Libia, il nulla di fatto della Conferenza di Palermo

Palermo-Libia

Si è conclusa oggi la Conferenza sulla Libia a Palermo con la stretta di mano tra l’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, e il capo del governo di unità nazionale Al Sarraj davanti al premier italiano Conte. Una perfetta immagine scenica che non sancisce la soluzione dei problemi sul tavolo della Conferenza. Haftar, ha disertato la plenaria, ed è subito ripartito dall’Italia. Secondo fonti diplomatiche, durante l’incontro, il generale avrebbe assicurato che Sarraj potrà restare al suo posto fino alle elezioni. Haftar avrebbe detto ad al Sarraj: “Non si cambia cavallo mentre si attraversa il fiume”.

Le stesse fonti ritengono ci sia una buona possibilità che la Conferenza Nazionale della Libia, primo passo nella road map Onu per le elezioni, si possa svolgere a gennaio. Conte esulta: “L’Italia riunisce i protagonisti del dialogo. Riteniamo fondamentale cogliere questa occasione per sostenere il cessate il fuoco a Tripoli e facilitare le discussioni per l’attuazione dei nuovi assetti di sicurezza che abbiano come obiettivo il superamento del sistema basato sui gruppi armati. In questa sede la Comunità internazionale potrà anche esprimere un sostegno concreto alla creazione e al dispiegamento di forze di sicurezza regolari. Dobbiamo fare in modo che gli esiti di questa Conferenza e lo spirito di Palermo, mi piace chiamarlo così, non si esauriscano oggi e qui, bensì si traducano in un impegno concreto a portare avanti l’agenda con costanza e determinazione. L’Italia continuerà ad assicurare il suo massimo impegno e mi auguro che tutti i partecipanti possano fare altrettanto”.

Conte, in merito alle richieste di assistenza tecnica, anche sul piano del training, ha detto che ‘il governo farà la sua parte’. Tra i presenti alla Conferenza anche il premier russo, Dimitri Medvedev, il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, il presidente tunisino, Beji Caid Essebsi, il premier algerino, Ahmed Ouyahia, il rappresentante speciale dell’Onu in Libia, Ghassan Salame’ e il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, il ministro degli Esteri europeo, Federica Mogherini, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi.

Le fonti di governo hanno comunicato la partecipazione al summit di 38 delegazioni. Al tavolo sulla Libia hanno partecipato, inoltre, le delegazioni di Lega Araba, Fmi e Banca Mondiale. Sono stati 450 i giornalisti accreditati.

Gli Stati Uniti hanno fatto sapere di apprezzare il ruolo della missione dell’Onu nel consolidare il cessate il fuoco in Libia e sostengono la Conferenza nazionale libica per elezioni pacifiche e credibili. Questo è stato il messaggio che il capo della delegazione americana per la conferenza di Palermo sulla Libia , l’ambasciatore David Satterfield, ha portato al Rappresentante speciale dell’Onu Ghassam Salamè nell’incontro che hanno avuto in Sicilia. Satterfield, arrivato ieri a Palermo, ha avuto un colloquio con Salamè assieme al Rappresentante aggiunto per gli Affari politici in Libia, Stephanie Williams.

Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi è arrivato a Villa Igiea a Palermo per partecipare alla Conferenza sulla Libia. Il capo di Stato egiziano è tra i principali sponsor del generale libico Khalifa Haftar, anche lui presente a Palermo.

L’Italia sperava che l’uomo forte della Cirenaica potesse sedersi al tavolo con gli altri protagonisti della scena politica libica per discutere della stabilizzazione del Paese nordafricano.

Invece, in una nota pubblicata su facebook, si legge: “Il comando smentisce le notizie circolate sui media locali e internazionali riguardo la partecipazione del maresciallo Khalifa Haftar ai lavori della Conferenza per la Libia che si tiene a Palermo. Il maresciallo è arrivato in Italia lunedì sera per avere una serie di incontri che partiranno martedì con i capi di Stato e i leader della regione per discutere gli ultimi sviluppi regionali e globali”. Il post è accompagnato da due foto del colloquio bilaterale di Haftar con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Sui lavori del summit è aleggiata questa presenza-assenza. E così il secondo giorno della Conferenza è iniziato con il controvertice voluto da Haftar, con l’aggiunta imposta dall’Italia della presenza di Al-Serraj per la sceneggiata della stretta di mano. Comunque, il generale Haftar non ha partecipato ai lavori ufficiali della plenaria.

Il vicepresidente turco Fuat Oktay, abbandonando Villa Igea, a lavori non ancora conclusi, ha detto: “Il meeting informale di stamattina è stato presentato come un incontro tra i protagonisti del Mediterraneo. Ma questa è un’immagine fuorviante che noi condanniamo. Per questo lasciamo questo incontro profondamente delusi. Qualcuno all’ultimo minuto ha abusato dell’ospitalità italiana. Sfortunatamente la comunità internazionale non è stata capace di restare unita”. Il riferimento del vicepresidente turco è stato rivolto, senza mai citarlo, alla presenza del generale Haftar.

In una bozza di dichiarazione finale, diffusa dall’agenzia russa Ria Novosti, si legge: “I partecipanti della conferenza di Palermo per la Libia chiedono la creazione al più presto di nuovi meccanismi in grado di garantire la sicurezza a Tripoli. I partecipanti lanciano un appello a tutte le parti affinchè venga perseguita la piena e tempestiva creazione di nuovi meccanismi in grado di garantire la sicurezza a Tripoli, basata su un nuovo dispiegamento dell’esercito regolare e delle forze di polizia, con l’obiettivo di sostituire le formazioni armate”.

