Media Art Festival 2017, al MAXXI.

media art festivalEcco i vincitori delle diverse categorie:

– Vincitore Hackreativity, Seangolare App, progetto realizzato dal team ApStart del liceo Lazzaro Spallanzani di Tivoli con Cinzia Dell’Omo di By the Sea, un laboratorio di design, produzione, riparazione e vendita di capi su misura per sport acquatici di superficie.

L’applicazione Seangolare App rende più immediato l’acquisto online di prodotti per sport acquatici, garantendo accessibilità, rapidità e praticità.

http://www.mondodigitale.org/it/news/hackreativity-i-vincitori

– Migliore opera realizzata con le scuole: “La sua lingua, la nostra lingua”, installazione sonora interattiva realizzata da Francesco Bianco e gli studenti dell’ITTSET Emanuela Loi di Nettuno

La sua lingua e la nostra

– Migliore opera della call internazionale: “Elektromistel” del collettivo RAUMZEITPIRATEN. Biografia. Tobias Daemgen, Jan Ehlen, Moritz Ellerich sono un collettivo artistico incentrato sul concetto di curve dello spazio e del tempo. Dal 2007 usano e uniscono vecchie e nuove tecnologie visive e uditive per architetture luminose e sonore. Le loro opere sono finalizzate all’interattività, e ai collegamenti sperimentali di suoni, immagini, oggetti, spazio e tempo per un alternately-self-expanding-multimedia-performance-surround-spaceship-laboratory-travel verso un luogo situato tra scienza e fantascienza. Opera. Un ambiente luminoso interattivo per trasformare lo spazio urbano, consentendo un nuovo approccio alla città. Diversi gruppi di sculture sonore e visive, formate da luci sensibili che reagiscono ai suoni che le circondano, sono montate temporaneamente su alberi e piante della città, proiettando sequenze animate di luce e ombra sull’architettura circostante. Ispirato al vischio europeo, una pianta parassita, il progetto gioca con le strategie parassitarie e simbiotiche. (2017, progetto Enlight)

ENLIGHT

Terroni Uniti, arriva il concertone gratuito del primo maggio a Napoli

TERRONIUNITISi arricchisce il nutrito cast del concertone gratuito del primo maggio a Napoli dei Terroni Uniti che si terrà in piazza Dante e che diventerà la seconda tappa, dopo Pontida, del tour dei Terroni Uniti che hanno già annunciato il prossimo concerto a Lampedusa.  Si allunga la lista degli artisti  provenienti non solo da Napoli e dall’Italia, ma anche dalla Spagna e dal Mali e si allungano anche le ore dello show, infatti il live, annunciato per le 14,  partirà invece alle 12 e andrà avanti fino a mezzanotte.

Ecco i nomi che si sono aggiunti al cast: Capatost, Francesco Di Bella, Chiodo Fisso, Pietra Montecorvino, Amed Key & RSP Sound System, Lelio Morra, Ivan Granatino, Claudia Megrè, mentre da Roma arriva R.A.K. (Barracruda Fam – ROMA) e l’attesissimo Piotta.

locandina primo maggioCon il concertone del Primo Maggio nascono anche i Terroni Radiofonici Uniti da un’idea di Gianni Simioli, uno dei presentatori dello show, che ha pensato di unire tutte le realtà radiofoniche e portarle sul palco del primo maggio. “In un’occasione come questa, in cui la musica unisce, non potevamo pensare di dare l’esclusiva ad una sola emittente – afferma Gianni Simioli – e così ho pensato di chiamare tanti colleghi, speaker di diverse radio, uniti verso un solo scopo, quello di dar vita ad una serata all’insegna della coesione e dell’amicizia nello spirito dei “Terroni Uniti”. Ci saranno dunque: Rosanna Iannaccone (Radio Marte), Daniele Decibel Bellini ( Radio Kiss Kiss Italia), Maria Silvia Malvone (kiss Kiss Italia), Michele Chianese (Radio CRC), Bruno Gaipa (Radio Punto Nuovo- Av), Fabrizio Maffei (Radio Bussola 24 – Salerno), Tarcisio Suarez (Radio Ibiza) e Rosario Arzeo e Stefania Sirignano (Radio Punto Zero).

