Embraco, Calenda a Bruxelles per chiedere una deroga

commissione_berlaymontUn lavoratore dell’Embraco, Daniele Simoni, da 25 anni operaio presso Riva di Chieri, si è incatenato ai cancelli della fabbrica. L’operaio ha spiegato: “Non voglio mollare, è la mia fabbrica che mi ha dato da mangiare per 25 anni, finché c’è uno spiraglio non mollerò”.

Intanto, il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, oggi a Bruxelles, ha incontrato la commissaria alla concorrenza Vestager. Al termine dell’incontro il ministro ha detto : “La riunione è andata bene, mercoledì la commissaria farà una conferenza stampa, ha molto ben chiaro il problema e mi ha assicurato che la Commissione è molto intransigente nel verificare i casi segnalati in cui c’è un problema o di uso sbagliato o non consentito degli aiuti o, peggio, di aiuto di Stato per attrarre da Paesi che sono parte dell’Ue”.

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, manifestando la sua vicinanza ai lavoratori, ha annunciato: “Pronti ad utilizzare gli ammortizzatori sociali.  Noi ci impegneremo a fianco dei lavoratori per favorire il processo di reindustrializzazione di quel sito e siamo pronti a utilizzare gli ammortizzatori sociali a favore di un progetto che dia continuità a questa impresa”. Il ministro Poletti, sulla vertenza Embraco, ha aggiunto: “Giudichiamo inaccettabile il comportamento dell’impresa che ha scelto di non ritirare i licenziamenti. Ciò avrebbe consentito di attivare un percorso per la reindustrializzazione. Cosa che in questa fase invece non è possibile”.

Il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ha chiesto oggi alla commissaria Ue alla concorrenza, Vestager, una deroga ai trattati per singoli casi, come per esempio quello di Embraco. A Radio Anch’io, il ministro Calenda ha detto: “Ci sono condizioni che sono strutturali, per cui alcuni Paesi in una diversa fase di sviluppo come la Polonia hanno un costo del lavoro più basso: io non potrei fare una norma che dice che per Embraco il costo del lavoro è un x più basso, perché sarebbe un aiuto di Stato. Ma penso si possano interpretare i trattati nel senso di dire che in questo specifico caso, cioè di un’azienda che si muove verso la Slovacchia, verso la Polonia, questa normativa può essere derogata. Vedremo quale sarà la risposta della Vestager”.

Ieri l’azienda del gruppo Whirlpool ha detto no alla richiesta di sospendere i 500 licenziamenti nello stabilimento di Riva di Chieri, nel torinese, e va avanti sulla strada della delocalizzazione in Slovacchia della produzione italiana di compressori per frigoriferi. Niente cassa integrazione per consentire di esaminare proposte di reindustrializzazione, spiegano i legali dell’azienda presenti all’incontro. I lavoratori in sciopero, delusi ed arrabbiati, hanno bloccato il traffico sulla statale Torino-Asti. Oggi in circa cento si sono ritrovati alle 8 davanti alla fabbrica dove ci sono fotografi e televisioni. Al momento non sono previste manifestazioni. Dario Basso, segretario generale della Uilm torinese ha affermato: “Serpeggia lo sconforto. I lavoratori sono disgustati dall’atteggiamento dell’azienda e sfiduciati perché non vedono alcun tipo di prospettiva positiva. Lavoreremo fino al 25 marzo per far cambiare idea all’azienda”. Ugo Bolognesi della Fiom ha osservato: “A questo punto il governo deve agire, i tempi sono strettissimi. Se un’azienda vuole insediarsi bisogna fare in fretta”.

L’atteggiamento di chiusura dell’azienda ha mandato su tutte le furie il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, all’incontro di ieri. Nell’articolo di ieri, l’Avanti ha riportato le parole infuocate del ministro alle quali ha fatto eco il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, mentre la sindaco di Torino ha parlato di “presa in giro per i lavoratori”.

Fiom ed Uilm hanno affermato: “L’azienda ha dimostrato totale disinteresse nei confronti delle proposte formulate dal Governo e totale irresponsabilità, in particolare nei confronti dei dipendenti di Riva di Chieri”.

Le principali forze politiche di tutti gli schieramenti hanno criticato l’Embraco ed hanno chiesto un intervento delle istituzioni europee. Così l’attenzione si è spostata oggi proprio a Bruxelles, dove Calenda ha posto a Vestager il nodo del dumping all’interno dell’Unione attraverso un uso distorto dei fondi europei.

Calenda, ieri ha spiegato: “Vogliamo sapere come s’intenda affrontare il problema. Esiste una norma nei trattati che potrebbe consentire al governo italiano di derogare al principio degli aiuti di Stato, quindi di potere aiutare le aziende quando si è in presenza di un pacchetto che viene offerto da un altro Paese e di potere offrire le stesse condizioni. Voglio capire se sia utilizzabile perché in questo caso saremmo in un’altra partita che possiamo combattere ad armi pari”.

