Ue: dal Senato ok alla risoluzione di maggioranza

Immigrati/Migranti, Gentiloni: Ue troppo lenta, serve politica comuneL’Aula del Senato ha approvato la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del presidente del Consiglio in vista del prossimo Consiglio europeo con 154 si, 56 no e 34 astenuti. Ma ha approvato anche quella che ha come prima firma quella del capogruppo di FI, Paolo Romani, che è stata decisamente la più votata con 228 sì, 9 no e 10 astenuti. È passata anche quella di Ala riformulata con 172 sì e 20 no. Mentre sono state respinte quelle di Lega e M5S.

“Ci troviamo in un frangente per l’Europa di grandissimo interesse: non c’è stato il crollo che molti avevano temuto o auspicato, ma non deve esserci l’illusione che l’Europa se l’è cavata e va bene così”. Lo ha detto il premier Paolo Gentiloni in Aula al Senato nel suo intervento sulle comunicazioni in vista del Consiglio Ue. “Questo è il momento di investire per cambiare e far crescere il progetto europeo. C’è una grande opportunità e se avrà il sostegno del Parlamento, con le distinzioni ovvie tra maggioranza e opposizione, il governo italiano in questa grande opportunità potrà svolgere il ruolo che compete a uno dei grandi Paesi fondatori”.

Al centro del discorso ovviamente il terrorismo: “Gli ultimi attentati ci dicono che il terrorismo è una minaccia comune che ha bisogno di risposte comuni. Con lo scambio di informazioni” e con una linea “molto esigente dell’Ue”, sulla scia della dichiarazione del G7 di Taormina, “verso i grandi player del web perché la radicalizzazione può essere contrastata da chi detiene le chiavi di un numero impressionante di dati. La Rete, luogo di libertà, non puo’ diventare una minaccia per la nostra sicurezza”.

E sulla Brexit: “Il Consiglio europeo che si riunisce domani e dopodomani, si riunisce esattamente a un anno di distanza dal referendum britannico che si tenne il 23 giugno 2016. Doveva essere un anno orribile per l’Unione europea e le previsioni non sono state del tutto rispettate, viviamo in un clima certamente complicato ma molte delle previsioni di quelle settimane si sono rivelate infondate”. “Lunedì si sono aperti formalmente i negoziati per l’uscita del Regno Unito e sono iniziati in un clima in cui chi esce non si presenta al tavolo con una forza contrattuale particolare. L’Italia non è favorevole né a una hard Brexit né a una soft Brwexit ma serve chiarezza nei rapporti tra un Paese così importante e l’Ue e in particolare chiarezza sui diritti e sul destino delle centinaia di migliaia di nostri concittadini che risiedono nel Regno Unito”. Comque, ha proseguito “la Brexit più che una campana a morto per il progetto dell’Ue è stata una robustissima sveglia. Forse ricorderemo il voto inglese più che come inizio della fine, come un campanello di allarme che ha messo il progetto dell’Unione al centro della discussione pubblica del nostro Continente. Quel progetto ha confermato la propria vitalità e resta centrale per il nostro futuro”.

Punto che non poteva mancare nel suo intervento la crescita economica che per il premier “non può essere soffocata da regole concepite in un periodo diverso, quando sarebbe stato difficile pensare a una crescita dell’Europa del 2%. Non bastano i numeri, non bastano i decimali”. Servono “lavoro, inclusione, crescita: è questo che determina il successo dell’Unione europea a livello internazionale. Noi lo diciamo da tempo e ci auguriamo che non sia più solo una battaglia italiana: l’Europa deve cambiare, dobbiamo avere la forza di farla cambiare”.

Altro tema caldo quello sui migranti: “Sull’immigrazione dobbiamo dirci onestamente che nonostante qualche passo in avanti la velocità con cui l’Ue si muove sul terreno delle politiche comuni resta drammaticamente al di sotto delle esigenze di governo e gestione di questo fenomeno. Lo diremo apertamente anche a Bruxelles. Qualche risultato almeno simbolico è stato ottenuto: la Commissione ha annunciato una procedura d’infrazione per i tre Paesi che non accettano gli impegni. Ma non ci consola questa soddisfazione morale”. “Quel che vogliamo sapere dall’Ue è se sulla strada” della gestione dei flussi migratori “c’è l’Ue o se noi dobbiamo continuare a cavarcela da soli. L’Italia è in grado di gestire la questione, sia pure con difficoltà crescenti, ma l’Europa se vuole recuperare la sua vitalità e scommettere sul proprio futuro deve avere una politica migratoria comune: lo pretendiamo a Bruxelles”.

