Gioco d’azzardo, terreno d’infiltrazioni mafiose

Un popolo di malati di azzardo. Viene chiamata ludopatia; ormai lo stesso ministero della Salute riconosce che non è solo un fenomeno sociale, ma una vera e propria malattia che rende incapaci di resistere all’impulso di giocare d’azzardo. Chi ne è affetto inizia col trascurare lo studio o il lavoro e, avendo sempre bisogno di soldi, può arrivare a commettere furti o frodi per procurarseli, a indebitarsi anche pesantemente con familiari, parenti, amici, banche fino a rivolgersi agli strozzini e cadere vittima della criminalità organizzata. D’altro canto si tratta di un business tra i più fiorenti in Italia con cifre da capogiro e in continua crescita.

Ludopatia-PsiMartedì nell’Aula della Camera si è svolto l’esame della relazione sulle infiltrazioni mafiose e criminali nel gioco lecito e illecito, approvata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere.

“Il tema del gioco d’azzardo e le conseguenze della ludopatia – ha affermato il capogruppo socialista alla Camera Pia Locatelli nel suo intervento – sono particolarmente a cuore ai socialisti che in questa legislatura hanno presentato una proposta di legge al Senato a prima firma del segretario Riccardo Nencini, e una ordine del giorno nel dicembre 2013 a mia firma approvato dalla Camera. In entrambe le iniziative si evidenziava la pericolosità della legalizzazione e diffusione del gioco d’azzardo, attraverso l’aumento delle sale giochi, delle videolottery, della continua e incessante pubblicità che invita a giocare e a scommettere. Basti pensare che la spesa, nel 2012, degli italiani è stata di circa 85 miliardi di euro, pari a una media di 1700 euro l’anno a persona, a fronte di un gettito erariale pari a soli 8 miliardi di euro. Se si pensa che nel 2000 la spesa era poco più di 14 miliardi, il fatturato risulta quintuplicato. Dati che non tengono conto della rilevante quota del sommerso, che in alcune regioni sfiora il 50 per cento. Ringraziamo quindi la Commissione Antimafia per il lavoro svolto e per la relazione presentata dalla presidente Bindi i cui contenuti, purtroppo, erano facilmente prevedibili. Che il gioco d’azzardo, legale e non, sia terreno di facili infiltrazioni da parte delle associazioni mafiose, per la facilità di enormi guadagni, per l’impossibilità di effettuare continui controlli, per l’opportunità di riciclare denaro sporco, per la scarsità delle pene, è cosa che tutti sanno. La soluzione più ovvia sarebbe quella di una repentina marcia indietro, ma sappiamo che ciò non è possibile. Possiamo però “limitare i danni” attraverso un inasprimento delle pene, e lo chiediamo noi socialisti da sempre garantisti e contrari a incrementare l’aspetto “punitivo”, la maggiore trasparenza delle catene societarie che gestiscono in concessione il gioco e che deve essere estesa a tutta la filiera e l’opportunità di prevedere l’obbligo di identificazione attraverso la tessera del giocatore. Voteremo a favore della risoluzione Bindi che condividiamo pienamente”.

Cucchi. Ilaria: “Bisogna avere fiducia nella Giustizia”

