Tamburrano, lo storico socialista

Si è spento Giuseppe Tamburrano, assieme a Gaetano Arfé lo storico socialista per antonomasia. Contrariamente ad Arfé, che abbandonò il Psi nel 1987 accettando un seggio da indipendente nelle liste del Pci, Tamburrano non ha mai lasciato il suo partito, nemmeno dopo la sue fine. I ricordi sono molteplici e si perdono nei primissimi anni della mia militanza socialista, quando Tamburrano scriveva uno dei suoi libri più famosi “Storia e cronaca del centro-sinistra” e, membro del Comitato centrale dopo la scissione del 1969, venne a far visita prima del congresso di Genova del 1972, alla federazione di Reggio Emilia. Avevo letto attentamente i suoi articoli assieme a quelli di Giuseppe Faravelli, il discepolo di Filippo Turati, sulla vecchia Critica sociale.

La mia inclinazione per la storia, anche se frequentavo la facoltà di Filosofia all’Università di Bologna, mi portò naturalmente ad avvicinarmi a lui che, dopo la morte di Pietro Nenni, iniziò la pubblicazione dei suoi diari e presiedette poi la fondazione a lui dedicata. Tamburranno, nel 1981, dopo il congresso di Palermo, entrò nella Direzione nazionale del Psi per la corrente riformista e assunse l’incarico di responsabile del dipartimento culturale. Professore univeritario, giornalista, storico, Giuseppe non era uno di quegli intellettuali che amavano stare tra loro e frequentare i soliti circoli. Lui prediligeva la vita di partito, partecipava ai congressi nella sua sezione, parlava e scriveva per farsi capire. Anche dai più umili.

In questo era fedele discepolo di Pietro Nenni e della sua parola immagine, della frase breve che segnava un complesso ragionamento. Della predilezione per lo slogan che condensava una politica. Più in particolare fornisco la memoria di tre ricordi abbastanza recenti. Il primo si riferisce all’Assemblea nazionale del novembre del 1992, quando, dopo il mio intervento a presentazione della mozione Martelli, mi confidò che la figlia di Pietro Nenni, Giuliana, aveva deciso di votare per noi. Fu una soddisfazione enorme. Il secondo si riferisce, nel corso della cosiddetta rivoluzione giudiziaria, a un nostro colloquio, nel quale disperatamente, ma anche con l’ottimismo della volontà, dichiarò che lui sarebbe andato ugualmente nella sua sezione a confrontarsi coi compagni. Il terzo, il più recente, quando mi telefonò per ringraziarmi delle diverse citazioni che gli avevo riservato nei miei tre volumi sulla storia del socialismo reggiano. Mi confessò con una punta di sincera amarezza: “Quando si invecchia si diventa inevitabilmente un po’ narcisisti”.

Tamburranno, in pochi lo sanno, era socialista di famiglia. Il padre Luigi era stato senatore socialista. Giuseppe era nato a San Giovanni Rotondo nel 1929 e la sua militanza socialista inizia a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta, poi si affina con lo studio e l’impegno storico e giornalistico. Da ricordare, tra gli altri, il volume su Antonio Gramsci (Milano 1977), Intervista sul socialismo italiano, a Pietro Nenni (Bari 1977), Pietro Nenni (Bari 1986), Processo a Craxi (Torino 1993), poi il suo stupendo Processo a Silone e Il caso Silone, in cui Tamburrano contestava le tesi accusatorie dello storico Canali sulla presunta collaborazione dello scrittore socialista abruzzese con l’Ovra. Naturalmente non possono essere dimenticati i tre volumi dei diari di Nenni (sul quarto avemmo modo di parlarne a lungo, e preferisco tacere). Inutile la retorica. Posso solo scrivere che quando ci lascia una personalità come quella di Giuseppe Tamburrano resta vivo più che mai il suo ricordo attraverso le migliaia e migliaia di pagine che la sua intelligente creatività ci ha saputo regalare. E queste non moriranno mai.

Tra Prodi Vinavil e la scure del Brancaccio

Romano Prodi non accetta di fare l’attore, ma sta facendo il regista. Un ruolo più importante e significativo, perché a lui sono affidate le speranze di unire il centro-sinistra italiano. Il buon Romano è autodefinito, con una buona dose di autoironia tipicamente emiliana, un Vinavil, un mastice potente. Il proposito é buono, ma la situazione é quanto meno complicata, per non dire disperata. Per ricomporre il centro-sinistra servirebbero due condizioni. La prima é l’esistenza di una legge elettorale che ammetta le coalizioni (si potrebbero ugualmente comporre liste di coalizione, ma sarebbe assai più complicato). La seconda é attinente la volontà dei soggetti di centro-sinistra di coalizzarsi.

Partiamo dai partiti in campo che, nell’area del centro-sinistra, dovrebbero andare da Alternativa popolare fino a Sinistra Italiana. Il diametro appare subito troppo lungo. Entrambe le forze escludono di apparentarsi tra loro. Anzi, la prima esclude addirittura di apparentarsi col Pd. Nell’ultima fase, alla luce dell’intesa fallace sul modello elettorale tedesco, anche l’alfaniana Alternativa popolare, ricambiata a suon di sarcasmo da Renzi, non pare proprio così convinta di continuare un rapporto di collaborazione col Pd. Dal canto suo Renzi esclude qualsiasi forma di collaborazione col partito degli scissionisti, che, dal canto loro, paiono intenzionati o a costruire un nuovo centro-sinistra senza il Pd (impossibile) o a prefigurare, uso la frase di Bersani, un governo di centro-sinistra in forte discontinuità col recente.

