Le divagazioni dell’anima. “Corpo bifronte” tra ingegno e tecnicismo

rondello copertinaFresco di stampa un piccolo libro edito da Aletti editore e scritto da Salvatore Rondello, economista e da anni collaboratore dell’Avanti!. “Corpo bifronte e altre divagazioni”. Ma in questa sua composizione Rondello non parla di numeri, di scenari economici o di prospettive di crescita più o meno positive suffragate da fatti e accadimenti e seguite in da attente analisi, bensì si occupa di sonetti. Piccole composizioni, di poche righe, che seguono regole ben precise. Rondello ricorre infatti all’acrostico come strumento di scrittura. Un sistema di composizione poetica in cui le lettere iniziali di ciascun verso formano un nome o una frase. Infatti ogni lettera del titolo rappresenta la prima lettera di ogni riga.

La prefazione è a cura di Simona Cigliana che analizza in profondità lo stile dell’Autore: “Il metro, la rima, l’artificio linguistico, il tecnicismo esasperato, persino il ricorso ai virtuosismi astrusi dell’enigmistica, costituiscono una sfida per il senso, e la lotta contro il limite che ne scaturisce fa sì che il poeta, cercando la libertà costretto in una gabbia, sia obbligato a potenziare sia l’invenzione che l’ingegno”.

Un libro che però è anche divertimento: giocare con le parole per metterne alla prova le virtù è tecnica praticata sin da epoche antichissime, in funzione mnemonica e magica.

Gli acrostici di Rondello, scrive ancora Simona Cigliana nella prefazione, “non sono concepiti per occultare segreti bensì, invece, per rivelarli: per esprimere intuizioni e per organizzarle in una forma adeguata. In Rondello, la coercizione della norma e l’artificiosità della regola hanno l’effetto di far evaporare l’inessenziale, di intensificare lo spunto tematico, consegnandoci, dell’idea iniziale, una sorta di distillato gnomico e concettuale”.

Tanti i temi trattati dall’Autore. Dai più alti e austeri a quelli più comuni e quotidiani, ognuno condensati in poche righe con sapiente artificio letterario. “Ne risulta una plaquette di miniature poetiche animate da un senso di intrinseca e personale necessità, piene di senso ma non per questo severe, ricche piuttosto di una candida ponderatezza, di una loro tenue gravità”.

rondello dentroRondello è nato Trapani, ma vive lavora a Roma. Studioso di problematiche sociali economiche e politiche con particolare attenzione a quelle del credito, del walfare e del mercato del lavoro. Ha organizzato diversi dibattiti culturali. Insomma un interesse culturale a tutto campo che ora spazia anche alla poesia.

Mayer contro Mayer. Finale tra lacrime
e commozione

Leonardo Mayer

Leonardo Mayer

Tennis, una settimana dopo si gioca negli stessi posti con ordini inversi. In Svizzera scendono in campo gli uomini a Gstaad; in Svezia, a Bastad, invece, è la volta delle donne. In più, nel periodo dell’attentato terroristico (seguito da quello di Ginevra), anche Amburgo vede impegnati i tennisti in un Atp inedito, per la serie Kramer contro Kramer: Germania vs Argentina, per due omonimi a contendersi un titolo un po’ particolare, reso speciale da un “fiocco azzurro”. La finale dell’Atp di Amburgo, infatti, vedeva opposti i due Mayer del torneo: Leonardo (l’argentino) e Florian (il tedesco). Sarà il primo a vincere, dedicando questa coppa al figlioletto che con la moglie assisteva al match in prima fila; visibilmente commosso (in lacrime) ed emozionato, non ha potuto che esprimere la sua doppia gioia per aver trionfato qui e sotto gli occhi di suo figlio. Lucky loser, fortunato lo è stato davvero, dunque, a riuscire a portare a casa il titolo in un torneo così importante. Ma anche molto abile. Entusiasmante la finale. Leonardo non solo ha giocato bene per tutto il torneo, ma è stato protagonista di una finale strepitosa contro Florian Mayer, che le ha provate davvero tutte: ha tentato di attaccarlo, di mettergli pressione, ma veniva passato; ha cercato di sorprenderlo con palle corte, ma Leonardo ci arrivava ed era lui a sorprenderlo con trovate e contro-smorzate eccezionali. Eccellenti, sicuramente, le finte di rovescio, che Florian fingeva di tirare normalmente o in back o in lungolinea, per tentare poi la palla corta; ma i fondamentali e il gioco messo in campo da Leonardo sono stati di qualità superiore: più potenti e più precisi. Semplicemente più ispirato e in forma, rispetto a un Florian apparso più stanco, ma che ha lottato tanto, portando la partita al terzo set, quando ormai sembrava chiusa. Veniva da una semifinale che ha visto il ritiro di Kohlschreiber, ma non è bastato. Non è stato sufficiente neppure l’alto livello di tennis espresso in tutti gli altri match. 64 46 63 il risultato finale, di un incontro che ha entusiasmato il pubblico, esploso in un lungo applauso al termine dello stesso, quasi in una sorta di standing ovation, a ringraziare l’impegno dei due tennisti che si sono spesi generosamente. Primo titolo da papà (di Federico, avuto da Flavia Pennetta come noto) anche per l’azzurro Fabio Fognini all’Atp di Gstaad. Torna a vincere dopo il trofeo conquistato nel 2016 ad Umago (che quest’anno non gli ha portato altrettanta fortuna, dove ha perso dal giovane Rublev). Ottiene una wild card d’oro, dunque, la testa di serie n. 4. Tutto facile, fin troppo, per lui contro il qualificato tedesco Yannick Hanfmann, numero 170 Atp. Fabio rischia di deconcentrarsi. Parte bene e si porta sul 4-1, ma si fa recuperare sino al 4-4 per poi fare di nuovo break e chiudere 6/4; intanto l’avversario entra in partita e il match si fa sempre più lottato ed equilibrato. Il secondo set si chiuderà con un 7/5 insidioso: pericolosi soprattutto i kick di servizio ad uscire sul lato sinistro, che spingono il ligure fuori dal campo, che prende le misure; tiene bene lo scambio, aspettando e costringendo l’avversario all’errore, soprattutto con il suo rovescio e tentando anche delle smorzate. Sicuramente da sottolineare lo scenario idilliaco che li circondava: tanto verde e casette di legno, come baite di montagna circondate da monti floridi, a dare un senso di pace e poi il volo di aeroplani con la bandiera svizzera a disegnare in cielo un cuore. Non è mancato il vento, che ha fatto volare l’ombrellone del giudice di sedia, subito prontamente afferrato e chiuso. Episodi curiosi che hanno rallegrato un po’ l’atmosfera.