Il concertone sarà presentato da Gianni Simioli insieme a Paolo Caiazzo, Peppe Iodice, Cecilia Donadio e Francesco Paoloantoni e sul palco oltre alla musica,  si avvicenderanno anche tante voci di chi lavora per tenere acceso il punto focale della giornata del primo Maggio, la festa dei lavoratori  appunto, che a Napoli, più che mai, diventa la festa ribelle dei lavoratori a nero, dei lavoratori sfruttati, della manodopera dell’informale, delle vittime clandestine del caporalato. Una festa, un concerto, tante voci unite per pretendere che Napoli sia liberata da ogni marchio, da ogni pregiudizio, da ogni politica di marginalizzazione, privatizzazione, indebitamento, sfruttamento, avvelenamento.

Ci saranno anche gli “Scrittori Terroni Uniti” come: Luca Delgado, Rosario Dello Iacovo, Pino Imperatore, Antonella Cilento, Gianluca Calvino, Maura Messina, Maurizio de Giovanni, Michele Serio, Massimo Torre, Enza Alfano, Letizia Vicedomini, Claudio Finelli, Giovanni Meola, Gaetano Di Vaio.

Il concerto è  sostenuto dall’Amministrazione Comunale e da  tante realtà imprenditoriali come: Musica Posse, Jesce Sole, Full Heads, Area Live, 4Raw, Suoni del sud, Ethnos festival.

Colonna sonora della giornata sarà “Gente do Sud”, il piccolo grande miracolo del collettivo “Terroni Uniti”, non solo una canzone, ma un vero e proprio inno antirazzista, che ha acceso un faro importante sulla tematica dell’immigrazione,  scagliandosi contro tutte le forme di razzismo fino a dissacrare la roccaforte leghista, portando un messaggio d’accoglienza, di fratellanza e d’amore per il diverso.

Terroni Uniti, arriva il concertone gratuito del primo maggio a Napoli

TERRONIUNITISi arricchisce il nutrito cast del concertone gratuito del primo maggio a Napoli dei Terroni Uniti che si terrà in piazza Dante e che diventerà la seconda tappa, dopo Pontida, del tour dei Terroni Uniti che hanno già annunciato il prossimo concerto a Lampedusa.  Si allunga la lista degli artisti  provenienti non solo da Napoli e dall’Italia, ma anche dalla Spagna e dal Mali e si allungano anche le ore dello show, infatti il live, annunciato per le 14,  partirà invece alle 12 e andrà avanti fino a mezzanotte.

Ecco i nomi che si sono aggiunti al cast: Capatost, Francesco Di Bella, Chiodo Fisso, Pietra Montecorvino, Amed Key & RSP Sound System, Lelio Morra, Ivan Granatino, Claudia Megrè, mentre da Roma arriva R.A.K. (Barracruda Fam – ROMA) e l’attesissimo Piotta.

Con il concertone del Primo Maggio nascono anche i Terroni Radiofonici Uniti da un’idea di Gianni Simioli, uno dei presentatori dello show, che ha pensato di unire tutte le realtà radiofoniche e portarle sul palco del primo maggio. “In un’occasione come questa, in cui la musica unisce, non potevamo pensare di dare l’esclusiva ad una sola emittente – afferma Gianni Simioli – e così ho pensato di chiamare tanti colleghi, speaker di diverse radio, uniti verso un solo scopo, quello di dar vita ad una serata all’insegna della coesione e dell’amicizia nello spirito dei “Terroni Uniti”. Ci saranno dunque: Rosanna Iannaccone (Radio Marte), Daniele Decibel Bellini ( Radio Kiss Kiss Italia), Maria Silvia Malvone (kiss Kiss Italia), Michele Chianese (Radio CRC), Bruno Gaipa (Radio Punto Nuovo- Av), Fabrizio Maffei (Radio Bussola 24 – Salerno), Tarcisio Suarez (Radio Ibiza) e Rosario Arzeo e Stefania Sirignano (Radio Punto Zero).

