La geografia del nuovo centro-sinistra e la scelta del Psi

Se, e sottolineo se, il Rosatellum otterrà il via libera dal Senato un vero e proprio cantiere si aprirà nel centro-sinistra, alla luce delle nuove opportunità che la legge prevede. Sulla quota proporzionale, pari a due terzi di seggi in palio, si potranno presentare liste collegate con l’ambizione di superare la soglia di sbarramento prevista al 3 per cento (nazionale per la Camera e regionale per il Senato). I voti a queste liste, anche se non raggiungeranno il 3 per cento, ma se supereranno l’1, non andranno persi e verranno spalmati sulle liste coalizzate. Sul maggioritario uninominale le liste dovranno dunque esprimere candidati che tengano presente la triplice funzione delle liste collegate sul proporzionale: quella di tentare di superare il tre, quella di fornire un utile contributo, col voto unico e trasferito, per l’elezione del candidato sull’uninominale e infine quella, eventuale, di un prestito di voti qualora la lista, non superando il tre, non ottenga alcun parlamentare sul proporzionale.

Il cantiere, in realtà, é già aperto. E le fucine sono molteplici. Al centro s’ode la fresa per sistemare pezzi di vecchie auto d’epoca un po’ ammaccate, ma di un certo valore: l’Udc, quel che rimane di Scelta civica, Alternativa popolare di Alfano, forse i verdiniani. Lì verrà prodotta una lista, qualcuno vi ipotizza anche l’ingresso di Calenda, forse di Dellai. Il 28-29 ottobre si terrà una convention-congresso dei radicali per incoronare Emma Bonino. Potrebbe confluire in questa eventuale lista, se chiarirà una volta per tutte le sue intenzioni, anche Pisapia, mentre Prodi non vede l’ora, con Parisi e altri, di battezzare una lista diversa da quella del Pd nell’ambito del centro-sinistra. Pisapia potrebbe però costruire anche da solo una terza lista, collocata più marcatamente sulla sinistra del Pd, per togliere voti ad Articolo 1 Mdp, che invece di fare alleanze con Renzi pare non avere alcuna intenzione, peraltro ricambiato dal segretario del Pd.

Il Psi ha una grande e nuova opportunità, portando peraltro in dote un apparato organizzativo radicato su tutto il territorio nazionale di cui nessun altro partito o movimento alleato al Pd dispone. Quella di entrare subito nella fucina di Emma Bonino più altri soci fondatori, divenire subito protagonista di una sfida dalle notevoli potenzialità politiche ed elettorali, di disporre i suoi candidati nel proporzionale a sua discrezione e concordandone gli spazi coi suoi più diretti interlocutori, di pretendere alcune candidature di peso nella quota uninominale concordando la richiesta con le altre componenti dell’eventuale lista. Quello che vorrei raccomandare é di non perdere tempo. E soprattutto di non dare l’impressione di sfogliare la margherita e di guardare in troppe direzioni. Con Riccardo saremo a Roma il 28 e il 29 ottobre e non penso solo nella funzione di ospiti.

Dieci anni di Pd

Si celebra il decennale del Pd. Dieci anni di un percorso politico accidentato. Dieci anni di vittorie (poche) e di sconfitte (molte), di illusioni e delusioni, di contrasti interni, esclusioni e separazioni. L’unica cosa certa é che il partito regge, nonostante tutto, su percentuali ancora alte, tali da farne se non il partito oggi più forte, quello che ha la legittima ambizione di diventarlo. Si partì con Fassino e Rutelli, i due leader dei Diesse e della Margherita che decisero di unificarsi. Ma si passò subito la palla a Veltroni, per tentare l’impossibile sfida a Berlusconi alle elezioni anticipate del 2008, in salsa obamiana. S’inventò il partito a vocazione maggioritaria, fuoriuscendo dalla logica delle coalizioni. Veltroni e Berlusconi puntavano al passaggio dal bipolarismo al bipartitismo. Il primo apparentò solo Di Pietro, il secondo solo la Lega. Il risultato lo conosciamo.

Resta il fatto che Rutelli scelse un’altra via, Fassino era già stato sacrificato al culto di Veltroni, e Wolter, contrariamente a Obama e al suo Yes wi cane, lasciava il campo perché proprio “non si poteva fare”. Non nacque il bipartitismo, e morì il bipolarismo, con l’affermazione dei Cinque stelle, clamorosa, beffarda. La scelta di Bersani, sconfitto alle elezioni del 2013, di abbandonare il partito é l’ultimo atto del suo travagliato percorso, che si é aperto con l’avvento di Renzi. Solo con Renzi, un Veltroni più deciso e spregiudicato, il Pd cambia radici. Non é più una somma di ex diesse e margheriti, ma un nucleo di giovani senza storia, con famiglie generalmente democristiane, e molto attenti a valorizzare quest’ultima componente (che però sceglie, contrariamente ai suoi predecessori, il socialismo europeo) a scapito di quella comunista, alla quale si riserva il passato con la dispendiosa ripresa dell’Unità e delle sua feste.

Le elezioni europee, dopo la presa di Palazzo Chigi ai danni del povero Letta, danno un responso trionfale. Il giovin signor fiorentino, con gli ottanta euro e la rottamazione di D’Alema e compagnia, sembra un guerriero senza sfidanti, che gode addirittura della stima del suo avversario, quel Berlusconi col quale sigla l’intesa del Nazareno. Sbaglia a scegliere Mattarella (un altro ex democristiano) e non Amato per il Colle e il patto si rompe. Sbaglia a scommettere sul populismo per il referendum costituzionale e ci lascia le penne. Emerge Gentiloni, un anti Renzi nei modi, che con Minniti, Padoan e Calenda forma un ticket di rispetto. Un altro Pd?

