Mangiando con le stelle: torna a Foligno il Festival dei Primi Piatti

SORDI SPAGHETTI

E’ in corso di svolgimento a Foligno, in Umbria, la 20esima edizione de “I Primi d’Italia”, il Festival Nazionale dei Primi Piatti che, iniziato oggi pomeriggio terminerà domenica 30 settembre. La manifestazione, considerata una delle più grandi kermesse dedicate alla cultura alimentare italiana, veste a festa l’intero centro storico di Foligno per offrire ai visitatori, ne sono attesi almeno 400mila, un’esperienza imperdibile, tra spettacoli, ottimo cibo, cultura, arte e intrattenimento per grandi e piccoli.

Il festival, nato per promuovere la cultura del primo piatto in tavola in tutte le sue forme e varietà, quest’anno propone sedici Villaggi del Gusto, ognuno con il proprio tema gastronomico.

Primi d'Italia_pasta ripienaNon solo spaghetti quindi, come in quella leggendaria scena con Alberto Sordi nel film “Un americano a Roma” (1954, regia di Steno) ma tanta altra roba tutta da mangiare. I visitatori, infatti, troveranno primi piatti in tutte le salse: cous cous, gluten free, polenta, primi di mare, primi alle erbette selvatiche, amatriciana, gnocchi, paella, tartufo, riso e tortello mantovano, tipicità locali, pasta fresca e ripiena, tipicità toscane, vini, olio umbro.

Tra questi Villaggi anche uno dedicato alla Spagna con la paella originale e altri prodotti tipici accompagnati dall’irresistibile ritmo delle ballerine di Flamenco .

Questa 20esima XX edizione è dedicata alle donne, per cui è prevista la partecipazione di volti noti dello spettacolo, della musica e, naturalmente, dell’arte culinaria.

“A Tavola con le Stelle” presenta, appunto, tre chef stellate: Viviana, Varese del ristorante Alice presso Eataly a Milano, oggi 27 settembre; Cristina Bowerman, della Glass Hostaria di Roma (28 settembre) e Silvia Baracchi, del Relais Il Falconiere di Cortona (29 settembre). Ad accompagnarle: pasta, riso, zuppe, gnocchi, polenta oltre ai prodotti agroalimentari indispensabili per la creazione di un gustoso primo, anche gluten free, biologico e vegano.

Ospite d’onore di stasera, giovedì 27 settembre, sarà la cantante Anna Tatangelo che, dopo la vittoria a Celebrity Masterchef, presenterà a Foligno i brani del suo ultimo album.

prima d'Italia palco 2Sabato 29 settembre è il turno di un’altra donna che tra i fornelli ci sa fare davvero. Alle 4 del pomeriggio, infatti, sul palco de I Primi d’Italia salirà una grande e simpaticissima esperta dell’arte culinaria: Anna (Prova del Cuoco) Moroni, che incontrerà i visitatori anche all’auditorium Santa Caterina, con due imperdibili Food Experience: sabato alle ore 11 si terrà “La pasta della nonna: come fare la sfoglia”, mentre domenica 30 settembre alla stessa ora si proseguirà con “La pasta della nonna: come fare le tagliatelle”.

Sempre all’auditorium Santa Caterina, domenica alle 13, grandi e piccoli potranno pranzare con un personaggio catapultato direttamente dai cartoni animati e da loro tanto amato: la vivace Masha di Masha & Orso, che offriranno ai bambini, alle quattro del pomeriggio nell’auditorium San Domenico, anche un divertentissimo spettacolo.

Tra le manifestazioni in calendario lo “Sfoglia’s got talent”, una sfida al calor bianco per stabilire non chi è la più bella del reame ma chi è la regina della sfoglia.

“I Primi d’Italia” si occupa anche di solidarietà, con due appuntamenti dedicati alla raccolta di fondi che saranno destinati all’associazione internazionale Soroptimist: una cena (26 settembre) e uno spettacolo di beneficienza (Jesus Christ Superstar, 28 settembre).

“Il centro storico di Foligno – ha dichiarato Aldo Amoni, presidente di Epta Confcommercio Umbria, ente che organizza il festival gastronomico – offrirà a tutti un’esperienza imperdibile. Nato nel 1999 con il preciso obiettivo di promuovere e valorizzare il Primo Piatto in tutte le sue forme e varietà, il Festival è ormai considerato un dei più grandi eventi della cultura alimentare italiana, con la presenza di cultori dell’alimentazione provenienti da tutta Italia e dall’estero. Crediamo molto nella nostra manifestazione e nelle nostre eccezionali ospiti. Tutte le donne con cui stiamo collaborando ci stanno dimostrando passione e disponibilità, per questo siamo ancora più sicuri di aver ideato una splendida edizione”.

Primi d'Italia_piatti

Redazione Avanti!

Start Festival Welcome to Pisa. Linguaggi urbani sulle orme di Keith Haring

festival pisa 2Il 6 settembre 2018 si è inaugurata a Pisa lo Start Festival-Welcome to Pisa, la rassegna di arte pubblica che giunge quest’anno alla sua seconda edizione. L’esposizione si compone complessivamente di venti murales, realizzati proprio nella città che nel 1989 Keith Haring volle omaggiare con “Tuttomondo”, l’ultima opera che realizzò prima della morte. Un museo a cielo aperto in costante dialogo con l’arte e le architetture del presente e del passato, che arricchisce la città con le opere monumentali di undici grandi artisti urbani di fama internazionale, proseguendo, così, nel percorso tracciato dal grande artista americano.

