Vaccini. Psi: Salvini ministro unico del governo

matteo salviniSulla questione dei vaccini “garantisco l’impegno preso in campagna elettorale nel permettere che tutti i bimbi entrino in classe, vadano a scuola”, perché “la priorità è che i bimbi non vengano espulsi dalle classi” anche se non vaccinati. Lo ha affermato Matteo Salvini, ministro dell’Interno, intervenendo telefonicamente a RadioStudio54. A proposito di una eventuale rimozione degli obblighi vaccinali, Salvini ha puntualizzato che al governo “siamo in due, c’è un’alleanza Lega-M5s, bisogna ragionare anche con gli alleati, al ministro Grillo ho iniziato a parlare di questi temi”, e dunque “continueremo, perché ritengo che 10 vaccini obbligatori siano inutili e in parecchi casi pericolosi se non dannosi”, ha concluso il ministro Salvini. A tal proposito Giulia Grillo, che fin da quando si è insediata ha detto di essere favorevole ai vaccini, ha diffuso un comunicato stampa nel quale dice al ministero dell’Interno che spetta al suo ministero decidere sul tema. Inoltre, aggiunge, la politica può discutere dell’obbligo ma non del valore sanitario dei vaccini. Quello spetta ai tecnici. “I vaccini sono un fondamentale strumento di prevenzione sanitaria primaria. E in discussione a livello politico sono solo le modalità migliori attraverso le quali proporli alla popolazione”.
Sull’uscita da ‘campagna elettorale’ interviene il segretario del Psi, Riccardo Nencini che afferma sul suo profilo Facebook: “Salvini tra il funambolo e l’onnivoro come un caudillo sudamericano. Pontifica su tutto. Ora anche sui vaccini. Ma i suoi figli sono stati vaccinati? Tra non molto ci metterà nelle mani di stregoni e pistoleros”.

“Se continua così – aggiunge in una nota Enrico Buemi, responsabile Giustizia del Psi e già Senatore nella XVII Legislatura – Salvini nel giro di qualche giorno assumerà le intere competenze di tutti i Ministri del Governo”. “Un giorno dà la linea al Presidente del Consiglio Conte indicandogli se andare o no a Bruxelles, un altro giorno organizza blocchi navali davanti alla Libia, ovviamente come Ministro della difesa, un altro giorno ancora promette quello che di fatto è un maxi-condono nella sua qualità di Ministro dell’economia, quello vero, e oggi, per nostro diletto, impartisce direttive da Ministro della salute sulla questione dei vaccini”. “Considerando – continua Buemi – che nei ritagli di tempo libero continua a fare non il Ministro degli interni ma il capo della propaganda del disciolto Ministero per la sicurezza, di fascistica memoria, pensiamo che ormai rimanga solo la competenza del Ministero dell’istruzione libera dai suoi interventi, che aspettiamo comunque fiduciosi nella sua futura qualità di Ministro della cultura popolare. Ci chiediamo a questo punto – conclude Buemi – gli altri Ministri che cosa ci stiano a fare”.

Non si è fatta attendere la replica a Salvini dell’immunologo Roberto Burioni: “No, Ministro Salvini – scrive il professore sulla sua pagina Facebook – dieci vaccini non sono inutili e tantomeno dannosi. Sono gli stessi vaccini che vengono usati con identici tempi e identici modi in tutto il mondo. Sono i dieci vaccini che hanno salvato e salvano, in tutta sicurezza, milioni di vite”. “Ministro Salvini – prosegue Burioni – lei ha detto una cosa non rispondente al vero, perché quelli che riporto io sono fatti, suffragati da dati scientifici solidissimi. Quella che ha detto è una bugia, una bugia pericolosissima. E che a dirla – conclude il medico – sia chi ha la responsabilità della sicurezza del mio paese è una cosa che mi preoccupa molto”.

Commissioni parlamentari. La maggioranza fa il pieno

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Così diversi che hanno fatto il pieno. Lega e 5 Stelle hanno incassato tutto quello che potevano e, come previsto, hanno fatto man bassa delle presidenze delle 28 commissioni permanenti di Camera e Senato. Restano da assegnare le presidenze delle commissioni di garanzia, ossia la commissione sui servizi segreti (Copasir) e quella sulla Vigilanza Rai che solitamente sono destinate alle opposizioni. Un accordo tra Pd e Fi, prevede la presidenza del Copasir per i democratici con Lorenzo Guerini e quella della Vigilanza Rai per gli azzurri (i candidati sono Paolo Romani o Maurizio Gasparri). Tuttavia da parte della maggioranza giallo-verde si era ventilata nei giorni scorsi l’ipotesi di affidare la presidenza del Copasir al piccolo alleato del centrodestra Fratelli d’Italia, che non fa parte del governo ma che nel voto di fiducia si è astenuto, lasciando così il Pd fuori da tutti i vertici delle commissioni.

