Dieci idee contro il terrorismo islamico

Non si contano ormai le vittime e le aggressioni, con esplosioni, attacchi armati a colpi di mitra, furgoni lanciati per massacrare inermi cittadini, anche bambini, non si contano i kamikaze suicidi a cui é stato promesso il paradiso con le vergini, le cui famiglie sono state ricompensate come padri e madri di una patria omicida. Cosa dobbiamo ancora capire quel che é già chiarissimo? Elenco quel che tutti dovrebbero riconoscere, ma purtroppo non é così:
1) Alla base del conflitto c’è il presupposto religioso della Jihad, cioè della guerra santa agli infedeli. Si mescola con la reazione ad errori, anche tragici, degli Usa, come la guerra all’Iraq del 2004, che nasceva da una motivazione, che poi si rivelò falsa, dell’esistenza delle armi di distruzione di massa, o dal mancato intervento in Siria a favore della resistenza, non ancora di stampo jihadista, ad Assad. Un intervento e un mancato intervento non devono supporre che l’Isis sia solo una reazione. Basti pensare agli orrendi massacri compiuti da Boco Haram in Nigeria o alle recenti stragi di cristiani in Kenya. L’organizzazione di Al Bagdadi si unifica peraltro con Al Qaeda che nel 2001 aveva organizzato la strage di New York quando la guerra in Iraq e quella in Afghanistan non esistevano. E si espande soprattutto in Siria, invasa da nessuno.
2) La guerra portata all’Occidente infedele e peccatore é tutt’uno con le aggressioni subite negli stati arabi e mediorientali. Non si tratta di una guerra tra musulmani e il resto del mondo. Ma di una guerra tra gli integralisti musulmani di ispirazione jihadista e il resto del mondo, compresi stati (vedasi Egitto, Tunisia e Iran, oltre a Siria e Iraq) che l’Isis stanno combattendo. La frattura del mondo musulmano é determinata dall’atteggiamento che gli integralisti hanno assunto rispetto alla guerra all’Occidente.
3) Troppo in ritardo é avvenuta la campagna, non ancora completata, per la riconquista dei territori iracheni e siriani finiti nelle mani dello stato islamico, condizione fondamentale, anche se non sufficiente, per battere il terrorismo che si è autoalimentato anche con la vendita abusiva del petrolio peraltro facilitato dalla disponibilità di qualche paese di confine, vedi la Turchia. Questo é dovuto alla difficoltà di individuare un’intesa tra le nazioni che avrebbero dovuto intervenire, in particolare tra Usa e Russia, che mantengono tuttora sulla Siria posizioni opposte. Oggi i curdi, i valorosi combattenti, assieme ai militari sciiti e all’esercito regolare iracheno, sostenuti attivamente dagli aerei americani, hanno conquistato quasi interamente, anche se tardivamente, il territorio occupato. E dell’indipendenza curda sarebbe ora che l’Occidente si occupasse proficuamente.
4) La caduta di Mosul e l’offensiva su Raqqa rendono ormai ridotto al lumicino il territorio dello stato islamico e così i mezzi per sostenere e finanziare gli eserciti e le azioni dei kamikaze in giro per il mondo. Con il ritorno dei forreign fichters nei loro paesi, con la propaganda più o meno occulta di imam estremisti, con la conversione di singoli o di ristretti gruppi al terrorismo la guerra diventa oggi ancora più spontanea, meno organizzata, più imprevedibile.
5) La crudeltà della guerra islamista non ha precedenti. Se in una guerra convenzionale i bombardamenti provocano, purtroppo, anche vittime civili, qui colpire i civili é l’obiettivo. Le stragi sono bagni di sangue di innocenti, organizzate e capillarmente realizzate. Nemmeno lo stragismo politico, che in Italia abbiamo conosciuto, aveva il coraggio di aprire gli occhi al massacro singolo di uomini, donne e perfino di bambini. D’altronde l’Isis che ha tagliato teste di giornalisti, bruciato prigionieri, schiavizzato ragazze di un’altra religione, abbattuto monumenti di storia, ha utilizzato con piacere bambini per sparare alla testa dei prigionieri. Si tratta di una crudeltà che solo una fede assoluta a un principio religioso può consentire. Il terrorismo politico era meno crudele perché giustificato da un’ideologia immanente. Quello dell’Isis lo é di più perché sorretto e condiviso da un’ideologia trascendente.
6) Inutile ripetere le stesse cose. L’Europa che ancora perde il suo tempo a ballocarsi coi vincoli economici, deve attrezzarsi alla guerra contro il terrorismo. Non può essere rinviata la formazione di un ‘unica intelligence e di una task force armata unica nella lotta al terrorismo. Così come una cooperazione attiva é finora mancata sul tema dell’immigrazione, con l’Italia lasciata spesso sola a fronteggiare un massiccio aumento del fenomeno dopo la chiusura delle frontiere a est, in un mix di rifugiati e di clandestini con proporzioni drasticamente a vantaggio degli ultimi.
7) Ogni singola nazione, compresa l’Italia, deve agire sul piano della prevenzione e della repressione, ma anche con gli accorgimenti capaci di impedire materialmente lo svolgimento dell’attentato ormai divenuto classico, prima di Barcellona, a Nizza, a Berlino, a Londra. Una legge del Parlamento che imponga come attrezzare le nostre strade e le nostre piazze si impone. L’Italia é stata finora esentata dal fenomeno del terrorismo non perché non ha partecipato ad azioni militari (la Spagna si é ritirata da anni dall’Afghanistan) ma perché i nostri servizi sono stati all’altezza e li hanno sventati.
8) Il fenomeno del terrorismo islamico non avrà breve durata. Dopo la conquista del territorio occupato si impone una svolta da parte dell’Occidente, e in particolare degli Stati uniti, verso quei paesi sospettati di sorreggere in vari modi il terrorismo. Un terrorismo senza denaro sarebbe più facile da annientare. Senza famiglie di “martiri” con elevate ricompense, senza indottrinatori che promettono paradisi con piacevoli dettagli, la morte sarebbe meno gradita. Occorre il blocco delle armi coi paesi sospetti, il blocco di qualsiasi relazione diplomatica con paesi in cui esistono fasce di contiguità al terrorismo tollerate.
9) Non bastano azioni militari. Occorrono azioni culturali, partendo da un concetto di integrazione di stampo liberale. Coloro che arrivano nel nostro Paese, come negli altri paesi europei, devono rispettare i nostri valori. L’integrazione non è un compromesso, una via di mezzo tra libertà e oscurantismo. Né può essere la sopportazione di sacche di medioevo nella società del duemila. Su questo Oriana Fallaci aveva ragione. E’ mancata all’Occidente liberale la volontà e l’orgoglio di difendere la nostra civiltà da tutte le aggressioni terroristiche e culturali. Occorre rifiutare un balzo all’indietro di mille anni che una società senza nascite rischia di compiere in un futuro non lontanissimo.
10) E per ultimo lo ius soli. Sono politicamente convinto che chi é nato in Italia, con tutte le caratteristiche contemplate nella legge, debba considerarsi italiano. Vorrei però che si introducesse qualche clausola per far sì che ogni cittadino italiano debba vivere da italiano. Questo deve valere per tutti, sia ben chiaro. Quello che ho sperimentato da amministratore é che anche con l’attuale legge si concedono cittadinanze a persone, soprattutto di sesso femminile, che non conoscono la lingua dopo nove anni, che non leggono e che vivono dunque separate, se non segregate. Queste sacche di medioevo vanno scovate e impedite.

