Brexit. Davis avverte: “Possiamo uscire senza accordo”

david davisDopo mesi di stallo e di frustrazioni per il divorzio tra l’Europa e la Gran Bretagna ora a smuovere le acque ci pensa il ministro britannico per la Brexit, David Davis, che pur restando fiducioso sull’intesa con Bruxelles ribadisce la determinazione di Londra a lasciare il blocco dei 28. “Raggiungere un accordo con l‘Unione europea è di gran lunga l‘esito più probabile e il migliore per il nostro Paese”, ha detto Davis, ma ha aggiunto: “Non penso sarebbe nell‘interesse di entrambe le parti non raggiungere un accordo. Ma è giusto che un governo responsabile faccia dei piani per ogni eventualità”. L’avvertimento di Davis arriva dopo che il governo di Theresa May avrebbe accettato anche di mettere una cifra più alta del previsto (circa 40 miliardi di sterline) sul piatto dei negoziati con Bruxelles per la Brexit.
Il punto di disaccordo è ancora una volta ‘la buona uscita’ che i 28 vogliono dal Regno Unito che da parte sua vuole garanzie sul piano commerciale: la Gran Bretagna vuole che i colloqui affrontino il tema delle future relazioni commerciali con l‘Ue mentre quest‘ultima non intende valutare la questione fin quando Londra non accetterà di regolare le cifre dovute a Bruxelles. La Gran Bretagna ha precedentemente offerto circa 20 miliardi di euro (18 miliardi di sterline), ma l’UE vuole almeno 60 miliardi di euro (53 miliardi di sterline).
E mentre Davis sostiene di essere “inequivocabilmente” alla ricerca di un accordo, fa sapere che la Gran Bretagna è anche pronta a far fallire i colloqui. Da parte del negoziatore europeo Michel Barnier si sente l’esigenza di sbloccare una situazione ai limiti della sopportazione. Tanto che Barnier ha anche canzonato la May, lunedì, sullo slogan con cui la Premier inglese aveva chiarito la sua posizione sull’uscita: “Brexit means Brexit”. Così ha ripetuto Barnier: “Proprio quelli che vogliono ‘liberare’ il Regno Unito ora sostengono che dovrebbe conservare un ruolo in alcune delle agenzie europee. […] L’Europa a 27 continuerà a portare avanti il lavoro di queste agenzie, insieme, condividendo i costi di mantenimento. Le nostre imprese continueranno a trarre beneficio dalle competenze create. Il loro lavoro è interamente basato su quei trattati europei che il Regno Unito ha deciso di abbandonare”.

Taxi, Nencini: “Sciopero ingiustificato”

taxi

Sciopero nazionale dei TAXI per tutta la giornata di oggi. Niente vetture all’aeroporto di Fiumicino, presidio davanti al ministero dei Trasporti, con stop al traffico e lancio di petardi. Massiccia l’adesione nelle principali città. A Genova il ministro Delrio ha incontrato una delegazione di tassisti: ‘Hanno chiesto di tenere presente le specificità delle varie Regioni e dei vari Comuni nelle autorizzazioni, e questa è una cosa che il nostro progetto di riforma tiene già presente. Li ho ascoltati ma, ho dato loro anche garanzie di attenzione”.

I tassisti lamentano un calo degli affari “anche del 60% per colpa degli abusivi, Ncc e di Uber”, gridano i tassisti che si sono dati appuntamento a Roma per un sit-in davanti il ministero dei Trasporti a Porta Pia. Vengono da Napoli, Bari con i tassisti per il sociale, Genoa, Firenze e Torino, ma per tutti il nemico sono le liberalizzazioni. La protesta delle auto bianche è anche contro Uber e gli Ncc. “Un abusivismo che si sta trasformando in un vero e proprio caporalato digitale”, rilanciano coro. Riccardo Cacchione, delegato nazionale Usb: “Ieri eravamo al tavolo – spiega – il ministero si era impegnato già da tempo. I problemi sono: le autorizzazioni delle macchine fuori dal comune di residenza, poi le piattaforme digitali che per noi sono solo strumenti ma che non possono bypassare la legge o le licenze e poi l’abusivismo classico. Chi accalappia il turista per poi bastonarlo”.

