Top & Flop. Lorenzo (Insigne) il Magnifico, Ivan (Perisic) il Terribile

Il Napoli si complica la vita, ma per la prima volta nella storia vince a Empoli (per 3-2) grazie soprattutto alla doppietta del gioiellino partenopeo, il più in forma della squadra. Vincono anche Juventus e Roma: con i pareggi di Lazio e Inter, fermate da Cagliari e Torino, i giochi per la zona Champions sembrano fatti. Bene Atalanta, Milan e Fiorentina che tengono viva la lotta per l’Europa League. Dietro, guarda un po’, continuano a perdere Empoli, Palermo, Crotone e Pescara. Vediamo i top & flop di questa giornata.

insigneTOP – 3. ALEJANDRO GOMEZ – In Atalanta-Pescara va in scena il “Papu Show” con il numero 10 nerazzurro autore di una doppietta e di un assist per Grassi nel 3-0 degli orobici agli abruzzesi di Zeman. Una vittoria che vale doppio perché i bergamaschi, oltre a riscattare il tremendo 7-1 subito la settimana scorsa dall’Inter, battono il record di punti in Serie A. Si continua dunque a sognare un posto in Europa.
2. MATI FERNANDEZ – Utilizzato pochissimo in questa stagione, soprattutto a causa dei ripetuti infortuni, il centrocampista cileno, voluto fortemente da Montella in estate, è decisivo nell’1-0 con cui il Milan supera il Genoa. La rete arriva con un delizioso pallonetto ai danni del portiere ligure Lamanna: una piccola perla in una gara avara di giocate esaltanti. Ritrovato.
1. LORENZO INSIGNE – Attualmente il giocatore più continuo nella rosa del Napoli. Oltre a giocate di prestigio, il talento campano sta trovando la via della rete in modo continuo: nel 3-2 degli azzurri in casa dell’Empoli (prima vittoria nella storia al Castellani), Insigne firma una doppietta, la seconda consecutiva dopo quella al Crotone. Negli ultimi anni è stato spesso criticato per lo scarso feeling sotto porta, ma se dovesse continuare così si riapriranno inevitabilmente anche le porte della Nazionale. Decisivo.

perisicFLOP – 3. FELIPE ANDERSON – Il brasiliano della Lazio non brilla nello 0-0 in casa del Cagliari, anzi sciupa la migliore occasione dei suoi tirando debolmente un buon pallone nell’area sarda. La sua resta una stagione più che positiva, ma con un pizzico di cinismo in più sarebbe davvero uno dei migliori top player del campionato.
2. JOE HART – In Torino-Inter 2-2, il portiere inglese dei piemontesi commette una papera e un’uscita a vuoto nei due gol degli ospiti. Esultano Kondogbia e Candreva, anche se con il pareggio i nerazzurri ci fanno poco. Da far notare però che l’ex estremo difensore del Manchester City compie anche un paio di parate nel finale che evitano il ko ai granata.
1. IVAN PERISIC – Dicevamo di Torino-Inter 2-2: un pareggio giusto, ma che serve a poco a entrambe le squadre. Soprattutto ai nerazzurri che perdono così terreno nella già difficile rimonta Champions. E il rammarico aumenta per le due ottime occasioni non sfruttate da Perisic nel finale di gara, quando i granata concedevano tanti spazi a causa della stanchezza. L’esterno croato prima manda alle stelle una conclusione da pochi passi nell’area di rigore avversaria, poi spreca ancora un contropiede lanciato da Eder. Con una mira migliore, i ragazzi di Pioli sarebbero tornati a Milano con il bottino pieno. Bicchiere inevitabilmente vuoto.
TORNA LA NAZIONALE – Il campionato ora si ferma per gli impegni della Nazionale. Gli azzurri di Ventura affronteranno l’Albania di De Biasi il 24 marzo a Palermo per le qualificazioni al Mondale 2018 in Russia. In programma per l’Italia anche un’amichevole contro l’Olanda ad Amsterdam il 28 marzo. Questi i convocati Portieri: Gianluigi Buffon (Juventus), Gianluigi Donnarumma (Milan), Alex Meret (Spal). Difensori: Davide Astori (Fiorentina), Andrea Barzagli (Juventus), Leonardo Bonucci (Juventus), Matteo Darmian (Manchester United), Danilo D’Ambrosio (Inter), Mattia De Sciglio (Milan), Alessio Romagnoli (Milan), Daniele Rugani (Juventus), Leonardo Spinazzola (Atalanta), Davide Zappacosta (Torino). Centrocampisti: Daniele De Rossi (Roma), Roberto Gagliardini (Inter), Marco Parolo (Lazio), Marco Verratti (Paris Saint Germain). Esterni: Federico Bernardeschi (Fiorentina), Antonio Candreva (Inter), Lorenzo Insigne (Napoli), Nicola Sansone (Villarreal). Attaccanti: Andrea Belotti (Torino), Eder Citadin Martins (Inter), Andrea Petagna (Atalanta), Ciro Immobile (Lazio), Simone Verdi (Bologna), Matteo Politano (Sassuolo).

