“L’amica geniale”. Una bella storia di amicizia longeva

amica geniale

Dopo tanta attesa, è arrivata sul piccolo schermo la nuova fiction “L’amica geniale”, che tanta attenzione e aspettative aveva suscitato nel pubblico su di sé. Attesa anche suscitata dalla presentazione della stessa alla 75esima edizione della Mostra del cinema di Venezia. E il successo di spettatori che ha avuto è stato un tripudio totale, sia dal punto di vista degli ascolti incassati che da quello del riscontro positivo ottenuto per il suo contenuto e la sua sceneggiatura e impostazione. Tale trionfo può essere riassunto in un solo aggettivo a sintetizzare la serie tv: geniale. Questo attributo si ricollega al titolo e deriva da una frase pronunciata da una delle due protagoniste di questa bella storia di amicizia longeva; Elena, detta Lenù (alias Elisa del Genio), dice alla sua amica e compagna di classe Raffaella, detta Lila (Ludovica Nasti): “Tu sei la mia amica geniale: devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine”. Già qui si delineano i punti forti della fiction: l’amicizia, l’istruzione, la cultura, la lotta di emancipazione e di riscatto. Cioè la ricerca di costruire un futuro migliore e di uscire dalla povertà attraverso lo studio, l’accesso al quale spetta anche alle donne e alle ragazze di diritto, che lo rivendicano con forza e lo difendono con tutti i propri mezzi a disposizione. Dunque una lotta per il cambiamento, per uscire da un ambiente, come la Napoli degli anni Cinquanta appunto, di miseria e violenza, fatto di discriminazioni, di rinunce, di costrizioni e di compromessi, a cui sottostare e da sopportare senza possibilità di revoca o replica, senza poter alzare mai la testa e dire ‘no’. Quello che invece decideranno di fare le due bambine. Il loro massimo desiderio quale è? Scrivere un libro, perché quello le farà diventare ricche; soprattutto umanamente, ovviamente. Infatti la loro brillantezza, soprattutto quella della ‘geniale’ Lila, è la loro intelligenza e la loro audacia. Coraggiosa, sa già leggere e scrivere quando va a scuola; ma, soprattutto, ama la cultura, i libri, leggere, non ha paura di ribellarsi, di fare anche ciò che è vietato e proibito: studiare, fare l’esame per andare alle scuole medie. Seguiremo questo loro percorso di formazione nel tempo, unite anche se separate a tratti, attraverso i personaggi delle adolescenti Elena (Margherita Mazzucco) e Lila (Gaia Girace). E il nome della prima protagonista non è a caso. Infatti, come noto, la serie tv è tratta dalla tetralogia di Elena Ferrante. Forse potremmo vedere nella giovane attrice un po’ un alter-ego della scrittrice; ma, a parte questo, di certo “L’amica geniale” è una coproduzione straordinaria, realizzata da Lorenzo Mieli e da Marco Gianani per Wildside, da Domenico Procacci per Fandango, in collaborazione con Rai Fiction, HBO Entertainment e TimVision. E la regia di Saverio Costanzo, promossa a pieni voti per il racconto per immagini che ha saputo creare, riuscendo a ridonare l’atmosfera del libro della Ferrante, riproponendola in maniera fedele. Il fatto che le protagoniste saranno seguite anche ‘da grandi’ – come già detto – fa il resto, dando un valore aggiunto alla serie, incrementandola e arricchendola ancora ulteriormente. Un processo e un progetto durati oltre otto mesi di lavorazione solo per i casting. Il successo di ascolti sancisce ufficialmente il trionfo della fiction: con una media di più di 7 milioni di spettatori e uno share del 29,3%; nello specifico: 7.458.000 telespettatori e il 28,05% di share per il primo episodio e 6.729.000 (e il 30,80% di share) per il secondo.

Il punto di forza è che è la storia di due giovani strenue ed instancabili combattenti. E questo è un aspetto molto verosimile nel concreto. Anche nella realtà, infatti, Ludovica Nasti/Lila, oggi 12enne, ha dovuto sconfiggere la leucemia, con cui ha lottato e contro cui ha combattuto dai 5 ai 10 anni. Proveniente da Pozzuoli, sognava di fare la calciatrice o la ballerina hip hop; ora è approdata in tv, superando un casting di più di 9mila aspiranti attrici coetanee. Le comparse hanno visto gente arrivare da tutte le parti della Campania alla ricerca del miglior accento partenopeo vero, attori non professionisti ovviamente, ma anche studenti delle scuole del posto. Ed a conquistare il pubblico sono stati proprio gli sguardi delle protagoniste, i loro abiti in costume d’epoca stile anni Cinquanta, con tanto di balli e le musiche di allora (dal twist al rock) e poi anche la voce narrante di Alba Rohrwacher: “troppa grazia”, verrebbe da commentare citando il titolo di un film che ha visto di recente protagonista l’attrice; anche il dialetto napoletano, però, non è dispiaciuto e non ha disturbato, non ostacolando la comprensione e l’empatia (anche grazie ai sottotitoli). Così come è stato molto apprezzato il personaggio della maestra Oliviero (alias Dora Romano), battagliera nello spronare le sue ragazze a mostrare il loro valore; è una sua frase ad immergerci nel senso della fiction, quando dice alle sue alunne: “se non cominciate a far veder sin da subito quello che sapete fare, non lo imparerete mai. Io so che siete capaci, che avete le potenzialità e credo che potrete farcela”. Per lei devono provare a sfidare i maschi in una gara a classi aperte, perché non sono inferiori ai ragazzi, che non sono superiori o migliori a loro. Devono semplicemente imparare a tirare fuori tutto il loro potenziale nascosto, andando contro chi vuole chiudere loro la bocca e ‘bloccarle’ nella loro crescita. Per la maestra con il loro studio potranno “contribuire allo sviluppo della società”. Qui sta la svolta epocale da punto di vista della presa di coscienza del ruolo della donna, anche delle bambine, nella società stessa appunto.

