Primarie Pd, arrivano gli ex Leu e creano confusione

d'alema e bersaniZingaretti e la nuova edizione dei Ds. Il rischio è grosso. Prende sempre più quota la possibilità che, in caso di vittoria del governatore del Lazio al congresso, il Pd si trasformi in una vecchia casa post-comunista. Zingaretti sa bene di non poterselo permettere. Vuole intercettare anche il voto moderato. E da qualche giorno il diretto interessato non fa che smentire l’ipotesi ventilata in queste ore. Il pericolo è passare per antico in un momento in cui la politica italiana vive di (finto) rinnovamento.
Di certo le ultime adesioni ricevute non lo aiutano. Gli endorsement di D’Alema e Bersani, seppur graditi, hanno messo in difficoltà l’ex presidente della Provincia di Roma. Tanto che oggi, dopo gli attacchi dei renziani, sono arrivate le smentite. “Ricominciare da D’Alema? Queste sono buffonate – ha attaccato Zingaretti ai microfoni di Agorà – e la cosa che a me dispiace molto è che mentre il governo gialloverde era in panne, l’Italia non aveva nessuno al timone e la destra sta dimostrando di non sapercela fare, ci sia il gruppo dirigente del Pd che perde tempo a dividerci tra di noi su cose totalmente prive di fondamento”.
L’idea lanciata da D’Alema è quella del listone unico alle europee. D’accordo anche i dem Cuperlo e Boccia. Progetto subito bocciato dal fronte riformista del Nazareno. Di tutt’altro avviso Paolo Gentiloni, arruolato ufficialmente dal presidente della regione. “D’Alema non rispunta per niente”, ha affermato l’ex premier a Radio Padova, che in caso di vittoria di Zingaretti sembra essere il favorito per la poltrona di presidente del partito.
L’altra accusa mossa a Zingaretti riguarda il rapporto con il Movimento 5 Stelle. Dopo l’accordo trovato in regione con i grillini, potrebbe nascere un altro patto a livello nazionale. “Non capisco. L’idea di Nicola Zingaretti e Paolo Gentiloni – ha chiesto Carlo Calenda – è ricominciare da D’Alema, Bettini, Bassolino etc per fare un’alleanza con i 5 Stelle che stanno crollando in mezzo a mille contraddizioni? Che senso ha. Non si comprende”. Zingaretti ha respinto al mittente. Anche in caso di crisi “non darei una mano al M5s, ma sarebbe giusto tornare dagli elettori. Io non sono per fare un governo con il M5s ma è ovvio che dobbiamo, soprattutto nell’elettorato, prendere atto che (Lega e 5 Stelle ndr) sono due popoli diversi”.

F.G.

Bankitalia, l’ascensore sociale non funziona più

Ignazio Visco BankitaliaL’ascensore sociale in Italia non funziona molto, anzi forse si è rotto. Secondo uno studio dei ricercatori della Banca d’Italia, istruzione, reddito da lavoro e ricchezza continuano a ereditarsi dai genitori ai figli, con una tendenza tornata in aumento negli ultimi anni e che portano il nostro paese fra quelli con meno mobilità fra generazioni. Le condizioni di partenza restano così decisive e largamente preponderanti per lo status specie se si considerano poi anche tutti gli altri fattori ‘ambientali’ come quartieri di provenienza, scuole frequentate, amicizie familiari. Nello studio non si danno ‘ricette’ ma si sottolinea come la mobilità intergenerazionale costituisca un elemento cruciale in termini di uguaglianza ed evita forme di tensioni nella popolazione svantaggiata. Secondo la ricerca: “Uno dei canali di trasmissioni delle condizioni di benessere dai genitori ai figli è l’istruzione e le stime mostrano una elevata persistenza intergenerazionale nei livelli di istruzione”.

Nello studio svolto dai ricercatori Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio del dipartimento di Economia e Statistica della Banca d’Italia (ma lo studio non riflette necessariamente l’opinione dell’istituto centrale) non si danno ‘ricette’. Una società che registri possibilità di successo economico significativamente superiori in funzione delle fortune dei propri avi tende a generare scontento ed è fonte di possibili tensioni nella parte di popolazione svantaggiata. Tale circostanza costituisce poi un’alterazione dei principi di uguaglianza su cui si fondano le democrazie occidentali ed anche la nostra stessa Costituzione.