Basterebbe una sola mossa, la mossa del cavallo, per rimettere le cose a posto. Il nuovo centro-sinistra di Vinavil Prodi si potrebbe fare togliendo di mezzo Renzi e candidando Letta come suo leader. Prodi l’ha fatto capire. Chi è segretario del partito, a suo giudizio, non é opportuno sia anche candidato alla guida del governo. I suoi incontri con Letta inducono a ritenere che l’alternativa sia già stata individuata. A quel punto Mdp e Pisapia potrebbero rientrare in partita e perfino Alfano se non avrà preclusioni a sinistra. Ma Renzi accetterà di fare non uno, ma due passi indietro, quello da candidato leader, ma anche da leader politico della coalizione, accettando di fatto una strategia opposta a quella proclamata? Ne dubito.

Il segretario del Pd dovrebbe di fatto offrire la sua testa in cambio dell’unità, contraddicendo il risultato a lui favorevole delle primarie. E piegandosi ai dictat dell’assemblea del Brancaccio che ha sancito l’inedito abbraccio tra D’Alema e Vendola, tra Fratoianni e Civati, di Anna Falcone e Tomaso Montanari fino al contestato Gotor. Il proposito di costoro, peraltro, non é quello di unire il centro-sinistra ma di costruire, come ha detto Montanari, un soggetto alla sinistra del Pd. Mentre una parte dell’assemblea (vizio antico della sinistra) se la prendeva coi senatori di Dp perché si erano assentati dall’Aula al momento della votazione sui voucher, Civati se l’é presa con Pisapia: “Se vuole unirsi a noi bene, se vuole andare con Renzi non lo tratterrò”, ha dichiarato. Viene il serio dubbio che l’unità del centro sinistra si riduca solo a un possibile e nient’affatto probabile rapporto esclusivo tra Renzi e Pisapia, peraltro scartato da quest’ultimo.

Trai tanti incarichi ricevuti da Prodi questo mi pare il più arduo. Una mission impossible. Restano i socialisti, quei socialisti ancora iscritti al Psi che hanno scelto di recarsi al Brancaccio e sono in procinto di aderire al nuovo soggetto o quanto meno alla nuova lista Vendola, D’Alema, Civati. Ho sempre rimarcato come le nostre differenze non fossero attinenti l’autonomia, ma la collocazione. Coloro che contestavano il nostro rapporto di collaborazione col Pd in nome di una nostra maggiore indipendenza e alimentavano la suggestione della presentazione di liste socialiste avevano in realtà in mente una scelta di campo diversa, più o meno quella anticipata da Risorgimento socialista. Questa non è la nostra scelta, non é la mia. Vedremo se nelle future contrattazioni i cosiddetti Socialisti in movimento riusciranno a strappare qualche candidatura. Non li ripagheremo della stessa moneta, accusandoli di avere svenduto il nostro patrimonio per un posto. Continueremo a parlare di politica, senza insulti e crucifige. Ma anche sapendo che il loro dissenso mascherava una politica opposta a quella deliberata da due congressi socialisti svolti in meno di un anno.

La Camusso e la guerra dei voucher

Parliamoci chiaro. Eliminare per legge i voucher per evitare al governo di perdere il secondo referendum e poi varare una legge che li ripristina, sia pure in modo più restrittivo, a me pare un po’ patetico. Dunque qualche ragione, se non altro metodologica, la Cgil di Susanna Camusso ce l’ha. Come non si può non darle torto, se i suoi dati sono esatti, che l’effetto sulla disoccupazione dei 216 miliardi spesi, é stato scarso, anche se non nullo, come la leader del maggior sindacato italiano ha dichiarato nel suo comizio durante la manifestazione di quest’oggi a Roma. Tutto sommato non possiamo non registrare qualche risultato positivo frutto di una ripresa che in questi mesi pare più marcata del previsto e in grado di garantirci, secondo le stime, un 1,3 su base annua.

La disoccupazione giovanile a marzo del 2017 dal 44,2 per cento di due anni orsono é scesa al 37, mentre complessivamente i disoccupati si attestano all’11,7 (nel luglio 2015 erano al 12,7) anche se la percentuale segna un leggero aumento rispetto ai mesi di gennaio e febbraio. Tutti dati che ci vedono tuttavia al terzultimo posto in Europa, dietro solo a Grecia e Spagna, ma con quest’ultimo paese che sta crescendo tre volte più dell’Italia. La lotta alla disoccupazione deve restare l’obiettivo fondamentale del governo. E se la Cgil non ha torto a rimarcare i risultati non certo adeguati agli sforzi anche economici del governo (spesso abbiamo contestato la strategia delle mance, anche quelle indiscriminate che vengono elargite alle imprese, e giustamente contestate da Francesco Giavazzi sul Corriere), fatichiamo a trovare un nesso logico tra lotta alla disoccupazione e lotta ai voucher.