Vivere la guerra

Forse il fatto che finora non si sia consumata alcuna strage in Italia ci rende meno permeabili al clima di morte e di distruzione che l’integralismo islamista ha seminato negli altri paesi. Ma anche noi siamo coinvolti e non possiamo sentirci in pace. Criticai allora il modo col quale il governo Renzi reagì alla strage di Parigi. Disse di non sentirsi in guerra. Da allora non si contano le carneficine consumate in Europa (e non solo). Lo stato islamico é stato finalmente oggetto di una iniziativa bellica di conquista da parte della coalizione antiterrorismo che, oltre ai preponderanti aiuti aerei americani, ha soprattutto contato sull’eroismo dei curdi e sulla massiccia partecipazione degli sciiti iraniani.

Oggi lo stato islamico, dopo la conquista di Mosul e l’offensiva su Rakka, fa meno paura. Difficile pensare che il governo Al Bagdadi, o chi per lui, possa coordinare, organizzare e finanziare tutti gli attacchi omicidi che si verificano. Più facile ritenere che se ne faccia vanto dopo avere invitato con apposito comunicato i suoi adepti a scatenare ovunque barbari gesti di morte, precisando anche le forme (furgoni lanciati contro la folla, coltelli da usare per finire la strage). Oggi dobbiamo fare i conti, secondo gli esperti, con singoli o gruppi ristretti di terroristi, disposti a uccidere e a farsi ammazzare in nome di una guerra di religione, perché questa, inutile nasconderlo é guerra di religione o, ancor meglio, per la supremazia di una religione.

Non é guerra dei musulmani contro il resto del mondo perché i musulmani sono ancor oggi i più colpiti da questa fanatica offensiva. Colpiti perché la maggior parte di loro non partecipa a questa guerra, rifiuta la jihad, dialoga e convive pacificamente con gli altri. E viene dunque ritenuta complice, punita perché tradisce. La guerra scatenata dall’Isis e dalle altre organizzazioni terroristiche è dunque duplice, contro l’occidente satanico e peccatore e contro i governi e i popoli musulmani loro complici. Come sempre in guerra bisogna fare la scelta del meno peggio. Al Sisi (il caso Regeni scotta ancora) e Assad sono tutt’altro che santi, ma stanno combattendo il nostro stesso nemico, quello che a Barcellona ieri ha fatto strage di turisti, tra cui due giovani italiani, compreso un sorridente bambino di sette anni, e un piccolo di appena tre che si affacciava alla vita.

Inutile sottolineare la crudeltà preordinata di un mostruoso atto di morte. Quel sorriso afasico di chi maciullava innocenti. Era in preda al fanatismo che assicura per lui il paradiso coi noti piacevoli dettagli, mentre alla sua famiglia vengono garantite impensabili ricompense. Questo è il nostro mondo. Inutile girarci dall’altra parte. Cosa fare? Vivere come se nulla fosse successo? Non condivido. Non credo che sarà facile camminare nelle arterie delle grandi città europee senza che il pensiero scorra a quel che é avvenuto nella Rambla dì Barcellona, e prima a Londra, a Berlino, a Nizza. Senza avvertire un fremito al primo colpo innocente di gas. L’Europa deve agire. Sappiamo cosa pensa al riguardo Emmanuel Macron, e cioè di attrezzare un’unica intelligence europea e un sistema comune di difesa adeguato. Abbiamo aspettato troppo tempo. Troppo tempo a baloccarci col 3 per cento e con i compact in regalo. Occorre attrezzarci a una vita fatta di incursioni omicide. Per sventarle bisogna conoscere i biechi intendimenti dei mercanti di morte (davvero gli americani avevano avvertito l’intelligence iberica del possibile attentato a Barcellona?), sgominare tutti i centri terroristici, mettere al muro coloro che il terrorismo sostengono e finanziano. Lo dica Trump che lo ha detto a metà. Non si può essere amici dell’Occidente se si è collusi col terrorismo. Chi é amico del mio nemico é mio nemico, anche se ci fa guadagnare con affari milionari. Ce lo chiede il viso di quei due bambini che non vedranno mai più il volto della mamma.

