Le due incongruenze: Mattarella ascolta

Oggi il governo ottiene la fiducia sulla legge di stabilità al Senato. Conseguentemente l’esecutivo dovrebbe sentirsi più forte e autorizzato ad andare avanti. Invece il presidente del Consiglio, dopo la direzione del suo partito, si recherà da Mattarella a rassegnare le dimissioni. Non è mai accaduto nella storia repubblicana. E dubito che il presidente della Repubblica le possa accettare senza rinviare il governo alle Camere. Si potrebbe verificare un inutile balletto istituzionale in barba alla Costituzione. Ma restiamo al dunque. Anche ammettendo (d’altronde la Costituzione non lo vieta) che il presidente del Consiglio ritenga irrevocabili le sue dimissioni quest’ultimo non potrebbe rifiutarsi di presentarsi alle Camere, ma potrebbe chiedere alla sua maggioranza di sfiduciarlo. Questo in realtà è già avvenuto nel 1987 con la caduta del governo Fanfani. In questo caso il governo sfiduciato resterebbe in carica fino all’avvento di un nuovo governo o, se non gli succederà un altro esecutivo, fino alle elezioni. E in realtà anche dopo, fino alla costituzione del governo che uscirà dal Parlamento eletto.

La maggioranza potrebbe darsi un governo senza l’attuale presidente del Consiglio come del resto già fece nel 2014 con la sostituzione di Enrico Letta con Matteo Renzi. Invece il presidente del Consiglio, nelle vesti di segretario del Pd, sostiene che l’unica maggioranza possibile ora sarebbe quella di unità nazionale con un governo istituzionale magari presieduto dalla seconda carica dello Stato e appoggiata dall’intero arco politico o dalla gran parte di esso. Se questo non avverrà l’attuale maggioranza si comporterebbe come una minoranza. E certificherebbe la sua non autosufficienza politica, anche a fronte della sua autosufficienza numerica.

La seconda incongruenza riguarda il percorso per arrivare alla nuova legge elettorale per Camera e Senato. Oggi voteremmo per il Senato con una legge, il Porcellum corretto sostanzialmente dalla Corte, definito Consultellum, di stampo proporzionale, sempre “su base regionale” come previsto dalla Costituzione, senza premio di maggioranza. L’Italicum è una legge che si riferisce solo alla Camera dei deputati, essendo stato il Senato in via di trasformazione attraverso la riforma costituzionale. Il 24 gennaio l’Alta corte si pronuncerà rispetto al ricorso presentato. E qui emerge una grande contraddizione di sostanza e di forma. Il Parlamento ha tempo fino al 24 di gennaio per approvare la nuova, anzi le nuove leggi elettorali per Camera e Senato. Se questo non avverrà dovrà praticare le norme frutto della sentenza della Corte, sia quella sul Porcellum per il Senato, sia quella sull’Italicum per la Camera. Si tratterebbe invero di una curiosa anomalia, non la prima se pensiamo alle diverse leggi sui diritti civili riformulate dalla Corte, anzi di una vera e propria sostituzione di competenze legislative. In realtà si tratta di un’ennesima prova di dilettantismo dell’attuale classe politica e parlamentare. Di una delega ad un altro organo dello Stato da parte di un Parlamento imprevidente e impotente.

Alle urne, alle urne…

Ad ascoltarli sembrano tutti impazziti. Il Pd è in preda alla revisione autoflagellatoria post sconfitta. E si divide ancor di più. Si parcellizza tra renziani doc, post renziani, franceschiniani, amici di Martina, giovani turchi, giovani musulmani e indiani di confine. Ormai, in un partito dove quasi tutti erano bersaniani, e poi, dopo la sconfitta del 2013, gli stessi son diventati renziani, c’è da aspettarsi di tutto. Adesso in molti, soprattutto “i renziani a cadavere”, ultima versione masochista del renzismo doc, implorano le elezioni subito in base al precetto “dopo Renzi nessuno”. Meglio Grillo, insomma, di Letta o di Padoan… Fanno eccezione i bersaniani. Sanno di averla combinata grossa e auspicano un altro governo. Verranno fatti a pezzi anche per questo.

Alfano pare schierato sulla stessa lunghezza d’onda. Alle urne, alle urne, a febbraio anche prima, a Natale. Il suo partito è in preda a una convulsione. In tanti lo hanno abbandonato e altri (Lupi) lo stanno abbandonando per rientrare nella vecchia casa. Più passano i mesi e più si trova con meno gente. Meglio regalare il condominio a Grillo e tenersi stretta la ditta? La crisi del renzismo si porta naturalmente seco quella dell’alfanismo. Chiudiamo una fase, ma non apriamone un’altra, dunque.

