Ma la nostra lista si fa

Troppo logorato dai veti interni, troppo indeciso lui, troppo poco aduso alle tattiche della politica e della comunicazione, il gelo di dicembre Pisapia se lo é portato via. Di lui resterà il ricordo di una brava persona, di un buon sindaco metropolitano, di un dirigente politico insensibile al fascino delle sirene del potere. Ma anche quello di un leader solo in potenza, senza non dico il carisma, ma neppure l’autorità di disegnare e poi praticare una linea politica. Un leader non può dare l’impressione di andare a zig zag a seconda dei giorni, in realtà seguendo gli umori dei suoi adepti. Un capo non é subalterno alla sua base. E’ in grado sempre di formarne le opinioni. Se no diventa lui la base e i suoi il vertice. E torna alla memoria la vecchia frase di Guy Mollet riferita ai comunisti: “Je suis votre chef, donc je vous suif” (“Io sono il vostro capo, dunque vi seguo”).

Sfaldato Campo progressista, con la scelta della maggior parte di truppa verso l’approdo Grasso (vedremo le mosse di chi questo scalo ha rifiutato), finita l’infelice esperienza politica di Giuliano Pisapia, proprio mentre sull’altro lato del centro-sinistra l’abbandono di Alfano pare quasi un rintocco della stessa armonia, resta una geografia tutta da reinventare nell’area del centro-sinistra. Devo dire che mi ha sorpreso leggere la notizia diffusa quest’oggi dalla stampa, secondo la quale sarebbe stato lo stesso Renzi a convincere Alfano a non candidarsi, per non perdere Pisapia. Se così fosse il segretario del Pd sarebbe riuscito nell’impresa, con una sola mossa, di perderli entrambi. E’ evidente che, con tutte le difficolta del caso, una lista centrista nascerà, sotto l’esperta regia di Pierferdinando Casini. Raggrupperà i suoi, quelli di Verdini e la parte (maggioritaria o meno) di Ap.

Sull’altro fronte deve per forza nascere una lista unica. Ho avuto modo di parlare con Cappato, di confrontarmi con Staderini, stamane di ricevere una telefonata da Della Vedova. Non é ancora chiaro se la Bonino, che pare non voglia candidarsi, sia disposta a lasciare il suo nome sul simbolo. Resta il fatto che il patto Psi-Verdi non possa prescindere da un allargamento dei confini della lista europeista di Magi e Della Vedova, cosi come costoro difficilmente riusciranno a prescindere per ragioni politiche e materiali dal patto Psi-Verdi. Penso che lo stesso Pd non possa prescindere dalla presentazione in quello spazio di un’unica lista. Non perché tre sia il numero perfetto, ma perché la politica, nell’alleanza di centro-sinistra, ha bisogno di una triplice rappresentanza, che copra il più interamente possibile il suo messaggio elettorale. Per noi si tratta, oltretutto, di un investimento per il futuro in una sorta di nuovo patto o federazione socialista, ecologista, europeista e liberale che abbiamo lanciato in due congressi di fila. Coerenti, molto più di chi ci ha lasciato, con le nostre radici, la nostra storia, la nostra identità.

Onestà, onestà

Si fa un gran parlare (ne hanno scritto Galli della Loggia sul Corriere cui ha risposto Biagio de Giovanni su Il mattino) dei caratteri dei Cinque stelle. Si possono definire eversivi ma certo si possono definire, a giudizio di entrambi, ignoranti. Tralascio il resto e metto in campo tre osservazioni: una sulle anomale caratteristiche del partito, la seconda sulla inadeguatezza della sua classe dirigente e la terza sul valore della proclamata onestà. Ne scrivo perché non si può evitare di parlare di un movimento che alle prossime elezioni viene pronosticato come il primo partito italiano e che dunque potrebbe, qualora le combinazioni possibili per comporre una maggioranza di centro-destra, di centro-sinistra o di unità nazionale dovessero risultare impossibili, anche assumere responsabilità di governo.

