Quali sono le vetture migliori per i post-Millennials

autoQuest’anno, come sempre, l’Italia vedrà la consueta invasione di nuove patenti. Eppure, qualcosa rispetto al passato è decisamente cambiato: la generazione successiva ai Millennials, nota anche come post-Millennial o Centennials, è profondamente diversa sia in termini di gusti che di abitudini. I ragazzi nati fra il 1997 e il 2010, non sono e non saranno i soliti neo-patentati: preferiscono le auto svelte in termini di parcheggio, non disdegnano la presenza del cambio manuale, e cercano naturalmente uno stile molto spiccato in termini di design. Quali sono, dunque, le vetture migliori per i giovani Centennials che prenderanno la patente in questo neonato 2018?

1. La Fiat Panda

La Fiat Panda è un evergreen che si tramanda di generazione in generazione, e che vedrà protagonisti anche i Centennials. La nuova Panda, infatti, è una piccola berlina adattissima per le esigenze cittadine: gli interni poi sono spaziosi e comodi, mentre la sua guidabilità su strada è particolarmente agile. In sintesi, l’auto perfetta per tutti i neo-patentati, al di là delle ovvie differenze generazionali. Inoltre, a dispetto di un costo di listino comunque abbordabile, la Fiat Panda è anche molto accessoriata.

2. La Smart

In termini di guidabilità e di posteggio, la Smart non conosce eguali al mondo: se poi si sposta il discorso sulla modernità della vettura, ecco che si esaudiscono anche i desideri dei Centennials. Questa automobile, infatti, è il top in quanto a dimensioni ridotte, ma anche particolarmente confortevole al suo interno. Se l’obiettivo è muoversi senza problemi nel traffico cittadino, la Smart è senza dubbio la scelta numero uno. Fra l’altro, il costo può essere abbassato grazie a Internet, vista la presenza di numerose smart usate in vendita online.

3. La Toyota Aygo

La terza opzione della nostra lista è la Toyota Aygo: una vettura che coniuga una serie di aspetti e di vantaggi notevoli per i Centennials neo-patentati. Intanto si tratta di una macchina dalle dimensioni ridotte e quindi comodissima per il parcheggio cittadino: poi, si tratta anche di una vettura facilissima da guidare, quindi perfetta per chi non ha ancora particolare dimestichezza con il volante. Sicuramente una city car per cui vale la pena spendere.

4. La Citroen C3

Chiudiamo l’elenco delle auto per i post-Millennials con la Citroen C3: non a caso una delle auto più vendute del 2017. È una vettura perfetta per chi ha appena preso la patente: è compatta ed è anche dotata di un design universale, un po’ classico e un po’ moderno. Ciò che la contraddistingue, comunque, è il tanto spazio presente nei suoi interni: l’ideale per chi deve accompagnare a casa gli amici ancora sprovvisti di patente. Infine, la Citroen C3 dimostra di avere una guida agevole, oltre alla consueta facilità in termini di posteggio.