Il concertone sarà presentato da Gianni Simioli insieme a Paolo Caiazzo, Peppe Iodice, Cecilia Donadio e Francesco Paoloantoni e sul palco oltre alla musica,  si avvicenderanno anche tante voci di chi lavora per tenere acceso il punto focale della giornata del primo Maggio, la festa dei lavoratori  appunto, che a Napoli, più che mai, diventa la festa ribelle dei lavoratori a nero, dei lavoratori sfruttati, della manodopera dell’informale, delle vittime clandestine del caporalato. Una festa, un concerto, tante voci unite per pretendere che Napoli sia liberata da ogni marchio, da ogni pregiudizio, da ogni politica di marginalizzazione, privatizzazione, indebitamento, sfruttamento, avvelenamento.

Ci saranno anche gli “Scrittori Terroni Uniti” come: Luca Delgado, Rosario Dello Iacovo, Pino Imperatore, Antonella Cilento, Gianluca Calvino, Maura Messina, Maurizio de Giovanni, Michele Serio, Massimo Torre, Enza Alfano, Letizia Vicedomini, Claudio Finelli, Giovanni Meola, Gaetano Di Vaio.

Il concerto è  sostenuto dall’Amministrazione Comunale e da  tante realtà imprenditoriali come: Musica Posse, Jesce Sole, Full Heads, Area Live, 4Raw, Suoni del sud, Ethnos festival.

Colonna sonora della giornata sarà “Gente do Sud”, il piccolo grande miracolo del collettivo “Terroni Uniti”, non solo una canzone, ma un vero e proprio inno antirazzista, che ha acceso un faro importante sulla tematica dell’immigrazione,  scagliandosi contro tutte le forme di razzismo fino a dissacrare la roccaforte leghista, portando un messaggio d’accoglienza, di fratellanza e d’amore per il diverso.

FIAF: Michele Crameri e Matteo Ballostro vincono “Portfolio Italia”

Michele Crameri - Il lavoro del sicario

Michele Crameri – Il lavoro del sicario

La FIAF – Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, associazione senza fini di lucro che si prefigge lo scopo di divulgare e sostenere la fotografia amatoriale su tutto il territorio nazionale, annuncia i vincitori di «17° Spazio Portfolio» e di «11° Portfolio al Mare», prima tappa di “Portfolio Italia 2017 – Gran Premio Hasselblad”, che si è tenuta a Sestri Levante gli scorsi 21, 22 e 23 aprile all’interno della più ampia manifestazione “69° Congresso Nazionale FIAF” e “11° Festival Una Penisola di Luce”.

Ad aggiudicarsi il prestigioso riconoscimento sono stati i fotografi Michele Crameri con “Il lavoro del sicario” e Matteo Ballostro con “Polaroid Express”.

Michele Crameri, fotografo di Chiuro (SO) che ha presentato un Portfolio composto da 33 immagini in bianco e nero realizzate tra il 2015 e il 2016, ha vinto il primo premio per essere riuscito a rappresentare la disgregazione morale dell’uomo prodotta da una società violenta, regolata diffusamente dalla sopraffazione omicida della controparte. L’Autore, con una profonda ricerca fotografica sul comportamento assassino, nel portare alla conoscenza i volti rapaci dei sicari e l’amarissimo dolore delle vittime, diventa monito per la coscienza civile nel non scivolare nel vortice senza sbocco di una società armata.