E infine una considerazione: “L’Unione deve cambiare e dobbiamo avere il coraggio di dire: ci riconosciamo nel carattere strategico dell’Unione, ma perché si sviluppi, l’edificio dell’Unione ha bisogno di essere cambiato. Mi auguro che questa missione possa essere rafforzata dalla nuova leadership francese”.

Banche, il Psi vota per la Commissione d’Inchiesta

banca marcheL’Aula della Camera ha dato il via libero definitivo con 426 voti favorevoli e tre astenuti, all’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario. “Noi socialisti sosteniamo la scelta di una Commissione d’inchiesta sulle banche: è assolutamente necessario fare luce sui casi di cattiva gestione del risparmio, sulla mancanza di morigeratezza gestionale, sugli errori del passato, per indicare e per correggere; perché è assolutamente intollerabile che i risparmiatori e i contribuenti vengano chiamati a patire le conseguenze delle commistioni di interessi e delle scelte azzardate speculative”. Ha detto la deputata Pia Locatelli, intervenendo alla Camera per dichiarazione di voto sulla proposta di legge di istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario.
Composta da venti deputati e venti senatori, la commissione avrà un anno di tempo per chiudere i lavori. I componenti avranno il compito di verificare “la gestione degli istituti di credito che sono rimasti coinvolti in situazioni di crisi”, i criteri di remunerazione dei manager, il corretto collocamento al pubblico di prodotti ad alto rischio e “l’efficacia delle attività di vigilanza sul sistema bancario e sui mercati finanziari poste in essere dagli organi preposti, cioè Bankitalia e Consob.
“Quello che va certamente approfondito è il tema delicatissimo del controllo pubblico: ovvero se non è stato sufficientemente approfondito, oppure se gli organismi preposti non abbiano gli strumenti necessari per incidere efficacemente in questi casi”, ha detto ancora la Capogruppo dei socialisti alla Camera e ha così espresso il voto favorevole del Psi.
Alla commissione inoltre, limitatamente all’oggetto delle indagini di sua competenza, non può essere opposto il segreto d’ufficio né il segreto professionale o quello bancario, fatta eccezione per il segreto tra difensore e parte processuale nell’ambito del mandato. È previsto invece l’obbligo del segreto per i componenti della Commissione, i funzionari e il personale addetti alla Commissione stessa, nonché per ogni altra persona che collabora.