Fossimo in una fase espansiva della nostra economia, come negli anni sessanta, quando il problema di fondo non era il lavoro, ma la sua qualità, quando non a caso, in un’economia allora largamente monopolio dell’industria, veniva approvato lo statuto dei diritti dei lavoratori e in esso l’articolo nove, potremmo davvero fare a meno dei voucher e pretendere che anche le badanti, gli studenti che vanno a vendemmiare, gli insegnanti che danno lezioni a nostro figlio, paghino le tasse fino all’ultimo centesimo oppure sopporteremmo tranquillamente di pagarli in nero. Oggi no. Questo non è sopportabile. Nel contempo il rischio di un abuso di questi strumenti esiste e in parte é stato verificato. La nuova legge restringe queste possibilità. Ammetterli solo in certe aziende (quelle inferiori ai cinque dipendenti) non é casuale. Resta il fatto che come in ogni legge anche in questa si troverà l’inganno. Ma fare di questa materia l’occasione di una nuova crociata non mi pare giusto. Anche perché troppi sono i giovani, e anche i non più giovani, che aspettano un lavoro qualsiasi. E non lo trovano. Su questo la Camusso ha ragione. I voucher c’entrano pochino. L’Italia, anche senza voucher, cammina troppo lentamente e la terzultima posizione anche nel calcio equivale a una retrocessione.

Ius soli, ius Grilli

Dopo un anno e mezzo di rinvii la legge sullo ius soli é arrivata al Senato suscitando addirittura moti turbolenti e il leggero ferimento del ministro Fedeli. Questo avviene proprio nel momento in cui Grillo, alla luce della sconfitta alle elezioni amministrative, impone al suo movimento una svolta leghista. Tanto che i senatori pentastellati annunciano voto contrario al testo, già emendato ed edulcorato da revisioni alfaniane e di Scelta civica. L’obiezione di fondo alla legge, secondo la quale il rischio sarebbe quello di un massiccio ricorso alla cittadinanza da parte di immigrati irregolari, una sorta di post utero in affido, mi pare contrasti col testo della legge.

Nel nuovo testo, infatti, per ottenere la cittadinanza non basta la “residenza legale”, ma è necessario che almeno uno dei genitori sia in possesso (o ne abbia già fatto richiesta prima della nascita del bambino) del «permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo». Difficile dunque che la cittadinanza la si possa ottenere con un parto mordi e fuggi. Vado in Italia faccio un figlio e questo diventa automaticamente italiano. La destra e Grillo minacciano, per esclusive ragioni elettorali, fuoco e fiamme. Pensano di trarne vantaggi. Ma costruiscono castelli in aria. D’altronde che bambini nati in Italia vivano senza alcuna cittadinanza fino alla maggiore età, mi pare francamente inaccettabile.

Lo ius sanguinis rappresenta un principio medioevale. Negli negli Stati uniti, ove vige lo ius soli puro (chi nasce lì é automaticamente cittadino americano) nemmeno la nuova amministrazione pare mettere in discussione questo principio, mentre più articolata risulta essere la situazione in Europa, ove un moderato ius soli esiste in Francia, mentre un moderato ius sanguinis prevaleva in Germania, fino alla legge approvata nel 2000 in cui si è introdotta una normativa simile a quella proposta ora in Italia. Secondo i dati forniti, poi, gli aventi diritto su tutto il territorio nazionale assommerebbero a non più di 127mila unità. Esagerazioni, banalizzazioni, grida e strepitii risultano francamente fuori luogo. Secondo il testo della legge il riconoscimento della cittadinanza non è affatto automatico perché può essere richiesto solo da chi già possiede un permesso di soggiorno da almeno cinque anni. Inoltre la famiglia deve dimostrare di avere un reddito minimo non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, la disponibilità di alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge ed è anche necessario il superamento di un test di conoscenza della lingua italiana.

Che una famiglia che pretende la cittadinanza per il proprio neonato conosca la lingua italiana é davvero indispensabile. Aggiungo due considerazioni. Troppo spesso è capitato (anche a me come amministratore) di concedere una sorta di cittadinanza automatica dopo gli anni di residenza in Italia previsti dalla Bossi-Fini. Automatica perché prescindeva proprio dalla conoscenza della lingua. A ciascuno era solo richiesta la lettura, quasi sempre strascicata e frutto di balbettio, del giuramento di essere fedele alla Costituzione italiana. E’ un errore. I cittadini italiani devono conoscere la lingua italiana. Oddio, se facessimo un esame anche ai nostri dovremmo espellerne una buona percentuale. Resta il giuramento da rispettare. Chi diventa italiano deve rispettare la nostra Costituzione e vivere coi valori della nostra civiltà. Altrimenti come la cittadinanza la si ottiene la si deve poter perdere. Non ci possono essere italiani che vivono col culto della sharia, che sfruttano le loro donne, che impongono un marito alle figlie, che le minacciano se non portano il velo, che non ammettono matrimoni con chi non è musulmano. Siano italiani coloro che nascono in Italia. Ma vivano da italiani.