La rassegna, organizzata dall’associazione START – Open your eyes, curata da Gian Guido Maria Grassi con la collaborazione del Comune di Pisa, il prezioso contributo dell’architetto Roberto Pasqualetti per il coordinamento esecutivo, il contributo del Consiglio Regionale della Toscana, la sponsorizzazione tecnica di Caparolcenter e il sostegno della Navicelli di Pisa, della sezione di Pisa dei soci UniCoop Firenze e di Acque spa, si compone di una serie di interventi murari permanenti sulle pareti esterne di scuole e altri edifici pubblici e privati nel quartiere di Porta a Mare, tradizionale porta di accesso alla città toscana in direzione del litorale.

Undici gli artisti, figurativi e astratti, che, nel corso delle due edizioni del festival, hanno prestato il proprio linguaggio artistico alla galleria urbana della rassegna, facendo del muro l’amplificatore dei precetti di un manifesto artistico che ha rappresentato una svolta nel mondo dell’arte contemporanea: agli interventi di Moneyless, Alberonero, Ozmo, Tellas e Gaia si sono infatti accostati, quest’anno, i murales di Fra32 e Beast, Imos, Rusto, Aris e dell’ucraino AEC Interesni Kazki. Le opere murarie spaziano dal graffitismo al post-graffitismo, passando attraverso il tocco degli artisti figurativi: un caleidoscopio di sensibilità artistiche differenti, dunque, che mettono a nudo il fermento culturale che agita l’arte urbana.

Gli artisti hanno omaggiato la città di Pisa realizzando anche alcuni interventi sui piloni del tratto sopraelevato della SGC Firenze-Pisa-Livorno, nel punto in cui interseca la Darsena pisana a Navicelli, area caratterizzata da un’intensa attività cantieristica. Un luogo di libertà dove i writer e gli street artist si sono potuti esprimere senza censure, restituendo così alla comunità uno spazio ormai dimenticato.

Una trasformazione urbanistica, quella vissuta dal quartiere di Porta a Mare, che risponde al dovere dell’arte di farsi mezzo di city-beautification, creando un percorso fisico e ideale fra il murale “Tuttomondo” di Keith Haring e le opere realizzate in occasione della rassegna.

Il progetto nasce dall’idea di Gian Guido Maria Grassi, classe 1988 e studente dell’Università di Pisa, cresciuto a stretto contatto con artisti di rilievo internazionale, che ha deciso di farsi promotore di un’iniziativa che punta a riportare l’arte alla sua dimensione pubblica e urbana. L’iniziativa ha coinvolto le realtà produttive di zona, ma anche quelle territoriali, avviando così un processo di arte partecipata con gli abitanti del quartiere, che hanno accolto con grande entusiasmo la realizzazione delle opere in tutte le sue fasi. La comunità locale ha, infatti, dialogato con gli artisti e gli organizzatori e partecipato attivamente alla realizzazione dei murales, a riprova del valore indiscusso dell’arte, soprattutto nella sua dimensione pubblica.

«Attraverso il museo di arte urbana – spiega il curatore -, abbiamo voluto cercare di dare una rappresentazione, il più possibile esaustiva, delle varie forme assunte dalla “street art”: dal graffito, al post-graffito, all’arte urbana figurativa e astratta. Tasselli di un movimento dirompente che ha però una matrice comune e che, all’interno del festival, parla al territorio e alla comunità, grazie al coinvolgimento non solo artisti stranieri ma anche pisani. Ma non solo. Ogni opera, infatti, anche quelle di natura astratta, ha come tema un elemento della storia e dell’identità della città, dall’eroina Kinzica alla tradizione paliesca».

Partito della democrazia. Una lunga storia ancora ‘giovane’

foto rondelloPaolo Bagnoli ha pubblicato, lo scorso mese di aprile per le Edizioni Biblion, un nuovo saggio dal titolo ‘Il partito della democrazia’ (10 euro) per una riflessione critico-storica sul Partito Socialista Italiano. Con molta chiarezza è grande capacità sintetica, in circa sessanta pagine dense di riflessioni ed importanti osservazioni, Bagnoli fa il punto attuale, dopo un lucido ed interessante excursus storico, affermando: “La questione del socialismo rimane aperta, essendo l’Italia l’unico Paese nel quale non esiste una forma organizzata del socialismo. La questione, poi, è talmente aperta che sembra quasi essersi persa, essere stata dimenticata e, poiché in politica raramente le cose avvengono a caso, è forse da qui che bisogna partire, premettendo che porre la questione socialista significa porre contestualmente quella della sinistra, della sinistra storicamente considerata”.
Nelle riflessioni di Paolo Bagnoli non sono mancate le preoccupazioni per la crisi attuale del socialismo con particolare riferimento all’Europa. Leggendo il ‘Partito della democrazia’, i lettori troveranno una valida indicazione nel socialismo liberale per superare l’attuale crisi economica che vede sempre più l’affermarsi di autoritarismi che potrebbero sfociare in regimi dittatoriali. Paolo Bagnoli è andato anche oltre ed in queste sue parole si può riassumere l’invito all’azione dei socialisti: “Noi continuiamo a vedere nel socialismo, soggetto motore di un’ampia sinistra politica, l’unico vero antidoto alternativo per salvaguardare e promuovere la dignità umana, l’allargamento dei diritti civili e sociali, nonché nuovi spazi di libertà e democrazia”.
Con il mutare della società, cambiano le problematiche esistenziali dell’umanità, ma le finalità e lo scopo del socialismo restando comunque attuali se verranno applicate alle nuove realtà sociali. I principi di giustizia e libertà coniugati con la democrazia sono e saranno inalienabili per contrastare qualsiasi forma di barbarie.