Il caso Embraco fa tornare alla ribalta le problematiche di fuga dall’Italia. Forse è necessario fare una analisi seria sulle cause che danno origine alle fughe che non riguardano solo le imprese ma anche molti onesti cittadini che si trasferiscono all’estero per poter migliorare la propria condizione di vita.

Le imprese delocalizzano per tagliare i costi. In alcuni casi, per usufruire di condizioni fiscali più convenienti. Il dumping fiscale, procedura con la quale alcuni Paesi attraggono produzioni da altre parti del mondo, abbassando le aliquote e la pressione fiscale, (e in alcuni casi offrendo anche sconti e incentivi). In questa ipotesi si colloca lo scontro tra il governo e la società brasiliana, Embraco, del gruppo Whirlpool che è pronta a trasferire la produzione in Slovacchia.

Ma la Embraco non è la sola realtà ad aver scelto di fare le valigie per l’Est. A volare in Slovacchia c’è stata anche un’altra multinazionale statunitense, la Honeywell, che realizza compressori per motori diesel ad Atessa, in provincia di Chieti, dando lavoro finora a circa 400 persone, senza contare l’indotto. Per non parlare di moltissime altre imprese che negli anni hanno deciso di spostare la produzione in Slovacchia.

Sul proprio sito, Sario, la Slovak Investment and Trade Development Agency, un’agenzia che opera sotto la supervisione del ministero dell’Economia della Repubblica Slovacca, cita tra i casi di successo le francesi PSA Peugeot-Citroën, Orange, Gaz de France, la tedesca Siemens, le spagnole Aluminium Cortizo, ESNASA e le italiane Magneti Marelli, Sisme, Came e Zanini. Tutte aziende che hanno deciso di spostare la produzione nella Repubblica Slovacca.

Ma qual è il motivo di tanta delocalizzazione? Per vederci chiaro, qualche giorno fa il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha scritto alla commissaria Margrethe Vestager, invitando l’esecutivo a monitorare le politiche fiscali e gli incentivi diretti messi in campo dalla Slovacchia per attrarre imprese sul suo territorio e appurare che le relative misure siano messe in atto nel pieno rispetto e nella piena compatibilità con le regole e i regolamenti Ue sugli aiuti di Stato.

Calenda ha detto: “Questo fatto che i paesi dell’Est che beneficiano peraltro di fondi europei facciano dumping per attirare produzioni dal resto dell’Europa è una cosa che deve finire, non è più tollerabile”. Oggi, il ministro è andato a Bruxelles per incontrare la commissaria Vestager e per verificare che non ci siano stati aiuti di Stato alla Slovacchia per le aziende di Honeywell ed Embraco.

Le norme Ue sugli aiuti di Stato dovrebbero impedire agli Stati membri di utilizzare denaro pubblico per incentivare la delocalizzazione di posti di lavoro da un Paese dell’Unione in un altro, una questione che è il nocciolo stesso della concorrenza leale tra Stati nel Mercato unico. Per questo nel 2014 sono state introdotte condizioni specifiche, per far sì che gli investimenti regionali non possano essere garantiti per incentivare la rilocalizzazione di attività economiche da un Paese all’altro. Condizioni che sono state rese più stringenti nel maggio 2017.

L’Italia, oltre a farsi valere sul rispetto delle norme della UE, dovrebbe porsi, al più presto, anche il problema di un miglioramento strutturale del Paese.

Salvatore Rondello

Salvini e Berlusconi agli antipodi su tutto

Trova le differenze del giorno. Sembra un gioco enigmistico, ma in questo caso non è necessario concentrarsi più di tanto nel cercare di scorgere i particolari più piccoli, perché le difformità sono macroscopiche. L’ultima quella sulle pensioni. I due aspiranti leader del centro destra, Silvio Berlusconi leader di Forza Italia e Matteo Salvini segretario della Lega, hanno opinioni diverse. Anzi opposte. Per il primo spostare l’età pensionabile a 67 anni, come è stato con la riforma del governo Monti, “è giustissimo” il secondo invece ha tra i punti forti della campagna elettorale, l’abolizione totale di quella riforma, la legge Fornero. Per Berlusconi senza quell’alzamento “saltano i conti dell’Inps”. Poi ovviamente promette di alzare le pensioni. Ma questo è un altro discorso. Anche oggi Salvini ha ripetuto il suo ritornello. Ma è un ritornello stonato rispetto a quanto detto poco prima da Berlusconi. “La priorità – ha detto Salvini – è cancellare la legge Fornero che sta inchiodando il lavoro in Italia”. E anche la scelta del il futuro premier è terreno di scontro. “Se il 4 marzo  Forza Italia avrà un voto in più dentro la coalizione del centrodestra, il prossimo presidente del Consiglio sarà Antonio Tajani, ma se un voto in più l’avrà la Lega Nord il premier lo deciderà il Carroccio”.