Anche Salvini vuole votare subito, anche con l’Italicum. Ha detto che gli va bene qualsiasi legge, basta votare. Sa benissimo che votare con l’Italicum significa consegnare l’Italia a Grillo. Sa benissimo che il centro-destra guidato da lui non andrebbe nemmeno al ballottaggio a meno di altri suicidi politici, che non escludo, in casa Pd. Ma Salvini vuol fare il capo del centro-destra a tutti i costi e questo solo gli interessa. E poi per lui meglio Di Maio di Renzi. Ci sono anche tante cose in comune. Sull’euro, sull’emigrazione, chissà….

L’unico che pare con un minimo di saggezza (oltre che di capelli legnosi) in testa è Berlusconi che almeno subordina le elezioni, che anche lui vuole anticipate (e ci mancherebbe) all’approvazione di una legge elettorale proporzionale. Intendiamoci, se all’Italicum togliamo il doppio turno e il premio di maggioranza, eccola la legge proporzionale. Poi sui collegi si ragionerà. Ma almeno Berlusconi lo vede il rischio di affidare ai grillini la legge più adatta per vincere. Ha già detto che se accadrà prenderà l’aereo per l’estero assieme a Vespa e si porterà seco anche Renzi. Vedremo.

Poi ci sono loro, i Cinque stelle. Hanno finalmente capito che l’Italicum li favorisce, han messo nel cassetto la loro legge che li farebbe perdere, non parlano più di truffa, anzi adesso vogliono applicare l’Italicum anche al Senato, dove però è ancora in vigore il testo costituzionale che impone che i senatori siano eletti “su base regionale”. Un pasticccio. Si dirà che non si può cambiare l’Italicum solo perché favorisce Grillo. Giusto. Ma si può approvare una legge, che personalmente ho sempre avversato, che fa vincere il tuo avversario anche solo col 25-30 per cento? Questa semmai la grave colpa di Renzi. Di non essere sceso “Da li monte” e calato nella realtà. Con un’idea fissa in testa: il vincitore. Come Radames nell’Aida di Verdi. Che poi fece una gran brutta fine….

Renzi come Achille

Le ultime indiscrezioni parlano di un Renzi fermamente deciso a dimettersi non solo da presidente del Consiglio, ma anche da segretario del Pd, abbandonando, transitoriamente o definitivamente, la politica italiana. Si tratterebbe di una decisione assolutamente coerente con le sue parole e i suoi solenni impegni. La mia opinione è che voglia imitare lo sdegnato e doloroso addio alla battaglia di Achille dopo la morte di Patroclo. E che, una volta ritiratosi nella tenda di Pontassieve, sfileranno carovane di fedeli che lo imploreranno di tornare. Tatticamente la scelta di Renzi, come quella di Achille, si rivelerà azzeccata. Intanto però, tra vittime, tende rifugio e coerenze personali, c’è un paese da governare e anche un partito da guidare in questo difficile labirinto post referendario.

Renzi si rifugia in uno sdegnato isolamento. Ma dopo il suo “non possum” che succederà? Già nel suo passo d’addio, celebrato subito dopo le prime infauste proiezioni, Renzi aveva accennato al fatto che spettava ai vincitori del no lanciare una proposta di una nuova governabilità, sapendo che il fronte avverso è talmente disomogeneo che nessun governo e nemmeno alcuna legge elettorale comune potranno mai essere partoriti. Se il doppio annunciato addio di Renzi si trasformerà in un “tanto peggio, tanto meglio”, in una sorta di indifferenza sugli equilibri politici futuri, in una malevola attesa su chi verrà dopo di lui, allora sarà un fatto negativo per il paese. Un passo da uomo forte e coerente, ma non da statista di primo piano.

Il presidente della Repubblica ha dinnanzi a sé due strade. O affidare la guida del governo a una personalità delle istituzioni (Grasso) per approvare la legge di bilancio, probabilmente da correggere dopo gli appunti di Bruxelles, per riscrivere una legge elettorale (ma guarda te, finalmente i grillini si sono accorti che l’Italicum è l’ideale per loro) e poi andare al voto a Primavera. Oppure affidare l’incarico a un politico che tenti di rimettere insieme una coalizione in grado di tentare di arrivare alla scadenza ordinaria, sia esso Padoan o un altro. Non vorrei che lo sdegnato rifiuto renziano producesse la peggiore delle ipotesi e cioè favorisse la nascita di un governo di brevissimo periodo col rischio, quasi certo, di perdere le elezioni. A volte per l’interesse generale si deve sacrificare l’orgoglio personale. Renzi ne sarà capace?