Matteo Ballostro - Polaroid Express (1)

Matteo Ballostro – Polaroid Express

“Polaroid Express” di Matteo Ballostro, fotografo di Genova che ha presentato un Portfolio composto da 18 immagini realizzate nel 2017, è il progetto che si è classificato al secondo posto ed è stato premiato per la capacità di contaminare il “qui e adesso” di una vita urbana con una mitologia vintage. L’immaginario pittorico pop-art riesce così a definire una visione artistica postcontemporanea fresca e ludica.

I lavori dei due Autori premiati a Sestri Levante, insieme a quelli di tutti gli Autori vincitori delle prossime tappe, saranno esposti al CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore (Via Delle Monache 2, Bibbiena), in una grande mostra che sarà inaugurata il giorno 25 novembre 2017. I vincitori di ciascuna tappa potranno poi partecipare alla selezione conclusiva e concorrere al premio finale di vincitore di Portfolio Italia 2017.

Grazie alla partnership tra FIAF e Fowa – che vede Hasselblad come sponsor unico – il famoso brand presenzierà a tutte le tappe del circuito e premierà i primi classificati di ogni tappa con un campus di alta formazione, gestito dai più importanti Ambassador a livello mondiale, comprensivo di soggiorno di una settimana presso il Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena.

La seconda Manifestazione in programma, il «14° FotoArte in Portfolio», si svolgerà nelle giornate del 27 e 28 maggio nel Borgo Antico di Taranto, presso il Chiostro del Mudi, Museo Diocesano di arte sacra.

Per maggiori informazioni su Portfolio Italia: www.fiaf.net/portfolioitalia

Michele Crameri
Michele Crameri è nato nel 1983 in un piccolo paese delle alpi svizzere. È laureato in Graphic Design con un master in Marketing, ed ha lavorato per qualche anno come grafico. Nel 2006 ha iniziato a collaborare fotograficamente con un giornale locale. Nel 2008 ha aperto il suo studio fotografico, occupandosi di foto di moda e di matrimonio. È un fotografo free-lance, che oggi si dedica quasi completamente al foto giornalismo. Ha vinto l’edizione 2016 del Premio Mediterraneo con “Istanbul, tra Oriente e Occidente” e “Sicari dell’Honduras”.

Matteo Ballostro
Matteo Ballostro è nato ventotto anni fa’ a Genova, dove tuttora risiede. Ha frequentato il Liceo Artistico Klee Barabino e si è laureato in Architettura all’Università di Genova. Attualmente lavora in un centro diurno per disabili (dove, fra l’altro, fornisce agli utenti gli elementi base della tecnica pittorica). È appassionato di pittura e di fotografia. 

Tennis: le imprese di Coric, Schiavone, Johnson
e Vondrousova

atp tennisQuattro tornei a finale inedito. Si tratta degli Atp di Marrakech e di Houston e dei Wta di Bogotà e di Biel. I vincitori di vere e proprie vittorie-rimonta sono: il croato Borna Coric, l’americano Steve Johnson, l’italiana Francesca Schiavone e la giovane ceca Marketa Vondrousova.