Francesco Carci

La pasta: ‘socialità’ di base, mette d’accordo tutti… persino la politica

Se esiste un godimento che diffonde il buonumore questa è la pasta! Per certi aspetti va ben oltre la mera ricetta – poiché è un opportuno “trait d’union” capace di instaurare una comunanza addirittura tra personalità ostili! Pure sull’iraconda sponda politica riesce a far ritornare il ciel sereno, ad esempio, tra destra e sinistra – quantomeno sotto il gustoso “visage” della forchetta…
peppone e don camilloSpecchio delle mie brame – qual è la ricetta più golosa del reame? Calma, non si tratta dell’edizione commestibile dell’arcinota favola dei fratelli Grimm bensì di un’inoffensiva domanda – magari scontata – sbotterebbe stizzito Sempronio vista la “sospettosa” prevedibilità della risposta! Orbene è la pasta, che a ragione può essere reputata la pietanza più gettonata dagli italiani. Sia in versione “base” – in bianco per capirci – oppure con la salsa più sfarzosa è il piatto polivalente per definizione; in parole povere quello che non deve mancare mai! Insomma, innanzi a un piatto di bucatini, benché da ideologie in antitesi, si può stabilire una tregua intelligente – concentrandosi, soprattutto, sul manicaretto pronto a essere trangugiato.
Pasta, come reclama la tradizione, forgiata in una caterva di profili e dimensioni, iniziando dai sempiterni spaghetti – icona planetaria del cibo made in Italy – e proseguendo con tagliatelle, pennette, rigatoni, fusilli, bigoli e chi più ne ha più ne metta (in cottura, ovvio). Comunque, l’insaziabile “list” potrebbe continuare da qui allo Stretto di Magellano – talmente son tanti gli archetipi disponibili sugli scaffali di supermercati e dispense. Ma per quale criptico motivo la pastasciutta è così amata? Di sicuro quella tra uomo e pasta è una “love story” che dura da tempo, non semplice quindi da lumeggiare così, su due piedi. Forse, per ottenere una risposta bisognerebbe puntar l’indice su una ragione tutto sommato pratica: la velocità!
In effetti, si sta prima a cuocerla che a illustrarla, inoltre è una ricetta che abbraccia il leitmotiv della propagandata “par condicio” – nel senso che è attuabile da chiunque. E diamine, che ci vorrà per approntare un piatto di “spaghi” in men che non si dica? Di sicuro un paiolo colmo d’acqua da metter sul fuoco, una manciata ponderata di sale grosso e la pasta naturalmente –, ma davvero nulla di più! Una preparazione che vede “flirtare” due elementi nodali della cultura attuale, e cioè celerità e disinvoltura – a tal punto che persino chi non ha affiatamento con gli assiomi dell’art culinaire può flemmaticamente cimentarsi in un piatto di pasta ipso facto. E fa nulla se il condimento è spiccio – ad esempio – un filo sottile-sottile di olio extravergine di oliva, del sugo di pomodoro che sembra il clone di quello della nonna, o qualche sobrio ricciolo di burro sopra il piatto fumante. Del resto, proprio quest’angolazione “fast” fa parte dell’alchimia “della nostra”, che con poco impegno e lo stretto necessario può diventare una portata tentatrice.
Altra indiscutibile “patina” della pastasciutta è la sua popolarità! Basti pensare al cinema, specie alle pellicole in bianco e nero di qualche tempo fa. In alcune sequenze la pasta è risultata essere tutt’altro che una perentoria ingiunzione di copione, bensì protagonista al pari degli attori più quotati, e destinata ad assurgere a parte memorabile del film in questione. Chi non ricorda Totò in “Miseria e nobiltà” – intento con gli altri vividi avventori a far incetta di deliziosi spaghetti al sugo? Una scena che nonostante i lustri mette ancora addosso una cifra inesauribile di allegria, e perché no, parimenti di appetito! E come scordarsi del tete à tete tra Peppone e Don Camillo coinvolti a discutere animosamente al cospetto di una fondina zeppa sino all’orlo di vermicelli? Scontri e scaramucce erano all’ordine del giorno tra i due protagonisti del romanzo di Guareschi, malgrado ciò, al cospetto di una forchettata di pasta ogni verbosità veniva assopita, complice, appunto, la prelibatezza della stessa. Detto questo, possiamo (una tantum) essere tutti d’accordo nell’affermare che la pastasciutta mette gli animi a tacere, anche quelli più irascibili. E, oltre allo spirito, placa pure i borbottii dello stomaco, ché quando è vuoto reclama senza indugi.
Quello della pasta rimane un capitolo difficile da essere ignorato – sia perché viscerale piacere della gola (Grimod docet) sia quale provvidenziale “antidoto” contro le becere polemiche, che sempre di più animano il nostro travagliato “sopravvivere” quotidiano. Per fortuna, nulla e nessuno potrà depennare lo sfizio di sedersi a tavola e gustare di un piatto di rigatoni (o altro formato, ci mancherebbe) ad libitum che, sino a prova avversa, restano un’opportunità garantita per tutti! Anzi, probabilmente è ancora uno di quegli esigui appannaggi tipici del “socialismo reale”, e possibili non solo evocare ma anche addentare nel vero senso del termine. In una società ipertecnologica preda di una turbinosa ed endemica “debacle” dove tutto sta precipitando in una voragine spettrale – non resta altro da fare che afferrare la prima “fune” necessaria per attutire il cozzo finale – in questo caso un provvido “spaghetto” offerto dalla “maison”!

Stefano Buso

Rugby. 6 Nazioni: Italia KO con la Francia. Buone intenzioni ma poca tecnica

italiafranciabuonaIl cielo azzurro ed un forte vento hanno accolto i tifosi francesi masicciamente convenuti a Roma. La Francia, allenata da Guy Noves, uno dei tecnici che nell’ultimo quarto di secolo hanno fatto la storia del rugby europeo e mondiale, si presenta come una squadra dalle grandi individualità. Ed anche se nei precedenti 39 incontri tra Italia e Francia, gli azzurri erano prevalsi solo 3 volte, il fatto che la Francia nel corso del Torneo 6 Nazioni di quest’anno non avesse mai vinto fuori casa, lasciava ben sperare.

Ed in effetti partiamo bene e con Canna e Fuser ci posizioniamo immediatamente nei 22 metri dalla meta avversaria; una serie di passaggi veloci tra Favaro, Gori, Canna e Parisse ed al 2′ siamo sorprendentemente già in meta con Parisse. Purtroppo Canna da posizione facile spreca e non trasforma. L’Italia è comunque in vantaggio 5-0.

I coqs non ci stanno e si proiettano in attacco: proviamo a rispondere in modo ordinato ma le nostre buone intenzioni tattiche non sono accompagnate da una altrettanto valida tecnica e così, quando proviamo a rilanciare l’ovale fuori campo, non ci riusciamo e lo consegniamo nelle mani degli avversari. Basta poco per metterci in difficoltà ed al 8′ un calcio di punizione in favore della Francia viene realizzato da Lopez: i francesi accorciano le distanze e si portano sul 5 a 3.

In questa fase di gioco siamo comunque ancora molto reattivi e riusciamo a capovolgere facilmente il fronte grazie anche alle aperture sulle fasce: dopo aver sfiorato al 10′ la meta con Esposito, induciamo i francesi in errore. Punizione per noi e l’ovale calciato da Canna si infila tra i pali: al 16′ Italia 8 – Francia 3.

I bleus reagiscono pesantemente e ci superano con un uno-due formidabile. Prima, al 18′, una punizione segnata da Lopez e poi, al 20′, a causa di una nostra mancanza difensiva, arriva la meta di Fickou, trasformata dal solito Lopez. E così i francesi passano in vantaggio: Italia 8 – Francia 13.