Il bilancio é critico. Prodi e Parisi, che del Partito democratico sono stati gli ispiratori, non saranno alla celebrazione del decennale e hanno spostato la tenda più lontana dal Pd, Rutelli é fuori dal partito, Fassino non é più neanche sindaco di Torino mentre Veltroni si é dato al cinema. Bersani e D’Alema hanno fondato Mdp. Renzi e il renzismo paiono ammaccati alquanto. Che cosa resta? Non c’é più l’ambizione maggioritaria, i maggiori esponenti di una tradizione sono usciti dal partito, Prodi e Letta lavorano a un altro progetto. E qui ci inseriamo, possiamo inserirci anche noi. Se il Pd oggi da solo non va da nessuna parte, anche per la debolezza politica dei prodotti della rottamazione, così come prevede la nuova legge elettorale, bisogna costruire una coalizione. Occorre un soggetto non alternativo, ma competitivo col Pd. Forse laico e cattolico, liberale e riformista. Ove al centro di tutto stia il programma e non il mito del capo o di quella che il nostro Intini ha definito: “La lotta delle classi”(d’età). Strano che nel decennale del Pd anche questo partito senta l’esigenza di un forte alleato. Forse si riparte, più realisticamente, da una realistica “funzione minoritaria”.

Rosatellum nel pugnum?

Due parole sulla legge elettorale, definita Rosatellum, in realtà Mattarellum rovesciato, con un terzo di collegi uninominali maggioritari e due terzi di quota proporzionale con listini bloccati. Siamo all’emergenza, non c’é tempo per approvare la legge migliore. C’é solo il tempo per approvare una legge che sia meglio dell’attuale. Che é quel che resta dell’Italicum alla Camera e quel che resta del Porcellum al Senato. Per di più con evidenti incompatibilità (le liste alla Camera, le coalizioni al Senato, lo sbarramento al 3 alla Camera e all’8 regionale al Senato). Dunque meglio il Rosatellum che uniforma Camera e Senato, rende possibili, anzi necessarie, per l’una e per l’altro, le coalizioni, permette a una eventuale lista a sinistra e a destra del Pd di presentarsi coalizzate, permette a Forza Italia di distinguersi dalla Lega.

Restano due obiezioni che, se non fossimo in emergenza, si potrebbero anche approfondire. La prima riguarda il voto unico. L’ho scritto a suo tempo quando si parlava di modello tedesco. Lo ha ripetuto Onida ieri sul Corriere. E’ di dubbia costituzionalità l’espressione di un voto a un candidato sul proporzionale che si trascina dietro di conseguenza un voto a un altro candidato sull’uninominale. Il Mattarellum prevedeva infatti il doppio voto. Anche rovesciandolo dovrebbero valere le stesse norme. La seconda é riferita alle liste bloccate. Personalmente sono sempre stato favorevole alle preferenze (sono stato eletto due volte alla Camera scelto dagli elettori, e una volta nominato, ma c’é differenza, grande). E’ vero che nell’uninominale si sceglie un nome, ma quest’ultimo è espressione di un simbolo, mentre nel proporzionale i listini sono bloccati, con la possibilità di seminare ben cinque candidature in altrettanti collegi.

Nell’emergenza accettiamo anche il ricorso alla fiducia. Senza, sarebbe stato assai complicato far passare una legge con la richiesta di plurimi voti segreti e con le preoccupazioni dei singoli parlamentari rispetto alla loro rielezione. Vi fece ricorso anche De Gasperi nel 1953 per quella legge che socialisti e comunisti vollero definire “truffa” e che invece attribuiva solo un premio (per la verità un po’ troppo alto) a una coalizione che avesse superato la soglia del 50 per cento. Nel ricorso alla fiducia non c’è nulla di incostituzionale, anche se, per la verità, il cosiddetto Rosatellum è una legge di emanazione parlamentare.

Questa nuova legge rende possibile, dunque, la presentazione di liste sul proporzionale, che poi si collegano sull’uninominale. Si va profilando dunque la nuova geografia del centro-sinistra e nuove opportunità per i socialisti. Oltre al Pd ci sarà una lista centrista con Alfano, forse Calenda, ex Udc e Scelta civica, verdiniani. Poi ci sarà una lista che dovrebbe far leva su Emma Bonino, Forza Europa di Della Vedova, i radicali (forse non tutti). Non so se ci sarà, in questa lista, se ne farà una sua o se deciderà di non fare alleanza col Pd, l’ex sindaco di Milano Pisapia sul cui futuro aleggia un destino alla Segni o alla Monti, se dovesse cambiare ancora posizione. Vedremo. Resto convinto che il Psi debba concorrere con i suoi candidati a una lista riformista, laica, liberale, una sorta di Rosa nel pugno due aperta anche a nuove componenti ideali. Vedo che anche Letta e Prodi sono in movimento. Magari. Tutto quello che nasce, all’interno del centro-sinistra, con una vocazione competitiva, ma non alternativa, al Pd può raccogliere il nostro consenso. Lo ha già dichiarato Riccardo Nencini. Sottoscrivo.

