Tennis: le imprese di Coric, Schiavone, Johnson
e Vondrousova

atp tennisQuattro tornei a finale inedito. Si tratta degli Atp di Marrakech e di Houston e dei Wta di Bogotà e di Biel. I vincitori di vere e proprie vittorie-rimonta sono: il croato Borna Coric, l’americano Steve Johnson, l’italiana Francesca Schiavone e la giovane ceca Marketa Vondrousova.

Nell’Atp di Marrakech, infatti, è stato il giovane Coric a sorprendere Philipp Kohlschreiber al terzo set. Una rimonta inaspettata, per due motivi: innanzitutto perché il tedesco era doppiamente favorito in quanto testa di serie n. 3 e per le vittorie precedenti in cui aveva dimostrato un’ottima solidità da fondo. Invece, a fare la differenza, è stata la maggiore tenacia del croato, che potremmo ribattezzare il nuovo Dominic Thiem; stesso carattere e stile di gioco, stesso fisico e medesima aggressività in cui ha rischiato i punti decisivi ribaltando una partita che sembrava quasi persa, o comunque molto dura per lui. Kohlschreiber ha avuto diversi match point e ha annullato altrettanti set point nel secondo, prima che si andasse al terzo. Nell’ultimo parziale, però, non è sembrato più dominare e avere il controllo del match come nel resto della partita. Un incontro in cui gli sono saltati inaspettatamente i nervi, tano da rompere malamente una racchetta. Forse le troppe occasioni mancate e sprecate lo hanno innervosito, comprensibile. Riesce a portare a casa il primo set per 7/5 dopo essere riuscito a fare un break a Coric. Nel secondo set si porta avanti subito di un altro break, strappando un servizio all’avversario che, però, immediatamente lo riconquista. Il tedesco ha altre chances di chiudere la partita, ma si va al tie-break e qui fa un disastro: la testa di serie n. 3 gioca malissimo molti punti, mentre è pressoché perfetto Coric nell’andare veloce, spedito, deciso, dando il massimo e con una concentrazione e una freddezza stupefacenti; non a caso il parziale a favore del croato è di 7 punti a 3. Nell’ultimo set continua quest’andamento favorevole al più giovane dei due, che arriva ad ottenere il break utile decisivo: finisce per 7/5. Avrebbe potuto addirittura chiudere prima perché ormai Philipp sembra davvero buttare via il match, troppo nervoso per ragionare o per piazzare i colpi alla perfezione come al suo solito. Incredibile. Ha lasciato tutti senza parole poiché aveva mostrato, invece, un’attitudine di moderazione, tranquillità, compostezza e totale equilibrio, anche in situazioni di svantaggio. Pensiamo agli incontri contro Struff nei quarti, in cui vince in rimonta al terzo set dopo aver perso il primo con il punteggio di 3/6 7/5 6/3, ma dando l’impressione di avere sempre in mano le redini del gioco. Così come al turno precedente contro il francese Chardy, conclusosi per 6/0 2/6 6/3: andato sempre al terzo, dopo aver vinto il primo e perso il secondo e, pertanto, in una condizione speculare a quella della finale; ci si sarebbe aspettati tutti che il tedesco ripetesse l’impresa. Forse non si aspettava una rimonta, un recupero, un ritorno, una reazione sia fisici che mentali così consistenti da parte di Coric; probabilmente pensava di avere già vinto, che il peggio fosse passato e che ora fosse tutto facile e in discesa, di avere il titolo in mano. Un po’ di deconcentrazione e stanchezza lo hanno fatto uscire dal match, anche perché Borna ha iniziato davvero a giocare decisamente meglio, soprattutto i punti decisivi, quasi togliendo il tempo al tedesco, che aveva incominciato a rallentare e frenare un po’ il ritmo, iniziando a sbagliare un po’ di più. Per entrambi i finalisti facili le semifinali: doppio 6/2 per il tedesco contro Paire e doppio 6/4 per il croato contro Vesely. Quest’ultimo aveva battuto precedentemente il nostro Paolo Lorenzi, giunto a un passo dal compiere un risultato eccezionale (3/6 6/3 7/65 il punteggio di una vera e propria battaglia, in una partita equilibratissima, in cui forse Vesely ha giocato meglio i punti decisivi e c’è stata un po’ di sfortuna per l’italiano). L’azzurro, tra l’altro, era reduce da un duro derby contro il connazionale Gianluca Quinzi, che lo ha visto trionfare per 7/65 2/6 6/4. Lorenzi veniva dalla vittoria contro Garcia-Lopez per 7/6(4) 7/5, Quinzi dal trionfo su Mathieu per 7/6(8) 6/3.

Quasi come un overrulling, nell’Atp di Houston il campione è il padrone di casa: lo statunitense Steve Johnson. Prima porta al terzo set il brasiliano Thomaz Bellucci, dopo che sembrava non avere più chances nell’incontro. Poi arrivano i crampi a un passo dal servire per il match, il time out medico, gli applausi di incoraggiamento del pubblico, la sofferenza sul suo volto, attimi di tensione per il fatto di vederlo incapace di camminare per un po’. Tutto facile per Bellucci per un set e mezzo: vince il primo set per 6/4 e nel secondo sembra assolutamente vicinissimo alla conquista del titolo. Poi la svolta. Il tenace Johnson si fa prendere da un moto d’orgoglio. Non ci sta a perdere e trova la chiave della partita: punta sul rovescio dell’avversario, mancino, che sbaglia invece ad insistere sul dritto potentissimo dell’americano che lancia vere e proprie silurate supersoniche; come frecciate con cui segna il bersaglio del traguardo di portare l’incontro al terzo set. Dopo aver vinto il secondo per 6/4 sempre, continua a spendere energie, generosissimo, attaccando molto, andando spesso a rete mentre Bellucci, più pigro e con meno mordente forse, vuole rimanere ostinato a fondo a scambiare dritto contro dritto, perdendo solamente 15 su 15. Avrebbe dovuto preferire l’altra diagonale, spostando la traiettoria sul rovescio (più di difesa e meno incisivo) di Johnson, che si è salvato molto anche con il servizio. Così qualche problema fisico per l’americano ha portato l’incontro al tie-break, ma qui ha continuato a giocare con molta intelligenza tattica e tanto “cuore”, anche tra i dolori fisici: lo ha vinto per 7 punti a 5. Non a caso, dunque, la testa di serie n. 4 ha fatto sentire il suo peso e primato sulla n. 8. Ma a risaltare è proprio il numero di americani che hanno giocato a questo torneo che si può a pieno titolo definire “americano”. Non solo tre in semifinale: Jack Sock (testa di serie n. 1, giocatore molto valido e solido, battuto dal più concreto futuro vincitore finale Johnson per 4/6 6/4 6/3); poi la wild card Ernesto Escobedo che ha lottato per tre set contro Bellucci (sconfitto per 5/7 6/4 6/2); questo esordiente veniva da un durissimo match in tre tie-break ai quarti contro il connazionale John Isner: ostico, quest’ultimo era testa di serie n. 2 e si è arreso per 7/6(6) 6/7(6) 7/6(5). Un incontro che, sicuramente, il pubblico di casa avrà gradito e che lo avrà fatto impazzire. Infine, ancora, da citare la testa di serie n. 3, sempre un altro americano: Sam Querrey, tutto altezza, aces e servizio potente con cui ama fare serve&volley, sullo stile di Isner appunto; è stato fermato da Bellucci per 6/4 3/6 6/3 ai quarti. Per citare i più forti. Ma si possono anche elencare la testa di serie n. 7 Donald Young oppure e altre wild card Bjorn Fratangelo o Reilly Opelka; oppure, inoltre, anche i qualificati (sempre rigorosamente a stelle e strisce) Tennys Sandgren e Noah Rubin.