Nell’Atp di Marrakech, infatti, è stato il giovane Coric a sorprendere Philipp Kohlschreiber al terzo set. Una rimonta inaspettata, per due motivi: innanzitutto perché il tedesco era doppiamente favorito in quanto testa di serie n. 3 e per le vittorie precedenti in cui aveva dimostrato un’ottima solidità da fondo. Invece, a fare la differenza, è stata la maggiore tenacia del croato, che potremmo ribattezzare il nuovo Dominic Thiem; stesso carattere e stile di gioco, stesso fisico e medesima aggressività in cui ha rischiato i punti decisivi ribaltando una partita che sembrava quasi persa, o comunque molto dura per lui. Kohlschreiber ha avuto diversi match point e ha annullato altrettanti set point nel secondo, prima che si andasse al terzo. Nell’ultimo parziale, però, non è sembrato più dominare e avere il controllo del match come nel resto della partita. Un incontro in cui gli sono saltati inaspettatamente i nervi, tano da rompere malamente una racchetta. Forse le troppe occasioni mancate e sprecate lo hanno innervosito, comprensibile. Riesce a portare a casa il primo set per 7/5 dopo essere riuscito a fare un break a Coric. Nel secondo set si porta avanti subito di un altro break, strappando un servizio all’avversario che, però, immediatamente lo riconquista. Il tedesco ha altre chances di chiudere la partita, ma si va al tie-break e qui fa un disastro: la testa di serie n. 3 gioca malissimo molti punti, mentre è pressoché perfetto Coric nell’andare veloce, spedito, deciso, dando il massimo e con una concentrazione e una freddezza stupefacenti; non a caso il parziale a favore del croato è di 7 punti a 3. Nell’ultimo set continua quest’andamento favorevole al più giovane dei due, che arriva ad ottenere il break utile decisivo: finisce per 7/5. Avrebbe potuto addirittura chiudere prima perché ormai Philipp sembra davvero buttare via il match, troppo nervoso per ragionare o per piazzare i colpi alla perfezione come al suo solito. Incredibile. Ha lasciato tutti senza parole poiché aveva mostrato, invece, un’attitudine di moderazione, tranquillità, compostezza e totale equilibrio, anche in situazioni di svantaggio. Pensiamo agli incontri contro Struff nei quarti, in cui vince in rimonta al terzo set dopo aver perso il primo con il punteggio di 3/6 7/5 6/3, ma dando l’impressione di avere sempre in mano le redini del gioco. Così come al turno precedente contro il francese Chardy, conclusosi per 6/0 2/6 6/3: andato sempre al terzo, dopo aver vinto il primo e perso il secondo e, pertanto, in una condizione speculare a quella della finale; ci si sarebbe aspettati tutti che il tedesco ripetesse l’impresa. Forse non si aspettava una rimonta, un recupero, un ritorno, una reazione sia fisici che mentali così consistenti da parte di Coric; probabilmente pensava di avere già vinto, che il peggio fosse passato e che ora fosse tutto facile e in discesa, di avere il titolo in mano. Un po’ di deconcentrazione e stanchezza lo hanno fatto uscire dal match, anche perché Borna ha iniziato davvero a giocare decisamente meglio, soprattutto i punti decisivi, quasi togliendo il tempo al tedesco, che aveva incominciato a rallentare e frenare un po’ il ritmo, iniziando a sbagliare un po’ di più. Per entrambi i finalisti facili le semifinali: doppio 6/2 per il tedesco contro Paire e doppio 6/4 per il croato contro Vesely. Quest’ultimo aveva battuto precedentemente il nostro Paolo Lorenzi, giunto a un passo dal compiere un risultato eccezionale (3/6 6/3 7/65 il punteggio di una vera e propria battaglia, in una partita equilibratissima, in cui forse Vesely ha giocato meglio i punti decisivi e c’è stata un po’ di sfortuna per l’italiano). L’azzurro, tra l’altro, era reduce da un duro derby contro il connazionale Gianluca Quinzi, che lo ha visto trionfare per 7/65 2/6 6/4. Lorenzi veniva dalla vittoria contro Garcia-Lopez per 7/6(4) 7/5, Quinzi dal trionfo su Mathieu per 7/6(8) 6/3.