Storia della sinistra delle divisioni

C’è qualcosa che caratterizza la sinistra italiana rispetto al resto del panorama politico. Ed è la propensione a dividersi. Questo è storicamente accertabile fin dalla nascita del movimento organizzato dei lavoratori. Il primo atto del congresso del primo partito d’origine internazionalista, e cioè il Partito dei lavoratori nato a Genova nel ferragosto del 1892, fu la scissione tra socialisti e anarchici. Questi ultimi avevano lanciato per primi l’Internazionale in Italia a partire dal congresso di Rimini del 1872 e promosso poi due insurrezioni, a Bologna e nel Matese, in nome del profeta Bakunin e finanziate dal ricco Carlo Cafiero che, a forza di dilapidare il suo patrimonio, finì in miseria e morì pazzo. Poi le lotte tra riformisti, nella doppia versione, alla Prampolini (il socialismo evangelico e costruito dal basso) e alla Turati (il socialismo pragmatico, come trasformazione continua “delle cose e delle teste), con i sindacalisti rivoluzionari, che lanciavano lo sciopero insurrezionale vaneggiando di ore X, sulla scorta dell’elaborazione del filosofo francese Jean Sorèl.

Poi, ancora, le divisioni tra riformisti, a partire dal 1911, quando Giolitti iniziò la guerra di Libia, con Turati e Treves che ne derivavano l’esaurimento dell’appoggio parlamentare al governo, mentre Bissolati, Bonomi e Cabrini ritenevano un errore il passaggio all’opposizione. Il conflitto si concluse, al congresso di Reggio Emilia del 1912, con l’espulsione di questi ultimi decretata dall’odg Mussolini. E Bissolati e compagnia costituirono il Psri. Poi il dissidio tra interventisti e neutralisti durante il primo conflitto bellico, quello tra massimalisti e riformisti nell’immediato dopoguerra, e quello, nell’ambito dei massimalisti, tra i rivoluzionari unitari alla Serrati, contrari all’espulsione dei riformisti dal Psi imposta dai bolscevichi, e i comunisti puri, alla Bordiga, Gramsci e Bombacci, completamente supini a Mosca, che a Livorno del 1921 fondarono il Pcdi, convinti di fare la rivoluzione anche in Italia. Poi l’assurda espulsione, proprio nell’ottobre del 1922, dei riformisti dal Psi, i quali si riunirono nel Psu, con segretario Giacomo Matteotti. E pensare che nel 1919 socialisti e popolari detenevano la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. I rivoluzionari preferirono sognare la rivoluzione armata e la dittatura del proletariato aprendo così le porte al fascismo.

Anche nel Pcdi si consumarono rotture. Alla fine degli anni venti-primi trenta si verificarono i casi Tasca, Silone, quello del trio Ravazzoli, Leonetti e Tresso, tutti espulsi da Ercoli Togliatti per deviazionismo, nel clima della caccia ai trozkisti aperta da Stalin. In casa socialista, nel 1930, una prima unificazione, nell’esilio parigino, tra il Psi di Nenni, che si era opposto alla fusione col Pdci proposta da Serrati e dai suoi terzinternazionalisti, i quali ultimi confluiranno poi ugualmente nel partito comunista, e il Psu (che divenne Psli e poi Psuli) di Turati e Saragat. Ma il partito unificato perdette l’ala della Balabanoff che fondò un altro partitino socialista e si tenne la testata dell’Avanti (il Psi fece ricorso al Nuovo Avanti). Intanto dentro il Pdci le posizioni di Bordiga vennero soppiantate da quelle filo staliniste di Togliatti e il leader comunista napoletano si spinse fino a fondare la Quarta internazionale. Mentre infuriavano venti di guerra nazisti e comunisti firmarono il patto di non aggressione del 1939 (poco prima comunisti e anarchici si erano furiosamente combattuti durante la guerra di Spagna) e anche i comunisti italiani si sottomisero alla nuova regola che considerava inutile la lotta al nazifascismo. Solo Teraccini si oppose e venne espulso. Anche Nenni, che aveva sottoscritto il patto di unità d’azione coi comunisti, si dimise dal vertice socialista che passò in mano a Tasca, Saragat e Morgari. Poi tutto si aggiustò dopo l’operazione Barbarossa del 1941.

Ma i socialisti, rinati in Italia nel 1944 col nome di Psiup, frutto dell’unificazione del Psi col Mup di Lelio Basso, erano divisi sul comunismo e la scissione di palazzo Barberini del gennaio consacrò la nascita del nuovo Psli, che divenne Psdi nel 1951 dopo la nuova parziale unificazione tra il partito di Saragat e gli autonomisti del Psi guidati Giuseppe Romita. Esplose nel Pci, nel gennaio del 1951, il caso Magnani, che contestò il mito dell’Urss e nacquero i Magnacucchi (Cucchi, medaglia d’oro della Resistenza, lo seguì nell’Usi). Nel 1957 al congresso di Venezia del Psi, dopo la svolta autonomista di Nenni, confluirono nel Psi Magnani e il movimento di Tristano Codignola, e poi anche Giolitti e un gruppo di intellettuali che provenivano dal Pci e non avevano accettato il culto dei carri armati a Budapest. Ma nel Psi si aprì una dura e sordida lotta tra le correnti con la sinistra di Vecchietti e Valori (e anche di Basso) che contestarono il centro-sinistra e nel gennaio del 1964 costituirono il Psiup. Nel 1969 vennero espulsi dal Pci i giornalisti del Manifesto, tra i quali la Rossanda e Magri, accusati di deviazionismo, mentre in tutta Italia la sinistra estrema di dimensione giovanile e studentesca creava movimenti: da Potere Operaio, a Lotta Continua, ai Marxisti leninisti. A loro volta divisi in frazioni e tendenze.