Romanzo famigliare, il nuovo family drama di Francesca Archibugi

Romanzo-famigliare-1000x600La nuova serie tv “Romanzo famigliare”, scritto da Francesca Archibugi (insieme con Elena Bucaccio), ha avuto un successo di pubblico, anche sui social, sorprendente: complessivamente pari a un totale di circa 5.637.000 spettatori con il 22.2% di share. Dopo “Romanzo criminale”, arriva “Romanzo famigliare”, ma spicca per originalità. Innanzitutto per la struttura in capitoli, tipica di un romanzo letterario, come quelli francesi ottocenteschi: di Zola (e dei suoi “Rougon-Macquart, storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero”, in venti romanzi scritti dal 1871 al 1893, opera che segna la nascita del romanzo realista del naturalismo) o di Honoré de Balzac (si pensi ad esempio a “La comédie humaine”, “La commedia umana”, in cui descrisse la società francese dell’epoca attraverso innumerevoli opere), o di Gustave Flaubert (la sua Madame Bovary, scritto dal 1837 al 1856, ha qualche cosa che ricorda la protagonista Emma di “Romanzo Famigliare”); ma anche del ceppo germanico, stilato dal tedesco Thomas Mann a partire dai suoi “Buddenbrook: decadenza di una famiglia”; o inglesi come quelli di Dickens (“Hard times” -1854- da una parte e “Great Expectations” -1860- dall’altra, in primis). Superata per poco negli ascolti al primo appuntamento da “Quo vado” di Checco Zalone (che ottiene sei milioni 259mila spettatori, con uno share quasi del 25% -24,98%-, contro i 5 milioni e 637mila dell’opera della Archibugi e il ‘suo’ 22,2% di share) batte, invece -alla successiva puntata-, “Andiamo a quel paese” di Ficarra e Picone (5.434.000 spettatori e 21,8% di share per “Romanzo famigliare”, contro 3.887.000 spettatori e 15,9% di share per il film di Ficarra e Picone). Poi c’è la novità della voce narrante di Marco Messeri (che è Vanni, autista da quasi 40 anni, ben 39, della famiglia Liegi da cui proviene Emma). Con un cast d’eccezione guidato da Vittoria Puccini (nei panni di Emma) e Giancarlo Giannini (nelle vesti del padre Gian Pietro Liegi), l’aspetto più inedito (piuttosto che Milano o Torino o altri posti più classici) è la location di Livorno (con il lungomare, la terrazza Mascagni, il porto e l’Accademia Navale). E poi la presenza della Marina militare con il suo rigore, rappresentata in maniera diametralmente opposta a quella mostrata dalla fiction con Claudio Amendola e Carolina Crescentini: “Lampedusa-dall’orizzonte in poi”, miniserie TV per la regia di Marco Pontecorvo (del 2016); qui la Marina soccorreva i rifugiati che sbarcavano sulle coste italiane del Mediterraneo, salvando molte vite umane. In “Romanzo famigliare”, invece, vediamo che anche all’interno di essa vi sono dei problemi, nonostante le rigide gerarchie e gli obblighi e i dettami che vigono, le ferree regole che vanno rispettate come doveri inviolabili. Non mancano, infatti -oltre agli aspetti positivi-, quelli negativi di angherie, molestie, offese, quasi una sorta di nonnismo, ottemperato ai danni di un militare della marina però donna, semplicemente perché è una femmina e non un maschio a vestire quella divisa: si tratta di Nicoletta detta ‘Nicola’ (alias Barbara Venturato); ma non sarà la sola, intanto la Marina militare diventa simbolo di identità nazional-patriottica. “Capitano, che faccio di sbagliato perché mi odiano tutti?” -chiede alla fine esausta- al suo capitano che è il marito di Emma e padre di Micol, ovvero l’ex allievo dell’Accademia Navale e ora Tenente di Vascello, Agostino Pagnotta (Guido Caprino). L’attore già aveva recitato in molte fiction (Il Commissario Manara, In Treatment, I Medici) e anche per quelle per Sky (1992 e 1993, su Tangentopoli e Mani pulite, dove era il veterano della Marina Militare Pietro Bosco, schieratosi in politica con la Lega Nord dopo essere tornato reduce dalla Guerra del Golfo).
Con il suo ordine la Marina militare contrasta con il caos che regna nella vita della protagonista Emma (Vittoria Puccini). Il nome richiama (come un po’ lo stile della serie) quella omonima e similare Emma interpretata da Vanessa Incontrada in “Un’altra vita”. Anche lei vorrebbe un’altra vita per sé e per la figlia Micol (la convincente esordiente Fotinì Peluso), proprio come quella dell’altra serie. Si ritrova a vivere un’esperienza catartica, che le fa prendere coscienza di sé; quasi un’epifania (per dirla con Virginia Woolf o meglio James Joyce, per rimanere in ambito letterario): una Livorno che diventa come Dublino, un personaggio stesso dell’opera, un personaggio che scatena nei protagonisti una sorta di flusso di coscienza e di monologo interiore (a tratti silenzioso, muto, ma ben visibile, riconoscibile e intuibile in maniera fragorosa -quasi a stravolgere ogni ordine tradizionale classico e cronologico-). Un po’ come rievocano la memoria le madelaines con il loro profumo nel protagonista in “À la recherche du temps perdu” di Marcel Proust (romanzo scritto tra il 1909 e il 1922 e pubblicato nell’arco di 14 anni -tra il 1913 e il 1927-, di cui gli ultimi tre volumi sono postumi). Ogni dimensione temporale viene annullata, proprio simbolicamente dal fatto che lei fa parte di una nobile famiglia ebrea livornese (ma senza che vi sia stato nessun mutamento apparente nel tempo delle sue condizioni socio-economico-esistenziali); e anche quelle di spazio, poiché ci si trasferisce da Roma a Livorno, ma è come se poi nulla cambi in fondo. Flusso di coscienza perché i personaggi fanno i conti con la propria coscienza. Eppure è come se si dicesse che c’è sempre un momento nella vita in cui essa ti dà l’occasione di crescere, l’opportunità per cambiare ed evolvere; e non conta il ceto sociale o il luogo: tutti abbiamo dei demoni con cui combattere (nella Marina, nelle classi più abbienti e ricche, nei giovani e negli adulti). Non c’è solo il rapporto madre-figlia, padre-figlia, genitori-figli, la ricerca della propria identità e un racconto di formazione per i singoli protagonisti, ma “Romanzo famigliare” è la storia “allargata” di tanti legami che si vengono a creare (amicizie e non solo), di fiducia, di affetto, di rispetto, di stima, di riscatto. Soprattutto al femminile, mostrando anche quanto la figura della donna sia evoluta nel tempo. Un confronto tra passato e presente per guardare al futuro in modo diverso. “Fai incontrare ciò che eri con ciò che sei, ma il passato -si sa- ti cambia”, si dice nella serie. Micol scoprirà che Agostino potrebbe non essere il suo vero padre, ma forse lo è un ex fidanzato della madre (che lei rincontra): Giorgio Valpredi (Andrea Bosca). Giorgio stesso le dirà se ha mai pensato a come sarebbero andate le cose se fossero rimasti insieme e se Micol fosse davvero sua figlia. Lei è più matura dei suoi sedici anni, aveva sempre badato alla madre, quasi più immatura e irresponsabile, incapace di badare a sé e alla figlia, di darle un punto di riferimento e stabilità, soprattutto emotiva, di occuparsene e di preoccuparsi per lei: più due sorelle che una madre e una figlia, eppure si assomigliano più di quanto loro stesse non pensino. Micol rimarrà incinta del suo insegnante di clarinetto Federico (Francesco