Tuttavia, gli esperti hanno notato che la Conferenza è stata promossa, un po’ in solitario, dal governo italiano. In realtà, dopo le conclusioni, sembrerebbe confermato il timore, paventato sin dall’annuncio, che l’iniziativa potesse risolversi in un’altra passerella riservata agli addetti ai lavori. Infatti, salvo improbabili sorprese, nessuno fra i capi di Stato invitati, specie quelli di maggior peso europeo e internazionale, è stato presente al tavolo di Villa Igiea.

Anche la presenza del generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, con solidi addentellati internazionali, senza il quale diventa velleitario ogni discorso di soluzione della difficile situazione libica non ha rappresentato una partecipazione ufficiale.

Non c’è stata neanche la presenza della signora Angela Merkel che era data per certa. La sua presenza, oltre a dare tono, avrebbe conferito una certa credibilità politica all’iniziativa visto che la cancelliera rappresenta un Paese assai importante, l’unico fra le potenze Nato che rifiutò di partecipare all’aggressione contro la Libia di Gheddafi e/o contro gli interessi italiani in Libia e nel Mediterraneo.

Insomma, mentre tutti gli altri (Francia, Gb, Italia, USA, Russia, Cina, ecc) intrigano perché interessati alla spartizione del ‘bottino’ di guerra, la Germania ha mantenuto un profilo politico più sobrio, distaccato e pertanto potrebbe costituire, dal versante europeo, un riferimento politico e diplomatico più attendibile.

Nonostante le dichiarazioni di parte (Cicero pro domo sua) del governo italiano, di fatto, c’è stato un nuovo fallimento della bizzarra politica estera di questo governo che, nel caso della Libia, ha dovuto perfino registrare la fuga del suo ambasciatore da Tripoli senza riuscire ad inviarne uno nuovo, possibilmente più gradito alle forze e alle istituzioni locali.

I vari rappresentanti governativi, consapevoli del possibile flop, hanno messo le mani avanti, tutti protesi a ridimensionare il ruolo e gli esiti della Conferenza.

D’altra parte, il disagio è comprensibile: quali impegni potevano essere assunti al tavolo del confronto quando gli attori convenuti, di fatto, hanno solo preso nota per riferire?

Insomma, dopo un lungo lavorio in giro per il mondo (e anche una considerevole spesa) l’esito della Conferenza si è trasformato in una ‘tavolata’ ossia a una sontuosa “cena di lavoro tra i partecipanti, una sorta di “welcome dinner” per preparare il terreno al vertice vero e proprio che forse si farà in sede Onu”.

Dal tavolo dei colloqui alla tavolata il passo è stato davvero breve! Pranzi e passerelle vanno bene se servono a qualcosa. Altrimenti meglio evitarli poiché possono risultare indigesti e rischiano di bruciare quel tanto di credibilità residua di un governo che non sappiamo se riuscirà a giungere alla prossima Pasqua di resurrezione.

La realtà della Libia, del mite popolo libico resta drammatica, in preda al caos politico, al terrorismo, alle divisioni tribali, alle violenze di ogni tipo.

Assistiamo alla conseguenza di una guerra improvvida quanto asimmetrica che è stata vinta facilmente sul terreno militare, ma che si rischia di perdere sul terreno diplomatico e politico. La Libia è solo l’espressione più vicina all’Italia di problematiche umane e politiche estese all’intero continente africano.

Salvatore Rondello

Tim, la ‘cacciata’ di Genish voluta dal nuovo Governo

genish amosUn fulmine a ciel sereno in casa Tim, anche se i conflitti erano risaputi e interessavano un po’ tutti. Il consiglio di amministrazione della società di telecomunicazioni si è riunito in via straordinaria questa mattina ha sfiduciato l’amministratore delegato, Amos Genish, le deleghe sono passate al presidente del cda, Fulvio Conti. Il manager israeliano Genish sarebbe considerato l’ultimo ostacolo per lo scorporo della rete ed è stato così defenestrato, contro il parere della società francese Vivendi. “È stata una mossa molto cinica e volutamente pianificata in segreto, per creare la massima destabilizzazione e influenzare i risultati di Tim”, ha commentato un portavoce di Vivendi, azionista del gruppo telefonico al 24%, criticando il passo odierno del cda. Una decisione assunta “mentre il ceo stava negoziando a nome di Tim e portando avanti i suoi doveri dall’altra parte del mondo”, ha affermato. “Denunciamo la destabilizzazione di questa decisione e il metodo vergognoso” ha concluso. Il dito sembra essere puntato tutto su Elliott, ma in realtà la decisione arriva da molto più in alto. La cacciata di Genish è tutta nella volontà dei 5 Stelle – così come dichiarato anche dal Vicepremier Di Maio – di portare avanti il progetto della creazione di una società unica.
L’obiettivo è quello creare una rete unica tra Telecom e Open Fiber in una struttura che sia in grado di raccogliere le risorse per accelerare la sostituzione del rame.
Tuttavia proprio sulle ingerenze c’è chi mette le mani avanti e sul futuro della rete Stefano Buffagni, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, oggi è tornato a chiarire che “il governo non comanda quell’azienda. Siamo contro l’esproprio. Gli scontri tra azionisti come gli scontri ovunque creano solo danno per tutti e questo vale in tutti i settori” ha detto commentando le decisioni del cda di Tim. A chi gli faceva notare che questo sta accadendo proprio quando Tim e Open Fiber stanno raggiungendo un accordo commerciale per lavorare insieme sulla rete, Buffagni ha replicato: “Noi non vogliamo fare la rete unica, non vogliamo obbligare nessuno a fare nulla. Noi stiamo creando le condizioni normative affinché ci sia il vantaggio per tutto il sistema per portare l’Italia nel futuro andando tutti sulla fibra”.
Nel frattempo dopo la ‘burrasca’ di oggi tutto verrà deciso in nuova riunione fissata per domenica 18 novembre eleggerà la nuova guida del primo operatore di tlc del paese. Si profila una scelta interna al board stesso, con in pole l’ex braccio destro in Fiat di Sergio Marchionne, il tarantino Alfredo Altavilla. Tra i consiglieri, si fanno anche i nomi di Rocco Sabelli e Luigi Gubitosi.