Nel 1972 si sciolse il Psiup, ma nacque il Pdup, con innesti vari nel panorama sinistro. Intanto Marco Pannella, di derivazione liberale, promuoveva una sinistra diversa, orientata alla lotta per i diritti civili col suo Partito radicale. Nel 1989 si sciolse il Pci dopo la fine del comunismo e poco dopo nacquero il Pds e Rifondazione comunista. Il Pds divenne poi Diesse e con la Margherita, frutto di confluenze tra sinistra Dc e Verdi di Rutelli) nel 2007 battezzò la nascita del Pd. Una parte di Diesse non ci stava e mentre Angius ed altri aderirono alla Costituente socialista (che aggregava anche lo Sdi di Boselli e il Nuovo Psi di De Michelis) Mussi e altri lanciarono Sinistra democratica. Nel 2009 nacque Sel (congiunzione tra ex di Rifondazione, Sinistra democratica e parte dei Verdi). Nel 2014 nasce Sinistra Italiana, frutto dell’unificazione tra Sel e Fassina e altri ex Pd, nel 2017 nasce Mdp, frutto della scissione di D’Alema e Bersani. Nasce anche campo Progressista di Pisapia, prima alleato con Mdp e poi, pare, col Pd. E potrei continuare con ulteriori dettagli e frammenti, ad esempio nelle diverse sigle del residuato comunista (Sinistra anticapitalista, Falce e Martello, Pci e altro) e socialista (Risorgimento, Socialisti in movimento e altro).

Mi fermo qui, col respiro pesante. E mi chiedo: perché questo voluttuoso e masochista gioco alla separazione ha unito, nelle sue diverse forze, il tragitto della sinistra italiana nella sua lunga storia? Perché, a costo di favorire la vittoria di quel che si riteneva l’avversario, la sinistra ha preferito lacerarsi? Perché, anche di fronte ai pericoli più gravi, la sinistra ha saputo solo distruggersi? C’è un’idiozia di fondo che anima diversi comportamenti. Nasce da un convincimento che l’ideologia sia più forte della realtà. L’ideologia come paraocchi è una malattia grave. Il grumo ideologico, il marxismo, il leninismo, ma anche altri dogmi, vedi quello assurdo e recente della rottamazione, che nascono sempre da libri e progetti, da precetti, profezie e veggenze, sono da concepire come prioritari. Questo provoca due conseguenze. La prima è quella di misurare gli altri in base alla vicinanza o meno rispetto alle teorie, la seconda è quella di trasfigurare la vita reale con la lente ideologica. Questo, che non avviene per la destra che è senza vati e profeti, succede anche oggi, perché le questioni personali (le ambizioni, le gelosie, le vendette) spesso si intrecciano ai percorsi politici. Anche oggi vengono politicamente bollati come non di sinistra, fuori dalla sinistra, o non sufficientemente di sinistra, partiti e personaggi politici senza possibilità di replica. Oppure come vecchi, troppo utilizzati, riciclati, personalità di valore in nome di una nuova ideologia che Ugo Intini ha definito “la lotta delle classi”… Non è così per la destra, che non mi risulta abbia mai espulso nessuno, perché non possiede testi sacri da far rispettare, che non ha messo al bando nessuno seguendo una teoria unificante e assoluta. E senza comprendere che anche questa parola, la sinistra, è ormai priva di significato se non la si avvalora di precisi e attuali programmi e comportamenti. Per questo bisognerebbe oggi azzerare molte cose e ripartire da capo. Soprattutto ripartire da una sinistra non più ideologica, che sa comprendere la realtà e sa cambiarla. E’ in fondo quella che molti di noi hanno sognato e che non c’è mai stata. Quella che forse resterà solo un sogno. Ma se nessuno si sveglia non lamentiamoci poi se in Italia come in Europa la sinistra traballa…

Il pentimento di Tonino e l’errore di Bobo

Vorrei essere capito e parto da una premessa. Gli errori o i meriti dei padri non ricadono sui figli. Figurarsi i convincimenti. Bobo non è Bettino e può pensarla come vuole. Anzi, sarebbe ora che anche lui si affrancasse dal cognome che porta. Lo ha penalizzato o avvantaggiato in questi vent’anni? E aggiungo che é bene che ognuno compia le scelte che ritiene giuste, e anche opportune. Non sono uno che si scandalizza se un uomo politico cerca una poltrona. La politica senza poltrone è roba da testimoni di Geova. Un partito senza parlamentari è senza voce. E infine personalmente penso che se uno della nostra vecchia famiglia riesce a rinascere non é un male per tutta la famiglia, se con essa, però, il rinato mantiene un tracciato di continuità.

Punto, però. Ho sempre sviluppato, in questo ventennio nero, un rapporto di amicizia con Bobo. Mi hanno unito a lui non solo le nostre tragedie, ma anche le passioni per la musica e per il calcio, una certa innata ironia nel commentare le cose del mondo e spesso le scelte politiche, l’adesione allo Sdi nel 1998, del quale Bobo fu candidato alle Europee, la nascita della Lega socialista e l’adesione al Nuovo Psi dopo la morte di Bettino, l’iscrizione al Partito radicale e l’amicizia con Marco Pannella, l’adesione entusiasta alla Costituente socialista nel 2007. Mi hanno distinto da lui, e spesso l’ho raccomandato in senso opposto, una certa idea dell’appartenenza a una comunità, che in lui è stata accidentata, spesso caratterizzata da un percorso fatto di separazioni e rientri, che risultano un po’ troppo frequenti. Niente di drammatico in un sistema politico in cui il cambio di casacca é all’ordine del giorno. Ma fossi stato in Bobo avrei calibrato meglio i miei atteggiamenti.