25 anni senza Pino Puglisi, il prete che voleva ‘salvare’ i giovani

pino puglisiVenne ucciso il giorno del suo 56esimo compleanno, Don Pino Puglisi, il parroco che aveva tentato di ‘salvare’ i giovani dalla criminalità organizzata nella comunità di Brancaccio, a Palermo e non affidandosi alle preghiere, ma a veri progetti per emanciparli da condizioni sociali ed economiche che spesso portavano i ragazzi ad essere affiliati a Cosa Nostra. Dopo anni di in cui il parroco di umili origini sfida lo status quo di una terra avvelenata dalla mafia, nel gennaio 1993 don Pino riesce a creare, grazie al proprio salario e alle lotterie della parrocchia, il centro Padre Nostro, diventato un punto di riferimento per molti giovani.
Erano molti i bambini che frequentavano le attività del parroco e proprio il fatto che egli stesse togliendo giovani alla mafia fu la principale causa dell’ostilità dei boss che lo consideravano un ostacolo. Così il 15 settembre 1993 Don Pino Puglisi fu ucciso a colpi di pistola davanti al suo portone di casa. Le indagini portarono all’arresto nel 1997 del latitante Salvatore Grigoli che confessò 46 omicidi compreso quello di padre Puglisi. I mandanti dell’omicidio furono i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano, entrambi condannati all’ergastolo.
Oggi Brancaccio è un posto diverso grazie all’impegno di quell’uomo che è stato proclamato beato cinque anni fa e il cui ricordo è ancora vivo e scolpito in Sicilia. Quest’anno, Papa Francesco, nel giorno del 25° anniversario dell’assassino del parroco di Brancaccio, ha deciso di rendergli omaggio nella sua città. “Don Pino – ha detto Francesco – sapeva che rischiava, ma sapeva soprattutto che il pericolo vero nella vita è non rischiare, è vivacchiare tra comodità, mezzucci e scorciatoie. Dio ci liberi dal vivere al ribasso, accontentandoci di mezze verità. Ci liberi da una vita piccola, che gira attorno ai piccioli. Ci liberi dal pensare che tutto va bene se a me va bene. Ci liberi dal crederci giusti se non facciamo nulla per contrastare l’ingiustizia. Ci liberi dal crederci buoni solo perché non facciamo nulla di male. Signore, donaci il desiderio di fare il bene; di cercare la verità detestando la falsità; di scegliere il sacrificio, non la pigrizia; l’amore, non l’odio; il perdono, non la vendetta”.

“Masscult e Midcult”, è tutto relativizzato al tempo del bigdata

masscult_e_midcultChe cos’è l’arte?
Quando possiamo definire arte un film, un romanzo, un quadro, una musica?
E com’è cambiata nel tempo l’idea e la semantica dell’opera d’arte? Oggi che tutto, o quasi, è stato relativizzato. E viviamo il tempo (virale e liquido) delle fake-news centrifugate a ogni angolo del pianeta, del bigdata che ci spia se solo apponiamo un “like”, dei sovranismi e dei populismi che la gente crede siano antidoti efficaci alle perversioni della globalizzazione, ma che creano solo nuovi muri, fuori e dentro di noi?
Oggi ogni semantica è stata riscritta. I media decidono i nostri gusti sessuali, i trend, il pensiero politico, l’etica, ecc. (“condizionamento pavloviano”). Tracciano il solco, creano un luogo comune e ti fanno sentire inadeguato rispetto a esso se ti permetti di cantare fuori dal coro.
La cultura di massa ha i suoi feticci nazionalpopolari, kitsch, così avvolgenti che chiamarsene fuori è quasi impossibile. Il consumismo fa da pendant, la critica di parte, soggettiva il resto. Ci ritroviamo addosso bisogni dapprima creati e poi soddisfatti.
Dall’altra parte c’è la nicchia, la scansione elitaria del reale, al confine con lo snobismo e l’autoreferenzialità. In mezzo il limbo, la terra di nessuno. Che ci fa paura, ci terrorizza.
A darci qualche prezioso input, degli strumenti, per non finire sommersi dal relativismo culturale e anche filologico, Dwight Macdonald in “Masscult e Midcult”, Piano B Edizioni, Prato 2018, pp. 160, euro 14, ottima traduzione di Mauro Maraschi (collana “La mala parte”).
Sono 15 piccoli saggi usciti negli USA nel 1960, quando – da noi – la tv era agli albori, ma stava unificando il Paese nei suoi riti e miti. E quindi all’apparenza datati. Non è così e il lettore è invitato a scoprirlo per conto suo, ben sapendo che il processo di rilettura dell’idea di arte data da almeno due secoli ed è ispido di contraddizioni nella profondità della sua epistemologia.
Già la biografia di Macdonald è curiosa e tutta da leggere, pregna com’è di inquietudine caratteriale e vivacità intellettuale.
A impreziosirlo, in appendice, un piccolo saggio di Umberto Eco. Attualissimo (anche nella rilettura di Adorno). Leggete: “La diffidenza verso la cultura di massa è diffidenza verso una forma di potere intellettuale capace di condurre i cittadini a uno stato di soggezione gregale, terreno fertile per qualsiasi avventura autoritaria”.
Più insidiosa e capziosa, diremmo noi, perché meno visibile. Ma gli autoritarismi non sono nati in modo soft, prima di mostrare la loro vera faccia e i loro istinti peggiori? Non si impara mai dai propri errori…