Dopo questo colpo terribile per i nostri, il gioco si sviluppa a metà campo anche se siamo più noi che loro ad esplorare la profondità. Riusciamo ancora a mettere pressione e ad indurre in errore l’avversario: un vantaggio a nostro favore viene trasformato da Canna al 27′ e consente di accorciare le distanze. Subito dopo, però, iniziamo a commettere errore grossolani per questo tipo di competizioni: come quando i nostri giocatori in mischia ordinata si tirano indietro e poi si stappano, costringendo il giovane e preparato arbitro neozalendese O’Keeffe a concedere una punizione a favore dei francesi: Lopez non sbaglia ed infila i pali. Il parziale è Italia 11 – Francia 16. Su questo parziale si conclude la prima frazione di gioco. L’Italia mostra di voler vincere ma non ha sufficienti capacità tecniche: anche la strategia no-ruck che aveva proposto efficacemente contro l’Inghilterra, talvolta replicata nel corso di questo incontro, non dà i risultati sperati.

Nel secondo tempo ritorniamo in campo senza la giusta concentrazione e, al venir meno delle forze fisiche, iniziano a giocare solo i bleus. Poco da segnalare da parte nostra se non un bel placcaggio di Padovani che ci salva da una meta avversaria praticamente già fatta. Mentre la nostra prima linea è in asfissia e la seconda linea soffre, la Francia ammazza la partita con tre mete: Vakatawa al 47′, Picamoles al 66′ ed addirittura Dulin al 76′. Seguono puntuali le trasformazioni di Lopez e così ad un minuto dalla fine della partita siamo sul parziale di Italia 11 – Francia 40. Da evidenziare nel frattempo qualche brutto episodio di spintoni e buffetti fra i giocatori, sintomo dell’eccessivo nervosismo in campo.

Ad un minuto dallo scadere del secondo tempo, l’Italia non ha segnato un punto in questa frazione di gioco, complice anche la pessima performance dell’esordiente ala Sperandio, entrato al 72′ al posto di Padvoani, che al 77′ invece di passare l’ovale preferisce proseguire in una sterile azione personale, impedendo all’Italia di segnare una meta. Meta che alla fine comunque arriva grazie ad una bellissima prova di coraggio di Angelo Esposito, fra i più validi giocatori azzurri. Canna stavolta non sbaglia e così concludiamo la partita sul finale di Italia 18 – Francia 40.

Due mete per l’Italia, quattro per la Francia, la nostra Nazionale ha sprecato nel primo tempo ed è crollata, come al solito, nel secondo tempo. Italia caparbia, ma incapace di concretizzare. Ancora si sono visti errori grossolani, una difesa eccessivamente debole con troppi placcaggi persi e poca fantasia tattica in attacco, dove i banali dritto per dritto non consentono di guadagnare metri. Dopo quattro partite disputate, l’Italia è ancora a zero punti. Per l’ultima partita del Torneo, che l’Italia disputerà sabato prossimo in Scozia, urge essere determinatissimi a vincere.

Al. Sia.

Cagliari, ecco Kwang Song Han: il primo nordcoreano nel Calcio italiano

La società sarda ha ufficializzato l’arrivo del giovane attaccante asiatico, classe 1998, considerato dagli osservatori internazionali una delle promesse del calcio futuro. Da Miura a Nakata sono state tante le scommesse asiatiche dei nostri presidenti

hanCAGLIARI – La prima volta di un calciatore nordcoreano in Italia. Il Cagliari prova la scommessa: il club del presidente Giulini ha infatti ufficializzato l’arrivo di Kwang Song Han, primo calciatore del suo paese a giocare per un club italiano, oltre che primo asiatico ad indossare la maglia del Cagliari. Classe 1998, alto 1.78 per 70 chili, Han – informa la società sarda in una nota – è un attaccante ambidestro dagli ottimi fondamentali: dribbling secco, fiuto del gol e visione di gioco le sue caratteristiche principali. Vincitore del campionato asiatico U16 con la rappresentativa di categoria della Corea del Nord, Han ha partecipato ai Campionati del Mondo U17 impressionando gli osservatori internazionali. Dopo un periodo di prova in cui il ragazzo ha dimostrato in allenamento tutte le sue qualità, Han è stato ora tesserato dal Cagliari come “giovane di serie”: verrà quindi inserito nella rosa della Primavera e potrà all’occorrenza essere impiegato in gare ufficiali. Come i suoi nuovi giovani compagni, Han potrà essere convocato in prima squadra da mister Rastelli.

DA MIURA A NAKATA FINO AL CASO AHN – Kwang Song Han è di fatto il primo nordcoreano in Serie A, ma non il primo asiatico. Tra i più celebri c’è il giapponese Hidetoshi Nakata, scoperto dal Perugia di Gaucci e campione d’Italia con la Roma di Capello nel 2001. A proposito di nipponici, a Reggio Calabria si ricorderanno di Shunsuke Nakamura, protagonista dal 2002 per tre stagioni con la maglia amaranto. Attualmente a Milano giocano Yuto Nagatomo (portato in Italia dal Cesena) con l’Inter e Keisuke Honda, sponda Milan. Poco fortunate invece le esperienze di Nanami (Venezia), Morimoto (Catania), Oguro (Torino), Ogasawara (Messina) e Yanagisawa (Sampdoria e Messina). Ma come non ricordarsi di Kazuyoshi Miura che il Genoa acquistò nell’estate 1994: un’esperienza poco fortunata anche se l’attaccante nipponico segnò l’unica rete in un derby contro la Sampdoria. E pensare che Miura gioca ancora in patria e, pochi giorni fa, è diventato a 50 anni e 7 giorni il giocatore più longevo della storia del calcio. Infine, fu curioso il caso di Ahn Jung-Hwan, discreto attaccante sudcoreano portato in Italia dal Perugia, ma che l’allora presidente Gaucci decise di liberarsene dopo la rete decisiva dello stesso Ahn in Italia-Corea del Sud del Mondiale 2002, la celebre partita arbitrata scandalosamente dall’arbitro ecuadoregno Byron Moreno che ci condannò a un’amarissima eliminazione.

Francesco Carci

“Speriamo non sia femmina”: la piaga dell’aborto selettivo

aborto selettivoEssere femmine non è un verdetto, soprattutto una condanna. Festeggiamo la festa della donna e poi ci sono quelli che il sesso femminile proprio non lo rispettano, anzi neanche lo riconoscono.

Secondo le statistiche delle Nazioni Unite ci sono 100 milioni di ragazze scomparse in tutto il mondo. Dove sono andate? Molte di loro sono state abbandonate agli angoli delle strade, annegate e gettate nei cassonetti. Ancora, nella maggior parte dei casi sono state fatte abortire. Il motivo è uno solo: attendono figlie femmine, non maschi.