E da una wild card era partita nel Wta di Bogotà Francesca Schiavone. Qui l’azzurra arriva a conquistare l’ottavo titolo in carriera contro la giovane Lara Arruabarrena. Vince per 6/4 7/5. Un titolo che vale doppio per lei: sia per il ritorno dopo l’essere stata a un passo dal ritiro, quando tutti (e forse anche lei stessa) la credevano “finita”, sia per l’essere riuscita non solo a tornare competitiva, ma anche a “vendicare” la connazionale Sara Errani. Quest’ultima aveva perso dalla svedese Larsson per 7/5 6/4 e lo stesso punteggio la milanese rifilerà alla medesima avversaria al turno successivo di semifinale. Un parziale direttamente inverso, ma esattamente speculare, a quello della finale che però dice tanto. Innanzitutto la capacità di mantenere la calma e la lucidità dell’azzurra. La Larsson, infatti, parte (molto nervosa) con il contestare diverse palle nei primi due games, su cui però l’italiana si porta subito in vantaggio di un break che riesce a mantenere (anche resistendo a una serie di break e contro-break: portatasi subito sull’1-0 a servizio, se lo fa strappare infatti, ma poi lo recupera nel nono gioco); più facile poi sarà il secondo set per lei, che trova fiducia e sicurezza nei colpi e gioca con maggiore aggressività. Quella che le ha permesso di fare la differenza nella finale, attaccando di più, rischiando di più e giocando meglio i colpi decisivi: l’avversaria ha 4 set points, ma Francesca chiude in 100 minuti circa. Qui la tennista nostrana gioca un torneo praticamente perfetto. Senza mai perdere un set, elimina prima Tig (6-3, 6-4), si prende poi la rivincita contro Jakupovič concedendole solo tre games e ai quarti affronta la numero uno del tabellone Kiki Bertens superandola agevolmente per 6/1 6/4. Arriva, così, a disputare la sua diciannovesima finale del circuito WTA. Un vittoria importantissima qui al Claro Open di Bogotá. Grazie al successo recupera 64 posizioni nel ranking femminile, garantendosi per la diciassettesima volta consecutiva l’accesso al main draw di Parigi: ricordiamo che la Schiavone vinse il Roland Garros nel 2010 su Samantha Stosur per 6/4 7/6(2) e che l’anno successivo (nel 2011) perse in finale da Li Na per 6/4 7/6(0).

Ed a proposito di esordienti e wild card vincenti, non si può non menzionare l’exploit assolutamente convincente della 19enne ceca Marketa Vondrousova nel Wta di Biel. Al primo titolo, nella prima finale in carriera, nella prima edizione del torneo svizzero. Contro un’altra giovanissima: la 21enne estone Anett Kontaveit. Classe 1999, da n. 233 del mondo la Vondrousova arriva sino alla posizione n. 117, vince da qualificata la finale per 6/4 7/6(6). Convince assolutamente con un tennis solido, fondamentali assolutamente di altissimo livello, grinta e mordente che non rispecchiano la giovane età. Non trema e non ha timore. Ricorda molto la Kasatkina, sia per struttura fisica che per gioco. Stava per pagare un po’ di stanchezza e rischiava di andare sino al terzo set. Non solo ha recuperato nel primo set, che aveva visto l’avversaria andare in vantaggio, ma nel secondo c’è stato il serio pericolo che lo perdesse; ma non è andata in confusione, anzi ha rigirato la partita a suo vantaggio. Un po’ stremata, ha continuato a lottare e mettere a segno vincenti. Ha vinto solamente facendo punti e non sugli errori della Kontaveit. Ha fatto la differenza con la superiore qualità di gioco, a partire dal servizio, al dritto e al rovescio. Non ha avuto paura di attaccare o di cercare la conclusione vincente con passanti e lungolinea. Si è spostata bene in campo e ha costruito bene il gioco, soprattutto variandolo, coprendo ogni zona del campo. Ineccepibile, se non per un leggero calo di tensione e fisico, di rendimento, con un piccolo passaggio a vuoto e un momento di blackout nella prima parte del secondo set, sicuramente dovuto a stanchezza. Non è mai sembrata superba o convinta di aver già vinto, ma sempre molto umile e una grande lottatrice, maratoneta e stacanovista. Ha resistito, non ha accennato a demordere neppure nelle situazioni a suo vantaggio. Da grande campionessa. Un inchino a una nuova teenager emergente molto interessante. Speriamo continui così.

Scarpetta sì oppure no?
Il piacere della tavola senza pregiudizi

la-scarpetta-galleryAlzi la mano, meglio, ambedue, chi – almeno una volta – non ha intriso un anonimo tozzo di pane nel sugo rimasto – provvedendo così a realizzare ciò che da golosi e buongustai viene affettuosamente chiamata la “scarpetta” … Caspita – strofinare il piatto con un soffice lembo di pane ove smarrita sopravvive una lacrima lillipuziana di sugo è un gesto a dir poco commovente, che evoca i racconti strappalacrime del buon Dickens e tempi retrò. Sono modi di fare “secolari”, anzi, vezzi cavallereschi figli di un’Italia meno opulenta di quella attuale, in cui “sciupare” o “scialacquare” non solo erano propositi da deplorare ma consuetudini cui nessuno poteva e doveva permettersi. Del resto, nemmeno nelle magioni più opulente lo spreco – in quanto tale – era ammesso, ma soprattutto, in quei convivi dove “il companatico” veniva espugnato con i sudori della fronte. E così, ammollare il pane in un profumato e striato intingolo – dopo “la dipartita” dell’ultimo baldo rigatone annesso al rancio – diventa un cadeau inatteso per l’amatissima gola, tuttavia forse più in uso un tempo di adesso! Infatti, nei locali di una volta non era una vicenda eccezionale notare un qualsiasi commensale, che dopo aver apprezzato la razione di pasta tuffava un minuto pezzettino di pane nel condimento eccedente – ripulendo così l’ultima “scaglia” di sugo –, a tal punto che la stoviglia sembrava appena mondata!  Inoltre, come annoverato, era una lode al sempiterno risparmio –, a significare che nulla si doveva gettare, nemmeno quel “quid” infinitesimale di salsa non “acciuffata” dalla pastasciutta appena ingollata.