Dunque alla polemica pubblica sull’adesione congiunta di Di Pietro e Bobo Craxi al progetto dalemiano dell’Mdp, coi cosiddetti Socialisti in movimento che hanno contratto un patto dopo un incontro con Stumpo, Speranza e Rossi, Bobo ha risposto che su Tangentopoli lui non ha cambiato idea e che Di Pietro invece si presenta come “un pentito”. Bobo poteva trovare un argomento più convincente. Nell’intervista più volte citata Di Pietro pronuncia infatti queste parole: “Nella mia attività di magistrato ritengo di aver fatto il mio dovere e non ho da sentirmi colpevole. Anche l’inchiesta Mani Pulite non la rinnego, rifarei oggi tutto quanto feci allora”. A ben leggere il simbolo di Mani pulite più che mettere sotto processo la sua attività di magistrato (al Pool Mani pulite rimprovera implicitamente molte cose e su queste si basa la decisione del Psi di presentare una proposta di legge per la Commissione d’inchiesta), boccia clamorosamente la sua successiva attività politica.

Basta questo a Bobo per seppellire 25 anni di duri e a volte anche dolorosissimi contrasti? Basta per una coabitazione nella stessa area politica? Ritiene davvero che questo connubio tra Di Pietro e gli ex comunisti possa essere una minestra digeribile? Vorrei sentirglielo dire perché non credo possa essere convinto neppure lui. Intanto noi cercheremo, se passerà il Mullerattam, di costruire una lista che, assieme ad altri, possa superare lo sbarramento del 3 per cento (con un emendamento lo sbarramento potrebbe essere richiesto solo in tre regioni). Vedremo i progetti della Bonino e di Pisapia. Cercheremo di contribuire alla formazione di un polo all’interno dello schieramento di centro-sinistra, con un programma riformista e liberale. Di questo dovremo parlare e su questo confrontarci nei prossimo giorni. Con tre pregiudiziali. Non potremo fare accordi col centro-destra, coi grillini, ma neanche con… Di Pietro. Almeno noi.

E commissione d’inchiesta su Tangentopoli sia

Il Psi, con Enrico Buemi al Senato e Oreste Pastorelli alla Camera, ha depositato la proposta di legge per l’istituzione di una commissione d’inchiesta su Tangentopoli e i suoi effetti, anche a seguito delle clamorose dichiarazioni di Antonio Di Pietro, il magistrato milanese simbolo della stagione di Mani Pulite. Quest’ultimo ha speso queste parole, in un’intervista alla trasmissione “L’aria che tira”: “Ho fatto l’inchiesta Mani Pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima repubblica: il male, che era la corruzione e ce n’era tanta, ma anche le idee”. E ancora: “Ho costruito la mia politica sulla paura delle manette, sui concetto che erano tutti criminali”. Dunque Di Pietro ritiene la sua indagine un’iniziativa politica? Pensa che compito del Pool sia stato quello di perseguitare persone anche innocenti ritenendole a torto tutte criminali? Sostiene di avere fatto politica con la paura delle manette. Ma, visto che da politico non poteva ammanettare nessuno, ammette di avere svolto l’indagine seminando la paura delle manette. Cosa gravissima visto che non è previsto dal codice penale quello di indagare le persone minacciandole, ai fini di confessione, di metterle in gattabuia.

Sappiamo bene come venne condotta quell’indagine che risale ormai a 25 anni fa e che ha profondamente inciso sul sistema politico italiano, colpendo i gruppi dirigenti di alcuni partiti e lasciandone tranquilli altri. Sappiamo bene che la corruzione era un male endemico del Paese, ma oggi lo è ben di più, dopo la crociata di Mani Pulite. E che tutti i partiti politici italiani si finanziavano illegalmente. Ma poiché il Parlamento approvò la depenalizzazione del finanziamento illecito ai partiti fino al 1989 (non è causale la data che corrisponde alla fine del comunismo e del Pci) i magistrati si gettarono a peso morto sui finanziamenti che andavano dal 1989 al 1992, con rarissime escursioni sul passato più remoto perseguendo reati diversi. Sappiamo bene che l’indagine, che portò a suicidi, morti d’infarto, arresti arbitrari, condanne rapide e ad personam, poi assoluzioni nella maggior parte dei casi, si nutrì di appoggi del mondo dell’informazione e di settori industriali e finanziari complici, e si alimentò attraverso due gravi reati commessi dai magistrati: l’uso illegale del carcere preventivo, che è previsto solo per pericolo di fuga, reiterazione del reato, manomissione delle prove (carcere preventivo che i magistrati milanesi, come pare ammettere oggi Di Pietro, usavano come strumento per estorcere una confessione), oltre alla costante e altrettanto illegale violazione del segreto istruttorio.

Già in quegli anni il Psi propose l’istituzione di una commissione d’indagine parlamentare. Fu il solo partito che lanciò l’idea, peraltro assolutamente ragionevole, di un approfondimento da parte del Parlamento italiano, peraltro senza intralciare né condizionare l’azione dei magistrati, della vicenda che più ha segnato il corso della storia italiana degli ultimi decenni. Le altre forze politiche si misero, alcune, a balbettare, altre a contestare, in nome dell’autonomia della magistratura, che nessuno aveva messo in discussione, violando così, invece, il principio dell’autonomia del Parlamento dall’ordine giudiziario. Un atteggiamento invero dettato solo dalla paura e dalla completa subalternità della politica ai pubblici ministeri, che invece non avevano alcun problema a invadere, con dichiarazioni, interviste, convegni, veri e propri ultimatum, pressioni sul presidente della Repubblica, la sfera della politica.