Uno sciopero che Riccardo Nencini, segretario del Psi e viceministro dei trasporti, definisce “ingiustificato perchè i Taxi ci chiedono di cancellare le piattaforme digitali che esistono e vanno regolamentate. Il governo deve garantire i migliori servizi possibili di mobilità a tutti i cittadini. Abbiamo proposto la regolamentazione delle piattaforme con l’obbligo di inscrizione ad un registro a titolo oneroso facendogli pagare le tasse in Italia, per cancellare il caporalato che talvolta si è manifestato nel nostro Paese. Dobbiamo creare le condizioni migliori possibili, non bloccare le piattaforme. Le App esistono già e noi abbiamo proposto una regolamentazione per farle pagare le tasse”, ha sottolineato Nencini.

Redazione Avanti!

Renzi-Macron. Ex socialisti temono di uscire dal PSE

macron renziIl segretario del PD Matteo Renzi è arrivato all’Eliseo per incontrare il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron. Renzi, accompagnato dal sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi e dal presidente del think tank “Volta” Giuliano da Empoli, ha lasciato il palazzo presidenziale dopo circa un’ora di colloquio. I due giovani leader condividono l’esigenza di porre “un argine ai populismi, quello di Le Pen in Francia e quello di Salvini in Italia”. Secondo quanto viene riferito da fonti italiane che hanno partecipato all’incontro che si è svolto questa mattina, tuttavia a preoccupare i ‘fuoriusciti’ dal Psi sembra un’altra notizia, quella che Macron punta alla creazione di un terzo polo nel parlamento europeo, nel quale potrebbero rientrare anche forze politiche oggi legate al Pse, il Partito socialista europeo.

“Leggiamo di un’improbabile proposta macroniana di uscita del Partito Democratico dal Pse. Siamo certi che Renzi, che ha avuto il merito dell’adesione nel 2014, non ci pensi neanche lontanamente: il Pd è oggi la principale forza nel Pse e noi crediamo che sia interesse reciproco rafforzare i legami”. Così in una nota congiunta i deputati socialisti del Pd Marco Di Lello, Tonino Cuomo, Federico Massa e Lello di Gioia, usciti dal Partito socialista e che oggi cercano il socialismo… fuori dal Psi.

Ma Gianni Pittella, presidente del Gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, dopo aver parlato con il Segretario del Pd, Matteo Renzi, assicura: “Il Partito democratico non si muove da nessuna parte, è e resta uno dei pilastri fondamentali del Pse”.

Siria: Putin punta su Assad, asse con Iran e Turchia

putin assadSull’asse Damasco-Mosca-Teheran si sta concludendo in favore del regime di Bashar al-Assad la partita in Siria. A sorpresa, il presidente siriano è volato a Sochi, la località balneare russa affacciata sul mar Nero, dove ha incontrato Vladimir Putin. Nel corso del colloquio, durato quasi 3 ore e al quale hanno partecipato anche i vertici della Difesa di Mosca, Putin si è congratulato con il collega siriano per i risultati “nella lotta ai gruppi terroristici”. “La nazione siriana sta vivendo un’esperienza molto seria e tuttavia si sta avvicinando all’ultima, inevitabile sconfitta dei terroristi”, ha affermato Putin.

Contemporaneamente, l’Iran ha annunciato che l’Isis è stato ormai sconfitto in Iraq e in Siria. I superstiti “continueranno a fare del male, ma ormai le fondamenta del gruppo jihadista sono state smantellate”, ha assicurato il presidente Hassan Rohani. Dopo il colloquio con Assad, Putin ha fatto sapere che è prevista oggi una sua conversazione telefonica con il collega americano Donald Trump. Le forze governative siriane controllano già oltre il 98% del territorio del Paese, ha sottolineato il presidente russo. “Esistono focolai di resistenza dei terroristi, ma stanno scomparendo rapidamente, sotto i raid delle nostre forze aeree e degli alleati siriani”.