La tensione è dunque altissima in vista dell’elezione prevista per la prossima settimana, tanto che nel Pd minacciano fuoco e fiamme se il Copasir dovesse andare a Fratelli d’Italia. Sarebbe per altro un precedente assoluto, dal momento che la presidenza della commissione sui servizi segreti è sempre stata attribuita all’opposizione non per prassi ma per legge: lo prevede infatti la legge istitutiva del Copasir stesso.

La carica dei nuovi e quella dei leghisti anti-euro nelle commissioni che si occuperanno della manovra finanziaria, il primo banco di prova del governo. Dunque le presidenze delle commissioni parlamentari rispecchiano l’andamento del nuovo esecutivo gialloverde. Su 28 neopresidenti ben dieci sono alla loro prima esperienza in Parlamento. Alcuni erano stati indicati come possibili ministri da Luigi Di Maio e poi non essendoci riusciti sono stati ricompensati con la poltrona più alta dalla commissione in cui siedono. Altri parlamentari sarebbero dovuti diventare viceministri o sottosegretari, ma anche in questo caso, non avendola spuntata, ecco il dirottamento sulle presidenze. Ed è il caso dei leghisti Claudio Borghi (Bilancio) e Alberto Bagnai (Finanze), troppo estremisti per stare nella squadra dell’esecutivo ma funzionali per questo incarico.

La suddivisione tra le due forze di maggioranza è stata quasi scientifica sulla base del ‘peso’ numerico dei gruppi parlamentari. Altro che Cencelli. Alla Camera nove presidenze sono andate ai 5Stelle e cinque alla Lega. Stesso discorso al Senato: otto per i grillini e sei per la Lega. Di conseguenza alcune commissioni vedono la presidenza M5s sia per Montecitorio sia per palazzo Madama. È il caso di due commissioni di peso, soprattutto in questa particolare fase politica in cui i grillini soffrono l’esuberanza di Matteo Salvini sul tema immigrazione, e si tratta della commissione Affari esteri che ha come presidenti Marta Grande e Vito Petrocelli, rispettivamente alla Camera e al Senato, e Politiche Ue con Sergio Battelli ed Ettore Antonio Licheri. Quest’ultimo è alla sua prima legislatura, vincitore in un collegio uninominale in Sardegna.

Negli organi che si occupano dei temi economici c’è stata un’equa suddivisione degli incarichi, ma la Lega ha schierato due fedelissimi del segretario che non hanno mai nascosto le loro idee in contrasto con la moneta unica. Alla Bilancio della Camera è stato eletto presidente il leghista Claudio Borghi, alla sua prima legislatura ma molto vicino ai vertici. Il suo nome circolava per un incarico nel sottogoverno. Il suo corrispettivo al Senato è il grillino Daniele Pesco che lo scorso anno con l’attuale sottosegretario Alessio Villarosa ha lavorato sul dossier banche. In commissione Finanze della Camera ce l’ha fatta Carla Ruocco, anima critica M5s che sarebbe dovuta diventare viceministro all’Economia. Alberto Bagnai, alla sua prima legislatura, ma da molto tempo vicino alle idee della Lega, è invece il numero uno in commissione Finanze a Palazzo Madama.

Per quanto riguarda le commissioni Affari costituzionali e Giustizia si è scelto di affidare nello stesso ramo del Parlamento le presidenze allo stesso colore politico. Ai grillini sono andate quelle della Camera con Giuseppe Brescia e Giulia Sarti, mentre ai leghisti quelle del Senato con Stefano Borghesi e Andrea Ostellari, quest’ultimo alla sua prima esperienza in Parlamento.

I 5Stelle hanno puntato, quasi per dovere, su coloro che erano stati annunciati in pompa magna ministri prima del voto del 4 marzo. Quindi il senatore Mauro Coltorti è diventato presidente della commissione Trasporti e Pierpaolo Sileri, che doveva diventare ministro della Salute, è ora presidente della commissione Igiene e sanità. La Lega invece in commissione Ambiente ha scelto il deputato 31enne Alessandro Benvenuto, tra i più giovani eletti in questa legislatura. Anche lui alla sua prima esperienza alla Camera e già, come tanti altri, nel rispetto del nuovo mood, ricopre un ruolo tra i più importanti nella vita parlamentare.

