Tensione

Un militante di Forza Nuova aggredito e bastonato a sangue a Palermo, un altro di Potere al Popolo accoltellato mentre affiggeva manifesti in provincia di Perugia, svastiche naziste che lordano la lapide in ricordo di Aldo Moro a Roma, con la scritta “a morte le guardie”, e militanti di Forza Nuova che irrompono nella trasmissione di Floris Di Martedì. Il tutto dopo la sparatoria razzista di Macerata e le violenze degli estremisti di sinistra a Piacenza, Bologna, altrove. Viene in mente la vecchia e contrastata teoria del doppio estremismo degli anni settanta. Quanta ragione vi era in quell’assunto che doveva però conciliarsi con le gravi responsabilità dei cosiddetti servizi segreti deviati e degli appoggi stranieri nella strategia della tensione di un’Italia terra di confine tra Ovest ed Est e in faccia ai paesi arabi e a Israele.

Non siamo a quel punto. Non siamo al ritorno di una guerra contro lo stato che ha seminato l’Italia di omicidi e di stragi da piazza Fontana agli anni ottanta. Non siamo nel mezzo di una guerra fredda consumata col caldo di molto sangue versato, tra Usa e Urss. Però rischiamo in forme nuove un pericoloso revival che potrebbe segnare, soprattutto in questi ultimi giorni di campagna elettorale, la degenerazione del confronto politico. Di nuovo c’é la possibilità di incursioni informatiche, denunciate dall’apposito servizio italiano. Detto che l’Italia, col suo sistema di voto manuale, è al riparo da hackeraggi rimane il rischio delle cyber campagne. Ed è questo il vero punto su cui gli 007 italiani si sono focalizzati. Anche perché quanto successo alle recenti elezioni americane, vinte da Donald Trump, è un precedente troppo significativo per essere ignorato. L’attacco cyber criminale non riguarda il voto in sé (i sistemi di voto elettronico statunitensi, a quanto pare, hanno retto l’urto di potenziali attacchi), ma il periodo precedente al voto. L’esempio più concreto si verificò con l’hackeraggio della mail di Hillary Clinton e la successiva pubblicazione di leak scottanti che avrebbero penalizzato fortemente la candidata democratica nella corsa alla Casa Bianca.

Ma i servizi mettono in guardia anche da possibili attentati di matrice islamista che finora hanno tenuto al riparo (anche per l’abilità dei nostri servizi di sicurezza) il nostro paese. Mentre infuria il conflitto in Siria, dove di guerre se ne contano sei secondo il conto di Franco Venturini che le descrive nel suo documentato articolo sul Corriere (di Assad contro i suoi oppositori, di Erdogan contro i curdi, della Turchia contro gli Usa, di Iran contro Assad, di Putin contro gli Usa, di Israele contro l’Iran), l’Italia risulta il solo pease mediterraneo finora esentato da attacchi stragisti. L’allarme é massimo dunque. Se tutto questo é vero pare davvero meschino il confronto politico che si sta svolgendo di fronte a un elettorato impreparato e disorientato. Tagli promessi, soldi a tutti, dai bimbi agli anziani, migranti da gettare a mare e tanta felicità per tutti. Ho netta la sensazione che la classe politica italiana rischi di suonare petulanti cantilene sul bordo del Titanic. Occorrerebbe una grande sforzo di responsabilità collettiva che ho trovato finora solo nelle parole di Romano Prodi e di Paolo Gentiloni. L’Italia sia consapevole del momento che sta vivendo, dei rischi e dei problemi immensi che le stanno davanti. Servirebbe un temerario spunto di natura churchiliana.

Embracati?