Sentenza-Cucchi“I carabinieri sono accusati di omicidio, calunnia e falso. Voglio dire a tutti che bisogna resistere, resistere, resistere. Ed avere fiducia nella giustizia”. Così Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, il giovane geometra morto per i pestaggi subiti il 22 ottobre 2009, commenta l’inchiesta bis della Procura di Roma. “Ci gettiamo alle spalle sette anni durissimi, di dolore, di sacrifici, di tante lacrime amare. Ma valeva la pena continuare a crederci”, spiega ancora Ilaria Cucchi.
Dopo ben quattro processi si dirada la nebbia su una violenza negata e inspiegabile che fino ad oggi, di sentenza in sentenza, tra omissioni, atti falsificati, tentativi di depistaggio ha portato al nessun colpevole. Stefano Cucchi è stato pestato con violenza fino a fratturargli due vertebre, tanto che i carabinieri per nascondere la verità avrebbero detto il falso, arrivando persino a calunniare i colleghi pur di allontanare da loro la grave responsabilità.
Stefano Cucchi fu colpito dai tre carabinieri che lo avevano arrestato con “schiaffi, pugni e calci”. Lo scrivono il procuratore della repubblica Giuseppe Pignatone ed il sostituto Giovanni Musarò nell’avviso di chiusura indagine. Le botte, per l’accusa, provocarono “una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale” che “unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte”.
La procura di Roma ha infatti chiuso l’inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi e ha contestato l’accusa di omicidio preterintenzionale ai tre carabinieri che lo arrestarono il 15 ottobre. I tre sono ritenuti responsabili del pestaggio del giovane geometra. Per altri due carabinieri sono ipotizzati i reati di calunnia e di falso.
Le accuse sono contestate ad Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, carabinieri in servizio, all’epoca dei fatti, presso il Comando Stazione di Roma Appia, che procedettero all’arresto di Stefano Cucchi in flagranza di di reato per detenzione di droga. Tedesco è accusato anche di falso. A Roberto Mandolini, comandante Interinale della stessa stazione di Roma Appia sono attribuiti i reati di calunnia e falso. Accusa di calunnia anche per lo stesso Tedesco, e per Vincenzo Nicolardi, anch’egli militare dell’Arma.

Per il Fmi il Pil italiano va rivisto al ribasso

Fondo-Monetario-InternazionleIl FMI rivede al ribasso la crescita del PIL in Italia per il 2017 e per il 2018. Quest’anno crescerebbe dello 0,7% (0,2% in meno rispetto alle stime di ottobre) e per il 2018 crescerebbe dello 0,8% (0,3% in meno rispetto alle precedenti stime). Questa limatura sull’Italia fatta dal FMI si trova nell’aggiornamento del World Economic Outlook. L’economia italiana nel 2016 è cresciuta dello 0,9 per cento.

Maurice Obstfeld, capo economista del FMI, ha detto che l’ex premier Matteo Renzi ha fatto molte riforme strutturali “molto importanti” sottolineando che le riforme approvate vanno attuate anche se ancora molto resta da fare.

Il ministro Padoan è “un po’ stupito dalla revisione al ribasso delle stime del Pil per l’Italia da parte del Fondo Monetario perché le ragioni addotte per una crescita più bassa sono più incertezza politica difficile da argomentare dopo il referendum e con un governo in continuità con il precedente e problemi con le banche”. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, con riferimento alle banche, ha dichiarato al TG3: “anche qui sono state prese misure per fronteggiare alcune situazioni bancarie che non sono preoccupanti”.

Il FMI ha confermato le stime di crescita mondiali per il 2016 ed il 2017. Per il corrente anno si prevede una crescita globale del PIL nella misura del 3,4% (quasi cinque volte maggiore della crescita italiana). Nel 2018 il PIL mondiale aumenterebbe ulteriormente raggiungendo il 3,6%.

Per le economie avanzate, il FMI rivede le stime al rialzo. Per il corrente anno crescerebbero dell’1,9% (+0,1% rispetto alle stime precedenti) e per il 2018 sarebbero del 2% (+0,2% sulle stime precedenti).

Anche per gli Stati Uniti e per l’Eurozona, il FMI rivede al rialzo le stime di crescita. L’economia statunitense nel 2017 avrebbe un’espansione del 2,3% (+0,1% dalle stime di ottobre scorso). Nel 2018 avrebbe una crescita del 2,5% (+0.4% rispetto alle stime precedenti). Nell’Eurozona la crescita sarebbe quest’anno dell’1,6% (+0,1% della stima precedente), mentre resterebbe invariata nel 2018 a +1,6 per cento.

