Fabo, dopo Welby…

Così Fabiano Antoniani, 40 anni appena compiuti, ha riacquistato la sua libertà, per riprendere le sue parole, uscendo dalla sua lunga notte senza fine. Era tenuto in gabbia, tetraplegico e cieco, a causa di un terribile incidente. Per esaudire la sua richiesta di uscire dalla prigione, si é rivolto alla clinica svizzera Dignitas aiutato dall’ex europarlamentare Marco Cappato. Dopo il caso Welby la Chiesa negò funerali religiosi a chi aveva scelto di morire, mostrando un volto più incline alla conservazione di un dogma che all’espressione di un sentimento di cristiana pietà. Dopo il caso di Eluana Englaro, diverso, come rileva papà Beppino, perchè si trattava solo dell’affermazione di un diritto costituzionale alla scelta di sospendere le cure, scesero in campo le peggiori e strumentali manifestazioni del clericalismo politico. Si arrivò addirittura a un palmo dall’approvazione di un decreto legge al Senato contro la morte. Un decreto ispirato da influenti settori della Chiesa.

Oggi, forse, anche l’atteggiamento della Chiesa, sotto il papato di Francesco, ha mutato opinione. Leggiamo un’intervista del presidente della Pontificia Accademia per la vita, monsignor Vincenzo Paglia, che é stato vicino a Marco Pannella nelle ultime fasi della sua vita, foriero di importanti novità e soprattutto di un atteggiamento di maggiore disponibilità al dialogo. Sostiene monsignor Paglia: “Ma che significa condannare? Questo ragazzo non va condannato. Guai a chi lo facesse.” E soprattutto, sul tema del testamento biologico, egli dichiara: “Io sono convinto che ognuno possa dare le sue disposizioni”. E poi aggiunge: “C’è bisogno di creare un circolo d’amore che veda protagonisti il malato, i suoi familiari, gli amici e il medico, perché si arrivi a una scelta consapevole e condivisa”.

Un modo invero nuovo di ragionare, al di fuori di assolute e dogmatiche certezze. Prendiamone atto e chiediamoci perché allora il Parlamento italiano non abbia iniziato la discussione sulla proposta di legge del fine vita, rinviata già per tre volte, da gennaio ai primo di febbraio, al 27 febbraio e adesso a marzo. Evidente che il rischio di non approvarla entro la fine della legislatura sia alto. A fare le barricate, innalzando gli scudi sul solito ritornello della alimentazione e idratazione artificiali non come cure che si possono sospendere, sono Lega e Ap, sì Area popolare in cui confluisce anche l’ex Nuovo centro destra di Alfano. Difficile, se le cose stanno così, pronosticare un’alleanza politica tra laici e questo partito. Non si tratta di contrapporre due visioni, entrambe legittime, della vita, ma di non accettare che l’una prevalga sull’altra, che la soffochi e ne impedisca la manifestazione. Che é poi la tradizionale distinzione non tra credenti e non credenti, ma tra laici e integralisti.

La Marianna e il polo liberalsocialista e ambientalista

Ho ascoltato le relazioni e gli interventi alla convention della Marianna, l’associazione fondata da Giovanni Negri, compresa un’interessantissima tavola rotonda delle donne musulmane laiche che hanno contestato la nascita, ormai prossima, del nuovo Partito islamico italiano, un intervento ironico e pungente del generale Mori sulla sua persecuzione giudiziaria, un prezioso intervento di Baldassarri sugli errori dell’Europa in merito alla sopravvalutazione dell’euro e alla mancata revisione del trattato di Maastricht. Negri, con me, ha avuto l’avvertenza di lanciare un messaggio politico ai radicali e ai socialisti. Un messaggio di unità e di consapevolezza della necessità, anzi del dovere, di intraprendere un cammino insieme.

Sono intervenuto per sottolineare come la Marianna potrebbe diventare il luogo dell’incontro, aperto anche agli ambientalisti, ai laici, ai liberali e ai riformisti, oppure uno dei soggetti dell’incontro e della sintesi politica. Oggi gli scissionisti del Pd si sono dati l’ennesimo nome anonimo, scollegato da storie e da identità: é nato il Movimento dei democratici e dei progressisti, che ricorda vagamente le definizioni di stampo terzinternazionalista. Come quel giornale del Cominform che si chiamava “Per una pace stabile e una democrazia popolare”. Ma in realtà era strettamente collegato al mondo del comunismo reale. Mancano i nomi che rappresentano anime, fedi. memorie. I nomi che non si intendono rinnegare. Dunque è urgente riprendere parole come socialista, radicale, laico, liberale, ambientalista. Oggi é quanto mai necessario.