Il ministro Calenda ha definito i dirigenti dell’azienda di Chieri (Torino) “gentaglia”. Per la verità ha detto “genta…”. Ma conoscendo a perfezione la lingua italiana sapeva che la successione era un “glia”. Riepiloghiamo. Questa azienda produce compressori per frigoriferi ed elettrodomestici e fino alla fine degli anni ottanta era di proprietà della Fiat che ne deteneva la maggioranza azionaria. Poi nei primi anni novanta sono arrivato gli americani e poco dopo i brasiliani della Embraco che hanno portato investimenti e nuove tecnologie e raddoppiato l’occupazione salita fino a 2200 addetti.

Tutto é cambiato con l’apertura della nuova azienda Embraco in Slovacchia. Gradualmente decentrando in quel paese a costi ridotti la produzione, l’occupazione é calata, vertiginosamente, nella fabbrica di Chieri, fino a scendere a 537 dipendenti. Infine la decisione di chiudere e di inviare una lettera di licenziamento a 497 lavoratori. Il ministro Calenda ha chiesto di prendere il tempo necessario per attivare la cassa integrazione e per concludere una trattativa con una nuova unità produttiva che sarebbe interessata a rilevare l’azienda italiana. La risposta é stata negativa col motivo di una perdita di valore in borsa. Il futuro di centinaia di lavoratori e di famiglie conta nulla e può dunque tranquillamente essere giocato in borsa per maggiori profitti.

Il tema é drammaticamente attuale ed é inerente il rapporto tra i diritti dei lavoratori e gli interessi di un’azienda nel mercato globale. E’ evidente che investire in paesi in cui il costo del lavoro é la metà di quello italiano é assai conveniente e nessuno può impedire a un imprenditore un investimento più vantaggioso. Quando però si tratta di un trasferimento che implica la chiusura di un’unità produttiva e il licenziamento dei suoi dipendenti, uno stato, e la stessa Unione europea, non può restare indifferente. Ne va del futuro dei suoi cittadini, del loro diritto al lavoro sancito in Italia dal primo articolo della Costituzione. Calenda ha ragione. Se i proprietari di Embraco alzano le spalle di fronte alle proposte del governo italiano, che il ministro attivi tutte le norme per mostrare una incompatibilità tra l’utilizzo di risorse pubbliche più volte adottate e lo scippo all’Italia di una impresa e convinca l’Europa ad attivare subito un fondo nazionale per gestire le fasi di transizione. Embracare il governo italiano e l’Europa insieme mi pare complicato. Anche se la genta (più “glia”) non sente ragione.

Il day after di Prodi

La notizia del giorno, parlo di sabato 17, è stata indubbiamente la dichiarazione di voto (e di esplicito sostegno) di Romano Prodi alla lista Insieme. Non erano in tanti, anche all’interno della coalizione tra socialisti, verdi e civici, ad aspettarsela così esplicita. Il suo appoggio a Gentiloni era abbastanza scontato. D’altronde c’é qualcuno che nel centro sinistra ipotizza un’altra candidatura? Più complicato era prevedere un appoggio dichiarato alla lista che pur conta della presenza di prodiani storici come Giulio Santagata. Prodi si é esposto prima annunciando che riprendeva la parola dopo nove anni in un’assemblea politica, quella di Insieme appunto. E la scelta di intervenire in quell’assemblea e non in altre, non poteva essere casuale.

Poi nel dichiarare pubblicamente il suo sostegno al centro-sinistra come coalizione, ma in particolare alla lista Insieme. Non a caso però, ma con la motivazione che Insieme aggrega tre riformismi, quello socialista, quello ambientalista e quello cattolico, che erano stati alla base della formazione del suo Ulivo. Se si pensa che l’Ulivo prodiano é stato l’unico soggetto di centro-sinistra vincente negli ultimi ventiquattro anni allora il carico che si desume dal paragone è molto pesante, ma anche gratificante perché significativamente ambizioso. C’è dunque nel centro-sinistra uno spazio nuovo per un nuovo soggetto riformista che punti a competere col Pd sul piano ideale, programmatico e politico.