Di Raimondo), proprio come la madre l’aveva avuta a 17. Lei dirà di avere “un gatto nero nella pancia”, che ricorda un po’ il film di animazione francese di Alain Gagnol: “Un gatto a Parigi” (del 2010). Qui il protagonista è Dino, un gatto dalla doppia vita: di giorno vive con Zoe, una ragazzina la cui mamma Jeanne è agente di polizia; di notte lavora con Nico, un ladro dal cuore grande. Zoe si è chiusa nel silenzio dopo la morte del padre, avvenuta per mano del gangster Costa. Un giorno il gatto Dino porta a Zoe un bracciale preziosissimo. Metaforicamente Zoe potrebbe essere Micol e il bracciale preziosissimo la gravidanza (una fortuna e una sciagura al contempo), il gatto -invece- la musica e il clarinetto che suona con Federico. Inoltre anche la sigla di “Romanzo famigliare” ricorda la grafica dello stesso genere del film d’animazione francese. E, a proposito di metafore, pure Gian Pietro Liegi viene visto come estensione del serpente che tiene in casa (e che si ciba di topolini), ma “il serpente è un po’ acciaccato” -confessa lui stesso, ammalato e stanco-.
Non appena si scopre la verità, il nonno vuole farla abortire, mentre una dottoressa (Tullia Zampi, interpretata in modo molto misurato da Anna Galiena) la consiglierà e sosterrà nel modo giusto. Dicendo una verità su cui si fonda “Romanzo famigliare”: “il patrimonio genetico è più importante di quello immobiliare”; non contano i beni e le ricchezze possedute, perché nessuna vale tanto a paragone di una vita e dei sentimenti -soprattutto d’amore-. Ma ecco che tale episodio fa crescere non solo Micol, ma Emma stessa. Lei diventerà più giudiziosa e responsabile, più saggia e più equilibrata. Supporterà la figlia, condividendo con lei le sue paure, ma soprattutto infondendole un sano insegnamento: “sta a te decidere se vuoi sapere quale è la verità delle cose”, cioè ricercarla sempre con consapevolezza e un’acuta capacità di discernimento. Imparerà quasi a fare la mamma (di cui lei è rimasta orfana e di cui cerca di seguire l’esempio e ricostruirne il ricordo). A chiedersi che cos’è il tempo, a ricercare di riappropriarsi del suo passato (scoprendo di non sapere poi molto) parlando con il padre, che le dirà: “non si può comandare solo, bisogna sapersi prendere delle responsabilità, prendendo delle decisioni nel tempo”. Conoscerà qualcosa di più su suo nonno, il padre di Gian Pietro Liegi, che “era triste perché era diventato povero come tutti gli altri” -le racconta lui-. E quando le chiede se ci abbia mai pensato lei dice: “no, ho fatto sempre una vita semplice”, risponde Emma e il padre la rimprovera: “Emma la vita è sempre complicata”. E allora si apre il bivio tra chi crede, come Vanni, che “l’amore è cambiamento” e che “i soldi complicano tutto” e chi -invece- che i soldi siano tutto. Del resto si è consapevoli che si può scegliere: o di sfuggire la verità, o di rincorrerla e andarle incontro oppure di ricordare semplicemente com’era.
E se c’è quasi una ditta di famiglia da gestire (un po’ sullo stile di “Una grande famiglia”), lei se ne troverà a capo (da legittima e diretta erede), e si dedicherà anima e copro ad un progetto, da “patrocinare”, per creare e fondare una struttura d’accoglienza per i minori con problemi giudiziari (anche finendo lei stessa per mettersi in guai seri); come Ivan (Renato Raimondi), l’amico sordomuto di Micol -che, con tutto il suo handicap fisico, sarà l’unico in grado di capirla nel momento di sua maggiore disperazione e di cui lei si innamorerà, ma di cui si approfittano la madre e la nonna-. Dunque ci si può capire anche con un linguaggio del corpo diverso da quello del dialogo orale, anche senza bisogno di parole. Ma Emma deve ritornare a Livorno, alle origini, a ritrovare se stessa, a ricordare chi era, a fronteggiare (e superare) il suo passato, per essere migliore e una donna adulta in grado di contribuire al cambiamento e al miglioramento del benessere della sua famiglia e degli altri. Per questo Livorno è un personaggio a tutti gli effetti così importante. E il bimbo che aspetta in grembo Micol raffigura proprio questo: un futuro ‘nuovo’ per tutti i Liegi e non solo; un domani diverso. Tra l’altro sarà una femmina, in questo ‘romanzo rosa in versione film’ -come potremmo definirlo-, in cui le figure femminili sono così centrali: quasi una nuova Emma, riuscirà a costruire una nuova immagine dei Liegi e un nuovo ‘impero’ diciamo della sua famiglia? A scrivere un nuovo romanzo famigliare, con un finale diverso di pace e non di astio? E proprio Micol è portavoce di una teoria ‘esistenziale ed umana’ interessante: “penso che si nasce pazzi e poi, pian piano, si guarisce”. Se ogni personaggio ha un segreto, ad aumentare la complessità dell’opera della Archibugi sono le gelosie che ne nascono successivamente, gli intrighi amorosi -tra tradimenti e complicità-, che sorgono quasi spontanei. Pensiamo, innanzitutto, a quelli tra Emma e Agostino: lei lo tradisce con Giorgio, lui con ‘Nicola’-Nicoletta, e poi con Denise (Barbara Ronchi) -moglie del fidato di Gian Pietro (Mariuz, alias Marius Bizau); ma sarà poi così fidato? E poi la reputazione di Liegi è minata anche da chi ha interesse solo per i soldi come Jacopo (Iacopo Crovella). Ma ad essere minacciata è anche l’amicizia tra Micol e la sua migliore amica Valeria (Annalisa Arena): quest’ultima si allontanerà da lei e litigherà con Micol per gelosia. Tradimenti, dunque, non ne mancano; ma vi sono anche tanti rapporti sinceri, autentici, di fiducia e complicità appunto: come quello di Vanni per Liegi (che promette di andare in pensione quando dovesse smettere di lavorare per lui); ma anche quello tra Emma e Natalia (Anita Kavros), sua ex babysitter ed ora la nuova compagna di suo padre, che si riavvicinano: Natalia le confesserà tutta la sua infelicità, che la costringe a prendere antidepressivi da dieci anni. I rapporti così maturano e si fanno più complessi. In primis quello tra Emma ed Agostino. La prima viene vista come una figlia di papà immatura e viziata, il secondo un arrogante e superficiale. Entrambi giudicati inadeguati da Gian Pietro, che ha più simpatia per Giorgio. Eppure è sorprendente come si vedono loro due reciprocamente. Lei senza di lui si sente sola, lui la vede “così vulnerabile” e l’ha sempre idealizzata, così bella eppure sempre così lontana, quasi la figlia di Liegi (un nobile) irraggiungibile, che poi finalmente l’ha degnato di uno sguardo e la cosa gli sembrava pressoché impossibile. Eppure, invece, -al contrario- lei crede che lui non abbia fiducia in lei, che pensi che non sappia fare nulla, e cerca qualcuno che -piuttosto- invece l’ascolti (come ritiene faccia Giorgio). La complessità dei rapporti umani e della vita umana, della commedia umana -per dirla con Balzac-.
Dunque un’opera corale, molto sofisticata e -soprattutto- che sa di classico e antico pur nella freschezza e attualità della sua totale modernità. Il tono più ‘elevato’ e ‘nobiliare’ è dato non solo dal titolo (dalla presenza dell’aggettivo ‘famigliare’), ma anche dall’accento toscano, che ricorda il nobile fiorentino della lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio.