E non è un caso che la serie tv, in otto puntate di due episodi ciascuna, parta proprio delineando i termini chiavi della sua panoramica d’avanguardia, illuminante. Ben lo vediamo dai titoli dei primi due episodi: “Le bambole” e “I soldi”. Le bambole sono il simbolo dell’innocenza di chi ha la loro età, invece loro e i loro coetanei spesso sono costretti ad andare a lavorare per aiutare la famiglia, oppure conoscono solo violenza e brutalità. Bambini e bambine, donne e uomini, si feriscono in maniera feroce, sono sempre in contrapposizione, ma lo fanno per ragioni di orgoglio per lo più. Loro due, invece, riescono a stringere un’amicizia vera. “Quello che faccio io, lo fai pure tu; tanto io non ho paura” è la loro regola. Come, ad esempio, andare a riprendere le bambole nella ‘cantina’ di Don Achille, cioè l’emblema della loro serenità e spensieratezza (perdute) dell’infanzia e dell’adolescenza. Le bambole sono un po’ loro due: perse, cercano di ritrovarsi. Vanno da chi gliele ha tolte loro; come gli usurai e i camorristi, che anche gli uomini combattono. Un po’ come gli incubi dei bambini da piccoli, per la paura del buio magari, che immaginano mostri orribili e cattivi, orchi pericolosi, che vanno sconfitti. I soldi, invece, sono quelli di chi pensa di poter comprare tutto con essi, simbolo di spregiudicatezza e prevaricazione. Molti ragazzi vengono educati alla ‘guerra’, ad uccidere, alla violenza, come cani da combattimento che devono essere pronti a sbranarsi. C’è chi ha tutto e chi non ha niente: chi può studiare il greco e il latino e chi deve lavorare. Se imparano il significato del termine vendetta, le due ragazze invece vorrebbero scegliere speranza: quella in e di un futuro diverso. Lila, infatti, vorrebbe aprire un calzaturificio tutto suo, perché: “non possiamo (i poveri ndr) stare sempre a testa bassa, dobbiamo ribellarci”. Anche se, ricorda Lila, è un po’ come la storia di Didone: “se non c’è l’amore, non solo la vita delle persone non vale niente, ma non ha senso neppure quella dell’intera città (Napoli)”. Occorre ricordarsi sempre di amarsi, ma anche di sapere, di conoscere perché: “sono le cose che non sappiamo che fanno paura; più sappiamo, meno abbiamo e fanno paura”. Anche la fretta è una cattiva consigliera, perché per il cambiamento occorre (il) tempo (necessario). Man mano che i loro corpi cambiano, infatti, tale idea si insedia sempre più in loro, si sentono sempre più responsabili del loro paese e della loro vita. Ciò dà modo di accennare anche a tematiche moderne e attuali come quella della violenza di genere, sulle donne.

E qui la vera rivoluzione viene da Stefano Cassarà, quando dice ai coetanei ed amici: “I nostri padri hanno fatto cose brutte, ma noi, i figli, dovrem(m)o essere diversi. Dobbiamo chiederci: vogliamo restare sempre così o vogliamo cambiare le cose?”, se sì occorre farlo tutti insieme, come sparare tutti insieme i botti di Capodanno. Questo l’entusiasmo dei giovani, nei loro sogni e nelle loro aspettative; ma c’è molto ancora da fare per ottenerlo, perché chi ha il controllo non intende cederlo. Intanto qualcosa inizia a sorgere, come la biblioteca di tutti, aperta a tutti, del quartiere, del rione da cui si vuole fuggire, che dà premi ai più assidui lettori: uno dei quali è proprio Elena.

Se volessimo, invece, cercare una frase che sintetizzi tutta la portata innovativa della serie tv, è quella che riproponiamo, postata in un hashtag su Twitter (come segnalato dall’Huffington Post): “l’emancipazione sociale passa dalla cultura, le diseguaglianze si abbattono con la scuola. Sono i libri a salvare le vite e nazioni”; ovvero il sogno che inseguono e perseguono Lenù e Lila: è il grande racconto di un percorso di liberazione e libertà individuale e personale, ma anche collettiva e comune.

Il loro obiettivo è sfuggire alla ristrettezza di un ambiente in cui vige una mentalità patriarcale e maschilista, in una società ottusa in cui si sottostà al rigido ordine sociale dominante, predeterminato, in cui c’è una gerarchia da rispettare che suddivide la società in classi e caste: loro sono la plebe, non meritano niente. O forse no? Questo sembrano chiedersi le ragazze, mentre si interrogano parallelamente su quali siano i loro diritti. Si è schiavi delle regole e persino dentro casa, dove non c’è dialogo e non ci si può opporre: loro non vogliono essere sottomesse come le loro madri, eternamente ed inesorabilmente obbedienti. Loro ricercano piuttosto se stesse: come fare a scoprire cosa vogliono essere davvero e come fare a diventarlo veramente?

Girata a Caserta, l’epoca è quella del dopoguerra, il che complica il tutto beninteso. Lenù e Lila hanno due caratteri diversi: più ponderata, studiosa, rispettosa delle regole l’una; più istintiva, ribelle, di un’intelligenza intuitiva spesso l’altra. Condividono tutto, anche i primi innamoramenti; infatti c’è anche la loro volontà di avere la libertà di amare chi si vuole, seppure di ceto sociale diverso; sono due facce della stessa medaglia: quella dell’Italia di quegli anni, tra onestà e corruzione. Anche le prime esperienze sentimentali; litigano e si riappacificano; discutono e si confrontano; decidono insieme e si contemperano, cercando di trovare un equilibrio e un accordo almeno tra di loro, per restare ed essere unite e più forti dunque. Nonostante tutto; e le resistenze e gli ostacoli da superare non sono pochi; ma impareranno presto il significato della parola ‘perdono’. Un vero talento e un genio il loro a modo diverso. Un romanzo di formazione e di ascesa sociale, che cercano di raggiungere ognuna alla sua maniera: più tenera e calma Lenù; più irruenta, dura e distaccata e fredda a volte Lila, ma entrambe turbate profondamente da un cuore ferito, che si sente come in gabbia, impossibilitato ad esprimersi liberamente; si sentono quasi incomprese. Lila è più spericolata e incosciente, mentre Lenù è più ‘mansueta’, quasi come un animale addomesticato che sente di dover sottostare alle regole ed accettarle; finisce quasi per sentirsi un po’ prevaricare, opprimere dall’amicizia di Lila, quasi che dovesse fare tutto quello che dice lei, perché è più forte. Amiche e sorelle, nemiche ed amiche al contempo. Da qui un po’ un’aura di angoscia che si respira. Anche perché è una storia piena di sentimenti: desideri e sogni, rabbie e rancori, aspirazioni e ambizioni, vergogne e paure, gioie e dolori, delusioni e soddisfazioni. Una storia lunga circa settant’anni, che ci verrà svelata poco a poco, come in un lungo ed eterno flashback, in cui si disvela il personaggio di Lila, che traina e guida tutti gli altri. Tutto studiato nei minimi dettagli, quello di Lila è un fascino in primis intellettuale. La stessa Lenù si chiede: “come fai a sapere tutte queste cose?”; “non lo so – le risponde l’altra -: apro il secchio (la mente, la testa metaforicamente) e le tiro fuori”. Ecco, il tirare fuori, che è quello che fa la fiction: la vita aiuta le due protagoniste, in maniera maieutica, a tirare fuori tutto quello che avevano dentro, anche a loro insaputa, che non osavano o non avevano il coraggio di manifestare.

