Ogni anno 3 mln di bambini muoiono per malnutrizione

Fame-nel-mondoChi ha troppo e chi ha troppo poco: non è certamente una novità, ma, in ogni caso, è una grande ingiustizia. Save the Children, in un suo nuovo rapporto sulla malnutrizione, ha lanciato l’allarme comunicando l’entità attuale del problema.
Ogni anno, nel mondo, circa 3 milioni di bambini muoiono per malnutrizione. In questo momento, 52milioni di bambini di età inferiore a cinque anni stanno soffrendo la carenza improvvisa di cibo e nutrienti. Inoltre, 155 milioni di bambini sono malnutriti cronici. I fattori che hanno un ruolo decisivo nella diffusione della malnutrizione, per Save the Children sono principalmente la povertà, i cambiamenti climatici ed i conflitti. Nei Paesi a medio e basso reddito, 2 minori su 5 vivono in stato di povertà con forti privazioni per le difficoltà di accesso al cibo, per la carenza dei servizi igienico-sanitari e per l’educazione insufficiente o inesistente. Nel Corno d’Africa ed in Kenya, in seguito all’emergenza climatica causata da ‘El Niño’, 7 milioni di bambini stanno ancora facendo i conti con la carenza d’acqua e di sostanze nutritive. Per contrastare questo fenomeno Save the Children lancia la campagna globale ‘Fino all’ultimo bambino’ per salvare e dare un futuro ai bambini senza un domani, attraverso un sms solidale attivo dal 12 ottobre al 5 novembre.
Qualche giorno fa, l’UNICEF ha pubblicato un rapporto sui bambini del Mali dove la crisi nutrizionale è aggravata dal protrarsi delle violenze, dell’instabilità e degli sfollamenti di massa, minacciando la vita e il futuro di migliaia di bambini. Secondo l’Ente dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, soltanto nel Mali, ci sarebbero circa 165mila bambini che potrebbero soffrire di malnutrizione acuta grave fino alla fine del 2018.

I bambini che soffrono di forme gravi di malnutrizione acuta sono colpiti da un’atrofia muscolare  grave, un peso molto basso rispetto alla loro altezza, e hanno una probabilità nove volte maggiore di morire in caso di malattie a causa di un sistema immunitario indebolito.

Lucia Elmi, Rappresentante dell’Unicef in Mali, ha commentato: «Dietro a questi dati ci sono le vite dei bambini e delle bambine più vulnerabili e dimenticati del Mali.  Dobbiamo fornire cure salva-vita e assicurare a ciascuno di questi bambini una piena ripresa. Allo stesso tempo, abbiamo bisogno di investire nei primi mille giorni di vita dei bambini, per ridurre il rischio di insorgenza della malnutrizione acuta.»

Il tasso di malnutrizione acuta fra i bambini sotto i cinque anni ha raggiunto livelli critici nelle zone colpite dal conflitto, come Timbuktu e Gao, ma è molto elevato anche a livello nazionale.

Secondo il rapporto, il tasso di malnutrizione acuta infantile a Timbuktu è salito al 15,7% e a Gao al 15,2%: una crescita preoccupante, da un livello classificato “grave” a “critico” nella scala dell’OMS.

Livelli preoccupanti di malnutrizione acuta si registrano anche nelle regioni di Kayes (14,2%) e di Taoudéni (14,3%), mentre il tasso nazionale si assesta al 10,7%.

Dal  2012  la crisi politica e le violenze hanno provocato, nel Mali, sfollamenti di massa e interruzioni dei servizi sociali nel nord del paese, con un impatto devastante sullo stato nutrizionale dei bambini e delle bambine più vulnerabili.

Altri fattori, come l’accesso limitato all’acqua e all’igiene e malattie infantili come diarrea, infezioni respiratorie acute e malaria, hanno contribuito ad aggravare la situazione.

Investire nei primi mille giorni di vita di un bambino, attraverso la promozione di pratiche come l’allattamento  esclusivo per i primi sei mesi e lavare le mani con acqua pulita e sapone, può prevenire la malnutrizione in modo efficace.