L’aborto selettivo per motivi di sesso, spesso noto come “discriminazione sessuale” (che per alcuni è anche un tipo di femminicidio), è un problema enorme soprattutto in Asia. La tradizionale preferenza per i figli maschi, in combinazione con misure di controllo della popolazione dure, ha portato alla “eliminazione” delle bambine. Questa eliminazione ha portato luoghi come la Cina alla crisi demografica, dove i ragazzi stanno cominciando a superare numericamente le giovani donne.

L’aborto selettivo resta un problema da affrontare anche nella regione del Caucaso. Il fenomeno nasce dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Proprio quando si inizia ad usare l’ecografia per capire il sesso del bambino. Le statistiche sono tali da farci pensare. Soprattutto se guardiamo alla popolazione intera dei tre paesi. In Georgia – 3. 912. 512; Armenia – 3. 035. 595 e Azerbaigian – 9. 984. 393.

Vediamo un po’ di numeri …

Paese

La somma di aborto selettivo per motivi di sesso per anni 2000-2014

La media annuale

La media giornaliera

Albania

15, 621

1, 041

2, 9

Armenia

21, 682

1, 971

5, 4

Azerbaigian

105, 418

7,028

19, 3

Bosnia Erzegovina

2, 683

179

0, 5

Cina

9, 615, 875

641, 058

1756, 3

Corea del Sud

28, 980

1, 932

5, 3

Georgia

22, 881

1, 525

4, 2

Hong Kong

15, 674

1, 045

2,9

India

12, 771, 043

851, 403

2332, 6

Pakistan

1, 280, 228

116, 384

318,9

Portogallo

2, 787

186

0, 5

Serbia

2, 140

143

0, 4

Taiwan

39, 407

2, 627

7, 2

Tunisia

19, 369

1, 291

3, 5

Vietnam

555, 002

37, 000

101, 4

Fonte: Population Research Institute

Nel 1990 fu l’indiano Amartya Sen, il premio Nobel per l’Economia, a lanciare l’allarme per il sessismo dell’aborto selettivo. Scrivendo del quotidiano inglese Independent, denunciò la “strage di Eva”. Esce il suo saggio intitolato “The Lost Girls”, dove la discriminazione neonatale non è giustificata da fenomeni di povertà o gravi condizioni sociali, anzi, avviene in gran parte tra donne educate e benestanti. Sono stati spesso avanzate due spiegazioni semplicistiche, tra le quali, un punto di vista enfatizza i contrasti culturali tra Oriente e Occidente, sostenendo che le civiltà occidentali sono meno sessiste di quelle orientali. L’altro argomento riguarda le fasi dello sviluppo economico, vedendo la nutrizione diseguale e l’assistenza sanitaria prevista per le donne, come una caratteristica del sottosviluppo, delle economie povere.

Dice Amartya Sen, che ci possono essere elementi di verità in ognuna di queste spiegazioni, ma nessuno delle due è molto convincente come tesi generale.

“L’istruzione femminile, che è stata una forza potente nel ridurre la discriminazione mortale contro le donne e anche nel raggiungimento di altri importanti obiettivi sociali quali la riduzione dei tassi di fertilità, non è stata in grado di eliminare, almeno non ancora, la discriminazione in fatto di natalità” – scrive Sen.

È vero. Mamme istruite sembrano chiaramente meno inclini a trascurare le ragazze rispetto ai ragazzi, una volta che sono nate; ma purtroppo sembrano quasi più appassionate di avere ragazzi piuttosto che ragazze. Proprio come le madri non istruite. Qui la questione dei valori tradizionali diventa centrale e va oltre il ruolo delle donne e l’influenza nelle decisioni familiari. La preferenza per i figli maschi è parte della disuguaglianza generale delle donne in alcune culture. Il motivo principale sicuramente può essere la dipendenza economica dalle proprie famiglie, ma è anche dovuto al fatto che la continuità familiare dipende dai figli maschi. In alcune società orientali le ragazze non possono avere proprietà, per cui un figlio è essenziale per una famiglia per mantenere la sua ricchezza. Le ragazze sono membri transitori di una famiglia – si sposano e lasciano la casa, mentre il figlio è quello che rimane fedele alle sue radici.

Spiegazioni di questo genere sono valide soprattutto in alcune tribù in India, dove la tendenza per le piccole famiglie segue una logica: i genitori non vogliono avere femmine prima che non arrivi un figlio maschio. In quest’ottica, la scolarizzazione femminile è uno dei fattori più liberatori nel ridurre la discriminazione di genere in generale.

C’è da notare che, secondo la legge, in tutti questi paesi non solo l’aborto selettivo, ma l’aborto in generale è illegale. La legge però non viene applicata e la pratica dell’aborto è molto diffusa.

Magda Lekiashvili

Blog Fondazione Nenni

Starbucks sbarca a Milano: si parla di 350 nuovi posti di lavoro

Dopo tanti anni di attesa, sembra finalmente giunto il momento dell’approdo a Milano della nota catena statunitense di caffetterie Starbucks. Fondata da Howard Schultz a Seattle il 30 marzo 1971, già nel 2016 la compagnia aveva annunciato in un comunicato stampa sul sito ufficiale l’apertura del primo Starbucks italiano l’anno seguente a Milano. L’attesa è ora terminata: il telo bianco che copriva il Palazzo delle Poste di piazza Cordusio è stato tolto, svelando ai cittadini il nome di Starbucks, che aprirà al pubblico entro la fine del 2018.

L’amministratore delegato Schultz, intervistato da alcune testate giornalistiche italiane, ha esposto oggi il suo ambizioso progetto imprenditoriale, dando anche il proprio parere sulla tanto discussa questione del giardino esotico allestito in piazza Duomo dalla stessa compagnia americana per scopi pubblicitari.

Il negozio che aprirà a Milano sarà differente dai soliti Starbucks che conosciamo, ricalcando infatti un tipo di caffetteria della compagnia esistente solo nella originaria Seattle. Piazza Cordusio ospiterà, pertanto, una Roastery, cioè un locale molto grande (circa 2.500 metri quadrati) ed elegante, a metà tra una torrefazione e un bar. Il progetto di Schultz prevede, inoltre, l’apertura di un negozio simile anche a Shanghai nel 2017 e a New York e Tokyo nel 2018.