Particolare anche la finale del Wta di Bastad, in Svezia. Tra la danese Caroline Wozniacki e la ceca Katerina Siniakova. Sarà quest’ultima ad avere la meglio, ma molte e troppe le occasioni sciupate dall’ex numero uno. Caratteristico, soprattutto, il time out medico per due chiesto (contemporaneamente) da entrambe: per il polso sinistro, anche se è parso accusasse dolore e fastidio anche alla mano destra durante il servizio, per la Wozniacki; al tricipite del braccio destro (visibilmente già fasciato) per la Siniakova. La ceca ha chiuso per 6/3 6/4, ma complice una danese molto fallosa e “sciupona”: nel primo set si procedeva in equilibrio e la strada sembrava quella dell’essere destinata al tie-break; invece, sul 4-3 (dopo aver già recuperato dal 4-1), con un doppio fallo orrendo, la Wozniacki ha regalato il primo parziale alla giovane avversaria. Poi l’interruzione per time out medico (dopo quella per pioggia). La danese sembra partire bene e va subito 3-1 nel secondo set, ma non sfrutta l’occasione per dare il colpo definitivo alla ceca, un po’ spaesata e sorpresa, per allungare al terzo set l’incontro; ed è di nuovo parità sino al break decisivo per chiudere 6/4: ma molte le palle del set point e i match point annullati. Comunque positiva la notizia del ritorno di Caroline, che gioca un buon tennis anche se a tratti appare un po’ confusa e in difficoltà. Sicuramente non al 100%, forse per lei si tratta solo di recuperare il top della forma fisica per diventare ancora una volta, di nuovo, competitiva come un tempo, quando raggiunse la vetta del ranking mondiale. Forse l’interruzione pe pioggia non le ha giovato, ma sicuramente è stata la rapidità di gioco (in pressione) della Siniakova a creare problemi alla danese, togliendole ritmo, continuità e regolarità con la sua solidità.

“Words and pictures” di Schepisi: la rivalutazione di parole ed immagini

“Words and pictures”, parole e immagini, è il film per la regia di Fred Schepisi che vede protagonisti Juliette Binoche e Clive Owen (doppiati egregiamente rispettivamente da Emanuela Rossi e Massimo Rossi). Rispettivamente nei panni di due docenti: lei di Arte avanzata e lui di Inglese, alias la professoressa Dina Delsanto e il professor Jack Marcus. Presentato in anteprima alla 38ª edizione del Toronto International Film Festival nel 2013, il film è incentrato su un divario di visioni contrapposte.

Parole vs immagini, quale è più potente? Per riscoprire il valore di ciò che comunichiamo ed esprimiamo. Ha ancora senso tale dibattito o è “una guerra insensata e artificiale” come viene definita? E, soprattutto, un’”unità di intenti” è possibile e raggiungibile? Già di per sé una questione complessa, la situazione si ingarbuglia quando ci si mette anche l’amore a complicare le cose. Interessante, infatti, è soprattutto quello che viene indicato dal titolo del film, che mette una “and”, la congiunzione “e”, ad unire -e non separare- i due universi delle parole e delle immagini, della letteratura e dell’arte. C’è una via di mezzo percorribile, d’equilibrio allora –forse- tra i due opposti. Ma è davvero così? Quale è e da che cosa è data? E, soprattutto, come raggiungere questa “mediazione”? “Tra dire e il fare c’è di mezzo il mare” afferma il detto popolare.

Allora tra le parole e le immagini c’è la cosiddetta “rivalutazione”, che rima con rivoluzione, da intendersi anche come il rivalutare l’importanza dell’azione, cioè del fare qualcosa per l’altro; invece di farsi la guerra appunto, venirsi incontro e cercare di capirsi veramente. Interessante, però, la venatura fresca ed attuale (ancora ad anni di distanza dall’uscita) del film: dietro la centrale ed apparente discussione filosofica, etica, letteraria, artistica, morale, etimologica e un po’ deontologica e semantica, vi sia una critica sociale modernissima; ma anche individuale ed esistenziale sul senso stesso della vita. Si parte certo un po’ dai luoghi comuni, che si intende sfatare crediamo: “Un’immagine vale più di mille parole” – come sostiene la professoressa Delsanto -, perché “le parole sono trappole, menzogne, sono il vero problema e non bisogna fidarsi di esse, mentre l’arte è il talento della creatività”; oppure, dall’altra parte, il professor Marcus che ricorda come anche nella Bibbia si citi che “in principio era la parola”, il Verbo, di cui c’è bisogno per comunicare e inventate per questo e sono “verità” – lui ritiene-; anche se – all’epoca degli uomini delle caverne – vennero prima i segni, le immagini, delle parole – sottolinea Dina-. Allora, paradossalmente, il rischio è di estremizzare e degenerare, rischiando di dimenticare l’essere umano, di assolutizzare concetti “astratti” senza estrapolare il vero valore racchiuso in essi. “Un uomo vale più delle sue parole e una donna più della sua immagine”? – occorre chiedersi -. E in questo ci si riscopre simili. In una società contemporanea in cui i principi morali si sono un po’ persi, anche la letteratura e l’arte sono un po’ sofferenti: metaforicamente Marcus soffre di alcolismo e la Delsanto di artrite reumatoide. Non solo. Lui lotta affinché i suoi alunni non siano attenti solo ai voti o dipendenti dalle nuove tecnologie e succubi dei media, che atrofizzano il loro pensiero oltre che il loro fisico; “perché è un po’ come dare del semolino se si può offrire una bistecca”, ritiene lui con una similitudine simbolica. Il consumismo, i centri commerciali, Internet e i nuovi mezzi di comunicazione offuscano le loro menti. Vuole, invece, che siano esseri liberi e indipendenti.