È sicuramente meritorio il ruolo svolto dall’UNICEF e da Save the Children per la lotta alla malnutrizione infantile nel mondo. Tuttavia le forme assistenziali restano insufficienti a risolvere i problemi da cui hanno origine le cause.
Urgerebbe un maggiore impegno politico, soprattutto dall’ONU, per risolvere gli annosi problemi che causano anche i problemi di malnutrizione infantile, ma che ledono il diritto alla vita ed alla dignità umana ad una cospicua parte dell’umanità. In tal senso, è doveroso segnalare l’impegno portato avanti tra mille difficoltà dalla Lega Italiana dei Diritti Umani.

Cesare Battisti si appella al Governo: “Rischio la morte”

cesare battistiTorna ancora in primo piano il caso Battisti, l’uomo condannato per omicidio durante la sua militanza nei Pac (proletari armati per il comunismo) che è fuggito per evitare di scontare la sua pensa prima in Francia e poi in Brasile. Ma dopo la Francia, anche il Brasile pensa di revocargli lo status di rifugiato politico. Tanto che Cesare Battisti ha anche provato a fuggire in Bolivia, anche se poi ha subito negato il suo tentativo di fuga: “Non ho mai pensato di uscire dal Brasile, ma se avessi voluto farlo non sarei andato in Bolivia, avrei scelto l’Uruguay, perché è un Paese un po’ più affidabile ed è dove ho più relazioni”, ha affermato Battisti.
Dopo la decisione di revocare l’attuale status di residente dell’ex terrorista da parte del nuovo governo brasiliano presieduto da Temer, ora Battisti prova ad appellarsi al Paese che lo ospita da più di dieci anni:
“Non so se il Brasile voglia macchiarsi sapendo che il governo e i media hanno creato questo mostro in Itala – ha detto Battisti – Mi consegneranno alla morte”. mentre gli avvocati di Battisti si sono detti convinti che Temer non autorizzerà l’estradizione in Italia. “Siamo fiduciosi che il presidente della Repubblica, noto docente di Diritto costituzionale, rispetterà le norme brasiliane, nonostante le pressioni politiche interne ed esterne”, si legge in una nota.
Nel frattempo i Governi in Italia sono cambiati, ma non l’intenzione di portare a termine una richiesta di estradizione che dura da tre lustri. L’intenzione dell’Esecutivo è quella di evitare di alimentare polemiche nell’opinione pubblica che potrebbero far saltare ancora una volta l’estradizione come avvenne con l’appello degli intellettuali di Wu Ming nel 2004.
“Sono stati assolutamente fatti tutti i passi necessari per l’estradizione di Cesare Battisti”, ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando. “Questo non è il momento di commentare – ha aggiunto – ma di lavorare con grande determinazione”. “Adesso dobbiamo solo esprimere rispetto per le decisioni del presidente brasiliano e per le sue valutazioni che attendiamo con grande fiducia”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Angelino Alfano, parlando del caso Cesare Battisti a margine di un’iniziativa a Milano. “Noi abbiamo fatto un grande lavoro – ha aggiunto – meno proclami si fanno in questo momento più probabilità ci sono di arrivare all’obiettivo”.