La storia dell’Italia del dopoguerra è stata profondamente travisata dal pesante intervento dei magistrati. Lo stesso conflitto tra socialisti e comunisti ha finito per essere capovolto rispetto al bilancio della storia, dopo il crollo del muro di Berlino. Questo naturalmente anche a causa, bisogna riconoscerlo, degli errori del gruppo dirigente socialista. Resta il fatto che il Parlamento italiano, quel Parlamento che ha istituito commissioni di inchiesta su tutti i principali avvenimenti politici e anche giudiziari (dal caso Mattei, al caso Moro, al caso Etruria e ci vorrebbero migliaia di battute per citarle tutte) si è sempre rifiutato di istituire una commissione parlamentare sul caso dei casi, quello che ha messo sotto processo la politica e, per dirla con le parole di Antonio Di Pietro, ha travolto partiti storici partorendo “il dialetto di Bossi, la sgrammaticatura di Di Pietro, il tupè di Berlusconi”. Vedremo come e se reagiranno gli altri partiti. Saranno certo contrari i grillini e i leghisti, probabilmente favorevoli i berlusconiani. Ma la sinistra, voglio dire il Pd, Mdp, Sinistra italiana, Campo progressista? Vuoi che dopo tanti anni mantengano quell’ipocrita “non possumus”? Stento a crederci, ma non m’illudo.

Catalogna: indipendenza o autonomia?

Il referendum convocato e svolto per sancire l’indipendenza della Catalonya dal governo centrale di Madrid ha provocato sul piano internazionale due reazioni abbastanza comuni. La prima é quella di opporsi a una decisione unilaterale, peraltro svolta con una consultazione senza adeguati controlli, semplicemente attraverso un sì o un no, la cui conseguenza inevitabile sarebbe quella, incostituzionale secondo il dettato della democrazia iberica del dopo franchismo, della rottura dell’unità nazionale. La seconda é relativa alle preoccupazioni per la repressione ordinata dal governo Rajoy e messa in pratica dalle forze dell’ordine nazionali, in contrasto con quelle catalane, ai fini di impedire lo svolgimento della consultazione.

Oltretutto dall’esito alquanto fallimentare, visto che solo una minima parte di seggi (meno del 15 per cento) é stata occupata dalle forze dell’ordine, mentre le immagini di scontri, manganellate e ferimenti, solo per impedire lo svolgimento di una votazione, non sono apparse la proiezione migliore per esaltare le ragioni di Madrid. Resta la domanda sul che fare e sul perché non sia stato fatto prima. Dev’esserci in un fronte e nell’altro un’area riformatrice, di mediazione e di proposta. Il muro contro muro porta allo scontro dalle conseguenze inevitabili. E dai contorni intimidatori e potenzialmente violenti. Quel che non si capisce é perché sia stata affrontata. e in parte risolta con l’attribuzione di particolari poteri territoriali, una dura e sanguinosa vertenza coi Paesi baschi e invece si sia arrivati a questo punto con Barcellona.

Non si comprende perché l’Italia sia stata in condizione di dare soluzione a una questione almeno altrettanto delicata e complessa com’era quella altoatesina, con un corollario di attentati e di morti, e che era anch’essa giustificata da quelle popolazioni con l’appartenenza a una tradizione, cultura e lingua, diverse da quella italiana, mentre la Catalonya sia oggi in queste condizioni e sull’orlo di una drammatica dichiarazione di secessione. Le soluzioni, se gli estremisti per l’indipendenza e quelli per il centralismo si metteranno da parte, si possono sempre trovare. Se invece tutto si arroventerà, da un lato attraverso il rigido rispetto di un referendum fatto in casa, e dall’altro attraverso la negazione dei suoi risultati, si passerà ad una fase di scontro dagli esiti imprevedibili.

Come sempre le questioni economiche stanno al primo posto. La Catalonya é la regione più ricca della Spagna anche se i dati non sono così eloquenti. Solo uno 0,2 in più di Pil rispetto al tasso di sviluppo complessivo non ne fanno il Nord dell’Italia. Tuttavia una maggiore autonomia fiscale, come chiedono da noi Lombardia e Veneto, con un referendum che definiscono costituzionale, ma che é in realtà un semplice sondaggio perché in Italia non esiste neppure il referendum consultivo, potrebbe essere concessa ai catalani. La Spagna che somma sostanzialmente quattro popoli potrebbe trasformarsi in una sorta di stato federale. Un unico stato con ampie autonomie ai suoi territori. Lo stesso sovrano potrebbe farsi carico di una proposta e di una mediazione. L’Europa, se esistesse politicamente (la Commissione, il Consiglio, l’asse franco-tedesco?), potrebbe convocare un tavolo. Quel che importa oggi è che ci si muova subito. Prima che sia troppo tardi. Prima che l’incendio di Barcellona divampi e infiammi anche altri stati.

D’Alema e Craxi (via Renzi)

Nell’intervista al Corriere Massimo D’Alema fa il punto sulla situazione. Leggo sempre con interesse le osservazioni del lider maximo, perché quasi mai mi appaiono banali. Devo dire però che stavolta ogni suo appunto é sempre collegato a un unico obiettivo: colpire e sconfiggere Renzi. L’ossessione maschera un odio privato. Non mi scandalizzo giacché non é la prima volta che accade in politica. Penso al particolare astio che mosse Crispi contro Giolitti e viceversa. O a quello di Turati contro Enrico Ferri, del rapporto tra Moro e Fanfani, di quello tra Nenni e Basso, tra Mancini e De Martino. Tuttavia in nessuno di questi casi l’obiettivo fondamentale é mai stato dichiaratamente quello di sconfiggere quell’altro. Il rapporto personale veniva sempre celato dietro un dissenso politico e mai ostentato come primario.

