Ricordo Bettino

Lo ricordo quando era ancora vice segretario del Psi a nome della componente autonomista, che al congresso di Genova del 1972 aveva conquistato meno del quindici per cento, anche se Pietro Nenni di lì a poco accetterà di tornare alla presidenza, a tre anni dal suo ritiro dalla politica attiva, dovuto alla scissione del luglio 1969. Non avevo accettato di militare, allora, in qualche corrente che quella scissione aveva favorito e mi ritrovai così tra i pochi giovani autonomisti, con Ugo Finetti, Claudio Martelli, Gianluigi Da Rold, Nino Nastasi, che nella federazione giovanile costituivano un gruppo assai ristretto. Craxi sembrava un gigante rassicurante. Portava idee chiare, era coerente e quando parlava ti dava il senso dell’istinto di ribellione a qualsiasi sottomissione politica.

Ero al Raphael, nel luglio del 1976, quando iniziò il nuovo corso e, grazie a Giacomo Mancini e all’alleanza con i giovani della sinistra e demartiniani, Craxi fu segretario del partito dopo l’insuccesso elettorale del 1976. Doveva durare poco, secondo i suoi grandi e piccoli elettori. Avevano fatto male i loro conti. Si circondò di persone capaci e di cultura, lanciò l’eurosocialismo, sviluppò una polemica sulla inconciliabilità del comunismo col pluralismo e anche grazie a Mondoperaio il partito si ritrovò in una primavera culturale, sviluppando i temi del riformismo socialista sanciti poi dal congresso di Palermo, dopo che Craxi aveva per primo lanciato il progetto della grande riforma delle istituzioni anche grazie al prezioso contributo di Giuliano Amato, mentre grazie a quello di Claudio Martelli, nella Conferenza di Rimini del 1982, il Psi si trovò avvinto dai “meriti e bisogni”.

Craxi trovò un Psi sconfitto e subalterno al Pci berligueriano. Spezzò la dannosa fermezza durante il caso Moro e a gomitate si fece largo, dopo il 1979, promettendo governabilità. Iniziò la sua avventura alla presidenza del Consiglio dopo un buon risultato elettorale nel 1983, anche se inferiore alle attese. E da presidente diede impulso alla lotta all’inflazione che passò, anche grazie al decreto di San Valentino, dal 16 al 4,6 per cento, vincendo il referendum che il Pci volle imporre nel 1985. Durante quegli anni venne sconfitto il terrorismo politico nazionale che aveva insanguinato l’Italia. Il governo Craxi accettò i missili a Comiso, ma fu lui a contestare concretamente gli americani a Sigonella, dopo la vicenda dell’Achille Lauro. Non toccò pensioni e sanità e il rapporto tra debito e Pil si mantenne attorno all’84 per cento (oggi è al 133).

Venne il risultato del 1987 e fu un 14,3 per cento, il migliore del Psi, dopo quello alla Costituente. Poi un ripiegamento fino al 1992 e in quei tre anni cambiò il mondo, l’Europa, l’Italia, con la caduta del muro, la fine del comunismo e del Pci. Bettino, forse per la malattia che lo tormentava (ebbe un infarto, dovuto al diabete, proprio nel dicembre del 1989) e per una tormentata vicenda personale, non ebbe la lucidità per intuire che una fase della politica si era conclusa e con essa era al tramonto anche la partitocrazia, coi suoi generalizzati finanziamenti illegali.

Quando venne chiamato in causa, però, ritrovò il vecchio ardore e ancora oggi risuonano alle nostre orecchie le parole pronunciate alla Camera che chiamavano alla responsabilità collettiva. Una giustizia strabica e politicizzata lo ha condannato perché, contrariamente a tutti gli altri leader, “non poteva non sapere”. Scelse di abbandonare l’Italia e di rifugiarsi in Tunisia. Avrà fatto la scelta giusta? Recita Brecht nel suo Galileo: “Infelice l’umanità che ha bisogno di eroi”. Ha scelto di essere operato in Tunisia, perché non poteva accettare di tornare in Italia se non da uomo libero. Dopo la sua morte il governo italiano gli propose funerali di Stato nella più penosa ipocrisia di Stato. Dopo molti anni si fa largo la tendenza a una rivalutazione postuma. Oggi il ministro degli Esteri Alfano sarà nella sua Hammamet. Son trascorsi quasi 23 anni, e un bilancio di questa seconda Repubblica mai nata é desolante. L’Italia è anche vittima della grande ipocrisia sulla quale ha fondato il suo falso rinnovamento. La storia tratterà alla fine meglio Craxi dei suoi carnefici, dei finti dottori di un tempo che oggi paiono sempre più parte della malattia. Noi oggi lo ricordiamo, son passati 17 anni, con commozione immutata, forte rimpianto, stima e riconoscimento per quel che ha dato all’Italia e al Psi. Un contributo originale, denso di fierezza per il suo Paese, per il suo partito.