Marcia su Roma. Nencini, quando mancano idee si copia

forza nuovaIl ministro degli Interni l’aveva già detto in passato, la marcia su Roma è in “contrasto con l’ordinamento giuridico che prevede alcuni fondamentali presidi di legalità: la legge Scelba vieta la ricostituzione, sotto qualsiasi forma, del disciolto Partito fascista e punisce l’apologia del fascismo e la Legge Mancino condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista”. E ancora oggi Marco Minniti lo ribadisce: “Con le motivazioni da me già espresse in Parlamento – afferma – ho già dato disposizione al questore di Roma di non concedere l’autorizzazione per la manifestazione promossa da Forza Nuova a Roma il prossimo 28 ottobre”. Ma Forza Nuova insiste: il 28 ottobre, nell’anniversario della marcia su Roma, ci sarà “la marcia dei patrioti”. Sui social appare anche un orario e un luogo: alle 16 in piazzale Pier Luigi Nervi, all’Eur.
“E mentre a sinistra si litiga, con ex comunisti e grillini che parlano di fascismo, Forza Nuova organizza la celebrazione della Marcia su Roma. Proprio vero: quando mancano le idee originali, si copia”. Così il segretario del Psi, Riccardo Nencini, commentando l’iniziativa di Forza Nuova a Roma nell’anniversario della Marcia su Roma di Mussolini del 28 ottobre 1922.
Ad aggiungere paletti a una manifestazione anacronistica, anticostituzionale e non autorizzata anche l’Anpi. “Lo Stato antifascista deve intervenire per bloccare la marcia su Roma. Non si tratta più di semplici boutade ma di un piano eversivo che va sconfitto”, afferma il presidente romano dell’Anpi, Fabrizio De Sanctis. “Questo Stato dovrebbe essere pienamente antifascista, sorretto da una costituzione antifascista – spiega – Noi come Anpi abbiamo incontrato associazioni e partiti per organizzare una serie di iniziative ma lo Stato deve intervenire”.
Ma Forza Nuova non molla e il segretario Roberto Fiore fa sapere: “Ho consegnato la comunicazione necessaria per l’autorizzazione con un percorso non centrale, ma che definirei ‘romanissimo’. Il tema del corteo si potrebbe definire costituzionale: accoglie le preoccupazioni di tanti che vedono le libertà degli italiani restringersi sempre di più, mi riferisco al diritto di criticare l’invasione e le continue discriminazioni antitaliane”. Così il segretario di Fn sulla pagina Facebook dell’organizzazione ricordando anche le “tante adesioni da tutta Italia al corteo”.

Rajoy chiede chiarimenti, Psoe accusa Puigdemont

Pedro SanchezNon è piaciuta a nessuno la dichiarazione d’indipendenza a ‘metà’ del presidente Puigdemont, non ha soddisfatto gli indipendentisti così come non è stata gradita da Madrid. Dopo il discorso ddi Barcellona, ora a rispondere è il premier Mariano Rajoy che chiede chiarimenti a Carles Puigdemont sulla dichiarazione (o meno) dell’indipendenza della Catalogna.
“Il Consiglio dei ministri ha concordato di chiedere formalmente alla Generalitat di confermare se ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna”, è questo il comunicato che arriva alla fine dei lavori del consiglio dei Ministri straordinario convocato mercoledì mattina sulla crisi catalana, il giorno dopo l’atteso discorso del presidente catalano.
In seguito si valuterà come procedere, compreso il ricorso all’articolo 155 della Costituzione, che prevede la sospensione dell’autonomia di una regione e di cui “la richiesta di chiarezza” è il primo passo formale. L’articolo 155 non specifica infatti quali ‘poteri speciali’ possano essere esercitati dal governo spagnolo, che sembra così essere autorizzato a mettere in campo qualunque strumento per porre rimedio alla questione e obbligare la Catalogna “all’adempimento forzato” degli “obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi”.
Attraverso questo specifico articolo della Costituzione, infatti, Rajoy e il suo governo potrebbero, almeno in teoria e previa autorizzazione del Senato, adottare provvedimenti che spazierebbero dalla diminuzione dei poteri ai membri del Parlamento catalano alla sostituzione del presidente della Generalitat de Catalunya, Carles Puigdemont, con un rappresentante nominato dall’esecutivo iberico, fino alla convocazione di nuove elezioni e, addirittura e nel peggiore fra gli scenari possibili, allo scioglimento del Parlamento.
E mentre il leader di Ciudadanos, Albert Rivera, si sta orientando verso la possibile attuazione dell’articolo 155 della Costituzione, che di fatto commissaria la Catalogna, il PSOE accusa Puigdemont di aver abusato della buona fede di chi ha chiesto la mediazione e appoggia pienamente il Governo presieduto da Rajoy. Il primo ministro spagnolo si è incontrato nella notte con il leader del partito socialista Pedro Sanchez che ha ha fatto sapere che il Psoe, il principale partito di opposizione, appoggerà “le misure costituzionali” che prenderà il premier Mariano Rajoy nella crisi catalana se a risposta del presidente Carles Puigdemont al suo ultimatum sarà negativa e dichiarerà quindi ufficialmente l’indipendenza della Catalogna.

Istat, cala il sommerso, ma vale il 12,6% del Pil

banconote

L’Istat ha pubblicato un rapporto sull’economia ‘non osservata’, spiegando dettagliatamente che il valore aggiunto generato dall’economia sommersa ammonta a poco più di 190 miliardi di euro, mentre quello connesso alle attività illegali (incluso l’indotto) a circa 17 miliardi di euro. Dunque, nel 2015, economia ‘sommersa’ ed attività illegali valevano circa 208 miliardi di euro pari al 12,6% del PIL.