Barbara Conti

LegalFling. Arriva l’App per dare il consenso prima del sesso

legalflingVe lo ricordate il fogliettino delle elementari ‘Ti vuoi mettere con me?’ e relativa croce sì e no? Arriva un App simile dall’Olanda. L’applicazione si chiama LegalFling e di base si occuperà di far sapere alla persona con cui si è usciti fino a che punto ci si vuole spingere, sessualmente parlando, tramite un sistema molto semplice: con un cuoricino si dirà di sì al sesso (singolo o di gruppo a seconda delle circostanze), mentre con una croce si dirà di no. L’applicazione permetterà anche di definire la durata del rapporto, che può variare da una sveltina di pochi minuti a una relazione di anni. Si potrà mandare una richiesta di consenso attraverso WhatsApp o un’altra app di messaggistica, stabilire i propri limiti a letto e usare tali impostazioni anche una relazione a lungo termine, inviare una lettera di diffida con un semplice click nel caso sia stata commessa una violazione
Un vero e proprio contratto tra le parti coinvolte, detto appunto Live Contract, inoltre durante la “transazione” è possibile generare un accordo legale a tutti gli effetti (ma la sua validità varia da Paese a Paese).
Già sta facendo discutere, ma per il momento si tratta di un progetto…

Alice Merton conquista le radio e le charts italiane con ‘No Roots’

alice mertonNo Roots è la prima e nuova hit dell’anno. Entrata in rotazione nei network più importanti del Paese, ha raggiunto in pochissimi giorni il 17° posto della classifica radio – highest new entry – e il 32° di quella TV, è entrata nella top 30 di iTunes (al 25°), nella top 20 di Shazam ed è al 15° di Spotify Viral. E Alice Merton può così definirsi la prima nuova artista di questo 2018, pronta a presentare all’Italia il 19 gennaio l’EP di debutto “No Roots”.
Dopo un atteso tour americano inaugurato a novembre con il sold out della data di Chicago, Alice Merton ha annunciato il tour europeo che partirà dagli Eurosonic a gennaio e che, in primavera, toccherà anche l’Italia con un’unica, esclusiva data.
La storia di No Roots inizia nel 2017, e ha già raggiunto numeri da capogiro. Con oltre 600mila vendite in Europa, 48 milioni di views su Youtube, la Top 10 di iTunes in oltre dieci nazioni, i primi posti delle Single Charts in Europa (Disco di Platino in Germania e Disco D’Oro in Francia e Austria) e 80 milioni di streams, No Roots si è dimostrato un incredibile anthem pop, una “breakthrough hit” capace di volare oltreoceano per raggiungere un posto d’onore nella Billboard Alternative US, che la paragona ad Adele e Lorde per gli incredibili risultati raggiunti.
La giovanissima Alice, già vincitrice del prestigioso European Borden Breaking Awards 2018 – premio riservato ad artisti del calibro di Adele e Stromae – sta conquistando il mondo con questo suo incredibile debutto.

Corso di formazione per curatore d’archivio d’artista 1, 2 e 3 febbraio

archivioNell’anniversario della sua costituzione la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea entra a far parte dell’Associazione Italiana Archivi d’Artista (AitArt) e si propone come sede ospitante del workshop interdisciplinare che si svolgerà dal 1° al 3 febbraio 2018.

Negli ultimi tempi il tema degli archivi e dei lasciti degli artisti ha acquistato interesse e richiamato attenzione. I motivi possono qualificarsi di natura culturale, economica e di salvaguardia dell’identità e della autenticità delle opere, specialmente in considerazione dei nuovi linguaggi del contemporaneo. L’Archivio postumo dell’artista è essenziale per conservare viva la memoria e tramandare traccia della sua partecipazione alla vita intellettuale dell’ambiente artistico e culturale e contemporaneo di appartenenza; l’Archivio per l’artista vivente e attivo è riferimento e traccia dell’attività per la sua storia e vita futura e per l’autenticità delle sue opere. Da queste premesse scaturiscono considerazioni e interrogativi.

Innanzitutto: Cosa si intende per e cosa è in realtà l’Archivio d’artista? Come viene strutturato? Quale competenze coinvolge? Quali normative legali e di comune consuetudine si applicano e sono da rispettare? Quali sono i requisiti che possono qualificare il Curatore di Archivio d’Artista? Come organizzare la successione di un artista e i suoi lasciti?

Molti archivi esistenti si sono formati nel tempo con l’esperienza, la volontà e la coscienza dell’importanza di mantenere viva la figura dell’artista per tramandarla; vi sono peraltro patrimoni documentali ancora da valorizzare e produzioni contemporanee da tutelare per resistere al tempo e al divenire dei fenomeni artistici.

Al termine del corso sarà rilasciato un attestato di frequenza.

Per le iscrizioni vai su www.aitart.it
Per il programma completo: lagallerianazionale.com

Morti di monossido, la Chiesa celebra insieme i funerali dei due fidanzati

luca-alex-800x522Alex Ferrari e Luca Bortolaso, i due studenti 21enni morti martedì scorso per avvelenamento dal monossido di carbonio in una casa vacanze sul Monte Baldo (Verona), stavano insieme da un anno e i parroci dei rispettivi paesi di provenienza, Bagnolo di Lonigo per Luca, e San Bortolo di Arzignano per Alex, hanno accolto la richiesta delle famiglie di celebrare esequie comuni, oggi nella chiesa di Arzignano (Vicenza).
«La scelta di celebrare insieme i funerali di Alex e Luca – dichiara don Alessio Graziani, portavoce della diocesi berica – risponde ad una precisa richiesta delle loro famiglie a cui la Chiesa in questo momento di immenso dolore desidera essere vicina con le parole della fede. Di fronte alla morte di due giovani, ogni altro commento ci pare quantomeno inopportuno».
L’ingresso in chiesa è stato mesto e silenzioso, con l’esclusione di telecamere, in segno di sobrietà come richiesto dai parenti delle giovani vittime che hanno voluto celebrare il funerale comune considerato il rapporto affettivo che legava Alex a Luca.

Piemonte, dieci borse di studio in più per specializzandi in Medicina

obiettori_medici-abortisti-ginecologiDieci borse di studio supplementari per gli specializzandi in medicina delle università piemontesi. Lo prevede la delibera presentata dall’assessore regionale alla Sanità Antonio Saitta e approvata nei giorni scorsi dalla Giunta regionale. In questo modo la Regione Piemonte mette a disposizione uno stanziamento di 1 milione e 254mila euro, che va a integrare le risorse del Ministero dell’Istruzione, per finanziare l’attivazione dei posti aggiuntivi e coprire integralmente i costi per tutta la durata del ciclo formativo.

“Abbiamo mantenuto l’impegno che avevamo preso nei mesi scorsi: per la prima volta la Regione stanzia risorse per finanziare borse di studio per gli specializzandi in medicina – sottolinea l’assessore Saitta –. Abbiamo cercato di concentrarci sulle situazioni che presentano le maggiori carenze, ma è evidente come il fabbisogno del Piemonte sia decisamente più elevato. Occorre che il Miur incrementi il proprio stanziamento”.

“Senza un adeguamento dell’offerta formativa ai reali bisogni – continua l’assessore Saitta – si rischia nei prossimi anni di creare un’emergenza all’interno del sistema sanitario. Alla nostra sanità servono più medici: per questo motivo, anche in qualità di coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni, continuerò a sollevare il tema e a chiedere al Miur un aumento delle risorse impiegate”.

Le 10 borse di studio supplementari saranno così destinate alle scuole di specializzazione:

– Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva e del dolore – 1 posto aggiuntivo all’Università degli Studi di Torino;

– Malattie dell’Apparato digerente – 1 posto aggiuntivo all’Università degli Studi di Torino;

– Medicina d’emergenza-urgenza – 3 posti aggiuntivi, 2 all’Università degli Studi di Torino e 1 all’Università degli Studi del Piemonte Orientale;

– Medicina Interna – 2 posti aggiuntivi, 1 all’Università degli Studi di Torino e 1 all’Università degli Studi del Piemonte Orientale;

– Pediatria – 3 posti aggiuntivi, 2 all’Università degli Studi di Torino e 1 all’Università degli Studi del Piemonte Orientale.