Va ricordato che “ante litteram” la pasta veniva servita nella cosiddetta “fondina”, in pratica nel piatto fondo adoperato per zuppe, brodi e minestre, e non nell’omonimo “piano” – come di prassi oramai da un bel po’. Ragion per cui, era tutto sommato usuale che terminato l’ultimo “spaghetto” sopravvivesse nella profondità della ciotola un pugno di salsa defraudata dell’ingrediente fondamentale, e cioè la pasta! E racimolare con scrupolo quell’ultima “oncia” di garbato sughetto era un andazzo routinario, sovente emulato dagli altri astanti. Il gesto in sé non era certo un tonante ossequio al bon-ton, al cosiddetto desinare aristocratico, tipico di quegli ambienti ove regnava l’infervorata “noblesse oblige”. Malgrado ciò, questo “agire” dalle connotazioni nazional-popolari non era diletto esclusivo delle classi sociali – diciamo – più semplici. Insomma, “la scarpetta” si delineava come un’irresistibile tentazione anche per figure gerarchicamente più altolocate – anch’esse voraci sino al midollo. Del resto che male c’è ad appoggiare con pertinacia un pezzo di pane sul fondo unto e bisunto di una qualsiasi scodella e provvedere, ipso facto, al suo “goloso” candore? Davvero nessuno –, perciò evviva la scarpetta e sotto a chi tocca!

Ora come ora – “la strofinata” con mollica incorporata continua imperterrita la sua insigne “carriera” culinaria, in ogni caso, viene professata con un pizzico di verecondia, quasi sia inconfutabile indizio di spigolosa licenziosità cui andar cauti. Insomma, in parole grame, è un gesto fatto con scarsa naturalezza – accompagnati dal terrore d’esser bollati come personaggi dalle fattezze bucoliche e per nulla “à la page”. Un appello sentito al buon senso: siate voi stessi soprattutto a tavola, non date bada all’eventuale giudizio altrui e godete (se vi piace) di una scarpetta disinibita all’insegna dell’esultanza assoluta e, ci mancherebbe, grondante di sugo con non mai! Non siate perciò schiavi di pregiudizi o di limitazioni parcheggiate solo nella vostra mente – derivanti da una mentalità insulsa! Nessun oste o chicchessia vi rimprovererà di aver intriso il pane nel “suo” sugo prediletto; anzi, sarà tronfio di aver cullato sino in fondo le vostre papille gustative – sperando che al più presto ritorniate a essere ospiti della taverna. In gustoso (e speziato) epilogo, alla sibillina domanda – scarpetta sì oppure no – la risposta a squarciagola è senz’altro affermativa. Pertanto, prelibata scarpetta a tutti – sempre all’insegna del cibo migliore, e vale a dire quello che più piace e appaga!

Stefano Buso

Dortmund: attentato a bus del Borussia. Juve Show: tre sberle al Barça

dybalaPoco prima del match Borussia Dortmund-Monaco, valido per l’andata dei quarti di finale di Champions League, il bus della squadra tedesca è stato attaccato con tre forti esplosioni nel tragitto per arrivare allo stadio. Giocatori sotto shock, il difensore spagnolo Bartra ferito al braccio dai vetri e costretto all’operazione al polso e partita inevitabilmente rinviata. La polizia tedesca non ha rilasciato un’ipotesi ufficiale sulla natura dell’attacco: non si esclude un gesto da parte dell’Isis contro la Germania, ma ci sono anche altre piste. Si pensa per esempio ad un avvertimento di un gruppo di tifosi contro la società giallonera. In passato infatti alcuni ultrà di sinistra si erano lamentati per l’atteggiamento troppo “morbido” del club nei confronti della parte neonazista dei supporter. Al contrario, la stampa tedesca parla di rapporti freddi tra il patron del Borussia, Hans-Joachim Watzk, proprio con i tifosi neonazi, tant’è che nei giorni scorsi era apparsa su un muro della città la scritta “Finirai in un bagagliaio”, riferita al proprietario della società. Si continuerà ad indagare, intanto la partita contro i francesi si recupererà oggi alle 18:45.bus

JUVENTUS SHOW, BARCA AL TAPPETO – Tornando a parlare di calcio, è stata una notte indimenticabile per la Juventus. I bianconeri hanno steso la corazzata Barcellona per 3-0 grazie alla doppietta di Dybala e alla rete di Chiellini. Il campione argentino della Juve ha stravinto il confronto con il connazionale Messi, mentre il difensore azzurro è stato un gigante contro Suarez (ricorderete il celebre morso dell’attaccante uruguaiano nel Mondiale 2014). Guai però a parlare di qualificazione ipotecata perché, negli ottavi di finale, la squadra catalana aveva perso all’andata addirittura per 4-0 contro il Paris Saint Germain per poi rimontare il ko con un clamoroso 6-1 a Barcellona. Come ha detto lo stesso tecnico dei blaugrana, Luis Enrique, “un’altra remuntada sarà difficile” (con un pizzico di scaramanzia) ma ora la Vecchia Signora può davvero sognare in grande. Il ritorno si giocherà mercoledì 19 aprile alle 20:45.