“Nomima sunt consequentia rerum”, dicevano i latini, e per questo dobbiamo, se vogliamo camminare insieme, dare contenuti al nostro cammino. Dico subito che se nel mondo radicale si é aperto un conflitto tra chi intende continuare l’opera di Marco Pannella e chi intende dirigersi altrove, il mio consenso va ai primi. Non vedo come il mondo liberalsocialista possa dimenticare l’opera di Marco, che insieme a Loris Fortuna, di cui sono stato allievo, ha regalato all’Italia la magnifica stagione delle battaglie vinte sui diritti civili. Penso che dei socialisti oggi ci sia bisogno, perché é l’equità messa in discussione dal riemergere delle vecchie povertà e dalla necessità di una presenza dello stato sui temi della finanza e dell’economia. Ma soli i socialisti non ce la faranno. Penso che dei radicali oggi ci sia bisogno, perché la libertà oggi é messa in discussione dai poteri forti, siano essi di natura giudiziaria, dell’informazione, finanziaria. Ma da soli oggi i radicali non ce la faranno. Penso che degli ambientalisti oggi ci sia bisogno, perché il mondo vive grandi problemi climatici ed energetici, perché la necessità di acqua potrebbe sfociare in nuovi drammatici conflitti e perché l’Italia é sempre più a contatto con fenomeni distruttivi in seguito ad allagamenti e terremoti. Ma il mondo ambientalista da solo non ce la farà.

Invece l’unione di socialisti, radicali, ambientalisti, un soggetto nuovo e capace di fornire risposta ai moderni temi dell’equità, della libertà e della tutela ambientale, é quel che serve non a noi, ma all’Italia e al mondo. Un soggetto che preservi le storie di ciascuno, perché é molto meglio allargare il recinto di ognuno per difendere il singolo territorio senza crogiolarsi in patriottismi che finiscono per non giovare alla causa. Perché per essere vincenti occorre guardare al presente con lo sguardo verso il futuro. Come ci ha insegnato Pannella, e come ha sempre inteso fare un compagno di Bologna che sarebbe stato assieme a noi oggi se non fosse improvvisamente scomparso pochi giorni fa, e che ci ha consegnato il testimone delle sue battaglie per la libertà e la parità di tutti: Franco Piro. Con la passione di Franco continuiamo il nostro cammino.

Si contendono gli ex comunisti

Li capisco. La scissione, con l’esclusione dell’ex socialista Epifani, ha un’unica matrice: quella ex comunista. Dicono che troveranno il modo di chiamarsi Diesse. Vuoi vedere che useranno anche il termine socialista, come vorrebbe Enrico Rossi? Democratici e socialisti? Non credo. Sia Renzi sia Bersani intendono inseguire i militanti e gli elettori che avevano in testa un legame con uno sviluppo progressivo e coerente del partito. Quando parlavano del loro partito e si vantavano di non averlo mai tradito intendevano il Pci, Pds, Diesse, Pd. Avvinti da un legame di conseguenza. Come se il partito successivo fosse figlio di quello precedente.

Così, mentre anche Errani, dopo il terremoto del centro Italia, pare seguire il sommovimento politico del suo corregionale Bersani, e mentre Emiliano conferma che la politica non la si può iniziare a cinquant’anni e finirà bruciato da entrambi i partiti, é iniziata la serrata corte ai comunisti, agli ex o post comunisti. Ed entrambi non smettono di citare Berlinguer, mentre L’Unità, giornale fondato da Antonio Gramsci nel 1924 in forte polemica con l’Avanti, pare aver trovato le risorse per tirare a campare con tanto di ringraziamenti a Renzi del direttore Staino.

Se la scissione partorirà due partiti che si contendono l’eredità comunista, mentre anche Sinistra italiana pare che a quella storia intenda ispirarsi come ovviamente Rifondazione comunista e i comunisti italiani e perfino il piccolo partito leninista del nerboruto Rizzo, saremmo davvero al paradosso dei paradossi. Già abbiamo ironizzato sui ritratti (di Gramsci, Berlinguer, Moro e Nilde Iotti) che campeggiano in una storica sezione romana del Pd. Così, il Pd, socialista in Europa, democratico in Italia e dal passato comunista e in parte democristiano, si confronterebbe con il nuovo partito, che pare voglia definirsi socialista, nella versione di Rossi, senza essere nel partito socialista europeo, e con un passato esclusivamente comunista.