Sul piano della natura del partito i Cinque stelle vantano due prerogative del tutto contraddittorie. Una si poggia sulla cosiddetta democrazia diretta dei loro iscritti praticata attraverso il web. Parlamentarie, primarie, anche misure disciplinari sono decise dagli iscritti (che sono una quantità ridotta), e non da platee aperte come avviene nel Pd, sulla base di rigide indicazioni nazionali. Da sottolineare che anche i provvedimenti disciplinari (che si sono spesso trasformati in veri tribunali del (poco) popolo), sono poi stati riformulati alla luce degli interessi del movimento (vedasi la diversa attenzione agli avvisi di garanzia se pervenuti ai suoi esponenti o agli altri). Tutto questo però é gestito rigidamente da chi possiede le chiavi del potere mediatico e che mantiene la leadership materiale del movimento: la Casaleggio srl. Dopo la morte del padre, come in una monarchia o in una semplice azienda privata, il potere reale é passato al figlio che con Beppe Grillo detiene l’assoluto e inespugnabile dominio del movimento.

Immaginiamo dunque che questa sorta di monarchia a democrazia diretta si trasferisca a Palazzo Chigi. Il candidato premier Giggino Di Maio non sarebbe un uomo libero o solo condizionato dalle maggioranza parlamentari e politiche del suo partito. Sarebbe l’inviato di un leader, un comico, a sua volta pilotato da una società privata con al vertice l’erede del capo. Un pasticcio di proporzioni tali che il conflitto d’interesse di Berlusconi impallidisce. Ma veniamo al secondo punto. Quale esperienza politica o anche solo amministrativa ha maturato la classe dirigente dei Cinque stelle e con quale programma sui temi dell’economia, della politica estera, in particolare sull’Europa e l’immigrazione, avrebbero intenzione di governarci costoro? A parte la trovata del reddito di cittadinanza e l’ultima uscita sul rimborso per tutti i risparmiatori derubati dalle banche (lo stato che si fa carico delle malefatte dei privati con soldi recuperati da indefiniti tagli di spesa), manca un progetto. Lasciamo perdere la triste esperienza della giunta Raggi a Roma, roba da stropicciarsi gli occhi, ma quali sarebbero le personalità dei Cinque stelle, oltre al futuro presidente Di Maio, che potrebbero onorevolmente rappresentare l’Italia in Italia e nel mondo?

Loro sono onesti, almeno. Questo si sente dire in giro. Come se tutti gli altri fossero disonesti (anche Berlinguer era finito in questo imbuto). Ma anche se fosse vero, può bastare? Pubblico a tal proposito una pagina di Benedetto Croce ripresa dal suo Etica e politica, che sembra scritto oggi da un provocatore incallito e degno di immediate reprimende da parte del nuovo showmen televisivo Piercamillo Davigo: “Quel che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta: questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica. Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo. Tutt’al più, qualche volta, episodicamente, ha per breve tempo fatto salire al potere un quissimile di quelle elette compagnie, o ha messo a capo degli Stati uomini e da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati, aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine. È strano (cioè, non è strano, quando si tengano presenti le spiegazioni psicologiche offerte di sopra) che laddove nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e di abilità operatorie, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini, forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura. Ma che cosa è, dunque, l’onestà politica? » si domanderà. – “L’onestà politica non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze”.

Una battaglia socialista: il fine vita

E’ una battaglia socialista. Rientra nella migliore tradizione di lotte per i diritti civili che ha visto il Psi di Loris Fortuna all’avanguardia nell’approvazione delle leggi sul divorzio e l’aborto e nelle rispettive vittorie referendarie. Dopo aver deliberato sulle unioni civili questo Parlamento darà adesso attuazione alla legge sul fine vita, gia approvata alla Camera e finalmente calendarizzata al Senato. Sul testo uscito da un ramo del Parlamento, e seguito in particolare dalla nostra Pia Locatelli che ha saputo inserirvi un marchio socialista, c’é un largo consenso che va da Liberi e Uguali (Mdp più Si), al Pd, al Psi, ai Cinque stelle. Fino a dopodomani si potranno presentare emendamenti. Quelli finora esistenti vertono in modo particolare sulla vexata qaestio della nutrizione e delll’idratazione artificiali.