Francesco Carci

Europe: turn left!
Una generazione si aggira per l’Europa

turn left“Europe: turn left!”: è questo lo slogan con cui più di mille giovani socialisti, provenienti da tutta Europa, si sono ritrovati in questi giorni (7-9 Aprile) a Duisburg. L’evento è stato organizzato dai giovani della SPD: precisamente dalla JUSOS, l’organizzazione giovanile dei socialisti tedeschi, e dai Die Falken (“I Falchi”; una bella scoperta: praticamente degli “scout socialisti”).
Duisburg è una vecchia città operaia, popolata una volta dal proletariato che lavorava nei vicini complessi industriali, gran parte dei quali ora non ci sono più; uno di questi è stato trasformato in un parco, e precisamente è qui – al “Landschaftspark”, dentro alla fabbrica, all’ombra delle ciminiere – che si è svolto l’evento, in concomitanza con il congresso della YES (l’organizzazione dei giovani socialisti europei).
Gli obiettivi sono stati sostanzialmente due: quello di lanciare un forte messaggio a questa Europa che oggettivamente così non funziona, e quello di una dimostrazione di forza – direi riuscitissima – da parte dei socialisti tedeschi in occasione delle loro elezioni nazionali; elezioni che, per la prima volta dopo tempo, vedono un testa a testa tra la democristiana Angela Merkel e il socialdemocratico Martin Schulz.
Partiamo dal secondo. Martin Schulz è stato sicuramente l’ospite più atteso e più acclamato tra gli altri intervenuti nel corso della tre giorni. Il suo è stato un comizio appassionato che la sera del venerdì ha infiammato i giovani tedeschi che per lui stravedono; era infatti frequentissimo vedere in giro magliette e gadget con la sua faccia, sfoggiati con orgoglio da questi giovani alti e biondi. In particolare, l’atteggiamento e gli argomenti che come tali sono piaciuti al giovane pubblico, sono quelli che in Italia – abituati ultimamente a fare politica più con la bussola che con le idee – definiremmo decisamente “a sinistra”.
La SPD infatti – ora più che mai, e di più le sue organizzazioni giovanili – non solo sfoggia con orgoglio il proprio passato proletario e marxista, ma di fronte ad esso si pone in decisa continuità: l’uso dei pugni chiusi, dell’Internazionale, di certe parole d’ordine che qualcuno potrebbe definire antiche, non sono solo un retaggio della tradizione, ma ancora sono funzionali alla comunicazione e ancora servono. La forma è sostanza in politica, e non è difficile notare come ci sia qualcosa di diverso rispetto per esempio ad uno Stanishev – il presidente del PSE – che esordisce il suo discorso con un democristianissimo “cari amici”.
Certo, stiamo parlando della stessa SPD delle larghe intese, e dalle mille altre cose politicamente ambigue, ma stiamo anche parlando di un partito che mantiene forte la sua identità e che ora più che mai cerca di rilanciarsi. Da questo, nel bene o nel male, dipende anche il nostro destino.
Sarà con le elezioni tedesche che si deciderà, forse, un decisivo cambio di marcia non solo in Germania ma in tutta Europa: se Schulz diventerà cancelliere, il paese più influente dell’Unione Europea sarà a guida socialista, e ciò – si spera – porterà ad un cambiamento radicale. Questo è sostanzialmente quello che si è auspicato a Duisburg, e qui veniamo al primo degli obiettivi che dicevo: il messaggio all’Europa.
C’è stata una presa di coscienza, finalmente, di quanto l’UE si sia recentemente fatta promotrice dell’ingiustizia. “Questa non è la nostra Europa”, si è detto senza retorica. L’austerità economica, il neoliberismo dilagante, le privatizzazioni selvagge (queste, ancora tanto care ad un PD da sempre intimamente “liberal”), la distruzione del welfare state e la conseguente creazione dello “Stato minimo” sempre più con le mani legate: questa è l’Europa ora; ridotta così – secondo loro – dalla crisi del 2008, ma io direi da molto prima. Tutto questo poi, se aggiungiamo il fenomeno massiccio dell’immigrazione, ha posto l’UE sotto uno stato di assedio, e avanzano i movimenti “populisti” e di estrema destra, mentre gli stati si dividono.
Riguardo a questi ultimi; ho assistito ad un dibattito molto interessante sulla loro natura e su come fare per “sconfiggerli”, ed ho notato con mio immenso piacere come si sia capito che i cosiddetti “populisti” non fanno altro che occupare uno spazio politico che è in realtà nostro. Se leggiamo alcuni programmi di questi partiti, e togliamo ciò che è pericolosamente nazionalista (attenzione: nazionalista, non patriottico), pare di leggere un manifesto socialista. Gli esclusi dalla globalizzazione sono i proletari di un tempo, che hanno trovato solo nei populisti i loro rappresentanti. Operai, contadini, gente dalle periferie, gente nella povertà assoluta: chi si occupa di loro? Non gli “yesman” che si riempiono la bocca di parole mediocri, ma pericolosi individui che portano avanti l’irrazionalità, e che però parlano una lingua che queste persone conoscono bene: quella della rabbia. La rabbia contro un sistema che i socialisti erano nati per combattere; questo prima che tra di loro si chiamassero “amici” invece che “compagni”.
Morale della favola? Quella che c’è una generazione, attualmente in Europa, che non si arrende a questo stato di assedio. L’ora non è mai stata così buia, anche a vedere cosa succede geopoliticamente nel mondo, ma forse per questo il momento è propizio. Anche in Germania si sente il problema del disinteresse dei giovani verso la politica – un disinteresse che è l’arma usata da chi vuole indebolire la politica per rendere inutile lo stato – ma se ancora si fanno eventi come questo vuol dire che i pochi che rimangono si uniscono e non si arrendono. E’ un bel mondo il nostro, e questi scambi sono la maniera migliore per unire le generazioni dei vari paesi e farle conoscere tra loro, creando una classe dirigente nuova e unica: altroché l’Erasmus! Ho per esempio conosciuto, tra gli altri, un ragazzo afghano e tre ragazzi siriani (fuggiti dalla guerra, proprio da Aleppo): le conversazioni che abbiamo avuto con queste persone, in un contesto non qualunque, sono un bagaglio politico inestimabile che vale da solo il biglietto aereo.
Ho scritto quello che è solo un veloce resoconto di cos’è stato “Europe: turn left!”; e non mi piace l’idea di aver raccontato un panorama di rose e fiori. Però quello che ci tenevo a sottolineare, e da qui questo mio breve pezzo, è che c’è una speranza per il movimento socialista mondiale, e questa speranza è la sua giovanile.

Torno da Duisburg non proprio ottimista, ma sicuramente più motivato.

Enrico Maria Pedrelli

Zeyrek, il quartiere di Istanbul dove sopravvive il tradizionalismo

Pubblichiamo di seguito il racconto di Melissa Aglietti su Istanbul, una città che hanno visto in tanti, ma che conoscono in pochi.

646d959b-6ccb-429b-aa55-d3c7449a0e64Furkan è seduto davanti a me, con il giovane volto rigato dalle scie di fumo che salgono dal suo bicchiere di çay. Fuori dal piccolo bar di Beyoğlu il cielo ha lo stesso colore dei grossi blocchi di pietra delle moschee imperiali. «Mi dispiace davvero, ma non so come aiutarti», dice, quasi dispiaciuto, tra una sorsata e l’altra. Furkan è nato e cresciuto a Istanbul. Ha studiato biologia e adesso è assistente alla İstanbul Üniversitesi. Eppure appare spiazzato dalla mia richiesta di essere accompagnata a Zeyrek, quasi si trattasse di un luogo fantastico e non di un sobborgo della sua città. «Ѐ la prima volta che ne sento parlare, non so nemmeno dove sia. Ѐ quasi imbarazzante, non credi?», borbotta prima di affidarmi a un grasso tassista dallo sguardo furbo, che mi assicura in un inglese stentato di conoscere la zona dove sono diretta.