Un congresso per il futuro

So bene che quel che ci unisce è un ricordo, una storia, un dramma. Una ingiustizia alla quale non vogliamo rassegnarci, un oblio che vogliamo combattere. Anche in pochi, anche soli. Tuttavia se quel che ci unisce è solo il passato non possiamo far vivere un partito. Bastano le fondazioni, l’Avanti, Mondoperaio. Per esistere come partito abbiamo bisogno, non solo e non tanto di un passato comune, ma di un futuro comune. Questo penso debba essere il tema dell’imminente congresso. Penso a un futuro del socialismo liberale ed ecologista. Di un intreccio, dunque, di componenti ideali unite in un programma comune. In una lista elettorale comune. Forse anche in un nuovo soggetto politico comune.

Dopo il 2013 si sono sviluppate tra noi due possibili prospettive, entrambe difficili da realizzare, ma che hanno costituito terreno per un confronto, anche per uno scontro, per alcuni sono state pretesto anche per un addio. Al congresso di Venezia di fine 2013 è prevalsa la prospettiva dell’unità socialista. Il Pd, allora retto dall’ex socialista Epifani, era fuori dal socialismo europeo, Sel sembrava propensa ad aderire al Pes. In una fase il Psi aveva anche aderito al progetto vendoliano, presentando liste comuni alle elezioni europee, con mie personali, fondate riserve. Poi, d’incanto, le posizioni si sono ribaltate. Il Pd, con Renzi alla sua guida, ha aderito al socialismo europeo, Sel ha sposato il progetto di una nuova sinistra di stampo greco.

La questione a quel punto diventava di semplice soluzione. Se il Pd diventava a pieno titolo un partito socialista europeo, e se la nostra prospettiva restava quella dell’unità socialista, la logica doveva consigliare un ancor più stretto legame con questo partito o addirittura una nostra confluenza nel Pd. Legittimando questa posizione anche le scelte dei nostri due ex parlamentari, Di Gioia e Di Lello, dovevano apparire giustificate se non sul piano morale (approfittare del privilegio di una designazione per poi rinnegare la fonte originaria è sempre esecrabile), almeno su quello politico. A Salerno infatti noi aggiustammo il tiro. La strategia diventava quella liberalsocialista, i nostri ammiccamenti andavano, forse un po’ superficialmente, verso frontiere vicine, dai radicali, al mondo cattolico. Senza escludere gli ex socialisti.

Penso che al prossimo congresso dovremo parlare un linguaggio più chiaro. E offrire, dopo gli appuntamenti che diversi nostri interlocutori hanno già messo in cantiere, a cominciare da quello di febbraio della Marianna e da quello di Bertinoro che coinvolgerà anche i verdi, una tribuna politica per la costruzione del polo liberalsocialista ed ecologista. Il programma uscito dalla nostra conferenza dell’ottobre scorso, coi sei punti e relative proposte, sulle qual il partito e i nostri parlamentari avrebbero potuto e dovuto investire di più con specifiche iniziative e proposte di legge, è a disposizione e può essere ulteriormente approfondito e rivisto.

Sempre più oggi sono venuti in superficie i temi che attengono la povertà, la vecchia povertà, non le nuove delle quali ci occupammo nelle nostre due Rimini. Il lavoro che sfugge, con punte di disoccupazione soprattutto giovanile che non hanno precedenti negli ultimi cinquant’anni, la mancata crescita, i vincoli internazionali, portano oggi a ritenere essenziale un movimento socialista che si spenda sul tema dell’equità. L’attacco del terrorismo alla civiltà liberale, agli stessi principi della rivoluzione francese, impongono la ripresa di forti battaglie di difesa e di conquista di diritti civili ed è a questo fine essenziale un movimento radicale che si ispiri alla figura del grande Marco Pannella, senza dimenticare la nostra sicurezza e i termini della nostra difesa. I disastri ambientali, il frequente verificarsi di terremoti, di allagamenti, le necessarie limitazioni di emissioni dannose in atmosfera, e che ci interrogano sul futuro del pianeta, rendono ineludibile l’esistenza e lo sviluppo di un forte movimento ecologista e verde. La sintesi di questo rappresenta la scommessa del futuro del nostro Paese, dell’Europa, nostro. Il mio invito è di alzare il tiro. Di lasciar perdere un crogiolarsi asfittico su noi stessi e di mescolarci ridefinendo così non solo le nostre frontiere, ma anche la nostra identità. Il tema del congresso non deve essere l’unità socialista, ma l’unità dei diversi, che si incontrano sui temi decisivi del nostro tempo.