Cervelli in fuga, un esodo di mezzo milione

fuga_cervelliL’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, nel rapporto presentato oggi a Roma dal titolo “Il lavoro dove c’è”, ha fatto un’analisi degli spostamenti per motivi di lavoro negli anni della crisi. Nel rapporto vengono esaminati e fotografati i cambi di residenza e i comportamenti degli italiani partendo dalla crisi occupazionale del 2008, che ha cambiato le esigenze della popolazione e incrementato il numero di soggetti decisi a spostarsi in un’altra città per lavorare.
Dal 2008 al 2016  più di  500 mila italiani  si sono cancellati dall’anagrafe per trasferirsi all’estero. Al primo posto tra le destinazioni dei nuovi emigrati italiani c’è la Germania, seguita dal Regno Unito e dalla Francia.
A questo numero va aggiunto un altro dato: i quasi 300mila stranieri, soprattutto provenienti dai Paesi dell’Est, che in questi anni sono rimpatriati nel Paese di origine  non trovando più opportunità di lavoro in Italia.
L’indagine presenta e chiarisce gli aspetti di un altro fenomeno, per certi versi altrettanto significativo del trasferimento all’estero, ma spesso meno considerato: l’emigrazione interna tra le regioni d’Italia. L’Italia è un paese con opportunità molto diverse e una situazione di disomogeneità interna che non ha pari in Europa: per questo motivo i cambi di residenza da una regione a un’altra sono notevoli e frequenti.
Dal rapporto si evince che, tra il 2008 e il 2015, più di 380mila italiani si sono trasferiti da una regione del Sud in un altro territorio del Centro o del Nord Italia: si tratta principalmente di lavoratori qualificati che vedono nella fuga dal Mezzogiorno la via migliore per guadagnare di più.
È facile notare anche come il lavoro nelle città di residenza sia diminuito in questi anni e come le opportunità siano distribuite in modo diverso da territorio a territorio. Lavorare nel comune di residenza sembra, infatti, un privilegio riservato agli occupati tra i 15 e i 64 anni residenti in 13 grandi comuni con oltre 250mila abitanti, in cui Genova, Roma e Palermo superano il 90% di occupati residenti nel 2016. Inoltre, più di un occupato su dieci lavora in una provincia diversa da quella di residenza.
Questo spaccato conferma quanto già rilevato dallo stesso osservatorio nel rapporto annuale sulle dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane, in cui le possibilità occupazionali nelle 110 aree provinciali italiane si differenziano enormemente da Nord a Sud. Si passa, infatti, da un tasso di occupazione del 37% nella provincia di Reggio Calabria ad un tasso del 72% nella provincia di Bolzano.
Se il dato della mobilità è ben presente nei cambi di residenza, altrettanto si può dire per il pendolarismo, quotidiano ed interprovinciale, che può incidere fortemente sullo stipendio, la soddisfazione dei lavoratori e la qualità della vita.
Dal rapporto emerge, anche, che per le sue brevi distanze, l’intensità delle occasioni di lavoro e i servizi di trasporto efficienti, Milano è l’epicentro degli spostamenti interprovinciali in Italia.
Il capoluogo lombardo, infatti, è presente fra le province di destinazione o di partenza degli occupati ‘pendolari’ in ben 6 delle 10 principali tratte pendolari. Al primo posto ci sono i 118mila lavoratori che ogni giorno si muovono da Monza e Brianza per lavorare a Milano. Al secondo posto 59 mila lavoratori residenti a Varese che vanno abitualmente a lavorare in un comune della provincia di Milano mentre al terzo posto troviamo 48 mila residenti a Bergamo che raggiungono abitualmente il capoluogo lombardo per motivi di lavoro.
Nella Brianza bisognerebbe considerare anche i numerosi transfrontalieri che quotidianamente vanno a lavorare in Svizzera.
Nel settembre del 2015, aderendo all’obiettivo della legge delega n. 23/2014, di ‘internazionalizzazione dei soggetti economici operanti in Italia’ è apparso il decreto legislativo n. 147/2015, il quale ha introdotto, all’art. 16, un (nuovo) regime speciale per i lavoratori rimpatriati, apparentemente gemello del precedente. In realtà, la nuova agevolazione presentava diverse differenze. Lo sconto sull’imponibile, parificato fra i due sessi, si capovolgeva, spiegano i professionisti, limitandosi ad una esenzione del 30%; nella direzione di una maggiore appetibilità, la legge di Stabilità del 2016, ha ampliato l’agevolazione dal 30 al 50% dell’imponibile fiscale, a partire dall’anno d’imposta 2017.

I consulenti del lavoro ricordano quindi che il decreto legge Milleproroghe del 30 dicembre scorso (D.l. n. 244/2016, art. 3 c. 3-novies) ha introdotto una nuova finestra di adesione all’opzione, riservata ai soggetti che, trasferitisi in Italia entro il 31 dicembre 2015, rientrino nei requisiti di cui all’art. 2, c. 1 della L. 238/2010 a prescindere dal fatto che avessero o meno fruito del precedente regime fiscale agevolato.
Tutte le buone intenzioni del Parlamento per far ritornare gli emigranti in patria non avrebbero sortito effetto. Se ai giovani laureati non verranno offerte opportunità lavorative migliori di quelle che trovano all’estero, nessun incentivo fiscale sarà sufficiente per incoraggiare il loro ritorno in Italia.