Barcellona, ancora terrore

Come a Nizza, come a Londra, come a Berlino. Ormai l’attentato islamista ha preso una forma precisa. Si colpisce la folla con un furgone, devastando uomini, donne e bambini, nelle principali arterie cittadine, e il motivo è che la strage può coinvolgere più persone e il suo costo é quasi nullo. Un’ottima produzione della macchina dello sterminio come le camere a gas di Auschwitz. La tecnica si é ripetuta oggi nella Rambla di Barcellona, una città turistica e densa di vita.

Subito si parlava di due o tre morti, ma le ultime notizie precisano che le vittime sono 13, mentre i feriti sono novanta, alcuni in gravi condizioni. Il mezzo ha cominciato a correre lungo la Rambla de Canaletes, nella parte più vicina alla grande Plaça de Catalunya, all’altezza di Carrer Bonsuccés fino a raggiungere il mercato della Boqueria. Secondo numerosi testimoni il van procedeva a gran velocità su una traiettoria a zig-zag, apparentemente in un tentativo deliberato di investire il maggior numero di persone possibile. Una folle corsa di quasi seicento metri tra la gente a passeggio.

I due attentatori sono fuggiti e poi si sono rifugiati all’interno di un ristorante con un paio di ostaggi. Alla sera sono stati arrestati. Barcellona oggi é una città ferita. Le immagini proiettate ci rivelano gente atterrita, che sta portando soccorso ai feriti, mentre altri corrono all’impazzata. La Farnesina si é subito messa in contatto con l’ambasciata italiana per verificare se tra le persone colpite vi sia qualche italiano.

Quel ferragosto di 125 anni fa…

Proprio oggi, il giorno di Ferragosto, scelto per permettere ai delegati di raggiungere Genova con sconti ferroviari in occasione del quattrocentenario della scoperta dell’America da parte del genovese Cristoforo Colombo, venne fondato nel 1892 il partito che ancora non si chiamò socialista, ma “dei lavoratori italiani”. Per la verità di partiti con questo nome a Genova ne vennero fondati due: uno alla sala Sivori, di orientamento anarco-operaista, e l’altro, alla sala dei carabinieri garibaldini, di orientamento socialista. Quel che pervase il Psi, che si chiamerà così a partire dal congresso di Parma del 1895, semiclandestino perché svolto durante la repressione crispina, é già scritto nelle sue fondamenta: un perenne conflitto tra tendenze. E in particolare tra quella democratica, riformista, umanitaria e quella rivoluzionaria, estremista, comunista, dogmatica.

Quel che disse Filippo Turati, il leader più affascinante della tendenza democratica e riformista, e cioè che il socialismo italiano era “un maestoso fiume” con diversi affluenti e successive diramazioni, é straordinariamente vero. Da quel fiume nacquero tutte le diramazioni politiche più significative del Novecento: quella riformista, quella socialista liberale, le uniche due attuali, fino a quelle sindacaliste rivoluzionarie, massimaliste, nazionalistiche, comuniste. Mussolini e Gramsci erano nel Psi, su posizioni analoghe, almeno fino al 1914. E non fu l’adesione al primo conflitto bellico mondiale (allora condivisa da entrambi e da personalità come il repubblicano Pietro Nenni, il giovane Sandro Pertini, Gaetano Salvemini e Leonida Bissolati), ma il bolscevismo a separarli e contrapporli. Se volessimo dunque cercare una paternità noi potremmo utilmente rinvenirla innanzitutto nella tradizione riformista, con la duplice versione teorica (Turati, Anna Kuliscioff, Ivanoe Bonomi soprattutto, autore de “Le vie nuove del socialismo”, una sorta di revisione in chiave bernsteiniana del marxismo) e pratica (Camillo Prampolini, Nullo Baldini, Massarenti) che seppero trasformare i loro territori fondando leghe, cooperative, camere del lavoro, dunque mettendo il riformismo coi piedi per terra.

Questa tendenza, maggioritaria nel Psi fino al 1912, divenne minoranza, anche perseguitata e poi radiata dal partito nell’ottobre del 1922, un anno dopo la scissione comunista di Livorno, a pochi giorni di distanza dalla marcia su Roma. Il capolavoro dei massimalisti fu quello di dividere il vecchio Psi addirittura in tre (Psi, Pcdi, Psu). Tripartizione che in fondo durerà, sia pure con diversi contenuti politici e ideali, fino al 1989, con due periodi di riunificazione dei due tronconi socialisti: quello dal 1930 al 1947 e quello dal 1966 al 1969. Il riformismo come accezione positiva ritorna nel Psi solo a partire dal congresso di Palermo del 1981, dal momento che perfino Saragat aveva negato di costruire a Palazzo Barberini un partito riformista, mentre Nenni a Venezia nel 1957, dopo la storica svolta autonomistica dell’anno precedente, aveva sottolineato i limiti e gli errori sia del massimalismo, sia del riformismo. Come del resto farà anche più tardi.