Romano e l’Unità…

Si annuncia la chiusura de l’Unità in edizione cartacea. Il socio di maggioranza sarebbe stanco di scucire soldoni, soprattutto adesso che Renzi, che lo aveva saputo coinvolgere, non è più presidente del Consiglio. Dovrebbe restare, secondo quanto emerge dalle indiscrezioni giornalistiche, solo in versione online. Benvenuta, dunque, sul web, cara Unità. In fondo siamo due giornali, che pur tra dissensi anche profondi, appartengono entrambi alla storia della sinistra italiana. Ritrovarsi alla pari, entrambi in dimensione informatica, non può che affratellarci ulteriormente.

Che l’ultima versione del quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924, proprio in aperta polemica con l’Avanti, sia stato recentemente rilanciato per ragioni strumentali appare oggi evidente. Renzi aveva bisogno di elemosinare qualche zuccherino al popolo ex comunista del suo partito, visto che la politica era diventata solo prerogativa degli ex democristiani. Eppure l’Unità con Staino e Romano, dopo la direzione di D’Angelis, era divenuto un organo di diretta emanazione renziana. Dunque Renzi aveva solo formalmente toccato il cuore degli ex comunisti, ma in realtà si era appropriato del nome del vecchio quotidiano per assecondare la sua linea politica.

Sapevamo dei debiti enormi accumulati in questi mesi dal quotidiano comunista in versione renziana. E conoscevamo il numero di lettori che non si discostava granché dai contatti del nostro Avanti. Da un momento all’altro ci attendevamo il crollo. Che avvenga proprio in un momento se non di crisi, di evidente difficoltà, del renzismo, non ci stupisce. Quel che sorprende è l’esilarante dichiarazione del vice direttore Andrea Romano, deputato di Scelta civica, traslocato nel Pd, che si sente in dovere di interpretare una storia quasi centenaria di un partito del quale non ha mai fatto parte: “Siamo l’unico quotidiano di partito esistente in Italia”. Gli spieghino per favore che non é così, che ne esistono altri, e tra questi anche l’Avanti, che contrariamente all’Unità non riceve un soldo, né dallo Stato, né da ricchi imprenditori amici. E’ nato il giorno di Natale del 1896 e non é ancora morto.

Il Grande occhio di Occhionero

Due fratelli quarantenni, uno già gran maestro di una Loggia massonica, spiavano, grazie a un virus iniettato nella posta elettronica, ben 18mila personalità del mondo politico, economico, finanziario, culturale, semplici cittadini. Per di più il loro cognome è Occhionero, e sembra quasi un codice. A cosa fosse finalizzata questa maxi operazione di spionaggio, se sia stato esso funzionale a qualche servizio straniero, a qualche interesse italiano, a semplice curiosità voyeristica, magari con scopo ricattatorio, ancora non sappiamo.

Sappiamo però ormai una cosa. E cioè che siamo tutti spiabili. Che il nostro mondo informatizzato, con le nostre telefonate, le nostre mail, i nostri messaggi, i post sui social, anche quelli cancellati, ha abolito l’intimità, ha dissacrato i segreti. Sappiamo che ogni nostra relazione, anche anche la più delicata, può essere resa pubblica. E sappiamo, nel contempo, che per scoperchiare i nostri rapporti non serve la potenza di un sofisticato servizio, ma bastano due persone dotate di qualche esperienza, intelligenza, curiosità.

E’ incredibile il numero degli intercettati. E i loro nomi vanno dall’ex presidente del Consiglio Renzi al presidente della Bce Draghi, passando attraverso l’ex presidente Monti e una miriade disordinata dì uomini politici, da Larussa, a Cicchitto, a Fassino. C’è anche Michela Brambilla ed é difficile capire perché. Non compaiono invece né Berlusconi, né Grillo. Sul primo il motivo dell’esenzione pare scontato. E’ stato il politico più intercettato, spiato, inquisito della storia. Non c’è probabilmente più nulla che non sia già stato svelato, dalla sua vita sessuale, amorosa, dai suoi piatti preferiti ai testi delle sue canzoni.

Per Grillo, che di Internet ha fatto un credo, basta e avanza sentire Casaleggio che possiede le chiavi del suo sistema politico. E poi, dopo il caso Farage, Alde, andata e ritorno, gli scandali e le follie della giunta Raggi, le espulsioni e le esenzioni, le crociate e le revisioni, cosa c’è da scoprire più di quel che si è già pubblicamente consumato? Resta un pensiero. Che non tutto il male venga per nuocere e che nella nostra vita si riscopra il culto della parola parlata. Basta con le mail e gli sms, che vengono spesso caricati con sigle e slogan confezionati. Si ritorni ai contatti personali e, chissà, anche alle lettere scritte a penna. Quelle che un tempo, si parlasse di affari o di politica o di amore, facevano scattare il ragionamento e il sentimento. Un brusco risveglio nella società di quarant’anni fa. Un romantico deja vu, che pareva scomparso. E con esso il ritorno al culto della lingua italiana, oggi smarrita in un linguaggio informatizzato astruso e meccanico.