Manovra, il governo diviso sulla risposta alla Ue

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Il termine per la risposta del governo italiano alla Commissione Ue è in scadenza. Bruxelles vuole spiegazioni sulle deviazioni previste dalla Manovra finanziaria e sugli obiettivi di deficit/Pil e riduzione del debito che porterebbero Roma fuori dai parametri previsti dai trattati comunitari e che hanno portato Bruxelles preventivamente a bocciare il testo. Un Consiglio dei Ministri è previsto alle otto di sera, preceduto da vertici a livello politico. Le audizioni degli organismi tecnici di questi giorni hanno puntato in maniera unanime il dito contro le stime sulla crescita (+1,5% per il governo nel 2019), anche alla luce dei numeri ben diversi prospettati dall’Unione, e non solo da essa, che prevedono una crescita del pil ben più bassa. “Il tasso di crescita non si negozia” ha detto il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, smentendo voci e indiscrezioni apparse sui giornali secondo cui il tasso di crescita dell’Italia sia stato o sia oggetto di dibattito politico. “Le previsioni di crescita sono infatti il risultato di valutazione squisitamente tecnica. Per questo non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal Governo”. Però allo stesso tempo gioca d’anticipo e proponendo la carta della limatura delle stime del Pil 2019, riducendole fino all’1,2% dall’1,5% previsto nella Nota di aggiornamento al Def. Uno 0,3% in meno che renderebbe più credibile la previone dell’esecutivo. Una proposta di se da una parte sembra ricevere una prima apertura dal parte della Lega, dall’altra vede il netto rifiuto del M5S con Luigi Di Maio che non ci pensa proprio a rivedere parametri, misure e percentuali della manovra.

Per il Movimento il testo e il quadro macroeconomico non si cambiano anche a costo di andare allo scontro con la Ue. Da qui si spiegherebbe anche il ‘giallo’ sul vertice non vertice della mattinata a palazzo Chigi. Anche se fonti di entrambi i partiti negano divergenze, ancora una volta si sarebbe consumato un braccio di ferro fra il Movimento e il ministro Tria. I 5 Stelle vogliono lasciare il quadro esattamente com’è, mentre Tria punta a dare un segnale di buona volontà alla Commissione europea soprattutto dopo le ultime previsioni d’autunno della Ue.

Il Pil, ragionano a via Venti Settembre, deve scendere necessariamente, tanto più che questo non comporterebbe nessuna modifica sul fronte deficit in quanto la base di partenza sarebbe il Pil tendenziale previsto allo 0,9 per cento. Tra le altre ipotesi sui cui si ragiona in vista dalla risposta ai rilievi europei sarebbe anche quella di inserire una clausola sulla spesa che garantirebbe la tenuta del rapporto deficit-Pil al 2,4% (intoccabile per Di Maio e i suoi). Soluzione che comunque non basterebbe a soddisfare la Ue che vuole una vera e propria correzione della manovra soprattutto sul fronte delle misure più costose (reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni). Nel menù delle possibilità, ovviamente non contemplate dai due azionisti di maggioranza dell’esecutivo, ci potrebbe essere lo slittamento a fine 2019 di reddito di cittadinanza e ‘quota 100’ per indirizzare i risparmi alla riduzione del disavanzo. Ma la partita è ancora decisamente aperta, tanto che è in programma un vertice per cercare di trovare un accordo e inviare finalmente una risposta all’Europa.

Taranto, morti due operai. Cisl, inaccettabile

Cadono da cestello elevatore, morti 2 operai a Taranto/ foto di Giacomo Rizzo

Cadono da cestello elevatore, morti 2 operai a Taranto/ foto di Giacomo Rizzo

Due operai edili hanno perso la vita precipitando da un cestello elevatore che, improvvisamente, si è sganciato dal braccio della piattaforma che lo elevava a oltre dieci metri di altezza. È successo durante i lavori di ristrutturazione di un edificio di via Galeso, al rione Tamburi di Taranto.
Le vittime sono Giovanni Palmisano, di 33 anni, titolare di un’azienda edile di Locorotondo (Bari), e Angelo D’Aversa, di Statte (Taranto), dipendente di un’altra azienda edile impegnata nei lavori di ristrutturazione dell’immobile.
“Il drammatico incidente mortale in un cantiere di Taranto, costato la vita a due operai edili, allunga ulteriormente la scia di sangue in edilizia, che si conferma così uno dei settori con il più alto indice di infortuni, spesso mortali. Anche quella odierna è una tragedia inaccettabile e che ci lascia sgomenti”, dice il segretario nazionale della Filca-Cisl Stefano Macale. “Dall’inizio dell’anno ad oggi i morti sul lavoro sono circa 630, il 20% dei quali nei cantieri. Continuiamo a ripetere che serve una cultura della sicurezza che vada oltre la repressione, ma che abbracci sia la formazione che l’informazione. Su questi temi – conclude – il governo dovrebbe coinvolgere le parti sociali e il sistema della bilateralità, molto diffuso in edilizia e composto da centinaia di professionisti che in tutta Italia danno il loro contributo quotidiano per la sicurezza e la formazione nel lavoro edile. Un loro coinvolgimento attivo non può che dare un contributo prezioso alla cultura della sicurezza, ponendo così fine a questa intollerabile lista di edili morti sul lavoro”.