Il secondo filone ancora attuale del socialismo é la sua congiunzione col liberalismo in quell’accezione rosselliana che al momento della pubblicazione del libro di Carlo, a cui collaborò anche il fratello Nello, nemmeno un riformista come Claudio Treves aveva potuto esimersi dal contestare. Il socialismo liberale non é un dogma, né propone una fede. Smonta il marxismo e congiunge il socialismo indissolubilmente con la libertà. Questo ardore liberale spinse Rosselli non solo a professare e pagare il suo antifascismo, ma ad esporsi e a combattere, anche durante la guerra di Spagna, assai più di un ortodosso. Entrambe le tendenze, quella riformista e quella socialista liberale, furono duramente condannate come eretiche dai cultori dell’ortodossia, dai succubi del dogma della rivoluzione e del paradiso sovietico. Quel che scrisse Gramsci su Prampolini nel 1920 é a dir poco vergognoso. Quel che Togliatti scrisse nel 1932 a proposito di Filippo Turati, dopo la sua morte, lo é di più.

Poi gli anni passano, le revisioni procedono e il grande paradosso é che quel che ieri era da condannare oggi viene rivalutato, magari dagli stessi, o dai figli degli stessi, che componevano il tribunale dell’inquisizione. E parole come “socialdemocratico” che erano ritenute sinonimo di cedimento a destra oggi rappresentano motivo di opposta contestazione. Quel che non si può cancellare é la storia, le ragioni e i torti dei suoi protagonisti. In questi 125 anni il socialismo riformista e quello liberale non solo hanno vinto un lungo braccio di ferro con l’estremismo, il massimalismo, il rivoluzionarismo, il comunismo, il dogmatismo, ma consentono oggi di recuperare, grazie alla loro versione di socialismo, una storia lunga e caratterizzata anche da tendenze negative. Una parte della storia socialista finisce così per salvare la storia e la definizione di socialismo. In Italia questa storia é oggi senza un interprete adeguato dopo la fine dei partiti storici, mentre é in voga la tendenza, purtroppo prevalente, a deformarne i messaggi e le intuizioni. Il muro di Berlino, in Italia, é crollato su chi ha avuto ragione, salvando chi aveva avuto torto. Oltre agli errori politici di chi é stato sepolto, ha influito il corso di una rivoluzione giudiziaria strabica. Così si è creata una duplice frattura: quella tra storia e politica e quella tra storia e verità. Ci vorranno anni ancora per rinsaldarle. Noi lavoreremo fino all’ultimo per questo. Lo dobbiamo ai nostri padri e nonni, ma anche ai nostri eredi. A coloro dai quali abbiamo imparato ad amare un partito nato 125 anni fa al caldo di un’estate dedicata non alle vacanze, ma a costruire il futuro. Ma anche a coloro che verranno dopo di noi.

I meriti e i bisogni 35 anni dopo

Son trascorsi trentacinque anni da quella conferenza programmatica di Rimini in cui il Psi del nuovo corso, avviato con il Comitato centrale del Midas del 1976, affrontò, dopo il suo “primum vivere”, il suo “deinde philosophari”. E di quella conferenza il perno fu il ragionamento di Claudio Martelli sui meriti e i bisogni. Anzi, sull’alleanza del merito col bisogno. Si trattava della scomposizione della classica teoria classista che era ancora in vigore anche nel Psi, dell’introduzione della categoria del merito dentro lo schema di analisi e di valorizzazione di un partito di sinistra, ma soprattutto di concepire come tra merito e bisogno potesse, anzi dovesse, essere stabilita un’intesa. I portatori di merito, adeguatamente valorizzati, potevano concorrere a risolvere le esigenze dei portatori di bisogno, sia accentuando una ricerca che poteva orientare la società a superare le sue contraddizioni, sia investendo risorse (il decantato rapporto pubblico-privato) per costruire non già uno stato sociale, del quale già allora si avvertivano i primi scricchiolii, ma una società solidale.

Il ragionamento di Martelli era teso a declinare il concetto di uguaglianza in quello di equità. Eravamo all’uscita di anni bui, in cui i dogmi avevano indotto alcuni ad imbracciare le armi e altri a sbattere la testa contro il muro dello statalismo e dell’egualitarismo. Martelli non parlò, se non ricordo male, di previdenza (anche se più tardi lanciò primo di tutti l’idea di un patto tra le generazioni intuendo l’avvento di una società di anziani garantiti e di giovani senza speranze). Avrebbe potuto citare il paradosso delle pensioni baby. Parlò dei servizi gratuiti per tutti, in una società disuguale, invero dagli effetti contraddittorii. Chi ha la possibilità non paga, e quel che non paga viene pagato anche da chi non ha alcuna possibilità. Così l’uguaglianza diventa iniqua. Il messaggio di Rimini fu una ventata di salutare eresia versato sulle stanche membra di un Pci e di un sindacato (con l’eccezione della Uil di Benvenuto) incapaci ormai di leggere la società che da industriale si era ormai trasformata in post industriale. Molte di quelle intuizioni, sui meriti, sulla uguaglianza iniqua, sulla società solidale, sono stati successivamente presi a prestito da altri e oggi paiono patrimonio comune, se non di tutti, almeno di molti.

Son passati trent’anni e una nuova Rimini, un aggiornamento della teoria e dell’alleanza merito-bisogno, appare interessante, se non opportuna. Iniziamo a farlo, sinteticamente e annunciando i nuovi temi che nel 1982 o non esistevano nella realtà o erano appena accennati. Allora parlavamo di nuove povertà, convinti che quelle vecchie fossero ormai superate in Italia. Oggi, invece, secondo recenti sondaggi, 9 milioni di italiani si trovano in condizione di povertà, 6 di povertà assoluta, tra questi un milione di bambini. Lasciamo stare le cause. L’Italia ha fatto passi da gigante all’indietro, con il 35 per cento dei giovani (negli anni passati sono state toccate punte del 42-43 per cento) senza lavoro. Il merito non é stato premiato. Anzi, molti cervelli italiani sono stati costretti a riparare all’estero. La globalizzazione e il commercio libero hanno riequilibrato il mondo, facendo uscire interi continenti dalla miseria e dalla fame, ma hanno impoverito l’Occidente e in particolare l’Europa, dentro la quale soprattutto l’Italia, assieme alla Grecia, ha subito i colpi peggiori.