Basandosi anche sui dati delle indagini della Banca sui bilanci delle famiglie italiane tra il 1993 e il 2016, nello studio fatto si legge: “Si nota come uno dei canali di trasmissioni delle condizioni di benessere dai genitori ai figli è l’istruzione e le stime mostrano una elevata persistenza intergenerazionale nei livelli di istruzione. Nonostante l’istruzione pubblica e la scuola dell’obbligo questa è in grado di compensare solo in parte le diseguaglianze di partenza. La scelta alle superiori è infatti condizionata e dipendente dalla scolarità dei genitori e gli studenti si auto selezionano nelle diverse tipologie di istruzione secondaria (o nell’abbandono scolastico) sulla base dei risultati precedentemente conseguiti e della professione e del titolo di studio dei propri genitori. Tale meccanismo determina una segmentazione della popolazione di studenti (ad esempio tra licei e scuole professionali) fortemente correlata con le classi sociali di provenienza”.

Sui redditi da lavoro, le stime dell’elasticità dei redditi da lavoro collocano l’Italia nel novero dei paesi a bassa mobilità intergenerazionale, confermando i risultati di precedenti studi e restituisce l’immagine di una società che tende a divenire meno mobile negli anni più recenti. Inoltre, l’analisi ha evidenziato un ruolo calante del fattore istruzione, mentre decisamente crescente è invece il contributo dei fattori familiari diversi dall’istruzione.

Anche per la ricchezza si riscontrano valori che collocano l’Italia tra i paesi avanzati con livelli relativamente elevati di persistenza intergenerazionale; come per l’istruzione e il reddito, si riscontra una tendenza all’aumento della ereditarietà delle condizioni economiche in termini di ricchezza.

In sintesi, dallo studio della Banca d’Italia, emergerebbe una ingessatura dello status sociale delle famiglie italiane. Il blocco sociale intergenerazionale alimenterebbe motivazioni idiosincratiche verso le istituzioni e pericolose invidie interpersonali. Di fatto, i principi di uguaglianza dei diritti e delle pari opportunità sociali sarebbero stati inficiati, ma anche i principi sulla dignità umana sono messi a dura prova.

S. R.

Il vento populista diventa venticello

1545027144488.jpg--giuseppe_conte__il_trionfo_sulla_manovra__retroscena__l_aut_aut_a_salvini_e_di_maio__senza_accordo__se_ne_vaDeficit del 2,4%: da “intoccabile” a “tagliabile”. Alla fine il deficit al 2,4% è stato messo nel cassetto e sostituito da un più modesto 2,04%. Il vento populista diventa venticello. Di Maio e Salvini in un lungo vertice notturno con Conte a Palazzo Chigi hanno trovato l’intesa sul disavanzo ridotto di circa quattro decimi di punto. Il segretario della Lega e ministro dell’Interno ha annunciato: «Abbiamo trovato l’accordo su tutto». Il capo politico del M5S, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico è soddisfatto: «Siamo compatti, è il giorno più importante dal 4 marzo», cioè il giorno del successo alle elezioni politiche.

Per tre mesi Di Maio e Salvini hanno condotto una battaglia furente contro la commissione europea, difendendo il deficit pubblico fissato al 2,4% del Pil nel 2019. Da settembre hanno tuonato: «Dal 2,4% non arretriamo di un millimetro». I due vice presidenti del Consiglio hanno ripetuto all’unisono fino a poche settimane fa: tiriamo diritto sul deficit al 2,4% perché serve a finanziare il reddito di cittadinanza e “la quota 100” per andare in pensione anticipata, le due principali promesse del “governo del cambiamento”.

Il bersaglio era sempre Bruxelles, trattata con toni sprezzanti. Luigi Di Maio proclamava: «Le minacce della Ue non ci fermano» e «smentisco ogni tipo di ripensamento sul 2,4%». Matteo Salvini più ruvidamente rilanciava: «Se a Bruxelles mi dicono che non lo posso fare me ne frego e lo faccio lo stesso». Si è sfiorata la rottura con la Ue che aveva bocciato la manovra economica italiana per deficit-debito pubblico eccessivo.

Il vento populista poi è diventato un venticello: il deficit del 2,4%, da intoccabile è stato ridotto al 2,04%. Mercoledì 12 dicembre, dopo estenuanti trattative, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha proposto il taglio del disavanzo al presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker. La notte tra domenica 16 e lunedì 17 dicembre è giunto alla fine l’accordo tra Di Maio e Salvini sulle spese da diminuire e le entrate da potenziare. Ora la parola passa di nuovo alla commissione europea per l’ok finale, poi il governo M5S-Lega cambierà al Senato la legge di Bilancio 2019 con un maxiemendamento. Così l’Italia può scongiurare la procedura d’infrazione sull’euro brandita da Bruxelles.