Grecia, atterraggio morbido. Odissea verso conclusione

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L’odissea della Grecia si è conclusa. E’ stato raggiunto l’accordo all’Eurogruppo sui termini per l’uscita della Grecia dal suo terzo piano di salvataggio  che prevede, in particolare, misure per alleggerire il debito. Ha dato l’annuncio il presidente dell’Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno. In base all’accordo raggiunto dai ministri delle Finanze dell’Eurozona a Lussemburgo,  ad Atene è stata concessa l’ultima tranche del prestito di 15 miliardi di euro.

Con questo accordo che molti hanno definito ‘storico’, Centeno ha commentato: “Siamo riusciti ad ottenere un atterraggio morbido per l’uscita dalla Grecia da questo lungo e difficile percorso”.

Il Commissario Ue, Pierre Moscovici, ha dichiarato: “Si tratta di un accordo eccezionale: La crisi greca si è conclusa questa notte”.

Il ministro delle Finanze greco, Euclid Tsakalotos, dal canto suo, dichiarandosi soddisfatto per l’accordo raggiunto che segna la fine di otto anni di crisi, ha affermato: “Questo Governo non dimentica e non dimenticherà ciò che il popolo greco ha dovuto attraversare durante questi otto anni. Dobbiamo assicurarci che molto presto il popolo greco vedrà concretamente i risultati di questo accordo”.

Il governo greco si è impegnato a mantenere un avanzo primario pari al 3,5% del Pil fino al 2022 e, in seguito, a rispettare le regole di bilancio Ue. L’Eurogruppo, nella dichiarazione diffusa nella notte, ha spiegato: “Per la Commissione questo implicherà un avanzo primario in media al 2,2% del Pil nel periodo tra il 2023 e il 2060. Il Paese resterà sotto la lente della Commissione Europea, che attiverà la procedura di sorveglianza aumentata (Enhanced surveillance), con relazioni trimestrali sulla situazione economica e di bilancio della Grecia.

Così, l’ultima tranche di aiuti ammonta a 15 mld: di questi, 5,5 mld verranno versati in un conto segregato, destinato al servizio del debito, mentre gli altri 9,5 mld saranno versati in un conto dedicato, che verrà utilizzato per creare dei ‘cuscinetti’ di contante, da utilizzarsi alla ‘bisogna’ del debito in caso di necessità.

In tutto la Grecia lascerà il programma con un ‘cuscinetto’ di cash che coprirà le necessità finanziarie per circa 22 mesi dopo la fine del programma nell’agosto prossimo, cosa che secondo l’Eurogruppo ‘rappresenta una garanzia significativa contro qualsiasi rischio’. Il presidente della Bce Mario Draghi ha detto: “L’adozione delle misure concordate dall’Eurogruppo miglioreranno la sostenibilità del debito nel medio termine. E’ fondamentale che la Grecia si mantenga sul percorso delle riforme e di una politica di bilancio solida”.

Il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha aggiunto: “Dopo otto lunghi anni, la Grecia si affranca dall’assistenza finanziaria e si unisce a Irlanda, Spagna, Cipro e al mio Paese, il Portogallo, nei ranghi dei Paesi dell’Eurozona che hanno riformato le loro economie e ancora una volta si reggono sulle loro gambe”.

La direttrice del Fmi Christine Lagarde ha detto: “Per la sostenibilità del debito greco nel lungo termine il Fondo ha delle riserve, mentre per il medio termine abbiamo piena fiducia che le misure annunciate, che sono significative consentiranno alla Grecia di ritornare sui mercati per finanziarsi”.

Infatti, la crescita del Pil greco ha ormai raggiunto l’1,4% nel 2017 e dovrebbe accelerare ulteriormente quest’anno, mostrando una espansione dell’1,9%, mentre il prossimo anno è visto al +2,3%. Gli sforzi hanno pagato anche in termini di conti pubblici. La Grecia, infatti, ha ora un avanzo di bilancio dello 0,8% del Pil, un passo da gigante se si pensa che nel 2009 aveva un maxi-disavanzo del 15,1%.

Nonostante le resistenze della Germania, principale Paese creditore della Grecia, si è raggiunto l’accordo che rappresenta un importante punto di svolta per la zona euro. L’accordo è arrivato dopo quasi un decennio da quando la Grecia sbalordì il mondo con spese fuori controllo, con il debito pari al 180% del Pil, costringendo l’Ue a predisporre tre piani di salvataggio per evitare il collasso della moneta unica. Finalmente la Grecia ce l’ha fatta senza bisogno di uscire dall’euro.