Il nuovo concetto di equità deve dunque fronteggiare i nuovi fenomeni della globalizzazione e dei vincoli europei, oltre a quello della finanziarizzazione dell’economia. E del conseguente potere forte della finanza cui corrisponde un generale indebolimento della politica. Il secondo fronte di elaborazione, dopo l’attualizzazione dell’equità nella società contemporanea, potrebbe essere quello ambientale. I Verdi, nel 1982, ancora in Italia non esistevano. Entreranno nei comuni nel 1985 e in Parlamento nel 1987. La costruzione di una società eco compatibile (l’eco socialismo) a me pare oggi un dovere e una necessità a fronte degli enormi problemi climatici, dei terremoti, alluvioni, incendi, ma anche delle crisi energetiche e della carenza d’acqua nel mondo. Si tratta di un bisogno ancora poco avvertito nel 1982, che oggi non si può ignorare, anche alla luce degli accordi di Parigi messi in discussione dal nuovo presidente americano. E dunque dell’incapacità del mondo di raggiungere intese produttive. Nuovi ricercatori, portatori di merito, possono studiare nuove tecnologie che mettano al sicuro gli esseri umani e i territori dai nuovi fenomeni distruttivi, creando anche lavoro e ricchezza.

E per terza inserirei, non é l’ultima per importanza, la nuova dimensione in cui collocare il tema della libertà. Con almeno due varianti rispetto agli anni ottanta. E cioè la presenza del digitale, che unisce, ma che seleziona ed esclude. Il linguaggio é mutato, sempre più semplificato, quasi schematico, spesso duale, rischia di configurarsi come nuovo dogma. Ai contorni, alle aggettivazioni, alle sfumature, ma anche agli approfondimenti si sfugge per celebrare una sorta di eclissi del principio della delega. Una sorta di finta democrazia diretta dove tutti sanno far tutto. Il demerito al potere. La libertà dal dogma informatico é oggi una priorità, soprattutto per le categorie più deboli, i bambini. Dall’altro lato l’insorgenza di un nuovo fanatismo sanguinario e terroristico di stampo islamico ci impone di salvaguardare la nostra civiltà liberale, che é conseguenza della grande rivoluzione illuministica. In gioco ci sono oggi valori che nel 1982 parevano acquisiti: la parità tra uomo e donna, la separazione tra stato e chiesa, la tolleranza per tutte le religioni e per chi non é ha alcuna. L’integrazione rispetto a un fenomeno migratorio, che ha interessato l’Italia solo a partire dagli anni novanta, non può essere né cedimento né compromesso. La società liberale non può accettare una via di mezzo tra libertà e oscurantismo. Mi pare che una nuova Rimini possa così configurarsi come un nuovo intreccio tra equità, ecologia e libertà. Perché non tentarla? Ad altri la parola, anzi lo scritto…

Quel che capisco di Renzi

Non ho ben compreso la logica della polemica sulla scelta di imbarcare Alfano nella coalizione di centro-sinistra che in Sicilia dovrà rispondere al duplice e rischiosissimo guanto di sfida lanciato insieme dal centro-destra e dai grillini. Forse che il partito di Alfano non é al governo col Pd? Forse che al Senato i suoi voti non sono stati determinanti per sorreggere i governi Renzi e Gentiloni? Può essere opinabile questo recarsi ad acquistare andreottianamente il pane in due forni da parte del ministro degli esteri. Anzi prima dall’uno e poi dall’altro. Ma il Pd come aveva trattato il povero Alfano?Ha ragione Stefano Folli a ricordarlo oggi su Repubblica. Basti pensare alla legge elettorale alla tedesca che avrebbe consentito al Pd di cancellare non già il suo più determinato oppositore, ma il suo più fidato alleato, condita di una supponente dose di sarcasmo. Si dice che Alfano chieda, in cambio dell’appoggio nell’unica regione in cui Ap potrebbe risultare determinante, la conferma dello sbarramento al 3 per cento presente nella legge in vigore.

E qui non si comprendono bene né la preoccupazione di Alfano che la legge venga cambiata (davvero una persona dotata di buon senso può immaginare un accordo a tre, tra Renzi, Berlusconi e Grillo dopo il fallimento della precedente intesa, condizione ritenuta irrinunciabile dal segretario del Pd?), né la convinzione che il tre possa bastare ad Ap per rientrare in Parlamento quando non un solo sondaggio gli attribuisce quella percentuale. Dall’altra parte si levano grida manzoniane da parte di Mdp per la soluzione siciliana che rischia di trasformarsi in soluzione nazionale (per la verità é da cinque anni soluzione di governo) e il prevedibile dissenso di Pisapia che punta ad altra, opposta coalizione politica. In sintesi: Alfano pensa alla sua sopravvivenza, Pisapia a una coalizione che comprenda Renzi ma non Alfano, Mdp solo a una coalizione di sinistra senza Renzi. In mezzo a cotanto senno solo il centro-destra sta costruendo una casa, sia pure con diversi appartamenti. E parla adesso non di più di tre, ma di quattro famiglie, compresa quella di Parisi, Sacconi e altri.