Le liste socialiste al 4,4%

Dati e riflessioni post elettorali. Sul piano generale emerge il crollo dei grillini che non vanno al ballottaggio neppure nella città di Beppe Grillo e nelle altre ritornano più o meno alle percentuali di una modesta lista civica locale. Di contro ecco riaffacciarsi il bipolarismo tradizionale tra centro-sinistra e centro-destra con quest’ultimo in netto, imprevisto vantaggio. Entrambe le coalizioni diventano competitive quando non sono imperniate su un solo partito (Pd e Forza Italia o Lega) e nel momento in cui si allargano agli alleati. A livello amministrativo le liste socialiste (del Psi e di area) ottengono nei comuni in cui si sono presentate il 4,4 per cento, circa 45 comuni su oltre 140, escludendo le liste a partecipazione di candidati socialisti che sono oltre 80. Tutto questo non va automaticamente trasferito sul piano politico. Sappiamo che mai come ora le amministrative sono libere da condizionamenti politici e di partito. Eppure un segnale è pur stato lanciato in almeno due direzioni. Contrariamente alle amministrative di Roma e Torino, i Cinque stelle segnano il passo, dovuto al personale poco radicato e conosciuto, forse alla cattiva conduzione delle città amministrate, soprattutto Roma, ma anche al riemergere di uno scontro a due, tra centro-destra e centro-sinistra, che li ha messi almeno a livello amministrativo, fuori gioco.

Attendiamo i ballottaggi per esprimere una valutazione più approfondita, ma che a livello politico questa richiesta di bipolarismo di coalizione venga lanciata dai territori è indubbio. Il centro-sinistra pare passarsela peggio del rinvigorito centro-destra e paga questi anni di governo nazionale, il Pd soprattutto, che ottiene un risultato preoccupante, attenuato dal risultato degli alleati. Bisognerà tenerne conto nell’elaborazione della nuova legge elettorale. Il bipolarismo italiano, nonostante pare che Renzi e Berlusconi non la pensino così, non è bipartitismo. Ogni tentativo di ridurlo a due finisce inevitabilmente per rafforzare il ruolo dei Pentastellati. I casi di Genova, Padova, Catanzaro, Taranto, Como, La Spezia, e ne cito solo alcuni, lo dimostrano, col centro-destra ovunque in vantaggio (a Frosinone ha vinto al primo turno, a Palermo chi vince è il solito Orlando) mentre a Verona, il centro-sinistra non va neppure al ballottaggio.

Questi dati confermano, penso anche alle contemporanee elezioni francesi, dove un movimento, nato lo scorso anno, ha conseguito la maggioranza assoluta dei seggi, che il mondo è cambiato. Anche l’Italia, perfino l’Emilia e la Toscana, non assomigliano più a quelle conosciute. Il caso di Campegine, un comune che conosco bene perché della mia provincia, dove il Pci otteneva l’80 per cento dei voti, la patria dei fratelli Cervi e del museo a loro dedicato, incredibilmente vinto da una lista civica, capeggiata da un nostro compagno storico Germano Artioli, tuttora iscritto al Psi, contro la solita lista di sinistra, la dice lunga. La crisi del movimento cooperativo non è un elemento trascurabile e l’insieme del modello emiliano ha iniziato da tempo a fare cilecca. Alle elezioni regionali ha partecipato solo il 37% degli aventi diritto, a Parma, dove il sindaco ex grillino (i grillini ufficiali hanno ottenuto poco più del 5 per cento) si appresta a fare il bis in carrozza, la partecipazione è stata di oltre cinque punti inferiore alla media nazionale. Tutti dati che andranno opportunamente analizzati. Il Psi si appresti a svolgere un ruolo nuovo nel centro-sinistra italiano. Quello di un partner vivo, intelligente, moderno, che guarda avanti. Il polo di centro-sinistra, se rilanciato e profondamente rinnovato, non ha perso la partita.

Pisapia il nostro Corbyn?

Scrivo un fondo tutto da contestare. Esprimo solo la mia opinione, fuori dal coro. Come sempre. Mi aspetto reazioni a catena. Corbyn ha perso le elezioni in Gran Bretagna meravigliosamente. Si é trattato di una magnifica sconfitta. La May ha ottenuto una deprimente vittoria. Se togliamo gli aggettivi, però, la May ha vinto e governerà sia pure in coalizione, e Corbyn ha perso e starà all’opposizione (e tutto sommato per lui ë meglio così). Essere noi, partito invisibile, a criticare il leader del Labour, che ha ottenuto il 40 per cento dei consensi, fa ridere. Però io commento e ragiono di mia testa. E per me due più due fa ancora quattro.

Aggiungo un’ulteriore considerazione. Forse la leadership di Corbyn, contrariamente a quella di Blair, ha raggiunto il massimo consenso possibile. Assai arduo infatti é dilatare l’influenza della sua politica e del suo programma oltre il 40 per cento e arrivare alla maggioranza assoluta o addirittura al 65 per cento ottenuto da Blair in occasione della sua seconda elezione. Corbyn ha certamente approfittato della crisi di credibilità dei conservatori dopo le dimissioni di Cameron, a seguito della sconfitta del Remain. Non dimentico però, lo ricordo ai novelli corbiniani, che il leader del Labour si schierò a favore della Brexit, contrariamente alla maggioranza dei deputati laburisti e aggiungo anche che il suo programma, fondato sulle nazionalizzazioni, mi pare contrasti tutte le recenti elaborazioni del riformismo europeo.