Il muro di Berlino in Italia, lo sappiamo, é caduto all’incontrario. Ma nella sinistra italiana coloro che hanno avuto storicamente ragione, gliela danno anche i post comunisti, e cioè Turati, Saragat e il Nenni autonomista, sono deposti rigorosamente in soffitta, coloro che hanno avuto torto, appoggiando l’Urss e la sua rivoluzione leninista come Gramsci, il nemico dei riformisti, come Berlinguer, il padre dell’eurocomunismo e della terza via tra comunismo e socialdemocrazia, come Ingrao e Nilde Iotti, che di quella storia sono figli, vengono non solo esaltati, ma contesi dal Pd e dagli scissionisti.

Spero solo che si tratti di una necessità tattica e che il gruppo dirigente del Pd comprenda che il loro partito é finito proprio per le sue ambiguità e contraddizioni. E che l’unico modo per rilanciarne il progetto di forza riformista e socialista italiana é quello di fare punto e a capo e di rivolgersi a chi un’anima, una storia, un’identità coerente invece ce l’ha. Oggi siamo di fronte alla rinascita delle identità. Ha ragione Bersani quando si collega a una visione solidale della sinistra, che non può restare subalterna ai maglioni di Marchionne. Ma anche la sinistra di oggi, se non impara il valore della laicità, cioè della capacità di superare i suoi tabù e di reinventarsi, cioè di rompere con un passato integralista e con le sue icone sbagliate, sarà condannata a perdere sempre. I partiti senz’anima o con anime inconciliabili sono al tramonto.

Pd spaccato, Renzi a un bivio

Abbiamo scritto che la scissione era meglio della confusione e del conflitto permanente in un partito senza identità. Il Pd nacque come soggetto a vocazione maggioritaria per il passaggio dal bipolarismo al bipartitismo, con un occhio all’America più che all’Europa, e per sfidare con possibilità di vittoria il centro-destra che Berlusconi aveva riunito nel nuovo Pdl. Se riflettiamo bene oggi son venute a mancare tutte le motivazioni dell’esistenza di quel Pd, incollatura di due tradizioni storiche, quella comunista e quella democristiana, che ovunque in Europa si fronteggiavano contrapposte.

Il bipolarismo non solo non si è trasformato in bipartitismo, ma ha ceduto il campo al tripolarismo con l’affermazione dei Cinque stelle, la vocazione maggioritaria, riproposta, dopo Veltroni, nella nuova versione di Renzi, si é frantumata ad un tempo negli scogli anministrativi-referendari e nella bocciatura costituzionale del ballottaggio, mentre dall’altra parte il Pdl da tempo non esiste più e il centro destra é quanto mai disarticolato in una tendenza berlusconiana non ostile al dialogo col Pd, sia pur post elettorale, e in una destra alternativa di stampo anti europeo. Per di più il mito democratico americano é stato sopraffatto dal trumpismo. Dunque che quel Pd sia oggi finito e che una parte di oppositori di Renzi abbiano deciso di farsi il loro partito appare perfino logico.

Quel che stupisce sono piuttosto le motivazioni e le conseguenze politiche della scissione. Il più intelligente degli scissionisti, Massimo D’Alema, ha sgombrato il campo dalla commedia degli equivoci, dichiarando che la separazione è il risultato di visioni differenti e che un partito non é un carcere. Più astruso l’arrampicarsi sugli specchi tra date, congressi, conferenze programmatiche che hanno contraddistinto la posizione di Bersani, Speranza, Rossi e dell’altalenante Emiliano, una sorta di personaggio pirandelliano che recita a seconda del pubblico in teatro. Dichiarare che non si partecipa a un congresso perché non si ha voglia di cambiare politica, equivale ad enunciare il riconoscimento della propria sconfitta. Sostenere che l’attuale segretario non si deve ricandidare, equivale a dichiararlo invincibile.

Ma quel che stupisce é l’immediata conseguenza politica del nuovo partito. E cioè il convinto sostegno al governo Gentiloni, che é governo del Pd renziano. Questo finirà per costituire fonte di divisione con l’altra parte di sinistra presente in Parlamento, almeno con la maggioranza di Sinistra italiana. Nel contempo il nuovo partito dichiara di collocarsi nel centro-sinistra, dunque ancora collegato al partito abbandonato. Si tratta di curiosa anomalia con la storia delle scissioni. Una sorta di separazione-collaborazione di difficile comprensione. Il trait d’union potrebbe essere Pisapia, l’uomo che vuol spostare un pezzo di sinistra verso il Pd. Ma ci sono almeno due complicazioni.