Secondo il FMI, l’economia inglese resiste alla Brexit e prevede per il Regno Unito una crescita al rialzo per il 2017, mentre per il 2018 prevede una stima di crescita al ribasso. Quest’anno la crescita britannica dovrebbe raggiungere l’1,5% (+0,4% dalle stime precedenti) mentre per il 2018 la stima di crescita dovrebbe subire un rallentamento rispetto al 2% del 2016. Tuttavia crescita e Pil inglesi non vanno di pari passo: per il 2017 il PIL dovrebbe raggiungere l’1,4% (in diminuzione dello 0,3% rispetto alle stime precedenti).

Un serio avvertimento del FMI riguarda l’incertezza sulle politiche dell’amministrazione statunitense di Donald Trump. Questo potrebbe pesare sulle stime di crescita. Se gli stimoli all’economia assicurati dal nuovo Presidente degli Stati Uniti dovessero manifestarsi più sostenute rispetto alle aspettative, la crescita globale potrebbe avere una maggiore accelerazione. Rischi negativi per la crescita potrebbero invece arrivare dalle politiche protezionistiche. Nel frattempo, l’export italiano è in aumento mentre quello cinese è in diminuzione.

Salvatore Rondello

Una soft-Brexit per evitare un salto nel vuoto

A sette mesi dal referendum con il quale la Gran Bretagna ha votato di lasciare l’Unione europea, Theresa May ha illustrato cosa significherà e che sembianze avrà la rottura, nonché su quali punti incentrerà i negoziati. Nel referendum dello scorso giugno “i britannici hanno votato per il cambiamento”. Ha detto Theresa May iniziando il suo atteso discorso sulla Brexit. La premier britannica ha illustrato alla Lancaster House di Londra i suoi piani e indicato la strategia che verrà seguita dal Regno Unito, sulla base di 12 precisi punti. Sarà un abbandono graduale per evitare “un dannoso salto nel vuoto”. Un “processo per gradi di attuazione” nell’interesse reciproco di Ue e Gran Bretagna. Sarà il Parlamento a votare sull’accordo finale che emergerà dai negoziati. “I britannici hanno votato per forgiare un futuro migliore per il nostro Paese. Hanno votato per uscire dall’Unione europea e abbracciare il mondo”, dice, pronta ad annunciare l’abbandono del mercato unico. E’ questo uno dei passaggi più importanti del piano del governo, volto a garantire il controllo dell’immigrazione.

“Non vogliamo più essere membri del mercato unico europeo” conferma, annunciando che la Gran Bretagna riprenderà così il controllo dell’immigrazione dai Paesi Ue e si ritirerà dalla giurisdizione della Corte europea di Giustizia. Puntando, però, a un accordo di libero scambio con l’Ue, senza contribuire al bilancio europeo. La premier lancia quindi una visione globale. “In questo momento, stiamo abbandonando l’Europa e pianifichiamo un vertice biennale del Commonwealth. Costruiremo una Gran Bretagna veramente mondiale” aggiunge, dicendo che la Brexit è una lezione anche per l’Ue se vuole avere successo. “Non vogliamo che l’Unione europea si smembri, ma da parte dell’Ue è mancata la flessibilità nei confronti di Londra e i britannici se ne sono accorti”.

Il Regno Unito vuole avere una visione sempre più globale, ma, promette, resterà amica dei Paesi Ue. “La tutela dell’Unione- dice- è al cuore di ogni azione della Gran Bretagna, perché soltanto uniti possiamo cogliere le opportunità che ci attendono”. E soltanto uniti si può condurre una efficace lotta al crimine e al terrorismo: tutti i Paesi europei hanno interessi e valori in comune e la ”nostra risposta non può essere quella di cooperare meno”. Il richiamo della premier all’unità nazionale, minato proprio dal Referendum sulla Brexit che ha diviso il paese tra chi voleva restare e chi, invece, sosteneva l’uscita dall’Ue, è stato accolto con indifferenza dalla Scozia, che a poche ore dall’esito del voto aveva subito paventato l’eventualità di un contro-referendum. Non solo: il 26 dicembre scorso Edimburgo ha presentato un piano per restare nel mercato unico europeo, precisando che resta sul tavolo l’opzione di uno Stato indipendente dentro la Ue. Il piano di Londra “non è nel nostro interesse nazionale” replica oggi la First Minister Nicola Sturgeon. “E’ ormai chiaro che il Regno Unito sta andando verso una hard Brexit – commenta, riferendosi alla decisione di lasciare il mercato unico europeo – che minaccia di essere economicamente catastrofica”.