Durante il viaggio non ci scambiamo molte parole. «Perché vuoi andare proprio lì? I turisti non ci vanno mai», sentenzia lapidario. E non mi ci vuole molto per capirne il perché. Zeyrek è il quartiere dimenticato di Istanbul. Qua, a differenza di Beyoğlu e di altre zone del versante europeo, il riposo notturno dei suoi abitanti non è disturbato dal ruggito delle ruspe nei cantieri. La frenetica corsa al cemento, sostenuta con forza dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, non ha toccato queste aree, dove anonime palazzine anni ’50 si alternano ai resti delle antiche residenze dei pascià, oggi poste sotto la tutela dell’Unesco. Queste vecchie case, dagli assi di legno ormai marcio, che al posto delle finestre, come orbite vuote di un teschio, hanno grandi aperture buie, raccontano una storia che la città sembra voler dimenticare.baf98e89-8ac5-4fd1-bfcc-3f678b80aeb4

Ma Zeyrek è anche il quartiere che meglio incarna lo spirito di Istanbul, lontano dalle atmosfere patinate ed esageratamente esotiche di Sultanahmet. Abitata dalle fasce più povere e più conservatrici della popolazione, Zeyrek è il quartiere in cui l’impronta musulmana è più profonda che altrove. In questa zona, dove l’entrata nei bar è preclusa alle donne, per le insegne dei negozi si adotta ancora l’alfabeto arabo, abolito agli albori della Repubblica turca, segno di un tradizionalismo che sopravvive con tenacia ai cambiamenti storico-sociali che hanno attraversato la città. A Zeyrek anche i bambini che giocano rumorosamente per le strade indossano la shiashia. Ridono spensierati mentre riconcorrono le galline che, goffamente, cercano riparo dietro le auto parcheggiate. Ma si fanno improvvisamente seri e pensierosi quando si accorgono che voglio fotografarli. Le bambine, nascoste sotto neri chador, abbassano gli occhi ogni volta che incrociano il mio sguardo incuriosito, mentre le donne, che qua si muovono lente e sempre in gruppo, appaiono impalpabili come fantasmi nei loro lunghi veli scuri.

dbaf6e6d-1094-4792-8b73-a7ae3a24e82aЀ un’Istanbul diversa, più intima, quella che si respira fra queste vie, impietosamente battute dai venti del Bosforo. Sfuggita ai vari progetti di riqualificazione che hanno, invece, martoriato altre aree della città, come accaduto nel 2009 all’antico quartiere rom di Sulukule, Zeyrek ha fatto del degrado la sua bellezza. Ma è una bellezza silenziosa e triste, simile a quella degli stanchi venditori di simit che trascinano faticosamente i loro carretti lungo la collina. Tra gli ultimi testimoni di una storia scomoda perché dolorosa, il quartiere porta orgogliosamente le cicatrici del travagliato passaggio da impero a nazione, svelando il lato più autentico di Istanbul, città malinconicamente sospesa fra il desiderio spasmodico di rinnovarsi e la volontà di ricreare il passato.

Allenarsi per il futuro.
Il Lavoro è un gioco da bambini

Stefano Cianciotta e Pietro PaganiniFa tappa a Roma, presso l’Università John Cabot, la conferenza-spettacolo ‘Allenarsi per il futuro. Il Lavoro è un gioco da bambini’. Rivolta a giovani, meno giovani e a tutti quelli che hanno la consapevolezza che, per la lunga gara che è la vita, l’allenamento deve essere costante.
“Non è stata pensata per essere una predica o una pedante lezione di economia, ma uno sprone a capire quanto sta avvenendo intorno a noi. Vogliamo incoraggiarci e incoraggiare le persone a tornare ad essere quelli che eravamo da bambini, curiosi, creativi e intraprendenti: tre caratteristiche fondamentali che guidano l’apprendimento di un bambino e che lo portano ad imparare a camminare, a parlare, a scrivere” – affermano Pietro Paganini e Stefano Cianciotta autori dell’omonimo libro dal quale è tratto lo spettacolo.
La classicità del teatro mescolata all’innovazione, la multidisciplinarietà e i linguaggi apparentemente così diversi, rendono ALLENARSI PER IL FUTURO una sintesi inedita fra arte e divulgazione.
Un comico, Pietro Sparacino, e due professori universitari, Stefano Cianciotta e Pietro Paganini. Questo lo strano trio di attori che darà voce e corpo alla conferenza-spettacolo. Due professori universitari nei panni degli attori che, utilizzando la forza comunicativa del teatro, portano in scena l’adattamento del loro libro, ‘Allenarsi per il futuro, Idee e strumenti per il lavoro che verrà’.. E Sparacino che approfondirà i temi trattati dai professori da un punto di vista diverso, mettendo le tematiche dello spettacolo sotto la lente di ingrandimento impietosa della satira. Il linguaggio diretto, asciutto e informale, mette immediatamente attori e spettatore sullo stesso piano e la rottura della quarta parete e l’interattività renderanno lo spettatore protagonista del viaggio nel quale i performer lo accompagneranno. Alcuni spettatori verranno coinvolti in giochi ed esperimenti sul palco e il testo verrà accompagnato da contributi video che faranno da sfondo e da cornice ai vari momenti dello spettacolo.
Negli ultimi decenni lo sviluppo economico, scientifico e tecnologico ha dato un forte input all’evoluzione e all’innovazione della nostra vita. Ogni settore è cambiato: l’economia, il mercato del lavoro, la comunicazione, la mobilità, l’energia. Mentre il mondo corre a un ritmo vertiginoso, il sistema scolastico non sembra essere al passo con i tempi e non sempre è adatto a formare e preparare al meglio gli studenti ad affrontare le sfide del futuro. Nel nostro Paese, nonostante le tante riforme scolastiche che si sono succedute negli anni, ancora oggi al centro della scuola non ci sono gli studenti. Dovrebbe partire, invece, proprio dalla scuola una grande rivoluzione culturale che dia spazio alla curiosità dello studente, per liberare le sue energie positive da impiegare poi nella scelta del percorso di studio e professionale. Le nuove generazioni cambieranno dai 5 ai 7 lavori in media. Non cambieranno 5 luoghi o datori di lavoro. No, si tratterà di professioni completamente diverse, che forse non esistono ancora.ALLENARSI_LOCANDINA_DEF_ROMA (2)
Anche il mercato del lavoro e in generale i modelli produttivi di oggi e di domani richiedono e richiederanno sempre più questi tre attributi: la propensione a scoprire il mondo, che poi è la fame di imparare; la proiezione a risolvere i problemi, che è la capacità di sviluppare soluzioni sempre diverse; e la volontà di intraprendere nuove sfide, cioè quello spirito pionieristico che ha portato l’uomo a comprendere l’universo.
Ecco, il mondo oggi sembra richiedere proprio curiosità, creatività e intraprendenza. Solo riscoprendole saremo in grado di darci e inventarci un futuro. Di pari passo l’istituzione scolastica dovrà dunque dimostrarsi pronta nel formare nuovi talenti da un punto di vista tecnico ed intellettuale, sollecitando creatività e visione per affrontare le professioni del futuro.
Questo significa che dobbiamo ripensare completamente la scuola attuale che tende ad assopire, se non addirittura sopprimere qualsiasi pulsione creativa e imprenditoriale. Essere CURIOSI, essere CREATIVI, essere INTRAPRENDENTI: sono queste le tre principali attitudini attorno alle quali dovrà essere organizzata l’attività di insegnamento, in un contesto nel quale il sapere sarà ancora più facilmente accessibile e condivisibile attraverso la rete e le tecnologie. Le classi odierne, frontali e obsolete, dovranno trasformarsi in laboratori di sperimentazione e collaborazione; il ruolo dell’insegnante non si limiterà ad essere il tramite attraverso il quale apprendere, ma dovrà essere un coordinatore, una guida, un vero e proprio motivatore” – afferma Pietro Paganini.
“Il nuovo modello scolastico pedagogico, oltre che complementare al mercato del lavoro e ai cambiamenti socio-culturali – sostiene Stefano Cianciotta – dovrà essere in grado di anticipare e favorire la formazione di modelli di sviluppo sempre nuovi e proporre un metodo di apprendimento capace di far crescere una generazione di innovatori che siano in grado di adattarsi costantemente alle trasformazioni socio-economiche, anche quando avranno un’età avanzata. Ed è anche per questo che il nuovo sistema formativo, così come quello già proposto da Montessori, opererà attraverso un processo di apprendimento costante nel tempo, long life learning, perché sappia formare chi deve continuare ad “allenarsi” per affrontare le sfide del Futuro.”