Telethon per donare speranza: la ricerca regala un mondo a colori

telethonCome ogni anno è tornato “Telethon”, per donare a favore della ricerca; una piccola offerta a scopo solidale da poter dare con un semplice sms al 45518 (o dal numero verde 800.11.33.77.). Cinque cifre portate sulle maglie dai calciatori, durante Cagliari-Roma, ad esempio, e mostrate da Amadeus durante la trasmissione “I soliti ignoti”. Un numero ricordato ovunque, perché la ricerca dà speranza, ma soprattutto va avanti. E fa molti progressi. Tanto che l’edizione 2017 di “Telethon” ha voluto sottolineare proprio questo. Condotta quest’anno da Antonella Clerici, è stata intitolata “Il mondo a colori”, per evidenziare sin da subito quanto la medicina, con le sue indagini scientifiche sempre più approfondite, con le sue nuove scoperte grazie a strumenti sempre più evoluti e di precisione, abbia fatto passi da gigante importantissimi, proprio per ridare fiducia in un futuro migliore e diverso per tutti coloro che sono affetti da malattie rare e genetiche soprattutto. Per questo si è parlato di “un mondo a colori”, restituito appunto dalla scienza, in quanto permette di vivere una vita più normale, o comunque di minor sofferenza, e di viverla più a pieno, in tutte le sue emozioni (quelle che i colori rappresentano simbolicamente) ed esperienze più entusiasmanti. Un futuro più roseo, meno buio o “nero” dunque. E già è qualcosa di importante costruito e realizzato, anche se non ci si vuole fermare qui. Infatti è nata anche la donazione mensile, quasi un abbonamento con la solidarietà che si fa (di circa dieci euro al mese) all’800.12.69.12. (per maggiori informazioni consultare il sito del progetto di riferimento www.adottailfuturo.it).
Il programma si è aperto tra le lacrime di commozione di Antonella Clerici per la storia struggente di un padre che ha visto due dei suoi tre figli afflitti da una malattia rara. Ma poi si è incominciato ad infondere un’atmosfera e un messaggio di ottimismo. Se da un lato si è parlato di distrofia muscolare, talassemia e immunodeficienza, che provoca un azzeramento delle difese immunitarie (che, nei casi più gravi, può portare alla necessità di un trapianto di midollo quale unica soluzione risolutiva per tale patologia), dall’altro si è parlato di un’altra alternativa concreta: la terapia genica; ossia in grado di modificare l’errore nel Dna, trascrivendo l’input giusto, per far sì che non si scatenino tali alterazioni negative e dannose. Simbolo della speranza è il ritorno sugli schermi di Fabrizio Frizzi, dopo l’ischemia che lo ha colpito; proprio lui che ha presentato ben dodici edizioni di “Telethon”, diventandone un simbolo: perciò è stato omaggiato con un video che, attraverso una carrellata di immagini, ne ha ripercorso le tappe più salienti. È stato il noto conduttore ad annunciare che una conquista si è ottenuta grazie ai progressi fatti dalla ricerca; del resto, ha commentato riprendendo le parole di Nelson Mandela: “un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è arreso”. La ricerca non si è arresa e ha vinto, permettendo la terapia genica. Ma l’altro successo è una scienza sempre più al servizio dell’uomo: la medicina è stata illustrata in modo facile per renderla accessibile a tutti. Non solo si è spiegato con parole semplici questa riscrittura del Dna con una trascrizione corretta del gene alterato, tramite la terapia genica appunto (del resto se a Dna aggiungiamo una ‘o’ diventa ‘dona’, quasi ad avere un motivo in più per donare per la ricerca). Ma è intervenuto anche Alberto Angela, che ha illustrato in modo altrettanto semplice cos’è la talassemia; è una malattia che porta molta stanchezza e la necessità anche di trasfusioni, perché incide sui globuli rossi, e impedisce una vita normale (pensiamo ad esempio all’organizzazione di un viaggio, che non deve essere troppo lungo e soprattutto in un luogo dove poter effettuare le trasfusioni). Tra l’altro, ad illustrarla, uno spot girato da un ragazzo che ne è affetto con Luisa Ranieri (di cui era il compleanno nella giornata in cui si è svolto il programma), nei panni di una dottoressa; le parole del medico sono centrali: “E se la nuova terapia non funziona”? -le chiede il giovane-; “Cercherò ancora” una soluzione finché non la troverò -gli risponde la dottoressa-. Però occorre dire -ha precisato Angela- che, nonostante la positività estrema dell’impegno scientifico per trovare una cura che infonde coraggio e ottimismo appunto, c’è una precisazione da fare. La talassemia è un adattamento del corpo umano all’attacco del virus della malaria, avvenuto in passato e di cui è una recrudescenza; è come se, invece di avere dei globuli rossi grandi e normali, la loro forma fosse ridotta e accartocciata, come un foglio di carta stracciato, affinché il virus non possa riuscire ad entrarvi all’interno (proprio per questa anomalia nella forma).
Inoltre si pensa anche alle generazioni future: se il caso zero, del primo paziente cui viene fatta una diagnosi e stabilita e individuata con precisione la malattia rara di cui soffre, non si riesce ad arrivare in tempo a curarlo, a trovare una cura e rimane un prototipo, però darà il via affinché gli eventuali altri casi successivi siano curabili e trattabili quantomeno. “Quello delle malattie senza diagnosi è un mondo tortuoso, doloroso, ma è magnifico, bello. Abbiamo più forza nell’affrontarlo, anche se c’è ancora una montagna da scalare, a cui adesso abbiamo dato un nome. Presto molte malattie avranno un nome. Se non faccio in tempo per mio figlio, va bene uguale” per tutti gli altri come lui -ha raccontato la madre di un bambino a cui hanno fatto da poco una diagnosi, coraggiosa nel mobilitarsi e contattare i medici ed i ricercatori più affidabili-.
Anche questo è un grande gesto d’amore: la sperimentazione, nel senso buono del termine (non di cavia, ma di messa a disposizione della scienza per migliorare la qualità della vita).
È stata proprio Antonella Clerici a ricordare una frase tratta da “Il piccolo principe”: “amare non è guardarci l’un l’altro negli occhi, ma guardare insieme nella stessa direzione”. C’è stata ospite Noemi che ha cantato con Stefano, un ragazzo afflitto da una malattia rara (un tipo di distrofia); lui vivrebbe di musica e così ecco che la Clerici ha detto: “certe canzoni e musiche sono belle anche se hanno una rima sbagliata”, (come la malattia di Stefano).
Ma a portare le loro storie non sono stati solo i malati e i pazienti con i loro familiari, ma anche i ricercatori stessi, che hanno una vita anche fuori del laboratorio analisi. L’affinità di coppia è scritta nel Dna? Chissà; mentre si è discusso su tale curioso interrogativo, sono stati molti gli appelli portati.
A partire da Christian De Sica: “il regalo più grande che puoi ricevere a Natale è l’affetto di bimbi che hanno bisogno e sono in difficoltà. A Natale è giusto farsi dei doni, ma magari si potrebbe farsene uno più piccolo e quello che si risparmia darlo per un regalo più grande: quello a Telethon”. Poi quello di Simona, una ballerina che danza senza braccia (di cui uscì anche il libro): “faccio un appello a donare qualcosa di sé per arrivare al cuore degli altri”. E ancora quello di Francesca Michielin: “ci sono delle cose che non si possono immaginare, altre che invece sono qualcosa di concreto; si possono immaginare e realizzare”. In seguito il musicista Giovanni Allevi ha invitato a “prendersi cura di sé e degli altri, che è la prima cosa che fa Telethon”.
Infine una nota va dedicata alle coreografie sulle canzoni eseguite da Paolo Belli. Particolarmente bella quella in cui, sulle note di “Vivere” di Vasco Rossi, i ragazzi escono da una bolla che li avvolge: quella gabbia in cui – metaforicamente e simbolicamente – la malattia li aveva rinchiusi, relegati e costretti.