Come aveva del resto preannunciato Angelo Bonelli nel suo furente attacco ai mezzi d’informazione che avevano oscurato la lista Insieme contrariamente a quello che è capitato ad altre, alcuni giornali hanno omesso l’endorsement prodiano. Il quotidiano nazionale, ad esempio, richiama in prima pagina la non notizia, cioè lo scontato appoggio di Prodi a Gentiloni, e in settima per trovare un accenno alla lista Insieme bisogna mettersi gli occhiali e passare alla metà della terza colonna. Vedremo se nei talk show televisivi verrà ripresa la notizia e chi verrà invitato ad illustrarla. Ho l’impressione che Bonelli avesse ragione anche quando ha richiamato a tutti l’assenza di un uomo come Marco Pannella che, a differenza di altri suoi prestigiosi successori, faceva una battaglia per il diritto di tutti all’informazione televisiva.

L’antifascismo violento

Camillo Prampolini, quando i suoi avversari si radunarono in un teatro per invocare l’intervento in guerra dell’Italia che pure determinò il massacro di 650mila giovani, accusò coloro che con la forza intendevano impedire la manifestazione di intolleranza e disse: “Questo non é socialista”. Cioè il concetto stesso di socialismo era per lui indissolubilmente legato al rispetto dell’avversario, anche il più lontano, e al pieno diritto di quest’ultimo di manifestare le sue idee. Questo assunto mi ha sempre radicalmente distinto da quella parte della sinistra che, comportandosi in modo opposto, ha tentato in varie occasioni di usare la forza per impedire a esponenti politici di parlare, creando incidenti e scontri che a volte sono perfino sfociati in eventi mortali.

Si può oggi affermare che il diritto di esprimere pubblicamente le proprie opinioni é vincolato e sanzionato dalle leggi esistenti. Non é ammissibile esaltare l’Olocausto, spingere la gente ad ammazzare il prossimo, a stuprare le donne, a fare quel che vien definito “apologia di reato”. Dunque anche il diritto di espressione non può essere assoluto. E in particolare esistono in Italia leggi che impediscono la ricostituzione del partito fascista. Più in generale la competizione democratica dovrebbe essere terreno di confronto solo tra le forze che accettano la democrazia. In Germania ovest la socialdemocrazia mise fuori legge il comunismo. In Italia il Pci, più con la moderazione e il compromesso che con le prese di distanza da Mosca, almeno fino all’epoca berlingueriana, aveva fatto dell’antifascismo la sua legittimazione. E che dire di una competizione democratica ove, com’è accaduto in alcuni paesi islamici, chi vince (ma é accaduto in Germania nel 1933) abolisce la democrazia?

Si possono avere fondati dubbi sulla vocazione democratica di Casa Pound e di Forza Nuova, ma se la legge italiana consente loro di presentarsi alle elezioni vale per loro, anche per loro, il detto di Prampolini. Impedire loro con la forza di parlare non é socialista, cioè non é democratico. Usare l’antifascismo per attaccare la polizia, per sprangare un carabiniere com’è accaduto a Piacenza, per aggredire i poliziotti anche usando bombe carta cone è accaduto a Bologna, utilizzare l’antifascismo per esaltare le foibe com’è successo a Macerata pare solo un’occasione per mostrare la brutalità di un’opzione politica. Oggi non esiste la cosiddetta sinistra extraparlamentare, eppure sono nate e stanno germogliando, tra centri sociali e gruppi di quartiere, tendenze violente pericolose. Sono state definite sfasciste. Attenzione a minimizzarne la portata. Non si tratta solo del pericolo di sfasciare auto e vetrine. L’obiettivo di costoro é sfasciare le persone. E anche la democrazia. E cosi facendo i fascisti, quelli veri, che salutano a braccio alzato e in camicia nera, potranno passare da vittime. Bel risultato davvero.