Pisapia ci comunicherà il suo progetto il primo di luglio. Lo ascolteremo con grande interesse. Anche Pisapia si trova tuttavia alle prese col solito dilemma che ha sconvolto la sinistra. E cioè se contribuire a costruire una soluzione di governo, oppure puntare con gli altri partiti di sinistra a una magnifica ed entusiasmante sconfitta alla Corbyn. Dovrà scegliere, soprattutto alla luce delle norme elettorali (pare sia adesso tornato di moda l’Italicum due), se costruire una lista solo sua, ed eventualmente anche dei socialisti, radicali e verdi, oppure perdersi nel piccolo mare ove navigano le imbarcazioni degli scissionisti e dei reduci vendoliani. La soluzione Corbyn é affine alla seconda, quella Macron (europeista convinto e non euroscettico) alla prima. Non svelo quale preferisco, se non l’avete capito..

Rosselli ottant’anni dopo

Carlo e Nello Rosselli furono trucidati il 9 giugno 1937, proprio ottant’anni fa, da un gruppo della destra eversiva francese aderente alla Cagoule, a Bagnoles sur l’Orne, località di cure termali ove Nello aveva raggiunto poco prima il fratello Carlo, esule in Francia. Si suppone che l’ordine dell’omicidio sia partito dall’Italia. Recentemente alcuni scrittori hanno avanzato l’idea che il duplice omicidio sia stato concepito e organizzato da Mosca. Carlo e Nello erano figli di genitori che avevano fatto dell’arte la loro ragione di vita. Appartenevano a una generazione di origine ebraico-toscana, che aveva vissuto a Vienna, dove nel 1895 era nato il primogenito Aldo, poi si era trasferita a Roma, ove Carlo nacque nel 1899 e Nello l’anno dopo, poi a Firenze. Il fratello più anziano, Aldo, morì in guerra nel 1916, meritando una medaglia d’argento alla memoria, ma tutta la famiglia Rosselli, compresi i giovanissimi Carlo e Nello, erano interventisti, alla luce della loro formazione risorgimentale venata di forti suggestioni mazziniane.

Lo stesso Carlo, nel 1918, fu arruolato in un battaglione di alpini in Valtellina, ma non fece in tempo a sparare un solo colpo perché la guerra finì. La sua formazione politica si sviluppa tutta negli ambienti universitari fiorentini dove Carlo si laurea in un corso in Scienze sociali con una tesi sul sindacalismo, e conosce Gaetano Salvemini, che diviene presto il suo punto di riferimento politico. Carlo Rosselli già aveva collaborato al giornalino di propaganda studentesca “Noi giovani”, fondato da Nello durante la guerra. Carlo si avvicina nel dopoguerra al Partito socialista e partecipa al congresso di Livorno del gennaio 1921, quello della scissione comunista, parteggiando per i riformisti di Filippo Turati, iniziando subito dopo la collaborazione alla rivista Critica sociale. Nell’ottobre del 1922 i massimalisti del Psi espellono i riformisti che fondano il Psu a poche settimane dalla marcia su Roma e dalla costituzione del primo governo Mussolini. Poco dopo Carlo Rosselli si trasferisce a Torino, iniziando una collaborazione con la gobettiana Rivoluzione liberale. I suoi approcci culturali andavano chiarendosi. Il suo bisogno di conciliare gli ideali socialisti con la cultura liberale sono ormai maturi.

Questo giovane, Piero Gobetti, con la rivista “La rivoluzione liberale”, tra il 1920 e il 1924 aveva approfondito i legami tra liberalismo e socialismo, auspicando anche che il liberalismo divenisse la teoria delle èlites operaie (Gobetti aveva vissuto molto da vicino la fase dell’occupazione delle fabbriche in una città industriale come Torino). Entrambi, Gobetti e Rosselli, si interrogavano sugli errori dei vecchi partiti a fronte dell’avanzata fascista e proponevano una opposizione senza sconti al regime. Però Gobetti, che pure aveva ottimi rapporti con Gramsci, ma non con Togliatti che lo definirà “parassita della cultura”, si definiva liberale e, anche se il suo liberalismo era a sfondo sociale, pensava a una società di produttori, insomma aveva una visone del liberalismo profondamente radicato nel mondo del lavoro, ma non aveva abbracciato le teorie marxiste. Anche per Rosselli era possibile dare un’altra interpretazione del socialismo, al di fuori del marxismo. Il suo socialismo doveva intendersi come un “divenire perenne”. Egli scrive: “Non vi è giorno in cui potrà dirsi realizzato. E’ un ideale di vita, d’azione, immenso, sconfinato, che induce a superare di continuo la posizione acquisita conforme all’elemento dinamico progressista dei ceti inferiori che salgono irresistibilmente”. Viene inevitabilmente nella mente Bernstein, il più grande filosofo revisionista della storia, e riappare la sua massima “Il mezzo è tutto, il fine è nulla”