Us Open 2018: finale femminile ‘difficile’, Nole sale al n. 3

Us-open-2018

Questa edizione degli Us Open non passerà di certo inosservata, ma anzi – al contrario – passerà alla storia: in positivo e in negativo. Per le emozioni che ha regalato e per quanto successo in campo. Finale dolce-amaro per le finali. Ma procediamo con ordine. Innanzitutto segnaliamo le condizioni meteo molto pregiudicanti non trascurabili: la pioggia incessante molte volte ha fatto disputare i match col tetto coperto, cambiando le condizioni di gioco; altrimenti, in via alternativa, c’è stato un caldo allucinante e afoso con anche quasi quaranta gradi. E con il rischio disidratazione dietro alla porta e sensazioni terribili di calore asfissiante e senso di soffocamento per i giocatori, che faticavano a respirare; come accaduto a Stefano Travaglia prima (che si è ritirato appunto per disidratazione, tra la commozione generale) e a Roger Federer (ritiratosi per il caldo eccezionale che gli faceva mancare l’aria e non lo faceva respirare, tanto da essere sottoposto ad accertamenti). Dunque già vincere in tali condizioni era un successo. Poi il prestigio del torneo è indiscutibile. Intanto, su Eurosport, Flavia Pennetta faceva conoscere i retroscena e descriveva le emozioni di arrivare in finale, giocare e vincere. Indescrivibili, ma ha provato a farle comprendere anche se è qualcosa di incredibile quello che si prova. E, a proposito d’Italia, da segnalare il ritiro di Francesca Schiavone, con il suo sorriso sgargiante di gioia, perché è felice della sua scelta, decisione che ha preso con il cuore perché ora vuole allenare (meglio i maschi possibilmente); tornare a vincere ed essere competitiva ‘in panchina’. La sua passione per il tennis non si spegne, ma basta col tennis giocato in prima persona: vuole vedere crescere con lei altri tennisti, da seguire come coach. In bocca al lupo per la sua nuova avventura a Francesca, che ha regalato un’altra emozione, insieme a Flavia. Certo ha emozionato vedere condizioni di gioco così dure; basti pensare che un altro momento ‘toccante’ è arrivato da Rafael Nadal; lo spagnolo è stato costretto al ritiro contro Del Potro in semifinale per un infortunio (forse una contrattura muscolare) al ginocchio. Rafa ha richiesto il time out medico, ma a nulla è servito; giocare non al top per lui è stato straziante e alla fine ha deciso di ‘fermarsi’ piuttosto che continuare a giocare così (male a suo avviso). Prima ha battibeccato per una chiamata col giudice di linea annunciando che si sarebbe ritirato di lì a poco, poi ha alzato bandiera bianca e si è arreso (sul 7/6 6/2 a favore dell’argentino) definitivamente. Con Del Potro rammaricato, che lo ha stretto a rete in un sincero abbraccio amichevole. E proprio a lui sarebbe toccato piangere di dispiacere in finale contro Novak Djokovic. Il serbo ha vinto in tre set e, così, sale alla posizione n. 3 del ranking mondiale. È decisamente quello dei tempi migliori. Fa molto piacere vederlo ritrovato. Nole vince bene il primo set per 6/3, disegnando alla perfezione il campo (con esecuzioni da manuale in totale sicurezza e disinvoltura). Poi cala leggermente di livello, mentre Del Potro ha una reazione d’orgoglio e alza il ritmo, soprattutto col dritto. Inizia a guadagnare terreno e va in vantaggio; poi Nole riesce a recuperare e pareggiare i games; si arriva al giusto e meritato tie-break, che Djokovic riesce ad acciuffare per 7 punti a 4. Se nel secondo set l’argentino aveva messo in difficoltà il serbo, nel terzo Nole è carico, ha ritrovato fiducia e sembra anche più fresco fisicamente, rispetto a un Juan Martin affaticato e stanco; sofferente, per Del Potro sembra finita, anche perché Nole va in vantaggio di un break e rischia di fare il secondo, di andare 4-1 e servizio; invece così non è e ci si attesta sul 3-2; a quel punto Juan Martin pareggia i conti e si prevede un altro set molto lottato; ma Nole ha un sussulto e strappa la battuta e va a servire sul 5-3; chiude con un punto strepitoso in attacco in controtempo. Gioia infinita per Nole, amarezza profonda per Juan Martin, che aveva creduto nella rimonta e nell’allungo almeno al quarto set. Una partita molto equilibrata ed entusiasmante: un paio di turni di servizio di Nole sono durati decine di minuti, uno oltre 16 minuti. Nole abbraccia a rete l’amico di sempre in lacrime. Poi corre dal suo team e da sua moglie a festeggiare. Quando scende, cambio di maglietta per entrambi i giocatori e l’argentino ancora in lacrime in panchina; allora Nole va da lui e cerca di confortarlo. Molto commovente ed emozionante vederli così vogliosi di vincere e attaccati al torneo. Ora Nole sale al n. 3. Il segreto della forma ritrovata? Una scalata con la moglie in trekking sui monti della Francia (per cinque giorni, lontano da tutto e tutti), dopo la sconfitta contro Marco Cecchinato al Roland Garros in Francia, che gli ha fatto ritrovare l’entusiasmo per il tennis.