Attualmente la legge elettorale contempla il premio alla lista e non le coalizioni. Con il premio alla lista tutto apparentemente si semplifica. Ognuno andrà per conto suo e le coalizioni eventuali si formeranno dopo il voto. Risulterà tuttavia molto difficile far capire agli elettori una collocazione in un centro-sinistra che non c’è e con un Pisapia senza più una missione. Col premio alle coalizioni gli scissionisti dovranno scegliere invece tra il cosiddetto Campo progressiste dell’ex sindaco di Milano, che vuol collocarsi nell’aggregazione di centro-sinistra col Pd renziano, o la maggioranza di Sinistra italiana che correrà in solitario contro Renzi. Quel che stento a comprendere é la perdurante riserva renziana sulle coalizioni. Incomprensibile e suicida. Il Pd da solo non raggiungerà mai il 40 per cento, favorirà i Cinque stelle che sono l’unica forza non coalizzabile, indurrà più facilmente alla convergenza gli scissionisti e le altre forze della sinistra, ucciderà sul nascere il tentativo di Pisapia. Vuoi vedere che adesso Renzi farà anche questo errore?

Quel che é certo é che il Pd del Lingotto e della Leopolda non c’é più. Renzi é a un bivio. O si accontenta di quel che gli é rimasto dopo un congresso in cui uscirà vincente ma non trionfante, con Orlando alleato di Cuperlo, forse ancora con Emiliano tra le costole, con Franceschini che sfoglia la Margherita e Delrio che prende le distanze, oppure si lancia alla ricerca di un altro Pd, quello più logico e conseguente con la collocazione europea. E annuncia la volontà di un pieno recupero della tradizione socialista e democratica italiana, magari anche delle battaglie di libertà del mondo radicale post pannelliano e delle esigenze di difesa e sviluppo armonico del territorio degli ambientalisti. Avrà Renzi la forza di lanciare un nuovo progetto politico o si fermerà al corteggiamento degli ex comunisti rimasti tra i quali svetta quello Sposetti, amministratore del patrimonio degli ex Diesse, senza il quale il Pd sarebbe costretto a tornare in piazza, esattamente come vorrebbe D’Alema?

Piro vive

Un colpo questa mattina. Un colpo al cuore la notizia della morte di Franco Piro, un amico, un compagno, un personaggio unico e irripetibile della storia del Psi. Piro, nativo di Cosenza, era stato in gioventù uno degli animatori del movimento studentesco dell’Università di Bologna e un dirigente di Potere Operaio. Poi l’adesione al Psi, militando nella corrente lombardiana. Professore di economia politica all’Università felsinea, divenne in breve tempo uno dei massimi dirigenti del Psi bolognese e regionale e nel 1983 fu eletto per la prima volta alla Camera dei deputati. Dal 1976 aveva aderito alla politica del nuovo corso e nel 1980 aveva seguito Gianni De Michelis del quale era amico.

A Bologna fondò l’Istituto Morandi e collaborò con la collana editrice Marsilio (grazie a lui venne pubblicata la mia tesi di laurea sulla storia del Psi a Reggio Emilia, ma anche altri e diversi libri sulla storia socialista). Tra il 1987 e il 1992 fu presidente della Commissione finanze della Camera e suggeritore e promotore di diverse leggi, nonché propugnatore di una azione di moralizzazione ben prima dell’esplosione di Tangentopoli. Voglio ringraziare Franco per averci regalato la sua creatività, la sua freschezza, la sua cultura. E anche quell’essere sempre giovane e spregiudicato, segnando un filo di continuità caratteriale con la sua esperienza studentesca.

Di Franco mi restano intatti tantissimi ricordi. Come quell’ironizzare sul suo handicap in occasione di una campagna elettorale con lo slogan “Piro corre. Miracolo. Aiutiamolo ad arrivare”. Geniale. O la sua inaspettata elezione alla Camera nel 1983, quando nessuno lo dava vincente. O la sua inclusione nella lista del 1992 e la sua venuta a Reggio Emilia in campagna elettorale quando era candidato nell’altro collegio. Siamo rimasti sempre in contatto, anche negli ultimi mesi quando inviava i suoi pezzi per l’Avanti. E’ impossibile dimenticare una forte e originale personalità come la sua. Troppo unica. Sempre sorridente e positiva. Per il Psi e anche per me. Addio caro compagno, protagonista di un periodo brillante e positivo per l’Italia e per il Psi, purtroppo deturpato da una strumentale manovra di palazzo e da una conseguente visione della storia all’incontrario. Il tuo ricordo resta per me incancellabile. Scrivo come quando eravamo ragazzi sui muri dei nostri eroi: “Piro vive”.