Sia la soluzione Pisapia, sia quella Berlusconi (e forse anche il salvalfano) comportano la presenza di coalizioni che l’attuale legge non contempla. E Renzi annuncia di non volersi muovere in quella direzione. Tanto che il Pd parla di una lista, non una coalizione, che andrebbe da Pisapia (ma l’interessato non é ovviamente interessato) fino a Scelta civica, passando attraverso noi, eventualmente la Bonino, più vari ed eventuali. Si tratterebbe dunque non di procedere a una modifica della legge elettorale attraverso il rilancio delle coalizioni, ma della presentazione di una semplice lista di coalizione. Penso che questo sia nell’interesse reale di Renzi. E cioè non farsi contare come Pd (il paragone col 40 per cento delle europee sarebbe impietoso) e offrire una prospettiva di governo con l’ambizione, solo teorica, di raggiungere la quota del 40 per cento che dà diritto al premio, smontando la riemergente forza di un centro-destra articolato in quattro liste. Chi non capisce questo e si appella ancora a nuovi rimedi elettorali, credo non capisca la politica. E il governo che verrà? Di questo si occuperà il nuovo Parlamento. Le leadership si misurano coi risultati elettorali. E con un Senato eletto così nessun vincitore, ammesso che ci sia, potrà governare da solo.

Cosa c’è dietro il dissidio Delrio-Minniti

Non é un contrasto qualsiasi quello emerso nel governo Gentiloni tra i ministri Delrio e Minniti. Sul rapporto col mondo delle Ong, che poi significa anche relazione col cosiddetto volontariato cattolico, e sui modi coi quali lo Stato italiano intende muoversi per applicare le sue leggi, vi é un retroterra culturale e politico difficilmente conciliabile. E’ la differenza che passa tra dossettismo e lapirismo e sinistra tradizionale. Solo in parte interpretate da Margherita e Ds, ma oggi piuttosto mal conciliate nel Pd. Entrambi di una Reggio, Delrio reggiano, Minniti reggino, pare abbiano solo questo in comune. Delrio, che conosco molto bene, proviene dall’associazionismo cattolico. Lui non é mai stato democristiano, ha un trascorso giovanile ribelle, mi ha confessato che la prima volta che ha votato, alle elezioni europee del 1979, ha scelto il Psi. Poi la sua conversione al cattolicesimo politico, la sua militanza nel Partito popolare e nella Margherita, le sue radici nella parrocchia di San Pellegrino di Reggio Emilia e nelle Acli, la formazione dell’associazione Giorgio La Pira, e con essa i suoi rapporti con il Medioriente.

Graziano è subentrato per il Pipì in Consiglio comunale a Reggio Emilia dopo le dimissioni di un esponente nominato in giunta nel 1999 e l’anno dopo é stato eletto consigliere regionale grazie a un accordo che gli ha permesso di battere il candidato ufficiale dell’on. Castagnetti. In quella circostanza ha abbandonato la professione di medico endocrinologo all’ospedale di Modena. Sindaco di Reggio Emilia nel 2004, dopo un lungo braccio di ferro col Pd locale che gli preferiva un noto avvocato, Romano Corsi, poi rieletto nel 2009 contro il sindaco precedente Antonella Spaggiari, che aveva presentato una sua lista civica, segue l’itinerario della Margherita e il suo ingresso nel Pd. Diventa renziano puro dopo il sostegno che il sindaco di Firenze gli aveva assicurato contro il candidato di Bersani, Emiliano, alla presidenza dell’Anci. Di lì la sua scalata al governo, prima come ministro di Letta, poi come sottosegretario alla presidenza di Renzi e infine come ministro delle Infrastrutture nei governi Renzi e Gentiloni.

Marco Minniti lo conobbi quando era un giovane post comunista di Reggio Calabria. Erano i primi anni novanta ed era appena nato il Pds. Lui era stato già segretario nella sua provincia e poi lo diventò in regione. Dovette subito fare i conti con gli omicidi della ‘ndrangheta e dedicarsi ai temi della sicurezza. Molto vicino a Massimo D’Alema, che poi abbandonò come tutti i dalemiani, ne divenne sottosegretario alla presidenza tra il 1998 e il 2000. Minniti era uomo votato all’ordine e all’organizzazione, tanto da occuparsene anche a livello nazionale. Uomo di partito, di apparato, dotato di spiccate doti di lavoratore dal culo di ferro, Minniti non si preoccupò molto di essere eletto. Venne candidato e trombato fino al 2001, prima sua elezione alla Camera, poi eletto altre due volte a Montecitorio e nel 2013 a Palazzo Madama. Continuò a occuparsi di organizzazione e di sicurezza. I suoi incarichi di partito e di governo lo confermano. Fu vice ministro della Difesa e degli Interni, poi con Letta e Renzi venne delegato ai Servizi, la delega più riservata e delicata.

Una sorta di Ugo Pecchioli della nostra epoca, questo Minniti. Nel partito nel 2009 é stato nominato anche presidente nazionale sicurezza del Pd e a fine anno Minniti diede vita a Roma alla Icsa, un centro specializzato a studiare i temi della sicurezza e della difesa con Francesco Cossiga, quello col kappa, alla presidenza. Oggi Minniti si ritrova non solo l’incarico di ministro degli Interni, ma quello, assai rilevante, di uomo simbolo di soluzioni popolari su un tema decisivo a livello elettorale: quello dell’immigrazione. I suoi primo atti sono stati generalmente apprezzati anche dall’opposizione. L’ultimo è quello di stendere un protocollo di intesa con le Ong, alcune sospettate di trafficare cogli scafisti, che prevede una presenza ufficiale di forze di controllo a bordo delle navi. L’associazione Medici senza frontiere si é rifiutata di firmarlo. Nonostante questo il ministro Delrio ha dato, attraverso la Guardia costiera, il suo avvallo al trasbordo di un’imbarcazione di questa associazione nel porto di Lampedusa. Di qui il conflitto tra i due, il rifiuto di Minniti di partecipare al Consiglio dei ministri, la minaccia di dimissioni, la successiva fiducia incassata da Gentiloni unitamente a un’inusuale manifestazione di stima del presidente Mattarella. Non credo che tutto finirà a tarallucci e vino. Per Delrio la priorità é salvare e accudire migranti anche a scapito delle norme italiane, per Minniti prima di tutto c’é la legge e se si fa un’eccezione crolla tutto il castello faticosamente costruito. Due ministri all’opposto. Uno votato alla solidarietà senza eccezione, che difende a spada tratta tutte le Ong, perché in quel mondo ci stanno le sue radici, l’altro votato al rispetto delle regole, fermamente convinto che la solidarietà indiscriminata e disordinata provochi danni e reazioni. L’uno e l’altro incollati in un partito senza identità e incapace di fare sintesi tra due culture così distanti.