Salvatore Rondello

Saviano. Il precedente Biagi sulla revoca della scorta

Marco-BiagiNon ha freno la polemica innescata dall’annuncio della revoca della scorta allo scrittore Saviano. Una questione che è diventata ormai tutta ‘politica’, tanto che la Lega a Torino vuole togliere anche la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano. A portare avanti la questione è il capogruppo del Carroccio in Sala Rossa, Fabrizio Ricca, che aveva già provato a chiedere la revoca nel 2014.
Sedici anni fa moriva il Professore Marco Biagi, socialista, giuslavorista e consulente del Ministro del Welfare Roberto Maroni per l’elaborazione delle riforma del mercato del lavoro.
Il precedente è da mettere in risalto in quanto anche al giuslavorista venne revocata la scorta, nonostante Marco Biagi aveva più volte fatto sapere di sentirsi in pericolo, ma non fu protetto dalle istituzioni a cui aveva chiesto (invano) aiuto. La scorta al giuslavorista, coautore tra l’altro del contestato Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia, fu tolta definitivamente in seguito a una circolare del ministro Scajola del 15 settembre 2001, che dava seguito a una riorganizzazione e riduzione generale di questo tipo di tutela in tutta Italia. Biagi, che riceveva continue minacce, anche telefoniche, per il suo contributo alla riforma della legislazione sul lavoro, chiese ripetutamente che la protezione fosse mantenuta, e per lui si mossero diverse personalità, compreso l’allora ministro del Welfare Roberto Maroni. Senza risultati, però: la scorta restò revocata e il docente venne assassinato dalle Nuove Brigate Rosse il 19 marzo 2003, mentre rincasava in bicicletta, sotto la sua abitazione di via Valdonica. Non solo l’allora ministro degli Interni non si assunse la responsabilità di quanto accaduto ma del giuslavorista morto disse: “Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”. Una frase che non gli venne perdonata dall’opinione pubblica e che portò alle sue dimissioni. Il suo “esilio” dalla vita politica, comunque, durò pochissimo: Scajola venne presto ‘riabilitato’ da Silvio Berlusconi, che gli affidò la guida organizzativa di Forza Italia sino al 31 luglio del 2003, quando Scajola tornò nel governo come ministro per l’Attuazione del Programma.
Tornando a Saviano, lo scrittore ha risposto al ministro degli Interni Matteo Salvini con un video sulla sua pagina Facebook.
“Le parole pesano, e le parole del Ministro della Malavita, eletto a Rosarno (in Calabria) con i voti di chi muore per ‘ndrangheta, sono parole da mafioso. Le mafie minacciano. Salvini minaccia. Il 17 marzo, subito dopo le elezioni, Matteo Salvini ha tenuto un comizio a Rosarno. Seduti, tra le prime file, c’erano uomini della cosca Bellocco e persone imparentate con i Pesce. E Salvini cosa fa? Dice questo: ‘Per cosa è conosciuta Rosarno? Per la baraccopoli’. Perché il problema di Rosarno è la baraccopoli e non la ‘ndrangheta. Matteo Salvini è alla costante ricerca di un diversivo e attacca i migranti, i Rom e poi me perché è a capo di un partito di ladri: quasi 50 milioni di euro di rimborsi elettorali rubati”, è quanto afferma Roberto Saviano.