Una campagna elettorale che il segretario Pd Matteo Renzi, nella sua enews ha definito “lunare”. “Guardate i nostri avversari, che non a caso scappano da un confronto diretto – ha aggiunto – Berlusconi propone in diretta TV da Fazio di sbloccare il contratto alle forze dell’ordine e fare il riordino delle carriere, incurante del piccolo particolare che questa cosa l’abbiamo fatta noi negli ultimi due anni. Salvini si propone con la consueta eleganza per guidare il Paese scommettendo sulla vittoria al Sud, sperando che nessuno si ricordi che cosa ha detto per una vita lui del Sud. Di Maio ha candidato truffatori, scrocconi di case popolari, no vax, falsi dichiarati, santoni o aspiranti tali e persino qualche finto eroe. Però fanno la morale a noi che abbiamo candidato mezzo Governo, da Gentiloni a Padoan; personalità della società civile come Paolo Siani o Lucia Annibali; amministratori e parlamentari uscenti competenti e qualificati. Lunare”. E ancora: “È vero che Berlusconi punta al Quirinale per il 2022, è vero che Salvini punta a fare il premier ma quando hanno governato Forza Italia e Lega è finita con lo spread ai massimi, il Paese inginocchiato e il grido di dolore dell’intero sistema industriale”.

I servizi al Parlamento: Attenzione alle derive xenofobe

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La destra radicale dimostra “un dinamismo crescente, con la nascita di nuove sigle cui aderiscono soprattutto fasce giovanili”. Dinamiche “il cui potenziale impatto sulla coesione sociale non deve essere sottovalutato: le tensioni legate alla gestione dei flussi migratori e ai pro cessi di integrazione rappresentano una piattaforma che la destra oltranzista può strumentalizzare anche per propagare messaggi che, rivolti specialmente agli attivisti di nuova generazione, tendono ad accentuare la diffidenza e l’intolleranza nei confronti del ‘diverso’, con il rischio di derive xenofobe”.

È uno dei pericoli evidenziati dai Servizi di informazione e sicurezza nella Relazione 2017 al Parlamento. “Queste formazioni – si legge nel documento – per accrescere il proprio seguito, cavalcano situazioni di disagio sociale legate soprattutto alle problematiche abitative e occupazionali, promuovendo iniziative propagandistiche, provocatorie (anche all’insegna del nostalgismo fascista) e di contestazione. Nonostante la frammentazione cronica dell’area, derivante da personalismi e competizioni interne, si sono tuttavia verificati momenti di convergenza tra componenti diverse: in particolare in occasione delle tradizionali celebrazioni in onore di militanti deceduti e, in alcuni contesti territoriali, nelle prese di posizione comuni per contrastare le politiche governative in tema di immigrazione, ritenute responsabili di una progressiva ‘sostituzione etnica’ e causa di un aumento della delinquenza, specie nelle periferie metropolitane”.

“Sebbene l’ambiente italiano – fanno notare gli 007 – risulti a tutt’oggi distante da quello di altri Paesi europei – dove è più alta e più organizzata la presenza di militanti neonazisti e maggiore, di conseguenza, il rischio di radicalizzazione delle posizioni anti-immigrazione, specie in chiave anti Islam – aumenta il pericolo di contaminazioni e di forme emulative rispetto a circuiti esteri a più marcata connotazione oltranzista cosi’ come quello di azioni xenofobe di forte impatto legate a pur sempre possibili incidenti di percorso nella convivenza con le realtà immigrate, specie in aree e contesti dove sia già presente un diffuso disagio sociale”. Un terreno di cultura ideale per la facile propaganda delle formazioni di destra e di chi svuota di contenuti la campagna elettorale per riempirla di incitazioni più adatte ad una caccia alle streghe.

Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, commentando la relazione annuale dei servizi segreti ha sottolineato che “la minaccia del terrorismo che controlla un territorio è stata sconfitta militarmente in Iraq e Siria”. Ma ha aggiunto che “la minaccia terroristica non è esaurita” riferendosi espressamente al pericolo dei foreign fighters. Gentiloni ha voluto lanciare una frecciatina anche ai fautori del protezionismo: “L’Italia è un Paese che esporta molto. Volere il protezionismo e i dazi significa farci del male da soli”.