E, a tale proposito, parlando di consumismo, curioso come il termine che dovrebbe fare da comune denominatore e trait d’union tra parole ed immagini, ossia “rivalutazione”, abbia una connotazione economica; il dizionario spiega il vocabolo con tale definizione: “In campo economico il termine rivalutazione indica l’aumento del valore nominale di un capitale nel corso del tempo, in virtù di automatismi (ad esempio la rivalutazione del trattamento di fine rapporto, il cui il tasso di rivalutazione è fissato dal codice civile) o dell’andamento di determinati indici. Le rivalutazioni automatiche in genere consentono di conservare sostanzialmente il valore reale del capitale”. Ma il passaggio dall’ambito finanziario a quello umano, il passo è breve. Ed ecco che la professoressa Delsanto invita i suoi studenti a porre il proprio interesse al “percepire nel cervello e nel cuore l’emozione” suscitata da ciò che hanno di fronte agli occhi: l’attenzione al “sentire”, alle sensazioni, ai sensi. Ed è allora che, quando lui ricade nell’alcool, vogliono togliergli la rivista che curava con i suoi ragazzi: per Jack è come un po’ sottrargli l’uso della parola e quindi la libertà d’espressione, d’opinione, proprio a lui che tanto ama l’uso del linguaggio e la comunicazione verbale e scritta. La rivista viene definita “una vetrina per il suo ego”, ma si andrà oltre il semplice stabilire cosa valga di più tra parole e immagini.

Da un semplice dibattito, ne nascerà un vero e proprio processo. Infatti tutto cambierà quando – sempre a proposito di attualità e contemporaneità del film – sia le parole che le immagini non vengono usate, ma abusate, in un caso di bullismo scolastico. Non c’è da riabilitare solo la rivista e il suo valore, dunque, ma l’importanza del peso attribuito a parole e immagini. Se conta fare bene una cosa per Dina e se Jack si ritiene “non un brav’uomo, ma un buon professore, che lotta per questo con ogni mezzo”, il loro impegno sarà davvero comune. Vediamo allora che, da un lato, lei rafforza il suo fisico con esercizi di palestra, lui facendo squash e calcetto. Pertanto dare nuova dignità a ciò che rappresentano simbolicamente.

Perché c’è qualcosa da (ri)scoprire. Il professor Marcus può rimanere a corto di parole e la Delsanto imparare non più a dipingere quello che vede, ma a vedere quello che dipinge, eppure possono arrivare a comprendersi meglio se riescono a cogliere che c’è una sola verità assoluta da apprendere: il credere nell’altro e avere fiducia in lui, (af)fidandovisi. Lui non può diventare “credibile” e “affidabile” se si fa grande con la poesia rubata la figlio: quando si mente, si perde la fiducia dell’altro in noi, che non ci crede più e allora anche noi tendiamo a non creder più a ciò che ci dicono e le parole perdono senso. Così come, se non si sente con il cuore e con la mente -ascoltando davvero l’altro- non si può arrivare a rappresentare con le immagini qualcosa che renda giustizia -non esprimibile a parole- a ciò che proviamo e sentiamo.

Ciò che dipingiamo e/o diciamo non è poi così diverso da ciò che siamo veramente in fondo, nell’essenza più profonda di noi stessi e della nostra universalità. Ma, a proposito di rivalutazione, è solo con il tempo e con l’esperienza che arriviamo a capire veramente chi siamo, persino a cambiare. Ed a riuscire ad esprimere meglio le nostre emozioni e sensazioni più vere. Ad essere persone migliori e più civili, più autentiche e pure –come il fascino dell’arte e la bellezza della parola applicate a un vero significato. A proposito di semantica e di glottologia allora. Potremmo dire che non conta tanto il significante, ma il significato, non il contenente, ma il contenuto, non la forma, ma la sostanza, non l’apparire ma l’essere, non ciò che racchiude, ma ciò che c’è all’interno (di noi, del nostro animo umano, del nostro cuore e nella nostra testa): perché quello non può essere finto, o ingannare o essere mascherato e camuffato. Come uno specchio che dice chi siamo e non possiamo fare finta di non vedere o sapere, anche se possiamo raccontarci verità diverse (di comodo, anche per non soffrire). Inutile negare un fatto ovvio come un sentimento, amore o altro che sia.

Quello che davvero fanno e sono in grado di compiere parole e immagini è l’andare oltre i limiti causati dalla malattia o da un (pre)giudizio morale dettati da un handicap fisico e da una chiusura mentale. Perché –poi- criticare significa anche fare autocritica: la migliore e più oggettiva delle analisi, per un’obiettività che porta alla vera interpretazione e comprensione. A cosa dare la priorità allora tra etica ed estetica?

Ba. Co.