Due chiare proposte Psi sulle banche

I senatori socialisti si apprestano a presentare in Commissione Finanze un emendamento che renda possibile il superamento della normativa sulla privacy e pubblicizzi i nomi dei soggetti che hanno usufruito dei crediti non estinti degli istituti bancari in sofferenza e che hanno necessitato dell’intervento statale. Il Psi da anni si batte contro lo strapotere del sistema bancario, contro le ingiustizie e i soprusi che sono stati commessi a danno dei piccoli imprenditori e risparmiatori. Lo scandalo delle quattro banche ha di poco preceduto il crollo di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, poi il nuovo esecrabile capitolo del fondo senza fine del Monte dei Paschi, in un intreccio torbido tra malaffare e prestiti agli amici. E in un evidente e subalterno rapporto con un pezzo di sinistra senese e toscana, prima comunista e poi pidiessina, diessina e democratica.

Il presidente dell’Abi Patuelli ha spezzato una lancia a favore della trasparenza. Ha chiesto di rendere pubblici i nomi dei più importanti soggetti che hanno usufruito di crediti insolventi e ha sollecitato a predisporre, qualora necessaria, una modifica della legislazione vigente. Secondo il presidente dell’autority competente Antonello Soro un intervento legislativo non sarebbe neppure necessario, trattandosi in massima misura di soggetti giuridici. Vedremo. Resta il fatto che, per quanto riguarda Mps, un terzo delle insolvenze investe, secondo i dati pubblicati, soggetti che hanno ottenuto più di tre milioni di euro per un totale di insolvenza superiore ai tre miliardi. Incredibile, che per poche migliaia di euro, un risparmiatore venga segnalato alla Centrale rischi e per un ammontare di miliardi invece l’identità di costoro sia stata così gelosamente custodita.

Per di più la magistratura non potrebbe probabilmente esentarsi dall’individuare anche il reato di concorso in bancarotta fraudolenta, mentre per ora tale reato viene perseguito solo contro i vertici degli istituti bancari. Bene, dunque, l’iniziativa socialista ispirata alla trasparenza e alla difesa dei deboli. Siccome é richiesto uno sforzo a tutti i cittadini attraverso una legge salvabanche che dovrebbe stanziare venti miliardi a fronte di una sofferenza di 85 (come noto giudicati insufficienti dall’Ue) allora che i cittadini almeno conoscano non solo le responsabilità individuali di coloro che questi crediti ingiustificati hanno concesso, ma anche l’identità di coloro che questi crediti hanno ottenuto senza ripianarli.

A prescindere dalle iniziative della magistratura, andranno analizzate anche le evidenti complicità degli organismi di vigilanza e in particolare della Banca d’Italia a della Consob. Purtroppo l’anomalia di una Banca d’Italia, con capitale privato e partecipato dalle altre banche, che deve vigilare sull’azione delle banche stesse che ne sono proprietarie è perfino paradossale. Ma questo è. Tra poco avremo, di fatto, una banca nazionalizzata, la Mps e una Banca d’Italia privatizzata. Il contrario di quel che avviene altrove. Per questo Nencini ha sottoscritto la proposta di istituire una commissione d’indagine parlamentare. Due posizioni, la proposta di modifica legislativa e l’istituzione di una commissione d’indagine, che testimoniano, come del resto sempre ha fatto l’Avanti che sul tema ha aperto le sue porte all’associazione Interessi comuni, una forte sensibilità socialista sul tema dell’equità sociale, che va oggi declinata anche come equità e trasparenza bancaria.

Quando penso a Mario Soares…

Poco dopo il nostro Lelio Lagorio, il Granduca socialista che dedicò la sua vita agli ideali autonomisti e riformisti e fu seguace di Pietro Nenni e di Bettino Craxi, se n’é andato, anche lui ultranovantenne, Mario Soares, leader dei socialisti portoghesi. Non potrò mai dimenticare la rivoluzione dei garofani del 1974 che anticipò di un anno l’analogo sovvertimento della dittatura in Spagna. Soares era molto grato ai socialisti italiani, come il suo omologo spagnolo Felipe Gonzales, per la solidarietà, anche tangibilmente verificabile, che gli era stata manifestata. Il 1974 era un anno speciale anche in Italia. Nel maggio si affermò lo spirito laico del Paese col referendum che sconfisse nettamente l’integralismo antidivorzista. Noi, giovani socialisti, eravamo in prima fila ad appoggiare gli ideali liberali e riformisti incarnati nella figura di Loris Fortuna.