Rom e Rai, incrinata l’intesa Salvini-Di Maio

salvini di maio-2Il “governo del cambiamento” è nato appena un mese fa, ma già non gode di buona salute. Sul censimento rom è incrinato il rapporto tra Lega e M5S, le due colonne dell’esecutivo presieduto da Giuseppe Conte. Il protagonismo di Matteo Salvini, in particolare, su immigrati e rom, ha innescato forti contrasti con Luigi Di Maio.
A far traboccare il vaso è stata la carta del censimento rom, una iniziativa dalla terribile impronta etnica e razzista. Il segretario leghista, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha sollecitato il «censimento dei Rom e controllo dei soldi pubblici spesi» con l’obiettivo di realizzare delle espulsioni di massa. Poi, di fronte alla levata di scudi delle opposizioni e dei cinquestelle, Salvini ha fatto marcia indietro parlando di «ricognizione» e comunque «non è una priorità».
Si è sfiorata la rottura. Di Maio si è lanciato in un duro braccio di ferro, il primo con il collega di governo: «I censimenti su base razziale non si possono fare, lo dice la Costituzione». Il capo politico del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo e del Lavoro ha replicato a muso duro: «Ci sono altri censimenti da fare». E ha lanciato l’idea di un altro censimento: «Per esempio c’è il censimento di tutti i raccomandati che ci sono nella pubblica amministrazione. Dobbiamo cominciare a controllare, anche in Rai, e ristabilire il principio della meritocrazia».
Solo all’apparenza si tratta soltanto di una lotta tra due diversi censimenti populisti, due iniziative propagandistiche, pericolose e inattuabili. Solo all’apparenza Di Maio ha scagliato contro la proposta di un censimento rom, discriminatorio e razzista, l’idea di un censimento sui raccomandati, dal sapore di gogna mediatica. In realtà il capo pentastellato sembra che abbia voluto bloccare l’assalto del Carroccio al vertice della Rai (direttore generale, presidente, consiglio di amministrazione), alle tante testate giornalistiche (Tg1, Tg2, Tg3, Rainews24, Gr) e alle direzioni televisive e radiofoniche. Per ora ha vinto il braccio di ferro. Salvini è stato costretto a derubricare il “censimento” a “ricognizione” sui rom.
Salvini e Di Maio sono due alleati in forte competizione. Il ministro dell’Interno agita il problema degli immigrati e dei nomadi, il collega dello Sviluppo solleva la questione dei privilegi del posto fisso. Sia il tema della sicurezza, sia quello del lavoro tutelato per tutti sono problemi reali, molto sentiti. Sia Salvini sia Di Maio, alla vigilia dei ballottaggi del 24 giugno per i sindaci, sono a caccia di consensi e spingono sul pedale dell’acceleratore. Il primo cerca di far lievitare il 17% dei voti ottenuti nelle elezioni politiche del 4 marzo, il secondo cerca di difendere il suo 32% dall’erosione dell’alleato-competitore leghista (alcuni sondaggi danno addirittura il sorpasso del Carroccio sul M5S).
Tutti e due cercano di cavalcare “la pancia” del ceto medio in crisi ed impoverito: il segretario della Lega sui migranti e sui rom tenta di intercettare le paure e le insicurezze; il capo pentastellato alzando la bandiera dei raccomandati punta a coagulare il rancore sociale.
Così i giornali, le televisioni ed internet sono dominati dalle notizie sullo scontro su migranti, rom e raccomandati. Non si parla quasi più, invece, di reddito di cittadinanza, abolizione della legge Fornero sulle pensioni e flat tax, i tre cavalli di battaglia sui quali Di Maio e Salvini hanno vinto le elezioni politiche. Non si sa quando e come saranno realizzati questi popolarissimi obiettivi dal costo salato per il bilancio pubblico italiano (almeno cento miliardi di euro).
Ma a giugno si voterà per le europee, sia Salvini e sia Di Maio vogliono presentarsi con dei risultati ai rispettivi elettori. Il primo spinge per la flat tax, il secondo per il reddito di cittadinanza mentre la modifica della Fornero è una battaglia comune. Sarà difficile accontentare tutti senza mettere in pericolo i conti pubblici e la permanenza dell’Italia nell’euro. Sono possibili tante, imprevedibili sorprese anche per il governo Conte.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Verona, muore operaio schiacciato da lastra di cemento

pasquale-misitano-morto-verona-schiacciato-da-cemento-720x407Una strage ‘bianca’, un altro morto sul lavoro. Un operaio, che lavorava per una ditta che opera in subappalto nel cantiere per la realizzazione della variante alla SP.6 dei Lessini, è rimasto schiacciato sotto una pesante sponda di cemento che non era fissata bene ai ganci di sicurezza. Inutili i soccorsi dei colleghi di lavoro e dei sanitari del 118, arrivati con l’elicottero di Verona Emergenza assieme ai Vigili del fuoco.
Pasquale Misitano stava lavorando vicino ad un muretto nel cantiere della variante alla Sp6 quando questo è stato travolto.
L’uomo lascia due figli piccoli e la moglie in attesa del terzogenito. La ricostruzione del tragico incidente è al vaglio degli inquirenti.
Sul posto anche il personale della Poliza di Verona e dei vigili del fuoco, con due squadre più un’autogru, oltre ai tecnici dello Spisal dell’Ulss 9 Scaligera e ai carabinieri di Grezzana.