Pisapia, Pisapia, tutti cercan Pisapia

Sarà il nuovo Prodi per chi parla di Nuovo Ulivo. Ma Pisapia, ex sindaco di Milano, ex Rifondazione, ex Sel e attualmente alle prese con un declamato Campo progressista, non si fa abbindolare dalle dichiarazioni del dissidenti del Pd in procinto di lasciare il partito. Vediamo intanto di capire la situazione dei supposti scissionisti. Si dividono in due: quelli che hanno già deciso, uso le parole del ministro Delrio, e quelli che ancora son sospesi. Tra i primi D’Alema (ieri ha dichiarato che si vergogna di avere la tessera del Pd dopo il voto della Camera che nega la pubblicità dei nomi dei grandi debitori insolventi delle banche, e non ha torto), poi Bersani, Speranza, i vari Gotor, Zoggia, Stumpo. Tra i secondi, a quanto pare, i due governatori Rossi ed Emiliano.

Le telefonate di Renzi sono un mistero. A giudizio di Delrio non ce n’era stata nemmeno una. Invece Emiliano si vanta di una telefonata, Speranza di un un’altra, perfino Bersani ne racconta una. Una telefonata allunga la vita al Pd? E’ di oggi l’appello al “Fermiamoci” dell’influente Franceschini e la rassicurazione che Renzi avrebbe fatto a Emiliano del voto al 2018. Tutta fuffa. Non si divide un partito su una data. Né ha una logica mettere in discussione un congresso perché troppo ravvicinato. La verità é che il progetto degli scissionisti é incompatibile, non da oggi, con quello di Renzi. Per questo ritengo che scindere un partito diviso su tutto non sia un male.

Ma, questo mi pare il punto, l’evocato Pisapia, che oggi ha preso posizione contro la scissione, ha un progetto che non si concilia con quello di D’Alema e compagnia. L’abbiamo scritto sull’Avanti anche ieri. E oggi Pisapia lo ha confermato. L’ex sindaco di Milano vuol portare nel centro-sinistra, dunque in alleanza col Pd renziano, una parte della sinistra, diciamo, di opposizione, invece gli scissionisti vogliono portare una parte del Pd in alleanza con la sinistra di opposizione e in competizione netta col Pd renziano. Questo naturalmente se la legge elettorale prevederà le coalizioni. A meno che gli scissionisti, dopo essersi fatti il loro partito, non lo collochino in alleanza col vecchio che hanno abbandonato. Vedremo. Una cosa é fin d’ora chiara. Nella sinistra, ed é così storicamente, si continuerà a litigare. Molto.

La scissione

Ormai il dado é tratto. Il Rubicone pare varcato. Se tornano indietro ai dissidenti non resta che giocare a dadi. Nel mezzo della rottura non poteva mancare uno squarcio da commedia degli equivoci. Il fuorionda di Graziano Delrio che dichiara che i renziani (uso un eufemismo) non sono molto intelligenti. Non credo si riferisse a lui stesso, un renziano ritenuto da tutti doc. L’acqua passa inesorabile sotto i ponti e come diceva una vecchia massima cinese nessuno può fare il bagno nello stesso mare. Tuttavia raramente un partito politico é stato così dilaniato, lacerato, contestato. A tal punto che in diversi momenti maggioranza e opposizione parlamentare parevano convivere sotto lo stesso tetto.

Con l’intervista al Corriere di oggi Renzi dichiara che tra il congresso e la mediazione preferisce il congresso. E così i suoi oppositori hanno finalmente la strada aperta per la separazione, guidati da quel D’Alema che l’ha così attentamente preparata. In pochi come il Lider Massimo sanno sviluppare un’azione politica conseguente. Il suo obiettivo era colpire Renzi e fondare un altro partito. Ha capeggiato l’opposizione alla riforma costituzionale, si é gettato coraggiosamente nella mischia referendaria coi comitati del no, adesso ha indicato la via che i vari Bersani, Speranza, Emiliano e Rossi sono obbligati e seguire.

Resta una domanda sul dopo. Facile intuire che l’assemblea di sabato sarà all’insegna del dolore per la “necessaria dipartita” e poi non é chiaro se parteciperanno all’Assemblea nazionale per poi lasciarla con quel rituale abbandono che accompagna tutte le scissioni. E poi? Fonderanno un nuovo partito più a sinistra del Pd, si unificheranno con Sinistra italiana, tenteranno di agganciarsi a Pisapia? E se la legge elettorale prevederà il premio non più alla lista, ma alle coalizioni, dove si collocheranno? Tento di dare qualche risposta.