Oggi invece D’Alema, che continua a minacciare Renzi “fin che starà in vita”, ritiene che il suo principale nemico sia Renzi e che il Pd sia il vero avversario politico da battere. Bacchetta sulle dita anche Pisapia perché ancora indeciso su un’eventuale alleanza col Pd sull’uninominale, se il Mullerattam verrà approvato. E, udite udite, tra Renzi e Craxi sceglie Craxi definendolo un uomo di sinistra al contrario di quell’altro, anche se un po’ troppo anticomunista (come se fosse stato un difetto e l’essere stato comunista un pregio). Nella nuova graduatoria dalemiana Craxi ha avuto il merito di aver parteggiato per la resistenza palestinese e di avere aiutato quella cilena. Cose che certo Renzi non avrebbe potuto fare.

In questo usare Craxi per colpire Renzi D’Alema non si fa scrupoli. E non ricorda bene il passato e i suoi giudizi sul nostro segretario. Ero alla Camera quando venne discussa l’autorizzazione a procedere, anzi le diverse autorizzazioni a procedere contro Bettino. E non posso dimenticare il discorso di D’Alema che, schierandosi ovviamente contro il leader socialista, se ne uscì con la sarcastica e cinica sua osservazione: “In fondo l’unica vera passione politica di Craxi é stata l’odio verso di noi”. Il muro di Berlino era caduto quattro anni prima e il Pci era divenuto Pds. Il suo itinerario era stato aperto dalle ruspe di Mani pulite che gli avevano rischiarato un tunnel che pareva senza uscita. L’idea, anzi l’ossessione, di finire in braccio a Craxi e alla sua unità socialista era ormai scongiurato. Bastava appoggiare acriticamente il dipietrismo e schiacciare il piede sull’accelleratore del giustizialismo. Craxi aveva come passione l’odio contro di noi, cioè contro i comunisti? Che muoia dunque.

Quando Craxi era ormai alla fine, é vero, D’Alema che era presidente del Consiglio, chiese ai giudici di Milano se poteva farlo rientrare in Italia senza che venisse arrestato. Al loro diniego, però, fece marcia indietro senza fiatare. Propose alla famiglia i funerali di stato. Da latitante-premier. Un insulto alla logica. Come tutti quegli anni in cui dominava l’ipocrisia. Clamorosa la vera e propria dissociazione tra Berlusconi presidente e Craxi ad Hammamet. Avrebbe fatto anche ridere se non fosse stata drammatica. O quella del Pci che viveva sul tesseramento e i festival dell’Unità e che a seguito dì Tangentopoli fu costretto a vendere le sedi e a chiudere l’Unità. O quella di Greganti cui dedicarono le magliette anche se i soldi se li teneva lui. O la storiella di un emissario Enimont che portò un miliardo a Botteghe oscure consegnandolo a un ascensore. Quanta acqua é passata sotto i ponti. Abbiamo anche assistito al clamoroso mea culpa di Di Pietro. Cosa vuoi che sia questa patente di sinistra rilasciata postuma da D’Alema a Craxi?

Galli della Loggia e lo ius soli

Nel suo editoriale sul Corriere Ernesto Galli della Loggia svolge osservazioni di estremo interesse sullo ius soli e in particolare sul concetto di cittadinanza in riferimento ai migranti di cultura islamica. Vorrei tentare di approfondire la sua tesi di fondo. E cioè che coloro che provengono dall’islamismo e seguono la sharia propongono problemi di non facile soluzione ai fini di una reale integrazione nella (non con la) nostra società e nei suoi valori di fondo. Verissimo. Resta vero, e questo Galli della Loggia peraltro non propone, che non si possano affermare diritti selezionandoli per religione, etnia, provenienza.

Che una cittadinanza corrisponda all’accettazione di un insieme di valori comuni è del resto richiesto anche dalla legge in vigore che impone un giuramento formale di rispetto e piena accettazione dei principi della nostra Costituzione, anche se càpita (é accaduto anche a me non di rado, nelle vesti di pubblico ufficiale) che la lettura del giuramento sia quasi incomprensibile perché i soggetti interessati, dopo nove anni di residenza nel nostro paese, non conoscono quasi per niente la lingua italiana. E questo succede più spesso alle donne che, evidentemente, per nove anni sono tenute all’oscuro degli avvenimenti del paese ove vivono, non leggono libri e giornali italiani, non guardano la tv, non partecipano alla vita dei social, non hanno relazioni con i loro nuovi concittadini. E questo imporrebbe qualche rettifica al concetto di cittadinanza che dovrebbe imporre, pena la sua negazione, almeno la piena conoscenza della nostra lingua.

Non capisco però cosa c’entri tutto questo con lo ius soli (la possibilità di essere riconosciuti cittadini italiani al momento della nascita in Italia per i figli di migranti in possesso di un permesso di soggiorno di almeno cinque anni, ma il genitore che non proviene da paesi Ue deve avere inoltre un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge, deve superare un test di conoscenza della lingua italiana). Anzi finalmente il riconoscimento della cittadinanza del figlio impone un’esame sulla conoscenza della lingua per il padre. Né capisco che c’entri con lo ius culturae (la possibilità di ottenere la cittadinanza per i figli dei migranti arrivati in Italia entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico, nonché per i ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni, dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico).