Quasi come un overrulling, nell’Atp di Houston il campione è il padrone di casa: lo statunitense Steve Johnson. Prima porta al terzo set il brasiliano Thomaz Bellucci, dopo che sembrava non avere più chances nell’incontro. Poi arrivano i crampi a un passo dal servire per il match, il time out medico, gli applausi di incoraggiamento del pubblico, la sofferenza sul suo volto, attimi di tensione per il fatto di vederlo incapace di camminare per un po’. Tutto facile per Bellucci per un set e mezzo: vince il primo set per 6/4 e nel secondo sembra assolutamente vicinissimo alla conquista del titolo. Poi la svolta. Il tenace Johnson si fa prendere da un moto d’orgoglio. Non ci sta a perdere e trova la chiave della partita: punta sul rovescio dell’avversario, mancino, che sbaglia invece ad insistere sul dritto potentissimo dell’americano che lancia vere e proprie silurate supersoniche; come frecciate con cui segna il bersaglio del traguardo di portare l’incontro al terzo set. Dopo aver vinto il secondo per 6/4 sempre, continua a spendere energie, generosissimo, attaccando molto, andando spesso a rete mentre Bellucci, più pigro e con meno mordente forse, vuole rimanere ostinato a fondo a scambiare dritto contro dritto, perdendo solamente 15 su 15. Avrebbe dovuto preferire l’altra diagonale, spostando la traiettoria sul rovescio (più di difesa e meno incisivo) di Johnson, che si è salvato molto anche con il servizio. Così qualche problema fisico per l’americano ha portato l’incontro al tie-break, ma qui ha continuato a giocare con molta intelligenza tattica e tanto “cuore”, anche tra i dolori fisici: lo ha vinto per 7 punti a 5. Non a caso, dunque, la testa di serie n. 4 ha fatto sentire il suo peso e primato sulla n. 8. Ma a risaltare è proprio il numero di americani che hanno giocato a questo torneo che si può a pieno titolo definire “americano”. Non solo tre in semifinale: Jack Sock (testa di serie n. 1, giocatore molto valido e solido, battuto dal più concreto futuro vincitore finale Johnson per 4/6 6/4 6/3); poi la wild card Ernesto Escobedo che ha lottato per tre set contro Bellucci (sconfitto per 5/7 6/4 6/2); questo esordiente veniva da un durissimo match in tre tie-break ai quarti contro il connazionale John Isner: ostico, quest’ultimo era testa di serie n. 2 e si è arreso per 7/6(6) 6/7(6) 7/6(5). Un incontro che, sicuramente, il pubblico di casa avrà gradito e che lo avrà fatto impazzire. Infine, ancora, da citare la testa di serie n. 3, sempre un altro americano: Sam Querrey, tutto altezza, aces e servizio potente con cui ama fare serve&volley, sullo stile di Isner appunto; è stato fermato da Bellucci per 6/4 3/6 6/3 ai quarti. Per citare i più forti. Ma si possono anche elencare la testa di serie n. 7 Donald Young oppure e altre wild card Bjorn Fratangelo o Reilly Opelka; oppure, inoltre, anche i qualificati (sempre rigorosamente a stelle e strisce) Tennys Sandgren e Noah Rubin.

E da una wild card era partita nel Wta di Bogotà Francesca Schiavone. Qui l’azzurra arriva a conquistare l’ottavo titolo in carriera contro la giovane Lara Arruabarrena. Vince per 6/4 7/5. Un titolo che vale doppio per lei: sia per il ritorno dopo l’essere stata a un passo dal ritiro, quando tutti (e forse anche lei stessa) la credevano “finita”, sia per l’essere riuscita non solo a tornare competitiva, ma anche a “vendicare” la connazionale Sara Errani. Quest’ultima aveva perso dalla svedese Larsson per 7/5 6/4 e lo stesso punteggio la milanese rifilerà alla medesima avversaria al turno successivo di semifinale. Un parziale direttamente inverso, ma esattamente speculare, a quello della finale che però dice tanto. Innanzitutto la capacità di mantenere la calma e la lucidità dell’azzurra. La Larsson, infatti, parte (molto nervosa) con il contestare diverse palle nei primi due games, su cui però l’italiana si porta subito in vantaggio di un break che riesce a mantenere (anche resistendo a una serie di break e contro-break: portatasi subito sull’1-0 a servizio, se lo fa strappare infatti, ma poi lo recupera nel nono gioco); più facile poi sarà il secondo set per lei, che trova fiducia e sicurezza nei colpi e gioca con maggiore aggressività. Quella che le ha permesso di fare la differenza nella finale, attaccando di più, rischiando di più e giocando meglio i colpi decisivi: l’avversaria ha 4 set points, ma Francesca chiude in 100 minuti circa. Qui la tennista nostrana gioca un torneo praticamente perfetto. Senza mai perdere un set, elimina prima Tig (6-3, 6-4), si prende poi la rivincita contro Jakupovič concedendole solo tre games e ai quarti affronta la numero uno del tabellone Kiki Bertens superandola agevolmente per 6/1 6/4. Arriva, così, a disputare la sua diciannovesima finale del circuito WTA. Un vittoria importantissima qui al Claro Open di Bogotá. Grazie al successo recupera 64 posizioni nel ranking femminile, garantendosi per la diciassettesima volta consecutiva l’accesso al main draw di Parigi: ricordiamo che la Schiavone vinse il Roland Garros nel 2010 su Samantha Stosur per 6/4 7/6(2) e che l’anno successivo (nel 2011) perse in finale da Li Na per 6/4 7/6(0).