Tennis: i nomi della settimana sono Bertens, Ferrer, Rublev e Isner

umagoopena17.Thumb_HighlightLow169186Aspettando le Next Gen Atp Finals di novembre a Milano, Rublev si conferma degno candidato vincendo per 6/4 6/2 l’Atp di Umago in Croazia su Paolo Lorenzi (il torneo ha visto gli italiani molto protagonisti). Kiki Bertens, dopo la buona prestazione a Roma al Foro Italico agli Internazionali Bnl d’Italia, trionfa (in lacrime copiose di gioia e commozione) su Anett Kontaveit in tre set (con il punteggio di 6/4 3/6 6/1) in Svizzera a Gstaad. All’Atp di Bastad poi c’è stata la vittoria di un campione ‘ritornato’, che ha ritrovato quasi una seconda gioventù agonistica e professionale: David Ferrer. Del resto eravamo rimasti a Roger Federer e Wimbledon, anche per lui una “rinascita tennistica”. E se, poi, i giovani sono il futuro (del tennis e non solo), non è un caso, dunque, che il Grand Slam si fosse legato, nelle finale, a una solidarietà di un impegno profuso a favore proprio dei giovani. Durante il sorteggio -“il toss”- nelle finali (di singolare sia maschile che femminile), i campioni erano stati affiancati, oltre che dall’arbitro, da un ragazzo e una ragazza esponenti di due associazioni umanitarie che agiscono e si adoperano nel settore in tale ambito (un po’ come “Save the children”) a livello internazionale: una di queste era, ad esempio, proprio “Children in need”, “bambini nel bisogno”, nome che ben descrive la necessità di aiutare i più piccoli, indifesi e le fasce sociali più svantaggiate e deboli; così come la scritta sulle maglie “help to be”, “aiutiamo ad essere”, ad esistere, a realizzarsi, a dare un futuro, a far crescere questi bambini dando loro opportunità e offrendo chance di sviluppare le loro potenzialità. Richiamando un po’ la “Roger Federer Foundation” del campione svizzero; ma l’elvetico non è stato il solo a mobilitarsi. Ad essere coinvolto e procrastinarsi per tali “emergenze” anche il serbo Nole con la sua iniziativa “Djokovic and friends”. Lo stesso ha voluto fare ugualmente lo scozzese Andy Murray con l’evento “Andy Murray live”, il cui ricavato sarà dato tutto in beneficenza a favore dell’associazione “Young People’s Futures” e dell’Unicef. Un mini torneo organizzato per la circostanza nella sua terra, a Glasgow; gli incontri previsti sono un singolare del n. 1 contro il francese Gael Monfils e il doppio dei fratelli Murray (Andy e Jamie) contro Monfils e l’ex tennista britannico Tim Henman.

A proposito di tennis giocato, dicevamo, spicca soprattutto il primo titolo conquistato da Rublev all’Atp di Umago su Paolo Lorenzi (che si è speso molto). Buona l’impresa dell’azzurro che giunge in finale battendo prima Vesely per 1/6 6/3 7/5; poi vincendo il derby italiano con Giannessi per 6/2 4/6 6/3. Un buon tennis espresso da quest’ultimo, mentre ancora fatica ad emergere il pur valido Marco Cecchinato: uscito al primo turno ad Umago, eliminato da Dodig (poi giunto sino alla semifinale e uscito per mano del russo che ha conquistato il titolo) in tre set (con il punteggio di 3/6 7/6 6/2), non gli è andata meglio all’Atp di Amburgo, dove ha incontrato il talentuoso Mayer che lo ha sconfitto per 7/5 6/2 in un’ora e un quarto di gioco circa; l’azzurro non è riuscito a tenere lo scambio ed è stato schiacciato dalla solidità e dall’incisività del gioco aggressivo del tedesco, dalle sue accelerate e dai suoi passanti (soprattutto di rovescio) ed è risultato troppo falloso. Così come è stato altissimo il livello di tennis espresso da Rublev: molto incisivo e di pressione, aggressivo, potente e con una profondità di colpi ottima; tuttavia forse qualcosina poteva fare un po’ meglio a rete. L’unico che avrebbe potuto contrastarlo davvero era Fabio Fognini, vincitore lo scorso anno qui in Croazia (per 6/4 6/1 su Andrej Martin); ha lottato e giocato alla pari in un match equilibrato nei quarti proprio contro Rublev, terminato per 6/7 6/2 7/6: una partita il cui esito è stato dettato dal netto passaggio a vuoto nel secondo set del ligure e dal russo che ha giocato molto meglio il tie break iniziale del primo set; per il resto nessuna differenza nella qualità tennistica espressa; forse Fabio ha pagato un po’ troppo nervosismo, che gli è costato qualche richiamo, ammonimento seguito al penalty point anche per il continuo lancio della racchetta. Sentiva evidentemente molto la tensione per un torneo importante da cui usciva vincitore. Anche se poi il russo all’Atp di Amburgo ha perso dal tedesco Kohlschreiber per 6/3 6/1.

Per quanto concerne, inoltre, talenti in forma, con un tennis vario e d’attacco, non ancorati a fondo, ma esprimendo ogni tipo di colpo (ben riuscito per altro) non si possono non citare i protagonisti dell’Atp di Bastad e di Newport. Il conquistatore della coppa nel primo, ovvero David Ferrer e il finalista Dolgopolov (che ha dovuto incassare un doppio 6/4 dallo spagnolo), che (proprio come Rublev) sono sembrati sempre avere una marcia in più per fare la differenza e distinguersi dagli avversari per un livello superiore; in seguito, all’Atp di Amburgo successivo, Ferrer ha battuto anche Basilashvili al primo turno per 6/2 3/6 6/3 (per poi perdere per 7/5 6/3 dall’argentino Federico Delbonis, forse accusando un po’ di stanchezza). Fa piacere dopo il momento difficile che entrambi hanno passato. Le semifinali dell’Atp di Bastad, inoltre, hanno mostrato anche l’ascesa del giovane Kuznetsov (che ha incassato un netto 6/3 6/2 da Dolgopolov, che è stato tra l’altro giustiziere anche dell’altro giovane Khachanov per 7/6 3/6 7/6) e di Verdasco (che si è arreso a Ferrer al terzo set, per 6/1 6/7 6/4). All’Atp di Amburgo Kuznetsov ha perso da Mayer per 6/3 4/6 6/4, dopo aver eliminato Cuevas; Verdasco, invece, è stato sconfitto da Vesely per 7/6 6/7 6/3; queste sconfitte, però, non pregiudicano un buono stato fisico e mentale.