“La strada di casa”: in dodici episodi la via per giungere alla verità

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Su Rai Uno è andata in onda un’altra serie televisiva: “La strada di casa”, per la regia di Riccardo Donna; in dodici episodi. Altro ruolo drammatico per Alessio Boni, dopo “La ragazza nella nebbia” di Donato Carrisi. In quest’ultimo film interpretava il professor Loris Martini, principale indiziato della scomparsa (e forse dell’omicidio) di una giovane ragazza (Anna Lou) ad Avechot, su cui indaga l’agente Voegel (Toni Servillo).

In “La Strada di casa” c’è lo stesso tono di giallo-poliziesco, quasi un thriller al tempo stesso realistico e drammatico. Siamo a Torino (dove sono avvenute gran parte delle riprese). La location è quella della cascina Morra, dove il proprietario dell’azienda (Fausto Morra, Alessio Boni), con la sua famiglia, coltiva pannocchie da destinare al suo bestiame. Tutto bene finché un giorno non riceve un controllo a sorpresa di Paolo Ghilardi, ispettore veterinario della ASL di Torino; durante la verifica Ghilardi scopre che un bovino è affetto da tubercolosi. Però non farà in tempo a denunciare il tutto perché verrà trovato morto, ucciso prima di poter parlare. Principale indiziato è proprio, ovviamente, Fausto Morra. Soprattutto quando si risveglia dal coma, dopo cinque anni; perché –nel frattempo- ha un brutto incidente che lo getta in stato comatoso, da cui si riprende. L’indagine che ne nasce per scoprire la verità mobiliterà (come in “La ragazza nella nebbia” tutto il paese di Avechot) tutti coloro che ruotano intorno alla cascina, che è il principale interesse in gioco. Ognuno deve chiarire la sua posizione, avere un alibi, è ugualmente indiziato. Anche se tutte le colpe ricadono su Fausto. Un caso poliziesco, ma anche realistico dicevamo; perché, durante il periodo del suo coma, il controllo dell’azienda lo prende il figlio Lorenzo (Eugenio Franceschini), che -però- adotta un altro tipo di sistema di produzione e di coltivazione, più all’avanguardia, più tecnologico e più “bio”. Dunque un modo per mettere a confronto i due tipi di produzione e coltivazione, molto diffusi e in voga attualmente, e di cui ancora adesso si disquisisce parecchio.

Però il tema centrale non è questo esclusivamente del sistema produttivo. E la serie non è neppure meramente un giallo. Ci sono due connotazioni su cui si muove. Una è quella che riprende un po’ quella del film (in cui compare sempre Alessio Boni): “Di padre in figlia”, in cui (a Bassano del Grappa, in luogo di Torino) lui lasciava in eredità il ‘birrificio’ di famiglia alla figlia maggiore (Maria Teresa Franza, Cristiana Capotondi), delle tre avute dalla moglie (Franca Franza, Stefania Rocca). Diverse le analogie. In “Di padre in figlia” è Giovanni Franza, uomo rude e non molto benvisto per i suoi modi burberi e per le sue ambizioni prive di scrupoli. Tanto da litigare con il socio e amico Enrico Sartori (Denis Fasolo), estremamente onesto e che voleva adottare un altro modo di produrre birra, più artigianale ma più genuino; ma Giovanni gli ruberà la sua idea, che brevetterà. In “La strada di casa”, il divario tra i due sistemi di produzione compare lo stesso, anche se è rappresentato grazie alla presenza del figlio Lorenzo. Però c’è un contrasto tra soci dato da Fausto e dall’amico Michele (Thomas Trabacchi). Al posto di Franca Franza (Stefania Rocca) c’è la moglie Gloria (Lucrezia Lante Della Rovere) che, tra l’altro, ha un ruolo preponderante in quanto tradirà (durante il coma) il marito proprio con Michele. E poi ci sono le figlie; da una parte (in “Di padre in figlia”) avevamo Maria Teresa (come detto, Cristiana Capotondi) –diligente, seria, equilibrata, posata, che ama studiare e che si occuperà di riprende in mano il birrificio di famiglia- ed Elena (la minore, Matilde Gioli) -più effervescente e incosciente, che si metterà nei guai-. In “La strada di casa” abbiamo: Milena Morra (Benedetta Cimatti) e Viola Morra (Sabrina Martina). La prima rinuncerà a studiare medicina e a partire con il fidanzato (il fisioterapista Bashir, Alberto Boubakar Malanchino) per il Canada, per stare vicino al padre -come farà un po’ Maria Teresa in “Di padre in figlia”, che si riavvicinerà al padre dopo una dura lite e diverbio-. La seconda si metterà nei guai come Elena in “Di padre in figlia” (che rimane incinta), subendo una violenza dal suo professore: il professor Riccardi (Marco Cocci). E poi ci sono i figli maschi ultimogeniti. In “Di padre in figlia”, Giovanni Franza voleva un figlio maschio in eredità cui lasciare il birrificio. Finalmente lo avrà perché nasceranno due gemelli (un maschio, che chiamerà Antonio come suo padre, e una femmina, a cui daranno il nome di Elena); sarà proprio la nascita di questo figlio maschio il motore di tutto, poiché avrà tutte le attenzioni di Giovanni e le sorelle (soprattutto Maria Teresa) si sentiranno ferite, trascurate e ignorate. In “La strada di casa”, invece, la monetina da dieci lire ritrovata dal piccolo Martino Morra (Andrea Lobello) salverà il padre, permettendogli di fuggire dalla macchina in cui lo avevano rinchiuso (riuscendo ad aprire il portabagagli dove era stato messo). In più c’è una relazione sentimentale che unisce in modo particolare due protagonisti. In “Di padre in figlia” erano Maria Teresa e il figlio del socio del padre (Enrico Sartori), ovvero Riccardo Sartori; lei ne è da sempre innamorata, ma il ragazzo è attratto anche dalla sorella Elena, che rimarrà incinta non si sa se di lui o del figlio del sindaco Filippo Biasolin (Domenico Diele). In “La strada di casa”, Lorenzo Morra è fidanzato con Irene Ghilardi (Silvia Mazzieri), sorella di quel Paolo Ghilardi (l’ispettore della Asl trovato morto). E sarà lei con Lorenzo, come Maria Teresa e Riccardo, che cercheranno di fare chiarezza e rimettere in piedi i pezzi del puzzle della ditta o cascina. Non sarà facile, perché ognuno ha i suoi segreti e vi sono molti tradimenti. Se Gloria tradisce il marito con Michele, anche lui prima la tradiva con la moglie di un suo ex dipendente morto: Veronica (Christiane Filangieri), come -del resto- molto tradiva la moglie Franca, Giovanni Franza. E poi c’è chi, come l’agente Voegel de “La ragazza nella nebbia” (interpretato da Toni Servillo), indaga come un poliziotto – per lui è un caso di vita o di morte-: Ernesto Baldoni (Sergio Rubini), ex dirigente della Asl. A loro si unirà il redivivo Fausto Morra, che vuole scoprire la verità ad ogni costo, facendone una questione di principio.