Il peso sul Pil di questa componente non osservata dell’economia è sceso di 0,5 punti rispetto all’anno precedente, interrompendo la tendenza all’aumento registrata nel triennio 2012-2014 (quando era passata dal 12,7% al 13,1%).

In particolare, l’Istat ha evidenziato la diversa composizione delle diverse voci dell’economia. Nel 2015, ad esempio la quota relativa alla sotto-dichiarazione valeva il 44,9% del valore aggiunto (circa 2 punti percentuali in meno rispetto al 2014). Il resto è attribuibile per il 37,3% all’impiego di lavoro irregolare (35,6% nel 2014), per il 9,6% alle altre componenti (fitti in nero, mance e integrazione domanda-offerta) e per l’8,2% alle attività illegali (rispettivamente 8,6% e 8,0% l’anno precedente).

I settori dove il sommerso ha un ruolo più evidente sono le ‘Altre attività dei servizi’ (33,1% nel 2015), il Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (24,6%) e le Costruzioni (23,1%). Sul complesso del valore aggiunto, le dichiarazioni inferiori al dovuto hanno un peso maggiore nei Servizi professionali (16,2% nel 2015), nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (12,8%) e nelle Costruzioni (12,3%). All’interno dell’industria, l’incidenza risulta relativamente elevata nel comparto della Produzione di beni alimentari e di consumo (7,7%) e contenuta in quello della Produzione di beni di investimento (2,3%). La componente di valore aggiunto generata dall’impiego di lavoro irregolare è maggiore nel settore degli ‘Altri servizi alle persone’ (23,6% nel 2015), dove è principalmente connessa al lavoro domestico, e nell’Agricoltura, silvicoltura e pesca (15,5%).

Sui circa 17 miliardi di valore aggiunto dell’economia illegale il traffico di stupefacenti si conferma nel 2015 come l’attività più rilevante, per un totale che si attesta a 11,8 miliardi di euro (poco meno del 75% del valore complessivo delle attività illegali) e un ammontare di consumi delle famiglie pari a 14,3 miliardi di euro. I servizi di prostituzione realizzano un valore aggiunto pari a 3,6 miliardi di euro (poco meno del 25% dell’insieme delle attività illegali) e consumi per circa 4 miliardi di euro mentre il valore delle attività di contrabbando di sigarette sale a circa 0,4 miliardi di euro, con un aumento di poco inferiore a 100 milioni di euro rispetto al 2014. Per l’Istat l’indotto connesso alle attività illegali, principalmente riferibile al settore dei trasporti e del magazzinaggio, si è mantenuto sostanzialmente costante, con un valore aggiunto pari a circa 1,3 miliardi.

Il Presidente dell’INPS, Tito Boeri, nel rilanciare i dati allegati in un rapporto al DEF per presentare la nuova banca dati pensata per facilitare il monitoraggio contributivo soprattutto nel settore degli appalti, tra i più esposti alle irregolarità, e per potere avviare un controllo mirato, ha dichiarato: “Nel 2015 sono stati sottratti al fisco quasi 11 miliardi di euro di contributi non pagati a lavoratori dipendenti: il 6-7% del totale di quelli versati all’Istituto di previdenza. Sono dati allarmanti. Tra il 2011 ed il 2014 l’evasione è oscillata tra i 10 e gli 11,5 miliardi all’anno e il monte salari dei lavoratori assunti in nero ammonterebbe a circa 20-30 miliardi pari, pressappoco, a circa 8 euro all’ora. Nel 2014 il gap stimato è stato invece pari a 11,3 miliardi: l’aliquota media non versata dunque pari al 40%. Di questo tesoretto occultato al fisco è stato possibile recuperare nel 2015 solo 0,7 miliardi tra fruizioni indebite di sgravi e prestazioni e altri risparmi di spesa. Dati peraltro sottostimati perché non tiene conto anche dell’area grigia, quelli non totalmente irregolari”.