E se lo scenario della trama è dunque aperto sul e verso il futuro, il nuovo, anche quello della fiction sembra destinato a continuare nel tempo. Infatti c’è ancora molto materiale da cui poter attingere dalla produzione di Elena Ferrante a disposizione: ben quattro libri della scrittrice; oltre all’omonimo “L’amica geniale” (del 2011), anche “Storia del nuovo cognome” (del 2012), “Storia di chi fugge e di chi resta” (del 2013), “Storia della bambina perduta” (del 2014). Quindi non è difficile prevedere un sequel della serie tv, con altre stagioni ed episodi ricchi ed intensi tutti da scoprire. Tanto che la serie americana di ispirazione, “My brilliant friend”, prevedeva addirittura quattro stagioni di ben otto episodi (32 in totale dunque).

Barbara Conti

IveliseCineFestival, premiati i vincitori della IV edizione di Cortometraggi

Si è svolta domenica sera 2 dicembre 2018, la Premiazione dell’IveliseCineFestival
nel corso della quale sono stati annunciati i vincitori.

Immagine Serata PremiazioneSerata ricca di grandi emozioni e sorprese ieri al Teatro Ivelise di Roma, durante la Premiazione della Quarta Edizione dell’IveliseCineFestival.
Il festival di cortometraggi e documentari, realizzato con il contributo della Regione Lazio, prodotto dal Teatro Ivelise e l’Associazione Culturale Allostatopuro, patrocinato da Acsi e Metis Teatro e organizzato in collaborazione con Teatro Kopò, il Caffè Letterario Mangiaparole e il Laboratorio di Arti Sceniche di Massimiliano Bruno, dopo tre giorni di proiezioni parallele in più sedi artistiche della capitale, si è concluso ieri con la tanto attesa Premiazione nel corso della quale sono stati annunciati i vincitori decretati sia dalla Giuria di Esperti che dalla Giuria Popolare.
Ricordiamo che delle 42 opere in Concorso, divise in 7 categorie di genere, la Giuria, presieduta da Massimiliano Bruno (regista/autore/attore), Volfango De Biasi (Regista e Sceneggiatore), Marta Gervasutti (regista/sceneggiatrice), Alessandro Pesci ( Direttore della Fotografia), Massimo Intoppa (Direttore della Fotografia), Luca Angeletti (Attore, Cantante, Sceneggiatore e Regista), il 26 novembre scorso, ha decretato 4 nomination per ogni categoria.
MIGLIOR OPERA:
AHINOA di Ivan Sainz- Pardo
THE ESSENCE OF EVERYTHING di Daniele Barbiero
LA PREMIATA COMPAGNIA MASTROSIMONE di Giovanni Battista Origo
PIPINARA di Ludovico Di Martino

MIGLIOR REGIA:
Daniele Barbiero in THE ESSENCE OF EVERYTHING
Ludovico Di Martino in PIPINARA
Ivan Sainz- Pardo in AHINOA
Giovanni Battista Origo in LA PREMIATA COMPAGNIA
MASTROSIMONE

MIGLIOR FOTOGRAFIA:
Jose Martin Rosete in AHINOA
Valerio Martorelli in PIPINARA
Angelo Coli in
CONVERSAZIONE PRIVATA
Tomas Gold in CONSTRICTION IS A
SCAR

MIGLIOR MONTAGGIO:
Gianluca Conca in THE ESSENCE OF EVERYTHING
Ivan Sainz- Pardo e Fran Garcia in AHINOA
Cristina Di Lorito in CONVERSAZIONE PRIVATA
Niccolò Notario in PIPINARA

MIGLIOR SCENEGGIATURA:
Fabrizio Benvenuto in HAPPY HOUR
Ludovico Di Martino e Nicola Ingenito in PIPINARA
Giovanni Battista Origo e Elettra Raffaella Melucci in LA
PREMIATA COMPAGNIA MASTROSIMONE
Costanza Bongiorni in THE ESSENCE OF EVERYTHING

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA:
Paolo Briguglia in HAPPY HOUR
Alessandro Marverti PIPINARA
Matteo Quinzi in LA PREMIATA COMPAGNIA MASTROSIMONE
Ludovico Terzigni in AGGRAPPATI A ME

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA:
Blu Yoshimi in CERTE BRUTTE COMPAGNIE
Alice Pagotto in HAPPY HOUR
Veronica Liberale in LA VOLTA BUONA
Valeria Cavalli in DEPARTURES

ATTORE RIVELAZIONE:
Andrew Mullan in THE ESSENCE OF EVERYTHING
Marco Imparato e Emmanuell Caserio in DOPPIO SEI
Daniele Mariani in FINE D’ESTATE

ATTRICE RIVELAZIONE:
Stephanie Tripp in THE ESSENCE OF EVERYTHING
Aurelia Shikarski in AHINOA
Miriam Fauci in AGGRAPPATI A ME
Maria Vittoria Montali in LA STORIA DI ARIANNA

Come nelle precedenti edizioni, anche il pubblico è stato partecipativo e ha votato durante le proiezioni parallele, nelle giornate del 29 e 30 novembre, sia al Teatro Ivelise, al Teatro Kopò, Caffè Letterario Mangiaparole, al Laboratorio di Arti Sceniche di Massimiliano Bruno e all’Associazione Metis Teatro, decretando la “Migliore Opera a categoria di genere”:
Migliore Opera per la categoria di genere Fantasy: “The Essence of Everything”
Migliore Opera per la categoria di genere Commedia: “Aggrappati a me”
Migliore Opera per la categoria di genere Tematica Sociale: “L’ultimo Ninja”
Migliore Opera per la categoria di genere Drammatico: “Let the night sorround you”
Migliore Opera per la categoria di genere Documentario: “Oro bianco”
Migliore Opera per la categoria di genere Horror/Thriller/Noir: “Il polo opposto”
Migliore Opera per la categoria di genere Animazione: “The eyes of azzure”