Ha vinto il no, nettamente

I primi exit pol sono troppo netti, con un ventaglio a vantaggio del no talmente alto che non lascia speranze ai sostenitori della riforma. Prendiamo atto che il popolo italiano ha votato compatto, e credo che alla fine il dato si avvicinerà addirittura al 70 per cento. I primi dati danno una differenza tra no e si di 10-14 punti. Le prime proiezioni allargano ulteriormente il ventaglio. Una enormità, anche maggiore di quanto non sostenessero i sondaggi degli ultimi giorni. Evidentemente il maggior afflusso di votanti ha favorito il no. I partiti del no potevano contare infatti su un elettorato di circa il 65 per cento contro un 35 per cento dei partiti del sì.

Ma anche quel 35 per cento é segnato dalla divisione all’interno del Pd. Non c’è stato uno spostamento massiccio di voti degli elettori dei partiti del no sul sì e questo è segnalato dalla spinta al voto degli italiani. Gli elettori, inutile girarci attorno, hanno votato contro il governo visto che la partita era il governo. Risulta perfino naturale che l’espressione di voto degli elettori grillini, di sinistra e di centro-destra, che sono collocati all’opposizione, abbia confermato la loro vocazione antigovernativa.

Renzi non può che prenderne atto e dimettersi, rinunciando al probabile invito del presidente della Repubblica a presentarsi alle Camere. Si discuterà dei suoi errori, della eccessiva personalizzazione (che non significa non annunciare le proprie dimissioni in caso di sconfitta), ma di condurre la battaglia esponendosi in esclusiva o quasi. Si discuterà dell’elezione di Mattarella e non di Giuliano Amato, che ha prodotto la fine del patto del Nazareno. Si discuterà della inopportunità di varare una legge elettorale che poi si è deciso, opportunamente, di modificare. Si discuterà di questo e di altro.

Resta il fatto che il voto produce una situazione di instabilità e probabilmente avvicinerà le elezioni politiche. Ci saranno fibrillazioni nelle borse che poi, speriamo, si modereranno ed equilibreranno. Per quel che possiamo fare noi, poco, direi che dovremo appoggiare un governo democratico che possa contare sull’appoggio non solo delle attuali forze di governo. Dovremo appoggiare la riforma dell’Italicum che elimini il ballottaggio, che trasformi il premio di lista in premio di coalizione. E’ evidente che in questa nuova situazione e con gli ultimi sondaggi che danno i Cinque stelle al 30 per cento e un tripolarismo più o meno paritario, dovremo puntare a un sistema elettorale che esalti la proporzionalità e non la vocazione maggioritaria. Tra l’altro si tratta di quello che personalmente ho sempre sostenuto. Certo prima ancora del centro-destra che l’Italicum ha votato e prima del Pd. Ma che importa?

Non si vota Antonio, si vota SÌ

Domani, e aggiungo finalmente, si vota. Mai campagna elettorale é stata più lunga. E’ iniziata a giugno, pensando che si sarebbe votato a ottobre. Subito dopo le amministrative, che non sono state certamente positive per il governo e la sua maggioranza, si è lanciata la lunga volata in un rettilineo nel quale non si scorgeva il traguardo. Adesso che siamo solo in attesa del voto e dei suoi risultati è giusto svolgere poche ma lineari considerazioni conclusive. Partiamo da noi, da noi socialisti, dalla nostra piccola comunità.

Abbiamo scelto di votare sì dopo averlo deciso nei nostri organi, dopo che tutti i parlamentari, e sottolineo tutti, senza eccezione alcuna, avevano votato la riforma in doppia lettura alla Camera e al Senato, dopo che un congresso, quello di Salerno, aveva all’unanimità approvato un documento favorevole al sì. Eppure in alcuni, e non lo nego, anche in me, era rimasta quella profonda avversione per la legge elettorale che, col doppio turno trasformato in un ballottaggio tra due liste, altrove inesistente se non in un sistema semipresidenziale come la Francia, ma solo in funzione dell’elezione del presidente, col premio di lista che umiliava i partiti che avevano collaborato col Pd e anche con l’assurda distinzione tra capilista bloccati e candidati da eleggere attraverso le preferenze, finiva per influenzare anche il giudizio sulla riforma costituzionale.