Poi anche John Isner (semifinale a Roma) che, all’Atp di Newport (da testa di serie n. 1) conquista l’undicesimo titolo in carriera, dopo un digiuno di quasi due anni, imponendosi senza troppe difficoltà anche sull’avversario della finale: il qualificato Ebden, dominato facilmente per 6/3 7/6(4). Con il suo servizio fa faville, ma non è solo quello a contraddistinguerlo; l’americano ha sempre più affinato il suo gioco, che varia e movimenta (anche nei ritmi, alternando le fasi di maggiore aggressività a quelle in cui frena il gioco e lo scambio), difendendosi anche al bisogno e mostrando una buona tattica difensiva, cosa non da poco.

La stessa solidità ha avuto nel Wta di Gstaad Kiki Bertens, anche lei protagonista agli Internazionali Bnl d’Italia, dove è giunta lo stesso sino alla semifinale sconfitta da Simon Halep. Di fronte la Bertens aveva una lottatrice quale è la Kontaveit: talentuosa, ma più fallosa, è sembrata sprecare più chances rispetto alla futura vincitrice del torneo che, invece, è stata molto brava a rientrare in partita dopo il secondo set perso, che sembrava avesse rigirato il match; invece, al contrario, ha dominato al terzo con un netto e drastico 6/1; 6/4 3/6 6/1 il risultato finale con cui la testa di serie n. 2 (la Bertens) ha sconfitto la n. 3 (Kontaveit); dunque l’assegnazione della posizione nel seeding già palesava una superiore precisione e solidità in più da parte di Kiki. Buona la partita comunque da parte di Anett, che a tratti era apparsa persino favorita e più in forma fisica, rispetto a una più stanca Bertens; prima del crollo finale nel terzo, con un 6/1 inaspettato assolutamente. L’estone è come se non avesse più energie, rispetto all’olandese che invece aveva ritrovato fiducia e recuperato forma fisica e mentale.

Barbara Conti

Carlo Giuliani. Urbisaglia non si dimette dal consiglio comunale

placanica_giuliani-300x198Genova, il G8 e la morte di Carlo Giuliani continuano a dividere, ma Diego Urbisaglia ha esagerato e lo ha fatto pubblicamente scrivendo una frase choc su Facebook: “Se in quella camionetta ci fosse stato mio figlio, gli avrei detto di prendere bene la mira e sparare”.
Perdipiù Urbisaglia è un consigliere comunale e provinciale Pd di Ancona. La frase ha scatenato le polemiche dell’opinione pubblica e lo stesso Partito democratico ne ha deciso l’espulsione, anche se il consigliere sostiene di essersi autosospeso. Tuttavia Diego Urbisaglia non si dimette dall’assise cittadina ed entra nel gruppo misto. “Chiedo scusa – ha detto oggi in aula – del disagio causato alla mia famiglia, dell’imbarazzo creato al partito e a tutti coloro che si sono sentiti toccati dalle mie dichiarazioni, ai familiari di Giuliani che di tutto hanno bisogno tranne che di una querelle con uno dei tanti consiglieri comunali”, e aggiunge: “Mi dispiace, ma non mi dimetto per uno scivolone, anche perché non trovo alcun nesso con la mia attività di consigliere. Non ritengo giusto e rispettoso nei confronti dei miei elettori rassegnare le dimissioni. Continuerò ad esercitare il mio ruolo, sostenendo la maggioranza“. Urbisaglia ha ricordato le battaglie da lui portate avanti “per mobilità sostenibile, sociale, manutenzioni”.
Urbisaglia ha anche fatto sapere a margine dei lavori di non essere interessato alle offerte di adesione che gli stanno arrivando da altri partiti, tutti di centrodestra. Per una volta però il Partito Democratico si è visto schierato e compatto contro un’affermazione a dir poco offensiva nei confronti di un ragazzo morto.

Competere presenta l’indagine dell’IPRI su ricerca e innovazione

Pietro PaganiniI paesi che più tutelano la proprietà sono anche quelli che crescono più stabilmente, sono più competitivi e producono maggiore innovazione. Questo il risultato dell’edizione 2017 dell’International Property Rights Index (IPRI), presentata oggi da Competere.

Promossa dalla Property Rights Alliance, che raccoglie attorno a sé organizzazioni e think tanks operanti in tutto il mondo a favore della libera iniziativa e di politiche indirizzate a favore dell’innovazione, l’indagine misura il grado di tutela della proprietà fisica e intellettuale in 127 paesi, per un totale complessivo del 98% del PIL mondiale e del 94% della popolazione della terra. Come tale è, dunque, uno strumento fondamentale per rapportare il grado di tutela della proprietà con la capacità di ciascuna regione di produrre innovazione ed essere competitiva sul mercato globale.

In questa edizione della ricerca le performance dei paesi sono state valutate in correlazione con il livello di imprenditoria globale, l’accesso alla rete internet, lo sviluppo umano, il numero di ricercatori universitari e le prestazioni ambientali.

“Nel 2017 l’Italia si colloca al 49° posto, guadagnando una posizione rispetto al 2016 ma perdendone 9 rispetto al 2014. Siamo ancora lontani, dunque, dai paesi che innovano e competono al meglio come Svizzera, Svezia, Finlandia, Norvegia e Lussemburgo”, afferma Pietro Paganini, Presidente di Competere. “Il Patent Box, il sistema fiscale opzionale per i redditi derivanti dall’utilizzo dei diritti di proprietà intellettuale, non ha dunque portato grandi miglioramenti nel quadro normativo italiano. In sintesi possiamo dire che è stato adottato un approccio incoerente che ha finito solamente per moltiplicare gli oneri di coloro che avrebbero voluto beneficiare del sistema”.