Quando esplose la rivoluzione democratica portoghese per iniziativa dell’ala progressista delle forze armate, palpitammo per un tentativo di colpo di stato appoggiato dal partito comunista di Cunhal. Eravamo orgogliosi del comportamento dei socialisti portoghesi, alfieri della libertà, e in questo sostanzialmente diversi dai comunisti filosovietici. Avevamo bisogno di ispirarci all’esistenza di un movimento socialista europeo anche dopo la sconfitta del 1976, quando pareva che in Italia nulla si potesse costruire al di fuori di un Partito comunista berligueriano che era uscito dalla urne col suo massimo storico. Così quando Craxi, col Midas, divenne segretario, il primo approdo politico lo cercammo proprio nell’eurosocialismo. Ricordo diverse iniziative, una a Milano, una Venezia, ma ce ne furono altre, coi leader del socialismo europeo. Tra loro Mario Soares, oltre a Felipe Gonzales, Willy Brandt e Francois Mitterand.

Quel che risultava chiaro a noi, ma doveva esserlo a tutti, era l’anomalia della sinistra italiana, dove la componente socialista era minoritaria rispetto alla presenza del più forte Partito comunista d’Occidente, che si era ormai distinto dal comunismo reale, ma che fino alla seconda metà degli anni settanta veniva da questo stesso sorretto e finanziato. Ci si appigliò a un eurocomunismo inesistente, coi comunisti francesi di Marchais e quelli portoghesi che si mantenevano su posizioni apertamente anti liberali. Soares fu due volte primo ministro, dal 1976 al 1978 e dal 1983 al 1985, due volte presidente della Repubblica (dieci anni al vertice fra il 1986 e il 1996), ministro degli Esteri e ministro senza portafoglio nel primo governo dopo la liberazione

Soares, che era tornato in Portogallo il 28 aprile, tre giorni dopo la fuga dell’ultimo dittatore, Marcelo Caetano, ha guidato la transizione dall’esilio in Francia. In clandestinità ha fondato il Partito socialista che ha guidato con capacità, equilibrio e passione. Nei rapporti sempre positivi, instaurati già durante l’esilio, coi socialisti italiani, va in particolare ricordata la sincera amicizia che egli mostrò sempre nei confronti di Bettino Craxi. Ricordo una sua visita ad Hammamet quando Craxi, colpito da provvedimenti giudiziari, era considerato da molti un intoccabile. Sfidò anche la moda del giustizialismo per essere vicino a un amico al quale doveva qualche pubblico riconoscimento. Anche per questo coraggio, anche per questa coerenza noi oggi lo ricordiamo e lo onoriamo come merita.

Coraggio, venite…

Passiamo dalle carte bollate alla politica. E approfittiamo di un congresso resosi necessario dopo la sospensiva degli organi di Salerno per lanciare messaggi chiari. Venite tutti, nessuno escluso. Chi vuol stare fuori pensi alla sua solitudine e al significato del distacco dalla nostra comunità. Coloro che ci hanno abbandonato si sono persi verso approdi illusori e fallimentari. Tenetelo presente. Ci sono tante cose da migliorare e anche da cambiare nel nostro piccolo partito. Non ci sono tabù inviolabili. L’unica condizione che non possiamo accettare è di violare le regole e di svolgere un congresso che non tenga conto degli iscritti, come pare chiedano alcuni compagni che sulla supposta violazione delle regole hanno costruito la loro identità.

Ancora non è stata fissata la data del congresso, ma alcune risposte chiare mi sento di darle. Noi siamo stati oggetto di un duro attacco, non politico, ma addirittura giudiziario, da parte di qualche esponente, non di Bobo Craxi, col chiaro intento di danneggiare, se non demolire quel che stiamo faticosamente custodendo. Questo è avvenuto di concerto con chi ci ha lasciato, assieme alla poltrona acquisita grazie a noi, è approdato altrove e ci ha pubblicamente manifestato ostilità e derisione. Non si potrà pensare che a fronte di un tale tentativo si offra sul piatto d’argento qualche qualificata e agognata testa. In una situazione di belligeranza i paesi non cambiano i presidenti. In pace tutto può avvenire. Che ci siano compagni che lanciano addirittura l’idea delle primarie mi pare un po’ grottesco. Ma come? Perfino il Pd che le ha praticate con confusa superficialità adesso pare intenzionato a far macchina indietro e noi dovremmo invece inaugurarle, in barba al nostro statuto e alla nostra storia?

Ma è giusto, come accade per le primarie, dare gli stessi diritti agli iscritti e ai non iscritti? E chi tra i non iscritti dovrebbe avere diritto di voto? I socialisti, si dice, tutti i socialisti. E qui si entra nel mare magnum della vexata quaestio sul significato che si attribuisce alla parola. Socialisti quali? Il Pd è un partito del socialismo europeo. Invitiamo anche loro? No, si precisa, anzi il Pd è il partito dal quale bisogna prendere le distanze. E allora per socialisti si intendono coloro che hanno fatto parte del vecchio Psi ventidue anni fa? Cioè un lasso di tempo più lungo di quello coperto dal passato regime. Non è credibile un’idea del genere, no? Anche perché dovremmo costruire un partito di ultra sessantenni, e magari cooptare qualche loro affettuoso figliolo.