Princi, la famosa catena milanese di panetterie, contribuirà al progetto con i propri prodotti da forno, i quali saranno venduti anche nelle altre Roastery della compagnia statunitense. Dopo l’apertura a Milano, il gruppo imprenditoriale Percassi, partner di Starbucks per l’Italia, si occuperà di altre filiali italiane.

Riguardo al caso delle palme, Schultz ha manifestato ai giornalisti il proprio stupore, ribadendo di voler, con quel gesto, offrire soltanto un dono alla città: «Lo facciamo prima di aprire la caffetteria, è una sorta di captatio benevolentiae e anche per questo la reazione ci ha stupiti così tanto».

L’amministratore delegato ha poi esposto le novità che caratterizzeranno il locale, a partire dai cinque nuovi tipi di caffè, oltre al tradizionale espresso, fino alla presenza di tubi che attraverseranno i soffitti, nei quali passeranno i grani a vista. Il cliente potrà, in aggiunta, comprare le miscele e gli altri prodotti Starbucks, avendo a disposizione in loco il wifi, la musica e tanti altri servizi.

Schultz ha dato, infine, un annuncio abbastanza importante, considerata la situazione di crisi lavorativa che i giovani del nostro paese stanno attraversando da ormai parecchi anni: «Circa 100 persone lavoreranno nella Roastery milanese. Complessivamente creeremo 350 posti di lavoro in Italia». Si prospetta, quindi, un’allettante occasione per i milanesi (e non solo), alcuni dei quali potranno ritenersi fortunati, trovando impiego presso Starbucks e abbandonando finalmente lo stato di disoccupazione.

Rosella Maiorana

Top & Flop. Da Calvarese a Tagliavento: agli arbitri l’Oscar per il film horror

Sarebbe bello se si potesse parle soltanto delle cose belle avvenute in questa 26/a giornata: dall’Atalanta che compie l’impresa a Napoli con una doppietta di Caldara, alla serata strepitosa di Nainggolan che trascina la Roma al successo in casa dell’Inter, fino ai bellissimi gol di Birsa, Borriello e Ntcham. Ma purtroppo è stato un fine settimana a dir poco negativo per gli arbitri, che con scelte scelerate (Calvarese in Sassuolo-Milan su tutti) che hanno condizionato il risultato delle partite. Vediamo i top & flop di questa giornata.

MILAN, ITALY - JANUARY 13:  Referee Gianpaolo Calvarese shouts during the TIM Cup match between AC Milan and Carpi FC at Stadio Giuseppe Meazza on January 13, 2016 in Milan, Italy.  (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Gianpaolo Calvarese (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

TOP – 3. JULES OLIVIER NTCHAM – Con un grandissimo gol nei minuti di recupero, regala al Genoa il pareggio interno 1-1 contro il Bologna e soprattutto salva da un esordio negativo il neo tecnico Andrea Mandorlini, arrivato al posto di Juric, che lo aveva inserito pochi minuti prima. Il 21enne centrocampista francese era stato preso lo scorso anno in prestito dal Manchester City, ma nonostante fosse considerato un grande talento, non ha mai mostrato le sue potenzialità. La perla di domenica però vale tanto, più per il morale dei liguri che per la classifica. Mandorlini gli offrisse una cena.
2. MATTIA CALDARA – Con la sua doppietta ha trascinato l’Atalanta al prestigioso successo 2-0 in casa del Napoli. Il difensore nerazzurro, già prenotato dalla Juventus per la stagione 2018/2019, ha giocato una partita da veterano nonostante i 22 anni: un gladiatore nella propria difesa e un senso del gol nell’area avversaria invidiabile considerando che è un difensore centrale. Con molti difensori italiani in età avanzata (Barzagli e Chiellini), il ct della Nazionale Ventura può stare tranquillo: è nata una stella. E i bergamaschi sognano la Champions League.
1. RADJA NAINGGOLAN – Semplicemente devastante. La Roma ha vinto 3-1 a San Siro contro l’Inter, assicurandosi ormai con certezza un posto tra le prime 3 e restando in scia della Juventus (-7 dai bianconeri). I primi due gol sono state due perle assolute del centrocampista belga, due missili da fuori area su cui nemmeno un grande portiere come Handanovic ha potuto fare nulla. E pensare che fino a qualche mese fa l’allenatore del Belgio non lo chiamava in Nazionale. Nainggolan, oltre allo strapotere fisico a centrocampo, sta trovando gol con continuità (sono 9 in campionato) e non è un caso che in estate il Chelsea di Conte si era spinto fino a 45 milioni per acquistarlo. Ora ne vale quasi il doppio, alieno.

FLOP – 3. IVAN PERISIC – È uno dei pochi a salvarsi dell’Inter, ma dopo pochi minuti ha compiuto una grave ingenuità che poteva costare caro: all’interno della propria area, si è alzato il pallone con i piedi, passandolo poi di testa ad Handanovic per permettere al portiere sloveno di prendere la sfera con le mani. Eppure non si può fare: il regolamento lo considera infatti gesto antisportivo. Risultato? Cartellino giallo e punizione a due per la Roma che, fortunatamente per l’esterno croato, non ha generato pericoli.
2. STEFANO PIOLI – Restiamo sempre in Inter-Roma. Il ko dei nerazzurri ha come principale colpevole l’allenatore che ha deciso di schierare una formazione imbottita di centrocampisti che, invece di creare superiorità numerica sulla mediana, si sono spesso pestati i piedi. Può starci, soprattutto quando hai di fronte la seconda forza del campionato. L’errore è stato non correggere il danno a partita in corso, specialmente dopo il primo tempo dominato dai ragazzi di Spalletti. C’è da dire che Pioli, da quando ha preso il posto di De Boer, ha cambiato l’Inter, portandola dalle zone basse della classifica in piena corsa europea, ma i passi falsi contro Juventus, Napoli, Roma e l’eliminazione in Coppa Italia contro la Lazio potrebbero costargli la mancata conferma sulla panchina nerazzurra in vista della prossima stagione.
1. GLI ARBITRI – La peggiore giornata da inizio campionato per i nostri fischietti. Chiariamo che parole come “complotto”, “malafede” ecc. sono da chiacchiere da bar, qui nessuno mette in dubbio l’onestà dei direttori di gara. Ma ciò che si è visto nel fine settimana è degno di un film horror, in tema con la notte degli Oscar. Insufficiente la prova di Tagliavento in Inter-Roma: tanti dubbi sul secondo gol di Nainggolan per una spinta su Gagliardini, forse la rete era troppo bella per annullarla (si scherza). Clamoroso poi il rigore non dato ai nerazzurri per un fallo evidente di Strootman su Eder. Anche le tante ammonizioni non sventolate nel primo tempo a un paio di giocatori giallorossi (plateale fallo di mano di Bruno Peres e ostruzione di Juan Jesus su un calcio di punizione di Candreva) hanno innervosito i giocatori dell’Inter e di conseguenza il pubblico di San Siro che ha preso di mira l’arbitro con fischi e insulti. Detto questo, la Roma ha strameritato la vittoria. Ha fatto di peggio, e non era semplice, il sign. Calvarese in Sassuolo-Milan. I rossoneri hanno vinto 1-0, ma in questo caso si fa fatica a parlare di pallone: rigore evidente per i padroni di casa su Berardi che invece si è beccato il giallo per simulazione, il penalty vincente di Bacca che ha deciso la gara non solo non c’era, ma è stato calciato irregolarmente dall’attaccante colombiano che, inciampato a pochi passi dal dischetto, ha toccato due volte il pallone. Infine nella ripresa altro rigore solare non dato ai neroverdi con un calcione di Paletta su Politano. Comprensibile la rabbia del Sassuolo a fine gara, mentre il tecnico rossonero Montella, ammettendo gli episodi a proprio favore, ha invitato a usare toni più bassi. E allora invece di scippo o rapina, limitiamoci a dire che il Milan è stato fortunato…