E’ vero che si vota solo per cambiare o meno la Costituzione e che la legge elettorale è sottoposta al solo voto del Parlamento in quanto legge ordinaria. Ma è altresì vero che il cosiddetto “combinato disposto” tra la riforma costituzionale che attribuisce alla sola Camera il voto di fiducia e la legge per l’elezione di quest’ultima, in presenza di un premio di maggioranza da attribuire a una lista che al primo turno può anche solo arrivare al 25-30 per cento, era tutt’altro che artifizio peregrino. Ma adesso che anche Renzi, che anche il Pd ha di fatto politicamente abrogato l’Italicum, che perfino Cuperlo ha sottoscritto un documento impegnativo per cambiarlo proprio sui tre punti richiamati, ha ancora un motivo il dissenso? Vero che il Pd non è il Parlamento. Ma vuoi che tutto questo si trasformi in una commedia degli equivoci e addirittura in una truffa? Davvero vuoi che Renzi insista, dopo avere detto pubblicamente il contrario, a difendere una legge che lo farebbe sicuramente perdere, come testimoniano tutti i sondaggi?

E, soprattutto, è davvero così antidemocratica e addirittura eversiva questa legge come sostengono alcuni magistrati da sempre impegnati a fare politica e a sostituirsi alla volontà popolare? Qui davvero siamo alla follia e se un pizzico di follia deve regnare anche nel triste e melanconico regno della politica, più discutibile è che possa filtrare nel mondo della giustizia dove deve trasparire equilibrio e saggezza. Il senato viene più o meno modificato come da decenni si chiedeva con le varie commissioni Bozzi, D’Alema, Iotti, Violante. Il titolo V viene riformulato dopo che la riforma precedente ha fatto flop, un flop clamoroso, a suon di ricorsi all’Alta corte e di paralisi decisionale. Il Cnel viene abolito come tutti chiedevano (si tratta di capire perché non l’abbiano abolito prima), l’istituto del referendum migliorato.

Dunque quale Attila si intravvede alle porte? Nessuno. Quale uomo forte è dietro l’angolo se quell’uomo ha partorito una legge, l’Italicum che , se non fosse stata ripensata, avrebbe fatto vincere il suo contendente? Oggi chi vota no si augura che Renzi faccia le valigie, ma non è unito nell’individuare il suo successore. Io non credo che se vincerà il no sul podio dovranno salire D’Alema, Bersani e Bobo. E nemmeno Berlusconi che è arrivato a ritenere la riforma, che il suo partito aveva concordato e votato, “pericolosa per la democrazia”. La vittoria se la contenderanno Salvini e Grillo. Riflettete bene prima di votare dunque. Non si vota Antonio, come invitava a fare istrionicamente il buon Totò… Si vota con la testa sull’Italia di oggi e di domani.

Siamo i golpisti…

Secondo molti magistrati é in corso un attacco alla democrazia. Perfino Berlusconi lo dice, ma sorridendo perché sa che è una panzana. Mettiamoli in fila. A giudizio di Magistratura democratica “è in gioco l’architettura della nostra democrazia”. I magistrati dell’associazione più politicizzata ritengono doveroso schierarsi per il no, nonostante le toghe debbano astenersi dalle competizioni politiche. Anche Gerardo Colombo in tv ha esplicitamente dichiarato di votare il no più o meno per lo stesso motivo, mentre Piercamillo Davigo si é astenuto dall’esternare il voto, lasciando trasparire però il suo pensiero.

Il presidente del tribunale di Bologna, ed ex di quello di Reggio Emilia, Francesco Caruso afferma testualmente: “Con il sì non avremo più una Costituzione, ma un atto di forza. E chi vorrà spiegare ai ragazzi dovrà dire che questa riforma è fondata sui valori del clientelismo scientifico e organizzato, del voto di scambio, della corruzione e del trasformismo”. Paragona i sostenitori del sì ai ragazzi di Salò e poi conclude: “Si avvera la profezia dell’ideologo leghista Gianfranco Miglio che nel 1994 proponeva una riforma che costituzionalizzasse le mafie”.