Buon compleanno cellulare! Quarantaquattro anni fa la prima telefonata

An undated handout picture provided on 17 June 2009 by the Prince of Asturias Foundation (POAF) shows US engineer Martin Cooper who won the 2009 Prince of Asturias Award for Technical and Scientific Research along with compatriot Raymond Samuel Tomlinson. The two US engineers are regarded as the inventors of e-mail and the mobile phone, which are considered among the 'greatest technological innovations of our time', the jury said in Oviedo on 17 June.  ANSA/PRINCE OF ASTURIAS FOUNDATION / HO EDITORIAL USE ONLY

ANSA/PRINCE OF ASTURIAS FOUNDATION / HO EDITORIAL USE ONLY

L’ingegnere Martin Cooper non dirà molto alla maggior parte delle persone, ma in realtà è stato tra i fautori della moderna telefonia mobile.

Il 3 aprile 1973 testò davanti a numerosi giornalisti il suo prototipo di cellulare, chiamando per la prima volta nella storia da un telefono portatile non collegato alla rete.

Il suo (e di Motorola) Dyna-Tac non era però così facile da trasportare. Il peso di 1.5Kg lo rendeva poco idoneo al trasporto e la sua batteria da soli 30 minuti di autonomia (dopo 10 ore di ricarica) non era certo all’avanguardia. Però il reale significato di questo prodotto risiede in quel che rappresenta

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Non a caso infatti la chiamata aveva come destinatario il capo ricerca di Bell Labs (società di telecomunicazioni fondata da Graham Bell) Joel Engel.
Una beffa per l’azienda di proprietà di AT&T (colosso delle comunicazioni USA), bruciata sul finale da Motorola (società per la quale Cooper lavorava). Da tempo infatti i due colossi si rincorrevano per lanciare il prima possibile questo prodotto, ma a spuntarla fu la seconda.

Il sistema di comunicazione mobile (inventato pochi anni prima da AT&T) sfruttava delle ricetrasmittenti collegate alle linee telefoniche fisse, attraverso le quali far rimbalzare il segnale (di cella in cella) senza tenere occupato il canale. In questo modo più apparecchi potevano sfruttare la singola linea.
I primi servizi disponibili per soggetti privati furono rilasciati in Giappone ed a Chicago pochi anni più tardi (1979).
In oltre 40 anni i cellulari non solo si sono evoluti, ma hanno cambiato totalmente la loro natura. Da semplici apparecchi di comunicazione verbale si sono trasformati in computer “da mano” in grado di racchiudere delle funzioni inimmaginabili all’epoca.

O forse è proprio questo il sogno di Cooper? Infatti l’idea stessa di telefono portatile gli venne guardando una puntata di Star Trek, quasi a presagire la futura evoluzione di questo strumento.

Secondo l’inventore non siamo però arrivati ancora alla fine dell’evoluzione per questo oggetto. In un’intervista a Repubblica.it dichiarò infatti: “La collaborazione è rivoluzionaria, essere disponibile, poter studiare o lavorare in qualsiasi momento dovunque sei, questo è rivoluzionario. Gli smartphone evolveranno in questa direzione e la rivoluzione che potranno portare sarà incalcolabilmente più grande, perché potrebbe cancellare l’idea di povertà, potrebbe portare l’educazione e la cultura li dove oggi non arrivano. L’altro cambiamento radicale credo avrà a che fare con la medicina Il sistema sanitario oggi è basato sulle cure che si ottengono una volta che una persona si ammala. È un sistema inefficiente. La comunicazione wireless ci potrà consentire di avere dei sensori che saranno in grado di comunicare le nostre condizioni di salute in maniera costante, e far in modo di evitare di ammalarci”. A distanza di 3 anni da questa affermazione i primi accessori da smartphone legati alla salute già sono emersi. Chissà se proprio questo sarà il futuro di quello che era un “semplice” telefono portatile.