Il blocco della Chiesa sul divieto di sospendere quelle che non considerava terapie, ma necessarie forme di sostentamento ai fini di evitare lo sconfinamento nell’eutanasia, é stato oggi dalla stessa Chiesa parecchio ammorbidito. Oltre alle dichiarazioni del papa nella Nuova Carta degli operatori sanitari uscita lo scorso febbraio il Pontificio Consiglio ha sostenuto che nutrizione e idratazione rientrano tra “le cure di base (non terapie) dovute al morente in quanto persona quando non risultino troppo gravose o di nessun beneficio”. Antonio Spagnolo, direttore del centro di bioetica dell’Università Cattolica, nell’editoriale pubblicato sull’ultimo numero della rivista internazionale Medicina e Morale osserva: “Le due modalità potrebbero essere gravose. Non ha pertanto alcun significato eutanasico considerare la possibilità di non continuarle e non è corretto fare affermazioni generiche o categoriche per tutti i casi”.

Siamo dunque lontani dalle scomuniche dei tempi di Eluana Englaro, dai dictat che d’Oltretevere venivano impartite al governo Berlusconi indotto a tentare la folle carta del decreto contro la morte, in sfregio alla volontà del padre Beppino, che interpretava quella della figlia, o dalla crudele indisponibilità alla presenza di un prete alle esequie di Welby dopo la decisione di por fine alle sue atroci sofferenze. Eppure dei duecento emendamenti la maggior parte riguarda questo argomento e cioè se nutrizione e idratazione artificiali siano da considerare terapie e semplici attività di sostegno biologico. Ci saranno senatori ancora più dogmatici di quanto non sia oggi il Vaticano? Dopo le aperture che provengono dalla Chiesa é probabile. Resta la soddisfazione per un’altra battaglia di libertà e di laicità che ormai pare intravvedere la luce. Non é stata una legislatura inutile anche per questo. L’Italia diventa, con la legge sia pure assai moderata, sulle unioni civili, e in previsione della fumata bianca sul testamento biologico, più libera, più umana, più europea.

Grasso che cola

Dunque la sinistra, che più a sinistra non si può (anche se non é cosi), ha il suo leader. E’ un leader che naturalmente non c’entra con la sinistra. Trattasi di ex magistrato eletto senatore come indipendente nelle liste del Pd e poi da questo stesso partito elevato al rango di seconda carica dello stato. E’l’ora di Pietro Grasso, e su questa pietra si corrobora il progetto anti renziano di D’Alema, vera mente dell’operazione, e dei suoi. Da esperti deja vu della politica i vari movimenti si sono anche spartiti le percentuali dei futuri organi del nuovo partito, mentre Liberi e uguali (Morando ha gia annunciato un ricorso perché il nome appartiene alla sua corrente, peraltro non certo la più a sinistra del Pd) annuncia urbi et orbi un progetto a vele spiegate di vecchie ricette e nuove ambizioni.

Col manuale Cencelli in mano metá dei posti negli organi di partito e delle candidature saranno appannaggio di Mdp, il 35% di Sinistra italiana e il 15% di Possibile, il movimento fondato da Pippo Civati. In questo contesto il nostro Bobo ha parlato di una casa accogliente per i socialisti, che non solo contano assai meno di Possibile (possibile?) ma non risultano nemmeno percentualmente conteggiati. La casa rossa, con leader bianco, é fatta. Grasso é il capo di tutti, perché non sta con nessuno. Dirà come Guy Mollet a proposito dei comunisti: “Je suis votre chef, donc je vous suif” (Io sono il vostro capo, dunque vi seguo)? E’ super partes. Anche oltre. Non è ex comunista, forse solo lui. Speranza, Civati e Fratoianni, bellini e giovani, fanno da Re magi a un bambin Gesù di 72 anni. In barba alla rottamazione.