Le Borse europee migliorano dopo il discorso, solo Londra ferma Le piazze europee sono migliorate dopo il discorso sulla Brexit di Theresa May. Solo la Piazza di Londra si è appesantita e adesso cede lo 0,7%, mentre Milano mantiene il guadagno (+0,25%). Deboli, ma positive, le altre piazze, che per tutta la mattinata sono state invece in perdita: Francoforte, Parigi e Madrid sono ora in crescita dello 0,1%.

Una commissione sul femminicidio. Priorità per il Psi

femminicidioBasta sfogliare la cronaca dei giornali per capire quanto il femminicidio sia sempre più una piaga insopportabile. La commissione affari costituzionali del Senato propone l’istituzione di una Commissione di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza in genere. Fare in fretta è la parola d’ordine. Ed è con questo spirito che il presidente dei senatori Dem Luigi Zanda al termine della Conferenza dei Capigruppo di Palazzo Madama ha  “chiesto che venissero esaminati con urgenza dall’Aula i seguenti provvedimenti: quello per l’istituzione della commissione contro il femminicidio, quello a tutela dei minori migranti non accompagnati, quello contro il cyberbullismo e quello per lo ius soli”. “Si tratta – ha detto – di provvedimenti di carattere sociale in linea con le Unioni civili, speriamo che il Senato possa dare risposte a breve per queste emergenze”, aggiunge.

“Istituire una commissione d’inchiesta sul ‘femminicidio’ – ha detto Maria Cristina Pisani, portavoce del Psi –  mi sembra un importante passo in avanti rispetto ad un fenomeno allarmante che purtroppo non sembra attenuarsi, come abbiamo visto dai casi di cronaca degli ultimi giorni. Il fatto che sia stata immediatamente calendarizzata dai capigruppo – ha continuato – dimostra grande responsabilità politica da parte dei partiti, a cui va riconosciuta la volontà di contrastare, con gli strumenti costituzionali, una pratica disumana ancora troppo diffusa nel nostro Paese”.

Otto super ricchi guadagnano come 3.6 mld di poveri

soldiOtto super ricchi possiedono quanto la metà più povera del pianeta. Non è un errore di stampa. È proprio così. Il patrimonio delle otto persone più ricche al mondo è uguale a quello messo assieme da 3,6 miliardi di poveri. Lo denuncia Oxfam attraverso il rapporto intitolato ‘Un’economia per il 99%’ e diffuso alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos. “Otto miliardari hanno tanta ricchezza quanto 3,6 miliardi di persone – ha spiegato Deborah Hardoon della ong britannica – la metà della del pianeta si divide lo 0,25% della ricchezza mondiale. Sfogliando la lista dei ricchi di Forbes constatiamo che basta contare fino a otto per raggiungere la stessa ricchezza”.

I dati dicono che multinazionali e super ricchi continuano ad alimentare la disuguaglianza, facendo ricorso a pratiche di elusione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica.

“Noi chiediamo a queste persone di riflettere sul loro impatto attraverso le società che dirigono e i governi con i quali collaborano. E – ha aggiunto Hardoon – chiediamo loro di fare un buon uso di questo potere per creare una società più giusta e più equa”.

Secondo le nuove stime sulla distribuzione della ricchezza globale la metà più povera del pianeta è ancora più povera di quanto calcolato in passato. Lo spostamento di capitali continua inesorabilmente dalle fasce più povere a quelle più ricche. Si tratta di un furto, perché questo è, a discapito di chi ha di meno. E spesso di chi non ha quasi nulla.