L’ex magistrato Ingroia non è da meno e spara le sue cartucce. Per Ingroia “la riforma costituzionale di Renzi continua il progetto della P2 di Licio Gelli”. La longa manus è quella della mafia. Per altri invece è solo la grande finanza, con la GP. Morgan, la Goldman Sachs, che ha tessuto le fila. Ferdinando Imposimato è quello che la spara più grossa. Dietro questa riforma, che instaurerebbe un regime a partito unico, ci sarebbe un’organizzazione più o meno segreta, la Bildemberg, che avrebbe partorito sia la candidatura di Renzi al governo, sia la sua riforma costituzionale. Imposimato aggiunge che questa organizzazione sarebbe dietro alcuni episodi di terrorismo. Tutta da ascoltare la sua intervista ripresa su Youtube e intitolata “Imposimato spiega con estrema lucidità perché votare no”.

Siamo i golpisti, non c’è dubbio. Se fosse vero che noi attentiamo alla democrazia, si tratterebbe di un grave reato e meriterebbe un immediato mandato d’arresto. Altro che Sifar del 1963, altro che golpe Borghese del 1970. Questo sarebbe il peggiore perché ordito dal presidente in carica e dalla sua maggioranza. Ma davvero qualche persona dotata di un minimo di buon senso e di sia pur superficiale conoscenza della riforma può credere a queste amenità? Quando si esagera si ottiene l’effetto contrario. E di fronte a queste enormità il pronunciamento di Prodi e l’articolo di Martelli sono dimostrazione evidente che a tutto c’è un limite. O sono diventati golpisti anche loro?

Martelli ha ragione

In un editoriale pubblicato sul Quotidiano nazionale (Nazione, il Resto del Carlino, Il Giorno) Claudio Martelli esamina la situazione politica mondiale e trova che “quello di Renzi è praticamente il solo governo di sinistra rimasto al potere in Occidente, perlomeno il solo, a parte il giovane leader liberal canadese Justin Trudeu, di una nazione importante, una nazione del G8”. Per la verità è ancora in carica il governo socialista in Francia, ma le sue probabilità di vittoria alle prossime consultazioni sono pari a zero e i socialisti dovranno limitarsi ad appoggiare Francois Fillon per scongiurare la Le Pen. Martelli sostiene che “questo aspetto concorre a caricare l’appuntamento del 4 dicembre di un significato e di una portata politica generale e internazionale”.

Si tratta di valutare il livello di incidenza di un trend internazionale che vede ovunque trionfare la rivolta di segno populista alle élites politiche tradizionali al potere o candidate al potere. E questi movimenti ovunque erodono consensi tra le classi popolari e dunque in particolare ai partiti di sinistra. A mio avviso questo è determinato dall’intreccio inestricabile, o forse semplicemente non ancora risolto, tra effetti della crisi economica e fenomeno dell’immigrazione che spesso si trasforma in una guerra tra poveri. In Italia gli approdi politici di questa rivolta sono essenzialmente due, e una volta li avremmo entrambi definiti “di nuova destra”: il polo Salvini-Meloni e soprattutto il Movimento Cinque stelle.

Continua Martelli osservando che “questa circostanza sembra non preoccupare minimamente i suoi (di Renzi) compagni di partito, né quelli rimasti, né quelli fuoriusciti dal Pd. Al contrario i vari D’Alema e Bersani, come i Fassina e Civati, mentre contestano a Renzi di non essere abbastanza di sinistra e preparano i bagagli della scissione nel caso vincano i sì, non si danno pensiero del fatto che la sconfitta di Renzi, al di là delle sue colpe, sarebbe anche una sconfitta del loro partito o schieramento e di quel che resta in Europa della sinistra di governo”. Ragionamento ovvio, come logica la conseguenza. E cioè che la posizione dei dissidenti Pd, potremmo aggiungere anche quella, meno preoccupante, dei dissidenti di casa nostra, aprirebbe le porte anche in Italia alla vittoria dei populisti.

E che la vittoria del no, come sostiene Martelli, non sarebbe quella di Bersani e D’Alema, né tanto meno, aggiungo io, di Bobo e di Biscardini, e nemmeno quella di Fassina e Civati, e ancor meno dell’Anpi e della Cgil, ma di Grillo e in parte di Salvini, è elementare. Berlusconi si aggiunge alla pattuglia dei no, nonostante il voto differente dei suoi amici, da Confalonieri a Briatore, passando per Pera e Urbani, con una strategia di avvolgimento del Pd in chiave di ritorno alla unità nazionale. Personalmente penso che difficilmente in Italia, anche con la vittoria del sì, si possa spostare più a sinistra l’asse politico del governo. La riforma dell’Italicum senza il ballottaggio, come è giusto e opportuno che sia, difficilmente consentirà a una lista o a una coalizione di superare la soglia per ottenere il premio di maggioranza. E la scelta più probabile sarà tra uno scenario di stampo tedesco (o spagnolo) e la vittoria dei populisti all’italiana. Noi dovremmo, col nostro voto, almeno scongiurare quest’ultima sventurata eventualità, come giustamente ci invita a fare oggi Claudio Martelli.