La fase attiva dell’operazione militare in Siria, che mirava a preservare la sovranità e l’integrità territoriale del Paese e a creare le condizioni per il ripristino di una vita pacifica, “sta finendo”, ha annunciato da parte sua il capo di stato maggiore delle forze armate russe, Valery Gerasimov.

“Nonostante ci sia ancora una serie di problemi irrisolti, questa fase sta arrivando alla sua logica conclusione”, ha detto il generale russo, auspicando di trovare con Teheran e la Turchia “un approccio comune per continuare a lavorare” sul dossier.

Putin e Assad hanno parlato anche delle fondamenta su cui poggiare il processo politico per la soluzione del conflitto. “Vorrei discutere con lei i principi base dell’organizzazione del processo politico e l’organizzazione del Congresso dei popoli della Siria da lei appoggiato. – ha detto il presidente russo rivolto al siriano – Mi piacerebbe sentire la sua valutazione sullo stato attuale delle cose e sulle prospettive di sviluppo della situazione, compresa la sua visione del processo politico, che a noi sembra, in ultima analisi, debba svolgersi sotto l’egida delle Nazioni Unite”.

Putin ha osservato che “la questione più importante è quella di una soluzione politica pacifica del conflitto, dopo la sconfitta dei terroristi; la questione cioè di una soluzione a lungo termine della situazione in Siria”. L’ultima volta i leader russo e siriano si erano incontrati dell’ottobre 2015, quando Assad si era recato a Mosca per una visita lampo e colloqui con la leadership russa. Il Cremlino ha comunque ribadito che il ruolo di Bashar al-Assad nel futuro della Siria potrà essere deciso solo dal popolo siriano. Domani, intanto, e’ atteso a Sochi il trilaterale tra i presidenti di Russia, Turchia e Iran proprio sulla crisi in Siria. Nel suo colloquio con Assad, il leader russo gli ha assicurato che oltre a Turchia e Iran, anche Mosca “sta lavorando attivamente ed e’ in constante contatto con altri Paesi, come Iraq, Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita e Giordania”. Il Cremlino ha spiegato che il faccia a faccia tra Putin e Assad a Sochi è stato organizzato per adempiere alla promessa di parlare con la leadership siriana, che il presidente russo aveva fatto ai colleghi di Turchia e Iran, in vista del trilaterale di domani.

Ema. Milano esclusa per sorteggio

ema milanoUna vera beffa per Milano che perde per sorteggio l’assegnazione dell’Agenzia europea del farmaco (Ema), che traslocherà da Londra. Dopo aver superato anche la gran favorita Bratislava e soprattutto perché si era piazzata al primo posto delle preferenze con 25 voti.
Per tutta la giornata grande fermento anche a Milano per la votazione di oggi a Bruxelles.
Dopo mesi di attesa e di intense campagne promozionali, per Milano oggi era finalmente arrivato il momento della verità: i ministri per gli affari europei dei 27 Paesi Ue (tutti tranne la Gran Bretagna) hanno deciso in quale città, tra le 19 che si sono candidate, dovrà traslocare l’Ema, l’agenzia europea del farmaco, costretta a lasciare Londra a causa della Brexit. Alla vigilia delle votazioni – che sono partite alle 16.30 a scrutinio segreto – la principale insidia per la candidatura della città della Madonnina era rappresentata da Bratislava, che però sorprendentemente non è passata al secondo turno. Sono infatti inizialmente rimaste solo le capitali di Paesi Bassi e Danimarca e poi solo Amsterdam.
Il capoluogo lombardo sembrava avercela fatta, passando il secondo turno delle votazioni con 12 punti. Milano era in finalissima contro Amsterdam, che aveva invece ottenuto 9 punti.
Ma dopo la terza tornata è stato il sorteggio a escludere la città meneghina: con una monetina a Bruxelles ha vinto Amsterdam che aveva ricevuto gli stessi voti nella terza tornata. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega agli affari europei, Sandro Gozi, ha affermato: “Amaro in bocca, ma abbiamo lavorato bene”.
Mentre Gentiloni ringrazia Milano su Twitter:

 

Pensioni, Cgil Cisl e Uil su posizioni diverse

sindacati

Cgil Cisl e Uil si trovano su posizioni diverse dopo la nuova proposta del Governo  sul pacchetto di misure previdenziali. Sabato il Governo ha esteso l’esclusione dall’innalzamento dell’età pensionabile, a 67 anni dal 2019, a 15 categorie di lavori gravosi. All’inizio del confronto, le categorie di lavori gravosi da escludere erano quattordici. Il confronto viene aggiornato a domani, ma l’ipotesi di un accordo con tutte e tre le sigle sindacali resta lontana. Non sono bastate infatti le due carte che l’esecutivo ha messo sul tavolo, lo stop all’innalzamento dell’età per le 15 categorie individuate anche per il criterio dell’anzianità e la costituzione di un fondo per rendere strutturale l’ape sociale, a piegare le resistenze della Cgil e a sciogliere i dubbi della Uil. Decisamente più propensa al via libera la Cisl, che ritiene comunque necessari alcuni chiarimenti.

Proprio Cisl e Uil, secondo quanto riferito da fonti di governo, avrebbero avanzato la richiesta di tempi supplementari per poter continuare a lavorare per l’accordo. Richiesta accolta dal Governo, che ritiene comunque di aver fatto tutto il possibile, nel quadro delle poche risorse disponibili. La sintesi l’ha fatta il ministro dell’Economia  Pier Carlo Padoan. “Il governo ritiene di aver fatto importanti sforzi e accoglie con rammarico il fatto che i sindacati abbiano opinioni diverse sulla bontà del pacchetto : la Cisl ha espresso una posizione di condivisione importante, la Cgil una posizione di segno opposto e una posizione intermedia è arrivata dalla Uil”.

Il premier Paolo Gentiloni, in apertura di confronto, ha già chiarito il perimetro della discussione: “Vi chiediamo di sostenere questo pacchetto, perché noi lo difenderemo nella misura in cui voi lo sosterrete. Il governo non si limita a recepire le indicazioni sull’aspettativa di vita ma prende atto dell’utilità di alcuni interventi mirati. Noi abbiamo fatto un investimento su questo tavolo, attribuendogli un ruolo importante”.

La nuova proposta del Governo prevede l’estensione delle esenzioni delle categorie definite gravose anche alle pensioni di anzianità (e non solo alle pensioni di vecchiaia) e l’istituzione di un fondo per i potenziali risparmi di spesa con l’obiettivo di consentire la proroga e la messa a regime dell’APE sociale. Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, ha spiegato: “In campo c’è un impegno molto significativo da parte del governo che si inserisce nel percorso iniziato con il verbale sulla previdenza sottoscritto con i sindacati. Il Governo ha implementato le proposte coerentemente con quell’impegno”.

Diversa la valutazione del leader della Cgil, Susanna Camusso, che ha dichiarato: “Dal punto di vista degli impegni assunti dal governo nel settembre 2016 rispetto alla fase due, le distanze mi paiono evidenti. Il governo non dimostra nessuna disponibilità su quello che avevamo chiesto. In particolare, sui giovani e sulle donne. C’è un quadro di grande distanza rispetto agli impegni presi. Quindi, la nostra valutazione di grande insufficienza viene confermata, siamo davanti a un quadro che non risponde alle nostre richieste”. Al contrario, il segretario generale Cisl Anna Maria Furlan, ha sostenuto: “I due nuovi aspetti aggiunti oggi dal presidente Gentiloni sono assolutamente importanti e di non poco conto, coerenti con l’impostazione ed il metodo che ci eravamo dati nella prima parte dell’accordo sulla previdenza. E, anche se servono chiarimenti e correzioni, al termine della legislatura, è assolutamente importante portare a compimento l’intesa sulla previdenza che avevamo condiviso”.