Commentando lo studio Oxfam il segretario del PSI Riccardo Nencini, ha commentato: “La ricchezza delle famiglie italiane ammonta a circa 9000 miliardi di euro – immobili e attività finanziarie – e il 10% delle famiglie ne possiede circa il 50%. Già oggi, dunque, esistono patrimoniali ordinarie sugli immobili e sulle attività finanziarie. Hanno scalfito i livelli apicali della grande ricchezza solo in piccola parte – ha sottolineato. L’Italia ha circa 2200 miliardi di debito, oggi i tassi sono a zero, ma nessuno può escludere che possano subire variazioni (negli USA stanno già risalendo). Il debito pubblico ci costerà molto e sarà un dovere ridurlo. Per fronteggiare un debito così alto e per costruire una soglia di maggiore uguaglianza non va esclusa una patrimoniale una tantum sulle grandi ricchezze”- ha concluso Nencini.

Rabbia e scontento per una così grande disuguaglianza fanno già registrare contraccolpi: da più parti analisti e commentatori hanno rilevato che una delle cause della vittoria di Donald Trump in Usa, o della Brexit, sia proprio il crescente divario tra ricchi e poveri. Oxfam chiede anche alle élites economiche presenti a Davos di essere motore trainante di un economia umana. Il tema della 47a edizione del Forum economico mondiale sarà proprio la leadership responsabile.

La fotografia di un ‘gap’ sempre più accentuato è fornita dal nuovo rapporto della ong Oxfam “Un’Economia per il 99%” sulla distribuzione della ricchezza netta in Italia nel 2016, in occasione del World Economic Forum di Davos.

Una rielaborazione basata su dati, modello econometrico e metodologia di stima utilizzati da Credit Suisse riporta i drammatici squilibri distributivi ed eccessi nella concentrazione della ricchezza. Nel 2016 la distribuzione della ricchezza nazionale netta (il cui ammontare complessivo si è attestato, in valori nominali, a 9.973 miliardi di dollari) vedeva il 20% più ricco degli italiani detenere poco più del 69% della ricchezza nazionale, un altro 20% controllare il 17,6% della ricchezza, lasciando al 60% più povero dei appena il 13,3% di ricchezza nazionale.

Risultato il 10% top di tutti i ricchi italiani oltre 7 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione. Non solo: la ricchezza dell’1% dei Paperoni italiani (in possesso oggi del 25% di ricchezza nazionale netta) è oltre 30 volte la ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali e 415 volte quella detenuta dal 20% più povero della popolazione italiana. La classifica di Forbes dei primi sette miliardari nazionali (in tutto 151 nella famosa lista) equivaleva alla ricchezza netta detenuta dal 30% più povero della popolazione.

Oxfam ha anche ricostruito e analizzato la distribuzione del surplus di reddito pro capite registrato nel periodo 1988-2011 su scala globale. Quasi il 46% dell’incremento del reddito disponibile pro-capite globale è stato appannaggio del 10% più ricco della popolazione mondiale a fronte di appena il 10% ricevuto dalla metà più povera della popolazione del pianeta. I dati italiani rivelano per il periodo in esame un incremento complessivo del reddito nazionale pari a 220 miliardi di dollari (a parità del valore di acquisto nell’anno di riferimento 2005).

Come per la ricchezza, anche per il reddito disponibile pro-capite nazionale quasi la metà dell’incremento (45%) è fluito verso il top-20% della popolazione, di cui il 29% al top-10%. In particolare, il 10% più ricco della popolazione ha accumulato un incremento di reddito superiore a quello della metà più povera degli italiani. La sperequazione desta ancor più allarme se ci si sofferma sulla quota di incremento del reddito ricevuta nell’arco degli oltre vent’anni in esame dal 10% più povero dei nostri connazionali: un risicato 1% corrispondente ad appena 4 dollari pro-capite all’anno. Lo studio Oxfam sottolinea anche che l’aumento della produttività del lavoro non ha affatto determinato un miglioramento per la fascia più povera della popolazione. Dal 1999 al 2013 (ultimo anno in cui il dato è disponibile) la crescita dei redditi da lavoro salariato (su scala globale e in termini reali) è risultato infatti in netto ritardo sull’aumento della produttività del lavoro.