Francesco Carci

Go Beyond. Uil e Fondazioni puntano sugli esclusi: i giovani

Al via “Go Beyond” il percorso formativo suddiviso in dodici seminari organizzato dalla Fondazione Nenni, dalla Feps, pensatoio europeo progressista, dalla Uil e dal Forum dei Giovani. A presentare l’iniziativa Carlo Fiordaliso, vice-presidente della Nenni e Andrea Gattuso che si propone di contribuire alla formazione dei quadri politici e sindacali del futuro, di costruire una classe dirigente nuova in grado di impegnarsi nelle istituzioni politiche nazionali e locali, nelle organizzazioni non governative e nell’associazionismo.
Tra i presenti Massimo D’Alema, presidente Feps, che non ha mancato di attaccare la mancanza di politiche giovanili e una prospettiva governativa tutta concentrata sulla Finanza: “Non si è deciso di pubblicare i nomi di quei signori che hanno preso i soldi dal Monte dei Paschi di Siena, compreso il Partito di cui porto in tasca la tessera e la cosa mi induce a vergognarmi di averla”. Maria Pisani, portavoce del Forum dei Giovani, ha evidenziato e denunciato proprio la mancanza di ascolto verso giovani che vantano sempre più competenze ma carenza di prospettive lavorative e future.
Cesare Salvi, ex ministro del lavoro e consigliere di amministrazione della Fondazione Nenni ha presentato la formazione di Go Beyond che avverrà attraverso i grandi temi sociali, economici e istituzionali che caratterizzano il nostro presente, con l’intento, come indica il titolo dell’iniziativa, di andare avanti, di scoprire cosa c’è oltre la linea di un orizzonte sempre più confuso ma proprio per questo decisamente stimolante.


Giovani italiani, da non garantiti a esclusi

go beyonddi Antonio Maglie

Inaugurando Go Beyond, il corso di formazione organizzato dalla Uil, dalla Fondazione Pietro Nenni, dalla Feps e dal Forum dei giovani, Massimo D’Alema, al centro dell’interesse generale per le questioni che accompagnano il dibattito interno del Pd (“scissione o non scissione), ha sciorinato una serie di dati che illustrano la tragica condizione dei giovani italiani vittime di un paio di decenni di politiche contrarie ai loro interessi (prendiamo la cosa come un atto di contrizione dello stesso oratore che pure è stato presidente del consiglio seppur per un tempo non lunghissimo). La freddezza dei numeri può essere spietata ma da questa spietatezza, purtroppo non si può sfuggire. In Europa siamo tra gli ultimi a livello di tassi occupazionali, siamo ultimi nell’alta formazione (cioè la percentuale di laureati), siamo fanalino di coda tra i giovani sulla soglia dei trent’anni costretti a rimanere a casa per mancanza di lavoro (o sua inadeguatezza salariale) e di reddito.

Loro, i giovani, sono vittime di politiche per l’occupazione incentrate non sull’aumento degli investimenti e, quindi, dei posti di lavoro (in maniera stabile) ma su facilitazioni contributive e fiscali garantite agli imprenditori ai quali in sostanza è stato dato un riconoscimento non per il fatto di non aver investito in questi anni di crisi, ma di non averlo fatto nei dieci anni precedenti al fallimento di Lehman Brothers intenti com’erano a trasferire quote consistenti degli utili sulle rendite finanziarie (e, quindi, parassitarie); di riforme della scuola e dell’università, da quella della indimenticabile Gelmini alla Buona Scuola renziana che di buono ha solo l’aggettivo, che hanno avuto l’unico effetto di impoverire l’istituzione; di una politica formativa basata sulle mance elettorali (i famosi cinquecento euro) ma non su un rilancio e una valorizzazione reale del diritto allo studio; di una legislazione sul lavoro che ha solo tolto garanzie aggiungendo precarietà (esistenziale prima ancora che occupazionale); di scelte che hanno bloccato l’ascensore sociale inaridendo progressivamente il concetto di giustizia e coesione sociale.

Negli anni in cui esplodevano i contratti flessibili, si parlò di “non garantiti”. Ma ora la definizione veramente non è più sufficiente. D’altro canto siamo il Paese che meglio può essere rappresentato da una nota battuta di cabaret: quando tocchiamo il fondo, cominciamo a scavare. Abbiamo scavato, con impegno e straordinari risultati. Dalla generazione dei “non garantiti” siamo passati a quella degli “esclusi”.

Top & Flop.
Juve al Cuadrado, Parolo pesca il poker

I bianconeri superano 1-0 l’Inter grazie a un gran gol dell’esterno colombiano e ottengono il 28esimo successo consecutivo in casa. Goleade di Napoli (7-1 a Bologna con triplette di Hamsik e Mertens) e Lazio (6-2 al Pescara con quattro reti del centrocampista biancoceleste). Crisi Milan, sconfitto 1-0 a San Siro dalla Sampdoria, mentre il Palermo trova finalmente la prima gioia in casa (1-0 al Crotone). Vediamo i top & flop di questa giornata.

juan-cuadradoTOP – 3. Juan Cuadrado. Il centrocampista colombiano della Juventus ha aspettato il momento migliore per sbloccarsi: il suo primo gol in campionato è decisivo infatti per il successo della Vecchia Signora per 1-0 contro una buona Inter. I nerazzurri hanno confermato la loro crescita, è vero che Buffon è stato impegnato raramente ma va ricordato come potevano starci un paio di rigori non assegnati a Icardi e compagni. Normale, dunque, a fine partita il nervosismo del tecnico Pioli.