Alla Premiazione di ieri sera, nel piccolo teatro nel cuore di Roma, si sono ritrovati i finalisti arrivati in nomination, i registi delle opere votate dalla Giuria Popolare, di fronte ai Giurati sul, Massimiliano Bruno, Volfango De Biasi, Massimo Intoppa, Luca Angeletti, le partnership e lo staff dell’evento, uniti dal grande entusiasmo, per annunciare i vincitori.
Sul palco insieme alla Giuria, la Direttrice del festival Brenda Monticone Martini e Martina Milani (gia Coordinatrice della II edizione del Festival), per presentare l’evento, annunciare i vincitori e le grandi sorprese di questa edizione: premi sia in denaro che in forniture, istituiti grazie alle donazioni devolute all’Associazione Culturale Allostatopuro.
Essere già lì per i finalisti e per lo staff del festival, è stato un grande successo, ma di sicuro i riconoscimenti e i premi saranno di grande incoraggiamento per il loro futuro, ed è così che vince come Miglior Opera di questa Quarta Edizione “The Essence of Everything” di Daniele Barbiero, con 1.000 euro in premio e la proposta al regista di entrare nella commissione degli esperti nella prossima edizione dell’IveliseCineFestival, la Miglior Regia va a Ivan Sainz – Pardo in Ahinoa che vince un giorno di set nella location del Teatro Kopó; la Miglior Sceneggiatura va a “La premiata compagnia Mastrosimone” di Giovanni Battista Origo e Raffaella Melucci vincendo un giorno di set presso il Mangiaparole – Libreria Caffè letterario e la pubblicazione della sceneggiatura con la casa editrice fondata dal locale, la Miglior Fotografia va a “Pipinara” di Valerio Martirelli che vince 2 giorni di set nella location del Teatro Ivelise; il Miglior Montaggio va a “The Essence of Everything” di Gianluca Conca che vince 2 giorni di set nella location del Teatro Ivelise.

Anche i migliori attori hanno ricevuto una targa di riconoscimento e hanno vinto una cena per due persone presso il Mangiaparole – Libreria Caffè letterario:

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA:
ALESSANDRO MARVERTI (PIPINARA)
MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA:
ALICE PAGOTTO (HAPPY HOUR)
ATTORE RIVELAZIONE:
ANDREW MULLAN (THE ESSENCE OF EVERYTHING)
ATTRICE RIVELAZIONE:
AURELIA SHIKARSKI (AHINOA)

Per informazioni sul festival visitare il sito ufficiale:
Teatro Evelise

Congresso Amsi: ambulatori e sportelli specializzati per stranieri

amsiSi è svolto a Roma, alla clinica “Ars Medica” in Via Ferrero di Cambiano, il Congresso dell’AMSI, Associazione Medici d’origine Straniera in Italia, cui han partecipato piu’ di 150 professionisti della sanità italiani e d’ origine straniera, confrontandosi sul tema “Neurotraumatologia e lesioni periferiche – Trattamento medico, chirurgico e riabilitazione”. Argomento del II convegno del XIX Corso d’aggiornamento internazionale e interdisciplinare dell’Associazione: cui sono intervenuti – come relatori e moderatori – ortopedici, neurologi, medici del lavoro dell’ INAIL, neurologi, fisiatri, neurochirurghi, podologi universitari e ospedalieri, con due sezioni e confronto costruttivo con i partecipanti .

Il Congresso è stato aperto dal Prof Foad Aodi, medico fisiatra, fondatore e Presidente AMSI, e Consigliere dell’ Ordine dei Medici di Roma, e dal Dr. Giuseppe Quintavalle, Direttore Generale della ASL RM 4 (Civitavecchia) e Commissario straordinario della RM5 (Tivoli). ” Sin dall’ inizio – ha ricordato Aodi – uno dei principali obbiettivi dell’ AMSI è stata la gratuità dei corsi ECM in occasione di convegni come questo; fra i temi da intensificare ,abbiamo anche i rapporti tra sanità e immigrazione, tema essenziale in una società globalizzata come la nostra. Mentre la dimensione interdisciplinare, e internazionale, dell’aggiornamento non solo dei medici, ma di tutti i professionisti della sanità è ormai un dato acquisito dai responsabili della sanità italiana”.
“Alla ASL Rm 4 – ha precisato il Dr. Quintavalle – sin dal 2002 abbiamo attivato convenzioni con ambulatori Amsi per stranieri , che permettono d’ assistere un numero elevato di persone, tra cui molti immigrati, e anche in situazioni a possibile rischio, come le carceri per le quali situazioni abbiamo attivato anche speciali “Task Force”): mentre la ASL, attualmente, vaccina tutti coloro che, per qualsiasi motivo, entrano nel nostro territorio. Alla Asl Rm5, e Asl Rm4 ,continua Quintavalle, è in programma l’apertura, di Ambulatori Amsi per stranieri: per superare le difficoltà linguistiche, intensificare la prevenzione, la ricerca, la cooperazione internazionale e la collaborazione tra professionisti italiani e colleghi stranieri. Per questo vogliamo intensificare la collaborazione con l’Amsi, che ha dimostrato in questi 18 anni concretezza e costanza”. “Presso gli ambulatori e sportelli Amsi per stranieri – ha aggiunto Aodi – le patologie più frequenti, oggi, attengono a ginecologia, ortopedia, fisiatria, pneumologia, cardiologia, gastroenterologia, diabetologia, odontoiatria. Inoltre si e’ registrato un aumento molto significativo, che documenta la variazione di età, abitudini e stili di vita e di alimentazione degli stessi immigrati in Italia: il 40 % in piu’ di richieste di consulti psicologici, del 35 % di visite cardiologiche e diabetologiche , del 25% di controlli anti-obesità, del 20 % di visite per patologie di sterilita’. E’ emerso dalle statistiche degli sportelli Amsi che oggi anche gli immigrati, adeguandosi alle abitudini occidentali e italiane, fanno pochi figli, affrontando matrimonio e gravidanza in eta’ piu’ avanzata rispetto ai loro Paesi di origine”.

Il Presidente della ONLUS “Emergenza Sorrisi”, e Coordinatore dipartimento Cooperazione internazionale dell’ Amsi, Dr. Fabio Abenavoli, ha ricordato le attività di cooperazione sanitaria e umanitaria, a livello internazionale, svolte dalla Onlus, in collaborazione con Amsi,in Libia,Siria e Iraq. Il responsabile Politiche dell’ immigrazione della CGIL, Kurostani, ha portato i saluti del Segretario Generale, Susanna Camusso; Nicola Lo Foco, portavoce del Movimento Internazionale e Interprofessionale “Uniti per Unire”, ha ricordato la valenza universale del diritto alla salute.