Un dato che evidenzia come la crescita della produttività e un aumento di output globale non si traducono necessariamente in un incremento proporzionale delle retribuzioni dei lavoratori. Una conferma arriva anche dai dati Eurostat secondo cui i livelli retributivi non solo non ricompensano adeguatamente gli sforzi dei lavoratori, ma risultano sempre più spesso insufficienti a supplire alle necessità dei singoli e delle famiglie. Non ne è esente il continente europeo, pur essendo tra le regioni con i redditi più alti al mondo.

L’Italia, in particolare, con un tasso di occupati a rischio di povertà pari nel 2015 a 11,5% dell’intera forza lavoro nazionale in età compresa fra i 15 e i 64 anni, è sotto di ben due punti percentuali alla media europea (9,5%) stimata nel 2015.

Dieselgate. Continua il braccio di ferro Berlino-Fca

dieselContinua il braccio di ferro sul dieselgate. La Germania insiste infatti sulla richiesta di richiamare i modelli diesel di Fca. Nel mirino del governo tedesco ci sono Fiat 500, Doblò e Jeep Renegade. Per questo modelli il ministero dei Trasporti chiede alla Ue di porre delle modifiche in quanto le loro emissioni sarebbero superiori ai limiti imposti dalle norme europee. Lo ha chiarito oggi il portavoce del ministero, in conferenza stampa a Berlino. “I modelli testati sono Fiat 500, Fiat Doblò e Jeep Renegade”, ha detto. Anche la portavoce della Commissione europea per l’Industria, Lucia Caudet, ha ribadito la richiesta all’Italia di presentare “risposte convincenti al più presto. Il tempo si sta esaurendo, perché vogliamo concludere le discussioni sulla conformità della Fiat a breve”. La Commissione europea starebbe, infatti, cercando di fissare una data per un incontro con le due parti per gli inizi di febbraio, perché è intenzionata a chiudere il dossier entro le prossime settimane.

Fonti europee riferiscono che in mancanza di una risposta dell’Italia Bruxelles potrebbe intraprendere azioni, che potenzialmente includono anche la procedura di infrazione. Secondo il ministero tedesco ci sarebbe uno scostamento tra dati “reali” e valori in fase di omologazione a causa di un software che interverrebbe sulla cosiddetta “finestra termica”. Vale a dire nel range di temperature entro le quali è lecito che la centralina di gestione motore disattivi i sistemi di trattamento dello scarico onde evitare danni dovuti, per esempio, dalla condensa.

Si tratterebbe dunque di un sistema come quello usato da Vw quando è scoppiato il caso dieselgate. “Al giorno d’oggi – ha insistito il portavoce – non ci sono prese di posizione e risposte dell’Italia”, alle richieste delle istituzioni europee sui risultati dell’inchiesta degli enti tedeschi sulle violazioni in materia di emissioni delle auto Fca. “Quando dopo più mesi non ci sono reazioni, né alle nostre domande né a quelle della Ue, questo non rende certo felici”, ha concluso. “La richiesta della Germania alla Ue di una campagna di ritiro delle Fca è totalmente irricevibile” ha commentato Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. “Abbiamo accettato di istituire una commissione di mediazione presso la Commissione europea a Bruxelles esattamente perché non abbiamo niente da nascondere. I nostri test – ha aggiunto Delrio – dimostrano che non esistono dispositivi illegali e comportamenti anomali. Questa interpretazione della Germania va contro le regole che ci siamo dati, di responsabilità di ogni nazione verso le proprie case produttrici. Noi non abbiamo chiesto nessuna ulteriore indagine da parte di Volkswagen, ci siamo fidati di loro, ed è giusto che il confronto avvenga sulla fiducia e il rispetto reciproco. Presenteremo a Bruxelles i risultati dei nostri test e lì confronteremo i nostri dati con quelli di tutti i produttori. L’Italia ha una posizione di totale trasparenza”.