In terza fila appare D’Alema, volutamente consegnato a ruolo di gregario, ma regista vero, in settima Bersani coi suoi aneddoti irripetibili, con Bassolino che riabbraccia Massimo come ai tempi del Pci. Magico revival. Non poteva mancare la Camusso, in prima fila con la Cgil appena reduce da un favoloso nuovo sciopero sulle pensioni. D’altronde il leit motiv é il ripristino dell’articolo 18, assieme al capitalismo sfruttatore e alla lotta al fascismo che ritorna. Un bel salto, ognuno giudicherà se in avanti o all’indietro. Unica variante un inno, non più Bandiera rossa, ma di sapore vagamente berlusconiano. Oltre al leader anche la musica, per far centro, non poteva essere di sinistra….

Lettera aperta ai compagni radicali

Cari compagni, so che è abusivo, mentre assistiamo alla presentazione del vostro simbolo, definirvi radicali. Il Partito radicale trasnazionale non c’entra e c’entrano per modo di dire i Radicali italiani, tanto che nella definizione che vi siete dati non vi compare il vostro nome, ma solo il richiamo all’Europa. Tuttavia la mia lunga militanza anche nelle vostre fila, sull’esempio tracciato da Loris Fortuna del quale mi considero un allievo, credo mi consenta di rivolgermi a voi con la tradizionale schiettezza, quella che del resto vi contraddistingue, in qualsiasi modo deciderete di presentarvi. Ho assistito con una certa apprensione al vostro conflitto, duro, ruvido, segnato da critiche aspre, apertosi dopo la morte di quel grande protagonista delle lotte di libertà che é stato Marco Pannella. Mi preoccupava il rischio di dispersione di quel fertile serbatoio di buona politica che é sempre stato il Partito radicale.

Avevo aderito con entusiasmo al gruppo parlamentare della Rosa nel pugno e mi opposi nel 2007 al suo scioglimento. A Boselli raccomandai una costituente non solo socialista, ma liberalsocialista che vi includesse i radicali. Dopo il voto del 2008 Marco mi chiese di convocare gli stati maggiori laici a Chianciano e di capeggiarne il gruppo di coordinamento. Abbiamo vissuto tante giornate insieme, con passione e progetti per il futuro. Da tempo mi sono fatto carico di avanzare la proposta di una riedizione della Rosa nel pugno, aperta anche ai verdi riformisti di Bonelli e Boato. Con Giovanni Negri abbiamo lanciato l’appello ai socialisti e ai radicali e contribuito a far nascere la Marianna. Poi il vostro deciso impulso a presentare una lista europeista alle elezioni sotto il patrocinio di Emma Bonino mi aveva fatto pensare che fosse il momento di osare, insieme: i radicali, gli europeisti, i socialisti, i verdi e tutti quelli che, non riconoscendosi nel Pd, ma collocandosi ugualmente nel centro-sinistra, intendevano formare una lista competitiva. Anche Pisapia, invitato all’Ergife, dopo non poche indecisioni, pare oggi aver fatto una scelta di campo analoga, mentre lo stesso Romano Prodi sembra veda con occhio di favore l’operazione.

Invece di diventare voi protagonisti di questo allargamento di confini, vi siete incomprensibilmente infilati in un bunker dal quale pare non vogliate uscire. Ho cercato, parlando con alcuni di voi, di comprenderne il motivo. Non sono riuscito ad afferrarlo. Mentre all’Ergife pareva che il diametro del vostro cerchio si allargasse a vista d’occhio, oggi appare improvvisamente rimpicciolito. Anziché, anche alla luce delle grandi battaglie di Marco Pannella, contaminare gli altri, il vostro tentativo pare timoroso d’essere da altri contaminato. Lo trovo inspiegabile. Rinunciare a una cosa grande per una piccola non é nelle migliori performances radicali. Tanto più che nel centro-sinistra si profilano cosi tre liste, oltre a quella di centro: una di Pisapia, più Psi, Verdi e civici, una della Bonino e quella del Pd. Un controsenso politico e un rischio elettorale. L’unico a guadagnarci (ma la stessa Bonino sostiene che sarà difficile raccogliere le firme e allora capisco ancora meno la vostra intransigenza) potrebbe essere il Pd, su cui si riverseranno i voti delle liste che hanno superato l’uno per cento senza raggiungere il tre. Vi conosco troppo bene per avanzare il sospetto di una cosi poco nobile intenzione. Dunque, cari compagni, ripensateci. Avanzate le vostre proposte, condizionate il percorso di un’unica lista riformista ed europeista. Fatelo. C’é tutto il tempo. Non sprecate questa occasione che domani potrebbe mai più ripresentarsi. Vostro Mauro Del Bue

