
Non accennano a placarsi le violenze in Turchia, un paese ormai, da tre settimane, stretto nel braccio di ferro tra manifestanti e governo del primo ministro Erdogan che, proprio oggi, ha minacciato di mobilitare l’esercito per mettere fine alle proteste che continuano a riempire le piazze delle principali città turche. «Da circa tre settimane stiamo assistendo ad uno scontro tra due turchie, due concezioni, due modelli di paese contrapposti in maniera sempre più aspra», dice all’Avanti! Patrick Tombola, reporter italiano che ha coperto le Primavere arabe e il conflitto siriano che, oggi, vive a Istanbul e lavora per la Tv tedesca. Quanto si sta consumando al di là del Bosforo rappresenta, infatti, il primo momento di messa in discussione forte del potere che Erdogan ha esercitato, in maniera quasi assoluta, sin dalla sua elezione, nel 2002, motivo per cui si è guadagnato l’appellativo “il sultano”. Un potere basato su una commistione di politiche economiche neoliberliste, una congiuntura favorevole, che fa crescere la Turchia a tassi impensabili per qualunque paese europeo, e la riscoperta di un Islam “moderato” come elemento di coesione politica e sociale. Moderato almeno nelle intenzioni visto che, a piccoli passi, il premier ha fatto approvare una serie di leggi che allontanano sempre di più la Turchia moderna da quell’idea di laicità alla base della sua fondazione. Una situazione che si fa difficile anche per i giornalisti che, nel paese che vanta il primato negativo del maggior numero di cronisti in prigione, sono sempre più finiti nel mirino delle forze di sicurezza, come testimonia l’arresto proprio a piazza Taksim, del fotoreporter italiano 29enne, Daniele Stefanini.
Patrick, un fotoreporter italiano è stato arrestato, hai notizie?
In questio giorni non l’ho incrociato, ma da ore provo a chiamarlo, da quando ho saputo che era nelle mani della polizia. Il telefono era spento e non sono riuscito a raggiungerlo. So solo che è stato arrestato all’uscita dell’ospedale subito dopo aver ricevuto cure mediche.
Qual è la situazione a Istanbul?
Vivo in Turchia da un po’ è ho la netta sensazione che quello a cui sto assistendo altro non sia che uno scontro tra due turchie. Una contrapposizione che è diventata violenta da circa tre settimane, ma che in realtà covava sotto la cenere: semplicemente c’è una parte del popolo turco che vuole far sentire la propria voce sempre più silenziata negli ultimi anni, e che, soprattutto, reclama riforme. L’altra parte del Paese è invece con il primo ministro Erdogan, lo considera l’idolo di una Turchia che vuole imporsi sia come modello politico, che come potenza regionale e gigante economico, riscoprendo la sua radice islamica. Tutto questo si riflette nel fatto che l’escalation di violenza di questi giorni è stata accompagnata da un inasprirsi della retorica tra le parti. I giornalisti, soprattutto, sono stati tra le prime vittime di questa deriva.
Si è parlato molto di Ghezi Park. Cosa rappresenta questa battaglia?
Ghezi park, come intuibile, è stata solamente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Anche le persone più profondamente animate dalla causa ambientalista dicono che si tratta di un simbolo della richiesta di riforme più aderenti a quel modello si società che aveva creato Ataturk, una società secolare. La parte più laica del paese, infatti, si è trovata di fronte al tentativo, messo in atto da Erdogan e ormai palesatosi, di introdurre sempre più pesantemente nei gangli dello Stato un Islam che si fa ogni giorno più conservatore. A Ghezi park si è radunata una moltitudine che racchiude un insieme di forze politiche e sociali molto variegata: ci si trova dall’anticapitalista islamico al socialdemocratico, accomunati tutti dall’antitesi nei confronti dell’escalation religiosa e antidemocratica e, anche, dalla volontà di opporsi alla figura di Erdogan visto come un accentratore di potere.
Chi c’è dall’altra parte invece?
Ero alla manifestazione pro-Erdogan e ho potuto vedere una massa di persone che rappresentano, appunto, l’altra Turchia, quella che considera il primo ministro appunto come un idolo che incarna per loro i valori di una Turchia forte, dinamica e che è stato in grado, attraverso la riscoperta dell’Islam come ideologia, di rilanciare e riaccendere il sogno ottomano. Una visione che, naturalmente, non va per il sottile verso chi rappresenta la richiesta di riforme in senso democratico
Erdogan ha agitato lo spauracchio delle “forze straniere” che agiscono alimentando la protesta?
La situazione turca nelle piazze è molto confusa, ma una delle poche cose su cui posso mettere la mano sul fuoco è che il movimento nato a seguito dei fatti di Ghezi Park è assolutamente autoctono. Credo che il tentativo di Erdogan di far passare quanto accade come il risultato di un complotto, ordito per mano di non meglio precisati poteri stranieri, sia, oltre che maldestro, anche molto pericoloso. E lo dico da reporter, perché questo tipo di discorsi mettono a rischio innanzitutto noi giornalisti stranieri. Inoltre, affermazioni di questa natura finiscono per non dare legittimità alle richieste che vengono dalla gente, innescando meccanismi di estremizzazione del conflitto. Alimentano l’idea che, di fronte a sé, non ci siano cittadini con opinioni differenti, ma nemici. È la stessa dinamica che ho visto in Egitto, quella della delegittimizzazione. Escludo assolutamente che la gente che oggi protesta in Turchia sia manipolata.
Roberto Capocelli