Tripoli bel suol d’amore?

L’Italia ha fatto bene a salvare le vite umane di tanti disgraziati finiti in mare da imbarcazioni indecenti e rischiose, messe in acqua da pirati e contrabbandieri di esseri umani. Non penso sia in discussione la logica e il fine di Mare nostrum e di Triton. I problemi esplosi sono essenzialmente due. Il primo é relativo all’ipotesi formulata dal procuratore di Catania sul rapporto non sempre lineare tra trasporto degli immigrati e Ong, per la verità in qualche modo anticipato, almeno nella fase finale, dalla famosa telefonata di Buzzi sui guadagni che la sua cooperativa faceva cogli immigrati, che rendevano, a suo giudizio, addirittura più del commercio di droga. Il secondo é relativo al massiccio aumento di sbarchi in Italia in questo metà anno, dovuto anche, ha sostenuto Emma Bonino, agli accordi contemplati al momento di sottoscrivere gli impegni su Triton quando l’Italia, anche in cambio ad una flessibilità dei conti, avrebbe accettato di ospitare nei suoi porti anche le navi straniere che trasportavano emigrati nel Mediterraneo provenienti dall’Africa.

Sul primo punto le cose andrebbero chiarite. E’ evidente che la gestione degli immigrati produce utili. Di quanto? Il problema é sapere come questi disgraziati vengono trattati dalle cooperative e dagli enti preposti o convenzionati. Ci sono realtà come il famoso Cara di Mineo che sono una ferita aperta ai principi umanitari dell’accoglienza. Poi ci sono associazioni che fanno il loro dovere, e alcune che ne approfittano. Se lo stato stanzia 35 euro giornalieri a persona, bisognerebbe sapere qual’é il limite oltre il quale il guadagno non può andare senza minare il livello anche minimo di decente trattamento delle persone. Il tema, poi, si intorpidisce se si ritiene esista una rete, un circuito perfetto, tra organizzazione del trasporto dei clandestini, il loro prelievo da parte delle imbarcazioni delle Ong e il loro trasferimento ed eventuale sfruttamento da parte delle cooperative e delle varie associazioni. Tutto questo va provato e non può rimanere nell’alveo delle ipotesi suggestive quanto terribili.

Il caso Juventa, con le confessioni del “traditore” Cristian Riccii, porta acqua al mulino dei sospetti. Si tratta di una nave che risponde a una organizzazione tedesca. Potremmo cavarcela con l’eccezione. Resta il fatto che rispetto al protocollo d’intesa del ministro Minniti, che prevede le forze di sorveglianza militare a bordo delle navi, l’organizzazione dei Medici senza frontiere ha manifestato il suo aperto dissenso rifiutandosi di accettare quanto proposto dal governo. E’ giusto, é possibile, é accettabile? Il tema non può essere quello di una generale colpevolizzazione di organismi volontari che operano per salvare vite umane, ma quello di selezionare i buoni e giusti atti umanitari da eventuali traffici illeciti possibili grazie alle azioni umanitarie. Perché un’associazione cone Medici senza frontiere non accetta a sua volta di essere controllata e difesa? A volte il bene lo si può fare a fin di male.

Secondo Emma Bonino di 300 mila immigrati all’anno l’Italia ha assoluto bisogno, e i diritti umani vanno salvaguardati ovunque nel mondo. Anche in Libia dove proprio ieri sono stati fermati e arrestati 800 uomini, donne e bambini pare rinchiusi oggi in una sorta di lager. Vale la pena ricordare quel che stava alla base del cosiddetto lodo Gheddafi, quando gli africani arrivavano in Libia e venivano fermati e trattenuti (non si sa come) e forse rispediti nei paesi d’appartenenza. Giusto occuparci noi dei nostri sacrosanti diritti di sicurezza, ma non può essere ignorato il modo in cui si troverebbero a vivere le persone e le famiglie respinte. Devono tornare dove c’é fame e sottosviluppo? Devono essere arrestate e private dei loro più elementari diritti? Facile dire ancora “aiutiamoli là”, ma la verità é che un paese come il nostro spende per gli aiuti ai paesi del terzo mondo meno di tutti gli altri. Vedremo se al giusto proposito di Renzi corrisponderanno adeguati stanziamenti nella imminente legge di stabilità.

Intanto partiamo per Tripoli, e stavolta non per un’invasione come accadde nel 1911. Partiamo per fare scudo a partenze clandestine, a traffico illegale di migranti, a rischiosissime attraversate con gommoni di riserva. Penso sia giusto. Non e un’azione militare ma un atto peraltro sollecitato o almeno accettato dal governo Serraj. Fossimo davvero quel che ci dichiariamo dovremmo occuparci anche del destino dei respinti, non lasciarli all’arbitrio e al sopruso delle autorità locali. Resta incredibile come l’Italia, contrariamente alla Francia di Macron, non abbia ancora accettato l’idea che i governi in Libia sono almeno due (lasciando perdere le varie tribù ancora prevalentemente gheddafiane). Se vogliamo collaborare con la Libia dobbiamo avere rapporti anche con Tobruk e col generale Haftar. Altrimenti accade quel che é già accaduto. E cioè che le nostre navi vengano accolte come quelle giolittiane di 106 anni fa. E le nostre bandiere bruciate in piazza. Non lo meriteremmo. Innanzitutto noi, ma neanche loro.