Buffoni in Rai

Non solo la Rai ignora i socialisti, contrariamente ai dirigenti di partiti inesistenti, ma ancora presenti in Parlamento come Scelta civica, ma anche a partiti non presenti in Parlamento come Rifondazione comunista, entrambi invitati regolarmente ai talk show, ma addirittura stravolge la realtà con un servizio che dimostrerebbe l’inesistenza del Psi, firmato da certo Gabriele Corsi, per la trasmissione Cartabianca del 21 novembre. Costui suona al portone d’ingresso della sede del partito, in via di Santa Caterina a Roma, gli risponde una compagna e, anziché recarsi negli uffici sempre frequentati da dirigenti e funzionari del Psi e dai giornalisti dell’Avanti e di Mondoperaio, entra in un negozio da parrucchiera a pochi numeri civici dalla sede socialista e inquadra luoghi che nulla hanno a che vedere con quelli occupati dal Psi. L’intervista della signora viene adeguatamente tagliata e addomesticata. Pare così che la sede del Psi sia un optional.

Si voleva dimostrare che molte sigle di partiti di sinistra sono fittizie. La realtà doveva assolutamente non contraddire la tesi. Così, anziché rendersi conto della vivacità dei nostri locali, ha preferito evitare di entrarci. La segreteria del Psi ha già indirizzato una lettera di fuoco alla Rai e i nostri parlamentari Pastorelli e Buemi stanno preparando un’interrogazione. Già qualche anno orsono al Senato venne depositata un’interrogazione parlamentare su talune malefatte, si ipotizzava l’esistenza di reati, compiute da funzionari Rai a proposito dell’acquisto di prodotti cinematografici. Si era scoperto che l’intermediario era lo stesso usato da Mediaset, coinvolta in queste vicende anche giudiziariamente. Si é preferito non dare peso alla nostra iniziativa.

Credo che dovremmo tornarci su. Mi viene solo un grido dal più profondo dell’anima: “Che buffoni”. Voi che siete assoldati dai potenti di turno e che cambiate idea ad ogni cambio di maggioranza, e in Italia accade in occasione di ogni elezione politica, voi siete la vera casta intoccabile di questo nostro povero Paese. Voi che vi scagliate contro i vitalizi e avete stipendi, compensi, gettoni e pensioni che sono dieci volte quelle degli ex parlamentari, dovreste almeno arrossire. Non avete rispetto non dico solo di noi, ma dei tanti socialisti che in tutta Italia si sacrificano per questo nostro nome e simbolo. E che tengono aperte sezioni, federazioni, circoli a loro spese. Noi ricambieremo tutto con gli interessi, di cuore. E per adesso spegniamo la tivù con piacere.

E la Cgil rompe sulle pensioni

Consideriamo questo sciopero, o “grande mobilitazione” come é stata definita, che la Cgil, rompendo l’unità sindacale, ha annunciato contro la posizione del governo sulle pensioni. Gentiloni in ottemperanza alla legge Dini del 1995 deve rivedere il tetto dell’età pensionabile in base all’aumento della durata di vita. Calcoli alla mano scatterebbe a 67 anni nel 2019. Sono per la prima volta state inserite le cosiddette categorie usuranti che da 13, dopo la trattativa, son diventate 15. Inoltre il governo ha introdotto il limite di tre mesi di aumento dell’età pensionabile anche se l’aumento della vita fosse più lungo. Poi c’è l’estensione della cosiddetta Ape social (l’uscita anticipata dal lavoro senza oneri) e l’istituzione di un fondo per inserire risparmi di spesa atti a finanziare la stabilizzazione della stessa Ape social. E anche l’istituzione di una commissione di esperti per calcolare in modo obiettivo l’aumento della durata di vita e il rapporto con l’aumento dell’età pensionabile. Non basta.