Federico Marcangeli

Blog Fondazione Nenni

Festival delle generazioni in Tour: le frontiere sono uno stato d’animo

Martedì 28 marzo si è chiusa la prima tappa del tour del Festival delle Generazioni. Due giorni di incontri su giovani, integrazione e web. Tra gli oltre 30 ospiti, l’esperta di web Rachele Zinzocchi, il rapper Omarito Sal, gli scrittori Igiaba Sciego e Cleophas Adrien Dioma, il musicista Badara Seck e il regista Pupi Avati. Prossimo appuntamento il 23 giugno a Salerno

Festival delle Generazioni in tour_Roma 05_ridDopo due giorni che hanno portato giovani e anziani a confrontarsi sui temi delle frontiere, dell’integrazione e dell’educazione digitale, il Festival delle Generazioni in tour, la manifestazione itinerante promossa lungo il 2017 dalla Fnp (Federazione nazionale dei pensionati) della Cisl, saluta Roma e inizia il suo cammino verso Salerno. La prima tappa romana ha visto gremite le aule dell’Università La Sapienza, dell’Istituto magistrale Giordano Bruno, dell’Istituto della Enciclopedia italiana Treccani e della sede della Fnp, che hanno ospitato sociologi, economisti, esperti di web e social network, giornalisti, scrittori, blogger, uomini e donne dello spettacolo.

“Grazie ai partner che ci hanno aperto le loro porte – dice Francesca Zaffino, direttrice artistica del Festival rivolgendosi al Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale (Coris) della Sapienza e all’Istituto Treccani. “E grazie anche al Festival della Crescita con il quale condividiamo un progetto culturale di ampio respiro che vogliamo portare avanti nel tempo – continua Zaffino –. In questi due giorni, pieni anche di tanti appuntamenti con al centro l’Africa, abbiamo dimostrato che le frontiere vanno abbattute, sono solo stati d’animo che ci separano dalla conoscenza dell’altro”.

“Il nostro Festival – aggiunge Gigi Bonfanti, segretario generale della Fnp Cisl – ha dimostrato ancora una volta la sua importanza in un momento in cui è forte la paura del diverso, di ciò che sta al di là del confine, così come risulta preponderante la voglia in alcuni di ampliare la divaricazione tra giovani e anziani. La presenza ai nostri incontri di entrambe le generazioni, invece, ci ha dimostrato quanto sia vivo e presente il dialogo tra queste due realtà e quanto appaia forte la necessità di trasmettere valori, perché è solo così che si può favorire il rapporto intergenerazionale”.

Sono stati più di 30 gli ospiti della due giorni di eventi gratuiti per fare incontrare generazioni e culture diverse. Serata finale, martedì 28 marzo, con Pupi Avati, che ha parlato di culture, religioni e rapporti genitori-figli insieme all’attore Valentino Agunu, 24enne nato a Roma da genitori di origini nigeriane (ma che ancora non è riuscito a ottenere la cittadinanza italiana), e l’attrice protagonista Marta Iagatti con cui ha girato il film prodotto da Rai Fiction “Le nozze di Laura”. “Le persone vulnerabili – ha detto il regista – sono migliori, perché percepiscono davvero il prossimo. Le persone vulnerabili sanno cos’è l’altro”. Prima ancora aveva emozionato l’incontro di lunedì 27 tra gli studenti liceali e Omarito Sal, rapper di origine senegalese che nei suoi pezzi canta storie di integrazione e che ha dedicato l’ultimo brano a “Due donne”, la madre naturale e quella presso cui è stato in affidamento: “La prima è nera come il manto perlato di una pantera, l’altra è bionda e chiara, bella come il mare”.

Con l’esperta di web Rachele Zincocchi si sono affrontati gli argomenti del cyberbullismo e dell’educazione al digitale: “Dobbiamo rendere Internet buono, nel senso di farne un uso corretto, del bene per il bene, un digitale che ci aiuti a risolvere la vita”. Le ha fatto eco il massmediologo Mario Morcellini, professore della Sapienza e da poco diventato commissario dell’AgCom: “Non basta pigiare dei tasti su un dispositivo. Oggi non si conosce più il fascino dell’attesa in una relazione. Ripartiamo dai fatti, dalle azioni. L’altro è quello che ci sta accanto: se lo consideriamo la meta della nostra vita, ci sarà difficile diventare razzista”.

Molto sentita la testimonianza della scrittrice Igiaba Scego, che lotta da mesi per una nuova legge sulla cittadinanza, che ha ricordato la sua infanzia in Somalia, la fuga dalla guerra civile (“Ero la figlia del ministro degli Esteri: mio padre in un giorno ha perso tutto”) e l’inizio in Italia, fino alla molla che l’ha portata a scrivere e a battersi contro ogni discriminazione: “Un giorno ero su un autobus, il controllore mi ha chiesto il biglietto e io ho iniziato a cercarlo nella borsa. Lui non ha creduto che lo avessi e mi ha detto che ero una clandestina che voleva rubare. Non sono riuscita a rispondere nulla. Sono tornata a casa e ho iniziato a scrivere. La discriminazione mi ha portato all’azione. Col tempo ho capito che tutti siamo frutto di due mondi che si incontrano e si scontrano: è importante costruire qualcosa e avere il diritto di contare”.

Tra gli altri ospiti del Festival delle Generazioni in tour a Roma, l’economista Giulio Sapelli, il sociologo Francesco Morace, il giornalista e scrittore Cleophas Adrien Dioma (che 20 anni fa è fuggito dal Burkina Faso e da 15 anni a Parma organizza il festival Ottobre africano) e il musicista senegalese Badara Seck (che in carriera ha suonato anche con Michel Petrucciani, Pino Daniele, Fiorella Mannoia e Paolo Fresu). Con Luisa Porrino, regista del docufilm “Porto il velo, adoro i Queen”, si è commentata la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea che ha stabilito che le aziende private possono vietare ai dipendenti di indossare indumenti che siano “segni religiosi”, come il velo islamico: “Viviamo in una società plurale: è inutile e dannoso cancellare le differenze”. Alla Sapienza è arrivato anche Luca Abete, inviato di “Striscia la notizia”, che dal 2014 gira l’Italia come motivatore con il tour “#NonCiFermaNessuno”: “Non esistono lavori umili – ha spronato gli studenti –, ma deve esserci l’umiltà di fare qualsiasi lavoro, anche il più importante”. La sua ricetta per cambiare il Paese e vivere meglio? “Basta fare le cose per bene e con amore”.

“Abbiamo vissuto una bellissima esperienza, in due giorni in una sola città abbiamo incontrato tante frontiere e tanti confini, ma li abbiamo oltrepassati insieme incontrando chi c’era dall’altra parte”, conclude Francesca Zaffino.

La prossima tappa del Festival delle Generazioni in tour sarà a Salerno il 23 giugno. A ottobre, sarà la volta di Macerata e Milano.

CERN: l’italiana Nucleco nel Progetto CLEAR, per rifiuti radioattivi

nuclecoNucleco, società pubblica (gruppo Sogin) che opera nel settore dei servizi radiologici, della gestione dei rifiuti radioattivi e della bonifica di impianti nucleari e siti industriali, ha firmato nei giorni scorsi un contratto con il CERN, l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare, per un servizio di supporto alla caratterizzazione radiologica nell’ambito del progetto CLEAR.