Il consiglio direttivo Amsi ha ringraziato pubblicamente tutte le autorità che hanno inviato i loro messaggi: il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il Presidente della Camera Roberto Fico, i due Vicepremier Luigi di Maio e Matteo Salvini, il vice ministro Affari Esteri, Emanuela Claudia del Re ,il Presidente della Regione, Nicola Zingaretti, il Sindaco di Cerveteri, Alessio Pascucci.

“Un volo d’aquiloni”: una serie di storie di donne e di lotte sociali

aquiloni

“Un volo d’aquiloni”. Questo il titolo d’una raccolta di 4 racconti (Ed. Thyrus, 2018, e. 12,00), opera prima d’ una scrittrice promettente, la romana Rosanna Sabatini: che narra storie di donne forti in lotta con problemi come il mobbing sul posto di lavoro, la violenza di genere, la malasanità.
Fa eccezione il primo racconto, strettamente autobiografico: in cui l’Autrice ripercorre le vicende dell’infanzia, vissuta tra i quartieri Testaccio e, in seguito, Pietralata. Due zone di Roma diversissime, accomunate solo dalla radice fortemente popolare dei due insediamenti. L’Autrice ricostruisce le origini di Pietralata, una delle 12 borgate realizzate dal Governatorato di Roma per trasferirvi, negli anni ’40, molti sfrattati dal centro dell’ Urbe: dove, nella vasta area compresa tra il Campidoglio, i Fori Imperiali e San Giovanni – Santa Croce in Gerusalemme, i piani di ristrutturazione del fascismo (con la creazione, tra l’altro, di Via dei Fori Imperiali) avevano causato la demolizione di molti edifici, con l’esodo forzato degli abitanti. Durante l’occupazione tedesca, Pietralata è una delle principali aree di resistenza antinazista: proprio là, nelle vicinanze del nuovo carcere di Rebibbia (all’epoca in costruzione), nel settembre ’43 i nazisti applicano per la prima volta la feroce misura del “Dieci per uno”, nella fucilazione di ostaggi in rappresaglia per un attentato subìto. Dopo la guerra, il quartiere si trova improvvisamente al centro del boom edilizio: negli anni dal ’57 al ”64,. enormi distese verdi vengono inghiottite dal cemento, mentre il PCI catalizza le lotte per la casa.

Rosanna Sabatini, classe 1954, si sofferma su quella che è soprattutto la Roma delle borgate e di Pasolini, con la Chiesa cattolica e il PCI principali “punti cardinali” nella vita della povera gente: che è in lotta con palazzinari e speculatori vari, in una Roma di periferia che dista davvero anni luce da quella di Montecitorio e delle “Vacanze romane” in via Margutta e Piazza di Spagna, e che, sino a fine anni ’70, e oltre, manterrà, per molti aspetti, una fisionomia quasi da Terzo Mondo.

Notizie anche interessanti si trovano – sempre nel primo racconto e poi nell’appendice – sulla storia recente del Reatino, e più esattamente, della zona del Lago del Salto (di Borgo San Pietro, frazione del Comune di Petrella del Salto, erano genitori e nonni dell’Autrice): il paese originario – in una situazione alla Guareschi – era rimasto sepolto sotto le acque del lago, dopo l’inaugurazione nel 1940, da parte di Mussolini, della diga più alta dell’epoca, che aveva sbarrato il fiume Salto (affluente del Velino). Diga costruita, insieme a quella del vicino Lago del Turano, per alimentare, nella centrale di Cotilia, la produzione di energia idroelettrica, necessaria soprattutto alle acciaierie di Terni. In Appendice – basandosi anche sugli interventi al convegno di studi di Borgo S. Pietro dell’ ottobre 1986 – la Sabatini ripercorre le vicende di tutta l’area: la cui popolazione non fu minimamente sentita dal Governo fascista, che, per soddisfare le richieste della “Società Terni”, permise arbitrariamente l’utilizzazione delle acque dell’ Italia centrale.

Coi lavori svoltisi dal 1937 al 1941, nella Valle del Salto e del Turano una vasta area di terreni agricoli altamente redditizi fu sommersa per la realizzazione del lago artificiale, mentre la prospettiva d’un lavoro sicuro nella realizzazione di opere pubbliche, e del successivo sviluppo di commerci e servizi vari attirava nella zona schiere di disoccupati, e anche di contadini e braccianti del posto: pervasi da una sorta di “febbre dell’oro” a metà tra il West e l’Abruzzo di “Fontamara”. Tuttora gli anziani del luogo- ricorda ancora l’ Autrice – parlano con rabbia di ampie vallate e pianure, coltivate o lasciate a pascolo, poi letteralmente sparite per far posto a questa sorta di “nuovo Fucino”. Mentre , l’8 maggio 1940, Mussolini in persona si recava ad inaugurare gli impianti sul Salto e sul Turano: senza però degnare d’uno sguardo la baraccopoli degli sfollati, costretti poi, negli anni seguenti,a vivere nelle casette di cemento, a volte addirittura senza camini, realizzate in fretta e furia dal Governo (la storia d’ Italia si ripete continuamente…).

Diversamente dalla gente del Fucino – ricorda, citato dall’Autrice, Roberto Marinelli, storico dell’area dei Monti Reatini – questa del Salto non ha avuto neanche un Ignazio Silone in grado di rievocare il suo strazio. Mentre dopo la Seconda guerra mondiale, è iniziata anche l’emigrazione di molti, convintisi a lasciare gli attrezzi del contadino per andare a lavorare nelle miniere del Belgio.

Fabrizio Federici

Professionisti della sanità per diritto alla salute di italiani e stranieri

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In Italia vivono e lavorano, oggi, circa 80.000 professionisti della sanità di origine straniera: di cui circa 19.000 medici, organizzati nell ‘AMSI (Associazione Medici d’origine Straniera in Italia). Il Congresso annuale dell’ AMSI si terrà il 1 dicembre a Roma, alla Clinica “Ars medica” di Via Ferrero di Cambiano, col patrocinio di Ordine dei Medici di Roma, movimento “Uniti per Unire”, Unione Medica Euro mediterranea (UMEM) e BTL Italia. Insieme al Congresso si terrà il Corso d’aggiornamento AMSI in Neurotraumatologia (trattamento medico, chirurgico e riabilitativo): con professionisti della sanità italiani e d’origine straniera,. nel contesto del programma d’aggiornamento professionale e interdisciplinare dell’ AMSI (che al suo attivo ha, in 18 anni, l’organizzazione di piu’ di 650 convegni). Con questo convegno, inoltre (accreditato ECM, col rilascio, a tutti i professionisti partecipanti, di 6 crediti formativi) , s’intensifica la collaborazione tra AMSI e Ordine dei Medici di Roma e Provincia, nel quadro della politica dell’ AMSI di massima apertura anche alle altre professioni sanitarie e alla società civile nel suo complesso: interverranno, infatti, neurologi, neurochirurghi, fisiatri, radiologi, ortopedici, radiologi, fisioterapisti, podologi.