Si pensa che attorno a noi, anzi fuori da noi, questa sarebbe l’ultima scoperta dei nostri, si agitano masse di socialisti che vorrebbero far parte del Psi, ma che ne sono stati respinti non si capisce da chi e perché. E di più. Pare che l’ostacolo maggiore al rilancio del Psi sia il suo gruppo dirigente, del quale, fino a un paio di anni fa facevano parte anche gli attuali contestatori, con risultati del partito che non erano certo superiori a quelli conseguiti dopo il loro Aventino. Ma prendiamo anche per buona l’idea che fuori dal Psi ci sia una realtà che bussa alle nostre porte senza trovare ascolto. Perché allora questa realtà non ha, se non in minima parte, risposto alla disponibilità sancita già a Salerno di aprire i nostri organismi provinciali, regionali, nazionali, a rappresentanti di club, associazioni, movimenti di ispirazione socialista?

Questa proposta manterremo ferma anche al prossimo congresso e verificheremo se davvero dinnanzi alla porta si è assiepato un più numeroso nugolo di socialisti. Sappiamo bene che il Psi non è il vecchio Psi, che è una comunità piccola con una grande storia e l’ambizione di rilanciarsi attraverso un’aggregazione non più identitaria come inducono a far pensare i nostri dissidenti che lanciano l’idea di liste socialiste, solo socialiste, alle prossime elezioni. E questo pare francamente curioso e contraddittorio. Curioso perché l’idea di superare da soli l’attuale sbarramento al 3 per cento (addirittura al 4 nel Mattarelum) è piuttosto balzana. Contraddittorio perché quando lo sbarramento era praticamente inesistente gli stessi si sono opposti, tranne una sola eccezione, alla presentazione del simbolo del nostro partito.

Restiamo fermi alla proposta di un’intesa socialista, radicale ed ecologista, che già avevamo lanciato in chiave di moderno liberalsocialismo al congresso di Salerno. Su questa ci confronteremo all’interno del partito e all’esterno. So già che qualcuno pensa che questa altro non sia che una boutade che si dimostrerà irreale e che poi si faranno altri accordi per garantire qualche nostra presenza in Parlamento. Su questo voglio essere altrettanto chiaro. Il Psi non farà come nel 2013 (io su questo confermerei come allora la mia contrarietà). Abbiamo in mente, anche il segretario la pensa così e sta operando in questa direzione, di partecipare alle prossime elezioni, qualsiasi sia il contesto proporzionale che scaturirà dalla nuova legge. Dateci una mano, dunque. Coraggio, venite…

Se 19mila vi sembran pochi…

Si é chiuso il tesseramento lampo al nostro partito, con scadenza tassativa al 31 dicembre. E’ stato svolto in un lasso di tempo volutamente limitato per consentire lo svolgimento del congresso resosi necessario alla luce della sospensione degli atti deliberati a Salerno. La sospensione non è annullamento giacché il giudizio di merito è affidato a un percorso tutt’altro che breve che sfocerà in una sentenza definitiva più avanti. Tutto questo verrà annullato dalla celebrazione di un congresso che la segreteria nazionale, che si terrà nei prossimi giorni, e il Consiglio nazionale successivo dovrebbero convocare per il mese di marzo.

Il tesseramento ha dato un esito più che confortante. Sono 19mila gli iscritti che hanno regolarmente pagato l’iscrizione ai responsabili delle singole federazioni o con versamento via internet. A Montecatini dopo la debacle del 2008 gli iscritti erano solo 10mila. Sono rimasti negli anni successivi attorno ai 19-22mila. Tutto è documentato nel dettaglio attraverso regolari ricevute ed é verificabile da parte di chiunque avesse il più piccolo dubbio. Desidero innanzitutto ringraziare le centinaia di compagni che dal Piemonte alla Sicilia si sono attivati in questi mesi per compiere uno sforzo tutt’altro che semplice in un lasso di tempo che in questa circostanza non ha ammesso deroghe di nessun tipo, neppure temporali. Sarebbe bene che tutti ne prendessero atto e dopo l’irresponsabile ricorso ai tribunali sarebbe ora che gli stessi contestatori, non avendo proprio nulla a cui appigliarsi, rientrassero e contribuissero alla riuscita della massima assise del loro partito.