Riforma Parchi. Pastorelli: “Valorizzati i territori”

parco-pollinoL’aula della Camera ha approvato in seconda lettura parlamentare il ddl di riforma delle legge quadro sulle aree protette (la 394 del 1991). Il sì è arrivato con 249 voti favorevoli, 115 contrari e 32 astenuti, in particolare il ddl riguarda: riforma della Governance delle aree protette; istituzione di un prelievo sulle attività ambientalmente impattanti; più risorse e revisione delle sanzioni previste; divieto di nuove trivelle; Valutazione ambientale strategica nel piano parco e nulla osta unico.
“Il provvedimento sulle aree protette deve essere accolto con favore dal momento che innova positivamente l’organizzazione interna degli Enti Parco, rendendola più efficiente ed agile. Riteniamo che il ddl possa rendere più efficiente il sistema di gestione delle aree e più in generale crei le condizioni per una corretta valorizzazione dei territori”. Lo afferma Oreste Pastorelli, deputato del Psi e componente della commissione Ambiente della Camera, nel corso delle dichiarazioni di voto sulla riforma dei Parchi. “Nell’accogliere i nostri ordini del giorno inoltre – prosegue il parlamentare socialista – il Governo ha mostrato grande sensibilità nei confronti dei piccoli coltivatori, valutando la possibilità di una misura per i danni all’agricoltura causati dalla presenza di fauna selvatica nelle immediate vicinanze dei parchi. Così come ha ben fatto l’Esecutivo a recepire l’atto di indirizzo che prevede azioni efficaci tali da vietare l’introduzione e l’utilizzo nelle aree protette di api di sottospecie diverse attuando così una strategia per la tutela della biodiversità”.
Arriva così il divieto di nuove attività di prospezione, ricerca, estrazione e sfruttamento di idrocarburi liquidi e gassosi nel territorio dei parchi e nelle aree contigue. Il prelievo sulle attività ambientalmente impattanti – le cosiddette royalties – è diventato una tantum con un aggancio al pagamento dei servizi ecosistemici a partire dal secondo anno di applicazione. Introdotto un prelievo anche sugli impianti di imbottigliamento di acque minerali.
Da mettere in rilievo anche l’istituzione di un sistema delle aree marine protette con un sistema di finanziamento triennale ed un occhio di riguardo per le aree marine e regionali. Rispetto al contestato tema della governance è stato specificato che sia il presidente che il direttore del parco dovranno avere anche delle competenze ambientali. Prevista inoltre la non applicazione dell’articolo 131-bis del codice penale, sulla esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, per le violazioni previste dalla legge quadro.
Soddisfatti anche la Coldiretti per la quale la “legge di riforma in materia di parchi rappresenta una tappa fondamentale per restituire ruolo e reputazione ad organismi in grado di promuovere progetti innovativi basati sulla collaborazione tra imprese e luoghi in vista di uno sviluppo locale sostenibile”. “Finalmente, trascorsi 25 anni dall’originario testo i parchi hanno anche una precisa missione di scopo: quella di diventare laboratori di sviluppo della multifunzionalità agricola e di rendere protagoniste le collettività residenti” ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nell’auspicare ora “un passaggio veloce al Senato dove è atteso per la terza lettura, per arrivare al più presto all’approvazione definitiva”.
Contro il provvedimento si sono invece schierate 14 associazioni ambientaliste (Associazione ambiente e lavoro, Aiig Cts, Enpa, Greenpeace, Gruppo intervento giuridico, Italia Nostra, Lav, Lipu, Marevivo, Mountain Wilderness, Pro Natura, Sigea e WWF) che avevano chiesto ai parlamentari di bocciare la riforma. Secondo le associazioni “il disegno di legge sposterà il fondamentale asse valoriale dalla natura all’economia e al localismo, con conseguenze pericolosissime per la conservazione della
biodiversità e del territorio del nostro Paese” e si sancisce “un gravissimo passo indietro dello Stato rispetto al dovere della tutela di specie ed habitat.

Primarie delle idee, la parola ai cittadini

PsiLe ‘Primarie delle Idee. La sinistra che ti protegge’,  la consultazione pubblica sulla protezione sociale e la sicurezza delle famiglie  promossa dal Psi, ha visto l’adesione di 15.813  persone sul web e di circa quaranta mila cittadini che si sono recati a votare presso i 100 Gazebo allestiti domenica scorsa in tutte le piazze italiane e nei circoli socialisti aperti.