Manovra, iniziata un’altra settimana di passione

salvini di maio

In mattinata, a quanto si apprende da fonti di governo, si è svolto un vertice a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte, il vicepremier Matteo Salvini ed il sottosegretario Giorgetti per fare il punto sul decreto fiscale e sulla manovra in vista della lettera di risposta da inviare a Bruxelles. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ed il vicepremier Luigi Di Maio, stranamente, non hanno partecipato.

Nel frattempo, il facente funzioni di presidente dell’Istat, Maurizio Franzini, in audizione davanti alle Commissioni di Camera e Senato sulle misure della manovra, ha dichiarato: “Quattro famiglie su 10 sotto la soglia di povertà (il 40,7%) vivono in case di proprietà, sulle quali una su 5 paga un mutuo medio di 525 euro, mentre il 15,6% in abitazioni in uso o usufrutto gratuito. Il 43,7% vive invece in affitto, quota che è particolarmente elevata nei centri metropolitani (64,1%) e nel Nord del Paese (50,6%). La spesa media effettiva per l’affitto è di 310 euro.

La rinuncia a visite o accertamenti specialistici per problemi di liste di attesa complessivamente riguarda circa 2 milioni di persone (3,3% dell’intera popolazione, mentre, sono oltre 4 milioni le persone che rinunciano per motivi economici. A rinunciare di più sono i più anziani, tra i 45 e 64, e rilevante è l’intreccio tra rinuncia e condizioni economiche. Ipotizzando costanti sia i tassi di fecondità osservati nel 2017 per ordine di nascita, sia la popolazione femminile residente tra i 15 e 49 anni al 1 gennaio 2018, si stima la nascita di circa 51 mila terzi figli nel 2019. Questo numero era intorno ai 53 mila tra il 2013 e 2015 e intorno a 51 mila tra il 2016 e 2017″. La media di figli per donna, per le nate a metà degli anni 70, è stimato nell’1,4% e che a livello nazionale la quota di donne senza figli è in continuo aumento da una generazione all’altra: era di circa una su 10 per le nate nel 1950, è cresciuta a circa 1 su 5 per le nate a metà degli anni 70. Parallelamente aumentano, leggermente, le donne con un solo figlio e crolla il numero di donne con almeno due figli”.

Il vice presidente della Bce, Luis De Guindos, ha detto: “Un effetto contagio dall’Italia è stato finora limitato, ma rimane una possibilità. Sul fronte delle finanze pubbliche, l’Italia è il caso più importante al momento, visto il livello del debito e delle tensioni politiche sui piani di bilancio del governo. Le forti reazioni del mercato agli eventi politici hanno scatenato nuove preoccupazioni sul nesso tra banche e debito sovrano in alcune parti d’Europa. E questo è alla base della richiesta di disciplina fiscale e del rispetto delle regole”.

E’ iniziata un’altra settimana di passione per l’Italia, stretta tra la risposta sulla manovra da inviare alla Commissione europea entro domani, e l’attesa dei mercati per l’esito della trattativa, con lo spread che venerdì si era riposizionato attorno ai 300 punti e nuovi titoli di Stato da collocare tra lunedì e martedì. Se nel fine settimana si era un po’ allentata la tensione Roma-Bruxelles, a riaccendere lo scontro è stato un duro botta e risposta a distanza tra Matteo Salvini e il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, prima sui migranti e poi, inevitabilmente, sulla manovra. L’Italia ha già avuto flessibilità per 30 miliardi e ora deve rispettare le regole, è il messaggio di Juncker, cui il leader leghista ha risposto insolentemente: “Non siamo cocciuti ma lasciateci lavorare”. Salvini si mostra spavaldo anche di fronte all’ipotesi, ormai incombente, dell’apertura di una procedura con queste affermazioni provocatorie: “Ispettori Ue? Manca solo l’ispettore Derrick e il tenente Colombo. I fondamentali non saranno toccati. Ben vengano i consigli ma i diktat saranno rispediti al mittente”.

Il clima incandescente certo non aiuta l’opera di tessitura che Giuseppe Conte, forse, sta cercando di mettere in atto e che potrebbe portare a un incontro, al momento ancora non in agenda, proprio con Juncker. Il premier, prima di partire per Palermo per la conferenza sulla Libia, potrebbe vedere di nuovo il ministro dell’Economia Giovanni Tria, per mettere a punto i dettagli delle (poche) concessioni che l’esecutivo è pronto a fare a Bruxelles: da un lato una revisione al ribasso del Pil, che tenga conto dello scenario che si è deteriorato da settembre a oggi, e che diventerebbe così più vicino alle stime europee (1,2% contro l’1,5% italiano) che pure tengono conto di un effetto espansivo della manovra, anche se meno di quanto ipotizzato dal governo.

Dall’altro lato ci potrebbe essere la promessa di una clausola, forse automatica, di taglio della spesa in caso di sforamento. Nulla di più, almeno per ora. L’azione del governo in queste ore è anche sotto la lente degli ispettori dell’Fmi, in Italia per la consueta missione nell’ambito dell’Article IV, che incontreranno Tria proprio martedì, quando scade il termine per inviare il nuovo Draft Budgetary Plan a Bruxelles. In questo contesto incandescente Piazza Affari da settimane subisce contraccolpi. Il grafico del Ftse All Share è in rosso perenne, con una flessione che da inizio anno ha toccato oltre il 12%. Ancora peggio il Ftse Italia All Share banks, quello delle banche, che perde il 25%. Istituti di credito che rischiano di subire più di altri i contraccolpi dell’instabilità perché sovraesposti al debito pubblico, con oltre 369 miliardi di titoli in portafoglio. E proprio domani il Tesoro tornerà sul mercato offrendo in asta Bot a un anno. Martedì sarà invece la volta dei Btp a 3, 7 e 20 anni. Entrambe fino a 5,5 miliardi. Le ultime emissioni hanno registrato tassi al top da 5 anni.