Rimborsopoli e stupidopoli

Intendiamoci. Questi grillini, che girano l’Italia gridando onestà e che hanno costruito la nuova versione del partito diverso di berlingueriana memoria, se la sono voluta. Le Jene che ormai sono divenute l’unico organo di informazione d’inchiesta, hanno scoperto molte incongruenze di parlamentari grillini che non versavano il dovuto (o meglio il concordato), altri che gonfiavano le spese per consulenze inesistenti, viaggi supposti, pranzi e cene mai fatte. Si tratta di denaro pubblico che veniva destinato per gli emolumenti dei parlamentari che si basano su due voci: stipendi e rimborsi. Nessuno dei due deve essere rendicontato e dunque la cifra complessiva, oggi sui 13-14 mila euro mensili, compone il netto che le istituzioni versano al parlamentare che ne può fare ciò che vuole.

Non ci sono dunque reati nei comportamenti eventualmente truffaldini, ma rispetto solo agli impegni dei parlamentari grillini assunti nei confronti del loro movimento. Fatti loro, direi. Io mi scandalizzerei di più per l’incapacità dei vari Di Maio, per la loro inadeguatezza, per i disastri della Raggi a Roma. Inseguirli sugli scontrini proprio non mi va. Vedo che invece la solita litania a far la punta sul tasso di populismo la fa da padrona. Come il pressapochista di Sassuolo sui vitalizi anche stavolta si cavalca il grillismo contestandolo per non essere abbastanza grillino. Se tutti avessero versato il dovuto avremmo allora dovuto premiarli? Suvvia, non scherziamo. Una classe dirigente non la si giudica da un simbolico e improduttivo obolo versato a una inutile cassa di credito per la piccola impresa, che non è in grado di finanziare niente e nessuno.

Ma tant’é. I figli del comico genovese hanno un bel ribattere che loro sono sempre meglio degli altri, nonostante gli errori e le mele marce. E stando rinchiusi nell’argomento hanno pure ragione. La maggioranza di loro versa mentre tutti gli altri parlamentari no. Meglio poco che niente. Se noi non spostiamo il tema e incrementiamo la polemica sugli scontrini meritiamo di stare dalla parte del torto. Il problema, lo dico con le parole di Benedetto Croce, é che l’onestà in politica é la capacità. Lasciamo che costoro urlino la magica parola intonata alle esequie di Casaleggio e noi rispondiamo con la raccomandazione del grande filosofo napoletano. E’ più utile all’Italia e al suo Parlamento un grillino capace che ha versato meno del dovuto di un incapace che ha versato fino all’ultimo centesimo. Affermare il contrario significa contrapporre alla rimborsopoli grillina la stupidopoli anti grillina.

Due parole su di noi

Vogliamo sfatare un luogo comune? Allora cominciamo col dire che il nostro passato di socialisti che non hanno rinnegato il Psi di Craxi, ma che anzi, al di là dei fatali errori del dopo ottantanove, ritengono che molte sue intuizioni siano tuttora valide e addirittura illuminanti rispetto alle prese di coscienza della sinistra italiana, avvenute sempre in ritardo e senza alcun accenno di autocritica, é oggi più valorizzato dal centro-destra che dal centro-sinistra. Basterebbe pensare al diverso esito delle candidature dei due Craxi, che del resto sono state precedute da ben diversi comportamenti assunti nei confronti di parte della vecchia classe dirigente del Psi, dagli uni utilizzata anche ai massimi livelli e dagli altri ignorata quando non discriminata. Aggiungiamo che le intitolazioni al nostro vecchio leader di vie, piazze, monumenti, sono state quasi tutte opera (con lodevoli eccezioni) di maggioranze di centro-destra e che perfino la candidatura di Giuliano Amato al Colle é stata per due volte sponsorizzata da Berlusconi e bocciata dal Pd.