Il partito consentirà, seguendo le norme approvate a Venezia, la presentazione di mozioni diverse e di diversi candidati alla segreteria. Si formerà, alla luce di questa
possibilità, una commissione di garanzia rappresentativa delle diverse posizioni, che sovraintederà allo svolgimento del congresso cui saranno invitati a partecipare, con un regolamento approvato dal Consiglio nazionale, tutti gli iscritti. Naturalmente tutto possiamo permetterci tranne lo svolgimento di un congresso burocratico, solo utile per sanare la ferita che ci è stata inferta. Il congresso dovrà servire a lanciare il partito verso le prossime elezioni politiche, mi auguro in un progetto di costruzione di un’intesa preliminare tra le forze e le personalità del mondo socialista, radicale ed ecologista. Non é ancora chiaro quando si voterà e con quale legge elettorale. Deve tuttavia essere chiaro che al momento del voto e con qualsiasi legge elettorale i socialisti saranno pronti in una battaglia che dovrà segnare il loro futuro con un programma, una proposta di lista e di alleanza politica.

La maledizione socialista

Non a caso si é parlato di diaspora, paragonandola a quella del popolo ebraico. E come gli eredi di Abramo anche quelli di Craxi paiono sottoposti a una sorta di crudele destino. L’ultimo atto è riferito al pezzo di Repubblica (a cui fa seguito oggi quello del Fatto quotidiano) su di noi, malfattori e truffatori, con sventagliate acide di nostri ex compagni, commentato da lettori, nostri irriducibili avversari, con frustate a tutto il Psi craxiano. Non è la prima volta, anche se credo sia la prima volta in assoluto che un gruppo di iscritti si rivolge alla magistratura, che riusciamo a farci del male da soli. Cominciammo quando il gruppo dirigente non comprese i comprensibilissimi effetti del crollo del comunismo sul sistema politico italiano.

Continuammo non sapendo distinguere arricchimenti personali e finanziamento alla politica, poi tentando di salvare ognuno se stesso anzichè una comunità. Dopo, fondando movimenti e partiti che nascevano come i funghi, nessuno in grado di capire che non bisognava rifondare il Psi, che era finito assieme al Pci e alla Dc, ma il suo erede politico nel nuovo sistema dei partiti. Tentò Boselli, senza saper suscitare emozioni e consensi che non fossero di ordine puramente amministrativo e delegando sempre la presenza in Parlamento a combinazioni prive di senso politico, con l’unica eccezione della Rosa nel pugno, messa poi stupidamente in soffitta in funzione di una Costituente socialista senza apparentamento e prospettiva. Da quest’ultima sconfitta uscimmo con le ossa rotta e col minimo consenso elettorale.

Tentò anche De Michelis, approfittando della forte emozione suscitata dalla morte di Craxi, con Martelli e Bobo, c’ero anch’io, immaginando un percorso di forte autonomia e di orgoglio socialista, in una prima fase, per ottenere il voto dei tanti che lo avevano accordato a Berlusconi, in alleanza con Forza Italia, per poi virare verso la più naturale collocazione a sinistra. Il progetto fallì. Non solo, ma il confronto interno si trasformò in rissa, con giornali anche allora pronti ad esaltare le nostre stravaganti tensioni, con scissioni e conflitti anche personali, in un gioco di autodistruzione forse anche allora frutto di una silenziosa profezia.

Sembrava che la Costituente del 2007 fosse il porto sicuro e salvifico, anche perché in essa confluivano segmenti dei Diesse che non approvavano la nascita di un Pd fuori dal socialismo europeo. Sembrava tutto logico e politicamente ineccepibile. La sconfessione veltroniana e lo scarso appeal della nostra leadership hanno dato il colpo di grazia al nostro progetto. Dal coordinamento della Costituente, trasformata in Ps, siamo rimasti solo Intini, Schietroma, Bobo ed io. L’elenco dei fuggitivi è troppo lungo per ricordarlo, ma va dal comandante in capo, rifugiatosi in una nuova sigla subito sciolta, al principale interlocutore degli ex diesse, fino al nostro Formica, che avrebbe dovuto fungere da grande saggio e che fu il primo a sfilarsi.

Ci siamo ritrovati per cinque anni senza seggi, senza soldi, senza altro che non fosse la nostra volontà di resistere. Con Riccardo, e anche con coloro che poi son diventati dissidenti, abbiamo tirato la carretta sudando, sgomitando, inventando comitati, sit in, manifestazioni, discutibili alleanze, come quella con Sel, poi l’Avanti e Mondoperaio. E alle politiche del 2013, sulla scelta dei candidati da mettere in lista col Pd e dopo aver scartato, col consenso di quasi tutti, non del mio, la presentazione di una lista socialista, è cominciato il subbuglio. Una parte di coloro che non hanno ottenuto la candidatura si sono organizzati come minoranza. Io non li ho seguiti, pur non essendo stato candidato, perché mi pareva una posizione banale e ho anzi assicurato un più forte impegno per potenziare il nostro Avanti. Contemporaneamente due deputati appena eletti e designati da noi tra i privilegiati, hanno gettato gli ormeggi per confluire altrove e un gruppo di dirigenti ha pensato fosse l’ora di fondare un nuovo partito o movimento col nome di un evento storico nazionale. Tutto questo, fino alla sciagurata richiesta di intervento dei tribunali per bloccare il congresso di Salerno.