Redazione Avanti!

Dall’Europa tirata di orecchie all’Italia sul debito

commissione-europeaLa Commissione Ue invierà oggi una lettera all’Italia in cui chiede al Governo di assumere impegni precisi sulla correzione dei conti entro il primo febbraio, data della pubblicazione delle nuove previsioni economiche. Secondo quanto anticipato da Repubblica il ‘gap’ da colmare per rispettare gli accordi sulla riduzione del deficit strutturale è pari allo 0,2% del pil, quindi già uno ‘sconto’ rispetto alla differenza di 0,3% evidenziata a novembre nell’opinione sulla legge di stabilità.

Ma il Mef rivela che da Bruxelles non è arrivato nessun avviso in tal senso. “Sono in corso in questi giorni contatti con la Commissione – affermano fonti del Ministero dell’Economia e delle Finanze – per valutare i passi opportuni per evitare l’apertura di una procedura di infrazione e al tempo stesso scongiurare il rischio che interventi restrittivi sul bilancio compromettano la crescita riavviata nell’economia nazionale a partire dal 2014 ma ancora debole”. Le stesse fonti del Mef fanno rilevare come “peraltro non è ancora pervenuta alcuna lettera” da Bruxelles.

Il 5 dicembre scorso, ricordano al Tesoro, si è tenuta una riunione dell’Eurogruppo nella quale i ministri delle finanze della Zona euro hanno invitato l’Italia fare passi utili ad assicurare che il bilancio 2017 risulti conforme alle regole del Patto di stabilità e crescita. “Tali passi – fanno rilevare dal Mef – sarebbero cruciali per evitare l’apertura di una procedura di infrazione a causa dell’elevato livello di debito pubblico”. Dal canto suo, “il Governo italiano ha già ricordato che il percorso di riduzione del rapporto debito pubblico/PIL, stabilizzatosi rispetto alla tendenza degli ultimi 8 anni, non registra ancora un’adeguata propensione alla contrazione a causa di due fattori fuori dal controllo del Governo: l’andamento dei prezzi negativo che incide sull’andamento nominale del prodotto interno lordo (proprio oggi l’Istat ha confermato che in media nell’anno 2016 i prezzi al consumo hanno registrato una variazione negativa (-0,1%) come non accadeva dal 1959; le condizioni avverse dei mercati finanziari che non hanno reso possibile la cessione di beni del patrimonio dello Stato a condizioni adeguate (pur in presenza di una dinamica insoddisfacente del debito pubblico, infatti, è intenzione del Governo evitare di svendere asset nazionali)”.

Effetto Brexit. L’euro sorpassa la sterlina

brexitPer la prima volta nella storia, l’euro vale più della sterlina inglese. Gli effetti della Brexit cominciano a notarsi. Gli inglesi in partenza per l’eurozona per ogni sterlina otterranno 97 centesimi di euro. Questo è il cambio praticato dall’International Currency Exchange, società di cambi presso uno dei sei aeroporti di Londra.

In poco meno di un anno, la moneta britannica ha perso un quinto del suo valore. Dopo tre mesi e mezzo dal referendum sull’Unione Europea, il declino della moneta britannica ha subito una spinta maggiore per le paure dei mercati sui danni causati dalla Brexit all’economia del Regno Unito per l’uscita dalla UE anche se ciò avverrà non prima del 2019 senza sapere ancora a quali condizioni.