Tutto vero e incontestabile. Ma basta tutto questo a un socialista per preferire il centro-destra? Basta il passato per affermare le proprie convinzioni nel presente? Certo la storia, soprattutto quando é negata la nostra ragione di essere stati vivi e spesso decisivi nelle svolte della democrazia italiana, ha un peso. Ce lo ha intimamente, nel più profondo del nostro cuore. Ma la testa? Se vogliamo esistere oggi dobbiamo batterci per valori che sono nostri. Con la testa innanzi tutto. E allora, chiediamoci se il centro-destra abbia oggi assunto uno solo dei valori che sono stati propri del vecchio Psi. Cominciamo dalle idee sulla tassazione. Tipica di una forza socialista é sempre stata la progressività. Cioè il principio che chi più ha più deve dare. La flat tax rappresenta il valore opposto. Stabiliamo la stessa percentuale per tutti e chi più ha più ci guadagna. E’ giusto? Ha qualcosa a che fare questo principio con l’elaborazione socialista degli anni ottanta?

Parliamo dell’immigrazione. Berlusconi, con una dose di pressapochismo e di populismo fuori misura, ha promesso il rimpatrio di 600 mila clandestini. A parte il fatto che i 600 mila sbarcati in Italia negli ultimi anni non sono tutti clandestini e la prima cosa che anche Berlusconi dovrebbe preoccuparsi di fare è distinguere tra profughi e clandestini, ma il come risolvere questo declamato rimpatrio resta tuttora avvolto nel mistero. Salvini vorrebbe gettarli in mare, visto che i paesi di provenienza non li vogliono rimpatriare? Di serio su questa materia c’é l’impegno di Minniti, i suoi accordi coi due governi libici, i contratti con i paesi di provenienza come il Niger e il Sudan. Noi siamo con lui.

Se un pazzo con il Mein Kampf sul comodino spara all’impazzata ai neri per le vie di Macerata possiamo noi condividere l’opinione di Salvini che sostiene che é tutta colpa dello scontro sociale dovuto all’immigrazione? Possiamo noi accettare di offrire a questo squilibrato degli alibi? Non è che cosi facendo in una sorta di recupero del doppio estremismo finiamo per giustificare quegli antifascisti violenti che vorrebbero impiccare Minniti come fascista o addirittura invocare nuove foibe da Trieste in giù. Siamo sicuri che come il centro-sinistra è certamente senza legami (anzi é sotto tiro) con questo nuovo estremismo di sinistra, il centro-destra sia estraneo, soprattutto nell’area di Salvini-Meloni, a condizionamenti e rapporti con l’estremismo opposto? E aggiungiamo, e non é l’ultima obiezione. Noi che vogliamo affermare un moderno europeismo possiamo mai sostenere una coalizione che sull’Europa ha le idee cosi confuse, che vanno dal popolarismo alla Merkel di Berlusconi al lepenismo antieuropeo di Salvini e Meloni? Cosa ci potrà riservare sull’euro e sull’unione europea, dopo la costituzione di un governo di coalizione a forte presenza socialdemocratica in Germania e all’affermazione dell’europeista Macron in Francia, un governo siffatto in Italia? I socialisti devono essere più legati alle assonanze e alle dissonanze del presente o alle pur lodevoli attenzioni sul loro passato?

Foibe e fascismo

Nessuno più di noi oggi può ad un tempo e con la medesima intransigenza condannare i massacri di italiani nelle foibe ad opera degli eserciti comunisti titoini e il razzismo di stampo nazifascista che è all’origine dei lager e delle persecuzioni a cominciare da quella che diede origine all’olocausto. Le nuove, vecchie, contrapposizioni finiscono per accreditarne una sola e i cortei che si annunciano in mezza Italia appartengono a una visione parziale, settaria, ottusa della storia e dell’etica politica. Le foibe, negate od oscurate per tanti anni a sinistra, sono il simbolo, uno dei tanti, della ferocia di un regime totalitario e non possono essere considerate una reazione ai crimini, altrettanto feroci, perpetrati dai fascisti in Slovenia e in Croazia. Ad essere infoibati furono migliaia di italiani che nulla avevano a che fare con quelle violenze e la loro fine appare più consona a una strategia di pulizia etnica che non di risposta militare.