Ma le emozioni non sono finite. Procediamo con ordine. Per quanto riguarda il maschile, particolarmente entusiasmanti i quarti di finale. La partita più bella del torneo forse è stata proprio quella tra Nadal e Thiem (finita al quinto set con il punteggio di 0/6 6/4 7/5 6/7 7/6 a favore dello spagnolo): davvero si è deciso tutto su un punto in questa maratona che ha acceso il pubblico. Così come nella finale tra Djokovic e Del Potro sono stati tre dritti facili sbagliati dall’argentino a segnare il parziale e fare la differenza (discriminanti dunque). Ad assistere sugli spalti (forse a sostegno di Del Potro) anche l’attrice Meryl Streep. Protagonista al cinema (dal 6 settembre) in questi giorni con “Mamma mia-ci risiamo”, ad assistere ai match maschili anche un altro attore che ha recitato nel film-musical precedente: Pierce Brosnan. Ed a proposito di cuori che palpitano, è stato proprio Novak Djokovic a chiedere di essere controllato, facendosi misurare la pressione per un battito anomalo che ha sentito: un’aritmia probabilmente dovuta al caldo, allo stress e alla stanchezza, che però un po’ ha fatto preoccupare gli spettatori. Caldo torrenziale che ha costretto nei quarti a due stop di oltre dieci minuti, anche venti, per cambiarsi di vestiti e rigenerarsi e rinfrescarsi un po’. Il primo è avvenuto proprio nel match tra Del Potro e Isner, con una lunga pausa concessa prima del quarto set. L’americano ha ceduto fisicamente, in una partita ‘dura’ comunque, a suon di aces. Dopo aver vinto il primo set al tie-break, Isner inizia a cedere terreno e perde gli altri tre per 6/3 7/6 6/2 (con un crollo netto nell’ultimo, dove rischia un fragoroso 6/1). L’altra interruzione per cambio d’abiti la chiede Millman a Djokovic nella sfida dei quarti, dominata dal serbo in tre set netti per 6/3 6/4 6/4; così come, in semifinale, il serbo vincerà facile contro Nishikori con il punteggio di 6/3 6/4 6/2. In forma strepitosa Nole, nulla da fare (ha fatto anche serve&volley contro Del Potro, anche se non ha messo a segno molti aces, percentuale bassa di servizi vincenti anche se non alla battuta, il che ha stupito molto poiché di solito serve davvero bene). Invece il giapponese è stato al centro di un altro match straordinario nei quarti, contro Cilic. Il croato era favorito, invece si è trovato in difficoltà con il nipponico (più veloce e rapido), bravo a sorprenderlo al quinto set. Forse stanco per il caldo, Cilic ha dovuto mettere in moto una rimonta strepitosa e fare ricorso a tutta la sua alta percentuale di aces, per rimanere in partita e restare ancorato al match. Dopo aver vinto il primo set per 6/2, il croato esce un po’ dal match, mentre il nipponico inizia ad entrare in partita e vince gli altri due set per 6/4 7/6; finalmente nel quarto il croato si ritrova e acciuffa il set per 6/4, facendo il break decisivo; ma nel quinto il giapponese gli ricambia il 6/4.