  1. Alejandro Gomez. Il “Papu” è stato ancora una volta il trascinatore dell’Atalanta. La sua doppietta nel 2-0 al Cagliari è valsa agli orobici l’aggancio al quinto posto in classifica all’Inter. Il sogno europeo continua per i lombardi e con un Gomez così parlare di Europa League non è assolutamente utopia.
  2. Marco Parolo. Non capita spesso vedere in Serie A un giocatore che mette a segno un poker di gol, soprattutto perché non ci sono i vari Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar. Stupisce che ci sia riuscito il centrocampista della Lazio, non certo un goleador, che fino ad ora aveva messo a segno appena una rete. Il 6-2 sul campo di un Pescara sempre più imbarazzante ha consentito ai biancocelesti di riprendersi il quarto posto.

FLOP – 3. Antonio Mirante. Il portiere del Bologna paga a nome di tutta la difesa la brutta sconfitta interna per 7-1 subita dal Napoli. Molte le sue colpe sul secondo gol di Insigne e sul 3-1 su punizione di Mertens. Oltre al danno, la beffa: infortunio muscolare con il rischio di stare fuori per qualche settimane. Una serata da dimenticare.

  1. Carlos Bacca. Come tutto il Milan, l’attaccante colombiano vive un momento decisamente negativo. Segna pochissimo, è assente nel gioco offensivo dei rossoneri, ma soprattutto si arrabbia quando viene sostituito. Quando oggettivamente il cambio con Lapadula era più che giusto date le zero occasioni nella gara persa 1-0 contro la Sampdoria. Per i ragazzi di Montella è crisi con tre sconfitte di fila e la zona europea che si sta pericolosamente allontanando.
  2. Iago Falque. L’attaccante del Torino ha preteso di battere il rigore in Empoli-Torino (finita 1-1) sradicando il pallone dalle mani di Belotti. Risultato? Tiro debole e penalty parato dal portiere dei toscani, Skorupski. C’è da giurarci che a fine gara il tecnico granata, Sinisa Mihajlovic, gliene abbia dette quattro nello spogliatoio e infatti, davanti alle telecamere, l’allenatore serbo ha dichiarato che i prossimi rigori li tirerà il “Gallo” Belotti. Maledetto egoismo.

Francesco Carci

Che Dio ci aiuti 4. I nuovi episodi tra cambiamenti
e conferme

Al via (dall’8 gennaio scorso) alla quarta stagione di “Che Dio ci aiuti”, i nuovi episodi vedono molte novità: non solo nuovi personaggi, ma anche cambiamenti per innovare e modernizzare la fiction. Dopo lo spostamento di location da Modena a Fabriano, era prevedibile che ci fosse un alternarsi di partenze e ritorni, di nuovi arrivi di protagonisti che si avvicendano per intrecciare ancor di più la vita abbastanza movimentata del “Convento degli Angeli” di suor Angela e suor Costanza. La fiction si apre con Guido (Lino Guanciale) ed Azzurra (Francesca Chillemi) che coronano il loro sogno d’amore e si sposano; poi lui si trasferisce con il piccolo Davide (Cesare Kristian Favoino) a Londra, mentre lei resterà ancora in Italia poiché impegnata (e decisa e determinata a portare avanti sino in fondo l’impegno preso) con i lavori sociali in una piccola casa per orfani. Anche Margherita (Miriam Dalmazio), Nina (Laura Glavan) e Rosa (Neva Leoni) lasciano l’Angolo Divino sempre per motivi di lavoro: la prima andrà a Bruxelles con Carlo (Andrés Gil), le altre rispettivamente in Africa e a Milano. Ma qui a Fabriano non si rimane di certo a corto di ospiti; anzi. Per quanti vanno via, altrettanti ne arrivano. Innanzitutto il personaggio di Guido viene “sostituito” da quello del suo amico e testimone di nozze Nicodemo detto Nico (Gianmarco Saurino): aspirante avvocato improntato e molto autodidatta, molto istintivo, abile e furbo e poco applicato alla studio, bullo redento e pentito; Monica (Diana Del Bufalo), nipote acquisita di Suor Angela, con il complesso del fisico e del dover essere sempre in linea, con il figlioccio adottivo che si ritrova a carico Edoardo (per tutti Edo, alias Christian Monaldi); Valentina (Arianna Montefiori), escort per scelta e sugar-baby, un po’ rassegnata e amareggiata, soccorsa e accolta; il giovane dottore Gabriele (Cristiano Caccamo); e poi Emma (Bianca Di Veroli), che si scoprirà essere la figlia che Azzurra ha avuto a 15 anni. Se le nuove puntate sono molto incentrate sul personaggio di Francesca Chillemi, più importanza è data anche a Suor Costanza (Valeria Fabrizi); quest’ultima assomiglia sempre più, cerca di imitare e sostituire l’incorreggibile suor Angela (Elena Sofia Ricci), vero punto di riferimento del Convento. Infatti è proprio quest’ultima a dare sempre più diffusamente e insistentemente il messaggio dell’insegnamento morale che si intende profondere; quest’ultimo è racchiuso sull’importanza del perdono, della dignità della persona umana e del suo rispetto, come lanciato ampiamente da Papa Francesco più volte. Soprattutto sull’essenzialità del non mollare mai e del perdono. In questo la nuova figura di Valentina è centrale, poiché diffonde il suo motto (che dà il titolo ad un episodio del 12 gennaio) di “colpire e non subire”; inoltre è grazie a lei che la fiction trova quella sfumatura di serie tv social e di attenzione a un modo di comunicare sempre più digitale: assolutamente non trascurabili i suoi hashtag divertenti su Twitter.