Domani ci sarà un altro vertice del Consiglio dei Ministri prima di inviare la lettera a Bruxelles sulla manovra. Sembrerebbe che la posizione con l’Ue sia rimasta distante senza nessun sostanziale cambiamento. Il vicepremier Salvini ha minacciato che se l’Ue applicherà le sanzioni all’Italia, non verrà più corrisposto il contributo dell’Italia all’Ue. Affermazioni gravi e dirompenti.

Vilfredo Pareto, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale scrisse: “Al governo delle volpi si sostituirà il governo dei leoni e dopo finiranno per sbranarsi”. Allora, come la storia insegna, le affermazioni di Pareto si avverarono tragicamente.

Speriamo che in futuro questo non avvenga, ma, purtroppo la situazione emersa in Italia non promette niente di buono.

Salvatore Rondello

I populisti infuriati? È la stampa, bellezza

Federica Angeli, giornalista antimafia sotto scorta e minacciata dal clan degli Spada

Federica Angeli, giornalista antimafia minacciata dal clan degli Spada

Offese, ingiurie, invettive. Tempi cupi per l’informazione. I populisti hanno un bruttissimo rapporto con la stampa, guardano con fastidio i giornalisti. Il M5S, da quando era all’opposizione, ha avuto un pessimo rapporto con i giornali e la situazione non è di molto cambiata da quando il movimento fondato da Beppe Grillo è andato al governo.

Luigi Di Maio ha sentenziato su Facebook: la stragrande maggioranza dei giornalisti «sono solo degli infimi sciacalli». Il capo politico dei cinquestelle, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico se l’è presa con i giornalisti come se l’assoluzione del 10 novembre di Virginia Raggi, per falso ideologico in atto pubblico da parte del tribunale di Roma, fosse una condanna dell’informazione.

Di Maio, giornalista pubblicista, non è un caso isolato: tra i populisti grillini c’è il tiro a segno contro i cronisti. Alessandro Di Battista, impegnato in una vacanza con la famiglia di sei mesi negli Stati Uniti e in America Latina, è intervenuto anche sulla vicenda della sindaca di Roma. Sempre su Facebook ha rincarato con mano pesantissima: «Le uniche puttane» sono i giornalisti, «sono pennivendoli». L’ex deputato grillino, punto di riferimento dell’ala movimentista pentastellata, non è uno qualunque: è considerato il numero due del M5S, un possibile candidato a succedere a Di Maio nell’incarico di capo politico.

Di sicuro gli attacchi e le offese ai giornalisti non offuscano il grande scontento dei romani per il degrado nel quale sprofonda la capitale: dagli autobus quasi sempre in ritardo cronico (è fallito per mancato quorum il referendum consultivo dell’11 novembre sulla messa a gara del trasporto pubblico) ai cassonetti stracolmi di rifiuti maleodoranti, dalla paralizzante burocrazia capitolina alle grandi aziende in fuga verso Milano.

Non funziona così. Un articolo o una critica possono piacere o non piacere ma vanno rispettati. Un pezzo si può criticare, si può contestare se contiene errori o notizie sballate. Ma gli insulti sono inaccettabili soprattutto se arrivano dall’interno del governo, perché così si ferisce uno dei beni più importanti di una democrazia: la libertà di stampa. Certo i giornali non sono perfetti. Se negli ultimi dieci anni hanno dimezzato le copie vendute ci sono tante ragioni, compresi i difetti della caduta della qualità, della concentrazione e centralizzazione dell’informazione.

I giornalisti, comunque, sono sempre stati tra i bersagli preferiti di Grillo. Basta un nulla a far scattare la sua ira. Lo scorso anno, quando il Movimento 5 Stelle era ancora all’opposizione, non prese bene l’assalto dei cronisti davanti all’Hotel Forum a Roma: «Questo è sequestro di persona, vi mangerei tutti per il gusto di rivomitarvi». Insulti pesantissimi conditi con l’ironia graffiante del grande comico.

In genere i leader populisti guardano con ostilità ai giornalisti. Donald Trump si cimenta perfino in combattimenti corpo a corpo con singoli reporter. Nella conferenza stampa dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti del 6 novembre, ha picchiato duro contro Jim Acosta: «Tu sei un maleducato, un nemico del popolo». Al presidente americano non era per niente piaciuta una domanda del cronista della Cnn sulla carovana dei migranti ispanici in Marcia verso gli Usa. Poi è arrivata la mannaia: la Casa Bianca ha sospeso l’accredito stampa al corrispondente della Cnn.

Subito dopo, prima di partire per il viaggio in Europa, ha avuto un altro scontro con Abby Phillip: «Ma che domanda stupida. Ti guardo spesso, fai un sacco di domande stupide!». La giornalista afroamericana della Cnn aveva chiesto al presidente se volesse fermare le indagini del procuratore Robert Muller sul Russiagate.

Trump ha minacciato di togliere le credenziali anche ad altri corrispondenti presso la Casa Bianca: «Quelli che non mostrano rispetto verso il presidente». Insomma, a quei giornalisti «nemici del popolo» in quanto critici verso il presidente degli Stati Uniti eletto dal popolo. Ma l’eletto dal popolo può comportarsi bene o male, può sbagliare e infrangere la legge per motivi personali o politici. La stampa deve fare il suo lavoro, il suo dovere: informare e, secondo i casi, apprezzare o criticare senza avere riguardi per i potenti, anche se eletti dal popolo.