Altrettanto si può, si deve dire, del razzismo, che venne importato in Italia dalle sciagurate leggi del 1938, che altro non furono che il logico corollario del patto d’acciaio, contratto da Italia e Germania, dopo l’isolamento italiano dalla Società delle nazioni a seguito dell’invasione dell’Etiopia. Il razzismo, fino al 1938, non era stato un elemento programmatico dell’ideologia fascista, e nel regime non pochi erano i dirigenti di razza ebraica. Le persecuzioni iniziarono da quell’anno con le esclusioni dei bambini ebraici dalle scuole e dei pubblici dipendenti dagli uffici e sfoceranno poi, durante la guerra, nell’approntamento di campi di concentramento e nell’aiuto alla deportazione in Germania anche degli ebrei italiani negli orribili lager di sterminio.

Non credo esista oggi in Italia il rischio del fascismo. Non vedo masse nere pronte a una nuova marcia su Roma e nemmeno un Parlamento ove i neo fascisti possano avere qualche rappresentanza. Casa Pound o Forza Nuova, che pure sono presenti in questa tornata elettorale, resteranno a pancia vuota. Non esiste nessuna possibilità di rinverdire il mito di un comunismo di stampo autoritario. Rifondaroli, rivoluzionari, centri sociali rappresentano oggi poco più di nulla. Esistono invece due pericoli questi sî assolutamente attuali, che finiscono per alimentarsi l’uno dell’altro. Esiste il pericolo, che si sta purtroppo incrementando, di un razzismo verso gli immigrati, siano questi ultimi di origine sub sahariana o di provenienza mediorientale. Esiste, di converso, il mito della società multirazziale, senza regole, di dimensione estetica poetizzante. Come se l’incrocio di culture, tradizioni, religioni, interessi, non costituisse invece un delicato problema da affrontare. Come se non esistesse la necessità dell’individuazione di regole certe da far rispettare per tutti. Ho visto un truce manichino raffigurante il ministro Minniti che penzolava da un ponte sul Tevere, opera di un gruppo di estremisti che lo equiparava ai fascisti. Ho letto frasi di solidarietà a Traini in striscioni e in post e messaggi. Ecco le due tendenze da combattere e che apparentemente si combattono l’un l’altra. Compito dei democratici é combatterle ad un tempo entrambe.

Decalogo Insieme

1) Perché il Pd, sempre più alle prese con le sue contraddizioni e divisioni, non può rappresentare per intero l’area riformista italiana.
2) Perché l’area riformista non può risultare sconfitta dal popolo dell’incapacità e dalla destra xenofoba, entrambe prive di convinta visione europeista.
3) Perché occorre organizzare un polo che non rifiuti l’identità e che recuperi le storie, superando l’assurdo sistema politico anti identitario di una seconda repubblica mai nata e rilanciando una piena coerenza dell’Italia col contesto europeo.
4) Perché una coalizione che raggruppi esperienze, valori, storie, é assai più rispettosa e produttiva di un partito solo al comando, soprattutto quando questo partito si divide, si lacera, non é in grado di unire.
5) Perché i socialisti italiani hanno saputo cogliere il meglio della loro tradizione, rinnovandola e mettendola al servizio dell’Italia nell’ambito di una collocazione europea e internazionale allineata cogli altri partiti socialisti e laburisti, nel segno di una lotta senza quartiere a tutte ie disuguaglianze, in nome dell’equità coniugata con la valorizzazione del merito, della difesa e dell’allargamento delle libertà da tutti i poteri assoluti e da tutte le incursioni del fanatismo e dell’integralismo.
6) Perché i verdi rappresentano un’istanza di moderno riformismo ambientale non più rinviabile alla luce dei disastri a cui anche recentemente il nostro paese é stato vittima e dei grandi problemi ambientali che interessano l’intero pianeta, ai quali solo un’opzione di sviluppo sostenibile deve essere la risposta.
7) Perché l’area civica rappresentata da esponenti che si richiamano all’insegnamento di Romano Prodi non può essere cancellata da una visione monocratica del centro-sinistra, che non rispecchia la pluralità delle singole esperienze delle quali l’Ulivo era stata una rappresentazione vincente
8) Perché l’equità, la libertà, lo sviluppo sostenibile, la difesa e l’esaltazione del pluralismo della coalizione sono gli ingredienti solo di Insieme, la lista di socialisti, verdi, civici, che si propone come voto utile competitivo.
9) Perché Insieme consente di orientare il voto al centro-sinistra senza votare Pd e di non disperderlo verso liste che sono fuori dalla contesa tripolare tra centro-sinistra, centro-destra e Cinque stelle.
10) Perché Insieme consente di gettare le radici al progetto di un nuovo soggetto riformista, ambientalista e liberale utile all’Italia che può proiettarsi nel futuro e competere col Pd da posizioni laiche e di sinistra.