Sarà mobilitazione per il 2 dicembre. Ancora sulle pensioni, ma invocando, questa la contraddizione, la mancanza di seri provvedimenti per i giovani e le donne. Da stropicciarsi gli occhi. Si discute di aumento dell’età pensionabile e si rompe sui giovani e le donne. Avesse proposto la Camusso una specie di patto tra le generazioni, accettando qualche sacrificio in più per gli anziani in cambio di qualche vantaggio per i giovani, saremmo stati d’accordo. No. O tutto o niente. Mi é capitato l’altra sera di ascoltare le parole di ragazzi che rimproveravano la Camusso di occuparsi dell’aumento dell’età pensionabile e non di loro, che il lavoro non ce l’hanno e che vedono dispiegarsi dinnanzi una vita di insicurezze e di precarietà. Vuoi che la Camusso abbia fatto tesoro di questi rimproveri?

La verità è che se mobilitazione ci sarà non sarà una massiccia aggregazione di giovani e donne, ma di pensionati che protestano, legittimamente, per l’aumento dell’età pensionabile. Grave fu l’errore del governo Prodi, incalzato allora da Rifondazione e dalla Cgil, di eliminare il cosiddetto “scalone” spendendo l’enorme cifra di dieci miliardi di euro. Li avesse investiti per il lavoro e il sostegno ai giovani sarebbe stato meglio. Anche oggi. Se a un anno in più di pensione corrispondesse un impegno più massiccio per il lavoro, noi plaudiremmo. Per adesso ci limitiamo alla solita considerazione sul carattere spesso conservativo di parte del sindacato italiano, che continua, per difendere gli interessi dei suoi aggregati, a vedere, con lenti vecchie, una realtà profondamente trasformata.

Il percorso elettorale dei socialisti

Quel che sostengo da tempo é diventato non solo giusto politicamente, ma anche necessario elettoralmente. Col Rosatellum nella parte uninominale maggioritaria puoi avere candidati se presenti una lista sul proporzionale. Nessuno regalerà nulla, men che meno il Pd oggi accreditato della percentuale del 2013 e dunque, senza premio di maggioranza, in perdita secca di una caterva di parlamentari. Nello stesso tempo la nuova legge elettorale prevede le coalizioni e il voto unico. Voto la lista e prendo il voto sull’uninominale e viceversa. Che importa sottolineare che il voto unico e lo sbarramento nazionale sono di dubbia costituzionalità. Se non succede il finimondo con questa legge si affronteranno le elezioni di primavera.

Evidente che i socialisti debbano scegliere la coalizione di centro-sinistra, visto che in essa (Italia bene comune) si sono collocati nel 2013 e sono stati parte integrante dei governi Renzi e Gentiloni. Nello stesso tempo é altrettanto evidente che, con lo sbarramento al 3 per cento, non possano presentare il simbolo del partito (contrariamente a quanto si sarebbe potuto fare nel 2013, quando si votò praticamente senza sbarramento delle liste coalizzate). Dunque la strada giusta é diventata obbligata. E poiché Emma Bonino ha deciso di promuovere una lista europeista quale altro interlocutore più vicino alla nostra identità e alle nostre battaglie poteva presentarsi per incentivare la nostra convinta adesione?

Oltretutto l’opportunità é quella di andare ben oltre l’esperienza della Rosa nel pugno, che pure non ho mai giudicato negativamente e che ha consentito l’elezione di ben diciotto deputati oltre a prefigurare un convincente, ma ahimè sciaguratamente interrotto, itinerario politico. La disponibilità dei Verdi di Bonelli, l’ancora non chiarita collocazione di Pisapia aprono nuovi e finora inesplorati orizzonti. Certo vanno oggi superati anacronistici steccati, assurde primogeniture, piccole gelosie, vecchi rancori. La lista Bonino o Bonino-Piasapia, deve aprirsi a nuovi contributi altrimenti rischia di configurarsi solo come un espediente tattico per contrattare qualche posizione sul maggioritario. Sarebbe davvero incomprensibile che un’idea che può diventare grande scegliesse di rimanere piccola.