Ed a proposito di esordienti e wild card vincenti, non si può non menzionare l’exploit assolutamente convincente della 19enne ceca Marketa Vondrousova nel Wta di Biel. Al primo titolo, nella prima finale in carriera, nella prima edizione del torneo svizzero. Contro un’altra giovanissima: la 21enne estone Anett Kontaveit. Classe 1999, da n. 233 del mondo la Vondrousova arriva sino alla posizione n. 117, vince da qualificata la finale per 6/4 7/6(6). Convince assolutamente con un tennis solido, fondamentali assolutamente di altissimo livello, grinta e mordente che non rispecchiano la giovane età. Non trema e non ha timore. Ricorda molto la Kasatkina, sia per struttura fisica che per gioco. Stava per pagare un po’ di stanchezza e rischiava di andare sino al terzo set. Non solo ha recuperato nel primo set, che aveva visto l’avversaria andare in vantaggio, ma nel secondo c’è stato il serio pericolo che lo perdesse; ma non è andata in confusione, anzi ha rigirato la partita a suo vantaggio. Un po’ stremata, ha continuato a lottare e mettere a segno vincenti. Ha vinto solamente facendo punti e non sugli errori della Kontaveit. Ha fatto la differenza con la superiore qualità di gioco, a partire dal servizio, al dritto e al rovescio. Non ha avuto paura di attaccare o di cercare la conclusione vincente con passanti e lungolinea. Si è spostata bene in campo e ha costruito bene il gioco, soprattutto variandolo, coprendo ogni zona del campo. Ineccepibile, se non per un leggero calo di tensione e fisico, di rendimento, con un piccolo passaggio a vuoto e un momento di blackout nella prima parte del secondo set, sicuramente dovuto a stanchezza. Non è mai sembrata superba o convinta di aver già vinto, ma sempre molto umile e una grande lottatrice, maratoneta e stacanovista. Ha resistito, non ha accennato a demordere neppure nelle situazioni a suo vantaggio. Da grande campionessa. Un inchino a una nuova teenager emergente molto interessante. Speriamo continui così.