A far scattare la retromarcia sono state le tante brutte notizie sul fronte economico collezionate dal governo grillo-leghista: lo spread schizzato in alto fino a quasi 340 punti, la frana del 25% della Borsa di Milano. Poi in rapida sequenza: il calo del Pil, dell’occupazione, dei consumi e della produzione industriale. Il rischio di passare dalla ripresa alla recessione.

Il 2,04% non è una novità. Giovanni Tria già alcuni mesi fa aveva proposto a Bruxelles una riduzione del deficit dal 2,4% al 2%, ma arrivò l’altolà sia dal capo politico del M5S e sia dal segretario della Lega. Da qui il forte disagio del ministro dell’Economia, il tecnico Tria, già da luglio. Si parlava di sue possibili dimissioni da lui però smentite: è «pura fantasia».

Questo percorso ad ostacoli non è stato indolore per i conti pubblici italiani. Gli investitori internazionali hanno venduto i titoli del debito pubblico del nostro paese. Lo spread, raddoppiato rispetto all’ultima fase del governo Gentiloni, saliva stabilmente sopra la pericolosa soglia di 300 punti, causando un’impennata dei tassi d’interesse pagati dal Tesoro per vendere Btp, Bot, Cct. Qualcuno ventilava perfino una disordinata uscita dell’Italia dall’euro.

C’è stata una emorragia di miliardi di euro. Infine è arrivato il sospiro di sollievo per il deficit ridotto dal 2,4% al 2,04%, una mediazione giunta all’ultimo minuto con un taglio di circa 8 miliardi di euro dal bilancio italiano. E lo spread è finalmente sceso sotto quota 300. Di Maio e Salvini, nonostante la “sforbiciata” sui fondi, garantiscono comunque la realizzazione dei “contenuti”: gli italiani avranno il reddito di cittadinanza, “quota 100” e la flat tax ridotta al 15% per i lavoratori a partita Iva con ricavi fino a 65 mila euro l’anno.

Di Maio e Salvini hanno messo da parte le critiche e i sarcasmi contro “i numerini” e “le letterine” della commissione europea. Pragmaticamente hanno preso atto della realtà e hanno operato una marcia indietro azionando una cortina fumogena, dando a Conte “la piena fiducia” a trattare con Bruxelles.

A molti militanti ed elettori grillini e leghisti è rimasto l’amaro in bocca: avevano sognato di veder realizzate le mirabolanti e salatissime promesse della campagna elettorale per le politiche del 4 marzo. Le promesse, invece, sono state ridimensionate per le risorse diminuite.

È molto facile fare promesse mirabolanti, è molto più difficile mantenerle.

Ora Di Maio e Salvini, ma soprattutto il primo (sotto scopa per i negativi sondaggi elettorali del M5S), si dovranno rimboccare le maniche per le prossime elezioni regionali e comunali. Dovranno correre ai ripari per le elezioni europee di maggio. Dovranno dare una risposta alle cocenti delusioni dei loro elettori.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Castaner chiede stop ai Gilets Jaunes, già 8 morti

castanerDall’inizio del movimento, ci sono stati otto morti e nessuna protesta in Francia “nel corso degli ultimi 30 anni ha ucciso così tante persone Lo dico chiaramente:’Basta!'”, è quanto ha affermato il ministro dell’interno francese, Christophe Castaner, a margine di una visita a Nanterre, annunciando che avverranno altre evacuazioni di rotatorie e strade bloccate, così come parte del movimento di “gilet gialli”.
“Questo è sufficiente per la sicurezza dei ‘gilet gialli’, i nostri concittadini, per la sicurezza delle nostre forze dell’ordine […] Non possiamo continuare a paralizzare l’economia francese”, dice il Ministro.
Riguardo la “sfiducia” nutrita dal movimento dei gilet gialli nei confronti delle istituzioni e dei media, il ministro ha detto che ciò è dovuto al fatto alcuni di loro “vivono e si nutrono di notizie false”, ma ha voluto però precisare che con la gendarmeria “Non evacuiamo i giubbotti gialli ma le loro strutture di appoggio, lasciamo il tempo di smantellare, se questo non è il caso, interveniamo”.