L’esito della consultazione, emerso in queste ore, verrà assunto dal PSI come base per discutere il programma di governo della sinistra riformista nelle prossime elezioni politiche: sicurezza dei cittadini e migranti, microcriminalità, periferie, gioco d’azzardo, Made in Italy, accise e bollette. Nella scheda di voto consegnate ai cittadini erano contenute proposte come l’obbligo per gli immigrati a sostenere corsi di formazione di lingua italiana ed educazione civica, il loro impiego in lavori socialmente utili, la revisione del trattato di Dublino perché l’Europa si faccia carico delle ondate migratorie, lotta alla criminalità anche mediante l’istituzione del poliziotto di quartiere, l’allontanamento dai centri sociali, come scuole e centri per anziani, di slot machine e videolottery, risanamento delle periferie, lotta alla contraffazione e tutela del Made in Italy, abbattimento al 4% sulle bollette che gravano sulle famiglie italiane. Queste le priorità emerse dalle votazioni, argomentate dal Segretario Riccardo Nencini: “Anche la sinistra riformista deve preoccuparsi dei problemi legati alla sicurezza delle famiglie. O il movimento socialista affronta paura e insicurezza con misure all’altezza dei tempi o è destinato a lasciare campo libero alla destra peggiore, reazionaria, razzista”- ha aggiunto. “Nel manuale della sinistra troviamo soltanto risposte parziali, spesso inefficaci. Serve di più- ha aggiunto. “Basta col ritenere la sicurezza individuale un tema di destra”- ha sottolienato Nencini.

Al primo posto, nell’ambito del quesito sulla lotta alla microcriminalità, i cittadini chiedono “certezza della pena detentiva con la confisca del patrimonio del reo e se il reo è extracomunitario, immediata espulsione dello stesso”. La seconda opzione più votata, nel paragrafo dedicato alla tutela del Made in Italy, “l’obbligo di tracciabilità e trasparenza su tutti i prodotti (provenienza, contenuto, composizione)”. La terza priorità indicata riguarda il quesito sul risanamento delle periferie e in particolare, il “ripristino delle situazioni di legalità laddove vi siano occupazioni abusive, in particolare nei quartieri delle grandi città”.

Banche Venete, soluzione ancora lontana

banche veneteAncora senza soluzione la complicata vicenda delle Banche Venete. Oggi a parlarne è il presidente di Unicredit Giuseppe Vita a margine di un evento a Milano. Unicredit, ha detto Vita, è sempre “disponibile a partecipare a una soluzione di sistema” per il salvataggio delle banche venete, soluzione di cui però “siamo ancora alla ricerca”. Vita però si dice più ottimista oggi rispetto a 15 giorni fa. Ma serve una soluzione di sistema. In questo caso Vita ha detto che Unicredit è disponibile a partecipare: “Faremo il nostro dovere ma proprio per un senso di solidarietà al Paese”. Una soluzione di sistema – aggiunge – “può essere quella di creare una bad bank e intervenire per risolvere un problema minore come quello della parte buona”.

Soluzione di sistema significa coinvolgere “la grandissima parte delle banche italiane”, ma non con una “soluzione a due”. “Poi se altri trovano una soluzione migliore ben venga. Noi siamo per coinvolgere la grandissima parte delle banche in modo proporzionale”.

Il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, in occasioni di un’audizione in Senato ha invece parlato dei rischi dell’intervento diretto di altri istituti nel salvataggio delle banche in crisi che potrebbe essere non sostenibile nel lungo periodo. Secondo Vegas, il sistema bancario italiano non ha saputo giocare il ruolo della spagnola Banco Santander (che ha acquisito la rivale Banco Popular per evitarne il fallimento) per due ragioni: da un lato, “non ha subito un profondo processo di ristrutturazione negli anni passati e dunque non ha ancora raggiunto nell’insieme quel livello di efficienza e redditività che consentono costose operazioni di salvataggio” dall’altro “non sono note le condizioni di redditività prospettica delle banche in crisi e quindi – ha osservato – un intervento diretto da parte di altri intermediari potrebbe non rispondere a logiche di sostenibilità nel lungo periodo”.