“Sin dall’inizio della sua attività – precisa Foad Aodi, medico fisiatra, fondatore e Presidente AMSI e Consigliere dell’ OMCeO di Roma – l’ AMSI ritiene che medicina e sanità sono i migliori argomenti per sviluppare il dialogo interculturale e inter religioso e la difesa dei diritti umani. Al Convegno del 1 dicembre, così, presenteremo le ultime proposte dell’ AMSI: che all’ agenda delle professioni e della politica italiana ha messo recentemente i suoi progetti “Buona sanità Internazionale” e “Buona immigrazione”, per lo sviluppo d’ una vera cooperazione sanitaria internazionale. Siamo, infatti, fortemente preoccupati – prosegue Aodi – per un quadro internazionale in cui, da una parte, continuiamo a contare le morti di innocenti (nei vari conflitti o per fame o nel mare), la violenza contro donne e anziani, e la scomparsa – nel caos delle migrazioni irregolari – di migliaia di minorenni non accompagnati. Dall’altra, la mancanza di qualsiasi seria azione politica e diplomatica per prevenire tutto questo: con un preoccupante e gravissimo ritardo dell’ Unione Europea, che ha lasciato l’ italia da sola in questi anni di emergenza immigrazione, legata al continuo mutamento della geopolitica nei Paesi euro mediterranei e africani”

Fabrizio Federici

L’Annus Horribilis di Ventura: si dimette da Tecnico del Chievo

È durata appena 4 partite l’avventura a Verona dell’ex ct della Nazionale: dopo il pareggio 2-2 contro il Bologna, l’allenatore genovese ha rassegnato le proprie dimissioni. Sorpresa la società veneta: “Fulmine a ciel sereno”. Durissimo il capitano Pellissier: “In 22 pensavo di averle viste tutte…”

venturaVERONA – Giampiero Ventura non è più l’allenatore del Chievo. L’avventura del 70enne tecnico genovese sulla panchina gialloblù è durata appena un mese: soltanto un punto in quattro partite e una classifica deficitaria (ultimo posto a -9 dalla zona salvezza), che hanno spinto l’ex ct della Nazionale a rassegnare le dimissioni. A distanza di 12 mesi esatti da quel maledetto Italia-Svezia, che ha estromesso l’Italia dal Mondiale, si chiude un ‘annus horribilis’ per Ventura.

“FULMINE A CIEL SERENO” – Eppure l’ex allenatore del Torino aveva visto nel Chievo l’occasione giusta per cancellare il terribile ricordo dell’esperienza in azzurro. Il compito non era facile, perché la situazione della società clivense, partita in Serie A con una penalizzazione di 3 punti, era molto delicata in classifica. E in quattro partite Ventura non è riuscito a dare la scossa, anzi: esordio da dimenticare 1-5 in casa contro l’Atalanta, poi il ko a Cagliari (2-1) e quello casalingo contro il Sassuolo (0-2), fino al primo punticino, domenica scorsa nel 2-2 di fronte al Bologna, che ha cancellato il -3 iniziale in graduatoria portando a 0 il Chievo, staccato però 9 punti da Empoli e Udinese, appaiate al terzultimo posto. Dopo la partita l’ex ct della Nazionale ha comunicato alla squadra la decisione di dimettersi, spiazzando la società veneta che credeva invece nel suo rilancio. “È un fulmine a ciel sereno – le parole a caldo del direttore sportivo, Giancarlo Romairone – È giusto che Ventura parli con il presidente, io nel mio piccolo gli ho detto di contare fino a dieci. Le sue richieste erano importanti, ma noi eravamo pronte a soddisfarle. E anche la squadra era con lui. Stiamo vivendo questo momento con un po’ di imbarazzo”.

DURISSIMO PELLISSIER – Nessuna parola da parte del diretto interessato, che secondo indiscrezioni avrebbe confessato di non trovarsi nella sua piazza ideale. In questo mese al Chievo Ventura probabilmente ha realizzato che l’impresa di trascinare la squadra alla salvezza fosse impossibile oppure (si va per ipotesi) la delusione azzurra ancora deve essere digerita. Resta comunque una decisione sorprendente anche considerando le sue parole al momento della firma: “Più che emozionato, sono eccitato. Voglio rimettermi in discussione, ho l’entusiasmo di un bambino”. Se il ds Romairone è stato abbastanza diplomatico, ben più pesante è stato lo storico capitano della squadra, Sergio Pellissier: “Ventura voleva andarsene dal primo giorno in cui è arrivato. Pazzesco! In 22 stagioni da professionista pensavo di aver visto tutto ma sono costretto ad ammettere che c’è sempre qualcosa di nuovo. Comunque al Chievo siamo abituati ad essere sempre in difficoltà e ne usciremo a testa alta alla faccia di tutti quelli che in questo momento si stanno divertendo alle nostre spalle. Chi ama questa squadra non la può abbandonare solamente perché le cose vanno male, non è così che si fa, non fate come Ventura, si vince e si perde insieme come deve essere in una squadra. Mai mollare fino alla fine”.

Francesco Carci

Argentina Altobelli, storia di una socialista e sindacalista atipica

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Quello che segue è il racconto della vita di una conferenziera, di una sindacalista, di una donna socialista capo di partito nei primissimi anni del 1900. Nonostante l’esigua storiografia e l’altrettanto modesta raccolta di documenti nelle associazioni a lei dedicate, si snoderà, nelle righe successive, attraverso brevi ma essenziali momenti storici, il suo percorso di donna impegnata a tutto tondo nel sociale.

Argentina Altobelli nacque ad Imola nel 1866 da una famiglia permeata di ideali patriottici e liberali. Grazie al tessuto culturale dei genitori ben presto acquisì l’amore per la libertà che l’avrebbe portata poi a dedicarsi al perseguimento di un grande ideale di riscatto sociale. Dopo la distruzione della babilonica biblioteca di Argentina da parte della tata profondamente cattolica; in quanto la lettura e la cultura in generale erano considerate dalla Signora Annetta potenzialmente deleterie e corruttrici; iniziò a delinearsi quello che sarebbe divenuto il leitmotiv di tutta la sua attività di propagandista successiva: alfabetizzazione, istruzione e miglioramento culturale dei lavoratori come condizione necessaria per la loro emancipazione socio-politica. Aderì giovanissima alla società operaia femminile di Bologna che era diventato il sodalizio più importante della provincia, un’associazione a carattere cumulativo nata sotto il patrocinio della Società operaia.