La Relazione al Parlamento dei Servizi inoltre ha anche esaminato il tema del pericolo delle cyber campagne di influenza per condizionare voto. “La disamina degli eventi cyber occorsi a livello internazionale nel 2017 – si legge – ha portato all’attenzione anche il filone delle campagne di influenza che, prendendo avvio con la diffusione online di informazioni trafugate mediante attacchi cyber, hanno mirato a condizionare l’orientamento ed il sentiment delle opinioni pubbliche, specie allorquando queste ultime sono state chiamate alle urne”. L’ultima Relazione evidenzia anche che tali campagne abbiano “dimostrato di saper sfruttare, con l’impiego di tecniche sofisticate e di ingenti risorse finanziarie, sia gli attributi fondanti delle democrazie liberali (dalle libertà civili agli strumenti tecnologici più avanzati), sia le divisioni politiche, economiche e sociali dei contesti d’interesse, con l’obiettivo di introdurre, all’interno degli stessi, elementi di destabilizzazione e di minarne la coesione”.

Centrodestra. Ancora ignoto il candidato Premier

salvini berlusconiDi sicuro c’è solo che il nuovo leader della coalizione di Centrodestra sarà un ‘maschio’, così come anticipato giorni fa dall’ex cavaliere. Nel frattempo però continuano le liti e si intravedono le prime spaccature nel sodalizio di destra. Da una parte Matteo Salvini, intenzionato a portare avanti il Carroccio e la sua leadership che ha fatto già fuori i più moderati ‘maroniani’, dall’altra Silvio Berlusconi che seppur non intenzionato a tenre lo scetto di leader per se non sembra volerlo cedere al giovane leghista. “Tajani candidato premier? Non ho ancora l’autorizzazione dai componenti della coalizione e dello stesso Tajani, considerato il miglior presidente del parlamento europeo di sempre”, afferma il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ospite di “Che tempo che fa”.
“Berlusconi? Ci vogliono non due ma quattro occhi aperti”, ha invece affermato Matteo Salvini oggi a Udine in un breve comizio tenuto in piazza San Giacomo, tappa elettorale in Friuli Venezia Giulia rispondendo a chi gli ha chiesto dell’alleanza con Berlusconi. “Soli non si va da nessuna parte ma patti chiari. Conto di tornare a Udine la prossima volta da Presidente del Consiglio – ha aggiunto – Gli accordi sono che se Forza Italia prende un voto in più decide il premier. Se prendiamo un voto in più noi?”.
Nel frattempo torna il nervosismo anche negli alleati di Fratelli D’Italia. “Non so perché Salvini e Berlusconi abbiano scelto di non partecipare alla nostra manifestazione, mi lascia perplessa questa assenza”. Così la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, con i cronisti, appena arrivata all’Adriano, dove si tiene la ‘Manifestazione anti-inciucio’ promossa da Fratelli d’Italia. “Giudicheranno gli italiani”. “Il nostro – ha spiegato la Meloni – è un patto di onorabilità rispetto ai nostri elettori – spiega ai cronisti, prima dell’inizio della manifestazione, Isabella Rauti, candidata per FdI – non ci sentiamo soli. Noi contiamo di raggiungere il 40% come coalizione e di governare, ma qualora sfuggissimo l’obiettivo, non siamo disponibili a governi di inciucio”. Molti gli esponenti di FdI presenti all’evento, tra i quali il coordinatore nazionale Guido Crosetto, e il capogruppo alla Camera Fabio Rampelli.