Un magistrato, D’Alema e Craxi

Dichiara il presidente del tribunale di Bologna Francesco Caruso: “Con il sì non avremo più una Costituzione ma un atto di forza. E chi vorrà spiegare ai ragazzi dovrà dire che questa riforma è fondata sui valori del clientelismo scientifico e organizzato, del voto di scambio, della corruzione e del trasformismo”. E poi: “Si avvera la profezia dell’ideologo leghista Gianfranco Miglio che nel 1994 proponeva una riforma che costituzionalizzasse le mafie”. Ma vi rendete conto? Io mi vergogno, per lui, sia ben chiaro. Caratteristica di un magistrato dovrebbe essere l’indipendenza, l’equilibrio, la sobrietà. Ci mancava solo l’accenno alla G.P Morgan e alla Goldman Sachs e magari alla Cia. Che ci fosse dietro la mafia l’aveva già dichiarato un altro magistrato, o ex magistrato, come Ingroia. Sarebbe doveroso che il Csm si occupasse di queste vicende.

Massimo D’Alema dichiara testualmente: “Quando Craxi stava per morire, io, che ero premier, tentai una trattativa umanitaria con la Procura di Milano per farlo tornare a curarsi in Italia. Non ci riuscii. Vedete, molti sostengono che Renzi sia simile a Craxi. Forse nel piglio del potere, nel modo di gestire l’autorità… Ma Craxi era di sinistra, Renzi non lo è. Craxi frequentava Arafat, Renzi frequenta Netanyahu”, il premier conservatore israeliano. Ho sempre scritto che Massimo D’Alema é un uomo politico vero. Un combattente, uno che quando parla conosce non solo la lingua italiana, ma anche la tecnica del ragionamento politico. Ho sempre concordato con lui sulla brutalità del termine “rottamazione” applicato alle persone. Il nostro Intini ha scritto un bellissimo libro sul passaggio dalla lotta di classe alla lotta tra le classi di età. Una follia.

Aggiungo che a mio giudizio Renzi ha compiuto due errori: non avere nominato D’Alema alla Ue e non avere eletto Amato presidente della Repubblica. Avrebbe avuto un nemico in meno e un partito alleato in più. Resta il fatto che D’Alema oggi non rivaluterebbe solo Craxi ma anche Mussolini pur di dare addosso a Renzi e che nel 1992 il lider Massimo era la punta di diamante contro i socialisti, tanto che durante la richiesta di autorizzazione a procedere contro Craxi ebbe parole di fuoco fino ad affermare acidamente, rivolgendosi al leader socialista: “L’unica sua passione politica è stata l’odio contro di noi”. Solo dopo la distruzione, certo anche dovuta a clamorosi errori dei socialisti e dello stesso Craxi, del Psi, D’Alema aprì una riflessione sui meriti politici di Craxi. Lo fece dopo la sconfitta elettorale del 1994, penso su suggerimento di Giuliano Amato, per tentare di recuperare i voti socialisti finiti a Berlusconi.

Che poi D’Alema abbia tentato di riportare Craxi in Italia per l’operazione poi praticatagli in condizioni di emergenza in un ospedale militare di Tunisi, lo sapevamo. Che abbia trovato l’indisponibilità dei magistrati milanesi a consentire al paziente, come Craxi aveva tassativamente richiesto, di essere ricoverato in un ospedale milanese senza piantoni davanti alla stanza, era altrettanto noto. Non mi risulta che il presidente del Consiglio ne abbia fatto una questione dirimente. Ha semplicemente accettato il niet della procura milanese. Che Craxi per D’Alema sia poi oggi diventato un uomo di sinistra è certo una novità. Sapeva già dagli anni ottanta dei suoi rapporti con Arafat, ma prima anche coi democratici cileni, coi socialisti spagnoli e portoghesi in esilio, così come coi dissidenti cecoslovacchi. Adesso è diventato di sinistra perché bisogna accusare Renzi di essere di destra. Mai possibile che i comunisti o gli ex comunisti arrivino ad ammettere i loro errori sempre con venti o trenta anni di ritardo? E solo perché conviene? Trasformando un loro nemico scomparso di ieri in un alleato di oggi contro un nuovo nemico…

Dieci ragioni per un Sì

Siamo allo sprint finale. A pochi giorni dal voto e mentre continua la nostra campagna a favore del sì riprendo i temi fondamentali, e per taluni versi caratteristici, della nostra posizione.