Nell’International Property Rights Index sono presenti anche alcuni casi studio elaborati da esperti del settore che illustrano le differenze presenti fra le tematiche relative alla proprietà intellettuale e le modalità con le quali è possibile raggiungere un buon livello di progresso e innovazione.

Cattivi ‘ministri’. Ancora una gaffe per la Fedeli sugli Esami di Stato

fedeliL’insediamento del Ministro Valeria Fedeli non è certo nato sotto una buona stella, nemmeno arrivata al Ministero di Viale Trastevere è stata subito attaccata per aver mentito sui suoi titoli di studio, ma un bravo ministro si giudica dal suo operato, così alla vigilia del giorno di inizio della Maturità, arriva un refuso che non solo fa discutere, ma indigna l’opinione pubblica. Sul sito il Ministero scrive “traccie” con la i, corregge e poi si scusa.
Scoppia un altro caso di errore rilevato in occasione della seconda prova dell’esame di Stato, nella traccia dell’indirizzo alberghiero ed enogastronomico sia stato sbagliato un singolare, quello di batterio: il “battere” che doveva essere invece “batterio”. “Con riferimento alle buone pratiche di produzione e igiene, il candidato spieghi un comportamento non corretto che può causare la contaminazione batterica di un alimento e un altro comportamento che può favorire la riproduzione di un battere”.
Infine l’ultimo caso quello che ha riguardato i diplomandi del Conservatorio che si sono ritrovati a dover affrontare la stessa identica prova due volte. La terza prova scritta dell’esame di diploma di Composizione nei Conservatori di musica, secondo i programmi del vecchio ordinamento che attualmente coesiste con i più recenti diplomi accademici di primo e di secondo livello scaturiti dalla riforma del 1999 riportava la stessa traccia già svolta precedentemente pochi giorni prima su un altro tema.
Un’altra imperdonabile gaffe che però rispecchia bene il Bel Paese e l’opinione strisciante, sempre più imperitura e indicata dall’alto “con la cultura non si mangia”.

Non solo disoccupati, giovani penalizzati dalla Riforma delle pensioni

Renzi-calo consensi-giovaniIl Presidente dell’INPS, Tito Boeri, all’apertura del convegno fatto a Milano presso la sede del Sole24ore, intitolato “Tutto pensioni”, si è schierato contro la riforma delle pensioni: “Aumenta il debito e grava sui giovani”.
L’intervento di Tito Boeri è stato pungente nei confronti del Governo. Il Presidente dell’INPS ha sottolineato gli effetti che tutte le riforme hanno sul debito implicito pensionistico inclusa l’ultima riforma delle pensioni approvata nella legge di Bilancio 2017.
Il debito implicito pensionistico è l’insieme degli impegni presi dallo Stato nei confronti dei cittadini in ottica futura e secondo Boeri, la riforma delle pensioni fa aumentare il debito.
Tito Boeri ha denunciato la riforma approvata nella legge di Bilancio 2017, lanciando un allarme a tutti gli interessati, spiegando come questa manovra graverà sulle generazioni future e come non sia scongiurato il pericolo di tagli agli assegni. Secondo Boeri la riforma aumenta la spesa pensionistica che aiuta le categorie che hanno già goduto di buoni trattamenti andando ad incidere sul debito implicito pensionistico.
Per il Presidente dell’INPS, la riforma delle pensioni non comporterà soltanto oneri alle prossime generazioni, sempre più lontane da una pensione simile a quella dei loro genitori, ma anche una evidente differenza di trattamenti all’interno della stessa generazione.
Di conseguenza, dalle affermazioni di Boeri, si potrebbe pensare se la legge possa aver violato anche qualche dettato costituzionale.
Al di là delle considerazioni di Boeri, i giovani, dal ‘patto generazionale’ a tutte le altre norme che li riguardano, sono penalizzati sia nel mercato del lavoro che nel futuro pensionistico. Alla luce di ciò, quando i giovani andranno alle urne per votare, chi sosterranno con il loro voto?