Embraco conferma il licenziamento di 500 operai

embracoEmbraco, la società controllata da Whirlpool, ha confermato 500 licenziamenti nel torinese dicendo no alle richieste del ministero.
Il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ha affermato: “Abbiamo sentito i legali di Embraco con Chiamparino offrendogli tutto il sostegno possibile per fare una Cig e l’azienda ha comunque risposto negativamente. Non si comprende questo atteggiamento”.
A seguito dell’incontro sulla trattativa Embraco, Calenda ha detto: “Si conferma un atteggiamento di totale irresponsabilità dell’azienda, siamo di fronte al peggior caso di una multinazionale che dimostra totale irresponsabilità nei confronti dei lavoratori e mancanza di rispetto del governo. Non ricevo più questa gente perché ne ho fin sopra i capelli di loro e dei loro consulenti”.
Calenda, a margine di un accordo con la Regione Toscana, aveva già detto: “Ho parlato al telefono con i consulenti dell’azienda e ho spiegato loro che la proposta fatta, quella del part-time, era una proposta che non potevamo accettare. Ho fatto una controproposta e aspetto una risposta prima di incontrare l’azienda. La controproposta, è quella che prevede il ritiro dei licenziamenti e il passaggio alla cassa integrazione in modo da trovare una soluzione per la reindustrializzazione. Se hanno dei dubbi interpretativi sono disponibile a scrivere una lettera di mio pugno, rassicurandoli sui dubbi interpretativi”.
La risposta di Embraco è stata negativa. All’incontro al Mise l’azienda controllata da Whirlpool non ha ritirato i licenziamenti.
Dopo Calenda ha affermato: “Attiviamo urgentemente un lavoro con Invitalia per cercare di trovare un percorso di reindustrializzazione, a questo punto in tempo molto più breve. Abbiamo poco più di un mese per chiudere tutto”.
Anche il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, in una nota ha commentato: “Sottoscrivo le parole del ministro. C’è un atteggiamento di totale irresponsabilità verso 500 famiglie più quelle dei fornitori, verso la comunità piemontese, il governo. Forse non hanno calcolato bene le ripercussioni di tipo economico e di mercato che questa loro irresponsabilità sociale potrà avere sulla stessa azienda, sulla sua capacità a stare sul mercato. Un atteggiamento incomprensibile e irresponsabile perché c’erano e  ci sono ancora soggetti disposti a investire in piani di reindustrializzazione che hanno come condizione l’attivazione della cassa integrazione, una semplice posposizione di 9 mesi che l’azienda, incomprensibilmente, rifiuta. Irresponsabile perché, salvo ripensamenti che siamo sempre disponibili ad accogliere, dal 25 marzo partiranno licenziamenti collettivi con le immaginabili conseguenze sui lavoratori e su chi lavora nelle forniture e nei servizi”’.
Tra i lavoratori dell’Embraco di Riva di Chieri c’è tanta delusione e tanta rabbia. Michele De Luca, della rsu della Uilm, ha spiegato ad un’agenzia di stampa: “Delusione perché dall’azienda non ci aspettavamo questo tipo di trattamento e rabbia perché dopo tanti giorni di lotta non siamo riusciti a conquistare nulla”.
Intanto, gli operai che questa mattina in corteo avevano bloccato la rotonda sulla statale che collega Asti a Torino, si sono radunati in presidio davanti ai cancelli dello stabilimento e hanno prolungato da 4 a 8 le ore di sciopero.
La vicenda Embraco sta diventando un caso emblematico in cui il conflitto capitale-lavoro si manifesta nella sua estrema drammaticità.

Nencini: Fascismo? Berlusconi non conosce la storia

berlusconi fazio

“Il fascismo è morto e sepolto. Il caso di Macerata è stato il gesto di un singolo fuori di testa che ha agito per conto suo. Mentre invece c’è questo movimento dell’antifascismo che a Piacenza ha picchiato un esponente delle forze dell’ordine: è un movimento pericoloso che viene dai centri sociali ed ha un programma di iniziative inaccettabile”. Lo ha detto il leader di Fi Silvio Berlusconi a “Che Tempo che fa” dove ha aggiunto: “I fascisti sono morti ma ricordo che fascismo e nazismo sono arrivati come movimenti socialisti”. E poi “Senza un Mussolini o un Hitler non succede niente…”.

“Ascolto Berlusconi e inorridisco”. È il commento del segretario del Psi Riccardo Nencini alle parole del leader di Forza Italia. “Ha appena dichiarato che fascismo e nazismo sono nati dal socialismo. Idee poco chiare e pessima conoscenza della storia. Giuro che domani gli regalo un Bignami”.

Intanto continua a far discutere, tra adesioni e critiche, la proposta lanciata ieri dalla presidente della Camera Laura Boldrini, componente di Liberi e Uguali, secondo cui “i gruppi che si ispirano al fascismo vanno sciolti, non c’è posto per loro nella nostra Repubblica che è antifascista”. La sede scelta per lanciare il messaggio non era casuale, nel quartiere Niguarda di Milano, di fronte ad un murales che rivendica l’antifascismo della zona, dove nel 1945 si tennero degli scontri durante la liberazione della città dall’occupazione nazifascista. Tra i primi a raccogliere le parole della Boldrini è il leader di Liberi e Uguali, il presidente del Senato Pietro Grasso, che rivendica: “Condivido la sua posizione, che condanna tutte quelle manifestazioni che possano essere valutate come una ricostituzione del partito fascista. E condivido l’invito a sciogliere eventuali formazioni o associazioni di questo tipo”. Sulla stessa linea gli altri leader del cartello elettorale di sinistra, Pippo

Civati, Roberto Speranza e Nicola Fratoianni. Il capogruppo di MdP alla Camera Nicola Laforgia va oltre, indicando due liste in corsa alle prossime elezioni, e si domanda: “Siamo sicuri che CasaPound e Forza Nuova stiano dentro la Costituzione?”. Anche il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, dopo che ieri sera si è svolta una manifestazione di CasaPound nel capoluogo campano, incalza: “Chi aspettano il ministro dell’Interno e lo stesso Governo per porre fine alla propaganda fascista nel nostro Paese?”.