I lettori potranno immaginare di quanto potrebbe diminuire la pressione fiscale in Italia, se l’economia ‘non osservata’ potesse emergere totalmente. Le riflessioni si potrebbero estendere anche al valore effettivo del PIL ed ai dati occupazionali. Inoltre, non andrebbero neanche sottovalutati gli effetti migliorativi che potrebbero ripercuotersi sulle prestazioni pensionistiche e sulla loro decorrenza.

Salvatore Rondello

È legge la riforma del diritto fallimentare

fallimenti

Addio ‘fallimento’, d’ora in poi sarà ‘liquidazione giudiziale’: è una delle novità introdotte dalla riforma del diritto fallimentare che – con il sì del Senato, 172 voti a favore, 34 contrari – diventa legge dopo un percorso ragionevolmente breve tra Montecitorio (il sì lo scorso primo febbraio) e Palazzo Madama. Il testo prevede, fra l’altro, meccanismi di allerta per impedire alle crisi aziendali di diventare irreversibili e ampio spazio agli strumenti di composizione stragiudiziale per favorire le mediazioni fra debitori e creditori per gestire l’insolvenza. La riforma, twitta il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, è “un contributo per un’economia più sana che aiuterà la crescita”.

Esulta anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che è intervenuto in aula a nome del governo prima del voto finale: “Non uso mai questi termini, ma si tratta di riforma di portata epocale”. Si cambia infatti una legge che “risale ancora al 1942 con un meccanismo distorto che ha macinato in questi anni molte risorse sia imprenditoriali che di beni materiali”. Con la riforma, secondo Orlando, si riesce “a rivedere lo stigma che spesso non è più giustificato nella fase di un’economia globalizzata, ma anche a non sprecare capacità imprenditoriale perché si può essere buoni imprenditori e aver avuto una prima esperienza imprenditoriale non felice”.

Favorevole il voto dei socialisti. “Noi – ha detto il senatore del Psi Enrico Buemi nella dichiarazione di voto – esprimiamo un giudizio molto positivo: si tratta di una buona legge, attesa da anni e che cambia completamente l’impostazione normativa. Da una fase sanzionatoria nei confronti delle imprese in difficoltà e da un atteggiamento negativo si passa a un completo ribaltamento dell’impostazione, avendo come punto di riferimento principale il mantenimento in vita dell’impresa, in quanto non soltanto patrimonio dei possessori e degli imprenditori, ma anche patrimonio ricchezza del Paese.”

Le principali novità

LA LIQUIDAZIONE GIUDIZIALE. Dominus sarà il curatore, con poteri decisamente rafforzati: accederà piu’ facilmente alle banche dati della Pa, potrà promuovere le azioni giudiziali spettanti ai soci o ai creditori sociali, sarà affidata a lui (anziché al giudice delegato) la fase di riparto dell’attivo tra i creditori. Ci sarà pero’ una stretta sulle incompatibilità.

PREVENIRE LA CRISI. Per facilitare una composizione assistita, arriva una fase preventiva di allerta attivabile direttamente dal debitore o d’ufficio dal tribunale su segnalazione (obbligatoria per fisco e Inps) dei creditori pubblici. In caso di procedura su base volontaria, il debitore sarà assistito da un apposito organismo istituito presso le Camere di commercio e avrà 6 mesi di tempo per raggiungere una soluzione concordata con i creditori. Se la procedura è d’ufficio, il giudice convocherà immediatamente, in via riservata e confidenziale, il debitore e affiderà a un esperto l’incarico di risolvere la crisi trovando un accordo entro 6 mesi con i creditori. L’esito negativo della fase di allerta e’ pubblicato nel registro delle imprese. L’imprenditore che attiva tempestivamente l’allerta o si avvale di altri istituti per la risoluzione concordata della crisi godrà di misure premiali (non punibilità dei delitti fallimentari se il danno patrimoniale è di speciale tenuità, attenuanti per gli altri reati e riduzione di interessi e sanzioni per debiti fiscali). Dalla procedura d’allerta sono escluse le società quotate e le grandi imprese.

REGOLE PROCESSUALI SEMPLIFICATE. Nel trattare le proposte, priorità viene data a quelle che assicurano la continuità aziendale, purché funzionali al miglior soddisfacimento dei creditori, considerando la liquidazione giudiziale come extrema ratio. Si punta poi a ridurre durata e costi delle procedure concorsuali (responsabilizzando gli organi di gestione e contenendo i crediti prededucibili). Il giudice competente sara’ individuato in base alle dimensioni e alla tipologia delle procedure concorsuali, assegnando in particolare quelle relative alle grandi imprese al tribunale delle imprese a livello di distretto di corte d’appello.