Così è iniziata la discesa della sterlina sull’euro. Dal 23 giugno scorso ha perso il 15% della sua quotazione. Venerdì scorso il cambio con l’euro ha chiuso ad 1,11 segnando anche il tasso di cambio più basso con il dollaro statunitense degli ultimi trentuno anni dopo aver subito un crollo vertiginoso del 6% del proprio valore nel corso della giornata di contrattazioni.

Le cause in parte sembrerebbero dovute ad un algoritmo che ha messo in moto automaticamente operazioni di vendita determinando una fuga di massa balla moneta britannica.

Naturalmente, i cambiavalute offrono sempre un cambio meno vantaggioso rispetto a quello ufficiale per coprirsi dalle oscillazioni sui cambi e per garantirsi il margine di guadagno sull’intermediazione. In media la differenza è inferiore del 15 per cento rispetto al cambio ufficiale fissato nelle borse valori.

Così i turisti inglesi in partenza per una vacanza in uno dei Paesi dell’eurozona (Francia, Spagna, Italia, etc) per avere con se un po’ di denaro contante in euro ricevono una sgradita sorpresa nel ricevere meno euro delle sterline che danno in cambio. In un prossimo futuro, secondo autorevoli analisti della City, non si può escludere la parità tra sterlina ed euro e perfino tra sterlina e dollaro statunitense.

Già adesso si stanno sviluppando gli effetti mediatici dei “no Brexit” che chiedono ai “Brexiters” se ora sono ancora felici per aver votato Brexit. Il commento si trova sui social network inglesi dove alcuni lo stanno inserendo.

A pagare le conseguenze dell’uscita dalla UE sono in primo luogo coloro che l’hanno sostenuta politicamente facendo leva sulla classe medio-bassa e sul popolino che detesta l’immigrazione e vive il disagio sociale per la globalizzazione e per la rivoluzione digitale senza capire che gli immigrati portano sviluppo, risorse lavorative, inventiva senza rubare posti di lavoro ma ne creano di nuovi.

Improvvisamente, forse, davanti ad un cambiavalute degli aeroporti londinesi si chiederanno se votare a favore della Brexit non sia stata una buona idea.

Per gli abitanti dell’eurozona sarà più invitante andarsi a fare una vacanza a Londra dove spenderanno meno soldi grazie a quell’euro da molti vituperato e spesso anche disprezzato.

Salvatore Rondello

Sanità, arrivano i vaccini gratis per tutti

VaccinoAntiPolio

Vaccini gratis per tutti. E’ quanto prevede il “nuovo piano nazionale, collegato ai Livelli essenziali di assistenza”. L’annuncio è del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che assicura: “Non si pagherà alcun ticket, perché i vaccini non sono da considerarsi una cura ma attengono alla prevenzione collettiva della popolazione”. Tra i vaccini gratis ci saranno l’anti-Pnuemococco, l’anti-Meningococco, il Papillomavirus anche per gli adolescenti maschi.

Perché il piano entri in vigore manca solo il passaggio alla conferenza Stato-Regioni, in programma giovedì prossimo. “Solleciteremo tutti un veloce via libera – dice al riguardo l’assessore regionale alla Sanità del Piemonte Antonio Saitta -, perché si tratta di una grande occasione per tutti i cittadini”. Per il piano sono già stati stanziati 100 milioni per quest’anno, 127 per il 2018 e 186 per il 2019.

I vaccini per tutti – Si prevede la somministrazione gratuita ai bimbi dei vaccini contro il meningococco B, la varicella, il rotavirus e l’epatite A, l’estensione agli adolescenti maschi del vaccino contro il papilloma virus, ora solo per le femmine, e agli anziani di quelli contro pneumococco e herpes zoster.

Adesso, “prima di esser trasmesso alle singole regioni, il piano dovrà avere un via libera definitivo relativo alla sua articolazione. Era infatti stato concepito e strutturato sul periodo 2016-18, ma visto che entra in vigore con un anno di ritardo, anche i previsti obiettivi di copertura vaccinale vanno aggiornati sul periodo 2017-19”.