Bce, Draghi conferma la fine del Quantitative Easing

Draghi-Eurozona

La Banca centrale europea ha confermato la conclusione del programma di acquisti netti di titoli pubblici, il Quantitative Easing che nell’ultima fase era stato ridotto a 15 miliardi di euro al mese. Come ampiamente anticipato terminerà a fine anno. Le decisioni che sono state adottate dalla Bce sono sostanzialmente in linea con le attese senza turbare i mercati.

Al termine del board di ieri della Banca Centrale Europea, il presidente della Bce, Mario Draghi, confermando la fine del ‘quantitative easing’, ha detto: “Anche se i dati sono più deboli di quanto atteso, a fronte di una domanda estera e di fattori specifici di Paesi e settori, la domanda interna sottostante continua a sostenere l’espansione e a spingere gradualmente l’inflazione. I rischi per le prospettive possono ancora essere considerati ampiamente bilanciati, ma il punto di equilibrio si sta muovendo verso il basso”. Draghi ha citato tra i fattori di rischio il protezionismo, gli senari geopolitici, i Paesi emergenti e la vulnerabilità dei mercati finanziari.

Draghi ha anche detto: “La Bce reinvestirà i bond che ha in portafoglio che arrivano a scadenza con titoli della stessa giurisdizione e il portafoglio sarà aggiustato per riallinearlo alla quota di ciascun Paese nel capitale della Bce”.

Le parole che sembrano indicare un aggiustamento graduale nel rispetto delle regole della Bce. Le quote nel capitale della Bce sono state recentemente riviste secondo i parametri esistenti e per l’Italia, la quota nel capitale è stata abbassata di circa mezzo punto percentuale. Quindi per l’Italia è stata ridotta la quota del Qe rinnovabile. Motivo per il quale è indispensabile una manovra di bilancio per l’Italia che crei un avanzo primario opportunamente calibrato.

Draghi ha spiegato: “Il Quantitative easing è ormai parte integrante del cassetto degli attrezzi permanenti della Bce. E’ stata molto importante la sentenza della Corte europea di Giustizia che ha legittimato il Qe. La Bce ora è nel complesso come qualsiasi altra Banca Centrale”.

Una novità è contenuta in una modifica alla “Foward guidance”, le indicazioni che la Banca Centrale Europea fornisce sui suoi orientamenti futuri. Infatti, la Bce ha precisato che intende proseguire per un esteso periodo di tempo le operazioni di riacquisto dei titoli che giungono via via a scadenza sullo stock di emissioni già rilevate con il Qe.

Questi rinnovi saranno effettuati in pieno e andranno avanti oltre la data quando inizierebbe ad aumentare i tassi di interesse, in ogni caso fin a quando sarà necessario mantenere condizioni di liquidità favorevoli e un ampio grado di accomodamento monetario.

Dunque, anche se verrà meno l’ampliamento dell’effetto espansivo, resterà comunque consolidato quello finora raggiunto con il ‘quantitative easing’.

Per adesso, i tassi di interesse rimarranno fermi. Una nota diffusa al termine della riunione di politica monetaria, in cui si è deciso di lasciare i tassi invariati, l’Eurotower ha ribadito: “I tassi di interesse si manterranno su livelli pari a quelli attuali almeno fino all’estate del 2019 e in ogni caso finché sarà necessario per assicurare che l’inflazione continui stabilmente a convergere su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio termine”.

Quindi, i livelli dei tassi di interesse saranno ancora i seguenti: zero sulle principali operazioni di rifinanziamento, 0,25 per cento sulle operazioni marginali e meno 0,40 per cento sui depositi parcheggiati dalle banche presso la stessa Bce.

Sono comunque state riviste al ribasso le stime di crescita del 2018 per l’Eurozona all’1,9% dal 2% della stima precedente. La proiezione sul tasso di crescita per il 2019 è stato limato a 1,7% da 1,8% mentre è confermata a +1,7% la stima per il 2020. Per il 2021 la Bce si attende una crescita dell’1,5%.

Oggi il dollaro statunitense è in risalita rispetto all’euro. Pesano gli effetti delle due diverse scelte di politica monetaria. Negli ultimi tempi la Bce ha tenuto fermi i tassi di interesse mentre la Federal Reserve li ha aumentati con la prospettiva di ulteriori ritocchi al rialzo.