INCENTIVI A RISTRUTTURAZIONE DEBITI. Il limite del 60% dei crediti per l’omologazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti dovrà essere eliminato o quantomeno ridotto.

IL NUOVO CONCORDATO PREVENTIVO. Viene ridisegnato ammettendo, accanto a quello in continuità, anche il concordato che mira alla liquidazione dell’azienda se in grado di assicurare il pagamento di almeno il 20 per cento dei crediti chirografari.

INSOLVENZA GRUPPO DI IMPRESE. Arriva una procedura unitaria per la trattazione della crisi e dell’insolvenza delle società del gruppo e, anche in caso di procedure distinte, vi saranno comunque obblighi di collaborazione e reciproca informazione a carico degli organi procedenti.

Catalogna, il presidente Puigdemont evita la tensione

 pui catalogna“Sono qui dopo il risultato del referendum del primo ottobre per spiegare le conseguenze politiche che ne derivano. La Catalogna è un affare europeo. È un momento critico e serio e dobbiamo prenderci le nostre responsabilità per eliminare la tensione e non incrementarla”. Lo ha detto il presidente catalano Carles Puigdemont nel suo intervento al parlamento di Barcellona che ha però voluto precisare che con il referendum del 1 ottobre la popolazione catalana ha detto ciò che vuole.
L’atteso discorso è iniziato con un’ora di ritardo per le divergenze interne, soprattutto dovuto a divisioni nel fronte indipendentista. Lo scrivono i media spagnoli, secondo cui il presidente catalano si sarebbe riunito con le varie anime sovraniste del ‘Parlament’ negli uffici del gruppo di ‘Junts pel Si’. In particolare, Puigdemont avrebbe deciso di posporre gli effetti della dichiarazione di indipendenza, ottenendo l’appoggio dei moderati di PDCat, mentre la Cup, Candidatura di Unità Popolare, partito fortemente filo indipendentista, sarebbe contraria. “È evidente che non tutti siamo d’accordo, ma l’unica forma di progredire è pace e democrazia, quindi rispetto l’opinione altrui”, ha detto ancora il governatore della Catalogna, Carles Puigdemont, nel suo intervento al Parlamento locale.

Ilva. Mittal rassicura, ma i sindacati non si fidano

ilvaSi riapre ancora la sfida targata Ilva dopo il no al tavolo al Mise di Calenda. Il braccio di ferro è ancora una volta tra l’azienda rilevata dalla cordata Am Invest Co e i sindacati sul piede di guerra per gli esuberi annunciati senza dimenticare il diritto alla salute che sembra finito in secondo piano nei piani del governo e dell’azienda.
“ArcelorMittal e governo abbiano ben chiaro che i lavoratori e il sindacato non permetteranno ulteriori rinvii in termini di garanzie ambientali, occupazionali e di diritto per il futuro, rifiutando logiche di possibili ‘scambi’ su modalità e tempistiche del risanamento ambientale legato alla salute dei lavoratori e della comunità tarantina e ionica”. Così si legge nel documento unitario del Consiglio di fabbrica dello stabilimento Ilva di Taranto. Inoltre il segretario generale della Fim-Cisl Marco Bentivogli ha affermato in un’intervista a Linkiesta: “Non è solo una questione di esuberi non accettiamo alcun licenziamento ma bisogna pensare anche al piano industriale che deciderà il destino dell’Ilva. Serve un piano di investimenti per il sito di Genova, e soprattutto per il rilancio di Taranto. In questi anni di commissariamento non è stato fatto alcun investimento nella manutenzione degli impianti tarantini, per cui si riparte da molto indietro”. E nonostante lo stop di ieri di Calenda i sindacati registrano il loro punto a favore grazie allo sciopero che ieri ha interessato soprattutto gli stabilimenti di Taranto e di Cornigliano.
“Procedura ex articolo 47 firmata da Governo. Calenda ha bloccato trattativa per successo scioperi”. È quanto si legge in un tweet sulla vertenza Ilva del segretario generale della Fiom, Francesca Re David.
Ma da parte dell’azienda si cerca di rassicurare sia i lavoratori che il Governo accusato dai sindacati di non aver fatto abbastanza per dare “un segnale di discontinuità con il passato”.
“La sfida di gestire Ilva non è facile, ma sono giovane e sono qui per rimanere a lungo termine”. Lo ha detto a Cernobbio Aditya Mittal, Cfo di ArcelorMittal, socio industriale all’85% del consorzio Am Invest Co che ha rilevato Ilva, spiegando che il suo gruppo “ha sofferto moltissimo negli ultimi anni dal punto di vista della produzione e ha sofferto la comunità per negligenze ambientali, noi vogliamo migliorare queste condizioni”. Mittal ha poi aggiunto: “Vogliamo trovare una soluzione insieme a Governo, Istituzioni locali e sindacati per un futuro sostenibile di Ilva”.
Insomma la partita sull’Ilva è ancora aperta e adesso la patata bollente è in mano ai sindacati che non solo dovranno trattare per scongiurare gli esuberi, ma dovranno far in modo da riuscire a mantenere i livelli retributivi.