Negli Stati Uniti d’America la libertà di stampa ha una grande tradizione. Nel 1972 l’inchiesta di Bob Woodard e Carl Bernstein, due reporter del Washington Post, fece scoppiare lo scandalo del Watergate su alcune intercettazioni illegali effettuate ai danni del Partito Democratico da parte di alcuni uomini del Partito Repubblicano. Gli articoli dei due giornalisti portarono alla messa in stato di accusa e alle dimissioni del presidente Richard Nixon. Humphrey Bogart diceva: «È la stampa, bellezza». Se l’intento dei populisti è di intimidire i giornalisti, fallirà.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Atac. Raggi e Media in silenzio prima del Referendum

atacAtac resta in mano al comune di Roma. Fallisce il referendum promosso dai Radicali per la messa a gara del servizio. La consultazione non raggiunge il quorum del 33,3% necessario per la validazione. A poco valgono i risultati derivanti dal voto dal 16,37% degli aventi diritto, che in maggioranza (75%) dicono di sì al cambiamento nella gestione dell’azienda di trasporti indebitata di 1,6 miliardi di euro.

Circa 386.900 cittadini (su 2.364.000) si sono recati alle urne. Il municipio più partecipativo è stato il II, San Lorenzo-Parioli, dove ha votato il 25,25%. Il quartiere di Tor Bella Monaca (VI municipio), invece, ha visto andare al voto solo il 9,3%. Esulta l’amministrazione capitolina, Virginia Raggi in testa: “Atac resta dei cittadini. I Romani vogliono resti pubblica. Ora impegno e sprint finale per rilanciarla con acquisto 600 nuovi bus, corsie preferenziali, più controlli, riammodernamento metro. Attenzione e rispetto per tutti i votanti”.

In realtà Atac sarebbe rimasto comunque un servizio pubblico, anche se i sì ce l’avessero fatta. Il referendum, infatti, proponeva semplicemente di spezzare l’antico legame tra politica e trasporti. L’obiettivo era quello di favorire la concorrenza, affidando il servizio in base alla qualità dei gestori. Senza contare l’aumento di controlli, che in mano ad una azienda privata sarebbero moltiplicati rispetto ad una gestione pubblica. Ma tant’è.

“Il mancato raggiungimento del quorum è una sconfitta per l’amministrazione della democrazia diretta, per una sindaca che ha fatto fatica a dire una parola sul referendum. Nelle condizioni date siamo soddisfatti di come i romani abbiano risposto”, le parole del parlamentare Riccardo Magi, esponente radicale che più si è battuto in questi mesi sulla questione. Le forze politiche e i vari gruppi di interesse si sono divisi sul tema come sempre avviene in questi casi. Il Pd, Forza Italia e gli industriali speravano per la liberalizzazione. Lega, M5s, LeU e sindacati si sono schierati per il no.

“Il voto al referendum sulla messa a gara del servizio pubblico locale è certamente deludente, ma va considerata la poca o nulla informazione data dal Comune ai cittadini, la complessità di una questione che la necessaria sintesi proposta dal quesito non rappresentava appieno e la semplicistica rappresentazione di una scelta tra pubblico e privato, con annessi problemi occupazionali”, precisa Loreto Del Cimmuto, segretario della Federazione Romana Psi. “Ma hanno votato circa 300.000 romani e questo, preso in sé, non è una dato da sottovalutare. È da qui che bisogna ripartire. Ci vuole tempo e un lavoro di lunga lena, perché la sfiducia e il degrado dei servizi generano di per sé un basso livello di controllo sociale e quindi di partecipazione. Una società civile merita una diversa qualità del governo della cosa pubblica, anche perché è chiaro che il trasporto pubblico deve essere governato dal sistema pubblico” precisa Del Cimmuto e spiega: “E il punto è proprio questo: la questione Atac rimane tutta lì, con il suo deficit strutturale e il rischio fallimento, infine prima o poi la gare si dovranno comunque fare”.
“È quindi doveroso lavorare per rafforzare il ruolo regolatore del Comune come autentico garante della qualità del servizio e dei diritti degli utenti, a prescindere da chi gestisce oggi e gestirà domani il servizio”, conclude.

Dopo il referendum, l’auspicio è che ora davvero Atac possa risollevare la testa come promesso dalla sindaca di Roma e dall’assessore ai Trasporti Linda Meleo. Le premesse non sono delle migliori, considerati debiti, vetture vetuste (1300 autobus sono attualmente in riparazione) e scioperi. I cittadini sembrano ormai rassegnati. La situazione economica dell’azienda è vicina al collasso. Il servizio non degno di una metropoli europea. La speranza, però, è l’ultima a morire. Perfino a Roma.

F.G.