1) Il Psi era favorevole all’elezione di una Assemblea costituente al fine di scegliere una forma di stato, presidenziale o parlamentare, dalla quale derivano le norme costituzionali ed elettorali. La nostra proposta ha ottenuto al Senato solo i voti dei tre senatori socialisti.

2) Si è preferito un’altra strada, quella della riforma del bicameralismo paritario e del Titolo V della Costituzione, dopo la riforma del 2001 che tante contraddizioni e ricorsi ha generato sui rapporti tra stato e regioni.

3) La riforma era giusto fosse varata a più mani, anzi a più teste, e la maggioranza si è rivolta a tutta l’opposizione trovando la disponibilità di Forza Italia che ha contribuito a scrivere la nuova legge costituzionale assieme alla legge elettorale e l’ha votata alla Camera e al Senato. Dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica Forza Italia ha rotto il patto e ha votato contro la stessa legge che aveva già approvato. A quel punto il Pd e la maggioranza dovevano alzare bandiera bianca?

4) Il Psi ha proposto modi fiche alla legge elettorale, prima solo sul premio di lista da trasformare in premio di coalizione, poi anche sul ballottaggio, senza una logica in un sistema parlamentare, e per di più in presenza di un tripolarismo politico.

5) Il sì dei socialisti alla riforma costituzionale é divenuto più convinto dopo la piena disponibilità della maggioranza del Pd a cambiare l’Italicum che è sfociata in un impegno solenne esplicitato in un documento sottoscritto anche da parte di un esponente della minoranza.

6) Il parlamento non é stato delegittimato dalla Corte costituzionale che ha invalidato alcune parti della legge elettorale definita Porcellum, ma che ha pienamente riconosciuto il suo diritto a legiferare sia in materia di riforme ordinarie sia in materia di riforme costituzionali.

7) Il referendum confermativo previsto dall’articolo 138 della Costituzione può solo confermare la legge di riforma o bocciarla lasciando le cose come stanno. E tenendo presente che difficilmente un nuovo percorso riformatore potrà svilupparsi dopo il successo del no, anche per l’estrema eterogeneità dei suoi sostenitori.

8) I socialisti, convinti, per primi in Italia, della necessità di una grande riforma delle istituzioni e anche della Costituzione, non possono schierarsi coi conservatori, con gli estremisti, con i populisti e sostengono da tempo la necessità di superare il bicameralismo paritario. Questa legge, che affida il voto di fiducia alla sola Camera e che istituisce il Senato delle regioni e delle autonomie locali, è perfettamente in linea con le tante bozze di riforma che in questi trent’anni sono state inutilmente varate.

9) La necessità di rivedere il Titolo V della Costituzione è stata avvertita già all’inizio della legislatura 2006-2008, quando il governo di centro-sinstra, consapevole delle carenze e delle distorsioni introdotte con la riforma del 2001, ha iniziato a proporre modifiche poi sfociate nella bozza Violante. E’ giusto riportare alcune competenze (turismo, energia, grandi reti di trasporto) allo stato ed eliminare il guazzabuglio delle materie concorrenti.

10) Come giusto è eliminare finalmente l’inutile Cnel e istituire i referendum propositivi e d’indirizzo, nonchè validare tutti i referendum richiesti da 800mila firme, calcolando il quorum non sulla base del 50% più uno degli aventi diritto, ma sulla base del 50% più uno dei votanti alle precedenti elezioni politiche.

Dieci ragioni socialiste per il sì, alle quali va aggiunta una considerazione politica. Se vincerà il no non sarà una vittoria di D’Alema, di Fassina, di Zagrebelsky, e nemmeno di Berlusconi. Vincerà il maggiore partito del no, e cioè il Movimento Cinque stelle e, dall’instabilità politica, da un nuovo governo tecnico e dalle probabili negative reazioni dei mercati internazionali, sarà più forte la credibilità del partito di Grillo a candidarsi alla guida del paese.