Le scelte di politica monetaria rivestono un ruolo molto importante nell’attuale scenario geopolitico in cui l’economia è globalizzata.

Salvatore Rondello

Kosovo con l’esercito, la Serbia chiede riunione Onu

Ana BrnabicL’Europa dell’Est e i Balcani preoccupano ancora. A vent’anni dal conflitto in Kosovo, il parlamento di Pristina ha approvato una legge per costituire un esercito. La legge conferisce un mandato militare alle forze di sicurezza del Kosovo (KSF), che finora avevano armi leggere e avevano svolto operazioni di protezione civile. Contro la decisione si è subito allertata l’Alleanza Atlantica e “riconsidererà il proprio livello di impegno” in Kosovo, ha detto il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg. “Mi dispiace che questa decisione sia stata presa nonostante le preoccupazioni espresse dalla Nato. Il Consiglio dell’Alleanza atlantica sarà ora costretto a riconsiderare il proprio livello dell’impegno con le Forze di sicurezza del Kosovo (Ksf)”, ha sottolineato. La Serbia, dalla quale il territorio del piccolo stato a maggioranza musulmana si è staccato dal 2008, ritiene tale iniziativa del Kosovo una “minaccia diretta alla pace e alla stabilità della regione”. Il governo serbo ha anche osservato che in risposta alla decisione di Pristina, Belgrado potrebbe, tra le altre cose, dichiarare la regione “territorio occupato” e giustificare il possibile “uso delle forze armate del paese”. La premier serba Ana Brnabic ha fatto sapere che la decisione può minacciare l’equilibrio e “Rischia di accendere un incendio”. Le autorità della Serbia hanno annunciato la necessità di condurre una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite

Imprenditore inscena incidente, muore operaio in nero

vitali-mardariParticolari agghiaccianti e una storia che mette in evidenza ancora una volta il problema vero del nostro paese: lavori in nero e morti bianche.
A Sagron Mis, nel bellunese, un imprenditore boschivo avrebbe trasportato un suo operaio morto e ‘in nero’ di 28 anni, Vitali Mardari, in macchina per oltre mezzo chilometro, per poi chiamare i soccorsi dicendo di aver rinvenuto “il cadavere di uno sconosciuto” nel bosco.
Il fatto risale al 19 novembre scorso, ma le indagini condotte dai carabinieri dei comandi di San Martino di Castrozza e Imer hanno svelato il giallo. Inizialmente sembrava che l’uomo fosse stato colpito mortalmente dalla caduta di un albero. In base al primo sopralluogo, oltre alle lesioni riscontrate, si è compreso che la prima ricostruzione non era sostenibile.
L’incidente è avvenuto nel corso dell’approntamento di una teleferica strumentale all’esbosco, un cavo in acciaio si era spezzato colpendo violentemente Mardari, il giovane moldavo, che partecipava alle operazioni di ancoraggio.
Il giovane boscaiolo è stato sbalzato a qualche decina di metri morendo sul posto a causa di importanti fratture alla base cranica. Gli altri operai nel cantiere hanno allertato il titolare dell’impresa boschiva, S.R., che giunto sul posto, senza nemmeno verificare le condizioni dell’infortunato, ha deciso di caricare il corpo sull’autovettura e lo ha trasportato ad una distanza di 600 metri.

Continua il pressing europeo sul Governo

Conte-JunckerIl deficit scende al 2,04%. La retromarcia dal 2,4% del balcone è consistente, ma Giuseppe Conte la annuncia con il tono di chi si è levato un gran peso dallo stomaco. Dopo settimane di trattative e ripetuti incontri con la Commissione, Conte ieri è volato a Bruxelles insieme al ministro Giovanni Tria per portare a Jean Claude Juncker e ai commissari Moscovici e Dombrovsky, le tabelle che correggono i saldi dell’ultimo documento di finanza pubblica.