La Lega e la laurea da appendere ‘al chiodo’

matteo salviniNon è una novità, sono anni che l’Istruzione viene massacrata e relegata a diletto per pochi fortunati. Dai tempi de ‘Con la Cultura non si mangia’, ai continui tagli alla Ricerca e al guardare inermi ‘la fuga dei cervelli’, i Governi negli ultimi anni non sembrano considerare i titoli universitari dei meriti.
Pochi giorni fa la ‘cacciata’ insensata dell’Ordinario di Fisica Sperimentale all’Università di Trento, Roberto Battiston, dalla presidenza dell’Asi, da parte del ministro leghista Bussetti. Ieri invece il vicepremier Matteo Salvini dice che vorrebbe abolire il valore legale della laurea. “Dobbiamo mettere mano alla riforma della scuola e dell’università, affrontando la questione del valore legale del titolo di studio”. La laurea, insomma, non sarebbe – o non dovrebbe essere – un requisito fondamentale per accedere a concorsi pubblici e per fare carriera. Il motivo, spiegava ieri il ministro dell’Interno alla scuola politica della Lega a Milano, sarebbe che “negli ultimi anni la scuola e l’università sono stati serbatoi elettorali e sindacali: ecco perché l’abolizione del valore legale del titolo di studio è una questione da affrontare”. Tuttavia è lo stesso Marco Bussetti a frenare l’idea del leader del suo Partito, a margine di un convegno a Milano, dice: “È un tema di cui si dibatte da tanti anni, ma in questo momento non è in programma, non è detto che poi possa essere analizzato in futuro”.

Imu, tasi e bollo auto. Cresce la voglia di condono

Camera Deputati

Servono soldi. Lo spread sale e i numeri che si prospettano con la manovra in lavorazione appaiono sempre più traballanti. Il governo non ne vuol saperne di cambiare la manovra. Neanche una virgola, ha detto più volte il ministro degli interno Salvini. La faccia non la vogliono perdere, allora servono altri modi per scovare qualche quattrino in più. Ed ecco che cresce la tentazione del condono. Non uno. Tanti. Sono 578 gli emendamenti al decreto legge fiscale collegato alla manovra, presentati in commissione Finanze al Senato. L’esame delle proposte di modifica inizierà la prossima settimana. Molto attiva si è dimostrata la Lega di Matteo Salvini. Estendere il condono fiscale anche alle imposte patrimoniali degli enti territoriali, come Ici, Imu e Tasi, e il bollo auto. La proposta è contenuta in uno degli emendamenti della Lega al decreto legge fiscale collegato alla manovra, presentati in commissione Finanze al Senato.

La proposta di modifica, a prima firma Enrico Montani, introduce un articolo al provvedimento, che definisce le agevolazioni delle entrate degli enti locali. In particolare la sanatoria riguarderebbe ”le entrate, anche tributarie, dei comuni, non riscosse a seguito di provvedimenti di ingiunzione fiscale”, notificati negli anni dal 2000 al 2017, dagli enti stessi e dai concessionari della riscossione. Gli enti locali, si legge nell’emendamento, potranno stabilire, ”entro il termine fissato per la deliberazione del bilancio annuale di previsione, con le forme previste dalla legislazione vigente per l’adozione dei propri atti destinati a disciplinare le entrate stesse, l’esclusione delle sanzioni relative alle predette entrate”.

Non solo. Gli automobilisti che vengono beccati a viaggiare senza la copertura assicurativa per la seconda volta dovranno rinunciare al veicolo per 45 giorni e a guidare per 60 giorni. La sanzioni attuale è fissata da un minimo di 840 euro a un massimo di 3.393 quindi, con l’introduzione della misura, passerebbe da un minimo di 1.680 euro a un massimo di 6.786 euro.

Svimez, si riapre la forbice tra Nord e Sud

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“Puntuale il rapporto della SVIMEZ dipinge il Mezzogiorno in chiaro e scuro: ne evidenzia le potenzialità ma soprattutto i suoi ritardi e debolezze. Non è consolatorio il fatto che, nel biennio 2019-20, il Sud beneficerà di circa il 40% delle maggiori spese previste dalla manovra, grazie soprattutto al Reddito di Cittadinanza, perché ciò è un indice significativo della crescita del malessere sociale, della caduta dei redditi e dell’impatto del PIL che resta su valori molto bassi”. Lo afferma in una nota Ivana Veronese, segretaria confederale Uil, in relazione ai dati evidenziati dalla Svimez nel suo ultimo rapporto sul Mezzogiorno.

“E non si può continuare – aggiunge – a far penetrare il concetto che per il Mezzogiorno la strada risolutiva siano i sussidi. Al Sud serve lavoro e buona occupazione anche per superare i divari retributivi con il resto del Paese. Il lavoro, l’occupazione di qualità, si crea con investimenti pubblici e provvedimenti per attrarre quelli privati. La manovra, da questo punto di vista, non aiuta in quanto per il Mezzogiorno, ad eccezione del rifinanziamento della decontribuzione per nuove assunzioni, peraltro affidata alle risorse comunitarie, una modifica della norma “Resto al Sud” non vi è altro”.

“Per il Mezzogiorno – continua – è necessario investire in modo significativo nelle infrastrutture materiali e immateriali, investimenti che non possono essere demandati solo e soltanto alle risorse dei Fondi Comunitari; rendere immediatamente operative le ZES; reintrodurre, una politica di fiscalità di vantaggio che colmi il GAP produttivo tra le varie aree del Paese. La misura più urgente- conclude – è investire sui giovani e sul loro futuro con azioni per contrastare la dispersione scolastica, combattere la disoccupazione, riattivare l’ascensore sociale: è questo l’impegno che dovremmo prendere tutti.

Le previsioni 2018 di Svimez mettono in evidenza come, nel più generale rallentamento dell’economia italiana, si riapra la forbice tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Rispetto ad agosto, nel corso di quest’anno si prevede, infatti, una minore crescita del Pil italiano: +1,2% invece di +1,5%.

Il saggio di crescita del Pil dovrebbe attestarsi all’1,3% nel Centro-Nord e allo 0,8% nel Mezzogiorno. Nel rapporto per il 2018 di Svimez emerge come, nel corso dell’anno, gli investimenti, che sono la componente più dinamica della domanda, crescono in entrambe le aree, ma in maniera più marcata al Nord: +3,8 nel Sud, +6,2% nel Centro-Nord. Ma è soprattutto la riduzione dei consumi totali, che crescono nel Mezzogiorno dello 0,5% e al Centro Nord dello 0,8%, ad incidere maggiormente sul rallentamento meridionale.