Se gli scissionisti fonderanno un nuovo partito in solitario penso che correrebbero il rischio di frammentare ulteriormente lo scenario politico italiano, col rischio di andare incontro a delusioni elettorali. Abbiamo a che fare con professionisti e dunque credo che il loro proposito non sia questo. Si porranno dunque alla ricerca di un nuovo rapporto con gli ex Sel e oggi Sinistra italiana ove sono confluiti i loro predecessori (Fassina, D’Attorre, non si capisce dove sia andato a finire Civati). Nel contempo, però, insistono a pronunciare il nome di Pisapia che con costoro ha rotto e che si prefigge (o prefiggeva?) di spostare una parte di ex Sel in un campo cosiddetto progressista alleato al Pd.

Come si può conciliare un’operazione che tende a far transitare oppositori di sinistra nel centro-sinistra con un’operazione per portare un pezzo del centro-sinistra a sinistra? Questo duplice e contrastante percorso si potrebbe incrociare nell’ambito di una coalizione (se la legge lo consentirà) dove all’attuale alleanza (Pd più Ncd più altri) si contrapponga la proposta di una nuova alleanza tra Pd e il nuovo partito Pisapia-D’Alema-Vendola. Vedo due obiettive difficoltà. La prima ë quella di convincere, dopo cinque anni di dura opposizione a Renzi, gli ex Sel e oggi Sinistra italiana a convergere, come avvenne nel 2013, in una coalizione ancora guidata o quanto meno egemonizzata dal Pd renziano. La seconda é ancora più pungente. E riguarda la possibilità che dopo una scissione, che produce sempre forti intossicazioni politiche e personali, gli scissionisti possano d’incanto ritrovare armonia con i vecchi compagni abbandonati. Non è mai accaduto. Chissà, forse in questo nuovo mondo, che non accada. E chissà che quel diavolo d’un D’Alema non abbia considerato il fatto che l’intero equilibrio si possa trovare solo con l’eliminazione (politica) di Renzi….

Pd: si sfoglia la Margherita della scissione

Bersani ha avanzato l’amletico dubbio alla Direzione del Pd, chiedendosi se esista qualcosa che tenga ancora insieme il partito. La mia impressione, non di oggi, é che non esista proprio nulla e che sarebbe bene che si preferisse la separazione al litigio continuo. Un bene per Renzi, che potrebbe sviluppare la sua politica e per i suoi oppositori, che potrebbero crearsi un loro partito. E un bene anche per l’Italia che non sarebbe costretta a sorbirsi quotidianamente lo spettacolo di un dissidio che mai nella storia era stato così aspro, nemmeno ai tempi della cosiddetta prima Repubblica, e nemmeno nel partito più complicato, qual’era la Dc

La Dc era una forza politica composita, tenuta però insieme da un vincolo profondo, costituito dall’adesione ai principi di una religione, in un’Italia dominata da un’alternativa impossibile. Cos’é che tiene insieme il Pd? Una storia no. Ho citato quelli che in una sezione comunista romana vengono tuttora mostrati come simboli di una memoria. Siamo alla confusione allo stato puro. Gramsci ha qualcosa a che vedere con Moro? E Berlinguer può essere considerato un predecessore di Renzi? Non scherziamo. Si é proclamata la fine dei partiti storici, d’altronde, e questo é avvenuto solo in Italia. Così al socialismo europeo ha aderito un partito italiano con un trascorso prevalentemente comunista e grazie a un leader che proviene da una tradizione democristiana. La vecchia anomalia italiana si ë trasformata in un’anomalia paradossale.

Meglio lasciar perdere la storia e l’identità, dunque. C’é allora un programma, c’é una funzione politica come comun denominatore? Veniamo al programma. Se escludiamo le unioni civili, e cosi come avvenuto per l’adesione al socialismo europeo pare originale che una legge di laicità sia stata varata grazie a un governo presieduto da un cattolico, non c’é questione programmatica sulla quale non si sia verificata una tensione, una polemica, uno scontro. Dal Jobs act, alla buona scuola, all’Italicum, alla riforma costituzionale, nel Pd si sono levati urla di guerra, minacce di voti contrari, in taluni casi anche esplicite dissociazioni parlamentari. Non si era mai visto un partito dividersi perfino in occasione di un referendum dove in gioco era la permanenza di un governo presieduto dal suo segretario.