Intermedia la posizione della Uil. Il segretario, Carmelo Barbagallo, ha sostenuto: “Nella proposta del governo ci sono delle incongruenze ma ci sono anche delle luci: dobbiamo sfruttare fino all’ultimo momento per ottenere di più dalla trattativa”.

La CGIL ha rincarato la dose. Susanna Camusso ha scandito: “Trovare la quadra non è scontato, e in ogni caso non sarà affatto semplice. Senza correzioni su giovani e donne la Cgil non firmerà l’accordo con il governo sulle pensioni. Il sindacato mantiene il punto perché le proposte fatte finora dall’esecutivo mettono una pietra tombale sull’idea di cambiare un sistema che non è equo. Comunque non è certo da questo che dipende il futuro della sinistra”. E mentre la leader Cisl Annamaria Furlan parla di risultati importanti e giudica sbagliato l’atteggiamento della Cgil, la Uil continua nel suo ruolo di ‘pontiere’ auspicando da un lato, come ha detto Carmelo Barbagallo, più attenzione a donne e giovani e dall’altro manifestando la necessità di mantenere l’unità sindacale. La partita pensioni, insomma, è complessa più che mai, anche perché si gioca su più fronti, indissolubilmente legati tra loro. C’è il tema squisitamente tecnico, legato alle (poche) risorse che il governo può mettere sul piatto e che difficilmente supereranno i 300 milioni a regime promessi finora. Ma c’è anche il fronte politico, con i partiti già in campagna elettorale e ormai chiaramente schierati. Il Mdp che mantiene i suoi distinguo e boccia come insufficiente la proposta del governo, Salvini pronto a portare la Lega in piazza con la Cgil, Berlusconi che promette l’aumento delle pensioni minime e un ministero ad hoc per la terza età. Inoltre c’è il rischio di un assalto alla manovra. Al Senato i numeri, specie in commissione Bilancio, restano risicati. Sullo sfondo c’è il terzo fronte, quello con l’Unione europea, che guarda con la massima attenzione, ed apprensione, a ogni minimo movimento attorno al sistema previdenziale e che già ha il suo da fare a definire la posizione da prendere nei confronti dell’Italia. Il programma di bilancio di Roma, nelle valutazioni di Bruxelles, si scosterebbe dai parametri concordati e potrebbe comportare intanto un giudizio ‘sospeso’ seguito, nella peggiore delle ipotesi, dalla richiesta di misure aggiuntive. La prossima settimana sarà quella clou. Le pagelle della Commissione arriveranno mercoledì. Nel frattempo martedì, nel nuovo round con i sindacati, il governo cercherà di portare a casa l’accordo almeno con Cisl e Uil, anche se ancora non è persa la speranza di fare rientrare anche la Cgil. Molto difficile che si possa accogliere la richiesta di prendere un impegno concreto sulle future pensioni dei giovani perché, si ragiona in ambienti di governo, in questo momento non ci sono né le risorse né la forza politica necessarie per andare a Bruxelles a spiegare che si sta riformando il sistema contributivo. Anche se i costi non sono tema di oggi, come ripete Susanna Camusso, ma scattano tra 15 anni, la tenuta del sistema pensionistico viene invece valutata nel medio-lungo periodo e quindi anche la minima modifica deve avere il benestare dei cerberi dei conti europei. Se saltasse l’accordo non è nemmeno detto che il governo darebbe seguito a tutte le proposte presentate ai sindacati. Senza intesa, peraltro, sarebbe anche più complicato contenere le pressioni parlamentari, con l’esame della legge di Bilancio che entrerà nel vivo sempre da martedì. Gli emendamenti sulle pensioni sono numerosi, e vanno dalla richiesta di rinvio tout court del decreto direttoriale che sancirà l’aumento di 5 mesi dell’età dal 2019 riproposto da Mdp, alla tutela per i caregiver, che sta raccogliendo consenso bipartisan, alla proroga dell’Ape social suggerita dal Pd, che ha presentato una proposta che vale 70 milioni per questo capitolo, ma si allarga anche a correggere i requisiti per l’acceso dei disoccupati e di chi è stato impegnato in lavori gravosi, andando quindi oltre quanto prospettato dal governo ai sindacati.