Vegas nella audizione ha anche parlato di bail-in. La crisi finanziaria ha visto fino al 2013 un flusso di risorse pubbliche rilevante per il salvataggio delle Banche. Le cose sono cambiate con le norme del bail-in, la cui fase di transizione in Italia “è avvenuta, a mio avviso, un po’ troppo brusca e rapida” ha sottolineato il presidente della Consob. Vegas ha aggiunto che prima dell’entrata in vigore del bail-in c’è stata un’Italia “sostanzialmente ferma” sul versante della ristrutturazione del sistema, a differenza di altri Paesi.

E poi una proposta per la revisione della direttiva europea Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive) sulla risoluzione delle crisi bancarie. Si tratta di esentare dal bail-in anche le obbligazioni ordinarie sotto i 100mila euro o equiparazione ai depositi anche per ciò che attiene alla aggredibilità. “Oggi in un contesto di tassi negativi o prossimo allo zero – ha spiegato il presidente ancora Giuseppe Vegas – le obbligazioni bancarie sono forme di investimento del risparmio retail analoghe ai depositi: pertanto, depositi e obbligazioni sotto la soglia dei 100mila euro dovrebbero beneficiare della stessa tutela in termini di aggredibilità in caso di risoluzioni”.

Secondo Vegas, “la piena aggredibilità delle obbligazioni bancarie penalizza e rende più costosa questa importante forma di raccolta a medio-lungo termine delle banche. Può portare a un eccessivo peso dei depositi sul passivo delle banche, circostanza che potrebbe aumentare i rischi di liquidità e rendere il sistema più instabile”.

Consip. Buemi: “Le future nomine siano più oculate”

consip

“È necessario che le future nomine della Consip siano più oculate. Noi in quest’aula non facciamo le inchieste giudiziarie, ma queste deve farle la magistratura nel rispetto di chiunque, anche di quei magistrati e ufficiali di polizia giudiziaria la cui coerenza delle azioni deve essere sicuramente giudicate”. Lo ha detto il senatore del Psi Enrico Buemi, nella discussione delle mozioni sul caso Consip al Senato. La votazione si è conclusa con l’approvazione della mozione di maggioranza. Al testo Pd- Ap- Autonomie i sì sono stati 185, i no 76 e 5 gli astenuti. Non è passata la mozione di Mdp che in premessa chiedeva al Governo di valutare il ritiro delle deleghe al ministro per lo sport, Luca Lotti. I no sono stati 152 mentre i sì sono stati sessantanove. È stato approvato il dispositivo della mozione presentata da Idea con 244 sì, 17 no e 11 gli astenuti.

Un esito che il capogruppo del Pd Zanda ha definito scontato scontato. “È andata come doveva andare. C’è stata una discussione per certi versi anche inutile, superata visto che il Cda di fatto era già decaduto. Alla fine i gruppi si sono ritrovati su una richiesta specifica”.

Il presidente del Senato, Pietro Grasso, aveva deciso per il non rinvio sulle mozioni del “caso Consip”. La richiesta di un posticipo era invece arrivata dal capogruppo Pd, Luigi Zanda, dopo la lettera del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che annunciava le dimissioni dell’intero Cda. Le opposizioni contro il ministro Luca Lotti, tre mesi dopo la mozione di sfiducia.

“Il 17 giugno sono state presentate le dimissioni da parte di due consiglieri e con le dimissioni della maggioranza dei consiglieri si intende dimissionario l’intero Cda”, ha scritto Padoan. “Le mozioni, alla luce della comunicazione di Padoan, hanno raggiunto i loro effetti. Il Consiglio è decaduto. Sarebbe quindi più utile tenere il dibattito dopo il 27, data della riunione dell’assemblea Consip, dopo la nomina dei nuovi vertici”, ha proposto il capogruppo Pd al Senato, Luigi Zanda.

Le opposizioni però si sono da subito opposte. “Non vedo le ragioni per cui non votare le mozioni in esame. Anzi, credo che le decisioni che potrà prendere il Parlamento, in modo sereno, potranno essere un utile contributo all’assemblea totalitaria della Consip del 27”, ha risposto il capogruppo di Forza Italia in Senato, Paolo Romani. “Le mozioni restano, si discutono e si votano”, ha aggiunto Carlo Martelli (M5s).