Addio Fidel

Quando coi suoi barbudos riuscì a scalzare la dittatura di Battista, il mondo guardò a lui e al suo Che Guevara come a dei liberatori. L’isola di Cuba era sottomessa economicamente agli Stati uniti, povera e sfruttata. Si annunciava il nuovo capitolo della rivoluzione castrista, quella costituita da un governo per l’esaltazione della indipendenza nazionale e per l’uguaglianza sociale. Guevara se ne distaccò quasi subito sentendosi più adatto a combattere nuove battaglie in America latina che a governare. Castro divenne il capo assoluto, e dopo un fallito tentativi di compromesso con gli Usa, nazionalizzò le ricchezze americane, cacciò o incarcerò i dissidenti, molti vennero fucilati.

Si instaurò una vera e propria dittatura comunista, con una singolare caratteristica: quella di essere collocata a pochi chilometri di mare dagli Usa, potentissimi detentori della bomba atomica. Dopo il fallito tentativo della Baia dei porci, nel 1962 il mondo fu sull’orlo della terza guerra mondiale. Fidel aveva accettato di installare a Cuba missili nucleari degli alleati sovietici, che della Cuba castrista erano protettori, e che avrebbero potuto distruggere intere città americane. Il presidente Kennedy affrontò la situazione con moderazione e freddezza. Alla fine le navi di Krusciov, che avrebbero dovuto trasportare a Cuba i missili, si trovarono faccia a faccia con quelle statunitensi ed ebbero l’ordine di fare marcia indietro in cambio di una assicurazione americana di non tentare altri colpi di stato a Cuba.

Ciononostante i tentativi di colpire Castro furono numerosi anche dopo. Fabian Escalante, a lungo guardia del corpo di Fidel Castro, fornisce cifre difficilmente verificabili e parla addirittura di 638 casi (di cui 192 per opera dell’amministrazione Reagan). Un numero spropositato. Tuttavia è evidente che gli americani sapevano bene che colpire il Lider Maximo sarebbe stato fatale per il regime cubano che in Fidel si identificava. Si parla di un rapporto particolare tra Castro e il popolo cubano. Non vi è dubbio che fu suo merito quello di esaltare il nazionalismo di questa piccola isola, di farle assumere un ruolo rilevante nello scacchiere internazionale, di avere retto, per la verità sempre col supporto sovietico, alle incursioni pesanti dei vicini americani, configurandosi come un Davide che sconfigge Golia.

Sul piano sociale molte conquiste si sono rese praticabili. La scuola, la sanità, i servizi sociali non sono paragonabili a quelli di altri stati limitrofi. Resta una situazione di allarmante povertà che le ricette del comunismo non hanno saputo eliminare e soprattutto una condizione di allarmante repressione e negazione dei più elementari diritti di libertà, di organizzazione democratica, di stampa e di parola. Esiste solo un partito, il comunista, tutti gli altri sono vietati per legge, i dissidenti vengono incarcerati, gli omosessuali anche, con un disprezzo per la libertà sessuale sconcertante e tipico dei regimi più odiosi. Dopo il passaggio di consegne al fratello Raul pare che qualche spiraglio liberale sia stato aperto. Dopo la relativa normalizzazione, sotto Obama, dei rapporti con gli Usa e dopo gli incontri con due papi, anche il regime pare divenuto meno rigido.

La figura di Fidel va consegnata alla storia, come giustamente ha dichiarato l’ex presidente Obama, che nei toni e nel contenuto ha sostanzialmente corretto le ruvide e aggressive parole del presidente Trump. Penso che quello di Fidel non sia, non sia mai stato, una forma di socialismo accettabile, ma solo l’ennesimo e fallito tentativo di comunismo autoritario. Quelli europei sono crollati nel 1989, quello di Castro ha retto fino alla sua morte, assieme al singolare regime cinese, che concilia ad un tempo il più selvaggio liberismo economico e il partito comunista unico. Penso che con la morte di Castro si sia chiusa un’epoca, quella della grande e tragica illusione comunista, che ha avvinto generazioni intere, per la quale molti hanno donato la loro vita, ma che non ha saputo o voluto conciliare libertà e giustizia sociale, finendo per soffocare la prima senza nemmeno esaltare la seconda. Con questo spirito critico, ma senza la presunzione di condanne sommarie, oggi commento la morte di un leader carismatico e potente come Fidel Castro.

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