L’ultima proposta di legge che disciplina le sanzioni contro l’apologia del fascismo è quella presentata dal parlamentare Pd Emenuele Fiano, approvato lo scorso anno dal Parlamento, che recita: “Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni”. In precedente l’apologia di fascismo era stata normata dalla legge Scelba del 1952, che riconosce come “riorganizzazione del disciolto partito fascista” il caso in cui “una associazione o un movimento persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista”.

Nel 1993 invece è arrivata la legge Mancino, che amplia le sanzioni per discriminazione razziali, etnici, religiosi o nazionali. Sono due le liste di estrema destra più in vista in corsa alle elezioni del 4 marzo: CasaPound ed Italia agli Italiani. I primi, i cosiddetti ‘fascisti del terzo millennio’, Il Cartello ‘Italia agli Italiani’ invece raccoglie la Fiamma Tricolore e Forza Nuova, ovvero le due formazioni che ospitano più reduci della stagione delle formazioni della destra extraparlamentare degli anni Settanta e Ottanta.

Tv. Insieme: ai cittadini negato diritto a essere informati

RAI-RiformaDal 14 febbraio Angelo Bonelli è in sciopero della fame “per la democrazia e la dignità”. “In questa campagna elettorale – ha detto il leder dei Verdi – noi della Lista Insieme siamo stati espulsi dai contenitori di informazione e con noi i temi dell’ambiente, del lavoro, dell’innovazione e tutte le tematiche sociali”. Bonelli ha  annunciato l’inizio dello sciopero in un video pubblicato sulla pagina Facebook ‘Insieme2018’.

“Care amiche e cari amici – prosegue Bonelli – in queste settimane, in questi mesi, abbiamo subito un’espulsione drammatica, inaccettabile, vergognosa dei nostri temi, che sono fondamentali per il futuro delle generazioni che verranno. In questa campagna elettorale di questi temi non si parla. Zero presenze per noi nei contenitori di approfondimento informativo della Rai, La7 e Mediaset: tutto ciò è inaccettabile quando ci troviamo di fronte a tanti altri esponenti di liste che sono regolarmente invitati. Mi chiedo come sia possibile che i cittadini chiamati a votare, possano farlo con consapevolezza e con una maggiore informazione, se ci e’ impedito di poter rappresentare ed esprimere le nostre idee, le nostre proposte in materia ad esempio di conversione ecologica, parlare di auto elettrica, parlare di sicurezza alimentare per liberare le nostre tavole dai pesticidi e dai veleni e quindi garantire il benessere anche ai nostri figli, garantire il lavoro ai giovani attraverso i processi di innovazione tecnologica, più diritti e meritocrazia. Questo accade perché c’è una telecrazia che ci ha buttato fuori. Basta pensare che secondo Emg solo il 6% degli elettori sa che la nostra lista Insieme esiste. Per tutte queste ragioni, a difesa della nostra dignità e per la democrazia, oggi inizio lo sciopero della fame – conclude Bonelli – finché non verrà restituito ai cittadini il diritto ad informarsi e a noi il diritto ad esistere”.

Esprimono  vicinanza a Bonelli Riccardo Nencini e Giulio Santagata che in nota affermano: “E’ una battaglia che vale la pena di combattere, quella intrapresa da Angelo Bonelli, per la democrazia e la dignità della lista “Insieme”. Gli esprimiamo la nostra vicinanza”. “Basti pensare che secondo autorevoli sondaggi appena il 5% degli elettori sa che la nostra lista esiste. Si rischia così che i cittadini non abbiano, in questa campagna elettorale,un’informazione completa ed esaustiva per andare votare consapevolmente. Per questo – concludono Nencini e Santagata – riteniamo doveroso che venga restituito ai cittadini il diritto ad informarsi e che tutte le forze politiche abbiano gli stessi spazi all’interno di trasmissioni televisive”.