Carlo non ha dubbi e si iscrive al Psu di Giacomo Matteotti, che ne diviene segretario. Rifugge da una visione comunista e bolscevica della società. Contesta duramente il modello sovietico. Nel febbraio del 1923 é con Salvemini e Rossi tra i protagonisti della fondazione a Firenze del Circolo di cultura, che registra anche la partecipazione del giovane Sandro Pertini. Poco dopo si laurea in Giurisprudenza a Siena e raggiunge Salvemini a Londra, dove studia il fenomeno laburista. Torna in Italia e poco dopo ottiene un incarico all’Università Bocconi di Milano anche grazie ai buoni uffici di Salvemini. La situazione italiana volge al peggio. Dopo il delitto Matteotti Carlo ricava, anche attraverso il fallimento dell’Aventino, la sensazione che l’opposizione al fascismo sia destinata solo a generare delusione e sconforto. Nel gennaio del 1925 con Salvemini, Rossi e Calamandrei lancia la rivista Non mollare, che é un solenne impegno a continuare la lotta dopo la restaurazione mussoliniana, ma la rivista viene ben presto chiusa. Il 26 novembre 1925 Rosselli, con Claudio Treves e Giuseppe Saragat, costituì un triumvirato che, il 29 novembre successivo, fondò clandestinamente il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), che prese il posto del P.S.U., sciolto d’imperio dal regime fascista, il 14 novembre, a causa del fallito attentato a Mussolini da parte del suo iscritto Tito Zaniboni, avvenuto il 4 novembre precedente. Poco dopo sposa una giovane laburista inglese Marion conosciuta a Firenze. I due coniugi vivono a Milano dove Rosselli lancia con Pietro Nenni la rivista Quarto stato.

Dopo le leggi eccezionali derivate dall’attentato di Zamboni a Mussolini, avvenuto a Bologna, Carlo Rosselli perde il lavoro. Con Pertini, Parri e Oxilia progetta la fuga di Turati che con un’imbarcazione che lascia la Liguria per raggiungere Nizza e da li Parigi. Parri e Rosselli però ritornano in Italia sbarcando a Marina di Carrara. Vengono poi arrestati. Rosselli é assegnato al confino di Lipari. E qui viene poi raggiunto dalla moglie e dal figlioletto John. La fuga dall’isola é un atto progettato da Salvemini da Parigi e diviene realtà nel 1929 anche grazie al concorso di Fausto Nitti ed Emilio Lussu, oltre che di Oxilia. I quattro raggiungono la Tunisia con un’imbarcazione di fortuna, poi arrivano in Francia. Parigi é un covo di rifugiati politici. Tra loro Turati, Nenni, Modigliani, il meglio della tradizione socialista che costituì il nerbo dell’antifascismo estero e che sarà la base della futura Concentrazione antifascista. Da Lipari Carlo si era portato gran parte del manoscritto del suo libro Il socialismo liberale, dove si trovò a ricercare già nell’elaborazione di Marx i germi della deviazione autoritaria leninista. Dunque porre la questione liberale alla sinistra italiana serviva anche per definire la necessità di una vera lotta alla dittatura fascista.

Rosselli è innanzi tutto un teorico e si propone una nuova teoria contestando la vecchia. Parte da una valutazione di Marx e del suo socialismo scientifico, di stampo determinista. Gli appare un insostenibile armamentario di analisi e previsioni, assolvendo, in parte le prime, e contestando a fondo le seconde. Marx analizzava la società del suo tempo, il
capitalismo delle origini, come poteva prevedere il suo sviluppo e le conseguenze del suo sviluppo in termini così netti? Cos’era, poi, questa teoria della necessità? Se il socialismo sarebbe arrivato come sbocco fatale della crisi del capitalismo e della contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di proprietà, allora che spazio c’era per la libera volontà? E cos’era mai questo proletariato, inteso come demiurgo, che non può sbagliare mai, destinato prima o poi al potere? Quel potere che, aggiungiamo noi, era stato preso in Russia, non a causa della crisi del capitalismo, ma a causa della crisi dello zarismo. E non in una società industriale moderna, ma in una società agricola di tipo arcaico. E cos’era mai questa proletarizzazione inevitabile della società, che passava attraverso l’eliminazione dei ceti intermedi, che peraltro non si è mai verificata in nessuna nazione capitalista? Cosí Rosselli si distacca anche dai riformisti che con Treves criticano Rosselli per aver abbandonato la teoria socialista. Loro erano revisionisti più nella tattica che nella teoria. Anche su questo Carlo non mollò di un dito fondando il suo nuovo movimento Giustizia e libertà. La sua intransigenza che si concretava ad un tempo in una lotta senza quartiere e senza scrupoli contro la dittatura fascista e in un indirizzo strenuamente liberale della sua politica fu alla base delle sue coraggiose invettive contro i tentennamenti e i tatticismi degli altri partiti.

Dopo l’avvento del nazismo in Germania nel 1933, il suo movimento sostenne la necessità di una rivoluzione preventiva per rovesciare i regimi fascista e nazista prima che questi portassero a una nuova tragica guerra, che a Giustizia e Libertà sembrava l’inevitabile destino dei due regimi. Quando esplose la guerra di Spagna Rosselli se ne uscì con il famoso slogan: “Oggi in Spagna, domani in Italia”, che testimoniava come quel conflitto non fosse rinchiuso dalla catena dei Pirenei. Contestò Francia e Inghilterra per i mancati aiuti ai repubblicani, sorretti invece dai sovietici. Partì per la Spagna e combattè a Huesca (Aragona) poi tentò di costituire un battaglione intestato a Giacomo Matteotti. Dopo la sua morte un battaglione Rosselli partì dall’Italia costituito da uomini di Giustizia e libertà e da anarchici (Camillo Berneri era stato ucciso dagli stalinisti a Barcellona nel maggio del 1937). Dopo la morte sua e del fratello Nello continuarono a combattere con le idee del suo socialismo liberale tanti amici e compagni, molti dei quali costituiranno il Partito d’azione. La salma dei fratelli Rosselli verrà poi traslata in Italia nel 1951 e i loro corpi sepolti al cimitero monumentale di Firenze, con la commemorazione di un anziano Salvemini. Stona ancora il duro e sprezzante giudizio di Togliatti su Il Socialismo liberale: “Un magro libello antisocialista”, mentre Rosselli venne dipinto come “un ideologo reazionario che nessuna cosa lega alla classe operaia”. La storia, a proposito di coerenza democratica e di ideali socialisti, ha poi rimesso le cose al loro posto.