Top di Müller, Pouille, Kontaveit, ma anche Federer e Kvitova in corsa

Anett-Kontaveit-s-Hertogenbosch-2017-1Il torneo di ’s Hertogenbosch come l’Atp di Stoccarda. Entrambi, o meglio tutti e tre (dato che il primo prevedeva sia la sezione maschile che femminile), hanno fatto emergere talenti ‘nuovi’ per modo di dire. Ovvero tennisti che, finalmente, sono riusciti ad imporsi a giusto merito, dopo aver sfiorato più volte il successo.
È successo innanzitutto nell’Atp del Ricoh Open, che ha visto all’ultimo turno una finale tra “giganti” e “maestri dell’ace”. I Paesi Bassi hanno incoronato per la prima volta campione Gilles Müller. Qui il tennista lussemburghese è riuscito a conquistare la sua seconda finale, con una vittoria dopo le molte finali perse. Ben sei, di cui una proprio contro il suo avversario in questo torneo “fortunato” e “benedetto” di ‘s Hertogenbosch: Ivo Karlovic. Ben due tie-break per portare a casa il trofeo, che equivale al secondo titolo stagionale. Quest’anno già aveva vinto a Sydney, imponendosi sul cemento sullo statunitense Daniel Evans per 7/6(5) 6/2. Ora ha replicato contro il croato, facendo il bis con un doppio tie-break lottato e terminato per 7/6(5) 7/6(4). A distanza di qualche mese torna a vincere: dal lontano 14 gennaio scorso in Australia, si è ripetuto il passato 18 giugno, ma ha confermato che l’erba è decisamente la superficie dove riesce ad esprimersi meglio. Sicuramente è molto cresciuto e migliorato tennisticamente, ma ha impressionato soprattutto per il grado di precisione, di rapidità, di incisività, di essenzialità che ha saputo mettere in campo. Pochi scambi, i passaggi fondamentali per fare il punto e null’altro. Molto più forte al servizio, ha tenuto bene i suoi turni di battuta infatti, piazzando innumerevoli aces di potenza spaventosa (intorno ai 200 km/h); ha fatto più volte serve&volley quando ha potuto, ma soprattutto ha passato (sia col dritto che col rovescio) Karlovic e tutti gli altri avversari. Senza neppure sembra faticare. Anzi è sembrato essere sempre tranquillo in campo e sicuro di poter portare a casa il match, senza esitazioni, titubanze o momenti di difficoltà o timore. Serafico e calmo, non ha avuto appannamenti o fasi di oscuramento da parte degli altri tennisti; anche nelle circostanze di maggiore equilibrio degli incontri, è sembrato avere una marcia in più, qualcosa in più, più qualità, ma soprattutto più produttività dal punto di vista del punteggio e del parziale, che non l’ha mai visto in difetto. Ha vinto per merito perché ha giocato meglio. Era dal 2004 che ci provava e inseguiva la vittoria in finale. Riuscire a sollevare il trofeo è il giusto coronamento, meritato per un talento valido e un tennis espresso di qualità, di livello, fatto di punti e non sugli errori dell’avversario. Ripercorrendo la sua carriera, la prima possibilità sfiorata arriva con la finale (persa come tutte le altre che citeremo) nel 2004 appunto sul cemento di Washington, sconfitto da Hewitt per 6/3 6/4; poi è la volta, l’anno successivo, sempre sul cemento, del torneo di Los Angeles: giustiziato da André Agassi per 6/4 7/5; con un salto avanti nel tempo, arriviamo al 2012 e, per la terza occasione si trova a disputare una finale contro Andy Roddick: ed è di nuovo il cemento ad essergli fatale, dopo un match duro e lottato conclusosi al terzo set (per 6-1, 62-7, 2-6); lo scorso anno, nel 2016, arriva sempre all’ultimo turno e sempre qui a ‘s Hertogenbosch: quarta chance sfumata per mano di Nicolas Mahut, che gli infligge un netto doppio 6/4. Sempre dello stesso anno è l’altra quinta opportunità avuta di conquistare il suo primo titolo, sempre sull’erba: stavolta quello di Newport, dove cade sconfitto proprio da Ivo Karlovic (con cui si è preso la rivalsa). Un match strepitoso, con tre lunghissimi tie-break sancisce la vittoria del croato, sudatissimi: 7-62, 65-7, 612-7; l’ultimo dimostra proprio quanto sia stata una partita persa per poco da parte del lussemburghese, in cui la differenza è stata proprio di un punto (o meglio dei due punti di distacco necessari al tie-break).E poi l’ultima finale sfumata è stata, sulla terra (dove Müller ha più difficoltà), quest’anno, lo scorso maggio, all’Atp di Estoril, contro Carreno Busta: un giovane talentuoso, molto interessante e dal gioco “vivace”, “frizzante” e “sprezzante”, molto incisivo, che lo ha eliminato per 6/2 7/6(5). Ovviamente il livello alto raggiunto dal lussemburghese lo si vede dai nomi degli avversari contro cui ha perso, tutti eccellenti. Attuale n. 26 del mondo, la top venti ormai è a sua portata, ma la top ten non è così distante se continuerà con questa continuità.
E, sempre nel maschile, è arrivato il momento anche per il francese Lucas Pouille. Gioco aggressivo, grintoso, spinge su tutto e pretende molto da sé; si infervora facilmente se qualcosa non gli riesce, lotta molto, ma soprattutto rischia tantissimo, commettendo spesso qualche errore di troppo. Non esita ad attaccare e venire in avanti a rete, soprattutto nei momenti in cui il punteggio si fa più stringente, per trovare la soluzione vincente; altrimenti rimane inossidabile a fondo (quasi un muro che ribatte e respinge tutto alla Agassi per capirsi), correndo da una parte all’altra generoso, cercando qualche soluzione di fino e di precisione. Anche per lui secondo titolo stagionale, dopo la conquista del torneo di Budapest su Bedene (per 6/3 6/1) sulla terra rossa ad aprile. A distanza di due mesi, lo scorso 18 giugno ha scritto il suo nome sull’Atp di Stoccarda (sull’erba), sconfiggendo in rimonta un avversario ostico come Feliciano Lopez (giocatore più da terra che da erba). 4-6, 7-65, 6-4 il punteggio di una partita che sembrava volgere tutta a favore dello spagnolo. Il transalpino acciuffa, quasi per miracolo visto l’andamento del match, il tie-break del secondo set e poi decolla andando a dominare il terzo e decisivo. Ha mostrato maturità giocando egregiamente, e molto meglio rispetto a Lopez, il tie-break, indovinando tutte le trovate necessarie di variazioni di schema tattico. Arrivando persino a primeggiare da fondo sul terreno tipico, favorevole e consono allo spagnolo: lo scambio lungo da fondocampo. Ad un certo punto, con un Lopez in confusione e in difficoltà (ed anche stanco), è stato tutto più semplice e facile. Per lui, invece, è il terzo titolo in carriera, poiché le vittorie a Budapest e Stoccarda vanno ad aggiungersi a quella in Francia a Metz, all’Open della Mosella (sull’austriaco Thiem per 7/6 6/2) del 2016. Mentre sono due le finali perse: dopo quella in casa contro Tsonga (con un doppio 6/4) sul cemento di Marsiglia quest’anno, nel 2016 era stata la terra rossa di Bucarest ad essergli fatale, dove si arrese per mano di Fernando Verdasco per 6/3 6/2. Tuttavia in più occasioni Lucas Pouille si era messo in evidenza con il suo talento.
Ed altro talento prodigio è quello di Anett Kontaveit. Il 2017 sembra davvero essere il suo anno fortunato. Dopo la finale, contro l’altra giovane esordiente Vondrousova, alla prima edizione del Wta di Biella, è tornata in finale anche qui ad ‘s Hertogenbosch. Il cemento svizzero le era stato fatale, ed aveva perso per 6/4 7/6(6) contro la Vondrousova, diventando molto fallosa soprattutto nella parte conclusiva del primo set, per poi approfittare di un lieve calo dell’avversaria e rimontare nel secondo set. Non fallisce qui nei Paesi Bassi e vince facilmente (sull’erba stavolta) per 6/2 6/3 su un’altra giovane, interessante ed emergente avversaria (che sicuramente farà di questa finale persa il suo trampolino di lancio): Natal’ja Vichljanceva. Classe ’95, la tennista estone nata a Tallinn mostra buoni fondamentali con cui ama sorprendere le avversarie con accelerate improvvise e passarle con passanti sia lungolinea che incrociati. Sicuramente, se un appunto si vuole fare alla Kontaveit, è di rafforzare il gioco di rete (negli smash e nelle volée è più fallosa), che la agevolerebbe, facilitandola nel trovare la soluzione giusta vincente. Facendole risparmiare anche un po’ di energie, scorciando gli scambi da fondo, che regge benissimo, ma che di solito sono lunghissimi: la vedono protagonista in quanto riesce sempre a tenere il ritmo, con una precisione notevole, ma in cui spesso fatica a trovare il colpo definitivo o comunque dove deve rischiare moltissimo, anche se la maggior parte delle volte è lei a concludere con l’accelerata vincente, che spiazza l’avversaria lasciandola letteralmente ferma a guardare.
Tutti invece incantati a guardare Roger Federer, tornato a giocare a Stoccarda (dove però ha perso al primo turno da Tommy Haas per 2/6 7/6 6/4) e ad Halle: è il solito Federer che tutti siamo abituati a vedere, dai colpi magistrali, per lui sembra tutto facile e semplice. Ma anche Petra Kvitova al Wta di Birmingham, dopo l’infortunio per l’incidente alla mano: più forte di prima, più potenza nei colpi, ma anche più precisione. Sicuramente due notizie che fanno piacere.