Altro non vedo, che non siano anomale alleanze o improduttive capitolazioni. Quel che va registrato, invece, é che i nostri dissidenti hanno scelto ormai l’adesione alla lista Mdp-Sinistra italiana. Ma non erano loro che lanciavano ad ogni piè sospinto la proposta della lista socialista, dell’unità socialista, dell’autonomia socialista? Sapevamo bene che quell’accordo era gia stato scritto nel momento in cui anche con azioni legali e soprattutto con la posizione sul referendum costoro mettevano in discussione la legittimità delle nostre assise e delle nostre decisioni politiche. La verità é che noi stiamo tentando di costruire una lista liberal socialista, loro si sono comodamente seduti (non so con quali promesse di candidature, spero per loro che gli impegni vengano mantenuti) in una lista di altri, a meno che non si consideri D’Alema più amico dei socialisti di quanto non sia la Bonino. Valutazione legittima, ma che fa a pugni con la nostra storia passata e recente. A loro auguro affettuosamente buon viaggio. Spero che cavino qualcosa dal buco. In politica si può perdere assumendo una collocazione naturale, con una innaturale la sconfitta brucia troppo e diventa impossibile riprendere il cammino.

Quel mercato degli schiavi

E’ stato tutto filmato. E quel che si vede e si sente é agghiacciante. Non solo nei campi libici i migranti bloccati sono tenuti come in una grande e sudicia prigione, ma si svolgono veri e propri mercati di vendita e acquisto degli uomini. In perfetto stile schiavismo americano pre ottocentesco. Era evidente che non ci si poteva fidare della volontà o capacità della Libia di vigilare, gestire, umanizzare questi luoghi di momentaneo rifugio dei migranti bloccati. Era evidente che un paese con due governi, decine di tribù, la guerra al terrorismo, le bande dei traghettatori alla Caronte magari assoldati per il lavoro sporco, non prometteva nulla di buono.

Sapevamo anche che questa era la preoccupazione principale del ministro Minniti, che abbiamo appoggiato nella sua strategia che punta al governo italiano ed europeo di un fenomeno prima sottovalutato e poi spesso colpevolmente ignorato. Adesso si muove, finalmente, il commissario per i diritti umani. Ma non é trascorso troppo tempo? Da quanti mesi andiamo ripetendo che il respingimento in Libia deve essere governato dall’Onu e che alla gestione Onu vanno affidati i campi? L’emergenza deve portare a un immediato cambio di rotta. Non è possibile ignorare i diritti umani di tante persone, uomini, donne e bambini, dei quali ignoriamo le modalità di trattamento. Vanno immediatamente bloccati questi ignobili mercati di esseri umani, individuati e puniti coloro che li hanno messi in atto.

La strategia di contenimento dei flussi migratori non può cambiare di fronte a tali abnormità. Non possiamo permetterci di rinnovare i vecchi flussi, di divenire di nuovo attracco di navi della disperazione, quando il mare non le abbia prima sommerse e affondate. Non possiamo tornare a divenire fonte di guadagno dei mercanti di morte, che approfittano della volontà di migliaia e migliaia di poveretti di uscire dall’inferno delle guerre e della povertà per sfruttarli, arricchirsi, ingrassare enti e cooperative, fuoriuscendo spesso dalla legalità e contribuendo a generare conflitti, paure, disagi. Però abbiamo il dovere di intervenire in Libia dove si gioca la partita della libertà, della dignità, dei diritto di tutte le donne e gli uomini del mondo. “Aiutiamoli a casa loro” da oggi significa per noi evitare che, non rischiando più la morte nel Mediterraneo, costoro rischino la vita e il loro destino tra le malversazioni e le ignobili aste di esseri umani, quasi fossero oggetti e non persone, in un’insopportabile e scioccante oasi di medioevo. Una buona dose di internazionalismo umanitario ci spinge a non alzare mai le spalle di fronte ai drammi ovunque si consumino.