Caos agitato

E così la legge simil tedesca è morta. A ucciderla è stato un emendamento della Biancofiore, stanca della supremazia della Sud Tirol nella sua regione e firmataria dell’emendamento che importa nel suo territorio le norme nazionali. i Cinque stelle hanno votato a favore e qualche franco tiratore ha dato una mano. Così l’emendamento é passato e l’accordo della Quadruplice alleanza è andato in frantumi. Il Pd ha subito decretato la fine dell’alleanza e della sua legge. Per Renzi “dei grillini non ci si può fidare.

L’iter della legge é stato bloccato. Il capogruppo del Pd alla Camera ha subito chiesto che il testo ritorni in Commissione. Adesso cosa accadrà? Difficile pensare a un nuovo accordo di larghe intese. Infatti subito si è sfilata la Lega, che ha chiesto un decreto per armonizzare le due leggi (del Senato e della Camera), le dimissioni di Gentiloni e il voto a settembre. Con quale legge, però? Pare al momento che la legge più probabile sia l’Italicum com’é uscito dalla Consulta, cioè a un turno, con sbarramento al tre per cento e un premio di maggioranza al 40. Resta il Senato dove si prevedono le coalizioni (la legge è il Consultellum), lo sbarramento all’8 per cento regionale per le liste non coalizzate e il tre per quelle coalizzate.

Si potrebbe estendere la legge per la Camera al Senato con lo sbarramento al tre, soprattutto se ci sarà un decreto governativo, e al governo c’è Alternativa popolare. Più complicato ma possibile una legge da Nazareno due, facente perno solo su Pd e Forza Italia. E questa dovrebbe essere non dissimile da quella bloccata oggi. Resta una amara considerazione sul livello raggiunto da forze politiche allo sbando, e non parlo solo dei Cinque stelle. Il Pd alla Camera dispone infatti ancora di un esagerato numero di seggi, nonostante la scissione. Con la sola Forza Italia ha una maggioranza assoluta solida. Il caos regna sovrano con Orlando che rilancia una proposta maggioritaria, gli scissionisti che si fregano le mani e Renzi che non sa a che santo votarsi. Tutti, cioè oltre l’80 per cento dei deputati, fanno parte di partiti che vogliono votare a settembre. Che la maggioranza di loro non sia dell’avviso?

Mauro Del Bue

Il Psi e le elezioni

Non ha torto Napolitano a richiamare quelli della Quadruplice alleanza al senso di responsabilità. Votare anticipatamente presuppone un motivo. Soprattutto da parte di chi avrebbe il compito di governare il paese fino al termine della legislatura. Vedremo come si svilupperà la crisi, e soprattutto cosa deciderà il presidente della Repubblica. A me pare che l’anticipazione di quattro o cinque mesi, in una sorta di chiamata alle armi sotto il solleone del generale agosto, solo per evitare la presentazione della legge di stabilita, sia argomento inconsistente e anzi piuttosto pernicioso. Ma quel che pensiamo noi (e certo dovremmo esplicitarlo) non sposta granché.

Quel che conta, al di là della data del voto, é adesso la discussione e l’approvazione della legge elettorale e poi le possibili alleanze. Sulla legge elettorale ho scritto diversi articoli e il Psi ha presentato i suoi emendamenti. Vediamoli. Innanzitutto si é sottolineato l’incostituzionalità di uno sbarramento nazionale al Senato, che l’articolo 57 della Costituzione prevede “su base regionale”. Non penso che i giuristi dei Quattro ancora non l’abbiano compreso. Poi, il Psi ha mantenuto il vincolo del 3 per cento come soglia di sbarramento elettorale (nazionale per la Camera e regionale per il Senato). Difficile che venga approvato contro il fuoco congiunto dei Quattro. Aggiungo le mie perplessità sul voto unico.

Non credo che sia logico che il voto su un nome nel collegio venga automaticamente trasferito su una lista al proporzionale. Tanto meno l’aggiustamento successivo mi pare convincente. Le liste che superano il 5 per cento, qualora non abbiano candidati vincenti nell’uninominale, anziché eleggere i vincenti sul proporzionale, eleggono i migliori perdenti nell’uninominale. Che roba é? Passiamo dall’idea originaria di non eleggere i vincenti a quella di far vincere i perdenti. Il tutto per evitare il voto disgiunto. Piuttosto, perché non attingere dal modello tedesco il recupero delle liste che hanno ottenuto almeno tre eletti nei collegi uninominali?