Utilizzo di Internet oggi: chi lo usa, per quanto tempo e come

INTERNETOggi Internet lo utilizziamo tutti, ma questo non rende l’idea di tutte le tendenze, le statistiche e le curiosità relative agli accessi alla rete in Italia. Chi lo usa, nello specifico? Per quanto tempo? E in che modo? Dare una risposta completa richiederebbe molto più tempo e molto più spazio, ma è comunque possibile tracciare uno spaccato di quelle che sono le abitudini degli italiani per quanto concerne la navigazione sul web: ecco perché oggi cercheremo di dare una risposta a queste domande.

Internet: chi lo usa, per quanto tempo e come?

Partiamo da un dato molto interessante: il 40% dei giovani utilizza la rete con una media di 4 ore al giorno. Nel 15% dei casi, il computo totale delle ore trascorse su Internet arriva alle 6 ore o addirittura le supera. Per quanto concerne gli accessi unici, sono circa 30 milioni gli italiani che accedono in rete: o almeno, questo è il picco registrato ad aprile dalle indagini mosse da Audiweb. Senza considerare il numero di ore, invece, la percentuale di giovani under-24 che accede alla rete si attesta sul 69%, e cala al 67% per quanto concerne gli under-35 fino ad arrivare al 31% per gli over-50. La maggior parte dei giovani usa la rete soprattutto per i social network e per la visione di contenuti video in streaming. Infine, il 95% dei ragazzi accede a Internet tramite smartphone. Dalle statistiche risulta anche che le donne utilizzano di più la rete (2,35 ore di media contro 2,14).

Connessioni Internet: la competizione è alta
Per via dell’utilizzo massiccio della rete in Italia, il mercato delle connessioni Internet ha sviluppato una vera e propria “guerra” fra operatori: ognuno cerca dunque di conquistare la propria fetta di mercato, e questo riguarda sia il settore dell’Internet casalingo, sia il Mobile e ultimamente anche il settore della TV digitale. Questo discorso porta con sé ottime notizie per gli italiani, in quanto la suddetta “guerra” viene giocata sempre più spesso sui prezzi al ribasso. Ed ecco che negli ultimi anni si è fatto strada un ulteriore competitor, Linkem, che propone delle offerte per Internet WiFi molto interessanti e concorrenziali, le quali non richiedono una linea a casa fissa per fornire la connessione, al contrario della maggior parte delle offerte dei big del settore.

Internet: uno dei mezzi di comunicazione più potenti

Non è un caso che si parli di rivoluzione digitale: la diffusione capillare di internet negli ultimi 20 anni e la svolta al web 2.0 di una decina di anni fa circa, ha portato con sé enormi cambiamenti nella vita delle persone. Stiamo parlando di un mezzo potentissimo, in grado di mettere in contatto moltissimi utenti e dar loro la possibilità di esprimersi e confrontarsi con un pubblico più ampio, questo nel bene e nel male. Sì, perché, pur essendo vero che da un lato le comunicazioni e la diffusione di idee di valore abbiano guadagnato in velocità, è altrettanto vero che parallelamente a questo hanno avuto largo spazio anche fenomeni meno piacevoli, dettati da scopi decisamente poco nobili. Basti pensare agli attacchi di cyberbullismo perpetrati ai danni dei ragazzi più deboli, oppure a fenomeni più agghiaccianti quali la Blue Whale ed altri.

Quello che dovrebbe essere fatto in maniera più insistente è tentare di diffondere, soprattutto tra i più giovani, una cultura per un uso corretto di questo straordinario mezzo, facendo capire loro che quello che all’apparenza può sembrare un gioco in realtà può avere delle conseguenze inaspettate.