Pamela e Traini

Ha ragione Giorgia Meloni a ricordarci che la povera Pamela è stata massacrata da un nigeriano senza permesso di soggiorno. E ha ragione anche a lamentarsi del fatto che il suo feroce, brutale, animalesco omicidio non abbia spinto (il ministro Orlando lo farà oggi) alcun uomo di governo a far visita alla madre. Sbaglia però a paragonare il delitto della povera ragazza al raid razzista di Traini nel centro di Macerata. Dal punto di vista umano il primo gesto è anche più orribile del secondo, come orribile è l’omicidio di una diciannovenne per mano di un uomo bianco italiano avvenuto ieri a Milano. Ma il delitto di Pamela spinge a un ragionamento, il gesto di Traini a un altro. Non vanno confusi. La loro confusione può generare assurdi giustificazionismi, colpevoli anche se involontari.

Il delitto e il massacro della povera ragazzina, forse da attribuire a questioni di commercio di droga, deve spingerci a valutare con serietà la questione dell’immigrazione irregolare in Italia. Da parte di tutte le forze politiche, con la sola eccezione del povero Grasso che forse, non avendo ben compreso la domanda, ha sostenuto in Tv la piena legittimità dell’immigrazione illegittima, non c’è un solo esponente politico che difenda il diritto di soggiorno di chi non ne ha alcuno. Il problema è come porvi rimedio. Berlusconi, includendovi abusivamente anche i profughi, sostiene che i 600mila immigrati giunti in Italia negli ultimi cinque anni lui li rimanderà tutti indietro. Come non si sa, visto che i paesi da cui provengono indietro non li prendono e che il respingimento coatto ha conseguenze economiche e umanitarie non di poco conto.

Tanto è vero che le sanatorie non si contano e lo stesso governo Berlusconi è stato costretto ad approvarne una per ben 700mila immigrati. Dunque? A mio giudizio, grazie al ministro Minniti, finalmente l’Italia ha capito che il problema dell’immigrazione si deve affrontare nei paesi di partenza e di transito, soprattutto la Libia. E che in Libia devono essere accertati diritti o meno di asilo in Italia e in quel paese devono essere bloccati coloro che diritti non hanno. Intendiamoci, quelli di una vita migliore, soprattutto per chi vive in condizioni precarie e spesso di sottosviluppo, li hanno tutti. Il problema è che poi se tali diritti non possono essere garantiti, le conseguenze, come è stato verificato, si rivelano peggiori del male che si intende curare. Giusto allora, da un lato, firmare convenzioni coi paesi di partenza, per assicurare a chi ritorna un minimo di garanzia vitale e a quei paesi un minimodi sviluppo (vedi la Conferenza di Parigi), dall’altro porre i campi di respingimento libico sotto l’egida e la gestione Onu, per evitare trattamenti disumani e irrispettosi di qualsiasi convenzione sui diritti delle persone.