E ora? Ora che ci siamo fatti male da soli, ora che rischiamo di sciupare i nostri sforzi tra gli sberleffi di Repubblica, gli sghignazzi del Fatto e i lazzi di facebook, ora che chi ha vinto gioisce anche se ha colpito al cuore la nostra comunità? Ora che chi ha perso potrebbe arrendersi e gettare a mare tutto quello che tanti militanti hanno tenuto appassionatamente ed accuratamente ancora vivo? Intendiamoci. Non è che non esistano errori, insufficienze, debolezze politiche anche in chi è stato colpito. Non è che gli innocenti non abbiano commesso qualche peccato. Veniale, a mio giudizio, e con un responsabile dell’organizzazione che poi si è trasformato nel più accanito contestatore di se stesso. Senza comprendere che un uomo politico non è un commissario di pubblica sicurezza.

Ora bisogna ripartire. Ad un congresso annullato si deve rispondere con un congresso convocato. Il tesseramento si è chiuso regolarmente il 31 dicembre. Chiunque potrà verificare che ad ogni tessera corrisponde un regolare versamento. Verrà convocato il Consiglio nazionale eletto a Venezia (ci si consentirà di esentare chi ha abbandonato nel frattempo il partito, visto che si può tornare a tre anni fa dal punto di vista organizzativo, ma non è possibile ignorare tre anni di politica). E il Consiglio nazionale convocherà il congresso, con possibilità per chiunque, norme alla mano, di presentare mozioni. Mi auguro che tutti, anche i dissenzienti, partecipino. Che non si siedano sulla sponda del fiume annunciando altri ricorsi. Altre follie. E’ evidente che adesso chi vuol restare in questa nostra comunità ha l’obbligo di partecipare. Altrimenti auguri a chi tenterà altre strade. La maledizione, come nel Rigoletto, può sempre provocare inusitati danni.

Un Babbo Natale che uccide

Meno male che quel direttore d’orchestra ha rivelato qualche giorno fa ai bambini distratti che Babbo Natale non esiste, suscitando un vespaio di polemiche. Vedere un uomo vestito da Babbo Natale entrare con un kalasnikov in una discoteca di Istambul, il Clun Reina del quartiere di Ortakoy nel distretto di Besiktas, noto anche per la famosa sua squadra di calcio nello stadio del quale già si era verificato un cruento attentato, poi sparare all’impazzata contro i giovani che affollavano il locale dopo avere festeggiato il nuovo anno, è terribile. Meglio che i bambini perdano la magia di una illusione. Meglio.

No, Babbo Natale non esiste. Non può essere associato a una strage, a un colore di sangue e di morte, alle urla spaventose di ragazze e ragazzi che ballavano contenti. Non può esserci Babbo Natale associato a Capodanno di strage, di strazio, di terrore. Come nella discoteca di Parigi, anche qui si sono colpite persone in festa, innocenti che nulla c’entrano con la guerra, con Aleppo, con la Libia, la Siria, l’Iraq. La ferocia del terrorismo dell’Isis, i suoi camion lanciati all’impazzata per colpire visitatori di un mercatino berlinese e prima le famiglie radunate nel lungomare di Nizza per assistere ai fuochi d’artificio, non rappresentano una reazione.

La loro non è una guerra. E’ un massacro di innocenti. E’ vero che anche i bombardamenti provocano la morte di civili. Ma il terrorismo cerca la morte di civili, solo di civili. La loro guerra è contro gli innocenti. E’ contro gli infedeli. E’ contro i bambini e la loro genuina ingenuità. E’ contro Babbo Natale travestito da maschera di morte. E’ contro la vita, tanto che utilizza perfino i bambini di otto anni come kamikaze. Il terrorismo islamista è il nuovo Hitler. Anzi è perfino qualcosa di peggio perché il suo obiettivo è quello della strage di tutti i non islamici radicali. Non c’entrano i musulmani visto che la prevalenza delle vittime, in Iraq, come in Siria e in Turchia è di fede musulmana.

Il mondo non può non combattere questa guerra nelle forme più incisive. Con la conquista dei territori ancora sotto il dominio dei terroristi, con una più armonica coalizione internazionale ove gli Usa e la Russia ritrovino un punto d’intesa, soprattutto sulla Siria e sul suo futuro, con la più efficace azione dell’intelligence e con un reale coordinamento europeo dei servizi. Ma anche con una adeguata sorveglianza dei flussi migratori, che vanno tutelati, ma anche sottoposti a rigoroso controllo. La Turchia è un paese di transito, come lo è sul Mediterraneo l’Italia. Anche la Turchia, colpita dal terrorismo, deve essere considerato un alleato, a prescindere dalla situazione democratica così deficitaria. Lo ha capito Putin, anche dopo le gravi tensioni dovute all’abbattimento dei mig. Speriamo lo capiscano tutti.