Dopo gli eventi del 1898; il rincaro del prezzo del grano, sommossa popolare sedata col sangue di tre contadini in rivolta e non ultimo l’ostruzionismo parlamentare della sinistra al governo; si accentuò l’evoluzione in senso socialista della Camera del Lavoro. Una forte svolta, per quanto concerne l’amancipazionismo, fu senza dubbio il sostegno di Argentina al progetto di legge di Anna Kuliscioff (rivoluzionaria, sovversiva e passionale femminista, che si batté tutta la vita per la rivalsa e la libertà del popolo contadino russo) il quale, tra le altre cose, per la prima volta, introdusse il congedo di maternità. In seguito collaboreranno per la prima rivista di donne socialiste su scala nazionale La difesa delle lavoratrici edito nel 1912. Ma la scintilla della storia di Argentina Altobelli, brilla nel 1901 anno in cui aderisce alla nascita della FNLT, Federazione Nazionale Lavoratori della Terra a Bologna.

Dalla fondazione delle società operaie e di mutuo soccorso, al sorgere delle prime leghe di resistenza, alla nascita delle camere del lavoro, al 1906, anno in cui Altobelli venne eletta segretaria generale della Federazione fino al suo scioglimento avvenuto per mano fascista nel 1922. Sempre nel 1906 divenne dirigente del PSI ed aderì alla corrente integralista guidata da Ottino Morgari: essa voleva favorire la ripresa del consolidamento del riformismo a danno del sindacalismo reazionario. Sempre contemporaneamente a questi eventi continuava a collaborare con La Squilla, già organo ufficiale della FNLT. Le lotte e le rivendicazioni incessanti condotte da Argentina Altobelli dal 1889 al 1922 volte al miglioramento delle condizioni di vita per i lavoratori della terra, ad una maggiore attenzione rispetto al ruolo della donna nella società e alla sensibilizzazione del proletariato per i propri diritti, portarono all’ottenimento di grandi traguardi.

Le otto ore lavorative, l’approvazione della legge Carcano del Progetto Kuliscioff, la crescita vertiginosa della partecipazione delle donne nella vita sociale, il riconoscimento di un maggiore rispetto per chi lavora uomo o donna. Tutti aspetti questi che fecero di Argentina l’icona della militanza dell’idea socialista per i diritti dei lavoratori degli umili e degli oppressi. La sua partecipazione spirituale oltre che fisica a tutti i congressi e gli scioperi portò uno stimolo nuovo di coscienza di classe dei lavoratori. Inoltre la linea sindacalista riformista da lei propugnata contribuiva a fare di lei una sindacalista atipica a tutto tondo.

Il fatto stesso di non essersi mai piegata nemmeno di fronte alla proposta di Mussolini nei primi anni Venti del Novecento, di rimanere alla guida del sindacato che avrebbe assunto il nome di fascismo agrario, ribadisce il suo attaccamento alla libertà democratica tra cui quella sindacale e conferma la sua fermezza morale oltre che politica. La riscoperta, seppur tardiva, della figura di Argentina Altobelli ha consentito di apprendere appieno i sacrifici e le lotte dei lavoratori e dei loro rappresentanti. Aveva messo la sua vita al servizio dei lavoratori, aveva, attraverso i sui esperimenti di comunicazione arditi, provocatori e originali, sempre vigilato sui diritti collettivi, lavorando per spostare di un passo la soglia dell’ammissibile, del legittimo, del gusto e del buono. Argentina morirà povera a Roma durante gli avvenimenti della seconda guerra mondiale, nel 1942, e al suo funerale oltre alle centinaia di rose e garofani rossi aderiranno pochi compagni.

Giulia Fiaschi

Twinset Milano, una capsule collection per l’arte della maglieria

BIANCA BALTI X AVANTITwinset Milano dedica una nuova capsule collection all’arte della maglieria, tradizione italiana di altissima qualità ed estro artigianale che da sempre occupa un ruolo centrale nelle collezioni del brand. Nelle immagini scattate da Giampaolo Sgura, la top model italiana Bianca Balti interpreta lo spirito della nuova proposta A/I 2018 attraverso le stanze di un interno privato che rispecchia il design raffinato e rilassato dei capi Dream Knit. La capsule è caratterizzata da silhouette morbide e protettive che giocano con la lana, l’alpaca, il crêpe de chine e i nastri di raso mentre le monocromie profonde del cammello, anemone, gesso e nero si alternano a decorazioni gioiello, motivi vanisé e grafiche jacquard dal gusto folk-chic. Il pullover oversize intrecciato è impreziosito con maniche balloon ricamate a mano con castoni lucenti. Il logo Twinset è movimentato da fili scomposti tempestati di paillettes. La lunga giacca effetto pelliccia e i maxi cardigan con frange ondeggianti si indossano come capispalla avvolgenti. Le maglie “two in one” sono tratteggiate da zip metalliche e doppiate con sottovesti rimovibili esaltate da inserti di pizzo e plissettature a contrasto.

Mario Valtaneda

Fgs. I giovani per il rilancio del Partito Socialista

FGS_LogoUna buona occasione per riunire i tanti giovani socialisti di tutte le regioni d’Italia e per fare il punto sullo stato della Federazione giovanile e – più in generale – della sinistra italiana ed europea. I lavori del Congresso della Fgs, si sono aperti con l’intervento del segretario nazionale del Psi Riccardo Nencini che ha sollecitato un maggiore impegno delle giovani generazioni a cui tocca il rilancio del nuovo corso del Partito Socialista.

Quindi si sono susseguiti gli interventi dei ‘vecchi’ segretari della Fgs – da Gianluca Quadrana a Francesco Mosca, fino a Roberto Sajeva, passando per Luigi Iorio,  che hanno ricordato le tante battaglie civili e politiche portate avanti della Federazione Socialista.

Sabato 20 si è tenuto il dibattito congressuale e in serata si è proceduto all’elezione del nuovo segretario Fgs, il giovane cesenate Enrico Maria Pedrelli, preceduta dell’elezione dei membri dell’Assemblea Nazionale. La Calabria sarà rappresentata da Domenico Tomaselli, Tommaso Cutri e Luigi Incarnato e Giuseppe Palmieri.