Una correzione di Bilancio che per la coalizione significa dover trovare altri soldi e tanti. Fanno ridere a questo punto le immagini di soli poche settimane fa dei festeggiamenti dal balcone quando un raggiante Di Maio affermava solennemente di aver sconfitto la povertà per decreto. E fanno sorridere anche le innumerevoli volte in cui Salvini con decisione dichiarava che il governo non avrebbe mai fatto nessun passo indietro. “Non ci sposteremo di un millimetro” diceva. Invece si sono spostati. E di molto. Una retromarcia resa necessaria dalla insostenibilità dei numeri scritti in manovra. Il dato ora è che a pochi giorni dalla scadenza per la presentazione del piano di bilancio, ancora non esiste nulla. I pilastri portanti, il reddito di cittadinanza e la riforma della legge Fornero con l’introduzione della quota 100, sono stati demoliti dalla Commissione. Non eliminati, ma svuotati. I fondi previsti infatti dovranno essere drasticamente ridotti per rientrare nei nuovi parametri. In sostanza il temi sbandierati dal governo per mesi vanno a infrangersi sul muro del realismo, quello dei numeri. Quelli sul tavolo.

La manovra, approvata dalla Camera e ora in stand by al Senato, dovrà essere cambiata nel profondo. Se l’ultimo miglio del negoziato in corso a Bruxelles avrà buon esito, nascerà una nuova legge di Bilancio. Sarà necessario probabilmente un “addendum” alla nota di aggiornamento al Def per variare i saldi di bilancio (dal 2,4 al 2,04 di deficit-Pil) e arriverà un maxiemendamento. L’obiettivo è ridimensionare quota 100 e reddito di cittadinanza. Ma non basta, servono altri soldi. Tagli oppure nuove entrate, che vuol dire altre tasse, per gli altri 2,2 miliardi. Tutto ciò che il governo aveva detto di non voler fare.

Intanto dura la guerra a distanza. Il commissario Pierre Moscovici incalza Roma sul deficit. Va bene la riduzione, ma non basta. “L’Italia dovrebbe compiere ulteriori sforzi per il Bilancio 2019, dice commentando l’annuncio del governo italiano di un deficit al 2,04% per il prossimo anno. “È un passo nella giusta direzione – afferma nella mattina intervenendo presso la commissione affari economici del Senato, – ma ancora non ci siamo, ci sono ancora dei passi da fare, forse da entrambe le parti”. Il ministro Tria, che sa far di conto, a settembre aveva posto l’asticella all’1,6%. E venne sbeffeggiato dai due vicepremier. Gli venne imposto di cancellare e riscrivere quel numero. E a quel numero piano piano ci si sta avvicinando.

Moscovici, torna a dire che la Francia di Emmmanuel Macron può sforare il tetto del 3% per finanziare le misure volte a sedare la crisi dei gilet gialli, ma ha auspicato che questa violazione dei patti assunti con Bruxelles per il 2019 sia “più limitata possibile” e “temporanea”.

Il commissario Ue interviene successivamente sull’Italia e fa alcune precisazioni: riconosce che la distanza con l’Ue si è ridotta perché “lo sforzo fatto dall’Italia è consistente e apprezzabile”. Al termine delle riunioni con i rappresentanti italiani, ha detto che il dialogo prosegue in modo “costruttivo” e c’è “l’intenzione condivisa di arrivare ad un accordo. Non vogliamo arrivare alla procedura”, e “quando ho detto che non ci siamo ancora intendevo che non abbiamo ancora concluso la discussione”. Nessun commento alle parole di Moscovici da parte di Palazzo Chigi. Il presidente è concentrato sul negoziato. Da Palazzo Chigi filtra ottimismo. Il tentativo che si cerca di far passare lasciando deficit Pil invariati, il reddito di cittadinanza e quota 100, coerentemente con quanto sempre promesso. Questa è la strada intrapresa e che si continuerà a percorrere, sottolineano fonti di Palazzo Chigi.

Ed intervengono anche i due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. “Continuiamo a sostenere con convinzione la nostra proposta – affermano in una nota -. Piena fiducia nel lavoro di Conte. Siamo persone di buon senso e soprattutto teniamo fede a ciò che avevamo promesso ai cittadini, mantenendo reddito di cittadinanza e quota 100 invariati. Manterremo tutti gli impegni presi”.

Ma la matematica non è di parte e non conosce flessibilità. Se il deficit sarà ridotto le risorse dovranno essere prese da altre parti, il rialzo dell’Iva per esempio, oppure con tagli sostanziosi alla spesa, o sulle promesse.