Rivolta M5S contro Di Maio, interviene Di Battista

di-battista-di-maioPronta la resa dei conti anche in casa pentastellata. Nel mirino c’è il vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio, che a norma dello statuto del MoVimento è “capo politico”, colpevole non solo di aver permesso che la Lega fagocitasse il Movimento Cinque Stelle, ma anche per la gestione del partito da parte dell’attuale direttivo. Crescono i malumori soprattutto per le nomine di governo decise dal capo, già oggetto di critiche nell’ultima assemblea dei deputati, quella in cui era stato ratificato il nuovo direttivo. In cui soprattutto i nuovi eletti avevano lamentato di essere stati esclusi dall’esecutivo, a scapito dei veterani. E di non aver avuto voce in capitolo sui nomi del direttivo, di fatto calati dall’alto. E così avevano invocato “più condivisione”.
Da qui l’idea di una raccolta firme per cambiare gli statuti dei gruppi di Camera e Senato. Attualmente il nome del presidente del gruppo è “proposta” dal capo politico e quindi ratificata a maggioranza assoluta dai membri. Ma il capo, cioè Di Maio, conserva il potere di revocare il presidente e può proporgli i nomi che andranno a costituire il direttivo. Praticamente un dominus incontrastato.
Nel mirino dei cinquestelle però non c’è solo il Vicepremier, ma anche uno dei suoi fedelissimi, il suo braccio destro e oggi ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
Nel frattempo torna a farsi sentire l’ex parlamentare grillino, Alessandro Di Battista, che dalle americhe lancia un nuovo messaggio a supporto del Movimento ormai oscurato completamente dall’altro Vicepremier, Matteo Salvini. “Trovo fuorviante incentrare tutto il dibattito politico esclusivamente sul tema dell’immigrazione. Questo sta facendo tirare un sospiro di sollievo a un mucchio di persone. Parlo dei colletti bianchi che delinquono, dei politici corrotti, di banchieri senza scrupoli, dei ras delle cliniche private, di criminali vari. Costoro gongolano nel vedere tutta questa attenzione concentrata su un solo tema. Costoro gioiscono nel constatare in Italia l’esistenza di una guerra tra poveri che non fa altro che alimentare il loro potere”. Poi parla proprio dei ministri grillini, salva solo Di Maio: “Dai ministri del Movimento 5 Stelle pretendo un atteggiamento di lotta ancora più ostinato. Quello che sta dimostrando Luigi tra l’altro, il quale combatte sempre come un leone”.
In ogni caso stupisce la continua ‘interferenza’ del Dibba, da un lato perché aveva annunciato la sua uscita di scena dalla politica, dall’altro perché è sempre stato l’altra faccia della medaglia dell’eletto Di Maio. Dibba, è stato sempre il “prescelto” nella leadership pentasteallata e rappresenta una parte notevole degli elettori e dei simpatizzanti M5S, quella barricadiera. Esattamente l’opposto della tenuta istituzionale di Di Maio.

Dazi e controdazi, la guerra commerciale di Usa e Ue

europa usaE’ iniziata la guerra dei  dazi tra Stati Uniti d’America e Unione Europea. La  Commissione Ue  ha adottato il regolamento che fungerà da risposta ai dazi americani su acciaio e alluminio imposti dal presidente  Donald Trump. Lo ha annunciato la commissaria europea al Commercio  Cecilia  Malmström dicendo: “Le nuove misure entreranno in vigore venerdì 22 giugno e colpiranno una lista di prodotti per un valore totale di 2,8 miliardi di euro”.

In una nota diffusa a Bruxelles, Cecilia Malmstroem ha precisato: “Non volevamo arrivare a questo. Ma la decisione unilaterale e ingiustificata degli Stati Uniti di imporre tariffe su acciaio e alluminio non ci ha lasciato altra scelta. Le regole del commercio internazionale, che abbiamo sviluppato mano nella mano con i nostri partner americani, non possono essere violati senza una reazione da parte nostra”.

La commissaria al Commercio ha quindi sottolineato: “La risposta dell’Unione europea è misurata, proporzionata e pienamente in linea con le regole del Wto: non serve dire che, se gli Stati  Uniti  rimuoveranno le loro  tariffe, saranno rimosse anche le nostre misure”.

Le contromisure europee colpiranno alcuni dei prodotti simbolo degli States: dai jeans  Levi’s  alle celebri motociclette  Harley  Davidson, fino alle sigarette  e il burro d’arachidi. La norma colpirà diversi generi commerciali, con un dazio che secondo la Commissione europea sarà del 25%.

La ritorsione è stata varata per le tariffe imposte dall’Amministrazione Usa all’import europeo di metalli. In totale sono state colpite circa 200 categorie in svariati settori, acciaio ovviamente compreso, ma anche bevande come i succhi di frutta ed il bourbon ‘made in Usa’. Una tariffa del 10% sarà imposta sulle carte da gioco. Trump ha applicato il dazio del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio (inizialmente sospeso, ma scattato a inizio giugno).