I neonati o i ragazzi fino ai 18 anni che di fatto, frequentando da tempo la nostra scuola, vivono una vita di comunità, conoscono la lingua, studiano la nostra storia perché mai non dovrebbero essere riconosciuti italiani e dovrebbero aspettare il compimento della maggiore età? Costoro che c’entrano con le giuste valutazioni di Galli della Loggia? Non solo. Ma attribuendo loro eguali diritti rispetto ai nostri figli, non si sentiranno essi più legati alla nostra società e non solo ai diritti, ma anche ai doveri che le nostre leggi impongono? Mi pare infine perfino ovvio scartare l’ultima obiezione, non di Galli della Loggia, ma di commentatori improvvisati secondo la quale lo ius soli provocherebbe una più massiccia popolazione di elettori per un plausibile partito musulmano. Non mi risulta che il diritto di voto in Italia sia attribuito anche alla popolazione inferiore ai 18 anni di età. Per quella superiore bastava la Bossi-Fini. Un partito islamico grazie alla Bossi-Fini non l’aveva però pronosticato nessuno.

Frau Merkel, arriva Italia

Si sprecano oggi i rilievi sul risultato delle elezioni tedesche che ne sintetizzano l’andamento in questi dati inoppugnabili: il calo cospicuo di consensi alla Cdu-Csu di Angela Merkel, la netta sconfitta della Spd, l’ingresso nel Bundestag del partito di destra con un risultato superiore alle previsioni, il successo dei liberali, la tenuta dei verdi e della Linke. Ne esce un quadro di più difficile governabilità, in particolare per la dichiarata indisponibilità dei socialdemocratici, che flettono a poco più del venti per cento, di ripetere l’esperienza della grosse koalition. Più probabile che si delinei una nuova alleanza tra Cdu-Csu, liberali e verdi. Una soluzione però si troverà e la Germania, come la Francia, la Spagna e il Regno unito, avrà un governo democratico.

Dal risultato elettorale emergono tuttavia alcuni elementi che sono ormai comuni a molti, se non tutti, i paesi europei. Il primo é quello che porta a una sconfitta dei partiti di governo, anche indipendentemente dai risultati ottenuti. Questo si é verificato, con effetti clamorosi, in Francia, ma anche in Spagna e nel Regno unito, con Rajoy e la May usciti fortemente indeboliti dalle urne, mentre il risultato del referendum e delle amministrative parziali in Italia annuncia un dato elettorale non dissimile nelle elezioni di primavera, con una possibile aggravante, perché l’indebolimento del governo prodottasi in Spagna, Regno Unito e Germania, potrebbe qui tradursi in possibile sconfitta. Si tratta di un evidente malessere germogliato in tutto il continente e che produce un voto di sfiducia in chi governa senza necessariamente esprimere una chiara alternativa politica. Tranne in Francia, dove un nuovo movimento ha avuto la capacità di interpretare un’istanza di cambiamento e di incanalarla in una moderna proposta riformista, peraltro oggi ovattata dal pericolo di una veloce consunzione, negli altri paesi, compresa la Germania, il voto premia movimenti generalmente anti europeisti e nazionalisti, in qualche caso anche di destra semi razzista.

Le questioni della migrazione, attenzione su questo, che toccano soprattutto i ceti più popolari, unite agli svantaggi reali o presunti della integrazione europea e gli effetti di entrambi sulla situazione della vita dei cittadini, paiono essere ovunque quelle dirimenti. In pochi, penso ancora alla preveggenza del nostro Craxi, avevano intuito questo grave rischio a fronte delle infatuazioni uliviste e liberiste nel mito di un’Europa paradisiaca e dell’indifferenza ai drammi di un Africa senza futuro. Se gli effetti di queste sottovalutazioni hanno avuto una forte incidenza nel voto tedesco, in un Paese che continua a registrare un tasso di sviluppo doppio rispetto a quello italiano, con una disoccupazione generale e giovanile che é la metà della nostra, sarebbe miopia politica non considerarli argomenti di forte impatto anche da noi, capaci di determinare una corposa tendenza elettorale. Non é un caso che tutti i sondaggi italiani continuino a fotografare due dati: l’avanzata del centro-destra e una possibile maggioranza numerica di stampo populista tra Cinque stelle e Lega. Stiamo parlando di maggioranza, non del 13 per cento ottenuto in Germania. Un dato clamoroso e inquietante, almeno per chi continua ad essere democratico, riformista ed europeista.

E’ tardi oggi per invertire questa tendenza e forse non basteranno nemmeno i buoni risultati ottenuti dal governo Gentiloni in materia di economia e del ministro Minniti sulla migrazione. Né il proposito apprezzabile manifestato a Imola da Renzi di concepire il Pd come unico argine e reale alternativa a Salvini e Grillo (Di Maio). Soffia un’aria forte che non si ferma con le mani. Quel che bisogna tentare di fare oggi é muoversi con disposizioni concrete sui due grandi temi citati, costruire una legge elettorale che non faccia il gioco dei populisti (ma Renzi l’ha capito?), liberare tutte le forze politiche non populiste da ipoteche per il futuro, assecondare nel centro-sinistra un’ampia alleanza riformista capace di non disperdere energie e voti. Questo si può e si deve fare. Se poi alla sinistra del Pd si vuole continuare a giocare col fuoco, bè questa non sarebbe neppure una novità. Di fronte ai gravi drammi del Novecento l’estrema sinistra ha solo saputo ballare sul Titanic. E mentre la nave affondava canticchiare vecchie litanie ed alzare le braccia al vento.