Alitalia, Calenda conferma la vendita

alitalia-lufthansaOggi, il ministro allo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, a margine del tavolo sull’automitive, ha detto: “I commissari mi hanno confermato che non ritengono di poter concludere prima del 4 marzo, in quanto i pretendenti di Alitalia vogliono aspettare che ci siano le elezioni. Però andiamo avanti a lavorare”. Il ministro, sulla cordata a quattro Air France-Delta-Easyjet-Cerberus, non ha voluto dire nulla affermando: “Non commento sulle cordate”.
Esisterebbe una cordata a quattro per sfidare Lufthansa nella corsa all’acquisto di Alitalia. E’ quella cui stanno lavorando Air France, EasyJet, Delta e Cerberus, che avrebbero già chiesto un incontro con i commissari straordinari per la prossima settimana. Il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, ha detto: “Un’eventuale offerta, tuttavia, è difficile che arrivi a breve: per il Governo infatti è sempre meno probabile chiudere prima del voto del 4 marzo, visto che i potenziali acquirenti sono alla finestra in attesa di capirne l’esito. Abbiamo sempre detto che avremmo concluso quando ci fosse stata un’offerta all’altezza e con una prospettiva di sviluppo. Adesso non ci sono le condizioni”. Nei giorni scorsi si era detto meno ottimista di chiudere entro le elezioni il ministro dello sviluppo Carlo Calenda, che oggi ha fatto il punto sulla vertenza con i commissari straordinari, anticipando l’incontro che era previsto per lunedì. Sul tavolo infatti, c’è una novità: la cordata cui stanno lavorando quattro delle sei compagnie coinvolte in questa fase di approfondimento, chiesta dal Governo un mese fa, prima di autorizzare una negoziazione in esclusiva. Si tratta di EasyJet, Cerberus, Air France e Delta: soggetti entrati nella partita in momenti diversi (le prime due già dalla fase delle offerte vincolanti, le altre due solo recentemente) ma tutte già coinvolte separatamente nei mesi scorsi da ipotetici tentativi di alleanza (a novembre si parlava di asse EasyJet-Cerberus, poi è spuntato il tandem EasyJet-Air France, con l’apporto di Delta). Ora questa grande cordata sembra pensata per fronteggiare l’altra grande pretendente in gara, Lufthansa, la cui offerta (indiscrezioni un investimento di 300 milioni e circa 2 mila esuberi) negli ultimi mesi avrebbe sollevato qualche perplessità. Non commenta la notizia della cordata il commissario Stefano Paleari che svicola anche su un possibile incontro con la cordata la prossima settimana assicurando: “Guardo l’agenda il venerdì. La procedura va avanti, in pieno concerto con il Governo. Quando ci saranno novità le daremo”. Oggi, la notizia, secondo Paleari, è un’altra: “Alitalia a gennaio è risultata infatti la compagnia più puntuale al mondo, con il 91,89% dei voli atterrati in orario. Inoltre nel 2017 si è posizionata terza fra le principali compagnie aeree europee e sesta fra quelle internazionali. Non è solo un fattore numerico, è una dimostrazione di continuità aziendale ed efficienza organizzativa”.
Prosegue intanto il lavoro per la riduzione del costo del personale. Su questo domani alle 12 è previsto un incontro tra azienda e sindacati sulla disciplina dei rapporti di lavoro. Sul tavolo, l’indennità di volo ex ristrutturazione, che l’azienda vorrebbe togliere o rivedere, i congedi parentali in vista della stagione estiva e il possibile passaggio in Alitalia dei piloti di CityLiner. I sindacati, da parte loro, torneranno a chiedere la riqualificazione dei 317 dipendenti in Cigs.
Una compagnia aerea tra le più efficienti al mondo, con l’impegno delle parti sociali a ridurre il costo del lavoro, con la prospettiva di futuri utili, per quale motivo dovrà essere svenduta allo straniero ?
Per fortuna , in Italia non c’è un partito nazionalista. Se ci fosse stravincerebbe la competizione elettorale in corso. Non si può proseguire nella svendita dell’Italia la cui economia è stata ormai fortemente colonializzata. A parte poche eccezioni, il capitalismo italiano è stato incapace di proporsi come conquistatore di aziende straniere e, anzi, in alcuni casi è emigrato all’estero (Fiat docet).

Il fondo per il Micro-credito non lo ha inventato il M5S

A pochi giorni dalle politiche impazza la bufera sul Movimento Cinque stelle che della trasparenza aveva fatto il suo fiore all’occhiello. Si allarga lo scandalo dei finti rimborsi del Movimento Cinque Stelle, e dei finti bonifici di alcuni parlamentari che solo all’apparenza hanno detto di restituire indietro parte dei compensi ottenuti, e invece hanno fatto ben altro. Un ‘buco’ per il tanto osannato microcredito… Ma vediamo cos’è il fondo per il microcredito e come funziona


microcreditoCosa è il fondo per il microcredito?

È semplicemente un idea venuta ad un banchiere bengalese, Muhammad Yunus. Vincitore del premio Nobel nel 2006. Un fondo concepito come un sistema di prestiti per imprenditori che si trovavano in situazioni disagiate per poter chiedere i soldi alle banche. Quindi senza garanzie. In sostanza i Cinque Stelle non si sono inventati proprio un bel niente.

Sui siti ufficiali del Movimento Cinque Stelle, non sui canali istituzionali, perché sia mai che vengano utilizzati, troviamo scritto così: “Il microcredito nasce grazie ad un fondo creato dai parlamentari 5stelle che si sono dimezzati gli stipendi”. Tralasciamo volutamente le polemiche degli ultimi giorni.

Quando è nato?