C’é una funzione politica unitaria? Ma non è un segreto, quando Cuperlo parla di collegare il partito a una sinistra che gli ha voltato le spalle, che gli oppositori di Renzi propongano di costruire un nuovo rapporto con Sinistra italiana e guardino a Pisapia come a un possibile nuovo federatore, mentre Renzi e i suoi pensano a un futuro governo che non potrà fare a meno di Berlusconi. Dico la mia. Siccome quest’ultima, ammesso che basti, sarà l’unica coalizione possibile per evitare il cosiddetto governo Frankestein, formato da Lega e Cinque stelle, non sarebbe male chiedersi se tutto l’attuale Pd sarebbe pronto a votare a favore. Ne dubito. Una buona ragione per non insistere nel suicidio unitario per finta, rimandando la separazione all’inizio della prossima legislatura.

Si dirà che il problema é il congresso in tempi brevi, che potrebbe portare allo scioglimento anticipato della legislatura. Ma non si minaccia una scissione per un congresso che pure si era proposto anticipato o per qualche mese in più o in meno di governo Gentiloni. Le motivazioni sono più profonde, sono radicate nelle diversità incompatibili che hanno segnato la storia del Pd, un partito che era nato, ricordiamocelo, con lo scopo di sconfiggere Berlusconi attraverso la vocazione maggioritaria invocata da Walter Veltroni. La vocazione maggioritaria è oggi soltanto una stravagante distorsione politica, mentre il contendente é diventato Grillo, tanto che Berlusconi è ipotizzato come futuro alleato. E’ dunque venuto meno anche l’ubi consistam originario del Pd. Perché non prenderne atto?

L’Italia di Sanremo tra musica, poesia, ignoranza e follia

Ha vinto il giovane Gabbani, che nella sua canzone (chiamiamola così, ma sarebbe meglio definirla un piccolo spettacolo con tanto di ballo con uomo travestito da scimmione) evoca la crisi di identità occidentale. Il testo appare indecifrabile. Inizia così: “Essere o dover essere, il dubbio amletico, contemporaneo come l’uomo del neolitico. Nella tua gabbia 2 per 3 mettiti comodo. Intellettuali nei caffé, internettologi. Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi. L’intelligenza é démodé. Risposte facili. Dilemmi inutili”. Ora, a parte tutti coloro che hanno votato la canzone e che avranno compreso bene questo testo piuttosto ermetico, non penso sia sfuggito a coloro che conoscono Shakespeare l’errore clamoroso attribuito al verso di Amleto che non é Kant e non si occupa del “dover essere”, cioè della morale, ma del “non essere”. Pazienza. Ma ammettiamo che il testo abbia un qualche potere taumaturgico. Ad esempio quella seconda strofa ancora più sigillata: “AAA cercasi. Storie del gran finale. Sperasi (spera sì). Comunque vada panta rei. And singing in the rain”. Qui si mescolano Eraclito e i Simple plan. Più difficile ancora intendere la tripla A.

Un “AAA adorabile cercasi”, si rintraccia in una vecchia canzone di Bruno Martino. Si vuole evocarla? Non si sa. Poi arriva il ballo e lo scimmione e il coro dell’orchestra. Una trovata quel Namasté (un saluto indiano) olè (più francese ma universale). Un saluto, ma non si capisce a chi. La musica ha le sue regole come la matematica. Si può premiare solo un testo, peraltro inaccessibile tranne che per i votanti e la giuria? Ma un tracciato melodico ci deve essere. Attenzione. Io non parlo di melodia romantica. Anche la dodecafonia di Schoemberg ha le sue regole. Anche la musica pentatonica orientale (basata su cinque toni) ce le ha. Anche la musica barocca e quella dei madrigali ce l’hanno. Anche Battisti che ha scomposto lo schema della canzone tradizionale ce le aveva. E così Battiato, il più innovatore e trascendente. La canzone che é stata premiata non ce le ha. Tanto è vero che oggi si parla solo di testo. Ma una canzone non é una poesia. Anche il poeta musicale per eccellenza, Fabrizio De André, costruiva un tracciato melodico. Sempre. E perfino le ballate di Brassens e le commoventi poesie musicali di Brel ce li hanno. Si parla di un paragone col primo Battiato, ma non regge. “Un centro di gravità permanente” era costruita con un ritornello e con un testo assolutamente innovativo e pregnante. Così come “Voglio vederti danzare”, dove il testo si arrotola in citazioni mediorientali. Sono pezzi con regole. Con suoni e parole che si rincorrono e si intersecano. Non sono un parlato con trovata da spettacolo circense. Anzi Battiato canta spesso seduto e quasi pregando. Intimamente. Ti comunica attraverso la canzone, fatta di parole e di melodia accompagnata da sofisticate armonie.