Violenza sui minori: record, in Italia 15 vittime al giorno

violenza minori

È record, in Italia, dei reati sui minori: nell’ultimo anno il numero totale dei bambini vittime di reato – mai stato così alto da un decennio a questa parte, toccando la cifra di 5.383 – ha registrato un +6% rispetto al 2015. E più di due bambini ogni giorno sono vittime di violenza sessuale: parliamo di quasi mille minori che ogni anno nel nostro Paese sono costretti a subire questo abuso. Sono questi i nuovi, allarmanti dati del dossier Indifesa di Terre des Hommes, divulgati oggi a Roma, in occasione della Giornata Onu delle Bambine e delle Ragazze che si celebra l’11 ottobre, alla presenza del presidente del Senato, Pietro Grasso.

Piccole vittime che in prevalenza sono femmine: nel 2016 erano in media il 58%, ma questa percentuale aumenta in tutti i reati a sfondo sessuale. Le bambine sono l’83% delle vittime di violenze sessuali aggravate, l’82% dei minori entrati nel giro della produzione di materiale pornografico, il 78% delle vittime di corruzione di minorenne (bambine al di sotto dei 14 anni forzate ad assistere ad atti sessuali). Colpisce il dato degli omicidi volontari consumati: più che raddoppiati in un anno (da 13 a 21 minori) e il 62% era una bambina o un’adolescente.

Il presidente Grasso ha definito “un colpo al cuore” il dossier di Terre des Hommes. “Le conseguenze di una mancata protezione e promozione del benessere infantile sono pesantissime e si ripercuotono nelle fasi successive della vita, oltre a rappresentare un gravissimo danno alla società. Ogni bambina strappata alla violenza è una speranza di riscatto per tutti noi. Ricordiamolo sempre: le bambine di oggi saranno le donne di domani, abbiamo il dovere di combattere tradizioni, pratiche e comportamenti che negano loro i diritti fondamentali come quello all’integrità fisica e psichica, alla salute, all’istruzione” ha detto Grasso.

La violenza domestica è causa della maggioranza dei reati contro i minori: nel 2016 sono state ben 1.618 le vittime di maltrattamento in famiglia, per il 51% femmine, con un incremento del 12% rispetto all’anno precedente. Cresciuto anche (+23%) il numero di vittime minori di abuso di mezzi di correzione o disciplina (266 nel 2016), ovvero di botte fino ad andare in ospedale e arrivare a denuncia. Pochi i segni meno: i reati più in calo rispetto al 2015 sono gli atti sessuali con minori di 14 anni (-11%), dove però le vittime sono ancora 366 (per l’80% bambine) e la detenzione di materiale pornografico, che segna -12%, con 58 vittime (il 76% femmine).

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), circa 16 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni e circa 1 milione di bambine sotto i 15 anni ogni anno danno alla luce un bambino. Le complicazioni durante la gravidanza e al momento del parto rappresentano la seconda causa di morte per le adolescenti di tutto il mondo, ha sottolineato Flavia Bustreo, vice direttore generale dell’Oms.