Brexit, stallo dentro e fuori la Gran Bretagna

theresa-mayCompleto stallo Oltremanica, il Regno Unito non riesce a risolvere il problema del divorzio con l’Unione europea, provocando un vero e proprio terremoto interno. Nonostante tutti i pronostici però Theresa May è ancora in sella, ma non riesce a manovrare per la direzione della strada da intraprendere. Dopo il voto passato ieri chi vuole una Brexit più “dura” ha capito di non avere i numeri per sostituire la Primo ministro, tuttavia i conservatori puri sono abbastanza forti da bloccare l’approvazione dell’accordo in Parlamento. Il voto era previsto per l’11 dicembre ma è stato sospeso in attesa che la May riesca a trovare tutti i voti necessari (all’accordo si oppongono anche il Partito Laburista, i Liberal-Democratici e il partito unionista nordirlandese).
Al riguardo gli unionisti nordirlandesi del Dup, alleati vitali del governo Tory, hanno ribadito di essere disposti a continuare a garantire sostegno alla premier e a votare contro un’eventuale mozione di sfiducia all’esecutivo solo a patto che l’accordo sulla Brexit – nel suo testo attuale e in mancanza di correzioni concrete – non sia sottoposto a ratifica. Il governo britannico ha fatto sapere che intende far votare l’accordo entro il 21 gennaio: probabilmente utilizzerà queste settimane per cercare di convincere più parlamentari Conservatori possibili ad appoggiare l’accordo, per poi provare a perdere “bene” la prima votazione e riprovarci nei primi mesi del 2019.
Da parte dell’Unione europea sembra invece chiusa ogni porta ai continui rinvii dell’UK, e in vista dell’incontro odierno, l’Ue — si legge in una nota di cui l’Ansa ha preso visione — «è pronta ad esaminare se qualsiasi altra rassicurazione possa essere data» a May, ma «tale rassicurazione non cambierà o entrerà in contraddizione con l’accordo» sulla Brexit.

Manovra. Il governo al punto di partenza

conte salvini dimaio

Si sono incontrati ieri sera Conte e Juncker per parlare della manovra italiana modificata. Un portavoce della Commissione Ue ha fatto sapere: “Buoni progressi nell’incontro Juncker-Conte: la Commissione ora valuterà la proposta ricevuta questo pomeriggio dall’Italia. Il lavoro proseguirà nei prossimi giorni”.

Il premier Giuseppe Conte, al termine dell’incontro con Juncker, ha detto: “Abbiamo anticipato la nostra proposta a Bruxelles. Abbiamo illustrato la nostra proposta che mi consente di dire che non tradiamo affatto la fiducia degli italiani, rispettiamo gli impegni presi in particolare sulle riforme che hanno maggiore impatto sociale. Da 2,4 scesi a 2,04. Reddito e quota 100 restano. Confidiamo di portare a casa una soluzione positiva con l’Ue. Reddito di cittadinanza e quota 100 partiranno nei tempi previsti. Calerà il deficit strutturale e la crescita sarà superiore alle nostre attese. La nostra proposta ci consente di dire che non tradiamo la fiducia degli italiani e che rispettiamo gli impegni presi con le misure che hanno maggiore impatto come quota 100 e reddito di cittadinanza”.

Soddisfatto dell’incontro Conte-Juncker è stato il ministro del Tesoro, Giovanni Tria. Intanto, dal vertice avvenuto successivamente, tra il premier Giuseppe Conte e i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, a quanto si apprende, nella riunione il premier avrebbe aggiornato i leader di Lega e M5S sulle novità della trattativa con l’Ue per la manovra dopo l’incontro con Jean Claude Juncker.

Dopo l’incontro a Bruxelles, fonti Ue hanno spiegato che serviranno alcuni giorni di lavoro tecnico per arrivare ad una conclusione della trattativa con l’Italia sulla base della proposta portata dal premier Giuseppe Conte a Jean Claude Juncker.

Fonti della maggioranza governativa hanno comunicato che la proposta di Conte, stata inviata solo poche ore prima dell’arrivo del premier a Bruxelles e sarà ora vagliata attentamente dai tecnici europei.

Il ministro dell’economia Giovanni Tria sarà  a Bruxelles anche domani per proseguire il negoziato con la Ue a livello tecnico.

Però, già a luglio il governo conosceva i limiti entro cui avrebbe potuto muoversi per rispettare le regole europee di bilancio. Invece, ha fatto strumentalmente una manovra provocatoria all’Ue con lo scopo di mantenere viva la propaganda elettorale di Lega e M5S. Adesso Di Maio e Salvini cosa diranno agli italiani? Certamente non diranno mai il prezzo che gli italiani hanno complessivamente pagato per questo loro grave atto di irresponsabilità governativa verso il Paese.

Salvatore Rondello