Scarpetta sì oppure no?
Il piacere della tavola senza pregiudizi

la-scarpetta-galleryAlzi la mano, meglio, ambedue, chi – almeno una volta – non ha intriso un anonimo tozzo di pane nel sugo rimasto – provvedendo così a realizzare ciò che da golosi e buongustai viene affettuosamente chiamata la “scarpetta” … Caspita – strofinare il piatto con un soffice lembo di pane ove smarrita sopravvive una lacrima lillipuziana di sugo è un gesto a dir poco commovente, che evoca i racconti strappalacrime del buon Dickens e tempi retrò. Sono modi di fare “secolari”, anzi, vezzi cavallereschi figli di un’Italia meno opulenta di quella attuale, in cui “sciupare” o “scialacquare” non solo erano propositi da deplorare ma consuetudini cui nessuno poteva e doveva permettersi. Del resto, nemmeno nelle magioni più opulente lo spreco – in quanto tale – era ammesso, ma soprattutto, in quei convivi dove “il companatico” veniva espugnato con i sudori della fronte. E così, ammollare il pane in un profumato e striato intingolo – dopo “la dipartita” dell’ultimo baldo rigatone annesso al rancio – diventa un cadeau inatteso per l’amatissima gola, tuttavia forse più in uso un tempo di adesso! Infatti, nei locali di una volta non era una vicenda eccezionale notare un qualsiasi commensale, che dopo aver apprezzato la razione di pasta tuffava un minuto pezzettino di pane nel condimento eccedente – ripulendo così l’ultima “scaglia” di sugo –, a tal punto che la stoviglia sembrava appena mondata!  Inoltre, come annoverato, era una lode al sempiterno risparmio –, a significare che nulla si doveva gettare, nemmeno quel “quid” infinitesimale di salsa non “acciuffata” dalla pastasciutta appena ingollata.

Va ricordato che “ante litteram” la pasta veniva servita nella cosiddetta “fondina”, in pratica nel piatto fondo adoperato per zuppe, brodi e minestre, e non nell’omonimo “piano” – come di prassi oramai da un bel po’. Ragion per cui, era tutto sommato usuale che terminato l’ultimo “spaghetto” sopravvivesse nella profondità della ciotola un pugno di salsa defraudata dell’ingrediente fondamentale, e cioè la pasta! E racimolare con scrupolo quell’ultima “oncia” di garbato sughetto era un andazzo routinario, sovente emulato dagli altri astanti. Il gesto in sé non era certo un tonante ossequio al bon-ton, al cosiddetto desinare aristocratico, tipico di quegli ambienti ove regnava l’infervorata “noblesse oblige”. Malgrado ciò, questo “agire” dalle connotazioni nazional-popolari non era diletto esclusivo delle classi sociali – diciamo – più semplici. Insomma, “la scarpetta” si delineava come un’irresistibile tentazione anche per figure gerarchicamente più altolocate – anch’esse voraci sino al midollo. Del resto che male c’è ad appoggiare con pertinacia un pezzo di pane sul fondo unto e bisunto di una qualsiasi scodella e provvedere, ipso facto, al suo “goloso” candore? Davvero nessuno –, perciò evviva la scarpetta e sotto a chi tocca!

Ora come ora – “la strofinata” con mollica incorporata continua imperterrita la sua insigne “carriera” culinaria, in ogni caso, viene professata con un pizzico di verecondia, quasi sia inconfutabile indizio di spigolosa licenziosità cui andar cauti. Insomma, in parole grame, è un gesto fatto con scarsa naturalezza – accompagnati dal terrore d’esser bollati come personaggi dalle fattezze bucoliche e per nulla “à la page”. Un appello sentito al buon senso: siate voi stessi soprattutto a tavola, non date bada all’eventuale giudizio altrui e godete (se vi piace) di una scarpetta disinibita all’insegna dell’esultanza assoluta e, ci mancherebbe, grondante di sugo con non mai! Non siate perciò schiavi di pregiudizi o di limitazioni parcheggiate solo nella vostra mente – derivanti da una mentalità insulsa! Nessun oste o chicchessia vi rimprovererà di aver intriso il pane nel “suo” sugo prediletto; anzi, sarà tronfio di aver cullato sino in fondo le vostre papille gustative – sperando che al più presto ritorniate a essere ospiti della taverna. In gustoso (e speziato) epilogo, alla sibillina domanda – scarpetta sì oppure no – la risposta a squarciagola è senz’altro affermativa. Pertanto, prelibata scarpetta a tutti – sempre all’insegna del cibo migliore, e vale a dire quello che più piace e appaga!

Stefano Buso