Salvatore Rondello

Bonino: “Insulto a donne che hanno avuto trauma”

bonino-emmaA pochi giorni dalla morte del boss Riina don Francesco Pieri, docente di teologia, su Facebook offende la leader dei Radicali, Emma Bonino, con una domanda retorica: «Ha più morti sulla coscienza lei o il capo della mafia?», alludendo alla battaglia per l’aborto dell’ex ministro degli Esteri.

In commenti successivi, il parroco ha ricordato che “il Concilio Vaticano II con la sua ‘Gaudium et spes’, mette l’aborto (non importa se legalizzato, ospedalizzato e mutuabile o no) in serie con genocidio, omicidio volontario e altri crimini orrendi tra cui certamente quelli di mafia”, e lo definisce “abominevole delitto”.

Ma Emma Bonino risponde sul Social per le rime: “Gli insulti qualificano chi li fa non chi li riceve e, comunque, immagino che questo Don Piero abbia fatto il mio nome per rappresentare milioni di donne che hanno subito in un modo o nell’altro il trauma dell’aborto. L’offesa quindi non l’ha rivolta a me ma a milioni di donne italiane”.

Nonostante siano passati 40 anni dalla cosiddetta Legge 194 per l’interruzione volontaria di gravidanza sono molte le difficoltà che le donne si ritrovano a dover affrontare per accedere a quello che è a tutti gli effetti un loro diritto. L’ostacolo più difficile da sormontare è probabilmente quello dell’obiezione di coscienza.

Germania: niente accordo, spettro di nuove elezioni

angela-merkel

Lo spetto di un ritorno alle urne si aggira per la Germania. Dopo il fallimento nella notte delle trattative per la formazione della coalizione Giamaica tra i centristi della Cdu di Angela Merkel, i Verdi e i Liberali, Berlino rischia di ripetere il modello Madrid: tornare al voto anticipato per l’impossibilità di formare un nuovo governo. I socialdemocratici di Martin Schulz non arretrano di un passo e ribadiscono di non voler ripetere l’esperienza della Grande coalizione che ha governato il paese nelle ultime due legislature: al termine di una riunione del direttivo del partito, il leader della Spd ha chiuso la porta alla cancelliera Angela Merkel e ha aggiunto che i socialdemocratici “non hanno paura” di tornare al voto.

Il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, prova ad allontanare il rischio di un ritorno alle urne e chiede ai partiti di fare ancora un altro tentativo. “Costruire un governo è sempre stato un processo difficile di dare e avere, ma il mandato di formarne uno è forse il più alto compito dato dagli elettori a un partito in una democrazia. E questo mandato rimane”, ha sottolineato Steinmeier. “Questo è il momento in cui tutti partecipanti hanno bisogno di riconsiderare il loro atteggiamento”, ha aggiunto, ricordando che “tutti i partiti politici eletti in Parlamento hanno un obbligo verso il comune interesse di servire il Paese”. Per questo, “mi aspetto da tutti una disponibilità a parlare per rendere possibile un accordo per un governo nel prossimo futuro”. Il pressing di Steinmeier ricomincerà domani, quando il presidente della Repubblica incontrerà personalmente le delegazioni di Cdu, Liberali e Verdi nella sua residenza berlinese di Bellevue tentando una ulteriore moral suasion per vagliare tutte le vie d’uscita possibili.

Ma a spingere per nuove elezioni non è solo la Spd: a chiedere che i tedeschi ritornino al voto anche la sinistra della Linke, ma soprattutto la destra nazional-populista della AfD, che ha già ottenuto un risultato clamoroso alle elezioni di fine settembre e pensa di approfittare ancora della situazione di stallo del Paese. “I vecchi partiti dell’establishment e delle lobby sono falliti miseramente”, ha detto la leader di Alternative fur Deutschland, Alice Weidel.