Credo che adesso si punti sulla canzone parlata e sul coup de theatre. Dove la musica é sostituita dal racconto. Ma questa é altra cosa. La canzone di Ron, ma anche quella del maestro Fabrizio, quello delle più belle canzoni italiane degli ultimi vent’anni (da Mia Martini a Renato Zero) avevano tracciati musicali moderni e armonie interessanti. La loro eliminazione chiude forse l’epoca della canzone musicale. Strano però perché poi, contemporaneamente, viviamo l’epoca dei revival e del remake e grandi cantanti contemporanei quali Rod Stewart e lo stesso Battiato ci forniscono eccellenti interpretazioni (anche molto apprezzate e di successo) di pezzi classici di decine d’anni orsono. Io non ho la mente rivolta al passato. Anche se penso che tra “Mi sono innamorato di te” di Luigi Tenco, cantata in premessa festival da Tiziano Ferro (perché non proporre la canzone del festival “Ciao amore, ciao”?) che ha voluto ricordare il grande e innovativo cantautore suicida a Sanremo 50 anni fa, e i pezzi del Sanremo odierno ci sia un mondo. Ha ragione Gigi D’Alessio, dodici anni di conservatorio musicale ed eccellente pianista: la giuria era composta in buona pare da persone che non conoscono la musica e da una parte suscettibile e condizionata dai Talent e dai Social. Se però a tutto questo deve piegarsi la musica chiamatelo in altro modo il festival. Non più della canzone, ma del costume italiano. Le parole, se non per Gabbani, ma almeno per noi, hanno ancora un significato.

Ritratto di famiglia in un interno (del Pd)…

Ecco la nuova sede del Pd di via dei Cappellari. Compare una foto sul Corriere di oggi. Ai lati del salone ci sono i ritratti dei grandi leader che si intendono ricordare e che rappresentano la memoria storica dei militanti. La loro identità, il loro cuore pulsante. In prima fila Antonio Gramsci, direttore del periodico Ordine Nuovo e poi fondatore del quotidiano comunista L’Unità, in polemica con l’Avanti. Vicino a lui Enrico Berlinguer, segretario del Pci, l’uomo del compromesso storico, ma anche dello strappo da Mosca, coniugato con la fumosa terza via tra comunismo e socialdemocrazia, poi l’uomo dell’occupazione della Fiat e del referendum sulla scala mobile.

Poi Aldo Moro, ricordato non si capisce se come martire o come leader democristiano. Più probabilmente come scatto unitario verso coloro che provengono dalla Margherita e dal mondo cattolico. Moro, primo presidente del Consiglio del centro-sinistra, ma anche l’uomo dell’apertura al Pci, del terzo tempo che però nessuno è mai riuscito a decifrare. E infine, per chiudere, Nilde Iotti, la compagna di Togliatti, che non compare se non in questo modo nel piccolo Pantheon di via dei Cappellari, ma anche la preziosa presidente della Camera per due legislature. Una donna di carattere, comunista dall’immediato dopoguerra.

La storia comunista c’é tutta, altro che superamento e cancellazione. E lo zuccherino di Moro serve solo a proporre un caffè meno amaro agli amici ex democristiani. Quel che manca, e che viene coscientemente dimenticato, è il filone socialista. Non c’é Turati, non c’é Nenni, non c’é Saragat, non c’é neppure Pertini, e naturalmente non c’é Craxi, al quale costoro non vogliono dedicare neppure un viottolo di periferia, che invece hanno dedicato a Lenin, Marx, Ho Chi Min, con Stalingrado in prima fila e ovviamente a tutti quelli del Pantheon. Non so se la sezione del Pd di via dei Cappellari sia un’eccezione. Credo di no. Credo che eccezioni siano quelle che si collegano alla nostra storia.

Un motivo serio per esistere ancora, scalcinati come siamo. Vi rendete conto che contrariamente al Pci e alla Dc i socialisti non hanno eredi nel nuovo sistema politico e che il rischio di essere cancellati è quanto mai presente? Non solo dalla politica, ma dalla memoria. Questo é il paradosso del secolo. Il Pd si allaccia alla storia comunista finita sotto i calcinacci del muro di Berlino, ne esalta le principali personalità, ne riassume su di sé gli insegnamenti. Questo mentre cancella la storia socialista alla quale almeno in Europa ha deciso di aderire. Così é un partito a tre teste. Socialista in Europa, democratico in Italia, comunista, con piccole infiltrazioni democristiane, nella storia. Per affermare la storia socialista siamo vivi solo noi. Non dimentichiamolo nella nostre baruffe. Ci vuole poco per distruggere noi stessi e il nostro passato. Siamo appesi solo al Psi.