Altro ragionamento merita il caso Traini che con l’immigrazione e la sicurezza non c’entra nulla e c’entra invece molto con le infatuazioni naziste e razziste che purtroppo stanno prendendo piede in Italia. Quella nazista, non fascista, dunque ben di peggio, è testimoniata dal culto per il Mein Kanf e per le svastiche rintracciate nella casa di Traini. Quest’ultimo ha compiuto un’equazione tipicamente razzista e cioè: siccome Pamela è stata colpita da un nero, tutti i neri sono colpevoli. Esattamente come avvenne in Germania dopo l’attentato per mano di un ebreo a un diplomatico tedesco a Parigi. Dovevano pagare tutti gli ebrei e scattò, era il 1938, la notte dei cristalli. Se noi attribuiamo al razzismo vendicativo di Traini una qualche assonanza con l’immigrazione clandestina finiamo per offrirne un’abusiva giustificazione. In fondo, ragionando così, se i clandestini non ci fossero Traini sarebbe una brava persona. Il raid nazista di Traini non può rimandare invece a disquisizioni sui temi della sicurezza, che non sono alla base del suo insano gesto, ma a problemi di educazione ed eventualmente di disagio sociale. Non tanto per Traini, un personaggio alle prese con problemi di psicopatia, ma per coloro che hanno manifestato solidarietà con lui, che hanno lordato qualche muro di scritte a suo favore o che hanno promosso marce e manifestazioni a braccio alzato. Lo dico anche alla Meloni, perché, pur stimando la grinta di una donna che si è fatta da sola, anche il suo movimento non è esente da infiltrazioni di questo tipo. Le controlli meglio coi suoi occhioni, cara Giorgia. E sarà più credibile anche lei.

Macerata e noi

Macerata é una bellissima cittadina marchigiana, densa di storia e di arte, con una popolazione seria, laboriosa, accogliente. Eppure a Macerata si é commesso un orribile crimine a sfondo razzista e quel che più preoccupa é proprio la reazione dei suoi cittadini. Ma partiamo dall’inizio. Questo fanatico cultore di svastiche naziste e candidato, spero senza una sua approfondita conoscenza, della Lega nord proprio nel comune di Corridonia, dedicato all’eroe della prima guerra mondiale Filippo Corridoni, é un criminale psicopatico. Punto e a capo. Non vale la pena aggiungere altro e disquisire su fenomeni come l’immigrazione e la sicurezza che non c’entrano assolutamente un bel nulla.

Dunque se l’affermazione di Saviano che accusa Salvini di essere il mandante appare fuori luogo, la dichiarazione di Salvini si configura quasi come una giustificazione politica di un crimine che di giustificazioni non può averne. Che senso ha accusare il governo di una supposta invasione e di uno scontro sociale del quale l’atto razzista di Traini non è affatto un esempio? Che c’entrano le raffiche sparate contro gruppi di uomini di colore con lo scontro sociale? Ma dico di più. Berlusconi stesso poteva evitare di parlare di seicentomila clandestini da espatriare dopo questo atto delinquenziale, quasi a offrigli una conseguenza. Ha ancora ragione Cacciari a sostenere che semmai il problema riguarda l’educazione e la prevenzione.

Aggiungo a tale proposito due annotazioni. Vorrei proprio sapere quale autorità ha concesso a un personaggio del genere, in cura ai servizi psichiatrici, di detenere un’arma capace di uccidere. E’vero che Traini é stato accusato di porto abusivo di armi avendo egli, secondo le informazioni, solo un porto d’armi a uso sportivo. Ma non vedo la sostanziale differenza, visto che un fucile capace di uccidere un tordo può uccidere anche un uomo. Infine mi ha lasciato di stucco (dopo la dichiarazione di Traini in un bar, “Vado a fare una strage”, senza alcuna immediata reazione dei presenti) l’affermazione riportata quest’oggi dalla stampa di un cittadino secondo il quale sparare all’impazzata poteva anche colpire qualcuno. Come se i sei uomini di colore fossero nessuno. E mi vengono in mente le tante manifestazioni italiane di protesta contro il razzismo…. negli Stati Uniti.