Escluso un ritorno alle urne, l’ipotesi in campo se la Cdu della Cancelliera non dovesse trovare un accordo con ecologisti e liberali, resterebbe solo quella di un governo di minoranza. Opzione quest’ultima che l’Europa guarda con preoccupazione. La Commissione europea fa sapere che “la stabilità e la continuità saranno assicurate” in Germania, malgrado il fallimento dei negoziati. Ma è evidente che una Germania debole in questa fase della politica europea potrebbe causare non pochi problemi. E la stessa Merkel si troverebbe fortemente indebolita.

Il fallimento dei negoziati per formare un nuovo governo a Berlino “sta causando una situazione molto difficile non solo in Germania, ma anche a livello europeo”, ha detto il ministro delle Finanze austriaco, Hans Joerg Schelling, che partecipa a una riunione del Consiglio Affari generali. “La Germania è sempre stata un grande traino dell’idea europea”, ha ricordato Schelling: “Siamo in un momento in cui cerchiamo di capire come approfondire il progetto europeo e in questo senso la Germania è un partner della massima importanza”.

Secondo il ministro delle Finanze di Vienna, “le elezioni non sarebbero un evento desiderabile”, ma un governo di minoranza rischierebbe comunque di portare la Germania al voto. “Dobbiamo rispettare il fatto che se non c’è consenso per costruire una coalizione, allora la sola opzione sarebbe un governo di minoranza che generalmente porta a nuove elezioni”, ha detto Schelling, auspicando “decisioni rapide”.

Figc, Tavecchio si dimette. Meglio tardi che mai…

La decisione è arrivata nel corso della riunione del Consiglio Federale. Dopo aver esonerato Ventura, il numero uno del calcio italiano era comunque intenzionato a rimanere in sella con un nuovo programma. Ma la resa è stata inevitabile dopo le critiche di Malagò e Lotti e la sfiducia dei suoi alleati

tavecchio2ROMA – Carlo Tavecchio non è più il presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio. Il numero uno del calcio italiano si è dimesso dal suo incarico dopo pochi minuti dall’inizio della cruciale riunione del Consiglio federale che si è svolta in Via Allegri a Roma. Tavecchio ha aperto il Consiglio federale, leggendo le sue dimissioni. Poi si è alzato ed è uscito.

FATALE IL FLOP MONDIALE – Dopo lo spareggio perso contro la Svezia per accedere al Mondiale in Russia, nessuno dei vertici del calcio aveva rassegnato le dimissioni. In un primo momento Tavecchio, dopo aver esonerato il ct Ventura, sembrava disposto a proseguire nel suo mandato, con un nuovo programma e nuove riforme per migliorare la situazione del calcio italiano. La debacle però è stata troppo grande per resistere: l’Italia dopo 60 anni non parteciperà alla Coppa del Mondo. Erano così arrivate le pubbliche critiche del presidente del Coni, Giovanni Malagò, e del Ministro dello Sport, Luca Lotti, che avevano invitato Tavecchio a dimettersi. La resa di quest’ultimo è arrivata inevitabile dopo la sfiducia dei suoi più stretti collaboratori. La fiducia non c’era più, per Tavecchio è finita.

“SCIACALLAGGIO POLITICO” – Dopo le dimissioni, Tavecchio ha usato parole durissime: “Le dichiarazioni che si sono susseguite nelle ultime due ore – ha detto l’ex presidente della Figc ai consiglieri federali – hanno impedito alle due Leghe maggiori di partecipare un dibattito che investe anche loro. Ho preso atto del cambiamento di atteggiamento da parte di alcuni partecipanti alla riunione di mercoledì – ha aggiunto, riferendosi al vertice con le componenti a 48 ore dalla disfatta della nazionale – Nonostante il documento che mi hanno richiesto e condiviso, non sono disposti nemmeno a discuterlo”. A conclusione di queste considerazioni, Tavecchio ha chiesto “le dimissioni di tutto il consiglio, me per primo”. Il presidente del Coni, Malagò, ha convocato una seduta straordinaria della Giunta nazionale per mercoledì prossimo alle 16.30. All’ordine del giorno, comunicazioni del presidente del Comitato olimpico nazionale. La decisione del numero uno dello sport italiano arriva pochi minuti dopo le dimissioni di Tavecchio. Il calcio italiano riparte da zero con un nuovo presidente federale, un nuovo ct (Ancelotti?) e nuove regole per dimenticare l’apocalisse, fatale a Tavecchio.