L’Italia (non) s’é desta

Non andremo ai mondiali russi. Non é la notizia peggiore, ma é pur sempre una sventura (senza usare una perifrasi) italiana. Non é un grande problema, ma non si vive solo di quelli. E fortunatamente. Se no dovremmo avere sempre pessimi umori. Non è la morte, la guerra, la fame, il terremoto. Ma è un’emozione. Opposta a quella che ci ha attraversato come un fremito quando, nel 1982 e nel 2006, dopo la vittoria dei mondiali, abbiamo invaso le nostre piazze manifestando gioia incontenibile e sventolando il nostro tricolore. Ricordo bene quando, dopo quell’Italia-Germania 4 a 3 di Messico 70, anche i sessantottini si trovarono uniti a inebriarsi in quella notte da quasi campioni.

E ricordo quando più o meno gli stessi, diventati adulti, gioirono dopo il gol di Bettega all’Argentina in quel 1978 bagnato dal sangue del terrorismo in Italia e della spietata dittatura di Videla a Buenos Aires, che ci sfuggì. Poi il Mundial spagnolo col rinato Pablito che fece piangere i miti brasiliani e le notti magiche con Roma che brulicava di passione e di vino nelle trattorie del centro. E quella delusione ai rigori con Napoli divisa tra l’amore per Maradona e per l’Italia. E i rigori maledetti che ci tolsero la Coppa in America, poi le delusioni in Francia e in Corea, complice un arbitro corrotto di nome Moreno. Fino al trionfo, in piena Calciopoli, in Germania, con Zidane e la sua gradita testata.

Ma soprattutto ricordo le due ultime eliminazioni al primo turno in Sudafrica e in Brasile e la retrocessione dell’Italia da testa di serie a numero due, tanto da farci tremare al pensiero di dover battere la Spagna per qualificarci ai mondiali di Putin. Presuntuosi e mediocri abbiamo anche solo evitato di concorrere e sapevamo, dopo la batosta di Madrid, che avremmo dovuto spareggiare. Si pensava: va bene la Svezia, poteva andar peggio. In effetti gli svedesi sono poca cosa, anche se dotati di fisico, di grinta, di muscoli. Ci si è messa anche la sfortuna, anche un arbitro semi cieco, anche un autogol. E per un autogol siamo finiti fuori, fuor dai mondiali, fuori dalle nostre progettate e immancabili emozioni estive. Dai nostri barbecue e pizze cogli amici.

Siamo stati privati di un’attesa. I mondiali russi li vedremo con distacco. Non accadeva dal 1958 quando l’Italia degli oriundi (Ghiggia, Schiaffino, Montuori e Da Costa) venne eliminata dall’Irlanda del nord che sapeva lottare non solo per la sua indipendenza. Inutile girarci attorno. E’ peggio della Corea del 1966, che almeno ci regalò la rinascita col blocco degli stranieri. Non diremo “Svezia” a Ventura perché si tratta di un paese che ci ha regalato campioni (Hamrin, Liedholm, Skoglund, Green, Nordhal) ma assai datati e stimolanti e emancipate bionde da urlo. Basta ricordare che i campioni non nascono neanche da noi. Non ci sono più i Baggio, ma neanche i Totti, i Del Piero, i Pirlo. Non bastano undici bravi giocatori, senza fantasia, che non sanno mai saltare l’uomo. Non bastano tanti passaggi in diagonale e all’indietro.

Via tutti, adesso. Via Ventura, che non ha saputo organizzare un gioco, passando da uno schema all’altro, da un giocatore all’altro, da una sostituzione e da un’esclusione all’altra, via Tavecchio, presidente di una Federazione che ha fallito, figlio di giochi interni, di calcoli e di ambizioni. Ci pensi Malagò a usare la scopa. Si riparta dall’unico che ha saputo cavar succo e cioè da Antonio Conte. Si progetti subito una regolamentazione degli stranieri, si usino più italiani con un minimo fissato, si riduca la serie A a sedici squadre, si potenzino i vivai, si investa in infrastrutture e si adotti per gli stadi il modello inglese (siamo quasi ultimi anche come numero di presenze allo stadio). In un’ Italia che aumenta di Pil la metà dell’Europa, anche con lo sport (ricordiamo le cocenti delusioni nel basket e nell’atletica) siamo in linea. Perché stupirsi?