E se la Bonino…

Sono anni che batto sul ferro. Poco sentito in taluni settori del mio stesso partito. L’ho fatto attraverso il documento appello ai radicali e ai socialisti firmato assieme a Giovanni Negri, poi seguendo i primi vagiti della nuova associazione Marianna, e infine prendendo contatto coi verdi Boato e Bonelli. Poi, anch’io, tra sbarramenti elettorali e drastiche rotture in casa radicale, ho allentato la presa. Riprendo a parlarne dopo l’appello de Il Foglio di quest’oggi a firma di Adriano Sofri.

Si chiedono in tanti, osserva Sofri: “Ma in Italia non abbiamo uno anche anziano come Bernie Sanders o Jeremy Corbyn che sappia parlare al cuore e alla ragione delle persone, e specialmente ai giovani? Be’, ne abbiamo una. E’ Emma Bonino. La differenza non sta nel fatto che lei è donna e loro no. Sta nei partiti cui sono associati: i Democratici americani, i Laburisti britannici. Emma, Radicali italiani (senza l’articolo, e senza il Partito Radicale, che ha tramutato una vicenda umanissima in una rottura teologica, e avrebbero ancora tutto il tempo e le ragioni per tornarci su, gli uni e gli altri).

Questa differenza fa di Emma l’invitata d’onore di una quantità di adunanze, cui dice le sue cose, essenzialmente su Europa e migranti, cioè sull’essenziale, senza lisciare il pelo all’uditorio di turno, e dopo averla applaudita le varie adunanze passano imperturbate all’ordine del giorno. I rivali di Emma vedono in questo una smania personale di riconoscimento istituzionale. I suoi ospiti temono di vedersi occupare il loro arruffato nido di cuculo. E’ probabile che sia andata così, per questa vita. Era solo per rispondere alla domanda: ma in Italia c’è uno, piuttosto anziano, eccetera?”.

Come non essere d’accordo. Vado più in là. E’ possibile costruire attorno a Emma un polo, un soggetto, una coalizione, una semplice lista che tra qualche mese si presenti per raggiungere una percentuale accettabile alle ormai imminenti elezioni politiche? I sondaggisti, i partitisti, i ragionieri della politica facciano pure i loro conti sbagliati. Non si tratterebbe di sommare debolezze, cioé di incollare partiti, movimenti, candidati di diversa estrazione. Si tratterebbe della possibilità di investire su un leader e valutare la sua capacità di trascinamento. Siamo sicuri che in una fase in cui, alla stregua del vecchio Diogene, si cerca l’uomo o la donna, giocare la carta Bonino non possa produrre effetti deflagranti? Con quale legge elettorale? Posso rispondere con tutte?

Una legge socialista per l’equità sociale (possibile)

Nauseato da questa rincorsa su chi é arrivato primo a tagliare i vitalizi (caro Richetti rassegnati, la tua legge, semmai verrà approvata dal Senato, verrà dichiarata incostituzionale) ho proposto al segretario del Psi Nencini di presentare una legge costituzionale sul taglio delle pensioni superiori ai 3mila euro al fine di creare un fondo per il sostegno alle pensioni minime e alla disoccupazione giovanile. Ai Richetti importa un tubo che la legge presentata vada a buon fine. Hanno perfino calcolato i tempi. La Camera ha approvato in luglio, il Senato la discuterà entro novembre-dicembre. Se mai la dovesse bocciare ecco Renzi rilanciare sulle colpe di chi ha voluto mantenere in vita il Senato, se la dovesse approvare il taglio sarà uno degli argomenti da agitare in campagna elettorale. Tanto la sentenza (di annullamento) della Corte arriverà dopo.

La Corte costituzionale ha elaborato alcune condizioni che rendono legittime le norme con efficacia retroattiva. La prima deriva dal rispetto dell’articolo 53 della Carta che pone il principio dell’universalità del provvedimento. Cioè un sacrificio va rapportato a tutti i cittadini in base alla loro capacità contributiva. Il secondo é che l’eventuale taglio “non sia permanente”, ma debba avere durata breve e prefissata. Il terzo é che sia “ragionevole”. Più complicato risolvere la quarta condizione. E cioè che si agisca su un fatto non compiuto ma ancora in essere, come il diritto alla pensione maturato, ma non ancora percepito. Sui primi tre punti un prelievo di solidarietà di tutte le pensioni superiori ai 3mila euro, che sia universale, transitorio e ragionevole, mi pare corretto. Sul quarto la Corte valuterebbe.

Un contributo di solidarietà potrebbe consentire un trasferimento di risorse ben più cospicuo di un semplice taglio dei vitalizi, che verrebbero anch’essi tagliati, ma col criterio della progressività e non con la scure di Richetti che lascia intatti i vitalizi superiori ai 5mila euro. Soprattutto sarebbe un’operazione di riequilibrio, consentendo di finalizzare i risparmi a un’azione di equità sociale e non al nulla dove portano i piccoli risparmi della legge sui vitalizi. Certo una legge socialista con questo impianto andrebbe studiata e approfondita da tecnici e costituzionalisti. Le improvvisazioni non servono e sono anzi negative perché finiscono per creare aspettative che non si riesce a soddisfare. Tuttavia i socialisti non possono solo contestare l’obbrobrio e l’inganno della legge del deputato sassolese. Devono proporre una soluzione diversa ispirata a quei criteri di equità sociale che sono parte della loro storia.