Francesco Carci

Almaviva, licenziamenti illegittimi. Ora reintegrare

AlmavivaSono stati dichiarati illegittimi 153 dei 1.666 licenziamenti effettuati da Almaviva contact a fine 2016 sulla sede di Roma. Con cinque ordinanze, Umberto Buonassisi, giudice della sezione lavoro del tribunale capitolino, ha annullato i provvedimenti e condannato la società a reintegrare i dipendenti.

La decisione rientra nell’ampio contenzioso che si è creato tra lavoratori e azienda dopo la decisione della stessa di espellere i dipendenti a seguito della mancata firma, da parte delle Rsu, dell’accordo che avrebbe consentito di proseguire fino al 31 marzo di quest’anno le trattative allora in corso per trovare una soluzione alle difficoltà.

Nelle cinque ordinanze si contesta la decisione di Almaviva di limitare la scelta di individuare il personale da licenziare solo sulla sede di Roma, escludendo le altre. Rileva il giudice che la comunicazione di licenziamento collettivo e la comparazione dei lavoratori coinvolti dalla decisione deve fare riferimento all’intera organizzazione aziendale e che la restrizione a una sola sede deve essere giustificata da esigenze tecnico-produttive e organizzative la cui indicazione e prova è a carico del datore di lavoro.

A questo proposito non si può addurre come valida motivazione un accordo che contenga criteri di scelta contrari a norme o principi costituzionali. Nel caso specifico quello del 22 dicembre 2016, in base al quale la società avrebbe gestito gli esuberi «per la medesima unità produttiva» con i criteri di scelta legali. Inoltre non superano l’esame le motivazioni addotte dall’azienda sui costi e le difficoltà organizzative di spostare il personale da una commessa all’altra.

I dipendenti, osserva il giudice, possono sostanzialmente svolgere le attività indipendentemente dalla sede in cui si trovano e possono passare da una commessa all’altra senza troppi costi o problemi organizzativi. In sostanza non è emersa in giudizio l’esistenza di professionalità assolutamente specifiche e non comparabili né fungibili con quelle impiegate nelle altre sedi. Dunque i lavoratori da licenziare dovevano essere individuati su tutte le sedi in quanto “l’unica cosa che distingueva la sede romana era il costo del lavoro dei dipendenti” perché, a differenza di quelli di Napoli, non hanno sottoscritto l’accordo in base al quale sarebbe scattata una riduzione della retribuzione.

Quindi, si legge nell’ordinanza, “chi non accetta di vedersi abbattere la retribuzione (a parità di orario e di mansioni) e lo stesso Tfr in spregio dell’articolo 2013 del codice civile e dell’articolo 36 e di numerosi altri precetti costituzionali ancora vigenti, viene licenziato e chi accetta viene invece salvato. Un messaggio davvero inquietante anche per il futuro”.

La decisione del giudice, hanno commentato la Cgil e la Slc-Cgil nazionali e di Roma e Lazio, “rende giustizia a quei lavoratori e, forse, potrebbe aiutare a superare una stagione improvvida nella quale le prove di forza ed i ricatti hanno sostituito le corrette relazioni sindacali”.

Almaviva Contact in una nota invece ha dichiarato che “mantenendo ferma la convinzione del proprio corretto operato, darà ovviamente attuazione all’ordinanza – riammettendo i lavoratori presso le sedi disponibili, tenendo conto che il sito operativo di Roma è chiuso – ma la impugnerà immediatamente, al fine di revocarne gli effetti in tempi brevi”. La società ricorda che altri 9 giudici con 22 ordinanze hanno dichiarato pienamente legittima la condotta aziendale.