E dalle lacrime di Del Potro (che ha ammesso: “contro Nole ho giocato sempre al limite”), si è andati a quelle delle protagoniste della finale femminile, che molto ha fatto discutere. Se Nole ha eguagliato il record di Pete Sampras (suo idolo da bambino) di vincere 14 Grand Slam (tra cui tre Us Open), Serena Williams rincorreva il suo 24esimo titolo. Invece la finale è stata molto controversa. Di fronte aveva la giapponese Naomi Osaka: 20 anni, il 2018 per lei è stato un anno fortunato. Qui a New York ha centrato il suo secondo titolo in carriera e il primo Grand Slam che mette in archivio; e che potrebbe diventare il primo di una lunga serie. La nipponica è molto talentuosa e ha dominato il primo set, facendo correre Serena e soprattutto passandola con il suo dritto stretto in cross incrociato: passanti fulminanti per l’americana, che ha potuto solamente applaudire. Si aggiudica nettamente per 6/2 il primo parziale Naomi, ma poteva essere anche un 6/1 se di fronte non avesse avuto una n. 1. Serena inizia a perdere le staffe e prende un penalty point per ‘abuso di racchetta’, che rompe. Questo faceva seguito a un altro ‘penalty point’ per coaching, poiché l’allenatore Patrick Mouratoglou aveva fatto un gesto spingendola ad avanzare e non rimanere ancorata a fondo campo. A quel punto la Williams ha perso la pazienza ed è incorsa nel terzo penalty point per ‘abuso di parola’, dando del ladro all’arbitro Carlos Ramos, convinta che non dovesse ricevere la penalità; a suo avviso, se fosse stata un uomo non le avrebbe dato l’ammonimento, poiché gli uomini spesso fanno cose ben peggiori e non vengono sanzionati. La Osaka è attonita, interdetta, non capisce cosa stia succedendo, è confusa. Serena disperata e in lacrime. Lei chiama i supervisor, il marito è triste sugli spalti; la tennista crede che ormai per lei sia impossibile giocare, poiché va a servire sul 5-3 per la nipponica, che chiuderà 6/4. In realtà così non è perché un break di differenza si poteva ancora recuperare, ma ormai è fuori controllo, infuriata. La giapponese non esulta per la vittoria e durante la premiazione cadrà in lacrime, quasi dispiaciuta. A quel punto Serena tira fuori la classe e prima abbraccia e cerca di confortare l’avversaria prima della premiazione, poi – durante il discorso finale – ricorda che bisogna rendere merito e onore alla maggiore prestazione e al talento della giovane tennista, nonostante tutto il pubblico fosse dalla parte della statunitense. Peccato perché nel secondo set Serena era anche in vantaggio e avanti nel punteggio. Tutti speravano in un terzo set. Il dato di fatto è che Serena dovrà risarcire la federazione tennis statunitense di 17mila dollari: 10mila per l’abuso verbale, 4mila per coaching e 3mila per aver rotto la racchetta. La multa è una certezza, così come che la Osaka abbia meritato la vittoria; così come fu contro la Kasatkina ad Indian Wells, quest’anno nel marzo scorso, quando si impose per 6/3 6/2, in maniera similare, giocando una finale favolosa e strepitosa. L’altra cosa sicura è che non era una finale facile per nessuno; ma una situazione difficile per tutti. Per Serena, per la pressione che aveva su di sé, per le aspettative e per la voglia di centrare il 24esimo titolo, per le difficoltà di giocare pur non essendo al 100% (anche se avendo ritrovato la forma comunque). Per la Osaka, per la soggezione di un’avversaria stimata, apprezzata da tutti, che tutti sostenevano e tifavano, che incuteva timore per il prestigio e il carisma da n. 1 che ancora riveste; tra l’altro è stata la sua icona del tennis da seguire sin da piccola. Anche la Wozniacki ha sottolineato – nel docufilm biografico sulla vita di Serena -, quanto sia rispettata e apprezzata nel circuito. Ma per la Williams non era facile tornare e giocare, dopo un anno difficile come il 2017. Come ben ha raccontato in “Being Serena” (il titolo del docufilm prima citato), è stato per lei estenuante recuperare la forma fisica dopo il parto, il rischio di morire per un’embolia polmonare dopo la nascita della figlia. Rivivere quelle emozioni, che evidentemente le sono tornate alla mente, non le ha facilitato il compito e non le ha permesso di avere quella tranquillità per competere. Lei è un tipo molto esigente con se stessa, non ama perdere; in più sente il peso di essere d’esempio per la figlia, per tutte le mamme come lei, per le altre colleghe e per tutte le donne. Quest’ultima, una ausa che ha abbracciato e che la rende ancor più ‘vulnerabile’. La forza nella fragilità di una combattente, di cui è evidente la sensibilità e suscettibilità. L’orgoglio di non voler cedere né mollare per dignità, ma è dura rassegnarsi alla superiorità di un’avversaria giovane e fresca, nel pieno vigore della forma. Tutto questo non giustifica il suo atteggiamento esasperato, ma neppure quello dell’arbitro. Anche se è facilmente comprensibile che non era facile neppure per lui arbitrare una partita così difficile. Ha deciso di farlo nel modo più conforme possibile, con rigore ligio e ferreo, nel massimo rispetto del regolamento, che ha applicato in piena regola. Ineccepibile, ma forse anche questo esagerato. Forse avrebbe dovuto adottare un po’ più di psicologia: tranquillizzare, calmare e rasserenare Serena, cercando di metterla più in condizione di giocare la sua partita. Un po’ come ha fatto Lahyani con Nick Kyrgios (contro Herbert), lì forse anche troppo disponibile: infatti l’australiano era sotto di un set e anche nel secondo e perdeva 6-4 3-0 dal francese, ma Lahyani è sceso dalla sedia, lo ha confortato e Nick ha rimontato e vinto il match al terzo; e non sono tardati ad arrivare i guai per l’arbitro. Di sicuro, però, l’aspetto psicologico è importante, anche da parte del giudice di sedia verso i tennisti. Una delle regole principali, al di là di tutto, è che l’arbitro deve sempre rivolgere uno sguardo a un tennista e poi all’altro; in particolare prima al tennista più a ‘rischio’, anche a seguito del risultato del gioco, che potrebbe ‘esplodere’ da un momento all’altro, proprio per scalzare tale evenienza. E questo Ramos non lo ha fatto, anche se ha applicato correttamente il regolamento. Anche le sanzioni per Serena sono state molto salate, ma del resto ciò accadde anche a Fabio Fognini quando gli fu aperto il codice di condotta per comportamento antisportivo. Ancora una volta, al di là di giudizi, delle critiche, delle vedute, delle opinioni più o meno condivisibili e opinabili, si può discutere quanto si vuole: ognuno ha le sue ragioni e la sua visione in merito, il suo punto di vista incontrovertibile; ma il dato di fatto è che Naomi Osaka tocca il suo best ranking salendo alla posizione n. 7 del mondo, mentre Serena Williams si ferma alla n. 16, inseguendo la top ten; comunque anch’esso un ottimo risultato, forse impensabile per lei fino a poco tempo fa, quando discuteva sul da farsi sul suo coach, incerta sul suo futuro. E tutto questo è una nota più che positiva.

Accoglienza. Riccardo Gatti di Open Arms: non ci arrendiamo

Chiusura dei porti italiani e maltesi, divieto di trasferimento dei migranti, criminalizzazione della solidarietà, manipolazione dell’informazione. Come reagire a tutto questo? Ne parliamo con Riccardo Gatti, comandante dell’Astral e capomissione della Open Arms, le navi della Ong spagnola Proactiva Open Arms.

Dove si trovano in questo momento le navi di Proactiva Open Arms?

riccardo gattiSia l’Astral che l’Open Arms sono ferme al porto di Barcellona. Negli ultimi tempi la situazione è cambiata radicalmente: con la chiusura dei porti italiani e maltesi e il divieto non solo di sbarco, ma anche di trasferimento dei migranti salvati in mare su navi più grandi delle nostre, siamo stati costretti a lasciare temporaneamente il Mediterraneo centrale. L’Open Arms è un ex rimorchiatore e l’Astral un veliero: nonostante abbiano salvato migliaia di persone, sono piccole e non hanno le condizioni per restare in mare giorni e giorni, soprattutto ora con l’avvicinarsi dell’autunno. Il rischio per le persone sarebbe troppo grosso. Prima bisognava attendere al massimo 3/5 giorni per sbarcare, ora ce ne vogliono anche 10. Questo è il risultato della feroce campagna contro le ONG: sono riusciti a cacciarci tutti dalla zona di ricerca e salvataggio e hanno chiuso i porti perfino per la Guardia Costiera italiana.