Se “la strada di casa” riprende i filoni tracciati da “Di padre in figlia” (fiction per la regia di Riccardo Milani), aggiunge un connotato nuovo. Innanzitutto si muove su due presupposti di fondo: “non si costruisce niente con i segreti”. Dunque se si vuole scoprire la verità, devono cadere tutte le maschere e ognuno non deve più mentire, non devono esserci più segreti, ma sincerità; perché -in mezzo ai molteplici tradimenti- per tornare ad avere fiducia l’uno nell’altro occorre parlarsi con chiarezza e trasparenza. Infatti tutto potrà cambiare quando padre e figlio si parlano e si confessano reciprocamente le loro posizioni, scoprendosi entrambi innocenti e allora -da quel momento- potranno procedere insieme alla ricerca della verità e della giustizia. E poi che “la vera vergogna è nascondersi”, ossia non riconoscere le proprie colpe, non confessare liberamente e apertamente, sinceramente, gli errori commessi e gli sbagli fatti. Fausto Morra diventerà un esempio per la figlia Viola quando dichiarerà dove ha peccato; così come lei denuncerà la violenza subita, senza più vergogna (e infatti la frase è pronunciata proprio da Viola).

Ma a tutto questo si aggiunge un’ultima nota aggiuntiva diversa che dà la serie tv (rispetto agli altri prodotti cinematografici citati). Con il fatto che Fausto Morra si risveglierà dal coma dopo cinque anni, si sollevano molti interrogativi. La perdita di memoria può far dimenticare tutto o vi sono cose che rimangono indelebili? Con la perdita di memoria, mutano anche i propri sentimenti? La perdita di memoria cancella anche l’onestà e l’integrità morale di una persona? Se l’assenza per coma cambia gli eventi, è azzerato tutto, si deve ripartire da zero o c’è sempre qualcosa, un appiglio da cui ricominciare? Il coma e la perdita di memoria, cambiano solo gli eventi o pure le persone con la loro identità e moralità, oppure queste rimangono eterne e sempre le stesse immutate e immutabilmente? Fausto deve recuperare la memoria con l’aiuto della psicanalista: la dottoressa Madrigali (Magdalena Grochowska), però c’è una scena che gli si ripresenta sempre davanti agli occhi e che deve cercare di ricostruire in toto. Allora vuol dire che la verità è immortale e non potrà mai essere cancellata, perché prima o poi verrà comunque a galla e si scoprirà? Possibile ricostruire un rapporto dopo un’assenza così lunga come quella sua di cinque per il coma? Di certo anche questo pone scelte etiche e morali. Ci si deve occupare esclusivamente del malato in coma o si è legittimati a ricostruirsi una vita (come fa Gloria)? Un po’ a richiamare le scelte aziendali: per il bene della cascina (che rappresenta però anche un po’ un bene di famiglia, una tradizione antica, le proprie origini), è giusto scendere a compromessi e corrompere anche o fare affari loschi? Giusto usare tecnologie più avanzate che aumentano la produzione, o bisogna sempre mantenere una linea produttiva più artigianale, ma più ridotta? Si devono fare sacrifici e rinunciare alla propria strada per salvaguardare questa proprietà che è un bene e un affare di famiglia (come fa Milena Morra)? In poche parole, come fare a trovare la propria strada? O meglio: la strada di casa? Cioè il proprio senso di identità e di appartenenza, un posto in cui riconoscersi. Dove tutto non è come sembra, come fare a riconoscere chi è sincero e chi no, di chi ci si può fidare e di chi no? Quando e quanto si deve essere sinceri? Si può mantenere un segreto a fin di bene, per proteggere una persona cui si tiene? Oppure mentire e dire una bugia è sempre negativo? Un po’ il segreto che distrugge, logora, dilania Lorenzo Morra (nei confronti di Irene Ghilardi).

“The Help” di Tate Taylor: aiuto e discriminazione nell’America di Luther King

the_help_filmAiuto e discriminazione nell’America dove imperversa il Movimento per i diritti civili promosso da Martin Luther King. Siamo a Jackson, nel Mississippi. Che significato assume il termine aiuto in una società profondamente razzista? Che tipo di solidarietà può esistere? In una collettività drasticamente divisa in due, tra bianchi e neri, separati e differenziati nei diritti, gesti solidali possono avvenire solo tra neri e tra bianchi oppure anche tra bianchi e neri reciprocamente? Rivendicare i propri diritti e denunciare i soprusi, le discriminazioni e le ingiustizie può accadere? Un cambiamento sociale può avvenire? E, soprattutto, la realtà poco nota delle domestiche afroamericane può venire alla luce?