Dunque quasi più impegnata e moderna la fiction, non manca di regalare colpi di scena che potrebbero persino non essere ancora finiti in toto. Si insiste molto sul tema della maternità (cercata, voluta, rifiutata, amata, temuta, precoce o tardiva, di sangue o indiretta, forma di amore manifestato in vario modo e fonte di gioia o sofferenza); tanto che degli episodi la citano nel titolo (il primo dell’8 gennaio ovvero quello iniziale di “tutto su mia madre” e l’altro del 22 gennaio chiamato “di madre in figlia”), seppur vi sia una paternità velata. Vista come un’eredità preziosa ricevuta da difendere, essa ha a che fare e si ricollega con il proprio orgoglio e con il dover lottare con le proprie resistenze e paure interiori, quei “fantasmi” citati nella titolazione di un altro episodio del 29 gennaio. Azzurra è profondamente gelosa e protettiva nei confronti di Emma, anche se non intende e non riesce a confidarle chi è veramente. Se la giovane le assomiglia in maniera disarmante, anche Azzurra ricorda molto suor Angela: di animo nobile, dal cuore d’oro, seppur casinista, ha lo stesso brio e l’esuberanza, l’irruenza della suora, pronta sempre a soccorrere anche quando è lei che avrebbe bisogno d’aiuto, ma non osa domandare aiuto né perdono, ma chiede sempre scusa; fragile e forte allo stesso tempo, sembra una roccia, per poi crollare di fronte alla sensibilità delle sue emozioni che la fanno commuovere con poco. Entrambe dal passato tormentato, cercano il proprio riscatto dedicandosi con passione sincera all’altro. Chissà, magari potremmo scoprire che lei è la figlia di suor Angela, che compì quella rapina che le fu fatale per poter procurarsi soldi per poterla mantenere e che poi decise di darla in adozione (la famiglia nobile Leonardi), come lei abbandonò Emma. Di sicuro molte cose sono ancora da svelare. Nulla è impossibile per quanto improbabile all’Angolo Divino e poi madre è soprattutto chi cresce, più che chi concepisce, colei che dà insegnamenti preziosi e sinceri e consigli utili onesti e schietti. Intanto di certo non bisogna mai fuggire, ma affrontare i problemi e le difficoltà. Per questo Azzurra ritornerà dopo aver deciso di raggiungere Guido a Londra. Chissà, allora, forse potremmo vederlo ricomparire con Davide nel finale; oppure forse ritroveremo nell’ultima puntata tutti i personaggi che si sono assentati, come avvenuto per molte altre fiction quale “Un medico in famiglia”. Probabile che gli impegni in altri lavori di Lino Guanciale (non ultimo nella prossima fatica “La porta rossa” con Gabriella Pession, come del resto la Chillemi è apparsa anche in “Braccialetti rossi 3”) abbiano inciso su questa nuova impostazione data alla fiction. Tuttavia siamo convinti al 100% che la quarta serie non sarà l’ultima stagione di “Che Dio ci aiuti”. E la somiglianza forte fra suor Angela e Azzurra, oppure tra suor Costanza e suor Angela, non sono le sole. Azzurra e Valentina ricordano un po’ il contrasto derivante da un attrito che scaturisce dal fatto di essere molto simili fra Azzurra e la sorella Rosa. E in questo, infatti, con Monica e Valentina vengono riprese le personalità e i caratteri tipici di Nina, Margherita e Rosa appunto. Valentina ha quell’arroganza romantica, quell’altezzosità che diventa una semplice arma di difesa di Rosa e di Nina, come loro brusca per proteggersi dalla vergogna di se stessa e dei suoi trascorsi spesso. Giudicata come Rosa malamente, senza essere conosciuta veramente, verrà capita bene solamente da Gabriele. Monica ha la dolce fragilità di Margherita, che sogna il vero amore, rincorrendolo, ma avendone terribilmente paura, terrorizzata dall’idea di essere ancora una volta ferita nella dignità, nell’orgoglio, nella sua spontaneità che è quasi ingenuità, nella sensibilità di un animo generoso come quello di tutti gli altri personaggi in fondo. Insomma la regola sembra essere l’andare oltre le apparenze con e grazie alla fede, per sancire la vera legge fondamentale che domina e regola la vita, caotica ma pur sempre esaltante, dell’Angolo Divino. Divino significa trascendere, andare oltre, donarsi all’altro, per questo è associabile all’Amore di Dio e per altro, che sono un Dono di Dio appunto, con la D di Dignità della persona e del singolo individuo, da Difendere e proteggere per ritrovare quell’umanità che scalda i cuori e che commuove, che anima così profondamente e di cui è molto intriso il convento di suor Angela e suor Costanza: due madri per le loro ragazze e ragazzi. Sono loro, infatti, ad insegnare che la fede, la religione e Dio hanno bisogno dei loro tempi per palesarsi, come l’amore ha i suoi tempi che occorre rispettare: mai andare troppo di corsa. Spesso la vita concede quella seconda opportunità tanto ricercata a volte, “un’altra occasione” come titola un altro episodio (del 5 febbraio scorso). Da qui nasce quel cambiamento che permette di migliorarsi e di sentirsi più degni dell’affetto dell’altro, per non aver deluso, tradito la sua fiducia e i suoi sentimenti, quello spirito di sacrificio di essere cambiati con il cuore; questo, probabilmente, vuol dire il titolo “come si cambia” dell’episodio della puntata del 29 gennaio. Il fatto che la fiction vada in onda di domenica, infine, infonde ancor di più quell’aura di una religiosità terrena profusa dalla serie e da Papa Francesco stesso appunto. Sarebbe bello vedere apparire il Santo Pontefice in “Che Dio ci aiuti”, come già avvenuto in “Un medico in famiglia”. Del resto, analogia tra le due serie tv, anche qui dottori ed ospedali non mancano. Dunque non è vero che la fiction con protagonista principale Elena Sofia Ricci&co si ispiri soprattutto a Don Matteo (che l’ha introdotta e che ha lo stesso vizio dell’indagine e del ‘non farsi mai gli affari propri’, come si suole dire gergalmente, come a volte è troppo curiosa a fin di bene suor Angela). Di certo la religione non è distante dalla vita vera quotidiana, dai suoi problemi e il dialogo con Dio non è diverso da quello con un’altra persona. A volte non è facile capire la volontà divina come condividere le scelte e le decisioni dell’altro, ma occorre imparare ad accettarle e giustificarle perché tutto rientra in un disegno superiore che scrive il destino di ciascuno di noi spesso incognito: ed accade quello che non ci si aspetta e si diventa quello che non si sarebbe mai pensato di poter essere. Come sono cambiati prima Guido e poi Nico, dunque anche gli uomini sono importanti in questa fiction rosa al femminile, di femminismo, ma non femminista. Tutti qui hanno pari diritti e sono tutti uguali, figli di un Dio benevolo che li ama. E, dunque, in conclusione,…..”Che Dio ci aiuti” a trovare quell’umanità così vera in ogni uomo.