Sospendendo temporaneamente le operazioni nel Mediterraneo centrale non potremo più svolgere la nostra funzione di testimonianza e denuncia di quello che avviene con i migranti in mare e nei centri di detenzione libici. Siamo certi che anche in questi giorni molte persone stanno partendo dalla Libia e senza navi a soccorrerle chissà quante di loro moriranno.

In questa situazione il flusso degli arrivi in Spagna è aumentato. Mesi fa avevamo proposto al governo spagnolo di appoggiare le loro operazioni di soccorso, ma in quel momento ci avevano risposto che non ce n’era bisogno. Ora invece hanno accettato la nostra offerta e noi contiamo di partire al più presto possibile per il Mediterraneo occidentale.

Comunque non ci arrendiamo: siamo in contatto con altre Ong per trovare forme di collaborazione e appoggio reciproco e cerchiamo una soluzione per poter tornare a operare nel Mediterraneo centrale.

Come possono aiutarvi le persone e le organizzazioni che credono nella solidarietà e nei diritti umani e il giornalismo indipendente?

Una prima forma di aiuto, molto concreta, viene dalle donazioni di cui abbiamo bisogno per sopravvivere e che per fortuna non si sono fermate.

Un altro punto fondamentale riguarda la diffusione di un’informazione corretta, che si contrapponga all’enorme manipolazione dei dati reali, alle fake news e alla campagna mediatica contro le Ong cominciata due anni fa. Ormai si sa cosa succede in Libia, come sta la gente che riesce a sopravvivere al viaggio, ai campi di detenzione e alla traversata in mare; bisogna continuare a denunciare tutto questo e a opporsi ai dilaganti discorsi xenofobi e razzisti.

Infine lancio un appello per una maggiore presenza di giornalisti, parlamentari e personaggi dello spettacolo sulle nostre navi. Già diversi ci hanno accompagnato nelle ultime missioni e le possibilità di testimonianza e denuncia offerte dalla loro notorietà possono dare un grande contributo per far conoscere la situazione reale e dare voce ai migranti e ai volontari.

Come vi siete sentiti, man mano che è aumentata la criminalizzazione della solidarietà, con le inchieste e i sequestri delle navi, le campagne di discredito e i violenti attacchi del governo italiano?

Sapevamo fin dall’inizio che quelle contro di noi erano tutte bugie, accuse ridicole e pericolose e questo ci ha dato sicurezza, ci ha aiutato ad andare avanti senza perdere energia ascoltando per esempio Di Maio che ci definiva “taxi del mare”. Inoltre sappiamo che quando il sistema vuole fermare qualcosa usa tutti i mezzi a sua disposizione, a cominciare dalla manipolazione dell’informazione.

Avete assistito a tante situazioni drammatiche. Cosa si prova in quei momenti?

Molta rabbia e molto dolore, perché i morti in mare non sono vittime di una catastrofe naturale, ma si potrebbero evitare con soccorsi efficienti, corridoi umanitari, ecc. Se i migranti a bordo della Diciotti fossero stati naufraghi salvati da una nave da crociera, non avrebbero certo ricevuto quel trattamento vergognoso. E invece erano persone indebolite e traumatizzate, scampate agli orrori della Libia, bisognose di assistenza medica e psicologica.

Si sta facendo di tutto per rendere invisibili i migranti, per non farli partire. E ogni volta che siamo noi a partire, non sappiamo cosa ci troveremo davanti.

Vedo però anche dei segnali positivi: un numero maggiore di persone si sta attivando contro questa deriva razzista e xenofoba e alcuni ci hanno contattato, arrabbiati alla notizia che lasciavamo il Mediterraneo centrale per dirci: “Non potete andarvene!”

Che cosa ti dà la forza per continuare?

Ogni vita salvata mi ripaga di tutto lo sforzo, di tutte le difficoltà superate. Mi ricorda che qui si tratta di persone, che ogni vita conta. E gli attacchi non mi frustrano, anzi, mi danno forza, perché non si stanno violando solo i diritti dei migranti, ma anche quelli degli italiani, primo tra tutti il diritto a un’informazione vera.

Anna Polo
Pressenza

The End. Fotografia, dipinti su carta e incisioni fino al 30 settembre

senigalliaSenigallia – Lo SpazioArte della Fondazione A.R.C.A. ha dedicato alle ricerche in bianco e nero, di due artisti emiliani, l’incisore Enzo Bellini e la pittrice Cristina Messora e del fotografo Alessandro Gagliardini, una mostra dal titolo “The End”, che rimarrà aperta fino al 30 settembre. L’evento è stato curato da Andrea Carnevali.

Le ragioni di questa esposizione sono da ricercarsi nella rappresentazione della montagna come tema principale del racconto. Questo argomento è stato sviluppato con tre tecniche diverse: fotografia, dipinti su carta e incisione.

La fotografia di Gagliardini crea degli effetti atmosferici: il vento che si abbatte forte sulla cima del monte e stravolge la natura. “Il soffio del vento sul paesaggio visto da lontano, a prima vista, – ha detto Gagliardini sembra non avere effetti visivi, ma il rumore, le fronde degli alberi in movimento, il passaggio sulla pelle permette una vista diversa sull’osservato…Tento con queste fotografie di imprimere nello sguardo il senso del rumore e del movimento degli elementi del paesaggio che scorgo di fronte a me in una giornata ventosa… suggestioni di paesaggi al calar della sera quando il vento soffia”.