Barbara Conti

Questo il contesto su cui si muove il film “The Help”, per la regia di Tate Taylor. Con Emma Stone, Viola Davis, Bryce Dallas Howard, Jessica Chastain e Octavia Spencer. Tratto dall’omonimo romanzo L’aiuto (del 2009) di Kathryn Stockett, amica d’infanzia di Tate Taylor, il film vanta il Premio Oscar ad Octavia Spencer come miglior attrice non protagonista. Non è la prima volta che un tale soggetto viene affrontato nel cinema. “The Help” è del 2011, mentre nel 1994 c’era stato il già noto “Una moglie per papà (Corrina, Corrina)”, per la regia di Jessie Nelson (con Whoopi Goldberg e Ray Liotta); ma vi sono alcune differenze. Il primo è ambientato nel 1963, mentre il secondo alla fine degli anni Cinquanta. “The Help” è corale, mentre “Una moglie per papà” un po’ meno. Qui c’è un uomo, Manny Singer (Ray Liotta), rimasto solo con la figlia dopo la morte della moglie. Creatore di jingle per la pubblicità, deve trovare una governante per la figlia Molly (Tina Majorino). Si tratterà di Corrina Washington (Whoopi Goldberg). La bimba si affezionerà subito a lei e Manny e Corrina finiranno per innamorarsi; ma per loro due non sarà facile farlo accettare alla famiglia “nera” di lei e a tutto il “circondario” del quartiere (fatto anche di molti bianchi).

In entrambi i casi (sia di “The help” che di “Una moglie per papà”) i passi muovono sempre da un rapporto sempre più stretto che si va formando, nonostante il razzismo e le discriminazioni, tra le domestiche afroamericane e i figli dei bianchi che custodiscono. Questi ultimi chiamavano “mamme” le prime, che –a loro volta- consideravano i secondi come i loro propri figli, e che anzi curavano meglio dei loro. Eppure non potevano mangiare nella stessa tavola dei loro ricchi e potenti padroni bianchi, oppure usare lo stesso bagno perché era pericoloso in quanto potevano portare molte malattie infettive. Non esisteva neppure riconoscenza, in quanto venivano solo impartiti loro ordini senza gentilezza, anzi le si deridevano alle spalle e le si umiliavano alla prima occasione; quasi fossero oggetti nelle loro mani; da manipolare. E si era convinti di riuscirci, poiché tacevano sempre e obbedivano, infatti non si lamentavano mai e nessuno sapeva di loro persino; a mala pena si pensava a loro come persone. Denigrate e maltrattate, non avevano mai pensato di ribellarsi. Ma qualcosa stava per cambiare, grazie all’avvento del movimento di Martin Luther King e, soprattutto, di un punto di vista diverso e nuovo. Ma non è solo grazie ai neri simili a loro che queste donne ebbero giustizia. Sarà merito anche di alcune eccezioni tra i bianchi, di persone “buone”, che un rinnovamento mentale sociale sarà realizzabile. Infatti “The Help” ha il pregio di mostrare più sfumature e più sfaccettature dello stesso problema.

Innanzitutto il punto di partenza viene dal titolo, ossia il nome di un libro e di un articolo che una giovane giornalista rampante vuole scrivere, di rottura con le ipocrisie sociali vigenti. Ossia il primo passo è la denuncia e far sentire la propria voce, da parte di queste donne afroamericane; ma ancor prima deve esserci chi dà loro la possibilità di esprimere il proprio pensiero. In questo caso, nel film è Eugenia ‘Skeeter’ Phelan (alias Emma Stone). Dunque non tutti i bianchi sono razzisti o egoisti o superficiali. E non c’è solo discriminazione, umiliazione per queste domestiche da parte di altre donne bianche. Esistono alcune donne –ricche e benestanti- che sono buone d’animo, solidali, generose, semplici e umili, che trattano con bontà e paritarietà le domestiche; come Celia Foot (interpretata da Jessica Chastain), sempre gentile con tutti e anche lei vittima di denigrazione da parte delle altre nobili bianche perché ha rubato il fidanzato (ora suo marito) a una potente signora che ha un salotto in cui discute di cose futili e, soprattutto, dove paventa tutto il suo odio e ripudio per le donne nere. Si tratta di Hilly Holbrook (di cui veste i panni Bryce Dallas Howard), emblema per eccellenza della cattiveria miope e razzista dell’élite bianca locale che la snobba ed emargina. L’amicizia tra Celia e una domestica, Minny Jackson (Octavia Spencer) richiama specularmente quella tra due domestiche: la stessa Minny e Aibileen Clark (Viola Davis), che da poco ha perso per un incidente sul lavoro il suo unico figlio -a cui non è stato prestato alcun soccorso immediato-.

Quindi le domestiche diventano emblema della più ampia categoria di tutti i neri afroamericani. Questi casi di “contaminazioni benigne” tra bianchi e neri riescono e provano a sorgere, nonostante l’esplosività del contesto.

Infatti nel finale la situazione degenererà. Vi sarà, dapprima, il brutale assassinio di Medgar Evers, un attivista per i diritti degli afroamericani, a cui seguirono imponenti manifestazioni del Movimento per i diritti civili guidato da Martin Luther King; ma ciò dà il là a numerose domestiche afroamericane, che decidono finalmente di collaborare con ‘Skeeter’ al suo libro. Se questo permette la pubblicazione ed il successo di “The help”, dall’altro potrebbe essere la fine per le domestiche. Dopo Milly anche Aibileen viene licenziata, tra le lacrime della figlia che accudiva, Mae Mobley, a cui lei dirà: “sei carina, sei brava, sei importante”. Ma per loro sarà un nuovo inizio. Anche Aibileen deciderà di darsi alla scrittura, mentre Milly si era già vendicata con Hilly dandole un dolce condito con le sue feci a suo dire. Skeeter, però, non riuscirà a proteggere queste donne nere con l’anonimato, cambiando nomi e riferimenti, in quanto le loro identità saranno presto ben riconosciute.

Però da un male nascerà un bene, poiché loro si decideranno ad “alzare la testa”. Forse non è un caso, allora, che le canzoni incluse nella colonna sonora, vi è compreso un brano scritto e interpretato da Mary J. Blige appositamente per il film e che ha ottenuto una candidatura al Golden Globe per la migliore canzone originale. Si tratta di “The living proof”, ovvero che -tradotto dall’inglese- significa “la prova vivente”. Le domestiche afroamericane sono la prova vivente e concreta che un cambiamento è possibile e dell’esistenza reale della discriminazione razzista da parte dei bianchi (che non è un’invenzione); sono la prova vivente stessa in persona, in quanto sono l’incarnazione della dura prova cui la vita stessa le ha sottoposte prima del riscatto, della rivincita e della rivalsa. Molto bello il fatto che si guardi al connotato positivo di tutta la vicenda, ossia al “the help”, l’aiuto -materiale e morale- dell’invito a parlare, alla denuncia e della solidarietà di un aiuto solidale sincero e reciproco, anche con alcune donne bianche come Celia.