E veniamo al nodo alleanze. Parliamo di noi. Non credo sia superabile lo scoglio del 5 per cento. Il nostro non é il sistema tedesco (non si può prescindere dal doppio voto, dal sistema di selezione dei candidati previsto dalla legge in Germania che non rende i segretari dei partiti monarchi assoluti). Per di più non esistono nel nostro ordinamento il cancellierato e la conseguente sfiducia costruttiva, che sarebbero riforme costituzionali da approvare dopo il voto, questo dovrebbero proporre i socialisti. Così tramontano le due ipotesi su cui il Psi stava riflettendo: l’idea di creare un polo laico-socialista-ambientalista e la eventuale alleanza con un centro popolare. Le due nuove ipotesi sono oggi racchiuse in una eventuale presentazione di una lista Pisapia e nell’accordo col Pd renziano. .

Una lista Pisapa può essere per noi un rifugio accettabile se non presuppone l’inserimento dell’intera coalizione di sinistra, che va da Sinistra italiana, da sempre all’opposizione, a Dp, da sempre al governo. Un caravanserraglio di suggestioni e di posizioni politiche unite solo dal rancore verso il Pd renziano. Difficile, anzi impossibile, immaginare un ingresso nostro, siamo stati parte del governo del Paese, con chi ha contestato e osteggiato tutti i provvedimenti governativi. L’altro fronte, quello a noi più politicamente congeniale, è quello di un accordo col Pd. Ma se noi rifacessimo esattamente la stessa scelta del 2013 dovremmo motivarla solo con argomenti di opportunità elettorale. Penso invece che potremmo da subito tentare un’intesa con radicali e verdi riformisti e poi insieme proporre un accordo al Pd, magari presentando accorgimenti nel simbolo elettorale come già avvenuto alle europee. Questo ci consentirebbe non solo di eleggere parlamentari, ma di presentare un progetto politico, da sviluppare dopo le elezioni. Non sarebbe, questa, solo un’intesa elettorale, ma una prospettiva d’avvenire..Ci sarà questa possibilità? Avanziamola, intanto.

Tra bombe e terrore (delle bombe)

Si chiama terrorismo perché semina terrore, non solo morte. I tre di Londra non si sono fatti saltare, ma hanno attaccato i civili in due punti della città provocando sette morti (tra i quali i tre terroristi) e cinquanta feriti. A poche giornate dal voto dell’8 giugno un duplice attacco coordinato é stato condotto nella notte di sabato su London Bridge, ponte simbolo della città, dove un pulmino ha investito diversi pedoni (col più classico dei mezzi scelti dai jidahisti per uccidere innocenti e indifesi cittadini) e poi all’uscita i terroristi hanno accoltellato altri passanti, provando anche a sgozzarli. L’attacco é continuato nella zona di Borough Market, dove si é celebrato il secondo satanico e tragico rito.

Più o meno nelle stesse ore, in una piazza San Carlo di Torino, dove erano convenute 40mila persone ad assistere alla partita Juventus-Real Madrid, proiettata su maxi schermo, il terrore é stato generato dalla paura. E’ bastata l’esplosione di un petardo, il fumo bianco levato al cielo, il rumore di una transenna spezzata, forse la visuale di un paio di ragazzotti con lo zainetto ed é successo il finimondo in versione Heysel. Decine di migliaia di persone si sono spintonate, atterrate, calpestate, ferite. Il terreno era pieno zeppo di vetri, residui di bottiglie di acqua, di vino, di birra. Un macello con 1500 feriti e un bambino di sette anni gravissimo col torace sfondato.

Inutile girarci attorno. Anche se non lo proclamiamo siamo in guerra. Non è una guerra tradizionale, anche se nei territori occupati dallo stato islamico lo scontro militare é in atto, ma non ancora risolutivo, coi curdi (quella ragazza chiamata Cappuccio rosso è morta da eroina sul campo di battaglia), gli iraniani, l’esercito iracheno, che sono cogli scarponi sul terreno, mentre americani e russi, peraltro in assoluto dissenso tra loro, esplodono bombe dal cielo (che é ben più cruento anche se, per la loro incolumità, assai meno pericoloso). La guerra si combatte anche in casa nostra. In tutta Europa l’incubo é costante, le stragi ormai non si contano e anche in Italia, dove nessuna iniziativa terrorista ha finora prodotto morti, basta un piccolo segnale per suscitare paura, tensione, terrore, fuga. Di questo non si può prescindere, ormai.

Non può che provocare irritazione l’irresponsabile dichiarazione del pentastellato Airola, che ha parlato non di un attentato prodotto dalla paura del terrorismo, ma di una “ignobile speculazione” contro la giunta Appendino, attraverso l’innalzamento del numero dei feriti. Dio ci scampi da questi personaggi che scambiano fischi per fiaschi. Sarebbe ingiusto attribuire responsabilità al sindaco di Torino, anche se non si può non rilevare che a Madrid la partita é stata trasmessa allo stadio Bernabeu e non in plaza Puerta del sol. Resta il fatto che d’ora in poi concerti, assembramenti, manifestazioni di vario genere dovranno svolgersi in luoghi accuratamente protetti e vigilati. Purtroppo il terrorismo limiterà la libertá di tutti noi e trasformerà la nostra vita. Inutile nasconderlo. Non giriamoci irresponsabilmente dall’altra parte. Siamo in guerra.