In Italia il fondo per il microcredito è stato approvato con il D.lgs. 141/2010 e modificato successivamente con il D.lg. 169/2012. In questi due anni grazie al fondo sono stati erogati più di 7 mila prestiti per una cifra superiore ai 60 milioni di euro. Qui le informazioni ufficiali, per chi volesse disertare il Blog Pentastellato e saperne di più.

Inoltre, per amore della verità, il fondo dove i parlamentari versano il residuo del loro stipendio è il fondo di garanzia. Nasce nel 1996 sotto il Governo Prodi. Quando Grillo a occhio e croce faceva ancora ufficialmente il comico, per lavoro e non sotto mentite spoglie. Fondo operativo dal 2000 e gestito dal Ministero dello Sviluppo Economico.

E i cinque stelle che dicono di versarci parte del loro stipendio?

“Alla sezione dedicata alla garanzia del micro-credito il Ministero dello Sviluppo Economico ha destinato per l’anno passato trenta milioni di euro, cui si aggiungono i versamenti volontari effettuati da enti, associazioni, società o singoli cittadini”. Anche questa notizia facilmente reperibile su un sito istituzionale non su un blog qualunque. Per quanto possiamo credere, nonostante facciamo molta fatica, alla verità del Sacro Graal grillino.

Se ancora non vi sembra abbastanza, vi servirà sapere che lo Stato Italiano corrisponde al suddetto fondo circa 13 miliardi, il Movimento Cinque Stelle con poco più di 10 milioni. Tralasciando i bonifici annullati. A occhio e croce lo 0,076% del Fondo.

Ma è vero che il fondo è senza garanzie reali come dice Di Maio?

Il fondo non è propriamente senza garanzie reali. Leggendo l’art.3 del D.M. è precisato che “la garanzia diretta del Fondo sui finanziamenti di cui all’articolo 3 è concessa su richiesta del soggetto finanziatore fino alla misura massima dell’80 percento dell’ammontare del finanziamento da questi concesso”. Le banche, tanto nemiche dei grillini, chiedono per quel 20% le stesse identiche garanzie che chiederebbero per un prestito normale, ovvero garanzie necessarie a coprire l’intero importo del finanziamento.

Ai Cinque Stelle va il merito di aver incrementato il Fondo (certo, non tutti), non di averlo inventato. Sono però in difetto su una cosa: alla votazione per convertire in legge il decreto riguardo il fondo di garanzia hanno votato contro. Qui le prove.

Ancora una volta, alla faccia della tanto decantata “honestà”.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Italiani, da euro-entusiasti a euro-scettici

europaPiù “eurofrustrati” che “eurofobi”, ma il progressivo “disincanto” degli italiani verso l’Unione europea – un “disinnamoramento” che di è consumato in 30 anni, dall’euro-entusiasmo del 1991 all’euroscetticismo più profondo del 2016, che ci posiziona dopo i cechi e vicino ai britannici – “preoccupa” l’Unione. Così come a preoccupare sono le elezioni del 4 marzo, col “grande punto interrogativo” sulle coalizioni che ne potranno emergere. A ricostruire le tappe dello strappo, è un rapporto condotto dall’Istituto Jacques Delors, il think thank presieduto da Enrico Letta, in partnership col Centro Kantar sul futuro dell’Europa, presentato oggi a Bruxelles.

Tra i fattori con cui il report spiega la parabola: la contrazione economica; la crisi migratoria legata ad un profondo senso di abbandono; e gli attacchi all’euro, assieme ad una delegittimazione delle istituzioni democratiche. Tuttavia, si spiega, “gli italiani non hanno rinunciato alla speranza di ritrovare un Europa protettrice”, ma per risalire la china, occorrerà una “sensibile ripresa economica”.

“L’euroscetticismo” costituisce “forse la chiave di questa campagna elettorale” oltre che “della società di oggi”. In questi termini l’ex presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha risposto alla domanda su quanto il voto degli ‘euroscettici’ potrà incidere sull’esito delle elezioni del 4 marzo, a margine di una lezione alla prima giornata del FeltrinelliCamp, a Milano. Per Letta, occorre “comprendere le ragioni” dell’euroscetticismo “e mettere in campo anche delle soluzioni”. “Credo che sia un tema chiave – ha proseguito -. Se l’Italia è diventata come la Polonia o come la Gran Bretagna, bisogna interrogarsi seriamente e bisogna affrontare la questione” ha sottolineato l’ex premier. Durante la sua lezione, in inglese, davanti a una platea di cento ricercatori di diversi Paesi europei, Letta aveva sottolineato come “l’Europa è percepita oggi come un enorme problema. In Italia c’è un nuovo scetticismo. Da uno dei Paesi più a favore dell’Europa adesso nei sondaggi sull’ euroscetticismo si colloca tra la Repubblica Ceca e l’Olanda, e non così lontana dalla Gran Bretagna”.