Brexit: ancora nessun accordo sul trasloco agenzie

agenzia farmacoNessun accordo è stato raggiunto oggi a Lussemburgo tra i ministri per gli Affari europei dei 27 sulla scelta dei criteri in base ai quali dovranno essere valutate le tante candidature avanzate per ospitare le agenzie Ue che dovranno lasciare la Gran Bretagna in seguito alla Brexit. Le due agenzie sono l’Ema, per la quale si è fatta avanti anche l’Italia con Milano, e l’Eba. La questione sarà sul tavolo del vertice europeo di giovedì e venerdì prossimi. Il termine per le candidature scade il 31 luglio, ma sono già una ventina le candidature per ospitare l’agenzia per i medicinali Ema, per la quale l’Italia ha presentato ufficialmente quella di Milano col ‘Pirellone’. Per l’autorità bancaria Eba, sono in lizza almeno sette città. Tra i 27, stando a quanto riferiscono fonti diplomatiche, la divisione è sui criteri di scelta: con i paesi dell’est che vorrebbero un sistema di votazioni sulla falsariga di quanto fa il Cio per le città olimpiche, mentre i paesi dell’Europa centrale o occidentale (tra cui Italia, Germania e Spagna) che vorrebbero una valutazione nel merito.

Il sottosegretario agli affari europei, Sandro Gozi, ha espresso la preoccupazione dell’Italia sul fatto che “l’Ema possa continuare a funzionare pienamente senza interruzioni”. “Dobbiamo ancora lavorare perché noi abbiamo espresso delle riserve, condivise da un gruppo di paesi, per la procedura oggi proposta che non assicura la continuità ed il buon funzionamento delle agenzie e che non assicura che la selezione avvenga veramente sulla base di criteri tecnici”. Dai paesi dell’est è arrivata la richiesta di puntare sul principio della ‘distribuzione geografica’ sancito nel 2003. Ma per Gozi “il cuore della questione è chi soddisfa meglio i criteri di pieno e buon funzionamento delle agenzie”.

Ma i nodi più complessi per il dopo Brexit sono altri. La Commissione europea ha infatti in preparazione un ‘reflection paper’ sul prossimo quadro pluriennale di bilancio (Mff, Multiannual Financial Framework), per il periodo successivo alla Brexit. Il documento dovrebbe essere approvato dal Collegio dei Commissari nella riunione del 28 giugno. Il Commissario per il bilancio, Gunther Ottinger, oggi ha partecipato alla colazione di lavoro con i ministri degli affari europei riuniti a Lussemburgo per due sessioni del Consiglio Affari generali. In quella del mattino è stata discussa la bozza di conclusione del vertice europeo di giovedì e venerdì prossimi. Nel pomeriggio invece la riunione a 27 sui temi della Brexit ed in particolare la discussione sui criteri per la scelta delle città che ospiteranno le due agenzie europee.

La Commissione dovrebbe presentare una proposta per il prossimo Mff entro il 2017, ma -secondo fonti diplomatiche – è orientata a rinviarla di un anno in attesa che sia meglio definito il negoziato sulla Brexit. “È naturale – ha affermato la commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstroem – che la Gran Bretagna stia esplorando il terreno e inizi a prepararlo” per i futuri accordi commerciali con Usa e altri Paesi terzi, visto che abbandonerà la quarantina di accordi Ue stretti anche a suo nome. Ma Londra “è ancora uno stato membro dell’Ue, quindi non può negoziare nessun accordo commerciale finché lo sara’”.

“Non c’è un reale danneggiamento” degli interessi europei in questo atteggiamento esplorativo, ha sottolineato la commissaria, “la linea rossa sarebbe cominciare già a negoziare intese commerciali prima di essere usciti dall’Ue ma non credo che lo faranno”. E tra l’altro l’addio di Londra all’Ue, ha quindi assicurato Malmstroem, “per il momento non ha assolutamente alcun impatto sui negoziati che abbiamo in corso sugli accordi di libero scambio” tra l’Europa e gli altri Paesi come Giappone, Messico o Mercosur.