Nucleco è leader in Italia nel campo dei servizi radiologici, nella gestione dei rifiuti radioattivi e nelle attività di decontaminazione dei siti nucleari e industriali, vantando un know‐how unico, con punte di eccellenza nella caratterizzazione radiologica, nella pianificazione ed esecuzione di processi di decontaminazione e smantellamento e nello sviluppo ed implementazione di bonifiche ambientali
La Società è qualificata per la raccolta, il trattamento, il condizionamento e lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti e delle sorgenti radioattive provenienti dalle attività di medicina nucleare e di ricerca scientifica e tecnologica.
Il contratto tra CERN e Nucleco è stato siglato al termine di una Price Enquiry a cui la società italiana è stata invitata a partecipare, insieme ad un ristretto numero di altri operatori europei qualificati del settore.

Per il Gruppo Sogin, l’acquisizione di un contratto di servizio presso il prestigioso centro del CERN di Ginevra, in particolare nell’ambito della radioprotezione e caratterizzazione radiologica, rappresenta un riconoscimento a livello europeo degli altissimi standard aziendali raggiunti. Tale acquisizione aggiunge una referenza di prestigio al curriculum di Nucleco.

Il nuovo contratto amplia, così, la presenza del Gruppo Sogin all’estero, aggiungendosi alle attività finora svolte in Russia, Repubblica Slovacca, Germania, Inghilterra, Belgio, Norvegia e presso il Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea di Ispra (Varese).

Pier Paolo Palozzi

Top & Flop. Lorenzo (Insigne) il Magnifico, Ivan (Perisic) il Terribile

Il Napoli si complica la vita, ma per la prima volta nella storia vince a Empoli (per 3-2) grazie soprattutto alla doppietta del gioiellino partenopeo, il più in forma della squadra. Vincono anche Juventus e Roma: con i pareggi di Lazio e Inter, fermate da Cagliari e Torino, i giochi per la zona Champions sembrano fatti. Bene Atalanta, Milan e Fiorentina che tengono viva la lotta per l’Europa League. Dietro, guarda un po’, continuano a perdere Empoli, Palermo, Crotone e Pescara. Vediamo i top & flop di questa giornata.

insigneTOP – 3. ALEJANDRO GOMEZ – In Atalanta-Pescara va in scena il “Papu Show” con il numero 10 nerazzurro autore di una doppietta e di un assist per Grassi nel 3-0 degli orobici agli abruzzesi di Zeman. Una vittoria che vale doppio perché i bergamaschi, oltre a riscattare il tremendo 7-1 subito la settimana scorsa dall’Inter, battono il record di punti in Serie A. Si continua dunque a sognare un posto in Europa.
2. MATI FERNANDEZ – Utilizzato pochissimo in questa stagione, soprattutto a causa dei ripetuti infortuni, il centrocampista cileno, voluto fortemente da Montella in estate, è decisivo nell’1-0 con cui il Milan supera il Genoa. La rete arriva con un delizioso pallonetto ai danni del portiere ligure Lamanna: una piccola perla in una gara avara di giocate esaltanti. Ritrovato.
1. LORENZO INSIGNE – Attualmente il giocatore più continuo nella rosa del Napoli. Oltre a giocate di prestigio, il talento campano sta trovando la via della rete in modo continuo: nel 3-2 degli azzurri in casa dell’Empoli (prima vittoria nella storia al Castellani), Insigne firma una doppietta, la seconda consecutiva dopo quella al Crotone. Negli ultimi anni è stato spesso criticato per lo scarso feeling sotto porta, ma se dovesse continuare così si riapriranno inevitabilmente anche le porte della Nazionale. Decisivo.

perisicFLOP – 3. FELIPE ANDERSON – Il brasiliano della Lazio non brilla nello 0-0 in casa del Cagliari, anzi sciupa la migliore occasione dei suoi tirando debolmente un buon pallone nell’area sarda. La sua resta una stagione più che positiva, ma con un pizzico di cinismo in più sarebbe davvero uno dei migliori top player del campionato.
2. JOE HART – In Torino-Inter 2-2, il portiere inglese dei piemontesi commette una papera e un’uscita a vuoto nei due gol degli ospiti. Esultano Kondogbia e Candreva, anche se con il pareggio i nerazzurri ci fanno poco. Da far notare però che l’ex estremo difensore del Manchester City compie anche un paio di parate nel finale che evitano il ko ai granata.
1. IVAN PERISIC – Dicevamo di Torino-Inter 2-2: un pareggio giusto, ma che serve a poco a entrambe le squadre. Soprattutto ai nerazzurri che perdono così terreno nella già difficile rimonta Champions. E il rammarico aumenta per le due ottime occasioni non sfruttate da Perisic nel finale di gara, quando i granata concedevano tanti spazi a causa della stanchezza. L’esterno croato prima manda alle stelle una conclusione da pochi passi nell’area di rigore avversaria, poi spreca ancora un contropiede lanciato da Eder. Con una mira migliore, i ragazzi di Pioli sarebbero tornati a Milano con il bottino pieno. Bicchiere inevitabilmente vuoto.
TORNA LA NAZIONALE – Il campionato ora si ferma per gli impegni della Nazionale. Gli azzurri di Ventura affronteranno l’Albania di De Biasi il 24 marzo a Palermo per le qualificazioni al Mondale 2018 in Russia. In programma per l’Italia anche un’amichevole contro l’Olanda ad Amsterdam il 28 marzo. Questi i convocati Portieri: Gianluigi Buffon (Juventus), Gianluigi Donnarumma (Milan), Alex Meret (Spal). Difensori: Davide Astori (Fiorentina), Andrea Barzagli (Juventus), Leonardo Bonucci (Juventus), Matteo Darmian (Manchester United), Danilo D’Ambrosio (Inter), Mattia De Sciglio (Milan), Alessio Romagnoli (Milan), Daniele Rugani (Juventus), Leonardo Spinazzola (Atalanta), Davide Zappacosta (Torino). Centrocampisti: Daniele De Rossi (Roma), Roberto Gagliardini (Inter), Marco Parolo (Lazio), Marco Verratti (Paris Saint Germain). Esterni: Federico Bernardeschi (Fiorentina), Antonio Candreva (Inter), Lorenzo Insigne (Napoli), Nicola Sansone (Villarreal). Attaccanti: Andrea Belotti (Torino), Eder Citadin Martins (Inter), Andrea Petagna (Atalanta), Ciro Immobile (Lazio), Simone Verdi (Bologna), Matteo Politano (Sassuolo).

Francesco Carci