E’, invece, una scelta estrema per Cristina Messora dipinge le valli trasformate dall’uomo o la sommità di un monte dove l’uomo vorrebbe arrivare, scalando la pietra rocciosa.La pittrice immagina la realtà, ma si propone rigorosi obiettivi tecnici perché il risultato finale porta l’osservatore in un altro spazio, ossia quello interiore e personale.

Le acqueforti di Enzo Bellini sono il frutto della ricerca di uno spirito colto, difficile ed intellettuale che osserva i modelli del passato perché spinto dal desiderio di perfezione e di emulazione, perciò sperimenta diverse tecniche esistenti per raggiungere il risultato finale.

La vernice, che ricopre la lastra, non oppone nessuna resistenza alla punta d’acciaio. Bellini ha insistito nelle prove di stampa e ha tentato di raggiungere con il metallo risultati sempre più perfetti, riproducendo la matrice incisa col bulino o con la puntasecca, e adottando morsure multiple nella ricerca di nuovi effetti tonali

“It’s a wonderful day”, Alberta Ferretti applica il meteo alla moda

AVANTI - ALBERTA FERRETTIDopo l’iconica Rainbow Week dedicata ai giorni della settimana, Alberta Ferretti presenta la Sweater Weather,  versione meteo della sua capsule collection di maglie. Il sole, le nuvole, la pioggia, il temporale, la neve e l’arcobaleno rappresentano non solo condizioni del tempo diverse ma anche i differenti stati d’animo che una persona può attraversare nel corso della giornata o settimana. Il settimo maglione, con la scritta “It’s a wonderful day”, ricorda che ogni giorno può essere, a modo suo, speciale. I modelli della collezione sono disponibili per l’acquisto sull’e-store ufficiale www.albertaferretti.com e attraverso una selezione esclusiva di retailers italiani e internazionali a partire da settembre.

Mario Valtaneda

Senigallia. Prorogata la mostra allo SpazioArte di Fulvio Paci

sinigallia

Ѐ stata prorogata fino all’8 agosto 2018 la mostra antologica di Fulvio Paci, allestita presso lo “SpazioArte” della Fondazione A.R.C.A. (via F.lli Bandiera, 29) dove sono esposti dodici incisioni e acrilici.

Nell’esposizione, inoltre, sono presenti alcuni acrilici in cui il pittore ha voluto sperimentare inserimento di oggetti nella composizione per creare degli effetti ma materici. Ciò è la rappresentazione del pensiero del pittore degli ultimi anni:
la plastica che diventa decorazione e prende una certa forma. Alcuni quadri in mostra allo SpazioArte ( 40x 40 –  50x 50) sono stati realizzati su tele gallery, ossia senza cornice.

Le dodici incisioni esposte sono il risultato di un lavoro che ha sviluppato dopo aver frequentato laboratori di incisione dal ’65. Fulvio Paci ha voluto portare a Senigallia alcune incisioni del 1973 che sono state realizzate per il premio di pittura a Sassoferrato. La produzione incisoria – da quanto detto dal pittore – si appoggia a stampatori sia di acquaforte, sia di acquatinta. “Uso molto il colore…e vedo il colore – dice Paci – sono un appassionato dell’acrilico: rosso,  viola e azzurro”. Il Palazzo ducale di Urbino e alcuni scorci della città ducale appartengono al suo ritorno in Urbino: gli amanti che sono attorno alla città.

Il cavallo, che piace molto al pittore, perché simboleggia la docilità poiché è stato al servizio dell’uomo, rappresentato sullo sfondo di Urbino, diventa un’immagine molto amata dal pittore. Essa è riprodotta molte volte e unisce due momenti importanti la nostalgia e la passione per il lavoro. Quindi, il dipinto “Gli amanti sulla vecchia Urbino” sintetizza la poetica di Fulvio Paci.

Le dodici incisioni, che vanno dal 1973 al 2002, hanno per lo più soggetti figurativi: “Sole e amanti” e “Amanti e cavallo” e il periodo con gli “Amanti e cavallo a Urbino” dove appunto viene rappresentata la città sullo sfondo così come in “Eco di Ricordi”. La tecnica calcografica è in acquaforte-acquatinta a colori piuttosto che in bianco e nero, perché rispecchia meglio il mio modo di sentire e il mondo pittorico degli acrilici”.

La tecnica Fulvio Paci si basa esclusivamente sull’uso del colore acrilico e sabbia con l’aggiunta di diversi materiali quali plastiche di varie forme, cartoni ondulati, pezzi di legno, sassi, conchiglie, cordicelle e altro che man mano è incollati e poi colorato sulla tela o su delle tavole di legno in formati che variano da cm 40X40 a cm 100X100. La tematica, ora, è di un genere astratto sia per quanto concerne il risultato pittorico sia per i titoli delle opere poiché devono rappresentare sensazioni profonde e sentimenti intimi.

La Fondazione A.R.C.A. ha organizzato un laboratorio di pittura, il prossimo 5 agosto, dal titolo “Palazzo incantato”, condotto dalla pittrice Cristina Messora, per approfondire i soggetti e la tecnica pittorica dell’artista Urbinate. L’incontro con i bambini è presso la Biblioteca speciale della fondazione, alle ore 21.30. Per quanti siano interessati all’attività didattica, si consiglia di pronatore in anticipo cell. 328.6214037 tel. 071 0975279.

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Orari d’apertura:
Lunedì chiuso
Martedì 16-20
Mercoledì 9:30 -12:30
Giovedì 16:00 – 20:00
Venerdì e Sabato 9:30 -12:30 -10-20 – 20:45 -23:00
Per fissare un appuntamento in altro giorno della settimana telefonare al numero: 328.6214037 071 0975279