“Nel nostro Paese c’è bisogno di un cambio radicale nella prevenzione della violenza contro le bambine – ha detto Raffaele K. Salinari, presidente di Terre des Hommes – serve un impegno sempre maggiore del Governo per trovare fondi per il contrasto e la prevenzione della violenza di genere che orienti gli interventi sia in Italia che nei Paesi in via di sviluppo”.

Legge elettorale. Il Rosatellum bis arriva in Aula

Camera deputati

La legge elettorale arriva in Aula. Il passaggio in commissione si è concluso con le ultime votazioni. L’accordo sul Rosatellum 2.0 regge e il testo arriverà a Montecitorio con il sostegno dei deputati di Pd, Psi, Ap, Lega, FI, Ala, Ci e Direzione Italia. Contro invece Fdi, Al, M5s, Mdp e Si. Gli emendamenti presentati sono circa 200. Tra questi anche quelli dei socialisti che mirano ad aumentare il numero di collegi uninominali (attualmente ne sono previsti 231 per la Camera e 109 per il Senato) e a raggiungere l’assoluta parità di genere (50% donne e 50% uomini) in entrambi i rami del Parlamento.

Al momento 55 proposte di modifica sono state depositate dal Movimento 5 stelle, 28 da Articolo 1 – Mdp, 7 da Forza Italia, 13 da Fratelli d’Italia e 18 da Sinistra italiana – Possibile. Un numero tutto sommato contenuto che dà l’idea di un clima di confronto tra le forze politiche. “Il Rosatellum è la legge che si avvicina di più al Mattarellum. Dunque, votiamo il Rosatellum convintamente. Ma questa legge duri 50 anni”, afferma il leader dei Moderati Giacomo Portas, eletto alla Camera nel Pd. Qualche timore arriva dagli eventuali voti segreti. Ma, taglia corto Ettore Rosato capogruppo del Pd alla Camera “sarebbe uno scandalo” se sulla legge elettorale “si procedesse a trucchetti con voti segreti”. Sulla legge elettorale, conclude, i voti segreti sono “irragionevoli”. Ottimista anche il deputato Francesco Paolo Sisto, capogruppo di Forza Italia in Commissione Affari Costituzionali alla Camera per il quale “alla vigilia dell’arrivo in Aula alla Camera della legge elettorale, l’orientamento comune non può che essere sintonizzato al senso di responsabilità di ciascuno, dando un senso al proficuo lavoro svolto in Commissione”. “Ognuno – conclude Sisto – potrà dire che manca un quid, ma certo non sono giustificati gli anatemi che qualcuno, ad arte, lancia in queste ore. Polemiche, queste, che non possono nè devono distogliere dal traguardo finale: dare agli italiani una legge elettorale scritta dal Parlamento nell’interesse delle istituzioni e del Paese”.

Riferimento evidente agli anatemi lasciarti dal Movimento 5 Stelle che parla di “voto eversivo” e di “legge indegna”. “I grillini – afferma Maurizio Lupi, coordinatore nazionale di Alternativa popolare – gridano addirittura al golpe bianco e accusano il Parlamento di voler approvare una legge elettorale contro il Movimento 5 Stelle, proprio loro che presentano emendamenti contra personam per rendere ineleggibile chi non gli è gradito. Certe uscite mi ricordano la meschina scusa della volpe che non riesce a prendere l’uva. Sulle leggi elettorali hanno cambiato più volte parere, non si atteggino a vittime, cerchino piuttosto anche nelle urne quel consenso che sbandierano in televisione, dove avevano giurato che non sarebbero mai andati”. Positivo il commento di Salvini che si è sempre detto di essere disponibile a votare una legge elettorale qualsiasi essa sia. La legge elettorale, afferma, “prima passa in Parlamento e meglio è perché prima si va a votare e meglio è”. Del tutto negativa invece la posizione di Sinistra Italiana che si augura che non venga posta la fiducia sulla legge elettorale (una cosa tra l’altro già vista con l’Italicum) perché “si tratterebbe di una forzatura di inaudita gravità, un vero e proprio attentato ai diritti e alla libertà del Parlamento”. Sulla stessa posizione Mdp che chiede che la “presidente Boldrini impedisca forzature sulla legge elettorale, come la fiducia o il canguro, di cui ho sentito parlare in queste ore”.