“Il risultato migliore dei negoziati sulla brexit sarebbe che non si arrivasse a una brexit” ha invece detto Martin Schulz, parlando alla giornata dell’industria della Bdi a Berlino. Il candidato cancelliere dell’Spd ha affermato che la “drammaticità” degli effetti dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue “non è stata ancora riconosciuta”. Schulz ha auspicato trattative “leali” e “maggiore flessibilità” alla luce dei risultati elettorali.

 Mario Muser

Francia, vince l’astensionismo. La débâcle socialista

psfUna vera e propria disfatta per i socialisti francesi che perdono l’80 percento dei loro seggi, precipitando a poche decine di presenze, ed aprono ufficialmente la crisi del partito.
Il referto medico lo stila il segretario, Jean-Christophe Cambadelis che annuncia le sue dimissioni: “La sconfitta è bruciante e senza appello”, ammette di fronte alle telecamere, “la sinistra deve cambiare radicalmente nella forma e nella sostanza ed aprire una nuova fase per combattere il nazionalismo ed il neoliberismo”. “Il partito sarà gestito da una segreteria collettiva, io mi assumo le mie responsabilità”, spiega ancora l’ormai ex segretario.
Ma se il socialismo perde una delle sue roccaforti, la nuova Francia di Macron non ride. Anche se in pochi mesi En Marche! ha conquistato la maggioranza assoluta dell’Assemblée Nationale (insieme agli alleati di MoDem avrà 351 seggi su 577), tuttavia a vincere è l’astensionismo. Un francese su due resta a casa e il primo partito di Francia è quello dell’astensione che tocca il livello record del 56%.
Tanto che il capo dell’Eliseo non si mostra alle telecamere manda il suo primo ministro Edouard Philippe a dire che è stata una “vittoria chiara che ci rende felici”, non viene aggiunto altro.
Ma a preoccupare è anche l’arrivo per la prima volta tra gli scranni del Parlamento francese di frange estremiste: è la prima volta per la leader dell’estrema destra Marine Le Pen con il Front National, otto seggi che non permetteranno neppure la formazione di un gruppo parlamentare, ma resta un dato. Avrà invece il gruppo la sinistra radicale di Jean-Luc Melenchon che si aggiudica 17 di scranni. Altri 10 seggi vanno al Partito Comunista.
Insomma la Francia è in marcia…. ma non si sa verso cosa.

Il Pes si riunisce giovedì in vista della Brexit

pes corbynTutto pronto per giovedì, il Partito dei socialisti europei terrà una riunione infatti una riunione preparatoria dei leader della sinistra PES e dei Capi di Stato e di governo a Bruxelles giovedì 22 giugno per discutere delle posizioni comuni sulla Brexit. Ci saranno infatti: Antonio Costa, Primo ministro del Portogallo, Paolo Gentiloni, Presidente del Consiglio italiano, Lodewijk Asscher, vice-primo ministro dell’Olanda, Gianni Pittella, leader of the S&D group in the European Parliament
Frans Timmermans, Commissione europea, Jeremy Corbyn, leader del Labour inglese, Fofi Gennimata, leader di PASOK della Grecia, Pedro Sánchez, leader del PSOE, Spagna. A presiedere la riunione il Presidente del Pes Sergei Stanishev.
Non sarà presente invece il candidato socialista per le elezioni autunnali in Germania, il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz.
L’altra particolarità del summit è che ci saranno due vincitori, anche se in contesti diversi e agli antipodi sulle ‘vedute europee’: Pedro Sánchez e Jeremy Corbyn.
Lo spagnolo del Psoa rivedrà per la prima volta i ‘compagni’ europei da quando ha vinto le primarie del suo Partito e pochi giorni dopo il 39 Congresso federale che ha approvato lo Statuto che accompagnerà Sanchez per i prossimi quattro anni. Dall’altra parte il ‘vecchio socialista’ d’Oltremanica che è riuscito, riprendendo i valori della sinistra, a conquistare l’elettorato britannico. Euroscettico in passato, Corbyn ha difeso la permanenza nell’Unione europea durante il referendum britannico lo scorso anno e ora ha preso le distanze dalla durezza con cui la Premier May vuole negoziare la ‘Brexit’.