Il provvedimento sui dazi, è stato pubblicato oggi sulla Gazzetta Ufficiale UE, per una immediata entrata in vigore il giorno successivo, domani 22 giugno. Si tratta della prima fase di una campagna di reazione alle misure della Casa Bianca. La Ue si è già riservata di introdurre tariffe dal 10 al 50% su prodotti Usa importati in Europa per un valore di altri 3,6 miliardi di dollari non oltre il 23 marzo 2021.

A colpire negativamente gli europei è stata anche la motivazione formale per i nuovi dazi Usa, in base a una imprecisata minaccia alla sicurezza nazionale. Anche il Messico ha reagito ad analoghe misure, mentre il Canada lo farà dal primo luglio. Sullo sfondo aleggia una più vasta guerra commerciale tra Usa e Cina. Le conseguenze sul commercio internazionale e sui mercati finanziari cominciano a farsi sentire: gli effetti sull’economia globale, secondo gli esperti, dipenderanno dal fatto che si possa fermare o meno la spirale di mosse e contromosse ritorsive.

Trump ha anche minacciato di imporre un dazio del 25% sulle auto ‘made in Europe’ importate negli States, rispetto all’attuale 2,5 per cento. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, circola la proposta tedesca di una abolizione reciproca dei dazi sull’auto, che è del 10% nella Ue: le principali case tedesche, da Volkswagen a Bmw e Daimler, non avrebbero obiezioni. Del resto, i dazi sull’import di auto nella Ue si stanno già eliminando o riducendo per costruttori di altri Paesi. Ad esempio, per le case sudcoreane, in seguito al Free Trade Agreement tra Seul e Bruxelles. Il futuro Fta tra Ue e Giappone contempla anch’esso un processo di riduzione, sia pure molto graduale, dei dazi sull’auto made in Japan. Per le case tedesche è molto più pericolosa l’introduzione di dazi americani che non una maggiore apertura del mercato europeo alle auto made in Usa. Un azzeramento reciproco implicherebbe un altro vantaggio per gli europei: la cancellazione dei dazi Usa del 25% su pickup e grandi van. Ma questo dovrebbe trovare opposizione nei sindacati americani.

Secondo i calcoli del Wsj, nonostante gli investimenti diretti negli States, ancora oggi Daimler e Bmw realizzano il 10% delle loro vendite attraverso l’export negli Usa. Anche i costruttori giapponesi sono molto spaventati dalla prospettiva di barriere all’ingresso nel secondo mercato mondiale.

Dalla guerra commerciale sui dazi non ci saranno vittorie ma solo sconfitte. La sconfitta peggiore riguarderà l’economia nella sua interezza con tutte le conseguenze immaginabili tipiche della recessione. Ad essere colpiti per primi saranno i lavoratori e le fasce reddituali più basse.

Salvatore Rondello

Domenica e feste a casa. Discussione su decreto Monti

commessoCommercio in primo piano sulla ridiscussione del decreto Monti, provvedimento che ha stabilito che i titolari degli esercizi commerciali (esercizi di vicinato, medie e grandi strutture di vendita) e dei pubblici esercizi adibiti alla somministrazione di alimenti e bevande (bar, ristoranti ed esercizi assimilabili) possono determinare liberamente il proprio orario di apertura e chiusura, e scegliere di rimanere aperti in occasione delle giornate domenicali e festive e della mezza giornata infrasettimanale. Ora il neo ministro del lavoro, Luigi Di Maio, annuncia che è pronto ad aprire un tavolo per ridiscutere il decreto Monti che ha liberalizzato il lavoro festivo nel commercio. “Ho preso il treno in corsa, ci sono tanti problemi, di chi lavora ma anche dei datori di lavoro. Dobbiamo cercare di combattere la precarietà ed eliminare lo sfruttamento”, ha spiegato.
Nella precedente legislatura è stata a lungo in discussione al Senato una proposta di legge per modificare la disciplina degli orari di apertura degli esercizi commerciali. Ma al riguardo sono numerose e forti le resistenze delle associazioni di categoria.
Hanno espresso apprezzamento la Confcommercio e i sindacati, mentre le associazioni dei consumatori hanno sottolineato come un intervento del genere rappresenterebbe un passo indietro. La Confcommercio condivide l’ipotesi di un intervento di regolazione delle aperture festive nel commercio. “Le liberalizzazioni – ha detto Enrico Postacchini, membro della Giunta con delega alle politiche commerciali – non hanno portato né maggiore fatturato né un incremento occupazionale. Il fatturato si è spalmato su più giorni nella settimana”. “È giusto – sottolinea la leader della Cisl, Annamaria Furlan – rivedere le norme sulla liberalizzazione selvaggia del commercio. È una battaglia che la Cisl conduce per tutelare la dignità del lavoro. Non esiste un diritto allo shopping. Va salvaguardata la volontarietà del lavoro domenicale e festivo”.
Di diverso avviso restano le associazioni dei consumatori: “È incredibile che con tutti i problemi che abbiamo in Italia – sottolinea l’Unione consumatori – si discuta ancora di togliere una norma di libertà che consente al commerciante di aprire quando vuole il suo negozio. Giù le mani dall’apertura libera dei negozi”.
Contrario anche l’ex ministro del Lavoro, Pier Luigi Bersani, che ad Agora Rai ha affermato: “Bisogna rendere compatibili i diritti dei lavorati con i diritti del consumatore. Quanti mestieri lavorano di domenica? Infermieri, ferrovieri. Sono d’accordo col modificare il decreto Monti, ma senza dire ‘non si apre di domenica’”