L’elezione del giovane vice Segretario del FGS di Caloveto è stata salutata con soddisfazione dal PSI calovetese: “Una bella notizia che farà felice tutti i socialisti di Caloveto” ha commentato così il segretario Psi di Caloveto Giuseppe Roma. “Finalmente i nostri giovani” – ha continuato il segretario – hanno la possibilità di misurarsi con uno scenario e con temi nazionali”.

Giuseppe Palmieri come membro dell’Assemblea Nazionale dovrà continuare il lavoro che in questi ultimi 10 anni ha visto protagonisti altri giovani socialisti calovetesi: da Scipione Roma – già Presidente pro tempore dell’Assemblea Costituente FGS, a Francesco Madeo, già responsabile Scuola e Cultura della Federazione Giovanile, a Marco Rizzo fino a Davide Madeo.

Raggiunto al telefono, Giuseppe Palmieri ha voluto ringraziare il neo Segretario Nazionale Pedrelli e l’intera Assemblea per la fiducia accordatagli e la Commissaria Regionale FGS Calabria, Francesca D’Ambra che ha coordinato la delegazione calabrese a Roma: “Sono sicuro che con Domenico, Luigi e Tommaso lavoreremo in piena sintonia, portando le tante istanze calabresi a Roma: scuola, lavoro, lotta alle mafie le nostre priorità” – ha dichiarato. “Siamo già a lavoro per le prossime scadenze elettorali della prossima Primavera: Europee e Comunali. Come giovani Socialisti lavoreremo a fianco del PSI per sostenere i nostri candidati al Parlamento Europeo e favorire la creazione di liste con il simbolo PSI o a forte presenza Socialista nei tanti Comuni calabresi chiamati al voto. A partire da Caloveto” – ha concluso.

Giovanni Nigro
Segretario FGS Caloveto

Lavinia Savignoni porta in scena le ossessioni del corpo perfetto

Una donna di quarant’anni dall’aspetto giovanile fa le prove a casa del suo programma “Il Corpo Perfetto” che andrà in onda in diretta tv il giorno dopo e che è anche il nome del Metodo da lei creato per vivere in salute. La prova del discorso si trasforma in un flusso di coscienza su come siamo fatti e su come possiamo raggiungere la perfetta funzionalità del corpo. Alcuni ricordi di bambina romperanno il suo precario equilibrio mentale mostrando al pubblico dei lati che fino ad allora erano repressi, facendola trasformare a tratti in un mostro. Uno spettacolo sull’ossessione odierna dell’essere sani, belli, mangiare bio, avere corpi perfettamente funzionanti. Le diverse facce della protagonista danno voce, a volte in modo grottesco, ad alcuni aspetti disturbati del nostro mondo contemporaneo. Si snoda un conflitto aperto tra il bisogno di un corpo perfettamente funzionante, i modi che si usano per ottenerlo, e il tentativo di non perdere genuinità e umanità contro tutto ciò che è inquinato, artificiale. Questa corsa per trovare l’elisir di eterna giovinezza si scontra con l’incedere inesorabile della vecchiaia che ci riguarda tutti, indipendentemente dagli sforzi fatti per contrastarla con diete e cure di ogni sorta.

un corpo perfettoQui di seguito il racconto di Lavinia Savignoni sullo spettacolo che si terrà dal 26 ottobre al Teatro Brancaccino

Si tratta di un monologo brillante, a tratti grottesco, che racconta la nevrosi di oggi del voler essere in salute a tutti i costi, mangiare sano, tenersi in forma, avere un corretto stile di vita pieno di regole e diktat severi, illudendosi che la vecchiaia si possa allontanare, a volte rimuovendola dalla mente.

Il tema mi è molto caro, sono sensibile a quello che sta accadendo al nostro pianeta, all’esaurimento delle risorse naturali dovuto al circolo vizioso della produzione industriale, che poi finisce anche sulle nostre tavole, di cui siamo tutti in parte responsabili.
Sono stata in passato anche io una paladina dell’essere sana a tutti i costi, costi quel che costi, seguendo guru, medici, metodi, guarendo dalle malattie più disparate, rincorrendo assiduamente una salute che rendesse il mio corpo perfetto, o meglio “perfettamente in grado di svolgere tutte le sue funzioni”. Ma in questo percorso ho imparato che la natura ha le sue logiche misteriose sulle quali io non ho alcun controllo.

Dopo aver scritto il testo ci ho lavorato assiduamente per due anni con le improvvisazioni nei “momenti privati” in teatro, di fronte a colleghi attori, per approfondire il tema, sviscerarlo, creare il flusso di coscienza che mi ha portato a definire l’arco del testo e la caratterizzazione dei personaggi nel corpo e nella voce.
Ho fatto 5 anteprime a Roma al teatro “Il Cantiere” a Trastevere lo scorso inverno. La prima volta con una decina di persone che mano mano aumentavano fino ad avere alla quinta replica il teatro pieno, pieno di un pubblico entusiasta.
Le persone passavano parola di venire a vedere questo studio su Il Corpo Perfetto. Maurizio Fabretti, Light Designer del Sistina, che adesso sta lavorando con Ranieri, considerato un Maestro delle luci, vide un’anteprima e si innamorò del progetto tanto da voler fare lui il disegno luci dello spettacolo.

Il pubblico che aveva visto le anteprime mi ha incoraggiata, così ho presentato il progetto a Carmen Pignataro che lo ha inserito nel suo Festival I Solisti del Teatro. Il Corpo Perfetto ha debuttato il 25 luglio 2018 facendo sold out.

Ho fatto teatro per tutta la vita, sono membro del Duse Studio di Francesca De Sapio e ho studiato e lavorato con Doris Hicks, Augusto Fornari, Valeria Moriconi, Emma Dante e Giorgio Rossi. Amo il teatro fisico e la ricerca costante sul corpo e sulla voce. Anche quando da ragazzina danzavo come ballerina per Pietro Garinei e Gino Landi ho sempre recitato nelle commedie musicali che mi hanno portato in giro per tutta l’Italia.

Scrivere questo testo è stata una medicina per la testa e per l’anima, recitarlo è una pillola benefica che mi rende più forte. Credo che che questo testo parli a molti, che il messaggio ci riguardi tutti, che si possa fare una “riflessione fisica” dopo averlo visto. Il commento che ho ricevuto più spesso dal pubblico fino ad ora è stato questo: “Grazie perché mi sono divertita. Ma mi hai anche fatto riflettere”.