Mentre, dopo il calo del 2017, anche i dati della spesa europea confermano che nell’anno in corso non c’è stata alcuna accelerazione delle spese in conto capitale, scontando le difficoltà delle amministrazioni, soprattutto locali, nell’erogare i maggiori stanziamenti previsti nelle ultime leggi di bilancio. L’export meridionale a fine 2018 si prevede segni +1,6% rispetto al +3% del Centro Nord. Infine le unità di lavoro salgono dell’1% nelle aree meridionali e dello 0,8% nelle regioni centrali e settentrionali. Lavoro, a sud livelli più bassi Al Sud nel 2017 gli occupati sono aumentati di 71 mila unità, +1,2%, mentre al Centro-Nord la crescita è stata di 194 mila unità. Con questo risultato il Centro-Nord ha recuperato completamente i livelli occupazionali pre-crisi, mentre il Sud resta di circa 310 mila occupati sotto il livello del 2008. E’ quanto emerge dal Rapporto Svimez 2018 presentato oggi. Prendendo in considerazione i primi 6 mesi del 2018, il numero di occupati nel Mezzogiorno è inferiore di 276 mila unità rispetto al livello del medesimo periodo del 2008, mentre nel Centro-Nord è superiore di 382 mila unità. Il tasso di occupazione è ancora due punti al di sotto del 2008 nelle regioni meridionali (44,3% nel 2018, era 46% nel 2008) mentre ha recuperato i livelli 2008 nel Centro-Nord (65,9%). Con riferimento alle regioni, tra il primo trimestre del 2017 e quello del 2018, il tasso di occupazione sale in tutte le regioni del Sud, con modesti cali solo in Campania e Sicilia.

Nel periodo 2008 – 2017, il Mezzogiorno si è caratterizzato per una contrazione più sensibile del tempo pieno (-10,7% a fronte del -3,3% del Centro-Nord), solo parzialmente compensata da una dinamica più accentuata del part time: l’incidenza del part time è passata, nel Mezzogiorno, tra il 2008 e il 2017, dal 12,6 al 17,9%. Al Sud è, però, molto elevata l’incidenza del part time involontario, che si attesta negli ultimi anni attorno all’80%, contro il 55% del Centro-Nord. Nel corso del 2017, si legge nel documento, l’incremento dell’occupazione meridionale è dovuto quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+61 mila, pari al +7,5%) mentre sono stazionari quelli a tempo indeterminato (+0,2%). Vi è stata una brusca frenata di questi ultimi rispetto alla crescita. Se consideriamo il complesso del periodo di ripresa occupazionale 2015-2017 il tasso di trasformazione in lavoro stabile è in media pari al 9% al Sud e al 16% nel Centro-Nord. In questi anni si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani, testimoniata dall’invecchiamento della forza lavoro occupata. Il dato più eclatante, scrive Svimez, “è il drammatico dualismo generazionale: il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Al Sud abbandono scolastico rilevante, pesa povertà Abbandono scolastico e basso tasso di occupazione dei laureati sono due fenomeni che riguardano prevalentemente il Sud Italia. E’ quanto rileva il rapporto Svimez, diffuso oggi. L’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno “denuncia una marcata divaricazione tra partecipazione all’istruzione e scolarizzazione. Nella scuola primaria – si legge – nell’anno scolastico 2016/2017, il tempo pieno c’è stato in oltre il 40% degli istituti del Centro-Nord,mentre al Sud ha riguardato appena il 16% delle scuole e addirittura il 13% nelle isole. Inoltre, i tassi di partecipazione al Sud sono sì superiori al 95%, ma il tasso di scolarizzazione dei 20-24enni è notevolmente inferiore, a causa di un rilevante e persistente tasso di abbandono scolastico. Nel Mezzogiorno sono circa 300 mila (299.980) i giovani che abbandonano, il 18,4%, a fronte dell’11,1% delle regioni del Centro-Nord. E i valori più elevati si registrano per i maschi, addirittura il 21,5% nel Sud”. Nel Mezzogiorno sono presenti livelli qualitativamente inferiori, dai trasporti, alle mense scolastiche, ai materiali didattici. Sul tasso di apprendimento, al Sud pesa anche il contesto economico-sociale e territoriale: la disoccupazione, la povertà diffusa, l’esclusione sociale, la minore istruzione delle famiglie di provenienza e, soprattutto, la mancanza di servizi pubblici efficienti influenzano i percorsi scolastici e l’apprendimento”.

Il basso tasso di occupazione per i diplomati e i laureati nel Mezzogiorno a tre anni dalla laurea è testimoniato, secondo la Svimez, da questi dati: appena 70 mila su 160 mila (43,8%), contro i 220 mila su 302 mila (72,8%) del Centro Nord. Ciò spiega, spiegano gli esperti, perché negli ultimi 15 anni c’è stato un aumento dei giovani del Sud emigrati verso il Centro-Nord e/o l’estero: nell’anno accademico 2016/2017, i giovani del Sud iscritti all’università sono circa 685 mila circa, di questi il 25,6%, studia in un ateneo del Centro-Nord. Nello stesso anno accademico il movimento “migratorio” per studio ha interessato, quindi, circa il 30% dell’intera popolazione rimasta a studiare in atenei meridionali. Ciò, secondo Svimez, comporta, oltre alla perdita di capitale umano, una minore spesa per consumi privati, in diminuzione al Sud, e una minore spesa per istruzione universitaria da parte della Pubblica amministrazione.