Salvini: “Chi di dovere valuterà sulla scorta a Saviano”

saviano salvini

Saviano può essere simpatico o antipatico. Lo si può apprezzare o meno. Si possono avere idee opposte alle sue. Ma non si può indiscriminatamente decidere se togliere o lasciare la scorta a una persona costantemente sotto minaccia, in virtù di un vezzo. Quasi come se fosse un dispetto o una ripicca. Saviano aveva preso posizione sulle politiche sui migranti proponendo provocatoriamente di silenziare le esternazioni di Salvini. Non ci è andato leggero e una replica era quasi obbligatoria. Saviano evidentemente se la aspettava. E il ministro-premier non si è fatto sfuggire l’occasione per andare in tv e aprire bocca per lanciare i proprio strali. Un nuovo nemico, una nuova polemica. Pane per i suoi denti. E subito arriva l’affondo. Ma arriva anche la minaccia. Quella più temibile per una persona che vive sotto scorta. Sulla scorta a Roberto Saviano “saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione”, ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini ad Agorà su Rai Tre.

Non si sono fatte attendere le reazioni: “Dobbiamo – è il commento di Pietro Grasso – scegliere da che parte stare: se con Saviano o con Salvini. Salvini è il ministro dell’Interno e, proprio in quel ministero, si decide chi deve essere protetto dallo Stato. Con le frasi di stamattina vuol far capire a Saviano di non criticarlo, di stare zitto, altrimenti può intervenire per lasciarlo senza protezione contro la camorra, che lo vuole morto da anni per le sue inchieste e per il suo essere diventato un simbolo della lotta alle mafie. Allo stesso tempo sta facendo passare l’idea che avere la scorta sia un privilegio e un costo, non una necessità che limita la libertà di chi è sotto protezione. La libertà di un giornalista di fare inchieste contro le mafie vale tutti i soldi che spendiamo per garantirgli di fare il suo lavoro. Non vogliamo altri Pippo Fava, Peppino Impastato, Mario Francese, Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano”.

Se Salvini vuole risparmiare, è il parere del capogruppo dem Graziano Delrio la “tolga a me la scorta ma la lasci a Saviano”. “Le scorte non si assegnano né si tolgono in tv” reagisce l’ex titolare del Viminale Marco Minniti: “I dispositivi di sicurezza per la protezione delle persone esposte a particolari situazioni di rischio seguono procedure rigorose e trasparenti che coinvolgono vari livelli istituzionali”. Le scorte dunque non sono discrezionali. Non dipendono cioè dalle simpatie o antipatie dell’organo politico. Vengono decise dall’Ucis (l’Ufficio centrale interforze per la Sicurezza personale istituito dopo l’omicidio Biagi) che è sì un’articolazione del Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale, ma è collegiale e vincolato a criteri precisi. Non sono duque nella dicrezione del titolare del Viminale.

Sorge allora il sospetto che l’avvertimento di Salvini sia la risposta alla dura presa di posizione di Saviano nei confronti delle sue politiche sui migranti e sul censimento dei rom. Politiche dichiaratamente di destra. Non a caso l’ultima esternazione del leader leghista viene subito rilanciata da Forza Nuova: “Pagargli una scorta e un compenso Rai per diffondere bufale politicamente corrette da un attico di New York è davvero troppo”, twitta Roberto Fiore, segretario della formazione neofascista.